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90 esimo anniversario del PCI                                                                                                                                                                                                                 
 

 

 

Gennaio 1921 Fondazione del PCd’I. - Gennaio 2011 Le iniziative

 

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21 gennaio 2011 - A novant'anni dalla nascita del Pci

di Alexander Höbel

 

Novant’anni sono passati da quando, il 21 gennaio 1921, a Livorno, dalla scissione del Partito socialista nasceva il Partito comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale comunista. In questi decenni, in modo ricorrente si è cercato di mettere in discussione quella scelta, e con essa l’intera storia del PCI; un’operazione che dal 1990 in poi è diventata più insistente, più aggressiva, prendendo le forme dell’assioma che non ammette repliche. La damnatio memoriae a cui è stato condannato il PCI – anche da molti dei suoi ex dirigenti e intellettuali – è lo sfondo su cui si è articolata questa offensiva. Oggi, dopo vent’anni di ubriacatura neoliberista e di apologie del capitalismo, dinanzi alla crisi strutturale gravissima che torna a rivelare le contraddizioni di fondo del sistema, qualche dubbio torna a serpeggiare: forse quel PCI non era poi così male, forse nell’opera di distruzione del passato si è un tantino esagerato...
Proviamo allora ad accennare un piccolo gioco di storia “controfattuale”. Che cosa sarebbe stata la storia del nostro paese senza il Partito comunista? Ciò a cui si potrebbe aggiungere un’altra domanda: che cosa sarebbe stata se quel partito fosse esistito già nel 1919-20, e accanto all’esitante Partito socialista (che tende a ridurre le grandi lotte del Biennio rosso a una questione sindacale) vi fosse stata una forza rivoluzionaria, in grado di porsi alla testa di quelle lotte, consentendo magari alle avanguardie torinesi di rompere l’isolamento con un’offensiva diffusa nel Paese? Non a caso, è proprio l’insegnamento tratto da quei fatti che spinge Gramsci e gli ordinovisti torinesi ad affiancarsi agli astensionisti bordighiani nella conclusione che il PSI sia irrecuperabile e occorra costituire un Partito comunista.
Ma torniamo alla prima ipotesi – una storia d’Italia senza il PCI – e, parallelamente, al ruolo effettivamente giocato dal PCI nella storia. Nell’estate del 1921, mentre la violenza squadrista impazza da tempo, il Partito socialista propone e sigla coi fascisti un patetico “patto di pacificazione”, che ovviamente sarà stracciato dalle camicie nere quasi subito, ma che contribuisce a disarmare il proletariato, così come lo disarma il rifiuto della CGdL di indire un serio sciopero generale fino al ristabilimento dell’agibilità politica delle organizzazioni operaie. Sono le prove generali della resa incondizionata. I comunisti tentano di resistere, organizzano squadre di difesa proletaria (in Piemonte le coordina Luigi Longo), forse non colgono appieno le possibilità offerte dal movimento degli Arditi del popolo, ma pure affiancano a essi la propria iniziativa. E tuttavia, non trovando sponde quella azione nel resto del movimento operaio e delle forze democratiche, il fascismo giunge al potere, col sostegno attivo delle oggi tanto celebrate classi dirigenti liberali (e cattoliche). La coraggiosa presa di posizione di Matteotti, che gli costa la vita, giunge quando è ormai troppo tardi e non riesce a mutare il quadro. L’ennesimo appello di Gramsci allo sciopero generale, dopo la scoperta del corpo del leader socialista, cade nel vuoto. Il fascismo si trasforma apertamente in regime. I partiti vengono soppressi e di fatto cessano di esistere, la maggior parte dei dirigenti e dei quadri va in esilio; la CGdL – per decisione del gruppo dirigente riformista – decreta il suo auto-scioglimento, e mentre Buozzi fonda l’Ufficio di Parigi altri dirigenti come D’Aragona e Rigola pensano di trovare un nuovo ruolo nelle pieghe del corporativismo fascista. Eccettuati alcuni gruppi di anarchici, repubblicani, socialisti, i comunisti sono l’unica forza organizzata che rifiutano lo smantellamento dell’organizzazione operaia: tengono in vita il Partito, attraverso cellule di officina, di strada, di villaggio, gruppi femminili e gruppi giovanili, Soccorso Rosso ecc.; ricostituiscono la CGdL, anch’essa riorganizzata attraverso cellule clandestine attive in molte fabbriche; e poi, con la direttiva entrista che Togliatti lancia fin dal 1928, intuiscono che la lotta va portata avanti anche nei sindacati fascisti, poiché l’importante è non perdere i contatti con le masse lavoratrici e perché – come Togliatti argomenterà nelle Lezioni sul fascismo – l’irriducibilità delle contraddizioni di classe non tarderà ad aprire conflitti laceranti tra il regime e le sue basi di massa. Di fatto, senza la presenza dei comunisti, l’esperimento totalitario del fascismo e la costruzione del regime reazionario di massa non avrebbero avuto nessun efficace anticorpo.
Intanto l’elaborazione del Partito va avanti, con le Tesi di Lione si riflette sui caratteri della società italiana e sulla possibili “forze motrici” della rivoluzione nel nostro paese; con la straordinaria riflessione di Gramsci in carcere sulla strategia dell’egemonia e le vie della “rivoluzione in Occidente”, sulla necessità che il proletariato diventi classe dirigente nella società per porre le basi della sua trasformazione in classe dominante a livello dello Stato e del potere politico. Sul piano organizzativo, la svolta del 1929, per la quale si battono i giovani Longo e Secchia, riporta la gran parte dell’attività del Partito in Italia anche a livello di gruppi dirigenti, il Centro interno si affianca al Centro estero. È una scelta che avrà i suoi costi in termini umani, di militanti caduti, ma che assieme alla capacità di fare politica negli organismi di massa del regime, partendo dai bisogni materiali dei lavoratori per poi portare la lotta sul piano politico, consente non solo ai comunisti di rimanere ancorati al proletariato, ma anche di far maturare tra i lavoratori e nella società quegli anticorpi a cui si accennava e che emergeranno dopo il 25 luglio 1943, senza i quali la Resistenza sarebbe difficilmente spiegabile, così come l’egemonia comunista al suo interno. Senza quella presenza, senza quell’instancabile lavorio fatto nelle condizioni più difficili, quando tutto sembrava perduto, alla fine del fascismo avremmo avuto probabilmente un 25 luglio senza un 25 aprile, un colpo di Stato di palazzo e una crisi tutta interna alle classi dirigenti, a cui le masse popolari sarebbero rimaste estranee.
E invece le masse, grazie al PCI e alle altre forze del movimento operaio e della sinistra che intanto riprendono il proprio posto, si fanno protagoniste di quello straordinario fatto storico che è la lotta di liberazione; con la svolta di Salerno il proletariato e il suo principale partito si pongono apertamente come nuova classe dirigente del Paese, forti dell’insegnamento gramsciano e dell’intuizione togliattiana del partito nuovo. Sono la guerra fredda, l’anticomunismo costruito ad arte, la forza profonda delle classi dominanti, sostenute da uno schieramento che va dalla Chiesa cattolica agli Stati Uniti, che bloccano quel cammino. E tuttavia, nonostante la drammatica sconfitta del 1948, pazientemente, grazie al lavoro tenace di centinaia di migliaia di uomini e donne, e grazie alla direzione di uomini quali Togliatti, Longo e Secchia, si costruisce il partito, lo si radica nei luoghi di lavoro e nei territori, raggiungendo i due milioni di iscritti e una presenza capillare in tutto il Paese. È il capolavoro del partito di massa – di massa e di quadri –, che accanto alle potenzialità offerte dalla Costituzione rende possibile la strategia della democrazia progressiva, la costruzione di una democrazia sociale e di un’economia mista che possano aprire le porte alla trasformazione socialista. In questo quadro – e per molti versi grazie alla presenza del PCI – l’Italia diventa un laboratorio, nel quale la forza dei partiti di massa, la centralità di un Parlamento eletto col sistema proporzionale e vero specchio del Paese, un crescente ruolo dello Stato nell’economia e un alto grado di partecipazione democratica pongono le basi di sviluppi che soprattutto la guerra fredda, implicando il blocco del sistema politico, blocca.
La società italiana cresce e si trasforma, e il sistema politico non ne tiene il passo: la formula del centro-sinistra, nata per colmare il gap, segnata com’è dalla netta discriminazione anticomunista e dal tentativo di isolare il PCI, finisce per riproporre il problema in termini più accentuati, ciò che produce l’esplosione del 1968-69. E tuttavia anche in quegli anni, di immobilismo politico e “stabilità infeconda”, il PCI riesce a svolgere un ruolo di governo pur stando all’opposizione. Lungi dall’aver ostacolato le riforme come si è raccontato in questi anni, i comunisti non solo le rivendicano, premendo sul governo perché attui il suo programma, ma portano avanti un lavoro di elaborazione, dibattito e iniziativa politica su varie riforme (dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale all’equo canone, dalla “giusta causa” nei licenziamenti allo Statuto dei lavoratori), insistendo sulla necessità di garantire ai lavoratori e alle loro rappresentanze un ruolo di controllo e gestione nei vari enti da riformare o da istituire – istituti previdenziali, collocamento, unità sanitarie locali, RAI-TV ecc. È una linea che si affianca a quella del decentramento democratico e allo sviluppo delle autonomie locali (dalle Regioni ai consigli di quartiere), in una strategia che si potrebbe definire di democratizzazione avanzata dello Stato e della società, e che ha nella programmazione democratica dell’economia la sua proposta generale relativa allo sviluppo del Paese. È una battaglia che il PCI, ancora una volta isolato da varie altre forze della sinistra e del movimento operaio (ma non dagli ex azionisti che fanno capo a Parri, né dai socialisti di sinistra del PSIUP, né da molti cattolici del dissenso), non riesce a vincere, e tuttavia molte delle riforme varate in quegli anni e poi durante la solidarietà nazionale trovano la loro incubazione anche in quel lavoro politico fatto di elaborazione organizzata, mobilitazione di massa, attenta iniziativa parlamentare, che il PCI seppe sviluppare in quella fase.
La forza dei comunisti e del movimento operaio spaventò la grande borghesia, spaventò gli Stati Uniti e le forze più regressive della società e della politica italiana. La strategia della tensione mise in campo una serie di azioni, strutture e operazioni, tra cui le terribili stragi degli anni 1969-80, di una forza distruttiva tale che solo la forza conquistata nel Paese dal movimento dei lavoratori e dal PCI può spiegare. L’Italia degli anni ’70, della grandi avanzate sul piano sociale, civile e politico, non si comprende se si omette il ruolo del Partito comunista, come pure da più parti si tenta di fare. Semplicemente, senza il PCI non ci sarebbe stata quella “anomalia italiana” che ha tanto preoccupato il grande capitale, il quale ha lavorato a lungo per riportare il Paese nella “normalità”. Così come non si comprende, se si sottovaluta o si cancella questo fattore, perché la crisi della società italiana e del sistema politico procedano di pari passo con la crisi della prospettiva strategica del PCI, che si apre – io credo – a seguito del bilancio negativo dell’esperienza della solidarietà nazionale.
Proprio nel momento in cui la lunga accumulazione di forze e di consenso, il lungo cammino dell’egemonia avviato decenni prima, raggiunge il suo culmine, il mancato sblocco del quadro politico apre una crisi di fondo del Partito. Inizia allora una fase di disorientamento, a cui, dopo la morte di Berlinguer, si risponde col nuovismo, i riformismi più o meno “forti”, la mutazione genetica e poi – dopo l’89 – la liquidazione del PCI: un esito assolutamente non necessario, una scelta sciagurata che lascia il movimento dei lavoratori privo del suo maggiore punto di riferimento e lo rende sguarnito e fragile proprio nel momento in cui, con Tangentopoli, si manifestano tutti i guasti sistemici che i comunisti avevano a lungo denunciato, e che si sarebbero potuti affrontare solo rilanciando le riforme strutturali, il tema del controllo democratico e della finalizzazione sociale della spesa pubblica, della partecipazione dei lavoratori organizzati alla macchina dello Stato. E invece inizia la triste stagione delle riforme elettorali e istituzionali, che portano il Paese sempre più lontano dallo spirito (e anche dalla lettera) della Costituzione.
Che cosa sarebbe stata l’Italia senza il PCI lo vediamo oggi che il PCI non c’è più, nel momento in cui gli assi su cui si era costruito quel laboratorio di democrazia sociale che è stata l’Italia repubblicana sono stati abilmente distrutti: i partiti di massa, un sindacato conflittuale, la centralità del Parlamento, il sistema proporzionale, un modello di democrazia partecipata e diffusa. Il disegno della P2, la cui realizzazione fu avviata da Craxi e dai suoi alleati del CAF (Andreotti e Forlani), è stata poi portata avanti da Berlusconi e da ampi settori del grande capitale, peraltro non privi di agganci anche nello schieramento di centro-sinistra.
E tuttavia, proprio il modello neocorporativo che avanza, in cui si tende a cancellare il conflitto o quanto meno a negargli rappresentanza, e dall’altra parte le condizioni sempre più dure di lavoratori e precari dinanzi alla crisi economica, tornano a porre il tema del Partito comunista, della ricostruzione di un soggetto politico che, a partire dalle forze organizzate esistenti che si richiamano a quella storia e a quella cultura, si faccia carico, nelle condizioni difficilissime di oggi ma con la forza che deriva da quell’immenso patrimonio, di tentare un nuovo inizio. (www.lernesto.it 21 gennaio 2011)

 

 

Gennaio 1921 fondazione del PCd’I. - 2007  I comunisti ci riprovano

 

di Sergio Ricaldone

 Sono passati 86 anni dal quel lontano 21 gennaio quando al teatro S. Marco di Livorno un folto gruppo di delegati usciti dal Partito Socialista, fondarono il Partito comunista d’Italia. Esattamente tre anni e due mesi dopo la Rivoluzione d’ottobre. Dunque un partito figlio legittimo ed espressione dei “dieci giorni che sconvolsero il mondo”, e membro a pieno titolo delle terza Internazionale, come lo sono stati tutti i partiti comunisti fondati negli anni 20 in molte regioni del pianeta.  E’ appunto in quegli anni che lo “spettro” evocato da Marx nel 1848 si materializza e diventa l’animatore possente di un movimento operaio maturo che, con la sapiente regia creativa di Lenin, dilaga e fa barcollare, per la prima volta nella storia, i santuari del potere imperialista. 

Fuori da quella sequenza temporale di eventi storici e senza il robusto filo conduttore, di autentico acciaio, che li mantenne saldamente legati ad una comune prospettiva di cambiamento rivoluzionario è difficile immaginare come avrebbe potuto nascere e vivere un partito comunista. 

Appare penosamente triste il mea culpa di alcuni pentiti che oggi riscattano i loro immaginari sensi di colpa raccontandoci un PCI diverso, separato dalle sue radici e quindi estraneo alla lunga stagione di tragedie provocate dall’assedio politico e militare imperialista degli anni 30, deciso a stroncare con qualsiasi mezzo il primo tentativo di rivoluzione socialista della storia. Non poteva essere diverso e separato da quel contesto un partito nato in anni cruciali della storia d’Italia e i cui militanti hanno dovuto sostenere, fin dal primo momento, uno scontro di classe durissimo contro un padronato biecamente reazionario deciso a stroncare con la repressione dello stato borghese e la violenza dello squadrismo fascista ogni forma di resistenza operaia e bracciantile e a restaurare, complice la squallida monarchia dei Savoia, una forma di potere assoluto del capitalismo industriale ed agrario. La natura leninista del partito fu in ogni caso sanzionata, dopo un lunga e lacerante battaglia interna, dalla sconfitta della componente settaria e avventurista di Amedeo Bordiga e dalla vittoria di Ordine Nuovo, diretta da Antonio Gramsci, impegnata nella costruzione di una linea politica e di una prospettiva in grado di reggere uno scontro di classe che, dopo il riflusso dell’ondata rivoluzionaria in Europa, si andava profilando di lunga durata, il che richiedeva ai militanti intelligenza politica e sacrifici enormi imposti dalla clandestinità, dal carcere, dall’esilio forzato. Quali grandi imprese abbia saputo compiere questo partito al servizio della classe operaia e del paese e quale lungimiranza politica abbiano mostrato i giganti che lo hanno guidato negli anni più duri e difficili – Gramsci, Togliatti, Longo, Secchia - è storia largamente conosciuta, né si può tentare di riassumerla in queste brevi note. Né vale la pena di indugiare su come e perché il gruppo di carrieristi rinnegati che ne assunsero la direzione a metà degli anni 80 abbiano deciso di infliggere al PCI un colpo mortale alla Bolognina. Anche questa è storia conosciuta.

 Passato e presente: le due versioni revisioniste del neocomunismo italico

 La ricorrenza del 21 gennaio è una buona occasione per parlare del presente e per osservare con quali approcci e sentimenti contrastanti la vivono oggi i gruppi dirigenti dei due partiti che in Italia ancora si richiamano, almeno nel nome e nel simbolo, al comunismo. Ad esempio il tema scelto dal PdCI per celebrare l’anniversario, sembra voler rivendicare una condivisibile continuità con la storia del comunismo italiano. Sembra.  Ma se si rileggono le nette prese di distanza da quella storia pronunciate, in tempi recenti, dal più autorevole dei suoi fondatori, Armando Cossutta, qualche dubbio sull’uso strumentale di questa celebrazione è più che lecito.  Ma anche l’itinerario politico attuale scelto dal suo segretario Diliberto lascia trapelare qualche interrogativo sulla opportunità, o meno, della scissione di Livorno del 1921. Ossia, era necessaria o si poteva evitare?  Rimettere in discussione oggi, nel 2007, una scelta di quella natura strategica, che ha pesato e segnato per molti decenni la storia del movimento operaio italiano ed il suo ruolo egemone nelle grandi lotte sociali e politiche del secolo scorso, lascia supporre che lo scopo di questa pur lecita critica storica risponda al fine odierno della leadership dei Comunisti italiani di ricongiungersi in qualche modo a quel che resta della componente socialdemocratica di sinistra del Correntone che tenta di sopravvivere di vita propria alla inarrestabile deriva liberal dei DS e del futuro PD. Insomma, una sorta di alibi a supporto di un’operazione che riscopre i valori della vecchia casa madre socialista. 

Nell’altro partito che si richiama al comunismo, "Rifondazione", il gruppo dirigente di maggioranza, se la cava ignorando tranquillamente la storica data, collocandosi perciò in perfetta continuità con l’opera di demolizione compiuta da Fausto Bertinotti di tutta la storia secolare del comunismo mondiale, PCI incluso, e di tutte le rivoluzioni e i grandi movimenti di liberazione che quel movimento ha ispirato. 

Tra le rimarchevoli eccezioni al dilagante oblio revisionista, segnaliamo quella dell’area critica Essere Comunisti che il 21 gennaio a Livorno, cercherà di ricordare al meglio quanto gli artefici di quella scissione abbiano pesato sulla storia del nostro paese e come il partito diretto da Gramsci e Togliatti abbia saputo far diventare il movimento operaio italiano soggetto politico trainante della Resistenza antifascista e delle grandi lotte di massa che hanno spianato la strada alle importanti conquiste sociali e politiche ispirate dalla Costituzione repubblicana. Conquiste messe a rischio – guarda caso, dopo la liquidazione del PCI - dal progressivo declino dei movimenti di lotta nei punti cruciali del loro insediamento, le fabbriche.  Ma anche questa importante iniziativa di Essere Comunisti, pur essendo stata promossa nel segno di una doverosa continuità critica con la storia del comunismo novecentesco, appare troppo ripiegata dentro il partito di appartenenza, quasi a segnare l’esclusiva di un patrimonio di militanza politica che non può avere altri sbocchi e interlocutori possibili fuori dal PRC. 

La questione comunista come si ripresenta nel 2007

 Speriamo che la celebrazione del 21 gennaio sia l’occasione per far riemergere il tema centrale che assilla oggi tantissimi compagni, ovunque collocati, che si interrogano su come ricominciare e con chi riproporre all’o.d.g. la “questione comunista”. E’ un tema tremendamente complesso e difficile. La vittoria del “pensiero unico” in questa parte del mondo ha fatto terra bruciata dei grandi ideali che hanno sorretto per un secolo le grandi battaglie politiche e sociali del movimento operaio e una “terra promessa” da cui ripartire non esiste. Ovunque si volga lo sguardo il panorama politico della sinistra di classe in Italia appare desolante. Alla nostra destra ci sono due sedicenti partiti comunisti, "Rifondazione comunista" e i Comunisti italiani. Sebbene concorrenti, risulta evidente che, sia pure con percorsi diversamente modulati, corrono entrambi su binari paralleli verso una sola destinazione finale, l’uscita a destra dal comunismo. La linea liquidatoria dei gruppi dirigenti ha vinto. In tale contesto non possiamo negare che il contributo distruttivo di Fausto Bertinotti è stato determinante.  E’ stato un susseguirsi di condanne e di rotture storiche e politiche con i quattro punti cardinali del comunismo, quello di ieri e quello di oggi. Dopo che Romano Prodi, in un momento di sincerità, ha definito “folkloristico” il comunismo bertinottiano, ogni altro commento ci sembra superfluo. Per contro alla sinistra di questi partiti abbiamo una frammentazione di gruppi, di sigle, di siti, di liberi pensatori e di “andati a casa” che non offrono speranze di aggregazione, se non attraverso future iniziative mirate, per ora pressoché inesistenti. 

E’ comprensibile che di fronte a questo poco incoraggiante scenario lo stato d’animo di molti compagni sia uguale a quello di Noè quando Dio gli comunica le previsioni meteorologiche. Il guaio è che non esistono soluzioni semplici o scorciatoie per uscire da questa situazione. Ciascuno deve fare la sua parte sollevando lo sguardo e allargando il campo visivo oltre gli steccati che delimitano i partiti, le correnti e i gruppi dentro i quali ciascuno milita. 

Dobbiamo cominciare a chiederci se, insieme alla sacrosanta battaglia politica che ognuno deve condurre all’interno del proprio partito per contrastare la deriva liquidatoria, non sia anche necessario mettere a punto un progetto politico di più ampio respiro che rimetta al centro la “questione comunista”. Questo era e rimane un tema più che mai aperto che richiede, oltre che la prosecuzione della battaglia interna, anche una proiezione esterna delle iniziative politiche che abbia come finalità la ricomposizione e l’unità dei comunisti diversamente collocati o dispersi. 

Chi sono, quanti sono, dove sono? E’ ancora presto per azzardare statistiche. Però basta pensare alle decine di migliaia di compagni transitati per brevi soggiorni in "Rifondazione" e nei Comunisti italiani, e poi usciti, per capire quale ampiezza possa avere oggi in Italia il bacino di utenza di un futuro soggetto comunista. Il che non significa affatto che siano maturi i tempi per una scissione tipo Livorno 1921 e chi sogna di poter bruciare le tappe fondando il piccolo partitino dei duri e dei puri compie un errore colossale. Ci sono tempi e passaggi politici da rispettare. 

Ciò che occorre ora è l’apertura di un processo di ricomposizione unitaria della sinistra marxista che abbia come base minima la elaborazione di una piattaforma programmatica comune che unisca tutte le forze di sinistra alternativa – al diavolo l’alternanza! - senza preclusioni verso le aree critiche presenti nei partiti di sinistra, le associazioni culturali, i movimenti pacifisti e antimperialisti, ecc.  All’interno di questo processo l’unità dei comunisti va perseguita come elemento centrale, la cui valenza si proietta oltre la nozione di unita delle sinistre e mira, nei tempi necessari, alla ricostruzione di una forza comunista organizzata

Forza e vitalità del comunismo contemporaneo 

Abbiamo le carte in regola per respingere la caricatura di chi ci dipinge come dei nostalgici, residuali di una storia politica ormai morta e sepolta. Si dà il caso che quel che rimane di quella esperienza targata comunismo stia mostrando, dopo la sconfitta degli anni 90, una tale, rinnovata presenza nel mondo contemporaneo che rende assai difficile ignorarne l’esistenza. Dalla Cina al Vietnam, da Cuba al Venezuela, dall’India al Sudafrica i comunisti stanno provando e riprovando a ricostruire, in versioni profondamente rinnovate, nuovi modelli di sviluppo e di trasformazione economica, sociale e politica che superano in positivo le esperienze del 900. Senza emettere condanne, senza rotture e senza imporre modelli a nessuno. La prassi rivoluzionaria e la creatività di ascendenza marxista e leninista rimane il filo conduttore delle profonde innovazioni in atto.

La celebrazione del 21 gennaio offre a tutti noi, con la sua forte valenza simbolica, lo stimolo per riaprire una discussione tra i comunisti, per ragionare sulla validità o meno dei quattro punti base su cui si è basata l’autonoma esistenza di una forza comunista organizzata che proviamo a riassumere in modo un po’ grossolano: 1) Un solido impianto teorico che tracci la prospettiva strategica del socialismo come sbocco finale del conflitto capitale-lavoro, che abbia come filo conduttore l’analisi critica, non distruttiva, di tutte le esperienze rivoluzionarie fin qui compiute dal movimento operaio, con l’obbiettivo ambizioso di rompere l’accerchiamento del pensiero unico, di riproporsi l’obbiettivo dell’egemonia, di ridare lo slancio e la fiducia di poter cambiare il mondo che già in passato ha permesso al movimento operaio di compiere imprese ritenute impossibili. 2) Un programma politico adeguato alla fase di coesistenza conflittuale con il potere del capitale (fase comunemente chiamata di transizione). Un programma tatticamente flessibile, il cui obiettivo è di espugnare, con le lotte e le riforme, posizioni più avanzate socialmente, facendo leva sulla centralità del lavoro salariato e su un sistema di alleanze il più ampio possibile. 3) Il partito concepito come avanguardia del mondo del lavoro e perciò radicato e strutturato nell’industria, nei trasporti, nell’energia, nei servizi e nei settori che oggi rappresentano gli insediamenti della classe operaia postfordista. 4) Il partito concepito come parte integrante di un movimento internazionale che comprenda in primo luogo i partiti comunisti, ma anche i movimenti antimperialisti e le entità statuali che si oppongono al dominio unipolare dell’imperialismo americano. 

La grande sfida

 Sicuramente occorreranno anni di paziente lavoro per ricomporre la diaspora comunista in Italia, ma credo che in assenza di uno solo di questi quattro punti sia difficile immaginare l’esistenza di un partito comunista. Ci sono ovviamente altri modi dignitosi e rispettabili di praticare le idee comuniste.  Il più semplice è quello di operare come gruppi di marxismo critico in modo autonomo, oppure utilizzando l’ospitalità, o vivendo nel cono d’ombra di grandi partiti socialdemocratici o laburisti. Nel mondo anglosassone è una scelta che si trascina da quasi un secolo, fin dai tempi di Lenin. E ci ha fatto conoscere intelligenze di primissimo piano. Però è difficile che da questi gruppi di marxismo critico esca un vero e proprio partito comunista. Noi vogliamo molto di più.  Ma quello che ci aspetta non è una gratificante escursione accademica su ciò che eravamo, bensì una impegnativa scalata di sesto grado superiore (con qualche passaggio “abominevole”, come si dice in gergo alpinistico), che dovremo affrontare nella piena consapevolezza dei nostri limiti attuali. E anche dei tempi che saranno necessari per osservarla e studiarla questa enorme parete rocciosa che noi chiamiamo “prospettiva comunista”, per individuarne i percorsi e i passaggi più difficili. Ma prima o poi dovremo cominciare a scalarla questa parete, con la tenacia di chi intende interrogarsi non più con i dogmi e la nostalgia, ma con il grande potenziale creativo del marxismo e del leninismo, ma anche con la modestia di chi, vivendo continue contraddizioni quotidiane, non ha risposte né semplici né immediate. 

Viviamo una fase difficile per le forze rivoluzionarie. La tigre imperialista è ancora molto forte ed aggressiva e sempre pronta a colpire ovunque con ferocia e furia distruttiva. Ma le sue unghie cominciano a mostrare i segni dell’usura e i suoi ruggiti stanno perdendo di efficacia. Il nostro sito Resistenze propone in continuazione notizie e documenti di partiti e movimenti della sinistra da ogni parte del mondo che inducono ad un ragionevole ottimismo. Non siamo all’anno zero. Possiamo, dobbiamo riprovarci.(www.resistenze.org 21.1.2007)

 

 

21 gennaio 2007 - Roma - Manifestazione nazionale PdCI

 


«Siamo qui non per celebrare, non per guardare al passato, ma, viceversa, per volgere lo sguardo al futuro. Orgogliosi della nostra storia, delle nostre radici» dice Oliviero Diliberto di fronte a migliaia di militanti. Cinquemila persone, cinquemila bandiere rosse che sventolano nell'arena del teatro Tendastrisce di Roma. E' sicuramente la più grande manifestazione del Pdci dalla sua nascita.
C'è nell'aria l'orgoglio di avercela fatta, di aver sfidato tutto e tutti nella costruzione, nel terzo millennio, di un nuov
o partito comunista. Il Tendastrisce è pieno come un uovo.

Deve essere difficile per Lucia Ioime iniziare con la presentazione davanti a una platea così gremita e festante; anche se, a ben vedere, non si lascia prendere dall'emozione e comincia col ricordare uno dei motivi (e sono tanti) per i quali, a 86 anni dalla fondazione del Pci, c'è ancora bisogno dei comunisti: la sicurezza sul lavoro. Lucia offre un tributo alla memoria di due operai, Andrea Guaita e Riccardo
Azzoni che hanno perso la vita nell'ultimo incidente mortale sul lavoro, mostrando quanto sia ancora necessario l'impegno di chi, come i Comunisti italiani, si batte per la sicurezza dei lavoratori.

Dopo la toccante introduzione, Roberto Mastrantoni, presidente del VII municipio di Roma (quello che ospita il Tendastrisce), fa gli onori di casa. «Sui giornali - dice Mastrantoni - si legge che il Pdci è un partito in crescita di consensi elettorali. Ma quello che non dicono è che il partito cresce anche nella società, riesce a proporsi come un interlocutore per le richieste dei cittadini». Questo, secondo Roberto, è possibile perché i Comunisti italiani raccolgono l'eredità del Pci anche nei modi di affrontare i problemi: «Ricordo bene le riunioni del Pci dove si iniziava a parlare di politica internazionale per arrivare, con la stessa attenzione, a trattare anche le questioni locali».

E sull'importanza dell'eredità del Pci inizia anche l'intervento del professore Luciano Canfora: «Oggi non ci siamo riuniti per celebrare un partito che non c'è più da 15 anni, ma per riflettere su ciò che quell'esperienza ci ha insegnato». Nel ripercorrere la storia del Pci, «che è storia di cambiamento», Canfora si sofferma sulla figura di
Antonio Gramsci: «Dalla nascita del partito, nel 1921, al congresso di Lione, nel '26, con la sua intelligenza Gramsci riuscì a conquistare il consenso attorno all
e proprie tesi politiche» che costituiscono ancora oggi un importante spunto di riflessione. Canfora, davanti a una platea appassionata e attenta, spiega che ci sono due linee lungo
le quali si è sviluppata negli anni l'analisi del pensiero gramsciano: da una parte la necessità di conciliare il comunismo italiano con il marxismo e il leninismo, e dall'altra «un'operazione politicamente discutibile, quella che ha posto enfasi sulle specificità delle teorie di Gramsci sottolineando le differenze con l'esperienza sovietica».

«La Rivoluzione russa fu condotta da uomini convinti che il capitalismo avesse raggiunto la maturazione sufficiente per il suo superamento», e Gramsci, animato dalla stessa convinzione, «spese la propria vita ragionando sulle vie per realizzare il socialismo».
Partendo da queste considerazioni il professore stimola la riflessione con due domande: «Che altra scelta avevano i rivoluzionari russi? Perché Gramsci è ancora importante?». La risposta alla prima domanda ci riporta alle origini della lotta che ancora oggi i comunisti combattono: «L'imbarbarimento del conflitto di classe - spiega Canfora - nasce in quel periodo, e quegli uomini decisero di dare subito una risposta decisa». Sul il secondo quesito sono diversi i motivi dell'attualità del pensiero gramsciano; il professore ne sceglie uno che suona da messaggio per chi, pretendendo di rifarsi all'eredità di Gramsci, ne distorce il pensiero per i propri interessi politici: «In un suo scritto Gramsci fa un'analisi del trasformismo criticando le operazioni con cui il neo-guelfismo, il mazzinismo e il cavourismo si sono tutti trovati a convergere al centro. Dubito - conclude Canfora - che un uomo capace di una simile analisi oggi avrebbe potuto accettare la nascita del Partito democratico».

Sul palco sale poi Patrizia Lotti, che con la sua testimonianza di anni di lavoro con contratti a termine è la dimostrazione di quanto sia fondamentale continuare nella lotta contro il precariato. «La stabilizzazione dei lavoratori del pubblico impiego, per cui il Pdci si è impegnato, è un'importante conquista -
dice Patrizia - ma dobbiamo spingere perché anche nel privato si ottenga lo stesso risultato».

Anche tra i giovani e nelle scuole c'è bisogno dei comunisti, e a ricordarlo è il giovanissimo Alessandro Mustillo, presidente della Consulta provinciale degli
studenti di Roma: «In uno scenario in cui il neo-liberismo detta legge anche nella scuola, con riforme che portano a un sistema in cui chi ha i soldi può studiare e gli altri devono accontentarsi della "formazione professionale", è fondamentale la presenza dei comunisti per riaffermare il principio che l'istruzione non può essere un privilegio».

Nel salire sul palco, al segretario brillano gli occhi dalla gioia. E ringrazia tutti i compagni che hanno contribuito, il più delle volte nell'ombra, a costruire questo evento; a partire da Alessandro Pignatiello, coordinatore del dipartimento Organizzazione del Pdci, che ha seguito passo passo la realizzazione dell'iniziativa. Le ragioni della soddisfazione ci sono tutte. Basta guardare i numeri: gli iscritti hanno sfondato quota 40mila, oltre 10mila tessere nel 2006, 6mila gli aderenti all'organizzazione giovanile, la Fgci. E poi i risultati elettorali, in cui «dal 2001 ad oggi siamo sempre andati avanti»: avanti alle politiche dove si è passati da 600mila voti a 900mila; avanti in Molise, dove, unico partito del centrosinistra, il Pdci non solo va avanti, ma conquista un consigliere. Segno della salute del partito, segno della validità della linea politica che si
fonda sul binomio unità-diversità. «Fuori dal centrosinistra - sottolinea il segretario - non c'è salvezza per la democrazia e per le classi popolari. La destra è l
acerata e divisa, ma ancora forte».

Unità dunque, perché nel Paese ci sono «forti e preoccupanti sacche di conservatorismo»; unità perché tra le forze dell'Unione c'è un dato di fondo, un insieme comune di valori: «sono le eredi di quelle che hanno combattuto il fascismo, di quelle che hanno scritto insieme la Costituzione repubblicana». Il senso forte dell'unità «ce lo portiamo
appresso dalla nascita, da quel cupo ottobre del 1998», quando, per la scelta di Bertinotti, cadeva il primo governo Prodi. Un'unità non solo declamata ma praticata, ci tiene a precisare Diliberto che ricorda come «siamo stati i soli a non candidarci alle primarie in contrapposizione a Prodi». Ma unità non è, non può essere, omologazione, e meno che mai subalternità. «Siamo e saremo leali al governo, ma non schiacciati su di esso» scandisce tra gli applausi.
«La nostra gente ci chiede: "non litigate, state uniti", ma ci chiede anche la discontinuità, di abolire la legge 30, di restituire ai lavoratori e ai pensionati quel che gli è stato tolto in questi anni. La nostra gente ci chiede la pace».


Occorre allora premere, «portare il conflitto anche nella maggioranza, se vogliamo ottenere risultati». Perché se è vero che il governo «è oggi l'equilibrio più avanzato possibile», è altresì vero che lacune ed errori non mancano. A partire dall'ultimo in ordine di tempo, la decisione di dare disco verde all'allargamento della base americana di Vicenza. «Noi non ci stiamo - e un boato attraversa il teatro - Si tratta di una scelta che non solo ferisce la sovranità nazionale, ma è anche assai pericolosa per la sicurezza». A Prodi, che ha sostenuto che non si possono non rispettare i patti presi dal precedente governo, Diliberto ricorda «con tutto il rispetto che è esattamente il
contrario. Noi siamo in Parlamento e al governo del Paese proprio per ribaltare gli impegni presi da Berlusconi, per cancellare le leggi vergogna». Dal palco Diliberto lancia una mobilitazione nazionale contro le basi Usa. Vicenza e l'Afghanistan sono due facce di una stessa medaglia. Sull'Afghanistan i Comunisti italiani chiedono di discutere, di riconsiderare la presenza delle nostre truppe. Serve un forte segno di discontinuità in vista del rifinanziamento della missione. «Io non voglio nella maniera più assoluta far cadere il governo, ma spero che il governo non voglia far cadere sé stesso. Dico questo per aiutare il governo, non per indebolirlo. Siamo alla vigilia di elezioni importanti e il rischio è che torni l'astensionismo di sinistra».

Il rispetto del programma è la condizione prima. «Il programma è stato sottoscritto da tutti, è su quello che abbiamo preso i voti che ci hanno mandato al governo. Qualcuno vuole aumentare l'età pensionabile?
Lo doveva dire prima agli elettori, visto che nel programma non c'è scritto nulla. Possibile - incalza Diliberto - che su centinaia di pagine di programma vadano a cercare proprio una cosa che non c'è?».
Conclusione: «siamo lontani dall'andare incontro alle richieste e alle aspettative di chi ci ha votato, di chi ha pagato sulla propria pelle i cinque anni terribili del centrodestra». Richieste, verrebbe da dire, di assoluto buon senso. Richieste riformiste. E infatti Diliberto smonta la visione caricaturale della sinistra italiana tra presunti riformisti e presunti radicali. «Riformisti vuol dire tutto e nulla. Il nodo è quali riforme e a favore di chi. I riformisti sono quelli che i diritti li allargano, non quelli che li restringono».

Il Pdci accetta la sfida sul terreno delle riforme. Un guanto che lancia ai moderati dell'Unione. Due le proposte che Diliberto sottopone a tutta la coalizione, due le «missioni»: una lotta alla povertà, alle ingiustizie e, simmetricamente, ai privilegi, e una gigantesca opera di investimenti nella scuola, nelle università, nella ricerca. «Dobbiamo aumentare le pensioni minime e porre la questione salariale al centro del dibattito politico. Occorre, al contempo, ridurre drasticamente le retribuzioni dei manager pubblici, che oltre a guadagnare somme incredibili sono, spesso, degli incompetenti». Per quel che riguarda la seconda mission Diliberto propone l'innalzamento
dell'obbligo scolastico per tutti a 16 anni, per poi portarlo a 18 entro fine legislatura. Obbligo scolastico - precisa - non formazione professionale che non serve a niente e costituisce solo una fonte di reddito per istituzioni pubbliche e private.
Riforme vere dunque. E per fare tutto questo serve più sinistra. Più sinistra per bilanciare le spinte moderate e neocentriste e l'offensiva dei poteri forti. Più sinistra «per respingere l'attacco di un clericalismo agguerrito». La strada imboccata con il Partito democratico va esattamente nella direzione opposta. «Sposterebbe la nostra coalizione su un asse moderato e l'egemonia starebbe dalla parte più conservatrice». A questa deriva i Comunisti italiani non si rassegnano e rinnovano la proposta a tutta la sinistra, a tutti i Ds e ai Verdi, di «rimetterci insieme. E' la nostra proposta da anni. Inascoltata per mere logiche di nicchia». Se poi il Partito democratico dovesse andare avanti, «ci attende un cimento ulteriore: che si avvii un processo di aggregazione per ricomporre la sinistra che vuole rimanere tale». La confederazione, per incidere davvero. Per riportare alla politica il partito più grande nato dalla fine del Pci: il partito dei senza partito. Non solo, la confederazione servirebbe anche a restituire dignità alla politica. «Un virus si è insinuato in tutti noi. I partiti sono percepiti come luogo del malaffare e dell'ammiccamento, dell'opportunismo, delle camarille in cui tutti sono e appaiono uguali. Se vogliamo cambiare l'Italia dobbiamo in primo luogo cambiare noi stessi», incalza Diliberto. Il Pdci ha già iniziato: dal rispetto delle regole che prevedono massimo due mandati parlamentari, alla non partecipazione alla lotta per le poltrone governative, dalla scelta di portare in Parlamento i lavoratori, e assieme ai lavoratori gli intellettuali, alla scelta di un nuovo linguaggio, libero dall'ipocrisia del politicamente corretto. «A far rispettare le regole ci si fa un sacco di nemici» dice il segretario. E un sassolino dalla scarpa se lo leva. «Chi ha lasciato il partito perché non ha ottenuto una poltrona è un bene che sia andato via. Non ce ne facciamo niente». Perché il futuro del partito sono i giovani, quelli che - come i vecchi comunisti - vogliono un mondo migliore. E' a loro che passerà il testimone e quel simbolo glorioso. «La storia è un pagina bianca. Quando la riempirete siatene fieri». Cinquemila bandiere ondeggiano per dire di sì.

 

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