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I Balcani

 

 

 

 

 

 

 

Il Kosovo va alla guerra

 

di Tommaso di Francesco

I segnali che arrivano a pochi giorni dalla rivolta serba di Kosovska Mitrovica non solo non sono incoraggianti, ma è credibile immaginare che si apra uno scenario di guerra vera e propria. Ieri il presidente degli Stati uniti George W. Bush ha inserito il Kosovo nella lista di paesi autorizzati a ricevere aiuti militari americani «al fine di rafforzare la sicurezza degli Stati uniti e favorire la pace mondiale», dice un comunicato della Casa bianca. Armi e assistenza militare dunque alle ex milizie dell'Uck - «date armi agli ex terroristi» accusa la Russia - diventate esercito etnico del secondo stato albanese nel cuore turbolento dei Balcani, dove il Kosovo indipendente ha già provocato tre crisi di governo, in Serbia, in Macedonia e in Croazia.
La reazione di Belgrado, dove si svolgeranno elezioni politiche anticipate con al centro il nodo dell'indipendenza del Kosovo non si è fatta attendere, con un tono di profonda, reale preoccupazione che meriterebbe ascolto e attenzione in Occidente, a partire dalla purtroppo sorda Italia. «Gli Usa fanno un altro passo in una direzione profondamente sbagliata, dopo aver illegalmente riconosciuto l'indipendenza unilaterale. Ci sono già fin troppe armi nel Kosovo - ha denunciato in una dichiarazione alla stampa il premier dimissionario Vojislav Kostunica - sarebbe stato meglio che l'America fosse tornata al contrario al rispetto del diritto internazionale e della Carta dell'Onu, alla Risoluzione 1244: poichè al Kosovo non servono nuove armi, ma nuovi negoziati, dal momento che un ritorno alla legalità internazionale garantirebbe la pace e la stabilità nella regione ben più che non l'invio di forniture belliche».
Vojislav Kostunica, il protagonista della cacciata di Milosevic nell'ottobre 2000, è davvero preoccupato. E non nasconde i suoi timori nemmeno il presidente filoccidentale Boris Tadic. Questa decisione, e non solo questa purtroppo, tirano la volata delle prossime elezioni di maggio agli ultranazionalisti.
Alimentando la protesta nazionalista diffusa ovunque in Serbia, in ogni settore sociale e non solo tra i nostalgici, ma tra i giovani e i giovanissimi, delusi dall'Occidente per il riconoscimento dell'indipendenza unilaterale del Kosovo. Ieri il «Kosovo è Serbia» ha gridato, cantato e mostrato ben scritto sulla t-shirt dal podio olandese di Eindhoven il neocampione europeo di nuoto Milorad Cavic, applaudito da tutta la gioventù di Belgrado. Cose mai viste all'epoca di Milosevic.
Era giusto aspettarsi una fase di riflessione, un tempo per ulteriori trattative, dopo l'azzardo del riconoscimento dell'indipendenza di Pristina contro il diritto internazionale rappresentato dalla Risoluzione 1244 votata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu come assunzione degli accordi di pace di Kumanovo del giugno 1999, che riconosce la sovranità della Serbia sul Kosovo. E dopo la decisione presa da un'Unione europea, divisa e senza l'approvazione Onu, di inviare una «missione civile e di polizia», Eulex, ad imporre quell'indipendenza. Invece no. A ridosso dei violenti scontri di Mitrovica - per i quali emergono gravi responsabilità della polizia Onu e dei contingenti Kor-Nato -, avviene invece il contrario. E quel che è peggio a gettare benzina sul fuoco concorre in prima fila l'Italia. Che, a 48 ore dalle violenze del nord del Kosovo e nello stesso giorno in cui il governo serbo ha chiesto «al paese amico Italia di rivedere le sue decisioni sul riconoscimento», ha pensato bene con un consiglio dei ministri sulla cui credibilità a Roma non scommetterebbe nessuno, di aprire subito un'ambasciata a Pristina, diventando uno dei primi paesi a farlo tra quelli che hanno riconosciuto l'indipendenza. Davvero toccando il fondo, altro che lungimiranza in politica estera.
Così, quando l'11 maggio a Belgrado vinceranno gli ultranazionalisti pronti a mobilitare l'esercito in Kosovo come chiede la chiesa ortodossa che si sente minacciata, e quindi ci troveremo di fronte non a dure proteste come in questi giorni ma a una nuova guerra, sapremo di chi sono le responsabilità.(Il Manifesto 21 marzo 2008)
 

 


 

 

Il Kosovo si dichiara indipendente

Venier: «L'Italia e l'Europa non devono riconoscere uno stato illegittimo»

q-kosovo_indipendenza La tanto annunciata dichiarazione di indipendenza unilaterale del Kosovo è arrivata ieri pomeriggio, con il voto unanime, 109 su 109, del parlamento di Pristina. «Noi, capi del nostro popolo, democraticamente eletti, attraverso questa assemblea proclamiamo il Kosovo Stato libero e indipendente» è stata la formula del premier, Hashim Thaci.
Una proclamazione avvenuta tra bandiere albanesi e decine di migliaia di persone in piazza con concerti e fuochi d'artificio, a cui si è affiancata, simultanea, la condanna della Serbia prima con Boris Tadic e poi con Voijslav Kostunica. La Serbia «non riconoscerà mai l'indipendenza del Kosovo», ha detto il presidente serbo, che «ha reagito e reagirà con tutti i mezzi pacifici, diplomatici e legali per annullare quanto messo in atto dalle istituzioni del Kosovo».Uno «Stato fasullo», è stato il commento del primo ministro Kostunica, la cui nascita è stata voluta dagli Stati Uniti «pronti a violare l'ordine internazionale per i propri interessi».E a Belgrado sempre ieri si sono verificati scontri nelle strade, con McDonald attaccati come anche le stesse ambasciate statunitense e slovena.

A livello internazionale le reazioni sono discordanti e oggi il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, diviso anch'esso, proseguirà nella riunione convocata d'urgenza ieri dalla Russia per cercare una dichiarazione comune con cui reagire all'indipendenza.
Ma le posizioni restano distanti, infatti la Russia, che ha confermato intanto che userà il suo potere di veto nel Consiglio di sicurezza dell'Onu per bloccare il riconoscimento ufficiale del nuovo Stato, ritiene «nulla» la proclamazione di Pristina. Al contrario degli Stati Uniti e di alcuni membri dell'Ue. Tutto verte intorno alla risoluzione 1244, approvata nel 1999, il nodo che Stati Uniti e Russia, entrambi potenze con diritto di veto, interpretano in maniera opposta.
Dalla Farnesina riferiscono di aver «preso atto» della dichiarazione unilaterale di indipendenza, ma rimandano al consesso europeo «per una valutazione della situazione».

Ma sono molte le voci contrarie a questa proclamazione unilaterale di indipendenza anche in Italia, ritenuta «illegale» da Iacopo Venier, responsabile Esteri del Pdci.
«L'Italia e l'Europa non devono riconoscere uno stato illegittimo proclamato per giunta da un Parlamento eletto solo dal 42% della popolazione. Chi oggi tace di fronte ad una tale sfida all'Onu si assume la responsabilità storica e morale di minare le basi stesse del diritto internazionale e della stabilità mondiale. Bisogna richiudere subito il vaso di Pandora». (l Rinascita della sinistra online 18 febbraio 2008)

 

 

Kosovo: L'indipendenza unilaterale è un vaso di pandora.

La Nato protegge un secondo narco-stato



Dichiarazione dell'On. Iacopo Venier responsabile esteri del PdCI

L'Italia non può essere complice di una palese violazione del diritto internazionale che mina alle fondamenta la stabilità mondiale. Un eventuale riconoscimento di una proclamazione uniltarale di indipendenza da parte del Kosovo aprirebbe il vaso di Pandora diffondendo guerra ed conflitti ben oltre i Balcani. I gruppi della Sinistra Arcobaleno in Commisione Esteri e Difesa alla Camera hanno già votato contro al prolungamento della missione Nato in Kossovo dato che questa diventa è sta per divenire una missione illegale rispetto alle decisioni del Consiglio di Sicurezza ed alla stessa Carta delle Nazioni Unite. Sta per nascere, dopo l'Afganistan, un secondo narco-stato sotto la protezione della NATO. Se l'Europa subirà ancora una volta le decisioni degli USA sancirà la sua totale irrilevanza e si porterà pure la guerra in casa.
 

 

Aspettando Godot

 

 Da Belgrado, scrive Danijela Nenadi

Boris Tadic e Vojislav Kostunica
La Serbia è da mesi in transizione: tra il governo uscente e quello che deve ancora essere formato. Con una finanziaria temporanea, un parlamento che non si riunisce, un governo con mandato limitato. E nel pieno della definizione dello status del Kosovo La Serbia non ha un governo. Ma questo non fa notizia. Sarebbe una notizia se i partiti riuscissero a mettersi d'accordo e se la Serbia ne ottenesse uno. Se ci sarà o meno un governo non sono in grado di dirlo nemmeno coloro da cui ci si aspetta a diritto una tale risposta, cioè coloro che si sono legittimati con i voti dei cittadini durante le scorse elezioni e in base a tali voti hanno occupato i posti in parlamento. L'opinione pubblica locale è più che abituata al fatto che le trattative sulla formazione del governo durino a lungo e siano faticose. Questa prassi si ripete dal 2001. Solo nel periodo di Milosevic, il governo veniva formato a tempo di record, senza troppi dilemmi e dissensi. Ma questo probabilmente è rimasto un fatto legato a quei tempi autoritari.

Oggi, quando in Serbia la democrazia sta appena sbocciando, i partiti della cosiddetta area democratica devono trattare a lungo e in modo dettagliato sulla formazione del governo. Si capisce che la soluzione dei quadri non è di un'importanza decisiva, ma è però indispensabile stabilire a chi spetta il posto del premier, e chi nel periodo successivo occuperà i ministeri che sono d'importanza strategica. E mentre continua la gara di astuzia, la Serbia "vive" in transizione, nel passaggio dall'uno all'altro governo, o verso nuove elezioni, con una finanziaria temporanea, con un parlamento che non si unisce, con decreti incostituzionali, con un governo che ha un mandato limitato. E con la soluzione dello status del Kosovo. Il tempo certo non manca, ce n'è abbastanza. La formazione del governo o una nuova tornata elettorale può protrarsi fino a giugno. Quindi, non ci resta che munirci di pazienza.

E mentre il Partito democratico (DS) sta cercando accordi con il Partito democratico della Serbia (DSS), e il G17 plus fa da tramite, appoggiando ora l'una ora l'altra parte, i cittadini ancora una volta invitano i politici a riprendere il senno e a formare finalmente un governo.

In un sondaggio d'opinione pubblica da poco concluso e svolto dallo "Strategic marketing" di Belgrado, addirittura il 67 per cento dei cittadini crede che la cosa migliore sarebbe formare subito un nuovo governo, mentre il 21 per cento crede che la cosa migliore sarebbe andare di nuovo a votare.

Oltre il 50 percento degli intervistati crede che l'opzione più realistica sia un governo composto da DS, DSS e G17plus, ma soltanto il 28 per cento crede che questa sarebbe la combinazione migliore. Un quinto degli intervistati vedrebbe volentieri il Partito radicale serbo in coalizione con il DSS, ma soltanto pochi credono che un tale governo potrebbe nascere.

Come premier, gli intervistati vorrebbero vedere Bozidar Djelic, il candidato del DS (32 per cento), Tomislav Nikolic (29) e Vojislav Kostunica (22). Il presidente della Serbia Boris Tadic rimane ancora il politico più popolare, seguito dai radicali Tomislav Nikolic e Aleksandar Vucic. La cosa interessante è che al quarto posto c'è Djelic, che ha superato Kostunica, Ilic e Dinkic. A giudicare quindi dai risultati, i democratici, oltre a Tadic, ottengono un altro politico in cui i cittadini ripongono la fiducia.

Così i cittadini. I politici invece dicono che le consultazioni proseguiranno dopo le feste. Una nuova svolta nel processo di trattativa per la formazione del nuovo governo si è verificata dopo che all'inizio di marzo il DSS e il G17 plus, durante una riunione comune si sono messi d'accordo sul così detto "sesto principio" che indica la divisione delle responsabilità per le cariche più alte del Paese. In altre parole, il sesto principio si basa sull'idea che lo stesso partito non può ottenere il posto del premier e il posto del presidente della repubblica, e con ciò in modo esplicito viene comunicato al DS che Kostunica sarebbe l'unico candidato possibile per la guida del governo.

Al DS hanno subito rifiutato il sesto principio, e al riguardo Tadic ha dichiarato a B92 che la discussione "non ha senso", e che questo principio sarebbe logico "soltanto nel caso in cui il presidente non venisse votato dai cittadini, ma dai partiti del parlamento".
Una settimana dopo la pubblicazione del "sesto principio", in Serbia è venuto fuori "il principio nullo", il cui creatore è il Partito democratico. Non volendo rimanere in debito rispetto ai sofisti del DSS e del G 17 plus, il DS ha chiesto lo scioglimento della coalizione a livello locale con i radicali e socialisti. Secondo le valutazioni del Centro per le libere elezioni e per la democrazia, "il principio nullo"
avrebbe come conseguenza la caduta del governo di 52 comuni del Paese, inclusi Novi Sad, Kragujevac e Nis.
Dopo "la boxe dei principi", il DS e il DSS hanno tenuto un'altra riunione bilaterale dove si sono accordati per continuare a mettersi d'accordo. Il DS continua a considerare il "sesto principio" come un sasso in cui s'inciampa, mentre il DSS dice che il "principio nullo" è superfluo perché entro la fine dell'anno sono attese le elezioni locali e l'adozione della modifica della Legge sulle elezioni locali, dopo di che avrà senso pensare a nuove coalizioni.

Ospite a "Kaziprst" [trasmissione di B92], Slobodan Vucetic, ex presidente della Corte suprema della Serbia ha dichiarato che il Paese si trova in una crisi istituzionale. Vladimir Goati di Transparentnost Srbija crede che i leader dei partiti abbiano fatto della Serbia uno stato imprigionato e bloccato. Nella dichiarazione per B92 Goati dice che si sta spendendo il tempo delle future generazioni e che i politici hanno mostrato "un'eccezionale impreparazione nel dar vita ad una coalizione di governo in una situazione sufficientemente chiara". Per fare un esempio, già ora è in attesa al nuovo parlamento la votazione di circa 70 nuove leggi che sono di un'importanza cruciale per il proseguimento delle riforme.
Il problema successivo riguarda il finanziamento del budget. La finanziaria temporanea era prevista entro la fine di marzo, e dal momento che questo termine si stava avvicinando il Governo ha fatto il Decreto sul finanziamento temporaneo del budget. Contro questa decisione si sono espressi il DS e il G17 plus considerandola incostituzionale. I rappresentanti dei radicali hanno persino dichiarato che con il decreto sul finanziamento "è stata fatta una sorta di colpo di stato".
Il DS aveva chiesto che il parlamento si unisse urgentemente al fine di adottare alcune modifiche alla Legge sul finanziamento del budget per evitare la violazione della Costituzione, ma questa iniziativa è stata rifiutata. Il ministro dimissionario Milan Paridovic, appartenente al DSS, ha chiesto ai giornalisti e ai cittadini: "Se anche la decisione fosse illegittima cosa avrebbe potuto fare il governo", aggiungendo che la legge prevede "un basilare comportamento di principio nel caso di bisogno estremo".

A ciò il gabinetto di Tadic ha reagito comunicando che è indispensabile un'immediata riunione del parlamento, l'adozione delle modifiche di legge, e solo dopo si potranno emanare i decreti, e con ciò il processo sarebbe riportato sotto la garanzia della Costituzione e della legge.
Alla prossima seduta del parlamento, il DS esporrà anche l'iniziativa sull'elezione urgente del presidente temporaneo del parlamento, e per questa funzione hanno candidato Milena Milosevic, la presidentessa del comune belgradese di Vracar. Il DSS crede che sia assurdo scegliere una presidentessa temporanea, ma che bisogna aspettare la fine delle trattative e la decisione su tutte le cariche più importanti.

Per finire, come una bomba è tuonata la dichiarazione di Milos Aligrudic del DSS sul fatto che questo partito non può del tutto e fino in fondo rifiutare la formazione di una coalizione con i radicali. Anche se questa uscita in seguito è stata un po' ridimensionata, è chiaro che il DSS ha lanciato il segnale più forte che c'è stato fino ad ora su come questo partito tiri i fili e detti il tempo della creazione del governo.
Una posizione comoda, non c'è che dire. Manca solo che qualcuno si ricordi dei cittadini.(www.osservatoriobalcani.org 10.4.2007)

 

 

Una scadenza piena di insidie

 

di Christian Elia

‘’Nessuna Costituzione precedente è passata per la conferma popolare. L’approvazione della metà più uno della popolazione dà a questo documento un valore storico. La nuova Costituzione porterà stabilità alla Serbia, perché svincolata dall’appartenenza a qualunque personaggio politico, partito o governo”. Così ha detto il presidente serbo Vojislav Kostunica, in un incontro svoltosi ieri a Belgrado con il rettore e i docenti dell’Università della capitale serba. 

il presidente serbo kostunicaVerso il referendum. La scadenza elettorale si avvicina: il 28 e il 29 ottobre il popolo serbo sarà chiamato alle urne per approvare la nuova Costituzione varata dal Parlamento il 28 settembre scorso, con i voti favorevoli  di tutti i 242 deputati presenti in aula. Il processo costituzionale era fermo al dicembre 2000, quando il regime di Milosevic venne rovesciato e, da allora, si attendeva una riforma.Il passaggio che fa più discutere della nuova Legge fondamentale è il preambolo, dove si sottolinea che “a partire dalla tradizione statale del popolo serbo e dall’uguaglianza di tutti i cittadini e delle comunità etniche in Serbia, a partire anche dal fatto che la provincia di Kosovo e Metohjia (come la chiamano i serbi per i quali Kosovo significa "Campo del merlo" e Metohjia significa "Patrimonio della Chiesa", perché il territorio apparteneva alla Chiesa Greco-ortodossa) è parte integrante del territorio della Serbia, che gode dello stato di autonomia sostanziale  nel quadro dello stato sovrano della Serbia e che da tale condizione seguono gli obblighi costituzionali di tutti gli organi statali di rispettare e difendere gli interessi della Serbia in Kosovo e Metohjia”. Sembra un requiem per i colloqui in corso a Vienna dove le Nazioni Unite, che di fatto governano il Kosovo dalla fine della guerra nel 1999, stanno tentando di trovare una soluzione entro la fine del 2006 per lo status della provincia. “E’ una decisione unilaterale. Non credo che sarà un ostacolo per le discussioni sullo statuto”, ha minimizzato Lurfi Haziri, vice primo ministro del Kosovo, “anche se la Costituzione serba creerà dei problemi per la normalizzazione delle relazioni tra un Kosovo indipendente e la Serbia”.

 mappa della serbia, con in evidenza il kosovoMinoranze garantite, ma sul piede di guerra. Kostunica, per rasserenare la comunità internazionale, ha sottolineato come la Costituzione rispetti tutti i parametri europei per il riconoscimento delle autonomie locali e come sancisce la specificità delle situazioni del Kosovo (dove la maggioranza della popolazione è albanese) e della Vojvodina, che ha una comunità ungherese pari a circa il 3,5 percento della popolazione della Serbia. Ma le minoranze accusano il testo di essere stato elaborato senza un dibattito pubblico e criticano l’inserimento nel preambolo del riferimento al Kosovo. Gli albanesi hanno già dichiarato che boicotteranno il voto, mentre i leader della comunità ungherese hanno lasciato libertà di scelta ai cittadini e infine i rappresentanti della lista per il Sangiaccato, partito dei bosgnacchi, ha invitato i suoi sostenitori a votare per l’approvazione. I bosgnacchi sono i discendenti di indigeni convertiti all'Islam durante il periodo Ottomano della Bosnia, che si caratterizzano per il loro legame alla regione storica della Bosnia, la loro tradizionale adesione all'Islam e la loro comune lingua e cultura.

La situazione è al momento molto fluida. Quasi sicuramente la Costituzione verrà approvata, ma resta da vedere come potrà sovrapporsi al negoziato sul Kosovo. La Serbia ha già visto allontanarsi il Montenegro, dopo il referendum del maggio scorso, e non può permettersi di perdere anche il Kosovo, che ha un valore unico storico – religioso per la cultura serbo – ortodossa. Allo stesso tempo, gli albanesi kosovari hanno sempre fatto capire che non accetteranno nulla meno dell’indipendenza. La situazione non sembra presagire nulla di buono. (PeaceReporter 10.10.06)

 

 

 

Kostunica a Roma, il difficile compromesso sul Kosovo

 


Un compromesso è quello che ha suggerito il governo italiano, e un compromesso è quello che sta ricercando Kostunica in merito alla complicata vicenda che riguarda la possibile autonomia del Kosovo dalla Serbia. Sostanzialmente interlocutoria si è rilevata la visita nel nostro Paese del premier serbo Vojiaslav Kostunica di mercoledì scorso, che ha incontrato il ministro D’Alema, il ministro Amato ed il premier Prodi. Al centro degli incontri, oltre agli aspetti di lotta alla criminalità e di controllo delle frontiere discussi con Amato, la questione irrisolta e tornata nuovamente al centro delle preoccupazioni della comunità internazionale: la richiesta degli albanesi del Kosovo di richiedere l’indipendenza, e la conseguente paura della minoranza serba di ritrovarsi a vivere in terra straniera –e forse ostile- senza l'ombrello protettivo della terra madre.

Il primo ministro serbo pur ribadendo la totale contrarietà all'indipendenza dei kossovari: “la Serbia non accetterà che sul proprio territorio venga costruito un altro Stato e che parte del suo territorio venga smembrato”, ha cercato di smarcarsi dall'angolo dove i recenti avvenimenti rischiano di collocare il governo serbo (indipendenza del Montenegro, rottura del percorso di avvicinamento all'Ue a seguito della mancata consegna al tribunale penale internazionale dell'Aja dei ricercati serbi) proponendo un percorso internazionale condiviso per giungere ad “un’autonomia al massimo livello”.

Il governo italiano ha scelto la via della prudenza, e ribadendo l'impegno di condurre nell'alveo della comunità europea tutta l'area dei Balcani ed anche la Serbia, si è espresso per la ricerca di una “soluzione condivisa” in merito allo status che il Kosovo dovrà assumere. La maggiore preoccupazione del governo di Belgrado è quella rappresentata dall'idea che la comunità internazionale, visto l'esito pacifico della secessione montenegrina, possa stabilire una sorta di coazione a ripetersi anche per il Kosovo. Infatti, il consigliere per la politica internazionale di Kostunica Aleksander Simic che durante la visita del premier serbo ha incontrato la stampa estera, ha voluto chiarire in maniera inequivocabile la differenza tra le due realtà: “Il Montenegro al contrario del Kosovo che da secoli è parte integrante della Serbia, è sempre stato un Paese indipendente che si era federato alla Serbia per propria scelta, riservandosi il diritto di separarsi qualora lo richiedessero i suoi interessi nazionali.” Chiaro il messaggio, quindi, nessun parallelismo tra Kosovo e Montenegro.

Se è appunto possibile considerare interlocutorio l'incontro di mercoledì scorso, la stessa scelta di Kostunica di venire a Roma, e dei nostri ministri di organizzare l'incontro, riveste in questo momento un importante occasione di iniziativa politica dell'Italia nei confronti dell'area dei Balcani, ed un atto di netta discontinuità nei confronti del passato governo di centrodestra che aveva clamorosamente eliminato dall'agenda politico-diplomatica quell'area dell'Europa così vicina all'Italia non solo geograficamente. La stabilità e il futuro dei Balcani è una priorità strategica per l'Italia, dovrebbe esserlo anche per l'Europa. Il rischio che si possa tornare ai cupi anni '90 non è fuori dall'ordine delle cose possibili. (AprileOnline 07.07.06)

 

 

Il Kossovo dimentichi l'indipendenza

di Vittorio Strampelli
La Serbia è pronta a trovare un compromesso sullo stato della provincia meridionale del Kosovo, stretto tra una minoranza serba e una maggioranza albanese che da anni chiede a gran voce l'indipendenza. Il premier Vojislav Kostunica, in visita ieri al monastero serbo ortodosso di Gracanica, a poca distanza da Pristina, capitale della provincia kosovara, si è detto disposto a sedersi al tavolo delle trattative e a discutere. Qualunque cosa, ma di indipendenza non se ne parla. Una “ampia autonomia” è il massimo che si può fare, ma la Serbia non permetterà che “il Kosovo venga separato”.

Una visita delicata, quella di Kostunica: ieri, infatti, ricorreva l'anniversario della Battaglia di Kosovo Polje, combattuta e persa contro le schiere ottomane dalle forze del regno serbo nel fatidico giorno di San Vito – il 28 giugno, appunto – del 1389. Nei secoli, la “Piana dei Merli”, teatro eponimo dello scontro, è assurta a simbolo del risveglio nazionale e a suggello d
el legame storico con una provincia, quella del Kosovo, che i serbi tuttora considerano come la “culla” della propria civiltà. Da Gracanica, infatti, il premier ricordava che il suo Paese vuole “la verità, il diritto e la pace”, e che il compromesso con gli albanesi verrà ricercato nel rispetto di una sovranità che “ha radici antiche e intangibili”. Non a caso, nel seicentesimo anniversario dei fatti del giorno di San Vito – correva l'anno 1989 – un giovane Slobodan Milosevic pronunciava proprio da Kosovo Polje il discorso che avrebbe dato il via alla rinascita del nazionalismo serbo e alla sua sanguinaria ascesa, cavalcando le recriminazioni nazionali della minoranza serbo-kosovara in un comizio oceanico e infuocato.

Il premier Kostunica è giunto al monastero di Gracanica con un certo ritardo, dovuto ad un blocco stradale attuato da militanti dell'organizzazione non governativa kosovaro-albanese “Autodeterminazione” e rimosso solo dopo l'intervento della polizia locale, cui hanno fatto seguitogli arresti di decine di manifestanti. Ma prima ancora di varcare la porta del monastero, il premier teneva a chiarire: “Il Kosovo è sempre stato e sempre rimarrà parte della Serbia”. Il vescovo Artemije, della Chiesa ortodossa serba, gli ha poi dato man forte al termine della cerimonia commemorativa, dichiarando che “il Kosovo deve restare ciò che è sempre stato... la Gerusalemme serba”. L'insieme della Serbia, ha detto il vescovo, è come un tempio: “Il Kosovo è il suo altare, e non vi sono templi senza altari”.

Quella di ieri è la seconda visita che Kostunica serbo compie nel monastero di Gracanica da quando ha assunto la carica di primo ministro, nel 2004. Una visita tanto attesa da ciò che resta dell'oramai assediata comunità serba locale, quanto “non gradita” dagli albanesi, secondo il presidente del parlamento di Pristina, proprio per l'atteggiamento rigidamente anti-indipendentista di Kostunica. Il primo ministro kosovaro Agim Ceku ha, tuttavia, preferito non rispondere con polemiche dirette, minimizzandone anzi la portata e paragonandola alle missioni che molti premier stranieri – come pure altri leader serbi dell'era post-Milosevic – “hanno potuto compiere in Kosovo negli ultimi anni”.

La visita del primo ministro serbo ha richiesto l'autorizzazione dell'Unmik, la missine delle Nazioni Unite in Kosovo. Il Kosovo è infatti una provincia ancora formalmente sotto sovranità serba, ma di fatto amministrata dall'Onu sin dai bombardamenti Nato che nel 1999 portarono alla fine delle repressioni anti-albanesi e alla cacciata delle forze del vecchio regime belgradese di Milosevic.
Il nazionalista moderato Kostunica, tuttavia, non ha potuto recarsi di persona al fatidico Campo dei Merli, dal momento che l'Unmik non si è sentita di garantirne la sicurezza. Ma con la sua sola presenza e un intervento pubblico denso di richiami alla storia ha voluto ribadire la contrarietà del suo governo all'indipendenza del Kosovo, posizione osteggiata da numerose cancellerie occidentali – oltre che in contrasto con la volontà degli albanesi – ma riconfermata anche due giorni fa a Londra, durante un incontro con Tony Blair.
Nel mese di luglio, inoltre, dovrebbe concretizzarsi un incontro di alto livello tra rappresentanti del Kosovo e serbi nel quadro dei colloqui bilaterali che nei mesi scorsi hanno permesso alle parti di cominciare a discutere di una sistemazione futura della provincia. Finora il tema del futuro status della provincia non era mai stato affrontato direttamente dai rappresentanti delle due parti e l'incontro dovrebbe proprio consentire di aprire anche questo capitolo rappresentando quindi un importante banco di prova, dopo gli scarsi risultati dei sei round di negoziati che si sono tenuti fino ad oggi a Vienna. Intanto, Kostunica, sarà a Roma la settimana prossima per incontrare il presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi, nell'ambito di una serie di visite nei Paesi europei per discutere dei rapporti di Belgrado con Ue e Nato e cercare di ottenere un sostegno alla sua posizione sul dossier kosovaro.(AprileOnline 29.06.06)

 

Kossovo: a proposito

 

Contro la Guerra

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Sosteniamo la campagna delle adozioni a distanza a favore dei figli dei lavoratori della Zastava

Simovic Milica, alunna della VIII B della scuola Os Nirko Jovanovio di Kragujevac, figlia di un lavoratore della Zastava ha inviato questa poesia agli operai di Brescia

Dov’è questo mare , delle lacrime dei bambini
che ogni giorno diventa più grande?
Si trova forse su qualche carta geografica
perché lo veda tutto il mondo?
Si è abbattuta una tempesta feroce
su questo pallido mare .. delle lacrime dei bambini.
E' stata la tempesta a distruggere i sogni
oppure è stato il frutto delle mani di qualcuno?
Però i bambini hanno trovato l'aiuto di persone
che combattono per i diritti dei bambini
Persone che amano e saranno amate.
Perché questo si chiama amicizia

Costituita dai delegati Rsu l'Associazione "Non Bombe ma solo Caramelle - Onlus" - I dettaglipallin.gif (327 byte)archivio fotografico

 

 di uno stato indipendente

 

                                            

di Gianfranco Brusasco

Il Ministro degli Esteri Fini ha pubblicato, durante le feste di fine anno, un intervento con cui fa il punto sulla strategia europea nei Balcani” a dieci anni da Dayton ed a sei dall’intervento NATO in Kosovo”. Egli sostiene che non si può “non compiacersi dei progressi messi a segno in questi anni”, attribuendone, se non altro per “dovere” del suo ruolo stesso, gran parte del merito alla diplomazia italiana. 

Sarebbe un’osservazione da lasciar cadere nella sua nullità, se non fosse che chiunque abbia occasione di viaggi all’estero o contatti con diplomatici stranieri, uomini d’affari ecc., in Italia, ha potuto constatare senza ombra di dubbio la sostanziale vacuità di queste affermazioni, a confronto con una realtà, da tutti lamentata, di “sparizione” sostanziale dalla scena internazionale, come dimostrano, scegliendo solo alcuni dei molti esempi, il perdere continuamente colpi nel Mediterraneo, anche per un ostentato disinteresse a partecipare alle iniziative con rappresentanza di livello adeguato, a vantaggio di Paesi più attenti alle occasioni che contano, più dinamici, più aperti al confronto, quali, ad esempio la Spagna: basterà citare l’atteggiamento risentito di molti leaders arabi per “sgarbi” di vario genere, culminanti nel contenzioso con la Libia, per promesse avventate ovviamente non mantenute, risentimento dimostrato con la mancata nomina del nuovo Ambasciatore presso la Repubblica (mentre è, ovviamente, attivo quello presso il Vaticano) e nel congelamento dei rapporti economici con centinaia di aziende italiane, che avevano vinto appalti che sono stati bloccati, mentre quelle che hanno già terminato i lavori non vengono pagate; i tentativi dei “cari amici Gerardt, George W., Tony e Jacques”, di “farci fuori” dalla riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, così come già ci hanno fatto fuori, praticamente, dai vertici “informali” tra i big dell’Unione Europea, che, guarda caso, vedono sempre e solo esclusa (per carità: informalmente !) l’Italia, alla cosiddetta “troika” che tratta sul nucleare con l’Iran, Paese che, invece, ci aveva espressamente richiesto  di farne parte. 

In altre parole, un’assenza, tangibile, di una nostra politica estera, ci emargina sia nei confronti di chi ha una politica autonoma, sia di coloro verso i quali ci limitiamo a supina e passiva piaggeria. In ogni caso, nei Balcani ben pochi sono i reali progressi di cui potersi vantare, flebili le tracce di rapporti nuovi basati su comprensione, accettazione reciproca, coesistenza effettiva: inviati speciali e reparti militari sia ONU sia EU, sia NATO, in realtà, finiscono con il “gestire la separazione etnica” come in Bosnia Herzegovina, con tre repubbliche solo blandamente e formalmente unite, in Macedonia, in Kosovo, appunto, in Montenegro, con milioni di profughi che, giorno dopo giorno, perdono la speranza di tornare a casa, e dove episodi di violenza etnico/religiosa possono esplodere, ed esplodono, in qualsiasi momento. Forse l’on. Fini ha ragione nel sostenere che i problemi dei Balcani potrebbero probabilmente essere risolti (o, almeno, sedati !) solo nel quadro dell’ulteriore e definitivo allargamento dell’Unione Europea, che giunga, alla fine del processo, a conglobare tutti i Paesi della penisola e dintorni, come sta avvenendo con i procedimenti aperti per Turchia, Bulgaria, Croazia, Romania e con le “missioni di verifica” in corso con altri, tra cui, appunto, il Kosovo.A parte l’amara constatazione che il decennio ed oltre, di guerre e lutti, specie nell’ex Jugoslavia (ma anche altrove, vedi Albania), culminati con lo sfascio di quella Confederazione, é stato causato proprio anche dall’intempestivo riconoscimento dell’indipendenza di alcune delle repubbliche federate, proprio da parte di alcuni Paesi leader dell’Unione stessa (e del Vaticano). Ma, ormai, é acqua passata, le cose sono andate come sono andate. Ora si tratta, caso mai, di verificare le condizioni e le eventuali contro indicazioni per un futuro, più o meno prossimo, ingresso dei nuovi Stati. E qui sorgono, da parte di molti, obiezioni serie per quanto riguarda alcuni di questi possibili ingressi, in particolare il Kosovo.

 

 

prima e dopo

Non si tratta ovviamente, di un problema religioso, come l’ottusa opposizione di alcuni all’ingresso della Turchia in nome di fumose affermazioni sulle pretese “radici cristiane dell’Europa” (ma costoro sono davvero sicuri che questa formula venga letta in modo almeno sufficientemente simile dal Papa di Roma, dell’Arcivescovo di Canterbury, dal Patriarca di Gerusalemme ?). La Turchia è, certamente, uno stato islamico, ma indipendente da secoli, laico da quasi uno, anche se con problemi sia di difesa coerente dei diritti umani e di rispetto delle minoranze, sia di una presenza politica, spesso ingombrante, di componenti politiche si ispirazione fondamentalista, le quali, però, non pretendono o non possono scardinare la sostanziale laicità dello Stato. Il quale Stato, in tutte le se articolazioni, è costretto anche a difendersi da attacchi integralisti che non disdegnano, al caso, di passare ad azioni terroristiche vere e proprie.  Ma, e il Kosovo ? Intanto, non è (ancora) uno Stato de jure, anche se, di fatto, è già separato dalla Serbia, tanto da aver addirittura adottato come moneta propria l’euro, abbandonando il dinaro. Questa separazione di fatto è frutto di una guerra e di un’occupazione militare internazionale. La sua definitiva separazione, anche secondo missioni internazionali ad hoc, avverrebbe proprio contro questo Paese, che non sembra disposto ad accettarlo, anche perché nel territorio che dovrebbe perdere, vede la culla della sua identità nazionale, dal punto di vista culturale e religioso, anche se oggi, demograficamente, la situazione non è più così, anzi la presenza serba è marginale. 

Nei poco più di 10.000 kmq (per  capirsi con un esempio italiano, circa quanto l’Abruzzo), vivevano all’inizio degli anni ’90, due milioni di abitanti (come in Calabria, grande però una volta e mezza). Questi 10/15 anni di battaglie, li hanno ridotti ad un milione e mezzo, quasi solo di etnia albanese e di religione musulmana, perché il mezzo milione di serbi se ne è fuggito in aree con maggioranza delle propria etnia e religione ortodossa.

Formalmente, la Risoluzione ONU 1244 ne ha fatto una provincia, con larga autonomia dall’Unione Serbo-montenegrina, che ne conserva, però, la sovranità. Ha una Costituzione, un Governo ed un Parlamento autonomi, eletti abbastanza democraticamente. I Serbi superstiti, non più del 5% del totale, dovrebbero essere raggruppati in cinque aree interne al Kosovo, ma, a loro volta, autonome, ma in modo non chiarito dalla Risoluzione stessa.L’autonomia è però garantita dalla protezione militare della NATO e dalla Amministrazione Provvisoria ONU (Missione UNMIK). Chi, a questo punto, non trova più spazio né rappresentanza è proprio la componente serba della popolazione, poiché anche le trattative avvengono tra i Kosovari di origine albanese e la Confederazione di Serbia, come i colloqui che avvengono di tanto in tanto in Svizzera, ma con basi di partenza molto distanti: per gli uni, sola soluzione è l’indipendenza, mentre gli altri adattano tattiche dilatorie pur di non sancire proprio questo punto. 

La situazione è molto meno stabilizzata di quanto lasci credere una lettura disattenta e superficiale: ad esempio appena il 13 dicembre scorso, nella parte occidentale della Provincia, sotto amministrazione ONU dal 1999, un reparto Romeno di Polizia è stato attaccato a colpi d’arma da fuoco da un commando di 14 persone. A metà dell’anno scorso un’ondata di violenza anti serba, con decine di morti e feriti, ha provocato un’ulteriore fuga di 4.000 Serbi, alla salute di tutti i programmi di rientro dei profughi alle loro case. Il Rappresentante ONU, Holkeri, ex Primo Ministro finlandese, alla luce di tutto ciò, ha parlato di “drammatici passi indietro”, prima di dimettersi.Anzi, la presenza di truppe e personale internazionale, ha come conseguenza diretta un impressionante aumento della prostituzione, del gioco d’azzardo, del contrabbando di armi e di stupefacenti. Tutti terreni di coltura per l’esportazione degli stessi fenomeni, da parte di bande sempre più agguerrite sui terreni del commercio umano, della droga, della prostituzione, delle armi, appunto, verso l’Europa. 

Ora, una missione dell’UE sembra prevedere l’ingresso del Kosovo nell’UE, come “regione autonoma” , come qualcuno, in Europa dice da tempo. E’ chiaro che una formula simile non starebbe in piedi, poiché mai si è previsto l’ingresso di una sola parte di uno Stato (vedere esperienza di Cipro, al riguardo), e, quindi, non può significare altro che la separazione.Ma il problema certamente più grave, rimane quello del Kosovo, divenuto ricettacolo di tutti i violenti ed i terroristi. Si è discusso a lungo sulla reale natura dell’UCK e sul suo attuale “disarmo, senza esaurisce la questione. I Kosovari tendono a considerarla insignificante, ma non c’è dubbio, come dice il filosofo kosovaro Shkelzen Maliqi, che: “Gli albanesi [kosovari] dopo molti anni di pesante repressione sentono che è giunta la svolta e che sono liberi”. Quanto alla criminalità Maliqi sostiene, capziosamente, che “non è superiore a quella delle altre parti dell’ex Jugoslavia, dove sono gli stessi alti poteri ad essere collusi con la criminalità”.Più espliciti sono, ad esempio, cooperatori italiani operanti da anni sul posto. “Se non si affronteranno i nodi reali, il Kosovo continuerà ad essere la polveriera dei Balcani”. I 70 giorni di bombardamenti che hanno distrutto il tessuto economico della Serbia, l’hanno costretta a subire un periodo di interregno internazionale in Kosovo, periodo che sarebbe dovuto sboccare nell’indipendenza. Ma questo non è stato detto esplicitamente ed ognuno ha fatto finta di credere che, alla fine, ci sarebbe stata la soluzione che lui prediligeva. Ma dopo 5/6 anni di amministrazione internazionale, la maggior parte della popolazione non ha ancora erogazione regolare di acqua e luce, i servizi alla persona sono inesistenti, la disoccupazione è al 60%, non c’è attività produttiva, ma fiorisce un mercato nero controllato dalla criminalità e basato su traffici di droga, armi, esseri umani”. Miliardi di Euro spesi e centinaia di ONG che sono passate per il Kosovo, non hanno risolto i problemi delle condizioni di vita, ma solo dato vita al “più grande circo umanitario, che la storia abbia mai visto”. 

La compagine internazionale non ha messo in moto un processo di riconciliazione, ma più facili processi di progressiva segregazione e difesa armata dei diversi gruppi nazionali. Un Trentino che ha operato due anni in Kosovo, cita un esempio emblematico: viveva con altri Italiani in una casa ottomana del 1860 e solo questa presenza aveva impedito, ripetutamente, che estremisti albanesi la bruciassero. Accanto c’era una Chiesa ortodossa, presidiata 24 ore al giorno da blindati e militari italiani. Quando il comando ha ritenuto che la situazione si fosse calmata a sufficienza, ritirando il presidio, nel gito di pochi giorni la Chiesa è stata bruciata. I pochi profughi serbi rientrarti, lo hanno fatto secondo criteri di “difendibilità” espressi dai comandi militari, salvo i casi, peggio ancora, in cui dopo poco, si capiva che non erano difendibili, come le 25 case ricostruite a Bijelo Polije, assegnate a Serbi rientrati, poi evacuate per consiglio degli  stessi militari NATO ed, infine, incendiate dai Kosovari: il tutto nel giro di un anno.Ma il capitolo più inquietante, come detto, è ancora un altro: i rapporti tra la situazione del Kosovo e il terrorismo internazionale. La forma più “moderna” e tragica di terrorismo è quella di Ben Laden con la sua al Qaeda. La sua area ed il suo periodo di incubazione risalgono allo sciagurato intervento di Breznev, nel 1978, in Afghanistan, a cui, in qualche modo, si può collegare tutto quanto, o quasi, é successo negli ultimi anni, dall’Algeria alle Twin Towers, da Gaza alle Guerre nel Golfo ed in Afghanistan stesso, fino ad al Zarqawi e la tragica situazione nell’Iraq di oggi.

Del resto, il nome stesso di al Qaeda è legato a quel primo momento: si tratta infatti semplicemente della parola araba che significa “la base”, intesa proprio come luogo in cui la CIA e le altre organizzazioni più o meno occulte statunitensi, trasportavano, addestravano, armavano, finanziavano, ecc., i volontari musulmani per combattere contro i Sovietici. L’obiettivo fu raggiunto, l’URSS sconfitta, mettendo addirittura le basi per il suo prossimo tracollo, ma tutti questi “volontari”, una vera e propria internazionale integralista, avevano imparato un mestiere che ben presto presero ad  esercitare a casa loro o in altre parti del mondo. Non a caso a lungo, in Algeria, i più feroci massacratori erano noti come “la brigata afghana”, Ben Laden ed alcuni dei più stretti collaboratori, proprio là si erano addestrati, finché i loro epigoni presero il potere proprio in Afghanistan, trasformandolo in una vera e propria meta del “pellegrinaggio di tutte le jihad” dei volontari sauditi, maghrebini, egiziani, mediorientali, indonesiani, filippini e, last but not least, europei: ceceni, bosniaci, kosovari. Tutte presenze comprovate dai successivi arresti e dalle deportazioni, ad esempio, a Guantanamo (ma una piccola Guantanamo verrà denunciata anche proprio in Kosovo da un teste non sospettabile di simpatie “rivoluzionarie” come il Commissario europeo Gil Robles). Gia, perché nel frattempo la disgregazione dell’URSS aveva riportato la situazione del Caucaso a quella del lontano passato, con le follie sanguinarie, le velleità separatiste ed il ritorno alle faide personali, familiari, tribali, condite con il sacro odio etnico/religioso. Ecco, quindi, che gli stessi “combattenti” si ritrovano in due aree d’Europa: in Cecenia e nei Balcani, appunto; ed anche qui sono documentate le presenze degli Arabi e degli integralisti di ogni parte del mondo. Allo stesso tempo, infatti, si combatte per la propria sacra causa e ci si addestra per gli obiettivi futuri. 

Queste due aree, anzi, diventano i terreni di addestramento ante litteram, di quanto si avrà, poi, in Afghanistan ed infine in Iraq. Le cronache documentano queste presenze, prima a Sarajevo, dove, però, la particolare attenzione internazionale chiuse loro molti spazi, poi in Cecenia ed in Kosovo. Di solito, tra i più feroci e barbari exploits dei Ceceni (teatro di Mosca, scuola di Beslan, ecc.), la presenza di “stranieri” o “arabi”, come vengono chiamati, è documentata; al contrario, quando il governatore talebano della provincia afgana in cui vennero distrutti i monumenti giganti di Buddah, venne chiamato a giustificarsi, disse serafico che lui era contrario, ma la decisione era stata imposta dai “consiglieri” arabi e ceceni.

L’attività di al Qaeda nell’ex Yugoslavia tra il 1992 ed il 1995 é documentata, come l’addestramento di gruppi di combattenti “dormienti” e l’accumulo di armi, che continuarono proprio in Bosnia ed in Kosovo. In seguito, il Ministero degli Affari civili della Bosnia-Herzegovina avrebbe fornito, subito dopo la guerra, passaporti bosniaci ad almeno 900 ex combattenti musulmani, permettendo loro di “sparire” confondendosi con i cittadini musulmani profughi di guerra. Altri, non quantificabili, avrebbero acquisito la cittadinanza legalmente, sposando donne del luogo. Di questi, forse, 400 vivrebbero attualmente ancora in Bosnia, di cui almeno 30 – potenziali attentatori suicidi ? – nelle zone direttamente controllate dallo SFOR/NATO. In alcuni villaggi più isolati vivrebbero ancora oggi delle piccole comunità pronte ad obbedire ad un ordine di mobilitazione. Lo stesso UCK (Esercito di liberazione del Kosovo) aveva (ha ancora ?) rapporti con al Qaeda ed un villaggio bosniaco è diventato un bastione dell’estremismo wahabita nei Balcani. Del resto, non meno di sei cittadini bosniaci, catturati in Afghanistan. sono stati aggregati al nefasto campo di Guantanamo, in mano USA.

Esperti jugoslavi non esitano a sostenere che “la situazione dal Kosovo è ancora peggiore di quella bosniaca”, specie poiché sfuggono alla più massiccia presenza internazionale e alle stesse componenti etnico/religiose, che, in qualche modo, si controllano a vicenda, mentre, emarginate le autorità serbe, nessuno si è assunto tale compito in questa provincia. Al Qaeda era presente anche qui già prima dell’11 settembre, poi sono noti i legami con l’UCK, che, per altro, gli stessi Stati Uniti non esitarono ad usare nella guerra contro la Jugoslavia. Quando i finanziamenti che  giungevano dall’America,non bastarono più, venivano integrati con quelli della rete criminale, nel frattempo messa in piedi, con rapporti con tutte le altre componenti della criminalità organizzata, indirizzata al  narcotraffico verso l’Europa.

Vinta la guerra in Kosovo, con l’intervento internazionale che, di fatto “espropriò” la Serbia dalla sua sovranità, la “benemerita” azione dell’UCK si trasformò in attività politica in Kosovo, ma in infiltrazione anche militare in Macedonia, nel periodo 1999/2004. Anche gli Accordi riguardanti questa ex Repubblica, in qualche modo mettevano sotto protezione (anziché sotto controllo) internazionale le forze eversive e terroristiche che operavano nel Paese, fornendo loro una certa legittimazione. Un ex ambasciatore canadese, James Bisset, parla di prove dell’addestramento dei guerriglieri dell’UCK in Afghanistan, di un video reperibile in internet con “guerriglieri della Jihad” kosovara, che uccidono militari jugoslavi, bruciano chiese ortodosse, ecc.  

Il fratello del braccio destro di Ben Laden, l’egiziano Mamad al Zawahiri, visitò ripetutamente il Kosovo tra il 1997 ed il 1999, per organizzare direttamente nel nord dell’Albania, a Tropoja, un campo di addestramento per terroristi. La stessa Albania ed i suoi servizi segreti collaborarono con queste azioni illegali, in funzione di destabilizzazione anti serba, compresa l’espulsione di migliaia di stranieri, spesso costretti a fuggire da attentati, assassini mirati, ecc. proprio dal Kosovo.

Come in altri casi, anche più clamorosi, come quelli di Saddam Hussein e Osama Ben Laden, gli stessi Servizi segreti di Paesi occidentali hanno contribuito ad armare ed addestrare quelli che dopo un po’ sarebbero diventati i nemici numero uno; Americani e Britannici lo avevano fatto con costoro, per utilizzarli contro gli Iraniani e contro i Sovietici, mentre i guerriglieri dell’UCK lo furono in funzione anti serba dai tedeschi del BND ed ancora i britannici dell’SAS. Inizialmente si trattava di operazioni di infiltrazione dal nord dell’Albania, poi, iniziata la “guerra ufficiale” tutti i gruppi vennero trasferiti direttamente in Kosovo. 

Come sempre, in questi casi, è serio il rischio che il controllo sfugga di mano, tanto è vero che si pensò ai kosovari anche per gli attentati a Londra. Una volta individuata la pista pachistana, però, rimasero dubbi su un possibile appoggio fornito loro da qualche cellula europea, kossovara, appunto, o cecena, perché anche le indagini sulle Torri Gemelle e a Madrid hanno messo in luce contatti, relazioni, passaggi tra i vari gruppi, mediorientali, maghrebini, europei, ecc.Il Kosovo si presta più di tutte le altre aree ad essere terreno operativo di questa vera e propria “internazionale del terrore”, proprio per la sua instabilità, che, ad esempio, ancora nel 2004 e 2005 ha portato a scontri etnici con decine di morti, centinaia di feriti, chiese e conventi bruciati, il coinvolgimento diretto negli scontri a fuoco di militari di Paesi NATO, obbligando quest’organizzazione a pianificare l’invio urgente di rinforzi.  

Nel Kosovo, presidiato da 40.000 uomini della KFOR, è operativa la più grande base costruita all’estero dagli Americani dopo la fine della guerra nel Vietnam; hanno agito, in certi momenti, fino a 900 ONG; c’è stato un parziale processo elettorale, con l’elezione del moderato Rugova, ma anche del “razzista, secessionista, mafioso e tagliagole” Hashim Thaci (definizione “dell’Osservatorio sui Balcani”) ex Comandante supremo dell’UCK, ora capo dell’opposizione come leader del Partito Democratico Kosovaro, e di cui si disse che Kofi Annan si sia rifiutato di incontrarlo.

Tutto ciò non ha “impedito il totale degrado della provincia serba”, definita anche, da funzionari ONU e NATO, “provincia-bordello a beneficio dei maschi in missione “disagiata” di ONG e contingenti militari”. Il tutto in un territorio controllato in realtà meglio dalle “cinque famiglie mafiose albanesi.”, che l’hanno trasformato nel “centro mondiale di smistamento dell’eroina” proveniente direttamente dall’Afghanistan, di prostitute ed esseri umani. Ed ancora, quotidiane sono le devastazioni di cimiteri serbi, la comparsa di scritte inneggianti all’UCK, gli attacchi al Monastero di Pec, sede del Patriarca serbo/ortodosso (il totale è di 110 chiese e conventi, quasi tutti medioevali, distrutti); ai 3000 serbi uccisi ed ai 300.000 costretti ad andarsene, si aggiunge una lista di 400 desaparecidos; i terroristi dell’UCK si sono riciclati nel “Corpo di Protezione del Kosovo”, autore in prima linea della pulizia etnica e “garante dell’incolumità” dei Serbi rimasti, in realtà della loro segregazione in ghetti veri e propri; le scuole serbe sono chiuse, gli ultimi 57 insegnanti presenti a Pristina, cacciati poche settimane fa.Le truppe dello Kfor assistono passive, quando non compiacenti (americani), mentre i 3600 Russi si sono ridotti a 600 e possono fare ben poco, pur protestando continuamente per la conduzione dei comandi. La multi etnicità del Kosovo, come della Macedonia e della Bosnia, è una frase fatta e vuota, essendo vicina alla fine la più massiccia azione di “pulizia etnica che i Balcani ricordino”, con ampie zone della Macedonia stessa nelle mani dell’UCK, addestrata da un’agenzia privata americana controllata dalla CIA, con l’indifferenza dei mass media e la compiacenza dei comandi USA. E sembra che il piano strategico generale di smembramento della Serbia non si fermi qui, ma comprenda anche Montenegro e Vojvodina, mentre anche la sopravvivenza della Macedonia, per il vice capo della CIA nei Balcani, Steven Mayer, “è una questione aperta” 

Del resto, poi, tutta la vicenda, che emerge con sempre maggiore chiarezza, della rete clandestina della CIA per trasportare, detenere, torturare, ecc, prigionieri accusati di terrorismo, nonché rapiti, come l’Imam di Milano, in mezzo mondo, ma anche nella aree di parte, almeno, delle ex Repubbliche sovietiche e jugoslave e del Patto di Varsavia, non contribuisce certo a rasserenare il quadro e tranquillizzare l’opinione pubblica.Nonostante le smentite, testate giornalistiche anche americane, organi dell’Unione Europea, enti indipendenti come Human Right Watch, hanno documentati “strani” voli, ad esempio da Kabul a basi dei Sevizi segreti in Polonia, poi in Romania e, infine a Guantanamo. Ex agenti CIA hanno testimoniato alla rete ABC su prigioni segrete in Polonia e Romania. Amnesty International  identifica sei velivoli utilizzati per “le consegne”, che avrebbero compiuto 800 voli nello spazio aereo europeo tra il 2001 ed il 2005. Il Commissario europeo per i diritti umani, Alvaro Gil Robles, parla apertamente di una “succursale in piccolo di Guantanamo” operativa in Kosovo, come detto.

Le basi indicate per queste operazioni, con altre nel territorio di Repubbliche asiatiche ex sovietiche, hanno ospitato a turno decine di migliaia di soldati USA in transito verso o di ritorno da Afghanistan ed Iraq. Le stesse accuse, poi, vengono rivolte specificamente a Macedonia ed Albania. In ambienti UE si fa notare che, se le accuse di ospitare questi voli e queste basi si dimostrassero fondati, potrebbero essere rimessi in discussione i modi (Polonia) ed i tempi (Romania) dell’adesione all’UE stessa.Ambienti della destra internazionale, poi, fanno circolare con insistenza l’ipotesi che proprio da Bosnia e Kosovo potrebbero venire i ventilati attentati contro l’Italia, previsti nel periodo Feste di fine anno, Olimpiadi di Torino, elezioni politiche.Riassumendo quindi: l’Unione Europea farà bene a valutare attentamente ogni eventuale passo verso l’ingresso del Kosovo, ed eventualmente altre parti dell’ex Jugoslavia, quando si ponga il problema, proprio per i rischi di introdurre al suo interno semi di disgregazione, di instabilità, di terrorismo. Le notizie qui riassunte, sono anche confermate, almeno a grandi linee, dalla Relazione Periodica sulla Politica della Sicurezza, presentata al Parlamento Italiano.