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2 novembre 1975 - 2 novembre 2007
L'Italia
sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura,
pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche
modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.
Pier Paolo
Pasolini
Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962

da
"Le belle bandiere"
" Non
occorre essere forti
per affrontare il fascismo
nelle sue forme pazzesche e
ridicole: occorre essere
fortissimo per affrontare il
fascismo come normalità,
come codificazione, direi
allegra, mondana,
socialmente eletta, del
fondo brutalmente egoista
di una società"
I mali di una Italia senza
identità
All'idroscalo di
Ostia, nella notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975,
veniva
assassinato Pier Paolo Pasolini
di Gianluca Scroccu,
All'idroscalo di Ostia, nella
notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975, non veniva
assassinato in modo brutale soltanto un grande
poeta, romanziere e regista. Ci l asciava
anche uno dei più acuti interpreti delle
modificazioni sociali e antropologiche dell'Italia
contemporanea.
Oggi Pier
Paolo Pasolini viene riletto con nuovo interesse
anche dagli storici per quella sua capacità di
cogliere, pur con gli strumenti intuitivi e la
sensibilità dello scrittore, quel processo che lo
storico Giulio Sapelli ha definito di
"modernizzazione senza sviluppo". Questa mancanza di
comuni valori di cittadinanza, che vediamo
esprimersi oggi in tutta la sua drammaticità, fu
intravista nitidamente da Pasolini, che con la sua
critica alla modernità intesa come processo di
omologazione e di esclusione della poesia dall'animo
umano seppe intuire il diffondersi tra gli italiani,
allora in uno stato di incubazione, del disprezzo
delle regole, del crescente disinteresse per i
valori collettivi, a favore della mera affermazione
individuale più sfrenata ed egoistica.
Insomma, i
caratteri incarnati dall'uomo berlusconiano, quel
mix di presunzione, arroganza, indifferenza verso il
prossimo, ma anche di paure e di una congenito
rigetto per ogni forma di ragionamento non
superficiale. Sono pulsioni che sono penetrate a
fondo nella società italiana, e che l'ex premier ha
dimostrato di conoscere perfettamente e di saper
richiamare dalla sua parte in occasione delle ultime
elezioni. Purtroppo di intellettuali che ci
permettano di capire queste tematiche non se ne
vedono tanti. Oggi, più che far riflettere, molti di
loro, non a caso componente attiva di quella parte
di giovani del '68 che Pasolini criticò duramente,
amano rifugiarsi nelle comode posizioni di un
terzismo che serve solo per omologarsi e creare
categorie insipide che permettano al massimo di
andare in certi salotti televisivi a riscuotere
profumati gettoni di presenza in qualità di
sedicente esperto. E intanto questa Italia ci sfugge
di mano giorno per giorno.(AprileOnline 2 novembre
2006)
La vita
Pier
Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922, primogenito di Carlo
Alberto Pasolini, tenente di fanteria, e di Susanna Colussi, maestra
elementare. Il padre, di vecchia famiglia ravennate di cui ha
dissipato il patrimonio sposa Susanna nel dicembre del 1921 a
Casarsa. I due sposi si trasferiscono in seguito a Bologna.
"Sono nato in una famiglia tipicamente rappresentativa della società
italiana: un vero prodotto dell'incrocio... Un prodotto dell'unità
d'Italia. Mio padre discendeva da un'antica famiglia nobile della
Romagna, mia madre, al contrario, viene da una famiglia di contadini
friulani che si sono a poco a poco innalzati, col tempo, alla
condizione piccolo-borghese. Dalla parte di mio nonno materno erano
del ramo della distilleria. La madre di mia madre era piemontese,
ciò non le impedì affatto di avere egualmente legami con la Sicilia
e la regione di Roma". (1)
A
Bologna la famiglia Pasolini resta poco: si trasferiscono a Parma,
Conegliano, Belluno, Sacile, Idria, Cremona, ancora Bologna ed altre
città del nord.
"Hanno fatto di me un nomade. Passavo da un accampamento all'altro,
non avevo un focolare stabile".
Nel
1925, a Belluno, nasce il secondogenito, Guido.
Visti i numerosi spostamenti, l'unico punto di riferimento della
famiglia Pasolini rimane Casarsa.
Pier
Paolo vive con la madre un rapporto di simbiosi, mentre si
accentuano i contrasti col padre.
"Tutte le sere aspettavo con terrore l'ora della cena sapendo che
sarebbero venute le scenate [...] In me c'era una iniziale rimozione
della madre che mi ha procurato una nevrosi infantile. Questa
nevrosi mi aveva fatto diventare inquieto, di un'inquietudine che
metteva in disc ussione
in ogni momento il mio essere al mondo. [...] Quando mia madre stava
per partorire ho cominciato a soffrire di bruciori agli occhi. Mio
padre mi immobilizzava sul tavolo della cucina, mi apriva l'occhio
con le dita e mi versava dentro il collirio. E' da quel momento
simbolico che ho cominciato a non amare più mio padre." (2)
Riferendosi alla
madre:
"Mi raccontava
storie, favole, me le leggeva. Mia madre era come Socrate per me.
Aveva e ha una visione
del mondo certamente idealistica e idealizzata. Lei crede veramente
nell'eroismo, nella carità, nella pietà, nella generosità. Io ho
assorbito tutto questo in maniera quasi patologica". (3)
Con il fratello
Guido vive un rapporto di amicizia. Il fratello minore vive in una
sorta di venerazione per il maggiore: bravo nello studio e nei
giochi con gli altri ragazzi. Questa ammirazione accompagnerà Guido
fino al giorno della sua morte.
I primi anni di
scuola sono compiuti tra innumerevoli trasferimenti che, comunque,
non intaccano il rendimento scolastico di Pier Paolo. Frequenta la
scuola elementare con un anno d'anticipo. Nel 1928 è l'esordio
poetico: Pier Paolo annota su un quadernetto una serie di poesie
accompagnate da disegni. Il quadernetto, a cui ne seguirono altri,
andrà perduto nel periodo bellico.
Ottiene il passaggio dalle elementari al ginnasio che frequenta a
Conegliano.
Di
quegli anni il passo noto come Teta veleta, che Pasolini più
tardi spiegherà in questo modo:
"Fu
a Belluno, avevo poco più di tre anni. Dei ragazzi che giocavano nei
giardini pubblici di fronte a casa mia, più di ogni altra cosa mi
colpirono le gambe soprattutto nella parte convessa interna al
ginocchio, dove piegandosi correndo si tendono i nervi con un gesto
elegante e violento. Vedevo in quei nervi scattanti un simbolo della
vita che dovevo ancora raggiungere: mi rappresentavano l'essere
grande in quel gesto di giovanetto corrente. Ora so che era un
sentimento acutamente sensuale.
Se lo riprovo sento con esattezza dentro le viscere l'intenerimento,
l'accoratezza e la violenza del desiderio. Era il senso
dell'irraggiungibile, del carnale - un senso per cui non è stato
ancora inventato un nome. Io lo inventai allora e fu "teta veleta".
Già nel vedere quelle gambe piegate nella furia del gioco mi dissi
che provavo "teta veleta", qualcosa come un solletico, una
seduzione, un'umiliazione". (4)
Lo
stesso Pasolini preciserà:
"La
mia infanzia finisce a 13 anni. Come tutti: tredici anni è la
vecchiaia dell'infanzia, momento perciò di grande saggezza. Era un
momento felice della mia vita. Ero stato il più bravo a scuola.
Cominciava l'estate del '34. Finiva un periodo della mia vita,
concludevo un'esperienza ed ero pronto a cominciarne un'altra.
Questi giorni che hanno preceduto l'estate del '34 sono stati tra i
giorni più belli e gloriosi della mia vita". (5)
Pier
Paolo conclude gli studi liceali e a 17 anni si iscrive
all'Università di Bologna, facoltà di lettere. Negli anni del liceo
crea, insieme a Luciano Serra, Franco Farolfi, Ermes Parini (di cui
Guido Pasolini prenderà a prestito il nome per la sua militanza
partigiana nella Osoppo), Fabio Mauri, ad un gruppo letterario per
la discussione di poesie. Collabora a "Il Setaccio", il periodico
della Gil bolognese. In questo periodo Pasolini scrive poesie in
friulano e in italiano, che saranno raccolte in un primo volume,
Poesie a Casarsa. Partecipa poi alla redazione di una rivista,
"Stroligut", con altri amici letterati friulani, con cui ha
creato la Academiuta di lenga furlana. Il dialetto
rappresenta una sorta di opposizione al potere fascista:
"Il
fascismo non tollerava i dialetti, segni / dell'irrazionale unita'
di questo paese dove sono nato / inammisibili e spudorate realta'
nel cuore dei nazionalisti /" (6)
L'uso del dialetto rappresenta anche un tentativo di privare la
Chiesa dell'egemonia culturale sulle masse sottosviluppate.
Mentre
la sinistra predilige infatti, l'uso della lingua italiana, e se si
eccettuano alcuni sporadici casi del giacobinismo, l'uso dialettale
è stata una prerogativa clericale, Pasolini tenta appunto di portare
anche a sinistra un approfondimento in senso dialettale della
cultura.
Il
ritorno a Casarsa rappresenta, negli anni dell'università, il
ritorno ad un luogo felice per Pasolini. Scrive a Silvana Ottieri in
una lettera dell'aprile 1947:
"Che si fosse di sabato Santo era un particolare che mi lasciava
freddo. Tu avessi visto i colori dell'orizzonte e della
campagna! Quando il treno si fermò a Sacile, in un silenzio
fittissimo, da ultima Tule, ho sentito di nuovo le campane. Là,
dietro alla stazione di Sacile si spiegava verso la campagna una
strada che non so se ho percorso durante l'infanzia o se ho
sognato..."
(1)
P.P. Pasolini, Il sogno del centauro, a cura di Jean Duflot,
Editori Riuniti, Roma 1983.
(2) Intervista a Dacia Maraini in "Vogue", maggio 1971.
(3) Ibidem.
(4) Pier Paolo Pasolini, in Nico Naldini, Cronistoria.
(5) Pier Paolo Pasolini, in AA.VV., Pasolini, una vita futura,
Ass. Fondo Pasolini, Garzanti, Milano 1985.
(6) Pier Paolo Pasolini, Il poeta delle ceneri, a cura di
Enzo Siciliano, in "Nuovi Argomenti" nn. 67-68, Roma,
luglio-dicembre 1980.
La seconda
guerra mondiale.
La morte del
fratello Guido.
Pasolini dal 1945 al 1949
La seconda
guerra mondiale rappresenta per Pasolini un periodo
estremamente difficile. Il suo stato d'animo si intuisce
anche dal tenore delle sue lettere:
"Quanto a
salute non c'è male, anzi bene. Quanto a morale, anche,
quando tutto è calmo, cioè raramente. Del resto, molta
paura. Paura di lasciarci la pelle, capisci, Rico? E non
soltanto la mia, ma quella degli altri. Siamo tutti così
esposti al destino; poveri uomini nudi". (7)
"Non so se ci
rivedremo, tutto puzza di morte, di fine, di fucilazione....
Tutto puzza di spari, tutto fa nausea, se si pensa che su
questa terra cacano quei tali. Vorrei sputare sopra la
terra, questa cretina, che continua a mettere fuori erbucce
verdi e fiori gialli e celesti, e gemme sugli alberi..." (8)
Pasolini viene
arruolato a Livorno nel 1943. All'indomani dell'8 settembre
disobbedisce all'ordine di consegnare le armi ai tedeschi e
fugge. Dopo vari spostamenti in Italia torna a Casarsa.
La famiglia Pasolini decide di recarsi a Versutta,
piccolissima frazione di Casarsa, luogo meno esposto ai
bombardamenti alleati e agli assedi tedeschi. Qui insegna ai
ragazzi dei primi anni del ginnasio.
Ma
l'avvenimento che segnerà quegli anni è la morte del
fratello Guido. Guido non accetta di rimanere nascosto a
Versutta, e decide di intraprendere la lotta partigiana.
Pier Paolo accompagna Guido alla stazione, dopo aver preso
un biglietto per Bologna, in modo da sviare i sospetti.
Guido da Spilimbergo raggiunge Pielungo aggregandosi alla
divisione partigiana Osoppo. Assume il nome di battaglia di
Ermes, il nome di Parini, uno degli amici di Pier Paolo
disperso nella campagna di Russia.
Tra i vari gruppi della resistenza
antifascista friulana nascono conflitti intestini. I
comunisti delle brigate garibaldine premono per
un'annessione del Friuli alla Jugoslavia titoista, mentre la
brigata Osoppo si fa paladina della italianità del Friuli.
Guido scrive in proposito a Pier Paolo, perché si impegni,
con suoi articoli, a difendere le posizioni della Osoppo.
Nel febbraio
del 1945 Guido viene massacrato, insieme al comando della
divisione Osoppo. I fatti avvengono nelle malghe di Porzus:
un centinaio di garibaldini si avvicinano fingendosi
sbandati, catturano quelli della Osoppo e li passano per le
armi. Guido, seppure ferito, riesce a fuggire e viene
ospitato da una contadina. Viene trovato dai garibaldini,
trascinato fuori e massacrato. La famiglia Pasolini saprà
della morte e delle circostanze solo a conflitto terminato.
Scrive Pasolini:
"Spesso penso
al tratto di strada tra Musi e Porzus, percorso da mio
fratello in quel giorno tremendo, e la mia immaginazione è
fatta radiosa da non so che candore ardente di nevi, da che
purezza di cielo. E la persona di Guido è così viva".
Così Pasolini
racconterà su "Vie nuove", periodico comunista, del 15
settembre 1971, rispondendo a un lettore che chiedeva
chiarimenti sulla morte di Guido:
"La cosa si
racconta in due parole: mia madre, mio fratello ed io
eravamo sfollati da Bologna in Friuli, a Casarsa. Mio
fratello continuava i suoi studi a Pordenone: faceva il
liceo scientifico, aveva diciannove anni. Egli è subito
entrato nella Resistenza. Io, poco più grande di lui,
l'avevo convinto all'antifascismo più acceso, con la
passione dei catecumeni, perché anch'io, ragazzo, ero
soltanto da due anni venuto alla conoscenza che il mondo in
cui ero cresciuto senza nessuna prospettiva era un mondo
ridicolo e assurdo. Degli amici comunisti di Pordenone (io
allora non avevo ancora letto Marx, ed ero liberale, con
tendenza al partito d'azione) hanno portato con sé Guido ad
una lotta attiva. Dopo pochi mesi egli è partito per la
montagna, dove si combatteva. Un editto di Graziani, che lo
chiamava alle armi, era stata la causa occasionale della sua
partenza, la scusa davanti a mia madre. L'ho accompagnato al
treno, con la sua valigietta, dov'era nascosta la rivoltella
dentro un libro di poesie. Ci siamo abbracciati: era
l'ultima volta che lo vedevo.
Sulle montagne, tra il Friuli e la Yugoslavia, Guido
combatté a lungo, valorosamente, per alcuni mesi: egli si
era arruolato nella divisione Osoppo, che operava nella zona
della Venezia Giulia insieme alla divisione Garibaldi.
Furono giorni terribili: mia madre sentiva che Guido non
sarebbe tornato più. Cento volte egli avrebbe potuto cadere
combattendo contro i fascisti e i tedeschi: perché era un
ragazzo di una generosità che non ammetteva nessuna
debolezza, nessun compromesso. Invece era destinato a morire
in un modo più tragico ancora.
Lei sa che la Venezia Giulia è al confine tra l'Italia e la
Yugoslavia: cosi', in quel periodo, la Yugoslavia tendeva ad
annettersi l'intero territorio e non soltanto quello che, in
realtà, le spettava. Mio fratello, pur iscritto al partito
d'azione, pur intimamente socialista (è certo che oggi
sarebbe stato al mio fianco), non poteva accettare che un
territorio italiano, com'è il Friuli, potesse essere mira
del nazionalismo yugoslavo. Si oppose, e lottò. Negli ultimi
mesi, nei monti della Venezia Giulia la situazione era
disperata, perché ognuno tra due fuochi. Come lei sa, la
Resistenza yugoslava, ancor più che quella italiana, era
comunista: sicché Guido venne a trovarsi come nemici gli
uomini di Tito, tra i quali c'erano anche degli italiani,
naturalmente le cui idee politiche egli in quel momento
sostanzialmente condivideva, ma di cui non poteva
condividere la politica immediata, nazionalistica.
Egli morì in un modo che non mi regge il cuore di
raccontare: avrebbe potuto anche salvarsi, quel giorno: è
morto per correre in aiuto del suo comandante e dei suoi
compagni. Credo che non ci sia nessun comunista che possa
disapprovare l'operato del partigiano Guido Pasolini. Io
sono orgoglioso di lui, ed è il ricordo di lui, della sua
generosità, della sua passione, che mi obbliga a seguire la
strada che seguo. Che la sua morte sia avvenuta così, in una
situazione complessa e apparentemente difficile da
giudicare, non mi dà nessuna esitazione. Mi conferma
soltanto nella convinzione che nulla è semplice, nulla
avviene senza complicazioni e sofferenze: e che quello che
conta soprattutto è la lucidità critica che distrugge le
parole e le convenzioni, e va a fondo nella cose, dentro la
loro segreta e inalienabile verita'". (9)
Pasolini
metterà in versi nel Corus in morte di Guido, che
appariranno nello Stroligut dell'agosto 1945:
La
livertat, l'Itaia
e quissa diu cual distin disperat
a ti volevin
dopu tant vivut e patit
ta quistu silensiu
Cuant qe i traditours ta li Baitis
a bagnavin di sanc zenerous la neif,
"Sçampa - a ti an dita - no sta torna' lassu'"
I ti podevis salvati,
ma tu
i no ti às lassat bessòi
i tu cumpains a muri'.
"Sçampa, torna indavour"
I te podevis salvati
ma tu
i ti soso tornat lassu',
çaminant.
To mari, to pari, to fradi
lontans
cun dut il to passat e la to vita infinida,
in qel di' a no savevin
qe alc di pi' grant di lour
al ti clamava
cu'l to cour innosent
La morte di
Guido avrà effetti devastanti per la famiglia Pasolini,
soprattutto per la madre, distrutta dal dolore. Il rapporto
tra Pier Paolo e la madre diviene ancora più stretto, anche
a causa del ritorno del padre dalla prigionia in Kenia:
"Egli finì così
a Casarsa, in una specie di nuova prigionia: e cominciò la
sua agonia lunga una dozzina di anni". (10)
Nel 1945
Pasolini si laurea discutendo una tesi intitolata "Antologia
della lirica pascoliniana (introduzione e commenti)" e si
stabilisce poi definitivamente in Friuli. Qui trova lavoro
come insegnante in una scuola media di Valvassone, in
provincia di Udine.
In questi anni
comincia la sua militanza politica. Nel 1947 dà la propria
adesione al Pci, iniziando una collaborazione al settimanale
del partito "Lotta e lavoro". Le
circostanze della morte del fratello Guido rappresentano
sicuramente una difficoltà da superare per l'adesione al
Pci. Pasolini comunque ha sempre evitato strumentalizzazioni
di quella faccenda, gli sembrava di infangare la memoria di
Guido. Pier Paolo dovrà giustificare quell'adesione anche
verso la madre e il padre, il quale incolpava la moglie di
aver permesso che Guido frequentasse degli sbandati.
L'adesione al
Pci rappresenta per il giovane poeta un atto di profondo
coraggio: intendeva con ciò sacrificare il profondo dolore
inferto a sé e alla propria famiglia a un ideale sociale da
condividere in pieno con quello stesso Pc friulano che aveva
ispirato politicamente gli assassini del fratello.
Pasolini
diventa segretario della sezione di San Giovanni di Casarsa,
ma non viene visto di buon occhio nel partito, e soprattutto
dagli intellettuali comunisti friulani. Questi ultimi
scrivono soggetti politici servendosi della lingua del
Novecento, mentre Pasolini scrive con la lingua del popolo
senza cimentarsi per forza in soggetti politici. Agli occhi
di molti tutto ciò risulta inammisibile: in Pasolini molti
comunisti vedono un sospetto di disinteresse per il realismo
socialista, un certo cosmopolitismo, e un'eccessiva
attenzione per la cultura borghese.
In questi anni
Pasolini conosce il pittore Zigaina, cui rimarrà legato per
tutto il resto della sua vita da una profonda amicizia.
Questo periodo,
il periodo della militanza comunista, è l'unico in cui
Pasolini si sia impegnato attivamente nella lotta politica. Di
questi anni i manifesti murali disegnati e scritti da Pier
Paolo Pasolini; scritti di denuncia contro il costituito
potere democristiano.
Il 15 ottobre
del 1949 Pasolini viene segnalato ai Carabinieri di
Cordovado per corruzione di minorenne: è l'inizio di una
delicata e umiliante trafila giudiziaria che cambierà per
sempre la vita di Pasolini.
Anni dopo, in
una lettera inviata a Silvana Ottieri da Roma dove aveva
stabilito la propria residenza Pasolini dirà, tra l'altro:
"Su di me c'è il segno di Rimbaud, o di Campana o anche di
Wilde, ch'io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o
no".
Pasolini viene
accusato di essersi appartato il 30 settembre 1949 nella
frazione di Ramuscello con due o tre ragazzi. I genitori dei
ragazzi non sporgono denuncia ma i Carabinieri di Cordovado
venuti a sapere delle voci che girano in paese indagano sul
fatto. E' un periodo di contrapposizioni molto aspre tra la
sinistra e la Dc, siamo in piena guerra fredda e Pasolini,
per la sua posizione di intellettuale comunista e
anticlericale rappresenta un bersaglio molto vulnerabile. La
denuncia per i fatti di Ramuscello viene ripresa sia dalla
destra che dalla sinistra: prima ancora che si svolga il
processo, il 26 ottobre 1949, Pasolini viene espulso dal Pci.
Ecco quanto riportato da "l'Unità" del 29 ottobre:
"ESPULSO DAL PCI IL POETA PASOLINI
La federazione del Pci di Pordenone ha deliberato in data 26
ottobre l'espulsione dal partito del Dott. Pier Paolo
Pasolini di Casarsa per indegnità morale. Prendiamo spunto
dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento
disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare
ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti
ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre e di
altrettanto decantati poeti e letterati, che si vogliono
atteggiare a progressisti, ma che in realtà raccolgono i più
deleteri aspetti della degenerazione borghese".
Pasolini scrive tra l'altro
alla Federazione di Udine: "Malgrado voi, resto e resterò
comunista, nel senso più autentico di questa parola".
Pasolini
si trova proiettato nel giro di qualche giorno in un baratro
apparentemente senza uscita. La risonanza a Casarsa dei
fatti di Ramuscello avrà una vasta eco. Davanti ai
carabinieri cerca di giustificare quei fatti,
intrinsecamente confermando le accuse, come una esperienza
eccezionale, una sorta di sbandamento intellettuale: questo
non fa che peggiorare la sua posizione: è espulso dal Pci,
perde il posto di insegnante, si incrina momentaneamente il
rapporto con la madre, è la disfatta. Pasolini decide di
fuggire da Casarsa, dal suo Friuli spesso mitizzato; insieme
alla madre si trasferisce a Roma, è l'inizio di una nuova
vita per Pier Paolo. Scriverà in seguito:
"Fuggii con mia
madre e una valigia e un po' di gioie che risultarono false,
/ su un treno lento come un merci, / per la pianura friulana
coperta da un leggero e duro strato di neve. / Andavamo
verso Roma. / Andavamo dunque, abbandonato mio padre /
accanto a una stufetta di poveri, / col suo vecchio pastrano
militare / e le sue orrende furie di malato di cirrosi e
sindromi paranoidee. / Ho vissuto quella / pagina di
romanzo, l'unica della mia vita: / per il resto, / son
vissuto dentro una lirica, come ogni ossesso". (11)
(7)
Lettera al pittore De Rocco, autunno '44
(8) P.P.P. Lettere agli amici, a cura di Luciano
Serra, Milano 1976, lett. IX passim.
(9) Pier Paolo Pasolini, Le belle bandiere,
Dialoghi 1960-1965, a cura di Giancarlo
Ferretti, Editori Riuniti, Roma 1996.
(10) Il profilo autobiografico in Ritratti su
misura di scrittori italiani, a cura di E.F.
Accrocca, Venezia, 1960.
(11) Pier Paolo Pasolini, il poeta delle ceneri,
a cura di Enzo Siciliano, in "Nuovi Argomenti" n.
67-68, Roma, luglio dicembre 1980. |
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Le
borgate romane. Esperienze letterarie. Il cinema. Quel
tragico 2 novembre 1975
I primi anni romani sono difficilissimi per
Pasolini, proiettato in una realtà del tutto nuova e inedita
quale quella delle borgate romane. Sono tempi d'insicurezza, di
povertà, di solitudine. Una situazione drammatica che meglio si
evince dalle stesse parole di Pasolini:
"Era un periodo tremendo della mia vita.
Giunto a Roma dalla lontana campagna friulana: disoccupato per
molti anni; ignorato da tutti; divorato dal terrore interno di
non essere come la vita voleva; occupato a lavorare
accanitamente a studi pesanti e complicati; incapace di scrivere
se non ripetendomi in un mondo ch'era cambiato. Non vorrei mai
rinascere per non rivivere quei due o tre anni". (12)
"Nei primi mesi del '50 ero a Roma, con mia
madre: mio padre sarebbe venuto anche lui, quasi due anni dopo,
e da Piazza Costaguti saremmo andati a abitare a Ponte Mammolo;
già nel '50 avevo cominciato a scrivere le prime pagine di
Ragazzi di vita. Ero disoccupato, ridotto in condizioni di
vera disperazione: avrei potuto anche morirne. Poi con l'aiuto
del poeta in dialetto abruzzese Vittori Clemente trovai un posto
di insegnante in una scuola privata di Ciampino, a venticinuque
mila lire al mese". (13)
Scrive Pasolini in quegli anni a Silvana
Ottieri:
"Una cosa che non capisco, e che non rientra
nei calcoli, nel conto tra me e chi mi punisce, è il destino di
mia madre. Non te ne scriverò a lungo, perché ho già le lacrime
agli occhi. Ha trovato lavoro presso una famigliola (marito e
moglie con un bambinello di due anni): e con un eroismo e una
semplicità che non ti so dire, ha accettato la sua nuova vita.
Vado a trovarla ogni giorno e le porto a spasso il bambino, per
aiutarla un po': lei fa di tutto per mostrarsi contenta e
leggera: ieri era il giorno del mio compleanno, e tu sapessi
come si è comportata...". (14)
Il padre è malato, e dopo i fatti di Casarsa
si sono accentuati i contrasti con il figlio:
"Due anni di lavoro accanito, di pura lotta:
e mio padre sempre là, in attesa, solo nella povera cucinetta,
coi gomiti sul tavolo e la faccia contro i pugni, immobile,
cattivo, dolorante; riempiva lo spazio del piccolo vano con la
grandezza che hanno i corpi morenti". (15)
Pasolini piuttosto che chiedere aiuto ai
letterati che conosce, per pudore, cerca da solo di trovarsi un
lavoro. Tenta la strada del cinema, ottenendo la parte di
generico a Cinecittà; fa il correttore di bozze e vende i suoi
libri nelle bancarelle rionali.
Finalmente, grazie al poeta in lingua
abruzzese Vittori Clemente trova lavoro come insegnante in una
scuola di Ciampino.
Sono gli anni in cui Pasolini trasferisce la
mitizzazione delle campagne friulane nella cornice disordinata
della borgate romane, viste come centro della storia, da cui
prende spunto un doloroso processo di crescita: nasce il mito
del sottoproletariato romano.
"Sono
due o tre anni che vivo in un mondo dal sapore "diverso": corpo
estraneo e quindi definito di questo mondo, mi ci adatto con
prese di coscienza molto lente. Tra ibsnesiano e pascoliniano
(per intenderci...) sono qui in una vita tutta muscoli,
rovesciata come un guanto, che si spiega sempre come una di
queste canzoni che una volta detestavo, assolutamente nuda di
sentimentalismi, in organismi umani così sensuali da essere
quasi meccanici; dove non si conosce nessuno degli attegiamenti
cristiani, il perdono, la mansuetudine ecc... e l'egoismo prende
forme lecite, virili [...] Nel mondo settentrionale dove io sono
vissuto, c'era sempre, o almeno mi pareva, nel rapporto tra
individuo e individuo, l'ombra di una pieta' che prendeva forme
di timidezza, di rispetto, di angoscia, di trasporto affettuoso
ecc.: per vincolarsi in un rapporto di amore bastava un gesto,
una parola. Prevalendo l'interesse verso l'intimo, verso la
bontà o la cattiveria che è dentro di noi, non era un equilibrio
che si cercava tra persona e persona, ma uno slancio reciproco.
Qui tra questa gente ben più succube dell'irrazionale, della
passione, il rapporto è sempre invece ben definito, si basa su
fatti più concreti: dalla forza muscolare alla posizione
sociale". (16)
Pasolini prepara le antologie sulla poesia
dialettale; collabora a "Paragone", una rivista di Anna Banti e
Roberto Longhi. Proprio su "Paragone" pubblica la prima versione
del primo capitolo di Ragazzi di vita.
Angioletti lo chiama a far parte della
sezione letteraria del giornale radio, accanto a Carlo Emilio
Gadda, Leone Piccioni e Giulio Cartaneo. Sono definitivamente
alle spalle i difficili primi anni romani.
Nel 1954 Pasolini abbandona l'insegnamento e
si stabilisce a Monteverde Vecchio (un quartiere
piccolo-borghese di Roma). Pubblica il suo primo importante
volume di poesie dialettali: La meglio gioventù.
Nel 1955 viene pubblicato da Garzanti il
romanzo Ragazzi di vita, che ha un vasto successo, sia di
critica che di lettori. Il giudizio della cultura ufficiale del
Pci è in gran parte negativo. Il libro viene definito intriso di
"gusto morboso, dello sporco, dell'abietto, dello scomposto, del
torbido".
La Presidenza del Consiglio (nella persona
dell'allora ministro degli Interni, Tambroni) promuove un'azione
giudiziaria contro Pasolini e Livio Garzanti. Il processo dà
luogo all'assoluzione perché "il fatto non costituisce reato".
Il libro, per un anno tolto dalle librerie, viene
dissequestrato.
Pasolini diventa uno dei bersagli preferiti
dai giornali di cronaca nera: viene accusato di reati al limite
del grottesco: favoreggiamento per rissa e furto; rapina a mano
armata ai danni di un bar limitrofo a un distributore di benzina
a San Felice Circeo.
Nel 1957 Pasolini, insieme a Sergio Citti,
collabora al film di Fellini, Le notti di Cabiria,
stendendone i dialoghi nella parlata romanesca. Firma le
sceneggiature insieme a Bolognini, Rosi, Vancini e Lizzani, col
quale esordisce come attore nel film Il gobbo del 1960.
In quegli anni Pasolini collabora alla
rivista "Officina" accanto a Leonetti, Roversi, Fortini, Romanò,
Scalia. Nel 1957 pubblica le raccolte di poesie Le ceneri di
Gramsci da Garzanti e l'anno successivo, il 1958, da
Longanesi, L'usignolo della Chiesa cattolica. Nel 1960
Garzanti pubblica la raccolta di saggi Passione e ideologia",
e nel 1961 un altro volume di versi La religione del mio
tempo.
Nel 1961 Pasolini realizza il suo primo film
da regista e soggettista, Accattone. Il film viene vietato ai
minori di diciotto anni e suscita non poche polemiche alla XXII
Mostra del cinema di Venezia. Del 1962 è Mamma Roma. Nel
1963 l'episodio La ricotta diretto da Pasolini e inserito
nel film RoGoPaG, viene sequestrato e Pasolini è imputato
per reato di vilipendio alla religione dello Stato. Nel '64
dirige Il Vangelo secondo Matteo; nel '65 Uccellacci e
Uccellini; nel '67 Edipo re; nel '68 Teorema;
nel '69 Porcile; nel '70 Medea; tra il '70 e il
'74 la triologia della vita, ovvero Decameron, I
racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte;
il suo ultimo film è Salò o le 120 giornate di Sodoma del
1975.
Il cinema lo porta a intraprendere numerosi
viaggi all'estero: nel 1961 è, con Elsa Morante e Moravia, in
India; nel 1962 in Sudan e Kenia; nel 1963 in Ghana, Nigeria,
Guinea, Israele e Giordania (dove girerà un importante
documentario dal titolo Sopralluoghi in Palestina).
Nel 1966, in occasione della presentazione di
Accattone e Mamma Roma al festival di New York,
compie il suo primo viaggio negli Stati Uniti; rimane molto
colpito da quel paese e soprattutto da New York. Confesserà a
Oriana Fallaci:
"Non mi era mai successo di innamorarmi così
di un paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei
andare e restare, per non ammazzarmi. Sì, l'Africa è come una
droga che prendi per non ammazzarti. New York invece è una
guerra che affronti per ammazzarti". (17)
Nel 1968 Pasolini è di nuovo in India per
girare un documentario. Nel 1970 torna in Africa: in Uganda e
Tanzania realizzerà il documentario Appunti per un'Orestiade
africana.
Nel 1972, presso Garzanti, pubblica i suoi
interventi critici, soprattutto di critica cinematografica, nel
volume Empirismo eretico.
Negli anni della contestazione studentesca
Pasolini assume una posizione originale rispetto al resto della
cultura di sinistra. Seppure accetta e appoggia le motivazioni
ideologiche degli studenti, ritiene che questi siano
antropologicamente dei borghesi, e in quanto tali destinati a
fallire nel loro tentativo rivoluzionario.
Nel 1968 Pasolini ritira dalla competizione
del Premio Strega il suo romanzo Teorema e accetta di
partecipare alla XXIX Mostra del cinema di Venezia solo dopo
che, come gli è stato garantito, non ci saranno votazioni e
premiazioni. Pasolini è tra i maggiori sostenitori
dell'Associazione Autori Cinematografici che si batte per
ottenere l'autogestione della mostra. Il 4 settembre il film
Teorema viene proiettato per la critica in un clima
arroventato. Pasolini interviene alla proiezione del film per
ribadire che il film è presente alla Mostra solo per volontà del
produttore, ma in quanto autore prega i critici di abbandonare
la sala. Ciò non avviene. Il regista si rifiuta allora di
partecipare alla tradizionale conferenza stampa, e invita i
giornalisti nel giardino di un albergo per parlare non del film,
ma della situazione della Biennale.
Nel 1972 Pasolini decide di collaborare con i
giovani di Lotta Continua, ed insieme ad alcuni di loro, tra cui
Bonfanti e Fofi, firma il documentario 12 dicembre, sulla
strage di piazza Fontana a Milano.
Nel 1973 comincia la sua collaborazione al
"Corriere della Sera", con interventi critici sui problemi del
paese.
Nel 1970 Pasolini acquista quel che resta di
un castello medievale nei pressi di Viterbo. Lo ristruttura e
qui comincia la stesura della sua opera che resterà incompiuta,
Petrolio.
Nel 1975, presso Garzanti, pubblica la
raccolta di interventi critici Scritti corsari, e
ripropone le poesia friulana con il titolo di La nuova
gioventù.
La
morte
La mattina del 2
novembre 1975, sul litorale romano di Ostia, in un campo incolto
in via dell'idroscalo, una donna, Maria Teresa Lollobrigida,
scopre il cadavere di un uomo. E' Ninetto Davoli a riconoscere
il corpo di Pier Paolo Pasolini.
"Quando il suo
corpo venne ritrovato, Pasolini giaceva disteso bocconi, un
braccio sanguinante scostato e l'altro nascosto dal corpo. . .
I capelli impastati di sangue gli ricadevano sulla fronte,
escoriata e lacerata. La faccia deformata dal gonfiore era nera
di lividi, di ferite. Nerolivide e rosse di sangue anche le
braccia, le mani. Le dita della mano sinistra fratturate e
tagliate. La mascella sinistra fratturata. Il naso appiattito
deviato verso destra. Le orecchie tagliate a metà, e quella
sinistra divelta, strappata via. Ferite sulle spalle, sul
torace, sui lombi, con il segni dei pneumatici della sua
macchina sotto cui era stato schiacciato. Un'orribile
lacerazione tra il collo e la nuca. Dieci costole fratturate,
fratturato lo sterno. Il fegato lacerato in due punti. Il cuore
scoppiato". (18)
Nella notte i carabinieri fermano un giovane,
Giuseppe Pelosi, detto "Pino la rana" alla guida di una
Giulietta 2000 che risulterà di proprietà di Pasolini. Il
ragazzo, interrogato dai carabinieri, e di fronte all'evidenza
dei fatti, confessa l'omicidio. Racconta di aver incontrato
Pasolini presso la Stazione Termini, e dopo una cena in un
ristorante, di aver raggiunto il luogo del ritrovamento del
cadavere; lì, secondo la versione di Pelosi, Pasolini avrebbe
tentato un approccio sessuale e vistosi respinto avrebbe reagito
violentemente; questo avrebbe scatenato la reazione del
ragazzo.Il processo che segue porta alla luce retroscena
inquietanti. Si ipotizza da diverse parti il concorso di altri
nell'omicidio. Non vi sarà mai chiarezza su questo punto. Pino
Pelosi viene condannato, unico colpevole, per la morte di
Pasolini.
Pasolini è sepolto a Casarsa, nel suo mai
dimenticato Friuli.
"E' dunque assolutamente necessario morire,
perché finché siamo vivi manchiamo di senso, e il linguaggio
della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque
attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di
possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza
soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio
della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente
significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili
momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione,
facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e
dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro,
stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile
(nell'ambito appunto di una Semiologia generale). Solo
grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci". (19)
* * *
Pochi giorni dopo la morte, esce La Divina
Mimesis, singolare «riscrittura» dell'Inferno dantesco;
negli anni seguenti vedono la luce numerosi altri suoi testi
inediti, sparsi o incompiuti. Ricordiamo, per quanto riguarda la
narrativa, Amado mio. Atti impuri (1983) e Petrolio
(1992); per la poesia, Le poesie (antologia, 1975),
Poesie e pagine ritrovate (1980), Poesie dimenticate
(1980). Per quanto riguarda la saggistica e gli scritti
giornalistici, oltre ai volumi già menzionati, sono usciti
postumi, Il sogno del centauro (1983), Lettere agli
amici. 1941-1945 (1976), Lettere 1940-1954 (1986),
Volgar'eloquio (1987), Lettere 1955-1975 (1988),
Il portico della morte (1988), I dialoghi (1992),
Antologia della lirica pascoliana (1993), Vita attraverso
le lettere (1994), Interviste corsare (1995).
Recentemente, Tutte le opere di Pasolini sono state
pubblicate da Mondadori nei Meridiani.
12) Pier
Paolo Pasolini, Il treno di Casarsa, in "FMR", n. 28,
novembre 1984, Franco Maria Ricci, Milano.
(13) "Profilo autobiografico" in Ritratti su misura di
scrittori italiani, a cura di E.F. Accrocca, Venezia 1960.
(14) "Lettera a Silvana Ottieri" in AA. VV., Pasolini:
cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti, Milano
1977.
(15) "Profilo autobiografico" in Ritratti su misura di
scrittori italiani, cit.
(16) "Lettera a Silvana Ottieri", cit.
(17) Oriana Fallaci, Lettera a Pier Paolo Pasolini, in
"Europeo", 14 novembre 1975.
(18) Dalla "Perizia compiuta sul cadavere di Pasolini",
"Corriere della Sera" del 2 novembre 1977.
(19) Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti,
Milano.
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