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 I grandi uomini della nostra storia

                          

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Omaggio a Luigi Longo

 Luigi Longo, una vita per il socialismo e la democrazia

di Alexander Höbel

1. Desta stupore e amarezza il fatto che il ricordo di Luigi Longo sia – anche a sinistra – così debole.  

Lo stupore è forte poiché Longo, per più di mezzo secolo, è stato tra i personaggi più importanti e significativi della storia del PCI – e dunque di una componente essenziale della democrazia italiana –; braccio destro di Togliatti per vent’anni e poi suo successore alla guida del Partito; e in generale protagonista di tutti i principali momenti di svolta, di tutti gli sviluppi e i salti di qualità che l’azione dei comunisti nel nostro Paese ha avuto. È possibile che proprio questo sia il motivo che ha provocato una sorta di rimozione della sua figura: Longo non può essere presentato né come un “socialdemocratico ante litteram” né come una figura connotata da un generico radicalismo; è stato un comunista “al cento per cento”, dall’inizio alla fine, e pertanto non è utilizzabile per nella costruzione di identità tutte basate sull’“ex” e sul “post”.
Va detto, però, che una considerazione non adeguata dell’opera e della figura di Longo non comincia adesso. Per Alessandro Natta, “la parte di Longo nella storia del PCI, del nostro paese, del movimento operaio internazionale è stata incomparabilmente più rilevante di quanto oggi non appaia”. Emanuele Macaluso lo ha definito “un segretario sottovalutato”, sottolineando il suo essere profondamente democratico e aperto all’ascolto: “Nel PCI – ha scritto – non ho visto un’altra persona che, come Longo, considerasse le opinioni degli altri così degne da fargli cambiare le proprie”. Per Giuseppe Boffa, è stato “il più democratico fra i segretari del PCI”, ma anche “il migliore segretario generale” . Molti testimoni, tra cui Aldo Tortorella, ne parlano come del segretario “più a sinistra” .

2. La vita stessa di Longo procede parallelamente a quella del Partito, e la segue in tutti i suoi principali passaggi, in tutti i più significativi punti di svolta. Piemontese, figlio di contadini, studente al Politecnico, l’esperienza della prima guerra mondiale lo avvicina alle idee socialiste. Entrato nella Federazione giovanile, si avvicina alla frazione bordighiana, e partecipa al Congresso di Livorno del 1921: è dunque tra i fondatori del PCd’I, ed entra subito nel Comitato Centrale della FGC. In Piemonte promuove la formazione di squadre armate contro la violenza fascista, e nel 1923 è arrestato nell’ambito della “battuta anticomunista” che porta in carcere molti quadri del Partito. Tornato libero, Longo matura il distacco dalle posizioni della sinistra bordighiana, cui imputa l’incapacità di concepire una politica di alleanze di stampo leninista, che consenta di opporsi al fascismo e riprendere il processo rivoluzionario. Dal 1926, Longo è responsabile del Centro estero della FGCI (con Secchia alla guida del Centro interno), e in questa veste trascorre vari mesi a Mosca come membro dell’Esecutivo dell’Internazionale giovanile comunista .
Sul piano internazionale, si schiera a favore della linea del “socialismo in un solo paese”, mentre sul piano interno – sostenuto da Secchia – chiede di abbandonare la parola d’ordine dell’Assemblea repubblicana, cara a Gramsci, per sostituirla con quella del “Governo operaio e contadino”. La battaglia condotta dai giovani, dirà Longo, è originata dal fatto che “essi avevano la sensazione, sia pur vaga, che qualcosa stava radicalmente mutando nella situazione del paese e che, perciò, piuttosto che appellarsi alla continuità di una linea politica” – e a parole d’ordine poco comprensibili e mobilitanti – occorreva “mettere in primo piano la presenza organizzata del partito” .
Sebbene rimasto in minoranza, Longo diviene membro candidato dell’Ufficio politico del PCd’I, tra i responsabili del nuovo Centro interno, e infine membro della Segreteria. In queste vesti, Longo (ormai “Gallo”) è il principale fautore della politica della svolta, ossia di quel mutamento di orientamento che matura alla fine del 1929 e porta a concentrare tutte le forze nell’azione all’interno del Paese, preparando il ritorno dello stesso gruppo dirigente. In Italia, infatti, i primi effetti della crisi economica stanno stimolando una nuova “combattività delle masse”, una disponibilità, soprattutto “della gioventù operaia, studentesca, a una più attiva partecipazione alla lotta e all’antifascismo”. Di qui la necessità che il Partito raccolga questa spinta e ne sia l’interprete più conseguente .

Bisogna – dice Longo nel suo progetto di risoluzione – che tutto l’apparato del partito [...] sia decisamente orientato verso il ritorno in Italia non solo come lavoro (il che è sempre stato) ma anche come sede” .

Su questo si consuma la rottura con Tresso, Leonetti e Ravazzoli. Ma sarà proprio questa politica – pur con i suoi errori di valutazione sulla radicalizzazione delle masse, e pur con gli alti costi umani che implicherà – a consentire quella capillare presenza dei comunisti nel Paese, e quell’emergere di una nuova leva di quadri, che saranno alla base della loro egemonia nella lotta antifascista e poi nella Resistenza. Scriverà infatti Secchia:

Il contributo del PCI alla lotta di liberazione fu così alto perché il partito, impegnandosi senza risparmio [...] alla lotta clandestina contro il fascismo, [...] avendo saputo effettuare nel 1929-31 una ‘svolta’ di intensa presenza nel paese a tutti i costi, popolando i penitenziari del regime mussoliniano con i suoi migliori uomini, aveva fatto una scelta giusta, sparso una semina, accumulando un patrimonio umano, politico e rivoluzionario che poté raccogliere e spendere nella Resistenza .

E Amendola aggiungerà:

È con la svolta che il PCI sfugge al destino di diventare un partito emigrato come gli altri, riafferma la sua presenza organizzata nel Paese, svolge un reclutamento che in alcuni momenti e in alcune località diventa di massa, capovolge i vecchi rapporti di forza in seno al movimento operaio, [...] conquista insomma, una egemonia nello sviluppo della lotta antifascista, che manterrà fortemente nelle battaglie della Resistenza .

Nel 1929-30, dunque, Longo, è forse il principale fautore della svolta. In particolare, esorta a riprendere il proselitismo fra gli operai, rafforzare la CGL clandestina, costituire comitati di lotta, “squadre di difesa” e gruppi di “giovani arditi antifascisti”. Nei mesi seguenti, i risultati non mancheranno, anche se la repressione poliziesca colpirà duramente il quadro militante.

3. Allo stesso modo, e sulla base di una correzione di rotta, Gallo è protagonista della fase dei Fronti popolari. Nel 1934 firma assieme a Nenni un primo manifesto unitario coi socialisti, contro il fascismo e la guerra, base del patto di unità d’azione tra i due partiti. Alla vigilia dell’aggressione fascista all’Etiopia, Longo pone al gruppo dirigente del PCd’I la prospettiva della creazione di un fronte popolare in Italia, ma anche l’obiettivo del “partito unico operaio”, assieme ai socialisti. “Noi vogliamo il Partito unico – dice Longo – lo vogliamo non come lontana aspirazione ma come realtà immediata”. Questa unità – continua – può e deve

assicurare al proletariato [...] la direzione della lotta politica. Il proletariato unito [...] è condizione per il raggruppamento attorno ad esso di tutti gli strati malcontenti della popolazione, di tutti quelli che vogliono farla finita con il [...] fascismo [...].
[...] strati notevoli di lavoratori sono ancora lontani dalle posizioni del nostro programma, pur essendo decisamente antifascisti e contro la guerra, e noi abbiamo il dovere di non disinteressarci di queste masse, ma di andare loro incontro, di collegarci con gli aggruppamenti politici in cui esse hanno ancora fiducia, di stabilire con questi aggruppamenti delle intese [...]. È il problema, cioè, del fronte popolare che si pone anche per l’Italia .

Per Gallo, dunque, la rivoluzione italiana deve essere una “rivoluzione popolare antifascista”, in cui il proletariato sia alla testa di un fronte di alleanze più vasto.
Al tempo stesso, Longo è tra i primi a cogliere il processo di internazionalizzazione del fenomeno fascista, e tra i più tenaci a tentare di contrastarlo. All’indomani dell’aggressione all’Etiopia da parte dell’Italia, è tra gli organizzatori del Congresso di Bruxelles contro la guerra e il fascismo. Nel settembre 1936, poco dopo il golpe di Franco e lo scoppio della guerra civile, è già in Spagna, dove organizza la componente italiana di quelle Brigate internazionali che – dopo l’appello di Stalin a favore del governo repubblicano – diventano un fenomeno di massa. In Spagna, dove partecipa alla difesa di Madrid e dove sarà anche ferito, il “comandante Gallo” diventa leggendario e – come ha scritto Spriano – si rivela, “per il suo spirito pratico e per le sue doti umane”, l’uomo adatto a risolvere le situazioni più delicate. Non a caso, Longo – coadiuvato da Giuseppe Di Vittorio e André Marty – diviene ispettore generale (e dunque innanzitutto dirigente politico) delle Brigate, che raccoglieranno circa 50.000 volontari di 52 paesi. Nelle stesse settimane, è anche nella delegazione del Comintern all’incontro di Annemasse coi dirigenti della II Internazionale, per verificare le possibilità di un’azione comune in favore della Spagna e contro il fascismo .
Dopo la Spagna, il prestigio internazionale di Longo è ormai grande. Assieme a Buozzi, è eletto presidente dell’Unione Popolare, che in Francia raccoglie cinquantamila emigrati italiani e appare il nucleo di una più vasta Alleanza antifascista. Per Longo, occorre “l’unità del popolo italiano nella lotta contro il fascismo. In essa gli interessi della classe operaia italiana si identificano con quelli di tutto il popolo”. Tuttavia, quell’esperienza unitaria subisce presto una battuta d’arresto, e, all’indomani del patto Molotov-Ribbentrop, Longo è arrestato a Parigi, e inviato al campo del Vernet con altri dirigenti comunisti. All’inizio del ’42, la polizia francese lo consegna a quella italiana, cosicché finisce prima a Regina Coeli e poi in confino a Ventotene, in quella che fu una vera e propria “accademia dell’antifascismo” .

4. Dopo il 25 luglio 1943, Longo viene liberato, e partecipa alle prime riunioni della Direzione del PCI, che si divide nei gruppi di Roma e Milano, nel quale entrerà. Siamo ormai alla fine di agosto, il disorientamento è generale, il governo Badoglio reprime le manifestazioni popolari e intanto i tedeschi occupano una parte del Paese. È a questo punto – ricorderà Amendola – che Longo assume la direzione della lotta di liberazione:

Lo vedo ancora camminare in silenzio per la stanza e poi mettersi a scrivere quello che sarà il Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia di colpi di mano da parte dei tedeschi .

Siamo al 30 agosto, e sulla scorta del documento di Longo le forze della sinistra – PCI, PSI e Giustizia e Libertà – decidono di promuovere e coordinare un movimento partigiano di resistenza armata, rivendicano un nuovo governo diretto dalle forze antifasciste, e costituiscono una giunta militare in cui Longo rappresenta i comunisti, assieme a Pertini per il PSI e Riccardo Bauer per GL. Prima di tornare al nord, Gallo fa in tempo a partecipare ai combattimenti per la difesa di Roma. Sul piano politico, contrapponendosi a Scoccimarro, si schiera per un’unità operativa ampia, fino ai badogliani, ma ribadisce anche la necessità di un governo popolare, emanazione dei CLN, che sostituisca il governo Badoglio. Coadiuvato da Secchia, Longo dirige le Brigate Garibaldi e – attraverso il foglio “La nostra lotta” – porta avanti la riorganizzazione dei quadri comunisti. In particolare, mira a un’azione di massa della classe operaia settentrionale, che dia alla lotta “il colpo decisivo”. Questo verrà innanzitutto coi grandi scioperi del marzo 1944, che Longo legge come la conferma della direzione della lotta antifascista da parte della classe operaia, e quindi della possibilità di realizzare “un taglio netto” col passato e costituire un governo “veramente popolare”, basato sul protagonismo dei CLN. È questa la lettura di Longo della “democrazia progressiva”, che egli vede in primo luogo come strumento per allargare le basi popolari del potere, anche attraverso l’estensione capillare dei CLN .
In quei mesi, sottolinea ancora Natta, Longo “si colloca sempre un po’ più ‘a sinistra’ rispetto a Togliatti, “non solo quando accetta l’ingresso dei comunisti nel governo Badoglio a fatica, come necessità tattica”, ma anche perché – nel quadro della politica di unità antifascista, “resta in Longo più presente l’esigenza dell’unità della sinistra”, di un rapporto privilegiato con socialisti e azionisti .
Allorché il movimento partigiano si dà una direzione unica nel Corpo Volontari della Libertà, è Gallo a dirigerlo, assieme a Parri e Cadorna. Longo, come Secchia, vede la guerra di liberazione – e la necessità di portarla a termine autonomamente dagli Alleati – come l’occasione per assicurare alle classi popolari un ruolo decisivo anche nel dopoguerra. Proprio per questo, allorché il gen. Alexander invita i partigiani a interrompere la lotta in vista dell’inverno, Gallo dà una “interpretazione” del suo messaggio che di fatto ne capovolge il senso. Anche qui c’è la testimonianza di Amendola. È quest’ultimo infatti a dare a Longo la notizia del proclama, suggerendogli di chiedere una presa di posizione del CVL che ribadisca la propria autonomia e rifiuti il messaggio di Alexander. Gallo non è d’accordo:

No, così non va, si arriverebbe a una rottura. E del resto gli ordini superiori non possono essere respinti. Ma – aggiunge – occorre interpretarli. Gli ordini vanno applicati tenendo conto delle condizioni concrete in cui si trovano ad operare le formazioni. Spetta a noi, dunque interpretare quelle direttive” .

E così Longo scrive la bozza di risoluzione del CVL, la quale afferma che “ogni richiamo alle direttive di Alexander per giustificare proposte di smobilitazione [...] è assolutamente ingiustificato”, poiché nel proclama “non si afferma [...] che si deve cessare la battaglia” ma solo le ‘operazioni organizzate su vasta scala’, e dunque che si avrà, a causa dell’inverno, “un rallentamento del ritmo della battaglia”. Dunque comincia una ‘campagna invernale’, con le sue caratteristiche particolari, e non una ‘stasi invernale’. Del resto – concluderà la risoluzione –

Nessuno dei patrioti può tornare alla sua casa, né al suo lavoro: lo ghermirebbe la reazione nazifascista. Una smobilitazione, anche solo parziale, dei combattenti della libertà costituirebbe, di fatto un invito a capitolare [...] a lavorare per i nazifascisti [...]; oppure sarebbe una spinta a darsi all’azione incontrollata e disorganizzata, ciò che è proprio compito del comando di evitare con la sua attività di inquadramento, di direzione e di educazione politica .

E infatti la lotta proseguirà fino al 25 aprile 1945, e Longo sarà protagonista anche di quella giornata, nel triumvirato insurrezionale di Milano con Pertini e Valiani.

5. Dopo la Liberazione, Longo è tra i massimi dirigenti del partito nuovo. È tra i pochi – assieme al socialista Rodolfo Morandi – a insistere sul tema della pianificazione democratica di settori strategici dell’economia, esaltando forme di controllo dal basso e chiedendo la nazionalizzazione delle industrie chiave. Al V Congresso tiene una relazione sulla prospettiva del “partito unico della classe operaia”, che non sia la mera sommatoria di PCI e PSI, ma sia la base di una più ampia unificazione di tutte le forze “sinceramente democratiche e progressive”. Subito dopo, è eletto vicesegretario di Togliatti, con Secchia responsabile dell’organizzazione .
Negli anni seguenti, sarà deputato (alla Costituente e poi alla Camera) e rappresentante del PCI nel Cominform, alla cui riunione costitutiva Longo deve tener testa alle critiche di Zdanov, che accusa il PCI di arrendevolezza dopo la cacciata dal governo De Gasperi . Dopo le elezioni del ’48 e l’attentato a Togliatti, Longo rilancia l’idea di un’ampia alleanza delle forze progressiste di fronte a una situazione in cui – dice – “lo Stato italiano torna ad essere in modo pieno e aperto lo strumento dei gruppi industriali e agrari più reazionari”; occorre invece – ribadisce ancora – “un governo veramente democratico, veramente popolare” .
Ma ormai siamo agli anni della guerra fredda e del duro confronto coi governi centristi e con la Celere di Scelba. In quegli anni Longo è tra l’altro il principale creatore del giornale “Vie Nuove” che rappresenta un primo, avanzato tentativo di usare i mezzi di comunicazione di massa – in questo caso la stampa – in termini popolari, divulgativi ma al tempo stesso con quell’intento di pedagogia politica e civile che caratterizzava il partito allora . Dopo la strage di Modena, Longo chiede il divieto dell’uso di armi da fuoco da parte della polizia. Al VII Congresso del PCI denuncia la gravità della reazione antipopolare in atto:

Per aver sostenuto i propri diritti, sanciti tra l’altro dalla Costituzione, [...] i lavoratori, i loro alleati e le loro organizzazioni sono stati fatti oggetto di ogni sorta di provocazioni, di arbitrii, di violenze. Come ‘sobillatori’, ‘quinta colonna’, ‘agenti del Cominform’ furono tacciati [...] gli organizzatori e i dirigenti della resistenza operaia e delle lotte popolari [...]. Oltre i quattro quinti di tutti i caduti, i feriti, gli arrestati, i condannati sono comunisti [...].

In questo quadro – insiste Longo – va costituito ‘un largo fronte del lavoro’, che alle lotte per la pace e la difesa della Costituzione affianchi la lotta per l’attuazione del Piano del lavoro proposto dalla CGIL. L’attenzione di Longo, dunque, è sempre rivolta alla tenuta democratica del Paese e ai suoi possibili progressi. In questo senso, allorché alla metà degli anni ’50 inizia un dialogo tra DC e PSI, egli lo giudica positivamente, come occasione per ‘spostare un po’ più a sinistra i confini della discriminazione scelbiana’ e aprire la strada ad una “nuova maggioranza”. Nel 1956 Longo si impegna nella polemica contro Antonio Giolitti e il “revisionismo nuovo e antico” . Tuttavia in Longo l’idea dell’unità del movimento operaio rimane una costante, assieme al tema della democrazia e del suo sviluppo. Alla vigilia dell’VIII Congresso, è lui a definire la Costituzione come “il programma stesso del partito”, un asse fondamentale della “via italiana al socialismo” .

6. In tutto questo periodo, Longo è il braccio destro di Togliatti, e al momento della morte del segretario, nel 1964, la successione è naturale e scontata. Ricorderà Amendola:

Egli ci pose immediatamente, e con grande franchezza, il problema di accelerare la formazione di un nuovo gruppo dirigente, capace di assumere, al più presto, la piena direzione di un partito comunista chiamato [...] ad avere un peso crescente nella vita nazionale e nel movimento operaio internazionale .

Longo in effetti dà subito un’impronta nuova al ruolo di segretario, avviando una direzione collegiale in cui egli è una sorta di primus inter pares, e sforzandosi di svolgere una funzione di sintesi fra le diverse letture della “via italiana al socialismo” che subito emergono, polarizzandosi attorno alle figure di Amendola e Ingrao. Più che mediare, Longo cerca di valorizzare gli elementi più vitali delle proposte dei due dirigenti (l’unità delle forze socialiste chiesta da Amendola, l’elaborazione ingraiana sulla programmazione e un nuovo “modello di sviluppo”), temperandone eccessi e unilateralità, e “legittimandone” la circolazione – e dunque la discussione, anche aspra – all’interno del Partito.
Al tempo stesso, Longo caratterizza la sua segreteria anche per gesti innovativi dal forte valore politico, tanto che sull’“Unità” Adriano Guerra ha scritto di lui come “l’‘uomo delle svolte’” : si consideri la decisione di pubblicare il Memoriale di Yalta (di fatto un documento interno del movimento comunista internazionale), “non solo – osserverà Berlinguer – perché con esso Togliatti metteva nuovamente in luce [...] la peculiarità delle posizioni del nostro partito [...], ma soprattutto perché quel documento esprimeva idee, critiche e giudizi chiarificatori che interessavano l’intero movimento operaio mondiale” ; o la sua relazione alla conferenza dei partiti comunisti europei a Karlovy Vary, con la rivendicazione netta del superamento dei blocchi contrapposti e di una politica di sicurezza collettiva europea, che desse un nuovo ruolo al Vecchio Continente; e in questo quadro – e con l’obiettivo di una maggiore unità d’azione fra i vari settori del movimento operaio – le prime aperture alla SPD di Brandt; il dialogo col movimento studentesco, che egli vede come un alleato naturale e rispetto al quale – dice – occorre “superare una certa posizione di diffidenza”; la ripresa del rapporto unitario con l’area che fa capo a Parri e l’“invenzione” degli indipendenti di sinistra; e ancora, il sostegno espresso all’esperimento di Dubcek – in cui vede anche un incoraggiamento per la stessa “via italiana” e per il tentativo di coniugare democrazia e socialismo; e infine la condanna dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia, non perché Longo non veda i pericoli che pure si addensano in quella situazione, ma perché intende differenziarsi nel modo di affrontarli .
In particolare, la sua riflessione sul nuovo internazionalismo si riallaccia a quella dell’ultimo Togliatti, che aveva insistito sulla necessità di un più forte ruolo propulsivo e di una maggiore assunzione di responsabilità e iniziativa da parte delle forze comuniste – e di sinistra in genere – dell’Europa capitalistica, in stretto legame coi paesi socialisti ma anche con i movimenti di liberazione nazionale, al fine di indirizzare il quadro dei rapporti internazionali verso una situazione meno irrigidita dalla contrapposizione fra i blocchi, e di ridare protagonismo alla classe operaia europea in unione con gli altri settori del proletariato internazionale.
Il “nuovo internazionalismo”, infatti, non significò mai volontà di rottura con l’URSS e i paesi socialisti. Nello stesso Comitato Centrale in cui condanna l’intervento sovietico in Cecoslovacchia e ribadisce il “principio irrinunciabile della autonomia, indipendenza e sovranità nazionale di ogni Stato, e dell’autonomia e sovranità di ogni partito comunista”, Longo precisa che va rilanciata la lotta contro “la politica dei blocchi”, poiché “a questa logica devono essere in larga misura ricondotte le difficoltà dello stesso processo di sviluppo e di rinnovamento delle società socialiste, e la stessa crisi cecoslovacca”. In ogni caso – aggiunge – “la discriminante tra socialismo e capitalismo resta per noi ben ferma”:

Il problema reale non può essere quello di essere o di non essere parte di un movimento internazionale, come quello operaio e comunista. Il problema vero [...] è quello del modo e del senso della nostra presenza e della nostra azione in uno schieramento che non si limita certo nei confini del sistema degli stati socialisti [...] ma che abbraccia [...] un complesso poderoso di forze antimperialistiche, rivoluzionarie, comuniste e socialiste. Si tratta non di estraniarsi da queste forze, ma di esserne parte attiva.

In questo senso, ribadendo “una concezione nuova dell’internazionalismo”, Longo evita sia il rischio di una chiusura nazionale del PCI, sia quello di un suo essere “schiacciato” sul blocco socialista. “Autonomia e diversità nell’unità” sono i due principi fondamentali affermati, sulla scia dell’elaborazione togliattiana, che viene ripresa anche sul tema della “responsabilità che incombe sul movimento operaio dei paesi capitalisti avanzati”.

Per svolgere un’azione proficua [...] – conclude Longo – è indispensabile [...] che siano ben precise e ferme la collocazione e le posizioni internazionali del nostro Partito. Qualsiasi forma di chiusura o di isolamento nazionale, qualsiasi gesto di allentamento dei nostri rapporti internazionali [...] sarebbero un errore profondo, un colpo per la stessa linea politica che vogliamo difendere .

Come scriverà Armando Cossutta, che fu tra i più stretti collaboratori del segretario,

il punto era quello di come riuscire ad avere e perseguire le nostre posizioni, anche quando esse comportavano una polemica molto marcata, senza rompere i rapporti con il Partito comunista sovietico. Dissenso sì, diceva Longo, rottura mai .

Infine, l’altro cardine dell’impostazione di Longo – da segretario, ma anche nei decenni precedenti – è il tema della democrazia, sia come lotta contro tutti i tentativi di involuzione autoritaria dello Stato, sia come affermazione del legame inscindibile fra lotta per la democrazia e lotta per il socialismo, fra democrazia rappresentativa e potere popolare. Specie dopo il ’68, rilancia con forza questa tematica, sottolineando ancora una volta la centralità della partecipazione e iniziativa di massa. Dirà infatti al XII Congresso:

[...] nella nostra repubblica le assemblee rappresentative debbono poggiare – se si vuole che siano davvero vive, funzionanti e democratiche – sulla organizzazione e permanente mobilitazione delle masse, sui partiti e sui sindacati, sulle autonomie locali, su organi democratici di base.
[...]
Noi dobbiamo lottare, al tempo stesso, per un rinnovamento profondo degli istituti democratici rappresentativi e per conquistare, con nuove forme di democrazia diretta, nuove posizioni e possibilità di direzione per i lavoratori e per tutti i cittadini. Senza la lotta delle masse organizzate, senza la pressione democratica del paese, la vita delle assemblee elettive inevitabilmente degrada nel parlamentarismo e nel trasformismo.
Ma è del tutto errato non vedere come la lotta delle masse, l’azione democratica del paese possono provocare spostamenti e crisi all’interno dei partiti [...] e all’interno delle assemblee elettive .

Mobilitazione “dal basso” e azione politico-istituzionale non sono dunque per Longo momenti contrapposti, ma assolutamente complementari.

7. Colpito da ictus alla fine del 1968, Longo sarà affiancato da Berlinguer come vicesegretario già nel febbraio ’69. Comincia allora una nuova fase della vita del Partito e della sua stessa funzione dirigente. Negli anni successivi, non mancherà di far sentire la sua voce, sia nel dibattito sulla Resistenza, i suoi limiti e il ruolo dei comunisti al suo interno; sia nella fase difficile della solidarietà nazionale, rispetto a cui prenderà una posizione critica, cogliendo il rischio che quella complessa operazione politica finisse per assicurare la continuità degli assetti di potere consolidati anziché utilizzare la grande forza del PCI per superarli e batterli.
Il 16 ottobre 1980, Longo si spegne, dopo una vita che non è retorico definire eroica. Come dirà Berlinguer, la sua è stata la vicenda “di un leggendario combattente e insieme di un politico acuto, di un organizzatore infaticabile ma anche di un creatore pieno di fantasia, di un realizzatore amante della concretezza”. Un dirigente – ha scritto ancora Guerra – dotato “di una intelligenza politica continuamente presente” . Di figure del suo calibro, oggi, non si può non sentire la mancanza.
Intervistato da Salinari, a proposito del costume di partito, Longo diceva:

Ogni ascesa a posti di responsabilità, lo stesso riconoscimento di Togliatti come capo indiscusso [...] furono sempre la conseguenza della stima e del consenso sincero degli organismi di direzione e dell’insieme del partito. L’esibizionismo, la ricerca di popolarità non ebbero mai tra di noi diritto di cittadinanza.
È a questa scuola di probità e di sincero e onesto spirito di solidarietà collettiva [...] che si vennero formando, nella lotta, nei pericoli, nel sacrificio, i quadri dirigenti comunisti e un costume di lavoro che fecero del nostro un partito diverso non solo dagli altri aggruppamenti antifascisti, ma anche da molti altri partiti comunisti [...].

E ancora:

Se nello spirito di disciplina e di sacrificio, se nel centralismo, se nel voler fare politica in qualsiasi situazione per incidere sul suo sviluppo e guidarlo verso le necessarie soluzioni, consiste il segreto della nostra sopravvivenza e del nostro continuo progredire, dobbiamo concludere che questo spirito e questa volontà sono sempre stati [...] nel nostro partito, sono stati e sono tuttora causa determinante e necessaria dei progressi che ci hanno sempre accompagnati.

 

 16 Ottobre 2009 - 29 Anni dalla morte di Luigi Longo

Segretario Nazionale del P.C.I

 

Schivo, modesto, timido, un volto affilato e malinconico sotto il berretto di giovane militante, un'aria pensosa e mite, il tratto garbato, la gentilezza, “l'opposto - scrisse Berlinguer commemorando là sua morte avvenuta nel 1980 - dell'immagine grottesca dell'uomo immusonito e fanatico con cui si costruiva e da taluno si fa ancora oggi la caricatura del rivoluzionario”.

Ricordando Longo.Ricordando la sua vita “che è quella di un leggendario combattente e insieme di un politico acuto e lungimirante, di un organizzatore infaticabile ma anche di un creatore pieno di fantasia, di un realizzatore amante della concretezza” (sono sempre parole di Berlinguer); ricordando soprattutto l'uomo, il nostro compagno, il commissario delle Brigate internazionali, il combattente partigiano alla testa del Cln. Una lunga vita di lotta, cominciata a Torino, da giovanissimo.

Infanzia e adolescenza difficili, umili origini contadine (è nato a Fubine, un paesone in provincia di Alessandria, il 15 marzo del 1900). “Noi abbandonammo il paese nell’anno che fu detto del “vendemmione”; per l’abbondanza dell'uva che si raccolse. Ma i prezzi scesero a terra. Raccontava mio nonno che da una bigoncia d'uva portata al mercato di Casale, dedotte le spese di viaggio, aveva ricavato appena di che comprare una cannella di legno per spillare il vino delle botti”, racconta lui stesso in una delle conversazioni con Salinari. Lui non dimenticherà mai la fatica, le sofferenze; le umiliazioni delle classi povere. Deputato per tutte le legislature, alla Camera si batté soprattutto per le pensioni: «In me - ricorda - è sempre presente l'estremo bisogno di assistenza e di aiuto dei lavoratori che frequentavano, tanti anni fa, la cantina dei miei genitori, e che non avevano che le proprie braccia per vivere, di vecchi che dopo una vita di lavoro e di stenti non avevano altra prospettiva per i loro ultimi giorni che il ricovero negli ospizi”.

Dal Monferrato i suoi vanno a Torino, dove aprono infatti una mescita di vino in corso Ponte Mosca, nei pressi dello stabilimento Grandi Motori della Fiat che ha aperto da poco. Una vita di stenti anche qui. I suoi vogliono che diventi falegname, ma a scuola è così bravo che decidono di farlo studiare, per farne uno “statale”.

La prima tessera

Nel ’20 la sua prima tessera, si iscrive al circolo socialista studentesco di Torino; conosce Antonio Gramsci e Togliatti, frequenta la sede dell’Ordine Nuovo, nel centro della città.

Così ben vigilata che gli squadristi si guardano sempre dall’assalirla.  “Tutte le porte erano sbarrate verso l’esterno con sacchetti di terra e vari camminamenti disposti a zig zag portavano dalle porte ai cortili, con interruzioni di tanto in tanto, di cavall di frisia e di filo spinato … In qualche angolo più riservato c’erano cestini di bombe a mano e alcuni moschetti”.

Nel ’21 è a Livorno, tra i fautori della scissione che porta alla nascita del Pci. E’ancora studente del politecnico, ha superato bene il primo anno di esami ma, da allora in poi, i suoi studi universitari vengono sacrificati all'impegno politico: "avevo già due figli - ricorderà - ma ancora mi trascinavo libri e dispense per esami che mai avrei sostenuto". Dal '21 infatti la sua vita si intreccia per sempre con quella del partito.

In Urss

Nel '22 è membro di una delegazione che si reca a Mosca per il congresso dell'Internazionale. Incontra Lenin, questo il suo ritratto di allora: «Mi impressionò non solo il suo ragionamento sensato, limpido, ma anche la vivacità, la passione con cui esponeva il pensiero, come fosse bruciato da un fuoco interiore».

A Mosca ci andrà varie volte, a partire dal congresso di Lione; nel 1926, appunto, ci va portando con sé il figlioletto di tre anni, che ha avuto da Estella, Teresa Noce, sua compagna da qualche anno. Incontra Stalin, naturalmente, e tutti gli alti gradi del Cremlino. «Di Stalin ricordo la figura semplice, rigida, ossuta... Il suo parlare era lento, fermo, scandito». Osservazioni acute e disincantate. “A Mosca, al Kim, la Sezione giovanile del Komintem, trovai alcuni dirigenti che avevo già conosciuto, Sciatskin, Rudolf Khiltarian, Lominadze, un gigante di circa due metri d'altezza che si diceva fosse molto legato a Stalin (era georgiano anche lui).

In Spagna

«La capacità di Longo come dirigente emerse in modo straordinario nella guerra di difesa della Repubblica spagnola – scrive sempre Berlinguer – Le Brigate internazionali che Longo dirige sono certo un  modello di eroismo e di capacità combattente, ma sono anche luogo di esperienza politica unitaria – spesso ardua – tra comunisti, socialisti, democratici».

Lui è il mitico Gallo, l’ispettore generale delle Brigate internazionali. Così lo descrive Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza. “La prima volta che lo vidi avevo diciannove anni. Si era nel 1937. Ero arrivato in Spagna da un anno. Un anno di guerra del battaglione Garibaldi, della Brigate internazionali. Lo vidi sul ponte di Brunete. Stavo andando a cercare una mitragliatrice … quando sulla strada, proprio accanto ad un piccolo fiume vidi un ufficiale. Era solo, con un binocolo osservava le linee nemiche da dove era stata scatenata una tremenda offensiva … Se ne stava tutto solo ad osservare tranquillo mentre attorno era come l’inferno”.

E dice Leo Valiani: “Facemmo passare la frontiera ai primi volontari delle Brigate internazionali, delle quali Long diventò ben presto l’organizzatore principale e in ultimo anche il vero comandante”.

La risolutezza di Longo nell'assumersi delle responsabilità e nel prendere delle decisioni, la sua calma e il suo sangue freddo nel mezzo dei pericoli, furono, assieme a una grande conoscenza degli uomini e alla scrupolosa cura dei dettagli, fra i principali elementi della coesione e dei successi, ancorché mai definitivi, data la sproporzione degli armamenti, delle Brigate internazionali. Che non nacquero felicemente dalla spuma del mare come Venere. “Albeggiava quando, il 14 ottobre - racconta Gallo - scesero dalla stazione di Albacete i primi 500 volontari. Essi iniziavano la grande epopea delle Brigate internazionali in Spagna. Questi arrivi continuarono con lo stesso ritmo per quasi tutto quell’anno 1936. A ogni arrivo però le difficoltà si moltiplicavano per dieci, per centoSvolgevamo un'attività febbrile per scoprire nuovi locali, farceli assegnare, farli evacuare senza troppo infastidire i civili, infine per pulirli, adattarli a caserma ... Non vi erario materassi, gavette, piatti per tutti; i cucchiai erano quasi sconosciuti, si dovettero istituire turni per consumare i pasti; un piatto e un cucchiaio dovevano servire per due o tre persone, ma mancava l'acqua per lavarli».

Eppure «oggi Guadalajara, domani Madrid» le brigate di Gallo diventano una grande realtà. «La Repubblica spagnola sarà drammaticamente perduta. Ma quando sarà necessario - è sempre Berlinguer - iniziare la lotta dì resistenza patriottica e partigiana, quel patrimonio sarà prezioso in Italia e in tutta Europa». Come un Garibaldi di questo secolo, è Gallo a «inventare e organizzare le strutture militari e politiche della guerra di Liberazione».

Gli anni 60 e 70

Ricordando Luigi Longo. Un dirigente comunista che non ha mai rinunciato  ad esprimere  le proprie convinzioni anche quando queste potevano sembrare “controcorrente” all’interno del Partito. Nel 1968, infatti, incontra incontra i dirigenti del movimento studentesco e in un articolo Rinasciata non esita a dire : «Non si può negare che ci sia stato distacco tra il Partito e la realtà politica che si è venuta creando nel campo studentesco. Certi fermanti politici e culturali esistenti nelle Università solo tardivamente hanno interessato i nostri compagni, le nostre organizzazioni. Perché?». In un altro momento delicato, nel 1976 critica apertamente la politica del Partito nei confronti del governo Andreotti: «Siamo certi che la nostra cautela nei confronti del governo Andreotti sia stata sempre giustamente motivata?». -E ancora, in uno dei suoi ultimi interventi al Comitato Centrale, in modo sferzante attacca la politica dei sacrifici avviata proprio in questi anni: «la mia impressione è che da parte di alcuni si sia assunta stilla questione dei sacrifici una curiosa posizione, vorrei dire da primi della classe, mostrando scandalo per !a richiesta di contropartite. Mi riferisco qui a ceni scritti del compagno Amendola o ad alcuni discorsi del compagno Peggio che, per questo, hanno sollevato vivaci reazioni. Ebbene io non credo che sia un delitto da parte dei lavoratori esigere la garanzia che i loro sacrifici non servano in realtà a ricostituire quell'assetto politico ed economico che ha pro dotto la crisi, l'affare Lockeed, lo scandalo Sindona, le cosiddette deviazioni del Sifar e del Sid, le trame nere e così continuando».

 

Nel celebre dipinto "La battaglia di Punta dell'Ammiraglio" che raffigura la sconfitta dell'esercito borbonico da parte dei volontari garibaldini, il famoso pittore Renato Guttuso volle rappresentare Luigi Longo al fianco di Giuseppe Garibaldi per sottolineare, come ebbe a dire, la stretta continuità tra la Resistenza ed il Primo Risorgimento. Nacque da qui l'appellativo di "Garibaldi del Novecento" che accompagnò per molti anni colui che sarebbe stato il futuro segretario del PCI, carica cui fu eletto dopo la morte di Palmiro Togliatti nell'agosto 1964.


Questa affascinante similitudine in realtà si presta molto alla figura di Luigi Longo che, già nella Guerra di Spagna, si era distinto alla guida della Brigate Internazionali delle quali con lo pseudonimo di "Comandante Gallo" era diventato Commissario di Divisione ed Ispettore Generale. Luigi Longo infatti era stato il fondatore e l'animatore delle Brigate Garibaldi che tanta parte ebbero nella vicenda della Resistenza Italiana tra il '43 ed il '45 nel consentire la Liberazione del Nord Italia occupato dalle armate tedesche e controllato dai fascisti della Repubblica Sociale con sede a Salò. Longo si pose anche il problema, apparentemente irrisolvibile, di superare le divisioni che si erano manifestate tra i gruppi e le formazioni partigiane di diverso orientamento politico, che ne indebolivano fortemente l'efficacia di azione. Nacque così, non senza intuibili difficoltà, il Corpo Volontari della Libertà (CVL) del quale, nel dicembre 1944, Luigi Longo divenne Vice Comandante insieme a Ferruccio Parri sotto il comando unico del generale Raffaele Cadorna, che ammetterà onestamente in un suo diario di esercitare "un potere poco più che formale" essendo i due Vice coloro che reggevano "con forti ed abili mani la ribellione".

L'azione partigiana unitaria consentì al nostro Paese di riscattare la sua disonorevole alleanza con Hitler e la violenta aggressione nei confronti di molti Paesi europei e del Nord Africa. 

Se le sanzioni decise dai vincitori della 2a Guerra Mondiale nei confronti dell'Italia furono contenute, lo si deve senza dubbio al ruolo fondamentale della Resistenza nella sconfitta dei nazifascismi nel nostro Paese. Non è un caso che gli stessi alleati, per mano del generale americano Clark, vollero insignirlo a fine conflitto di una tra le più prestigiose decorazioni militari statunitensi: la "Bronze Star". Longo ebbe, in seguito, un ruolo fondamentale nella ricostruzione, prima di tutto morale, del Paese dopo il ventennio della dittatura ed una spaventosa guerra mondiale. Componente dell'Assemblea Costituente e parlamentare per molti anni, fu segretario del PCI dal 1964 al 1972 e divenne poi presidente del Partito ed in questo ruolo affrontò con lucidità ed apertura sia la questione del nuovo rapporto con il mondo cattolico, che era uscito positivamente influenzato dal pontificato di Giovanni XXIII, sia la "contestazione giovanile", che si innestava nel grande movimento internazionale del '68

Ma basterebbe ricordare il grande ruolo che Luigi Longo ebbe per la causa della libertà dei popoli e della democrazia sia nella difesa della repubblica spagnola che nella Resistenza italiana per rilevare il grande debito che tutti abbiamo nei suoi confronti.

 La capacità di Longo come dirigente emerse in modo straordinario nella guerra di difesa della Repubblica spagnola.  Le Brigate internazionali che Longo diresse furono anche luogo di esperienza politica unitaria – spesso ardua – tra comunisti, socialisti, democratici.La risolutezza di Longo nell'assumersi delle responsabilità e nel prendere delle decisioni, la sua calma e il suo sangue freddo nel mezzo dei pericoli, furono, assieme a una grande conoscenza degli uomini e alla scrupolosa cura dei dettagli, fra i principali elementi della coesione e dei successi, ancorché mai definitivi, data la sproporzione degli armamenti, delle Brigate internazionali. La Repubblica spagnola sarà drammaticamente perduta. Ma quando sarà necessario iniziare la lotta di resistenza ai tedeschi, quel patrimonio sarà prezioso.