|
|
Antonio
Gramsci
-
La
città
futura,
1917
Odio
gli
indifferenti
anche
per
ciò
che
mi
dà
noia
il
loro
piagnisteo
di
eterni
innocenti.
Domando
conto
ad
ognuno
di
essi
del
come
ha
svolto
il
compito
che
la
vita
gli
ha
posto
e
gli
pone
quotidianamente,
di
ciò
che
ha
fatto
e
specialmente
di
ciò
che
non
ha
fatto.
E
sento
di
poter
essere
inesorabile,
di
non
dover
sprecare
la
mia
pietà,
di
non
dover
spartire
con
loro
le
mie
lacrime.
Sono
partigiano,
vivo,
sento
nelle
coscienze
virili
della
mia
parte
già
pulsare
l'attività
della
città
futura
che
la
mia
parte
sta
costruendo.
E in
essa
la
catena
sociale
non
pesa
su
pochi,
in
essa
ogni
cosa
che
succede
non
è
dovuta
al
caso,
alla
fatalità,
ma è
intelligente
opera
dei
cittadini.
Non
c'è
in
essa
nessuno
che
stia
alla
finestra
a
guardare
mentre
i
pochi
si
sacrificano,
si
svenano
nel
sacrifizio;
e
colui
che
sta
alla
finestra,
in
agguato,
voglia
usufruire
del
poco
bene
che
l'attività
di
pochi
procura
e
sfoghi
la
sua
delusione
vituperando
il
sacrificato,
lo
svenato
perché
non
è
riuscito
nel
suo
intento.
Vivo,
sono
partigiano.
Perciò
odio
chi
non
parteggia,
odio
gli
indifferenti.
La poesia di Pier Paolo Pasolini "Le ceneri di
Gramsci"
|
Minacce al segretario PdCI di Verona
( DIRE)
Roma,
13
dic.
-
Minacce
neofasciste
al
segretario
cittadino
di
Verona
del
Pdci,
e i
comunisti
dicono:
"e'
colpa
del
sindaco
Tosi".
"Non
e'
possibile-
spiega
in
una
nota
Alessandro
Pignatiello
della
segreteria
del
partito
di
piazza
Augusto
Imperatore-
che
il
clima
di
razzismo
e di
intolleranza
instaurato
dal
sindaco
di
Verona,
il
leghista
Flavio
Tosi,
debba
poi
sfociare
in
violenze
contro
esponenti
politici
di
sinistra.
Al
responsabile
cittadino
del
Pdci
di
Verona,
Graziano
Perini,
dopo
un'aggressione
da
parte
di
elementi
neofascisti
al
figlio,
militante
nel
nostro
partito,
e
una
serie
di
scritte
intimidatorie
sui
muri
della
citta',
la
Questura
ha
deciso
di
mettere
sotto
sorveglianza
la
casa".
Secondo
Pignatiello
"l'intollerabile
clima
di
tensione"
in
citta'
nasce
"prima
di
tutto
dagli
atteggiamenti
di
intolleranza
di
Tosi".
"Oliviero
Diliberto-
prosegue
Pignatiello-
ha
gia'
denunciato
l'accaduto
al
ministro
degli
Interni
Giuliano
Amato
chiedendo
tutela.
Severino
Galante,
coordinatore
della
segreteria
del
Pdci,
ha
presentato
un'interrogazione
urgente
alla
Camera
sull'accaduto
e
oggi
tutti
i
segretari
del
centrosinistra
di
Verona,
sono
stati
ricevuti
dal
Prefetto".
Secondo
Pignatiello
"non
e'
possibile
che,
solo
per
l'irresponsabilita'
del
sindaco,
Verona
debba
tornare
a un
clima
anni
70 e
si
crei
un
clima
di
violenza,
che
credevamo
morto
e
sepolto,
contro
chi
ha
il
solo
torto
di
essere
comunista
e di
testimoniare
la
sua
battaglia
con
la
militanza
politica.
Perini
e la
sua
famiglia
sappiano
che
non
sono
soli-
conclude
l'esponente
comunista-
e
che
tutte
le
misure
per
la
tutela
della
loro
incolumita'
saranno
prese".
Giustizia italiana
di
Stefano
Ghio
Nel
giorno
in
cui
si
svolge
lo
sciopero
generale
per
la
sicurezza
a
Torino,
a
seguito
della
strage
di
operai
alla
Thyssenkrupp,
un'altra
notizia
riempie
le
cronache
dei
quotidiani,
seppur
ovviamente
in
tono
minore:
il
tribunale
di
Torino
ha
condannato
undici
antifascisti
a
pene
che
variano
da
otto
mesi
ad
un
anno
e
otto
mesi
per
i
fatti
di
via
Po
del
giugno
2005.
I
fatti
raccontano
di
una
manifestazione
nel
centro
cittadino
- il
18
giugno
-
per
denunciare
l'aggressione
fascista,
avvenuta
l'11
dello
stesso
mese,
al
Barocchio
Squat
di
Grugliasco
che
ha
portato
al
ferimento
di
due
occupanti
- di
cui
uno,
colpito
da
più
coltellate
alla
gola,
salvo
per
pura
coincidenza
-
sfociata
in
una
carica
-
improvvisa,
violentissima
ed
immotivata
- da
parte
delle
"forze
dell'ordine"
contro
il
corteo,
fino
a
quel
momento
assolutamente
pacifico.
Per
reazione,
alcuni
compagni
si
sono
attivati
per
cercare
di
arginare
la
violenza
cieca
dei
"difensori
dell'ordine
pubblico"
attraverso
la
costruzione
di
piccole
barricate
improvvisate
-
fatte
di
materiali
presi
dai
dehors
dei
bar
della
zona
e da
cassonetti
dell'immondizia
incendiati
-
che
permettessero
una
ritirata
più
o
meno
ordinata
agli
antifascisti.
La
giornata
finisce
con
gli
arresti
di
undici
compagni
per
i
quali
il
pm
Marcello
Tatangelo
vorrebbe,
queste
sono
le
sue
richieste
sin
dalla
prima
udienza,
infliggere
pene
pesantissime
per
i
reati
di
"devastazione
e
saccheggio",
oltre
che
per
quelli
di
"resistenza
e
lesioni
a
pubblico
ufficiale".
Ieri
si è
avuta
la
sentenza,
che
smonta
in
parte
il
castello
accusatorio
del
pm:
il
giudice,
infatti,
ha
riconosciuto
gli
squatters
colpevoli
solo
di
"resistenza
e
lesioni",
riportando
così,
almeno
in
parte,
la
giustizia
borghese
sulla
retta
via.
Diciamo
in
parte
perché
ci
chiediamo
che
razza
di
paese
sia
quello
nel
quale
i
fascisti
assaltano
impunemente
un
posto
con
il
chiaro
intento
di
uccidere
dei
compagni
e le
"forze
dell'ordine",
insieme
con
il
loro
sistema
giudiziario
asservito
al
sistema
borghese,
si
accaniscono
contro
questi
ultimi,
rei
solo
di
cercare
i
colpevoli
dell'infame
aggressione,
senza
preoccuparsi
minimamente
di
individuare
quei
"bravi
ragazzi
rasati
con
i
coltelli".(
Linea
Rossa
Genova
11
dicembre
2007)
Benedetto vive
La
sera del 28 novembre del 1977 a Bari perdeva la vita
sotto i colpi di una squadraccia fascista composta da
militanti del MSI, Benedetto Petrone, detto Benny,
operaio diciottenne iscritto alla FGCI. Ad ucciderlo i
terribili colpi inferti con mazze, cacciaviti e coltelli
dai vigliacchi fascisti. Il dolore e la rabbia che
all’epoca questa morte suscitò aprirono una ferita nella
città, che ancora oggi fatica a rimarginarsi.
Il
riacutizzarsi
di
episodi
di
chiaro
stampo
squadrista,
che si
traducono
in
minacce,
pestaggi,
ormai
all’ordine
del
giorno,
riportano
alla
luce
l’orrore
e lo
sgomento
di quei
tristi
giorni
di 30
anni fa.
E’ con
uno
spirito
di
rinnovamento,
di
speranza
e di
fiducia
che
tutta la
Bari
antifascista
si
riverserà
nelle
strade,
nelle
piazze,
il
prossimo
28
novembre.
Per non
dimenticare,
per dare
vita ad
un unico
grido di
denuncia
contro
ogni
forma di
fascismo,
da
quello
più
esplicito
e
bestiale
a quello
più
subdolo
e
silente.
E per
portare
avanti
quegli
ideali
di
uguaglianza
e
giustizia
per cui
fu
disposto
a dare
la vita
Benedetto.
Un
compagno,
un
fratello,
un uomo
ancora
presente
nei
nostri
ricordi
e nei
nostri
cuori.
(www.fgci.it)
28 novembre, bandiere rosse al vento
di
Pino
del
Luca
............
La
memoria
corre
all’indietro,
a quella
sera e
ai
giorni
successivi.
Sono del
1958,
Benny
era del
1959.
Lui era
un
ragazzo
di Bari
vecchia
e io un
ragazzo
della
provincia
di
Brindisi,
studente
fuori
sede
che, nei
pressi
di Bari
Vecchia,
aveva
trovato
alloggio
(via
Carducci).
Ricordo
quella
sera che
poco
dopo le
otto mi
recai a
Piazza
Massari
sentendo
i rumori
che il
movimento
di
numerosi
giovani
della
casa
dello
studente
facevano
passando
vicino
al
tugurio
che
avevo
eletto a
mio
luogo di
residenza.
Seppi
immediatamente
il fatto
e
immediatamente
con
altre
compagne
e
compagni
riflettemmo
che
doveva
succedere
prima o
poi.
Erano
giorni
tesi
quelli,
molto
tesi. Vi
erano
luoghi
nei
quali
era
proibito
passare.
Piazza
San
Ferdinando,
Via
Sparano
erano
off
limits
per i
“compagni”
o anche
per
quelli
che non
erano
visibilmente
“camerati”.
Vi erano
sezioni
del MSI
che
organizzavano
raid in
tutta la
città
con
squadre
di
picchiatori
e
criminali
professionisti.
Vi erano
anche
grandi
movimenti
a
sinistra
e
compagni
che non
temevano
affatto
le
squadre
fasciste
e io,
d’istinto,
fra
quelli
scelsi
di
andare.
Poi la
manifestazione,
gli
scontri
con la
polizia,
l’assalto
alla
sede del
MSI.
Quella
Bari
operaia
della
quale
scrive
Franco
fu messa
a dura
prova in
quelle
settimane
e quei
mesi. La
città
visse
momenti
difficili,
la
sinistra
visse
momenti
difficilissimi.
La
sinistra
di Bari,
la
sinistra
delle
“classi
alte”
non
sentiva
quel
morto
come suo
e scelse
l’oblìo,
la
sinistra
militante
scelse
la
strada
dell’estremismo
e della
violenza
cieca e
fine a
se
stessa,
io e
quelli
come me
scegliemmo
di
studiare.
Bari
cadde
nelle
braccia
di Pino
Tatarella
e di
quel MSI
a cui
apparteneva
anche
Pino
Piccolo,
pluriomicia
e
spacciatore
di
droga,
aiutato
dai suoi
protettori
a
fuggire
in
germania.
Sarebbe
sciocco
pensare
che
l’assassinio
di un
ragazzo
di Bari
Vecchia,
ucciso
da un
criminale
pluriomicida
in un
agguato
fascista,
sia
stata
un’azione
finalizzata
e
studiata
a
tavolino.
Ma è
istruttivo
riflettere
che una
squadraccia
fascista
ha agito
sull’essere
più
debole e
sul
pensiero
più
forte di
un
gruppo
di
giovani,
Benny
era
poliomelitico
ed era
un
ragazzo
del
popolo
che
aveva
immaginato
un’altra
strada
per un
ragazzo
di Bari
Vecchia.
Né
calciatore
né
topino,
semplicemente
un
giovane
che
studia,
lavora e
suona la
chitarra.
È
istruttivo
riflettere
cosa è
accaduto
a Bari
negli
anni
successivi
e cosa
hanno
fatto i
ragazzi
baresi
delle
aree più
emarginate,
diventando
al tempo
stesso
carnefici
e
vittime
e
ingrossando
le fila
della
criminalità
comune e
organizzata.
Il sogno
di un
riscatto
collettivo
si è
trasformato
nell’incubo
dell’individualismo
più
sfrenato
e più
cinico.
Benny fu
ucciso
quella
sera del
28
novembre
di
trent’anni
or sono.
Non
abito a
Bari da
molti
anni, da
più di
venti.
Ma
quando
torno ci
passo
sempre
da
piazza
Massari
e a
quell’angolo
mi fermo
e guardo
per
terra. I
miei
sogni
dei
vent’anni,
in buona
parte li
ho
realizzati.
Ma la
mia
felicità
non è
completa.
Per mia
disgrazia,
appartengo
a coloro
i quali
possono
dirsi
completamente
felici
solo se
si
realizzano
anche i
sogni
degli
altri. E
quello
di
Benedetto
è ancora
lontano,
anche
se,
vedendo
Vendola
ed
Emiliano
che ne
onorano
la
memoria,
sono un
po' più
ottimista.Si
Vendola
ed
Emiliano
potevano
e
possono
andarci
in quel
luogo a
mettere
le
corone,
spero
che
altri
abbiano
il buon
gusto di
non
farlo,
anche se
siedono
insieme
a
Vendola
e ad
Emiliano.(Diario-dibordo.ilcannocchiale.it)
Ultras romani e neofascismo europeo
Sud e
Nord
L'influenza
della
destra
antisistema
nella
trasformazione
eversiva
di due
curve
sempre
meno
romane
di
Guido
Liguori
e
Antonio
Smargiasse
Tre
elementi
possono
aiutare
ad
approfondire
la
riflessione
sul
livello
raggiunto
dalla
questione
ultras
dopo
i
fatti
dell'11
novembre.
Primo:
più
di
un
testimone
degli
incidenti
scatenati
da
centinaia
di
ultras
romani
domenica
sera
intorno
allo
stadio
Olimpico
ha
raccontato
di
bande
di
giovanissimi
(dai
15
ai
18
anni)
bene
armate
e
guidate
da
gente
ben
più
matura
nel
selezionare
e
colpire
questo
o
quell'obiettivo.
Secondo:
chi
ha
avuto
modo
di
seguire
in
tv
la
partita
tra
Real
Madrid
e
Majorca,
disputata
nella
capitale
spagnola
domenica
sera,
non
ha
potuto
fare
a
meno
di
notare
una
striscione
(«Gabriele
rip»,
riposa
in
pace)
bene
in
vista
tra
gli
Ultrà
Sur
con
il
quale
si
rendeva
omaggio
al
tifoso
laziale
ucciso
poche
ore
prima.
Infine:
la
Procura
di
Roma
ha
deciso
di
procedere
con
l'accusa
di
terrorismo
nei
confronti
degli
ultras
arrestati
nella
capitale
durante
gli
scontri
ricordati
prima.
E
dunque,
pur
di
fronte
a
misure
che,
indubbiamente,
negli
ultimi
mesi
hanno
saputo
limitare,
soprattutto
all'interno
degli
stadi,
le
aree
fuori
controllo,
il
movimento
ultras
ha
mantenuto
una
sua
capacità
di
aggregazione
e di
reclutamento
tra
i
più
giovani.
Continua
a
sbagliare
però
chi,
nella
lettura
dei
fatti
accaduti
a
Roma,
ricorre
ancora
una
volta
alle
categorie
del
teppismo
e
della
criminalità.
Ad
assaltare
le
caserme
dei
carabinieri
o
della
polizia
domenica
sera
non
erano
affatto
bande
di
delinquenti.
Sembra
averlo
capito
la
Procura
romana.
O
meglio,
la
Procura
sembra
aver
capito
finalmente
che
è
giunta
l'ora
di
indagare
sulla
natura
politica
ed
eversiva
del
movimento
ultras
romano.
Che
nel
frattempo
però
è
sempre
meno
romano.
Lo
striscione
degli
ultras
madrileni,
in
questo
senso,
non
va
letto
semplicemente
come
il
segno
di
solidarietà
tra
gruppi
gemellati
(Ultrà
Sur
e
Irriducibili),
bensì
deve
essere
interpretato
per
quello
che
è,
come
il
segno
cioè
di
un
nascente,
o
almeno
della
tendenza
alla
organizzazione
di
un
nascente
movimento
europeo.
Il
movimento
ultras
italiano
è un
fenomeno
di
massa
radicato
da
decenni,
variegato,
estremamente
complesso
e
ricco
di
culture.
E'
un
movimento
che
ha
saputo
resistere
e
contrastare
insieme
ondate
repressive
e
tentativi
di
omologazione.
A
differenza
degli
hooligans
d'oltremanica,
sbaragliati
dalle
misure
del
governo
Tatcher
e
incapaci
nel
loro
spontaneismo
di
fronteggiare
le
ristrutturazioni
del
football
inglese,
gli
ultras
italiani
sono
riusciti
a
durare
nel
tempo
perché
capaci
di
elaborare
programmi
e
progettualità.
Non
solo
movimento
sociale,
non
solo
controcultura,
bensì
economia
e
pensiero
politico.
Anzi,
luogo
di
confronto,
di
scontro
anche
violento
tra
forme
diverse
di
economia
(la
contro-economia
tipica
dei
movimenti
giovanili
contemporanei,
l'ambizione
di
gestire
in
proprio
una
società
di
calcio,
il
fiancheggiamento
a
strutture
malavitose
parallele)
e di
pensieri
politici.
I
fatti
di
domenica
scorsa
potrebbero
trarre
in
inganno
e
far
pensare
a un
passo
in
avanti
importante
nella
configurazione
unitaria
dell'intero
movimento.
Non
è
così.
Non
ancora,
almeno.
L'individuazione
di
un
(del)
nemico
comune
nelle
forze
di
polizia
(ovvero
nello
Stato),
non
annulla
affatto
le
differenze
e il
conflitto
tra
progetti
e
identità
profondamente
diverse.
A
Bergamo,
violentemente
ma
con
indubbia
coerenza
con
la
logica
ultras
tradizionale,
si è
interrotta
una
partita
di
calcio.
A
Roma
invece
si è
portato
l'attacco
a un
apparato
dello
Stato.
Lontano
dallo
stadio,
indipendentemente
da
una
partita
che
non
si
stava
giocando.
Con
tutta
evidenza,
i
piani
sono
ben
differenti.
Siamo
davanti
a un
passaggio
estremamente
delicato
della
questione
ultras
nel
nostro
Paese.
La
crisi
generale
del
calcio
italiano
-
fenomeno
ormai
legato
più
alla
televisione
che
allo
stadio
- e
la
durezza
crescente,
per
quanto
relativa,
delle
misure
antiviolenza
rischiano
di
produrre
effetti
devastanti.
Rischiano
cioè
di
favorire
all'interno
del
movimento
i
gruppi
più
duri,
più
motivati,
le
organizzazioni
più
ricche,
quelle
che
affidano
il
loro
agire
a
progetti
che
vanno
al
di
là
del
tifo
per
una
squadra
o
per
l'altra.
In
questo
senso,
la
comprensione
dei
fatti
di
Roma
rimanda
più
alle
vicende
connesse
all'omicidio
di
Giovanna
Reggiani
nel
campo
rom
di
Tor
di
Quinto
che
non
alla
morte
tragica
di
Gabriele
Sandri
nell'autogrill
di
Badia
del
pino.
La
destra
antisistema,
forza
egemone
incontrastata
delle
curve
romane,
lavora
da
anni
per
trasformare
gli
spalti
nell'avamposto
della
lotta
contro
la
società
multirazziale.
Le
forze
oltranziste
del
neofascismo
puntano
a
ribaltare
la
funzione
di
integrazione
socioculturale
che
il
calcio
vuole
svolgere
nell'Europa
contemporanea.
A un
calcio
che,
simbolicamente,
per
quello
che
può
e
con
le
contraddizioni
proprie
di
una
industria
rigidamente
dominata
dalle
logiche
della
globalizzazione
neocapitalistica,
vuole
contribuire
ad
abbattere
le
barriere
razziali,
l'estrema
destra
contrappone
l'immagine
di
un
calcio
profondamente
identitario,
prevalentemente
bianco,
con
un
tifo
militante,
molto
legato
al
territorio
e
che
sappia
guardare
oltre
gli
spalti.
E'
un
investimento
politico
speso
con
intelligenza,
spregiudicatezza
e
impegno
quotidiano.
E
che,
purtroppo,
la
crescita
del
clima
di
intolleranza
razziale
in
Italia
sembra
rivelare
non
infondato.
E'
bene
allora
seguire
con
grande
attenzione
gli
sviluppi
delle
indagini
della
procura
di
Roma.
Con
la
consapevolezza
che
in
gioco
c'è
la
democrazia
e
non
(solo)
il
campionato
di
calcio.(Il
Manifesto
13
novembre
2007)
Aggressione neofascista
Malmenati
due
militanti
dei
Comunisti
italiani
di
ritorno
dalla
manifestazione
(22.10.07)
- Un
episodio
gravissimo
è
accaduto
ieri
mattina
alla
stazione
ferroviaria
di
Genova
Brignole,
dove
due
militanti
dei
Comunisti
italiani
sono
stati
vittime
di
un'aggressione
a
causa
dalla
loro
appartenenza
politica. I
due
uomini,
padre
e
figlio,
di
ritorno
dalla
manifestazione
svoltasi
a
Roma
contro
il
precariato
e il
protocollo
welfare,
stavano
aspettando
il
treno
per
Busalla,
quando
sono
stati
avvicinati
da
otto
giovani,
alcuni
con
la
testa
rasata,
che
forse
avevano
notato
la
bandiera
del
Pdci
che
uno
degli
aggrediti
portava
ripiegata.
Il
gruppo,
cantando
strofe
di
“Faccetta
nera”,
si è
scagliato
contro
i
due
insultandoli
e
colpendoli
con
pugni,
testate
e
spintoni.
«L'aggressione
neofascista
subita
da
militanti
e
dirigenti
del
nostro
partito
è un
fatto
gravissimo
sul
quale
invitiamo
le
forze
democratiche
e le
autorità
preposte
a
fare
piena
luce
e a
vigilare
affinché
non
si
ripetano
mai
più
fatti
di
questo
genere».
E'
quanto
afferma
Pino
Sgobio,
capogruppo
del
Pdci
alla
Camera,
che
esprime
la
propria
solidarietà
«ai
compagni
aggrediti
e
alla
Federazione
di
Genova».
Manuela
Palermi,
capogruppo
Verdi-Pdci
al
Senato,
denuncia
l'aggressione
ai
danni
di
due
militanti
dei
Comunisti
italiani:
«Si
tratta
di
un
episodio
gravissimo,
una
vera
e
propria
aggressione
neofascista,
che
ci
auguriamo
nessuno
tenti
di
sottovalutare
e
minimizzare.
Ai
compagni
coinvolti
e
alla
Federazione
di
Genova
va
tutta
la
nostra
solidarietà.
Annunciamo
inoltre
la
presentazione
di
una
interrogazione
parlamentare
sull’accaduto».(La
Rinascita
della
sinistra
online)
Interrogazione del PdCI su neonazisti a Dachau
Interrogazione
a risposta scritta
Al
Ministro
dell’Interno
Per
Sapere,
Premesso
che:
sul
numero
41
del
settimanale
“L’Espresso”
del
18
ottobre
2007,
a
firma
di
Paolo
Tessadri,
è
stato
pubblicato
un
agghiacciante
reportage,
con
tanto
di
foto,
che
riporta
una
"gita"
di
giovani
altoatesini
neonazisti
nei
campi
di
concentramento
di
Dacahau;
nelle
foto
pubblicate
dal
suddetto
settimanale
-
che
sono
foto
sequestrate
dai
carabinieri
del
Ros
di
Bolzano
durante
un'inchiesta
sui
naziskin
altoatesini
- i
giovani
neonazisti
italiani,
gridano
felici
"Sieg
heil",
vengono
ritratti
con
l'accendino
sotto
le
immagini
delle
sinagoghe
bruciate,
fanno
il
saluto
hitleriano
davanti
al
cippo
che
ricorda
il
forno
crematorio
di
Dachau
e si
mettono
in
posa
compiaciuti
accanto
al
cartello
"Arbeit
macht
frei"
sul
cancello
che
migliaia
di
ebrei
hanno
varcato
una
sola
volta;
“sono
l'avanguardia
dell'orrore
-
scrive
Paolo
Tessadri
sull'Espresso
-
quella
capace
di
superare
ogni
limite.
Nazisti
pronti
all'insulto
più
estremo,
all'oltraggio
di
qualunque
memoria”;
le
sette
persone
riprese
nelle
immagini
hanno
patteggiato
condanne
comprese
tra
12 e
30
mesi
di
carcere
-
l'ultima
sentenza
risale
a
poche
settimane
fa -
ma
ai
fini
della
pena
questo
reportage
incredibile,
non
ha
avuto
effetti:
per
il
codice
penale
italiano
–
come
peraltro
sottolinea
il
procuratore
di
Bolzano
Cuno
Tarfusser,
in
un’intervista
rilasciata
sempre
al
settimanale
“L’Espresso”
- il
“turismo
dell’Olocausto”
non
ha
rilevanza,
nemmeno
per
la
legge
Mancino,
nata
nel
1991
per
porre
freno
all'ondata
montante
di
razzismo;
a
parere
dell’interrogante
-
che
sulla
pericolosità
del
rigurgito
neonazista
e
neofascista
in
Italia
ha
presentato
altre
interrogazioni
parlamentari,
sempre
indirizzate
al
Ministro
dell’Interno
– il
fenomeno
non
può
più
essere
sottovalutato;
come
riporta
il
settimanale
“L’Espresso”,
pare
che
“nel
solo
Alto
Adige
siano
almeno
cinque
i
gruppi
attivi
con
più
di
15o
militanti
e
molti
fiancheggiatori”
e
che
“il
fenomeno
dei
tour
nazisti
è in
crescita
costante”;
a
parere
dell’interrogante,
è
dovere
dello
Stato,
in
tutte
le
sue
articolazioni,
dare
piena
attuazione
alle
disposizioni
contenute
nella
Legge
Mancino,
relative
allo
scioglimento
delle
organizzazioni
che
incitano
all'odio
razziale
e al
fascismo,
rafforzando
la
stessa
legislazione
laddove
si
manifestino
delle
evidente
carenze,
come
nel
caso
oggetto
della
presente
interrogazione;
quali
atti
o
provvedimenti,
anche
legislativi,
intenda
assumere,
nell’ambito
delle
proprie
competenze,
al
fine
di
debellare
immediatamente
questo
grave,
intollerabile
e
offensivo
rigurgito
neonazista
e
neofascista
in
atto
nel
nostro
Paese
e
per
promuovere
su
tutto
il
territorio
nazionale
una
cultura
realmente
democratica
e
antifascista,
come
da
dettato
Costituzionale,
affinché
quanto
denunciato
dal
settimanale
“L’Espresso”
non
abbia
più
a
ripetersi.
On.
Cosimo
Sgobio
Festa
nel
lager
naziskin
a
Dachau
di Paolo Tessadri
Sono
l'avanguardia dell'orrore, quella capace di superare ogni limite.
Nazisti pronti all'insulto più estremo, all'oltraggio di qualunque
memoria. Eccoli, fare il saluto hitleriano davanti al cippo che ricorda
il forno crematorio di Dachau. Mettersi in posa compiaciuti accanto a
quella scritta agghiacciante 'Arbeit macht frei' sul cancello che
migliaia di ebrei hanno varcato una sola volta. Poi mostrare le loro
magliette con le machine-pistol usate dai guardiani per abbattere chi
non obbediva ciecamente agli ordini. E sfoggiare le t-shirt con la
sagoma delle SS davanti al monumento ispirato dall'intreccio dei corpi
scheletrici nelle fosse comuni. Istantanee di una gita che incenerisce i
confini della decenza, scattate per renderle oggetto di culto tra i
camerati, come per dimostrare un primato ideologico: avere inneggiato al
führer del Terzo Reich nel luogo dove l'Olocausto venne concepito.
Dachau, a pochi chilometri da Monaco di Baviera, è il primo lager,
quello in cui furono rinchiusi gli ebrei catturati nella 'Notte dei
cristalli' e gli oppositori del regime, quello usato per sperimentare il
genocidio.
Le foto che 'L'espresso' pubblica in esclusiva sono state sequestrate
dai carabinieri del Ros di Bolzano durante un'inchiesta sui naziskin
altoatesini. Erano conservate da alcune delle persone ritratte, che le
esibivano con orgoglio ai loro accoliti. I sette camerati ripresi nelle
immagini hanno patteggiato condanne comprese tra 12 e 30 mesi di
carcere: l'ultima sentenza risale a poche settimane fa. Ma ai fini della
pena questo reportage incredibile non ha avuto effetti: per il codice
penale italiano il turismo dello sterminio non ha rilevanza. Nemmeno la
legge Mancino, quella creata nel 1991 per porre freno all'ondata
montante di razzismo, ha ipotizzato un tale baratro di disprezzo. Il
procuratore capo Cuno Tarfusser e il pm Axel Bisignano nel sostenere
l'accusa contro la banda di gitanti a Dachau non hanno potuto far pesare
quello sfregio alla Memoria. Eppure il fenomeno dei tour nazisti è in
crescita costante: dai luoghi hitleriani classici si passa sempre più
spesso a incursioni antisemite. Che precipitano dalla goliardia alla
vergogna.
Come definire altrimenti la foto, sequestrata dal Ros nella stessa
operazione, che ritrae i due naziskin con l'accendino in mano sotto la
lapide che ricorda la prima sinagoga incendiata in Germania durante la
'Notte dei cristalli'? In quella vacanza a Potsdam, in Brandeburgo, nel
luogo del primo assalto delle camicie brune, la formazione è la stessa.
Sono sette italiani dell'Alto Adige, inquadrati come militari,
capeggiati dal 'comandante' Armin Sölva e dal suo vice Christoph
Andergassen. Hanno dai 18 ai 26 anni e nonostante le sentenze restano a
piede libero.
L'organizzazione di Sölva e Andergassen è la Südtiroler
Kameradschaftsring per la lotta di liberazione del Sudtirolo, con tanto
di statuto messo nero su bianco: tra gli obiettivi, l'istigazione
all'odio razziale e la venerazione di Hitler e ai suoi gerarchi. Una
fede malvagia celebrata, secondo i risultati delle indagini, con
minacce, pestaggi e devastazioni. Che li trasforma nell'avanguardia di
una rete nera che attraversa l'Europa e che vede sfilare fianco a fianco
camerati di ogni paese, spesso divisi da questioni etniche, come accade
tra sudtirolesi e italiani, ma pronti a fare fronte comune con il
braccio teso.
Identici gli slogan, testimoniati anche dalle magliette indossate nel
lager bavarese. In una foto si vede Armin Sölva inginocchiato, mani
giunte in atto di ringraziamento per lo sterminio, nella cappella che
ricorda i 3 mila sacerdoti cattolici deportati. In un'altra, due
camerati entrano nell'edificio centrale del campo dove è allestita la
mostra sul Terzo Reich e in tenuta da skinheads posano sorridenti
davanti alla grande scritta SS. Altri due compaiono vicini a una celebre
frase della propaganda del Reich: 'Unsere Letzte Hoffung. Hitler' (la
nostra ultima speranza: Hitler). Indossano t-shirt con l'immagine di un
soldato tedesco e di supporter di estrema destra, sempre dentro il campo
di Dachau. Poi di spalle, piegati, con l'immagine di un mitragliatore su
una t-shirt e sull'altra la scritta 'Siamo dei criminali convinti',
spingono giù il cippo di marmo eretto dove sorgevano i forni crematori.
In un'altra immagine due del gruppo si mettono davanti al muro di cinta,
sono ai lati di un cartello che indica la linea oltre la quale le
guardie sparavano sui deportati:si immedesimano negli aguzzini degli
ebrei.
Il lager, un monumento che dovrebbe essere tutelato in nome dell'intera
umanità, appare incustodito. Nessuno ferma questi giovani altoatesini
dal look inconfondibile. Si sono mossi indisturbati per ore, padroni del
campo di sterminio dove non è stato nemmeno possibile stabilire un
bilancio del massacro: dei 206 mila reclusi registrati, almeno 43 mila
persero la vita. Ma si ritiene che molti deportati non venissero segnati
nella contabilità del genocidio e che negli ultimi mesi del 1945
malattie e denutrizione fossero più letali delle SS: gli americani
scoprirono 39 vagoni ferroviari colmi di cadaveri spettrali. Un inferno,
che adesso serve come fondale per le foto-trofeo dei 'figli del Führer'.
Le trasferte in Germania e in Austria del gruppo altoatesino non servono
solo per il turismo dell'orrore: sono fondamentali per consolidare i
legami con le altre formazioni di estrema destra. I carabinieri dei Ros
hanno infatti scoperto rapporti con almeno tre gruppi tedeschi e due
austriaci con sede a Innsbruck, Vienna, Linz, Dresda, Berlino, Monaco e
Norimberga. In una foto Sölva e Andergassen sono nella sede della Npd,
il partito tedesco di estrema destra, con due rappresentanti del
movimento politico berlinese: uno di questi è lo stesso uomo che ha
accompagnato Sölva a Potsdam e che forse ha fatto da guida turistica nei
lager.
È in questi raduni che si saldano anche i rapporti fra i neonazisti
altoatesini di lingua tedesca e quelli italiani. A Passau, nella
manifestazione per ricordare Rudolf Hess, l'enigmatico delfino di Hitler
diventato uno dei miti nazisti, hanno marciato insieme. In una foto si
vede in primo piano il gruppo di altoatesini e dietro sfilano gli
aderenti al Fronte Veneto Skinheads, oggi rappresentati da Giordano
Caracino, 28 anni. Secondo i rapporti dei carabinieri, nel marzo 2006 a
Braunau am Inn, paese natale di Hitler, giovani del Fronte Veneto e
naziskin da Roma, Verona, Trieste hanno sfilato e gridato slogan dentro
un capannone: "Siamo tutti figli del Führer e discepoli del Duce". Erano
presenti anche gli skinheads dei Braunau Bulldog, che nel 2005 fecero
una gita a Mauthausen e dopo se ne andarono in una pizzeria a
festeggiare: in Austria lo scandalo diventò un caso politico. Ma il loro
gesto è diventato un modello da imitare, anche per i bolzanini. Che
nelle istantanee posano davanti al cippo del forno crematorio di Dachau,
dove una scritta invita alla riflessione: 'Pensate a come noi morimmo
qui'. E loro invece alzano il braccio e gridano 'Sieg heil!'.(L'Espresso,
12/10/2007)
La
memoria
rimossa
Torino
17-19
ottobre
2007
La
memoria
rimossa
-
l'occupazione
italiana
della
Jugoslavia
(1941
-
1943)
PROGRAMMA
DEFINITIVO
Il
tema
dell'occupazione
italiana
in
Jugoslavia
è
rimasto
largamente
sottovalutato
in
Italia
e
certamente
in
quella
che
si
configura
come
una
sorta
di
rimozione
ha
avuto
un
peso
decisivo
il
mito
degli
“italiani
brava
gente”,
che
è
stato
a
lungo,
per
molti
storici
e
anche
nella
cultura
di
massa,
un
nucleo
portante
della
rilettura
e
della
costruzione
dell'immagine
nazionale
della
seconda
guerra
mondiale.
Con
l'iniziativa
“La
memoria
rimossa
-
l'occupazione
italiana
della
Jugoslavia
(1941-1943)”
si
vuole
valorizzare
quanto
nella
prospettiva
di
una
ricostruzione
di
quell'occupazione
in
tutti
i
suoi
aspetti
e
senza
strumentali
censure
è
stato
detto,
scritto
o
filmato.
L'iniziativa
è
organizzata
dal
Consiglio
della
Provincia
di
Torino
e da
quello
del
Comune
di
Torino,
con
la
collaborazione
dell'Archivio
Nazionale
Cinematografico
della
Resistenza,
dell'Anpi
di
Torino,
dell'Istituto
friulano
per
la
storia
del
movimento
di
liberazione,
dell'Istituto
piemontese
per
la
storia
della
Resistenza
e
della
società
contemporanea
e
del
Coordinamento
Nazionale
per
la
Jugoslavia.
Iniziativa
realizzata
dall'Archivio
Nazionale
Cinematografico
della
Resistenza
in
collaborazione
con
Anpi
provinciale
di
Torino,
Istituto
friulano
per
la
storia
del
movimento
di
liberazione,
Istituto
piemontese
per
la
storia
della
Resistenza
e
della
società
contemporanea,
Coordinamento
Nazionale
per
la
Jugoslavia
Gruppi
consiliari
dei
partiti
della
sinistra
della
Provincia
di
Torino
-
del
Comune
di
Torino
-
della
Regione
Piemonte
L'occupazione
italiana
della
Jugoslavia
(1941
–
1943)
LA
MEMORIA
RIMOSSA
Mercoledì
17
ottobre
2007
Sala
proiezioni
del
Museo
Diffuso
della
Resistenza
-
ore
10:
presentazione
della
manifestazione
a
cura
dei
Gruppi
Consiliari
-
ore
10,30:
Occupazione
in
26
immagini,
film
di
Lordan
Zafranovic
(1978,
112'),
introduce
l'autore
-
ore
16:
La
caduta
dell'Italia,
film
di
Lordan
Zafranovic
(1981,
114'),
introduce
l'autore
-
ore
20:
materiali
filmici
inediti
sulla
Resistenza
jugoslava,
presentati
da
Lordan
Zafranovic
Giovedì
18
ottobre
2007
Sala
proiezioni
del
Museo
Diffuso
della
Resistenza
-
ore
16:
Fascist
Legacy
(edizione
italiana)
di
Ken
Kirby
e
Massimo
Sani
(1989,
100'),
introduce
Massimo
Sani
-
ore
18:
Quell'Italia
del
'43,
programma
televisivo
di
Massimo
Sani
(1993,
70')
-
ore
20:
Fascist
Legacy
(replica),
introduce
Massimo
Sani
Venerdì
19
ottobre
2007
Sala
dei
Consiglieri
della
Provincia
di
Torino
-
ore
9,15:
Saluti
a
cura
dei
Gruppi
consiliari
e di
Gino
Cattaneo
(Anpi,
Torino)
-
ore
9,30:
Introduzione
di
Angelo
Del
Boca
che
coordina
i
lavori
-
ore10:
Alberto
Buvoli:
il
fascismo
al
confine
orientale
d'Italia
-
politica
di
snazionalizzazione
e
persecuzione
antislava
in
Istria
e
nella
Venezia
Giulia.
1920
-1943
-
ore
11:
Alessandra
Kersevan:
il
campo
di
Gonars,
simbolo
della
memoria
italiana
perduta
-
ore
12:
The
Gonars
memorial
1941-
1943:
il
simbolo
della
memoria
italiana
perduta,
video
di
Alessandra
Kersevan
e
Stefano
Raspa
(2005,
57')
-
ore
14,30:
Eric
Gobetti:
il
mito
della
"occupazione
allegra"
italiana
in
Jugoslavia
-
ore
15,30:
Lordan
Zafranovic
e
Massimo
Sani
intervengono
sull'immagine
cinematografica
della
occupazione
italiana
della
Jugoslavia
-
ore16,30:
Riccardo
Marchis:
approcci
didattici
alle
vicende
del
confine
orientale
nell'ambito
della
storia
dell'Italia
nel
Novecento
-
ore
17,30:
Conclusione
dei
lavori
-
ore
18:
Presentazione
di
materiali
filmici
sulla
Resistenza
jugoslava.
Replica
di
The
Gonars
memorial
1941-
1943:
il
simbolo
della
memoria
italiana
perduta.
Introduce
l'autrice
Walter
Rossi
lotta
insieme
a
noi
30
settembre
1977-30
settembre
2007:
non c'è
futuro
senza
memoria
A
trent'anni
dalla
morte
ancora
oggi
nessuno,
per lo
stato
italiano,
è il
responsabile
dell’assassinio
di
Walter
Rossi
ucciso
con un
colpo di
pistola
alla
nuca
mentre
volantinava
per Via
delle
Medaglie
d’Oro
per
denunciare
il
tentato
omicidio
di altri
compagni
del
giorno
precedente.
Pochi
dubbi
sull'accaduto:
fascisti
dell’allora
Msi di
Balduina,
coperti
da
agenti
di PS,
lo
uccisero,
sparando.
E'
importante
quindi
ricordare
ciò che
è
successo,
in una
città
come
Roma
che,
come in
altre
parti
d'Italia,
ha visto
negli
ultimi
anni una
ripresa
della
violenza
fascista
che si
fa forte
anche
dell'equidistanza
con cui
le
istituzioni
della
città
affrontano
il
problema.
E'
importante
ricordare
anche
per
chiedere
giustizia,
una
giustizia
che si
lega ad
altre
recenti
storie
di
violenza
fascista
ancora
rimasta
impunita,
quelle
di Carlo
Giuliani,
di
Renato
Biagetti,
di
Federico
Aldrovandi,
di Dax.
Tre
iniziative
si
svolgeranno
in
questi
giorni a
Roma:
venerdì
28 un
incontro
pubblico
a
partire
dalle 16
all'Università
“La
Sapienza”
presso
la
facoltà
di
Lettere,
sabato
29 un
corteo
cittadino
con
concentramento
alle ore
16 a
Piazzale
degli
Eroi, a
cui
seguirà
un
concerto
presso
il
Centro
Sociale
Ex Snia.
Molte le
adesioni
alle
iniziative,
tra cui
quella
di Fabio
Nobile,
capogruppo
capitolino
dei
Comunisti
italiani
e
presidente
della
commissione
consiliare
per la
Qualità
e la
Sicurezza
sul
lavoro:
«Domani
saremo
in
piazza
in
ricordo
di
Walter
Rossi
perché
credo
sia
importante
riaffermare
i valori
dell'antifascismo
in una
città
come
Roma,
medaglia
d'oro
alla
Resistenza
e in una
fase in
cui
questi
valori
sul
piano
culturale,
politico
e
sociale
si
stanno
perdendo».
Una
presenza,
secondo
Nobile,
che «non
è
soltanto
una
ricorrenza
ma un
momento
per
riaffermare
che non
vogliamo
più
rivivere
quegli
anni,
dato che
questo è
il clima
che si
sta
creando
nella
nostra
città
con
gruppi
di
estrema
destra
che
cercano
di
fomentare
l'odio
ed il
ritorno
ad un
clima di
violenza,
ma allo
stesso
tempo
che
crediamo
nella
necessità
che
l'antifascismo
ed il
progresso
sociale
per i
quali
Walter
Rossi è
morto
continuino
a
vivere».(La
Rinascita
della
sinistra
30
settembre
2007)
L'eversione
nera
si
organizza
di Red.
"L'indagine è nata perché ci eravamo incuriositi a leggere il programma del "Partito nazional socialista dei lavoratori", ci abbiamo lavorato circa un anno utilizzando mezzi sofisticati e adesso abbiamo fatto le perquisizioni per capire meglio, il materiale trovato è cospicuo e interessante". Il capo della procura di Varese Maurizio Grigo racconta come si è arrivati al blitz che ha portato la polizia di Stato a "visitare" le abitazioni di 47 tra aderenti e simpatizzanti del Pnsl in diverse città del nord e del centro e che secondo l'accusa avrebbero anche raccolto fondi in solidarietà con persone in carcere perché legate allo stragismo e all'eversione nera come Pierluigi Concutelli. Alle perquisizioni hanno partecipato oltre 150 agenti.
Tutte le persone oggetto dell'indagine sono accusate di aver violato l'articolo 3 della legge 75, con un programma contenente discriminazioni di razza e di religione. Avrebbero raccolto soldi soprattutto per organizzare un partito di stampo nazista e partecipare come avevano già fatto dal 2002 in poi alle competizioni elettorali a cominciare da quelle dei piccoli paesi.
Pierluigi Pagliuchi, 45 anni, che si dice "nazista da almeno 20 anni", è il fondatore del partito ed è considerato il leader. E' consigliere comunale a Nosate.
Tra gli indagati e perquisiti c'è Francesco Lattuada, capogruppo di Alleanza Nazionale al consiglio comunale di Busto Arsizio. Lattuada ha ricevuto la visita della polizia nella sua casa di Cairate. Dice Lattuada: "Ho conosciuto alcuni esponenti di questo movimento, ho avuto qualche contatto in passato su loro richiesta, la sigla era chiaramente folcloristica ma ero incuriosito. Ricordo di aver incontrato persone tranquille, un movimento diverso da come viene descritto".
Gli inquirenti la pensano diversamente da Lattuada, tanto che secondo indiscrezioni non si esclude che venga contestato anche il reato associativo. Comunque la propaganda di attività discriminatorie e razziste che per ora è il fulcro dell'inchiesta comporta se provata la condanna a pene tra 1 e 6 anni di reclusione. Gli sviluppi dell'indagine dipendono molto dall'esame del materiale sequestrato in tutta Italia, volantini di propaganda, quadri con Adolf Hitler, bandiere naziste, un pugnale, felpe con simboli.
Poi da parte di chi indaga c'è grande attenzione per ricostruire le modalità di una festa di compleanno in onore di Hitler organizzata il 23 aprile scorso (il Fuhrer nacque comunque il 20 aprile) al Biergarten Centro del Lago di Buguggiate. Secondo gli inquirenti durante la festa si cantava "Heil Hitler" e "Brucia l'ebreo". Il gestore del locale è Lattuada che spiega: "Non abbiamo mai organizzato una festa del genere, noi concediamo il luogo per qualsiasi tipo di celebrazione, sia quelle di compleanno, sia di partiti e associazioni, anche di sinistra. L'orientamento ideologico di chi affita il locale non mi riguarda". La festa hitleriana viene considerata dall'accusa una conferma dell'attività di propaganda nazista degli indagati. Ci sono accertamenti in corso anche su un incendio doloso verificatosi nel locale di Buguggiate il 28 luglio scorso: in quella occasione bruciò un sottotetto con danni abbastanza ingenti.Il comitato costituente del Pnsl si riunì per la prima volta nel 1999. La nascita ufficiale è del 2002. L'obiettivo dichiarato era di correre nei piccoli comuni della cosiddetta "provincia etnica dell'Insubria". In cinque anni il partito ha preso parte a una ventina di consultazioni elettorali e si preparava anche per i prossimi appuntamenti. Adesso devono fare i conti con un'indagine che sta valutando anche i rapporti del Pnsl con i centri sociali "neri", una rete di circoli dell'estrema destra che sarebbe cosa diversa dal mondo skinheads, ritenuto dal Pnsl troppo rozzo e soprattutto in grado di suscitare le attenzioni di polizia e magistrati.
C'è
un
sito
fascista
ospitato
dal
governo
di
Andrea
Fabozzi
Da
qualche
giorno
il sito
www.governo.it,
che è il
portale
del
governo
italiano,
la nuova
splendente
vetrina
della
presidenza
del
Consiglio,
offre
una
imprevedibile
opportunità.
Vi può
portare
in
quattro
salti di
mouse
dal
faccione
tranquillizzante
di
Romano
Prodi
che
adorna
la home
page del
sito
istituzionale
al
più noto
testone
di
Benito
Mussolini,
padrone
di casa
del sito
www.ilduce.net.
Provare
per
credere,
anche se
questo
farà
salire i
contatti
del sito
filo
fascista
e anche
un po'
nazista
perché
croci
celtiche
e Hitler
in
differenti
pose non
mancano.
Il
trucco
sta nel
collegarsi
alla
pagina
del
dipartimento
per
l'informazione
e
l'editoria
che tra
i suoi
compiti
ha
quello
di
aggiornare
il sito
sondaggipoliticoelettorali.it
dove dal
2000 la
legge
impone
ai
giornali
e agli
organi
di
informazione
in
genere
di
depositare
una
copia
dei
sondaggi
a
contenuto
politico
contestualmente
alla
pubblicazione.
Il
pasticcio,
perché
di
questo
pensiamo
si
tratti,
magari
favorito
dai
ritmi
lenti
dell'estate
quando
la
soglia
di
attenzione
si
abbassa
(c'è di
mezzo
pure un
trasloco
degli
uffici
che, ci
hanno
spiegato,
impedisce
persino
di
trovare
qualcuno
in grado
di
offrire
una
spiegazione
dell'accaduto)
il
pasticcio
dunque è
che il
sito
ilduce.net
ha
organizzato
un
sondaggio
facilone
sulla
«fiducia
dei
cittadini
nei
personaggi
della
destra
italiana».
E ne ha
spedito
una
copia ai
funzionari
di
palazzo
Chigi
come
fanno
regolarmente
i grandi
giornali
e
telegiornali
che
usano e
abusano
di
questo
genere
di
sondaggi.
I
funzionari
lo hanno
pubblicato
senza
problemi,
tra un
sondaggio
del Sole
24 ore e
uno del
Giornale.
Regalando
ai
nostalgici
del duce
una
tribuna
e una
visibilità
mai
avute
dalle
quali da
un paio
di
settimane
stanno
«rivalutando
da un
punto di
vista
imparziale
la
recente
storia
d'Italia».
Rivalutando
rivalutando
c'è
tempo
per
scaricarsi
Faccetta
nera,
anche in
versione
suoneria
del
telefonino,
più
l'inno
della X
Mas.
Fasci
littori,
bandiere
con
l'ascia
bipenne
e la
croce
celtica,
me ne
frego,
boia chi
molla:
c'è
tutto.
Tutto
quello
che
tecnicamente
si
chiama
apologia
del
fascismo
e
realisticamente
non ha
nulla a
che
vedere
con il
«portale
del
governo
italiano».
Che
speriamo
lo
molli,
presto.
E se a
qualcuno
a questo
punto
fosse
venuta
la
curiosità
di
sapere
chi è il
«personaggio»
della
destra
che
batte
tutti in
quanto a
fiducia
degli
italiani,
sconsigliamo
comunque
di
guardare
a
ilduce.net.
Perché
lì hanno
votato
poco più
di
duemila
persone,
un'inezia
statistica.
E ha
persino
stravinto
Fini,
con
grande
scorno
dei
responsabili
del
sito. Lo
considerano
un
rinnegato.(Il
Manifesto
25
agosto
2007)
Per
il
35esimo
anniversario
dell'assassinio
di
Mariano
Lupo
Manifestazione
antifascista
a
Parma
il
25
agosto
Parma
democratica
e
antifascista
ricorda
Mariano
Lupo
nel
35esimo
anniversario
della
morte.
Mariano
era
un
giovane
meridionale
immigrato
a
Parma
per
lavoro.
La
sera
del
25
agosto
1972
fu
assassinato
a
Parma
in
viale
Tanara,
davanti
all’allora
cinema
«Roma»,
da
un
gruppo
di
fascisti
armati
di
coltelli,
cui
non
aveva
arrecato
alcuna
offesa.
Ai
suoi
funerali,
culminati
con
l’orazione
in
piazzale
Picelli
di
Giacomo
Ferrari,
parteciparono
alcune
decine
di
migliaia
di
persone,
tutta
la
Parma
popolare
antifascista.
Mario
militava
in
una
formazione
della
sinistra
extraparlamentare.
Come
molti
altri
giovani
suoi
coetanei
credeva
in
una
società
più
giusta,
di
liberi
ed
uguali,
in
un
mondo
liberato
dallo
sfruttamento
e
dall’oppressione,
e
per
questo
si
batteva.
Noi
pensiamo
che
quegli
ideali
non
vadano
accantonati,
non
siano
superati.
Assistiamo
oggi
al
riemergere
di
forme
di
discriminazione,
intolleranza,
razzismo,
nazionalismo,
campagne
di
odio,
episodi
di
violenza
ingiustificati.
In
questo
triste
anniversario
vogliamo
esprimere
ancora
la
più
netta
avversione
a
tutto
ciò
e in
particolare
alle
azioni
squadriste
e ai
metodi
violenti
di
lotta
politica
tuttora
presenti
nel
nostro
Paese,
inammissibili
nell’Italia
democratica
e
repubblicana
sorta
dalla
Resistenza
antifascista.(resistenza_partigiana@
19
agosto
2007)
Cassazione:
"Via Rasella fu atto di guerra"
"Un atto rivolto contro un esercito straniero
occupante"
Il Giornale condannato per diffamazione
Il gappista Bentivegna: "E' la quarta sentenza che ci dà ragione"
R OMA
-
Nel
1996
Il
Giornale
scatenò
una
vera
e
propria
campagna
contro
i
partigiani
che
compirono
l'azione
di
via
Rasella.
Quell'attacco
che
provocò
33
morti
e
scatenò
la
rappresaglia
delle
Ss
alle
Fosse
Ardeatine.
Articoli
che,
in
pratica,
tendevano
a
"scaricare"
sul
gruppo
dei
gappisti
guidato
da
Rosario
Bentivegna,
le
responsabilità
della
strage
che
provocò
335
morti.
Ora,
però,
la
Cassazione,
confermando
la
condanna
al
risarcimento
per
diffamazione
(45
mila
euro)
a
beneficio
dei
gappisti
e di
Rosario
Bentivegna
che
li
guidava,
boccia
quella
campagna
di
stampa,
ne
sottolinea
le
falsità
e
condanna
il
quotidiano
di
Paolo
Berlusconi.
La
Cassazione
parte
da
un
dato
di
fatto:
l'attentato
contro
i
tedeschi
del
battaglione
'Ss
Bozen',
fu
un
"legittimo
atto
di
guerra
rivolto
contro
un
esercito
straniero
occupante
e
diretto
a
colpire
unicamente
dei
militari".
Militari
che
non
erano,
come
aveva
sostenuto
Il
Giornale
"vecchi
militari
disarmati",
ma
"soggetti
pienamente
atti
alle
armi,
tra
i 26
e i
43
anni,
dotati
di
sei
bombe
e
pistole".
Ed
ancora.
Non
è
vero
che
il 'Bozen'
"era
formato
interamente
da
cittadini
italiani"
in
quanto,
continuano
gli
ermellini,
"facendo
parte
dell'esercito
tedesco,
i
suoi
componenti
erano
sicuramente
altoatesini
che
avevano
optato
per
la
cittadinanza
germanica".
Poi
la
Cassazione
si
dedica
alla
contabilità
delle
vittime
civili
dell'attentato.
Secondo
Il
Giornale
erano
sette.
Ma
non
è
così:
"Ora
nessuno
più
mette
in
discussione
che
le
vittime
civili
furono
due".
Così
come
non
era
vero
che
dopo
l'attentato
erano
stati
affissi
manifesti
che
invitavano
gli
attentatori
a
consegnarsi
per
evitare
rappresaglie".
Un
punto,
questo,
portato
avanti
da
una
certa
storiografia
revisionista.
Per
smentire,
la
Cassazione
parte
dai
fatti.
"L'asserzione
trova
puntuale
smentita
nel
fatto
che
la
rappresaglia
delle
Fosse
Ardeatine
era
iniziata
circa
21
ore
dopo
l'attentato
-
dicono
i
giudici
- ,
e
soprattutto
nella
direttiva
del
Minculpop
la
quale
disponeva
che
si
tenesse
nascosta
la
notizia
di
Via
Rasella,
che
venne
effettivamente
data
a
rappresaglia
già
avvenuta".
Ad
avviso
dei
supremi
giudici,
tutti
questi
fatti
"non
rispondenti
al
vero
non
possono
essere
considerati
di
carattere
marginale".
E
anche
se
la
Corte
di
Appello
di
Milano
ha
riconosciuto
che
si
sarebbero
potute
esprimere
"dure
critiche
sulla
scelta
dell'attentato,
l'organizzazione,
i
suoi
scopi",
questo
non
basta
per
mettere
in
piedi
un
castello
di
inesattezze
e
falsità.
Per
questo
è da
ritenersi
"lesiva
dell'onorabilità
politica
e
personale"
di
Bentivegna
"la
non
rispondenza
a
verità
di
circostanze
non
marginali
come
l'ulteriore
parificazione
tra
partigiani
e
nazisti
con
riferimento
all'attentato
di
via
Rasella
e
l'assimilazione
tra
Erich
Priebke
e
Bentivegna".
Un
parallelo
che
Vittorio
Feltri,
allora
direttore
del
quotidiano,
aveva
azzardato
in
un
editoriale.
Soddisfatto
il
commento
di
Bentivegna:
"E'
la
quarta
sentenza
di
un'alta
corte
italiana,
militare
penale
o
civile
che
ci
dà
ragione
con
le
stesse
motivazioni,
ma
il
il
mondo
è
pieno
o di
imbecilli
o di
faziosi
ancora
disposti
a
sostenere
il
contrario.
C'è
poco
da
fare..".(resistenza_partigiana
7
agosto
2007)
Dall'allegate
dichiarazioni
ed altre
relazioni
il
seguente
sommario
della
versione
dell'incidente
del 23
marzo
1944
così si
presenta:
1)
si era
osservato
che una
colonna
della
polizia
tedesca
completamente
armata
passava
regolarmente
lungo la
via
Rasella,
e nei
due
giorni
precedenti
il 23
marzo la
località
era
stata
ben
studiata
dalla
G.AP.
(Gruppo
dell'Azione
patriottica
del
Comitato
di
liberazione
nazionale)
ed era
stato
completato
un piano
per
sincronizzarlo
con il
tempo
che la
colonna
impiegava
per
passare.
2) alle
14 del
23 marzo
1944 una
cassa di
acciaio
degli
utensili
caricata
con 12
chili di
esplosivo
fu messa
su un
carro di
uno
spazzino.
Intorno
furono
sistemati
altri
sei kg.
d'esplosivo,
mescolati
(o messi
in
infusione?).
Doveva
scoppiare
per
accensione
con un
fuso di
circa un
minuto.
II
carretto
fu
collocato
nel
centro
della
strada.
Come
parte
dei
preparativi
un
servizio
di
osservazione
fu messo
lungo la
strada
dove la
colonna
doveva
passare
per
giungere
a Via
Rasella.
Quando i
tedeschi
si
furono
inoltrati
di poche
yards (3
piedi e
36
pollici)
lungo la
Via
Rasella
un
compagno
si tolse
il
cappello.
Ouesto
era il
segnale
accordato
per
accendere
il fuso.
Un altro
compagno,
travestito
da
spazzino,
accese
il fuso
e mise
il
cappello
sul
carretto
per
segnalare
che
tutto
era in
ordine;
che
l'esplosione
si
sarebbe
avuta in
un
minuto e
che gli
altri
compagni
stabiliti
per
l'attacco
diretto
si
potevano
preparare.
Allora
egli si
recò in
Via
Quattro
Fontane,
dove una
compagna
lo
attendeva
e gli
diede un
impermeabile
per
nascondere
I'uniforme
da
spazzino.
Aveva
appena
girato
l'angolo
della
suddetta
strada
quando
ebbe
luogo
l'esplosione.
In quel
momento
la
colonna
tedesca
si
trovava
proprio
di
fronte
al
carretto.
I
nazisti
della
retroguardia
si
ritrovarono
verso la
parte
più
bassa
della
strada,
ma in
Via del
Boccaccio
nel
punto
che
conduce
a Via
dei
Giardini
essi
furono
attaccati
da bombe
a mano.
Queste
erano
bombe da
mortaio
"85"
modificate
con un
fuso di
4-5
secondi.
3)
Quelli
caricati
da
questo
secondo
attacco
si
ritirarono
in buon
ordine
ed
evidentemente
sfuggirono
seri
incidenti.
4)
L'uomo
travestito
da
spazzino
municipale
che
accese
il fuso
era
Rosario
Bentivegna
uno
studente
universitario
di
ventitré
anni e
membro
della
GAP.
5)
Subito
dopo
arrivarono
sulla
scena
alti
ufficiali
con
soldati
della
"Nembo",
"Barbarigo",
battaglioni
"Roma o
Morte"
soldati
della
squadra
del
Luogotenente
Kock, e
della
milizia,
agenti
di P.S.,
della
Reale
Guardia
di
Finanza
e della
PAI.
6)
Alcuni
dei
presenti
erano:
Generale
Maeltzer
del
Comando
tedesco
di Roma,
Dolmann
Colonnello
delle
SS,
Köller
Luogotenente
delle
SS,
Matxke
Maresciallo
delle
SS,
Luogotenente
Rauch
delle
SS, Col.
Kappler
Maggiore
Hass,
Cap.
Schütz,
Cap.
Clemens,
Cap.
Priebke,
Maresciallo
Bodensterh,
Maresciallo
Wesemann,
Generale
Presti
del
comando
della
città
aperta
di Roma
Generale
Catardi,
il
Questore
Caruso,
il Vice
Capo
della
Polizia
Cerru,
il
segretario
del
Partito
Pizzirani
col suo
segretario
Serafini,
il
generale
della
Milizia
Ortona,
il
capitano
del
Battaglione
Nembo
Alvino,
il
luogotenente
De Mauro
delle SS
italiane,
I'agente
della
questura
e delle
SS
Bernasconi,
il
luogotenente
Molesani
e il
geometra
Brega
(entrambi
addetti
alla
Federazione
fascista
di Roma)
il
comandante
del
comando
divisionale
della
Polizia,
Col.
Radogna,
il Magg.
Albanesi
e il
Cap.
Gandolo
della
polizia,
il Magg.
Zambardino
dell'esercito,
il
comandante
del G.R.
Palnici,
il Comm.
Pastori,
il
luogotenente
Barbera,
il
Commissario
Borolo,
il Cav.
Carmelo
e il
Magg.
Cremonesi
(vero
nome
Mario
Imola).
7) Vi
erano
trentadue
morti
tedeschi
adagiati
in fila
da un
lato
della
strada e
due
morti
italiani,
un uomo
e un
bambino
di circa
10 o 12
anni. Di
questi
poco o
niente
si erano
preoccupati
per un
considerevole
periodo
di
tempo.
8)
Soldati
tedeschi,
fascisti
e
militari
della
Barbarigo
e della
Nembo
entrarono
nelle
case di
Via
Rasella
conducendo
fuori
Cinquanta,
attraverso
una
richiesta
scritta
di
Caruso,
tra i
funzionari
politici
che
dipendevano
dalla
polizia
fascista,
e
settanta
fra le
pesone
arrestate
come
conseguenza
degli
eventi
della
sera
precedente.
Appare
che (o
sembra
che?)
Dolmann
e
Kappler
decisero
quali
dovessero
essere
scelti
da Via
Tasso e
che
Caruso
compilò
segretamente
la lista
con I'aiuto
dei
suddetti
(Dolmann
e
Kappler).
Tutti i
prigionieri
scelti
erano
estranei
all'incidente
della
sera
precedente.
Per
timore
di
reazione
da parte
dei
partigiani,
i
tedeschi
sparsero
la
notizia
che i
prigionieri
presi
dal
terzo
braccio
di
Regina
Coeli
erano
stati
scelti
per
lavoro;
mentre
la
questura
fece
credere
che i
cinquanta
prigionieri
politici
dovevano
essere
liberati
e più
tardi
che
dovevano
essere
consegnati
ai
tedeschi
e
mandati
al Nord.
Di
conseguenza
il
denaro e
gli
oggetti
personali
furono
consegnati
regolarmente
ai
cinquanta
prigionieri
con la
loro
liberazione.
L'esecuzione
ebbe
luogo il
24 marzo
alle
Fosse
Ardeatine
e fu
diretta
dal
Comandante
delle
SS,
Dolmann.
II
Maggiore
Zambardino
ottenne
una
lista
delle
persone
uccise
ma il
Ten.
Col.
Gaetano
degli
Agenti
di P.S.
la
ritenne
incompleta.(www.roamacivica.net)
Fioravanti
e Mambro. Chi sono
di
Gennaro
Corotenuto
Circa
tre
anni
fa
pubblicai
questo
curriculum
di
Francesca
Mambro
e
Giusva
Fioravanti.
Dovrebbe
essere
stato
scritto
da
Mario
Adinolfi.
Da
allora,
solo
sul
mio
sito,
è
stato
letto
da
circa
7000
persone.
E'
un
numero
impressionante,
ma
non
basta
mai.
Quelli
che
un
tempo
non
avremmo
esitato
a
chiamare
boia
fascisti
e
che
oggi
per
troppi
sono
una
tenera
coppietta
che
ha
diritto
di
rifarsi
una
vita
e
perfino
avere
un
ruolo
pubblico
nella
storia
di
questo
paese
sono
stati
condannati
in
via
definita
per
avere
ammazzato
un
centinaio
di
persone.
Ricordo,
per
ubicarsi,
che
dal
1971
al
1988
il
terrorismo
rosso
assassinò
in
Italia
128
persone,
131
aggiungendo
Emanuele
Petri,
Massimo
D'Antona
e
Marco
Biagi.
E'
sconvolgente
pensare
che
la
romantica
coppietta
abbia
da
sola
quasi
equiparato
20
anni
di
terrorismo
rosso.
E
invece
è
così.
Oggi
che
gli
stessi
depistatori
di
sempre
sono
in
azione
e
che
i
familiari
delle
vittime
continuano
ad
essere
irrisi
e
trattati
come
fanatici,
è
necessario
ricordare
punto
per
punto,
omicidio
per
omicidio,
chi
davvero
sono
i
boia
fascisti
Giusva
Fioravanti
e
Francesca
Mambro.
Sempre
più
oggi,
per
ignoranza
o
malafede,
si
tende
a
considerare
il
terrorismo
nero
come
una
risposta
(quasi
un’autodifesa)
al
terrorismo
rosso,
oppure
come
una
necessaria
risposta
d’apparati
alla
grande
avanzata
del
movimento
operaio
e
del
PCI.
Basta
la
sola
lettura
del
curriculum
della
coppietta
di
sicari
per
spazzare
via
tale
interpretazione.
Da
Piazza
Fontana
a
Peteano
a
Bologna,
il
terrorismo
nero,
fu
azione
(criminale)
ben
più
che
reazione,
e
contribuì
col
sangue
a
disegnare
l’Italia
odierna
che
infatti
coccola
spregiudicatamente
la
tenera
coppietta
di
killer.
"Proprio
questa
mattina
mi è
capitato
di
incrociare
nella
via
parallela
alla
mia
Francesca
Mambro
e
Giusva
Fioravanti,
che
giocavano
con
la
loro
figliola
di
poco
più
di
tre
anni.
Sono
rimasto
a
fissarli
e
credo
d'avere
avuto
lo
sguardo
non
privo
di
rancore.
Poi
torno
a
casa
e
leggo,
guarda
un
po',
che
domani
proprio
i
due
sposini
ex
Nar
sa ranno
celebrati
dal
movimento
Onda
Azzurra
del
crocerossino
Maurizio
Scelli.
Ci
sarà
anche
Silvio
Berlusconi.
Nel
frattempo
il
ministro
Maurizio
Gasparri
non
dà
il
via
libera
all'emissione
di
un
francobollo
che
ricordi
il
venticinquesimo
anniversario,
il
prossimo
2
agosto,
della
strage
di
Bologna.
Strage
per
la
quale
Mambro
e
Fioravanti
sono
stati
condannati
in
via
definitiva.
Per
lo
Stato
italiano
sono
i
responsabili
del
più
grave
eccidio
di
uomini,
donne,
anziani
e
bambini
inermi
che
sia
mai
avvenuto
nella
storia
repubblicana."
Mambro
e
Fioravanti
sono
stati
condannati
complessivamente
a 17
ergastoli
e la
sentenza
sulla
strage
di
Bologna
è
passata
in
giudicato.
Però,
visto
che
oggi
c'è
chi
santifica
i
due
sposini
che-sono-tanto-cambiati,
mi
va
di
ricordare
quello
che
Giusva
Fioravanti
e
Francesca
Mambro
hanno
fatto.
Pur
lasciando
da
parte
la
strage
di
Bologna.
Strage
fascista,
non
dimentichiamolo
mai.
28
febbraio
1978.
Giusva
Fioravanti
ed
altri
notano
due
ragazzi
seduti
su
una
panchina
che
dall'aspetto
(capelli
lunghi
e
giornali)
identificano
come
appartenenti
alla
sinistra.
Fioravanti
scende
dall'auto,
si
dirige
verso
il
gruppetto
e fa
fuoco:
Roberto
Scialabba,
24
anni,
cade
a
terra
ferito
e
Fioravanti
lo
finisce
con
un
colpo
alla
testa.
Poi,
si
gira
verso
una
ragazza
che
sta
fuggendo
urlando
e le
spara
senza
colpirla.
9
gennaio
1979.
Fioravanti
ed
altre
tre
persone
assaltano
la
sede
romana
di
Radio
città
futura
dove
è in
corso
una
trasmissione
gestita
da
un
gruppo
femminista.
I
terroristi
fanno
stendere
le
donne
presenti
sul
pavimento
e
danno
fuoco
ai
locali.
L'incendio
divampa
e le
impiegate
tentano
di
fuggire.
Sono
raggiunte
da
colpi
di
mitra
e
pistola.
Quattro
rimangono
ferite,
di
cui
due
gravemente.
16
giugno
1979.
Fioravanti
guida
l'assalto
alla
sezione
comunista
dell'Esquilino,
a
Roma.
All'interno
si
stanno
svolgendo
due
assemblee
congiunte.
Sono
presenti
più
di
50
persone.
La
squadra
terrorista
lancia
due
bombe
a
mano,
poi
scarica
alla
cieca
un
caricatore
di
revolver.
Si
contano
25
feriti.
Dario
Pedretti,
componente
del
commando,
verrà
redarguito
da
Fioravanti
perché,
nonostante
il
ricco
armamentario
"non
c'era
scappato
il
morto".
Che
Fioravanti
fosse
colui
che
ha
guidato
il
commando
è
accertato
dalle
testimonianze
dei
feriti
e
degli
altri
partecipanti
all'azione,
e da
una
sentenza
passata
in
giudicato.
Ciononostante,
Fioravanti
ha
sempre
negato
questo
suo
pesante
precedente
stragista.
17
dicembre
1979.
Fioravanti
assieme
ad
altri
vuole
uccidere
l'avvocato
Giorgio
Arcangeli,
ritenuto
responsabile
della
cattura
di
Pierluigi
Concutelli,
leader
carismatico
dell'eversione
neofascista.
Fioravanti
non
ha
mai
visto
la
vittima
designata,
ne
conosce
solo
una
sommaria
descrizione.
L'agguato
viene
teso
sotto
lo
studio
dell'avvocato,
ma a
perdere
la
vita
è un
inconsapevole
geometra
di
24
anni,
Antonio
Leandri,
vittima
di
uno
scambio
di
persona
e
colpevole
di
essersi
voltato
al
grido
"avvocato!"
lanciato
da
Fioravanti.
6
febbraio
1980.
Fioravanti
uccide
il
poliziotto
Maurizio
Arnesano
che
ha
solo
19
anni.
Scopo
dell'omicidio,
impadronirsi
del
suo
mitra
M.12.
Al
sostituto
procuratore
di
Roma,
il
13
aprile
1981,
Cristiano
Fioravanti
-
fratello
di
Valerio
-
dichiarerà:
"La
mattina
dell'omicidio
Arnesano,
Valerio
mi
disse
che
un
poliziotto
gli
avrebbe
dato
un
mitra;
io,
incredulo,
chiesi
a
che
prezzo
ed
egli
mi
rispose:
"gratuitamente";
fece
un
sorriso
ed
io
capii".
23
giugno
1980.
Fioravanti
e
Francesca
Mambro
uccidono
a
Roma
il
sostituto
procuratore
Mario
Amato.
Il
magistrato,
36
anni,
è
appena
uscito
di
casa;
da
due
anni
conduce
le
principali
inchiesta
sui
movimenti
eversivi
di
destra.
Amato
aveva
annunciato
che
le
sue
indagini
lo
stavano
portando
"alla
visione
di
una
verità
d'assieme,
coinvolgente
responsabilità
ben
più
gravi
di
quelle
stesse
degli
esecutori
degli
atti
criminosi".
9
settembre
1980.
Mambro
e
Fioravanti
con
Soderini
e
Cristiano
Fioravanti,
uccidono
Francesco
Mangiameli,
dirigente
di
Terza
Posizione
in
Sicilia
e
testimone
scomodo
in
merito
alla
strage
di
Bologna.
5
febbraio
1981.
Mambro
e
Fioravanti
tendono
un
agguato
a
due
carabinieri:
Enea
Codotto,
25
anni
e
Luigi
Maronese,
23
anni.
Dagli
atti
del
processo
è
emerso
che
durante
l'imboscata
Fioravanti
ha
fatto
finta
di
arrendersi.
Poi
ha
gridato
alla
Mambro,
nascosta
dietro
un'auto,
"Spara,
spara!".
30
settembre
1981.
Viene
ucciso
il
ventitreenne
Marco
Pizzari,
estremista
di
destra
e
intimo
amico
di
Luigi
Ciavardini,
poiché
ritenuto
un
"infame
delatore".
Del
commando
omicida
fa
parte
Mambro.
21
ottobre
1981.
Alcuni
Nar,
tra
cui
Mambro,
tendono
un
agguato,
a
Roma,
al
capitano
della
Digos
Francesco
Straullu
e
all'agente
Ciriaco
Di
Roma.
I
due
vengono
massacrati.
L'efferatezza
del
crimine
è
racchiusa
nelle
parole
del
medico
legale:
"La
morte
di
Straullu
è
stata
causata
dallo
sfracellamento
del
capo
e
del
massiccio
facciale
con
spappolamento
dell'encefalo;
quello
di
Di
Roma
per
la
ferita
a
carico
del
capo
con
frattura
del
cranio
e
lesioni
al
cervello".
Il
capitano
Straullu,
26
anni,
aveva
lavorato
con
grande
impegno
per
smascherare
i
soldati
dell'eversione
nera.
Nel
1981
ne
aveva
fatti
arrestare
56.
La
mattina
dell'agguato
non
aveva
la
solita
auto
blindata,
in
riparazione
da
due
giorni.
5
marzo
1982.
Durante
una
rapina
a
Roma,
Mambro
uccide
Alessandro
Caravillani,
17
anni.
Il
ragazzo
stava
recandosi
a
scuola
e
passava
di
lì
per
caso.
La
sua
morte
suscita
scalpore
anche
perché
il
giovane
viene
colpito
alla
testa
con
un
colpo
di
pistola
sparatogli
a
bruciapelo.(www.gennarocarotenuto.it
3
agosto
2007)
Aggressioni
fasciste: un morto in Russia
—Siberia (Russia): Dichiarazione dei sopravvissuti all’aggressione neofascista al campo di protesta ambientalista di Angarsk
All’alba del 21 luglio, intorno alle 5 del mattino, il luogo dove ci eravamo stabiliti per campeggiare è stato brutalmente assalito. Diversi fascisti sono piombati all’improvviso sulle nostre tende dandogli fuoco e rubando le nostre cose, colpendoci nel sonno con bastoni, martelli e calci. Il tutto mentre inveivano e urlavano contro gli antifascisti – elemento che, insieme all’assurda e consapevole violenza dell’aggressione, non lascia dubbi sulla natura dell’azione: non si è trattato di hooligan qualsiasi, ma di un’incursione fascista coordinata e pianificata.
Va rilevata la lunga attesa – più di mezz’ora – che ha contraddistinto l’intervento delle forze di dell’ordine richiamate sul luogo e i successivi tentativi, da parte sempre della Polizia, di negare l’esistenza di gruppi neofascisti nell’area di Angarsk. I partecipanti al campo ecologista si sono visti invitare dai dirigenti di Polizia sul luogo a non “dare scandalo” e a “non comunicare con i giornalisti” riguardo all’aggressione subita. Ma non possiamo tacere, poiché l’indignazione e il desiderio di riscatto vanno al di là di ogni altra considerazione.
La scorsa notte abbiamo perso un nostro compagno. Ilya Borodaenko – un compagno anarchico di Nakhodka, membro dell’Azione Autonoma – è morto a causa di un trauma cranico e del pestaggio subito. La notte dell’aggressione, Ilya e altri due partecipanti del campo erano di turno ed Ilya è stato il primo a fronteggiare il gruppo fascista. Alcuni altri partecipanti sono stati ricoverati all’ospedale in gravi condizioni (con traumi cranici e fratture alle braccia e alle gambe). Le tende sono state date al fuoco o distrutte; le bandiere sono state rubate.
Comunque sia, non ci dimenticheremo nulla, e non perdoneremo la morte di Ilya Borodaenko ai suoi assassini – a prescindere dal corso che potrà mai prendere l’indagine “ufficiale”. Non fermeremo le nostre attività al campo di protesta ambientalista, non fermeremo la nostra lotta contro la piaga nazifascista e contro la mafia del nucleare, contro la feccia dell’autoritarismo e del razzismo, contro tutto ciò che mira alla distruzione sia della natura che della dignità umana.
Oggi siamo in lutto. Domani continueremo la nostra lotta.(http://www.ecn.org/antifa/23 luglio 2007)
Comunicato
stampa
da Asti
 Riteniamo
che
l’apertura
della
sede di
Forza
Nuova,
partito
politico
che non
fa
mistero
del
proprio
programma
nazionalsocialista
e che ha
come
segretario
politico
nazionale
una
persona
citata
in tutte
le
inchieste
dell’eversione
nera in
questo
paese,
che si
richiama
nei
simboli,
nelle
parole,
negli
atti,
negli
atteggiamenti
paramilitari
ed
ordinovisti,
sia del
tutto
inaccettabile,
una vera
provocazione.
La
Provincia
di Asti
è
medaglia
d’oro al
valor
militare
per il
sacrificio
dei
propri
figli e
delle
proprie
genti
durante
la lotta
al
nazifascismo
e per la
liberazione
del
nostro
paese.
Asti è
una
città
profondamente,
radicalmente
antifascista.
I conti
con il
passato
non si
chiudono
dimenticando
e
permettendo
all’ignoranza
ed
all’ignominia
di
tornare
ad avere
diritto
di
cittadina nza
nelle
nostre
città.
Il
nostro è
un
antifascismo
militante
e
democratico,
che ha
nella
Costituzione
Repubblicana
il
proprio
riferimento
imprescindibile.
Abbiamo
partecipato
questa
mattina
con
convinzione
al
presidio
davanti
alla
nuova
sede di
Forza
Nuova e
nei
prossimi
giorni i
nostri
gruppi
in
Consiglio
Regionale
e nei
rami del
Parlamento
presenteranno
interrogazioni
al
Governo
per
denunciare
l’ennesimo
vile e
provocatorio
presidio
neofascista,
che non
può
portare
altro
che male
e
disonore
al
valore
patriottico
e
antifascista
della
nostra
città.
Chiederemo
al
Sindaco
Galvagno,
tra
l’altro
sostenuto
da un
altro
raggruppamento
neofascista,
ovvero
Fiamma
Tricolore,
in
qualità
di
Presidente
del
Comitato
Antifascista
cittadino,
di
denunciare
e
stigmatizzare
l’apertura
di
questo
presidio
fascista
in
città.
Questo
sarà
sicuramente
un primo
banco di
prova
per
verificare
se la
coalizione
del
Sindaco
Galvagno
si
richiama
ai
principi
democratici
e
costituzionali
della
nostra
Repubblica.
I gruppi
dirigenti
di PRC e
PdCI
Asti
30
giugno
2007
Antifascisti sempre
Comunicato della Banda Bassotti
Tutti
i TG
nazionali,
tutti
i
quotidiani,
un
approfondimento
con
tanto
di
esperti
(di
che
poi?)
su
Rai
Tre,
continue
richieste
di
interviste,
dichiarazioni
congiunte
e
concordanti
del
sindaco
Veltroni
e
del
fascista
Alemanno...
L´aggressione
dei
fascisti
a
villa
Ada
il
28
notte
dopo
il
nostro
concerto
deve
aver
colpito
l´
immaginazione
di
molti...
si
rispolverano
termini
come
"Apologia
di
Fascismo"
(reato
in
teoria)
e si
evocano
gli
spettri
della
violenza
degli
opposti
estremismi...
Già,
opposti...
Come
fascismo
e
antifascismo,
come
reato
e
principio
costituzionale.
In
ogni
modo,
bisogna
interrogarci
su
quale
sia
la
novità
che
tanto
inquieta
in
questa
arsura
estiva.
I
fascisti
ci
sono
sempre
stati;
hanno
negozi,
sezioni,
siti
web
e
addirittura
centri
sociali
(vero
Sindaco?)
dove
si
vende
e si
distribuisce
materiale
razzista,
revisionista
e
negazionista...
Si
presentano
alle
elezioni
insieme
a
quello
che
viene
chiamato
"centro-destra"...
le
loro
bandiere
sventolavano
anche
sotto
il
palco
del
Family
Day,
vanno
in
televisione,
e
nelle
curve
degli
stadi...
non
vediamo
realmente
dove
sia
la
novità
in
tutto
questo...
e
perché
questi
uomini
illustri,
oggi
solo
si
sorprendano
che
ci
siano
dei
fascisti,
degli
xenofobi
e
intolleranti
e si
sorprendano
anche
che
vengano
ad
aggredire
un
concerto
della
Banda
Bassotti.
Noi
non
siamo
affatto
sorpresi...
in
16
anni
di
tours
hanno
provato
molte
altre
volte
ad
aggredirci...
ci
vengono
in
mente
Bolzano,
Milano,
Bergamo,
Madrid,
Bilbao
e
anche
a
Roma
un
anno
fa
per
dirne
qualcuna...
ed
erano
sempre
fascisti.
strano
eh?
I
fascisti
aggrediscono
con
i
coltelli,
quasi
sempre
feriscono,
a
volte
uccidono
e
spesso
non
vengono
presi...
Provate
a
contare
le
decine
di
episodi
denunciati
solo
nell´ultimo
anno...
La
notte
di
giovedì
la
polizia
era
assente
e
quando
è
arrivata
non
è
entrata
nella
villa
perché
male
equipaggiata
ed
ha
concesso
quindi
agli
aggressori
10
minuti
buoni
in
più
di
autonomia.
In
attesa
che
arrivassero
i
rinforzi,
chiaramente
non
hanno
fermato
neanche
uno
degli
aggressori...
La
polizia
era
però
presente
nel
pomeriggio
per
verbalizzare
una
querela
contro
uno
di
noi
accusato
di
ingiurie,
ossia
di
"aver
detto
parolacce"
al
figlio
di
un
loro
funzionario
per
un
motivo
surreale...
La
polizia
era
presente
anche
per
arrestare
chi
si
voleva
auto
difendere
(chissà
perché)
dai
fascisti.
I
feriti
sono
molti
di
più
di
quelli
che
dicono
i
giornali
che
peraltro
come
al
solito
non
hanno
fatto
che
travisare
ed
inventare
di
sana
pianta
nostre
dichiarazioni...
ma
questo
è
ciò
che
spesso
succede...
per
noi
neanche
questa
è
una
novità...
Chissà
quante
teorie
nei
prossimi
giorni;
"indignazione"...
"pugno
di
ferro",
"legalità"...
sociologi
invitati
a
dibattiti
e
uomini
illustri
che
si
riempiranno
la
bocca
di
tante
belle
parole
e di
antitodi
sicuri
da
adoperare...
Scusateci
tanto...
noi
non
ce
la
facciamo
a
stupirci.
L´unica
cosa
reale
sono
questi
ennesimi
nostri
feriti,
sono
questi
nostri
ennesimi
denunciati
perché
colpevoli
di
essersi
difesi...
ed è
a
loro
che
va
la
nostra
solidarietà
e il
nostro
affetto.
A
questa
gente
che
che
paga
con
noi
la
realtà
di
vivere
in
un
Paese
in
cui
il
fascismo
è
una
opinione
come
le
altre
o al
massimo
un
estremismo
pari
a
quello
di
chi
ha
liberato
questa
nazione
offrendo
in
cambio
il
proprio
sangue,
la
propria
gioventù,
la
propria
vita.
Noi
andiamo
avanti
per
la
nostra
strada;
conosciamo
il
nostro
mondo
e
non
possiamo
viverlo
saltuariamente.
Antifascisti
Sempre
-
Banda
Bassotti
(resistenza_partigiana
2
luglio
2007)
Roma, raid fascista durante un
concerto
Irruzione di un gruppo di militanti di Forza Nuova, armati di bastoni e coltelli L'assalto ai cancelli di Villa Ada e il lancio di bombe-carta al grido di "Viva il Duce"
Tre ragazzi feriti, due auto dei carabinieri danneggiate, un militare contuso. Questo il bilancio della notte di paura vissuta al termine di un concerto della Banda Bassotti nel parco di Villa Ada, a Roma. Una spedizione punitiva, compiuta da militanti - circa 150, raccontano i testimoni - del movimento di estrema destra "Forza Nuova", che si sono presentati in colonna gridando "Duce! Duce!", con i volti coperti da caschi, armati di bastoni, catene e coltelli. A farne le spese sono stati tre ragazzi. Fra questi, uno è stato colpito da un'arma da taglio, l'altro ferito al capo. Numerose le persone sotto shock: nel parco c'erano anche famiglie con bambini. La Banda Bassotti, storica formazione del "combat rock" romano, è nota per l'impegno sociale e la militanza politica di sinistra.
A raccontare la dinamica dell'accaduto, a Repubblica Tv, è Luca Bracci, direttore artistico di "Roma incontra il mondo", manifestazione dell'Estate Romana nell'ambito della quale si è esibita la Banda Bassotti. "Il concerto era finito, quattrocento persone se n'erano già andate, quando mi hanno chiamato i membri della band, che stavano salendo in macchina su via Salaria. Mi hanno detto che stava arrivando una colonna di fascisti, alcuni con il coltello in mano". "Ci siamo sbrigati, siamo riusciti appena in tempo a chiudere il cancello interno - spiega Bracci - ma quelli, arrivati all'ingresso, hanno cominciato a lanciare petardi e bombe carta, inneggiando al Duce e gridando slogan fascisti. All'interno si è creato il panico, l'area non è grande, c'erano ancora circa mille persone". Poi, i fascisti si sono allontanati, i cancelli sono stati riaperti e qualcuno ha iniziato a uscire. A quel punto gli aggressori sono passati all'attacco, che è andato avanti per almeno mezzora. I carabinieri sono intervenuti immediatamente ma hanno faticato per riportare la calma. "Erano agguerriti, è chiaro - spiega ancora Bracci - che si è trattato di un'aggressione organizzata, in una zona dove sono presenti numerosi covi di estrema destra: già in passato sono comparse scritte antisemite sui negozi di Viale Libia e Viale Somalia". La manifestazione "Roma incontra il mondo" è iniziata da dieci giorni, "e già tre volte - racconta l'organizzatore - erano state gravemente danneggiate le macchine degli spettatori, vetri rotti, gomme bucate. tant'è vero che proprio ieri sera erano venuti due ispettori della polizia per cercare di capire come mettere riparo alla situazione. Poi, visto che era tutto tranquillo, verso mezzanotte se n'erano andati".
Scopa, il chitarrista della Banda Bassotti, è convinto che l'obiettivo fosse proprio la band: "Sapevamo di venire in una zona un po' a rischio, per questo siamo usciti velocemente. Gli aggressori cercavano noi, specificamente. Perché con la nostra musica teniamo alta la cultura antifascista", ha detto ai microfoni di BBS Popolare Network. Quanto accaduto è di "incredibile gravità", ha detto il sindaco di Roma, Walter Veltroni: "Gruppi di teppisti armati di spranghe e bombe-carta, nascosti nell'ombra all'uscita e al grido di 'Viva il Duce' hanno premeditatamente aggredito ragazze e ragazzi. Fatti del genere non debbono accadere in questa città. Va evitato in ogni modo che chiunque accenda spirali di violenza". Veltroni si augura che "le forze dell'ordine riescano a individuare i colpevoli dell'aggressione e ad assicurarli immediatamente alla giustizia, e che "da parte di tutte le forze politiche giunga subito una nettissima e inequivocabile condanna verso queste forme di delinquenza e violenza". "Ferma condanna" dal presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che sottolinea "il dovere di isolare chi vuole riportare a un passato che i romani hanno superato da anni". Di "sconcerto" parla il presidente della federazione romana di Alleanza nazionale, Gianni Alemanno: "Un fatto preoccupante, che rischia di rinnescare una spirale di violenza tra i giovani. Dobbiamo fare il possibile per evitare che questi episodi delinquenziali assumano valenza politica". (Repubblica.it 29 giugno 2007)
Forte la condanna del PdCI
Unanime
e
forte
la
condanna:
Pino
Sgobio,
capogruppo
del
Pdci
alla
Camera,
ha
presentato
sull'episodio
un’interrogazione
parlamentare
al
Ministro
dell’Interno,mentre
per
Riccardo
Messina,
coordinatore
nazionale
Fgci,
«gli
orrendi
fatti
di
Villa
Ada
a
Roma
non
sono
semplice
violenza,
ma
squadrismo
puro
e
come
tale
va
affrontato».
Messina,
pur
unendosi
al
sindaco
Veltroni
nell'emettere
una
condanna
nettissima
e
inequivocabile
della
violenza
avvenuta,
precisa
come
non
si
possa
«fare
a
meno
di
ricordare
al
sindaco
che
non
basta
condannare,
ma
occorre
prevenire
certe
tragedie
sradicando
il
fenomeno
neofascista
a
monte.
Cosa
difficile
se
il
sindaco
continuerà
a
dare
man
forte
ai
violenti
nipotini
del
duce
dedicando
vie
ai
fratelli
Mattei
o
difendendo
la
scritta
'Paolo
vive!'
in
viale
Libia.
Urge
che
le
istituzioni
invertano
la
rotta
schierandosi
apertamente
e
nettamente
contro
il
neofascismo».(tratto
da
La
Rinascita
della
sinistra)
La resistenza continua da San
Salvario
di mg - redazione
Torino, 22 giugno 2007. Gli abitanti di San Salvario
hanno risposto ieri alle ronde fasciste con un presidio
seguito da bel corteo a cui hanno partecipato, tra gli
altri, i ragazzi dei Centri
Sociali ma anche il PdCI, la Fgci, il Prc. Al presidio
molti interventi degli abitanti del quartiere, tutti
con un unico denominatore: San Salvario non ha bisogno
di ronde fasciste, nè Torino tutta, medaglia d'oro della
Resistenza. Sfilando per le vie al ritmo
giocoso dei tamburi e del reggee, non sono mancati
gli slogans, uno per tutti "Con tutti gli immigrati
solidarietà, i fascisti fuori dalle città." Applausi e
canti. Il corteo è stato seguito dagli abitanti anche
dai balconi e si è ingrossato via via di cittadini
migranti, una di questi, una donna somala madre di
quattro figli, residente in San Salvario ormai da
19 anni, ha preso la parola per parlare di
integrazione, cultura, pace, contro il fascismo e
contro la militarizzazione del quartiere da parte delle forze di
polizia. Come al solito l'organo di
informazione "La Stampa" si è schierato,
infatti il corteo delle istituzioni
organizzato a Barriera di Milano contro i
pusher, (questi cortei sono ormai diventati vetrina
elettorale per i partiti di destra, fascisti e leghisti
in testa) è stato oggi enfatizzato con una intera prima
pagina cittadina e al nostro corteo è stato riservato un
fondo di quarta, merito al giornalista di aver almeno
ammesso la riuscita del corteo antifascista con tanto di
fotografia. Ma non dobbiamo abbassare la vigilanza,
si profilano tempi sempre più bui perchè i fascisti,
vecchi e nuovi, adducendo la scusa della "sicurezza"
perseguono il loro disegno di strumentalizzare la paura
dei cittadini per il diffondersi dello spaccio di droga,
sfilando in tutti i quartieri e portando le proprie
parole d'ordine di razzismo e omofobia.. Tutta
Torino, nella sua migliore tradizione antifascista,
ancora una volta e sempre, si deve mobilitare per
cacciare questi fantasmi di un passato che non vogliamo
ritorni mai più.
Presidio antifascista ore 20,30
del 21 giugno 2007
piazza Madama Cristina a Torino
contro le ronde fasciste
Dal sito www.pdcitorino.it
Ieri
(mercoledì
20
giugno
ndr)
si è
svolta
la
ronda
squadrista
di
Azione
Giovani,
i
giovani
neofascisti
legati
ad
Alleanza
Nazionale.
L’idea
che
veniva
sostenuta
è
aberrante:
quella
che
la
difesa
dell’ordine
pubblico
in
un
Paese
democratico
non
sia
garantita
dalle
Forze
dell’Ordine
ma
dai
privati
cittadini.
Inoltre
le
squadracce
fasciste
sono
state
scortate
e
tutelate
dalla
Polizia,
impedendo
ai
cittadini
di
San
Salvario
di
attraversare
liberamente
il
Quartiere;
le
cittadine
ed i
cittadini,
tra
cui
4
compagni
della
FGCI,
venivano
identificati
e
bloccati
dalle
Forze
dell’Ordine.
Ci
chiediamo
come
tutto
questo
sia
possibile
quando
alla
guida
del
Paese
c’è
un
Governo
di
centrosinistra;
crediamo
che
il
Ministro
Amato
farebbe
bene
ad
occuparsi
di
questi
fenomeni
eversivi
di
estrema
destra
invece
che
cercare
terroristi
in
posti
improbabili.
La
manifestazione
di
ieri
che
doveva,
secondo
i
fascisti,
tutelare
la
sicurezza
del
Quartiere
ha
reso
San
Salvario
blindata,
soprattutto
per
chi
ci
vive.
Stasera
saremo
in
Piazza
a
fianco
dei
cittadini
che
non
tollerano
questo
neosquadrismo,
e
che
chiedono
una
Torino
libera.
di
Mao
Calliano,
Resp.
Org.
Federazione
di
Torino
Giovedì
sera
saremo
in
piazza
Madama
Cristina
per
dire
basta
alle
ronde
che
in
questi
giorni
la
destra
xenofoba
e
neofascista
sta
effettuando
nel
quartiere
di
San
Salvario.
In
un
Paese
democratico
la
salvaguardia
della
sicurezza
deve
essere
tutelata
dalle
forze
dell'ordine,
e
non
da
chi
organizza
squadracce
che
hanno
più
a
che
fare
con
il
ventennio
fascista
che
con
la
sicurezza.
Riteniamo
che
gli
squadristi
che
effettuano
le
ronde
dovrebbero
essere
messe
fuori
legge
perché
sono
un
pericolo
per
il
vivere
civile;
inoltre
questo
atteggiamento
di
chiusura
non
fa
altro
che
aumentare
la
conflittualità,
anzi
che
favorire
l'integrazione
e la
sicurezza.
Chi
parla
di
guerra
civile
in
corso
certamente
non
aiuta
la
costruzione
di
una
San
Salvario
sicura.
Facciamo
appello
a
tutte/i
i
cittadini
che
hanno
a
cuore
la
democrazia,
la
difesa
dei
valori
della
nostra
Repubblica
che
nacque
proprio
grazie
a
chi
sconfisse
questa
cultura
dell'esclusione
del
diverso
affinché
siano
in
piazza
con
noi
giovedì
sera.
Presidio antifascista del 14
maggio 2007 all'università di Torino
Pubblichiamo
dal
sito
del
centro
sociale
Askatasuna:
14 giugno 2007 - Dalle 6.30 di questa
mattina la Digos di Torino ha arrestato 3 compagni dell'Askatasuna
e del collettivo universitario autonomo. Dopo aver
perquisito le abitazioni li ha tradotti in questura
notificando loro il mandato di custodia cautelare ai
domiciliari. Davide, Fabio e Marco sono imputati dei
reati di violenza e resistenza a Pubblico ufficiale in
merito agli scontri avvenuti all'università il 14 maggio
quando un presidio antifascista impedì ai fascisti del
Fuan di entrare a Palazzo Nuovo. Ci furono cariche della
polizia dentro l'atrio dell'università e ci furono
alcuni feriti.
Due militanti dei Comunisti Italiani,
che erano presenti alla manifestazione vennero già
denunciati. In merito all'episodio, che ebbe molto eco
sui giornali cittadini, vennero presentate alcune
interrogazioni in Consiglio comunale e in Consiglio
regionale, di solidarietà con gli studenti e di condanna
alla manifestazione fascista
Comunicato
del
Collettivo
Universitario
Autonomo
Arrestati studenti antifascisti
Oggi
14
giugno
2007,
verso
le 7
del
mattino,
tre
compagni
del
Network
Antagonista
Torinese
sono
stati
raggiunti
da
notifica
di
arresti
domiciliari.
Dopo
la
perquisizione
delle
rispettive
abitazioni,
per
volere
del
pm
Tatangelo,
sono
stati
portati
in
questura.
I
reati
contestati
(minacce,
resistenza,
aggressione
e
lesioni
in
concorso
con
le
aggravanti)
sono
inerenti
alla
giornata
del
14
maggio
2007,
quando
un
folto
gruppo
di
studenti
e
studentesse
antifascist*
ha
impedito
che
il
FUAN
(organizzazione
universitaria
neofascista)
volantinasse
nell'atrio
di
Palazzo
Nuovo,
subendo
due
cariche
violente
della
polizia,
come
sempre
schierata
a
difesa
dei
fascisti.
Oggi
si
apre
un
ulteriore
capitolo
riguardo
a
una
brutta
storia
cominciata
con
il
Rettore
Pelizzetti
che
si è
erto
a
difensore
dei
fascisti,
proseguita
con
i
militanti
del
FUAN
che
alle
7
del
mattino
del
14
maggio
sgattaiolavano
come
topi,
scavalcando
i
cancelli,
all'interno
dell'università,
luogo
altrimenti
a
loro
inagibile,
e
terminata,
nonostante
le
cariche,
con
la
cacciata
dei
fascisti
da
parte
degli
studenti.
Per
l'ennesima
volta
tre
nostri
compagni,
e
quindi
noi
tutti,
siamo
accusati
di
antifascismo,
accusa
troppo
spesso
ricorrente
negli
ultimi
anni.
Per
conto
nostro,
rivendichiamo
come
sempre
la
pratica
di
un
antifascismo
militante,
che
certo
mai
verrà
scalfita
dalla
repressione
in
atto.
Rivendichiamo,
quindi,
l'aver
cercato
nella
giornata
del
14
maggio
la
contrapposizione
con
le
forze
dell'ordine,
illegittimamente
presenti
all'interno
dell'università
in
assetto
antisommossa,
in
coerenza
con
quello
che
è da
sempre
uno
dei
nostri
obiettivi,
ovvero
quello
di
impedire,
fisicamente
e
politicamente
qualunque
agibilità
ai
neofascisti.
A
chi
ci
accusa,
in
nome
di
una
presunta
democrazia,
ribadiamo
che
nulla
può
prescindere
dal
valore
dell'antifascismo
che
continueremo
a
perseguire.
E
siamo
invece
noi
ad
accusare:
-Il
Rettore
Pelizzetti
che
ha
concesso
ai
militanti
del
FUAN
l'ingresso
a
palazzo
nuovo
prima
ancora
dell'apertura
dei
cancelli,
permettendogli
di
volantinare
,e,
in
nome
di
una
demagogica
pluralità,
ha
calpestato
le
convinzioni
antifasciste
radicate
tra
gli
studenti
dell'Università
di
Torino.
Che
ha
permesso
la
presenza
della
polizia
all'interno
dell'Università,
sottraendosi
ad
ogni
responsabilità
rispetto
alle
conseguenze
che
tale
presenza
ha
comportato.
-Le
forze
dell'ordine,
che,
oltre
ad
impedire
con
la
loro
presenza
il
normale
svolgimento
della
vita
universitaria,
non
si
sono
risparmiate
in
battute
e
provocazioni
razziste
e
omofobe,
prima
di
caricare
selvaggiamente,
picchiando
studenti,
personale
dell'università
e
chiunque
si
trovasse
nell'atrio
in
quel
momento,
dando
luogo
a
una
caccia
all'uomo
fino
ai
piani
superiori
e
dentro
le
biblioteche
e
aule
dell'ateneo.
-La
magistratura,
che
lungi
dal
ristabilire
la
realtà
dei
fatti
(non
che
ci
si
potesse
aspettare
altro),
continua
ad
accanirsi
contro
qualsiasi
manifestazione
di
un
antifascismo
genuino,
stilando
lunghe
liste
di
reati
a
carico
degli
antifascisti.
Per
niente
intimiditi,
ma
ancora
più
determinati,
lanciamo
da
oggi
una
campagna
di
solidarietà
con
i
compagni
denunciati
sia
all'università
che
nella
città,
e ne
chiediamo
l'immediata
liberazione.
DAVIDE,
FABIO,
MARCO
LIBERI
SUBITO!
Una famiglia di troppo
di
Ruggero
Giacomini
L'attaccamento
della
destra
alla
famiglia
cristiana
fondata
sul
matrimonio
indissolubile
è un
mito
fondato
sulla
ipocrisia,
con
risvolti
tragici
per
quanto
riguarda
l’origine
nel
fondatore
del
fascismo,
e
farseschi
negli
attuali
esponenti
del
centro-destra.
Costoro
gridano
alla
“dissoluzione”
morale
e
sociale
che
precipiterebbe
se
passasse
un’idea
della
famiglia
e
del
matrimonio
un
po’
più
ampia
e
laica
rispetto
a
quella
delle
gerarchie
della
chiesa,
atteggiandosi
a
strenui
campioni
del
modello
familiare
da
queste
proposto,
come
se
nessuno
conoscesse
le
loro
storie
private
di
matrimoni
dissolti,
coppie
di
fatto,
separazioni
e
divorzi:
che
potrebbero
restare,
come
sono,
fatti
privati,
se
essi
non
pretendessero
di
ergersi
a
giudici
e
dare
lezioni
di
morale
e
religione.
Nel
caso
di
Mussolini,
poi,
il
mito
familista
si
erge
sulla
tragica
sorte
di
un
figlio
e di
una
madre,
sacrificati
nelle
loro
vite,
di
cui
si è
cercato
di
cancellare
anche
il
ricordo.
Non
si
può
perciò
che
apprezzare
l’annuncio
a
sorpresa
di
Marco
Bellocchio
di
un
suo
prossimo
film,
sulla
vicenda
tragica
e
sconosciuta
di
Benito
Albino
Mussolini,
figlio
del
duce
del
fascismo,
e
sulla
madre
di
lui.
Benito
Albino
nacque
l’11
novembre
1915
a
Milano,
da
una
relazione
che
Mussolini
ebbe
con
Ida
Irene
Dalser,
35enne
originaria
di
Sopramonte
di
Trento,
dopo
che
aveva
rotto
con
il
partito
socialista,
saltando
all’estrema
destra
facendosi
acceso
propagandista
della
guerra.
La
Dalser,
che
aveva
vissuto
per
un
certo
tempo
a
Parigi,
a
Milano
aveva
aperto
uno
dei
primi
gabinetti
di
“igiene
estetica
e
massaggio”.
Chiuse
l’attività
ben
avviata
per
seguire
Mussolini
al
“Popolo
d’Italia”.
I
due
si
sposarono,
e
questo
risulta
dal
fatto,
di
cui
è
rimasta
traccia
documentaria,
che
alla
Dalser
veniva
corrisposto
dallo
stato
durante
la
guerra
il
sussidio
settimanale
erogato
alle
famiglie
dei
richiamati,
quale
“moglie
del
militare
Mussolini
Benito”.
Nella
sua
imponente
biografia
di
Mussolini
in
otto
tomi
e
migliaia
di
pagine,
Renzo
De
Felice
dedica
alla
vicenda
del
primo
figlio
maschio
poche
righe,
confinate
in
una
nota
del
primo
volume,
in
cui
scrive:
«Verso
la
fine
del
1914
Mussolini
strinse
una
relazione
sentimentale
con
una
trentina
di
nome
Ida
Irene
Dalser,
titolare
di
un
gabinetto
di
bellezza
fisica
a
Milano.
La
relazione
fra
i
due
fu
lunga
e
burrascosa.
Da
essa
nacque
nel
novembre
1915
un
figlio
(che
morì
in
manicomio
nel
1942)
a
cui
fu
imposto
il
nome
di
Benito
Albino
Dalser,
che
Mussolini
riconobbe
nel
gennaio
1916
e
per
il
cui
mantenimento,
citato
in
un
secondo
tempo
dalla
Dalser,
si
impegnò
alla
fine
del
luglio
1916
a
corrispondere
la
somma
di
200
lire
mensili.
Abbandonata
da
Mussolini,
la
Dalser
lo
perseguitò
a
lungo
tanto
che,
con
decreto
prefettizio
22
maggio
1917,
fu
allontanata
da
Milano
e
poi
internata,
come
suddita
nemica,
a
Caserta».
De
Felice
null’altro
dice
sulla
disgraziatissima
vita
di
questo
infelice
figlio
del
Duce,
sul
rapporto
col
padre
e
perché
fosse
stato
rinchiuso
in
manicomio
e
come
vi
fosse
morto
appena
ventisettenne
privato
del
cognome
paterno.
Nell’indice
dei
nomi,
Benito
Albino
è
citato
sotto
il
cognome
della
madre,
e
questo
la
dice
lunga
sulla
dipendenza
dello
storico
dai
giudizi
delle
fonti
fasciste
e
in
primis
dello
stesso
Mussolini,
che
quel
figlio
voleva
cancellato.
Nulla
dice
De
Felice
sul
fatto
che
la
Dalser
sostenesse
di
essere
stata
sposata
con
Mussolini,
ma
la
cosa
che
colpisce
di
più
è
che
essa
-
per
non
aver
accettato
semplicemente
di
scomparire
dopo
essere
stata
scaricata
ed
aver
continuato
a
battersi
per
i
diritti
del
figlio
come
una
madre
sa
fare
-
viene
presentata
dal
De
Felice/
Mussolini
come
la
“persecutrice”,
con
cinico
rovesciamento
delle
parti.
Per
cui
tutto
il
seguito
- la
deportazione,
l’internamento,
la
reclusione
forzata
in
manicomio
nonostante
fosse
perfettamente
lucida
e
sana,
la
sorte
del
figlio,
la
morte
- ne
viene
ad
essere
giustificato.
Mussolini
vittima
e
Dalser
carnefice:
un
altro
esempio
di
quel
“ribaltonismo
storiografico”,
su
cui
si
vorrebbe
costruire
una
“memoria
condivisa”.
Lo
stesso
De
Felice
pubblica
una
lettera
pervenuta
nell’ottobre
1919
all’allora
presidente
del
consiglio
Nitti
da
un
amico
giornalista,
in
cui
si
riferisce
che
il
futuro
duce
«promette
di
addolcire
il
tono»
nei
confronti
del
governo
se
non
lo
si
attacca
troppo
nei
giornali
governativi
e,
«per
scendere
a
cose
anche
più
basse,
il
Mussolini
ha
una
certa
Darsen
(sic!),
una
donna
dalla
quale
ha
avuto
un
figlio,
che
lo
perseguita...
Si
potrebbe
allontanarla
da
Milano
per
ottenere
in
cambio
che
il
Mussolini
stia
quieto?».
La
donna
è
dunque
proposta
come
oggetto
di
scambio
e la
fonte,
che
suggerisce
di
accettare
i
desiderata
di
Mussolini
per
ricavarne
vantaggi
politici,
non
esita
ad
ammettere
che
si
tratta
di
bassezze.
Quando
Mussolini
divenne
capo
assoluto
del
governo,
quelle
«cose
anche
più
basse»
non
dovette
più
oltre
barattarle,
ma
poté
semplicemente
ordinarle,
rimuovendo
dal
mondo
dei
vivi
e
cercando
di
cancellare
le
tracce
dell’esistenza
di
due
persone
e
una
famiglia
di
troppo.
Schiacciando
vite
e
falsificando
carte.
Meritando
così,
grazie
anche
a un
matrimonio
celebrato
con
tutti
i
crismi
dell’autorità
religiosa,
la
fama
di
esemplare
cultore
della...
sacra
famiglia.(La
Rinascita
della
sinistra
8
giugno
2007)

Brigata
Garibaldi
-
Partigiani
comunisti
25
aprile
1945 25
aprile
2007
62°anniversario
della
Liberazione
Le
iniziative
in
Italia
24
aprile
2007 -
Torino - ore
20,30 da
Piazza Arbarello
fiaccolata
dell'Anpi
Milano.
25
aprile -
Alle 15
tradizionale
corteo
popolare
da Porta
Venezia,
con
comizi
in
piazza
del
Duomo.
Dopo il
saluto
del
Sindaco
Letizia
Moratti
prenderanno
la
parola:
Gerardo
Agostini,
presidente
Confederazione
associazioni
combattentistiche
e
partigiane;
Mario
Artali,
vice
presidente
FIAP;
Giovanni
Pesce,
MO al VM;
Raffaele
Bonanni,
segretario
generale
CISL a
nome di
CGIL,
CISL e
UIL;
Tino
Casali,
presidente
ANPI, a
nome del
Comitato
promotore.
Concluderà
Fausto
Bertinotti
presidente
della
Camera
dei
deputati.
Il
programma
dettagliato
delle
iniziative
ufficiali
milanesi.
Donne e uomini della Resistenza
   

L'Italia antifascista del 25 aprile
di Marzia Bonacci
Al di là dei confini nazionali esiste, molto più sviluppata che in questo nostro Paese, la capacità di sapersi stringere intorno ad eventi storici che rappresentano, universalmente, un patrimonio comune ugualmente importante aldilà dei partitismi, delle suddivisioni politiche, diciamo anche delle meschinità di schieramento. In Italia questo non è mai accaduto, nè tanto meno accade ora. Soprattutto quando ad essere al centro della ricorrenza e del ricordo è la Liberazione, percepita come oggetto di contesa ideologica non tanto in quanto ritrovata autonomia di un popolo finalmente redento dall'occupazione straniera, ma quanto espressione di uno spirito e di una coscienza che viene considerata esclusivamente come di parte. E di parte significa comunista, socialista. Insomma, politicamente determinata e ristretta.
E' soprattutto la destra nostrana ad essere recalcitrante nel riconoscere alla Liberazione quel ruolo e quel significato di grande portata che pure gli spetta. E la reticenza nasce per quel che la Liberazione implicitamente richiama a se, ovvero il contributo ad essa dato dalla lotta partigiana, dalla Resistenza. Anche in questo caso, però, il pregiudizio e la miopia storica e politica sembrano giocare da padrone, portando la destra italiana a non voler riconoscere che il movimento partigiano non può esser ridotto al ruolo esclusivo della presenza comunista, che pure certamente fu determinante. Liberali, repubblicani, azionisti, cattolici e socialdemocratici si mobilitarono con generosità nello sforzo di respingere la calata nazista, lasciando sul campo decine di giovani morti, accecati dall'amore per la Libertà. Una sinergia culminata nella nostra Carta Costituzionale che del Comitato Nazionale di Liberazione è stata lo specchio. Per questo, non riconoscere quel contributo storico significa non rispettare il documento fondamentale dello stato italiano, di cui pure la destra si dice innamorata.
Il 25 aprile condensa in sé tutto questo: la libertà ritrovata di un popolo piegato da un ventennio drammatico, ma anche la speranza per uno stato moderno, fondato sul diritto e sul ripudio della guerra come strumento di offesa; animato da una nuova partecipazione allargata che spinge molti storici ad indicare nella Resistenza il primo vero Risorgimento italiano. Intellettuali e operai, credenti e atei, soldati caduti nello sbando dopo il volta faccia badogliano seguito all'8 settembre, uomini e donne in posizione finalmente paritaria che hanno creduto nella lotta armata come strumento di liberazione e di liberazione per il futuro. Uno spirito riassunto in poche righe, che non lasciano spazio al fraintendimento, nelle parole che Calvino affidata al comandante Kim, quando di fronte alla domanda del compagno Ferriera, cioè "quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?...", Kim risponde: "la stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa... la stessa cosa ma tutto il contrario perchè qui si è nel giusto, là nello sbagliato. [...] L'altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perchè non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finchè dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restare schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni...". Forse è questo che fa paura alla destra italiana: la natura antifascista che ha determinato la celebrazione di questa ricorrenza, e la ritrovata libertà del nostro Paese.(Aprileonline 25 aprile 2007)
25 aprile:
per
valorizzare il patrimonio della liberazione
(ANSA)
- ROMA,
23 APR -
In
occasione
del 25
aprile
il
Gruppo
Parlamentare
dei
comunisti
italiani
ha
presentato
una
proposta
di legge
'per
promuovere
la
manutenzione,
il
restauro
e la
valorizzazione
del
patrimonio
della
guerra
di
Liberazione
e della
lotta
partigiana
e in
particolare:
edifici
e
manufatti
sedi
delle
formazioni
partigiane;
fortificazioni
campali,
camminamenti,
strade e
sentieri
militari;
cippi,
monumenti,
stemmi,
graffiti,
lapidi,
iscrizioni
e
sentieri
militari;
reperti
mobili e
cimeli;
archivi
documentali
e
fotografici
pubblici
e
privati;
ogni
altro
residuato
o
documento
avente
relazioni
con le
operazioni
belliche
o
riferibili
alla
Resistenza
partigiana
in
genere'.
Lo
annuncia
Pino
Sgobio,
Capogruppo
del Pdci
alla
Camera.
'Lo
spirito
della
Proposta
di Legge
-
sottolinea
Sgobio -
e'
quello
di
ridare
lustro e
proiettare
nel
futuro
la
ricorrenza
del 25
aprile,
che ha
sancito
l'atto
fondativo
della
nostra
Repubblica'.
'In
tempi di
attacco
massiccio
ai
valori e
ai
principi
fondamentali
della
nostra
Costituzione
-
conclude
Sgobio -
difendere
e
tramandare
alle
future
generazioni
il
valore
dell'antifascismo
e' il
miglior
modo per
consolidare
la
democrazia
nel
nostro
Paese'.(Ansa
23.4.2007)
La memoria "divisa" di Marzabotto
di Giulia Gentile
Un
reduce: «Pensavamo davvero che i partigiani potessero tenere testa ai
tedeschi, ma era impossibile». Un partigiano: «La strage di Marzabotto
l'hanno fatta per vendicarsi della popolazione civile. Perché i nazisti
sapevano che tutti aiutavano i partigiani. Noi ribelli eravamo
consapevoli di mettere a rischio la popolazione, ma d'altra parte la
Resistenza andava pure fatta». Una reduce: «Se ci fosse stato un
combattimento fra partigiani e tedeschi, molte vittime della strage si
sarebbero salvate. Nell'eccidio dentro al cimitero di Casaglia c'erano
solo due tedeschi: uno dentro con il mitra, e uno fuori che tirava bombe
a mano all'interno. Sarebbe davvero bastato poco». Un partigiano:
«Nessuno di noi sapeva che sarebbe arrivato un attacco nazista di tale
portata».
Quattro voci, quattro storie, quattro rielaborazioni completamente
differenti dello stesso episodio: l'eccidio perpetrato dalle Ss del
maggiore Walter Reder a Monte Sole, sull'Appennino bolognese: 770
vittime (donne, anziani e bambini) in una mattanza durata sette giorni,
dal 29 settembre al 5 ottobre 1944. Un evento traumatico che rappresenta
un rigido spartiacque nelle vite dei superstiti e dei famigliari delle
vittime: sono sei di loro i protagonisti del documentario Quello che
abbiam passato. Memorie di Monte Sole. La loro personalissima
rielaborazione della memoria, e il loro rapporto con le istituzioni, che
quel ricordo ha cercato di omologare attraverso la retorica delle
celebrazioni e dei monumenti. Il lavoro è stato ideato da due
ricercatrici della Scuola di Pace di Monte Sole, Marzia Gigli e Maria
Chiara Patuelli, montato e codiretto dalle bolognesi Comunicattive e
realizzato con finanziamenti dell'Unione europea. Lunedì 16 (ore 16,
cinema Lumière, via Azzo Gardino 65, Bologna) il film sarà proiettato in
anteprima all'interno del festival internazionale di cinema «Human
Rights nights». Poi, il Dvd resterà in distribuzione nella sede della
Scuola di Pace (via San Martino 25, Marzabotto, Bologna,
www.montesole.org).
I racconti di vita salvati nei 45 minuti di pellicola, quelli di due
partigiani e quattro reduci, parlano di un prima e di un dopo la strage
di Marzabotto. Si parte da ricordi d'infanzia, che per uno equivalgono
alla doppia bocciatura a scuola mentre per l'altra all'essere la
«secchiona» della classe, per arrivare all'eccidio, al rapporto con il
proprio ricordo e all'importanza del trasmettere la memoria.
L'evento spartiacque di queste esistenze, spiegano Gigli e Patuelli,
viene ricostruito attraverso «il proprio contesto sociale, culturale e
politico: spesso le memorie sono talmente discordanti da arrivare a
rappresentazioni totalmente opposte dello stesso fatto». Esempio
perfetto di questo atteggiamento è il modo in cui i sei intervistati
parlano del rapporto fra popolazioni civili e «ribelli». «Ci toccò dare
un vitello ai partigiani - racconta, ad esempio, Angiolina Massa -,
perché "loro dovevano mangiare". E noi no?! A mio padre diedero un
biglietto con scritto che gli inglesi ci avrebbero ripagato il vitello.
Mio padre lo gettò nel fuoco». «Tutti i contadini aiutavano i partigiani
- ricorda invece la coetanea Salvina Astrali, scampata per destino alla
strage assieme a due sorelle gravemente ferite - e noi ragazze andavamo
spesso in montagna a portare del cibo agli uomini».
«Abbiamo fatto degli errori colossali - ammette sullo stesso tema il
partigiano della brigata «Stella rossa» Gastone Sgargi, diploma di
Quinta elementare e tre volumoni di Palmiro Togliatti nella libreria di
casa - ma il problema fondamentale, allora, era ribellarsi al fascismo».
E poi c'è il difficile rapporto dei superstiti con le commemorazioni
ufficiali della strage, dalla retorica resistenziale dell'immediato
dopoguerra all'inaugurazione del Sacrario di Marzabotto nel 1960. «Ciò
che traspare dai racconti di alcuni sopravvissuti - chiariscono le
ricercatrici - è la percezione che le proprie sofferenze vengano
strumentalizzate: mentre loro si auto-rappresentano come vittime
innocenti al di fuori di qualsiasi dinamica storico-politica, il
discorso pubblico nazionalizza le loro sofferenze e li rende "martiri
della libertà"».
L'eccidio si è compiuto in oltre cento località diverse dell'Appennino
bolognese, fra la valle del fiume Reno e quella del Setta, intorno ai
Comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana. Negli anni Cinquanta, però, le
spoglie delle vittime furono tutte riunite nel Sacrario. «Avrebbero
dovuto lasciare i morti dov'erano - l'aspra critica di Angiolina Massa
-, ci va sempre di mezzo quella maledetta politica. Invece chi è morto,
di politica ne sapeva quanto me». «Le commemorazioni sono politiche e
basta - lamenta anche Cornelia Paselli, miracolosamente sopravvissuta
all'eccidio nel cimitero di Casaglia -, non è che si faccia onore a chi
è morto».
Il documentario, dedicato a Gastone Sgargi, scomparso poche settimane
dopo aver realizzato l'intervista, si chiude sui temi dell'educazione
alla memoria e alla pace ma resta, negli intenti di ideatrici e registe,
un lavoro aperto. «Il processo per la Strage (chiuso il 13 gennaio con
la condanna all'ergastolo di 10 ex Ss da parte del Tribunale militare di
La Spezia, ndr) ha mosso molte cose nei sopravvissuti - conclude
Patuelli -: è stato una sorta di "rito collettivo" che ha spinto anche
chi non aveva mai raccontato la sua storia a farlo in tribunale. Molte
persone si sono riconosciute e ri-raccontate in quell'occasione,
allacciando nuovamente legami con le istituzioni che fino ad ora avevano
visto con diffidenza. Per questo continueremo a fare videointerviste,
per registrare tutto ciò che si è mosso "dopo"».(L'Unità 12 aprile 2007)
La strage di Marzabotto
Con la
definizione
“Strage
di
Marzabotto”
s'intende
una
serie di
crimini
perpetrati,
dalla
feroce
16.
SS-Panzergrenadier-Division
«Reichsführer-SS,
nei
giorni
che
vanno
dal 29
settembre
ai primi
di
ottobre
1944 in
diverse
località
quali
Tagliadazza,
Caparra,
Castellano,
Caviglia,
Vado di
Monzuno,
Grizzana
e,
appunto ,
Marzabotto.
Nulla fu
risparmiato:
donne,
bambini,
civili
inermi:
famiglie
intere.
Venne
colpita
da colpi
di
mitragliatrice
anche
gente
rifugiata
in una
chiesa e
in un
cimitero.
Non si
posseggono
cifre
esatte
circa il
numero
di
vittime.
Le stime
approssimative
parlano
di più
di 1800
vittime,
molte
delle
quali
furono
ritrovate
molto
tempo
dopo. La
rappresaglia
fu
motivata
dalla
necessità,
per le
truppe
naziste,
di
reprimere
la
brigata
partigiana
Stella
Rossa
che
nella
zona
contava
più di
2000
elementi.
E per
farlo
era
necessario
qualunque
mezzo.
“La
notte
dal 28
al 29
settembre
1944, la
1°
Compagnia
del 16°
Battaglione
della
16°
Divisione
SS
Reichsfuhrer
Recce
Unit,
assieme
al
plotone
mitraglieri
di
fanteria
della 5°
Compagnia,
al quale
appartenevo,
furono
adunati
a
Montorio,
dove noi
eravamo
stati
accantonati
per tre
o
quattro
giorni.
Il
comandante
della 1°
Compagnia
Obersturmfuhrer
Segebrecht
ci
indirizzò
allora
alcune
parole
dicendoci
che
stavamo
per
entrare
in
azione
contro i
partigiani
e che
avevamo
l'ordine
di fare
rappresaglia
sparando
indiscriminatamente
su tutte
le
persone
nelle
vicinanze,
qualora
fossimo
stati
fatti
segno a
fuoco
mentre
eravamo
in
marcia.
Aggiunse
che
questi
ordini
erano
pervenuti
dal
comandante
del 'Recce
Unit',
maggiore
Reder”.
(1)
Il
maggiore
SS
Walter
Reder,
agli
ordini
del
Feldmaresciallo
Kesserling
, fu
l'autore
materiale
della
strage,
la più
efferata
in
Italia
quanto a
violenza
e numero
di
vittime.
Egli fu
processato
e
condannato
all'ergastolo
dal
Tribunale
militare
di
Bologna
nel
1951.
Condanna
che
sconterà
nel
carcere
militare
di Gaeta
fino al
1985,
quando
verrà
amnistiato
per
intercessione
del
governo
austriaco.
Già nel
1946
erano
stati
processati
e
condannati
dalla
Corte
d'Assise
di
Brescia
due
italiani,
appartenenti
alle
milizie
della
RSI,
quel
giorno
camuffati
nella
divisa
delle
SS:
Giovanni
Quadri e
Lorenzo
Mingardi.
Il
primo,
inizialmente
condannato
a 30
anni,
ebbe la
pena
ridotta
a 10
anni e 8
mesi; il
secondo,
condannato
a morte,
ebbe la
pena
commutata
in
ergastolo.
Le due
condanne
sono
l'ennesima
riprova
di come,
in
numerosi
eccidi
perpetrati
dalle
SS, vi
sia
stata la
complicità
italiana.
I due
fascisti
di Salò
non
scontarono
interamente
la loro
condanna
perché
beneficiari
di
un'amnistia.
Oggi che
si parla
di
considerare
i
combattenti
di Salò
alla
stregua
dei
partigiani
in nome
della
pacificazione
nazionale
(e per
il
riconoscimento
dello
status
di
combattenti,
per
potere
beneficiare
della
pensione)
e che
qualcuno,
con
un'apertura
mentale
di chi
conosce
solo il
bianco o
il nero,
parla di
mettere
sullo
stesso
piano i
crimini
partigiani
con
quelli
dei
fascisti,
è
doveroso
fare
delle
precisazioni.
È
innegabile
che
anche i
partigiani
hanno
compiuto
dei
crimini
spregevoli.
Ma se
ciò è
vero, lo
è
altrettanto
il fatto
che le
motivazioni
che
hanno
spinto
migliaia
di
giovani
ad
andare
sulle
montagne
con i
ribelli
si
fondavano
sulla
volontà
di
cacciare
l'invasore
e
costruire
una
società
diversa:
non la
vendetta,
ma la
libertà
era il
valore
che
univa
tutti
gli
appartenenti
al CLN.
I
partiti
di
questo
comitato,
benché
delle
più
disparate
matrici
ideologiche,
ebbero
il
merito
di
lasciar
da parte
le
differenze
per
rimanere
uniti
sull'obiettivo
precipuo,
quello
di
liberare
l'Italia
(2).
I
crimini
partigiani
sono
stati
l'eccezione,
mentre
la
regola
era la
libertà.
I
repubblichini,
al
contrario,
lottavano
per far
perdurare
l'oppressione,
che da
vent'anni
soffocava
l'Italia.
L'ideologia
fascista,
del
resto,
si
fondava
sulla
violenza
e
sull'imposizione
bruta
delle
idee.
Questa
era la
regola
su cui
si
fondava
l'azione
delle
Brigate
nere.
L'osservazione
suesposta
viene
inserita
nella
trattazione
di
questa
strage
sia
perché
tempo
fa,
l'onorevole
Bondi di
Forza
Italia
ha
dichiarato
che
“neanche
a
Marzabotto
i
comunisti
hanno le
carte in
regola”
e che “a
Marzabotto
i
partigiani
inasprirono
lo
scontro”
che come
conseguenza
causò la
morte di
molti
civili;
sia
perché
nella
stessa
occasione,
Mirko
Tremaglia,
ex Salò,
ha
proposto
che “il
25
aprile
non sia
più
festa
della
Liberazione,
ma festa
della
Pacificazione
e
dell'Unità
Nazionale”.
Circa le
dichiarazioni
di Bondi
rimando
a quanto
detto
prima
sulle
motivazioni
di fondo
che
spinsero
i
partigiani
a
impugnare
le armi.
Quanto
invece
alle
dichiarazioni
di
Tremaglia,
è bene
ricordare
che il
25
aprile
celebra
la
liberazione
dell'Italia
dal
nazifascismo.
L'amnistia
voluta
dall'allora
ministro
Palmiro
Togliatti,
con il
decreto
presidenziale
22
giugno
1946, n.
4,
largamente
ed
estensivamente
applicata
a coloro
che
militarono
nelle
milizie
della
Repubblica
Sociale,
è stata
emanata
proprio
con
l'intento
di una
pacificazione
nazionale.Tempo
fa il
nazista
Albert
Meier,
coinvolto
a
Marzabotto,
intervistato
da una
tv
tedesca
fece
intendere
che a
Marzabotto
furono
uccisi
solo
coloro
che
erano
dei
“bacilli
di
sinistra”,
ritenuti
dei
vigliacchi
perché
“ci
sparavano
addosso,
dalle
finestre,
dai
tetti”.
I
partigiani
venivano
considerati
banditi
e,
secondo
la
logica
dei
nazisti,
sulle
montagne
erano
tutti
considerati
partigiani,
quindi
da
punire
con la
fucilazione.
Lo
stesso
Meier
afferma
di aver
preso
un'onorificenza
che
davano
dopo
sette
azioni
contro i
partigiani,
che “non
erano
combattenti
regolari”
ma
“teste
di
topo”.
(3)
Il
Presidente
della
Germania
Johannes
Rau, il
17
aprile
2002, ha
chiesto
scusa
all'Italia
dell'accaduto
perchè
“la
colpa
personale
ricade
solamente
su chi
ha
commesso
quei
crimini.
Le
conseguenze
di una
tale
colpa,
invece,
devono
affrontarle
anche le
generazioni
successive”.
1)
La
dichiarazione
è di
Julien
Legoll,
chiamato
in
giudizio
dopo la
guerra
nel
corso
dei
processi
per
accertare
i fatti
in
questione.
È stata
tratta
dall'articolo
“Marzabotto
parla”
ed.
Avanti!
nel
1955.
(2)
Si pensi
alla
“svolta
di
Salerno”
dell'aprile
1944, in
cui
Togliatti
mise da
parte la
questione
istituzionale
rimandandola
a dopo
la
sconfitta
del
nazifascismo,
ritenuto
obiettivo
precipuo
di quel
momento
storico.
Si pensi
alla
stessa
Costituzione
repubblicana,
nata con
l'accordo
dei
partiti
del CLN.
(3)
L'intervista
di Meier
è stata
rilasciata
alla
televisione
tedesca
ARD e
pubblicata
in
Italia
dall'Espresso
il 18
aprile
del
2004.
(pubblicato
il 29
Dicembre
2005- La
specula.com)
Un articolo del 1975. Attualissimo
Le lucciole sono scomparse e il potere non lo sa
di Pier Paolo Pasolini
«La
distinzione tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente
meno che al giornale Il Politecnico , cioè all'immediato dopoguerra...».
Così comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo ( L'Europeo ,
26-12-1974) che sottoscrivo tutto e pienamente.
Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la
distinzione tra "fascismi" fatta sul Politecnico non è né pertinente né
attuale. Essa poteva valere ancora fino a circa una decina di anni fa:
quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice
continuazione del regime fascista. Ma una decina di anni fa, è successo
"qualcosa". "Qualcosa" che non c'era e non era prevedibile non solo ai
tempi del Politecnico, ma nemmeno un anno prima.
Il confronto reale tra "fascismi" non può essere dunque
"cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo
democristiano: ma tra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente,
totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che è
successo una decina di anni fa. Poiché sono uno scrittore, e scrivo in
polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una
definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è
successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e
ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche
meglio).
Nei primi anni '60, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto,
in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e
le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il
fenomeno è stato fulmineo e folgorante. In pochi anni le lucciole non
c'erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e
un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi
giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di
una volta).
Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque
"scomparsa delle lucciole".
Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che
non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa
continuità, ma sono diventate addirittura storicamente incommensurabili.
La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a
chiamarlo i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla
scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla
scomparsa delle lucciole a oggi. Osserviamole una alla volta.
Prima della scomparsa delle lucciole
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa
e assoluta. Taccio su ciò, che a questo proposito, si diceva anche
allora, magari appunto nel Politecnico: la mancata epurazione, la
continuità dei codici, la violenza poliziesca, il disprezzo per la
Costituzione. E mi soffermo su ciò che ha poi contato in una coscienza
storica retrospettiva. La democrazia che gli antifascisti democristiani
opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale. Si
fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi
strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano.
In tale universo i "valori" che contavano erano gli stessi che per il
fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l'obbedienza, la
disciplina, l'ordine, il risparmio, la moralità Tali "valori" (come del
resto durante il fascismo) erano "anche reali":
appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano
l'Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui
venivano assunti a "valori" nazionali non potevano che perdere ogni
realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il
conformismo del potere fascista e democristiano. Provincialità, rozzezza
e ignoranza sia delle elite che, a livello diverso, delle masse, erano
uguali sia durante il fascismo sia durante la prima fase del regime
democristiano. Paradigmi di questa ignoranza erano il pragmatismo e il
formalismo vaticani.
Tutto ciò che risulta chiaro e inequivocabilmente oggi, perché allora si
nutrivano, da parte degli intellettuali e degli oppositori, insensate
speranze. Si sperava che tutto ciò non fosse completamente vero, e che
la democrazia formale contasse in fondo qualcosa. Ora, prima di passare
alla seconda fase, dovrò dedicare qualche riga al momento di
transizione.
Durante la scomparsa delle lucciole la distinzione tra fascismo e
fascismo operata sul Politecnico poteva anche funzionare. Infatti sia il
grande paese che si stava formando dentro il paese - cioè la massa
operaia e contadina organizzata dal Pci - sia gli intellettuali anche
più avanzati e critici, non si erano accorti che "le lucciole stavano
scomparendo". Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che
in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell'analisi marxista): ma
erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche.
Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato
l'immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava
"benessere" con lo "sviluppo" che avrebbe dovuto realizzare in Italia
per la prima volta pienamente il "genocidio" di cui nel Manifesto
parlava Marx.
Dopo la scomparsa delle lucciole, i "valori" nazionalizzati e quindi
falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo
non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine,
risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto
falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato (anche il Msi
in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i "valori" di un nuovo tipo
di civiltà, totalmente "altra" rispetto alla civiltà contadina e
paleoindustriale. Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma
in Italia essa è del tutto particolare, perché si tratta della prima
"unificazione" reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi
essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e
alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale.
(...) In Italia l'industrializzazione degli anni '70 costituisce una
"mutazione" decisiva. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a
"tempi nuovi", ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia
umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli
italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono
diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato,
ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per
capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna
amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l'avevo amata: sia al di
fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi),
sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un
amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque "coi miei
sensi" il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e
deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una irreversibile
degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista,
periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla
coscienza. Vanamente il potere "totalitario" iterava e reiterava le sue
imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I
"modelli" fascisti non erano che maschere, da mettere e levare. Quando
il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima. (...) Tutti i
miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti
democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere
funebri. È vero: essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una
sincerità incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata
luce di buon umore. Quando non si tratti dell'ammiccante luce
dell'arguzia e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare,
quanto la piena felicità. Inoltre, i nostri potenti continuano
imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i
"flatus vocis" delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono
appunto delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non
si troverebbe nemmeno un mucchio d'ossa o di cenere: ci sarebbe il
nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c'è
un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di
potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né,
infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale.
Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, "come ci sono giunti gli
uomini di potere?".
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani
sono passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa
delle lucciole" senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare
prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è
stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi
detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una "normale"
evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura. Essi si sono illusi
che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per
esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano. Essi si erano
illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come
appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che
essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per
gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi
polizie tecnocratiche.
Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo
di amministrarselo e soprattutto di manipolarselo. Non si sono accorti
che esso era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una
forma di civiltà. (...) Dico formalmente perché, ripeto, nella realtà, i
potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro
sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non
hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono
reale nient'altro che il luttuoso doppiopetto.
Tuttavia nella storia il "vuoto" non può sussistere: esso può essere
predicato solo in astratto e per assurdo. È probabile che in effetti il
"vuoto" di cui parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un
riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. (...) Il
potere reale che da una decina di anni le "teste di legno" hanno servito
senza accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver già
riempito il "vuoto" (vanificando anche la possibile partecipazione al
governo del grande paese comunista che è nato nello sfacelo dell'Italia:
perché non si tratta di "governare"). Di tale "potere reale" noi abbiamo
immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci
quali "forme" esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che
l'hanno preso per una semplice "modernizzazione" di tecniche. Ad ogni
modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia
chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l'intera Montedison per una
lucciola.(resistenza_partigiana 8.4.2007)
Rinasce
il
Partito
Fascista?
di Pino Sgobio*
Da fonti internet (www.partitofascistarepubblicano.it) si apprende che è in via di ricostituzione il Partito Fascista Repubblicano (PFR), sciolto nel 1943, la cui riorganizzazione è espressamente vietata dalla nostra Carta Costituzione Repubblicana. La notizia finora non ha ancora trovato spazio né sui giornali (solo il quotidiano "Libero" ne ha parlato) e né sugli altri organi di informazione.
Tale sedicente partito, secondo quanto si legge nella scheda di presentazione del sito, fa dichiaratamente riferimento alla tragica e nefasta esperienza mussoliniana, sposandone in tutto e per tutto l'ideologia complessiva. Il programma, accanto a formali dichiarazioni di rispetto della legge e della democrazia politica - oltre a prevedere, tra i suoi obiettivi, il ripristino del corporativismo in economia e dei lavori forzati in ambito giudiziario e oltre a varie ‘proposte' di chiara matrice oscurantista e antidemocratica - chiede specificatamente l'abolizione della dodicesima norma transitoria contro la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista. Il sito, inoltre, alla voce ‘contatti', indica un recapito telefonico di un cellulare e una posta elettronica, cui fare riferimento per le adesioni.
Sull'argomento ho presentato un'interrogazione parlamentare al Ministro dell'Interno, Giuliano Amato, con la quale gli chiedo di adoperarsi, presso i soggetti interessati, per una rigorosa applicazione della legge Mancino, che, per inciso, vieta, sotto qualunque forma, la rinascita di organizzazioni di stampo fascista, provvedendo quindi all'immediato scioglimento della suddetta organizzazione e alla sollecita individuazione delle responsabilità singole e collettive.
E' preoccupante che, in uno dei momenti più delicati della vita politica nazionale, rifioriscano, sotto mentite spoglie o apertamente, gruppi e organizzazione di chiara matrice fascista. Gli ultimi fatti riguardanti la violenza negli stadi, dove e in più occasioni un manipolo di tifosi non ha avuto alcun pudore nel mostrare pubblicamente vessilli e icone del ventennio fascista, ne sono stati una prima avvisaglia. Non solo: la formazione di estrema destra, omofoba e razzista, "Forza Nuova" sta ramificando la propria struttura in importanti città del Paese, anche in zone di provata e consolidata tradizione democratica e antifascista. Basti pensare alla città di Firenze, dove tra polemiche infuocate, è stata inaugurata una nuova sede di tale movimento. Tutto ciò rende bene l'idea del pericoloso crinale che sta attraversando l'attuale situazione politica. Ad aumentare lo sconcerto e la preoccupazione interviene, adesso, questa vicenda, che, in qualche modo, possiamo considerare l'ultimo e più evidente segno di rigurgito fascista che sta germogliando nelle pieghe della nostra società.
Di fronte a questi rischi di involuzione del sistema culturale e politico, il governo non può far finta di niente e girarsi dall'altra parte. Gli strumenti per contrastare questi fenomeni basta ricercarli nella nostra Costituzione, la cui scrupolosa applicazione, per quanto concerne il divieto di ricostituzione del partito fascista, pone così fine allo schiaffo alla storia e alla memoria antifascista del nostro paese. Senza memoria non c'è futuro. La tragedia della dittatura fascista ha insegnato moltissimo: il valore della libertà, la necessità continua di giustizia sociale e l'amore per democrazia. Quei valori sono nel nostro Dna. E' ora che si facciano rispettare e che non si infanghino.(AprileOnline 29.3.2007)
* Presidente dei deputati del PdCI alla Camera
Partigiane
e
mamme
le
donne
della
guerra
di Wladimiro Settimelli
Nel carnaio delle Fosse
Ardeatine e nella penombra delle grotte, due uomini sorreggono
una donna tutta vestita di nero. Ma lei sta
dritta da sola. Non piange, non grida, non urla.
Si china su una cassa con dentro quel che resta di un corpo.
Si inginocchia e allarga le braccia
lentamente, come per una domanda muta a qualcuno. Si rialza, sfiora quei
r esti
con una mano e manda un bacio. Gli uomini e una ragazzina la portano via
con dolcezza e lei non oppone resistenza. È una scena terribile che
riempie da sola tutto il «Combat film» intitolato
Donne in guerra - Sbarco in Italia. Forse il più bello dopo
quello sui campi di sterminio. Qui, i
cineoperatori americani, inglesi e tedeschi documentano con
grande efficacia il dolore, l’odio, la rabbia
che squassarono l’Italia, da Nord a Sud, dopo venti anni di fascismo e
nel corso di una guerra stava facendo a pezzi tutto il Paese. Sì,
guardando con attenzione le immagini, si scopre come
era morta anche la pietà e con quali immensi problemi dovettero
fare i conti milioni di donne, di uomini e di bambini.
Torniamo alle Ardeatine e a quel che
era rimasto di quei poveri 335 corpi. I
martiri furono portati dentro a cinque alla
volta , fatti inginocchiare sui corpi dei compagni e uccisi con un colpo
alla nuca. L’operatore americano del «Combat film» muove la camera
all’interno della galleria, piano, piano e fa scoprire, a chi guarda, la
catasta delle vittime: ormai un groviglio inestricabile e mostruoso di
corpi. I pompieri tentano di dividere le povere salme, ma ci vogliono
zappe e picconi. Dopo, comincia il via vai
con le barelle per portare i resti sul tavolo dei medici. Un prete
benedice e benedice ancora e ancora. È chiaramente sconvolto, teso, e
davanti a tanta infamia e tanto orrore ha perso il senso della realtà.
Il Combat film ora si sposta al palazzo di giustizia di Roma dove una
folla immensa si accalca per seguire il processo al questore di Roma,
Caruso che consegnò ai nazisti una parte della lista di quelli che
dovevano morire nella rappresaglia per via
Rasella. Quella folla, soprattutto le donne
e i parenti dei morti alle cave, strappano dalle mani del servizio
d’ordine l’ex direttore di Regina Coeli,
Donato Carretta, che era arrivato per
testimoniare. Non è colpevole di niente. Ma
la folla lo prende, lo massacra di botte e lo butta nel Tevere. Forse ha
qualche colpa nella strage Ardeatina e deve
essere ammazzato, urlano tutti. Il poveretto viene
poi ripescato e il corpo appeso a testa in giù alle sbarre di una
finestra del carcere. L’operatore americano è riuscito a riprendere solo
la prima parte della tragedia.
Ora siamo a Bologna. Ecco un gruppo di donne partigiane armate che
preparano il pranzo ad un nugolo di bambini.
Sono i figli. Poi, nelle piazze e nelle strade, ecco
la festa gioiosa per l’arrivo degli alleati, dei soldati italiani del
nuovo esercito di liberazione e dei partigiani. Sotto
uno dei muri di Palazzo D’Accursio c’è il
cadavere di un noto poliziotto fascista e le donne lo coprono di sputi.
In quel punto, sul muro, ci sono già attaccate centinaia di foto di
partigiani massacrati. Con le spalle a quei mattoni, avvenivano spesso
gli eccidi e i fascisti chiamavano quell’angolo
«il posto di ristoro dei partigiani».
Ecco, ora, gli operatori del Combat si spostano a Firenze e a Milano.
Altre scene di donne fasciste rapate a zero e
costrette a sfilare per la strada. Gli operatori alleati girano
anche per le strade di Roma, dove i soldati passeggiano per scoprire la
città e i monumenti e palpare un po’ di ragazze in ansiosa attesa di
qualche scatoletta.
Tutti sorridono. La libertà e la fine dell’incubo nazista hanno fatto
tornare la voglia di parlare, di girare per le strade o affannarsi a
depredare un po’ di grano dall’orto di guerra di
via dei Fori imperiali. Ovviamente ci sono le file delle donne per
prendere l’acqua. Già, le donne. A parte quelle coinvolte nella guerra
al fronte o sui monti, si può immaginare la battaglia delle mogli e
delle madri? Trovare ogni giorno da mangiare e da
bere per i figli, lavare, pulire e cercare di avere, ad ogni costo,
qualche notizia del marito, del figlio o del fratello. Insomma
qualche notizia degli uomini di casa, spariti chissà dove.
E le donne contadine che hanno continuato a
lavorare la terra, nascondere gli uomini, dar da mangiare ai figli e
magari aiutare i partigiani? Non si parlerà mai abbastanza del prezzo
terribile pagato proprio dalle donne durante la guerra..
Ed ecco Napoli. Anche qui il Combat film gira
per la città e, al porto, riprende i soldati americani che salgono sulle
navi per tornare a casa. Nell’inquadratura entra di nuovo una donna, una
mamma. Si avvicina ad un soldato con un piccolino in braccio e lui
coccola per qualche minuto la creatura. Poi ecco la scena di tante
«spose di guerra» che partono per gli Usa o seguono corsi d’inglese.
Chissà dove saranno andate a finire?
La seconda parte del Combat film dal titolo Sbarco in Italia si occupa
degli alleati che prendono terra, dal mare, in Sicilia, a Taormina,
Messina. Che dire: la solita e straordinaria
abbondanza di mezzi militari, sullo sfondo della povera Italia
martirizzata dalle bombe e dalla fame. Roberto Olla e Italo
Moscati, che commentano il materiale, accennano all’aiuto della mafia e
ai primi sindaci e amministratori mafiosi, nominati dagli americani. C’è
lo sbarco a Salerno (per poco una tragedia
per americani e inglesi) e quindi quello ad Anzio. La testa di ponte
resisterà a malapena ai contrattacchi tedeschi e le perdite dalle due
parti saranno terribili. Roma, intanto, aspetta e aspetta ancora, prima
di avere la libertà.(L'Unità 8 marzo 2007)
"Resistenza
storica"
Mercoledì 28 febbraio 2007
Presso la Sala della Sacrestia Palazzo Valdina Vicolo Valdina 3 - Roma -
ore 18.00
Iacopo Venier
del Partito
dei Comunisti Italiani
Gianluigi Pegolo
del
Partito della Rifondazione Comunista
Invitano
a partecipare alla presentazione degli studi di “Resistenza Storica”
sulle Foibe,
il campo di concentramento fascista di
Gonars, la lotta partigiana nelle terre a cavallo del confine orientale.
Saranno presenti :
Alessandra Kersevan
Storica, coordinatrice del gruppo di
ricercatori di “Resistenza Storica”
Giacomo Scotti
giornalista e scrittore di Fiume/Rijeka,
studioso della Resistenza
P.S.
Per entrare nei palazzi della Camera dei Deputati è necessario
comunicare il nome alla mail:
venier_i @camera.it
o al n° 0667604135 o al fax 0667604570
entro lunedì 26 febbraio.
(Gli uomini per entrare devono indossare la giacca)
Squadrismo
a La
Spezia
Il 9
febbraio
u.s.
a La
Spezia
ad
Alessandra
Kersevan
è
stato
impedito
di
concludere
una
conferenza
sui
crimini
di
guerra
commessi
dagli
italiani
contro
le
popolazioni
slave
nel
corso
della
II
Guerra
Mondiale.
Il
giorno
prima,
l'8/2,
su
il
Giornale
era
comparso
un
articolo
dal
titolo:
"E a
La
Spezia
fanno
parlare
la
storica
friulana
negazionista
Kersevan".
Nel
pomeriggio
con
una
telefonata
la
responsabile
dell'Istituto
Storico
spezzino
avverte
la
relatrice
che
arrivano
pressioni
dal
prefetto
e da
altri
personaggi
perché
la
conferenza
non
venga
fatta.
Ma
la
Presidente
del
consiglio
provinciale,
Bertone,
decide
di
assumersi
la
"responsabilità"
di
farla,
la
conferenza.
Tutti
gli
altri
politici
(la
provincia
è
amministrata
dal
centro-sinistra)
che
dovevano
essere
presenti
si
defilano.
Durante
la
conferenza,
dopo
cinque
minuti,
mentre
la
relatrice
esamina
le
vicende
dell'aggressione
alla
Jugoslavia,
una
persona
dal
pubblico
(la
sala
era
piena,
circa
150
persone)
interrompe
dicendo
che
"non
deve
parlare
di
campi
ma
di
foibe".
Continua
a
ripetere
la
stessa
cosa
per
oltre
cinque
minuti,
mentre
la
presidente
e
altre
persone
cercano
di
convincerlo
a
lasciar
continuare.
Intanto
un
altro
si
ammanta
con
una
bandiera
italiana;
altri
due
o
tre
cominciano
a
spalleggiare
il
primo.
Su
invito
della
Bertone
interviene
la
Digos,
che
con
molta
delicatezza
convince
il
tipo
ad
uscire
un
momento.
Dopo
un
minuto
rientra
e
continua
a
fare
quello
che
faceva
prima,
gridando
e
impedendo
alla
Kersevan
di
continuare.
Intanto
interviene
quello
con
la
bandiera,
proponendo
che
la
legge
proposta
da
Mastella
contro
il
negazionismo
venga
estesa
anche
ai "negazionisti
delle
foibe".
Praticamente
dopo
oltre
2
ore
di
bagarre,
alle
19.30
la
Kersevan
rinuncia
al
suo
intervento.
(a
cura
di
AM
per
il
CNJ,
sulla
base
di
quanto
riferito
dalla
diretta
interessata)
Memoria
e
polpette
avvelenate
di Michele Sarfatti
La
legge italiana sul 10 febbraio «Giorno del Ricordo» è una polpetta
avvelenata. Il suo primo, evidente veleno risiede nel fatto stesso che,
sin da queste prime righe, mi sento nella
necessità di ribadire la mia condanna totale di uccisioni ed espulsioni,
e di invitare a separare questa condanna da un ragionamento pacato sulla
legge, su «questa» legge. Ma veniamo a
quest'ultima. E iniziamo da una
classificazione di ordine generale. Le leggi
di rimembranza di fatti storici fortemente
luttuosi si suddividono in tre grandi gruppi. Del primo fanno parte
quelle dedicate a «ciò che noi abbiamo fatto
agli altri». Il suo esempio più chiaro è quella tedesca per
il 27 gennaio. In tal giorno la Germania odierna ricorda le stragi e i
massacri sistematici che la Germania nazista
compì soprattutto fuori del proprio territorio. Si tratta di
una assunzione di responsabilità simbolica e
progettuale, degna di un popolo adulto e di uno stato democratico, di
fronte a sé stessi e agli altri popoli e stati.
È un esempio che anche l'Italia odierna potrebbe
seguire, con riferimento alle uccisioni e alle stragi dell'Italia
colonialista. Anche se pochi lo sanno, una
proposta in tal senso è già stata avanzata. Ma,
ahinoi, non è stata ritenuta degna neanche di un dibattito pubblico. Nel
secondo gruppo rientrano quelle dedicate a
«ciò che noi abbiamo fatto a noi». Ad esso
attiene la nostra legge sul 27 gennaio «Giorno della Memoria». In tale
data noi ricordiamo sia il progetto generale nazista di sterminio
sistematico, sia il ruolo persecutorio svolto dall'Italia fascista
contro i «propri» ebrei, i «nostri» ebrei. È anche questa
una assunzione di responsabilità,
innanzitutto verso sé stessi. Di là dalle oggettive differenze, è una
legge che ha le medesime caratteristiche di maturità e dignità di quelle
del gruppo precedente. Il terzo gruppo comprende i giorni dedicati a
«ciò che gli altri hanno fatto a noi». Ne fa parte, di là
di alcune aggiunte criptiche, la nostra legge
sul 10 febbraio. Chi conosce il lungo decorso di scontri nazionali e
nazionalisti, di atti terroristici di privati
e di governi, di violenze singole, statuali e «rivoluzionarie» che hanno
contrassegnato per metà del Novecento (sin da prima del fascismo) la
vita e la morte degli umani popolanti i territori in questione, è
rimasto esterrefatto di fronte al «privilegio» accordato dal nostro
paese ad alcuni (certo, gravissimi) di quei fatti. È un approccio che
non corrisponde alla dignità odierna che deve caratterizzare il
comportamento della massima potenza nell'area.
Dicevo che la legge è una polpetta
avvelenata, perché mentre afferma di voler alleviare un dolore tramite
la sua condivisione, in realtà rinnova il clima che ad esso dette
origine, incitando gli italiani a ignorare le criminali violenze
fasciste che «chiamarono» le criminali violenze opposte.
E tutto questo trova un ascolto uguale e
opposto di là dal mare. Ne deriva il fuoriuscire dall'una e dall'altra
parte confinaria di sentimenti ed espressioni che, di là dalla loro
intensità, appartengono proprio al lungo decorso anzidetto.
E che nel secondo Novecento erano gravemente
ricomparsi (e persistono) in altre zone della sponda adriatica orientale.
Come disinnescare il veleno? Nell’immediato occorre senz'altro evitare
di partire in guerra, opponendo i morti «nostri» ai «loro», la
cancellazione della «nostra» cultura e/o presenza alla «loro».
Occorre rendere uguale dignità sia a tutte le vittime innocenti sia a
tutte le vittime che «se l'erano cercata»,
dell'una e dell'altra parte: tutti umani schiacciati - per colpa o da
innocenti - dal veleno feroce del nazionalismo. Subito dopo occorre
aiutare la conoscenza storica a sconfiggere la retorica e le
interpretazioni nazionaliste. In prospettiva, spetta al paese che si
trova ad essere la massima potenza regionale il compiere un passo di
maturità e di dignità, per sé stesso e per tutti. Penso ad esempio alla
proposizione di un giorno transnazionale unico, nel quale ricordare
assieme le vittime «nazionali» e «nemiche» di qua e di là del mare,
dalle Alpi allo Ionio. Un tale giorno si collocherebbe all'interno dei
comportamenti di responsabilità che caratterizzano le
surricordate leggi di rimembranza. Francesi
e tedeschi stanno lavorando, tra mille problemi, a
un manuale scolastico di storia unitario. Noi adriatici potremmo
sforzarci di unire almeno il giorno della consapevolezza del nostro
passato confinario e del ricordo delle nostre vittime?(L'Unità
18.2.2007)
Perchè
Napolitano
non
ha
ragione
Bruciano come benzina le dichiarazioni del presidente italiano Giorgio Napolitano e le repliche di quello croato Stipe Mesić e rischiano di destabilizzare politicamente l'alto Adriatico. Un commento del nostro corrispondente Franco Juri
Bruciano come la benzina le dichiarazioni del presidente italiano Giorgio Napolitano e le repliche di quello croato Stipe Mesić e rischiano di destabilizzare politicamente l'alto Adriatico. Sono accuse e repliche ineluttabili e giustificate? E che cosa in realtà le motiva? Calcoli politici, crisi interne nei due paesi con tanto bisogno di nemico esterno? Sensi di colpa e svolte storiche?

A farne le spese saranno nuovamente tutti coloro che da anni si adoperano per sciogliere il nodo scorsoio dei contenziosi storici, più o meno motivati e corroborati dai fatti, lungo il confine orientale d'Italia e quello occidentale dell'ex Jugoslavia, della Slovenia e della Croazia.
A farne le spese è purtroppo anche questa volta la verità storica, svilita proprio dai tanti inni retorici alla "verità" e alla "memoria".Personalmente sono dell'avviso che nè i toni e le parole scelte da Napolitano, nè quelli di Mesić siano particolarmente degni di due presidenti democratici ed europei.
Certo, il presidente croato è sanguigno e da presidente si è permesso una serie di valutazioni (prima sulle foibe e ora in dura polemica con l'omologo italiano) poco consone ad un capo di stato, ma che allo stesso tempo, intese storicamente, potrebbero avere più di qualche ragione.
La retorica della memoria scelta da Napolitano nel suo discorso a Roma si è invece articolata seguendo degli stereotipi con evidenti sfumature antislave tipici ed esclusivi fino a qualche anno fa dell'estrema destra nazionalista, soprattutto di quella lungo il confine orientale. Una retorica e degli stereotipi di cui si poteva prevedere l'effetto e che invece vede tutto l'arco costituzionale fare quadrato bipartisan attorno al presidente. Siamo all'omologazione nazionale e patriottarda di risorgimentale memoria?
Ma andiamo per ordine. Napolitano aveva parlato, riferendosi alle vittime delle foibe, di "un moto di odio, di furia sanguinaria" e di "barbarie" e di un "disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Queste parole hanno suscitato la reazione del presidente croato che ha colto in esse elementi di "razzismo e revanscismo". Mesić sbaglia? La tesi di un "espansionismo slavo" tende effettivamente ad etnicizzare, tra l'altro con la tipica smania di omologare il mondo slavo ad un concetto prenazionale, quindi involuto rispetto alla propria civiltà nazionale, un fenomeno storico ben più complesso.
Quella sull' "odio e la furia sanguinaria" attribuita a questo "espansionismo slavo" tende ad attribuire a tale fenomeno un alone di barbarie che avalla la percezione di un moto meno civile che arriva dall' est. Purtroppo tutt'oggi il grosso della stampa e della televisione italiane continuano a riprodurre lo stereotipo fondamentalmente etnicista di un mondo slavo di non meglio identificabili connotazioni nazionali. Basti leggere la cronaca nera; i malavitosi extracomunitari sono di sovente "slavi". In questa categoria etnica e dai connotati un pò razzisti vengono inclusi un pò tutti quanti provengono dal Balcani occidentali ovvero dall' ex Jugoslavia; serbi, bosniaci, croati, macedoni, rom, persino kosovari di etnia albanese.Con il termine veneto di slavi, cioé "s'ciavi", vengono invece indicati con disprezzo dai nazionalisti italiani, soprattutto nei circoli dell'estrema destra, anche gli sloveni del Friuli Venezia Giulia.
Ma Napolitano fa uso anche del lemma "milizie titine", riferendosi all'esercito jugoslavo e partigiano del maresciallo Tito. Anche qui tradisce una certa insofferenza che è paradossalmente ideologica, visto che il presidente italiano fu in quegli anni di piombo fedele compagno di partito di Palmiro Togliatti. Inoltre Napolitano allude piuttosto chiaramente ad una presunta illegittimità del Trattato di pace del 1947, con cui si pose fine agli strascichi della seconda guerra mondiale, castigando, tutto sommato moderatamente, l'Italia cui rimasero sia Trieste che Gorizia, per il suo imperialismo e razzismo fascista e la sua alleanza, fino al 1943, con la Germania di Hitler.
Pensare che tali affermazioni, fatte da un presidente europeo, non provocassero la reazione dei diretti interessati, era un'ingenuità. Mesić non e' stato "politicamente corretto" e ha scelto di dire senza tatto diplomatico quanto pensano in molti oltre confine. Ma l'elemento di maggior ipocrisia in questa vicenda è il richiamo ossessivo alla "memoria" e alla "verità storica" nei discorsi ufficiali di coloro che invece ignorano sistematicamente quanto l'indagine storica documentata ha prodotto fin' ora anche sul tema delle foibe e dell'esodo.
Ricordiamo che nel 1993, su iniziativa delle diplomazie italiana e slovena (Andreatta-Peterle) venne costituita una commissione storico-culturale mista, composta da eminenti nomi di provata competenza e autonomia accademica, di entrambi i paesi. La commissione lavorò per 7 anni, con alcune interruzioni durante il primo governo Berlusconi e nel 2001 elaborò, non senza lunghi dibattiti che percorsero la traccia di una ricerca documentata, una relazione storica in cui, sinteticamente ma in termini molto qualificati, venivano descritti e spiegati i fatti ed i fenomeni salienti nei rapporti tra italiani e sloveni dalla fine dell' Ottocento al 1954, anno del Memorandum di Londra e della conclusione, grosso modo, dell'esodo istriano-dalmata.
La relazione di una quarantina di pagine toccava tutti di fatti dolorosi a cavallo del confine, compresi il ventennio fascista, la "bonifica etnica" mussoliniana a danno di sloveni e croati, la guerra con i suoi massacri, i campi di concentramento nazifascisti, la repressione comunista, le foibe e l'esodo. Il tutto, com'è giusto e ovvio in un'analisi storica, contestualizzato, senza estrapolazioni strumentali.
Ma quella relazione, pubblicata ufficialmente solo a Lubiana, venne ignorata o persino censurata dalla Farnesina. Solo Il Piccolo di Trieste la pubblicò in anticipo, bruciandone un pò la valenza politica. Il governo italiano non ne volle sapere invece nulla. Perché? Perché nel centrosinistra italiano era già avviata la metamorfosi politica dell'ex PCI, ovvero dei Democratici di sinistra che, ispirati prima dal triestino Stelio Spadaro, poi da Luciano Violante e da Piero Fassino, vedevano nel revisionismo storico uno strumento efficace non solo di "espiazione" e "purificazione", ma anche e soprattutto di allontanamento simbolico dai postulati comunisti, che la destra continuava a attribuirgli.
In questo dilagare del revisionismo e anche di un certo negazionismo delle responsabilità dell'Italia fascista nelle tragedie lungo il confine orientale, c'è stata una corsa alla "memoria" in cui una certa sinistra ha tentato di scavalcare pure l'estrema destra, assumendone i toni e le interpretazioni, spesso e volentieri improntate ad un disprezzo per il mondo slavo ed il suo "odio sanguinario". E così, nonostante l'indagine storica non confermi la tesi del genocidio e delle pulizia etnica "titina", ma documenta una violenza reattiva e una repressione politica di cui fecero le spese, oltre a nazisti e collaborazionisti, anche civili innocenti e oppositori politici di diversa etnia, si avalla il mito dei 20 mila infoibati "solo perché italiani". La relazione storica parla di "alcune centinaia di infoibati", mentre le ricerche della storica Nevenka Troha, indubbiamente una dei più onesti e coraggiosi esperti di massacri del dopoguerra, portano la cifra approssimativa dele vittime delle foibe ad un massimo di 1600. E poi si continua a parlare di 350 mila esuli istriani e dalmati, ignorando che la ricerca storica documenta circa 204 mila persone che lasciarono con l'esodo i territori ex italiani.
Roma continua a ignorare lo sforzo degli storici di offrire un quadro il più possibilmente obiettivo di quanto avvenne attorno al confine orientale durante e dopo la seconda guerra mondiale. Il mito avallato e istituzionalizzato con particolare enfasi retorica e calcolo politico viene assurto ora a religione di stato. La proposta, fatta a più riprese da alcuni storici e politici, di aprire la tristemente famosa foiba di Basovizza per verificare cosa e quanto contenga in verità, anche per dare un'identità e degna sepoltura ai resti umani lì rinchiusi, è stata sempre energicamente censurata dai sostenitori delle tesi di un genocidio antiitaliano. Strano, la pietas viene in verità sepolta dai timori di veder apparire una realtà diversa? Chi ha in verità timore della verità storica? Chi perpetua in verità la "congiura del silenzio"? (Osservatoriobalcani.org 13.2.2007)
Foibe. L'ira della Croazia contro l'Italia
Certi revisionismi storici sono inaccettabili... il
centro-destra (An-Udc-Lega) con Napolitano (ndr)
di Marzia
Bonacci
Una polemica
diplomatica che si è innestata sullo
scosceso e ripido crinale della storia,
e in particolare di quella pagina tanto
complessa e non ancora elaborata che è
rappresentata dalle Foibe. Le parole
pronunciate dal Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano in
occasione della Giornata del Ricordo
hanno infatti provocato una durissima
reazione da parte del suo omologo croato
Stipe Mesic, che non ha lasciato spazio
ad equivoci definendosi "costernato".
Secondo una nota ufficiale della
presidenza croata infatti, nelle parole
pronunciate da Napolitano è possibile
"intravedere elementi di aperto
razzismo, revisionismo storico e
revanscismo politico". Al centro
della polemica ci sarebbe il riferimento
del presidente italiano alle vittime
fiumane e dalmate come vittime di un
"moto di odio e di furia sanguinaria e
di un disegno annessionistico slavo che
prevalse nel Trattato di pace del 1947 e
che assunse i sinistri contorni di una
pulizia etnica". Un passaggio che,
secondo molti, sarebbe stata una
risposta indiretta a Mesic, il quale nel
corso di un'intervista rilasciata alla
Rai, aveva definito l'eccidio delle
Foibe una "reazione ai crimini
fascisti". Proprio lui infatti
ha ricordato oggi come "la Croazia
ritiene che ogni tentativo di mettere in
questione il trattato di pace del 1947 e
gli accordi di Osimo (che regolarono
definitivamente la frontiera fra Italia
e l'allora Jugoslavia), ereditati dalla
Croazia come uno dei successori della
Jugoslavia, è inaccettabile".
In Croazia, in
verità, erano stati in molti a sollevare
dubbi sul discorso del presidente
italiano. "E' difficile resistere
all'impressione che si tratti di
revisionismo e di revanscismo" spiegava
al giornale Novi list un alto dirigente
croato. Mentre Damir Kajin, deputato
della Dieta democratica istriana si
diceva preoccupato che un simile
commento "sia arrivato da un presidente
che proviene dalla sinistra". Durissimo
anche il Partito del diritto (schierato
a destra): "Tenendo conto di tutto ciò
che hanno fatto in Croazia e in altri
paesi, gli italiani sono gli ultimi che
possono dare lezioni su genocidi e
pulizie etniche" attaccava il deputato
Tonci Tadic. Un moto crescente che
dunque oggi ha trovato il suo apice con
la scesa in campo, in prima persona, del
presidente croato.
Da parte italiana,
invece, la politica sembra fare quadrato
difensivo nei confronti di Napolitano. A
cominciare dal leader dell'Udc,
Pierferdinando Casini, che si è
schierato con decisione a favore del
capo dello Stato, definendo
"inaccettabili", le dichiarazioni di
Mesic. "Abbiamo profondamente condiviso
le parole di Napolitano perché
rappresentano non solo l' anima di tutti
gli italiani, ma anche lo spirito
europeo. Lo stesso spirito europeo di
cui la Croazia si vuole fare promotrice
- ha puntualizzato - quando presenta la
sua domanda di adesione all'Unione
Europea", ha affermato il leader Udc,
ricordando inoltre come il nostro Paese
sostenga in sede europea l'ingresso di
Zagabria nell'Unione. "Proprio perché
sosteniamo con convinzione questo
ingresso - ha aggiunto - non guardando
ai revanscismi storici, ma guardando al
futuro, tanto più dobbiamo dire che le
parole di Mesic sono inaccettabili". E,
per concludere, l'ex presidente della
Camera ha voluto ricordare come "Con
tutto il rispetto, ritengo che il
presidente Napolitano possa insegnare a
Mesic le nozioni elementari di politica
europea. Se Mesic vuole portare il suo
Paese in Europa - ha concluso Casini -
gli consiglio di andare a ripetizione
per un pò di tempo dal Presidente
Napolitano". Anche per Massimo D'Alema
"le parole del presidente croato sono
immotivate, stupiscono e addolorano" e
per questa ragione il titolare della
Farnesina ha deciso di convocare per
domani l'ambasciatore della Croazia,
Tomislav Vidosevic. Per Giulio Andreotti
ha invitato a chiudere polemiche che
considera ormai "fuori della storia. I
comunisti italiani con quelle vicende
non c'entrano". Solidarietà è giunta al
presidente Napolitano anche dal
centrodestra che con Maurizio Gasparri (An)
e Mario Borghezio ha reso pubblico
il suo sostegno al capo dello stato. (AprileOnline
13.2.2007)
Un
pomeriggio
antifascista
Alba, 9 febbraio 2007.
Interessantissimo convegno, grande partecipazione.
La prof.ssa Kersevan ha illustrato, attraverso una
ricca e particolareggiata documentazione sotto forma
di diapositive, tutto
il percorso degli avvenimenti che hanno portato alla
vicenda delle foibe. La questione chiave
dell'identità dei cadaveri ritrovati,
squadristi, aguzzini, spie e quant'altro è stata
affrontata dalla relatrice con dovizia di documenti
frutto di anni di ricerche in archivi storici, così
come il numero dei cadaveri ritrovati è stato
accertato attraverso fatti non presunti o
inventati.
Nell’aprile del 1942 il
Ministero degli Interni costituì a Trieste un
Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, il cui
scopo era la repressione dell’attività antifascista
con particolare riguardo a quella slava. Bisogna
precisare che nessuna altra provincia italiana
conobbe un’istituzione del genere.
A tale proposito leggere le "gesta" della famigerata
Banda Collotti, formata da criminali, spietati
aguzzini fascisti, che rastrellava le campagne e
torturava la gente nelle osterie dei paesi per farsi
dire dove stavano nascosti i partigiani o gli ebrei.
E che dire dell'obbligo per i bambini slavi di
parlare italiano, costretti con insulti e percosse
dai propri insegnanti fascisti "italianissimi"
a dimenticare la propria lingua?
Gli "infoibati" sono stati vendetta
oppure sono stati giustizia?O tutte e due le cose?
Posta sotto la luce dei
dovuti limiti storiografici, la questione delle
foibe viene ridimensionata alle complesse vicende del
confine orientale e della seconda
guerra mondiale di cui l'unico responsabile fu il
fascismo.
La propaganda
antipartigiana che continua con toni sempre più
violenti, anche da parte di chi era ritenuto fino a
poco tempo fa, vicino alle tematiche della
Resistenza, ha fatto della vicenda delle foibe
una grossa campagna mediatica e politica di
menzogne ad uso propagandistico che ha dato
spazio e fiato agli ambienti del nazionalismo più
esacerbato e neofascisti. La nostra risposta di
antifascisti non può essere che quella di
respingerla con tutte le nostre forze. (marica7)

9
febbraio
2007,
Comune
di
Alba,
convegno:
“Il
fascismo
e le
foibe”,
interverranno:
-
Prof.sa
Alessandra
Kersevan,
fondatrice
di
“Resistenza
storica”;
-
Federico
Degni
Carando,
fondatore
di
“Resistenza
Partigiana”
e
pro-nipote
dei
fratelli
Carando,
martiri
della
Resistenza;
-
Renato
Vai
,
ANPI
di
Alba
-
Giorgio
Marzi,
ANPI
di
Trieste
Ore
17,
Sala
consiliare,
Comune
di
Alba
(Organizza
resistenza_partigiana@yahoogroup)
Anna Seghers
e il giorno della memoria
“...non sempre è facile, ma ciascuno di noi è chiamato a rispettare i sogni della propria giovinezza.”(Anna Seghers 1900-1983)
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di Davide Rossi
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Amare Anna Seghers ed essere a Milano il 27 gennaio
2007 impone prima di tutto obblighi, non formali, ma
morali, etici, profondi. La giornata della memoria
offre la possibilità di partecipare ad un intenso
spettacolo teatrale: “C’era un’orchestra ad
Auschwitz”, in scena due ragazze meravigliose e
affascinanti, Annabella di Costanzo e Elena Lolli.
Prima dell’inizio molte, troppe, inutili parole
politiche, oltre alla commossa memoria di un
superstite. Nessuno che ricordi come i comunisti e i
sindacalisti siano stati i primi a finire in campo
di concentramento, perché su di essi per primi si è
abbattuto l’odio sterminatore del nazismo. Nel ’3 3
i comunisti sono perseguitati, incarcerati,
torturati, uccisi. Anna, appena liberata dalla
prigione, riesce a raggiungere Praga per iniziare un
lungo esilio, quando nella terribile notte del 10
maggio ’33 il rogo dei libri arde in Unter den
Linden, e tra quelli i suoi scritti, già da qualche
mese il campo di concentramento di Dachau, il primo,
e così gli altri, ospitano i suoi compagni di
partito. Milleduecento i campi messi in opera dai
nazisti per i “nemici del popolo tedesco”, certo
milioni di ebrei, ma non la maggioranza di coloro
che vi sono stati rinchiusi. Per gli ebrei il dramma
risultò accresciuto dal fatto d’essere classificati
come proprietà privata delle SS, ma non dobbiamo
dimenticare che milioni di russi, ucraini,
bielorussi, polacchi, ungheresi, cecoslovacchi,
jugoslavi, mentre correvano i treni verso est,
portando gli ebrei, correvano verso ovest portando
tutti coloro che si opponevano all’occupazione
nazista, verso il lavoro forzato e la morte sicura
nei campi interni al territorio del reich. Tra essi
sempre i dirigenti comunisti e socialisti, a partire
dal segretario della KPD, il partito comunista
tedesco, Ernst Thälmann, ucciso il 18 agosto 1944
nel lager di Buchenwald. Nessuno che ricordi come
quel 27 gennaio 1945 l’inizio della libertà e la
fine dell’orrore siano portati da alcuni uomini a
cavallo, con un berretto inconfondibile, quello con
la stella dell’Armata Rossa. Il ruolo di vittime e
di liberatori dei comunisti, di quel movimento
comunista internazionale che è stato fondamentale
per la salvezza dell’Europa, nonché degli altri
continenti perché ha innescato il movimento di
liberazione dei popoli colonizzati, nessuno lo
ricorda. Eppure quaranta milioni di cittadini
sovietici sono caduti per la loro e la nostra
libertà, nei campi di concentramento nazisti, nei
combattimenti, nella Resistenza lungo tutto il
territorio dell’URSS, da Leningrado a Stalingrado.
Oggi si ricordano, giustamente, omosessuali, ebrei e
donne e uomini di diverse fedi, zingari, disabili,
ma uno strano silenzio avvolge comunisti,
socialisti, sovietici che di quello sterminio sono
stati drammatica e considerevole parte.
Quando le luci si abbassano è Fania Fénelon,
piccina, esile, cantante e pianista, a raccontarci
come il desiderio di sopravvivere possa essere
grande a patto che l’amore per gli altri non venga
meno e insieme sopravviva nel cuore la forza di
indignarsi, di arrabbiarsi, anche nell’estrema
disperazione di un luogo di annientamento e
distruzione come Auschwitz. L’altra protagonista,
Alma Rosé, che dà il nome alla compagnia teatrale, è
nipote di Gustav Mahler e nel violino ha sempre
trovato e riconosciuto la propria vita. Dirige
l’orchestra del campo, composta da detenute ebree,
l’unica orchestra femminile mai esistita nei campi
di concentramento. Alma e Fania diventano amiche, è
il 1944. Mi risuonano le parole che Anna ha
lasciato, indelebili, scolpite e ancor oggi
leggibili fuori dal campo di concentramento
femminile di Ravensbruck: “Sono madri e sorelle,
tutte, madri e sorelle di ciascuno di noi. Oggi
possiamo studiare e giocare in libertà, alcuni di
noi forse non erano ancora nati quando queste donne
hanno esposto i loro corpi, esili e fragili, come
scudi lungo tutto il tempo del terrore fascista, la
loro scelta e la loro determinazione hanno protetto
e difeso noi e il nostro futuro.” Alma muore, Fania
viene tradotta a Bergen Belsen, prima dell’arrivo ad
Auschwitz dei sovietici, e deve attendere il 15
aprile ’45 per essere liberata. La trovano ridotta a
28 chili con gli occhi serrati e malata di tifo, su
un pagliericcio, forse sempre meno cosciente, eppure
ancora decisa a vivere. Entra un soldato inglese,
Fania conosce francese e inglese. È un giornalista
della BBC con in mano un microfono, la incita a
parlare, Fania apre gli occhi, lui vuole registrare,
far sentire al mondo la voce della vita là dove è
stata scientificamente soffocata per organizzare la
morte. Fania raccoglie le forze e canta, canta l’
“Internazionale”. (http://www.annaseghers.it/x-tad-bigger>
5.2.2007)
Giornata
della memoria e giorno del ricordo
Dopo l’istituzione del
Giorno della Memoria per il 27 gennaio (anniversario
della liberazione del campo di sterminio di
Auschwitz da parte dell’Armata Rossa sovietica), l e
associazioni irredentistiche degli esuli istriani
hanno tanto fatto e brigato da ottenere, nel 2004,
che il 10 febbraio, cioè a pochi giorni di distanza
da questa ricorrenza, venisse istituito il “Giorno
del Ricordo” (si noti qui anche la similitudine
linguistica tra “ricordo” e “memoria”), “dell’esodo
e delle foibe”, ricorrenza istituita anche con il
beneplacito di buona parte del centrosinistra,
soprattutto i DS. A tre anni di distanza da questa
“operazione”, possiamo vedere gli effetti che essa
ha avuto sulla scena politica e culturale italiana
(ma anche internazionale).
Innanzitutto vediamo che già da metà
gennaio, cioè in prossimità del Giorno della Memoria, le
associazioni degli esuli riempiono il calendario di proprie
iniziative che, stante la vicinanza delle date e stante il fatto
che, vuoi per capacità organizzativa, per spirito combattivo, per
disponibilità di fondi, o chissà per quali altri motivi, sono molto
più numerose e visibili di quelle indette per il 27 gennaio,
mettendo di fatto in secondo piano quelle relative a questa
ricorrenza.
C’è però una differenza di fondo
nell’atteggiamento di chi si occupa delle due “giornate”. Mentre
nelle intenzioni di chi ha ideato
la Giornata della Memoria e di chi per celebrare questa giornata
organizza convegni, dibattiti, iniziative culturali lo scopo era
quello di ricordare ciò che è stato (la follia guerrafondaia e
criminale del nazifascismo) affinché la storia non si ripeta e non
vi siano più genocidi e violenze, la stessa cosa non la rileviamo
nelle iniziative indette dalle varie associazioni di “esuli
istriani” per il 10 febbraio (e parliamo qui della Lega Nazionale ed
anche delle Comunità istriane).
Chi ha avuto modo di sentire o di
leggere le testimonianze dei sopravvissuti dai lager nazifascisti (e
diciamo nazifascisti perché anche il fascismo ha avuto i propri
lager, pensiamo solo a quello di Gonars che si trovava a pochi
chilometri da Trieste, circostanza spesso ignorata dagli stessi
antifascisti), sa perfettamente che nella memoria di essi non
c’è posto, di norma, per l’odio, per il rancore, per il desiderio di
vendetta. Nella maggior parte dei casi, chi ha vissuto sofferenze
indicibili, preferisce dimenticare, cerca l’oblio e per questo
lascia da parte i sentimenti di odio che invece tengono vivo il
dolore del ricordo.
Se andiamo invece a seguire le
iniziative per il Giorno del Ricordo (10 febbraio), vediamo che la
maggior parte di esse non sono finalizzate al superamento della fase
storica che ha portato al Trattato di pace (perché il 10 febbraio è
quello del 1947, quando l’Italia finalmente siglò il trattato di
pace con il quale venivano sanciti i nuovi confini sorti dopo la
seconda guerra mondiale), ma al reiteramento di una propaganda
irredentistica, che partendo da dati storici falsi (come
l’ingigantimento delle cifre degli “infoibati”, cioè di coloro che,
nell’allora Venezia Giulia furono uccisi, per vari motivi, tra i
quali anche fatti di guerra, dai partigiani jugoslavi o condannati a
morte come criminali di guerra dai tribunali jugoslavi), e dalla
ripetizione della vecchia teoria (un tempo solo fascista) che il
trattato di pace
fu in realtà un diktat per l’Italia, ribadisce la teoria
degli “ingiusti confini”, delle “terre rubate” e conclude con lo
slogan “volemo tornar”.
Ora non ci dilungheremo sulla questione
delle “foibe”, perché fin troppo spesso ne abbiamo parlato su queste
pagine; diciamo solo che quelli che vengono fatti passare per
“infoibati sol perché italiani” nella maggior parte dei casi si
possono inserire nella categoria dei “morti per cause di guerra”,
ricordando che nel corso della seconda guerra mondiale sono morte
milioni di persone, a causa di una guerra che è stata voluta ed
iniziata (cosa che pochi ormai ricordano) dalla volontà
imperialistica dei regimi nazifascisti. È stata l’Italia fascista ad
invadere, senza dichiarazione di guerra, ed a spartirsi, assieme ai
propri alleati, la Jugoslavia, devastandola e provocando
orrende stragi di civili; sono stati i regimi nazifascisti che hanno
dichiarato guerra al mondo intero, perché volevano prendere il
controllo di esso, e, dato che fortunatamente per i destini del
mondo, la cosa non gli è riuscita e sono stati sconfitti (anche
grazie al contributo di sacrifici delle varie resistenze europee,
tra le prime quella jugoslava), alla fine del conflitto hanno dovuto
pagare, in termine di perdita di territorio, questa sconfitta.
Così entriamo nel merito della
questione che più è dibattuta in questi giorni nei convegni
organizzati per il 10 febbraio: la questione degli “ingiusti
confini”.
Se, come abbiamo sentito dire spesso in
vari convegni cui abbiamo assistito, il diritto italiano sull’Istria
e su Fiume era dato dal fatto che questi territori erano stati
annessi in seguito alla prima guerra mondiale (dove Fiume, ci si
lasci dire, è stata annessa all’Italia con un colpo di mano in barba
al trattato di pace ed al diritto internazionale), volendo
seguire questa logica (che non è quella di “sangue e di suolo” che
altri proclamano), dobbiamo accettare anche il fatto che in seguito
ad un altro conflitto altri confini sono stati tracciati e territori
che erano stati conquistati grazie ad una guerra vinta, sono poi
stati tolti per una guerra (d’aggressione, ricordiamolo) perduta.
Così abbiamo sentito il professor Raoul
Pupo, che sicuramente non è uno storico “neofascista”, sostenere che
in realtà il trattato di pace del 1947 non è stato firmato con
l’Italia, ma sopra l’Italia, perché alla fine della guerra
l’Italia non esisteva come soggetto politico internazionale e quindi
non aveva alcuna possibilità di negoziare, con i vincitori della
guerra, i propri confini. Questa interpretazione, che è un po’ una
variante del concetto di diktat, però non tiene conto di una cosa
fondamentale: che l’Italia non era stata aggredita da nessuno degli
Stati che vinsero la guerra, e che il fatto che l’Italia aveva perso
la guerra era la mera conseguenza del fatto che l’aveva iniziata.
L’attribuzione dell’Istria alla Jugoslavia, sostiene Pupo, rientra
nella logica geopolitica di “accontentare” Tito, all’inizio
concedendogli i territori che aveva militarmente conquistato, e
successivamente per “tenerselo buono” in funzione antisovietica.
Ma al di là del diritto di “conquista”
(che, come abbiamo visto prima, viene di solito fatto valere per i
territori annessi dopo la prima guerra mondiale dall’Italia), queste
interpretazioni di Pupo non tengono conto di altre cose. Che i
territori istriani, ad esempio, non sono “italiani” per diritto di
“sangue e di suolo”, dato che la popolazione è mistilingue, con
predominanza di sloveni e croati all’interno e di istro-veneti sul
litorale. Perché quindi dovrebbe essere “naturale” che questi
territori dovessero rimanere all’Italia piuttosto che alla
Jugoslavia, tenendo anche conto che l’Italia doveva risarcire danni
di guerra di non poca entità al Paese che aveva invaso?
Una volta sancito, in queste conferenze
“storiche”, che i confini sono, tutto sommato, ingiusti, i vari
relatori vanno ad analizzare la questione dell’“esodo” degli
istriani. Diciamo subito che, a parer nostro, un “esodo” che si
prolunga per vent’anni, non può essere un “esodo” causato da
“pulizia etnica”. Citiamo a questo proposito la testimonianza del
giornalista Fausto Biloslavo, di passata militanza nel Fronte della
gioventù, che si è più volte autopresentato come “nipote di
infoibato e figlio di esule”, che nel corso di un intervento ha
spiegato che il nonno paterno, di Momiano, dovette fuggire a Trieste
“rocambolescamente” all’arrivo dei partigiani, “perdendo tutto”, e
la moglie poté raggiungerlo assieme ai figli appena nel 1954. Dunque
la famiglia rimase per nove anni a Momiano, sotto il “regime titino”,
che evidentemente non li “infoibò”, né li espulse, nonostante con
tutta probabilità il nonno fosse stato coinvolto con il regime
fascista, se aveva dovuto filare via in fretta e furia abbandonando
moglie e figli.
Ma queste contraddizioni stranamente
non vengono rilevate da chi ascolta. Del resto, il racconto di
Biloslavo non si discosta molto, per coerenza, da altre
interpretazioni “storiche”. Il professor Pupo, ad esempio, sostiene
che all’inizio il “regime jugoslavo” aveva fatto una distinzione tra
italiani assimilabili al “regime” (operai, contadini, proletariato
in genere) ed altri non assimilabili (i ceti più elevati), che
furono cacciati fin dall’inizio. Ammesso e non concesso che questa
interpretazione sia attendibile, non passa per la mente dello
studioso che si fosse trattato di una “epurazione” politica e di
classe e non etnica? Che furono indotti ad andarsene i possidenti,
che avrebbero perduto, con il socialismo, i loro possedimenti,
nonché i fascisti, esattamente come accadde per sloveni e croati che
non si identificavano nel nuovo sistema di governo? Pupo sostiene
poi che successivamente, dopo la svolta del Kominform, anche gli
italiani che erano rimasti furono cacciati via, perché tutti
simpatizzanti per l’URSS, in questo modo sarebbe stata completata la
“pulizia etnica”: questa ci sembra ancora più fuorviante come
interpretazione. Se ciò che sostengono questi studiosi, cioè che la
comunità italiana fu interamente espulsa, con le buone o con le
cattive, dalla Jugoslavia, fosse vero, oggi non avremmo in Istria
una comunità italiana forte, compatta, ricca di istituzioni
culturali, cosa che pure viene invece rivendicata da quegli stessi
rappresentanti degli esuli che prima parlano di pulizia etnica e poi
del fatto che gli italiani in Istria sono tuttora numerosi e
presenti, senza rendersi conto che la seconda cosa escluderebbe la
prima.
La comunità italiana in Jugoslavia ha
sempre goduto di diritti specifici, a cominciare dalle scuole, per
proseguire con il bilinguismo e con i seggi garantiti nei vari
parlamenti. Se questo significa pulizia etnica, cosa dovrebbero dire
gli sloveni d’Italia, che se oggi hanno le scuole con lingua
d’insegnamento slovena è solo grazie al fatto che sono state
istituite dagli angloamericani e poi conservate in base ad una
precisa clausola contenuta nel Memorandum del 1954, mentre tutti gli
altri diritti sono ben al di là di venire?
Ma è proprio grazie alle mistificazioni
degli argomenti storici che alla fine emergono i contenuti che sono,
a parer nostro, più preoccupanti, e che possono essere sintetizzati
nello slogan “volemo tornar” che tanto spesso viene citato in queste
rassegne, e sui quali contenuti ritorneremo, per un approfondimento,
in un prossimo articolo.(nuovaalabarda.org gennaio 2007)
Una
mattinata in biblioteca
Una quindicina di noi ha stamane
diffuso volantini in Biblioteca provinciale durante
l'intervento di Anna Zeligowski, figlia di due
deportati nei campi di sterminio nazisti. La
testimonianza, parte integrante delle iniziative
commemorative del 27 gennaio - Giornata della
Memoria - ha avuto luogo nello stesso
auditorium concesso dieci giorni orsono ai
neofascisti di Forza Nuova per celebrare gli "eroi"
della Decima Mas.
Persino la poltrona dell'ospite d'onore era
la stessa.
Una continuità quasi commovente. Un'indifferenza
imbarazzante. Il "presidio antifascista" è durato oltre tre ore.
Discreto l'interesse suscitato. Sprazzi di dibattito. Sparuti
apprezzamenti. Nessuna contestazione. Argute osservazioni sulla
"libertà d'espressione" da parte di alcuni impiegati della
Biblioteca, ancora evidentemente sotto choc per la
concessione della sala pubblica ai neofascisti. Tutto fa brodo. A
margine dell'iniziativa 4 compagni "in ritirata" sono stati pescati
nel traffico cittadino, fermati da una volante della polizia ed
identificati. Il tutto a diverse centinaia di metri dalla
Biblioteca. Una pura casualità, ovviamente. Guai a pensar
male.
L'indifferenza è il peso
morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la
materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti,
è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle
mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché
inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li
scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa (Antonio Gramsci)
La
memoria part-time
Ieri il reduce della Decima-Mas del
(compianto?) Junio Valerio Borghese. Oggi la Giornata della Memoria,
con testimonianza in diretta dai lager nazisti. Domani le foibe. Il
palinsesto dell'anarchico Mercurio e della Biblioteca
Provinciale è la quintessenza dello spirito bipartisan.
Nessuno si indigna. Anzi, a
giudicare da come vanno le cose in questa nostra città
confusionaria, sembra un peccato che Evola, Pacciani e Hitler siano
anzitempo defunti. Altrimenti anche a loro - nel nome della
democrazia fatta feticcio, dell'indifferenza e della viltà
istituzionale - sarebbe stata senza dubbio concessa una sala
pubblica. Anche a loro Ciliberti, Stallone & Co. avrebbero riservato
un'accoglienza degna: il centro storico per un corteo d'epoca o il
corso per una sfilata. Certi onori non si negano a nessun
criminale.
Foggia è una poltiglia
concettuale e i suoi amministratori (e non potrebbe essere
diversamente) sono eroi dei nostri tempi. Foggia è un reame
favolistico asservito all'indifferenza. O alla malafede. O
all'ignoranza. Fate voi: come sarebbe altrimenti concepibile che la
stessa gente possa concedere la piazza ai neofascisti per celebrare
degnamente la Marcia su Roma (28 ottobre), una struttura pubblica
per ascoltare le gesta delle bande mussoliniane (13 gennaio) e a
cuor leggero ospitare/organizzare le testimonianze dei campi di
sterminio? Qui da noi succede. E a noialtri tocca rinfrescare la
memoria dei distratti, dei revisionisti di professione, degli
amministratori locali, su argomenti basilari: il significato, la
progettualità antifascista della Costituzione, ad esempio.
Per responsabilità diretta di
una "sinistra" senza arte né parte, che usa la memoria come pretesto
per mangiare a sbafo ai buffet dei convegni, ma che è incapace di
dare seguito alle proprie petizioni di principio (laddove presenti).
Che preferisce parlare di Gramsci e di Di Vittorio come dei
paleontologi parlano dei fossili del Pleistocene. Una “sinistra”
immemore e inservibile, senza storia, che scambia vigliaccheria per
democrazia e s'atteggia ad antifascista solo in campagna elettorale.
Noi riteniamo che l'antifascismo sia
più di una semplice escrescenza della memoria: sia imprescindibile
pratica di vita. Ecco perché continuiamo a battere sui vetri la
nostra rumorosa presenza. Perché di costoro, di voi tutti, siamo la
cattiva coscienza.
(24.1.2007 Coordinamento antifascista foggiano antifafg@katamail.com)
Il tempo
della giustizia
di Nicola Tranfaglia
Gli italiani di oggi non hanno seguito, eccetto i
lettori di questo quotidiano, il processo per la
strage di Marzabotto ordinata dal maresciallo
nazista Kesselring ed eseguita tra il 29 settembre e
il 4 ottobre 1944 dal Reichfuhrer Walter Reder
comandante del 16° reggimento delle SS
PanzerGreenadier sulla strada della sanguinosa
ritirata al di là della Linea Gotica a cui restavano
ferme le truppe alleate angloamericane.
Non ne hanno parlato finora né i grandi giornali né
le televisioni pubbliche e private e forse oggi,
dopo la sentenza, qualcuno si preoccuperà di
informarli.
La sentenza è questa: dieci militari tedeschi sono
stati condannati all'ergastolo dal tribunale
militare di La Spezia ma, avendo superato tutti gli
ottanta anni,non subiranno nessuna pena per la
condanna.
Più di 60 anni fa vennero uccisi nei paesi di
Gragnola, Monzone,Santa Lucia,Vinca,circa ottocento
persone,di cui più di cento avevano meno di sedici
anni,altre cento meno di dieci e due tra uno e due
anni.
Il più giovane,se così si può dire si chiamava
Walter Cardi che era nato da due settimane.
L'intento della terribile strage,una delle più
grandi e più efferate della ritirata nazista, era
quella di fare terra bruciata intorno ai gruppi di
partigiani. La violenza colpì senza distinzione
vecchi,bambini,donne,sacerdoti.
La dimensione di queste uccisioni fu tale da
spingere le autorità della repubblica sociale
italiana a non poter esprimere un giudizio esplicito
malgrado l'alleanza con la Germania nazista. Il
prefetto di Bologna tentò di minimizzare le
dimensioni e la ferocia della strage in un rapporto
a Mussolini ma fu smentito dal rapporto del
segretario comunale di Marzabotto che riferì al
dittatore l'estensione e il grado delle violenze che
avevano colpito i paesi teatro degli eccidi,
Mussolini ricorse ad Hitler per protestare ma non
ebbe nessuna risposta.
Se questi sono i fatti essenziali di quello che
resta uno degli episodi più tragici dell'occupazione
nazista in Italia,il seguito è assai amaro perché il
comandante Reder, catturato dagli americani in
Baviera dove era riuscito a fuggire,fu estradato nel
nostro paese e condannato all'ergastolo dal
tribunale militare di Bologna ma, qualche anno dopo,
fu graziato per l'intervento del governo austriaco e
morì in Austria senza mostrare mai alcun segno di
rimorso per quello che aveva fatto.
Per quanto riguarda gli altri esecutori dell'eccidio
hanno vissuto la loro vita senza dover rendere conto
ai tribunali tedeschi o italiani delle loro pesanti
responsabilità.
Per mezzo secolo,infatti, le carte che contenevano i
processi in corso contro i criminali di guerra
tedeschi,austriaci e italiani rimasero chiusi in
quello che è stato definito "l'armadio della
vergogna" e che venne sigillato nei locali del
Ministero della Difesa da un governo di centro
all'inizio degli anni cinquanta e riaperto soltanto
nei primi anni novanta quando gran parte degli
imputati erano morti o scomparsi.
Ora, dopo la condanna di La Spezia, c'è da
sottolineare il fatto che se la Germania nazista ha
avuto la pesante responsabilità di questa e di tante
altre stragi,l'Italia ha a sua volta la colpa non
piccola di non aver fatto giustizia né risarcito le
pene e le sofferenze delle vittime di allora e delle
loro famiglie.(resistenza_partigiana 14.1.2007)
La sorte del
tiranno
di
Gabriele Polo
E '
giusto uccidere un tiranno? Posta in modo così secco, la domanda -
riemersa in improbabili paragoni tra l'impiccagione di Saddam Hussein e
la fucilazione di Benito Mussolini - non può che avere una risposta
altrettanto secca: sì, è giusto. Almeno finché il tiranno è in sella,
finché la sua morte è il passaggio obbligato verso la libertà, finché
non c'è altro mezzo che il tirannicidio. E sono questi «se» a fare la
differenza. La differenza che chiama in causa il contesto storico con
cui il giudizio etico qualche rapporto lo deve pure avere. Altrimenti
ogni cosa diventa uguale al suo contrario, e tutto si annulla.
Per questo non sono paragonabili - né accostabili - l'impiccagione di
Baghdad e la fucilazione di Giulino di Mezzegra. Bene ha fatto Marco
D'Eramo, tre giorni fa da queste stesse colonne, a segnare la differenza
tra un'esecuzione dettata dallo spirito di vendetta al termine di un
processo farsesco (istruito solo per dare un paravento giuridico a uno
stato privo di alcun diritto) e un atto di guerra commesso negli ultimi
giorni di un conflitto. Ma è perlomeno discutibile decontestualizzare
quella fucilazione fissandola in un semplificatorio aggettivo:
«spregevole». Qui entrano in gioco i giudizi sulla nostra storia e
l'eterno conflitto tra politica ed etica, tra fini e mezzi.
Uccidere è sempre un atto terribile. Di più, uccidere un prigioniero è
una diminuzione di se stessi, un suicidio della propria umanità. Ed è
per questo che gli stati affidano a un «professionista» della morte - a
un boia - l'esecuzione delle condanne, per rendere astratto, attraverso
un «lavoro», l'atto più disumano del vivere. Ed è per questo che
aborriamo l'omicidio e consideriamo una barbarie la pena di morte:
uccidendo il colpevole moriamo un po' tutti, ancor di più quando quel
gesto viene dipinto come un atto di giustizia fatto in nome di una
comunità, per legge.

Una comunità democratica, civile, dovrebbe avere la forza di
rappresentare la volontà popolare senza ricorrere alla morte, iniziando
col bandirne la forma più terribile: la guerra, che cancella democrazia
e libertà. Ed essere talmente salda nelle proprie ragioni (e
istituzioni, e leggi) da «perdonare» il colpevole «punendolo» con la
possibilità di ripensare il suo gesto. Ma l'Italia democratica
dell'aprile 1945 non era in queste condizioni. Non esisteva nemmeno, se
non nelle intenzioni. Quando Mussolini venne fucilato da un gruppo di
comunisti la guerra era ancora in corso. Ed era una guerra civile in un
paese diviso; con truppe tedesche ancora presenti sul territorio
nazionale - che mentre si ritiravano continuavano a seminar strage - e
migliaia di fascisti ancora in armi; con i comandi alleati pronti a
prendersi Mussolini per tenere in ostaggio il futuro politico
dell'Italia. Uccidere il tiranno appena catturato non fu una vendetta
spregevole, in quel contesto fu necessario. E persino giusto, per quanto
possa essere giusta una fucilazione. Che avvenne sommariamente, su
indicazione di una parte del gruppo dirigente del «Comitato di
liberazione nazionale dell'alta Italia».Ne fece le spese anche Claretta
Petacci, la cui uccisione non aveva - questa sì- alcun senso e fu del
tutto gratuita. Poi ci fu lo scempio di piazzale Loreto: corpi dati in
pasto alla furia plebea, per esibire l'avvenuta rottura con il regime
passato e «sanare» il dolore per un'analogo scempio ai danni dei
partigiani commesso un anno prima sullo stesso luogo.
I giudizi morali - da soli - non ci aiutano a capire e giudicare. Benito
Mussolini era colpevole di mille delitti, politici ed umani. Su questo
non c'era discussione allora e non c'è ora. La divisione (più oggi che
allora) è sulla giustezza della pena inflitta. Ma questa non può
astrarsi dal contesto in cui avvenne. A sessant'anni di distanza ognuno
può dispiacersi per la morte di un uomo, ma nessuno può dimenticare chi
fu quell'uomo e perché fu ucciso. Non perché quella morte avrebbe potuto
san are
le ferite che quella vita aveva inferto, ma perché diventava un
passaggio obbligato per un paese completamente diverso (o almeno molto
diverso) da quello conosciuto fino ad allora. Anche qui contano le
differenze: la morte di Mussolini serviva ad aprire la strada alla
democrazia, a un'Italia che avrebbe dovuto (non sempre l'ha fatto)
ripudiare le guerre, a cancellare (ad esempio) la pena di morte dalla
sua Costituzione. Quella di Saddam (prigioniero inerme da tre anni)
serve solo a dividere ulteriormente il suo ex paese per continuare la
guerra e raccogliere ancora morte (da una parte e dall'altra). E' la
stessa differenza che passava tra le pallottole dei partigiani e quelle
dei repubblichini di Salò: l'uccidere con la morte nel cuore oppure
farlo perché la morte è un «progetto»(o, perfino, «bella»). Certo, ci
potevano essere differenze anche qui, dentro uno stesso campo. Non
c'erano santi da una parte e demoni dall'altra. Ma c'erano due culture
politiche, due divergenti visioni del mondo e se oggi possiamo discutere
su tutto questo e considerare un omicidio un atto comunque e sempre
tremendo (anche quello ai danni di un tiranno) è perché ha vinto la
nostra parte.
Sui volti ritratti in fotografie ormai sbiadite di partigiani (i
compagni dei fucilatori di Mussolini) che sfilano nelle città italiane
subito dopo la Liberazione possiamo ancora leggere tutt'altre cose da un
tronfio e retorico militarismo, dalla felicità del combattere; semmai
gioia per aver concluso un'opera, ma carica dei pesi di chi ha ucciso
per costrizione, per non uccidere più. Sguardi dell'anima che nessuno
può trovare nelle buie immagini delle camicie nere raccolte attorno al
tiranno declinate nel suo ultimo comizio al teatro Lirico di Milano,
qualche settimana prima della sua fucilazione. Non è una differenza di
poco conto: va colta perché anch'essa spiega le ragioni e annuncia ciò
che sarebbe venuto dopo. Se vogliamo capirlo e difenderlo.( Il Manifesto
5.1.2007)
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