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http://it.youtube.com/watch?v=BLcWuLMzMbk
Via
dall'Afghanistan,
subito!!
Via subito dalla guerra in Afghanistan!
I Comunisti
Italiani aderiscono alla giornata di
mobilitazione nazionale per il ritiro dei soldati
italiani
È
ILLEGALE
• perché viola l’art. 11 della Costituzione Italiana:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa
alla libertà degli altri popoli e come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali…”
• perché viola il diritto internazionale: “I Membri
devono astenersi nelle loro relazioni internazionali
dalla minaccia o dall’uso della forza …” (Art. 2 della
Carta delle Nazioni Unite)
• perché la missione ISAF è ormai una missione di guerra
UCCIDE PRINCIPALMENTE I CIVILI
• più di 5.000 i civili morti direttamente a causa delle
azioni militari
• oltre 15.000 i civili afghani morti a causa della
guerra, degli scontri interni e degli attentati
• 21 i militari italiani morti in Afghanistan dal 2004 a
oggi
• più di 650 i militari americani uccisi in Afghanistan
UNO SPRECO DI DENARO PUBBLICO
• stare in Afghanistan costa all’Italia circa 300
milioni di euro all’anno
• il Governo continua ad aumentare le spese militari: ha
speso 14,5 miliardi di euro per comprare 131
cacciabombardieri F35.
• basta con la guerra e basta con le assurde spese
militari che il nostro paese sostiene a discapito delle
reali necessità e bisogni delle lavoratrici, dei
lavoratori e di tutti i ceti sociali meno agiati.
• basta spendere milioni di euro per comprare strumenti
di morte, mentre si affossa l’istruzione a la sanità
pubblica. Quei milioni di euro servono per far fronte
alla gravissimi crisi economica in atto nel nostro
paese.
LA GUERRA NON HA PORTATO LEGALITA’ E DEMOCRAZIA IN
AFGHANISTAN
• il paese è ancora in mano ai Talebani, alle ultime
elezioni oltre un milione di schede sono state annullate
per brogli elettorali, Karzai non ha più alcuna
legittimità democratica: la favola dell’esportazione
della democrazia si è rilevata per la menzogna che era •
i diritti umani continuano ad essere calpestati: dalle
scandalose torture dei militari americani,
come ad Abu Ghraib, alle leggi tribali volute da Karzai
che umiliano le donne • a causa degli scellerati
programmi alimentari delle Nazioni Unite, che hanno
mandato in crisi
l’agricoltura afghana, i contadini afghani sono tornati
a produrre oppio a pieno regime I Comunisti Italiani
aderiscono alla giornata di mobilitazione nazionale per
il ritiro dei soldati italiani dall’Afghanistan
Il Governo Berlusconi smetta di essere il servo sciocco
degli Stati Uniti e difenda i veri interessi del popolo
italiano, dell’Europa e dei popoli del Sud del
mondo.(www.comunisti-italiani.it 4 novembre 2009)
Gino Strada: In Afghanistan è vera guerra. Dobbiamo
ritirarci subito
Per
Gino Strada il sangue
non ha un colore diverso
a seconda della bandiera
e il dispiacere è lo
stesso per i soldati
italiani uccisi ieri e
per tutte le altre
vittime della guerra.
Non riesce neppure a
capire perchè la Fnsi
abbia rinunciato alla
manifestazione di sabato
per la libertà di
informazione. «Con
decine di morti ogni
giorno... donne,
bambini...non so, dev’essere
per il clima di guerra.
Stiamo vivendo da anni
in un clima di guerra
senza dircelo, anche se
solo ultimamente è
passata l’ipocrisia di
chiamarla “missione di
pace”. Un clima che sta
avvelenando la coscienza
civile, creando
intolleranza,
criminalità verso il
diverso, lo straniero,
l’altro da sè. È anche
questo, la guerra».
Il lascito di una casta,
lo chiama. «I politici
di 30 anni fa non lo
avrebbero fatto in
spregio della
Costituzione ». Il 7
novembre del 2001:
«l’entrata in guerra
dell’Italia decisa dal
92 percento del
Parlamento italiano, il
voto più bipartisan
della storia della
Repubblica», per puro
«servilismo verso gli
Stati
Uniti». «Che cosa ci
avevano fatto i talebani?
Niente. E poi cosa
avevano fatto anche agli
americani?». Forse non è
troppo semplice,
recentemente anche negli
Usa gli analisti
cominciano a porsi la
stessa domanda: perchè
siamo lì, cosa ci stiamo
a fare?.Non c’erano
afghani nel commando dei
terroristi delle Torri
gemelle. Ma la
rappresaglia di Bush
scattò lì, con Enduring
Freedom, il 7 ottobre.
Per colpire le basi di
Bin Laden, si disse.
Otto anni dopo più del
l’80 percento
dell’Afghanistan è
tornato sotto il
controllo dei talebani,
di Bin Laden non c’è
traccia, sono morti
1.403 militari
stranieri, spesi
centinaia di milioni di
euro e il Paese è più
povero e più criminale,
produce il 90 percento
dell’oppio del mondo.
Dopo otto anni l’unico
centro di rianimazione è
quello di Emergency a
Kabul, sei letti di
terapia intensiva per 25
milioni di persone.
Spendiamo 3 milioni di
euro al giorno per la
guerra. Sai cosa avremmo
potuto con questi soldi
in Italia per i poveri,
gli emarginati, chi ha
bisogno. In moneta
afghana invece avremmo
potuto aprire 600
ospedali e 10 mila
scuole ». A Khost gli
americani hanno
costruito una strada, a
Kajaki una diga, la
Banca Mondiale lo scorso
giugno ha stanziato
altri 600 milioni di
dollari di aiuti per la
popolazione afghana...
«Se si devono costruire
dighe e ponti si mandino
commando di ingegneri,
non aerei telecomandati
e bombe. Non tremila
baionette, o fucili, per
sostenere il
dittatorello di turno ».
Quanto ai soldi della
cooperazione
internazionale, «noi non
abbiamo ricevuto una
lira quindi non so -
dice il fondatore di
Emergency - ma gli
afghani che si
lamentano, anche ora
alle presidenziali,
dicono che i soldi sono
serviti soprattutto a
ingrassare funzionari
ministeriali e
signorotti della
guerra». Lasciareil
Paese, allora, andarsene
unilateralmente o tutti
insieme, e lasciare ai
fanatici mujaeddin
partita vinta? Non una
bella prospettiva anche
fosse realizzabile. «Finchè
c’è l’occupazione
militare ci sarà la
guerra. Emergency lavora
in Afghanistan da 10
anni, da tempi non
sospetti. Abbiamo curato
2 milioni e 200 mila
afghani, il 10 percento
della popolazione. In
pratica una famiglia su
due, sono famiglie con
centinaia di persone, ha
ricevuto nostre cure.
Per questo a Laskhargah
non è mai stato torto un
capello al nostro
personale
internazionale. Tutti
dovrebbero porre fine a
questa guerra e lasciare
che gli afghani trovino
la loro soluzione
attraverso il dialogo,
che per la verità non si
è mai interrotto, tra le
varie fazioni di
talebani, mujaeddin e
questo governo. Qual è
l’obbiettivo di questa
guerra?». Domanda che
torna. «Le ultime due
guerre internazionali- è
la spiegazione di Strada
- sono legate ai
giacimenti di gas e
petrolio. In Iraq perchè
ci sono, l’Afghanistan
invece è sulla via di
transito dal Kazakistan
e dalle altre ex
repubbliche sovietiche».
Pipeline di sangue. La
nuova strategia
McChrystal o la
conferenza
sull’Afghanistan,
inutile parlarne con un
chirurgo. Ad inquietarlo
è che dei 35 feriti
civili dell’attentato
all’ospedale di
Emergency a Kabul ne
sono arrivati solo tre.
Gli altri sono stati
dirottati all’ospedale
militare detto “dei 400
letti”, «struttura del
tutto inadeguata, ma lì
possono essere
interrogati senza
paroline dolci».(facebook
20 settembre 2009)
Afghanistan, vittime da curare o da interrogare?
di Marco Garatti
Mentre
si piangono i morti
italiani, un chirurgo di
Emergency a Kabul racconta
che fine fanno i feriti
afgani
Non si capisce il perché. O
forse il perché è ben
chiaro, ma è troppo
ripugnante per crederci.
In una città come Kabul, di
quattro milioni e passa di
abitanti, durante eventi
violenti come quello di oggi
non esiste la minima
possibilità di coordinare le
risorse di chi fa attività
sanitaria e si occupa di
feriti civili, perché buona
parte dei pazienti viene
trasferita con mezzi
militari nell'unico ospedale
militare della città: le
zone colpite vengono infatti
cordonate da militari afgani
e di ISAF e alle ambulanze
civili non è nemmeno
permesso entrare.
Ai rappresentanti dello
stesso Ministero della
Sanità afgano è stato
impedito oggi di entrare
nell'Ospedale militare di
Kabul e, quindi, solo il
ministero della Difesa ha
potuto render conto del
numero delle vittime civili.
Dopo il tragico attentato di
oggi, oltre a piangere la
morte di alcuni ragazzi
italiani, dovremmo piangere
la morte e il pessimo
trattamento ricevuto da
alcune decine di pazienti
afgani che sono stati
forzatamente trasferiti ed
ammassati nella struttura
sanitaria dell'esercito, che
solo in occasioni come
questa si ricorda che può
trattare anche civili. Se la
motivazione fosse la
possibilità di garantire un
trattamento migliore, lo si
potrebbe comprendere:
purtroppo la motivazione
vera e non troppo nascosta è
che così i pazienti possono
essere "interrogati meglio".
Nell'Afghanistan
democratico, non è tanto
importante quanto sei ferito
ma quanto sei utile alle
indagini.
Il Centro chirurgico di
Emergency a Kabul riceve
quotidianamente decine di
feriti che vengono da tutte
le province vicine, ma
quando una bomba esplode a
500 metri dall'ospedale, ai
pazienti viene reso
impossibile esercitare il
proprio diritto ad essere
curati: per motivi che chi
fa attività sanitaria, come
me, trova difficile
comprendere.
Marco Garatti, chirurgo
d'urgenza, lavora con
Emergency da dieci anni,
molti dei quali passati in
Afghanistan. Attualmente è
coordinatore medico del
Centro chirurgico di
Emergency a Kabul.
(www.Peacereporter.net 18
settembre 2009)
Afghanistan, attacco a convoglio italiano: almeno 6
militari uccisi
Nell'attentato
dieci i
civili
afgani
morti, 55 i
feriti
Un'autobomba
ha colpito
questa
mattina un
convoglio
militare
italiano a
Kabul,
colpendo due
blindati
Lince.
Lo Stato
Maggiore e
poi lo
stesso
Ministero
della Difesa
hanno
confermato
la morte di
6 soldati
italiani e
il ferimento
di altri 4.
Anche fonti
dell'ambasciata
italiana a
Kabul
confermano 6
morti
italiani.
Fonti locali
citate dalla
radio afgana
Arman Fm
parlano
inizialmente
di 13 morti,
tutti di
nazionalità
italiana.
Il generale
Mohammad
Zahir Azimi,
portavoce
del
ministero
della Difesa
afgano, ha
dichiarato
che tra i
morti ci
sono almeno
10 civili
afgani e che
i feriti
sono 52.
Un noto
portavoce
dei talebani,
Zabiullah
Mujahid, ha
rivendicato
l'attacco
con un sms
inviato alla
stampa
locale.
La
deflagrazione
segue il
discorso di
Hamid Karzai,
riconfermato
presidente,
ma al centro
di aspre
critiche su
presunti
brogli. Che
Karzai
smentisce.
"Nelle
elezioni di
agosto non
ci sono
state frodi
massicce, se
ci sono
stati brogli
- ha
precisato -
devono
essere
accertati e
accertati
equamente,
senza
prevenzioni".
Una vena
polemica che
è
chiaramente
rivolta alle
dichiarazioni
della
Commissione
Ue, che
aveva
appunto
gridato
all'irregolarità
di almeno un
milione e
mezzo di
voti, tre
quarti dei
quali
espressi a
favore di
Karzai. "La
stampa ha
parlato di
frodi
massicce,
non sono
state così
numerose -
ha detto in
una
conferenza
stampa il
presidente,
che è
largamente
in testa
nelle
elezioni -
se ci sono
state frodi
sono di poco
conto,
questo
accade in
tutto il
mondo".
Karzai ha
aggiunto di
"credere
fermamente
nell'integrità
delle
elezioni,
nell'integrità
del popolo
afgano e
nell'integrità
del governo
in questo
processo".
Ieri la
Commissione
elettorale
ha fornito
risultati
finali ma
non
ufficiali:
il
presidente
uscente del
governo
transitorio
avrebbe
racimolato
la
maggioranza
assoluta
(54,6
percento)
sufficiente
a evitare il
ballottaggio
con il suo
principale
contendente
Abdullah
Abdullah,
che ha
raggiunto il
27,8
percento.(www.Peacereporter.net
17 settembre
2009)
Afghanistan, morire da alleati
di Enrico Piovesana
'attacco con un ordigno a Farah: è
esploso al passaggio della pattuglia
italiana
IN
PARTENZA DA KABUL - La notizia della
morte del parà italiano sul fronte
sud-occidentale afgano giunge inattesa
solo a chi non ha ben presente che i
soldati italiani, in Afghanistan, stanno
combattendo una guerra. Non più come
'truppe di riserva', com'è stato negli
ultimi anni, bensì come forze
combattenti al pari di statunitensi,
britannici e canadesi. Da quando,
all'inizio della primavera, il governo
Berlusconi ha schierato in Afghanistan i
paracadutisti della brigata 'Folgore',
rimuovendo tutte le limitazioni
operative in vigore dal 2001, le truppe
italiane sono penetrate in territorio
nemico, lanciando un'offensiva volta a
strappare ai talebani il controllo della
provincia sud-occidentale di Farah, nel
tentativo di arginare la loro avanzata
verso il nord-ovest dell'Afghanistan.
Primo obiettivo: la riconquista della
strada 517, l'unica che collega il
capoluogo provinciale, Farah City, alla
'Ring Road', la statale circolare che
collega tutte le città del Paese. E'
proprio sulla 517 che è avvenuto
l'agguato di oggi. Da maggio, per
'mettere in sicurezza' questa strada, le
truppe italiane stanno combattendo senza
sosta nel distretto di Bala Buluk con
carri armati e elicotteri da guerra,
uccidendo guerriglieri talebani e, a
quanto pare, anche qualche civile. Come
lo scorso 13 maggio, quando nel
villaggio di Pasht-e-Rod, un contadino è
stato ucciso dal fuoco di mitraglia di
un blindato su cui i residenti dicono di
aver visto la scritta 'Italia'. "Prima
la gente di qui vedeva di buon occhio i
soldati italiani perché aiutavano la
popolazione - racconta a Peacereporter
Bilquees Roshan, consigliera provinciale
di Farah - ma ultimamente le cose sono
cambiate". Anche gli attacchi della
guerriglia talebana contro le nostre
truppe sono aumentate esponenzialmente
negli ultimi due mesi.
"E' normale", ci spiega da Herat il
maresciallo Marco Amoriello. "Da quando
la nostra attività è aumentata nelle
zone più a rischio, i nostri uomini sono
maggiormente esposti ad attacchi". E
ancor di più lo sono da quando molti
talebani, in fuga dalla grande offensiva
Usa nella vicina provincia di Helmand,
sono fuggiti nella più 'tranquilla'
provincia di Farah. Il maresciallo
Amoriello liquida questa relazione come
"elugubrazioni senza senso", ma pochi
giorni fa questa realtà era stata
denunciata dal comandante provinciale
della polizia di Herat, generale
Esmatullah Alizai, il quale aveva anche
detto che il comando militare italiano
si era lamentato per questo spiacevole
effetto dell'operazione statunitense in
Helmand. Era da tempo che i nostri
alleati chiedevano all'Italia di "fare
la sua parte" nella guerra in
Afghanistan. Morire fa parte della
guerra.(www.PeaceReporter 14 luglio
2009)
Afghanistan: il 24 dicembre 1979
di Massimo Campus
29 anni fa, all'alba del 24 dicembre 1979, l'Armata
Rossa passava il confine dell'Afghanistan per
correre in aiuto del popolo afghano minacciato dal
presidente Amin, salito al potere dopo aver ucciso
il compagno Taraki, precedente presidente
socialista.
Veniva eletto presidente il compagno Karmal, il
quale proseguiva la strada rivoluzionaria
incominciata da Taraki.
In pochi mesi furono distribuite le terre ai
contadini, abolito il latifondismo. Estesi i servizi
sociali a tutti i cittadini, abolito il burqa per le
donne, instraurato l'obbligo scolastico pert tutti,
specialmente per le bambine. Fu stabilito il diritto
di voto per le donne, la libertà sindacale, il
divieto dei matrimoni forzati, la sostituzione delle
leggi religiose con quelle di ispirazione
marxista....Purtroppo sappiamo tutti come finì.
Comunque onore e memoria alla gloriosa Armata
Rossa.
L'arma più potente nelle mani degli oppressori è la
mente degli oppressi.
La trappola Afghanistan
di Giuliana Sgrena
Non occorre che le truppe
italiane si spostino a sud nella zona dei
combattimenti per entrare direttamente in guerra con
i taleban, sono i taleban, e i loro nuovi adepti,
che si sono installati sulle montagne vicino a Herat.
L'attentato suicida che ha colpito ieri mattina due
tank italiani ferendo, fortunatamente solo
«lievemente», sei militari ne è la riprova. Quello
di ieri mattina è l'86mo attentato del genere
dall'inizio dell'anno in Afghanistan, il secondo
contro le forze dell'Isaf (di cui fanno parte anche
2.400 italiani) in sole ventiquattro ore.
Un segnale preoccupante di escalation mentre
sarebbero in corso trattative del governo di Karzai,
sempre più debole, ed esponenti taleban vicini alla
guida spirituale mullah Omar, con la mediazione di
Stati uniti e Gran Bretagna. Contro la possibilità
di un accordo e decisi a combattere fino alla morte
se le truppe straniere non lasceranno il suolo
afghano sono invece i nuovi seguaci dei taleban. Un
gruppo di mujahidin, una sessantina o forse più,
raggruppati intorno a quello che è considerato da al
Jazeera il più potente comandante taleban della zona
di Herat, Ghullam Yahya Akbari. Che conosce molto
bene la zona essendo stato il sindaco di Herat dal
1992 al 1996, dopo la fine dell'occupazione
sovietica e fino all'arrivo dei taleban. Fuggito
allora in Iran era rientrato in Afghanistan con
l'arrivo di Karzai. Ma il presidente l'ha deluso: è
troppo debole, tanto è vero che i venti deputati di
Herat sono in sciopero perché non si sentono
protetti dal governo.
Dunque Akbari ha preso il comando di un gruppo di
mujahidin pronti a sacrificarsi in nome di Allah
contro le truppe infedeli e ha costruito intorno a
Herat venti basi di addestramento, alcune già
funzionanti ai tempi della «guerra santa» contro gli
occupanti comunisti, per vecchi e nuovi combattenti.
Che vivono tra le montagne senza confort, si nutrono
di pane secco e non chiedono altro, ma hanno a
disposizione le tv satellitari. «Rifugiandosi tra le
montagne i mujahidin sostengono di voler evitare
vittime civili adottando tattiche di guerriglia. A
continuare a mietere vittime civili sono invece i
bombardamenti americani, che servono solo ad
aumentare il sostegno ai combattenti, taleban o loro
alleati.
La sfida per gli italiani diventa quindi molto più
ardua con la scesa in campo dell'ex sindaco di Herat
Akbari, la guerra afghana assomiglia sempre di più a
quella degli anni Ottanta contro l'Armata rossa, e
la fine di quella occupazione è ben nota. Come
quella dei precedenti tentativi britannici. Non a
caso è proprio un generale britannico, Mark Carleton
Smith, a dire oggi che la guerra in Afghanistan è
perdente, mentre il nuovo candidato alla Casa
bianca, John Mc Cain, pensa che bastino altri 30.000
uomini per vincere la prima guerra della Nato fuori
dai confini «istituzionali». Gli americani
probabilmente sposteranno truppe dall'Iraq
all'Afghanistan, ma nel loro riposizionamento sono
stati già preceduti da al Qaeda che ha riciclato i
propri jihadisti, messi in difficoltà in Mesopotamia
dai gruppi sunniti, sul terreno più favorevole
dell'Afghanistan, che gode anche di un ampio e
controllato retroterra nelle zone tribali del
Pakistan. La scadenza elettorale negli Usa si
avvicina, le scelte dei candidati alla presidenza
sull'Afghanistan non sembrano molto diverse,
chiunque vinca dovrà far fronte a una cocente
sconfitta. Nessuna forza straniera ha mai vinto
sull'impervio terreno dell'Afghanistan.(Il Manifesto
19 ottobre 2008)
Francia, la sinistra unita per il ritiro
dall'Afghanistan
Comunisti,
Verdi e Socialisti per il ritiro.
Il Senato francese ha dato il via libera ieri sera alla
proroga della missione militare di Parigi in
Afghanistan; per il mantenimento delle truppe hanno
votato 209 senatori, i contrari sono stati 119
A favore hanno votato in conservatori
dell'Ump e i centristi, contro i socialisti, il Pcf e
Verdi. Si tratta del primo voto dopo l'introduzione di
un emendamento costituzionale che richiede
l'approvazione parlamentare su ogni operazione militare
all'estero della durata superiore ai quattro mesi. Nel
corso del suo intervento all'Assemblea Nazionale il
premier francese, Francois Fillon, ha annunciato, nel
giro di qualche settimana, l'invio di rinforzi in
termini di mezzi, con elicotteri, droni e mortai, e di
uomini, circa cento che si andranno ad aggiungere ai
2775 militari francesi già presenti in Afghanistan.
Il presidente Sarkozy aveva deciso nell'aprile scorso di
aumentare il numero dei militari francesi in Afghanistan
per compiacere gli Usa. La sinistra si è unita per
votare contro, dato politicamente rilevante. Nel 2001,
infatti anche il Pcf ed i Verdi avevano approvato la
coalizione, l'union sacrée tra il socialista Lionel
Jospin, allora primo ministro ed il presidente neo
gaullista Jacques Chirac, per l'invio delle truppe in
Afghanistan. Da tempo però denunciano la deriva della
situazione, che ha portato la missione in Afghanistan a
diventare una «guerra di occupazione». Inoltre i
socialisti denunciano la penuria di mezzi e la mancanza
di addestramento.
Anche l'opinione pubblica, in seguito all'imboscata
avvenuta il 18 agosto, dove sono morti dieci parà, non è
più convinta dell'utilità della missione in Afghanistan:
secondo recenti sondaggi il 62% dei francesi oggi
vorrebbe il ritiro.(ww.larinascita.org 23 settembre
2008)
Il PdCI vota contro le missioni militari
all'estero
Sì bipartisan al decreto di
rifinanziamento delle missioni militari all'estero
dell'Italia. La Camera dei deputati ha approvato in
tarda mattinata il provvedimento con 340 voti
favorevoli, 50 contrari e un astenuto.Hanno votato a
favore, dando ennesima prova del “matrimonio” tra Pd e
Pdl, i deputati del Partito democratico e i socialisti
insieme ai partiti del centrodestra. Questi ultimi hanno
anche chiesto maggiori certezze sul fronte della
politica estera: «Sia - ha detto Forlani dell'Udc - più
incisiva». La Lega, in particolare, ha chiesto poi un
migliore impiego dell'Esercito, anche sul territorio
nazionale, magari con azione «di contrasto
all'immigrazione clandestina», perché‚ «è una vergogna -
ha detto Federico Bricolo - che sia usato per
raccogliere la spazzatura in Campania».
Contraria al rifinanziamento la Sinistra-l'Arcobeleno,
divisa nel metodo: hanno votato no i deputati dei
Comunisti italiani e di Rifondazione comunista, non
hanno partecipato al voto i Verdi e Sinistra
democratica.
«Abbiamo votato coerentemente contro dopo aver votato
per due anni a favore per lealtà verso Prodi», ha
dichiarato il leader del Pdci, Oliviero Diliberto.«Il Pd
- ha aggiunto - ha deciso di spaccare l'Unione quindi
ciascuno vota in autonomia. Noi abbiamo votato
risolutamente contro».
Ora il provvedimento passerà al Senato.(La Rinascita
della sinistra 21 febbraio 2008)
"Votiamo contro il rinnovo della
missione in Afghanistan"
(ANSA) - ROMA, 12 FEB - 'La
caduta del Governo Prodi e la scelta unilaterale del PD
di rompere l'alleanza con la Sinistra fanno venir meno
le garanzie minime che fino ad ora ci avevano portato a
non votare contro le missioni militari italiane
all'estero'. Lo afferma, motivando il voto contrario al
decreto sull'Afghanistan dei gruppi della Sinistra in
Commissione Esteri e Difesa della Camera, il
responsabile esteri del Pdci Iacopo Venier.
'Sulla guerra in Afghanistan - ribadisce - in
particolare la nostra contrarietà e' sempre stata netta.
Oggi e' il vertice della Nato a dire con crudo realismo
che quella e' una guerra (persa) e non una missione di
pace. L'Onu e' assente dall'Afghanistan dove decidono
solo i comandi Usa. L'Italia non deve mandare altri
militari a morire per una causa persa. Serve invece il
ritiro delle nostre truppe. Oggi i gruppi della Sinistra
Arcobaleno hanno votato contro in un estremo tentativo
di mettere in sicurezza le nostre truppe ed il nostro
paese'.
"Voteremo contro il rinnovo della
missione in Afghanistan"
I ministri della sinistra Arcobaleno non hanno
partecipato al voto sul decreto missioni e chiederanno
una verifica in Parlamento per quanto riguarda
l'Afghanistan e discuteranno missione per missione il da
farsi.Lo ha annunciato il ministro per la Solidarietà,
Paolo Ferrero, al termine del Consiglio dei ministri
riunitosi questa mattina, che ha varato il via libera al
decreto legge per prorogare le missioni italiane
all'estero.
Il Pdci, dichiara il responsabile esteri del partito
Jacopo Venier, «voterà contro il rinnovo della missione
militare in Afghanistan».
«La caduta del Governo Prodi- spiega- al quale non
abbiamo mai negato la fiducia nemmeno su questo
delicatissimo terreno, ci impone oggi di manifestare
anche con il voto in Parlamento la nostra contrarietà di
fondo al coinvolgimento dell'Italia nel conflitto in
Afghanistan. Non c'è più alcuna garanzia che in futuro
le nostre truppe conservino i limiti territoriali e di
ingaggio che il Governo Prodi ha garantito».
Venier aggiunge che «non c'è più alcuna certezza che
l'Italia continui a lavorare per una Conferenza
internazionale di pace che sposti sotto il comando
politico e militare dell'Onu le truppe oggi presenti in
Afghanistan. La Nato e gli Usa chiedono all'Italia di
rompere gli indugi e di combattere fino in fondo una
guerra persa e che è servita solo a moltiplicare la
produzione di eroina. Noi chiediamo all'Italia di
riportare a casa i propri soldati prima che sia troppo
tardi.(La Rinascita della sinistra online 25 gennaio
2008)
"Andiamocene subito, ci pensino gli
altri"
di Roberto Giovannini
«Qualcuno,
dal governo, dallo Stato Maggiore, dall'Onu,
dalla Nato..., qualcuno ci spieghi
quanto deve durare, qual è l'obiettivo
di questa missione». Oliviero Diliberto,
segretario dei Comunisti italiani,
chiede un confronto politico «al di là
della polemica spicciola», e ribadisce
che il ritiro delle nostre truppe «è una
posizione di buon senso».
Segretario, per lei la situazione è del
tutto senza vie d'uscita?
«Vediamo i dati. La produzione di oppio
è quintuplicata. I Signori della Guerra
locali non sono stati disarmati, perché
nessuno è in grado di farlo. Il governo
afghano controlla a malapena alcuni
quartieri della capitale. I talebani del
Sud, quando vengono attaccati si
rifugiano in Pakistan, dove c'è una
situazione esplosiva. Si era pensato a
una conferenza internazionale, e oggi
non ce n'è traccia. C'è una strategia,
un progetto che ci dica cosa avverrà
alle truppe di occupazione? Io ho
l'impressione che non ci sia. Bisogna
davvero inchinarsi di fronte al gesto
assolutamente eroico del nostro soldato,
che è andato incontro alla morte per
evitare ulteriore spargimento di sangue:
ma ci sono state le vittime civili, i
nostri soldati feriti, cui di cuore
auguro una pronta guarigione. Ma fino a
quando? È una domanda semplice».
Per certi versi, retorica.
«Direi di no. Non solo non ci sono
progressi, ma la situazione peggiora. E
rischia di complicarsi ancora di più
dopo le continue minacce Usa all'Iran.
Si rischia di infiammare tutta la
regione. Per questo invito tutta la
politica italiana a non ragionare in
modo provinciale, ad andare oltre le
polemica di bottega: qui è in ballo il
rischio di un coinvolgimento dell'Italia
in un contesto di guerra».
Dunque, meglio ritirarci.
«Servirebbe a tutti avviare un processo
di disimpegno delle truppe straniere
dall'Afghanistan. C'è un'esagerata
prudenza da parte del governo italiano,
dopo il ritiro dall'Iraq, nei confronti
dell'amministrazione Bush.
Sull'Afghanistan c'era un'omissione
voluta nel programma dell'Unione,
c'erano posizioni diverse. Ma sono
passati quasi due anni. E che lì sia un
disastro, è un fatto oggettivo».
Perché servirebbe a tutti, il ritiro
degli italiani?
«Intanto, per non avere più perdite.
Poi, per dare un segnale molto forte di
politica estera, favorendo le proposte
di graduale sostituzione delle truppe
attualmente presenti con soldati - sotto
l'egida Onu - di Paesi non coinvolti
nella prima invasione, che non sarebbero
percepiti come occupanti. Ci dicono: se
ci ritiriamo, c'è la guerra civile.
Bene: discutiamo di una presenza
militare diversa. Peraltro, con questo
argomento si rimane per altri cinquant'anni
in Afghanistan. E invece bisogna agire
perché non ci sia la guerra civile:
mettere attorno a un tavolo le parti
perché si discuta».
Ma nello stesso centrosinistra non c'è
consenso sul ritiro.
«Io mi sforzerò di far capire a tutti i
nostri partner del centrosinistra che la
nostra posizione non nasce da un
antiamericanismo fine a sé stesso, ma è
di buon senso: bisogna stabilire cosa si
fa lì, e delineare uno scenario. Mi
auguro che si possa trovare un punto
d'intesa tra chi - come me - dice
"ritiriamoci subito", e chi invece
individua almeno un percorso verso
questo obiettivo. Sono molto
preoccupato, davvero. Vedo con allarme
il possibile allargamento all'Iran di un
conflitto che finirebbe per diventare
devastante. Credo, dicendo queste cose,
di interpretare un interesse generale,
non un interesse di parte».(la Stampa 25
novembre 2007)
Afghanistan. Bomba ai
deputati
di Giuliana Sgrena
L'occasione
del raduno di ieri era la riapertura di uno
zuccherificio nella provincia di Baghlan, nel
nord dell'Afghanistan. Per l'occasione era
arrivava una delegazione parlamentare da Kabul
che si era unita alla popolazione locale. Il
kamikaze si è fatto saltare mentre veniva
consegnato un mazzo di fiori a uno dei
parlamentari, il portavoce dell'opposizione ed
ex ministro del commercio, Mustada Kazimi.
Insieme a lui sono rimasti uccisi altri sei
parlamentari, il totale delle vittime, tra morti
e feriti, è di un centinaio, tra cui molti
scolari. Si tratta di uno dei peggiori attentati
realizzati in Afghanistan dall'ottobre del 2001,
quando iniziò l'intervento occidentale che portò
al crollo del regime dei taleban. L'escalation
degli attentati ha registrato dal gennaio di
quest'anno 200 morti in 130 attacchi. Ma i
taleban che continuano a combattere le truppe
straniere e a estendere la loro presenza verso
il nord del paese negano ogni coinvolgimento in
questo attentato attraverso uno dei loro
portavoce, Zabihullah Mujahed.
L'Isaf (International security assistance force)
ha smentito nel frattempo la conquista da parte
dei taleban del distretto di Khak-e Sefid nella
provincia di Farah, proprio dove si trovano le
truppe italiane che hanno il quartier generale a
Herat. Altre due località, Gulistan e Bakwa,
nella stessa provincia sarebbero nelle mani
degli ex studenti di teologia. Invece a Kahk-e
Sefid i taleban, sarebbero entrati, avrebbero
saccheggiato il villaggio, e poi sarebbero
fuggiti, secondo militari dell'Isaf. Questo vuol
dire che i taleban possono raggiungere quando
vogliono la provincia di Farah e anche la vicina
Herat, dove già si sono verificati scontri. Se
finora l'Italia si è rifiutata di inviare truppe
a sud per partecipare alla guerra contro i
taleban, come richiesto dagli Stati uniti,
difficilmente potrà evitare lo scontro.
L'attentato è «un atto dei nemici del popolo
afghano» ha detto il presidente Hamid Karzai. Ma
chi? Sembra che finora i taleban non fossero
attivi nella zona di Baghlan, dove si
troverebbero invece uomini di un altro
famigerato leader fondamentalista, Gulbuddin
Hekmatyar, che sta combattendo in proprio contro
il governo di Kabul, dopo alleanze e rotture
dichiarate con i taleban e al Qaeda.
Quel che è certo è che se l'Iraq segna il
fallimento degli Stati uniti quello
dell'Afghanistan potrebbe segnare un brutto
colpo per la Nato, nella sua prima missione
fuori i confini «istituzionali». La tensione è
forte tra i vertici della missione Nato di
fronte agli insuccessi anche se il segretario
generale Jaap de Hoop Sheffer cerca di
minimizzare. Lo scontro è soprattutto tra i
paesi impegnati nella guerra al sud - 15.000
americani e 7.700 britannici - e altri -
italiani, spagnoli e tedeschi - che sono
dislocati al nord con compiti teoricamente di
«ricostruzione» e non rispondono alle
sollecitazioni di inviare uomini al sud. Anche
se il restare al nord non è una garanzia di non
venir coinvolti in scontri. Ci sono poi paesi
come l'Olanda che potrebbe ritirare i 1.600
soldati dislocati nella provincia di Uruzgan
(sud), sotto la pressione dell'opinione
pubblica. L'Olanda potrebbe essere seguita dal
Canada: i partiti dell'opposizione premono per
porre fine all'impegno nei combattimenti nella
zona di Kandahar. «Alcuni membri della Nato
dicono di essere parte di questa missione e di
voler raggiungere i suoi obiettivi ma non
vogliono assumere i rischi che altri stanno
correndo», sostiene Paul Cornish, esperto di
sicurezza del Royal institute of international
affairs di Chatham house.
La guerra in Afghanistan, il precipitare della
situazione in Pakistan, le minacce all'Iran non
fa che aggravare le prospettive sul teatro del
Grande gioco. Il governo di Hamid Karzai ha
aperto le porte ai taleban - che pongono
condizioni per la trattativa: fuori le truppe
straniere e applicazione della svaria - e gli
Stati uniti non sono estranei, da anni, al loro
recupero. Per ricomporre il quadro gli Stati
uniti hanno favorito il rientro di Benazir
Bhutto in Pakistan: era stata proprio lei con il
sostegno della Casa bianca ad appoggiare
l'ascesa dei taleban in Afghanistan. Allora la
Bhutto pensava che i taleban potessero garantire
la stabilizzazione dell'area e aprire una strada
sicura verso i mercati dell'Asia centrale,
mentre la Unocal statunitense avrebbe potuto
costruire il suo gasdotto per portare il
petrolio dal Turkmenistan a Karachi. La storia è
andata diversamente.
La Conferenza di pace è l'unica arma vincente
di Giuliana Sgrena
Da tempo i servizi di
intelligence italiani avevano previsto un
peggioramento della situazione in Afghanistan e,
paradossalmente, sono stati proprio due loro
funzionari a farne le spese - speriamo che se la
cavino entrambi - oltre ai nove afghani morti
nel blitz, non si esattamente se fossero solo i
rapitori. E poi, ieri sono stati uccisi altri
due soldati spagnoli.
Una conferma dunque del peggiorameno della
situazione con una accelerazione dell'irachizzazione
dell'Afghanistan, che non può essere ignorata
dal nostro governo e che riporta all'ordine del
giorno la questione del ritiro delle truppe. La
guerra in Afghanistan si sta allargando a zone
che stanno al di fuori delle roccaforti
meridionali dei taleban e investe, da tempo,
direttamente le zone dove sono impegnati gli
italiani. Che lo vogliano o no anche i nostri
soldati saranno sempre più impegnati in
operazioni di guerra, il blitz di ieri lo è
stato.
I taleban, forti del recente negoziato diretto
con il governo koreano per la liberazione dei
ventun ostaggi in cambio del ritiro delle truppe
- solo 200 uomini - di Seul, ora possono
dichiararsi disponibili al negoziato con il
sempre più debole presidente Hamid Karzai.
Quello dei taleban è un segno di forza o di
debolezza? Diverse le interpretazioni, mentre è
sempre più evidente che la soluzione non potrà
essere militare, quindi occorre trattare con i
taleban e non solo. Ma i taleban, o alcuni in
loro nome, per trattare pongono condizioni: «il
ritiro di tutte le truppe straniere, che
trattano gli afghani come schiavi e
l'applicazione rigida della sharia», ha detto un
comandante di Kajaki nella provincia di Helmand.
«Finché ci saranno atteggiamenti anti-islamici,
non parleremo con il governo - anche se le
truppe se ne andranno», sostiene. Questa è la
posizione di tutti i taleban oppure si è creata
una frattura tra quelli che sono disposti a
trattare e i seguaci di al Qaeda e di mullah
Omar contrari a scendere a patti con il governo?
Una parte di taleban pare si senta troppo
stretta nella morsa di al Qaeda e cercherebbe la
strada per sganciarsi.
Com'era successo due anni fa, quando Karzai
aveva sdoganato una parte di taleban «buoni»
presentandoli alle elezioni ora è disposto a
fare la stessa operazione per bilanciare il
troppo potere dei mujahidin del nord nel
governo? Se così fosse e se l'operazione
riuscisse servirebbe solo a rendere ancora più
debole Karzai e più instabile il paese. C'è chi
sostiene che l'instabilità dell'Afghanistan sia
il vero obiettivo degli Stati uniti e dei
servizi segreti (Isi) pakistani.
A maggior ragione, se così fosse, che cosa ci
restano a fare le truppe italiane? C'è chi,
anche in Italia, parla della necessità di un
negoziato con i tabeban, ma le condizioni non le
possono porre loro alla comunità internazionale.
Non si parla più della Conferenza internazionale
che avrebbe potuto essere la via per lo
sganciamento militare dall'Afghanistan in cambio
di un intervento politico e di ricostruzione. In
questo contesto una trattativa avrebbe avuto un
senso, ma le condizioni per la partecipazione
avrebbero dovuto essere valide per tutti, a
partire dal disarmo - di tutte le forze in
campo, compresi gli eserciti stranieri - e dal
rispetto delle regole democratiche.
Una conferenza internazionale che avrebbe dovuto
recepire non solo le richieste dei signori della
guerra disposti al disarmo ma anche, e
soprattutto, quelle della società civile, che in
Afghanistan si sta ricostruendo attraverso le
organizzazioni non governative. Solo attraverso
un processo che veda coinvolte le forze afghane
e i governi dei paesi vicini, oltre alla
comunità internazionale, si può pensare di dare
un contributo alla soluzione dei poblemi
dell'Afghanistan. Non si può restare in
Afghanistan per combattere una guerra che
diciamo di non volere o per favorire il ritorno
al potere di tagliagole che vogliono rimandare
le donne a casa. Le truppe italiane devono
ritirarsi dall'Afghanistan ma non lasciando
terra bruciata come era già successo anni fa in
Somalia e di cui i somali pagano ancora oggi le
conseguenze, ma avviando un processo di
pacificazione.(Il Manifesto 25 settembre 2007)
Il PdCI compatto chiede il ritiro dall'Afghanistan
"E' da irresponsabili rimanere in
Afghanistan a combattere una guerra sbagliata"
Dopo le parole del segretario
Diliberto per un ritiro immediato dall'Afghanistan anche
altri esponenti dei Comunisti italiani riaffermano
l'inutilità di questa guerra e rispondono a chi
dall'opposizione, ma anche da alcune parti della
maggioranza, ha accusato il Pdci d'irresponsabilità.
Per Severino Galante, coordinatore della segreteria
nazionale del Pdci e capogruppo alla commissione difesa
della Camera «i veri irresponsabili sono quelli che,
come Cicchitto, Capezzone, ecc., battono servilmente le
mani agli Usa e ad Israele mentre ci trascinano
nell'ennesima e disastrosa guerra contro l'Iran,
destabilizzando tutta l'area che va dal Golfo Persico al
subcontinente indiano. L'unica prospettiva davvero
responsabile è quella del ritiro delle truppe europee
dall'Afghanistan; un percorso che comporta
preliminarmente la sollecitazione, da parte di Italia ed
Ue, di negoziati con tutte le parti in conflitto in
tutte le aree di crisi, dal Libano all'Afghanistan».
Anche Marco Rizzo, europarlamentare del Pdci, ribadisce
la necessità del ritiro in tempi brevi: «E' urgente
aprire il dibattito senza aspettare altre tragedie
mancate: se non ora quando?»
Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci al Senato,
esprime solidarietà per i soldati liberati oggi ma si
chiede «che senso ha il rischio anche di una sola vita
rispetto ad una guerra ovviamente sbagliata, e nei fatti
fallita, come quella in Afghanistan. Vedo che
l’opposizione è inorridita dalle parole di Diliberto, mi
piacerebbe che una parte di quell’orrore venisse alla
luce anche rispetto al rischio che corrono i nostri
militari e i tanti civili afgani, gente innocente che
viene uccisa da quella sporca guerra. E invece, anche di
fronte a fatti così gravi, si assiste al solito teatrino
della politica. E’ vergognoso l’attacco a cui viene
sottoposto il mio partito, che ha solo il merito e la
coerenza di chiedere, da sempre, il ritiro delle truppe
italiane. Lo abbiamo fatto per l’Iraq e anche allora gli
attacchi della destra erano gli stessi di oggi». (La
Rinascita della sinistra 24 settembre 2007)
Stragi Nato
Ancora
decine di civili uccisi dalle bombe Nato in Afghanistan
Nei giorni scorsi, il
ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha
nuovamente criticato le stragi di civili provocate
dai bombardamenti aerei condotti nell’ambito di
Enduring Freedom, riproponendo la falsa idea che
quella Usa sia la missione “cattiva” contrapposta
alla missione “buona” della Nato, I nternational
Security Assistance Force (Isaf) – quella a cui
l’Italia partecipa –, spacciata come esclusivamente
dedita a compiti di polizia e assistenza umanitaria.
La realtà sul campo è ben
diversa. Lo testimoniano, drammaticamente, le decine
di civili afgani uccisi ogni giorno dai
bombardamenti condotti dall’aviazione Nato
nell’ambito dell’operazione Isaf. L’ultima strage la
scorsa notte: almeno quaranta civili, tra cui molti
donne e bambini, sono morti nel bombardamento Nato
del villaggio di Kumbarak, nella provincia di
Helmand. Lo hanno confermato le autorità governative
locali e anche un parlamentare afgano originario
della zona.
La notte precedente, altre
decine di civili erano rimasti uccisi in un altro
bombardamento Nato nella zona di Musa Qala, sempre
in Helmand.
Aziz Ahmad Tassal,
giornalista afgano collaboratore dell’Institute
for War and Peace Reporting, ha visitato il
villaggio di Hyderabad, teatro della più sanguinosa
strage di civili compiuta dalla Nato: 135 civili
uccisi la sera del 29 giugno, quando i caccia hanno
bombardato prima il villaggio e poi la gente che
fuggiva. Ecco un estratto del suo reportage.
Un
burqa insanguinato tra le macerie.
Lungo la strada a nord di Grishk, il deserto è
punteggiato di rottami di mezzi militari della
Nato: carri armati, blindati, jeep. A un tratto
scorgo i resti carbonizzati di un trattore con
rimorchio. Più avanti, le rovine di case rase al
suolo dalle bombe: l’autista mi dice che questo
era il villaggio di Hassan Khan Kalay. Tra le
macerie incontriamo Gulzaman, che qui aveva una
bottega. “La mia famiglia è di Sangin: siamo
scappati qui mesi fa per fuggire ai
bombardamenti. Ma alla fine hanno bombardato
anche qui. Ho perso mia sorella e tre figli”.
Arriviamo ad Hyderabad:
un’altra distesa di macerie. Giriamo tra quelle
che erano le case del villaggio: muri crollati,
cenere, una sciarpa verde, un sandalo da donna,
una teiera sfondata e un’immagine che non
dimenticherò mai, un burqa insanguinato.
Il vecchio Sher Gul
racconta quella notte. Si avvicina un
vecchio, trasandato e con lo sguardo spento. Si
chiama Sher Gul. Pare ancora sotto shock. Ci
racconta lui, quel maledetto 29 giugno, ha perso
le sue due mogli, due figlie, di 12 e 18 anni, e
due figli, di 11 mesi e 7 anni. Ci conduce alle
rovine della sua casa, che non esiste più.
“Erano le 8:30 di sera, stavamo mangiano tutti
qui nel cortile, quando abbiamo sentito il rombo
dei jet. Le donne e i bambini sono corsi dentro
casa. Io e mio fratello siamo rimasti fuori. Le
bombe sono iniziate a cadere. Una ha colpito la
casa. Ho sentito le urla di mia moglie che
chiedeva aiuto, ma non riuscivo ad alzarmi: dal
cielo pioveva fuoco. Poi le urla sono cessate. E
anche il bombardamento. Mi sono alzato: mia
moglie era morta, sepolta sotto un muro. Poi ho
trovato gli altri corpi”.
Bombe sul trattore
carico di civili in fuga. Arrivano
altri anziani del villaggio.
Uno di loro, Mohammad Faroq,
racconta: “Una quarantina di persone, in
maggioranza donne, bambini e anziani, stipati
sul rimorchio di un trattore, hanno cercato di
fuggire dal villaggio mentre cadevano ancora le
bombe. Ma un aereo li ha seguiti e ha bombardato
anche loro, uccidendoli tutti”.
Era il rottame che avevo
visto lungo la strada.
“Altre persone hanno tentato
la fuga correndo via, a piedi”, continua Faroq.
“Sono stati tutti uccisi dalle mitragliatrici
degli aerei. La mattina dopo, c’erano cadaveri
dappertutto. Il villaggio era pieno di morti,
era diventato un cimitero”.(PeaceReporter 27
luglio 2007)
L'Occidente prende la mira
di S. D. Q.
Se la suonano
e se la cantano fino all'ultimo
anche nel secondo e ultimo
giorno della «Conferenza sulla
giustizia e lo stato di diritto
in Afghanistan», organizzata
dall'Italia e chiusa ieri alla
Farnesina. L'ordine del giorno
era lo stato pietoso della
giustizia a Kabul e dintorni
(come ha dimostrato anche la
vicenda di Hanefi,
fortunatamente finita bene
seppur con molta fatica), ma in
realtà ciò di cui si è più
parlato lunedì e martedì sono
stati i «tragici errori» e gli
«effetti collater ali»
- leggi vittime civili - che
ormai con scadenza pressoché
quotidiana contrassegno le
azioni militari dell'alleanza
Usa-Nato. Sembra di essere
tornati ai tempi della guerra
Nato contro la Serbia (anche
allora c'era D'Alema in prima
fila) quando al quartier
generale di Bruxelles il
portavoce dell'Alleanza tutti i
giorni passava in rassegna,
minimizzandoli, i «tragici
errori» e gli «effetti
collaterali» dei bombardamenti
sulla popolazione civile serba.
A parole sono tutti d'accordo:
il premier e il ministro degli
esteri italiani Romano Prodi e
Massimo D'Alema, il segretario
generale dell'Onu Ban Ki-moon,
il segretario generale della
Nato Jaap de Hoop Scheffer, il
presidente afghano Hamid Karzai
(ex funzionario dell'Halliburton
del vicepresidente Usa Cheney) e
perfino, più tiepidamente, gli
americani che hanno mandato a
Roma il loro ambasciatore all'Onu
(afghano di nascita) Zalmay
Khalizad: basta con le vittime
civili, i tragici errori sono
motivo «di turbamento e
preoccupazione» (parole di D'Alema)
e «inaccettabili» (parole di Ban)
anche se i taleban usano donne e
bambini «come scudi umani»,
dobbiamo stare più attenti
perché ogni civile ucciso «per
errore o meno» (o meno?) è un
rafforzamento secco dei nemici
talebani (parole di Prodi),
indagheremo tutti insieme
(parole di Scheffer) per
coordinarci meglio onde evitare
in futuro «incidenti» peraltro
inevitabili («la guerra non è
una scienza esatta» (parole di
Khalizad), faremo uno sforzo
comune per ridurre al massimo le
vittime civili (parole di Karzai).
Da notare, di passata, che solo
qualche giorno fa un rapporto
della Nato sosteneva che il
numero delle vittime civili
nella guerra d'Afghanistan stava
riducendosi vistosamente... Che
le vittime civili siano uno
scotto da pagare per la
«liberazione» dell'Afghanistan -
come fu per la «liberazione» del
Kosovo dalla Serbia - e la sua
«democratizzazione», al di là
delle parole proprie di questa e
di altre conferenze
internazionali, sembra sia
qualcosa di ineluttabile, anche
se protagonisti e comprimari di
quell'avventura bellica fingono
di indignarsi e di non
accettarlo. Di tragici errori e
effetti collaterali ce ne
saranno altri, sempre di più
mano a mano che la guerra
s'inasprisce. Come sta accadendo
giorno dopo giorno ed è sotto
gli occhi di tutti. L'ordine del
giorno della conferenza, «t he
rule of law» in Afghanistan e il
ruolo che l'Italia si è assunta
di ricostituire (o costituire)
le strutture basiche del diritto
e del sistema penitenziario in
quel paese, è passato
inevitabilmente in secondo
piano, nonostante gli sforzi del
ministro Massimo D'Alema, che
fungeva da padrone di casa.
Incassati tutti i ringraziamenti
di rito per l'impegno
dell'Italia (e i soldi: 60
milioni di euro negli ultimi 5
anni di cui 10 milioni freschi
freschi come contributo
straordinario), di cui D'Alema
si è detto «orgoglioso» anche se
si annuncia «ancora lungo e
complesso», il ministro degli
esteri italiano è tornato a
battere sul fatto che bisogna
accompagnare l'azione militare
«necessaria» con l'azione
politica e sociale, perché
altrimenti non si conquista «il
consenso dei cittadini» e non si
riesce a «isolare il
terrorismo». «Molto è stato
fatto ma molto resta da fare»,
ha aggiunto. Fra quel molto che
è stato fatto c'è anche l'essere
riusciti a dare ai presunti
liberatori il ruolo di occupanti
e aver dato agli orridi taleban
il ruolo di resistenza contro
un'occupazione straniera
sostenuta da quisling come Mr.
Karzai. Tanto per dire come il
dialogo alla Farnesina, anche il
segretario della Nato Scheffer
ha parlato dei «progressi
compiuti» ma si riferiva ai
progressi compiuti dall'Alleanza
atlantica pressata dagli Stati
uniti di Bush nel «rimuovere i
caveat », ossia una delle
architravi su cui il governo
italiano è riuscito a far
passare - in affanno - il
rifinanziamento delle «missione
di pace» in Afghanistan e la
presenza dei 2000 soldati
italiani a Herat. La conferenza
di Roma comunque per promotori e
partecipanti è stata «un
successo». Ha raccolto anche 360
milioni di dollari dai paesi
donatori per «progetti a breve
termine» e ha fissato i prossimi
impegni: una «strategia per il
settore giustizia» che dovrà
essere verificata in un prossimo
appuntamento stabilito a Kabul
in ottobre. Guerra
permettendo.(Il Manifesto 4
luglio 2007)
Gino Strada riapre l'ospedale di Kabul
di Manuela Bianchi
Stamattina
(26 giugno ndr) alle ore 8 locali, le 5
italiane, ha riaperto l'ospedale di
Emergency a Kabul. A pochi giorni dalla
liberazione di Rahmatullah Hanefi, Gino
Strada ha preso la direzione
dell'ospedale, almeno per questa prima
fase, convocando i collaboratori locali
conosciuti, formati e sperimentati negli
scorsi anni, per un totale di 118
persone tra personale medico, paramedico
e ausiliario. Per ora le attività
dell'ospedale si limitano alla sola
"chirurgia di guerra", di cui oggi hanno
potuto usufruire due uomini ricoverati e
poi operati per ferite da arma da fuoco,
ma presto si dovrebbe passare alla
normale attività ospedaliera.
Le prime parole di Emergency sono state
di ringraziamento verso tutti coloro che
"in questi mesi ci sono stati vicini" e
che vengono invitati alla ripresa delle
iniziative di raccolta di fondi,
interrotte durante la sospensione delle
attività, a sostegno dell'intervento
della organizzazione umanitaria in
Afghanistan. "Una buona notizia
soprattutto per la popolazione afgana,
ma anche per il nostro Paese, che il
prezioso lavoro di Emergency continui in
un Paese fin troppo martoriato da guerra
e violenza" ha commentato Gennaro
Migliore, presidente dei deputati di
Rifondazione Comunista-Sinistra europea,
che ha auspicato "che si aprano al più
presto tutti gli ospedali e che Gino
Strada, Rahmatullah Hanefi e tutti gli
operatori possano nuovamente svolgere la
loro importante azione umanitaria".
Cosa che potrebbe avvenire in tempi
ragionevoli dal momento che a breve
altro personale internazionale della ong
dovrebbe raggiungere il Paese,
permettendo la riapertura dell'ospedale
di Anabah, nel Panshir, che consta anche
di reparti di maternità e pediatria, e
del centro chirurgico di Lashkar-Gah
nell'Helmand, oltre alla rimessa a
regime di 29 cliniche.
Soddisfazione per la notizia è stata
espressa anche dal ministro della
Difesa, Arturo Parisi, che oltre ad
auspicare anche la riapertura delle
altre strutture sanitarie locali facenti
capo ad Emergency, ha precisato come
"Dando seguito all'appello dell'Onu,
l'Italia continuerà ad assicurare la
solidarietà e il contributo necessario
alla pace e alla stabilità delle
legittime istituzioni".
A Kabul la riapertura dell'ospedale,
accolta decisamente bene dalla
popolazione, è stata possibile grazie al
fatto che oggi "esistono ragionevoli
condizioni di sicurezza", a differenza
di quanto accaduto in passato che ha
determinato la chiusura delle strutture
della ong, come affermato in una nota
dal vicepresidente di Emergency, Carlo
Garbagnati, che ha aggiunto che le
autorità sono ovviamente a conoscenza
degli ultimi avvenimenti poiché "ci sono
stati contatti e sono state informate
delle nostre intenzioni. La nostra
impressione è che tutto ciò gli vada
bene. I rapporti si stabilizzeranno
mentre operiamo". Resta comunque il
fatto che scuse ufficiali per le accuse
ad Emergency di connivenza con al Quaeda
non sono arrivate dalle autorità afghane.
Ma il vicepresidente della ong ha voluto
precisare che "non è ragionevole
pretendere l'ufficialità". (AprileOnline
26 giugno 2007)
Hanefi è libero
Rahamatullah Hanefi è libero. Lo
riferisce il sito di Peacereporter. Dopo ore di attesa,
il capo del personale dell'ospedale di Emergency a
Lashkargah, arrestato dalle autorità afgane il 20 marzo
scorso e scagionato sabato scorso da ogni accusa di
complicità con i talebani per il ruolo svolto nella
liberazione di Daniele Mastrogiacomo, ha varcato alle 16
di oggi (ora locale), le 13.30 italiane, il cancello del
carcere
Investigation Department 17 a Kabul.
Ad attenderlo, Gino Strada. «E' qui con noi, è libero»,
queste le prime parole del fondatore di Emergency.
«Sono vivo», ha detto in pashtu Hanefi a Gino Strada,
«sto bene», ha aggiunto in italiano. E al telefono con
la presidentessa dell'associazione, Teresa Strada, ha
esclamato: «Thank you italian people», grazie Italia.
«Questa è una bellissima giornata, una giornata di
festa, non solo per Rahmat ed Emergency, ma anche,
credo, per moltissimi afghani e moltissimi italiani», ha
poi commentato Gino Strada.(19 giugno 2007)
Si riapre la strada dell'Afghanistan per
Emergency
(18.6.07) - «Era ora». Questo il
commento di Oliviero Diliberto, segretario del Pdci,
alla notizia del proscioglimento di Rahmatullah Hanefi.
«Spero - prosegue - che Emergency ritorni ad operare in
Afghanistan Sarebbe stato un guaio per tutti l'assenza
di forza umanitaria davvero neutrale». Il collaboratore
dell'ong italiana, direttore dell'ospedale di Lashkargah,
era stato arrestato il 20 marzo scorso dalle autorità
afgane con l'accusa di aver avuto un ruolo nel sequestro
del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, di
essere un fiancheggiatore dei talebani. Accuse non
proclamate immediatamente, tanto che Hanefi è rimasto
per molte settimane in cella senza poter essere
assistito né visitato dal suo legale. Questo fino a
pochi giorni fa, quando la situazione è precipitata
ulteriormente con il ricovero in ospedale di Hanefi in
seguito ad una crisi renale. Attualmente è ricoverato,
ancora piantonato, ma libero da accuse che, all'indomani
dell'arresto, erano subito apparse come false e poco
chiare suscitando manifestazioni di sdegno da più
fronti. Ora si attende la definitiva liberazione e il
suo ritorno a casa. La risoluzione della vicenda
potrebbe riaprire le porte dell'Afghanistan ad Emergency
con il conseguente riavvio delle strutture sanitarie nel
paese chiuse, lo scorso 26 aprile, per l'assenza di
condizioni di sicurezza per il personale. Gino Strada,
fondatore di Emergency, afferma che «il nostro interesse
è tornare in Afghanistan al più presto» anche se i tempi
non sembrano immediati. Esprime soddisfazione per la
mobilitazione dell'opinione pubblica: «Era la prima
volta che si mobilitava per un cittadino non italiano».
Anche Severino Galante, capogruppo Pdci in commissione
difesa della Camera, ha commentato positivamente la
liberazione di Hanefi, aggiungendo che la vicenda «è
esemplare dell'assoluta mancanza in Afghanistan degli
elementi fondanti dello stato di diritto. E' dunque più
che mai necessario che la questione dei tanti detenuti
nelle carceri afgane senza prove documentali a loro
carico venga affrontata alla Conferenza sulla Giustizia
del prossimo 3 luglio».(La Rinascita della sinistra)
Raid Usa contro Al Qaeda, uccisi sette bambini
La Nato e gli americani attaccano.
Centrata una moschea. Le autorità locali: nel sud
del paese decine di vittime civili. Il presidente
Karzai sempre più in difficoltà
di F. D. P.
Al centro del mirino dei caccia
statunitense avrebbero dovuto esserci combattenti di
Al Qaeda. Invece a fare le spese di un raid
dell'aviazione Usa in Afghanistan sono stati sette
bambini, massacrati domenica notte dai razzi che
hanno centrato una madrasa (scuola coranica) nel
distretto sud-orientale di Paktika.
L'esercito statunitense - che dalla fine del 2001
conduce nell'area l'operazione Enduring freedom - ha
puntato l'indice contro i seguaci di Osama bin Laden,
che avrebbero utilizzato i bambini come «scudi
umani». «Questo è un esempio di come al Qaeda
utilizzi come scudo lo status protetto di una
moschea, così come civili innocenti» ha riferito il
portavoce della coalizione, maggiore Chris Belcher
said. Tuttavia il governatore di Paktika, Mohammad
Akram Khpalwak, si è affrettato a recarsi nell'area
per chiedere perdono alla popolazione locale e
ordinare un'inchiesta. Inoltre è normale che un
compound come quello bombardato - con moschea e
madrasa annesse - sia frequentato da bambini e
dunque le «le credibili informazioni d'intelligence»
di cui parla il comunicato Usa quanto meno non sono
state sufficientemente accurate. Negli ultimi mesi
le truppe straniere che occupano l'Afghanistan hanno
ucciso almeno 120 civili.
La popolazione locale, parte della quale aveva
accolto con favore la cacciata dei taliban dopo
l'invasione anglo-americana del 2001, chiede sempre
più spesso la testa del presidente Karzai e il
ritiro delle truppe straniere, percepiti come
responsabili di questi massacri. Con lo scioglimento
di parte dei ghiacciai dei massicci afghani,
l'offensiva anti-taliban s'intensifica e si fa più
cruenta. Il capo del Consiglio provinciale di
Uruzgan, Mawlavi Hamdullah, ha denunciato che almeno
sessanta civili sono stati uccisi negli ultimi tre
giorni nel corso di operazioni militari nella
provincia meridionale.
«Parecchie decine» di Talebani sono stati uccisi in
una violentissima e «prolungata battaglia» con
truppe della coalizione a guida Usa e forze regolari
locali, scoppiata domenica nella provincia
meridionale afghana di Helmand ed estesasi poi a
quella vicina di Kandahar. Lo ha reso noto il
Comando americano, secondo cui unità alleate sono
state attaccate in massa dai guerriglieri nella
provincia di Helmand.
Con il calare della notte sono sopraggiunti rinforzi
agli integralisti, e a quel punto i soldati
impegnati nei combattimenti hanno chiesto
l'intervento dell'Aviazione: elicotteri e caccia
hanno preso così a martellare diverse postazioni
nemiche, decimando chi vi si era trincerato. Sono
tuttavia rimasti feriti almeno due militari della
coalizione, la cui nazionalità non è stata resa
nota.(Il Manifesto 18 giugno 2007)
Afghanistan, vittime minori
di Enrico Piovesana
Abdul Kabir – nome di fantasia –
ha 12 anni. Ha lasciato il suo villaggio in Uruzgan
per andare a lavorare nella bottega di un parente a
Kandahar. Ma quando è arrivato in città, l’uomo non
lo ha voluto assumere e gli ha sbattuto la porta in
faccia. Così Abdul è andato al mercato della mano
d’opera, dove due uomini gli hanno promesso un
lavoro come muratore per un dollaro al giorno. Ma
invece di portarlo in cantiere, lo hanno condotto in
un edificio abbandonato e lo hanno violentato.
Ripresosi dal trauma, Abdul ha deciso di tornare nel
suo villaggio. Un tassista gli ha offerto un
passaggio gratis e poi, una volta in macchina, ha
abusato di lui. Una volta a casa, il ragazzino, non
dandosi per vinto, ha cercato di tirar su qualche
dollaro con la raccolta dell’oppio nel campo di un
amico di famiglia. Ma lì, tra i papaveri, un altro
bracciante ha provato a violentarlo: Abdul ha
reagito, ferendo l’uomo con il falcetto per estrarre
l’oppio. Il dodicenne è stato per questo consegnato
alla polizia e rinchiuso in un riformatorio. Il suo
violentatore è a piede libero.
Un
fenomeno sommerso ma diffuso. Questa
drammatica storia, raccolta da
Irin News, è
solo uno dei tantissimi casi di abusi sessuali sui
minori: un fenomeno sempre più diffuso in un Paese
che non riesce a uscire dalla miseria e dalla
guerra. Non esistono statistiche attendibili in
merito, solo stime elaborate dalla Commissione
Indipendente per i Diritti Umani dell'Afghanistan (Aihrc)
e dall’organizzazione
Save the Children-Svezia. Secondo i loro dati,
nella sola città di Kandahar sono stati recentemente
denunciati 14 casi di violenze sessuali su minori,
ma almeno il doppio sarebbero i casi rimasti non
denunciati dalle giovani vittime per paura di finire
in carcere o semplicemente di essere picchiati o
uccisi dai genitori. Sì, perché quasi la metà dei
casi denunciati si riferiscono ad abusi avvenuti fra
le mura domestiche ad opera di familiari o parenti.
Considerando che a Kandahar, con il suo mezzo
milione di abitanti, vive l’1,6 percento della
popolazione afgana, e tenendo conto che due casi su
tre non vengono denunciati, in Afghanistan
potrebbero essere oltre 2.500 i minori vittime
recenti di abusi sessuali.
Cause
culturali, economiche e legali. La
preoccupante dimensione di questo fenomeno ha molte
cause. Una culturale, sopra tutte. La pedofilia,
spesso associata all’omosessualità, è infatti
diffusissima in una società come quella afgana, dove
la tradizione e la religione riducono al minimo i
contatti tra donne e uomini, portando questi ultimi
a cercare alternative tra di loro e con i minori. A
poco servono le campagne di sensibilizzazione che l’Unicef
promuove nel Paese.
L’ignoranza e la povertà sono
altre cause fondamentali: secondo l’Aihrc, la metà
dei bambini vittime di abusi vive in condizioni di
povertà estrema ed è costretta dai genitori a
lavorare, invece che andare a scuola. La miseria, in
Afghanistan, è la conseguenza di oltre un quarto di
secolo di guerra ininterrotta: una guerra che non
accenna a placarsi.L’ultima causa, più contingente,
che sta dietro alla sempre maggior diffusione di
questo fenomeno è l’impunità di cui godono i
colpevoli. Sotto i talebani, chi veniva accusato di
aver violentato un minore veniva giustiziato.
L’attuale codice penale afgano non prevede nemmeno
questo crimine e i rari imputati vengono puniti in
base all’articolo 427 sull’adulterio, che prevede un
massimo di dieci anni di prigione. Ben spesi i 57
milioni di euro che l'Italia ha investito nella
riforma del sistema giudiziario afgano... (PeaceReporter
12 giugno 2007)
Fuori le prove o fuori Hanefi
di Em. Gio.*
Fuori
le prove o fuori Hanefi. Non è che Massimo D'Alema
usi esattamente questo gergo ma la sostanza è
tale. Roba forte dopo una sfilacciatura di
giorni, dal viaggio a Kabul del titolare degli
esteri nel quale Karzai aveva detto che le prove
su Henefi, detenuto dai servizi segreti afghani,
sarebbero arrivate nel giro di ore. Al
vicepremier l'attesa di una settimana deve
essere sembrata francamente troppo e ha scelto
una sede dove le parole rimbombassero più forte:
il vertice a Potsdam con i colleghi dei paesi
del G8, presenti anche gli afghani, in vista
della loro partecipazione al summit dei «grandi»
a cui mancano un pugno di giorni. «Si sta
arrivando ormai alla scadenza dei termini per la
detenzione del mediatore di Emergency - dice il
ministro alle agenzie al seguito - se le
autorità afghane hanno prove le mostrino
altrimenti lo liberino».
Ma la dichiarazione non è solo ad uso interno o
per Emergency che, nelle stesse ore, accusa chi
invoca per Hanefi un «un giusto processo» di
sostanziale complicità con Kabul. D'Alema
infatti chiarisce che della vicenda Hanefi ha, a
Potsdam, parlato col suo omologo afghano Rangin
Dadfar Spanta. E, aggiunge, «siamo in continuo
contatto con le autorità afghane, qui, ma anche
attraverso l'ambasciatore italiano in
Afghanistan». Secondo il titolare della
Farnesina, Kabul sa benissimo che la questione
«richiede una soluzione immediata. I termini
previsti dalla stessa legge afghana stanno
scadendo». I termini per altro sono del tutto
vaghi, essendo Hanefi sotto custodia dei servizi
segreti, ma è chiaro che D'Alema si riferisce
alla promessa fatta da Karzai il 21 maggio,
durante la visita di stato a Kabul. Dunque,
conclude, «o ci sono prove, e allora nelle
prossime ore devono esibirle e bisogna passare a
un processo formale, oppure Hanefi dovrà essere
scarcerato». Che la cosa sia già stata oggetto
di polemica D'Alema lo chiarisce subito, dicendo
che le autorità afghane «sanno benissimo che la
pressione italiana è fermissima e sanno anche
che il trattamento di tale questione è sotto gli
occhi dell'opinione pubblica internazionale, ed
è anche un test del rispetto delle regole dello
stato di diritto». E' l'affondo con cui D'Alema
fa capire che il dossier Hanefi è già finito sul
tavolo di Potsdam e, quel che è peggio, potrebbe
finire su quello degli Otto, i finanziatori e i
fornitori di militari che supportano il fragile
governo Karzai.
Sulla vicenda Hanefi intanto interviene anche
Emergency per dire in una nota che non solo
l'incontro D'Alema-Karzai «non ha sortito
effetti positivi» e che anzi il colloquio si è
dimostrato «un irridente inganno al ministro
degli esteri italiano» ma che, aggiunge
velenosamente una nota della ong, «con nessun
senso della realtà o del ridicolo, e con
scarsissima preoccupazione della dignità
propria, il governo italiano prepara un incontro
a Roma sulla giustizia in Afghanistan, lusingato
e compiaciuto che Karzai assicuri la propria
presenza». Ma al di là delle polemiche l'ong
milanese aggiunge quelli che chiama alcuni
«non-sviluppi» della situazione: «venerdì 18
maggio - scrive Emergency - alle "autorità
giudiziarie" sarebbe stato consegnato un
"fascicolo Hanefi", formatosi in maniera
incontrollata. Nel frattempo si è tentato
d'imporre a Rahmatullah un avvocato scelto
dall'autorità inquirente, pur essendo noto che
un altro avvocato era stato indicato dalla
famiglia: a questo avvocato è sistematicamente
impedito di avere un colloquio diretto e
riservato con Rahmatullah». Aggiunge Emergency
che le risulta che Hanefi «si trovi in
preoccupanti condizioni psicologiche e abbia
terrore di firmare anche il conferimento
d'incarico all'avvocato suggerito dai parenti»,
i quali sono oggetto di «pressioni d'ogni
genere» e «nel mirino dei servizi segreti».
Accusa Emergency: «Le scadenze previste anche
dalle autorità competenti sono quotidianamente
rinviate, gli impegni sistematicamente elusi,
mentre si è giunti a 72 giorni di illegale
detenzione, un autentico sequestro di persona».
*Lettera22 (Il Manifesto 31 maggio 2007)
di Tommaso Di Francesco
Senza perdere tempo e senza
un attimo d'esitazione, come un ladro - con
tutto il rispetto per i ladri - Hamid Karzai, il
signore della guerra di Kabul ha deciso di
sequestrare oggi gli ospedali di Emergency.
L'ultimatum perché l'Ong di Gino Strada
rientrasse il 25 maggio era più d'un ricatto,
era una beffa. La rivendicazione da parte del
governo afghano del sequestro di Rahmatullah
Hanefi imprigionato ormai da due mesi senza
difesa legale e motivazioni dell'arresto - ma
ora sappiamo che è stato incarcerato perché si è
rifiutato di fare la spia per i servizi afghani
- ha pesato e pesa come un macigno su qualsiasi
possibilità di trattativa.
Su Emergency è stata fatta ricadere,
vergognosamente, tutta la responsabilità sia
della trattativa per liberare Mastrogiacomo, che
del dis astro dell'uccisione di Adjmal Nashqbandi.
Il governo italiano ha giocato prima allo
scaricabarile, ora al silenzio di tomba. Così
Karzai ne ha approfittato per cacciare dal paese
osservatori neutrali e scomodi, per andare alla
resa dei conti con l'unica struttura umanitaria
in grado di operare oltre e contro la guerra,
aperta a tutti i cittadini, gratuita, pronta a
curare feriti sia dell'esercito regolare che dei
talebani. Adesso le vittime sono i civili
afghani, che hanno avuto anche il coraggio di
chiedere a Karzai che l'organizzazione
umanitaria tornasse ad ogni costo.
Solo pochi giorni fa il ministro degli esteri
Massimo D'Alema è andato a Kabul per parlare
anche di Hanefi. Ha avuto porte sbattute in
faccia, ma ha ripetuto che andava tutto bene. E
l'alleato Karzai è atteso a Roma ai primi di
luglio per inaugurare - pare incredibile - la
Conferenza sulla «giustizia». Ora il governo
italiano, tace. Ed è chiaro che nessuna
dichiarazione di principio è all'altezza di
quello che sta avvenendo. Perché espropriano gli
ospedali di Emergency e nessuna voce si alza per
chiedere garanzie sulla salvaguardia umanitaria
di quelle strutture? Purtroppo proprio
dall'Italia, in segreto, si è preparata una
«alternativa» di gestione che vede il probabile
coinvolgimento di organismi sanitari paralleli e
di potere come il San Raffaele.
Accade quel che temevamo. Promesse di
ripensamenti? Partono dall'Italia per
l'Afghanistan i carri armati Dardo, gli
elicotteri da combattimento Mangusta e altri 150
soldati. Mentre gli operatori sanitari italiani
e internazionali di Emergency sono stati
costretti a fuggire, il rappresentante Hanefi è
in carcere e le strutture umanitarie
faticosamente costruite in anni di lavoro
vengono sequestrate manu militari. Siamo in una
guerra, ma si ostinano a chiamarla «missione di
pace», ci dichiariamo preoccupati che i
bombardamenti colpiscano i civili perché questo
mette in pericolo la nostra presenza militare
sul terreno, ma nelle stesse ore i
cacciabombardieri della Nato, della nostra
Alleanza militare in Afghanistan, operano con
1.200 azioni di bombardamento a settimana. I
morti basta chiamarli «talebani». Ora si
prendono anche gli ospedali e all'umanitario ci
pensano i generali. Il cerchio si chiude.(Il
Manifesto 26 maggio 2007)
25 maggio 2007 - Domani il governo afgano
s'impossessa degli ospedali di Emergency
« Come dichiarato, il ministero della sanità aprirà
ufficialmente i 3 ospedali sabato 26 maggio. Questa mail
è soltanto per informarvi sulla situazione qui. Saluti».
«Prendiamo atto della sua mail che afferma che “il
ministero della sanità aprirà ufficialmente i 3 ospedali
sabato 26 maggio”. Il direttivo di Emergency considera
questa come l’ultima offesa e provocazione delle
autorità afgane contro la nostra organizzazione.
Continueremo la nostra campagna internazionale per la
liberazione del nostro dipendente Rahmatullah Hanefi.
Saluti».
Questa corrispondenza è intercorsa nella serata di
giovedì 24 maggio tra il ministero della sanità afgano
ed Emergency.
Il messaggio del ministero della sanità afgano conferma
come l’obiettivo del governo Karzai fosse l’espulsione
dal paese di un testimone sgradito. Dai registri degli
ospedali di Emergency risulta la quantità di vittime
civili della guerra in corso. Gli ospedali di Emergency
documentano, in sé stessi, la possibilità di
un’assistenza sanitaria efficace, gratuita e rispettosa,
che il governo Karzai non vuole attuare.
Risulta anche chiarito come l’arbitraria fissazione di
un «ultimatum» per il 25 maggio fosse un mediocre
espediente per espellere Emergency senza assumerne
diretta ed evidente la responsabilità.
Di questa iniziativa non è vittima una ONG, ma la
popolazione afgana, che ha ripetutamente sollecitato le
autorità del paese a rendere possibile il ritorno di
Emergency.
Emergency considera questo esito facilitato
dall’indifferenza e dalla sostanziale complicità del
governo italiano.
Emergency rinnova il suo impegno per la liberazione di
Rahmatullah Hanefi, che da oltre due mesi subisce dal
governo Karzai vessazioni e abusi.
Afghanistan -Il tesoretto di Kabul
Le Ong alla
conquista degli ospedali di Emergency
(16.5.07) - E' storia recente
l'uscita dall'Afghanistan del personale di Emergency a
causa della mancanza delle condizioni minime di
sicurezza, come dimostra il sequestro e la detenzione di
Hanefi
Ma
è storia recentissima il tentativo di varie
organizzazioni di gestire le strutture che
l'organizzazione di Gino Strada ha lasciato. E non è
roba da poco, si parla di tre centri chirurgici, un
centro maternità, 24 posti di primo soccorso e quattro
cliniche. Già si erano fatte avanti la Croce Rossa
internazionale e due Ong, una indiana e l'altra
americana, ma la novità sta nella proposta venuta dal
San Raffaele di Milano. L'ospedale fondato dal
prete-imprenditore Don Luigi Verzè, ha infatti scritto
al ministero degli Esteri proponendosi di gestire “il
tesoretto”, anche solo temporaneamente, sottolineando
come la proposta a loro sia arrivata da non meglio
qualificati terzi. Il San Raffaele opera in Afghanistan
con una sua fondazione che agisce tramite l'Aispo, un'ong
che risponde al dettato evangelico «Andate, insegnate e
guarite». La Farnesina si muove con cautela sulla
questione, il viceministro Patrizia Sentinelli che si
sta occupando del difficile problema, che già vede il
governo afgano dare il via libera alle prime ispezioni
negli ospedali di Emergency, afferma che l'ong di Strada
«ha compiuto la sua scelta legandola ad alcune questioni
che ad oggi restano aperte. Stiamo lavorando per offrire
una risposta a queste domande in modo che Emergency
possa tornare a lavorare in Afghanistan». La stessa
organizzazione italiana per bocca di un suo portavoce,
Vauro Senesi, dichiara che «le proposte di riprendere in
mano le strutture di Emergency non ci riguardano, per il
semplice fatto che vorremmo riprenderle in mano noi
stessi».
Severino Galante, capogruppo del Pdci in commissione
Difesa alla Camera afferma: «Le recenti autocandidature
a subentrare a Emergency nella gestione della struttura
ospedaliera di Kabul suscitano la sgradevole impressione
tipica di qualsiasi opera di crumiraggio. Ovviamente il
Ministro degli Esteri italiano non può né deve
contribuire in alcun modo, diretto o indiretto,
all'espulsione della benemerita Ong dell'Afghanistan.
Anzi è necessario che ad Emergency sia garantita al più
presto la possibilità di un rientro in Afghanistan che
permetta all'associazione di proseguire in assoluta
sicurezza il proprio impegno umanitario in favore della
popolazione afgana».(La Rinascita della sinistra online)
Afghanistan -Attacco a Emergency
Indignazione
del Pdci per la reclusione di Rahmatullah Hanefi
Il sito Peacereporter ha dato ieri
notizia che il governo Karzai ha intenzione di requisire
gli ospedali di Emergency e destinarli ad altro scopo In
un comunicato, l'associazione di Gino Strada esprime
preoccupazione sul fatto che il ministero della Sanità
afgano e le eventuali organizzazioni che potrebbero
operare su suo mandato possano garantire tre condizioni
minime ma fondamentali per Emergency: «Qualità del
servizio sanitario, sua totale gratuità, sua
disponibilità per chiunque vi ricorra, senza criteri di
selezione». L’episodio sconcertante, e che vede
l’associazione in seria difficoltà nel contrastare le
azioni del governo afgano, avviene nel pieno della
vicenda che vede coinvolto Rahmatullah Hanefi, il quale
è ancora rinchiuso in carcere. Il mediatore di Emergency
dovrebbe essere processato entro due settimane, secondo
quanto il presidente afgano Karzai ha promesso al nostro
ministro della Difesa che, in visita a Kabul, aveva
insistito per ottenere garanzie sulla «trasparenza
giudiziaria» nei confronti di Hanefi. Contro il
mediatore di Emergency, infatti, non sono mai state
mosse accuse formali, nonostante sia in carcere da 48
giorni, ma si è parlato di suoi collegamenti con i
talebani e di una sua responsabilità nella morte
dell'interprete di Mastrogiacomo. Indignazione per
l’aggressione di cui è oggetto Emergency e per la sorte
del suo uomo viene espressa dal Pdci. Il capogruppo dei
Comunisti italiani alla Camera, Pino Sgobio, chiede
un’azione più decisa sul caso Hanefi: «E’ ora che il
governo dell’Unione alzi la voce sul caso di Hanefi e
agisca in modo deciso per chiedere il rispetto delle
convenzioni internazionali e per giungere in tempi
rapidissimi alla sua liberazione. Le accuse lanciate nei
confronti del mediatore di Emergency sono indegne, così
come incivile è il suo fermo». Per Severino Galante,
capogruppo Pdci in Commissione Difesa «la denuncia di
Emergency sconcerta enormemente. Tutto ciò mentre le
truppe americane sconfinano, fuori dalle competenze
della missione Enduring Freedom, proprio nella zona di
Herat (dove stanziano le forze militari italiane)
provocando un forte risentimento popolare per le pesanti
vittime civili seguite a questa operazione militare».
Sulle sanguinose incursioni delle truppe Usa nelle zone
presidiate dal contingente italiano torna ad intervenire
anche il ministro della Difesa, definendoli
«inaccettabili, eventi del genere non possono avvenire».
Parisi inoltre insiste sulla necessità di un maggiore
coordinamento fra la missione umanitaria Isaf e le
operazioni militari di Enduring Freedom.(La Rinascita
della sinista 8.5.2007)
Diliberto: "Missione sempre più sbagliata
«In Afghanistan gli Usa stanno
scatenando un vero e proprio massacro». È quanto afferma
la senatrice Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci a
palazzo Madama

in relazione alla guerra che si
combatte ancora in Afghanistan e agli eventi degli
ultimi giorni. Gli scontri si sono spostati verso Herat
la zona affidata al controllo militare italiano e
tradizionalmente una delle regioni più tranquille. Le
forze Usa, insieme a gruppi scelti del nuovo esercito
afgano, hanno lanciato una massiccia offensiva contro la
guerriglia talebana, lasciandosi dietro più di 130 morti
e varie decine di feriti, fra i quali si teme ci siano
molti civili. I militari italiani, come anche quelli
spagnoli, non hanno preso parte agli scontri, anzi
secondo fonti militari, i comandi dell'Isaf sono stati
informati solo quando l'offensiva nella provincia era
già partita. Le modalità dell'offensiva stessa fanno
nascere perplessità circa il coordinamento fra le truppe
dei vari paesi e fra operazioni parallele guidate da
comandi diversi, ad esempio Usa e Nato. Inoltre si
temono ritorsioni e rappresaglie contro chi opera
nell'area colpita di Herat, quindi il contingente
italiano. Il ministro alla Difesa, Arturo Parisi, si è
dichiarato preoccupato per «l'eventuale coinvolgimento
dei nostri soldati in azioni estranee alla missione
autorizzata dal Parlamento» ed ha chiesto informazioni
dettagliate circa i pericoli che corre il contingente
italiano. È di ieri la notizia, diffusa dallo Stato
maggiore della Difesa, di un ordigno esploso al
passaggio di una pattuglia di militari italiani ad Herat.
L'esplosione è avvenuta alle 6.30 lungo la strada che
collega la base del contingente italiano all'aeroporto,
ed ha investito un mezzo militare al cui interno
viaggiavano tre uomini che sono rimasti solo leggermente
contusi. Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto
esprime solidarietà ai soldati feriti ed alle loro
famiglie ma ricorda che «purtroppo permane un serio
pericolo cui i nostri soldati vengono sottoposti
inutilmente. Non ci possiamo nascondere che la missione
in Afghanistan è sempre più sbagliata». La senatrice
Palermi afferma: «Ha ragione D'Alema quando dice che la
stabilizzazione dell'Afghanistan passa dalla sconfitta
dei terroristi, ma anche dal consenso della popolazione
civile. E invece accade che persino Karzai protesti
contro l'uccisione quotidiana di civili, tra cui
moltissime donne e bambini, e che tra la cittadinanza ci
siano manifestazioni e proteste di massa contro gli Usa.
E' complicato essere sereni quando i nostri militari
corrono seri rischi per una guerra fallimentare e
insensata. Diventa sempre più difficile capire cosa ci
stiamo a fare in Afghanistan» (la Rinascita della
sinistra 2 maggio 2007)
La vendetta afghana
di Arturo Scotto
E
alla fine gli afgani si sono vendicati.
Il mediatore Rahmatullah Hanefi, che
aveva ricoperto un ruolo cruciale
durante il sequestro Mastrogiacomo, oggi
rischia la testa.
Rinchiuso ormai nelle
carceri afgane da diverse settimane, è
accusato di concorso in omicidio con i
talebani per lo sgozzamento barbaro del
giornalista Adjmal, collega del
corrispondente di Repubblica, perchè
avrebbe messo a rischio la sicurezza
nazionale rendendosi protagonista della
trattativa. Trattativa di cui erano a
conoscenza sia Karzai che il governo
italiano.
Pena di morte,
dunque, e senza nessuna assistenza
legale perchè non contemplata nel codice
legale. Crediamo si tratti di qualcosa
di estremamente discutibile e
pericoloso. Che mette anche a rischio i
rapporti tra governo italiano e afgano,
oltre ad aprire una voragine definitiva
nel rapporto con Emergency. Gino Strada
denuncia l'assenza di iniziativa
dell'Esecutivo Prodi e minaccia, questa
volta in maniera ultimativa, di chiudere
i tre ospedali presenti in Afghanistan e
interrompere, in quel luogo, la sua
iniziativa umanitaria. Non può essere
accettabile un esito del genere.
Un disastro doppio: da un lato la
condanna a morte di un cittadino afgano
senza alcuna garanzia giudiziaria e
dall'altro la mortificazione di
un'esperienza, quella di Emergency, che
ha segnato in senso estremamente
positivo gli ultimi anni di drammatico
dopoguerra e di ricostruzione civile ed
economica di quel paese.
Gli appelli si
moltiplicano: il ministro della Sanità
afgano chiede a Strada di restare. Le
forze di sinistra domandano al governo
un'azione più incisiva sul versante
della liberazione di Hanefi ed un giusto
processo che impedisca scorciatoie
tragiche e controproducenti. Anche
perchè, non dovremmo mai dimenticarlo,
le nostre truppe sono lì per assistere
le autorità afgane nella
ristrutturazione del loro sistema
giudiziario, in senso più democratico e
garantista.
Non vorremmo che
questo ruolo venisse accantonato da
Karzai solo per esigenze di tenuta
interna. Non sarebbe sopportabile per
l'opinione pubblica del nostro paese,
che chiederebbe conto al governo del
perchè di pressioni cadute nel vuoto e
di appelli vanificati sulla base di un
teorema piuttosto che di un riscontro
probatorio certo.
I servizi segreti di Karzai non possono
trattare l'uomo decisivo per la
liberazione di Mastrogiacomo alla
stregua di una spia e di un tagliagole
quando più di una testimonianza,
compresa quella del giornalista di
Repubblica, dimostrano che al momento
dello scambio anche Hanefi era stato
reso libero.
E' opportuno a questo
punto interrogarsi sul perchè di questa
recrudescenza e denunciare la natura
puramente strumentale di questa
possibile sentenza di morte. E'giusto
chiedere al governo italiano di
attivarsi con tutte le energie a
disposizione per salvare una vita ed
evitare la partenza di Emergency da quel
territorio. Altrimenti, il rischio è che
si apra una discussione seria e senza
esiti predefiniti sul senso della
missione italiana in Afganistan. (AprileOnline
23.4.2007)
Le barbarie sotto il cielo di Kabul
di Maurizio Musolino
La
necessità, oggi, di uscire dal conflitto afgano, come
ieri da quello iracheno, viene confermata e ribadita
drammaticamente in o gni occasione. Non c’è notizia che
arrivi da quella parte del mondo che non ci ricordi due ineludibili verità: la prima, che in quel Paese è in
atto una guerra; la seconda, che come tutte le guerre è
incompatibile con la nostra Costituzione e con la
dignità umana. Da queste due constatazioni si deve
partire ricordando l’ultimo atroce episodio
dell’uccisione di Adjmal, interprete del giornalista
della Repubblica Mastrogiacomo. Una barbara esecuzione,
perpetrata da gente barbara in un contesto barbaro. Un
contesto del quale però le responsabilità sono
molteplici e coinvolgono tanti. Sicuramente i talebani,
uomini che in nome di una fede rinnegano quotidianamente
il valore della vita. La rinnegano quando impediscono
alle loro donne di compiere quei gesti naturali che
riempiono la vita, quando uccidono, quando rifiutano
qualsiasi dialogo. Azioni che nulla hanno a che fare con
l’Islam come con nessun’altra religione. Uomini accecati
da un fanatismo che sembra potersi affermare in forme
diverse in quella parte del mondo come a casa nostra. Ma
anche gli uomini di un governo, quello guidato da Karzai,
corrotti e non meno crudeli degli “studenti islamici”
che gli si contrappongono. Vecchi signori delle guerre
sempre pronti a vendersi al migliore offerente di turno.
E su tutti, forse con maggiori responsabilità ereditate
da una storia recente e antica, ci sono le potenze
occupanti, gli Usa e non solo loro, anche queste pronte
ad uccidere o a fare affari in nome di qualcosa: il
predominio nel mondo, il petrolio, il gas. A questo
punto una domanda è d’obbligo: noi, italiani, europei,
cittadini del mondo, uomini e donne civili con tutto
questo cosa c’entriamo? Nulla, assolutamente nulla. O
forse no, c’entriamo moltissimo. Per questo dobbiamo
fare di tutto per mettere fine a questo conflitto,
iniziando dal ritiro di tutte le potenze occupanti,
compresi naturalmente i militari italiani. Una
responsabilità seria, che non può essere portata avanti
solo con slogan e proclami, occorre un’azione di
governo. E’ tutto questo, non altro, che ci spinge ad
appoggiare Prodi nella richiesta di una conferenza
internazionale di pace.(La Rinascita della sinistra 13
aprile 2007)
A seguito del perdurare
dell’immotivata detenzione del capo del personale
dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, Rahmatullah
Hanefi e delle pesanti accuse rivolte a Emergency dal
responsabile dei Servizi di Sicurezza afgani, Amrullah
Saleh,
Emergency
ha organizzato un presidio per SABATO 14 aprile a Milano
in Piazza Duomo, angolo via Mengoni, dalle ore 16.30
alle 19.30.
Per non smettere di parlare della liberazione
di Rahmatullah Hanefi e per testimoniare l’impegno
di Emergency da sempre rivolto a offrire assistenza
sanitaria a tutti coloro che ne hanno bisogno, civili o
combattenti, in totale indifferenza verso appartenenze o
divise. Sono invitati a partecipare tutti i sostenitori,
gli amici, le associazioni, le istituzioni che in tutti
questi anni sono stati vicini a Emergency e che hanno
espresso il loro sostegno in queste settimane così
difficili, per formare una lunga catena di solidarietà,
impegno e partecipazione.
Gli internazionali lasciano l'Afghanistan
Strada:
"Quando il governo del paese in cui lavori si pone come
nemico, non ci sono le condizioni di sicurezza"
di Maso
Natarianni
La decisione non è stata
improvvisa. Ad Emergency ci pensavano da giorni,
stretti nel dilemma se rimanere in condizioni di
estrema difficoltà o se far evacuare, almeno
temporaneamente, gli operatori internazionali. Non
sospende le attività, l'Ong fondata da Gino Strada,
che opera in Afghanistan dal 1999.
Nei giorni scorsi, tutto il
personale internazionale era stato convocato a
Kabul, per porter discutere della situazione e,
anche, per mettere in sicurezza gli operatori
dell'ospedale di Lashkargah, il più esposto, in
questi giorni, a possibili problemi di sicurezza.
Nella serata di ieri la decisione, sofferta, di
lasciare anche Kabul e l'Afghanistan. E questa
mattina presto, erano circa le dieci locali, un
aereo delle Nazioni Unite appositamente approntato
ha portato i trenta operatori italiani di Emergency
e gli altri otto di varie nazionalità a Dubai,
lontano da ogni possibile ulteriore rischio. Dalla
sede di Emergency viene chiarito che la partenza non
è definitiva e che il personale che ha lasciato
l'Afghanistan si incontrerà, all'estero, con alcuni
membri del direttivo dell'organizzazione per
decidere insieme, fra oggi e domani, se continuare a
operare nel Paese.
Rimangono,
a prestare le necessarie cure ai pazienti nei tre
ospedali e nei ventotto posti di primo soccorso e
centri sanitari, tutti i membri dello staff
nazionale. Ma dopo le parole del potente capo dei
servizi di sicurezza afgani Amrulah Saleh, "Emergency
non è in realtà una vera organizzazione umanitaria,
bensì un fiancheggiatore dei terroristi e persino
degli uomini di Al Qaeda", le condizioni per poter
rimanere non c'erano davvero più.
Anche perché, a quelle
pesantissime parole, nessuno, né in Afghanistan, né
soprattutto a Roma, aveva pensato di replicare con
quel necessario sdegno che un normale governo
avrebbe dopo che una istituzione del suo paese, e
una istituzione del calibro di Emergency, era stata
messa sotto accusa.Come niente era stato detto,
quantomeno in modo ufficiale, per l'arresto illegale
di Rahmatullah Hanefi, il manager dell'ospedale di
Emergency a Lashkargah, che per conto del governo
italiano aveva aperto un canale con i rapitori di
Daniele Mastrogiacomo ed era riuscito a far tornare
a casa il giornalista italiano vivo.
Non una parola per difendere la
scelta, giudicata dallo stesso governo quella giusta
e l'unica possibile, di utilizzare Emergency per
riportare a casa il giornalista italiano.
"Il Governo italiano -
diceva solo ieri Emergency in un comunicato - si
sente estraneo a questo insieme di calunnie,
minacce e accuse mosse dall’interno di un
«governo amico» a una Ong italiana riconosciuta
dal Ministero degli affari esteri?
Non ci sono proteste da
muovere e chiarimenti da richiedere
all’ambasciatore afgano in Italia?"(PeaceReporter
11 aprile 2007)
Gino Strada: il mio Rahmatullah
Il chirurgo
di Emergency racconta il suo collaboratore afgano. E
smonta le accuse nei suoi confronti
di Maso
Natarianni
Rahmatullah Hanefi coinvolto nel
rapimento di Daniele Mastrogiacomo, Adjmal
Nashkbandi e di Sayed Agha. A lanciare l'accusa, è
Said Ansari, il portavoce dei servizi segreti afgani
guidati da Amrullah Saleh, l'uomo che per conto del
comandante Massud gestiva i rapporti con gli
statunitensi e in particolare con la Cia. A
commentare questa accusa è lo stesso Gino Strada:
“Abbiamo conosciuto Rahmatullah Hanefi all'inizio
del 2000 – racconta il chirurgo - ha cominciato a
lavo rare
per Emergency come autista. Si è poi occupato in
particolare delle operazioni di cross border, cioè
di accompagnare lo staff di Emergency attraverso la
linea del fronte che allora separava i talebani
dall'Alleanza del Nord e che era all'altezza di Mir
Bacha Kot, a poche decine di chilometri a nord di
Kabul”.
Sono plausibili, o
verosimili, le accuse che i servizi gli muovono?
“Nella maniera più assoluta no.
Nel 2001 Rahmat si trovava nel centro chirurgico di
Emergency a Kabul quando, il 17 maggio, la polizia
religiosa dei talebani ha fatto irruzione
nell'ospedale. L'aggressione, a loro dire, era
motivata dalla non rigida separazione tra uomini e
donne all'interno dell'ospedale. Rahmatullah fu
arrestato dalla polizia religiosa dei talebani e
trattenuto per una decina di giorni, infine
rilasciato anche grazie all'iniziativa dell'allora
ambasciatore italiano in Pakistan, Raffaele DeCeglie.
A séguito dell'aggressione all'ospedale e allo
staff, il centro chirurgico di Kabul è stato
chiuso”. “Rahmatullah Hanefi – continua Gino Strada
- è la stessa persona che, nel novembre del 2001 e
dopo mesi di estenuanti negoziati con i talebani
affinché garantissero le condizioni per riaprire
l'ospedale, è andato a prendere lo staff di
Emergency sotto le bombe dei B-52 statunitensi, per
consentire la ripresa della attività del centro
chirurgico di Kabul, di cui la popolazione aveva
disperatamente bisogno”.
Una figura chiave,
dunque.
“Emergency è debitrice a Rahmat
del grande contributo che ha dato nelle operazioni
di costruzione e di avvio dell'ospedale di
Lashkargah, nel 2003. Dall'apertura dell'ospedale,
Rahmat ne è diventato il capo del personale. La sua
serietà, la sua professionalità, la sua dedizione a
questo lavoro hanno permesso di raggiungere gli
elevati standard dell'ospedale com'è oggi”.
Ma perché proprio Rahmat
in questa vicenda?
"Rahmat è di Lashkargah, gestisce
il personale dell'ospedale, ma il suo ruolo era
anche quello di garantire all'ospedale la sicurezza.
E siccome, in Afghanistan come ovunque, non sono le
armi ma la conoscenza, la parola, la diplomazia a
garantire la sicurezza, era suo compito avere
relazioni con tutti. E le relazioni Emergency le ha
garantite dal lavoro che svolge, dall'aver curato
oltre un milione e duecentomila afgani. La
disponibilità dimostrata da Rahmat, infine,
nell'acconsentire alle richieste che Emergency gli
ha fatto per conto del governo italiano durante la
gestione delle crisi che hanno visto protagonisti
Gabriele Torsello prima e Daniele Mastrogiacomo poi,
ha dimostrato ancora una volta la sua affidabilità e
il suo attaccamento ai valori di Emergency. Per
questo le accuse nei suoi confronti sono
semplicemente assurde”.(Peacereporter 11.4.2007)
Firma per la liberazione di Rahmatullah Hanefi
è possibile firmare
l’appello per la liberazione di
Rahmatullah Hanefi, responsabile afgano
dell'ospedale di Emergency a Lashkargah
e di Adjmal Nashkbandi, l'interprete di
Mastrogiacomo (purtroppo è stato
ucciso)
Giustizia è morta
I
Talebani hanno assassinato Adjmal
Naskhbandi, il giovanissimo interprete
da cui si era fatto affiancare
Mastrogiacomo per portare avanti il suo
lavoro; intanto Rahmatulah Hanefi, il
mediatore di Emergency che aveva operato
per la liberazione del nostro
giornalista, è detenuto nelle carceri
afgane. Dopo due morti, prima l'autista
ed ora l'interprete, ci auguriamo che il
governo riesca a riportare a casa
Rahmatulah, l'unico atto di giustizia
possibile in una vicenda che ha visto
fino ad ora calpestate giustizia e
pietà. Ma non solo: il governo italiano,
che tiene in Afghanistan uomini e mezzi
per curare, proteggere, difendere e
ricostruire, non può assistere inerme ad
un arresto ingiusto ed ingiustificato.
(www.comunisti-italiani.it)
Sangue e polemiche
Le
polemiche sono sterili
ma soprattutto
pericolose quando in
gioco c'è una vita
umana, quella
dell'ultimo uomo della
cosiddetta "vicenda
Mastrogiacomo",
Rahmatullah Hanefi,
ancora detenuto nelle
carceri afgane. Ora il
direttore dell'ospedale
di Emergency a Kabul è
accusato di essere
coinvolto nel rapimento
del giornalista italiano
e dei suoi due
collaboratori, entrambi
uccisi dai talebani. Il
portavoce dei servizi
segreti afgani, Ansari,
ha precisato che
Rahmatullah consegnò gli
ostaggi a Haji Lalai, un
collaboratore del mullah
Dadullah, il comandante
militare dei taleban,
nel distretto di Sangin,
nella provincia
meridionale di Helmand.
"Calunnie" che arrivano
da una "cricca di
assassini", reagisce
così Gino Strada, che
sull'assoluta estraneità
di Rahmatullah non ha
alcun dubbio. ''Sono una
cricca di assassini -
ripete - gli stessi a
cui il nostro governo ha
dato cinquanta milioni
di euro per rifare il
sistema di giustizia
afgano''. Quanto alle
prossime mosse di
Emergency, alla luce
della piega che sta
prendendo la vicenda,
Strada non si esprime.
''Ci penseremo e
valuteremo'' si limita a
dire. Anche se nei
giorni scorsi aveva
prospettato l'ipotesi di
abbandonare
l'Afghanistan se Hanefi
non fosse stato
liberato.
Solo
due giorni fa Adjmal
Nashkbandi, rapito ai
primi di marzo insieme
al giornalista di
Repubblica, è stato
ucciso perché il governo
afgano si è rifiutato di
liberare alcuni taleban
detenuti, opponendo
dunque alle richieste
dei rapitori la "linea
dura" tanto invocata da
Stati Uniti e paesi
dell'Alleanza militare.
La
notizia diffusa dai
taleban della morte
dell'interprete di
Daniele Mastrogiacomo, e
rimbalzata in Italia
proprio nel giorno della
marcia di Pasqua contro
la pena di morte, aveva
riacceso la polemica tra
Centrodestra e
centrosinistra sulle
modalità con cui il
governo italiano ha
trattato la vicenda del
sequestro del
giornalista de La
Repubblica. Dalla Cdl
l'invito al premier a
recarsi in parlamento
per chiarire tutti gli
aspetti della questione
è stato praticamente
univoco, con la Lega
Nord che propone anche
una commissione di
inchiesta per fare piena
luce; mentre dall'
Unione, sia pure con
diverse sfumature, si
risponde respingendo le
accuse di scarsa
trasparenza da parte di
esecutivo e maggioranza
parlando di ''sciacallaggio''
dell'opposizione.
Le polemiche sollevate
dal Centrodestra sono
irresponsabili,
soprattutto in queste
ore, quando le accuse
contro il direttore
dell'ospedale di
Emergency sono così
pesanti da mettere in
gioco la sua stessa
vita. Evidentemente, gli
interessi e le logiche
che costringono
Rahmatullah nel carcere
afgano vanno ben oltre
l'esigenze di inchiesta
e indagine proclamate
dal governo Karzai. Un
governo fantoccio, che
controlla a malapena il
solo distretto di Kabul
e non esita ad usare la
violenza e l'arma della
calunnia nei confronti
di un suo cittadino
"reo" di aver
partecipato alla
trattativa per la
liberazione del
giornalista italiano
ovvero (fatto questo che
sembra essere
considerato ancor più
grave) ha anteposto la
missione umanitaria alle
appartenenze politiche e
di clan dei feriti che
arrivano giornalmente
nell'ospedale di
Emergency.
Ajmal Nasqebandi,
colui che comunemente
veniva definito
"l'interprete", era un
giornalista a tutto
tondo. Come tanti che
fanno questo mestiere in
giro per il mondo. Lui e
l'autista di quello
sfortunato viaggio nel
Sud di un paese ormai
trasformato in una terra
di nessuno, in balia
della violenza talebana
e delle bombe
occidentali, hanno
pagato un prezzo
altissimo alla loro
volontà di raccontare i
fatti e alla loro
amicizia con un collega
italiano.
Vittime di un mondo dove
i principali
protagonisti del
conflitto sono impegnati
in una guerra sul campo
di battaglia e in una
guerra d'immagine, ma
entrambi disprezzano
l'informazione libera e
i più elementari diritti
dell'uomo, fino a non
considerare valore
neppure la vita umana. (AprileOnline
9 aprile 2007)
Rilasciatelo o Emergency va via
All'uscita
dalla Procura, dove il fondatore di
Emergency si è recato come testimone
nell'indagine sul sequestro
Mastrogiacomo Gino Strada ha affermato
con forza: «O ci viene restituito il
nostro Rahmatullah Hanefi o ce ne
andiamo. Non ha senso che Emergency
resti in paese dove uno del nostro staff
possa essere arrestato». L'aut-aut è
chiaro: o l'uomo che ha mediato con i
talebani per la liberazione del
giornalista italiano viene rilasciato
dai servizi segreti afghani, che lo
detengono in isolamento dal 20 marzo
scorso, o verranno chiuse le due sale
operatorie e i 28 centri di primo
soccorso che dal 1999 hanno curato oltre
1 milione e mezzo di afghani. «Non si
capisce» prosegue Strada «perché viene
concordato uno scambio di prigionieri e
poi viene messo in prigione il
mediatore. Questo vuol dire rimangiarsi
gli accordi presi da Romano Prodi e da
Karzai». Se da una parte quindi Strada
minaccia Kabul dall'altra accusa il
governo italiano di un'improvvisa
freddezza ribadendo che Emercency ha
fatto ciò che gli è stato chiesto di
fare concordandolo «passo dopo passo con
il governo italiano, che a sua volta
aveva concordato con il governo afghano».
Per quanto riguarda l'interprete di
Mastrogiacomo, ancora nelle mani dei
talebani, viene rinnovato l'appello per
la sua liberazione, che sarebbe dovuta
avvenire insieme a quella di giornalista
italiano. Invece l'accordo è stato
violato e l'interprete Adjmal Nashkbandi
è tutt'ora prigioniero e il mullah
Dadullah ha chiesto per lui la
scarcerazione di tre talebani. Una
situazione al limite quindi, a cui si
aggiunge l'operazione “Achille” che va
avanti e fa nuove vittime tra i civili
che rischiano, a questo punto, di
perdere uno dei pochi “appigli” rimasti.
L'appello di Emergency, per la
liberazione di Hanefi e Nashkbandi, in
cui viene ribadito che nei confronti del
mediatore afghano «non è stata formulata
nessuna accusa e non esiste nessun
documento che comprovi la sua
detenzione. Non è accettabile che il
prezzo della liberazione del cittadino
italiano Daniele Mastrogiacomo venga
pagato da un coraggioso cittadino afgano
e da Emergency», continua ad avere
adesioni: ad oggi sono circa 140 mila. A
questo si aggiunge l'appello, di ieri,
inviato al presidente Karzai dal leader
di “Repoters sans frontièrs” in cui si
«esorta il suo governo a fare tutto il
possibile per ottenere rapidamente la
liberazione» dei due prigionieri,
incarcerati entrambi in diverse
situazioni, ma comunque privati
ingiustamente della loro libertà.(La
Rinascita della sinistra 6.4.2007)
Sabato pomeriggio a Roma (ore
14.30, piazza Navona) una
grande manifestazione per chiedere la
liberazione di Adjmal Nasqbandi,
interprete di Mastrogiacomo e
giornalista free-lance, e di Rahmatullah
Hanefi, operatore di Emergency e
mediatore nel sequestro dell'inviato di
Repubblica
Emergency chiede al Governo italiano
Siamo angosciati per la
sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano
dell'ospedale di Emergency a Lashkargah è stato
prelevato all'alba di martedì 20 dai servizi di
sicurezza afgani. Da allora nessuno ha potuto vederlo o
parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata
formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che
comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano
nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci
hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando
“con i cavi elettrici”. Rahmatullah Hanefi è stato
determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo,
semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo
italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di
fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche
per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l'interprete di
Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua
famiglia.
Oggi, domenica 25, il
Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un
“alto meeting sulla sicurezza nazionale” presieduto da
Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare
Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci
sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a
fabbricare false prove.
Non è accettabile che il
prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele
Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino
afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al
Governo italiano, negli ultimi cinque giorni, di
impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah
Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe
fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di
rispettare le parola data. Teresa Sarti Strada
Presidente di Emergency
Il comunicato di Emergency
Questa mattina all’alba agenti della sicurezza afgana
hanno arrestato il manager dell’ospedale di Emergency a
Lashkargah, Rahmatullah Hanefi. Rahmatullah ha la sola
colpa di avere fatto tutto il possibile per salvare vite
umane in immediato pericolo.
Emergency fa appello ai mezzi di informazione perché
sostengano con forza la liberazione di Rahmatullah
Hanefi, che ha contribuito in modo determinante al
rilascio di Daniele Mastrogiacomo.
Rahmatullah
Hanefi, dipendente di Emergency e una delle figure
chiave nel rilascio di Daniele Mastrogiacomo, è stato
prelevato questa mattina dai servizi segreti afgani e da
dodici ore non dà notizie. L'ambasciatore Sequi:
"Nessuna accusa, assicurano che lo rilasceranno presto".
Voci contrastanti su Adjimal Nashkbandi, l'interprete
afgano che Mastrogiacomo ha visto "andare via libero":
potrebbe essere anche lui nelle mani della sicurezza di
Karzai (PeaceReporter 20.3.2007)
Daniele Mastrogiacomo è stato liberato
(ore 15,16
del 19.3.2007)
Trattativa doppia
di Gabriele Polo
Uccidere un prigioniero è un
doppio delitto: perché si ammazza una persona e perché
di quella persona si dispone pienamente. Ieri questo
hanno fatto i talebani con Said Agha, l'autista afghano
di Daniele Mastrogiacomo. Poi, di fronte all'apertura di
un canale di trattativa, gli stessi talebani hanno
comunicato la proroga dell'ultimatum perché «sono stati
ricevuti segnali positivi» che aprono uno spiraglio per
la liberazione dell'inviato di Repubblica e
dell'interprete sequestrato con lui. Questa è la logica
della guerra: si possono usare le vite degli individui a
seconda delle contingenze. Vale per chi sequestra e
sgozza, come per chi occupa e bombarda: al di là delle
differenze «tecniche», la matrice è la stessa.
Il problema è sempre quello: la legge del conflitto
assoluto che punta a distruggere il nemico, con
qualunque mezzo. E' una logica che ha come unici
anticorpi la trattativa e la mediazione, cioè la
politica. Ma per praticarla bisogna riconoscersi come
parte in causa. Nel caso specifico, sapere che in
Afghanistan è in corso una guerra cui l'Italia
partecipa: poco importa se direttamente o meno, perché
l'avversario ci percepisce come nemici. E, allora, è
importante che a quel «nemico» si lancino segnali chiari
al fine di fargli capire che si vuole mediare, che non
si pensa di risolvere il «nodo afghano» con una
soluzione militare.
Invece il problema del governo italiano è che non vuole
riconoscere a se stesso e agli altri di essere
invischiato in quella guerra e, quindi, di non poter
dire come pensa di uscirne. E' per questo che non può
ammettere di auspicare una trattativa con i
sequestratori di Daniele Mastrogiacomo, perché non può
ammettere di essere in guerra. Bisognerebbe rovesciare
il ragionamento, partire dalla situazione di fatto e
indicare una volontà di soluzione pacifica, sapendo che
per arrivarci bisognerà interloquire con gli orrendi
talebani. Forse questo li costringerebbe a essere un po'
meno orrendi, li «corromperebbe» positivamente
contagiandoli con il virus della democrazia politica.
Questo riconoscimento della parte avversa come
interlocutore politico aiuterebbe anche la soluzione del
sequestro di Daniele Mastrogiacomo. Del resto cos'è l'ipoetsi
di liberazione da parte del governo Karzai di alcuni
prigionieri talebani se non un riconoscimento politico?
Nessuno pretende che Prodi o D'Alema telefonino al
mullah Omar per discutere il disimpegno italiano
dall'Afghanistan o trattare direttamente il rilascio di
Mastrogiacomo. Ma a loro chiediamo - e speriamo che lo
chiedano tutti quelli che oggi nel mondo scenderanno in
piazza contro le guerre - di trarre le conclusioni
politiche di ciò che stanno cercando di fare in queste
ore con una trattativa informale: la liberazione
dell'inviato di Repubblica con il suo interprete e la
trattativa con il nemico per la fine della guerra
afghana sono due aspetti di una stessa politica.(Il
Manifesto 17.3.2007)
Le vittime
L’intervento armato Usa alla fine del 2001 ha provocato
la morte di 14 mila afgani, di cui almeno 10 mila
combattenti talebani e quasi 4 mila civili. A queste
vanno aggiunti migliaia di civili afgani morti nei mesi
successivi alla fine del conflitto per le malattie e la
fame provocate dalla guerra.
Dal 2002 a oggi la guerra ha causato altri
11mila morti, di cui 6mila solo nel 2006.
Dall'inizio del 2007, la guerra ha causato almeno 636
morti
dall'inizio del 2007, di cui 192 civili, 324 talebani o
presunti tali, 99 militari afgani e 21 soldati Nato.
(PeaceReporter)
Aggiornamenti sul rapimento di Mastrogiacomo
Domenica
18. Yousef Ahmadi, portavoce dei talebani,
dichiara che Daniele Mastrogiacomo è stato
consegnato a una "parte terza", il consiglio degli
anziani di un villaggio non precisato, per essere
tenuto in custodia fino a che le richieste per la
sua liberazione non fossero state interamente
soddisfatte. Aggiunge che, in caso contrario, i
talebani sono pronti a riprenderlo. Sulle agenzia
italiane rimbalza la notizia che Daniele
Mastrogiacomo "è libero". Nessuno può però
confermarlo, né la Farnesina, né Palazzo Chigi, né
l'organizzazione Emergency, che in questi giorni sta
lavorando per agevolare il rilascio dell'inviato di
Repubblica. Poi la Farnesina frena
tutti: ''diffondere informazioni senza fondamento
può compromettere fasi delicate'', fanno sapere
dall'Unità di Crisi. Daniele Mastrogiacomo non è
libero, sarà considerato tale solo quando sarà "in
mani sicure e italiane". Anche i portavoce talebani
confermano: l'inviato di Repubblica è ancora in mano
loro. Sono ore convulse. Più tardi, dopo
innumerevoli lanci e smentite di voci
incontrollabili, un'altra nota della Farnesina
chiede il silenzio stampa: "Tutte le condizioni
poste per la liberazione sono state realizzate. Per
facilitare il lavoro delle organizzazioni umanitarie
coinvolte ai fini dell'auspicata liberazione di
Mastrogiacomo", si legge, "si rende necessario, in
questa fase di estrema delicatezza, chiedere ai
mezzi di informazione di osservare il silenzio
stampa".
Venerdì 16 marzo.
Gino Strada, fondatore di Emergency, ha
dichiarato a PeaceReporter e poi in una conferenza
stampa a Kabul che “Abbiamo ricevuto segnali
positivi da una parte e dall'altra. Emergency
rinnova la sua disponibilità ad agevolare il
positivo svolgimento della vicenda che riguarda
l'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, ma
chiede l'assoluto silenzio stampa sulla questione”.
Shahabuddin Atal, portavoce del comandante talebano
Mullah Dadullah, aveva dichiarato all'agenzia di
stampa afgana Pajhwok che ci sono “alcuni progressi
e alcuni segnali positivi che abbiamo ricevuto”, e
ha aggiunto che “tutto sarà chiaro entro domani
pomeriggio (sabato 17, ndr) alle 15”.
In mattinata invece Shahabuddin
Atal aveva fatto sapere all'agenzia di stampa afgana
Pajhwok che “L'autista di Daniele Mastrogiacomo è
stato ucciso”. Sayed Agha, “arrestato” insieme a
Mastrogiacomo il 5 marzo scorso, era accusato dai
talebani di essere una spia per le truppe
britanniche presenti nella regione. Da Kabul
l'ambasciatore italiano, Ettore Sequi, dichiara di
"non avere informazioni supplementari rispetto a
quelle riportate dalla stampa". Intanto Yousuf
Ahmadi, un altro portavoce dei talebani, fa sapere
che "L'ultimatum è scaduto, agli italiani con cui
siamo in contatto è già stato comunicato. Abbiamo
detto loro che se ci chiederete più tempo attraverso
i mass media noi ve ne daremo di più. Qualche
progresso nei negoziati c'è stato e se le nostre
richieste saranno accolte libereremo il
giornalista".
Giovedì 15 marzo. L'agenzia di stampa
afgana Pajhwok diffonde un messaggio audio ricevuto dai
talebani: nel nastro, di pessima qualità e che è stato
subito acquisito dalla Farnesina e dalla Procura di
Roma, un uoche avrebbe ricevuto in cui Daniele
Mastrogiacomo chiede aiuto. “Abbiamo solo due giorni,
per favore, per favore, fate quello che vogliono fare i
talebani, sennò ci uccidono, abbiamo solo due giorni”.
Una voce in pahtun, che si identifica come il mullah
Dadullah, daterebbe il video al 13 marzo: “l'ultimatum”
per cominciare le trattative, quindi, scadrebbe il 16.
Martedì 13 marzo,
un portavoce dei talebani, Yousuf Ahmadi, al
telefono con l'agenzia di stampa France Presse
dichiara che Daniele Mastrogiacomo “sta bene ed
è tenuto in una base dei talebani”, precisando
inoltre che sono stati attivati “contatti indiretti”
con le autorità italiane. Nel frattempo il ministro
degli Esteri Massimo D'Alema si reca nella Procura
di Roma – che sulla vicenda ha aperto un fascicolo
per “sequestro di persona con finalità di
terrorismo”, un'ipotesi di reato che lascia ampio
margine di manovra - dove incontra i magistrati
Franco Ionta e Giovanni Ferrara. Al termine
dell'incontro i magistrati fanno sapere che “è stato
deciso il coordinamento istituzionale e operativo”,
specificando però che “tutte le decisioni sul caso,
che si svolge in territorio estero e, peraltro, in
guerra, sono di esclusiva pertinenza del governo e
del ministro degli Esteri”. Lo stesso giorno, nella
capitale afgana Kabul, il corrispondente della Rai
intervista Gino Strada, chirurgo e fondatore di
Emergency, sul possibile coinvolgimento
dell'organizzazione umanitaria nella mediazione con
i sequestratori di Mastrogiacomo. “Non è compito
nostro condurre trattative”, dichiara Strada, “ma
possiamo fornire dei canali, cosa che faremmo per
chiunque, e mettere a disposizione la credibilità di
Emergency, creata curando nel corso d egli
anni oltre un milione e 200 mila afgani”. Strada
anche ricordato che in questo Paese “si continuano a
massacrare i civili nel perfetto silenzio stampa”.
Lunedì 12 marzo,
il ministro degli Esteri Massimo D'Alema conferma
gli spiragli emersi sabato nella nota diffusa dalla
Farnesina. "Stiamo lavorando sul piano di un impegno
umanitario: ci sono dei canali, soprattutto di
carattere umanitario, attraverso i quali abbiamo dei
contatti con i rapitori", ha dichiarato D'Alema, "ci
sono elementi che ci portano a identificare quelli
che lo tengono prigioniero, e sono in corso dei
contatti che stiamo conducendo con l'obiettivo di
ottenere la liberazione".
Sabato 10 marzo.
L'unità di crisi del ministero degli Esteri dirama
un comunicato ufficiale: "La Farnesina ha ragione di
ritenere, sulla base degli elementi acquisiti sinora
attraverso i canali stabiliti sul caso del
giornalista Daniele Mastrogiacomo, che il nostro
connazionale sia in vita. Si hanno altresì
indicazioni attendibili su autori del sequestro.
Proseguono pertanto i contatti al fine di verificare
con certezza le intenzioni e le aspettative dei
sequestratori nella prospettiva dell'auspicabile
rilascio di Mastrogiacomo quanto prima possibile.
Non si dispone peraltro di informazioni accertate su
altri aspetti della vicenda riferiti oggi dai mezzi
di informazione". Una buona notizia: finalmente
sembra che sia stato trovato un canale diretto e
certo con il gruppo che detiene l'inviato di
Repubblica.
Venerdì 9 marzo. Il giornalista
pakistano Hamid Mir sostiene di avere parlato
con i rapitori del giornalista de 'La
repubblica' Daniele Mastrogiacomo. "I talebani
-ha spiegato Mir- hanno avuto rassicurazioni dai
giornalisti afgani". Il giornalista pakistano
spiega che "i talebani si sono convinti che non
è una spia e che si possa ottenerne il rilascio
con uno sforzo serio di Roma e Kabul". Secondo
Mir, il giornalista italiano è stato catturato
perché si muoveva senza autorizzazione in
un'area controllata dai talebani. La fonte
sostiene anche di conoscere le condizioni poste
dai rapitori per il rilascio del giornalista: il
ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan e
la liberazione dei portavoce talebani catturati
in Pakistan e detenuti in Afghanistan. Hamid Mir,
giornalista noto per avere in tervistato il
mullah Omar e Osama Bin Laden, ha messo in
guardia dal sottovalutare la pericolosità del
Mullah Dadullah: "è un personaggio pericoloso
-ha detto-, famoso per aver decapitato
personalmente le spie".
La giornata si era aperta con un filo di
speranza. "Ci sono buone
possibilità che Mastrogiacomo sia arrivato in
Afghanistan solo per giornalismo e non per
spionaggio e che venga liberato se si dimostra
la sua innocenza". Lo ha detto oggi, in una
telefonata all'agenzia Reuters, un uomo che si è
presentato come il mullah Hayat Khan,
accreditatosi come portavoce dei talebani. Khan
ha spiegato che i taliban indagano
sull'attrezzatura che Mastrogiacomo aveva con sè:
una videocamera, un telefono satellitare e
alcuni flaconi di shampoo che, secondo il
portavoce, potrebbero contenere ''laser usati
per indirizzare attacchi aerei su posizioni dei
taleban".
Secondo il Corriere della Sera, i
talebani hanno dettato le loro condizioni per il
rilascio di Mastrogiacomo in un video in cui si
vede un afgano che, in lingua pashto, detta le
due richieste al governo italiano: l'immediato
ritiro del nostro contingente e lo stop dei
bombardamenti Nato. Nel filmato non viene
mostrato il giornalista di Repubblica, il che
suscita seri dubbi sulla sua attendibilità. Lo
stesso portavoce dei talebani, Qari Yusuf Ahmadi,
aveva precedentemente smentito al Corriere
le voci su un simili richieste: "Chi ha
messo in giro questa notizia? L'ho letta su
Internet, ma è falso! Non abbiamo chiesto ancora
nulla, neanche il ritiro dei soldati italiani in
Afghanistan. Non abbiamo ancora un piano.
Decideremo più avanti''. Dopo una giornata
caratterizzata dal balletto delle notizie, delle
rivendicazioni, dei messaggi, la Farnesina ha
diramato
un appello agli organi d'informazione
affinchè "si astengano dal diramare notizie non
controllate e accertate nel merito e
nell'attendibilità delle fonti".
Giovedì 8 marzo.
Il giornalista pachistano Hamid Mir – famoso per
aver intervistato Osama bin Laden e noto per i
suoi stretti contatti con gli ambienti talebani
– ha dichiarato a Rai International che
i suoi “informatori” gli hanno riferito che
“Daniele Mastrogiacomo è sano e salvo”.Lo ha
successivamente confermato all’Ansa
anche Rahimullah Yusufzai, un altro giornalista
pachistano ben addentro agli ambienti talebani:
“Ho sentito al telefono i rapitori di
Mastrogiacomo, mi hanno detto che sta bene, che
non gli hanno fatto del male. Penso che sappiano
che Daniele non è una spia, bensì un
giornalista”.In serata la Farnesina ha escluso
l’avvio di ogni trattativa con i rapitori “sino
a quando non ci daranno una prova che l’ostaggio
è vivo”.
Mercoledì
7 marzo. In una registrazione audio
pervenuta alla sede pachistana dell’Afp,
la voce di un uomo che si identifica come il
mullah Dadullah dichiara che Mastrogiacomo
“ha confessato di essere una spia al servizio
delle truppe britanniche che, con la scusa di
andare a intervistare i comandanti talebani,
doveva localizzare la loro posizione e passarla
alla Nato”, che il giorno prima aveva scatenato,
proprio nella provincia di Helmand, la più
grande offensiva militare contro i talebani dal
2001:
l’Operazione Achille.
Martedì 6 marzo.
La Bbc dà per prima la notizia del
rapimento, nella
zona di piantagioni di papavero da oppio di
Nad Ali, di un giornalista britannico, John
Nichol, e dei suoi due accompagnatori afgani, di
nome Ajmal e Syed Agha.
La coincidenza di questi due
nomi con quella dell’autista e dell’interprete
di Mastrogiacomo, assieme alla smentita da
Londra di qualsiasi rapimento di giornalisti
britannici, fanno capire che la notizia si
riferisce al rapimento dell’inviato di
Repubblica. I talebani lo avevano scambiato
per un inglese. L’equivoco verrà definitivamente
chiarito quando il portavoce dei talebani Qari
Youssef Armadi conferma alle agenzie “l’arresto
di un giornalista italiano che dice di lavorare
per il giornale Repubblica”.
Lunedì 5 marzo.
Mastrogiacomo viene rapito dai
talebani assieme al suo autista e al suo
interprete afgani nella zona di Nad Ali,
pochi chilometri a ovest di
Lashkargah, capoluogo della provincia
meridionale di Helmand.
Se ne avrà notizia solo
il giorno dopo.Domenica 4 marzo.
L’inviato di Repubblica,
Daniele Mastrogiacomo sente per l’ultima
volta, da Kandahar, i suoi colleghi della
redazione di Roma, dicendo loro che
l’indomani sarebbe andato nella provincia di
Helmand –
epicentro della guerra tra talebani e
forze Nato – dove aveva appuntamento per
intervistare dei capi talebani. (PeaceReporter
14.3.2007)
Rapito l'inviato di Repubblica
di Jacopo Matano
Daniele Mastrogiacomo è
nelle mani dei talebani. Del giornalista
si erano perse le tracce da due giorni.
Domenica mattina aveva inviato da
Kandahar un pezzo sulla strage di civili
compiuta dai soldati statunitensi a
Jalalabad, e intervistato da Radio
Capital aveva anticipato che lunedì
(ieri) si sarebbe dovuto recare nella
provincia dell' Helmand per incontrare
alcuni capi dei talebani.

"Avrò un incontro
delicato in mattinata con queste
persone: ci metteremo in viaggio,
arriverà una telefonata e ci dirà di
svoltare in una traversa...", aveva
detto al telefono nel collegamento con
la radio del gruppo l'Espresso.
Mastrogiacomo si
trovava con due accompagnatori afghani,
e sarebbe stato fermato ad un posto di
blocco dai guerriglieri, forse sulla
strada che da Kandahar conduce nella
provincia dell'Helmand. Nella stessa
zona è scattata oggi l'offensiva della
Nato contro la resistenza talebana:
l'operazione Achille, la più grande
dall'inizio della guerra nel 2001.
Questa mattina alcune
fonti inglesi avevano annunciato il
sequestro del reporter londinese John
Nichols, che però ha confermato di non
essere in Afghanistan: è
dunque probabile che l'inviato di
Repubblica sia stato scambiato in un
primo momento per lui. La notizia che si
trattava di Mastrogiacomo è stata
anticipata dall'agenzia France Press, ma
la conferma è arrivata verso le 17,
quando il portavoce dei guerriglieri
Qari Mohammed Yousuuf, ha dichiarato che
il gruppo "ha sequestrato un giornalista
di Repubblica". Yousuuf ha poi aggiunto
"pensiamo possa trattarsi di una spia
che collabora con le truppe britanniche,
lo stiamo interrogando". La confusione
potrebbe essere stata generata dal fatto
che il giornalista è nato a Karachi, in
Pakistan, e parla perfettamente inglese.
La Farnesina ha
attivato tutti i contatti sul posto,
come hanno riferito al Senato Franco
Danieli e alla Camera Ugo Intini. La
vicenda di Daniele Mastrogiacomo "è
seguita in tempo reale dal ministro D'Alema",
hanno detto i viceministri, aggiungendo
che il Parlamento sarà informato non
appena ci saranno delle novità.
Lo stesso D'Alema
ha comunicato al direttore di Repubblica
Ezio Mauro che è forte la sensazione
che "il giornalista rapito non sia nelle
mani di un gruppo di sbandati o di
banditi comuni ma della struttura
militare dei talebani". Per il ministro
degli esteri è dunque importante far
arrivare il messaggio che Mastrogiacomo
era in Afghanistan "per compiere il suo
lavoro da giornalista, non certo per
compiere atti ostili". D'Alema non
dispera, anche per l'esperienza maturata
in questi anni dalla Farnesina e dai
servizi di intelligence, che "la vicenda
si possa condurre a buon fine".
Preoccupazione e solidarietà sono
state espresse da tutte le forze
politiche, mentre palazzo Chigi comunica
che Prodi "segue costantemente la
situazione, in contatto con l'unità di
crisi".
Nel frattempo la Procura di Roma ha
aperto un'inchiesta sul rapimento
ipotizzando il reato di sequestro a
scopo di terrorismo (art. 289 bis cp).
Al vaglio del pm Franco Ionta c'è già la
rivendicazione del rapimento che viene
giudicata "ragionevolmente
attendibile".(AprileOnline 7.3.2007)
Non ce
la contano giusta
di Giancarlo Chetoni
"La
guerra in Afghanistan non è un appendice
della lotta antimperialista. I taliban
hanno nel loro programma, lo affermano i
loro documenti, la soppressione dei
comunisti". Lo ha detto Massimo D'Alema
il 2 Marzo in occasione di una
conferenza tenutasi alla Farnesina. Le
argomentazioni del Vice-Presidente del
Consiglio più che a Vernetti, Ranieri o
a qualche direttore di uffici studi
internazionali, alla crema del C.O.I, a
opinionisti e bella gente, questa volta
erano indirizzate all' esterno, ai
compagni da imbarcare nell'avventura del
Partito Democratico.
Una volta tanto i destinatari delle
affermazioni del baffo di Gallipoli non
sono i sostenitori in grisaglia del
Partito Amerikano ma una certa
"sinistra". Rossi e Turigliatto a parte.
Una sinistra immatura, che non serve e
che non ci stà né per l'ampliamento
della base Ederle 2 di Vicenza né per
Kabul, rumorosa, indigesta ai Palazzi
del Potere.
Qualcosa che assomiglia a un arcipelago,
che va dallo spontaneismo organizzato
alle sezioni, dai militanti che restano
al pezzo a quelli che hanno mollato, e
un po' perché, quando va bene, c'è da
mettere insieme pranzo e cena per moglie
e figli anche nella terza settimana del
mese.
Come continua a
ripetere, con accenti diversi ed eguale
sostanza, la troika Prodi, Parisi e D'Alema,
l'Afghanistan è un impegno che non può
essere disatteso, pena la perdita della
nostra credibilità a livello
internazionale.
Venir via da Kabul e da Herat,
affermano, comprometterebbe l'immagine
dell'Italia, ci isolerebbe dall'Onu,
dall'Europa e dalla Nato.
Sarebbe insomma un disastro. Ci potremmo
meritare il marchio dell'infamia della
cosiddetta Comunità Internazionale
quando c'è da portare a termine un
programma di intervento umanitario, di
ricostruzione e di appoggio, si
sostiene, al legittimo Governo Karzai
(della Unocal di Cheney ).
A quanto ci risulta
in Afghanistan ci stanno gli Usa, la
Gran Bretagna e l'Alleanza Atlantica con
i suoi 23 rimorchiati, tra vecchia e
nuova Europa, allargata ad est con
contingenti, il più delle volte, di
qualche decine di militari. Gente ex
Muro di Berlino, roba spendibile sul
terreno di guerra in cambio di nuovi
piani Marshall, di lustrini che non
arriveranno.
A Kabul non ci sono né indiani, cinesi o
pakistani né "aspiranti pacificatori" di
altri Stati dell'Asia. E poi per dirla
tutta all'Onu sono rappresentati 173
Paesi compreso Tonga e le Isole Marshall
. Italia isolata senza intervento
militare a Herat e a Kabul?
Balle come la Conferenza Internazionale
sull'Afghanistan che non vedrà mai la
luce. Il Dipartimento di Stato e
l'Amministrazione Bush non la vogliono.
Mentre il 10 Febbraio
il pupillo del Prof. Nomisma, e tutto il
resto, fa ruzzolare sui TG e sui
quotidiani la notizia che rimarremo da
quelle parti ... almeno (avverbio
estensivo) fino al 2011 e Diliberto
bolla come irresponsabili, per la tenuta
del governo, le dichiarazioni del
Ministro della Difesa rilasciate a
margine del vertice Nato di Siviglia,
nei giorni seguenti si darà il via
libera alle fibrillazioni che si
concluderanno in un enormità di passaggi
aprendo la strada al "centro". Un buon
giocatore di scacchi deve prevedere le
quattro o cinque mosse successive.
Le cadute di stile e di immagine di
fronte all'opinione pubblica del Paese
saranno clamorose.
Un opinione pubblica che reagisce con
sconcerto e preoccupazione al vecchio
che ritorna, questa volta senza veli.
Alchimie allo scoperto, da Prima
Repubblica. Il riferimento è a baracche,
burattini, acquisti e patteggiamenti
alla Pallaro e alla Follini.
Il 28 Febbraio, sono
passati una manciata di giorni, giusto
il tempo di organizzarsi, ed ecco che
Martin Erdmann , il Vice di Hoop De
Scheffer Segretario Generale della Nato,
si presenta davanti al Parlamento di
Bruxelles per comunicare agli
eurodeputati che le "nazioni libere" si
dovranno preparare a restare in
Afghanistan per "decenni".
Si avete capito bene.
Parisi ha pappagallato con qualche
prudenza dialettico-politica (2011) solo
le anticipazioni che già correvano nei
corridoi dell'Alleanza Atlantica?
Un bel programmino di
decenni di "occupazione permanente"
Usa-Nato di un territorio lontano
migliaia e migliaia di chilometri dall'
"Occidente". Un mondo con comportamenti
culturali, sociali e storici "altri" da
redimere con la democrazia. Che facciamo
forse fatica a capire ma radicati e
accettati da centinaia di anni. Passato
e presente.
Diversità da annientare in nome di una
pace che dal 2001 seppellisce sotto un
diluvio di bombe uomini, donne, anziani
, bambini e villaggi dell'Afghanistan.
Morte e distruzione senza rimbalzi nella
cronaca, senza riflettori, telecamere e
corrispondenti.
La povertà che non deve essere vista per
poter continuare a dipingere il nemico
come un mostro agguerrito e assetato di
sangue dove ci si organizza per
seppellire sotto travi di legno e di
mattoni di fango di poveri villaggi i
corpi di qualche migliaio di straccioni
frugali con il Kalaniskov. "Penso
-aggiungerà- chiudendo l'intervento che
se guardiamo ad altri teatri (insomma
zone di guerra per il capo in seconda
dell'olandese con l'elmetto di klevar e
il coltello tra i denti) come Bosnia
Erzegovina e Kosovo, dove noi tutti
siamo impegnati da oltre dieci anni,
allora ritengo che dovremo imparare a
pensare in termini molto, molto più
lunghi rispetto ai Balcani per garantire
(ci risiamo) la sicurezza e la
ricostruzione di quel Paese.
Ci viene in mente, chissà perché, il via
libera ai bombardamenti, anche
all'uranio impoverito, sulla Serbia,
questa volta senza l'autorizzazione del
Palazzo di Vetro dei "liberatori
atlantici", sotto la cappella di Clinton,
e quelli dei Tornado IDS
dell'Aeronautica Militare Italiana su
Uresevac per un totale compreso, nel
Kosovo, di oltre 10.000 morti ammazzati.
Stima esplicitata da Olmert, uno che in
materia se ne intende, per rispondere a
chi si lamenta, raramente, per uscire
dal torpore paralizzante del
menefreghismo, di qualche caduto
palestinese sotto i colpi di Tsahal a
Gaza e in Cisgiordania. Contabilità.
Concorrenze.
L' Iraq è lì con i suoi 2 milioni di
morti dal 1991, di cui 850.000 minori da
zero a sei anni, a ricordarci che non ci
sono ancora all'opera né Giudici né
Corti di Giustizia Internazionali che
facciano bene il loro lavoro. (AprileOnline
06.03.2007)
Stragi
su stragi
Stragi su stragi in
Afghanistan, dopo l'uccisione di almeno dieci civili
avvenuta domenica nei pressi di Jalalabad durante un
attacco suicida a un convoglio militare americano, oggi
un responsabile afghano ha denunciato la morte di nove
civili, fra cui cinque donne e due bambini, in un
bombardamento aereo della Nato nella provincia di Kapisa
a nord ovest di Kabul. Secondo il vicegovernatore di
questa provincia, Sayyed Daud Hashimi, i nove civili,
sarebbero stati uccisi nel bombardamento della loro casa
da parte dell'Isaf, che però si è detta del tutto
estranea, precisando che “l'Isaf e' al corrente di
questo incidente, ma non e' implicata”. Le conferme
invece vengono dagli Usa i cui comandoi hanno confermato
un attacco ieri nella stessa provincia: ''Possiamo
confermare di aver compiuto un attacco aereo nella
provincia di Kapisa. Ma non abbiamo nessuna informazione
per il momento sul bilancio delle vittime''(www.comunisti-italiani.it
5.3.2007)
Perchè ritirarsi dall'afghanistan
di Tariq Ali
È
l'Anno Sesto dell'occupazione
Nato in Afghanistan sotto
l'egida dell'Onu, una missione
congiunta Usa-Europa. Il 26
febbraio alcuni attentatori
suicidi talebani hanno cercato
di assassinare Dick Cheney, in
visita alla base aerea di Bagram
considerata «sicura» (l'ex base
aerea sovietica, considerata
altrettanto sicura durante un
precedente conflitto).
Nell'attacco sono morti due
soldati americani e un
mercenario («contractor»),
nonché altre venti persone che
lavoravano nella base.
Questo episodio da solo avrebbe
dovuto far capire al
Vicepresidente Usa le dimensioni
della debacle afghana. Nel 2006
le perdite sono aumentate in
modo sostanziale: le truppe Nato
hanno perso quarantasei soldati
in scontri con la resistenza
islamica o per l'abbattimento di
elicotteri.
Ora i ribelli controllano almeno
venti distretti nelle province
di Kandahar, Helmand e Uruzgan,
dove le truppe Nato hanno preso
il posto dei soldati americani.
E non è certo un segreto che in
queste zone molti quadri
dirigenti sostengono sottobanco
i guerriglieri. La situazione è
fuori controllo. All'inizio
della guerra la signora Bush e
la signora Blair sono apparse in
numerosi programmi televisivi e
radiofonici, sostenendo che lo
scopo della guerra era liberare
le donne afghane. Provate a
ripeterlo oggi, e le donne vi
sputeranno in faccia.
Chi è responsabile di questo
disastro? Perché il paese è
ancora sottomesso? Quali sono
gli obiettivi strategici di
Washington nella regione? Qual è
la funzione della Nato? E per
quanto tempo un paese può
restare occupato contro la
volontà della maggioranza della
popolazione?
Quando sono caduti i talebani in
pochi hanno pianto, in
Afghanistan e altrove, ma le
speranze alimentate dalla
demagogia occidentale non sono
durate troppo a lungo.
È apparso presto evidente che la
nuova élite trapiantata nel
paese si sarebbe messa in tasca
il grosso degli aiuti stranieri
e avrebbe creato le proprie reti
criminali di corruzione e
clientelismo.
La popolazione ha sofferto. Una
capanna di fango col tetto di
paglia per ospitare una famiglia
di profughi senzatetto costa
meno di cinquemila dollari.
Quante ne sono state costruite?
Quasi nessuna. Ogni inverno
centinaia di persone muoiono di
freddo perché non hanno una
casa. Invece, si è preferito che
società di pubbliche relazioni
occidentali organizzassero in
tutta fretta e a caro prezzo il
voto elettorale, sostanzialmente
a beneficio dell'opinione
pubblica occidentale.
I risultati non hanno favorito
il sostegno alla Nato nel paese.
Hamid Karzai, il presidente
fantoccio, ha rappresentato
simbolicamente il suo isolamento
e il suo istinto di
auto-conservazione rifiutando le
guardie addette alla sua
sicurezza, che erano della sua
stessa etnia pashtun. Ha
preferito i marines americani,
con l'aria dura da Terminator, e
li ha avuti.
L'Afghanistan sarebbe stato reso
più sicuro con un intervento
limitato, stile Piano Marshall?
Naturalmente è possibile che la
costruzione di scuole e ospedali
gratuiti e di alloggi per i
poveri, e la ricostruzione
dell'infrastruttura sociale
distrutta dopo il ritiro delle
truppe sovietiche nel 1989,
avrebbero stabilizzato il paese.
Sarebbero anche serviti dei
contributi statali
all'agricoltura e al lavoro a
domicilio per ridurre la
dipendenza dalla coltivazione di
oppio. Il 90% della produzione
mondiale di oppio è in
Afghanistan. Secondo stime Onu,
all'eroina si deve il 52% del
prodotto interno lordo del
paese, e il settore
dell'agricoltura dedicato
all'oppio continua a crescere in
fretta. Tutto questo avrebbe
richiesto uno stato forte e un
diverso ordine mondiale. Solo un
utopista un po' folle avrebbe
potuto aspettarsi che i paesi
Nato, occupati a portare avanti
le privatizzazioni e la
deregulation nei loro paesi, si
lanciassero in esperimenti
sociali illuminati all'estero.
E così la corruzione delle élite
è cresciuta, come un tumore non
curato. I fondi occidentali che
avrebbero dovuto contribuire
alla ricostruzione sono stati
usati per costruire le residenze
lussuose delle élite locali.
Nell'Anno Secondo
dell'Occupazione le case sono
state l'oggetto di uno scandalo
gigantesco. I ministri del
governo si sono concessi, per sé
e per i propri amici fidati,
immobili di pregio. A Kabul i
prezzi dei terreni hanno
raggiunto un picco dopo
l'occupazione, perché gli
occupanti e i loro tirapiedi
dovevano vivere nello stile a
cui si erano abituati. I
colleghi di Karzai si sono
costruiti le loro grandi ville,
protette dalle truppe Nato,
sotto gli occhi dei poveri.
Si aggiunga a questo che il
fratello minore di Karzai, Ahmad
Wali Karzai, è diventato uno dei
più grandi signori della droga
nel paese. A un recente incontro
con il Presidente del Pakistan,
quando Karzai si è messo a
frignare sull'incapacità del
Pakistan di fermare il traffico
di frontiera, il generale
Musharraf gli ha suggerito che
forse dovrebbe dare il buon
esempio richiamando all'ordine
suo fratello.
Se le condizioni economiche non
sono migliorate, gli attacchi
militari della Nato hanno preso
spesso di mira civili innocenti.
Ciò ha portato a violente
proteste anti-americane nella
capitale, lo scorso anno. Quella
che inizialmente era ritenuta da
alcuni abitanti un'azione di
polizia necessaria contro
al-Qaeda a seguito degli
attacchi dell'11 settembre, ora
è percepita da una maggioranza
sempre maggiore di persone
nell'intera regione come
un'occupazione imperiale vera e
propria. I talebani stanno
crescendo e costruendo nuove
alleanze, non perché le loro
pratiche religiose settarie
godano di maggiore consenso, ma
perché essi sono l'unico
ombrello a disposizione per la
liberazione nazionale. Come
hanno scoperto a proprie spese
gli inglesi e i russi negli
ultimi due secoli, agli afghani
non è mai piaciuto essere
occupati.
In nessun modo la Nato può
vincere questa guerra ora.
Inviare più truppe
significherebbe più morti, ed
eventuali combattimenti su larga
scala destabilizzerebbero il
vicino Pakistan. Musharraf si è
già preso la colpa per un raid
aereo su una scuola musulmana in
Pakistan. Dozzine di bambini
sono stati uccisi e in Pakistan
gli islamisti hanno organizzato
dimostrazioni di massa per
protestare. Secondo alcune
fonti, in realtà il raid
«preventivo» sarebbe stato
effettuato da aerei militari
Usa. Questi avrebbero mirato a
una presunta base terroristica,
ma il governo pakistano ha
preferito assumersi la
responsabilità dell'accaduto per
evitare un'esplosione di rabbia
anti-americana.
Il fallimento della Nato non può
essere attribuito al governo
pakistano. Casomai, la guerra in
Afghanistan ha creato una
situazione critica in due
province pakistane. La
maggioranza pashtun
dell'Afghanistan ha sempre avuto
legami stretti con i pashtun del
Pakistan. La frontiera fu
un'imposizione dell'impero
britannico ed è sempre stata
porosa. Nel 1973 io stesso,
indossando indumenti pashtun, la
attraversai senza alcuna
difficoltà. È praticamente
impossibile costruire uno
steccato come in Messico o un
muro come in Israele lungo i
2500 chilometri di confini
montagnosi e in larga misura non
segnati che separano i due
paesi. La soluzione è politica,
non militare. Gli obiettivi
strategici di Washington in
Afghanistan appaiono
inesistenti, a meno che gli Usa
non abbiano bisogno di questo
conflitto per mettere in riga
gli alleati europei che li hanno
traditi sull'Iraq.
Certo, i leader di al-Qaeda sono
ancora alla macchia, ma la loro
cattura sarà il risultato di un
efficace lavoro di polizia, non
della guerra, né
dell'occupazione. Che effetto
avrà il ritiro della Nato? Qui
l'Iran, il Pakistan e gli stati
dell'Asia centrale saranno
fondamentali nel garantire una
costituzione confederale che
rispetti le differenze etniche e
religiose. L'occupazione Nato
non ha reso questo compito
facile. Il suo fallimento ha
rafforzato i talebani, e i
pashtun si stanno unendo sempre
di più sotto il loro ombrello.
Qui come in Iraq, la lezione è
fondamentale. È molto meglio che
i cambiamenti di regime vengano
dal basso, anche se ciò comporta
una lunga attesa come in
Sudafrica, in Indonesia o in
Cile. Le occupazioni distruggono
le possibilità di un cambiamento
organico e creano problemi molto
maggiori di prima. L'Afghanistan
non ne è che un esempio.
Il discorso del ministro degli
esteri italiano, secondo il
quale questa sarebbe una guerra
giusta perché legale, ossia
sancita dal Consiglio di
sicurezza dell'Onu, è un
argomento debole. Il Consiglio
di sicurezza non è eletto, né
risponde all'Assemblea generale.
È dominato con il pugno di ferro
da cinque stati che sono i
vincitori della Seconda guerra
mondiale. Le sue decisioni non
riflettono il punto di vista di
quasi nessun continente. Se gli
Usa avessero imposto al
Consiglio di sicurezza di
appoggiare l'avventura imperiale
in Iraq, D'Alema sarebbe stato
favorevole alla sua occupazione?
L'unica domanda da porre è
questa: i soldati europei devono
essere mandati a uccidere e a
farsi uccidere per proteggere
gli interessi egemonici
dell'Impero americano?(Il
Manifesto 3.3.2007)
Traduzione Marina Impallomeni
«Afghanistan, siamo
soffocati dall’ipocrisia»
Intervista a Giorgio Bocca
di Gianpiero Cazzato
«Questo rapporto di
sudditanza nei confronti
dell’impero anche se non può
essere risolto, dovrebbe
almeno essere chiarito.
Facciamola finita una volta
per tutte con il velo delle
ipocrisie, delle menzogne,
delle mezze verità e che si
sappia davvero i prezzi che
paghiamo e gli eventuali
vantaggi che riceviamo dalla
presenza delle basi
americane e della Nato sul
nostro territorio». Giorgio
Bocca ha un pensiero
rassegnato sull’Italia del
terzo millennio, «un paese
in cui il filofascismo è
sempre più arrogante ed inv asivo»,
un paese in cui «l’idiozia e
la manipolazione non
conoscono confini». «Basti
pensare - dice -
all’epistolario dei coniugi
Berlusconi, che ha occupato
le pagine di tutti i grandi
quotidiani per due giorni.
Stiamo tutti a chiederci se
ha ragione Silvio o Veronica
e intanto il paese partecipa
ad una guerra non dichiarata
e il nostro governo
minimizza a questione
urbanistica l’allargamento
di una base militare. Troppa
ipocrisia. Lo dico pur
sapendo che in qualche modo
sulle basi militari siamo
legati mani e piedi. Perché
alla fine, o si fa come De
Gaulle e si denuncia il
Patto atlantico, oppure non
vedo molte vie d’uscita».
Che vuol dire legati mani
e piedi? Che la nostra
autonomia è inesistente?
Perché tra il molto e il
niente, una via di mezzo si
può pure trovare. A partire
dalla sovranità nazionale...
Forse in molti si scordano
la guerra alla Serbia.
Ebbene gli aerei americani
partivano da Aviano per
bombardare quel paese. Non
solo, tornando indietro i
caccia buttavano le bombe
residue nell’Adriatico. Le
esercitazioni militari in
Sardegna rendono la costa
meridionale dell’isola
assolutamente pericolosa. E
gli esempi potrebbero
continuare. Al fondo di
questo atteggiamento c’è
l’idea che tutto il resto
del mondo è una pattumiera
delle loro eccedenze, civili
e militari. Il punto reale è
che il legame con gli Usa
non è solo ed esclusivamente
militare, è un rapporto
industriale, economico,
commerciale. Come tutti i
sudditi che si rispettino
dipendiamo dagli Stati Uniti
per moltissime cose. E’ il
nostro stesso modello di
vita e di consumi a
dipendere dal potente
alleato. Vicenza è
funzionale agli scenari di
guerra americani. C’è un
filo che unisce Vicenza a
Kabul?
Certamente c’è un nesso.
Vicenza serve per garantire
il sistema militare
americano che è un sistema
imperiale, anche se per me
rimane un mistero la nostra
presenza in Afghanistan. Non
capisco cosa ci facciamo lì
e cosa ci fanno gli
americani. O meglio, lo
capisco in una prospettiva
di medio lungo periodo. Ci
dicono che quel paese, da
sempre indomabile e senza
ricchezze, è strategico per
gli oleodotti che lo
attraversano. Credo però che
sia solo un pezzo della
verità e forse nemmeno la
più importante.
L’Afghanistan, pur se per un
tratto molto piccolo,
confina con la Cina. Per ora
lo scontro tra il gigante
asiatico e quello
statunitense è limitato al
terreno commerciale ed
economico, ma non è escluso
che un domani la
competizione possa prendere
altre strade. «Siamo lì
in per una missione di
pace»: questo è il
ritornello che da mesi ci
viene proposto. Prima dal
centrodestra, oggi dal
centrosinistra. Qual è la
tua opinione?
Mi fa ridere questo Prodi
che dice che i nostri
soldati sono lì con “intento
pacifico”. Ma se sono armati
di tutto punto! Le truppe
italiane partecipano a
rastrellamenti, quando
necessario, sostituiscono
gli inglesi e gli americani.
Facciamo parte di questa
guerra a tutti gli effetti e
poco importa che il nostro
settore sia un po’ meno
“caldo”. Siamo soffocati
dall’ipocrisia. Nulla di
nuovo, ci mancherebbe, già
ai tempi della guerra di
Crimea si diceva che si
andava lì per difendere i
popoli oppressi
dall’imperialismo russo.
Queste menzogne continuano
imperterrite ancora oggi.
Anzi oggi la finezza
diabolica del linguaggio
ottunde le coscienze,
disarma la critica. Sei
deluso dal governo
dell’Unione?
Sono deluso dal fatto che il
riformismo della sinistra
negli anni passati in
qualche modo si esprimeva.
Oggi, invece, è scomparso
completamente. Ed è una cosa
singolare alla luce della
grancassa quotidiana sul
cosiddetto partito
democratico. Siamo al punto
più basso del riformismo,
ecco la verità amara di
questo paese. (La Rinascita
della sinistra
9.2.2007)
Afghanistan,
via libera al
rifinanziamento
di Carla Ronga, Andrea
ScarchilliDopo ore
di discussione, il Consiglio dei
ministri ha approvato il decreto
legge sul rifinanziamento delle
missioni italiane all'estero.
Tre gli astenuti: Alfonso
Pecoraro Scanio dei Verdi, Paolo
Ferrero del Prc e Alessandro
Bianchi del Pdci.
"Siamo
usciti, non abbiamo votato no
però si tratta di continuare a
lavorare". Il ministro per la
Solidarietà sociale, Paolo
Ferrero, lascia palazzo Chigi
alle 23.00. Il consiglio dei
ministri è appena
terminato approvando il decreto
per il rifinanziamento della
misisone italiana in
Afghanistan, ma senza trovare
l'unanimità.
Ferrero,
Pecoraro Scanio e Bianchi hanno
deciso di astenersi. "Ci sono
degli elementi positivi nel
decreto - ha ammesso Ferrero -
come l'aumento delle spese per
le missioni umanitarie e la
chiusura di Enduring Freedom
ma non sono ancora elementi
sufficienti. L'aumento delle
risorse per gli aiuti civili è
un fatto positivo - conclude -
ma non ci sono elementi che
vanno sul versante di un cambio
di linea". Chiedono un cambio di
rotta più netto e si preparano a
ottenerli in sede parlamentare.
Sede dove per tutta la giornata
di ieri è proseguita la protesta
contro la rotta tratteggiata dal
governo: 33 senatori
dell'Unione hanno chiesto ai
capigruppo "una discussione
appro fondita
sui caratteri della presenza
militare italiana in
Afghanistan"; la presidente del
gruppo Verdi-Pdci, Manuela
Palermi, ha rilanciato la
proposta. Ma anche la componente
moderata della coalizione è in
azione: i parlamentari
favorevoli alla presenza in
Afghanistan stanno raccogliendo
adesioni per dimostrare che il
fronte del ritiro non detiene il
primato nel centrosinistra.
Movimentismo "inopportuno", ha
detto il capogruppo dei Verdi
alla Camera, Angelo Bonelli,
osservando che il problema è
"trovare soluzioni nuove
rispetto ad una strategia
militare completamente
fallimentare", e che potrebbero
partire "analoghe raccolte di
firme, non tra i deputati, ma
tra i cittadini italiani che,
secondo i sondaggi, chiedono la
fine dell'impegno bellico in
Afghanistan".
Un nuovo
scontro il parlamento dunque?
Prodi e D'Alema si dichiarano
convinti di no e definiscono
"costruttiva" la posizione
espressa dai tre ministri che si
sono astenuti. "C'è una riserva
- dice il ministro degli Esteri
- ma con l'intento di arrivare
alla fine a un punto di
consenso, magari attraverso un
ordine del giorno parlamentare".
In ogni caso, aggiunge, "si
troverà lo strumento per rendere
più esplicito il nostro impegno
sul fronte civile, della
ricostruzione".
Se il decreto di rifinanziamento
passasse in Parlamento grazie ai
voti decisivi del centrodestra,
potrebbe intervenire il
Presidente della Repubblica, per
chiedere una verifica sulla
maggioranza e in quel caso il
governo dovrebbe porre la
fiducia, salvo augurarsi
l'autosufficienza.
L'esito del Consiglio dei
ministri soddisfa quindi, almeno
temporaneamente, il vicepremier
D'Alema che oggi (venerdì) sarà
a Bruxelles per partecipare alla
riunione dei ministri degli
Esteri dei paesi membri
dell'Alleanza Atlantica.
All'appuntamento partecipa il
segretario di Stato americano
Condoleezza Rice. Alla vigilia
dell'incontro, dagli Usa sono
giunte notizie di un notevole
rafforzamento dell'impegno
americano sul fronte
Afghanistan. Il pentagono ha
annunciato l' estensione della
permanenza per altri quattro
mesi dei 3.200 soldati
appartenenti alla Terza Brigata
della Decima Divisione Montana.
Mentre il dipartimento di Stato
ha annunciato che gli Usa
chiederanno al Congresso
finanziare aggiuntivi per la
ricostruzione e per dare nuovo
slancio militare alle operazioni
contro i taleban.In serata,
mentre giungeva nella capitale
belga, e' stato lo stesso
segretario di stato Condoleezza
Rice a fornire le cifre: si
tratta di 10,6 miliardi di
dollari, di cui 8,6 saranno
dedicati all'addestramento e al
miglioramento della dotazione di
esercito e polizia afghani e due
miliardi alle infrastrutture
oltre che - hanno precisato
fonti dell'entourage della Rice
- alla lotta alla coltivazione
di oppio.
Dal segretario di Stato
americano, che in mattinata avrà
un incontro bilaterale con il
ministro degli esteri Massimo D'Alema,
sono attese pressioni sugli
alleati. "Ci auguriamo che
l'Alleanza dia un contributo
analogo: se non in termini di
denaro perlomeno in termini di
impegno a fare tutto il
possibile per combattere i
Taleban e ricostruire l'
Afghanistan", ha spiegato il
portavoce del Dipartimento di
Stato Sean McCormack, a
Washington.
Da parte italiana, sul tema
Afghanistan si insisterà - ha
riferito Pasquale Ferrara, il
portavoce di D'Alema, in un
briefing a Roma - sulla
necessità di accentuare gli
elementi politici di aiuto
civile e sviluppo del paese
afghano, che rappresentano
"parte integrante" della
missione, in prospettiva di
quella svolta invocata più volte
dal responsabile della
Farnesina.La ministeriale
dell'Alleanza Atlantica si
allargherà a fine mattinata ai
37 paesi che forniscono delle
truppe all'Isaf (la forza
internazionale di assistenza
alla sicurezza), impegnata in
Afghanistan, così come al
ministro degli esteri afghano
Dadfar Spanta e alle
organizzazioni internazionali
presenti in Afghanistan, come l'Ue,
l'Onu e la Banca mondiale. Sarà
trattato anche il problema della
lotta al narcotraffico.
Per quanto riguarda lo status
finale del Kosovo, i ministri
faranno il punto della
situazione all'indomani delle
elezioni in Serbia e in vista
della presentazione, il 2
febbraio prossimo a Vienna,
della proposta formulata
dall'inviato speciale delle
Nazioni Unite, Martti Ahtisaari.
In Kosovo, la Nato dirige
un'altra forza di pace, la Kfor,
composta di 14 mila uomini.
La riunione Nato terminerà con
un pranzo informale che riunirà
i ministri esteri dell'Alleanza
e della Ue al Palazzo D'Egmont,
ospite il capo della diplomazie
belga Karel De Gucht.
Per quanto riguarda la
bilaterale Rice-D'Alema, il
portavoce della Farnesina ha
rilevato che sarà l'occasione
per fare "un giro di orizzonte"
dei principali teatri di
collaborazione tra i due paesi:
Afghanistan, Balcani, lo spinoso
dossier del nucleare iraniano,
lo scenario iracheno, l'analisi
della transizione politica in
Libano, oltre al processo di
pace in Medio Oriente. (AprileOnline
26.1.2007)
Afghanistan, obiettivi falliti
Più di 3700 fra
guerriglieri e civili sono stati uccisi in
Afghanistan dall'inizio dell'anno, quattro
volte in più che nel 2005. Non viene
precisato quanti siano i civili uccisi ma
fonti delle organizzazioni umanitarie
internazionali presenti a Kabul parlano di
almeno mille morti dall´inizio del 2006. A
questi bisogna aggiungere anche anche 120
soldati stranieri, mentre non vengono
fornite cifre per quanto riguarda i militari
afgani. La fonte è un rapporto ufficiale
consegnato domenica a Kabul a una dele gazione
del Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unita. Lo ha redatto il
Jcmb (Joint
Coordination and Monitoring Board) un
organismo che comprende rappresentanti del
governo di Kabul e degli organismi
internazionali che operano del Paese, dalla
Nato alla Banca mondiale.
Una situazione, quella descritta nel
documento, che spiega le prese di posizione
recenti del ministro Massimo D´Alema e le
dichiarazioni ripetute di nuovo domenica dal
Romano Prodi e dal ministro della Difesa
Arturo Parisi. «È inutile che noi pensiamo
che una situazione come quella afghana possa
avere una soluzione puramente militare. È
assolutamente impensabile. Occorre una
soluzione politica e questa è sempre stata
la posizione dell'Italia» ha detto il
presidente del Consiglio a Bologna. E Parisi
ha ricordato come la nostra missione «ha un
senso in quanto inquadra la funzione
militare nelle funzioni civili e soprattutto
non affronta il problema afgano come se
fosse un problema isolato. Lo colloca nel
contesto regionale, si fa carico di
promuovere il confronto con tutti i soggetti
della regione dall'Iran al Pakistan».
Nonostante il documento probabilmente
sorvoli su alcuni aspetti della situazione
afgana, quelli più controversi o meno
presentabili, dà comunque una valutazione
molto pessimista della situazione del Paese,
a cinque anni esatti dall´inizio della
guerra contro i Talebani. Le violenze legate
all'insurrezione sono passate «da meno di
300 al mese alla fine del marzo 2006 a più
di 600 a fine settembre, mentre nel 2005
erano in media 130 al mese», afferma il
rapporto pubblicato sul sito del governo
afghano. L'intensificazione di queste
violenze, soprattutto nel sud e nell'est del
Paese, ha avuto un impatto diretto sullo
«sviluppo economico del Paese, molto più
lento e geograficamente limitato di quanto
noi sperassimo», prosegue il rapporto.
Secondo il documento si sono fatti
«progressi molto limitati in tutti i settori
della ricostruzione del Paese». «La mancanza
di progressi significativi sul piano della
sicurezza rischia non soltanto di affossare
gli sforzi per stabilizzare l´Afghanistan,
ma potrebbe avere conseguenze sul piano
internazionale». Un´affermazione che non
viene ulteriormente precisata nel rapporto,
ma che si potrebbe leggere sia come una
preoccupazione che il conflitto destabilizzi
Paesi vicini, sia che alcuni degli Stati
attualmente impegnati decidano di ridurre o
cessare il proprio impegno.
«L´intensificarsi delle violenze ha avuto un
impatto diretto sullo sviluppo economico del
Paese, molto più lento e geograficamente più
limitato di quanto non avessimo sperato»
dice il documento che rivela come serpeggi
un vasto malcontento tra la popolazione per
la mancanza di lavoro e di prospettive. Oggi
solo il 10 per cento degli afgani che vivono
nei centri urbani è raggiunto
dall´elettricità, mentre nelle zone rurali
la percentuale si dimezza.
In tutto ciò, la produzione di oppio (che
era quasi completamente cessata al tempo del
governo Talebano) nel 2006 è aumentata del
59 per cento e gli ettari coltivati sono
passati da 104mila a 165mila. (L'Unità
12.11.06)
Gabriele Torsello è libero
Ecco il testo
dell'intervista realizzata dall'inviato di
PeaceReporter in Afghanistan con
Gabriele Torsello subito dopo la
liberazione.
Come
stai, Gabriele?
«Sono felice, sono felice. Sto bene».
Che cos'è successo, in questi venti giorni?
Come ti hanno trattato?
«Non ho mai visto la luce, durante il mio
sequestro. Durante il primo periodo mi
tenevano sempre incatenato, ma almeno avevo
un Corano e potevo leggerlo. Poi mi hanno
spostato, e dopo che mi hanno spostato non
avevo più il Corano. Mi hanno tenuto ancora
incatenato, chiuso in una stanza. Ieri sera,
per la prima volta ho visto la luna».
Come passavi le giornate?
«Pensavo sempre alla mia famiglia
quando ero prigioniero, tanto che per dei
periodi riuscivo ad assentarmi e a
immaginare di essere altrove. Poi mi vedevo
le catene ai piedi, e mi rendevo conto che
era solo un sogno. Ho sempre mangiato:
patate oppure pane afgano bagnato in una
zuppa fatta con un pezzo grasso».
Hai avuto paura?
«Sì. Soprattutto una notte. Ero seduto nella
mia stanza, incatenato, aspettavo la cena.
Sono arrivati e hanno aperto la porta. Uno
mi ha preso e mi ha portato fuori, senza
farmi mettere le scarpe e senza bendarmi,
cosa che facevano sempre. Mi tirava forte,
io avevo le catene, non riuscivo a stargli
dietro e dovevo saltare per seguirlo. Ho
pensato che mi avrebbero ucciso. Poi invece
mi hanno messo in macchina e mi hanno
spostato».
Che cosa farai adesso?
«Voglio andare ad Alessano, dalla mia
famiglia. Li abbraccio tutti, ci vediamo
lì». (3 novembre 206)
Orrore con foto a Kabul
Le foto-scandalo
apparse ieri sulla "Bild" hanno aperto
tutti i notiziari di radio e
telegiornali della Germania, suscitando
un moto di sdegno e un sentimento di
condanna in tutto i l
paese, e nelle sedi istituzionali del
governo e di tutte le forze politiche e
sociali.
L'esercito tedesco, che si trova ancora
operante a Kabul, viene travolto da uno
scandalo pari a quello che investì gli
Stati Uniti per le foto scattate nella
prigione di Abu Ghraib, in Iraq, e alle
testimonianze sulle torture effettuate
sempre dagli Usa nella prigione-lager di
Guantanamo, a Cuba.
Il quotidiano germanico ha infatti
pubblicato in prima pagina le immagini
di soldati tedeschi in missione in
Afghanistan, ritratti con uno spaventoso
teschio tra le mani teschio,
accompagnate da questa didascalia:: "I
soldati del contingente tedesco hanno
disonorato un cadavere in modo
ripugnante". Sfogliando le pagine del
giornale si viene a sapere che le foto
sarebbero state scattate da soldati di
pattuglia nei pressi di Kabul, e che in
un secondo momento siano state diffuse
dallo stesso comando del contingente.
La reazione del governo di Berlino è
stata pressoché istantanea alla
pubblicazione delle fotografie: il
ministro della Difesa, Franz Josef Jung,
ha annunciato subito l'apertura di
un'inchiesta.
"E' chiaro che un tale comportamento da
parte di militari tedeschi non può in
nessun caso essere tollerato" è stato il
commento del ministro, apparso sullo
stesso quotidiano. Jung ha definito le
foto "detestabili e assolutamente
incomprensibili" aggiungendo che se le
accuse dovessero essere confermate,
verranno adottate nei confronti dei
colpevoli misure disciplinari con
conseguenze anche penali "con la massima
fermezza". Il ministro ha infine
concluso il suo ragionamento ricordando
che "tutto ciò è diametralmente opposto
a quello che dispensiamo ai nostri
soldati in termini di valori e
formazione". Per la cronaca, si deve
ricordare che sono circa 2800 i soldati
della Bundeswehr dispiegati a Kabul e in
altre città del Nord dell'Afghanistan,
nell'ambito della missione dell'Isaf,
iniziata nel 2003, e che coinvolge anche
il nostro paese. Tutta la copertina
della prima pagina della Bild è riempita
da una immagine nella quale un militare
tedesco, in tenuta da combattimento,
posa davanti alla macchina fotografica
con nella mano destra un frammento di
cranio umano. All'interno del giornale
vengono quindi pubblicate in sequenza
altre numerose foto, che mostrano alcuni
militari immortalati sempre con lo
stesso cranio, passato di mano in mano,
chi esibendolo vicino al proprio corpo,
chi appoggiandolo su una barra metallica
di un veicolo militare. Bisogna anche
rilevare che lo scandalo che sta
investendo le Forze armate tedesche in
queste ore, giunge proprio nel momento
in cui governo e parlamento di Berlino
discutono sull'opportunità di istituire
una commissione d'inchiesta, che faccia
luce sulle precedenti affermazioni di
Murat Kurnaz, un cittadino turco-tedesco
rilasciato l'estate scorsa dal campo di
Guantanamo, che sostiene di aver subito
maltrattamenti da parte degli stessi
soldati tedeschi, sempre in Afghanistan.
Il problema del comportamento delle
"forze di liberazione" internazionali,
dunque, non si limita più alla denuncia
dei soprusi sin qui registrati da parte
di soldati americani: in tema di diritti
umani l'Europa sembra avvicinarsi agli
Usa, e lo fa per le peggiori motivazioni
che si potevano immaginare. (AprileOnline
25.10.06)
Appello per Torsello
Aspettiamo
un gesto di liberazione
di
Giuliana Sgrena
La
scadenza dell'ultimatum si avvicina.
Forse, speriamo, come in altre
occasioni, non sarà mantenuto. Ma la
minaccia incombe sulla sorte di Gabriele
Torsello, il fotoreporter tenuto in
ostaggio in Afghanistan. Vogliamo
sperare nella pietà di uomini che si
dicono di fede nei confronti di un loro
fratello proprio in coincidenza delle
feste di fine Ramadan. La festa di
Ramadan solitamente coincide con una
manifestazione di perdono, con la
liberazione di prigionieri dalle
carceri. Chiediamo un gesto di pace
anche ai carcerieri di Gabriele.
Noi non possiamo tacere, insensibili o
forse solo imbarazzati, di fronte al suo
drammatico appello. Gabriele si è
rivolto ai colleghi, quasi come se
fossimo l'ultima chance per dimostrare
la sua verità. «Non sono una spia»,
ripete. Un'accusa che ci siamo tutti
sentiti ripetere quando abbiamo vissuto
la stessa esperienza. Un'accusa che può,
che deve essere smontata. Ma come? Mi
assale la stessa impotenza di allora,
una terribile angoscia. Ci sono momenti
in cui il fatto di essere testimoni
delle sofferenze di un popolo vittima
della guerra invece di aiutarci si
rivolta contro di noi. Una spirale
perversa.
Come aiutare Gabriele? Dovrebbe essere
il nostro mestiere quello di scoprire le
verità anche nei luoghi più difficili,
scomodi. Ma l'informazione è sempre più
mutilata, vietata, militarizzata. I
testimoni sono pericolosi per il solo
fatto di esistere, di essere presenti in
alcuni luoghi. Nessuno vuole testimoni:
né gli occupanti, né chi combatte
l'occupazione. In Afghanistan come in
Iraq. Il nostro mestiere è sempre più
pericoloso, ma per non lasciarci
imbavagliare non possiamo diventare
«martiri».
E, purtroppo, in questo momento per
Gabriele Torsello non possiamo fare
altro che sperare nell'abilità dei
mediatori e nella pietà dei rapitori.(Il
Manifesto 23.10.06)
A chi importa di Gabriele Torsello?
di Vittorio Strampelli
I n
queste ore di apprensione per la sorte
del fotoreporter sequestrato in
Afghanistan mercoledì scorso, alcuni
provocatori non hanno potuto fare a meno
di chiedersi una cosa: a chi importa
veramente di Gabriele Torsello? A tutti
coloro che lo conoscono, certamente. E'
straziante assistere - seppure
attraverso la freddezza dello schermo
televisivo - agli appelli che la madre
di Gabriele continua a rivolgere, nella
speranza che qualcuno, all'altro capo
del mondo, la ascolti. Vederla mostrare
la cartolina che suo figlio le aveva
spedito solo poco tempo fa da Kabul, con
su scritto soltanto "L'Afghanistan mi
piace"; sentirla ripetere che Gabriele
aveva abbracciato la religione islamica
già da dodici anni. A chi altro,
tuttavia, sta veramente a cuore il
destino di questo ragazzo di 36 anni?
Mario Giordano, su
Il Giornale, si chiedeva ieri
se non fosse a causa del suo look da
sessantottino, o per il fatto che fosse
mai stato assunto dal Manifesto.
Fatto sta, rilevava Giordano, che
attorno a tutta questa vicenda grava un
generalizzato silenzio: "Nessuno che
scenda in piazza, nessuna fiaccolata,
nessuna manifestazione. Poche righe sui
giornali, disinteresse totale".
Ma Giordano si
sbaglia. C'è molta gente a cui importa
di Gabriele Torsello. Forse il cronista
del Giornale non è passato da
Firenze, dove era in corso l´assemblea
nazionale dei pacifisti italiani. E se
c'era, doveva essere momentaneamente
voltato da un'altra parte quando
dall'assemblea è partito il grido per la
liberazione del fotoreporter: "Gabriele
è uno di noi", e dev'essere rilasciato
"libero e incolume". Chissà: magari era
distratto quando, per chiedere la sua
liberazione, sono intervenuti numerosi
rappresentanti del mondo islamico, e
PeaceReporter - testata che fa capo
alla stessa organizzazione di Gino
Strada - ha raccolto e rilanciato gli
appelli del primo parlamentare musulmano
(e amico di Torsello) Lord Nazir Ahmed
("Non posso che esprimere orrore e
preoccupazione per questo rapimento") e
del noto intellettuale egiziano Tariq
Ramadan ("Niente in assoluto può
giustificare i rapimenti e i sequestri
di donne, bambini e uomini innocenti").
La parola d'ordine
quando furono rapite Giuliana Sgrena o
le due Simone ("Non lasciamole mai più
sole") non ha perso di rilievo. Gabriele
è anche uno di noi. Di tutti
noi che continuiamo a seguire la sua
storia e, non avendo la possibilità - o
il coraggio - di volare fino in
Afghanistan per vedere con i nostri
occhi cosa stia succedendo, rimaniamo
incollati ai mezzi di comunicazione, in
attesa di conoscere i nuovi sviluppi di
tutta questa vicenda. E' vero, non
abbiamo organizzato manifestazioni, ne
marce di solidarietà. Forse, però,
perché le poche notizie che ci arrivano
da quella terra devastata ci danno un
minimo di conforto.
Lunedì mattina c'è
stato un nuovo contatto tra i suoi
rapitori ed Emergency, che ha
dichiarato che, pur non avendo parlato
direttamente con Gabriele, ha avuto
garanzie che "Torsello è in buone
condizioni di salute". Ad indicare la
volontà, da parte dei sequestratori, di
mantenere un canale di comunicazione
aperto, nonostante l'ultimatum sia ormai
scaduto da domenica a mezzanotte (le
21,30 in Italia). Il nostro Governo ha
giustamente respinto le richieste
avanzate per la sua liberazione (la
consegna dell'apostata convertitosi al
cristianesimo ed esule in Italia Abdul
Rahman e il ritiro delle truppe
italiane), che però continua a lavorare
per raggiungere una soluzione negoziale,
mostrandosi disponibile, nelle parole
del ministro degli Esteri D'Alema, "a
fare tutto ciò che è ragionevole per
salvare una vita umana e per liberare un
nostro connazionale". Ora, ha proseguito
D'Alema a margine delle celebrazioni per
il cinquantesimo anniversario della
rivolta del 1956 a Budapest, "c'è
qualche giorno in più per negoziare la
sua liberazione".
Forse, la sensazione
di "abbandono" percepita dal
Giornale è dovuta al fatto che
ancora non circolino voci su profumati
pagamenti per facilitare il
dissequestro. Almeno, nelle analoghe
vicende passate, questa poteva essere
una garanzia tangibile che qualcuno si
stesse effettivamente dando da fare per
trovare, in qualunque modo fosse
possibile, una soluzione ad una vicenda
spinosa che rischiava di fargli perdere
la faccia. E, forse, nessuno meglio del
governo precedente poteva sapere che, se
i soldi non comprano la felicità,
possono quantomeno assicurare la libertà
a chiunque.(AprileOnline 24.10.06)
Prima del sequestro
Era appena tornato da
Musa Qala, Gabriele Torsello. Una città a nord
di Lashkargah, sopra il distretto di Sangin. Una
città sconosciuta al mondo ma ben inquadrata nel
mirino dei cacciabombardieri Nato-Isaf. E' stato lì
con la sua Nikon D200, ed è tornato con delle foto
importanti. Musa Qala non c'era più. Al posto dei
palazzi e delle case, solo degli enormi crateri.
Persino l'ospedale è stato raso al suolo dai
bombardieri in missione di pace e di
stabilizzazione. E questo aveva molto colpito gli
operatori di un altro ospedale, quello di Emergency
a Lashkargah. Colpiti e indignati: "Possibile che si
possa bombardare un ospedale?". Possibile, se si
accettano le regole della guerra. Che sono le stesse
sia che la guerra si faccia con cinture esplosive o
che la si faccia con i bombardieri. Lo scopo è uno
solo: terrorizzare i civili, colpirli, massacrarli
quanto più possibile. Salvo poi farli passare per
effetti collaterali. O salvo poi mettere di fianco
ai cadaveri dei kalashnikov e
travestirli così da combattenti talebani.
Gira
solo, senza alcun autista, Gabriele. Conosce bene
quelle zone. Conosce la gente del sud, e vuole
raccontare quello che, nascosto ai riflettori delle
televisioni, alla gente del sud sta succedendo.Per
questo, nonostante tutti lo avessero sconsigliato,
un mese fa era partito per le zone più colpite dalle
aviazioni occidentali. "E' molto appassionato -
racconta Marina Castellano, infermiera di Emergency
- e per nulla sprovveduto. Parla anche Pashto, la
lingua dei talebani. Me lo sono ritrovato fuori
dall'ospedale un mesetto fa. Era appena stato
rilasciato dalla polizia locale". Lo avevano
scambiato per un terrorista talebano - vedi la sorte
- perché era vestito da afgano, ma aveva tutte le
borse e i marsupi che un fotografo si porta
appresso. Si era fermato a bere una bibita nella via
parallela a quella della residenza del governatore,
e le guardie del corpo gli erano saltate addosso,
buttandolo a terra e tenendolo a faccia in giù con
le canne dei fucili mitragliatori puntate in faccia.
Pericoloso fermarsi in quella via, dove hanno sede
le "organizzazioni non governative" collegate ai
militari inglesi e americani. "Voglio andare a
vedere cosa stiamo combinando nelle province colpite
dai raid aerei" aveva annunciato. Ed è partito.
Facendo in tempo a fotografare
l'attentato che a Lashkargah lo scorso 26
settembre aveva colpito proprio la strada delle "Ong"
facendo 20 vittime, 8 poliziotti e 12 civili.
"Alla
fine è partito davvero, non c'è stato verso di
fermarlo", racconta ancora Marina. "Gli abbiamo
lasciato i nostri numeri di telefono. Gli abbiamo
chiesto di tenerci aggiornati, di farci sapere come
andava. Francamente eravamo un po' in ansia per
Gabriele che, nonostante tutte le nostre
preoccupazioni, se ne stava andando in posti davvero
pericolosi per poter documentare gli orrori della
guerra".Poi è tornato: "Martedì scorso mi è arrivato
un messaggio: sono qui, sono tornato, tutto bene".
Gabriele è ripassato dall'ospedale di Emergency. E
ha mostrato il suo lavoro. "Non aveva più soldi, ma
voleva continuare a documentare lo schifo che gli
occidentali stanno combinando in quelle province.
Così ha deciso di tornare a Kabul, per provare a
vendere da lì le sue foto, e poi
ripartire". "L'ultimo momento in cui lo visto,
mercoledì scorso, l'ho accompagnato al cancello.
Aveva sulla spalla il tappeto per
la preghiera che, a lui musulmano, aveva appena
regalato Rahmat, il consulente afgano della
sicurezza del nostro ospedale. Era già vicino al
cancello, e io l'ho richiamato. Gli ho detto 'ti
prego stai attento, non mi fare preoccupare, che sei
già diventato la mia fonte di ansia'. Lui si è
voltato e mi ha detto: 'Tranquilla, appena arrivo a
Kabul ti chiamo".
Ha chiamato, Gabriele, proprio
l'ospedale di Emergency, probabilmente l'unico
numero occidentale nella memoria del suo telefono
afghano. Ma non ha chiamato da Kabul.
Rientriamo, restiamo, andiamo, aspettiamo
di Tommaso Di Francesco
Rientriamo, restiamo, andiamo, aspettiamo.
La politica estera del governo di
centrosinistra può essere condensata in
questo stop and go, un andirivieni di
indecisioni. Così ora giustamente ritiriamo
le truppe italiane inviate in Iraq al
seguito della sciagurata guerra di Bush che,
parola della Cia, ha rafforzato il
terrorismo islamico. Nello stesso tempo
confermiamo la presenza in armi in
Afghanistan. Una scelta che fu da subito
bipartisan, a poco più di un mese dall'11
settembre 2001, una vendetta, motivata
perché a Kabul «si ospitavano i terroristi»,
dimenticando i tanti sceicchi fautori di
terrorismo ospitati negli Stati uniti e in
Occidente. Per questo si sono massacrati i
talebani vinti e catturati, da lì
è nata la metodologia di Guantanamo, per
questo si sono bombardati villaggi con tanti
«effetti collaterali». Ma ora, mentre i
nostri soldati fanno da tiro al bersaglio di
una guerriglia che ha ripreso forza e
consenso politico, che cosa fa diversa la
situazione da quella irachena? E invece
restiamo, fedeli alla Nato, nella catena di
comando Usa e a difesa dei Signori della
guerra e dell'oppio.
La scelta è tanto poco convincente che ieri
perfino Piero Fassino in una intervista ha
sollevato timidi dubbi sulla strategia della
Nato in Afghanistan, dopo che ministri e
sottosegretari hanno ripetuto la necessità
di riportare i nostri soldati a casa. Subito
redarguito dal ministro degli esteri Massimo
D'Alema che ha dichiarato: «Non si rimodula
nulla». D'Alema e Fassino per un attimo sono
sembrati il presidente afghano Hamid Karzai
e quello pachistano Musharraf che non si
sono riconciliati nemmeno davanti a Bush, in
un flop elettorale della Casa bianca che li
ha visti «semplicemente» accusarsi a vicenda
di nascondere Osama bin Laden.
Andiamo però nel Libano del sud. Certo, non
è una nuova guerra, andiamo come caschi blu,
accettati da tutte le parti in causa, a fare
interposizione. E il primo risultato
positivo è che la guerra è stata, per ora,
fermata. Ma anche lì appaiono troppe
ambiguità, troppi se e tanti ma.
L'interposizione avviene a dire il vero solo
sul territorio libanese, conteso all'arma
bianca da hezbollah libanesi dopo 34 giorni
di sanguinosi bombardamenti aerei da parte
d'Israele e lanci di razzi katiusha sulla
Galilea, con tante stragi fra i civili e ora
con 100mila meticolose quanto inesplose
cluster bomb sganciate dall'aviazione
israeliana che impediscono ai civili di
tornare e rappresentano una minaccia per i
caschi blu. Ma tante sono le mine a tempo. A
partire dall'intenzione dell'amministrazione
Bush e del governo israeliano di modificare
i termini della risoluzione Onu che ha
deciso la missione Unifil. Soprattutto sul
disarmo degli hezbollah che la risoluzione
esclude. Olmert alza la voce decidendo per
ora che le truppe non si ritirano del tutto
dal Libano del sud, non dimenticando di fare
un vademecum su quello che i soldati
internazionali dovrebbero fare -
rastrellamenti, sequestri di armi, check
point - e quello che Israele si riserva di
fare - p. s., sparare a vista contro ogni
manifestazione di protesta sul confine.
E' dunque una missione rischiosissima. Dov'è
soprattutto a rischio la possibilità di
incidere, davvero e fra le parti, sulla
«madre» di tutte le questioni mediorientali:
quella palestinese. Di questo sappiamo che
Massimo D'Alema è più che cosciente e l'aver
affermato che la questione
dell'interposizione dei caschi blu riguarda
anche i Territori palestinesi occupati da
Israele, a partire da Gaza - «basta
assedio», ha ripetuto inascoltato - è
davvero la novità sul campo. Come l'apertura
del dialogo avviato da Romano Prodi con il
regime iraniano. Sul quale pende la minaccia
delle sanzione per via della decisione di
arricchire l'uranio per quello che dichiara
essere il nucleare civile. Una minaccia
ripetuta anche da D'Alema, senza che mai
nessuno dal governo sollevi il nodo delle
atomiche d'Israele.
E infine aspettiamo. Nei Balcani aspettiamo,
rimandando solo di un po' la scelta già
presa dell'indipendenza etnica del Kosovo
dalla Serbia - a questo serviva la guerra
«umanitaria del 1999? Stati uniti, Ue, Nato,
Albania, pretendono l'indipendenza entro
l'anno. La scelta farà precipitare la crisi
nei Balcani, a partire dalla Bosnia.
Aspettiamo la rivolta, come già nel marzo
del 2004, per cacciare i pochi serbi rimasti
e contro i militari della Kfor che
«difendono» le enclave-prigioni delle
minoranze. Altro che standard di democrazia
necessari all'indipendenza.
Torniamo, restiamo, andiamo, aspettiamo. I
governi Berlusconi hanno devastato tutta la
diplomazia mediterranea e mediorientale dei
governi - ahimé - democristiani, azzerando
il ruolo dell'Italia alla dimensione
atlantica e a quella di piazzista d'armi.
Ora siamo sospesi, tra una vocazione
mediterranea e mediorientale e una scelta
atlantica preconfezionata, spesso
contrapposta all'obiettivo della pace. Come
dimostra anche il silenzio del governo
sull'operazione mastodontica della base Usa
di Vicenza e sulla dotazione atomica di
molte «nostre» basi. No, non è una politica
estera.(Il Manifesto 29.09.06)
Parla il capo dei kamikaze
|
Dopo settimane di trattative
per ottenere l’intervista e un lungo e faticoso
viaggio per raggiungere il luogo convenuto, il
comandante talebano mullah Yunus Saheb – uno dei
più stretti collaboratori del mullah Omar – ci
accoglie in una stanza spoglia, seduto a gambe
incrociate sui lacer i
cuscini che coprono il pavimento. In tasca,
sotto il mantello, tiene due telefoni cellulari
e un telefono satellitare. In mano ha un rosario
islamico che sgrana continuamente tra le dita.
Non è armato.
Ci spiega che il mullah Omar
ha approvato l’intervista dopo aver letto le
domande, ma che altri comandanti avevano
espresso forte contrarietà perché “di uno
straniero non ci si può mai fidare”.
Anche lui è molto diffidente
e a tratti scostante.
Dice di non capire perché i
Paesi europei si siano accodati alle guerre di
Bush, ma soprattutto si dice stupito di come la
stampa sia acriticamente allineata alla
propaganda Usa.
Mentre parliamo, il muezzin
chiama alla preghiera. Lui si interrompe, va a
sciacquarsi mani e viso in una bacinella, stende
un piccolo tappeto a terra e inizia a pregare
rivolto verso la Mecca.
Terminata la preghiera, torna
a sedersi e ci dice: “Possiamo iniziare”.
E’ la prima volta che un
giornalista occidentale intervista un comandante
talebano di così alto livello. Finora la vostra
organizzazione ha comunicato sempre solo tramite
portavoce. Perché ha deciso di concedere questa
intervista?
Il mullah Omar mi ha autorizzato
a parlare con voi affinché il mondo conosca la
verità sui talebani e sull’Afghanistan.
Qual è la sua posizione
nell’organizzazione dei talebani?
Sono il responsabile del
reclutamento e dell’addestramento degli shaheed
(martiri, cioè gli attentatori suicidi, n.d.r.): i
volontari vengono da noi e noi forniamo loro cinture
e giubbetti esplosivi e spieghiamo loro come
uccidere il maggior numero di soldati nemici.
Abbiamo più di 300 persone che aspettano di
sacrificarsi per la jihad.
Il fenomeno degli
attentati suicidi era sconosciuto in Afghanistan
fino a poco tempo fa. Molti dicono che sia il frutto
degli istruttori di al Qaeda provenienti dall’Iraq.
E vero? E chi sono questi shaheed?
Al Qaeda non c’entra niente. Gli
shaheed sono afgani che si vogliono
vendicare contro gli americani per le sofferenze che
hanno subito, per i lutti e le umiliazioni che hanno
vissuto per colpa loro. Li conosco tutti, conosco le
loro torie. Per esempio, quando i soldati americani
fanno i rastrellamenti e fanno irruzione nelle case,
spesso prendono le giovani donne e si divertono con
loro per ore. Chi subisce queste cose, chi le vede e
le sente raccontare si ribella. Per questo decide di
venire da noi.
Qual è la vostra
opinione sulla situazione attuale dell’Afghanistan e
sul governo di Hamid Karzai?
Karzai non governa l’Afghanistan
perché non ha nessun potere reale. Lui è solo una
marionetta in mano agli americani, un loro megafono
che ripetete tutto quello che essi dicono. Così pure
il parlamento, dove siedono solo amici degli
americani. L’autorità del governo Karzai è limitata
ai centri urbani: tutto il resto del territorio – le
campagne, le montagne, i deserti – è sotto il nostro
controllo. Qui la gente, se ha un problema, viene da
noi, non va dal governo.
Quindi sta dicendo che
il popolo sostiene voi e la vostra lotta contro il
governo e le truppe straniere? Ma non pensate che
dopo 30 anni di guerra gli afgani ne abbiano
abbastanza della guerra e vogliano solo vivere in
pace?
Gli afgani sono stanchi di guerre
provocate dagli stranieri, di essere invasi da
eserciti stranieri. Sono stanchi di vedere le loro
case distrutte e le loro famiglie decimate dai
bombardamenti aerei.
Sono stanchi di vedere la propria
terra occupata da truppe straniere. E’ proprio
perché sono stanchi che sono pronti a combattere. La
gente sta dalla nostra parte: molti preferiscono non
ammetterlo pubblicamente, ma è così.
Secondo lei c’è spazio
per un negoziato con il governo di Kabul e con le
forze straniere? Non pensate che il dialogo sia
meglio della guerra per risolvere i problemi
dell’Afghanistan?
Non l’abbiamo cominciata noi
questa guerra. Noi eravamo nelle nostre case, nel
nostro paese quando gli americani sono arrivati, ci
hanno cacciati e hanno imposto il loro potere. Noi
abbiamo il diritto di difenderci, di difendere le
nostre case e la nostra terra. Se qualcuno entrasse
a casa vostra e vi buttasse fuori, cosa fareste?
Noi non vogliamo che gli infedeli
occupino il nostro paese e non abbiamo niente da
negoziare: se ne devono andare via!
Negli ultimi tempi la
vostra attività militare è notevolmente cresciuta
d’intensità ed estensione, proprio in coincidenza
con il ritiro dall’Afghanistan di migliaia di
soldati Usa e con l’arrivo, al loro posto, di
altrettante truppe britanniche, canadesi e di altri
paesi. Qual è il quadro della situazione?
La nostra forza cresce di giorno
in giorno perché la gente ci sostiene sempre di più.
Ultimamente abbiamo inflitto pesanti perdite alle
forze Usa, molto maggiori di quelle che loro
ammettono. Per questo, per non sostenere più un così
pesante costo di vite, gli americani hanno deciso di
ritirarsi dal sud. Se ne vanno perché hanno paura.
Con l’arrivo degli inglesi, dei
canadesi e altri per noi non cambia nulla: sono
forze di occupazione e noi le combattiamo. Agli
inglesi faremo ripassare la lezione che gli abbiamo
dato 120 anni fa.
E cosa ne pensate dei
soldati italiani presenti a Kabul e a Herat?
Come dice il Corano, non importa
da dove provenga chi occupa il tuo paese. Importa
solo se sia o meno contro l’Islam. Per noi non c’è
alcuna differenza tra americani e italiani: sono
occupanti infedeli e noi li combattiamo.
Un discorso diverso vale per gli
italiani che vengono qui senza armi, per scopi
unicamente umanitari: questa gente non è nostra
nemica perché aiuta il nostro popolo, al contrario
dei soldati italiani che aiutano gli americani.
Il Corano non dice anche
che l’uccisione di fedeli innocenti è contraria alla
volontà del Profeta? Ciononostante molti civili
afgani muoiono nei vostri attentati.
Dicono sempre che i nostri
attacchi causano la morte di tanti civili. Ma non è
vero. Gli afgani che muoiono nei nostri attacchi
sono sempre poliziotti, soldati o funzionari
governativi, ma poi dicono che sono civili per fare
propaganda contro di noi. Noi non vogliamo uccidere
i civili: quando colpiamo lo facciamo sempre solo
dove ci sono truppe straniere o gente del governo.
Ma a volte capita, purtroppo, che qualche civile
passi di lì e quindi finisca ucciso anche lui.
Si ritiene che i soldi
derivanti dalla produzione dell’oppio siano la
vostra principale fonte di finanziamento. E’ vero?
Non è vero. E’ il governo Karzai
che trae vantaggio dall’oppio, non noi talebani.
Tutti sanno che il fratello di Karzai, Akmad Wali, è
uno dei principali trafficanti d’oppio del Paese. Il
governo afgano è coinvolto nella produzione e nel
traffico di oppio, sia a livello locale che a
livello centrale.
Gli americani lo sanno ma non
hanno mai mosso un dito per contrastare il business
dell’oppio: dicono che è difficile, ma la verità è
che non vogliono farlo. Perché?
Il governo Usa e Karzai
accusano il Pakistan e i suoi servizi segreti, l’Isi,
di dare protezione e sostegno a voi talebani, di
essere la retrovia della vostra guerriglia. Cosa ne
pensa?
Non so, io vivo in Afghanistan.
Non so nulla del Pakistan. Ma comunque, perché mai
il Pakistan dovrebbe essere nostro alleato! Tutti
sanno che quando gli americani hanno attaccato
l’Afghanistan, il governo pachistano si è schierato
dalla loro parte, offrendo basi ai loro aerei e poi
arrestando centinaia di presunti membri di al Qaeda.
E’ evidente che il Pakistan non sostiene i talebani.
Com’è possibile che in
cinque anni le forze Usa, la Cia, non siano stati
capaci di catturare il mullah Omar?
Perché il mullah Omar è
Amir-ul-Mominin, capo di tutti i fedeli. E
tutti i fedeli lo proteggono e sono disposti a
sacrificare la propria vita per difenderlo. Per
questo non lo troveranno mai, nonostante le grandi
somme di denaro offerte come ricompensa.
Parliamo dell’origine di
tutto: gli attentati dell’11 settembre 2001. Qual è
la vostra opinione riguardo a quegli eventi?
Nelle Torri Gemelle è morta solo
gente innocente, civili. A Osama non interessa
uccidere questa gente. I suoi obiettivi sono Bush,
il governo Usa e la gente che lavora per il governo
Usa. Ma nessuno di questi è morto nelle Torri
Gemelle. Quell’attacco è stato opera dello stesso
governo americano, che ha usato aeroplani guidati da
un computer. Bush aveva bisogno di un pretesto per
invadere l’Afghanistan, l’Iraq e altri paesi
islamici.
Quindi secondo voi
l’intervento Usa in Afghanistan non è stata una
reazione all’11 settembre, ma un’azione pianificata
in precedenza per altri motivi?
Gli americani sono venuti in
Afghanistan solo per penetrare in un’area
militarmente ed economicamente strategica, un’area
molto vicina a Paesi ostili come Cina e Iran, ma
anche alle repubbliche centrasiatiche ex sovietiche
ricche di petrolio e gas. Gli americani hanno detto
che sono venuti qui per aiutare il popolo afgano,
per ricostruire il Paese, ma non hanno nemmeno
ricostruito quello che loro stesi hanno distrutto
con i propri bombardamenti!
Quando voi talebani
eravate al potere a Kabul, il mondo era inorridito
dalle esecuzioni pubbliche, dal trattamento delle
donne. Se tornerete al potere, cambiereste qualcosa?
No, perché siamo fieri di quello
che abbiamo fatto quando eravamo al potere. Quando
ci torneremo, ristabiliremo le stesse leggi, le
semplici e giuste leggi del Corano che esistono da
1.400 anni. La lapidazione, il taglio delle mani, le
esecuzioni in pubblico sono molto efficaci per la
prevenzione dei crimini perché la gente vede quello
che succede ai criminali e non commette gli stessi
errori. Le donne? Le abbiamo rispettate
secondo i dettami del Corano. Gli afgani
erano felici sotto i talebani. Solo agli americani
non andava bene, perché loro sono contrari alle
leggi islamiche.(PeaceReporter 28.09.06)
Le
truppe italiane restano
D'Alema, intendiamo rispettare
impegni assunti con la Nato
(ANSA)
- ROMA, 28 set - 'Non prevediamo
allo stato alcuna rimodulazione'
del contingente italiano in
Afghanistan. Lo ha affermato il
vicepremier Massimo D'Alema.
'Ne' in un senso, ne'
nell'altro', ha specificato il
ministro alla Farnesina,
rispondendo ai cronisti che
chiedevano se l'Italia
intendesse rafforzare o
ridimensionare la presenza di
truppe in Afghanistan. D'Alema,
che ha ricevuto il ministro
degli Esteri australiano Downer,
ha aggiunto che l'Italia
'intende portare avanti gli
impegni assunti con la Nato'.
Basta morti inutili per una guerra sbagliata e persa
Dichiarazione dell'On. Iacopo Venier -
responsabile Esteri PdCI
Non
bisogna abituarsi al tragico susseguirsi di incidenti e
morti in Afghanistan. I nostri soldati muoiono per una
guerra sbagliata e già persa. Nessuno degli obiettivi
proclamati è stato raggiunto. In Afghanistan non c'è
sicurezza, la produzione di oppio si è moltiplicata, il
governo è composto da signori della guerra che negano la
democrazia ed impongono la legge islamica attraverso la
"polizia morale" esattamente come i Talebani.
Queste morti sono morti inutili e questo aggrava il
dolore che prova l'intero nostro Paese.
Chiediamo al governo di portare al prossimo vertice NATO
la richiesta di ripensare dalle fondamenta questa
missione di guerra.
Chiediamo alla maggioranza una riunione urgente
sull'Afghanistan per affrontare il problema di come
realizzare il ritiro rapido delle truppe
italiane.(27/9/2006)
La morte afgana
di
Giuliana Sgrena
L'Afghanistan si sta irachizzando. Due soldati italiani
morti in pochi giorni a Kabul, l'ultimo ieri. Kamikaze,
autobombe, rapimenti, bombe sulle strade per far saltare
i convogli militari, «collaborazionisti» uccisi - come
Safia Hama Jan, assassinata a Kandahar. Intanto l'ultima
edizione di Newsweek celebra con una copertina
(diffusa in tutto il mondo, Usa esclusi) la fine
dell'Afghanistan e la nascita del Jihadistan, ovvero la
terra dei jihadisti (i combattenti per la «guerra
santa») nelle zone tribali al confine con il Pakistan.
Dopo l'ammissione da parte dell'intelligence Usa che la
guerra in Iraq ha alimentato il terrorismo, ora tocca
all'Afghanistan. Un altro fallimento finalmente ammesso.
Ma gli Usa ne erano già coscienti quando hanno ceduto il
comando di Enduring freedom (la guerra al
terrorismo) alla Nato. Quella distinzione che aveva
separato l'Isaf dalle truppe sotto comando Usa non
esiste più. Taleban e jihadisti si sono subito adeguati
estendendo il loro raggio di azione. I soldati
britannici si sono schierati nella zona di Helmand dove
furono decimati nelle guerre dell'800. Ma gli italiani
non rischiano di meno.
La situazione è ulteriormente peggiorata rispetto a due
mesi fa quando è stata rifinanziata la missione: la
decisione del ritiro non può più essere rinviata. Chi si
oppone al ritiro afferma che non possiamo abbandonare il
paese in questa situazione. Ma questa situazione
l'abbiamo creata noi. Con i signori della guerra che
imperversano e fanno affari con l'eroina. Senza che sia
stata avviata la ricostruzione perché la maggior parte
dei finanziamenti sono finiti ad alimentare la
corruzione del governo di Kabul. Gli Usa avevano detto
ipocritamente che andavano a liberare le afghane dal
burqa: ma le donne continuano a essere assassinate ed è
rinato il Ministero per la prevenzione del vizio e la
promozione della virtù. Si dice che i taleban sono alle
porte di Kabul, ignorando che sono al governo, con il
beneplacito di Bush. Grazie anche alle elezioni, che per
gli Usa sono il toccasana. Ma a fare la voce del padrone
erano già un anno fa i signori della guerra,
responsabili dei peggiori massacri. Chi li ha denunciati
non ha avuto ascolto.
Questa è la democrazia made in Usa che dovrebbe
sconfiggere il terrorismo? L'Italia nella ricostruzione
dell'Afghanistan era incaricata del settore della
giustizia e oltre a formare giudici, che potranno
applicare la pena di morte e la sharia, ha ricostruito
il carcere che dovrebbe diventare la nuova Guantanamo.
In questa situazione non è facile trovare soluzioni.
Anche se alcune strade erano state individuate, come la
legalizzazione della produzione dell'oppio e il
parallelo finanziamento di coltivazioni alternative.
Senza la droga (l'Afghanistan ne è il primo produttore
mondiale) i signori della guerra non avrebbero i soldi
per pagare le loro milizie e se i giovani che ne fanno
parte avessero delle alternative il disarmo sarebbe
percorribile. Ma per avviare un nuovo percorso occorre
una rottura netta, che può avvenire solo con il ritiro
di tutte le truppe. Il nostro governo che ci aveva
illuso di voler riprendere l'iniziativa in politica
estera con il ritiro dall'Iraq, ieri ci ha tolto ogni
speranza. Accogliendo l'ordine del giorno della destra
che «apprezza lo spirito umanitario e di pace di tutte
le missioni internazionali», D'Alema è tornato quello
della guerra umanitaria in Kosovo. Ci ripensi prima che
sia troppo tardi.(Il Manifesto 27.09.06)
Mandate a casa i ragazzi!!!
- Attentato contro i
militari italiani a Kabul, rivendicato dai Taleban. Un morto e cinque feriti, di cui due in
gravi condizioni. Solo contusioni per una donna
alpino. Nell'esplosione dell'ordigno ha perso la
vita anche un bambino, mentre altri cinque
civili sono rimasti feriti. (26 settembre 2006)
Diliberto: Siamo forza d'occupazione, andiamocene
Il leader comunista: «Non è
obbligatorio aderire alle decisioni Onu»
di Daria Gorodisky
ROMA - Oliviero Diliberto, dopo i fatti luttuosi di
ieri, il suo Partito dei comunisti italiani torna a
chiedere il ritiro dall'Afghanistan. Ci crede davvero?
«Ora siamo impegnati in Llbano con duemila uomini:
non può ricadere tutto su di noi. Inoltre, oggi è più
che mai palese che l'Afghanistan sta diventando più
pericoloso dell'Iraq; non si capisce davvero che cosa ci
stiano a fare lì i nostri soldati. Fra l'altro, non
dovevano neppure trovarsi in quella zona».

I militari italiani sono andati in quella nazione per
due motivi: il primo, come componenti di una missione
Nato...
«Che però non è super partes, è lì come forza di
occupazione con gli Stati Uniti».
Propone che l'Italia esca dalla Nato?
«Non sono così velleitario. Però a novembre c'è il
vertice Nato, e il governo italiano dovrebbe spingere
perché tutta l'Alleanza Atlantica lasci l'Afghanistan».
La seconda ragione della presenza italiana in
Afghanistan è che anche voi avete appena votato il
rifinanziamento della missione.
«Il Pdci ha votato a favore per non far cadere il
governo. Ma eravamo contrari, lo abbiamo sempre detto».
Si possono sacrificare principi e, secondo il vostro
punto di vista, vite di soldati per tenere in piedi
l'esecutivo di cui si fa parte?
«Io incalzo il governo per fargli assumere una
posizione più giusta».
Andare via significherebbe lasciare la nazione in mano
ai talebani. La comunità internazionale non ha dei
doveri? Anche il governo afgano chiede alle truppe
straniere di restare.
«La situazione è che attualmente Karzai controlla
solo Kabul. E i talebani sono protetti dal Pakistan, che
è amico degli Usa: per sconfiggerli dovremmo star lì una
vita. Io, piuttosto, credo nell'autodeterminazione dei
popoli».
Sulle questioni internazionali il centrosinistra afferma
spessissimo di voler scegliere quello che sceglierà l'Onu.
Se, sul nucleare, le Nazioni Unite decretassero sanzioni
contro l'Iran, l'Italia dovrebbe partecipare?
«Non è obbligatorio aderire alle decisioni dell'Onu.
Il governo valuterà, ma ritengo che le sanzioni siano
semp re
inefficaci: affamano i popoli e non scalfiscono il
gruppo dirigente. E, nel caso specifico dell'Iran,
rappresenterebbero un danno economico gravissimo per
l'Italia».
Il presidente iraniano Ahmadinejad proclama che «Allah
conquisterà tutte le cime delle montagne più alte del
mondo». Mentre, dal Libano, Nasrallah dice che «la
miglior morte è quella che si raggiunge uccidendo
l'infedele». Ritiene che il fondamentalismo islamico sia
un pericolo o no?
«Ovvio che 1o è, ma va combattuto nel modo giusto.
Gli Usa, con i loro sistemi, invece 1o stanno facendo
diventare più grande. Ahmadinejad è un pazzo, ma serve
cautela nel creare mostri».
Crede che sia lecito lanciare certi messaggi?
«Ahmadinejad fa proclami, ma bisogna vedere se è
davvero pericoloso. L'Onu lo sta verificando. Comunque
non va dimenticato che è stato eletto. E Nasrallah
rappresenta un partito che siede al governo»..(Corriere
della Sera 09.09.06)
Afghanistan fuori controllo
|
di Carla Ronga
Due attentati, uno a Kabul e
uno a Farah, sono tornati ad insanguinare
l'Afghanistan. Il più grave nella capitale, dove
nelle vicinanze dell'ambasciata americana
(piazza Massud) è esplosa un'autobomba
provocando la morte di almeno 16 persone tra cui
otto stranieri (due militari americani e sei
contractors civili che vigilavano sul check
point). Il ministero dell'Interno di Kabul ha
poi confermato anche la morte di otto civili
afgani e il ferimento di altri 15. Il bilancio
delle vittime è provvisorio e destinato a
crescere. Testimoni sul posto parlano di una
carneficina, avvenuta il giorno prima
dell'anniversario della morte di Ahmed Shah
Massud, l'eroe afgano assassinato da due finti
giornalisti il 9 settembre del 2001.

A Farah, nella regione Ovest (vi si trova uno
dei quattro Prt) invece, è rimasta coinvolta in
un attacco una pattuglia italiana a lungo
raggio, colpita intorno alle 9 locali (le 6,30
italiane) dall'esplosione di un ordigno posto ai
bordi di una strada. La bomba ha provocato il
ferimento di quattro dei nostri soldati, di cui
uno in modo più grave. Quest'ultimo non e'
comunque in pericolo di vita. Il ministro della
Difesa Arturo Parisi, subito intervenuto
sull'episodio, ha precisato che le notizie che
arrivano sono "rassicuranti" e ha ammesso di
"non essere sorpreso" perché l'attentato
"purtroppo appartiene all'ordine delle cose".
I due attentati di ieri riaprono il dibattito
politico sulla missione italiana e ripropongono
con grave drammaticità la questione dell'impegno
che i paesi partecipanti alla missione afgana
devono riuscire ad assicurare in una situazione
tutt'altro che normalizzata. Ne parliamo
telefonicamente con Silvana Pisa, senatrice
della sinistra Ds, membro della commissione
Difesa.
La guerra è arrivata anche nella zona di
competenza italiana...
La situazione in Afghanistan sta peggiorando.
Questa estate, con la Commissione difesa di
Camera e Senato siamo andati in Iraq e
l'impressione che ne abbiamo avuto è quella di
un impantanamento della situazione. Lo stesso
sta purtroppo accadendo in Afghanistan e non
stupisce, oggi, che parlando di questo paese si
usi il termine "irachenizzazione". Durante i
nostri briefing siamo stati informati, cifre
alla mano, che il disarmo dei talebani , in
cinque anni, è avvenuto solo nella misura del 2
%, e che esso ha riguardato solo le vecchie armi
di produzione sovietica. Si tratta di un dato
che non può non preoccupare. E ancora, cosa
succederà con il disarmo di hezbollah in Libano?
L'altro punto è che la popolazione afghana non
ha percepito in questi anni un miglioramento
delle condizioni di vita. La linea viaria,
rispetto a quella degli anni 60, è stata
distrutta dai bombardamenti e non è ancora
ripristinata. E ancora, solo il 10 % della
popolazione ha accesso all'acqua: manca per le
coltivazioni e forse questa è una delle ragioni
- anche se certamente non l'unica – alla base
dell'impennata nella produzione di oppio, fiore,
appunto che non ha bisogno di irrigazione per
crescere. Manca l'elettricità: ne usufruisce
solo il 20 % della popolazione.... Insomma, la
ricostruzione complessivamente è fallita.
Puoi tracciare un bilancio di questi anni di
guerra al terrore?
Lo faccio con le parole di alcuni parlamentari
iracheni: ora c'è più corruzione, più terrorismo
e il costo della vita è aumentato. Non tutti
quelli che si ribellano sono terroristi.
In questi 5 anni la strada da scegliere poteva
essere diversa, l'intervento militare non era
l'unica via percorribile. Bisognava agire per
via politica, c'era una possibilità di trattare
con i talebani. La politica – accompagnata da
un'azione forte sul versante dei diritti umani -
doveva vincere anche in quella situazione.
Occorre intervenire sulle condizioni materiali
di queste popolazioni per favorire i processi di
pace. Non abbiamo avuto dopo la conferenza dei
donatori di Bonn una ricostruzione vera. Le
sostanze date sono state pochissime e hanno
seguito la via della corruzione.
A Helmand e Kndahar, sono già morti 43
soldati britannici e canadesi da quando, il 1°
agosto, la missione Isaf-Nato ha preso il
comando delle operazioni nel sud
dell’Afghanistan. E dove nel giro di pochi
giorni potrebbero venire impiegate anche truppe
italiane. Nelle prossime ore, il comandante
delle operazioni Nato, generale James Jones,
incontrerà i generali della Nato in Polonia per
chiedere rinforzi da mandare nel sud, dove la
situazione è, per sua stessa ammissione, assai
critica. Jones chiederà truppe in particolare a
Germania e Italia, richiesta alla quale, una
volta formalizzata, il governo italiano dovrà
rispondere entro 72 ore. La decisione, già
presa, di inviare a Kabul un piccolo contingente
– circa 80 uomini – di truppe speciali della
Marina (Comsubin) e dell’Esercito (Col Moschin)
non è forse una semplice coincidenza...
Gli afghani chiedono soldi e mezzi per
ricominciare a vivere. E' questo che aspettano,
non le truppe militari. Quando votammo a favore
della rifinanziamento della missione italiana
abbiamo chiesto espressamente a Parisi di non
impiegare il nostro esercito nei combattimenti a
sud. Perché alla Nato si può anche dire di no.
Gli obblighi internazionali si contrattano. Non
sono a scatola chiusa. Ci sono 72 ore di tempo
per rispondere alla richiesta di Jones, e
dobbiamo rispondere no. Viviamo con grande
disagio questa missione afghana. Non siamo stati
d'accordo fin dall'inizio e a maggior ragione
non vogliamo sia appesantita oggi (AprileOnline
09.09.06) |
Noi siamo sorpresi
di
Tommaso Di Francesco
Chi
s'interrogava in modo «kabulista» e chi in maniera
intelligente se era mai possibile che il governo di
centrosinistra cadesse su Kabul, ha di che riflettere.
Ieri due avvenimenti hanno illuminato le troppe zone
d'ombra abusate per l'ultimo rifinanziamento della
missione ormai più che bipartisan. E' stata attaccata la
superblindata ambasciata americana a Kabul con molte
vittime tra i marines e tra i civili afghani, e un
ordigno è esploso contro un convoglio militare italiano
nella provincia di Farah. Altro che dopoguerra. Gli
attacchi purtroppo danno il segno di una precipitazione
di eventi che era facile intravvedere ma che veniva
oscurata nelle sedi istituzional-governative da una
fitta cortina di «fumo afghano». L'attentato anti-Usa
conferma una preoccupante ripresa di controllo del
territorio da parte dei talebani che dice che la forza
degli integralisti islamici non è solo militare ma
politica e sociale, dopo tanti «aiuti» e tanti
bombardamenti occidentali. L'agguato agli italiani vede
i nostri soldati in pieno campo di battaglia come truppe
speciali: i quattro soldati feriti sono incursori di
marina.
La Farnesina e il ministro Parisi devono una spiegazione
chiara. Le risposte ufficiali sono raggelanti. Il
ministro Rutelli dichiara: «Impossibile il ritiro delle
nostre truppe», lo stesso Parisi ha pensato bene di
dire: «Non sono sorpreso». Stupefacente poi
l'affermazione del capo dello stato Napolitano: «Il
rischio fa parte della missione».
Alcune domande sono più che legittime. Che cosa
differenzia ormai la guerra afghana da quella in Iraq
dalla quale ci stiamo ritirando? Non siamo sempre nella
linea di comando statunitense, sotto la Nato? Non siamo
forse attivi in combattimento con le truppe speciali e,
forse, ben lontano dalla «nostra zona»? Non era stato
detto al momento del voto sul rifinanziamento, nemmeno
un mese e mezzo fa, che nulla sarebbe cambiato? E invece
risulta che i militari italiani sono aumentati di 600
unità e soprattutto che è cambiata la struttura
originaria della missione Isaf. Già il 6 agosto la
brigata multinazionale Kabul di cui fanno parte le forze
italiane ha assunto la denominazione di «comando
regionale della capitale», con un cambio di ruolo,
perché ora l'Isaf è basata su comandi regionali e può
inviare truppe soprattutto speciali - anche italiane -
dove vuole. Insomma non c'è più una distinzione tra
l'area di Kabul e il «fuoriarea», come aveva rassicurato
Parisi. Ora Kabul - l'unico luogo realmente controllato
dal signore della guerra Hamid Karzai - fa parte
dell'intera struttura della Nato e non è un caso che la
guerra con gli attacchi antiamericani ritorni proprio a
Kabul.
Siamo ancora in tempo ad uscire da una guerra sanguinosa
anche per noi: solo nel dicembre scorso hanno trovato la
morte due soldati italiani. E dove i rovesci militari
per le truppe britanniche - «peggio delle Falkland»
scrive The Guardian - sono uno dei motivi delle
difficoltà di Tony Blair. La prima guerra dove Bush ha
cominciato a dissipare il consenso che aveva dopo l'11
settembre 2001. E' stato il primo conflitto
«preventivo», ma è apparso subito come guerra di
vendetta - con tanti effetti collaterali e stragi contro
i civili.
Come scriveva su Le Monde ieri George Soros, non
proprio un estremista,
«il concetto americano-israeliano di guerra contro il
terrorismo» è fallito, «va tenuto conto che sul terreno
sono cresciute realtà sociali e politiche e nuove
possibilità di dialogo tra le parti». Vale anche per
l'Afghanistan.(Il Manifesto 09.09.06)
Afghanistan, stragi di civili
Una bomba esplode tra le
bancarelle e le botteghe del bazar di Lashkargah,
nel sud dell’Afghanistan. E’ una strage: almeno 20 i
mort i,
di cui 2 bambini, e 40 feriti arrivati in condizioni
disperate al locale ospedale dell’ong italiana
Emergency. Le vittime sono tutte civili.
E’ l’ultimo atto di una
guerra che, solo quest’anno, ha provocato in
Afghanistan la morte di 3.500 persone: combattenti
talebani, militari afgani e soldati occidentali ma
soprattutto civili.Civili che muoiono per le bombe
piazzate dai terroristi talebani ma anche per quelle
lanciate dall’aviazione Nato-Isaf, che ormai
bombarda quotidianamente i villaggi del sud.
Pochi giorni fa, il 25
agosto, gli aerei della Coalizione internazionale
hanno bombardato il villaggio di Musa Qala, nel nord
della provincia di Helmand, colpendo una festa di
matrimonio. Dodici civili sono rimasti uccisi, molti
i feriti. Tra questi tre bambini, arrivati al centro
chirurgico di Emergency a Lashkargah.
Abbiamo ricevuto questa e-mail da Marina
Castellano, infermiera dell’ospedale.
 "Sono
appena rientrata dal giro serale in ospedale e
mi sento terribilmente male. Vorrei poter urlare
la rabbia che sento dentro ma non posso farlo e
allora ho pensato di scrivere a voi, di urlare a
voi quanto sia mostruosamente ingiusto tutto
questo.
In pronto soccorso sono arrivati tre bambini, di
2, 5 e 6 anni, e il loro padre. I loro corpi
sono devastati da schegge di bomba. Il loro
villaggio, Musa Qala, da ieri è sotto i
bombardamenti aerei da parte delle forze
internazionali. La loro mamma è morta con tutto
il resto della famiglia, 10 persone. Ho chiesto
al padre, facendo tradurre dal medico locale, se
ci sono stati molti morti. Ha risposto che le
famiglie che vivevano vicino a loro sono state
completamente distrutte, circa 40 persone, ed ha
aggiunto che in tutti i villaggi attorno al suo
la situazione è uguale: morti e feriti.
Famiglie intere spazzate via. Però se vado a
ricercare via internet notizie sui giornali
italiani, compresa l'Ansa, ci trovo solo brevi
articoli che parlano di 10 talebani uccisi nel
sud dell'Afghanistan: di tutti questi civili non
se ne parla per niente. L'ospedale di Emergency
è stracolmo di pazienti. Da quando, ieri, sono
ripresi i bombardamenti aerei (sempre più
frequenti), ci sono arrivati numerosi feriti.
Tutti civili.
Ora i 3 bambini e il loro papà sono distesi tutti
insieme in 2 letti vicini. Nessuno di loro dice
niente, non un lamento. Solo l'uomo mentre lo
sistemiamo nel letto e guarda i suoi figli dice: la
mia famiglia è tutta qui. E gli occhi gli si
riempiono di lacrime". ( PeaceReporter 28
agosto 2006)
Afghanistan, dichiarazione di voto di Manuela Palermi
Signori del
governo, onorevoli senatori, la
fiducia che daremo al governo Prodi, mai in discussione,
accompagna una vicenda difficile, quella delle missioni
italiane all’estero, della nostra partecipazione, in
alcuni casi, a vere e proprie guerre. Il nostro gruppo,
che vede assieme verdi e comunisti italiani, ha
manifestato con nettezza il proprio dissenso. Nel suo
discorso d’insediamento, il presidente Prodi ha
affermato senza tentennamenti che la guerra è sbagliata,
che il terrorismo se ne alimenta, che le truppe
dall’Iraq andavano ritirate. Un discorso che ha
suscitato speranza ed aspettative. Non solo in quest’aula,
ma nel Paese, in quello straordinario movimento della
pace che è schierato con il nostro governo. Allo stato,
parte di quelle speranze e di quelle aspettati ve
sono deluse. Mi permetto di dire che il ritiro dall’Iraq
sta avvenendo tardivamente, e quasi in sordina. Cosa
inspiegabile. Come se dovessimo attenuare quella scelta
giusta e coraggiosa, sicuramente il più dirompente atto
di rottura rispetto ai cinque anni di governo delle
destre. Il giorno dell’insediamento, il presidente Prodi
ha detto una verità che tutti, tutto il mondo, anche
quest’aula, conoscono ma non dicono: le guerre
alimentano il terrorismo. E infatti dopo l’invasione
dell’Iraq esso s’è allargato a dismisura, ha contagiato
aree grandi del Medio oriente, fino a diventare, nella
coscienza di tanti uomini e donne di quei paesi, uno
strumento disperante e terribile di identità. La
missione in Afghanistan è l’emblema del ricorso alla
guerra per combattere il terrorismo. Una follia. Poco
meno di un mese dopo l’attacco alle torri gemelle, il 7
ottobre del 2001, gli Usa hanno attaccato l’Afghanistan
con la missione Enduring Freedom. Una missione, checché
se ne dica, feroce ed illegittima, senza copertura Onu,
che ha ucciso e uccide migliaia e migliaia di uomini,
donne, bambini ed anziani incolpevoli. Onorevoli
senatori, io vorrei, se ne fossi capace, parlare non
solo alla testa, ma al cuore di tutti voi. Fino a quando
si continuerà a dare legittimità politica alla menzogna
dell’aggressore aggredito, che pratica il terrorismo
perché ha il diritto di difendersi dal terrorismo? Fino
a quando si continuerà ad accettare l’esistenza di
carceri – molte segrete e molte su territorio afgano –
in cui si pratica la tortura? Per quanto ancora non si
dirà che il problema vero, in Afghanistan, è la povertà
estrema, è un governo fantoccio e corrotto, composto da
personaggi che depredano il Paese, legato ai talebani,
ai signori della guerra, ai trafficanti di oppio? Fino a
quando si assisterà impassibili alla mattanza di afgani,
iracheni, libanesi, usando la forza per imporre ciò che
il diritto nega? S’è incendiato tutto il Medio oriente,
s’è messa in atto una guerra di religione e di civiltà,
l’Occidente ha rivendicato il ruolo di unica forza di
diritto e di democrazia. Ma ha usato menzogne: ha detto
che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa, che
l’Afghanistan andava liberato dai talebani ed alle donne
andava restituita dignità. E intanto apre un altro
fronte pericolosissimo con l’Iran. Ma nulla dice di quel
che succede in Pakistan, con il dittatore Musharraf. In
nome di cosa l’Occidente si arroga il diritto di
stabilire chi sono i buoni e i cattivi, quali dittatori
fanno comodo e quali vanno eliminati? L’Occidente non
ha titoli per stabilire la verità del mondo. Della sua
storia fa parte la spaventosa vicenda dell’Olocausto,
nella sua storia c’è la bomba su Hiroshima. Vicende che
sono avvenute qui, da noi, nella culla della civiltà e
della democrazia, non in Oriente. L’Iraq non possedeva
armi di distruzione di massa, il terrorismo non c’era,
oggi c’è; in Afghanistan i talebani sono più forti che
mai, Al Qaeda non è stata sconfitta e il destino delle
donne – e non solo delle donne - è stato rimesso nelle
mani degli Ulema, una vera polizia religiosa. La guerra
in Afghanistan è sbagliata, la nostra presenza lì non ha
ragione di essere. Da qui il nostro dissenso. Un
dissenso politico, non di coscienza, non da “anime
belle”. Un dissenso politico, irriducibile. Eppure nel
frattempo in politica estera sono avvenuti fatti
significativi che abbiamo apprezzato, novità che nessuno
di noi sottovaluta. Le prese di posizione del ministro
D’Alema su Guantanamo e sul caso Calipari – l’onorevole
Castelli non dovrebbe strumentalizzare vicende tante
dolorose, tutta l’aula dovrebbe impedirlo - sono stati i
primi segnali di un recupero di autonomia nei confronti
degli Usa. I primi commenti del presidente Prodi sulla
questione israelo-libanese ed il summit tenuto a Roma,
hanno rimesso in luce la vocazione – che cinque anni di
governo Berlusconi aveva annullato – ad un ruolo attivo
e prestigioso dell’Italia rispetto alla politica
mediorientale. Sono le ragioni che ci hanno portato a
chiedere esplicitamente al governo di porre la fiducia.
Nessun atto di prepotenza, onorevoli senatori
dell’opposizione. Qui non c’era il rischio di non avere
la maggioranza dei voti; qui il rischio era che di voti
ce ne fossero anche troppi. E che si utilizzasse il
dissenso alla guerra per inquinare la maggioranza che
gli elettori hanno scelto e votato. Il sostegno delle
destre non sarebbe venuto gratis, ci avrebbe diviso su
una questione dirimente, che è nel dna di tutto il
centrosinistra. Per questo abbiamo esplicitamente
avanzato al governo la richiesta di porre la fiducia. Il
governo ce l’ha concessa e per questo lo ringraziamo. E’
il riconoscimento della legittimità delle diverse
posizioni, è il sintomo della forza, non della
debolezza, dell’Unione. Sono i deboli che prendono
posizioni chiuse, intransigenti. I forti sanno capire ed
ascoltare ed accogliere le diversità. E il nostro voto
di fiducia, convinto, è il segno della nostra piena
appartenenza all’Unione. Ma, come il governo sa, noi
siamo gente testarda. Continueremo a batterci per le
nostre idee. Non faremo sconti. Ma saremo alleati leali,
su cui il governo potrà sempre contare. Dobbiamo operare
per arrivare al tempo della pace. Perché è il tempo
della costruzione, della fine delle esclusioni, dei
pregiudizi, delle divisioni. E’ il tempo della vita, che
è cosa troppo preziosa per essere lasciata alle armi. Da
qui il nostro voto di fiducia.
(28.07.06)
Dichiarazione comune sull'Afghanistan
Votiamo oggi la fiducia al Governo ma ribadiamo
il nostro NO alla missione militare italiana in
Afghanistan, che abbiamo sempre contrastato (anche con
il voto contrario per chi di noi era in Parlamento) fin
dal novembre 2001, fedeli ai principi irrinunciabili
contenuti nell'articolo 11 della Costituzione.
Abbiamo chiesto con forza al nuovo esecutivo un
chiaro segno di discontinuità con le politiche di guerra
del governo Berlusconi, indicando da subito - insieme al
ritiro del contingente italiano dall'Iraq, previsto dal
programma dell'Unione - almeno la cancellazione della
partecipazione italiana a Enduring Freedom e un progetto
di strategia di uscita dalla stessa missione
multinazionale ISAF, sempre più integrata nei piani
militari di Washington.
Mentre il ritiro dall'Iraq è stato pur
tardivamente calendarizzato, nessun disimpegno neanche
parziale è stato annunciato rispetto al teatro afghano,
per il quale è anzi previsto un drammatico incremento
del potenziale bellico - in termini di truppe con
relativo mutamento delle regole d'ingaggio e di mezzi di
distruzione devastanti - da parte delle forze alleate.
Il non aver accolto tale incremento di strumenti
di morte propostoci dalla NATO da parte dell'Italia non
può essere presentato come un "successo", perché in
guerra non è accettabile una presunta politica di
"riduzione del danno".
L'avvio della prospettata "riflessione" sulle
missioni militari italiane sarà per noi l'occasione per
avanzare con forza il ritiro del nostro contingente
dall'Afghanistan, spingendo perché il governo sviluppi
un'iniziativa in tutte le sedi internazionali contro la
guerra come strumento per raggiungere obiettivi di pace.
La guerra ha alimentato e non ridotto il terrorismo, la
pace si prepara con la pace.
Lo stesso ruolo dell'Italia e dell'Europa in Medio
Oriente, di fronte alla pericolosissima escalation in
atto come vediamo in queste ore in Libano, non potrà
dispiegarsi a favore di una soluzione negoziata dei
conflitti con la necessaria credibilità e autorevolezza
se contemporaneamente saremo parte in causa sui fronti
di guerra.
Ci auguriamo che le tante voci che nel Paese si
levano contro le missioni di guerra e che i sondaggi ci
dicono riflettere le speranze di una larga maggioranza
del popolo italiano, che va oltre lo stesso elettorato
dell'Unione, siano raccolte dal nuovo Governo.
Apprezziamo che le nostre posizioni siano oggi
considerate dall'insieme delle forze politiche della
maggioranza non solo legittime, ma anche serie e
rappresentative. Perché tuttavia non restino vuote
parole, chiediamo che si traducano in atti concreti. La
riproposizione tra qualche mese dello stesso scenario in
Afghanistan con l'ennesima proroga della missione
sarebbe un regresso negativo e per noi inaccettabile.
Per continuare la nostra lotta dentro e fuori le
istituzioni a sostegno di una vera politica di pace da
parte dell'Italia ci batteremo non solo per il ritiro
dall'Afghanistan e da ogni teatro di guerra, ma anche,
come previsto dal Programma elettorale dell'Unione,
contro gli armamenti nucleari e le basi militari nel
nostro Paese, per la riduzione delle spese militari e
per l'affermarsi di una cultura di pace in tutte le
istanze della società.
Sen. Mauro Bulgarelli Ver
Sen. José Luis Del Rojo Prc-Se
Sen. Loredana De Petris Ver
Sen. Anna Donati Ver
Sen. Fosco Giannini Prc-Se
Sen. Claudio Grassi Prc-Se
Sen. Gigi Malabarba Prc-Se
Sen. Marco Pecoraro Scanio Ver
Sen. Oskar Peterlini Svp
Sen. Franca Rame Idv
Sen. Natale Ripamonti Ver
Sen Fernando Rossi Pdci
Sen. Gianpaolo Silvestri Ver
Sen. Dino Tibaldi Pdci
Sen. Franco Turigliatto Prc-Se
Sen. Massimo Villone Ds
Quali condizioni per il ritiro
di Armando Cossutta
È desolante: mentre la discussione politica italiana è
incentrata tutta sulla missione in Afghanistan e su un
voto che tutto determinerà tranne la fine della guerra
in quel paese, le bombe stanno distruggendo il Libano, a
cominciare dalla sua capitale.
C'è qualcosa di incongruo in questa situazione. È come
se il dibattito politico fosse sfasato rispetto alla
situazione reale, sfasato perfino rispetto al sentire di
gran parte di quel popolo che è sceso in piazza gridando
il suo ripudio della guerra. Quel popolo sta pensando
ora soprattutto a Beirut e questa sfasatura dovrebbe far
riflettere.
Io sono contro la presenza dei soldati italiani in
Afghanistan. Perché in Afghanistan c'è la guerra. Una
guerra decisa dagli Usa, che non ha sconfitto i talebani,
non ha demolito Al Qaeda, non ha portato sicurezza e,
ovviamente, meno che mai democrazia, e ha consegnato
quel paese all'economia dell'oppio e al dominio tribale
dei Signori della Guerra. La presenza italiana in
Afghanistan non ha ragion d'essere.
Ma la realtà è che non ci sono attualmente le condizioni
politiche per un ritiro, e dunque la prospettiva del
ritiro va costruita, così come va costruita una diversa
collocazione internazionale dell'Italia, una diversa
posizione rispetto alla Nato, altre relazioni tra i
paesi europei. Credo peraltro che, al momento della
costruzione del programma dell'Unione, i dirigenti dei
partiti di sinistra avessero ben presente l'assenza
delle condizioni per imporre il ritiro, altrimenti non
si spiegherebbe come mai nessuno di quei partiti non si
sia impuntato perché il ritiro dall'Afghanistan venisse
iscritto nel testo programmatico.
Con tutta evidenza essi sapevano che non sarebbe nato
nessun governo se si fosse posta quella condizione, e
hanno ritenuto prioritaria la sconfitta della destra
anche per avviare una politica estera diversa, alcuni di
essi memori del fatto che in passato soltanto una
minoranza dei parlamentari dell'Unione aveva votato, in
Parlamento, contro l'invio di soldati a Kabul.
Una politica estera diversa: è troppo chiedere che si
veda nel ritiro dall'Iraq o anche nei primi passi di
un'iniziativa più libera in Medio Oriente un risultato,
un inizio di speranza?
Costruire le condizioni politiche per il ritiro dei
soldati italiani dall'Afghanistan è un impegno da
assumere, una battaglia, anche parlamentare, da avviare.
Praticando anche un sacrosanto dissenso. Ma di battaglia
e di dissenso politico si tratta a mio parere, non solo
di una questione di coscienza: se davvero si trattasse
di una questione morale non si cercherebbe la scappatoia
del voto di fiducia! Liberare l'orizzonte dalla
prospettiva della guerra non è una questione di
coscienza, è la questione centrale della politica, direi
che è la politica, è l'oggetto del dibattito, della
lotta, delle mediazioni della politica. Non è uno
scherzo prefiggersi l'obbiettivo della pace, non si può
rinunciare all'obbiettivo per ritirarsi in una posizione
di testimonianza: perché è questo che accadrebbe se una
votazione contro il decreto sulle missioni facesse
cadere il governo. Ancor meno è lecito a parlamentari
non eletti con le preferenze ma nominati nelle liste dai
partiti che hanno firmato il programma ritagliarsi
questa posizione, ritirarsi dalla battaglia politica:
nessuno li ha voluti eleggere perché svolgessero questo
ruolo fugace di pura testimonianza. Tutti sono stati
eletti perché dessero vita a un governo che rimediasse
ai mali del precedente liberando il paese dal dominio di
Berlusconi, e a nessuno è lecito dimenticare che, a
causa del risicato esito elettorale, anche l'espressione
tirare la corda non è di buon augurio perché la corda si
è fatta cortissima e, tirandola ora da sinistra ora dal
centro moderato, può spezzarsi. Sembra una banalità, e
invece è un monito, e va lanciato sia alla sinistra
della maggioranza che alla sua destra. Va ricordato a
tutti che chi ha votato per l'Unione difficilmente
perdonerà lo sperpero di quello sforzo.(Il Manifesto
26.07.06)
Afghanistan, fiducia al Senato
|
di Angelo Notarnicola
"La fiducia
sulle missioni italiane all'estero è assai
probabile". Con queste parole, pronunciate alla
fine del supervertice dell’Ulivo, Romano Prodi
annuncia l’ormai quasi certo voto di fiducia al
Senato, per il ddl sul rifinanziamento delle
missioni militari all’estero. Il premier lascia
ancora aperto uno spiraglio per "soluzioni
diverse all’ultimo momento". La cautela è
d’obbligo. Al Senato, se si esclude il
presidente Marini (che per prassi non vota),
l’Unione ha un solo voto in più rispetto
all'opposizione, 157 a 156. Conteggiando i
senatori a vita (per il sì sono in sei, mentre
Cossiga ha già fatto sapere che voterà no) il
centrosinistra con soli sei voti contrari, in
una normale votazione, rischia di pareggiare con
la Cdl. Con sette, va sotto.
L’apertura alla fiducia di Prodi è l’epilogo di
una giornata di incontri convulsi, iniziati con
l’incontro tra i vertici del Prc e i quattro
dissidenti. Volano parole dure. Il più fermo
sulle proprie posizioni è sempre Luigi Malabarba.
Claudio Grassi è meno intransigente. Quest’ultimo
sembra comprendere la pericolosità della
situazione. Alla fine, però, si raggiunge
comunque un accordo. I quattro del Prc danno la
propria parola d’onore di votare “sì” al ddl sul
rifinanziamento della missione militare in
Afghanistan in cambio del voto di fiducia. Gli
altri dissidenti li seguiranno. Gennaro
Migliore, finita la riunione, esulta: "La buona
notizia è che la maggioranza sarà
autosufficiente. Si è rientrati perciò dal
pericolo di allargamento, e quindi
modificazione, dell'attuale maggioranza".
Il risultato raggiunto non è scontato. Ma c’è
chi spera di fare meglio. L’obiettivo di Vannino
Chiti, inviato particolare di Romano Prodi, è
più ambizioso. Il ministro dei Rapporti con il
Parlamento vuole convincere i dissidenti del Prc
a votare sì al ddl senza costringere il governo
a chiedere la fiducia. Per questo motivo Chiti
accetta di incontrarli. Non immagina di quale
caparbietà è capace il gentile Malabarba. Poco
prima dell’incontro, il leader di "Sinistra
critica/Un’altra Rifondazione è possibile"
accoglie l’inviato del governo con queste
parole: "Se il testo migliora va bene,
altrimenti ci dovrà essere la fiducia". E’
inutile dire che il ddl, frutto di un
compromesso raggiunto dopo settimane di duro
lavoro negoziale tra tutte le parti, non è
modificabile. Così, dopo un lungo colloquio, il
ministro rivela deluso: "La fiducia è uno degli
strumenti possibili". E’ un'ammissione di
sconfitta. Chiti non è riuscito dove non ce
l’hanno fatta Giovanni Russo Spena, Gennaro
Migliore e Franco Giordano. Malabarba è un osso
durissimo. Su certe cose sa essere intransigente
come pochi. In autunno, quando si voterà la
Finanziaria il senatore trotskista non ci sarà.
Lascerà il suo posto a Haidi Giuliani. In molti
tirano un grande sospiro di sollievo. (AprileOnline
25.07.06)
|
Oliviero Diliberto, segretario del PdCI, alla Camera
Signor
Presidente e colleghi, l'intervento di ieri del ministro
degli affari esteri in Assemblea ha facilitato il mio
compito di oggi. È stata illustrata, infatti, non solo
la giusta posizione italiana sulla crisi libanese, ma
anche le linee fondamentali della nuova politica estera
del nostro Governo, che condividiamo.
Ritiro dall'Iraq e critica di quella guerra irachena
come principio dell'attuale gravissima crisi
internazionale, ma più in generale critica della guerra
come arma efficace contro il terrorismo (che, infatti,
come tutti sappiamo, è aumentato in ogni parte del
mondo); lavoro, invece, in favore della pace
israelo-palestinese, per uno Stato della Palestina
indipendente come garanzia anche della sicurezza di
Israele, sino a giungere a proporre truppe di
interposizione di pace dell'ONU a Gaza.
Assistiamo, dunque, con favore alla ripresa di
un'autonoma, ancorché nell'ambito delle alleanze
internazionali, politica attiva dell'Italia nel bacino
del Mediterraneo, nostra tradizionale vocazione storica,
geografica e politica, un'Italia vista non più come il
sud dell'Europa ma come il centro del Mediterraneo,
fonte di cooperazione e di pace tra l'Unione europea ed
i paesi rivieraschi, dal Maghreb sino al Vicino Oriente.
Ed ancora, vi è il rifiuto delle sanzioni economiche
all'Iran, ma pressioni diplomatiche e, infine, ruolo
convintamene europeista dell'Italia. Insomma, torniamo
alla politica estera, abbandonando il più umiliante
vassallaggio verso l'amministrazione americana degli
ultimi cinque anni.

È in questo quadro che discutiamo oggi le missioni, un
quadro profondamente mutato nel contesto, come
riconosciamo positivamente al Governo, e ci attendiamo
che, a novembre, a Riga, al Vertice della NATO, il
Governo italiano, come è stato anche suggerito dal
Presidente emerito Francesco Cossiga, certo non
sospettabile di antiamericanismo, l'Italia proponga una
rinegoziazione complessiva delle missioni e rivaluti
quali siano, oggi, le ragioni stesse del Patto
atlantico, impegnato in territori evidentemente ben
distanti da quelli per i quali era sorto.
Sull'Afghanistan - si sa - manteniamo invece opinioni
diverse rispetto a pezzi della maggioranza. Non
riuscirete a convincerci che si tratti di una missione
umanitaria o di pace. È in corso, viceversa, una guerra
ed un'occupazione sanguinosissima, pericolosissima,
anche per i nostri soldati. Per giunta, ritengo si
tratti di una guerra destinata comunque ad essere
drammaticamente perduta dalla stessa NATO.
Cercherò di spiegarmi: i talebani hanno spostato le
proprie forze in Pakistan, dove gli americani non
possono attaccarli, perché il Pakistan è governato da un
golpista - spero che questo mi venga riconosciuto - di
nome Musharraf, alleato degli americani. Inoltre, oggi i
talebani sono dotati di armi molto più sofisticate di
prima, procurate dagli emissari sauditi di Al-Qaeda, ma
evidentemente anche l'Arabia Saudita non può essere
toccata perché alleata degli Stati Uniti. La guerra, dal
canto suo, ha accresciuto le reclute del terrorismo:
ogni caduto provoca nuove adesioni. Popolazioni di
diverse province, un tempo ostili ai talebani, oggi li
vedono come nemici dell'invasore e, dunque, nuovi amici.
I civili sono sempre più spesso coinvolti nelle azioni
di guerra, con un'infinità di morti e di feriti il che,
come è ovvio, aumenta l'odio antioccidentale.
Si è infine creata, grazie all'invasione, un'inedita
alleanza tra talebani, da una parte, ed i produttori e i
trafficanti di oppio, dall'altro. L'87 per cento della
produzione mondiale di oppio proviene dall'Afghanistan e
serve, come è noto, a reinvestire questi enormi profitti
nel conflitto stesso. I signori della guerra non sono
stati minimamente disarmati: Karzai controlla a mala
pena Kabul. Gli aiuti umanitari sono ridicoli ed è
tornata la polizia religiosa, quella degli ulema,
come ai tempi dei talebani: controlleranno la moralità
delle donne, i programmi della scuola, i programmi
televisivi. Vi prego, nessuno mi venga a parlare di
guerra per i diritti umani o per la democrazia! È
l'esito della guerra cosiddetta al terrore che ci ha
portato più terrore, le storture di Abu Ghraib, le
prigioni di Guantanamo ed a noi italiani ha portato
l'uccisione di Nicola Calipari, che voglio ricordare in
quest'aula con deferenza.
Questa guerra non può essere vinta, e non c'è bisogno di
scomodare nella guerra afgana il ricordo del fallimento
militare sovietico. Non c'è riuscito nemmeno Alessandro
Magno a conquistare l'Afghanistan, non ci riuscirà oggi
David Richards, comandante NATO. In Afghanistan si sta
giocando una partita enorme, di cui spero abbiamo tutti
contezza: è il primo teatro di operazioni della NATO
fuori dal suo teatro naturale, quello euroatlantico.
L'Italia potrebbe, dunque, giocare un ruolo fondamentale
se proponesse agli alleati un ripensamento complessivo
dei compiti e della natura stessa della NATO. Allora,
distinguere le nostre responsabilità, signori del
Governo, da questa guerra sarebbe un atto giusto -
perché la guerra è contraria alla Costituzione - ma
anche saggio, di buon senso, di realismo politico, di
lucidità.
In ogni caso, resta ferma e chiara la nostra
contrarietà, quella dei Comunisti Italiani. L'Italia non
è e non sarà in guerra in Afghanistan in nostro nome. Si
sono raggiunti alcuni risultati proprio grazie alla
nostra posizione di fermezza, di coerenza, spesso - lo
dico con rammarico - molto isolata. Tali risultati sono
da valorizzare perché si tratta di diversità sostanziali
rispetto al Governo precedente: codice penale militare
di pace e non di guerra, impegno in sede internazionale
a rinegoziare complessivamente la missione, ruolo
dell'ONU e non dei soli Stati Uniti. Abbiamo lavorato
per un compromesso - sì, per un compromesso - perché
facciamo parte di una coalizione e a noi stanno a cuore
la tenuta ed i destini del Governo Prodi e non vorremmo
mai, neppure involontariamente, fare un regalo alla
destra, e non lo faremo.
Da qui, da questo compromesso si può ora lavorare
affinché nel prossimo futuro si possa ritirare anche il
contingente italiano dall'Afghanistan. Se, viceversa,
malauguratamente il Governo non avesse la maggioranza,
sarebbe una sciagura proprio per il movimento della pace
perché, dopo questo Governo, non potrebbe che esservene
un altro molto ma molto più atlantico di questo. Noi
interpretiamo, dunque, questo voto come un voto di
fiducia al Governo a tutti gli effetti, ad iniziare
dalla politica estera che ci sembra complessivamente
forte e convincente, ed abbiamo fiducia che il Governo,
dal canto suo, sarà rispettoso di quanti ci hanno
votato, consentendoci oggi di avere la maggioranza e di
governare. Si tratta di donne e di uomini, cari colleghi
della maggioranza, che desiderano la pace e vorrebbero
un'Italia fuori da ogni conflitto, da tutti i conflitti,
compreso quello afgano. (19 luglio 2006 Roma)
Restiamo in Afghanistan?
|
di Tommaso Merlo
Al di là
delle esigenze stringenti della politica
nostrana, è assolutamente lecito interrogarsi, a
cinque anni dalla sconfitta del regime talebano,
sul significato della presenza militare in
Afghanistan. Quali erano gli obiettivi
dell'intervento militare, e quali sono i
risultati ottenuti? Ha senso continuare la
strada intrapresa?
Se l'obiettivo dell'intervento militare in
Afghanistan era sconfiggere il regime talebano,
allora è stato un successo, anche se parziale.
Nel centro-sud, infatti, la guerra è ancora in
corso, una guerra tra guerriglieri talebani e
soldati americani che mette in luce anche il
fallimento della strategia degli Alleati.
L'intenzione era infatti quella di formare un
esercito afgano e dotarlo dei mezzi necessari a
controllare il proprio territorio. Solo una
forza afgana potrebbe nel medio periodo trovare
una soluzione politica al conflitto in corso, ma
ad oggi l'Afghanistan non ha nemmeno le risorse
per pagare gli stipendi ai poliziotti.
Se l'obiettivo delle forze alleate era invece
esportare la democrazia, allora siamo in
presenza di un fallimento clamoroso. Anche gli
afgani si erano illusi che il governo filo
americano di Karzai li avrebbe traghettati dagli
inferi talebani verso una nuova stagione di
libertà e progresso. La storia è però andata
diversamente. Il governo Karzai si è dimostrato
debole ed incapace di lanciare riforme
significative. Nel neo parlamento eletto lo
scorso settembre, siederanno poi "signori della
guerra" e noti criminali, a dimostrazione di
come la storia non abbia girato pagina.
Se l'occupazione dell'Afghanistan era invece
finalizzata a fermare l'emergenza del terrorismo
internazionale, allora anche in questo caso è
stata un fallimento. La presenza militare
occidentale ha esasperato la contrapposizione
tra Occidente e mondo islamico in tutta la
regione, un' estremizzazione del conflitto che
si è dimostrata terreno fertile per i gruppi
terroristici che hanno allargato il loro raggio
d'azione.
Se invece l'obiettivo dell'intervento militare
in Afghanistan era quello di aprire imponenti
basi militari in un paese confinante con Cina,
Iran, Pakistan ed a nord con le repubbliche
ex-sovietiche, allora è stato un successo. Un
successo della strategia geopolitica di
Washington avvalorato dal progetto, già in fase
avanzata, di un gasdotto che attraversando
l'Afghanistan arriverà sulle coste dell'Oceano
Indiano.
Dal punto di vista degli interessi strategici
occidentali, l'intervento militare in
Afghanistan è stato quindi un successo. Per
quanto riguarda invece gli interessi del popolo
afgano, è stato un fallimento. Certo, il regime
talebano è stato travolto, ma tutte le
aspettative che ne sono scaturite sono rimaste
deluse.
Il Piano per un nuovo Afghanistan emerso dagli
Accordi di Bonn del 2001, è fallito miseramente.
L'idea che un governo filo occidentale
affiancato dalla presenza militare
multinazionale, fosse capace di unire il
variegato popolo afgano intorno ad un progetto
comune utile a rilanciare lo sviluppo, non è mai
fiorita.
Dopo cinque anni, l'Afghanistan è in uno stato
di miseria e degrado generalizzato. Mancano
strade, acquedotti, scuole, ospedali,
elettricità e tutte le infrastrutture di base.
Il governo è ostaggio della volontà di signori
della guerra che controllando il territorio con
eserciti privati, e che impongono la loro legge.
Lo Stato non esiste in vaste aree del paese, la
Giustizia e le forze di polizia sono erose dalla
corruzione. Il commercio di oppio internazionale
rimane di gran lunga la principale industria del
paese. Sul fronte internazionale, il governo è
ostaggio della dipendenza da finanziamenti
esterni, e delle esigenze della propaganda che
hanno eletto l'Afghanistan ad esempio di
successo nella teoria della democrazia da
esportazione.
In tale contesto, la presenza militare serve
giusto a continuare la guerra contro i
guerriglieri talebani nel sud, una guerra ancora
in corso e che andrebbe peraltro politicamente
riconosciuta. Per quanto riguarda invece il
futuro del popolo afgano, servirebbe un impegno
maggiore, e di migliore qualità, per favorire lo
sviluppo. Se infatti l'Afghanistan riuscisse ad
uscire dalla miseria potrebbe risolversi da solo
molti dei problemi che lo affliggono. E senza
inquietare le coscienze politiche di nessuno. (AprileOnline
19.07.06) |
Afghanistan: la mozione è un passo in avanti
Nel merito e nel metodo: ha pagato la
fermezza del PdCI
Dichiarazione dell'On. Iacopo Venier - Responsabile
Esteri del PdCI
La mozione sottoscritta dalla maggioranza in merito alla
missioni militari italiane all'estero rappresenta un
passo in avanti positivo sia nel merito che nel metodo.
Nel metodo dobbiamo registrare che dopo settimane in cui
si è tentato di imporre una soluzione agli alleati
finalmente si sono messi da parte i ricatti e ci si è
confrontati tutti insieme attorno ad un testo che è
risultato alla fine il frutto di un lavoro collegiale
dell'intera maggioranza.
Nel merito il PdCI apprezza che il governo ha accolto la
richiesta di applicare il codice militare di pace alla
missione afgana. Ciò è un passo importantissimo per
contenere gli obiettivi e le pratiche della missione
ISAF nell'ambito di quelle proprie della polizia
internazionale e non della guerra.
Oltre a questo risulta molto significativo che come
avevamo chiesto la mozione impegna il governo a portare
nelle sedi ONU e Nato il problema di una valutazione
complessiva dell'efficacia delle missioni ma soprattutto
il superamento di Enduring Freedom e si impegna alla
netta separazione tra cooperazione e missioni militari.
Anche la fermezza con cui il PdCI ha contrastato la
missione in Aghanistan ha contribuito a questo esito
positivo che definisce il quadro metodologico e politico
perché possa continuare la discussione sul ritiro. Il
nostro obbiettivo rimane quello di convincere l'intera
Unione della necessità e dell'opportunità di una exit
strategy.(15.07.06)
Il testo della mozione
La Camera dei
Deputati
Premesso che
- la vocazione di pace del nostro popolo, autorevolmente
espressa dall'art. 11 della Costituzione, deve essere il
principale riferimento delle scelte di politica estera
dell'Italia e del ruolo che il nostro Paese intende
svolgere per promuovere una comunità internazionale
basata sullo sviluppo e la solidarietà tra i popoli, sul
multilateralismo e sul rispetto del diritto
internazionale;
- il rafforzamento delle grandi organizzazioni
internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, e la
scelta per il multilateralismo rappresentano gli
strumenti privilegiati per realizzare una politica
estera che persegua attivamente, sulla base di un
equilibrato assetto multipolare, l'obiettivo di equità e
giustizia sul piano internazionale, la prevenzione dei
conflitti ed una vera ed efficace lotta contro il
terrorismo;
- è indispensabile che l'Italia riguadagni una
dimensione globale alla propria politica estera,
tornando a volgere lo sguardo con maggiore attenzione
alle grandi nazioni emergenti, come la Cina, l'India, il
Brasile, ricercando un protagonismo più efficace nelle
aree cui è maggiormente legata per storia e posizione
geografica, come il Mediterraneo, il Medio Oriente, i
Balcani, e insieme verso i continenti che più richiedono
una politica di pace, partenariato e sviluppo, come
l'Africa;
- il nostro Paese deve assumere un nuovo ruolo di
impulso e stimolo sulla grande questione della
proliferazione nucleare rispetto alla quale occorre
evitare, attraverso il dialogo e la diplomazia, che
nuovi Stati si dotino di tecnologia nucleare bellica ma
nel contempo occorre riprendere e rilanciare
l'obiettivo, tra scurato
dopo la fine della guerra fredda, della riduzione di
tutti gli arsenali nucleari;
- l'Italia è impegnata a mantenere alto il proprio
impegno nella lotta per l'abolizione della pena di
morte, contro la tortura, per la promozione dei diritti
delle donne e per la protezione dei bambini nei
conflitti armati;
- nell'attuale contesto internazionale e di fronte alle
gravi sfide che abbiamo di fronte, la ricerca della pace
non può prescindere dalla creazione di un ambiente di
sicurezza globale, necessario a rafforzare le dinamiche
democratiche dei singoli paesi, a migliorare le
prospettive di sviluppo dei popoli e dare maggiore
autorevolezza ad un'azione delle organizzazioni
internazionali basata sul diritto;
- per ottenere tale risultato, cui ciascun paese è
impegnato a contribuire in proporzione ai propri mezzi e
alle responsabilità che assume nella comunità
internazionale, è prioritario valorizzare i mezzi
preventivi di risoluzione delle controversie e ridurre
l'uso della forza a ultimo strumento possibile di fronte
agli atti di aggressione e minacce alla pace;
- costruire la pace significa anche porre su nuove basi
l'impegno dell'Italia per la cooperazione allo sviluppo
al fine di perseguire gli "Obiettivi del Millennio",
riconoscendo il ruolo degli attori della società civile,
delle organizzazioni non governative, delle Università,
delle Regioni e degli Enti Locali, che già oggi svolgono
un'azione insostituibile e di grande valore e che devono
essere sempre più protagonisti dello sviluppo del
partenariato internazionale;
- il ricorso allo strumento militare, compatibile con lo
stesso art. 11 della nostra Costituzione in quanto
conseguente alla partecipazione dell'Italia ad
organizzazioni internazionali volte alla tutela della
pace, può avvenire solo nel rispetto dei criteri di
legittimità r dovendodell'uso della forza, proposti
dalle stesse Nazioni Unite: gravità della minaccia,
scopo appropriato, ultima risorsa, proporzionalità dello
strumento e analisi delle conseguenze;
- in questo orizzonte la scelta di intraprendere ovvero
proseguire missioni militari all'estero deve essere
coerente con detti principi, in particolare con il
quadro di legalità e legittimità internazionale in cui
sono state decise, con l'evoluzione della situazione
politica internazionale e soprattutto con l'espressione
della volontà autonoma degli Stati e dei popoli presso
cui l'Italia è chiamata ad operare;
- le nostre missioni militari, svolte con apprezzata
professionalità, riconosciuta competenza e grande
capacità di relazioni umane dalle Forze armate, debbono
dunque essere finalizzate alle esigenze di sicurezza,
controllo del territorio, tutela dei diritti umani,
promozione della democrazia e stabilizzazione per
favorire processi di costruzione delle istituzioni
statali e locali;
- diversamente da quella in Iraq, le altre missioni
all'estero si iscrivono nell'attività di peace-keeping e
monitoraggio decisa da istituzioni internazionali ovvero
tra quelle di semplice assistenza alle forze dell'ordine
dei paesi in cui operano, come nei casi dei nostri
militari attivi in Sudan, Somalia, sul confine tra
Etiopia ed Eritrea, in Palestina, Sinai, Libano,
Kashmir, Albania e per le missioni in corso in Bosnia e
Macedonia;
- nello stesso spirito e con i medesimi obiettivi di
stabilizzazione, assistenza alle locali forze di polizia
e garanzia di pacifica convivenza tra la popolazione
serba e quella albanese si continuano a svolgere le
nostre missioni in Kosovo, dove la presenza europea e
italiana continua ad essere indispensabile per la tutela
delle minoranze e del patrimonio culturale e religioso
di quei popoli;
- in Afghanistan agli aspetti positivi del risveglio
democratico del popolo afgano, visibile in particolar
modo nella rinnovata partecipazione femminile alla vita
sociale e politica, e all'allontanamento della dittatura
integralista dei Talebani si affianca una situazione di
evidente criticità, caratterizzata dalla difficoltà di
stabilizzazione e di rafforzamento delle istituzioni
democraticamente elette, dalla persistenza di aree
ancora controllate dai Talebani e altri gruppi armati,
dalla permeabilità dei confini del Paese a infiltrazioni
di gruppi terroristici;
- è opportuna la costituzione di un Comitato
parlamentare per il monitoraggio permanente delle
missioni internazionali di pace in cui è impegnata
l'Italia che consentirà al Parlamento - attraverso
missioni in loco e avvalendosi del contributo di
personalità della società civile e di operatori
umanitari impegnati nelle aree interessate - di
verificare in maniera costante e puntuale il
perseguimento degli obiettivi definiti dal Parlamento e
dal Governo
preso atto positivamente
- che il Governo ha programmato la conclusione della
missione Antica Babilonia in Iraq, nata in conseguenza
di un intervento militare deciso in violazione di norme
del diritto internazionale, ed è impegnato a provvedere
al ritiro integrale del contingente militare italiano;
- che in territorio afgano l'Italia non è più in alcun
modo impegnata militarmente nell'ambito della missione
Enduring Freedom, essendo ormai il contributo italiano a
questa iniziativa limitato alla presenza di unità navali
nel Golfo arabico;
- che il Governo si è impegnato a sostenere gli
interventi decisi dalla comunità internazionale a favore
della regione del Darfur volti al miglioramento delle
condizioni di vita della popolazioni e allo sviluppo
socio-sanitario a vantaggio delle fasce più deboli;
impegna il Governo
a promuovere nelle sedi internazionali competenti, in
special modo nell'ambito delle Nazioni Unite e della
Nato:
- una riflessione sulla strategia politica e diplomatica
che deve accompagnare la presenza internazionale in
Afghanistan per assicurare che l'azione di
stabilizzazione, controllo del territorio e sostegno
alle forze dell'ordine afgane si muova lungo un percorso
di normalizzazione e pacificazione del paese, con
obiettivi e passaggi definiti che prevedano in
prospettiva l'affidamento al Governo sovrano di Kabul
della responsabilità del mantenimento della pace e
dell'ordine sul territorio afgano;
- una verifica sull'impegno e la presenza internazionale
in Afghanistan, valutando risultati ed efficacia delle
missioni e delineando un percorso chiaro di
rafforzamento delle istituzioni, di ricostruzione
economica e civile e di garanzia della sicurezza per la
popolazione;
- una valutazione sulla prospettiva di superamento della
missione Enduring Freedom in Afghanistan;
- una nuova Conferenza Internazionale sull'Afghanistan
allo scopo di favorire un dialogo a livello regionale e
di rilanciare l'impegno della comunità internazionale
volto alla ricostruzione economica e civile del paese,
alla pacificazione e al rafforzamento delle istituzioni
afgane, alla elaborazione di un piano efficace di
riconversione delle colture di oppio, anche ai fini di
una loro parziale utilizzazione per le terapie del
dolore;
- una iniziativa per avviare un monitoraggio ambientale
delle aree interessate da operazioni belliche al fine di
individuare gli eventuali livelli di inquinamento
bellico e i conseguenti piani di bonifica;
a valorizzare, prioritariamente, nella propria azione di
politica estera gli strumenti di prevenzione dei
conflitti, di mediazione e di accompagnamento dei
processi di pace;
ad impostare l'attività di cooperazione giudiziaria
dell'Italia in Iraq, e più in generale le iniziative di
institution building, secondo i più recenti sviluppi del
diritto penale internazionale, nonché delle regole di
procedura e prova contenute negli statuti dei tribunali
penali ad hoc, delle Corti speciali internazionali e
della Corte penale internazionale;
a mantenere distinti, nell'ambito delle iniziative
italiane all'estero, gli interventi di cooperazione allo
sviluppo rispetto alle attività di sicurezza e polizia
internazionale;
a svolgere un'azione determinata per il rilancio
dell'Unione Europea e per un suo protagonismo sulla
scena internazionale quale forza di dialogo, di
promozione della pace, della libertà, della democrazia,
dello sviluppo, nel rispetto della legalità e del
diritto internazionale;
a portare avanti un'altrettanto determinata azione volta
al rafforzamento delle organizzazioni internazionali, a
partire dall'Onu, quali insostituibili sedi
multilaterali di confronto in cui la comunità
internazionale può formare, su un piano di pari dignità
tra le nazioni, la propria volontà, conformemente ai
principi dello Statuto delle Nazioni Unite, delle
Dichiarazioni sui diritti dell'uomo e del diritto
internazionale;
a promuovere in questo quadro, anche in qualità di
membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dal
gennaio 2007, le iniziative volte a costituire un
contingente militare di pronto intervento per il
mantenimento della pace e della sicurezza internazionale
alle dirette dipendenze della Segreteria generale delle
NU;
a mantenere uno stretto rapporto con il Parlamento,
anche attraverso i nuovi strumenti di verifica di cui lo
stesso può decidere di dotarsi in relazione alle
missioni di pace internazionali, per consentirgli di
esplicare con piena consapevolezza e responsabilità il
suo compito di legislazione organica, di indirizzo e
controllo.
Afghanistan, tutti uniti sulla mozione
Alle 20.30 di ieri si raggiunge l'accordo. Anche il
Pdci firma il documento comune. Si passa dal codice di
guerra a quello di pace
|
"Habemus
papam": alle 20,30 di sera, dopo una giornata di
trattative e limature, il vicecapogruppo
dell'Ulivo alla Camera Marina Sereni annuncia
così il via libera della maggioranza alla
mozione parlamentare che accompagnerà il disegno
di legge sulle missioni all'estero.
Nessuna exit strategy: la sintesi si è trovata
impegnando il governo a promuovere nelle sedi
internazionali una verifica sull'Afghanistan e
una valutazione per il superamento di Enduring
Freedom.
Dopo giorni di polemiche e distinguo arriva,
sulla mozione, una prima prova di compattezza
della maggioranza sulla politica estera. Era
stato lo stesso presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano a rivolge un appello in
questo senso in vista del voto d'aula: "Se il
centrosinistra non desse prova di compattezza,
si potrebbero aprire problemi abbastanza
delicati". Un avvertimento importante: se a
Montecitorio, infatti, i dissidenti non sono
abbastanza per mettere in pericolo la supremazia
dell'Unione, al Senato le cose stanno
diversamente, visti i margini minimi su cui può
contare la maggioranza.
Ora, il risultato portato a casa dall'Unione, è
racchiuso in tre pagine di intenti. Prima si
legge una premessa, in cui si sottolinea "la
vocazione alla pace" dell'Italia, espressa
dall'art.11, e una presa d'atto dell'annuncio,
fatto ieri dal ministro degli esteri Massimo
D'Alema, che "in territorio afghano l'Italia non
è in alcun modo impegnata militarmente
nell'ambito della missione Enduring Freedom".
Poi una seconda parte dove sono specificati gli
impegni del governo che hanno convinto anche il
Pdci, fino a ieri contrario alla mozione, a
firmare in serata il testo.
La mozione impegna il governo a promuovere nelle
sedi internazionali competenti, in special modo
nell'ambito Onu e Nato, "la verifica
sull'impegno internazionale in Afghanistan" e
"ad una valutazione sulle prospettive di
superamento della missione Enduring Freedom in
territorio afghano". L'Italia promuoverà anche
una nuova conferenza internazionale
sull'Afghanistan e "l'attività di cooperazione
giudiziaria dell'Italia in Iraq e più in
generale le iniziative di istitution building".
Nel giorno in cui sono spariti gli emendamenti
del Pdci e del dissidente Prc Cannavò, la
maggioranza ha raggiunto l'accordo sull'unico
emendamento che sarà presentato direttamente in
aula e sarà accolto dal governo: l'adozione del
codice militare di pace, al posto di quello di
guerra, per gli operatori impegnati in
Afghanistan. Obiettivo per il quale si è
impegnato anche il viceministro degli Esteri Ugo
Intini, presente stasera insieme al
sottosegretario Vernetti al tavolo dei
capigruppo, coordinati da Marina Sereni.
Nonostante l'enigma del voto in Aula e la
resistenza di alcuni dissidenti, il clima
nell'Unione si è rasserenato. E che l'intesa
fosse vicina si era già capito dopo la prima
riunione mattutina. "Sarebbe da ridere - aveva
affermato in mattinata il segretario del Prc
Franco Giordano - se l'Unione non avesse la
maggioranza. Io penso che dovremmo seguire la
via maestra ed una strada limpida, cioè fare una
mozione di indirizzo di politica estera che
determini una discontinuità e contemporaneamente
approvare un provvedimento che deve avere una
maggioranza autosufficiente".
Discontinuità riconosciuta a fine giornata dal
deputato Pdci Iacopo Venier, presente al tavolo:
"La nostra posizione di giudizio non è cambiata
e resta contraria, ma è cambiato il contesto di
discussione e il merito: la mozione segna una
discontinuità". E' soddisfatto anche il Verde
Angelo Bonelli, che spera di convincere anche il
suo dissidente Bulgarelli: "L'intesa rafforza
l'Unione e fa bene al governo".(AprileOnline
14.07.06) |
Afghanistan, stallo e confusione
|
Una
situazione di impasse, stallo e confusione. E'
questo, secondo diversi capigruppo dell'Unione,
lo stato dell'arte delle trattative sul
rifinanziamento della missione in Afghanistan.
I partiti della sinistra radicale, al di là
delle difficoltà sui cosiddetti "dissidenti",
hanno due linee diverse e lo stallo è evidente.
A sottolineare la gravità della situazione, il
ministro degli Esteri Massimo D'Alema, parlando
della politica estera del governo, si dice
pronto a dimettersi se la linea "non va bene". E
il titolare della Difesa Parisi avrebbe
suggerito l'opportunita' di un vertice dei
segretari del centrosinistra con Romano Prodi.
Il provvedimento che rifinanzia le missioni
militari italiane all'estero dovrebbe approdare
il 17 luglio in Aula a Montecitorio, e passare
il 25 al Senato. Domani arriverà a Roma il
segretario generale dell'Onu Kofi Annan
(incontri con Prodi e diversi ministri), e le
Nazioni Unite, come del resto la Nato, chiedono
più uomini e più mezzi a Kabul. Sempre domani
mattina scade, in commissioni riunite Esteri e
Difesa della Camera, il termine per la
presentazione degli emendamenti al Ddl. L'Unione
non ha ancora trovato la quadra e c'è la
possibilità che i partiti della sinistra
radicale presentino proposte di modifica
importanti. Un atteggiamento che a quel punto
potrebbe infastidire gli altri alleati. In
particolare l'Udeur non resterebbe a guardare.
I capigruppo del centrosinistra alla Camera si
vedranno in tarda mattinata per tentare una
mediazione, ma il clima non è dei migliori. "Non
esiste neppure una bozza di mozione - racconta
uno di loro - perchè non sappiamo se la
presenteremo oppure no". In ogni caso il
segretario del Prc Franco Giordano e il
presidente dei deputati Verdi Angelo Bonelli
spingono perchè la mozione contenga
l'indicazione di una "exit strategy"
dall'Afghanistan. Il capogruppo del Pdci Pino
Sgobio però insiste: "Abbiamo grossa difficoltà,
quasi imbarazzo, sulla mozione, preferiremmo un
pronunciamento ufficiale del governo. Questa
sarà la nostra posizione alla riunione di
domani".
D'Alema invece osserva che una exit strategy
significherebbe uscire dalla politica
internazionale.
Le posizioni sono dunque distanti e la strada
verso l'intesa è certamente in salita. Da qui
l'avvertimento ancora di D'Alema: "La politica
estera italiana è chiaramente caratterizzata
sulla base del programma elettorale dell'Unione,
e agli occhi della comunità internazionale
presenta anche chiari segni di novita". "Non mi
si chiedano stravaganze, perchè non sono nel mio
Dna".
Che la situazione si stia complicando lo
dimostra anche l'atteggiamento di Parisi,
sebbene, per ora, l'ipotesi di un vertice dei
segretari con il premier non sia in campo. Si
attende l'esito della riunione dei capigruppo.
Ma i problemi potrebbero non essere comunque del
tutto risolti da un'eventuale intesa. Torna
infatti d'attualità la vicenda del gruppo di
otto senatori che avevano manifestato la volontà
di votare no al Ddl. Se i Verdi dovrebbero far
rientrare la contrarietà dei loro "dissidenti"
(escluso il senatore Mauro Bulgarelli), così
come nel Pdci Fernando Rossi si atterrà alle
decisioni del partito, per Rifondazione il
compito sembra piu' difficile. Resta il 'no' di
Gigi Malabarba, Fosco Giannini, Franco
Turigliatto e Claudio Grassi. Anche se
quest'ultimo non chiude all'ipotesi di una
mediazione.
Sulle minoranze interne è in atto una pressione
insistente e serrata di Giordano e dei suoi, che
avrebbero paventato l'impossibilità di restare
uniti nel caso di una spaccatura in Aula. Si
fanno sentire anche i big del partito: il
presidente della Camera Fausto Bertinotti si
dice convinto che il governo abbia presentato un
"provvedimento responsabile" e il ministro Paolo
Ferrero definisce "delirante" l'ipotesi che
l'Unione non possa contare su una propria
maggioranza.
Intanto sabato si riunirà un'assembla di
autoconvocati dell'area pacifista ('Contro la
guerra senza se e senza ma. Via dall'Iraq, via
dall'Afghanistan'): oltre agli otto senatori
"dissidenti" hanno annunciato la loro
partecipazione anche Paolo Cento (Verde),
Salvatore Cannavo' (Prc), Cesare Salvi (Ds),
Franca Rame (Idv). Oltre, naturalmente, ai
rappresentanti dei movimenti. (AprileOnline
12.07.06) |
Diario afgano
|
Il racconto
del viaggio
di Vauro,
dall'Afghanistan
dove la
guerra non è
mai finita |
 |
dal
nostro
inviato
Vauro Senesi
Uscendo
dal
terminal
dell’aeroporto
di
Kabul,
sulla
piazza
si
veniva
accolti
da un
grande
cartello.
Avvisava
che sul
territorio
afgano
sono
disseminate
circa 10
milioni
di mine
e
mostrava
il
disegno
di
alcuni
tipi di
ordigno.
Welcome
to
Kabul.
Era
l’unico
cartello
disegnato
in tutta
la
città,
perchè i
talebani
proibivano
rigidamente
qualsiasi
forma di
riproduzione
di
immagini.
Al suo
posto
oggi
troneggia
la
pubblicità
di un
qualche
sapone,
con la
faccia
sorridente
e
truccata
di una
bella
ragazza.
Il
cartello
delle
mine è
sparito,
ma le
mine no.
La
faccia
sorridente
della
bella
ragazza
della
pubblicità
è uno
dei
pochi
volti di
donna
che si
possano
vedere,
chè già
inoltrandosi
nello
stradone
che
porta
verso il
centro
della
città,
rese più
incerte
dalla
nebbia
della
polvere
sollevata
dal
vento,
compaiono
qua e là
le
sagome
dei
burka di
sempre.
Affondata
dal
rumore
continuo
di
clacson
prodotto
da un
traffico
anarchico
di
automezzi
sgangherati
e di
pick-up
con i
contrassegni
delle
centinaia
di
organizzazioni
internazionali
piovute
qui, la
Kabul
'liberata'
continua
a
mostrare
le
macerie
di
sempre.
Non sono
più i
turbanti
neri dei
miliziani
talebani,
ma gli
elmetti
d’acciaio
dei
soldati
del
nuovo
esercito
afghano,
i
kalashnikov
sono gli
stessi
di
sempre
negli
infiniti
posti di
blocco
che
strozzano
le vie
della
città.
Sulla
pelle
dei
civili.
I
militari
americani
si
intravedono
soltanto,
chiusi
nei
blindati
dei
convogli
che
percorrono
le
strade
correndo.
Hanno
l’ordine
di non
fermarsi
anche se
causano
incidenti
o
travolgono
qualcuno,
non
devono
mettere
a
rischio
la loro
sicurezza,
quella
degli
altri
non è la
priorità.
Nabi, 30
anni,
capelli
scuri e
occhi
mobilissimi
su un
volto
magro
ombreggiato
da un
velo di
barba,
si
trovava
nerlla
zona
dove, il
29
maggio
scorso,
l’ennesimo
incidente
provocato
da un
convoglio
blindato
statunitense
aveva
suscitato
la
rivolta
della
popolazione.
Pietre
contro
le
autoblindo
ed in
risposta
proiettili,
proiettili
del tipo
ad alta
velocità,
di
quelli
che
penetrati
nel
corpo
frantumano
le ossa.
A Nabi
uno di
quei
proiettili
ha
sbriciolato
il
bacino.
Ora è
ricoverato
nell’ospedale
di
Emergency,
steso
sul
letto,
una
sbarra
di ferro
dalla
gamba al
petto
per
consentire
agli
infermieri
di
girarlo
e
medicare
la piaga
che ha
al posto
della
natica
sinistra.
Quel 29
maggio
in 70
sono
arrivati
in
ospedale,
tutti
colpiti
da
proiettili
ad alta
velocità,
sette
sono
morti
quasi
subito.
Nabi
parla
con un
filo di
voce:
“Gli
americani
dicono
che sono
venuti
qui ad
aiutarci,
allora
perchè
ci
sparano
addosso?”,
sarà per
il tono
di voce
flebile
ma non
si
percepisce
rabbia
nella
sua
domanda,
piuttosto
una
antica
rassegnazione.
Vittime
di guerra.
E’ stata
invece una
bomba,
quella del 5
luglio
scorso,
esplosa
vicino al
ministero
della
giustizia, a
strappare la
gamba
sinistra di
Mohammed
Amin, 33
anni, 6
figli, anche
lui
ricoverato
nell’ospedale
di
Emergency, i
medici
stanno
tentando in
tutti i
modi di
salvargli
l’altra.
Amin vendeva
frutta e
verdura con
il suo
karachi
(carrettino):
“Mentre
incartavo
delle
verdura per
un cliente –
racconta -
mi è
sembrato che
qualcuno
mettesse un
pacco sotto
il mio
karachi,
poi non
ricordo più
nulla se non
una forte
esplosione”.
Per
l’ospedale
gira una
piccola
peste, si
chiama Sami
ed ha 9
anni, si
diverte a
dare pugni
improvvisi
ai pazienti
in trazione,
li dà con la
mano buona,
chè l’altra
è chiusa
stretta
nelle bende.
Sami ha
raccattato
“un oggetto
piccolo e
scuro” così
descrive la
mina che gli
è esplosa in
mano
portandogli
via tre
dita. Quando
il giorno di
visita
finisce e la
madre di
Sami se ne
va, lui
diventa
triste ed
allora ha
bisogno di
coccole, la
nuca di Sami
è devastata
da
un’ustione,
un incidente
domestico
provocato da
una cucina
rudimentale
a kerosene.
Sul corpo di
bambino di
Sami i segni
della storia
eterna
dell’Afghanistan:
la miseria
che non
finisce, la
guerra che
continua. Il
volto
sorridente e
truccato
della bella
ragazza
della
pubblicità
del sapone
vicino
all’aeroporto
resta
l’unico
futile segno
di
cambiamento
nella Kabul
di
sempre. (Peace
Reporter
07.07.06) |
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"Non abbiamo bisogno dei militari"
|
Gino Strada
risponde al
ministro
della Difesa
italiano
Arturo
Parisi |
 |
Questa
mattina
ho visto
due
blindati
italiani
passare
davanti
all’ospedale
di
Emergency,
nel
pieno
centro
di
Kabul. I
militari
spuntavano
dalla
torretta,
ruotando
la
mitragliera
da
destra e
sinistra,
lentamente,
a
“coprire”
entrambi
i lati
della
strada.
Mi sono
chiesto
che
penseranno
i
cittadini
di Kabul
della
loro
citta’
attraversata
da carri
armati
stranieri.
E che
sensazione
avranno
i
passanti
nel
vedersi
puntate
addosso
quelle
mitraglie?
Ho avuto
il
piacere
di
conoscere
il
Ministro
Parisi
qui a
Kabul, e
ne ho
apprezzato
l’interesse
per il
nostro
lavoro.
Tornato
a casa,
leggo
sul
Corriere
di
oggi
una sua
dichiarazione
che
suona
cosi’
“Se
Emergency
puo’
agire a
Kabul,
e’
grazie
alla
protezione
dei
militari”.
Domanda
secca:
perche’
un
Ministro
dice
bugie?
Una
bugia
sciocca,
tra
l’altro,
banale,
facilmente
confutabile:
Emergency
era a
Kabul
gia’ nel
2000,
quando
non
c’erano
truppe
italiane
e
perfino
la
nostra
l’Ambasciata
era
chiusa
da anni.
Gia’,
eravamo
a Kabul
nella
Kabul
talebana.
E dal
1999 in
Panchir,
con un
ospedale
che
curava
chi
viveva
da
quella
parte
del
fronte.
Banalmente,
per non
fare
torto a
nessuno
e
occuparci
il piu’
possibile
di chi
aveva
bisogno,
senza
chiedere
appartenenze.
A Kabul
come in
Panchir,
abbiamo
lavorato
per anni
senza
protezione
militare.
E
allora,
Ministro
Parisi,
perche’
quella
bugia?
Pero’ in
qualche
modo la
capisco:
lei
“deve”
dire
bugie
sull’Afghanistan.
Vi e’
obbligato
dall’avere
scelto
di
partecipare
a una
operazione
di
guerra
cammuffandola
e
spacciandola
per
operazione
di pace.
Non si
puo’
fare
senza
raccontare
bugie. E
senza
apparire
ridicoli.
Gli
Stati
Uniti
chiamano
GWATquello
che
stanno
facendo
in
Afghanistan
(con
Enduring
Freedom
prima,
con
l’ISAF
poi,
infine
con la
Nato):
guerra
globale
contro
il
terrorismo.
Il
nostro
Ministro
della
Difesa
tende
invece a
far
credere
che le
truppe
italiane
(che
hanno
partecipato
a
tutte
le
Operazioni
lanciate
in
Afghanistan)
siano
qui a
fare la
guardia
ai
medici.
Mi
spiace
contraddirla
Signor
Ministro,
ma non
siamo
qui
grazie
ai suoi
soldati,
ne’ ad
altri
militari.
Anzi la
loro
presenza
e’ per
noi
motivo
di seria
preoccupazione,
per la
sicurezza
nostra
del
nostro
staff e
dei
nostri
pazienti.
Provi a
trovare
altre
scuse,
per
giustificarla.
Per
quanto
mi
riguarda,
e per
quanto
riguarda
Emergency,
puo’
riportare
a casa
le sue
truppe
domani
mattina.
Anzi ci
spingiamo
a
pensare
che lei
dovrebbe
farlo.
Per
molte
ragioni,
la piu’
evidente
essendo
che lei
ha
giurato
di
rispettare
la
Costituziome
Italiana,
Articolo
11
compreso.
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|
Afghanistan: serve una chiara strategia d'uscita
|
di Claudio Grassi*
Ieri
mattina si è tenuta la riunione dei senatori e
deputati impegnati nella battaglia di
opposizione alle intenzioni del governo sulla
proroga e il rifinanziamento della missione
italiana in Afghanistan. Erano presenti
parlamentari del Prc, dei Verdi e del Pdci. La
riunione è stata caratterizzata da una forte
unanimità nelle valutazioni della situazione e
delle prospettive e da una assoluta convergenza
per ciò che riguarda le iniziative da assumere
tanto in ambito parlamentare quanto nel Paese
allo scopo di sostenere e rendere quanto più
efficace possibile la mobilitazione delle forze
pacifiste, contrarie ad una politica che si
collochi in sostanziale continuità con le scelte
operate dal governo di centrodestra.
Nel merito la discussione si è concentrata su
due aspetti principali. Il primo di questi
riguarda i passaggi del confronto parlamentare
che si svilupperà durante la seconda metà del
mese di luglio prima alla Camera e poi al Senato
sullo sfondo della discussione sul disegno di
legge governativo relativo alle 29 missioni
italiane all’estero e, in particolare, alla
missione in Afghanistan.
Su questo terreno è emerso l’intendimento, da
tutti condiviso, di produrre emendamenti che
ruotino intorno a due obiettivi: il primo
consiste nell’immediata cancellazione del
rifinanziamento della partecipazione italiana a
Enduring Freedom (la campagna americana
ufficialmente motivata dalla necessità di
combattere il “terrorismo internazionale” e in
realtà ormai inequivocabilmente rivelatasi una
guerra di aggressione finalizzata alla
occupazione del paese asiatico per controllare
le vie energetiche e per disporre di un
avamposto militare in grado di far pesare una
minaccia nei confronti dei paesi confinanti, a
cominciare dalla Cina, dall’India, dalla Russia
e dall’Iran); il secondo riguarda l’inserimento
nel dispositivo del ddl del governo di un chiaro
e impegnativo riferimento ad una “strategia di
uscita” del nostro Paese dalla guerra in
Afghanistan.
Tutti i presenti si sono dichiarati d’accordo
nel considerare entrambe queste richieste
ineludibili al fine di operare nei fatti quella
“discontinuità” che tutte le forze politiche
della sinistra dell’Unione hanno sempre
dichiarato di considerare indispensabile.
Tale valutazione - è bene ricordarlo - implica
in negativo l’unanime convincimento che, per
come esso è stato sin qui elaborato, il ddl del
governo non contiene ipotesi e proposte tali da
introdurre nelle scelte del governo un
cambiamento di rotta rispetto alle politiche del
precedente governo, informate dalla volontà di
schierare l’Italia, in palese violazione
dell’articolo 11 della Costituzione, al fianco
degli Stati Uniti nella politica di aggressione
e di guerra promossa dall’attuale
amministrazione Bush.
Il secondo argomento affrontato nel corso della
riunione concerne le iniziative di movimento che
i parlamentari pacifisti intendono promuovere
per rispondere alle sempre più forti domande di
partecipazione che provengono loro, unitamente
alle manifestazioni di solidarietà e di consenso
nei confronti della loro battaglia, dai
movimenti, dalle associazioni, da vasti e
qualificati ambiti di società civile.
Nel concreto, si è deciso di organizzare per la
mattina di sabato 15 luglio a Roma un’assemblea
che vedrà la partecipazione di rappresentanti
dei movimenti, dell’associazionismo di base, dei
sindacati nonché di figure prestigiose
dell’intellettualità critica, del giornalismo e
naturalmente delle forze politiche impegnate nel
Paese e nelle istituzioni in questa decisiva
battaglia di civiltà.
“No alla guerra, senza se e senza ma”: sarà
questo il titolo della manifestazione (con un
sottotitolo non meno significativo: “via
dall’Iraq, via dall’Afghanistan”) all’insegna
del quale si terrà questa assemblea
auto-convocata. In tale occasione gli interventi
produrranno elementi di riflessione, di
conoscenza e di proposta tesi a dare visibilità
e forza ad una iniziativa che già oggi, mentre
scriviamo, ha prodotto effetti di grande
rilevanza, non prevedibili sino ad un recente
passato.
Appare incontrovertibile, infatti, che proprio
la mobilitazione delle forze pacifiste nel Paese
e nelle istituzioni ha riaperto una discussione
sulle direttrici della politica internazionale
del governo imponendo a tutta la maggioranza di
riflettere sui propri intendimenti e sulle
proprie concrete scelte politiche. Mancano
ancora più di 20 giorni prima del voto
conclusivo del Parlamento. Si tratta di uno
spazio di tempo importante che va riempito di
iniziative, nutrito di idee e vissuto con la
coerenza e la determinazione che hanno sin qui
ispirato le prese di posizione dei soggetti
impegnati contro la guerra. In questo arco di
tempo lo schieramento pacifista può crescere,
nella sua capacità di impatto e di
condizionamento. In questa direzione la riunione
di ieri mattina ha segnato un importante passo
in avanti. (AprileOnline 07.07.06)
*Deputato e membro della Segreteria
Nazionale Prc, area "L’Ernesto" |
Dall'Afghanistan per una politica di Pace
Appello. Il testo è firmato da 14 parlamentari
del Prc e della Sinistra Ds. L'obiettivo resta il ritiro
delle truppe dal paese asiatico. La mediazione è
positiva
|
a. Il
nostro obiettivo primario resta il ritiro delle
truppe italiane dall’Afghanistan, ed una
radicale trasformazione della presenza dell’ONU
e dell’Unione Europea in quel paese, nonché di
un ripensamento dell’intervento della NATO al di
fuori del contesto nordatlantico.
b. Il ritiro del contingente militare italiano
dall’Iraq rappresenta una svolta importante
sulla quale costruire una nuova politica estera
di pace e multilateralismo solidale;
c. Questa svolta non può dirsi compiuta se sulla
guerra in Afghanistan non è stato possibile
assumere un’esplicita posizione comune nel
programma dell’Unione.
Ciononostante, le forze di sinistra ed il
movimento della pace nelle sue varie espressioni
sono riusciti a strappare con difficoltà una
mediazione che valutiamo positivamente.
Essa prevede il congelamento della presenza
militare italiana sul campo, respingendo le
pressanti richieste della NATO, soprattutto di
aerei da combattimento, l’aumento della
componente civile, ed il monitoraggio
parlamentare.
d. Pensiamo che a queste condizioni sarà
possibile costruire un percorso che possa creare
le premesse per una radicale trasformazione
della presenza italiana in Afghanistan, nella
prospettiva di un ritiro delle truppe a
vantaggio di forme efficaci di promozione della
sicurezza umana e dei diritti fondamentali delle
popolazioni afgane, nonché di prevenzione
politica e sociale del conflitto.
Tuttavia l’aumento dell’impegno militare
italiano nell’operazione Enduring Freedom, sotto
comando USA prospettato nel decreto di
rifinanziamento appare palesemente in
contraddizione con un tale percorso. Chiediamo
pertanto al Governo un’ulteriore riflessione ed
un ripensamento.
f. Prendiamo atto delle decisioni che ora la
coalizione è in grado di assumere ma siamo
intenzionati a sviluppare un’iniziativa costante
a livello politico e parlamentare per far sì che
agli impegni presi segua un effettivo
cambiamento di rotta della politica estera
italiana in Afghanistan. (Seguono le firme -
AprileOnline 07.07.06)
|
Lettera appello ai parlamentari dell'Unione
Vorremmo, se ci consentite,
dire la nostra sulla questione Afghanistan. La pace è
spesso stata considerata un valore, quindi un fine, un
qualcosa da raggiungere, e per cui qualsiasi mezzo è
consentito.
Per questo motivo esiste, nel campo militare, il motto
"si vis pacem para bellum", ossia "se vuoi la pace
prepara la guerra", considerando la guerra come
deterrente e quindi come mezzo per raggiungere una pace.
Per Gandhi e per tutti i veri pacifisti, tra cui ci sono
anche io, la pace è un principio, ossia un metodo di
vita, un modo di essere che
naturalmente porta alla pace.
Quindi vale il principio "si vis pacem, para pacem", se
vuoi la pace prepara la pace. Si dice anche che si è in
guerra non solo quando la guerra è in atto, ma anche
quando la guerra è in potenza, ossia quando si lavora
per prepararsi alla guerra.
Per questo motivo noi viviamo in uno stato di perenne
guerra, in quanto determinate ed istituzionalizzate
parti dei nostri popoli sono addestrate per andare in
guerra.
Ponendo dette premesse e per sintetizzare, posto come
dovuto ed indiscutibile il ritiro delle nostre truppe
dall'Iraq, teatro di guerra che non ci appartiene, oggi
si discute se bisogna continuare a permanere in
Afghanistan.
Si giustifica tale presenza come necessaria ponendo la
questione che gli afghani hanno bisogno del nostro aiuto
non militarmente ma civilmente.
Ma questo non comporta assolutamente la presenza
dell'esercito in Afghanistan.
Come dice Gino Strada, se gli afghani hanno bisogno di
ospedali, perché mandargli carri armati?
Allora, invece di mandare militari, mandiamo personale
civile, medico, infermieristico, strutture mediche,
esperti politici o quant'altro, ma non militari in armi.
A questo punto sentiamo il dovere morale e il diritto
civile di chiedere a chi abbiamo eletto a rappresentarci
al Parlamento e che è pacifista per principio, di non
votare il rifinanziamento della missione in Afghanistan,
ma a porre le basi per un finanziamento o un sostegno a
quelle missioni civili già presenti, come appunto quella
di Emergency.
Diversamente potrebbero venire meno le motivazioni di
fondo che ci spingono a sostenere l'attuale governo.
(Seguono le firme - http://www.megachip.info)
Io vivo in pace
e voglio la pace
Per sottoscrivere la petizione:
http://www.petitionspot.com/petitions/outAfghanistan
clicca su
Dossier Afghanistan di Francesco Francescaglia
La sfida di Kabul
|
di
Elettra Deiana
Chiedere il congelamento di
una missione di guerra è come chiedere al mare
di rinunciare ai flussi dell’alta marea. Ma
bisogna provarci egualmente, quando si deve
sostenere un governo di centrosinistra che sulla
partecipazione italiana alle missioni militari
non ha esattamente lo stesso parere del
pacifismo radicale e anzi ritiene titolo di
merito per il nostro Paese aver partecipato in
armi a un serie di conflitti con giustificazioni
che erano in una qualche contraddizione con
l’articolo 11 della Costituzione repubblicana.

Abbiamo tentato la via della riduzione del danno
con la missione italiana in Afghanistan,
rinunciando a chiedere il ritiro del nostro
contingente “qui e ora”, in occasione del
decreto di rifinanziamento di luglio e
limitandoci alla richiesta di un congelamento
dei compiti operativi militari dei soldati là
impegnati. Quindi niente Amx nel sud del Paese,
niente reparti speciali nelle zone tribali,
niente rafforzamento delle regole d’ingaggio,
niente potenziamento dei compiti della marina
militare italiana impegnata nel mar Mediterraneo
e nel golfo Arabico. In compenso sì a un’azione
di monitoraggio intesa a fornire in modo serio
al Parlamento e all’opinione pubblica del nostro
Paese gli elementi di valutazione di quale sia
effettivamente il contesto geo-politico di quel
territorio, quali siano le dinamiche in atto,
quali gli obiettivi raggiunti, quali le ombre e
le contraddizioni che – a detta di molti –
stanno causando un’escalation bellica di
drammatica portata.
In Afghanistan si trascinano dall’autunno del
2001 le conseguenze di una guerra decisa
unilateralmente dall’amministrazione Bush,
legittimata dalle nazione Unite sulla base di
informazioni mai verificate (la responsabilità
del regime dei Taleban nell’attacco dell’11
settembre), e soprattutto incapace, come tutte
le avventure militari, di produrre processi di
pace e di convivenza in quel disastrato paese.
Bisognerebbe andarsene, inventare nuove strade
di cooperazione e aiuto. Ce ne andiamo dall’Iraq
e già è molto, ci dicono. Restiamo – per il
momento – in Afghanistan ma, personalmente e con
molte e molti per fortuna, sono intenzionata a
fare di tutto perché il ritiro delle nostre
truppe da Kabul entri al più presto nell’agenda
politica del governo e nelle decisioni del
Parlamento.
L’impegno assunto dalla maggioranza di avviare
un monitoraggio su quella missione costituisce e
realizza un obiettivo importante che può
facilitare il compito del disimpegno. Aver rotto
l’automaticità del rifinanziamento, aver posto
le condizioni che obbligano al dibattito e al
confronto in Parlamento non sono passaggi senza
importanza. Si tratta dell’opportunità di
acquisire elementi di conoscenza di quel
contesto nonché del ruolo effettivo svolto dal
contingente italiano e soprattutto delle
dinamiche in atto. Estremamente rischiose,
stando ai giudizi di esperti analisti di cose
militari.
La discussione sul rifinanziamento dovrà essere
accompagnata da una serie di audizioni, tra gli
altri l’ambasciatrice Brunetti, responsabile del
team italiano impegnato nell’opera di
organizzazione degli assetti giuridici del
Paese, l’incaricato di Kofi Annan a Kabul, i
responsabili militari sia di Isaf sia di
Enduring Freedom, le due facce della
missione militare. Sempre più contigue,
sovrapposte, la stessa cosa che vanifica tutte
le altre cose.
Ma c’è forse un trucco nel decreto di
rifinanziamento e bisognerà chiarire di che si
tratti. Avevamo chiesto il congelamento totale
della missione e invece sembra che la parte di
Enduring Freedom sul golfo Arabico,
inopinatamente, sia stata rafforzata con l’invio
di due navi al posto della fregata Euro nel
frattempo rientrata in Italia. Tutto nello
scorcio dell’ultimo finanziamento, tutto tenendo
all’oscuro il Parlamento e assecondando le
indicazioni della Nato. Un pessimo inizio, se
così fosse. Ma la sfida di Kabul non è un pranzo
di gala. Per nessuno. (AprileOnline 04.07.076) |
Approfondiamo il confronto
|
di Silvana Pisa
Nel vorticoso susseguirsi
di dichiarazioni ed incontri sulla missione afgana, è opportuno
fare il punto. Il tema dell'Afghanistan nel programma
dell'Unione non era stato affrontato specificatamente, scalzato
dall'urgenza del ritiro iracheno, ma soprattutto da una mancata
condivisione.
Senza un confronto approfondito alle spalle non è semplice
arrivare a conclusioni condivise: per farlo sarebbe stata
necessaria almeno un'immediata discussione nell'Unione e in
Parlamento sulla situazione afgana, sulle strategie e gli
interessi in gioco in quell'area, sulle ragioni di fondo della
nostra presenza in quel territorio che superasse le deboli
motivazioni giuridiche che hanno consentito l'intervento della
NATO. Questo avrebbe comportato, a sua volta, una discussione -
che prima o poi dovremmo fare - sul nuovo ruolo che la NATO sta
giocando su scala internazionale perché occorre ricordare che
l'applicazione dell'articolo 5 del trattato di Washington solo
dal 1999 ha consentito alla NATO di uscire dai suoi confini e di
svolgere funzioni "di guardia" al di fuori di questi. Ma anche
su questo è mancata una discussione nel Parlamento e nel Paese.
Oggi la situazione in Afghanistan si è molto aggravata e
presenta aspetti preoccupanti: aumento del numero degli
attentati e dei morti soprattutto nella popolazione civile,
crescita esponenziale del narcotraffico (di cui sono capofila
alcuni signori della guerra vicini al Presidente Karzai),
dilagare della corruzione e della violenza. Aspetti pericolosi e
negativi che fanno impallidire i flebili segnali positivi come
la ripresa della scolarizzazione femminile, l'avvio di una
riforma giudiziaria, etc.... Rispetto a questo quadro
sostanzialmente negativo è doveroso interrogarsi se la presenza
militare straniera sul territorio afgano lungi da essere
soluzione per i problemi del Paese non sia essa stessa parte del
problema.
Un bilancio sulle turbolenze dell'intera regione non è mai stato
fatto dal Governo di Centrodestra e ci saremmo aspettati che
prima di affrontare il decreto sulle missioni il Governo Prodi
avesse previsto invece un'ampia discussione parlamentare
fornendo elementi "veri" di approfondimento sulla base dei quali
si sarebbe potuta costruire una exit-strategy (siamo in
Afghanistan da quasi 5 anni) che prevedesse tempi e modalità
determinate. Questo non è stato e noi Parlamentari Pacifisti
miriamo ad ottenere anche questo risultato. Tuttavia i paletti
minimali che molti di noi avevano posto sul congelamento della
nostra missione (il non appesantimento delle regole d'ingaggio,
l'evitato spostamento dei soldati italiani in zone di conflitto
al sud, il mancato invio di truppe speciali e di
cacciabombardieri, la riduzione del numero dei militari
impegnati) sono stati raggiunti, e questo è importante. Va
aggiunto però che un elemento qualificante sarebbe stato lo
sganciamento definitivo del contingente italiano dall'operazione
Enduring Freedom, a guida statunitense che ha il comando
strategico a Pampa in Florida (invece il nostro Paese partecipa
tuttora con circa 250 uomini e due unità navali). Ma la politica
Parlamentare significa, in questo caso, affrontare un percorso
che crei le premesse concrete per un complessivo ritiro delle
nostre truppe e per una loro sostituzione con un sistema di
cooperazione civile in sostegno dei bisogni fondamentali del
popolo afgano con un modello diverso da quello "militare-civile"
praticato dai PRT e dal CIMIC.
Su questi temi dobbiamo ancora lavorare insieme per arrivare ad
una posizione condivisa e sarebbe utile arrivarci prima della
votazione sul decreto di rifinanziamento delle
missioni.(AprileOnline 29.06.06)
*Senatrice Ulivo |
La Stampa
intervista Oliviero Diliberto
Diliberto: «Il sì sull'Afghanistan non è scontato e di
dare più truppe non se ne parla»
di Ugo Magri
Onorevole Diliberto, l'accordo sul rifinanziamento della missione in
Afghanistan è vicino o lontano?
«Per ora siamo al punto di partenza».
In
che senso?
«Nessuno mi ha contattato. Nessuno mi ha chiesto un'opinione. Nessuno mi
ha fatto vedere un testo».
Con Prodi ne ha parlato?
«Non ancora».
Cosa gli chiederà?
«Prima che venga promulgato il decreto, di poterne discutere il testo».
Un confronto preventivo nel merito?
«Sì. E non mi sembra una richiesta esosa. Semmai l'Abc».
Se invece il governo decidesse di tirare diritto?
«Sarebbe molto più difficile raggiungere l'intesa».
Sta avvertendo Prodi che i Comunisti italiani non mollano la presa?
«Per mia indole io non lancio avvertimenti. Noi abbiamo votato contro la
missione in Afghanistan non ricordo più quante volte. Per modificare
questa nostra opinione non basta venirci a dire: adesso siete nella
maggioranza... Bisogna modificare il contenuto della missione».
Una mozione di indirizzo parlamentare risolverebbe il problema?
«No. Bisogna vedere il testo del decreto. Se riproponesse le stesse cose
che ha fatto Berlusconi, dove starebbe la rottura col passato?».
Ma scusi, neppure Rifondazione comunista pretende che la discontinuità
sia marcata proprio nel testo del decreto...
«Sono loro ad aver cambiato opinione, non noi. Forse perché la loro
collocazione politica nel centrosinistra è diversa da quella dei
Comunisti italiani».
Sotto quale aspetto?
«Nel senso che io non debbo dimostrare a nessuno di avere spirito
unitario. Il mio partito è nato da una scissione, nel '98, per salvare
Prodi. Nel 2001 io stavo nell'alleanza, Rifondazione no. Alle primarie
sono stato l'unico segretario, al di fuori dell'Ulivo, che non si è
candidato contro Prodi».
E con ciò?
«A noi lezioni di unità non ne può impartire nessuno. Per cui possiamo
essere coerenti sui contenuti».
Sulla politica estera è in gioco il governo. Fino a che punto può
spingersi la coerenza?
«Rischi di tenuta non ce ne sono se il governo dà un segnale di
disponibilità».
Può indicare le sue condizioni per il sì?
«Poter discutere, con pari dignità, le modifiche alla nostra missione».
Gino Strada propone, sull'Unità, di finalizzarla ai soli aiuti
umanitari. Ha letto?
«Sì, e condivido. Ma oggi è un risultato molto difficile da raggiungere.
Sono per trovare le mediazioni possibili, con la massima serenità e
lealtà. Purché il senso di responsabilità non sia da una parte sola».
L'Udc, che è pronto a votare la missione, non rischia di rendervi
ininfluenti?
«Quella loro posizione è del tutto strumentale. Prefigura una
maggioranza diversa che vediamo come fumo negli occhi».
Come mai?
«Vogliamo continuare a essere determinanti. E Prodi rappresenta
l'equilibrio più avanzato possibile nella situazione attuale. La persona
giusta per cimentarsi in un'opera di mediazione. Un moderato,
proveniente però dalla cultura del dossettismo che condivide con la
sinistra due punti fondamentali: solidarietà e pace. Non voglio
cambiarlo».
Intanto voi della sinistra radicale state facendo a gara per
complicargli la vita...
«Rifiuto l'etichetta di sinistra radicale. Come noi la pensano vasti
settori del mondo cattolico, dai frati di Assisi all'associazionismo di
base».
Converrà che certi annunci sopra le righe non aiutano Prodi.
«Io rispondo per il mio ministro, Alessandro Bianchi. Sul ponte di
Messina, ha detto quanto sta scritto nel programma. E dal programma
dell'Unione non intendo muovermi di un millimetro. Se poi qualcuno fa
annunci sulle stanze dell'eroina, sui Pacs, sulla tassa per i ricchi
eccetera, è responsabilità di chi lo dice».
Come la metterete con la manovra lacrime e sangue che prepara Padoa
Schioppa?
«Vorrei che discutessimo di politica prima che di numeri. Cosa sarà
scritto, nel Dpef? Quali ceti verranno aiutati, quali danneggiati?
Riusciremo a far sì che il precariato torni a essere l'eccezione e non
la regola? Daremo un segnale sulle pensioni minime?».
Risponda lei.
«Non lo so, perché ancora non abbiamo visto nulla. Penso proprio che vi
sarà una riunione politica per decidere come dovrà essere la manovra».
Torniamo all'Afghanistan. Si parla di aumentare le truppe...
«Può immaginare come la penso io, visto che i soldati vorrei ritirarli.
Non è possibile rafforzare la presenza militare, magari perché dobbiamo
giustificarci con gli Stati Uniti per il ritiro dall'Iraq».
Sospetta uno scambio?
«Non sospetto nulla. Ma agli occhi dell'opinione pubblica un aumento
della presenza militare in Afghanistan darebbe questa impressione».
E' soddisfatto dei chiarimenti di D'Alema con gli americani?
«Non vivo sulla luna. D'Alema doveva in qualche modo legittimarsi agli
occhi degli Usa».
Non si scandalizza,quindi?
«No. Però voglio segnali nei fatti, non nel darsi del tu con Condoleezza
Rice, che la politica estera è cambiata».
Il ritiro dall'Iraq non è un segnale?
«Sì, anche se a mio parere tardivo. Ora vediamo rispetto all'altro
teatro di guerra guerreggiata: l'Afghanistan».
Quanto conta Kabul?
«E' ormai simbolica circa la natura della nostra maggioranza. L'Italia,
anche quella moderata, è pacifista. Si attende la prova, non
pasticciata, che abbiamo davvero voltato pagina».
Una missione incompatibile col Programma
|
di Jacopo Venier*
Bisogna dire chiaramente
che, se dopo oltre due mesi dalla vittoria elettorale
dell'Unione, non riusciamo ancora ad avere in mano atti concreti
che materializzino la discontinuità in politica estera ciò non è
certo il portato di una scarsa chiarezza del programma con cui
ci siamo presentati alle elezioni.
Infatti la faticosa stesura del programma (frutto di una aspra
battaglia politica come quella portata dal PdCI su vari punti
primo fra tutti il dossier Iraq) ha però prodotto un testo che
impegna l'Unione in modo molto, molto preciso.
Tra i tanti punti che si possono citare è importante ricordare
innanzitutto la formulazione finale i merito al ritiro
dall'Iraq. Nel testo su cui abbiamo ricevuto la fiducia degli
italiani, e che impegna tutti i partiti della attuale
maggioranza, c'è scritto che : "Se vinceremo le elezioni,
immediatamente proporremo al Parlamento italiano il conseguente
rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari".
Sul più generale problema delle missioni militari italiane
all'estero, e quindi anche di quella afgana, nel programma
elettorale dell'Unione si legge invece che: "Applicheremo
rigorosamente l'art 11 della Costituzione che, oltre all'ovvio
principio di autodifesa, prevede e consente l'uso della forza
soltanto in quanto misura di sicurezza collettiva, come previsto
dal cap.VII della Carta delle Nazioni Unite, secondo criteri che
distinguono la funzione di polizia internazionale dalla guerra:
il mandato ONU, una forza delle
Nazioni Unite, di natura tale da garantire la terzietà rispetto
al Paese e agli interessi in campo; la congruità dei mezzi
rispetto ai fini perseguiti".
Per noi del PdCI, come credo per milioni di cittadine e
cittadini che hanno votato i partiti dell'Unione, ciò non poteva
che voler dire che il ritiro dall'Iraq, come dimostra
l'esperienza spagnola, doveva avvenire in poche settimane.
Allo stesso modo è per noi chiaro che una missione come quella
afgana, dove non c'è soluzione di continuità tra il contingente
sotto comando Nato (e non ONU) e le truppe americane che
combattono contro i Talebani (solo contro di loro?), dove le
truppe straniere sono considerate truppe di occupazione, dove
ogni giorno si combatte, dove i civili muoiono sotto le bombe
dei cacciabombardieri ed il governo Karzai non controlla nemmeno
Kabul, non può essere considerata una missione di polizia
internazionale e tantomeno compatibile con l'impegno alla
terzietà ed alla congruità dei mezzi rispetto ai fini (quali?)
perseguiti.
Dobbiamo quindi registrare che purtroppo, dopo le elezioni, in
realtà si è aperta una vivace discussione nell'Unione sul tema
delle missioni all'estero (e purtroppo non solo su questo) che
ci sembra prescindere molto spesso dal "particolare" del
programma elettorale sottoscritto.
Abbiamo dovuto faticare (ed è una fatica che pesa perché
significa aprire fronti di polemica interna alla coalizione) non
poco per ottenere l'assicurazione che nessun militare italiano
resterà in Iraq. Dopo alcune sbandate iniziali anche il nostro
governo ha chiarito in modo inequivocabile che i PRT non sono
missioni civili ma la truffa con cui la destra cercava di
mantenere in Iraq una missione militare. Il Ministro degli
esteri D'Alema ha giustamente spiegato al Parlamento che non può
essere considerata missione civile una missione che prevede la
presenza di 1000 militari a difesa di 30 civili. Ciò vale però,
secondo noi, anche per l'Afghanstan dove i PRT sono in realtà
gli avamposti delle truppe di occupazione.
Siamo quindi ben lieti di poter incamerare alla intera
coalizione il risultato di un ritiro completo dall'Iraq ma resta
la domanda del perché dovremmo aspettare sino a fine anno per
veder tornare in Italia l'ultimo dei nostri soldati. Ed ancora
c'è da chiedersi perché gli italiani hanno continuato a svolgere
azioni, come la scorta ai convogli inglesi, che dovevano venir
immediatamente escluse una volta deciso politicamente che la
nostra missione era conclusa e con essa ogni supporto alle
truppe di occupazione.
Doveva essere "un ritiro immediato" ed invece, ancora oggi, il
Parlamento non conosce le nuove modalità di ingaggio in Iraq ed
i tempi precisi del ritiro.
Ancora più deludente è la discussione in corso sull'Afghanistan.
E difficile capire perché una coalizione che ha esplicitamente
preso le distanze dalla guerra preventiva di Bush, che ne ha
denunciato il fallimento nella lotta al terrorismo, fatichi a
riconoscere che in Afghanistan, nello stesso modo che in Iraq, i
nostri soldati (ogni giorno di più) sono considerati dalla
popolazione ne più ne meno che come quelli USA e cioè truppe di
occupazione.
Se mai l'obiettivo fosse stato quindi quello di dare un supporto
alla società afgana nella ricostruzione delle sue istituzioni e
nello sviluppo della democrazia questo è fallito.
La discussione, pur importante, sulla diversa "legittimità"
dell'intervento in Afghanistan di fronte al deteriorarsi
progressivo della situazione, alla richiesta di bombardieri,
alle denunce di come i fondi per la cooperazione (il 2% di
quanto costano le missioni militari) sono invece finiti, quasi
tutti, alla corruzione che vengono dagli stessi funzionari della
Banca Mondiale, puzza molto di sofismo.
Ciò che la sinistra dovrebbe fare, ciò che il movimento per la
Pace dovrebbe pretendere, ciò che chiunque abbia a cuore la
cosiddetta "sicurezza" del nostro paese dovrebbe auspicare, è
l'uscita immediata dell'Italia anche da questo secondo fronte di
guerra.
Ovviamente nessuno metterà in crisi questo governo ma ciò che si
chiede è il rispetto del patto con gli elettori.
Infine proprio noi del PdCI, che portiamo nel nostro corpo
politico le profonde cicatrici della responsabilità che ci
prendemmo quando decidemmo di non far cadere il governo D'Alema
sul Kossovo, vorremmo, sulla base di una esperienza su cui
abbiamo dovuto fare una amara autocritica,mettere in guardia
coloro che allora irrisero e condannarono questa nostra
posizione e che oggi sembrano alla ricerca di mediazioni ad ogni
costo e cosiddette "riduzioni del danno".
Credo sinceramente che se le forze della sinistra di
trasformazione ed il movimento per la Pace sapranno dispiegare
una azione unitaria e decisa riusciranno nell'intento di far
applicare il programma e realizzare una piena discontinuità
aprendo una nuova fase nella politica estera dell'Italia e
contribuendo alla ricostruzione di una comune posizione europea.
Se però tutti insieme non avremo la forza di convincere la
maggioranza ad una applicazione netta del programma è meglio che
si sappia da subito che il governo non cadrà perché (almeno così
farà il PdCI) nessuno toglie la fiducia al governo che ha
cacciato Berlusconi e che deve ancora dispiegare la sua azione
riformatrice, ma che sull'Afghanistan c'è una radicale
differenza di opinioni che nessuna mediazione al ribasso può
mascherare.
Restare in Afghanistan significa restare in un teatro di
guerra.(AprileOnline 17.06.06)
*Responsabile esteri PdCI, membro Commissione esteri
Camera dei Deputati |
Interrompere le missioni. Appello al Parlamento
Onorevoli deputate e deputati,
Onorevoli senatrici e senatori,
questo appello, scritto nell'ora tragica in cui le
vittime di guerra italiane dei due teatri di guerra Iraq
e Afghanistan, tornano in Italia per ricevere i funerali
di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo
Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori.
Vorremmo che fosse un nuovo inizio o meglio una svolta.
Una decisa svolta in politica estera con scelte
coraggiose per una vera politica di disarmo, per attuare
con scelte concrete l'art.11 della nostra Costituzione.
Poiché, secondo l'art.11, non è possibile usare la
guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali,
la prima scelta c he
si impone, che chiediamo al nuovo Parlamento, è quella
di interrompere le missioni militari in teatri di guerra
e ritirare le truppe italiane dall'Iraq e
dall'Afghanistan.
L'unica verità della guerra sono le sue vittime.
Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo
quando le vittime sono i soldati italiani e fatichiamo a
realizzare questa stessa verità quando le vittime non le
vediamo, sono "altre", anche se abbiamo saputo in modo
indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a
Falluja, a Ramadi, torturate ad Abu Graib, bombardate
nei villaggi afgani o saltate in aria e mutilate dalle
clusters bombs sia in Afghanistan che in Iraq.
Ma se è vero che l'unica verità della guerra sono le sue
vittime, se è vero che in nome di questa verità migliaia
di persone sono scese in piazza con la bandiera
arcobaleno nel nostro paese, reclamando una politica di
pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà
di coscienza, ed al rispetto dell'art.11 della nostra
Costituzione, di porre fine alla presenza militare
italiana in Iraq e in Afghanistan, decidendo di non
rifinanziare queste missioni di guerra.
Le missioni di pace devono tendere alla pacificazione e
alla ricostruzione, pertanto dovrebbero essere senza
armi, a nostro parere, senza eserciti, fondate sulla
cooperazione con gli altri popoli, sulla diplomazia, sul
dialogo e la solidarietà. L'intero sistema di intervento
va ripensato all'insegna di una nuova politica estera.
Ma per l'immediato, per salvare vite umane, per
interrompere la spirale di morte, per operare una
pressione internazionale che provochi la fine delle
occupazioni militari, chiediamo che il Parlamento
italiano dia un segnale forte di discontinuità,
immediatamente e senza ambiguità.
Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:
"Non c'è una strada che porta alla pace, la pace è la
strada"
Primi firmatari :
Luigi Ciotti, Tonio Dell'Olio, Gino Strada, Alex
Zanotelli .Aderisce anche l'associazione Megachip.
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