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Antifascismo                                                                                                                                                                                                            pagina 4
   

Antonio Gramsci -  La città futura, 1917

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti.
Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

 La poesia di Pier Paolo Pasolini "Le ceneri di Gramsci"

 

   

 

Minacce al segretario PdCI di Verona

(DIRE) Roma, 13 dic. - Minacce neofasciste al segretario cittadino di Verona del Pdci, e i comunisti dicono: "e' colpa del sindaco Tosi".
"Non e' possibile- spiega in una nota Alessandro Pignatiello della segreteria del partito di piazza Augusto Imperatore- che il clima di razzismo e di intolleranza instaurato dal sindaco di Verona, il leghista Flavio Tosi, debba poi sfociare in violenze contro esponenti politici di sinistra. Al responsabile cittadino del Pdci di Verona, Graziano Perini, dopo un'aggressione da parte di elementi neofascisti al figlio, militante nel nostro partito, e una serie di scritte intimidatorie sui muri della citta', la Questura ha deciso di mettere sotto sorveglianza la casa".
Secondo Pignatiello "l'intollerabile clima di tensione" in citta' nasce "prima di tutto dagli atteggiamenti di intolleranza di Tosi".
"Oliviero Diliberto- prosegue Pignatiello- ha gia' denunciato l'accaduto al ministro degli Interni Giuliano Amato chiedendo tutela. Severino Galante, coordinatore della segreteria del Pdci, ha presentato un'interrogazione urgente alla Camera sull'accaduto e oggi tutti i segretari del centrosinistra di Verona, sono stati ricevuti dal Prefetto".
Secondo Pignatiello "non e' possibile che, solo per l'irresponsabilita' del sindaco, Verona debba tornare a un clima anni 70 e si crei un clima di violenza, che credevamo morto e sepolto, contro chi ha il solo torto di essere comunista e di testimoniare la sua battaglia con la militanza politica. Perini e la sua famiglia sappiano che non sono soli- conclude l'esponente comunista- e che tutte le misure per la tutela della loro incolumita' saranno prese".
 

Giustizia italiana

 

di Stefano Ghio

Nel giorno in cui si svolge lo sciopero generale per la sicurezza a Torino, a seguito della strage di operai alla Thyssenkrupp, un'altra notizia riempie le cronache dei quotidiani, seppur ovviamente in tono minore: il tribunale di Torino ha condannato undici antifascisti a pene che variano da otto mesi ad un anno e otto mesi per i fatti di via Po del giugno 2005.

I fatti raccontano di una manifestazione nel centro cittadino - il 18 giugno - per denunciare l'aggressione fascista, avvenuta l'11 dello stesso mese, al Barocchio Squat di Grugliasco che ha portato al ferimento di due occupanti - di cui uno, colpito da più coltellate alla gola, salvo per pura coincidenza - sfociata in una carica - improvvisa, violentissima ed immotivata - da parte delle "forze dell'ordine" contro il corteo, fino a quel momento assolutamente pacifico.

Per reazione, alcuni compagni si sono attivati per cercare di arginare la violenza cieca dei "difensori dell'ordine pubblico" attraverso la costruzione di piccole barricate improvvisate - fatte di materiali presi dai dehors dei bar della zona e da cassonetti dell'immondizia incendiati - che permettessero una ritirata più o meno ordinata agli antifascisti.

La giornata finisce con gli arresti di undici compagni per i quali il pm Marcello Tatangelo vorrebbe, queste sono le sue richieste sin dalla prima udienza, infliggere pene pesantissime per i reati di "devastazione e saccheggio", oltre che per quelli di "resistenza e lesioni a pubblico ufficiale".

Ieri si è avuta la sentenza, che smonta in parte il castello accusatorio del pm: il giudice, infatti, ha riconosciuto gli squatters colpevoli solo di "resistenza e lesioni", riportando così, almeno in parte, la giustizia borghese sulla retta via.

Diciamo in parte perché ci chiediamo che razza di paese sia quello nel quale i fascisti assaltano impunemente un posto con il chiaro intento di uccidere dei compagni e le "forze dell'ordine", insieme con il loro sistema giudiziario asservito al sistema borghese, si accaniscono contro questi ultimi, rei solo di cercare i colpevoli dell'infame aggressione, senza preoccuparsi minimamente di individuare quei "bravi ragazzi rasati con i coltelli".( Linea Rossa Genova 11 dicembre 2007)
 

Benedetto vive

 

La sera del 28 novembre del 1977 a Bari perdeva la vita sotto i colpi di una squadraccia fascista composta da militanti del MSI, Benedetto Petrone, detto Benny, operaio diciottenne iscritto alla FGCI. Ad ucciderlo i terribili colpi inferti con mazze, cacciaviti e coltelli dai vigliacchi fascisti. Il dolore e la rabbia che all’epoca questa morte suscitò aprirono una ferita nella città, che ancora oggi fatica a rimarginarsi.

Il riacutizzarsi di episodi di chiaro stampo squadrista, che si traducono in minacce, pestaggi, ormai all’ordine del giorno, riportano alla luce l’orrore e lo sgomento  di quei tristi giorni di 30 anni fa. E’ con uno spirito di rinnovamento, di speranza e di fiducia che tutta la Bari antifascista si riverserà nelle strade, nelle piazze, il prossimo 28 novembre. Per non dimenticare, per dare vita ad un unico grido di denuncia contro ogni forma di fascismo, da quello più esplicito e bestiale a quello più subdolo e silente. E per portare avanti quegli ideali di uguaglianza e giustizia per cui fu disposto a dare la vita Benedetto. Un compagno, un fratello, un uomo ancora presente nei nostri ricordi e nei nostri cuori. (www.fgci.it)

 

 

28 novembre, bandiere rosse al vento

  di Pino del Luca

............ La memoria corre all’indietro, a quella sera e ai giorni successivi. Sono del 1958, Benny era del 1959. Lui era un ragazzo di Bari vecchia e io un ragazzo della provincia di Brindisi, studente fuori sede che, nei pressi di Bari Vecchia, aveva trovato alloggio (via Carducci). Ricordo quella sera che poco dopo le otto mi recai a Piazza Massari sentendo i rumori che il movimento di numerosi giovani della casa dello studente facevano passando vicino al tugurio che avevo eletto a mio luogo di residenza. Seppi immediatamente il fatto e immediatamente con altre compagne e compagni riflettemmo che doveva succedere prima o poi.

Erano giorni tesi quelli, molto tesi. Vi erano luoghi nei quali era proibito passare. Piazza San Ferdinando, Via Sparano erano off limits per i “compagni” o anche per quelli che non erano visibilmente “camerati”. Vi erano sezioni del MSI che organizzavano raid in tutta la città con squadre di picchiatori e criminali professionisti. Vi erano anche grandi movimenti a sinistra e compagni che non temevano affatto le squadre fasciste e io, d’istinto, fra quelli scelsi di andare.

Poi la manifestazione, gli scontri con la polizia, l’assalto alla sede del MSI. Quella Bari operaia della quale scrive Franco fu messa a dura prova in quelle settimane e quei mesi. La città visse momenti difficili, la sinistra visse momenti difficilissimi. La sinistra di Bari, la sinistra delle “classi alte” non sentiva quel morto come suo e scelse l’oblìo, la sinistra militante scelse la strada dell’estremismo e della violenza cieca e fine a se stessa, io e quelli come me scegliemmo di studiare. Bari cadde nelle braccia di Pino Tatarella e di quel MSI a cui apparteneva anche Pino Piccolo, pluriomicia e spacciatore di droga, aiutato dai suoi protettori a fuggire in germania.

Sarebbe sciocco pensare che l’assassinio di un ragazzo di Bari Vecchia, ucciso da un criminale pluriomicida in un agguato fascista, sia stata un’azione finalizzata e studiata a tavolino.

Ma è istruttivo riflettere che una squadraccia fascista ha agito sull’essere più debole e sul pensiero più forte di un gruppo di giovani, Benny era poliomelitico ed era un ragazzo del popolo che aveva immaginato un’altra strada per un ragazzo di Bari Vecchia. Né calciatore né topino, semplicemente un giovane che studia, lavora e suona la chitarra.

È istruttivo riflettere cosa è accaduto a Bari negli anni successivi e cosa hanno fatto i ragazzi baresi delle aree più emarginate, diventando al tempo stesso carnefici e vittime e ingrossando le fila della criminalità comune e organizzata. Il sogno di un riscatto collettivo si è trasformato nell’incubo dell’individualismo più sfrenato e più cinico.

Benny fu ucciso quella sera del 28 novembre di trent’anni or sono.

Non abito a Bari da molti anni, da più di venti. Ma quando torno ci passo sempre da piazza Massari e a quell’angolo mi fermo e guardo per terra. I miei sogni dei vent’anni, in buona parte li ho realizzati. Ma la mia felicità non è completa. Per mia disgrazia, appartengo a coloro i quali possono dirsi completamente felici solo se si realizzano anche i sogni degli altri. E quello di Benedetto è ancora lontano, anche se, vedendo Vendola ed Emiliano che ne onorano la memoria, sono un po' più ottimista.Si Vendola ed Emiliano potevano e possono andarci in quel luogo a mettere le corone, spero che altri abbiano il buon gusto di non farlo, anche se siedono insieme a Vendola e ad Emiliano.(Diario-dibordo.ilcannocchiale.it)

 

Ultras romani e neofascismo europeo


Sud e Nord L'influenza della destra antisistema nella trasformazione eversiva di due curve sempre meno romane

di Guido Liguori e Antonio Smargiasse

Tre elementi possono aiutare ad approfondire la riflessione sul livello raggiunto dalla questione ultras dopo i fatti dell'11 novembre. Primo: più di un testimone degli incidenti scatenati da centinaia di ultras romani domenica sera intorno allo stadio Olimpico ha raccontato di bande di giovanissimi (dai 15 ai 18 anni) bene armate e guidate da gente ben più matura nel selezionare e colpire questo o quell'obiettivo. Secondo: chi ha avuto modo di seguire in tv la partita tra Real Madrid e Majorca, disputata nella capitale spagnola domenica sera, non ha potuto fare a meno di notare una striscione («Gabriele rip», riposa in pace) bene in vista tra gli Ultrà Sur con il quale si rendeva omaggio al tifoso laziale ucciso poche ore prima. Infine: la Procura di Roma ha deciso di procedere con l'accusa di terrorismo nei confronti degli ultras arrestati nella capitale durante gli scontri ricordati prima.
E dunque, pur di fronte a misure che, indubbiamente, negli ultimi mesi hanno saputo limitare, soprattutto all'interno degli stadi, le aree fuori controllo, il movimento ultras ha mantenuto una sua capacità di aggregazione e di reclutamento tra i più giovani. Continua a sbagliare però chi, nella lettura dei fatti accaduti a Roma, ricorre ancora una volta alle categorie del teppismo e della criminalità. Ad assaltare le caserme dei carabinieri o della polizia domenica sera non erano affatto bande di delinquenti. Sembra averlo capito la Procura romana. O meglio, la Procura sembra aver capito finalmente che è giunta l'ora di indagare sulla natura politica ed eversiva del movimento ultras romano. Che nel frattempo però è sempre meno romano. Lo striscione degli ultras madrileni, in questo senso, non va letto semplicemente come il segno di solidarietà tra gruppi gemellati (Ultrà Sur e Irriducibili), bensì deve essere interpretato per quello che è, come il segno cioè di un nascente, o almeno della tendenza alla organizzazione di un nascente movimento europeo.
Il movimento ultras italiano è un fenomeno di massa radicato da decenni, variegato, estremamente complesso e ricco di culture. E' un movimento che ha saputo resistere e contrastare insieme ondate repressive e tentativi di omologazione. A differenza degli hooligans d'oltremanica, sbaragliati dalle misure del governo Tatcher e incapaci nel loro spontaneismo di fronteggiare le ristrutturazioni del football inglese, gli ultras italiani sono riusciti a durare nel tempo perché capaci di elaborare programmi e progettualità. Non solo movimento sociale, non solo controcultura, bensì economia e pensiero politico. Anzi, luogo di confronto, di scontro anche violento tra forme diverse di economia (la contro-economia tipica dei movimenti giovanili contemporanei, l'ambizione di gestire in proprio una società di calcio, il fiancheggiamento a strutture malavitose parallele) e di pensieri politici. I fatti di domenica scorsa potrebbero trarre in inganno e far pensare a un passo in avanti importante nella configurazione unitaria dell'intero movimento. Non è così. Non ancora, almeno. L'individuazione di un (del) nemico comune nelle forze di polizia (ovvero nello Stato), non annulla affatto le differenze e il conflitto tra progetti e identità profondamente diverse. A Bergamo, violentemente ma con indubbia coerenza con la logica ultras tradizionale, si è interrotta una partita di calcio. A Roma invece si è portato l'attacco a un apparato dello Stato. Lontano dallo stadio, indipendentemente da una partita che non si stava giocando. Con tutta evidenza, i piani sono ben differenti.
Siamo davanti a un passaggio estremamente delicato della questione ultras nel nostro Paese. La crisi generale del calcio italiano - fenomeno ormai legato più alla televisione che allo stadio - e la durezza crescente, per quanto relativa, delle misure antiviolenza rischiano di produrre effetti devastanti. Rischiano cioè di favorire all'interno del movimento i gruppi più duri, più motivati, le organizzazioni più ricche, quelle che affidano il loro agire a progetti che vanno al di là del tifo per una squadra o per l'altra. In questo senso, la comprensione dei fatti di Roma rimanda più alle vicende connesse all'omicidio di Giovanna Reggiani nel campo rom di Tor di Quinto che non alla morte tragica di Gabriele Sandri nell'autogrill di Badia del pino.
La destra antisistema, forza egemone incontrastata delle curve romane, lavora da anni per trasformare gli spalti nell'avamposto della lotta contro la società multirazziale. Le forze oltranziste del neofascismo puntano a ribaltare la funzione di integrazione socioculturale che il calcio vuole svolgere nell'Europa contemporanea. A un calcio che, simbolicamente, per quello che può e con le contraddizioni proprie di una industria rigidamente dominata dalle logiche della globalizzazione neocapitalistica, vuole contribuire ad abbattere le barriere razziali, l'estrema destra contrappone l'immagine di un calcio profondamente identitario, prevalentemente bianco, con un tifo militante, molto legato al territorio e che sappia guardare oltre gli spalti. E' un investimento politico speso con intelligenza, spregiudicatezza e impegno quotidiano. E che, purtroppo, la crescita del clima di intolleranza razziale in Italia sembra rivelare non infondato. E' bene allora seguire con grande attenzione gli sviluppi delle indagini della procura di Roma. Con la consapevolezza che in gioco c'è la democrazia e non (solo) il campionato di calcio.(Il Manifesto 13 novembre 2007)

 

 

Aggressione neofascista

Malmenati due militanti dei Comunisti italiani di ritorno dalla manifestazione

(22.10.07) - Un episodio gravissimo è accaduto ieri mattina alla stazione ferroviaria di Genova Brignole, dove due militanti dei Comunisti italiani sono stati vittime di un'aggressione a causa dalla loro appartenenza politica.q-teste_rasateI due uomini, padre e figlio, di ritorno dalla manifestazione svoltasi a Roma contro il precariato e il protocollo welfare, stavano aspettando il treno per Busalla, quando sono stati avvicinati da otto giovani, alcuni con la testa rasata, che forse avevano notato la bandiera del Pdci che uno degli aggrediti portava ripiegata. Il gruppo, cantando strofe di “Faccetta nera”, si è scagliato contro i due insultandoli e colpendoli con pugni, testate e spintoni.
«L'aggressione neofascista subita da militanti e dirigenti del nostro partito è un fatto gravissimo sul quale invitiamo le forze democratiche e le autorità preposte a fare piena luce e a vigilare affinché non si ripetano mai più fatti di questo genere». E' quanto afferma Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, che esprime la propria solidarietà «ai compagni aggrediti e alla Federazione di Genova».
Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci al Senato, denuncia l'aggressione ai danni di due militanti dei Comunisti italiani: «Si tratta di un episodio gravissimo, una vera e propria aggressione neofascista, che ci auguriamo nessuno tenti di sottovalutare e minimizzare. Ai compagni coinvolti e alla Federazione di Genova va tutta la nostra solidarietà. Annunciamo inoltre la presentazione di una interrogazione parlamentare sull’accaduto».(La Rinascita della sinistra online)
 

Interrogazione del PdCI su neonazisti a Dachau

Interrogazione a risposta scritta

Al Ministro dell’Interno

Per Sapere,

Premesso che:

sul numero 41 del settimanale “L’Espresso” del 18 ottobre 2007, a firma di Paolo Tessadri, è stato pubblicato un agghiacciante reportage, con tanto di foto, che riporta una "gita" di giovani altoatesini neonazisti nei campi di concentramento di Dacahau; nelle foto pubblicate dal suddetto settimanale - che sono foto sequestrate dai carabinieri del Ros di Bolzano durante un'inchiesta sui naziskin altoatesini - i giovani neonazisti italiani, gridano felici "Sieg heil", vengono ritratti con l'accendino sotto le immagini delle sinagoghe bruciate, fanno il saluto hitleriano davanti al cippo che ricorda il forno crematorio di Dachau e si mettono in posa compiaciuti accanto al cartello "Arbeit macht frei" sul cancello che migliaia di ebrei hanno varcato una sola volta; “sono l'avanguardia dell'orrore - scrive Paolo Tessadri sull'Espresso - quella capace di superare ogni limite. Nazisti pronti all'insulto più estremo, all'oltraggio di qualunque memoria”; le sette persone riprese nelle immagini hanno patteggiato condanne comprese tra 12 e 30 mesi di carcere - l'ultima sentenza risale a poche settimane fa - ma ai fini della pena questo reportage incredibile, non ha avuto effetti: per il codice penale italiano – come peraltro sottolinea il procuratore di Bolzano Cuno Tarfusser, in un’intervista rilasciata sempre al settimanale “L’Espresso” - il “turismo dell’Olocausto” non ha rilevanza, nemmeno per la legge Mancino, nata nel 1991 per porre freno all'ondata montante di razzismo; a parere dell’interrogante - che sulla pericolosità del rigurgito neonazista e neofascista in Italia ha presentato altre interrogazioni parlamentari, sempre indirizzate al Ministro dell’Interno – il fenomeno non può più essere sottovalutato; come riporta il settimanale “L’Espresso”, pare che “nel solo Alto Adige siano almeno cinque i gruppi attivi con più di 15o militanti e molti fiancheggiatori” e che “il fenomeno dei tour nazisti è in crescita costante”; a parere dell’interrogante, è dovere dello Stato, in tutte le sue articolazioni, dare piena attuazione alle disposizioni contenute nella Legge Mancino, relative allo scioglimento delle organizzazioni che incitano all'odio razziale e al fascismo, rafforzando la stessa legislazione laddove si manifestino delle evidente carenze, come nel caso oggetto della presente interrogazione; quali atti o provvedimenti, anche legislativi, intenda assumere, nell’ambito delle proprie competenze, al fine di debellare immediatamente questo grave, intollerabile e offensivo rigurgito neonazista e neofascista in atto nel nostro Paese e per promuovere su tutto il territorio nazionale una cultura realmente democratica e antifascista, come da dettato Costituzionale, affinché quanto denunciato dal settimanale “L’Espresso” non abbia più a ripetersi. On. Cosimo Sgobio

Festa nel lager naziskin a Dachau



di Paolo Tessadri


Sono l'avanguardia dell'orrore, quella capace di superare ogni limite. Nazisti pronti all'insulto più estremo, all'oltraggio di qualunque memoria. Eccoli, fare il saluto hitleriano davanti al cippo che ricorda il forno crematorio di Dachau. Mettersi in posa compiaciuti accanto a quella scritta agghiacciante 'Arbeit macht frei' sul cancello che migliaia di ebrei hanno varcato una sola volta. Poi mostrare le loro magliette con le machine-pistol usate dai guardiani per abbattere chi non obbediva ciecamente agli ordini. E sfoggiare le t-shirt con la sagoma delle SS davanti al monumento ispirato dall'intreccio dei corpi scheletrici nelle fosse comuni. Istantanee di una gita che incenerisce i confini della decenza, scattate per renderle oggetto di culto tra i camerati, come per dimostrare un primato ideologico: avere inneggiato al führer del Terzo Reich nel luogo dove l'Olocausto venne concepito. Dachau, a pochi chilometri da Monaco di Baviera, è il primo lager, quello in cui furono rinchiusi gli ebrei catturati nella 'Notte dei cristalli' e gli oppositori del regime, quello usato per sperimentare il genocidio.
Le foto che 'L'espresso' pubblica in esclusiva sono state sequestrate dai carabinieri del Ros di Bolzano durante un'inchiesta sui naziskin altoatesini. Erano conservate da alcune delle persone ritratte, che le esibivano con orgoglio ai loro accoliti. I sette camerati ripresi nelle immagini hanno patteggiato condanne comprese tra 12 e 30 mesi di carcere: l'ultima sentenza risale a poche settimane fa. Ma ai fini della pena questo reportage incredibile non ha avuto effetti: per il codice penale italiano il turismo dello sterminio non ha rilevanza. Nemmeno la legge Mancino, quella creata nel 1991 per porre freno all'ondata montante di razzismo, ha ipotizzato un tale baratro di disprezzo. Il procuratore capo Cuno Tarfusser e il pm Axel Bisignano nel sostenere l'accusa contro la banda di gitanti a Dachau non hanno potuto far pesare quello sfregio alla Memoria. Eppure il fenomeno dei tour nazisti è in crescita costante: dai luoghi hitleriani classici si passa sempre più spesso a incursioni antisemite. Che precipitano dalla goliardia alla vergogna.

Come definire altrimenti la foto, sequestrata dal Ros nella stessa operazione, che ritrae i due naziskin con l'accendino in mano sotto la lapide che ricorda la prima sinagoga incendiata in Germania durante la 'Notte dei cristalli'? In quella vacanza a Potsdam, in Brandeburgo, nel luogo del primo assalto delle camicie brune, la formazione è la stessa. Sono sette italiani dell'Alto Adige, inquadrati come militari, capeggiati dal 'comandante' Armin Sölva e dal suo vice Christoph Andergassen. Hanno dai 18 ai 26 anni e nonostante le sentenze restano a piede libero.
L'organizzazione di Sölva e Andergassen è la Südtiroler Kameradschaftsring per la lotta di liberazione del Sudtirolo, con tanto di statuto messo nero su bianco: tra gli obiettivi, l'istigazione all'odio razziale e la venerazione di Hitler e ai suoi gerarchi. Una fede malvagia celebrata, secondo i risultati delle indagini, con minacce, pestaggi e devastazioni. Che li trasforma nell'avanguardia di una rete nera che attraversa l'Europa e che vede sfilare fianco a fianco camerati di ogni paese, spesso divisi da questioni etniche, come accade tra sudtirolesi e italiani, ma pronti a fare fronte comune con il braccio teso.
Identici gli slogan, testimoniati anche dalle magliette indossate nel lager bavarese. In una foto si vede Armin Sölva inginocchiato, mani giunte in atto di ringraziamento per lo sterminio, nella cappella che ricorda i 3 mila sacerdoti cattolici deportati. In un'altra, due camerati entrano nell'edificio centrale del campo dove è allestita la mostra sul Terzo Reich e in tenuta da skinheads posano sorridenti davanti alla grande scritta SS. Altri due compaiono vicini a una celebre frase della propaganda del Reich: 'Unsere Letzte Hoffung. Hitler' (la nostra ultima speranza: Hitler). Indossano t-shirt con l'immagine di un soldato tedesco e di supporter di estrema destra, sempre dentro il campo di Dachau. Poi di spalle, piegati, con l'immagine di un mitragliatore su una t-shirt e sull'altra la scritta 'Siamo dei criminali convinti', spingono giù il cippo di marmo eretto dove sorgevano i forni crematori. In un'altra immagine due del gruppo si mettono davanti al muro di cinta, sono ai lati di un cartello che indica la linea oltre la quale le guardie sparavano sui deportati:si immedesimano negli aguzzini degli ebrei.
Il lager, un monumento che dovrebbe essere tutelato in nome dell'intera umanità, appare incustodito. Nessuno ferma questi giovani altoatesini dal look inconfondibile. Si sono mossi indisturbati per ore, padroni del campo di sterminio dove non è stato nemmeno possibile stabilire un bilancio del massacro: dei 206 mila reclusi registrati, almeno 43 mila persero la vita. Ma si ritiene che molti deportati non venissero segnati nella contabilità del genocidio e che negli ultimi mesi del 1945 malattie e denutrizione fossero più letali delle SS: gli americani scoprirono 39 vagoni ferroviari colmi di cadaveri spettrali. Un inferno, che adesso serve come fondale per le foto-trofeo dei 'figli del Führer'.
Le trasferte in Germania e in Austria del gruppo altoatesino non servono solo per il turismo dell'orrore: sono fondamentali per consolidare i legami con le altre formazioni di estrema destra. I carabinieri dei Ros hanno infatti scoperto rapporti con almeno tre gruppi tedeschi e due austriaci con sede a Innsbruck, Vienna, Linz, Dresda, Berlino, Monaco e Norimberga. In una foto Sölva e Andergassen sono nella sede della Npd, il partito tedesco di estrema destra, con due rappresentanti del movimento politico berlinese: uno di questi è lo stesso uomo che ha accompagnato Sölva a Potsdam e che forse ha fatto da guida turistica nei lager.
È in questi raduni che si saldano anche i rapporti fra i neonazisti altoatesini di lingua tedesca e quelli italiani. A Passau, nella manifestazione per ricordare Rudolf Hess, l'enigmatico delfino di Hitler diventato uno dei miti nazisti, hanno marciato insieme. In una foto si vede in primo piano il gruppo di altoatesini e dietro sfilano gli aderenti al Fronte Veneto Skinheads, oggi rappresentati da Giordano Caracino, 28 anni. Secondo i rapporti dei carabinieri, nel marzo 2006 a Braunau am Inn, paese natale di Hitler, giovani del Fronte Veneto e naziskin da Roma, Verona, Trieste hanno sfilato e gridato slogan dentro un capannone: "Siamo tutti figli del Führer e discepoli del Duce". Erano presenti anche gli skinheads dei Braunau Bulldog, che nel 2005 fecero una gita a Mauthausen e dopo se ne andarono in una pizzeria a festeggiare: in Austria lo scandalo diventò un caso politico. Ma il loro gesto è diventato un modello da imitare, anche per i bolzanini. Che nelle istantanee posano davanti al cippo del forno crematorio di Dachau, dove una scritta invita alla riflessione: 'Pensate a come noi morimmo qui'. E loro invece alzano il braccio e gridano 'Sieg heil!'.(L'Espresso, 12/10/2007)

 

La memoria rimossa

Torino 17-19 ottobre 2007

La memoria rimossa -
l'occupazione italiana della Jugoslavia (1941 - 1943)

 
PROGRAMMA DEFINITIVO

 
Il tema dell'occupazione italiana in Jugoslavia è rimasto largamente sottovalutato in Italia e certamente in quella che si configura come una sorta di rimozione ha avuto un peso decisivo il mito degli “italiani brava gente”, che è stato a lungo, per molti storici e anche nella cultura di massa, un nucleo portante della rilettura e della costruzione dell'immagine nazionale della seconda guerra mondiale. Con l'iniziativa “La memoria rimossa - l'occupazione italiana della Jugoslavia (1941-1943)” si vuole valorizzare quanto nella prospettiva di una ricostruzione di quell'occupazione in tutti i suoi aspetti e senza strumentali censure è stato detto, scritto o filmato.
L'iniziativa è organizzata dal Consiglio della Provincia di Torino e da quello del Comune di Torino, con la collaborazione dell'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, dell'Anpi di Torino, dell'Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, dell'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea e del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia.

 
Iniziativa realizzata 
dall'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza
in collaborazione con
Anpi provinciale di Torino,
Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione,
Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea,
Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia
Gruppi consiliari dei partiti della sinistra
della Provincia di Torino - del Comune di Torino - della Regione Piemonte

 
L'occupazione italiana della Jugoslavia (1941 – 1943)
LA MEMORIA RIMOSSA

 
Mercoledì 17 ottobre 2007
Sala proiezioni del Museo Diffuso della Resistenza

 
- ore 10: presentazione della manifestazione a cura dei Gruppi Consiliari
- ore 10,30: Occupazione in 26 immagini, film di Lordan Zafranovic (1978, 112'), introduce l'autore
- ore 16: La caduta dell'Italia, film di Lordan Zafranovic (1981, 114'), introduce l'autore
- ore 20: materiali filmici inediti sulla Resistenza jugoslava, presentati da Lordan Zafranovic

 
Giovedì 18 ottobre 2007
Sala proiezioni del Museo Diffuso della Resistenza

 
- ore 16: Fascist Legacy (edizione italiana) di Ken Kirby e Massimo Sani (1989, 100'), introduce Massimo Sani
- ore 18: Quell'Italia del '43, programma televisivo di Massimo Sani (1993, 70')
- ore 20: Fascist Legacy (replica), introduce Massimo Sani

 
Venerdì 19 ottobre 2007
Sala dei Consiglieri della Provincia di Torino

 

- ore 9,15: Saluti a cura dei Gruppi consiliari e di Gino Cattaneo (Anpi, Torino)

- ore 9,30: Introduzione di Angelo Del Boca che coordina i lavori

- ore10: Alberto Buvoli: il fascismo al confine orientale d'Italia - politica di snazionalizzazione e persecuzione antislava in Istria e nella Venezia Giulia. 1920 -1943

- ore 11: Alessandra Kersevan: il campo di Gonars, simbolo della memoria italiana perduta

- ore 12: The Gonars memorial 1941- 1943: il simbolo della memoria italiana perduta, video di Alessandra Kersevan e Stefano Raspa (2005, 57')

- Pausa 

- ore 14,30: Eric Gobetti: il mito della "occupazione allegra" italiana in Jugoslavia

- ore 15,30: Lordan Zafranovic e Massimo Sani intervengono sull'immagine cinematografica della occupazione italiana della Jugoslavia

- ore16,30: Riccardo Marchis: approcci didattici alle vicende del confine orientale nell'ambito della storia dell'Italia nel Novecento

- ore 17,30: Conclusione dei lavori

- ore 18: Presentazione di materiali filmici sulla Resistenza jugoslava. Replica di The Gonars memorial 1941- 1943: il simbolo della memoria italiana perduta. Introduce l'autrice


 
- - -  DOVE  - - -

 
Museo Diffuso della Resistenza: Corso Valdocco 4/A, Torino 
Sala dei Consiglieri della Provincia di Torino: Via Maria Vittoria 12,Torino
 
 

Walter Rossi  lotta insieme a noi

 30 settembre 1977-30 settembre 2007: non c'è futuro senza memoria

A trent'anni dalla morte ancora oggi nessuno, per lo stato italiano, è il responsabile dell’assassinio di Walter Rossi ucciso con un colpo di pistola alla nuca mentre volantinava per Via delle Medaglie d’Oro per denunciare il tentato omicidio di altri compagni del giorno precedente.
Pochi dubbi sull'accaduto: fascisti dell’allora Msi di Balduina, coperti da agenti di PS, lo uccisero, sparando.
E' importante quindi ricordare ciò che è successo, in una città come Roma che, come in altre parti d'Italia, ha visto negli ultimi anni una ripresa della violenza fascista che si fa forte anche dell'equidistanza con cui le istituzioni della città affrontano il problema.
E' importante ricordare anche per chiedere giustizia, una giustizia che si lega ad altre recenti storie di violenza fascista ancora rimasta impunita, quelle di Carlo Giuliani, di Renato Biagetti, di Federico Aldrovandi, di Dax.
Tre iniziative si svolgeranno in questi giorni a Roma: venerdì 28 un incontro pubblico a partire dalle 16 all'Università “La Sapienza” presso la facoltà di Lettere, sabato 29 un corteo cittadino con concentramento alle ore 16 a Piazzale degli Eroi, a cui seguirà un concerto presso il Centro Sociale Ex Snia.
Molte le adesioni alle iniziative, tra cui quella di Fabio Nobile, capogruppo capitolino dei Comunisti italiani e presidente della commissione consiliare per la Qualità e la Sicurezza sul lavoro: «Domani saremo in piazza in ricordo di Walter Rossi perché credo sia importante riaffermare i valori dell'antifascismo in una città come Roma, medaglia d'oro alla Resistenza e in una fase in cui questi valori sul piano culturale, politico e sociale si stanno perdendo».
Una presenza, secondo Nobile, che «non è soltanto una ricorrenza ma un momento per riaffermare che non vogliamo più rivivere quegli anni, dato che questo è il clima che si sta creando nella nostra città con gruppi di estrema destra che cercano di fomentare l'odio ed il ritorno ad un clima di violenza, ma allo stesso tempo che crediamo nella necessità che l'antifascismo ed il progresso sociale per i quali Walter Rossi è morto continuino a vivere».(La Rinascita della sinistra 30 settembre 2007)
 

 

L'eversione nera si organizza

di Red.

"L'indagine è nata perché ci eravamo incuriositi a leggere il programma del "Partito nazional socialista dei lavoratori", ci abbiamo lavorato circa un anno utilizzando mezzi sofisticati e adesso abbiamo fatto le perquisizioni per capire meglio, il materiale trovato è cospicuo e interessante". Il capo della procura di Varese Maurizio Grigo racconta come si è arrivati al blitz che ha portato la polizia di Stato a "visitare" le abitazioni di 47 tra aderenti e simpatizzanti del Pnsl in diverse città del nord e del centro e che secondo l'accusa avrebbero anche raccolto fondi in solidarietà con persone in carcere perché legate allo stragismo e all'eversione nera come Pierluigi Concutelli. Alle perquisizioni hanno partecipato oltre 150 agenti.

Tutte le persone oggetto dell'indagine sono accusate di aver violato l'articolo 3 della legge 75, con un programma contenente discriminazioni di razza e di religione. Avrebbero raccolto soldi soprattutto per organizzare un partito di stampo nazista e partecipare come avevano già fatto dal 2002 in poi alle competizioni elettorali a cominciare da quelle dei piccoli paesi.
Pierluigi Pagliuchi, 45 anni, che si dice "nazista da almeno 20 anni", è il fondatore del partito ed è considerato il leader. E' consigliere comunale a Nosate.
Tra gli indagati e perquisiti c'è Francesco Lattuada, capogruppo di Alleanza Nazionale al consiglio comunale di Busto Arsizio. Lattuada ha ricevuto la visita della polizia nella sua casa di Cairate. Dice Lattuada: "Ho conosciuto alcuni esponenti di questo movimento, ho avuto qualche contatto in passato su loro richiesta, la sigla era chiaramente folcloristica ma ero incuriosito. Ricordo di aver incontrato persone tranquille, un movimento diverso da come viene descritto".

Gli inquirenti la pensano diversamente da Lattuada, tanto che secondo indiscrezioni non si esclude che venga contestato anche il reato associativo. Comunque la propaganda di attività discriminatorie e razziste che per ora è il fulcro dell'inchiesta comporta se provata la condanna a pene tra 1 e 6 anni di reclusione. Gli sviluppi dell'indagine dipendono molto dall'esame del materiale sequestrato in tutta Italia, volantini di propaganda, quadri con Adolf Hitler, bandiere naziste, un pugnale, felpe con simboli.

Poi da parte di chi indaga c'è grande attenzione per ricostruire le modalità di una festa di compleanno in onore di Hitler organizzata il 23 aprile scorso (il Fuhrer nacque comunque il 20 aprile) al Biergarten Centro del Lago di Buguggiate. Secondo gli inquirenti durante la festa si cantava "Heil Hitler" e "Brucia l'ebreo". Il gestore del locale è Lattuada che spiega: "Non abbiamo mai organizzato una festa del genere, noi concediamo il luogo per qualsiasi tipo di celebrazione, sia quelle di compleanno, sia di partiti e associazioni, anche di sinistra. L'orientamento ideologico di chi affita il locale non mi riguarda". La festa hitleriana viene considerata dall'accusa una conferma dell'attività di propaganda nazista degli indagati. Ci sono accertamenti in corso anche su un incendio doloso verificatosi nel locale di Buguggiate il 28 luglio scorso: in quella occasione bruciò un sottotetto con danni abbastanza ingenti.Il comitato costituente del Pnsl si riunì per la prima volta nel 1999. La nascita ufficiale è del 2002. L'obiettivo dichiarato era di correre nei piccoli comuni della cosiddetta "provincia etnica dell'Insubria". In cinque anni il partito ha preso parte a una ventina di consultazioni elettorali e si preparava anche per i prossimi appuntamenti. Adesso devono fare i conti con un'indagine che sta valutando anche i rapporti del Pnsl con i centri sociali "neri", una rete di circoli dell'estrema destra che sarebbe cosa diversa dal mondo skinheads, ritenuto dal Pnsl troppo rozzo e soprattutto in grado di suscitare le attenzioni di polizia e magistrati.

 

C'è un sito fascista ospitato dal governo

 

di Andrea Fabozzi

Da qualche giorno il sito www.governo.it, che è il portale del governo italiano, la nuova splendente vetrina della presidenza del Consiglio, offre una imprevedibile opportunità. Vi può portare in quattro salti di mouse dal faccione tranquillizzante di Romano Prodi che adorna la home page del sito istituzionale al più noto testone di Benito Mussolini, padrone di casa del sito www.ilduce.net.
Provare per credere, anche se questo farà salire i contatti del sito filo fascista e anche un po' nazista perché croci celtiche e Hitler in differenti pose non mancano. Il trucco sta nel collegarsi alla pagina del dipartimento per l'informazione e l'editoria che tra i suoi compiti ha quello di aggiornare il sito sondaggipoliticoelettorali.it dove dal 2000 la legge impone ai giornali e agli organi di informazione in genere di depositare una copia dei sondaggi a contenuto politico contestualmente alla pubblicazione. Il pasticcio, perché di questo pensiamo si tratti, magari favorito dai ritmi lenti dell'estate quando la soglia di attenzione si abbassa (c'è di mezzo pure un trasloco degli uffici che, ci hanno spiegato, impedisce persino di trovare qualcuno in grado di offrire una spiegazione dell'accaduto) il pasticcio dunque è che il sito ilduce.net ha organizzato un sondaggio facilone sulla «fiducia dei cittadini nei personaggi della destra italiana». E ne ha spedito una copia ai funzionari di palazzo Chigi come fanno regolarmente i grandi giornali e telegiornali che usano e abusano di questo genere di sondaggi. I funzionari lo hanno pubblicato senza problemi, tra un sondaggio del Sole 24 ore e uno del Giornale. Regalando ai nostalgici del duce una tribuna e una visibilità mai avute dalle quali da un paio di settimane stanno «rivalutando da un punto di vista imparziale la recente storia d'Italia».
Rivalutando rivalutando c'è tempo per scaricarsi Faccetta nera, anche in versione suoneria del telefonino, più l'inno della X Mas. Fasci littori, bandiere con l'ascia bipenne e la croce celtica, me ne frego, boia chi molla: c'è tutto. Tutto quello che tecnicamente si chiama apologia del fascismo e realisticamente non ha nulla a che vedere con il «portale del governo italiano». Che speriamo lo molli, presto.
E se a qualcuno a questo punto fosse venuta la curiosità di sapere chi è il «personaggio» della destra che batte tutti in quanto a fiducia degli italiani, sconsigliamo comunque di guardare a ilduce.net. Perché lì hanno votato poco più di duemila persone, un'inezia statistica. E ha persino stravinto Fini, con grande scorno dei responsabili del sito. Lo considerano un rinnegato.(Il Manifesto 25 agosto 2007)

 

 

Per il 35esimo anniversario dell'assassinio di Mariano Lupo

Manifestazione antifascista a Parma il 25 agosto
 

Parma democratica e antifascista ricorda Mariano Lupo nel 35esimo anniversario della morte.
Mariano era un giovane meridionale immigrato a Parma per lavoro. La sera del 25 agosto 1972 fu assassinato a Parma in viale Tanara, davanti all’allora cinema «Roma», da un gruppo di fascisti armati di coltelli, cui non aveva arrecato alcuna offesa. Ai suoi funerali, culminati con l’orazione in piazzale Picelli di Giacomo Ferrari, parteciparono alcune decine di migliaia di persone, tutta la Parma popolare antifascista.

Mario militava in una formazione della sinistra extraparlamentare. Come molti altri giovani suoi coetanei credeva in una società più giusta, di liberi ed uguali, in un mondo liberato dallo sfruttamento e dall’oppressione, e per questo si batteva.

Noi pensiamo che quegli ideali non vadano accantonati, non siano superati.
Assistiamo oggi al riemergere di forme di discriminazione, intolleranza, razzismo, nazionalismo, campagne di odio, episodi di violenza ingiustificati.
In questo triste anniversario vogliamo esprimere ancora la più netta avversione a tutto ciò e in particolare alle azioni squadriste e ai metodi violenti di lotta politica tuttora presenti nel nostro Paese, inammissibili nell’Italia democratica e repubblicana sorta dalla Resistenza antifascista.(resistenza_partigiana@ 19 agosto 2007)

 

Cassazione: "Via Rasella fu atto di guerra"
"Un atto rivolto contro un esercito straniero occupante"
Il Giornale condannato per diffamazione
Il gappista Bentivegna: "E' la quarta sentenza che ci dà ragione"



ROMA - Nel 1996 Il Giornale scatenò una vera e propria campagna contro i partigiani che compirono l'azione di via Rasella. Quell'attacco che provocò 33 morti e scatenò la rappresaglia delle Ss alle Fosse Ardeatine. Articoli che, in pratica, tendevano a "scaricare" sul gruppo dei gappisti guidato da Rosario Bentivegna, le responsabilità della strage che provocò 335 morti.
Ora, però, la Cassazione, confermando la condanna al risarcimento per diffamazione (45 mila euro) a beneficio dei gappisti e di Rosario Bentivegna che li guidava, boccia quella campagna di stampa, ne sottolinea le falsità e condanna il quotidiano di Paolo Berlusconi.

La Cassazione parte da un dato di fatto: l'attentato contro i tedeschi del battaglione 'Ss Bozen', fu un "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari".
Militari che non erano, come aveva sostenuto Il Giornale "vecchi militari disarmati", ma "soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole".

Ed ancora. Non è vero che il 'Bozen' "era formato interamente da cittadini italiani" in quanto, continuano gli ermellini, "facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica".

Poi la Cassazione si dedica alla contabilità delle vittime civili dell'attentato. Secondo Il Giornale erano sette. Ma non è così: "Ora nessuno più mette in discussione che le vittime civili furono due". Così come non era vero che dopo l'attentato erano stati affissi manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi per evitare rappresaglie". Un punto, questo, portato avanti da una certa storiografia revisionista. Per smentire, la Cassazione parte dai fatti. "L'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attentato - dicono i giudici - , e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta".

Ad avviso dei supremi giudici, tutti questi fatti "non rispondenti al vero non possono essere considerati di carattere marginale". E anche se la Corte di Appello di Milano ha riconosciuto che si sarebbero potute esprimere "dure critiche sulla scelta dell'attentato, l'organizzazione, i suoi scopi", questo non basta per mettere in piedi un castello di inesattezze e falsità.

Per questo è da ritenersi "lesiva dell'onorabilità politica e personale" di Bentivegna "la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e l'assimilazione tra Erich Priebke e Bentivegna". Un parallelo che Vittorio Feltri, allora direttore del quotidiano, aveva azzardato in un editoriale.

Soddisfatto il commento di Bentivegna: "E' la quarta sentenza di un'alta corte italiana, militare penale o civile che ci dà ragione con le stesse motivazioni, ma il il mondo è pieno o di imbecilli o di faziosi ancora disposti a sostenere il contrario. C'è poco da fare..".(resistenza_partigiana 7 agosto 2007)

 

Dall'allegate dichiarazioni ed altre relazioni il seguente sommario della versione dell'incidente del 23 marzo 1944 così si presenta:

 1) si era osservato che una colonna della polizia tedesca completamente armata passava regolarmente lungo la via Rasella, e nei due giorni precedenti il 23 marzo la località era stata ben studiata dalla G.AP. (Gruppo dell'Azione patriottica del Comitato di liberazione nazionale) ed era stato completato un piano per sincronizzarlo con il tempo che la colonna impiegava per passare.

2) alle 14 del 23 marzo 1944 una cassa di acciaio degli utensili caricata con 12 chili di esplosivo fu messa su un carro di uno spazzino. Intorno furono sistemati altri sei kg. d'esplosivo, mescolati (o messi in infusione?). Doveva scoppiare per accensione con un fuso di circa un minuto. II carretto fu collocato nel centro della strada. Come parte dei preparativi un servizio di osservazione fu messo lungo la strada dove la colonna doveva passare per giungere a Via Rasella. Quando i tedeschi si furono inoltrati di poche yards (3 piedi e 36 pollici) lungo la Via Rasella un compagno si tolse il cappello. Ouesto era il segnale accordato per accendere il fuso. Un altro compagno, travestito da spazzino, accese il fuso e mise il cappello sul carretto per segnalare che tutto era in ordine; che l'esplosione si sarebbe avuta in un minuto e che gli altri compagni stabiliti per l'attacco diretto si potevano preparare.

Allora egli si recò in Via Quattro Fontane, dove una compagna lo attendeva e gli diede un impermeabile per nascondere I'uniforme da spazzino. Aveva appena girato l'angolo della suddetta strada quando ebbe luogo l'esplosione. In quel momento la colonna tedesca si trovava proprio di fronte al carretto. I nazisti della retroguardia si ritrovarono verso la parte più bassa della strada, ma in Via del Boccaccio nel punto che conduce a Via dei Giardini essi furono attaccati da bombe a mano. Queste erano bombe da mortaio "85" modificate con un fuso di 4-5 secondi.

 3) Quelli caricati da questo secondo attacco si ritirarono in buon ordine ed evidentemente sfuggirono seri incidenti.

 4) L'uomo travestito da spazzino municipale che accese il fuso era Rosario Bentivegna uno studente universitario di ventitré anni e membro della GAP.

 5) Subito dopo arrivarono sulla scena alti ufficiali con soldati della "Nembo", "Barbarigo", battaglioni "Roma o Morte" soldati della squadra del Luogotenente Kock, e della milizia, agenti di P.S., della Reale Guardia di Finanza e della PAI.

 6) Alcuni dei presenti erano: Generale Maeltzer del Comando tedesco di Roma, Dolmann Colonnello delle SS, Köller Luogotenente delle SS, Matxke Maresciallo delle SS, Luogotenente Rauch delle SS, Col. Kappler Maggiore Hass, Cap. Schütz, Cap. Clemens, Cap. Priebke, Maresciallo Bodensterh, Maresciallo Wesemann, Generale Presti del comando della città aperta di Roma Generale Catardi, il Questore Caruso, il Vice Capo della Polizia Cerru, il segretario del Partito Pizzirani col suo segretario Serafini, il generale della Milizia Ortona, il capitano del Battaglione Nembo Alvino, il luogotenente De Mauro delle SS italiane, I'agente della questura e delle SS Bernasconi, il luogotenente Molesani e il geometra Brega (entrambi addetti alla Federazione fascista di Roma) il comandante del comando divisionale della Polizia, Col. Radogna, il Magg. Albanesi e il Cap. Gandolo della polizia, il Magg. Zambardino dell'esercito, il comandante del G.R. Palnici, il Comm. Pastori, il luogotenente Barbera, il Commissario Borolo, il Cav. Carmelo e il Magg. Cremonesi (vero nome Mario Imola).

 7) Vi erano trentadue morti tedeschi adagiati in fila da un lato della strada e due morti italiani, un uomo e un bambino di circa 10 o 12 anni. Di questi poco o niente si erano preoccupati per un considerevole periodo di tempo.

 8) Soldati tedeschi, fascisti e militari della Barbarigo e della Nembo entrarono nelle case di Via Rasella conducendo fuori Cinquanta, attraverso una richiesta scritta di Caruso, tra i funzionari politici che dipendevano dalla polizia fascista, e settanta fra le pesone arrestate come conseguenza degli eventi della sera precedente. Appare che (o sembra che?) Dolmann e Kappler decisero quali dovessero essere scelti da Via Tasso e che Caruso compilò segretamente la lista con I'aiuto dei suddetti (Dolmann e Kappler). Tutti i prigionieri scelti erano estranei all'incidente della sera precedente.
Per timore di reazione da parte dei partigiani, i tedeschi sparsero la notizia che i prigionieri presi dal terzo braccio di Regina Coeli erano stati scelti per lavoro; mentre la questura fece credere che i cinquanta prigionieri politici dovevano essere liberati e più tardi che dovevano essere consegnati ai tedeschi e mandati al Nord. Di conseguenza il denaro e gli oggetti personali furono consegnati regolarmente ai cinquanta prigionieri con la loro liberazione. L'esecuzione ebbe luogo il 24 marzo alle Fosse Ardeatine e fu diretta dal Comandante delle SS, Dolmann.
II Maggiore Zambardino ottenne una lista delle persone uccise ma il Ten. Col. Gaetano degli Agenti di P.S. la ritenne incompleta.(www.roamacivica.net)


 

Fioravanti e Mambro. Chi sono

di Gennaro Corotenuto

Circa tre anni fa pubblicai questo curriculum di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Dovrebbe essere stato scritto da Mario Adinolfi. Da allora, solo sul mio sito, è stato letto da circa 7000 persone. E' un numero impressionante, ma non basta mai. Quelli che un tempo non avremmo esitato a chiamare boia fascisti e che oggi per troppi sono una tenera coppietta che ha diritto di rifarsi una vita e perfino avere un ruolo pubblico nella storia di questo paese sono stati condannati in via definita per avere ammazzato un centinaio di persone.

Ricordo, per ubicarsi, che dal 1971 al 1988 il terrorismo rosso assassinò in Italia 128 persone, 131 aggiungendo Emanuele Petri, Massimo D'Antona e Marco Biagi. E' sconvolgente pensare che la romantica coppietta abbia da sola quasi equiparato 20 anni di terrorismo rosso. E invece è così. Oggi che gli stessi depistatori di sempre sono in azione e che i familiari delle vittime continuano ad essere irrisi e trattati come fanatici, è necessario ricordare punto per punto, omicidio per omicidio, chi davvero sono i boia fascisti Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Sempre più oggi, per ignoranza o malafede, si tende a considerare il terrorismo nero come una risposta (quasi un’autodifesa) al terrorismo rosso, oppure come una necessaria risposta d’apparati alla grande avanzata del movimento operaio e del PCI. Basta la sola lettura del curriculum della coppietta di sicari per spazzare via tale interpretazione. Da Piazza Fontana a Peteano a Bologna, il terrorismo nero, fu azione (criminale) ben più che reazione, e contribuì col sangue a disegnare l’Italia odierna che infatti coccola spregiudicatamente la tenera coppietta di killer.

"Proprio questa mattina mi è capitato di incrociare nella via parallela alla mia Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, che giocavano con la loro figliola di poco più di tre anni. Sono rimasto a fissarli e credo d'avere avuto lo sguardo non privo di rancore. Poi torno a casa e leggo, guarda un po', che domani proprio i due sposini ex Nar saranno celebrati dal movimento Onda Azzurra del crocerossino Maurizio Scelli. Ci sarà anche Silvio Berlusconi. Nel frattempo il ministro Maurizio Gasparri non dà il via libera all'emissione di un francobollo che ricordi il venticinquesimo anniversario, il prossimo 2 agosto, della strage di Bologna. Strage per la quale Mambro e Fioravanti sono stati condannati in via definitiva.
Per lo Stato italiano sono i responsabili del più grave eccidio di uomini, donne, anziani e bambini inermi che sia mai avvenuto nella storia repubblicana."

Mambro e Fioravanti sono stati condannati complessivamente a 17 ergastoli e la sentenza sulla strage di Bologna è passata in giudicato. Però, visto che oggi c'è chi santifica i due sposini che-sono-tanto-cambiati, mi va di ricordare quello che Giusva Fioravanti e Francesca Mambro hanno fatto. Pur lasciando da parte la strage di Bologna. Strage fascista, non dimentichiamolo mai.

28 febbraio 1978. Giusva Fioravanti ed altri notano due ragazzi seduti su una panchina che dall'aspetto (capelli lunghi e giornali) identificano come appartenenti alla sinistra. Fioravanti scende dall'auto, si dirige verso il gruppetto e fa fuoco: Roberto Scialabba, 24 anni, cade a terra ferito e Fioravanti lo finisce con un colpo alla testa. Poi, si gira verso una ragazza che sta fuggendo urlando e le spara senza colpirla.

9 gennaio 1979. Fioravanti ed altre tre persone assaltano la sede romana di Radio città futura dove è in corso una trasmissione gestita da un gruppo femminista. I terroristi fanno stendere le donne presenti sul pavimento e danno fuoco ai locali.
L'incendio divampa e le impiegate tentano di fuggire. Sono raggiunte da colpi di mitra e pistola. Quattro rimangono ferite, di cui due gravemente.

16 giugno 1979. Fioravanti guida l'assalto alla sezione comunista dell'Esquilino, a Roma. All'interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti. Dario Pedretti, componente del commando, verrà redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario "non c'era scappato il morto". Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all'azione, e da una sentenza passata in giudicato.
Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista.

17 dicembre 1979. Fioravanti assieme ad altri vuole uccidere l'avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile della cattura di Pierluigi Concutelli, leader carismatico dell'eversione neofascista. Fioravanti non ha mai visto la vittima designata, ne conosce solo una sommaria descrizione. L'agguato viene teso sotto lo studio dell'avvocato, ma a perdere la vita è un inconsapevole geometra di 24 anni, Antonio Leandri, vittima di uno scambio di persona e colpevole di essersi voltato al grido "avvocato!" lanciato da Fioravanti.

6 febbraio 1980. Fioravanti uccide il poliziotto Maurizio Arnesano che ha solo 19 anni. Scopo dell'omicidio, impadronirsi del suo mitra M.12. Al sostituto procuratore di Roma, il 13 aprile 1981, Cristiano Fioravanti - fratello di Valerio - dichiarerà: "La mattina dell'omicidio Arnesano, Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra; io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: "gratuitamente"; fece un sorriso ed io capii".

23 giugno 1980. Fioravanti e Francesca Mambro uccidono a Roma il sostituto procuratore Mario Amato. Il magistrato, 36 anni, è appena uscito di casa; da due anni conduce le principali inchiesta sui movimenti eversivi di destra. Amato aveva annunciato che le sue indagini lo stavano portando "alla visione di una verità d'assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori degli atti criminosi".

9 settembre 1980. Mambro e Fioravanti con Soderini e Cristiano Fioravanti, uccidono Francesco Mangiameli, dirigente di Terza Posizione in Sicilia e testimone scomodo in merito alla strage di Bologna.

5 febbraio 1981. Mambro e Fioravanti tendono un agguato a due carabinieri: Enea Codotto, 25 anni e Luigi Maronese, 23 anni. Dagli atti del processo è emerso che durante l'imboscata Fioravanti ha fatto finta di arrendersi. Poi ha gridato alla Mambro, nascosta dietro un'auto, "Spara, spara!".

30 settembre 1981. Viene ucciso il ventitreenne Marco Pizzari, estremista di destra e intimo amico di Luigi Ciavardini, poiché ritenuto un "infame delatore". Del commando omicida fa parte Mambro.

21 ottobre 1981. Alcuni Nar, tra cui Mambro, tendono un agguato, a Roma, al capitano della Digos Francesco Straullu e all'agente Ciriaco Di Roma. I due vengono massacrati. L'efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico legale: "La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo e del massiccio facciale con spappolamento dell'encefalo; quello di Di Roma per la ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesioni al cervello". Il capitano Straullu, 26 anni, aveva lavorato con grande impegno per smascherare i soldati dell'eversione nera.
Nel 1981 ne aveva fatti arrestare 56. La mattina dell'agguato non aveva la solita auto blindata, in riparazione da due giorni.

5 marzo 1982. Durante una rapina a Roma, Mambro uccide Alessandro Caravillani, 17 anni. Il ragazzo stava recandosi a scuola e passava di lì per caso. La sua morte suscita scalpore anche perché il giovane viene colpito alla testa con un colpo di pistola sparatogli a bruciapelo.(www.gennarocarotenuto.it 3 agosto 2007)

 

Aggressioni fasciste: un morto in Russia

—Siberia (Russia): Dichiarazione dei sopravvissuti all’aggressione neofascista al campo di protesta ambientalista di Angarsk

All’alba del 21 luglio, intorno alle 5 del mattino, il luogo dove ci eravamo stabiliti per campeggiare è stato brutalmente assalito. Diversi fascisti sono piombati all’improvviso sulle nostre tende dandogli fuoco e rubando le nostre cose, colpendoci nel sonno con bastoni, martelli e calci. Il tutto mentre inveivano e urlavano contro gli antifascisti – elemento che, insieme all’assurda e consapevole violenza dell’aggressione, non lascia dubbi sulla natura dell’azione: non si è trattato di hooligan qualsiasi, ma di un’incursione fascista coordinata e pianificata.

Va rilevata la lunga attesa – più di mezz’ora – che ha contraddistinto l’intervento delle forze di dell’ordine richiamate sul luogo e i successivi tentativi, da parte sempre della Polizia, di negare l’esistenza di gruppi neofascisti nell’area di Angarsk. I partecipanti al campo ecologista si sono visti invitare dai dirigenti di Polizia sul luogo a non “dare scandalo” e a “non comunicare con i giornalisti” riguardo all’aggressione subita. Ma non possiamo tacere, poiché l’indignazione e il desiderio di riscatto vanno al di là di ogni altra considerazione.

La scorsa notte abbiamo perso un nostro compagno. Ilya Borodaenko – un compagno anarchico di Nakhodka, membro dell’Azione Autonoma – è morto a causa di un trauma cranico e del pestaggio subito. La notte dell’aggressione, Ilya e altri due partecipanti del campo erano di turno ed Ilya è stato il primo a fronteggiare il gruppo fascista. Alcuni altri partecipanti sono stati ricoverati all’ospedale in gravi condizioni (con traumi cranici e fratture alle braccia e alle gambe). Le tende sono state date al fuoco o distrutte; le bandiere sono state rubate.

Comunque sia, non ci dimenticheremo nulla, e non perdoneremo la morte di Ilya Borodaenko ai suoi assassini – a prescindere dal corso che potrà mai prendere l’indagine “ufficiale”. Non fermeremo le nostre attività al campo di protesta ambientalista, non fermeremo la nostra lotta contro la piaga nazifascista e contro la mafia del nucleare, contro la feccia dell’autoritarismo e del razzismo, contro tutto ciò che mira alla distruzione sia della natura che della dignità umana.

Oggi siamo in lutto. Domani continueremo la nostra lotta.

(http://www.ecn.org/antifa/23 luglio 2007)

Comunicato stampa da Asti

Riteniamo che l’apertura della sede di Forza Nuova, partito politico che non fa mistero del proprio programma nazionalsocialista e che ha come segretario politico nazionale una persona citata in tutte le inchieste dell’eversione nera in questo paese, che si richiama nei simboli, nelle parole, negli atti, negli atteggiamenti paramilitari ed ordinovisti, sia del tutto inaccettabile, una vera provocazione.

La Provincia di Asti è medaglia d’oro al valor militare per il sacrificio dei propri figli e delle proprie genti durante la lotta al nazifascismo e per la liberazione del nostro paese.

Asti è una città profondamente, radicalmente antifascista.

I conti con il passato non si chiudono dimenticando e permettendo all’ignoranza ed all’ignominia di tornare ad avere diritto di cittadinanza nelle nostre città.

Il nostro è un antifascismo militante e democratico, che ha nella Costituzione Repubblicana il proprio riferimento imprescindibile.

Abbiamo partecipato questa mattina con convinzione al presidio davanti alla nuova sede di Forza Nuova e nei prossimi giorni i nostri gruppi in Consiglio Regionale e nei rami del Parlamento presenteranno interrogazioni al Governo per denunciare l’ennesimo vile e provocatorio presidio neofascista, che non può portare altro che male e disonore al valore patriottico e antifascista della nostra città.

Chiederemo al Sindaco Galvagno, tra l’altro sostenuto da un altro raggruppamento neofascista, ovvero Fiamma Tricolore, in qualità di Presidente del Comitato Antifascista cittadino, di denunciare e stigmatizzare l’apertura di questo presidio fascista in città.

Questo sarà sicuramente un primo banco di prova per verificare se la coalizione del Sindaco Galvagno si richiama ai principi democratici e costituzionali della nostra Repubblica.

I gruppi dirigenti di PRC e PdCI  Asti 30 giugno 2007

 

 

Antifascisti sempre

Comunicato della Banda Bassotti



Tutti i TG nazionali, tutti i quotidiani, un approfondimento con tanto di esperti (di che poi?) su Rai Tre, continue richieste di interviste, dichiarazioni congiunte e concordanti del sindaco Veltroni e del fascista Alemanno...

L´aggressione dei fascisti a villa Ada il 28 notte dopo il nostro concerto deve aver colpito l´ immaginazione di molti... si rispolverano termini come "Apologia di Fascismo" (reato in teoria) e si evocano gli spettri della violenza degli opposti estremismi...

Già, opposti... Come fascismo e antifascismo, come reato e principio costituzionale. In ogni modo, bisogna interrogarci su quale sia la novità che tanto inquieta in questa arsura estiva.
I fascisti ci sono sempre stati; hanno negozi, sezioni, siti web e addirittura centri sociali (vero Sindaco?) dove si vende e si distribuisce materiale razzista, revisionista e negazionista... Si presentano alle elezioni insieme a quello che viene chiamato "centro-destra"... le loro bandiere sventolavano anche sotto il palco del Family Day, vanno in televisione, e nelle curve degli stadi... non vediamo realmente dove sia la novità in tutto questo... e perché  questi uomini illustri, oggi solo si sorprendano che ci siano dei fascisti, degli xenofobi e intolleranti e si sorprendano anche che vengano ad aggredire un concerto della Banda Bassotti. Noi non siamo affatto sorpresi... in 16 anni di tours hanno provato molte altre volte ad aggredirci... ci vengono in mente Bolzano, Milano, Bergamo, Madrid, Bilbao e anche a Roma un anno fa per dirne qualcuna... ed erano sempre fascisti. strano eh?

I fascisti aggrediscono con i coltelli, quasi sempre feriscono, a volte uccidono e spesso non vengono presi... Provate a contare le decine di episodi denunciati solo nell´ultimo anno...

La notte di giovedì la polizia era assente e quando è arrivata non è entrata nella villa perché male equipaggiata ed ha concesso quindi agli aggressori 10 minuti buoni in più di autonomia.
In attesa che arrivassero i rinforzi, chiaramente non hanno fermato neanche uno degli aggressori... La polizia era però presente nel pomeriggio per verbalizzare una querela contro uno di noi accusato di ingiurie, ossia di "aver detto parolacce" al figlio di un loro funzionario per un motivo surreale...
La polizia era presente anche per arrestare chi si voleva auto difendere (chissà perché) dai fascisti.

I feriti sono molti di più di quelli che dicono i giornali che peraltro come al solito non hanno fatto che travisare ed inventare di sana pianta nostre dichiarazioni... ma questo è ciò che spesso  succede... per noi neanche questa è una novità...
Chissà quante teorie nei prossimi giorni; "indignazione"... "pugno di ferro", "legalità"... sociologi invitati a dibattiti e uomini illustri che si riempiranno la bocca di tante belle parole e di antitodi sicuri da adoperare...

Scusateci tanto... noi non ce la facciamo a stupirci. L´unica cosa  reale sono questi ennesimi nostri feriti, sono questi nostri ennesimi denunciati perché colpevoli di essersi difesi... ed è a loro che va la nostra solidarietà e il nostro affetto. A questa gente che che paga con noi la realtà di vivere in un Paese in cui il fascismo è una opinione come le altre o al massimo un estremismo pari a quello di chi ha liberato questa nazione offrendo in cambio il proprio sangue, la propria gioventù, la propria vita.

Noi andiamo avanti per la nostra strada; conosciamo il nostro mondo e non possiamo viverlo saltuariamente.

Antifascisti Sempre  - Banda Bassotti

(resistenza_partigiana 2 luglio 2007)

Roma, raid fascista durante un concerto

Irruzione di un gruppo di militanti di Forza Nuova, armati di bastoni e coltelli L'assalto ai cancelli di Villa Ada e il lancio di bombe-carta al grido di "Viva il Duce"
 

Tre ragazzi feriti, due auto dei carabinieri danneggiate, un militare contuso. Questo il bilancio della notte di paura vissuta al termine di un concerto della Banda Bassotti nel parco di Villa Ada, a Roma. Una spedizione punitiva, compiuta da militanti - circa 150, raccontano i testimoni - del movimento di estrema destra "Forza Nuova", che si sono presentati in colonna gridando "Duce! Duce!", con i volti coperti da caschi, armati di bastoni, catene e coltelli. A farne le spese sono stati tre ragazzi. Fra questi, uno è stato colpito da un'arma da taglio, l'altro ferito al capo. Numerose le persone sotto shock: nel parco c'erano anche famiglie con bambini. La Banda Bassotti, storica formazione del "combat rock" romano, è nota per l'impegno sociale e la militanza politica di sinistra. 

A raccontare la dinamica dell'accaduto, a Repubblica Tv, è Luca Bracci, direttore artistico di "Roma incontra il mondo", manifestazione dell'Estate Romana nell'ambito della quale si è esibita la Banda Bassotti. "Il concerto era finito, quattrocento persone se n'erano già andate, quando mi hanno chiamato i membri della band, che stavano salendo in macchina su via Salaria. Mi hanno detto che stava arrivando una colonna di fascisti, alcuni con il coltello in mano". "Ci siamo sbrigati, siamo riusciti appena in tempo a chiudere il cancello interno - spiega Bracci - ma quelli, arrivati all'ingresso, hanno cominciato a lanciare petardi e bombe carta, inneggiando al Duce e gridando slogan fascisti. All'interno si è creato il panico, l'area non è grande, c'erano ancora circa mille persone". Poi, i fascisti si sono allontanati, i cancelli sono stati riaperti e qualcuno ha iniziato a uscire. A quel punto gli aggressori sono passati all'attacco, che è andato avanti per almeno mezzora. I carabinieri sono intervenuti immediatamente ma hanno faticato per riportare la calma. "Erano agguerriti, è chiaro - spiega ancora Bracci - che si è trattato di un'aggressione organizzata, in una zona dove sono presenti numerosi covi di estrema destra: già in passato sono comparse scritte antisemite sui negozi di Viale Libia e Viale Somalia". La manifestazione "Roma incontra il mondo" è iniziata da dieci giorni, "e già tre volte - racconta l'organizzatore - erano state gravemente danneggiate le macchine degli spettatori, vetri rotti, gomme bucate. tant'è vero che proprio ieri sera erano venuti due ispettori della polizia per cercare di capire come mettere riparo alla situazione. Poi, visto che era tutto tranquillo, verso mezzanotte se n'erano andati". 

Scopa, il chitarrista della Banda Bassotti, è convinto che l'obiettivo fosse proprio la band: "Sapevamo di venire in una zona un po' a rischio, per questo siamo usciti velocemente. Gli aggressori cercavano noi, specificamente. Perché con la nostra musica teniamo alta la cultura antifascista", ha detto ai microfoni di BBS Popolare Network. Quanto accaduto è di "incredibile gravità", ha detto il sindaco di Roma, Walter Veltroni: "Gruppi di teppisti armati di spranghe e bombe-carta, nascosti nell'ombra all'uscita e al grido di 'Viva il Duce' hanno premeditatamente aggredito ragazze e ragazzi. Fatti del genere non debbono accadere in questa città. Va evitato in ogni modo che chiunque accenda spirali di violenza". Veltroni si augura che "le forze dell'ordine riescano a individuare i colpevoli dell'aggressione e ad assicurarli immediatamente alla giustizia, e che "da parte di tutte le forze politiche giunga subito una nettissima e inequivocabile condanna verso queste forme di delinquenza e violenza". "Ferma condanna" dal presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che sottolinea "il dovere di isolare chi vuole riportare a un passato che i romani hanno superato da anni". Di "sconcerto" parla il presidente della federazione romana di Alleanza nazionale, Gianni Alemanno: "Un fatto preoccupante, che rischia di rinnescare una spirale di violenza tra i giovani. Dobbiamo fare il possibile per evitare che questi episodi delinquenziali assumano valenza politica". (Repubblica.it 29 giugno 2007)


 

Forte la condanna del PdCI

Unanime e forte la condanna: Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, ha presentato sull'episodio un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno,mentre per Riccardo Messina, coordinatore nazionale Fgci, «gli orrendi fatti di Villa Ada a Roma non sono semplice violenza, ma squadrismo puro e come tale va affrontato». Messina, pur unendosi al sindaco Veltroni nell'emettere una condanna nettissima e inequivocabile della violenza avvenuta, precisa come non si possa «fare a meno di ricordare al sindaco che non basta condannare, ma occorre prevenire certe tragedie sradicando il fenomeno neofascista a monte. Cosa difficile se il sindaco continuerà a dare man forte ai violenti nipotini del duce dedicando vie ai fratelli Mattei o difendendo la scritta 'Paolo vive!' in viale Libia. Urge che le istituzioni invertano la rotta schierandosi apertamente e nettamente contro il neofascismo».(tratto da La Rinascita della sinistra)
 

La resistenza continua da San Salvario

di mg - redazione

Torino, 22 giugno 2007. Gli abitanti di San Salvario hanno risposto ieri alle ronde fasciste con un presidio seguito da bel corteo a cui hanno partecipato, tra gli altri, i ragazzi dei Centri Sociali ma anche il PdCI, la Fgci, il Prc. Al presidio molti interventi degli abitanti del quartiere, tutti con un unico denominatore: San Salvario non ha bisogno di ronde fasciste, nè Torino tutta, medaglia d'oro della Resistenza. Sfilando per le vie al ritmo giocoso dei  tamburi e del reggee, non sono mancati gli slogans, uno per tutti "Con tutti gli immigrati solidarietà, i fascisti fuori dalle città." Applausi e canti. Il corteo è stato seguito dagli abitanti anche dai balconi e si è ingrossato via via di cittadini migranti, una di questi, una donna somala madre di quattro figli,  residente in San Salvario ormai da 19 anni, ha  preso la parola per parlare di integrazione, cultura, pace,  contro il fascismo e contro la militarizzazione del quartiere da parte delle forze di polizia. Come al solito  l'organo di informazione "La Stampa" si è schierato, infatti  il corteo delle istituzioni organizzato  a Barriera di Milano  contro i pusher, (questi cortei sono ormai diventati vetrina elettorale per i partiti di destra, fascisti e leghisti in testa) è stato oggi enfatizzato con una intera prima pagina cittadina e al nostro corteo è stato riservato un fondo di quarta, merito al giornalista di aver almeno ammesso la riuscita del corteo antifascista con tanto di fotografia. Ma non dobbiamo abbassare la vigilanza,  si profilano tempi sempre più bui perchè i fascisti, vecchi e nuovi, adducendo la scusa della "sicurezza" perseguono il loro disegno di strumentalizzare la paura dei cittadini per il diffondersi dello spaccio di droga, sfilando in tutti i quartieri e portando le proprie parole d'ordine di razzismo e omofobia.. Tutta Torino, nella sua migliore tradizione antifascista, ancora una volta e sempre,  si deve mobilitare per cacciare questi fantasmi di un passato che non vogliamo ritorni mai più.

 

Presidio antifascista ore 20,30 del 21 giugno 2007

piazza Madama Cristina a Torino contro le ronde fasciste

 

Dal sito www.pdcitorino.it


Ieri (mercoledì 20 giugno ndr) si è svolta la ronda squadrista di Azione Giovani, i giovani neofascisti legati ad Alleanza Nazionale.
L’idea che veniva sostenuta è aberrante: quella che la difesa dell’ordine pubblico in un Paese democratico non sia garantita dalle Forze dell’Ordine ma dai privati cittadini.
Inoltre le squadracce fasciste sono state scortate e tutelate dalla Polizia, impedendo ai cittadini di San Salvario di attraversare liberamente il Quartiere; le cittadine ed i cittadini, tra cui 4 compagni della FGCI, venivano identificati e bloccati dalle Forze dell’Ordine.
Ci chiediamo come tutto questo sia possibile quando alla guida del Paese c’è un Governo di centrosinistra; crediamo che il Ministro Amato farebbe bene ad occuparsi di questi fenomeni eversivi di estrema destra invece che cercare terroristi in posti improbabili.
La manifestazione di ieri che doveva, secondo i fascisti, tutelare la sicurezza del Quartiere ha reso San Salvario blindata, soprattutto per chi ci vive.
Stasera saremo in Piazza a fianco dei cittadini che non tollerano questo neosquadrismo, e che chiedono una Torino libera.

di Mao Calliano, Resp. Org. Federazione di Torino
Giovedì sera saremo in piazza Madama Cristina per dire basta alle ronde che in questi giorni la destra xenofoba e neofascista sta effettuando nel quartiere di San Salvario.
In un Paese democratico la salvaguardia della sicurezza deve essere tutelata dalle forze dell'ordine, e non da chi organizza squadracce che hanno più a che fare con il ventennio fascista che con la sicurezza.
Riteniamo che gli squadristi che effettuano le ronde dovrebbero essere messe fuori legge perché sono un pericolo per il vivere civile; inoltre questo atteggiamento di chiusura non fa altro che aumentare la conflittualità, anzi che favorire l'integrazione e la sicurezza.
Chi parla di guerra civile in corso certamente non aiuta la costruzione di una San Salvario sicura.
Facciamo appello a tutte/i i cittadini che hanno a cuore la democrazia, la difesa dei valori della nostra Repubblica che nacque proprio grazie a chi sconfisse questa cultura dell'esclusione del diverso affinché siano in piazza con noi giovedì sera.

Presidio antifascista del 14 maggio 2007 all'università di Torino

Pubblichiamo dal sito del centro sociale Askatasuna:

14 giugno 2007 - Dalle 6.30 di questa mattina la Digos di Torino ha arrestato 3 compagni dell'Askatasuna e del collettivo universitario autonomo. Dopo aver perquisito le abitazioni li ha tradotti in questura notificando loro il mandato di custodia cautelare ai domiciliari. Davide, Fabio e Marco sono imputati dei reati di violenza e resistenza a Pubblico ufficiale in merito agli scontri avvenuti all'università il 14 maggio quando un presidio antifascista impedì ai fascisti del Fuan di entrare a Palazzo Nuovo. Ci furono cariche della polizia dentro l'atrio dell'università e ci furono alcuni feriti. Due militanti dei Comunisti Italiani, che erano presenti alla manifestazione vennero già denunciati. In merito all'episodio, che ebbe molto eco sui giornali cittadini, vennero presentate alcune interrogazioni in Consiglio comunale e in Consiglio regionale, di solidarietà con gli studenti e di condanna alla manifestazione fascista

Comunicato del Collettivo Universitario Autonomo

 

Arrestati studenti antifascisti


Oggi 14 giugno 2007, verso le 7 del mattino, tre compagni del Network Antagonista Torinese sono stati raggiunti da notifica di arresti domiciliari. Dopo la perquisizione delle rispettive abitazioni, per volere del pm Tatangelo, sono stati portati in questura. I reati contestati (minacce, resistenza, aggressione e lesioni in concorso con le aggravanti) sono inerenti alla giornata del 14 maggio 2007, quando un folto gruppo di studenti e studentesse antifascist* ha impedito che il FUAN (organizzazione universitaria neofascista) volantinasse nell'atrio di Palazzo Nuovo, subendo due cariche violente della polizia, come sempre schierata a difesa dei fascisti. Oggi si apre un ulteriore capitolo riguardo a una brutta storia cominciata con il Rettore Pelizzetti che si è erto a difensore dei fascisti, proseguita con i militanti del FUAN che alle 7 del mattino del 14 maggio sgattaiolavano come topi, scavalcando i cancelli, all'interno dell'università, luogo altrimenti a loro inagibile, e terminata, nonostante le cariche, con la cacciata dei fascisti da parte degli studenti. Per l'ennesima volta tre nostri compagni, e quindi noi tutti, siamo accusati di antifascismo, accusa troppo spesso ricorrente negli ultimi anni. Per conto nostro, rivendichiamo come sempre la pratica di un antifascismo militante, che certo mai verrà scalfita dalla repressione in atto. Rivendichiamo, quindi, l'aver cercato nella giornata del 14 maggio la contrapposizione con le forze dell'ordine, illegittimamente presenti all'interno dell'università in assetto antisommossa, in coerenza con quello che è da sempre uno dei nostri obiettivi, ovvero quello di impedire, fisicamente e politicamente qualunque agibilità ai neofascisti. A chi ci accusa, in nome di una presunta democrazia, ribadiamo che nulla può prescindere dal valore dell'antifascismo che continueremo a perseguire. E siamo invece noi ad accusare: -Il Rettore Pelizzetti che ha concesso ai militanti del FUAN l'ingresso a palazzo nuovo prima ancora dell'apertura dei cancelli, permettendogli di volantinare ,e, in nome di una demagogica pluralità, ha calpestato le convinzioni antifasciste radicate tra gli studenti dell'Università di Torino. Che ha permesso la presenza della polizia all'interno dell'Università, sottraendosi ad ogni responsabilità rispetto alle conseguenze che tale presenza ha comportato. -Le forze dell'ordine, che, oltre ad impedire con la loro presenza il normale svolgimento della vita universitaria, non si sono risparmiate in battute e provocazioni razziste e omofobe, prima di caricare selvaggiamente, picchiando studenti, personale dell'università e chiunque si trovasse nell'atrio in quel momento, dando luogo a una caccia all'uomo fino ai piani superiori e dentro le biblioteche e aule dell'ateneo. -La magistratura, che lungi dal ristabilire la realtà dei fatti (non che ci si potesse aspettare altro), continua ad accanirsi contro qualsiasi manifestazione di un antifascismo genuino, stilando lunghe liste di reati a carico degli antifascisti. Per niente intimiditi, ma ancora più determinati, lanciamo da oggi una campagna di solidarietà con i compagni denunciati sia all'università che nella città, e ne chiediamo l'immediata liberazione. DAVIDE, FABIO, MARCO LIBERI SUBITO!

 

Una famiglia di troppo

 

di Ruggero Giacomini

L'attaccamento della destra alla famiglia cristiana fondata sul matrimonio indissolubile è un mito fondato sulla ipocrisia, con risvolti tragici per quanto riguarda l’origine nel fondatore del fascismo, e farseschi negli attuali esponenti del centro-destra. Costoro gridano alla “dissoluzione” morale e sociale che precipiterebbe se passasse un’idea della famiglia e del matrimonio un po’ più ampia e laica rispetto a quella delle gerarchie della chiesa, atteggiandosi a strenui campioni del modello familiare da queste proposto, come se nessuno conoscesse le loro storie private di matrimoni dissolti, coppie di fatto, separazioni e divorzi: che potrebbero restare, come sono, fatti privati, se essi non pretendessero di ergersi a giudici e dare lezioni di morale e religione.
Nel caso di Mussolini, poi, il mito familista si erge sulla tragica sorte di un figlio e di una madre, sacrificati nelle loro vite, di cui si è cercato di cancellare anche il ricordo. Non si può perciò che apprezzare l’annuncio a sorpresa di Marco Bellocchio di un suo prossimo film, sulla vicenda tragica e sconosciuta di Benito Albino Mussolini, figlio del duce del fascismo, e sulla madre di lui. Benito Albino nacque l’11 novembre 1915 a Milano, da una relazione che Mussolini ebbe con Ida Irene Dalser, 35enne originaria di Sopramonte di Trento, dopo che aveva rotto con il partito socialista, saltando all’estrema destra facendosi acceso propagandista della guerra. La Dalser, che aveva vissuto per un certo tempo a Parigi, a Milano aveva aperto uno dei primi gabinetti di “igiene estetica e massaggio”. Chiuse l’attività ben avviata per seguire Mussolini al “Popolo d’Italia”.
I due si sposarono, e questo risulta dal fatto, di cui è rimasta traccia documentaria, che alla Dalser veniva corrisposto dallo stato durante la guerra il sussidio settimanale erogato alle famiglie dei richiamati, quale “moglie del militare Mussolini Benito”.
Nella sua imponente biografia di Mussolini in otto tomi e migliaia di pagine, Renzo De Felice dedica alla vicenda del primo figlio maschio poche righe, confinate in una nota del primo volume, in cui scrive: «Verso la fine del 1914 Mussolini strinse una relazione sentimentale con una trentina di nome Ida Irene Dalser, titolare di un gabinetto di bellezza fisica a Milano. La relazione fra i due fu lunga e burrascosa. Da essa nacque nel novembre 1915 un figlio (che morì in manicomio nel 1942) a cui fu imposto il nome di Benito Albino Dalser, che Mussolini riconobbe nel gennaio 1916 e per il cui mantenimento, citato in un secondo tempo dalla Dalser, si impegnò alla fine del luglio 1916 a corrispondere la somma di 200 lire mensili. Abbandonata da Mussolini, la Dalser lo perseguitò a lungo tanto che, con decreto prefettizio 22 maggio 1917, fu allontanata da Milano e poi internata, come suddita nemica, a Caserta».
De Felice null’altro dice sulla disgraziatissima vita di questo infelice figlio del Duce, sul rapporto col padre e perché fosse stato rinchiuso in manicomio e come vi fosse morto appena ventisettenne privato del cognome paterno. Nell’indice dei nomi, Benito Albino è citato sotto il cognome della madre, e questo la dice lunga sulla dipendenza dello storico dai giudizi delle fonti fasciste e in primis dello stesso Mussolini, che quel figlio voleva cancellato.
Nulla dice De Felice sul fatto che la Dalser sostenesse di essere stata sposata con Mussolini, ma la cosa che colpisce di più è che essa - per non aver accettato semplicemente di scomparire dopo essere stata scaricata ed aver continuato a battersi per i diritti del figlio come una madre sa fare - viene presentata dal De Felice/ Mussolini come la “persecutrice”, con cinico rovesciamento delle parti. Per cui tutto il seguito - la deportazione, l’internamento, la reclusione forzata in manicomio nonostante fosse perfettamente lucida e sana, la sorte del figlio, la morte - ne viene ad essere giustificato. Mussolini vittima e Dalser carnefice: un altro esempio di quel “ribaltonismo storiografico”, su cui si vorrebbe costruire una “memoria condivisa”.
Lo stesso De Felice pubblica una lettera pervenuta nell’ottobre 1919 all’allora presidente del consiglio Nitti da un amico giornalista, in cui si riferisce che il futuro duce «promette di addolcire il tono» nei confronti del governo se non lo si attacca troppo nei giornali governativi e, «per scendere a cose anche più basse, il Mussolini ha una certa Darsen (sic!), una donna dalla quale ha avuto un figlio, che lo perseguita... Si potrebbe allontanarla da Milano per ottenere in cambio che il Mussolini stia quieto?». La donna è dunque proposta come oggetto di scambio e la fonte, che suggerisce di accettare i desiderata di Mussolini per ricavarne vantaggi politici, non esita ad ammettere che si tratta di bassezze.
Quando Mussolini divenne capo assoluto del governo, quelle «cose anche più basse» non dovette più oltre barattarle, ma poté semplicemente ordinarle, rimuovendo dal mondo dei vivi e cercando di cancellare le tracce dell’esistenza di due persone e una famiglia di troppo. Schiacciando vite e falsificando carte. Meritando così, grazie anche a un matrimonio celebrato con tutti i crismi dell’autorità religiosa, la fama di esemplare cultore della... sacra famiglia.(La Rinascita della sinistra 8 giugno 2007)
 

 

  

Brigata Garibaldi - Partigiani comunisti

25 aprile 1945 25 aprile 2007 62°anniversario della Liberazione

Le iniziative in Italia

  • Torino. Ciclo di manifestazioni, convegni, mostre e incontri del Museo diffuso della Resistenza  e

24 aprile 2007 - Torino - ore 20,30 da Piazza Arbarello fiaccolata dell'Anpi

 

 

Milano. 25 aprile - Alle 15 tradizionale corteo popolare da Porta Venezia,
con comizi in piazza del Duomo. Dopo il saluto del Sindaco Letizia
Moratti prenderanno la parola: Gerardo Agostini, presidente
Confederazione associazioni combattentistiche e partigiane; Mario
Artali, vice presidente FIAP; Giovanni Pesce, MO al VM; Raffaele
Bonanni, segretario generale CISL a nome di CGIL, CISL e UIL; Tino
Casali, presidente ANPI, a nome del Comitato promotore. Concluderà
Fausto Bertinotti presidente della Camera dei deputati. Il programma
dettagliato delle iniziative ufficiali milanesi.
 

Donne e uomini della Resistenza

    


 

L'Italia antifascista del 25 aprile

di Marzia Bonacci

Al di là dei confini nazionali esiste, molto più sviluppata che in questo nostro Paese, la capacità di sapersi stringere intorno ad eventi storici che rappresentano, universalmente, un patrimonio comune ugualmente importante aldilà dei partitismi, delle suddivisioni politiche, diciamo anche delle meschinità di schieramento. In Italia questo non è mai accaduto, nè tanto meno accade ora. Soprattutto quando ad essere al centro della ricorrenza e del ricordo è la Liberazione, percepita come oggetto di contesa ideologica non tanto in quanto ritrovata autonomia di un popolo finalmente redento dall'occupazione straniera, ma quanto espressione di uno spirito e di una coscienza che viene considerata esclusivamente come di parte. E di parte significa comunista, socialista. Insomma, politicamente determinata e ristretta.

E' soprattutto la destra nostrana ad essere recalcitrante nel riconoscere alla Liberazione quel ruolo e quel significato di grande portata che pure gli spetta. E la reticenza nasce per quel che la Liberazione implicitamente richiama a se, ovvero il contributo ad essa dato dalla lotta partigiana, dalla Resistenza. Anche in questo caso, però, il pregiudizio e la miopia storica e politica sembrano giocare da padrone, portando la destra italiana a non voler riconoscere che il movimento partigiano non può esser ridotto al ruolo esclusivo della presenza comunista, che pure certamente fu determinante. Liberali, repubblicani, azionisti, cattolici e socialdemocratici si mobilitarono con generosità nello sforzo di respingere la calata nazista, lasciando sul campo decine di giovani morti, accecati dall'amore per la Libertà. Una sinergia culminata nella nostra Carta Costituzionale che del Comitato Nazionale di Liberazione è stata lo specchio. Per questo, non riconoscere quel contributo storico significa non rispettare il documento fondamentale dello stato italiano, di cui pure la destra si dice innamorata.

Il 25 aprile condensa in sé tutto questo: la libertà ritrovata di un popolo piegato da un ventennio drammatico, ma anche la speranza per uno stato moderno, fondato sul diritto e sul ripudio della guerra come strumento di offesa; animato da una nuova partecipazione allargata che spinge molti storici ad indicare nella Resistenza il primo vero Risorgimento italiano. Intellettuali e operai, credenti e atei, soldati caduti nello sbando dopo il volta faccia badogliano seguito all'8 settembre, uomini e donne in posizione finalmente paritaria che hanno creduto nella lotta armata come strumento di liberazione e di liberazione per il futuro. Uno spirito riassunto in poche righe, che non lasciano spazio al fraintendimento, nelle parole che Calvino affidata al comandante Kim, quando di fronte alla domanda del compagno Ferriera, cioè "quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?...", Kim risponde: "la stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa... la stessa cosa ma tutto il contrario perchè qui si è nel giusto, là nello sbagliato. [...] L'altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perchè non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finchè dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restare schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni...". Forse è questo che fa paura alla destra italiana: la natura antifascista che ha determinato la celebrazione di questa ricorrenza, e la ritrovata libertà del nostro Paese.(Aprileonline 25 aprile 2007)

25 aprile:  per valorizzare il patrimonio della liberazione


(ANSA) - ROMA, 23 APR - In occasione del 25 aprile il Gruppo Parlamentare dei comunisti italiani ha presentato una proposta di legge 'per promuovere la manutenzione, il restauro e la valorizzazione del patrimonio della guerra di Liberazione e della lotta partigiana e in particolare: edifici e manufatti sedi delle formazioni partigiane; fortificazioni campali, camminamenti, strade e sentieri militari; cippi, monumenti, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni e sentieri militari; reperti mobili e cimeli; archivi documentali e fotografici pubblici e privati; ogni altro residuato o documento avente relazioni con le operazioni belliche o riferibili alla Resistenza partigiana in genere'. Lo annuncia Pino Sgobio, Capogruppo del Pdci alla Camera.
'Lo spirito della Proposta di Legge - sottolinea Sgobio - e' quello di ridare lustro e proiettare nel futuro la ricorrenza del 25 aprile, che ha sancito l'atto fondativo della nostra Repubblica'. 'In tempi di attacco massiccio ai valori e ai principi fondamentali della nostra Costituzione - conclude Sgobio - difendere e tramandare alle future generazioni il valore dell'antifascismo e' il miglior modo per consolidare la democrazia nel nostro Paese'.(Ansa 23.4.2007)

La memoria "divisa" di Marzabotto


di Giulia Gentile

Un reduce: «Pensavamo davvero che i partigiani potessero tenere testa ai tedeschi, ma era impossibile». Un partigiano: «La strage di Marzabotto l'hanno fatta per vendicarsi della popolazione civile. Perché i nazisti sapevano che tutti aiutavano i partigiani. Noi ribelli eravamo consapevoli di mettere a rischio la popolazione, ma d'altra parte la Resistenza andava pure fatta». Una reduce: «Se ci fosse stato un combattimento fra partigiani e tedeschi, molte vittime della strage si sarebbero salvate. Nell'eccidio dentro al cimitero di Casaglia c'erano solo due tedeschi: uno dentro con il mitra, e uno fuori che tirava bombe a mano all'interno. Sarebbe davvero bastato poco». Un partigiano:
«Nessuno di noi sapeva che sarebbe arrivato un attacco nazista di tale portata».
Quattro voci, quattro storie, quattro rielaborazioni completamente differenti dello stesso episodio: l'eccidio perpetrato dalle Ss del maggiore Walter Reder a Monte Sole, sull'Appennino bolognese: 770 vittime (donne, anziani e bambini) in una mattanza durata sette giorni, dal 29 settembre al 5 ottobre 1944. Un evento traumatico che rappresenta un rigido spartiacque nelle vite dei superstiti e dei famigliari delle
vittime: sono sei di loro i protagonisti del documentario Quello che abbiam passato. Memorie di Monte Sole. La loro personalissima rielaborazione della memoria, e il loro rapporto con le istituzioni, che quel ricordo ha cercato di omologare attraverso la retorica delle celebrazioni e dei monumenti. Il lavoro è stato ideato da due ricercatrici della Scuola di Pace di Monte Sole, Marzia Gigli e Maria Chiara Patuelli, montato e codiretto dalle bolognesi Comunicattive e realizzato con finanziamenti dell'Unione europea. Lunedì 16 (ore 16, cinema Lumière, via Azzo Gardino 65, Bologna) il film sarà proiettato in anteprima all'interno del festival internazionale di cinema «Human Rights nights». Poi, il Dvd resterà in distribuzione nella sede della Scuola di Pace (via San Martino 25, Marzabotto, Bologna, www.montesole.org).
I racconti di vita salvati nei 45 minuti di pellicola, quelli di due partigiani e quattro reduci, parlano di un prima e di un dopo la strage di Marzabotto. Si parte da ricordi d'infanzia, che per uno equivalgono alla doppia bocciatura a scuola mentre per l'altra all'essere la «secchiona» della classe, per arrivare all'eccidio, al rapporto con il proprio ricordo e all'importanza del trasmettere la memoria.
L'evento spartiacque di queste esistenze, spiegano Gigli e Patuelli, viene ricostruito attraverso «il proprio contesto sociale, culturale e
politico: spesso le memorie sono talmente discordanti da arrivare a rappresentazioni totalmente opposte dello stesso fatto». Esempio perfetto di questo atteggiamento è il modo in cui i sei intervistati parlano del rapporto fra popolazioni civili e «ribelli». «Ci toccò dare un vitello ai partigiani - racconta, ad esempio, Angiolina Massa -, perché "loro dovevano mangiare". E noi no?! A mio padre diedero un biglietto con scritto che gli inglesi ci avrebbero ripagato il vitello.
Mio padre lo gettò nel fuoco». «Tutti i contadini aiutavano i partigiani - ricorda invece la coetanea Salvina Astrali, scampata per destino alla strage assieme a due sorelle gravemente ferite - e noi ragazze andavamo spesso in montagna a portare del cibo agli uomini».
«Abbiamo fatto degli errori colossali - ammette sullo stesso tema il partigiano della brigata «Stella rossa» Gastone Sgargi, diploma di Quinta elementare e tre volumoni di Palmiro Togliatti nella libreria di casa - ma il problema fondamentale, allora, era ribellarsi al fascismo».
E poi c'è il difficile rapporto dei superstiti con le commemorazioni ufficiali della strage, dalla retorica resistenziale dell'immediato dopoguerra all'inaugurazione del Sacrario di Marzabotto nel 1960. «Ciò che traspare dai racconti di alcuni sopravvissuti - chiariscono le ricercatrici - è la percezione che le proprie sofferenze vengano
strumentalizzate: mentre loro si auto-rappresentano come vittime innocenti al di fuori di qualsiasi dinamica storico-politica, il discorso pubblico nazionalizza le loro sofferenze e li rende "martiri della libertà"».
L'eccidio si è compiuto in oltre cento località diverse dell'Appennino bolognese, fra la valle del fiume Reno e quella del Setta, intorno ai Comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana. Negli anni Cinquanta, però, le spoglie delle vittime furono tutte riunite nel Sacrario. «Avrebbero dovuto lasciare i morti dov'erano - l'aspra critica di Angiolina Massa -, ci va sempre di mezzo quella maledetta politica. Invece chi è morto, di politica ne sapeva quanto me». «Le commemorazioni sono politiche e basta - lamenta anche Cornelia Paselli, miracolosamente sopravvissuta all'eccidio nel cimitero di Casaglia -, non è che si faccia onore a chi è morto».
Il documentario, dedicato a Gastone Sgargi, scomparso poche settimane dopo aver realizzato l'intervista, si chiude sui temi dell'educazione alla memoria e alla pace ma resta, negli intenti di ideatrici e registe, un lavoro aperto. «Il processo per la Strage (chiuso il 13 gennaio con la condanna all'ergastolo di 10 ex Ss da parte del Tribunale militare di La Spezia, ndr) ha mosso molte cose nei sopravvissuti - conclude Patuelli -: è stato una sorta di "rito collettivo" che ha spinto anche chi non aveva mai raccontato la sua storia a farlo in tribunale. Molte persone si sono riconosciute e ri-raccontate in quell'occasione, allacciando nuovamente legami con le istituzioni che fino ad ora avevano visto con diffidenza. Per questo continueremo a fare videointerviste, per registrare tutto ciò che si è mosso "dopo"».(L'Unità 12 aprile 2007)


 

La strage di Marzabotto

Con la definizione “Strage di Marzabotto” s'intende una serie di crimini perpetrati, dalla feroce 16. SS-Panzergrenadier-Division «Reichsführer-SS, nei giorni che vanno dal 29 settembre ai primi di ottobre 1944 in diverse località quali Tagliadazza, Caparra, Castellano, Caviglia, Vado di Monzuno, Grizzana e, appunto, Marzabotto. Nulla fu risparmiato: donne, bambini, civili inermi: famiglie intere. Venne colpita da colpi di mitragliatrice anche gente rifugiata in una chiesa e in un cimitero. Non si posseggono cifre esatte circa il numero di vittime. Le stime approssimative parlano di più di 1800 vittime, molte delle quali furono ritrovate molto tempo dopo. La rappresaglia fu motivata dalla necessità, per le truppe naziste, di reprimere la brigata partigiana Stella Rossa che nella zona contava più di 2000 elementi. E per farlo era necessario qualunque mezzo.

“La notte dal 28 al 29 settembre 1944, la 1° Compagnia del 16° Battaglione della 16° Divisione SS Reichsfuhrer Recce Unit, assieme al plotone mitraglieri di fanteria della 5° Compagnia, al quale appartenevo, furono adunati a Montorio, dove noi eravamo stati accantonati per tre o quattro giorni. Il comandante della 1° Compagnia Obersturmfuhrer Segebrecht ci indirizzò allora alcune parole dicendoci che stavamo per entrare in azione contro i partigiani e che avevamo l'ordine di fare rappresaglia sparando indiscriminatamente su tutte le persone nelle vicinanze, qualora fossimo stati fatti segno a fuoco mentre eravamo in marcia. Aggiunse che questi ordini erano pervenuti dal comandante del 'Recce Unit', maggiore Reder”. (1)

Il maggiore SS Walter Reder, agli ordini del Feldmaresciallo Kesserling , fu l'autore materiale della strage, la più efferata in Italia quanto a violenza e numero di vittime. Egli fu processato e condannato all'ergastolo dal Tribunale militare di Bologna nel 1951. Condanna che sconterà nel carcere militare di Gaeta fino al 1985, quando verrà amnistiato per intercessione del governo austriaco. Già nel 1946 erano stati processati e condannati dalla Corte d'Assise di Brescia due italiani, appartenenti alle milizie della RSI, quel giorno camuffati nella divisa delle SS: Giovanni Quadri e Lorenzo Mingardi. Il primo, inizialmente condannato a 30 anni, ebbe la pena ridotta a 10 anni e 8 mesi; il secondo, condannato a morte, ebbe la pena commutata in ergastolo. Le due condanne sono l'ennesima riprova di come, in numerosi eccidi perpetrati dalle SS, vi sia stata la complicità italiana. I due fascisti di Salò non scontarono interamente la loro condanna perché beneficiari di un'amnistia. Oggi che si parla di considerare i combattenti di Salò alla stregua dei partigiani in nome della pacificazione nazionale (e per il riconoscimento dello status di combattenti, per potere beneficiare della pensione) e che qualcuno, con un'apertura mentale di chi conosce solo il bianco o il nero, parla di mettere sullo stesso piano i crimini partigiani con quelli dei fascisti, è doveroso fare delle precisazioni. È innegabile che anche i partigiani hanno compiuto dei crimini spregevoli. Ma se ciò è vero, lo è altrettanto il fatto che le motivazioni che hanno spinto migliaia di giovani ad andare sulle montagne con i ribelli si fondavano sulla volontà di cacciare l'invasore e costruire una società diversa: non la vendetta, ma la libertà era il valore che univa tutti gli appartenenti al CLN. I partiti di questo comitato, benché delle più disparate matrici ideologiche, ebbero il merito di lasciar da parte le differenze per rimanere uniti sull'obiettivo precipuo, quello di liberare l'Italia (2). I crimini partigiani sono stati l'eccezione, mentre la regola era la libertà. I repubblichini, al contrario, lottavano per far perdurare l'oppressione, che da vent'anni soffocava l'Italia. L'ideologia fascista, del resto, si fondava sulla violenza e sull'imposizione bruta delle idee. Questa era la regola su cui si fondava l'azione delle Brigate nere. L'osservazione suesposta viene inserita nella trattazione di questa strage sia perché tempo fa, l'onorevole Bondi di Forza Italia ha dichiarato che “neanche a Marzabotto i comunisti hanno le carte in regola” e che “a Marzabotto i partigiani inasprirono lo scontro” che come conseguenza causò la morte di molti civili; sia perché nella stessa occasione, Mirko Tremaglia, ex Salò, ha proposto che “il 25 aprile non sia più festa della Liberazione, ma festa della Pacificazione e dell'Unità Nazionale”. Circa le dichiarazioni di Bondi rimando a quanto detto prima sulle motivazioni di fondo che spinsero i partigiani a impugnare le armi. Quanto invece alle dichiarazioni di Tremaglia, è bene ricordare che il 25 aprile celebra la liberazione dell'Italia dal nazifascismo. L'amnistia voluta dall'allora ministro Palmiro Togliatti, con il decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4, largamente ed estensivamente applicata a coloro che militarono nelle milizie della Repubblica Sociale, è stata emanata proprio con l'intento di una pacificazione nazionale.Tempo fa il nazista Albert Meier, coinvolto a Marzabotto, intervistato da una tv tedesca fece intendere che a Marzabotto furono uccisi solo coloro che erano dei “bacilli di sinistra”, ritenuti dei vigliacchi perché “ci sparavano addosso, dalle finestre, dai tetti”. I partigiani venivano considerati banditi e, secondo la logica dei nazisti, sulle montagne erano tutti considerati partigiani, quindi da punire con la fucilazione. Lo stesso Meier afferma di aver preso un'onorificenza che davano dopo sette azioni contro i partigiani, che “non erano combattenti regolari” ma “teste di topo”. (3) Il Presidente della Germania Johannes Rau, il 17 aprile 2002, ha chiesto scusa all'Italia dell'accaduto perchè “la colpa personale ricade solamente su chi ha commesso quei crimini. Le conseguenze di una tale colpa, invece, devono affrontarle anche le generazioni successive”.

1) La dichiarazione è di Julien Legoll, chiamato in giudizio dopo la guerra nel corso dei processi per accertare i fatti in questione. È stata tratta dall'articolo “Marzabotto parla” ed. Avanti! nel 1955.
(2) Si pensi alla “svolta di Salerno” dell'aprile 1944, in cui Togliatti mise da parte la questione istituzionale rimandandola a dopo la sconfitta del nazifascismo, ritenuto obiettivo precipuo di quel momento storico. Si pensi alla stessa Costituzione repubblicana, nata con l'accordo dei partiti del CLN.
(3) L'intervista di Meier è stata rilasciata alla televisione tedesca ARD e pubblicata in Italia dall'Espresso il 18 aprile del 2004.

(pubblicato il 29 Dicembre 2005- La specula.com)

 

Un articolo del 1975. Attualissimo

Le lucciole sono scomparse e il potere non lo sa


di Pier Paolo Pasolini

«La distinzione tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente meno che al giornale Il Politecnico , cioè all'immediato dopoguerra...». Così comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo ( L'Europeo , 26-12-1974) che sottoscrivo tutto e pienamente.
Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione tra "fascismi" fatta sul Politecnico non è né pertinente né attuale. Essa poteva valere ancora fino a circa una decina di anni fa: quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione del regime fascista. Ma una decina di anni fa, è successo "qualcosa". "Qualcosa" che non c'era e non era prevedibile non solo ai tempi del Politecnico, ma nemmeno un anno prima.
Il confronto reale tra "fascismi" non può essere dunque "cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma tra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che è successo una decina di anni fa. Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche meglio).
Nei primi anni '60, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. In pochi anni le lucciole non c'erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque "scomparsa delle lucciole".
Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma sono diventate addirittura storicamente incommensurabili.
La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarlo i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole a oggi. Osserviamole una alla volta.
Prima della scomparsa delle lucciole
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta. Taccio su ciò, che a questo proposito, si diceva anche allora, magari appunto nel Politecnico: la mancata epurazione, la continuità dei codici, la violenza poliziesca, il disprezzo per la Costituzione. E mi soffermo su ciò che ha poi contato in una coscienza storica retrospettiva. La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale. Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano.
In tale universo i "valori" che contavano erano gli stessi che per il
fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l'obbedienza, la disciplina, l'ordine, il risparmio, la moralità Tali "valori" (come del resto durante il fascismo) erano "anche reali":
appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l'Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a "valori" nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano. Provincialità, rozzezza e ignoranza sia delle elite che, a livello diverso, delle masse, erano uguali sia durante il fascismo sia durante la prima fase del regime democristiano. Paradigmi di questa ignoranza erano il pragmatismo e il formalismo vaticani.
Tutto ciò che risulta chiaro e inequivocabilmente oggi, perché allora si nutrivano, da parte degli intellettuali e degli oppositori, insensate speranze. Si sperava che tutto ciò non fosse completamente vero, e che la democrazia formale contasse in fondo qualcosa. Ora, prima di passare alla seconda fase, dovrò dedicare qualche riga al momento di transizione.
Durante la scomparsa delle lucciole la distinzione tra fascismo e fascismo operata sul Politecnico poteva anche funzionare. Infatti sia il grande paese che si stava formando dentro il paese - cioè la massa operaia e contadina organizzata dal Pci - sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che "le lucciole stavano scomparendo". Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell'analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche.
Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l'immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava "benessere" con lo "sviluppo" che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il "genocidio" di cui nel Manifesto parlava Marx.
Dopo la scomparsa delle lucciole, i "valori" nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato (anche il Msi in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i "valori" di un nuovo tipo di civiltà, totalmente "altra" rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia essa è del tutto particolare, perché si tratta della prima "unificazione" reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. (...) In Italia l'industrializzazione degli anni '70 costituisce una "mutazione" decisiva. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a "tempi nuovi", ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l'avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque "coi miei sensi" il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere "totalitario" iterava e reiterava le sue imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I "modelli" fascisti non erano che maschere, da mettere e levare. Quando il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima. (...) Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. È vero: essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una sincerità incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata luce di buon umore. Quando non si tratti dell'ammiccante luce dell'arguzia e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare, quanto la piena felicità. Inoltre, i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i "flatus vocis" delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono appunto delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d'ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c'è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale.
Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, "come ci sono giunti gli uomini di potere?".
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa delle lucciole" senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una "normale"
evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura. Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche.
Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di amministrarselo e soprattutto di manipolarselo. Non si sono accorti che esso era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà. (...) Dico formalmente perché, ripeto, nella realtà, i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient'altro che il luttuoso doppiopetto.
Tuttavia nella storia il "vuoto" non può sussistere: esso può essere predicato solo in astratto e per assurdo. È probabile che in effetti il "vuoto" di cui parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. (...) Il potere reale che da una decina di anni le "teste di legno" hanno servito senza accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver già riempito il "vuoto" (vanificando anche la possibile partecipazione al governo del grande paese comunista che è nato nello sfacelo dell'Italia: perché non si tratta di "governare"). Di tale "potere reale" noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali "forme" esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l'hanno preso per una semplice "modernizzazione" di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l'intera Montedison per una lucciola.(resistenza_partigiana 8.4.2007)
 

 Rinasce il Partito Fascista?

di Pino Sgobio*

Da fonti internet (www.partitofascistarepubblicano.it) si apprende che è in via di ricostituzione il Partito Fascista Repubblicano (PFR), sciolto nel 1943, la cui riorganizzazione è espressamente vietata dalla nostra Carta Costituzione Repubblicana. La notizia finora non ha ancora trovato spazio né sui giornali (solo il quotidiano "Libero" ne ha parlato) e né sugli altri organi di informazione.

Tale sedicente partito, secondo quanto si legge nella scheda di presentazione del sito, fa dichiaratamente riferimento alla tragica e nefasta esperienza mussoliniana, sposandone in tutto e per tutto l'ideologia complessiva. Il programma, accanto a formali dichiarazioni di rispetto della legge e della democrazia politica - oltre a prevedere, tra i suoi obiettivi, il ripristino del corporativismo in economia e dei lavori forzati in ambito giudiziario e oltre a varie ‘proposte' di chiara matrice oscurantista e antidemocratica - chiede specificatamente l'abolizione della dodicesima norma transitoria contro la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista. Il sito, inoltre, alla voce ‘contatti', indica un recapito telefonico di un cellulare e una posta elettronica, cui fare riferimento per le adesioni.

Sull'argomento ho presentato un'interrogazione parlamentare al Ministro dell'Interno, Giuliano Amato, con la quale gli chiedo di adoperarsi, presso i soggetti interessati, per una rigorosa applicazione della legge Mancino, che, per inciso, vieta, sotto qualunque forma, la rinascita di organizzazioni di stampo fascista, provvedendo quindi all'immediato scioglimento della suddetta organizzazione e alla sollecita individuazione delle responsabilità singole e collettive.
E' preoccupante che, in uno dei momenti più delicati della vita politica nazionale, rifioriscano, sotto mentite spoglie o apertamente, gruppi e organizzazione di chiara matrice fascista. Gli ultimi fatti riguardanti la violenza negli stadi, dove e in più occasioni un manipolo di tifosi non ha avuto alcun pudore nel mostrare pubblicamente vessilli e icone del ventennio fascista, ne sono stati una prima avvisaglia. Non solo: la formazione di estrema destra, omofoba e razzista, "Forza Nuova" sta ramificando la propria struttura in importanti città del Paese, anche in zone di provata e consolidata tradizione democratica e antifascista. Basti pensare alla città di Firenze, dove tra polemiche infuocate, è stata inaugurata una nuova sede di tale movimento. Tutto ciò rende bene l'idea del pericoloso crinale che sta attraversando l'attuale situazione politica. Ad aumentare lo sconcerto e la preoccupazione interviene, adesso, questa vicenda, che, in qualche modo, possiamo considerare l'ultimo e più evidente segno di rigurgito fascista che sta germogliando nelle pieghe della nostra società.

Di fronte a questi rischi di involuzione del sistema culturale e politico, il governo non può far finta di niente e girarsi dall'altra parte. Gli strumenti per contrastare questi fenomeni basta ricercarli nella nostra Costituzione, la cui scrupolosa applicazione, per quanto concerne il divieto di ricostituzione del partito fascista, pone così fine allo schiaffo alla storia e alla memoria antifascista del nostro paese. Senza memoria non c'è futuro. La tragedia della dittatura fascista ha insegnato moltissimo: il valore della libertà, la necessità continua di giustizia sociale e l'amore per democrazia. Quei valori sono nel nostro Dna. E' ora che si facciano rispettare e che non si infanghino.(AprileOnline 29.3.2007)

* Presidente dei deputati del PdCI alla Camera

 

 Partigiane e mamme le donne della guerra

 

di Wladimiro Settimelli

Nel carnaio delle Fosse Ardeatine e nella penombra delle grotte, due uomini sorreggono una donna tutta vestita di nero. Ma lei sta dritta da sola. Non piange, non grida, non urla. Si china su una cassa con dentro quel che resta di un corpo. Si inginocchia e allarga le braccia lentamente, come per una domanda muta a qualcuno. Si rialza, sfiora quei resti con una mano e manda un bacio. Gli uomini e una ragazzina la portano via con dolcezza e lei non oppone resistenza. È una scena terribile che riempie da sola tutto il «Combat film» intitolato Donne in guerra - Sbarco in Italia. Forse il più bello dopo quello sui campi di sterminio. Qui, i cineoperatori americani, inglesi e tedeschi documentano con grande efficacia il dolore, l’odio, la rabbia che squassarono l’Italia, da Nord a Sud, dopo venti anni di fascismo e nel corso di una guerra stava facendo a pezzi tutto il Paese. Sì, guardando con attenzione le immagini, si scopre come era morta anche la pietà e con quali immensi problemi dovettero fare i conti milioni di donne, di uomini e di bambini.
Torniamo alle Ardeatine e a quel che era rimasto di quei poveri 335 corpi. I martiri furono portati dentro a cinque alla volta , fatti inginocchiare sui corpi dei compagni e uccisi con un colpo alla nuca. L’operatore americano del «Combat film» muove la camera all’interno della galleria, piano, piano e fa scoprire, a chi guarda, la catasta delle vittime: ormai un groviglio inestricabile e mostruoso di corpi. I pompieri tentano di dividere le povere salme, ma ci vogliono zappe e picconi. Dopo, comincia il via vai con le barelle per portare i resti sul tavolo dei medici. Un prete benedice e benedice ancora e ancora. È chiaramente sconvolto, teso, e davanti a tanta infamia e tanto orrore ha perso il senso della realtà. Il Combat film ora si sposta al palazzo di giustizia di Roma dove una folla immensa si accalca per seguire il processo al questore di Roma, Caruso che consegnò ai nazisti una parte della lista di quelli che dovevano morire nella rappresaglia per via Rasella. Quella folla, soprattutto le donne e i parenti dei morti alle cave, strappano dalle mani del servizio d’ordine l’ex direttore di Regina Coeli, Donato Carretta, che era arrivato per testimoniare. Non è colpevole di niente. Ma la folla lo prende, lo massacra di botte e lo butta nel Tevere. Forse ha qualche colpa nella strage Ardeatina e deve essere ammazzato, urlano tutti. Il poveretto viene poi ripescato e il corpo appeso a testa in giù alle sbarre di una finestra del carcere. L’operatore americano è riuscito a riprendere solo la prima parte della tragedia.
Ora siamo a Bologna. Ecco un gruppo di donne partigiane armate che preparano il pranzo ad un nugolo di bambini. Sono i figli. Poi, nelle piazze e nelle strade, ecco la festa gioiosa per l’arrivo degli alleati, dei soldati italiani del nuovo esercito di liberazione e dei partigiani. Sotto uno dei muri di Palazzo D’Accursio c’è il cadavere di un noto poliziotto fascista e le donne lo coprono di sputi. In quel punto, sul muro, ci sono già attaccate centinaia di foto di partigiani massacrati. Con le spalle a quei mattoni, avvenivano spesso gli eccidi e i fascisti chiamavano quell’angolo «il posto di ristoro dei partigiani».
Ecco, ora, gli operatori del Combat si spostano a Firenze e a Milano. Altre scene di donne fasciste rapate a zero e costrette a sfilare per la strada. Gli operatori alleati girano anche per le strade di Roma, dove i soldati passeggiano per scoprire la città e i monumenti e palpare un po’ di ragazze in ansiosa attesa di qualche scatoletta.
Tutti sorridono. La libertà e la fine dell’incubo nazista hanno fatto tornare la voglia di parlare, di girare per le strade o affannarsi a depredare un po’ di grano dall’orto di guerra di via dei Fori imperiali. Ovviamente ci sono le file delle donne per prendere l’acqua. Già, le donne. A parte quelle coinvolte nella guerra al fronte o sui monti, si può immaginare la battaglia delle mogli e delle madri? Trovare ogni giorno da mangiare e da bere per i figli, lavare, pulire e cercare di avere, ad ogni costo, qualche notizia del marito, del figlio o del fratello. Insomma qualche notizia degli uomini di casa, spariti chissà dove. E le donne contadine che hanno continuato a lavorare la terra, nascondere gli uomini, dar da mangiare ai figli e magari aiutare i partigiani? Non si parlerà mai abbastanza del prezzo terribile pagato proprio dalle donne durante la guerra..
Ed ecco Napoli. Anche qui il Combat film gira per la città e, al porto, riprende i soldati americani che salgono sulle navi per tornare a casa. Nell’inquadratura entra di nuovo una donna, una mamma. Si avvicina ad un soldato con un piccolino in braccio e lui coccola per qualche minuto la creatura. Poi ecco la scena di tante «spose di guerra» che partono per gli Usa o seguono corsi d’inglese. Chissà dove saranno andate a finire?
La seconda parte del Combat film dal titolo Sbarco in Italia si occupa degli alleati che prendono terra, dal mare, in Sicilia, a Taormina, Messina. Che dire: la solita e straordinaria abbondanza di mezzi militari, sullo sfondo della povera Italia martirizzata dalle bombe e dalla fame. Roberto Olla e Italo Moscati, che commentano il materiale, accennano all’aiuto della mafia e ai primi sindaci e amministratori mafiosi, nominati dagli americani. C’è lo sbarco a Salerno (per poco una tragedia per americani e inglesi) e quindi quello ad Anzio. La testa di ponte resisterà a malapena ai contrattacchi tedeschi e le perdite dalle due parti saranno terribili. Roma, intanto, aspetta e aspetta ancora, prima di avere la libertà.(L'Unità 8 marzo 2007)

 

 "Resistenza storica"

Mercoledì 28 febbraio 2007
Presso la Sala della Sacrestia Palazzo Valdina Vicolo Valdina 3 - Roma - ore 18.00
 

 Iacopo Venier del Partito dei Comunisti Italiani

 Gianluigi Pegolo  del Partito della Rifondazione Comunista
 

Invitano a partecipare alla presentazione degli studi di  “Resistenza Storica” sulle Foibe,

il campo di concentramento fascista di Gonars, la lotta partigiana nelle terre a cavallo del confine orientale.
 

Saranno presenti :

Alessandra Kersevan
Storica, coordinatrice del gruppo di ricercatori di “Resistenza Storica”
 

Giacomo Scotti
giornalista e scrittore di Fiume/Rijeka, studioso della Resistenza
 
 
P.S.
Per entrare nei palazzi della Camera dei Deputati è necessario comunicare il nome alla mail:
venier_i  @camera.it
o al n° 0667604135 o al fax 0667604570
entro lunedì 26 febbraio.
(Gli uomini per entrare devono indossare la giacca)
 

 

Squadrismo a La Spezia

Il 9 febbraio u.s. a La Spezia ad Alessandra Kersevan è stato impedito di concludere una conferenza sui crimini di guerra commessi dagli italiani contro le popolazioni slave nel corso della II Guerra Mondiale. 
Il giorno prima, l'8/2, su il Giornale era comparso un articolo dal titolo: "E a La Spezia fanno parlare la storica friulana negazionista Kersevan". Nel pomeriggio con una telefonata la responsabile dell'Istituto Storico spezzino avverte la relatrice che arrivano pressioni dal prefetto e da altri personaggi perché la conferenza non venga fatta. Ma la Presidente del consiglio provinciale, Bertone, decide di assumersi la "responsabilità" di farla, la conferenza. Tutti gli altri politici (la provincia è amministrata dal centro-sinistra) che dovevano essere presenti si defilano. 
Durante la conferenza, dopo cinque minuti, mentre la relatrice esamina le vicende dell'aggressione alla Jugoslavia, una persona dal pubblico (la sala era piena, circa 150 persone) interrompe dicendo che "non deve parlare di campi ma di foibe". Continua a ripetere la stessa cosa per oltre cinque minuti, mentre la presidente e altre persone cercano di convincerlo a lasciar continuare. 
Intanto un altro si ammanta con una bandiera italiana; altri due o tre cominciano a spalleggiare il primo. Su invito della Bertone interviene la Digos, che con molta delicatezza convince il tipo ad uscire un momento. Dopo un minuto rientra e continua a fare quello che faceva prima, gridando e impedendo alla Kersevan di continuare. Intanto interviene quello con la bandiera, proponendo che la legge proposta da Mastella contro il negazionismo venga estesa anche ai "negazionisti delle foibe". 
Praticamente dopo oltre 2 ore di bagarre, alle 19.30 la Kersevan rinuncia al suo intervento. 

(a cura di AM per il CNJ, sulla base di quanto riferito dalla diretta interessata)


 





Memoria e polpette avvelenate

di Michele Sarfatti

La legge italiana sul 10 febbraio «Giorno del Ricordo» è una polpetta avvelenata. Il suo primo, evidente veleno risiede nel fatto stesso che, sin da queste prime righe, mi sento nella necessità di ribadire la mia condanna totale di uccisioni ed espulsioni, e di invitare a separare questa condanna da un ragionamento pacato sulla legge, su «questa» legge. Ma veniamo a quest'ultima. E iniziamo da una classificazione di ordine generale. Le leggi di rimembranza di fatti storici fortemente luttuosi si suddividono in tre grandi gruppi. Del primo fanno parte quelle dedicate a «ciò che noi abbiamo fatto agli altri». Il suo esempio più chiaro è quella tedesca per il 27 gennaio. In tal giorno la Germania odierna ricorda le stragi e i massacri sistematici che la Germania nazista compì soprattutto fuori del proprio territorio. Si tratta di una assunzione di responsabilità simbolica e progettuale, degna di un popolo adulto e di uno stato democratico, di fronte a sé stessi e agli altri popoli e stati.
È un esempio che anche l'Italia odierna potrebbe seguire, con riferimento alle uccisioni e alle stragi dell'Italia colonialista. Anche se pochi lo sanno, una proposta in tal senso è già stata avanzata. Ma, ahinoi, non è stata ritenuta degna neanche di un dibattito pubblico. Nel secondo gruppo rientrano quelle dedicate a «ciò che noi abbiamo fatto a noi». Ad esso attiene la nostra legge sul 27 gennaio «Giorno della Memoria». In tale data noi ricordiamo sia il progetto generale nazista di sterminio sistematico, sia il ruolo persecutorio svolto dall'Italia fascista contro i «propri» ebrei, i «nostri» ebrei. È anche questa una assunzione di responsabilità, innanzitutto verso sé stessi. Di là dalle oggettive differenze, è una legge che ha le medesime caratteristiche di maturità e dignità di quelle del gruppo precedente. Il terzo gruppo comprende i giorni dedicati a «ciò che gli altri hanno fatto a noi». Ne fa parte, di là di alcune aggiunte criptiche, la nostra legge sul 10 febbraio. Chi conosce il lungo decorso di scontri nazionali e nazionalisti, di atti terroristici di privati e di governi, di violenze singole, statuali e «rivoluzionarie» che hanno contrassegnato per metà del Novecento (sin da prima del fascismo) la vita e la morte degli umani popolanti i territori in questione, è rimasto esterrefatto di fronte al «privilegio» accordato dal nostro paese ad alcuni (certo, gravissimi) di quei fatti. È un approccio che non corrisponde alla dignità odierna che deve caratterizzare il comportamento della massima potenza nell'area.
Dicevo che la legge è una polpetta avvelenata, perché mentre afferma di voler alleviare un dolore tramite la sua condivisione, in realtà rinnova il clima che ad esso dette origine, incitando gli italiani a ignorare le criminali violenze fasciste che «chiamarono» le criminali violenze opposte. E tutto questo trova un ascolto uguale e opposto di là dal mare. Ne deriva il fuoriuscire dall'una e dall'altra parte confinaria di sentimenti ed espressioni che, di là dalla loro intensità, appartengono proprio al lungo decorso anzidetto. E che nel secondo Novecento erano gravemente ricomparsi (e persistono) in altre zone della sponda adriatica orientale. Come disinnescare il veleno? Nell’immediato occorre senz'altro evitare di partire in guerra, opponendo i morti «nostri» ai «loro», la cancellazione della «nostra» cultura e/o presenza alla «loro».
Occorre rendere uguale dignità sia a tutte le vittime innocenti sia a tutte le vittime che «se l'erano cercata», dell'una e dell'altra parte: tutti umani schiacciati - per colpa o da innocenti - dal veleno feroce del nazionalismo. Subito dopo occorre aiutare la conoscenza storica a sconfiggere la retorica e le interpretazioni nazionaliste. In prospettiva, spetta al paese che si trova ad essere la massima potenza regionale il compiere un passo di maturità e di dignità, per sé stesso e per tutti. Penso ad esempio alla proposizione di un giorno transnazionale unico, nel quale ricordare assieme le vittime «nazionali» e «nemiche» di qua e di là del mare, dalle Alpi allo Ionio. Un tale giorno si collocherebbe all'interno dei comportamenti di responsabilità che caratterizzano le surricordate leggi di rimembranza. Francesi e tedeschi stanno lavorando, tra mille problemi, a un manuale scolastico di storia unitario. Noi adriatici potremmo sforzarci di unire almeno il giorno della consapevolezza del nostro passato confinario e del ricordo delle nostre vittime?(L'Unità 18.2.2007)

 Perchè Napolitano non ha ragione

 
 

Bruciano come benzina le dichiarazioni del presidente italiano Giorgio Napolitano e le repliche di quello croato Stipe Mesić e rischiano di destabilizzare politicamente l'alto Adriatico. Un commento del nostro corrispondente Franco Juri

Bruciano come la benzina le dichiarazioni del presidente italiano Giorgio Napolitano e le repliche di quello croato Stipe Mesić e rischiano di destabilizzare politicamente l'alto Adriatico. Sono accuse e repliche ineluttabili e giustificate? E che cosa in realtà le motiva? Calcoli politici, crisi interne nei due paesi con tanto bisogno di nemico esterno? Sensi di colpa e svolte storiche?

A farne le spese saranno nuovamente tutti coloro che da anni si adoperano per sciogliere il nodo scorsoio dei contenziosi storici, più o meno motivati e corroborati dai fatti, lungo il confine orientale d'Italia e quello occidentale dell'ex Jugoslavia, della Slovenia e della Croazia.
A farne le spese è purtroppo anche questa volta la verità storica, svilita proprio dai tanti inni retorici alla "verità" e alla "memoria".Personalmente sono dell'avviso che nè i toni e le parole scelte da Napolitano, nè quelli di Mesić siano particolarmente degni di due presidenti democratici ed europei.
Certo, il presidente croato è sanguigno e da presidente si è permesso una serie di valutazioni (prima sulle foibe e ora in dura polemica con l'omologo italiano) poco consone ad un capo di stato, ma che allo stesso tempo, intese storicamente, potrebbero avere più di qualche ragione.

La retorica della memoria scelta da Napolitano nel suo discorso a Roma si è invece articolata seguendo degli stereotipi con evidenti sfumature antislave tipici ed esclusivi fino a qualche anno fa dell'estrema destra nazionalista, soprattutto di quella lungo il confine orientale. Una retorica e degli stereotipi di cui si poteva prevedere l'effetto e che invece vede tutto l'arco costituzionale fare quadrato bipartisan attorno al presidente. Siamo all'omologazione nazionale e patriottarda di risorgimentale memoria?

Ma andiamo per ordine. Napolitano aveva parlato, riferendosi alle vittime delle foibe, di "un moto di odio, di furia sanguinaria" e di "barbarie" e di un "disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Queste parole hanno suscitato la reazione del presidente croato che ha colto in esse elementi di "razzismo e revanscismo". Mesić sbaglia? La tesi di un "espansionismo slavo" tende effettivamente ad etnicizzare, tra l'altro con la tipica smania di omologare il mondo slavo ad un concetto prenazionale, quindi involuto rispetto alla propria civiltà nazionale, un fenomeno storico ben più complesso.

Quella sull' "odio e la furia sanguinaria" attribuita a questo "espansionismo slavo" tende ad attribuire a tale fenomeno un alone di barbarie che avalla la percezione di un moto meno civile che arriva dall' est. Purtroppo tutt'oggi il grosso della stampa e della televisione italiane continuano a riprodurre lo stereotipo fondamentalmente etnicista di un mondo slavo di non meglio identificabili connotazioni nazionali. Basti leggere la cronaca nera; i malavitosi extracomunitari sono di sovente "slavi". In questa categoria etnica e dai connotati un pò razzisti vengono inclusi un pò tutti quanti provengono dal Balcani occidentali ovvero dall' ex Jugoslavia; serbi, bosniaci, croati, macedoni, rom, persino kosovari di etnia albanese.Con il termine veneto di slavi, cioé "s'ciavi", vengono invece indicati con disprezzo dai nazionalisti italiani, soprattutto nei circoli dell'estrema destra, anche gli sloveni del Friuli Venezia Giulia.
Ma Napolitano fa uso anche del lemma "milizie titine", riferendosi all'esercito jugoslavo e partigiano del maresciallo Tito. Anche qui tradisce una certa insofferenza che è paradossalmente ideologica, visto che il presidente italiano fu in quegli anni di piombo fedele compagno di partito di Palmiro Togliatti. Inoltre Napolitano allude piuttosto chiaramente ad una presunta illegittimità del Trattato di pace del 1947, con cui si pose fine agli strascichi della seconda guerra mondiale, castigando, tutto sommato moderatamente, l'Italia cui rimasero sia Trieste che Gorizia, per il suo imperialismo e razzismo fascista e la sua alleanza, fino al 1943, con la Germania di Hitler.

Pensare che tali affermazioni, fatte da un presidente europeo, non provocassero la reazione dei diretti interessati, era un'ingenuità. Mesić non e' stato "politicamente corretto" e ha scelto di dire senza tatto diplomatico quanto pensano in molti oltre confine. Ma l'elemento di maggior ipocrisia in questa vicenda è il richiamo ossessivo alla "memoria" e alla "verità storica" nei discorsi ufficiali di coloro che invece ignorano sistematicamente quanto l'indagine storica documentata ha prodotto fin' ora anche sul tema delle foibe e dell'esodo.
Ricordiamo che nel 1993, su iniziativa delle diplomazie italiana e slovena (Andreatta-Peterle) venne costituita una commissione storico-culturale mista, composta da eminenti nomi di provata competenza e autonomia accademica, di entrambi i paesi. La commissione lavorò per 7 anni, con alcune interruzioni durante il primo governo Berlusconi e nel 2001 elaborò, non senza lunghi dibattiti che percorsero la traccia di una ricerca documentata, una relazione storica in cui, sinteticamente ma in termini molto qualificati, venivano descritti e spiegati i fatti ed i fenomeni salienti nei rapporti tra italiani e sloveni dalla fine dell' Ottocento al 1954, anno del Memorandum di Londra e della conclusione, grosso modo, dell'esodo istriano-dalmata.

La relazione di una quarantina di pagine toccava tutti di fatti dolorosi a cavallo del confine, compresi il ventennio fascista, la "bonifica etnica" mussoliniana a danno di sloveni e croati, la guerra con i suoi massacri, i campi di concentramento nazifascisti, la repressione comunista, le foibe e l'esodo. Il tutto, com'è giusto e ovvio in un'analisi storica, contestualizzato, senza estrapolazioni strumentali.

Ma quella relazione, pubblicata ufficialmente solo a Lubiana, venne ignorata o persino censurata dalla Farnesina. Solo Il Piccolo di Trieste la pubblicò in anticipo, bruciandone un pò la valenza politica. Il governo italiano non ne volle sapere invece nulla. Perché? Perché nel centrosinistra italiano era già avviata la metamorfosi politica dell'ex PCI, ovvero dei Democratici di sinistra che, ispirati prima dal triestino Stelio Spadaro, poi da Luciano Violante e da Piero Fassino, vedevano nel revisionismo storico uno strumento efficace non solo di "espiazione" e "purificazione", ma anche e soprattutto di allontanamento simbolico dai postulati comunisti, che la destra continuava a attribuirgli.
In questo dilagare del revisionismo e anche di un certo negazionismo delle responsabilità dell'Italia fascista nelle tragedie lungo il confine orientale, c'è stata una corsa alla "memoria" in cui una certa sinistra ha tentato di scavalcare pure l'estrema destra, assumendone i toni e le interpretazioni, spesso e volentieri improntate ad un disprezzo per il mondo slavo ed il suo "odio sanguinario". E così, nonostante l'indagine storica non confermi la tesi del genocidio e delle pulizia etnica "titina", ma documenta una violenza reattiva e una repressione politica di cui fecero le spese, oltre a nazisti e collaborazionisti, anche civili innocenti e oppositori politici di diversa etnia, si avalla il mito dei 20 mila infoibati "solo perché italiani". La relazione storica parla di "alcune centinaia di infoibati", mentre le ricerche della storica Nevenka Troha, indubbiamente una dei più onesti e coraggiosi esperti di massacri del dopoguerra, portano la cifra approssimativa dele vittime delle foibe ad un massimo di 1600. E poi si continua a parlare di 350 mila esuli istriani e dalmati, ignorando che la ricerca storica documenta circa 204 mila persone che lasciarono con l'esodo i territori ex italiani.

Roma continua a ignorare lo sforzo degli storici di offrire un quadro il più possibilmente obiettivo di quanto avvenne attorno al confine orientale durante e dopo la seconda guerra mondiale. Il mito avallato e istituzionalizzato con particolare enfasi retorica e calcolo politico viene assurto ora a religione di stato. La proposta, fatta a più riprese da alcuni storici e politici, di aprire la tristemente famosa foiba di Basovizza per verificare cosa e quanto contenga in verità, anche per dare un'identità e degna sepoltura ai resti umani lì rinchiusi, è stata sempre energicamente censurata dai sostenitori delle tesi di un genocidio antiitaliano. Strano, la pietas viene in verità sepolta dai timori di veder apparire una realtà diversa? Chi ha in verità timore della verità storica? Chi perpetua in verità la "congiura del silenzio"? (Osservatoriobalcani.org 13.2.2007)
 

Foibe. L'ira della Croazia contro l'Italia

Certi revisionismi storici sono inaccettabili... il centro-destra (An-Udc-Lega) con Napolitano (ndr)

 

di Marzia Bonacci

Una polemica diplomatica che si è innestata sullo scosceso e ripido crinale della storia, e in particolare di quella pagina tanto complessa e non ancora elaborata che è rappresentata dalle Foibe. Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della Giornata del Ricordo hanno infatti provocato una durissima reazione da parte del suo omologo croato Stipe Mesic, che non ha lasciato spazio ad equivoci definendosi "costernato". Secondo una nota ufficiale della presidenza croata infatti, nelle parole pronunciate da Napolitano è possibile "intravedere elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico". Al centro della polemica ci sarebbe il riferimento del presidente italiano alle vittime fiumane e dalmate come vittime di un "moto di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Un passaggio che, secondo molti, sarebbe stata una risposta indiretta a Mesic, il quale nel corso di un'intervista rilasciata alla Rai, aveva definito l'eccidio delle Foibe una "reazione ai crimini fascisti". Proprio lui infatti ha ricordato oggi come "la Croazia ritiene che ogni tentativo di mettere in questione il trattato di pace del 1947 e gli accordi di Osimo (che regolarono definitivamente la frontiera fra Italia e l'allora Jugoslavia), ereditati dalla Croazia come uno dei successori della Jugoslavia, è inaccettabile".

In Croazia, in verità, erano stati in molti a sollevare dubbi sul discorso del presidente italiano. "E' difficile resistere all'impressione che si tratti di revisionismo e di revanscismo" spiegava al giornale Novi list un alto dirigente croato. Mentre Damir Kajin, deputato della Dieta democratica istriana si diceva preoccupato che un simile commento "sia arrivato da un presidente che proviene dalla sinistra". Durissimo anche il Partito del diritto (schierato a destra): "Tenendo conto di tutto ciò che hanno fatto in Croazia e in altri paesi, gli italiani sono gli ultimi che possono dare lezioni su genocidi e pulizie etniche" attaccava il deputato Tonci Tadic. Un moto crescente che dunque oggi ha trovato il suo apice con la scesa in campo, in prima persona, del presidente croato.

Da parte italiana, invece, la politica sembra fare quadrato difensivo nei confronti di Napolitano. A cominciare dal leader dell'Udc, Pierferdinando Casini, che si è schierato con decisione a favore del capo dello Stato, definendo "inaccettabili", le dichiarazioni di Mesic. "Abbiamo profondamente condiviso le parole di Napolitano perché rappresentano non solo l' anima di tutti gli italiani, ma anche lo spirito europeo. Lo stesso spirito europeo di cui la Croazia si vuole fare promotrice - ha puntualizzato - quando presenta la sua domanda di adesione all'Unione Europea", ha affermato il leader Udc, ricordando inoltre come il nostro Paese sostenga in sede europea l'ingresso di Zagabria nell'Unione. "Proprio perché sosteniamo con convinzione questo ingresso - ha aggiunto - non guardando ai revanscismi storici, ma guardando al futuro, tanto più dobbiamo dire che le parole di Mesic sono inaccettabili". E, per concludere, l'ex presidente della Camera ha voluto ricordare come "Con tutto il rispetto, ritengo che il presidente Napolitano possa insegnare a Mesic le nozioni elementari di politica europea. Se Mesic vuole portare il suo Paese in Europa - ha concluso Casini - gli consiglio di andare a ripetizione per un pò di tempo dal Presidente Napolitano". Anche per Massimo D'Alema "le parole del presidente croato sono immotivate, stupiscono e addolorano" e per questa ragione il titolare della Farnesina ha deciso di convocare per domani l'ambasciatore della Croazia, Tomislav Vidosevic. Per Giulio Andreotti ha invitato a chiudere polemiche che considera ormai "fuori della storia. I comunisti italiani con quelle vicende non c'entrano". Solidarietà è giunta al presidente Napolitano anche dal centrodestra che con Maurizio Gasparri (An) e Mario Borghezio  ha reso pubblico il suo sostegno al capo dello stato. (AprileOnline 13.2.2007)

Foibe. Un solo responsabile: il fascismo

La verità sulle foibe

 Un pomeriggio antifascista

Alba, 9 febbraio 2007. Interessantissimo convegno, grande partecipazione.  La prof.ssa Kersevan ha illustrato, attraverso una ricca e particolareggiata documentazione sotto forma di diapositive,  tutto il percorso degli avvenimenti che hanno portato alla vicenda delle foibe. La questione chiave dell'identità  dei cadaveri ritrovati, squadristi, aguzzini, spie e quant'altro è stata affrontata dalla relatrice con dovizia di documenti frutto di anni di ricerche in archivi storici, così come il numero dei cadaveri ritrovati  è stato accertato attraverso fatti non presunti o inventati.

Nell’aprile del 1942 il Ministero degli Interni costituì a Trieste un Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, il cui scopo era la repressione dell’attività antifascista con particolare riguardo a quella slava. Bisogna precisare che nessuna altra provincia italiana conobbe un’istituzione del genere. A tale proposito leggere le "gesta" della famigerata Banda Collotti, formata da criminali, spietati aguzzini fascisti, che rastrellava le campagne e torturava la gente nelle osterie dei paesi per farsi dire dove stavano nascosti i partigiani o gli ebrei. E che dire dell'obbligo per i bambini slavi di parlare italiano, costretti con insulti e percosse dai propri insegnanti fascisti "italianissimi"  a dimenticare la propria lingua?

Gli  "infoibati" sono stati  vendetta oppure sono stati giustizia?O tutte e due le cose?

Posta sotto la luce dei dovuti limiti storiografici, la questione delle foibe viene ridimensionata alle complesse vicende del confine orientale e della seconda guerra mondiale di cui l'unico responsabile fu il fascismo.

La propaganda antipartigiana che continua con toni sempre più violenti, anche da parte di chi era ritenuto fino a poco tempo fa, vicino alle tematiche della Resistenza, ha fatto della vicenda  delle foibe una grossa campagna mediatica e politica  di menzogne ad uso propagandistico che ha dato  spazio e fiato agli ambienti del nazionalismo più esacerbato e neofascisti. La nostra risposta di antifascisti non può essere che quella di respingerla con tutte le nostre forze. (marica7)

 

  

9 febbraio 2007, Comune di Alba, convegno:

 “Il fascismo e le foibe”,

interverranno:

                                                                          -          Prof.sa Alessandra Kersevan, fondatrice di “Resistenza storica”;

-          Federico Degni Carando, fondatore di “Resistenza Partigiana” e pro-nipote dei fratelli Carando, martiri della Resistenza;

-           Renato Vai , ANPI di Alba

-          Giorgio Marzi, ANPI di Trieste

 Ore 17, Sala consiliare, Comune di Alba

 (Organizza resistenza_partigiana@yahoogroup)

 

Anna Seghers e il giorno della memoria

“...non sempre è facile, ma ciascuno di noi è chiamato a rispettare i sogni della propria giovinezza.”(Anna Seghers 1900-1983)


di Davide Rossi

Amare Anna Seghers ed essere a Milano il 27 gennaio 2007 impone prima di tutto obblighi, non formali, ma morali, etici, profondi. La giornata della memoria offre la possibilità di partecipare ad un intenso spettacolo teatrale: “C’era un’orchestra ad Auschwitz”, in scena due ragazze meravigliose e affascinanti, Annabella di Costanzo e Elena Lolli. Prima dell’inizio molte, troppe, inutili parole politiche, oltre alla commossa memoria di un superstite. Nessuno che ricordi come i comunisti e i sindacalisti siano stati i primi a finire in campo di concentramento, perché su di essi per primi si è abbattuto l’odio sterminatore del nazismo. Nel ’33 i comunisti sono perseguitati, incarcerati, torturati, uccisi. Anna, appena liberata dalla prigione, riesce a raggiungere Praga per iniziare un lungo esilio, quando nella terribile notte del 10 maggio ’33 il rogo dei libri arde in Unter den Linden, e tra quelli i suoi scritti, già da qualche mese il campo di concentramento di Dachau, il primo, e così gli altri, ospitano i suoi compagni di partito. Milleduecento i campi messi in opera dai nazisti per i “nemici del popolo tedesco”, certo milioni di ebrei, ma non la maggioranza di coloro che vi sono stati rinchiusi. Per gli ebrei il dramma risultò accresciuto dal fatto d’essere classificati come proprietà privata delle SS, ma non dobbiamo dimenticare che milioni di russi, ucraini, bielorussi, polacchi, ungheresi, cecoslovacchi, jugoslavi, mentre correvano i treni verso est, portando gli ebrei, correvano verso ovest portando tutti coloro che si opponevano all’occupazione nazista, verso il lavoro forzato e la morte sicura nei campi interni al territorio del reich. Tra essi sempre i dirigenti comunisti e socialisti, a partire dal segretario della KPD, il partito comunista tedesco, Ernst Thälmann, ucciso il 18 agosto 1944 nel lager di Buchenwald. Nessuno che ricordi come quel 27 gennaio 1945 l’inizio della libertà e la fine dell’orrore siano portati da alcuni uomini a cavallo, con un berretto inconfondibile, quello con la stella dell’Armata Rossa. Il ruolo di vittime e di liberatori dei comunisti, di quel movimento comunista internazionale che è stato fondamentale per la salvezza dell’Europa, nonché degli altri continenti perché ha innescato il movimento di liberazione dei popoli colonizzati, nessuno lo ricorda. Eppure quaranta milioni di cittadini sovietici sono caduti per la loro e la nostra libertà, nei campi di concentramento nazisti, nei combattimenti, nella Resistenza lungo tutto il territorio dell’URSS, da Leningrado a Stalingrado. Oggi si ricordano, giustamente, omosessuali, ebrei e donne e uomini di diverse fedi, zingari, disabili, ma uno strano silenzio avvolge comunisti, socialisti, sovietici che di quello sterminio sono stati drammatica e considerevole parte.
Quando le luci si abbassano è Fania Fénelon, piccina, esile, cantante e pianista, a raccontarci come il desiderio di sopravvivere possa essere grande a patto che l’amore per gli altri non venga meno e insieme sopravviva nel cuore la forza di indignarsi, di arrabbiarsi, anche nell’estrema disperazione di un luogo di annientamento e distruzione come Auschwitz. L’altra protagonista, Alma Rosé, che dà il nome alla compagnia teatrale, è nipote di Gustav Mahler e nel violino ha sempre trovato e riconosciuto la propria vita. Dirige l’orchestra del campo, composta da detenute ebree, l’unica orchestra femminile mai esistita nei campi di concentramento. Alma e Fania diventano amiche, è il 1944. Mi risuonano le parole che Anna ha lasciato, indelebili, scolpite e ancor oggi leggibili fuori dal campo di concentramento femminile di Ravensbruck: “Sono madri e sorelle, tutte, madri e sorelle di ciascuno di noi. Oggi possiamo studiare e giocare in libertà, alcuni di noi forse non erano ancora nati quando queste donne hanno esposto i loro corpi, esili e fragili, come scudi lungo tutto il tempo del terrore fascista, la loro scelta e la loro determinazione hanno protetto e difeso noi e il nostro futuro.” Alma muore, Fania viene tradotta a Bergen Belsen, prima dell’arrivo ad Auschwitz dei sovietici, e deve attendere il 15 aprile ’45 per essere liberata. La trovano ridotta a 28 chili con gli occhi serrati e malata di tifo, su un pagliericcio, forse sempre meno cosciente, eppure ancora decisa a vivere. Entra un soldato inglese, Fania conosce francese e inglese. È un giornalista della BBC con in mano un microfono, la incita a parlare, Fania apre gli occhi, lui vuole registrare, far sentire al mondo la voce della vita là dove è stata scientificamente soffocata per organizzare la morte. Fania raccoglie le forze e canta, canta l’ “Internazionale”. (http://www.annaseghers.it 5.2.2007)
 

 

Giornata della memoria e giorno del ricordo

 

Dopo l’istituzione del Giorno della Memoria per il 27 gennaio (anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa sovietica), le associazioni irredentistiche degli esuli istriani hanno tanto fatto e brigato da ottenere, nel 2004, che il 10 febbraio, cioè a pochi giorni di distanza da questa ricorrenza, venisse istituito il “Giorno del Ricordo” (si noti qui anche la similitudine linguistica tra “ricordo” e “memoria”), “dell’esodo e delle foibe”, ricorrenza istituita anche con il beneplacito di buona parte del centrosinistra, soprattutto i DS. A tre anni di distanza da questa “operazione”, possiamo vedere gli effetti che essa ha avuto sulla scena politica e culturale italiana (ma anche internazionale).
Innanzitutto vediamo che già da metà gennaio, cioè in prossimità del Giorno della Memoria, le associazioni degli esuli riempiono il calendario di proprie iniziative che, stante la vicinanza delle date e stante il fatto che, vuoi per capacità organizzativa, per spirito combattivo, per disponibilità di fondi, o chissà per quali altri motivi, sono molto più numerose e visibili di quelle indette per il 27 gennaio, mettendo di fatto in secondo piano quelle relative a questa ricorrenza.
C’è però una differenza di fondo nell’atteggiamento di chi si occupa delle due “giornate”. Mentre nelle intenzioni di chi ha ideato la Giornata della Memoria e di chi per celebrare questa giornata organizza convegni, dibattiti, iniziative culturali lo scopo era quello di ricordare ciò che è stato (la follia guerrafondaia e criminale del nazifascismo) affinché la storia non si ripeta e non vi siano più genocidi e violenze, la stessa cosa non la rileviamo nelle iniziative indette dalle varie associazioni di “esuli istriani” per il 10 febbraio (e parliamo qui della Lega Nazionale ed anche delle Comunità istriane).

Chi ha avuto modo di sentire o di leggere le testimonianze dei sopravvissuti dai lager nazifascisti (e diciamo nazifascisti perché anche il fascismo ha avuto i propri lager, pensiamo solo a quello di Gonars che si trovava a pochi chilometri da Trieste, circostanza spesso ignorata dagli stessi antifascisti), sa perfettamente che nella memoria di essi non c’è posto, di norma, per l’odio, per il rancore, per il desiderio di vendetta. Nella maggior parte dei casi, chi ha vissuto sofferenze indicibili, preferisce dimenticare, cerca l’oblio e per questo lascia da parte i sentimenti di odio che invece tengono vivo il dolore del ricordo.

Se andiamo invece a seguire le iniziative per il Giorno del Ricordo (10 febbraio), vediamo che la maggior parte di esse non sono finalizzate al superamento della fase storica che ha portato al Trattato di pace (perché il 10 febbraio è quello del 1947, quando l’Italia finalmente siglò il trattato di pace con il quale venivano sanciti i nuovi confini sorti dopo la seconda guerra mondiale), ma al reiteramento di una propaganda irredentistica, che partendo da dati storici falsi (come l’ingigantimento delle cifre degli “infoibati”, cioè di coloro che, nell’allora Venezia Giulia furono uccisi, per vari motivi, tra i quali anche fatti di guerra, dai partigiani jugoslavi o condannati a morte come criminali di guerra dai tribunali jugoslavi), e dalla ripetizione della vecchia teoria (un tempo solo fascista) che il trattato di pace fu in realtà un diktat per l’Italia, ribadisce la teoria degli “ingiusti confini”, delle “terre rubate” e conclude con lo slogan “volemo tornar”.
Ora non ci dilungheremo sulla questione delle “foibe”, perché fin troppo spesso ne abbiamo parlato su queste pagine; diciamo solo che quelli che vengono fatti passare per “infoibati sol perché italiani” nella maggior parte dei casi si possono inserire nella categoria dei “morti per cause di guerra”, ricordando che nel corso della seconda guerra mondiale sono morte milioni di persone, a causa di una guerra che è stata voluta ed iniziata (cosa che pochi ormai ricordano) dalla volontà imperialistica dei regimi nazifascisti. È stata l’Italia fascista ad invadere, senza dichiarazione di guerra, ed a spartirsi, assieme ai propri alleati, la Jugoslavia, devastandola e provocando orrende stragi di civili; sono stati i regimi nazifascisti che hanno dichiarato guerra al mondo intero, perché volevano prendere il controllo di esso, e, dato che fortunatamente per i destini del mondo, la cosa non gli è riuscita e sono stati sconfitti (anche grazie al contributo di sacrifici delle varie resistenze europee, tra le prime quella jugoslava), alla fine del conflitto hanno dovuto pagare, in termine di perdita di territorio, questa sconfitta.
Così entriamo nel merito della questione che più è dibattuta in questi giorni nei convegni organizzati per il 10 febbraio: la questione degli “ingiusti confini”.
Se, come abbiamo sentito dire spesso in vari convegni cui abbiamo assistito, il diritto italiano sull’Istria e su Fiume era dato dal fatto che questi territori erano stati annessi in seguito alla prima guerra mondiale (dove Fiume, ci si lasci dire, è stata annessa all’Italia con un colpo di mano in barba al trattato di pace ed al diritto internazionale), volendo seguire questa logica (che non è quella di “sangue e di suolo” che altri proclamano), dobbiamo accettare anche il fatto che in seguito ad un altro conflitto altri confini sono stati tracciati e territori che erano stati conquistati grazie ad una guerra vinta, sono poi stati tolti per una guerra (d’aggressione, ricordiamolo) perduta.
Così abbiamo sentito il professor Raoul Pupo, che sicuramente non è uno storico “neofascista”, sostenere che in realtà il trattato di pace del 1947 non è stato firmato con l’Italia, ma sopra l’Italia, perché alla fine della guerra l’Italia non esisteva come soggetto politico internazionale e quindi non aveva alcuna possibilità di negoziare, con i vincitori della guerra, i propri confini. Questa interpretazione, che è un po’ una variante del concetto di diktat, però non tiene conto di una cosa fondamentale: che l’Italia non era stata aggredita da nessuno degli Stati che vinsero la guerra, e che il fatto che l’Italia aveva perso la guerra era la mera conseguenza del fatto che l’aveva iniziata. L’attribuzione dell’Istria alla Jugoslavia, sostiene Pupo, rientra nella logica geopolitica di “accontentare” Tito, all’inizio concedendogli i territori che aveva militarmente conquistato, e successivamente per “tenerselo buono” in funzione antisovietica.
Ma al di là del diritto di “conquista” (che, come abbiamo visto prima, viene di solito fatto valere per i territori annessi dopo la prima guerra mondiale dall’Italia), queste interpretazioni di Pupo non tengono conto di altre cose. Che i territori istriani, ad esempio, non sono “italiani” per diritto di “sangue e di suolo”, dato che la popolazione è mistilingue, con predominanza di sloveni e croati all’interno e di istro-veneti sul litorale. Perché quindi dovrebbe essere “naturale” che questi territori dovessero rimanere all’Italia piuttosto che alla Jugoslavia, tenendo anche conto che l’Italia doveva risarcire danni di guerra di non poca entità al Paese che aveva invaso?
Una volta sancito, in queste conferenze “storiche”, che i confini sono, tutto sommato, ingiusti, i vari relatori vanno ad analizzare la questione dell’“esodo” degli istriani. Diciamo subito che, a parer nostro, un “esodo” che si prolunga per vent’anni, non può essere un “esodo” causato da “pulizia etnica”. Citiamo a questo proposito la testimonianza del giornalista Fausto Biloslavo, di passata militanza nel Fronte della gioventù, che si è più volte autopresentato come “nipote di infoibato e figlio di esule”, che nel corso di un intervento ha spiegato che il nonno paterno, di Momiano, dovette fuggire a Trieste “rocambolescamente” all’arrivo dei partigiani, “perdendo tutto”, e la moglie poté raggiungerlo assieme ai figli appena nel 1954. Dunque la famiglia rimase per nove anni a Momiano, sotto il “regime titino”, che evidentemente non li “infoibò”, né li espulse, nonostante con tutta probabilità il nonno fosse stato coinvolto con il regime fascista, se aveva dovuto filare via in fretta e furia abbandonando moglie e figli.
Ma queste contraddizioni stranamente non vengono rilevate da chi ascolta. Del resto, il racconto di Biloslavo non si discosta molto, per coerenza, da altre interpretazioni “storiche”. Il professor Pupo, ad esempio, sostiene che all’inizio il “regime jugoslavo” aveva fatto una distinzione tra italiani assimilabili al “regime” (operai, contadini, proletariato in genere) ed altri non assimilabili (i ceti più elevati), che furono cacciati fin dall’inizio. Ammesso e non concesso che questa interpretazione sia attendibile, non passa per la mente dello studioso che si fosse trattato di una “epurazione” politica e di classe e non etnica? Che furono indotti ad andarsene i possidenti, che avrebbero perduto, con il socialismo, i loro possedimenti, nonché i fascisti, esattamente come accadde per sloveni e croati che non si identificavano nel nuovo sistema di governo? Pupo sostiene poi che successivamente, dopo la svolta del Kominform, anche gli italiani che erano rimasti furono cacciati via, perché tutti simpatizzanti per l’URSS, in questo modo sarebbe stata completata la “pulizia etnica”: questa ci sembra ancora più fuorviante come interpretazione. Se ciò che sostengono questi studiosi, cioè che la comunità italiana fu interamente espulsa, con le buone o con le cattive, dalla Jugoslavia, fosse vero, oggi non avremmo in Istria una comunità italiana forte, compatta, ricca di istituzioni culturali, cosa che pure viene invece rivendicata da quegli stessi rappresentanti degli esuli che prima parlano di pulizia etnica e poi del fatto che gli italiani in Istria sono tuttora numerosi e presenti, senza rendersi conto che la seconda cosa escluderebbe la prima.
La comunità italiana in Jugoslavia ha sempre goduto di diritti specifici, a cominciare dalle scuole, per proseguire con il bilinguismo e con i seggi garantiti nei vari parlamenti. Se questo significa pulizia etnica, cosa dovrebbero dire gli sloveni d’Italia, che se oggi hanno le scuole con lingua d’insegnamento slovena è solo grazie al fatto che sono state istituite dagli angloamericani e poi conservate in base ad una precisa clausola contenuta nel Memorandum del 1954, mentre tutti gli altri diritti sono ben al di là di venire?
Ma è proprio grazie alle mistificazioni degli argomenti storici che alla fine emergono i contenuti che sono, a parer nostro, più preoccupanti, e che possono essere sintetizzati nello slogan “volemo tornar” che tanto spesso viene citato in queste rassegne, e sui quali contenuti ritorneremo, per un approfondimento, in un prossimo articolo.(nuovaalabarda.org gennaio 2007)

 

Una mattinata in biblioteca

Una quindicina di noi ha stamane diffuso volantini in Biblioteca provinciale durante l'intervento di Anna Zeligowski, figlia di due deportati nei campi di sterminio nazisti. La testimonianza, parte integrante delle iniziative commemorative del 27 gennaio - Giornata della Memoria - ha avuto luogo nello stesso auditorium concesso dieci giorni orsono ai neofascisti di Forza Nuova per celebrare gli "eroi" della Decima Mas.
Persino la poltrona dell'ospite d'onore era la stessa.

Una continuità quasi commovente. Un'indifferenza imbarazzante. Il "presidio antifascista" è durato oltre tre ore. Discreto l'interesse suscitato. Sprazzi di dibattito. Sparuti apprezzamenti. Nessuna contestazione. Argute osservazioni sulla "libertà d'espressione" da parte di alcuni impiegati della Biblioteca, ancora evidentemente sotto choc per la concessione della sala pubblica ai neofascisti. Tutto fa brodo. A margine dell'iniziativa 4 compagni "in ritirata" sono stati pescati nel traffico cittadino, fermati da una volante della polizia ed identificati. Il tutto a diverse centinaia di metri dalla Biblioteca.  Una pura casualità, ovviamente. Guai a pensar male.

Il testo diffuso:

 

L'indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa (Antonio Gramsci)

 La memoria part-time

Ieri il reduce della Decima-Mas del (compianto?) Junio Valerio Borghese. Oggi la Giornata della Memoria, con testimonianza in diretta dai lager nazisti. Domani le foibe. Il palinsesto dell'anarchico Mercurio e della Biblioteca Provinciale è la quintessenza dello spirito bipartisan.

Nessuno si indigna. Anzi, a giudicare da come vanno le cose in questa nostra città confusionaria, sembra un peccato che Evola, Pacciani e Hitler siano anzitempo defunti. Altrimenti anche a loro - nel nome della democrazia fatta feticcio, dell'indifferenza e della viltà istituzionale - sarebbe stata senza dubbio concessa una sala pubblica. Anche a loro Ciliberti, Stallone & Co. avrebbero riservato un'accoglienza degna: il centro storico per un corteo d'epoca o il corso per una sfilata. Certi onori non si negano a nessun criminale.

Foggia è una poltiglia concettuale e i suoi amministratori (e non potrebbe essere diversamente) sono eroi dei nostri tempi. Foggia è un reame favolistico asservito all'indifferenza. O alla malafede. O all'ignoranza. Fate voi: come sarebbe altrimenti concepibile che la stessa gente possa concedere la piazza ai neofascisti per celebrare degnamente la Marcia su Roma (28 ottobre), una struttura pubblica per ascoltare le gesta delle bande mussoliniane (13 gennaio) e a cuor leggero ospitare/organizzare le testimonianze dei campi di sterminio? Qui da noi succede. E a noialtri tocca rinfrescare la memoria dei distratti, dei revisionisti di professione, degli amministratori locali, su argomenti basilari: il significato, la progettualità antifascista della Costituzione, ad esempio.

Per responsabilità diretta di una "sinistra" senza arte né parte, che usa la memoria come pretesto per mangiare a sbafo ai buffet dei convegni, ma che è incapace di dare seguito alle proprie petizioni di principio (laddove presenti). Che preferisce parlare di Gramsci e di Di Vittorio come dei paleontologi parlano dei fossili del Pleistocene. Una “sinistra” immemore e inservibile, senza storia, che scambia vigliaccheria per democrazia e s'atteggia ad antifascista solo in campagna elettorale. 

Noi riteniamo che l'antifascismo sia più di una semplice escrescenza della memoria: sia imprescindibile pratica di vita. Ecco perché continuiamo a battere sui vetri la nostra rumorosa presenza. Perché di costoro, di voi tutti, siamo la cattiva coscienza.

(24.1.2007 Coordinamento antifascista foggiano antifafg@katamail.com)

 

 

Il tempo della giustizia


di Nicola Tranfaglia

Gli italiani di oggi non hanno seguito, eccetto i lettori di questo quotidiano, il processo per la strage di Marzabotto ordinata dal maresciallo nazista Kesselring ed eseguita tra il 29 settembre e il 4 ottobre 1944 dal Reichfuhrer Walter Reder comandante del 16° reggimento delle SS PanzerGreenadier sulla strada della sanguinosa ritirata al di là della Linea Gotica a cui restavano ferme le truppe alleate angloamericane.
Non ne hanno parlato finora né i grandi giornali né le televisioni pubbliche e private e forse oggi, dopo la sentenza, qualcuno si preoccuperà di informarli.

La sentenza è questa: dieci militari tedeschi sono stati condannati all'ergastolo dal tribunale militare di La Spezia ma, avendo superato tutti gli ottanta anni,non subiranno nessuna pena per la condanna.
Più di 60 anni fa vennero uccisi nei paesi di Gragnola, Monzone,Santa Lucia,Vinca,circa ottocento persone,di cui più di cento avevano meno di sedici anni,altre cento meno di dieci e due tra uno e due anni.
Il più giovane,se così si può dire si chiamava Walter Cardi che era nato da due settimane.
L'intento della terribile strage,una delle più grandi e più efferate della ritirata nazista, era quella di fare terra bruciata intorno ai gruppi di partigiani. La violenza colpì senza distinzione vecchi,bambini,donne,sacerdoti.

La dimensione di queste uccisioni fu tale da spingere le autorità della repubblica sociale italiana a non poter esprimere un giudizio esplicito malgrado l'alleanza con la Germania nazista. Il prefetto di Bologna tentò di minimizzare le dimensioni e la ferocia della strage in un rapporto a Mussolini ma fu smentito dal rapporto del segretario comunale di Marzabotto che riferì al dittatore l'estensione e il grado delle violenze che avevano colpito i paesi teatro degli eccidi, Mussolini ricorse ad Hitler per protestare ma non ebbe nessuna risposta.
Se questi sono i fatti essenziali di quello che resta uno degli episodi più tragici dell'occupazione nazista in Italia,il seguito è assai amaro perché il comandante Reder, catturato dagli americani in Baviera dove era riuscito a fuggire,fu estradato nel nostro paese e condannato all'ergastolo dal tribunale militare di Bologna ma, qualche anno dopo, fu graziato per l'intervento del governo austriaco e morì in Austria senza mostrare mai alcun segno di rimorso per quello che aveva fatto.
Per quanto riguarda gli altri esecutori dell'eccidio hanno vissuto la loro vita senza dover rendere conto ai tribunali tedeschi o italiani delle loro pesanti responsabilità.

Per mezzo secolo,infatti, le carte che contenevano i processi in corso contro i criminali di guerra tedeschi,austriaci e italiani rimasero chiusi in quello che è stato definito "l'armadio della vergogna" e che venne sigillato nei locali del Ministero della Difesa da un governo di centro all'inizio degli anni cinquanta e riaperto soltanto nei primi anni novanta quando gran parte degli imputati erano morti o scomparsi.
Ora, dopo la condanna di La Spezia, c'è da sottolineare il fatto che se la Germania nazista ha avuto la pesante responsabilità di questa e di tante altre stragi,l'Italia ha a sua volta la colpa non piccola di non aver fatto giustizia né risarcito le pene e le sofferenze delle vittime di allora e delle loro famiglie.(resistenza_partigiana 14.1.2007)
 

La sorte del tiranno


di Gabriele Polo

E' giusto uccidere un tiranno? Posta in modo così secco, la domanda - riemersa in improbabili paragoni tra l'impiccagione di Saddam Hussein e la fucilazione di Benito Mussolini - non può che avere una risposta altrettanto secca: sì, è giusto. Almeno finché il tiranno è in sella, finché la sua morte è il passaggio obbligato verso la libertà, finché non c'è altro mezzo che il tirannicidio. E sono questi «se» a fare la differenza. La differenza che chiama in causa il contesto storico con cui il giudizio etico qualche rapporto lo deve pure avere. Altrimenti ogni cosa diventa uguale al suo contrario, e tutto si annulla.
Per questo non sono paragonabili - né accostabili - l'impiccagione di Baghdad e la fucilazione di Giulino di Mezzegra. Bene ha fatto Marco D'Eramo, tre giorni fa da queste stesse colonne, a segnare la differenza tra un'esecuzione dettata dallo spirito di vendetta al termine di un processo farsesco (istruito solo per dare un paravento giuridico a uno stato privo di alcun diritto) e un atto di guerra commesso negli ultimi giorni di un conflitto. Ma è perlomeno discutibile decontestualizzare quella fucilazione fissandola in un semplificatorio aggettivo: «spregevole». Qui entrano in gioco i giudizi sulla nostra storia e l'eterno conflitto tra politica ed etica, tra fini e mezzi.
Uccidere è sempre un atto terribile. Di più, uccidere un prigioniero è una diminuzione di se stessi, un suicidio della propria umanità. Ed è per questo che gli stati affidano a un «professionista» della morte - a un boia - l'esecuzione delle condanne, per rendere astratto, attraverso un «lavoro», l'atto più disumano del vivere. Ed è per questo che aborriamo l'omicidio e consideriamo una barbarie la pena di morte: uccidendo il colpevole moriamo un po' tutti, ancor di più quando quel gesto viene dipinto come un atto di giustizia fatto in nome di una comunità, per legge.
Una comunità democratica, civile, dovrebbe avere la forza di rappresentare la volontà popolare senza ricorrere alla morte, iniziando col bandirne la forma più terribile: la guerra, che cancella democrazia e libertà. Ed essere talmente salda nelle proprie ragioni (e istituzioni, e leggi) da «perdonare» il colpevole «punendolo» con la possibilità di ripensare il suo gesto. Ma l'Italia democratica dell'aprile 1945 non era in queste condizioni. Non esisteva nemmeno, se non nelle intenzioni. Quando Mussolini venne fucilato da un gruppo di comunisti la guerra era ancora in corso. Ed era una guerra civile in un paese diviso; con truppe tedesche ancora presenti sul territorio nazionale - che mentre si ritiravano continuavano a seminar strage - e migliaia di fascisti ancora in armi; con i comandi alleati pronti a prendersi Mussolini per tenere in ostaggio il futuro politico dell'Italia. Uccidere il tiranno appena catturato non fu una vendetta spregevole, in quel contesto fu necessario. E persino giusto, per quanto possa essere giusta una fucilazione. Che avvenne sommariamente, su indicazione di una parte del gruppo dirigente del «Comitato di liberazione nazionale dell'alta Italia».Ne fece le spese anche Claretta Petacci, la cui uccisione non aveva - questa sì- alcun senso e fu del tutto gratuita. Poi ci fu lo scempio di piazzale Loreto: corpi dati in pasto alla furia plebea, per esibire l'avvenuta rottura con il regime passato e «sanare» il dolore per un'analogo scempio ai danni dei partigiani commesso un anno prima sullo stesso luogo.
I giudizi morali - da soli - non ci aiutano a capire e giudicare. Benito Mussolini era colpevole di mille delitti, politici ed umani. Su questo non c'era discussione allora e non c'è ora. La divisione (più oggi che allora) è sulla giustezza della pena inflitta. Ma questa non può astrarsi dal contesto in cui avvenne. A sessant'anni di distanza ognuno può dispiacersi per la morte di un uomo, ma nessuno può dimenticare chi fu quell'uomo e perché fu ucciso. Non perché quella morte avrebbe potuto sanare le ferite che quella vita aveva inferto, ma perché diventava un passaggio obbligato per un paese completamente diverso (o almeno molto diverso) da quello conosciuto fino ad allora. Anche qui contano le differenze: la morte di Mussolini serviva ad aprire la strada alla democrazia, a un'Italia che avrebbe dovuto (non sempre l'ha fatto) ripudiare le guerre, a cancellare (ad esempio) la pena di morte dalla sua Costituzione. Quella di Saddam (prigioniero inerme da tre anni) serve solo a dividere ulteriormente il suo ex paese per continuare la guerra e raccogliere ancora morte (da una parte e dall'altra). E' la stessa differenza che passava tra le pallottole dei partigiani e quelle dei repubblichini di Salò: l'uccidere con la morte nel cuore oppure farlo perché la morte è un «progetto»(o, perfino, «bella»). Certo, ci potevano essere differenze anche qui, dentro uno stesso campo. Non c'erano santi da una parte e demoni dall'altra. Ma c'erano due culture politiche, due divergenti visioni del mondo e se oggi possiamo discutere su tutto questo e considerare un omicidio un atto comunque e sempre tremendo (anche quello ai danni di un tiranno) è perché ha vinto la nostra parte.
Sui volti ritratti in fotografie ormai sbiadite di partigiani (i compagni dei fucilatori di Mussolini) che sfilano nelle città italiane subito dopo la Liberazione possiamo ancora leggere tutt'altre cose da un tronfio e retorico militarismo, dalla felicità del combattere; semmai gioia per aver concluso un'opera, ma carica dei pesi di chi ha ucciso per costrizione, per non uccidere più. Sguardi dell'anima che nessuno può trovare nelle buie immagini delle camicie nere raccolte attorno al tiranno declinate nel suo ultimo comizio al teatro Lirico di Milano, qualche settimana prima della sua fucilazione. Non è una differenza di poco conto: va colta perché anch'essa spiega le ragioni e annuncia ciò che sarebbe venuto dopo. Se vogliamo capirlo e difenderlo.( Il Manifesto 5.1.2007)