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Sabato 24 aprile inizia la raccolta firme per l'acqua

Il
Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua,
costituito da centinaia di comitati territoriali che si
oppongono alla privatizzazione, insieme a numerose
realtà sociali e culturali ha deciso di promuovere
3 quesiti referendari, depositati
presso la Corte di Cassazione di Roma mercoledì 31 marzo
2010. Sosterranno tale iniziativa anche diverse forze
politiche.
A partire dal
sabato 24 aprile inizieremo la raccolta delle
firme, in tre mesi dovremo arrivare almeno a quota
500.000 per poter richiedere i
referendum. I banchetti per la raccolta delle firme
saranno allestiti su tutto il territorio nazionale.
I tre quesiti vogliono abrogare la
vergognosa legge approvata dall’attuale governo lnel
novembre 2009 e le norme approvate da altri governi in
passato che andavano nella stessa direzione, quella di
considerare l’acqua una merce e la sua gestione
finalizzata a produrre profitti.
Dal punto di vista
normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per
l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente
art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.
Tale articolo prevede il
ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti
di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico
come strutturalmente e funzionalmente “privo di
rilevanza economica”, servizio di interesse generale e
privo di profitti nella sua erogazione.
Verrebbero poste le
premesse migliori per l’approvazione della legge
d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel
2007 dal Forum italiano dei movimenti per
l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di
cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione
e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di
pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla
democrazia partecipativa, il controllo democratico e la
partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e
delle comunità locali.
Vogliamo togliere
l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua.
Vogliamo
restituire questo bene comune alla gestione condivisa
dei territori.
Per garantirne
l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene
collettivo.
Per conservarlo
per le future generazioni.
Di Pietro e il pelo nell'acqua
di Ida Rodano
Lo
scorso 31 marzo 2010, il Forum italiano dei
Movimenti per l'Acqua (che, già nel 2007,
presentò una proposta di legge d'iniziativa
popolare, sottoscritta da 400 mila
cittadini, per la ripubblicizzazione
dell'oro blu) ha depositato a Roma, presso
la Corte di Cassazione, i tre quesiti
referendari preparati dai giuristi Alberto
Lucarelli, Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara,
Stefano Rodotà, Ugo Mattei, Luca Nivarra. La
raccolta delle firme partirà già nei
prossimi giorni.
Il primo chiede l'abrogazione dell'articolo
23 bis della legge 133 del 2008, cioè
l'architrave su cui poggia la
privatizzazione dei servizi pubblici (acqua,
rifiuti, trasporto pubblico).
Il secondo propone la cancellazione
dell'articolo 150 del decreto 152 del 2006
(o codice ambientale) che individua le forme
di gestione e affidamento del servizio
idrico.
Il terzo, più specifico, vuole invece
l'abrogazione dell'articolo 154 del già
citato decreto 152, nella parte in cui parla
"dell'adeguatezza della remunerazione del
capitale investito" nella determinazione del
sistema tariffario.
Oggi, ci troviamo quindi
di fronte ad una situazione surreale e
paradossale con due campagne di firme
parallele sullo stesso tema.
E' il triste epilogo delle divisioni che
hanno caratterizzato nell'ultimo mese il
lavoro del Forum italiano dei Movimenti per
l'Acqua. E' l'altra faccia della politica,
la faccia mai ufficializzata ma spesso
preminente, che porta i partiti a cercare di
"cavalcare" i movimenti e a muoversi solo in
cambio di una visibilità assoluta e di un
consenso sia pure a corto raggio.
E' di qualche settimana
fa la grande manifestazione di piazza del
Popolo a Roma, partecipata da 200.000
persone, a rappresentare il mondo cattolico
e religioso, l'associazionismo sociale, la
cooperazione, il sindacato, il popolo viola
e altri ancora. Un mondo variegato di
cittadini che si ritrovano tutti insieme a
difendere un bene primario.
Un mondo che ha bisogno di rafforzare la sua
unità e di allargare la partecipazione per
vincere una battaglia difficile. L'ex pm si
era speso in prima persona per quella
mobilitazione, poi, all'improvviso, la sua
"ritirata". Alcune voci raccontano di
un'ultima riunione "di fuoco", durante la
quale il leader dell'IdV avrebbe battuto i
pugni sul tavolo, ricordando l'investimento
economico fornito dall sua organizzazione e
pretendendo la visibilità sul palco. Palco
che i movimenti non erano disposti a
tramutare in una vetrina per i partiti.
Rigettata al mittente la sua richiesta,
Antonio Di Pietro non solo ha boicottato la
piazza ma ha forse deciso di fare di più,
depositando quesiti alternativi per
referendum che, a questo punto,
difficilmente arriveranno al quorum.
"Cosa non si fa per
ottenere un po' di consenso. Di Pietro è
disposto anche a perdere battaglie
fondamentali come quelle su acqua e nucleare
pur di accreditarsi agli occhi dell'opinione
pubblica come paladino di questi temi. L'Idv,
rompendo il fronte con tutte le
associazioni, sta facendo un regalo a
Berlusconi". Così Ciro Pesacane, presidente
del Forum Ambientalista, commenta la
consegna in Cassazione dei quesiti
referendari su acqua e nucleare depositati
dall'Idv.
"E' surreale, adesso avremo due campagne
referendarie contro la privatizzazione
dell'acqua: una di noi associazioni che da
sempre ci battiamo in difesa dell'oro blu e
che abbiamo consegnato i requisiti in
Cassazione lo scorso 31 marzo ed, ora, una
dell'Idv - aggiunge Pesacane - Mi
complimento con Di Pietro che è riuscito a
rompere il fronte unitario, depotenziando
così lo strumento referendario. Se non
raggiungeremo il quorum sappiamo già con chi
prendercela!".
"Stessa storia sul nucleare - spiega
l'ambientalista - l'Idv ha agito
unilateralmente rompendo un fronte molto
ampio".
"A questo punto - conclude - l'auspicio è
che Di Pietro capisca l'errore fatto e che
ritiri i suoi referendum. Per non
dimostrarsi amico di Berlusconi e
soprattutto nemico delle battaglie
ambientaliste su acqua e nucleare".
Per il Verde Angelo
Bonelli, quella di Di Pietro, che durante il
governo Prodi ha votato per la
privatizzazione dell'acqua, "è una forma di
cannibalismo dell'ambientalismo e dei
movimenti" che si stanno battendo per
l'acqua pubblica. E' "ormai chiaro che la
decisione dell'Idv di presentare da sola i
referendum ha solo un carattere di mera e
semplice strumentalità politica per crearsi
solo un consenso nell'immediato senza
preoccuparsi minimamente di vincere la
battaglia referendaria. Grazie a questa
scelta irresponsabile coloro che hanno
voluto la privatizzazione dell'acqua e che
vogliono le centrali nucleari potranno
brindare".
Per quanto riguarda il
nucleare vale lo stesso ragionamento. Il
referendum sul nucleare fu vinto nel 1987
grazie ad un ampio fronte che andava dal Pci
ai Verdi, ai Radicali al sindacato e a tante
realtà associative. Oggi, partiti,
associazioni e comitati erano all'opera per
ricostituire quel clima. Un invito rivolto
anche all'Idv, perché non superare il quorum
oggi significherebbe spianare la strada
definitivamente al nucleare.
"Con la presentazione
unilaterale dei quesiti su acqua e nucleare
avvenuta oggi, Antonio Di Pietro fa una
scelta strumentale, che specula
impropriamente sui movimenti, scippando loro
la titolarità della battaglia, e divide lo
schieramento referendario a fini di pura
propaganda politica". Questo il duro
giudizio del portavoce nazionale della
Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero.
"Come sul legittimo impedimento, Di Pietro
brandisce i referendum con assoluta
leggerezza come puro strumento di propaganda
politica - osserva Ferrero -. La
presentazione di altri quesiti sull'acqua si
muove infatti in aperto contrasto con il
movimento per l'acqua pubblica, che ha già
presentato i propri quesiti e sta iniziando
la racconta di firme, scippando loro la
bandiera della campagna referendaria per
bassi interessi di propaganda politica". Al
contrario, secondo Ferrero, "l'impegno di
tutte le forze, politiche, sociali e
associative, è quello di dar forza al
movimento e di partecipare con spirito e
impegno unitario alla mobilitazione: non
solo al fine di raggiungere l'obiettivo
prioritario delle firme necessarie al
referendum, ma per far crescere insieme la
coscienza civile e politica unitaria".
Di Pietro, "con il suo comportamento
unilaterale, non solo mette a rischio
l'obiettivo della raccolta di firme, ma fa
una vera e propria speculazione con
l'esclusivo interesse di fare propaganda a
scapito del movimento, del suo protagonismo
e della sua unità". Lo stesso, conclude
Ferrero, "avviene sul tema del nucleare,
rispetto a cui un vasto arco di forze si è
impegnato a realizzare una battaglia comune,
che Di Pietro non ha remore a scippare".
In queste ore sono tanti gli appelli a
Tonino di "ripensarci" e fare un passo
indietro. Perché i referendum non si vincono
con i personalismi. Nel momento in cui Di
Pietro vorrà procedere senza ascoltare
ragione, finiremmo per pensare che gli
interessi siano altri, e di ciò Berlusconi
sarà profondamente grato.
(www.aprileonline.info 11 aprile 2010)

Ci hanno rubato l'acqua
di C.R.
302
deputati hanno rubato agli italiani
l'acqua. Mentre dal 2007 giace in
Parlamento una legge di proposta
popolare firmata da 400mila cittadini
che chiedono che l'acqua resti pubblica.
Così, al megafono, rappresentanti del
coordinamento rom ano dell'acqua pubblica
del Forum italiano dei movimenti
dell'acqua, con striscioni contestano la
riforma dei servizi idrici locali
contenuta nel Dl Salva-infrazioni su cui
il governo ha ottenuto la fiducia e che
oggi è stato convertito in legge.
L'Articolo 15 del
provvedimento licenziato dal parlamento
da un lato ribadisce come la proprietà
dell'acqua sia pubblica; dall'altra però
manda in soffitta tutte le gestioni in
house entro il 31 dicembre 2011 a meno
che entro questa data la società che
gestisce il servizio non sia per il 40%
affidata a privati.
La norma, in particolare, prevede due
modalità per la gestione dell'acqua in
via ordinaria ed un'altra in via
straordinaria. Si stabilisce così che la
gestione del servizio idrico debba
essere affidato ad un soggetto privato
scelto tramite gara ad evidenza pubblica
oppure ad una società mista
(pubblico-privato) nella quale il
privato sia stato scelto con gara.
Oppure, ed è il caso straordinario, la
gestione del servizio idrico può essere
affidata ("in casi eccezionali") in via
diretta, vale a dire senza gara, ad una
società privata o pubblica. In tal caso,
però, si deve in primo luogo trattare di
una società in house, ossia una società
su cui l'ente locale esercita un
controllo molto stretto; in secondo
luogo, l'ente locale deve presentare una
relazione all'Antitrust in cui motiva la
ragione dell'affidamento senza gara. In
terzo luogo, l'Antitrust deve dare il
proprio parere. Poiché, come noto, ad
oggi sono già moltissimi i casi di
affidamento in house, il decreto mette
nero su bianco il da farsi nella fase
transitoria. Il provvedimento, infatti,
prevede nel dettaglio che le gestioni in
house debbano tutte decadere entro il
2011, a meno che entro questa data la
società che gestisce il servizio non sia
per il 40% affidata a privati. Resta
comunque possibile per la società
spiegare all'Antitrust i motivi per cui
ricorra il caso straordinario che
permette l'affidamento diretto.
Nella sostanza, però,
si stabilisce che cesseranno tutti gli
affidamenti in house al 31 dicembre 2011
visto che potranno proseguire fino alla
naturale estinzione del contratto solo
quelle società in house che si
trasformeranno in una società mista con
un 40% in mano ai privati. Di fatto,
insomma, con l'attuale formulazione
dell'articolo 15 si obbligano gli enti
locali a mettere sul mercato l'acqua.
Mani blu e catene per
dire che "questo furto non passerà".
Esponenti del Forum per l'acqua si sono
incatenati alle inferriate adiacenti a
Montecitorio e hanno aperto gli
striscioni. Le forze dell'ordine hanno
tagliato le catene con dei tronchesini,
ma la manifestazione non si è fermata.
In cantiere ci sono una serie di
iniziative che sfoceranno in una "grande
manifestazione nazionale a Roma il 20
marzo". Il Forum chiederà "a tutte le
Regioni di impugnare la legge perché è
incostituzionale e già alcune Regioni
come Puglia, Emilia Romagna e Piemonte"
si stanno dirigendo su questa strada;
"diremo a tutti i Comuni che possono
sottrarsi, con modifiche ai loro
Statuti, definendo il servizio idrico
come "privo di rilevanza economica" come
ha fatto al Puglia che ha trasformato
l'acquedotto da Spa in ente di diritto
pubblico".
Quanto all'Europa, "non ci impone
niente". L'argomentazione utilizzata è
un alibi per privatizzare la gestione
dell'acqua. "Ogni Stato membro -
spiegano i manifestanti - decide quali
servizi mettere sul mercato e solo in
questo caso l'Europa impone di fare le
gare e permettere a tutti di
partecipare.
Infatti in Olanda il servizio idrico è
pubblico e in Francia a partire da
Parigi si sta tornando in questa
direzione e l'Europa non dice nulla".
Anche perché, proseguono, il Trattato di
Lisbona prevede il "principio di
neutralità".
Il Forum valuterà "collettivamente"
la raccolta di firme per il referendum e
alla fine, fanno capire, ci dovrebbero
essere, ma, polemizzano, "sono anni che
ci occupiamo di questa tematica e un
referendum non si improvvisa. E'
necessaria una mobilitazione diffusa",
dicono riferendosi ai partiti politici (IdV,
Verdi e Prc) che hanno già annunciato la
raccolta di firme per abrogare la legge.
"Comunque abbiamo già inviato una
lettera a chi ha annunciato che
raccoglierà le firme. Noi avremo una
riunione del coordinamento nazionale il
28 novembre".
Michele Mangano, presidente nazionale
Auser, spiega che si tratta di un
"provvedimento che non tiene conto né
della tutela di una risorsa fondamentale
e preziosa come l'acqua, né
dell'interesse dei cittadini. L'acqua è
un bene pubblico essenziale ed è
inaccettabile che invece di migliorare
un servizio alla fine si favoriscano
solo interessi privati. Un provvedimento
che in alcune regioni italiane
costituisce un regalo alla criminalità
organizzata".
Del resto questo
Governo negli ultimi mesi non si è
distinto nelle strategie sul piano della
legalità. Pensiamo al condono fiscale,
all'affido ai privati della gestione dei
rifiuti solidi urbani, alla proposta di
mettere in vendita i beni confiscati ai
mafiosi. Una mappa di interventi
inquietanti. Non si può più rimanere
indifferenti, tutti questi provvedimenti
incideranno profondamente nella vita di
tutti i cittadini e affonderanno
l'Italia nell'illegalità.
Intanto, a Montecitorio , con 302 sì,
263 no e nessun astenuto, l'aula della
Camera ha approvato, in via definitiva,
il decreto Ronchi "salva- infrazioni" .
Diventa quindi legge il provvedimento
che contiene la riforma dei servizi
pubblici locali, tra cui la
privatizzazione dell'acqua.
A votare a favore sono stati Pdl, Lega e
Mpa. Hanno votato contro Pd, Idv, Udc,
minoranze linguistiche. (Ieri, l'aula
aveva accolto un ordine del giorno della
Lega che impegna il governo a valutare
deroghe alla liberalizzazione della
gestione dell'acqua per i Comuni più
virtuosi. Sulle votazioni agli ordini
del giorno la maggioranza era andata
'sotto' ben quattro volte. Alla fine il
ministro per le Politiche europee Andrea
Ronchi ha deciso di accogliere come
raccomandazioni tutti gli odg, compresi
quelli dell'opposizione).
"Noi dell'Italia dei
valori parteciperemo tutti e da singoli
alla manifestazione del 5 dicembre. Ci
parteciperemo da cittadini, lasciando
che sul palco salgano gli operai di
Eutelia, i lavoratori precari della
scuola, coloro che non hanno voce e a
cui noi vogliamo dare voce. Quei
cittadini, signor presidente del
Consiglio a cui lei, oltre che la voce,
toglie ora anche il diritto di bere e di
respirare, attraverso la deriva delle
privatizzazioni". Lo ha detto il leader
Idv, Antonio Di Pietro, intervenendo
oggi in aula alla Camera. Di Pietro ha
parlato di "leggi schifezza" imposte dal
governo anche a una maggioranza che non
le voterebbe se non fosse per il
"ricatto delle elezioni, poiché la legge
elettorale prevede che tutti i
parlamentari siano nominati dal sultano
di turno e non dal popolo italiano".
Per i parlamentari
del Pd, "quella della privatizzazione
dell'acqua è una scelta sbagliata, un
pasticcio che produrrà problemi agli
amministratori locali, maggiori costi
per i cittadini, vantaggi per pochi
gruppi industriali e finanziari. Per
coprire questo pasticcio il governo usa
le bugie".
"Per motivare questa scelta sbagliata il
governo fa ricorso ad una serie di
bugie, raddoppiando l'errore- dice -
prima bugia: non c'è nessun obbligo,
come sostiene il governo, né nessuna
infrazione comunitaria a cui il nostro
paese debba corrispondere". Seconda
bugia: "la sentenza della Corte di
Giustizia Europea, citata dal governo
per giustificare la privatizzazione, si
occupa di società miste e non di società
pubbliche". Terza bugia: il ministro dei
Rapporti con le regioni Raffele Fitto
"dichiara che, negli ultimi anni,
'avremmo assistito a vergognose
politiche di pubblicizzazione nel
settore dell'acqua'. Questa è proprio
grossa- afferma Causi - negli ultimi 15
anni, su 114 Ato, 56 sono passati a
gestioni miste e soltanto 58 hanno
gestione pubblica. Inoltre, le gestioni
pubbliche sono più diffuse al Centro
Nord.Considerata la maggiore efficienza
della gestione del servizio idrico, al
Centro Nord, forse le gestioni pubbliche
sono migliori".
"Infine, il governo sostiene che per i
cittadini ci saranno 'solo vantaggi'-
dice l'esponente democratico, basta
leggere le dichiarazioni del presidente
di Federutiliy, per capire come andranno
le cose: "Se non si aumentano le tariffe
non si riescono ad attrarre i privati".
Questo è un provvedimento "che darà il
via all'aumento delle tariffe: il
governo- conclude il parlamentare Pd-
metterà le mani nelle tasche dei
cittadini attraverso le
tariffe".(www.aprileonline.info 19
novembre 2009)
Mobilitiamoci per l'Acqua, bene comune
Firma anche tu!
di Giulio Marcon*
Un
fondamentale bene comune -fondamentale
per la vita e la sopravvivenza di
ciascuno di noi- viene sottoposto a
logiche di mercato che -come dimostrato
in questi anni- non garantiscono un
migliore servizio e più accessibile a
tutti, ma solo soldi per chi ne gestisce
il business.
Qui non si tratta di
rendere più o meno efficiente
(ovviamente meglio che sia efficiente)
un servizio per i cittadini, ma di
garantire l'indisponibilità di un bene
fondamentale -che deve essere
universalmente e liberamente accessibile
a tutti- ad una logica di profitto che
in questi anni via via si è estesa ad
una serie di beni (ad esempio quelli del welfare) che nel secondo dopo guerra,
erano stati progressivamente sottratti
alla dimensione del mercato a favore di
quella pubblica e sociale.
Nel centro-sinistra è paradossale che
una parte dello schieramento si adegui a
questo approccio, dopo avere nella
scorsa legislatura tenuto una linea
contraria alla privatizzazione
dell'acqua. Nel centro-destra
l'atteggiamento potrebbe essere
considerato più prevedibile.
E però bisogna ricordare -mettendole a
confronto con la decisione del Senato
sull'acqua- le "sparate" di Tremonti di
questi ultimi mesi contro il mercatismo
e le privatizzazioni: pura ipocrisia e
demagogia. Si continua ad andare
-invece- in quella stessa direzione. Il
mercato applicato alla gestione dei
servizi legati all'acqua è un mix di
inconfessabili interessi economici e di
falsi stereotipi economici sull'
"efficienza del mercato". Si tratta di
grandi interessi e di stupidi tic
ideologici che in questi mesi hanno
dimostrato tutta la loro fallacia.
L'acqua è il simbolo di una totale
mercificazione della società, e della
vita, del soddisfacimento dei suoi
bisogni primari. E questo non è
accettabile.
Difendere l'acqua
come bene comune è fondamentale per
garantire un diritto inalienabile e
vitale che per nessun motivo può
sottostare ad una logica di mercato e di
profitto. E' necessario che un più vasto
numero di comuni -come già sta
accadendo- dichiari l'acqua come bene
comune e come diritto umano.
Bene hanno fatto Vendola e la Regione
Puglia a dichiarare la volontà di
ripubblicizzare l'acquedotto pugliese.
Non è affatto detto che una gestione
pubblica dell'acqua sia più costosa e
inefficiente. Anzi, anche in altri casi
si è dimostrato il contrario: che la
gestione privata (si pensi alle ferrovie
in Gran Bretagna o all'elettricità in
california) è più costosa per i
cittadini (aumentano le tariffe) e
crescono i fattori di inefficienza e di
cattiva gestione. L'obiettivo dei
privati -nonostante i "contratti di
servizio"- non è far funzionare bene i
servizi, ma trarne il maggior profitto
possibile, anche a costo di diminuirne i
costi con minori spese per il personale
e meno manutenzione.
E' necessario
sostenere e sviluppare ancora di più il
movimento per l'acqua come bene comune,
rilanciare le mobilitazioni e chiedere
alla forze politiche di mettere al
centro dell'iniziativa di questi mesi il
tema dell'accesso universale e libero
all'acqua, sottraendola alla dimensione
del mercato. E' una sfida importante,
sulla quale si basa la prospettiva di
un'economia diversa e di una società più
giusta.
*Portavoce di Sbilanciamoci!
(www.aprileonline.info 9 novembre 2009)
Acqua, il grande rifiuto di Padre Alex Zanotelli
da Repubblica 14 settembre 2009
Non avrei mai immaginato che il
paese di Francesco d’ Assisi
(Patrono d’Italia) che ha cantato
nelle sue Laudi la bellezza di “sorella
acqua” diventasse la prima
nazione in Europa a privatizzare
l’acqua! Giorni fa abbiamo avuto
l’ultimo tassello che porterà
necessariamente alla privatizzazione
dell’acqua. Il Consiglio dei
Ministri , infatti, ha approvato il
9/09/2009 delle “Modifiche”
all’articolo 23 bis della Legge
133/2008 . Queste "Modifiche" sono
inserite come articolo 15 in un
Decreto legge per l’adempimento
degli obblighi comunitari. Una prima
parte di queste Modifiche riguardano
gli affidamenti dei servizi pubblici
locali, come gas, trasporti pubblici
e rifiuti. Le vie ordinarie -così
afferma il Decreto- di gestione dei
servizi pubblici locali di
rilevanza economica è l’affidamento
degli stessi, attraverso gara, a
società miste, il cui socio privato
deve essere scelto attraverso gara,
deve possedere non meno del 40% ed
essere socio "industriale”. In poche
parole questo vuol dire la fine
delle gestioni attraverso SPA in
house e della partecipazione
maggioritaria degli enti locali
nelle SPA quotate in borsa.
Questo decreto è frutto
dell’accordo tra il Ministro degli
Affari Regionali, Fitto e il
Ministro Calderoli. E questo grazie
anche alla pressione di
Confindustria per la quale in
tempo di crisi, i servizi pubblici
locali devono diventare fonte di
guadagno.
E’ la vittoria del mercato, della
merce, del profitto. Cosa resta
ormai di comune nei nostri
Comuni? E’ la vittoria della
politica delle privatizzazioni,
oggi, portata avanti brillantemente
dalla destra. A farne le spese è
sorella acqua. Oggi l’acqua è il
bene supremo che andrà sempre più
scarseggiando, sia per i cambiamenti
climatici, sia per l’incremento
demografico. Quella della
privatizzazione dell’acqua è una
scelta politica gravissima che sarà
pagata a caro prezzo dalle classi
deboli di questo paese, ma
soprattutto dagli impoveriti del
mondo (in milioni di morti per
sete!)
Ancora più incredibile per me è che
la gestione dell’acqua sia
messa sullo stesso piano della
gestione dei rifiuti! Questa
è la mercificazione della
politica! Siamo anni luce
lontani dalla dichiarazione del Papa
Benedetto XVI nella sua recente
enciclica Caritas in veritate
dove si afferma che l’”accesso
all’acqua” è "diritto universale di
tutti gli esseri umani senza
distinzioni e discriminazioni”.
Tutto questo è legato al “diritto
primario della vita”. La gestione
dell’acqua per il nostro Governo è
assimilabile a quella dei rifiuti!
Che vergogna! Non avrei mai pensato
che la politica potesse diventare a
tal punto il paladino dei potentati
economico-finanziari. E’ la morte
della politica!
Per cui chiedo a tutti di:
-protestare contro questa decisione
del governo tramite interlocuzioni
con i parlamentari, invio di e.mail
ai vari ministeri…
-chiedere ai parlamentari che venga
discussa in Parlamento la Legge
di iniziativa popolare per una
gestione pubblica e partecipata
dell’acqua, che ha avuto oltre
400mila firme e ora ‘dorme’ nella
Commissione Ambiente della Camera;
-chiedere con insistenza alle forze
politiche di opposizione che dicano
la loro posizione sulla gestione
dell’acqua e su queste Modifiche
alla 23 bis;
-premere a livello locale perché si
convochino consigli comunali
monotematici per dichiarare
l’acqua bene comune e il servizio
idrico “privo di rilevanza
economica”;
-ed infine premere sui propri
consigli comunali perché facciano la
scelta dell’Azienda Pubblica
Speciale a totale capitale pubblico:
è l’unica strada che ci rimane per
salvare l’acqua.
Sarà solo partendo dal basso che
salveremo l’acqua come bene comune,
come diritto fondamentale umano
e salveremo così anche la nostra
democrazia.
E’ in ballo la Vita perché l’Acqua è
Vita!
Berlusconi contestato a Napoli
NAPOLI - "Non devi venire in
Abruzzo, ci stai rovinando". Con
queste parole Silvio Berlusconi è
stato contestato oggi a Napoli da
due giovani abruzzesi, che, davanti
alla prefettura, gli hanno gridato
contro. I due, trentenni senza
precedenti penali, sono stati
identificati dalla Digos, e hanno
detto di essere venuti a Napoli
proprio per la visita del premier.
Berlusconi era a Napoli per
incontrare, ad un mese
dall'inaugurazione del
termovalorizzatore di Acerra, il
sottosegretario Guido Bertolaso, il
Prefetto Alessadro Pansa ed il
Questore Santi Giuffrè. Il
presidente del Consiglio è arrivato
in Campania ieri sera, per fare il
punto sullo status anche degli altri
quattro impianti di
termovalorizzazione dei rifiuti da
costruire nella Regione.
All'entrata della prefettura,
Berlusconi aveva appena iniziato a
parlare con la stampa quando è
partita la contestazione.
Visibilmente contrariato, si è
subito interrotto, congedandosi dai
giornalisti e raggiungendo la
macchina per andare via.
(www.larepubblica.it 27 aprile 2009)
"Tutti qui, dal premier al papa ma Onna non è un spot
tv"
L'AQUILA - La strada di sassi
bianchi taglia il prato, al fianco
di una stalla distrutta. Supera un
dosso, arriva in un altro prato,
coperto da un'enorme pedana
metallica. "Ecco, questo è
l'eliporto. Sabato è sceso qui
Berlusconi, domani arriva il Papa.
Elicotteri che atterrano a Onna, chi
se lo sarebbe mai immaginato.
La strada bianca è stata costruita
proprio per arrivare a questo
prato". Benedetto XVI farà trenta
passi, per salire sulla papamobile.
Non si sa ancora se attraverserà il
paese distrutto o se guarderà le
rovine da "via Geremia Properzi,
sacerdote-teologo". Entrerà nella
tendopoli, per un breve incontro con
i terremotati. "Stavolta, almeno -
dice Gianfranco Busilacchio, del
direttivo del comitato Onna Onlus -
vedremo in faccia il nostro ospite.
Con il presidente del Consiglio
siamo stati tenuti lontano da
tutto".
La pioggia continua ad allagare le
tendopoli, in questa terza domenica
dopo il terremoto. Sembra di vivere
in due mondi diversi e lontani. Da
una parte operai, vigili del fuoco e
volontari che lavorano sotto l'acqua
per montare palchi e alzare
transenne per l'arrivo del Papa;
dall'altra operai, vigili e
volontari che aiutano chi vive nel
fango e cerca di raggiungere una
mensa o un gabinetto.
Non c'è rabbia, nelle parole di
Gianfranco Busilacchio e degli altri
del comitato. "Ma gli occhi per
vedere li abbiamo. Per otto giorni i
vigili del fuoco, che sono
bravissimi, hanno lavorato
soprattutto per preparare le visite
di Berlusconi e del Papa. Hanno
puntellato la chiesa, così il Santo
Padre la può vedere ancora in piedi.
Un lavoro inutile, perché poi sarà
abbattuta. Hanno costruito la strada
e l'eliporto. Hanno preparato anche
un piccolo campanile, con le campane
recuperate fra le macerie, a fianco
del tendone della nuova chiesa.
Tutto bello. Ma nelle tende si vive
malissimo. Gli anziani e chi cammina
con difficoltà non riesce ad entrare
in bagno. Venga a vedere".
Per entrare in un
gabinetto o in una doccia bisogna
salire due gradini alti, in ferro.
"Questi sono servizi che arrivano
dall'Iraq, erano usati dai nostri
militari in missione. Bisogna avere
vent'anni, essere giovani e aitanti,
per entrare qui. Tutti gli altri
sono esclusi". Ci sono anziani che
non riescono a lavarsi da tre
settimane.
Prima il presidente del Consiglio,
poi il Papa. E subito dopo
inizieranno i lavori per il G8. "Onna
è diventata un simbolo - dice
Vincenzo Angelone, che fa parte
della Onlus - ed è giusto che qui
arrivino le persone importanti. Ma
dovevano mandare altri vigili e
altri militari, per costruire ciò
che serve a questi "eventi". A noi i
vigili servono per recuperare una
foto o un maglione nelle nostre case
e per rendere umana la vita in
tenda".
C'è una piccola cerimonia, alle ore
15. "Andiamo a portare una corona
alla lapide dei martiri del '44.
Ieri c'è stato l'omaggio visto nelle
tv di mezzo mondo, ma noi abitanti
non eravamo invitati. Siamo
costretti ad andare oggi, il giorno
dopo l'anniversario".
I cartelli del Comune, nelle strade
che passano accanto alla tendopoli
di piazza d'Armi, annunciano
"Divieto di sosta con rimozione
forzata" dalle ore 6 alle ore 15 di
martedì per "Corteo papale". Nunzio
S., 70 anni, non sa dove portare la
sua Ritmo con il lunotto rotto
coperto da un telo di plastica.
"L'altra notte, quando è venuta una
mezza alluvione, sono venuto a
dormire in macchina".
La preparazione del piazzale della
Finanza per la visita papale è già
una prova di G8. Centinaia di uomini
al lavoro per piazzare sbarramenti,
allargare la sala stampa (500
giornalisti), organizzare la
sicurezza. Per il G8 i giornalisti
saranno 3.000, gli uomini della
sicurezza 16.000. "Il terremoto -
dice Silvio Paolucci, segretario
regionale del Pd - non è un set
pubblicitario.
Come si può organizzare un G8 quando
in cinque mesi devi trovare casa a
50.000 persone?". Naturalmente la
sinistra è spaccata. "Berlusconi -
sostiene la presidente della
Provincia, Stefania Pezzopane, pure
lei del Pd - ha detto che il vertice
mondiale sarà qui e adesso lo deve
fare davvero. Lo Stato deve essere
capace di organizzare questo
incontro internazionale e allo
stesso tempo gestire le tende
alluvionate".
All'Isola del
caffè, all'inizio del centro
storico, una signora legge il
giornale. "Berlusconi si chiede già
come "abbellire" la scuola della
Finanza per il G8? Fossero questi, i
problemi". Sembra una domenica
normale. Poi la signora si mette a
piangere. "Venivo sempre qui, alla
festa. Una pasta e un caffè. Ma poi
tornavo a casa mia, non in una
tenda". (La Repubblica.it 27 aprile
2009)
Terremoto: lettera INGV contro i tagli del governo
a Istituto
Vulcanologia
(ASCA) - Roma, 6
apr - Il geofisico Enzo Boschi, a capo dell'ente
italiano che gestisce la rete di controllo sui fenomeni
sismici e vulcanici, attraverso una lettera indirizzata
al governo aveva lanciato l'allarme sulla carenza di
risorse a cui l'istituto deve far fronte. Nel suo
accorato appello il professore fa riferimento alla
mancata stabilizzazione di tutti i precari idonei. Si
parla di oltre 200 persone, su un totale di 357 unita'
di personale precario, ''che ha contribuito fortemente
ai risultati scientifici conseguiti dall'Istituto nei
settori tradizionali di attivita'''. Tale situazione
''costringerebbe l'Istituto a rinunciare a unita' di
personale sul cui impiego aveva commisurato i propri
programmi di attivita''' percio' l'esperto di sismologia
gia' nell'ottobre 2008 si era appellato ''alla
sensibilita' degli organi di governo affinche' le
disposizioni normative possano essere rivedute e si
possa porre in essere quanto necessario per consentire
all'Ingv di salvaguardare e poi, con la dovuta
gradualita' e previa rigorosa verifica del possesso dei
requisiti professionale, assorbire i propri lavoratori
precari che costituiscono ormai uno strumento
irrinunciabile per le attivita' dell'Ente e un
patrimonio per il Paese''.
Terremoti e
precariato
Carlo Alberto Brunori –
Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Centro
Nazionale Terremoti
Trattando di
eventi sismici o vulcanici e di ricerca scientifica
necessaria alla conoscenza e mitigazione del loro
impatto, non è possibile ignorare e non riportare il
particolare stato di crisi che sta attraversando il
“sistema ricerca” in generale e lo studio e monitoraggio
dei fenomeni sismici e vulcanici nel particolare.
In Italia, lo
studio e monitoraggio 24/24h dei terremoti e dei
vulcani, realizzato in collaborazione con il
Dipartimento della Protezione Civile, è possibile, in
gran parte, grazie al lavoro dei tecnici e ricercatori
precari dell’Istituto Nazionale di Geofisica e
Vulcanologia.
Per fare un
esempio, la rete sismica del centro-sud d’Italia è
mantenuta in funzione grazie all’attività della sede di
Grottaminarda (AV), il cui personale, tecnici e
ricercatori, è composto esclusivamente, da personale
precario.
L’intero “sistema
ricerca” nazionale, di cui tale servizio è parte,
rischia lo stallo a causa delle politiche superficiali
dei nostri governi. Se da una parte arrivano promesse di
ottimizzazione del comparto pubblico, tra i quali gli
enti di ricerca, università, etc., d’altra parte non
emerge una volontà di investire di più e meglio nella
ricerca. Infatti nella ricerca lo Stato Italiano
continua a investire meno dell’1% del PIL, una
percentuale lontanissima dalla media UE. Questa
differenza stride ancor più quando, con la crisi
economica ormai in atto, quasi tutti i paesi
“occidentali” stanno scrivendo o hanno già scritto un
“piano industriale” anti-crisi a lungo termine che
include maggiori investimenti in ricerca!!
In questo momento i precari degli
enti di ricerca in particolare, vivono alla giornata,
aspettando che la loro situazione sia risolta. Si tratta
di 30-40 enni altamente specializzati, tra i quali molti
scienziati di fama internazionale. Per i quali lo Stato
prevede la possibilità di essere assunti, ma senza un
piano chiaro per il futuro.
L’INGV ad esempio, a tutt’oggi non
ha una pianta organica tale da poter assorbire i
precari. Si tratta del 40% circa della forza lavoro tra
tecnici, amministrativi e ricercatori. Il numero elevato
di personale a contratto è dovuto ad un blocco dei
concorsi cominciato nel 2002. Questo squilibrio e la
perdita dei precari che si profila, rischia di mettere
in crisi la capacità dell’Ente nel poter di rispondere
ai crescenti obblighi istituzionali di sorveglianza
vulcanica, sismica, degli tsunami, delle emergenze
geochimiche etc. Fino ad oggi l’INGV ha potuto e dovuto
rispondere a questi obblighi dotandosi di personale
assunto con varie forme contrattuali a termine.
Investire nella
ricerca, ancor più durante una forte crisi dell’attuale
modello economico, vuol dire fornire al paese,
finalmente, solide basi per un piano industriale a
breve, medio e lunghissimo termine.
Significa
espandere, rinnovare e qualificare il mondo del lavoro.
Significa mettersi finalmente al livello di quei paese
che hanno investito in ricerca e sviluppo nel passato
recente e che proprio per questo oggi sono in grado di
mantenere il livello di impiego invece che navigare in
balia delle onde della tempesta economica, gettando
persone e quindi famiglie nel calderone dei
cassaintegrati … quando va bene perché ai precari non
spetta nemmeno la cassa integrazione. Non si tratta,
dunque, di un qualsiasi capitolo di spesa dove operare
tagli indiscriminati.
La Ricerca è un
bene comune. Sono necessari anni per formare tecnici e
ricercatori; le casse pubbliche investono per ogni
persona, tra università, dottorato, etc., dai 500 ai
700mila euro. Privarsi delle migliori menti, per
esigenze di cassa, – chiedendogli di fare
“qualcos’altro” o, peggio, di “andarsene all’estero” –
equivale a sperperare denaro pubblico e mettere una
seria ipoteca sul futuro.(9 marzo 2009
www.rinnovabili.it) -
Perchè l'acqua deve essere pubblica
di Maurizio (Mao)
Calliano
La
Federazione di Torino del PdCI, ha dato ufficialmente
l’adesione al Comitato dell’acqua pubblica torinese,
come d'altronde aveva già fatto il Partito in sede
nazionale nel mese di dicembre al Forum italiano dei
Movimenti per l’Acqua (
www.acquabenecomune.org ). Le ragioni della nostra
piena adesione al progetto sono molteplici e risiedono
nella convinzione che il Partito si debba spendere,
rispetto alle questioni locali, in difesa del bene e dei
servizi pubblici.
L'obiettivo che si propone il Coordinamento è
raccogliere le firme per una iniziativa di deliberazione
popolare in modo che lo Statuto di Torino includa alcune
clausole di preservazione dell'acqua come bene pubblico
e che assicurino a tutti i cittadini il diritto
all'accesso all'acqua potabile. In buona sostanza si
vuole sottrarre al mercato la privatizzazione delle reti
e della distribuzione dell'acqua e al contrario che
l’acqua venga riconosciuta quale servizio senza scopo di
lucro.
Come Comunisti Italiani ci siamo sempre battuti contro
le privatizzazioni, che immancabilmente hanno portato
all'aumento delle tariffe, a un generale peggioramento
del servizio e dei livelli di manutenzione (e quindi di
sicurezza) e una disparità nell'accesso. L'acqua
sappiamo bene che è indispensabile alla sopravvivenza: è
la risorsa che le grandi multinazionali vogliono
accaparrarsi per farci i loro enormi e sporchi profitti.
E' una risorsa che sta diventando sempre più scarsa: il
mondo si dirige verso un calo della produzione agricola,
già a partire da quest'anno, dal 20 al 40 per cento a
causa della grave siccità che sta colpendo l'intero
pianeta (
www.resistenze.org ). I prossimi conflitti
potrebbero nascere proprio per l'acqua.
Tornando sul piano locale, è risaputo che la tutela
dell'acqua è stata per noi tra le rivendicazioni
avanzate al Sindaco Chiamparino e alla sua giunta in
occasione della verifica del Documento di programmazione
economica di metà mandato. Abbiamo subordinato la nostra
permanenza nell'alleanza di centro sinistra alla
garanzia del mantenimento della maggioranza pubblica
nelle aziende ex municipalizzate e all’esplicito impegno
a non procedere con nessuna privatizzazione delle reti e
del servizio di distribuzione dell’acqua.
Si sa come è andata: attorno l'indisponibilità da parte
del Sindaco a dire una parola chiara sulla proprietà
delle ex municipalizzate e sull’acqua, si è consumata
una rottura insanabile, che ci ha portato a ritirare la
nostra fiducia e la nostra delegazione dalla
maggioranza.
Va da sé che l'appello del Coordinamento dell'acqua
pubblica ci ha trovato immediatamente concordi e
disponibili ad appoggiare il progetto e procedere alla
raccolta firme. Ma il lavoro non sarà concluso con la
raccolta firme, perché verranno opposti dei problemi di
"legittimità". Siccome SMAT, che gestisce l'acquedotto
sul territorio torinese è in forma di Spa, verranno
invocate in particolare le direttive dell'Unione Europea
per obbligare alla privatizzazione delle ex
municipalizzate. Il Coordinamento, e noi affianco a
loro, dovrà dare una dura battaglia e pretendere di
ritrasformare SMAT in ente di diritto pubblico.
Sappiamo fin troppo bene che la UE non è un unione di
popoli. Il Parlamento europeo non ha che un vago potere
consultivo e la UE è un organismo sostanzialmente
antidemocratico. E' un dispositivo capitalista che, ne
abbiamo la prova guardando alle questioni sul lavoro, si
accanisce contro i più elementari diritti dei
lavoratori, rivedendo al ribasso le conquiste nazionali.
L'acqua è bene comune irrinunciabile. Niente come
l'acqua, che con un moto continuo scorre abbeverando,
risanando, dissetando, irrigando, azionando macchine e
turbine, è simbolo di quell'aspirazione a cui noi
comunisti tendiamo: la proprietà collettiva dei mezzi di
produzione e dei beni di interesse pubblico. (La
Rinascita della sinistra 13 marzo 2009)
Liberalizzare la droga
di Manuela Bianchi
Oggi
a Vienna al summit dell'UNODC (l'Agenzia
antidroghe e crimine dell'Onu) - in cui
ministri e alti funzionari di oltre 50
delegazioni discuteranno delle
responsabilità della coperazione, dei
problemi del mercato nero, dei diritti
civili, della prevenzione e del
trattamento del traffico e consumo di
sostanze stupefacenti - approda un
proposta-provocazione che vede nella
liberalizzazione della droga la via al
successo nella battaglia al
narcotraffico e ai condizionamenti che
da esso scaturiscono sia al livello
delle politiche degli stati che della
stessa finanza internazionale.
Originata da uno studio dell'americana
Brookings Institution, supportata da un
economista dell'Harvard University,
Jeffrey Miron, e sottoscritta da 500
colleghi, la proposta stigmatizza
l'inefficacia della lotta che finora il
mondo ha condotto contro i narcos e
invita tutti i paesi a cambiare
strategia. La droga che circola è sempre
più cattiva e pericolosa per la salute -
sostengono i 500 - mentre il denaro che
ne deriva, se tradotto in termini di
PIL, si collocherebbe al 21esimo posto
nel mondo subito dopo la Svezia. I narcotrafficanti
possono "vantare" un fatturato
corrispondente a 320 miliardi di dollari
l'anno e un potere che ha diramazioni in
tutti i campi: se si utilizzassero gli
introiti di questo business - si legge
nel documento - per rafforzare i
controlli, le prevenzioni e la lotta
alla criminalità, il mondo intero, oggi
in piena recessione, ne gioverebbe.
Ma finora pare che
nessun paese voglia accogliere la
provocazione. Un documento di 22
cartelle emanato dall'Unodc esprime
contrarietà alla contrapposizione
salute-sicurezza - che nella
provocazione dei 500 ha un forte
sbilanciamento verso la seconda - per
privilegiare invece l'azione su entrambi
i fronti. L'italiano Antonio Maria
Costa, direttore generale dell'Agenzia
dell'Onu, dichiara che, a fronte dei
risultati deludenti ottenuti finora
"pensare alla liberalizzazione delle
droghe come a una soluzione alternativa
sarebbe la fine, verremmo sconfitti",
pur riconoscendo che "Il rischio che la
ricchezza prodotta dalla droga finisca
per colmare la povertà dell'economia
legale è altissimo". Una posizione non
condivisa in casa nostra da Paolo
Ferrero, segretario nazionale del Prc,
che in una nota cita una ricerca
condotta dallo studioso Sandro Donati
che ha dimostrato come "la lotta al
narcotraffico serve solo da copertura
alla guerra in Afghanistan e agli
interventi statunitensi in Colombia, ma
non ha portato ad alcun risultato" e si
dichiara a favore del documento degli
economisti anglosassoni, ritenuto "una
proposta che va nella giusta direzione"
poiché "chiede di usare gli introiti
strappati in questo modo ai grandi
cartelli di narcotrafficanti per
rafforzare controlli, prevenzioni e
lotta alla grande criminalità". Secondo
il segretario "le politiche
proibizioniste servono solo ad
ingrassare le organizzazioni criminali e
la loro prosecuzione è folle".
Intanto a Vienna il
summit è stato testimone
del mantenimento di una promessa, quella
del presidente boliviano Evo Morales
che, come annunciato nei giorni scorsi,
si è presentato al Tavolo masticando
foglie di coca. "Non è una droga, è una
medicina - ha affermato agli astanti -
che rappresenta la cultura delle
popolazioni andine".(www.aprileonline 11
marzo 2009)
Centrali nucleari? No grazie
L'allarme dell'Independent "Nuove
centrali più pericolose".
In caso di incidente, le centrali nucleari di nuova
generazione sono più pericolose dei vecchi impianti che
dovrebbero sostituire. A mettere in luce questo rischio
è un'inchiesta del quotidiano britannico The Independent.
Il giornale prende in esame i nuovi Epr (European
pressurised reactors), i nuovi reattori che verranno
costruiti in Gran Bretagna, ma anche in Italia, dopo
l'accordo siglato oggi da Berlusconi e Sarkozy. Intanto,
monta la protesta delle organizzazioni ambientaliste, da
Greenpeace a Legambiente, contro il ritorno al nucleare.
E le voci dissonanti si fanno sentire anche
dall'opposizione, dal Pd a Prc, mentre i verdi si dicono
"pronti a un referendum".
La denuncia dell'Independent. Il quotidiano britannico
cita alcuni documenti di natura industriale che
provengono anche dalla azienda francese Edf, la stessa
che ha appena sottoscritto un accordo con Enel. Studi
che segnalano che il rischio di incidenti con queste
nuove tecnologie è sì più basso, ma, nel caso avvenga
una fuoriuscita di radiazioni, questa sarebbe più
consistente e pericolosa che non in passato. Tra i
documenti esaminati, "ce n'è uno secondo cui le perdite
umane stimate potrebbero essere doppie".
"Finora questo tipo di centrali è stato generalmente
considerato meno pericoloso di quelli attualmente in
funzione perché dotato di maggiori misure di sicurezza e
in grado di produrre meno scorie - argomenta il
quotidiano - ma le informazioni contenute nei documenti
da noi consultati dimostrano che in effetti producono
una quantità di isotopi radiattivi di gran lunga
maggiore tra quelli definiti tecnicamente 'frazioni di
rilascio immediato', proprio perché fuoriescono
facilmente dopo un incidente". (facebbok 25 febbraio
2009)
Il Forum dei Movimenti per l'Acqua
di Maurizio Gubbiotti*,
Ora
che anche il fumetto Natan Never
intitola l'ultimo episodio di novembre
"la guerra dell'acqua", descrivendo una
storia nella quale la Banca Mondiale
chiede in cambio della cancellazione del
debito ad un paese africano, la
privatizzazione dell'intera rete idrica
nazionale con una grande rivolta delle
comunità locali, sembra davvero che in
questi anni la consapevolezza del
fallimento della privatizzazione dei
servizi idrici e soprattutto della
necessità che si apra nel mondo una
nuova stagione di diritti dove
l'ambiente, la salute, il lavoro, siano
diritti e non solo bisogni o temi, stia
crescendo fortemente.
Che l'accesso
all'acqua da parte di tutti gli
individui nel mondo debba diventare un
diritto dell'umanità, sancito anche
dall'inserimento nella Carta dei diritti
dell'uomo sembra essere diventato
patrimonio comune. Tante battaglie si
sono svolte o si stanno svolgendo nel
mondo, a partire da quella storica di
Cochabamba in Bolivia, dove la
privatizzazione del servizio idrico a
cura di una multinazionale europea aveva
portato le tariffe ad un incremento del
400% e con una rivolta anche molto
cruenta purtroppo la comunità ha
ottenuto che il governo tornasse
indietro e oggi quel paese possiede un
ministero dell'acqua ed ha nella propria
costituzione un capitolo che vieta la
privatizzazione di questo bene comune,
fino ad arrivare a quella promossa dalla
rete di associazioni ambientaliste
Ecofondo per la realizzazione di un
referendum popolare sullo stemmo tema.
Ero a Genova due
settimane fa per un dibattito sul
diritto all'acqua e a quell'appuntamento
ha partecipato l'assessora all'acqua
della municipalità di Parigi, Anne Le
Strat che ha mostrato la delibera che il
consiglio municipale voterà il prossimo
lunedì per non riconfermare i contratti
con i due giganti privati dell'acqua,
Veolia e Suez, in scadenza per fine
2009, passando ad una gestione pubblica
che gestirà dalla produzione, alla
distribuzione, alla tariffazione. Con la
municipalizzazione, la città di Parigi
ha calcolato che risparmierà 30 milioni
di euro l'anno, e come ha sottolineato
l'assessora alla fine del suo
intervento: "Se siamo riusciti a farlo
noi con la presenza delle due
multinazionali dell'acqua più importanti
del mondo, credo propria che sia
possibile ovunque".
Ora dopo due anni dal
primo Forum dei movimenti per l'acqua
pubblica tutte queste realtà si
incontreranno nuovamente sabato e
domenica prossimi ad Aprilia, cittadina
laziale a pochi chilometri da Roma, dove
da tempo proprio attraverso la
multinazionale Veolia si è realizzata la
prima vera privatizzazione dell'acqua
del nostro paese, e dove anche la
mobilitazione dei cittadini per un
ritorno ad una gestione pubblica è da
tempo particolarmente accesa. I
movimenti arrivano a questo appuntamento
con molte iniziative di mobilitazione di
successo, tra le quali ben 400.000 firme
raccolte su tutto il territorio
nazionale per una legge popolare sulla
ripubblicizzazione ed una gestione
partecipata ed equa, ora pendente in
parlamento, ma anche una carovana
dell'acqua che ha toccato gran parte dei
paesi dell'America Latina e che chiude
il proprio viaggio proprio domani.
Il Forum è stato
preceduto oggi pomeriggio da un incontro
presso la Provincia di Roma dei tanti
amministratori che in questi anni si
sono attivati su questo e dove è nato
ufficialmente il coordinamento nazionale
degli Enti Locali per l'acqua pubblica.
La volontà di queste giornate di
incontri è quella di dare nuovo slancio
al movimento, lanciando una serie di
azioni concrete perché aumenti la
propria efficacia e la propria capacità
di mobilitazione e la parola passerà poi
all'appuntamento successivo del quinto
Forum mondiale che si svolgerà ad
Istanbul dal 16 al 22 marzo proprio in
quella Turchia ricca d'acqua e in piena
trattativa per l'entrata in Europa.
*Coordinatore
Segreteria Nazionale Legambiente
Responsabile Dipartimento Internazionale
Legambiente
Secondo Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
Aprilia, 22 e 23 Novembre
2008
Vai sul sito
www.acquabenecomune.org
per leggere il programma

Acqua oro bianco - clicca qui

I destini della fusione di Hera, Iride e Enia
Botta e risposta senza mediazione tra Sergio Cofferati e
il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino sui destini
della fusione di Hera, Iride e Enia. Un clima sempre più
acceso di dichiarazioni incrociate pesa sul futuro della
grande multiutility che darebbe vita a un colosso da 5
miliardi di euro di capitalizzazione, un vero gigante
nella distribuzione di acqua, gas ed energia. Ieri è
stato Cofferati a scegliere la concisione di una
risposta gelida per declinare l' invito a un incontro
che era venuto da Chiamparino: «Tratta l' azienda, non
gli azionisti».
Bastano sei parole per
stroncare l' ipotesi di summit attorno al tavolo dei
sindaci per discutere gli assetti della nuova compagine
societaria. Sergio Chiamparino aveva affidato la
proposta a una dichiarazione di mediazione: «Spero sia
possibile avere al più presto, insieme alla collega
Marta Vincenzi (sindaco di Genova, ndr), la possibilità
di parlare con i colleghi azionisti di Hera ed Enia».
Anche dopo lo stop di Cofferati, il sindaco di Torino
non si è arreso e ieri ha voluto ribadire la necessità
di un incontro. «Ferma restando la fiducia nei manager
delle aziende, ribadisco che ci sono temi che vanno
discussi dagli azionisti, come il concambio e gli
assetti societari - ha dichiarato il sindaco di Torino
in risposta a Cofferati - Strada che del resto è già
stata seguita anche in occasione della fusione tra le
due municipalizzate di Genova e Torino, che danno oggi
vita a Iride». Sul tavolo, le questioni che separano la
posizione di Sergio Chiamparino da quella dei sindaci
emiliani, oltre a Cofferati anche Graziano Delrio,
sindaco di Reggio Emilia e principale azionista di Enia.
Il sindaco di Torino pensa che la strada da seguire sia
quella di una public company controllata dagli azionisti
pubblici e contendibile, ma soprattutto crede che vada
evitato il rischio di restare fermi al modello
societario delle ex municipalizzate, creando solo un
esempio più grane di quelli esistenti. La proposta di
Marta Vincenzi sposa l' idea di una quota degli
azionisti pubblici ridotta, che il sindaco di Genova
fissa alla soglia del 30%, mentre i sindaci emiliani non
vogliono scendere sotto la quota del 51% delle azioni in
mano ai soci pubblici. Il patto di sindacato di Hera
anzi ha messo nell' ultima riunione questa
caratteristica tra gli elementi distintivi della nuova
società multiregionale in vista della fusione. Una
posizione sostenuta anche dal segretario del Pd di
Bologna, Andrea De Maria che ha detto: «è fondamentale
che la maggioranza societaria rimanga in mano al
pubblico attraverso i Comuni di riferimento», e
apprezzata dalla Cgil, che chiede però di chiarire «quali
siano i progetti industriali, quali i vantaggi per i
cittadini e quale il ruolo dei lavoratori e delle
relazioni sindacali». «L' idea del sindaco di Torino di
cedere la maggioranza della proprietà pubblica della
futura azienda - ha commentato la Camera del lavoro di
Bologna - è sbagliata e non risponde alla necessità e
agli interessi dei cittadini dei territori implicati,
dei lavoratori delle aziende e dei sistemi territoriali».
(-
30
settembre 2008 - La Repubblica)
Un anno per morire avvelenati
di Alberto D'Argenzio
Roma riparte all'attacco contro
il Pacchetto clima, chiede un anno di stop, 12-15
mesi per «assicurare un'analisi costi-efficacia». E
così, in vista del consiglio dei ministri
dell'ambiente di domani a Lussemburgo, il governo
italiano mette sul tavolo un'altra proposta
potenzialmente indecente, quella di approvare il
Pacchetto a dicembre, ma sottoponendolo ad una
clausola di «revisione» da realizzare «nel corso del
2009». In sostanza approvare uno scatolone mezzo
vuoto, un'idea che è destinata, presumibilmente, a
scontrarsi con la determinazione di Nicolas Sarkozy
e Angela Merkel, fino ad ora ben convinti che
l'Europa debba arrivare al vertice di Copenaghen del
dicembre 2009 con i compiti fatti e non a metà.
Già prima del vertice di mercoledì e giovedì la
diplomazia italiana aveva puntato sulla tattica
dilatoria, chiedendo una valutazione di impatto
delle 4 direttive che compongono la strategia
europea per la lotta al riscaldamento del pianeta.
Alla fine la Presidenza francese aveva ribadito che
l'accordo va trovato entro dicembre, inserendo nelle
conclusioni del Consiglio solo un richiamo
all'analisi costi-benefici, un richiamo vago che non
diluiva e non diluisce obiettivi e tempi.
Ora il governo cerca di sfruttare questa finestrella
per riprovare a ritardare l'attuazione del
Pacchetto. L'analisi su costi e benefici, recita la
proposta italiana «non può essere conclusa in modo
definitivo entro la fine del 2008» e pertanto «sarà
necessario un arco di tempo non inferiore a 12-15
mesi». Una vera e propria richiesta di stop. Otre a
ciò l'Italia chiederebbe anche altre cose:
sostituire agli obiettivi annuali previsti per i
settori agricolo, civile e dei trasporti con un solo
obiettivo intermedio vincolante al 2017; prevedere
un'adeguata tutela per tutti i settori nei confronti
del rischio di «carbon leakage», cioè la
delocalizzazione delle imprese a maggiore intensità
energetica e, infine, elevare dal 3 al 10% la quota
di energia verde prodotta da propri progetti in
paesi in via di sviluppo e calcolabile all'interno
del computo delle rinnovabili. Poi Roma vorrebbe
anche un ingresso soft del settore termoelettrico
all'interno della borsa delle emissioni, non il 100%
a partire dal 2012, come prevede il Pacchetto clima.
Dopo le dure parole di venerdì del commissario
all'ambiente Stavros Dimas, Bruxelles risponde
questa volta con più diplomazia, ma con la medesima
fermezza. La Commissione, ha detto ieri Jens Mester,
uno dei portavoce di Barroso, «è consapevole che
alcuni Stati membri hanno preoccupazioni», ma
continua ad essere «fiduciosa» che verrà trovata una
soluzione «costruttiva» e che un «accordo
complessivo» sul pacchetto clima-energia sarà
trovato entro dicembre. Dalla Commissione fanno
anche sapere che domani a Lussemburgo ci sarà modo
di chiarire con il governo italiano le divergenze in
modo da lavorare per superarle. Da Roma non mancano
invece le parole ancora di fuoco, come quelle di
Brunetta: «L'Europa ha poco da bacchettare perché il
'20-20-20' è una follia. L'Italia bene ha fatto a
rallentare i processi decisionali anche perché
sarebbero costati dieci miliardi di euro in più fino
al 2020. Non ce lo possiamo permettere». L'Italia,
almeno per il momento, non ha rallentato un bel
niente. «Quella del rinvio è una bufala», taglia
corto Monica Frassoni, capogruppo dei verdi al
Parlamento europeo. Domani a Lussemburgo il faccia a
faccia tra Prestigiacomo e Dimas.(Il Manfestp 19
ottobre 2008)
La truffa dell'immondizia rimossa
di Pancho Pardi
Vista di sfuggita nel telegiornale alle spalle di
Berlusconi: la solita scena azzurra con il logo
cerchiato della presidenza del consiglio (in origine
copiato dal logo della presidenza americana) e
dentro il cerchio la scritta “Ottava visita del
Presidente del Consiglio a Napoli”. L’esibizionismo
puerile si riveste di oggettività televisiva.
Il governo è la televisione. Ciò che si vede c’è,
ciò che non si vede non c’è.
La ripulitura del centro viene continuamente
rappresentata e nella messa in scena scompaiono i
suoi caratteri approssimativi. E pur vedendone
l’aspetto precario, gli elettori di centrosinistra
non possono non riconoscerla e allo stesso tempo
devono ammettere la disastrosa insufficienza della
classe dirigente di centrosinistra che ha lasciato
marcire la situazione oltre ogni limite immaginabile
per poi consegnare al mago la possibilità di usare
la sua bacchetta magica. Se ha senso ora collaborare
col governo perché non l’hanno fatto prima quando il
governo era nostro? Perché hanno rinviato a dopo ciò
che dovevano fare subito?
Ora viene messa in scena la pulizia napoletana ma la
regione resta invasa e inquinata. Discariche aperte
d’autorità e militarizzate accolgono la spazzatura
urbana e non si sa quanto ciò possa durare. Altre
discariche vengono aperte nei luoghi meno densi di
popolazione, meno problematici dal punto di vista
del consenso elettorale, ma proprio perciò pregiati
come riserve di spazio e di silenzio.
La città invia la sua spazzatura lontano da sé e
inquina luoghi che da sé non avrebbero mai saputo e
voluto inquinarsi. L’Irpinia orientale deve subire
gli effetti peggiori di una metropoli che non ha mai
saputo trovare la misura per autoregolarsi.
Gruppi spontanei testimoniano la realtà incombente
della terra dei fuochi. L’area metropolitana è
segnata da un reticolo di discariche occasionali,
non estinguibili e di continuo rinnovate, dove i
fuochi bruciano notte e giorno. I ritratti da
satellite forniti da Google lo dimostrano. Vi si
brucia di tutto, anche in immediata prossimità di
insediamenti e colture. Sotto gli occhi dei tutori
dell’ordine, nella piena consapevolezza delle
popolazioni circostanti.
Il Tg3 vi ha gettato un rapido sguardo. Gliene
rendiamo merito, ma si può scommettere che la coltre
dell’indifferenza organizzata cercherà di far
dimenticare. A maggior ragione va sostenuta l’azione
di chi, prima di tutto, esercita il diritto
costituzionale all’informazione. Prima ancora di
giudicare: raccontare e far vedere. Il compito del
cronista indipendente dai poteri resta garanzia
fondativa della democrazia. Non ha alle spalle il
logo “Centesima visita nella terra dei fuochi” ma fa
del suo meglio per mostrare la verità.
Chi è interessato vada a vedere
www.laterradeifuochi.it(micromega 8 settembre
1008)
I soliti noti dell'atomo
di Angelo Baracca, Giorgio Ferrari
Dietro il maschio decisionismo di Scajola, dietro un
esecutivo «in tuta mimetica», il re è nudo.
Sconcerta l'improvvisazione con cui si è annunciato il
programma nucleare, in un contesto normativo e
industriale inadeguato a garantire affidabilità e
sicurezza nelle fasi di progettazione, costruzione ed
esercizio degli impianti.
Progettazione che non si farà in Italia, come non la si
fece per Trino, Latina, Garigliano e Caorso, ma almeno
quel programma ci aveva messo in grado di capire e
intervenire sul progetto e di arrivare, dopo 15 anni,
alla definizione del Pun (Progetto unificato nucleare).
Quanto alla costruzione, il nanismo industriale
italiano, che pure non ha impedito lauti profitti a una
miriade di piccoli e medi imprenditori, non permette
illusioni circa l'affidamento delle commesse nucleari,
una volta distrutte o cedute le competenze e le capacità
del settore elettromeccanico nazionale.
Restano i soliti noti dell'ingegneria civile: Impregilo
(inceneritore di Acerra), Italcementi (cemento fasullo)
e le minimizzate capacità dell'Ansaldo.
Quanto all'esercizio, una volta fiore all'occhiello del
vecchio Enel pubblico, insieme al personale
specializzato sono andati in pensione anche i criteri (e
le strutture) che sovrintendevano alla gestione degli
impianti nucleari: personale qualificato, ottimizzazione
del ciclo del combustibile, gestione delle salvaguardie,
quality assurance e altre attività tipicamente nucleari
che non si improvvisano.
Esiziale infine, ai fini della credibilità del
programma, è l'impreparazione degli addetti a qualsiasi
livello, perché in tutti questi anni le industrie e i
governi di ogni colore non hanno speso un soldo nella
ricerca e nella formazione, universitaria e non.
Come rimediare a queste mancanze? L'organico dell'Enea è
sottodimensionato, e spesso composto di personale con
contratti a termine. Anche ammesso che questi deficit
strutturali siano colmati con contractor e consulenti
stranieri, quale autorità di sicurezza sarà in grado di
portare avanti l'istruttoria necessaria a validare il
progetto e a rilasciare la licenza di esercizio per
questi impianti?
Dal canto suo il governo ha approntato un ddl specifico
da cui si evince che:
a) i nuovi impianti nucleari possono essere di più
tipologie;
b) la scelta dei siti e i criteri di localizzazione di
questi impianti e del deposito nazionale per le scorie
sono delegati al governo; c) questi criteri includono
quello della sicurezza nazionale; d) l'unico organo
abilitato a dirimere le controversie relative a tali
impianti è il Tar del Lazio ed eventuali misure
cautelari prese da altra autorità giudiziaria restano
sospese fino a pronuncia dello stesso.
Il primo punto lascia intendere che la scelta del tipo
di reattore potrebbe non essere unica.
Vale a dire che se la Francia è in pole position per la
scelta del reattore Epr (considerati gli stretti legami
di Edf con Edison ed Enel e le simpatie per Sarkozy), la
piaggeria di Berlusconi verso Bush lascia una porta
aperta per l'Ap1000 della Westinghouse, anche se optare
per due tipi di impianto a fronte di un programma di
sole 5 centrali costituirebbe il massimo
dell'inettitudine!
Quanto agli altri punti, essi possono essere riassunti
con due frasi: militarizzazione del territorio e
aggiramento delle norme e procedure sull'informazione e
partecipazione dei cittadini alle scelte riguardanti
questo tipo di insediamenti.
E' bene ricordare che già il decreto Scanzano (governo
Berlusconi) definiva il deposito nazionale per le scorie
«opera di difesa militare» e che il Dlgs 16.02.08
(governo Prodi) introduce la possibilità di escludere da
qualunque valutazione ambientale le opere considerate
dall'esecutivo di difesa nazionale o su cui venga
apposto il segreto di stato.
Come farà poi Scajola a definire entro l'anno le
localizzazioni delle centrali nucleari, viste le levate
di scudi di molte regioni, compresa la fedele Lombardia?
Qui entra in gioco l'arte del taroccamento: gli impianti
da costruire sono cinque come i siti dei vecchi impianti
in dismissione (Trino, Caorso, Montalto, Latina,
Garigliano).
Sovrapponendo le due serie si semplifica l'istruttoria
per la scelta del sito e si evita in teoria il
prevedibile contenzioso con le popolazioni perché i siti
sono già licenziati, e il decommissioning delle vecchie
istallazioni, almeno per le parti strutturali.
Tre di questi siti (Garigliano, Trino e Caorso) sono su
due fiumi: il Garigliano di portata modesta, e il Po che
già non dispone di acqua a sufficienza per gli impianti
termici esistenti lungo il suo corso: figurarsi per due
nucleari da 1300-1600 Mw che richiedono dai 1800 ai 4300
mc/minuto ciascuno (30.000-72.000 litri/secondo).
Si deve quindi ricorrere a torri di raffreddamento,
strutture di cemento armato alte 200 metri e altrettanto
larghe alla base che, oltre a far lievitare i costi di
impianto del 30-40% e a ridurne l'efficienza, immettono
in atmosfera milioni di tonnellate di vapore acqueo,
riscaldando l'aria.
Resta da spiegare la vocazione nucleare di Confindustria.
Intanto va rimarcato che le grosse utilities elettriche
(Enel ed Edison) siedono ai vertici della struttura
presieduta da Marcegaglia, la cui impresa di famiglia
completa con A2A il tiro a quattro di tutta
l'operazione.
Si tratta di incamerare gli aiuti di stato senza i quali
non si avvia nessun cantiere, aiuti che - sull'esempio
degli Usa - potranno consistere in agevolazioni
tariffarie per i primi anni di esercizio (un CIP 6
nucleare); garanzie sovrane, cioè dello stato, su
finanziamenti e assicurazione; erogazioni a fondo
perduto. Il tutto da compensare redistribuendo le voci
«nucleari» già presenti nelle tariffe elettriche e
valutabili intorno ai 0,6-0,7 cent/Kwh, cioè per un
gettito annuo di oltre 2 miliardi di euro. Sarà così
decisivo il ruolo dell'Enel che deve ripianare un
indebitamento esorbitante, causato da disinvolte
acquisizioni all'estero, specie in Slovacchia dove si
sta rivelando disastroso l'acquisto delle centrali
nucleari della società Slovenske Elektrarne.
Uno scenario inquietante dunque, dove non sarà facile
mettere tutti d'accordo, e dove nemmeno si può escludere
che il programma abortisca dopo il primo impianto
addossandone la colpa ad altri, cosa che è nello stile
di Berlusconi.
Una ragione in più per rovesciare, insieme alla scelta
nucleare, il liberismo imperante anche a sinistra e
riproporre la socializzazione di risorse primarie come
l'acqua e l'energia.
Due luoghi comuni sostengono che importiamo energia
perché non abbiamo centrali a sufficienza, e la
importiamo dalla Francia perché ha le centrali nucleari.
La potenza installata in Italia nel 2006 era di 89.800
Mw, a fronte di una domanda di picco di 55.600 Mw, con
un margine teorico di sovrapotenza di oltre 34.000 Mw
(il 38%, il più alto d'Europa) ma con un grado di
utilizzo degli impianti inferiore al 50%. Abbiamo
peraltro le tariffe più alte d'Europa: 74,75 ?/Mwh
(media annuale 2006), tra 17 e 26 ? /Mwh superiori alla
media europea (ma fino a 40 ?/Mwh nelle ore di picco).
LE TARIFFE
Non è dunque la mancanza di centrali, ma l'alto costo
del Kwh italiano la causa delle importazioni di energia.
Questo alto costo viene attribuito al fatto che non
abbiamo il nucleare, mentre le tariffe sono più basse in
Francia, che produce il 78% dell'energia elettrica dal
nucleare.
LA FRANCIA
A parte che dalla Francia importiamo il 6,4% (su un
totale del 15,4%) del nostro fabbisogno, nessuno rileva
che le tariffe francesi sono simili a quelle di Germania
e Inghilterra, e addirittura superiori a quelle della
Spagna (19%).
Inoltre, il sistema francese è troppo rigido per seguire
le variazioni giornaliere del fabbisogno, perché le
centrali nucleari hanno pochissima modulazione, per cui
nelle 24 ore generano energia in sovrappiù che deve
essere esportata (anche sotto costo) per non dovere
fermare gli impianti. Ma questa rigidità costringe la
Francia ad importare energia nelle ore di punta con
costi elevatissimi.(Il Manifesto 2 luglio 2008)
Scuola dell'acqua al Caffè Basaglia
Martedì
1° Luglio - ore 21
Caffè
Basaglia via Mantova 24 - Torino
per concludere il secondo ciclo di
lezioni della Scuola dell'Acqua al Caffè
Basaglia proprio su questo argomento di
grande attualità: lorsignori vogliono
privatizzare anche la nostra SMAT, noi
vogliamo invece studiare il modo per non
farlo:
|
SMAT: da SpA a Azienda
Pubblica: gli aspetti
economico-finanziari |
Dr. Gianguido Passoni
Assessore al Bilancio,
Comune di Torino
|
Nucleare. Una scelta di pochi a danno di tutti
di Massimo Serafini
Un manipolo di
«avventurieri», vestiti da ministri dui questa
repubblica, nel chiuso dei broccati di Palazzo
Chigi, ha attentato alla nostra sicurezza
collettiva, decidendo di aprire nuovamente
l'esperienza dell'energia nucleare.
Così pochissime persone, in pochissimi minuti
hanno tranquillamente e senza porsi domande
deciso di seppellire un voto popolare che, con
un referendum votato in massa, aveva chiuso
definitivamente con questa tecnologia insicura,
che produce scorie radioattive che solo la
camorra o i fabbricanti di bombe atomiche sanno
come smaltire.
Mi chiedo in quale girone
dell'inferno stia precipitando questo paese per
meritarsi una classe dirigente che considera più
pericoloso, per la cittadinanza, un campo rom di
una centrale nucleare. Non solo, ma che pensa di
convincerci che le cose stanno così arrivando al
punto da chiamare con sfrontatezza la scelta
nucleare «libertà energetica». Forse il grande
fustigatore di impiegati pubblici Brunetta, che
lo afferma, oltre all'ambulante fra i suoi
lavori giovanili avrà fatto anche il minatore in
una delle numerose miniere di uranio che ci sono
nella Pianura padana. Ma quale libertà se per
avere un po' di elettricità, per giunta
carissima, dovremo convivere, oltre che con il
pericolo, anche con i militari per strada come
fossimo a Beirut, circondati da «limiti
invalicabili», perennemente sospettati, spiati,
controllati e repressi duramente alla ben che
minima protesta. Eppure qeusta scelta sciagurata
non sembra incontrare l'opposizione politica che
merita. Questa limitazione delle nostre la
libertà sembra avanzare tranquillamente, se si
esclude l'opposizione organizzata dalle
associazioni ambientaliste. Un panorama che
condanna noi tutti alla peggiore delle
insicurezze tra quelle provate nella storia
recente: l'angoscia di Cernobyl. La sinistra
sembra troppo impegnata, in logoranti congressi,
a individuare le ragioni della sua sconfitta
elettorale che l'ha fatta scomparire dalle
istituzioni della repubblica. Sembra quasi
scordare che l'incapacità di costruire una
visibile opposizione sociale potrebbe
condannarla a una sorte persino peggiore: farla
sparire dalla società oltre che dal parlamento.
Il Partito democratico, al di là delle ambiguità
sul merito che sono rilevanti, sembra come
paralizzato e quasi affascinato dal decisionismo
demente e arrogante del governo delle destre.
Bisognerebbe, invece, tenere a mente che
ricostruire il radicamento sociale della
sinistra e i rapporti di forza politici per
un'alternativa alle destre non può che partire
dalla capacità di costruire un'opposizione a
queste scelte che aggravano la crisi del paese e
lo allontanano dall'Europa. Sulle scelte
energetiche prese ieri va alimentata in primo
luogo una vera e propria campagna di
controinformazione che sappia convincere la
popolazione che la vera libertà energetica e la
vera sicurezza sono quelle che ci possono dare
le fonti rinnovabili come il sole, il vento e
soprattutto la più preziosa di esse: la nostra
intelligenza che potrebbe permetterci di avere
un ottima qualità della vita avendo bisogno di
poca energia (Il Manifesto 19 giugno 2008)
Nube atomica. La risposta ideologica
di Umberto Guidoni
Nei
prossimi 20 anni, la domanda globale di energia è destinata ad aumentare. Nel
2020 oltre 2/3 della domanda verrà dai Paesi di recente sviluppo (1/3 solo dalla
Cina). La “fame” di energia della Cina, dell’India e del Medio Oriente
determinerà la domanda, più di quanto possano influenzarla i Paesi già
sviluppati. Per avere un ruolo attivo, l’Occidente dovrà essere credibile,
dimostrando che uno sviluppo sostenibile è possibile. Anche per questo, in
Europa e nei paesi più avanzati, dobbiamo individuare modelli energetici che
siano esportabili. Occorre procedere verso l’adozione di tecnologie soft che,
peraltro, hanno il vantaggio di garantire un immediato contributo alla crescita
sociale e politica dei Paesi più poveri. Non possiamo pensare di costruire
grandi impianti centralizzati (nucleari o tradizionali) in Africa, ma dobbiamo
pensare alle tecnologie solari, agli impianti eolici, alle biomasse, insomma
alle risorse rinnovabili che sono distribuite sul territorio e possono essere
immediatamente utilizzabili anche in realtà che non hanno infrastrutture e reti
di distribuzione. Dal punto di vista delle relazioni internazionali e della
capacità di contare in un contesto globale multipolare, l’Europa punta su un
percorso virtuoso basato sulla regola dei tre “20”. Un anno fa, il Consiglio
Europeo ha definitivamente approvato un piano di azione per il dopo Kyoto che
prevede, entro il 2020, di ridurre le emissioni di gas serra (-20%), agendo su
efficienza energetica (+20%) e su un incremento delle fonti rinnovabili (+20%).
Di fronte a queste grandi sfide, la situazione in Italia è preoccupante: invece
di ridurre le nostre emissioni del 6,5%, le stiamo aumentando di oltre il 15%.
Per le sole penalità, dovute ai ritardi di applicazione degli accordi di Kyoto,
lo Stato italiano dovrà pagare circa 13 miliardi. Anziché intervenire sulla
domanda, con una politica di risparmio energetico e di aumento di efficienza, le
recenti proposte del governo Berlusconi vanno nella direzione di privilegiare
l’offerta di energia.
Per di più lo si vuol fare puntando su una parola d’ordine che è uno slogan
prima ancora che una soluzione tecnica praticabile: tornare al nucleare. Non
voglio riaprire la discussione sulle ragioni che hanno condotto ad abbandonare
progressivamente il nucleare in Italia ed in molti paesi in Europa e nel mondo.
Voglio fare alcune considerazioni generali su alcuni aspetti che spesso vengono
volutamente ignorati nel dibattito in corso. Primo, elettricità non è sinonimo
di energia. La produzione elettrica è una parte modesta della produzione totale
di energia, in Europa costituisce solo il 6% dei consumi finali. La gran parte
viene utilizzata nei trasporti, nel riscaldamento e per la produzione
industriale; tutte aree in cui il consumo di petrolio non può essere sostituito
dall’energia atomica. Il dibattito nucleare si restringe, dunque, ad un’area
specifica – la produzione elettrica – che rappresenta solo il 6% del problema
energetico.
Quando il ministro Scajola dice che la “bolletta energetica dell’Italia pesa per
60 miliardi di euro” dice una verità, ma poi lascia credere che il nucleare
fornirà energia “a costi competitivi”, dimenticando di dire che questo presunto
risparmio potrà, al massimo, valere per il 5-6% della spesa totale (3-4
miliardi) ed i benefici si vedranno non prima di 10 anni, quando le centrali
saranno operative. Intanto, per realizzare gli impianti si dovrebbero investire
4-5 miliardi per ogni gigawatt di energia prodotta con il nucleare. A proposito
dei costi del nucleare, i cittadini italiani dovrebbero sapere che, dopo 20
anni, stanno ancora pagando il costo dello smantellamento degli impianti
nucleari del passato (componente A2 nella bolletta Enel).
Per avere energia “a costi competitivi” è meglio utilizzare la ricetta europea.
Ipotizzando un aumento di risparmio energetico e di rinnovabili di circa il 2%
per anno, si guadagnerebbero circa 2 miliardo all’anno, arrivando a dimezzare la
nostra bolletta energetica entro il 2020. Secondo, il problema dell’acqua.
L’enorme fabbisogno idrico dei reattori per la produzione di vapore e per il
raffreddamento è in concorrenza con la continua crescita del fabbisogno di acqua
della popolazione mondiale. Già in Francia, negli scorsi anni di siccità, si è
dovuta ridurre la potenza generata per la scarsa disponibilità dei corsi d’acqua
utilizzati per raffreddare i reattori. Con la tendenza al riscaldamento globale
la situazione non può che peggiorare.
Il terzo aspetto riguarda il combustibile nucleare. Si dice che il prezzo
dell’uranio non sia un parametro molto importante per l’industria nucleare: è il
costo degli impianti che conta. Questo è stato vero per un lungo periodo, ma
oggi il prezzo dell’uranio può diventare un fattore importante. A partire dagli
anni 80, le centrali nucleari consumano più uranio di quanto l’industria
minerale riesca a produrre. Lo stop alle nuove centrali, avvenuto in quel
periodo, è stato determinato anche dalla scarsità di uranio e non solo, come si
dice di solito, dall’incidente di Chernobyl e dalle opposizioni degli
ambientalisti e delle popolazioni interessate.
Per l’uranio stanno maturando le stesse condizioni che hanno portato
all’impennata del costo del petrolio che stiamo sperimentando in questi mesi. I
costi di lavorazione sempre maggiori e la domanda in crescita stanno
determinando un picco simile al famoso “picco del petrolio”; nei prossimi anni
il suo prezzo è destinato a crescere ben più rapidamente che in passato. Dunque
l’energia nucleare non potrà mantenere la promessa degli anni ‘50 e ‘60 né,
tantomeno, le ottimistiche previsioni dei nuovi “profeti della modernità” che
parlano di energia abbondante e a buon mercato. Il governo italiano dovrebbe
prenderne atto invece di cullarsi nell’illusione che il nucleare possa risolvere
per magia i nostri problemi energetici. Un’illusione pericolosa che ci allontana
dagli obiettivi europei.
Infine c’è una considerazione politica. Le scelte energetiche non sono neutre;
l’uso di determinate tecnologie ha delle conseguenze rispetto al modello di
società. Le centrali nucleari, per definizione, sono sistemi centralizzati che
richiedono una società gerarchica, rigida e chiusa, con un controllo
monopolistico da parte dei produttori ed una ossessione verso la sicurezza
(terrorismo, radioattività).Viceversa le fonti energetiche rinnovabili sono
distribuite sul territorio, fanno parte di una rete in cui si è al tempo stesso
produttori e consumatori. In definitiva, un sistema diffuso di generazione
dell’energia garantisce un controllo democratico dal basso, un maggior potere di
decisioni alle comunità locali. La società aperta, plurale e democratica che
vogliamo, in Italia ed in Europa, non può puntare su una tecnologia del passato
ma deve investire sul futuro: un futuro in cui l’energia sia sostenibile e
disponibile per tutti. (la Rinascita della sinistra 6 giugno 2008)
In marcia per il clima
di Giacomo Russo Spena
«In marcia per il clima» per
riaffermare nuove politiche energetiche e un altro
modello di sviluppo. Ma non solo. Sarà anche
un'occasione per dire no alle ultime velleità
nucleariste del governo Berlusconi.
La
manifestazione nazionale prevista il 7 giugno a
Milano prende forma col passare delle ore,
delineandosi sempre più come un appuntamento di
massa da cui ripartire.
«Una nuova alleanza - la definiscono gli
organizzatori - tra consumatori, produttori,
pacifisti, singoli cittadini, studenti e ovviamente
ecologisti. Perché l'ambiente è un problema di
tutti». E tema centrale della sinistra che verrà,
«se vuole uscire dal '900». Con questi intenti ieri
è nato nella sede del giornale Carta, in
un'affollata assemblea tra differenti realtà di
movimento ed esponenti dell'ex Arcobaleno, un
«Coordinamento volontario» che punta a far crescere
una «costituente ecologista della sinistra». Un
appello rivolto a Prc, Verdi, Sd e Pdci, che vuole
continuare sulla scia interrotta negli Stati
generali del novembre scorso. «In marcia per il
clima» sarà il primo appuntamento «conflittuale» per
lanciare il progetto.
Il 7 giugno sarà così un'occasione per creare
un'alternativa energetica alle fonti fossili,
respingendo con forza ogni ipotesi nuclearista. «La
rivoluzione che vogliamo - dichiarano i promotori -
ha degli obiettivi precisi: si propone subito, in
tutta Europa e nel mondo, di ridurre in dieci anni
del 20% il consumo complessivo di energia attraverso
risparmio e maggiore efficienza, di far dipendere
per almeno il 20% il fabbisogno energetico da fonti
rinnovabili e di ridurre del 30% le emissioni di gas
serra che alterano il clima sulla terra». A scendere
in piazza saranno, oltre alle associazioni
ambientaliste, Acli, sindacati, Banca Etica, Slow
food, Tavola della pace di Assisi, varie sigle
studentesche, contratto mondiale per l'acqua,
Coldiretti, Cia, Lega consumatori e tanti altri
comitati: una rete ampia che ha costruito
l'appuntamento in modo «orizzontale».
«L'Italia deve dimostrare di saper partecipare a un
nuovo progresso - afferma Legambiente -. Che non è
fatto né di fonti fossili, né tanto meno di
nucleare. Le attuali tecnologie non hanno ancora
risolto nessuno dei problemi legati al rischio
d'incidenti, alla messa in sicurezza delle scorie e
allo smantellamento dei vecchi impianti. L'atomo -
conclude l'associazione - è una scelta antieconomica
e insicura». «Le risorse - aggiunge il presidente
Vittorio Cogliati Dezza - vanno investite in fonti
rinnovabili, efficienza energetica e mobilità
urbana». La stessa posizione nuclearista di Scajola
e della Confindustria cela altri fini. Almeno per
Mirco Lombardi, responsabile Ambiente del Prc. «Il
contributo dell'energia nucleare è esiguo, circa il
7% - dichiara dalla sede di Carta - Il loro vero
obiettivo è il drenaggio di denaro pubblico nelle
tasche delle imprese costruttrici degli impianti».
Ma c'è anche chi considera un fuoco di paglia le
uscite dell'esecutivo. «La questione non deve essere
enfatizzata - afferma Andrea Olivero, presidente di
quelle Acli che stanno facendo un elevato sforzo
organizzativo per la riuscita della manifestazione -
fa solo parte della politica degli annunci di questo
governo. Il clima deve rimanere il tema centrale
dell'appuntamento».
Tematica che ha mobilitato anche gli studenti.
«Proponiamo buone pratiche all'interno delle scuole
- afferma Stefano dell'Uds - come la raccolta
differenziata e il riciclaggio della carta. Non
possiamo aspettare i presidi». Senza tralasciare la
loro rivendicazione sull'edilizia: «Gli istituti
devono investire negli impianti fotovoltaici». Ma
anche sul nucleare la nuova generazione, lontana dal
noto referendum dell'87 che ha sancito la sua
sconfitta, ha le idee chiare: «Ridicolo che si torni
ad utilizzarlo». Insomma, come dicono gli
organizzatori, «l'ambiente tocca tutte le sfere
della società». E l'auspicio è che la società sia in
piazza il 7 a Milano. Anche per dire no alle
politiche energetiche del governo Berlusconi.(Il
Manifesto 24 maggio 2008)
La fine del futuro
Intervista di Francesco
Piccioni con Alberto Di Fazio
- da il Manifesto 28 maggio 2008
Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso
l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della
Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale
Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto
Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the
Earth System), presidente Global Dynamics Institute,
accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la
Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui
Cambiamenti Climatici
Il petrolio è aumentato del
500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di
fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per
oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i
pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto
il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l'hanno
raggiunto - come l'Arabia Saudita e altri minori - non
riescono ad aumentare l'estrazione in misura sufficiente
a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi
nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre
mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha
piccato nel '70, così come la Libia; l'Iran nel '74.
Gran Bretagna e Novegia tra il '99 e il 2001. La Russia
lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il
crollo dell'Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di
nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il
livello precedente. Di conseguenza, l'offerta è
praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al
giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente.
Perciò il prezzo non può che aumentare.
Eppure le compagnie petrolifere rispondono che
anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove
esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se
ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di
queste compagnie capiamo che c'è stato tutto il tempo -
20 o 30 anni - per cercare ancora. Ci spiegano che la
tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o
600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco»
delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a
ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo
neppure. Negli Usa, tra il '70 e l'80, c'è stato un boom
di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi.
Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è
progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i
risultati.
Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena
scoperti, come in Brasile o nell'Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20
miliardi di barili. E' «grande» per il Brasile, perché
porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale,
rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate
esistenti - la metà di quelle iniziali - questo
giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello
sotto l'Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle
dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in
Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe
necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere
la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci
sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito,
2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di
cinque o sei anni.
Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico
globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da
trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di
questi combustibili viene dal petrolio; così come tra
l'85% e il 90% dell'energia totale proviene dagli
idrocarburi. Solo tra il 7 e l'8% viene dal nucleare. Il
resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare
petrolio e gas naturale non c'è praticamente nulla,
sulla terra. L'idrogeno non esiste in forma libera, ma
va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi
disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di
anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa
intensità di energia, che ne richiede molta già per
l'estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile
basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non
rinnovabili» c'è anche l'uranio, su cui esiste una stima
molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del
Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14
Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare
servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni
giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali
(acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne
sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il
nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo
del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono.
Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna
andare a prendere l'alluminio, fare attività di miniera;
e questa si fa con l'energia del petrolio, mica con pala
e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo
significa che dipendiamo dal petrolio anche per le
rinnovabili.
Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e
gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili,
finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da
Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo
fare le acciaierie con un'economia che va a legna. E
nemmeno con l'energia nucleare, perché una centrale deve
essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti
fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà
di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci
voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E
dobbiamo tener conto che anche l'agricoltura, al 90%,
dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si
ridurrebbe da 10 a 1.
Ma come sono conciliabili capitalismo e
decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su
un'equazione che è un esponenziale. Ogni incremento
annuale è proporzionale a un certo coefficiente
moltiplicato il capitale stesso. E' una curva che cresce
sempre di più, come quella dell'interesse composto. Il
capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste
un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che
investe. E quindi l'intervento pubblico sarà
obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere
conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro,
dove dice apertamente che il mercato non si può più
regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece
più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una
crisi peggiore del '29, ma non si dice il perché. Questa
è in realtà più grave, perché nel '29 si era partiti da
una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un
fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e
carbone, nessuno ce li rimette più.
Tutto questo era già stato anticipato dal Club
di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla.
Quelle previsioni furono definite ad un certo punto
sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno
costruito delle task force interministeriali per gettare
fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero,
ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club
prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il
crollo della produzione agricola nello stesso periodo,
il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma
non l'«esaurimento»!), e il picco della popolazione
globale un po' più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla
popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di
persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi
industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando.
Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto
agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel '98,
ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da
loro prodotti nel '72, nel '92 e poi ancora nel 2002 per
vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che
le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un
quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla
metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro
calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che
siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade
di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe
reagito subito alla scarsità a alle crisi locali,
riallocando nella maniera più saggia le risorse. E
invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un
puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5%
(mentre servirebbe l'80%) - è rimasto lettera morta. Il
modello, infine, era superottimistico perché non
prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande
ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto,
c'è una pletora di analisti che ci mostrano come altre
se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.
commento:
Greggio e capitale, togli il «turbo» dal motore
di Tommaso De Berlanga
Un solo barile di petrolio - 159 litri circa - contiene
la stessa energia spesa in 25.000 ore di lavoro
muscolare umano, l'equivalente di 12 persone al lavoro
per un anno. In più, è ricco di elementi chimici
fondamentali per l'industria farmaceutica e dei
fertilizzanti; è la base della plastica e di mille altri
componenti costitutivi del mondo contemporaneo. E fin
qui è stato praticamente gratis. Non c'è infatti
paragone tra quel che viene pagato il lavoro umano,
anche nel più povero dei paesi del mondo, e il prezzo di
un barile di greggio. C'è un esempio, fatto da alcuni
scienziati, che chiarisce il concetto. «Riempite la
vostra macchina di amici e qualche borsone, partite e
andate finché non avrete consumato un euro di benzina,
ossia 7-8 chilometri. Andate a Dacca e chiedete a un
portatore di risciò di fare lo stesso lavoro per lo
stesso prezzo. Poi cominciate a correre».
Si può affermare senza tema di smentita che il greggio
abbia rappresentato per un secolo il vero e proprio
«turbo» applicato al motore del capitalismo, quello che
gli ha permesso di realizzare risultati altrimenti
inconcepibili. La rivoluzione industriale basata sul
carbone aveva fatto raddoppiare la produzione e perciò
anche la popolazione umana; il petrolio ha moltiplicato
per 10 quelle cifre. Nessuna organizzazione del lavoro,
neppure la più scientifica e dittatoriale, avrebbe
potuto conseguire lo stesso risultato, senza questa
fonte di energia di fatto gratuita.
Se hanno ragione gli scienziati che studiano il «peak
oil» - l'unica incognita nei loro calcoli è
rappresentata dalla quantità delle riserve ufficiali (in
genere un segreto di stato, quasi sempre con dati
sovrastimati) - questo «turbo» sta per fondere. Dopo il
«picco» l'estrazione di greggio comincerà a scendere,
rendendo impossibile non solo la «crescita» ma persino
il mantenimento dell'attuale struttura dei consumi.
Siamo incerti insomma solo sul «quando» ciò avverrà, non
sul «se». La stessa Agenzia internazionale dell'energia,
dipendente dall'Ocse, ipotizza il drammatico momento di
svolta nel 2013. Nel frattempo, prevede una carenza del
10% dell'offerta rispetto alla domanda entro pochi anni.
Domattina, in pratica.
I principali governi mondiali sono quindi più che
informati. Ma non si ha notizia di un qualche «piano»
per affrontare l' incipiente emergenza. Un problema di
queste dimensioni, che mette in discussione l'esistenza
stessa della civiltà fin qui raggiunta, nonché la vita
immediata della stragrande maggioranza della popolazione
globale, richiederebbe - secondo logica - quantomeno un
«governo mondiale» e un'infinita capacità di
cooperazione. Sogni proibiti, in un mondo condannato a
morte dall'imperativo multipartisan della
«competitività»: tra imprese (e relativi lavoratori),
filiere, paesi, continenti. Una «competizione di tutti
contro tutti» che ci pone già oltre la fine della
(seconda) globalizzazione. E che prepara solo conflitti.
Chi aveva più informazioni e potenza militare - gli Usa
- è già corso all'accaparramento delle risorse
strategiche residue, conquistando (difficoltosamente)
l'Iraq e presidiando il Golfo (il 65% delle riserve
conosciute). Gli altri si arrangino.
A lasciar fare al mercato, insomma, la fine è nota. Una
sinistra degna di questo nome avrebbe un terreno
sconfinato su cui lavorare e ricostruire un senso.
Quella crisi sistemica tra il 2020 e il 2030
a. d. f.
Appare ormai dovuta una candidatura al Nobel per la
fisica a Dennis Meadows, capo scientifico della task
force del MIT, per aver studiato una modellistica
estensiva del sistema terrestre ed averne previsto - dal
1971-2 ad oggi - l'evoluzione nei suoi parametri
principali (prodotto industriale, popolazione, risorse,
prodotto agricolo ed inquinamento) con notevole
approssimazione, lanciando un monito circa la crisi
sistemica attesa circa tra il 2020 e il 2030. Ciò per
l'alto valore scientifico e per la sua significanza per
le possibili misure mitigative della crisi, per aver
gettato le basi per il concetto di società sostenibile,
per aver previsto la crisi climatica su scala mondiale,
sulla quale 17 anni dopo - nel 1988 - le Nazioni Unite
hanno poi istituito l'Ipcc (il Comitato Intergovernativo
sui Cambiamenti Climatici). In assenza - per ora - di
premio Nobel per la scienza dei Cambiamenti Globali, si
può benissimo supplire con il premio Nobel per la
fisica, dato che la cibernetica modellistica dei sistemi
complessi applicata al sistema Terra rientra benissimo
nella geofisica ed in altre branche della fisica. A pari
merito, il premio Nobel per la fisica andrebbe
attribuito post-mortem al prof. Marion King Hubbert, che
previde nel 1956 correttamente per il 1970 il picco del
petrolio del territorio statunitense - poi avvenuto
effettivamente - e quello mondiale nella prima decade
del 2000, con uno studio delle conseguenze per tutte le
attività umane, industriali, agricole e tecnologiche.
Terra, acqua, energia: quali politiche sui beni comuni
Roma, 3 giugno
2008 all' Università la Sapienza di Roma
Incontro internazionale
per un vertice alternativo
Questa iniziativa si inserisce nella discussione sul
“Vertice sulla sicurezza alimentare mondiale: le sfide
del cambiamento climatico e la bioenergia” organizzato
dalla FAO,
sostiene la lettera aperta in difesa dell’Amazzonia
firmata a Brasilia il 14 Aprile 2008 e inviata al
presidente Lula e al governno brasiliano da
rappresentanti del Consiglio della Comisione Pastoral
della Terra, del Coordinamento de La Via Campesina
Internazionale, del Coordinamento del Movimento dei
Lavoratori Sem Terra, del Coordinamento del Movimento
dei Colpiti dalle Dighe, del Coordinamento delle Donne
Contadine, del Coordinamento dei Piccoli Agricoltori e
molti altri;
si propone
come momento di confronto all’interno del gruppo
promotore del “Forum Africa-Italia” avviato nel Comitato
Cittadino per la Cooperazione Decentrata di Roma con la
partecipazione di soggetti sociali della diaspora
africana in Italia e rivolto ai movimenti contadini
africani e a tutti gli altri movimenti che in Europa e
nel mondo operano per la giustizia economica, sociale e
di genere.Per
favorire la consultazione e l’informazione verrà
distribuita una bozza di documento programmatico del
Forum Africa-Italia;
nelle
riflessioni per il 60° anniversario della catastrofe
palestinese;
nella
campagna internazionale di appoggio ai movimenti indios
e di base, e ai governi dei paesi dell’America del Sud,
che lottano per la difesa e la socializzazione dei beni
comuni;
nella
campagna internazionale di appoggio ai processi di
democrazia partecipativa e di autodeterminazione dei
governi della Bolivia, Venezuela, Cuba, Ecuador e di
tutti i popoli che lottano per la propria indipendenza;
porterà un
suo contributo di campagne e discussione nell’ambito del
Forum Sociale Europeo;
l’iniziativa si inserisce infine nelle proposte per
l’anno europeo del dialogo interculturale.
Martedì
3 giugno 2008 dalle ore 8:30 alle 13:15
presso
l’aula Magna di Scienze Statistiche – Aula Gini
Università Roma 1 la Sapienza - p.le A. Moro, 5 – Roma
A margine del seminario
sarà offerto un rinfresco a base mozzarella biologica e
pasta.
Organizzato da: Luciano Vasapollo: Università di Roma 1,
Università dell’Avana e Università di Pinar del Rio Tel:
340.7995746; Memmo Buttinelli: Università Roma 1 Tel:
329.5649512.
PROGRAMMA
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Terra, Acqua ed
Energia: quali politiche sui beni comuni
Incontro
internazionale per un vertice alternativo |
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Incontro internazionale Organizzato da: Luciano
Vasapollo: Università di Roma 1 e Università
dell’Avana e di Pinar del Rio, Memmo Buttinelli:
Università Roma1.
Promotori: Altri Mondi, ass. Michele Mancino,
amig@s MST Italia, A Sud ecologia, Centro Studi
Cestes Proteo, comitato Palestina nel cuore,
comunità palestinese di Roma e del Lazio, Engim,
Federazione Diaspora Africana Roma Lazio,
Fuorimercato, Natura Avventura edizioni,
esponenti del coordinamento nazionale del Forum
italiano dei movimenti per l’acqua, rivista
Nuestra America, Radio Città Aperta, ass. Sonia,
esperti associazioni e soggetti sociali. |
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Martedì 3 giugno
2008 dalle ore 8:30 alle 13:15 |
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aula Magna di
Scienze Statistiche – Aula Gini |
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Università Roma
1 - la Sapienza - p.le A. Moro, 5 - Roma |
PROGRAMMA PROVVISORIO
Ore 9:00
• Saluto degli organizzatori
Apertura dei lavori
Palestina,Asia e Africa:
snodi e contraddizioni nelle politiche dominanti
energetiche e sui beni comuni
• Modera e introduce Memmo
Buttinelli - ass. Michele Mancino – Forum italiano dei
movimenti per l’acqua
• Proiezione del documentario
su Acqua ed Agricoltura in Palestina
• avv. Beissan al Qariouty
comunità palestinese di Roma e del Lazio
• Bassam Saleh - comitato con
la Palestina nel cuore,
• Sonja Cappello,
SID Society for International
Development
• Godwin Chukwu (Nigeria) –
Federazione Diaspora Africana Roma Lazio – Comitato
promotore Forum Africa–Italia
• Giuseppe Antonio Mancino –
ass.Michele Mancino – Forum italiano dei movimenti per
l’acqua
• Pier Paolo Leonardi –
coordinamento nazionale Rdb CUB.
• Vincenzo Miliucci – Cobas –
Forum italiano dei movimenti per l’acqua.
Discussione
Ore 11:00
Difendere i processi di
democrazia partecipativa e la socializzazione dei beni
comuni in America del Sud
• Modera e introduce Luciano
Vasapollo – Centro Studi Cestes Proteo
• Elmer Catarina –
Ambasciatore di Bolivia in Italia
• Geoconda Galan –
Ambasciatore dell’Equador in Italia
• Yamila Pita – Consigliere
Politico – ambasciatore di Cuba in Italia
• Doris Thesis – Consigliera
Politica – Ambasciatrice del Venezuela in Italia
• un rappresentante dei Sem
Terra
• un rappresentante de La Via
Campesina
• Andrea Tronchin – ARI –
CISA – Tavolo nazionale delle Reti di Economia
Solidale – FIMARC
– VC
• Enzo di Brango – rivista
Nuestra America
• Alessio Ramaccioni – Radio
Città Aperta
• Domenico Vasapollo – Natura
Avventura edizioni
• Sara Vegni – A Sud - Forum
italiano dei movimenti per l’acqua
• Vicky Tauli
Corpuz – Chair, UN Permanent Forum On Indigenous Issues
Discussione
Al margine del seminario sarà
offerto un rinfresco a base di mozzarella biologica e
pasta
Ore 14:00
Spostamento in Metropolitana
verso la FAO per l’arrivo delle delegazioni
presidenziali: in particolare per sostenere l’appello
dei Sem Terra e di altre associazioni in difesa dell’Amazzonia
firmato a Brasilia il 14-Apr-08 ed indirizzato al
Presidente Lula ed al governo brasiliano.
Per informazioni tel: Memmo Buttinelli 329.5649512;
Luciano Vasapollo 340.7995746
Aids, cosa è cambiato in Europa e nel mondo
"Aids, cosa è cambiato in Europa e nel mondo?"
domani, giovedì 3 aprile alle ore 19
a cura di AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo, che si
terrà al Caffè Letterario, via Ostiense 95/98 Roma (autobus 23, 280, metro B
Piramide) con la partecipazione di Guglielmo Riva del Ministero degli Affari
esteri, Emanuele Giordana, direttore dell'agenzia giornalistica Lettera22 e
Daniela Colombo, Presidente di Aidos.
Seguirà l'aperitivo di inaugurazione della Mostra fotografica "Positive Lives"
e la presentazione del Quaderno "Oltre l'Aids", realizzato da AIDOS in
collaborazione con ActionAid, Cestas e l’agenzia letteraria Lettera22 per
offrire un'opportunità di informazione sull'HivAids e sulle risposte positive
che le persone che convivono con questa malattia danno ogni giorno nel mondo, e
la proiezione dei corti realizzati da giovani e adolescenti di Roma nell'ambito
del progetto "Prevenire l'Hiv/Aids tra i giovani delle periferie romane".
L'incontro, organizzato da AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo,
fa parte del progetto "Obiettivi del Millennio e cooperazione decentrata
sanitaria: un approfondimento sulla lotta all'Hiv/Aids", attuato in
collaborazione con CESTAS, Centro di educazione sanitaria e tecnologie
appropriate sanitarie, co-finanziato dal Ministero degli Affari esteri.
POSITIVE LIVES è un progetto internazionale al quale hanno collaborato trenta
fotografi di fama internazionale per documentare l'impatto sociale ed emotivo
della pandemia dell'Hiv/Aids attraverso le storie personali di chi convive con
la malattia e di chi gli sta vicino, mettendo in luce le risposte umane positive
a questa crisi mondiale.
Anche quest’anno vi chiediamo di destinare a AIDOS il 5 per mille dell’IRPEF.
Grazie a tutte/i!
http://www.aidos.it/ita/pagine/index.php?idPagina=118
In difesa dell'acqua
di Fausto Bertinotti
Oggi,
22 marzo, è giornata mondiale del diritto
all'acqua. Non è solo una ricorrenza. Per noi
l'acqua come diritto è metafora di un'idea di
società, punto alto della critica al
neoliberismo, impegno che localmente e
globalmente ci prende perché si affermi in
Italia e nel mondo.
Bene comune fondamentale, l'acqua è di tutti. E
tutti hanno responsabilità per la sua tutela e
per l'uso parsimonioso, senza sprechi, senza
sporcarla o inquinarla. L'acqua è elemento
costitutivo del vivente.
Da essa dipende la vita o la morte, la salute o
la malattia, il cibo o la fame. Dunque l'accesso
all'acqua deve essere garantito, non può essere
negato, né comprato e venduto perché non si può
comprare e vendere la sopravvivenza. Così
dovrebbe essere, ma così non è. Circa un
miliardo e mezzo di persone del nostro pianeta è
privo di acqua potabile e due miliardi e mezzo,
per lo più stipati nelle megalopoli, non ha
servizi igienici. Tutto ciò non perché manchi
l'acqua, ma perché ai poveri è negata. Il
dominio sull'acqua sta diventando il fondamento
dei conflitti. Oro blu che sostituisce l'oro
nero nella scaturigine delle guerre. L'acqua
come affare, come merce, come privatizzazione.
Privatizzazione e privazione, parole
indissolubili, causa ed effetto di un mondo che
corrompe la «res publica» fino alle fondamenta.
E che mina, con le sue economie capitalistiche,
i cicli della riproduzione della biosfera,
rompendo equilibri delicatissimi, inducendo
sconvolgenti cambiamenti climatici che
modificano la distribuzione dell'acqua sul
Pianeta.
La lotta per il diritto all'acqua è quindi
ineludibile elemento di una politica di
alternativa. E noi ci riconosciamo nelle
dichiarazioni d'intenti di Bamako e di Caracas,
e partecipiamo attivamente al Contratto Mondiale
dell'Acqua. Per questo l'acqua è punto
fondamentale del programma della Sinistra
l'Arcobaleno. Per questo è impegno nostro anche
di iniziativa internazionale affinché quest'anno,
nel sessantesimo della Dichiarazione dei Diritti
dell'Uomo, l'Onu inserisca l'acqua come primo
bene comune mondiale.
Questo impegno non è elettoralistico, ha una
credibilità di lunga lena, costruita negli anni
passati, nella partecipazione ai conflitti
contro le privatizzazioni, insieme ai cittadini
nella miriade di vertenze e comitati che
rappresentano una ricchezza e una decisiva
risorsa contro chi continua a volere, nel nostro
Paese, la privatizzazione della gestione
dell'acqua. La moratoria che abbiamo ottenuto è
il risultato di questo continuo impegno, anche
dentro il Governo. Molti, troppi, in Italia
hanno idee diverse e spingono per la
privatizzazione, nelle destre e nel Pd. La
Sinistra l'Arcobaleno no, in modo netto ed
inequivocabile. E lo possiamo dire con la
partecipazione ed il sostegno che abbiamo messo
direttamente in quella straordinaria raccolta di
firme, più di quattrocentomila, a sostegno della
proposta di legge di iniziativa popolare per
l'acqua pubblica. Anche il riferimento esplicito
a quella proposta di legge è entrato nel nostro
programma. Da lì si ricomincia nel prossimo
Parlamento, mentre continuerà il nostro impegno
nel Paese. Augurandoci di essere in tanti.
Fausto Bertinotti (Il Manifesto 22 marzo 2008)
Greenpeace, la lotta alle baleniere
E '
ripresa la caccia dei giapponesi alle balene, con almeno
cinque esemplari uccisi nel Santuario dell'Oceano
Antartico. La notizia arriva da Greenpeace, che per due
settimane con la nave Esperanza era riuscita a salvare
oltre cento balene e oggi segue le azioni della flotta
baleniera della Fisheries Agency of Japan grazie alle
informazioni della nave governativa australiana, l'Oceanic
Viking.
La scorsa settimana l'Esperanza, per aver esaurito tutta
la scorta di carburante era rientrata in porto, ma per
quattordici giorni aveva tenuto la nave macelleria della
flotta baleniera, la Nisshin Maru, a oltre 4.300 miglia
nautiche di distanza. Senza la nave macelleria, spiegano
gli ambientalisti, le rimanenti navi cacciatrici non
potevano agire.
Sul fronte della mobilitazione internazionale in difesa
dei giganti del mare, questa settimana 42mila possessori
di camere digitali hanno risposto all'appello di
Greenpeace inviando e-mail a Fujio Mitarai, direttore
generale di Canon in Giappone per invitarlo a denunciare
la caccia alle balene. (www.ansa.it 4 febbraio 2008)
Ma 'o presidente frana a sinistra
«Apprezzo il gesto di Mastella che si è
dimesso. Ma viene spontaneo chiedersi
Bassolino cosa aspetta. Che non si
sciolga il sangue di San Gennaro?». Un
bellicoso Oliviero Diliberto è calato a
Napoli ieri pomeriggio per il comitato
campano del Pdci, che invece ha messo
all'ordine del giorno il
commissariamento della regione.
Al centro delle preoccupazioni sempre
lui, Antonio Bassolino, l'ossessione
della sinistra non solo in Campania.
Il governatore ieri ha incassato la
bocciatura della risoluzione presentata
dalla Lega con cui si chiedeva lo
scioglimento del consiglio regionale -
bocciatura che un Calderoli furioso
imputava direttamente a Berlusconi, reo
di non aver precettato tutti i suoi
senatori - per annunciare poi in
conferenza stampa di aver assunto gli
incarichi di assessore all'ambiente e
alle risorse umane ad interim, lasciati
vacanti dagli esponenti dell'Udeur
Nocera e Abbamonte, indagati dalla
magistratura con i coniugi Mastella. Un
segnale che ha ulteriormente allarmato
quella parte del centrosinistra che da
mesi si aspetta invano dal governatore
una sconfessione, anche parziale, del
suo operato degli ultimi anni. La
sensazione è che si sia arrivati
all'epilogo senza che si sia prodotto un
nuovo equilibrio delle forze in campo.
Netta la posizione dei Comunisti
italiani: «La situazione è insostenibile
sotto ogni punto di vista,
istituzionale, etico e politico.
Chiediamo il commissariamento della
regione». Il segretario regionale del
Pdci, Enzo Gagliano, ricorda quando i
comunisti italiani erano i soli a
denunciare la deriva clientelare in
Campania.
Oggi si dichiarano pronti ad ascoltare
quello che si muove a sinistra ma
ammoniscono: «No a rimpasti, non
servirebbero a niente, e no alle
elezioni anticipate, che avrebbero il
solo risultato di consegnare giunta e
consiglio al populismo della destra. Ci
vuole un commissario di governo che
ripristini l'ordinaria amministrazione
per poi arrivare al voto con il campo
sgombro dai responsabili di questo
sfascio». Tornare cioè a discutere di
lavoro, ambiente, rifiuti «avendo
eliminato quel blocco formato da
Bassolino/De Mita/Mastella con una parte
della stessa sinistra. Un sistema -
prosegue Gagliano - che teneva nel patto
di potere anche pezzi della destra
attraverso le nomine nelle sanità o nei
trasporti. Oggi nemmeno loro sono
credibili».
Un gesto di forte discontinuità lo
chiede anche la sinistra democratica
campana che fa capo a Fabio Mussi, ma la
proposta è un'altra: «O il governatore
azzera la giunta - dichiara il
parlamentare campano Arturo Scotto -
mettendo in campo le energie migliori
per uscire dall'emergenza, a cominciare
dai rifiuti, o è meglio staccare la
spina. Nel '93 l'elezione di Bassolino
sancì il tentativo di cominciare una
nuova stagione, ogni rischia di segnare
la fine del ciclo politico del
centrosinistra». Nessun giudizio
sull'inchiesta o sui singoli accusati,
«ma il sistema di potere che viene fuori
è spaventoso - prosegue - con la pretesa
di controllare tutto, persino le nomine
dei singoli primari. O riusciamo a
mettere in campo subito proposte
credibili, oppure è meglio andare al
voto per cercare una nuova legittimità».
Il timore diffuso è che aumenti la
distanza dalla società civile, un
baratro che appare oggi quasi
impossibile da colmare. «Per troppi anni
- conclude Scotto - abbiamo confuso lo
sviluppo economico con il turismo,
abbandonato la tutela del territorio,
lasciato intatto il clientelismo. Ci
vuole una nuova classe dirigente. La
sinistra Arcobaleno faccia sentire la
sua voce al più presto in Campania».
Un'iniziativa unitaria a sinistra ma per
proporre cosa? «Commissariamento o
azzeramento della giunta, non so, mi
sembrano mosse politiciste» ribatte un
prudente Giuseppe De Cristofaro,
segretario regionale del Prc. «È
evidente che, tra i rifiuti per strada e
l'azzeramento dell'Udeur, un ciclo
politico è finito lasciando una frattura
tra governo e popolazione. Non è una
crisi come un'altra - conclude - ma un
terremoto politico vero e proprio.
Lunedì prossimo abbiamo il comitato
regionale del partito con il segretario
Franco Giordano. Tutti gli scenari sono
possibili». La stagione delle trionfali
vittorie elettorali sembra finita in
Campania.(Il Manifesto 18 gennaio 2008)
Le navi-monnezza
partono in segreto.
La destra fomenta proteste e paure
di Francesca Pilla
Partono
in gran segreto le navi con i loro carichi di
immondizia campana, travestite da trasporto merci.
Sulla prua al posto della destinazione portano la
scritta «per ordini». Sono le cosiddette «volandiere»
e sono i bastimenti registrati in capitaneria senza
avere una meta. Navi fantasma dunque, che si
comportano come se contenessero scorie nucleari o
rifiuti tossici. Ieri mattina in questo alone
surreale sono salpate, dal molo 44 Vittorio Veneto
del porto di Napoli, due imbarcazioni dirette, come
si è detto ufficiosamente, a Olbia in Sardegna e ad
Agrigento in Sicilia. Segretissime restano anche le
altre regioni che hanno deciso di dare una mano alla
Campania, perché si preparano rivolte ovunque si
profili l'ipotesi accoglienza. A Imola, che nei
prossimi giorni dovrebbe accettare 3mila tonnellate,
sul portone del palazzo comunale è stato scritto: «Merda
di sindaco, portati a casa tua l'immondizia di
Napoli»; In Abruzzo, a Lanciano, oggi è stato
organizzato un nuovo sit-in di protesta del
centrodestra, mentre ieri a Canosa hanno già sfilato
nel centro storico i cittadini antisolidarietà.
Eppure le quantità «delocalizzate» sono più
simboliche che reali. Le 5mila tonnellate già
consegnate alla Sardegna rappresentano poco più di
un giorno di produzione in Campania - tanto che lo
stesso governatore Soru ha spiegato che, nel loro
ciclo virtuoso, sono state smaltite in appena 7 ore;
le 1500 che arriveranno a Porto Empedocle, in
Sicilia, oggi sono meno di quanto non accumuli
Napoli in sole 24 ore. Invece, al di là del
conferimento reale si aizzano le popolazioni, si
istiga la protesta e la destra soffia sul fuoco.
Anche in disaccordo con i partiti nazionali che
proprio ieri hanno manifestato in pompa magna nel
capoluogo campano, ma registrando un mezzo flop.
Quattromila persone, meno della metà rispetto
all'iniziativa dei comitati lo scorso giovedì.
Eppure l'opposizione ci aveva puntato, con i bus
organizzati e la mobilitazione di 11 partiti. In
piazza c'erano infatti diversi leader, da un agitato
Francesco Storace de La destra a un agguerrito
Sergio De Gregorio del Movimento italiani nel mondo,
quindi l'Udc con Francesco Pionati, seguito da
Gargani di Forza Italia, Mario Landolfi di An, fino
a Gianfranco Rotondi della nuova Dc. Tutti in coro a
chiedere le dimissioni del governatore Bassolino,
del sindaco Iervolino, del ministro Pecoraro Scanio
e se è possibile anche di Prodi. Un corteo un po'
smemorato visto che per i 5 anni di governo
trascorsi - quando l'emergenza era pressoché
identica e l'immobilismo pure - non si è mossa una
foglia.
La
spazzatura smistata fino a questo momento è una
percentuale talmente esigua che l'emergenza in
Campania resta al punto di partenza. Sono oltre
5mila le tonnellate che soffocano Napoli, mentre
montagne di sacchetti, materiali ingombranti,
sudiciume seppelliscono quattro delle cinque
province regionali. Tranne Salerno che con il
sindaco Vincenzo De Luca sventola la sua
indipendenza dal ciclo regionale, in ogni dove si
prevedono ancora giorni di passione. Torre
Annunziata ha invocato l'intervento dell'esercito:
restano chiusi mercati e scuole. Per ore circa 200
manifestanti hanno bloccato lo svincolo di accesso
alla strada statale 628, ai confini tra Napoli e
Cercola, chiedendo la pulizia della cittadina
vesuviana, stremata dalla lunga crisi. Anche a
Pianura a causa della lunga catena ininterrotta di
spazzatura gli istituti scolastici restano chiusi.
Ieri al sito di contrada Pisani, dopo una notte
trascorsa senza tensioni, è stato dato alle fiamme
il camion che sbarrava la strada e costituiva la
prima barricata della lunga serie di blocchi. La
polizia aveva infatti scoperto che si trattava di un
mezzo rubato l'8 gennaio nel limitrofo quartiere di
Fuorigrotta. Ma gli abitanti proseguono con la
protesta civile e pacifica: ieri hanno presentato
ricorso al Tar contro la riapertura della discarica.
Nel frattempo in Campania si tenta di dare una mano
alla risoluzione della crisi. Il consiglio regionale
ha deciso di premiare i comuni «ricicloni». Con una
delibera si è disposto di concedere, mettendo a
disposizione i fondi europei, sei milioni di euro
per le cittadine che mettono a disposizioni aree per
l'impiantistica necessaria allo smaltimento dei
rifiuti.(Il Manifesto 13 gennaio 2008)
Partiti verso la
Sardegna i primi rifiuti di Napoli
La
prima nave ha preso il largo ieri da Napoli, destinazione Cagliari. A bordo
1.500 tonnellate di rifiuti, le prime a lasciare la Campania e primo atto della
fase di alleggerimento dell'emergenza che da settimane paralizza la Regione. La
Sardegna è stata la prima Regione a rispondere alla richiesta di collaborazione
rivolta ieri agli enti locali dal presidente del consiglio Romano Prodi nel
corso di un incontro svoltosi nel pomeriggio a Palazzo Chigi. Nei prossimi
giorni altre Regioni dovrebbero fare la loro parte, anche se non tutti i
presidenti presenti alla riunione hanno manifestato la stessa disponibilità. A
fronte di una generale condivisione di responsabilità nell'affrontare il
problema, infatti, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Basilicata si
sono invece dette contrarie ad accogliere i rifiuti della Campania. Un no
«tecnico», come ha tenuto a precisare l'assessore lombardo alle Reti e ai
Servizi di pubblica utilità Massimo Buscemi mettendo le mani avanti rispetto a
possibili polemiche politiche, ma pur sempre un no. Intanto Gianni De Gennaro,
nuovo commissario straordinario, non perde tempo e ieri si è recato a Napoli per
un primo sopralluogo. «Le risposte non tarderanno, sono abituato a mantenere la
parola. Spero già domani di avere le idee più chiare e di poter comunicare
novità», ha detto l'ex capo della polizia al termine di un vertice in
prefettura.
L'incontro con le regioni era uno dei punti importanti del piano annunciato
martedì dal governo per sbloccare la situazione in Campania. La ricerca di nuovi
siti dove trasportare le tonnellate di immondizia che mano mano i militari del
Genio tolgono dalle strade della Regione era infatti una delle priorità insieme
all'individuazione di nuove discariche regionali. E ai governatori Prodi ha
chiesto «uno scatto» in questa direzione, convinto che immagini come quelle
delle strade piene di rifiuti che i questi giorni stanno facendo il giro del
mondo non danneggiano solo Napoli o la Campania, ma tutta l'Italia.
La risposta ricevuta è stata però al di sotto delle aspettative. A parte al
Sardegna, infatti, altre hanno preferito prendere tempo. Chi qualche giorno, chi
qualche settimana, chi preferendo rimandare ogni decisione al tavolo di
confronto che lo stesso Prodi coordinerà insieme al vicepresidente della
Conferenza delle Regioni Vasco Errani e a De Gennaro e la cui prima riunione
dovrebbe tenersi domani.
«Il problema non verrà superato - ha spiegato comunque il presidente della
Toscana Martini - se ogni Regione non risolverà la propria situazione costruendo
i termovalorizzatori necessari». E proprio a questo proposito, lo stesso Prodi
avrebbe assicurato al presidente della Sicilia Totò Cuffaro lo sblocco dei fondi
necessari alla costruzione di tre impianti sull'isola.
L'emergenza campana intanto continua ad alimentare le polemiche politiche, con
il centodestra compatto nell'attaccare il ministro dell'Ambiente Alfonso
pecoraro Scanio. «Uno Stato che non garantisce la legalità e tollera una
situazione come quella di Napoli, pericolosa per la salute dei cittadini e
dannosa per il turismo - ha detto il leader di Forza Italia - e quindi per
l'economia dell'intero Paese, non è più degno di chiamarsi Stato, in quanto ha
perso la sua legittimazione», ha soffiato sul fuoco Silvio Berlusconi, mentre il
coordinatore del partito, Sandro Bondi, ha preannunciato alla Camera la
presentazione di una mozione contro il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro
Scanio, mozione che per una volta tanto trova d'accordo anche il leader dell'Udc
Pier Ferdinando Casini.
Solidarietà a Pecoraro Scanio è stata espressa dai capigruppo «la sinistra -
l'arcobaleno» di Camera e Senato. «In Campania 'l'emergenza rifiuti' dura da 14
anni - è scritto in una nota -. L'attacco sferrato dal centrodestra nei
confronti del ministro dell'Ambiente attraverso la presentazione di una mozione
di sfiducia è inaccettabile».(Il Manifesto 10 gennaio 2008)
Incenerire è un
po' morire
di Guido Viale
L'inceneritore
è una macchina due volte tossica. In primo luogo è tossica perché
rilascia scorie pericolose che vanno sotterrate in discariche ad hoc,
mentre il resto (quattro quinti) se ne va in fumo. Non sparisce, ma si
disperde nell'aria e poi ricade sui nostri polmoni, sulle cose che
mangiamo, sul terreno dove passeggiamo o giochiamo. È vero che un
inceneritore ben gestito produce meno inquinanti di uno svincolo
autostradale o di un ingorgo automobilistico.
Ma i rifiuti sono un materiale poco omogeneo, con
grandi variazioni di potere calorifico: basta uno sbalzo di temperatura
e l'abbattimento degli inquinanti va in tilt. Sempre nella speranza che
nel materiale conferito non siano state nascoste sostanze tossiche, cosa
ormai verificata per le «ecoballe» della Campania. Affidereste voi il
funzionamento di una macchina così pericolosa a chi ha gestito i rifiuti
campani negli ultimi decenni? Ma l'inceneritore è tossico soprattutto
perché inquina il cervello di molti amministratori locali e governanti
nazionali, che aspettano da quella macchina, e non dalla
riorganizzazione del ciclo dei rifiuti attraverso la partecipazione e il
coinvolgimento diretto dei cittadini - cioè di coloro che i rifiuti li
producono - una miracolosa soluzione del problema. Dal Presidente della
Repubblica a quello della Giunta regionale, dai nove commissari
straordinari che si sono succeduti in quattordici anni al posto di
comando dei rifiuti campani agli opinionisti di tutti gli organi di
informazione, fino ai politici che intasano i tg, è tutto un sol coro:
il problema si risolverà quando entrerà in funzione il cosiddetto «termovalorizzatore»,
cioè l'inceneritore. Come si fa nei paesi «moderni». Per il momento
beccatevi la munnezza e guai a chi, dimostrando incompetenza e mancanza
di spirito civico, protesta. E' quindici anni che il commissario
straordinario da una parte dilapida i soldi (due miliardi di euro!) e
dall'altra cerca buchi, o spiazzi, o cave, possibilmente controllate
dalla camorra, per sistemare i rifiuti che continuano a venir prodotti.
Aspettando Godot: cioè l'inceneritore. Anzi, gli inceneritori. Nel primo
piano regionale di gestione dei rifiuti campani del 1994, gli
inceneritori dovevano essere tredici; poi sono stati ridotti a tre; poi
a due, poi a uno, quello di Acerra, ancora in costruzione nel territorio
più inquinato di tutta l'Europa. Un altro ne dovrebbe sorgere, tanto per
non sbagliarsi, a quindici chilometri di distanza. I siti dove
costruirli, come quelli dove collocare i cosiddetti Cdr e dove stoccare
le ecoballe sono stati scelti - lo prevedeva il capitolato di gara
indetta dalla giunta di Rastelli - dalla ditta vincitrice della gara: la
Fibe (leggi Impregilo; cioè famiglia Romiti: nel periodo in cui costui
dettava ancora legge alla Fiat) che ha comprato i terreni agricoli più
degradati e per questo poco costosi, e poi ha messo a carico del
Commissario i fitti mostruosi dei terreni dove si accumulano le ecoballe;
terreni preventivamente acquistati a prezzi stracciati dalla camorra.
La
Fibe aveva presentato il progetto tecnico peggiore, ma si era
aggiudicata l'appalto - in pratica la gestione di tutti i rifiuti
campani - garantendo di realizzare l'inceneritore in meno di un anno:
una cosa che anche uno studente della terza geometri sa che è
tecnicamente impossibile. Ma il commissario aveva fretta di avere
l'inceneritore per risolvere finalmente il problema. Ed ecco il
risultato. Un mese dopo l'aggiudicazione aveva già concesso la prima
proroga. Oggi la Fibe, dopo 10 anni, è stata esautorata dal suo incarico
- una cosa che Bassolino avrebbe dovuto fare otto anni fa - e le è stato
vietato di occuparsi dei rifiuti per i prossimi anni. Ma la prima gara
per sostituirla è andata deserta. Così, a completare l'opera è sempre la
Fibe, e la seconda gara verrà verosimilmente vinta dall'Asm di Brescia:
quella che ha costruito il più grande inceneritore d'Europa (dopo quello
di Acerra) in violazione della normativa europea sulla valutazione
d'impatto ambientale (Via). E' questa la modernità che tutti aspettano?
Nel frattempo era cominciata la farsa della raccolta differenziata (Rd):
una manna per creare clientele con finti lavori. La Rd dei rifiuti
urbani non è una cosa che si aggiunge alla raccolta ordinaria; così come
un commissario straordinario per la gestione dei rifiuti non può
aggiungersi ai molti organismi che già se ne occupano. O li sostituisce
esautorandoli, e coinvolgendo invece la popolazione servita, così come
la Rd investe tutta la produzione di rifiuti e richiede il
coinvolgimento di tutti; oppure non serve a niente; fa solo danno e si
risolve in puro spreco. Invece, a «disputarsi» la raccolta dei rifiuti
in Campania per molti anni ci sono state alcune migliaia di lavoratori
socialmente utili (Lsu) in carico alla Regione (molti erano gli eredi
dei comitati dei disoccupati organizzati degli anni '70, gente costretta
a fare il disoccupato organizzato di mestiere per una vita intera):
alcuni ingaggiati dalla giunta di destra; altri da quella di
centrosinistra; eri un Lsu di Rastelli oppure un Lsu di Bassolino; poi
c'erano gli Lsu dei consorzi (istituiti dal Piano regionale del '94) che
non hanno mai funzionato; poi c'erano gli Lsu in carico ai comuni, i
quali, però, spesso avevano alle proprie dipendenze anche dei netturbini
e/o avevano appaltato la raccolta a ditte esterne. Si era così arrivati
ad avere fino a 20mila addetti in aggiunta a quelli ordinari. Nessuno
voleva cedere ad altri una fetta del proprio potere: cioè delle proprie
clientele e per raccogliere i rifiuti ai lavoratori ingaggiati in via
straordinaria non venivano dati, nonché camion e bidoni, nemmeno
secchielli e palette. Per molti il lavoro era andare nelle scuole a
spiegare agli studenti che cos'è la Rd che non si faceva. Così la
Campania è rimasta per molti anni al 3 per cento di Rd e se oggi ha
raggiunto il 15 (20 punti percentuali sotto l'obiettivo minimo previsto
dalla legge, in attesa del 65 per cento prescritto per il 2012), il
merito è solo dei sindaci di centocinquanta comuni campani che si sono
rimboccati le maniche.
C'è
da stupirsi che in tutto questo bailamme, con camion che spariscono (non
uno, ma una cinquantina) sotto gli occhi dei commissari, che sono stati
anche dei Prefetti, cioè degli uomini d'ordine, senza che questi
battessero ciglio; con remunerazioni per il governatore-commissario che,
se abbiamo letto bene, hanno superato il milione di euro all'anno; con
consulenze e finti lavori che hanno incistato l'ufficio del commissario
nei gangli del potere locale al punto che oggi, per smantellarlo, si è
ritenuta necessaria la nomina di un secondo commissario che si occupi
solo della sua liquidazione; c'è da meravigliarsi se in tutto questo
anche la camorra ha reclamato la sua parte? Non è la malavita
organizzata che corrompe l'amministrazione, ma è la cattiva
amministrazione che richiama la camorra come il miele le mosche. Perché
ormai cambiare gli amministratori è quasi impossibile: il sistema è
bloccato. Cacciare Bassolino per tornare a Rastelli o a qualche suo
sostituto? Cacciare la Jervolino per avere Martusciello? O viceversa? «A
che pro?», si chiede qualsiasi persona di buon senso.
E i napoletani di buon senso ne hanno da vendere. Il
problema che non entrerà mai nella testa dei governanti fino a quando
non glielo faranno capire i cittadini, a cui però si fa di tutto per
confondere le idee, è che i rifiuti sono un flusso: tante cose entrano
nelle nostre case o nella nostra vita sotto forma di consumi; tante ne
devono uscire, e in tempi sempre più brevi, sotto forma di rifiuti. Se
mi si allaga la casa, prima di decidere dove strizzare i panni con cui
cerco di asciugare il pavimento vado a chiudere i rubinetti. Lo stesso
dovrebbe succedere con i rifiuti. Non è una cosa difficile da capire.
L'inceneritore di Acerra (il più grande d'Europa) se mai entrerà in
funzione nel 2009, e se mai i cittadini di Acerra o l'Unione europea gli
permetteranno di bruciarle, ci metterà cinque-sette anni a smaltire i
cinque milioni di ecoballe accumulati finora; nel frattempo se niente
cambia se ne saranno accumulate altrettante che l'inceneritore di Santa
Maria La Fossa, se mai sarà fatto, potrà cominciare a smaltire tra non
meno di quattro anni; mentre il nuovo commissario, o chi per lui,
continuerà a girare per la Campania alla ricerca di nuovi buchi dove
sotterrare i rifiuti delle nuove emergenze. Si chiede l'intervento
dell'esercito (quasi una guerra: contro i rifiuti. O contro gli abitanti
della Campania?) e non si ha il coraggio, e nemmeno l'idea, di proibire,
almeno temporaneamente, la distribuzione di prodotti usa e getta e di
merci imballate in contenitori inutili, a partire dall'acqua cosiddetta
minerale che molte volte è più inquinata di quella del rubinetto. Ci si
chiede come una persona intelligente e osannata come Bassolino possa
essersi fatto sopraffare da un problema che ingigantiva giorno per
giorno in quel modo davanti al suo naso. Ma è nella natura del potere
chiudere gli occhi di fronte all'evidenza. Un altro personaggio
altrettanto potente e osannato sta rimettendo in piedi la produzione
italiana di automobili senza voler vedere che il prezzo del petrolio e
il suo esaurimento metterà in ginocchio tutto il settore proprio quando
lui penserà di aver risolto i problemi della sua azienda. (Il Manifesto
8 gennaio 2008)
Signor Sindaco, ci
ascolti
Illustrissimo Sindaco,
le
Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia e i Comitati
civici impegnati nella difesa del territorio e dei beni comuni hanno
accolto l'appello da Lei lanciato sui quotidiani degli ultimi giorni. In
quel testo Lei giustamente lamentava il suo isolamento nel tentativo di
salvare la località di Contrada Pisani da una nuova pericolosa discarica
che perpetuererebbe il disastro ambientale che già mortifica quell'area
da decenni. Le chiediamo di impegnarsi nella difesa della salute e
dell'ordine pubblico emanando un'ordinanza emergenziale per: realizzare
una raccolta dei rifiuti separandone la parte secca da quella umida,
utilizzando gli impianti di compostaggio esistenti e stipulando accordi
con le altre regioni in grado di trattare la frazione organica;
impegnarsi a realizzare in tempi brevissimi la raccolta differenziata
porta a porta finalizzata al riciclo dei materiali. In tal modo Ella non
solo proteggerà la salute dei suoi cittadini, ma di gli altri campani
nei cui territori finiscono i rifiuti provenienti da una Napoli che,
contrariamente alla normativa europea, resta irresponsabilmente ad una
percentuale di raccolta differenziata che si aggira intorno al 10%. Al
di là delle diverse posizioni rispetto all'incenerimento dei rifiuti,
che ci vede per fondate motivazioni scientifiche contrari e su cui
saremo pronti a confrontarci, nella pratica oggi l'emergenza può essere
risolta in tempi brevi soltanto partendo dall'inizio del ciclo, dalla
riduzione e dalla differenziazione dei rifiuti. A Napoli e in tutta la
Campania è presente una società civile che da anni, con costanza e
solitudine sta affrontando con lo studio e l'analisi il problema dei
rifiuti, giungendo spesso a proposte che, se raccolte, porterebbero la
Campania fuori dall'emergenza. Non ultima la proposta di salvare dalle
discariche la Contrada Pisani e le superstiti zone agricole della
Campania, accogliendo le alternative offerte dai siti proposti dal
geologo prof. Giovan Battista de' Medici dell'Università di Napoli
«Federico II». Le chiediamo quindi di unirsi a quest'opera di
volenterosi cittadini, rivendicando il Suo ruolo istituzionale. Sicuri
di essere uniti nella difesa del Bene Comune attendiamo un suo
riscontro.
*** Gerardo Marotta (Le Assise della Città di Napoli
e del Mezzogiorno d'Italia), Raffaele Raimondi (Presidente Emerito della
Corte di Cassazione), Alex Zanotelli (missionario comboniano), Comitato
Allarme rifiuti Tossici (Napoli), Meet Up Amici di Beppe Grillo (Napoli)
Assise Cittadina per Bagnoli, Comitato Emergenza Rifiuti (Caserta), Casa
dei diritti sociali «Perché no» (Caserta), Nunzia Lombardi (Assise della
città di Marigliano), Giuseppe Messina (Comitato scientifico di
Legambiente) (Il Manifesto 8 gennaio 2008)
L'ex conca verde
affogata tra cemento e immondizia
di Adriana Pollice
«Mo'
ci pensa San Gennaro, tanto noi così campiamo». Non è rassegnazione ma la
constatazione che da queste parti organizzare l'ordinario è un'utopia. Gli
abitanti di Pianura ci sono abituati: sono bastati pochi anni per fare
arrivare la Tav a Napoli, mentre da decenni i quartieri di Soccavo e Pianura
attendono il raddoppio dei binari della Circumflegrea. «L'immondizia la
portassero sotto casa di Bassolino», borbottano mentre salgono sui vagoni,
sperando che i binari non siano occupati. D'altronde sono in pochi. In giro
per Pianura non c'è quasi nessuno. «Per andare a scuola sono uscita di casa
alle sette, mi ha accompagnato mia madre in auto, siamo passate dai
Camaldoli, c'ho messo un'ora per fare un percorso di 15 minuti», racconta
Paola. Va al liceo classico al Vomero, metà classe era vuota perché molti
vengono da queste parti e solo in tre si sono messi in marcia all'alba. Chi
ha impegni di lavoro o di studio, da dieci giorni esce di casa tra le sei e
le sette, poi tutto si blocca. Il quartiere vive isolato dai cordoni dei
manifestanti, asserragliati in contrada Pisani, e della polizia.
«Fino a ieri si trovava tutto, ma oggi latte e pane scarseggiano»,
raccontano per strada mentre si affrettano a fare la spesa perché
all'improvviso le saracinesche calano e non si può comprare più niente, tra
i negozianti serpeggia la paura delle cariche. «Sono due giorni che aspetto
inutilmente l'idraulico», sbotta uno esasperato. «Un mio vicino è andato a
fare un esame all'ospedale con la scorta della polizia», ribatte un altro.
«Fanno bene a protestare - inveiscono in molti - altrimenti continueranno a
intossicarci per sempre». Tengono tutti finestre chiuse: file di sacchetti
bruciati si allineano sotto i palazzi ma l'odore acre di immondizia alla
diossina si insinua anche attraverso gli infissi.
Pianura è il tipico quartiere periferico saccheggiato dal dopo terremoto del
1980. Costruzioni abusive dove dormire, fare la spesa e spostarsi verso
Napoli. Una volta era una conca verde, oggi alberi di limoni crescono
accanto a garage adibiti a negozi. Piccole palazzine in stile chalet
svizzero spuntano sulla strada mentre sul lato posteriore svettano
parallelepipedi di cemento armato grigio topo. Ci ha messo lo zampino anche
il comune di Napoli che negli anni '80 costruì per gli sfollati quelle che
qui chiamano Case gialle, erano «abitazioni temporanee» e sono diventate de
facto permanenti. Fatiscenti, prive di manutenzione, da pochi anni hanno le
fogne: «Prima bastava un po' di pioggia e la strada diventava un fiume in
piena», racconta Claudio. Dai balconi del condominio Orchidea, un incubo
beige e marrone sul corso principale, si gode la vista su container
sgangherati che, più avanti, ospitano un mercato.
La discarica di contrada Pisani è a pochi passi dalla Circumflegrea, il
luogo è segnalato dall'elicottero che staziona sul sito dall'alba, per
arrivarci basta seguire l'eco dei megafoni. Invece fino al '94, data della
sua chiusura, per trovarlo bastava seguire il terribile fetore che emanava.
In circa 50 anni di storia, qui pare sia stata sversata persino una balena
arenata nel golfo. Si è cominciato negli anni '60 in modo abusivo con i
fanghi delle concerie di Solofra e della Toscana, si è proseguito poi con
l'autorizzazione del Comune, a due passi dalla splendida oasi Wwf degli
Astroni. A gestire l'appalto l'impresa La Marca, il metodo semplice: si
interravano rifiuti fino a una profondità di 150 metri, al limite della
falda acquifera, quando si riempiva una fossa se ne scavava un'altra, quando
si è saturato il sito hanno proseguito creando una collina di rifiuti alta
220 metri. Alla prima ditta sono subentrate poi la Di.Fra.Bi e la Cic di
Giorgio Di Francia, testimone interessato della vicenda.
Con la chiusura, gli enti pubblici avevano promesso di bonificare la zona,
persino di costruire campi da golf. Da allora il percolato continua a
inquinare il terreno: «Ho fatto una piccola indagine - racconta il
consigliere comunale Angelo De Falco - e su 500 famiglie la metà ha avuto
casi di tumore».
Niente fogna, niente illuminazione pubblica, niente marciapiedi, cose
promesse già due volte e ora rimesse sul tavolo in cambio della riapertura.
In contrada Pisani, con vista sulla discarica, c'è la scuola elementare
frequentata da 290 bambini. Aule vuote, anche loro in strada a
protestare.(Il Manifesto 8 gennaio 2008)
 
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