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 Balle di governo e di finta opposizione  

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Meno balle per tutti

                                                                                                 



 

Pdl. In direzione volano gli stracci

 

di Mo. Ma,

    

E venne il giorno dello scontro frontale. Dopo settimane di dibattito interno dai toni molto accesi, la direzione nazionale del Pdl che si è svolta oggi all'Auditorium della Pdl, in direzione volano gli stracciConciliazione a Roma, si è trasformata in un vero e proprio ring dove si sono scontate due concezioni della politica e della destra. Per la verità, visti i risultati della votazione sul documento finale, che ricalca le posizioni espresse a più riprese in questi giorni dal premier (93% favorevoli, 6,3% contrari e un astenuto, l'ex ministro dell'interno Giuseppe Pisanu), le pretese del presidente della Camera vengono, per ora, drasticamente ridimensionate. Tuttavia a Fini deve essere riconosciuto il grande merito di essere stato il primo ad affrontare con coraggio la situazione e posto all'attenzione pubblica il problema della democrazia interna del Pdl.

Il disegno finiano resta, nei fatti, però ancora nebuloso. Fini sembra volersi ritagliare il ruolo di coscienza critica ma non spiega come penserebbe di migliorare quel partito che non gli piace più e nel quale non è chiaro a chi sia assegnato il ruolo del Salvatore. Il presidente della Camera indica nei temi dell'immigrazione, del rispetto della persona umana, della giustizia (con il processo breve assimilato a un'amnistia mascherata), dell'appiattimento del Pdl nordista sulla Lega, le grandi questioni che lo dividono dal premier e da Bossi. Disegnando un'altra destra, a tratti lontana anni luce dal berlusconismo. Ma non scioglie i nodi del perché abbia pensato in primo momento di dare vita a gruppi parlamentari autonomi e perché abbia poi desistito.
Resta inoltre sospeso l'interrogativo se l'errore di valutazione commesso da Fini entrando nel Pdl sia recuperabile o no, sebbene la decisione di costituire una propria area interna suggerisca una risposta positiva.

Bisognerà vedere quali iniziative metterà in campo il premier per sanare una ferita che, senza cure adeguate, è destinata ad incancrenirsi. Berlusconi ha fatto alcune concessioni a Fini: un congresso entro l'anno, riunioni più frequenti degli organi direttivi, soprattutto l'ammissione che le riforme dovranno essere il più possibile condivise proprio come hanno sempre chiesto Napolitano e Fini. Ma su un punto non è indietreggiato di un millimetro: la sua totale identificazione con la guida del "popolo" del centrodestra e il documento finale votato in forma "bulgara" dalla Direzione lo ha pienamente legittimato.
Forse il premier non attribuiva a Fini delle vere doti di incassatore: resta dell'idea che sarebbe stato meglio un divorzio immediato e non intende farsi logorare lentamente. Teme che oggi sia stato compiuto un passo in tal senso, ma è pronto a far valere da subito il principio dell'allineamento (dettato dal documento finale della Direzione) per costringere il suo avversario ad accettare in toto la sua strategia di governo.
Ne deriva che l'obiettivo finiano di riequilibrare o almeno di incrinare il monolitismo carismatico del Pdl è, in tal senso, fallito: nel Popolo della libertà non sono possibili diarchie né triumvirati, persino la Lega - ha precisato Berlusconi - non ha mai potuto imporre al Pdl di accettare linee politiche non pienamente condivise. La quasi unanimità registrata nella votazione finale a favore del Cavaliere, fa sì che Fini dovrà anche fare i conti, da oggi in poi, con un palpabile isolamento: le accuse di Tremonti di aver sconfinato nella metafisica, l'amarezza con la quale Bondi ha negato che nel 'popolo' ci siano dei 'servi', sono i segnali del diffuso malumore che serpeggia nel partito verso il co-fondatore che oggi si pente della sua creatura.
E il malumore è destinato a travolgere i finiani: non a caso si vocifera di una raccolta firme per sfiduciare il vicepresidente del gruppo alla Camera Bocchino e c'è chi pensa ad una sfiducia politica anche per Fini stesso. Ma non solo: a breve ci saranno da rinnovare le presidenze di tutte le commissioni e le poltrone dei finiani sono tutt'altro che al sicuro.

Si tratta di capire quanto a lungo questo malumore potrà essere sopportato dal Pdl senza esplodere in nuovi scontri e, soprattutto, quale sarà la decisione di Bossi: se fare un estremo tentativo di ricomposizione per consentire alla legislatura il suo naturale sviluppo, o se invece assecondare una definitiva resa dei conti.

"Chi ha il 6% del partito non può rappresentarci alla presidenza della Camera dei deputati". Lo scontro senza precedenti tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini si chiude con un'altra richiesta di dimissioni. E non solo: "Se non si allinea è fuori dal partito". Tra il premier e la terza carica dello Stato è ormai conflitto a tutto campo: il Cavaliere è sicuro di avere i numeri per governare altrimenti - ha ripetuto - "si va a votare". L'ex leader di An, però, non ci pensa affatto a fare un passo indietro e ha invitato i suoi a restare calmi. "Io non sono un suo dipendente, non può fare il padrone con me", ha spiegato, "sono disposto a pagare il prezzo della mia libertà ma dovrà essere lui a cacciarmi. Il gioco del cerino? Sarà lui a bruciarsi", ha osservato ancora parlando con gli esponenti a lui vicini riuniti durante una pausa dei lavori della direzione.

E' guerra di posizionamento con il Capo del governo che ha messo a punto nel documento gli strumenti per mettere alla porta chi vota in modo difforme dalla maggioranza del partito o intenda costituire "correnti" o "componenti". La parte finale del testo è stata inserita dopo l'intervento del presidente della Camera che su tutta la linea ha espresso il proprio dissenso. "Non gli faccio questo favore, ora le scintille ci saranno in Parlamento", ha osservato Fini. Incrociando Sandro Bondi ha dato appuntamento a tutti in Aula. "E allora dovrai spiegare il tuo atteggiamento di fronte agli elettori", la risposta del ministro dei Beni culturali.

Al momento il presidente del Consiglio non si sente 'ostaggio' del cofondatore del Pdl, è convinto di avere la possibilità di andare avanti: "Glieli sfileremo ad uno ad uno...", ha minacciato con i suoi collaboratori.
Lo scontro andato in scena all'Auditorium della Conciliazione ha toccato l'apice quando il presidente della Camera si è alzato in piedi: "Che fai, mi cacci?", ha chiesto senza mezzi termini. E Berlusconi: "Ci devo pensare". Lo ha fatto e ha redatto il documento che pone "i finiani fuori dal partito". La convinzione del presidente del Consiglio è che Fini alla fine desista e si faccia il proprio gruppo. Ma la terza carica dello Stato resta fermo sulle sue posizioni. Ad irritare fortemente Fini è stata proprio la richiesta di Berlusconi di farsi da parte: "Non è più credibile, ragiona con la pancia, quando si accorgerà di quello che ha fatto capira' di aver commesso un errore". Dopo averlo provocato ora il premier mira a farlo fuori dal Pdl: "Vuole logorarmi, se ne deve andare", l'imperativo categorico del Cavaliere. (www.aprileonline.info 23 aprile 2010)

 

Pdl alla vigilia dello scontro

 

di Andrea Scarchilli 

Pdl, alla vigilia dello scontroDomani (giovedì) è il giorno della direzione - il beffardo nome della sede è l'Auditorium della Conciliazione, a due passi dal Vaticano - del Popolo della libertà. Sarà allargata ai parlamentari e si preannuncia come un chiarimento - scontro politico su quelli che saranno i rapporti tra la maggioranza di Silvio Berlusconi e la minoranza del partito, che fa riferimento al leader della ex Alleanza nazionale Gianfranco Fini. La formazione di una vera e propria corrente organizzata all'interno del Pdl è ormai un dato acquisito, c'è anche la cifra parlamentare di cui potrà fregiarsi: si tratta di 52 tra deputati e senatori, quelli che hanno sottoscritto il documento di sostegno al presidente della Camera. Il resto della Alleanza nazionale che fu (la maggior parte degli eletti) sta con il premier.

L'impressione è che Fini abbia prudentemente ottenuto il massimo dalla situazione data. Scegliendo di non fare una vera e propria scissione ha scongiurato il dissolvimento di una truppa già decimata e mantenuto viva una posizione di controcanto, le istanze di quella che nel dibattito politico è passata come l'idea di una "destra repubblicana" che potranno pesare di più all'interno del Pdl. Non è un caso che il presidente del Consiglio, riferisce "La Stampa", tema il logoramento e che su qualche materia (bioetica, immigrazione e, forse, giustizia) i finiani potrebbero fare una "massa critica" sufficiente a bloccare in Parlamento i grandi progetti berlusconiani. Il finiano Carmelo Briguglio si chiede lanciando una provocazione se sia "una tesi da falchi una 'separazione consensuale' tra Fini e Berlusconi con la formazione di due partiti 'fratelli' di centrodestra, legati da un patto di coalizione e di governo". E se davvero sia "un'idea da colombe quella di assumere il ruolo di minoranza interna al Pdl".

Facile ipotizzare che domani un chiarimento vero e proprio non ci sarà. La direzione voterà e risulterà dagli atti l'esistenza di due Pdl. Uno maggioritario che sta con il presidente del Consiglio, un altro che segue Fini. Il presidente della Camera, realisticamente, non chiede di più. La minoranza sarà la "base" da cui lanciare i temi e le proposte seguendo le direttrici tracciate da Fini in questi due anni di schermaglie con Berlusconi. Sud, immigrazione, cittadinanza, bioetica, giustizia, unità nazionale in funzione antileghista, rapporti con il Quirinale e riforme si preannunciano già da ora come i fronti più caldi. Fondamentale, per Fini, sarà ottenere da domani una frequente convocazione degli organi decisionali del Pdl, sinora del tutto latitanti (è la prima volta che viene convocata la direzione) a parte qualche ufficio di presidenza adhoc per fare da cassa di risonanza alle uscite e alle prese di posizione del premier.

Fini, che domani in direzione dovrebbe parlare prima dell'intervento conclusivo del Cavaliere (ancora non c'è una 'scaletta' dei lavori e si discute se fare la riunione 'a porte aperte' o meno), farà, raccontano, un discorso molto chiaro in nome della massima trasparenza e assunzione di responsabilità. Cercherà di spiegare come si è arrivati a questa situazione politica. Il berlusconiano capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto avverte che "ora, dopo il confronto di domani, bisognerà definire regole di convivenza e di comportamento, perché non sarebbe accettabile che uno degli aspetti del nuovo partito - codificato anche nel suo statuto, e cioè la leadership - sia offuscata o annullata da contestazioni e differenziazioni quotidiane, ad ogni livello, con il ritorno ad un modello di partito del tutto rinchiuso in se stesso, con il rischio di un distacco dagli elettori". Ignazio La Russa, ministro della Difesa, coordinatore del Pdl e tra i 75 ex An che non hanno sottoscritto il documento di Fini schierandosi con il premier, chiede che "domani alla direzione nazionale si confermi che tutte le posizione politiche sono utili al Pdl purché si capisca, però, che il modo per dirimere le questioni è quella della democrazia e alla fine si accetti il parere della maggioranza". La Russa aggiunge: "Nessuno può obbligare né impedire che qualcuno lasci il partito, possiamo solo sperare che non avvenga. E nessuno può impedire che si costituisca una corrente minoritaria fortemente contestatrice che crei problemi alla vita del partito e del governo, possiamo solo auspicare che questo non accada".

Mentre si parla di cento adesioni tra gli amministratori locali alla nuova corrente organizzata di Fini, il leader dell'Api Francesco Rutelli approfitta dei contrasti nel Pdl per ribadire l'opinione di una crisi del bipolarismo - "si sta aprendo una fase nuova, quello che avviene nel campo del centrodestra è solo la punta dell'iceberg" - e affermare che "occorre un terzo polo diverso dalla sinistra e dalla destra di cui azionista di maggioranza è Bossi. Una terza forza che si candidi a diventare la prima. Con contenuti, progetti, proposte. Con la riforma delle regole e le riforme economiche, che oggi significano soprattutto porre le condizioni per tornare alla crescita. Di questo bisogna parlare, non di astratti dibattiti sull'autocollocazione politica". Rutelli non si sbilancia su intese per il futuro, ma non esclude convergenze con Fini a livello locale. (www.aprileonline.info 21 aprile 2010)

 

Berlusconi non cambia e invita Fini a desistere

 

di Red,  

Berlusconi non cambia e invita Fini a desistere L'ufficio di presidenza del Pdl, riunito questo pomeriggio a Palazzo Grazioli, rivolge a Fini un invito unanime "a desistere dall'iniziativa di dare luogo a propri gruppi in Parlamento". Al termine della riunione è lo stesso presidente del Consiglio Berlusconi a riassumerne l'esito. Un invito, ha voluto sottolineare, "che non ha avuto alcuna eccezione", condiviso da tutti, anche "da quelli che hanno passato la vita in An", compresi alcuni fedelissimi del presidente della Camera, come il vicecapogruppo Bocchino, che erano presenti alla riunione. Se Fini decidesse di fare gruppi autonomi sarebbe una "scissione", eventualità che tutti vogliono "scongiurare", ma il governo andrebbe avanti e Fini dovrebbe lasciare l'incarico di presidente della Camera.
Il premier si è dichiarato disponibile al dialogo e al confronto ma ha difeso la linea politica del partito e del governo, citando i successi elettorali riportati ad un solo anno dal Congresso fondativo del partito. Si è detto comunque "fiducioso che si possano superare le incomprensioni" tra lui e Fini, aggiungendo di non volere prendere "neanche in considerazione" l'ipotesi che l'ex leader di An costituisca dei propri gruppi in Parlamento. Il partito è "coeso", ha assicurato, quindi auspica che non emergano posizioni che diffondano un'immagine del Pdl che non corrisponde alla realtà.
L'ufficio di presidenza ha infine stabilito di riunirsi almeno ogni 15 giorni, che la direzione venga convocata ogni due mesi e che entro il prossimo anno, anno e mezzo, da oggi, abbia luogo un nuovo Congresso.

Da due giorni a una settimana la differenza c'è. Senza contare il forte invito a rivedere la scelta dei gruppi autonomi rivolto da Silvio Berlusconi. Per Gianfranco Fini la crisi in atto nel Pdl evolve ma non è da escludere che il Presidente della Camera tenga calda l'ipotesi lanciata ieri per smuovere il Pdl dall'interno.
Fini spera che fino a giovedì ci sia il tempo di evitare lo strappo con Silvio Berlusconi e valuta l'appello rivolto dal Premier stasera. Per tutta la giornata ha lavorato alle prossime tappe, ovvero l'incontro di martedì con i parlamentari ex An, l'ipotesi del gruppo autonomo e il documento da portare alla Direzione del Pdl di giovedì prossimo. Quella del gruppo è una strada che Fini ha immaginato - certo di avere in numeri sia alla Camera che al Senato - come via per incidere sulla linea del partito dalle Aule parlamentari e reagire così al malessere che a suo avviso nasce dal territorio, si è consolidato nel tempo, ed è arrivato dritto in Parlamento.

Malessere per una diversa cultura politica, una diversa visione del partito, su cui Fini si è spesso lamentato con il Premier senza ottenere, a suo avviso, le risposte attese: oggi il Pdl che il Presidente della Camera vede e che non condivide è ancora troppo orientato sulla Lega, ha perso il suo connotato di grande partito nazionale. Del gruppo autonomo dovrebbero discutere domani alcuni senatori del Pdl a colazione, ma sono molti i contatti in corso e martedì, nell'incontro con tutti i parlamentari ex An potrebbe essere chiara la fotografia del nuovo gruppo parlamentare: da quella riunione potrebbe nascere un documento con le firme di chi sostiene questa scelta, e dovrebbe essere quella la base dell'intervento alla Direzione di giovedì.

Una cosa, al momento, sembra sicura, ovvero la volontà, nel caso non si arrivasse ad una soluzione e partisse il gruppo autonomo, di non lasciare la presidenza della Camera. Una compatibilità sulla quale, però, Berlusconi nel suo 'ultimatum' di questa sera, ha già esplicitamente fatto sapere di non concordare.(www.aprileonline.info 16 aprile 2010)


 

 

La prossima stangata segreta di Berlusconi/Tremonti

 

di Bankor*,  

 

La prossima stangata segreta di Berlusconi/TremontiLe smentite sono d'obbligo, ma nascondono la gravità della crisi finanziaria del paese e la "disperazione" del Duo di Arcore, Berlusconi-Tremonti.

Stando, però, alle indiscrezioni trapelate da ambienti finanziari molto legati al superministro dell'Economia Tremonti, per contrastare la crisi internazionale di fiducia sul nostro bilancio pubblico (che potrebbe farci finire nel tritacarne della speculazione mondiale, come per Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda), la manovra finanziaria si baserebbe su tre linee: Riscadenzamento dei Bond del Tesoro (i vari titoli di stato), allungandone le scadenze del doppio rispetto alle attuali; Tassazione sugli immobili sfitti e di proprietà di banche e società finanziarie (esclusa una reintroduzione dell'ICI); Aumento del prelievo fiscale sulle rendite finanziarie speculative, compreso il regime di doppia tassazione per le banche, più alto per quelle "d'affari".
Il tutto con la bonaria assicurazione di impegnarsi da subito a riformare il sistema fiscale, riducendo a tre le aliquote e passando dal prelievo sulle "persone fisiche" a quello sui consumi e le "cose". Ma ci vorrà del tempo, forse a fine legislatura, per accattivarsi i voti dei delusi e del grosso "partito degli astensionisti".

Va ricordato che la differenza tra i buoni del tesoro tedeschi, quelli più affidabili e appetiti dal mercato, e quelli della Spagna (il cosiddetto "spread") si aggira attorno ai 100 punti,mentre per l'Italia oscilla tra i 60 e i 70 (Portogallo 160 e Grecia 360). Non c'è proprio da stare tranquilli, anche se per l'Italia la situazione è migliorata, dopo la decisione dell'Unione Europea di offrire un pacchetto di salvataggio alla Grecia per 30 miliardi di Euro, cui potranno aggiungersi altri 15 miliardi da parte del Fondo Monetario Internazionale.

E', comunque, una stangata quella ipotizzata da Berlusconi-Tremonti, che ha trovato all'inizio qualche resistenza nello stesso Berlusconi, ma che di fronte all'incapacità del governo (segnato da fortissimi conflitti d'interessi in molti settori:media, banche, assicurazioni, telecomunicazioni, poste, immobiliare, energia) di attuare uno straccio di politica economica per contrastare il progressivo decadimento del nostro sistema produttivo e la voragine della disoccupazione, acquista il ruolo di "ultima spiaggia" per la sua deriva autoritaria.
Ed è anche l'unica via di salvezza per non "abbattere tutti i ponti" dietro di sé per questa coalizione di centro-destra, sempre più malvista a livello internazionale per la sua condotta economico-finanziaria troppo allegra, e perché "portatrice sana" del virus Berlusconi, che ormai impensierisce le maggiori Cancellerie del G8 e G20.

Per metter a punto il suo "Piano di uscita dalla crisi e di stabilità del Debito Pubblico", Tremonti aspetterebbe un'apposita riunione del Financial Stability Board, presieduto dal Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, o di una riunione apposita durante o subito dopo il Meeting ordinario di fine Aprile del Fondo Monetario internazionale (FMI) a Washington.

L'attesa è ovviamente strumentale perché, nelle intenzioni di Berlusconi e del suo "Tesoriere", le colpe di questa stretta fiscale dovrebbero ricadere sulle istituzioni estere, responsabili prime di fronte all'opinione pubblica di una "volontà politica" che in realtà nasce a Palazzo Chigi, frutto di consultazioni con i maggiori esperti della finanza pubblica e privata. Insomma, uno "scaricabarile politico", per non ammettere le proprie responsabilità, per continuare a propagandare la favola mediatica di "non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani, noi siamo quelli che abbiamo abbassato le tasse"; non solo, ma, come Berlusconi ha recitato di nuovo davanti alla platea plaudente della Confindustria a Parma, "la crisi è solo psicologica, noi siamo i più attrezzati a superarla".
Finora Berlusconi impersonava il "poliziotto buono", mentre Tremonti quello "cattivo" riguardo alla politica economica e fiscale del paese. Soprattutto, per Berlusconi è stato fondamentale il ruolo di Tremonti in due ambiti: interno, con i suoi proclami barricadieri e pseudo-rivoluzionari contro i "poteri forti", le banche, i mercati finanziari, i petrolieri, pur di stringere a sé l'alleato "malpancista" Bossi, che ha paura di perdere l'elettorato nordico, fatto di lavoratori ma anche di piccole e medie imprese, ormai sbranate dalla crisi e dalla forte pressione fiscale; internazionale, con i suoi propositi di riforma globale dei mercati e le sue "alchimie finanziarie", per dare qualche parvenza di autorevolezza e credibilità a Berlusconi nelle istituzioni mondiali e nell'establishment economico che conta davvero.
Ma entrambi sanno che il nostro paese non potrà reggere al ciclone delle turbolenze finanziarie speculative, né risollevarsi dalla profonda crisi economica, dal crollo produttivo e dal declino sociale, che sta attraversando anche nel 2010 un altro "annus horribilis", un' altra Via Crucis per il regime mediatico autocratico.

La produzione industriale nel 2009 è diminuita drasticamente rispetto al 2008 del 18,4%, dati Istat. Si tratta della diminuzione più forte dal '91, primo anno di confronto delle serie storiche. Il Pil, sempre secondo l'Istat, nel 2009 è calato a meno 5,1%, l'indice più basso dal 1971, quando si era in piena crisi sulla scia dell' "autunno caldo". Il rapporto Deficit/PIL è salito al 5,3% (il peggiore dal 1996, governi Dini-Prodi). Anche lo scudo fiscale, vera e propria scialuppa di salvataggio per l'enorme platea di evasori fiscali, non ha prodotto quanto sperato da Tremonti, tanto che le entrate totali si sono ridotte del 2%. L'avanzo primario (al netto degli interessi sul debito pubblico) nel 2009 è risultato pari a -0,6% contro il +2,5% dell'anno precedente col governo Prodi (si tratta del primo calo dal 1991!). Negativo anche il saldo corrente (risparmio): -2% nel 2009 contro il +0,8% del 2008. Aumenta la disoccupazione ormai verso quota 10% entro la fine dell'anno, secondo le stime di molti centri studi: addirittura per la CGIL il tasso di disoccupazione reale è già sopra l'11,5%. Oltre un milione e cinquecentomila lavoratori in cassa integrazione nel 2010. Secondo i dati calcolati dall'Osservatorio CIG della Cgil, da gennaio a marzo di quest'anno, la cassa integrazione ha raggiunto 302.217.009 ore con un aumento sul 2009 del 133,88.

Infine, i dati Istat relativi al reddito disponibile delle famiglie italiane per l'anno 2009: ne risulta che rispetto al 2008 è calato del 2,8%, facendo segnare la riduzione più significativa dagli anni '90. In calo anche la spesa delle famiglie con -1,9%, così come la "propensione al risparmio".
E nel 2010 le previsioni sono ancora meno rosee: fine della cassa integrazione un po' dovunque, mobilità lunga, prepensionamenti, licenziamenti, chiusure di fabbriche medie e piccole, uscita forzosa dalle scuole di alcune decine di migliaia di "precari storici". Senza contare le decine di migliaia di giovani neolaureati che ormai da anni non si registrano in nessun elenco come "inoccupati": un esercito di disoccupati giovani, sconosciuti alle statistiche, ma non alle famiglie che sopperiscono le carenze dello scarso Welfarestate italiano.

Ecco allora, farsi avanti il Piano, già fatto digerire a settori importanti della finanza italiana e ben visto dalle istituzioni internazionali di vigilanza. Ormai anche l'Italia, che detiene il più alto rapporto Debito pubblico/PIL dell'area Euro (nel 2010 si avvicinerà alla soglia del 120%, ovvero il doppio del parametro fissato dal Trattato di Maastricht!), si avvia ad essere preda delle "turbolenze" dei mercati, e per questo si è deciso di correre ai ripari. Ma il Piano attenderà dopo i tempi della politica elettorale anche quelli delle "reprimende" da parte delle istituzioni internazionali di controllo. Sempre che "la speculazione nemica" non faccia saltare anche i tempi e i modi studiati dal duo di Arcore Berlusconi/Tremonti, che, stando alle ultimissime indiscrezioni potrebbero anche prevedere un "prelievo forzoso" sui depositi bancari e sui titoli di stato, sulla falsariga di quanto fece il governo Amato nel 1992 di fronte alla disastrosa crisi della lira e del bilancio pubblico, eroso da Tangentopoli e dalle "finanze allegre" dei governi craxiani. Forse è utile ricordarlo ai tanti "smemorati di Collegno" sparsi nell'elettorato di destra e di sinistra:l'11 luglio del 1992 Amato emise un decreto da 30.000 miliardi di lire in cui veniva deliberato, retroattivamente al 9 luglio, il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari per un "interesse di straordinario rilievo", in relazione ad "una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica"; e nell'autunno dello stesso anno varò una manovra finanziaria "lacrime e sangue" da 93.000 miliardi di lire con tagli di spesa e aumenti delle imposte, oltre alla prima riforma delle pensioni.
A volte la memoria serve per comprendere la storia e attrezzarsi per affrontare il futuro!


*Bankor era lo pseudonimo dietro cui si celava il governatore di Bankitalia Guido Carli, estensore negli anni Settanta su L'Espresso, diretto da Eugenio Scalfari, di articoli critici sulla finanza pubblica e il sistema economico italiano.
Viene qui ripescato per tutelare l'identità di alcuni operatori finanziari
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Medioevo lumbard

di C.R.,  


Medioevo lumbardIl centrodestra ha vinto le elezioni regionali e, rafforzato, si avvia alle crociate contro le donne. Si parte dalla pillola Ru 486. Dopo che il neogovernatore del Piemonte Cota ha detto che "per quanto lo riguarda può benissimo restare nei magazzini", parla anche Renata Polverini, che si tiene più prudente: la somministrazione della Ru486 "seguirà lo stesso percorso dell'aborto chirurgico, quindi sarà somministrata in ospedale". "C'è una legge, la 194, che va rispettata io sono a favore della vita e farò tutto quello che è necessario per difenderla nel rispetto della legge".
Inoltre, in un continuo rincorrersi tra Lega e Pdl, da quest'ultimi parte anche l'attacco al direttore dell'Agenzia per il farmaco (Aifa). "Appare sempre più evidente la inadeguatezza del direttore Guido Rasi - dice Maurizio Gasparri -, che continua ad intervenire in maniera strana sulla pillola e sembra sempre più un piazzista di farmaci. Porrò al governo il problema della gestione dell'Aifa, che a mio avviso non garantisce adeguati livelli di competenza, trasparenza, imparzialità. Con la salute e con la vita non si scherza".

Posizioni sponsorizzate dalla Chiesa, con Monsignor Fisichella, presidente della pontificia accademia per la Vita che invia il suo plauso esplicito al governatore piemontese, capace di "atti concreti che parlano da sé".
E il papa che, durante la messa del Crisma di oggi, ha esortato i cristiani a "rifiutarsi di fare ciò che negli ordinamenti giuridici non è diritto, ma ingiustizia", a cominciare dall'"uccisione di bambini innocenti non ancora nati". Durante l'omelia, però, il Pontefice non ha fatto nessun accenno agli scandali sulla pedofilia che stanno investendo la Chiesa, anche se l'occasione era certo propizia dal momento che durante il rito crismale vengono benedetti gli oli dei sacramenti, tra cui quello del sacerdozio, ponendo al centro della cerimonia la missione dei preti.

E' la nuova aria che tira. E non è certamente una ventata di aria fresca. Il cammino perché le donne italiane possano abortire con la pillola Ru486, in ospedale o in day hospital, potrebbe essere più lungo del previsto.
Le parole del governatore Cota sono bollate come "stupidaggini" da Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana. "In Italia è garantita la libertà terapeutica, un ambito che riguarda solo il medico, il paziente e il loro rapporto. Tutto il resto sono chiacchiere inutili".
Tuttavia è reale la possibilità che i presidenti delle regioni possano rallentare l'arrivo della Ru486 negli ospedali. A spiegarlo è il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella: "Tecnicamente i presidenti delle regioni potrebbero rallentare o anche impedire che il farmaco arrivi negli ospedali non facendolo introdurre nel prontuario regionale". La Ru486 "ha completato tutto l'iter legislativo - precisa Roccella - una volta che l'Aifa ha stabilito il prezzo e autorizzato la messa in commercio secondo il prontuario nazionale. A livello regionale invece l'arrivo della pillola può essere rallentato o bloccato sotto un profilo tecnico-economico". La Ru486 può "in teoria non essere inserita nel prontuario regionale - conclude il sottosegretario - sulla base di considerazioni circa il prezzo e la rimborsabilità. Se quindi il farmaco non viene inserito nel prontuario regionale, gli ospedali sul piano pratico non potrebbero poi ordinarlo. Tuttavia, in un'eventualità del genere, si aprirebbe poi un problema con l'Aifa, perché il prontuario nazionale è il suo".

La "violenza sul tema dell'aborto, anche da parte della Chiesa", rischia di rivelarsi un boomerang per la salute della donna, "aumentando la diffusione del 'fai da te' e degli abortifici clandestini", è l'amaro commento di Carlo Flamigni, ginecologo e componente del Comitato nazionale di bioetica, alle ultime dichiarazioni sulla pillola abortiva Ru486 e alle parole di Papa Benedetto XVI.
"Non si tratta di argomenti nuovi - dice Flamigni - ma certo c'è un'aggressività notevole, che di fatto rischia di aumentare i problemi per le donne che chiedono l'interruzione di gravidanza. Già la diffusione dell'obiezione di coscienza rende problematica l'Ivg" in alcune aree del Paese, evidenzia Flamigni. "Ora questo clima rischia di aumentare la diffusione del 'fai da te' e degli abortifici clandestini", avverte.

"I primi si stanno diffondendo già nel Paese: non sono rari - assicura - i casi delle donne immigrate, soprattutto dell'Est, che vanno in farmacia e comprano le prostaglandine per interrompere gravidanze indesiderate, e poi finiscono al pronto soccorso".
"Proprio per contrastare i danni legati alle interruzioni di gravidanza illegali - continua - ci siamo battuti per anni per l'informazione e la contraccezione. Ma ora, in questo clima di aggressività e violenza nei confronti della pillola abortiva, ma anche della stessa legge 194,i rischiamo di tornare a vedere 'pesanti effetti collaterali'. Mi chiedo - conclude Flamigni - dove sia finita la compassione".

Pronta la replica del Pd. "Le dichiarazioni di oggi del presidente del gruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri sulla pillola abortiva Ru486 appaiono minacce e come tali sono fuori luogo. Applicare e far rispettare una legge dello Stato, la 194 sull'aborto, non dovrebbe essere in discussione per un parlamentare della Repubblica", dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato.
"L'utilizzo della pillola Ru 486- sottolinea Finocchiaro- è stato autorizzato nell'ambito dell'applicazione della legge 194 dopo un lungo iter di sperimentazione e di verifica, che ha visto impegnata anche la Commissione Sanità del Senato in un'indagine conoscitiva. L'uso della pillola è stato autorizzato negli ospedali, come aveva consigliato l'Aifa, fino alla settima settimana di gravidanza, quando invece in altri paesi europei è concesso fino alla nona, quindi con un supplemento di precauzione. La legge sull'interruzione volontaria di gravidanza prevede da sempre la possibilità di introdurre metodiche più avanzate dell'aborto chirurgico, e certo non è l'ingestione di una pillola che rende per le donne meno dolorosa una scelta che non è mai facile".
Dunque, sottolinea la senatrice del Pd, "Gasparri e il neogovernatore Cota farebbero bene ad evitare minacce e promesse indebite e a rispettare una legge della Repubblica e, con essa, anche tutte le donne italiane e straniere che spesso sono poste di fronte a una scelta difficile. Se poi questi esponenti della maggioranza volessero davvero occuparsi della famiglia e della maternità sarebbero i benvenuti, dal momento che il governo della destra non ha fatto niente, in ben due anni, per sostenere concretamente, e non a chiacchiere ideologiche, le scelte delle donne".(www.aprileonline.info 3 aprile 2010)

 

Il bluff della Lega

 

di Tommaso Merlo

 

Il bluff della LegaNonostante le panze, si atteggiano ancora a selvaggi guerrieri sotto un tendone di Pontida, invece che uomini politici stagionati che occupano da padroni i palazzi romani. Il Calderoli inceneritore è solo l'ultimo episodio.

Sarà la strategia del movimento di lotta e di governo. Di lotta per le strade prima delle elezioni, di governo nei palazzi il resto dell'anno. Una strategia che perseguono con tenacia da quando, nel 94, un lampo di lucidità aveva convinto Bossi a far saltare il primo governo Berlusconi. Mesi in cui il Senatur apostrofava il Cavaliere come pericoloso mafioso e piduista e rivendicava la purezza padana. Poi la conversione, il ritorno all'ovile e da allora un crescente idillio sfociato nella plateale amicizia ribadita anche durante l'ultimo flop a Piazza San Giovanni.

In tanti anni da alleato di governo, Bossi non si è mai rifiutato di votare leggi ad personam e non ha battuto ciglio durante gli scandali che hanno travolto Berlusconi. Col tempo ha ceduto Casini, pezzi della destra radicale, e da tempo Fini lotta per uscire dal tunnel berlusconiano, ma Bossi no. Dopo il 94 non ha avuto nessuna esitazione nell'abbracciare incondizionatamente il grande capo e tutti i suoi scheletri. E lo ha fatto, e lo fa, pretendendo di convincere i padani che quella in cui nuotano da anni non è cloaca ma la santa acqua del Po.

Tra una bracciata e l'altra, la Lega è riuscita a piazzare alcune riforme in senso federalista, ma poca roba rispetto alla propaganda e alle sue ambizioni originarie. E tutte le volte che ha cercato di concretizzare le sue idee razziste è stata sostanzialmente smorzata. Di poltrone, invece, la Lega ne ha sempre portate a casa parecchie, e anche prestigiose. E strada facendo, anche consenso grazie all'uso improprio della visibilità governativa. Alla vigilia di queste elezioni regionali sembra che Umberto strapperà lo scettro a Silvio in Padania. E con quello tra le mani aumenteranno i celti panzuti pronti a tuffarsi nel mare nostrum.

*www.tommasomerlo.ilcannocchiale.it  26 marzo 2010

 

Il premier indagato a Trani

 

 

Da fonti di agenzia, il Premier Silvio Berlusconi è indagato dalla procura di Trani (nell'ambito dell'inchiesta sulle intercettazione per le presunte pressioni sulla Rai a proposito delle trasmissione "Annozero" e "Parla con me") per concussione e per "violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario" (articoli 317 e 338 del Codice penale), reati compiuti ai danni dell'istituzione del Garante per le Comunicazioni.
Indagato anche il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi per favoreggiamento personale nei confronti di Silvio Berlusconi.
Innocenzi avrebbe infatti negato, durante un colloquio con i magistrati pugliesi, di aver avuto alcune conversazioni con il premier che avevano per oggetto la trasmissione Annozero.
Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, sarebbe invece indagato dalla stessa procura per rivelazione del segreto istruttorio. Il giornalista avrebbe infatto violato il divieto impostogli di non rivelare a terzi il contenuto di un interrogatorio subito 17 dicembre 2009 nel quadro di un'inchiesta sulle carte di credito American Express.

La notizia è giunta al temine dell'ennesima giornata avvelenata, con tutti i legali del premier in pista a svolgere un 'triplo' incarico: far terra bruciata attorno alla procura di Trani per "l'irrilevanza penale dei fatti", sostenere la "totale e assoluta incompetenza territoriale" e denunciare la "reiterata e continuata violazione del segreto di indagine". Tutto questo, appunto, proprio alla vigilia di un decisivo appuntamento elettorale.
"Ma qual è il reato, dov'è?", continua a chiedersi Berlusconi, secondo il quale quelle intercettazioni non porterebbero ad altro che alla scoperta dell'acqua calda. Anche se l'alleato Umberto Bossi gli manda a dire (e non è la prima volta) che dovrebbe utilizzare il cellulare con più accortezza e parsimonia.

Intanto però il cavaliere non intende tapparsi la bocca, e in una intervista al Giornale Radio Rai, probabilmente già al corrente della sua iscrizione nel registro degli indagati, è partito al contrattacco facendo peraltro eco a quanto già affermato dai suoi legali: nella inchiesta si registrano "pesanti violazioni di legge", e quindi più che preoccupato - ha ripetuto - sono "scandalizzato". "Le mie posizioni - ha rivendicato - non soltanto sono lecite ma doverose, le mie sono le posizioni di tutte le persone perbene e di buonsenso. C'è un diritto del presidente del consiglio a parlare al telefono con chiunque senza essere intercettato anche surrettiziamente come invece avviene qui".

Intanto, a Bari, il ministro della giustizia, Angelino Alfano, tranquillizza i magistrati della procura di Trani: "Gli ispettori non interferiranno" con l'inchiesta su Rai-Agcom che "deve andare avanti". Ma avverte: sulle fughe di notizie ci vuole maggiore "serietà" e devono essere gli stessi magistrati a cercare le "talpe" responsabili della pubblicazione di notizie segrete. La rassicurazione, accolta dal procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, che non si sente "turbato" dall'invio degli ispettori, non convince però la maggioranza dei consiglieri del Csm che hanno chiesto al comitato di presidenza di accertare se vi siano interferenze nelle indagini in corso che riguardano "personaggi politici di rilievo nazionale". Secca la replica di Antonio Di Pietro: "E' inconcepibile che il Governo voglia andare a vedere gli atti di un'inchiesta che riguarda esponenti del Governo -tuona illeader IdV-. Soltanto in un Paese in cui c'è un regime assoluto, il Governo vuol controllare pure il suo controllore. Per questo noi diciamo che i magistrati di Trani non devono far vedere alcuna carta a quei signori perché sono loro a dover dare giustificazioni ai magistrati e non viceversa"

E' poi bufera al Csm per il consigliere Cosimo Ferri, finito nelle intercettazioni dell'inchiesta di Trani per i suoi colloqui con il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi incentrati sulla trasmissione 'Annozero'. Mentre lui si dice "serenissimo"e chiede che siano rese pubbliche le conversazioni che lo interessano non avendo "nulla da nascondere", 13 suoi colleghi hanno chiesto al Comitato di presidenza - che deciderà domani - l'apertura di una pratica sul caso che lo ha investito per "scongiurare che il Consiglio Superiore venga, anche solo strumentalmente coinvolto nelle polemiche in atto"; e in questa stessa ottica hanno posto il problema della sua permanenza alla presidenza della Settima Commissione di Palazzo dei Marescialli. Un'iniziativa giunta al termine di una giornata convulsa per il consigliere , che nel pomeriggio aveva avuto un colloquio con il vice presidente del Csm, e prima ancora una riunione con i colleghi del gruppo e con i vertici della sua corrente, Magistratura Indipendente. Sempre domani, il Comitato di presidenza del Csm, che dovrà valutare anche un'altra richiesta, stavolta sottoscritta anche da Ferri e dai colleghi di Magistratura Indipendente: l'apertura di una pratica sull'ispezione ordinata dal ministro Alfano a Trani per verificare se vi siano interferenze con l'attività giudiziaria in corso.

E mentre la vicenda va avvitandosi su se stessa e si decidono ispezioni sulle ispezioni, va avanti lo scontro politico. Con il Pd che accusa il premier di brigare per affossare la libertà di espressione e - ha infierito D'Alema - per "mettere sotto controllo tutti i mezzi di informazione".
"Se proprio deve usare il telefono - ha ironizzato poi il segretario del Pd Pier Luigi Bersani - Berlusconi parli di qualcosa che interessa più da vicino gli italiani". Si è inserito anche il leader Udc Casini per dire che le intercettazioni, i "conflitti di potere, l'eterna lotta tra Berlusconi e i magistrati, sono questioni che non interessano gli italiani". Ma dal fronte Pdl si è alzato uno scudo a protezione del premier, con il ministro Claudio Scajola che ha definito "farsa" la notizia di Berlusconi indagato, e Maurizio Gasparri che ha accusato la procura di compiere illegalità: "A Trani - ha sentenziato - ci vorrebbe una impresa di pulizie".
Oggi Berlusconi ha dato la colpa alla sinistra per aver avvelenato i pozzi "armando i giudici" e scendendo in piazza "con slogan e manifesti violenti contro di me". E' su questo 'schema' che si giocherà tutta la campagna elettorale. Con il Pdl pronto ad alzare il tiro per spiegare agli italiani quello che il premier chiama "il gioco pericoloso" della sinistra che si è alleata con le toghe per rovesciare l'esecutivo. Convinti loro che questo sia un modo anche per 'sconfiggere' l'astensionismo.(www.aprileonline.info 16 marzo 2010)

 

 

Il Pdl si sfarina

 

di Leo Sansone

Scandali, tangenti, scontri interni, autogol nella consegna dei documenti per partecipare alle elezioni regionali. Nel caso dell'ex senatore Nicola Di Girolamo, Pdl ex An, ora in carcere, le accuse dei magistrati parlano addirittura di un micidiale intreccio ‘nadrangheta-ex neofascisti-Fastweb con circa 400 milioni di euro truffati al fisco e voti comprati in un collegio elettorale estero. Il Pdl il 27 marzo rischia di festeggiare il suo primo anno di vita in un clima nero. Certamente il 27 marzo, ad uIl PdL si sfarinan anno esatto dalla fondazione del Popolo della libertà, non ci saranno brindisi. Ci sarà un clima di preoccupazione e d'ansia perché, immediatamente dopo, il 28 e 29 marzo, si voterà per le elezioni regionali.

Può succedere di tutto. Dopo le elezioni regionali, in caso d'insuccesso, il Pdl rischia di sfarinarsi. C'è chi parla di una scissione guidata da Gianfranco Fini, sempre più dissidente. C'è chi ipotizza un nuovo "spariglio" di Silvio Berlusconi, che lancerebbe in pista un nuovo partito, in chiave sempre più leaderista e movimentista. Il presidente della Camera non nasconde, in piena campagna elettorale, la sua insoddisfazione. "Sono affezionato al Pdl. Ma se chiedete se mi piace così com'è adesso, rispondo di no", ha avvertito Fini qualche giorno fa.
Berlusconi non avrebbe per niente apprezzato la nuova sortita. "Io faccio un partito nuovo", avrebbe confidato ai collaboratori più fidati. Il Cavaliere, del resto, non è nuovo ad imprese audaci. Nella sua vita è stato già tre volte un fondatore: del Pdl, di Forza Italia e della Fininvest (il gruppo imprenditoriale di sua proprietà). Qualche giorno fa ha lanciato un messaggio, mettendo in campo "i promotori della libertà" coordinati da Michela Vittoria Brambilla, sua fedelissima, da pochi mesi ministro del Turismo. Il presidente del Consiglio ha parlato di "un esercito del bene contro il male, chi ama contro chi odia". Potrebbero essere proprio "i promotori della libertà" il nucleo di un futuro, nuovo partito da contrapporre al centrosinistra.
‘Libero' e ‘Il Foglio', due giornali che fanno opinione nel centrodestra, incitano Berlusconi a voltare pagina. Il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro lo sollecita a rompere con Fini e a percorrere la strada di un nuovo partito. "Silvio fondi forza Silvio. Troppe risse nel partito, adesso -ha scritto ‘Libero'- serve una svolta del leader per creare una nuova struttura. E realizzare il presidenzialismo".
Anche ‘Il Foglio' invita il presidente del Pdl a rompere gli indugi . "La forma Pdl ha fallito", ha sostenuto il giornale diretto da Giuliano Ferrara.. "A venti giorni dal voto la rissosità del Pdl descrive un sommario di decomposizione", ha sostenuto ‘Il Foglio'. Il Pdl si divide in molteplici correnti in guerra fra loro e i gruppi dirigenti ex Forza Italia ed ex An ancora faticano ad amalgamarsi. Di qui i dissensi e le risse. Il ricordo va al secondo governo guidato da Romano Prodi, affondato dopo nemmeno due anni di vita, nel gennaio 2008, sotto i colpi dei continui contrasti esplosi fra i partiti dell'Unione. In quell'occasione finì l'esecutivo Prodi e l'Unione, la coalizione di centrosinistra.

"Sono dei dilettanti allo sbaraglio", ha commentato Umberto Bossi, alleato di ferro di Berlusconi, riferendosi alle liste elettorali del Pdl annullate per vizi di forma. Ma non c'è solo un problema d'imperizia tecnica. Il Pdl si è visto annullare le proprie liste in Lombardia e nel Lazio non solo per un problema di carenza di firme o di scadenza dei termini, ma perché fino all'ultimo si è protratto lo scontro interno per le candidature (gli uomini ex Forza Italia contro quelli ex An). Così, in alcuni casi, come in Lombardia e nel Lazio, è arrivato il flop difficilmente sanabile con un cosiddetto "decreto interpretativo" varato dal governo Berlusconi per le liste del partito del presidente del Consiglio (una nuova versione del conflitto d'interessi).

A pensare che un anno fa la fondazione del Pdl fu salutata da applausi e commenti euforici perché nasceva un partito che viaggiava attorno al 40% dei voti. Ben poche persone parlarono di una "fusione a freddo" tra Forza Italia, An e altre forze minori di centrodestra. Il presidente del Consiglio diede una valenza storica all'avvenimento, parlando un anno fa al congresso di fondazione. "Il Pdl ha il compito di guidare la terza ricostruzione dell'Italia", dopo il Risorgimento e la Resistenza, sostenne Berlusconi. Il fondatore del Pdl fu netto: "La lunghissima transizione italiana è finita". Si complimentò con il cofondatore Fini e assicurò: "Il nuovo partito manterrà il centro della scena per decenni".
Il Pdl, invece, sembra un partito a termine, sull'orlo del precipizio, più che una forza destinata a durare decenni. Tra Berlusconi e Fini la convivenza è diventata difficile. "Qualcosa dentro di me si è spento...Ti volevo dire che tutto sta per finire, ma poi ci sono parole che non riescono ad uscire", canta Eros Ramazzotti. (www.aprilonline.info 7 marzo 2010)

 

 

Processo breve, primo si

 

di Francesco Scommi     

L'Aula di Palazzo Madama dà il primo via libera al provvedimento che, stabilendo un limite fisso per per i procedimenti, avrebbe l'effetto immediato di salvare Berlusconi dai processi Mills e Mediaset. Compatta l'opposizione nell'attaccare il testo, la maggioranza lo rivendica. Il premier: "Non è incostituzionale"


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"Non lo so, non credo". Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, rispondendo a chi gli chiede se il ddl sul processo breve sia incostituzionale. "C'e' l'Europa che ci chiede tempi certi nei processi e c'e' la Costituzione che ci dice che devono avere tempi ragionevoli" ha aggiunto il premier. In mattinata Il Senato aveva dato il via libera al ddl, che è passa così all'esame della Camera. Si è riacceso lo scontro tra i poli sul tema caldo della giustizia. Il ddl, che ha ottenuto 163 voti favorevoli, 130 contrari e due astenuti, divide in maniera netta maggioranza e opposizione.

Il provvedimento approvato da Palazzo Madama stabilisce che il processo dovrà considerarsi estinto se il giudizio di primo grado non sarà concluso entro tre anni (dall'esercizio dell'azione penale da parte del Pm); entro due per l'appello ed entro un anno e sei mesi per il giudizio in Cassazione. Ma questo riguarderà solo i processi relativi a reati con pene inferiori nel massimo a 10 anni. In caso di annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione, ogni grado di giudizio che dovrà celebrarsi di nuovo non dovrà durare più di un anno. I termini si allungano in presenza di reati più gravi: 4 anni per il primo grado; due per l'Appello; un anno e sei mesi per il giudizio di merito. Fino ad arrivare ai reati di mafia e terrorismo per i quali il primo grado dovrà durare cinque anni: tre per l'appello e due per la Cassazione. Il giudice può poi aumentare tali termini fino ad un terzo se il processo è particolarmente complesso o se ci sono molti imputati. Il Pm deve esercitare l'azione penale entro tre mesi dalla fine delle indagini preliminari.

A destare le proteste più dure dall'opposizione è la norma transitoria che applica l'estinzione processuale ai processi in corso, ma solo se sono relativi a reati indultati o indultabili, commessi cioè prima del maggio 2006, e se hanno pene inferiori a 10 anni. Ma sarà più breve di quella per i processi futuri: la 'tagliola' scatterà dopo due anni e non dopo tre. In questo modo, accusa l'opposizione, salteranno i processi Mediaset e Mills in cui e' imputato il premier. Il tetto dei due anni varrà anche per i processi in corso davanti alla magistratura contabile purché siano ancora in primo grado e questo non si sia concluso in cinque anni. Non varrà invece se il giudizio contabile è già in appello (norma modificata ieri da un nuovo emendamento del relatore Giuseppe Valentino).

Il ddl "serve poco o nulla a fissare la ragionevole durata dei processi e approfitta di un sacrosanto principio costituzionale per fare un'amnistia", ha sottolineato Giampiero D'Alia, capogruppo dell'Udc. "Nessuno di noi è così stolto da non capire che questo provvedimento tenta di risolvere i problemi giudiziari del Presidente del Consiglio e che la soluzione che avete individuato è quella di estendere l'indulto votato nella passata legislatura ai processi in corso che riguardano l'onorevole Berlusconi - ha aggiunto -, ma per l'ennesima volta avete prodotto una norma incostituzionale dal fiato corto che non servirà al premier e che comprometterà seriamente il regolare svolgimento di tanti, tantissimi processi".

Per D'Alia "Berlusconi non ha tutti i torti e vi è un accanimento giudiziario nei suoi confronti, anche se in misura minore rispetto a quanto da lui denunciato", ma "non e' con la ragionevole durata dei processi che si garantisce al Presidente del Consiglio di esercitare appieno il mandato elettorale". Ha attaccato senza mezzi termini il ddl il Gruppo di Italia dei Valori, che prima del voto ha anche mostrato dei cartelli in Aula contro il provvedimento (alcuni con la scritta 'Muore il processo diritti TV Mediaset'), ed è stato richiamato all'ordine dal presidente del Senato Renato Schifani.

"Decine di migliaia di vittime vengono beffate dallo Stato - ha sottolineato Luigi Li Gotti di Idv rivolgendosi alla maggioranza -. Dopo aver cercato giustizia per anni, le vittime avranno dallo Stato la porta sbattuta in faccia. Aiuterete invece i delinquenti, aiuterete coloro che rendono insicuro il nostro Paese, aiuterete coloro che hanno commesso torti a tante vittime. Basta con la patetica ipocrisia. Per far durare meno i processi ci vogliono norme per aggiustare la macchina del processo. Voi volete la morte di 100.000 processi per salvare Silvio Berlusconi dai suoi processi".

Pieno appoggio al ddl da parte della Lega Nord. "Ci aspettavamo ostilità da parte di molti settori della casta dei magistrati responsabile spesso del malfunzionamento della giustizia - ha detto il capogruppo Federico Bricolo -. Ciò che non ci aspettavamo è invece il cambio di linea delle opposizioni visto che questa legge ricalca diverse proposte già presentate dai responsabili giustizia del Pd".

"Fino a pochi mesi fa eravate favorevoli a questa riforma - ha proseguito Bricolo rivolgendosi al Pd - poi quando vi siete accorti che interessava anche il presidente del Consiglio allora avete di colpo cambiato idea, avete rinnegato le vostre proposte. Di questo vi dovreste vergognare. Ieri in più voti segreti diversi senatori delle opposizioni hanno votato contro emendamenti presentati dai propri gruppi. Senatori del Pd o dell'Italia dei Valori, hanno votato con noi dando ragione alle nostre proposte dando così uno schiaffo morale a Bersani e Di Pietro che proprio ieri annunciavano sui giornali opposizione dura a questo provvedimento. Evidentemente il voto segreto è servito a qualcuno per rivendicare la propria coerenza".

La risposta del Pd è arrivata dalla capogruppo Anna Finocchiaro. "Non vi siete fermati al processo penale - ha detto alla maggioranza -. Avete rivolto la vostra puntuta attenzione anche al processo contabile. A fronte dei continui richiami, in particolare da parte della Lega, al principio di responsabilità di funzionari ed amministratori pubblici, avete così giubilato molte centinaia di processi contabili, con il risultato di danneggiare irrimediabilmente le casse dello Stato ed introdurre principi di responsabilità per chi dissipa risorse pubbliche".

"Tutto questo avviene nel momento in cui tornano fragilmente a mostrarsi le condizioni per una riforma costituzionale condivisa a larga maggioranza - ha aggiunto -. Potremmo trarne une osservazioni: da una parte dite di essere interessati al processo riformatore, dall'altra mostrate atteggiamenti disarmanti, continuando ad avvelenare i pozzi. Eppure su di voi, Governo e maggioranza, grava la responsabilità del clima politico: da una parte vi mostrate interessati al processo riformatore, dall'altra tentate di spacciare questa come riforma della giustizia".

"Noi siamo orgogliosi di fare questa legge; siete voi gli incoerenti - ha ribattuto il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri -. Le vostre proposte più avanzate le avete messo in un cassetto, ma sono stampate. La vostra ipocrisia è palese, anche nei confronti della Corte costituzionale, svillaneggiata da chi a Milano non ha tenuto conto di una sua sentenza. Quindi, una legge per tutti cittadini. Noi vorremmo arrivare al giorno in cui ogni cittadino, indipendentemente dal suo cognome e dal suo ruolo in queste istituzioni, venga giudicato con imparzialità dalla magistratura italiana. Temiamo che questo oggi ancora non accada. La legge è contro la irragionevole durata dei processi, perché tempi da 10 a 15 anni sfido chiunque a dimostrare che siano brevi. Forse l'Europa ci dirà che è ancora troppo lungo il termine della giustizia che prevede questa legge".(www.aprileonline.info 21 gennaio 2010)

 

Giustizia, Berlusconi continua l'assedio

Red

Dopo gli attacchi di ieri al Quirinale e alla Corte costituzionale - che hanno provocato l'ennesimo conflitto istituzionale tra il Cavaliere e i presidenti della Repubblica e della Camera - in conclusione del Consiglio europeo di oggi a Bruxelles il premier Silvio Berlusconi non fa marcia indietro: le preoccupazioni di Napolitano, dichiara Berlusconi, "in realtà ci dovrebbero essere per l'uso politico della giustizia contrario alla democrazia e alla libertà".

"Tutti - aggiunge - hanno chiarissima questa situazione, c'è una situazione di violenza solo nei miei confronti". Il premier definisce poi la Costituzione una legge "vecchia", da cambiare. "Abbiamo fatto anche una Bicamerale per modificarla ed ora si meraviglia se si pensa di cambiarla" afferma Berlusconi, che ribadisce inoltre di non aver pensato "neanche una volta ad elezioni anticipate. Il Governo - assicura - porterà a termine la legislatura, secondo quanto deciso dagli italiani con il voto". Poi, il premier torna sulle sue dichiarazioni di Bonn: "Io non ho fatto nessuna accusa - spiega -, ho fotografato con serenità la situazione che tutti gli italiani informati, consapevoli e di buon senso, hanno chiarissima. Io non credo che si debba continuare nel festival dell'ipocrisia. So che la violenza viene fatta sempre nei confronti miei da parte delle dichiarazioni di molti, ne ho letta una ora di Antonio Di Pietro. Se c'è qualcuno di non violento, questo è il presidente del Consiglio eletto praticamente direttamente da tutti gli italiani (in realtà, tecnicamente, ha scelto la sua coalizione neanche la metà dei votanti e il suo partito il 37 per cento di questi, ndr): eppure viene attaccato e insultato, di lui si dicono cose assurde, si fanno trasmissioni incredibili, anche sulla tv pubblica. Ma io - conclude - per fortuna, sono sereno, consapevole delle mie responsabilità e mi comporto al meglio possibile". Il capogruppo alla Camera del Popolo della libertà, Fabrizio Cicchitto, fa un paragone ardito per difendere il premier: "Calamandrei durante l'Assemblea Costituente denunciò a chiare lettere il rischio di una Consulta politicizzata, e seppe prevedere che il controllo di legittimità spesso sarebbe stato di tipo politico, non giuridico. Fin da allora propugnava un intervento per smorzare questa eccessiva ingerenza, cito le testuali parole, dei giudici nella politica, e paventava una Repubblica dei giudici".

E, mentre in una intervista al Tempo il ministro degli Esteri Franco Frattini spiega che invierà a breve ai suoi colleghi europei una lettera per spiegare le anomalie della giustizia italiana ("È giusto raccontare questi fatti - afferma Frattini -, senza trarne valutazioni personali, ma semplicemente dando il quadro di quello che accade. Già molti colleghi mi hanno detto che nel loro Paese tutto quello che accade in Italia è inimmaginabile. Credo che l'intervento del presidente Berlusconi a Bonn - aggiunge -, sia la riaffermazione dell'esigenza di un equilibrio tra poteri, quello della magistratura - potere non eletto - e quello della politica - potere eletto") nel nostro Paese non cessano polemiche e discussioni: "Nel discorso di ieri di Berlusconi a Bonn è stato messo in dubbio un criterio fondamentale di una democrazia costituzionale e cioè il fatto che chi ha un consenso non diventa un padrone ma deve confrontarsi con altri poteri che sono istituzionali e costituzionali e deve rispettarli - afferma il segretario del Pd Pierluigi Bersani, intervistato da Skytg24 -. Questo nel discorso di ieri non c'era. Credo - prosegue - che il richiamo forte che ha fatto il presidente della Repubblica debba mettere un interrogativo anche in chi sta sostenendo Berlusconi perché c'è un punto limite oltre il quale non possiamo più andare". Giorgio Napolitano, subito dopo l'intervento - comizio di Berlusconi davanti ai leader del Ppe aveva diffuso una dura nota in cui ha definito "violento" (termine inconsueto nei messaggi quirinalizi) l'attacco del premier alle istituzioni.

"Berlusconi - sottolinea Bersani - non azzardi a definirsi statista perché statista è chi si occupa del suo paese mentre lui si occupa solo dei problemi suoi". "Il paese e il Pd sono pronti a riforme istituzionali vere ma non siamo disposti in nessun modo a rincorrere derive di tipo populista" afferma infine il leader del Pd. I capigruppo dell'opposizione al Senato (Anna Finocchiaro per il Pd, Gianpiero D'Alia per l'Udc e Felice Belisario per l'Italia dei Valori) rivolgono al premier la richiesta di presentarsi in Aula: "Berlusconi taccia sul Presidente della Repubblica, se non è in grado di sostenere decorosamente la responsabilità e gli oneri che gli derivano dal ricoprire la carica istituzionale di Presidente del Consiglio. E non venga meno ai suoi doveri sottraendosi alla richiesta che oggi gli facciamo, ancora una volta, di venire a riferire in Parlamento sulle sue dichiarazioni".

Parlando agli studenti dell'università della Calabria, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha sottolineato, utilizzando una metafora calcistica, come "ci si scontra ma si rispetta l'arbitro e si rispettano le regole del campionato. Nella politica - afferma - servono valori condivisi e la parola avversario tipica del gergo sportivo. Come in Milan - Inter o Roma - Lazio ci si scontra ma si rispettano l'arbitro e le regole del campionato".

"Nel capo dello Stato - spiega poi Fini - si devono riconoscere tutti gli italiani: finita la competizione elettorale, reso merito a chi ha vinto, si ponga fine alla quotidiana propaganda, al clima di derby permanente e si lavori per il bene comune, fermo il ruolo di garanzia che hanno alcune cariche". "Il primo dovere di chi rappresenta le istituzioni - aggiunge - è quello di avere a cuore l'interesse generale. E non lo dico per un malinteso buonismo. Gli avversari sanno che c'è un arbitro che è imparziale anche quando sbaglia".

"Berlusconi è come qualche 'caudillo' sudamericano che pensa che le istituzioni siano sue proprietà" ha affermato invece il presidente dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro, a margine della manifestazione della Cgil su scuola e pubblico impiego. "Sta succedendo qui da noi - prosegue - quello che succede in alcuni paesi del Sud America, dove non c'è rispetto delle istituzioni". Di Pietro, che si dice grato al presidente della Camera Gianfranco Fini perché "fa il suo dovere istituzionale, di regolare i giochi parlamentari in modo imparziale", esprime la preoccupazione che "contro questo governo si arriverà allo scontro di piazza". Dura la reazione del centrodestra alle parole di Di Pietro: "Ed ora tutti quelli che si scandalizzano per le affermazioni del centrodestra, cosa diranno di fronte alle parole criminali e irresponsabili di Di Pietro che evoca azioni violente contro il governo andando in giro nelle piazze?" afferma il presidente di senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. "Ci scapperà l'azione violenta, dice Di Pietro. Lo teme o lo augura? Il suo modo di agire, le manifestazioni che promuove, l'atteggiamento suo e dei suoi sodali è propedeutico alla violenza o la vuole condannare? Di Pietro è un irresponsabile da sempre - spiega Gasparri -. Sarebbe bene che tutte le istituzioni, dico tutte le istituzioni, denunciassero e stroncassero con immediatezza questo linguaggio irresponsabile".(www.aprileonline.info 12 dicembre 2009)

La maggioranza salva Cosentino

 

di Francesco Scommi

     

La maggioranza salva CosentinoNella giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio viene approvata una relazione che respinge la richiesta di arresto per il sottosegretario all'Economia, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Votano compatti Pdl e Lega, il Pd si esprime contro assieme all'Italia dei Valori. Spaccata l'Udc, astenuto l'esponente dei radicali. L'Aula si dovrà pronunciare entro il dieci dicembre. Il Senato respinge le mozioni di democratici e dipietristi che chiedevano le dimissioni dal governo

La Giunta per le autorizzazioni della Camera ha respinto la richiesta di arresto, avanzata dal gip del tribunale penale di Napoli, nei confronti del sottosegretario all'Economia e coordinatore del Pdl, Nicola Cosentino, per concorso esterno in associazione mafiosa. I no all'arresto sono stati 11 (del Pdl e della Lega, più un deputato dell'Udc). I sì all'arresto sono stati 6 (4 dal Pd, uno dall'Idv, uno dall'Udc). Il radicale eletto nel Pd, Maurizio Turco si è astenuto. La delibera della Giunta ora è attesa in aula entro il 10 dicembre: la documentazione del giudice per le indagini preliminari è stata trasmessa il 10 novembre scorso e il limite per la discussione è di un mese a partire da quel momento. L'ultima parola su Cosentino spetta dunque all'assemblea.

Stamattina in Giunta risultavano assenti al momento del voto il deputato ex Pd (passato con il movimento di Francesco Rutelli) Bruno Cesario, il vicepresidente della Camera Antonio Leone (Pdl), che però ha fatto la sua dichiarazione di voto per il no all'arresto e poi ha dovuto presiedere l'aula, e l'esponente del Pdl, Francesco Paolo Sisto. Il Pd era al completo, e ha votato per il no anche il presidente della Giunta, Pier Luigi Castagnetti. Il radicale Maurizio Turco, che nei giorni scorsi aveva espresso la sua contrarietà all'arresto, oggi si è astenuto per "potere presentare - dice - una mia relazione di minoranza in aula, perché le mie motivazioni al no sono diverse da quelle della maggioranza e se avessi votato contro oggi mi sarei dovuto uniformare alle loro senza avere minuti a disposizione in aula per illustrare le mie idee".

Da segnalare la divisione dell'Udc al momento del voto. Il partito di Pier Ferdinando Casini in Giunta ha due deputati: Domenico Zinzi e l'ex Pd Pierluigi Mantini. Il primo ha votato come la maggioranza (cioè no all'arresto). Il secondo ha votato sì all'arresto spiegando che "non c'è una disciplina di gruppo, ma che il partito ha lasciato libertà di coscienza". Mantini aggiunge: "E' possibile che anche in aula si ricreino degli atteggiamenti diversi di voto. Per me - conclude il deputato centrista- non c'è fumus persecutionis, ma questo non vuol dire che il partito e' diviso". In aula, oltre alla relazione di maggioranza di Nino Lo Presti (Pdl), ci saranno quattro relazioni di minoranza: quella di Turco per i radicali, di Marilena Samperi per il Pd, di Federico Palomba per l'Italia dei Valori e la quarta di Mantini.
Il relatore Lo Presti illustra così la sua relazione approvata dalla maggioranza: "C'è un fumus persecutionis oggettivo" e quindi "non va accolta la richiesta di arresto della magistratura napoletana". Lo Presti aggiunge: "Negli atti non si evidenziano elementi sufficienti per sradicare Cosentino dal rapporto con i suoi elettori. Non ci sono riscontri oggettivi per l'arresto".

Opposta l'opinione del Pd, che spiega con il presidente della Giunta Castagnetti: "C'è l'obbligo del provvedimento, siamo in presenza di 416 - bis e la custodia cautelare in carcere è un atto obbligatorio. Durante il dibattito in Giunta sono emersi elementi di solidità e di gravità degli indizi a carico di Cosentino che hanno indotto il gip ad assumere questo tipo di provvedimento". La Samperi, capogruppo dei democratici in Giunta, aggiunge: "Abbiamo letto molto accuratamente l'ordinanza, proprio perché parlare di libertà personale è delicato a maggior ragione in questo caso che va ad intaccare il plenum dell'assemblea".

All'attacco il leader dell'Idv Antonio Di Pietro: "L'assoluzione dell'onorevole Cosentino da parte del Parlamento è una vergogna per tutti i cittadini italiani". L'ex pm aggiunge: "La casta si è nuovamente autoassolta. Ed è la conferma di ciò che l'Italia dei valori ripete da tempo: la maggior parte di questo parlamento ritiene che la giustizia non deve essere uguale per tutti". Per Di Pietro, "il voto di oggi è una beffa nei confronti dei cittadini onesti e un danno per le istituzioni. Un sottosegretario con delega al Cipe, organo economico che gestisce i soldi degli italiani - conclude - non può e non deve rimanere a ricoprire quel ruolo, deve farsi giudicare come viene richiesto a tutti i semplici cittadini. I signori parlamentari che hanno protetto Cosentino si vergognino".

Indignata anche la sinistra "extraparlamentare". Il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero ritiene "vergognosa ed allarmante la negazione dell'autorizzazione a procedere nei confronti dell'onorevole Cosentino, sia perché mi pare sussistessero tutti i motivi perché l'arresto non apparisse persecutorio, sia perché affrontare con uno spirito di vendetta nei confronti della magistratura la discussione sulla riforma della giustizia significa andare verso uno scontro istituzionale grave". Sarcastico Claudio Fava di Sinistra e libertà: "La camorra ringrazia. E ringrazia anche Berlusconi. E' questo è il Parlamento che gli si addice, con una maggioranza obbediente, senza inutili scatti di dignità".

Se Cosentino sembra essere scampato all'arresto, più a rischio è la sua candidatura alla presidenza della Regione Campania per il centrodestra. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha espresso nei giorni scorso più volte la propria contrarietà. Oggi a ribadire la posizione della componente del Pdl che fa capo a Fini ci pensa la direttrice del "Secolo d'Italia" Flavia Perina: "Cosentino non fa bene a insistere nel candidarsi alla guida della regione Campania. In tutto il centrodestra è opinione diffusa che sarebbe più utile un passo indietro di Nicola Cosentino, che alla fine credo ci sarà". Meno probabili, invece, le dimissioni dalla carica di sottosegretario all'Economia: l'opposizione (compresa l'Udc) lo chiede con una serie di mozioni, presentate alla Camera e al Senato. Palazzo Madama nel pomeriggio ne ha già respinte due, presentate da Pd e Idv. (www.aprileonline.info 25 novembre 2009)


 

Il Pdl in preda alle convulsioni

di Leo Sansone

 

Pdl in preda alle convulsioniMartedì 17 novembre, Santa Elisabetta d'Ungheria, è una giornata da dimenticare per Silvio Berlusconi. Il suo quarto governo sembra appeso ad un filo e ieri il tam-tam delle elezioni politiche anticipate è diventato martellante. "Libero" e "Il Giornale", i due quotidiani molto vicini al presidente del Consiglio, ieri mattina hanno aperto le danze mettendo sul piatto l'ipotesi dell'apertura anticipata delle urne. "Silvio, chiudi il teatrino", ha titolato in prima pagina il giornale diretto da Maurizio Belpietro. "Ecco il doppio gioco di Fini", ha stampato, sempre in prima, il quotidiano guidato da Vittorio Feltri.
Poi è stato un crescendo. Nel pomeriggio il governo ha chiesto alla Camera il voto di fiducia sul decreto legge che prevede la privatizzazione dell'acqua. L'esecutivo non si fida della sua stessa maggioranza, peraltro molto ampia, ed oggi si va al ventottesimo voto di fiducia. E' un record: 28 voti di fiducia in appena 18 mesi di vita del quarto ministero Berlusconi.
Renato Schifani ieri sera ha lasciato partire l'ultimatum. Se la maggioranza non regge, ha sostenuto il presidente del Senato, sono meglio subito "nuove elezioni". E Schifani, è noto, è un fedele interprete delle ansie e delle intenzioni del presidente del Consiglio.

Il conflitto d'interessi di Berlusconi sta esplodendo in tutta la sua forza dirompente. "Superman", come si è autodefinito il leader del centrodestra, è molto preoccupato. Il presidente del Consiglio, presidente del Pdl e proprietario della Fininvest, teme che una condanna proveniente da uno dei vari processi che lo riguardano (è sotto accusa anche per alcune vicende relative al suo gruppo imprenditoriale) possa "azzopparlo" sul piano politico.
Così accarezzerebbe il proposito di giocare d'anticipo: provocherebbe una crisi di governo per andare a votare a marzo, abbinando il voto politico anticipato a quello per le elezioni regionali previste tra quattro mesi. Sarebbe una nuova mossa populista. L'obiettivo sarebbe di ricorrere ad una specie di medioevale "giudizio di Dio", incaricando gli elettori di rilegittimarlo come capo del governo, ponendo la sua figura al di fuori e al di sopra della legge. Un po' come l'antico monarca assoluto sarebbe "legibus solutus", non vincolato dalle leggi.

Il Caimano ce l'ha soprattutto con Gianfranco Fini, cofondatore del Pdl, il partito nato lo scorso marzo dalla fusione tra Forza Italia ed An. Il presidente della Camera sta frenando sull'approvazione a tamburo battente del disegno di legge sul processo breve, l'ennesima legge ‘ad personam' in favore di Berlusconi (salverebbe da una condanna il presidente del Consiglio perché stabilisce in 6 anni la durata massima dei tre gradi di giudizio, pena la decadenza). E sono guai per il Cavaliere. La votazione di un Lodo Alfano bis con una legge costituzionale o la reintroduzione dell'immunità parlamentare, da sole, non basterebbero ad assicurare "uno scudo" a Berlusconi perché i tempi di approvazione sarebbero troppo lunghi.

Si stanno logorando anche i rapporti umani. Berlusconi non ha per niente gradito le accuse di "monarchia", "cesarismo" e di "bipolarismo al Viagra" lanciate dal presidente della Camera. E' deluso perché non sta avendo dall'ex segretario del Msi e di An, da lui "sdoganato" nel 1993, un sostegno pieno sul piano politico-giudiziario. I finiani replicano: "Vogliamo evitare che anche il processo breve, dopo il Lodo Alfano, venga dichiarato incostituzionale".
Così la tensione cresce nel centrodestra. Se prima i contrasti Berlusconi-Fini rimanevano sullo sfondo, ora stanno esplodendo. La maggioranza è entrata in fibrillazione e il Pdl è sconvolto dalle convulsioni.

Gli esiti per il governo sono imprevedibili. Il Transatlantico di Montecitorio ieri, gremito di deputati, si muoveva come un grande cuore che batteva in affanno. "Se Bossi resterà al fianco di Berlusconi, si tornerà a votare", diceva un deputato berlusconiano. "Stanno trattando. Fini vuole contare, ma non vuole rompere con Berlusconi, vuole essere il suo successore", assicurava un parlamentare finiano. "Non credo che si vada a votare, ma la follia è tanta. Tutto è possibile", osservava un deputato del Pd.
Nel frattempo i sondaggi elettorali, per la prima volta dopo molto tempo, danno il Pdl in discesa e il Pd in salita. "Voglio morire con allegria", diceva Mike Bongiorno. Berlusconi e il governo rischiano di morire in un clima plumbeo, non allegro. (www.aprileonline.info  17 novembre 2009)

 

 

"Vogliono far saltare il governo" la sentenza incubo di Silvio

di Francesco Bei e Liliana Mirella

"Vogliono far saltare il governo" la sentenza incubo di SilvioROMA - Il Cavaliere è giudiziariamente nudo e ha paura. Cancellato dalla Consulta il lodo Alfano, nell'impasse i suoi sono alla disperata ricerca di una leggina che lo liberi dai processi Mills e Mediaset. L'ultimo blitz, appena fresco di ore, per infilare la prescrizione breve nel decreto sugli obblighi comunitari (da martedì in aula al Senato) s'è infranto sui "niet" del Quirinale per la "manifesta eterogeneità della materia". Il premier annaspa. Teme una condanna per corruzione che porterebbe con sé, obbligatoriamente, pure l'interdizione dai pubblici uffici.
Una situazione insostenibile che il Colle, per primo, non potrebbe ignorare. Per questo ormai il refrain del Cavaliere è sempre lo stesso: "Non mi faranno fare la fine di Craxi. Una condanna sarebbe un sovvertimento della volontà del popolo". E per questo, giusto negli ultimi giorni, sta di nuovo pensando di esibirsi in uno speech alla Camera in occasione della riforma sulla giustizia. Un discorso "alto", ma in cui troverà posto anche un'apologia contro "i giudici che mi perseguitano dal '94, da quando sono sceso in politica".

Si proclama "innocente", a parole dice di voler "affrontare i suoi giudici", ma ha paura del giudizio, dello stillicidio settimanale delle udienze, dell'impatto mediatico che comunque, con lui o senza di lui in aula, il dibattimento avrà sulla gente. Il caso Dell'Utri insegna. Per questo dà mandato al suo avvocato Ghedini di cercare a ogni costo una soluzione parlamentare che azzeri i processi. Stavolta senza sbagli. Da un lato, ancora in questi giorni, ha ripetuto ai suoi: "Dimostrerò "per tabulas" la mia totale estraneità alle accuse che mi contestano. I miei legali hanno le carte per spiegare al centesimo il passaggio di quei 600mila dollari da Attanasio (l'armatore napoletano che secondo l'avvocato londinese gli avrebbe versato il denaro, ndr.) a Mills". Ma, del pari, la sfiducia verso i giudici di Milano è totale: "Lì ho sempre trovato gente ostile e, anche se non c'è più quella Gandus a presiedere il tribunale, non mi posso di certo fidare".


Ed ecco allora l'affanno per trovare una leggina che cozza contro gli ostacoli frapposti da Fini e dal Quirinale. L'ultima chance è andata in fumo tra mercoledì e venerdì pomeriggio. Sembrava quasi fatta per la prescrizione breve studiata da Ghedini. Col taglio del quarto di pena in più frutto degli "atti interruttivi", il reato di corruzione si cancellerebbe in otto anziché in dieci anni. E dunque il processo Mills salterebbe. Ma serve una legge in tempi brevissimi. Pensano di infilare la norma, che è già pronta, nel decreto sugli obblighi comunitari che da martedì prossimo è in aula al Senato. Berlusconi è talmente convinto che l'operazione riesca che i suoi ministri più fedeli ne parlano in giro come di una cosa fatta. E invece il finiano Andrea Ronchi, il ministro per le Politiche comunitarie cui fa capo il decreto, fa saltare il piano. "Sono stato rigorosissimo. C'è stata una moria di emendamenti. Sono entrati solo quelli che hanno stretta attinenza con la materia comunitaria del decreto. Cosa c'entra la prescrizione lì dentro? Assolutamente nulla. Il capo dello Stato ci avrebbe sicuramente bocciato il decreto".

Berlusconi s'infuria e legge l'ostacolo come l'ennesimo tentativo dei finiani di disarcionarlo dopo gli ostacoli di Giulia Bongiorno sulle intercettazioni e la blocca-processi. Ma stavolta anche da Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, arriva uno stop. Niente da fare, c'è troppa disomogeneità tra il decreto e la prescrizione. I sondaggi di palazzo Chigi con il Colle danno un esito negativo, Napolitano non firma decreti palesemente eterogenei, ha già messo più volte in guardia il governo. Non resterebbe che lo scontro aperto: il presidente non firma il decreto, lo rinvia alle Camere, la maggioranza lo riapprova. Ma le conseguenze di un simile conflitto sono troppo pericolose. Gianni Letta non se la sente e decide di soprassedere. Venerdì pomeriggio, quando la commissione chiude il testo, l'emendamento sulla prescrizione non c'è, né sarà presentato in aula. Sulla prescrizione prevale l'ipotesi di un disegno di legge autonomo che di necessità non potrà correre veloce come il decreto.

A questo punto per Berlusconi non resta che la strategia mediatica: sminare l'effetto di una condanna bollandola in anticipo come una persecuzione delle toghe. "Gli italiani comprenderanno che è solo una montatura politica per far saltare un governo che gode della fiducia della stragrande maggioranza degli elettori". Un copione che il Cavaliere conosce a memoria e che ha iniziato a recitare martedì scorso nella telefonata a Ballarò. (www.repubblica.it 1 novembre 2009)

 

 

Appello conferma condanna: Mills corrotto da Berlusconi

 

di Frida Roy

     L'impianto accusatorio, Mills corrotto da Silvio Berlusconi con almeno 600 mila dollari affinché dicesse il falso o fosse reticente in due processi a carico del fondatore della Fininvest, regge anche in Appello. In 15 giorni le motivazioni, inizia la corsa contro la prescrizione. Con Mills era accusato Silvio Berlusconi, ma la posizione del premier era stata stralciata in virtu' del lodo Alfano, poi bocciato dalla Corte costituzionale

 

Dopo 4 ore di riunione in camera di consiglio i giudici della seconda sezione della corte d'Appello di Milano, presidente Flavio La Pertosa, a latere Rosario Spina (relatore) e Marco Maiga, confermano la condanna decisa il 17 febbraio scorso dal Tribunale a carico di David Mills: 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari e 250 mila euro da risarcire alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, parte civile, rappresentata in aula dall'Avvocatura dello Stato.Appello conferma condanna,  Mills

Dunque l'impianto accusatorio, Mills corrotto da Silvio Berlusconi con almeno 600 mila dollari affinché dicesse il falso o fosse reticente in due processi a carico del fondatore della Fininvest, regge anche in Appello. Il collegio non indica termini per il deposito delle motivazioni e questo significa che lo farà entro 15 giorni e che in sostanza è cominciata la corsa contro la prescrizione. I fatti al centro del processo per Mills scadranno nei primi giorni di aprile del prossimo anno, mentre la data che interessa Berlusconi, il cui processo dopo l'annullamento del Lodo Alfano, riprenderà con ogni probabilità tra la fine di novembre e gli inizi di dicembre, è fissata al 2011, a meno di modifiche legislative di cui si parla sui mezzi di informazione da qualche settimana.

I difensori di Mills avranno 30 giorni di tempo per ricorrere in Cassazione e hanno già detto che lo faranno. Spiega Federico Cecconi: "Non è finita qui, abbiamo elementi forti per ribaltare la sentenza". Il collega Alessio Lanzi si dice "profondamente amareggiato e a disagio", e precisa: "la sentenza mette a dura prova la buona fede nello Stato di diritto".
Più duro ancora è Nicolò Ghedini, legale di Silvio Berlusconi, "l'imputato di pietra" nel processo, com'è stato definito in aula a Milano. "La decisione della Corte d'Appello di Milano nel processo Mills -dice- è del tutto illogica e nega in radice ogni risultanza in fatto e in diritto. Un processo svolto in tempi record negando qualsiasi prova e rifiutando qualsiasi possibilità di difesa.
Tale decisione non potrà che essere annullata dalla Corte di Cassazione. Comunque, ancora una volta, si conferma che a Milano non si possono celebrare processi quando, ancorché indirettamente, vi sia un collegamento con il Presidente Berlusconi". Nei motivi d'appello, così come in discussione, i difensori di Mills avevano chiesto più volte di riaprire parzialmente il dibattimento per ascoltare alcuni testi, primo tra tutti Silvio Berlusconi, il coimputato, per il quale però il processo di primo grado era stato 'congelato' nell'ottobre dello scorso anno in attesa che la Consulta si esprimesse sulla legittimità del Lodo Alfano. A giudizio, da allora, in una condizione processuale quantomeno 'anomala' nel caso di un reato (la corruzione in atti giudiziari, ndr) a concorso necessario, è rimasto il solo Mills. Ma la Corte presieduta da Flavio La Pertosa, evidentemente, ha deciso diversamente, chiudendo il giudizio in quattro udienze e rinviando una spiegazione sul punto in sentenza.

La Suprema Corte, com'è ormai prassi da alcuni anni, darà una corsia preferenziale a questo come ad altri processi a rischio di prescrizione. E la Cassazione dirà l'ultima parola nel merito della vicenda anche sulla stessa prescrizione, sulla quale ci sono come spesso accade interpretazioni diverse e che è stato oggi il terreno di scontro tra le parti prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio per la sentenza.
In sede di replica, infatti, ha preso la parola il sostituto procuratore Laura Bertolè Viale per ribadire la sua versione: il momento consumativo del reato c'è nel 2000 e non nel 1998, ci sono tre lettere sui flussi di denaro che inchiodano Mills alle sue responsabilità. Situazione opposta per la difesa Mills: quei flussi di denaro indicati nelle lettere citate dal pg nulla hanno a che vedere con l'oggetto del processo.

L'ultima battaglia legale ha riguardato anche una polemica che dura da 13 anni, da quando i legali di Berlusconi lamentarono che Mills non fosse stato iscritto al registro degli indagati già nel 1996 come "creatore gestore di società off-shore".
"Anche se fosse stato sentito come testimone imputato di reato connesso avrebbe avuto l'obbligo di dire la verità" afferma il pg, introducendo una novità rispetto ala sua requisitoria. E Lanzi controreplica seccamente: "Sì, ma mai sarebbe stato pubblico ufficiale e quindi accusabile di corruzione".
Se ne riparlerà in Cassazione. Piero Longo, uno dei legali del premier rifiuta di commentare in attesa del deposito delle motivazioni: "Non era il processo a Berlusconi ma a Mills".

Ora, se per il premier ancora non si conosce la data nella quale il collegio presieduto da Nicoletta Gandus fisserà un'udienza per smistare il caso ad un altro collegio (il suo è ormai incompatibile, ndr) e far ripartire così la causa di primo grado, per Mills si tratta di attendere un paio di settimane per leggere i motivi per i quali la Corte ha accolto la tesi dell'accusa e ha confermato la condanna all'imputato.
"Corrotto per garantire, mentendo, l'impunità a Silvio Berlusconi. Non con una "banale" bustarella ma attraverso una "artificiosa, tanto opaca quanto raffinata, modalità di trasferimento di 600.000 dollari". Somma che comprendeva anche il ‘disturbo' per ‘tutte le operazioni di riciclaggio' messe in atto per ‘nascondere, mascherare, trasformare, schermare' la mazzetta". Questo affermavano, a maggio, i giudici di primo grado nelle motivazioni della sentenza di condanna di David Mills, potente e famoso legale inglese, marito del ministro inglese Tessa Jowell, colpevole del reato di corruzione giudiziaria.(www.aprileonline.info 28 ottobre 2009)

Ma  si vede... si vede... dalla vostra espressione intelligente.....

 

Ombre su Tremonti

 

di Red.

Ombre su TremontiAcque sempre agitate nel Pdl sulla politica economica. Anche oggi è il caso Tremonti a tenere banco all'interno della maggioranza. In attesa del rientro di Silvio Berlusconi dalla Russia, ci pensa, ancora una volta, Umberto Bossi a difendere il ministro dell'Economia. Il leader della Lega assicura: "C'è un tentativo di fare fuori Tremonti, ma io lo proteggo". Nelle ultime ore sono circolate anche voci di dimissioni del titolare di via XX settembre, che sono state categoricamente smentite prima da fonti vicine al ministro e poi dal diretto interessato con una dichiarazione ufficiale di poche righe: "Produzione di note di agenzie a mezzo note di agenzie: ho difficoltà a riconoscermi in questo tipo di catena produttiva. Per quanto mi riguarda nessuna delle note in circolazione corrisponde a verità", precisa, mettendo a tacere le indiscrezioni sempre più insistenti su suoi contrasti con il premier.

Le polemiche su una fronda - anti Tremonti nel Pdl sono iniziate quando è spuntato un documento con proposte in contrasto con la linea del Professore di Sondrio sul contenimento dei conti pubblici, in cui si chiede più movimento in funzione anti - crisi, con l'abbassamento delle imposte. Le fibrillazioni sono riesplose ieri, quando il Cavaliere ha annunciato attraverso un messaggio di saluto all'Assemblea della Cna di voler tagliare l'Irap, l'imposta sulle attività produttive che garantisce all'erario regionale un gettito annuo di quasi 40 miliardi di euro. Critiche a Tremonti sono arrivate anche da alcuni ministri che chiedono più risorse.

La battaglia è deflagrata sulla questione del posto fisso. I nodi economici del governo sarebbero approdati al tavolo del Cdm convocato per mezzogiorno a Palazzo Chigi ma poi rinviato alla prossima settimana per l'assenza del premier bloccato - è la versione ufficiale - a San Pietroburgo dal maltempo. Per tutta la mattinata, i rumors hanno parlato di un imminente incontro chiarificatore tra Berlusconi e Tremonti prima della seduta del Consiglio dei ministri: il faccia a faccia resta ancora in agenda e ci sarà appena Berlusconi rientrerà a Roma.

Dalle parti del centrosinistra (Pd e Idv) si esprime preoccupazione: "La guerra interna al Pdl aggrava la paralisi". Restano, dunque, i mugugni nel Popolo della libertà. In una intervista al 'Giornale', Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato del partito, sottolinea: "Nessuna trama contro Giulio. Ma ora non potrà fare tutto da solo, dovrà sedersi attorno a un tavolo e discutere".

Mentre Claudio Scajola, responsabile del dicastero dello Sviluppo economico, a "Libero" spiega che 'il documento anti - Tremonti sembra un collage di idee e proposte che circolano nel Pdl e nei gruppi parlamentari. Idee spesso condivisibili, di cui si discute anche con Tremonti alla luce del sole". Proprio il "Giornale" e "Libero" si sono fatti portavoce, ieri, del malcontento che serpeggia all'interno delle maggioranza pubblicando due editoriali che chiedono al ministro dell'Economia uno sforzo maggiore per rilanciare la "mission" originaria di Forza Italia: la riduzione della pressione fiscale.

Sempre al "Giornale" il presidente della commissione Finanze al Senato ed ex viceministro dell'Economia, Mario Baldassarri, assicura: "Il documento, finito sulla scrivania di Fini, è stato fatto alla luce del sole, io non scrivo documenti in ombra. Ho sempre sostenuto Tremonti nella blindatura delle manovre, in un quadro statico di spese e tasse. Ora che incomincia la ripresa, abbiamo la responsabilità di fare di più". La sostanza della proposta, spiega Baldassarri, "è contenuta in un emendamento alla Finanziaria, firmato da me e altri 15 senatori del Pdl".

Secondo Baldassarri "se non si tocca la spesa pubblica, quello che ha fatto Tremonti con la legge finanziaria e' il massimo sforzo possibile". Secondo il presidente della Commissione Finanze è necessario "incidere sugli 830 miliardi di spesa pubblica annuale". Si schiera con Tremonti Giorgio La Malfa, presidente del Partito Repubblicano che da poco ha annunciato la sua uscita dal centrodestra: "Sto con Tremonti, perché non può far altro che dire 'no'. Ma il problema e' a monte, è Berlusconi che deve cambiare strada".

La Malfa si chiede: "Cosa può fare un ministro con un debito pubblico sopra il 100% del pil se non dire no a tutto, sia alla spesa utile che a quella inutile? Qualunque persona seria si trovasse oggi al posto di Tremonti direbbe quello che dice il ministro". Dalle parti del Pd, si alza la voce di Massimo D'Alema, che non ha dubbi:'Mi pare che ci sia una certa tensione tra il ministro dell'Economia, altri ministri, il presidente del Consiglio. Non entro in queste tensioni perché non mi riguardano e non mi interessano se non per un aspetto e cioè queste differenze e queste tensioni mettono in evidenza un'incertezza sulle grandi scelte di governo del Paese".

"Questo mi preoccupa -aggiunge l'ex ministro degli Esteri- in un momento di difficoltà e crisi in cui ci vorrebbe un'azione coerente a sostenere il rilancio dell'economia e dell'occupazione". Anche l'Italia dei valori, per bocca del capogruppo al Senato, Felice Belisario, interviene nel dibattito: 'La guerra tutta interna al Pdl sta sfiancando la politica e l'economia italiana e aggravando la paralisi del Paese. Tremonti propone il posto fisso, Berlusconi rilancia con l'abolizione dell'Irap. Tante chiacchiere ma nessun fatto. I proclami li porta via il vento".(www.aprileonline 26 ottobre 2009)


 

Berlusconi "corresponsabile di corruzione"

 

di Monica Maro
 

Berlusconi Sentenza Mondadori. Alla posizione di Silvio Berlusconi il giudice monocratico del Tribunale civile di Milano dedica tre pagine in cui riassume le vicende processuali penali del premier esclusivamente per quanto riguarda il Lodo Mondadori. Prima di tutto il giudice ricorda come Silvio Berlusconi, in seguito alla decisione della Corte d'Appello di Milano nel 2001 non fu rinviato a giudizio per corruzione in atti giudiziari insieme a Cesare Previti, Vittorio Metta e agli avvocati Attilio Pacifico e Giovanni Acanpora perché per lui fu pronunciata una sentenza "di non doversi procedere per il reato di corruzione ordinaria, concesse le attenuanti generiche, per essere lo stesso reato estinto per intervenuta prescrizione".

La difesa di Berlusconi cercò poi di avere in Cassazione uno scioglimento con formula piena con un ricorso che la Suprema Corte però respinse. Tanto basta per far dire al giudice Mesiano che "se Berlusconi non è stato prosciolto nel merito dalla Corte è perché, ad avviso della medesima, non vi era l'evidenza, alla stregua del materiale probatorio allora disponibile, dell'innocenza dell'imputato".
Quella sentenza, essendo stata emessa a seguito non di un giudizio di merito, ma solo, motiva ancora il giudice "a seguito di applicazione di causa estintiva del reato, non preclude in alcun modo che, nella presente sede, venga ritenuto 'incidenter tantum' che il Berlusconi ha commesso il fatto de quo, ai soli fini civilistici e risarcitori di cui si discute".

Per il giudice, inoltre, "sarebbe assolutamente fuori dall'ordine naturale degli accadimenti umani che un bonifico di circa 3 mld di lire (la somma passò dai conti correnti all'Iberian e Ferrido di Fininvest nella disponibilità di Previti 'per finalità corruttive', ndr) sia disposto ed eseguito, per le dimostrate finalità corruttive, senza che i dominus della società, da cui conti il bonifico proviene, ne sia a conoscenza e lo accetti. Pertanto è da ritenere 'incidenter tantum' -prosegue il giudice- e ai soli fini civilistici del presente giudizio che Silvio Berlusconi sia corresponsabile della vicenda corruttiva per cui si procede, corresponsabilità che, come logica conseguenza, comporta per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministrativo commesso nell'attività gestoria della società medesima, la responsabilità della stessa Fininvest".

Pdl in fibrillazione. La sentenza sul lodo Mondatori e la decisione della Consulta sul "Lodo Alfano", attesa già per domani, agitano le acque della politica. I vertici del Pdl parlano di "manovra concentrica per ribaltare la vittoria elettorale del 2008", minacciano l'eventualità di elezioni anticipate e lanciano l'ipotesi di una "grande manifestazione popolare".

Il leader della Lega, Umberto Bossi, prende tempo e, pur chiarendo che il Carroccio è pronto all'eventualità di un ritorno anticipato alle urne, spiega che la priorità restano le riforme e di non ritenere probabile il ricorso alle urne anticipate. Riguardo agli "attacchi" al premier "è un problema di mafia - ribadisce Bossi - abbiamo fatto leggi pesantissime contro la mafia, il rischio era che se la pigliassero con Berlusconi. Non penso che c'entri la magistratura, le prostitute le manovra la mafia". Sulla eventuale partecipazione alla manifestazione annunciata dal PdL per Berlusconi dopo la sentenza sul lodo Mondadori Bossi però sottolinea di non aver preso nessuna decisione: "non so - spiega - non ho ancora parlato con Berlusconi".
"Se qualcuno vuole cambiare le carte in tavola, e vedremo cosa succederà sul lodo Alfano, sul lodo Mondadori, su altre strane cose di cui si parla, sugli attacchi anche contro la Lega - incalza in una intervista al 'Corriere' il ministro leghista, Roberto Calderoli - altro che piazza. Dobbiamo portare i cittadini a votare".

Proprio questa mattina, Vittorio Feltri nel suo editoriale sul Giornale è tornato a puntare l'indice contro il Presidente della Camera accusandolo di puntare a presiedere in questa legislatura un nuovo Governo di carattere istituzionale sostenuto da una maggioranza diversa da quella Pdl-Lega che sostiene l'attuale governo Berlusconi. E la possibilità di un tentativo di "colpo di palazzo" per disarcionare Berlusconi, con l'avallo di Fini, è una delle motivazioni che spingono una parte del Pdl a chiedere di scendere in pizza a difesa di Berlusconi. E una parte della Lega a minacciare il ricorso ad elezioni anticipate quale unica alternativa al governo in carica.
E se Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, ribadisce anche oggi la proposta di "una manifestazione politica che mira a dar voce alla maggioranza del popolo italiano che conferma il suo sostegno a questo governo e al presidente Berlusconi", l'ipotesi di un eventuale "governo del presidente" nel caso in cui Berlusconi dovesse cadere, viene bocciata dallo stesso presidente della Camera: "La maggioranza è solo quella che esce dalle urne", ha ribadito oggi Gianfranco Fini rispondendo a uno studente dell'Università di Napoli dove è intervenuto questa mattina.

Poi, in serata, è lo stesso Berlusconi a chiarire: "Vado avanti per tutta la legislatura", la "sentenza sul Lodo Mondadori è un'enormità giuridica", una decisione che va "al di là del bene e del male". Il presidente del Consiglio dice di essere "allibito", nega qualsiasi ipotesi di elezioni anticipate e avverte: "Sappiano tutti gli oppositori che il governo porterà a termine la sua missione quinquennale e non c'è nulla che potrà farci tradire il mandato che gli italiani ci hanno conferito".

Sul fronte opposto, in mattinata, riferendosi alla possibilità di elezioni anticipate,  Bersani (PD) aveva sottolineato di non credere a ipotesi di larghe intese piuttosto che di "governi del presidente". "Mi pare che si tratti di un'ipotesi che nasce in seno al centrodestra". "Va rispettata la decisione del magistrato - aggiunge - presa secondo i tempi della giustizia e non secondo quelli della politica".
Se Francesco Rutelli ribadisce che se il governo Berlusconi dovesse cadere, la soluzione sarebbe un "governo per il bene del Paese". Per il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro , "quando una maggioranza si sfracella da sola bisogna tornare alle urne. Non esistono - ribadisce - maggioranze diverse".
Pier Ferdinando Casini parla di 'inesistenti complotti' ma aggiunge: "se si va al voto l'Udc e pronta. Anzi, questo è un auspicio."(www.aprileonline.info 6 ottobre 2009)

 

 

 

Brunetta perde il pelo ma non il vizio

 

Mo. Ma
IBrunetta perde il pelo ma non il viziol lupo perde il pelo ma non il vizio. Così, dopo una primavera passata all'insegna della lotta ai fannulloni della pubblica amministrazione, lotta a suon di tornelli, finita con un dietrofront in sordina sotto gli ombrelloni di luglio, il ministro Renato Brunetta ci riprova: stesso copione, nuove vittime: ad essere attaccata è l'Associazione Nazionale Magistrati, definita "un mostro", le cui correnti si riproducono in seno al consiglio superiore della magistratura. La bufera si scatena lunedì sera, nel confronto pubblico tra il ministro e il vicepresidente dell'Anm, Gioacchino Natoli, alla presentazione milanese del libro di Stefano Liviadotti: "Magistrati Ultracasta".
Brunetta si scalda: i magistrati "sono servitori dello Stato come tutti gli altri, forse si sono montati un po' la testa". E attacca: "Le correnti dell'Anm di fatto decidono gli equilibri all'interno del Csm e qui si produce il mostro, con effetti sulle questioni economiche, disciplinari e di carriera della categoria, che sono determinate per via sindacale". "Bisogna tagliare questa cinghia di trasmissione", dice. E assicura che "il 90 per cento dei problemi della giustizia in Italia sono organizzativi e sono risolvibili con l'information and communication technology: anche per i magistrati si può pensare a badge, controllo delle presenze, controlli di produttività e controlli dei ritardi". Infine l'affondo: "Se si va in qualsiasi tribunale italiano si trova il caos e dalle 14 non c'è più nessuno".

Natoli non se le manda a dire: "Lei dice cose non vere", replica secco al ministro e gli lancia la sfida: "Più volte come Anm abbiamo invitato il ministro della Giustizia a venire a vedere cosa succede in un tribunale. Ma è un invito che non è mai stato raccolto". Il segretario dell'Anm Cascini difende con durezza le toghe: "Sono luoghi comuni tanto diffusi quanto infondati. Probabilmente questo fumo serve a nascondere le gravi inadempienze del ministro Brunetta e del governo. Il ministro non riesce a garantire un minimo di supporto a un sistema giudiziario quasi al collasso. Non stanzia fondi per ripianare gli organici, né per pagare gli straordinari, né per assumere personale informatico. Le uniche riforme che il governo fa sono sabbia negli ingranaggi. E per coprire queste clamorose inadempienze il ministro non trova di meglio che prendere in giro i cittadini continuando a raccontare che la colpa è dei magistrati e del Csm". Dura la replica anche dal Csm. Per Giuseppe Maria Berruti (Unicost) "è strabiliante che stereotipi consunti prendano il posto degli argomenti".
"Stupisce - aggiunge Berruti - l'assoluta ignoranza dello straordinario lavoro fatto da questo Csm che ha applicato tutta la riforma dell'ordinamento giudiziario, grandemente ispirata dall'ex ministro Castelli. E continua, purtroppo, uno stillicidio di luoghi comuni assolutamente insultante da parte di istituzioni contro altre istituzioni. È evidente che questa è una brutta fase della politica e occorre pazienza e pacatezza".

Sarebbe da ricordare al ministro come gi organici e la presenza del personale amministrativo sono decisi dal governo. Lo stesso governo che l'anno scorso, su proposta dello stesso ministro della Pubblica amministrazione, ha tagliato drasticamente gli organici del personale degli uffici giudiziari. Lo stesso govenro che recentemente, attraverso alcune circolari interne, ha "invitato" i  magistrati di non fissare udienze pomeridiane, per l'impossibilità di assicurare la presenza e la retribuzione del personale di cancelleria in orario straordinario. E il ministro brunetta non può certo ignorare che questa situazione, assieme alle leggi che sembrano fatte al solo scopo di impedire la celebrazione dei processi, è la causa di una crisi gravissima del sistema giudiziario: crisi di cui sono vittime in primo luogo i cittadini, ma anche i magistrati e il personale amministrativo. Ma evidentemente è più facile insultare e fare propaganda, che assumersi la responsabilità del proprio operato.

Per Antonio Crispi, segretario nazionale della FPCGIL "è un peccato che, nel blaterale di soluzioni organizzative, controllo della produttività e organizzazione del lavoro, il ministro ometta che negli uffici giudiziari manca il personale e che la carenza di organico è così grave che in alcuni uffici del nord si è arrivati a mandare in udienza i carabinieri in pensione"."Peccato che Brunetta, - continua Crispi - nei suoi show con il Ministro Alfano in giro per l'Italia, abbia millantato inesistenti rivoluzioni informatiche, omettendo che i fondi necessari all'informatizzazione sono stati ridotti drasticamente dalle leggi del suo Governo e che non ci sono soldi per portare avanti i progetti già avviati; peccato che il Ministro Brunetta parli a vanvera delle presenze del personale al Tribunale di Roma nelle ore pomeridiane quando non ci sono fondi sufficienti per lo straordinario e mancano fisicamente le persone per farlo".

La polemica si sposta anche in parlamento. Donatella Ferrante, del Pd, invita il ministro a prendersela con "se stesso o la sua maggioranza" per eventuali "storture", perché "dovrebbe sapere che la legge in base alla quale sono eletti i componenti togati del Csm è voluta dall'ultimo governo di centrodestra".

"Siamo di nuovo al brunettismo -osserva Bersani- ossia alla ripetizione dell'idea che si possa dare efficienza ai servizi con sistemi di controllo delle presenze. Per carità, sono cose che si possono anche fare, purché vengano fatte con criterio, quindi non con i sistemi che sta proponendo Brunetta".
"Il tema di fondo - ha aggiunto Bersani - è che la giustizia, come il resto della pubblica amministrazione, va riorganizzata. Il servizio-giustizia non funziona perché non ha un'organizzazione adatta allo scopo. Finché noi speriamo di riformare la P.a. con gli insulti verso chi ci lavora, non verremo mai fuori dal problema. Credo che anche i magistrati siano interessatissimi a migliorare l'efficienza del sistema giustizia, così come i lavoratori del pubblico impiego a far funzionare meglio il meccanismo. Ma con le ricette di Brunetta, come abbiamo visto anche dai dati sulla pubblica amministrazione, di passi in avanti non se ne fanno. Smettiamola con questi diktat - conclude Bersani - con le affermazioni semplificatrici e mettiamo mano alle riforme vere".

Antonio Di Pietro invita il ministro a recarsi negli uffici giudiziari, innanzitutto, "a constatare che la maggior parte magistrati non hanno uffici, né scrivanie, né pc, né carta, né penne". "Poi - prosegue Di Pietro -, se fosse meno fannullone, dovrebbe recarsi anche nelle case dei magistrati per verificare in che condizioni sono ridotte le loro scrivanie, piene di fascicoli e di documenti che devono portarsi a casa per scrivere sentenze ed esaminare i provvedimenti".
"Infine - è l'invito che l'ex pm rivolge al ministro- faccia un giro tra gli assistenti giudiziari, il personale amministrativo e il personale giudiziario, per verificare in che condizioni disumane e di carenza di personale sono costretti a dare il loro contributo per cercare di far funzionare la povera macchina della giustizia. Solo allora potrebbe rendersi conto che invece di sproloquiare a vanvera dovrebbe correre al Consiglio dei Ministri per reclamare più mezzi, più forze e più strutture a favore del comparto giustizia. Ma capisco -conclude Di Pietro- che così facendo dovrebbe rivolgersi ad un altro governo e rinunciare alla propria poltrona dove fannullescamente se ne sta spaparanzato".(www.Aprileonline.info 30 settembre 2009)

L'ammiraglia e le candeline

 

L'ammiraglia e le candelineCompie settantatre anni, Silvio Berlusconi. Per festeggiarli il premier vola in Abruzzo dove è prevista la consegna di alcune case agli sfollati del sisma ma, prima di incontrare le famiglie di Bazzano, interviene telefonicamente durante la trasmissione Unomattina. "Chiamatemi più spesso perché così mi sento meno solo", conclude il suo intervento Berlusconi, rivolgendosi al vicedirettore del Tg1 Susanna Petruni e a Stefano Ziantoni. "Siamo qui ogni mattina - è la replica di quest'ultimo - questa è anche casa sua". "casa sua", il termine ha fatto rabbrividire l'opposizione che parla di ennesimo 'one man show'. Ma Paolo Romani, viceministro alle Comunicazioni, taglia corto: A Unomattina il Presidente del Consiglio celebrava i successi dell'Abruzzo, un fatto "scontato".

Il Pd non gradisce infatti la scelta del contenitore mattutino del primo canale pubblico di ospitare il Presidente del Consiglio. Sostiene il democratico Vinicio Peluffo, membro della commissione di Vigilanza Rai: "Con la puntata odierna di 'Unomattina' è andato in onda l'ennesimo, stucchevole one man show del presidente del Consiglio". Stessa linea del suo collega di partito, Luigi Lusi: "Il buongiorno di Uno Mattina oggi è stato misero e squalificante per l'Abruzzo.
Chi ha guardato il contenitore della mattina di Rai Uno quest'oggi deve essersi chiesto se la Rai fosse per caso inspiegabilmente a corto di immagini sul terremoto in Abruzzo. I vertici Rai acquisiscano la puntata di Uno Mattina per verificare di chi siano le responsabilità di tanta trascuratezza".

La replica di Romani è secca: "Primo, oggi compie gli anni. Secondo, oggi dopo pochi mesi dalla tragedia dell'Abruzzo vengono consegnate 500 abitazioni in Abruzzo. E' un successo clamoroso del Governo, che il presidente del Consiglio lo volesse sottolineare lo davo per scontato".
Ma, interpellato su Berlusconi a Unomattina, il Presidente della Rai Paolo Garimberti taglia corto: "Non l'ho visto". Poi aggiunge con una battuta: "Non guardo la tv, ho da lavorare".

Vincenzo Vita, membro democratico in Vigilanza, usa parole di fuoco: "Siamo all`ennesima e incredibile performance del Tg 1 nei confronti del presidente del Consiglio. Oggi, ancora una volta, i giornalisti del Tg 1 si sono caratterizzati per una serie di servili convenevoli". E anche la Velina Rossa di Pasquale Laurito non va per il sottile: "Susanna Petruni, promossa sul campo vicedirettore del Tg1 per il suo sfegatato tifo pro Cavaliere, si sprofonda in auguri per il genetliaco" di Berlusconi.(ww.AprileOnline.info 29 settembre 2009)

 

De Magistris: "Si prepara il colpo di Stato d'autunno"

di Luigi De Magistris

Credo che il popolo italiano debba essere consapevole che la maggioranza politica - di ispirazione piduista - tenterà di utilizzare le Istituzioni per portare a compimento - nei prossimi mesi- il più devastante disegno autoritario mai concepito dal dopoguerra in poi. Un vero golpe d’autunno. Da un punto di vista istituzionale si cercherà di rafforzare il progetto presidenzialista - di tipo peronista - disegnato su misura dell’attuale Premier. Poteri assoluti al Capo dello Stato eletto dal popolo. Elezioni supportate dalla propaganda di regime costruita attraverso il controllo quasi totale dei mezzi di comunicazione. Il Parlamento - coerentemente ad un assetto autoritario e verticistico del potere - ridotto ad organo di ratifica dei desiderata dell’esecutivo con le opposizioni democratiche messe in condizione di esercitare mera testimonianza. La distruzione dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura attraverso la sottoposizione del pubblico ministero al potere esecutivo con modifiche costituzionali realizzate illegittimamente con legge ordinaria (quale quella che subordina il Pm all’iniziativa della polizia giudiziaria e, quindi, del governo), nonché attraverso la mortificazione del suo ruolo attraverso leggi quale quella che elimina di fatto le intercettazioni (rafforzando quindi la cd. microcriminalità in modo, poi, da invocare poteri straordinari per combatterla).

La revisione della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura – non però nella direzione di liberare tali fondamentali organi dalle influenze partitiche e di poteri che pure sono presenti – ma attraverso il rafforzamento della componente politica e partitocratica. La soppressione della libertà di stampa e del pluralismo dell’informazione formalizzando normativamente la scomparsa dei fatti. La disintegrazione della scuola pubblica, dell’università e della ricerca, in modo da favorire il consolidamento della sub-cultura di regime, quella per intenderci che ha realizzato il mito del «papi», ossia del padrone che dispensa posti e prebende. Il prossimo Presidente della Repubblica – il desiderio dei nuovi peronisti è ovviamente quello che Berlusconi diventi il Capo, il Capo di tutto e di tutti - dovrà avere ampi poteri e con questi anche il comando delle forze armate (dopo aver già ottenuto la gestione della sicurezza attraverso la sua privatizzazione con l’utilizzo delle ronde da lanciare magari a caccia di immigrati e omosessuali) in modo da poter governare anche eventuali conflitti sociali con la forza.

Sul piano economico e del lavoro la maggioranza prepara la repressione al dissenso ed al conflitto sociale causato da un disegno che punta a rafforzare le disuguaglianze attraverso una politica economica che consolida sempre più i poteri forti e squilibra fortemente il Paese come nei regimi (chi ha già tanto deve avere di più, mentre sempre di più saranno quelli che non riescono ad arrivare alla fine del mese), con l’assenza del contrasto all’evasione fiscale e l’approvazione di norme che rafforzano il riciclaggio del denaro sporco. Il furto delle risorse pubbliche che vanno a finire nelle tasche dei soliti comitati d’affari. Il mancato adeguamento dei salari al costo della vita. L’incapacità di favorire l’iniziativa economica privata fondata sulla libera concorrenza supportando, invece, la rapacità dei soliti prenditori. L’assenza di strategia che possa rilanciare il lavoro - pubblico e privato - fondandolo sulla meritocrazia e non sul privilegio e sull’occupazione della cosa pubblica (come, per fare un esempio, nella sanità). Assenza di politiche economiche fondate su sviluppo e lavoro, tutela delle risorse e rispetto della natura e della vita. Il saccheggio, in definitiva, della nostra «Storia».

Un progetto contro il nostro futuro. Il colpo di Stato - apparentemente indolore ed a tratti invisibile - reso possibile dall’istituzionalizzazione delle mafie, dalla loro penetrazione nelle articolazioni economiche e pubbliche del Paese, dal loro controllo del territorio, dalla capacità di neutralizzare la resistenza costituzionale. Un golpe senza armi - ma intriso di violenza morale - con l’utilizzo del diritto illegittimo,della creazione di norme in violazione della Costituzione. L’eversione attraverso l’uso di uno schermo legale. L’uccisione della democrazia dal suo interno. È necessario, quindi, che si realizzino subito le condizioni per una grande mobilitazione civile, sociale e politica che si opponga a questo disegno autoritario che stravolge gli equilibri costituzionali e l’assetto democratico del nostro Paese.(30 agosto 2009)

Le intricate matasse dei fili del potere di una seconda repubblica nata storpia, malata e con poco senno, cercano di assumere una trama sensata ricamandosi su un ordito di tela consunta e lercia.

Solidarietà a Littorio Feltri

 

di Pino De Luca

La confusione totale regna in ogni campo, dall'economia alla “sicurezza”, dalla sanità alla scuola. Il racconto delle situazioni da barzelletta, se non fossero drammatiche perché coinvolgono persone, può diventare infinito ed è noto a tutti. Non certo perché raccontato ma semplicemente per sperimentazione diretta. Il disegno “sfascista” che ha incasellato nella storia l'aborto della prima repubblica italiana è rimasto senza progetto. Ognuno per sé e Dio per tutti è il motto dei patrioti dei cazzi propri, dei partigiani della pagnotta e dei fancazzisti di professione.

Il Sultano, cultore principe dell'arte della distruzione collettiva a vantaggio dell'edificazione personale, è rimasto invischiato in troppi casini, ha promesso troppe prebende a troppi Ras e continua ad aggrovigliarsi vendendo le medesime puttanate a soggetti diversi. Per finire in bellezza il bidone, dovrebbe sparire ma non può farlo e, a breve, la truffa salterà fuori.

Un clima come questo può esser affrontato con i ramoscelli di olivo e le camicie a fiorellini?

Chi lo fa ha due scelte: è un cretino e verrà spazzato via giustamente dalla selezione darwiniana, oppure è un ipocrita in mentite spoglie.

È tempo di durlindane e mazze ferrate, chi le ha e le sa usare le tiri fuori e meni fendenti a destra e a manca che, come in amore, in guerra tutto è permesso.

Littorio Feltri, guerriero di razza, si comporta in modo più che adeguato. Fanno pena coloro che lo hanno vituperato per il suo attacco personale al Direttore dell'Avvenire. Non so quanti altri oltre a me son qui a complimentarsi con il direttore del Giornale di Berlusconi, non tutti possono esser coraggiosi. Ma davvero mi fa specie che il fior fiore della classe dirigente di destra e di sidestra, compreso il Sultano, si siano dissociati dal suo fondo.

Bravo Littorio, faccia il giornalista serio, quando ha una notizia su un avversario politico del suo principale lo massacri, il vero giornalista deve essere spietato e carogna, e lo faccia senza mezzi termini, specialmente quando si tratta di storie di sesso, soldi o sangue, le tre s che fanno gran parte del giornalismo italiano. Entri a gamba tesa sulle caviglie, qui si gioca maschio, altro che le ricchionate di questi pensatori a gettone, tanto delicati quanto ipocriti.

Dia voce a Gentilini, a Borghezio e a Soldini, e magari a “svastichella” che stanno mettendo in croce perché ha menato due froci. La medaglia gli dovrebbero dare non è vero Littorio? Come dice il saggio Gasparri: “gli italiani votano a noi!”, e comprano il Giornale e applaudono Gentilini e lo fanno Sindaco di Treviso e poi Vice-sindaco con un sindaco fantoccio. E allora? La Chiesa cosa vuole? Cosa vogliono i Vescovi che stanno a rompere le scatole sulla vita privata del Padrone e i suoi harem di puttanelle in cerca di denaro e carriera politica? Faccia una bella inchiesta sui preti pedofili e li tenga sotto schiaffo. Lei sa meglio di me che in duemila anni di storia la Chiesa ne deve dare di giustificazioni.....

E magari lo faccia con il suo linguaggio diretto, quello che le ha insegnato Montanelli: diventato il mentore della stampa italiana di qualsivoglia schieramento.

Non si preoccupi delle conseguenze, alla fine il capo chiamerà la Gelmini, ragalerà un po' di soldi alle scuole private, aumenterà le ore di religione, che diventerà obbligatoriamente cattolica, e tutto si sistemerà. Che, come scriveva Totò Riina, “la guerra si fa per poi fare la pace” e dalla parti vostre lo sapete molto bene.

Continui così, troverà sempre qualcuno che le farà dirigere un giornale, di combattenti coraggiosi se ne trovano così pochi di questi tempi ...

Ah, dimenticavo, è assolutamente ovvio che non condivido quasi nessuna delle sue idee, ma con lei litigherei molto volentieri, con molti dei suoi colleghi non ne vale nemmeno la pena.(30 agosto 2009)


 

 

Perchè la Lega sta facendo ammuina

di Eugenio Scalfari

La parola "isteria" e l'aggettivo "isterico" sono stati usati per la prima volta da Ezio Mauro nel suo articolo di ieri a proposito dei recentissimi comportamenti del nostro presidente del Consiglio. Si sente braccato, inventa un suo ruolo maieutico in tutte le trattative internazionali che si rivela però del tutto infondato (a cominciare dal vertice russo-turco sul gasdotto); insulta come delinquenti due giornalisti che fanno domande scomode ma pertinenti nel corso di una conferenza stampa da lui convocata; teme l'arrivo di un settembre difficile per il governo e per lui e lo dice nel corso d'una riunione con i suoi collaboratori mentre contemporaneamente riafferma che il peggio della crisi è passato e che da settembre verrà il bello.
Insomma isteria. Isteria da insicurezza psicologica, economica, politica.
Osservo tuttavia che il presidente del Consiglio non è il solo a soffrire di questo sintomo e a manifestarlo con i suoi comportamenti. Ne sta infatti visibilmente soffrendo il partito a lui più vicino, quello dalla cui tenuta dipende la permanenza in carica del governo e del premier. Parlo della Lega Nord e del terzetto che la guida: Umberto Bossi e i suoi colonnelli Calderoli e Maroni. I loro più recenti comportamenti non consentono dubbi su questa diagnosi: il terzetto di punta della Lega sembra in preda ad un male oscuro al quale cerca di sottrarsi inseguendo alternative che hanno il solo effetto di peggiorare la situazione e di scaricarne gli effetti negativi non tanto sulla Lega quanto sull'intera comunità nazionale.

Le due insicurezze e le isterie che ne derivano - quella del premier e quella della Lega - rischiano di raggiungere la loro massima intensità nei prossimi mesi a partire dalla ripresa di settembre, con conseguenze preoccupanti sulla tenuta democratica. Perciò è urgente e necessario approfondire questa diagnosi e ricercarne le cause.


* * *

Sappiamo da sempre quali siano gli obiettivi politici della Lega: staccare le sorti del lombardo-veneto e possibilmente dell'intera Padania dal resto del Paese. Per un lungo periodo vagheggiarono una vera e propria secessione mantenendo semmai un innocuo legame confederativo con le altre zone del paese. Ma visto che la Padania in quanto tale era malvista come entità politico-territoriale da moltissimi dei suoi abitanti, ripiegarono sul federalismo, fiscale e istituzionale.
L'obiettivo era ed è quello di trattenere il reddito e la ricchezza nei luoghi dove si forma, concedendo blande forme di perequazione alle zone più deboli. E poiché l'alleanza politica con la Lega è sempre stato uno dei punti fermi di Berlusconi a partire dalla sua prima discesa in campo, così il federalismo fiscale e istituzionale diventò anche un obiettivo di Forza Italia ed ora del Partito della libertà, essendosi in buona parte spente le resistenze un tempo opposte da An in nome dell'unità nazionale.

Poiché un obiettivo così complesso come quello di trasformare uno Stato unitario e centralizzato in un'unione di regioni federate aveva bisogno di aggregare ampi e solidi consensi in tutto il Paese e poiché il federalismo in quanto tale quei consensi non era in grado di produrli, gli strumenti per ottenerli furono individuati nei due temi, strettamente connessi tra loro, della sicurezza e della lotta contro l'immigrazione.

Fu messa in campo tutta la potenza mediatica della quale Berlusconi dispone per montare al massimo la "paura percepita" dei reati e il loro collegamento con l'immigrazione. In particolare con quella clandestina, ma anche con quella regolarizzata che ammonta ormai a quasi 5 milioni di persone.
Questa strategia, che aveva già dato i primi risultati nella legislatura 2001-2006, fu ampiamente premiata durante la campagna elettorale del 2007 ed ha raggiunto ora il punto culmine di attuazione. La legge-quadro sul federalismo è stata votata (con l'astensione del centrosinistra) nello scorso maggio. Pochi giorni fa è stata approvata la legge sulla sicurezza. Alla ripresa di settembre verranno sul tavolo i problemi della delega e dei decreti delegati per la graduale attuazione del federalismo fiscale, nonché la riforma costituzionale che trasformerà il Senato in Assemblea delle autonomie con tutto il ricasco che una tale trasformazione avrà sull'organizzazione del governo, delle istituzioni di controllo a cominciare dal Parlamento, dalla Corte costituzionale e dall'Ordine giudiziario. Per finire con inevitabili modifiche sul ruolo del presidente della Repubblica.

Insomma, un sommovimento istituzionale di ampie dimensioni che ha come radice il federalismo fiscale e come obiettivo della Lega quello di "isolare" la parte ricca ed efficiente del paese dal contagio con la parte "povera, brutta e cattiva" che vive "oziosa e parassitaria" nel Centro e nel Sud.

Poiché questa strategia sta andando avanti ed è stata fin qui largamente premiata per l'asse Berlusconi-Bossi, sembrerebbe incongruo parlare di isteria, soprattutto per quanto riguarda la Lega. E invece no. La strategia nordista si trova infatti proprio ora ad una stretta e in uno stallo che forse i suoi fautori non avevano previsto e che rischia di frantumargli in mano il giocattolo che volevano costruire.

* * *

Voglio dire che, passando da una versione generica e ideologica ad una concreta, sono emerse alcune gravi difficoltà ed alcune profonde reazioni che stanno prendendo corpo e suscitando crescente inquietudine. Non si tratta soltanto della rabbiosa rivendicazione dei siciliani di Lombardo e di Micciché, che il premier è ancora in grado di tacitare con regalie personali e spostamento di risorse.
Si tratta dell'incognita del federalismo fiscale che è arrivata ormai al punto di svolta. Dopo la legge-quadro che è stata un puro elenco di intenzioni e di vaghi principi, si profila ora il passaggio dall'ideologia al merito, emergono le contraddizioni, la diversità degli interessi, la complessità dei parametri e soprattutto l'incognita del costo.

Nessuno è in grado di dire quanto costerà il federalismo fiscale, chi ne sopporterà l'onere maggiore, quali ne saranno i vantaggi per la comunità nazionale, per le zone più ricche come per quelle più povere, tenendo presente che ricchezza e povertà non sono divisibili soltanto tra il Nord e il Sud poiché aree ricche esistono anche nel Mezzogiorno (soprattutto quelle che coincidono con le organizzazioni criminali e con le clientele della zona grigia) così come sacche di povertà frastagliano anche il Nord.

Le cifre del federalismo fiscale non le conosce nessuno, neppure il ministro dell'Economia che pure dovrebbe esserne debitamente informato. Quelle cifre danno (a regime) un saldo attivo o un saldo passivo? Quanto tempo dovrà passare perché il sistema funzioni a pieno ritmo? E che cosa accadrà nel frattempo, quali scosse, quali tensioni si verificheranno e quali ceti sociali e quali territori avvertiranno quelle scosse con maggiore intensità?

Questo nodo di domande ha fatto dire a chi spinge avanti il progetto federalista che la qualità del budino si conoscerà dopo averlo mangiato. Lo stesso Tremonti ha usato l'immagine del budino.
Dal canto mio dico, parafrasando, che il federalismo fiscale è come l'araba fenice: che ci sia ciascuno lo dice, come sia nessuno lo sa. Potrà essere un salto di qualità oppure una trappola di sabbie mobili, una più solida democrazia oppure un brulicare di burocrazie, un diretto controllo dei cittadini o una delega in bianco a gruppi di potere locali. Infine un'accresciuta solidarietà oppure una secessione silenziosa e lo sfasciamento del paese.
Tutto si svolge alla cieca. Ecco perché perfino la Lega è impaurita ed ecco perché i tempi di realizzazione concreta del federalismo fiscale saranno inevitabilmente allungati.

Nel frattempo però il consenso popolare rischia di smottare e alcuni segnali già ci sono.
In vista di questo pericolo il terzetto di punta della Lega ha deciso di fare "ammuina": le ronde, le gabbie salariali, il ritiro delle missioni militari all'estero, la guerra delle bandiere regionali contro quella nazionale, sono pura e semplice "ammuina" per nascondere che l'incognita del federalismo fa paura perfino a coloro che lo hanno voluto e portato avanti fino ad un punto di non ritorno.

Domenica scorsa scrissi che questa situazione di disfacimento e di secessione silenziosa richiede il lancio di un allarme rosso che blocchi la deriva e metta in campo tutte le energie positive, latenti ma disperse, e le riporti in campo. Ripeto quel mio invito. E' il momento che queste energie potenziali entrino in scena, si manifestino, usino gli strumenti che ci sono per costruirne altri più appropriati ed efficaci.
Temo che non ci sia tempo da perdere. L'abbiamo detto tante volte in questi quindici anni ed anche prima. Purtroppo era sempre vero ma questa volta è più vero che mai.

* * *

Post Scriptum. Il ministro Brunetta (ma sì, quel simpaticone) ci ha scritto una lettera a proposito dello sfondamento della spesa ordinaria di 35 miliardi tra il 2008 e il 2009. Avevo scritto che uno sfondamento di tali dimensioni in una fase di crisi e dissesto dei nostri conti pubblici (anche se il ministro Tremonti continua pervicacemente a negare quest'evidenza da lui stesso documentata nell'ultimo Dpef) era incomprensibile. Quei miliardi di euro equivalgono ad un aumento del 4,9 per cento della spesa ordinaria. Vogliamo sapere a che cosa sono serviti. E' una curiosità morbosa? Tremonti dovrebbe rispondere ma ecco che in sua vece ha risposto Brunetta nella lettera da noi pubblicata.
So bene che con questo "post scriptum" espongo i lettori di "Repubblica" al rischio di un'altra lettera del Brunetta medesimo, ma le cifre da lui fornite chiedono risposta.

Dunque. Scrive il ministro della Funzione pubblica che tra il 2008 e il 2009 le spese della Pubblica amministrazione destinate al personale sono aumentate di circa quattro miliardi. Il ministro ne spiega la ragione e noi non vogliamo entrare nel merito. Spiega anche che la spesa per "Consumi intermedi" è a sua volta aumentata da un anno all'altro di 3850 milioni. Non dice il perché, debbo dedurne che si tratta di sprechi.
Altro Brunetta non dice. Il totale delle risorse da lui giustificate nel modo suddetto ammonta dunque a poco meno di otto miliardi. Lo sfondamento della spesa ordinaria è stato di 35 miliardi. La differenza per la quale attendiamo ancora notizie dal ministro dell'Economia o dal suo vice alla Funzione pubblica è quindi di 27 miliardi di euro. Volete per favore dire alla pubblica opinione come diavolo li avete spesi?

(9 agosto 2009 www.larepubblica.it)

 

 

La stampa inglese e il paradigma Berlusconi
 

"Modello negativo da non imitare"


 
di Giampaolo Cadalanu

LONDRA - Finalmente c'è un giornale inglese che prende Silvio Berlusconi come esempio da seguire per Gordon Brown: peccato che sia l'ennesima presa in giro del Daily Express. Il quotidiano popolare pubblica due foto di Mara Carfagna - definita "in buona forma" - in bikini su una spiaggia della Sardegna e si lamenta: "Se solo Gordon Brown avesse ministri come questa, forse avrebbe più possibilità di vincere le prossime elezioni". La Carfagna, dice il giornale "è la prima di una lunga lista di donne attraenti che hanno dato fastidio a Veronica, la moglie ormai allontanata di Berlusconi, quando questi nel 2006 ha dichiarato che l'avrebbe sposata volentieri se non fosse già stato impegnato".

Più feroce c'è solo la commentatrice dell'Independent, Christina Patterson, che pubblica una foto del presidente del Consiglio con la figlia Barbara e ricorda che "il denaro, come Berlusconi ha scoperto, può comprare palazzi e belle donne, può comprare capelli e denti, e tanto potere. Ma non può comprare la fedeltà dei vostri figli".

Riprendendo le critiche di Barbara pubblicate da Vanity Fair, l'editorialista conclude: "In un paese che ai ricchi e famosi perdona quasi tutto, dove i legami familiari superano ogni preoccupazione morale e legale, dove principi come le uguali opportunità o la libertà di stampa sono estranei quanto l'uomo americano più abbronzato di Berlusconi, questa è roba forte". Alla "bravissima, Barbara!" (in italiano) il giornale dà un ultimo suggerimento: "Ora tutto ciò che devi dire è che non vuoi i suoi soldi".


Molti giornali restano strettamente sull'attualità: è il caso del Financial Times che pubblica una vasta intervista alla D'Addario, secondo cui "E' così che funziona in Italia". Nelle pagine dei commenti due lettere di replica a quella di Frattini. Una è di Bill Emmott, ex direttore dell'Economist, che contesta al ministro degli Esteri le cifre della ripresa economica italiana: "Frattini dovrebbe tener conto che nel 2008 l'Italia ha registrato un calo dell'1 per cento del PIL mentre le altre economie europee crescevano. Non si puo' rimproverare tutto a Berlusconi: anche con il Viagra non è così potente. Ma forse Frattini dovrebbe farci sapere come si concilia la capacità di governo di Berlusconi non solo con i dati economici più recenti ma anche con i commenti dell'Ocse, che segnalano come l'Italia abbia cominciato a declinare dopo il 2000".

L'altra lettera è di un ricercatore italiano a Oxford, che ricorda ai lettori del quotidiano finanziario come in realtà Berlusconi non sia stato "sempre" assolto nei suoi processi. Il Times, così come lo spagnolo El Mundo e l'argentino Clarín si limitano a riprendere le dichiarazioni di Palo Guzzanti, ex fedelissimo di Berlusconi e oggi critico spietato di quelli che definisce "atteggiamenti da puttaniere".

I segnali più preoccupati però vengono dalla stampa che usa il presidente del Consiglio come paradigma negativo. E' il caso del Guardian: in un commento di Alexander Chancellor il quotidiano discute il piano governativo che prevede test sui "valori britannici" per gli immigrati alla ricerca di un passaporto inglese e cita Berlusconi come termine di confronto in tema di ipocrisia sui valori. La vicenda, scrive l'editorialista, pone un serio problema di credibilità anche per la Chiesa italiana.

Più o meno lo stesso è il punto di vista del madrileno El País, secondo cui è l'Italia il modello delle bugie senza conseguenze che ha ispirato il presidente della Valencia Francisco Camps. In Italia, scrive El País, "Berlusconi cambia le leggi per suo beneficio personale, fa e disfa discreditando l'immagine del suo paese".

Se curiosamente la corrispondente di Newsweek parla di "forti rimproveri dal Vaticano", in realtà sfuggiti a tutti gli altri giornali, lo spagnolo Expansión attacca la "faccia tosta senza limiti" del premier, che ha criticato gli alti ingaggi proposti dal Real Madrid in un momento di crisi. "Avrebbe preferito che questi soldi si fossero usati per contattare prostitute", scrive il giornale.

Il settimanale francese L'Express pubblica una lettera molto severa dell'ambasciata italiana a Parigi come replica a un pezzo intitolato "Inchiesta sul buffone d'Europa": la rappresentanza diplomatica ricorda che satira non vuol dire insulto e discute che "l'Italia non crede più nella politica", come scritto dal giornale transalpino, ricordando che la partecipazione a voto nelle ultime elezioni è stata dell'80 per cento.

E a proposito di stampa estera, da registrare la querela annunciata dall'avvocato del premier, Niccolò Ghedini contro Nouvel Observateur e Repubblica: "Le notizie apparse quest'oggi sul Nouvel Observateur, puntualmente riprese da Repubblica, riguardanti il contenuto di alcune asserite intercettazioni telefoniche, sono totalmente destituite di fondamento e palesemente diffamatorie -afferma in un comunicato. Mai intercettazioni siffatte sono esistite, come a suo tempo fu chiaramente dichiarato dalla competente autorità giudiziaria. Sia per tali infondate notizie, sia per tutte le considerazioni correlate, saranno immediatamente esperite tutte le più opportune azioni giudiziarie nei confronti di tali giornali e anche nei confronti di coloro che le riprenderanno".

Il settimanale francese, ripreso dal nostro giornale, cita brani delle intercettazioni, in cui due componenti dell'attuale governo vengono definite "bimbe". Secondo il Nouvel Obs, le due poi parlano a lungo della vita e dei comportamenti sessuali di Berlusconi.

(6 agosto 2009 La Repubblica)

 

Se ne parla in tutto il mondo, tranne che in Italia

di Marco Lignana

La notizia delle registrazioni della D'Addario e Berlusconi ha fatto il giro dei siti, giornali e televisioni di tutto il  mondo. Ma non da noi

 

Con le parziali eccezioni di Tg3 e Skytg24, i telegiornali italiani hanno ignorato la notizia. O l'hanno nascosta abilmente con un servizio "bulgaro", come ha fatto martedì sera il Tg5

All'estero, invece, le registrazioni realizzate da Patrizia D'Addario e pubblicate dal sito de "L'espresso" sono tra le principali notizie della settimana. Il telegiornale del canale inglese "
Channel4" dedica un lungo servizio alla vicenda, trasmettendo parte delle intercettazioni (in Italia non l'ha fatto nessuno).

Quel che non merita attenzione nell'etere italiano va in onda anche su
Pro-tv, la principale emittente privata della Romania, che parla di un Silvio Berlusconi "al muro".

Si rifersice ampiamente del caso anche in Francia, su
France24.

La vicenda arriva persino sulle
televisioni del Perù, con le interviste raccolte fra gli italiani.

Ma non ci sono soltanto i video. I maggiori network mondiali riportano le cronache italiane anche sui loro siti Internet. Lo fa la
BBC, lo fa la CNN, lo fa la tedesca RTL.

Immensa poi la mole di notizie riportata sui giornali di tutto il mondo. A cominciare dalla Gran Bretagna. Per il
Times di Rupert Murdoch la popolarità del Cavaliere "sta appassendo" mentre "luride registrazioni" parlano di sesso in cambio di favori.
Sarcastico
The Independent che titola: "Il primo ministro, Patrizia la prostituta e il letto di Putin".

Più aggressivo il popolare "Daily Mail", quasi divertito a raccontare come le intercettazioni dimostrino che a Belusconi "piace senza preservativo".

Dalla Gran Bretagna alla Spagna. Per
El Pais, il giornale che in passato ha pubblicato le foto di Villa Certosa, le nuove rivelazioni de "L'Espresso" dimostrano che "Patrizia D'Addario ha detto la verità", mentre "il primo ministro ha mentito all'opinione pubblica".

La trasposizione fedele delle intercettazioni è poi sulle pagine de El Mundo, principale quotidiano conservatore spagnolo.

Anche in Francia la stampa non si risparmia.
Le Figaro racconta la notte di "Berlusconi e una call-girl nel letto di Putin". Sulla stessa linea L'Express, mentre Le Monde ripercorre i burrascosi ultimi mesi del Premier dal "Noemigate allo scandalo delle escort".

La notizia non si ferma al Vecchio Continente. E così l'
Indian Express parla dei "Misteri di Berlusconi, delle audiocassette sessuali e del letto di Putin", mentre secondo il canadese National Post il Cavaliere 'affonda sempre di più nello scandalo delle call-girl'.

Il brasiliano
O Globo racconta ai lettori come Berlusconi si sia messo "in una situazione imbarazzante", e The Australian News parla di intercettazioni che "fanno arrabbiare" l'avvocato del Primo Ministro, alludendo alle dichiarazioni di Niccolò Ghedini sulla falsità delle registrazioni.

La vicenda è ampiamente trattata anche in Russia (Gazeta), Portogallo (Correio de Manha), Irlanda (Irish Times), Olanda (Da Telegraaf), Romania (Cotidianul), e Austria (Keline Zeitung).

Migliaia, infine, i blog stranieri che dedicano spazio alle registrazioni.. Fra i più famosi c'è senza dubbio
The Huffington Post), che racconta l'attacco dell'opposizione in parlamento dopo la pubblicazione delle registrazioni. Lo stesso "Huffington Post" ha appena stilato la classifica dei "dieci peggiori leader del mondo": tra il dittatore nordcoreano Kim Jong Il e il satrapo africano Robert Mugabe, è incluso anche il primo ministro italiano Silvio Berlusconi. Chissà quanti tiggì nostrani riporteranno questa classifica...

(22 luglio 2009 L'Espresso)

 

"Escort, una melma inaccettabile"


La stampa cattolica contro il premier
 di Orazio La Rocca

"Escort, una melma inaccettabile" la stampa cattolica contro il premierROMA - "Degrado morale e libertinaggio: bisogna reagire". "Lettera aperta a Berlusconi: tra confusione e immoralità". "Basta eccessi e derive, gli italiani chiedono coerenza e sobrietà". "Una privacy che non si può nascondere". "Le vicende che coinvolgono il premier gettano molte ombre sulla credibilità del Paese: speriamo di uscire presto da questa melma". "Il re è nudo?".

Sono solo alcuni dei titoli degli editoriali dedicati al caso Berlusconi dai settimanali diocesani dell'ultimo mese sulla scia dei richiami già fatti da Famiglia Cristiana e dal quotidiano dei vescovi Avvenire, che ancora ieri ha pubblicato un altro severo editoriale sul premier, pur senza nominarlo, dal titolo "Reati e peccati: riscoperta l'etica pubblica, adesso un passo avanti".

Lo firma Francesco D'Agostino, ex presidente del Comitato nazionale di Bioetica, che stigmatizza i "disdicevoli comportamenti pubblici", richiamandosi a "quell'etica pubblica" alla quale "i nostri governanti" sembra siano portati a "mancare di rispetto". Dichiarandosi persino "d'accordo con i "laicisti": gli scandali sono intollerabili per una democrazia".
Altri interrogativi, altrettanto severi, uniti a critiche e a richieste di "chiarezza", adesso emergono anche dalla galassia dei periodici diocesani, una rete di informazione cattolica di base che fa capo ai vescovi locali, formata da 168 testate per oltre un milione di copie diffuse ogni settimana. L'ultimo nato è Vola, il quindicinale della diocesi dell'Aquila presentato lunedì scorso.

 


Tra i giudizi più taglienti quello de il Corriere Cesenate che nell'editoriale "Autorevolezza ricercasi" parla di "clima da basso impero in cui" un premier "si trova nella necessità di dover smentire in pubblico le accuse che provengono da signore di dubbia fama", accuse che "lo pongono in una condizione "sotto ricatto" non accettabile per un Paese che si rispetti. Se ancora di rispetto si può parlare. Speriamo di uscire quanto prima di questa melma. Il puzzo è davvero insopportabile".

Il Corriere Cesenate dedica anche una "Lettera aperta a Berlusconi, tra confusione e immoralità", nella quale lo critica perché non fa emergere "la verità", "parla di immondizia, ma non smentisce chiaramente, lascia che le domande fluttuino nella testa dell'opinione pubblica e alla fine, qualsiasi cosa sia successa, tutta questa confusione lascerà negli italiani un'idea di immoralità e di marciume". Al recente richiamo del segretario della Cei, monsignor Mariano Crociata, La Cittadella di Mantova dedica un editoriale indignato fin dal titolo, "Degrado morale e libertinaggio, bisogna reagire", notando che l'intervento di Crociata ha suscitato "una vasta eco" nel paese.

Il Risveglio popolare, del Canavesano, ricorda il "duro attacco di Giuliano Ferrara al premier per le vicende scabrose delle veline e delle escort a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli", lamenta che "l'opinione pubblica è disorientata" e per questo si spinge a chiedere "una parola risolutrice" persino al capo dello Stato. E' di "basso profilo la politica italiana in questo momento" lamenta la Voce del Logudoro di Ozieri che ammonisce: chi assume "ruoli di rappresentanza nazionale e internazionale ha l'obbligo morale di rispondere all'opinione pubblica, con una vita il più possibile integerrima e al di sopra di ogni privato festino o quant'altro". (La Repubblica 15 luglio 2009)
 

 

Il Caimano torna statista


di Leo Sansone

Vacanze nelle Antille? All'isola di Antigua?, alle Bermuda? No. Un felice riposo in Polinesia, a Tahiti? Ancora no. Ferie più casalinghe in Sardegna, nella splendida Villa Certosa? Assolutamente no. Silvio Berlusconi, volta pagina; passerà le vacanze a L'Aquila, tra i terremotati. "Sto cercando una casa per venire qui ad agosto: ci tengo troppo a questo risultato di consegnare le prime case entro settembre e credo sia opportuna una mia presenza", ha annunciato venerdì il presidente del Consiglio nella conferenza stampa con la quale ha chiuso il vertice del G8, un summit organizzato proprio nel capoluogo abruzzese semidistrutto dal terremoto del 6 aprile.

Il Cavaliere vuole chiudere con il passato, con le vacanze in lontane e costose isole esotiche. Ci sono ragioni di opportunità. Molti abruzzesi sono ancora sfollati, vivono nelle tendopoli, in alberghi o sono alloggiati presso parenti e amici, dopo il terremoto che ha distrutto le loro abitazioni. Non solo. La grave recessione economica internazionale ha duramente colpito le tasche degli italiani. Molti hanno perso il lavoro; si sono ritrovati in cassa integrazione o disoccupati. E Berlusconi vuole dare una immagine di leader responsabile.
Ma ci sono anche altre motivazioni della "scelta monacale" di passare le ferie a L'Aquila, controllando personalmente che procedano secondo i programmi i lavori di ricostruzione di case, ospedali, scuole, chiese e strade. Berlusconi vuole cambiare la sua immagine: vuole fare dimenticare le storie della sue feste, a Villa certosa e a Palazzo Grazioli, con veline, minorenni e ragazze escort, quei ricevimenti attaccati dalle opposizioni e dalla stampa. Sono le feste e i costosi regali alle ragazze delle quali hanno parlato per tre mesi i giornali italiani ed esteri, danneggiando fortemente la sua immagine e la stessa credibilità del governo. I colpi sono stati forti, tanto che il presidente del Consiglio aveva denunciato "un piano eversivo" per disarcionarlo e Massimo D'Alema aveva parlato di "scosse" nella maggioranza, provocate dall'azzoppamento del Cavaliere. Le "scosse", spiegava l'esponente del Pd, non erano una previsione ma il frutto di un ragionamento politico. Sui quotidiani si ipotizzava una crisi e la nascita di un esecutivo istituzionale guidato da Draghi, o da Tremonti, o da Fini.

Berlusconi fino a martedì era preoccupatissimo: alla vigilia del G8 temeva il peggio. Gli attacchi del ‘Guardian' e del ‘New York Times', poco prima dell'inizio della riunione, facevano temere brutte sorprese, soprattutto dal fronte Usa. Invece sul G8 non è grandinato, Barack Obama ha apprezzato la leadership politica italiana e l'organizzazione del vertice internazionale a L'Aquila. Nessuno ha staccato la spina al governo. Le lodi del presidente americano hanno ridotto le tensioni ed hanno fatto rientrare molte critiche.
Il primo a restare sorpreso è stato lo stesso Berlusconi. "È' andato tutto benissimo e abbiamo ricevuto complimenti da tutti, alcuni addirittura imbarazzanti", ha commentato soddisfatto e quasi incredulo .
"Ho avuto un rapporto molto cordiale con Obama", ha precisato. "Io -ha osservato- non ho goduto di nessuna tregua. La situazione è rientrata nella normalità, è la stampa che ha attaccato me, qualche volta qualche risposta l'ho data...". Ha citato Erasmo da Rotterdam e "una lungimirante follia" per aver trasferito il G8 a L'Aquila dalla più tranquilla Maddalena.

Ora, dopo la grande paura, cambierà stile di vita? Metterà da parte feste lussuose, regali ad avvenenti ragazze, complimenti a signore di bella presenza, battute scherzose in impegni ufficiali e privati? Lascerà "la politica del cucù"? Quella politica, come l'ha definita lui stesso dal saluto a sorpresa usato verso Angela Merkel in un vertice italo-tedesco del dicembre 2008. Il Caimano ha di nuovo cambiato pelle ed è tornato statista, decidendo le vacanze tra i terremotati dell'Aquila. Con questa scelta sembra lanciare il segnale di voler cambiare vita. Come andrà a finire? Vedremo. "E' facile convertire gli altri. E' difficile convertire se stessi", avvertiva Oscar Wilde.(AprileOnline 15 luglio 2009)


 

  

 

 

Utilizzatore finale

 

"Qualsiasi ricostruzione si possa ipotizzare, ancorche' fossero vere le indicazioni di questa ragazza e vere non sono, il premier - spiega Ghedini - sarebbe, secondo la ricostruzione, l'utilizzatore finale e quindi mai penalmente punibile".

Quando ce ne sarà abbastanza per dire basta a tutto questo? L’ultima novità che riguarda Berlusconi non è tanto l’intervista della ragazza di Bari che dice di essere stata caricata su un aereo, scaricata in un hotel di extralusso, poi trasportata a Palazzo Grazioli dentro una macchina con i vetri oscurati per essere messa a disposizione del premier. La peggiore novità sono le parole del suo fido avvovcato, Nicolò Ghedini: con il suo linguaggio da azzeccagarbugli mette le mani avanti e dice che “ancorché fossero vere le indicazioni di questa ragazza, che vere non sono, il premier sarebbe l’utilizzatore finale e quindi mai penalmente perseguibile”. L’utilizzatore finale.

La prima a indignarsi pubblicamente e a chiedere un minimo di rispetto per le donne, è stata Vittoria Franco, del Pd: “Ormai le donne, negli ambienti che frequenta Berlusconi sono diventate oggetti d’uso. E coloro che ne fanno uso, ovviamente, sono utilizzatori”.

Non c’è niente di nuovo, perché il pensiero di chi è arrivato a dire che Eluana Englaro avrebbe potuto essere un contenitore di figli, era già apparso in tutta la sua bassezza. C’è solo da chiedersi: ma le donne del Pdl, santo cielo, non riescono ad avere un sussulto di dignità?

Così, solo per dare un seguito al post di ieri, consiglio la lettura di un ampio pezzo apparso oggi sulla prima pagina de Il Foglio e siglato con l’elefantino, cioé il simbolo del direttore, Giuliano Ferrara.
Dunque, Ferrara scrive che la tesi “dell’utilizzatore finale” usata come difesa del premier dall’avvocato Ghedini è “una bestialità culturale e civile” e gli suggerisce: “Berlusconi deve liberarsi della molta stupidità e inesperienza politico-istituzionale che lo circonda e deve decidersi: o accetta di naufragare in un lieto fine fatto di feste e belle ragazze oppure si mette in testa di ridare, senza perdere più un solo colpo, il senso e la dignità di una grande avventura politica all’insieme della sua opera e delle sue funzioni”. E ancora: “Tocca a lui tirarsi su da questa incredibile condizione di minorità civile in cui si è ficcato, e reagire con scrupolo, intelligenza e forza d’animo. La situazione si è fatta grave, e perfino seria”.

Sono le parole di un amico fedele, non di un avversario politico; e sono stampate in grande evidenza sul giornale che ha tra i suoi editori Veronica Lario, la non ancora ex moglie di Berlusconi.
Una piccola soddisfazione e, insieme, una ancora più grande preoccupazione. L’utilizzatore finale, con questi rintocchi di campane, sembra un utilizzatore finito.

articolo di Cinzia Sasso
Liberamente tratto da: sasso.blogautore.repubblica.it/

20 giugno 2009

 

Il grande bugiardo

 

Vignetta di theHandda espresso.repubblica.it

Dal ruolo dell'avvocato Mills alla social card. Dai proclami sulla sicurezza a quelli su Malpensa. Dalla crisi economica a Noemi. Così Berlusconi ha fatto della menzogna un metodo politico.
 
Dimenticate Capodichino. Dimenticate la vicinissima Villa Santa Chiara, la sala da ballo sulla circonvallazione di Casoria, dove domenica 26 aprile il presidente del Consiglio ha festeggiato il diciottesimo compleanno di Noemi Letizia. Scordatevi le incongruenze, i silenzi, le domande rimaste senza risposta e le bugie vere e proprie utilizzate dal Cavaliere per respingere le accuse mosse contro di lui da sua moglie Veronica ("Frequenta minorenni") e per giustificare l'amicizia con la giovane favorita.

Per raccontare Silvio Berlusconi basta il resto. Bastano vent'anni di dichiarazioni, poi puntualmente smentite, di promesse mancate, di giudizi rivisti nel giro di due giorni. 'L'espresso' li ha esaminati tutti ad uno ad uno. E certo non si fatica a capire come mai Indro Montanelli, uno che lo conosceva bene, scrivesse: "Berlusconi è allergico alla verità. Ha una voluttuaria e voluttuosa propensione alla menzogna". Per poi aggiungere quasi profetico: "'Chiagne e fotte' dicono a Napoli dei tipi come lui". Ecco dunque una guida ragionata (e necessariamente sintetica) alle migliori bugie del Cavaliere. Cominciando dalle più recenti.

Sentenza Mills
"È una sentenza semplicemente scandalosa, contraria alla realtà. Se c'è un fatto indiscutibile è che non c'è stato alcun versamento di nessuno al signor Mills" (19 maggio 2009).
Un fatto indiscutibile? Mica tanto, visto che il versamento, prima di ritrattare, l'avvocato David Mills, lo ammette almeno due volte.
"Io mi sono tenuto in stretto contatto con le persone di B. Sapevano bene che il modo in cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito, ma ho superato curve pericolose, per dirla in modo delicato) avesse tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai nei quali l'avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo. All'incirca alla fine del 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi, che avrei dovuto considerare come un prestito a lungo termine o un regalo: 600 mila dollari".
(da una lettera di Mills del 2 febbraio 2004)
"Nell'autunno del '99 Carlo Bernasconi (responsabile dell'acquisto dei diritti tv, morto nel 2001, ndr), mi disse che Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro". (interrogatorio di Mills, 18 luglio 2004)

Malpensa, Italia
"Penso che non sia assolutamente possibile che un hub come Malpensa venga privato del 72 per cento dei voli. Quelle di Air France sono condizioni irricevibili. Perché di fronte a 200-300 milioni di perdite per Alitalia l'abbandono di Malpensa comporterebbe perdite per oltre un miliardo di euro" (4-18 marzo, 2008).
"Rilancio del trasporto aereo, con la valorizzazione e lo sviluppo degli hub di Malpensa e Fiumicino" (programma del Pdl: sette missioni per l'Italia, 2008).
Nell'aprile del 2009 la cordata italiana della Cai voluta da Berlusconi sceglie solo Fiumicino come hub: a Malpensa, Alitalia conserva 187 voli alla settimana su 1.237. I cassintegrati dello scalo, considerando l'indotto, sono 2.500.

Sicurezza
"Aumento progressivo delle risorse per la sicurezza. Maggiore presenza sul territorio delle forze dell'ordine" (programma Pdl).
Il 30 marzo del 2009 tutti i sindacati di polizia, da destra a sinistra, protestano in piazza. Il segretario del Siulp dichiara: "Le auto sono usurate, mancano gli uomini, gli organici sono ridotti all'osso, gli agenti che vanno in pensione non vengono sostituiti". Nella manovra finanziaria triennale sono del resto previsti tagli progressivi per circa 3 miliardi e mezzo di euro. E quest'anno il taglio è di 931 milioni di euro.

Giustizia
"Aumento delle risorse per la giustizia, con un nuovo programma di priorità nell'allocazione delle risorse" (programma Pdl).
La manovra finanziaria, spiega l'associazione nazionale magistrati, prevede che riduzioni per le spese correnti e in conto capitale saranno del 22 per cento nel 2009 e del 40,5 nel 2011. Conseguenze immediate: nei tribunali non si tengono più udienze al pomeriggio per mancanza dei cancellieri.

Intercettazioni
"Volevo un disegno di legge che limitasse le intercettazioni ben diverso. Perché devono essere possibili solo per reati gravissimi come quelli di mafia e di terrorismo. Invece mi hanno costretto a includere anche i delitti contro la pubblica amministrazione e pure degli altri reati" ('la Repubblica', 16 luglio 2008)
"Auspico che, come succede in Europa, le intercettazioni siano consentite solo per indagini su organizzazioni criminali come mafia, 'ndrangheta e via di seguito, oppure che riguardino il terrorismo internazionale. Spero che dal Parlamento esca la legge che auspico" (Intervista al Tg4, 1 agosto 2008)
"Io non ho mai pensato di vietare questo strumento d'indagine per un reato grave come la corruzione, io ho detto che non dovevano essere possibili per tutti i reati contro la pubblica amministrazione" (11 gennaio 2009, intervento telefonico a Neveazzurra)

Cimici e spie
"Ho trovato una microspia dietro il termosifone del mio studio. Mi spiano! Abbiamo procure eversive che calpestano l'immunità parlamentare!".
È l'11 ottobre '96 quando Berlusconi mostra ai giornalisti una microspia grande quanto un mini-frigo. Luciano Violante convoca la Camera in seduta straordinaria. Buttiglione parla di "uno scandalo peggiore del Watergate". Destra e sinistra invocano immediate riforme delle intercettazioni. Solo Bobo Maroni dice: "Più che una cimice a me pare una mozzarella, anzi una bufala". Mesi dopo si scopre che il microfono era stato messo lì, per fare bella figura, da un tecnico incaricato dagli uomini del Cavaliere di bonificare i locali.

Arriva l'onda
"Avviso ai naviganti: non permetteremo l'occupazione delle scuole e dell'università. Oggi convocherò il ministro dell'Interno Maroni per studiare con lui gli interventi delle forze dell'ordine. L'ordine deve essere garantito, lo Stato deve fare lo Stato" (22 ottobre 2008).
"Mai detto né pensato che la polizia debba entrare nelle scuole" (23 ottobre 2008).

Immunità per tutti
"Voglio una riforma radicale. Immunità parlamentare come a Bruxelles, priorità nell'azione penale invece dell'obbligatorietà, nuovo ordinamento giudiziario con la separazione delle carriere, riforma del Csm, sezione disciplinare autonoma per giudicare i magistrati" (16 luglio 2008 di fronte agli europarlamentari).
"Sull'immunità non ho mai detto niente. State facendo dei titoli incredibili". (18 luglio)

Rifiuti
"È una data storica per la Campania e per Napoli. Da oggi si entra in una fase di smaltimento dei rifiuti che possiamo definire industriale. Io (il termovalorizzatore) l'ho voluto fortissimamente e alla fine siamo riusciti a vararlo e farlo operare". (26 marzo 2009, Panorama del Giorno, Canale 5)
Ma l'inaugurazione è solo di facciata. Quello che è partito è invece il collaudo della linea 1 che, oltretutto, il giorno successivo verrà spenta per un mese, come testimoniano le webcam puntate sull'impianto. Poi, quando il 27 aprile il caso comincia a spuntare sui giornali, Berlusconi dice: "Acerra funziona benissimo, l'inquinamento è vicino allo zero". Anche perché, come si leggerà in un comunicato del Commissariato rifiuti datato 2 maggio, solo quel giorno "inizia la prima fase dell'avviamento della seconda linea". Per la terza bisogna invece aspettare. E in ogni caso tutto il collaudo, a base di stop e go, terminerà a dicembre. Acerra, insomma, se tutto andrà bene sarà realmente in funzione nel 2010.

Ville e terremoto
"Sì, metto a disposizione della Protezione civile tre case per fare quello che già hanno fatto molti italiani, i quali hanno offerto 1.600 abitazioni, soprattutto case di vacanza, a disposizione delle famiglie dei terremotati" (10 aprile 2009)
La Protezione civile, interpellata da 'L'espresso', non ha notizie su eventuali sfollati ospiti di Berlusconi. E anche l'ufficio stampa di Palazzo Chigi, contattato nel pomeriggio di martedì 19 maggio, non sa dire nulla. Sul terremoto e sui tempi della ricostruzione, garantiti dal Cavaliere prima per settembre e poi novembre.

Social card
"Ne abbiamo date più di un milione e 300 mila ed è stato un gran successo. Sono anonime e quindi non toccano la dignità di nessuno. Infatti le Poste sono state invase da un gran numero di persone che ne hanno fatto richiesta" (18 dicembre 2008)
I dati aggiornati al 31 dicembre dicono però che le social card consegnate (contenenti 40 euro) erano 520 mila e che 190 mila erano prive di fondi. Con conseguente umiliazione di molti indigenti costretti a lasciare la spesa alle casse dei supermercati.

Bonus bebè
"Reintroduzione del bonus bebè per sostenere la natalità. Graduale e progressiva riduzione dell'Iva sul latte, alimenti e prodotti per l'infanzia" (programma Pdl).
Non pervenuti. Lo ammette anche il sottosegretario, Carlo Giovanardi, che il 15 maggio spiega: "Le risorse non ci sono".

I figli di Eluana
"Eluana Englaro è una persona viva, le cui cellule cerebrali sono vive e mandano segnali elettrici, una persona che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio" (6 febbraio 2009).
Senza parole.

La crisi psicologica
"La crisi è in gran parte psicologica" (intervista al Gr Rai, 6 maggio 2009).
Una settima dopo l'Istat segnala un calo del Pil record del 5,9 per cento. Da trent'anni non si vedeva niente del genere.

Barack Obama
"Obama ha debuttato molto bene, con grande capacità di rapporti umani. Com'è che diceva Proietti? Ah, ecco, lo sguardo 'acchiapponico'. Obama ha lo sguardo acchiapponico..." (2 aprile 2009, Ansa ore 19.05).
"Berlusconi non ha mai detto quello che gli viene attribuito dalle agenzie di stampa in riferimento al presidente Obama, poiché si stava rivolgendo all'inviato di 'Repubblica', come tutti presenti hanno potuto vedere" (2 aprile, nota di Palazzo Chigi, ore 20.48).

Bush pacifista
"La crisi irachena avrà sicuramente uno sbocco pacifico. Se c'è qualcuno che non vuole la guerra in Iraq, questo è il signor Bush".
È il 13 marzo 2003. Sette giorni dopo gli angloamericani attaccano l'Iraq. Poi arrivano gli italiani. Intanto, la guerra fa 100 mila morti in due anni, fra torture, bombe al fosforo, resistenza, terrorismo, guerra civile.
Ma per Berlusconi tutto fila liscio come l'olio, a parte un piccolo problemino a Baghdad: "Ormai in Iraq c'è una vita regolare, ci sono le scuole, eccetera. Poi, certo, ci sono le cose che non funzionano: ad esempio, i semafori a Baghdad non funzionano. Ogni tanto scende uno dalla macchina e si mette a dirigere il traffico" (30 settembre 2004).

Sua Altezza
"L'ho detto anche a pranzo ai miei colleghi ministri, è falso come leggo oggi su alcuni giornali come 'L'espresso' che metto i tacchi: guardate!" (levandosi le scarpe davanti ai giornalisti, al vertice di Caceres, del 2002).
Ma a smentirlo ci pensa uno dei suoi migliori amici: "Chi è più alto tra me e Berlusconi? Senza tacchi, io". (Mariano Apicella, La Stampa, 30 ottobre del 2003)

Grandi opere
"Sto trattando col mio amico Putin per aprire un corridoio negli Urali e collegarci all'oceano Pacifico" ('Porta a Porta', 11 gennaio 2006).
Altro che Tav: praticamente le grandi opere sono in fase così avanzata che ormai stiamo lavorando alla Transiberiana.

Lavoro, che fatica!
"Guarda quanto mi fanno lavorare! Guarda quanti impegni ho!" (1 agosto 2008).
Al termine di una conferenza stampa Berlusconi mostra al ministro Giorgia Meloni la sua agenda. I fotografi la riprendono e così diventano pubblici gli impegni del 30 luglio: 9.40 uscita di casa; 10 Enel Civitavecchia (ma Berlusconi non si presenta all'inaugurazione della centrale); 12 Yushchak (aggiunto a mano, secondo 'Novella 2000' si tratterebbe di una modella ucraina ventunenne); 13 Masi, allora segretario di Palazzo Chigi; 13.30 colazione per gli 80 anni di Cossiga (che però salta); 16 Previti (Cesare, pregiudicato) e telefonata a Bossi. Poi a penna sono aggiunti i nomi Manna (forse Evelina, una delle starlette del caso Saccà), Troise (probabilmente Antonella, attrice), Staderini (Marco, cda Rai); 19 Di Girolamo (Nunzia, una delle parlamentari Pdl più carine;) 19.30 Bossetti (o Bassetti); 20.30 Selvaggia; infine: "Sardegna compleanno Barbara (la figlia)". E ancora una nota a penna (per aumentare l'autostima?): "Al presidente n 1. Al presidente più vittorioso nella storia del calcio. N 1 nella storia del calcio...".

Il patto con Confalonieri
"Fra me e Fedele Confalonieri c'è un patto: quello di avvisarci reciprocamente qualora uno dei due rincoglionisse. E Fedele non mi ha ancora detto niente".
Questa era del 29 novembre 1993. Arrivati a questo punto, forse è venuto il momento che Fedele gli dica qualcosa. (24 maggio 2009)

 

 

 

Il ritorno del Caimano

 

di Andrea Scarchilli

    

Il ritorno del CaimanoSi deve sentire messo alle strette, il premier. Dopo un anno abbondante di comodo governo, quella che si preannunciava come una legislatura di velluto, anticamera all'elezione al Quirinale, rischia di trasformarsi nella trincea già sperimentata nel quinquiennio 2001 - 2006. Il combinato disposto dei casi Noemi Letizia e David Mills, Silvio Berlusconi lo sa, non hanno intaccato (se non in minima parte) il consenso personale. Ma sono tuttavia sgradevoli spine nel fianco che, alla lunga, potrebbero nuocergli, magari sommandosi - tra un mese - a un boom della Lega nord alle Europee che lo costringerebbe a rivedere l'assetto di governo, al Nord, di molte Regioni ed enti locali. Il Carroccio che diventa primo partito nel cuore produttivo del Paese è uno scenario che il Cavaliere teme. Rischia di influenzare l'azione di governo più di ora. Ecco i fattori, quindi: a questi è seguita la controffensiva. Spia delle sue preoccupazioni.

Un'azione semplice, quasi banale. Eppure di sicura efficacia. Il Cavaliere si è difeso dai sospetti emersi con le motivazioni della sentenza di corruzione dell'avvocato Mills - che lo pone nella posizione, né più né meno, di corruttore - contrattaccando la magistratura. E fin qui niente di nuovo. Ma alle invettive contro i pm faziosi ha aggiunto quelle contro il Parlamento "pletorico". Antipolitica, dunque. Di sicura presa sull'elettorato, dall'effetto ricompattante, condito da un riferimento a una legge popolare. La platea è di quelle blindate, l'assemblea di Confindustria a Roma. Agli imprenditori, si sa, piace sentir male dei politicanti: gli applausi a scena aperta ne sono stati la conferma.

Si capisce, adesso, la sostanziale marcia indietro rispetto all'intenzione di riferire in Parlamento. Il proposito iniziale è sfumato ieri, rimandato a dopo le elezioni dietro lo scudo delle necessità di "agenda". Perché, deve essere stato il ragionamento del premier, esporsi all'opposizione e alla probabile mozione di sfiducia, quando si aveva alle porte un'occasione così ghiotta?

Il premier di oggi ha parlato direttamente al popolo, come sa fare lui. Al suo popolo. Ha attaccato i giudici della vicenda Mills definendoli nuovamente "estremisti di sinistra" e ha affermato la necessità di una riforma della giustizia. "La giustizia penale è una patologia nel nostro sistema. I giornali oggi dicono che non è possibile criticare i giudici, ma criticare i giudici è un diritto di ogni cittadino" ha detto Berlusconi che ha puntato il dito direttamente contro il Consiglio superiore della magistratura. Dichiarando: "Basta con un Csm dove i giudici si assolvono sempre. Non ci fermeremo fino a quando non sarà separato l'ordine dei magistrati all'ordine dei lavoratori". A proposito della sue vicende giudiziarie e in particolare del "caso Mills", Berlusconi si dice "esacerbato" ma ha affermato di avere "le spalle larghe, più mi picchiano più mi rinforzano ma un cittadino normale con questa situazione paga un prezzo troppo alto". Il presidente del Consiglio ha assicurato dal palco che il suo governo porterà a termine la riforma della giustizia con la separazione delle carriere tra giudici e pm.

Della sentenza di condanna contro Mills Berlusconi si dice scandalizzato e sottolinea che "la realtà è esattamente il contrario di quello che questi giudici hanno scritto, perché si tratta di giudici che sono degli estremisti di sinistra" e per ribadire meglio la sua idea di imparzialità dei magistrati è ricorso al paragone calcistico: "E' come se Mourinho (l'allenatore dell'Inter) arbitrasse Milan - Inter" ha detto il Cavaliere.

A sostegno della sua tesi Berlusconi ha fornito la sua personale ricostruzione della vicenda per la quale la magistratura lo accusa di corruzione. Ricostruzione che il presidente del Consiglio aveva già fornito al conduttore di 'Porta a Porta' che la inserì nel suo ultimo libro 'Viaggio in un'Italia diversa' uscito nel 2008. "Il signor avvocato Mills che io non ho mai conosciuto riceve per le prestazioni da un armatore italiano una parcella da 600mila dollari, così per non pagare tasse dice che è una donazione. E quando viene messo sotto pressione e gli si chiede da dove arrivi quel denaro, decide di chiamare in causa un dirigente Fininvest morto, poi si accorge di quello che ha fatto e finalmente dice la verità".

Poi il salto qualità. Secondo Berlusconi non è solo la giustizia ad avere bisogno di essere riformata ma anche il Parlamento che dal palco dell'Auditorium ha definito "pletorico e controproducente" e affermato che si dovrà arrivare ad "un ddl di iniziativa popolare" per rafforzare i poteri del presidente del Consiglio rispetto alle Camere. In particolare, ha spiegato Berlusconi, "dobbiamo fare i conti con una legislazione che deve essere migliorata e ammodernata. Praticamente il presidente del Consiglio non ha nessun potere. Ma si capisce, perché la Costituzione è stata scritta dopo il ventennio fascista e quindi non è stato dato nessun potere al governo. Tutti i poteri sono stati dati al Parlamento che è pletorico". A questo punto il premier si rivolge alla platea degli imprenditori che lo ha applaudito: "Pensate che ci sono 630 deputati quando ne basterebbero 100 e qualche cosa... insomma, come il Congresso americano peraltro. Ora è chiaro però che per arrivare a questo, dovremmo arrivare a un ddl di iniziativa popolare perché non si può chiedere ai capponi, o ai tacchini, di anticipare il Natale... Credo che questo sia e debba essere chiaro a tutti".

Le sue parole non sono piaciute al presidente della Camera Gianfranco Fini che, in occasione dell'apertura di un seminario alla Camera su federalismo e ruolo del parlamento ha detto:"L'iter della legge sul federalismo fiscale smentisce la tesi dell'inevitabile tramonto del ruolo del Parlamento come legislatore. Quando il Parlamento riesce ad operare attraverso procedure aperte, è e viene percepito dalla società come un interlocutore ineludibile, qualificato ed impegnato".

Sul versante degli attacchi alla magistratura, pronta la replica di Giuseppe Cascini, segretario Anm: "Tutti coloro che hanno a cuore le regole della convivenza democratica e il principio di separazione dei poteri, dovrebbero intervenire per fermare questo metodo distruttivo del confronto democratico". Che ha aggiunto: "Registriamo un crescendo di toni e di invettive che non vorremmo mai ascoltare da chi ha responsabilità di governo. Questo non è un problema dei magistrati, è un problema dei cittadini e del Paese".

Il segretario del Partito democratico Dario Franceschini ha attaccato: "Ormai è chiaro che Berlusconi si crede Napoleone ma non è un signore di passaggio bensì il presidente del Consiglio ed è prudente non ridere". Franceschini ha messo in guardia gli elettori: "Ci pensino mille volte prima di dare più forza e potere a chi si crede sopra la legge e la morale" . La capogruppo al Senato Anna Finocchiaro è intervenuta nel corso della discussione del decreto legge sull'Abruzzo: "Le affermazioni del presidente del Consiglio sono assolutamente rivelatrici di un fastidio per il Parlamento. E comunque una proposta di legge anche se di iniziativa popolare va approvata in Parlamento". Ma queste sono quisquilie, per il premier contava il messaggio. Duro il presidente dei deputati Antonello Soro: "Berlusconi ha oltrepassato ogni limite consentito alla decenza istituzionale di un uomo di Stato. Il suo disprezzo per la democrazia, per la libera informazione, il fastidio verso il parlamento e quello nei confronti della magistratura devono preoccupare tutti i cittadini. Speravamo di non sentire più da parte di Berlusconi parole così gravi e proprio per questo gravide di conseguenze. Ci siamo sbagliati". Il leader di Sinistra e libertà Nichi Vendola ha consigliato al premier di concentrarsi occuparsi dei problemi del Paese reale e dei suoi cittadini, se ne fosse capace". Secondo il capogruppo alla Camera dell'Italia dei valori, Massimo Donadi, "le offese al Parlamento sono l'anticamera del regime. Ci appelliamo al presidente della Repubblica ed ai presidenti di Camera e Senato affinché intervengano per difendere le istituzioni, umiliate dalle parole del capo del governo".(www.aprileonline.it 22 maggio 2009)

 

 

Caso Mills, cresce la tensione

di Francesco Scommi

     

Caso Mills, cresce la tensioneNon si placa la bufera sul "caso Mills": il centrodestra compatto difende Berlusconi e il portavoce, Paolo Bonaiuti, parla di "attacco politico a orologeria" e poi alle opposizioni dice: "Abbiamo sentito tanti distinguo, ma quando arriva la sentenza politica, il Pd si dimostra giustizialista come Di Pietro". Incognite, intanto, sull'ipotesi annunciata dallo stesso Berlusconi di riferire sulla vicenda in Parlamento. Le minoranze sono sospettose sulla circostanza, che potrebbe trasformarsi in uno spazio di risonanza per il premier impegnato nell'ennesimo attacco alla magistratura. Palazzo Chigi ancora non ha concordato la data. Ma l'avvocato - deputato Niccolò Ghedini suppone: "Immagino che verrà quando l'agenda glielo consentirà, compatibilmente con i lavori parlamentari". Ghedini smentisce l'indiscrezione di stampa che parlava di un dossier, pronto da tre anni, che Berlusconi si preparebbe a presentare nel corso dell'intervento.

Il segretario del Pd, Dario Franceschini, dice che "Berlusconi non ha trovato due minuti di tempo per venire in aula a parlare dei problemi degli italiani, ma vuole venirci per autoassolversi e sollevare un polverone politico". Più duro Antonio Di Pietro, secondo cui "sarebbe inaccettabile avere una sentenza parlamentare. Berlusconi come tutti gli italiani deve andare a difendersi in tribunale. Se Berlusconi viene ad accusare la magistratura in Parlamento è un attacco alla Costituzione e una violazione al principio della divisione dei poteri". Il leader dell'Italia dei valori promette, all'arrivo del premier in Aula, una mozione di sfiducia e, dice l'ex pm, "sfidiamo a firmarla tutti coloro che hanno messo la legalità e la questione morale come tema prioritario".

Il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, incalza: "Dopo la sentenza sul caso Mills, Berlusconi ha un'unica strada davanti a sé, quella delle dimissioni, perché non ha più l'autorità morale per fare il presidente del Consiglio". Berlusconi, chiosa Pier Ferdinando Casini, non deve impegnare "tutto il tempo per parlare dei suoi problemi giudiziari. C'e il lodo Alfano, ora stia tranquillo". Il leader di Sinistra e libertà Nichi Vendola chiede un vertice delle opposizioni per concordare "un'azione comune, volta a ottenere il ripristino della legalita' e della democrazia reale".

"E' evidente che l'opposizione ha perso la testa - afferma Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Popolo della libertà alla Camera - e, vedendo che non aggrega consenso nel Paese, punta tutte le sue carte su un attacco frontale e personale contro Berlusconi. Il centrodestra né si farà intimidire né accetterà provocazioni, ma darà una risposta sul terreno del governo del Paese". Cicchitto aggiunge: "'Oggi vale il lodo Alfano perché altrimenti subiremmo una destabilizzazione totale di tutto il sistema politico italiano in un momento delicatissimo'".

Fuori dalle aule parlamentari prende posizione l'Anm: "E' inaccettabile che da parte di esponenti politici e di rappresentanti del governo vengano rivolte invettive e accuse di carattere personale nei confronti dei componenti del collegio del tribunale di Milano. La critica dei provvedimenti giudiziari è sempre legittima, ma è grave che vengano messi in discussione, e con i toni denigratori utilizzati, non il merito del provvedimento, ma l'indipendenza e l'imparzialità dei giudici. In questo modo si minano fondamentali principi costituzionali". A stretto giro di posta replica Daniele Capezzone, portavoce del Pdl: "Spiace dover constatare che, ancora una volta, l'Anm parli e agisca come una cellula politica, dedita a combattere una battaglia di parte contro quelli che considera avversari politici". Ma l'Anm ha risposto soprattutto alla dura conferenza stampa del Cavaliere, dove ha rivolto pesanti accuse al tribunale di Milano (parlando di sentenza "scandalosa" e "contraria alla realtà" e giustizia "ad orologeria"), riprese da tutti i fedelissimi.

Interviene anche l'avvocato Mills, la cui condanna, e le successive motivazioni, hanno acceso le polveri: "Quando il caso sarà chiuso certamente parlerò. Sono deluso e sorpreso ma faremo appello, e l'appello ha un'eccellente prospettiva di successo, ma non voglio aggiungere altro oltre al fatto che sono deluso e sorpreso". (www.aprileonline.info 20 maggio 2009)


 

 

Così hanno salvato il Cavaliere

 

Gli incredibili salti mortali della procura di Roma per archiviare il caso Berlusconi-Saccà. Con motivazioni smentite dai fatti

di Marco Lillo, da l'Espresso

E ora chi lo va a dire ad Agostino Saccà? Per archiviare il procedimento contro il presidente del consiglio e l'ex manager di Rai Fiction, la Procura di Roma è stata costretta a smentire le affermazioni, la filosofia e la stessa ragione di vita del suo indagato. Uno dei pilastri sul quale poggia l'atto che chiede il proscioglimento per Berlusconi e per il manager Rai è infatti la mancanza della qualifica di "incaricato di pubblico servizio" per Saccà (l'altra è la mancanza della prova dello scambio, del do ut des, tra il manager e il premier). Per i pm di Roma Saccà non può essere corrotto, nè da Berlusconi nè da altri, perchè la fiction Rai, il suo regno incontrastato fino al dicembre scorso, non è vero servizio pubblico. Esattamente il contrario di quello che il manager diceva in ogni conferenza stampa o intervista. Quando c'era da presentare l'ennesima soap sull'anoressia o sul a mafia, quando c'erano da difendere gli investimenti miliardari per produrre serie dalla durata sterminata, il manager Rai ha sempre detto con orgoglio: "Questo è il servizio pubblico". Siamo noi, spiegava Saccà ai giornalisti, che abbiamo raccontato agli italiani il romanzo popolare del '900. Siamo noi che abbiamo affrontato le vicende spinose della Seconda guerra mondiale e la storia dei Corleonesi. Saccà rivendicava con fierezza il suo ruolo di civil servant. Proprio quello che i pm romani gli hanno tolto per salvare lui e il premier.

PUBBLICO O PRIVATO?

Se la Rai con i suoi sceneggiati facesse servizio pubblico, Saccà sarebbe un incaricato di pubblico servizio soggetto (in caso) ai reati di corruzione e concussione. Per questa ragione i pm per prosciogliere Berlusconi e Saccà sono costretti a "degradare" la sua attività culturale. Per i pm romani solo la fase della trasmissione rientra nel servizio pubblico, non quella della produzione dei contenuti. Saccà quindi è un semplice manager "privato". Alle sue eventuali malefatte si applicano le blande norme riservate ai dirigenti di Mediaset, non quelle rigide che disciplinano l'attività dei capi dei ministeri dell'Anas o dell'Enel. Saccà, dicono i pm, può fare quello che vuole quando sceglie le attrici pagate con il canone degli italiani. Può privilegiare le protette del Cavaliere e sacrificare quelle considerate dagli altri piÙ brave. Non c'è nessun problema. In fondo nessun pm contesterebbe un simile comportamento a Piersilvio Berlusconi e ora, se la giurisprudenza elaborata a Roma prenderà piede, nessuno potrà contestarlo non solo a Saccà ma anche a Fabrizio Del Noce (Rai uno) o Giancarlo Leone (Rai cinema) e così via. Per tenere fuori Berlusconi e Saccà dal ginepraio nel quale si erano cacciati con le loro incaute conversazioni, la Procura di Roma ha fatto davvero i salti mortali. Le cinque paginette dell'archiviazione prontamente distribuite ai cronisti (dovrebbero essere segrete, ma evidentemente a Roma il segreto non tutela le indagini bensì gli indagati eccellenti) cancellano le massime della Cassazione e numerosi pronunciamenti di altri magistrati.

A partire dalla sentenza della Suprema Corte del 1996 sul caso Baudo-Lambertucci-Venier. Quando i presentatori televisivi furono accusati di concussione per i compensi extra richiesti agli sponsor per i loro show, si difesero negando la loro qualifica di incaricati di pubblico servizio. Ma, prima i pm poi i giudici e infine la Cassazione, stabilirono il principio in base al quale al di là della qualifica privata della società Rai e al di là del contratto privato delle star, rileva il fatto che in ballo ci sono soldi pubblici. Una massima che valeva quando si sottraevano risorse pubblicitarie alla Rai facendo la cresta sugli sponsor e a maggior ragione dovrebbe valere oggi con Saccà che, a differenza di Baudo e amici, non maneggia denari privati ma pubblici.

La procura di Napoli, forte di questo precedente, ma consapevole della delicatezza della questione, aveva blindato sul punto l'indagine chiedendo addirittura un parere a un luminare del diritto costituzionale, Michela Manetti, professore ordinario a Siena. La professoressa, al termine di un lungo studio della legislazione vigente, aveva concluso che Saccà è un incaricato di pubblico servizio. Da quello che è dato leggere nelle pagine distribuite ai cronisti, la Procura di Roma non ha degnato il parere nemmeno di un cenno.

COSI' PARLO' IL CAVALIERE

Anche l'altro pilastro della richiesta si basa su una smentita delle parole di un indagato, che stavolta è Berlusconi. I pm, dopo avere smontato la qualifica pubblica di Saccà, entrano nel merito per sostenere che "anche se Saccà fosse un pubblico ufficiale" il reato non c'è. Il fatto è che, dicono, manca lo scambio, il "do ut des", il cosiddetto "sinallagma corruttivo". Per la Procura di Napoli Saccà aiutava le attricette amiche di Berlusconi. E il premier prometteva un aiuto futuro nella sua attività di libero imprenditore ma, per i pm romani, il do ut des non è provato. Purtroppo, non è la Procura di Napoli a sostenere che le due cose (la spinta nei cast alle ragazze e l'aiuto a Saccà imprenditore) siano collegate. Lo dice Berlusconi stesso: "Agostino, aiuta Elena Russo perchè è come se aiutassi me e io ti contraccambierò quando sarai imprenditore".

Parole alle quali Saccà non risponde: "Ma come si permette?", oppure: "Silvio, non ti scomodare, non c'è bisogno che mi aiuti, lo farei lo stesso per i rapporti che ci legano". Alla profferta di Berlusconi, Saccà replica prima ridendo, poi dicendo sì, e infine chiudendo la telefonata con un "grazie presidente". Quella telefonata è stata pubblicata da "L'espresso" ed è ancora ascoltabile on line. Eppure per i pm non basta: la promessa è vaga, manca la prova dell'accettazione. E non è dimostrato che ci sia un legame tra l'offerta e la selezione delle attricette. E tanti saluti al "ti contraccambierò" pronunciato dal Cavaliere. Quello che è accaduto non ha molti precedenti. Il fascicolo contro Saccà, infatti, non era più segreto e "L'espresso" aveva potuto pubblicare gli audio di una dozzina di intercettazioni (tra le oltre 10 mila depositate) perchè le indagini erano chiuse con la richiesta di rinvio a giudizio, l'alba del contraddittorio, l'avvio del processo con la sua pubblicità, garanzia di trasparenza e di giustizia. Nella stragrande maggioranza dei casi la richiesta di rinvio a giudizio presentata da una procura viene confermata dai pm dell'altro ufficio giudiziario che ricevono gli atti per competenza territoriale. In fondo è una questione di economia e di logica. I pm napoletani conoscono l'inchiesta, hanno diretto per mesi gli uomini della Guardia di Finanza, hanno ascoltato migliaia di intercettazioni, hanno sentito decine di testimoni. La scelta della Procura capitolina ha certamente fatto piacere a Berlusconi che può ora sostenere di essere stato vittima di una persecuzione giudiziaria in salsa partenopea che lo ha inseguito fin nei suoi rapporti più privati, ma soprattutto perchè la decisione di Roma finalmente sembra mettere la sordina su una selva oscura di intercettazioni che lo preoccupava da mesi. Non a caso nella richiesta di archiviazione si precisa che le trascrizioni e i file audio andranno distrutti, perchè irrilevanti. Questa attenzione (prontamente comunicata alla stampa) ha certamente fatto felice Berlusconi più dell'archiviazione in sè.

QUESTIONE DI IMMAGINE

Anche se i giornali continuano a parlare di corruzione e rinvio a giudizio, quella che si è giocata in questi sei mesi nei palazzi di giustizia di Napoli e Roma è una delicatissima partita a scacchi che non ha avuto come posta il destino dell'indagine ma quello dell'immagine del premier. La storia dell'inchiesta di Napoli, del suo trasferimento a Roma e ora della sua richiesta di archiviazione deve essere raccontata proprio da questo angolo di visuale. L'unico che conta davvero. Tenendo a mente che la posta in gioco di questa partita disperata per il Cavaliere non era l'assoluzione o il rinvio a giudizio ma la pubblicazione delle telefonate o la loro distruzione.

Berlusconi ieri si è aggiudicato, grazie alla Procura di Roma, un round molto importante di questa partita ma non ha ancora in tasca la vittoria finale. Proviamo a partire per una volta non dai codici ma dalle bobine. Le intercettazioni del procedimento si distinguono in tre gruppi: le prime sono le 10 mila telefonate: dell'utenza di Saccà (circa 8 mila) e del produttore che piazzava le attricette care al premier, Guido De Angelis (circa duemila). Queste e telefonate sono state depositate dai pm di Napoli nel fascicolo principale (quello per il quale ieri è stata resa pubblica la richiesta di archiviazione) e sono dal luglio scorso conosciute dagli italiani grazie a "L'espresso" che le ha pubblicate anche in audio.

Tra queste ci sono le sette telefonate di Silvio Berlusconi (quattro con Saccà e tre con De Angelis) che tutti possono ascoltare on line dall'estate scorsa. Poi ci sono un gruppo ristretto di telefonate che sono state depositate nel fascicolo sulla compravendita dei senatori del centrosinistra da parte di Berlusconi e Saccà attualmente in attesa della decisione del Gip sulla richiesta di archiviazione della Procura. Infine, e questo è il punto dolente per Berlusconi, esistono decine e decine di telefonate intercettate sulle utenze di due ragazze care a Berlusconi, Evelina Manna ed Elena Russo, nelle quali si sente più volte la voce del presidente del consiglio. E soprattutto si sentono le ragazze discettare con le loro amiche dei loro rapporti con il premier, delle sue promesse, delle loro delusioni che talvolta sconfinano nel risentimento.

Una parte di queste telefonate, secondo la Procura di Napoli, avrebbe meritato da parte dei pm di Roma un'attenta analisi per verificare addirittura se non si potesse configurare in capo a Silvio Berlusconi il ruolo di vittima. Questo intreccio malmostoso è sempre stato il lato B dell'indagine. Quello che anche la Procura di Napoli ha cercato di sterilizzare per evitare l'accusa di avere voluto frugare nell'intimità del premier. La Procura di Napoli voleva portare a giudizio Berlusconi perchè aveva corrotto Saccà e non perchè aveva rapporti con quelle ragazze. I due temi però restavano e restano obiettivamente inseparabili. I pm napoletani Paolo Mancuso e Vincenzo Piscitelli, per tutelare la privacy del presidente, avevano elaborato uno stratagemma che aveva l'indubbio pregio del buon senso ma che non era certamente sorretto da solide basi giuridiche.

Le intercettazioni delle ragazze, quelle nelle quali si sentiva la voce di Berlusconi e quelle nelle quali le sue amiche parlavano dei rapporti con il premier, erano state stralciate e posizionate in un fascicolo a parte. Per farne cosa? I pm napoletani avevano rimandato la decisione sul punto al termine dell'inchiesta. Fu allora, nel luglio del 2008, che per la prima volta il destino di queste telefonate e il faticoso iter del disegno di legge Alfano sulle intercettazioni incrociarono le loro strade.

LA CONSEGNA DEL SILENZIO

Il presidente del consiglio, dopo la pubblicazione della copertina de "L'espresso" ("Pronto Rai", 26 giugno 2008) sul caso Saccà con l'audio delle prime telefonate (depositate e a disposizione delle parti, non più segrete) teme che anche le altre telefonate possano essere pubblicate. I suoi legali si precipitano a Napoli e alla vigilia dell'uscita del nuovo numero de L'espresso, con i palazzi romani che diffondono la voce di imminenti rivelazioni piccanti sul premier e le sue ragazze, Berlusconi tira giù l'asso: il 3 luglio minaccia un decreto legge per impedire la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali.

Il presidente del consiglio inoltre annuncia che sarà ospite a Matrix e spiegherà al popolo italiano la sua posizione e le sue misure contro questa barbarie, che per inciso lo riguarda in prima persona. Oggi, con il disegno di legge sulle intercettazioni in votazione, è bene ricordare come nacque in quei giorni la grande voglia del presidente del consiglio di imbavagliare la stampa. In quelle calde giornate di luglio si svolge una partita nascosta alle spalle dei cittadini. La minaccia del premier sortisce effetto. Quando i suoi legali ottengono dalla Procura di Napoli rassicurazioni sulla distruzione delle telefonate "imbarazzanti", Silvio Berlusconi allenta la presa sulle norme per le intercettazioni.

I pm presentano la richiesta di distruzione delle conversazioni delle ragazze al Gip Luigi Giordano e Mentana resta a bocca asciutta. Silvio Berlusconi non si presenta in tv. Niente decreto, non serve più. Purtroppo però il Gip di Napoli fa saltare la tregua bilaterale. L'8 luglio si dichiara incompetente e non rinvia a Roma solo il fascicolo principale su Saccà ma anche quello "scottante" contenente le telefonate delle ragazze. A questo punto il timer del disegno di legge Alfano riprende a ticchettare all'impazzata. E subisce una nuova accelerazione quando la Procura di Roma a novembre del 2008 presenta la richiesta di archiviazione (anche quella segreta e anche quella distribuita alla stampa dalla Procura, solo nella parte meno imbarazzante per Berlusconi) contro Berlusconi e Saccà per il procedimento riguardante la corruzione dei senatori Nino Randazzo e Piero Fuda, eletti con il centrosinistra e corteggiati dal Cavaliere a suon di promesse, di poltrone e altro. Perchè Berlusconi entra in ansia quando un altro procedimento si avvia verso la chiusura a suo favore?

Il fatto è che nelle carte dell'inchiesta sulla tentata compravendita dei senatori Randazzo e Fuda sono finite le telefonate che documentano i rapporti tra Silvio Berlusconi e una bellissima attrice trentenne che somiglia a Veronica Lario giovane: Evelina Manna. Berlusconi la raccomandava a Saccà e si giustificava dicendo che non lo faceva per sè, ma perchè aveva in animo di di usarla come moneta di scambio per convincere un senatore del centrosinistra a passare con il Popolo delle Libertà. Secondo i pm quel senatore, nelle parole di Berlusconi, poteva essere Fuda.

Teoricamente la povera e inconsapevole Evelina Manna sarebbe stata raccomandata per una particina in Rai (secondo quello che lo stesso Berlusconi dice nelle telefonate con Saccà) non perchè legata al Cavaliere, ma perchè sarebbe stata lo zuccherino per addolcire il senatore calabrese in bilico. Per smentire questa ricostruzione dei fatti, i pm hanno dovuto accertare i rapporti tra il senatore Fuda e Evelina Manna (inesistenti) ma soprattutto quelli (ben più stretti) tra Berlusconi e la Manna medesima. Nella richiesta di archiviazione depositata a novembre si chiarisce che la Manna era raccomandata perchè interessava a Berlusconi, altro che Fuda. Proprio per documentare questa amicizia e per scagionare Berlusconi i pm hanno depositato alcune telefonate con la Manna. E, sarà un caso ma poco dopo la richiesta di archiviazione e l'uscita delle prime indiscrezioni sul suo contenuto, Silvio Berlusconi è rientrato in fibrillazione.

"Se pubblicano le mie telefonate", dichiarava a dicembre sulle prime pagine dei giornali, "io vado via dall'Italia". Messaggi precisi agli investigatori che quelle telefonate non avevano ancora distrutto. Infatti i mesi passavano e la Procura di Roma continuava a tenersi questa patata bollente sul tavolo.Che fare? Se il procuratore capo Ferrara avesse inoltrato la richiesta di rinvio a giudizio già formulata a Napoli per Saccà e Berlusconi (evitando così di sconfessare i colleghi), il rischio della pubblicazione sui giornali del materiale "scottante" sarebbe stato molto elevato.

TRA PRIVACY E LEGGE

La toppa messa dalla Procura di Napoli a tutela della privacy del Cavaliere non era delle più solide. La distruzione delle telefonate tra Silvio Berlusconi e le ragazze era difficile da argomentare. La Procura proprio nel momento in cui chiedeva di processare il presidente del consiglio perchè aveva chiesto a Saccà di violare i suoi doveri per fare avere alle sue protette un posto al sole, chiedeva di distruggere le telefonate delle medesime ragazze raccomandate?. Certo, lo scambio corruttivo, come sosteneva la procura di Napoli si perfezionava con la promessa dell'aiuto a Saccà in cambio della spintarella. Certo, non contava nulla -come spiegavano i pm napoletani- la ragione della raccomandazione.

Certo, il movente del Cavaliere, la causale del suo afflato doveva restare fuori dal processo. Che lui le raccomandasse (come sosteneva con scarsa convinzione con Saccà) perchè avevano il padre malato, perchè erano in uno stato di profonda prostrazione, o per altri motivi, ai pm non interessava. Purtroppo però poteva interessare ai giudici. Questa tesi, formulata per stendere un velo sulle motivazioni profonde del Cavaliere, alla fine non reggeva. Nella corruzione il movente non è importante per stabilire se c'è il reato, ma diventa fondamentale per determinare l'entità della pena. Se corrompo un funzionario pubblico per aiutare una ragazza che ha il padre malato avrò diritto a tutte le attenuanti del mondo. Se corrompo un incaricato di pubblico servizio per piazzare la mia amichetta, no. Ecco perchè, in caso di richiesta di rinvio a giudizio, il gip avrebbe potuto e forse dovuto ordinare alla Procura di depositare tutte le telefonate dalle quali si poteva evincere il movente della raccomandazione di Silvio Berlusconi.

In particolare il velo era sottilissimo e anzi si era già strappato per Evelina Manna. Dei reali rapporti tra questa ragazza e Berlusconi, in fondo i pm romani erano stati costretti ad occuparsi per la vicenda Fuda. Cosa ostava a depositare le sue telefonate per dimostrare il vero movente della corruzione di Berlusconi verso Saccà? Per garantire la distruzione delle telefonate, insomma, non bastava chiedere al Gip il rinvio a giudizio per Saccà-Berlusconi e contestualmente la cancellazione del temibilissimo fascicolo delle ragazze. Solo una richiesta di archiviazione per il fascicolo principale avrebbe permesso di mandare al macero tutto. Ed è esattamente quello che è accaduto. La Procura di Roma ha chiesto di distruggere tutto. Non solo le telefonate delle ragazze.

Ma proprio tutte, anche quelle di Saccà con gli altri politici o con i membri del cda della Rai. Anche quelle nelle quali si parla dei contratti da sbloccare per Ida di Benedetto, compagna del membro del cda Rai Giuliano Urbani. Anche quelle nelle quali Saccà si impegna per aiutare la società di produzione del la moglie del capogruppo della Pdl Italo Bocchino. Anche quelle nelle quali Saccà discute con il membro dell'Autorità Garante delle Comunicazioni Giancarlo Innocenzi delle mosse da fare per convincere il senatore del centrosinistra Willer Bordon a lasciare la sua maggioranza.

Tutte queste telefonate, che L'espresso aveva segnalato nei suoi articoli, e che avrebbero meritato un attento esame, finiranno al macero. Tutte irrilevanti. L'ennesima dimostrazione di cosa significherà l'applicazione del bavaglio del disegno di legge Alfano (che vieta la pubblicazione degli atti ritenuti irrilevanti dalla Procura) quando si ha a che fare con pm, come quelli romani, così attenti a non pestare i piedi dei potenti.

Tutte le vicende scandalose relative alla Rai e all'Autorità Garante delle Comunicazioni agli intrecci perversi tra le attività politiche e aziendali di Saccà e di Innocenzi, raccontate da L'espresso, non sarebbero state mai pubblicate. Gli italiani non ne saprebbero nulla. Per ottenere questo mostro giuridico: l'azzeramento dell'indagine napoletana, la distruzione di tutte le intercettazioni, i pm Colaiocco e Racanelli hanno dovuto sostenere oltre alla mancanza della qualifica di incaricato di pubblico servizio per Saccà (nonostante la Cassazione dicesse il contrario), oltre alla mancanza del "do ut des" (nonostante la professione di "contraccambio" registrata sul telefono di Berlusconi) anche la mancanza di un atto contrario ai doveri di ufficio. In questo la Procura scavalca a destra anche la Rai, che pure era stata criticata per il suo lassismo.

Per l'azienda pubblica Saccà aveva violato i suoi doveri e il codice etico. Per i pm nulla da obiettare.

FUTURO RACCOMANDATO

Secondo i magistrati capitolini l'attività di selezione delle attrici delle fiction non è "normativizzata". La discrezionalità in questo campo sembra non trovare alcun limite. "L'assenza di una qualsiasi disciplina relativa all'attività di scelta delle attrici da sottoporre a provino nella produzione di una fiction unitamente all'esito negativo delle segnalazioni rendono incerta la natura dell'atto posto in essere dal Saccà". Pur di salvare Saccà e Berlusconi i pm Colaiocco e Racanelli arrivano a sostenere che le segnalazioni hanno avuto esito negativo, dimenticando il caso della fiction "Incantesimo".

Dove la Procura di Napoli aveva provato senza ombra di dubbio che un'attrice raccomandata da Berlusconi aveva preso la parte della povera Sara Zanier, una ragazza considerata più brava e bella da tutti i dirigenti, i produttori e i consulenti. Finchè non era arrivata la telefonata da Arcore. Per la Procura di Roma, non c'è nulla di male. La scelta si fa in "assenza di disciplina". Se in futuro un alto dirigente volesse selezionare le attrici con in mano la lista delle raccomandate dei politici, sembra di capire che i pm romani non ci troverebbero nulla di male. Questo provvedimento spalanca davanti ai dirigenti della Rai e delle altre aziende privatizzzate una prateria di abusi.

Il Giudice per le Indagini Preliminari deve ancora pronunciarsi e potrebbe cancellare l'atto di Colaiocco e Racanelli. Le intercettazioni delle ragazze non possono ancora essere distrutte. Poco male. Il disegno di legge Alfano continua la sua strada. Deborah Bergamini, una parlamentare del Pdl molto vicina a Berlusconi, ha presentato un emendamento che prevede la galera per chiunque pubblichi le telefonate irrilevanti (secondo la Procura, non secondo il giudizio dei giornalisti e dell'opinione pubblica). Proprio come quelle che non fanno dormire Berlusconi.

(2 marzo 2009)

 

I due piani di Berlusconi



di Andrea Scarchilli

I due piani di Berlusconi Da Acerra all'inaugurazione del termovalorizzatore, alla vigilia del congresso fondativo del Popolo della libertà, il presidente del Consiglio torna ad attaccare il Parlamento. Silvio Berlusconi ritiene che il nostro sistema legislativo, Camere comprese, presenti "troppe procedure, siamo veramente indietro su tutto". Poi l'affondo deciso: "Adesso in Parlamento si è lì con due dita ad approvare tutto il giorno emendamenti di cui non si conosce nulla. Quando ho fatto il paradosso del capogruppo che vota per tutti era per dire che gli altri sono veramente lì non per partecipare, ma per fare numero". Berlusconi dunque ha citato quel sé stesso che qualche settimana fa ha lanciato la celebre proposta del voto "delegato" ai soli capigruppo. Allora il presidente della Camera fu freddo: "E' una proposta impossibile, cadrà nel vuoto".

Oggi Gianfranco Fini ha risposto più rabbiosamente, prendendo la parola in Aula: "Non è vero che i deputati sono qui a fare numero" e bisogna stare attenti a non "alimentare un qualunquismo e senso di sfiducia nelle istituzioni di cui credo che nessuno oggi in Italia ravvisi la necessità". Fini chiede "rispetto" per il Parlamento che è "una istituzione essenziale e fondamentale in ogni democrazia". Deve esserci anche "rispetto per le regole e le procedure che organizzano i lavori del Parlamento". Si può discutere, rileva Fini, "sulla opportunità di cambiare o meno quelle regole, credo che sia doveroso farlo quando, come accade in Italia da più tempo, si reputi che si tratti di regole datate o in ogni caso non in grado di garantire una efficace azione della nostra istituzione". Tuttavia, specifica il presidente della Camera "è certamente sbagliato irridere quelle regole e lo dirò con chiarezza al presidente del Consiglio. Non è vero che i deputati sono qui a fare numero, non è vero che votano con due dita emendamenti che non conoscono".

La replica del muro contro muro assume, vista la tempistica, nuovo significato. Siamo alla vigilia del congresso fondativo di un Pdl che - anche alla luce del discorso di Fini all'assise di scioglimento di Alleanza nazionale - nasce come fortemente segnato dal dualismo tra Berlusconi e il presidente della Camera. Caratterizzato, quindi, dal dualismo tra una visione leaderistica, plebiscitaria e populista, consapevolmente aggrappata, sui temi etici, alle posizioni clericali, e un'altra più laica, "repubblicana" nel senso di attenta al senso delle istituzioni. Fini sfrutta lo scranno più alto di Montecitorio per dare più credibilità e attenzione a quest'ultima, la sua, prospettiva.

Inquadrato in tale contesto, lo scambio di colpi tra Berlusconi e Fini rappresenta per entrambi, in un classico esempio di comunicazione politica, un ulteriore passo nella costruzione delle rispettive identità. Non è escluso, a questo punto, che il premier torni a ribadire l'attacco al Parlamento nel discorso congressuale, per sottolineare la caratterizzazione plebiscitaria, da "partito azienda", che intende imporre al Pdl.

L'insofferenza per l'organo di mediazione per eccellenza, il Parlamento, farà il paio alla Fiera di Roma con quella per la forma partito tradizionale. Berlusconi ha curato personalmento la scenografia del congresso destrutturando, si sa già alla vigilia, il concetto tradizionale di assemblea di partito. Non ci sarà nessun rappresentante degli organi dirigenti sul palco; le facce giovani saranno collocate in prima linea, a partire dalla madrina dell'evento, la 26enne Annagrazia Calabria; chi vuole parlare dovrà concordare la scaletta con il fido Denis Verdin; soprattutto, un'orchestra diretta da Demo Morselli (quello del "Maurizio Costanzo show") sottolineerà, con un gingle, il passaggio da un discorso all'altro. Questa, con buona pace di Fini, è Forza Italia.

Berlusconi combatte, con obiettivi analoghi, su due fronti. Se su quello interno la battaglia è a buon punto e il "partito del leader" praticamente già fatto, sarà più difficile, per lui, scardinare l'autorità del Parlamento. Gianclaudio Bressa, vicecapogruppo Pd alla Camera, ipotizza che le esternazioni berlusconiane "vogliono rappresentare il grimaldello per scardinare i regolamenti parlamentari e per cambiare, non attraverso una riforma costituzionale, ma con i fatti il rapporto tra governo e Parlamento". Berlusconi vuole il presidenzialismo e sa che è difficile averlo subito per via costituzionale. Tempi lunghi. Per questo, per ora,  lavora con le procedure e le dichiarazioni, si costruisce un terreno favorevole. A volte "si limita" alle critiche per le lentezze parlamentari o (sul Freccia Rossa) per i pochi poteri del presidente del Consiglio, in altre occasioni arriva allo scontro con il Quirinale, perché non vuole ostacoli di nessun tipo sulla strada della decretazione d'urgenza. Domani chissà. (aprileonline marzo 2009)

 

Brunetta, il ministro più bravo di Tremonti

 

Brunetta, il ministro più bravo di Tremonti che non festeggia il 25 aprile - l'Unità.it PoliticaBrunetta, il ministro più bravo di Tremonti che non festeggia il 25 aprile
di Roberto Rossi Rimane sempre la Lorella Cuccarini del governo, il più amato dagli italiani, ma da oggi è anche "Mr. Brooklyn, gusto lungo". Perché Renato Brunetta, ospite al forum de l'Unità, è "un riformista determinato di lunga lena" che non molla. "Un vero socialista", "più bravo di Tremonti", meno accomodante di Sacconi, "non porto a cena i sindacalisti". Uno che "non festeggerà il 25 aprile", ricorrenza "egemonizzata", con una grande idea in testa, "quella di vendere le ex case Iacp" e creare altri "2 milioni di nuovi proprietari", e un'ossessione "la lotta al comunismo" e di riflesso alla Cgil "il sindacato che ormai è un partito".

Per questa ragione, per dare una risposta "all'architettura di stampo comunista" che secondo Brunetta ha pervaso l'amministrazione e l'urbanistica italiana nei decenni scorsi, il ministro ha difeso con forza il decreto legge che il governo è pronto a varare. Nonostante il "piano casa" violi intimamente la cultura delle regole e sia una sorta di condono preventivo il ministro lo considera "una scommessa". "Io parto da un dato di fatto: la cultura delle regole ha prodotto l'abusivismo. Questo paese è un paese cattolico e ipocrita. Che si rifà a vincoli e piani regolatori per poi disattenderli. Si chiama azzardo morale. Si sottoscrivono patti sapendo di volerli rispettare". Meglio allora il "fai da te".

Accanto a questo Brunetta ha anche un suo piano edilizio. Vendere le case ex Iacp. Che sono un milione. Alle quali potrebbe aggiungersi un altro milione di proprietà dei comuni. "Avremmo così 2 milioni di nuovi piccoli proprietari". La vendita è a un prezzo capitalizzato d'affitto. Circa 30mila euro, il calcolo è del Sole 24 Ore, ad alloggio. Un affare. "Se la comprano subito tutti" ha detto il ministro, anche "i fricchettoni" che "se la comprano e poi se la possono anche fumare". I soldi esistono. E anche se la case sono per la maggior parte abitate da anziani "questi hanno i figli". Lo stato incasserebbe 20 miliardi.

Questa è la scommessa di Brunetta. Ministro molto sicuro (ha già in testa un'autobiografia). "Ho il 70-80% del consenso rispetto alle cose che faccio". Come la riforma della pubblica amministrazione. "Per strada mi fermano gli insegnanti e mi ringraziano". Non tutti però. E quelli che lo criticano sono "insegnanti comunisti".

Chi non gli crede lo vedrà presto: l'11 maggio, nel Forum della pubblica amministrazione, il ministro presenterà i suoi risultati. Forse avrà anche la completa mappatura dei precari (circa 40mila, 10-12 mila dei quali saranno assunti) nel pubblico impiego. Sul quale Brunetta annuncia "sorprese" per il suo collega Raffaele Lombardo: "La metà dei precari italiani è in Sicilia...".

E a proposito di scuola il ministro ha anche detto che non chiederà scusa ai studenti dell'Onda: "Neanche morto". Nonostante da giovane anche lui abbia manifestato, "ma solo contro i brigatisti". Nonostante abbia fatto parte della Cgil, "mi ha iscritto una ragazza di Padova, una terrorista, che non so che fine abbia fatto". "Da buon socialista sono anti comunista e quindi anche contro la Cgil". Anche se l'attuale segretario, Guglielmo Epifani, è socialista. "Era socialista. I veri socialisti ora sono con Berlusconi".

Il premier? "Che piaccia o no è un vero leader". Uno che ha salvato l'Italia "dalla gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto", che "ha salvato la democrazia in Italia". "Un leader di rango" che non ha mai detto di essere antifascista , "ma io lo sono", che non festeggia il 25 aprile. "E fa bene. E' un festa egemonizzata". Dai comunisti, si intende.
(24 marzo 2009a.. © 2009 L'Unità.ita.. Nuova Iniziativa Editoriale S.p.A.)
 

 

Campagna a favore degli anticoncezionali

 

 

 

Nota di redazione: Questo governo vuole morti i vivi e vivi i morti

"Non era sano": L'aborto di Veronica Berlusconi

e la difesa della vita a corrente alternata

categorie: Il fatto della settimana
eluana veronica
 

Colpo sotto la cintola, dite? Ehi ehi: non sono stato io a parlare di costituzioni filosovietiche da cambiare, o a giocare all’eversione sbattendomene di un iter giudiziario pluridecennale, sputando in faccia a un padre che sta da 17 anni a vegliare una figlia, Eluana Englaro, che non si sveglierà mai più. Ma parliamo di quell’aborto “terapeutico” di Veronica Lario in Berlusconi. Nella blogosfera rimbalza in queste ore un pezzo del 2005 di Maria Latella uscito sul Corriere dei tempi, in epoca di referendum condannati al fallimento da un popolo senza speranze:

Negli anni Ottanta, prima che nascesse la primogenita Barbara, Veronica si sottopose a un aborto terapeutico rinunciando al figlio che lei e Silvio Berlusconi avevano voluto. Decise di non averlo perché quel bambino non sarebbe nato sano

Ah, la difesa della vita! Nel mentre, a Udine si parla di sequestrare la stanza di una clinica (Italia, 2009? Macchè: roba da Cile, 1973), e continua la riduzione dell’alimentazione. Ridicole le divisioni del PD, di cui si legge in questo pezzo del Corriere. Un’opposizione tanto mesta, divisa, insicura su quello che vorrebbe il Paese - e su come rilanciarlo su temi che ci stanno facendo coprire di ridicolo nel resto d’Europa - credo non sia mai esistita. Volete leggere come vanno queste cose nel resto del mondo? Dopo il salto - e su wikipedia - c’è tutto.

 

Maroni: Per contrasto ai clandestini bisogna essere cattivi

Nota di Redazione: e per contrasto agli italiani che danno fuoco ai migranti?



Avellino, 2 feb. - (Adnkronos/Ign) - "Voglio essere molto chiaro sul tema dell'immigrazione clandestina. Il partito di cui faccio parte è stato accusato di fare discorsi da osterie padane o cose del genere. Queste accuse sono arrivate dai buonisti di turno". A sottolinearlo è stato il ministro dell'Interno Roberto Maroni nel suo intervento a 'Governi incontra' in svolgimento ad Avellino. "Io penso - avverte il responsabile del Viminale - che per contrastare l'immigrazione clandestina e tutto il male che porta, non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati ad affermare il rigore della legge".

Secondo Maroni "non esiste un'emergenza sicurezza. C'è solo un'emergenza immigrazione clandestina" e spiega che per il governo la priorità è proprio la sicurezza. "Non è vero che ci sono tagli di risorse. Abbiamo messo più soldi a disposizione". Resta l'impegno in prima linea per contrastare sia la piccola che la grande criminalità organizzata: "Non bisogna dare tregua ai camorristi e ai mafiosi. La nostra polizia e magistratura non ha eguali al mondo per capacità investigativa. Nel 2008 abbiamo arrestato 180 pericolosi latitanti".

Maroni insiste: "il governo è intervenuto subito, abbiamo preso le misure immediate e continuiamo in questa direzione. I reati diminuiscono e questa è la strada che noi vogliamo seguire senza tentennamenti e timori. E' fondamentale per assicurare la sicurezza il controllo sul territorio, attraverso azioni più efficaci anche dei sindaci".

Il ministro invita poi a mettere da parte le polemiche tra i poli: "Sul tema della sicurezza ci vuole un cambio di atteggiamento. Bisogna smetterla di contrapporci. E' interesse di tutti, destra e sinistra, affrontare il tema della sicurezza come un obiettivo comune. Purtroppo, sento ancora polemiche che non servono e portano allarmismo. Il governo ha fatto molto e in poco tempo su questo fronte al di là delle polemiche che mi entrano da un orecchio e mi escono dall'altro...

 

 

Berlusconi e la Befana

di Pino De Luca

Alea iacta est. Si riparte con un nuovo registro del Governo. Il Cavaliere Berlusconi, come era facilmente immaginabile, prende a schiaffi tutti quelli che ci stufano le ghiandole sessuali con i loro inviti al dialogo. Manda tranquillamente a concimare le margherite nell'ordine: Napolitano, Bagnasco, numerosi pezzi della Confindustria, i Sindacati all'asta e tutta la pletora dei commentatori che invitano l'altra metà dell'Italia, quella a cui il Clan del Berlusca sta perpendicolarmente sul frenulo, a discutere e discutere mentre le truppe occupano Sagunto e tutto il resto. Bravo Silvio, così si fa, quando di fronte hai un avversario che tentenna massacralo senza pietà. Se lui la ha avuta ha fatto male. Nel mondo dei bianchi e dei neri non c'è dialogo, c'è scontro. Tu pensa, caro Cavaliere, che si richiamano al rispetto delle Istituzioni, che pretendono che tu abbia a cuore la Costituzione. Non si sono mai accorti che non riesci nemmeno a festeggiare il 25 Aprile, che te ne strafotti della Repubblica e delle regole, che fai strame del rispetto dell'avversario, che la democrazia è valida solo se pertinente ai tuoi interessi. Il resto sono stronzate. Faglielo capire anche a Bossi. Senza di me non sei nessuno e se il federalismo mi serve lo faccio altrimenti ti metti a cuccia pure tu.
I deputati e i senatori poi, pretendono anche di avere voce in capitolo. Ma chi sono? Senza di te starebbero ancora a mestare per tangentucole e a evitare i magistrati. Stiano zitti e votino la fiducia. Se tu dici che la Befana-Gelmini deve ridisegnare l'Università a uso e consumo degli amici e delle persone di fiducia, così sia fatto. Le onde, in fondo, si infrangono sullo scoglio e poi fanno risacca. Dove stanno infatti le piazze piene di bandiere arcobaleno? Dove sono i No global? Dove si sono rifugiati quelli dell'art. 18? E quelli delle primarie? Nascosti, ritirati pronti a sbucare fuori nei tempi facili? Tu lo hai capito Silvio, e tempi facili non ne lasci, continua così finché dura. Certo ti piace vincere facile. Combattere con i pupazzi pieni di crusca da grandi soddisfazioni. Ma sarei curioso di sapere una cosa, se mercoledi hai fatto mettere la fiducia sul decreto Gelmini per mostrare i muscoli al mondo o ai tuoi giannizeri. Capisci anche tu che tutti quelli che hai comprato sono appunto acquisti, il prossimo mercante se li riprende e contro il tempo non puoi farci nulla, non c'è lifting che tenga. Ti auguro solo di avere il senso della misura, chi prima di te ha strafatto, ha portato l'Italia alla rovina. Solo di questo sarei dispiaciuto non del tuo epilogo. (6 gennaio 2009)

 


Silvio, Gran Maestro


di Stefano Olivieri

Si sa, Berlusconi ha la memoria variabile, secondo convenienza. Si ricorda dell'Europa quando gli conviene, se ne scorda quando la UE boccia la legge Gasparri determinando una ulteriore tassa su tutti gli italiani. Spalmata su 60 milioni di residenti non è granché, appena due euro a testa all'anno, ma messi tutti insieme sono ben 350.000 euro al giorno che paghiamo alla UE facendo una forzata colletta per quel morto di fame del premier, primo azionista di Mediaset. Dal primo gennaio 2006 infatti, con effetto retroattivo. La Corte di Giustizia Europea ha condannato l'Italia a una multa di circa 130 milioni di euro alSilvio, Gran Maestrol'anno se Rete 4 non cederà a Europa 7 le frequenze che ha in concessione dallo Stato. Per l'Europa l'assegnazione delle frequenze in Italia non rispetta la libera prestazione dei servizi e non ha criteri di selezione obiettivi. La sentenza europea è la terza a favore di Europa 7 dopo quelle della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato.

Sarebbe troppo lungo l'elenco dei favori di stato che il signor Berlusconi, indirettamente ( ai tempi di Craxi, legge Mammì) o direttamente è riuscito ad avere per se e per le aziende di famiglia. Oggi sbraita su Sky e dimentica, al solito, di dire che Mediaset ha lanciato proprio a Sky ( e anche alla Rai in teoria, se non fosse che è ormai addomesticata dal premier, commissione di vigilanza compresa..) la sfida del digitale terrestre contro quello satellitare. Una sfida in cui il premier è sceso in campo subito a gamba tesa, prima con gli aiuti di stato concessi per l'acquisto del decoder fabbricato dal fratello Paolo, e adesso con la improvvisa accelerazione del passaggio al digitale terrestre della Rai ( se ne è occupato perfino l'ex piddino Villari ormai spudoratamente passato dall'altra parte, quando poche ore fa ha raccomandato per lettera alla Rai di ricordare alle famiglie italiane di attrezzarsi in tempo per il passaggio al digitale terrestre, magari dotandosi degli apparecchi di ricezione adatti ( come quello fabbricato da Paolo Berlusconi, ndr). Fra l'altro, va sottolineato che Berlusconi è concessionario di un bene pubblico, l'etere, per una cifra del tutto irrisoria ( due milioni l'anno) rispetto al ricavato che le sue tv, in posizione dominante sul mercato della pubblicità per motivi più che ovvi ( le industrie privilegiano sempre la tv padronale), riescono a fare. L'affitto dell'etere berlusconiano pare non risenta di inflazione, carovita, nulla. Perché non ritoccarlo per bene se si è davvero in vena di tassare i ricchi editori ?

Continuo ? Continuo sì, perché l'altro ieri Bonaiuti - sempre nel merito della tassa su Sky - ha detto che Berlusconi è tutt'altro che interessato al suo portafoglio dal momento che, per esempio, il decreto Gelmini lo ha danneggiato moltissimo riguardo alle misure sul caro libri. E qui la toppa rischia di essere peggiore del buco, perché in questo caso oltre al conflitto di interessi ( che emerge come al solito) c'è anche un altro aspetto, molto più delicato e pericoloso per la democrazia, che riguarda l'intenzione del piduista Berlusconi di riscrivere la storia per i nostri ragazzi studenti. Vediamo perché :

Primo aspetto della questione : La famiglia Berlusconi negli ultimi 15 anni ha acquisito numerose case editrici scolastiche. La "Mondadori education" detiene oggi il 50,5% del mercato dei testi scolastici (Mondadori Scuola, Electa Scuola, Signorelli Scuola, Juvenilia Scuola, Le Monnier Scuola, Minerva Scuola, Mursia Scuola, Piemme Scuola, Poseidonia Scuola, Salani Narrativa, Scuola & Azienda, Burlington Books, Hueber, MacMillan) insieme ad altri tre colossi editoriali "misti" (Pearson, Rizzoli Corriere della Sera, De gostini), a fronte del 49,5% degli editori scolastici "puri", che producono esclusivamente libri scolastici.

Il mercato è attualmente di 31.000 titoli (prezzo medio 15 euro), con un fatturato annuo di 650 milioni di euro. Gli articoli 5 e 15 della legge Gelmini prevedono, rispettivamente, il blocco delle adozioni dei libri di testo per 6 anni, e che i docenti possano adottare soltanto libri "utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista". Questo significa che gli editori che non hanno una parallela produzione commerciale di altro tipo (quelli "puri") rischiano la chiusura o l'assorbimento da parte dell'"education" dominante. Quindi : ancora conflitto di interessi, e anche bello pesante stavolta.

Secondo aspetto: Berlusconi si interessa alla rete internet, e questa è una notizia freschissima. E sulla rete vuole lanciare il nuovo business di OVOPEDIA. Se andate sul link scoprite tutto, ma per i pigri basti sapere che Berlusconi con la sua corazzata Mondadori ( per sapere come si è impadronito di Mondadori andate qui ) è già pronto a spalmare le menti dei giovani studenti italiani con milioni di clip video dell'enciclopedia Ovopedia, organizzata non da un team di docenti universitari bensì dall'ex vj Andrea Pezzi in collaborazione con Antonio Meneghetti, un ex frate francescano dal burrascoso passato giudiziario che negli anni ‘70 ha fondato l'ontopsicologia, una disciplina che ha come scopo la "formazione del leader, inteso come intuizione attiva di soluzioni per il collettivo".  Un assaggio ? Secondo Meneghetti  bisogna  "relativizzare l'olocausto ebraico", perché "bisogna ricordare che gli ebrei non sono l'unico popolo che ha sofferto e pagato". Oppure "Se avessimo potuto indagare l'obiettiva motivazione interna di un leader", dice Meneghetti, "con sorpresa di molti si sarebbe notato che le fonti culturali di un Hitler sono nella dottrina dei Dalai Lama del Tibet. Lì sono i fondamenti ispirativi che giustificano il suo modo di fare, che sostanzialmente non era un voler occupare gli altri, ma voler purificare e salvare il mondo".

Queste sono soltanto alcune delle perle di saggezza che Ovopedia spalmerà sulle menti dei nostri figli non appena la nuova metodica prevista dalla Gelmini contro il rincaro libri entrerà in vigore. Berlusconi guarda avanti, ben oltre la fine di questa legislatura. Dopo averlo fermato, se mai ci riusciremo, dovremo bonificare il paese dalle sue mine a tempo.(AprileOnline 5 dicembre 2008)

 

Berlusconi "Regole per il web"

di Monica Maro


"Berlusconi: Regolamentare internet". Silvio Berlusconi, ispirato dalla visita al Polo tecnologico di Poste italiane all'Eur di Roma, parla di un sistema per dare delle regole al web. E di una proposta che il governo s'impegna a portare sul tavolo del prossimo G8, presieduto proprio dall'Italia. "Porteremo sul tavolo una proposta di regolamentazione di internet in tutto il mondo, essendo internet un forum aperto a tutto il mondo", ha annunciato.

Il G8 sede ideale. "A gennaio sarò per la terza volta presidente del G8, che sarà un G20", ha detto. Secondo il premier, per trattare l'argomento world wide web sarà proprio quello il luogo ideale perché "rappresenterà l'80% dell'economia mondiale e il 72% della popolazione mondiale". Al problema, ha specificato Berlusconi, non possono porre soluzione le Nazioni Unite, che sono "pletoriche".

Regole per la rete. L'iniziativa del premier parte dall'osservazione che "per quanto riguarda internet manca una regolamentazione comune". Nessun altro dettaglio, ma Berlusconi ha spiegato che si tratterà di una proposta fatta con una "prospettiva internazionale, in cui l'Italia possa essere avanguardia". Detta così, in effetti non dice molto. È una delle tante affermazioni che potrebbero essere smentite dallo stesso premier già domani. Ma proprio in queste ore è in corso a Hyerabad, in India, l'IGF-Internet Governance Forum dell'ONU 2008, dove diversi workshop trattano la questione dei diritti umani in Rete e dell'Internet Bill of Rights (la carta dei diritti Internet) come piattaforma di raccordo.

I diritti nell'era digitale. La questione dei diritti nell'era digitale e di una Carta dei Diritti e dei Doveri per Internet, posta per la prima volta al WSIS-ONU (Summit della Società dell'Informazione) a Tunisi, ha conosciuto un rapido sviluppo nei successivi Internet Governance Forum ONU che annualmente, con i contributo di ONG, imprese, Governi e associazioni, si confrontano intorno alla governance di una realtà interattiva, orizzontale, che non conosce confini e scarsità. Dopo Atene, 2006, a Rio, 2007, l'Italia firmò con il Governo Brasiliano una Dichiarazione per un processo aperto, capace di comprendere i diversi livelli istituzionali e le reti della sussidiarietà sociale e imprenditoriale. Il Parlamento Europeo, lo scorso Gennaio, ha sollecitato tutti i propri stati membri a promuovere IGF locali per sviluppare i temi dell'accesso, della sicurezza, della condivisione, della multiculturalità e dei diritti della Rete.

Il fatto però che Berlusconi inserisca la questione nel tavolo G8, allargato a G20, perché "rappresenterà l'80% dell'economia mondiale e il 72% della popolazione mondiale", mentre le Nazioni Unite sono "pletoriche", rischia di sollevare equivoci che possono compromettere il ruolo dell'Italia nel processo avviato. Allo stesso modo, se associamo alle dichiarazioni del premier il dato Eurostat reso pubblico ieri che vede l'Italia l'unico paese in Europa in cui la diffusione di internet indietreggia invece che avanzare, il quadro diventa ancora più preoccupante.

Le forme di controllo già esistenti. A livello internazionale le polizie e le agenzie di sicurezza si coordinano da anni su questioni relative al terrorismo ed altri reati gravissimi, come il commercio di esseri umani in ogni forma. Punti sacrosanti, sui quali nessuno obietta. Ma i controlli, spesso, non si limitano a questo: dopo l'11 settembre 2001, con il varo del patriot Act, l'amministrazione Bush venne chiamata in causa per le intercettazioni di massa poste in essere con la copertura dei controlli antiterrorismo. Più recentemente, il blocco dei siti e il controllo su Internet è stato uno dei cavalli di battaglia del governo birmano per impedire la divulgazione di notizie durante la rivolta dei bonzi. Quella della censura attiva è una pratica perfezionata in paesi come la Cina, che però non è l'unico paese a farne uso. In passato l'attuale ministro Frattini, quando era commissario europeo, ha fatto dichiarazioni temibili nelle quali si augurava regole e controlli che era difficile differenziare dalla prassi cinese e anche nel nostro paese esiste una attività di blocco di siti "all'ingresso" sulla rete italiana. Di quell'elenco poco si sa e soprattutto niente si dice da parte di coloro che lo gestiscono sui criteri con i quali vengono scelti i siti da bloccare.

Promessa o minaccia? Il dubbio sorge spontaneo. Che l'esternazione di Berlusconi fosse dettata dal suo portafoglio piuttosto che dalla necessità di condividere nuove regole per questa realtà interattiva? Di recente Mediaset ha annunciato una sua analisi (con successiva minacciata vertenza in sede legale) dei contenuti di YouTube. Avevano quantificato in milioni di euro, molti milioni, il danno ricevuto dal fatto che la gente prende piccoli pezzi di programmi tv e li rilancia sulle piattaforme di social networking (come YouTube o Facebook o MySpace), per gli scopi più diversi: per denunciare una posizione politica o per affermarne un'altra, per condividere un gol o contestarlo, per ridere di un'imitazione o per divulgare una notizia oscurata dai media "ufficiali". Si tratta di secondi di tv, a volte minuti, mai ore. Ma secondo le aziende del settore, non solo per Mediaset, in quell'attività c'è una violazione del diritto d'autore e un danno d'impresa, perché chi ha prodotto e/o acquistato quelle immagini ha speso dei soldi che non vengono retribuiti dalla diffusione su internet.

Web, bene comune. Si potrebbe rispondere che la Rete è il deposito del sapere sociale, unico spazio ancora libero e relativamente accessibile a tutti e che una volta pubblicato un articolo di giornale, scritto un libro e trasmesso un programma tv, quelle parole e quelle immagini fanno parte di un sapere sociale dal quale è legittimo e sacrosanto attingere.
Su Internet, dovunque si mettano le mani si maneggiano o i diritti della persona o il farsi del nostro futuro, la qualità della cultura di oggi e domani. In gioco non c'è solo il diritto alla privacy ma la libertà d'espressione e conoscenza. Internet è lo "spazio pubblico" più grande che l'umanità abbia fino ad ora conosciuto, ed è quindi da considerare un "bene comune", come l'acqua, l'aria, il clima e i diritti universali.
Sarebbe un bene che il Parlamento si confrontasse sulla questione e sulle proposte che il governo intende mettere in campo, sarebbe forse necessario che i garanti della privacy e delle comunicazioni rivolgessero, in merito, delle domande al premier. E questo prima della riunione del G8 di gennaio.(AprileOnline 4 dicembre 2008)

 

Babbo Natale Brunetta

di Pier Paolo Coluccia,

C'è gente che ci scrive: Il ministro della Funzione pubblica per il rinnovo del contratto 2008-2009 relativo ai dipendenti del suo dicastero e di quelli della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha elargito un cospicuo premio monetario, che contrasta con lo spirito da crociato messo in atto solo verso una categoria di lavoratori.
Brunetta: ovvero un piccolo ministro dalle grandi bufale.
Il nostro Brunetta sta superando se stesso quanto a disonestà politica ed intellettuale. Nei mesi trascorsi ha invaso i mezzi di comunicazione con le sue crociate contro i fannulloni, i finti malati, i dipendenti pubblici disonesti e chi più ne ha più ne metta.

Ha partorito norme ai limiti della costituzionalità come quella che punisce chi si ammala con tagli allo stipendio, ha ridotto i fondi per il salario di produttività di tutte le strutture pubbliche, ha privato del diritto alla stabilizzazione del posto di lavoro migliaia di lavoratori con contratti a termine, si è presentato al tavolo della trattativa per il rinnovo del biennio contrattuale 2008-2009 dei dipendenti pubblici con proposte di aumento lordo medio pari a meno della metà dell'inflazione reale (70 euro lordi).

Eppure non sempre il nostro piccolo (nel senso politico, ovviamente) ministro è un cerbero dal cuore di pietra.
Quale ministro della Funzione Pubblica, infatti, ha dovuto indicare all'ARAN (l'agenzia governativa che conduce le trattative per i rinnovi contrattuali di tutto il comparto pubblico) le linee guida per il rinnovo del contratto 2008-2009 relativo ai dipendenti del suo Ministero e di quelli della Presidenza del Consiglio dei Ministri che pure da lui dipendono.

Ebbene il nostro ha assunto le fattezze di un vero e proprio Babbo Natale! Ha dato indicazione, infatti, di prevedere nel nuovo contratto di queste strutture che tutte le somme percepite sotto la forma di salario accessorio legato alla produttività (dai 350 ai 900 euro lordi mensili) siano inglobate dallo stipendio e siano corrisposte, quindi, per il resto della vita lavorativa di quei dipendenti ed in maniera del tutto indipendente dalla produttività di ciascuno.

Ovvero ci sono lavoratori negli ospedali, nei ministeri, nelle scuole, nelle università, nelle forze dell'ordine, che per le stesse somme, o anche meno, devono dimostrare di avere raggiunto obbiettivi fissati dai loro dirigenti, devono ridurre al minimo le assenze per malattia, devono avere incarichi che comportino l'assunzione di responsabilità di gestione.
E ci sono altri dipendenti che, per avere la "fortuna" di lavorare alle dirette dipendenze del nostro Brunetta, avranno una retribuzione incrementata indipendentemente da tutto ciò e, inoltre, tali somme saranno calcolate per intero anche nel trattamento di fine rapporto e nella pensione, cosa che non avviene per tutti gli altri.

Auguri ai dipendenti di questi settori, per carità. Ma allora Signor Ministro le sue crociate valgono solo per chi non lavora alle sue dipendenze? Oppure sa con certezza che tra i suoi dipendenti non si annidano fannulloni, magari anche di sinistra?(AprileOnline 2 dicembre 2008)
 

 

Che furbetto quel Brunetta

 

di Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo
hanno collaborato Michele Cinque e Alberto Vitucci

 

La trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto dall'ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni.

La prima immagine di Renato Brunetta impressa nella memoria di un suo collega è quella di un giovane docente inginocchiato tra i cespugli del giardino dell'università a fare razzia di lumache. Lì per lì i professori non ci fecero caso, ma quella sera, invitati a cena a casa sua, quando Brunetta servì la zuppa, saltarono sulla sedia riconoscendo i molluschi a bagnomaria. Che serata. La vera sorpresa doveva ancora arrivare. Sul più bello lo chef si alzò in piedi e, senza un minimo di ironia, annunciò solennemente: "Entro dieci anni vinco il Nobel. Male che vada, sarò ministro". Eravamo a metà dei ruggenti anni '80, Brunetta era solo un professore associato e un consulente del ministro Gianni De Michelis.

 



Ci ha messo 13 anni in più, ma alla fine l'ex venditore ambulante di gondolette di plastica è stato di parola. In soli sette mesi di governo è diventato la star più splendente dell'esecutivo Berlusconi. La guerra ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo incoronano - parole sue - 'Lorella Cuccarini' del governo, il più amato dagli italiani. Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati nullafacenti e ha falciato i contratti a termine. Dagli altri pretende rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza. A 'L'espresso' risulta che i dati sulle presenze e le sue attività al Parlamento europeo non ne fanno un deputato modello. Anche la carriera accademica non è certo all'altezza di un Nobel. Ma c'è un settore nel quale l'ex consigliere di Bettino Craxi e Giuliano Amato ha dimostrato di essere davvero un guru dell'economia: la ricerca di immobili a basso costo, dove ha messo a segno affari impossibili per i comuni mortali.

Chi l'ha visto

Appena venticinquenne, Brunetta entra nel dorato mondo dei consulenti (di cui oggi critica l'abuso). Viene nominato dall'allora ministro Gianni De Michelis coordinatore della commissione sul lavoro e stende un piano di riforma basato sulla flessibilità che gli costa l'odio delle Brigate rosse e lo costringe a una vita sotto scorta. Poi diventa consigliere del Cnel, in area socialista. Nel 1993, durante Mani Pulite firma la proposta di rinnovamento del Psi di Gino Giugni. Nel 1995 entra nella squadra che scrive il programma di Forza Italia e nel 1999 entra nel Parlamento europeo.

Proprio a Strasburgo, se avessero applicato la 'legge dei tornelli' invocata dal ministro, il professore non avrebbe fatto certo una bella figura. Secondo i calcoli fatti da 'L'espresso', in dieci anni è andato in seduta plenaria poco più di una volta su due. Per la precisione la frequenza tocca il 57,9 per cento. Con questi standard un impiegato (che non guadagna 12 mila euro al mese) potrebbe restare a casa 150 giorni l'anno. Ferie escluse. Lo stesso ministro ha ammesso in due lettere le sue performance: nella legislatura 1999-2004 ha varcato i cancelli solo 166 volte, pari al 53,7 per cento delle sedute totali. "Quasi nessun parlamentare va sotto il 50, perché in tal caso l'indennità per le spese generali viene dimezzata", spiegano i funzionari di Strasburgo. Nello stesso periodo il collega Giacomo Santini, Pdl, sfiorava il 98 per cento delle presenze, il leghista Mario Borghezio viaggiava sopra l'80 per cento. Il trend di Brunetta migliora nella seconda legislatura, quando prima di lasciare l'incarico per fare il ministro firma l'elenco (parole sue) 148 volte su 221. Molto meno comunque di altri colleghi di Forza Italia: nello stesso periodo Gabriele Albertini è presente 171 volte, Alfredo Antoniozzi e Francesco Musotto 164, Tajani, in veste di capogruppo, 203.

La produttività degli europarlamentari si misura dalle attività. In aula e in commissione. Anche in questo caso Brunetta non sembra primeggiare: in dieci anni ha compilato solo due relazioni, i cosiddetti rapporti di indirizzo, uno dei termometri principali per valutare l'efficienza degli eletti a Strasburgo. L'ultima è del 2000: nei successivi otto anni il carnet del ministro è desolatamente vuoto, fatta eccezione per le interrogazioni scritte, che sono - a detta di tutti - prassi assai poco impegnativa. Lui ne ha fatte 78. Un confronto? Il deputato Gianni Pittella, Pd, ne ha presentate 126. Non solo. Su 530 sedute totali, Brunetta si è alzato dalla sedia per illustrare interrogazioni orali solo 12 volte, mentre gli interventi in plenaria (dal 2004 al 2008) si contano su due mani. L'ultimo è del dicembre 2006, in cui prende la parola per "denunciare l'atteggiamento scortese e francamente anche violento" degli agenti di sicurezza: pare non lo volessero far entrare. Persino gli odiati politici comunisti, che secondo Brunetta "non hanno mai lavorato in vita loro", a Bruxelles faticano molto più di lui: nell'ultima legislatura il no global Vittorio Agnoletto e il rifondarolo Francesco Musacchio hanno percentuali di presenza record, tra il 90 e il 100 per cento.

Se la partecipazione ai lavori d'aula non è da seguace di Stakanov, neanche in commissione Brunetta appare troppo indaffarato. L'economista sul suo sito personale ci fa sapere che, da vicepresidente della commissione Industria, tra il 1999 e il 2001 ha partecipato alle riunioni solo la metà delle volte, mentre nel biennio 2002-2003, da membro titolare della delicata commissione per i Problemi economici e monetari, si è fatto vedere una volta su tre. Strasburgo è lontana dall'amata Venezia, ma non si tratta di un problema di distanza. A Ca' Loredan, nel municipio dove è stato consigliere comunale e capo dell'opposizione dal 2000 al 2005, il nemico dei fannulloni detiene il record. Su 208 sedute si è fatto vedere solo in 87 occasioni: quattro presenze su dieci, il peggiore fra tutti i 47 consiglieri veneziani.

Il bello del mattone

Brunetta spendeva invece molto tempo libero per mettere a segno gli affari immobiliari della sua vita. Oggi il ministro possiede un patrimonio composto da sei immobili (due ereditati a metà con il fratello) sparsi tra Venezia, Roma, Ravello e l'Umbria, per un valore di svariati milioni di euro. "Mi piacciono le case e le ho pagate con i mutui", ha sempre detto. Effettivamente per comprare e ristrutturare la magione di 420 metri quadrati con terreno e piscina in Umbria, a Monte Castello di Vibio, vicino a Todi, Brunetta ha contratto un mutuo di 600 milioni di vecchie lire del 1993. Ma per acquistare la casa di Roma e quella di Ravello, visti i prezzi ribassati, non ne ha avuto bisogno. Cominciamo da quella di Roma. Alla fine degli anni Ottanta il rampante professore aveva bisogno di un alloggio nella capitale, dove soggiornava sempre più spesso per la sua attività politica. Un comune mortale sarebbe stato costretto a rivolgersi a un'agenzia immobiliare pagando le stratosferiche pigioni di mercato. Brunetta no.
Come tanti privilegiati, riesce a ottenere un appartamento dall'Inpdai, l'ente pubblico che dovrebbe sfruttare al meglio il suo patrimonio immobiliare per garantire le pensioni ai dirigenti delle aziende. Invece, in quel tempo, come 'L'espresso' ha raccontato nell'inchiesta 'Casa nostra' del 2007, gli appartamenti più belli finivano ai soliti noti. Brunetta incluso. Un affitto che in quegli anni era un sogno per tutti i romani, persino per i dirigenti iscritti all'Inpdai ai quali sarebbe spettato. Lo racconta Tommaso Pomponi, un ex dirigente della Rai ora in pensione, che ha presentato domanda alla fine degli anni Ottanta: "Nonostante fossi stato sfrattato, non ottenni nessuna risposta. Contattai presidente e direttore generale, scrissi lettere di protesta, inutilmente". Pomponi ha pagato per anni due milioni di lire di affitto e poi ha comprato a prezzi di mercato, come tutti. Il ministro, invece, dopo essere stato inquilino per più di 15 anni con canone che non ha mai superato i 350 euro al mese, ha consolidato il suo privilegio rendendolo perpetuo: nel novembre 2005 il patrimonio degli enti infatti è stato ceduto. Brunetta compra insieme agli altri inquilini ottenendo uno sconto superiore al 40 per cento sul valore di stima. Alla fine il prezzo spuntato dal grande moralizzatore del pubblico impiego è di 113 mila euro, per una casa di 4 vani catastali, situata in uno dei punti più belli di Roma. Si tratta di un quarto piano con due graziosi balconcini e una veranda in legno. Brunetta vede le rovine di Roma e il parco dell'Appia antica. Un appartamento simile a quello del ministro vale circa mezzo milione di euro: con i suoi 113 mila euro l'economista avrebbe potuto acquistare un box.

Un tuffo in Costiera

Anche il buen retiro di Ravello è stato un affare immobiliare da Guinness. Brunetta, che si autodefinisce "un genio", diventa improvvisamente modesto quando passa in rassegna i suoi possedimenti campani. "Una proprietà scoscesa", ha definito questa splendida villa di 210 metri quadrati catastali immersa in 600 metri di giardino e frutteto. Seduto nel suo patio il ministro abbraccia con lo sguardo il blu e il verde, Ravello e Minori.

Per comprare i ruderi che ha poi ristrutturato ha speso 65 mila euro tra il 2003 e il 2005. "Quanto?", dice incredula Erminia Sammarco, titolare dell'agenzia immobiliare Tecnocasa di Amalfi: "Mi sembra impossibile: a quel prezzo un mio cliente ha venduto una stalla con un porcile". Oggi un rudere di 50 metri quadri costa circa 350 mila euro, e una villa simile a quella dell'economista supera di gran lunga il milione di euro. Il ministro ha certamente speso molto per la pregevole ristrutturazione, tanto che ha preso un mutuo da 300 mila euro poco dopo l'acquisto del 2003 che finirà di pagare nel 2018, ma ha indubbiamente moltiplicato l'investimento iniziale.

Ma come si fa a trasformare una catapecchia senza valore in una villa di pregio? 'L'espresso' ha consultato il catasto e gli atti pubblici scoprendo così che Brunetta ha comprato due proprietà distinte per complessivi sette vani catastali, affidando i lavori di restauro alla migliore ditta del luogo. Dopo la cura Brunetta, al posto dei ruderi si materializza una villetta su tre livelli su 172 metri quadrati più dépendance, rifiniture in pietra e sauna in costruzione. Per il catasto, invece, l'alloggio passa da civile a popolare. In compenso, i sette vani sono diventati 12 e mezzo. Come è stata possibile questa lievitazione? "Diversa distribuzione degli spazi interni", dicono le carte. La signora Lidia Carotenuto, che fino al 2002 era proprietaria del piano inferiore, ricorda con un po' di malinconia: "La mia casa era composta di due stanzette, al massimo saranno stati 40 metri quadrati e sopra c'era un altro appartamento (che misurava 80 metri catastali, ndr) in rovina. So che ora il Comune di Ravello sta costruendo una strada che passerà vicino all'abitazione del ministro. Io non avrei venduto nulla se l'avessero fatta prima...". A rappresentare Brunetta nell'atto di acquisto della dépendance nel 2005 è stato il geometra Nicola Fiore, che aveva seguito in precedenza anche le pratiche urbanistiche. Fiore era all'epoca assessore al Bilancio del comune, guidato dal sindaco Secondo Amalfitano, del Partito democratico. I rapporti con il primo cittadino è ottimo: Brunetta entra nella Fondazione Ravello. E quest'anno, dopo le elezioni, Amalfitano fa il salto della barricata, entra nel Pdl e lascia la Costiera per Roma dove viene nominato suo consigliere ministeriale.

Il Nobel mancato "Io sono un professore di economia del lavoro, l'ho guadagnato con le unghie e con i denti. Sono uno dei più bravi d'Italia, forse d'Europa", ha spiegato Brunetta ad Alain Elkann, che di rimbalzo lo ha definito "un maestro della pasta e fagioli" prima di chiedergli la ricetta del piatto. L'economista Ada Becchi Collidà, che ha lavorato nello stesso dipartimento per otto anni, dice senza giri di parole che "Renato non è uno studioso. È prevalentemente un organizzatore, che sa dare il meglio di sé quando deve mettere insieme risorse". Alla facoltà di Architettura di Venezia entra nel 1982, dopo aver guadagnato l'idoneità a professore associato in economia l'anno precedente. Come ha ricordato in Parlamento il deputato democratico Giovanni Bachelet, Brunetta non diventa professore con un vero concorso, ma approfitta di una "grande sanatoria" per i precari che gravitavano nell'università. Una definizione contestata dal ministro, che replica: avevo già tutti i titoli.

In cattedra

Secondo il curriculum pubblicato sul sito dell'ateneo di Tor Vergata (dove insegna dal 1991), al tempo il giovane Brunetta poteva vantare poche pubblicazioni: una monografia di 500 pagine e due saggi. Il primo era composto di dieci pagine ed era scritto a sei mani, il secondo era un pezzo sulla riduzione dell'orario edito da 'Economia&Lavoro', la rivista della Fondazione Brodolini, di area socialista, che Brunetta stesso andrà a dirigere nel 1980. Tutto qui? Nel mondo della ricerca esistono diverse banche dati per valutare il lavoro di uno studioso. Oggi Brunetta si trova in buona posizione su quella Econlit, che misura il numero delle pubblicazioni rilevanti: 30, più della media dei suoi colleghi. La musica cambia se si guarda l'indice Isi-Thompson, quello che calcola le citazioni che un autore ha ottenuto in lavori successivi: una misura indiretta e certo non infallibile della qualità di una pubblicazione, ma che permette di farsi un'idea sull'importanza di un docente. L'indice di citazioni di Brunetta è fermo sullo zero.

Le valutazioni degli indicatori sono discutibili, ma di sicuro il mondo accademico non lo ha mai amato: "L'università ha sempre visto in lui il politico, non lo scienziato", ricorda l'ex rettore dello Iuav di Venezia, Marino Folin. Nel 1991, da professore associato, riesce a trasferirsi all'Università di Tor Vergata. In attesa del Nobel, tenta almeno di diventare professore ordinario partecipando al concorso nazionale del 1992. In un primo momento viene inserito tra i 17 vincitori. Ma un commissario, Bruno Sitzia, rimette tutto in discussione. Scrive una lettera e, senza riferirsi a Brunetta, denuncia la lottizzazione e la poca trasparenza dei criteri di selezione. "Si discusse anche di Brunetta, e ci furono delle obiezioni", ricorda un commissario che chiede l'anonimato: "La situazione era curiosa: la maggioranza del collegio era favorevole a includere l'attuale ministro, ma non per i suoi meriti, bensì perché era stato trovato l'accordo che faceva contenti tutti. Comunque c'erano candidati peggiori di lui". Il braccio di ferro durò mesi, poi il presidente si dimise. E la nuova commissione escluse Brunetta. Il professore 'migliore d'Europa' viene bocciato. Un'umiliazione insopportabile. Così fa ricorso al Tar, che gli dà torto. Poi si appella al Consiglio di Stato, ma poco prima della decisione si ritira in buon ordine. Nel 1999 era riuscito infatti a trovare una strada per salire sulla cattedra. Un lungo giro che valica l'Appennino e si arrampica alle pendici del Gran Sasso, ma che si rivela proficuo. È a Teramo che ottiene infine il riconoscimento: l'alfiere della meritocrazia, bocciato al concorso nazionale, riesce a conquistare il titolo di ordinario grazie all'introduzione dei più facili concorsi locali. Nel 1999 partecipa al bando di Teramo, la terza università d'Abruzzo. Il posto è uno solo ma vengono designati tre vincitori. La cattedra va al candidato del luogo ma anche gli altri due ottengono 'l'idoneità'. Brunetta è uno dei due e torna a Tor Vergata con la promozione. Un'ultima nota. A leggere le carte del concorso, fino al 2000 Brunetta "è professore associato a Tor Vergata". La stranezza è che il curriculum ufficiale - pubblicato sul sito della facoltà del ministro - lo definisce "professore ordinario dal 1996". Quattro anni prima: errore materiale o un nuovo eccesso di ego del Nobel mancato?(la Repubblica 20 novembre 2008)


 

Berlusconi "Imbecilli" Pd "Inaccettabile"

 

 
di Carla Ronga

Berlusconi: Chi l'ha detto che la notte porta consiglio? Quella maggioranza di italiani che lo scorso 14 aprile ha votato per il centrodestra è ancora certa di meritarsi questo premier, campione mondiale di figuracce? Ed è mai possibile che con il po po' di crisi che dobbiamo affrontare giornalmente, la maggioranza di governo non abbia altro a cui pensare che quello di porre rimedio all'irrimediabile ignoranza della sua leadership? Lui, il Cavaliere, è convinto di essere spiritoso e non compreso da una opposizione "imbecille". È convinto che dare ad un nero "dell'abbronzato" sia una battuta spiritosa o addirittura un complimento e, in fondo, noi sappiamo il perché: chi meglio di Berlusconi può conoscere gli effetti benefici dell'abbronzatura, arte a cui il premier dedica molto del suo tempo anche se questo avviene a discapito del paese che dovrebbe governare?

In partenza da Mosca per Bruxelles dove si svolge il Consiglio europeo il presidente del Consiglio, che ieri aveva messo in palio una "laurea del coglione" per i propri detrattori (deve trattarsi di un corso di studi che conosce bene), torna oggi sulle polemiche e rilancia: "Pensavamo che ci fossero tanti imbecilli in circolazione, quello che non immaginavamo è che fossero così imbecilli da autodichiararsi, autocertificarsi pubblicamente. Lo hanno fatto. Li conoscevamo già, ma non li pensavo così tanto imbecilli".
Poi, atterrato a Bruxelles abbandona la conferenza stampa, gremita di giornalisti convocati per seguire il lavoro del Consiglio europeo, indispettito da un reporter americano (anch'egli coglione?) che gli domandava un commento sulle reazioni internazionali suscitate dalle affermazioni sul presidente Obama.

Così, mentre i "coglioni abbronzati" fanno l'appello su facebook e manifestano contro il governo a Roma a piazza Argentina, le parole del premier - ma attenzione perché domani potrebbero essere giustificate come "battute spiritose" - non possono non scatenare una durissima reazione del Pd. Il compito di rispondere è affidato a Franceschini, numero due del partito: "Chiediamo ai presidenti delle Camere, ai ministri e agli esponenti del governo di dire parole di dissociazione. Facciano sentire la loro voce per dire che sono sbagliati questi toni, gli insulti e il turpiloquio. Pensiamo alla campagna elettorale del '48: fu uno scontro molto duro ma non credo proprio che Togliatti abbia mai pensato di dire imbecille o coglione a De Gasperi".
"Gli insulti - scandisce Franceschini - sono inaccettabili e bisogna dirlo per evitare che scivolino via nella velocità dell'informazione. C'è il rischio dell'assuefazione. Ma ve lo immaginate Sarkozy che da' del coglione a Segolene Royale? O Gordon Brown a David Cameron?. Non è normale", è l'accusa del vicesegretario Pd che chiede una svolta all'opinione pubblica: "Chiediamo ai mezzi di comunicazione, agli intellettuali, agli opinion leader di questo Paese di indignarsi. Bisogna reagire e riportare il confronto e la dialettica politica nei canali della normalità. Il che non vuole dire che non ci sarà lo scontro politico ma che non si deve ricorrere all'offesa e all'insulto".

Altra benzina sul fuoco arriva dalla polemica sui manifesti che il Pd ha dedicato alla frase di Maurizio Gasparri sulla "contentezza" di Al Qaeda dopo l'elezione di Obama alla Casa Bianca. Fabrizio Cicchitto parla di "autentica barbarie", Italo Bocchino di "aggressione politica" mentre il reggente di AN, Ignazio La Russa, ricorda che "siamo tutti abituati ad un confronto a volte aspro ma questa volta si è passato il segno, quasi come una forma di istigazione alla violenza additando Gasparri come un nemico da colpire". E Gasparri arriva ad accusare il Pd di "uno stile più da Brigate rosse che da partito democratico" e si dichiara "più stupito che preoccupato da questi allievi di Goebbels e Stalin".

La sensazione netta è però che il polverone scatenano dal Pdl sul manifesto del partito Democratico sia un malriuscito tentativo di far dimenticare l'ennesimo incidente diplomatico provocato dal presidente del Consiglio. (AprileOnline 8 novembre 2008)


 

Berlusconi smentisce Berlusconi


di Frida Roy,  

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ha detto né ha mai pensato di inviare la polizia contro gli occupanti di scuole e università. No, non è uno scherzo. E l'ennesima presa in giro a cui ci sottopone il presidente del Consiglio in perenne crisi d'identità.
Stavolta, non pago della gravità delle dichiarazioni rilasciata appena ieri, il cavaliere ha deciso di compiere la solita inversione di marcia addirittura da Pechino, in una conferenza stampa trasmessa da Skay.
"Io -ha affermato- non ho mai detto né pensato che la polizia debba entrare nelle scuole. Ho detto invece -ha aggiunto- che chi vuole è liberissimo di manifestare e protestare, ma non può imporre a chi non é della sua stessa idea di rinunciare al suo diritto essenziale".(nella foto Fra Inteso)
E poi la rivelazione: "Accade di frequente, anzi molto spesso - ha detto ancora Berlusconi - che io non riesca a riconoscermi nelle situazioni che ho vissuto da protagonista. Posso perciò parlare di un divorzio tra la realtà di quanto da me vissuto e la realtà che raccontano i giornali".(1)

A "divorziare dalla realtà" deve essere stato anche Palazzo Chigi che nella informazione sulla conferenza stampa tenuta da Berlusconi insieme alla ministra Gelmini, sul sito internet ufficiale scrive tra l'altro che "il presidente del Consiglio convocherà oggi (ieri,n.d.r.) il ministro dell'Interno Maroni per dargli indicazioni su come devono intervenire le forze dell'ordine perché l'ordine deve essere garantito. Occupare è una violenza contro le famiglie, contro le istituzioni e lo Stato che deve svolgere il suo ruolo garantendo il diritto degli studenti che vogliono studiare di entrare nelle classi e nelle scuole".

Sempre da Pechino - testimone Skay - Berlusconi ha spiegato che sì, aveva parlato di interventi ma non di polizia ma di "opportune azioni di convincimento e ne ho in mente qualcuna molto spiritosa". Richiesto di spiegare di cosa si tratta il premier si è però limitato a un "non le dico, altrimenti farei i titoli".

"Ci voleva la Cina per far rinsavire il presidente". Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, commenta così il tentativo di chiarimento da parte del presidente del Consiglio mentre il Partito democratico in una nota diramata alle agenzie di stampa sottolinea come la carica di presidente del consiglio richieda "senso dello Stato, rispetto del dissenso e controllo della parola e di sé stessi". Berlusconi, prosegue la nota del Pd, "smentisce oggi parole pronunciate ieri davanti a decine di telecamere e ascoltate da tutti gli italiani". E non è certo una novità di cui meravigliarsi. "Dopo aver annunciato la chiusura dei mercati a causa della grave crisi finanziaria, smentito poi addirittura dalla Casa Bianca, dopo aver invitato ad acquistare azioni di specifiche società quotate, dopo aver detto che la crisi finanziaria non avrebbe avuto effetti sull'economia reale, smentendosi il giorno dopo, il presidente del Consiglio su un argomento così delicato - conclude il Pd - si comporta in maniera intollerabile per chi ha simili responsabilità evidentemente per lui sproporzionate".

È chiaro che a costringere Berlusconi all'ennesimo passo indietro c'è lo zampino di An. Quello di Berlusconi "è un monito, ma penso non ci sarà mai un seguito. E ci starei male se ci fosse...", aveva detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e anche il sindaco di Roma, già nei giorni passati, aveva difeso le prerogative degli studenti che vogliono manifestare. D'altra parte la protesta contro il decreto taglia fondi è di casa anche tra i giovani della destra. Se gli esponenti del PdL si mischiassero ai contestatori scoprirebbero che non ci sono solo ragazzi e ragazze "strumentalizzati" dalla sinistra, ma anche tanti docenti, tante famiglie, elettori anche del centro destra perché quella della scuola è una questione centrale.
Così, quella di oggi, mentre la protesta di piazza si gonfia sempre di più, sul fronte politico si profila come una giornata dedicata alle dichiarazioni concilianti in attesa che il ministro dell'Interno Roberto Maroni, nella riunione convocata alle 17 al Viminale, decida quali misure effettivamente adottare a fronte delle occupazioni.
Lo stesso ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, ha aperto al dialogo: "Convocherò da domani, una per una, tutte le associazioni degli studenti e dei genitori per aprire uno spazio di confronto. Ad una sola condizione: che si discuta sui fatti", ha detto intervenendo in aula al Senato.

E proprio a palazzo Madama, con 122 favorevoli e 155 contrari, la maggioranza ha bocciato la richiesta, avanzata dal Partito democratico, di non passare all'esame degli articoli del decreto Gelmini. Per il Pd mancherebbe al provvedimento la copertura finanziaria, la richiesta è stata sostenuta dagli altri gruppi di opposizione. L'aula ha quindi avviato l'esame del provvedimento, sul quale stamattina si è conclusa la discussione generale.
"Poche idee, molta arroganza: non credo sia questa la chiave", ha attaccato il ministro ombra dell'Economia del Pd, Pierluigi Bersani. "Rispettare la legalità è un dovere, protestare civilmente è un diritto. Vale per gli studenti, ma anche per il presidente del Consiglio", ha sottolineato il presidente vicario dei deputati Udc, Michele Vietti. Per l'Unione di Centro, ha aggiunto, "l'istruzione è una priorità. Ben vengano le riforme, ma non se si realizzano solo con i tagli".(AprileOnline 23 ottobre 2008)

Nota di redazione   1) C'è un nome per questa malattia.... Alzheimer


Grandissimo presidente, in te nessun calcolo politico(????)

Nuovo show del capo del governo italiano, Silvio Berlusconi, ieri ospite a Washington per un colloquio con il presidente Usa Bush (l'ultimo, visto che le elezioni sono ormai alle porte). «La storia dirà che George W. Bush è stato un grande, grandissimo presidente degli Stati Uniti», ha esordito il cavaliere. Ma poi, come se non bastasse, Berlusconi ha aggiunto: «Sono stato onorato di poter cooperare con te, ho trovato in te un uomo di grandi ideali e di grandi principi - ha spiegato rivolto a Bush durante la cerimonia di benvenuto sul prato della Casa bianca - Non ho mai trovato in te il calcolo del politico, ma sempre la sincerità e la spontaneità di una persona che crede profondamente in quello che fa». Le cronache raccontano anche di un regalo a Bush: «Uno splendido vaso Ginori con raffigurate le tre Grazie e decine di cravatte e foulard Marinella». Bush ha ricambiato con un complimento a Berlusconi: «Statista di una grande nazione e un cordiale amico degli Stati Uniti».(Il Manifesto 14 ottobre 2008)

(Nella foto "amore a prima vista")


 

 

Paolo Guzzanti contro Berlusconi


 "E' amico di Putin, mi fa vomitare"

di Paolo Guzzanti

*ROMA* - "Berlusconi mi fa vomitare". Paolo Guzzanti, deputato Pdl ed ex presidente della Commissione Mitrokhin, attacca frontalmente il presidente del Consiglio. Dal proprio sito internet Guzzanti torna a difendere la Georgia, invasa da Mosca, e attacca la Russia di Putin.
Quello stesso leader politico che Silvio Berlusconi non perde occasione di lodare. Un comportamento che a Guzzanti non va giù. E non lo manda a dire.

Stavolta a scatenare la polemica sono le frasi dette ieri da Berlusconi nel corso della riunione del gruppo Pdl alla Camera. Ecco, secondo Guzzanti, la descrizione dei fatti: "Berlusconi ha superato se stesso paragonando il presidente georgiano Saakashvili a Saddam. Ho vomitato.
Ieri sera ho ascoltato da Berlusconi parole terribili e inaccettabili che non avrei mai voluto ascoltare. Di questa storia ne ho abbastanza.
Ciò che ho trovato più grave, inaccettabile e nauseante è stato il tono con cui Berlusconi ha ripetuto a megafono le storie della propaganda russa, dicendo che 'bisognava ad andare a prendere quello là, quel Saddam', intendendo il presidente Saakashvili. Mi fa schifo e non capisco l'allineamento col capo del Kgb al potere".

Guzzanti - a cui recentemente è stata levata la scorta - non si ferma e rivela anche un dialogo che sarebbe stato raccontato da Berlusconi. "Mi telefona Bush e mi dice: hai visto cosa ha fatto il tuo amico Putin? - scrive Guzzanti riferendo le parole del premier - ma Putin è amico mio quando fa le cose che non ti piacciono e amico nostro quando fa quelle giuste? Sentiamo, che ha fatto? E Bush: 'Ha cancellato tutti i candidati dalle elezioni locali, tutti, e li ha sostituiti con uomini suoi, dal primo all'ultimo. 'Allora - ricostruisce sempre Guzzanti citando il Cavaliere - io vado a Mosca e dico: cos'è questa storia dei candidati? E
Putin: ma sai, avevano candidato tutta gente sui 70 anni, quindi erano tutti legati al passato sovietico. Ho voluto dare una svecchiata e ho ordinato di far mettere quarantenni, gente che dirige aziende. Va bene, dico io".

Un atteggiamento che Guzzanti critica duramente. Una reazione troppo morbida, quella del premier italiano, che il deputato della Pdl non
tollera: "Berlusconi ha anche detto che quella russa non sarà proprio una democrazia perfetta, ma sapete, ci vuole del tempo per passare dal totalitarismo alla democrazia".

Conclusione al vetriolo. "Ieri sera avevo l'impressione di ascoltare qualcuno che esprimesse parole, sorridenti per di più, per giustificare Hitler". Un qualcuno che si chiama Berlusconi. (/8 ottobre 2008/)
 

Balla a Balla


di Marco Travaglio

L’altra sera, a “Porta a Porta”, Rosy Bindi e Di Pietro contro Gasparri e Verdini.
A un certo punto, però, colpo di scena. Gasparri avverte Di Pietro: “Attento che Vespa di Giustizia se ne intende”.
Qualcuno intravede un’allusione alla sua signora, la giudice Augusta Iannini, già intima di Squillante e dunque promossa da Castelli, Mastella e Angelino Jolie a direttore del ministero della Giustizia.
Bruno Vespa, in arte Fede, capisce al volo: imparziale come sempre, si unisce al duo Pdl e comincia a pestare Di Pietro.
Tre contro uno. Tema: i processi al Cainano: “Se Berlusconi - sostiene l’insetto - è un’anomalia, lo sono pure i 26 suoi processi, dai quali è sempre uscito assolto”. Pari e patta. Di Pietro prova a ricordare di averne avuti 33, di processi, ma lui si dimise da pm e da ministro per farsi giudicare (bella forza, era innocente), mentre il Cainano si assolve da sè depenalizzando i suoi reati e dimezzando la prescrizione con leggi ad personam.

Vespa, aspirante Ghedini, dice che “su 26 processi, 4 sono in corso, 4 sono finiti in prescrizione e 18 in assoluzione”.
Tutti “successivi alla discesa in campo”. Parla di appena “4 leggi ad personam”. E sostiene che, per le tangenti alla Guardia di Finanza, “Berlusconi è stato assolto con formula piena”, mentre “il caso di Lentini al Milan era analogo a quello di Dino Baggio alla Juve, ma Agnelli non fu nemmeno chiamato a testimoniare, mentre Berlusconi fu condannato”.
Cinque balle in cinque frasi.

1) Le leggi ad personam sono 16: decreto Biondi, Tremonti, rogatorie, falso in bilancio, Cirami, Maccanico-Schifani, ex-Cirielli, Gasparri, salva-Rete4, Frattini, condoni fiscale e ambientale, Pecorella, bloccaprocessi, Alfano, prossimamente intercettazioni.

2) Prima della discesa in campo, Berlusconi era già stato indagato nel 1983 (poi archiviato) per traffico di droga e imputato nel 1989 per falsa testimonianza sulla P2 (colpevole, ma salvo grazie all’amnistia del 1990); nel 1992-93 vari manager del suo gruppo erano sott’inchiesta per i fondi neri di Publitalia e del Milan, tangenti a Dc, Psi e Cariplo.
Come scrive il gip bresciano Carlo Bianchetti nel 2001, archiviando le denunce berlusconiane contro il pool di Milano: “L’impegno politico del denunciante e le indagini ai suoi danni non si pongono in rapporto di causa ed effetto; la prosecuzione di indagini già iniziate e l’avvio di ulteriori indagini collegate in nessun modo possono connotarsi come attività giudiziaria originata dalla volontà di sanzionare il sopravvenuto impegno politico dell’indagato”.
Anzi, è probabile che sia sceso in campo per salvarsi dalle inchieste già aperte sul suo gruppo, prevedendo che sarebbero giunte fino a lui.

3) I processi al Cavaliere non sono 26, ma 15: 5 in corso (corruzione Saccà, corruzione senatori, corruzione giudiziaria Mills, fondi neri Mediaset, Telecinco in Spagna) e 10 già conclusi, più varie indagini archiviate (6 per mafia e riciclaggio, 2 per le stragi mafiose del 1992-’93, ecc.).
Nei 10 processi già chiusi, le assoluzioni nel merito sono solo 3: 2 con formula dubitativa (comma 2 art.530) per i fondi neri Medusa e le tangenti alla Finanza (“insufficienza probatoria”), 1 con formula piena per il caso Sme-Ariosto/1. Altre 2 assoluzioni - All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2 - recano la formula “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”: l’imputato se l’è depenalizzato (falso in bilancio).
Per il resto: 2 amnistie per la falsa testimonianza sulla P2 e un falso in bilancio sui terreni di Macherio; e 5 prescrizioni, grazie alle attenuanti generiche, che si concedono ai colpevoli, non agli innocenti: All Iberian/1 (finanziamento illecito a Craxi), caso Lentini (falso in bilancio con prescrizione dimezzata dalla riforma Berlusconi), bilanci Fininvest 1988-’92 (idem come sopra), 1500 miliardi di fondi neri nel consolidato Fininvest (come sopra), Mondadori (corruzione giudiziaria del giudice Metta tramite Previti, entrambi condannati).

4) Dunque, per le mazzette alla Finanza, niente formula piena, ma insufficienza di prove.

5) Il caso Lentini non era affatto analogo al caso Baggio: Lentini fu pagato dal Milan con fondi neri extrabilancio (reato), Baggio con una donazione personale di Agnelli (non reato). E comunque, per Lentini, Berlusconi non è mai stato “condannato”.
Ora non vorremmo che l’imparziale insetto dovesse risponderne all’Authority o, Dio non voglia, scusarsi in diretta.
Ma non c’è pericolo: in tv deve scusarsi chi dice la verità, non chi racconta balle. Emilio Vespa è in una botte di ferro.

Se qualcuno sostiene "sono stato sempre assolto", sempre meglio controllare "come" - gli aggiornamenti dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso (L'Unità 3 ottobre 2008)
 

Il BerlusCai



di Tommaso Merlo

BerlusCaiSe alla fine riescono a comprarsi Alitalia quelli della Cai come minimo devono dedicargli un aereporto, il Cainano International Airport. Oppure dovranno cambiare il nome della combriccola da Cai in Berluscai. Del resto di volare gratis i Berlusconi non ne hanno bisogno, loro volano con i loro jet privati, con la compagnia aerea di famiglia. Ma allora perchè Berlusconi si è sbattuto tanto per sostenere la cordata della Cai? 

Probabilmente per il sessanta percento degli Italiani che secondo i sondaggi stravedono per il Cainano IV, Berlusconi si sta sacrificando per proteggere la nostra italianità. Già, sembra che senza compagnia di bandiera la nostra italianità sarebbe inesorabilmente intaccata. Diverremmo un pò più africani e un pò meno europei. E i due milioni al giorno di soldi pubblici che Alitalia perde da anni? Spiccioli per i Fratelli d’Alitalia, la difesa dell’orgoglio nazionale non ha prezzo. Chiedete a qualunque vero patriota se preferisce usare i suoi soldi delle tasse per scuole e ospedali o per salvare Alitalia e non esiterrebbe un istante ad optare per la seconda, salvare la compagnia di bandiera! Stessa risposta anche dei patrioti che non hanno mai messo piede su un aereo e mai lo metteranno.

Diverso discorso per il restante quaranta percento che secondo i sondaggi non stravede per il Cainano IV e anzi considera il ritorno di Berlusconi al potere una iattura nazionale. Secondo loro la Berluscai ha ben altre motivazioni: salvare la faccia politica del Cavaliere. Una commedia che ha inizio in campagna elettorale quando Berlusconi fece saltare la trattativa con Air France (il principale vettore mondiale) ad un passo dalla firma. E lo fece sfruttando i sentimenti dei Fratelli d’Alitalia sparsi per il Paese. Il solito colpo di teatro che sicuramente gli permise di raccattare parecchi voti tra i tele-elettori ma che a differenza di altre panzane elettorali aveva conseguenze reali immediate.

Rispetto ai tomi di balle travestite da promesse sparate in quindici anni di attività politica, quella dell’italianità dell’Alitalia incideva infatti immediatamente su una situazione aziendale già drammatica. Ed ecco allora il prestito ponte, soldi pubblici gettati nel pozzo da vero liberale, e l’avvio della ricerca disperata di qualcuno disposto a comprare. Un’impresa impossibile in quelle condizioni. Ecco allora che il governo mette sulle spalle dei contribuenti tutte le bad companies, le attività mangia soldi collegate ad Alitalia. Ma anche questo evidentemente non basta e allora arrivano i tagli di massa sul personale. Taglio dopo taglio rimane da vendere la parte sana dell’azienda e a prezzo di saldo ed è a quel punto che per miracolo compare la Cai, un gruppo di imprenditori patrioti disposti ad immolarsi per la causa, la loro. Berlusconi garantisce perfino che vengano calpestate tutte le regole di mercato e di trasparenza pur di chiudere.

Sembra fili tutto liscio finchè si arriva alla negoziazione con le parti sociali. Il governo ha fretta di chiudere, Sacconi vomita ultimatum ogni cinque minuti ma la firma non arriva. Chissà, forse arriverà ai supplementari o forse arriverà un nuovo acquirente oppure Alitalia fallirà. Ma a questo punto per Berlusconi conta poco o nulla, lui ha raggiunto il suo obiettivo, la faccia è salva. La cordata italiana infatti è apparsa e se la Berluscai non è decollata è tutta colpa dei dipendenti e dei sindacati, è tutta colpa del dragone rosso e non certo sua. A tal proposito i media di regime hanno già istruito i tele-elettori: Berlusconi ha mantenuto le promesse, come sempre.(AprileOnline 23 settembre 2008)


 

Il mistero Air One


di Oliviero Beha

Nel marasma del caos/caso Alitalia, come ormai in molti altri casi italiani, non c'è un innocente ma solo colpevoli con varia intensità e tasso penale di colpa.
Eppure una piccolissima domanda alla rete vorrei farla: dov'è finita Air One?
Me lo dite voi dal momento che i media non ne parlano, occultandola nello scandalo della compagnia di bandiera?

Come è noto, ma non a tutti, Air One e il suo titolare, Toto, erano indebitatissimi e avevano potuto resistere sul mercato grazie non al mercato stesso ma alla "promiscuità" di Toto con la politica, cioè con tutti i partiti.
Scambi di denaro, persone, favori? Si aspetta qualcuno che ce lo dica.
Nel frattempo Air One con tutti i suoi debiti è stata ingoiata e quindi "ripulita" da Cai, la nuova compagnia che si è per ora ritirata dal lodo Alitalia.
Chi paga tutto ciò? E perché non se ne parla?

Attendonsi pareri competenti e notizie informate sui fatti. Fattacci. Se non ne ricevo, aspetto lunedì "Chi l'ha visto?".(20 settembre 2008 Italiopoli)
 

 

Berlusconi medita vendetta

di Francesco Piccioni

Come previsto, Berlusconi ha scatenato la «vendetta». Furioso per il ritiro della Compagnia aerea italiana (Cai) a causa della «resistenza» di cinque sindacati aziendali più la Cgil, ha avviato la controffensiva. I suoi uomini hanno occupato tutti i media disponibili per ripetere ossessivamente che «non c'è alternativa alla Cai». Di più: «a questo punto non garantiamo gli ammortizzatori sociali in caso di fallimento». Della serie: vi prenderemo per fame. Simpatico il «conflitto di interessi» nel mondo dell'informazione: il Sole24Ore , organo di Confindustria, ha pubblicato ieri un autorevole articolo del suo massimo esperto di Alitalia, che chiariva come i soci della Cai abbiano tirato un sospiro di sollievo quando Colaninno ha proposto di ritirare l'offerta. Anche il commissario straordinario Augusto Fantozzi, ha messo il suo nichelino asserendo che «ho contattato personalmente i presidenti di Air France, Lufthansa e British, che hanno declinato la richiesta di intervento, pur manifestando interesse per il mercato italiano». Omette di considerare il semplice fatto empirico per cui, finché il governo italiano - proprietario del 49,9% delle azioni Alitalia - continua a privilegiare una particolare offerta, nessuno può credibilmente farsi avanti. Fantozzi ha però fatto anche altro: ha incontrato i rappresentanti di quattro delle organizzazioni protagoniste del «no» a Cai, che lo avevano chiesto per «esaminare misure urgenti» al fine di «garantire la continuità operativa». In questo caso, il tassello negativo l'ha messo la Filt Cgil, indisponibile a qualsiasi incontro senza la presenza anche di Cisl, Uil e Ugl. Coperta corta, insomma. E miccia che brucia, intanto. Situazioni per caratteri forti e nervi d'acciaio. Non hanno tenuto quelli del presidente dell'Anpav, piccola organizzazione degli assistenti di volo (4-500 iscritti, in Alitalia), che in serata si è detta disposta a sottoscrivere l'«accordo quadro» raggiunto nella notte di domenica tra governo, Cai e i quattro sindacati confederali. Numericamente non cambia molto, ma il cedimento è stato immediatamente cavalcato dal governo. A Fiumicino, nonostante tutto questo, il clima è diverso. La giornata dei lavoratori era stata ovviamente tesa. Passato il breve momento di euforia sul ritiro dei «banditi», la preoccupazione ha ripreso il dominio. Ma il passa parola nei capannelli e nel presidio permanente al «varco equipaggi» si condensava in un «grazie» a quanti avevano stoppato la Cai. Si è visto anche negli applausi a Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione e unico uomo politico - insieme, ma in altro modo, a Di Pietro - in grado di parlare a questa gente. Ha apprezzato in particolare le forme di lotta scelte - mobilitazione senza scioperi, mandando in tilt chi, come il governo, cercava «il casino» per poterla buttare sull'«emergenza» - e la capacità di mettere in chiaro il legame tra questa vertenza e la partita sul rinnovo del modello contrattuale, che Confindustria intende alla maniera di Colaninno («per noi non esistono associazioni, voi siete solo dei dipendenti»; roba che ha fatto inbufalire anche i più british tra i piloti). Le alternative di mercato sono principalmente due: Air France-Klm e Lufthansa. La prima, però, farebbe di Berlusconi un punching ball, costretto a incassare meno della metà di quanto ne avrebbe ricavato Padoa Schioppa. In alternativa, la giunta regionale del Lazio sta pensando di lanciare una «cordata delle regioni», magari sintonizzandosi con l'idea - circolata e non troppo convintamente smentita nei giorni scorsi - di una «cooperativa» dei dipendenti, disposti a investirci almeno una parte dei propri tfr. In questo caso la copertura di una banca importante - si era fatto il nome di Unicredit - sarebbe però determinante. Ora si attende che Fantozzi inviti ufficialmente gli interessati a fare offerte pubbliche. La continuità di volo - fin qui garantita dai soli dipendenti, nonostante ci sia molta incertezza anche sul pagamento degli stipendi - non è in discussione. I biglietti vengono venduti regolarmente e gli aerei partono. Sono state piuttosto le sgangherate dichiarazioni dei ministri - amplificate da una stampa «complice» più del solito - a agitare la clientela. Ma questo governo vive per fare soltanto danni. Gravi. (Il Manifesto 20 settembre 2008)
 

Inadatto a governare

Vittoria dell'Economist: critica lecita e fondata

di Andrea Fabozzi

A vederlo oggi non sembrerebbe. Eppure proprio adesso che tiene saldamente palazzo Chigi, con i sondaggi che lo esaltano e l'opposizione che lentamente scompare, Silvio Berlusconi deve sentire il tribunale civile di Milano dare ragione all' Economist e alla sua famosa copertina: «Silvio Berlusconi è inadatto a guidare l'Italia». Si può scrivere, non c'è diffamazione ma legittimo diritto di cronaca e di critica: il milione di euro di danni che il cavaliere aveva chiesto sparisce, sostituito da 25mila euro di spese legali a carico del premier. La sentenza è di fine agosto. Ieri il settimanale inglese l'ha messa a disposizione sul sito. Con sette anni di ritardo da quella celebre inchiesta (era uscita negli ultimi giorni della campagna elettorale del 2001, alla fine della quale Berlusconi vinse), la prima sezione civile del tribunale di Milano ha stabilito che l'articolo 21 della Costituzione tutela pienamente The Economist . Che ha informato su fatti accertati, ha svolto le sue critiche nel rispetto del principio della «continenza» - «secondo i canoni del tradizionale empirismo anglosassone» - e anzi non ha ricevuto risposta ai 51 quesiti che il cronista David Lane, autore dell'articolo, aveva inutilmente provato a sottoporre a Berlusconi. Nel 2005 Lane ha poi scritto un libro sulla traccia di quella inchiesta - L'ombra del potere - che gli costò un'altra querela per diffamazione da parte del cavaliere, respinta anche quella. Nel numero dell'aprile 2001 The Economist non aveva trascurato alcuna zona d'ombra della biografia berlusconiana, dall'origine della sua fortuna ai contatti con ambienti mafiosi alla valanga di processi e prescrizioni al sostegno politico di Craxi alla iscrizione alla P2. Tutti fatti documentati e veritieri secondo il tribunale. Che ha assolto anche le conclusioni cui era giunto il settimanale, e cioè che «nonostante il suo volersi presentare come un luminoso esempio del self-made man Mr. Berlusconi ha avuto bisogno di molto sostegno da parte di ambienti poco rispettabili. Sebbene dichiari di voler cambiare il vecchio e corrotto sistema, il suo personale impero economico ne è in larga parte un prodotto. La sua elezione a primo ministro perpetuerebbe piuttosto che cambiare, le vecchie cattive abitudini italiane». Un'opinione molto netta secondo il giudice unico Angelo Ricciardi, ma rientrante in pieno nel diritto di critica. Al sito del settimanale inglese sono arrivati molti commenti da parte dei lettori italiani, in maggioranza di congratulazioni per la vittoria giudiziaria. Secondo un anonimo la sentenza darà altri argomenti a Berlusconi per sentirsi discriminato dai giudici. Il suo avvocato in effetti ha annunciato ricorso contro «una sentenza ingiusta». Da parte della direzione dell' Economist - non più la stessa del 2001 - nessun commento, solo la constatazione molto british che Mr. Berlusconi «è di nuovo primo ministro».(Il Manifesto 6 settembre 2008)

 

Berlusconi al processo Mills

 

Immune ma ostinato: ri-ricusa la giudice

Il processo a Silvio Berlusconi e all'avvocato d'affari inglese David Mills per corruzione riprenderà il prossimo 19 settembre a Milano e allora la difesa del cavaliere produrrà la prova - una formalità - che Berlusconi è effettivamente il presidente del Consiglio in carica e in quanto tale non può essere processato in virtù del «lodo Alfano» approvato prima delle ferie dal parlamento. Il cavaliere dunque dalle accuse dei pm milanesi non ha più nulla da temere: il processo per quanto lo riguarda andrà sospeso e potrà ricominciare solo quando avrà terminato il mandato a palazzo Chigi. A quel punto è molto probabile che il collegio che sta processando il cavaliere sarà cambiato e che bisognerà iniziare da capo il dibattimento, con il risultato certo della prescrizione. Eppure, ostinati, i legali del primo ministro - Piero Longo e l'avvocato senatore nonché «ministro ombra» della giustizia, Nicolò Ghedini - hanno presentato ieri un ricorso in Cassazione contro la decisione della corte di Appello milanese che un mese e mezzo fa aveva respinto la richiesta di ricusazione della presidente del tribunale, Nicoletta Gandus. Accusata da Berlusconi di essergli pregiudizievolmente contraria, in quanto aveva aderito ad un appello contro le «leggi vergogna» del precedente governo del cavaliere. La corte d'Appello aveva concluso che non esiste la prova di un'inimicizia grave - presupposto indispensabile perché un imputato possa essere allontanato dal suo giudice naturale - ma per Ghedini e Longo la giudice Gandus «aveva un'attitudine personale connotata da astio nei confronti dell'onorevole Berlusconi». Ma se il cavaliere adesso è immune, perché insiste con la ricusazione? Forse perché sa che nel momento in cui calerà la sua richiesta di sospensione del processo, potrebbe partire anche la richiesta alla Corte costituzionale di pronunciarsi sul «lodo Alfano». La Consulta potrebbe cancellare quella legge contestata, riconsegnando Berlusconi ai suoi processi come un qualunque cittadino.(Il Manifesto 4 settembre 2008)

 

 

Un ministro senza qualità


di Roberto Silvestri

Finalmente un ministro dei beni culturali è riuscito a farsi intervistare da Grazia. Complimenti. Non conta cosa dice, ci insegnò Warhol. Chi viene eletto, poi, può perfino gesticolare oscenamente o dire ciò che vuole, perfino che lui di «arte contemporanea non capisce nulla», colta citazione postmoderna da Alberto Sordi, che lui trasforma da farsa in tragedia. Infatti poi ha cominciato a strafare, inebriato dalla celebrità e dal suo estremismo iconoclasta, che già «colpì a morte» Biagi e Eco, le intoccabili colonne della nostra cultura critica.
Un film sulle Br, Il sol dell'avvenire, finanziato dallo stato ha uno straordinario successo in un prestigioso festival mondiale? All'indice. E d'ora in poi sul cineterrorismo giudicherà sovrano un tribunale speciale «sopra le parti» (lo consiglierei formato da carabinieri, polizia, o agenti dei servizi deviati) per non addolorare i parenti delle vittime (in ordine cronologico: le famiglie Pinelli, dei morti in piazza Fontana, dell'Italicus, della stazione di Bologna...).
Ma questa era l'epoca nella quale il ministro di Fivizzano i film li vedeva. Adesso gli basta informarsi sul genere. Quando combattono gli elefanti è un documentario su un ferroviere sessantottino, che protesta per la sicurezza sui treni e contesta i tagli ai binari? «Ha solo un valore documentaristico e di denuncia sociale». Dunque «è doveroso far cessare lo scandalo dell'utilizzo di soldi pubblici per finanziare opere che si spacciano per culturali ma che in realtà approfittano del rapporto con la politica e il potere». Non sembrerebbe troppo, visto che al Lido non andrà (come non vanno centinaia di film indigesti perchè artistici: bisognerà pur scegliere)... Invece per il ministro è la prova che bisogna «rivedere i criteri di assegnazione». Il «cinema italiano fa schifo» perché il 50% dei 50 film realizzati mettendo le mani in tasca agli italiani, gli italiani non li vedono. Il ragionamento, martellante e ripetuto, non è matematico: incassano di più, e aggiungono più ricchezza di immagine Ciprì e Maresco che vendono in tutto il mondo o Neri Parenti che vende solo in Italia? Per Bondi non c'è dubbio. Cultura è incassare qui. Lui lo sa: coordinò la stesura di Una storia italiana, l'agiografia fotografica che arrivò in tutte le nostre buche delle lettere nell'anno 2001 e come incasso fece vincere l'elezione qui al gran comunicatore... Il mondo del cinema italiano, dando prova di insospettata unità, si mobilitò, all'inizio dell'estate, quando venne minacciato dall'attuale governo il blocco dei finanziamenti all'industria cinematografica (perché quando si deve congelare una democrazia si taglia sempre alla voce «cultura») e il fermo di alcune iniziative di rilancio (come il tax credit) che dovevano favorire l'ingresso di capitali privati nella produzione distribuzione e esercizio. Si minacciò il blocco della presenza italiana nei festival, che non è proprio come far le barricate, ma la minaccia - in fondo i festival internazionali finalmente li vincevamo, dunque quelle commissioni che danno i soldi dimostravano di funzionare - fu sufficiente a riesumare l'arcaica scenetta dorotea dell'elargizione paternalista ai questuanti: Letta padre (governo) accontentò Letta figlio (Medusa), soldi e sblocco della leggi Prodi arrivarono, e tutto tacque.
Il neoministro per i beni culturali, neanche 50 anni, è giovane e estremista (il berlusconismo fase suprema, anzi sepolcrale, del comunismo) ma non originale né innovatore, e copia gli antenati omologhi «dc» Folchi, Natale, Scaglia, Lupis (pdsi), Signorello,D'Arezzo... Affetto da «provincialismo bilioso», «mancanza di educazione e equilibrio» e «acredine pari solo alla sua insipienza politica e intellettuale», per usare i suoi affondi polemici, offende come tutti i luogotenenti dell'«imprenditore illuminato» devono, e ci riporta all'epoca nella quale tutta l'Europa rideva dell'Italia che tagliava i finanziamenti pubblici proprio a corti sovversivi, doc scandalosi e sperimentalismo (quel che Bondi non capisce) e poi fu costretta a reintrodurli per non perdere lucrose coproduzioni. Sarebbe il momento di chiedere al mondo del cinema di rispondere in modo adeguato (Il Manifesto 22 agosto 2008).


 

 

Amato-Alemanno inciucio all'italiana

di Pierpaolo Coluccia

Amato-Alemanno, inciucio all'italianaIl Belpaese del trasformismo e dei "salti della quaglia" ricomincia a vivere alla grande con la decisione di Amato di presiedere la commissione, istituita dal Sindaco Alemanno che dovrebbe proporre linee guida di riforma istituzionale dello status di Roma, per condurla verso l' "area metropolitana". Nei fatti, però, la commissione stessa dovrà  trasformarsi in una fucina di idee di governo della città  per una giunta  che ne è palesemente a corto. Valga a conferma di questo l'idea veramente balzana del vicesindaco Cutrufo di istituire un parco di divertimenti stile Eurodisney per rilanciare il turismo della Capitale colpito, invece, dalla sindrome insicurezza-paura-violenza che tanta parte ha avuto nella vittoria di Alemanno.
Sarebbe facile indicare nella storia politica e personale di Amato una tendenza a saltare sul carro del vincitore facendo ricorso al suo vestitino da tecnico di grande livello e nascondendo per bene l'abito di politico dello schieramento opposto.
Ricordiamo Amato sottosegretario alla presidenza del consiglio con Craxi, ministro in dicasteri di rilievo con  Prodi, D'Alema, Dini, Presidente del Consiglio ecc.

Uomo per tutte le stagioni, pronto a mettere le sue "competenze tecniche" a disposizione anche di colui che ha battuto il vicepresidente del Consiglio di quel governo nel quale Amato rivestiva la carica di ministro dell'Interno. Il richiamo ad Attali mi pare francamente ridicolo. Alemanno non è il Presidente francese, le riforme istituzionali le fa il Parlamento. Questo sindaco aveva bisogno urgente di una ciambella di salvataggio per quando le ordinanze di grande impatto mediatico relative a: divieto di rovistare nei cassonetti, tolleranza zero verso i lavavavetri ed altri criminali simili come coloro che scrivono sui muri, sgombero dei campi rom ecc, avranno perso il loro effetto mediatico ed i problemi veri mostreranno tutto il loro peso e la loro drammaticità .
Amato gli ha dato una mano, pronto a prestare la sua opera al servizio di chiunque la richieda. Vista la storia dell'uomo non può stupire più di tanto.

Ciò che lascia molto perplessi è la reazione a macchia di leopardo del PD. Molti contrari ma anche molti pronti a plaudire non a forme di confronto corretto e leale ma all'eterno "inciucio all'italiana". Una forma di commistione maggioranza-opposizone che a quest'ultima non può che arrecare danno senza apprezzabili effetti positivi per il Paese.
L'impostazione politico-economica di questo governo infatti, è così lontana e contrastante con il programma del PD, sul quale sono stati chiesti i voti agli elettori, è bene sottolinearlo, che forme istituzionalizzate di collaborazione sono impossibili e pericolose.
Grave è il silenzio di Veltroni. Non si può pensare, infatti, che un'opposizione credibile ai provvedimenti del Governo che hanno dato colpi durissimi al mondo del lavoro dipendente, ai pensionati, alla scuola, all'università, al precariato, alla sanità, all'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, possa essere condotta da chi, alla prima occasione, è pronto ad accettare di sedersi sullo strapuntino offerto da un sindaco inadeguato e lontanissimo dall'idea di Roma delle giunte Rutelli e Veltroni. (AprileOnline 15 agosto 2008)

 

Si definitivo del Senato al decreto sicurezza

 

Palermi, «questo pacchetto incita all'odio e all'intolleranza»

Image Con 161 voti a favore, 120 contrari (Pd e Idv) e otto astenuti (Udc) l'Aula di Palazzo Madama ha approvato la conversione definitiva in legge del decreto sulla sicurezza 

Il testo è arrivato in Senato con le modifiche approvate dalla camera il 16 luglio, fra le quali la più rilevante è la scomparsa delle discussa norma “blocca-processi”, sostituita dal Governo con la facoltà di rinvio affidata alla discrezionalità dei magistrati.
Fra le norme contenute nel pacchetto l'uso di 3 mila militari potranno nelle grandi città nella vigilanza di obiettivi sensibili e nel pattugliamento, certezza della pena per chi commette atti osceni, violenza sessuale, furto e spaccio, inserimento dell'aggravante di clandestinità per extracomuniari ma anche per cittadini europei entrati irregolarmente.

Grande soddisfazione nella maggioranza,«finalmente una svolta storica per la tutela e la sicurezza dei cittadini dopo l'impotenza della sinistra», commenta il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri.
Non è d'accordo Manuela Palermi, dei Comunisti italiani, per la quale «questo pacchetto sicurezza non risolve alcun problema ma un risultato lo raggiunge: incita all'odio e all'intolleranza».  (www.larinascita.org 23.7.08) 

 

L'ultimo sì al lodo Alfano

di A.S.
 

L'ultimo s젡l lodo AlfanoIl lodo Alfano è legge dello Stato. Dopo il sì della Camera del dieci luglio scorso, il Senato ha dato l'ultimo e necessario assenso nella serata di oggi (martedì). L'iter completo, dal vaglio del Presidente della Repubblica al via libera definitivo, è durato 25 giorni. Nella grande avanzata del lodo ha perso velocità il decreto sicurezza, incardinato in parallelo. Su questo fronte Palazzo Madama dovrà sbrigarsela entro venerdì, pena la scadenza del termine di conversione in legge. I voti a favore sono stati 171, quelli del Popolo della libertà, della Lega Nord e del Movimento per l'autonomia. I 128 senatori di Partito democratico e Italia dei valori si sono espressi contro. Astenuti i tre dell'Udc, che hanno dato atto al governo di aver ammorbidito la portata delle indicazioni dell'emendamento blocca processi, contenuto nel decreto sicurezza.

Da adesso le quattro più alte cariche dello Stato, compreso il presidente del Consiglio, non potranno subire processi sino al termine del loro mandato. I procedimenti già in corso (al momento sono due, il "Mills" e il "Saccà", in cui è coinvolto Silvio Berlusconi) sono sospesi nella parte che li riguardano. Si fermano i tempi della prescrizione, i processi potranno riprendere alla scadenza della carica. Lo scudo dura una legislatura e non è reiterabile. Quanto ottenuto dal Pd è una puntualizzazione nel testo, che soffoca sul nascere l'eventualità di un presidente del Consiglio che, eletto al Quirinale prima della fine della legislatura, goda dal 2013 di altri sette anni di protezione. Ecco come è stato accolto l'emendamento democratico: la sospensione non "si applica in caso di successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni".

Il disegno di legge è stato introdotto in Aula dal suo estensore, il ministro della Giustizia, che ha presenziato per tutto il dibattito sino al voto finale. Pretestuose, secondo Angelino Alfano, le polemiche sulla speditezza dell'approvazione: "Alle critiche che sono state rivolte sulla fretta con cui si è messo a punto questa legge, io rispondo che non è molto urgente né poco urgente: è solo giusto". In sede di replica il Guardasigilli ha confermato le intenzioni del governo di inaugurare, a partire da settembre, il percorso della riforma della giustizia. Ai contenuti noti a grandi linee (revisione di composizione e funzioni del Consiglio superiore della magistratura, separazione delle carriere tra giudici e pm, modifica del principio di priorità dell'azione penale) ne ha tracciato uno ulteriore, già accennato nei giorni scorsi dal premier: "Intendiamo procedere alla riforma della giustizia civile e del processo penale visti i tempi irragionevoli della durata dei processi e visto che il conto lo paga il cittadino". Alfano ha rivolto un invito ai "settori ragionevoli dell'opposizione" a collaborare per mandare in porto in disegno, al cui interno non rientra più, per la neanche troppo celata opposizione della Lega Nord, il ripristino dell'immunità parlamentare nella versione strong, quella che risale alla Prima Repubblica.

Alfano si è rivolto, evidentemente, al Pd. I democratici, tuttavia, oggi si sono mostrati molto duri sul provvedimento messo a punto dal ministro siciliano. L'opposizione è stata di merito, sintetizzata dall'intervento della capogruppo Anna Finocchiaro, che ha tacciato il lodo di palese incostituzionalità ritenendolo contrario ai principi del nostro ordinamento. La Finocchiaro ha detto che la Costituzione è strutturata in modo da tutelare non chi ricopre la carica, ma la funzione svolta. Ha citato il caso dell'articolo 68 che salvaguarda i parlamentari per quanto detto o fatto "nell'esercizio delle loro funzioni", uguale meccanismo è previsto per il Capo dello Stato. Al di fuori di questa cortina, rappresentata dall'incarico, vale "il principio dell'eguaglianza davanti alla legge". Lo stesso che il lodo Alfano ha deciso di sospendere. Per l'Italia dei valori c'è stato un acceso intervento, più volte interrotto, del capogruppo Felice Belisario. Ha accusato il premier di "far approvare dal Parlamento il lodo Alfano come salvacondotto per la casta e per lui stesso". E' tornato quanto detto alla Camera dal leader Antonio Di Pietro: anche Belisario ha paventato il ritorno del "piano della P2 di cui Berlusconi era membro". Il capogruppo del Popolo della libertà, Maurizio Gasparri, ha difeso il provvedimento ricordando l'appello dei 36 costituzionalisti ("primo firmatario un presidente emerito della Consulta") che non hanno ravvisato anomalie nel lodo Alfano, citato il numero di anni che Berlusconi ha passato sotto processo e sottolineato il fatto che tutti i procedimenti dopo di lui sono iniziati dopo la discesa in campo del 1994. Ha concluso ricordando che anche Massimo D'Alema si è avvalso dell'immunità a cui hanno diritto i parlamentari europei e citando una frase di Giovanni Falcone, sulle lusinghe della politica di cui sono vittime, a volte, i magistrati. In palese riferimento a quelli che hanno intrapreso, nel corso dell'ultimo quindicennio, indagini contro il presidente del Consiglio. (AprileOnline 23 luglio 2008)


 

 

Bossi, insulti all'inno nazionale e ai prof. del sud

L'armata leghista non si smentisce.Image Dito medio alzato al grido di «mai più schiavi di Roma», così il ministro delle Riforme Bossi parla a Padova ai leghisti veneti riuniti a congresso. Il gestaccio è contro l'inno di Mameli in cui si dice che «l'Italia è schiava di Roma» infatti il Senatur torna prepotentemente all'attacco sul tema del federalismo usando toni concilianti con il Pd, «c'è spazio, siamo pronti ad accogliere le proposte del centrosinistra sul federalismo. Da parte nostra non ci sarà una chiusura al Pd e a Veltroni». Ma toni altrettanto inequivocabili verso uno «Stato centralista e fascista che trattiene troppe risorse». Per Bossi «l'obiettivo finale è la Padania, il federalismo solo il primo passo», parole “vecchio stile” pronunciate dopo che nei giorni scorsi  aveva dichiarato la sua piena sintonia con Silvio Berlusconi sulla riforma della giustizia.

Ma prima di arrivare al capitolo “Padania libera” il ministro del governo Berlusconi lancia una nuova battaglia quella della riforma della scuola tutta leghista, ovvero basta professori del sud al nord! «Non possiamo lasciare martoriare i nostri figli da gente che non viene dal nord. Un nostro ragazzo è stato stangato perché all'esame di maturità aveva presentato una tesina su Carlo Cattaneo». Nessun nome ma viene spontaneo il riferimento alla recente bocciatura scolastica di Bossi junior.

Molte le condanne più o meno incisive alle parole e ai gesti del Senatur, infatti se An con la Russa in testa chiede che Bossi si scusi, Forza Italia si limita a censurare il gesto, sottolineando che sulla Lega il giudizio resta «positivo». Secondo il vicesegretario del Pd, Dario Franceschini, quello del ministro delle Riforme è il modo per «coprire» il cedimento nei confronti del premier.
L'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ricorda invece che Bossi agisce così per una questione di «clima»: in fondo fu proprio il presidente del Consiglio Berlusconi ad alzare il dito medio in un comizio elettorale tempo fa.(www.larinascita.org 22 luglio 2008)

 

L'editto di Parigi di Belusconi

DAL BLOG: http://2piu2uguale5.go.ilcannocchiale.it/   16 luglio 2008

Il presidente dell'Abruzzo in carcere per concussione: per lui presunta tangente da 5.800.000 di euro. L'inchiesta, avviata due anni fa per la movimentazione di 14 milioni di euro, di cui 12,8 già consegnati, ha portato ben 35 persone ad essere indagate dalla magistratura e all'arresto di Ottaviano Del Turco, più un'altra decina di assessori e funzionari. Reati contestati: associazione per delinquere, concussione, corruzione, riciclaggio, truffa,falso e
Abuso d'ufficio.Sembrerebbe una cosa gravissima. Eppure diventa niente di fronte all'immediata dichiarazione del Presidente del Consiglio italiano, stato democratico basato (lo ricordiamo) sulla separazione e quindi sul riconoscimento legittimo tra i poteri.

"Sì, ho sentito, e mi sembra una cosa molto strana che ci sia una decapitazione completa, quasi una retata, di un intero governo di una regione; ho sentito anche il teorema accusatorio, conoscendo l'attuale sistema dell'accusa in Italia..."

"Necessaria riforma radicale della magistratura."

Dalla Francia, Berlusconi lancia l'Editto di Parigi. Si legge così: il potere legislativo delegittima quello giudiziario. Anche quando a farne le spese è il Partito Democratico, a testimonianza che gli interessi da difendere sono trasversali, e che destra e sinistra sono illusioni

create ad arte. Divide et impera.

Questa è l'anticamera della guerra civile. Chissà se Berlusconi si rende conto delle conseguenze delle sue parole sui destini di un popolo, quello italiano, narcotizzato dalle sue televisioni spazzatura.

I casi sono due:

. o hanno ragione gli Stati Uniti d'America, che al G8 distribuivano un press kit ai giornalisti dove lo definivano un politico dilettante, che governa grazie al suo impero mediatico in una paese dove la corruzione è dilagante;

. oppure sta mettendo in atto con estremo puntiglio il piano sovversivo del maestro Licio Gelli, di cui era sostenitore con tessera 1816, il quale conteneva come punto fondamentale la rifondazione della magistratura.

La situazione non è più tollerabile. Gli italiani non se lo meritano. Alfano gli ha già garantito l'immunità, che a differenza di quanto viene impunemente sostenuto non è una

prassi consolidata negli altri paesi.

Sentiamo a tal proposito il parere di oltre cento costituzionalisti italiani:

"L'immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i Ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro, tanto meno nell'ordinamento spagnolo più volte evocato, ma sempre inesattamente."

Basta, Silvio! Adesso stai davvero esagerando.

Nerone si limitò ad incendiare Roma. Tu stai mandando in fumo un paese intero!
 

Gaffe Usa "Belusconi? Un politico dilettante in un paese corrotto"


di WSI
Incidente diplomatico senza precedenti al G8. Nel kit stampa della Casa Bianca «materiale insultante nei confronti del premier e degli italiani». Bush è stato costretto a porgere le sue scuse a Berluska e al popolo italiano.

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Una gaffe senza precedenti al G8. Tanto che George W. Bush è stato costretto a porgere le sue scuse a Berlusconi e al popolo italiano. Per quale motivo? Per capirlo, basta leggere la biografia del presidente del consiglio pubblicata nel 'press kit' che la Casa Bianca ha distribuito ai giornalisti al seguito del presidente americano.

LA BIOGRAFIA - «Il premier italiano è stato uno dei più controversi leader nella storia di un paese conosciuto per corruzione governativa e vizio - si legge nel profilo -. Principalmente un uomo d'affari con massicce proprietà e grande influenza nei media internazionali. Berlusconi era considerato da molti un dilettante in politica che ha conquistato la sua importante carica solo grazie alla sua notevole influenza sui media nazionali finché non ha perso il posto nel 2006». La biografia pubblicata sul 'press kit' non si ferma qui: «Odiato da molti ma rispettato da tutti almeno per la sua 'bella figura' (in italiano nel testo) e la pura forza della sua volontà - afferma la biografia - Berlusconi ha trasformato il suo senso degli affari e la sua influenza in un impero personale che ha prodotto il governo italiano di più lunga durata assoluta e la sua posizione di persona più ricca del paese».

La biografia di Berlusconi, che cita anche il fatto che da ragazzo «guadagnava i soldi organizzando spettacoli di marionette per cui faceva pagare il biglietto di ingresso», ricorda che il futuro premier italiano mentre studiava legge a Milano «si era messo a vendere aspirapolvere, a lavorare come cantante sulle navi da crociera, a fare ritratti fotografici e i compiti degli altri studenti in cambio di soldi». La Casa Bianca avrebbe prelevato la biografia di Berlusconi dalla 'Encyclopedia of World Biography' che risulta aggiornata al mese scorso.

LE SCUSE - In serata, il portavoce della Casa Bianca, Tony Fratto, ha inviato una lettera nella quale si scusa a nome della Casa Bianca: «Scrivo - si legge nella lettera - in relazione a certi documenti di background che sono stati distribuiti ai giornalisti in viaggio sull'Air Force One per il vertice del G8 che si tiene in Giappone. Una biografia non ufficiale del primo ministro italiano Berlusconi, inclusa nel materiale stampa, utilizza un linguaggio insultante sia nei confronti del primo ministro Berlusconi che del popolo italiano. I sentimenti espressi nella biografia non rappresentano le vedute del presidente Bush, del governo americano e degli americani. Ci scusiamo con l'Italia e con il primo ministro per questo errore davvero sfortunato. Come tutti coloro che hanno seguito il presidente Bush, il presidente ha per il premier Berlusconi e per tutti gli italiani la più alta stima e riguardo».

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Belusconi-Mills, il file segreto



di P. Gomez e L. Sisti

Appunti cancellati e scoperti sul computer dell'avvocato inglese. In cui si parla di incontri nel 2002. E di somme molto più alte elargite da Fininvest. Con una nota: 'Il Cavaliere capisce la mia posizione'. In edicola da venerdì David MillsIl 5 febbraio 2004, mentre ascoltava il suo cliente David Mills rievocare una volta ancora la storia dei suoi rapporti con la Fininvest e spiegare che con le sue testimonianze reticenti aveva "tenuto Mr. B fuori da un mare di guai", il fiscalista Bavid Barker annota su un pezzetto di carta due parole: "Subornazione di testimone". Ai suoi occhi, i 600 mila dollari che il legale inglese di Silvio Berlusconi aveva incassato dal "braccio destro" del Cavaliere, Carlo Bernasconi, non potevano essere altro che il prezzo del silenzio. La somma, o una parte della somma, sborsata dagli uomini Fininvest per evitare che Mills rivelasse ai magistrati come il leader di Forza Italia avesse bonificato nel 1991 in Svizzera 21 miliardi di lire a Bettino Craxi; come avesse violato le leggi anti-trust italiane e spagnole controllando attraverso prestanome la maggioranza della vecchia Telepiù e di Telecinco; e come centinaia di milioni di dollari fossero stati sottratti dai bilanci del gruppo per finire sui conti personali della famiglia Berlusconi.
"Ci parve tutto molto strano: a che titolo Mills aveva ricevuto soldi da Bernasconi? Era per caso il suo figlio adottivo?", ha ripetuto in aula con humour britannico Barker quando è stato ascoltato nel processo che vede Mills e Berlusconi imputati per corruzione in atti giudiziari. Un dibattimento da fermare a tutti costi: a colpi di ricusazione dei giudici e persino facendo ricorso a leggi unanimemente considerate incostituzionali. Un processo da bloccare, non solo per il timore della sentenza, ma anche per quello della requisitoria. Gli onorevoli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo non vogliono infatti che il pm Fabio De Pasquale ricostruisca pubblicamente tutti gli aspetti di una vicenda definita, nel 2004, dallo stesso Mills in uno sconcertante documento inedito (vedi box a pag 57) "molto insolita" come "sono stati anche, a dir poco, insoliti i miei ultimi nove anni".

Il pm Paolo De Pasquale con Niccolò Ghedini, avvocato di BerlusconiÈ la carta segreta dell'accusa che 'L'espresso' ha potuto leggere: due paginette sperdute tra le centinaia di migliaia di atti che De Pasquale vorrebbe ripercorrere nel suo intervento finale. È un file cancellato dal computer di Mills, ma recuperato dai detective di Londra. Scorrendolo si scopre che Bernasconi nel 1999 promise all'avvocato molto più dei 600 mila dollari fatti poi rientrare in Inghilterra. Ma che invece, scrive il legale inglese a un misterioso interlocutore, "voleva farmi un regalo di circa 500 mila sterline". E questa non è l'unica sorpresa del processo Berlusconi-Mills. Di che cosa si sia finora discusso in tribunale gli italiani del resto non lo sanno. Le tv non si sono fatte vedere. I giornalisti nemmeno, salvo qualche cronista inglese e alcuni stoici colleghi milanesi che, da marzo 2007, hanno seguito le udienze riuscendo però a pubblicare ben poco.

continua: http://2piu2uguale5.go.ilcannocchiale.it/post/1960291.html

Da l'Espresso
(anticipazioni dal N. di Venerdi 4 Luglio)