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Ambiente e salute                                                                                                                                                                                                       
 

 

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Sabato 24 aprile inizia la raccolta firme per l'acqua

 

nasoneIl Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, costituito da centinaia di comitati territoriali che si oppongono alla privatizzazione, insieme a numerose realtà sociali e culturali ha deciso di promuovere 3 quesiti referendari, depositati presso la Corte di Cassazione di Roma mercoledì 31 marzo 2010. Sosterranno tale iniziativa anche diverse forze politiche.

A partire dal sabato 24 aprile inizieremo la raccolta delle firme, in tre mesi dovremo arrivare almeno a quota 500.000 per poter richiedere i referendum. I banchetti per la raccolta delle firme saranno allestiti su tutto il territorio nazionale.

I tre quesiti vogliono abrogare la vergognosa legge approvata dall’attuale governo lnel novembre 2009 e le norme approvate da altri governi in passato che andavano nella stessa direzione, quella di considerare l’acqua una merce e la sua gestione finalizzata a produrre profitti.

Dal punto di vista normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.

Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.

Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali.

Vogliamo togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua.

Vogliamo restituire questo bene comune alla gestione condivisa dei territori.

Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene collettivo.

Per conservarlo per le future generazioni.

 

Referente regionale per il Piemonte Mariangela Rosolen: mariangelarosolen@gmail.com  ; Tel. 388 8597492

Di Pietro e il pelo nell'acqua



di Ida Rodano

Di Pietro e il pelo nell'acqua Lo scorso 31 marzo 2010, il Forum italiano dei Movimenti per l'Acqua (che, già nel 2007, presentò una proposta di legge d'iniziativa popolare, sottoscritta da 400 mila cittadini, per la ripubblicizzazione dell'oro blu) ha depositato a Roma, presso la Corte di Cassazione, i tre quesiti referendari preparati dai giuristi Alberto Lucarelli, Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Stefano Rodotà, Ugo Mattei, Luca Nivarra. La raccolta delle firme partirà già nei prossimi giorni.
Il primo chiede l'abrogazione dell'articolo 23 bis della legge 133 del 2008, cioè l'architrave su cui poggia la privatizzazione dei servizi pubblici (acqua, rifiuti, trasporto pubblico).
Il secondo propone la cancellazione dell'articolo 150 del decreto 152 del 2006 (o codice ambientale) che individua le forme di gestione e affidamento del servizio idrico.
Il terzo, più specifico, vuole invece l'abrogazione dell'articolo 154 del già citato decreto 152, nella parte in cui parla "dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito" nella determinazione del sistema tariffario.

Oggi, ci troviamo quindi di fronte ad una situazione surreale e paradossale con due campagne di firme parallele sullo stesso tema.
E' il triste epilogo delle divisioni che hanno caratterizzato nell'ultimo mese il lavoro del Forum italiano dei Movimenti per l'Acqua. E' l'altra faccia della politica, la faccia mai ufficializzata ma spesso preminente, che porta i partiti a cercare di "cavalcare" i movimenti e a muoversi solo in cambio di una visibilità assoluta e di un consenso sia pure a corto raggio.

E' di qualche settimana fa la grande manifestazione di piazza del Popolo a Roma, partecipata da 200.000 persone, a rappresentare il mondo cattolico e religioso, l'associazionismo sociale, la cooperazione, il sindacato, il popolo viola e altri ancora. Un mondo variegato di cittadini che si ritrovano tutti insieme a difendere un bene primario.
Un mondo che ha bisogno di rafforzare la sua unità e di allargare la partecipazione per vincere una battaglia difficile. L'ex pm si era speso in prima persona per quella mobilitazione, poi, all'improvviso, la sua "ritirata". Alcune voci raccontano di un'ultima riunione "di fuoco", durante la quale il leader dell'IdV avrebbe battuto i pugni sul tavolo, ricordando l'investimento economico fornito dall sua organizzazione e pretendendo la visibilità sul palco. Palco che i movimenti non erano disposti a tramutare in una vetrina per i partiti. Rigettata al mittente la sua richiesta, Antonio Di Pietro non solo ha boicottato la piazza ma ha forse deciso di fare di più, depositando quesiti alternativi per referendum che, a questo punto, difficilmente arriveranno al quorum.

"Cosa non si fa per ottenere un po' di consenso. Di Pietro è disposto anche a perdere battaglie fondamentali come quelle su acqua e nucleare pur di accreditarsi agli occhi dell'opinione pubblica come paladino di questi temi. L'Idv, rompendo il fronte con tutte le associazioni, sta facendo un regalo a Berlusconi". Così Ciro Pesacane, presidente del Forum Ambientalista, commenta la consegna in Cassazione dei quesiti referendari su acqua e nucleare depositati dall'Idv.
"E' surreale, adesso avremo due campagne referendarie contro la privatizzazione dell'acqua: una di noi associazioni che da sempre ci battiamo in difesa dell'oro blu e che abbiamo consegnato i requisiti in Cassazione lo scorso 31 marzo ed, ora, una dell'Idv - aggiunge Pesacane - Mi complimento con Di Pietro che è riuscito a rompere il fronte unitario, depotenziando così lo strumento referendario. Se non raggiungeremo il quorum sappiamo già con chi prendercela!".
"Stessa storia sul nucleare - spiega l'ambientalista - l'Idv ha agito unilateralmente rompendo un fronte molto ampio".
"A questo punto - conclude - l'auspicio è che Di Pietro capisca l'errore fatto e che ritiri i suoi referendum. Per non dimostrarsi amico di Berlusconi e soprattutto nemico delle battaglie ambientaliste su acqua e nucleare".

Per il Verde Angelo Bonelli, quella di Di Pietro, che durante il governo Prodi ha votato per la privatizzazione dell'acqua, "è una forma di cannibalismo dell'ambientalismo e dei movimenti" che si stanno battendo per l'acqua pubblica. E' "ormai chiaro che la decisione dell'Idv di presentare da sola i referendum ha solo un carattere di mera e semplice strumentalità politica per crearsi solo un consenso nell'immediato senza preoccuparsi minimamente di vincere la battaglia referendaria. Grazie a questa scelta irresponsabile coloro che hanno voluto la privatizzazione dell'acqua e che vogliono le centrali nucleari potranno brindare".

Per quanto riguarda il nucleare vale lo stesso ragionamento. Il referendum sul nucleare fu vinto nel 1987 grazie ad un ampio fronte che andava dal Pci ai Verdi, ai Radicali al sindacato e a tante realtà associative. Oggi, partiti, associazioni e comitati erano all'opera per ricostituire quel clima. Un invito rivolto anche all'Idv, perché non superare il quorum oggi significherebbe spianare la strada definitivamente al nucleare.

"Con la presentazione unilaterale dei quesiti su acqua e nucleare avvenuta oggi, Antonio Di Pietro fa una scelta strumentale, che specula impropriamente sui movimenti, scippando loro la titolarità della battaglia, e divide lo schieramento referendario a fini di pura propaganda politica". Questo il duro giudizio del portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero.
"Come sul legittimo impedimento, Di Pietro brandisce i referendum con assoluta leggerezza come puro strumento di propaganda politica - osserva Ferrero -. La presentazione di altri quesiti sull'acqua si muove infatti in aperto contrasto con il movimento per l'acqua pubblica, che ha già presentato i propri quesiti e sta iniziando la racconta di firme, scippando loro la bandiera della campagna referendaria per bassi interessi di propaganda politica". Al contrario, secondo Ferrero, "l'impegno di tutte le forze, politiche, sociali e associative, è quello di dar forza al movimento e di partecipare con spirito e impegno unitario alla mobilitazione: non solo al fine di raggiungere l'obiettivo prioritario delle firme necessarie al referendum, ma per far crescere insieme la coscienza civile e politica unitaria".
Di Pietro, "con il suo comportamento unilaterale, non solo mette a rischio l'obiettivo della raccolta di firme, ma fa una vera e propria speculazione con l'esclusivo interesse di fare propaganda a scapito del movimento, del suo protagonismo e della sua unità". Lo stesso, conclude Ferrero, "avviene sul tema del nucleare, rispetto a cui un vasto arco di forze si è impegnato a realizzare una battaglia comune, che Di Pietro non ha remore a scippare".

In queste ore sono tanti gli appelli a Tonino di "ripensarci" e fare un passo indietro. Perché i referendum non si vincono con i personalismi. Nel momento in cui Di Pietro vorrà procedere senza ascoltare ragione, finiremmo per pensare che gli interessi siano altri, e di ciò Berlusconi sarà profondamente grato. (www.aprileonline.info 11 aprile 2010)

 

 

 

 

Ci hanno rubato l'acqua

 

di C.R.

 

Ci hanno rubato l'acqua302 deputati hanno rubato agli italiani l'acqua. Mentre dal 2007 giace in Parlamento una legge di proposta popolare firmata da 400mila cittadini che chiedono che l'acqua resti pubblica. Così, al megafono, rappresentanti del coordinamento romano dell'acqua pubblica del Forum italiano dei movimenti dell'acqua, con striscioni contestano la riforma dei servizi idrici locali contenuta nel Dl Salva-infrazioni su cui il governo ha ottenuto la fiducia e che oggi è stato convertito in legge.

L'Articolo 15 del provvedimento licenziato dal parlamento da un lato ribadisce come la proprietà dell'acqua sia pubblica; dall'altra però manda in soffitta tutte le gestioni in house entro il 31 dicembre 2011 a meno che entro questa data la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati.
La norma, in particolare, prevede due modalità per la gestione dell'acqua in via ordinaria ed un'altra in via straordinaria. Si stabilisce così che la gestione del servizio idrico debba essere affidato ad un soggetto privato scelto tramite gara ad evidenza pubblica oppure ad una società mista (pubblico-privato) nella quale il privato sia stato scelto con gara. Oppure, ed è il caso straordinario, la gestione del servizio idrico può essere affidata ("in casi eccezionali") in via diretta, vale a dire senza gara, ad una società privata o pubblica. In tal caso, però, si deve in primo luogo trattare di una società in house, ossia una società su cui l'ente locale esercita un controllo molto stretto; in secondo luogo, l'ente locale deve presentare una relazione all'Antitrust in cui motiva la ragione dell'affidamento senza gara. In terzo luogo, l'Antitrust deve dare il proprio parere. Poiché, come noto, ad oggi sono già moltissimi i casi di affidamento in house, il decreto mette nero su bianco il da farsi nella fase transitoria. Il provvedimento, infatti, prevede nel dettaglio che le gestioni in house debbano tutte decadere entro il 2011, a meno che entro questa data la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati. Resta comunque possibile per la società spiegare all'Antitrust i motivi per cui ricorra il caso straordinario che permette l'affidamento diretto.

Nella sostanza, però, si stabilisce che cesseranno tutti gli affidamenti in house al 31 dicembre 2011 visto che potranno proseguire fino alla naturale estinzione del contratto solo quelle società in house che si trasformeranno in una società mista con un 40% in mano ai privati. Di fatto, insomma, con l'attuale formulazione dell'articolo 15 si obbligano gli enti locali a mettere sul mercato l'acqua.

Mani blu e catene per dire che "questo furto non passerà". Esponenti del Forum per l'acqua si sono incatenati alle inferriate adiacenti a Montecitorio e hanno aperto gli striscioni. Le forze dell'ordine hanno tagliato le catene con dei tronchesini, ma la manifestazione non si è fermata.
In cantiere ci sono una serie di iniziative che sfoceranno in una "grande manifestazione nazionale a Roma il 20 marzo". Il Forum chiederà "a tutte le Regioni di impugnare la legge perché è incostituzionale e già alcune Regioni come Puglia, Emilia Romagna e Piemonte" si stanno dirigendo su questa strada; "diremo a tutti i Comuni che possono sottrarsi, con modifiche ai loro Statuti, definendo il servizio idrico come "privo di rilevanza economica" come ha fatto al Puglia che ha trasformato l'acquedotto da Spa in ente di diritto pubblico".
Quanto all'Europa, "non ci impone niente". L'argomentazione utilizzata è un alibi per privatizzare la gestione dell'acqua. "Ogni Stato membro - spiegano i manifestanti - decide quali servizi mettere sul mercato e solo in questo caso l'Europa impone di fare le gare e permettere a tutti di partecipare.
Infatti in Olanda il servizio idrico è pubblico e in Francia a partire da Parigi si sta tornando in questa direzione e l'Europa non dice nulla". Anche perché, proseguono, il Trattato di Lisbona prevede il "principio di neutralità".

Il Forum valuterà "collettivamente" la raccolta di firme per il referendum e alla fine, fanno capire, ci dovrebbero essere, ma, polemizzano, "sono anni che ci occupiamo di questa tematica e un referendum non si improvvisa. E' necessaria una mobilitazione diffusa", dicono riferendosi ai partiti politici (IdV, Verdi e Prc) che hanno già annunciato la raccolta di firme per abrogare la legge. "Comunque abbiamo già inviato una lettera a chi ha annunciato che raccoglierà le firme. Noi avremo una riunione del coordinamento nazionale il 28 novembre".

Michele Mangano, presidente nazionale Auser, spiega che si tratta di un "provvedimento che non tiene conto né della tutela di una risorsa fondamentale e preziosa come l'acqua, né dell'interesse dei cittadini. L'acqua è un bene pubblico essenziale ed è inaccettabile che invece di migliorare un servizio alla fine si favoriscano solo interessi privati. Un provvedimento che in alcune regioni italiane costituisce un regalo alla criminalità organizzata".

Del resto questo Governo negli ultimi mesi non si è distinto nelle strategie sul piano della legalità. Pensiamo al condono fiscale, all'affido ai privati della gestione dei rifiuti solidi urbani, alla proposta di mettere in vendita i beni confiscati ai mafiosi. Una mappa di interventi inquietanti. Non si può più rimanere indifferenti, tutti questi provvedimenti incideranno profondamente nella vita di tutti i cittadini e affonderanno l'Italia nell'illegalità.
Intanto, a Montecitorio , con 302 sì, 263 no e nessun astenuto, l'aula della Camera ha approvato, in via definitiva, il decreto Ronchi "salva- infrazioni" . Diventa quindi legge il provvedimento che contiene la riforma dei servizi pubblici locali, tra cui la privatizzazione dell'acqua.
A votare a favore sono stati Pdl, Lega e Mpa. Hanno votato contro Pd, Idv, Udc, minoranze linguistiche. (Ieri, l'aula aveva accolto un ordine del giorno della Lega che impegna il governo a valutare deroghe alla liberalizzazione della gestione dell'acqua per i Comuni più virtuosi. Sulle votazioni agli ordini del giorno la maggioranza era andata 'sotto' ben quattro volte. Alla fine il ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi ha deciso di accogliere come raccomandazioni tutti gli odg, compresi quelli dell'opposizione).

"Noi dell'Italia dei valori parteciperemo tutti e da singoli alla manifestazione del 5 dicembre. Ci parteciperemo da cittadini, lasciando che sul palco salgano gli operai di Eutelia, i lavoratori precari della scuola, coloro che non hanno voce e a cui noi vogliamo dare voce. Quei cittadini, signor presidente del Consiglio a cui lei, oltre che la voce, toglie ora anche il diritto di bere e di respirare, attraverso la deriva delle privatizzazioni". Lo ha detto il leader Idv, Antonio Di Pietro, intervenendo oggi in aula alla Camera. Di Pietro ha parlato di "leggi schifezza" imposte dal governo anche a una maggioranza che non le voterebbe se non fosse per il "ricatto delle elezioni, poiché la legge elettorale prevede che tutti i parlamentari siano nominati dal sultano di turno e non dal popolo italiano".

Per i parlamentari del Pd, "quella della privatizzazione dell'acqua è una scelta sbagliata, un pasticcio che produrrà problemi agli amministratori locali, maggiori costi per i cittadini, vantaggi per pochi gruppi industriali e finanziari. Per coprire questo pasticcio il governo usa le bugie".
"Per motivare questa scelta sbagliata il governo fa ricorso ad una serie di bugie, raddoppiando l'errore- dice - prima bugia: non c'è nessun obbligo, come sostiene il governo, né nessuna infrazione comunitaria a cui il nostro paese debba corrispondere". Seconda bugia: "la sentenza della Corte di Giustizia Europea, citata dal governo per giustificare la privatizzazione, si occupa di società miste e non di società pubbliche". Terza bugia: il ministro dei Rapporti con le regioni Raffele Fitto "dichiara che, negli ultimi anni, 'avremmo assistito a vergognose politiche di pubblicizzazione nel settore dell'acqua'. Questa è proprio grossa- afferma Causi - negli ultimi 15 anni, su 114 Ato, 56 sono passati a gestioni miste e soltanto 58 hanno gestione pubblica. Inoltre, le gestioni pubbliche sono più diffuse al Centro Nord.Considerata la maggiore efficienza della gestione del servizio idrico, al Centro Nord, forse le gestioni pubbliche sono migliori".
"Infine, il governo sostiene che per i cittadini ci saranno 'solo vantaggi'- dice l'esponente democratico, basta leggere le dichiarazioni del presidente di Federutiliy, per capire come andranno le cose: "Se non si aumentano le tariffe non si riescono ad attrarre i privati". Questo è un provvedimento "che darà il via all'aumento delle tariffe: il governo- conclude il parlamentare Pd- metterà le mani nelle tasche dei cittadini attraverso le tariffe".(www.aprileonline.info 19 novembre 2009)

 

Mobilitiamoci per l'Acqua, bene comune

 Firma anche tu!

di Giulio Marcon*
 

Mobilitiamoci per l'Acqua bene comuneUn fondamentale bene comune -fondamentale per la vita e la sopravvivenza di ciascuno di noi- viene sottoposto a logiche di mercato che -come dimostrato in questi anni- non garantiscono un migliore servizio e più accessibile a tutti, ma solo soldi per chi ne gestisce il business.

Qui non si tratta di rendere più o meno efficiente (ovviamente meglio che sia efficiente) un servizio per i cittadini, ma di garantire l'indisponibilità di un bene fondamentale -che deve essere universalmente e liberamente accessibile a tutti- ad una logica di profitto che in questi anni via via si è estesa ad una serie di beni (ad esempio quelli del welfare) che nel secondo dopo guerra, erano stati progressivamente sottratti alla dimensione del mercato a favore di quella pubblica e sociale.
Nel centro-sinistra è paradossale che una parte dello schieramento si adegui a questo approccio, dopo avere nella scorsa legislatura tenuto una linea contraria alla privatizzazione dell'acqua. Nel centro-destra l'atteggiamento potrebbe essere considerato più prevedibile.
E però bisogna ricordare -mettendole a confronto con la decisione del Senato sull'acqua- le "sparate" di Tremonti di questi ultimi mesi contro il mercatismo e le privatizzazioni: pura ipocrisia e demagogia. Si continua ad andare -invece- in quella stessa direzione. Il mercato applicato alla gestione dei servizi legati all'acqua è un mix di inconfessabili interessi economici e di falsi stereotipi economici sull' "efficienza del mercato". Si tratta di grandi interessi e di stupidi tic ideologici che in questi mesi hanno dimostrato tutta la loro fallacia. L'acqua è il simbolo di una totale mercificazione della società, e della vita, del soddisfacimento dei suoi bisogni primari. E questo non è accettabile.

Difendere l'acqua come bene comune è fondamentale per garantire un diritto inalienabile e vitale che per nessun motivo può sottostare ad una logica di mercato e di profitto. E' necessario che un più vasto numero di comuni -come già sta accadendo- dichiari l'acqua come bene comune e come diritto umano.
Bene hanno fatto Vendola e la Regione Puglia a dichiarare la volontà di ripubblicizzare l'acquedotto pugliese. Non è affatto detto che una gestione pubblica dell'acqua sia più costosa e inefficiente. Anzi, anche in altri casi si è dimostrato il contrario: che la gestione privata (si pensi alle ferrovie in Gran Bretagna o all'elettricità in california) è più costosa per i cittadini (aumentano le tariffe) e crescono i fattori di inefficienza e di cattiva gestione. L'obiettivo dei privati -nonostante i "contratti di servizio"- non è far funzionare bene i servizi, ma trarne il maggior profitto possibile, anche a costo di diminuirne i costi con minori spese per il personale e meno manutenzione.

E' necessario sostenere e sviluppare ancora di più il movimento per l'acqua come bene comune, rilanciare le mobilitazioni e chiedere alla forze politiche di mettere al centro dell'iniziativa di questi mesi il tema dell'accesso universale e libero all'acqua, sottraendola alla dimensione del mercato. E' una sfida importante, sulla quale si basa la prospettiva di un'economia diversa e di una società più giusta.

*Portavoce di Sbilanciamoci!  (www.aprileonline.info 9 novembre 2009)

 

 

Acqua, il grande rifiuto di Padre Alex Zanotelli

 

da Repubblica 14 settembre 2009

Non avrei mai immaginato che il paese di Francesco d’ Assisi (Patrono d’Italia) che ha cantato nelle sue Laudi la bellezza di “sorella acqua” diventasse la prima nazione in Europa a privatizzare l’acqua! Giorni fa abbiamo avuto l’ultimo tassello che porterà necessariamente alla privatizzazione dell’acqua. Il Consiglio dei Ministri , infatti, ha approvato il 9/09/2009 delle “Modifiche” all’articolo 23 bis della Legge 133/2008 . Queste "Modifiche" sono inserite come articolo 15 in un Decreto legge per l’adempimento degli obblighi comunitari. Una prima parte di queste Modifiche riguardano gli affidamenti dei servizi pubblici locali, come gas, trasporti pubblici e rifiuti. Le vie ordinarie -così afferma il Decreto- di gestione dei servizi pubblici locali  di rilevanza economica è  l’affidamento degli stessi, attraverso gara, a società miste, il cui socio privato deve essere scelto attraverso gara, deve possedere non meno del 40% ed essere socio "industriale”. In poche parole questo vuol dire  la fine delle gestioni attraverso SPA in house e  della partecipazione maggioritaria degli enti locali nelle SPA quotate in borsa.

Questo  decreto è frutto dell’accordo tra il Ministro degli Affari Regionali, Fitto e il Ministro Calderoli. E questo grazie anche alla pressione di Confindustria  per la quale  in tempo di crisi, i servizi pubblici locali devono diventare fonte di guadagno.

E’ la vittoria del mercato, della merce, del profitto. Cosa resta ormai di comune nei nostri Comuni? E’ la vittoria della politica delle privatizzazioni, oggi, portata avanti brillantemente dalla destra. A farne le spese è sorella acqua. Oggi l’acqua è il bene  supremo che andrà  sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l’incremento demografico. Quella della privatizzazione dell’acqua  è una scelta politica gravissima che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese, ma soprattutto dagli impoveriti del mondo (in  milioni di morti per sete!)

Ancora più incredibile per me è che la gestione dell’acqua  sia messa sullo stesso piano della gestione dei rifiuti! Questa è la  mercificazione della politica! Siamo anni luce lontani dalla dichiarazione del Papa Benedetto  XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate dove si afferma che l’”accesso all’acqua” è "diritto universale di tutti gli esseri umani senza distinzioni e discriminazioni”. Tutto questo è legato al “diritto primario della vita”. La gestione dell’acqua  per il nostro Governo è assimilabile a quella dei rifiuti! Che vergogna! Non avrei mai pensato che la politica potesse diventare a tal punto il paladino dei potentati economico-finanziari. E’ la morte della politica!

Per cui chiedo a tutti di:

-protestare contro questa decisione del governo tramite interlocuzioni con i parlamentari, invio di e.mail ai vari ministeri…

-chiedere ai parlamentari che venga discussa in Parlamento la Legge di iniziativa popolare per una gestione pubblica e partecipata dell’acqua, che ha avuto oltre 400mila firme e ora ‘dorme’ nella Commissione Ambiente della Camera;

-chiedere con insistenza alle forze politiche di opposizione che dicano la loro posizione sulla gestione dell’acqua e su queste Modifiche alla 23 bis;

-premere a livello locale perché si convochino  consigli comunali monotematici  per dichiarare l’acqua  bene comune e il servizio idrico “privo di rilevanza economica”;

-ed infine premere sui propri consigli comunali perché facciano la scelta dell’Azienda Pubblica Speciale a totale capitale pubblico: è l’unica strada che ci rimane per salvare l’acqua.

Sarà solo partendo dal basso che salveremo l’acqua come bene comune, come diritto fondamentale umano e salveremo così anche la nostra democrazia.

E’ in ballo la Vita perché l’Acqua è Vita! 

 


 
 

NAPOLI - "Non devi venire in Abruzzo, ci stai rovinando". Con queste parole Silvio Berlusconi è stato contestato oggi a Napoli da due giovani abruzzesi, che, davanti alla prefettura, gli hanno gridato contro. I due, trentenni senza precedenti penali, sono stati identificati dalla Digos, e hanno detto di essere venuti a Napoli proprio per la visita del premier.
Berlusconi era a Napoli per incontrare, ad un mese dall'inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, il sottosegretario Guido Bertolaso, il Prefetto Alessadro Pansa ed il Questore Santi Giuffrè. Il presidente del Consiglio è arrivato in Campania ieri sera, per fare il punto sullo status anche degli altri quattro impianti di termovalorizzazione dei rifiuti da costruire nella Regione.
All'entrata della prefettura, Berlusconi aveva appena iniziato a parlare con la stampa quando è partita la contestazione. Visibilmente contrariato, si è subito interrotto, congedandosi dai giornalisti e raggiungendo la macchina per andare via. (www.larepubblica.it 27 aprile 2009)

 

"Tutti qui, dal premier al papa ma Onna non è un spot tv"


 
di Jenner Meletti

"Tutti qui, dal premier al Papa ma Onna non è uno spot tv"

L'AQUILA - La strada di sassi bianchi taglia il prato, al fianco di una stalla distrutta. Supera un dosso, arriva in un altro prato, coperto da un'enorme pedana metallica. "Ecco, questo è l'eliporto. Sabato è sceso qui Berlusconi, domani arriva il Papa. Elicotteri che atterrano a Onna, chi se lo sarebbe mai immaginato.

La strada bianca è stata costruita proprio per arrivare a questo prato". Benedetto XVI farà trenta passi, per salire sulla papamobile. Non si sa ancora se attraverserà il paese distrutto o se guarderà le rovine da "via Geremia Properzi, sacerdote-teologo". Entrerà nella tendopoli, per un breve incontro con i terremotati. "Stavolta, almeno - dice Gianfranco Busilacchio, del direttivo del comitato Onna Onlus - vedremo in faccia il nostro ospite. Con il presidente del Consiglio siamo stati tenuti lontano da tutto".

La pioggia continua ad allagare le tendopoli, in questa terza domenica dopo il terremoto. Sembra di vivere in due mondi diversi e lontani. Da una parte operai, vigili del fuoco e volontari che lavorano sotto l'acqua per montare palchi e alzare transenne per l'arrivo del Papa; dall'altra operai, vigili e volontari che aiutano chi vive nel fango e cerca di raggiungere una mensa o un gabinetto.

Non c'è rabbia, nelle parole di Gianfranco Busilacchio e degli altri del comitato. "Ma gli occhi per vedere li abbiamo. Per otto giorni i vigili del fuoco, che sono bravissimi, hanno lavorato soprattutto per preparare le visite di Berlusconi e del Papa. Hanno puntellato la chiesa, così il Santo Padre la può vedere ancora in piedi. Un lavoro inutile, perché poi sarà abbattuta. Hanno costruito la strada e l'eliporto. Hanno preparato anche un piccolo campanile, con le campane recuperate fra le macerie, a fianco del tendone della nuova chiesa. Tutto bello. Ma nelle tende si vive malissimo. Gli anziani e chi cammina con difficoltà non riesce ad entrare in bagno. Venga a vedere".

Per entrare in un gabinetto o in una doccia bisogna salire due gradini alti, in ferro. "Questi sono servizi che arrivano dall'Iraq, erano usati dai nostri militari in missione. Bisogna avere vent'anni, essere giovani e aitanti, per entrare qui. Tutti gli altri sono esclusi". Ci sono anziani che non riescono a lavarsi da tre settimane.

Prima il presidente del Consiglio, poi il Papa. E subito dopo inizieranno i lavori per il G8. "Onna è diventata un simbolo - dice Vincenzo Angelone, che fa parte della Onlus - ed è giusto che qui arrivino le persone importanti. Ma dovevano mandare altri vigili e altri militari, per costruire ciò che serve a questi "eventi". A noi i vigili servono per recuperare una foto o un maglione nelle nostre case e per rendere umana la vita in tenda".

C'è una piccola cerimonia, alle ore 15. "Andiamo a portare una corona alla lapide dei martiri del '44. Ieri c'è stato l'omaggio visto nelle tv di mezzo mondo, ma noi abitanti non eravamo invitati. Siamo costretti ad andare oggi, il giorno dopo l'anniversario".

I cartelli del Comune, nelle strade che passano accanto alla tendopoli di piazza d'Armi, annunciano "Divieto di sosta con rimozione forzata" dalle ore 6 alle ore 15 di martedì per "Corteo papale". Nunzio S., 70 anni, non sa dove portare la sua Ritmo con il lunotto rotto coperto da un telo di plastica. "L'altra notte, quando è venuta una mezza alluvione, sono venuto a dormire in macchina".

La preparazione del piazzale della Finanza per la visita papale è già una prova di G8. Centinaia di uomini al lavoro per piazzare sbarramenti, allargare la sala stampa (500 giornalisti), organizzare la sicurezza. Per il G8 i giornalisti saranno 3.000, gli uomini della sicurezza 16.000. "Il terremoto - dice Silvio Paolucci, segretario regionale del Pd - non è un set pubblicitario.

Come si può organizzare un G8 quando in cinque mesi devi trovare casa a 50.000 persone?". Naturalmente la sinistra è spaccata. "Berlusconi - sostiene la presidente della Provincia, Stefania Pezzopane, pure lei del Pd - ha detto che il vertice mondiale sarà qui e adesso lo deve fare davvero. Lo Stato deve essere capace di organizzare questo incontro internazionale e allo stesso tempo gestire le tende alluvionate".

All'Isola del caffè, all'inizio del centro storico, una signora legge il giornale. "Berlusconi si chiede già come "abbellire" la scuola della Finanza per il G8? Fossero questi, i problemi". Sembra una domenica normale. Poi la signora si mette a piangere. "Venivo sempre qui, alla festa. Una pasta e un caffè. Ma poi tornavo a casa mia, non in una tenda". (La Repubblica.it 27 aprile 2009)

 

 

Terremoto: lettera INGV contro i tagli del governo

a Istituto Vulcanologia

 

(ASCA) - Roma, 6 apr - Il geofisico Enzo Boschi, a capo dell'ente italiano che gestisce la rete di controllo sui fenomeni sismici e vulcanici, attraverso una lettera indirizzata al governo aveva lanciato l'allarme sulla carenza di risorse a cui l'istituto deve far fronte. Nel suo accorato appello il professore fa riferimento alla mancata stabilizzazione di tutti i precari idonei. Si parla di oltre 200 persone, su un totale di 357 unita' di personale precario, ''che ha contribuito fortemente ai risultati scientifici conseguiti dall'Istituto nei settori tradizionali di attivita'''. Tale situazione ''costringerebbe l'Istituto a rinunciare a unita' di personale sul cui impiego aveva commisurato i propri programmi di attivita''' percio' l'esperto di sismologia gia' nell'ottobre 2008 si era appellato ''alla sensibilita' degli organi di governo affinche' le disposizioni normative possano essere rivedute e si possa porre in essere quanto necessario per consentire all'Ingv di salvaguardare e poi, con la dovuta gradualita' e previa rigorosa verifica del possesso dei requisiti professionale, assorbire i propri lavoratori precari che costituiscono ormai uno strumento irrinunciabile per le attivita' dell'Ente e un patrimonio per il Paese''.

 

Terremoti e precariato

 Carlo Alberto Brunori – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Centro Nazionale Terremoti

 Trattando di eventi sismici o vulcanici e di ricerca scientifica necessaria alla conoscenza e mitigazione del loro impatto, non è possibile ignorare e non riportare il particolare stato di crisi che sta attraversando il “sistema ricerca” in generale e lo studio e monitoraggio dei fenomeni sismici e vulcanici nel particolare. 

In Italia, lo studio e monitoraggio 24/24h dei terremoti e dei vulcani, realizzato in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile, è possibile, in gran parte, grazie al lavoro dei tecnici e ricercatori precari dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. 

Per fare un esempio, la rete sismica del centro-sud d’Italia è mantenuta in funzione grazie all’attività della sede di Grottaminarda (AV), il cui personale, tecnici e ricercatori, è composto esclusivamente, da personale precario. 

L’intero “sistema ricerca” nazionale, di cui tale servizio è parte, rischia lo stallo a causa delle politiche superficiali dei nostri governi. Se da una parte arrivano promesse di ottimizzazione del comparto pubblico, tra i quali gli enti di ricerca, università, etc., d’altra parte non emerge una volontà di investire di più e meglio nella ricerca. Infatti nella ricerca lo Stato Italiano continua a investire meno dell’1% del PIL, una percentuale lontanissima dalla media UE. Questa differenza stride ancor più quando, con la crisi economica ormai in atto, quasi tutti i paesi “occidentali” stanno scrivendo o hanno già scritto un “piano industriale” anti-crisi a lungo termine che include maggiori investimenti in ricerca!! 

In questo momento i precari degli enti di ricerca in particolare, vivono alla giornata, aspettando che la loro situazione sia risolta. Si tratta di 30-40 enni altamente specializzati, tra i quali molti scienziati di fama internazionale. Per i quali lo Stato prevede la possibilità di essere assunti, ma senza un piano chiaro per il futuro. 

L’INGV ad esempio, a tutt’oggi non ha una pianta organica tale da poter assorbire i precari. Si tratta del 40% circa della forza lavoro tra tecnici, amministrativi e ricercatori. Il numero elevato di personale a contratto è dovuto ad un blocco dei concorsi cominciato nel 2002. Questo squilibrio e la perdita dei precari che si profila, rischia di mettere in crisi la capacità dell’Ente nel poter di rispondere ai crescenti obblighi istituzionali di sorveglianza vulcanica, sismica, degli tsunami, delle emergenze geochimiche etc. Fino ad oggi l’INGV ha potuto e dovuto rispondere a questi obblighi dotandosi di personale assunto con varie forme contrattuali a termine. 

Investire nella ricerca, ancor più durante una forte crisi dell’attuale modello economico, vuol dire fornire al paese, finalmente, solide basi per un piano industriale a breve, medio e lunghissimo termine. 

Significa espandere, rinnovare e qualificare il mondo del lavoro. Significa mettersi finalmente al livello di quei paese che hanno investito in ricerca e sviluppo nel passato recente e che proprio per questo oggi sono in grado di mantenere il livello di impiego invece che navigare in balia delle onde della tempesta economica, gettando persone e quindi famiglie nel calderone dei cassaintegrati … quando va bene perché ai precari non spetta nemmeno la cassa integrazione. Non si tratta, dunque, di un qualsiasi capitolo di spesa dove operare tagli indiscriminati. 

La Ricerca è un bene comune. Sono necessari anni per formare tecnici e ricercatori; le casse pubbliche investono per ogni persona, tra università, dottorato, etc., dai 500 ai 700mila euro. Privarsi delle migliori menti, per esigenze di cassa, – chiedendogli di fare “qualcos’altro” o, peggio, di “andarsene all’estero” – equivale a sperperare denaro pubblico e mettere una seria ipoteca sul futuro.(9 marzo 2009 www.rinnovabili.it) -

 

 

Perchè l'acqua deve essere pubblica

 

di Maurizio (Mao) Calliano

La Federazione di Torino del PdCI, ha dato ufficialmente l’adesione al Comitato dell’acqua pubblica torinese, come d'altronde aveva già fatto il Partito in sede nazionale nel mese di dicembre al Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua ( www.acquabenecomune.org ). Le ragioni della nostra piena adesione al progetto sono molteplici e risiedono nella convinzione che il Partito si debba spendere, rispetto alle questioni locali, in difesa del bene e dei servizi pubblici.

L'obiettivo che si propone il Coordinamento è raccogliere le firme per una iniziativa di deliberazione popolare in modo che lo Statuto di Torino includa alcune clausole di preservazione dell'acqua come bene pubblico e che assicurino a tutti i cittadini il diritto all'accesso all'acqua potabile. In buona sostanza si vuole sottrarre al mercato la privatizzazione delle reti e della distribuzione dell'acqua e al contrario che l’acqua venga riconosciuta quale servizio senza scopo di lucro.

Come Comunisti Italiani ci siamo sempre battuti contro le privatizzazioni, che immancabilmente hanno portato all'aumento delle tariffe, a un generale peggioramento del servizio e dei livelli di manutenzione (e quindi di sicurezza) e una disparità nell'accesso. L'acqua sappiamo bene che è indispensabile alla sopravvivenza: è la risorsa che le grandi multinazionali vogliono accaparrarsi per farci i loro enormi e sporchi profitti. E' una risorsa che sta diventando sempre più scarsa: il mondo si dirige verso un calo della produzione agricola, già a partire da quest'anno, dal 20 al 40 per cento a causa della grave siccità che sta colpendo l'intero pianeta ( www.resistenze.org ). I prossimi conflitti potrebbero nascere proprio per l'acqua.

Tornando sul piano locale, è risaputo che la tutela dell'acqua è stata per noi tra le rivendicazioni avanzate al Sindaco Chiamparino e alla sua giunta in occasione della verifica del Documento di programmazione economica di metà mandato. Abbiamo subordinato la nostra permanenza nell'alleanza di centro sinistra alla garanzia del mantenimento della maggioranza pubblica nelle aziende ex municipalizzate e all’esplicito impegno a non procedere con nessuna privatizzazione delle reti e del servizio di distribuzione dell’acqua.

Si sa come è andata: attorno l'indisponibilità da parte del Sindaco a dire una parola chiara sulla proprietà delle ex municipalizzate e sull’acqua, si è consumata una rottura insanabile, che ci ha portato a ritirare la nostra fiducia e la nostra delegazione dalla maggioranza.

Va da sé che l'appello del Coordinamento dell'acqua pubblica ci ha trovato immediatamente concordi e disponibili ad appoggiare il progetto e procedere alla raccolta firme. Ma il lavoro non sarà concluso con la raccolta firme, perché verranno opposti dei problemi di "legittimità". Siccome SMAT, che gestisce l'acquedotto sul territorio torinese è in forma di Spa, verranno invocate in particolare le direttive dell'Unione Europea per obbligare alla privatizzazione delle ex municipalizzate. Il Coordinamento, e noi affianco a loro, dovrà dare una dura battaglia e pretendere di ritrasformare SMAT in ente di diritto pubblico.

Sappiamo fin troppo bene che la UE non è un unione di popoli. Il Parlamento europeo non ha che un vago potere consultivo e la UE è un organismo sostanzialmente antidemocratico. E' un dispositivo capitalista che, ne abbiamo la prova guardando alle questioni sul lavoro, si accanisce contro i più elementari diritti dei lavoratori, rivedendo al ribasso le conquiste nazionali.

L'acqua è bene comune irrinunciabile. Niente come l'acqua, che con un moto continuo scorre abbeverando, risanando, dissetando, irrigando, azionando macchine e turbine, è simbolo di quell'aspirazione a cui noi comunisti tendiamo: la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e dei beni di interesse pubblico. (La Rinascita della sinistra 13 marzo 2009)
 

 

Liberalizzare la droga

 

di Manuela Bianchi
 

Liberalizzazione della drogaOggi a Vienna al summit dell'UNODC (l'Agenzia antidroghe e crimine dell'Onu) - in cui ministri e alti funzionari di oltre 50 delegazioni discuteranno delle responsabilità della coperazione, dei problemi del mercato nero, dei diritti civili, della prevenzione e del trattamento del traffico e consumo di sostanze stupefacenti - approda un proposta-provocazione che vede nella liberalizzazione della droga la via al successo nella battaglia al narcotraffico e ai condizionamenti che da esso scaturiscono sia al livello delle politiche degli stati che della stessa finanza internazionale.
Originata da uno studio dell'americana Brookings Institution, supportata da un economista dell'Harvard University, Jeffrey Miron, e sottoscritta da 500 colleghi, la proposta stigmatizza l'inefficacia della lotta che finora il mondo ha condotto contro i narcos e invita tutti i paesi a cambiare strategia. La droga che circola è sempre più cattiva e pericolosa per la salute - sostengono i 500 - mentre il denaro che ne deriva, se tradotto in termini di PIL, si collocherebbe al 21esimo posto nel mondo subito dopo la Svezia. I narcotrafficanti possono "vantare" un fatturato corrispondente a 320 miliardi di dollari l'anno e un potere che ha diramazioni in tutti i campi: se si utilizzassero gli introiti di questo business - si legge nel documento -  per rafforzare i controlli, le prevenzioni e la lotta alla criminalità, il mondo intero, oggi in piena recessione, ne gioverebbe.

Ma finora pare che nessun paese voglia accogliere la provocazione. Un documento di 22 cartelle emanato dall'Unodc esprime contrarietà alla contrapposizione salute-sicurezza - che nella provocazione dei 500 ha un forte sbilanciamento verso la seconda - per privilegiare invece l'azione su entrambi i fronti. L'italiano Antonio Maria Costa, direttore generale dell'Agenzia dell'Onu, dichiara che, a fronte dei risultati deludenti ottenuti finora "pensare alla liberalizzazione delle droghe come a una soluzione alternativa sarebbe la fine, verremmo sconfitti", pur riconoscendo che "Il rischio che la ricchezza prodotta dalla droga finisca per colmare la povertà dell'economia legale è altissimo". Una posizione non condivisa in casa nostra da Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, che in una nota cita una ricerca condotta dallo studioso Sandro Donati che ha dimostrato come "la lotta al narcotraffico serve solo da copertura alla guerra in Afghanistan e agli interventi statunitensi in Colombia, ma non ha portato ad alcun risultato" e si dichiara a favore del documento degli economisti anglosassoni, ritenuto "una proposta che va nella giusta direzione" poiché "chiede di usare gli introiti strappati in questo modo ai grandi cartelli di narcotrafficanti per rafforzare controlli, prevenzioni e lotta alla grande criminalità". Secondo il segretario "le politiche proibizioniste servono solo ad ingrassare le organizzazioni criminali e la loro prosecuzione è folle".

Intanto a Vienna il summit è stato testimone del mantenimento di una promessa, quella del presidente boliviano Evo Morales che, come annunciato nei giorni scorsi, si è presentato al Tavolo masticando foglie di coca. "Non è una droga, è una medicina - ha affermato agli astanti - che rappresenta la cultura delle popolazioni andine".(www.aprileonline 11 marzo 2009)


 

 

Centrali nucleari? No grazie

 

L'allarme dell'Independent "Nuove centrali più pericolose".

In caso di incidente, le centrali nucleari di nuova generazione sono più pericolose dei vecchi impianti che dovrebbero sostituire. A mettere in luce questo rischio è un'inchiesta del quotidiano britannico The Independent. Il giornale prende in esame i nuovi Epr (European pressurised reactors), i nuovi reattori che verranno costruiti in Gran Bretagna, ma anche in Italia, dopo l'accordo siglato oggi da Berlusconi e Sarkozy. Intanto, monta la protesta delle organizzazioni ambientaliste, da Greenpeace a Legambiente, contro il ritorno al nucleare. E le voci dissonanti si fanno sentire anche dall'opposizione, dal Pd a Prc, mentre i verdi si dicono "pronti a un referendum".

La denuncia dell'Independent. Il quotidiano britannico cita alcuni documenti di natura industriale che provengono anche dalla azienda francese Edf, la stessa che ha appena sottoscritto un accordo con Enel. Studi che segnalano che il rischio di incidenti con queste nuove tecnologie è sì più basso, ma, nel caso avvenga una fuoriuscita di radiazioni, questa sarebbe più consistente e pericolosa che non in passato. Tra i documenti esaminati, "ce n'è uno secondo cui le perdite umane stimate potrebbero essere doppie".

"Finora questo tipo di centrali è stato generalmente considerato meno pericoloso di quelli attualmente in funzione perché dotato di maggiori misure di sicurezza e in grado di produrre meno scorie - argomenta il quotidiano - ma le informazioni contenute nei documenti da noi consultati dimostrano che in effetti producono una quantità di isotopi radiattivi di gran lunga maggiore tra quelli definiti tecnicamente 'frazioni di rilascio immediato', proprio perché fuoriescono facilmente dopo un incidente". (facebbok 25 febbraio 2009)

 

Il Forum dei Movimenti per l'Acqua


di Maurizio Gubbiotti*,

Il II Forum dei movimenti per l'acquaOra che anche il fumetto Natan Never intitola l'ultimo episodio di novembre "la guerra dell'acqua", descrivendo una storia nella quale la Banca Mondiale chiede in cambio della cancellazione del debito ad un paese africano, la privatizzazione dell'intera rete idrica nazionale con una grande rivolta delle comunità locali, sembra davvero che in questi anni la consapevolezza del fallimento della privatizzazione dei servizi idrici e soprattutto della necessità che si apra nel mondo una nuova stagione di diritti dove l'ambiente, la salute, il lavoro, siano diritti e non solo bisogni o temi, stia crescendo fortemente.

Che l'accesso all'acqua da parte di tutti gli individui nel mondo debba diventare un diritto dell'umanità, sancito anche dall'inserimento nella Carta dei diritti dell'uomo sembra essere diventato patrimonio comune. Tante battaglie si sono svolte o si stanno svolgendo nel mondo, a partire da quella storica di Cochabamba in Bolivia, dove la privatizzazione del servizio idrico a cura di una multinazionale europea aveva portato le tariffe ad un incremento del 400% e con una rivolta anche molto cruenta purtroppo la comunità ha ottenuto che il governo tornasse indietro e oggi quel paese possiede un ministero dell'acqua ed ha nella propria costituzione un capitolo che vieta la privatizzazione di questo bene comune, fino ad arrivare a quella promossa dalla rete di associazioni ambientaliste Ecofondo per la realizzazione di un referendum popolare sullo stemmo tema.

Ero a Genova due settimane fa per un dibattito sul diritto all'acqua e a quell'appuntamento ha partecipato l'assessora all'acqua della municipalità di Parigi, Anne Le Strat che ha mostrato la delibera che il consiglio municipale voterà il prossimo lunedì per non riconfermare i contratti con i due giganti privati dell'acqua, Veolia e Suez, in scadenza per fine 2009, passando ad una gestione pubblica che gestirà dalla produzione, alla distribuzione, alla tariffazione. Con la municipalizzazione, la città di Parigi ha calcolato che risparmierà 30 milioni di euro l'anno, e come ha sottolineato l'assessora alla fine del suo intervento: "Se siamo riusciti a farlo noi con la presenza delle due multinazionali dell'acqua più importanti del mondo, credo propria che sia possibile ovunque".

Ora dopo due anni dal primo Forum dei movimenti per l'acqua pubblica tutte queste realtà si incontreranno nuovamente sabato e domenica prossimi ad Aprilia, cittadina laziale a pochi chilometri da Roma, dove da tempo proprio attraverso la multinazionale Veolia si è realizzata la prima vera privatizzazione dell'acqua del nostro paese, e dove anche la mobilitazione dei cittadini per un ritorno ad una gestione pubblica è da tempo particolarmente accesa. I movimenti arrivano a questo appuntamento con molte iniziative di mobilitazione di successo, tra le quali ben 400.000 firme raccolte su tutto il territorio nazionale per una legge popolare sulla ripubblicizzazione ed una gestione partecipata ed equa, ora pendente in parlamento, ma anche una carovana dell'acqua che ha toccato gran parte dei paesi dell'America Latina e che chiude il proprio viaggio proprio domani.

Il Forum è stato preceduto oggi pomeriggio da un incontro presso la Provincia di Roma dei tanti amministratori che in questi anni si sono attivati su questo e dove è nato ufficialmente il coordinamento nazionale degli Enti Locali per l'acqua pubblica. La volontà di queste giornate di incontri è quella di dare nuovo slancio al movimento, lanciando una serie di azioni concrete perché aumenti la propria efficacia e la propria capacità di mobilitazione e la parola passerà poi all'appuntamento successivo del quinto Forum mondiale che si svolgerà ad Istanbul dal 16 al 22 marzo proprio in quella Turchia ricca d'acqua e in piena trattativa per l'entrata in Europa.

*Coordinatore Segreteria Nazionale Legambiente
Responsabile Dipartimento Internazionale Legambiente


 

Secondo Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

Aprilia, 22 e 23 Novembre 2008
Vai sul sito www.acquabenecomune.org
per leggere il programma

Acqua oro bianco  - clicca qui

 

I destini della fusione di Hera, Iride e Enia

 

Botta e risposta senza mediazione tra Sergio Cofferati e il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino sui destini della fusione di Hera, Iride e Enia. Un clima sempre più acceso di dichiarazioni incrociate pesa sul futuro della grande multiutility che darebbe vita a un colosso da 5 miliardi di euro di capitalizzazione, un vero gigante nella distribuzione di acqua, gas ed energia. Ieri è stato Cofferati a scegliere la concisione di una risposta gelida per declinare l' invito a un incontro che era venuto da Chiamparino: «Tratta l' azienda, non gli azionisti». Bastano sei parole per stroncare l' ipotesi di summit attorno al tavolo dei sindaci per discutere gli assetti della nuova compagine societaria. Sergio Chiamparino aveva affidato la proposta a una dichiarazione di mediazione: «Spero sia possibile avere al più presto, insieme alla collega Marta Vincenzi (sindaco di Genova, ndr), la possibilità di parlare con i colleghi azionisti di Hera ed Enia». Anche dopo lo stop di Cofferati, il sindaco di Torino non si è arreso e ieri ha voluto ribadire la necessità di un incontro. «Ferma restando la fiducia nei manager delle aziende, ribadisco che ci sono temi che vanno discussi dagli azionisti, come il concambio e gli assetti societari - ha dichiarato il sindaco di Torino in risposta a Cofferati - Strada che del resto è già stata seguita anche in occasione della fusione tra le due municipalizzate di Genova e Torino, che danno oggi vita a Iride». Sul tavolo, le questioni che separano la posizione di Sergio Chiamparino da quella dei sindaci emiliani, oltre a Cofferati anche Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e principale azionista di Enia. Il sindaco di Torino pensa che la strada da seguire sia quella di una public company controllata dagli azionisti pubblici e contendibile, ma soprattutto crede che vada evitato il rischio di restare fermi al modello societario delle ex municipalizzate, creando solo un esempio più grane di quelli esistenti. La proposta di Marta Vincenzi sposa l' idea di una quota degli azionisti pubblici ridotta, che il sindaco di Genova fissa alla soglia del 30%, mentre i sindaci emiliani non vogliono scendere sotto la quota del 51% delle azioni in mano ai soci pubblici. Il patto di sindacato di Hera anzi ha messo nell' ultima riunione questa caratteristica tra gli elementi distintivi della nuova società multiregionale in vista della fusione. Una posizione sostenuta anche dal segretario del Pd di Bologna, Andrea De Maria che ha detto: «è fondamentale che la maggioranza societaria rimanga in mano al pubblico attraverso i Comuni di riferimento», e apprezzata dalla Cgil, che chiede però di chiarire «quali siano i progetti industriali, quali i vantaggi per i cittadini e quale il ruolo dei lavoratori e delle relazioni sindacali». «L' idea del sindaco di Torino di cedere la maggioranza della proprietà pubblica della futura azienda - ha commentato la Camera del lavoro di Bologna - è sbagliata e non risponde alla necessità e agli interessi dei cittadini dei territori implicati, dei lavoratori delle aziende e dei sistemi territoriali». (- 30 settembre 2008 - La Repubblica) 

 

 

Un anno per morire avvelenati

 

 
di Alberto D'Argenzio

Roma riparte all'attacco contro il Pacchetto clima, chiede un anno di stop, 12-15 mesi per «assicurare un'analisi costi-efficacia». E così, in vista del consiglio dei ministri dell'ambiente di domani a Lussemburgo, il governo italiano mette sul tavolo un'altra proposta potenzialmente indecente, quella di approvare il Pacchetto a dicembre, ma sottoponendolo ad una clausola di «revisione» da realizzare «nel corso del 2009». In sostanza approvare uno scatolone mezzo vuoto, un'idea che è destinata, presumibilmente, a scontrarsi con la determinazione di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, fino ad ora ben convinti che l'Europa debba arrivare al vertice di Copenaghen del dicembre 2009 con i compiti fatti e non a metà.
Già prima del vertice di mercoledì e giovedì la diplomazia italiana aveva puntato sulla tattica dilatoria, chiedendo una valutazione di impatto delle 4 direttive che compongono la strategia europea per la lotta al riscaldamento del pianeta. Alla fine la Presidenza francese aveva ribadito che l'accordo va trovato entro dicembre, inserendo nelle conclusioni del Consiglio solo un richiamo all'analisi costi-benefici, un richiamo vago che non diluiva e non diluisce obiettivi e tempi.
Ora il governo cerca di sfruttare questa finestrella per riprovare a ritardare l'attuazione del Pacchetto. L'analisi su costi e benefici, recita la proposta italiana «non può essere conclusa in modo definitivo entro la fine del 2008» e pertanto «sarà necessario un arco di tempo non inferiore a 12-15 mesi». Una vera e propria richiesta di stop. Otre a ciò l'Italia chiederebbe anche altre cose: sostituire agli obiettivi annuali previsti per i settori agricolo, civile e dei trasporti con un solo obiettivo intermedio vincolante al 2017; prevedere un'adeguata tutela per tutti i settori nei confronti del rischio di «carbon leakage», cioè la delocalizzazione delle imprese a maggiore intensità energetica e, infine, elevare dal 3 al 10% la quota di energia verde prodotta da propri progetti in paesi in via di sviluppo e calcolabile all'interno del computo delle rinnovabili. Poi Roma vorrebbe anche un ingresso soft del settore termoelettrico all'interno della borsa delle emissioni, non il 100% a partire dal 2012, come prevede il Pacchetto clima.
Dopo le dure parole di venerdì del commissario all'ambiente Stavros Dimas, Bruxelles risponde questa volta con più diplomazia, ma con la medesima fermezza. La Commissione, ha detto ieri Jens Mester, uno dei portavoce di Barroso, «è consapevole che alcuni Stati membri hanno preoccupazioni», ma continua ad essere «fiduciosa» che verrà trovata una soluzione «costruttiva» e che un «accordo complessivo» sul pacchetto clima-energia sarà trovato entro dicembre. Dalla Commissione fanno anche sapere che domani a Lussemburgo ci sarà modo di chiarire con il governo italiano le divergenze in modo da lavorare per superarle. Da Roma non mancano invece le parole ancora di fuoco, come quelle di Brunetta: «L'Europa ha poco da bacchettare perché il '20-20-20' è una follia. L'Italia bene ha fatto a rallentare i processi decisionali anche perché sarebbero costati dieci miliardi di euro in più fino al 2020. Non ce lo possiamo permettere». L'Italia, almeno per il momento, non ha rallentato un bel niente. «Quella del rinvio è una bufala», taglia corto Monica Frassoni, capogruppo dei verdi al Parlamento europeo. Domani a Lussemburgo il faccia a faccia tra Prestigiacomo e Dimas.(Il Manfestp 19 ottobre 2008)

 

La truffa dell'immondizia rimossa

Ottavo spot di Berlusconi a Napoli. Ma la regione resta invasa e inquinata da un reticolo di discariche occasionali dove i fuochi bruciano notte e giorno, come dimostrano le foto e i video di denuncia di decine di cittadini / L'emergenza che non c'era (VIDEO) / "Jatevenne day": 27 settembre, manifestazione nazionale a Chiaiano

di Pancho Pardi

Vista di sfuggita nel telegiornale alle spalle di Berlusconi: la solita scena azzurra con il logo cerchiato della presidenza del consiglio (in origine copiato dal logo della presidenza americana) e dentro il cerchio la scritta “Ottava visita del Presidente del Consiglio a Napoli”. L’esibizionismo puerile si riveste di oggettività televisiva.
Il governo è la televisione. Ciò che si vede c’è, ciò che non si vede non c’è.
La ripulitura del centro viene continuamente rappresentata e nella messa in scena scompaiono i suoi caratteri approssimativi. E pur vedendone l’aspetto precario, gli elettori di centrosinistra non possono non riconoscerla e allo stesso tempo devono ammettere la disastrosa insufficienza della classe dirigente di centrosinistra che ha lasciato marcire la situazione oltre ogni limite immaginabile per poi consegnare al mago la possibilità di usare la sua bacchetta magica. Se ha senso ora collaborare col governo perché non l’hanno fatto prima quando il governo era nostro? Perché hanno rinviato a dopo ciò che dovevano fare subito?
Ora viene messa in scena la pulizia napoletana ma la regione resta invasa e inquinata. Discariche aperte d’autorità e militarizzate accolgono la spazzatura urbana e non si sa quanto ciò possa durare. Altre discariche vengono aperte nei luoghi meno densi di popolazione, meno problematici dal punto di vista del consenso elettorale, ma proprio perciò pregiati come riserve di spazio e di silenzio.
La città invia la sua spazzatura lontano da sé e inquina luoghi che da sé non avrebbero mai saputo e voluto inquinarsi. L’Irpinia orientale deve subire gli effetti peggiori di una metropoli che non ha mai saputo trovare la misura per autoregolarsi.
Gruppi spontanei testimoniano la realtà incombente della terra dei fuochi. L’area metropolitana è segnata da un reticolo di discariche occasionali, non estinguibili e di continuo rinnovate, dove i fuochi bruciano notte e giorno. I ritratti da satellite forniti da Google lo dimostrano. Vi si brucia di tutto, anche in immediata prossimità di insediamenti e colture. Sotto gli occhi dei tutori dell’ordine, nella piena consapevolezza delle popolazioni circostanti.
Il Tg3 vi ha gettato un rapido sguardo. Gliene rendiamo merito, ma si può scommettere che la coltre dell’indifferenza organizzata cercherà di far dimenticare. A maggior ragione va sostenuta l’azione di chi, prima di tutto, esercita il diritto costituzionale all’informazione. Prima ancora di giudicare: raccontare e far vedere. Il compito del cronista indipendente dai poteri resta garanzia fondativa della democrazia. Non ha alle spalle il logo “Centesima visita nella terra dei fuochi” ma fa del suo meglio per mostrare la verità.
Chi è interessato vada a vedere www.laterradeifuochi.it(micromega 8 settembre 1008)
 

I soliti noti dell'atomo

 


di Angelo Baracca, Giorgio Ferrari

Dietro il maschio decisionismo di Scajola, dietro un esecutivo «in tuta mimetica», il re è nudo.
Sconcerta l'improvvisazione con cui si è annunciato il programma nucleare, in un contesto normativo e industriale inadeguato a garantire affidabilità e sicurezza nelle fasi di progettazione, costruzione ed esercizio degli impianti.
Progettazione che non si farà in Italia, come non la si fece per Trino, Latina, Garigliano e Caorso, ma almeno quel programma ci aveva messo in grado di capire e intervenire sul progetto e di arrivare, dopo 15 anni, alla definizione del Pun (Progetto unificato nucleare).
Quanto alla costruzione, il nanismo industriale italiano, che pure non ha impedito lauti profitti a una miriade di piccoli e medi imprenditori, non permette illusioni circa l'affidamento delle commesse nucleari, una volta distrutte o cedute le competenze e le capacità del settore elettromeccanico nazionale.
Restano i soliti noti dell'ingegneria civile: Impregilo (inceneritore di Acerra), Italcementi (cemento fasullo) e le minimizzate capacità dell'Ansaldo.

Quanto all'esercizio, una volta fiore all'occhiello del vecchio Enel pubblico, insieme al personale specializzato sono andati in pensione anche i criteri (e le strutture) che sovrintendevano alla gestione degli impianti nucleari: personale qualificato, ottimizzazione del ciclo del combustibile, gestione delle salvaguardie, quality assurance e altre attività tipicamente nucleari che non si improvvisano.
Esiziale infine, ai fini della credibilità del programma, è l'impreparazione degli addetti a qualsiasi livello, perché in tutti questi anni le industrie e i governi di ogni colore non hanno speso un soldo nella ricerca e nella formazione, universitaria e non.
Come rimediare a queste mancanze? L'organico dell'Enea è sottodimensionato, e spesso composto di personale con contratti a termine. Anche ammesso che questi deficit strutturali siano colmati con contractor e consulenti stranieri, quale autorità di sicurezza sarà in grado di portare avanti l'istruttoria necessaria a validare il progetto e a rilasciare la licenza di esercizio per questi impianti?

Dal canto suo il governo ha approntato un ddl specifico da cui si evince che:
a) i nuovi impianti nucleari possono essere di più tipologie;
b) la scelta dei siti e i criteri di localizzazione di questi impianti e del deposito nazionale per le scorie sono delegati al governo; c) questi criteri includono quello della sicurezza nazionale; d) l'unico organo abilitato a dirimere le controversie relative a tali impianti è il Tar del Lazio ed eventuali misure cautelari prese da altra autorità giudiziaria restano sospese fino a pronuncia dello stesso.

Il primo punto lascia intendere che la scelta del tipo di reattore potrebbe non essere unica.

Vale a dire che se la Francia è in pole position per la scelta del reattore Epr (considerati gli stretti legami di Edf con Edison ed Enel e le simpatie per Sarkozy), la piaggeria di Berlusconi verso Bush lascia una porta aperta per l'Ap1000 della Westinghouse, anche se optare per due tipi di impianto a fronte di un programma di sole 5 centrali costituirebbe il massimo dell'inettitudine!
Quanto agli altri punti, essi possono essere riassunti con due frasi: militarizzazione del territorio e aggiramento delle norme e procedure sull'informazione e partecipazione dei cittadini alle scelte riguardanti questo tipo di insediamenti.
E' bene ricordare che già il decreto Scanzano (governo Berlusconi) definiva il deposito nazionale per le scorie «opera di difesa militare» e che il Dlgs 16.02.08 (governo Prodi) introduce la possibilità di escludere da qualunque valutazione ambientale le opere considerate dall'esecutivo di difesa nazionale o su cui venga apposto il segreto di stato.

Come farà poi Scajola a definire entro l'anno le localizzazioni delle centrali nucleari, viste le levate di scudi di molte regioni, compresa la fedele Lombardia?
Qui entra in gioco l'arte del taroccamento: gli impianti da costruire sono cinque come i siti dei vecchi impianti in dismissione (Trino, Caorso, Montalto, Latina, Garigliano).
Sovrapponendo le due serie si semplifica l'istruttoria per la scelta del sito e si evita in teoria il prevedibile contenzioso con le popolazioni perché i siti sono già licenziati, e il decommissioning delle vecchie istallazioni, almeno per le parti strutturali.
Tre di questi siti (Garigliano, Trino e Caorso) sono su due fiumi: il Garigliano di portata modesta, e il Po che già non dispone di acqua a sufficienza per gli impianti termici esistenti lungo il suo corso: figurarsi per due nucleari da 1300-1600 Mw che richiedono dai 1800 ai 4300 mc/minuto ciascuno (30.000-72.000 litri/secondo). Si deve quindi ricorrere a torri di raffreddamento, strutture di cemento armato alte 200 metri e altrettanto larghe alla base che, oltre a far lievitare i costi di impianto del 30-40% e a ridurne l'efficienza, immettono in atmosfera milioni di tonnellate di vapore acqueo, riscaldando l'aria.

Resta da spiegare la vocazione nucleare di Confindustria. Intanto va rimarcato che le grosse utilities elettriche (Enel ed Edison) siedono ai vertici della struttura presieduta da Marcegaglia, la cui impresa di famiglia completa con A2A il tiro a quattro di tutta l'operazione.
Si tratta di incamerare gli aiuti di stato senza i quali non si avvia nessun cantiere, aiuti che - sull'esempio degli Usa - potranno consistere in agevolazioni tariffarie per i primi anni di esercizio (un CIP 6 nucleare); garanzie sovrane, cioè dello stato, su finanziamenti e assicurazione; erogazioni a fondo perduto. Il tutto da compensare redistribuendo le voci «nucleari» già presenti nelle tariffe elettriche e valutabili intorno ai 0,6-0,7 cent/Kwh, cioè per un gettito annuo di oltre 2 miliardi di euro. Sarà così decisivo il ruolo dell'Enel che deve ripianare un indebitamento esorbitante, causato da disinvolte acquisizioni all'estero, specie in Slovacchia dove si sta rivelando disastroso l'acquisto delle centrali nucleari della società Slovenske Elektrarne.
Uno scenario inquietante dunque, dove non sarà facile mettere tutti d'accordo, e dove nemmeno si può escludere che il programma abortisca dopo il primo impianto addossandone la colpa ad altri, cosa che è nello stile di Berlusconi.
Una ragione in più per rovesciare, insieme alla scelta nucleare, il liberismo imperante anche a sinistra e riproporre la socializzazione di risorse primarie come l'acqua e l'energia.

Due luoghi comuni sostengono che importiamo energia perché non abbiamo centrali a sufficienza, e la importiamo dalla Francia perché ha le centrali nucleari.

La potenza installata in Italia nel 2006 era di 89.800 Mw, a fronte di una domanda di picco di 55.600 Mw, con un margine teorico di sovrapotenza di oltre 34.000 Mw (il 38%, il più alto d'Europa) ma con un grado di utilizzo degli impianti inferiore al 50%. Abbiamo peraltro le tariffe più alte d'Europa: 74,75 ?/Mwh (media annuale 2006), tra 17 e 26 ? /Mwh superiori alla media europea (ma fino a 40 ?/Mwh nelle ore di picco).

LE TARIFFE
Non è dunque la mancanza di centrali, ma l'alto costo del Kwh italiano la causa delle importazioni di energia.
Questo alto costo viene attribuito al fatto che non abbiamo il nucleare, mentre le tariffe sono più basse in Francia, che produce il 78% dell'energia elettrica dal nucleare.

LA FRANCIA
A parte che dalla Francia importiamo il 6,4% (su un totale del 15,4%) del nostro fabbisogno, nessuno rileva che le tariffe francesi sono simili a quelle di Germania e Inghilterra, e addirittura superiori a quelle della Spagna (19%).
Inoltre, il sistema francese è troppo rigido per seguire le variazioni giornaliere del fabbisogno, perché le centrali nucleari hanno pochissima modulazione, per cui nelle 24 ore generano energia in sovrappiù che deve essere esportata (anche sotto costo) per non dovere fermare gli impianti. Ma questa rigidità costringe la Francia ad importare energia nelle ore di punta con costi elevatissimi.(Il Manifesto 2 luglio 2008)
 

Scuola dell'acqua al Caffè Basaglia

 

Martedì  1° Luglio - ore 21

Caffè Basaglia via Mantova 24 - Torino

 
per concludere il secondo ciclo di lezioni della Scuola dell'Acqua al Caffè Basaglia proprio su questo argomento di grande attualità: lorsignori vogliono privatizzare anche la nostra SMAT, noi vogliamo invece studiare il modo per non farlo:
 

 

SMAT: da SpA a Azienda Pubblica: gli aspetti economico-finanziari

 

Dr. Gianguido Passoni

Assessore al Bilancio, Comune di Torino

 

 

 

 

Nucleare. Una scelta di pochi a danno di tutti


di Massimo Serafini

Un manipolo di «avventurieri», vestiti da ministri dui questa repubblica, nel chiuso dei broccati di Palazzo Chigi, ha attentato alla nostra sicurezza collettiva, decidendo di aprire nuovamente l'esperienza dell'energia nucleare.
Così pochissime persone, in pochissimi minuti hanno tranquillamente e senza porsi domande deciso di seppellire un voto popolare che, con un referendum votato in massa, aveva chiuso definitivamente con questa tecnologia insicura, che produce scorie radioattive che solo la camorra o i fabbricanti di bombe atomiche sanno come smaltire.

Mi chiedo in quale girone dell'inferno stia precipitando questo paese per meritarsi una classe dirigente che considera più pericoloso, per la cittadinanza, un campo rom di una centrale nucleare. Non solo, ma che pensa di convincerci che le cose stanno così arrivando al punto da chiamare con sfrontatezza la scelta nucleare «libertà energetica». Forse il grande fustigatore di impiegati pubblici Brunetta, che lo afferma, oltre all'ambulante fra i suoi lavori giovanili avrà fatto anche il minatore in una delle numerose miniere di uranio che ci sono nella Pianura padana. Ma quale libertà se per avere un po' di elettricità, per giunta carissima, dovremo convivere, oltre che con il pericolo, anche con i militari per strada come fossimo a Beirut, circondati da «limiti invalicabili», perennemente sospettati, spiati, controllati e repressi duramente alla ben che minima protesta. Eppure qeusta scelta sciagurata non sembra incontrare l'opposizione politica che merita. Questa limitazione delle nostre la libertà sembra avanzare tranquillamente, se si esclude l'opposizione organizzata dalle associazioni ambientaliste. Un panorama che condanna noi tutti alla peggiore delle insicurezze tra quelle provate nella storia recente: l'angoscia di Cernobyl. La sinistra sembra troppo impegnata, in logoranti congressi, a individuare le ragioni della sua sconfitta elettorale che l'ha fatta scomparire dalle istituzioni della repubblica. Sembra quasi scordare che l'incapacità di costruire una visibile opposizione sociale potrebbe condannarla a una sorte persino peggiore: farla sparire dalla società oltre che dal parlamento. Il Partito democratico, al di là delle ambiguità sul merito che sono rilevanti, sembra come paralizzato e quasi affascinato dal decisionismo demente e arrogante del governo delle destre. Bisognerebbe, invece, tenere a mente che ricostruire il radicamento sociale della sinistra e i rapporti di forza politici per un'alternativa alle destre non può che partire dalla capacità di costruire un'opposizione a queste scelte che aggravano la crisi del paese e lo allontanano dall'Europa. Sulle scelte energetiche prese ieri va alimentata in primo luogo una vera e propria campagna di controinformazione che sappia convincere la popolazione che la vera libertà energetica e la vera sicurezza sono quelle che ci possono dare le fonti rinnovabili come il sole, il vento e soprattutto la più preziosa di esse: la nostra intelligenza che potrebbe permetterci di avere un ottima qualità della vita avendo bisogno di poca energia (Il Manifesto 19 giugno 2008)

 

 

Nube atomica. La risposta ideologica

 

di Umberto Guidoni

Nei prossimi 20 anni, la domanda globale di energia è destinata ad aumentare. Nel 2020 oltre 2/3 della domanda verrà dai Paesi di recente sviluppo (1/3 solo dalla Cina). La “fame” di energia della Cina, dell’India e del Medio Oriente determinerà la domanda, più di quanto possano influenzarla i Paesi già sviluppati. Per avere un ruolo attivo, l’Occidente dovrà essere credibile, dimostrando che uno sviluppo sostenibile è possibile. Anche per questo, in Europa e nei paesi più avanzati, dobbiamo individuare modelli energetici che siano esportabili. Occorre procedere verso l’adozione di tecnologie soft che, peraltro, hanno il vantaggio di garantire un immediato contributo alla crescita sociale e politica dei Paesi più poveri. Non possiamo pensare di costruire grandi impianti centralizzati (nucleari o tradizionali) in Africa, ma dobbiamo pensare alle tecnologie solari, agli impianti eolici, alle biomasse, insomma alle risorse rinnovabili che sono distribuite sul territorio e possono essere immediatamente utilizzabili anche in realtà che non hanno infrastrutture e reti di distribuzione. Dal punto di vista delle relazioni internazionali e della capacità di contare in un contesto globale multipolare, l’Europa punta su un percorso virtuoso basato sulla regola dei tre “20”. Un anno fa, il Consiglio Europeo ha definitivamente approvato un piano di azione per il dopo Kyoto che prevede, entro il 2020, di ridurre le emissioni di gas serra (-20%), agendo su efficienza energetica (+20%) e su un incremento delle fonti rinnovabili (+20%). Di fronte a queste grandi sfide, la situazione in Italia è preoccupante: invece di ridurre le nostre emissioni del 6,5%, le stiamo aumentando di oltre il 15%. Per le sole penalità, dovute ai ritardi di applicazione degli accordi di Kyoto, lo Stato italiano dovrà pagare circa 13 miliardi. Anziché intervenire sulla domanda, con una politica di risparmio energetico e di aumento di efficienza, le recenti proposte del governo Berlusconi vanno nella direzione di privilegiare l’offerta di energia.
Per di più lo si vuol fare puntando su una parola d’ordine che è uno slogan prima ancora che una soluzione tecnica praticabile: tornare al nucleare. Non voglio riaprire la discussione sulle ragioni che hanno condotto ad abbandonare progressivamente il nucleare in Italia ed in molti paesi in Europa e nel mondo. Voglio fare alcune considerazioni generali su alcuni aspetti che spesso vengono volutamente ignorati nel dibattito in corso. Primo, elettricità non è sinonimo di energia. La produzione elettrica è una parte modesta della produzione totale di energia, in Europa costituisce solo il 6% dei consumi finali. La gran parte viene utilizzata nei trasporti, nel riscaldamento e per la produzione industriale; tutte aree in cui il consumo di petrolio non può essere sostituito dall’energia atomica. Il dibattito nucleare si restringe, dunque, ad un’area specifica – la produzione elettrica – che rappresenta solo il 6% del problema energetico.
Quando il ministro Scajola dice che la “bolletta energetica dell’Italia pesa per 60 miliardi di euro” dice una verità, ma poi lascia credere che il nucleare fornirà energia “a costi competitivi”, dimenticando di dire che questo presunto risparmio potrà, al massimo, valere per il 5-6% della spesa totale (3-4 miliardi) ed i benefici si vedranno non prima di 10 anni, quando le centrali saranno operative. Intanto, per realizzare gli impianti si dovrebbero investire 4-5 miliardi per ogni gigawatt di energia prodotta con il nucleare. A proposito dei costi del nucleare, i cittadini italiani dovrebbero sapere che, dopo 20 anni, stanno ancora pagando il costo dello smantellamento degli impianti nucleari del passato (componente A2 nella bolletta Enel).
Per avere energia “a costi competitivi” è meglio utilizzare la ricetta europea. Ipotizzando un aumento di risparmio energetico e di rinnovabili di circa il 2% per anno, si guadagnerebbero circa 2 miliardo all’anno, arrivando a dimezzare la nostra bolletta energetica entro il 2020. Secondo, il problema dell’acqua. L’enorme fabbisogno idrico dei reattori per la produzione di vapore e per il raffreddamento è in concorrenza con la continua crescita del fabbisogno di acqua della popolazione mondiale. Già in Francia, negli scorsi anni di siccità, si è dovuta ridurre la potenza generata per la scarsa disponibilità dei corsi d’acqua utilizzati per raffreddare i reattori. Con la tendenza al riscaldamento globale la situazione non può che peggiorare.
Il terzo aspetto riguarda il combustibile nucleare. Si dice che il prezzo dell’uranio non sia un parametro molto importante per l’industria nucleare: è il costo degli impianti che conta. Questo è stato vero per un lungo periodo, ma oggi il prezzo dell’uranio può diventare un fattore importante. A partire dagli anni 80, le centrali nucleari consumano più uranio di quanto l’industria minerale riesca a produrre. Lo stop alle nuove centrali, avvenuto in quel periodo, è stato determinato anche dalla scarsità di uranio e non solo, come si dice di solito, dall’incidente di Chernobyl e dalle opposizioni degli ambientalisti e delle popolazioni interessate.
Per l’uranio stanno maturando le stesse condizioni che hanno portato all’impennata del costo del petrolio che stiamo sperimentando in questi mesi. I costi di lavorazione sempre maggiori e la domanda in crescita stanno determinando un picco simile al famoso “picco del petrolio”; nei prossimi anni il suo prezzo è destinato a crescere ben più rapidamente che in passato. Dunque l’energia nucleare non potrà mantenere la promessa degli anni ‘50 e ‘60 né, tantomeno, le ottimistiche previsioni dei nuovi “profeti della modernità” che parlano di energia abbondante e a buon mercato. Il governo italiano dovrebbe prenderne atto invece di cullarsi nell’illusione che il nucleare possa risolvere per magia i nostri problemi energetici. Un’illusione pericolosa che ci allontana dagli obiettivi europei.
Infine c’è una considerazione politica. Le scelte energetiche non sono neutre; l’uso di determinate tecnologie ha delle conseguenze rispetto al modello di società. Le centrali nucleari, per definizione, sono sistemi centralizzati che richiedono una società gerarchica, rigida e chiusa, con un controllo monopolistico da parte dei produttori ed una ossessione verso la sicurezza (terrorismo, radioattività).Viceversa le fonti energetiche rinnovabili sono distribuite sul territorio, fanno parte di una rete in cui si è al tempo stesso produttori e consumatori. In definitiva, un sistema diffuso di generazione dell’energia garantisce un controllo democratico dal basso, un maggior potere di decisioni alle comunità locali. La società aperta, plurale e democratica che vogliamo, in Italia ed in Europa, non può puntare su una tecnologia del passato ma deve investire sul futuro: un futuro in cui l’energia sia sostenibile e disponibile per tutti. (la Rinascita della sinistra 6 giugno 2008)

 

 In marcia per il clima


di Giacomo Russo Spena

«In marcia per il clima» per riaffermare nuove politiche energetiche e un altro modello di sviluppo. Ma non solo. Sarà anche un'occasione per dire no alle ultime velleità nucleariste del governo Berlusconi. La manifestazione nazionale prevista il 7 giugno a Milano prende forma col passare delle ore, delineandosi sempre più come un appuntamento di massa da cui ripartire.
«Una nuova alleanza - la definiscono gli organizzatori - tra consumatori, produttori, pacifisti, singoli cittadini, studenti e ovviamente ecologisti. Perché l'ambiente è un problema di tutti». E tema centrale della sinistra che verrà, «se vuole uscire dal '900». Con questi intenti ieri è nato nella sede del giornale Carta, in un'affollata assemblea tra differenti realtà di movimento ed esponenti dell'ex Arcobaleno, un «Coordinamento volontario» che punta a far crescere una «costituente ecologista della sinistra». Un appello rivolto a Prc, Verdi, Sd e Pdci, che vuole continuare sulla scia interrotta negli Stati generali del novembre scorso. «In marcia per il clima» sarà il primo appuntamento «conflittuale» per lanciare il progetto.
Il 7 giugno sarà così un'occasione per creare un'alternativa energetica alle fonti fossili, respingendo con forza ogni ipotesi nuclearista. «La rivoluzione che vogliamo - dichiarano i promotori - ha degli obiettivi precisi: si propone subito, in tutta Europa e nel mondo, di ridurre in dieci anni del 20% il consumo complessivo di energia attraverso risparmio e maggiore efficienza, di far dipendere per almeno il 20% il fabbisogno energetico da fonti rinnovabili e di ridurre del 30% le emissioni di gas serra che alterano il clima sulla terra». A scendere in piazza saranno, oltre alle associazioni ambientaliste, Acli, sindacati, Banca Etica, Slow food, Tavola della pace di Assisi, varie sigle studentesche, contratto mondiale per l'acqua, Coldiretti, Cia, Lega consumatori e tanti altri comitati: una rete ampia che ha costruito l'appuntamento in modo «orizzontale».
«L'Italia deve dimostrare di saper partecipare a un nuovo progresso - afferma Legambiente -. Che non è fatto né di fonti fossili, né tanto meno di nucleare. Le attuali tecnologie non hanno ancora risolto nessuno dei problemi legati al rischio d'incidenti, alla messa in sicurezza delle scorie e allo smantellamento dei vecchi impianti. L'atomo - conclude l'associazione - è una scelta antieconomica e insicura». «Le risorse - aggiunge il presidente Vittorio Cogliati Dezza - vanno investite in fonti rinnovabili, efficienza energetica e mobilità urbana». La stessa posizione nuclearista di Scajola e della Confindustria cela altri fini. Almeno per Mirco Lombardi, responsabile Ambiente del Prc. «Il contributo dell'energia nucleare è esiguo, circa il 7% - dichiara dalla sede di Carta - Il loro vero obiettivo è il drenaggio di denaro pubblico nelle tasche delle imprese costruttrici degli impianti».
Ma c'è anche chi considera un fuoco di paglia le uscite dell'esecutivo. «La questione non deve essere enfatizzata - afferma Andrea Olivero, presidente di quelle Acli che stanno facendo un elevato sforzo organizzativo per la riuscita della manifestazione - fa solo parte della politica degli annunci di questo governo. Il clima deve rimanere il tema centrale dell'appuntamento».
Tematica che ha mobilitato anche gli studenti. «Proponiamo buone pratiche all'interno delle scuole - afferma Stefano dell'Uds - come la raccolta differenziata e il riciclaggio della carta. Non possiamo aspettare i presidi». Senza tralasciare la loro rivendicazione sull'edilizia: «Gli istituti devono investire negli impianti fotovoltaici». Ma anche sul nucleare la nuova generazione, lontana dal noto referendum dell'87 che ha sancito la sua sconfitta, ha le idee chiare: «Ridicolo che si torni ad utilizzarlo». Insomma, come dicono gli organizzatori, «l'ambiente tocca tutte le sfere della società». E l'auspicio è che la società sia in piazza il 7 a Milano. Anche per dire no alle politiche energetiche del governo Berlusconi.(Il Manifesto 24 maggio 2008)

 La fine del futuro

Intervista di Francesco Piccioni con Alberto Di Fazio - da il Manifesto 28 maggio 2008
Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?

Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l'hanno raggiunto - come l'Arabia Saudita e altri minori - non riescono ad aumentare l'estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel '70, così come la Libia; l'Iran nel '74. Gran Bretagna e Novegia tra il '99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell'Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l'offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.

Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c'è stato tutto il tempo - 20 o 30 anni - per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il '70 e l'80, c'è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell'Artico.

Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E' «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti - la metà di quelle iniziali - questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l'Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?

Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l'85% e il 90% dell'energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l'8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c'è praticamente nulla, sulla terra. L'idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l'estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c'è anche l'uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l'alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l'energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?

Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un'economia che va a legna. E nemmeno con l'energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l'agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?

In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un'equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E' una curva che cresce sempre di più, come quella dell'interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l'intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del '29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel '29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?

Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l'«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po' più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel '98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel '72, nel '92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l'80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c'è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.

commento:
Greggio e capitale, togli il «turbo» dal motore
di Tommaso De Berlanga
Un solo barile di petrolio - 159 litri circa - contiene la stessa energia spesa in 25.000 ore di lavoro muscolare umano, l'equivalente di 12 persone al lavoro per un anno. In più, è ricco di elementi chimici fondamentali per l'industria farmaceutica e dei fertilizzanti; è la base della plastica e di mille altri componenti costitutivi del mondo contemporaneo. E fin qui è stato praticamente gratis. Non c'è infatti paragone tra quel che viene pagato il lavoro umano, anche nel più povero dei paesi del mondo, e il prezzo di un barile di greggio. C'è un esempio, fatto da alcuni scienziati, che chiarisce il concetto. «Riempite la vostra macchina di amici e qualche borsone, partite e andate finché non avrete consumato un euro di benzina, ossia 7-8 chilometri. Andate a Dacca e chiedete a un portatore di risciò di fare lo stesso lavoro per lo stesso prezzo. Poi cominciate a correre».
Si può affermare senza tema di smentita che il greggio abbia rappresentato per un secolo il vero e proprio «turbo» applicato al motore del capitalismo, quello che gli ha permesso di realizzare risultati altrimenti inconcepibili. La rivoluzione industriale basata sul carbone aveva fatto raddoppiare la produzione e perciò anche la popolazione umana; il petrolio ha moltiplicato per 10 quelle cifre. Nessuna organizzazione del lavoro, neppure la più scientifica e dittatoriale, avrebbe potuto conseguire lo stesso risultato, senza questa fonte di energia di fatto gratuita.
Se hanno ragione gli scienziati che studiano il «peak oil» - l'unica incognita nei loro calcoli è rappresentata dalla quantità delle riserve ufficiali (in genere un segreto di stato, quasi sempre con dati sovrastimati) - questo «turbo» sta per fondere. Dopo il «picco» l'estrazione di greggio comincerà a scendere, rendendo impossibile non solo la «crescita» ma persino il mantenimento dell'attuale struttura dei consumi. Siamo incerti insomma solo sul «quando» ciò avverrà, non sul «se». La stessa Agenzia internazionale dell'energia, dipendente dall'Ocse, ipotizza il drammatico momento di svolta nel 2013. Nel frattempo, prevede una carenza del 10% dell'offerta rispetto alla domanda entro pochi anni. Domattina, in pratica.
I principali governi mondiali sono quindi più che informati. Ma non si ha notizia di un qualche «piano» per affrontare l' incipiente emergenza. Un problema di queste dimensioni, che mette in discussione l'esistenza stessa della civiltà fin qui raggiunta, nonché la vita immediata della stragrande maggioranza della popolazione globale, richiederebbe - secondo logica - quantomeno un «governo mondiale» e un'infinita capacità di cooperazione. Sogni proibiti, in un mondo condannato a morte dall'imperativo multipartisan della «competitività»: tra imprese (e relativi lavoratori), filiere, paesi, continenti. Una «competizione di tutti contro tutti» che ci pone già oltre la fine della (seconda) globalizzazione. E che prepara solo conflitti. Chi aveva più informazioni e potenza militare - gli Usa - è già corso all'accaparramento delle risorse strategiche residue, conquistando (difficoltosamente) l'Iraq e presidiando il Golfo (il 65% delle riserve conosciute). Gli altri si arrangino.
A lasciar fare al mercato, insomma, la fine è nota. Una sinistra degna di questo nome avrebbe un terreno sconfinato su cui lavorare e ricostruire un senso.
Quella crisi sistemica tra il 2020 e il 2030
a. d. f.
Appare ormai dovuta una candidatura al Nobel per la fisica a Dennis Meadows, capo scientifico della task force del MIT, per aver studiato una modellistica estensiva del sistema terrestre ed averne previsto - dal 1971-2 ad oggi - l'evoluzione nei suoi parametri principali (prodotto industriale, popolazione, risorse, prodotto agricolo ed inquinamento) con notevole approssimazione, lanciando un monito circa la crisi sistemica attesa circa tra il 2020 e il 2030. Ciò per l'alto valore scientifico e per la sua significanza per le possibili misure mitigative della crisi, per aver gettato le basi per il concetto di società sostenibile, per aver previsto la crisi climatica su scala mondiale, sulla quale 17 anni dopo - nel 1988 - le Nazioni Unite hanno poi istituito l'Ipcc (il Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici). In assenza - per ora - di premio Nobel per la scienza dei Cambiamenti Globali, si può benissimo supplire con il premio Nobel per la fisica, dato che la cibernetica modellistica dei sistemi complessi applicata al sistema Terra rientra benissimo nella geofisica ed in altre branche della fisica. A pari merito, il premio Nobel per la fisica andrebbe attribuito post-mortem al prof. Marion King Hubbert, che previde nel 1956 correttamente per il 1970 il picco del petrolio del territorio statunitense - poi avvenuto effettivamente - e quello mondiale nella prima decade del 2000, con uno studio delle conseguenze per tutte le attività umane, industriali, agricole e tecnologiche.

 Terra, acqua, energia: quali politiche sui beni comuni

 

Roma, 3 giugno 2008 all' Università la Sapienza di Roma

 

 

Incontro internazionale per un vertice alternativo

 

Questa iniziativa si inserisce nella discussione sul “Vertice sulla sicurezza alimentare mondiale: le sfide del cambiamento climatico e la bioenergia” organizzato dalla FAO, sostiene la lettera aperta in difesa dell’Amazzonia firmata a Brasilia il 14 Aprile 2008 e inviata al presidente Lula e al governno brasiliano da rappresentanti del Consiglio della Comisione Pastoral della Terra, del Coordinamento de La Via Campesina Internazionale, del Coordinamento del Movimento dei Lavoratori Sem Terra, del Coordinamento del Movimento dei Colpiti dalle Dighe, del Coordinamento delle Donne Contadine, del Coordinamento dei Piccoli Agricoltori e molti altri;

 

si propone come momento di confronto all’interno del gruppo promotore del “Forum Africa-Italia” avviato nel Comitato Cittadino per la Cooperazione Decentrata di Roma con la partecipazione di soggetti sociali della diaspora africana in Italia e rivolto ai movimenti contadini africani e a tutti gli altri movimenti che in Europa e nel mondo operano per la giustizia economica, sociale e di genere.Per favorire la consultazione e l’informazione verrà distribuita una bozza di documento programmatico del Forum Africa-Italia;

 

nelle riflessioni per il 60° anniversario della catastrofe palestinese;

 

nella campagna internazionale di appoggio ai movimenti indios e di base, e ai governi dei paesi dell’America del Sud, che lottano per la difesa e la socializzazione dei beni comuni;

 

nella campagna internazionale di appoggio ai processi di democrazia partecipativa e di autodeterminazione dei governi della Bolivia, Venezuela, Cuba, Ecuador e di tutti i popoli che lottano per la propria indipendenza;

 

porterà un suo contributo di campagne e discussione nell’ambito del Forum Sociale Europeo;

 

l’iniziativa si inserisce infine nelle proposte per l’anno europeo del dialogo interculturale.

 

 Martedì 3 giugno 2008 dalle ore 8:30 alle 13:15

presso l’aula Magna di Scienze Statistiche – Aula Gini

Università Roma 1 la Sapienza - p.le A. Moro, 5 – Roma

 

A margine del seminario sarà offerto un rinfresco a base mozzarella biologica e pasta.

 

Organizzato da: Luciano Vasapollo: Università di Roma 1, Università dell’Avana e Università di Pinar del Rio Tel: 340.7995746; Memmo Buttinelli: Università Roma 1 Tel: 329.5649512.

 

PROGRAMMA

 

 

Terra, Acqua ed Energia: quali politiche sui beni comuni

Incontro internazionale per un vertice alternativo

Incontro internazionale Organizzato da: Luciano Vasapollo: Università di Roma 1 e Università dell’Avana e di Pinar del Rio, Memmo Buttinelli: Università Roma1.

Promotori: Altri Mondi, ass. Michele Mancino, amig@s MST Italia, A Sud ecologia, Centro Studi Cestes Proteo, comitato Palestina nel cuore, comunità palestinese di Roma e del Lazio, Engim, Federazione Diaspora Africana Roma Lazio, Fuorimercato, Natura Avventura edizioni, esponenti del coordinamento nazionale del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, rivista Nuestra America, Radio Città Aperta, ass. Sonia, esperti associazioni e soggetti sociali.

Martedì 3 giugno 2008 dalle ore 8:30 alle 13:15

aula Magna di Scienze Statistiche – Aula Gini

Università Roma 1 - la Sapienza - p.le A. Moro, 5 - Roma

 

 

 

PROGRAMMA PROVVISORIO

Ore 9:00

• Saluto degli organizzatori Apertura dei lavori

Palestina,Asia e Africa: snodi e contraddizioni nelle politiche dominanti energetiche e sui beni comuni

• Modera e introduce Memmo Buttinelli - ass. Michele Mancino – Forum italiano dei movimenti per l’acqua

• Proiezione del documentario su Acqua ed Agricoltura in Palestina

• avv. Beissan al Qariouty comunità palestinese di Roma e del Lazio

• Bassam Saleh - comitato con la Palestina nel cuore,

• Sonja Cappello, SID Society for International Development

• Godwin Chukwu (Nigeria) – Federazione Diaspora Africana Roma Lazio – Comitato promotore Forum Africa–Italia

• Giuseppe Antonio Mancino – ass.Michele Mancino – Forum italiano dei movimenti per l’acqua

• Pier Paolo Leonardi – coordinamento nazionale Rdb CUB.

• Vincenzo Miliucci – Cobas – Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Discussione

 

Ore 11:00

Difendere i processi di democrazia partecipativa e la socializzazione dei beni comuni in America del Sud

• Modera e introduce Luciano Vasapollo – Centro Studi Cestes Proteo

• Elmer Catarina – Ambasciatore di Bolivia in Italia

•  Geoconda Galan – Ambasciatore dell’Equador in Italia

• Yamila Pita – Consigliere Politico – ambasciatore di Cuba in Italia

• Doris Thesis – Consigliera Politica – Ambasciatrice del Venezuela in Italia

• un rappresentante dei Sem Terra

• un rappresentante de La Via Campesina

• Andrea Tronchin – ARI – CISA – Tavolo nazionale delle Reti di Economia Solidale FIMARC VC

• Enzo di Brango – rivista Nuestra America

• Alessio Ramaccioni – Radio Città Aperta

• Domenico Vasapollo – Natura Avventura edizioni

• Sara Vegni – A Sud - Forum italiano dei movimenti per l’acqua

• Vicky Tauli Corpuz – Chair, UN Permanent Forum On Indigenous Issues

Discussione

 

Al margine del seminario sarà offerto un rinfresco a base di mozzarella biologica e pasta

 

Ore 14:00

Spostamento in Metropolitana verso la FAO per l’arrivo delle delegazioni presidenziali: in particolare per sostenere l’appello dei Sem Terra e di altre associazioni in difesa dell’Amazzonia firmato a Brasilia il 14-Apr-08 ed indirizzato al Presidente Lula ed al governo brasiliano.

 

 

Per informazioni tel: Memmo Buttinelli 329.5649512; Luciano Vasapollo 340.7995746

 

 

 Aids, cosa è cambiato in Europa e nel mondo


"Aids, cosa è cambiato in Europa e nel mondo?"
domani, giovedì 3 aprile alle ore 19

a cura di AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo,  che si terrà al Caffè Letterario, via Ostiense 95/98 Roma (autobus 23, 280, metro B Piramide) con la partecipazione di Guglielmo Riva del Ministero degli Affari esteri, Emanuele Giordana, direttore dell'agenzia giornalistica Lettera22 e Daniela Colombo, Presidente di Aidos.

Seguirà l'aperitivo di inaugurazione della Mostra fotografica "Positive Lives" e la presentazione del Quaderno "Oltre l'Aids", realizzato da AIDOS in collaborazione con ActionAid, Cestas e l’agenzia letteraria Lettera22 per offrire un'opportunità di informazione sull'HivAids e sulle risposte positive che le persone che convivono con questa malattia danno ogni giorno nel mondo, e la proiezione dei corti realizzati da giovani e adolescenti di Roma nell'ambito del progetto "Prevenire l'Hiv/Aids  tra i giovani delle periferie romane".

L'incontro, organizzato da AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo, fa parte del progetto "Obiettivi del Millennio e cooperazione decentrata sanitaria: un approfondimento sulla lotta all'Hiv/Aids", attuato in collaborazione con CESTAS, Centro di educazione sanitaria e tecnologie  appropriate sanitarie, co-finanziato dal Ministero degli Affari esteri.

POSITIVE LIVES è un progetto internazionale al quale hanno collaborato trenta fotografi di fama internazionale per documentare l'impatto sociale ed emotivo della pandemia dell'Hiv/Aids  attraverso le storie personali di chi convive con la malattia e di chi gli sta vicino, mettendo in luce le risposte umane positive a questa crisi mondiale.

 
Anche quest’anno vi chiediamo di destinare a AIDOS il 5 per mille dell’IRPEF. Grazie a tutte/i!
http://www.aidos.it/ita/pagine/index.php?idPagina=118

 

 In difesa dell'acqua


di Fausto Bertinotti

Oggi, 22 marzo, è giornata mondiale del diritto all'acqua. Non è solo una ricorrenza. Per noi l'acqua come diritto è metafora di un'idea di società, punto alto della critica al neoliberismo, impegno che localmente e globalmente ci prende perché si affermi in Italia e nel mondo.
Bene comune fondamentale, l'acqua è di tutti. E tutti hanno responsabilità per la sua tutela e per l'uso parsimonioso, senza sprechi, senza sporcarla o inquinarla. L'acqua è elemento costitutivo del vivente.
Da essa dipende la vita o la morte, la salute o la malattia, il cibo o la fame. Dunque l'accesso all'acqua deve essere garantito, non può essere negato, né comprato e venduto perché non si può comprare e vendere la sopravvivenza. Così dovrebbe essere, ma così non è. Circa un miliardo e mezzo di persone del nostro pianeta è privo di acqua potabile e due miliardi e mezzo, per lo più stipati nelle megalopoli, non ha servizi igienici. Tutto ciò non perché manchi l'acqua, ma perché ai poveri è negata. Il dominio sull'acqua sta diventando il fondamento dei conflitti. Oro blu che sostituisce l'oro nero nella scaturigine delle guerre. L'acqua come affare, come merce, come privatizzazione. Privatizzazione e privazione, parole indissolubili, causa ed effetto di un mondo che corrompe la «res publica» fino alle fondamenta. E che mina, con le sue economie capitalistiche, i cicli della riproduzione della biosfera, rompendo equilibri delicatissimi, inducendo sconvolgenti cambiamenti climatici che modificano la distribuzione dell'acqua sul Pianeta.
La lotta per il diritto all'acqua è quindi ineludibile elemento di una politica di alternativa. E noi ci riconosciamo nelle dichiarazioni d'intenti di Bamako e di Caracas, e partecipiamo attivamente al Contratto Mondiale dell'Acqua. Per questo l'acqua è punto fondamentale del programma della Sinistra l'Arcobaleno. Per questo è impegno nostro anche di iniziativa internazionale affinché quest'anno, nel sessantesimo della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, l'Onu inserisca l'acqua come primo bene comune mondiale.
Questo impegno non è elettoralistico, ha una credibilità di lunga lena, costruita negli anni passati, nella partecipazione ai conflitti contro le privatizzazioni, insieme ai cittadini nella miriade di vertenze e comitati che rappresentano una ricchezza e una decisiva risorsa contro chi continua a volere, nel nostro Paese, la privatizzazione della gestione dell'acqua. La moratoria che abbiamo ottenuto è il risultato di questo continuo impegno, anche dentro il Governo. Molti, troppi, in Italia hanno idee diverse e spingono per la privatizzazione, nelle destre e nel Pd. La Sinistra l'Arcobaleno no, in modo netto ed inequivocabile. E lo possiamo dire con la partecipazione ed il sostegno che abbiamo messo direttamente in quella straordinaria raccolta di firme, più di quattrocentomila, a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per l'acqua pubblica. Anche il riferimento esplicito a quella proposta di legge è entrato nel nostro programma. Da lì si ricomincia nel prossimo Parlamento, mentre continuerà il nostro impegno nel Paese. Augurandoci di essere in tanti. Fausto Bertinotti (Il Manifesto 22 marzo 2008)

 

 

 

 Greenpeace, la lotta alle baleniere

 

E' ripresa la caccia dei giapponesi alle balene, con almeno cinque esemplari uccisi nel Santuario dell'Oceano Antartico. La notizia arriva da Greenpeace, che per due settimane con la nave Esperanza era riuscita a salvare oltre cento balene e oggi segue le azioni della flotta baleniera della Fisheries Agency of Japan grazie alle informazioni della nave governativa australiana, l'Oceanic Viking.

La scorsa settimana l'Esperanza, per aver esaurito tutta la scorta di carburante era rientrata in porto, ma per quattordici giorni aveva tenuto la nave macelleria della flotta baleniera, la Nisshin Maru, a oltre 4.300 miglia nautiche di distanza. Senza la nave macelleria, spiegano gli ambientalisti, le rimanenti navi cacciatrici non potevano agire.

Sul fronte della mobilitazione internazionale in difesa dei giganti del mare, questa settimana 42mila possessori di camere digitali hanno risposto all'appello di Greenpeace inviando e-mail a Fujio Mitarai, direttore generale di Canon in Giappone per invitarlo a denunciare la caccia alle balene. (www.ansa.it 4 febbraio 2008)

 

 

 Ma 'o presidente frana a sinistra



«Apprezzo il gesto di Mastella che si è dimesso. Ma viene spontaneo chiedersi Bassolino cosa aspetta. Che non si sciolga il sangue di San Gennaro?». Un bellicoso Oliviero Diliberto è calato a Napoli ieri pomeriggio per il comitato campano del Pdci, che invece ha messo all'ordine del giorno il commissariamento della regione.
Al centro delle preoccupazioni sempre lui, Antonio Bassolino, l'ossessione della sinistra non solo in Campania.

Il governatore ieri ha incassato la bocciatura della risoluzione presentata dalla Lega con cui si chiedeva lo scioglimento del consiglio regionale - bocciatura che un Calderoli furioso imputava direttamente a Berlusconi, reo di non aver precettato tutti i suoi senatori - per annunciare poi in conferenza stampa di aver assunto gli incarichi di assessore all'ambiente e alle risorse umane ad interim, lasciati vacanti dagli esponenti dell'Udeur Nocera e Abbamonte, indagati dalla magistratura con i coniugi Mastella. Un segnale che ha ulteriormente allarmato quella parte del centrosinistra che da mesi si aspetta invano dal governatore una sconfessione, anche parziale, del suo operato degli ultimi anni. La sensazione è che si sia arrivati all'epilogo senza che si sia prodotto un nuovo equilibrio delle forze in campo.

Netta la posizione dei Comunisti italiani: «La situazione è insostenibile sotto ogni punto di vista, istituzionale, etico e politico. Chiediamo il commissariamento della regione». Il segretario regionale del Pdci, Enzo Gagliano, ricorda quando i comunisti italiani erano i soli a denunciare la deriva clientelare in Campania.
Oggi si dichiarano pronti ad ascoltare quello che si muove a sinistra ma ammoniscono: «No a rimpasti, non servirebbero a niente, e no alle elezioni anticipate, che avrebbero il solo risultato di consegnare giunta e consiglio al populismo della destra. Ci vuole un commissario di governo che ripristini l'ordinaria amministrazione per poi arrivare al voto con il campo sgombro dai responsabili di questo sfascio». Tornare cioè a discutere di lavoro, ambiente, rifiuti «avendo eliminato quel blocco formato da Bassolino/De Mita/Mastella con una parte della stessa sinistra. Un sistema - prosegue Gagliano - che teneva nel patto di potere anche pezzi della destra attraverso le nomine nelle sanità o nei trasporti. Oggi nemmeno loro sono credibili».

Un gesto di forte discontinuità lo chiede anche la sinistra democratica campana che fa capo a Fabio Mussi, ma la proposta è un'altra: «O il governatore azzera la giunta - dichiara il parlamentare campano Arturo Scotto - mettendo in campo le energie migliori per uscire dall'emergenza, a cominciare dai rifiuti, o è meglio staccare la spina. Nel '93 l'elezione di Bassolino sancì il tentativo di cominciare una nuova stagione, ogni rischia di segnare la fine del ciclo politico del centrosinistra». Nessun giudizio sull'inchiesta o sui singoli accusati, «ma il sistema di potere che viene fuori è spaventoso - prosegue - con la pretesa di controllare tutto, persino le nomine dei singoli primari. O riusciamo a mettere in campo subito proposte credibili, oppure è meglio andare al voto per cercare una nuova legittimità». Il timore diffuso è che aumenti la distanza dalla società civile, un baratro che appare oggi quasi impossibile da colmare. «Per troppi anni - conclude Scotto - abbiamo confuso lo sviluppo economico con il turismo, abbandonato la tutela del territorio, lasciato intatto il clientelismo. Ci vuole una nuova classe dirigente. La sinistra Arcobaleno faccia sentire la sua voce al più presto in Campania».

Un'iniziativa unitaria a sinistra ma per proporre cosa? «Commissariamento o azzeramento della giunta, non so, mi sembrano mosse politiciste» ribatte un prudente Giuseppe De Cristofaro, segretario regionale del Prc. «È evidente che, tra i rifiuti per strada e l'azzeramento dell'Udeur, un ciclo politico è finito lasciando una frattura tra governo e popolazione. Non è una crisi come un'altra - conclude - ma un terremoto politico vero e proprio. Lunedì prossimo abbiamo il comitato regionale del partito con il segretario Franco Giordano. Tutti gli scenari sono possibili». La stagione delle trionfali vittorie elettorali sembra finita in Campania.(Il Manifesto 18 gennaio 2008)


 

 

Le navi-monnezza partono in segreto.
 
La destra  fomenta proteste e paure
 

di Francesca Pilla

 Partono in gran segreto le navi con i loro carichi di immondizia campana, travestite da trasporto merci. Sulla prua al posto della destinazione portano la scritta «per ordini». Sono le cosiddette «volandiere» e sono i bastimenti registrati in capitaneria senza avere una meta. Navi fantasma dunque, che si comportano come se contenessero scorie nucleari o rifiuti tossici. Ieri mattina in questo alone surreale sono salpate, dal molo 44 Vittorio Veneto del porto di Napoli, due imbarcazioni dirette, come si è detto ufficiosamente, a Olbia in Sardegna e ad Agrigento in Sicilia. Segretissime restano anche le altre regioni che hanno deciso di dare una mano alla Campania, perché si preparano rivolte ovunque si profili l'ipotesi accoglienza. A Imola, che nei prossimi giorni dovrebbe accettare 3mila tonnellate, sul portone del palazzo comunale è stato scritto: «Merda di sindaco, portati a casa tua l'immondizia di Napoli»; In Abruzzo, a Lanciano, oggi è stato organizzato un nuovo sit-in di protesta del centrodestra, mentre ieri a Canosa hanno già sfilato nel centro storico i cittadini antisolidarietà.
Eppure le quantità «delocalizzate» sono più simboliche che reali. Le 5mila tonnellate già consegnate alla Sardegna rappresentano poco più di un giorno di produzione in Campania - tanto che lo stesso governatore Soru ha spiegato che, nel loro ciclo virtuoso, sono state smaltite in appena 7 ore; le 1500 che arriveranno a Porto Empedocle, in Sicilia, oggi sono meno di quanto non accumuli Napoli in sole 24 ore. Invece, al di là del conferimento reale si aizzano le popolazioni, si istiga la protesta e la destra soffia sul fuoco. Anche in disaccordo con i partiti nazionali che proprio ieri hanno manifestato in pompa magna nel capoluogo campano, ma registrando un mezzo flop.
Quattromila persone, meno della metà rispetto all'iniziativa dei comitati lo scorso giovedì. Eppure l'opposizione ci aveva puntato, con i bus organizzati e la mobilitazione di 11 partiti. In piazza c'erano infatti diversi leader, da un agitato Francesco Storace de La destra a un agguerrito Sergio De Gregorio del Movimento italiani nel mondo, quindi l'Udc con Francesco Pionati, seguito da Gargani di Forza Italia, Mario Landolfi di An, fino a Gianfranco Rotondi della nuova Dc. Tutti in coro a chiedere le dimissioni del governatore Bassolino, del sindaco Iervolino, del ministro Pecoraro Scanio e se è possibile anche di Prodi. Un corteo un po' smemorato visto che per i 5 anni di governo trascorsi - quando l'emergenza era pressoché identica e l'immobilismo pure - non si è mossa una foglia.
La spazzatura smistata fino a questo momento è una percentuale talmente esigua che l'emergenza in Campania resta al punto di partenza. Sono oltre 5mila le tonnellate che soffocano Napoli, mentre montagne di sacchetti, materiali ingombranti, sudiciume seppelliscono quattro delle cinque province regionali. Tranne Salerno che con il sindaco Vincenzo De Luca sventola la sua indipendenza dal ciclo regionale, in ogni dove si prevedono ancora giorni di passione. Torre Annunziata ha invocato l'intervento dell'esercito: restano chiusi mercati e scuole. Per ore circa 200 manifestanti hanno bloccato lo svincolo di accesso alla strada statale 628, ai confini tra Napoli e Cercola, chiedendo la pulizia della cittadina vesuviana, stremata dalla lunga crisi. Anche a Pianura a causa della lunga catena ininterrotta di spazzatura gli istituti scolastici restano chiusi. Ieri al sito di contrada Pisani, dopo una notte trascorsa senza tensioni, è stato dato alle fiamme il camion che sbarrava la strada e costituiva la prima barricata della lunga serie di blocchi. La polizia aveva infatti scoperto che si trattava di un mezzo rubato l'8 gennaio nel limitrofo quartiere di Fuorigrotta. Ma gli abitanti proseguono con la protesta civile e pacifica: ieri hanno presentato ricorso al Tar contro la riapertura della discarica.
Nel frattempo in Campania si tenta di dare una mano alla risoluzione della crisi. Il consiglio regionale ha deciso di premiare i comuni «ricicloni». Con una delibera si è disposto di concedere, mettendo a disposizione i fondi europei, sei milioni di euro per le cittadine che mettono a disposizioni aree per l'impiantistica necessaria allo smaltimento dei rifiuti.(Il Manifesto 13 gennaio 2008)

 

Partiti verso la Sardegna i primi rifiuti di Napoli

 

La prima nave ha preso il largo ieri da Napoli, destinazione Cagliari. A bordo 1.500 tonnellate di rifiuti, le prime a lasciare la Campania e primo atto della fase di alleggerimento dell'emergenza che da settimane paralizza la Regione. La Sardegna è stata la prima Regione a rispondere alla richiesta di collaborazione rivolta ieri agli enti locali dal presidente del consiglio Romano Prodi nel corso di un incontro svoltosi nel pomeriggio a Palazzo Chigi. Nei prossimi giorni altre Regioni dovrebbero fare la loro parte, anche se non tutti i presidenti presenti alla riunione hanno manifestato la stessa disponibilità. A fronte di una generale condivisione di responsabilità nell'affrontare il problema, infatti, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Basilicata si sono invece dette contrarie ad accogliere i rifiuti della Campania. Un no «tecnico», come ha tenuto a precisare l'assessore lombardo alle Reti e ai Servizi di pubblica utilità Massimo Buscemi mettendo le mani avanti rispetto a possibili polemiche politiche, ma pur sempre un no. Intanto Gianni De Gennaro, nuovo commissario straordinario, non perde tempo e ieri si è recato a Napoli per un primo sopralluogo. «Le risposte non tarderanno, sono abituato a mantenere la parola. Spero già domani di avere le idee più chiare e di poter comunicare novità», ha detto l'ex capo della polizia al termine di un vertice in prefettura.
L'incontro con le regioni era uno dei punti importanti del piano annunciato martedì dal governo per sbloccare la situazione in Campania. La ricerca di nuovi siti dove trasportare le tonnellate di immondizia che mano mano i militari del Genio tolgono dalle strade della Regione era infatti una delle priorità insieme all'individuazione di nuove discariche regionali. E ai governatori Prodi ha chiesto «uno scatto» in questa direzione, convinto che immagini come quelle delle strade piene di rifiuti che i questi giorni stanno facendo il giro del mondo non danneggiano solo Napoli o la Campania, ma tutta l'Italia.
La risposta ricevuta è stata però al di sotto delle aspettative. A parte al Sardegna, infatti, altre hanno preferito prendere tempo. Chi qualche giorno, chi qualche settimana, chi preferendo rimandare ogni decisione al tavolo di confronto che lo stesso Prodi coordinerà insieme al vicepresidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani e a De Gennaro e la cui prima riunione dovrebbe tenersi domani.
«Il problema non verrà superato - ha spiegato comunque il presidente della Toscana Martini - se ogni Regione non risolverà la propria situazione costruendo i termovalorizzatori necessari». E proprio a questo proposito, lo stesso Prodi avrebbe assicurato al presidente della Sicilia Totò Cuffaro lo sblocco dei fondi necessari alla costruzione di tre impianti sull'isola.
L'emergenza campana intanto continua ad alimentare le polemiche politiche, con il centodestra compatto nell'attaccare il ministro dell'Ambiente Alfonso pecoraro Scanio. «Uno Stato che non garantisce la legalità e tollera una situazione come quella di Napoli, pericolosa per la salute dei cittadini e dannosa per il turismo - ha detto il leader di Forza Italia - e quindi per l'economia dell'intero Paese, non è più degno di chiamarsi Stato, in quanto ha perso la sua legittimazione», ha soffiato sul fuoco Silvio Berlusconi, mentre il coordinatore del partito, Sandro Bondi, ha preannunciato alla Camera la presentazione di una mozione contro il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, mozione che per una volta tanto trova d'accordo anche il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini.
Solidarietà a Pecoraro Scanio è stata espressa dai capigruppo «la sinistra - l'arcobaleno» di Camera e Senato. «In Campania 'l'emergenza rifiuti' dura da 14 anni - è scritto in una nota -. L'attacco sferrato dal centrodestra nei confronti del ministro dell'Ambiente attraverso la presentazione di una mozione di sfiducia è inaccettabile».(Il Manifesto 10 gennaio 2008)

 

Incenerire è un po' morire

 

di Guido Viale

L'inceneritore è una macchina due volte tossica. In primo luogo è tossica perché rilascia scorie pericolose che vanno sotterrate in discariche ad hoc, mentre il resto (quattro quinti) se ne va in fumo. Non sparisce, ma si disperde nell'aria e poi ricade sui nostri polmoni, sulle cose che mangiamo, sul terreno dove passeggiamo o giochiamo. È vero che un inceneritore ben gestito produce meno inquinanti di uno svincolo autostradale o di un ingorgo automobilistico.

Ma i rifiuti sono un materiale poco omogeneo, con grandi variazioni di potere calorifico: basta uno sbalzo di temperatura e l'abbattimento degli inquinanti va in tilt. Sempre nella speranza che nel materiale conferito non siano state nascoste sostanze tossiche, cosa ormai verificata per le «ecoballe» della Campania. Affidereste voi il funzionamento di una macchina così pericolosa a chi ha gestito i rifiuti campani negli ultimi decenni? Ma l'inceneritore è tossico soprattutto perché inquina il cervello di molti amministratori locali e governanti nazionali, che aspettano da quella macchina, e non dalla riorganizzazione del ciclo dei rifiuti attraverso la partecipazione e il coinvolgimento diretto dei cittadini - cioè di coloro che i rifiuti li producono - una miracolosa soluzione del problema. Dal Presidente della Repubblica a quello della Giunta regionale, dai nove commissari straordinari che si sono succeduti in quattordici anni al posto di comando dei rifiuti campani agli opinionisti di tutti gli organi di informazione, fino ai politici che intasano i tg, è tutto un sol coro: il problema si risolverà quando entrerà in funzione il cosiddetto «termovalorizzatore», cioè l'inceneritore. Come si fa nei paesi «moderni». Per il momento beccatevi la munnezza e guai a chi, dimostrando incompetenza e mancanza di spirito civico, protesta. E' quindici anni che il commissario straordinario da una parte dilapida i soldi (due miliardi di euro!) e dall'altra cerca buchi, o spiazzi, o cave, possibilmente controllate dalla camorra, per sistemare i rifiuti che continuano a venir prodotti. Aspettando Godot: cioè l'inceneritore. Anzi, gli inceneritori. Nel primo piano regionale di gestione dei rifiuti campani del 1994, gli inceneritori dovevano essere tredici; poi sono stati ridotti a tre; poi a due, poi a uno, quello di Acerra, ancora in costruzione nel territorio più inquinato di tutta l'Europa. Un altro ne dovrebbe sorgere, tanto per non sbagliarsi, a quindici chilometri di distanza. I siti dove costruirli, come quelli dove collocare i cosiddetti Cdr e dove stoccare le ecoballe sono stati scelti - lo prevedeva il capitolato di gara indetta dalla giunta di Rastelli - dalla ditta vincitrice della gara: la Fibe (leggi Impregilo; cioè famiglia Romiti: nel periodo in cui costui dettava ancora legge alla Fiat) che ha comprato i terreni agricoli più degradati e per questo poco costosi, e poi ha messo a carico del Commissario i fitti mostruosi dei terreni dove si accumulano le ecoballe; terreni preventivamente acquistati a prezzi stracciati dalla camorra.

 La Fibe aveva presentato il progetto tecnico peggiore, ma si era aggiudicata l'appalto - in pratica la gestione di tutti i rifiuti campani - garantendo di realizzare l'inceneritore in meno di un anno: una cosa che anche uno studente della terza geometri sa che è tecnicamente impossibile. Ma il commissario aveva fretta di avere l'inceneritore per risolvere finalmente il problema. Ed ecco il risultato. Un mese dopo l'aggiudicazione aveva già concesso la prima proroga. Oggi la Fibe, dopo 10 anni, è stata esautorata dal suo incarico - una cosa che Bassolino avrebbe dovuto fare otto anni fa - e le è stato vietato di occuparsi dei rifiuti per i prossimi anni. Ma la prima gara per sostituirla è andata deserta. Così, a completare l'opera è sempre la Fibe, e la seconda gara verrà verosimilmente vinta dall'Asm di Brescia: quella che ha costruito il più grande inceneritore d'Europa (dopo quello di Acerra) in violazione della normativa europea sulla valutazione d'impatto ambientale (Via). E' questa la modernità che tutti aspettano? Nel frattempo era cominciata la farsa della raccolta differenziata (Rd): una manna per creare clientele con finti lavori. La Rd dei rifiuti urbani non è una cosa che si aggiunge alla raccolta ordinaria; così come un commissario straordinario per la gestione dei rifiuti non può aggiungersi ai molti organismi che già se ne occupano. O li sostituisce esautorandoli, e coinvolgendo invece la popolazione servita, così come la Rd investe tutta la produzione di rifiuti e richiede il coinvolgimento di tutti; oppure non serve a niente; fa solo danno e si risolve in puro spreco. Invece, a «disputarsi» la raccolta dei rifiuti in Campania per molti anni ci sono state alcune migliaia di lavoratori socialmente utili (Lsu) in carico alla Regione (molti erano gli eredi dei comitati dei disoccupati organizzati degli anni '70, gente costretta a fare il disoccupato organizzato di mestiere per una vita intera): alcuni ingaggiati dalla giunta di destra; altri da quella di centrosinistra; eri un Lsu di Rastelli oppure un Lsu di Bassolino; poi c'erano gli Lsu dei consorzi (istituiti dal Piano regionale del '94) che non hanno mai funzionato; poi c'erano gli Lsu in carico ai comuni, i quali, però, spesso avevano alle proprie dipendenze anche dei netturbini e/o avevano appaltato la raccolta a ditte esterne. Si era così arrivati ad avere fino a 20mila addetti in aggiunta a quelli ordinari. Nessuno voleva cedere ad altri una fetta del proprio potere: cioè delle proprie clientele e per raccogliere i rifiuti ai lavoratori ingaggiati in via straordinaria non venivano dati, nonché camion e bidoni, nemmeno secchielli e palette. Per molti il lavoro era andare nelle scuole a spiegare agli studenti che cos'è la Rd che non si faceva. Così la Campania è rimasta per molti anni al 3 per cento di Rd e se oggi ha raggiunto il 15 (20 punti percentuali sotto l'obiettivo minimo previsto dalla legge, in attesa del 65 per cento prescritto per il 2012), il merito è solo dei sindaci di centocinquanta comuni campani che si sono rimboccati le maniche.

C'è da stupirsi che in tutto questo bailamme, con camion che spariscono (non uno, ma una cinquantina) sotto gli occhi dei commissari, che sono stati anche dei Prefetti, cioè degli uomini d'ordine, senza che questi battessero ciglio; con remunerazioni per il governatore-commissario che, se abbiamo letto bene, hanno superato il milione di euro all'anno; con consulenze e finti lavori che hanno incistato l'ufficio del commissario nei gangli del potere locale al punto che oggi, per smantellarlo, si è ritenuta necessaria la nomina di un secondo commissario che si occupi solo della sua liquidazione; c'è da meravigliarsi se in tutto questo anche la camorra ha reclamato la sua parte? Non è la malavita organizzata che corrompe l'amministrazione, ma è la cattiva amministrazione che richiama la camorra come il miele le mosche. Perché ormai cambiare gli amministratori è quasi impossibile: il sistema è bloccato. Cacciare Bassolino per tornare a Rastelli o a qualche suo sostituto? Cacciare la Jervolino per avere Martusciello? O viceversa? «A che pro?», si chiede qualsiasi persona di buon senso.

E i napoletani di buon senso ne hanno da vendere. Il problema che non entrerà mai nella testa dei governanti fino a quando non glielo faranno capire i cittadini, a cui però si fa di tutto per confondere le idee, è che i rifiuti sono un flusso: tante cose entrano nelle nostre case o nella nostra vita sotto forma di consumi; tante ne devono uscire, e in tempi sempre più brevi, sotto forma di rifiuti. Se mi si allaga la casa, prima di decidere dove strizzare i panni con cui cerco di asciugare il pavimento vado a chiudere i rubinetti. Lo stesso dovrebbe succedere con i rifiuti. Non è una cosa difficile da capire. L'inceneritore di Acerra (il più grande d'Europa) se mai entrerà in funzione nel 2009, e se mai i cittadini di Acerra o l'Unione europea gli permetteranno di bruciarle, ci metterà cinque-sette anni a smaltire i cinque milioni di ecoballe accumulati finora; nel frattempo se niente cambia se ne saranno accumulate altrettante che l'inceneritore di Santa Maria La Fossa, se mai sarà fatto, potrà cominciare a smaltire tra non meno di quattro anni; mentre il nuovo commissario, o chi per lui, continuerà a girare per la Campania alla ricerca di nuovi buchi dove sotterrare i rifiuti delle nuove emergenze. Si chiede l'intervento dell'esercito (quasi una guerra: contro i rifiuti. O contro gli abitanti della Campania?) e non si ha il coraggio, e nemmeno l'idea, di proibire, almeno temporaneamente, la distribuzione di prodotti usa e getta e di merci imballate in contenitori inutili, a partire dall'acqua cosiddetta minerale che molte volte è più inquinata di quella del rubinetto. Ci si chiede come una persona intelligente e osannata come Bassolino possa essersi fatto sopraffare da un problema che ingigantiva giorno per giorno in quel modo davanti al suo naso. Ma è nella natura del potere chiudere gli occhi di fronte all'evidenza. Un altro personaggio altrettanto potente e osannato sta rimettendo in piedi la produzione italiana di automobili senza voler vedere che il prezzo del petrolio e il suo esaurimento metterà in ginocchio tutto il settore proprio quando lui penserà di aver risolto i problemi della sua azienda. (Il Manifesto 8 gennaio 2008)


 
Signor Sindaco, ci ascolti

 

Illustrissimo Sindaco,
le Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia e i Comitati civici impegnati nella difesa del territorio e dei beni comuni hanno accolto l'appello da Lei lanciato sui quotidiani degli ultimi giorni. In quel testo Lei giustamente lamentava il suo isolamento nel tentativo di salvare la località di Contrada Pisani da una nuova pericolosa discarica che perpetuererebbe il disastro ambientale che già mortifica quell'area da decenni. Le chiediamo di impegnarsi nella difesa della salute e dell'ordine pubblico emanando un'ordinanza emergenziale per: realizzare una raccolta dei rifiuti separandone la parte secca da quella umida, utilizzando gli impianti di compostaggio esistenti e stipulando accordi con le altre regioni in grado di trattare la frazione organica; impegnarsi a realizzare in tempi brevissimi la raccolta differenziata porta a porta finalizzata al riciclo dei materiali. In tal modo Ella non solo proteggerà la salute dei suoi cittadini, ma di gli altri campani nei cui territori finiscono i rifiuti provenienti da una Napoli che, contrariamente alla normativa europea, resta irresponsabilmente ad una percentuale di raccolta differenziata che si aggira intorno al 10%. Al di là delle diverse posizioni rispetto all'incenerimento dei rifiuti, che ci vede per fondate motivazioni scientifiche contrari e su cui saremo pronti a confrontarci, nella pratica oggi l'emergenza può essere risolta in tempi brevi soltanto partendo dall'inizio del ciclo, dalla riduzione e dalla differenziazione dei rifiuti. A Napoli e in tutta la Campania è presente una società civile che da anni, con costanza e solitudine sta affrontando con lo studio e l'analisi il problema dei rifiuti, giungendo spesso a proposte che, se raccolte, porterebbero la Campania fuori dall'emergenza. Non ultima la proposta di salvare dalle discariche la Contrada Pisani e le superstiti zone agricole della Campania, accogliendo le alternative offerte dai siti proposti dal geologo prof. Giovan Battista de' Medici dell'Università di Napoli «Federico II». Le chiediamo quindi di unirsi a quest'opera di volenterosi cittadini, rivendicando il Suo ruolo istituzionale. Sicuri di essere uniti nella difesa del Bene Comune attendiamo un suo riscontro.

*** Gerardo Marotta (Le Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia), Raffaele Raimondi (Presidente Emerito della Corte di Cassazione), Alex Zanotelli (missionario comboniano), Comitato Allarme rifiuti Tossici (Napoli), Meet Up Amici di Beppe Grillo (Napoli) Assise Cittadina per Bagnoli, Comitato Emergenza Rifiuti (Caserta), Casa dei diritti sociali «Perché no» (Caserta), Nunzia Lombardi (Assise della città di Marigliano), Giuseppe Messina (Comitato scientifico di Legambiente) (Il Manifesto 8 gennaio 2008)


 

 

L'ex conca verde affogata tra cemento e immondizia

di Adriana Pollice

«Mo' ci pensa San Gennaro, tanto noi così campiamo». Non è rassegnazione ma la constatazione che da queste parti organizzare l'ordinario è un'utopia. Gli abitanti di Pianura ci sono abituati: sono bastati pochi anni per fare arrivare la Tav a Napoli, mentre da decenni i quartieri di Soccavo e Pianura attendono il raddoppio dei binari della Circumflegrea. «L'immondizia la portassero sotto casa di Bassolino», borbottano mentre salgono sui vagoni, sperando che i binari non siano occupati. D'altronde sono in pochi. In giro per Pianura non c'è quasi nessuno. «Per andare a scuola sono uscita di casa alle sette, mi ha accompagnato mia madre in auto, siamo passate dai Camaldoli, c'ho messo un'ora per fare un percorso di 15 minuti», racconta Paola. Va al liceo classico al Vomero, metà classe era vuota perché molti vengono da queste parti e solo in tre si sono messi in marcia all'alba. Chi ha impegni di lavoro o di studio, da dieci giorni esce di casa tra le sei e le sette, poi tutto si blocca. Il quartiere vive isolato dai cordoni dei manifestanti, asserragliati in contrada Pisani, e della polizia.
«Fino a ieri si trovava tutto, ma oggi latte e pane scarseggiano», raccontano per strada mentre si affrettano a fare la spesa perché all'improvviso le saracinesche calano e non si può comprare più niente, tra i negozianti serpeggia la paura delle cariche. «Sono due giorni che aspetto inutilmente l'idraulico», sbotta uno esasperato. «Un mio vicino è andato a fare un esame all'ospedale con la scorta della polizia», ribatte un altro. «Fanno bene a protestare - inveiscono in molti - altrimenti continueranno a intossicarci per sempre». Tengono tutti finestre chiuse: file di sacchetti bruciati si allineano sotto i palazzi ma l'odore acre di immondizia alla diossina si insinua anche attraverso gli infissi.
Pianura è il tipico quartiere periferico saccheggiato dal dopo terremoto del 1980. Costruzioni abusive dove dormire, fare la spesa e spostarsi verso Napoli. Una volta era una conca verde, oggi alberi di limoni crescono accanto a garage adibiti a negozi. Piccole palazzine in stile chalet svizzero spuntano sulla strada mentre sul lato posteriore svettano parallelepipedi di cemento armato grigio topo. Ci ha messo lo zampino anche il comune di Napoli che negli anni '80 costruì per gli sfollati quelle che qui chiamano Case gialle, erano «abitazioni temporanee» e sono diventate de facto permanenti. Fatiscenti, prive di manutenzione, da pochi anni hanno le fogne: «Prima bastava un po' di pioggia e la strada diventava un fiume in piena», racconta Claudio. Dai balconi del condominio Orchidea, un incubo beige e marrone sul corso principale, si gode la vista su container sgangherati che, più avanti, ospitano un mercato.
La discarica di contrada Pisani è a pochi passi dalla Circumflegrea, il luogo è segnalato dall'elicottero che staziona sul sito dall'alba, per arrivarci basta seguire l'eco dei megafoni. Invece fino al '94, data della sua chiusura, per trovarlo bastava seguire il terribile fetore che emanava. In circa 50 anni di storia, qui pare sia stata sversata persino una balena arenata nel golfo. Si è cominciato negli anni '60 in modo abusivo con i fanghi delle concerie di Solofra e della Toscana, si è proseguito poi con l'autorizzazione del Comune, a due passi dalla splendida oasi Wwf degli Astroni. A gestire l'appalto l'impresa La Marca, il metodo semplice: si interravano rifiuti fino a una profondità di 150 metri, al limite della falda acquifera, quando si riempiva una fossa se ne scavava un'altra, quando si è saturato il sito hanno proseguito creando una collina di rifiuti alta 220 metri. Alla prima ditta sono subentrate poi la Di.Fra.Bi e la Cic di Giorgio Di Francia, testimone interessato della vicenda.
Con la chiusura, gli enti pubblici avevano promesso di bonificare la zona, persino di costruire campi da golf. Da allora il percolato continua a inquinare il terreno: «Ho fatto una piccola indagine - racconta il consigliere comunale Angelo De Falco - e su 500 famiglie la metà ha avuto casi di tumore».
Niente fogna, niente illuminazione pubblica, niente marciapiedi, cose promesse già due volte e ora rimesse sul tavolo in cambio della riapertura. In contrada Pisani, con vista sulla discarica, c'è la scuola elementare frequentata da 290 bambini. Aule vuote, anche loro in strada a protestare.(Il Manifesto 8 gennaio 2008)