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La Storia |
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Come sono natii Comunisti Italiani
Per questo, quando nell’ormai
lontano 1991 si decise lo scioglimento del Pci ci opponemmo a questa
scelta dando vita ad un nuovo partito, Rifondazione comunista.
Al III Congresso nazionale di
Rifondazione, nel dicembre 1996, la proposta di passare dalla resistenza
al progetto, dando mandato al gruppo dirigente di dare vita ad un
autentico partito di massa, era stata approvata dall’85% dei delegati.
Il Congresso si era chiuso con la parola d’ordine “Autonomia e Unità”.
Affrontammo il 1997 fiduciosi di proseguire il nostro impegno nel nuovo
Partito comunista. Molti sondaggi ci davano già vicini al 10% a livello
nazionale.
Della prima deriva fu prova già la
crisi di governo dell’ottobre 1997, che si concluse con un accordo che
non evitò una vera e propria rottura col sentire comune di grande parte
del nostro popolo, compresi gli elettori di Rifondazione. In quella
crisi demmo l’immagine di un partito che non aveva né previsto né
studiato né calcolato le conseguenze del suo operato; agimmo come se a
guidarci fosse esclusivamente la formula “o la và o la spacca”. Aperta
la crisi di governo contro di noi si scatenò l’iradiddio e fu una
fortuna se dall’intera vicenda non ne uscimmo con le ossa completamente
rotte.
Ma quello stacco, quell’incrinatura
che si determinò nei rapporti con il nostro popolo, che stimava ed
apprezzava la “saggezza, la coerenza, il senso di responsabilità” non è
più stata ricomposta. Lo dimostrarono i risultati elettorali del
novembre e della primavera successivi.
Bertinotti fece un passo indietro,
la crisi fu solo rinviata. Da quel momento il Segretario di Rifondazione
procedette con decisione sulla via dello scontro: mobilitò tutti i suoi
sostenitori e sostituì molti segretari provinciali e non pochi dirigenti
di partito.
Il 19 luglio 1998 il Comitato
politico nazionale terminò i suoi lavori con l’approvazione di un
ultimatum al governo Prodi: “Svolta o rottura”.
E’ evidente a tutti, in particolare
a chi mastichi un po’ i termini della politica, che nella fase finale di
Rifondazione ci furono due letture profondamente diverse rispetto alla
questione della famosa “svolta”. C’era, infatti, una parte del partito
che dava una lettura della “svolta” che non aveva nulla a che fare con
il governo e con
Un’organizzazione agile, leggera,
che possa distendersi nelle pieghe del conflitto sociale, cavalcare e
chiamare a raccolta le spinte antagoniste a quello che, con termine
sessantottesco, si potrebbe chiamare il “sistema”.
Quello, però, non era il partito di
massa di cui da anni si discuteva e per cui si lavorava. Da tempo,
ormai, in Rifondazione, c'era nell'essere e nell’agire’ uno
scolorimento, un affievolimento dei caratteri che fanno un partito della
sinistra, un partito comunista.
Sono i caratteri che decidemmo di
imprimere a quello che fu il nostro partito al momento della fondazione
e che abbiamo confermato in tutti i nostri congressi successivi.
Nell’ultima fase, idee,
ragionamenti, battaglie e modi di conduzione del partito stesso
portavano spesso ad individuare la loro matrice non già in un partito
comunista e nemmeno in un sindacato confederale, ma solo e per alcuni
aspetti in un sindacato di categoria. La linea strategica dell’autonomia
e dell’unità sembrava non essere più ritenuta valida. Era emerso in modo
chiaro che diminuiva l’integrità politica ed organizzativa del partito,
già seriamente messa a rischio di continuo dalla stessa natura di
Rifondazione, contenitore di posizioni politiche ed ideologiche assai
disparate e talvolta incompatibili sul piano strategico. Chi ha avuto a
che fare con la storia politica del PCI sa bene quale importanza abbiano
avuto la ricerca di alleanze, il linguaggio, la severità dei contenuti e
dello stile, la verifica costante del rapporto con gli elettori. Eppure,
per assurdo che possa sembrare, l’humus politico – culturale del gruppo
dirigente nazionale di Rifondazione stava progressivamente mutando. Il
richiamo originario all’identità comunista forte e sicura e alla difesa
della tradizione politica rappresentata dalla storia del PCI era andato
offuscandosi, anche per la crescente importanza acquisita dagli
esponenti dei diversi gruppi che erano confluiti nel partito dopo la sua
fondazione. Con alcuni di questi gruppi Bertinotti condivise l’idea
delle “diverse sinistre”.
Chi faceva osservare che non era
possibile cambiare da un giorno all’altro la linea indicata dal
precedente congresso, si rispondeva con un atteggiamento strafottente
che si basava sul fatto che il Comitato politico nazionale e la
direzione erano ormai in mano a Bertinotti.
Il Comitato politico nazionale del 3
– 4 ottobre 1998, durante il quale Bertinotti disse “Dobbiamo rompere”,
votò no alla finanziaria del governo Prodi . Bertinotti, per ottenere la
maggioranza assoluta, non esitò a ricorrere ai voti dei trotzkisti,
trasformando così la maggioranza congressuale. Esisteva un patto non
scritto, secondo cui non si sarebbero mai utilizzati voti al di fuori
della maggioranza congressuale per far prevalere le proprie posizioni.
Si parlò quindi di “mutazione genetica” del partito, di “rottura della
linea del congresso”.
Il giorno successivo, il 5 ottobre,
Cossutta si dimise da Presidente del partito.
Mercoledì 7 ottobre il capogruppo
Oliviero Diliberto annunciò alla Camera che Rifondazione avrebbe votato
contro la finanziaria, anche se la maggioranza del gruppo riteneva che
si trattasse di un colossale errore per il Paese e per i lavoratori.
Dopo quelle parole si svolse al Palazzo delle Esposizioni di Roma
un’assemblea straordinaria di quadri provenienti da tutta Italia. La
sala era strapiena, c’era molto entusiasmo e i parlamentari, forti del
mandato ricevuto da tanti compagni, decisero di votare la fiducia al
governo Prodi.
Venerdì 9 ottobre 1998 alla Camera
si contarono 312 voti a favore del governo Prodi e altrettanti contro.
Da una parte avevano votato Alleanza Nazionale, Forza Italia, Lega Nord,
UDR, CCD e Bertinotti con Rifondazione; dall’altra, i parlamentari
dell’Ulivo e dei Comunisti Italiani con Cossutta e Diliberto. Doveva
ancora votare l’onorevole Valpiana di Rifondazione, che in un primo
momento si era dichiarata d’accordo con Cossutta. Ma Valpiana,
all’ultimo, decise di votare con Rifondazione. Il suo voto fu
determinante per far cadere il governo Prodi. Subito i fascisti e le
destre scattarono in piedi e applaudirono Rifondazione.
Intanto con il nostro voto era nato il Governo D’Alema con due ministri comunisti, ma la maggioranza che aveva vinto le elezioni del 21 aprile 1996 non esisteva più: il centro – sinistra non aveva più la maggioranza per governare.
Diventò obbligatorio accettare la
disponibilità di Cossiga e dell’Udr, un fatto che creò malcontento nel
partito e che spostò ulteriormente a destra
le già moderate posizioni dell’alleanza delle forze democratiche.
Si ricominciava di nuovo. “Andiamo
lontano perché arriviamo da lontano”.
Iniziammo il tesseramento per l’anno
1999 ad un partito di classe, non
omologato e non subalterno, ma fortemente unitario. Un partito che fonda
la sua identità sull’anticapitalismo e sugli interessi delle classi
subalterne. Un partito rivoluzionario che lotta per la società
socialista: il Partito dei Comunisti Italiani.
La forza della rivoluzione non piega dinanzi a nessuna sconfitta, a nessun dolore, a nessun ostacolo per immane che sia. (Antonio Gramsci) |