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Via dall'Afghanistan                                                                                                                                                                                                                
 

 

http://it.youtube.com/watch?v=BLcWuLMzMbk

Via dall'Afghanistan, subito!!

 

Via subito dalla guerra in Afghanistan!

I Comunisti Italiani aderiscono alla giornata di
mobilitazione nazionale per il ritiro dei soldati italiani

È ILLEGALE
• perché viola l’art. 11 della Costituzione Italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”
• perché viola il diritto internazionale: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza …” (Art. 2 della Carta delle Nazioni Unite)
• perché la missione ISAF è ormai una missione di guerra UCCIDE PRINCIPALMENTE I CIVILI
• più di 5.000 i civili morti direttamente a causa delle azioni militari
• oltre 15.000 i civili afghani morti a causa della guerra, degli scontri interni e degli attentati
• 21 i militari italiani morti in Afghanistan dal 2004 a oggi
• più di 650 i militari americani uccisi in Afghanistan
UNO SPRECO DI DENARO PUBBLICO
• stare in Afghanistan costa all’Italia circa 300 milioni di euro all’anno
• il Governo continua ad aumentare le spese militari: ha speso 14,5 miliardi di euro per comprare 131 cacciabombardieri F35.
• basta con la guerra e basta con le assurde spese militari che il nostro paese sostiene a discapito delle reali necessità e bisogni delle lavoratrici, dei lavoratori e di tutti i ceti sociali meno agiati.
• basta spendere milioni di euro per comprare strumenti di morte, mentre si affossa l’istruzione a la sanità pubblica. Quei milioni di euro servono per far fronte alla gravissimi crisi economica in atto nel nostro paese.
LA GUERRA NON HA PORTATO LEGALITA’ E DEMOCRAZIA IN AFGHANISTAN
• il paese è ancora in mano ai Talebani, alle ultime elezioni oltre un milione di schede sono state annullate per brogli elettorali, Karzai non ha più alcuna legittimità democratica: la favola dell’esportazione della democrazia si è rilevata per la menzogna che era • i diritti umani continuano ad essere calpestati: dalle scandalose torture dei militari americani,
come ad Abu Ghraib, alle leggi tribali volute da Karzai che umiliano le donne • a causa degli scellerati programmi alimentari delle Nazioni Unite, che hanno mandato in crisi
l’agricoltura afghana, i contadini afghani sono tornati a produrre oppio a pieno regime I Comunisti Italiani aderiscono alla giornata di mobilitazione nazionale per il ritiro dei soldati italiani dall’Afghanistan
Il Governo Berlusconi smetta di essere il servo sciocco degli Stati Uniti e difenda i veri interessi del popolo italiano, dell’Europa e dei popoli del Sud del mondo.(www.comunisti-italiani.it 4 novembre 2009)

 

Gino Strada: In Afghanistan è vera guerra. Dobbiamo ritirarci subito


Per Gino Strada il sangue non ha un colore diverso a seconda della bandiera e il dispiacere è lo stesso per i soldati italiani uccisi ieri e per tutte le altre vittime della guerra. Non riesce neppure a capire perchè la Fnsi abbia rinunciato alla manifestazione di sabato per la libertà di informazione. «Con decine di morti ogni giorno... donne, bambini...non so, dev’essere per il clima di guerra. Stiamo vivendo da anni in un clima di guerra senza dircelo, anche se solo ultimamente è passata l’ipocrisia di chiamarla “missione di pace”. Un clima che sta avvelenando la coscienza civile, creando intolleranza, criminalità verso il diverso, lo straniero, l’altro da sè. È anche questo, la guerra».

Il lascito di una casta, lo chiama. «I politici di 30 anni fa non lo avrebbero fatto in spregio della Costituzione ». Il 7 novembre del 2001: «l’entrata in guerra dell’Italia decisa dal 92 percento del Parlamento italiano, il voto più bipartisan della storia della Repubblica», per puro «servilismo verso gli Stati Uniti». «Che cosa ci avevano fatto i talebani? Niente. E poi cosa avevano fatto anche agli americani?». Forse non è troppo semplice, recentemente anche negli Usa gli analisti cominciano a porsi la stessa domanda: perchè siamo lì, cosa ci stiamo a fare?.Non c’erano afghani nel commando dei terroristi delle Torri gemelle. Ma la rappresaglia di Bush scattò lì, con Enduring Freedom, il 7 ottobre. Per colpire le basi di Bin Laden, si disse. Otto anni dopo più del l’80 percento dell’Afghanistan è tornato sotto il controllo dei talebani, di Bin Laden non c’è traccia, sono morti 1.403 militari stranieri, spesi centinaia di milioni di euro e il Paese è più povero e più criminale, produce il 90 percento dell’oppio del mondo. Dopo otto anni l’unico centro di rianimazione è quello di Emergency a Kabul, sei letti di terapia intensiva per 25 milioni di persone. Spendiamo 3 milioni di euro al giorno per la guerra. Sai cosa avremmo potuto con questi soldi in Italia per i poveri, gli emarginati, chi ha bisogno. In moneta afghana invece avremmo potuto aprire 600 ospedali e 10 mila scuole ». A Khost gli americani hanno costruito una strada, a Kajaki una diga, la Banca Mondiale lo scorso giugno ha stanziato altri 600 milioni di dollari di aiuti per la popolazione afghana... «Se si devono costruire dighe e ponti si mandino commando di ingegneri, non aerei telecomandati e bombe. Non tremila baionette, o fucili, per sostenere il dittatorello di turno ».

Quanto ai soldi della cooperazione internazionale, «noi non abbiamo ricevuto una lira quindi non so - dice il fondatore di Emergency - ma gli afghani che si lamentano, anche ora alle presidenziali, dicono che i soldi sono serviti soprattutto a ingrassare funzionari ministeriali e signorotti della guerra». Lasciareil Paese, allora, andarsene unilateralmente o tutti insieme, e lasciare ai fanatici mujaeddin partita vinta? Non una bella prospettiva anche fosse realizzabile. «Finchè c’è l’occupazione militare ci sarà la guerra. Emergency lavora in Afghanistan da 10 anni, da tempi non sospetti. Abbiamo curato 2 milioni e 200 mila afghani, il 10 percento della popolazione. In pratica una famiglia su due, sono famiglie con centinaia di persone, ha ricevuto nostre cure. Per questo a Laskhargah non è mai stato torto un capello al nostro personale internazionale. Tutti dovrebbero porre fine a questa guerra e lasciare che gli afghani trovino la loro soluzione attraverso il dialogo, che per la verità non si è mai interrotto, tra le varie fazioni di talebani, mujaeddin e questo governo. Qual è l’obbiettivo di questa guerra?». Domanda che torna. «Le ultime due guerre internazionali- è la spiegazione di Strada - sono legate ai giacimenti di gas e petrolio. In Iraq perchè ci sono, l’Afghanistan invece è sulla via di transito dal Kazakistan e dalle altre ex repubbliche sovietiche». Pipeline di sangue. La nuova strategia McChrystal o la conferenza sull’Afghanistan, inutile parlarne con un chirurgo. Ad inquietarlo è che dei 35 feriti civili dell’attentato all’ospedale di Emergency a Kabul ne sono arrivati solo tre. Gli altri sono stati dirottati all’ospedale militare detto “dei 400 letti”, «struttura del tutto inadeguata, ma lì possono essere interrogati senza paroline dolci».(facebook 20 settembre 2009)

 

 

Afghanistan, vittime da curare o da interrogare?

di Marco Garatti

La scena dell'attaccoMentre si piangono i morti italiani, un chirurgo di Emergency a Kabul racconta che fine fanno i feriti afgani

Non si capisce il perché. O forse il perché è ben chiaro, ma è troppo ripugnante per crederci.

In una città come Kabul, di quattro milioni e passa di abitanti, durante eventi violenti come quello di oggi non esiste la minima possibilità di coordinare le risorse di chi fa attività sanitaria e si occupa di feriti civili, perché buona parte dei pazienti viene trasferita con mezzi militari nell'unico ospedale militare della città: le zone colpite vengono infatti cordonate da militari afgani e di ISAF e alle ambulanze civili non è nemmeno permesso entrare.

Ai rappresentanti dello stesso Ministero della Sanità afgano è stato impedito oggi di entrare nell'Ospedale militare di Kabul e, quindi, solo il ministero della Difesa ha potuto render conto del numero delle vittime civili.

Dopo il tragico attentato di oggi, oltre a piangere la morte di alcuni ragazzi italiani, dovremmo piangere la morte e il pessimo trattamento ricevuto da alcune decine di pazienti afgani che sono stati forzatamente trasferiti ed ammassati nella struttura sanitaria dell'esercito, che solo in occasioni come questa si ricorda che può trattare anche civili. Se la motivazione fosse la possibilità di garantire un trattamento migliore, lo si potrebbe comprendere: purtroppo la motivazione vera e non troppo nascosta è che così i pazienti possono essere "interrogati meglio". Nell'Afghanistan democratico, non è tanto importante quanto sei ferito ma quanto sei utile alle indagini.

Il Centro chirurgico di Emergency a Kabul riceve quotidianamente decine di feriti che vengono da tutte le province vicine, ma quando una bomba esplode a 500 metri dall'ospedale, ai pazienti viene reso impossibile esercitare il proprio diritto ad essere curati: per motivi che chi fa attività sanitaria, come me, trova difficile comprendere.

Marco Garatti, chirurgo d'urgenza, lavora con Emergency da dieci anni, molti dei quali passati in Afghanistan. Attualmente è coordinatore medico del Centro chirurgico di Emergency a Kabul. (www.Peacereporter.net 18 settembre 2009)


 

Afghanistan, attacco a convoglio italiano: almeno 6 militari uccisi

Nell'attentato dieci i civili afgani morti, 55 i feriti

La scena dell'attaccoUn'autobomba ha colpito questa mattina un convoglio militare italiano a Kabul, colpendo due blindati Lince.
Lo Stato Maggiore e poi lo stesso Ministero della Difesa hanno confermato la morte di 6 soldati italiani e il ferimento di altri 4.
Anche fonti dell'ambasciata italiana a Kabul confermano 6 morti italiani.
Fonti locali citate dalla radio afgana Arman Fm parlano inizialmente di 13 morti, tutti di nazionalità italiana.
Il generale Mohammad Zahir Azimi, portavoce del ministero della Difesa afgano, ha dichiarato che tra i morti ci sono almeno 10 civili afgani e che i feriti sono 52.
Un noto portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid, ha rivendicato l'attacco con un sms inviato alla stampa locale.

La deflagrazione segue il discorso di Hamid Karzai, riconfermato presidente, ma al centro di aspre critiche su presunti brogli. Che Karzai smentisce. "Nelle elezioni di agosto non ci sono state frodi massicce, se ci sono stati brogli - ha precisato - devono essere accertati e accertati equamente, senza prevenzioni". Una vena polemica che è chiaramente rivolta alle dichiarazioni della Commissione Ue, che aveva appunto gridato all'irregolarità di almeno un milione e mezzo di voti, tre quarti dei quali espressi a favore di Karzai. "La stampa ha parlato di frodi massicce, non sono state così numerose - ha detto in una conferenza stampa il presidente, che è largamente in testa nelle elezioni - se ci sono state frodi sono di poco conto, questo accade in tutto il mondo". Karzai ha aggiunto di "credere fermamente nell'integrità delle elezioni, nell'integrità del popolo afgano e nell'integrità del governo in questo processo". Ieri la Commissione elettorale ha fornito risultati finali ma non ufficiali: il presidente uscente del governo transitorio avrebbe racimolato la maggioranza assoluta (54,6 percento) sufficiente a evitare il ballottaggio con il suo principale contendente Abdullah Abdullah, che ha raggiunto il 27,8 percento.(www.Peacereporter.net 17 settembre 2009)

 

 

Afghanistan, morire da alleati



di Enrico Piovesana

'attacco con un ordigno a Farah: è esploso al passaggio della pattuglia italiana
 

IN PARTENZA DA KABUL - La notizia della morte del parà italiano sul fronte sud-occidentale afgano giunge inattesa solo a chi non ha ben presente che i soldati italiani, in Afghanistan, stanno combattendo una guerra. Non più come 'truppe di riserva', com'è stato negli ultimi anni, bensì come forze combattenti al pari di statunitensi, britannici e canadesi. Da quando, all'inizio della primavera, il governo Berlusconi ha schierato in Afghanistan i paracadutisti della brigata 'Folgore', rimuovendo tutte le limitazioni operative in vigore dal 2001, le truppe italiane sono penetrate in territorio nemico, lanciando un'offensiva volta a strappare ai talebani il controllo della provincia sud-occidentale di Farah, nel tentativo di arginare la loro avanzata verso il nord-ovest dell'Afghanistan. Primo obiettivo: la riconquista della strada 517, l'unica che collega il capoluogo provinciale, Farah City, alla 'Ring Road', la statale circolare che collega tutte le città del Paese. E' proprio sulla 517 che è avvenuto l'agguato di oggi. Da maggio, per 'mettere in sicurezza' questa strada, le truppe italiane stanno combattendo senza sosta nel distretto di Bala Buluk con carri armati e elicotteri da guerra, uccidendo guerriglieri talebani e, a quanto pare, anche qualche civile. Come lo scorso 13 maggio, quando nel villaggio di Pasht-e-Rod, un contadino è stato ucciso dal fuoco di mitraglia di un blindato su cui i residenti dicono di aver visto la scritta 'Italia'. "Prima la gente di qui vedeva di buon occhio i soldati italiani perché aiutavano la popolazione - racconta a Peacereporter Bilquees Roshan, consigliera provinciale di Farah - ma ultimamente le cose sono cambiate". Anche gli attacchi della guerriglia talebana contro le nostre truppe sono aumentate esponenzialmente negli ultimi due mesi.

"E' normale", ci spiega da Herat il maresciallo Marco Amoriello. "Da quando la nostra attività è aumentata nelle zone più a rischio, i nostri uomini sono maggiormente esposti ad attacchi". E ancor di più lo sono da quando molti talebani, in fuga dalla grande offensiva Usa nella vicina provincia di Helmand, sono fuggiti nella più 'tranquilla' provincia di Farah. Il maresciallo Amoriello liquida questa relazione come "elugubrazioni senza senso", ma pochi giorni fa questa realtà era stata denunciata dal comandante provinciale della polizia di Herat, generale Esmatullah Alizai, il quale aveva anche detto che il comando militare italiano si era lamentato per questo spiacevole effetto dell'operazione statunitense in Helmand. Era da tempo che i nostri alleati chiedevano all'Italia di "fare la sua parte" nella guerra in Afghanistan. Morire fa parte della guerra.(www.PeaceReporter 14 luglio 2009)

 

 

Afghanistan: il 24 dicembre 1979

di Massimo Campus

29 anni fa, all'alba del 24 dicembre 1979, l'Armata Rossa passava il confine dell'Afghanistan per correre in aiuto del popolo afghano minacciato dal presidente Amin, salito al potere dopo aver ucciso il compagno Taraki, precedente presidente socialista.
Veniva eletto presidente il compagno Karmal, il quale proseguiva la strada rivoluzionaria incominciata da Taraki.
In pochi mesi furono distribuite le terre ai contadini, abolito il latifondismo. Estesi i servizi sociali a tutti i cittadini, abolito il burqa per le donne, instraurato l'obbligo scolastico pert tutti, specialmente per le bambine. Fu stabilito il diritto di voto per le donne, la libertà sindacale, il divieto dei matrimoni forzati, la sostituzione delle leggi religiose con quelle di ispirazione marxista....Purtroppo sappiamo tutti come finì. 
Comunque onore e memoria alla gloriosa Armata Rossa.   
L'arma più potente nelle mani degli oppressori è la mente degli oppressi.

 

La trappola Afghanistan

di Giuliana Sgrena

 

Non occorre che le truppe italiane si spostino a sud nella zona dei combattimenti per entrare direttamente in guerra con i taleban, sono i taleban, e i loro nuovi adepti, che si sono installati sulle montagne vicino a Herat. L'attentato suicida che ha colpito ieri mattina due tank italiani ferendo, fortunatamente solo «lievemente», sei militari ne è la riprova. Quello di ieri mattina è l'86mo attentato del genere dall'inizio dell'anno in Afghanistan, il secondo contro le forze dell'Isaf (di cui fanno parte anche 2.400 italiani) in sole ventiquattro ore.
Un segnale preoccupante di escalation mentre sarebbero in corso trattative del governo di Karzai, sempre più debole, ed esponenti taleban vicini alla guida spirituale mullah Omar, con la mediazione di Stati uniti e Gran Bretagna. Contro la possibilità di un accordo e decisi a combattere fino alla morte se le truppe straniere non lasceranno il suolo afghano sono invece i nuovi seguaci dei taleban. Un gruppo di mujahidin, una sessantina o forse più, raggruppati intorno a quello che è considerato da al Jazeera il più potente comandante taleban della zona di Herat, Ghullam Yahya Akbari. Che conosce molto bene la zona essendo stato il sindaco di Herat dal 1992 al 1996, dopo la fine dell'occupazione sovietica e fino all'arrivo dei taleban. Fuggito allora in Iran era rientrato in Afghanistan con l'arrivo di Karzai. Ma il presidente l'ha deluso: è troppo debole, tanto è vero che i venti deputati di Herat sono in sciopero perché non si sentono protetti dal governo.
Dunque Akbari ha preso il comando di un gruppo di mujahidin pronti a sacrificarsi in nome di Allah contro le truppe infedeli e ha costruito intorno a Herat venti basi di addestramento, alcune già funzionanti ai tempi della «guerra santa» contro gli occupanti comunisti, per vecchi e nuovi combattenti. Che vivono tra le montagne senza confort, si nutrono di pane secco e non chiedono altro, ma hanno a disposizione le tv satellitari. «Rifugiandosi tra le montagne i mujahidin sostengono di voler evitare vittime civili adottando tattiche di guerriglia. A continuare a mietere vittime civili sono invece i bombardamenti americani, che servono solo ad aumentare il sostegno ai combattenti, taleban o loro alleati.
La sfida per gli italiani diventa quindi molto più ardua con la scesa in campo dell'ex sindaco di Herat Akbari, la guerra afghana assomiglia sempre di più a quella degli anni Ottanta contro l'Armata rossa, e la fine di quella occupazione è ben nota. Come quella dei precedenti tentativi britannici. Non a caso è proprio un generale britannico, Mark Carleton Smith, a dire oggi che la guerra in Afghanistan è perdente, mentre il nuovo candidato alla Casa bianca, John Mc Cain, pensa che bastino altri 30.000 uomini per vincere la prima guerra della Nato fuori dai confini «istituzionali». Gli americani probabilmente sposteranno truppe dall'Iraq all'Afghanistan, ma nel loro riposizionamento sono stati già preceduti da al Qaeda che ha riciclato i propri jihadisti, messi in difficoltà in Mesopotamia dai gruppi sunniti, sul terreno più favorevole dell'Afghanistan, che gode anche di un ampio e controllato retroterra nelle zone tribali del Pakistan. La scadenza elettorale negli Usa si avvicina, le scelte dei candidati alla presidenza sull'Afghanistan non sembrano molto diverse, chiunque vinca dovrà far fronte a una cocente sconfitta. Nessuna forza straniera ha mai vinto sull'impervio terreno dell'Afghanistan.(Il Manifesto 19 ottobre 2008)

 

 

Francia, la sinistra unita per il ritiro dall'Afghanistan

 

Comunisti, Verdi e Socialisti per il ritiro.Image Il Senato francese ha dato il via libera ieri sera alla proroga della missione militare di Parigi in Afghanistan; per il mantenimento delle truppe hanno votato 209 senatori, i contrari sono stati 119

A favore hanno votato in conservatori dell'Ump e i centristi, contro i socialisti, il Pcf e Verdi. Si tratta del primo voto dopo l'introduzione di un emendamento costituzionale che richiede l'approvazione parlamentare su ogni operazione militare all'estero della durata superiore ai quattro mesi. Nel corso del suo intervento all'Assemblea Nazionale il premier francese, Francois Fillon, ha annunciato, nel giro di qualche settimana, l'invio di rinforzi in termini di mezzi, con elicotteri, droni e mortai, e di uomini, circa cento che si andranno ad aggiungere ai 2775 militari francesi già presenti in Afghanistan.

Il presidente Sarkozy aveva deciso nell'aprile scorso di aumentare il numero dei militari francesi in Afghanistan per compiacere gli Usa. La sinistra si è unita per votare contro, dato politicamente rilevante. Nel 2001, infatti anche il Pcf ed i Verdi avevano approvato la coalizione, l'union sacrée tra il socialista Lionel Jospin, allora primo ministro ed il presidente neo gaullista Jacques Chirac, per l'invio delle truppe in Afghanistan. Da tempo però denunciano la deriva della situazione, che ha portato la missione in Afghanistan a diventare una «guerra di occupazione». Inoltre i socialisti denunciano la penuria di mezzi e la mancanza di addestramento.
Anche l'opinione pubblica, in seguito all'imboscata avvenuta il 18 agosto, dove sono morti dieci parà, non è più convinta dell'utilità della missione in Afghanistan: secondo recenti sondaggi il 62% dei francesi oggi vorrebbe il ritiro.(ww.larinascita.org 23 settembre 2008)

 

 

Il PdCI vota contro le missioni militari all'estero

 

Sì bipartisan al decreto di rifinanziamento delle missioni militari all'estero dell'Italia. La Camera dei deputati ha approvato in tarda mattinata il provvedimento con 340 voti favorevoli, 50 contrari e un astenuto.Hanno votato a favore, dando ennesima prova del “matrimonio” tra Pd e Pdl, i deputati del Partito democratico e i socialisti insieme ai partiti del centrodestra. Questi ultimi hanno anche chiesto maggiori certezze sul fronte della politica estera: «Sia - ha detto Forlani dell'Udc - più incisiva». La Lega, in particolare, ha chiesto poi un migliore impiego dell'Esercito, anche sul territorio nazionale, magari con azione «di contrasto all'immigrazione clandestina», perché‚ «è una vergogna - ha detto Federico Bricolo - che sia usato per raccogliere la spazzatura in Campania».
Contraria al rifinanziamento la Sinistra-l'Arcobeleno, divisa nel metodo: hanno votato no i deputati dei Comunisti italiani e di Rifondazione comunista, non hanno partecipato al voto i Verdi e Sinistra democratica.

«Abbiamo votato coerentemente contro dopo aver votato per due anni a favore per lealtà verso Prodi», ha dichiarato il leader del Pdci, Oliviero Diliberto.«Il Pd - ha aggiunto - ha deciso di spaccare l'Unione quindi ciascuno vota in autonomia. Noi abbiamo votato risolutamente contro».
Ora il provvedimento passerà al Senato.(La Rinascita della sinistra 21 febbraio 2008)

 

"Votiamo contro il rinnovo della missione in Afghanistan"

(ANSA) - ROMA, 12 FEB - 'La caduta del Governo Prodi e la scelta unilaterale del PD di rompere l'alleanza con la Sinistra fanno venir meno le garanzie minime che fino ad ora ci avevano portato a non votare contro le missioni militari italiane all'estero'. Lo afferma, motivando il voto contrario al decreto sull'Afghanistan dei gruppi della Sinistra in Commissione Esteri e Difesa della Camera, il responsabile esteri del Pdci Iacopo Venier.
'Sulla guerra in Afghanistan - ribadisce - in particolare la nostra contrarietà e' sempre stata netta. Oggi e' il vertice della Nato a dire con crudo realismo che quella e' una guerra (persa) e non una missione di pace. L'Onu e' assente dall'Afghanistan dove decidono solo i comandi Usa. L'Italia non deve mandare altri militari a morire per una causa persa. Serve invece il ritiro delle nostre truppe. Oggi i gruppi della Sinistra Arcobaleno hanno votato contro in un estremo tentativo di mettere in sicurezza le nostre truppe ed il nostro paese'.

"Voteremo contro il rinnovo della missione in Afghanistan"

 

q-missioni_militari I ministri della sinistra Arcobaleno non hanno partecipato al voto sul decreto missioni e chiederanno una verifica in Parlamento per quanto riguarda l'Afghanistan e discuteranno missione per missione il da farsi.Lo ha annunciato il ministro per la Solidarietà, Paolo Ferrero, al termine del Consiglio dei ministri riunitosi questa mattina, che ha varato il via libera al decreto legge per prorogare le missioni italiane all'estero.

Il Pdci, dichiara il responsabile esteri del partito Jacopo Venier, «voterà contro il rinnovo della missione militare in Afghanistan».
«La caduta del Governo Prodi- spiega- al quale non abbiamo mai negato la fiducia nemmeno su questo delicatissimo terreno, ci impone oggi di manifestare anche con il voto in Parlamento la nostra contrarietà di fondo al coinvolgimento dell'Italia nel conflitto in Afghanistan. Non c'è più alcuna garanzia che in futuro le nostre truppe conservino i limiti territoriali e di ingaggio che il Governo Prodi ha garantito».

Venier aggiunge che «non c'è più alcuna certezza che l'Italia continui a lavorare per una Conferenza internazionale di pace che sposti sotto il comando politico e militare dell'Onu le truppe oggi presenti in Afghanistan. La Nato e gli Usa chiedono all'Italia di rompere gli indugi e di combattere fino in fondo una guerra persa e che è servita solo a moltiplicare la produzione di eroina. Noi chiediamo all'Italia di riportare a casa i propri soldati prima che sia troppo tardi.(La Rinascita della sinistra online 25 gennaio 2008)

 

"Andiamocene subito, ci pensino gli altri"



di Roberto Giovannini


«Qualcuno, dal governo, dallo Stato Maggiore, dall'Onu, dalla Nato..., qualcuno ci spieghi quanto deve durare, qual è l'obiettivo di questa missione». Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, chiede un confronto politico «al di là della polemica spicciola», e ribadisce che il ritiro delle nostre truppe «è una posizione di buon senso».

Segretario, per lei la situazione è del tutto senza vie d'uscita?
«Vediamo i dati. La produzione di oppio è quintuplicata. I Signori della Guerra locali non sono stati disarmati, perché nessuno è in grado di farlo. Il governo afghano controlla a malapena alcuni quartieri della capitale. I talebani del Sud, quando vengono attaccati si rifugiano in Pakistan, dove c'è una situazione esplosiva. Si era pensato a una conferenza internazionale, e oggi non ce n'è traccia. C'è una strategia, un progetto che ci dica cosa avverrà alle truppe di occupazione? Io ho l'impressione che non ci sia. Bisogna davvero inchinarsi di fronte al gesto assolutamente eroico del nostro soldato, che è andato incontro alla morte per evitare ulteriore spargimento di sangue: ma ci sono state le vittime civili, i nostri soldati feriti, cui di cuore auguro una pronta guarigione. Ma fino a quando? È una domanda semplice».

Per certi versi, retorica.
«Direi di no. Non solo non ci sono progressi, ma la situazione peggiora. E rischia di complicarsi ancora di più dopo le continue minacce Usa all'Iran. Si rischia di infiammare tutta la regione. Per questo invito tutta la politica italiana a non ragionare in modo provinciale, ad andare oltre le polemica di bottega: qui è in ballo il rischio di un coinvolgimento dell'Italia in un contesto di guerra».

Dunque, meglio ritirarci.
«Servirebbe a tutti avviare un processo di disimpegno delle truppe straniere dall'Afghanistan. C'è un'esagerata prudenza da parte del governo italiano, dopo il ritiro dall'Iraq, nei confronti dell'amministrazione Bush. Sull'Afghanistan c'era un'omissione voluta nel programma dell'Unione, c'erano posizioni diverse. Ma sono passati quasi due anni. E che lì sia un disastro, è un fatto oggettivo».

Perché servirebbe a tutti, il ritiro degli italiani?
«Intanto, per non avere più perdite. Poi, per dare un segnale molto forte di politica estera, favorendo le proposte di graduale sostituzione delle truppe attualmente presenti con soldati - sotto l'egida Onu - di Paesi non coinvolti nella prima invasione, che non sarebbero percepiti come occupanti. Ci dicono: se ci ritiriamo, c'è la guerra civile. Bene: discutiamo di una presenza militare diversa. Peraltro, con questo argomento si rimane per altri cinquant'anni in Afghanistan. E invece bisogna agire perché non ci sia la guerra civile: mettere attorno a un tavolo le parti perché si discuta».

Ma nello stesso centrosinistra non c'è consenso sul ritiro.
«Io mi sforzerò di far capire a tutti i nostri partner del centrosinistra che la nostra posizione non nasce da un antiamericanismo fine a sé stesso, ma è di buon senso: bisogna stabilire cosa si fa lì, e delineare uno scenario. Mi auguro che si possa trovare un punto d'intesa tra chi - come me - dice "ritiriamoci subito", e chi invece individua almeno un percorso verso questo obiettivo. Sono molto preoccupato, davvero. Vedo con allarme il possibile allargamento all'Iran di un conflitto che finirebbe per diventare devastante. Credo, dicendo queste cose, di interpretare un interesse generale, non un interesse di parte».(la Stampa 25 novembre 2007)
 

 

Afghanistan. Bomba ai deputati

 

di Giuliana Sgrena
 

L'occasione del raduno di ieri era la riapertura di uno zuccherificio nella provincia di Baghlan, nel nord dell'Afghanistan. Per l'occasione era arrivava una delegazione parlamentare da Kabul che si era unita alla popolazione locale. Il kamikaze si è fatto saltare mentre veniva consegnato un mazzo di fiori a uno dei parlamentari, il portavoce dell'opposizione ed ex ministro del commercio, Mustada Kazimi. Insieme a lui sono rimasti uccisi altri sei parlamentari, il totale delle vittime, tra morti e feriti, è di un centinaio, tra cui molti scolari. Si tratta di uno dei peggiori attentati realizzati in Afghanistan dall'ottobre del 2001, quando iniziò l'intervento occidentale che portò al crollo del regime dei taleban. L'escalation degli attentati ha registrato dal gennaio di quest'anno 200 morti in 130 attacchi. Ma i taleban che continuano a combattere le truppe straniere e a estendere la loro presenza verso il nord del paese negano ogni coinvolgimento in questo attentato attraverso uno dei loro portavoce, Zabihullah Mujahed.
L'Isaf (International security assistance force) ha smentito nel frattempo la conquista da parte dei taleban del distretto di Khak-e Sefid nella provincia di Farah, proprio dove si trovano le truppe italiane che hanno il quartier generale a Herat. Altre due località, Gulistan e Bakwa, nella stessa provincia sarebbero nelle mani degli ex studenti di teologia. Invece a Kahk-e Sefid i taleban, sarebbero entrati, avrebbero saccheggiato il villaggio, e poi sarebbero fuggiti, secondo militari dell'Isaf. Questo vuol dire che i taleban possono raggiungere quando vogliono la provincia di Farah e anche la vicina Herat, dove già si sono verificati scontri. Se finora l'Italia si è rifiutata di inviare truppe a sud per partecipare alla guerra contro i taleban, come richiesto dagli Stati uniti, difficilmente potrà evitare lo scontro.
L'attentato è «un atto dei nemici del popolo afghano» ha detto il presidente Hamid Karzai. Ma chi? Sembra che finora i taleban non fossero attivi nella zona di Baghlan, dove si troverebbero invece uomini di un altro famigerato leader fondamentalista, Gulbuddin Hekmatyar, che sta combattendo in proprio contro il governo di Kabul, dopo alleanze e rotture dichiarate con i taleban e al Qaeda.
Quel che è certo è che se l'Iraq segna il fallimento degli Stati uniti quello dell'Afghanistan potrebbe segnare un brutto colpo per la Nato, nella sua prima missione fuori i confini «istituzionali». La tensione è forte tra i vertici della missione Nato di fronte agli insuccessi anche se il segretario generale Jaap de Hoop Sheffer cerca di minimizzare. Lo scontro è soprattutto tra i paesi impegnati nella guerra al sud - 15.000 americani e 7.700 britannici - e altri - italiani, spagnoli e tedeschi - che sono dislocati al nord con compiti teoricamente di «ricostruzione» e non rispondono alle sollecitazioni di inviare uomini al sud. Anche se il restare al nord non è una garanzia di non venir coinvolti in scontri. Ci sono poi paesi come l'Olanda che potrebbe ritirare i 1.600 soldati dislocati nella provincia di Uruzgan (sud), sotto la pressione dell'opinione pubblica. L'Olanda potrebbe essere seguita dal Canada: i partiti dell'opposizione premono per porre fine all'impegno nei combattimenti nella zona di Kandahar. «Alcuni membri della Nato dicono di essere parte di questa missione e di voler raggiungere i suoi obiettivi ma non vogliono assumere i rischi che altri stanno correndo», sostiene Paul Cornish, esperto di sicurezza del Royal institute of international affairs di Chatham house.
La guerra in Afghanistan, il precipitare della situazione in Pakistan, le minacce all'Iran non fa che aggravare le prospettive sul teatro del Grande gioco. Il governo di Hamid Karzai ha aperto le porte ai taleban - che pongono condizioni per la trattativa: fuori le truppe straniere e applicazione della svaria - e gli Stati uniti non sono estranei, da anni, al loro recupero. Per ricomporre il quadro gli Stati uniti hanno favorito il rientro di Benazir Bhutto in Pakistan: era stata proprio lei con il sostegno della Casa bianca ad appoggiare l'ascesa dei taleban in Afghanistan. Allora la Bhutto pensava che i taleban potessero garantire la stabilizzazione dell'area e aprire una strada sicura verso i mercati dell'Asia centrale, mentre la Unocal statunitense avrebbe potuto costruire il suo gasdotto per portare il petrolio dal Turkmenistan a Karachi. La storia è andata diversamente.

 

 

La Conferenza di pace è l'unica arma vincente

di Giuliana Sgrena

Da tempo i servizi di intelligence italiani avevano previsto un peggioramento della situazione in Afghanistan e, paradossalmente, sono stati proprio due loro funzionari a farne le spese - speriamo che se la cavino entrambi - oltre ai nove afghani morti nel blitz, non si esattamente se fossero solo i rapitori. E poi, ieri sono stati uccisi altri due soldati spagnoli.
Una conferma dunque del peggiorameno della situazione con una accelerazione dell'irachizzazione dell'Afghanistan, che non può essere ignorata dal nostro governo e che riporta all'ordine del giorno la questione del ritiro delle truppe. La guerra in Afghanistan si sta allargando a zone che stanno al di fuori delle roccaforti meridionali dei taleban e investe, da tempo, direttamente le zone dove sono impegnati gli italiani. Che lo vogliano o no anche i nostri soldati saranno sempre più impegnati in operazioni di guerra, il blitz di ieri lo è stato.
I taleban, forti del recente negoziato diretto con il governo koreano per la liberazione dei ventun ostaggi in cambio del ritiro delle truppe - solo 200 uomini - di Seul, ora possono dichiararsi disponibili al negoziato con il sempre più debole presidente Hamid Karzai. Quello dei taleban è un segno di forza o di debolezza? Diverse le interpretazioni, mentre è sempre più evidente che la soluzione non potrà essere militare, quindi occorre trattare con i taleban e non solo. Ma i taleban, o alcuni in loro nome, per trattare pongono condizioni: «il ritiro di tutte le truppe straniere, che trattano gli afghani come schiavi e l'applicazione rigida della sharia», ha detto un comandante di Kajaki nella provincia di Helmand. «Finché ci saranno atteggiamenti anti-islamici, non parleremo con il governo - anche se le truppe se ne andranno», sostiene. Questa è la posizione di tutti i taleban oppure si è creata una frattura tra quelli che sono disposti a trattare e i seguaci di al Qaeda e di mullah Omar contrari a scendere a patti con il governo? Una parte di taleban pare si senta troppo stretta nella morsa di al Qaeda e cercherebbe la strada per sganciarsi.
Com'era successo due anni fa, quando Karzai aveva sdoganato una parte di taleban «buoni» presentandoli alle elezioni ora è disposto a fare la stessa operazione per bilanciare il troppo potere dei mujahidin del nord nel governo? Se così fosse e se l'operazione riuscisse servirebbe solo a rendere ancora più debole Karzai e più instabile il paese. C'è chi sostiene che l'instabilità dell'Afghanistan sia il vero obiettivo degli Stati uniti e dei servizi segreti (Isi) pakistani.
A maggior ragione, se così fosse, che cosa ci restano a fare le truppe italiane? C'è chi, anche in Italia, parla della necessità di un negoziato con i tabeban, ma le condizioni non le possono porre loro alla comunità internazionale. Non si parla più della Conferenza internazionale che avrebbe potuto essere la via per lo sganciamento militare dall'Afghanistan in cambio di un intervento politico e di ricostruzione. In questo contesto una trattativa avrebbe avuto un senso, ma le condizioni per la partecipazione avrebbero dovuto essere valide per tutti, a partire dal disarmo - di tutte le forze in campo, compresi gli eserciti stranieri - e dal rispetto delle regole democratiche.
Una conferenza internazionale che avrebbe dovuto recepire non solo le richieste dei signori della guerra disposti al disarmo ma anche, e soprattutto, quelle della società civile, che in Afghanistan si sta ricostruendo attraverso le organizzazioni non governative. Solo attraverso un processo che veda coinvolte le forze afghane e i governi dei paesi vicini, oltre alla comunità internazionale, si può pensare di dare un contributo alla soluzione dei poblemi dell'Afghanistan. Non si può restare in Afghanistan per combattere una guerra che diciamo di non volere o per favorire il ritorno al potere di tagliagole che vogliono rimandare le donne a casa. Le truppe italiane devono ritirarsi dall'Afghanistan ma non lasciando terra bruciata come era già successo anni fa in Somalia e di cui i somali pagano ancora oggi le conseguenze, ma avviando un processo di pacificazione.(Il Manifesto 25 settembre 2007)


 

Il PdCI compatto chiede il ritiro dall'Afghanistan

"E' da irresponsabili rimanere in Afghanistan a combattere una guerra sbagliata"

Dopo le parole del segretario Diliberto per un ritiro immediato dall'Afghanistan anche altri esponenti dei Comunisti italiani riaffermano l'inutilità di questa guerra e rispondono a chi dall'opposizione, ma anche da alcune parti della maggioranza, ha accusato il Pdci d'irresponsabilità.
Per Severino Galante, coordinatore della segreteria nazionale del Pdci e capogruppo alla commissione difesa della Camera «i veri irresponsabili sono quelli che, come Cicchitto, Capezzone, ecc., battono servilmente le mani agli Usa e ad Israele mentre ci trascinano nell'ennesima e disastrosa guerra contro l'Iran, destabilizzando tutta l'area che va dal Golfo Persico al subcontinente indiano. L'unica prospettiva davvero responsabile è quella del ritiro delle truppe europee dall'Afghanistan; un percorso che comporta preliminarmente la sollecitazione, da parte di Italia ed Ue, di negoziati con tutte le parti in conflitto in tutte le aree di crisi, dal Libano all'Afghanistan».
Anche Marco Rizzo, europarlamentare del Pdci, ribadisce la necessità del ritiro in tempi brevi: «E' urgente aprire il dibattito senza aspettare altre tragedie mancate: se non ora quando?»
Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci al Senato, esprime solidarietà per i soldati liberati oggi ma si chiede «che senso ha il rischio anche di una sola vita rispetto ad una guerra ovviamente sbagliata, e nei fatti fallita, come quella in Afghanistan. Vedo che l’opposizione è inorridita dalle parole di Diliberto, mi piacerebbe che una parte di quell’orrore venisse alla luce anche rispetto al rischio che corrono i nostri militari e i tanti civili afgani, gente innocente che viene uccisa da quella sporca guerra. E invece, anche di fronte a fatti così gravi, si assiste al solito teatrino della politica. E’ vergognoso l’attacco a cui viene sottoposto il mio partito, che ha solo il merito e la coerenza di chiedere, da sempre, il ritiro delle truppe italiane. Lo abbiamo fatto per l’Iraq e anche allora gli attacchi della destra erano gli stessi di oggi». (La Rinascita della sinistra 24 settembre 2007)

Stragi Nato

Ancora decine di civili uccisi dalle bombe Nato in Afghanistan

Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha nuovamente criticato le stragi di civili provocate dai bombardamenti aerei condotti nell’ambito di Enduring Freedom, riproponendo la falsa idea che quella Usa sia la missione “cattiva” contrapposta alla missione “buona” della Nato, IBombrdamento di un villaggio afganonternational Security Assistance Force (Isaf) – quella a cui l’Italia partecipa –, spacciata come esclusivamente dedita a compiti di polizia e assistenza umanitaria.

La realtà sul campo è ben diversa. Lo testimoniano, drammaticamente, le decine di civili afgani uccisi ogni giorno dai bombardamenti condotti dall’aviazione Nato nell’ambito dell’operazione Isaf. L’ultima strage la scorsa notte: almeno quaranta civili, tra cui molti donne e bambini, sono morti nel bombardamento Nato del villaggio di Kumbarak, nella provincia di Helmand. Lo hanno confermato le autorità governative locali e anche un parlamentare afgano originario della zona.

La notte precedente, altre decine di civili erano rimasti uccisi in un altro bombardamento Nato nella zona di Musa Qala, sempre in Helmand.

Aziz Ahmad Tassal, giornalista afgano collaboratore dell’Institute for War and Peace Reporting, ha visitato il villaggio di Hyderabad, teatro della più sanguinosa strage di civili compiuta dalla Nato: 135 civili uccisi la sera del 29 giugno, quando i caccia hanno bombardato prima il villaggio e poi la gente che fuggiva. Ecco un estratto del suo reportage.

 

Superstiti tra le macerie di un villaggio bombardatoUn burqa insanguinato tra le macerie. Lungo la strada a nord di Grishk, il deserto è punteggiato di rottami di mezzi militari della Nato: carri armati, blindati, jeep. A un tratto scorgo i resti carbonizzati di un trattore con rimorchio. Più avanti, le rovine di case rase al suolo dalle bombe: l’autista mi dice che questo era il villaggio di Hassan Khan Kalay. Tra le macerie incontriamo Gulzaman, che qui aveva una bottega. “La mia famiglia è di Sangin: siamo scappati qui mesi fa per fuggire ai bombardamenti. Ma alla fine hanno bombardato anche qui. Ho perso mia sorella e tre figli”.

Arriviamo ad Hyderabad: un’altra distesa di macerie. Giriamo tra quelle che erano le case del villaggio: muri crollati, cenere, una sciarpa verde, un sandalo da donna, una teiera sfondata e un’immagine che non dimenticherò mai, un burqa insanguinato.

Il vecchio Sher Gul racconta quella notte. Si avvicina un vecchio, trasandato e con lo sguardo spento. Si chiama Sher Gul. Pare ancora sotto shock. Ci racconta lui, quel maledetto 29 giugno, ha perso le sue due mogli, due figlie, di 12 e 18 anni, e due figli, di 11 mesi e 7 anni. Ci conduce alle rovine della sua casa, che non esiste più. “Erano le 8:30 di sera, stavamo mangiano tutti qui nel cortile, quando abbiamo sentito il rombo dei jet. Le donne e i bambini sono corsi dentro casa. Io e mio fratello siamo rimasti fuori. Le bombe sono iniziate a cadere. Una ha colpito la casa. Ho sentito le urla di mia moglie che chiedeva aiuto, ma non riuscivo ad alzarmi: dal cielo pioveva fuoco. Poi le urla sono cessate. E anche il bombardamento. Mi sono alzato: mia moglie era morta, sepolta sotto un muro. Poi ho trovato gli altri corpi”. 

Bombe sul trattore carico di civili in fuga. Arrivano altri anziani del villaggio.

Uno di loro, Mohammad Faroq, racconta: “Una quarantina di persone, in maggioranza donne, bambini e anziani, stipati sul rimorchio di un trattore, hanno cercato di fuggire dal villaggio mentre cadevano ancora le bombe. Ma un aereo li ha seguiti e ha bombardato anche loro, uccidendoli tutti”.

Era il rottame che avevo visto lungo la strada.

“Altre persone hanno tentato la fuga correndo via, a piedi”, continua Faroq. “Sono stati tutti uccisi dalle mitragliatrici degli aerei. La mattina dopo, c’erano cadaveri dappertutto. Il villaggio era pieno di morti, era diventato un cimitero”.(PeaceReporter 27 luglio 2007)

 

 

L'Occidente prende la mira

di S. D. Q.

Se la suonano e se la cantano fino all'ultimo anche nel secondo e ultimo giorno della «Conferenza sulla giustizia e lo stato di diritto in Afghanistan», organizzata dall'Italia e chiusa ieri alla Farnesina. L'ordine del giorno era lo stato pietoso della giustizia a Kabul e dintorni (come ha dimostrato anche la vicenda di Hanefi, fortunatamente finita bene seppur con molta fatica), ma in realtà ciò di cui si è più parlato lunedì e martedì sono stati i «tragici errori» e gli «effetti collaterali» - leggi vittime civili - che ormai con scadenza pressoché quotidiana contrassegno le azioni militari dell'alleanza Usa-Nato. Sembra di essere tornati ai tempi della guerra Nato contro la Serbia (anche allora c'era D'Alema in prima fila) quando al quartier generale di Bruxelles il portavoce dell'Alleanza tutti i giorni passava in rassegna, minimizzandoli, i «tragici errori» e gli «effetti collaterali» dei bombardamenti sulla popolazione civile serba. A parole sono tutti d'accordo: il premier e il ministro degli esteri italiani Romano Prodi e Massimo D'Alema, il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer, il presidente afghano Hamid Karzai (ex funzionario dell'Halliburton del vicepresidente Usa Cheney) e perfino, più tiepidamente, gli americani che hanno mandato a Roma il loro ambasciatore all'Onu (afghano di nascita) Zalmay Khalizad: basta con le vittime civili, i tragici errori sono motivo «di turbamento e preoccupazione» (parole di D'Alema) e «inaccettabili» (parole di Ban) anche se i taleban usano donne e bambini «come scudi umani», dobbiamo stare più attenti perché ogni civile ucciso «per errore o meno» (o meno?) è un rafforzamento secco dei nemici talebani (parole di Prodi), indagheremo tutti insieme (parole di Scheffer) per coordinarci meglio onde evitare in futuro «incidenti» peraltro inevitabili («la guerra non è una scienza esatta» (parole di Khalizad), faremo uno sforzo comune per ridurre al massimo le vittime civili (parole di Karzai). Da notare, di passata, che solo qualche giorno fa un rapporto della Nato sosteneva che il numero delle vittime civili nella guerra d'Afghanistan stava riducendosi vistosamente... Che le vittime civili siano uno scotto da pagare per la «liberazione» dell'Afghanistan - come fu per la «liberazione» del Kosovo dalla Serbia - e la sua «democratizzazione», al di là delle parole proprie di questa e di altre conferenze internazionali, sembra sia qualcosa di ineluttabile, anche se protagonisti e comprimari di quell'avventura bellica fingono di indignarsi e di non accettarlo. Di tragici errori e effetti collaterali ce ne saranno altri, sempre di più mano a mano che la guerra s'inasprisce. Come sta accadendo giorno dopo giorno ed è sotto gli occhi di tutti. L'ordine del giorno della conferenza, «t he rule of law» in Afghanistan e il ruolo che l'Italia si è assunta di ricostituire (o costituire) le strutture basiche del diritto e del sistema penitenziario in quel paese, è passato inevitabilmente in secondo piano, nonostante gli sforzi del ministro Massimo D'Alema, che fungeva da padrone di casa. Incassati tutti i ringraziamenti di rito per l'impegno dell'Italia (e i soldi: 60 milioni di euro negli ultimi 5 anni di cui 10 milioni freschi freschi come contributo straordinario), di cui D'Alema si è detto «orgoglioso» anche se si annuncia «ancora lungo e complesso», il ministro degli esteri italiano è tornato a battere sul fatto che bisogna accompagnare l'azione militare «necessaria» con l'azione politica e sociale, perché altrimenti non si conquista «il consenso dei cittadini» e non si riesce a «isolare il terrorismo». «Molto è stato fatto ma molto resta da fare», ha aggiunto. Fra quel molto che è stato fatto c'è anche l'essere riusciti a dare ai presunti liberatori il ruolo di occupanti e aver dato agli orridi taleban il ruolo di resistenza contro un'occupazione straniera sostenuta da quisling come Mr. Karzai. Tanto per dire come il dialogo alla Farnesina, anche il segretario della Nato Scheffer ha parlato dei «progressi compiuti» ma si riferiva ai progressi compiuti dall'Alleanza atlantica pressata dagli Stati uniti di Bush nel «rimuovere i caveat », ossia una delle architravi su cui il governo italiano è riuscito a far passare - in affanno - il rifinanziamento delle «missione di pace» in Afghanistan e la presenza dei 2000 soldati italiani a Herat. La conferenza di Roma comunque per promotori e partecipanti è stata «un successo». Ha raccolto anche 360 milioni di dollari dai paesi donatori per «progetti a breve termine» e ha fissato i prossimi impegni: una «strategia per il settore giustizia» che dovrà essere verificata in un prossimo appuntamento stabilito a Kabul in ottobre. Guerra permettendo.(Il Manifesto 4 luglio 2007)


 

 

Gino Strada riapre l'ospedale di Kabul



di Manuela Bianchi

Stamattina (26 giugno ndr) alle ore 8 locali, le 5 italiane, ha riaperto l'ospedale di Emergency a Kabul. A pochi giorni dalla liberazione di Rahmatullah Hanefi, Gino Strada ha preso la direzione dell'ospedale, almeno per questa prima fase, convocando i collaboratori locali conosciuti, formati e sperimentati negli scorsi anni, per un totale di 118 persone tra personale medico, paramedico e ausiliario. Per ora le attività dell'ospedale si limitano alla sola "chirurgia di guerra", di cui oggi hanno potuto usufruire due uomini ricoverati e poi operati per ferite da arma da fuoco, ma presto si dovrebbe passare alla normale attività ospedaliera.

Le prime parole di Emergency sono state di ringraziamento verso tutti coloro che "in questi mesi ci sono stati vicini" e che vengono invitati alla ripresa delle iniziative di raccolta di fondi, interrotte durante la sospensione delle attività, a sostegno dell'intervento della organizzazione umanitaria in Afghanistan. "Una buona notizia soprattutto per la popolazione afgana, ma anche per il nostro Paese, che il prezioso lavoro di Emergency continui in un Paese fin troppo martoriato da guerra e violenza" ha commentato Gennaro Migliore, presidente dei deputati di Rifondazione Comunista-Sinistra europea, che ha auspicato "che si aprano al più presto tutti gli ospedali e che Gino Strada, Rahmatullah Hanefi e tutti gli operatori possano nuovamente svolgere la loro importante azione umanitaria".
Cosa che potrebbe avvenire in tempi ragionevoli dal momento che a breve altro personale internazionale della ong dovrebbe raggiungere il Paese, permettendo la riapertura dell'ospedale di Anabah, nel Panshir, che consta anche di reparti di maternità e pediatria, e del centro chirurgico di Lashkar-Gah nell'Helmand, oltre alla rimessa a regime di 29 cliniche.
Soddisfazione per la notizia è stata espressa anche dal ministro della Difesa, Arturo Parisi, che oltre ad auspicare anche la riapertura delle altre strutture sanitarie locali facenti capo ad Emergency, ha precisato come "Dando seguito all'appello dell'Onu, l'Italia continuerà ad assicurare la solidarietà e il contributo necessario alla pace e alla stabilità delle legittime istituzioni".

A Kabul la riapertura dell'ospedale, accolta decisamente bene dalla popolazione, è stata possibile grazie al fatto che oggi "esistono ragionevoli condizioni di sicurezza", a differenza di quanto accaduto in passato che ha determinato la chiusura delle strutture della ong, come affermato in una nota dal vicepresidente di Emergency, Carlo Garbagnati, che ha aggiunto che le autorità sono ovviamente a conoscenza degli ultimi avvenimenti poiché "ci sono stati contatti e sono state informate delle nostre intenzioni. La nostra impressione è che tutto ciò gli vada bene. I rapporti si stabilizzeranno mentre operiamo". Resta comunque il fatto che scuse ufficiali per le accuse ad Emergency di connivenza con al Quaeda non sono arrivate dalle autorità afghane. Ma il vicepresidente della ong ha voluto precisare che "non è ragionevole pretendere l'ufficialità". (AprileOnline 26 giugno 2007)

 

Hanefi è libero

Rahamatullah Hanefi è libero. Lo riferisce il sito di Peacereporter. Dopo ore di attesa, il capo del personale dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, arrestato dalle autorità afgane il 20 marzo scorso e scagionato sabato scorso da ogni accusa di complicità con i talebani per il ruolo svolto nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, ha varcato alle 16 di oggi (ora locale), le 13.30 italiane, il cancello del hanefi_libero_defcarcere Investigation Department 17 a Kabul.
Ad attenderlo, Gino Strada. «E' qui con noi, è libero», queste le prime parole del fondatore di Emergency.
«Sono vivo», ha detto in pashtu Hanefi a Gino Strada, «sto bene», ha aggiunto in italiano. E al telefono con la presidentessa dell'associazione, Teresa Strada, ha esclamato: «Thank you italian people», grazie Italia.
«Questa è una bellissima giornata, una giornata di festa, non solo per Rahmat ed Emergency, ma anche, credo, per moltissimi afghani e moltissimi italiani», ha poi commentato Gino Strada.(19 giugno 2007)
 

Si riapre la strada dell'Afghanistan per Emergency

 

(18.6.07) - «Era ora». Questo il commento di Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, alla notizia del proscioglimento di Rahmatullah Hanefi. «Spero - prosegue - che Emergency ritorni ad operare in Afghanistan  Sarebbe stato un guaio per tutti l'assenza di forza umanitaria davvero neutrale». Il collaboratore dell'ong italiana, direttore dell'ospedale di Lashkargah, era stato arrestato il 20 marzo scorso dalle autorità afgane con l'accusa di aver avuto un ruolo nel sequestro del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, di essere un fiancheggiatore dei talebani. Accuse non proclamate immediatamente, tanto che Hanefi è rimasto per molte settimane in cella senza poter essere assistito né visitato dal suo legale. Questo fino a pochi giorni fa, quando la situazione è precipitata ulteriormente con il ricovero in ospedale di Hanefi in seguito ad una crisi renale. Attualmente è ricoverato, ancora piantonato, ma libero da accuse che, all'indomani dell'arresto, erano subito apparse come false e poco chiare suscitando manifestazioni di sdegno da più fronti. Ora si attende la definitiva liberazione e il suo ritorno a casa. La risoluzione della vicenda potrebbe riaprire le porte dell'Afghanistan ad Emergency con il conseguente riavvio delle strutture sanitarie nel paese chiuse, lo scorso 26 aprile, per l'assenza di condizioni di sicurezza per il personale. Gino Strada, fondatore di Emergency, afferma che «il nostro interesse è tornare in Afghanistan al più presto» anche se i tempi non sembrano immediati. Esprime soddisfazione per la mobilitazione dell'opinione pubblica: «Era la prima volta che si mobilitava per un cittadino non italiano». Anche Severino Galante, capogruppo Pdci in commissione difesa della Camera, ha commentato positivamente la liberazione di Hanefi, aggiungendo che la vicenda «è esemplare dell'assoluta mancanza in Afghanistan degli elementi fondanti dello stato di diritto. E' dunque più che mai necessario che la questione dei tanti detenuti nelle carceri afgane senza prove documentali a loro carico venga affrontata alla Conferenza sulla Giustizia del prossimo 3 luglio».(La Rinascita della sinistra)

Raid Usa contro Al Qaeda, uccisi sette bambini

 
La Nato e gli americani attaccano. Centrata una moschea. Le autorità locali: nel sud del paese decine di vittime civili. Il presidente Karzai sempre più in difficoltà

 

di F. D. P.

Al centro del mirino dei caccia statunitense avrebbero dovuto esserci combattenti di Al Qaeda. Invece a fare le spese di un raid dell'aviazione Usa in Afghanistan sono stati sette bambini, massacrati domenica notte dai razzi che hanno centrato una madrasa (scuola coranica) nel distretto sud-orientale di Paktika.
L'esercito statunitense - che dalla fine del 2001 conduce nell'area l'operazione Enduring freedom - ha puntato l'indice contro i seguaci di Osama bin Laden, che avrebbero utilizzato i bambini come «scudi umani». «Questo è un esempio di come al Qaeda utilizzi come scudo lo status protetto di una moschea, così come civili innocenti» ha riferito il portavoce della coalizione, maggiore Chris Belcher said. Tuttavia il governatore di Paktika, Mohammad Akram Khpalwak, si è affrettato a recarsi nell'area per chiedere perdono alla popolazione locale e ordinare un'inchiesta. Inoltre è normale che un compound come quello bombardato - con moschea e madrasa annesse - sia frequentato da bambini e dunque le «le credibili informazioni d'intelligence» di cui parla il comunicato Usa quanto meno non sono state sufficientemente accurate. Negli ultimi mesi le truppe straniere che occupano l'Afghanistan hanno ucciso almeno 120 civili.
La popolazione locale, parte della quale aveva accolto con favore la cacciata dei taliban dopo l'invasione anglo-americana del 2001, chiede sempre più spesso la testa del presidente Karzai e il ritiro delle truppe straniere, percepiti come responsabili di questi massacri. Con lo scioglimento di parte dei ghiacciai dei massicci afghani, l'offensiva anti-taliban s'intensifica e si fa più cruenta. Il capo del Consiglio provinciale di Uruzgan, Mawlavi Hamdullah, ha denunciato che almeno sessanta civili sono stati uccisi negli ultimi tre giorni nel corso di operazioni militari nella provincia meridionale.
«Parecchie decine» di Talebani sono stati uccisi in una violentissima e «prolungata battaglia» con truppe della coalizione a guida Usa e forze regolari locali, scoppiata domenica nella provincia meridionale afghana di Helmand ed estesasi poi a quella vicina di Kandahar. Lo ha reso noto il Comando americano, secondo cui unità alleate sono state attaccate in massa dai guerriglieri nella provincia di Helmand.
Con il calare della notte sono sopraggiunti rinforzi agli integralisti, e a quel punto i soldati impegnati nei combattimenti hanno chiesto l'intervento dell'Aviazione: elicotteri e caccia hanno preso così a martellare diverse postazioni nemiche, decimando chi vi si era trincerato. Sono tuttavia rimasti feriti almeno due militari della coalizione, la cui nazionalità non è stata resa nota.(Il Manifesto 18 giugno 2007)

 

Afghanistan, vittime minori

di Enrico Piovesana

Abdul Kabir – nome di fantasia – ha 12 anni. Ha lasciato il suo villaggio in Uruzgan per andare a lavorare nella bottega di un parente a Kandahar. Ma quando è arrivato in città, l’uomo non lo ha voluto assumere e gli ha sbattuto la porta in faccia. Così Abdul è andato al mercato della mano d’opera, dove due uomini gli hanno promesso un lavoro come muratore per un dollaro al giorno. Ma invece di portarlo in cantiere, lo hanno condotto in un edificio abbandonato e lo hanno violentato. Ripresosi dal trauma, Abdul ha deciso di tornare nel suo villaggio. Un tassista gli ha offerto un passaggio gratis e poi, una volta in macchina, ha abusato di lui. Una volta a casa, il ragazzino, non dandosi per vinto, ha cercato di tirar su qualche dollaro con la raccolta dell’oppio nel campo di un amico di famiglia. Ma lì, tra i papaveri, un altro bracciante ha provato a violentarlo: Abdul ha reagito, ferendo l’uomo con il falcetto per estrarre l’oppio. Il dodicenne è stato per questo consegnato alla polizia e rinchiuso in un riformatorio. Il suo violentatore è a piede libero.

 Bambini afganiUn fenomeno sommerso ma diffuso. Questa drammatica storia, raccolta da Irin News, è solo uno dei tantissimi casi di abusi sessuali sui minori: un fenomeno sempre più diffuso in un Paese che non riesce a uscire dalla miseria e dalla guerra. Non esistono statistiche attendibili in merito, solo stime elaborate dalla Commissione Indipendente per i Diritti Umani dell'Afghanistan (Aihrc) e dall’organizzazione Save the Children-Svezia. Secondo i loro dati, nella sola città di Kandahar sono stati recentemente denunciati 14 casi di violenze sessuali su minori, ma almeno il doppio sarebbero i casi rimasti non denunciati dalle giovani vittime per paura di finire in carcere o semplicemente di essere picchiati o uccisi dai genitori. Sì, perché quasi la metà dei casi denunciati si riferiscono ad abusi avvenuti fra le mura domestiche ad opera di familiari o parenti. Considerando che a Kandahar, con il suo mezzo milione di abitanti, vive l’1,6 percento della popolazione afgana, e tenendo conto che due casi su tre non vengono denunciati, in Afghanistan potrebbero essere oltre 2.500 i minori vittime recenti di abusi sessuali.

 Bambine afganeCause culturali, economiche e legali. La preoccupante dimensione di questo fenomeno ha molte cause. Una culturale, sopra tutte. La pedofilia, spesso associata all’omosessualità, è infatti diffusissima in una società come quella afgana, dove la tradizione e la religione riducono al minimo i contatti tra donne e uomini, portando questi ultimi a cercare alternative tra di loro e con i minori. A poco servono le campagne di sensibilizzazione che l’Unicef promuove nel Paese.

L’ignoranza e la povertà sono altre cause fondamentali: secondo l’Aihrc, la metà dei bambini vittime di abusi vive in condizioni di povertà estrema ed è costretta dai genitori a lavorare, invece che andare a scuola. La miseria, in Afghanistan, è la conseguenza di oltre un quarto di secolo di guerra ininterrotta: una guerra che non accenna a placarsi.L’ultima causa, più contingente, che sta dietro alla sempre maggior diffusione di questo fenomeno è l’impunità di cui godono i colpevoli. Sotto i talebani, chi veniva accusato di aver violentato un minore veniva giustiziato. L’attuale codice penale afgano non prevede nemmeno questo crimine e i rari imputati vengono puniti in base all’articolo 427 sull’adulterio, che prevede un massimo di dieci anni di prigione. Ben spesi i 57 milioni di euro che l'Italia ha investito nella riforma del sistema giudiziario afgano... (PeaceReporter 12 giugno 2007)

 

Fuori le prove o fuori Hanefi

di Em. Gio.*

Fuori le prove o fuori Hanefi. Non è che Massimo D'Alema usi esattamente questo gergo ma la sostanza è tale. Roba forte dopo una sfilacciatura di giorni, dal viaggio a Kabul del titolare degli esteri nel quale Karzai aveva detto che le prove su Henefi, detenuto dai servizi segreti afghani, sarebbero arrivate nel giro di ore. Al vicepremier l'attesa di una settimana deve essere sembrata francamente troppo e ha scelto una sede dove le parole rimbombassero più forte: il vertice a Potsdam con i colleghi dei paesi del G8, presenti anche gli afghani, in vista della loro partecipazione al summit dei «grandi» a cui mancano un pugno di giorni. «Si sta arrivando ormai alla scadenza dei termini per la detenzione del mediatore di Emergency - dice il ministro alle agenzie al seguito - se le autorità afghane hanno prove le mostrino altrimenti lo liberino».
Ma la dichiarazione non è solo ad uso interno o per Emergency che, nelle stesse ore, accusa chi invoca per Hanefi un «un giusto processo» di sostanziale complicità con Kabul. D'Alema infatti chiarisce che della vicenda Hanefi ha, a Potsdam, parlato col suo omologo afghano Rangin Dadfar Spanta. E, aggiunge, «siamo in continuo contatto con le autorità afghane, qui, ma anche attraverso l'ambasciatore italiano in Afghanistan». Secondo il titolare della Farnesina, Kabul sa benissimo che la questione «richiede una soluzione immediata. I termini previsti dalla stessa legge afghana stanno scadendo». I termini per altro sono del tutto vaghi, essendo Hanefi sotto custodia dei servizi segreti, ma è chiaro che D'Alema si riferisce alla promessa fatta da Karzai il 21 maggio, durante la visita di stato a Kabul. Dunque, conclude, «o ci sono prove, e allora nelle prossime ore devono esibirle e bisogna passare a un processo formale, oppure Hanefi dovrà essere scarcerato». Che la cosa sia già stata oggetto di polemica D'Alema lo chiarisce subito, dicendo che le autorità afghane «sanno benissimo che la pressione italiana è fermissima e sanno anche che il trattamento di tale questione è sotto gli occhi dell'opinione pubblica internazionale, ed è anche un test del rispetto delle regole dello stato di diritto». E' l'affondo con cui D'Alema fa capire che il dossier Hanefi è già finito sul tavolo di Potsdam e, quel che è peggio, potrebbe finire su quello degli Otto, i finanziatori e i fornitori di militari che supportano il fragile governo Karzai.
Sulla vicenda Hanefi intanto interviene anche Emergency per dire in una nota che non solo l'incontro D'Alema-Karzai «non ha sortito effetti positivi» e che anzi il colloquio si è dimostrato «un irridente inganno al ministro degli esteri italiano» ma che, aggiunge velenosamente una nota della ong, «con nessun senso della realtà o del ridicolo, e con scarsissima preoccupazione della dignità propria, il governo italiano prepara un incontro a Roma sulla giustizia in Afghanistan, lusingato e compiaciuto che Karzai assicuri la propria presenza». Ma al di là delle polemiche l'ong milanese aggiunge quelli che chiama alcuni «non-sviluppi» della situazione: «venerdì 18 maggio - scrive Emergency - alle "autorità giudiziarie" sarebbe stato consegnato un "fascicolo Hanefi", formatosi in maniera incontrollata. Nel frattempo si è tentato d'imporre a Rahmatullah un avvocato scelto dall'autorità inquirente, pur essendo noto che un altro avvocato era stato indicato dalla famiglia: a questo avvocato è sistematicamente impedito di avere un colloquio diretto e riservato con Rahmatullah». Aggiunge Emergency che le risulta che Hanefi «si trovi in preoccupanti condizioni psicologiche e abbia terrore di firmare anche il conferimento d'incarico all'avvocato suggerito dai parenti», i quali sono oggetto di «pressioni d'ogni genere» e «nel mirino dei servizi segreti». Accusa Emergency: «Le scadenze previste anche dalle autorità competenti sono quotidianamente rinviate, gli impegni sistematicamente elusi, mentre si è giunti a 72 giorni di illegale detenzione, un autentico sequestro di persona». *Lettera22 (Il Manifesto 31 maggio 2007)


 
 

Un silenzio afgano


di Tommaso Di Francesco

Senza perdere tempo e senza un attimo d'esitazione, come un ladro - con tutto il rispetto per i ladri - Hamid Karzai, il signore della guerra di Kabul ha deciso di sequestrare oggi gli ospedali di Emergency. L'ultimatum perché l'Ong di Gino Strada rientrasse il 25 maggio era più d'un ricatto, era una beffa. La rivendicazione da parte del governo afghano del sequestro di Rahmatullah Hanefi imprigionato ormai da due mesi senza difesa legale e motivazioni dell'arresto - ma ora sappiamo che è stato incarcerato perché si è rifiutato di fare la spia per i servizi afghani - ha pesato e pesa come un macigno su qualsiasi possibilità di trattativa.
Su Emergency è stata fatta ricadere, vergognosamente, tutta la responsabilità sia della trattativa per liberare Mastrogiacomo, che del disastro dell'uccisione di Adjmal Nashqbandi. Il governo italiano ha giocato prima allo scaricabarile, ora al silenzio di tomba. Così Karzai ne ha approfittato per cacciare dal paese osservatori neutrali e scomodi, per andare alla resa dei conti con l'unica struttura umanitaria in grado di operare oltre e contro la guerra, aperta a tutti i cittadini, gratuita, pronta a curare feriti sia dell'esercito regolare che dei talebani. Adesso le vittime sono i civili afghani, che hanno avuto anche il coraggio di chiedere a Karzai che l'organizzazione umanitaria tornasse ad ogni costo.
Solo pochi giorni fa il ministro degli esteri Massimo D'Alema è andato a Kabul per parlare anche di Hanefi. Ha avuto porte sbattute in faccia, ma ha ripetuto che andava tutto bene. E l'alleato Karzai è atteso a Roma ai primi di luglio per inaugurare - pare incredibile - la Conferenza sulla «giustizia». Ora il governo italiano, tace. Ed è chiaro che nessuna dichiarazione di principio è all'altezza di quello che sta avvenendo. Perché espropriano gli ospedali di Emergency e nessuna voce si alza per chiedere garanzie sulla salvaguardia umanitaria di quelle strutture? Purtroppo proprio dall'Italia, in segreto, si è preparata una «alternativa» di gestione che vede il probabile coinvolgimento di organismi sanitari paralleli e di potere come il San Raffaele.
Accade quel che temevamo. Promesse di ripensamenti? Partono dall'Italia per l'Afghanistan i carri armati Dardo, gli elicotteri da combattimento Mangusta e altri 150 soldati. Mentre gli operatori sanitari italiani e internazionali di Emergency sono stati costretti a fuggire, il rappresentante Hanefi è in carcere e le strutture umanitarie faticosamente costruite in anni di lavoro vengono sequestrate manu militari. Siamo in una guerra, ma si ostinano a chiamarla «missione di pace», ci dichiariamo preoccupati che i bombardamenti colpiscano i civili perché questo mette in pericolo la nostra presenza militare sul terreno, ma nelle stesse ore i cacciabombardieri della Nato, della nostra Alleanza militare in Afghanistan, operano con 1.200 azioni di bombardamento a settimana. I morti basta chiamarli «talebani». Ora si prendono anche gli ospedali e all'umanitario ci pensano i generali. Il cerchio si chiude.(Il Manifesto 26 maggio 2007)

 

 

25 maggio 2007 - Domani il governo afgano

s'impossessa degli ospedali di Emergency

 

«Come dichiarato, il ministero della sanità aprirà ufficialmente i 3 ospedali sabato 26 maggio. Questa mail è soltanto per informarvi sulla situazione qui. Saluti».
«Prendiamo atto della sua mail che afferma che “il ministero della sanità aprirà ufficialmente i 3 ospedali sabato 26 maggio”. Il direttivo di Emergency considera questa come l’ultima offesa e provocazione delle autorità afgane contro la nostra organizzazione. Continueremo la nostra campagna internazionale per la liberazione del nostro dipendente Rahmatullah Hanefi.
Saluti».

Questa corrispondenza è intercorsa nella serata di giovedì 24 maggio tra il ministero della sanità afgano ed Emergency.
Il messaggio del ministero della sanità afgano conferma come l’obiettivo del governo Karzai fosse l’espulsione dal paese di un testimone sgradito. Dai registri degli ospedali di Emergency risulta la quantità di vittime civili della guerra in corso. Gli ospedali di Emergency documentano, in sé stessi, la possibilità di un’assistenza sanitaria efficace, gratuita e rispettosa, che il governo Karzai non vuole attuare.
Risulta anche chiarito come l’arbitraria fissazione di un «ultimatum» per il 25 maggio fosse un mediocre espediente per espellere Emergency senza assumerne diretta ed evidente la responsabilità.
Di questa iniziativa non è vittima una ONG, ma la popolazione afgana, che ha ripetutamente sollecitato le autorità del paese a rendere possibile il ritorno di Emergency.
Emergency considera questo esito facilitato dall’indifferenza e dalla sostanziale complicità del governo italiano.
Emergency rinnova il suo impegno per la liberazione di Rahmatullah Hanefi, che da oltre due mesi subisce dal governo Karzai vessazioni e abusi.
 

 

Afghanistan -Il tesoretto di Kabul

Le Ong alla conquista degli ospedali di Emergency

(16.5.07) - E' storia recente l'uscita dall'Afghanistan del personale di Emergency a causa della mancanza delle condizioni minime di sicurezza, come dimostra il sequestro e la detenzione di Hanefi  emergency_in_sierra_leoneMa è storia recentissima il tentativo di varie organizzazioni di gestire le strutture che l'organizzazione di Gino Strada ha lasciato. E non è roba da poco, si parla di tre centri chirurgici, un centro maternità, 24 posti di primo soccorso e quattro cliniche. Già si erano fatte avanti la Croce Rossa internazionale e due Ong, una indiana e l'altra americana, ma la novità sta nella proposta venuta dal San Raffaele di Milano. L'ospedale fondato dal prete-imprenditore Don Luigi Verzè, ha infatti scritto al ministero degli Esteri proponendosi di gestire “il tesoretto”, anche solo temporaneamente, sottolineando come la proposta a loro sia arrivata da non meglio qualificati terzi. Il San Raffaele opera in Afghanistan con una sua fondazione che agisce tramite l'Aispo, un'ong che risponde al dettato evangelico «Andate, insegnate e guarite». La Farnesina si muove con cautela sulla questione, il viceministro Patrizia Sentinelli che si sta occupando del difficile problema, che già vede il governo afgano dare il via libera alle prime ispezioni negli ospedali di Emergency, afferma che l'ong di Strada «ha compiuto la sua scelta legandola ad alcune questioni che ad oggi restano aperte. Stiamo lavorando per offrire una risposta a queste domande in modo che Emergency possa tornare a lavorare in Afghanistan». La stessa organizzazione italiana per bocca di un suo portavoce, Vauro Senesi, dichiara che «le proposte di riprendere in mano le strutture di Emergency non ci riguardano, per il semplice fatto che vorremmo riprenderle in mano noi stessi».
Severino Galante, capogruppo del Pdci in commissione Difesa alla Camera afferma: «Le recenti autocandidature a subentrare a Emergency nella gestione della struttura ospedaliera di Kabul suscitano la sgradevole impressione tipica di qualsiasi opera di crumiraggio. Ovviamente il Ministro degli Esteri italiano non può né deve contribuire in alcun modo, diretto o indiretto, all'espulsione della benemerita Ong dell'Afghanistan. Anzi è necessario che ad Emergency sia garantita al più presto la possibilità di un rientro in Afghanistan che permetta all'associazione di proseguire in assoluta sicurezza il proprio impegno umanitario in favore della popolazione afgana».(La Rinascita della sinistra online)

 

 

Afghanistan -Attacco a Emergency

 

Indignazione del Pdci per la reclusione di Rahmatullah Hanefi

Il sito Peacereporter ha dato ieri notizia che il governo Karzai ha intenzione di requisire gli ospedali di Emergency e destinarli ad altro scopo In un comunicato, l'associazione di Gino Strada esprime preoccupazione sul fatto che il ministero della Sanità afgano e le eventuali organizzazioni che potrebbero operare su suo mandato possano garantire tre condizioni minime ma fondamentali per Emergency: «Qualità del servizio sanitario, sua totale gratuità, sua disponibilità per chiunque vi ricorra, senza criteri di selezione». L’episodio sconcertante, e che vede l’associazione in seria difficoltà nel contrastare le azioni del governo afgano, avviene nel pieno della vicenda che vede coinvolto Rahmatullah Hanefi, il quale è ancora rinchiuso in carcere. Il mediatore di Emergency dovrebbe essere processato entro due settimane, secondo quanto il presidente afgano Karzai ha promesso al nostro ministro della Difesa che, in visita a Kabul, aveva insistito per ottenere garanzie sulla «trasparenza giudiziaria» nei confronti di Hanefi. Contro il mediatore di Emergency, infatti, non sono mai state mosse accuse formali, nonostante sia in carcere da 48 giorni, ma si è parlato di suoi collegamenti con i talebani e di una sua responsabilità nella morte dell'interprete di Mastrogiacomo. Indignazione per l’aggressione di cui è oggetto Emergency e per la sorte del suo uomo viene espressa dal Pdci. Il capogruppo dei Comunisti italiani alla Camera, Pino Sgobio, chiede un’azione più decisa sul caso Hanefi: «E’ ora che il governo dell’Unione alzi la voce sul caso di Hanefi e agisca in modo deciso per chiedere il rispetto delle convenzioni internazionali e per giungere in tempi rapidissimi alla sua liberazione. Le accuse lanciate nei confronti del mediatore di Emergency sono indegne, così come incivile è il suo fermo». Per Severino Galante, capogruppo Pdci in Commissione Difesa «la denuncia di Emergency sconcerta enormemente. Tutto ciò mentre le truppe americane sconfinano, fuori dalle competenze della missione Enduring Freedom, proprio nella zona di Herat (dove stanziano le forze militari italiane) provocando un forte risentimento popolare per le pesanti vittime civili seguite a questa operazione militare». Sulle sanguinose incursioni delle truppe Usa nelle zone presidiate dal contingente italiano torna ad intervenire anche il ministro della Difesa, definendoli «inaccettabili, eventi del genere non possono avvenire». Parisi inoltre insiste sulla necessità di un maggiore coordinamento fra la missione umanitaria Isaf e le operazioni militari di Enduring Freedom.(La Rinascita della sinista 8.5.2007)

 

 

Diliberto: "Missione sempre più sbagliata

«In Afghanistan gli Usa stanno scatenando un vero e proprio massacro». È quanto afferma la senatrice Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci a palazzo Madama

in relazione alla guerra che si combatte ancora in Afghanistan e agli eventi degli ultimi giorni. Gli scontri si sono spostati verso Herat la zona affidata al controllo militare italiano e tradizionalmente una delle regioni più tranquille. Le forze Usa, insieme a gruppi scelti del nuovo esercito afgano, hanno lanciato una massiccia offensiva contro la guerriglia talebana, lasciandosi dietro più di 130 morti e varie decine di feriti, fra i quali si teme ci siano molti civili. I militari italiani, come anche quelli spagnoli, non hanno preso parte agli scontri, anzi secondo fonti militari, i comandi dell'Isaf sono stati informati solo quando l'offensiva nella provincia era già partita. Le modalità dell'offensiva stessa fanno nascere perplessità circa il coordinamento fra le truppe dei vari paesi e fra operazioni parallele guidate da comandi diversi, ad esempio Usa e Nato. Inoltre si temono ritorsioni e rappresaglie contro chi opera nell'area colpita di Herat, quindi il contingente italiano. Il ministro alla Difesa, Arturo Parisi, si è dichiarato preoccupato per «l'eventuale coinvolgimento dei nostri soldati in azioni estranee alla missione autorizzata dal Parlamento» ed ha chiesto informazioni dettagliate circa i pericoli che corre il contingente italiano. È di ieri la notizia, diffusa dallo Stato maggiore della Difesa, di un ordigno esploso al passaggio di una pattuglia di militari italiani ad Herat. L'esplosione è avvenuta alle 6.30 lungo la strada che collega la base del contingente italiano all'aeroporto, ed ha investito un mezzo militare al cui interno viaggiavano tre uomini che sono rimasti solo leggermente contusi. Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto esprime solidarietà ai soldati feriti ed alle loro famiglie ma ricorda che «purtroppo permane un serio pericolo cui i nostri soldati vengono sottoposti inutilmente. Non ci possiamo nascondere che la missione in Afghanistan è sempre più sbagliata». La senatrice Palermi afferma: «Ha ragione D'Alema quando dice che la stabilizzazione dell'Afghanistan passa dalla sconfitta dei terroristi, ma anche dal consenso della popolazione civile. E invece accade che persino Karzai protesti contro l'uccisione quotidiana di civili, tra cui moltissime donne e bambini, e che tra la cittadinanza ci siano manifestazioni e proteste di massa contro gli Usa. E' complicato essere sereni quando i nostri militari corrono seri rischi per una guerra fallimentare e insensata. Diventa sempre più difficile capire cosa ci stiamo a fare in Afghanistan» (la Rinascita della sinistra 2 maggio 2007)

 

La vendetta afghana

di Arturo Scotto

E alla fine gli afgani si sono vendicati. Il mediatore Rahmatullah Hanefi, che aveva ricoperto un ruolo cruciale durante il sequestro Mastrogiacomo, oggi rischia la testa.

Rinchiuso ormai nelle carceri afgane da diverse settimane, è accusato di concorso in omicidio con i talebani per lo sgozzamento barbaro del giornalista Adjmal, collega del corrispondente di Repubblica, perchè avrebbe messo a rischio la sicurezza nazionale rendendosi protagonista della trattativa. Trattativa di cui erano a conoscenza sia Karzai che il governo italiano.

Pena di morte, dunque, e senza nessuna assistenza legale perchè non contemplata nel codice legale. Crediamo si tratti di qualcosa di estremamente discutibile e pericoloso. Che mette anche a rischio i rapporti tra governo italiano e afgano, oltre ad aprire una voragine definitiva nel rapporto con Emergency. Gino Strada denuncia l'assenza di iniziativa dell'Esecutivo Prodi e minaccia, questa volta in maniera ultimativa, di chiudere i tre ospedali presenti in Afghanistan e interrompere, in quel luogo, la sua iniziativa umanitaria. Non può essere accettabile un esito del genere.
Un disastro doppio: da un lato la condanna a morte di un cittadino afgano senza alcuna garanzia giudiziaria e dall'altro la mortificazione di un'esperienza, quella di Emergency, che ha segnato in senso estremamente positivo gli ultimi anni di drammatico dopoguerra e di ricostruzione civile ed economica di quel paese.

Gli appelli si moltiplicano: il ministro della Sanità afgano chiede a Strada di restare. Le forze di sinistra domandano al governo un'azione più incisiva sul versante della liberazione di Hanefi ed un giusto processo che impedisca scorciatoie tragiche e controproducenti. Anche perchè, non dovremmo mai dimenticarlo, le nostre truppe sono lì per assistere le autorità afgane nella ristrutturazione del loro sistema giudiziario, in senso più democratico e garantista.

Non vorremmo che questo ruolo venisse accantonato da Karzai solo per esigenze di tenuta interna. Non sarebbe sopportabile per l'opinione pubblica del nostro paese, che chiederebbe conto al  governo del perchè di pressioni cadute nel vuoto e di appelli vanificati sulla base di un teorema piuttosto che di un riscontro probatorio certo.
I servizi segreti di Karzai non possono trattare l'uomo decisivo per la liberazione di  Mastrogiacomo alla stregua di una spia e di un tagliagole quando più di una testimonianza, compresa quella del giornalista di Repubblica, dimostrano che al momento dello scambio anche Hanefi era stato reso libero.

E' opportuno a questo punto interrogarsi sul perchè di questa recrudescenza e denunciare la natura puramente strumentale di questa possibile sentenza di morte. E'giusto chiedere al governo italiano di attivarsi con tutte le energie a disposizione per salvare una vita ed evitare la partenza di Emergency da quel territorio. Altrimenti, il rischio è che si apra una discussione seria e senza esiti predefiniti sul senso della missione italiana in Afganistan.   (AprileOnline 23.4.2007)

 

 

Le barbarie sotto il cielo di Kabul

 

di Maurizio Musolino

La necessità, oggi, di uscire dal conflitto afgano, come ieri da quello iracheno, viene confermata e ribadita drammaticamente in ogni occasione. Non c’è notizia che arrivi da quella parte del mondo che non ci ricordi due ineludibili verità: la prima, che in quel Paese è in atto una guerra; la seconda, che come tutte le guerre è incompatibile con la nostra Costituzione e con la dignità umana. Da queste due constatazioni si deve partire ricordando l’ultimo atroce episodio dell’uccisione di Adjmal, interprete del giornalista della Repubblica Mastrogiacomo. Una barbara esecuzione, perpetrata da gente barbara in un contesto barbaro. Un contesto del quale però le responsabilità sono molteplici e coinvolgono tanti. Sicuramente i talebani, uomini che in nome di una fede rinnegano quotidianamente il valore della vita. La rinnegano quando impediscono alle loro donne di compiere quei gesti naturali che riempiono la vita, quando uccidono, quando rifiutano qualsiasi dialogo. Azioni che nulla hanno a che fare con l’Islam come con nessun’altra religione. Uomini accecati da un fanatismo che sembra potersi affermare in forme diverse in quella parte del mondo come a casa nostra. Ma anche gli uomini di un governo, quello guidato da Karzai, corrotti e non meno crudeli degli “studenti islamici” che gli si contrappongono. Vecchi signori delle guerre sempre pronti a vendersi al migliore offerente di turno. E su tutti, forse con maggiori responsabilità ereditate da una storia recente e antica, ci sono le potenze occupanti, gli Usa e non solo loro, anche queste pronte ad uccidere o a fare affari in nome di qualcosa: il predominio nel mondo, il petrolio, il gas. A questo punto una domanda è d’obbligo: noi, italiani, europei, cittadini del mondo, uomini e donne civili con tutto questo cosa c’entriamo? Nulla, assolutamente nulla. O forse no, c’entriamo moltissimo. Per questo dobbiamo fare di tutto per mettere fine a questo conflitto, iniziando dal ritiro di tutte le potenze occupanti, compresi naturalmente i militari italiani. Una responsabilità seria, che non può essere portata avanti solo con slogan e proclami, occorre un’azione di governo. E’ tutto questo, non altro, che ci spinge ad appoggiare Prodi nella richiesta di una conferenza internazionale di pace.(La Rinascita della sinistra 13 aprile 2007)

 

A seguito del perdurare dell’immotivata detenzione del capo del personale dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, Rahmatullah Hanefi e delle pesanti accuse rivolte a Emergency dal responsabile dei Servizi di Sicurezza afgani, Amrullah Saleh, 

Emergency ha organizzato un presidio per SABATO 14 aprile a Milano in Piazza Duomo, angolo via Mengoni, dalle ore 16.30 alle 19.30.

 Per non smettere di parlare della liberazione di Rahmatullah Hanefi e per testimoniare l’impegno di Emergency da sempre rivolto a offrire assistenza sanitaria a tutti coloro che ne hanno bisogno, civili o combattenti, in totale indifferenza verso appartenenze o divise. Sono invitati a partecipare tutti i sostenitori, gli amici, le associazioni, le istituzioni che in tutti questi anni sono stati vicini a Emergency e che hanno espresso il loro sostegno in queste settimane così difficili, per formare una lunga catena di solidarietà, impegno e partecipazione.

 

Gli internazionali lasciano l'Afghanistan

Strada: "Quando il governo del paese in cui lavori si pone come nemico, non ci sono le condizioni di sicurezza"

di Maso Natarianni

La decisione non è stata improvvisa. Ad Emergency ci pensavano da giorni, stretti nel dilemma se rimanere in condizioni di estrema difficoltà o se far evacuare, almeno temporaneamente, gli operatori internazionali. Non sospende le attività, l'Ong fondata da Gino Strada, che opera in Afghanistan dal 1999.

Nei giorni scorsi, tutto il personale internazionale era stato convocato a Kabul, per porter discutere della situazione e, anche, per mettere in sicurezza gli operatori dell'ospedale di Lashkargah, il più esposto, in questi giorni, a possibili problemi di sicurezza. Nella serata di ieri la decisione, sofferta, di lasciare anche Kabul e l'Afghanistan. E questa mattina presto, erano circa le dieci locali, un aereo delle Nazioni Unite appositamente approntato ha portato i trenta operatori italiani di Emergency e gli altri otto di varie nazionalità a Dubai, lontano da ogni possibile ulteriore rischio. Dalla sede di Emergency viene chiarito che la partenza non è definitiva e che il personale che ha lasciato l'Afghanistan si incontrerà, all'estero, con alcuni membri del direttivo dell'organizzazione per decidere insieme, fra oggi e domani, se continuare a operare nel Paese.

 ospedale di Emergency a KabulRimangono, a prestare le necessarie cure ai pazienti nei tre ospedali e nei ventotto posti di primo soccorso e centri sanitari, tutti i membri dello staff nazionale. Ma dopo le parole del potente capo dei servizi di sicurezza afgani Amrulah Saleh, "Emergency non è in realtà una vera organizzazione umanitaria, bensì un fiancheggiatore dei terroristi e persino degli uomini di Al Qaeda", le condizioni per poter rimanere non c'erano davvero più.L'ospedale di Emergency a Lashkargah. Foto di Enrico Piovesana

Anche perché, a quelle pesantissime parole, nessuno, né in Afghanistan, né soprattutto a Roma, aveva pensato di replicare con quel necessario sdegno che un normale governo avrebbe dopo che una istituzione del suo paese, e una istituzione del calibro di Emergency, era stata messa sotto accusa.Come niente era stato detto, quantomeno in modo ufficiale, per l'arresto illegale di Rahmatullah Hanefi, il manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, che per conto del governo italiano aveva aperto un canale con i rapitori di Daniele Mastrogiacomo ed era riuscito a far tornare a casa il giornalista italiano vivo.

 Non una parola per difendere la scelta, giudicata dallo stesso governo quella giusta e l'unica possibile, di utilizzare Emergency per riportare a casa il giornalista italiano.

"Il Governo italiano  - diceva solo ieri Emergency in un comunicato - si sente estraneo a questo insieme di calunnie, minacce e accuse mosse dall’interno di un «governo amico» a una Ong italiana riconosciuta dal Ministero degli affari esteri?

Non ci sono proteste da muovere e chiarimenti da richiedere all’ambasciatore afgano in Italia?"(PeaceReporter 11 aprile 2007)

 

Gino Strada: il mio Rahmatullah

Il chirurgo di Emergency racconta il suo collaboratore afgano. E smonta le accuse nei suoi confronti

di Maso Natarianni

Rahmatullah Hanefi coinvolto nel rapimento di Daniele Mastrogiacomo, Adjmal Nashkbandi e di Sayed Agha. A lanciare l'accusa, è Said Ansari, il portavoce dei servizi segreti afgani guidati da Amrullah Saleh, l'uomo che per conto del comandante Massud gestiva i rapporti con gli statunitensi e in particolare con la Cia. A commentare questa accusa è lo stesso Gino Strada:  “Abbiamo conosciuto Rahmatullah Hanefi all'inizio del 2000 – racconta il chirurgo - ha cominciato a lavoda sinistra, Gino Strada, Rahmatullah Hanefi e l'ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequirare per Emergency come autista. Si è poi occupato in particolare delle operazioni di cross border, cioè di accompagnare lo staff di Emergency attraverso la linea del fronte che allora separava i talebani dall'Alleanza del Nord e che era all'altezza di Mir Bacha Kot, a poche decine di chilometri a nord di Kabul”.

Sono plausibili, o verosimili, le accuse che i servizi gli muovono?

“Nella maniera più assoluta no. Nel 2001 Rahmat si trovava nel centro chirurgico di Emergency a Kabul quando, il 17 maggio, la polizia religiosa dei talebani ha fatto irruzione nell'ospedale. L'aggressione, a loro dire, era motivata dalla non rigida separazione tra uomini e donne all'interno dell'ospedale. Rahmatullah fu arrestato dalla polizia religiosa dei talebani e trattenuto per una decina di giorni, infine rilasciato anche grazie all'iniziativa dell'allora ambasciatore italiano in Pakistan, Raffaele DeCeglie. A séguito dell'aggressione all'ospedale e allo staff, il centro chirurgico di Kabul è stato chiuso”. “Rahmatullah Hanefi – continua Gino Strada - è la stessa persona che, nel novembre del 2001 e dopo mesi di estenuanti negoziati con i talebani affinché garantissero le condizioni per riaprire l'ospedale, è andato a prendere lo staff di Emergency sotto le bombe dei B-52 statunitensi, per consentire la ripresa della attività del centro chirurgico di Kabul, di cui la popolazione aveva disperatamente bisogno”.

Una figura chiave, dunque.

“Emergency è debitrice a Rahmat del grande contributo che ha dato nelle operazioni di costruzione e di avvio dell'ospedale di Lashkargah, nel 2003. Dall'apertura dell'ospedale, Rahmat ne è diventato il capo del personale. La sua serietà, la sua professionalità, la sua dedizione a questo lavoro hanno permesso di raggiungere gli elevati standard dell'ospedale com'è oggi”.

Ma perché proprio Rahmat in questa vicenda?

"Rahmat è di Lashkargah, gestisce il personale dell'ospedale, ma il suo ruolo era anche quello di garantire all'ospedale la sicurezza. E siccome, in Afghanistan come ovunque, non sono le armi ma la conoscenza, la parola, la diplomazia a garantire la sicurezza, era suo compito avere relazioni con tutti. E le relazioni Emergency le ha garantite dal lavoro che svolge, dall'aver curato oltre un milione e duecentomila afgani. La disponibilità dimostrata da Rahmat, infine, nell'acconsentire alle richieste che Emergency gli ha fatto per conto del governo italiano durante la gestione delle crisi che hanno visto protagonisti Gabriele Torsello prima e Daniele Mastrogiacomo poi, ha dimostrato ancora una volta la sua affidabilità e il suo attaccamento ai valori di Emergency. Per questo le accuse nei suoi confronti sono semplicemente assurde”.(Peacereporter 11.4.2007)

 

Firma per la liberazione di Rahmatullah Hanefi

A questo indirizzo

è possibile firmare l’appello per la liberazione di Rahmatullah Hanefi, responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah e di Adjmal Nashkbandi, l'interprete di Mastrogiacomo (purtroppo è stato ucciso)

Giustizia è morta

I Talebani hanno assassinato Adjmal Naskhbandi, il giovanissimo interprete da cui si era fatto affiancare Mastrogiacomo per portare avanti il suo lavoro; intanto Rahmatulah Hanefi, il mediatore di Emergency che aveva operato per la liberazione del nostro giornalista, è detenuto nelle carceri afgane. Dopo due morti, prima l'autista ed ora l'interprete, ci auguriamo che il governo riesca a riportare a casa Rahmatulah, l'unico atto di giustizia possibile in una vicenda che ha visto fino ad ora calpestate giustizia e pietà. Ma non solo: il governo italiano, che tiene in Afghanistan uomini e mezzi per curare, proteggere, difendere e ricostruire, non può assistere inerme ad un arresto ingiusto ed ingiustificato. (www.comunisti-italiani.it)

Sangue e polemiche

Le polemiche sono sterili ma soprattutto pericolose quando in gioco c'è una vita umana, quella dell'ultimo uomo della cosiddetta "vicenda Mastrogiacomo", Rahmatullah Hanefi, ancora detenuto nelle carceri afgane. Ora il direttore dell'ospedale di Emergency a Kabul è accusato di essere coinvolto nel rapimento del giornalista italiano e dei suoi due collaboratori, entrambi uccisi dai talebani. Il portavoce dei servizi segreti afgani, Ansari, ha precisato che Rahmatullah consegnò gli ostaggi a Haji Lalai, un collaboratore del mullah Dadullah, il comandante militare dei taleban, nel distretto di Sangin, nella provincia meridionale di Helmand. "Calunnie" che arrivano da una "cricca di assassini", reagisce così Gino Strada, che sull'assoluta estraneità di Rahmatullah non ha alcun dubbio. ''Sono una cricca di assassini - ripete - gli stessi a cui il nostro governo ha dato cinquanta milioni di euro per rifare il sistema di giustizia afgano''. Quanto alle prossime mosse di Emergency, alla luce della piega che sta prendendo la vicenda, Strada non si esprime. ''Ci penseremo e valuteremo'' si limita a dire. Anche se nei giorni scorsi aveva prospettato l'ipotesi di abbandonare l'Afghanistan se Hanefi non fosse stato liberato.

Solo due giorni fa Adjmal Nashkbandi, rapito ai primi di marzo insieme al giornalista di Repubblica, è stato ucciso perché il governo afgano si è rifiutato di liberare alcuni taleban detenuti, opponendo dunque alle richieste dei rapitori la "linea dura" tanto invocata da Stati Uniti e paesi dell'Alleanza militare.

La notizia diffusa dai taleban della morte dell'interprete di Daniele Mastrogiacomo, e rimbalzata in Italia proprio nel giorno della marcia di Pasqua contro la pena di morte, aveva riacceso la polemica tra Centrodestra e centrosinistra sulle modalità con cui il governo italiano ha trattato la vicenda del sequestro del giornalista de La Repubblica. Dalla Cdl l'invito al premier a recarsi in parlamento per chiarire tutti gli aspetti della questione è stato praticamente univoco, con la Lega Nord che propone anche una commissione di inchiesta per fare piena luce; mentre dall' Unione, sia pure con diverse sfumature, si risponde respingendo le accuse di scarsa trasparenza da parte di esecutivo e maggioranza parlando di ''sciacallaggio'' dell'opposizione.
Le polemiche sollevate dal Centrodestra sono irresponsabili, soprattutto in queste ore, quando le accuse contro il direttore dell'ospedale di Emergency sono così pesanti da mettere in gioco la sua stessa vita. Evidentemente, gli interessi e le logiche che costringono Rahmatullah nel carcere afgano vanno ben oltre l'esigenze di inchiesta e indagine proclamate dal governo Karzai. Un governo fantoccio, che controlla a malapena il solo distretto di Kabul e non esita ad usare la violenza e l'arma della calunnia nei confronti di un suo cittadino "reo" di aver partecipato alla trattativa per la liberazione del giornalista italiano ovvero (fatto questo che sembra essere considerato ancor più grave) ha anteposto la missione umanitaria alle appartenenze politiche e di clan dei feriti che arrivano giornalmente nell'ospedale di Emergency.

Ajmal Nasqebandi, colui che comunemente veniva definito "l'interprete", era un giornalista a tutto tondo. Come tanti che fanno questo mestiere in giro per il mondo. Lui e l'autista di quello sfortunato viaggio nel Sud di un paese ormai trasformato in una terra di nessuno, in balia della violenza talebana e delle bombe occidentali, hanno pagato un prezzo altissimo alla loro volontà di raccontare i fatti e alla loro amicizia con un collega italiano.
Vittime di un mondo dove i principali protagonisti del conflitto sono impegnati in una guerra sul campo di battaglia e in una guerra d'immagine, ma entrambi disprezzano l'informazione libera e i più elementari diritti dell'uomo, fino a non considerare valore neppure la vita umana. (AprileOnline 9 aprile 2007)


 

Rilasciatelo o Emergency va via

 

 All'uscita dalla Procura, dove il fondatore di Emergency si è recato come testimone nell'indagine sul sequestro Mastrogiacomo  Gino Strada ha affermato con forza: «O ci viene restituito il nostro Rahmatullah Hanefi o ce ne andiamo. Non ha senso che Emergency resti in paese dove uno del nostro staff possa essere arrestato». L'aut-aut è chiaro: o l'uomo che ha mediato con i talebani per la liberazione del giornalista italiano viene rilasciato dai servizi segreti afghani, che lo detengono in isolamento dal 20 marzo scorso, o verranno chiuse le due sale operatorie e i 28 centri di primo soccorso che dal 1999 hanno curato oltre 1 milione e mezzo di afghani. «Non si capisce» prosegue Strada «perché viene concordato uno scambio di prigionieri e poi viene messo in prigione il mediatore. Questo vuol dire rimangiarsi gli accordi presi da Romano Prodi e da Karzai». Se da una parte quindi Strada minaccia Kabul dall'altra accusa il governo italiano di un'improvvisa freddezza ribadendo che Emercency ha fatto ciò che gli è stato chiesto di fare concordandolo «passo dopo passo con il governo italiano, che a sua volta aveva concordato con il governo afghano». Per quanto riguarda l'interprete di Mastrogiacomo, ancora nelle mani dei talebani, viene rinnovato l'appello per la sua liberazione, che sarebbe dovuta avvenire insieme a quella di giornalista italiano. Invece l'accordo è stato violato e l'interprete Adjmal Nashkbandi è tutt'ora prigioniero e il mullah Dadullah ha chiesto per lui la scarcerazione di tre talebani. Una situazione al limite quindi, a cui si aggiunge l'operazione “Achille” che va avanti e fa nuove vittime tra i civili che rischiano, a questo punto, di perdere uno dei pochi “appigli” rimasti.
L'appello di Emergency, per la liberazione di Hanefi e Nashkbandi, in cui viene ribadito che nei confronti del mediatore afghano «non è stata formulata nessuna accusa e non esiste nessun documento che comprovi la sua detenzione. Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency», continua ad avere adesioni: ad oggi sono circa 140 mila. A questo si aggiunge l'appello, di ieri, inviato al presidente Karzai dal leader di “Repoters sans frontièrs” in cui si «esorta il suo governo a fare tutto il possibile per ottenere rapidamente la liberazione» dei due prigionieri, incarcerati entrambi in diverse situazioni, ma comunque privati ingiustamente della loro libertà.(La Rinascita della sinistra 6.4.2007)

 

Sabato pomeriggio a Roma (ore 14.30, piazza Navona) una grande manifestazione per chiedere la liberazione di Adjmal Nasqbandi, interprete di Mastrogiacomo e giornalista free-lance, e di Rahmatullah Hanefi, operatore di Emergency e mediatore nel sequestro dell'inviato di Repubblica

 

Emergency chiede al Governo italiano

Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all'alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani. Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando “con i cavi elettrici”. Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto  potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi,  l'interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.

Oggi, domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un “alto meeting sulla sicurezza nazionale” presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.

Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi cinque giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data.  Teresa Sarti Strada Presidente di Emergency

Il comunicato di Emergency

 

Questa mattina all’alba agenti della sicurezza afgana hanno arrestato il manager dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, Rahmatullah Hanefi. Rahmatullah ha la sola colpa di avere fatto tutto il possibile per salvare vite umane in immediato pericolo.
Emergency fa appello ai mezzi di informazione perché sostengano con forza la liberazione di Rahmatullah Hanefi, che ha contribuito in modo determinante al rilascio di Daniele Mastrogiacomo.

Rahmatullah Hanefi, dipendente di Emergency e una delle figure chiave nel rilascio di Daniele Mastrogiacomo, è stato prelevato questa mattina dai servizi segreti afgani e da dodici ore non dà notizie. L'ambasciatore Sequi: "Nessuna accusa, assicurano che lo rilasceranno presto". Voci contrastanti su Adjimal Nashkbandi, l'interprete afgano che Mastrogiacomo ha visto "andare via libero": potrebbe essere anche lui nelle mani della sicurezza di Karzai (PeaceReporter 20.3.2007)

 

Daniele Mastrogiacomo è stato liberato

 (ore 15,16 del 19.3.2007)

Trattativa doppia

di Gabriele Polo

Uccidere un prigioniero è un doppio delitto: perché si ammazza una persona e perché di quella persona si dispone pienamente. Ieri questo hanno fatto i talebani con Said Agha, l'autista afghano di Daniele Mastrogiacomo. Poi, di fronte all'apertura di un canale di trattativa, gli stessi talebani hanno comunicato la proroga dell'ultimatum perché «sono stati ricevuti segnali positivi» che aprono uno spiraglio per la liberazione dell'inviato di Repubblica e dell'interprete sequestrato con lui. Questa è la logica della guerra: si possono usare le vite degli individui a seconda delle contingenze. Vale per chi sequestra e sgozza, come per chi occupa e bombarda: al di là delle differenze «tecniche», la matrice è la stessa.
Il problema è sempre quello: la legge del conflitto assoluto che punta a distruggere il nemico, con qualunque mezzo. E' una logica che ha come unici anticorpi la trattativa e la mediazione, cioè la politica. Ma per praticarla bisogna riconoscersi come parte in causa. Nel caso specifico, sapere che in Afghanistan è in corso una guerra cui l'Italia partecipa: poco importa se direttamente o meno, perché l'avversario ci percepisce come nemici. E, allora, è importante che a quel «nemico» si lancino segnali chiari al fine di fargli capire che si vuole mediare, che non si pensa di risolvere il «nodo afghano» con una soluzione militare.
Invece il problema del governo italiano è che non vuole riconoscere a se stesso e agli altri di essere invischiato in quella guerra e, quindi, di non poter dire come pensa di uscirne. E' per questo che non può ammettere di auspicare una trattativa con i sequestratori di Daniele Mastrogiacomo, perché non può ammettere di essere in guerra. Bisognerebbe rovesciare il ragionamento, partire dalla situazione di fatto e indicare una volontà di soluzione pacifica, sapendo che per arrivarci bisognerà interloquire con gli orrendi talebani. Forse questo li costringerebbe a essere un po' meno orrendi, li «corromperebbe» positivamente contagiandoli con il virus della democrazia politica. Questo riconoscimento della parte avversa come interlocutore politico aiuterebbe anche la soluzione del sequestro di Daniele Mastrogiacomo. Del resto cos'è l'ipoetsi di liberazione da parte del governo Karzai di alcuni prigionieri talebani se non un riconoscimento politico?
Nessuno pretende che Prodi o D'Alema telefonino al mullah Omar per discutere il disimpegno italiano dall'Afghanistan o trattare direttamente il rilascio di Mastrogiacomo. Ma a loro chiediamo - e speriamo che lo chiedano tutti quelli che oggi nel mondo scenderanno in piazza contro le guerre - di trarre le conclusioni politiche di ciò che stanno cercando di fare in queste ore con una trattativa informale: la liberazione dell'inviato di Repubblica con il suo interprete e la trattativa con il nemico per la fine della guerra afghana sono due aspetti di una stessa politica.(Il Manifesto 17.3.2007)

 

Le vittime

 

L’intervento armato Usa alla fine del 2001 ha provocato la morte di 14 mila afgani, di cui almeno 10 mila combattenti talebani e quasi 4 mila civili. A queste vanno aggiunti migliaia di civili afgani morti nei mesi successivi alla fine del conflitto per le malattie e la fame provocate dalla guerra.
Dal 2002 a oggi la guerra ha causato altri 11mila morti, di cui 6mila solo nel 2006.
Dall'inizio del 2007, la guerra ha causato almeno
 636 morti dall'inizio del 2007, di cui 192 civili, 324 talebani o presunti tali, 99 militari afgani e 21 soldati Nato. (PeaceReporter)
 

Aggiornamenti sul rapimento di Mastrogiacomo

Domenica 18.  Yousef Ahmadi, portavoce dei talebani, dichiara che Daniele Mastrogiacomo è stato consegnato a una "parte terza", il consiglio degli anziani di un villaggio non precisato, per essere tenuto in custodia fino a che le richieste per la sua liberazione non fossero state interamente soddisfatte. Aggiunge che, in caso contrario, i talebani sono pronti a riprenderlo. Sulle agenzia italiane rimbalza la notizia che Daniele Mastrogiacomo "è libero". Nessuno può però confermarlo, né la Farnesina, né Palazzo Chigi, né l'organizzazione Emergency, che in questi giorni sta lavorando per agevolare il rilascio dell'inviato di Repubblica. Poi la Farnesina frena tutti: ''diffondere informazioni senza fondamento può compromettere fasi delicate'', fanno sapere dall'Unità di Crisi. Daniele Mastrogiacomo non è libero, sarà considerato tale solo quando sarà "in mani sicure e italiane". Anche i portavoce talebani confermano: l'inviato di Repubblica è ancora in mano loro. Sono ore convulse. Più tardi, dopo innumerevoli lanci e smentite di voci incontrollabili, un'altra nota della Farnesina chiede il silenzio stampa: "Tutte le condizioni poste per la liberazione sono state realizzate. Per facilitare il lavoro delle organizzazioni umanitarie coinvolte ai fini dell'auspicata liberazione di Mastrogiacomo", si legge, "si rende necessario, in questa fase di estrema delicatezza, chiedere ai mezzi di informazione di osservare il silenzio stampa".  

Venerdì 16 marzo. Gino Strada, fondatore di Emergency, ha dichiarato a PeaceReporter e poi in una conferenza stampa a Kabul che “Abbiamo ricevuto segnali positivi da una parte e dall'altra. Emergency rinnova la sua disponibilità ad agevolare il positivo svolgimento della vicenda che riguarda l'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, ma chiede l'assoluto silenzio stampa sulla questione”. Shahabuddin Atal, portavoce del comandante talebano Mullah Dadullah, aveva dichiarato all'agenzia di stampa afgana Pajhwok che ci sono “alcuni progressi e alcuni segnali positivi che abbiamo ricevuto”, e ha aggiunto che “tutto sarà chiaro entro domani pomeriggio (sabato 17, ndr) alle 15”.

In mattinata invece Shahabuddin Atal aveva fatto sapere all'agenzia di stampa afgana Pajhwok che “L'autista di Daniele Mastrogiacomo è stato ucciso”. Sayed Agha, “arrestato” insieme a Mastrogiacomo il 5 marzo scorso, era accusato dai talebani di essere una spia per le truppe britanniche presenti nella regione. Da Kabul l'ambasciatore italiano, Ettore Sequi, dichiara di "non avere informazioni supplementari rispetto a quelle riportate dalla stampa". Intanto Yousuf Ahmadi, un altro portavoce dei talebani, fa sapere che "L'ultimatum è scaduto, agli italiani con cui siamo in contatto è già stato comunicato. Abbiamo detto loro che se ci chiederete più tempo attraverso i mass media noi ve ne daremo di più. Qualche progresso nei negoziati c'è stato e se le nostre richieste saranno accolte libereremo il giornalista".

Giovedì 15 marzo. L'agenzia di stampa afgana Pajhwok diffonde un messaggio audio ricevuto dai talebani: nel nastro, di pessima qualità e che è stato subito acquisito dalla Farnesina e dalla Procura di Roma, un uoche avrebbe ricevuto in cui Daniele Mastrogiacomo chiede aiuto. “Abbiamo solo due giorni, per favore, per favore, fate quello che vogliono fare i talebani, sennò ci uccidono, abbiamo solo due giorni”. Una voce in pahtun, che si identifica come il mullah Dadullah, daterebbe il video al 13 marzo: “l'ultimatum” per cominciare le trattative, quindi, scadrebbe il 16.

Martedì 13 marzo, un portavoce dei talebani, Yousuf Ahmadi, al telefono con l'agenzia di stampa France Presse dichiara che Daniele Mastrogiacomo “sta bene ed è tenuto in una base dei talebani”, precisando inoltre che sono stati attivati “contatti indiretti” con le autorità italiane. Nel frattempo il ministro degli Esteri Massimo D'Alema si reca nella Procura di Roma – che sulla vicenda ha aperto un fascicolo per “sequestro di persona con finalità di terrorismo”, un'ipotesi di reato che lascia ampio margine di manovra - dove incontra i magistrati Franco Ionta e Giovanni Ferrara. Al termine dell'incontro i magistrati fanno sapere che “è stato deciso il coordinamento istituzionale e operativo”, specificando però che “tutte le decisioni sul caso, che si svolge in territorio estero e, peraltro, in guerra, sono di esclusiva pertinenza del governo e del ministro degli Esteri”. Lo stesso giorno, nella capitale afgana Kabul, il corrispondente della Rai intervista Gino Strada, chirurgo e fondatore di Emergency, sul possibile coinvolgimento dell'organizzazione umanitaria nella mediazione con i sequestratori di Mastrogiacomo. “Non è compito nostro condurre trattative”, dichiara Strada, “ma possiamo fornire dei canali, cosa che faremmo per chiunque, e mettere a disposizione la credibilità di Emergency, creata curando nel corso degli anni oltre un milione e 200 mila afgani”. Strada anche ricordato che in questo Paese “si continuano a massacrare i civili nel perfetto silenzio stampa”.

Lunedì 12 marzo, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema conferma gli spiragli emersi sabato nella nota diffusa dalla Farnesina. "Stiamo lavorando sul piano di un impegno umanitario: ci sono dei canali, soprattutto di carattere umanitario, attraverso i quali abbiamo dei contatti con i rapitori", ha dichiarato D'Alema, "ci sono elementi che ci portano a identificare quelli che lo tengono prigioniero, e sono in corso dei contatti che stiamo conducendo con l'obiettivo di ottenere la liberazione".

Sabato 10 marzo. L'unità di crisi del ministero degli Esteri dirama un comunicato ufficiale: "La Farnesina ha ragione di ritenere, sulla base degli elementi acquisiti sinora attraverso i canali stabiliti sul caso del giornalista Daniele Mastrogiacomo, che il nostro connazionale sia in vita. Si hanno altresì indicazioni attendibili su autori del sequestro. Proseguono pertanto i contatti al fine di verificare con certezza le intenzioni e le aspettative dei sequestratori nella prospettiva dell'auspicabile rilascio di Mastrogiacomo quanto prima possibile. Non si dispone peraltro di informazioni accertate su altri aspetti della vicenda riferiti oggi dai mezzi di informazione". Una buona notizia: finalmente sembra che sia stato trovato un canale diretto e certo con il gruppo che detiene l'inviato di Repubblica.

Venerdì 9 marzo. Il giornalista pakistano Hamid Mir sostiene di avere parlato con i rapitori del giornalista de 'La repubblica' Daniele Mastrogiacomo. "I talebani -ha spiegato Mir- hanno avuto rassicurazioni dai giornalisti afgani". Il giornalista pakistano spiega che "i talebani si sono convinti che non è una spia e che si possa ottenerne il rilascio con uno sforzo serio di Roma e Kabul". Secondo Mir, il giornalista italiano è stato catturato perché si muoveva senza autorizzazione in un'area controllata dai talebani. La fonte sostiene anche di conoscere le condizioni poste dai rapitori per il rilascio del giornalista: il ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan e la liberazione dei portavoce talebani catturati in Pakistan e detenuti in Afghanistan. Hamid Mir, giornalista noto per avere in tervistato il mullah Omar e Osama Bin Laden, ha messo in guardia dal sottovalutare la pericolosità del Mullah Dadullah: "è un personaggio pericoloso -ha detto-, famoso per aver decapitato personalmente le spie". 
La giornata si era aperta con un filo di speranza. "Ci sono buone possibilità che Mastrogiacomo sia arrivato in Afghanistan solo per giornalismo e non per spionaggio e che venga liberato se si dimostra la sua innocenza". Lo ha detto oggi, in una telefonata all'agenzia Reuters, un uomo che si è presentato come il mullah Hayat Khan, accreditatosi come portavoce dei talebani. Khan ha spiegato che i taliban indagano sull'attrezzatura che Mastrogiacomo aveva con sè: una videocamera, un telefono satellitare e alcuni flaconi di shampoo che, secondo il portavoce, potrebbero contenere ''laser usati per indirizzare attacchi aerei su posizioni dei taleban".
Secondo il Corriere della Sera, i talebani hanno dettato le loro condizioni per il rilascio di Mastrogiacomo in un video in cui si vede un afgano che, in lingua pashto, detta le due richieste al governo italiano: l'immediato ritiro del nostro contingente e lo stop dei bombardamenti Nato. Nel filmato non viene mostrato il giornalista di Repubblica, il che suscita seri dubbi sulla sua attendibilità. Lo stesso portavoce dei talebani, Qari Yusuf Ahmadi, aveva precedentemente smentito al Corriere le voci su un simili richieste: "Chi ha messo in giro questa notizia? L'ho letta su Internet, ma è falso! Non abbiamo chiesto ancora nulla, neanche il ritiro dei soldati italiani in Afghanistan. Non abbiamo ancora un piano. Decideremo più avanti''.  Dopo una giornata caratterizzata dal balletto delle notizie, delle rivendicazioni, dei messaggi, la Farnesina ha diramato un appello agli organi d'informazione affinchè "si astengano dal diramare notizie non controllate e accertate nel merito e nell'attendibilità delle fonti".

Giovedì 8 marzo. Il giornalista pachistano Hamid Mir – famoso per aver intervistato Osama bin Laden e noto per i suoi stretti contatti con gli ambienti talebani – ha dichiarato a Rai International che i suoi “informatori” gli hanno riferito che “Daniele Mastrogiacomo è sano e salvo”.Lo ha successivamente confermato all’Ansa anche Rahimullah Yusufzai, un altro giornalista pachistano ben addentro agli ambienti talebani: “Ho sentito al telefono i rapitori di Mastrogiacomo, mi hanno detto che sta bene, che non gli hanno fatto del male. Penso che sappiano che Daniele non è una spia, bensì un giornalista”.In serata la Farnesina ha escluso l’avvio di ogni trattativa con i rapitori “sino a quando non ci daranno una prova che l’ostaggio è vivo”.   

Mullah DadullahMercoledì 7 marzo. In una registrazione audio pervenuta alla sede pachistana dell’Afp, la voce di un uomo che si identifica come il mullah Dadullah dichiara che Mastrogiacomo “ha confessato di essere una spia al servizio delle truppe britanniche che, con la scusa di andare a intervistare i comandanti talebani, doveva localizzare la loro posizione e passarla alla Nato”, che il giorno prima aveva scatenato, proprio nella provincia di Helmand, la più grande offensiva militare contro i talebani dal 2001: l’Operazione Achille.  

Martedì 6 marzo. La Bbc dà per prima la notizia del rapimento, nella zona di piantagioni di papavero da oppio di Nad Ali, di un giornalista britannico, John Nichol, e dei suoi due accompagnatori afgani, di nome Ajmal e Syed Agha.

La coincidenza di questi due nomi con quella dell’autista e dell’interprete di Mastrogiacomo, assieme alla smentita da Londra di qualsiasi rapimento di giornalisti britannici, fanno capire che la notizia si riferisce al rapimento dell’inviato di Repubblica. I talebani lo avevano scambiato per un inglese. L’equivoco verrà definitivamente chiarito quando il portavoce dei talebani Qari Youssef Armadi conferma alle agenzie “l’arresto di un giornalista italiano che dice di lavorare per il giornale Repubblica”.

Lunedì 5 marzo. Mastrogiacomo viene rapito dai talebani assieme al suo autista e al suo interprete afgani nella zona di Nad Ali, pochi chilometri a ovest di Lashkargah, capoluogo della provincia meridionale di Helmand.

Se ne avrà notizia solo il giorno dopo.Domenica 4 marzo. L’inviato di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo sente per l’ultima volta, da Kandahar, i suoi colleghi della redazione di Roma, dicendo loro che l’indomani sarebbe andato nella provincia di Helmand – epicentro della guerra tra talebani e forze Nato – dove aveva appuntamento per intervistare dei capi talebani. (PeaceReporter 14.3.2007)

 

Rapito l'inviato di Repubblica

 

di Jacopo Matano

Daniele Mastrogiacomo è nelle mani dei talebani. Del giornalista si erano perse le tracce da due giorni. Domenica mattina aveva inviato da Kandahar un pezzo sulla strage di civili compiuta dai soldati statunitensi a Jalalabad, e intervistato da Radio Capital aveva anticipato che lunedì (ieri) si sarebbe dovuto recare nella provincia dell' Helmand per incontrare alcuni capi dei talebani.

"Avrò un incontro delicato in mattinata con queste persone: ci metteremo in viaggio, arriverà una telefonata e ci dirà di svoltare in una traversa...", aveva detto al telefono nel collegamento con la radio del gruppo l'Espresso. 

Mastrogiacomo si trovava con due accompagnatori afghani, e sarebbe stato fermato ad un posto di blocco dai guerriglieri, forse sulla strada che da Kandahar conduce nella provincia dell'Helmand. Nella stessa zona è scattata oggi l'offensiva della Nato contro la resistenza talebana: l'operazione Achille, la più grande dall'inizio della guerra nel 2001.

Questa mattina alcune fonti inglesi avevano annunciato il sequestro del reporter londinese John Nichols, che però ha confermato di non essere in Afghanistan: è dunque probabile che l'inviato di Repubblica sia stato scambiato in un primo momento per lui. La notizia che si trattava di Mastrogiacomo è stata anticipata dall'agenzia France Press, ma la conferma è arrivata verso le 17, quando il portavoce dei guerriglieri Qari Mohammed Yousuuf, ha dichiarato che il gruppo "ha sequestrato un giornalista di Repubblica". Yousuuf ha poi aggiunto "pensiamo possa trattarsi di una spia che collabora con le truppe britanniche, lo stiamo interrogando". La confusione potrebbe essere stata generata dal fatto che il giornalista è nato a Karachi, in Pakistan, e parla perfettamente inglese.

La Farnesina ha attivato tutti i contatti sul posto, come hanno riferito al Senato Franco Danieli e alla Camera Ugo Intini. La vicenda di Daniele Mastrogiacomo "è seguita in tempo reale dal ministro D'Alema", hanno detto i viceministri, aggiungendo che il Parlamento sarà informato non appena ci saranno delle novità. 

Lo stesso D'Alema ha comunicato al direttore di Repubblica Ezio Mauro che è forte la sensazione  che "il giornalista rapito non sia nelle mani di un gruppo di sbandati o di banditi comuni ma della struttura militare dei talebani". Per il ministro degli esteri è dunque importante far arrivare il messaggio che Mastrogiacomo era in Afghanistan "per compiere il suo lavoro da giornalista, non certo per compiere atti ostili". D'Alema non dispera, anche per l'esperienza maturata in questi anni dalla Farnesina e dai servizi di intelligence, che "la vicenda si possa condurre a buon fine".

Preoccupazione e solidarietà sono state espresse da tutte le forze politiche, mentre palazzo Chigi comunica che Prodi "segue costantemente la situazione, in contatto con l'unità di crisi". 

Nel frattempo la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta sul rapimento ipotizzando il reato di sequestro a scopo di terrorismo (art. 289 bis cp). Al vaglio del pm Franco Ionta c'è già la rivendicazione del rapimento che viene giudicata "ragionevolmente attendibile".(AprileOnline 7.3.2007)

 

 

Non ce la contano giusta

di Giancarlo Chetoni

"La guerra in Afghanistan non è un appendice della lotta antimperialista. I taliban hanno nel loro programma, lo affermano i loro documenti, la soppressione dei comunisti". Lo ha detto Massimo D'Alema il 2 Marzo in occasione di una conferenza tenutasi alla Farnesina. Le argomentazioni del Vice-Presidente del Consiglio più che a Vernetti, Ranieri o a qualche direttore di uffici studi internazionali, alla crema del C.O.I, a opinionisti e bella gente, questa volta erano indirizzate all' esterno, ai compagni da imbarcare nell'avventura del Partito Democratico.
Una volta tanto i destinatari delle affermazioni del baffo di Gallipoli non sono i sostenitori in grisaglia del Partito Amerikano ma una certa "sinistra". Rossi e Turigliatto a parte.
Una sinistra immatura, che non serve e che non ci stà né per l'ampliamento della base Ederle 2 di Vicenza né per Kabul, rumorosa, indigesta ai Palazzi del Potere.
Qualcosa che assomiglia a un arcipelago, che va dallo spontaneismo organizzato alle sezioni, dai militanti che restano al pezzo a quelli che hanno mollato, e un po' perché, quando va bene, c'è da mettere insieme pranzo e cena per moglie e figli anche nella terza settimana del mese.

Come continua a ripetere, con accenti diversi ed eguale sostanza, la troika Prodi, Parisi e D'Alema, l'Afghanistan è un impegno che non può essere disatteso, pena la perdita della nostra credibilità a livello internazionale.
Venir via da Kabul e da Herat, affermano, comprometterebbe l'immagine dell'Italia, ci isolerebbe dall'Onu, dall'Europa e dalla Nato.
Sarebbe insomma un disastro. Ci potremmo meritare il marchio dell'infamia della cosiddetta Comunità Internazionale quando c'è da portare a termine un programma di intervento umanitario, di ricostruzione e di appoggio, si sostiene, al legittimo Governo Karzai (della Unocal di Cheney ).

A quanto ci risulta in Afghanistan ci stanno gli Usa, la Gran Bretagna e l'Alleanza Atlantica con i suoi 23 rimorchiati, tra vecchia e nuova Europa, allargata ad est con contingenti, il più delle volte, di qualche decine di militari. Gente ex Muro di Berlino, roba spendibile sul terreno di guerra in cambio di nuovi piani Marshall, di lustrini che non arriveranno.
A Kabul non ci sono né indiani, cinesi o pakistani né "aspiranti pacificatori" di altri Stati dell'Asia. E poi per dirla tutta all'Onu sono rappresentati 173 Paesi compreso Tonga e le Isole Marshall . Italia isolata senza intervento militare a Herat e a Kabul?
Balle come la Conferenza Internazionale sull'Afghanistan che non vedrà mai la luce. Il Dipartimento di Stato e l'Amministrazione Bush non la vogliono.

Mentre il 10 Febbraio il pupillo del Prof. Nomisma, e tutto il resto, fa ruzzolare sui TG e sui quotidiani la notizia che rimarremo da quelle parti ... almeno (avverbio estensivo) fino al 2011 e Diliberto bolla come irresponsabili, per la tenuta del governo, le dichiarazioni del Ministro della Difesa rilasciate a margine del vertice Nato di Siviglia, nei giorni seguenti si darà il via libera alle fibrillazioni che si concluderanno in un enormità di passaggi aprendo la strada al "centro". Un buon giocatore di scacchi deve prevedere le quattro o cinque mosse successive.
Le cadute di stile e di immagine di fronte all'opinione pubblica del Paese saranno clamorose.
Un opinione pubblica che reagisce con sconcerto e preoccupazione al vecchio che ritorna, questa volta senza veli. Alchimie allo scoperto, da Prima Repubblica. Il riferimento è a baracche, burattini, acquisti e patteggiamenti alla Pallaro e alla Follini.

Il 28 Febbraio, sono passati una manciata di giorni, giusto il tempo di organizzarsi, ed ecco che Martin Erdmann , il Vice di Hoop De Scheffer Segretario Generale della Nato, si presenta davanti al Parlamento di Bruxelles per comunicare agli eurodeputati che le "nazioni libere" si dovranno preparare a restare in Afghanistan per "decenni".
Si avete capito bene.
Parisi ha pappagallato con qualche prudenza dialettico-politica (2011) solo le anticipazioni che già correvano nei corridoi dell'Alleanza Atlantica?

Un bel programmino di decenni di "occupazione permanente" Usa-Nato di un territorio lontano migliaia e migliaia di chilometri dall' "Occidente". Un mondo con comportamenti culturali, sociali e storici "altri" da redimere con la democrazia. Che facciamo forse fatica a capire ma radicati e accettati da centinaia di anni. Passato e presente.
Diversità da annientare in nome di una pace che dal 2001 seppellisce sotto un diluvio di bombe uomini, donne, anziani , bambini e villaggi dell'Afghanistan.
Morte e distruzione senza rimbalzi nella cronaca, senza riflettori, telecamere e corrispondenti.
La povertà che non deve essere vista per poter continuare a dipingere il nemico come un mostro agguerrito e assetato di sangue dove ci si organizza per seppellire sotto travi di legno e di mattoni di fango di poveri villaggi i corpi di qualche migliaio di straccioni frugali con il Kalaniskov. "Penso -aggiungerà- chiudendo l'intervento che se guardiamo ad altri teatri (insomma zone di guerra per il capo in seconda dell'olandese con l'elmetto di klevar e il coltello tra i denti) come Bosnia Erzegovina e Kosovo, dove noi tutti siamo impegnati da oltre dieci anni, allora ritengo che dovremo imparare a pensare in termini molto, molto più lunghi rispetto ai Balcani per garantire (ci risiamo) la sicurezza e la ricostruzione di quel Paese.
Ci viene in mente, chissà perché, il via libera ai bombardamenti, anche all'uranio impoverito, sulla Serbia, questa volta senza l'autorizzazione del Palazzo di Vetro dei "liberatori atlantici", sotto la cappella di Clinton, e quelli dei Tornado IDS dell'Aeronautica Militare Italiana su Uresevac per un totale compreso, nel Kosovo, di oltre 10.000 morti ammazzati.
Stima esplicitata da Olmert, uno che in materia se ne intende, per rispondere a chi si lamenta, raramente, per uscire dal torpore paralizzante del menefreghismo, di qualche caduto palestinese sotto i colpi di Tsahal a Gaza e in Cisgiordania. Contabilità. Concorrenze.
L' Iraq è lì con i suoi 2 milioni di morti dal 1991, di cui 850.000 minori da zero a sei anni, a ricordarci che non ci sono ancora all'opera né Giudici né Corti di Giustizia Internazionali che facciano bene il loro lavoro. (AprileOnline 06.03.2007)

 

Stragi su stragi

Stragi su stragi in Afghanistan, dopo l'uccisione di almeno dieci civili avvenuta domenica nei pressi di Jalalabad durante un attacco suicida a un convoglio militare americano, oggi un responsabile afghano ha denunciato la morte di nove civili, fra cui cinque donne e due bambini, in un bombardamento aereo della Nato nella provincia di Kapisa a nord ovest di Kabul. Secondo il vicegovernatore di questa provincia, Sayyed Daud Hashimi, i nove civili, sarebbero stati uccisi nel bombardamento della loro casa da parte dell'Isaf, che però si è detta del tutto estranea, precisando che “l'Isaf e' al corrente di questo incidente, ma non e' implicata”. Le conferme invece vengono dagli Usa i cui comandoi hanno confermato un attacco ieri nella stessa provincia: ''Possiamo confermare di aver compiuto un attacco aereo nella provincia di Kapisa. Ma non abbiamo nessuna informazione per il momento sul bilancio delle vittime''(www.comunisti-italiani.it 5.3.2007)

Perchè ritirarsi dall'afghanistan


di Tariq Ali

È l'Anno Sesto dell'occupazione Nato in Afghanistan sotto l'egida dell'Onu, una missione congiunta Usa-Europa. Il 26 febbraio alcuni attentatori suicidi talebani hanno cercato di assassinare Dick Cheney, in visita alla base aerea di Bagram considerata «sicura» (l'ex base aerea sovietica, considerata altrettanto sicura durante un precedente conflitto). Nell'attacco sono morti due soldati americani e un mercenario («contractor»), nonché altre venti persone che lavoravano nella base.
Questo episodio da solo avrebbe dovuto far capire al Vicepresidente Usa le dimensioni della debacle afghana. Nel 2006 le perdite sono aumentate in modo sostanziale: le truppe Nato hanno perso quarantasei soldati in scontri con la resistenza islamica o per l'abbattimento di elicotteri.
Ora i ribelli controllano almeno venti distretti nelle province di Kandahar, Helmand e Uruzgan, dove le truppe Nato hanno preso il posto dei soldati americani. E non è certo un segreto che in queste zone molti quadri dirigenti sostengono sottobanco i guerriglieri. La situazione è fuori controllo. All'inizio della guerra la signora Bush e la signora Blair sono apparse in numerosi programmi televisivi e radiofonici, sostenendo che lo scopo della guerra era liberare le donne afghane. Provate a ripeterlo oggi, e le donne vi sputeranno in faccia.
Chi è responsabile di questo disastro? Perché il paese è ancora sottomesso? Quali sono gli obiettivi strategici di Washington nella regione? Qual è la funzione della Nato? E per quanto tempo un paese può restare occupato contro la volontà della maggioranza della popolazione?
Quando sono caduti i talebani in pochi hanno pianto, in Afghanistan e altrove, ma le speranze alimentate dalla demagogia occidentale non sono durate troppo a lungo.
È apparso presto evidente che la nuova élite trapiantata nel paese si sarebbe messa in tasca il grosso degli aiuti stranieri e avrebbe creato le proprie reti criminali di corruzione e clientelismo.
La popolazione ha sofferto. Una capanna di fango col tetto di paglia per ospitare una famiglia di profughi senzatetto costa meno di cinquemila dollari. Quante ne sono state costruite? Quasi nessuna. Ogni inverno centinaia di persone muoiono di freddo perché non hanno una casa. Invece, si è preferito che società di pubbliche relazioni occidentali organizzassero in tutta fretta e a caro prezzo il voto elettorale, sostanzialmente a beneficio dell'opinione pubblica occidentale.
I risultati non hanno favorito il sostegno alla Nato nel paese. Hamid Karzai, il presidente fantoccio, ha rappresentato simbolicamente il suo isolamento e il suo istinto di auto-conservazione rifiutando le guardie addette alla sua sicurezza, che erano della sua stessa etnia pashtun. Ha preferito i marines americani, con l'aria dura da Terminator, e li ha avuti.
L'Afghanistan sarebbe stato reso più sicuro con un intervento limitato, stile Piano Marshall? Naturalmente è possibile che la costruzione di scuole e ospedali gratuiti e di alloggi per i poveri, e la ricostruzione dell'infrastruttura sociale distrutta dopo il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, avrebbero stabilizzato il paese. Sarebbero anche serviti dei contributi statali all'agricoltura e al lavoro a domicilio per ridurre la dipendenza dalla coltivazione di oppio. Il 90% della produzione mondiale di oppio è in Afghanistan. Secondo stime Onu, all'eroina si deve il 52% del prodotto interno lordo del paese, e il settore dell'agricoltura dedicato all'oppio continua a crescere in fretta. Tutto questo avrebbe richiesto uno stato forte e un diverso ordine mondiale. Solo un utopista un po' folle avrebbe potuto aspettarsi che i paesi Nato, occupati a portare avanti le privatizzazioni e la deregulation nei loro paesi, si lanciassero in esperimenti sociali illuminati all'estero.
E così la corruzione delle élite è cresciuta, come un tumore non curato. I fondi occidentali che avrebbero dovuto contribuire alla ricostruzione sono stati usati per costruire le residenze lussuose delle élite locali. Nell'Anno Secondo dell'Occupazione le case sono state l'oggetto di uno scandalo gigantesco. I ministri del governo si sono concessi, per sé e per i propri amici fidati, immobili di pregio. A Kabul i prezzi dei terreni hanno raggiunto un picco dopo l'occupazione, perché gli occupanti e i loro tirapiedi dovevano vivere nello stile a cui si erano abituati. I colleghi di Karzai si sono costruiti le loro grandi ville, protette dalle truppe Nato, sotto gli occhi dei poveri.
Si aggiunga a questo che il fratello minore di Karzai, Ahmad Wali Karzai, è diventato uno dei più grandi signori della droga nel paese. A un recente incontro con il Presidente del Pakistan, quando Karzai si è messo a frignare sull'incapacità del Pakistan di fermare il traffico di frontiera, il generale Musharraf gli ha suggerito che forse dovrebbe dare il buon esempio richiamando all'ordine suo fratello.
Se le condizioni economiche non sono migliorate, gli attacchi militari della Nato hanno preso spesso di mira civili innocenti. Ciò ha portato a violente proteste anti-americane nella capitale, lo scorso anno. Quella che inizialmente era ritenuta da alcuni abitanti un'azione di polizia necessaria contro al-Qaeda a seguito degli attacchi dell'11 settembre, ora è percepita da una maggioranza sempre maggiore di persone nell'intera regione come un'occupazione imperiale vera e propria. I talebani stanno crescendo e costruendo nuove alleanze, non perché le loro pratiche religiose settarie godano di maggiore consenso, ma perché essi sono l'unico ombrello a disposizione per la liberazione nazionale. Come hanno scoperto a proprie spese gli inglesi e i russi negli ultimi due secoli, agli afghani non è mai piaciuto essere occupati.
In nessun modo la Nato può vincere questa guerra ora. Inviare più truppe significherebbe più morti, ed eventuali combattimenti su larga scala destabilizzerebbero il vicino Pakistan. Musharraf si è già preso la colpa per un raid aereo su una scuola musulmana in Pakistan. Dozzine di bambini sono stati uccisi e in Pakistan gli islamisti hanno organizzato dimostrazioni di massa per protestare. Secondo alcune fonti, in realtà il raid «preventivo» sarebbe stato effettuato da aerei militari Usa. Questi avrebbero mirato a una presunta base terroristica, ma il governo pakistano ha preferito assumersi la responsabilità dell'accaduto per evitare un'esplosione di rabbia anti-americana.
Il fallimento della Nato non può essere attribuito al governo pakistano. Casomai, la guerra in Afghanistan ha creato una situazione critica in due province pakistane. La maggioranza pashtun dell'Afghanistan ha sempre avuto legami stretti con i pashtun del Pakistan. La frontiera fu un'imposizione dell'impero britannico ed è sempre stata porosa. Nel 1973 io stesso, indossando indumenti pashtun, la attraversai senza alcuna difficoltà. È praticamente impossibile costruire uno steccato come in Messico o un muro come in Israele lungo i 2500 chilometri di confini montagnosi e in larga misura non segnati che separano i due paesi. La soluzione è politica, non militare. Gli obiettivi strategici di Washington in Afghanistan appaiono inesistenti, a meno che gli Usa non abbiano bisogno di questo conflitto per mettere in riga gli alleati europei che li hanno traditi sull'Iraq.
Certo, i leader di al-Qaeda sono ancora alla macchia, ma la loro cattura sarà il risultato di un efficace lavoro di polizia, non della guerra, né dell'occupazione. Che effetto avrà il ritiro della Nato? Qui l'Iran, il Pakistan e gli stati dell'Asia centrale saranno fondamentali nel garantire una costituzione confederale che rispetti le differenze etniche e religiose. L'occupazione Nato non ha reso questo compito facile. Il suo fallimento ha rafforzato i talebani, e i pashtun si stanno unendo sempre di più sotto il loro ombrello.
Qui come in Iraq, la lezione è fondamentale. È molto meglio che i cambiamenti di regime vengano dal basso, anche se ciò comporta una lunga attesa come in Sudafrica, in Indonesia o in Cile. Le occupazioni distruggono le possibilità di un cambiamento organico e creano problemi molto maggiori di prima. L'Afghanistan non ne è che un esempio.
Il discorso del ministro degli esteri italiano, secondo il quale questa sarebbe una guerra giusta perché legale, ossia sancita dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, è un argomento debole. Il Consiglio di sicurezza non è eletto, né risponde all'Assemblea generale. È dominato con il pugno di ferro da cinque stati che sono i vincitori della Seconda guerra mondiale. Le sue decisioni non riflettono il punto di vista di quasi nessun continente. Se gli Usa avessero imposto al Consiglio di sicurezza di appoggiare l'avventura imperiale in Iraq, D'Alema sarebbe stato favorevole alla sua occupazione? L'unica domanda da porre è questa: i soldati europei devono essere mandati a uccidere e a farsi uccidere per proteggere gli interessi egemonici dell'Impero americano?(Il Manifesto 3.3.2007)

Traduzione Marina Impallomeni

 

«Afghanistan, siamo soffocati dall’ipocrisia»

Intervista a Giorgio Bocca

di Gianpiero Cazzato

«Questo rapporto di sudditanza nei confronti dell’impero anche se non può essere risolto, dovrebbe almeno essere chiarito. Facciamola finita una volta per tutte con il velo delle ipocrisie, delle menzogne, delle mezze verità e che si sappia davvero i prezzi che paghiamo e gli eventuali vantaggi che riceviamo dalla presenza delle basi americane e della Nato sul nostro territorio». Giorgio Bocca ha un pensiero rassegnato sull’Italia del terzo millennio, «un paese in cui il filofascismo è sempre più arrogante ed invasivo», un paese in cui «l’idiozia e la manipolazione non conoscono confini». «Basti pensare - dice - all’epistolario dei coniugi Berlusconi, che ha occupato le pagine di tutti i grandi quotidiani per due giorni. Stiamo tutti a chiederci se ha ragione Silvio o Veronica e intanto il paese partecipa ad una guerra non dichiarata e il nostro governo minimizza a questione urbanistica l’allargamento di una base militare. Troppa ipocrisia. Lo dico pur sapendo che in qualche modo sulle basi militari siamo legati mani e piedi. Perché alla fine, o si fa come De Gaulle e si denuncia il Patto atlantico, oppure non vedo molte vie d’uscita».
Che vuol dire legati mani e piedi? Che la nostra autonomia è inesistente? Perché tra il molto e il niente, una via di mezzo si può pure trovare. A partire dalla sovranità nazionale...
Forse in molti si scordano la guerra alla Serbia. Ebbene gli aerei americani partivano da Aviano per bombardare quel paese. Non solo, tornando indietro i caccia buttavano le bombe residue nell’Adriatico. Le esercitazioni militari in Sardegna rendono la costa meridionale dell’isola assolutamente pericolosa. E gli esempi potrebbero continuare. Al fondo di questo atteggiamento c’è l’idea che tutto il resto del mondo è una pattumiera delle loro eccedenze, civili e militari. Il punto reale è che il legame con gli Usa non è solo ed esclusivamente militare, è un rapporto industriale, economico, commerciale. Come tutti i sudditi che si rispettino dipendiamo dagli Stati Uniti per moltissime cose. E’ il nostro stesso modello di vita e di consumi a dipendere dal potente alleato. Vicenza è funzionale agli scenari di guerra americani. C’è un filo che unisce Vicenza a Kabul?
Certamente c’è un nesso. Vicenza serve per garantire il sistema militare americano che è un sistema imperiale, anche se per me rimane un mistero la nostra presenza in Afghanistan. Non capisco cosa ci facciamo lì e cosa ci fanno gli americani. O meglio, lo capisco in una prospettiva di medio lungo periodo. Ci dicono che quel paese, da sempre indomabile e senza ricchezze, è strategico per gli oleodotti che lo attraversano. Credo però che sia solo un pezzo della verità e forse nemmeno la più importante. L’Afghanistan, pur se per un tratto molto piccolo, confina con la Cina. Per ora lo scontro tra il gigante asiatico e quello statunitense è limitato al terreno commerciale ed economico, ma non è escluso che un domani la competizione possa prendere altre strade. «Siamo lì in per una missione di pace»: questo è il ritornello che da mesi ci viene proposto. Prima dal centrodestra, oggi dal centrosinistra. Qual è la tua opinione?
Mi fa ridere questo Prodi che dice che i nostri soldati sono lì con “intento pacifico”. Ma se sono armati di tutto punto! Le truppe italiane partecipano a rastrellamenti, quando necessario, sostituiscono gli inglesi e gli americani. Facciamo parte di questa guerra a tutti gli effetti e poco importa che il nostro settore sia un po’ meno “caldo”. Siamo soffocati dall’ipocrisia. Nulla di nuovo, ci mancherebbe, già ai tempi della guerra di Crimea si diceva che si andava lì per difendere i popoli oppressi dall’imperialismo russo. Queste menzogne continuano imperterrite ancora oggi. Anzi oggi la finezza diabolica del linguaggio ottunde le coscienze, disarma la critica. Sei deluso dal governo dell’Unione?
Sono deluso dal fatto che il riformismo della sinistra negli anni passati in qualche modo si esprimeva. Oggi, invece, è scomparso completamente. Ed è una cosa singolare alla luce della grancassa quotidiana sul cosiddetto partito democratico. Siamo al punto più basso del riformismo, ecco la verità amara di questo paese. (La Rinascita della sinistra
9.2.2007)

 

 Afghanistan, via libera al rifinanziamento


di Carla Ronga, Andrea Scarchilli

Dopo ore di discussione, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge sul rifinanziamento delle missioni italiane all'estero. Tre gli astenuti: Alfonso Pecoraro Scanio dei Verdi, Paolo Ferrero del Prc e Alessandro Bianchi del Pdci.
 

"Siamo usciti, non abbiamo votato no però si tratta di continuare a lavorare". Il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, lascia palazzo Chigi alle 23.00. Il consiglio dei ministri è appena terminato approvando il decreto per il rifinanziamento della misisone italiana in Afghanistan, ma senza trovare l'unanimità.

Ferrero, Pecoraro Scanio e Bianchi hanno deciso di astenersi.  "Ci sono degli elementi positivi nel decreto - ha ammesso Ferrero - come l'aumento delle spese per le missioni umanitarie e la chiusura di Enduring Freedom ma non sono ancora elementi sufficienti. L'aumento delle risorse per gli aiuti civili è un fatto positivo - conclude - ma non ci sono elementi che vanno sul versante di un cambio di linea". Chiedono un cambio di rotta più netto e si preparano a ottenerli in sede parlamentare. Sede dove per tutta la giornata di ieri è proseguita la protesta contro la rotta tratteggiata dal governo: 33 senatori dell'Unione hanno chiesto ai capigruppo "una discussione approfondita sui caratteri della presenza militare italiana in Afghanistan"; la presidente del gruppo Verdi-Pdci, Manuela Palermi, ha rilanciato la proposta. Ma anche la componente moderata della coalizione è in azione: i parlamentari favorevoli alla presenza in Afghanistan stanno raccogliendo adesioni per dimostrare che il fronte del ritiro non detiene il primato nel centrosinistra. Movimentismo "inopportuno", ha detto il capogruppo dei Verdi alla Camera, Angelo Bonelli, osservando che il problema è "trovare soluzioni nuove rispetto ad una strategia militare completamente fallimentare",  e che potrebbero partire "analoghe raccolte di firme, non tra i deputati, ma tra i cittadini italiani che, secondo i sondaggi, chiedono la fine dell'impegno bellico in Afghanistan".

Un nuovo scontro il parlamento dunque? Prodi e D'Alema si dichiarano convinti di no e definiscono "costruttiva" la posizione espressa dai tre ministri che si sono astenuti.  "C'è una riserva - dice il ministro degli Esteri - ma con l'intento di arrivare alla fine a un punto di consenso, magari attraverso un ordine del giorno parlamentare". In ogni caso, aggiunge, "si troverà lo strumento per rendere più esplicito il nostro impegno sul fronte civile, della ricostruzione".
Se il decreto di rifinanziamento passasse in Parlamento grazie ai voti decisivi del centrodestra, potrebbe intervenire il Presidente della Repubblica, per chiedere una verifica sulla maggioranza e in quel caso il governo dovrebbe porre la fiducia, salvo augurarsi l'autosufficienza.

L'esito del Consiglio dei ministri soddisfa quindi, almeno temporaneamente, il vicepremier D'Alema che oggi (venerdì) sarà a Bruxelles per partecipare alla riunione dei ministri degli Esteri dei paesi membri dell'Alleanza Atlantica. All'appuntamento partecipa il segretario di Stato americano Condoleezza Rice. Alla vigilia dell'incontro, dagli Usa sono giunte notizie di un notevole rafforzamento dell'impegno americano sul fronte Afghanistan. Il pentagono ha annunciato l' estensione della permanenza per altri quattro mesi dei 3.200 soldati appartenenti alla Terza Brigata della Decima Divisione Montana. Mentre il dipartimento di Stato ha annunciato che gli Usa chiederanno al Congresso finanziare aggiuntivi per la ricostruzione e per dare nuovo slancio militare alle operazioni contro i taleban.In serata, mentre giungeva nella capitale belga, e' stato lo stesso segretario di stato Condoleezza Rice a fornire le cifre: si tratta di 10,6 miliardi di dollari, di cui 8,6 saranno dedicati all'addestramento e al miglioramento della dotazione di esercito e polizia afghani e due miliardi alle infrastrutture oltre che - hanno precisato fonti dell'entourage della Rice - alla lotta alla coltivazione di oppio.
Dal segretario di Stato americano, che in mattinata avrà un incontro bilaterale con il ministro degli esteri Massimo D'Alema, sono attese pressioni sugli alleati. "Ci auguriamo che l'Alleanza dia un contributo analogo: se non in termini di denaro perlomeno in termini di impegno a fare tutto il possibile per combattere i Taleban e ricostruire l' Afghanistan", ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato Sean McCormack, a Washington.

Da parte italiana, sul tema Afghanistan si insisterà - ha riferito Pasquale Ferrara, il portavoce di D'Alema, in un briefing a Roma - sulla necessità di accentuare gli elementi politici di aiuto civile e sviluppo del paese afghano, che rappresentano "parte integrante" della missione, in prospettiva di quella svolta invocata più volte dal responsabile della Farnesina.La ministeriale dell'Alleanza Atlantica si allargherà a fine mattinata ai 37 paesi che forniscono delle truppe all'Isaf (la forza internazionale di assistenza alla sicurezza), impegnata in Afghanistan, così come al ministro degli esteri afghano Dadfar Spanta e alle organizzazioni internazionali presenti in Afghanistan, come l'Ue, l'Onu e la Banca mondiale. Sarà trattato anche il problema della lotta al narcotraffico.
Per quanto riguarda lo status finale del Kosovo, i ministri faranno il punto della situazione all'indomani delle elezioni in Serbia e in vista della presentazione, il 2 febbraio prossimo a Vienna, della proposta formulata dall'inviato speciale delle Nazioni Unite, Martti Ahtisaari. In Kosovo, la Nato dirige un'altra forza di pace, la Kfor, composta di 14 mila uomini.
La riunione Nato terminerà con un pranzo informale che riunirà i ministri esteri dell'Alleanza e della Ue al Palazzo D'Egmont, ospite il capo della diplomazie belga Karel De Gucht.
Per quanto riguarda la bilaterale Rice-D'Alema, il portavoce della Farnesina ha rilevato che sarà l'occasione per fare "un giro di orizzonte" dei principali teatri di collaborazione tra i due paesi: Afghanistan, Balcani, lo spinoso dossier del nucleare iraniano, lo scenario iracheno, l'analisi della transizione politica in Libano, oltre al processo di pace in Medio Oriente. (AprileOnline 26.1.2007)

 

 

 

 

Afghanistan, obiettivi falliti


 
 

Più di 3700 fra guerriglieri e civili sono stati uccisi in Afghanistan dall'inizio dell'anno, quattro volte in più che nel 2005. Non viene precisato quanti siano i civili uccisi ma fonti delle organizzazioni umanitarie internazionali presenti a Kabul parlano di almeno mille morti dall´inizio del 2006. A questi bisogna aggiungere anche anche 120 soldati stranieri, mentre non vengono fornite cifre per quanto riguarda i militari afgani. La fonte è un rapporto ufficiale consegnato domenica a Kabul a una dele Afghanistan, sfolalti, rifugiati (ansa)gazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unita. Lo ha redatto il Jcmb (Joint Coordination and Monitoring Board) un organismo che comprende rappresentanti del governo di Kabul e degli organismi internazionali che operano del Paese, dalla Nato alla Banca mondiale.

Una situazione, quella descritta nel documento, che spiega le prese di posizione recenti del ministro Massimo D´Alema e le dichiarazioni ripetute di nuovo domenica dal Romano Prodi e dal ministro della Difesa Arturo Parisi. «È inutile che noi pensiamo che una situazione come quella afghana possa avere una soluzione puramente militare. È assolutamente impensabile. Occorre una soluzione politica e questa è sempre stata la posizione dell'Italia» ha detto il presidente del Consiglio a Bologna. E Parisi ha ricordato come la nostra missione «ha un senso in quanto inquadra la funzione militare nelle funzioni civili e soprattutto non affronta il problema afgano come se fosse un problema isolato. Lo colloca nel contesto regionale, si fa carico di promuovere il confronto con tutti i soggetti della regione dall'Iran al Pakistan».

Nonostante il documento probabilmente sorvoli su alcuni aspetti della situazione afgana, quelli più controversi o meno presentabili, dà comunque una valutazione molto pessimista della situazione del Paese, a cinque anni esatti dall´inizio della guerra contro i Talebani. Le violenze legate all'insurrezione sono passate «da meno di 300 al mese alla fine del marzo 2006 a più di 600 a fine settembre, mentre nel 2005 erano in media 130 al mese», afferma il rapporto pubblicato sul sito del governo afghano. L'intensificazione di queste violenze, soprattutto nel sud e nell'est del Paese, ha avuto un impatto diretto sullo «sviluppo economico del Paese, molto più lento e geograficamente limitato di quanto noi sperassimo», prosegue il rapporto.

Secondo il documento si sono fatti «progressi molto limitati in tutti i settori della ricostruzione del Paese». «La mancanza di progressi significativi sul piano della sicurezza rischia non soltanto di affossare gli sforzi per stabilizzare l´Afghanistan, ma potrebbe avere conseguenze sul piano internazionale». Un´affermazione che non viene ulteriormente precisata nel rapporto, ma che si potrebbe leggere sia come una preoccupazione che il conflitto destabilizzi Paesi vicini, sia che alcuni degli Stati attualmente impegnati decidano di ridurre o cessare il proprio impegno.

«L´intensificarsi delle violenze ha avuto un impatto diretto sullo sviluppo economico del Paese, molto più lento e geograficamente più limitato di quanto non avessimo sperato» dice il documento che rivela come serpeggi un vasto malcontento tra la popolazione per la mancanza di lavoro e di prospettive. Oggi solo il 10 per cento degli afgani che vivono nei centri urbani è raggiunto dall´elettricità, mentre nelle zone rurali la percentuale si dimezza.

In tutto ciò, la produzione di oppio (che era quasi completamente cessata al tempo del governo Talebano) nel 2006 è aumentata del 59 per cento e gli ettari coltivati sono passati da 104mila a 165mila. (L'Unità 12.11.06)

 
 
 

 

Gabriele Torsello è libero

 

Ecco il testo dell'intervista realizzata dall'inviato di PeaceReporter in Afghanistan con Gabriele Torsello subito dopo la liberazione.

Come stai, Gabriele?
«Sono felice, sono felice. Sto bene».
 
Che cos'è successo, in questi venti giorni? Come ti hanno trattato?

«Non ho mai visto la luce, durante il mio sequestro. Durante il primo periodo mi tenevano sempre incatenato, ma almeno avevo un Corano e potevo leggerlo. Poi mi hanno spostato, e dopo che mi hanno spostato non avevo più il Corano. Mi hanno tenuto ancora incatenato, chiuso in una stanza. Ieri sera, per la prima volta ho visto la luna».

Come passavi le giornate?
 
«Pensavo sempre alla mia famiglia quando ero prigioniero, tanto che per dei periodi riuscivo ad assentarmi e a immaginare di essere altrove. Poi mi vedevo le catene ai piedi, e mi rendevo conto che era solo un sogno. Ho sempre mangiato: patate oppure pane afgano bagnato in una zuppa fatta con un pezzo grasso».

Hai avuto paura?

«Sì. Soprattutto una notte. Ero seduto nella mia stanza, incatenato, aspettavo la cena. Sono arrivati e hanno aperto la porta. Uno mi ha preso e mi ha portato fuori, senza farmi mettere le scarpe e senza bendarmi, cosa che facevano sempre. Mi tirava forte, io avevo le catene, non riuscivo a stargli dietro e dovevo saltare per seguirlo. Ho pensato che mi avrebbero ucciso. Poi invece mi hanno messo in macchina e mi hanno spostato».

Che cosa farai adesso?
 
«Voglio andare ad Alessano, dalla mia famiglia. Li abbraccio tutti, ci vediamo lì». (3 novembre 206)

 

Orrore con foto a Kabul


 

Le foto-scandalo apparse ieri sulla "Bild" hanno aperto tutti i notiziari di radio e telegiornali della Germania, suscitando un moto di sdegno e un sentimento di condanna in tutto il paese, e nelle sedi istituzionali del governo e di tutte le forze politiche e sociali.
L'esercito tedesco, che si trova ancora operante a Kabul, viene travolto da uno scandalo pari a quello che investì gli Stati Uniti per le foto scattate nella prigione di Abu Ghraib, in Iraq, e alle testimonianze sulle torture effettuate sempre dagli Usa nella prigione-lager di Guantanamo, a Cuba.
Il quotidiano germanico ha infatti pubblicato in prima pagina le immagini di soldati tedeschi in missione in Afghanistan, ritratti con uno spaventoso teschio tra le mani teschio, accompagnate da questa didascalia:: "I soldati del contingente tedesco hanno disonorato un cadavere in modo ripugnante". Sfogliando le pagine del giornale si viene a sapere che le foto sarebbero state scattate da soldati di pattuglia nei pressi di Kabul, e che in un secondo momento siano state diffuse dallo stesso comando del contingente.
La reazione del governo di Berlino è stata pressoché istantanea alla pubblicazione delle fotografie: il ministro della Difesa, Franz Josef Jung, ha annunciato subito l'apertura di un'inchiesta.
"E' chiaro che un tale comportamento da parte di militari tedeschi non può in nessun caso essere tollerato" è stato il commento del ministro, apparso sullo stesso quotidiano. Jung ha definito le foto "detestabili e assolutamente incomprensibili" aggiungendo che se le accuse dovessero essere confermate, verranno adottate nei confronti dei colpevoli misure disciplinari con conseguenze anche penali "con la massima fermezza". Il ministro ha infine concluso il suo ragionamento ricordando che "tutto ciò è diametralmente opposto a quello che dispensiamo ai nostri soldati in termini di valori e formazione". Per la cronaca, si deve ricordare che sono circa 2800 i soldati della Bundeswehr dispiegati a Kabul e in altre città del Nord dell'Afghanistan, nell'ambito della missione dell'Isaf, iniziata nel 2003, e che coinvolge anche il nostro paese. Tutta la copertina della prima pagina della Bild è riempita da una immagine nella quale un militare tedesco, in tenuta da combattimento, posa davanti alla macchina fotografica con nella mano destra un frammento di cranio umano. All'interno del giornale vengono quindi pubblicate in sequenza altre numerose foto, che mostrano alcuni militari immortalati sempre con lo stesso cranio, passato di mano in mano, chi esibendolo vicino al proprio corpo, chi appoggiandolo su una barra metallica di un veicolo militare. Bisogna anche rilevare che lo scandalo che sta investendo le Forze armate tedesche in queste ore, giunge proprio nel momento in cui governo e parlamento di Berlino discutono sull'opportunità di istituire una commissione d'inchiesta, che faccia luce sulle precedenti affermazioni di Murat Kurnaz, un cittadino turco-tedesco rilasciato l'estate scorsa dal campo di Guantanamo, che sostiene di aver subito maltrattamenti da parte degli stessi soldati tedeschi, sempre in Afghanistan.
Il problema del comportamento delle "forze di liberazione" internazionali, dunque, non si limita più alla denuncia dei soprusi sin qui registrati da parte di soldati americani: in tema di diritti umani l'Europa sembra avvicinarsi agli Usa, e lo fa per le peggiori motivazioni che si potevano immaginare. (AprileOnline 25.10.06)

 

 

Appello per Torsello

Aspettiamo un gesto di liberazione


di Giuliana Sgrena
La scadenza dell'ultimatum si avvicina. Forse, speriamo, come in altre occasioni, non sarà mantenuto. Ma la minaccia incombe sulla sorte di Gabriele Torsello, il fotoreporter tenuto in ostaggio in Afghanistan. Vogliamo sperare nella pietà di uomini che si dicono di fede nei confronti di un loro fratello proprio in coincidenza delle feste di fine Ramadan. La festa di Ramadan solitamente coincide con una manifestazione di perdono, con la liberazione di prigionieri dalle carceri. Chiediamo un gesto di pace anche ai carcerieri di Gabriele.
Noi non possiamo tacere, insensibili o forse solo imbarazzati, di fronte al suo drammatico appello. Gabriele si è rivolto ai colleghi, quasi come se fossimo l'ultima chance per dimostrare la sua verità. «Non sono una spia», ripete. Un'accusa che ci siamo tutti sentiti ripetere quando abbiamo vissuto la stessa esperienza. Un'accusa che può, che deve essere smontata. Ma come? Mi assale la stessa impotenza di allora, una terribile angoscia. Ci sono momenti in cui il fatto di essere testimoni delle sofferenze di un popolo vittima della guerra invece di aiutarci si rivolta contro di noi. Una spirale perversa.
Come aiutare Gabriele? Dovrebbe essere il nostro mestiere quello di scoprire le verità anche nei luoghi più difficili, scomodi. Ma l'informazione è sempre più mutilata, vietata, militarizzata. I testimoni sono pericolosi per il solo fatto di esistere, di essere presenti in alcuni luoghi. Nessuno vuole testimoni: né gli occupanti, né chi combatte l'occupazione. In Afghanistan come in Iraq. Il nostro mestiere è sempre più pericoloso, ma per non lasciarci imbavagliare non possiamo diventare «martiri».
E, purtroppo, in questo momento per Gabriele Torsello non possiamo fare altro che sperare nell'abilità dei mediatori e nella pietà dei rapitori.(Il Manifesto 23.10.06)

 


 

A chi importa di Gabriele Torsello?


di Vittorio Strampelli

In queste ore di apprensione per la sorte del fotoreporter sequestrato in Afghanistan mercoledì scorso, alcuni provocatori non hanno potuto fare a meno di chiedersi una cosa: a chi importa veramente di Gabriele Torsello? A tutti coloro che lo conoscono, certamente. E' straziante assistere - seppure attraverso la freddezza dello schermo televisivo - agli appelli che la madre di Gabriele continua a rivolgere, nella speranza che qualcuno, all'altro capo del mondo, la ascolti. Vederla mostrare la cartolina che suo figlio le aveva spedito solo poco tempo fa da Kabul, con su scritto soltanto "L'Afghanistan mi piace"; sentirla ripetere che Gabriele aveva abbracciato la religione islamica già da dodici anni. A chi altro, tuttavia, sta veramente a cuore il destino di questo ragazzo di 36 anni?

Mario Giordano, su Il Giornale, si chiedeva ieri se non fosse a causa del suo look da sessantottino, o per il fatto che fosse mai stato assunto dal Manifesto. Fatto sta, rilevava Giordano, che attorno a tutta questa vicenda grava un generalizzato silenzio: "Nessuno che scenda in piazza, nessuna fiaccolata, nessuna manifestazione. Poche righe sui giornali, disinteresse totale".

Ma Giordano si sbaglia. C'è molta gente a cui importa di Gabriele Torsello. Forse il cronista del Giornale non è passato da Firenze, dove era in corso l´assemblea nazionale dei pacifisti italiani. E se c'era, doveva essere momentaneamente voltato da un'altra parte quando dall'assemblea è partito il grido per la liberazione del fotoreporter: "Gabriele è uno di noi", e dev'essere rilasciato "libero e incolume". Chissà: magari era distratto quando, per chiedere la sua liberazione, sono intervenuti numerosi rappresentanti del mondo islamico, e PeaceReporter - testata che fa capo alla stessa organizzazione di Gino Strada - ha raccolto e rilanciato gli appelli del primo parlamentare musulmano (e amico di Torsello) Lord Nazir Ahmed ("Non posso che esprimere orrore e preoccupazione per questo rapimento") e del noto intellettuale egiziano Tariq Ramadan ("Niente in assoluto può giustificare i rapimenti e i sequestri di donne, bambini e uomini innocenti").

La parola d'ordine quando furono rapite Giuliana Sgrena o le due Simone ("Non lasciamole mai più sole") non ha perso di rilievo. Gabriele è anche uno di noi. Di tutti noi che continuiamo a seguire la sua storia e, non avendo la possibilità - o il coraggio - di volare fino in Afghanistan per vedere con i nostri occhi cosa stia succedendo, rimaniamo incollati ai mezzi di comunicazione, in attesa di conoscere i nuovi sviluppi di tutta questa vicenda. E' vero, non abbiamo organizzato manifestazioni, ne marce di solidarietà. Forse, però, perché le poche notizie che ci arrivano da quella terra devastata ci danno un minimo di conforto.

Lunedì mattina c'è stato un nuovo contatto tra i suoi rapitori ed Emergency, che ha dichiarato che, pur non avendo parlato direttamente con Gabriele, ha avuto garanzie che "Torsello è in buone condizioni di salute". Ad indicare la volontà, da parte dei sequestratori, di mantenere un canale di comunicazione aperto, nonostante l'ultimatum sia ormai scaduto da domenica a mezzanotte (le 21,30 in Italia). Il nostro Governo ha giustamente respinto le richieste avanzate per la sua liberazione (la consegna dell'apostata convertitosi al cristianesimo ed esule in Italia Abdul Rahman e il ritiro delle truppe italiane), che però continua a lavorare per raggiungere una soluzione negoziale, mostrandosi disponibile, nelle parole del ministro degli Esteri D'Alema, "a fare tutto ciò che è ragionevole per salvare una vita umana e per liberare un nostro connazionale". Ora, ha proseguito D'Alema a margine delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della rivolta del 1956 a Budapest, "c'è qualche giorno in più per negoziare la sua liberazione".

Forse, la sensazione di "abbandono" percepita dal Giornale è dovuta al fatto che ancora non circolino voci su profumati pagamenti per facilitare il dissequestro. Almeno, nelle analoghe vicende passate, questa poteva essere una garanzia tangibile che qualcuno si stesse effettivamente dando da fare per trovare, in qualunque modo fosse possibile, una soluzione ad una vicenda spinosa che rischiava di fargli perdere la faccia. E, forse, nessuno meglio del governo precedente poteva sapere che, se i soldi non comprano la felicità, possono quantomeno assicurare la libertà a chiunque.(AprileOnline 24.10.06)

 

Prima del sequestro

Era appena tornato da Musa Qala, Gabriele Torsello. Una città a nord di Lashkargah, sopra il distretto di Sangin. Una città sconosciuta al mondo ma ben inquadrata nel mirino dei cacciabombardieri Nato-Isaf. E' stato lì con la sua Nikon D200, ed è tornato con delle foto importanti. Musa Qala non c'era più. Al posto dei palazzi e delle case, solo degli enormi crateri. Persino l'ospedale è stato raso al suolo dai bombardieri in missione di pace e di stabilizzazione. E questo aveva molto colpito gli operatori di un altro ospedale, quello di Emergency a Lashkargah. Colpiti e indignati: "Possibile che si possa bombardare un ospedale?". Possibile, se si accettano le regole della guerra. Che sono le stesse sia che la guerra si faccia con cinture esplosive o che la si faccia con i bombardieri. Lo scopo è uno solo: terrorizzare i civili, colpirli, massacrarli quanto più possibile. Salvo poi farli passare per effetti collaterali. O salvo poi mettere di fianco ai cadaveri dei kalashnikov e travestirli così da combattenti talebani.  

Un vilaggio afgano bombardatoGira solo, senza alcun autista, Gabriele. Conosce bene quelle zone. Conosce la gente del sud, e vuole raccontare quello che, nascosto ai riflettori delle televisioni, alla gente del sud sta succedendo.Per questo, nonostante tutti lo avessero sconsigliato, un mese fa era partito per le zone più colpite dalle aviazioni occidentali. "E' molto appassionato - racconta Marina Castellano, infermiera di Emergency - e per nulla sprovveduto. Parla anche Pashto, la lingua dei talebani. Me lo sono ritrovato fuori dall'ospedale un mesetto fa. Era appena stato rilasciato dalla polizia locale". Lo avevano scambiato per un terrorista talebano - vedi la sorte - perché era vestito da afgano, ma aveva tutte le borse e i marsupi che un fotografo si porta appresso. Si era fermato a bere una bibita nella via parallela a quella della residenza del governatore, e le guardie del corpo gli erano saltate addosso, buttandolo a terra e tenendolo a faccia in giù con le canne dei fucili mitragliatori puntate in faccia. Pericoloso fermarsi in quella via, dove hanno sede le "organizzazioni non governative" collegate ai militari inglesi e americani. "Voglio andare a vedere cosa stiamo combinando nelle province colpite dai raid aerei" aveva annunciato. Ed è partito. Facendo in tempo a fotografare l'attentato che a Lashkargah lo scorso 26 settembre aveva colpito proprio la strada delle "Ong" facendo 20 vittime, 8 poliziotti e 12 civili. 

L'ospedale di Emergency a Lashkargah"Alla fine è partito davvero, non c'è stato verso di fermarlo", racconta ancora Marina. "Gli abbiamo lasciato i nostri numeri di telefono. Gli abbiamo chiesto di tenerci aggiornati, di farci sapere come andava. Francamente eravamo un po' in ansia per Gabriele che, nonostante tutte le nostre preoccupazioni, se ne stava andando in posti davvero pericolosi per poter documentare gli orrori della guerra".Poi è tornato: "Martedì scorso mi è arrivato un messaggio: sono qui, sono tornato, tutto bene". Gabriele è ripassato dall'ospedale di Emergency. E ha mostrato il suo lavoro. "Non aveva più soldi, ma voleva continuare a documentare lo schifo che gli occidentali  stanno combinando in quelle province. Così ha deciso di tornare a Kabul, per provare a vendere da lì le sue foto, e poi ripartire". "L'ultimo momento in cui lo visto,  mercoledì scorso, l'ho accompagnato al cancello.

Aveva sulla spalla il tappeto per la preghiera che, a lui musulmano, aveva appena regalato Rahmat, il consulente afgano della sicurezza del nostro ospedale. Era già vicino al cancello, e io l'ho richiamato. Gli ho detto 'ti prego stai attento, non mi fare preoccupare, che sei già diventato la mia fonte di ansia'. Lui si è voltato e mi ha detto: 'Tranquilla, appena arrivo a Kabul ti chiamo".

Ha chiamato, Gabriele, proprio l'ospedale di Emergency, probabilmente l'unico numero occidentale nella memoria del suo telefono afghano. Ma non ha chiamato da Kabul. 

 

Rientriamo, restiamo, andiamo, aspettiamo

 

di Tommaso Di Francesco

Rientriamo, restiamo, andiamo, aspettiamo. La politica estera del governo di centrosinistra può essere condensata in questo stop and go, un andirivieni di indecisioni. Così ora giustamente ritiriamo le truppe italiane inviate in Iraq al seguito della sciagurata guerra di Bush che, parola della Cia, ha rafforzato il terrorismo islamico. Nello stesso tempo confermiamo la presenza in armi in Afghanistan. Una scelta che fu da subito bipartisan, a poco più di un mese dall'11 settembre 2001, una vendetta, motivata perché a Kabul «si ospitavano i terroristi», dimenticando i tanti sceicchi fautori di terrorismo ospitati negli Stati uniti e in Occidente. Per questo si sono massacrati i talebani vinti e catturati, da lì è nata la metodologia di Guantanamo, per questo si sono bombardati villaggi con tanti «effetti collaterali». Ma ora, mentre i nostri soldati fanno da tiro al bersaglio di una guerriglia che ha ripreso forza e consenso politico, che cosa fa diversa la situazione da quella irachena? E invece restiamo, fedeli alla Nato, nella catena di comando Usa e a difesa dei Signori della guerra e dell'oppio.
La scelta è tanto poco convincente che ieri perfino Piero Fassino in una intervista ha sollevato timidi dubbi sulla strategia della Nato in Afghanistan, dopo che ministri e sottosegretari hanno ripetuto la necessità di riportare i nostri soldati a casa. Subito redarguito dal ministro degli esteri Massimo D'Alema che ha dichiarato: «Non si rimodula nulla». D'Alema e Fassino per un attimo sono sembrati il presidente afghano Hamid Karzai e quello pachistano Musharraf che non si sono riconciliati nemmeno davanti a Bush, in un flop elettorale della Casa bianca che li ha visti «semplicemente» accusarsi a vicenda di nascondere Osama bin Laden.
Andiamo però nel Libano del sud. Certo, non è una nuova guerra, andiamo come caschi blu, accettati da tutte le parti in causa, a fare interposizione. E il primo risultato positivo è che la guerra è stata, per ora, fermata. Ma anche lì appaiono troppe ambiguità, troppi se e tanti ma. L'interposizione avviene a dire il vero solo sul territorio libanese, conteso all'arma bianca da hezbollah libanesi dopo 34 giorni di sanguinosi bombardamenti aerei da parte d'Israele e lanci di razzi katiusha sulla Galilea, con tante stragi fra i civili e ora con 100mila meticolose quanto inesplose cluster bomb sganciate dall'aviazione israeliana che impediscono ai civili di tornare e rappresentano una minaccia per i caschi blu. Ma tante sono le mine a tempo. A partire dall'intenzione dell'amministrazione Bush e del governo israeliano di modificare i termini della risoluzione Onu che ha deciso la missione Unifil. Soprattutto sul disarmo degli hezbollah che la risoluzione esclude. Olmert alza la voce decidendo per ora che le truppe non si ritirano del tutto dal Libano del sud, non dimenticando di fare un vademecum su quello che i soldati internazionali dovrebbero fare - rastrellamenti, sequestri di armi, check point - e quello che Israele si riserva di fare - p. s., sparare a vista contro ogni manifestazione di protesta sul confine.
E' dunque una missione rischiosissima. Dov'è soprattutto a rischio la possibilità di incidere, davvero e fra le parti, sulla «madre» di tutte le questioni mediorientali: quella palestinese. Di questo sappiamo che Massimo D'Alema è più che cosciente e l'aver affermato che la questione dell'interposizione dei caschi blu riguarda anche i Territori palestinesi occupati da Israele, a partire da Gaza - «basta assedio», ha ripetuto inascoltato - è davvero la novità sul campo. Come l'apertura del dialogo avviato da Romano Prodi con il regime iraniano. Sul quale pende la minaccia delle sanzione per via della decisione di arricchire l'uranio per quello che dichiara essere il nucleare civile. Una minaccia ripetuta anche da D'Alema, senza che mai nessuno dal governo sollevi il nodo delle atomiche d'Israele.
E infine aspettiamo. Nei Balcani aspettiamo, rimandando solo di un po' la scelta già presa dell'indipendenza etnica del Kosovo dalla Serbia - a questo serviva la guerra «umanitaria del 1999? Stati uniti, Ue, Nato, Albania, pretendono l'indipendenza entro l'anno. La scelta farà precipitare la crisi nei Balcani, a partire dalla Bosnia. Aspettiamo la rivolta, come già nel marzo del 2004, per cacciare i pochi serbi rimasti e contro i militari della Kfor che «difendono» le enclave-prigioni delle minoranze. Altro che standard di democrazia necessari all'indipendenza.
Torniamo, restiamo, andiamo, aspettiamo. I governi Berlusconi hanno devastato tutta la diplomazia mediterranea e mediorientale dei governi - ahimé - democristiani, azzerando il ruolo dell'Italia alla dimensione atlantica e a quella di piazzista d'armi. Ora siamo sospesi, tra una vocazione mediterranea e mediorientale e una scelta atlantica preconfezionata, spesso contrapposta all'obiettivo della pace. Come dimostra anche il silenzio del governo sull'operazione mastodontica della base Usa di Vicenza e sulla dotazione atomica di molte «nostre» basi. No, non è una politica estera.(Il Manifesto 29.09.06)

Parla il capo dei kamikaze

Dopo settimane di trattative per ottenere l’intervista e un lungo e faticoso viaggio per raggiungere il luogo convenuto, il comandante talebano mullah Yunus Saheb – uno dei più stretti collaboratori del mullah Omar – ci accoglie in una stanza spoglia, seduto a gambe incrociate sui laceri cuscini che coprono il pavimento. In tasca, sotto il mantello, tiene due telefoni cellulari e un telefono satellitare. In mano ha un rosario islamico che sgrana continuamente tra le dita. Non è armato.

Ci spiega che il mullah Omar ha approvato l’intervista dopo aver letto le domande, ma che altri comandanti avevano espresso forte contrarietà perché “di uno straniero non ci si può mai fidare”.

Anche lui è molto diffidente e a tratti scostante.

Dice di non capire perché i Paesi europei si siano accodati alle guerre di Bush, ma soprattutto si dice stupito di come la stampa sia acriticamente allineata alla propaganda Usa.

Mentre parliamo, il muezzin chiama alla preghiera. Lui si interrompe, va a sciacquarsi mani e viso in una bacinella, stende un piccolo tappeto a terra e inizia a pregare rivolto verso la Mecca.

Terminata la preghiera, torna a sedersi e ci dice: “Possiamo iniziare”.

 E’ la prima volta che un giornalista occidentale intervista un comandante talebano di così alto livello. Finora la vostra organizzazione ha comunicato sempre solo tramite portavoce. Perché ha deciso di concedere questa intervista?

Il mullah Omar mi ha autorizzato a parlare con voi affinché il mondo conosca la verità sui talebani e sull’Afghanistan.

 Qual è la sua posizione nell’organizzazione dei talebani?

Sono il responsabile del reclutamento e dell’addestramento degli shaheed (martiri, cioè gli attentatori suicidi, n.d.r.): i volontari vengono da noi e noi forniamo loro cinture e giubbetti esplosivi e spieghiamo loro come uccidere il maggior numero di soldati nemici. Abbiamo più di 300 persone che aspettano di sacrificarsi per la jihad.

 Il fenomeno degli attentati suicidi era sconosciuto in Afghanistan fino a poco tempo fa. Molti dicono che sia il frutto degli istruttori di al Qaeda provenienti dall’Iraq. E vero? E chi sono questi shaheed?

Al Qaeda non c’entra niente. Gli shaheed sono afgani che si vogliono vendicare contro gli americani per le sofferenze che hanno subito, per i lutti e le umiliazioni che hanno vissuto per colpa loro. Li conosco tutti, conosco le loro torie. Per esempio, quando i soldati americani fanno i rastrellamenti e fanno irruzione nelle case, spesso prendono le giovani donne e si divertono con loro per ore. Chi subisce queste cose, chi le vede e le sente raccontare si ribella. Per questo decide di venire da noi.

 Qual è la vostra opinione sulla situazione attuale dell’Afghanistan e sul governo di Hamid Karzai?

Karzai non governa l’Afghanistan perché non ha nessun potere reale. Lui è solo una marionetta in mano agli americani, un loro megafono che ripetete tutto quello che essi dicono. Così pure il parlamento, dove siedono solo amici degli americani. L’autorità del governo Karzai è limitata ai centri urbani: tutto il resto del territorio – le campagne, le montagne, i deserti – è sotto il nostro controllo. Qui la gente, se ha un problema, viene da noi, non va dal governo.

 Quindi sta dicendo che il popolo sostiene voi e la vostra lotta contro il governo e le truppe straniere? Ma non pensate che dopo 30 anni di guerra gli afgani ne abbiano abbastanza della guerra e vogliano solo vivere in pace?

Gli afgani sono stanchi di guerre provocate dagli stranieri, di essere invasi da eserciti stranieri. Sono stanchi di vedere le loro case distrutte e le loro famiglie decimate dai bombardamenti aerei.

Sono stanchi di vedere la propria terra occupata da truppe straniere. E’ proprio perché sono stanchi che sono pronti a combattere. La gente sta dalla nostra parte: molti preferiscono non ammetterlo pubblicamente, ma è così.

 Secondo lei c’è spazio per un negoziato con il governo di Kabul e con le forze straniere? Non pensate che il dialogo sia meglio della guerra per risolvere i problemi dell’Afghanistan?

Non l’abbiamo cominciata noi questa guerra. Noi eravamo nelle nostre case, nel nostro paese quando gli americani sono arrivati, ci hanno cacciati e hanno imposto il loro potere. Noi abbiamo il diritto di difenderci, di difendere le nostre case e la nostra terra. Se qualcuno entrasse a casa vostra e vi buttasse fuori, cosa fareste?

Noi non vogliamo che gli infedeli occupino il nostro paese e non abbiamo niente da negoziare: se ne devono andare via!

 Negli ultimi tempi la vostra attività militare è notevolmente cresciuta d’intensità ed estensione, proprio in coincidenza con il ritiro dall’Afghanistan di migliaia di soldati Usa e con l’arrivo, al loro posto, di altrettante truppe britanniche, canadesi e di altri paesi. Qual è il quadro della situazione?

La nostra forza cresce di giorno in giorno perché la gente ci sostiene sempre di più. Ultimamente abbiamo inflitto pesanti perdite alle forze Usa, molto maggiori di quelle che loro ammettono. Per questo, per non sostenere più un così pesante costo di vite, gli americani hanno deciso di ritirarsi dal sud. Se ne vanno perché hanno paura.

Con l’arrivo degli inglesi, dei canadesi e altri per noi non cambia nulla: sono forze di occupazione e noi le combattiamo. Agli inglesi faremo ripassare la lezione che gli abbiamo dato 120 anni fa.

 E cosa ne pensate dei soldati italiani presenti a Kabul e a Herat?

Come dice il Corano, non importa da dove provenga chi occupa il tuo paese. Importa solo se sia o meno contro l’Islam. Per noi non c’è alcuna differenza tra americani e italiani: sono occupanti infedeli e noi li combattiamo.

Un discorso diverso vale per gli italiani che vengono qui senza armi, per scopi unicamente umanitari: questa gente non è nostra nemica perché aiuta il nostro popolo, al contrario dei soldati italiani che aiutano gli americani.

 Il Corano non dice anche che l’uccisione di fedeli innocenti è contraria alla volontà del Profeta? Ciononostante molti civili afgani muoiono nei vostri attentati.

Dicono sempre che i nostri attacchi causano la morte di tanti civili. Ma non è vero. Gli afgani che muoiono nei nostri attacchi sono sempre poliziotti, soldati o funzionari governativi, ma poi dicono che sono civili per fare propaganda contro di noi. Noi non vogliamo uccidere i civili: quando colpiamo lo facciamo sempre solo dove ci sono truppe straniere o gente del governo. Ma a volte capita, purtroppo, che qualche civile passi di lì e quindi finisca ucciso anche lui.

 Si ritiene che i soldi derivanti dalla produzione dell’oppio siano la vostra principale fonte di finanziamento. E’ vero?

Non è vero. E’ il governo Karzai che trae vantaggio dall’oppio, non noi talebani. Tutti sanno che il fratello di Karzai, Akmad Wali, è uno dei principali trafficanti d’oppio del Paese. Il governo afgano è coinvolto nella produzione e nel traffico di oppio, sia a livello locale che a livello centrale.

Gli americani lo sanno ma non hanno mai mosso un dito per contrastare il business dell’oppio: dicono che è difficile, ma la verità è che non vogliono farlo. Perché?

 Il governo Usa e Karzai accusano il Pakistan e i suoi servizi segreti, l’Isi, di dare protezione e sostegno a voi talebani, di essere la retrovia della vostra guerriglia. Cosa ne pensa?

Non so, io vivo in Afghanistan. Non so nulla del Pakistan. Ma comunque, perché mai il Pakistan dovrebbe essere nostro alleato! Tutti sanno che quando gli americani hanno attaccato l’Afghanistan, il governo pachistano si è schierato dalla loro parte, offrendo basi ai loro aerei e poi arrestando centinaia di presunti membri di al Qaeda. E’ evidente che il Pakistan non sostiene i talebani.

 Com’è possibile che in cinque anni le forze Usa, la Cia, non siano stati capaci di catturare il mullah Omar?

Perché il mullah Omar è Amir-ul-Mominin, capo di tutti i fedeli. E tutti i fedeli lo proteggono e sono disposti a sacrificare la propria vita per difenderlo. Per questo non lo troveranno mai, nonostante le grandi somme di denaro offerte come ricompensa.

 Parliamo dell’origine di tutto: gli attentati dell’11 settembre 2001. Qual è la vostra opinione riguardo a quegli eventi?

Nelle Torri Gemelle è morta solo gente innocente, civili. A Osama non interessa uccidere questa gente. I suoi obiettivi sono Bush, il governo Usa e la gente che lavora per il governo Usa. Ma nessuno di questi è morto nelle Torri Gemelle. Quell’attacco è stato opera dello stesso governo americano, che ha usato aeroplani guidati da un computer. Bush aveva bisogno di un pretesto per invadere l’Afghanistan, l’Iraq e altri paesi islamici. 

Quindi secondo voi l’intervento Usa in Afghanistan non è stata una reazione all’11 settembre, ma un’azione pianificata in precedenza per altri motivi?

Gli americani sono venuti in Afghanistan solo per penetrare in un’area militarmente ed economicamente strategica, un’area molto vicina a Paesi ostili come Cina e Iran, ma anche alle repubbliche centrasiatiche ex sovietiche ricche di petrolio e gas. Gli americani hanno detto che sono venuti qui per aiutare il popolo afgano, per ricostruire il Paese, ma non hanno nemmeno ricostruito quello che loro stesi hanno distrutto con i propri bombardamenti! 

Quando voi talebani eravate al potere a Kabul, il mondo era inorridito dalle esecuzioni pubbliche, dal trattamento delle donne. Se tornerete al potere, cambiereste qualcosa?

No, perché siamo fieri di quello che abbiamo fatto quando eravamo al potere. Quando ci torneremo, ristabiliremo le stesse leggi, le semplici e giuste leggi del Corano che esistono da 1.400 anni. La lapidazione, il taglio delle mani, le esecuzioni in pubblico sono molto efficaci per la prevenzione dei crimini perché la gente vede quello che succede ai criminali e non commette gli stessi errori. Le donne? Le abbiamo rispettate secondo i dettami del Corano. Gli afgani erano felici sotto i talebani. Solo agli americani non andava bene, perché loro sono contrari alle leggi islamiche.(PeaceReporter 28.09.06)

Le truppe italiane restano

[foto]D'Alema, intendiamo rispettare impegni assunti con la Nato (ANSA) - ROMA, 28 set - 'Non prevediamo allo stato alcuna rimodulazione' del contingente italiano in Afghanistan. Lo ha affermato il vicepremier Massimo D'Alema. 'Ne' in un senso, ne' nell'altro', ha specificato il ministro alla Farnesina, rispondendo ai cronisti che chiedevano se l'Italia intendesse rafforzare o ridimensionare la presenza di truppe in Afghanistan. D'Alema, che ha ricevuto il ministro degli Esteri australiano Downer, ha aggiunto che l'Italia 'intende portare avanti gli impegni assunti con la Nato'.

 

Basta morti inutili per una guerra sbagliata e persa


Dichiarazione dell'On. Iacopo Venier - responsabile Esteri PdCI

Non bisogna abituarsi al tragico susseguirsi di incidenti e morti in Afghanistan. I nostri soldati muoiono per una guerra sbagliata e già persa. Nessuno degli obiettivi proclamati è stato raggiunto. In Afghanistan non c'è sicurezza, la produzione di oppio si è moltiplicata, il governo è composto da signori della guerra che negano la democrazia ed impongono la legge islamica attraverso la "polizia morale" esattamente come i Talebani.
Queste morti sono morti inutili e questo aggrava il dolore che prova l'intero nostro Paese.
Chiediamo al governo di portare al prossimo vertice NATO la richiesta di ripensare dalle fondamenta questa missione di guerra.
Chiediamo alla maggioranza una riunione urgente sull'Afghanistan per affrontare il problema di come realizzare il ritiro rapido delle truppe italiane.(27/9/2006)

 

 


 

La morte afgana


di Giuliana Sgrena
L'Afghanistan si sta irachizzando. Due soldati italiani morti in pochi giorni a Kabul, l'ultimo ieri. Kamikaze, autobombe, rapimenti, bombe sulle strade per far saltare i convogli militari, «collaborazionisti» uccisi - come Safia Hama Jan, assassinata a Kandahar. Intanto l'ultima edizione di Newsweek celebra con una copertina (diffusa in tutto il mondo, Usa esclusi) la fine dell'Afghanistan e la nascita del Jihadistan, ovvero la terra dei jihadisti (i combattenti per la «guerra santa») nelle zone tribali al confine con il Pakistan.
Dopo l'ammissione da parte dell'intelligence Usa che la guerra in Iraq ha alimentato il terrorismo, ora tocca all'Afghanistan. Un altro fallimento finalmente ammesso. Ma gli Usa ne erano già coscienti quando hanno ceduto il comando di Enduring freedom (la guerra al terrorismo) alla Nato. Quella distinzione che aveva separato l'Isaf dalle truppe sotto comando Usa non esiste più. Taleban e jihadisti si sono subito adeguati estendendo il loro raggio di azione. I soldati britannici si sono schierati nella zona di Helmand dove furono decimati nelle guerre dell'800. Ma gli italiani non rischiano di meno.
La situazione è ulteriormente peggiorata rispetto a due mesi fa quando è stata rifinanziata la missione: la decisione del ritiro non può più essere rinviata. Chi si oppone al ritiro afferma che non possiamo abbandonare il paese in questa situazione. Ma questa situazione l'abbiamo creata noi. Con i signori della guerra che imperversano e fanno affari con l'eroina. Senza che sia stata avviata la ricostruzione perché la maggior parte dei finanziamenti sono finiti ad alimentare la corruzione del governo di Kabul. Gli Usa avevano detto ipocritamente che andavano a liberare le afghane dal burqa: ma le donne continuano a essere assassinate ed è rinato il Ministero per la prevenzione del vizio e la promozione della virtù. Si dice che i taleban sono alle porte di Kabul, ignorando che sono al governo, con il beneplacito di Bush. Grazie anche alle elezioni, che per gli Usa sono il toccasana. Ma a fare la voce del padrone erano già un anno fa i signori della guerra, responsabili dei peggiori massacri. Chi li ha denunciati non ha avuto ascolto.
Questa è la democrazia made in Usa che dovrebbe sconfiggere il terrorismo? L'Italia nella ricostruzione dell'Afghanistan era incaricata del settore della giustizia e oltre a formare giudici, che potranno applicare la pena di morte e la sharia, ha ricostruito il carcere che dovrebbe diventare la nuova Guantanamo.
In questa situazione non è facile trovare soluzioni. Anche se alcune strade erano state individuate, come la legalizzazione della produzione dell'oppio e il parallelo finanziamento di coltivazioni alternative. Senza la droga (l'Afghanistan ne è il primo produttore mondiale) i signori della guerra non avrebbero i soldi per pagare le loro milizie e se i giovani che ne fanno parte avessero delle alternative il disarmo sarebbe percorribile. Ma per avviare un nuovo percorso occorre una rottura netta, che può avvenire solo con il ritiro di tutte le truppe. Il nostro governo che ci aveva illuso di voler riprendere l'iniziativa in politica estera con il ritiro dall'Iraq, ieri ci ha tolto ogni speranza. Accogliendo l'ordine del giorno della destra che «apprezza lo spirito umanitario e di pace di tutte le missioni internazionali», D'Alema è tornato quello della guerra umanitaria in Kosovo. Ci ripensi prima che sia troppo tardi.(Il Manifesto 27.09.06)

 

Mandate  a  casa i ragazzi!!!

- Attentato contro i militari italiani a Kabul, rivendicato dai Taleban. Un morto e cinque feriti, di cui due in gravi condizioni. Solo contusioni per una donna alpino. Nell'esplosione dell'ordigno ha perso la vita anche un bambino, mentre altri cinque civili sono rimasti feriti. (26 settembre 2006)

 

 

 

Diliberto: Siamo forza d'occupazione, andiamocene



Il leader comunista: «Non è obbligatorio aderire alle decisioni Onu»



di Daria Gorodisky


ROMA - Oliviero Diliberto, dopo i fatti luttuosi di ieri, il suo Partito dei comunisti italiani torna a chiedere il ritiro dall'Afghanistan. Ci crede davvero?

«Ora siamo impegnati in Llbano con duemila uomini: non può ricadere tutto su di noi. Inoltre, oggi è più che mai palese che l'Afghanistan sta diventando più pericoloso dell'Iraq; non si capisce davvero che cosa ci stiano a fare lì i nostri soldati. Fra l'altro, non dovevano neppure trovarsi in quella zona».

I militari italiani sono andati in quella nazione per due motivi: il primo, come componenti di una missione Nato...

«Che però non è super partes, è lì come forza di occupazione con gli Stati Uniti».

Propone che l'Italia esca dalla Nato?

«Non sono così velleitario. Però a novembre c'è il vertice Nato, e il governo italiano dovrebbe spingere perché tutta l'Alleanza Atlantica lasci l'Afghanistan».

La seconda ragione della presenza italiana in Afghanistan è che anche voi avete appena votato il rifinanziamento della missione.

«Il Pdci ha votato a favore per non far cadere il governo. Ma eravamo contrari, lo abbiamo sempre detto».

Si possono sacrificare principi e, secondo il vostro punto di vista, vite di soldati per tenere in piedi l'esecutivo di cui si fa parte?

«Io incalzo il governo per fargli assumere una posizione più giusta».

Andare via significherebbe lasciare la nazione in mano ai talebani. La comunità internazionale non ha dei doveri? Anche il governo afgano chiede alle truppe straniere di restare.
«La situazione è che attualmente Karzai controlla solo Kabul. E i talebani sono protetti dal Pakistan, che è amico degli Usa: per sconfiggerli dovremmo star lì una vita. Io, piuttosto, credo nell'autodeterminazione dei popoli».

Sulle questioni internazionali il centrosinistra afferma spessissimo di voler scegliere quello che sceglierà l'Onu. Se, sul nucleare, le Nazioni Unite decretassero sanzioni contro l'Iran, l'Italia dovrebbe partecipare?

«Non è obbligatorio aderire alle decisioni dell'Onu. Il governo valuterà, ma ritengo che le sanzioni siano sempre inefficaci: affamano i popoli e non scalfiscono il gruppo dirigente. E, nel caso specifico dell'Iran, rappresenterebbero un danno economico gravissimo per l'Italia».

Il presidente iraniano Ahmadinejad proclama che «Allah conquisterà tutte le cime delle montagne più alte del mondo». Mentre, dal Libano, Nasrallah dice che «la miglior morte è quella che si raggiunge uccidendo l'infedele». Ritiene che il fondamentalismo islamico sia un pericolo o no?

«Ovvio che 1o è, ma va combattuto nel modo giusto. Gli Usa, con i loro sistemi, invece 1o stanno facendo diventare più grande. Ahmadinejad è un pazzo, ma serve cautela nel creare mostri».

Crede che sia lecito lanciare certi messaggi?

«Ahmadinejad fa proclami, ma bisogna vedere se è davvero pericoloso. L'Onu lo sta verificando. Comunque non va dimenticato che è stato eletto. E Nasrallah rappresenta un partito che siede al governo»..(Corriere della Sera 09.09.06)



 

Afghanistan fuori controllo

 

 di Carla Ronga

Due attentati, uno a Kabul e uno a Farah, sono tornati ad insanguinare l'Afghanistan. Il più grave nella capitale, dove nelle vicinanze dell'ambasciata americana (piazza Massud) è esplosa un'autobomba provocando la morte di almeno 16 persone tra cui otto stranieri (due militari americani e sei contractors civili che vigilavano sul check point). Il ministero dell'Interno di Kabul ha poi confermato anche la morte di otto civili afgani e il ferimento di altri 15. Il bilancio delle vittime è provvisorio e destinato a crescere. Testimoni sul posto parlano di una carneficina, avvenuta il giorno prima dell'anniversario della morte di Ahmed Shah Massud, l'eroe afgano assassinato da due finti giornalisti il 9 settembre del 2001.
A Farah, nella regione Ovest (vi si trova uno dei quattro Prt) invece, è rimasta coinvolta in un attacco una pattuglia italiana a lungo raggio, colpita intorno alle 9 locali (le 6,30 italiane) dall'esplosione di un ordigno posto ai bordi di una strada. La bomba ha provocato il ferimento di quattro dei nostri soldati, di cui uno in modo più grave. Quest'ultimo non e' comunque in pericolo di vita. Il ministro della Difesa Arturo Parisi, subito intervenuto sull'episodio, ha precisato che le notizie che arrivano sono "rassicuranti" e ha ammesso di "non essere sorpreso" perché l'attentato "purtroppo appartiene all'ordine delle cose".
I due attentati di ieri riaprono il dibattito politico sulla missione italiana e ripropongono con grave drammaticità la questione dell'impegno che i paesi partecipanti alla missione afgana devono riuscire ad assicurare in una situazione tutt'altro che normalizzata. Ne parliamo telefonicamente con Silvana Pisa, senatrice della sinistra Ds, membro della commissione Difesa.
La guerra è arrivata anche nella zona di competenza italiana...
La situazione in Afghanistan sta peggiorando. Questa estate, con la Commissione difesa di Camera e Senato siamo andati in Iraq e l'impressione che ne abbiamo avuto è quella di un impantanamento della situazione. Lo stesso sta purtroppo accadendo in Afghanistan e non stupisce, oggi, che parlando di questo paese si usi il termine "irachenizzazione". Durante i nostri briefing siamo stati informati, cifre alla mano, che il disarmo dei talebani , in cinque anni, è avvenuto solo nella misura del 2 %, e che esso ha riguardato solo le vecchie armi di produzione sovietica. Si tratta di un dato che non può non preoccupare. E ancora, cosa succederà con il disarmo di hezbollah in Libano?
L'altro punto è che la popolazione afghana non ha percepito in questi anni un miglioramento delle condizioni di vita. La linea viaria, rispetto a quella degli anni 60, è stata distrutta dai bombardamenti e non è ancora ripristinata. E ancora, solo il 10 % della popolazione ha accesso all'acqua: manca per le coltivazioni e forse questa è una delle ragioni - anche se certamente non l'unica – alla base dell'impennata nella produzione di oppio, fiore, appunto che non ha bisogno di irrigazione per crescere. Manca l'elettricità: ne usufruisce solo il 20 % della popolazione.... Insomma, la ricostruzione complessivamente è fallita.
Puoi tracciare un bilancio di questi anni di guerra al terrore?
Lo faccio con le parole di alcuni parlamentari iracheni: ora c'è più corruzione, più terrorismo e il costo della vita è aumentato. Non tutti quelli che si ribellano sono terroristi.
In questi 5 anni la strada da scegliere poteva essere diversa, l'intervento militare non era l'unica via percorribile. Bisognava agire per via politica, c'era una possibilità di trattare con i talebani. La politica – accompagnata da un'azione forte sul versante dei diritti umani - doveva vincere anche in quella situazione. Occorre intervenire sulle condizioni materiali di queste popolazioni per favorire i processi di pace. Non abbiamo avuto dopo la conferenza dei donatori di Bonn una ricostruzione vera. Le sostanze date sono state pochissime e hanno seguito la via della corruzione.
A Helmand e Kndahar, sono già morti 43 soldati britannici e canadesi da quando, il 1° agosto, la missione Isaf-Nato ha preso il comando delle operazioni nel sud dell’Afghanistan. E dove nel giro di pochi giorni potrebbero venire impiegate anche truppe italiane. Nelle prossime ore, il comandante delle operazioni Nato, generale James Jones, incontrerà i generali della Nato in Polonia per chiedere rinforzi da mandare nel sud, dove la situazione è, per sua stessa ammissione, assai critica. Jones chiederà truppe in particolare a Germania e Italia, richiesta alla quale, una volta formalizzata, il governo italiano dovrà rispondere entro 72 ore. La decisione, già presa, di inviare a Kabul un piccolo contingente – circa 80 uomini – di truppe speciali della Marina (Comsubin) e dell’Esercito (Col Moschin) non è forse una semplice coincidenza...
Gli afghani chiedono soldi e mezzi per ricominciare a vivere. E' questo che aspettano, non le truppe militari. Quando votammo a favore della rifinanziamento della missione italiana abbiamo chiesto espressamente a Parisi di non impiegare il nostro esercito nei combattimenti a sud. Perché alla Nato si può anche dire di no. Gli obblighi internazionali si contrattano. Non sono a scatola chiusa. Ci sono 72 ore di tempo per rispondere alla richiesta di Jones, e dobbiamo rispondere no. Viviamo con grande disagio questa missione afghana. Non siamo stati d'accordo fin dall'inizio e a maggior ragione non vogliamo sia appesantita oggi (AprileOnline 09.09.06)

 

Noi siamo sorpresi


di Tommaso Di Francesco
Chi s'interrogava in modo «kabulista» e chi in maniera intelligente se era mai possibile che il governo di centrosinistra cadesse su Kabul, ha di che riflettere. Ieri due avvenimenti hanno illuminato le troppe zone d'ombra abusate per l'ultimo rifinanziamento della missione ormai più che bipartisan. E' stata attaccata la superblindata ambasciata americana a Kabul con molte vittime tra i marines e tra i civili afghani, e un ordigno è esploso contro un convoglio militare italiano nella provincia di Farah. Altro che dopoguerra. Gli attacchi purtroppo danno il segno di una precipitazione di eventi che era facile intravvedere ma che veniva oscurata nelle sedi istituzional-governative da una fitta cortina di «fumo afghano». L'attentato anti-Usa conferma una preoccupante ripresa di controllo del territorio da parte dei talebani che dice che la forza degli integralisti islamici non è solo militare ma politica e sociale, dopo tanti «aiuti» e tanti bombardamenti occidentali. L'agguato agli italiani vede i nostri soldati in pieno campo di battaglia come truppe speciali: i quattro soldati feriti sono incursori di marina.
La Farnesina e il ministro Parisi devono una spiegazione chiara. Le risposte ufficiali sono raggelanti. Il ministro Rutelli dichiara: «Impossibile il ritiro delle nostre truppe», lo stesso Parisi ha pensato bene di dire: «Non sono sorpreso». Stupefacente poi l'affermazione del capo dello stato Napolitano: «Il rischio fa parte della missione».
Alcune domande sono più che legittime. Che cosa differenzia ormai la guerra afghana da quella in Iraq dalla quale ci stiamo ritirando? Non siamo sempre nella linea di comando statunitense, sotto la Nato? Non siamo forse attivi in combattimento con le truppe speciali e, forse, ben lontano dalla «nostra zona»? Non era stato detto al momento del voto sul rifinanziamento, nemmeno un mese e mezzo fa, che nulla sarebbe cambiato? E invece risulta che i militari italiani sono aumentati di 600 unità e soprattutto che è cambiata la struttura originaria della missione Isaf. Già il 6 agosto la brigata multinazionale Kabul di cui fanno parte le forze italiane ha assunto la denominazione di «comando regionale della capitale», con un cambio di ruolo, perché ora l'Isaf è basata su comandi regionali e può inviare truppe soprattutto speciali - anche italiane - dove vuole. Insomma non c'è più una distinzione tra l'area di Kabul e il «fuoriarea», come aveva rassicurato Parisi. Ora Kabul - l'unico luogo realmente controllato dal signore della guerra Hamid Karzai - fa parte dell'intera struttura della Nato e non è un caso che la guerra con gli attacchi antiamericani ritorni proprio a Kabul.
Siamo ancora in tempo ad uscire da una guerra sanguinosa anche per noi: solo nel dicembre scorso hanno trovato la morte due soldati italiani. E dove i rovesci militari per le truppe britanniche - «peggio delle Falkland» scrive The Guardian - sono uno dei motivi delle difficoltà di Tony Blair. La prima guerra dove Bush ha cominciato a dissipare il consenso che aveva dopo l'11 settembre 2001. E' stato il primo conflitto «preventivo», ma è apparso subito come guerra di vendetta - con tanti effetti collaterali e stragi contro i civili.
Come scriveva su Le Monde ieri George Soros, non proprio un estremista,
«il concetto americano-israeliano di guerra contro il terrorismo» è fallito, «va tenuto conto che sul terreno sono cresciute realtà sociali e politiche e nuove possibilità di dialogo tra le parti». Vale anche per l'Afghanistan.(Il Manifesto 09.09.06)

 

 

Afghanistan, stragi di civili

 

 

Una bomba esplode tra le bancarelle e le botteghe del bazar di Lashkargah, nel sud dell’Afghanistan. E’ una strage: almeno 20 i mortIl bazar di Lashkargahi, di cui 2 bambini, e 40 feriti arrivati in condizioni disperate al locale ospedale dell’ong italiana Emergency. Le vittime sono tutte civili.

E’ l’ultimo atto di una guerra che, solo quest’anno, ha provocato in Afghanistan la morte di 3.500 persone: combattenti talebani, militari afgani e soldati occidentali ma soprattutto civili.Civili che muoiono per le bombe piazzate dai terroristi talebani ma anche per quelle lanciate dall’aviazione Nato-Isaf, che ormai bombarda quotidianamente i villaggi del sud.

Pochi giorni fa, il 25 agosto, gli aerei della Coalizione internazionale hanno bombardato il villaggio di Musa Qala, nel nord della provincia di Helmand, colpendo una festa di matrimonio. Dodici civili sono rimasti uccisi, molti i feriti. Tra questi tre bambini, arrivati al centro chirurgico di Emergency a Lashkargah.

Abbiamo ricevuto questa e-mail da Marina Castellano, infermiera dell’ospedale.
 
L'ospedale di Emergency a Lashkargah"Sono appena rientrata dal giro serale in ospedale e mi sento terribilmente male. Vorrei poter urlare la rabbia che sento dentro ma non posso farlo e allora ho pensato di scrivere a voi, di urlare a voi quanto sia mostruosamente ingiusto tutto questo.
In pronto soccorso sono arrivati tre bambini, di 2, 5 e 6 anni, e il loro padre. I loro corpi sono devastati da schegge di bomba. Il loro villaggio, Musa Qala, da ieri è sotto i bombardamenti aerei da parte delle forze internazionali. La loro mamma è morta con tutto il resto della famiglia, 10 persone. Ho chiesto al padre, facendo tradurre dal medico locale, se ci sono stati molti morti. Ha risposto che le famiglie che vivevano vicino a loro sono state completamente distrutte, circa 40 persone, ed ha aggiunto che in tutti i villaggi attorno al suo la situazione è uguale: morti e feriti.
 
Famiglie intere spazzate via. Però se vado a ricercare via internet notizie sui giornali italiani, compresa l'Ansa, ci trovo solo brevi articoli che parlano di 10 talebani uccisi nel sud dell'Afghanistan: di tutti questi civili non se ne parla per niente. L'ospedale di Emergency è stracolmo di pazienti. Da quando, ieri, sono ripresi i bombardamenti aerei (sempre più frequenti), ci sono arrivati numerosi feriti. Tutti civili.
 
Ora i 3 bambini e il loro papà sono distesi tutti insieme in 2 letti vicini. Nessuno di loro dice niente, non un lamento. Solo l'uomo mentre lo sistemiamo nel letto e guarda i suoi figli dice: la mia famiglia è tutta qui. E gli occhi gli si riempiono di lacrime".  ( PeaceReporter 28 agosto 2006)

 

 

Afghanistan, dichiarazione di voto di Manuela Palermi

 

 Signori del governo, onorevoli senatori, la fiducia che daremo al governo Prodi, mai in discussione, accompagna una vicenda difficile, quella delle missioni italiane all’estero, della nostra partecipazione, in alcuni casi, a vere e proprie guerre. Il nostro gruppo, che vede assieme verdi e comunisti italiani, ha manifestato con nettezza il proprio dissenso. Nel suo discorso d’insediamento, il presidente Prodi ha affermato senza tentennamenti che la guerra è sbagliata, che il terrorismo se ne alimenta, che le truppe dall’Iraq andavano ritirate. Un discorso che ha suscitato speranza ed aspettative. Non solo in quest’aula, ma nel Paese, in quello straordinario movimento della pace che è schierato con il nostro governo. Allo stato, parte di quelle speranze e di quelle aspettative sono deluse. Mi permetto di dire che il ritiro dall’Iraq sta avvenendo tardivamente, e quasi in sordina. Cosa inspiegabile.  Come se dovessimo attenuare quella scelta giusta e coraggiosa, sicuramente il più dirompente atto di rottura rispetto ai cinque anni di governo delle destre. Il giorno dell’insediamento, il presidente Prodi ha detto una verità che tutti, tutto il mondo, anche quest’aula, conoscono ma non dicono: le guerre alimentano il terrorismo. E infatti dopo l’invasione dell’Iraq esso s’è allargato a dismisura, ha contagiato aree grandi del Medio oriente, fino a diventare, nella coscienza di tanti uomini e donne di quei paesi, uno strumento disperante e terribile di identità. La missione in Afghanistan è l’emblema del ricorso alla guerra per combattere il terrorismo. Una follia. Poco meno di un mese dopo l’attacco alle torri gemelle, il 7 ottobre del 2001, gli Usa hanno attaccato l’Afghanistan con la missione Enduring Freedom. Una missione, checché se ne dica, feroce ed illegittima, senza copertura Onu, che ha ucciso e uccide migliaia e migliaia di uomini, donne, bambini ed anziani incolpevoli. Onorevoli senatori, io vorrei, se ne fossi capace, parlare non solo alla testa, ma al cuore di tutti voi. Fino a quando si continuerà a dare legittimità politica alla menzogna dell’aggressore aggredito, che pratica il terrorismo perché ha il diritto di difendersi dal terrorismo? Fino a quando si continuerà ad accettare l’esistenza di carceri – molte segrete e molte su territorio afgano – in cui si pratica la tortura? Per quanto ancora non si dirà che il problema vero, in Afghanistan, è la povertà estrema, è un governo fantoccio e corrotto, composto da personaggi che depredano il Paese, legato ai talebani, ai signori della guerra, ai trafficanti di oppio? Fino a quando si assisterà impassibili alla mattanza di afgani, iracheni, libanesi, usando la forza per imporre ciò che il diritto nega? S’è incendiato tutto il Medio oriente, s’è messa in atto una guerra di religione e di civiltà, l’Occidente ha rivendicato il ruolo di unica forza di diritto e di democrazia. Ma ha usato menzogne: ha detto che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa, che l’Afghanistan andava liberato dai talebani ed alle donne andava restituita dignità. E intanto apre un altro fronte pericolosissimo con l’Iran. Ma nulla dice di quel che succede in Pakistan, con il dittatore Musharraf. In nome di cosa l’Occidente si arroga il diritto di stabilire chi sono i buoni e i cattivi, quali dittatori fanno comodo e quali vanno eliminati?  L’Occidente non ha titoli per stabilire la verità del mondo. Della sua storia fa parte la spaventosa vicenda dell’Olocausto, nella sua storia c’è la bomba su Hiroshima. Vicende che sono avvenute qui, da noi, nella culla della civiltà e della democrazia, non in Oriente. L’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa, il terrorismo non c’era, oggi c’è; in Afghanistan i talebani sono più forti che mai, Al Qaeda non è stata sconfitta e il destino delle donne – e non solo delle donne - è stato rimesso nelle mani degli Ulema, una vera polizia religiosa. La guerra in Afghanistan è sbagliata, la nostra presenza lì non ha ragione di essere. Da qui il nostro dissenso. Un dissenso politico, non di coscienza, non da “anime belle”. Un dissenso politico, irriducibile. Eppure nel frattempo in politica estera sono avvenuti fatti significativi che abbiamo apprezzato, novità che nessuno di noi sottovaluta. Le prese di posizione del ministro D’Alema su Guantanamo e sul caso Calipari – l’onorevole Castelli non dovrebbe strumentalizzare vicende tante dolorose, tutta l’aula dovrebbe impedirlo - sono stati i primi segnali di un recupero di autonomia nei confronti degli Usa. I primi commenti del presidente Prodi sulla questione israelo-libanese ed il summit tenuto a Roma, hanno rimesso in luce la vocazione – che cinque anni di governo Berlusconi aveva annullato – ad un ruolo attivo e prestigioso dell’Italia rispetto alla politica mediorientale. Sono le ragioni che ci hanno portato a chiedere esplicitamente al governo di porre la fiducia. Nessun atto di prepotenza, onorevoli senatori dell’opposizione. Qui non c’era il rischio di non avere la maggioranza dei voti; qui il rischio era che di voti ce ne fossero anche troppi. E che si utilizzasse il dissenso alla guerra per inquinare la maggioranza che gli elettori hanno scelto e votato. Il sostegno delle destre non sarebbe venuto gratis, ci avrebbe diviso su una questione dirimente, che è nel dna di tutto il centrosinistra. Per questo abbiamo esplicitamente avanzato al governo la richiesta di porre la fiducia. Il governo ce l’ha concessa e per questo lo ringraziamo. E’ il riconoscimento della legittimità delle diverse posizioni, è il sintomo della forza, non della debolezza, dell’Unione. Sono i deboli che prendono posizioni chiuse, intransigenti. I forti sanno capire ed ascoltare ed accogliere le diversità. E il nostro voto di fiducia, convinto, è il segno della nostra piena appartenenza all’Unione. Ma, come il governo sa, noi siamo gente testarda. Continueremo a batterci per le nostre idee. Non faremo sconti. Ma saremo alleati leali, su cui il governo potrà sempre contare. Dobbiamo operare per arrivare al tempo della pace. Perché è il tempo della costruzione, della fine delle esclusioni, dei pregiudizi, delle divisioni. E’ il tempo della vita, che è cosa troppo preziosa per essere lasciata alle armi. Da qui il nostro voto di fiducia.   (28.07.06)

Dichiarazione comune sull'Afghanistan


        Votiamo oggi la fiducia al Governo ma ribadiamo il nostro NO alla missione militare italiana in Afghanistan, che abbiamo  sempre contrastato (anche con il voto contrario per chi di noi era in Parlamento) fin dal novembre 2001, fedeli ai principi irrinunciabili contenuti nell'articolo 11 della Costituzione.

        Abbiamo chiesto con forza al nuovo esecutivo un chiaro segno di discontinuità con le politiche di guerra del governo Berlusconi, indicando da subito - insieme al ritiro del contingente italiano dall'Iraq, previsto dal programma dell'Unione - almeno la cancellazione della partecipazione italiana a Enduring Freedom e un progetto di strategia di uscita dalla stessa missione multinazionale ISAF, sempre più integrata nei piani militari di Washington.

        Mentre il ritiro dall'Iraq è stato pur tardivamente calendarizzato, nessun disimpegno neanche parziale è stato annunciato rispetto al teatro afghano, per il quale è anzi previsto un drammatico incremento del potenziale bellico - in termini di truppe con relativo mutamento delle regole d'ingaggio e di mezzi di distruzione devastanti - da parte delle forze alleate.

        Il non aver accolto tale incremento di strumenti di morte propostoci dalla NATO da parte dell'Italia non può essere presentato come un "successo", perché in guerra non è accettabile una presunta politica di "riduzione del danno".

        L'avvio della prospettata "riflessione" sulle missioni militari italiane sarà per noi l'occasione per avanzare con forza il ritiro del nostro contingente dall'Afghanistan, spingendo perché il governo sviluppi un'iniziativa in tutte le sedi internazionali contro la guerra come strumento per raggiungere obiettivi di pace. La guerra ha alimentato e non ridotto il terrorismo, la pace si prepara con la pace.

Lo stesso ruolo dell'Italia e dell'Europa in Medio Oriente, di fronte alla pericolosissima escalation in atto come vediamo in queste ore in Libano, non potrà dispiegarsi a favore di una soluzione negoziata dei conflitti con la necessaria credibilità e autorevolezza se contemporaneamente saremo parte in causa sui fronti di guerra.

        Ci auguriamo che le tante voci che nel Paese si levano contro le missioni di guerra e che i sondaggi ci dicono riflettere le speranze di una larga maggioranza del popolo italiano, che va oltre lo stesso elettorato dell'Unione, siano raccolte dal nuovo Governo. Apprezziamo che le nostre posizioni siano oggi considerate dall'insieme delle forze politiche della maggioranza non solo legittime, ma anche serie e rappresentative. Perché tuttavia non restino vuote parole, chiediamo che si traducano in atti concreti. La riproposizione tra qualche mese dello stesso scenario in Afghanistan con l'ennesima proroga della missione sarebbe un regresso negativo e per noi inaccettabile.

        Per continuare la nostra lotta dentro e fuori le istituzioni a sostegno di una vera politica di pace da parte dell'Italia ci batteremo non solo per il ritiro dall'Afghanistan e da ogni teatro di guerra, ma anche, come previsto dal Programma elettorale dell'Unione, contro gli armamenti nucleari e le basi militari nel nostro Paese, per la riduzione delle spese militari e per l'affermarsi di una cultura di pace in tutte le istanze della società.

Sen. Mauro Bulgarelli           Ver
Sen. José Luis Del Rojo        Prc-Se
Sen. Loredana De Petris        Ver
Sen. Anna Donati                  Ver
Sen. Fosco Giannini              Prc-Se
Sen. Claudio Grassi               Prc-Se
Sen. Gigi Malabarba              Prc-Se
Sen. Marco Pecoraro Scanio  Ver
Sen. Oskar Peterlini                Svp
Sen. Franca Rame                  Idv
Sen. Natale Ripamonti            Ver  
Sen Fernando Rossi               Pdci
Sen. Gianpaolo Silvestri          Ver
Sen. Dino Tibaldi                    Pdci  
Sen. Franco Turigliatto            Prc-Se
Sen. Massimo Villone              Ds

 

Quali condizioni per il ritiro


di Armando Cossutta

È desolante: mentre la discussione politica italiana è incentrata tutta sulla missione in Afghanistan e su un voto che tutto determinerà tranne la fine della guerra in quel paese, le bombe stanno distruggendo il Libano, a cominciare dalla sua capitale.
C'è qualcosa di incongruo in questa situazione. È come se il dibattito politico fosse sfasato rispetto alla situazione reale, sfasato perfino rispetto al sentire di gran parte di quel popolo che è sceso in piazza gridando il suo ripudio della guerra. Quel popolo sta pensando ora soprattutto a Beirut e questa sfasatura dovrebbe far riflettere.
Io sono contro la presenza dei soldati italiani in Afghanistan. Perché in Afghanistan c'è la guerra. Una guerra decisa dagli Usa, che non ha sconfitto i talebani, non ha demolito Al Qaeda, non ha portato sicurezza e, ovviamente, meno che mai democrazia, e ha consegnato quel paese all'economia dell'oppio e al dominio tribale dei Signori della Guerra. La presenza italiana in Afghanistan non ha ragion d'essere.
Ma la realtà è che non ci sono attualmente le condizioni politiche per un ritiro, e dunque la prospettiva del ritiro va costruita, così come va costruita una diversa collocazione internazionale dell'Italia, una diversa posizione rispetto alla Nato, altre relazioni tra i paesi europei. Credo peraltro che, al momento della costruzione del programma dell'Unione, i dirigenti dei partiti di sinistra avessero ben presente l'assenza delle condizioni per imporre il ritiro, altrimenti non si spiegherebbe come mai nessuno di quei partiti non si sia impuntato perché il ritiro dall'Afghanistan venisse iscritto nel testo programmatico.
Con tutta evidenza essi sapevano che non sarebbe nato nessun governo se si fosse posta quella condizione, e hanno ritenuto prioritaria la sconfitta della destra anche per avviare una politica estera diversa, alcuni di essi memori del fatto che in passato soltanto una minoranza dei parlamentari dell'Unione aveva votato, in Parlamento, contro l'invio di soldati a Kabul.
Una politica estera diversa: è troppo chiedere che si veda nel ritiro dall'Iraq o anche nei primi passi di un'iniziativa più libera in Medio Oriente un risultato, un inizio di speranza?
Costruire le condizioni politiche per il ritiro dei soldati italiani dall'Afghanistan è un impegno da assumere, una battaglia, anche parlamentare, da avviare. Praticando anche un sacrosanto dissenso. Ma di battaglia e di dissenso politico si tratta a mio parere, non solo di una questione di coscienza: se davvero si trattasse di una questione morale non si cercherebbe la scappatoia del voto di fiducia! Liberare l'orizzonte dalla prospettiva della guerra non è una questione di coscienza, è la questione centrale della politica, direi che è la politica, è l'oggetto del dibattito, della lotta, delle mediazioni della politica. Non è uno scherzo prefiggersi l'obbiettivo della pace, non si può rinunciare all'obbiettivo per ritirarsi in una posizione di testimonianza: perché è questo che accadrebbe se una votazione contro il decreto sulle missioni facesse cadere il governo. Ancor meno è lecito a parlamentari non eletti con le preferenze ma nominati nelle liste dai partiti che hanno firmato il programma ritagliarsi questa posizione, ritirarsi dalla battaglia politica: nessuno li ha voluti eleggere perché svolgessero questo ruolo fugace di pura testimonianza. Tutti sono stati eletti perché dessero vita a un governo che rimediasse ai mali del precedente liberando il paese dal dominio di Berlusconi, e a nessuno è lecito dimenticare che, a causa del risicato esito elettorale, anche l'espressione tirare la corda non è di buon augurio perché la corda si è fatta cortissima e, tirandola ora da sinistra ora dal centro moderato, può spezzarsi. Sembra una banalità, e invece è un monito, e va lanciato sia alla sinistra della maggioranza che alla sua destra. Va ricordato a tutti che chi ha votato per l'Unione difficilmente perdonerà lo sperpero di quello sforzo.(Il Manifesto 26.07.06)
 

Afghanistan, fiducia al Senato

di Angelo Notarnicola
"La fiducia sulle missioni italiane all'estero è assai probabile". Con queste parole, pronunciate alla fine del supervertice dell’Ulivo, Romano Prodi annuncia l’ormai quasi certo voto di fiducia al Senato, per il ddl sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero. Il premier lascia ancora aperto uno spiraglio per "soluzioni diverse all’ultimo momento". La cautela è d’obbligo. Al Senato, se si esclude il presidente Marini (che per prassi non vota), l’Unione ha un solo voto in più rispetto all'opposizione, 157 a 156. Conteggiando i senatori a vita (per il sì sono in sei, mentre Cossiga ha già fatto sapere che voterà no) il centrosinistra con soli sei voti contrari, in una normale votazione, rischia di pareggiare con la Cdl. Con sette, va sotto.

L’apertura alla fiducia di Prodi è l’epilogo di una giornata di incontri convulsi, iniziati con l’incontro tra i vertici del Prc e i quattro dissidenti. Volano parole dure. Il più fermo sulle proprie posizioni è sempre Luigi Malabarba. Claudio Grassi è meno intransigente. Quest’ultimo sembra comprendere la pericolosità della situazione. Alla fine, però, si raggiunge comunque un accordo. I quattro del Prc danno la propria parola d’onore di votare “sì” al ddl sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan in cambio del voto di fiducia. Gli altri dissidenti li seguiranno. Gennaro Migliore, finita la riunione, esulta: "La buona notizia è che la maggioranza sarà autosufficiente. Si è rientrati perciò dal pericolo di allargamento, e quindi modificazione, dell'attuale maggioranza".

Il risultato raggiunto non è scontato. Ma c’è chi spera di fare meglio. L’obiettivo di Vannino Chiti, inviato particolare di Romano Prodi, è più ambizioso. Il ministro dei Rapporti con il Parlamento vuole convincere i dissidenti del Prc a votare sì al ddl senza costringere il governo a chiedere la fiducia. Per questo motivo Chiti accetta di incontrarli. Non immagina di quale caparbietà è capace il gentile Malabarba. Poco prima dell’incontro, il leader di "Sinistra critica/Un’altra Rifondazione è possibile" accoglie l’inviato del governo con queste parole: "Se il testo migliora va bene, altrimenti ci dovrà essere la fiducia". E’ inutile dire che il ddl, frutto di un compromesso raggiunto dopo settimane di duro lavoro negoziale tra tutte le parti, non è modificabile. Così, dopo un lungo colloquio, il ministro rivela deluso: "La fiducia è uno degli strumenti possibili". E’ un'ammissione di sconfitta. Chiti non è riuscito dove non ce l’hanno fatta Giovanni Russo Spena, Gennaro Migliore e Franco Giordano. Malabarba è un osso durissimo. Su certe cose sa essere intransigente come pochi. In autunno, quando si voterà la Finanziaria il senatore trotskista non ci sarà. Lascerà il suo posto a Haidi Giuliani. In molti tirano un grande sospiro di sollievo. (AprileOnline 25.07.06)
 

Oliviero Diliberto, segretario del PdCI, alla Camera

 

Signor Presidente e colleghi, l'intervento di ieri del ministro degli affari esteri in Assemblea ha facilitato il mio compito di oggi. È stata illustrata, infatti, non solo la giusta posizione italiana sulla crisi libanese, ma anche le linee fondamentali della nuova politica estera del nostro Governo, che condividiamo.
Ritiro dall'Iraq e critica di quella guerra irachena come principio dell'attuale gravissima crisi internazionale, ma più in generale critica della guerra come arma efficace contro il terrorismo (che, infatti, come tutti sappiamo, è aumentato in ogni parte del mondo); lavoro, invece, in favore della pace israelo-palestinese, per uno Stato della Palestina indipendente come garanzia anche della sicurezza di Israele, sino a giungere a proporre truppe di interposizione di pace dell'ONU a Gaza.
Assistiamo, dunque, con favore alla ripresa di un'autonoma, ancorché nell'ambito delle alleanze internazionali, politica attiva dell'Italia nel bacino del Mediterraneo, nostra tradizionale vocazione storica, geografica e politica, un'Italia vista non più come il sud dell'Europa ma come il centro del Mediterraneo, fonte di cooperazione e di pace tra l'Unione europea ed i paesi rivieraschi, dal Maghreb sino al Vicino Oriente.
Ed ancora, vi è il rifiuto delle sanzioni economiche all'Iran, ma pressioni diplomatiche e, infine, ruolo convintamene europeista dell'Italia. Insomma, torniamo alla politica estera, abbandonando il più umiliante vassallaggio verso l'amministrazione americana degli ultimi cinque anni.
È in questo quadro che discutiamo oggi le missioni, un quadro profondamente mutato nel contesto, come riconosciamo positivamente al Governo, e ci attendiamo che, a novembre, a Riga, al Vertice della NATO, il Governo italiano, come è stato anche suggerito dal Presidente emerito Francesco Cossiga, certo non sospettabile di antiamericanismo, l'Italia proponga una rinegoziazione complessiva delle missioni e rivaluti quali siano, oggi, le ragioni stesse del Patto atlantico, impegnato in territori evidentemente ben distanti da quelli per i quali era sorto.
Sull'Afghanistan - si sa - manteniamo invece opinioni diverse rispetto a pezzi della maggioranza. Non riuscirete a convincerci che si tratti di una missione umanitaria o di pace. È in corso, viceversa, una guerra ed un'occupazione sanguinosissima, pericolosissima, anche per i nostri soldati. Per giunta, ritengo si tratti di una guerra destinata comunque ad essere drammaticamente perduta dalla stessa NATO.
Cercherò di spiegarmi: i talebani hanno spostato le proprie forze in Pakistan, dove gli americani non possono attaccarli, perché il Pakistan è governato da un golpista - spero che questo mi venga riconosciuto - di nome Musharraf, alleato degli americani. Inoltre, oggi i talebani sono dotati di armi molto più sofisticate di prima, procurate dagli emissari sauditi di Al-Qaeda, ma evidentemente anche l'Arabia Saudita non può essere toccata perché alleata degli Stati Uniti. La guerra, dal canto suo, ha accresciuto le reclute del terrorismo: ogni caduto provoca nuove adesioni. Popolazioni di diverse province, un tempo ostili ai talebani, oggi li vedono come nemici dell'invasore e, dunque, nuovi amici. I civili sono sempre più spesso coinvolti nelle azioni di guerra, con un'infinità di morti e di feriti il che, come è ovvio, aumenta l'odio antioccidentale.
Si è infine creata, grazie all'invasione, un'inedita alleanza tra talebani, da una parte, ed i produttori e i trafficanti di oppio, dall'altro. L'87 per cento della produzione mondiale di oppio proviene dall'Afghanistan e serve, come è noto, a reinvestire questi enormi profitti nel conflitto stesso. I signori della guerra non sono stati minimamente disarmati: Karzai controlla a mala pena Kabul. Gli aiuti umanitari sono ridicoli ed è tornata la polizia religiosa, quella degli ulema, come ai tempi dei talebani: controlleranno la moralità delle donne, i programmi della scuola, i programmi televisivi. Vi prego, nessuno mi venga a parlare di guerra per i diritti umani o per la democrazia! È l'esito della guerra cosiddetta al terrore che ci ha portato più terrore, le storture di Abu Ghraib, le prigioni di Guantanamo ed a noi italiani ha portato l'uccisione di Nicola Calipari, che voglio ricordare in quest'aula con deferenza.
Questa guerra non può essere vinta, e non c'è bisogno di scomodare nella guerra afgana il ricordo del fallimento militare sovietico. Non c'è riuscito nemmeno Alessandro Magno a conquistare l'Afghanistan, non ci riuscirà oggi David Richards, comandante NATO. In Afghanistan si sta giocando una partita enorme, di cui spero abbiamo tutti contezza: è il primo teatro di operazioni della NATO fuori dal suo teatro naturale, quello euroatlantico. L'Italia potrebbe, dunque, giocare un ruolo fondamentale se proponesse agli alleati un ripensamento complessivo dei compiti e della natura stessa della NATO. Allora, distinguere le nostre responsabilità, signori del Governo, da questa guerra sarebbe un atto giusto - perché la guerra è contraria alla Costituzione - ma anche saggio, di buon senso, di realismo politico, di lucidità.
In ogni caso, resta ferma e chiara la nostra contrarietà, quella dei Comunisti Italiani. L'Italia non è e non sarà in guerra in Afghanistan in nostro nome. Si sono raggiunti alcuni risultati proprio grazie alla nostra posizione di fermezza, di coerenza, spesso - lo dico con rammarico - molto isolata. Tali risultati sono da valorizzare perché si tratta di diversità sostanziali rispetto al Governo precedente: codice penale militare di pace e non di guerra, impegno in sede internazionale a rinegoziare complessivamente la missione, ruolo dell'ONU e non dei soli Stati Uniti. Abbiamo lavorato per un compromesso - sì, per un compromesso - perché facciamo parte di una coalizione e a noi stanno a cuore la tenuta ed i destini del Governo Prodi e non vorremmo mai, neppure involontariamente, fare un regalo alla destra, e non lo faremo.
Da qui, da questo compromesso si può ora lavorare affinché nel prossimo futuro si possa ritirare anche il contingente italiano dall'Afghanistan. Se, viceversa, malauguratamente il Governo non avesse la maggioranza, sarebbe una sciagura proprio per il movimento della pace perché, dopo questo Governo, non potrebbe che esservene un altro molto ma molto più atlantico di questo. Noi interpretiamo, dunque, questo voto come un voto di fiducia al Governo a tutti gli effetti, ad iniziare dalla politica estera che ci sembra complessivamente forte e convincente, ed abbiamo fiducia che il Governo, dal canto suo, sarà rispettoso di quanti ci hanno votato, consentendoci oggi di avere la maggioranza e di governare. Si tratta di donne e di uomini, cari colleghi della maggioranza, che desiderano la pace e vorrebbero un'Italia fuori da ogni conflitto, da tutti i conflitti, compreso quello afgano. (19 luglio 2006 Roma)

 

Restiamo in Afghanistan?

di Tommaso Merlo
Al di là delle esigenze stringenti della politica nostrana, è assolutamente lecito interrogarsi, a cinque anni dalla sconfitta del regime talebano, sul significato della presenza militare in Afghanistan. Quali erano gli obiettivi dell'intervento militare, e quali sono i risultati ottenuti? Ha senso continuare la strada intrapresa?

Se l'obiettivo dell'intervento militare in Afghanistan era sconfiggere il regime talebano, allora è stato un successo, anche se parziale. Nel centro-sud, infatti, la guerra è ancora in corso, una guerra tra guerriglieri talebani e soldati americani che mette in luce anche il fallimento della strategia degli Alleati. L'intenzione era infatti quella di formare un esercito afgano e dotarlo dei mezzi necessari a controllare il proprio territorio. Solo una forza afgana potrebbe nel medio periodo trovare una soluzione politica al conflitto in corso, ma ad oggi l'Afghanistan non ha nemmeno le risorse per pagare gli stipendi ai poliziotti.

Se l'obiettivo delle forze alleate era invece esportare la democrazia, allora siamo in presenza di un fallimento clamoroso. Anche gli afgani si erano illusi che il governo filo americano di Karzai li avrebbe traghettati dagli inferi talebani verso una nuova stagione di libertà e progresso. La storia è però andata diversamente. Il governo Karzai si è dimostrato debole ed incapace di lanciare riforme significative. Nel neo parlamento eletto lo scorso settembre, siederanno poi "signori della guerra" e noti criminali, a dimostrazione di come la storia non abbia girato pagina.

Se l'occupazione dell'Afghanistan era invece finalizzata a fermare l'emergenza del terrorismo internazionale, allora anche in questo caso è stata un fallimento. La presenza militare occidentale ha esasperato la contrapposizione tra Occidente e mondo islamico in tutta la regione, un' estremizzazione del conflitto che si è dimostrata terreno fertile per i gruppi terroristici che hanno allargato il loro raggio d'azione.

Se invece l'obiettivo dell'intervento militare in Afghanistan era quello di aprire imponenti basi militari in un paese confinante con Cina, Iran, Pakistan ed a nord con le repubbliche ex-sovietiche, allora è stato un successo. Un successo della strategia geopolitica di Washington avvalorato dal progetto, già in fase avanzata, di un gasdotto che attraversando l'Afghanistan arriverà sulle coste dell'Oceano Indiano.

Dal punto di vista degli interessi strategici occidentali, l'intervento militare in Afghanistan è stato quindi un successo. Per quanto riguarda invece gli interessi del popolo afgano, è stato un fallimento. Certo, il regime talebano è stato travolto, ma tutte le aspettative che ne sono scaturite sono rimaste deluse.

Il Piano per un nuovo Afghanistan emerso dagli Accordi di Bonn del 2001, è fallito miseramente. L'idea che un governo filo occidentale affiancato dalla presenza militare multinazionale, fosse capace di unire il variegato popolo afgano intorno ad un progetto comune utile a rilanciare lo sviluppo, non è mai fiorita.
Dopo cinque anni, l'Afghanistan è in uno stato di miseria e degrado generalizzato. Mancano strade, acquedotti, scuole, ospedali, elettricità e tutte le infrastrutture di base. Il governo è ostaggio della volontà di signori della guerra che controllando il territorio con eserciti privati, e che impongono la loro legge. Lo Stato non esiste in vaste aree del paese, la Giustizia e le forze di polizia sono erose dalla corruzione. Il commercio di oppio internazionale rimane di gran lunga la principale industria del paese. Sul fronte internazionale, il governo è ostaggio della dipendenza da finanziamenti esterni, e delle esigenze della propaganda che hanno eletto l'Afghanistan ad esempio di successo nella teoria della democrazia da esportazione.

In tale contesto, la presenza militare serve giusto a continuare la guerra contro i guerriglieri talebani nel sud, una guerra ancora in corso e che andrebbe peraltro politicamente riconosciuta. Per quanto riguarda invece il futuro del popolo afgano, servirebbe un impegno maggiore, e di migliore qualità, per favorire lo sviluppo. Se infatti l'Afghanistan riuscisse ad uscire dalla miseria potrebbe risolversi da solo molti dei problemi che lo affliggono. E senza inquietare le coscienze politiche di nessuno. (AprileOnline 19.07.06)

 

Afghanistan: la mozione è un passo in avanti


Nel merito e nel metodo: ha pagato la fermezza del PdCI


Dichiarazione dell'On. Iacopo Venier - Responsabile Esteri del PdCI

La mozione sottoscritta dalla maggioranza in merito alla missioni militari italiane all'estero rappresenta un passo in avanti positivo sia nel merito che nel metodo.
Nel metodo dobbiamo registrare che dopo settimane in cui si è tentato di imporre una soluzione agli alleati finalmente si sono messi da parte i ricatti e ci si è confrontati tutti insieme attorno ad un testo che è risultato alla fine il frutto di un lavoro collegiale dell'intera maggioranza.
Nel merito il PdCI apprezza che il governo ha accolto la richiesta di applicare il codice militare di pace alla missione afgana. Ciò è un passo importantissimo per contenere gli obiettivi e le pratiche della missione ISAF nell'ambito di quelle proprie della polizia internazionale e non della guerra.
Oltre a questo risulta molto significativo che come avevamo chiesto la mozione impegna il governo a portare nelle sedi ONU e Nato il problema di una valutazione complessiva dell'efficacia delle missioni ma soprattutto il superamento di Enduring Freedom e si impegna alla netta separazione tra cooperazione e missioni militari.
Anche la fermezza con cui il PdCI ha contrastato la missione in Aghanistan ha contribuito a questo esito positivo che definisce il quadro metodologico e politico perché possa continuare la discussione sul ritiro. Il nostro obbiettivo rimane quello di convincere l'intera Unione della necessità e dell'opportunità di una exit strategy.(15.07.06)

 

 Il testo della mozione

La Camera dei Deputati

Premesso che

- la vocazione di pace del nostro popolo, autorevolmente espressa dall'art. 11 della Costituzione, deve essere il principale riferimento delle scelte di politica estera dell'Italia e del ruolo che il nostro Paese intende svolgere per promuovere una comunità internazionale basata sullo sviluppo e la solidarietà tra i popoli, sul multilateralismo e sul rispetto del diritto internazionale;

- il rafforzamento delle grandi organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, e la scelta per il multilateralismo rappresentano gli strumenti privilegiati per realizzare una politica estera che persegua attivamente, sulla base di un equilibrato assetto multipolare, l'obiettivo di equità e giustizia sul piano internazionale, la prevenzione dei conflitti ed una vera ed efficace lotta contro il terrorismo;

- è indispensabile che l'Italia riguadagni una dimensione globale alla propria politica estera, tornando a volgere lo sguardo con maggiore attenzione alle grandi nazioni emergenti, come la Cina, l'India, il Brasile, ricercando un protagonismo più efficace nelle aree cui è maggiormente legata per storia e posizione geografica, come il Mediterraneo, il Medio Oriente, i Balcani, e insieme verso i continenti che più richiedono una politica di pace, partenariato e sviluppo, come l'Africa;

- il nostro Paese deve assumere un nuovo ruolo di impulso e stimolo sulla grande questione della proliferazione nucleare rispetto alla quale occorre evitare, attraverso il dialogo e la diplomazia, che nuovi Stati si dotino di tecnologia nucleare bellica ma nel contempo occorre riprendere e rilanciare l'obiettivo, trascurato dopo la fine della guerra fredda, della riduzione di tutti gli arsenali nucleari;

- l'Italia è impegnata a mantenere alto il proprio impegno nella lotta per l'abolizione della pena di morte, contro la tortura, per la promozione dei diritti delle donne e per la protezione dei bambini nei conflitti armati;

- nell'attuale contesto internazionale e di fronte alle gravi sfide che abbiamo di fronte, la ricerca della pace non può prescindere dalla creazione di un ambiente di sicurezza globale, necessario a rafforzare le dinamiche democratiche dei singoli paesi, a migliorare le prospettive di sviluppo dei popoli e dare maggiore autorevolezza ad un'azione delle organizzazioni internazionali basata sul diritto;

- per ottenere tale risultato, cui ciascun paese è impegnato a contribuire in proporzione ai propri mezzi e alle responsabilità che assume nella comunità internazionale, è prioritario valorizzare i mezzi preventivi di risoluzione delle controversie e ridurre l'uso della forza a ultimo strumento possibile di fronte agli atti di aggressione e minacce alla pace;

- costruire la pace significa anche porre su nuove basi l'impegno dell'Italia per la cooperazione allo sviluppo al fine di perseguire gli "Obiettivi del Millennio", riconoscendo il ruolo degli attori della società civile, delle organizzazioni non governative, delle Università, delle Regioni e degli Enti Locali, che già oggi svolgono un'azione insostituibile e di grande valore e che devono essere sempre più protagonisti dello sviluppo del partenariato internazionale;

- il ricorso allo strumento militare, compatibile con lo stesso art. 11 della nostra Costituzione in quanto conseguente alla partecipazione dell'Italia ad organizzazioni internazionali volte alla tutela della pace, può avvenire solo nel rispetto dei criteri di legittimità r dovendodell'uso della forza, proposti dalle stesse Nazioni Unite: gravità della minaccia, scopo appropriato, ultima risorsa, proporzionalità dello strumento e analisi delle conseguenze;

- in questo orizzonte la scelta di intraprendere ovvero proseguire missioni militari all'estero deve essere coerente con detti principi, in particolare con il quadro di legalità e legittimità internazionale in cui sono state decise, con l'evoluzione della situazione politica internazionale e soprattutto con l'espressione della volontà autonoma degli Stati e dei popoli presso cui l'Italia è chiamata ad operare;

- le nostre missioni militari, svolte con apprezzata professionalità, riconosciuta competenza e grande capacità di relazioni umane dalle Forze armate, debbono dunque essere finalizzate alle esigenze di sicurezza, controllo del territorio, tutela dei diritti umani, promozione della democrazia e stabilizzazione per favorire processi di costruzione delle istituzioni statali e locali;

- diversamente da quella in Iraq, le altre missioni all'estero si iscrivono nell'attività di peace-keeping e monitoraggio decisa da istituzioni internazionali ovvero tra quelle di semplice assistenza alle forze dell'ordine dei paesi in cui operano, come nei casi dei nostri militari attivi in Sudan, Somalia, sul confine tra Etiopia ed Eritrea, in Palestina, Sinai, Libano, Kashmir, Albania e per le missioni in corso in Bosnia e Macedonia;

- nello stesso spirito e con i medesimi obiettivi di stabilizzazione, assistenza alle locali forze di polizia e garanzia di pacifica convivenza tra la popolazione serba e quella albanese si continuano a svolgere le nostre missioni in Kosovo, dove la presenza europea e italiana continua ad essere indispensabile per la tutela delle minoranze e del patrimonio culturale e religioso di quei popoli;

- in Afghanistan agli aspetti positivi del risveglio democratico del popolo afgano, visibile in particolar modo nella rinnovata partecipazione femminile alla vita sociale e politica, e all'allontanamento della dittatura integralista dei Talebani si affianca una situazione di evidente criticità, caratterizzata dalla difficoltà di stabilizzazione e di rafforzamento delle istituzioni democraticamente elette, dalla persistenza di aree ancora controllate dai Talebani e altri gruppi armati, dalla permeabilità dei confini del Paese a infiltrazioni di gruppi terroristici;

- è opportuna la costituzione di un Comitato parlamentare per il monitoraggio permanente delle missioni internazionali di pace in cui è impegnata l'Italia che consentirà al Parlamento - attraverso missioni in loco e avvalendosi del contributo di personalità della società civile e di operatori umanitari impegnati nelle aree interessate - di verificare in maniera costante e puntuale il perseguimento degli obiettivi definiti dal Parlamento e dal Governo

preso atto positivamente

- che il Governo ha programmato la conclusione della missione Antica Babilonia in Iraq, nata in conseguenza di un intervento militare deciso in violazione di norme del diritto internazionale, ed è impegnato a provvedere al ritiro integrale del contingente militare italiano;

- che in territorio afgano l'Italia non è più in alcun modo impegnata militarmente nell'ambito della missione Enduring Freedom, essendo ormai il contributo italiano a questa iniziativa limitato alla presenza di unità navali nel Golfo arabico;

- che il Governo si è impegnato a sostenere gli interventi decisi dalla comunità internazionale a favore della regione del Darfur volti al miglioramento delle condizioni di vita della popolazioni e allo sviluppo socio-sanitario a vantaggio delle fasce più deboli;

impegna il Governo

a promuovere nelle sedi internazionali competenti, in special modo nell'ambito delle Nazioni Unite e della Nato:

- una riflessione sulla strategia politica e diplomatica che deve accompagnare la presenza internazionale in Afghanistan per assicurare che l'azione di stabilizzazione, controllo del territorio e sostegno alle forze dell'ordine afgane si muova lungo un percorso di normalizzazione e pacificazione del paese, con obiettivi e passaggi definiti che prevedano in prospettiva l'affidamento al Governo sovrano di Kabul della responsabilità del mantenimento della pace e dell'ordine sul territorio afgano;

- una verifica sull'impegno e la presenza internazionale in Afghanistan, valutando risultati ed efficacia delle missioni e delineando un percorso chiaro di rafforzamento delle istituzioni, di ricostruzione economica e civile e di garanzia della sicurezza per la popolazione;

- una valutazione sulla prospettiva di superamento della missione Enduring Freedom in Afghanistan;

- una nuova Conferenza Internazionale sull'Afghanistan allo scopo di favorire un dialogo a livello regionale e di rilanciare l'impegno della comunità internazionale volto alla ricostruzione economica e civile del paese, alla pacificazione e al rafforzamento delle istituzioni afgane, alla elaborazione di un piano efficace di riconversione delle colture di oppio, anche ai fini di una loro parziale utilizzazione per le terapie del dolore;

- una iniziativa per avviare un monitoraggio ambientale delle aree interessate da operazioni belliche al fine di individuare gli eventuali livelli di inquinamento bellico e i conseguenti piani di bonifica;

a valorizzare, prioritariamente, nella propria azione di politica estera gli strumenti di prevenzione dei conflitti, di mediazione e di accompagnamento dei processi di pace;

ad impostare l'attività di cooperazione giudiziaria dell'Italia in Iraq, e più in generale le iniziative di institution building, secondo i più recenti sviluppi del diritto penale internazionale, nonché delle regole di procedura e prova contenute negli statuti dei tribunali penali ad hoc, delle Corti speciali internazionali e della Corte penale internazionale;

a mantenere distinti, nell'ambito delle iniziative italiane all'estero, gli interventi di cooperazione allo sviluppo rispetto alle attività di sicurezza e polizia internazionale;

a svolgere un'azione determinata per il rilancio dell'Unione Europea e per un suo protagonismo sulla scena internazionale quale forza di dialogo, di promozione della pace, della libertà, della democrazia, dello sviluppo, nel rispetto della legalità e del diritto internazionale;

a portare avanti un'altrettanto determinata azione volta al rafforzamento delle organizzazioni internazionali, a partire dall'Onu, quali insostituibili sedi multilaterali di confronto in cui la comunità internazionale può formare, su un piano di pari dignità tra le nazioni, la propria volontà, conformemente ai principi dello Statuto delle Nazioni Unite, delle Dichiarazioni sui diritti dell'uomo e del diritto internazionale;

a promuovere in questo quadro, anche in qualità di membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dal gennaio 2007, le iniziative volte a costituire un contingente militare di pronto intervento per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale alle dirette dipendenze della Segreteria generale delle NU;

a mantenere uno stretto rapporto con il Parlamento, anche attraverso i nuovi strumenti di verifica di cui lo stesso può decidere di dotarsi in relazione alle missioni di pace internazionali, per consentirgli di esplicare con piena consapevolezza e responsabilità il suo compito di legislazione organica, di indirizzo e controllo.
 

 

Afghanistan, tutti uniti sulla mozione

 Alle 20.30 di ieri si raggiunge l'accordo. Anche il Pdci firma il documento comune. Si passa dal codice di guerra a quello di pace
 


"Habemus papam": alle 20,30 di sera, dopo una giornata di trattative e limature, il vicecapogruppo dell'Ulivo alla Camera Marina Sereni annuncia così il via libera della maggioranza alla mozione parlamentare che accompagnerà il disegno di legge sulle missioni all'estero.

Nessuna exit strategy: la sintesi si è trovata impegnando il governo a promuovere nelle sedi internazionali una verifica sull'Afghanistan e una valutazione per il superamento di Enduring Freedom.

Dopo giorni di polemiche e distinguo arriva, sulla mozione, una prima prova di compattezza della maggioranza sulla politica estera. Era stato lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a rivolge un appello in questo senso in vista del voto d'aula: "Se il centrosinistra non desse prova di compattezza, si potrebbero aprire problemi abbastanza delicati". Un avvertimento importante: se a Montecitorio, infatti, i dissidenti non sono abbastanza per mettere in pericolo la supremazia dell'Unione, al Senato le cose stanno diversamente, visti i margini minimi su cui può contare la maggioranza.

Ora, il risultato portato a casa dall'Unione, è racchiuso in tre pagine di intenti. Prima si legge una premessa, in cui si sottolinea "la vocazione alla pace" dell'Italia, espressa dall'art.11, e una presa d'atto dell'annuncio, fatto ieri dal ministro degli esteri Massimo D'Alema, che "in territorio afghano l'Italia non è in alcun modo impegnata militarmente nell'ambito della missione Enduring Freedom". Poi una seconda parte dove sono specificati gli impegni del governo che hanno convinto anche il Pdci, fino a ieri contrario alla mozione, a firmare in serata il testo.

La mozione impegna il governo a promuovere nelle sedi internazionali competenti, in special modo nell'ambito Onu e Nato, "la verifica sull'impegno internazionale in Afghanistan" e "ad una valutazione sulle prospettive di superamento della missione Enduring Freedom in territorio afghano". L'Italia promuoverà anche una nuova conferenza internazionale sull'Afghanistan e "l'attività di cooperazione giudiziaria dell'Italia in Iraq e più in generale le iniziative di istitution building".

Nel giorno in cui sono spariti gli emendamenti del Pdci e del dissidente Prc Cannavò, la maggioranza ha raggiunto l'accordo sull'unico emendamento che sarà presentato direttamente in aula e sarà accolto dal governo: l'adozione del codice militare di pace, al posto di quello di guerra, per gli operatori impegnati in Afghanistan. Obiettivo per il quale si è impegnato anche il viceministro degli Esteri Ugo Intini, presente stasera insieme al sottosegretario Vernetti al tavolo dei capigruppo, coordinati da Marina Sereni.

Nonostante l'enigma del voto in Aula e la resistenza di alcuni dissidenti, il clima nell'Unione si è rasserenato. E che l'intesa fosse vicina si era già capito dopo la prima riunione mattutina. "Sarebbe da ridere - aveva affermato in mattinata il segretario del Prc Franco Giordano - se l'Unione non avesse la maggioranza. Io penso che dovremmo seguire la via maestra ed una strada limpida, cioè fare una mozione di indirizzo di politica estera che determini una discontinuità e contemporaneamente approvare un provvedimento che deve avere una maggioranza autosufficiente".

Discontinuità riconosciuta a fine giornata dal deputato Pdci Iacopo Venier, presente al tavolo: "La nostra posizione di giudizio non è cambiata e resta contraria, ma è cambiato il contesto di discussione e il merito: la mozione segna una discontinuità". E' soddisfatto anche il Verde Angelo Bonelli, che spera di convincere anche il suo dissidente Bulgarelli: "L'intesa rafforza l'Unione e fa bene al governo".(AprileOnline 14.07.06)

 

 

Afghanistan, stallo e confusione


Una situazione di impasse, stallo e confusione. E' questo, secondo diversi capigruppo dell'Unione, lo stato dell'arte delle trattative sul rifinanziamento della missione in Afghanistan.

I partiti della sinistra radicale, al di là delle difficoltà sui cosiddetti "dissidenti", hanno due linee diverse e lo stallo è evidente. A sottolineare la gravità della situazione, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, parlando della politica estera del governo, si dice pronto a dimettersi se la linea "non va bene". E il titolare della Difesa Parisi avrebbe suggerito l'opportunita' di un vertice dei segretari del centrosinistra con Romano Prodi.
Il provvedimento che rifinanzia le missioni militari italiane all'estero dovrebbe approdare il 17 luglio in Aula a Montecitorio, e passare il 25 al Senato. Domani arriverà a Roma il segretario generale dell'Onu Kofi Annan (incontri con Prodi e diversi ministri), e le Nazioni Unite, come del resto la Nato, chiedono più uomini e più mezzi a Kabul. Sempre domani mattina scade, in commissioni riunite Esteri e Difesa della Camera, il termine per la presentazione degli emendamenti al Ddl. L'Unione non ha ancora trovato la quadra e c'è la possibilità che i partiti della sinistra radicale presentino proposte di modifica importanti. Un atteggiamento che a quel punto potrebbe infastidire gli altri alleati. In particolare l'Udeur non resterebbe a guardare.
I capigruppo del centrosinistra alla Camera si vedranno in tarda mattinata per tentare una mediazione, ma il clima non è dei migliori. "Non esiste neppure una bozza di mozione - racconta uno di loro - perchè non sappiamo se la presenteremo oppure no". In ogni caso il segretario del Prc Franco Giordano e il presidente dei deputati Verdi Angelo Bonelli spingono perchè la mozione contenga l'indicazione di una "exit strategy" dall'Afghanistan. Il capogruppo del Pdci Pino Sgobio però insiste: "Abbiamo grossa difficoltà, quasi imbarazzo, sulla mozione, preferiremmo un pronunciamento ufficiale del governo. Questa sarà la nostra posizione alla riunione di domani".
D'Alema invece osserva che una exit strategy significherebbe uscire dalla politica internazionale.
Le posizioni sono dunque distanti e la strada verso l'intesa è certamente in salita. Da qui l'avvertimento ancora di D'Alema: "La politica estera italiana è chiaramente caratterizzata sulla base del programma elettorale dell'Unione, e agli occhi della comunità internazionale presenta anche chiari segni di novita". "Non mi si chiedano stravaganze, perchè non sono nel mio Dna".
Che la situazione si stia complicando lo dimostra anche l'atteggiamento di Parisi, sebbene, per ora, l'ipotesi di un vertice dei segretari con il premier non sia in campo. Si attende l'esito della riunione dei capigruppo.
Ma i problemi potrebbero non essere comunque del tutto risolti da un'eventuale intesa. Torna infatti d'attualità la vicenda del gruppo di otto senatori che avevano manifestato la volontà di votare no al Ddl. Se i Verdi dovrebbero far rientrare la contrarietà dei loro "dissidenti" (escluso il senatore Mauro Bulgarelli), così come nel Pdci Fernando Rossi si atterrà alle decisioni del partito, per Rifondazione il compito sembra piu' difficile. Resta il 'no' di Gigi Malabarba, Fosco Giannini, Franco Turigliatto e Claudio Grassi. Anche se quest'ultimo non chiude all'ipotesi di una mediazione.
Sulle minoranze interne è in atto una pressione insistente e serrata di Giordano e dei suoi, che avrebbero paventato l'impossibilità di restare uniti nel caso di una spaccatura in Aula. Si fanno sentire anche i big del partito: il presidente della Camera Fausto Bertinotti si dice convinto che il governo abbia presentato un "provvedimento responsabile" e il ministro Paolo Ferrero definisce "delirante" l'ipotesi che l'Unione non possa contare su una propria maggioranza.
Intanto sabato si riunirà un'assembla di autoconvocati dell'area pacifista ('Contro la guerra senza se e senza ma. Via dall'Iraq, via dall'Afghanistan'): oltre agli otto senatori "dissidenti" hanno annunciato la loro partecipazione anche Paolo Cento (Verde), Salvatore Cannavo' (Prc), Cesare Salvi (Ds), Franca Rame (Idv). Oltre, naturalmente, ai rappresentanti dei movimenti. (AprileOnline 12.07.06)

 

 

 Diario afgano

Il racconto del viaggio di Vauro, dall'Afghanistan dove la guerra non è mai finita
dal nostro inviato
 Vauro Senesi
 

Uscendo dal terminal dell’aeroporto di Kabul, sulla piazza si veniva accolti da un grande cartello. Avvisava che sul territorio afgano sono disseminate circa 10 milioni di mine e mostrava il disegno di alcuni tipi di ordigno.

 

donne afgane a spesso per kabulWelcome to Kabul. Era l’unico cartello disegnato in tutta la città, perchè i talebani proibivano rigidamente qualsiasi forma di riproduzione di immagini. Al suo posto oggi troneggia la pubblicità di un qualche sapone, con la faccia sorridente e truccata di una bella ragazza. Il cartello delle mine è sparito, ma le mine no. La faccia sorridente della bella ragazza della pubblicità è uno dei pochi volti di donna che si possano vedere, chè già inoltrandosi nello stradone che porta verso il centro della città, rese più incerte dalla nebbia della polvere sollevata dal vento, compaiono qua e là le sagome dei burka di sempre. Affondata dal rumore continuo di clacson prodotto da un traffico anarchico di automezzi sgangherati e di pick-up con i contrassegni delle centinaia di organizzazioni internazionali piovute qui, la Kabul 'liberata' continua a mostrare le macerie di sempre. Non sono più i turbanti neri dei miliziani talebani, ma gli elmetti d’acciaio dei soldati del nuovo esercito afghano, i kalashnikov sono gli stessi di sempre negli infiniti posti di blocco che strozzano le vie della città.

afgani dimostrano per le strade di kabul contro la presenza del contingente internazionaleSulla pelle dei civili. I militari americani si intravedono soltanto, chiusi nei blindati dei convogli che percorrono le strade correndo. Hanno l’ordine di non fermarsi anche se  causano incidenti o travolgono qualcuno, non devono mettere a rischio la loro sicurezza, quella degli altri non è la priorità. Nabi, 30 anni, capelli scuri e occhi mobilissimi su un volto magro ombreggiato da un velo di barba, si trovava nerlla zona dove, il 29 maggio scorso, l’ennesimo incidente provocato da un convoglio blindato statunitense aveva suscitato la rivolta della popolazione. Pietre contro le autoblindo ed in risposta proiettili, proiettili del tipo ad alta velocità, di quelli che penetrati nel corpo frantumano le ossa. A Nabi uno di quei proiettili ha sbriciolato il bacino. Ora è ricoverato nell’ospedale di Emergency, steso sul letto, una sbarra di ferro dalla gamba al petto per consentire agli infermieri di girarlo e medicare la piaga che ha al posto della natica sinistra. Quel 29 maggio in 70 sono arrivati in ospedale, tutti colpiti da proiettili ad alta velocità, sette sono morti quasi subito. Nabi parla con un filo di voce: “Gli americani dicono che sono venuti qui ad aiutarci, allora perchè ci sparano addosso?”, sarà per il tono di voce flebile ma non si percepisce rabbia nella sua domanda, piuttosto una antica rassegnazione.

uno degli ospedali di emergency a KabulVittime di guerra. E’ stata invece una bomba, quella del 5 luglio scorso, esplosa vicino al ministero della giustizia, a strappare la gamba sinistra di Mohammed Amin, 33 anni, 6 figli, anche lui ricoverato nell’ospedale di Emergency, i medici stanno tentando in tutti i  modi di salvargli l’altra. Amin vendeva frutta e verdura con il suo karachi (carrettino): “Mentre incartavo delle verdura per un cliente – racconta - mi è sembrato che qualcuno mettesse un pacco sotto il mio karachi, poi non ricordo più nulla se non una forte esplosione”. Per l’ospedale gira una piccola peste, si chiama Sami ed ha 9 anni, si diverte a dare pugni improvvisi ai pazienti in trazione, li dà con la mano buona, chè l’altra è chiusa stretta nelle bende. Sami ha raccattato “un oggetto piccolo e scuro” così descrive la mina che gli è esplosa in mano portandogli via tre dita. Quando il giorno di visita finisce e la madre di Sami se ne va, lui diventa triste ed allora ha bisogno di coccole, la nuca di Sami è devastata da un’ustione, un incidente domestico provocato da una cucina rudimentale a kerosene. Sul corpo di bambino di Sami i segni della storia eterna dell’Afghanistan: la miseria che non finisce, la guerra che continua. Il volto sorridente e truccato della bella ragazza della pubblicità del sapone vicino all’aeroporto resta l’unico futile segno di cambiamento nella Kabul di sempre. (Peace Reporter 07.07.06)

 

 

 "Non abbiamo bisogno dei militari"

 

Gino Strada risponde al ministro della Difesa italiano Arturo Parisi

gino stradaQuesta mattina ho visto due blindati italiani passare davanti all’ospedale di  Emergency, nel pieno centro di Kabul. I militari spuntavano dalla torretta, ruotando la mitragliera da destra e sinistra, lentamente, a “coprire” entrambi i lati della strada. Mi sono chiesto che penseranno i cittadini di Kabul della loro citta’ attraversata da carri armati stranieri. E che sensazione avranno i passanti nel vedersi puntate addosso quelle mitraglie?

Ho avuto il piacere di conoscere il Ministro Parisi qui a Kabul, e ne ho apprezzato l’interesse per il nostro lavoro. Tornato a casa, leggo sul Corriere di oggi  una sua dichiarazione che suona cosi’ “Se Emergency puo’ agire a Kabul, e’ grazie alla protezione dei militari”.

 Domanda secca: perche’ un Ministro dice bugie?

Una bugia sciocca, tra l’altro, banale, facilmente confutabile: Emergency era a Kabul gia’ nel 2000, quando non c’erano truppe italiane e perfino la nostra l’Ambasciata era chiusa da anni. Gia’, eravamo a Kabul nella Kabul talebana. E dal 1999 in Panchir, con un ospedale che curava chi viveva da quella parte del fronte. Banalmente, per non fare torto a nessuno e occuparci il piu’ possibile di chi aveva bisogno, senza chiedere appartenenze. A Kabul come in Panchir, abbiamo lavorato per anni senza protezione militare.

E allora, Ministro Parisi, perche’ quella bugia?

Pero’ in qualche modo la capisco: lei “deve” dire bugie sull’Afghanistan. Vi e’ obbligato dall’avere scelto di partecipare a una operazione di guerra cammuffandola e spacciandola per operazione di pace.

Non si puo’ fare senza raccontare bugie. E senza apparire ridicoli. Gli Stati Uniti chiamano GWATquello che stanno facendo in Afghanistan (con Enduring Freedom prima, con l’ISAF poi, infine con la Nato): guerra globale contro il terrorismo. Il nostro Ministro della Difesa tende invece a far credere che le truppe italiane (che hanno partecipato a tutte le Operazioni lanciate in Afghanistan) siano qui a fare la guardia ai medici.

Mi spiace contraddirla Signor Ministro, ma non siamo qui grazie ai suoi soldati, ne’ ad altri militari. Anzi la loro presenza e’ per noi motivo di seria preoccupazione, per la sicurezza nostra del nostro staff e dei nostri pazienti. Provi a trovare altre scuse, per giustificarla. Per quanto mi riguarda, e per quanto riguarda Emergency, puo’ riportare a casa le sue truppe domani mattina. Anzi ci spingiamo a pensare che lei dovrebbe farlo. Per molte ragioni, la piu’ evidente essendo che lei ha giurato di rispettare la Costituziome Italiana, Articolo 11 compreso.

 

 

 

 

 

Afghanistan: serve una chiara strategia d'uscita

 

di Claudio Grassi*
Ieri mattina si è tenuta la riunione dei senatori e deputati impegnati nella battaglia di opposizione alle intenzioni del governo sulla proroga e il rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan. Erano presenti parlamentari del Prc, dei Verdi e del Pdci. La riunione è stata caratterizzata da una forte unanimità nelle valutazioni della situazione e delle prospettive e da una assoluta convergenza per ciò che riguarda le iniziative da assumere tanto in ambito parlamentare quanto nel Paese allo scopo di sostenere e rendere quanto più efficace possibile la mobilitazione delle forze pacifiste, contrarie ad una politica che si collochi in sostanziale continuità con le scelte operate dal governo di centrodestra.

Nel merito la discussione si è concentrata su due aspetti principali. Il primo di questi riguarda i passaggi del confronto parlamentare che si svilupperà durante la seconda metà del mese di luglio prima alla Camera e poi al Senato sullo sfondo della discussione sul disegno di legge governativo relativo alle 29 missioni italiane all’estero e, in particolare, alla missione in Afghanistan.
Su questo terreno è emerso l’intendimento, da tutti condiviso, di produrre emendamenti che ruotino intorno a due obiettivi: il primo consiste nell’immediata cancellazione del rifinanziamento della partecipazione italiana a Enduring Freedom (la campagna americana ufficialmente motivata dalla necessità di combattere il “terrorismo internazionale” e in realtà ormai inequivocabilmente rivelatasi una guerra di aggressione finalizzata alla occupazione del paese asiatico per controllare le vie energetiche e per disporre di un avamposto militare in grado di far pesare una minaccia nei confronti dei paesi confinanti, a cominciare dalla Cina, dall’India, dalla Russia e dall’Iran); il secondo riguarda l’inserimento nel dispositivo del ddl del governo di un chiaro e impegnativo riferimento ad una “strategia di uscita” del nostro Paese dalla guerra in Afghanistan.
Tutti i presenti si sono dichiarati d’accordo nel considerare entrambe queste richieste ineludibili al fine di operare nei fatti quella “discontinuità” che tutte le forze politiche della sinistra dell’Unione hanno sempre dichiarato di considerare indispensabile.

Tale valutazione - è bene ricordarlo - implica in negativo l’unanime convincimento che, per come esso è stato sin qui elaborato, il ddl del governo non contiene ipotesi e proposte tali da introdurre nelle scelte del governo un cambiamento di rotta rispetto alle politiche del precedente governo, informate dalla volontà di schierare l’Italia, in palese violazione dell’articolo 11 della Costituzione, al fianco degli Stati Uniti nella politica di aggressione e di guerra promossa dall’attuale amministrazione Bush.

Il secondo argomento affrontato nel corso della riunione concerne le iniziative di movimento che i parlamentari pacifisti intendono promuovere per rispondere alle sempre più forti domande di partecipazione che provengono loro, unitamente alle manifestazioni di solidarietà e di consenso nei confronti della loro battaglia, dai movimenti, dalle associazioni, da vasti e qualificati ambiti di società civile.
Nel concreto, si è deciso di organizzare per la mattina di sabato 15 luglio a Roma un’assemblea che vedrà la partecipazione di rappresentanti dei movimenti, dell’associazionismo di base, dei sindacati nonché di figure prestigiose dell’intellettualità critica, del giornalismo e naturalmente delle forze politiche impegnate nel Paese e nelle istituzioni in questa decisiva battaglia di civiltà.
“No alla guerra, senza se e senza ma”: sarà questo il titolo della manifestazione (con un sottotitolo non meno significativo: “via dall’Iraq, via dall’Afghanistan”) all’insegna del quale si terrà questa assemblea auto-convocata. In tale occasione gli interventi produrranno elementi di riflessione, di conoscenza e di proposta tesi a dare visibilità e forza ad una iniziativa che già oggi, mentre scriviamo, ha prodotto effetti di grande rilevanza, non prevedibili sino ad un recente passato.

Appare incontrovertibile, infatti, che proprio la mobilitazione delle forze pacifiste nel Paese e nelle istituzioni ha riaperto una discussione sulle direttrici della politica internazionale del governo imponendo a tutta la maggioranza di riflettere sui propri intendimenti e sulle proprie concrete scelte politiche. Mancano ancora più di 20 giorni prima del voto conclusivo del Parlamento. Si tratta di uno spazio di tempo importante che va riempito di iniziative, nutrito di idee e vissuto con la coerenza e la determinazione che hanno sin qui ispirato le prese di posizione dei soggetti impegnati contro la guerra. In questo arco di tempo lo schieramento pacifista può crescere, nella sua capacità di impatto e di condizionamento. In questa direzione la riunione di ieri mattina ha segnato un importante passo in avanti. (AprileOnline 07.07.06)

*Deputato e membro della Segreteria Nazionale Prc, area "L’Ernesto"

 

Dall'Afghanistan per una politica di Pace

 

Appello. Il testo è firmato da 14 parlamentari del Prc e della Sinistra Ds. L'obiettivo resta il ritiro delle truppe dal paese asiatico. La mediazione è positiva


a. Il nostro obiettivo primario resta il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, ed una radicale trasformazione della presenza dell’ONU e dell’Unione Europea in quel paese, nonché di un ripensamento dell’intervento della NATO al di fuori del contesto nordatlantico.

b. Il ritiro del contingente militare italiano dall’Iraq rappresenta una svolta importante sulla quale costruire una nuova politica estera di pace e multilateralismo solidale;

c. Questa svolta non può dirsi compiuta se sulla guerra in Afghanistan non è stato possibile assumere un’esplicita posizione comune nel programma dell’Unione.

Ciononostante, le forze di sinistra ed il movimento della pace nelle sue varie espressioni sono riusciti a strappare con difficoltà una mediazione che valutiamo positivamente.

Essa prevede il congelamento della presenza militare italiana sul campo, respingendo le pressanti richieste della NATO, soprattutto di aerei da combattimento, l’aumento della componente civile, ed il monitoraggio parlamentare.


d. Pensiamo che a queste condizioni sarà possibile costruire un percorso che possa creare le premesse per una radicale trasformazione della presenza italiana in Afghanistan, nella prospettiva di un ritiro delle truppe a vantaggio di forme efficaci di promozione della sicurezza umana e dei diritti fondamentali delle popolazioni afgane, nonché di prevenzione politica e sociale del conflitto.

Tuttavia l’aumento dell’impegno militare italiano nell’operazione Enduring Freedom, sotto comando USA prospettato nel decreto di rifinanziamento appare palesemente in contraddizione con un tale percorso. Chiediamo pertanto al Governo un’ulteriore riflessione ed un ripensamento.

f. Prendiamo atto delle decisioni che ora la coalizione è in grado di assumere ma siamo intenzionati a sviluppare un’iniziativa costante a livello politico e parlamentare per far sì che agli impegni presi segua un effettivo cambiamento di rotta della politica estera italiana in Afghanistan. (Seguono le firme - AprileOnline 07.07.06)

 

Lettera appello ai parlamentari dell'Unione

 

Vorremmo, se ci consentite, dire la nostra sulla questione Afghanistan. La pace è spesso stata considerata un valore, quindi un fine, un qualcosa da raggiungere, e per cui qualsiasi mezzo è consentito.
Per questo motivo esiste, nel campo militare, il motto "si vis pacem para bellum", ossia "se vuoi la pace prepara la guerra", considerando la guerra come deterrente e quindi come mezzo per raggiungere una pace. Per Gandhi e per tutti i veri pacifisti, tra cui ci sono anche io, la pace è un principio, ossia un metodo di vita, un modo di essere che
naturalmente porta alla pace.
Quindi vale il principio "si vis pacem, para pacem", se vuoi la pace prepara la pace. Si dice anche che si è in guerra non solo quando la guerra è in atto, ma anche quando la guerra è in potenza, ossia quando si lavora per prepararsi alla guerra.
Per questo motivo noi viviamo in uno stato di perenne guerra, in quanto determinate ed istituzionalizzate parti dei nostri popoli sono addestrate per andare in guerra.
Ponendo dette premesse e per sintetizzare, posto come dovuto ed indiscutibile il ritiro delle nostre truppe dall'Iraq, teatro di guerra che non ci appartiene, oggi si discute se bisogna continuare a permanere in Afghanistan.
Si giustifica tale presenza come necessaria ponendo la questione che gli afghani hanno bisogno del nostro aiuto non militarmente ma civilmente.
Ma questo non comporta assolutamente la presenza dell'esercito in Afghanistan.
Come dice Gino Strada, se gli afghani hanno bisogno di ospedali, perché mandargli carri armati?
Allora, invece di mandare militari, mandiamo personale civile, medico, infermieristico, strutture mediche, esperti politici o quant'altro, ma non militari in armi.
A questo punto sentiamo il dovere morale e il diritto civile di chiedere a chi abbiamo eletto a rappresentarci al Parlamento e che è pacifista per principio, di non votare il rifinanziamento della missione in Afghanistan, ma a porre le basi per un finanziamento o un sostegno a quelle missioni civili già presenti, come appunto quella di Emergency.
Diversamente potrebbero venire meno le motivazioni di fondo che ci spingono a sostenere l'attuale governo. (Seguono le firme - http://www.megachip.info)

Io vivo in pace e voglio la pace

Per sottoscrivere la petizione:
http://www.petitionspot.com/petitions/outAfghanistan


 

clicca su Dossier Afghanistan di Francesco Francescaglia

 

 

 

La sfida di Kabul


di Elettra Deiana

Chiedere il congelamento di una missione di guerra è come chiedere al mare di rinunciare ai flussi dell’alta marea. Ma bisogna provarci egualmente, quando si deve sostenere un governo di centrosinistra che sulla partecipazione italiana alle missioni militari non ha esattamente lo stesso parere del pacifismo radicale e anzi ritiene titolo di merito per il nostro Paese aver partecipato in armi a un serie di conflitti con giustificazioni che erano in una qualche contraddizione con l’articolo 11 della Costituzione repubblicana.

Abbiamo tentato la via della riduzione del danno con la missione italiana in Afghanistan, rinunciando a chiedere il ritiro del nostro contingente “qui e ora”, in occasione del decreto di rifinanziamento di luglio e limitandoci alla richiesta di un congelamento dei compiti operativi militari dei soldati là impegnati. Quindi niente Amx nel sud del Paese, niente reparti speciali nelle zone tribali, niente rafforzamento delle regole d’ingaggio, niente potenziamento dei compiti della marina militare italiana impegnata nel mar Mediterraneo e nel golfo Arabico. In compenso sì a un’azione di monitoraggio intesa a fornire in modo serio al Parlamento e all’opinione pubblica del nostro Paese gli elementi di valutazione di quale sia effettivamente il contesto geo-politico di quel territorio, quali siano le dinamiche in atto, quali gli obiettivi raggiunti, quali le ombre e le contraddizioni che – a detta di molti – stanno causando un’escalation bellica di drammatica portata.

In Afghanistan si trascinano dall’autunno del 2001 le conseguenze di una guerra decisa unilateralmente dall’amministrazione Bush, legittimata dalle nazione Unite sulla base di informazioni mai verificate (la responsabilità del regime dei Taleban nell’attacco dell’11 settembre), e soprattutto incapace, come tutte le avventure militari, di produrre processi di pace e di convivenza in quel disastrato paese. Bisognerebbe andarsene, inventare nuove strade di cooperazione e aiuto. Ce ne andiamo dall’Iraq e già è molto, ci dicono. Restiamo – per il momento – in Afghanistan ma, personalmente e con molte e molti per fortuna, sono intenzionata a fare di tutto perché il ritiro delle nostre truppe da Kabul entri al più presto nell’agenda politica del governo e nelle decisioni del Parlamento.

L’impegno assunto dalla maggioranza di avviare un monitoraggio su quella missione costituisce e realizza un obiettivo importante che può facilitare il compito del disimpegno. Aver rotto l’automaticità del rifinanziamento, aver posto le condizioni che obbligano al dibattito e al confronto in Parlamento non sono passaggi senza importanza. Si tratta dell’opportunità di acquisire elementi di conoscenza di quel contesto nonché del ruolo effettivo svolto dal contingente italiano e soprattutto delle dinamiche in atto. Estremamente rischiose, stando ai giudizi di esperti analisti di cose militari.

La discussione sul rifinanziamento dovrà essere accompagnata da una serie di audizioni, tra gli altri l’ambasciatrice Brunetti, responsabile del team italiano impegnato nell’opera di organizzazione degli assetti giuridici del Paese, l’incaricato di Kofi Annan a Kabul, i responsabili militari sia di Isaf sia di Enduring Freedom, le due facce della missione militare. Sempre più contigue, sovrapposte, la stessa cosa che vanifica tutte le altre cose.
Ma c’è forse un trucco nel decreto di rifinanziamento e bisognerà chiarire di che si tratti. Avevamo chiesto il congelamento totale della missione e invece sembra che la parte di Enduring Freedom sul golfo Arabico, inopinatamente, sia stata rafforzata con l’invio di due navi al posto della fregata Euro nel frattempo rientrata in Italia. Tutto nello scorcio dell’ultimo finanziamento, tutto tenendo all’oscuro il Parlamento e assecondando le indicazioni della Nato. Un pessimo inizio, se così fosse. Ma la sfida di Kabul non è un pranzo di gala. Per nessuno. (AprileOnline 04.07.076)

 

Approfondiamo il confronto

 

di Silvana Pisa
Nel vorticoso susseguirsi di dichiarazioni ed incontri sulla missione afgana, è opportuno fare il punto. Il tema dell'Afghanistan nel programma dell'Unione non era stato affrontato specificatamente, scalzato dall'urgenza del ritiro iracheno, ma soprattutto da una mancata condivisione.
Senza un confronto approfondito alle spalle non è semplice arrivare a conclusioni condivise: per farlo sarebbe stata necessaria almeno un'immediata discussione nell'Unione e in Parlamento sulla situazione afgana, sulle strategie e gli interessi in gioco in quell'area, sulle ragioni di fondo della nostra presenza in quel territorio che superasse le deboli motivazioni giuridiche che hanno consentito l'intervento della NATO. Questo avrebbe comportato, a sua volta, una discussione - che prima o poi dovremmo fare - sul nuovo ruolo che la NATO sta giocando su scala internazionale perché occorre ricordare che l'applicazione dell'articolo 5 del trattato di Washington solo dal 1999 ha consentito alla NATO di uscire dai suoi confini e di svolgere funzioni "di guardia" al di fuori di questi. Ma anche su questo è mancata una discussione nel Parlamento e nel Paese.

Oggi la situazione in Afghanistan si è molto aggravata e presenta aspetti preoccupanti: aumento del numero degli attentati e dei morti soprattutto nella popolazione civile, crescita esponenziale del narcotraffico (di cui sono capofila alcuni signori della guerra vicini al Presidente Karzai), dilagare della corruzione e della violenza. Aspetti pericolosi e negativi che fanno impallidire i flebili segnali positivi come la ripresa della scolarizzazione femminile, l'avvio di una riforma giudiziaria, etc.... Rispetto a questo quadro sostanzialmente negativo è doveroso interrogarsi se la presenza militare straniera sul territorio afgano lungi da essere soluzione per i problemi del Paese non sia essa stessa parte del problema.

Un bilancio sulle turbolenze dell'intera regione non è mai stato fatto dal Governo di Centrodestra e ci saremmo aspettati che prima di affrontare il decreto sulle missioni il Governo Prodi avesse previsto invece un'ampia discussione parlamentare fornendo elementi "veri" di approfondimento sulla base dei quali si sarebbe potuta costruire una exit-strategy (siamo in Afghanistan da quasi 5 anni) che prevedesse tempi e modalità determinate. Questo non è stato e noi Parlamentari Pacifisti miriamo ad ottenere anche questo risultato. Tuttavia i paletti minimali che molti di noi avevano posto sul congelamento della nostra missione (il non appesantimento delle regole d'ingaggio, l'evitato spostamento dei soldati italiani in zone di conflitto al sud, il mancato invio di truppe speciali e di cacciabombardieri, la riduzione del numero dei militari impegnati) sono stati raggiunti, e questo è importante. Va aggiunto però che un elemento qualificante sarebbe stato lo sganciamento definitivo del contingente italiano dall'operazione Enduring Freedom, a guida statunitense che ha il comando strategico a Pampa in Florida (invece il nostro Paese partecipa tuttora con circa 250 uomini e due unità navali). Ma la politica Parlamentare significa, in questo caso, affrontare un percorso che crei le premesse concrete per un complessivo ritiro delle nostre truppe e per una loro sostituzione con un sistema di cooperazione civile in sostegno dei bisogni fondamentali del popolo afgano con un modello diverso da quello "militare-civile" praticato dai PRT e dal CIMIC.
Su questi temi dobbiamo ancora lavorare insieme per arrivare ad una posizione condivisa e sarebbe utile arrivarci prima della votazione sul decreto di rifinanziamento delle missioni.(AprileOnline 29.06.06)
*Senatrice Ulivo

 La Stampa intervista Oliviero Diliberto

Diliberto: «Il sì sull'Afghanistan non è scontato e di dare più truppe non se ne parla»

di Ugo Magri
 Onorevole Diliberto, l'accordo sul rifinanziamento della missione in Afghanistan è vicino o lontano?
«Per ora siamo al punto di partenza».

In che senso?
«Nessuno mi ha contattato. Nessuno mi ha chiesto un'opinione. Nessuno mi ha fatto vedere un testo».

Con Prodi ne ha parlato?
«Non ancora».

Cosa gli chiederà?
«Prima che venga promulgato il decreto, di poterne discutere il testo».

Un confronto preventivo nel merito?
«Sì. E non mi sembra una richiesta esosa. Semmai l'Abc».

Se invece il governo decidesse di tirare diritto?
«Sarebbe molto più difficile raggiungere l'intesa».

Sta avvertendo Prodi che i Comunisti italiani non mollano la presa?
«Per mia indole io non lancio avvertimenti. Noi abbiamo votato contro la missione in Afghanistan non ricordo più quante volte. Per modificare questa nostra opinione non basta venirci a dire: adesso siete nella maggioranza... Bisogna modificare il contenuto della missione».

Una mozione di indirizzo parlamentare risolverebbe il problema?
«No. Bisogna vedere il testo del decreto. Se riproponesse le stesse cose che ha fatto Berlusconi, dove starebbe la rottura col passato?».

Ma scusi, neppure Rifondazione comunista pretende che la discontinuità sia marcata proprio nel testo del decreto...
«Sono loro ad aver cambiato opinione, non noi. Forse perché la loro collocazione politica nel centrosinistra è diversa da quella dei Comunisti italiani».

Sotto quale aspetto?
«Nel senso che io non debbo dimostrare a nessuno di avere spirito unitario. Il mio partito è nato da una scissione, nel '98, per salvare Prodi. Nel 2001 io stavo nell'alleanza, Rifondazione no. Alle primarie sono stato l'unico segretario, al di fuori dell'Ulivo, che non si è candidato contro Prodi».

E con ciò?
«A noi lezioni di unità non ne può impartire nessuno. Per cui possiamo essere coerenti sui contenuti».

Sulla politica estera è in gioco il governo. Fino a che punto può spingersi la coerenza?
«Rischi di tenuta non ce ne sono se il governo dà un segnale di disponibilità».

Può indicare le sue condizioni per il sì?
«Poter discutere, con pari dignità, le modifiche alla nostra missione».

Gino Strada propone, sull'Unità, di finalizzarla ai soli aiuti umanitari. Ha letto?
«Sì, e condivido. Ma oggi è un risultato molto difficile da raggiungere. Sono per trovare le mediazioni possibili, con la massima serenità e lealtà. Purché il senso di responsabilità non sia da una parte sola».

L'Udc, che è pronto a votare la missione, non rischia di rendervi ininfluenti?
«Quella loro posizione è del tutto strumentale. Prefigura una maggioranza diversa che vediamo come fumo negli occhi».

Come mai?
«Vogliamo continuare a essere determinanti. E Prodi rappresenta l'equilibrio più avanzato possibile nella situazione attuale. La persona giusta per cimentarsi in un'opera di mediazione. Un moderato, proveniente però dalla cultura del dossettismo che condivide con la sinistra due punti fondamentali: solidarietà e pace. Non voglio cambiarlo».

Intanto voi della sinistra radicale state facendo a gara per complicargli la vita...
«Rifiuto l'etichetta di sinistra radicale. Come noi la pensano vasti settori del mondo cattolico, dai frati di Assisi all'associazionismo di base».

Converrà che certi annunci sopra le righe non aiutano Prodi.
«Io rispondo per il mio ministro, Alessandro Bianchi. Sul ponte di Messina, ha detto quanto sta scritto nel programma. E dal programma dell'Unione non intendo muovermi di un millimetro. Se poi qualcuno fa annunci sulle stanze dell'eroina, sui Pacs, sulla tassa per i ricchi eccetera, è responsabilità di chi lo dice».

Come la metterete con la manovra lacrime e sangue che prepara Padoa Schioppa?
«Vorrei che discutessimo di politica prima che di numeri. Cosa sarà scritto, nel Dpef? Quali ceti verranno aiutati, quali danneggiati? Riusciremo a far sì che il precariato torni a essere l'eccezione e non la regola? Daremo un segnale sulle pensioni minime?».

Risponda lei.
«Non lo so, perché ancora non abbiamo visto nulla. Penso proprio che vi sarà una riunione politica per decidere come dovrà essere la manovra».

Torniamo all'Afghanistan. Si parla di aumentare le truppe...
«Può immaginare come la penso io, visto che i soldati vorrei ritirarli. Non è possibile rafforzare la presenza militare, magari perché dobbiamo giustificarci con gli Stati Uniti per il ritiro dall'Iraq».

Sospetta uno scambio?
«Non sospetto nulla. Ma agli occhi dell'opinione pubblica un aumento della presenza militare in Afghanistan darebbe questa impressione».

E' soddisfatto dei chiarimenti di D'Alema con gli americani?
«Non vivo sulla luna. D'Alema doveva in qualche modo legittimarsi agli occhi degli Usa».

Non si scandalizza,quindi?
«No. Però voglio segnali nei fatti, non nel darsi del tu con Condoleezza Rice, che la politica estera è cambiata».

Il ritiro dall'Iraq non è un segnale?
«Sì, anche se a mio parere tardivo. Ora vediamo rispetto all'altro teatro di guerra guerreggiata: l'Afghanistan».

Quanto conta Kabul?
«E' ormai simbolica circa la natura della nostra maggioranza. L'Italia, anche quella moderata, è pacifista. Si attende la prova, non pasticciata, che abbiamo davvero voltato pagina».

Una missione incompatibile col Programma

di Jacopo Venier*
Bisogna dire chiaramente che, se dopo oltre due mesi dalla vittoria elettorale dell'Unione, non riusciamo ancora ad avere in mano atti concreti che materializzino la discontinuità in politica estera ciò non è certo il portato di una scarsa chiarezza del programma con cui ci siamo presentati alle elezioni.
Infatti la faticosa stesura del programma (frutto di una aspra battaglia politica come quella portata dal PdCI su vari punti primo fra tutti il dossier Iraq) ha però prodotto un testo che impegna l'Unione in modo molto, molto preciso.
Tra i tanti punti che si possono citare è importante ricordare innanzitutto la formulazione finale i merito al ritiro dall'Iraq. Nel testo su cui abbiamo ricevuto la fiducia degli italiani, e che impegna tutti i partiti della attuale maggioranza, c'è scritto che : "Se vinceremo le elezioni, immediatamente proporremo al Parlamento italiano il conseguente rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari". Sul più generale problema delle missioni militari italiane all'estero, e quindi anche di quella afgana, nel programma elettorale dell'Unione si legge invece che: "Applicheremo rigorosamente l'art 11 della Costituzione che, oltre all'ovvio principio di autodifesa, prevede e consente l'uso della forza soltanto in quanto misura di sicurezza collettiva, come previsto dal cap.VII della Carta delle Nazioni Unite, secondo criteri che distinguono la funzione di polizia internazionale dalla guerra: il mandato ONU, una forza delle Nazioni Unite, di natura tale da garantire la terzietà rispetto al Paese e agli interessi in campo; la congruità dei mezzi rispetto ai fini perseguiti".

Per noi del PdCI, come credo per milioni di cittadine e cittadini che hanno votato i partiti dell'Unione, ciò non poteva che voler dire che il ritiro dall'Iraq, come dimostra l'esperienza spagnola, doveva avvenire in poche settimane.
Allo stesso modo è per noi chiaro che una missione come quella afgana, dove non c'è soluzione di continuità tra il contingente sotto comando Nato (e non ONU) e le truppe americane che combattono contro i Talebani (solo contro di loro?), dove le truppe straniere sono considerate truppe di occupazione, dove ogni giorno si combatte, dove i civili muoiono sotto le bombe dei cacciabombardieri ed il governo Karzai non controlla nemmeno Kabul, non può essere considerata una missione di polizia internazionale e tantomeno compatibile con l'impegno alla terzietà ed alla congruità dei mezzi rispetto ai fini (quali?) perseguiti.

Dobbiamo quindi registrare che purtroppo, dopo le elezioni, in realtà si è aperta una vivace discussione nell'Unione sul tema delle missioni all'estero (e purtroppo non solo su questo) che ci sembra prescindere molto spesso dal "particolare" del programma elettorale sottoscritto.
Abbiamo dovuto faticare (ed è una fatica che pesa perché significa aprire fronti di polemica interna alla coalizione) non poco per ottenere l'assicurazione che nessun militare italiano resterà in Iraq. Dopo alcune sbandate iniziali anche il nostro governo ha chiarito in modo inequivocabile che i PRT non sono missioni civili ma la truffa con cui la destra cercava di mantenere in Iraq una missione militare. Il Ministro degli esteri D'Alema ha giustamente spiegato al Parlamento che non può essere considerata missione civile una missione che prevede la presenza di 1000 militari a difesa di 30 civili. Ciò vale però, secondo noi, anche per l'Afghanstan dove i PRT sono in realtà gli avamposti delle truppe di occupazione.
Siamo quindi ben lieti di poter incamerare alla intera coalizione il risultato di un ritiro completo dall'Iraq ma resta la domanda del perché dovremmo aspettare sino a fine anno per veder tornare in Italia l'ultimo dei nostri soldati. Ed ancora c'è da chiedersi perché gli italiani hanno continuato a svolgere azioni, come la scorta ai convogli inglesi, che dovevano venir immediatamente escluse una volta deciso politicamente che la nostra missione era conclusa e con essa ogni supporto alle truppe di occupazione.
Doveva essere "un ritiro immediato" ed invece, ancora oggi, il Parlamento non conosce le nuove modalità di ingaggio in Iraq ed i tempi precisi del ritiro.

Ancora più deludente è la discussione in corso sull'Afghanistan. E difficile capire perché una coalizione che ha esplicitamente preso le distanze dalla guerra preventiva di Bush, che ne ha denunciato il fallimento nella lotta al terrorismo, fatichi a riconoscere che in Afghanistan, nello stesso modo che in Iraq, i nostri soldati (ogni giorno di più) sono considerati dalla popolazione ne più ne meno che come quelli USA e cioè truppe di occupazione.
Se mai l'obiettivo fosse stato quindi quello di dare un supporto alla società afgana nella ricostruzione delle sue istituzioni e nello sviluppo della democrazia questo è fallito.
La discussione, pur importante, sulla diversa "legittimità" dell'intervento in Afghanistan di fronte al deteriorarsi progressivo della situazione, alla richiesta di bombardieri, alle denunce di come i fondi per la cooperazione (il 2% di quanto costano le missioni militari) sono invece finiti, quasi tutti, alla corruzione che vengono dagli stessi funzionari della Banca Mondiale, puzza molto di sofismo.
Ciò che la sinistra dovrebbe fare, ciò che il movimento per la Pace dovrebbe pretendere, ciò che chiunque abbia a cuore la cosiddetta "sicurezza" del nostro paese dovrebbe auspicare, è l'uscita immediata dell'Italia anche da questo secondo fronte di guerra.
Ovviamente nessuno metterà in crisi questo governo ma ciò che si chiede è il rispetto del patto con gli elettori.

Infine proprio noi del PdCI, che portiamo nel nostro corpo politico le profonde cicatrici della responsabilità che ci prendemmo quando decidemmo di non far cadere il governo D'Alema sul Kossovo, vorremmo, sulla base di una esperienza su cui abbiamo dovuto fare una amara autocritica,mettere in guardia coloro che allora irrisero e condannarono questa nostra posizione e che oggi sembrano alla ricerca di mediazioni ad ogni costo e cosiddette "riduzioni del danno".
Credo sinceramente che se le forze della sinistra di trasformazione ed il movimento per la Pace sapranno dispiegare una azione unitaria e decisa riusciranno nell'intento di far applicare il programma e realizzare una piena discontinuità aprendo una nuova fase nella politica estera dell'Italia e contribuendo alla ricostruzione di una comune posizione europea.
Se però tutti insieme non avremo la forza di convincere la maggioranza ad una applicazione netta del programma è meglio che si sappia da subito che il governo non cadrà perché (almeno così farà il PdCI) nessuno toglie la fiducia al governo che ha cacciato Berlusconi e che deve ancora dispiegare la sua azione riformatrice, ma che sull'Afghanistan c'è una radicale differenza di opinioni che nessuna mediazione al ribasso può mascherare.
Restare in Afghanistan significa restare in un teatro di guerra.(AprileOnline 17.06.06)

*Responsabile esteri PdCI, membro Commissione esteri Camera dei Deputati

 

Interrompere le missioni. Appello al Parlamento

Onorevoli deputate e deputati, Onorevoli senatrici e senatori,

questo appello, scritto nell'ora tragica in cui le vittime di guerra italiane dei due teatri di guerra Iraq e Afghanistan, tornano in Italia per ricevere i funerali di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori.

Vorremmo che fosse un nuovo inizio o meglio una svolta. Una decisa svolta in politica estera con scelte coraggiose per una vera politica di disarmo, per attuare con scelte concrete l'art.11 della nostra Costituzione.

Poiché, secondo l'art.11, non è possibile usare la guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali, la prima scelta che si impone, che chiediamo al nuovo Parlamento, è quella di interrompere le missioni militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall'Iraq e dall'Afghanistan.

L'unica verità della guerra sono le sue vittime.

Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo quando le vittime sono i soldati italiani e fatichiamo a realizzare questa stessa verità quando le vittime non le vediamo, sono "altre", anche se abbiamo saputo in modo indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a Falluja, a Ramadi, torturate ad Abu Graib, bombardate nei villaggi afgani o saltate in aria e mutilate dalle clusters bombs sia in Afghanistan che in Iraq.

Ma se è vero che l'unica verità della guerra sono le sue vittime, se è vero che in nome di questa verità migliaia di persone sono scese in piazza con la bandiera arcobaleno nel nostro paese, reclamando una politica di pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà di coscienza, ed al rispetto dell'art.11 della nostra Costituzione, di porre fine alla presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan, decidendo di non rifinanziare queste missioni di guerra.

Le missioni di pace devono tendere alla pacificazione e alla ricostruzione, pertanto dovrebbero essere senza armi, a nostro parere, senza eserciti, fondate sulla cooperazione con gli altri popoli, sulla diplomazia, sul dialogo e la solidarietà. L'intero sistema di intervento va ripensato all'insegna di una nuova politica estera.

Ma per l'immediato, per salvare vite umane, per interrompere la spirale di morte, per operare una pressione internazionale che provochi la fine delle occupazioni militari, chiediamo che il Parlamento italiano dia un segnale forte di discontinuità, immediatamente e senza ambiguità.

Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:

"Non c'è una strada che porta alla pace, la pace è la strada"


Primi firmatari :

Luigi Ciotti, Tonio Dell'Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli .Aderisce anche l'associazione Megachip.