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Gennaio 1921
Fondazione del PCd’I. - Gennaio 2011 Le iniziative
Tutte le iniziative
sparse per l'Italia sono su
www.lernesto.it
http://vimeo.com/18986288
il video
 
21 gennaio 2011 - A
novant'anni dalla nascita del Pci
di Alexander Höbel
Novant’anni sono passati da
quando, il 21 gennaio 1921, a Livorno, dalla scissione
del Partito socialista nasceva il Partito comunist a
d’Italia, sezione dell’Internazionale comunista. In
questi decenni, in modo ricorrente si è cercato di
mettere in discussione quella scelta, e con essa
l’intera storia del PCI; un’operazione che dal 1990 in
poi è diventata più insistente, più aggressiva,
prendendo le forme dell’assioma che non ammette
repliche. La damnatio memoriae a cui è stato condannato
il PCI – anche da molti dei suoi ex dirigenti e
intellettuali – è lo sfondo su cui si è articolata
questa offensiva. Oggi, dopo vent’anni di ubriacatura
neoliberista e di apologie del capitalismo, dinanzi alla
crisi strutturale gravissima che torna a rivelare le
contraddizioni di fondo del sistema, qualche dubbio
torna a serpeggiare: forse quel PCI non era poi così
male, forse nell’opera di distruzione del passato si è
un tantino esagerato...
Proviamo allora ad accennare un piccolo gioco di storia
“controfattuale”. Che cosa sarebbe stata la storia del
nostro paese senza il Partito comunista? Ciò a cui si
potrebbe aggiungere un’altra domanda: che cosa sarebbe
stata se quel partito fosse esistito già nel 1919-20, e
accanto all’esitante Partito socialista (che tende a
ridurre le grandi lotte del Biennio rosso a una
questione sindacale) vi fosse stata una forza
rivoluzionaria, in grado di porsi alla testa di quelle
lotte, consentendo magari alle avanguardie torinesi di
rompere l’isolamento con un’offensiva diffusa nel Paese?
Non a caso, è proprio l’insegnamento tratto da quei
fatti che spinge Gramsci e gli ordinovisti torinesi ad
affiancarsi agli astensionisti bordighiani nella
conclusione che il PSI sia irrecuperabile e occorra
costituire un Partito comunista.
Ma torniamo alla prima ipotesi – una storia d’Italia
senza il PCI – e, parallelamente, al ruolo
effettivamente giocato dal PCI nella storia. Nell’estate
del 1921, mentre la violenza squadrista impazza da
tempo, il Partito socialista propone e sigla coi
fascisti un patetico “patto di pacificazione”, che
ovviamente sarà stracciato dalle camicie nere quasi
subito, ma che contribuisce a disarmare il proletariato,
così come lo disarma il rifiuto della CGdL di indire un
serio sciopero generale fino al ristabilimento
dell’agibilità politica delle organizzazioni operaie.
Sono le prove generali della resa incondizionata. I
comunisti tentano di resistere, organizzano squadre di
difesa proletaria (in Piemonte le coordina Luigi Longo),
forse non colgono appieno le possibilità offerte dal
movimento degli Arditi del popolo, ma pure affiancano a
essi la propria iniziativa. E tuttavia, non trovando
sponde quella azione nel resto del movimento operaio e
delle forze democratiche, il fascismo giunge al potere,
col sostegno attivo delle oggi tanto celebrate classi
dirigenti liberali (e cattoliche). La coraggiosa presa
di posizione di Matteotti, che gli costa la vita, giunge
quando è ormai troppo tardi e non riesce a mutare il
quadro. L’ennesimo appello di Gramsci allo sciopero
generale, dopo la scoperta del corpo del leader
socialista, cade nel vuoto. Il fascismo si trasforma
apertamente in regime. I partiti vengono soppressi e di
fatto cessano di esistere, la maggior parte dei
dirigenti e dei quadri va in esilio; la CGdL – per
decisione del gruppo dirigente riformista – decreta il
suo auto-scioglimento, e mentre Buozzi fonda l’Ufficio
di Parigi altri dirigenti come D’Aragona e Rigola
pensano di trovare un nuovo ruolo nelle pieghe del
corporativismo fascista. Eccettuati alcuni gruppi di
anarchici, repubblicani, socialisti, i comunisti sono
l’unica forza organizzata che rifiutano lo
smantellamento dell’organizzazione operaia: tengono in
vita il Partito, attraverso cellule di officina, di
strada, di villaggio, gruppi femminili e gruppi
giovanili, Soccorso Rosso ecc.; ricostituiscono la CGdL,
anch’essa riorganizzata attraverso cellule clandestine
attive in molte fabbriche; e poi, con la direttiva
entrista che Togliatti lancia fin dal 1928, intuiscono
che la lotta va portata avanti anche nei sindacati
fascisti, poiché l’importante è non perdere i contatti
con le masse lavoratrici e perché – come Togliatti
argomenterà nelle Lezioni sul fascismo –
l’irriducibilità delle contraddizioni di classe non
tarderà ad aprire conflitti laceranti tra il regime e le
sue basi di massa. Di fatto, senza la presenza dei
comunisti, l’esperimento totalitario del fascismo e la
costruzione del regime reazionario di massa non
avrebbero avuto nessun efficace anticorpo.
Intanto l’elaborazione del Partito va avanti, con le
Tesi di Lione si riflette sui caratteri della società
italiana e sulla possibili “forze motrici” della
rivoluzione nel nostro paese; con la straordinaria
riflessione di Gramsci in carcere sulla strategia
dell’egemonia e le vie della “rivoluzione in Occidente”,
sulla necessità che il proletariato diventi classe
dirigente nella società per porre le basi della sua
trasformazione in classe dominante a livello dello Stato
e del potere politico. Sul piano organizzativo, la
svolta del 1929, per la quale si battono i giovani Longo
e Secchia, riporta la gran parte dell’attività del
Partito in Italia anche a livello di gruppi dirigenti,
il Centro interno si affianca al Centro estero. È una
scelta che avrà i suoi costi in termini umani, di
militanti caduti, ma che assieme alla capacità di fare
politica negli organismi di massa del regime, partendo
dai bisogni materiali dei lavoratori per poi portare la
lotta sul piano politico, consente non solo ai comunisti
di rimanere ancorati al proletariato, ma anche di far
maturare tra i lavoratori e nella società quegli
anticorpi a cui si accennava e che emergeranno dopo il
25 luglio 1943, senza i quali la Resistenza sarebbe
difficilmente spiegabile, così come l’egemonia comunista
al suo interno. Senza quella presenza, senza
quell’instancabile lavorio fatto nelle condizioni più
difficili, quando tutto sembrava perduto, alla fine del
fascismo avremmo avuto probabilmente un 25 luglio senza
un 25 aprile, un colpo di Stato di palazzo e una crisi
tutta interna alle classi dirigenti, a cui le masse
popolari sarebbero rimaste estranee.
E invece le masse, grazie al PCI e alle altre forze del
movimento operaio e della sinistra che intanto
riprendono il proprio posto, si fanno protagoniste di
quello straordinario fatto storico che è la lotta di
liberazione; con la svolta di Salerno il proletariato e
il suo principale partito si pongono apertamente come
nuova classe dirigente del Paese, forti
dell’insegnamento gramsciano e dell’intuizione
togliattiana del partito nuovo. Sono la guerra fredda,
l’anticomunismo costruito ad arte, la forza profonda
delle classi dominanti, sostenute da uno schieramento
che va dalla Chiesa cattolica agli Stati Uniti, che
bloccano quel cammino. E tuttavia, nonostante la
drammatica sconfitta del 1948, pazientemente, grazie al
lavoro tenace di centinaia di migliaia di uomini e
donne, e grazie alla direzione di uomini quali
Togliatti, Longo e Secchia, si costruisce il partito, lo
si radica nei luoghi di lavoro e nei territori,
raggiungendo i due milioni di iscritti e una presenza
capillare in tutto il Paese. È il capolavoro del partito
di massa – di massa e di quadri –, che accanto alle
potenzialità offerte dalla Costituzione rende possibile
la strategia della democrazia progressiva, la
costruzione di una democrazia sociale e di un’economia
mista che possano aprire le porte alla trasformazione
socialista. In questo quadro – e per molti versi grazie
alla presenza del PCI – l’Italia diventa un laboratorio,
nel quale la forza dei partiti di massa, la centralità
di un Parlamento eletto col sistema proporzionale e vero
specchio del Paese, un crescente ruolo dello Stato
nell’economia e un alto grado di partecipazione
democratica pongono le basi di sviluppi che soprattutto
la guerra fredda, implicando il blocco del sistema
politico, blocca.
La società italiana cresce e si trasforma, e il sistema
politico non ne tiene il passo: la formula del
centro-sinistra, nata per colmare il gap, segnata com’è
dalla netta discriminazione anticomunista e dal
tentativo di isolare il PCI, finisce per riproporre il
problema in termini più accentuati, ciò che produce
l’esplosione del 1968-69. E tuttavia anche in quegli
anni, di immobilismo politico e “stabilità infeconda”,
il PCI riesce a svolgere un ruolo di governo pur stando
all’opposizione. Lungi dall’aver ostacolato le riforme
come si è raccontato in questi anni, i comunisti non
solo le rivendicano, premendo sul governo perché attui
il suo programma, ma portano avanti un lavoro di
elaborazione, dibattito e iniziativa politica su varie
riforme (dall’istituzione del Servizio sanitario
nazionale all’equo canone, dalla “giusta causa” nei
licenziamenti allo Statuto dei lavoratori), insistendo
sulla necessità di garantire ai lavoratori e alle loro
rappresentanze un ruolo di controllo e gestione nei vari
enti da riformare o da istituire – istituti
previdenziali, collocamento, unità sanitarie locali,
RAI-TV ecc. È una linea che si affianca a quella del
decentramento democratico e allo sviluppo delle
autonomie locali (dalle Regioni ai consigli di
quartiere), in una strategia che si potrebbe definire di
democratizzazione avanzata dello Stato e della società,
e che ha nella programmazione democratica dell’economia
la sua proposta generale relativa allo sviluppo del
Paese. È una battaglia che il PCI, ancora una volta
isolato da varie altre forze della sinistra e del
movimento operaio (ma non dagli ex azionisti che fanno
capo a Parri, né dai socialisti di sinistra del PSIUP,
né da molti cattolici del dissenso), non riesce a
vincere, e tuttavia molte delle riforme varate in quegli
anni e poi durante la solidarietà nazionale trovano la
loro incubazione anche in quel lavoro politico fatto di
elaborazione organizzata, mobilitazione di massa,
attenta iniziativa parlamentare, che il PCI seppe
sviluppare in quella fase.
La forza dei comunisti e del movimento operaio spaventò
la grande borghesia, spaventò gli Stati Uniti e le forze
più regressive della società e della politica italiana.
La strategia della tensione mise in campo una serie di
azioni, strutture e operazioni, tra cui le terribili
stragi degli anni 1969-80, di una forza distruttiva tale
che solo la forza conquistata nel Paese dal movimento
dei lavoratori e dal PCI può spiegare. L’Italia degli
anni ’70, della grandi avanzate sul piano sociale,
civile e politico, non si comprende se si omette il
ruolo del Partito comunista, come pure da più parti si
tenta di fare. Semplicemente, senza il PCI non ci
sarebbe stata quella “anomalia italiana” che ha tanto
preoccupato il grande capitale, il quale ha lavorato a
lungo per riportare il Paese nella “normalità”. Così
come non si comprende, se si sottovaluta o si cancella
questo fattore, perché la crisi della società italiana e
del sistema politico procedano di pari passo con la
crisi della prospettiva strategica del PCI, che si apre
– io credo – a seguito del bilancio negativo
dell’esperienza della solidarietà nazionale.
Proprio nel momento in cui la lunga accumulazione di
forze e di consenso, il lungo cammino dell’egemonia
avviato decenni prima, raggiunge il suo culmine, il
mancato sblocco del quadro politico apre una crisi di
fondo del Partito. Inizia allora una fase di
disorientamento, a cui, dopo la morte di Berlinguer, si
risponde col nuovismo, i riformismi più o meno “forti”,
la mutazione genetica e poi – dopo l’89 – la
liquidazione del PCI: un esito assolutamente non
necessario, una scelta sciagurata che lascia il
movimento dei lavoratori privo del suo maggiore punto di
riferimento e lo rende sguarnito e fragile proprio nel
momento in cui, con Tangentopoli, si manifestano tutti i
guasti sistemici che i comunisti avevano a lungo
denunciato, e che si sarebbero potuti affrontare solo
rilanciando le riforme strutturali, il tema del
controllo democratico e della finalizzazione sociale
della spesa pubblica, della partecipazione dei
lavoratori organizzati alla macchina dello Stato. E
invece inizia la triste stagione delle riforme
elettorali e istituzionali, che portano il Paese sempre
più lontano dallo spirito (e anche dalla lettera) della
Costituzione.
Che cosa sarebbe stata l’Italia senza il PCI lo vediamo
oggi che il PCI non c’è più, nel momento in cui gli assi
su cui si era costruito quel laboratorio di democrazia
sociale che è stata l’Italia repubblicana sono stati
abilmente distrutti: i partiti di massa, un sindacato
conflittuale, la centralità del Parlamento, il sistema
proporzionale, un modello di democrazia partecipata e
diffusa. Il disegno della P2, la cui realizzazione fu
avviata da Craxi e dai suoi alleati del CAF (Andreotti e
Forlani), è stata poi portata avanti da Berlusconi e da
ampi settori del grande capitale, peraltro non privi di
agganci anche nello schieramento di centro-sinistra.
E tuttavia, proprio il modello neocorporativo che
avanza, in cui si tende a cancellare il conflitto o
quanto meno a negargli rappresentanza, e dall’altra
parte le condizioni sempre più dure di lavoratori e
precari dinanzi alla crisi economica, tornano a porre il
tema del Partito comunista, della ricostruzione di un
soggetto politico che, a partire dalle forze organizzate
esistenti che si richiamano a quella storia e a quella
cultura, si faccia carico, nelle condizioni
difficilissime di oggi ma con la forza che deriva da
quell’immenso patrimonio, di tentare un nuovo inizio.
(www.lernesto.it 21 gennaio 2011)
Gennaio 1921
fondazione del PCd’I. - 2007 I comunisti ci
riprovano
di
Sergio Ricaldone
Sono passati 86 anni
dal quel lontano 21 gennaio quando al teatro S.
Marco di Livorno un folto gruppo di delegati usciti
dal Partito Socialista, fondarono il Partito
comunista d’Italia. Esattamente tre anni e due mesi
dopo la Rivoluzione d’ottobre. Dunque un partito
figlio legittimo ed espressione dei “dieci
giorni
che sconvolsero il mondo”, e membro a pieno titolo
delle terza Internazionale, come lo sono stati tutti
i partiti comunisti fondati negli anni 20 in molte
regioni del pianeta. E’ appunto in quegli anni che
lo “spettro” evocato da Marx nel 1848 si
materializza e diventa l’animatore possente di un
movimento operaio maturo che, con la sapiente regia
creativa di Lenin, dilaga e fa barcollare, per la
prima volta nella storia, i santuari del potere
imperialista.
Fuori da quella
sequenza temporale di eventi storici e senza il
robusto filo conduttore, di autentico acciaio, che
li mantenne saldamente legati ad una comune
prospettiva di cambiamento rivoluzionario è
difficile immaginare come avrebbe potuto nascere e
vivere un partito comunista.
Appare penosamente
triste il mea culpa di alcuni pentiti che oggi
riscattano i loro immaginari sensi di colpa
raccontandoci un PCI diverso, separato dalle sue
radici e quindi estraneo alla lunga stagione di
tragedie provocate dall’assedio politico e militare
imperialista degli anni 30, deciso a stroncare con
qualsiasi mezzo il primo tentativo di rivoluzione
socialista della storia. Non poteva essere diverso e
separato da quel contesto un partito nato in anni
cruciali della storia d’Italia e i cui militanti
hanno dovuto sostenere, fin dal primo momento, uno
scontro di classe durissimo contro un padronato
biecamente reazionario deciso a stroncare con la
repressione dello stato borghese e la violenza dello
squadrismo fascista ogni forma di resistenza operaia
e bracciantile e a restaurare, complice la squallida
monarchia dei Savoia, una forma di potere assoluto
del capitalismo industriale ed agrario. La natura
leninista del partito fu in ogni caso sanzionata,
dopo un lunga e lacerante battaglia interna, dalla
sconfitta della componente settaria e avventurista
di Amedeo Bordiga e dalla vittoria di Ordine Nuovo,
diretta da Antonio Gramsci, impegnata nella
costruzione di una linea politica e di una
prospettiva in grado di reggere uno scontro di
classe che, dopo il riflusso dell’ondata
rivoluzionaria in Europa, si andava profilando di
lunga durata, il che richiedeva ai militanti
intelligenza politica e sacrifici enormi imposti
dalla clandestinità, dal carcere, dall’esilio
forzato. Quali grandi imprese abbia saputo compiere
questo partito al servizio della classe operaia e
del paese e quale lungimiranza politica abbiano
mostrato i giganti che lo hanno guidato negli anni
più duri e difficili – Gramsci, Togliatti, Longo,
Secchia - è storia largamente conosciuta, né si può
tentare di riassumerla in queste brevi note. Né vale
la pena di indugiare su come e perché il gruppo di
carrieristi rinnegati che ne assunsero la direzione
a metà degli anni 80 abbiano deciso di infliggere al
PCI un colpo mortale alla Bolognina. Anche questa è
storia conosciuta.
Passato
e presente: le due versioni revisioniste del
neocomunismo italico
La ricorrenza del 21
gennaio è una buona occasione per parlare del
presente e per osservare con quali approcci e
sentimenti contrastanti la vivono oggi i gruppi
dirigenti dei due partiti che in Italia ancora si
richiamano, almeno nel nome e nel simbolo, al
comunismo. Ad esempio il tema scelto dal PdCI per
celebrare l’anniversario, sembra voler rivendicare
una condivisibile continuità con la storia del
comunismo italiano. Sembra. Ma se si rileggono le
nette prese di distanza da quella storia
pronunciate, in tempi recenti, dal più autorevole
dei suoi fondatori, Armando Cossutta, qualche dubbio
sull’uso strumentale di questa celebrazione è più
che lecito. Ma anche l’itinerario politico attuale
scelto dal suo segretario Diliberto lascia trapelare
qualche interrogativo sulla opportunità, o meno,
della scissione di Livorno del 1921. Ossia, era
necessaria o si poteva evitare? Rimettere in
discussione oggi, nel 2007, una scelta di quella
natura strategica, che ha pesato e segnato per molti
decenni la storia del movimento operaio italiano ed
il suo ruolo egemone nelle grandi lotte sociali e
politiche del secolo scorso, lascia supporre che lo
scopo di questa pur lecita critica storica risponda
al fine odierno della leadership dei Comunisti
italiani di ricongiungersi in qualche modo a quel
che resta della componente socialdemocratica di
sinistra del Correntone che tenta di sopravvivere di
vita propria alla inarrestabile deriva liberal dei
DS e del futuro PD. Insomma, una sorta di alibi a
supporto di un’operazione che riscopre i valori
della vecchia casa madre socialista.
Nell’altro partito che
si richiama al comunismo, "Rifondazione", il gruppo
dirigente di maggioranza, se la cava ignorando
tranquillamente la storica data, collocandosi perciò
in perfetta continuità con l’opera di demolizione
compiuta da Fausto Bertinotti di tutta la storia
secolare del comunismo mondiale, PCI incluso, e di
tutte le rivoluzioni e i grandi movimenti di
liberazione che quel movimento ha ispirato.
Tra le rimarchevoli
eccezioni al dilagante oblio revisionista,
segnaliamo quella dell’area critica Essere Comunisti
che il 21 gennaio a Livorno, cercherà di ricordare
al meglio quanto gli artefici di quella scissione
abbiano pesato sulla storia del nostro paese e come
il partito diretto da Gramsci e Togliatti abbia
saputo far diventare il movimento operaio italiano
soggetto politico trainante della Resistenza
antifascista e delle grandi lotte di massa che hanno
spianato la strada alle importanti conquiste sociali
e politiche ispirate dalla Costituzione
repubblicana. Conquiste messe a rischio – guarda
caso, dopo la liquidazione del PCI - dal progressivo
declino dei movimenti di lotta nei punti cruciali
del loro insediamento, le fabbriche. Ma anche
questa importante iniziativa di Essere Comunisti,
pur essendo stata promossa nel segno di una doverosa
continuità critica con la storia del comunismo
novecentesco, appare troppo ripiegata dentro il
partito di appartenenza, quasi a segnare l’esclusiva
di un patrimonio di militanza politica che non può
avere altri sbocchi e interlocutori possibili fuori
dal PRC.
La questione comunista
come si ripresenta nel 2007
Speriamo che la
celebrazione del 21 gennaio sia l’occasione per far
riemergere il tema centrale che assilla oggi
tantissimi compagni, ovunque collocati, che si
interrogano su come ricominciare e con chi
riproporre all’o.d.g. la “questione comunista”. E’
un tema tremendamente complesso e difficile. La
vittoria del “pensiero unico” in questa parte del
mondo ha fatto terra bruciata dei grandi ideali che
hanno sorretto per un secolo le grandi battaglie
politiche e sociali del movimento operaio e una
“terra promessa” da cui ripartire non esiste.
Ovunque si volga lo sguardo il panorama politico
della sinistra di classe in Italia appare desolante.
Alla nostra destra ci sono due sedicenti partiti
comunisti, "Rifondazione comunista" e i Comunisti
italiani. Sebbene concorrenti, risulta evidente che,
sia pure con percorsi diversamente modulati, corrono
entrambi su binari paralleli verso una sola
destinazione finale, l’uscita a destra dal
comunismo. La linea liquidatoria dei gruppi
dirigenti ha vinto. In tale contesto non possiamo
negare che il contributo distruttivo di Fausto
Bertinotti è stato determinante. E’ stato un
susseguirsi di condanne e di rotture storiche e
politiche con i quattro punti cardinali del
comunismo, quello di ieri e quello di oggi. Dopo che
Romano Prodi, in un momento di sincerità, ha
definito “folkloristico” il comunismo bertinottiano,
ogni altro commento ci sembra superfluo. Per contro
alla sinistra di questi partiti abbiamo una
frammentazione di gruppi, di sigle, di siti, di
liberi pensatori e di “andati a casa” che non
offrono speranze di aggregazione, se non attraverso
future iniziative mirate, per ora pressoché
inesistenti.
E’ comprensibile che
di fronte a questo poco incoraggiante scenario lo
stato d’animo di molti compagni sia uguale a quello
di Noè quando Dio gli comunica le previsioni
meteorologiche. Il guaio è che non esistono
soluzioni semplici o scorciatoie per uscire da
questa situazione. Ciascuno deve fare la sua parte
sollevando lo sguardo e allargando il campo visivo
oltre gli steccati che delimitano i partiti, le
correnti e i gruppi dentro i quali ciascuno milita.
Dobbiamo cominciare a
chiederci se, insieme alla sacrosanta battaglia
politica che ognuno deve condurre all’interno del
proprio partito per contrastare la deriva
liquidatoria, non sia anche necessario mettere a
punto un progetto politico di più ampio respiro che
rimetta al centro la “questione comunista”. Questo
era e rimane un tema più che mai aperto che
richiede, oltre che la prosecuzione della battaglia
interna, anche una proiezione esterna delle
iniziative politiche che abbia come finalità la
ricomposizione e l’unità dei comunisti diversamente
collocati o dispersi.
Chi sono, quanti sono,
dove sono? E’ ancora presto per azzardare
statistiche. Però basta pensare alle decine di
migliaia di compagni transitati per brevi soggiorni
in "Rifondazione" e nei Comunisti italiani, e poi
usciti, per capire quale ampiezza possa avere oggi
in Italia il bacino di utenza di un futuro soggetto
comunista. Il che non significa affatto che siano
maturi i tempi per una scissione tipo Livorno 1921 e
chi sogna di poter bruciare le tappe fondando il
piccolo partitino dei duri e dei puri compie un
errore colossale. Ci sono tempi e passaggi politici
da rispettare.
Ciò che occorre ora è
l’apertura di un processo di ricomposizione unitaria
della sinistra marxista che abbia come base minima
la elaborazione di una piattaforma
programmatica comune che unisca tutte le
forze di sinistra alternativa – al
diavolo l’alternanza! - senza preclusioni verso le
aree critiche presenti nei partiti di sinistra, le
associazioni culturali, i movimenti pacifisti e
antimperialisti, ecc. All’interno di questo
processo l’unità dei comunisti va
perseguita come elemento centrale, la cui valenza si
proietta oltre la nozione di unita delle sinistre e
mira, nei tempi necessari, alla ricostruzione
di una forza comunista organizzata.
Forza e vitalità del
comunismo contemporaneo
Abbiamo le carte in
regola per respingere la caricatura di chi ci
dipinge come dei nostalgici, residuali di una storia
politica ormai morta e sepolta. Si dà il caso che
quel che rimane di quella esperienza targata
comunismo stia mostrando, dopo la sconfitta degli
anni 90, una tale, rinnovata presenza nel mondo
contemporaneo che rende assai difficile ignorarne
l’esistenza. Dalla Cina al Vietnam, da Cuba al
Venezuela, dall’India al Sudafrica i comunisti
stanno provando e riprovando a ricostruire, in
versioni profondamente rinnovate, nuovi modelli di
sviluppo e di trasformazione economica, sociale e
politica che superano in positivo le esperienze del
900. Senza emettere condanne, senza rotture e senza
imporre modelli a nessuno. La prassi rivoluzionaria
e la creatività di ascendenza marxista e leninista
rimane il filo conduttore delle profonde innovazioni
in atto.
La celebrazione del 21
gennaio offre a tutti noi, con la sua forte valenza
simbolica, lo stimolo per riaprire una discussione
tra i comunisti, per ragionare sulla validità o meno
dei quattro punti base su cui si è basata l’autonoma
esistenza di una forza comunista organizzata che
proviamo a riassumere in modo un po’ grossolano: 1)
Un solido impianto teorico che tracci la prospettiva
strategica del socialismo come sbocco finale del
conflitto capitale-lavoro, che abbia come filo
conduttore l’analisi critica, non distruttiva, di
tutte le esperienze rivoluzionarie fin qui compiute
dal movimento operaio, con l’obbiettivo ambizioso di
rompere l’accerchiamento del pensiero unico, di
riproporsi l’obbiettivo dell’egemonia, di ridare lo
slancio e la fiducia di poter cambiare il mondo che
già in passato ha permesso al movimento operaio di
compiere imprese ritenute impossibili. 2) Un
programma politico adeguato alla fase di coesistenza
conflittuale con il potere del capitale (fase
comunemente chiamata di transizione). Un programma
tatticamente flessibile, il cui obiettivo è di
espugnare, con le lotte e le riforme, posizioni più
avanzate socialmente, facendo leva sulla centralità
del lavoro salariato e su un sistema di alleanze il
più ampio possibile. 3) Il partito concepito come
avanguardia del mondo del lavoro e perciò radicato e
strutturato nell’industria, nei trasporti,
nell’energia, nei servizi e nei settori che oggi
rappresentano gli insediamenti della classe operaia
postfordista. 4) Il partito concepito come parte
integrante di un movimento internazionale che
comprenda in primo luogo i partiti comunisti, ma
anche i movimenti antimperialisti e le entità
statuali che si oppongono al dominio unipolare
dell’imperialismo americano.
La grande sfida
Sicuramente
occorreranno anni di paziente lavoro per ricomporre
la diaspora comunista in Italia, ma credo che in
assenza di uno solo di questi quattro punti sia
difficile immaginare l’esistenza di un partito
comunista. Ci sono ovviamente altri modi dignitosi e
rispettabili di praticare le idee comuniste. Il più
semplice è quello di operare come gruppi di marxismo
critico in modo autonomo, oppure utilizzando
l’ospitalità, o vivendo nel cono d’ombra di grandi
partiti socialdemocratici o laburisti. Nel mondo
anglosassone è una scelta che si trascina da quasi
un secolo, fin dai tempi di Lenin. E ci ha fatto
conoscere intelligenze di primissimo piano. Però è
difficile che da questi gruppi di marxismo critico
esca un vero e proprio partito comunista. Noi
vogliamo molto di più. Ma quello che ci aspetta non
è una gratificante escursione accademica su ciò che
eravamo, bensì una impegnativa scalata di sesto
grado superiore (con qualche passaggio
“abominevole”, come si dice in gergo alpinistico),
che dovremo affrontare nella piena consapevolezza
dei nostri limiti attuali. E anche dei tempi che
saranno necessari per osservarla e studiarla questa
enorme parete rocciosa che noi chiamiamo
“prospettiva comunista”, per individuarne i percorsi
e i passaggi più difficili. Ma prima o poi dovremo
cominciare a scalarla questa parete, con la tenacia
di chi intende interrogarsi non più con i dogmi e la
nostalgia, ma con il grande potenziale creativo del
marxismo e del leninismo, ma anche con la modestia
di chi, vivendo continue contraddizioni quotidiane,
non ha risposte né semplici né immediate.
Viviamo una fase
difficile per le forze rivoluzionarie. La tigre
imperialista è ancora molto forte ed aggressiva e
sempre pronta a colpire ovunque con ferocia e furia
distruttiva. Ma le sue unghie cominciano a mostrare
i segni dell’usura e i suoi ruggiti stanno perdendo
di efficacia. Il nostro sito Resistenze propone in
continuazione notizie e documenti di partiti e
movimenti della sinistra da ogni parte del mondo che
inducono ad un ragionevole ottimismo. Non siamo
all’anno zero. Possiamo, dobbiamo
riprovarci.(www.resistenze.org 21.1.2007)
21 gennaio 2007 - Roma -
Manifestazione nazionale PdCI
«Siamo
qui non per celebrare, non per guardare al passato, ma,
viceversa, per volgere lo sguardo al futuro. Orgogliosi
della nostra st oria,
delle nostre radici» dice Oliviero Diliberto di
fronte a migliaia di militanti. Cinquemila persone,
cinquemila bandiere rosse che sventolano nell'arena del
teatro Tendastrisce
di Roma. E' sicuramente la più grande manifestazione del
Pdci dalla sua nascita.
C'è nell'aria l'orgoglio di avercela fatta, di aver
sfidato tutto e tutti nella costruzione, nel terzo
millennio, di un nuovo
partito
comunista. Il Tendastrisce è pieno come un uovo.
Deve essere difficile per Lucia Ioime iniziare con la
presentazione davanti a una platea così gremita e
festante; anche se, a ben vedere, non si lascia prendere
dall'emozione e comincia col ricordare uno dei motivi (e
sono tanti) per i quali, a 86 anni dalla fondazione del
Pci, c'è ancora bisogno dei comunisti: la sicurezza sul
lavoro. Lucia offre un tributo alla memoria di due
operai, Andrea Guaita e Riccardo
Azzoni
che hanno perso la vita nell'ultimo incidente mortale
sul lavoro, mostrando quanto sia ancora necessario
l'impegno di chi, come i Comunisti italiani, si batte
per la sicurezza dei lavoratori.
Dopo la toccante introduzione, Roberto Mastrantoni,
presidente del VII municipio di Roma (quello che ospita
il Tendastrisce), fa gli onori di casa. «Sui
giornali - dice Mastrantoni - si legge che il Pdci è un
partito in crescita di consensi elettorali. Ma quello
che non dicono è che il partito cresce anche nella
società, riesce a proporsi come un interlocutore per le
richieste dei cittadini». Questo, secondo Roberto, è
possibile perché i Comunisti italiani raccolgono
l'eredità del Pci anche nei modi di affrontare i
problemi: «Ricordo bene le riunioni del Pci dove si
iniziava a parlare di politica internazionale per
arrivare, con la stessa attenzione, a trattare anche le
questioni locali».

E sull'importanza dell'eredità del Pci inizia anche
l'intervento del professore Luciano Canfora: «Oggi non
ci siamo riuniti per celebrare un partito che non c'è
più da 15 anni, ma per riflettere su ciò che quell'esperienza
ci ha insegnato». Nel ripercorrere la storia del Pci,
«che è storia di cambiamento», Canfora si sofferma sulla
figura di
Antonio Gramsci: «Dalla nascita del partito, nel 1921,
al congresso di Lione, nel '26, con la sua intelligenza
Gramsci riuscì a conquistare il consenso attorno alle
proprie tesi politiche» che costituiscono ancora oggi un
importante spunto di riflessione. Canfora, davanti a una
platea appassionata e attenta, spiega che ci sono due
linee lungo
le quali si è sviluppata negli anni l'analisi del
pensiero gramsciano: da una parte la necessità di
conciliare il comunismo italiano con il marxismo e il
leninismo, e dall'altra «un'operazione politicamente
discutibile, quella che ha posto enfasi sulle
specificità delle teorie di Gramsci sottolineando le
differenze con l'esperienza sovietica».
«La Rivoluzione russa fu condotta da uomini convinti che
il capitalismo avesse raggiunto la maturazione
sufficiente per il suo superamento», e Gramsci, animato
dalla stessa convinzione, «spese la propria vita
ragionando sulle vie per realizzare il socialismo».
Partendo da queste considerazioni il professore stimola
la riflessione con due domande: «Che altra scelta
avevano i rivoluzionari russi? Perché Gramsci è ancora
importante?». La risposta alla prima domanda ci riporta
alle origini della lotta che ancora oggi i comunisti
combattono: «L'imbarbarimento del conflitto di classe -
spiega Canfora - nasce in quel periodo, e quegli uomini
decisero di dare subito una risposta decisa». Sul il
secondo quesito sono diversi i motivi dell'attualità del
pensiero gramsciano; il professore ne sceglie uno che
suona da messaggio per chi, pretendendo di rifarsi
all'eredità di Gramsci, ne distorce il pensiero per i
propri interessi politici: «In un suo scritto Gramsci fa
un'analisi del trasformismo criticando le operazioni con
cui il neo-guelfismo, il mazzinismo e il cavourismo si
sono tutti trovati a convergere al centro. Dubito -
conclude Canfora - che un uomo capace di una simile
analisi oggi avrebbe potuto accettare la nascita del
Partito democratico».

Sul palco sale poi Patrizia Lotti, che con la sua
testimonianza di anni di lavoro con contratti a termine
è la dimostrazione di quanto sia fondamentale continuare
nella lotta contro il precariato. «La stabilizzazione
dei lavoratori del pubblico impiego, per cui il Pdci si
è impegnato, è un'importante conquista -
dice
Patrizia - ma dobbiamo spingere perché anche nel privato
si ottenga lo stesso risultato».
Anche tra i giovani e nelle scuole c'è bisogno dei
comunisti, e a ricordarlo è il giovanissimo Alessandro
Mustillo, presidente della Consulta provinciale degli
studenti di Roma: «In uno scenario in cui il
neo-liberismo detta legge anche nella scuola, con
riforme che portano a un sistema in cui chi ha i soldi
può studiare e gli altri devono accontentarsi della
"formazione professionale", è fondamentale la
presenza dei comunisti per riaffermare il principio che
l'istruzione non può essere un privilegio».
Nel salire sul palco, al segretario brillano gli occhi
dalla gioia. E ringrazia tutti i compagni che hanno
contribuito, il più delle volte nell'ombra, a costruire
questo evento; a partire da Alessandro Pignatiello,
coordinatore del dipartimento Organizzazione del Pdci,
che ha seguito passo passo la realizzazione
dell'iniziativa. Le ragioni della soddisfazione ci sono
tutte. Basta guardare i numeri: gli iscritti hanno
sfondato quota 40mila, oltre 10mila tessere nel 2006,
6mila gli aderenti all'organizzazione giovanile, la Fgci.
E poi i risultati elettorali, in cui «dal 2001 ad oggi
siamo sempre andati avanti»: avanti alle politiche dove
si è passati da 600mila voti a 900mila; avanti in
Molise, dove, unico partito del centrosinistra, il Pdci
non solo va avanti, ma conquista un consigliere. Segno
della salute del partito, segno della validità della
linea politica che si
fonda sul binomio unità-diversità. «Fuori dal
centrosinistra - sottolinea il segretario - non c'è
salvezza per la democrazia e per le classi popolari. La
destra è lacerata
e divisa, ma ancora forte».
Unità dunque, perché nel Paese ci sono «forti e
preoccupanti sacche di conservatorismo»; unità
perché tra le forze dell'Unione c'è un dato di fondo, un
insieme comune di valori: «sono le eredi di quelle che
hanno combattuto il fascismo, di quelle che hanno
scritto insieme la Costituzione repubblicana». Il
senso forte dell'unità «ce lo portiamo
appresso dalla nascita, da quel cupo ottobre del 1998»,
quando, per la scelta di Bertinotti, cadeva il primo
governo Prodi. Un'unità non solo declamata ma praticata,
ci tiene a precisare Diliberto che ricorda come «siamo
stati i soli a non candidarci alle primarie in
contrapposizione a Prodi». Ma unità non è, non può
essere, omologazione, e meno che mai subalternità.
«Siamo e saremo leali al governo, ma non schiacciati su
di esso» scandisce tra gli applausi.
«La nostra gente ci chiede: "non litigate, state uniti",
ma ci chiede anche la discontinuità, di abolire la
legge 30, di restituire ai lavoratori e ai pensionati
quel che gli è stato tolto in questi anni. La nostra
gente ci chiede la pace».
Occ orre
allora premere, «portare il conflitto anche nella
maggioranza, se vogliamo ottenere risultati». Perché se
è vero che il governo «è oggi l'equilibrio più avanzato
possibile», è altresì vero che lacune ed errori non
mancano. A partire dall'ultimo in ordine di tempo, la
decisione di dare disco verde all'allargamento della
base americana di Vicenza. «Noi non ci stiamo - e un
boato attraversa il teatro - Si tratta di una scelta che
non solo ferisce la sovranità nazionale, ma è anche
assai pericolosa per la sicurezza». A Prodi, che ha
sostenuto che non si possono non rispettare i patti
presi dal precedente governo, Diliberto ricorda «con
tutto il rispetto che è esattamente il
contrario. Noi siamo in Parlamento e al governo del
Paese proprio per ribaltare gli impegni presi da
Berlusconi, per cancellare le leggi vergogna». Dal palco
Diliberto lancia una mobilitazione nazionale contro le
basi Usa. Vicenza e l'Afghanistan sono due facce di una
stessa medaglia. Sull'Afghanistan i Comunisti italiani
chiedono di discutere, di riconsiderare la presenza
delle nostre truppe. Serve un forte segno di
discontinuità in vista del rifinanziamento della
missione. «Io non voglio nella maniera più assoluta far
cadere il governo, ma spero che il governo non voglia
far cadere sé stesso. Dico questo per aiutare il
governo, non per indebolirlo. Siamo alla vigilia di
elezioni importanti e il rischio è che torni
l'astensionismo di sinistra».
Il rispetto del programma è la condizione prima. «Il
programma è stato sottoscritto da tutti, è su quello che
abbiamo preso i voti che ci hanno mandato al governo.
Qualcuno vuole aumentare l'età pensionabile?
Lo doveva dire prima agli elettori, visto che nel
programma non c'è scritto nulla. Possibile - incalza
Diliberto - che su centinaia di pagine di programma
vadano a cercare proprio una cosa che non c'è?».
Conclusione: «siamo lontani dall'andare incontro alle
richieste e alle aspettative di chi ci ha votato, di chi
ha pagato sulla propria pelle i cinque anni terribili
del centrodestra». Richieste, verrebbe da dire, di
assoluto buon senso. Richieste riformiste. E infatti
Diliberto smonta la visione caricaturale della sinistra
italiana tra presunti riformisti e presunti radicali.
«Riformisti vuol dire tutto e nulla. Il nodo è quali
riforme e a favore di chi. I riformisti sono quelli che
i diritti li allargano, non quelli che li restringono».
Il Pdci accetta la sfida sul terreno delle riforme. Un
guanto che lancia ai moderati dell'Unione. Due le
proposte che Diliberto sottopone a tutta la coalizione,
due le «missioni»: una lotta alla povertà, alle
ingiustizie e, simmetricamente, ai privilegi, e una
gigantesca opera di investimenti nella scuola, nelle
università, nella ricerca. «Dobbiamo aumentare le
pensioni minime e porre la questione salariale al centro
del dibattito politico. Occorre, al contempo, ridurre
drasticamente le retribuzioni dei manager pubblici, che
oltre a guadagnare somme incredibili sono, spesso, degli
incompetenti». Per quel che riguarda la seconda
mission Diliberto propone l'innalzamento
dell'obbligo scolastico per tutti a 16 anni, per poi
portarlo a 18 entro fine legislatura. Obbligo scolastico
- precisa - non formazione professionale che non serve a
niente e costituisce solo una fonte di reddito per
istituzioni pubbliche e private.
Riforme vere dunque. E per fare tutto questo serve più
sinistra. Più sinistra per bilanciare le spinte moderate
e neocentriste e l'offensiva dei poteri forti. Più
sinistra «per respingere l'attacco di un clericalismo
agguerrito». La strada imboccata con il Partito
democratico va esattamente nella direzione opposta.
«Sposterebbe la nostra coalizione su un asse moderato e
l'egemonia starebbe dalla parte più conservatrice».
A questa deriva
i Comunisti italiani non si rassegnano e rinnovano la
proposta a tutta la sinistra, a tutti i Ds e ai Verdi,
di «rimetterci insieme. E' la nostra proposta da anni.
Inascoltata per mere logiche di nicchia». Se poi il
Partito democratico dovesse andare avanti, «ci attende
un cimento ulteriore: che si avvii un processo di
aggregazione per ricomporre la sinistra che vuole
rimanere tale». La confederazione, per incidere davvero.
Per riportare alla politica il partito più grande nato
dalla fine del Pci: il partito dei senza partito. Non
solo, la confederazione servirebbe anche a restituire
dignità alla politica. «Un virus si è insinuato in tutti
noi. I partiti sono percepiti come luogo del malaffare e
dell'ammiccamento, dell'opportunismo, delle camarille in
cui tutti sono e appaiono uguali. Se vogliamo cambiare
l'Italia dobbiamo in primo luogo cambiare noi stessi»,
incalza Diliberto. Il Pdci ha già iniziato: dal rispetto
delle regole che prevedono massimo due mandati
parlamentari, alla non partecipazione alla lotta per le
poltrone governative, dalla scelta di portare in
Parlamento i lavoratori, e assieme ai lavoratori gli
intellettuali, alla scelta di un nuovo
linguaggio, libero dall'ipocrisia del politicamente
corretto. «A far rispettare le regole ci si fa un sacco
di nemici» dice il segretario. E un sassolino dalla
scarpa se lo leva. «Chi ha lasciato il partito perché
non ha ottenuto una poltrona è un bene che sia andato
via. Non ce ne facciamo niente». Perché il futuro del
partito sono i giovani, quelli che - come i vecchi
comunisti - vogliono un mondo migliore. E' a loro che
passerà il testimone e quel simbolo glorioso. «La storia
è un pagina bianca. Quando la riempirete siatene fieri».
Cinquemila bandiere ondeggiano per dire di sì.
Le foto della manifestazione

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