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 VI Congresso provinciale PdCI Torino

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    

 

 

 

Comunicato stampa

Torino, 9 ottobre 2011

Oggetto: VI Congresso PdCI Federazione provinciale Torino

Si è concluso il VI Congresso della Federazione provinciale del PdCI  con l’intervento del Segretario nazionale Oliviero Diliberto.

Hanno partecipato ai lavori del Congresso oltre ai delegati delle Sezioni, militanti,  cittadini, i  rappresentanti del Partito della Rifondazione comunista e di Lavoro e solidarietà. Hanno portato il loro saluto i rappresentanti  di Sinistra ecologia e libertà,  di Italia dei valori,  Fiom, Usb,  e associazioni varie. Al termine i delegati hanno  approvato con 4 astensioni  il  documento politico nazionale  “Ricostruire il Partito Comunista, unire la sinistra”.

Sono stati rinnovati gli organismi dirigenti con  l’elezione del Comitato Federale di Torino e provincia e dei delegati al VI Congresso Nazionale del PdCI che si terrà a Rimini dal 28 al 30 ottobre 2011. Il Comitato Federale ha rieletto all’unanimità  a Segretario provinciale  Maurizio (Mao) Calliano.

la Presidenza del Congresso

 

La Sezione Ibarruri ha delegato al Congresso nazionale che si terrà a Rimini dal 28 al 30 ottobre 2011 le compagne Marica Guazzora, Silvia Manzon, Mechi Milanesio

Intervento della compagna Marica Guazzora  al Congresso della Federazione clicca qui

Intervento della compagna Mechi Milanesio al Congresso della Federazione clicca qui

 

Il documento della Commissione politica

Congresso PdCI  8-9 ottobre 2011

Per vedere le foto del congresso  clicca qui

 

La Commissione Politica, sulla base della relazione di apertura e dei contributi portati nel corso del dibattito, ha redatto il seguente documento:

 

Premessa

 

Il Congresso Provinciale si riconosce nella linea del Partito e nel progetto dell’unità delle forze comuniste nel nostro Paese. Le cause della nostra sconfitta alle elezioni sono molte: alcune di natura tattica, altre più squisitamente politiche e di natura strategica e risalgono indietro nel tempo. Tuttavia c’è un problema di fondo: è venuto meno il nostro insediamento sociale ed oggi occorre ripartire proprio dal radicamento e dall’insediamento sociale. È necessaria una seria e severa lettura delle ragioni oggettive e soggettive per cui la sinistra e i comunisti in Italia si trovino nelle condizioni attuali. Questo sforzo di autocritica deve avvenire in stretto connubio con una nuova pratica di conflitto e lotta di classe.  

 

 

 

Lo scenario economico

 

La crisi economica internazionale aperta nel 2008 dalla crisi e dal fallimento di operatori finanziari americani e ben presto trasferitasi per “contagio” all’economia reale del resto del mondo, nel corso del 2009 ha visto una contrazione mondiale del PIL: -2.4% negli USA, -4.1% nell’area euro, -5% in Italia (maggior contrazione del reddito dal dopoguerra), rallentando anche la crescita delle economie emergenti (Cina, India, Brasile…), che complessivamente si sono fermate a un +2,4%. Il 2010 ha visto una ripresa della crescita, trainata dai paesi “BRIC”, mentre USA ed Eurozona hanno avuto una crescita decisamente più modesta, confermata nel primo semestre 2011, segnato altresì dalla riduzione del PIL giapponese a causa degli eventi susseguenti il terremoto e la questione nucleare.

Sempre nel corso del 2009 il sostegno alle economie da parte dei bilanci pubblici dei paesi del G7 ha superato il 5% del PIL, spesso a tutela degli stessi intermediari finanziari all’origine della crisi.

L’effetto combinato di questi interventi e del calo delle entrate tributarie dovuto alla contrazione dei redditi ha generato nei bilanci nazionali disavanzi e crescita del debito pubblico, non risolti nei mesi successivi. In Italia nel biennio 2008-2009 la crescita del rapporto debito pubblico/PIL è stata di 12 punti (attestandosi al 115,8%), ed ha visto in buona parte vanificata la riduzione di 18 punti operata negli anni 1994-2007. Nel 2010 il rapporto è ulteriormente salito al 119% ed appare in ulteriore crescita nel 2011.

L’economia italiana in particolare ha visto nel 2009 la caduta del PIL particolarmente concentrata nel nord industriale (-6,1% nel Nord Ovest, -5,6% nel Nord Est). Sono crollate le esportazioni (-21%), sono calati i consumi interni e l’occupazione, sono venuti meno gli investimenti produttivi ed è cresciuta di circa un quarto la mortalità delle imprese. Rispetto al punto di minima del 2009 nel 2010 la produzione industriale è cresciuta dell’11%, contro il 34% della Germania. Le cause del divario sono da ricercarsi principalmente nella stagnazione dei consumi interni e nel mancato sviluppo delle esportazioni nell’area extra-euro.

Occupazione e calo dei consumi hanno particolarmente penalizzato le regioni del Mezzogiorno. La disoccupazione è prevalentemente giovanile e femminile, e le vere dimensioni del fenomeno sono state (soprattutto al Nord) mitigate dall’uso della CIG ordinaria, straordinaria ed in deroga, effettuato in misura superiore a quanto accaduto nella crisi degli anni ’90. Dopo un calo delle ore di CIG autorizzate nel 2010, nel primo semestre del 2011 si è assistito ad un nuovo incremento, in particolare per la CIG straordinaria ed in deroga. La disoccupazione giovanile ha toccato negli ultimi mesi livelli mai visti, superiori al 27%.

Gli investimenti produttivi (anche nella leggera ed incerta crescita del primo semestre 2010) sono stati sostanzialmente fermi in quanto il tasso di utilizzo degli impianti è stato ampiamente al di sotto delle potenzialità produttive (nel 2009 è stato toccato il livello minimo di utilizzo degli impianti).

Oltre che dalle parti datoriali anche da fonti autorevoli come la Banca d’Italia viene imputato al fattore lavoro uno scarso tasso di  produttività (cresciuta nel decennio del 3% in Italia contro il 14% dell’area euro), dimenticando che la produttività è funzione anche di capitale e tecnologia (e le imprese italiane anche prima della crisi investivano poco in innovazione e tanto meno in ricerca e sviluppo). Ogni rivendicazione salariale viene ideologicamente ancorata ad incrementi di produttività che, in assenza di investimenti e di ricerca, nascondono inesorabilmente tagli alle condizioni economiche e fattuali del lavoro.

La ricetta dell’U.E. di risposta alla crisi (dopo i citati interventi emergenziali a carico dei bilanci pubblici) è di impostazione liberista, e vede nel contenimento dei debiti pubblici e nelle politiche di bilancio “rigorose” la via di stabilizzazione dell’area euro, diventata oggetto di appetiti speculativi (evidentemente non colpiti dalla crisi) che mettono a rischio la tenuta della stessa moneta europea.

Le istituzioni europee (o meglio, i governi che in esse hanno assunto un ruolo-guida al di là dei meccanismi di rappresentanza istituzionale) stanno imponendo politiche draconiane di taglio di ogni forma di stato sociale e finanche dell’occupazione pubblica, in misura insostenibile in alcuni paesi sotto il tiro della speculazione finanziaria. Misure come la Tobin-tax non riescono a decollare, mentre si chiede agli Stati una insostenibile politica di pareggio di bilancio.

Dietro la facciata ufficiale di crisi finanziarie nazionali si celano in realtà tensioni e squilibri sistemici riconducibili alla politica iper-competitiva della Germania, paese dalla bilancia commerciale fortemente attiva nei confronti degli altri partner europei, e che vede la propria economia paradossalmente “trainata” dalle importazioni dei paesi più deboli, Italia inclusa.

Le politiche economiche restrittive poste in atto durante la fase acuta della crisi e accelerate dopo la crisi greca rappresentano in realtà un forte rischio di aggravamento della crisi stessa e di ritardo nella sua soluzione, colpendo esse ulteriormente stato sociale (sotto forma di tagli alle pensioni, alla sanità pubblica, agli ammortizzatori sociali, alla scuola pubblica, ecc.), l’occupazione e sostanzialmente i redditi da lavoro.

La debole crescita che viene prevista dagli indicatori economici per i mesi a venire non lascia intravedere ritorni in termini di benefici verso coloro che sono sinora stati chiamati a sostenere i sacrifici. Segnali di insofferenza provengono dai movimenti degli “indignati” nei paesi più colpiti dalle politiche restrittive ed anche da oltre Oceano.

Sotto questo profilo è necessario evidenziare la necessità ripensare e mettere in dubbio le certezze delle politiche economiche liberiste dell’U.E. e dell’FMI, stante che il mercato in questi mesi ha ampiamente dimostrato di non sapersi autoregolare, e che i costi sociali di tali politiche (e degli interventi pubblici emergenziali) sono a carico delle classi più deboli,  verso cui sta lentamente scivolando anche il ceto medio. 

 

La congiuntura in Piemonte

 Probabilmente anche a causa di ritardi nella programmazione economica degli anni passati, in Piemonte la crisi ha colpito, e  sta colpendo, pesantemente sia sul piano economico che sul  piano sociale come dimostrano tutti gli enti di ricerca, a partire dall’Ires Piemonte ad arrivare alla CNA piemontese.

E di fronte ad una crisi che con maggiore virulenza attacca (a) il Piemonte e con esso il cuore industriale del nostro Paese, mancano completamente le politiche di intervento sia regionali che nazionali, anzi al Piemonte vengono tagliate le risorse, col consenso di Cota e della Lega.

E di  fronte ad una crisi occupazionale, sociale, di vita, che tocca centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori piemontesi, la Giunta Cota ha approvato  un “Piano per il lavoro” che cancella il sostegno al reddito per i lavoratori e vuole abolire persino l’ida del collocamento pubblico.

 

Il lavoro

 Sono ormai più di un milione i posti di lavoro  distrutti dall’inizio della recessione (secondo trimestre del 2008)  nel nostro Paese, per cui il tasso di disoccupazione si aggirerebbe intorno al 9%.

A questi, però, vanno aggiunti i lavoratori in Cassa Integrazione, per la maggior parte a zero ore e senza speranza di rientro sul posto di lavoro. Realisticamente, quindi, il tasso effettivo di disoccupazione si situerebbe vicino al 12%, sbugiardando così la tronfia propaganda governativa che pretende di farci credere che il nostro paese abbia sopportato meglio di altri l'impatto della crisi sui lavoratori.

Per riassorbire un tale numero di lavoratori in esubero, sarebbe necessaria una crescita sostenuta, anziché un’economia boccheggiante che cresce a tasso zero o poco più. Un  tale ciclo economico, al momento, non pare alle viste.

Altri dati, sono ancora più preoccupanti ed emblematici della peculiarità della situazione italiana: le statistiche, aggiornate al primo trimestre 2010, ci comunicano che, tra i posti di  lavoro persi, il 48% è a tempo determinato, il 13,5% a tempo indeterminato, il 9% è parasubordinato e il rimanente 30% circa è di tipo autonomo.

Ciò significa che le aziende hanno espulso dal ciclo produttivo proprio i soggetti più deboli e precari, privi di ammortizzatori sociali.

Tuttavia, paradossalmente, perdurando la situazione attuale di crisi economica e occupazionale, è facile prevedere  un ulteriore incremento della quota di contratti temporanei e una riduzione dei contratti a tempo indeterminato, a causa della grande incertezza che ci circonda. Inoltre, nonostante le continue deroghe e proroghe, la cassa integrazione non può continuare all’infinito, quindi avremo anche lavoratori con contratti a tempo indeterminato che finiranno in disoccupazione.

Dai dati sopra enunciati possiamo innanzitutto trarre la seguente conclusione: la crisi internazionale ha fornito al padronato il destro per poter provvedere ad eliminare i cosiddetti “esuberi”.

Una citazione emblematica quanto agghiacciante dal New York Times: “Ricordate tutti i posti di lavoro (milioni) scomparsi durante il peggio della crisi americana? Non tornano. Fine del discorso. È chiaro che molte imprese hanno fatto negli ultimi due anni ciò che volevano fare comunque: liberarsi di milioni di lavoratori” (Catherine Rampell, 13 maggio 2010).

In seconda istanza, possiamo esaminare l'altro avvenimento cruciale cioè la “vertenza FIAT”. L'amministratore delegato Marchionne, in più sedi, ha comunicato che, per poter competere nel “mondo globalizzato”, è necessario che le maestranze si rassegnino ad un contenimento dei salari e dei diritti, individuando così nei lavoratori e nelle loro presunte pretese i veri colpevoli della scarsa redditività degli stabilimenti italiani. Non una parola, ovviamente, il manager italo-canadese ha speso per spiegarci le motivazioni per cui, invece di investire in innovazione tecnologica, nel rinnovamento delle linee produttive e nei prodotti a maggior valore aggiunto, come fanno tutte le altre industrie automobilistiche europee, l'azienda di cui è alla guida non trovi di meglio che  “riportare in Italia” la produzione del modello a più bassa redditività dell'intera gamma Fiat, la Panda. 

In questa vicenda emerge un fatto centrale: la globalizzazione, la “Grande Opportunità” favoleggiata dagli economisti di provata fede neoliberista, sta presentando il conto: secondo le più accreditate teorie, il risultato virtuoso della globalizzazione economica  avrebbe dovuto essere la diffusione dei diritti dei lavoratori dei paesi benestanti: oggi scopriamo che avviene il contrario e, peggio ancora, questo arretramento si teorizza come unico modello di sviluppo. 

Il padronato ha preso a pretesto la crisi  per poter provvedere ad eliminare i cosiddetti “esuberi” e, ai governi dei Paesi investiti dalla stessa (di ogni orientamento, bisogna dire), di provvedere al taglio dei cosiddetti “privilegi”: la sanità, le pensioni, i sostegni agli anziani e ai disabili.

Quanto sopra riguarda gli ultimi 3 anni, quelli della “Grande Crisi”, ma noi sappiamo che l'attacco ai diritti dei lavoratori è in atto da molto più tempo.

L'entrata in vigore della legge 30, con la deregolamentazione che ne è conseguita, ha segnato un punto di svolta fondamentale nelle relazioni tra i lavoratori e i datori di lavoro, sbilanciandole irrimediabilmente a favore di questi ultimi. 

Il combinato disposto tra i mefitici effetti della legislazione vigente e della perdurante crisi economica ha generato una situazione in cui esiste un nucleo sempre più limitato di lavoratori in possesso di diritti e tutele degne di quello che è stato un Paese civile, gli assunti a tempo indeterminato, e una marea montante di lavoratori precari, privi di adeguate tutele, esposti al ricatto del padrone, che li utilizza a proprio piacimento e altrettanto facilmente li scarica come inutili.

Compito dei comunisti non può essere soltanto tentare di salvaguardare le conquiste del movimento operaio, ma estendere i diritti  a coloro che oggi ne sono esclusi.

L’estensione delle tutele è urgente per scongiurare  LA GUERRA DEI PENULTIMI CONTRO GLI ULTIMI, alimentata scientificamente dalle destre populiste e xenofobe mettendo a repentaglio la tenuta democratica del Paese.

Dobbiamo lavorare per un mercato del lavoro che, cancellando le controriforme degli ultimi decenni a partire dalla legge 30, ristabilisca un quadro di diritti per tutti.

Sul tema  della legge 30 i lavoratori e le lavoratrici  sanno che gli attuali rapporti di forza, nella politica e nella società non ne rendono  oggi praticabile  l’abrogazione per via parlamentare e  quindi compito dei comunisti, oggi, è PROMUOVERNE IL REFERENDUM ABROGATIVO.

La classe lavoratrice ha urgenza di risposte e quindi la riorganizzazione di un più grande Partito Comunista non può prescindere, pragmaticamente, dalla  costruzione di un programma che i lavoratori e le lavoratrici possano percepire come effettivamente realizzabile nel breve periodo.

E quindi nei  prossimi mesi  la nostra azione, sui temi del lavoro, dovrà  essere capace di dialogare con le tesi  più avanzate che  si  muovono dentro l’area  del Centro-Sinistra, scontrandosi con proposte di senso decisamente involutivo che sempre in quell’area sono presenti.

Partendo dalla  nostra indubbia debolezza sul piano dei rapporti di forza, rilanciamo in positivo la nostra azione politica cercando di spostare, sulle questioni di merito, quanto  più possibile  a Sinistra il dibattito  nell’area del Centro-Sinistra (area alla quale guardano milioni di lavoratrici e lavoratori.

In quest’area sui temi del mercato del lavoro, spicca, quantomeno per ragionevolezza, il progetto degli economisti Boeri e Garibaldi, chiamato C.U.I. (contratto unico di inserimento).

Di tale elaborazione sono condivisibili alcuni punti cardine: 

ë               Parificazione delle aliquote contributive per le diverse figure giuridiche di lavoratori (subordinati, parasubordinati, autonomi), in modo da eliminare alla radice i fenomeni di elusione contributiva (finti CO.CO.CO:, rapporti di lavoro autonomo che mascherano lavoro a cottimo), rendendo uguale il costo del lavoro per tutte le qualifiche di lavoratori;

ë               Disincentivazione dell’utilizzo di lavoratori a tempo determinato, o di collaboratori a progetto, introducendo un limite minimo di reddito annuale (si parla di 20.000 euro) per queste tipologie contrattuali. In questo modo, non sarebbe possibile utilizzare, ad esempio, lavoratori a progetto per mansioni di scarsa qualificazione, oppure lavoratori a tempo determinato per periodi così brevi da non giustificare una tale retribuzione.

ë               Aumento dell’aliquota contributiva relativa alla disoccupazione per i lavoratori a tempo determinato. In tal modo si otterrebbe, oltre alla disincentivazione all’utilizzo di questa forma contrattuale dovuta al maggior costo del lavoro, un aumento delle tutele per quella tipologia di lavoratori, in ragione della maggior aliquota dedicata all’assicurazione contro la disoccupazione.

ë               Introduzione di un salario minimo di legge, stabilito annualmente con criteri legati all’effettivo costo della vita, in modo da porre i lavoratori meno qualificati al riparo dal progressivo impoverimento al quale assistiamo quotidianamente. 

Interessante è anche l’idea di rendere “automatica” la conferma del lavoratore al termine del C.U.I.

 Una proposta di legge che accoglie questi contenuti è stata presentata al Senato nel mese di aprile del 2010 e da allora giace dimenticata (desolatamente), evidentemente perchè considerata “troppo di sinistra”. 

Ovviamente non è la “nostra” proposta, ma indubbiamente è la proposta di chi nel PD e nel Centro-Sinistra  si oppone alle tesi di Ichino, tanto decantate da Veltroni.

Non avendo, oggi, la forza di attuare le nostre proposte dobbiamo contribuire ad affermare, nello schieramento democratico, equilibri  il più possibile avanzati su temi fondamentali per la vita quotidiana delle lavoratrici, dei lavoratori e dei giovani.

  Il pubblico impiego

 Sembra che, nel dibattito interno al Partito, nessuna importanza venga ascritta alla situazione dei lavoratori del Pubblico Impiego.

È possibile che le campagne denigratorie messe in atto dal governo di destra abbiano avuto presa anche tra di noi?

Anche il solo sospetto può giustificare un intervento nel merito.

Sin dal suo insediamento, l'ultimo governo Berlusconi ha scelto un profilo di estrema aggressività nei confronti dei pubblici dipendenti. È impossibile non ricordare le bordate del ministro competente contro quelli che egli definiva, interpretando così un comune sentire a bella posta suscitato, fannulloni.

Il ministro di cui sopra si impegnò a varare una delle tante, mitologiche, Grandi Riforme berlusconiane, salvo fermarsi all'imposizione di regole tanto assurde quanto insultanti in materia di trattamento di malattia (decurtazione secca dello stipendio, fasce sociali prolungate oltre la logica) e riburocratizzare le regole contrattuali che erano state parificate a quelle dei lavoratori del privato, quindi sottoposte a regolare contrattazione tra controparti, e, come per incanto, sono ridiventate oggetto di provvedimenti legislativi.

Inoltre, con l'improntitudine che lo contraddistingue, varò (sempre a chiacchiere...) un sistema di incentivazione, naturalmente individuale, che dividerebbe i lavoratori in tre categorie: i bravi (25%), ai quali dovrebbero essere liquidati interamente i premi di produttività, i “normali” (50%) che percepirebbero un'aliquota ridotta di premi rispetto ai precedenti, e i reprobi, i paria, i fannulloni, la cui quantità è stabilita indiscutibilmente nel 25% della forza lavoro, che non percepirebbero alcun compenso incentivante. La collocazione del dipendente in una delle tre fasce sarebbe appannnaggio di un fantomatico “nucleo di valutazione” composto da dirigenti, quindi se sei antipatico al capetto di turno sai cosa ti aspetta.

Il tutto, tralasciando l'infame etichetta applicata “per legge” ad un quarto dei lavoratori della Pubblica Amministrazione, senza stanziare un centesimo per finanziare l'erogazione di tali somme, quindi, di fatto, prendendo in giro i bravi e gli scarsi, oltre che la folla di cittadini creduloni che hanno bevuto le menzogne ministeriali.

Non contenti, i moralizzatori guidati dal debordante Brunetta hanno man mano proceduto a riproporre l'assurdo, cieco blocco del turn-over dei dipendenti, senza nemmeno tentare di ragionare su quali potessero essere i luoghi di lavoro con esuberi e quali quelli con carenze (tanto gli statali sono troppi “a prescindere”), bloccato i rinnovi contrattuali prima fino al 2012, poi fino al 2014 (e chissà se è finita qui), posticipato di 24 (ventiquattro!) mesi il pagamento del trattamento di fine servizio (la liquidazione) per i dimissionari per raggiunto diritto a pensione. Siamo arrivati all'incredibile proposta (per ora accantonata, ma chissà...) di ancorare il pagamento delle tredicesime alla produttività dei dirigenti!!! 

Tutta questa serie di provvedimenti, in ogni caso, non ha assolutamente portato a quello che, invece, sarebbe il vero, utile obiettivo di un qualsiasi governo minimamente decente, e cioè il miglioramento sostanziale dell'efficienza della Pubblica Amministrazione, che significherebbe anche minori costi, ma soprattutto migliori servizi al cittadino e alle imprese.

Ma, appunto, staremmo parlando di un governo decente, che si occuperebbe, invece che degli orari in cui devono stare a casa i dipendenti in malattia, della semplificazione della legislazione vigente, che annovera ancora regi decreti, dell'eliminazione, o quantomeno della fortissima contrazione, dell'utilizzo di collaboratori e aziende esterni, da sostituire con l'utilizzo puntuale delle professionalità presenti negli organigrammi, del controllo delle retribuzioni esorbitanti di supposti “managers” che si limitano, loro sì, a scaldare costose sedie.

E, magari, dopo tutto quello che abbiamo detto, anche di far si che i dipendenti pubblici si guadagnino effettivamente gli stipendi che percepiscono, che, tra l'altro, sono tra i più bassi d'Europa.

Perchè, se crediamo davvero che la scuola, la sanità, la previdenza, il trasporto pubblico debbano essere gestiti dalla mano pubblica, a garanzia di uguaglianza ed equità, dobbiamo altresì pretendere che gli stessi servizi funzionino al meglio, perchè in agguato ci sono i privatizzatori che, a costo di coprirsi di ridicolo (vedasi la comica vicenda delle ferrovie britanniche), affermano come un dogma che “il privato è più efficiente e meno costoso”, alla faccia della qualità e della giustizia. 

Il caso Fiat

  In questo momento, indubbiamente, la Fiat rappresenta la punta avanzata dell’offensiva padronale contro i diritti fondamentali dei lavoratori, imperniata su due elementi fondamentali:  attacco generalizzato al contratto collettivo di lavoro e divisione delle forze  sindacali.

Paradossalmente le posizioni Fiat e di Marchionne sono così virulente da mettere in imbarazzo persino settori confindustriali “più moderati”.

Con la relazione del marzo 2010 agli azionisti, l’Amministratore Delegato FIAT ha iniziato a posizionare gli elementi della Sua strategia.

Infatti Marchionne da un lato confermava la decisione di  riprendere a distribuire i dividendi per tutte le categorie di azioni  perché, pur in condizioni di mercato molto difficili, l’andamento complessivo era stato sicuramente positivo e con prospettive di continuità nell’anno in corso avendo beneficiato appieno della domanda indotta dagli eco-incentivi nei principali mercati.

Dall’altro  annunciava che nel 2010 i programmi di investimento “…torneranno a livelli consueti per tutti i settori, con un aumento del 30-35% rispetto al 2009”.

E questo nonostante la crisi in atto che portava a prevedere per il mercato automobilistico una caduta valutabile attorno al 15%, comparabile ai volumi di vendita del 1994.

La risposta alla crisi, sempre secondo quanto affermato dall’A.D. FIAT, starebbe nel progetto di aumentare in modo significativo la produzione d’autovetture in Italia, in particolare a Pomigliano: “Il progetto prevede, infatti, di costruire a Pomigliano la futura Panda, che è l’auto più venduta del segmento A in Europa. Sarebbe la soluzione della grande svolta perché garantirebbe volumi elevatissimi - perché - la produzione è stata riorganizzata secondo i principi del World Class Manufacturing -- Fra tre anni potremmo parlare di Pomigliano come il secondo più grande stabilimento italiano della Fiat”.

            Fiat ci tiene, in quella sede, a vendere il piano di espandere Pomigliano come un gesto di vera responsabilità sociale rispetto all’Italia, paese che tanto ha dato alla Fiat.

 Tutti questi discorsi a marzo 2010, già lamentando incomprensioni con stampa e sindacati, e “pre-annunciando”, in qualche modo, quale sarebbe stata l’impostazione di una nuova politica industriale incentrata sul “modello Fabbrica Italia”, che l’avrebbe portato, di lì a poco, dopo il semi-fallimentare referendum tra i lavoratori di Pomigliano (dove la maggioranza degli operai ed in particolare i più giovani, hanno significativamente respinto la proposta d’accordo) ad alzare ricattatoriamente la posta in gioco con un attacco diretto al Contratto Collettivo Nazionale ed all’uscita, nello specifico, da Federmeccanica.   E’ in questo contesto, propagandato come unico e particolare, ma che, nelle intenzioni sottaciute e successivamente confermate doveva rappresentare il “casus belli”, il punto di partenza per scardinare le regole nel mondo del lavoro approfittando del lungo e perdurante momento di assenza ufficiale del Governo nella politica industriale, che Marchionne, forzando questa oggettiva realtà, ha potuto permettersi di arrogare alla FIAT (ed alle imprese) il diritto morale di andare a riempire quel vuoto formale di rappresentanza politica facendo proprio il ruolo d’indirizzo generale nel rapporto tra le parti.

In effetti, l’ultima frase della relazione racchiude, nella sua sintetica semplicità, il pensiero guida di Marchionne e di gran parte dell’imprenditoria italiana: Alla Fiat – (ed alle imprese) va riconosciuta la libertà di agire in un contesto globale”.

D’altra parte, l’ipotesi che il progetto Fabbrica Italia potesse essere semplice fumo negli occhi dell’opinione pubblica, al fine di scaricare sul sindacato le colpe di una riduzione produttiva in Italia, già decisa e programmata da tempo, darebbe una risposta logica a tutta una serie di azioni e annunci non del tutto credibili e coerenti.

La Fiat dopo l’acquisizione di una quota significativa in Chrysler e il tentativo di acquisire Opel ha lanciato il programma Fabbrica Italia, un piano ambizioso fatto d’ampliamenti della capacità produttiva, della chiusura di Termini Imerese, del potenziamento di Pomigliano (riportando in Italia produzioni oggi effettuate in Polonia). L’inizio dell’attuazione di questo piano (la vicenda Pomigliano, il referendum ecc.) ha sollevato i problemi che già conosciamo.   

Poi l’annuncio della creazione e della quotazione separata di due imprese (da una parte l’auto, dall’altra il resto) e infine, l’annuncio di spostamenti produttivi da Mirafiori alla Serbia.
Un dato assolutamente certo è che esiste una strategia volta all’espansione, ma sono le forme e i modi che questa assume in Europa ad essere inaccettabili.

    In particolare si fatica a ravvisare una coerenza nei progetti di Fabbrica Italia: già aveva destato dubbi l’idea di poter espandere la capacità produttiva in un settore che da parecchi anni ne denuncia un eccesso evidente e come non bastasse, è piuttosto difficile da inquadrare in Fabbrica Italia anche la scelta di spostare produzioni dal Piemonte alla Serbia.

Ma, a questo punto, se  uniamo alla chiusura di Termini Imerese la marginalizzazione di Mirafiori, cosa resta dell’intero progetto?  Solo una finzione.

Questo ragionamento porta inevitabilmente ad ipotizzare un baricentro aziendale sempre più lontano dall’Italia, sia come produzione (i mercati in maggiore espansione non sono certo quelli nostrani) sia come centro di comando.
          In questa chiave di lettura, il progetto Fabbrica Italia ha sempre meno significato. Investire in Serbia invece, con tanto denaro pubblico a disposizione, per la FIAT è senza dubbio, molto più remunerativo. 
Tutto questo avvalora il sospetto che il progetto di ampliare le produzioni in Italia  fosse solo un modo per poter dire “ci abbiamo provato, ma i sindacati non ci hanno voluto”.

La situazione può essere riassunta con una sintesi esemplare di Luciano Gallino: “la globalizzazione, ormai senza veli (…) è consistita fin dagli inizi in una politica del lavoro su scala mondiale” in base alla quale le imprese americane e europee “vanno a produrre nei paesi dove il costo del lavoro è più basso”, con il rischio di vedere spingere verso il basso salari e condizioni di lavoro nei nostri paesi, affinché si allineino a quelli dei paesi emergenti.

L’alternativa esiste: sul terreno della formazione, dell’innovazione e della ricerca, dell’investimento nella scienza e nella tecnologia. Proprio i paesi emergenti, di ieri e oggi, investono massicciamente nell’educazione primaria e secondaria, nella formazione professionale, nell’università e nei centri pubblici di ricerca: offrendo esempi di buone politiche orientate al futuro, su cui forse un paese in ripiegamento, com’ è oggi l’Italia, farebbe bene a riflettere.”

  

La questione sindacale

  Sindacati come USB, Cobas, CUB rappresentano oggi nel paese, nell'attuale situazione storica e sociale, i bisogni e le speranze di classe dei lavoratori più di quanto possa fare una Cgil che rimane legata, per sua scelta, a logiche concertative; logiche che si sono dimostrate, dalla firma dell'accordo del '93 in poi, assolutamente inadeguate a soddisfare i reali bisogni della classe lavoratrice nel Paese, e che hanno portato a cedere sempre più sui diritti e portato alla diminuzione strutturale e progressiva del potere d'acquisto dei salari, senza peraltro garantire la decantata piena occupazione e gli altri "vantaggi" che questo nuovo sistema concertativo avrebbe dovuto apportare.

   Riconosciamo il ruolo storico che la Cgil ha svolto e continua a svolgere nel Paese, e siamo consapevoli dei suoi meriti e del lavoro enorme che questo ha comportato e comporta. Ci rendiamo conto anche che un buon numero di comuniste e di comunisti è iscritto alla Cgil, che in essa operano con passione e portando a casa dei risultati. Noi consideriamo però, che moltissimi comunisti italiani sono iscritti anche ai Sindacati di classe e di base, e che con altrettanta passione e impegno prestano in essi la loro opera a tutela dei lavoratori, quasi sempre gratuitamente perché i funzionari di tali Organizzazioni il più delle volte operano su base volontaria, e solitamente con enormi difficoltà in quanto questi Sindacati spesso non vengono riconosciuti quali interlocutori dalla classe padronale, e vengono ostacolati in ogni modo dalle sigle concertative.

     Per questi motivi, noi chiediamo che nel documento congressuale nazionale venga inserito, nel paragrafo dedicato alla questione sindacale, il riconoscimento, oltre alla Cgil, dei Sindacati di Base, conflittuali e di Classe, come Organizzazioni sindacali di riferimento per i Comunisti in Italia.

 

In proposito, i seguenti Compagni:

 

ë               Mao CALLIANO (Segretario della Federazione Provinciale di Torino del PdCI)

ë               Fernando CHESSA (direttivo sez. Chiazzolla – Mirafiori Sud)

ë               Vincenzo CHIEPPA (Segretario Regionale PdCI)

ë               Roberto CALLIANO (Responsabile Organizzazione Federazione PdCI di Torino)

ë               Luigi DOLCE (direttivo sez. Togliatti – Parella)

ë               Massimiliano LAZZARINI (direttivo sez. Togliatti – Parella)

ë               Massimo MARCORI (direttivo sez. Donini – Santa Rita)

ë               Giovanni NEPOTE (direttivo sez. Givoletto)

ë               Carmelo STURIALE (segreteria provinciale PdCI Torino)

ë               Endrio MILANO (segreteria provinciale PdCI Torino)

ë               Marica GUAZZORA (segreteria provinciale PdCI Torino)

ë               Mauro CHIARLE (segretario sez. Chiazzolla – Mirafiori Sud)

ë               Giustino SCOTTO D’ANIELLO (segreteria provinciale PdCI Torino)

ë               Daniele CARDETTA (coordinatore regionale FGCI)

ë               Ivano OSELLA (coordinatore provinciale FGCI Torino)

ë               Alessandra RIZZO (esecutivo provinciale FGCI Torino)

ë               Luciano VERZOLA (segretario sezione di Nichelino)

ë               Renato MARANDO (direttivo sez. Nichelino)

ë               Ornella TERRACINI (segretaria sezione Dolino – TO/Centro)

ë               Salvatore INGHES (direttivo sez. Pinerolo)

ë               Anna ZULLO (segretaria sezione di Chieri)

ë               Gianfranco SUPPO (direttivo sez. Pinerolo)

ë               Ciro ARGENTINO (segreteria provinciale PdCI Torino)

ë               Ezio GROSSO (Responsabile Organizzazione Prov. TO-sud)

 

hanno proposto il seguente Ordine del Giorno:

 

I sottoscritti firmatari della seguente istanza ritengono un errore politico la scelta congressuale di non includere i Sindacati conflittuali di classe e di base tra le Organizzazioni Sindacali di riferimento del PdCI e dei Comunisti ovunque collocati.

Noi pensiamo che Sindacati come USB, Cobas, CUB, inquadrino oggi, nel Paese, nell’attuale situazione storica e sociale, i bisogni e le speranze di classe dei lavoratori più di quanto possa fare una CGIL che rimane legata, per sua scelta, a logiche concertative.

Logiche che si sono dimostrate, dalla firma dell’accordo del ’93 in poi, assolutamente inadeguate a soddisfare i reali bisogni della classe lavoratrice del Paese, e che hanno portato a cedere sempre più diritti e alla diminuzione strutturale e progressive del potere d’acquisto dei salari, senza peraltro garantire la decantata “piena occupazione” e gli altri “vantaggi” che questo nuovo sistema concertativo avrebbe dovuto apportare.

Riconosciamo il ruolo storico che la CGIL ha svolto e continua a svolgere nel Paese, e siamo consapevoli dei suoi meriti e del lavoro enorme che questo ha comportato e comporta.

Ci rendiamo conto anche che un buon numero di Comuniste e Comunisti è iscritto alla CGIL, che in essa operano con passione e portando a casa dei risultati. Noi consideriamo, però, che moltissimi Comunisti italiani sono iscritti anche ai Sindacati di base e che, con altrettanta passione e impegno, prestano in essi la loro opera a tutela dei lavoratori, quasi sempre gratuitamente, perché i funzionari di tali Organizzazioni operano il più delle volte su base volontaria, e solitamente con enormi difficoltà, in quanto questi Sindacati spesso non vengono riconosciuti quali interlocutori dalla classe padronale e vengono ostacolati in ogni modo dalle sigle concertative.

Per questi motivi noi chiediamo che nel documento congressuale nazionale venga inserito, nel paragrafo dedicato alla questione sindacale, il riconoscimento, oltre che della CGIL, dei Sindacati di base, conflittuali e di classe, come Organizzazioni sindacali di riferimento per i Comunisti in Italia.   

  

Torino e il rilancio dei comunisti

              Nuovamente il Progetto Comunista e Torino s’intrecciano perché non è credibile un’azione di riorganizzazione e rilancio, come quella che il VI Congresso propone, senza mettere le radici nelle contraddizioni e nelle trasformazioni del Nord industriale.

Purtroppo, negli scorsi mesi la Federazione di Torino è stata lasciata sola a “presidiare” ed a rappresentare il Partito in una vicenda, come quella FIAT, che non è riducibile a solamente locale.

Diciamo la verità, il Nazionale del Partito è stato assente e questo ha generato sconcerto nella nostra militanza che avrebbe trovato normale accompagnare i dirigenti nazionali ai presidi davanti alla Fiat. Come avrebbero trovato normale, le compagne ed i compagni,  l’organizzazione di una manifestazione nazionale del Partito durante i giorni del referendum Marchionne, anche per passare dalla teoria alla pratica.

Per il futuro,  chiediamo al Partito di investire su Torino ed il Piemonte in termini di sforzo politico ed organizzativo per almeno tre motivi:

 

ë               Il PD torinese è fortemente egemonizzato dalle sue componenti più reazionarie e a noi avverse (non a caso Veltroni è venuto al Lingotto ad emanare le Sue encicliche) e che, se prevarranno sul piano nazionale, impediranno ogni tipo di accordo con la Sinistra.

ë               La vicenda TAV in Val Susa, che ci ha visto spesso contraddittori e sulla quale bisogna costruire presto una posizione che ribadendo il NO a quell’opera inutile ci veda capaci di costruire una nostra proposta, autonoma, concreta, tecnicamente e finanziariamente praticabile.

ë               La FIAT e Marchionne.

 

 I  tre motivi esposti già da soli giustificano un impegno eccezionale del Partito e quindi proponiamo di tenere a Torino, entro l’anno, una due giorni nazionale per costruire una piattaforma organica sui temi che abbiamo elencato, conclusa  dal comizio del compagno Oliviero Diliberto davanti alla FIAT. Dovrà essere un momento di confronto con i lavoratori e le loro organizzazioni, con i movimenti pacifici che si battono contro la TAV in Val di Susa e con le anime del PD a noi meno lontane. Bisognerà curarsi che ci siano interventi di tecnici ed esperti, evitando le solite inutili e stancanti passerelle.

 

Il diritto alla casa

(contributo di Giustino Scotto D’Aniello)

 

Le politiche urbanistiche degli ultimi anni hanno prodotto, oltre che squilibri territoriali ed ambientali, anche gravi conseguenze sociali: aree produttive consegnate alla speculazione fondiaria e conseguente aumento della cementificazione selvaggia hanno provocato il paradosso di molte case vuote e moltissime famiglie senza casa, e l’assenza di una politica di edilizia sociale pubblica aggrava questo drammatico scenario.

Pertanto, il Congresso impegna l’Organizzazione, a tutti i livelli, a rilanciare in tutti i territori e sedi, una grande vertenza politica e sociale: il diritto alla casa quale diritto intangibile e non negoziabile. (G. Scotto D’Aniello)

 

Formazione politica

(contributo di Mario Rinaldi)

 

È necessario riavviare un’attività di formazione politica che permetta ai nostri Quadri, in particolare i più giovani, di dotarsi degli strumenti necessari per l’azione operativa, per contrastare il totale deserto culturale che gli “intellettuali organici” al servizio del Capitale finanziario hanno volutamente creato, nel tentativo di seppellire definitivamente quel che resta di duecento anni di elaborazione politica e di conquiste materiali dei lavoratori di tutto il pianeta.

L’affermazione “le idee dominanti sono le idee delle classi dominanti” resta una verità incontrovertibile ed è quindi necessario riappostarsi sul terreno dell’ideologia, per contrastare materialmente, per l’appunto, tale dominio.

La teoria politica senza organizzazione è sterile, ma l’organizzazione senza teoria è cieca, quindi di questi strumenti è necessario dotarsi nella costruzione del Partito Comunista.

 

Contributo della Sezione L. Longo

 

Sulle politiche del territorio, i compagni propongono un ritorno alla presenza di una politica “spicciola e comprensibile alla gente” sui problemi locali.

Si auspica altresì un’intensificazione dei rapporti tra le forze della sinistra presenti sul territorio.

 

NO TAV TORINO – LIONE

Ordine del giorno

(Primo firmatario Pietro MILAZZO)

 

Premesso che:

 

C               Gli abitanti della Valle di Susa sono in lotta contro il progetto TAV-TAC Torino – Lione da circa vent’anni, sostenuti in tale battaglia dai locali iscritti al PdCI, ed in questo periodo hanno messo in atto numerosissime manifestazioni di massa che hanno visto lottare assieme, al di là delle appartenenze, cittadini delle più svariate fedi politiche, nel superiore interesse della Valle e del Paese tutto;

C               La Valle di Susa è una vallata alpina stretta e densamente abitata, fornita di infrastrutture che già assicurano collegamenti per merci e passeggeri con la Francia, tanto che attraverso di essa passa il 35% del traffico merci che attraversa l’arco alpino;

C               Il massiccio d’Ambin, sede degli eventuali scavi, è formato da rocce uranifere, amianto, gas naturale e altre incognite idrogeologiche;

C               La nuova linea TAV – TAC eliminerebbe solo l’1% del traffico merci su gomma transitante nella vallata;

C               Le polveri emesse in conseguenza degli scavi provocherebbero gravi conseguenze nella salute degli abitanti, con particolare riferimento alle malattie dell’apparato respiratorio nei soggetti più deboli;

C               La costruzione dell’opera avrebbe costi ammontanti a circa 20 miliardi di euro, quasi a totale carico della fiscalità generale, in un momento in cui la gravissima crisi che colpisce il nostro Paese sta già portando a drastici tagli su scuola, sanità, ricerca, assistenza e tutela idrogeologica del territorio. A tal proposito, è opinione di numerosi insigni studiosi, suffragata da dati inoppugnabili, come l’opera in questione sia inutile dal punto di vista trasportistico e devastante per la Valle e per le casse dello Stato. Più di cento ricercatori universitari hanno chiesto udienza al Presidente della Repubblica per portarlo a conoscenza delle ragioni sopra indicate, che essi stessi condividono;

C                Attualmente la Valle vede la massiccia presenza di forze dell’ordine, inviate a presidiare le aree in cui avranno luogo le prospezioni. Ciò, oltre a rappresentare un elevatissimo costo per l’erario, certifica l’assenza di consenso da parte degli abitanti alla realizzazione dell’opera;

C                I mezzi di comunicazione di massa mettono quotidianamente in evidenza le opportunità, a detta loro, rappresentate dalla realizzazione dell’opera, senza dare alcun spazio alle ragioni del dissenso, che viene sistematicamente demonizzato ed accusato di violenza e terrorismo;

C               È in atto un tentativo intimidatorio nei confronti degli oppositori, portato avanti a colpi di arresti e denunce, quasi sempre immotivati.

 

 

Pertanto, il Congresso

 

A.               Esprime piena solidarietà agli abitanti della Valle di Susa che, pacificamente ma con fermezza, continuano la loro lotta;

B.               Impegna il Partito a sostenere le ragioni dei Valsusini, che dicono NO ad un’opera non solo inutile, ma anche devastante, sia per l’ambiente che per le casse dello Stato;

C.               Chiede al Capo dello Stato, On. Giorgio Napolitano, così sensibile ai temi della corretta informazione, di ricevere una delegazione di esponenti del mondo scientifico che sostengono le ragioni del NO,  con lo scopo di arrivare ad una conoscenza approfondita del problema.