11 Giugno 2009 - 25 Anni dalla
morte di Enrico Berlinguer
Enrico Berlinguer presenta il
simbolo del PCI
Andate casa per casa....
mg.
Iniziando la campagna elettorale
per le europee del 2009, non posso non ricordare quella tristissima
campagna elettorale dell'84 quando morì Enrico Berlinguer
nostro amatissimo Segretario del Partito Comunista Italiano. (maggio
2009)
11 Giugno 2008 - 24 Anni dalla
morte di Enrico Berlinguer
Segretario
Nazionale del P.C.I
Rinnovamento della politica
e rinnovamento del Pci
di Enrico Berlinguer
Lo sviluppo impetuoso del movimento per la pace,
caratterizzato da contenuti e forme di partecipazione in parte diversi
da quelli propri
dei partiti, ci consente di riproporre il tema delle novità che si vanno
manifestando nel rapporto tra le masse e la politica, sul quale avemmo
occasione di riflettere dopo la campagna referendaria sull'aborto. Già
allora rilevammo la necessità, soprattutto per un partito come il
nostro, di liberarsi definitivamente e rapidamente da una visione
riduttiva della politica e della lotta politica, che tende a misurarne i
risultati solo in termini di voti per i partiti, di numero di seggi
nelle assemblee elettive, di peso espresso in numero di posti e
posizioni di potere, di formazione di schieramenti politici,
parlamentari e di governo. Tutte queste cose sono importanti e, spesso,
decisive; ma esse non devono indurre i partiti - e comunque un partito
qual è il nostro - a ignorare o anche solo a trascurare il carattere e
il valore schiettamente politici di quei fatti ai quali danno luogo
movimenti e organismi che, sulla base di bisogni di esigenze della più
varia natura, si manifestano e si affermano nella società e anche fuori
dei partiti e che sono indice e conseguenza, a un tempo, di questioni
nuove da risolvere, di aspirazioni, idee, costumi e comportamenti nuovi
del nostro secolo.
Questi modi nuovi di pensare e di comportarsi - insieme a questioni
decisive per il mondo di oggi e che grandi masse avvertono ormai in
tutta la loro gravità, come quella del pericolo di una catastrofe
atomica - toccano altre questioni umane e sociali importantissime come
la famiglia, la vita di coppia, la sessualità, la maternità, la
paternità, i rapporti tra genitori e figli, la tutela della salute, la
serenità della vita quotidiana, lo svago e il tempo libero; e queste
sono questioni alle quali sono sottese e connesse altre questioni non
meno importanti come quelle del tenore di vita e della qualità della
vita, dello stato dei servizi sociali e delle attrezzature civili, della
possibilità o meno di avere una casa, di far studiare i figli, di
assicurare loro un lavoro e un avvenire, di assistere gli anziani, e
così via, che sono questioni la cui soluzione dipende da quali scelte si
sanno fare per cambiare gli indirizzi della vita economica e produttiva.
Ora, tutti quei mutamenti e novità nei modi di comportarsi e di pensare
che sono emersi in questi ultimi anni nella vita e nella coscienza
anzitutto delle donne e dei giovani, ma anche in altri strati e aree
della società - e che si sono rivelati nel referendum sull'aborto e,
ora, nei movimenti per la pace, ma che si rivelano anche in mille altri
modi - sono ormai divenuti parte sostanziale della politica, e in ogni
caso della politica così come noi la intendiamo e va fatta oggi a
differenza di ieri, e a differenza di come la concepiscono e la fanno
tuttora gli altri partiti.
Negli ultimi cento anni, del resto, più volte sono cambiati i caratteri
della politica. Fin verso la fine del secolo scorso la politica è stata
qualcosa che si situava all'infuori e si fondava sull'esclusione delle
grandi masse proletarie e popolari delle città e delle campagne. Quando
queste masse hanno cominciato ad imporre la loro presenza - ciò avvenne
via via con la nascita e l'affermazione del movimento socialista - si
ebbe un primo mutamento della vita e della lotta politica, la quale
dovette cominciare a fare i conti con i bisogni, le rivendicazioni, le
aspirazioni, la realtà viva di queste masse. Le conseguenze si
conoscono: ci fu una espansione della vita democratica, cambiarono i
partiti e i rapporti tra di essi, sorsero i sindacati di classe nelle
città e nelle campagne, cambiò la composizione delle assemblee
rappresentative, si ebbero mutamenti nella politica economica. Si entrò,
insomma, in una fase nuova che dette una sostanza nuova all'elaborazione
e all'azione politica. Dopo il buio periodo d'opposizione e compressione
del fascismo un altro sviluppo qualitativo e un altro allargamento del
mondo della politica si realizzò quando, con la Resistenza antifascista
e con la sua condusione vittoriosa, e con i grandi movimenti del
dopoguerra, ebbe luogo un ben più ampio e impetuoso ingresso delle masse
lavoratrici e popolari nella battaglia politica e nella vita della
società e dello Stato. Così cambiarono ancora i partiti, soprattutto con
la nascita dei partiti di massa. Cambiò, poi, la forma istituzionale
dello Stato, da monarchia l'Italia divenne repubblica, e dallo Statuto
albertino si passò alla Costituzione democratica. Cambiarono, di nuovo,
in molti aspetti, i contenuti e le forme della lotta politica e sociale.
Sorsero e si svilupparono le più varie associazioni e organizzazioni
democratiche e di massa. Divenne più ricca la dialettica democratica e
più estesa, più capillare la vita della democrazia. Per questo negli
anni del centrismo e della guerra fredda il popolo italiano fu in grado
di respingere gli attacchi diretti e a coartare e a tentare di affossare
la libertà e le istituzioni democratiche, ciò che non fu possibile e
comunque non fu fatto, nel biennio cruciale 1921-1922.
Oggi viviamo nel pieno di un'epoca che, mentre vede un irreversibile
ingresso nella storia del mondo delle masse sterminate dei popoli già
oppressi e sfruttati dal colonialismo e dall'imperialismo, conosce anche
- in alcuni paesi, in particolare, fra i quali l'Italia - l'entrata
sulla scena della storia e della politica (anzi, la presenza incalzante)
di nuove forze, di nuove masse, di nuove aree sociali come le donne, i
giovani e giovanissimi, gli emarginati di ogni condizione e di ogni
strato sociale, decisi a contare imporsi, a far sentire le proprie
aspirazioni e ad esigere che siano soddisfatte dalla società, dai
partiti, dallo Stato. Questo fatto non è soltanto grandioso per le sue
dimensioni, ma è sconvolgente per la qualità delle conseguenze che
provoca proprio sul terreno della politica, perché ne cambia ancora una
volta i termini secondo i quali essa veniva tradizionalmente intesa e
fatta. È proprio di questo che ancora non ci si è resi conto pienamente,
ed è proprio a misurarsi con queste novità che sono chiamati tutti i
partiti democratici.
Deve far riflettere, a questo proposito, il fatto che anche in Italia,
seppure in misura inferiore ad altri paesi di tipo occidentale, ha
cominciato a manifestarsi un distacco fra notevoli strati della
popolazione e i partiti. Lo si è potuto constatare anche nell'aumento
delle astensioni dal voto e delle schede bianche o nulle; e lo si vede
nell'atrofizzarsi della vita interna e della milizia attiva in quasi
tutti i partiti. Non si può dire, tuttavia, che sia in atto una generale
caduta dell'impegno politico, che anzi, per molti aspetti, tende a
crescere, manifestandosi però anche fuori e indipendentemente dai
partiti. Cosi è avvenuto, in parte, nel referendum sull'aborto e così
avviene oggi nel movimento per la pace. Vi è qui la riprova della
necessità di un rinnovamento dei partiti e dei loro modi di far
politica, se si vuole evitare la crescita di un divario che può divenire
assai pericoloso per le sorti della democrazia.
Non si tratta solo di seguire, di assecondare, di non ostacolare, ma di
comprendere, di far proprie, d'interpretare politicamente e di far
pesare nelle scelte politiche le insoddisfazioni, le ribellioni, le
rivendicazioni che esprimono le masse contro la corsa agli armamenti, le
spese militari, le minacce di guerra, contro i meccanismi capitalistici
che tendono ad emarginarle e contro i partiti che mirano a
strumentalizzarle (per garantirsi la propria sopravvivenza e prolungare
la permanenza di quel sistema di potere clientelare cui essi hanno dato
vita e a cui non vogliono rinunciare). Questa sensibilità, in qualche
misura, il nostro partito l'ha avuta e molto ha già fatto in questa
direzione nuova, che tra l'altro è decisiva per imporre la soluzione
della questione morale e per far avanzare la prospettiva di
un'alternativa democratica. Aveva ragione il compianto Di Giulio quando,
pochi giorni prima della sua scomparsa, affermò la necessità di una
rivoluzione copernicana nella concezione della politica, tale da
rovesciare il rapporto tra contenuti e schieramenti. Ma su tale
direzione bisogna progredire con più slancio di prima e, per farlo, ciò
che siamo stati capaci di fare sinora non basta più. Tutto il partito in
tutte le sue articolazioni e in tutti i suoi organismi, dalla sezione di
fabbrica o di quartiere o di paese fino alla direzione centrale oggi
deve prendere piena coscienza che queste forze nuove così vive e
dinamiche nella società portano non solo esigenze ma anche intuizioni,
indicazioni, proposte che esigono soluzioni generali nuove perché, pur
risolvendo problemi che hanno un autonomo e specifico ambito,
interessano tutti i cittadini, chiamano in causa l'assetto mondiale e
quello della nostra società ed esigono quindi interventi e modi
d'intervento diversi dal passato sia dei partiti che dello Stato, delle
istituzioni, del governo centrale e del governi locali.
E quando ci si protende a stimolare e a dare forza ai movimento delle
masse giovanili e delle masse femminili, o delle masse di disoccupati o
degli anziani, si allarga l'orizzonte della politica, la si arricchisce
di contenuti prima mai pensati. È proprio in questo impegno che la
politica diventa milizia animata da una forte tensione ideale e morale.
In definitiva, bisogna decidersi a capire che la politica è chiamata
oggi a considerare come suo compito diretto - naturalmente, per la parte
che le spetta, ossia senza prevaricare sulle altre dimensioni della vita
umana, e quindi senza pretendere di essere totalizzante - la soluzione
anche di quei problemi che insorgono dallo svolgersi della vita delle
persone, e dei rapporti tra le persone, e tra queste e le strutture
della società e il sistema politico che innerva questa società oggi;
ossia, nell'attuale determinato contesto sociale, culturale e morale.
Per esempio, la vittoria nel referendum sull'aborto ha espresso
massicciamente una volontà del paese, la quale esige che lo Stato non
lasci le persone sole di fronte a certi problemi umani, e giustamente
pretende, invece, che lo Stato, in tutte le sue articolazioni,
intervenga con prowedimenti, con atti, con leggi, che aiutino la persona
(la donna, il giovane, il disoccupato, l'anziano, lo studente, il
bambino, il drogato) a risolverli nel modo migliore possibile per il
singolo e per la società tutta quanta. Ma per ottenere che i poteri
pubblici siano messi in grado di fare queste cose, vanno chiamati in
causa il tipo e l'indirizzo dello sviluppo economico, i fini
dell'attività produttiva e del lavoro umano, la politica della spesa
pubblica centrale e locale, la funzione dei partiti, gli orientamenti
ideali e culturali finora dominanti. E si può aggiungere anche un'altra
cosa: non va superata soltanto quella concezione restrittiva della
politica per la quale questa viene ridotta ai rapporti, ai giochi, alle
schermaglie fra i partiti, fra maggioranza e opposizione, e tutto
finisce lì, ma va superata anche una concezione tradizionale della lotta
sociale e della vita della società, secondo la quale vengono considerate
come degne di rilievo e di attenzione soltanto quelle masse, quelle
organizzazioni e quei movimenti i quali esprimano esigenze e
rivendicazioni di tipo economico-sindacale, non dando il giusto
peso a quelle masse e a quei movimenti che non sono definibili e
organizzabili secondo lo schema economico-sindacale, e che pure
pongono esigenze e problemi non meno rilevanti politicamente e non meno
decisivi per le sorti del paese, quali sono appunto le esigenze e i
problemi che avanzano le grandi masse urbane e delle campagne che si
raccolgono nel termine di emarginati.
Se si acquisisce fino in fondo questa concezione aggiornata della lotta
politica e dei suoi contenuti, questa visione per tanti aspetti diversa
da quella tradizionalistica, ma ancora largamente corrente, mi pare
dovrebbe risultare evidente in quale direzione va promosso e
concretamente attuato il rinnovamento del nostro partito. Ma va chiarito
subito che non si tratta di quel presunto rinnovamento al quale ci
sollocitano troppi nostri critici o mentori. Secondo costoro, infatti,
il rinnovamento del Pci si avrebbe effettivamente solo in presenza della
seguente novità: il nostro partito dovrebbe cessare di essere comunista
dovrebbe finirla di essere diverso, dovrebbe cioè - come si ama dire
oggi - «omologarsi» agli altri partiti, ossia diventare «più
democratico», «più occidentale», «più europeo», ma nel senso di
divenire, in ultima analisi, una formazione politica come ce n'è tante,
inserita nel sistema vigente e protesa, tutt'al più, a parziali e
settoriali aggiustamenti al suo interno. Insomma, per tutti costoro
daremmo la vera prova della nostra capacità di rinnovarci solo se
rinunciassimo a rimanere un partito che, per i suoi caratteri, per lo
stile della sua vita interna, per la sua condotta, per i suoi ideali
resta non assimilabile ai metodi di lotta politica, di governo, di
gestione della cosa pubblica, al costume interno, ai modi di esercizio
(e di abuso) del potere che caratterizzano gli attuali partiti non
comunisti e anticomunisti italiani.
Per assurdo, saremmo gli autentici rinnovatori del nostro partito e
dell'attuale sistema dei partiti se fossimo noi comunisti a cancellare
la «questione comunista» e, quindi, a far venir meno la forza politica
fondamentale che, proprio per la sua peculiarità e diversità, mantiene
ineludibili due necessità vitali per la nostra Repubblica: la necessità
di liquidare l'attuale sistema di potere costruito lungo trentacinque
anni dai partiti non comunisti o anticomunisti con alla testa la Dc; e
la necessità di lottare e chiamare alla lotta per liquidare quel sistema
tutte le forze lavoratrici, popolari, democratiche, dentro e fuori i
partiti: il che poi vuol dire svolgere un'azione unitaria per risanare e
rinnovare i partiti stessi e i rapporti che oggi essi intrattengono tra
loro, con lo Stato, con la società e dar luogo a un'alternativa
democratica all'attuale sistema di potere imperniato sulla Dc. Veti e
sospetti cadrebbero, riceveremmo anzi consensi e plausi strepitosi dai
nostri sollecitatori, se ci rinnovassimo nel senso apparente e fasullo
da essi suggerito e auspicato, ossia se cambiassimo nostra natura e
divenissimo «uguali agli altri», se abdicassimo alla nostra funzione
trasformatrice, dirigente, nazionale, se decidessimo di «recidere le
nostre radici pensando di fiorire meglio», ciò che sarebbe - come ha
scritto di recente François Mitterrand - «il gesto suicida di un
idiota». Non ci può essere inventiva, fantasia, creazione del nuovo se
si comincia dal seppellire se stessi, la propria storia e realtà.
Dunque, noi restiamo convinti che per rinnovare noi stessi e spingere
gli altri a rinnovarsi dobbiamo mantenere ben netti e riaffermare i
caratteri che ci contraddistinguono e ci fanno diversi. Bisogna infatti
che, in linea di partenza, sia dispersa ogni illusione di una nostra
possibile resa o collusione o omertà, presente o futura, verso quei
metodi di gestione del potere che hanno inquinato e distorto il rapporto
tra i partiti e tra questi e il governo e le istituzioni e la vita
economica e la società, fino alle degenerazioni che stanno corrodendo le
fondamenta della nostra Repubblica.
Deve quindi essere condotta a fondo la lotta alla corruzione che sta
diffondendosi in ogni campo della vita nazionale, e cioè la lotta contro
ogni atto o tendenza rivolti a continuare ad adoperare per interessi
privati e per fini di parte organi, strumenti, uffici, corpi e mezzi
finanziari che sono pubblici, che cioè appartengono a tutti e devono
stare al servizio di tutti i cittadini. Sta qui la principale garanzia
di mantenere in vita la possibilità di un reale rinnovamento, la
premessa indispensabile per poter riawiare qualcosa di serio, di pulito,
di nuovo nella vita politica italiana: e noi sentiamo l'orgoglio di
rappresentare questa speranza per il popolo e per la nazione.
Ma questa è, appunto, la premessa: occorre che ora la nostra riflessione
prosegua e affronti i concreti contenuti dell'azione per rinnovare e per
rinnovarci in modo autentico e non fittizio; dobbiamo cioè cercare di
precisare in che cosa tale azione consiste dopo aver detto in che cosa
essa non può e non deve consistere. E qui ritorna in luce l'importanza
determinante che hanno oggi quei grandi temi e problemi, quelle
aspirazioni neglette o insoddisfatte, quelle forze trascurate ed
emarginate di cui ho parlato all'inizio e che devono divenire materia
viva e nuova della politica e della lotta politica.
Immettere nella nostra elaborazione, nel nostro lavoro e nel nostro
impegno quotidiano quei problemi e quegli obiettivi fino a ieri non
considerati e affrontati a sufficienza, appropriarcene fino in fondo e
sentirli come per un partito quale siamo comporta necessariamente una
conseguenza pratica ben precisa: quella di promuovere e organizzare su
di essi e attorno ad essi non solo iniziative specifiche e, per così
dire, specialistiche, ma soprattutto movimenti di massa, sul piano
locale e provinciale, e sul piano nazionale. È così che noi comunisti
possiamo realizzare davvero e in modi appropriati e adeguati quella
esortazione, che sentiamo rivolgere ai partiti con tanta insistenza, ma
anche con tanta retorica vaghezza, e che viene espressa con la formula
«aprirsi al sociale».
Ho parlato più sopra dei movimenti per il disarmo e per la pace (sorti e
cresciuti in Italia dall'agosto a oggi con quei caratteri del tutto
nuovi e con quella grandiosità che ha sbalordito tutti), come di un
esempio di intervento delle masse che va matenuto, ripreso ed esteso. Ma
potrei sottolineare l'enorme importanza innovatrice che hanno avuto e
che debbono continuare ad avere, oggi e domani, i movimenti attorno alle
questioni della condizione femminile, per l'emancipazione e la
liberazione della donna (affermazione della sua dignità e dei suoi
diritti di persona libera, di soggetto autonomo e autodeterminantesi
come lavoratrice, come cittadina, come madre, ecc.); i movimenti per
obiettivi che riguardano i problemi irrisolti e i temi che suscitano
l'interesse dei giovani e delle ragazze (la nuova qualità della vita, il
lavoro e l'occupazione, lo svago e lo sport, lo studio e la propria
formazione di cittadino, l'amore, il sesso e la vita di coppia, la casa
per le giovani coppie, la lotta contro la droga, ecc.); i movimenti per
tutelare e migliorare la condizione degli anziani, nella convinzione che
la «terza età» non è e non deve significare né lo squallore
dell'abbandono in cui troppi vecchi vengono lasciati, né la passiva
attesa della morte, ma è una stagione della vita che la società deve far
sì che venga impiegata e fruita garantendo a essa tranquillità
economica, utilità sociale, serenità personale. E movimenti di massa
vanno suscitati e organizzati sui temi angosciosi ed esplosivi del
Mezzogiorno e della situazione delle popolazioni meridionali (per
imprimere una qualità nuova allo sviluppo, per uscire dal parassitismo e
dal clientelismo che, nella vita politica ed economica di quelle regioni
soprattutto, sono una dilagante cancrena, per debellare la camorra e la
mafia), come anche sui temi non meno allarmanti e acuti della
disgregazione sociale che impera soprattutto in quelle giungle
costituite dalle periferie dei grandi centri e nelle aree dove vengono
condannate a vivere le masse del sottoproletariato urbano e dei poveri.
Se tutto il partito si mette a lavorare forte e sodo su tali questioni e
a suscitare intorno ad esse movimenti di massa, non soltanto daremo un
contributo grande alla loro soluzione, ma penso anche che andremo
superando schematismi, verticismi, burocratismi nella concezione stessa
della politica e nei modi di agire del nostro stesso partito. Inoltre -
e ciò oggi è molto importante - continueremo e svilupperemo davvero il
nostro carattere di grande partito di massa organizzato, ma un partito
di massa di oggi, degli anni ottanta.
Nel 1944 Togliatti intuì la necessità, e poi delineò i tratti di fondo,
di un Partito comunista italiano che non fosse più solo un'avanguardia
di quadri (e tanto meno una setta di semplici propagandisti), ma un
partito nuovo, di massa. A questo obiettivo e a questo compito, che a un
giudizio superficiale potevano sembrare soltanto un mutamento della
struttura organizzativa del partito, erano insiti e connessi una
strategia politica democratica e un metodo di lavoro e di lotta
democratica, volti ad affermare la funzione dirigente nazionale della
classe operaia, una più ampia visione delle sue alleanze, una più alta e
comprensiva concezione del gramsciano blocco storico da formare e
realizzare per trasformare la società italiana in direzione del
socialismo. Si trattava dunque di profondissime innovazioni
nell'elaborazione teorica, nell'azione pratica, nella funzione del
Partito comunista italiano, di una formazione rivoluzionaria che opera
nell'Occidente capitalisticamente sviluppato, innovazioni che avevano
portanza e rilevanza generali. Ma quel che voglio dire è che la scelta
del partito di massa e l'azione che esso veniva chiamato a svolgere si
riferivano a una determinata situazione storica e politica del paese, a
una determinata condizione della società, a un determinato stadio del
costume, a una determinata fase economica, a un determinato livello di
coscienza del popolo italiano. In sintesi, era la situazione complessiva
in cui il paese si trovava dopo la caduta del regime fascista (e dopo la
sconfitta del nazismo in Europa), cioè all'indomani di un regime
reazionario, totalitario, oppressivo, che aveva diseducato, estraniato,
perseguitato le masse operaie, lavoratrici e popolari per impedire loro
di intervenire nella vita politica e perciò le aveva coattivamente
disabituate all'esercizio della democrazia.
Di queste masse escluse dalla politica noi allora favorimmo e sostenemmo
- insieme agli altri partiti antifascisti - l'ingresso, unite e da
protagoniste, sulla scena politica e dentro la vita delle istituzioni;
ne accogliemmo l'anelito di libertà e le sollecitammo quindi al libero
uso di tutti i diritti democratici che esse si erano conquistate e che
quindi erano loro dovuti. A queste masse, inoltre, noi spalancammo le
porta del nostro partito. E così il Pci divenne partito di massa, e come
tale crebbe grandemente nel numero dei suoi iscritti e seppe instaurare
suoi propri e diretti legami con la classe operaia e con i lavoratori,
con le forze che individuò allora come sue prime necessarie alleate (i
ceti medi delle città e delle campagne) e, più in generale, con tutti
gli strati del popolo e della società.
Ma le forze e aree sociali verso le quali indirizzammo allora la nostra
azione e la nostra iniziativa, e dei cui problemi e aspirazioni noi ci
facemmo interpreti e, nella misura del possibile, risolutori, erano le
forze del cambiamento proprie della società di allora, di quella
determinata situazione esistente quasi quarant'anni fa. Oggi le masse
escluse, non protette, che aspirano al cambiamento, o che comunque ne
hanno bisogno, così come i problemi da conoscere, affrontare e risolvere
sono in gran parte mutati; e più esteso è il terreno e più ampio, oltre
che più complesso, è l'orizzonte della politica e dell'azione politica
di un partito qual è il nostro, cioè di un partito di massa organizzato
che vuole trasformare la società. Qui interviene qualcuno a dirci (e
sembra non manchino coloro che lo vanno sostenendo anche nelle nostre
file) che tra i cambiamenti intervenuti tra gli anni quaranta e gli anni
ottanta ce n'è uno dal quale noi dovemmo trarre certe conseguenze circa
il carattere del partito. Si fa osservare che spesso il rapporto molto
basso che esiste in certe città e in certe zone tra gli iscritti al
partito e i suoi elettori non determina conseguenze negative nel numero
di voti che vengono a noi. Per conseguenza - si argomenta - dal punto di
vista elettorale è ininfluente che si abbiano molti iscritti o pochi
iscritti; in definitiva, conta di più fare opinione, richiamare
l'attenzione, essere presenti nei mass-media, e così via. Se - si dice -
riuscissimo a far divenire il Pci un grande partito di opinione che
arriva a toccare i sentimenti, le coscienze, gli interessi della gente
attraverso le comunicazioni di massa, non solo non perderemmo voti ma,
forse, addirittura li aumenteremmo. Dunque - si conclude - aver un
milione e settecentomila tesserati o averne la metà sposterebbe poco o
nulla ai fini di conseguire il massimo peso elettorale.
In verità si possono citare molti dati ad esempio, che provano che molti
iscritti portano anche più voti. Comunque, ed è questo il punto
decisivo, a tener dietro a quei ragionamenti si finirebbe col divenire
non un grande partito di massa moderno, ma un partito elettoralistico,
un partito all'«americana», cioè un partito che penserebbe solo a
prender voti, che svaluterebbe il lavoro a diretto contatto con la gente
per aiutarla a ragionare, a organizzarsi, e a lottare, che svuoterebbe
di ogni contenuto la milizia politica, che penserebbe solo ad avere più
depulati, più senatori, più consiglieri, più assessori, più posti di
potere. E tra l'altro, se diventassimo questo, non avrebbe alcun senso
nemmeno il decentramento che andiamo compiendo, cioè lo sforzo
organizzativo e politico che stiamo facendo per estendere papillarmente
la presenza organizzata e l'iniziativa costante delle nostre sezioni,
delle nostre zone delle nostre federazioni.
Ma un partito «rinnovato» a questo modo sarebbe ancora il Partito
comunista italiano? Non sono forse l'elettoralismo e la caccia al potere
per il potere i vizi degli altri partiti ai quali si vorrebbe che noi ci
omologassimo? Conquistare più voti è certo indispensabile; dare più
attenzione e realizzare una maggiore presenza nostra nella stampa, nella
radio, nella televisione, in tutti i mezzi di comunicazione di massa, è
giusto; essere più capaci di fare opinione su ogni problema grande e
piccolo, è importante. Ma essere tanti comunisti non è forse ancora più
importante? Io credo proprio di sì. Anzi, questo è il momento di fare
più iscritti, e al tempo stesso di formare militanti, più consapevoli e
attivi, di avere cioè più compagni e compagne impegnati in un lavoro
preciso, con compiti ben definiti, con una carica politica, umana e
ideale armati della quale si va e si sa stare tra le masse, con i loro
problemi, le loro aspirazioni, con le loro rabbie, con le loro lotte; di
compagni e di compagne più numerosi nei posti di responsabilità e di
direzione pubblici e privati, che siano ben preparati, ben orientati,
fedeli al mandato ricevuto.
Essere tanti comunisti e seri comunisti è la vera condizione anche per
avere tanti voti, ma è soprattutto la garanzia di fare del nostro
partito un sempre più saldo e consistente strumento del reale
rinnovamento e dello sviluppo del paese.(Rinascita 4 dicembre 1981)
Faccia
a faccia con Enrico Berlinguer - Mixer, 27/4/1983
11 Giugno 2007 - 23 Anni dalla
morte di Enrico Berlinguer
Segretario
Nazionale del P.C.I
Distribuito alle
delegate e ai deleati del IV Congresso della Federazione di Torino 31
marzo 1 aprile 2007
Quattro passi con Berlinguer
Alle compagne e
compagni delegati,
ricordandoci che “L’indifferenza è il peso
morto della storia” (Gramsci 1917)
vogliamo con queste cartelle
“fotografare” uno specifico periodo della vita e della proposta politica
di Enrico Berlinguer, proposta che ha fatto “avvicinare” molti giovani
al Partito Comunista Italiano ritenendolo un collettivo, una scuola, un
effettivo strumento del cambiamento.
Il compromesso storico (la proposta
politica) e la solidarietà democratica (lo strumento)
Berlinguer
diventa vice segretario del PCI nel febbraio del 1969 (XII congresso) e
segretario nel 1972, fino alla morte nel giugno 1984. Prima di allora è
stato segretario generale dei giovani comunisti, responsabile nazionale
dell’organizzazione nel 1960.
Solo
per riferimento, e a voi la ricerca se curiosi, ricordiamo una “franca e
approfondita discussione” all’XI congresso del ’66 tra Ingrao e
Amendola, che aveva stimolato il responsabile dell’organizzazione; atti
del congresso gelosamente conservati nelle sezioni del PCI e dati da
leggere con malcelato, perentorio, democratico, cortese invito rivolto
ai giovani iscritti dall’allora segretario della sezione territoriale.
Alla
base della strategia politica di Berlinguer ci sono due concetti forti:
il compromesso storico e l’alternativa democratica. Entrambi questi
concetti sono già contenuti nei famosi articoli di settembre e ottobre
‘73 su Rinascita e prendono spunto dal colpo di stato di Pinochet in
Cile che portò all’affossamento del governo di sinistra e all’assassinio
di Salvador Allende (11 settembre 1973).
“ Se si vuole
trasformare e rinnovare l’Italia non basta ottenere il 51% dei voti; se
si ha soltanto il 51%, prima o poi le forze più conservatrici e
reazionarie si aggregano in un blocco che distrugge il processo
riformatore e anche la democrazia,
di qui la necessità di
un’alternativa più larga e quindi di un compromesso storico tra le
grandi componenti culturali a cui fa riferimento il popolo italiano,
quella comunista, quella socialista e quella cattolica, anche nelle sue
espressioni partitiche, cioè il PCI, il PSI, la DC.”
Evidente
è la continuità di questa politica, la questione comunista, con quella
di unità nazionale di Togliatti; anche se non mancano cambiamenti di
prospettiva, a partire dalla rinnovata considerazione della coscienza
religiosa vissuta con coerenza, portatrice di contraddizione della
società capitalistica contemporanea. Il rapporto è diretto, non solo
epistolare, con Mons. Bettazzi.
Il
compromesso storico invece è prima di tutto una strategia rivoluzionaria
che ha come obiettivo la fuoriuscita dal capitalismo attraverso la
democrazia e la transizione al socialismo.
E’
noto che Berlinguer a partire dal 1980, dopo la caduta dei governi di
solidarietà nazionale, dice più volte che non avrebbe più usata
l’espressione compromesso storico, poiché era stata deformata, non
solo all’esterno del Partito. La deformazione consiste soprattutto
nell’intendere il compromesso storico come mera alleanza di governo tra
PCI e DC, cioè nel considerarlo una formula di governo e non una
strategia politica che si rivolge prima di tutto al popolo e al paese,
oltre che ai partiti.
Gerardo
Chiaromonte e altri dirigenti “miglioristi”, hanno inteso ridurre il
collegamento tra il compromesso storico e i governi di solidarietà.
Evidente la sintonia con il PSI. Secondo loro tali governi non sono
l’applicazione pratica del compromesso storico, ma nascono a causa
dell’emergenza economica e democratica e sulla base dei rapporti di
forza scaturiti dalle elezioni del 1976 (DC 38,7%, PCI 34,4%). In altri
termini la soluzione è obbligata, non è LA Proposta Politica.
I
giovani leoni (Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Ferrara, Mussi…),
non volendo scontrarsi con i titani stanno silenti; capiremo qualche
anno dopo perché.
"Mi è capitato spesso di
pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la
partita più importante della sua vita: la partita dura ormai da molte
ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il
campione si accorge che, con la prossima mossa, l'avversario gli darà
scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che
l'altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer
l'impatto con la crisi della sua strategia politica."
("per passione" P.Fassino2003)
…fra
qualche mese nascerà il Partito Democratico anche con questa logica.
Fotografia
del periodo:
- situazione economica
disastrosa, inflazione al 20% circa;
- terrorismo nero
(strategia della tensione) e terrorismo rosso (le Brigate Rosse nascono
nel 1972) insanguinano ogni giorno il Paese;
- crisi economica,
politica e culturale che attraversa il mondo intero.
Dal punto di vista
strettamente politico, il PCI deve scegliere come posizionarsi nei
confronti del governo monocolore democristiano, considerando anche la
possibilità di astensione. Decide per quest’ultima via. Poteva alzare
la posta in gioco, poteva rivendicare l‘ingresso immediato, e a pieno
titolo nel governo, o perlomeno l’accordo di programma e l’ingresso
nella maggioranza, come avviene un anno dopo.
“Esiste un orientamento
secondo cui il movimento comunista internazionale viene visto come
un'unica entità omogenea. Invece, esso presenta un panorama vario e
all'interno di questo panorama c’è il partito comunista italiano, con le
sue tradizioni storiche e i suoi tratti originali. Il primo tratto
caratteristico del nostro partito è che ha sempre fatto proprie le
migliori tradizioni democratiche e patriottiche del paese, risalendo
fino al Risorgimento. Abbiamo anche dato un contributo notevole alla
lotta di liberazione nazionale, a fianco degli Usa e della coalizione di
forze antifasciste. Il nostro partito ha lottato per garantire tutte le
libertà fondamentali. - la libertà di associazione, di parola, ecc - nel
quadro di un sistema sociale ed economico più avanzato, secondo la
Costituzione del 1948 che consideriamo una delle più avanzate in Europa
Occidentale dal punto di vista democratico. E il partito comunista ha
svolto un ruolo decisivo nell'elaborazione unitaria di questa
costituzione. Non abbiamo mai creduto, neanche nel 1945, che un solo
partito, o una sola classe - potesse risolvere i problemi del nostro
paese.”
(dall'intervista a Berlinguer, Time magazine, giugno 1975)
Moro
e Berlinguer sono convinti che si sia aperta una fase nuova che richiede
la collaborazione tra i due partiti. Progettano pertanto una cornice
democratica comune fatta di convergenze e di intese sui principi
fondanti la democrazia italiana: la pace, l’indipendenza e la sovranità
nazionale, la difesa delle libertà costituzionali, i principi essenziali
di giustizia. Entrambi ritengono, tuttavia, che tale passaggio debba
essere graduale, per evitare che possa produrre contraccolpi all’interno
del paese e soprattutto a livello internazionale. Spesso si dimentica
che sia il Dipartimento di Stato degli USA che la CDU tedesca,
entrambi importanti e pesanti interlocutori di Moro, sono contrari
all’ingresso del PCI nel governo. Paolo VI e il Vaticano, allora, si
sentivano ampiamente rappresentati dalla DC, soprattutto da Moro.
Il
percorso è graduale: astensione nell’autunno del 1976, accordo
programmatico nel luglio 1977, ingresso nella maggioranza nel 1978,
soltanto dopo il rapimento Moro.
Le
differenze tra i due uomini politici:
Moro pensava ad
un’operazione come quella realizzata con il PSI con il primo centro
sinistra, in pratica di inglobare il PCI senza che la DC perdesse la
centralità e il proprio potere.
Berlinguer invece aveva
in mente la transizione al socialismo.
Moro è rapito il 16 marzo
del ’78 dalle Brigate Rosse.
(...) "La verità è che
parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente. La verità è che
c’illudiamo d’essere originali e creativi e non lo siamo. La verità è
che pensiamo di far evolvere la situazione con nuove alleanze, ma siamo
sempre là con il nostro vecchio modo di essere e di fare, nell'illusione
che, cambiati gli altri, l'insieme cambi e cambi anche il paese, come
esso certamente chiede di cambiare."(..)
(Aldo Moro - da una lettera a Benigno Zaccagnini, non recapitata)
(...) "Non creda la D.C. di aver risolto di aver chiuso il suo problema,
liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di
contestazione e di alternativa, per impedire che della D.C. si faccia
quello che se ne fa oggi"(...) 24-4-1978
(Aldo Moro - da una lettera a B.Zaccagnini, recapitata il 24 Aprile '78)
(...) "Il governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene
tributata per questa come per tante altre imprese. Un allontanamento dai
familiari senza addio, la fine solitaria senza la consolazione di una
carezza, del prigioniero politico condannato a morte. Se voi non
intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia
d'Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese.
Pensateci bene cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani ma
al dopo domani. (...) "
(Aldo Moro - da una lettera a B.Zaccagnini, recapitata tramite Don
Mennini il 20 Aprile '78)
(...)"Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi,
capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per
le tue mani.(...) Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come
ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. (...)
(Aldo Moro - da una lettera a Eleonora Moro recapitata il 5 maggio)
Alle
13.30 del 9 Maggio 1978 a Via Caetani a Roma, a poca distanza dalle
sedi del PCI e della DC, viene ritrovata una Renault 4 rossa: al suo
interno, il corpo senza vita di Aldo Moro.
Il
Pci esce dalla maggioranza nel gennaio 1979.
“Sta di fatto tuttavia
che, a mio avviso, l'onorevole Aldo Moro aveva affrontato il nodo della
questione comunista secondo un modo e con un intento precisi, che erano
di sciogliere quel nodo positivamente. La sua gradualità, anzi la sua
prudenza circospetta, stavano in diretta relazione con la sua dichiarata
volontà di procedere più avanti possibile nel rapporto con il Pci. La
sua visione della democrazia non contemplava che lo Stato sorto dalla
Resistenza e dalla società italiana quale si è storicamente formata,
potessero vivere svilupparsi escludendone il movimento operaio nel suo
complesso, e quindi il Pci, il partito che più lo rappresenta. Dopo la
tragica scomparsa di quest'uomo, la Dc è divenuta oscillante e
preoccupata e, via via, si è dimostrata sempre più irresponsabilmente
propensa ad allungare i tempi all'infinito e, intanto, a profittarne.”
(dall'intervista a Gianfranco Piazzesi, Berlinguer: possibile un nuovo
colloquio con la Dc. Corriere della sera, maggio 1979)
Prima
del 1979, riserve al compromesso storico vengono espresse da due
fondatori del PCI: Luigi Longo, che lo considera un’accelerazione
inopportuna rispetto al concetto di blocco storico e Umberto Terracini,
che invece critica l’eccesso di fiducia nella DC come alleato.
L’uscita
dalla maggioranza viene così spiegata da Berlinguer: la slealtà della DC
nel tenere fede agli accordi e l’ingenuità del PCI hanno logorato il
rapporto tra il partito e le masse popolari. Negli anni 77-78 questo
logoramento è presente; l’aggressione di Lama all’Università, la grande
manifestazione di Bologna (con Zangheri sindaco) o quella dei
metalmeccanici di Roma, la perdita pesante di voti del PCI nelle
amministrative (29.6%).
Negli
anni successivi all’interno del partito prevale una spiegazione per così
dire di sinistra, che tende a mettere a fuoco soprattutto gli sbagli:
troppa attenzione al quadro politico rispetto ai contenuti
programmatici; debolezza del programma riformatore, remissivo e
subalterno; deficit di cultura riformatrice del partito.
L’atteggiamento
della DC, del resto, è fin da subito uno dei punti più discussi e
controversi all’interno del partito; lo evidenzia, nonostante i
risultati ottenuti in quel periodo, lo stesso Berlinguer, in occasione
della conferenza degli intellettuali del ’77, durante la quale lancia la
politica dell’austerità.
Viene
quindi approvata la “proposta di medio termine” del partito.
Anche
il libro “progetto a medio termine”, redatto dai miglioristi Chiaramonte,
Colajanni e Macaluso, fu letto, discusso, esaminato attentamente in più
direttivi delle sezioni territoriali; un assunto caldeggiato nel libro
era che non bisognava incentivare lo sviluppo della televisione a colori
se prima non si fosse garantito a tutti quella in bianco e nero.
Ma
ancora più rilevante è il bilancio delle leggi approvate nell’arco degli
anni settanta sia nel campo dei diritti civili che in materia
economico-sociale: divorzio, aborto, diritto di famiglia, voto ai 18
anni; e ancora, Statuto dei lavoratori, riforma delle pensioni, equo
canone, riforma dei manicomi, riforma sanitaria ancora oggi in vigore.
L’ambizione
è quella di introdurre elementi di socialismo nella società italiana. In
questo periodo è in corso una ricca discussione che non può essere
ridotta ad un’unica matrice culturale. Sicuramente ha avuto un peso la
tesi di Amendola, che, preoccupato della possibilità che prendesse piede
il partito dell’inflazione e che da questo potesse scaturire una crisi
economica, sostiene la necessità di una politica unilaterale dei
sacrifici da parte della classe operaia. Franco Rodano e Claudio
Napoleoni, invece, mirano alla trasformazione dei consumi individuali in
consumi sociali e collettivi, nel tentativo di modificare così la
qualità dello sviluppo economico.
Un
punto è comune: ricercare la via che possa evitare i due tempi, tenere
insieme rinnovamento e risanamento, austerità e sviluppo, incidendo sul
meccanismo e sul processo di accumulazione capitalistica; la leva
fondamentale è la politica di austerità, il progetto a medio temine.
Prevale
quasi subito un’interpretazione dell’austerità come richiesta di
sacrifici a senso unico, tanto che il dibattito dentro e fuori il
partito dura pochi mesi e si arena poco dopo la presentazione
dell’accordo programmatico tra i partiti della solidarietà.
Nello
stesso periodo discutono di queste medesime cose anche i leader maggiori
della socialdemocrazia europea: Brandt, Palme…. Anche nella Svezia
socialdemocratica si discute sulla possibilità che una parte del salario
sia impiegata per favorire gli investimenti produttivi e la
partecipazione dei lavoratori ai processi di accumulazione del capitale.
Grandissimo
era l’interesse di Berlinguer, che continuava a seguire la discussione e
ce ne parlava attraverso gli articoli su Rinascita.
In
quegli anni si fa promotore dell’eurocomunismo e dell’eurosinistra
trascinando Carrillo e Marchais, segretari dei partiti comunisti di
Spagna e Francia.
L’uscita
dalla maggioranza del PCI si consuma sulla questione dell’ingresso
dell’Italia nel sistema monetario europeo.
Perché
il PCI è contrario? Perché ritene da un lato che i tempi siano troppo
ravvicinati e dall’altro che la DC voglia approfittare dello scudo
europeo per colpire i ceti più deboli, soprattutto i lavoratori,
attraverso una politica di rigore senza contropartite.
Contrario
al serpente monetario era anche l’Avvocato Agnelli ma, forse, per altri
motivi.
Intanto
nel mondo…L’ideologia conservatrice e neoliberista con la nuova
presidenza americana di Reagan e con la leadership della signora
Teatcher nel Regno Unito impera. L’Unione Sovietica reagisce subito,
cercando di uscire dall’immobilismo attraverso una politica più
aggressiva, anche con l’installazione degli SS20 ai confini dell’Europa.
I contraccolpi sulla distensione, che era stato uno dei cardini della
politica estera del Pci, sono molto pesanti.
Un’altra
delle cause fondamentali dell’affossamento del compromesso storico è il
terrorismo e soprattutto l’assassinio di Moro. Dopo la sua morte, nella
DC e nel PSI, nel giro di pochi mesi, cambiano le maggioranze interne; a
Berlinguer manca l’interlocutore di riferimento, colui con il quale ha
stabilito un rapporto di fiducia reciproca. Nel 1980 vince nella DC
Forlani, con il preambolo anti PCI; nel PSI vince Craxi, che si libera
del condizionamento della sinistra interna. Combinazione tutti e due
accomunati anni dopo da Tangentopoli.
Siamo
alle elezioni del giugno ’79. Il PCI perde 4 punti e passa al 30,4%;
circa un milione e mezzo di voti in meno. Berlinguer imprime una svolta:
la proposta dell’ alternativa democratica, intesa però come mutamento
dei rapporti di forza nel Paese. In altri termini, l’asse della politica
comunista viene spostato verso il basso e verso la società. La svolta si
consolida nel novembre 1980, di fronte al disastro dei soccorsi statali
durante il terremoto dell’Irpinia, con quella che passa con il nome di
seconda svolta di Salerno (la prima fu quella di Togliatti subito dopo
la guerra).
“Il riscatto e la
liberazione dei giovani - degli uomini - presuppone un impegno
individuale, della singola persona, il rispetto delle sue propensioni e
vocazioni, delle sue specifiche preferenze e aspirazioni personali nei
vari campi: ma si realizza pienamente e duraturamente solo attraverso un
sforzo collettivo, un'opera corale, una lotta comune. Insomma ci si
salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno.”
(dall'intervista a Moby Dick, mensile della Fgci siciliana, giugno 1981)
Le
novità furono rilevanti: la questione morale come priorità per
rigenerare la vita pubblica e i partiti; il compromesso storico
caratterizzato innanzitutto come compromesso sociale; l’attenzione ai
nuovi soggetti: giovani, donne, movimenti ecopacifisti.
Duro
è lo scontro con i sindacati: la questione del fondo di solidarietà a
favore del mezzogiorno (0.50% sul salario), che i sindacati concordarono
con il governo Cossiga, la vicenda della vertenza Fiat con l’occupazione
di Mirafiori e la marcia dei 40.000, la questione del taglio dei 4 punti
della scala mobile. In tutte queste vicende Berlinguer guarda alle
conseguenze politiche; temeva soprattutto di perdere, come partito,
la rappresentanza politica degli operai e dei lavoratori.
“I caratteri personali
sono diversi, ma questo non è un ostacolo al dialogo. La cosa che mi
preoccupa in Craxi è che certe volte mi sembra che pensi soltanto al
potere per il potere.”
(dall'intervista a Chiara Valentini, "Panorama, maggio 1983)
Contrapposta
la posizione del PSI di Craxi. Tra Craxi e Berlinguer la differenza
riguardava non solo il carattere delle due persone ma la concezione
stessa della politica. Nel gruppo dirigente comunista non si riesce
a trovare un accordo unitario sul problema dei rapporti con il PSI.
“Comunque lei non crede
che il socialismo nella libertà sia più realizzabile nel sistema
occidentale che in quello orientale?
Si certo, il sistema occidentale offre meno vincoli. Però stia attento.
Di là, all'Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo
come piace a loro. Ma di qua, all'Ovest, alcuni non vorrebbero neppure
lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà.”
(dall'intervista a G.Pansa, "Corriere della sera", giugno 1976)
Nel
1981, dopo la legge marziale in Polonia, Berlinguer compie lo strappo
con l’Unione Sovietica e dice addio alla rivoluzione di ottobre. La sua
insistenza sulla diversità del Pci, con la cosiddetta "terza via" tra
Est e Ovest, tra il comunismo sovietico e la socialdemocrazia, non ha
successo, né in Italia, né in Europa, come testimonia lo scarso ascolto
sulla proposta del Pci di smantellare gli SS20 in cambio della rinuncia
atlantica di installare i Pershing.
Il
governo Forlani cade poco dopo, a causa dell’esplodere dello scandalo
della P2.
Né
Berlinguer, né il gruppo dirigente del Pci hanno voluto proporre la
riforma elettorale e la riforma del sistema politico. Il PCI
accetta malvolentieri la commissione bicamerale di riforma della
Costituzione, che, comunque, finisce nel nulla.
L’attualità
della politica di allora, in questo e in altri passaggi, fanno
accapponare la pelle.
Quattro passi con Berlinguer
Berlinguer
poco attento alla cosiddetta modernizzazione? Ciò che temeva non era
l’espansione dei consumi, ma, la ricerca di una identità personale
virtuale indotta, il feticismo del mercato. In questi atteggiamenti
c’erano talvolta degli eccessi, ma aiuta richiamare il, non più
sostituito, PierPaolo Pasolini quando afferma “…il mutamento
antropologico che la modernizzazione porta con se…” . Si può dargli
torto, dopo quello che è successo negli ultimi vent’anni di storia
italiana e nella cosiddetta era berlusconiana?
Quando
non riusciva a convincere i “miglioristi” in Direzione, organizzava un
comizio in una grande città. Noi capivamo e lui portava a casa il
risultato sostenuto dal consenso.
Berlinguer
è una personalità di grande spessore e coerenza, che ha suscitato in
tutti, anche nei suoi avversari, rispetto e ammirazione soprattutto per
una qualità universalmente riconosciuta: la tensione della politica
verso l’etica, quasi a rifiutare la scissione fra l’una e l’altra. Non
ho scelto la politica – diceva - ma faccio politica per realizzare gli
ideali comunisti.
Non
era assolutamente un uomo arrogante, né supponente. Era schivo,
riservato e mite. Ma come tutti gli uomini miti, quando si rese conto
che non era più possibile la mediazione, seppe essere determinato e
combattivo.
Piaceva
molto quel suo fastidio palese per la visibilità ostentata e la
popolarità.
Quando
parlava nelle tribune elettorali, nei dibattiti, negli scritti e
proponeva le politiche del PCI diceva sempre… Noi…
Dinnanzi
ad alcuni accadimenti, che altri avrebbero considerato non degni di
attenzione, eri certo che sarebbe intervenuto con un editoriale
sull’Unità.
Chiamava
gli altri dirigenti sempre con il cognome, mai Piero, Massimo, Walter…
Berlinguer
è certamente stato un leader che è andato al di là del partito come
popolarità e come consenso. Ma senza la storia del PCI non si può
comprendere la sua figura, né il fatto che sia stato il segretario più
amato.
La
nostra passeggiata insieme, purtoppo breve, ci ha condotto al congresso
al PalaRuffini di Torino del 1982 dove siamo andati a difendere
l’emendamento di Ingrao/Cossutta “fuori l’Italia dalla NATO” con
Berlinguer, seduto a un metro, che
ci guardava di sottecchi con gli occhiali sul naso…
E’ questa la storia che
ci ha formato, che ci ha insegnato a non essere indifferenti,
è questo collettivo che
vogliamo tornare ad essere.
Buon lavoro a tutti noi,
Maurizio Coscia e Mao Calliano
(NOTA AI
LETTORI: le parole in corsivo sono un “sentire” dei redattori, i
testi centrati sono citazioni, il resto è storia)
Torino, aprile 2007
I funerali di
Berlinguer
Modena City Ramblers
Da "Riportando tutto a casa"
Un
popolo intero trattiene il respiro e fissa la bara,
sotto al palco e alla fotografia.
La città sembra un mare di rosse bandiere
e di fiori e di lacrime e di addii.
Eravamo all'Osteriola, una sera come tante,
a parlare come sempre di politica e di sport,
è arrivato Ghigo Forni, sbianchè come un linsol,
an s'capiva 'na parola du bestemi e tri sfundon.
"Hanno detto per la radio che c'è stata una disgrazia,
a Padova è stato male il segretario del PCI"
Luciano va al telefono parla in fretta e mette giù
"Ragazzi, sta morendo il compagno Berlinguer".
Pipein l'è andè in canteina
a tor des butiglioun,
a i'am fat fora in tri quert d'ora,
l'era al vein ed l'ocasioun
a m'arcord brisa s'le suces
d'un trat as'sam catee
in sema al treno c'as purteva
ai funerel ed Berlinguer.
A Modena in stazione c'era il treno del partito,
ci ha raccolti tutti quanti, le bandiere e gli striscioni
a Bologna hanno cominciato a tirare fuori il vino
e a leggersi a vicenda i titoli dell'Unità.
C'era Gianni lo spazzino con le carte da ramino,
ripuliva tutti quanti da Bulagna a Sas Marcoun,
ma a Firenze a selta fora Vitori "al professor",
do partidi quattro a zero dopo Gianni l'è stè boun.
I
vecc i an tachee
a recurder i teimp andee,
i de d'la resistenza
quand'i eren partigian
a'n so brisa s'le cuntee
ma a la fine a s'am catee
in sema al treno c'as purteva
ai funerel ed Berlinguer.
Gli amici e i compagni lo piangono, i nemici gli rendono onore,
Pertini siede impietrito e qualcosa è morto anche in lui.
Pajetta ricorda con rabbia e parla con voce di tuono
ma non può riportarlo tra noi.
Roma Termini scendiamo, srotoliamo le bandiere,
ci fermiamo in piazza esedra per il solito caffè
parte Gianni il segretario e nueter tot adree
per andare a salutare il compagno Berlinguer.
Con i fazzoletti rossi ma le facce tutte scure,
non c'era tanta voglia di parlare tra di noi,
po' n'idiota da 'na ca la tachè a sghignazer,
a g'lom cadeva a tgnir ferem Gigi se no a'l finiva mel.
A sam seimpre ste de dre
e quand'a sam rivee
la piaza l'era pina
"ma quant comunesta a ghè"
a'n g'lom cadeva a veder un caz
ma anc nueter as' sam catee
in sema al treno c'as purteva
ai funerel ed Berlinguer
Pipein l'è andè in canteina
a tor des butiglioun,
a i'am fat fora in tri quert d'ora,
l'era al vein ed l'ocasioun
a m'arcord brisa s'le suces
d'un trat as'sam catee
in sema al treno c'as purteva
ai funerel ed Berlinguer.
Durante
un comizio elettorale a Padova, Berlinguer si sente male sul palco;
forse sconta la dura battaglia per il referendum sui 4 punti della scala
mobile, combattuta praticamente da solo. Anche qui silenti Lama,
segretario della CGIL, e i giovani leoni; dalla sua i militanti e i
lavoratori.
Quell’anno
il PCI, nelle elezioni europee supera la Dc; 33,4 contro 32,9 %. Mai
successo e mai ripetuto.
Roma, mercoledì 13 giugno 1984, piazza
San.Giovanni
Norberto Bobbio: "Caratteristica
fondamentale di Enrico Berlinguer è stata, a mio avviso, quella di non
avere i tratti negativi che contraddistinguono tanta parte della classe
politica italiana. Penso alla vanità, all'esibizionismo, all'arroganza,
al desiderio di primeggiare che purtroppo fanno parte del 'mestiere',
della professione del politico".
Luigi Pintor: "E' come se quest'uomo
integro, verso il quale ho sempre provato un'istintiva amicizia, che in
qualche modo sentivo ricambiata, fosse caduto vittima di uno sforzo
troppo grande".
Walter Veltroni: "Berlinguer predicava
rigore, moralità equilibrio, pazienza, fatica, tenacia. Tutte cose così
fuori moda".
Indro Montanelli: “Un uomo introverso e
malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza
esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato
dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede di cui ci resta
un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto
basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese."
Olga Besson: “...poi la notizia del suo
malore...poi il suo funerale...non c'era nemmeno lo spazio per camminare
in piazza san Giovanni..e per vedere il passaggio della sua bara ci
hanno fatto salire sulle terrazze dei palazzi...e con un terribile nodo
di commozione in gola e le lacrime agli occhi... abbiamo visto un
milione di persone passare e accarezzare la sua bara ...con lo sguardo!
Era la fine di un sogno e se ne era andato con lui....insieme a un
pezzetto del nostro cuore e della nostra giovinezza...e così è
stato....ciao Enrico”
Roberto Benigni: "Il dono breve e discreto
che il cielo aveva dato a Berlinguer era di unire parole ad uomini, ora
la sua voce è sparita e se è vero, come dice il poeta, che la vita si
spegne in un falò di astri in amore, in questi giorni è bruciato il
firmamento".
ci hanno aiutato queste
letture:
“la
sfida interrotta” W.Veltroni
“il modello umano e
politico di enrico berlinguer” I. Ariemma
“dialoghi su berlinguer”
M. Battini
“berlinguer” C.
Valentini
“berlinguer:attualità e
futuro” suppl. L’Unità maggio ’89
caro berlinguer” T. Tatò
Il vero progetto di Berlinguer
Si aprono gli archivi del Pci
La nuova biografia
del leader comunista opera dello storico francesco Barbagallo
di Aldo Tortorella
Questa
nuova biografia di Berlinguer, opera di Francesco Barbagallo ("Enrico
Berlinguer", ed. Carocci, 2006), è la prima di uno storico di
professione - autore di memorabili studi su Nitti, sul Mezzogiorno,
sull'Italia contemporanea - ed è la prima che ha potuto giovarsi delle
carte, ora consultabili, dell'archivio del Pci, mentre le precedenti
biografie - quelle di Chiara
Valentini e di Giuseppe Fiori - potettero fondarsi solo sui documenti
pubblici e sulle testimonianze di amici, compagni e avversari pur
raggiungendo risultati che non vengono smentiti.
In particolare, l'autore ha lavorato sui verbali della direzione
comunista oltre che sugli studi riguardanti il lungo periodo - più di un
trentennio - nel quale dapprima emerge e poi si afferma la personalità
di Berlinguer, come uomo e dirigente politico di statura più che
nazionale.
Dunque, una fatica certamente improba, il cui esito costituisce e
costituirà un riferimento per chiunque voglia studiare seriamente non
solo la vicenda politica di Berlinguer, ma quella del Pci e dell'Italia
di quel tempo. Perché lo sforzo costante di Barbagallo è teso a dare
conto del contesto entro cui vive e lavora Berlinguer - come dovrebbe
essere, ma non sempre è, quando si voglia intendere la vicenda di un
protagonista della storia.
Il contesto è quello di una Italia che supera faticosamente
l'arretratezza ed entra nella modernità pur senza liberarsi di molti dei
suoi mali secolari (il divario Nord-Sud, i poteri mafiosi, il
parassitismo, la corruzione endemica) che si intrecciano con le
caratteristiche di un capitalismo debole e dipendente, abituato a
competere sulla base dei bassi salari, del lavoro nero, delle
svalutazioni periodiche. Il Pci, che ha interpretato validamente il
ruolo democratico e nazionale indicato dalla linea di Togliatti del
"partito nuovo" - un partito capace di uscire dal propagandismo per
farsi protagonista propositivo - registra con difficoltà il rapido
mutare della struttura economica del Paese.
Se, più o meno in ritardo e più o meno compiutamente, vi riesce è
perché, e qui le carte dell'archivio forniscono informazioni essenziali,
esso dimostra di essere una creatura viva, impegnata in una discussione
sulla realtà economica e politica del Paese e su quella internazionale.
Una discussione capace di vedere criticamente i limiti altrui, ma anche
i difetti propri. Naturalmente, i verbali della direzione comunista
rendono conto del dibattito di vertice, esso solo in modo assai mediato
riferisce e interpreta i dispareri, le polemiche, gli scontri di
tendenze che percorrono la base e le organizzazioni dirigenti locali, ma
ne è comunque un riflesso.
Il lavoro di Barbagallo ci consegna una immagine precisa di Berlinguer
dalla giovanile ammirazione per Stalin (qualcuno si è stupito: ma Stalin
e l'Urss uscivano dalla seconda guerra mondiale con un prestigio
strepitoso in ogni parte della Terra), dalla fedeltà rigorosa per la
lezione di Togliatti sino all'opera difficile per un pieno distacco
dallo Stalinismo e dai comunisti sovietici e sino ad una revisione
sostanziale della strategia togliattiana cui si era ispirato anche per
il "compromesso storico".
Ma, insieme alla immagine di Berlinguer, Barbagallo ci dà un quadro
della Direzione comunista di allora e delle tendenze che volta a volta
si confrontavano e si scontravano - sia pure attraverso il filtro
sintentico dei verbali. Forse sarà più chiaro, adesso, quanto fosse
difficile governare un partito così grande e tenere unito un gruppo
dirigente così complicato.
Quando Berlinguer, essendosi gravemente ammalato Longo, assume la
vicesegreteria e poi la segreteria già le divisioni sono profonde per il
contrasto tra la linea di Amendola e quella di Ingrao, un contrasto che
rappresentava, come oggi è più facile vedere, un indice e un riflesso
della crisi sociale italiana sullo sfondo di una inquieta situazione
internazionale per la tensione tra i due blocchi (c'era la guerra nel
Vietnam) e per lo scontro aperto tra Urss e Cina, clamoroso segnale del
venir meno del "movimento comunista" inteso come un tutto unico. Si
avvertiva che la vecchia politica non poteva rispondere, ma una nuova
non era a portata di mano.
Il Pci, oltre che per l'impronta data da Togliatti, era già troppo forte
e influente per pensare a se stesso come una sorta di opposizione
permanente, ma - al tempo stesso - il bisogno di dare uno sbocco
politico alla crisi con un cambio di governo si scontrava con
l'irrisolto problema (irrisolto non solo allora) di garantire
risanamento economico, sviluppo, giustizia sociale nel quadro dei
vincoli del mercato. In più, l'Italia era un paese a sovranità limitata
e il divieto degli Stati Uniti verso i comunisti italiani era assoluto,
condiviso dagli alleati, rinfocolato dai partiti al governo timorosi di
perdere il loro potere. Saragat - ricorda Barbagallo - parlava di Longo,
come di un «agente sovietico»: Longo senza il quale Saragat non avrebbe
mai potuto essere presidente della Repubblica; che aveva pronunciato la
prima condanna del Pci verso l'Urss al tempo dell'invasione della
Cecoslovacchia; che aveva sostenuto con tutto il suo prestigio la
primavera di Praga. E il capo di stato maggiore dell'esercito italiano
(per non dire dei servizi segreti) dirà di aver sempre considerato come
il nemico «un terzo del parlamento italiano».
Barbagallo mostra, ricostruendola dall'interno delle discussioni della
direzione, come nasce e si sviluppa in Berlinguer e attraverso di lui
l'idea di superare queste difficoltà con una duplice opera: la
ricostituzione di un largo fronte nazionale (il compromesso storico),
un'opera di verità sul mondo dei partiti comunisti al potere
(l'affermazione del valore universale della democrazia prima e poi la
rottura sulla questione polacca e afgana). E, tutto questo, tenendo
unito un gruppo dirigente in cui non mancavano gli accesi e prestigiosi
difensori del legame con l'Urss: per ragioni di equilibrio
internazionale, per antica fedeltà, o, alla fine, per un rifiuto
pregiudiziale a fini di lotta interna. Si imputa, anche in scritti
recenti, a Berlinguer di non aver portato proprio sino in fondo la
rottura.
Certo, ci fu l'ambizione - che Barbagallo descrive e documenta con
rigore - di contrastare il modello sovietico senza perciò ricadere in
una subalternità verso il modello americano e con la speranza di
influire per un processo di riforma dell'Urss. Da qui non solo il
tentativo dell'eurocomunismo ma la intesa con Brandt e Palme. La
distinzione rispetto alle socialdemocrazie non era sul principio
democratico o sul metodo delle riforme, ma su quali riforme, su quali
riforme per quale democrazia: una distinzione piuttosto dalla destra
socialdemocratica, e un tentativo di collegarsi alla sinistra, allora
non minoritaria. Brandt cade, Palme viene ucciso, l'eurocomunismo rimane
solo italiano.
«La passione politica di Berlinguer - scrive Barbagallo - si esprimeva
in grande progettualità. Il disegno politico più ambizioso restava il
rinnovamento del comunismo con l'innesto della libertà e della
democrazia. Sembrava riproporsi il "primato" italiano di ascendenza
giobertiana e mazzianiana, s'è detto. E' vero. E che c'era di male! S'è
visto poi, con Gorbaciov, come anche i russi n'erano stati colpiti». E'
la notazione di uno storico che intende il suo personaggio, non un
encomio. Ed è una conclusione molto più lucida di coloro che si
affannano a misurare il grado di rottura con l'Urss.
Come La Malfa aveva capito subito Berlinguer aveva fatto di più.
Parlando a Mosca del valore universale della democrazia aveva egli
"scomunicato" l'Urss prima e oltre le scomuniche lanciate contro di lui:
e ciò spiega l'ostilità sovietica, congiunta a quella americana, ad ogni
ascesa del Pci di Berlinguer al governo. Solo un pregiudizio fanatico
può spingere a negare questa realtà.
Ma Barbagallo dimostra anche come questa "grande progettualità", il
passaggio dal compromesso storico alla "alternativa democratica", lo
sforzo finale per rinnovare le categorie stesse del pensiero del Pci (la
"questione morale", il pacifismo, il terzomondismo, l'ecologismo, il
femminismo) non corrispondesse ad una sorta di rifiuto della politica
come intervento nelle possibilità reali. Fino all'ultimo fu aperto il
dialogo con le forze politiche disponibili e con le istituzioni per
tentare un ricambio politico.
In conclusione Barbagallo cita un brano dell'ultimo scritto di
Berlinguer, pubblicato postumo (è la introduzione agli scritti
parlamentari di Togliatti): «Riforme delle istituzioni volte a ridare
efficienza e snellezza al loro funzionamento sono certo necessarie. Ma
esse a poco servirebbero se i partiti rimangono quello che sono oggi .
se non si risanano, se non si rigenerano, riacquistando l'autenticità e
la pienezza della loro autonoma funzione verso la società e verso le
istituzioni».
La strada che, dopo quel 1984, seguirono i partiti italiani non fu
questa. I risultati si sono visti. E si vedono anche oggi, quando
dobbiamo ancora stare in ansia per i colpi di coda delle destre al
potere. Altro che "mito" di Berlinguer da ridurre in cenere. Il testo di
Barbagallo ricostruisce un tempo e una persona. E, proprio per la sua
scrupolosa documentazione, è un libro da leggere, pieno di sorprese:
anche per me che, come altri, ho vissuto a lungo tutta quella
vicenda.(Liberazione 03.04.06)
Attualità del pensiero di Enrico Berlinguer
Intervista
a Repubblica, 1981
:
«I partiti sono diventati macchine di potere»
«I
partiti non fanno più politica»
«I partiti
hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».
D. La passione è finita?
.
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non
voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci
sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono
soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata
conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente,
idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile,
zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori,
talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze
e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire
il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai
conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del
popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e
l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille,
ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei
partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto,
Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita
ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma
per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici
peggio ancora...
Lei mi ha detto poco fa che la
degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi
italiana.
È
quello che io penso.
Per quale motivo?
I
partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a
partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di
previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali,
gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per
esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il
Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una
sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come
il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già
lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il
risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse
istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere
vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito
o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito
bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura
vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa
viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene
assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i
beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei
vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Lei fa un quadro della realtà
italiana da far accapponare la pelle.
E
secondo lei non corrisponde alla situazione?
Debbo riconoscere, signor Segretario,
che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se
gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo
accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste
conquistato la guida del paese da un pezzo.
La
domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente.
Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del
mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei
favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto
ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo
attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di
riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di
quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in
occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e
amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non
coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita
candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto
assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene,
sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per
l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese
liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come
al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come
in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e
amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche
settimane.
Veniamo all'altra mia domanda, se
permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le
cose stanno come lei descrive.
In un
certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un
partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo
corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo
di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un
partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano
timore di questa diversità.
Sì, è così, penso proprio a questa
vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei
marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente
diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra
diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi
intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per
punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così
spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi
vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti
debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla
formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo
non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi
centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti
di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando
democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione
della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura
agli italiani?
Veniamo alla seconda diversità.
Noi
pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si
annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano
difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle
decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni
sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità
rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano
premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni
cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
Onorevole Berlinguer, queste cose le
dicono tutti.
Già, ma
nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo
sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di
perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo
stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle
borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il
proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla
direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con
onestà, ci siamo stati noi.
Non voi soltanto.
È vero,
ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi
pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico
sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità
sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i
modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una
rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il
mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa
individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo
spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che
tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto,
oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non
funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual
modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema,
giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di
emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo
dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del
diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia,
della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?
Non trovo grandi differenze rispetto
a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a
lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una
differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella
seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei
lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli
emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si
sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che
consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che
io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente
capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia
tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti
socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora
ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista
serio...
..Nel
senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...
Le dispiace, la preoccupa che il PSI
lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non
mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti
del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono
legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche
noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte
dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la
tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne
soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi
nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una
politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e
profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se
invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per
consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra
partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i
deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono,
allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il
paese.
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente,
no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la
Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un
trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e
dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non
hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del
rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un
corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non
può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione
morale resterà del tutto insoluta.
Lei ha detto varie volte che la
questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La
questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei
ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e
dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e
bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi,
fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti
governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per
bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi
di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e
superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del
problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare
d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in
pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...]
Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si
continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di
restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare
in una palude.
Signor Segretario, in tutto il mondo
occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da
battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche
economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare
quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò
nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società
occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti
separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della
medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra.
Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che
pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una
recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga
misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una
catastrofe sociale di proporzioni impensabili.
Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò
la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato
accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli
stessi militanti del partito...
Noi
sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo
dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche
insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la
situazione economica dei paesi industializzati -di fronte
all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e
zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli
dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più
di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la
"civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono
intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i
giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà
realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a
sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il
risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la
dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e
nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero
dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di
raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva
essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che
avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un
diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi,
ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema
dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla
recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo
queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo
ascoltati.
E il costo del lavoro? Le sembra un
tema da dimenticare?
Il costo
del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto,
operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività.
Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono
sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito-
ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è
assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si
chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande
consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire
esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono,
l'operazione non può riuscire.
La
biografia di Enrico Berlinguer
di Luca Molinari
Enrico
Berlinguer nacque a Sassari nel 1922 in una famiglia agiata della
media borghesia cittadina (aristocratica ma antifascista) - (cugino
di Francesco Cossiga di sei anni più giovane)
L’aria che respirò fin da bambino fu quella dell’antifascismo
democratico e liberale del padre Mario, esponente dell’Unione
Democratica Nazionale di Giovanni Amendola, poi del Partito d’Azione
e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, del Partito Socialista Italiano.
La cultura democratica ed antifascista portarono il giovane Enrico
ad assumere atteggiamenti contestatari nei confronti del sistema ed
ad aderire (a 14 anni), in forma segreta e clandestina, al Partito
Comunista Italiano di cui diventerà uno dei massimi dirigenti.
Trampolino di lancio di questa futura carriera sarà un incontro con
Togliatti procuratogli proprio dal padre Mario.
La carriera di Berlinguer è quella del perfetto funzionario
togliattiano; inizia con cariche a livello locale, entra in
Parlamento, viene cooptato nel gruppo dirigente del Partito ed
infine fa una veloce carriera politica ai vertici di quest’ultimo.
Alla morte di Togliatti sostituì Giorgio Amendola nel ruolo di
coordinatore del Partito divenendone, negli anni della segreteria di
Luigi Longo, il numero due.
Durante gli ultimi anni della segreteria Longo, quando il vecchio
esponente comunista era malato, assumerà la guida effettiva del PCI
di cui sarà nominato ufficialmente segretario nel 1972 ed inizierà
subito un nuovo corso per la politica comunista pur mantenendo una
forte continuità nelle tradizioni e nei comportamenti.
Di togliattiano non ebbe solamente il cursus honorem, ma anche,
soprattutto, la formazione in cui furono presenti anche molti
elementi di derivazione crociana che fecero di Enrico Berlinguer
prima di tutto un attento osservatore delle vicende italiane ed un
fine intellettuale.
Partendo dalle considerazioni togliattiane sulla fragilità della
democrazia italiana ed analizzando la crisi cilena del 1973,
Berlinguer progettò fin dal 1974 l’incontro tra cattolici, laici e
comunisti che avrebbe dovuto essere la condizione per l’inizio di un
periodo di ripresa e di sviluppo della democrazia italiana basato su
di un compromesso di portata storica.
Purtroppo la tragica fine dell’onorevole Moro impedì che ciò
avvenisse ed aprì le porte agli anni rampanti del craxismo e della
corruzione.
Come Togliatti Berlinguer affidava ai partiti un ruolo pedagogico e
di mediazione politica e sociale. La mediazione doveva essere di
carattere alto e nobile in grado di impedire derive reazionarie
nelle classi meno mature dal punto di vista politico e culturale.
Il “Compromesso Storico” avrebbe avuto come principale interlocutore
il mondo cattolico e ciò doveva essere inteso come la naturale
continuazione del tentativo di rapporto verso tali settori iniziato
con il voto a favore dell’articolo 7 della Costituente da parte del
PCI nel 1947 e del successivo discorso di Bergamo ai cattolici da
parte di Togliatti.
Il dialogo ed il rapporto con i cattolici non era soltanto di
carattere strategico, ma aveva anche una comunanza di caratteri di
base come è verificato dal rapporto epistolare esistente tra
Berlinguer ed il Vescovo di Ivrea, monsignor Bettazzi, ed i discorsi
tenuti dallo stesso segretario comunista ad Assisi, alle “Marce
della Pace” organizzate da Aldo Capitini.
Inoltre alcuni cattolici furono candidati nelle liste del PCI come
indipendenti a partire dal 1976; Adriano Ossicini, Mario Gozzini ed
Antonio Tatò furono i principali esponenti di quel tentativo di
coniugare le istanze solidaristiche del messaggio evangelico
cristiano con la ricerca di una più forte ed equa giustizia sociale
della tradizione socialcomunista: era il cosiddetto cattocomunismo
tanto odiato da Craxi, prima, e, poi, da Berlusconi.
Questa apertura culturale dei comunisti in politica interna andava
di pari passo con una nuova politica estera più slegata da Mosca (in
tale ottica va interpretato l’appoggio dato alla “Primavera di
Praga” e la condanna del successivo intervento reazionario
sovietico, maggiormente aperta a livello di integrazione europea e
basata sulla ricerca di rapporti politici non solo con i partiti
comunisti europei, che furono, anch’essi, di nuovo modello (l’
Eurocomunismo ), ma anche con la socialdemocrazia ed il laburismo
europei, in primo luogo con la S.P.D. di Willy Brandt ed il Labour
Party di Harold Wilson.
Altro tema cardine della politica berlingueriana fu la “questione
morale”, ossia la denuncia della corruzione e dell’inefficienza del
sistema democratico dei partiti politici.
Ciò non avvenne in un’ottica qualunquistica e demagogica, ma
semplicemente fu il campanello d’allarme, insieme con la richiesta
di una maggiore austerità economica, di ciò che sarebbe potuto
venire se la politica non si fosse saputa regolare facendo, così,
venire meno il legame con il paese reale.
Le parole usate dallo stesso Berlinguer per descrivere ed analizzare
il fenomeno sono esaustive e descrivono chiaramente il fenomeno in
questione.
Berlinguer, nel corso di una ormai famosa intervista ad Eugenio
Scalfari, ebbe a dire, nel 1981, quanto segue: “I partiti hanno
occupato lo Stato e tutte le istituzioni, a partire dal governo.
Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche,
le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le
Università, la RAI TV , alcuni grandi giornali…..Bisogna agire
affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non
diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti”.
L’invito non fu accolto dalla classe politica dominante che, anzi,
preferì parlare di moralismo usando toni a dir poco squallidi.
Anche il tema del risanamento economico, da intendersi anche come la
ricerca di un nuovo modello di sviluppo compatibile non fu capita,
ma anzi fu, addirittura, avversata: solo uomini come Ugo La Malfa,
Paolo Baffi e Bruno Visentini ascoltarono, capirono e compresero il
messaggio di Enrico Berlinnguer.
Esso era, in sostanza, un disperato appello per la salvezza e la
difesa delle nostre istituzioni repubblicane e del nostro vivere
comune, in poche parole della idea stessa di democrazia.
Se avessero ascoltato Berlinguer ci si sarebbero risparmiato i
“folli anni ‘80” e la successiva fase caratterizzata da
“Tangentopoli”.
Altro tema in cui Berlinguer fu precursore fu quello del
decentramento politico, amministrativo e fiscale
nel quadro di una maggiore responsabilizzazione dei centri di spesa
locale.
Al convegno fiorentino del novembre 1982 organizzato dalla
Confindustria sul tema “Lo Stato e i soldi dei cittadini” ebbe a
dire: “E’ poi indispensabile che i Comuni – i quali peraltro sono
l’unico settore dello Stato le cui spese sono rimaste al di sotto
del tetto d’inflazione programmato – possano disporre di una
autonoma capacità impositiva, secondo una linea generale che tenda a
responsabilizzare sempre di più tutti i centri di spesa”.
La figura di Berlinguer è stata negli ultimi tempi oggetto di
dibattiti e di convegni. Per tutti deve rimanere il ricordo di un
uomo che ebbe indiscussi esempi di lungimiranza politica, che seppe
arrivare prima a capire fenomeni e questioni che altri intuirono
troppo tardi o che non capirono mai.
Come ha scritto Sandro Curzi. “Invece aveva ragione, non suggeriva
alcun cilicio agli italiani e alla società moderna, e nemmeno voleva
che qualcuno si spogliasse dei propri beni. Invitava piuttosto a
riflettere sulla limitatezza complessiva delle risorse, a trovare
una misura nel consumo: misura morale prima ancora che economica”.
Berlinguer morì nel 1984 ed ai suoi funerali parteciparono
volontariamente e spontaneamente oltre un milione di cittadini che
volevano esprimere il proprio affetto per un grande politico, anzi
meglio, per un grande uomo che Indro Montanelli aveva definito “un
uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle
prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee,
più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta
buona fede” di cui ci resta un programma sociale, politico,
economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro
democratico e di progresso del nostro
Paese(http://www.cronologia.it/storia/biografie/berlingu.htm)