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Il Kosovo va alla guerra
di Tommaso di Francesco
I segnali che arrivano a pochi giorni dalla
rivolta serba di Kosovska Mitrovica non solo non sono
incoraggianti, ma è credibile immaginare che si apra uno
scenario di guerra vera e propria. Ieri il presidente degli
Stati uniti George W. Bush ha inserito il Kosovo nella lista di
paesi autorizzati a ricevere aiuti militari americani «al fine
di rafforzare la sicurezza degli Stati uniti e favorire la pace
mondiale», dice un comunicato della Casa bianca. Armi e
assistenza militare dunque alle ex milizie dell'Uck - «date armi
agli ex terroristi» accusa la Russia - diventate esercito etnico
del secondo stato albanese nel cuore turbolento dei Balcani,
dove il Kosovo indipendente ha già provocato tre crisi di
governo, in Serbia, in Macedonia e in Croazia.
La reazione di Belgrado, dove si svolgeranno elezioni politiche
anticipate con al centro il nodo dell'indipendenza del Kosovo
non si è fatta attendere, con un tono di profonda, reale
preoccupazione che meriterebbe ascolto e attenzione in
Occidente, a partire dalla purtroppo sorda Italia. «Gli Usa
fanno un altro passo in una direzione profondamente sbagliata,
dopo aver illegalmente riconosciuto l'indipendenza unilaterale.
Ci sono già fin troppe armi nel Kosovo - ha denunciato in una
dichiarazione alla stampa il premier dimissionario Vojislav
Kostunica - sarebbe stato meglio che l'America fosse tornata al
contrario al rispetto del diritto internazionale e della Carta
dell'Onu, alla Risoluzione 1244: poichè al Kosovo non servono
nuove armi, ma nuovi negoziati, dal momento che un ritorno alla
legalità internazionale garantirebbe la pace e la stabilità
nella regione ben più che non l'invio di forniture belliche».
Vojislav Kostunica, il protagonista della cacciata di Milosevic
nell'ottobre 2000, è davvero preoccupato. E non nasconde i suoi
timori nemmeno il presidente filoccidentale Boris Tadic. Questa
decisione, e non solo questa purtroppo, tirano la volata delle
prossime elezioni di maggio agli ultranazionalisti.
Alimentando la protesta nazionalista diffusa ovunque in Serbia,
in ogni settore sociale e non solo tra i nostalgici, ma tra i
giovani e i giovanissimi, delusi dall'Occidente per il
riconoscimento dell'indipendenza unilaterale del Kosovo. Ieri il
«Kosovo è Serbia» ha gridato, cantato e mostrato ben scritto
sulla t-shirt dal podio olandese di Eindhoven il neocampione
europeo di nuoto Milorad Cavic, applaudito da tutta la gioventù
di Belgrado. Cose mai viste all'epoca di Milosevic.
Era giusto aspettarsi una fase di riflessione, un tempo per
ulteriori trattative, dopo l'azzardo del riconoscimento
dell'indipendenza di Pristina contro il diritto internazionale
rappresentato dalla Risoluzione 1244 votata dal Consiglio di
sicurezza dell'Onu come assunzione degli accordi di pace di
Kumanovo del giugno 1999, che riconosce la sovranità della
Serbia sul Kosovo. E dopo la decisione presa da un'Unione
europea, divisa e senza l'approvazione Onu, di inviare una
«missione civile e di polizia», Eulex, ad imporre quell'indipendenza.
Invece no. A ridosso dei violenti scontri di Mitrovica - per i
quali emergono gravi responsabilità della polizia Onu e dei
contingenti Kor-Nato -, avviene invece il contrario. E quel che
è peggio a gettare benzina sul fuoco concorre in prima fila
l'Italia. Che, a 48 ore dalle violenze del nord del Kosovo e
nello stesso giorno in cui il governo serbo ha chiesto «al paese
amico Italia di rivedere le sue decisioni sul riconoscimento»,
ha pensato bene con un consiglio dei ministri sulla cui
credibilità a Roma non scommetterebbe nessuno, di aprire subito
un'ambasciata a Pristina, diventando uno dei primi paesi a farlo
tra quelli che hanno riconosciuto l'indipendenza. Davvero
toccando il fondo, altro che lungimiranza in politica estera.
Così, quando l'11 maggio a Belgrado vinceranno gli
ultranazionalisti pronti a mobilitare l'esercito in Kosovo come
chiede la chiesa ortodossa che si sente minacciata, e quindi ci
troveremo di fronte non a dure proteste come in questi giorni ma
a una nuova guerra, sapremo di chi sono le responsabilità.(Il
Manifesto 21 marzo 2008)
Il Kosovo si dichiara indipendente
Venier: «L'Italia e l'Europa non devono
riconoscere uno stato illegittimo»
La tanto annunciata dichiarazione di indipendenza unilaterale del Kosovo
è arrivata ieri pomeriggio, con il voto unanime, 109 su 109, del
parlamento di Pristina. «Noi, capi del nostro popolo, democraticamente
eletti, attraverso questa assemblea proclamiamo il Kosovo Stato libero e
indipendente» è stata la formula del premier, Hashim Thaci.
Una proclamazione avvenuta tra bandiere albanesi e decine di migliaia di
persone in piazza con concerti e fuochi d'artificio, a cui si è
affiancata, simultanea, la condanna della Serbia prima con Boris Tadic e
poi con Voijslav Kostunica. La Serbia «non riconoscerà mai
l'indipendenza del Kosovo», ha detto il presidente serbo, che «ha
reagito e reagirà con tutti i mezzi pacifici, diplomatici e legali per
annullare quanto messo in atto dalle istituzioni del Kosovo».Uno «Stato
fasullo», è stato il commento del primo ministro Kostunica, la cui
nascita è stata voluta dagli Stati Uniti «pronti a violare l'ordine
internazionale per i propri interessi».E a Belgrado sempre ieri si sono
verificati scontri nelle strade, con McDonald attaccati come anche le
stesse ambasciate statunitense e slovena.
A livello internazionale le reazioni sono discordanti e oggi il
Consiglio di Sicurezza dell'Onu, diviso anch'esso, proseguirà nella
riunione convocata d'urgenza ieri dalla Russia per cercare una
dichiarazione comune con cui reagire all'indipendenza.
Ma le posizioni restano distanti, infatti la Russia, che ha confermato
intanto che userà il suo potere di veto nel Consiglio di sicurezza dell'Onu
per bloccare il riconoscimento ufficiale del nuovo Stato, ritiene
«nulla» la proclamazione di Pristina. Al contrario degli Stati Uniti e
di alcuni membri dell'Ue. Tutto verte intorno alla risoluzione 1244,
approvata nel 1999, il nodo che Stati Uniti e Russia, entrambi potenze
con diritto di veto, interpretano in maniera opposta.
Dalla Farnesina riferiscono di aver «preso atto» della dichiarazione
unilaterale di indipendenza, ma rimandano al consesso europeo «per una
valutazione della situazione».
Ma sono molte le voci contrarie a questa proclamazione unilaterale di
indipendenza anche in Italia, ritenuta «illegale» da Iacopo Venier,
responsabile Esteri del Pdci.
«L'Italia e l'Europa non devono riconoscere uno stato illegittimo
proclamato per giunta da un Parlamento eletto solo dal 42% della
popolazione. Chi oggi tace di fronte ad una tale sfida all'Onu si assume
la responsabilità storica e morale di minare le basi stesse del diritto
internazionale e della stabilità mondiale. Bisogna richiudere subito il
vaso di Pandora». (l Rinascita della sinistra online 18 febbraio 2008)
Kosovo: L'indipendenza unilaterale è un vaso di
pandora.
La Nato protegge un secondo narco-stato
Dichiarazione dell'On. Iacopo Venier responsabile
esteri del PdCI
L'Italia
non può essere complice di una palese violazione del diritto
internazionale che mina alle fondamenta la stabilità mondiale. Un
eventuale riconoscimento di una proclamazione uniltarale di indipendenza
da parte del Kosovo aprirebbe il vaso di Pandora diffondendo guerra ed
conflitti ben oltre i Balcani. I gruppi della Sinistra Arcobaleno in
Commisione Esteri e Difesa alla Camera hanno già votato contro al
prolungamento della missione Nato in Kossovo dato che questa diventa è
sta per divenire una missione illegale rispetto alle decisioni del
Consiglio di Sicurezza ed alla stessa Carta delle Nazioni Unite. Sta per
nascere, dopo l'Afganistan, un secondo narco-stato sotto la protezione
della NATO. Se l'Europa subirà ancora una volta le decisioni degli USA
sancirà la sua totale irrilevanza e si porterà pure la guerra in casa.
Aspettando Godot
Da Belgrado, scrive Danijela
Nenadi
Boris Tadic e Vojislav Kostunica
La
Serbia è da mesi in transizione: tra il governo uscente e quello che
deve ancora essere formato. Con una finanziaria temporanea, un
parlamento che non si riunisce, un governo con mandato limitato. E nel
pieno della definizione dello status del Kosovo La Serbia non ha un
governo. Ma questo non fa notizia. Sarebbe una notizia se i partiti
riuscissero a mettersi d'accordo e se la Serbia ne ottenesse uno. Se ci
sarà o meno un governo non sono in grado di dirlo nemmeno coloro da cui
ci si aspetta a diritto una tale risposta, cioè coloro che si sono
legittimati con i voti dei cittadini durante le scorse elezioni e in
base a tali voti hanno occupato i posti in parlamento. L'opinione
pubblica locale è più che abituata al fatto che le trattative sulla
formazione del governo durino a lungo e siano faticose. Questa prassi si
ripete dal 2001. Solo nel periodo di Milosevic, il governo veniva
formato a tempo di record, senza troppi dilemmi e dissensi. Ma questo
probabilmente è rimasto un fatto legato a quei tempi autoritari.
Oggi, quando in Serbia la democrazia sta appena sbocciando, i partiti
della cosiddetta area democratica devono trattare a lungo e in modo
dettagliato sulla formazione del governo. Si capisce che la soluzione
dei quadri non è di un'importanza decisiva, ma è però indispensabile
stabilire a chi spetta il posto del premier, e chi nel periodo
successivo occuperà i ministeri che sono d'importanza strategica. E
mentre continua la gara di astuzia, la Serbia "vive" in transizione, nel
passaggio dall'uno all'altro governo, o verso nuove elezioni, con una
finanziaria temporanea, con un parlamento che non si unisce, con decreti
incostituzionali, con un governo che ha un mandato limitato. E con la
soluzione dello status del Kosovo. Il tempo certo non manca, ce n'è
abbastanza. La formazione del governo o una nuova tornata elettorale può
protrarsi fino a giugno. Quindi, non ci resta che munirci di pazienza.
E mentre il Partito democratico (DS) sta cercando accordi con il Partito
democratico della Serbia (DSS), e il G17 plus fa da tramite, appoggiando
ora l'una ora l'altra parte, i cittadini ancora una volta invitano i
politici a riprendere il senno e a formare finalmente un governo.
In un sondaggio d'opinione pubblica da poco concluso e svolto dallo "Strategic
marketing" di Belgrado, addirittura il 67 per cento dei cittadini crede
che la cosa migliore sarebbe formare subito un nuovo governo, mentre il
21 per cento crede che la cosa migliore sarebbe andare di nuovo a
votare.
Oltre il 50 percento degli intervistati crede che l'opzione più
realistica sia un governo composto da DS, DSS e G17plus, ma soltanto il
28 per cento crede che questa sarebbe la combinazione migliore. Un
quinto degli intervistati vedrebbe volentieri il Partito radicale serbo
in coalizione con il DSS, ma soltanto pochi credono che un tale governo
potrebbe nascere.
Come premier, gli intervistati vorrebbero vedere Bozidar Djelic, il
candidato del DS (32 per cento), Tomislav Nikolic (29) e Vojislav
Kostunica (22). Il presidente della Serbia Boris Tadic rimane ancora il
politico più popolare, seguito dai radicali Tomislav Nikolic e
Aleksandar Vucic. La cosa interessante è che al quarto posto c'è Djelic,
che ha superato Kostunica, Ilic e Dinkic. A giudicare quindi dai
risultati, i democratici, oltre a Tadic, ottengono un altro politico in
cui i cittadini ripongono la fiducia.
Così i cittadini. I politici invece dicono che le consultazioni
proseguiranno dopo le feste. Una nuova svolta nel processo di trattativa
per la formazione del nuovo governo si è verificata dopo che all'inizio
di marzo il DSS e il G17 plus, durante una riunione comune si sono messi
d'accordo sul così detto "sesto principio" che indica la divisione delle
responsabilità per le cariche più alte del Paese. In altre parole, il
sesto principio si basa sull'idea che lo stesso partito non può ottenere
il posto del premier e il posto del presidente della repubblica, e con
ciò in modo esplicito viene comunicato al DS che Kostunica sarebbe
l'unico candidato possibile per la guida del governo.
Al DS hanno subito rifiutato il sesto principio, e al riguardo Tadic ha
dichiarato a B92 che la discussione "non ha senso", e che questo
principio sarebbe logico "soltanto nel caso in cui il presidente non
venisse votato dai cittadini, ma dai partiti del parlamento".
Una settimana dopo la pubblicazione del "sesto principio", in Serbia è
venuto fuori "il principio nullo", il cui creatore è il Partito
democratico. Non volendo rimanere in debito rispetto ai sofisti del DSS
e del G 17 plus, il DS ha chiesto lo scioglimento della coalizione a
livello locale con i radicali e socialisti. Secondo le valutazioni del
Centro per le libere elezioni e per la democrazia, "il principio nullo"
avrebbe come conseguenza la caduta del governo di 52 comuni del Paese,
inclusi Novi Sad, Kragujevac e Nis.
Dopo "la boxe dei principi", il DS e il DSS hanno tenuto un'altra
riunione bilaterale dove si sono accordati per continuare a mettersi
d'accordo. Il DS continua a considerare il "sesto principio" come un
sasso in cui s'inciampa, mentre il DSS dice che il "principio nullo" è
superfluo perché entro la fine dell'anno sono attese le elezioni locali
e l'adozione della modifica della Legge sulle elezioni locali, dopo di
che avrà senso pensare a nuove coalizioni.
Ospite a "Kaziprst" [trasmissione di B92], Slobodan Vucetic, ex
presidente della Corte suprema della Serbia ha dichiarato che il Paese
si trova in una crisi istituzionale. Vladimir Goati di Transparentnost
Srbija crede che i leader dei partiti abbiano fatto della Serbia uno
stato imprigionato e bloccato. Nella dichiarazione per B92 Goati dice
che si sta spendendo il tempo delle future generazioni e che i politici
hanno mostrato "un'eccezionale impreparazione nel dar vita ad una
coalizione di governo in una situ azione
sufficientemente chiara". Per fare un esempio, già ora è in attesa al
nuovo parlamento la votazione di circa 70 nuove leggi che sono di
un'importanza cruciale per il proseguimento delle riforme.
Il problema successivo riguarda il finanziamento del budget. La
finanziaria temporanea era prevista entro la fine di marzo, e dal
momento che questo termine si stava avvicinando il Governo ha fatto il
Decreto sul finanziamento temporaneo del budget. Contro questa decisione
si sono espressi il DS e il G17 plus considerandola incostituzionale. I
rappresentanti dei radicali hanno persino dichiarato che con il decreto
sul finanziamento "è stata fatta una sorta di colpo di stato".
Il DS aveva chiesto che il parlamento si unisse urgentemente al fine di
adottare alcune modifiche alla Legge sul finanziamento del budget per
evitare la violazione della Costituzione, ma questa iniziativa è stata
rifiutata. Il ministro dimissionario Milan Paridovic, appartenente al
DSS, ha chiesto ai giornalisti e ai cittadini: "Se anche la decisione
fosse illegittima cosa avrebbe potuto fare il governo", aggiungendo che
la legge prevede "un basilare comportamento di principio nel caso di
bisogno estremo".
A ciò il gabinetto di Tadic ha reagito comunicando che è indispensabile
un'immediata riunione del parlamento, l'adozione delle modifiche di
legge, e solo dopo si potranno emanare i decreti, e con ciò il processo
sarebbe riportato sotto la garanzia della Costituzione e della legge.
Alla prossima seduta del parlamento, il DS esporrà anche l'iniziativa
sull'elezione urgente del presidente temporaneo del parlamento, e per
questa funzione hanno candidato Milena Milosevic, la presidentessa del
comune belgradese di Vracar. Il DSS crede che sia assurdo scegliere una
presidentessa temporanea, ma che bisogna aspettare la fine delle
trattative e la decisione su tutte le cariche più importanti.
Per finire, come una bomba è tuonata la dichiarazione di Milos Aligrudic
del DSS sul fatto che questo partito non può del tutto e fino in fondo
rifiutare la formazione di una coalizione con i radicali. Anche se
questa uscita in seguito è stata un po' ridimensionata, è chiaro che il
DSS ha lanciato il segnale più forte che c'è stato fino ad ora su come
questo partito tiri i fili e detti il tempo della creazione del governo.
Una posizione comoda, non c'è che dire. Manca solo che qualcuno si
ricordi dei cittadini.(www.osservatoriobalcani.org 10.4.2007)
Una scadenza piena
di insidie
di Christian Elia
‘’Nessuna Costituzione precedente è passata per
la conferma popolare. L’approvazione della metà più uno della
popolazione dà a questo documento un valore storico. La nuova
Costituzione porterà stabilità alla Serbia, perché svincolata
dall’appartenenza a qualunque personaggio politico, partito o
governo”. Così ha detto il presidente serbo Vojislav Kostunica, in
un incontro svoltosi ieri a Belgrado con il rettore e i docenti
dell’Università della capitale serba.
Verso
il referendum. La scadenza elettorale si avvicina: il 28 e
il 29 ottobre il popolo serbo sarà chiamato alle urne per approvare
la nuova Costituzione varata dal Parlamento il 28 settembre scorso,
con i voti favorevoli di tutti i 242 deputati presenti in aula. Il
processo costituzionale era fermo al dicembre 2000, quando il regime
di Milosevic venne rovesciato e, da allora, si attendeva una riforma.Il
passaggio che fa più discutere della nuova Legge fondamentale è il
preambolo, dove si sottolinea che “a partire dalla tradizione
statale del popolo serbo e dall’uguaglianza di tutti i cittadini e
delle comunità etniche in Serbia, a partire anche dal fatto che la
provincia di Kosovo e Metohjia (come la chiamano i serbi per i quali
Kosovo significa "Campo del merlo" e Metohjia significa "Patrimonio
della Chiesa", perché il territorio apparteneva alla Chiesa
Greco-ortodossa) è parte integrante del territorio della Serbia, che
gode dello stato di autonomia sostanziale nel quadro dello stato
sovrano della Serbia e che da tale condizione seguono gli obblighi
costituzionali di tutti gli organi statali di rispettare e difendere
gli interessi della Serbia in Kosovo e Metohjia”. Sembra un requiem
per i colloqui in corso a Vienna dove le Nazioni Unite, che di fatto
governano il Kosovo dalla fine della guerra nel 1999, stanno
tentando di trovare una soluzione entro la fine del 2006 per lo
status della provincia. “E’ una decisione unilaterale. Non credo che
sarà un ostacolo per le discussioni sullo statuto”, ha minimizzato
Lurfi Haziri, vice primo ministro del Kosovo, “anche se la
Costituzione serba creerà dei problemi per la normalizzazione delle
relazioni tra un Kosovo indipendente e la Serbia”.
Minoranze
garantite, ma sul piede di guerra. Kostunica, per
rasserenare la comunità internazionale, ha sottolineato come la
Costituzione rispetti tutti i parametri europei per il
riconoscimento delle autonomie locali e come sancisce la specificità
delle situazioni del Kosovo (dove la maggioranza della popolazione è
albanese) e della Vojvodina, che ha una comunità ungherese pari a
circa il 3,5 percento della popolazione della Serbia. Ma le
minoranze accusano il testo di essere stato elaborato senza un
dibattito pubblico e criticano l’inserimento nel preambolo del
riferimento al Kosovo. Gli albanesi hanno già dichiarato che
boicotteranno il voto, mentre i leader della comunità ungherese
hanno lasciato libertà di scelta ai cittadini e infine i
rappresentanti della lista per il Sangiaccato, partito dei
bosgnacchi, ha invitato i suoi sostenitori a votare per
l’approvazione. I bosgnacchi sono i discendenti di indigeni
convertiti all'Islam durante il periodo Ottomano della Bosnia, che
si caratterizzano per il loro legame alla regione storica della
Bosnia, la loro tradizionale adesione all'Islam e la loro comune
lingua e cultura.
La situazione è al momento molto fluida. Quasi
sicuramente la Costituzione verrà approvata, ma resta da vedere come
potrà sovrapporsi al negoziato sul Kosovo. La Serbia ha già visto
allontanarsi il Montenegro, dopo il referendum del maggio scorso, e non
può permettersi di perdere anche il Kosovo, che ha un valore unico
storico – religioso per la cultura serbo – ortodossa. Allo stesso tempo,
gli albanesi kosovari hanno sempre fatto capire che non accetteranno
nulla meno dell’indipendenza. La situazione non sembra presagire nulla
di buono. (PeaceReporter 10.10.06)
Kostunica a Roma, il difficile compromesso sul Kosovo
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Un compromesso è quello che
ha suggerito il governo italiano, e un compromesso è quello che
sta ricercando Kostunica in merito alla complicata vicenda che
riguarda la possibile autonomia del Kosovo dalla Serbia.
Sostanzialmente interlocutoria si è rilevata la visita nel
nostro Paese del premier serbo Vojiaslav Kostunica di mercoledì
scorso, che ha incontrato il ministro D’Alema, il ministro Amato
ed il premier Prodi. Al centro degli incontri, oltre agli
aspetti di lotta alla criminalità e di controllo delle frontiere
discussi con Amato, la questione irrisolta e tornata nuovamente
al centro delle preoccupazioni della comunità internazionale: la
richiesta degli albanesi del Kosovo di richiedere
l’indipendenza, e la conseguente paura della minoranza serba di
ritrovarsi a vivere in terra straniera –e forse ostile- senza
l'ombrello protettivo della terra madre.
Il primo ministro serbo pur ribadendo la totale contrarietà
all'indipendenza dei kossovari: “la Serbia non accetterà che sul
proprio territorio venga costruito un altro Stato e che parte
del suo territorio venga smembrato”, ha cercato di smarcarsi
dall'angolo dove i recenti avvenimenti rischiano di collocare il
governo serbo (indipendenza del Montenegro, rottura del percorso
di avvicinamento all'Ue a seguito della mancata consegna al
tribunale penale internazionale dell'Aja dei ricercati serbi)
proponendo un percorso internazionale condiviso per giungere ad
“un’autonomia al massimo livello”.
Il governo italiano ha scelto la via della prudenza, e ribadendo
l'impegno di condurre nell'alveo della comunità europea tutta
l'area dei Balcani ed anche la Serbia, si è espresso per la
ricerca di una “soluzione condivisa” in merito allo status che
il Kosovo dovrà assumere. La maggiore preoccupazione del governo
di Belgrado è quella rappresentata dall'idea che la comunità
internazionale, visto l'esito pacifico della secessione
montenegrina, possa stabilire una sorta di coazione a ripetersi
anche per il Kosovo. Infatti, il consigliere per la politica
internazionale di Kostunica Aleksander Simic che durante la
visita del premier serbo ha incontrato la stampa estera, ha
voluto chiarire in maniera inequivocabile la differenza tra le
due realtà: “Il Montenegro al contrario del Kosovo che da secoli
è parte integrante della Serbia, è sempre stato un Paese
indipendente che si era federato alla Serbia per propria scelta,
riservandosi il diritto di separarsi qualora lo richiedessero i
suoi interessi nazionali.” Chiaro il messaggio, quindi, nessun
parallelismo tra Kosovo e Montenegro.
Se è appunto possibile considerare interlocutorio l'incontro di
mercoledì scorso, la stessa scelta di Kostunica di venire a
Roma, e dei nostri ministri di organizzare l'incontro, riveste
in questo momento un importante occasione di iniziativa politica
dell'Italia nei confronti dell'area dei Balcani, ed un atto di
netta discontinuità nei confronti del passato governo di
centrodestra che aveva clamorosamente eliminato dall'agenda
politico-diplomatica quell'area dell'Europa così vicina
all'Italia non solo geograficamente. La stabilità e il futuro
dei Balcani è una priorità strategica per l'Italia, dovrebbe
esserlo anche per l'Europa. Il rischio che si possa tornare ai
cupi anni '90 non è fuori dall'ordine delle cose possibili. (AprileOnline
07.07.06) |
Il Kossovo dimentichi l'indipendenza
|
di Vittorio Strampelli
La Serbia è pronta a
trovare un compromesso sullo stato della provincia meridionale
del Kosovo, stretto tra una minoranza serba e una maggioranza
albanese che da anni chiede a gran voce l'indipendenza. Il
premier Vojislav Kostunica, in visita ieri al monastero serbo
ortodosso di Gracanica, a poca distanza da Pristina, capitale
della provincia kosovara, si è detto disposto a sedersi al
tavolo delle trattative e a discutere. Qualunque cosa, ma di
indipendenza non se ne parla. Una “ampia autonomia” è il massimo
che si può fare, ma la Serbia non permetterà che “il Kosovo
venga separato”.
Una visita delicata, quella di Kostunica: ieri, infatti,
ricorreva l'anniversario della Battaglia di Kosovo Polje,
combattuta e persa contro le schiere ottomane dalle forze del
regno serbo nel fatidico giorno di San Vito – il 28 giugno,
appunto – del 1389. Nei secoli, la “Piana dei Merli”, teatro
eponimo dello scontro, è assurta a simbolo del risveglio
nazionale e a suggello d el
legame storico con una provincia, quella del Kosovo, che i serbi
tuttora considerano come la “culla” della propria civiltà. Da
Gracanica, infatti, il premier ricordava che il suo Paese vuole
“la verità, il diritto e la pace”, e che il compromesso con gli
albanesi verrà ricercato nel rispetto di una sovranità che “ha
radici antiche e intangibili”. Non a caso, nel seicentesimo
anniversario dei fatti del giorno di San Vito – correva l'anno
1989 – un giovane Slobodan Milosevic pronunciava proprio da
Kosovo Polje il discorso che avrebbe dato il via alla rinascita
del nazionalismo serbo e alla sua sanguinaria ascesa, cavalcando
le recriminazioni nazionali della minoranza serbo-kosovara in un
comizio oceanico e infuocato.
Il premier Kostunica è giunto al monastero di Gracanica con un
certo ritardo, dovuto ad un blocco stradale attuato da militanti
dell'organizzazione non governativa kosovaro-albanese
“Autodeterminazione” e rimosso solo dopo l'intervento della
polizia locale, cui hanno fatto seguitogli arresti di decine di
manifestanti. Ma prima ancora di varcare la porta del monastero,
il premier teneva a chiarire: “Il Kosovo è sempre stato e sempre
rimarrà parte della Serbia”. Il vescovo Artemije, della Chiesa
ortodossa serba, gli ha poi dato man forte al termine della
cerimonia commemorativa, dichiarando che “il Kosovo deve restare
ciò che è sempre stato... la Gerusalemme serba”. L'insieme della
Serbia, ha detto il vescovo, è come un tempio: “Il Kosovo è il
suo altare, e non vi sono templi senza altari”.
Quella di ieri è la seconda visita che Kostunica serbo compie
nel monastero di Gracanica da quando ha assunto la carica di
primo ministro, nel 2004. Una visita tanto attesa da ciò che
resta dell'oramai assediata comunità serba locale, quanto “non
gradita” dagli albanesi, secondo il presidente del parlamento di
Pristina, proprio per l'atteggiamento rigidamente
anti-indipendentista di Kostunica. Il primo ministro kosovaro
Agim Ceku ha, tuttavia, preferito non rispondere con polemiche
dirette, minimizzandone anzi la portata e paragonandola alle
missioni che molti premier stranieri – come pure altri leader
serbi dell'era post-Milosevic – “hanno potuto compiere in Kosovo
negli ultimi anni”.
La visita del primo ministro serbo ha richiesto l'autorizzazione
dell'Unmik, la missine delle Nazioni Unite in Kosovo. Il Kosovo
è infatti una provincia ancora formalmente sotto sovranità
serba, ma di fatto amministrata dall'Onu sin dai bombardamenti
Nato che nel 1999 portarono alla fine delle repressioni
anti-albanesi e alla cacciata delle forze del vecchio regime
belgradese di Milosevic.
Il nazionalista moderato Kostunica, tuttavia, non ha potuto
recarsi di persona al fatidico Campo dei Merli, dal momento che
l'Unmik non si è sentita di garantirne la sicurezza. Ma con la
sua sola presenza e un intervento pubblico denso di richiami
alla storia ha voluto ribadire la contrarietà del suo governo
all'indipendenza del Kosovo, posizione osteggiata da numerose
cancellerie occidentali – oltre che in contrasto con la volontà
degli albanesi – ma riconfermata anche due giorni fa a Londra,
durante un incontro con Tony Blair.
Nel mese di luglio, inoltre, dovrebbe concretizzarsi un incontro
di alto livello tra rappresentanti del Kosovo e serbi nel quadro
dei colloqui bilaterali che nei mesi scorsi hanno permesso alle
parti di cominciare a discutere di una sistemazione futura della
provincia. Finora il tema del futuro status della provincia non
era mai stato affrontato direttamente dai rappresentanti delle
due parti e l'incontro dovrebbe proprio consentire di aprire
anche questo capitolo rappresentando quindi un importante banco
di prova, dopo gli scarsi risultati dei sei round di negoziati
che si sono tenuti fino ad oggi a Vienna. Intanto, Kostunica,
sarà a Roma la settimana prossima per incontrare il presidente
del Consiglio italiano, Romano Prodi, nell'ambito di una serie
di visite nei Paesi europei per discutere dei rapporti di
Belgrado con Ue e Nato e cercare di ottenere un sostegno alla
sua posizione sul dossier kosovaro.(AprileOnline 29.06.06)
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Kossovo: a proposito
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Contro la Guerra

Sosteniamo la campagna
delle adozioni a distanza a favore dei figli dei
lavoratori della Zastava
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Simovic Milica, alunna della VIII B
della scuola Os Nirko Jovanovio di Kragujevac,
figlia di un lavoratore della Zastava ha inviato
questa poesia agli operai di Brescia
Dov’è questo mare , delle lacrime dei bambini
che ogni giorno diventa più grande?
Si trova forse su qualche carta geografica
perché lo veda tutto il mondo?
Si è abbattuta una tempesta feroce
su questo pallido mare .. delle
lacrime dei bambini.
E' stata la tempesta a distruggere i sogni
oppure è stato il frutto delle mani
di qualcuno?
Però i bambini hanno trovato l'aiuto di persone
che combattono per i diritti dei
bambini
Persone che amano e saranno amate.
Perché questo si chiama amicizia |
Costituita dai
delegati Rsu l'Associazione "Non
Bombe ma solo Caramelle - Onlus"
-
I dettagli archivio
fotografico |
di uno stato indipendente
di Gianfranco Brusasco
Il Ministro degli Esteri
Fini ha pubblicato, durante le feste di fine anno, un intervento con cui
fa il punto sulla strategia europea nei Balcani” a dieci anni da Dayton
ed a sei dall’intervento NATO in Kosovo”. Egli sostiene che non si può
“non compiacersi dei progressi messi a segno in questi anni”,
attribuendone, se non altro per “dovere” del suo ruolo stesso, gran
parte del merito alla diplomazia italiana.
Sarebbe un’osservazione
da lasciar cadere nella sua nullità, se non fosse che chiunque abbia
occasione di viaggi all’estero o contatti con diplomatici stranieri,
uomini d’affari ecc., in Italia, ha potuto constatare senza ombra di
dubbio la sostanziale vacuità di queste affermazioni, a confronto con
una realtà, da tutti lamentata, di “sparizione” sostanziale dalla scena
internazionale, come dimostrano, scegliendo solo alcuni dei molti
esempi, il perdere continuamente colpi nel Mediterraneo, anche per un
ostentato disinteresse a partecipare alle iniziative con rappresentanza
di livello adeguato, a vantaggio di Paesi più attenti alle occasioni che
contano, più dinamici, più aperti al confronto, quali, ad esempio la
Spagna: basterà citare l’atteggiamento risentito di molti leaders arabi
per “sgarbi” di vario genere, culminanti nel contenzioso con la Libia,
per promesse avventate ovviamente non mantenute, risentimento dimostrato
con la mancata nomina del nuovo Ambasciatore presso la Repubblica
(mentre è, ovviamente, attivo quello presso il Vaticano) e nel
congelamento dei rapporti economici con centinaia di aziende italiane,
che avevano vinto appalti che sono stati bloccati, mentre quelle che
hanno già terminato i lavori non vengono pagate; i tentativi dei “cari
amici Gerardt, George W., Tony e Jacques”, di “farci fuori” dalla
riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, così come già ci hanno
fatto fuori, praticamente, dai vertici “informali” tra i big dell’Unione
Europea, che, guarda caso, vedono sempre e solo esclusa (per carità:
informalmente !) l’Italia, alla cosiddetta “troika” che tratta sul
nucleare con l’Iran, Paese che, invece, ci aveva espressamente
richiesto di farne parte.
In altre parole,
un’assenza, tangibile, di una nostra politica estera, ci emargina sia
nei confronti di chi ha una politica autonoma, sia di coloro verso i
quali ci limitiamo a supina e passiva piaggeria. In ogni caso, nei
Balcani ben pochi sono i reali progressi di cui potersi vantare, flebili
le tracce di rapporti nuovi basati su comprensione, accettazione
reciproca, coesistenza effettiva: inviati speciali e reparti militari
sia ONU sia EU, sia NATO, in realtà, finiscono con il “gestire la
separazione etnica” come in Bosnia Herzegovina, con tre repubbliche solo
blandamente e formalmente unite, in Macedonia, in Kosovo, appunto, in
Montenegro, con milioni di profughi che, giorno dopo giorno, perdono la
speranza di tornare a casa, e dove episodi di violenza etnico/religiosa
possono esplodere, ed esplodono, in qualsiasi momento. Forse l’on. Fini
ha ragione nel sostenere che i problemi dei Balcani potrebbero
probabilmente essere risolti (o, almeno, sedati !) solo nel quadro
dell’ulteriore e definitivo allargamento dell’Unione Europea, che
giunga, alla fine del processo, a conglobare tutti i Paesi della
penisola e dintorni, come sta avvenendo con i procedimenti aperti per
Turchia, Bulgaria, Croazia, Romania e con le “missioni di verifica” in
corso con altri, tra cui, appunto, il Kosovo.A parte l’amara
constatazione che il decennio ed oltre, di guerre e lutti, specie
nell’ex Jugoslavia (ma anche altrove, vedi Albania), culminati con lo
sfascio di quella Confederazione, é stato causato proprio anche
dall’intempestivo riconoscimento dell’indipendenza di alcune delle
repubbliche federate, proprio da parte di alcuni Paesi leader
dell’Unione stessa (e del Vaticano). Ma, ormai, é acqua passata, le cose
sono andate come sono andate. Ora si tratta, caso mai, di verificare le
condizioni e le eventuali contro indicazioni per un futuro, più o meno
prossimo, ingresso dei nuovi Stati. E qui sorgono, da parte di molti,
obiezioni serie per quanto riguarda alcuni di questi possibili ingressi,
in particolare il Kosovo.
 
prima e dopo
Non si tratta
ovviamente, di un problema religioso, come l’ottusa opposizione di
alcuni all’ingresso della Turchia in nome di fumose affermazioni sulle
pretese “radici cristiane dell’Europa” (ma costoro sono davvero sicuri
che questa formula venga letta in modo almeno sufficientemente simile
dal Papa di Roma, dell’Arcivescovo di Canterbury, dal Patriarca di
Gerusalemme ?). La Turchia è, certamente, uno stato islamico, ma
indipendente da secoli, laico da quasi uno, anche se con problemi sia di
difesa coerente dei diritti umani e di rispetto delle minoranze, sia di
una presenza politica, spesso ingombrante, di componenti politiche si
ispirazione fondamentalista, le quali, però, non pretendono o non
possono scardinare la sostanziale laicità dello Stato. Il quale Stato,
in tutte le se articolazioni, è costretto anche a difendersi da attacchi
integralisti che non disdegnano, al caso, di passare ad azioni
terroristiche vere e proprie. Ma, e il Kosovo ? Intanto, non è (ancora)
uno Stato de jure, anche se, di fatto, è già separato dalla
Serbia, tanto da aver addirittura adottato come moneta propria l’euro,
abbandonando il dinaro. Questa separazione di fatto è frutto di una
guerra e di un’occupazione militare internazionale. La sua definitiva
separazione, anche secondo missioni internazionali ad hoc,
avverrebbe proprio contro questo Paese, che non sembra disposto
ad accettarlo, anche perché nel territorio che dovrebbe perdere, vede la
culla della sua identità nazionale, dal punto di vista culturale e
religioso, anche se oggi, demograficamente, la situazione non è più
così, anzi la presenza serba è marginale.
Nei poco più di 10.000
kmq (per capirsi con un esempio italiano, circa quanto l’Abruzzo),
vivevano all’inizio degli anni ’90, due milioni di abitanti (come in
Calabria, grande però una volta e mezza). Questi 10/15 anni di
battaglie, li hanno ridotti ad un milione e mezzo, quasi solo di etnia
albanese e di religione musulmana, perché il mezzo milione di serbi se
ne è fuggito in aree con maggioranza delle propria etnia e religione
ortodossa.
Formalmente, la
Risoluzione ONU 1244 ne ha fatto una provincia, con larga autonomia
dall’Unione Serbo-montenegrina, che ne conserva, però, la sovranità. Ha
una Costituzione, un Governo ed un Parlamento autonomi, eletti
abbastanza democraticamente. I Serbi superstiti, non più del 5% del
totale, dovrebbero essere raggruppati in cinque aree interne al Kosovo,
ma, a loro volta, autonome, ma in modo non chiarito dalla Risoluzione
stessa.L’autonomia è però garantita dalla protezione militare della NATO
e dalla Amministrazione Provvisoria ONU (Missione UNMIK). Chi, a questo
punto, non trova più spazio né rappresentanza è proprio la componente
serba della popolazione, poiché anche le trattative avvengono tra i
Kosovari di origine albanese e la Confederazione di Serbia, come i
colloqui che avvengono di tanto in tanto in Svizzera, ma con basi di
partenza molto distanti: per gli uni, sola soluzione è l’indipendenza,
mentre gli altri adattano tattiche dilatorie pur di non sancire proprio
questo punto.
La situazione è molto
meno stabilizzata di quanto lasci credere una lettura disattenta e
superficiale: ad esempio appena il 13 dicembre scorso, nella parte
occidentale della Provincia, sotto amministrazione ONU dal 1999, un
reparto Romeno di Polizia è stato attaccato a colpi d’arma da fuoco da
un commando di 14 persone. A metà dell’anno scorso un’ondata di
violenza anti serba, con decine di morti e feriti, ha provocato
un’ulteriore fuga di 4.000 Serbi, alla salute di tutti i programmi di
rientro dei profughi alle loro case. Il Rappresentante ONU, Holkeri, ex
Primo Ministro finlandese, alla luce di tutto ciò, ha parlato di
“drammatici passi indietro”, prima di dimettersi.Anzi, la presenza di
truppe e personale internazionale, ha come conseguenza diretta un
impressionante aumento della prostituzione, del gioco d’azzardo, del
contrabbando di armi e di stupefacenti. Tutti terreni di coltura per
l’esportazione degli stessi fenomeni, da parte di bande sempre più
agguerrite sui terreni del commercio umano, della droga, della
prostituzione, delle armi, appunto, verso l’Europa.
Ora, una missione
dell’UE sembra prevedere l’ingresso del Kosovo nell’UE, come “regione
autonoma” , come qualcuno, in Europa dice da tempo. E’ chiaro che una
formula simile non starebbe in piedi, poiché mai si è previsto
l’ingresso di una sola parte di uno Stato (vedere esperienza di Cipro,
al riguardo), e, quindi, non può significare altro che la separazione.Ma
il problema certamente più grave, rimane quello del Kosovo, divenuto
ricettacolo di tutti i violenti ed i terroristi. Si è discusso a
lungo sulla reale natura dell’UCK e sul suo attuale “disarmo, senza
esaurisce la questione. I Kosovari tendono a considerarla
insignificante, ma non c’è dubbio, come dice il filosofo kosovaro
Shkelzen Maliqi, che: “Gli albanesi [kosovari] dopo molti anni di
pesante repressione sentono che è giunta la svolta e che sono liberi”.
Quanto alla criminalità Maliqi sostiene, capziosamente, che “non è
superiore a quella delle altre parti dell’ex Jugoslavia, dove sono gli
stessi alti poteri ad essere collusi con la criminalità”.Più espliciti
sono, ad esempio, cooperatori italiani operanti da anni sul posto. “Se
non si affronteranno i nodi reali, il Kosovo continuerà ad essere la
polveriera dei Balcani”. I 70 giorni di bombardamenti che hanno
distrutto il tessuto economico della Serbia, l’hanno costretta a subire
un periodo di interregno internazionale in Kosovo, periodo che sarebbe
dovuto sboccare nell’indipendenza. Ma questo non è stato detto
esplicitamente ed ognuno ha fatto finta di credere che, alla fine, ci
sarebbe stata la soluzione che lui prediligeva. Ma dopo 5/6 anni di
amministrazione internazionale, la maggior parte della popolazione non
ha ancora erogazione regolare di acqua e luce, i servizi alla persona
sono inesistenti, la disoccupazione è al 60%, non c’è attività
produttiva, ma fiorisce un mercato nero controllato dalla criminalità e
basato su traffici di droga, armi, esseri umani”. Miliardi di Euro spesi
e centinaia di ONG che sono passate per il Kosovo, non hanno risolto i
problemi delle condizioni di vita, ma solo dato vita al “più grande
circo umanitario, che la storia abbia mai visto”.
La compagine
internazionale non ha messo in moto un processo di riconciliazione ,
ma più facili processi di progressiva segregazione e difesa armata dei
diversi gruppi nazionali. Un Trentino che ha operato due anni in Kosovo,
cita un esempio emblematico: viveva con altri Italiani in una casa
ottomana del 1860 e solo questa presenza aveva impedito, ripetutamente,
che estremisti albanesi la bruciassero. Accanto c’era una Chiesa
ortodossa, presidiata 24 ore al giorno da blindati e militari italiani.
Quando il comando ha ritenuto che la situazione si fosse calmata a
sufficienza, ritirando il presidio, nel gito di pochi giorni la Chiesa è
stata bruciata. I pochi profughi serbi rientrarti, lo hanno fatto
secondo criteri di “difendibilità” espressi dai comandi militari, salvo
i casi, peggio ancora, in cui dopo poco, si capiva che non erano
difendibili, come le 25 case ricostruite a Bijelo Polije, assegnate a
Serbi rientrati, poi evacuate per consiglio degli stessi militari NATO
ed, infine, incendiate dai Kosovari: il tutto nel giro di un anno.Ma il
capitolo più inquietante, come detto, è ancora un altro: i rapporti
tra la situazione del Kosovo e il terrorismo internazionale. La
forma più “moderna” e tragica di terrorismo è quella di Ben Laden con la
sua al Qaeda. La sua area ed il suo periodo di incubazione risalgono
allo sciagurato intervento di Breznev, nel 1978, in Afghanistan, a cui,
in qualche modo, si può collegare tutto quanto, o quasi, é successo
negli ultimi anni, dall’Algeria alle Twin Towers, da Gaza alle
Guerre nel Golfo ed in Afghanistan stesso, fino ad al Zarqawi e la
tragica situazione nell’Iraq di oggi.
Del resto, il nome
stesso di al Qaeda è legato a quel primo momento: si tratta infatti
semplicemente della parola araba che significa “la base”, intesa proprio
come luogo in cui la CIA e le altre organizzazioni più o meno occulte
statunitensi, trasportavano, addestravano, armavano, finanziavano, ecc.,
i volontari musulmani per combattere contro i Sovietici. L’obiettivo fu
raggiunto, l’URSS sconfitta, mettendo addirittura le basi per il suo
prossimo tracollo, ma tutti questi “volontari”, una vera e propria
internazionale integralista, avevano imparato un mestiere che ben presto
presero ad esercitare a casa loro o in altre parti del mondo. Non a
caso a lungo, in Algeria, i più feroci massacratori erano noti come “la
brigata afghana”, Ben Laden ed alcuni dei più stretti collaboratori,
proprio là si erano addestrati, finché i loro epigoni presero il potere
proprio in Afghanistan, trasformandolo in una vera e propria meta del
“pellegrinaggio di tutte le jihad” dei volontari sauditi,
maghrebini, egiziani, mediorientali, indonesiani, filippini e, last
but not least, europei: ceceni, bosniaci, kosovari. Tutte presenze
comprovate dai successivi arresti e dalle deportazioni, ad esempio, a
Guantanamo (ma una piccola Guantanamo verrà denunciata anche proprio in
Kosovo da un teste non sospettabile di simpatie “rivoluzionarie” come il
Commissario europeo Gil Robles). Gia, perché nel frattempo la
disgregazione dell’URSS aveva riportato la situazione del Caucaso a
quella del lontano passato, con le follie sanguinarie, le velleità
separatiste ed il ritorno alle faide personali, familiari, tribali,
condite con il sacro odio etnico/religioso. Ecco, quindi, che gli stessi
“combattenti” si ritrovano in due aree d’Europa: in Cecenia e nei
Balcani, appunto; ed anche qui sono documentate le presenze degli Arabi
e degli integralisti di ogni parte del mondo. Allo stesso tempo,
infatti, si combatte per la propria sacra causa e ci si addestra per gli
obiettivi futuri.
Queste due aree, anzi,
diventano i terreni di addestramento ante litteram, di quanto si
avrà, poi, in Afghanistan ed infine in Iraq. Le cronache documentano
queste presenze, prima a Sarajevo, dove, però, la particolare attenzione
internazionale chiuse loro molti spazi, poi in Cecenia ed in Kosovo. Di
solito, tra i più feroci e barbari exploits dei Ceceni (teatro di
Mosca, scuola di Beslan, ecc.), la presenza di “stranieri” o “arabi”,
come vengono chiamati, è documentata; al contrario, quando il
governatore talebano della provincia afgana in cui vennero distrutti i
monumenti giganti di Buddah, venne chiamato a giustificarsi, disse
serafico che lui era contrario, ma la decisione era stata imposta dai
“consiglieri” arabi e ceceni.
L’attività di al Qaeda
nell’ex Yugoslavia tra il 1992 ed il 1995 é documentata, come
l’addestramento di gruppi di combattenti “dormienti” e l’accumulo di
armi, che continuarono proprio in Bosnia ed in Kosovo. In seguito, il
Ministero degli Affari civili della Bosnia-Herzegovina avrebbe fornito,
subito dopo la guerra, passaporti bosniaci ad almeno 900 ex combattenti
musulmani, permettendo loro di “sparire” confondendosi con i cittadini
musulmani profughi di guerra. Altri, non quantificabili, avrebbero
acquisito la cittadinanza legalmente, sposando donne del luogo. Di
questi, forse, 400 vivrebbero attualmente ancora in Bosnia, di cui
almeno 30 – potenziali attentatori suicidi ? – nelle zone direttamente
controllate dallo SFOR/NATO. In alcuni villaggi più isolati vivrebbero
ancora oggi delle piccole comunità pronte ad obbedire ad un ordine di
mobilitazione. Lo stesso UCK (Esercito di liberazione del Kosovo) aveva
(ha ancora ?) rapporti con al Qaeda ed un villaggio bosniaco è diventato
un bastione dell’estremismo wahabita nei Balcani. Del resto, non meno di
sei cittadini bosniaci, catturati in Afghanistan. sono stati aggregati
al nefasto campo di Guantanamo, in mano USA.
Esperti jugoslavi non
esitano a sostenere che “la situazione dal Kosovo è ancora peggiore di
quella bosniaca”, specie poiché sfuggono alla più massiccia presenza
internazionale e alle stesse componenti etnico/religiose, che, in
qualche modo, si controllano a vicenda, mentre, emarginate le autorità
serbe, nessuno si è assunto tale compito in questa provincia. Al Qaeda
era presente anche qui già prima dell’11 settembre, poi sono noti i
legami con l’UCK, che, per altro, gli stessi Stati Uniti non esitarono
ad usare nella guerra contro la Jugoslavia. Quando i finanziamenti che
giungevano dall’America,non bastarono più, venivano integrati con quelli
della rete criminale, nel frattempo messa in piedi, con rapporti con
tutte le altre componenti della criminalità organizzata, indirizzata al
narcotraffico verso l’Europa.
Vinta la
guerra in Kosovo, con l’intervento internazionale che, di fatto
“espropriò” la Serbia dalla sua sovranità, la “benemerita” azione dell’UCK
si trasformò in attività politica in Kosovo, ma in infiltrazione anche
militare in Macedonia, nel periodo 1999/2004. Anche gli Accordi
riguardanti questa ex Repubblica, in qualche modo mettevano sotto
protezione (anziché sotto controllo) internazionale le forze eversive e
terroristiche che operavano nel Paese, fornendo loro una certa
legittimazione. Un ex ambasciatore canadese, James Bisset, parla di
prove dell’addestramento dei guerriglieri dell’UCK in Afghanistan, di un
video reperibile in internet con “guerriglieri della Jihad” kosovara,
che uccidono militari jugoslavi, bruciano chiese ortodosse, ecc.
Il fratello del braccio
destro di Ben Laden, l’egiziano Mamad al Zawahiri, visitò ripetutamente
il Kosovo tra il 1997 ed il 1999, per organizzare direttamente nel nord
dell’Albania, a Tropoja, un campo di addestramento per terroristi. La
stessa Albania ed i suoi servizi segreti collaborarono con queste azioni
illegali, in funzione di destabilizzazione anti serba, compresa
l’espulsione di migliaia di stranieri, spesso costretti a fuggire da
attentati, assassini mirati, ecc. proprio dal Kosovo.
Come in altri casi,
anche più clamorosi, come quelli di Saddam Hussein e Osama Ben Laden,
gli stessi Servizi segreti di Paesi occidentali hanno contribuito ad
armare ed addestrare quelli che dopo un po’ sarebbero diventati i nemici
numero uno; Americani e Britannici lo avevano fatto con costoro, per
utilizzarli contro gli Iraniani e contro i Sovietici, mentre i
guerriglieri dell’UCK lo furono in funzione anti serba dai tedeschi del
BND ed ancora i britannici dell’SAS. Inizialmente si trattava di
operazioni di infiltrazione dal nord dell’Albania, poi, iniziata la
“guerra ufficiale” tutti i gruppi vennero trasferiti direttamente in
Kosovo.
Come sempre, in questi
casi, è serio il rischio che il controllo sfugga di mano, tanto è vero
che si pensò ai kosovari anche per gli attentati a Londra. Una volta
individuata la pista pachistana, però, rimasero dubbi su un possibile
appoggio fornito loro da qualche cellula europea, kossovara, appunto, o
cecena, perché anche le indagini sulle Torri Gemelle e a Madrid hanno
messo in luce contatti, relazioni, passaggi tra i vari gruppi,
mediorientali, maghrebini, europei, ecc.Il Kosovo si presta più di tutte
le altre aree ad essere terreno operativo di questa vera e propria
“internazionale del terrore”, proprio per la sua instabilità, che, ad
esempio, ancora nel 2004 e 2005 ha portato a scontri etnici con decine
di morti, centinaia di feriti, chiese e conventi bruciati, il
coinvolgimento diretto negli scontri a fuoco di militari di Paesi NATO,
obbligando quest’organizzazione a pianificare l’invio urgente di
rinforzi.
Nel Kosovo, presidiato
da 40.000 uomini della KFOR, è operativa la più grande base costruita
all’estero dagli Americani dopo la fine della guerra nel Vietnam; hanno
agito, in certi momenti, fino a 900 ONG; c’è stato un parziale processo
elettorale, con l’elezione del moderato Rugova, ma anche del “razzista,
secessionista, mafioso e tagliagole” Hashim Thaci (definizione “dell’Osservatorio
sui Balcani”) ex Comandante supremo dell’UCK, ora capo
dell’opposizione come leader del Partito Democratico Kosovaro, e di cui
si disse che Kofi Annan si sia rifiutato di incontrarlo.
Tutto ciò non ha
“impedito il totale degrado della provincia serba”, definita anche, da
funzionari ONU e NATO, “provincia-bordello a beneficio dei maschi in
missione “disagiata” di ONG e contingenti militari”. Il tutto in un
territorio controllato in realtà meglio dalle “cinque famiglie mafiose
albanesi.”, che l’hanno trasformato nel “centro mondiale di smistamento
dell’eroina” proveniente direttamente dall’Afghanistan, di prostitute ed
esseri umani. Ed ancora, quotidiane sono le devastazioni di cimiteri
serbi, la comparsa di scritte inneggianti all’UCK, gli attacchi al
Monastero di Pec, sede del Patriarca serbo/ortodosso (il totale è di 110
chiese e conventi, quasi tutti medioevali, distrutti); ai 3000 serbi
uccisi ed ai 300.000 costretti ad andarsene, si aggiunge una lista di
400 desaparecidos; i terroristi dell’UCK si sono riciclati nel
“Corpo di Protezione del Kosovo”, autore in prima linea della pulizia
etnica e “garante dell’incolumità” dei Serbi rimasti, in realtà
della loro
segregazione in ghetti veri e propri; le scuole serbe sono chiuse, gli
ultimi 57 insegnanti presenti a Pristina, cacciati poche settimane fa.Le
truppe dello Kfor assistono passive, quando non compiacenti (americani),
mentre i 3600 Russi si sono ridotti a 600 e possono fare ben poco, pur
protestando continuamente per la conduzione dei comandi. La multi
etnicità del Kosovo, come della Macedonia e della Bosnia, è una frase
fatta e vuota, essendo vicina alla fine la più massiccia azione di
“pulizia etnica che i Balcani ricordino”, con ampie zone della Macedonia
stessa nelle mani dell’UCK, addestrata da un’agenzia privata americana
controllata dalla CIA, con l’indifferenza dei mass media e la
compiacenza dei comandi USA. E sembra che il piano strategico generale
di smembramento della Serbia non si fermi qui, ma comprenda anche
Montenegro e Vojvodina, mentre anche la sopravvivenza della Macedonia,
per il vice capo della CIA nei Balcani, Steven Mayer, “è una questione
aperta” 
Del resto, poi, tutta la
vicenda, che emerge con sempre maggiore chiarezza, della rete
clandestina della CIA per trasportare, detenere, torturare, ecc,
prigionieri accusati di terrorismo, nonché rapiti, come l’Imam di
Milano, in mezzo mondo, ma anche nella aree di parte, almeno, delle ex
Repubbliche sovietiche e jugoslave e del Patto di Varsavia, non
contribuisce certo a rasserenare il quadro e tranquillizzare l’opinione
pubblica.Nonostante le smentite, testate giornalistiche anche americane,
organi dell’Unione Europea, enti indipendenti come Human Right Watch,
hanno documentati “strani” voli, ad esempio da Kabul a basi dei Sevizi
segreti in Polonia, poi in Romania e, infine a Guantanamo. Ex agenti CIA
hanno testimoniato alla rete ABC su prigioni segrete in
Polonia e Romania. Amnesty International identifica sei velivoli
utilizzati per “le consegne”, che avrebbero compiuto 800 voli nello
spazio aereo europeo tra il 2001 ed il 2005. Il Commissario europeo per
i diritti umani, Alvaro Gil Robles, parla apertamente di una “succursale
in piccolo di Guantanamo” operativa in Kosovo, come detto.
Le basi indicate per
queste operazioni, con altre nel territorio di Repubbliche asiatiche ex
sovietiche, hanno ospitato a turno decine di migliaia di soldati USA in
transito verso o di ritorno da Afghanistan ed Iraq. Le stesse accuse,
poi, vengono rivolte specificamente a Macedonia ed Albania. In ambienti
UE si fa notare che, se le accuse di ospitare questi voli e queste basi
si dimostrassero fondati, potrebbero essere rimessi in discussione i
modi (Polonia) ed i tempi (Romania) dell’adesione all’UE stessa.Ambienti
della destra internazionale, poi, fanno circolare con insistenza
l’ipotesi che proprio da Bosnia e Kosovo potrebbero venire i ventilati
attentati contro l’Italia, previsti nel periodo Feste di fine anno,
Olimpiadi di Torino, elezioni politiche.Riassumendo quindi: l’Unione
Europea farà bene a valutare attentamente ogni eventuale passo verso
l’ingresso del Kosovo, ed eventualmente altre parti dell’ex Jugoslavia,
quando si ponga il problema, proprio per i rischi di introdurre al suo
interno semi di disgregazione, di instabilità, di terrorismo. Le notizie
qui riassunte, sono anche confermate, almeno a grandi linee, dalla
Relazione Periodica sulla Politica della Sicurezza, presentata al
Parlamento Italiano.
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