Home-Page

 

 

 

 I grandi uomini della nostra storia

                          

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ciao Enrico, 11 giugno 2010

 

Ciao Enrico, ho votato comunista anche per te

11 Giugno 2009 - 25 Anni dalla morte di Enrico Berlinguer

 

                 

 

Enrico Berlinguer presenta il simbolo del PCI

 

 

Andate casa per casa....

mg.

Iniziando la campagna elettorale per le europee del 2009, non posso non ricordare quella tristissima campagna elettorale dell'84  quando morì Enrico Berlinguer nostro amatissimo Segretario del Partito Comunista Italiano. (maggio 2009)

 

 

 

 

11 Giugno 2008 - 24 Anni dalla morte di Enrico Berlinguer

 

Segretario Nazionale del P.C.I

          

     

 

Rinnovamento della politica e rinnovamento del Pci



di Enrico Berlinguer

Lo sviluppo impetuoso del movimento per la pace, caratterizzato da contenuti e forme di partecipazione in parte diversi da quelli propri dei partiti, ci consente di riproporre il tema delle novità che si vanno manifestando nel rapporto tra le masse e la politica, sul quale avemmo occasione di riflettere dopo la campagna referendaria sull'aborto. Già allora rilevammo la necessità, soprattutto per un partito come il nostro, di liberarsi definitivamente e rapidamente da una visione riduttiva della politica e della lotta politica, che tende a misurarne i risultati solo in termini di voti per i partiti, di numero di seggi nelle assemblee elettive, di peso espresso in numero di posti e posizioni di potere, di formazione di schieramenti politici, parlamentari e di governo. Tutte queste cose sono importanti e, spesso, decisive; ma esse non devono indurre i partiti - e comunque un partito qual è il nostro - a ignorare o anche solo a trascurare il carattere e il valore schiettamente politici di quei fatti ai quali danno luogo movimenti e organismi che, sulla base di bisogni di esigenze della più varia natura, si manifestano e si affermano nella società e anche fuori dei partiti e che sono indice e conseguenza, a un tempo, di questioni nuove da risolvere, di aspirazioni, idee, costumi e comportamenti nuovi del nostro secolo.
Questi modi nuovi di pensare e di comportarsi - insieme a questioni decisive per il mondo di oggi e che grandi masse avvertono ormai in tutta la loro gravità, come quella del pericolo di una catastrofe atomica - toccano altre questioni umane e sociali importantissime come la famiglia, la vita di coppia, la sessualità, la maternità, la paternità, i rapporti tra genitori e figli, la tutela della salute, la serenità della vita quotidiana, lo svago e il tempo libero; e queste sono questioni alle quali sono sottese e connesse altre questioni non meno importanti come quelle del tenore di vita e della qualità della vita, dello stato dei servizi sociali e delle attrezzature civili, della possibilità o meno di avere una casa, di far studiare i figli, di assicurare loro un lavoro e un avvenire, di assistere gli anziani, e così via, che sono questioni la cui soluzione dipende da quali scelte si sanno fare per cambiare gli indirizzi della vita economica e produttiva.
Ora, tutti quei mutamenti e novità nei modi di comportarsi e di pensare che sono emersi in questi ultimi anni nella vita e nella coscienza anzitutto delle donne e dei giovani, ma anche in altri strati e aree della società - e che si sono rivelati nel referendum sull'aborto e, ora, nei movimenti per la pace, ma che si rivelano anche in mille altri modi - sono ormai divenuti parte sostanziale della politica, e in ogni caso della politica così come noi la intendiamo e va fatta oggi a differenza di ieri, e a differenza di come la concepiscono e la fanno tuttora gli altri partiti.
Negli ultimi cento anni, del resto, più volte sono cambiati i caratteri della politica. Fin verso la fine del secolo scorso la politica è stata qualcosa che si situava all'infuori e si fondava sull'esclusione delle grandi masse proletarie e popolari delle città e delle campagne. Quando queste masse hanno cominciato ad imporre la loro presenza - ciò avvenne via via con la nascita e l'affermazione del movimento socialista - si ebbe un primo mutamento della vita e della lotta politica, la quale dovette cominciare a fare i conti con i bisogni, le rivendicazioni, le aspirazioni, la realtà viva di queste masse. Le conseguenze si conoscono: ci fu una espansione della vita democratica, cambiarono i partiti e i rapporti tra di essi, sorsero i sindacati di classe nelle città e nelle campagne, cambiò la composizione delle assemblee rappresentative, si ebbero mutamenti nella politica economica. Si entrò, insomma, in una fase nuova che dette una sostanza nuova all'elaborazione e all'azione politica. Dopo il buio periodo d'opposizione e compressione del fascismo un altro sviluppo qualitativo e un altro allargamento del mondo della politica si realizzò quando, con la Resistenza antifascista e con la sua condusione vittoriosa, e con i grandi movimenti del dopoguerra, ebbe luogo un ben più ampio e impetuoso ingresso delle masse lavoratrici e popolari nella battaglia politica e nella vita della società e dello Stato. Così cambiarono ancora i partiti, soprattutto con la nascita dei partiti di massa. Cambiò, poi, la forma istituzionale dello Stato, da monarchia l'Italia divenne repubblica, e dallo Statuto albertino si passò alla Costituzione democratica. Cambiarono, di nuovo, in molti aspetti, i contenuti e le forme della lotta politica e sociale. Sorsero e si svilupparono le più varie associazioni e organizzazioni democratiche e di massa. Divenne più ricca la dialettica democratica e più estesa, più capillare la vita della democrazia. Per questo negli anni del centrismo e della guerra fredda il popolo italiano fu in grado di respingere gli attacchi diretti e a coartare e a tentare di affossare la libertà e le istituzioni democratiche, ciò che non fu possibile e comunque non fu fatto, nel biennio cruciale 1921-1922.
Oggi viviamo nel pieno di un'epoca che, mentre vede un irreversibile ingresso nella storia del mondo delle masse sterminate dei popoli già oppressi e sfruttati dal colonialismo e dall'imperialismo, conosce anche - in alcuni paesi, in particolare, fra i quali l'Italia - l'entrata sulla scena della storia e della politica (anzi, la presenza incalzante) di nuove forze, di nuove masse, di nuove aree sociali come le donne, i giovani e giovanissimi, gli emarginati di ogni condizione e di ogni strato sociale, decisi a contare imporsi, a far sentire le proprie aspirazioni e ad esigere che siano soddisfatte dalla società, dai partiti, dallo Stato. Questo fatto non è soltanto grandioso per le sue dimensioni, ma è sconvolgente per la qualità delle conseguenze che provoca proprio sul terreno della politica, perché ne cambia ancora una volta i termini secondo i quali essa veniva tradizionalmente intesa e fatta. È proprio di questo che ancora non ci si è resi conto pienamente, ed è proprio a misurarsi con queste novità che sono chiamati tutti i partiti democratici.
Deve far riflettere, a questo proposito, il fatto che anche in Italia, seppure in misura inferiore ad altri paesi di tipo occidentale, ha cominciato a manifestarsi un distacco fra notevoli strati della popolazione e i partiti. Lo si è potuto constatare anche nell'aumento delle astensioni dal voto e delle schede bianche o nulle; e lo si vede nell'atrofizzarsi della vita interna e della milizia attiva in quasi tutti i partiti. Non si può dire, tuttavia, che sia in atto una generale caduta dell'impegno politico, che anzi, per molti aspetti, tende a crescere, manifestandosi però anche fuori e indipendentemente dai partiti. Cosi è avvenuto, in parte, nel referendum sull'aborto e così avviene oggi nel movimento per la pace. Vi è qui la riprova della necessità di un rinnovamento dei partiti e dei loro modi di far politica, se si vuole evitare la crescita di un divario che può divenire assai pericoloso per le sorti della democrazia.
Non si tratta solo di seguire, di assecondare, di non ostacolare, ma di comprendere, di far proprie, d'interpretare politicamente e di far pesare nelle scelte politiche le insoddisfazioni, le ribellioni, le rivendicazioni che esprimono le masse contro la corsa agli armamenti, le spese militari, le minacce di guerra, contro i meccanismi capitalistici che tendono ad emarginarle e contro i partiti che mirano a strumentalizzarle (per garantirsi la propria sopravvivenza e prolungare la permanenza di quel sistema di potere clientelare cui essi hanno dato vita e a cui non vogliono rinunciare). Questa sensibilità, in qualche misura, il nostro partito l'ha avuta e molto ha già fatto in questa direzione nuova, che tra l'altro è decisiva per imporre la soluzione della questione morale e per far avanzare la prospettiva di un'alternativa democratica. Aveva ragione il compianto Di Giulio quando, pochi giorni prima della sua scomparsa, affermò la necessità di una rivoluzione copernicana nella concezione della politica, tale da rovesciare il rapporto tra contenuti e schieramenti. Ma su tale direzione bisogna progredire con più slancio di prima e, per farlo, ciò che siamo stati capaci di fare sinora non basta più. Tutto il partito in tutte le sue articolazioni e in tutti i suoi organismi, dalla sezione di fabbrica o di quartiere o di paese fino alla direzione centrale oggi deve prendere piena coscienza che queste forze nuove così vive e dinamiche nella società portano non solo esigenze ma anche intuizioni, indicazioni, proposte che esigono soluzioni generali nuove perché, pur risolvendo problemi che hanno un autonomo e specifico ambito, interessano tutti i cittadini, chiamano in causa l'assetto mondiale e quello della nostra società ed esigono quindi interventi e modi d'intervento diversi dal passato sia dei partiti che dello Stato, delle istituzioni, del governo centrale e del governi locali.
E quando ci si protende a stimolare e a dare forza ai movimento delle masse giovanili e delle masse femminili, o delle masse di disoccupati o degli anziani, si allarga l'orizzonte della politica, la si arricchisce di contenuti prima mai pensati. È proprio in questo impegno che la politica diventa milizia animata da una forte tensione ideale e morale.
In definitiva, bisogna decidersi a capire che la politica è chiamata oggi a considerare come suo compito diretto - naturalmente, per la parte che le spetta, ossia senza prevaricare sulle altre dimensioni della vita umana, e quindi senza pretendere di essere totalizzante - la soluzione anche di quei problemi che insorgono dallo svolgersi della vita delle persone, e dei rapporti tra le persone, e tra queste e le strutture della società e il sistema politico che innerva questa società oggi; ossia, nell'attuale determinato contesto sociale, culturale e morale.
Per esempio, la vittoria nel referendum sull'aborto ha espresso massicciamente una volontà del paese, la quale esige che lo Stato non lasci le persone sole di fronte a certi problemi umani, e giustamente pretende, invece, che lo Stato, in tutte le sue articolazioni, intervenga con prowedimenti, con atti, con leggi, che aiutino la persona (la donna, il giovane, il disoccupato, l'anziano, lo studente, il bambino, il drogato) a risolverli nel modo migliore possibile per il singolo e per la società tutta quanta. Ma per ottenere che i poteri pubblici siano messi in grado di fare queste cose, vanno chiamati in causa il tipo e l'indirizzo dello sviluppo economico, i fini dell'attività produttiva e del lavoro umano, la politica della spesa pubblica centrale e locale, la funzione dei partiti, gli orientamenti ideali e culturali finora dominanti. E si può aggiungere anche un'altra cosa: non va superata soltanto quella concezione restrittiva della politica per la quale questa viene ridotta ai rapporti, ai giochi, alle schermaglie fra i partiti, fra maggioranza e opposizione, e tutto finisce lì, ma va superata anche una concezione tradizionale della lotta sociale e della vita della società, secondo la quale vengono considerate come degne di rilievo e di attenzione soltanto quelle masse, quelle organizzazioni e quei movimenti i quali esprimano esigenze e rivendicazioni di tipo economico-sindacale, non dando il giusto peso a quelle masse e a quei movimenti che non sono definibili e organizzabili secondo lo schema economico-sindacale, e che pure pongono esigenze e problemi non meno rilevanti politicamente e non meno decisivi per le sorti del paese, quali sono appunto le esigenze e i problemi che avanzano le grandi masse urbane e delle campagne che si raccolgono nel termine di emarginati.
Se si acquisisce fino in fondo questa concezione aggiornata della lotta politica e dei suoi contenuti, questa visione per tanti aspetti diversa da quella tradizionalistica, ma ancora largamente corrente, mi pare dovrebbe risultare evidente in quale direzione va promosso e concretamente attuato il rinnovamento del nostro partito. Ma va chiarito subito che non si tratta di quel presunto rinnovamento al quale ci sollocitano troppi nostri critici o mentori. Secondo costoro, infatti, il rinnovamento del Pci si avrebbe effettivamente solo in presenza della seguente novità: il nostro partito dovrebbe cessare di essere comunista dovrebbe finirla di essere diverso, dovrebbe cioè - come si ama dire oggi - «omologarsi» agli altri partiti, ossia diventare «più democratico», «più occidentale», «più europeo», ma nel senso di divenire, in ultima analisi, una formazione politica come ce n'è tante, inserita nel sistema vigente e protesa, tutt'al più, a parziali e settoriali aggiustamenti al suo interno. Insomma, per tutti costoro daremmo la vera prova della nostra capacità di rinnovarci solo se rinunciassimo a rimanere un partito che, per i suoi caratteri, per lo stile della sua vita interna, per la sua condotta, per i suoi ideali resta non assimilabile ai metodi di lotta politica, di governo, di gestione della cosa pubblica, al costume interno, ai modi di esercizio (e di abuso) del potere che caratterizzano gli attuali partiti non comunisti e anticomunisti italiani.
Per assurdo, saremmo gli autentici rinnovatori del nostro partito e dell'attuale sistema dei partiti se fossimo noi comunisti a cancellare la «questione comunista» e, quindi, a far venir meno la forza politica fondamentale che, proprio per la sua peculiarità e diversità, mantiene ineludibili due necessità vitali per la nostra Repubblica: la necessità di liquidare l'attuale sistema di potere costruito lungo trentacinque anni dai partiti non comunisti o anticomunisti con alla testa la Dc; e la necessità di lottare e chiamare alla lotta per liquidare quel sistema tutte le forze lavoratrici, popolari, democratiche, dentro e fuori i partiti: il che poi vuol dire svolgere un'azione unitaria per risanare e rinnovare i partiti stessi e i rapporti che oggi essi intrattengono tra loro, con lo Stato, con la società e dar luogo a un'alternativa democratica all'attuale sistema di potere imperniato sulla Dc. Veti e sospetti cadrebbero, riceveremmo anzi consensi e plausi strepitosi dai nostri sollecitatori, se ci rinnovassimo nel senso apparente e fasullo da essi suggerito e auspicato, ossia se cambiassimo nostra natura e divenissimo «uguali agli altri», se abdicassimo alla nostra funzione trasformatrice, dirigente, nazionale, se decidessimo di «recidere le nostre radici pensando di fiorire meglio», ciò che sarebbe - come ha scritto di recente François Mitterrand - «il gesto suicida di un idiota». Non ci può essere inventiva, fantasia, creazione del nuovo se si comincia dal seppellire se stessi, la propria storia e realtà. Dunque, noi restiamo convinti che per rinnovare noi stessi e spingere gli altri a rinnovarsi dobbiamo mantenere ben netti e riaffermare i caratteri che ci contraddistinguono e ci fanno diversi. Bisogna infatti che, in linea di partenza, sia dispersa ogni illusione di una nostra possibile resa o collusione o omertà, presente o futura, verso quei metodi di gestione del potere che hanno inquinato e distorto il rapporto tra i partiti e tra questi e il governo e le istituzioni e la vita economica e la società, fino alle degenerazioni che stanno corrodendo le fondamenta della nostra Repubblica.
Deve quindi essere condotta a fondo la lotta alla corruzione che sta diffondendosi in ogni campo della vita nazionale, e cioè la lotta contro ogni atto o tendenza rivolti a continuare ad adoperare per interessi privati e per fini di parte organi, strumenti, uffici, corpi e mezzi finanziari che sono pubblici, che cioè appartengono a tutti e devono stare al servizio di tutti i cittadini. Sta qui la principale garanzia di mantenere in vita la possibilità di un reale rinnovamento, la premessa indispensabile per poter riawiare qualcosa di serio, di pulito, di nuovo nella vita politica italiana: e noi sentiamo l'orgoglio di rappresentare questa speranza per il popolo e per la nazione.
Ma questa è, appunto, la premessa: occorre che ora la nostra riflessione prosegua e affronti i concreti contenuti dell'azione per rinnovare e per rinnovarci in modo autentico e non fittizio; dobbiamo cioè cercare di precisare in che cosa tale azione consiste dopo aver detto in che cosa essa non può e non deve consistere. E qui ritorna in luce l'importanza determinante che hanno oggi quei grandi temi e problemi, quelle aspirazioni neglette o insoddisfatte, quelle forze trascurate ed emarginate di cui ho parlato all'inizio e che devono divenire materia viva e nuova della politica e della lotta politica.
Immettere nella nostra elaborazione, nel nostro lavoro e nel nostro impegno quotidiano quei problemi e quegli obiettivi fino a ieri non considerati e affrontati a sufficienza, appropriarcene fino in fondo e sentirli come per un partito quale siamo comporta necessariamente una conseguenza pratica ben precisa: quella di promuovere e organizzare su di essi e attorno ad essi non solo iniziative specifiche e, per così dire, specialistiche, ma soprattutto movimenti di massa, sul piano locale e provinciale, e sul piano nazionale. È così che noi comunisti possiamo realizzare davvero e in modi appropriati e adeguati quella esortazione, che sentiamo rivolgere ai partiti con tanta insistenza, ma anche con tanta retorica vaghezza, e che viene espressa con la formula «aprirsi al sociale».
Ho parlato più sopra dei movimenti per il disarmo e per la pace (sorti e cresciuti in Italia dall'agosto a oggi con quei caratteri del tutto nuovi e con quella grandiosità che ha sbalordito tutti), come di un esempio di intervento delle masse che va matenuto, ripreso ed esteso. Ma potrei sottolineare l'enorme importanza innovatrice che hanno avuto e che debbono continuare ad avere, oggi e domani, i movimenti attorno alle questioni della condizione femminile, per l'emancipazione e la liberazione della donna (affermazione della sua dignità e dei suoi diritti di persona libera, di soggetto autonomo e autodeterminantesi come lavoratrice, come cittadina, come madre, ecc.); i movimenti per obiettivi che riguardano i problemi irrisolti e i temi che suscitano l'interesse dei giovani e delle ragazze (la nuova qualità della vita, il lavoro e l'occupazione, lo svago e lo sport, lo studio e la propria formazione di cittadino, l'amore, il sesso e la vita di coppia, la casa per le giovani coppie, la lotta contro la droga, ecc.); i movimenti per tutelare e migliorare la condizione degli anziani, nella convinzione che la «terza età» non è e non deve significare né lo squallore dell'abbandono in cui troppi vecchi vengono lasciati, né la passiva attesa della morte, ma è una stagione della vita che la società deve far sì che venga impiegata e fruita garantendo a essa tranquillità economica, utilità sociale, serenità personale. E movimenti di massa vanno suscitati e organizzati sui temi angosciosi ed esplosivi del Mezzogiorno e della situazione delle popolazioni meridionali (per imprimere una qualità nuova allo sviluppo, per uscire dal parassitismo e dal clientelismo che, nella vita politica ed economica di quelle regioni soprattutto, sono una dilagante cancrena, per debellare la camorra e la mafia), come anche sui temi non meno allarmanti e acuti della disgregazione sociale che impera soprattutto in quelle giungle costituite dalle periferie dei grandi centri e nelle aree dove vengono condannate a vivere le masse del sottoproletariato urbano e dei poveri. Se tutto il partito si mette a lavorare forte e sodo su tali questioni e a suscitare intorno ad esse movimenti di massa, non soltanto daremo un contributo grande alla loro soluzione, ma penso anche che andremo superando schematismi, verticismi, burocratismi nella concezione stessa della politica e nei modi di agire del nostro stesso partito. Inoltre - e ciò oggi è molto importante - continueremo e svilupperemo davvero il nostro carattere di grande partito di massa organizzato, ma un partito di massa di oggi, degli anni ottanta.
Nel 1944 Togliatti intuì la necessità, e poi delineò i tratti di fondo, di un Partito comunista italiano che non fosse più solo un'avanguardia di quadri (e tanto meno una setta di semplici propagandisti), ma un partito nuovo, di massa. A questo obiettivo e a questo compito, che a un giudizio superficiale potevano sembrare soltanto un mutamento della struttura organizzativa del partito, erano insiti e connessi una strategia politica democratica e un metodo di lavoro e di lotta democratica, volti ad affermare la funzione dirigente nazionale della classe operaia, una più ampia visione delle sue alleanze, una più alta e comprensiva concezione del gramsciano blocco storico da formare e realizzare per trasformare la società italiana in direzione del socialismo. Si trattava dunque di profondissime innovazioni nell'elaborazione teorica, nell'azione pratica, nella funzione del Partito comunista italiano, di una formazione rivoluzionaria che opera nell'Occidente capitalisticamente sviluppato, innovazioni che avevano portanza e rilevanza generali. Ma quel che voglio dire è che la scelta del partito di massa e l'azione che esso veniva chiamato a svolgere si riferivano a una determinata situazione storica e politica del paese, a una determinata condizione della società, a un determinato stadio del costume, a una determinata fase economica, a un determinato livello di coscienza del popolo italiano. In sintesi, era la situazione complessiva in cui il paese si trovava dopo la caduta del regime fascista (e dopo la sconfitta del nazismo in Europa), cioè all'indomani di un regime reazionario, totalitario, oppressivo, che aveva diseducato, estraniato, perseguitato le masse operaie, lavoratrici e popolari per impedire loro di intervenire nella vita politica e perciò le aveva coattivamente disabituate all'esercizio della democrazia.
Di queste masse escluse dalla politica noi allora favorimmo e sostenemmo - insieme agli altri partiti antifascisti - l'ingresso, unite e da protagoniste, sulla scena politica e dentro la vita delle istituzioni; ne accogliemmo l'anelito di libertà e le sollecitammo quindi al libero uso di tutti i diritti democratici che esse si erano conquistate e che quindi erano loro dovuti. A queste masse, inoltre, noi spalancammo le porta del nostro partito. E così il Pci divenne partito di massa, e come tale crebbe grandemente nel numero dei suoi iscritti e seppe instaurare suoi propri e diretti legami con la classe operaia e con i lavoratori, con le forze che individuò allora come sue prime necessarie alleate (i ceti medi delle città e delle campagne) e, più in generale, con tutti gli strati del popolo e della società.
Ma le forze e aree sociali verso le quali indirizzammo allora la nostra azione e la nostra iniziativa, e dei cui problemi e aspirazioni noi ci facemmo interpreti e, nella misura del possibile, risolutori, erano le forze del cambiamento proprie della società di allora, di quella determinata situazione esistente quasi quarant'anni fa. Oggi le masse escluse, non protette, che aspirano al cambiamento, o che comunque ne hanno bisogno, così come i problemi da conoscere, affrontare e risolvere sono in gran parte mutati; e più esteso è il terreno e più ampio, oltre che più complesso, è l'orizzonte della politica e dell'azione politica di un partito qual è il nostro, cioè di un partito di massa organizzato che vuole trasformare la società. Qui interviene qualcuno a dirci (e sembra non manchino coloro che lo vanno sostenendo anche nelle nostre file) che tra i cambiamenti intervenuti tra gli anni quaranta e gli anni ottanta ce n'è uno dal quale noi dovemmo trarre certe conseguenze circa il carattere del partito. Si fa osservare che spesso il rapporto molto basso che esiste in certe città e in certe zone tra gli iscritti al partito e i suoi elettori non determina conseguenze negative nel numero di voti che vengono a noi. Per conseguenza - si argomenta - dal punto di vista elettorale è ininfluente che si abbiano molti iscritti o pochi iscritti; in definitiva, conta di più fare opinione, richiamare l'attenzione, essere presenti nei mass-media, e così via. Se - si dice - riuscissimo a far divenire il Pci un grande partito di opinione che arriva a toccare i sentimenti, le coscienze, gli interessi della gente attraverso le comunicazioni di massa, non solo non perderemmo voti ma, forse, addirittura li aumenteremmo. Dunque - si conclude - aver un milione e settecentomila tesserati o averne la metà sposterebbe poco o nulla ai fini di conseguire il massimo peso elettorale.
In verità si possono citare molti dati ad esempio, che provano che molti iscritti portano anche più voti. Comunque, ed è questo il punto decisivo, a tener dietro a quei ragionamenti si finirebbe col divenire non un grande partito di massa moderno, ma un partito elettoralistico, un partito all'«americana», cioè un partito che penserebbe solo a prender voti, che svaluterebbe il lavoro a diretto contatto con la gente per aiutarla a ragionare, a organizzarsi, e a lottare, che svuoterebbe di ogni contenuto la milizia politica, che penserebbe solo ad avere più depulati, più senatori, più consiglieri, più assessori, più posti di potere. E tra l'altro, se diventassimo questo, non avrebbe alcun senso nemmeno il decentramento che andiamo compiendo, cioè lo sforzo organizzativo e politico che stiamo facendo per estendere papillarmente la presenza organizzata e l'iniziativa costante delle nostre sezioni, delle nostre zone delle nostre federazioni.
Ma un partito «rinnovato» a questo modo sarebbe ancora il Partito comunista italiano? Non sono forse l'elettoralismo e la caccia al potere per il potere i vizi degli altri partiti ai quali si vorrebbe che noi ci omologassimo? Conquistare più voti è certo indispensabile; dare più attenzione e realizzare una maggiore presenza nostra nella stampa, nella radio, nella televisione, in tutti i mezzi di comunicazione di massa, è giusto; essere più capaci di fare opinione su ogni problema grande e piccolo, è importante. Ma essere tanti comunisti non è forse ancora più importante? Io credo proprio di sì. Anzi, questo è il momento di fare più iscritti, e al tempo stesso di formare militanti, più consapevoli e attivi, di avere cioè più compagni e compagne impegnati in un lavoro preciso, con compiti ben definiti, con una carica politica, umana e ideale armati della quale si va e si sa stare tra le masse, con i loro problemi, le loro aspirazioni, con le loro rabbie, con le loro lotte; di compagni e di compagne più numerosi nei posti di responsabilità e di direzione pubblici e privati, che siano ben preparati, ben orientati, fedeli al mandato ricevuto.
Essere tanti comunisti e seri comunisti è la vera condizione anche per avere tanti voti, ma è soprattutto la garanzia di fare del nostro partito un sempre più saldo e consistente strumento del reale rinnovamento e dello sviluppo del paese.(Rinascita 4 dicembre 1981)
 

 

 

Faccia a faccia con Enrico Berlinguer - Mixer, 27/4/1983

 


http://it.youtube.com/watch?v=CDU87lXShX4
http://it.youtube.com/watch?v=5pTcxTyPdmY
http://it.youtube.com/watch?v=vhQVRbrcmoc

 

 

 

 

 

11 Giugno 2007 - 23 Anni dalla morte di Enrico Berlinguer

Segretario Nazionale del P.C.I

          

     

 

Distribuito alle delegate e ai deleati del IV Congresso della Federazione di Torino 31 marzo 1 aprile 2007

Quattro passi con Berlinguer

 

 

Alle compagne e compagni delegati,

 ricordandoci che “L’indifferenza è il peso morto della storia” (Gramsci 1917)

vogliamo con queste cartelle “fotografare” uno specifico periodo della vita e della proposta politica di Enrico Berlinguer, proposta che ha fatto “avvicinare” molti giovani al Partito Comunista Italiano ritenendolo un collettivo, una scuola, un effettivo strumento del cambiamento.

 

 

Il compromesso storico (la proposta politica) e la solidarietà democratica (lo strumento)

 

Berlinguer diventa vice segretario del PCI nel febbraio del 1969 (XII congresso) e segretario nel 1972, fino alla morte nel giugno 1984. Prima di allora è stato segretario generale dei giovani comunisti, responsabile nazionale dell’organizzazione nel 1960.

Solo per riferimento, e a voi la ricerca se curiosi, ricordiamo una “franca e approfondita discussione” all’XI congresso del ’66 tra Ingrao e Amendola, che aveva stimolato il responsabile dell’organizzazione; atti del congresso gelosamente conservati nelle sezioni del PCI e dati da leggere con malcelato, perentorio, democratico, cortese invito rivolto ai giovani iscritti dall’allora segretario della sezione territoriale.

Alla base della strategia politica di Berlinguer ci sono due concetti forti: il compromesso storico e l’alternativa democratica. Entrambi questi concetti sono già contenuti nei famosi articoli di settembre e ottobre ‘73 su Rinascita e prendono spunto dal colpo di stato di Pinochet in Cile che portò all’affossamento del governo di sinistra e all’assassinio di Salvador Allende (11 settembre 1973).

 

  “ Se si vuole trasformare e rinnovare l’Italia non basta ottenere il 51% dei voti; se si ha soltanto il 51%, prima o poi le forze più conservatrici e reazionarie si aggregano in un blocco  che distrugge il processo riformatore e anche la democrazia,

   di qui la necessità di un’alternativa più larga e quindi di un compromesso storico tra le grandi componenti culturali a cui fa riferimento il popolo italiano, quella comunista, quella socialista e quella cattolica, anche nelle sue espressioni partitiche, cioè il PCI, il PSI, la DC.”

 

Evidente è la continuità di questa politica, la questione comunista, con quella di unità nazionale di Togliatti; anche se non mancano cambiamenti di prospettiva, a partire dalla rinnovata considerazione della coscienza religiosa vissuta con coerenza, portatrice di contraddizione della società capitalistica contemporanea. Il rapporto è diretto, non solo epistolare, con Mons. Bettazzi.

Il compromesso storico invece è prima di tutto una strategia rivoluzionaria che ha come obiettivo la fuoriuscita dal capitalismo attraverso la democrazia e la transizione al socialismo.

E’ noto che Berlinguer a partire dal 1980, dopo la caduta dei governi di solidarietà nazionale, dice più volte che non avrebbe più usata l’espressione compromesso storico, poiché era stata deformata, non solo all’esterno del Partito.  La deformazione consiste soprattutto nell’intendere il compromesso storico come mera alleanza di governo tra PCI e DC, cioè nel considerarlo una formula di governo e non una strategia politica che si rivolge prima di tutto al popolo e al paese, oltre che ai partiti.

Gerardo Chiaromonte e altri dirigenti “miglioristi”, hanno inteso ridurre il collegamento tra il compromesso storico e i governi di solidarietà. Evidente la sintonia con il PSI. Secondo loro tali governi non sono l’applicazione pratica del compromesso storico, ma nascono a causa dell’emergenza economica e democratica e sulla base dei rapporti di forza scaturiti dalle elezioni del 1976 (DC 38,7%, PCI 34,4%). In altri termini la soluzione è obbligata, non è LA Proposta Politica.

I giovani leoni (Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Ferrara, Mussi…), non volendo scontrarsi con i titani stanno silenti; capiremo qualche anno dopo perché.

 

"Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita: la partita dura ormai da molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l'avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l'altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l'impatto con la crisi della sua strategia politica."
 ("per passione" P.Fassino2003)

 …fra qualche mese nascerà il Partito Democratico anche con questa logica.

 

 

Fotografia del periodo:

-  situazione economica disastrosa, inflazione al 20% circa;

- terrorismo nero (strategia della tensione) e terrorismo rosso (le Brigate Rosse nascono nel 1972) insanguinano ogni giorno il Paese;

-  crisi economica, politica e culturale che attraversa il mondo intero.

Dal punto di vista strettamente politico, il PCI deve scegliere come posizionarsi nei confronti del governo monocolore democristiano, considerando anche la possibilità di astensione. Decide per quest’ultima via. Poteva alzare la posta in gioco, poteva rivendicare l‘ingresso immediato, e a pieno titolo nel governo, o perlomeno l’accordo di programma e l’ingresso nella maggioranza, come avviene un anno dopo.

 

“Esiste un orientamento secondo cui il movimento comunista internazionale viene visto come un'unica entità omogenea. Invece, esso presenta un panorama vario e all'interno di questo panorama c’è il partito comunista italiano, con le sue tradizioni storiche e i suoi tratti originali. Il primo tratto caratteristico del nostro partito è che ha sempre fatto proprie le migliori tradizioni democratiche e patriottiche del paese, risalendo fino al Risorgimento. Abbiamo anche dato un contributo notevole alla lotta di liberazione nazionale, a fianco degli Usa e della coalizione di forze antifasciste. Il nostro partito ha lottato per garantire tutte le libertà fondamentali. - la libertà di associazione, di parola, ecc - nel quadro di un sistema sociale ed economico più avanzato, secondo la Costituzione del 1948 che consideriamo una delle più avanzate in Europa Occidentale dal punto di vista democratico. E il partito comunista ha svolto un ruolo decisivo  nell'elaborazione unitaria di questa costituzione. Non abbiamo mai creduto, neanche nel 1945, che un solo partito, o una sola classe - potesse risolvere i problemi del nostro paese.”
(dall'intervista a Berlinguer, Time magazine, giugno 1975)

 

Moro e Berlinguer sono convinti che si sia aperta una fase nuova che richiede la collaborazione tra i due partiti. Progettano pertanto una cornice democratica comune fatta di convergenze e di intese sui principi fondanti la democrazia italiana: la pace, l’indipendenza e la sovranità nazionale, la difesa delle libertà costituzionali, i principi essenziali di giustizia. Entrambi ritengono, tuttavia, che tale passaggio debba essere graduale, per evitare che possa produrre contraccolpi all’interno del paese e soprattutto a livello internazionale. Spesso si dimentica che sia il Dipartimento di Stato degli USA che la CDU tedesca, entrambi importanti e pesanti interlocutori di Moro, sono contrari all’ingresso del PCI nel governo. Paolo VI e il Vaticano, allora, si sentivano ampiamente rappresentati dalla DC, soprattutto da Moro.

Il percorso è graduale: astensione nell’autunno del 1976, accordo programmatico nel luglio 1977, ingresso nella maggioranza nel 1978, soltanto dopo il rapimento Moro.

Le differenze tra i due uomini politici:

Moro pensava ad un’operazione come quella realizzata con il PSI con il primo centro sinistra, in pratica di inglobare il PCI senza che la DC perdesse la centralità e il proprio potere.

Berlinguer invece aveva in mente la transizione al socialismo.

Moro è rapito il 16 marzo del ’78 dalle Brigate Rosse.

 

 (...) "La verità è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente. La verità è che c’illudiamo d’essere originali e creativi e non lo siamo. La verità è che pensiamo di far evolvere la situazione con nuove alleanze, ma siamo sempre là con il nostro vecchio modo di essere e di fare, nell'illusione che, cambiati gli altri, l'insieme cambi e cambi anche il paese, come esso certamente chiede di cambiare."(..)
(Aldo Moro - da una lettera a Benigno Zaccagnini, non recapitata)

(...) "Non creda la D.C. di aver risolto di aver chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della D.C. si faccia quello che se ne fa oggi"(...)  24-4-1978
(Aldo Moro - da una lettera a B.Zaccagnini, recapitata il 24 Aprile '78)

(...) "Il governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene tributata per questa come per tante altre imprese. Un allontanamento dai familiari senza addio, la fine solitaria senza la consolazione di una carezza, del prigioniero politico condannato a morte. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d'Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese. Pensateci bene cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani ma al dopo domani. (...) "
(Aldo Moro - da una lettera a B.Zaccagnini, recapitata tramite Don Mennini il 20 Aprile '78)

 


(...)"Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani.(...) Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. (...)
(Aldo Moro - da una lettera a Eleonora Moro recapitata il 5 maggio)

 

 

Alle 13.30 del 9 Maggio 1978 a Via Caetani a Roma,  a poca distanza dalle sedi del PCI e della DC, viene ritrovata una Renault 4 rossa: al suo interno, il corpo senza vita di Aldo Moro.

Il Pci esce dalla maggioranza nel gennaio 1979.

 

“Sta di fatto tuttavia che, a mio avviso, l'onorevole Aldo Moro aveva affrontato il nodo della questione comunista secondo un modo e con un intento precisi, che erano di sciogliere quel nodo positivamente. La sua gradualità, anzi la sua prudenza circospetta, stavano in diretta relazione con la sua dichiarata volontà di procedere più avanti possibile nel rapporto con il Pci. La sua visione della democrazia non contemplava che lo Stato sorto dalla Resistenza e dalla società italiana quale si è storicamente formata, potessero vivere svilupparsi escludendone il movimento operaio nel suo complesso, e quindi il Pci, il partito che più lo rappresenta. Dopo la tragica scomparsa di quest'uomo, la Dc è divenuta oscillante e preoccupata e, via via, si è dimostrata sempre più irresponsabilmente propensa ad allungare i tempi all'infinito e, intanto, a profittarne.”
(dall'intervista a Gianfranco Piazzesi, Berlinguer: possibile un nuovo colloquio con la Dc. Corriere della sera, maggio 1979)

 

Prima del 1979, riserve al compromesso storico vengono espresse da due fondatori del PCI: Luigi Longo, che lo considera un’accelerazione inopportuna rispetto al concetto di blocco storico e Umberto Terracini, che invece critica l’eccesso di fiducia nella DC come alleato.

L’uscita dalla maggioranza viene così spiegata da Berlinguer: la slealtà della DC nel tenere fede agli accordi e l’ingenuità del PCI hanno logorato il rapporto tra il partito e le masse popolari. Negli anni 77-78 questo logoramento è presente; l’aggressione di Lama all’Università, la grande manifestazione di Bologna (con Zangheri sindaco) o quella dei metalmeccanici di Roma, la perdita pesante di voti del PCI nelle amministrative (29.6%).

Negli anni successivi all’interno del partito prevale una spiegazione per così dire di sinistra, che tende a mettere a fuoco soprattutto gli sbagli: troppa attenzione al quadro politico rispetto ai contenuti programmatici;  debolezza del programma riformatore, remissivo e subalterno; deficit di cultura riformatrice del partito.

L’atteggiamento della DC, del resto, è fin da subito uno dei punti più discussi e controversi all’interno del partito; lo evidenzia, nonostante i risultati ottenuti in quel periodo, lo stesso Berlinguer, in occasione della conferenza degli intellettuali del ’77, durante la quale lancia la politica dell’austerità.

Viene quindi approvata la “proposta di medio termine” del partito.

Anche il libro “progetto a medio termine”, redatto dai miglioristi Chiaramonte, Colajanni e Macaluso, fu letto, discusso, esaminato attentamente in più direttivi delle sezioni territoriali; un assunto caldeggiato nel libro era che non bisognava incentivare lo sviluppo della televisione a colori se prima non si fosse garantito a tutti quella in bianco e nero.

Ma ancora più rilevante è il bilancio delle leggi approvate nell’arco degli anni settanta sia nel campo dei diritti civili che in materia economico-sociale: divorzio, aborto, diritto di famiglia, voto ai 18 anni; e ancora, Statuto dei lavoratori, riforma delle pensioni, equo canone, riforma dei manicomi, riforma sanitaria ancora oggi in vigore.

L’ambizione è quella di introdurre elementi di socialismo nella società italiana. In questo periodo è in corso una ricca discussione che non può essere ridotta ad un’unica matrice culturale. Sicuramente ha avuto un peso la tesi di Amendola, che, preoccupato della possibilità che prendesse piede il partito dell’inflazione e che da questo potesse scaturire una crisi economica, sostiene la necessità di una politica unilaterale dei sacrifici da parte della classe operaia. Franco Rodano e Claudio Napoleoni, invece, mirano alla trasformazione dei consumi individuali in consumi sociali e collettivi, nel tentativo di modificare così la qualità dello sviluppo economico.

   

Un punto è comune: ricercare la via che possa evitare i due tempi, tenere insieme rinnovamento e risanamento, austerità e sviluppo, incidendo sul meccanismo e sul processo di accumulazione capitalistica; la leva fondamentale è la politica di austerità, il progetto a medio temine.

Prevale quasi subito un’interpretazione dell’austerità come richiesta di sacrifici a senso unico, tanto che il dibattito dentro e fuori il partito dura pochi mesi e si arena poco dopo la presentazione dell’accordo programmatico tra i partiti della solidarietà.

Nello stesso periodo discutono di queste medesime cose anche i leader maggiori della socialdemocrazia europea: Brandt, Palme…. Anche nella Svezia socialdemocratica si discute sulla possibilità che una parte del salario sia impiegata per favorire gli investimenti produttivi e la partecipazione dei lavoratori ai processi di accumulazione del capitale.

Grandissimo era l’interesse di Berlinguer, che continuava a seguire la discussione e ce ne parlava attraverso gli articoli su Rinascita.

In quegli anni si fa promotore dell’eurocomunismo e dell’eurosinistra trascinando Carrillo e Marchais, segretari dei partiti comunisti di Spagna e Francia.

L’uscita dalla maggioranza del PCI si consuma sulla questione dell’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo.

Perché il PCI è contrario? Perché ritene da un lato che i tempi siano troppo ravvicinati e dall’altro che la DC voglia approfittare dello scudo europeo per colpire i ceti più deboli, soprattutto i lavoratori, attraverso una politica di rigore senza contropartite.

Contrario al serpente monetario era anche l’Avvocato Agnelli ma, forse, per altri motivi.

Intanto nel mondo…L’ideologia conservatrice e neoliberista con la nuova presidenza americana di Reagan e con la leadership della signora Teatcher nel Regno Unito impera. L’Unione Sovietica reagisce subito, cercando di uscire dall’immobilismo attraverso una politica più aggressiva, anche con l’installazione degli SS20 ai confini dell’Europa. I contraccolpi sulla distensione, che era stato uno dei cardini della politica estera del Pci, sono molto pesanti.

Un’altra delle cause fondamentali dell’affossamento del compromesso storico è il terrorismo e soprattutto l’assassinio di Moro. Dopo  la sua morte, nella DC e nel PSI, nel giro di pochi mesi, cambiano le maggioranze interne; a Berlinguer manca l’interlocutore di riferimento, colui con il quale ha stabilito un rapporto di fiducia reciproca. Nel 1980 vince nella DC Forlani, con il preambolo anti PCI; nel PSI vince Craxi, che si libera del condizionamento della sinistra interna. Combinazione tutti e due accomunati anni dopo da Tangentopoli.

Siamo alle elezioni del giugno ’79. Il PCI perde 4 punti e passa al 30,4%; circa un milione e mezzo di voti in meno. Berlinguer imprime una svolta: la proposta dell’ alternativa democratica, intesa però come mutamento dei rapporti di forza nel Paese. In altri termini, l’asse della politica comunista viene spostato verso il basso e verso la società. La svolta si consolida  nel novembre 1980, di fronte al disastro dei soccorsi statali durante il terremoto dell’Irpinia, con quella che passa con il nome di seconda svolta di Salerno (la prima fu quella di Togliatti subito dopo la guerra).

 

“Il riscatto e la liberazione dei giovani - degli uomini - presuppone un impegno individuale, della singola persona, il rispetto delle sue propensioni e vocazioni, delle sue specifiche preferenze e aspirazioni personali nei vari campi: ma si realizza pienamente e duraturamente solo attraverso un sforzo collettivo, un'opera corale, una lotta comune. Insomma ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno.”
(dall'intervista a Moby Dick, mensile della Fgci siciliana, giugno 1981)

 

Le novità furono rilevanti: la questione morale come priorità per rigenerare la vita pubblica e i partiti; il compromesso storico caratterizzato innanzitutto come compromesso sociale; l’attenzione ai nuovi soggetti: giovani, donne, movimenti ecopacifisti.

Duro è lo scontro con i sindacati: la questione del fondo di solidarietà a favore del mezzogiorno (0.50% sul salario), che i sindacati concordarono con il governo Cossiga, la vicenda della vertenza Fiat con l’occupazione di Mirafiori e la marcia dei 40.000, la questione del taglio dei 4 punti della scala mobile. In tutte queste vicende Berlinguer guarda alle conseguenze politiche; temeva soprattutto di perdere, come partito, la rappresentanza politica degli operai e dei lavoratori.

 

“I caratteri personali sono diversi, ma questo non è un ostacolo al dialogo. La cosa che mi preoccupa in Craxi è che certe volte mi sembra che pensi soltanto al potere per il potere.”
(dall'intervista a Chiara Valentini, "Panorama, maggio 1983)

 

Contrapposta la posizione del PSI di Craxi. Tra Craxi e Berlinguer la differenza riguardava non solo il carattere delle due persone ma la concezione stessa della politica. Nel gruppo dirigente comunista non si riesce a trovare un accordo unitario sul problema dei rapporti con il PSI.

 

“Comunque lei non crede che il socialismo nella libertà sia più realizzabile nel sistema occidentale che in quello orientale?
Si certo, il sistema occidentale offre meno vincoli. Però stia attento. Di là, all'Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all'Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà.”
(dall'intervista a G.Pansa, "Corriere della sera", giugno 1976)

 

Nel 1981, dopo la legge marziale in Polonia, Berlinguer compie lo strappo con l’Unione Sovietica e dice addio alla rivoluzione di ottobre. La sua insistenza sulla diversità del Pci, con la cosiddetta "terza via" tra Est e Ovest, tra il comunismo sovietico e la socialdemocrazia, non ha successo, né in Italia, né in Europa, come testimonia lo scarso ascolto sulla proposta del Pci di smantellare gli SS20 in cambio della rinuncia atlantica di installare i Pershing.

Il governo Forlani cade poco dopo, a causa dell’esplodere dello scandalo della P2.

Né Berlinguer, né il gruppo dirigente del Pci hanno voluto proporre la riforma elettorale e la riforma del sistema politico. Il PCI accetta malvolentieri la commissione bicamerale di riforma della Costituzione, che, comunque, finisce nel nulla.

L’attualità della politica di allora, in questo e in altri passaggi, fanno accapponare la pelle.

 

 

Quattro passi con Berlinguer

 

Berlinguer poco attento alla cosiddetta modernizzazione? Ciò che temeva non era l’espansione dei consumi, ma, la ricerca di una identità personale virtuale indotta, il feticismo del mercato. In questi atteggiamenti c’erano talvolta degli eccessi, ma aiuta richiamare il, non più sostituito, PierPaolo Pasolini quando afferma “…il mutamento antropologico che la modernizzazione porta con se…” . Si può dargli torto, dopo quello che è successo negli ultimi vent’anni di storia italiana e nella cosiddetta era berlusconiana?

Quando non riusciva a convincere i “miglioristi” in Direzione, organizzava un comizio in una grande città. Noi capivamo e lui portava a casa il risultato sostenuto dal consenso.

Berlinguer è una personalità di grande spessore e coerenza, che ha suscitato in tutti, anche nei suoi avversari, rispetto e ammirazione soprattutto per una qualità universalmente riconosciuta: la tensione della politica verso l’etica, quasi a rifiutare la scissione fra l’una e l’altra. Non ho scelto la politica – diceva - ma faccio politica per realizzare gli ideali comunisti.

Non era assolutamente un uomo arrogante, né supponente. Era schivo, riservato e mite. Ma come tutti gli  uomini miti, quando si rese conto che non era più possibile la mediazione, seppe essere determinato e combattivo.

Piaceva molto quel suo fastidio palese per la visibilità ostentata e la popolarità.

Quando parlava nelle tribune elettorali, nei dibattiti, negli scritti e proponeva le politiche del PCI diceva sempre… Noi…

Dinnanzi ad alcuni accadimenti, che altri avrebbero considerato non degni di attenzione, eri certo che sarebbe intervenuto con un editoriale sull’Unità.

Chiamava gli altri dirigenti sempre con il cognome, mai Piero, Massimo, Walter…

Berlinguer è certamente stato un leader che è andato al di là del partito come popolarità e come consenso. Ma senza la storia del PCI non si può comprendere la sua figura, né il fatto che sia stato il segretario più amato.

 

La nostra passeggiata insieme, purtoppo breve, ci ha condotto al congresso al PalaRuffini di Torino del 1982 dove siamo andati a difendere l’emendamento di Ingrao/Cossutta “fuori l’Italia dalla NATO” con Berlinguer, seduto a un metro, che ci guardava di sottecchi con gli occhiali sul naso…

 

E’ questa la storia che ci ha formato, che ci ha insegnato a non essere indifferenti,

è questo collettivo che vogliamo tornare ad essere.

 

Buon lavoro a tutti noi,

Maurizio Coscia e Mao Calliano

 

(NOTA AI LETTORI: le parole in corsivo sono un “sentire” dei redattori, i testi centrati sono citazioni, il resto è  storia)

 

Torino, aprile 2007

 

 

I funerali di Berlinguer
Modena City Ramblers
Da "Riportando tutto a casa"

 

 

 

Un popolo intero trattiene il respiro e fissa la bara,
    sotto al palco e alla fotografia.
    La città sembra un mare di rosse bandiere
    e di fiori e di lacrime e di addii.

Eravamo all'Osteriola, una sera come tante,
a parlare come sempre di politica e di sport,
è arrivato Ghigo Forni, sbianchè come un linsol,
       an s'capiva 'na parola du bestemi e tri sfundon.
"Hanno detto per la radio che c'è stata una disgrazia,
a Padova è stato male il segretario del PCI"
Luciano va al telefono parla in fretta e mette giù
"Ragazzi, sta morendo il compagno Berlinguer".
  Pipein l'è andè in canteina
  a tor des butiglioun,
 a i'am fat fora in tri quert d'ora,
 l'era al vein ed l'ocasioun
 a m'arcord brisa s'le suces
d'un trat as'sam catee
  in sema al treno c'as purteva
  ai funerel ed Berlinguer.
A Modena in stazione c'era il treno del partito,
ci ha raccolti tutti quanti, le bandiere e gli striscioni
a Bologna hanno cominciato a tirare fuori il vino
e a leggersi a vicenda i titoli dell'Unità.
C'era Gianni lo spazzino con le carte da ramino,
ripuliva tutti quanti da Bulagna a Sas Marcoun,
ma a Firenze a selta fora Vitori "al professor",
do partidi quattro a zero dopo Gianni l'è stè boun.

 

    I vecc i an tachee
    a recurder i teimp andee,
    i de d'la resistenza

    quand'i eren partigian
    a'n so brisa s'le cuntee
    ma a la fine a s'am catee
    in sema al treno c'as purteva
    ai funerel ed Berlinguer.

 


    Gli amici e  i compagni lo piangono, i nemici gli rendono onore,
    Pertini siede impietrito e qualcosa è morto anche in lui.
    Pajetta ricorda con rabbia e parla con voce di tuono
    ma non può riportarlo tra noi.
Roma Termini scendiamo, srotoliamo le bandiere,
ci fermiamo in piazza esedra per il solito caffè
parte Gianni il segretario e nueter tot adree
per andare a salutare il compagno Berlinguer.
Con i fazzoletti rossi ma le facce tutte scure,
non c'era tanta voglia di parlare tra di noi,
po' n'idiota da 'na ca la tachè a sghignazer,
a g'lom cadeva a tgnir ferem Gigi se no a'l finiva mel.
    A sam seimpre ste de dre
    e quand'a sam rivee
    la piaza l'era pina
    "ma quant comunesta a ghè"
    a'n g'lom cadeva a veder un caz       
    ma anc nueter as' sam catee
    in sema al treno c'as purteva
    ai funerel ed Berlinguer
    Pipein l'è andè in canteina
    a tor des butiglioun,
    a i'am fat fora in tri quert d'ora,
    l'era al vein ed l'ocasioun
    a m'arcord brisa s'le suces
    d'un trat as'sam catee   
    in sema al treno c'as purteva
    ai funerel ed Berlinguer.

 

 

  

 

 

Durante un comizio elettorale a Padova, Berlinguer si sente male sul palco; forse sconta la dura battaglia per il referendum sui 4 punti della scala mobile, combattuta praticamente da solo. Anche qui silenti Lama, segretario della CGIL, e i giovani leoni; dalla sua i militanti e i lavoratori.

Quell’anno il PCI, nelle elezioni europee supera la Dc; 33,4 contro 32,9 %. Mai successo e mai ripetuto.

 

 

  

Roma, mercoledì 13 giugno 1984, piazza San.Giovanni

 

 

Norberto Bobbio: "Caratteristica fondamentale di Enrico Berlinguer è stata, a mio avviso, quella di non avere i tratti negativi che contraddistinguono tanta parte della classe politica italiana. Penso alla vanità, all'esibizionismo, all'arroganza, al desiderio di primeggiare che purtroppo fanno parte del 'mestiere', della professione del politico".

Luigi Pintor: "E' come se quest'uomo integro, verso il quale ho sempre provato un'istintiva amicizia, che in qualche modo sentivo ricambiata, fosse caduto vittima di uno sforzo troppo grande". 

Walter Veltroni: "Berlinguer predicava rigore, moralità equilibrio, pazienza, fatica, tenacia. Tutte cose così fuori moda".

 

Indro Montanelli: “Un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese." 

Olga Besson: “...poi la notizia del suo malore...poi il suo funerale...non c'era nemmeno lo spazio per camminare in piazza san Giovanni..e per vedere il passaggio della sua bara ci hanno fatto salire sulle terrazze dei palazzi...e con un terribile nodo di commozione in gola e le lacrime agli occhi... abbiamo visto un milione di persone passare e accarezzare la sua bara ...con lo sguardo! Era la fine di un sogno e se ne era andato con lui....insieme a un pezzetto del nostro cuore e della nostra giovinezza...e così è stato....ciao Enrico”

Roberto Benigni: "Il dono breve e discreto che il cielo aveva dato a Berlinguer era di unire parole ad uomini, ora la sua voce è sparita e se è vero, come dice il poeta, che la vita si spegne in un falò di astri in amore, in questi giorni è bruciato il firmamento". 


 

ci hanno aiutato queste letture:

 “la sfida interrotta” W.Veltroni

“il modello umano e politico di enrico berlinguer” I. Ariemma

“dialoghi su berlinguer” M. Battini

“berlinguer” C. Valentini

“berlinguer:attualità e futuro” suppl. L’Unità maggio ’89

caro berlinguer” T. Tatò

 

                          

Il vero progetto di Berlinguer

Si aprono gli archivi del Pci

La nuova biografia del leader comunista opera dello storico francesco Barbagallo


 



di Aldo Tortorella

Questa nuova biografia di Berlinguer, opera di Francesco Barbagallo ("Enrico Berlinguer", ed. Carocci, 2006), è la prima di uno storico di professione - autore di memorabili studi su Nitti, sul Mezzogiorno, sull'Italia contemporanea - ed è la prima che ha potuto giovarsi delle carte, ora consultabili, dell'archivio del Pci, mentre le precedenti biografie - quelle di Chia
ra Valentini e di Giuseppe Fiori - potettero fondarsi solo sui documenti pubblici e sulle testimonianze di amici, compagni e avversari pur raggiungendo risultati che non vengono smentiti.

In particolare, l'autore ha lavorato sui verbali della direzione comunista oltre che sugli studi riguardanti il lungo periodo - più di un trentennio - nel quale dapprima emerge e poi si afferma la personalità di Berlinguer, come uomo e dirigente politico di statura più che nazionale.
Dunque, una fatica certamente improba, il cui esito costituisce e costituirà un riferimento per chiunque voglia studiare seriamente non solo la vicenda politica di Berlinguer, ma quella del Pci e dell'Italia di quel tempo. Perché lo sforzo costante di Barbagallo è teso a dare conto del contesto entro cui vive e lavora Berlinguer - come dovrebbe essere, ma non sempre è, quando si voglia intendere la vicenda di un protagonista della storia.
Il contesto è quello di una Italia che supera faticosamente l'arretratezza ed entra nella modernità pur senza liberarsi di molti dei suoi mali secolari (il divario Nord-Sud, i poteri mafiosi, il parassitismo, la corruzione endemica) che si intrecciano con le caratteristiche di un capitalismo debole e dipendente, abituato a competere sulla base dei bassi salari, del lavoro nero, delle svalutazioni periodiche. Il Pci, che ha interpretato validamente il ruolo democratico e nazionale indicato dalla linea di Togliatti del "partito nuovo" - un partito capace di uscire dal propagandismo per farsi protagonista propositivo - registra con difficoltà il rapido mutare della struttura economica del Paese.
Se, più o meno in ritardo e più o meno compiutamente, vi riesce è perché, e qui le carte dell'archivio forniscono informazioni essenziali, esso dimostra di essere una creatura viva, impegnata in una discussione sulla realtà economica e politica del Paese e su quella internazionale. Una discussione capace di vedere criticamente i limiti altrui, ma anche i difetti propri. Naturalmente, i verbali della direzione comunista rendono conto del dibattito di vertice, esso solo in modo assai mediato riferisce e interpreta i dispareri, le polemiche, gli scontri di tendenze che percorrono la base e le organizzazioni dirigenti locali, ma ne è comunque un riflesso.
Il lavoro di Barbagallo ci consegna una immagine precisa di Berlinguer dalla giovanile ammirazione per Stalin (qualcuno si è stupito: ma Stalin e l'Urss uscivano dalla seconda guerra mondiale con un prestigio strepitoso in ogni parte della Terra), dalla fedeltà rigorosa per la lezione di Togliatti sino all'opera difficile per un pieno distacco dallo Stalinismo e dai comunisti sovietici e sino ad una revisione sostanziale della strategia togliattiana cui si era ispirato anche per il "compromesso storico".
Ma, insieme alla immagine di Berlinguer, Barbagallo ci dà un quadro della Direzione comunista di allora e delle tendenze che volta a volta si confrontavano e si scontravano - sia pure attraverso il filtro sintentico dei verbali. Forse sarà più chiaro, adesso, quanto fosse difficile governare un partito così grande e tenere unito un gruppo dirigente così complicato.
Quando Berlinguer, essendosi gravemente ammalato Longo, assume la vicesegreteria e poi la segreteria già le divisioni sono profonde per il contrasto tra la linea di Amendola e quella di Ingrao, un contrasto che rappresentava, come oggi è più facile vedere, un indice e un riflesso della crisi sociale italiana sullo sfondo di una inquieta situazione internazionale per la tensione tra i due blocchi (c'era la guerra nel Vietnam) e per lo scontro aperto tra Urss e Cina, clamoroso segnale del venir meno del "movimento comunista" inteso come un tutto unico. Si avvertiva che la vecchia politica non poteva rispondere, ma una nuova non era a portata di mano.
Il Pci, oltre che per l'impronta data da Togliatti, era già troppo forte e influente per pensare a se stesso come una sorta di opposizione permanente, ma - al tempo stesso - il bisogno di dare uno sbocco politico alla crisi con un cambio di governo si scontrava con l'irrisolto problema (irrisolto non solo allora) di garantire risanamento economico, sviluppo, giustizia sociale nel quadro dei vincoli del mercato. In più, l'Italia era un paese a sovranità limitata e il divieto degli Stati Uniti verso i comunisti italiani era assoluto, condiviso dagli alleati, rinfocolato dai partiti al governo timorosi di perdere il loro potere. Saragat - ricorda Barbagallo - parlava di Longo, come di un «agente sovietico»: Longo senza il quale Saragat non avrebbe mai potuto essere presidente della Repubblica; che aveva pronunciato la prima condanna del Pci verso l'Urss al tempo dell'invasione della Cecoslovacchia; che aveva sostenuto con tutto il suo prestigio la primavera di Praga. E il capo di stato maggiore dell'esercito italiano (per non dire dei servizi segreti) dirà di aver sempre considerato come il nemico «un terzo del parlamento italiano».
Barbagallo mostra, ricostruendola dall'interno delle discussioni della direzione, come nasce e si sviluppa in Berlinguer e attraverso di lui l'idea di superare queste difficoltà con una duplice opera: la ricostituzione di un largo fronte nazionale (il compromesso storico), un'opera di verità sul mondo dei partiti comunisti al potere (l'affermazione del valore universale della democrazia prima e poi la rottura sulla questione polacca e afgana). E, tutto questo, tenendo unito un gruppo dirigente in cui non mancavano gli accesi e prestigiosi difensori del legame con l'Urss: per ragioni di equilibrio internazionale, per antica fedeltà, o, alla fine, per un rifiuto pregiudiziale a fini di lotta interna. Si imputa, anche in scritti recenti, a Berlinguer di non aver portato proprio sino in fondo la rottura.
Certo, ci fu l'ambizione - che Barbagallo descrive e documenta con rigore - di contrastare il modello sovietico senza perciò ricadere in una subalternità verso il modello americano e con la speranza di influire per un processo di riforma dell'Urss. Da qui non solo il tentativo dell'eurocomunismo ma la intesa con Brandt e Palme. La distinzione rispetto alle socialdemocrazie non era sul principio democratico o sul metodo delle riforme, ma su quali riforme, su quali riforme per quale democrazia: una distinzione piuttosto dalla destra socialdemocratica, e un tentativo di collegarsi alla sinistra, allora non minoritaria. Brandt cade, Palme viene ucciso, l'eurocomunismo rimane solo italiano.
«La passione politica di Berlinguer - scrive Barbagallo - si esprimeva in grande progettualità. Il disegno politico più ambizioso restava il rinnovamento del comunismo con l'innesto della libertà e della democrazia. Sembrava riproporsi il "primato" italiano di ascendenza giobertiana e mazzianiana, s'è detto. E' vero. E che c'era di male! S'è visto poi, con Gorbaciov, come anche i russi n'erano stati colpiti». E' la notazione di uno storico che intende il suo personaggio, non un encomio. Ed è una conclusione molto più lucida di coloro che si affannano a misurare il grado di rottura con l'Urss.
Come La Malfa aveva capito subito Berlinguer aveva fatto di più. Parlando a Mosca del valore universale della democrazia aveva egli "scomunicato" l'Urss prima e oltre le scomuniche lanciate contro di lui: e ciò spiega l'ostilità sovietica, congiunta a quella americana, ad ogni ascesa del Pci di Berlinguer al governo. Solo un pregiudizio fanatico può spingere a negare questa realtà.
Ma Barbagallo dimostra anche come questa "grande progettualità", il passaggio dal compromesso storico alla "alternativa democratica", lo sforzo finale per rinnovare le categorie stesse del pensiero del Pci (la "questione morale", il pacifismo, il terzomondismo, l'ecologismo, il femminismo) non corrispondesse ad una sorta di rifiuto della politica come intervento nelle possibilità reali. Fino all'ultimo fu aperto il dialogo con le forze politiche disponibili e con le istituzioni per tentare un ricambio politico.
In conclusione Barbagallo cita un brano dell'ultimo scritto di Berlinguer, pubblicato postumo (è la introduzione agli scritti parlamentari di Togliatti): «Riforme delle istituzioni volte a ridare efficienza e snellezza al loro funzionamento sono certo necessarie. Ma esse a poco servirebbero se i partiti rimangono quello che sono oggi . se non si risanano, se non si rigenerano, riacquistando l'autenticità e la pienezza della loro autonoma funzione verso la società e verso le istituzioni».
La strada che, dopo quel 1984, seguirono i partiti italiani non fu questa. I risultati si sono visti. E si vedono anche oggi, quando dobbiamo ancora stare in ansia per i colpi di coda delle destre al potere. Altro che "mito" di Berlinguer da ridurre in cenere. Il testo di Barbagallo ricostruisce un tempo e una persona. E, proprio per la sua scrupolosa documentazione, è un libro da leggere, pieno di sorprese: anche per me che, come altri, ho vissuto a lungo tutta quella vicenda.(Liberazione 03.04.06)

 

 

Attualità del pensiero di Enrico Berlinguer        

 Intervista a  Repubblica, 1981    

:

  «I partiti sono diventati macchine di potere» 

 «I partiti non fanno più politica»

«I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».
 

     

      D.  La passione è finita?

     . Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

      Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

      È quello che io penso.

      Per quale motivo?

      I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.


      Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

      E secondo lei non corrisponde alla situazione?

      Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

      La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

      Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

      In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

      Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?

      Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

      Veniamo alla seconda diversità.

      Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

      Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

      Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

      Non voi soltanto.

      È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

      Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

      Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.


      Dunque, siete un partito socialista serio...

      ..Nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

      Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

      No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

      Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?

      Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

      Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

      La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

      Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

      Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

      Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...

      Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

      E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

      Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.
 

 

 La biografia di Enrico Berlinguer        

 

di Luca Molinari

Enrico Berlinguer nacque a Sassari nel 1922 in una famiglia agiata della media borghesia cittadina (aristocratica ma antifascista) - (cugino di Francesco Cossiga di sei anni più giovane)
L’aria che respirò fin da bambino fu quella dell’antifascismo democratico e liberale del padre Mario, esponente dell’Unione Democratica Nazionale di Giovanni Amendola, poi del Partito d’Azione e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, del Partito Socialista Italiano.
La cultura democratica ed antifascista portarono il giovane Enrico ad assumere atteggiamenti contestatari nei confronti del sistema ed ad aderire (a 14 anni), in forma segreta e clandestina, al Partito Comunista Italiano di cui diventerà uno dei massimi dirigenti.
Trampolino di lancio di questa futura carriera sarà un incontro con Togliatti procuratogli proprio dal padre Mario.
La carriera di Berlinguer è quella del perfetto funzionario togliattiano; inizia con cariche a livello locale, entra in Parlamento, viene cooptato nel gruppo dirigente del Partito ed infine fa una veloce carriera politica ai vertici di quest’ultimo.
Alla morte di Togliatti sostituì Giorgio Amendola nel ruolo di coordinatore del Partito divenendone, negli anni della segreteria di Luigi Longo, il numero due.
Durante gli ultimi anni della segreteria Longo, quando il vecchio esponente comunista era malato, assumerà la guida effettiva del PCI di cui sarà nominato ufficialmente segretario nel 1972 ed inizierà subito un nuovo corso per la politica comunista pur mantenendo una forte continuità nelle tradizioni e nei comportamenti.
Di togliattiano non ebbe solamente il cursus honorem, ma anche, soprattutto, la formazione in cui furono presenti anche molti elementi di derivazione crociana che fecero di Enrico Berlinguer prima di tutto un attento osservatore delle vicende italiane ed un fine intellettuale.
Partendo dalle considerazioni togliattiane sulla fragilità della democrazia italiana ed analizzando la crisi cilena del 1973, Berlinguer progettò fin dal 1974 l’incontro tra cattolici, laici e comunisti che avrebbe dovuto essere la condizione per l’inizio di un periodo di ripresa e di sviluppo della democrazia italiana basato su di un compromesso di portata storica.
Purtroppo la tragica fine dell’onorevole Moro impedì che ciò avvenisse ed aprì le porte agli anni rampanti del craxismo e della corruzione.
Come Togliatti Berlinguer affidava ai partiti un ruolo pedagogico e di mediazione politica e sociale. La mediazione doveva essere di carattere alto e nobile in grado di impedire derive reazionarie nelle classi meno mature dal punto di vista politico e culturale.
Il “Compromesso Storico” avrebbe avuto come principale interlocutore il mondo cattolico e ciò doveva essere inteso come la naturale continuazione del tentativo di rapporto verso tali settori iniziato con il voto a favore dell’articolo 7 della Costituente da parte del PCI nel 1947 e del successivo discorso di Bergamo ai cattolici da parte di Togliatti.
Il dialogo ed il rapporto con i cattolici non era soltanto di carattere strategico, ma aveva anche una comunanza di caratteri di base come è verificato dal rapporto epistolare esistente tra Berlinguer ed il Vescovo di Ivrea, monsignor Bettazzi, ed i discorsi tenuti dallo stesso segretario comunista ad Assisi, alle “Marce della Pace” organizzate da Aldo Capitini.
Inoltre alcuni cattolici furono candidati nelle liste del PCI come indipendenti a partire dal 1976; Adriano Ossicini, Mario Gozzini ed Antonio Tatò furono i principali esponenti di quel tentativo di coniugare le istanze solidaristiche del messaggio evangelico cristiano con la ricerca di una più forte ed equa giustizia sociale della tradizione socialcomunista: era il cosiddetto cattocomunismo tanto odiato da Craxi, prima, e, poi, da Berlusconi.
Questa apertura culturale dei comunisti in politica interna andava di pari passo con una nuova politica estera più slegata da Mosca (in tale ottica va interpretato l’appoggio dato alla “Primavera di Praga” e la condanna del successivo intervento reazionario sovietico, maggiormente aperta a livello di integrazione europea e basata sulla ricerca di rapporti politici non solo con i partiti comunisti europei, che furono, anch’essi, di nuovo modello (l’ Eurocomunismo ), ma anche con la socialdemocrazia ed il laburismo europei, in primo luogo con la S.P.D. di Willy Brandt ed il Labour Party di Harold Wilson.

Altro tema cardine della politica berlingueriana fu la “questione morale”, ossia la denuncia della corruzione e dell’inefficienza del sistema democratico dei partiti politici.
Ciò non avvenne in un’ottica qualunquistica e demagogica, ma semplicemente fu il campanello d’allarme, insieme con la richiesta di una maggiore austerità economica, di ciò che sarebbe potuto venire se la politica non si fosse saputa regolare facendo, così, venire meno il legame con il paese reale.
Le parole usate dallo stesso Berlinguer per descrivere ed analizzare il fenomeno sono esaustive e descrivono chiaramente il fenomeno in questione.
Berlinguer, nel corso di una ormai famosa intervista ad Eugenio Scalfari, ebbe a dire, nel 1981, quanto segue: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le Università, la RAI TV , alcuni grandi giornali…..Bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti”.
L’invito non fu accolto dalla classe politica dominante che, anzi, preferì parlare di moralismo usando toni a dir poco squallidi.
Anche il tema del risanamento economico, da intendersi anche come la ricerca di un nuovo modello di sviluppo compatibile non fu capita, ma anzi fu, addirittura, avversata: solo uomini come Ugo La Malfa, Paolo Baffi e Bruno Visentini ascoltarono, capirono e compresero il messaggio di Enrico Berlinnguer.
Esso era, in sostanza, un disperato appello per la salvezza e la difesa delle nostre istituzioni repubblicane e del nostro vivere comune, in poche parole della idea stessa di democrazia.
Se avessero ascoltato Berlinguer ci si sarebbero risparmiato i “folli anni ‘80” e la successiva fase caratterizzata da “Tangentopoli”.
Altro tema in cui Berlinguer fu precursore fu quello del decentramento politico, amministrativo e fi
scale nel quadro di una maggiore responsabilizzazione dei centri di spesa locale.
Al convegno fiorentino del novembre 1982 organizzato dalla Confindustria sul tema “Lo Stato e i soldi dei cittadini” ebbe a dire: “E’ poi indispensabile che i Comuni – i quali peraltro sono l’unico settore dello Stato le cui spese sono rimaste al di sotto del tetto d’inflazione programmato – possano disporre di una autonoma capacità impositiva, secondo una linea generale che tenda a responsabilizzare sempre di più tutti i centri di spesa”.
La figura di Berlinguer è stata negli ultimi tempi oggetto di dibattiti e di convegni. Per tutti deve rimanere il ricordo di un uomo che ebbe indiscussi esempi di lungimiranza politica, che seppe arrivare prima a capire fenomeni e questioni che altri intuirono troppo tardi o che non capirono mai.
Come ha scritto Sandro Curzi. “Invece aveva ragione, non suggeriva alcun cilicio agli italiani e alla società moderna, e nemmeno voleva che qualcuno si spogliasse dei propri beni. Invitava piuttosto a riflettere sulla limitatezza complessiva delle risorse, a trovare una misura nel consumo: misura morale prima ancora che economica”.
Berlinguer morì nel 1984 ed ai suoi funerali parteciparono volontariamente e spontaneamente oltre un milione di cittadini che volevano esprimere il proprio affetto per un grande politico, anzi meglio, per un grande uomo che Indro Montanelli aveva definito “un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede” di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese(http://www.cronologia.it/storia/biografie/berlingu.htm)

 Sito da consultare:  Per Enrico