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Pdl.
In direzione volano gli stracci
di Mo. Ma,
E venne il giorno dello scontro
frontale. Dopo settimane di dibattito interno dai toni
molto accesi, la direzione nazionale del Pdl che si è
svolta oggi all'Auditorium della
Conciliazione
a Roma, si è trasformata in un vero e proprio ring dove
si sono scontate due concezioni della politica e della
destra. Per la verità, visti i risultati della votazione
sul documento finale, che ricalca le posizioni espresse
a più riprese in questi giorni dal premier (93%
favorevoli, 6,3% contrari e un astenuto, l'ex ministro
dell'interno Giuseppe Pisanu), le pretese del presidente
della Camera vengono, per ora, drasticamente
ridimensionate. Tuttavia a Fini deve essere riconosciuto
il grande merito di essere stato il primo ad affrontare
con coraggio la situazione e posto all'attenzione
pubblica il problema della democrazia interna del Pdl.
Il disegno finiano resta, nei fatti,
però ancora nebuloso. Fini sembra volersi ritagliare il
ruolo di coscienza critica ma non spiega come penserebbe
di migliorare quel partito che non gli piace più e nel
quale non è chiaro a chi sia assegnato il ruolo del
Salvatore. Il presidente della Camera indica nei temi
dell'immigrazione, del rispetto della persona umana,
della giustizia (con il processo breve assimilato a
un'amnistia mascherata), dell'appiattimento del Pdl
nordista sulla Lega, le grandi questioni che lo dividono
dal premier e da Bossi. Disegnando un'altra destra, a
tratti lontana anni luce dal berlusconismo. Ma non
scioglie i nodi del perché abbia pensato in primo
momento di dare vita a gruppi parlamentari autonomi e
perché abbia poi desistito.
Resta inoltre sospeso l'interrogativo se l'errore di
valutazione commesso da Fini entrando nel Pdl sia
recuperabile o no, sebbene la decisione di costituire
una propria area interna suggerisca una risposta
positiva.
Bisognerà vedere quali iniziative
metterà in campo il premier per sanare una ferita che,
senza cure adeguate, è destinata ad incancrenirsi.
Berlusconi ha fatto alcune concessioni a Fini: un
congresso entro l'anno, riunioni più frequenti degli
organi direttivi, soprattutto l'ammissione che le
riforme dovranno essere il più possibile condivise
proprio come hanno sempre chiesto Napolitano e Fini. Ma
su un punto non è indietreggiato di un millimetro: la
sua totale identificazione con la guida del "popolo" del
centrodestra e il documento finale votato in forma
"bulgara" dalla Direzione lo ha pienamente legittimato.
Forse il premier non attribuiva a Fini delle vere doti
di incassatore: resta dell'idea che sarebbe stato meglio
un divorzio immediato e non intende farsi logorare
lentamente. Teme che oggi sia stato compiuto un passo in
tal senso, ma è pronto a far valere da subito il
principio dell'allineamento (dettato dal documento
finale della Direzione) per costringere il suo
avversario ad accettare in toto la sua strategia di
governo.
Ne deriva che l'obiettivo finiano di riequilibrare o
almeno di incrinare il monolitismo carismatico del Pdl
è, in tal senso, fallito: nel Popolo della libertà non
sono possibili diarchie né triumvirati, persino la Lega
- ha precisato Berlusconi - non ha mai potuto imporre al
Pdl di accettare linee politiche non pienamente
condivise. La quasi unanimità registrata nella votazione
finale a favore del Cavaliere, fa sì che Fini dovrà
anche fare i conti, da oggi in poi, con un palpabile
isolamento: le accuse di Tremonti di aver sconfinato
nella metafisica, l'amarezza con la quale Bondi ha
negato che nel 'popolo' ci siano dei 'servi', sono i
segnali del diffuso malumore che serpeggia nel partito
verso il co-fondatore che oggi si pente della sua
creatura.
E il malumore è destinato a travolgere i finiani: non a
caso si vocifera di una raccolta firme per sfiduciare il
vicepresidente del gruppo alla Camera Bocchino e c'è chi
pensa ad una sfiducia politica anche per Fini stesso. Ma
non solo: a breve ci saranno da rinnovare le presidenze
di tutte le commissioni e le poltrone dei finiani sono
tutt'altro che al sicuro.
Si tratta di capire quanto a lungo questo malumore
potrà essere sopportato dal Pdl senza esplodere in nuovi
scontri e, soprattutto, quale sarà la decisione di
Bossi: se fare un estremo tentativo di ricomposizione
per consentire alla legislatura il suo naturale
sviluppo, o se invece assecondare una definitiva resa
dei conti.
"Chi ha il 6% del partito non può
rappresentarci alla presidenza della Camera dei
deputati". Lo scontro senza precedenti tra Silvio
Berlusconi e Gianfranco Fini si chiude con un'altra
richiesta di dimissioni. E non solo: "Se non si allinea
è fuori dal partito". Tra il premier e la terza carica
dello Stato è ormai conflitto a tutto campo: il
Cavaliere è sicuro di avere i numeri per governare
altrimenti - ha ripetuto - "si va a votare". L'ex leader
di An, però, non ci pensa affatto a fare un passo
indietro e ha invitato i suoi a restare calmi. "Io non
sono un suo dipendente, non può fare il padrone con me",
ha spiegato, "sono disposto a pagare il prezzo della mia
libertà ma dovrà essere lui a cacciarmi. Il gioco del
cerino? Sarà lui a bruciarsi", ha osservato ancora
parlando con gli esponenti a lui vicini riuniti durante
una pausa dei lavori della direzione.
E' guerra di posizionamento con il
Capo del governo che ha messo a punto nel documento gli
strumenti per mettere alla porta chi vota in modo
difforme dalla maggioranza del partito o intenda
costituire "correnti" o "componenti". La parte finale
del testo è stata inserita dopo l'intervento del
presidente della Camera che su tutta la linea ha
espresso il proprio dissenso. "Non gli faccio questo
favore, ora le scintille ci saranno in Parlamento", ha
osservato Fini. Incrociando Sandro Bondi ha dato
appuntamento a tutti in Aula. "E allora dovrai spiegare
il tuo atteggiamento di fronte agli elettori", la
risposta del ministro dei Beni culturali.
Al momento il presidente del
Consiglio non si sente 'ostaggio' del cofondatore del
Pdl, è convinto di avere la possibilità di andare
avanti: "Glieli sfileremo ad uno ad uno...", ha
minacciato con i suoi collaboratori.
Lo scontro andato in scena all'Auditorium della
Conciliazione ha toccato l'apice quando il presidente
della Camera si è alzato in piedi: "Che fai, mi cacci?",
ha chiesto senza mezzi termini. E Berlusconi: "Ci devo
pensare". Lo ha fatto e ha redatto il documento che pone
"i finiani fuori dal partito". La convinzione del
presidente del Consiglio è che Fini alla fine desista e
si faccia il proprio gruppo. Ma la terza carica dello
Stato resta fermo sulle sue posizioni. Ad irritare
fortemente Fini è stata proprio la richiesta di
Berlusconi di farsi da parte: "Non è più credibile,
ragiona con la pancia, quando si accorgerà di quello che
ha fatto capira' di aver commesso un errore". Dopo
averlo provocato ora il premier mira a farlo fuori dal
Pdl: "Vuole logorarmi, se ne deve andare", l'imperativo
categorico del Cavaliere. (www.aprileonline.info 23
aprile 2010)
Pdl
alla vigilia dello scontro
di Andrea Scarchilli
 Domani
(giovedì) è il giorno della direzione - il beffardo nome
della sede è l'Auditorium della Conciliazione, a due
passi dal Vaticano - del Popolo della libertà. Sarà
allargata ai parlamentari e si preannuncia come un
chiarimento - scontro politico su quelli che saranno i
rapporti tra la maggioranza di Silvio Berlusconi e la
minoranza del partito, che fa riferimento al leader
della ex Alleanza nazionale Gianfranco Fini. La
formazione di una vera e propria corrente organizzata
all'interno del Pdl è ormai un dato acquisito, c'è anche
la cifra parlamentare di cui potrà fregiarsi: si tratta
di 52 tra deputati e senatori, quelli che hanno
sottoscritto il documento di sostegno al presidente
della Camera. Il resto della Alleanza nazionale che fu
(la maggior parte degli eletti) sta con il premier.
L'impressione è che Fini abbia
prudentemente ottenuto il massimo dalla situazione data.
Scegliendo di non fare una vera e propria scissione ha
scongiurato il dissolvimento di una truppa già decimata
e mantenuto viva una posizione di controcanto, le
istanze di quella che nel dibattito politico è passata
come l'idea di una "destra repubblicana" che potranno
pesare di più all'interno del Pdl. Non è un caso che il
presidente del Consiglio, riferisce "La Stampa", tema il
logoramento e che su qualche materia (bioetica,
immigrazione e, forse, giustizia) i finiani potrebbero
fare una "massa critica" sufficiente a bloccare in
Parlamento i grandi progetti berlusconiani. Il finiano
Carmelo Briguglio si chiede lanciando una provocazione
se sia "una tesi da falchi una 'separazione consensuale'
tra Fini e Berlusconi con la formazione di due partiti
'fratelli' di centrodestra, legati da un patto di
coalizione e di governo". E se davvero sia "un'idea da
colombe quella di assumere il ruolo di minoranza interna
al Pdl".
Facile ipotizzare che domani un
chiarimento vero e proprio non ci sarà. La direzione
voterà e risulterà dagli atti l'esistenza di due Pdl.
Uno maggioritario che sta con il presidente del
Consiglio, un altro che segue Fini. Il presidente della
Camera, realisticamente, non chiede di più. La minoranza
sarà la "base" da cui lanciare i temi e le proposte
seguendo le direttrici tracciate da Fini in questi due
anni di schermaglie con Berlusconi. Sud, immigrazione,
cittadinanza, bioetica, giustizia, unità nazionale in
funzione antileghista, rapporti con il Quirinale e
riforme si preannunciano già da ora come i fronti più
caldi. Fondamentale, per Fini, sarà ottenere da domani
una frequente convocazione degli organi decisionali del
Pdl, sinora del tutto latitanti (è la prima volta che
viene convocata la direzione) a parte qualche ufficio di
presidenza adhoc per fare da cassa di risonanza alle
uscite e alle prese di posizione del premier.
Fini, che domani in direzione
dovrebbe parlare prima dell'intervento conclusivo del
Cavaliere (ancora non c'è una 'scaletta' dei lavori e si
discute se fare la riunione 'a porte aperte' o meno),
farà, raccontano, un discorso molto chiaro in nome della
massima trasparenza e assunzione di responsabilità.
Cercherà di spiegare come si è arrivati a questa
situazione politica. Il berlusconiano capogruppo alla
Camera Fabrizio Cicchitto avverte che "ora, dopo il
confronto di domani, bisognerà definire regole di
convivenza e di comportamento, perché non sarebbe
accettabile che uno degli aspetti del nuovo partito -
codificato anche nel suo statuto, e cioè la leadership -
sia offuscata o annullata da contestazioni e
differenziazioni quotidiane, ad ogni livello, con il
ritorno ad un modello di partito del tutto rinchiuso in
se stesso, con il rischio di un distacco dagli
elettori". Ignazio La Russa, ministro della Difesa,
coordinatore del Pdl e tra i 75 ex An che non hanno
sottoscritto il documento di Fini schierandosi con il
premier, chiede che "domani alla direzione nazionale si
confermi che tutte le posizione politiche sono utili al
Pdl purché si capisca, però, che il modo per dirimere le
questioni è quella della democrazia e alla fine si
accetti il parere della maggioranza". La Russa aggiunge:
"Nessuno può obbligare né impedire che qualcuno lasci il
partito, possiamo solo sperare che non avvenga. E
nessuno può impedire che si costituisca una corrente
minoritaria fortemente contestatrice che crei problemi
alla vita del partito e del governo, possiamo solo
auspicare che questo non accada".
Mentre si parla di cento adesioni tra
gli amministratori locali alla nuova corrente
organizzata di Fini, il leader dell'Api Francesco
Rutelli approfitta dei contrasti nel Pdl per ribadire
l'opinione di una crisi del bipolarismo - "si sta
aprendo una fase nuova, quello che avviene nel campo del
centrodestra è solo la punta dell'iceberg" - e affermare
che "occorre un terzo polo diverso dalla sinistra e
dalla destra di cui azionista di maggioranza è Bossi.
Una terza forza che si candidi a diventare la prima. Con
contenuti, progetti, proposte. Con la riforma delle
regole e le riforme economiche, che oggi significano
soprattutto porre le condizioni per tornare alla
crescita. Di questo bisogna parlare, non di astratti
dibattiti sull'autocollocazione politica". Rutelli non
si sbilancia su intese per il futuro, ma non esclude
convergenze con Fini a livello locale.
(www.aprileonline.info 21 aprile 2010)
Berlusconi
non cambia e invita Fini a desistere
di Red,
L'ufficio
di presidenza del Pdl, riunito questo pomeriggio a
Palazzo Grazioli, rivolge a Fini un invito unanime "a
desistere dall'iniziativa di dare luogo a propri gruppi
in Parlamento". Al termine della riunione è lo stesso
presidente del Consiglio Berlusconi a riassumerne
l'esito. Un invito, ha voluto sottolineare, "che non ha
avuto alcuna eccezione", condiviso da tutti, anche "da
quelli che hanno passato la vita in An", compresi alcuni
fedelissimi del presidente della Camera, come il
vicecapogruppo Bocchino, che erano presenti alla
riunione. Se Fini decidesse di fare gruppi autonomi
sarebbe una "scissione", eventualità che tutti vogliono
"scongiurare", ma il governo andrebbe avanti e Fini
dovrebbe lasciare l'incarico di presidente della Camera.
Il premier si è dichiarato disponibile al dialogo e al
confronto ma ha difeso la linea politica del partito e
del governo, citando i successi elettorali riportati ad
un solo anno dal Congresso fondativo del partito. Si è
detto comunque "fiducioso che si possano superare le
incomprensioni" tra lui e Fini, aggiungendo di non
volere prendere "neanche in considerazione" l'ipotesi
che l'ex leader di An costituisca dei propri gruppi in
Parlamento. Il partito è "coeso", ha assicurato, quindi
auspica che non emergano posizioni che diffondano
un'immagine del Pdl che non corrisponde alla realtà.
L'ufficio di presidenza ha infine stabilito di riunirsi
almeno ogni 15 giorni, che la direzione venga convocata
ogni due mesi e che entro il prossimo anno, anno e
mezzo, da oggi, abbia luogo un nuovo Congresso.
Da due giorni a una settimana la
differenza c'è. Senza contare il forte invito a rivedere
la scelta dei gruppi autonomi rivolto da Silvio
Berlusconi. Per Gianfranco Fini la crisi in atto nel Pdl
evolve ma non è da escludere che il Presidente della
Camera tenga calda l'ipotesi lanciata ieri per smuovere
il Pdl dall'interno.
Fini spera che fino a giovedì ci sia il tempo di evitare
lo strappo con Silvio Berlusconi e valuta l'appello
rivolto dal Premier stasera. Per tutta la giornata ha
lavorato alle prossime tappe, ovvero l'incontro di
martedì con i parlamentari ex An, l'ipotesi del gruppo
autonomo e il documento da portare alla Direzione del
Pdl di giovedì prossimo. Quella del gruppo è una strada
che Fini ha immaginato - certo di avere in numeri sia
alla Camera che al Senato - come via per incidere sulla
linea del partito dalle Aule parlamentari e reagire così
al malessere che a suo avviso nasce dal territorio, si è
consolidato nel tempo, ed è arrivato dritto in
Parlamento.
Malessere per una diversa cultura
politica, una diversa visione del partito, su cui Fini
si è spesso lamentato con il Premier senza ottenere, a
suo avviso, le risposte attese: oggi il Pdl che il
Presidente della Camera vede e che non condivide è
ancora troppo orientato sulla Lega, ha perso il suo
connotato di grande partito nazionale. Del gruppo
autonomo dovrebbero discutere domani alcuni senatori del
Pdl a colazione, ma sono molti i contatti in corso e
martedì, nell'incontro con tutti i parlamentari ex An
potrebbe essere chiara la fotografia del nuovo gruppo
parlamentare: da quella riunione potrebbe nascere un
documento con le firme di chi sostiene questa scelta, e
dovrebbe essere quella la base dell'intervento alla
Direzione di giovedì.
Una cosa, al momento, sembra sicura, ovvero la
volontà, nel caso non si arrivasse ad una soluzione e
partisse il gruppo autonomo, di non lasciare la
presidenza della Camera. Una compatibilità sulla quale,
però, Berlusconi nel suo 'ultimatum' di questa sera, ha
già esplicitamente fatto sapere di non
concordare.(www.aprileonline.info 16 aprile 2010)
La
prossima stangata segreta di Berlusconi/Tremonti
di Bankor*,
Le
smentite sono d'obbligo, ma nascondono la gravità della
crisi finanziaria del paese e la "disperazione" del Duo
di Arcore, Berlusconi-Tremonti.
Stando, però, alle indiscrezioni
trapelate da ambienti finanziari molto legati al
superministro dell'Economia Tremonti, per contrastare la
crisi internazionale di fiducia sul nostro bilancio
pubblico (che potrebbe farci finire nel tritacarne della
speculazione mondiale, come per Grecia, Spagna,
Portogallo e Irlanda), la manovra finanziaria si
baserebbe su tre linee: Riscadenzamento dei Bond del
Tesoro (i vari titoli di stato), allungandone le
scadenze del doppio rispetto alle attuali; Tassazione
sugli immobili sfitti e di proprietà di banche e società
finanziarie (esclusa una reintroduzione dell'ICI);
Aumento del prelievo fiscale sulle rendite finanziarie
speculative, compreso il regime di doppia tassazione per
le banche, più alto per quelle "d'affari".
Il tutto con la bonaria assicurazione di impegnarsi da
subito a riformare il sistema fiscale, riducendo a tre
le aliquote e passando dal prelievo sulle "persone
fisiche" a quello sui consumi e le "cose". Ma ci vorrà
del tempo, forse a fine legislatura, per accattivarsi i
voti dei delusi e del grosso "partito degli
astensionisti".
Va ricordato che la differenza tra i
buoni del tesoro tedeschi, quelli più affidabili e
appetiti dal mercato, e quelli della Spagna (il
cosiddetto "spread") si aggira attorno ai 100
punti,mentre per l'Italia oscilla tra i 60 e i 70
(Portogallo 160 e Grecia 360). Non c'è proprio da stare
tranquilli, anche se per l'Italia la situazione è
migliorata, dopo la decisione dell'Unione Europea di
offrire un pacchetto di salvataggio alla Grecia per 30
miliardi di Euro, cui potranno aggiungersi altri 15
miliardi da parte del Fondo Monetario Internazionale.
E', comunque, una stangata quella
ipotizzata da Berlusconi-Tremonti, che ha trovato
all'inizio qualche resistenza nello stesso Berlusconi,
ma che di fronte all'incapacità del governo (segnato da
fortissimi conflitti d'interessi in molti settori:media,
banche, assicurazioni, telecomunicazioni, poste,
immobiliare, energia) di attuare uno straccio di
politica economica per contrastare il progressivo
decadimento del nostro sistema produttivo e la voragine
della disoccupazione, acquista il ruolo di "ultima
spiaggia" per la sua deriva autoritaria.
Ed è anche l'unica via di salvezza per non "abbattere
tutti i ponti" dietro di sé per questa coalizione di
centro-destra, sempre più malvista a livello
internazionale per la sua condotta economico-finanziaria
troppo allegra, e perché "portatrice sana" del virus
Berlusconi, che ormai impensierisce le maggiori
Cancellerie del G8 e G20.
Per metter a punto il suo "Piano di
uscita dalla crisi e di stabilità del Debito Pubblico",
Tremonti aspetterebbe un'apposita riunione del
Financial Stability Board, presieduto dal
Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, o di una
riunione apposita durante o subito dopo il Meeting
ordinario di fine Aprile del Fondo Monetario
internazionale (FMI) a Washington.
L'attesa è ovviamente strumentale
perché, nelle intenzioni di Berlusconi e del suo
"Tesoriere", le colpe di questa stretta fiscale
dovrebbero ricadere sulle istituzioni estere,
responsabili prime di fronte all'opinione pubblica di
una "volontà politica" che in realtà nasce a Palazzo
Chigi, frutto di consultazioni con i maggiori esperti
della finanza pubblica e privata. Insomma, uno
"scaricabarile politico", per non ammettere le proprie
responsabilità, per continuare a propagandare la favola
mediatica di "non abbiamo messo le mani nelle tasche
degli italiani, noi siamo quelli che abbiamo abbassato
le tasse"; non solo, ma, come Berlusconi ha recitato di
nuovo davanti alla platea plaudente della Confindustria
a Parma, "la crisi è solo psicologica, noi siamo i più
attrezzati a superarla".
Finora Berlusconi impersonava il "poliziotto buono",
mentre Tremonti quello "cattivo" riguardo alla politica
economica e fiscale del paese. Soprattutto, per
Berlusconi è stato fondamentale il ruolo di Tremonti in
due ambiti: interno, con i suoi proclami barricadieri e
pseudo-rivoluzionari contro i "poteri forti", le banche,
i mercati finanziari, i petrolieri, pur di stringere a
sé l'alleato "malpancista" Bossi, che ha paura di
perdere l'elettorato nordico, fatto di lavoratori ma
anche di piccole e medie imprese, ormai sbranate dalla
crisi e dalla forte pressione fiscale; internazionale,
con i suoi propositi di riforma globale dei mercati e le
sue "alchimie finanziarie", per dare qualche parvenza di
autorevolezza e credibilità a Berlusconi nelle
istituzioni mondiali e nell'establishment economico che
conta davvero.
Ma entrambi sanno che il nostro paese non potrà reggere
al ciclone delle turbolenze finanziarie speculative, né
risollevarsi dalla profonda crisi economica, dal crollo
produttivo e dal declino sociale, che sta attraversando
anche nel 2010 un altro "annus horribilis", un' altra
Via Crucis per il regime mediatico autocratico.
La produzione industriale nel 2009 è
diminuita drasticamente rispetto al 2008 del 18,4%, dati
Istat. Si tratta della diminuzione più forte dal '91,
primo anno di confronto delle serie storiche. Il Pil,
sempre secondo l'Istat, nel 2009 è calato a meno 5,1%,
l'indice più basso dal 1971, quando si era in piena
crisi sulla scia dell' "autunno caldo". Il rapporto
Deficit/PIL è salito al 5,3% (il peggiore dal 1996,
governi Dini-Prodi). Anche lo scudo fiscale, vera e
propria scialuppa di salvataggio per l'enorme platea di
evasori fiscali, non ha prodotto quanto sperato da
Tremonti, tanto che le entrate totali si sono ridotte
del 2%. L'avanzo primario (al netto degli interessi sul
debito pubblico) nel 2009 è risultato pari a -0,6%
contro il +2,5% dell'anno precedente col governo Prodi
(si tratta del primo calo dal 1991!). Negativo anche il
saldo corrente (risparmio): -2% nel 2009 contro il +0,8%
del 2008. Aumenta la disoccupazione ormai verso quota
10% entro la fine dell'anno, secondo le stime di molti
centri studi: addirittura per la CGIL il tasso di
disoccupazione reale è già sopra l'11,5%. Oltre un
milione e cinquecentomila lavoratori in cassa
integrazione nel 2010. Secondo i dati calcolati
dall'Osservatorio CIG della Cgil, da gennaio a marzo di
quest'anno, la cassa integrazione ha raggiunto
302.217.009 ore con un aumento sul 2009 del 133,88.
Infine, i dati Istat relativi al
reddito disponibile delle famiglie italiane per l'anno
2009: ne risulta che rispetto al 2008 è calato del 2,8%,
facendo segnare la riduzione più significativa dagli
anni '90. In calo anche la spesa delle famiglie con
-1,9%, così come la "propensione al risparmio".
E nel 2010 le previsioni sono ancora meno rosee: fine
della cassa integrazione un po' dovunque, mobilità
lunga, prepensionamenti, licenziamenti, chiusure di
fabbriche medie e piccole, uscita forzosa dalle scuole
di alcune decine di migliaia di "precari storici". Senza
contare le decine di migliaia di giovani neolaureati che
ormai da anni non si registrano in nessun elenco come
"inoccupati": un esercito di disoccupati giovani,
sconosciuti alle statistiche, ma non alle famiglie che
sopperiscono le carenze dello scarso Welfarestate
italiano.
Ecco allora, farsi avanti il Piano,
già fatto digerire a settori importanti della finanza
italiana e ben visto dalle istituzioni internazionali di
vigilanza. Ormai anche l'Italia, che detiene il più alto
rapporto Debito pubblico/PIL dell'area Euro (nel 2010 si
avvicinerà alla soglia del 120%, ovvero il doppio del
parametro fissato dal Trattato di Maastricht!), si avvia
ad essere preda delle "turbolenze" dei mercati, e per
questo si è deciso di correre ai ripari. Ma il Piano
attenderà dopo i tempi della politica elettorale anche
quelli delle "reprimende" da parte delle istituzioni
internazionali di controllo. Sempre che "la speculazione
nemica" non faccia saltare anche i tempi e i modi
studiati dal duo di Arcore Berlusconi/Tremonti, che,
stando alle ultimissime indiscrezioni potrebbero anche
prevedere un "prelievo forzoso" sui depositi bancari e
sui titoli di stato, sulla falsariga di quanto fece il
governo Amato nel 1992 di fronte alla disastrosa crisi
della lira e del bilancio pubblico, eroso da
Tangentopoli e dalle "finanze allegre" dei governi
craxiani. Forse è utile ricordarlo ai tanti "smemorati
di Collegno" sparsi nell'elettorato di destra e di
sinistra:l'11 luglio del 1992 Amato emise un decreto da
30.000 miliardi di lire in cui veniva deliberato,
retroattivamente al 9 luglio, il prelievo forzoso del 6
per mille dai conti correnti bancari per un "interesse
di straordinario rilievo", in relazione ad "una
situazione di drammatica emergenza della finanza
pubblica"; e nell'autunno dello stesso anno varò una
manovra finanziaria "lacrime e sangue" da 93.000
miliardi di lire con tagli di spesa e aumenti delle
imposte, oltre alla prima riforma delle pensioni.
A volte la memoria serve per comprendere la storia e
attrezzarsi per affrontare il futuro!
*Bankor era lo pseudonimo dietro cui si celava il
governatore di Bankitalia Guido Carli, estensore negli
anni Settanta su L'Espresso, diretto da Eugenio Scalfari,
di articoli critici sulla finanza pubblica e il sistema
economico italiano.
Viene qui ripescato per tutelare l'identità di alcuni
operatori finanziari.
Medioevo
lumbard
di C.R.,
Il
centrodestra ha vinto le elezioni regionali e, rafforzato, si avvia alle
crociate contro le donne. Si parte dalla pillola Ru 486. Dopo che il
neogovernatore del Piemonte Cota ha detto che "per quanto lo riguarda
può benissimo restare nei magazzini", parla anche Renata Polverini, che
si tiene più prudente: la somministrazione della Ru486 "seguirà lo
stesso percorso dell'aborto chirurgico, quindi sarà somministrata in
ospedale". "C'è una legge, la 194, che va rispettata io sono a favore
della vita e farò tutto quello che è necessario per difenderla nel
rispetto della legge".
Inoltre, in un continuo rincorrersi tra Lega e Pdl, da quest'ultimi
parte anche l'attacco al direttore dell'Agenzia per il farmaco (Aifa).
"Appare sempre più evidente la inadeguatezza del direttore Guido Rasi -
dice Maurizio Gasparri -, che continua ad intervenire in maniera strana
sulla pillola e sembra sempre più un piazzista di farmaci. Porrò al
governo il problema della gestione dell'Aifa, che a mio avviso non
garantisce adeguati livelli di competenza, trasparenza, imparzialità.
Con la salute e con la vita non si scherza".
Posizioni sponsorizzate dalla Chiesa, con Monsignor
Fisichella, presidente della pontificia accademia per la Vita che invia
il suo plauso esplicito al governatore piemontese, capace di "atti
concreti che parlano da sé".
E il papa che, durante la messa del Crisma di oggi, ha esortato i
cristiani a "rifiutarsi di fare ciò che negli ordinamenti giuridici non
è diritto, ma ingiustizia", a cominciare dall'"uccisione di bambini
innocenti non ancora nati". Durante l'omelia, però, il Pontefice non ha
fatto nessun accenno agli scandali sulla pedofilia che stanno investendo
la Chiesa, anche se l'occasione era certo propizia dal momento che
durante il rito crismale vengono benedetti gli oli dei sacramenti, tra
cui quello del sacerdozio, ponendo al centro della cerimonia la missione
dei preti.
E' la nuova aria che tira. E non è certamente una
ventata di aria fresca. Il cammino perché le donne italiane possano
abortire con la pillola Ru486, in ospedale o in day hospital, potrebbe
essere più lungo del previsto.
Le parole del governatore Cota sono bollate come "stupidaggini" da
Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana. "In Italia è garantita
la libertà terapeutica, un ambito che riguarda solo il medico, il
paziente e il loro rapporto. Tutto il resto sono chiacchiere inutili".
Tuttavia è reale la possibilità che i presidenti delle regioni possano
rallentare l'arrivo della Ru486 negli ospedali. A spiegarlo è il
sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella: "Tecnicamente i
presidenti delle regioni potrebbero rallentare o anche impedire che il
farmaco arrivi negli ospedali non facendolo introdurre nel prontuario
regionale". La Ru486 "ha completato tutto l'iter legislativo - precisa
Roccella - una volta che l'Aifa ha stabilito il prezzo e autorizzato la
messa in commercio secondo il prontuario nazionale. A livello regionale
invece l'arrivo della pillola può essere rallentato o bloccato sotto un
profilo tecnico-economico". La Ru486 può "in teoria non essere inserita
nel prontuario regionale - conclude il sottosegretario - sulla base di
considerazioni circa il prezzo e la rimborsabilità. Se quindi il farmaco
non viene inserito nel prontuario regionale, gli ospedali sul piano
pratico non potrebbero poi ordinarlo. Tuttavia, in un'eventualità del
genere, si aprirebbe poi un problema con l'Aifa, perché il prontuario
nazionale è il suo".
La "violenza sul tema dell'aborto, anche da parte
della Chiesa", rischia di rivelarsi un boomerang per la salute della
donna, "aumentando la diffusione del 'fai da te' e degli abortifici
clandestini", è l'amaro commento di Carlo Flamigni, ginecologo e
componente del Comitato nazionale di bioetica, alle ultime dichiarazioni
sulla pillola abortiva Ru486 e alle parole di Papa Benedetto XVI.
"Non si tratta di argomenti nuovi - dice Flamigni - ma certo c'è
un'aggressività notevole, che di fatto rischia di aumentare i problemi
per le donne che chiedono l'interruzione di gravidanza. Già la
diffusione dell'obiezione di coscienza rende problematica l'Ivg" in
alcune aree del Paese, evidenzia Flamigni. "Ora questo clima rischia di
aumentare la diffusione del 'fai da te' e degli abortifici clandestini",
avverte.
"I primi si stanno diffondendo già nel Paese: non
sono rari - assicura - i casi delle donne immigrate, soprattutto
dell'Est, che vanno in farmacia e comprano le prostaglandine per
interrompere gravidanze indesiderate, e poi finiscono al pronto
soccorso".
"Proprio per contrastare i danni legati alle interruzioni di gravidanza
illegali - continua - ci siamo battuti per anni per l'informazione e la
contraccezione. Ma ora, in questo clima di aggressività e violenza nei
confronti della pillola abortiva, ma anche della stessa legge 194,i
rischiamo di tornare a vedere 'pesanti effetti collaterali'. Mi chiedo -
conclude Flamigni - dove sia finita la compassione".
Pronta la replica del Pd. "Le dichiarazioni di oggi
del presidente del gruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri sulla
pillola abortiva Ru486 appaiono minacce e come tali sono fuori luogo.
Applicare e far rispettare una legge dello Stato, la 194 sull'aborto,
non dovrebbe essere in discussione per un parlamentare della
Repubblica", dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al
Senato.
"L'utilizzo della pillola Ru 486- sottolinea Finocchiaro- è stato
autorizzato nell'ambito dell'applicazione della legge 194 dopo un lungo
iter di sperimentazione e di verifica, che ha visto impegnata anche la
Commissione Sanità del Senato in un'indagine conoscitiva. L'uso della
pillola è stato autorizzato negli ospedali, come aveva consigliato l'Aifa,
fino alla settima settimana di gravidanza, quando invece in altri paesi
europei è concesso fino alla nona, quindi con un supplemento di
precauzione. La legge sull'interruzione volontaria di gravidanza prevede
da sempre la possibilità di introdurre metodiche più avanzate
dell'aborto chirurgico, e certo non è l'ingestione di una pillola che
rende per le donne meno dolorosa una scelta che non è mai facile".
Dunque, sottolinea la senatrice del Pd, "Gasparri e il neogovernatore
Cota farebbero bene ad evitare minacce e promesse indebite e a
rispettare una legge della Repubblica e, con essa, anche tutte le donne
italiane e straniere che spesso sono poste di fronte a una scelta
difficile. Se poi questi esponenti della maggioranza volessero davvero
occuparsi della famiglia e della maternità sarebbero i benvenuti, dal
momento che il governo della destra non ha fatto niente, in ben due
anni, per sostenere concretamente, e non a chiacchiere ideologiche, le
scelte delle donne".(www.aprileonline.info 3 aprile 2010)
Il
bluff della Lega
di Tommaso Merlo
Nonostante
le panze, si atteggiano ancora a selvaggi guerrieri sotto un tendone di
Pontida, invece che uomini politici stagionati che occupano da padroni i
palazzi romani. Il Calderoli inceneritore è solo l'ultimo episodio.
Sarà la strategia del movimento di lotta e di
governo. Di lotta per le strade prima delle elezioni, di governo nei
palazzi il resto dell'anno. Una strategia che perseguono con tenacia da
quando, nel 94, un lampo di lucidità aveva convinto Bossi a far saltare
il primo governo Berlusconi. Mesi in cui il Senatur apostrofava il
Cavaliere come pericoloso mafioso e piduista e rivendicava la purezza
padana. Poi la conversione, il ritorno all'ovile e da allora un
crescente idillio sfociato nella plateale amicizia ribadita anche
durante l'ultimo flop a Piazza San Giovanni.
In tanti anni da alleato di governo, Bossi non si è
mai rifiutato di votare leggi ad personam e non ha battuto ciglio
durante gli scandali che hanno travolto Berlusconi. Col tempo ha ceduto
Casini, pezzi della destra radicale, e da tempo Fini lotta per uscire
dal tunnel berlusconiano, ma Bossi no. Dopo il 94 non ha avuto nessuna
esitazione nell'abbracciare incondizionatamente il grande capo e tutti i
suoi scheletri. E lo ha fatto, e lo fa, pretendendo di convincere i
padani che quella in cui nuotano da anni non è cloaca ma la santa acqua
del Po.
Tra una bracciata e l'altra, la Lega è riuscita a
piazzare alcune riforme in senso federalista, ma poca roba rispetto alla
propaganda e alle sue ambizioni originarie. E tutte le volte che ha
cercato di concretizzare le sue idee razziste è stata sostanzialmente
smorzata. Di poltrone, invece, la Lega ne ha sempre portate a casa
parecchie, e anche prestigiose. E strada facendo, anche consenso grazie
all'uso improprio della visibilità governativa. Alla vigilia di queste
elezioni regionali sembra che Umberto strapperà lo scettro a Silvio in
Padania. E con quello tra le mani aumenteranno i celti panzuti pronti a
tuffarsi nel mare nostrum.
*www.tommasomerlo.ilcannocchiale.it 26 marzo 2010
Il
premier indagato a Trani

Da fonti di agenzia, il Premier Silvio Berlusconi è
indagato dalla procura di Trani (nell'ambito dell'inchiesta sulle
intercettazione per le presunte pressioni sulla Rai a proposito delle
trasmissione "Annozero" e "Parla con me") per concussione e per
"violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario"
(articoli 317 e 338 del Codice penale), reati compiuti ai danni
dell'istituzione del Garante per le Comunicazioni.
Indagato anche il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi per
favoreggiamento personale nei confronti di Silvio Berlusconi.
Innocenzi avrebbe infatti negato, durante un colloquio con i magistrati
pugliesi, di aver avuto alcune conversazioni con il premier che avevano
per oggetto la trasmissione Annozero.
Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, sarebbe invece indagato dalla
stessa procura per rivelazione del segreto istruttorio. Il giornalista
avrebbe infatto violato il divieto impostogli di non rivelare a terzi il
contenuto di un interrogatorio subito 17 dicembre 2009 nel quadro di
un'inchiesta sulle carte di credito American Express.
La notizia è giunta al temine dell'ennesima giornata
avvelenata, con tutti i legali del premier in pista a svolgere un
'triplo' incarico: far terra bruciata attorno alla procura di Trani per
"l'irrilevanza penale dei fatti", sostenere la "totale e assoluta
incompetenza territoriale" e denunciare la "reiterata e continuata
violazione del segreto di indagine". Tutto questo, appunto, proprio alla
vigilia di un decisivo appuntamento elettorale.
"Ma qual è il reato, dov'è?", continua a chiedersi Berlusconi, secondo
il quale quelle intercettazioni non porterebbero ad altro che alla
scoperta dell'acqua calda. Anche se l'alleato Umberto Bossi gli manda a
dire (e non è la prima volta) che dovrebbe utilizzare il cellulare con
più accortezza e parsimonia.
Intanto però il cavaliere non intende tapparsi la
bocca, e in una intervista al Giornale Radio Rai, probabilmente già al
corrente della sua iscrizione nel registro degli indagati, è partito al
contrattacco facendo peraltro eco a quanto già affermato dai suoi
legali: nella inchiesta si registrano "pesanti violazioni di legge", e
quindi più che preoccupato - ha ripetuto - sono "scandalizzato". "Le mie
posizioni - ha rivendicato - non soltanto sono lecite ma doverose, le
mie sono le posizioni di tutte le persone perbene e di buonsenso. C'è un
diritto del presidente del consiglio a parlare al telefono con chiunque
senza essere intercettato anche surrettiziamente come invece avviene
qui".
Intanto, a Bari, il ministro della giustizia,
Angelino Alfano, tranquillizza i magistrati della procura di Trani: "Gli
ispettori non interferiranno" con l'inchiesta su Rai-Agcom che "deve
andare avanti". Ma avverte: sulle fughe di notizie ci vuole maggiore
"serietà" e devono essere gli stessi magistrati a cercare le "talpe"
responsabili della pubblicazione di notizie segrete. La rassicurazione,
accolta dal procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, che non si sente
"turbato" dall'invio degli ispettori, non convince però la maggioranza
dei consiglieri del Csm che hanno chiesto al comitato di presidenza di
accertare se vi siano interferenze nelle indagini in corso che
riguardano "personaggi politici di rilievo nazionale". Secca la replica
di Antonio Di Pietro: "E' inconcepibile che il Governo voglia andare a
vedere gli atti di un'inchiesta che riguarda esponenti del Governo
-tuona illeader IdV-. Soltanto in un Paese in cui c'è un regime
assoluto, il Governo vuol controllare pure il suo controllore. Per
questo noi diciamo che i magistrati di Trani non devono far vedere
alcuna carta a quei signori perché sono loro a dover dare
giustificazioni ai magistrati e non viceversa"
E' poi bufera al Csm per il consigliere Cosimo Ferri,
finito nelle intercettazioni dell'inchiesta di Trani per i suoi colloqui
con il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi incentrati sulla
trasmissione 'Annozero'. Mentre lui si dice "serenissimo"e chiede che
siano rese pubbliche le conversazioni che lo interessano non avendo
"nulla da nascondere", 13 suoi colleghi hanno chiesto al Comitato di
presidenza - che deciderà domani - l'apertura di una pratica sul caso
che lo ha investito per "scongiurare che il Consiglio Superiore venga,
anche solo strumentalmente coinvolto nelle polemiche in atto"; e in
questa stessa ottica hanno posto il problema della sua permanenza alla
presidenza della Settima Commissione di Palazzo dei Marescialli.
Un'iniziativa giunta al termine di una giornata convulsa per il
consigliere , che nel pomeriggio aveva avuto un colloquio con il vice
presidente del Csm, e prima ancora una riunione con i colleghi del
gruppo e con i vertici della sua corrente, Magistratura Indipendente.
Sempre domani, il Comitato di presidenza del Csm, che dovrà valutare
anche un'altra richiesta, stavolta sottoscritta anche da Ferri e dai
colleghi di Magistratura Indipendente: l'apertura di una pratica
sull'ispezione ordinata dal ministro Alfano a Trani per verificare se vi
siano interferenze con l'attività giudiziaria in corso.
E mentre la vicenda va avvitandosi su se stessa e si
decidono ispezioni sulle ispezioni, va avanti lo scontro politico. Con
il Pd che accusa il premier di brigare per affossare la libertà di
espressione e - ha infierito D'Alema - per "mettere sotto controllo
tutti i mezzi di informazione".
"Se proprio deve usare il telefono - ha ironizzato poi il segretario del
Pd Pier Luigi Bersani - Berlusconi parli di qualcosa che interessa più
da vicino gli italiani". Si è inserito anche il leader Udc Casini per
dire che le intercettazioni, i "conflitti di potere, l'eterna lotta tra
Berlusconi e i magistrati, sono questioni che non interessano gli
italiani". Ma dal fronte Pdl si è alzato uno scudo a protezione del
premier, con il ministro Claudio Scajola che ha definito "farsa" la
notizia di Berlusconi indagato, e Maurizio Gasparri che ha accusato la
procura di compiere illegalità: "A Trani - ha sentenziato - ci vorrebbe
una impresa di pulizie".
Oggi Berlusconi ha dato la colpa alla sinistra per aver avvelenato i
pozzi "armando i giudici" e scendendo in piazza "con slogan e manifesti
violenti contro di me". E' su questo 'schema' che si giocherà tutta la
campagna elettorale. Con il Pdl pronto ad alzare il tiro per spiegare
agli italiani quello che il premier chiama "il gioco pericoloso" della
sinistra che si è alleata con le toghe per rovesciare l'esecutivo.
Convinti loro che questo sia un modo anche per 'sconfiggere'
l'astensionismo.(www.aprileonline.info 16 marzo 2010)
Il
Pdl si sfarina
di Leo Sansone
Scandali, tangenti, scontri interni, autogol nella
consegna dei documenti per partecipare alle elezioni regionali. Nel caso
dell'ex senatore Nicola Di Girolamo, Pdl ex An, ora in carcere, le
accuse dei magistrati parlano addirittura di un micidiale intreccio
‘nadrangheta-ex neofascisti-Fastweb con circa 400 milioni di euro
truffati al fisco e voti comprati in un collegio elettorale estero. Il
Pdl il 27 marzo rischia di festeggiare il suo primo anno di vita in un
clima nero. Certamente il 27 marzo, ad u n
anno esatto dalla fondazione del Popolo della libertà, non ci saranno
brindisi. Ci sarà un clima di preoccupazione e d'ansia perché,
immediatamente dopo, il 28 e 29 marzo, si voterà per le elezioni
regionali.
Può succedere di tutto. Dopo le elezioni regionali,
in caso d'insuccesso, il Pdl rischia di sfarinarsi. C'è chi parla di una
scissione guidata da Gianfranco Fini, sempre più dissidente. C'è chi
ipotizza un nuovo "spariglio" di Silvio Berlusconi, che lancerebbe in
pista un nuovo partito, in chiave sempre più leaderista e movimentista.
Il presidente della Camera non nasconde, in piena campagna elettorale,
la sua insoddisfazione. "Sono affezionato al Pdl. Ma se chiedete se mi
piace così com'è adesso, rispondo di no", ha avvertito Fini qualche
giorno fa.
Berlusconi non avrebbe per niente apprezzato la nuova sortita. "Io
faccio un partito nuovo", avrebbe confidato ai collaboratori più fidati.
Il Cavaliere, del resto, non è nuovo ad imprese audaci. Nella sua vita è
stato già tre volte un fondatore: del Pdl, di Forza Italia e della
Fininvest (il gruppo imprenditoriale di sua proprietà). Qualche giorno
fa ha lanciato un messaggio, mettendo in campo "i promotori della
libertà" coordinati da Michela Vittoria Brambilla, sua fedelissima, da
pochi mesi ministro del Turismo. Il presidente del Consiglio ha parlato
di "un esercito del bene contro il male, chi ama contro chi odia".
Potrebbero essere proprio "i promotori della libertà" il nucleo di un
futuro, nuovo partito da contrapporre al centrosinistra.
‘Libero' e ‘Il Foglio', due giornali che fanno opinione nel
centrodestra, incitano Berlusconi a voltare pagina. Il quotidiano
diretto da Maurizio Belpietro lo sollecita a rompere con Fini e a
percorrere la strada di un nuovo partito. "Silvio fondi forza Silvio.
Troppe risse nel partito, adesso -ha scritto ‘Libero'- serve una svolta
del leader per creare una nuova struttura. E realizzare il
presidenzialismo".
Anche ‘Il Foglio' invita il presidente del Pdl a rompere gli indugi .
"La forma Pdl ha fallito", ha sostenuto il giornale diretto da Giuliano
Ferrara.. "A venti giorni dal voto la rissosità del Pdl descrive un
sommario di decomposizione", ha sostenuto ‘Il Foglio'. Il Pdl si divide
in molteplici correnti in guerra fra loro e i gruppi dirigenti ex Forza
Italia ed ex An ancora faticano ad amalgamarsi. Di qui i dissensi e le
risse. Il ricordo va al secondo governo guidato da Romano Prodi,
affondato dopo nemmeno due anni di vita, nel gennaio 2008, sotto i colpi
dei continui contrasti esplosi fra i partiti dell'Unione. In quell'occasione
finì l'esecutivo Prodi e l'Unione, la coalizione di centrosinistra.
"Sono dei dilettanti allo sbaraglio", ha commentato
Umberto Bossi, alleato di ferro di Berlusconi, riferendosi alle liste
elettorali del Pdl annullate per vizi di forma. Ma non c'è solo un
problema d'imperizia tecnica. Il Pdl si è visto annullare le proprie
liste in Lombardia e nel Lazio non solo per un problema di carenza di
firme o di scadenza dei termini, ma perché fino all'ultimo si è
protratto lo scontro interno per le candidature (gli uomini ex Forza
Italia contro quelli ex An). Così, in alcuni casi, come in Lombardia e
nel Lazio, è arrivato il flop difficilmente sanabile con un cosiddetto
"decreto interpretativo" varato dal governo Berlusconi per le liste del
partito del presidente del Consiglio (una nuova versione del conflitto
d'interessi).
A pensare che un anno fa la fondazione del Pdl fu
salutata da applausi e commenti euforici perché nasceva un partito che
viaggiava attorno al 40% dei voti. Ben poche persone parlarono di una
"fusione a freddo" tra Forza Italia, An e altre forze minori di
centrodestra. Il presidente del Consiglio diede una valenza storica
all'avvenimento, parlando un anno fa al congresso di fondazione. "Il Pdl
ha il compito di guidare la terza ricostruzione dell'Italia", dopo il
Risorgimento e la Resistenza, sostenne Berlusconi. Il fondatore del Pdl
fu netto: "La lunghissima transizione italiana è finita". Si complimentò
con il cofondatore Fini e assicurò: "Il nuovo partito manterrà il centro
della scena per decenni".
Il Pdl, invece, sembra un partito a termine, sull'orlo del precipizio,
più che una forza destinata a durare decenni. Tra Berlusconi e Fini la
convivenza è diventata difficile. "Qualcosa dentro di me si è spento...Ti
volevo dire che tutto sta per finire, ma poi ci sono parole che non
riescono ad uscire", canta Eros Ramazzotti. (www.aprilonline.info 7
marzo 2010)
Processo
breve, primo si
di Francesco Scommi
L'Aula di Palazzo Madama dà il primo via libera al provvedimento che,
stabilendo un limite fisso per per i procedimenti, avrebbe l'effetto
immediato di salvare Berlusconi dai processi Mills e Mediaset. Compatta
l'opposizione nell'attaccare il testo, la maggioranza lo rivendica. Il
premier: "Non è incostituzionale"

"Non lo so, non credo". Lo ha detto il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi, rispondendo a chi gli chiede se il ddl sul
processo breve sia incostituzionale. "C'e' l'Europa che ci chiede tempi
certi nei processi e c'e' la Costituzione che ci dice che devono avere
tempi ragionevoli" ha aggiunto il premier. In mattinata Il Senato aveva
dato il via libera al ddl, che è passa così all'esame della Camera. Si è
riacceso lo scontro tra i poli sul tema caldo della giustizia. Il ddl,
che ha ottenuto 163 voti favorevoli, 130 contrari e due astenuti, divide
in maniera netta maggioranza e opposizione.
Il provvedimento approvato da Palazzo Madama
stabilisce che il processo dovrà considerarsi estinto se il giudizio di
primo grado non sarà concluso entro tre anni (dall'esercizio dell'azione
penale da parte del Pm); entro due per l'appello ed entro un anno e sei
mesi per il giudizio in Cassazione. Ma questo riguarderà solo i processi
relativi a reati con pene inferiori nel massimo a 10 anni. In caso di
annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione, ogni grado di
giudizio che dovrà celebrarsi di nuovo non dovrà durare più di un anno.
I termini si allungano in presenza di reati più gravi: 4 anni per il
primo grado; due per l'Appello; un anno e sei mesi per il giudizio di
merito. Fino ad arrivare ai reati di mafia e terrorismo per i quali il
primo grado dovrà durare cinque anni: tre per l'appello e due per la
Cassazione. Il giudice può poi aumentare tali termini fino ad un terzo
se il processo è particolarmente complesso o se ci sono molti imputati.
Il Pm deve esercitare l'azione penale entro tre mesi dalla fine delle
indagini preliminari.
A destare le proteste più dure dall'opposizione è la
norma transitoria che applica l'estinzione processuale ai processi in
corso, ma solo se sono relativi a reati indultati o indultabili,
commessi cioè prima del maggio 2006, e se hanno pene inferiori a 10
anni. Ma sarà più breve di quella per i processi futuri: la 'tagliola'
scatterà dopo due anni e non dopo tre. In questo modo, accusa
l'opposizione, salteranno i processi Mediaset e Mills in cui e' imputato
il premier. Il tetto dei due anni varrà anche per i processi in corso
davanti alla magistratura contabile purché siano ancora in primo grado e
questo non si sia concluso in cinque anni. Non varrà invece se il
giudizio contabile è già in appello (norma modificata ieri da un nuovo
emendamento del relatore Giuseppe Valentino).
Il ddl "serve poco o nulla a fissare la ragionevole
durata dei processi e approfitta di un sacrosanto principio
costituzionale per fare un'amnistia", ha sottolineato Giampiero D'Alia,
capogruppo dell'Udc. "Nessuno di noi è così stolto da non capire che
questo provvedimento tenta di risolvere i problemi giudiziari del
Presidente del Consiglio e che la soluzione che avete individuato è
quella di estendere l'indulto votato nella passata legislatura ai
processi in corso che riguardano l'onorevole Berlusconi - ha aggiunto -,
ma per l'ennesima volta avete prodotto una norma incostituzionale dal
fiato corto che non servirà al premier e che comprometterà seriamente il
regolare svolgimento di tanti, tantissimi processi".
Per D'Alia "Berlusconi non ha tutti i torti e vi è un
accanimento giudiziario nei suoi confronti, anche se in misura minore
rispetto a quanto da lui denunciato", ma "non e' con la ragionevole
durata dei processi che si garantisce al Presidente del Consiglio di
esercitare appieno il mandato elettorale". Ha attaccato senza mezzi
termini il ddl il Gruppo di Italia dei Valori, che prima del voto ha
anche mostrato dei cartelli in Aula contro il provvedimento (alcuni con
la scritta 'Muore il processo diritti TV Mediaset'), ed è stato
richiamato all'ordine dal presidente del Senato Renato Schifani.
"Decine di migliaia di vittime vengono beffate dallo
Stato - ha sottolineato Luigi Li Gotti di Idv rivolgendosi alla
maggioranza -. Dopo aver cercato giustizia per anni, le vittime avranno
dallo Stato la porta sbattuta in faccia. Aiuterete invece i delinquenti,
aiuterete coloro che rendono insicuro il nostro Paese, aiuterete coloro
che hanno commesso torti a tante vittime. Basta con la patetica
ipocrisia. Per far durare meno i processi ci vogliono norme per
aggiustare la macchina del processo. Voi volete la morte di 100.000
processi per salvare Silvio Berlusconi dai suoi processi".
Pieno appoggio al ddl da parte della Lega Nord. "Ci
aspettavamo ostilità da parte di molti settori della casta dei
magistrati responsabile spesso del malfunzionamento della giustizia - ha
detto il capogruppo Federico Bricolo -. Ciò che non ci aspettavamo è
invece il cambio di linea delle opposizioni visto che questa legge
ricalca diverse proposte già presentate dai responsabili giustizia del
Pd".
"Fino a pochi mesi fa eravate favorevoli a questa
riforma - ha proseguito Bricolo rivolgendosi al Pd - poi quando vi siete
accorti che interessava anche il presidente del Consiglio allora avete
di colpo cambiato idea, avete rinnegato le vostre proposte. Di questo vi
dovreste vergognare. Ieri in più voti segreti diversi senatori delle
opposizioni hanno votato contro emendamenti presentati dai propri
gruppi. Senatori del Pd o dell'Italia dei Valori, hanno votato con noi
dando ragione alle nostre proposte dando così uno schiaffo morale a
Bersani e Di Pietro che proprio ieri annunciavano sui giornali
opposizione dura a questo provvedimento. Evidentemente il voto segreto è
servito a qualcuno per rivendicare la propria coerenza".
La risposta del Pd è arrivata dalla capogruppo Anna
Finocchiaro. "Non vi siete fermati al processo penale - ha detto alla
maggioranza -. Avete rivolto la vostra puntuta attenzione anche al
processo contabile. A fronte dei continui richiami, in particolare da
parte della Lega, al principio di responsabilità di funzionari ed
amministratori pubblici, avete così giubilato molte centinaia di
processi contabili, con il risultato di danneggiare irrimediabilmente le
casse dello Stato ed introdurre principi di responsabilità per chi
dissipa risorse pubbliche".
"Tutto questo avviene nel momento in cui tornano
fragilmente a mostrarsi le condizioni per una riforma costituzionale
condivisa a larga maggioranza - ha aggiunto -. Potremmo trarne une
osservazioni: da una parte dite di essere interessati al processo
riformatore, dall'altra mostrate atteggiamenti disarmanti, continuando
ad avvelenare i pozzi. Eppure su di voi, Governo e maggioranza, grava la
responsabilità del clima politico: da una parte vi mostrate interessati
al processo riformatore, dall'altra tentate di spacciare questa come
riforma della giustizia".
"Noi siamo orgogliosi di fare questa legge; siete voi
gli incoerenti - ha ribattuto il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri -.
Le vostre proposte più avanzate le avete messo in un cassetto, ma sono
stampate. La vostra ipocrisia è palese, anche nei confronti della Corte
costituzionale, svillaneggiata da chi a Milano non ha tenuto conto di
una sua sentenza. Quindi, una legge per tutti cittadini. Noi vorremmo
arrivare al giorno in cui ogni cittadino, indipendentemente dal suo
cognome e dal suo ruolo in queste istituzioni, venga giudicato con
imparzialità dalla magistratura italiana. Temiamo che questo oggi ancora
non accada. La legge è contro la irragionevole durata dei processi,
perché tempi da 10 a 15 anni sfido chiunque a dimostrare che siano
brevi. Forse l'Europa ci dirà che è ancora troppo lungo il termine della
giustizia che prevede questa legge".(www.aprileonline.info 21 gennaio
2010)
Giustizia,
Berlusconi continua l'assedio
Red
Dopo
gli attacchi di ieri al Quirinale e alla Corte costituzionale - che
hanno provocato l'ennesimo conflitto istituzionale tra il Cavaliere e i
presidenti della Repubblica e della Camera - in conclusione del
Consiglio europeo di oggi a Bruxelles il premier Silvio Berlusconi non
fa marcia indietro: le preoccupazioni di Napolitano, dichiara Berlusconi,
"in realtà ci dovrebbero essere per l'uso politico della giustizia
contrario alla democrazia e alla libertà".
"Tutti - aggiunge - hanno chiarissima questa
situazione, c'è una situazione di violenza solo nei miei confronti". Il
premier definisce poi la Costituzione una legge "vecchia", da cambiare.
"Abbiamo fatto anche una Bicamerale per modificarla ed ora si meraviglia
se si pensa di cambiarla" afferma Berlusconi, che ribadisce inoltre di
non aver pensato "neanche una volta ad elezioni anticipate. Il Governo -
assicura - porterà a termine la legislatura, secondo quanto deciso dagli
italiani con il voto". Poi, il premier torna sulle sue dichiarazioni di
Bonn: "Io non ho fatto nessuna accusa - spiega -, ho fotografato con
serenità la situazione che tutti gli italiani informati, consapevoli e
di buon senso, hanno chiarissima. Io non credo che si debba continuare
nel festival dell'ipocrisia. So che la violenza viene fatta sempre nei
confronti miei da parte delle dichiarazioni di molti, ne ho letta una
ora di Antonio Di Pietro. Se c'è qualcuno di non violento, questo è il
presidente del Consiglio eletto praticamente direttamente da tutti gli
italiani (in realtà, tecnicamente, ha scelto la sua coalizione neanche
la metà dei votanti e il suo partito il 37 per cento di questi, ndr):
eppure viene attaccato e insultato, di lui si dicono cose assurde, si
fanno trasmissioni incredibili, anche sulla tv pubblica. Ma io -
conclude - per fortuna, sono sereno, consapevole delle mie
responsabilità e mi comporto al meglio possibile". Il capogruppo alla
Camera del Popolo della libertà, Fabrizio Cicchitto, fa un paragone
ardito per difendere il premier: "Calamandrei durante l'Assemblea
Costituente denunciò a chiare lettere il rischio di una Consulta
politicizzata, e seppe prevedere che il controllo di legittimità spesso
sarebbe stato di tipo politico, non giuridico. Fin da allora propugnava
un intervento per smorzare questa eccessiva ingerenza, cito le testuali
parole, dei giudici nella politica, e paventava una Repubblica dei
giudici".
E, mentre in una intervista al Tempo il ministro
degli Esteri Franco Frattini spiega che invierà a breve ai suoi colleghi
europei una lettera per spiegare le an omalie
della giustizia italiana ("È giusto raccontare questi fatti - afferma
Frattini -, senza trarne valutazioni personali, ma semplicemente dando
il quadro di quello che accade. Già molti colleghi mi hanno detto che
nel loro Paese tutto quello che accade in Italia è inimmaginabile. Credo
che l'intervento del presidente Berlusconi a Bonn - aggiunge -, sia la
riaffermazione dell'esigenza di un equilibrio tra poteri, quello della
magistratura - potere non eletto - e quello della politica - potere
eletto") nel nostro Paese non cessano polemiche e discussioni: "Nel
discorso di ieri di Berlusconi a Bonn è stato messo in dubbio un
criterio fondamentale di una democrazia costituzionale e cioè il fatto
che chi ha un consenso non diventa un padrone ma deve confrontarsi con
altri poteri che sono istituzionali e costituzionali e deve rispettarli
- afferma il segretario del Pd Pierluigi Bersani, intervistato da
Skytg24 -. Questo nel discorso di ieri non c'era. Credo - prosegue - che
il richiamo forte che ha fatto il presidente della Repubblica debba
mettere un interrogativo anche in chi sta sostenendo Berlusconi perché
c'è un punto limite oltre il quale non possiamo più andare". Giorgio
Napolitano, subito dopo l'intervento - comizio di Berlusconi davanti ai
leader del Ppe aveva diffuso una dura nota in cui ha definito "violento"
(termine inconsueto nei messaggi quirinalizi) l'attacco del premier alle
istituzioni.
"Berlusconi - sottolinea Bersani - non azzardi a
definirsi statista perché statista è chi si occupa del suo paese mentre
lui si occupa solo dei problemi suoi". "Il paese e il Pd sono pronti a
riforme istituzionali vere ma non siamo disposti in nessun modo a
rincorrere derive di tipo populista" afferma infine il leader del Pd. I
capigruppo dell'opposizione al Senato (Anna Finocchiaro per il Pd,
Gianpiero D'Alia per l'Udc e Felice Belisario per l'Italia dei Valori)
rivolgono al premier la richiesta di presentarsi in Aula: "Berlusconi
taccia sul Presidente della Repubblica, se non è in grado di sostenere
decorosamente la responsabilità e gli oneri che gli derivano dal
ricoprire la carica istituzionale di Presidente del Consiglio. E non
venga meno ai suoi doveri sottraendosi alla richiesta che oggi gli
facciamo, ancora una volta, di venire a riferire in Parlamento sulle sue
dichiarazioni".
Parlando agli studenti dell'università della
Calabria, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha sottolineato,
utilizzando una metafora calcistica, come "ci si scontra ma si rispetta
l'arbitro e si rispettano le regole del campionato. Nella politica -
afferma - servono valori condivisi e la parola avversario tipica del
gergo sportivo. Come in Milan - Inter o Roma - Lazio ci si scontra ma si
rispettano l'arbitro e le regole del campionato".
"Nel capo dello Stato - spiega poi Fini - si devono
riconoscere tutti gli italiani: finita la competizione elettorale, reso
merito a chi ha vinto, si ponga fine alla quotidiana propaganda, al
clima di derby permanente e si lavori per il bene comune, fermo il ruolo
di garanzia che hanno alcune cariche". "Il primo dovere di chi
rappresenta le istituzioni - aggiunge - è quello di avere a cuore
l'interesse generale. E non lo dico per un malinteso buonismo. Gli
avversari sanno che c'è un arbitro che è imparziale anche quando
sbaglia".
"Berlusconi è come qualche 'caudillo' sudamericano
che pensa che le istituzioni siano sue proprietà" ha affermato invece il
presidente dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro, a margine della
manifestazione della Cgil su scuola e pubblico impiego. "Sta succedendo
qui da noi - prosegue - quello che succede in alcuni paesi del Sud
America, dove non c'è rispetto delle istituzioni". Di Pietro, che si
dice grato al presidente della Camera Gianfranco Fini perché "fa il suo
dovere istituzionale, di regolare i giochi parlamentari in modo
imparziale", esprime la preoccupazione che "contro questo governo si
arriverà allo scontro di piazza". Dura la reazione del centrodestra alle
parole di Di Pietro: "Ed ora tutti quelli che si scandalizzano per le
affermazioni del centrodestra, cosa diranno di fronte alle parole
criminali e irresponsabili di Di Pietro che evoca azioni violente contro
il governo andando in giro nelle piazze?" afferma il presidente di
senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. "Ci scapperà l'azione violenta,
dice Di Pietro. Lo teme o lo augura? Il suo modo di agire, le
manifestazioni che promuove, l'atteggiamento suo e dei suoi sodali è
propedeutico alla violenza o la vuole condannare? Di Pietro è un
irresponsabile da sempre - spiega Gasparri -. Sarebbe bene che tutte le
istituzioni, dico tutte le istituzioni, denunciassero e stroncassero con
immediatezza questo linguaggio irresponsabile".(www.aprileonline.info 12
dicembre 2009)
La
maggioranza salva Cosentino
di Francesco Scommi
Nella
giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio
viene approvata una relazione che respinge la richiesta
di arresto per il sottosegretario all'Economia, accusato
di concorso esterno in associazione mafiosa. Votano
compatti Pdl e Lega, il Pd si esprime contro assieme
all'Italia dei Valori. Spaccata l'Udc, astenuto
l'esponente dei radicali. L'Aula si dovrà pronunciare
entro il dieci dicembre. Il Senato respinge le mozioni
di democratici e dipietristi che chiedevano le
dimissioni dal governo
La Giunta per le autorizzazioni della
Camera ha respinto la richiesta di arresto, avanzata dal
gip del tribunale penale di Napoli, nei confronti del
sottosegretario all'Economia e coordinatore del Pdl,
Nicola Cosentino, per concorso esterno in associazione
mafiosa. I no all'arresto sono stati 11 (del Pdl e della
Lega, più un deputato dell'Udc). I sì all'arresto sono
stati 6 (4 dal Pd, uno dall'Idv, uno dall'Udc). Il
radicale eletto nel Pd, Maurizio Turco si è astenuto. La
delibera della Giunta ora è attesa in aula entro il 10
dicembre: la documentazione del giudice per le indagini
preliminari è stata trasmessa il 10 novembre scorso e il
limite per la discussione è di un mese a partire da quel
momento. L'ultima parola su Cosentino spetta dunque
all'assemblea.
Stamattina in Giunta risultavano
assenti al momento del voto il deputato ex Pd (passato
con il movimento di Francesco Rutelli) Bruno Cesario, il
vicepresidente della Camera Antonio Leone (Pdl), che
però ha fatto la sua dichiarazione di voto per il no
all'arresto e poi ha dovuto presiedere l'aula, e
l'esponente del Pdl, Francesco Paolo Sisto. Il Pd era al
completo, e ha votato per il no anche il presidente
della Giunta, Pier Luigi Castagnetti. Il radicale
Maurizio Turco, che nei giorni scorsi aveva espresso la
sua contrarietà all'arresto, oggi si è astenuto per
"potere presentare - dice - una mia relazione di
minoranza in aula, perché le mie motivazioni al no sono
diverse da quelle della maggioranza e se avessi votato
contro oggi mi sarei dovuto uniformare alle loro senza
avere minuti a disposizione in aula per illustrare le
mie idee".
Da segnalare la divisione dell'Udc al
momento del voto. Il partito di Pier Ferdinando Casini
in Giunta ha due deputati: Domenico Zinzi e l'ex Pd
Pierluigi Mantini. Il primo ha votato come la
maggioranza (cioè no all'arresto). Il secondo ha votato
sì all'arresto spiegando che "non c'è una disciplina di
gruppo, ma che il partito ha lasciato libertà di
coscienza". Mantini aggiunge: "E' possibile che anche in
aula si ricreino degli atteggiamenti diversi di voto.
Per me - conclude il deputato centrista- non c'è fumus
persecutionis, ma questo non vuol dire che il partito e'
diviso". In aula, oltre alla relazione di maggioranza di
Nino Lo Presti (Pdl), ci saranno quattro relazioni di
minoranza: quella di Turco per i radicali, di Marilena
Samperi per il Pd, di Federico Palomba per l'Italia dei
Valori e la quarta di Mantini.
Il relatore Lo Presti illustra così la sua relazione
approvata dalla maggioranza: "C'è un fumus persecutionis
oggettivo" e quindi "non va accolta la richiesta di
arresto della magistratura napoletana". Lo Presti
aggiunge: "Negli atti non si evidenziano elementi
sufficienti per sradicare Cosentino dal rapporto con i
suoi elettori. Non ci sono riscontri oggettivi per
l'arresto".
Opposta l'opinione del Pd, che spiega
con il presidente della Giunta Castagnetti: "C'è
l'obbligo del provvedimento, siamo in presenza di 416 -
bis e la custodia cautelare in carcere è un atto
obbligatorio. Durante il dibattito in Giunta sono emersi
elementi di solidità e di gravità degli indizi a carico
di Cosentino che hanno indotto il gip ad assumere questo
tipo di provvedimento". La Samperi, capogruppo dei
democratici in Giunta, aggiunge: "Abbiamo letto molto
accuratamente l'ordinanza, proprio perché parlare di
libertà personale è delicato a maggior ragione in questo
caso che va ad intaccare il plenum dell'assemblea".
All'attacco il leader dell'Idv
Antonio Di Pietro: "L'assoluzione dell'onorevole
Cosentino da parte del Parlamento è una vergogna per
tutti i cittadini italiani". L'ex pm aggiunge: "La casta
si è nuovamente autoassolta. Ed è la conferma di ciò che
l'Italia dei valori ripete da tempo: la maggior parte di
questo parlamento ritiene che la giustizia non deve
essere uguale per tutti". Per Di Pietro, "il voto di
oggi è una beffa nei confronti dei cittadini onesti e un
danno per le istituzioni. Un sottosegretario con delega
al Cipe, organo economico che gestisce i soldi degli
italiani - conclude - non può e non deve rimanere a
ricoprire quel ruolo, deve farsi giudicare come viene
richiesto a tutti i semplici cittadini. I signori
parlamentari che hanno protetto Cosentino si
vergognino".
Indignata anche la sinistra
"extraparlamentare". Il segretario di Rifondazione
comunista Paolo Ferrero ritiene "vergognosa ed
allarmante la negazione dell'autorizzazione a procedere
nei confronti dell'onorevole Cosentino, sia perché mi
pare sussistessero tutti i motivi perché l'arresto non
apparisse persecutorio, sia perché affrontare con uno
spirito di vendetta nei confronti della magistratura la
discussione sulla riforma della giustizia significa
andare verso uno scontro istituzionale grave".
Sarcastico Claudio Fava di Sinistra e libertà: "La
camorra ringrazia. E ringrazia anche Berlusconi. E'
questo è il Parlamento che gli si addice, con una
maggioranza obbediente, senza inutili scatti di
dignità".
Se Cosentino sembra essere scampato
all'arresto, più a rischio è la sua candidatura alla
presidenza della Regione Campania per il centrodestra.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha espresso
nei giorni scorso più volte la propria contrarietà. Oggi
a ribadire la posizione della componente del Pdl che fa
capo a Fini ci pensa la direttrice del "Secolo d'Italia"
Flavia Perina: "Cosentino non fa bene a insistere nel
candidarsi alla guida della regione Campania. In tutto
il centrodestra è opinione diffusa che sarebbe più utile
un passo indietro di Nicola Cosentino, che alla fine
credo ci sarà". Meno probabili, invece, le dimissioni
dalla carica di sottosegretario all'Economia:
l'opposizione (compresa l'Udc) lo chiede con una serie
di mozioni, presentate alla Camera e al Senato. Palazzo
Madama nel pomeriggio ne ha già respinte due, presentate
da Pd e Idv. (www.aprileonline.info 25 novembre 2009)
Il
Pdl in preda alle convulsioni
di Leo Sansone
Martedì
17 novembre, Santa Elisabetta d'Ungheria, è una giornata
da dimenticare per Silvio Berlusconi. Il suo quarto
governo sembra appeso ad un filo e ieri il tam-tam delle
elezioni politiche anticipate è diventato martellante.
"Libero" e "Il Giornale", i due quotidiani molto vicini
al presidente del Consiglio, ieri mattina hanno aperto
le danze mettendo sul piatto l'ipotesi dell'apertura
anticipata delle urne. "Silvio, chiudi il teatrino", ha
titolato in prima pagina il giornale diretto da Maurizio
Belpietro. "Ecco il doppio gioco di Fini", ha stampato,
sempre in prima, il quotidiano guidato da Vittorio
Feltri.
Poi è stato un crescendo. Nel pomeriggio il governo ha
chiesto alla Camera il voto di fiducia sul decreto legge
che prevede la privatizzazione dell'acqua. L'esecutivo
non si fida della sua stessa maggioranza, peraltro molto
ampia, ed oggi si va al ventottesimo voto di fiducia. E'
un record: 28 voti di fiducia in appena 18 mesi di vita
del quarto ministero Berlusconi.
Renato Schifani ieri sera ha lasciato partire
l'ultimatum. Se la maggioranza non regge, ha sostenuto
il presidente del Senato, sono meglio subito "nuove
elezioni". E Schifani, è noto, è un fedele interprete
delle ansie e delle intenzioni del presidente del
Consiglio.
Il conflitto d'interessi di
Berlusconi sta esplodendo in tutta la sua forza
dirompente. "Superman", come si è autodefinito il leader
del centrodestra, è molto preoccupato. Il presidente del
Consiglio, presidente del Pdl e proprietario della
Fininvest, teme che una condanna proveniente da uno dei
vari processi che lo riguardano (è sotto accusa anche
per alcune vicende relative al suo gruppo
imprenditoriale) possa "azzopparlo" sul piano politico.
Così accarezzerebbe il proposito di giocare d'anticipo:
provocherebbe una crisi di governo per andare a votare a
marzo, abbinando il voto politico anticipato a quello
per le elezioni regionali previste tra quattro mesi.
Sarebbe una nuova mossa populista. L'obiettivo sarebbe
di ricorrere ad una specie di medioevale "giudizio di
Dio", incaricando gli elettori di rilegittimarlo come
capo del governo, ponendo la sua figura al di fuori e al
di sopra della legge. Un po' come l'antico monarca
assoluto sarebbe "legibus solutus", non vincolato dalle
leggi.
Il Caimano ce l'ha soprattutto con
Gianfranco Fini, cofondatore del Pdl, il partito nato lo
scorso marzo dalla fusione tra Forza Italia ed An. Il
presidente della Camera sta frenando sull'approvazione a
tamburo battente del disegno di legge sul processo
breve, l'ennesima legge ‘ad personam' in favore di
Berlusconi (salverebbe da una condanna il presidente del
Consiglio perché stabilisce in 6 anni la durata massima
dei tre gradi di giudizio, pena la decadenza). E sono
guai per il Cavaliere. La votazione di un Lodo Alfano
bis con una legge costituzionale o la reintroduzione
dell'immunità parlamentare, da sole, non basterebbero ad
assicurare "uno scudo" a Berlusconi perché i tempi di
approvazione sarebbero troppo lunghi.
Si stanno logorando anche i rapporti
umani. Berlusconi non ha per niente gradito le accuse di
"monarchia", "cesarismo" e di "bipolarismo al Viagra"
lanciate dal presidente della Camera. E' deluso perché
non sta avendo dall'ex segretario del Msi e di An, da
lui "sdoganato" nel 1993, un sostegno pieno sul piano
politico-giudiziario. I finiani replicano: "Vogliamo
evitare che anche il processo breve, dopo il Lodo
Alfano, venga dichiarato incostituzionale".
Così la tensione cresce nel centrodestra. Se prima i
contrasti Berlusconi-Fini rimanevano sullo sfondo, ora
stanno esplodendo. La maggioranza è entrata in
fibrillazione e il Pdl è sconvolto dalle convulsioni.
Gli esiti per il governo sono
imprevedibili. Il Transatlantico di Montecitorio ieri,
gremito di deputati, si muoveva come un grande cuore che
batteva in affanno. "Se Bossi resterà al fianco di
Berlusconi, si tornerà a votare", diceva un deputato
berlusconiano. "Stanno trattando. Fini vuole contare, ma
non vuole rompere con Berlusconi, vuole essere il suo
successore", assicurava un parlamentare finiano. "Non
credo che si vada a votare, ma la follia è tanta. Tutto
è possibile", osservava un deputato del Pd.
Nel frattempo i sondaggi elettorali, per la prima volta
dopo molto tempo, danno il Pdl in discesa e il Pd in
salita. "Voglio morire con allegria", diceva Mike
Bongiorno. Berlusconi e il governo rischiano di morire
in un clima plumbeo, non allegro. (www.aprileonline.info
17 novembre 2009)
"Vogliono
far saltare il governo" la sentenza incubo di Silvio
di Francesco Bei e Liliana
Mirella

ROMA
- Il Cavaliere è giudiziariamente nudo e ha paura.
Cancellato dalla Consulta il lodo Alfano,
nell'impasse i suoi sono alla disperata ricerca di
una leggina che lo liberi dai processi Mills e
Mediaset. L'ultimo blitz, appena fresco di ore, per
infilare la prescrizione breve nel decreto sugli
obblighi comunitari (da martedì in aula al Senato)
s'è infranto sui "niet" del Quirinale per la
"manifesta eterogeneità della materia". Il premier
annaspa. Teme una condanna per corruzione che
porterebbe con sé, obbligatoriamente, pure
l'interdizione dai pubblici uffici.
Una situazione insostenibile che il Colle, per
primo, non potrebbe ignorare. Per questo ormai il
refrain del Cavaliere è sempre lo stesso: "Non mi
faranno fare la fine di Craxi. Una condanna sarebbe
un sovvertimento della volontà del popolo". E per
questo, giusto negli ultimi giorni, sta di nuovo
pensando di esibirsi in uno speech alla Camera in
occasione della riforma sulla giustizia. Un discorso
"alto", ma in cui troverà posto anche un'apologia
contro "i giudici che mi perseguitano dal '94, da
quando sono sceso in politica".
Si proclama "innocente", a parole dice di voler
"affrontare i suoi giudici", ma ha paura del
giudizio, dello stillicidio settimanale delle
udienze, dell'impatto mediatico che comunque, con
lui o senza di lui in aula, il dibattimento avrà
sulla gente. Il caso Dell'Utri insegna. Per questo
dà mandato al suo avvocato Ghedini di cercare a ogni
costo una soluzione parlamentare che azzeri i
processi. Stavolta senza sbagli. Da un lato, ancora
in questi giorni, ha ripetuto ai suoi: "Dimostrerò
"per tabulas" la mia totale estraneità alle accuse
che mi contestano. I miei legali hanno le carte per
spiegare al centesimo il passaggio di quei 600mila
dollari da Attanasio (l'armatore napoletano che
secondo l'avvocato londinese gli avrebbe versato il
denaro, ndr.) a Mills". Ma, del pari, la sfiducia
verso i giudici di Milano è totale: "Lì ho sempre
trovato gente ostile e, anche se non c'è più quella
Gandus a presiedere il tribunale, non mi posso di
certo fidare".
Ed ecco allora l'affanno per trovare una leggina che
cozza contro gli ostacoli frapposti da Fini e dal
Quirinale. L'ultima chance è andata in fumo tra
mercoledì e venerdì pomeriggio. Sembrava quasi fatta
per la prescrizione breve studiata da Ghedini. Col
taglio del quarto di pena in più frutto degli "atti
interruttivi", il reato di corruzione si
cancellerebbe in otto anziché in dieci anni. E
dunque il processo Mills salterebbe. Ma serve una
legge in tempi brevissimi. Pensano di infilare la
norma, che è già pronta, nel decreto sugli obblighi
comunitari che da martedì prossimo è in aula al
Senato. Berlusconi è talmente convinto che
l'operazione riesca che i suoi ministri più fedeli
ne parlano in giro come di una cosa fatta. E invece
il finiano Andrea Ronchi, il ministro per le
Politiche comunitarie cui fa capo il decreto, fa
saltare il piano. "Sono stato rigorosissimo. C'è
stata una moria di emendamenti. Sono entrati solo
quelli che hanno stretta attinenza con la materia
comunitaria del decreto. Cosa c'entra la
prescrizione lì dentro? Assolutamente nulla. Il capo
dello Stato ci avrebbe sicuramente bocciato il
decreto".
Berlusconi s'infuria e legge l'ostacolo come
l'ennesimo tentativo dei finiani di disarcionarlo
dopo gli ostacoli di Giulia Bongiorno sulle
intercettazioni e la blocca-processi. Ma stavolta
anche da Carlo Vizzini, presidente della commissione
Affari costituzionali del Senato, arriva uno stop.
Niente da fare, c'è troppa disomogeneità tra il
decreto e la prescrizione. I sondaggi di palazzo
Chigi con il Colle danno un esito negativo,
Napolitano non firma decreti palesemente eterogenei,
ha già messo più volte in guardia il governo. Non
resterebbe che lo scontro aperto: il presidente non
firma il decreto, lo rinvia alle Camere, la
maggioranza lo riapprova. Ma le conseguenze di un
simile conflitto sono troppo pericolose. Gianni
Letta non se la sente e decide di soprassedere.
Venerdì pomeriggio, quando la commissione chiude il
testo, l'emendamento sulla prescrizione non c'è, né
sarà presentato in aula. Sulla prescrizione prevale
l'ipotesi di un disegno di legge autonomo che di
necessità non potrà correre veloce come il decreto.
A questo punto per Berlusconi non
resta che la strategia mediatica: sminare l'effetto
di una condanna bollandola in anticipo come una
persecuzione delle toghe. "Gli italiani
comprenderanno che è solo una montatura politica per
far saltare un governo che gode della fiducia della
stragrande maggioranza degli elettori". Un copione
che il Cavaliere conosce a memoria e che ha iniziato
a recitare martedì scorso nella telefonata a Ballarò.
(www.repubblica.it 1 novembre 2009)
Appello
conferma condanna: Mills corrotto da Berlusconi
di Frida Roy L'impianto
accusatorio, Mills corrotto da Silvio Berlusconi con
almeno 600 mila dollari affinché dicesse il falso o
fosse reticente in due processi a carico del fondatore
della Fininvest, regge anche in Appello. In 15 giorni le
motivazioni, inizia la corsa contro la prescrizione. Con
Mills era accusato Silvio Berlusconi, ma la posizione
del premier era stata stralciata in virtu' del lodo
Alfano, poi bocciato dalla Corte costituzionale
Dopo 4 ore di riunione in camera di consiglio i giudici
della seconda sezione della corte d'Appello di Milano,
presidente Flavio La Pertosa, a latere Rosario Spina
(relatore) e Marco Maiga, confermano la condanna decisa
il 17 febbraio scorso dal Tribunale a carico di David
Mills: 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari
e 250 mila euro da risarcire alla Presidenza del
Consiglio dei Ministri, parte civile, rappresentata in
aula dall'Avvocatura dello Stato.
Dunque l'impianto accusatorio, Mills
corrotto da Silvio Berlusconi con almeno 600 mila
dollari affinché dicesse il falso o fosse reticente in
due processi a carico del fondatore della Fininvest,
regge anche in Appello. Il collegio non indica termini
per il deposito delle motivazioni e questo significa che
lo farà entro 15 giorni e che in sostanza è cominciata
la corsa contro la prescrizione. I fatti al centro del
processo per Mills scadranno nei primi giorni di aprile
del prossimo anno, mentre la data che interessa
Berlusconi, il cui processo dopo l'annullamento del Lodo
Alfano, riprenderà con ogni probabilità tra la fine di
novembre e gli inizi di dicembre, è fissata al 2011, a
meno di modifiche legislative di cui si parla sui mezzi
di informazione da qualche settimana.
I difensori di Mills avranno 30
giorni di tempo per ricorrere in Cassazione e hanno già
detto che lo faranno. Spiega Federico Cecconi: "Non è
finita qui, abbiamo elementi forti per ribaltare la
sentenza". Il collega Alessio Lanzi si dice
"profondamente amareggiato e a disagio", e precisa: "la
sentenza mette a dura prova la buona fede nello Stato di
diritto".
Più duro ancora è Nicolò Ghedini, legale di Silvio
Berlusconi, "l'imputato di pietra" nel processo, com'è
stato definito in aula a Milano. "La decisione della
Corte d'Appello di Milano nel processo Mills -dice- è
del tutto illogica e nega in radice ogni risultanza in
fatto e in diritto. Un processo svolto in tempi record
negando qualsiasi prova e rifiutando qualsiasi
possibilità di difesa.
Tale decisione non potrà che essere annullata dalla
Corte di Cassazione. Comunque, ancora una volta, si
conferma che a Milano non si possono celebrare processi
quando, ancorché indirettamente, vi sia un collegamento
con il Presidente Berlusconi". Nei motivi d'appello,
così come in discussione, i difensori di Mills avevano
chiesto più volte di riaprire parzialmente il
dibattimento per ascoltare alcuni testi, primo tra tutti
Silvio Berlusconi, il coimputato, per il quale però il
processo di primo grado era stato 'congelato'
nell'ottobre dello scorso anno in attesa che la Consulta
si esprimesse sulla legittimità del Lodo Alfano. A
giudizio, da allora, in una condizione processuale
quantomeno 'anomala' nel caso di un reato (la corruzione
in atti giudiziari, ndr) a concorso necessario, è
rimasto il solo Mills. Ma la Corte presieduta da Flavio
La Pertosa, evidentemente, ha deciso diversamente,
chiudendo il giudizio in quattro udienze e rinviando una
spiegazione sul punto in sentenza.
La Suprema Corte, com'è ormai prassi
da alcuni anni, darà una corsia preferenziale a questo
come ad altri processi a rischio di prescrizione. E la
Cassazione dirà l'ultima parola nel merito della vicenda
anche sulla stessa prescrizione, sulla quale ci sono
come spesso accade interpretazioni diverse e che è stato
oggi il terreno di scontro tra le parti prima che i
giudici si ritirassero in camera di consiglio per la
sentenza.
In sede di replica, infatti, ha preso la parola il
sostituto procuratore Laura Bertolè Viale per ribadire
la sua versione: il momento consumativo del reato c'è
nel 2000 e non nel 1998, ci sono tre lettere sui flussi
di denaro che inchiodano Mills alle sue responsabilità.
Situazione opposta per la difesa Mills: quei flussi di
denaro indicati nelle lettere citate dal pg nulla hanno
a che vedere con l'oggetto del processo.
L'ultima battaglia legale ha
riguardato anche una polemica che dura da 13 anni, da
quando i legali di Berlusconi lamentarono che Mills non
fosse stato iscritto al registro degli indagati già nel
1996 come "creatore gestore di società off-shore".
"Anche se fosse stato sentito come testimone imputato di
reato connesso avrebbe avuto l'obbligo di dire la
verità" afferma il pg, introducendo una novità rispetto
ala sua requisitoria. E Lanzi controreplica seccamente:
"Sì, ma mai sarebbe stato pubblico ufficiale e quindi
accusabile di corruzione".
Se ne riparlerà in Cassazione. Piero Longo, uno dei
legali del premier rifiuta di commentare in attesa del
deposito delle motivazioni: "Non era il processo a
Berlusconi ma a Mills".
Ora, se per il premier ancora non si
conosce la data nella quale il collegio presieduto da
Nicoletta Gandus fisserà un'udienza per smistare il caso
ad un altro collegio (il suo è ormai incompatibile, ndr)
e far ripartire così la causa di primo grado, per Mills
si tratta di attendere un paio di settimane per leggere
i motivi per i quali la Corte ha accolto la tesi
dell'accusa e ha confermato la condanna all'imputato.
"Corrotto per garantire, mentendo, l'impunità a Silvio
Berlusconi. Non con una "banale" bustarella ma
attraverso una "artificiosa, tanto opaca quanto
raffinata, modalità di trasferimento di 600.000
dollari". Somma che comprendeva anche il ‘disturbo' per
‘tutte le operazioni di riciclaggio' messe in atto per
‘nascondere, mascherare, trasformare, schermare' la
mazzetta". Questo affermavano, a maggio, i giudici di
primo grado nelle motivazioni della sentenza di condanna
di David Mills, potente e famoso legale inglese, marito
del ministro inglese Tessa Jowell, colpevole del reato
di corruzione giudiziaria.(www.aprileonline.info 28
ottobre 2009)

Ma si vede... si vede... dalla vostra
espressione intelligente.....
Ombre
su Tremonti
di Red.
Acque
sempre agitate nel Pdl sulla politica economica. Anche
oggi è il caso Tremonti a tenere banco all'interno della
maggioranza. In attesa del rientro di Silvio Berlusconi
dalla Russia, ci pensa, ancora una volta, Umberto Bossi
a difendere il ministro dell'Economia. Il leader della
Lega assicura: "C'è un tentativo di fare fuori Tremonti,
ma io lo proteggo". Nelle ultime ore sono circolate
anche voci di dimissioni del titolare di via XX
settembre, che sono state categoricamente smentite prima
da fonti vicine al ministro e poi dal diretto
interessato con una dichiarazione ufficiale di poche
righe: "Produzione di note di agenzie a mezzo note di
agenzie: ho difficoltà a riconoscermi in questo tipo di
catena produttiva. Per quanto mi riguarda nessuna delle
note in circolazione corrisponde a verità", precisa,
mettendo a tacere le indiscrezioni sempre più insistenti
su suoi contrasti con il premier.
Le polemiche su una fronda - anti
Tremonti nel Pdl sono iniziate quando è spuntato un
documento con proposte in contrasto con la linea del
Professore di Sondrio sul contenimento dei conti
pubblici, in cui si chiede più movimento in funzione
anti - crisi, con l'abbassamento delle imposte. Le
fibrillazioni sono riesplose ieri, quando il Cavaliere
ha annunciato attraverso un messaggio di saluto
all'Assemblea della Cna di voler tagliare l'Irap,
l'imposta sulle attività produttive che garantisce
all'erario regionale un gettito annuo di quasi 40
miliardi di euro. Critiche a Tremonti sono arrivate
anche da alcuni ministri che chiedono più risorse.
La battaglia è deflagrata sulla
questione del posto fisso. I nodi economici del governo
sarebbero approdati al tavolo del Cdm convocato per
mezzogiorno a Palazzo Chigi ma poi rinviato alla
prossima settimana per l'assenza del premier bloccato -
è la versione ufficiale - a San Pietroburgo dal
maltempo. Per tutta la mattinata, i rumors hanno parlato
di un imminente incontro chiarificatore tra Berlusconi e
Tremonti prima della seduta del Consiglio dei ministri:
il faccia a faccia resta ancora in agenda e ci sarà
appena Berlusconi rientrerà a Roma.
Dalle parti del centrosinistra (Pd e
Idv) si esprime preoccupazione: "La guerra interna al
Pdl aggrava la paralisi". Restano, dunque, i mugugni nel
Popolo della libertà. In una intervista al 'Giornale',
Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato del partito,
sottolinea: "Nessuna trama contro Giulio. Ma ora non
potrà fare tutto da solo, dovrà sedersi attorno a un
tavolo e discutere".
Mentre Claudio Scajola, responsabile
del dicastero dello Sviluppo economico, a "Libero"
spiega che 'il documento anti - Tremonti sembra un
collage di idee e proposte che circolano nel Pdl e nei
gruppi parlamentari. Idee spesso condivisibili, di cui
si discute anche con Tremonti alla luce del sole".
Proprio il "Giornale" e "Libero" si sono fatti
portavoce, ieri, del malcontento che serpeggia
all'interno delle maggioranza pubblicando due editoriali
che chiedono al ministro dell'Economia uno sforzo
maggiore per rilanciare la "mission" originaria di Forza
Italia: la riduzione della pressione fiscale.
Sempre al "Giornale" il presidente
della commissione Finanze al Senato ed ex viceministro
dell'Economia, Mario Baldassarri, assicura: "Il
documento, finito sulla scrivania di Fini, è stato fatto
alla luce del sole, io non scrivo documenti in ombra. Ho
sempre sostenuto Tremonti nella blindatura delle
manovre, in un quadro statico di spese e tasse. Ora che
incomincia la ripresa, abbiamo la responsabilità di fare
di più". La sostanza della proposta, spiega Baldassarri,
"è contenuta in un emendamento alla Finanziaria, firmato
da me e altri 15 senatori del Pdl".
Secondo Baldassarri "se non si tocca
la spesa pubblica, quello che ha fatto Tremonti con la
legge finanziaria e' il massimo sforzo possibile".
Secondo il presidente della Commissione Finanze è
necessario "incidere sugli 830 miliardi di spesa
pubblica annuale". Si schiera con Tremonti Giorgio La
Malfa, presidente del Partito Repubblicano che da poco
ha annunciato la sua uscita dal centrodestra: "Sto con
Tremonti, perché non può far altro che dire 'no'. Ma il
problema e' a monte, è Berlusconi che deve cambiare
strada".
La Malfa si chiede: "Cosa può fare un
ministro con un debito pubblico sopra il 100% del pil se
non dire no a tutto, sia alla spesa utile che a quella
inutile? Qualunque persona seria si trovasse oggi al
posto di Tremonti direbbe quello che dice il ministro".
Dalle parti del Pd, si alza la voce di Massimo D'Alema,
che non ha dubbi:'Mi pare che ci sia una certa tensione
tra il ministro dell'Economia, altri ministri, il
presidente del Consiglio. Non entro in queste tensioni
perché non mi riguardano e non mi interessano se non per
un aspetto e cioè queste differenze e queste tensioni
mettono in evidenza un'incertezza sulle grandi scelte di
governo del Paese".
"Questo mi preoccupa -aggiunge l'ex
ministro degli Esteri- in un momento di difficoltà e
crisi in cui ci vorrebbe un'azione coerente a sostenere
il rilancio dell'economia e dell'occupazione". Anche
l'Italia dei valori, per bocca del capogruppo al Senato,
Felice Belisario, interviene nel dibattito: 'La guerra
tutta interna al Pdl sta sfiancando la politica e
l'economia italiana e aggravando la paralisi del Paese.
Tremonti propone il posto fisso, Berlusconi rilancia con
l'abolizione dell'Irap. Tante chiacchiere ma nessun
fatto. I proclami li porta via il vento".(www.aprileonline
26 ottobre 2009)
Berlusconi
"corresponsabile di corruzione"
di Monica Maro
Sentenza
Mondadori. Alla posizione di Silvio Berlusconi
il giudice monocratico del Tribunale civile di Milano
dedica tre pagine in cui riassume le vicende processuali
penali del premier esclusivamente per quanto riguarda il
Lodo Mondadori. Prima di tutto il giudice ricorda come
Silvio Berlusconi, in seguito alla decisione della Corte
d'Appello di Milano nel 2001 non fu rinviato a giudizio
per corruzione in atti giudiziari insieme a Cesare
Previti, Vittorio Metta e agli avvocati Attilio Pacifico
e Giovanni Acanpora perché per lui fu pronunciata una
sentenza "di non doversi procedere per il reato di
corruzione ordinaria, concesse le attenuanti generiche,
per essere lo stesso reato estinto per intervenuta
prescrizione".
La difesa di Berlusconi cercò poi di
avere in Cassazione uno scioglimento con formula piena
con un ricorso che la Suprema Corte però respinse. Tanto
basta per far dire al giudice Mesiano che "se Berlusconi
non è stato prosciolto nel merito dalla Corte è perché,
ad avviso della medesima, non vi era l'evidenza, alla
stregua del materiale probatorio allora disponibile,
dell'innocenza dell'imputato".
Quella sentenza, essendo stata emessa a seguito non di
un giudizio di merito, ma solo, motiva ancora il giudice
"a seguito di applicazione di causa estintiva del reato,
non preclude in alcun modo che, nella presente sede,
venga ritenuto 'incidenter tantum' che il Berlusconi ha
commesso il fatto de quo, ai soli fini civilistici e
risarcitori di cui si discute".
Per il giudice, inoltre, "sarebbe
assolutamente fuori dall'ordine naturale degli
accadimenti umani che un bonifico di circa 3 mld di lire
(la somma passò dai conti correnti all'Iberian e Ferrido
di Fininvest nella disponibilità di Previti 'per
finalità corruttive', ndr) sia disposto ed eseguito, per
le dimostrate finalità corruttive, senza che i dominus
della società, da cui conti il bonifico proviene, ne sia
a conoscenza e lo accetti. Pertanto è da ritenere 'incidenter
tantum' -prosegue il giudice- e ai soli fini civilistici
del presente giudizio che Silvio Berlusconi sia
corresponsabile della vicenda corruttiva per cui si
procede, corresponsabilità che, come logica conseguenza,
comporta per il principio della responsabilità civile
delle società di capitali per il fatto illecito del loro
legale rappresentante o amministrativo commesso
nell'attività gestoria della società medesima, la
responsabilità della stessa Fininvest".
Pdl in fibrillazione.
La sentenza sul lodo Mondatori e la decisione della
Consulta sul "Lodo Alfano", attesa già per domani,
agitano le acque della politica. I vertici del Pdl
parlano di "manovra concentrica per ribaltare la
vittoria elettorale del 2008", minacciano l'eventualità
di elezioni anticipate e lanciano l'ipotesi di una
"grande manifestazione popolare".
Il leader della Lega, Umberto Bossi,
prende tempo e, pur chiarendo che il Carroccio è pronto
all'eventualità di un ritorno anticipato alle urne,
spiega che la priorità restano le riforme e di non
ritenere probabile il ricorso alle urne anticipate.
Riguardo agli "attacchi" al premier "è un problema di
mafia - ribadisce Bossi - abbiamo fatto leggi
pesantissime contro la mafia, il rischio era che se la
pigliassero con Berlusconi. Non penso che c'entri la
magistratura, le prostitute le manovra la mafia". Sulla
eventuale partecipazione alla manifestazione annunciata
dal PdL per Berlusconi dopo la sentenza sul lodo
Mondadori Bossi però sottolinea di non aver preso
nessuna decisione: "non so - spiega - non ho ancora
parlato con Berlusconi".
"Se qualcuno vuole cambiare le carte in tavola, e
vedremo cosa succederà sul lodo Alfano, sul lodo
Mondadori, su altre strane cose di cui si parla, sugli
attacchi anche contro la Lega - incalza in una
intervista al 'Corriere' il ministro leghista, Roberto
Calderoli - altro che piazza. Dobbiamo portare i
cittadini a votare".
Proprio questa mattina, Vittorio
Feltri nel suo editoriale sul Giornale è tornato a
puntare l'indice contro il Presidente della Camera
accusandolo di puntare a presiedere in questa
legislatura un nuovo Governo di carattere istituzionale
sostenuto da una maggioranza diversa da quella Pdl-Lega
che sostiene l'attuale governo Berlusconi. E la
possibilità di un tentativo di "colpo di palazzo" per
disarcionare Berlusconi, con l'avallo di Fini, è una
delle motivazioni che spingono una parte del Pdl a
chiedere di scendere in pizza a difesa di Berlusconi. E
una parte della Lega a minacciare il ricorso ad elezioni
anticipate quale unica alternativa al governo in carica.
E se Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera,
ribadisce anche oggi la proposta di "una manifestazione
politica che mira a dar voce alla maggioranza del popolo
italiano che conferma il suo sostegno a questo governo e
al presidente Berlusconi", l'ipotesi di un eventuale
"governo del presidente" nel caso in cui Berlusconi
dovesse cadere, viene bocciata dallo stesso presidente
della Camera: "La maggioranza è solo quella che esce
dalle urne", ha ribadito oggi Gianfranco Fini
rispondendo a uno studente dell'Università di Napoli
dove è intervenuto questa mattina.
Poi, in serata, è lo stesso
Berlusconi a chiarire: "Vado avanti per tutta la
legislatura", la "sentenza sul Lodo Mondadori è
un'enormità giuridica", una decisione che va "al di là
del bene e del male". Il presidente del Consiglio dice
di essere "allibito", nega qualsiasi ipotesi di elezioni
anticipate e avverte: "Sappiano tutti gli oppositori che
il governo porterà a termine la sua missione
quinquennale e non c'è nulla che potrà farci tradire il
mandato che gli italiani ci hanno conferito".
Sul fronte opposto, in mattinata,
riferendosi alla possibilità di elezioni anticipate, Bersani
(PD) aveva sottolineato di non credere a ipotesi di
larghe intese piuttosto che di "governi del presidente".
"Mi pare che si tratti di un'ipotesi che nasce in seno
al centrodestra". "Va rispettata la decisione del
magistrato - aggiunge - presa secondo i tempi della
giustizia e non secondo quelli della politica".
Se Francesco Rutelli ribadisce che se il governo
Berlusconi dovesse cadere, la soluzione sarebbe un
"governo per il bene del Paese". Per il leader dell'Idv,
Antonio Di Pietro , "quando una maggioranza si sfracella
da sola bisogna tornare alle urne. Non esistono -
ribadisce - maggioranze diverse".
Pier Ferdinando Casini parla di 'inesistenti complotti'
ma aggiunge: "se si va al voto l'Udc e pronta. Anzi,
questo è un auspicio."(www.aprileonline.info 6 ottobre
2009)
Brunetta
perde il pelo ma non il vizio
Mo. Ma
I l
lupo perde il pelo ma non il vizio.
Così, dopo una primavera passata
all'insegna della lotta ai fannulloni
della pubblica amministrazione, lotta a
suon di tornelli, finita con un
dietrofront in sordina sotto gli
ombrelloni di luglio, il ministro Renato
Brunetta ci riprova: stesso copione,
nuove vittime: ad essere attaccata è
l'Associazione Nazionale Magistrati,
definita "un mostro", le cui correnti si
riproducono in seno al consiglio
superiore della magistratura. La bufera
si scatena lunedì sera, nel confronto
pubblico tra il ministro e il
vicepresidente dell'Anm, Gioacchino
Natoli, alla presentazione milanese del
libro di Stefano Liviadotti: "Magistrati
Ultracasta".
Brunetta si scalda: i magistrati "sono
servitori dello Stato come tutti gli
altri, forse si sono montati un po' la
testa". E attacca: "Le correnti dell'Anm
di fatto decidono gli equilibri
all'interno del Csm e qui si produce il
mostro, con effetti sulle questioni
economiche, disciplinari e di carriera
della categoria, che sono determinate
per via sindacale". "Bisogna tagliare
questa cinghia di trasmissione", dice. E
assicura che "il 90 per cento dei
problemi della giustizia in Italia sono
organizzativi e sono risolvibili con l'information
and communication technology: anche per
i magistrati si può pensare a badge,
controllo delle presenze, controlli di
produttività e controlli dei ritardi".
Infine l'affondo: "Se si va in qualsiasi
tribunale italiano si trova il caos e
dalle 14 non c'è più nessuno".
Natoli non se le
manda a dire: "Lei dice cose non vere",
replica secco al ministro e gli lancia
la sfida: "Più volte come Anm abbiamo
invitato il ministro della Giustizia a
venire a vedere cosa succede in un
tribunale. Ma è un invito che non è mai
stato raccolto". Il segretario dell'Anm
Cascini difende con durezza le toghe:
"Sono luoghi comuni tanto diffusi quanto
infondati. Probabilmente questo fumo
serve a nascondere le gravi inadempienze
del ministro Brunetta e del governo. Il
ministro non riesce a garantire un
minimo di supporto a un sistema
giudiziario quasi al collasso. Non
stanzia fondi per ripianare gli
organici, né per pagare gli
straordinari, né per assumere personale
informatico. Le uniche riforme che il
governo fa sono sabbia negli ingranaggi.
E per coprire queste clamorose
inadempienze il ministro non trova di
meglio che prendere in giro i cittadini
continuando a raccontare che la colpa è
dei magistrati e del Csm". Dura la
replica anche dal Csm. Per Giuseppe
Maria Berruti (Unicost) "è strabiliante
che stereotipi consunti prendano il
posto degli argomenti".
"Stupisce - aggiunge Berruti -
l'assoluta ignoranza dello straordinario
lavoro fatto da questo Csm che ha
applicato tutta la riforma
dell'ordinamento giudiziario,
grandemente ispirata dall'ex ministro
Castelli. E continua, purtroppo, uno
stillicidio di luoghi comuni
assolutamente insultante da parte di
istituzioni contro altre istituzioni. È
evidente che questa è una brutta fase
della politica e occorre pazienza e
pacatezza".
Sarebbe da ricordare
al ministro come gi organici e la
presenza del personale amministrativo
sono decisi dal governo. Lo stesso
governo che l'anno scorso, su proposta
dello stesso ministro della Pubblica
amministrazione, ha tagliato
drasticamente gli organici del personale
degli uffici giudiziari. Lo stesso
govenro che recentemente, attraverso
alcune circolari interne, ha "invitato"
i magistrati di non fissare udienze
pomeridiane, per l'impossibilità di
assicurare la presenza e la retribuzione
del personale di cancelleria in orario
straordinario. E il ministro brunetta
non può certo ignorare che questa
situazione, assieme alle leggi che
sembrano fatte al solo scopo di impedire
la celebrazione dei processi, è la causa
di una crisi gravissima del sistema
giudiziario: crisi di cui sono vittime
in primo luogo i cittadini, ma anche i
magistrati e il personale
amministrativo. Ma evidentemente è più
facile insultare e fare propaganda, che
assumersi la responsabilità del proprio
operato.
Per Antonio Crispi, segretario
nazionale della FPCGIL "è un peccato
che, nel blaterale di soluzioni
organizzative, controllo della
produttività e organizzazione del
lavoro, il ministro ometta che negli
uffici giudiziari manca il personale e
che la carenza di organico è così grave
che in alcuni uffici del nord si è
arrivati a mandare in udienza i
carabinieri in pensione"."Peccato che
Brunetta, - continua Crispi - nei suoi
show con il Ministro Alfano in giro per
l'Italia, abbia millantato inesistenti
rivoluzioni informatiche, omettendo che
i fondi necessari all'informatizzazione
sono stati ridotti drasticamente dalle
leggi del suo Governo e che non ci sono
soldi per portare avanti i progetti già
avviati; peccato che il Ministro
Brunetta parli a vanvera delle presenze
del personale al Tribunale di Roma nelle
ore pomeridiane quando non ci sono fondi
sufficienti per lo straordinario e
mancano fisicamente le persone per
farlo".
La polemica si sposta
anche in parlamento. Donatella Ferrante,
del Pd, invita il ministro a prendersela
con "se stesso o la sua maggioranza" per
eventuali "storture", perché "dovrebbe
sapere che la legge in base alla quale
sono eletti i componenti togati del Csm
è voluta dall'ultimo governo di
centrodestra".
"Siamo di nuovo al
brunettismo -osserva Bersani- ossia alla
ripetizione dell'idea che si possa dare
efficienza ai servizi con sistemi di
controllo delle presenze. Per carità,
sono cose che si possono anche fare,
purché vengano fatte con criterio,
quindi non con i sistemi che sta
proponendo Brunetta".
"Il tema di fondo - ha aggiunto Bersani
- è che la giustizia, come il resto
della pubblica amministrazione, va
riorganizzata. Il servizio-giustizia non
funziona perché non ha un'organizzazione
adatta allo scopo. Finché noi speriamo
di riformare la P.a. con gli insulti
verso chi ci lavora, non verremo mai
fuori dal problema. Credo che anche i
magistrati siano interessatissimi a
migliorare l'efficienza del sistema
giustizia, così come i lavoratori del
pubblico impiego a far funzionare meglio
il meccanismo. Ma con le ricette di
Brunetta, come abbiamo visto anche dai
dati sulla pubblica amministrazione, di
passi in avanti non se ne fanno.
Smettiamola con questi diktat - conclude
Bersani - con le affermazioni
semplificatrici e mettiamo mano alle
riforme vere".
Antonio Di Pietro
invita il ministro a recarsi negli
uffici giudiziari, innanzitutto, "a
constatare che la maggior parte
magistrati non hanno uffici, né
scrivanie, né pc, né carta, né penne".
"Poi - prosegue Di Pietro -, se fosse
meno fannullone, dovrebbe recarsi anche
nelle case dei magistrati per verificare
in che condizioni sono ridotte le loro
scrivanie, piene di fascicoli e di
documenti che devono portarsi a casa per
scrivere sentenze ed esaminare i
provvedimenti".
"Infine - è l'invito che l'ex pm rivolge
al ministro- faccia un giro tra gli
assistenti giudiziari, il personale
amministrativo e il personale
giudiziario, per verificare in che
condizioni disumane e di carenza di
personale sono costretti a dare il loro
contributo per cercare di far funzionare
la povera macchina della giustizia. Solo
allora potrebbe rendersi conto che
invece di sproloquiare a vanvera
dovrebbe correre al Consiglio dei
Ministri per reclamare più mezzi, più
forze e più strutture a favore del
comparto giustizia. Ma capisco -conclude
Di Pietro- che così facendo dovrebbe
rivolgersi ad un altro governo e
rinunciare alla propria poltrona dove
fannullescamente se ne sta
spaparanzato".(www.Aprileonline.info 30
settembre 2009)
L'ammiraglia
e le candeline
Compie
settantatre anni, Silvio Berlusconi. Per festeggiarli il
premier vola in Abruzzo dove è prevista la consegna di
alcune case agli sfollati del sisma ma, prima di
incontrare le famiglie di Bazzano, interviene
telefonicamente durante la trasmissione Unomattina.
"Chiamatemi più spesso perché così mi sento meno solo",
conclude il suo intervento Berlusconi, rivolgendosi al
vicedirettore del Tg1 Susanna Petruni e a Stefano
Ziantoni. "Siamo qui ogni mattina - è la replica di
quest'ultimo - questa è anche casa sua". "casa sua", il
termine ha fatto rabbrividire l'opposizione che parla di
ennesimo 'one man show'. Ma Paolo Romani, viceministro
alle Comunicazioni, taglia corto: A Unomattina il
Presidente del Consiglio celebrava i successi
dell'Abruzzo, un fatto "scontato".
Il Pd non gradisce infatti la scelta
del contenitore mattutino del primo canale pubblico di
ospitare il Presidente del Consiglio. Sostiene il
democratico Vinicio Peluffo, membro della commissione di
Vigilanza Rai: "Con la puntata odierna di 'Unomattina' è
andato in onda l'ennesimo, stucchevole one man show del
presidente del Consiglio". Stessa linea del suo collega
di partito, Luigi Lusi: "Il buongiorno di Uno Mattina
oggi è stato misero e squalificante per l'Abruzzo.
Chi ha guardato il contenitore della mattina di Rai Uno
quest'oggi deve essersi chiesto se la Rai fosse per caso
inspiegabilmente a corto di immagini sul terremoto in
Abruzzo. I vertici Rai acquisiscano la puntata di Uno
Mattina per verificare di chi siano le responsabilità di
tanta trascuratezza".
La replica di Romani è secca: "Primo,
oggi compie gli anni. Secondo, oggi dopo pochi mesi
dalla tragedia dell'Abruzzo vengono consegnate 500
abitazioni in Abruzzo. E' un successo clamoroso del
Governo, che il presidente del Consiglio lo volesse
sottolineare lo davo per scontato".
Ma, interpellato su Berlusconi a Unomattina, il
Presidente della Rai Paolo Garimberti taglia corto: "Non
l'ho visto". Poi aggiunge con una battuta: "Non guardo
la tv, ho da lavorare".
Vincenzo Vita, membro democratico in
Vigilanza, usa parole di fuoco: "Siamo all`ennesima e
incredibile performance del Tg 1 nei confronti del
presidente del Consiglio. Oggi, ancora una volta, i
giornalisti del Tg 1 si sono caratterizzati per una
serie di servili convenevoli". E anche la Velina Rossa
di Pasquale Laurito non va per il sottile: "Susanna
Petruni, promossa sul campo vicedirettore del Tg1 per il
suo sfegatato tifo pro Cavaliere, si sprofonda in auguri
per il genetliaco" di Berlusconi.(ww.AprileOnline.info
29 settembre 2009)
De
Magistris: "Si prepara il colpo di Stato
d'autunno"
di Luigi De
Magistris
Credo
che il popolo italiano debba essere
consapevole che la maggioranza politica
- di ispirazione piduista - tenterà di
utilizzare le Istituzioni per portare a
compimento - nei prossimi mesi- il più
devastante disegno autoritario mai
concepito dal dopoguerra in poi. Un vero
golpe d’autunno. Da un punto di vista
istituzionale si cercherà di rafforzare
il progetto presidenzialista - di tipo
peronista - disegnato su misura
dell’attuale Premier. Poteri assoluti al
Capo dello Stato eletto dal popolo.
Elezioni supportate dalla propaganda di
regime costruita attraverso il controllo
quasi totale dei mezzi di comunicazione.
Il Parlamento - coerentemente ad un
assetto autoritario e verticistico del
potere - ridotto ad organo di ratifica
dei desiderata dell’esecutivo con le
opposizioni democratiche messe in
condizione di esercitare mera
testimonianza. La distruzione
dell’autonomia e dell’indipendenza della
magistratura attraverso la
sottoposizione del pubblico ministero al
potere esecutivo con modifiche
costituzionali realizzate
illegittimamente con legge ordinaria
(quale quella che subordina il Pm
all’iniziativa della polizia giudiziaria
e, quindi, del governo), nonché
attraverso la mortificazione del suo
ruolo attraverso leggi quale quella che
elimina di fatto le intercettazioni
(rafforzando quindi la cd.
microcriminalità in modo, poi, da
invocare poteri straordinari per
combatterla).
La revisione della Corte Costituzionale
e del Consiglio Superiore della
Magistratura – non però nella direzione
di liberare tali fondamentali organi
dalle influenze partitiche e di poteri
che pure sono presenti – ma attraverso
il rafforzamento della componente
politica e partitocratica. La
soppressione della libertà di stampa e
del pluralismo dell’informazione
formalizzando normativamente la
scomparsa dei fatti. La disintegrazione
della scuola pubblica, dell’università e
della ricerca, in modo da favorire il
consolidamento della sub-cultura di
regime, quella per intenderci che ha
realizzato il mito del «papi», ossia del
padrone che dispensa posti e prebende.
Il prossimo Presidente della Repubblica
– il desiderio dei nuovi peronisti è
ovviamente quello che Berlusconi diventi
il Capo, il Capo di tutto e di tutti -
dovrà avere ampi poteri e con questi
anche il comando delle forze armate
(dopo aver già ottenuto la gestione
della sicurezza attraverso la sua
privatizzazione con l’utilizzo delle
ronde da lanciare magari a caccia di
immigrati e omosessuali) in modo da
poter governare anche eventuali
conflitti sociali con la forza.
Sul piano economico e del lavoro la
maggioranza prepara la repressione al
dissenso ed al conflitto sociale causato
da un disegno che punta a rafforzare le
disuguaglianze attraverso una politica
economica che consolida sempre più i
poteri forti e squilibra fortemente il
Paese come nei regimi (chi ha già tanto
deve avere di più, mentre sempre di più
saranno quelli che non riescono ad
arrivare alla fine del mese), con
l’assenza del contrasto all’evasione
fiscale e l’approvazione di norme che
rafforzano il riciclaggio del denaro
sporco. Il furto delle risorse pubbliche
che vanno a finire nelle tasche dei
soliti comitati d’affari. Il mancato
adeguamento dei salari al costo della
vita. L’incapacità di favorire
l’iniziativa economica privata fondata
sulla libera concorrenza supportando,
invece, la rapacità dei soliti
prenditori. L’assenza di strategia che
possa rilanciare il lavoro - pubblico e
privato - fondandolo sulla meritocrazia
e non sul privilegio e sull’occupazione
della cosa pubblica (come, per fare un
esempio, nella sanità). Assenza di
politiche economiche fondate su sviluppo
e lavoro, tutela delle risorse e
rispetto della natura e della vita. Il
saccheggio, in definitiva, della nostra
«Storia».
Un progetto contro il nostro futuro. Il
colpo di Stato - apparentemente indolore
ed a tratti invisibile - reso possibile
dall’istituzionalizzazione delle mafie,
dalla loro penetrazione nelle
articolazioni economiche e pubbliche del
Paese, dal loro controllo del
territorio, dalla capacità di
neutralizzare la resistenza
costituzionale. Un golpe senza armi - ma
intriso di violenza morale - con
l’utilizzo del diritto illegittimo,della
creazione di norme in violazione della
Costituzione. L’eversione attraverso
l’uso di uno schermo legale. L’uccisione
della democrazia dal suo interno. È
necessario, quindi, che si realizzino
subito le condizioni per una grande
mobilitazione civile, sociale e politica
che si opponga a questo disegno
autoritario che stravolge gli equilibri
costituzionali e l’assetto democratico
del nostro Paese.(30 agosto 2009)
Le intricate matasse dei fili del potere di una
seconda repubblica nata storpia, malata e con poco
senno, cercano di assumere una trama sensata
ricamandosi su un ordito di tela consunta e lercia.
Solidarietà
a Littorio Feltri
di Pino De Luca
La
confusione totale regna in ogni campo, dall'economia
alla “sicurezza”, dalla sanità alla scuola. Il
racconto delle situazioni da barzelletta, se non
fossero drammatiche perché coinvolgono persone, può
diventare infinito ed è noto a tutti. Non certo
perché raccontato ma semplicemente per
sperimentazione diretta. Il disegno “sfascista” che
ha incasellato nella storia l'aborto della prima
repubblica italiana è rimasto senza progetto. Ognuno
per sé e Dio per tutti è il motto dei patrioti dei
cazzi propri, dei partigiani della pagnotta e dei
fancazzisti di professione.
Il
Sultano, cultore principe dell'arte della
distruzione collettiva a vantaggio dell'edificazione
personale, è rimasto invischiato in troppi casini,
ha promesso troppe prebende a troppi Ras e continua
ad aggrovigliarsi vendendo le medesime puttanate a
soggetti diversi. Per finire in bellezza il bidone,
dovrebbe sparire ma non può farlo e, a breve, la
truffa salterà fuori.
Un
clima come questo può esser affrontato con i
ramoscelli di olivo e le camicie a fiorellini?
Chi lo
fa ha due scelte: è un cretino e verrà spazzato via
giustamente dalla selezione darwiniana, oppure è un
ipocrita in mentite spoglie.
È
tempo di durlindane e mazze ferrate, chi le ha e le
sa usare le tiri fuori e meni fendenti a destra e a
manca che, come in amore, in guerra tutto è
permesso.
Littorio Feltri, guerriero di razza, si comporta in
modo più che adeguato. Fanno pena coloro che lo
hanno vituperato per il suo attacco personale al
Direttore dell'Avvenire. Non so quanti altri oltre a
me son qui a complimentarsi con il direttore del
Giornale di Berlusconi, non tutti possono esser
coraggiosi. Ma davvero mi fa specie che il fior
fiore della classe dirigente di destra e di sidestra,
compreso il Sultano, si siano dissociati dal suo
fondo.
Bravo
Littorio, faccia il giornalista serio, quando ha una
notizia su un avversario politico del suo principale
lo massacri, il vero giornalista deve essere
spietato e carogna, e lo faccia senza mezzi termini,
specialmente quando si tratta di storie di sesso,
soldi o sangue, le tre s che fanno gran parte del
giornalismo italiano. Entri a gamba tesa sulle
caviglie, qui si gioca maschio, altro che le
ricchionate di questi pensatori a gettone, tanto
delicati quanto ipocriti.
Dia
voce a Gentilini, a Borghezio e a Soldini, e magari
a “svastichella” che stanno mettendo in croce perché
ha menato due froci. La medaglia gli dovrebbero dare
non è vero Littorio? Come dice il saggio Gasparri:
“gli italiani votano a noi!”, e comprano il Giornale
e applaudono Gentilini e lo fanno Sindaco di Treviso
e poi Vice-sindaco con un sindaco fantoccio. E
allora? La Chiesa cosa vuole? Cosa vogliono i
Vescovi che stanno a rompere le scatole sulla vita
privata del Padrone e i suoi harem di puttanelle in
cerca di denaro e carriera politica? Faccia una
bella inchiesta sui preti pedofili e li tenga sotto
schiaffo. Lei sa meglio di me che in duemila anni di
storia la Chiesa ne deve dare di
giustificazioni.....
E
magari lo faccia con il suo linguaggio diretto,
quello che le ha insegnato Montanelli: diventato il
mentore della stampa italiana di qualsivoglia
schieramento.
Non si
preoccupi delle conseguenze, alla fine il capo
chiamerà la Gelmini, ragalerà un po' di soldi alle
scuole private, aumenterà le ore di religione, che
diventerà obbligatoriamente cattolica, e tutto si
sistemerà. Che, come scriveva Totò Riina, “la guerra
si fa per poi fare la pace” e dalla parti vostre lo
sapete molto bene.
Continui così, troverà sempre qualcuno che le farà
dirigere un giornale, di combattenti coraggiosi se
ne trovano così pochi di questi tempi ...
Ah,
dimenticavo, è assolutamente ovvio che non condivido
quasi nessuna delle sue idee, ma con lei litigherei
molto volentieri, con molti dei suoi colleghi non ne
vale nemmeno la pena.(30 agosto 2009)
Perchè
la Lega sta facendo ammuina
di Eugenio Scalfari
La parola
"isteria" e l'aggettivo "isterico" sono stati usati
per la prima volta da Ezio Mauro nel suo articolo di
ieri a proposito dei recentissimi comportamenti del
nostro presidente del Consiglio. Si sente braccato,
inventa un suo ruolo maieutico in tutte le
trattative internazionali che si rivela però del
tutto infondato (a cominciare dal vertice
russo-turco sul gasdotto); insulta come delinquenti
due giornalisti che fanno domande scomode ma
pertinenti nel corso di una conferenza stampa da lui
convocata; teme l'arrivo di un settembre difficile
per il governo e per lui e lo dice nel corso d'una
riunione con i suoi collaboratori mentre
contemporaneamente riafferma che il peggio della
crisi è passato e che da settembre verrà il bello.
Insomma isteria. Isteria da insicurezza psicologica,
economica, politica.
Osservo tuttavia che il presidente del Consiglio non
è il solo a soffrire di questo sintomo e a
manifestarlo con i suoi comportamenti. Ne sta
infatti visibilmente soffrendo il partito a lui più
vicino, quello dalla cui tenuta dipende la
permanenza in carica del governo e del premier.
Parlo della Lega Nord e del terzetto che la guida:
Umberto Bossi e i suoi colonnelli Calderoli e Maroni.
I loro più recenti comportamenti non consentono
dubbi su questa diagnosi: il terzetto di punta della
Lega sembra in preda ad un male oscuro al quale
cerca di sottrarsi inseguendo alternative che hanno
il solo effetto di peggiorare la situazione e di
scaricarne gli effetti negativi non tanto sulla Lega
quanto sull'intera comunità nazionale.
Le due insicurezze e le isterie che ne derivano -
quella del premier e quella della Lega - rischiano
di raggiungere la loro massima intensità nei
prossimi mesi a partire dalla ripresa di settembre,
con conseguenze preoccupanti sulla tenuta
democratica. Perciò è urgente e necessario
approfondire questa diagnosi e ricercarne le cause.
* * *
Sappiamo da sempre quali siano gli obiettivi
politici della Lega: staccare le sorti del
lombardo-veneto e possibilmente dell'intera Padania
dal resto del Paese. Per un lungo periodo
vagheggiarono una vera e propria secessione
mantenendo semmai un innocuo legame confederativo
con le altre zone del paese. Ma visto che la Padania
in quanto tale era malvista come entità
politico-territoriale da moltissimi dei suoi
abitanti, ripiegarono sul federalismo, fiscale e
istituzionale.
L'obiettivo era ed è quello di trattenere il reddito
e la ricchezza nei luoghi dove si forma, concedendo
blande forme di perequazione alle zone più deboli. E
poiché l'alleanza politica con la Lega è sempre
stato uno dei punti fermi di Berlusconi a partire
dalla sua prima discesa in campo, così il
federalismo fiscale e istituzionale diventò anche un
obiettivo di Forza Italia ed ora del Partito della
libertà, essendosi in buona parte spente le
resistenze un tempo opposte da An in nome dell'unità
nazionale.
Poiché un obiettivo così complesso come quello di
trasformare uno Stato unitario e centralizzato in
un'unione di regioni federate aveva bisogno di
aggregare ampi e solidi consensi in tutto il Paese e
poiché il federalismo in quanto tale quei consensi
non era in grado di produrli, gli strumenti per
ottenerli furono individuati nei due temi,
strettamente connessi tra loro, della sicurezza e
della lotta contro l'immigrazione.
Fu messa in campo tutta la potenza mediatica della
quale Berlusconi dispone per montare al massimo la
"paura percepita" dei reati e il loro collegamento
con l'immigrazione. In particolare con quella
clandestina, ma anche con quella regolarizzata che
ammonta ormai a quasi 5 milioni di persone.
Questa strategia, che aveva già dato i primi
risultati nella legislatura 2001-2006, fu ampiamente
premiata durante la campagna elettorale del 2007 ed
ha raggiunto ora il punto culmine di attuazione. La
legge-quadro sul federalismo è stata votata (con
l'astensione del centrosinistra) nello scorso
maggio. Pochi giorni fa è stata approvata la legge
sulla sicurezza. Alla ripresa di settembre verranno
sul tavolo i problemi della delega e dei decreti
delegati per la graduale attuazione del federalismo
fiscale, nonché la riforma costituzionale che
trasformerà il Senato in Assemblea delle autonomie
con tutto il ricasco che una tale trasformazione
avrà sull'organizzazione del governo, delle
istituzioni di controllo a cominciare dal
Parlamento, dalla Corte costituzionale e dall'Ordine
giudiziario. Per finire con inevitabili modifiche
sul ruolo del presidente della Repubblica.
Insomma, un sommovimento istituzionale di ampie
dimensioni che ha come radice il federalismo fiscale
e come obiettivo della Lega quello di "isolare" la
parte ricca ed efficiente del paese dal contagio con
la parte "povera, brutta e cattiva" che vive "oziosa
e parassitaria" nel Centro e nel Sud.
Poiché questa strategia sta andando avanti ed è
stata fin qui largamente premiata per l'asse
Berlusconi-Bossi, sembrerebbe incongruo parlare di
isteria, soprattutto per quanto riguarda la Lega. E
invece no. La strategia nordista si trova infatti
proprio ora ad una stretta e in uno stallo che forse
i suoi fautori non avevano previsto e che rischia di
frantumargli in mano il giocattolo che volevano
costruire.
* * *
Voglio dire che, passando da una versione generica e
ideologica ad una concreta, sono emerse alcune gravi
difficoltà ed alcune profonde reazioni che stanno
prendendo corpo e suscitando crescente inquietudine.
Non si tratta soltanto della rabbiosa rivendicazione
dei siciliani di Lombardo e di Micciché, che il
premier è ancora in grado di tacitare con regalie
personali e spostamento di risorse.
Si tratta dell'incognita del federalismo fiscale che
è arrivata ormai al punto di svolta. Dopo la
legge-quadro che è stata un puro elenco di
intenzioni e di vaghi principi, si profila ora il
passaggio dall'ideologia al merito, emergono le
contraddizioni, la diversità degli interessi, la
complessità dei parametri e soprattutto l'incognita
del costo.
Nessuno è in grado di dire quanto costerà il
federalismo fiscale, chi ne sopporterà l'onere
maggiore, quali ne saranno i vantaggi per la
comunità nazionale, per le zone più ricche come per
quelle più povere, tenendo presente che ricchezza e
povertà non sono divisibili soltanto tra il Nord e
il Sud poiché aree ricche esistono anche nel
Mezzogiorno (soprattutto quelle che coincidono con
le organizzazioni criminali e con le clientele della
zona grigia) così come sacche di povertà
frastagliano anche il Nord.
Le cifre del federalismo fiscale non le conosce
nessuno, neppure il ministro dell'Economia che pure
dovrebbe esserne debitamente informato. Quelle cifre
danno (a regime) un saldo attivo o un saldo passivo?
Quanto tempo dovrà passare perché il sistema
funzioni a pieno ritmo? E che cosa accadrà nel
frattempo, quali scosse, quali tensioni si
verificheranno e quali ceti sociali e quali
territori avvertiranno quelle scosse con maggiore
intensità?
Questo nodo di domande ha fatto dire a chi spinge
avanti il progetto federalista che la qualità del
budino si conoscerà dopo averlo mangiato. Lo stesso
Tremonti ha usato l'immagine del budino.
Dal canto mio dico, parafrasando, che il federalismo
fiscale è come l'araba fenice: che ci sia ciascuno
lo dice, come sia nessuno lo sa. Potrà essere un
salto di qualità oppure una trappola di sabbie
mobili, una più solida democrazia oppure un
brulicare di burocrazie, un diretto controllo dei
cittadini o una delega in bianco a gruppi di potere
locali. Infine un'accresciuta solidarietà oppure una
secessione silenziosa e lo sfasciamento del paese.
Tutto si svolge alla cieca. Ecco perché perfino la
Lega è impaurita ed ecco perché i tempi di
realizzazione concreta del federalismo fiscale
saranno inevitabilmente allungati.
Nel frattempo però il consenso popolare rischia di
smottare e alcuni segnali già ci sono.
In vista di questo pericolo il terzetto di punta
della Lega ha deciso di fare "ammuina": le ronde, le
gabbie salariali, il ritiro delle missioni militari
all'estero, la guerra delle bandiere regionali
contro quella nazionale, sono pura e semplice "ammuina"
per nascondere che l'incognita del federalismo fa
paura perfino a coloro che lo hanno voluto e portato
avanti fino ad un punto di non ritorno.
Domenica scorsa scrissi che questa situazione di
disfacimento e di secessione silenziosa richiede il
lancio di un allarme rosso che blocchi la deriva e
metta in campo tutte le energie positive, latenti ma
disperse, e le riporti in campo. Ripeto quel mio
invito. E' il momento che queste energie potenziali
entrino in scena, si manifestino, usino gli
strumenti che ci sono per costruirne altri più
appropriati ed efficaci.
Temo che non ci sia tempo da perdere. L'abbiamo
detto tante volte in questi quindici anni ed anche
prima. Purtroppo era sempre vero ma questa volta è
più vero che mai.
* * *
Post Scriptum. Il ministro Brunetta (ma sì, quel
simpaticone) ci ha scritto una lettera a proposito
dello sfondamento della spesa ordinaria di 35
miliardi tra il 2008 e il 2009. Avevo scritto che
uno sfondamento di tali dimensioni in una fase di
crisi e dissesto dei nostri conti pubblici (anche se
il ministro Tremonti continua pervicacemente a
negare quest'evidenza da lui stesso documentata
nell'ultimo Dpef) era incomprensibile. Quei miliardi
di euro equivalgono ad un aumento del 4,9 per cento
della spesa ordinaria. Vogliamo sapere a che cosa
sono serviti. E' una curiosità morbosa? Tremonti
dovrebbe rispondere ma ecco che in sua vece ha
risposto Brunetta nella lettera da noi pubblicata.
So bene che con questo "post scriptum" espongo i
lettori di "Repubblica" al rischio di un'altra
lettera del Brunetta medesimo, ma le cifre da lui
fornite chiedono risposta.
Dunque. Scrive il ministro della Funzione pubblica
che tra il 2008 e il 2009 le spese della Pubblica
amministrazione destinate al personale sono
aumentate di circa quattro miliardi. Il ministro ne
spiega la ragione e noi non vogliamo entrare nel
merito. Spiega anche che la spesa per "Consumi
intermedi" è a sua volta aumentata da un anno
all'altro di 3850 milioni. Non dice il perché, debbo
dedurne che si tratta di sprechi.
Altro Brunetta non dice. Il
totale delle risorse da lui giustificate nel modo
suddetto ammonta dunque a poco meno di otto
miliardi. Lo sfondamento della spesa ordinaria è
stato di 35 miliardi. La differenza per la quale
attendiamo ancora notizie dal ministro dell'Economia
o dal suo vice alla Funzione pubblica è quindi di 27
miliardi di euro. Volete per favore dire alla
pubblica opinione come diavolo li avete spesi?
(9 agosto
2009 www.larepubblica.it)
La stampa inglese e il paradigma Berlusconi
"Modello
negativo da non imitare"
LONDRA
- Finalmente c'è un giornale inglese che prende
Silvio Berlusconi come esempio da seguire per Gordon
Brown: peccato che sia l'ennesima presa in giro del
Daily Express. Il quotidiano popolare
pubblica due foto di Mara Carfagna - definita "in
buona forma" - in bikini su una spiaggia della
Sardegna e si lamenta: "Se solo Gordon Brown avesse
ministri come questa, forse avrebbe più possibilità
di vincere le prossime elezioni". La Carfagna, dice
il giornale "è la prima di una lunga lista di donne
attraenti che hanno dato fastidio a Veronica, la
moglie ormai allontanata di Berlusconi, quando
questi nel 2006 ha dichiarato che l'avrebbe sposata
volentieri se non fosse già stato impegnato".
Più feroce c'è solo la commentatrice dell'Independent,
Christina Patterson, che pubblica una foto del
presidente del Consiglio con la figlia Barbara e
ricorda che "il denaro, come Berlusconi ha scoperto,
può comprare palazzi e belle donne, può comprare
capelli e denti, e tanto potere. Ma non può comprare
la fedeltà dei vostri figli".
Riprendendo le critiche di Barbara pubblicate da
Vanity Fair, l'editorialista conclude: "In un paese
che ai ricchi e famosi perdona quasi tutto, dove i
legami familiari superano ogni preoccupazione morale
e legale, dove principi come le uguali opportunità o
la libertà di stampa sono estranei quanto l'uomo
americano più abbronzato di Berlusconi, questa è
roba forte". Alla "bravissima, Barbara!" (in
italiano) il giornale dà un ultimo suggerimento:
"Ora tutto ciò che devi dire è che non vuoi i suoi
soldi".
Molti giornali restano strettamente sull'attualità:
è il caso del Financial Times che pubblica
una vasta intervista alla D'Addario, secondo cui "E'
così che funziona in Italia". Nelle pagine dei
commenti due lettere di replica a quella di Frattini.
Una è di Bill Emmott, ex direttore dell'Economist,
che contesta al ministro degli Esteri le cifre della
ripresa economica italiana: "Frattini dovrebbe tener
conto che nel 2008 l'Italia ha registrato un calo
dell'1 per cento del PIL mentre le altre economie
europee crescevano. Non si puo' rimproverare tutto a
Berlusconi: anche con il Viagra non è così potente.
Ma forse Frattini dovrebbe farci sapere come si
concilia la capacità di governo di Berlusconi non
solo con i dati economici più recenti ma anche con i
commenti dell'Ocse, che segnalano come l'Italia
abbia cominciato a declinare dopo il 2000".
L'altra lettera è di un ricercatore italiano a
Oxford, che ricorda ai lettori del quotidiano
finanziario come in realtà Berlusconi non sia stato
"sempre" assolto nei suoi processi. Il Times,
così come lo spagnolo El Mundo e l'argentino
Clarín si limitano a riprendere le
dichiarazioni di Palo Guzzanti, ex fedelissimo di
Berlusconi e oggi critico spietato di quelli che
definisce "atteggiamenti da puttaniere".
I segnali più preoccupati però vengono dalla stampa
che usa il presidente del Consiglio come paradigma
negativo. E' il caso del Guardian: in un
commento di Alexander Chancellor il quotidiano
discute il piano governativo che prevede test sui
"valori britannici" per gli immigrati alla ricerca
di un passaporto inglese e cita Berlusconi come
termine di confronto in tema di ipocrisia sui
valori. La vicenda, scrive l'editorialista, pone un
serio problema di credibilità anche per la Chiesa
italiana.
Più o meno lo stesso è il punto di vista del
madrileno El País, secondo cui è l'Italia il
modello delle bugie senza conseguenze che ha
ispirato il presidente della Valencia Francisco
Camps. In Italia, scrive El País, "Berlusconi cambia
le leggi per suo beneficio personale, fa e disfa
discreditando l'immagine del suo paese".
Se curiosamente la corrispondente di Newsweek
parla di "forti rimproveri dal Vaticano", in realtà
sfuggiti a tutti gli altri giornali, lo spagnolo
Expansión attacca la "faccia tosta senza limiti"
del premier, che ha criticato gli alti ingaggi
proposti dal Real Madrid in un momento di crisi.
"Avrebbe preferito che questi soldi si fossero usati
per contattare prostitute", scrive il giornale.
Il settimanale francese L'Express pubblica
una lettera molto severa dell'ambasciata italiana a
Parigi come replica a un pezzo intitolato "Inchiesta
sul buffone d'Europa": la rappresentanza diplomatica
ricorda che satira non vuol dire insulto e discute
che "l'Italia non crede più nella politica", come
scritto dal giornale transalpino, ricordando che la
partecipazione a voto nelle ultime elezioni è stata
dell'80 per cento.
E a proposito di stampa estera, da registrare la
querela annunciata dall'avvocato del premier,
Niccolò Ghedini contro Nouvel Observateur e
Repubblica: "Le notizie apparse quest'oggi
sul Nouvel Observateur, puntualmente riprese da
Repubblica, riguardanti il contenuto di alcune
asserite intercettazioni telefoniche, sono
totalmente destituite di fondamento e palesemente
diffamatorie -afferma in un comunicato. Mai
intercettazioni siffatte sono esistite, come a suo
tempo fu chiaramente dichiarato dalla competente
autorità giudiziaria. Sia per tali infondate
notizie, sia per tutte le considerazioni correlate,
saranno immediatamente esperite tutte le più
opportune azioni giudiziarie nei confronti di tali
giornali e anche nei confronti di coloro che le
riprenderanno".
Il settimanale francese, ripreso
dal nostro giornale, cita brani delle
intercettazioni, in cui due componenti dell'attuale
governo vengono definite "bimbe". Secondo il Nouvel
Obs, le due poi parlano a lungo della vita e dei
comportamenti sessuali di Berlusconi.
(6 agosto
2009 La Repubblica)
Se
ne parla in tutto il mondo, tranne che in Italia
La notizia delle registrazioni della
D'Addario e Berlusconi ha fatto il giro dei
siti, giornali e televisioni di tutto il
mondo. Ma non da noi
Con
le parziali eccezioni di Tg3 e Skytg24,
i telegiornali italiani hanno ignorato
la notizia. O l'hanno nascosta abilmente
con un servizio "bulgaro", come ha fatto
martedì sera il
Tg5
All'estero, invece, le registrazioni
realizzate da Patrizia D'Addario e
pubblicate dal sito de "L'espresso" sono
tra le principali notizie della
settimana. Il telegiornale del canale
inglese "Channel4"
dedica un lungo servizio alla vicenda,
trasmettendo parte delle intercettazioni
(in Italia non l'ha fatto nessuno).
Quel che non merita attenzione
nell'etere italiano va in onda anche su
Pro-tv,
la principale emittente privata della
Romania, che parla di un Silvio
Berlusconi "al muro".
Si rifersice ampiamente del caso anche
in Francia, su
France24.
La vicenda arriva persino sulle
televisioni del Perù,
con le interviste raccolte fra gli
italiani.
Ma non ci sono soltanto i video. I
maggiori network mondiali riportano le
cronache italiane anche sui loro siti
Internet. Lo fa la
BBC,
lo fa la
CNN,
lo fa la tedesca
RTL.
Immensa poi la mole di notizie riportata
sui giornali di tutto il mondo. A
cominciare dalla Gran Bretagna. Per il
Times
di Rupert Murdoch la popolarità del
Cavaliere "sta appassendo" mentre
"luride registrazioni" parlano di sesso
in cambio di favori.

Sarcastico
The Independent
che titola: "Il primo ministro, Patrizia
la prostituta e il letto di Putin".
Più aggressivo il popolare "Daily Mail",
quasi divertito a raccontare come le
intercettazioni dimostrino che a
Belusconi "piace senza preservativo".
Dalla Gran Bretagna alla Spagna. Per
El
Pais,
il giornale che in passato ha pubblicato
le foto di Villa Certosa, le nuove
rivelazioni de "L'Espresso" dimostrano
che "Patrizia D'Addario ha detto la
verità", mentre "il primo ministro ha
mentito all'opinione pubblica".
La
trasposizione fedele delle
intercettazioni è poi sulle pagine de
El
Mundo,
principale quotidiano conservatore
spagnolo.
Anche in Francia la stampa non si
risparmia.
Le
Figaro
racconta la notte di "Berlusconi e una
call-girl nel letto di Putin". Sulla
stessa linea
L'Express,
mentre
Le
Monde
ripercorre i burrascosi ultimi mesi del
Premier dal "Noemigate allo scandalo
delle escort".
La
notizia non si ferma al Vecchio
Continente. E così l'Indian
Express
parla dei "Misteri di Berlusconi, delle
audiocassette sessuali e del letto di
Putin", mentre secondo il canadese
National Post
il Cavaliere 'affonda sempre di più
nello scandalo delle call-girl'.
Il brasiliano
O
Globo
racconta ai lettori come Berlusconi si
sia messo "in una situazione
imbarazzante", e
The Australian News
parla di intercettazioni che "fanno
arrabbiare" l'avvocato del Primo
Ministro, alludendo alle dichiarazioni
di Niccolò Ghedini sulla falsità delle
registrazioni.
La
vicenda è ampiamente trattata anche in
Russia (Gazeta),
Portogallo (Correio
de Manha),
Irlanda (Irish
Times),
Olanda (Da
Telegraaf),
Romania (Cotidianul),
e Austria (Keline
Zeitung).
Migliaia, infine, i blog stranieri che
dedicano spazio alle registrazioni.. Fra
i più famosi c'è senza dubbio
The Huffington Post),
che racconta l'attacco dell'opposizione
in parlamento dopo la pubblicazione
delle registrazioni. Lo stesso "Huffington
Post" ha appena stilato la classifica
dei "dieci peggiori leader del mondo":
tra il dittatore nordcoreano Kim Jong Il
e il satrapo africano Robert Mugabe,
è
incluso
anche il primo ministro italiano Silvio
Berlusconi. Chissà quanti tiggì nostrani
riporteranno questa classifica...
(22 luglio 2009 L'Espresso)
"Escort,
una melma inaccettabile"
La stampa cattolica contro il premier
ROMA
- "Degrado morale e libertinaggio: bisogna reagire".
"Lettera aperta a Berlusconi: tra confusione e immoralità".
"Basta eccessi e derive, gli italiani chiedono coerenza e
sobrietà". "Una privacy che non si può nascondere". "Le
vicende che coinvolgono il premier gettano molte ombre sulla
credibilità del Paese: speriamo di uscire presto da questa
melma". "Il re è nudo?".
Sono solo alcuni dei titoli degli editoriali dedicati al
caso Berlusconi dai settimanali diocesani dell'ultimo mese
sulla scia dei richiami già fatti da Famiglia Cristiana e
dal quotidiano dei vescovi Avvenire, che ancora ieri ha
pubblicato un altro severo editoriale sul premier, pur senza
nominarlo, dal titolo "Reati e peccati: riscoperta l'etica
pubblica, adesso un passo avanti".
Lo firma Francesco D'Agostino, ex presidente del Comitato
nazionale di Bioetica, che stigmatizza i "disdicevoli
comportamenti pubblici", richiamandosi a "quell'etica
pubblica" alla quale "i nostri governanti" sembra siano
portati a "mancare di rispetto". Dichiarandosi persino
"d'accordo con i "laicisti": gli scandali sono intollerabili
per una democrazia".
Altri interrogativi, altrettanto severi, uniti a critiche e
a richieste di "chiarezza", adesso emergono anche dalla
galassia dei periodici diocesani, una rete di informazione
cattolica di base che fa capo ai vescovi locali, formata da
168 testate per oltre un milione di copie diffuse ogni
settimana. L'ultimo nato è Vola, il quindicinale della
diocesi dell'Aquila presentato lunedì scorso.
Tra i giudizi più taglienti quello de il Corriere Cesenate
che nell'editoriale "Autorevolezza ricercasi" parla di
"clima da basso impero in cui" un premier "si trova nella
necessità di dover smentire in pubblico le accuse che
provengono da signore di dubbia fama", accuse che "lo
pongono in una condizione "sotto ricatto" non accettabile
per un Paese che si rispetti. Se ancora di rispetto si può
parlare. Speriamo di uscire quanto prima di questa melma. Il
puzzo è davvero insopportabile".
Il Corriere Cesenate dedica anche una "Lettera aperta a
Berlusconi, tra confusione e immoralità", nella qu ale
lo critica perché non fa emergere "la verità", "parla di
immondizia, ma non smentisce chiaramente, lascia che le
domande fluttuino nella testa dell'opinione pubblica e alla
fine, qualsiasi cosa sia successa, tutta questa confusione
lascerà negli italiani un'idea di immoralità e di marciume".
Al recente richiamo del segretario della Cei, monsignor
Mariano Crociata, La Cittadella di Mantova dedica un
editoriale indignato fin dal titolo, "Degrado morale e
libertinaggio, bisogna reagire", notando che l'intervento di
Crociata ha suscitato "una vasta eco" nel paese.
Il Risveglio popolare, del Canavesano, ricorda il "duro
attacco di Giuliano Ferrara al premier per le vicende
scabrose delle veline e delle escort a Villa Certosa e a
Palazzo Grazioli", lamenta che "l'opinione pubblica è
disorientata" e per questo si spinge a chiedere "una parola
risolutrice" persino al capo dello Stato. E' di "basso
profilo la politica italiana in questo momento" lamenta la
Voce del Logudoro di Ozieri che ammonisce: chi assume "ruoli
di rappresentanza nazionale e internazionale ha l'obbligo
morale di rispondere all'opinione pubblica, con una vita il
più possibile integerrima e al di sopra di ogni privato
festino o quant'altro". (La Repubblica 15 luglio 2009)
Il
Caimano torna statista
di Leo SansoneVacanze
nelle Antille? All'isola di Antigua?, alle Bermuda? No.
Un felice riposo in Polinesia, a Tahiti? Ancora no.
Ferie più casalinghe in Sardegna, nella splendida Villa
Certosa? Assolutamente no. Silvio Berlusconi, volta
pagina; passerà le vacanze a L'Aquila, tra i
terremotati. "Sto cercando una casa per venire qui ad
agosto: ci tengo troppo a questo risultato di consegnare
le prime case entro settembre e credo sia opportuna una
mia presenza", ha annunciato venerdì il presidente del
Consiglio nella conferenza stampa con la quale ha chiuso
il vertice del G8, un summit organizzato proprio nel
capoluogo abruzzese semidistrutto dal terremoto del 6
aprile.
Il Cavaliere vuole chiudere con il
passato, con le vacanze in lontane e costose isole
esotiche. Ci sono ragioni di oppor tunità.
Molti abruzzesi sono ancora sfollati, vivono nelle
tendopoli, in alberghi o sono alloggiati presso parenti
e amici, dopo il terremoto che ha distrutto le loro
abitazioni. Non solo. La grave recessione economica
internazionale ha duramente colpito le tasche degli
italiani. Molti hanno perso il lavoro; si sono ritrovati
in cassa integrazione o disoccupati. E Berlusconi vuole
dare una immagine di leader responsabile.
Ma ci sono anche altre motivazioni della "scelta
monacale" di passare le ferie a L'Aquila, controllando
personalmente che procedano secondo i programmi i lavori
di ricostruzione di case, ospedali, scuole, chiese e
strade. Berlusconi vuole cambiare la sua immagine: vuole
fare dimenticare le storie della sue feste, a Villa
certosa e a Palazzo Grazioli, con veline, minorenni e
ragazze escort, quei ricevimenti attaccati dalle
opposizioni e dalla stampa. Sono le feste e i costosi
regali alle ragazze delle quali hanno parlato per tre
mesi i giornali italiani ed esteri, danneggiando
fortemente la sua immagine e la stessa credibilità del
governo. I colpi sono stati forti, tanto che il
presidente del Consiglio aveva denunciato "un piano
eversivo" per disarcionarlo e Massimo D'Alema aveva
parlato di "scosse" nella maggioranza, provocate dall'azzoppamento
del Cavaliere. Le "scosse", spiegava l'esponente del Pd,
non erano una previsione ma il frutto di un ragionamento
politico. Sui quotidiani si ipotizzava una crisi e la
nascita di un esecutivo istituzionale guidato da Draghi,
o da Tremonti, o da Fini.
Berlusconi fino a martedì era
preoccupatissimo: alla vigilia del G8 temeva il peggio.
Gli attacchi del ‘Guardian' e del ‘New York Times', poco
prima dell'inizio della riunione, facevano temere brutte
sorprese, soprattutto dal fronte Usa. Invece sul G8 non
è grandinato, Barack Obama ha apprezzato la leadership
politica italiana e l'organizzazione del vertice
internazionale a L'Aquila. Nessuno ha staccato la spina
al governo. Le lodi del presidente americano hanno
ridotto le tensioni ed hanno fatto rientrare molte
critiche.
Il primo a restare sorpreso è stato lo stesso Berlusconi.
"È' andato tutto benissimo e abbiamo ricevuto
complimenti da tutti, alcuni addirittura imbarazzanti",
ha commentato soddisfatto e quasi incredulo .
"Ho avuto un rapporto molto cordiale con Obama", ha
precisato. "Io -ha osservato- non ho goduto di nessuna
tregua. La situazione è rientrata nella normalità, è la
stampa che ha attaccato me, qualche volta qualche
risposta l'ho data...". Ha citato Erasmo da Rotterdam e
"una lungimirante follia" per aver trasferito il G8 a
L'Aquila dalla più tranquilla Maddalena.
Ora, dopo la grande paura, cambierà stile di vita?
Metterà da parte feste lussuose, regali ad avvenenti
ragazze, complimenti a signore di bella presenza,
battute scherzose in impegni ufficiali e privati?
Lascerà "la politica del cucù"? Quella politica, come
l'ha definita lui stesso dal saluto a sorpresa usato
verso Angela Merkel in un vertice italo-tedesco del
dicembre 2008. Il Caimano ha di nuovo cambiato pelle ed
è tornato statista, decidendo le vacanze tra i
terremotati dell'Aquila. Con questa scelta sembra
lanciare il segnale di voler cambiare vita. Come andrà a
finire? Vedremo. "E' facile convertire gli altri. E'
difficile convertire se stessi", avvertiva Oscar Wilde.(AprileOnline
15 luglio 2009)

Utilizzatore
finale
Il
grande bugiardo
da
espresso.repubblica.it
Dal ruolo dell'avvocato Mills alla social card. Dai proclami sulla
sicurezza a quelli su Malpensa. Dalla crisi economica a Noemi.
Così Berlusconi ha fatto della menzogna
un metodo politico.
Dimenticate Capodichino. Dimenticate la vicinissima Villa Santa Chiara,
la sala da ballo sulla circonvallazione di Casoria, dove domenica 26
aprile il presidente del Consiglio ha festeggiato il diciottesimo
compleanno di Noemi Letizia. Scordatevi le
incongruenze, i silenzi, le domande rimaste senza risposta e le bugie
vere e proprie utilizzate dal Cavaliere per respingere le accuse mosse
contro di lui da sua moglie Veronica ("Frequenta minorenni") e per
giustificare l'amicizia con la giovane favorita.
Per raccontare Silvio Berlusconi basta il resto. Bastano vent'anni di
dichiarazioni, poi puntualmente smentite, di promesse mancate, di
giudizi rivisti nel giro di due giorni. 'L'espresso' li ha esaminati
tutti ad uno ad uno. E certo non si fatica a capire come mai Indro
Montanelli, uno che lo conosceva bene, scrivesse: "Berlusconi è
allergico alla verità. Ha una
voluttuaria e voluttuosa propensione alla menzogna". Per poi aggiungere
quasi profetico: "'Chiagne e fotte' dicono a Napoli dei tipi come lui".
Ecco dunque una guida ragionata (e necessariamente sintetica) alle
migliori bugie del Cavaliere. Cominciando dalle più recenti.
Sentenza Mills
"È una sentenza semplicemente
scandalosa, contraria alla realtà. Se c'è un fatto indiscutibile è che
non c'è stato alcun versamento di nessuno al signor Mills" (19
maggio 2009).
Un fatto indiscutibile? Mica tanto, visto che il versamento, prima di
ritrattare, l'avvocato David Mills, lo ammette almeno due volte.
"Io mi sono tenuto in stretto contatto
con le persone di B. Sapevano bene che il modo in cui io avevo reso la
mia testimonianza (non ho mentito, ma ho superato curve pericolose, per
dirla in modo delicato) avesse tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai
nei quali l'avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo.
All'incirca alla fine del 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi,
che avrei dovuto considerare come un prestito a lungo termine o un
regalo: 600 mila dollari".
(da una lettera di Mills del 2 febbraio 2004)
"Nell'autunno del '99 Carlo Bernasconi
(responsabile dell'acquisto dei diritti tv, morto nel 2001, ndr), mi
disse che Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero
riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei
processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro".
(interrogatorio di Mills, 18 luglio 2004)
Malpensa, Italia
"Penso che non sia assolutamente
possibile che un hub come Malpensa venga privato del 72 per cento dei
voli. Quelle di Air France sono condizioni irricevibili. Perché di
fronte a 200-300 milioni di perdite per Alitalia l'abbandono di Malpensa
comporterebbe perdite per oltre un miliardo di euro" (4-18 marzo,
2008).
"Rilancio del trasporto aereo, con la
valorizzazione e lo sviluppo degli hub di Malpensa e Fiumicino"
(programma del Pdl: sette missioni per l'Italia, 2008).
Nell'aprile del 2009 la cordata italiana della Cai voluta da Berlusconi
sceglie solo Fiumicino come hub: a Malpensa, Alitalia conserva 187 voli
alla settimana su 1.237. I cassintegrati dello scalo, considerando
l'indotto, sono 2.500.
Sicurezza
"Aumento progressivo delle risorse per
la sicurezza. Maggiore presenza sul territorio delle forze dell'ordine"
(programma Pdl).
Il 30 marzo del 2009 tutti i sindacati di polizia, da destra a sinistra,
protestano in piazza. Il segretario del Siulp dichiara: "Le auto sono
usurate, mancano gli uomini, gli organici sono ridotti all'osso, gli
agenti che vanno in pensione non vengono sostituiti". Nella manovra
finanziaria triennale sono del resto previsti tagli progressivi per
circa 3 miliardi e mezzo di euro. E quest'anno il taglio è di 931
milioni di euro.
Giustizia
"Aumento delle risorse per la
giustizia, con un nuovo programma di priorità nell'allocazione delle
risorse" (programma Pdl).
La manovra finanziaria, spiega l'associazione nazionale magistrati,
prevede che riduzioni per le spese correnti e in conto capitale saranno
del 22 per cento nel 2009 e del 40,5 nel 2011. Conseguenze immediate:
nei tribunali non si tengono più udienze al pomeriggio per mancanza dei
cancellieri.
Intercettazioni
"Volevo un disegno di legge che
limitasse le intercettazioni ben diverso. Perché devono essere possibili
solo per reati gravissimi come quelli di mafia e di terrorismo. Invece
mi hanno costretto a includere anche i delitti contro la pubblica
amministrazione e pure degli altri reati" ('la Repubblica', 16
luglio 2008)
"Auspico che, come succede in Europa,
le intercettazioni siano consentite solo per indagini su organizzazioni
criminali come mafia, 'ndrangheta e via di seguito, oppure che
riguardino il terrorismo internazionale. Spero che dal Parlamento esca
la legge che auspico" (Intervista al Tg4, 1 agosto 2008)
"Io non ho mai pensato di vietare
questo strumento d'indagine per un reato grave come la corruzione, io ho
detto che non dovevano essere possibili per tutti i reati contro la
pubblica amministrazione" (11 gennaio 2009, intervento telefonico
a Neveazzurra)
Cimici e spie
"Ho trovato una microspia dietro il
termosifone del mio studio. Mi spiano! Abbiamo procure eversive che
calpestano l'immunità parlamentare!".
È l'11 ottobre '96 quando Berlusconi mostra ai giornalisti una microspia
grande quanto un mini-frigo. Luciano Violante convoca la Camera in
seduta straordinaria. Buttiglione parla di "uno scandalo peggiore del
Watergate". Destra e sinistra invocano immediate riforme delle
intercettazioni. Solo Bobo Maroni dice: "Più che una cimice a me pare
una mozzarella, anzi una bufala". Mesi dopo si scopre che il microfono
era stato messo lì, per fare bella figura, da un tecnico incaricato
dagli uomini del Cavaliere di bonificare i locali.
Arriva l'onda
"Avviso ai naviganti: non permetteremo
l'occupazione delle scuole e dell'università. Oggi convocherò il
ministro dell'Interno Maroni per studiare con lui gli interventi delle
forze dell'ordine. L'ordine deve essere garantito, lo Stato deve fare lo
Stato" (22 ottobre 2008).
"Mai detto né pensato che la polizia
debba entrare nelle scuole" (23 ottobre 2008).
Immunità per tutti
"Voglio una riforma radicale. Immunità
parlamentare come a Bruxelles, priorità nell'azione penale invece
dell'obbligatorietà, nuovo ordinamento giudiziario con la separazione
delle carriere, riforma del Csm, sezione disciplinare autonoma per
giudicare i magistrati" (16 luglio 2008 di fronte agli
europarlamentari).
"Sull'immunità non ho mai detto niente.
State facendo dei titoli incredibili". (18 luglio)
Rifiuti
"È una data storica per la Campania e
per Napoli. Da oggi si entra in una fase di smaltimento dei rifiuti che
possiamo definire industriale. Io (il termovalorizzatore) l'ho voluto
fortissimamente e alla fine siamo riusciti a vararlo e farlo operare".
(26 marzo 2009, Panorama del Giorno, Canale 5)
Ma l'inaugurazione è solo di facciata. Quello che è partito è invece il
collaudo della linea 1 che, oltretutto, il giorno successivo verrà
spenta per un mese, come testimoniano le webcam puntate sull'impianto.
Poi, quando il 27 aprile il caso comincia a spuntare sui giornali,
Berlusconi dice: "Acerra funziona
benissimo, l'inquinamento è vicino allo zero". Anche perché, come si
leggerà in un comunicato del Commissariato rifiuti datato 2 maggio, solo
quel giorno "inizia la prima fase dell'avviamento della seconda linea".
Per la terza bisogna invece aspettare. E in ogni caso tutto il collaudo,
a base di stop e go, terminerà a dicembre. Acerra, insomma, se tutto
andrà bene sarà realmente in funzione nel 2010.
Ville e terremoto
"Sì, metto a disposizione della
Protezione civile tre case per fare quello che già hanno fatto molti
italiani, i quali hanno offerto 1.600 abitazioni, soprattutto case di
vacanza, a disposizione delle famiglie dei terremotati" (10
aprile 2009)
La Protezione civile, interpellata da 'L'espresso', non ha notizie su
eventuali sfollati ospiti di Berlusconi. E anche l'ufficio stampa di
Palazzo Chigi, contattato nel pomeriggio di martedì 19 maggio, non sa
dire nulla. Sul terremoto e sui tempi della ricostruzione, garantiti dal
Cavaliere prima per settembre e poi novembre.
Social card
"Ne abbiamo date più di un milione e
300 mila ed è stato un gran successo. Sono anonime e quindi non toccano
la dignità di nessuno. Infatti le Poste sono state invase da un gran
numero di persone che ne hanno fatto richiesta" (18 dicembre
2008)
I dati aggiornati al 31 dicembre dicono però che le social card
consegnate (contenenti 40 euro) erano 520 mila e che 190 mila erano
prive di fondi. Con conseguente umiliazione di molti indigenti costretti
a lasciare la spesa alle casse dei supermercati.
Bonus bebè
"Reintroduzione del bonus bebè per
sostenere la natalità. Graduale e progressiva riduzione dell'Iva sul
latte, alimenti e prodotti per l'infanzia" (programma Pdl).
Non pervenuti. Lo ammette anche il sottosegretario, Carlo Giovanardi,
che il 15 maggio spiega: "Le risorse non ci sono".
I figli di Eluana
"Eluana Englaro è una persona viva, le
cui cellule cerebrali sono vive e mandano segnali elettrici, una persona
che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio" (6 febbraio
2009).
Senza parole.
La crisi psicologica
"La crisi è in gran parte psicologica"
(intervista al Gr Rai, 6 maggio 2009).
Una settima dopo l'Istat segnala un calo del Pil record del 5,9 per
cento. Da trent'anni non si vedeva niente del genere.
Barack Obama
"Obama ha debuttato molto bene, con
grande capacità di rapporti umani. Com'è che diceva Proietti? Ah, ecco,
lo sguardo 'acchiapponico'. Obama ha lo sguardo acchiapponico..."
(2 aprile 2009, Ansa ore 19.05).
"Berlusconi non ha mai detto quello che
gli viene attribuito dalle agenzie di stampa in riferimento al
presidente Obama, poiché si stava rivolgendo all'inviato di 'Repubblica',
come tutti presenti hanno potuto vedere" (2 aprile, nota di
Palazzo Chigi, ore 20.48).
Bush pacifista
"La crisi irachena avrà sicuramente uno
sbocco pacifico. Se c'è qualcuno che non vuole la guerra in Iraq, questo
è il signor Bush".
È il 13 marzo 2003. Sette giorni dopo gli angloamericani attaccano
l'Iraq. Poi arrivano gli italiani. Intanto, la guerra fa 100 mila morti
in due anni, fra torture, bombe al fosforo, resistenza, terrorismo,
guerra civile.
Ma per Berlusconi tutto fila liscio come l'olio, a parte un piccolo
problemino a Baghdad: "Ormai in Iraq
c'è una vita regolare, ci sono le scuole, eccetera. Poi, certo, ci sono
le cose che non funzionano: ad esempio, i semafori a Baghdad non
funzionano. Ogni tanto scende uno dalla macchina e si mette a dirigere
il traffico" (30 settembre 2004).
Sua Altezza
"L'ho detto anche a pranzo ai miei
colleghi ministri, è falso come leggo oggi su alcuni giornali come 'L'espresso'
che metto i tacchi: guardate!" (levandosi le scarpe davanti ai
giornalisti, al vertice di Caceres, del 2002).
Ma a smentirlo ci pensa uno dei suoi migliori amici: "Chi è più alto tra
me e Berlusconi? Senza tacchi, io". (Mariano Apicella, La Stampa, 30
ottobre del 2003)
Grandi opere
"Sto trattando col mio amico Putin per
aprire un corridoio negli Urali e collegarci all'oceano Pacifico"
('Porta a Porta', 11 gennaio 2006).
Altro che Tav: praticamente le grandi opere sono in fase così avanzata
che ormai stiamo lavorando alla Transiberiana.
Lavoro, che fatica!
"Guarda quanto mi fanno lavorare!
Guarda quanti impegni ho!" (1 agosto 2008).
Al termine di una conferenza stampa Berlusconi mostra al ministro
Giorgia Meloni la sua agenda. I fotografi la riprendono e così diventano
pubblici gli impegni del 30 luglio: 9.40 uscita di casa; 10 Enel
Civitavecchia (ma Berlusconi non si presenta all'inaugurazione della
centrale); 12 Yushchak (aggiunto a mano, secondo 'Novella 2000' si
tratterebbe di una modella ucraina ventunenne); 13 Masi, allora
segretario di Palazzo Chigi; 13.30 colazione per gli 80 anni di Cossiga
(che però salta); 16 Previti (Cesare, pregiudicato) e telefonata a
Bossi. Poi a penna sono aggiunti i nomi Manna (forse Evelina, una delle
starlette del caso Saccà), Troise (probabilmente Antonella, attrice),
Staderini (Marco, cda Rai); 19 Di Girolamo (Nunzia, una delle
parlamentari Pdl più carine;) 19.30 Bossetti (o Bassetti); 20.30
Selvaggia; infine: "Sardegna compleanno Barbara (la figlia)". E ancora
una nota a penna (per aumentare l'autostima?): "Al presidente n 1. Al
presidente più vittorioso nella storia del calcio. N 1 nella storia del
calcio...".
Il patto con Confalonieri
"Fra me e Fedele Confalonieri c'è un
patto: quello di avvisarci reciprocamente qualora uno dei due
rincoglionisse. E Fedele non mi ha ancora detto niente".
Questa era del 29 novembre 1993. Arrivati a questo punto, forse è venuto
il momento che Fedele gli dica qualcosa. (24 maggio 2009)
Il
ritorno del Caimano
di Andrea Scarchilli
Si
deve sentire messo alle strette, il premier. Dopo un
anno abbondante di comodo governo, quella che si
preannunciava come una legislatura di velluto,
anticamera all'elezione al Quirinale, rischia di
trasformarsi nella trincea già sperimentata nel
quinquiennio 2001 - 2006. Il combinato disposto dei casi
Noemi Letizia e David Mills, Silvio Berlusconi lo sa,
non hanno intaccato (se non in minima parte) il consenso
personale. Ma sono tuttavia sgradevoli spine nel fianco
che, alla lunga, potrebbero nuocergli, magari sommandosi
- tra un mese - a un boom della Lega nord alle Europee
che lo costringerebbe a rivedere l'assetto di governo,
al Nord, di molte Regioni ed enti locali. Il Carroccio
che diventa primo partito nel cuore produttivo del Paese
è uno scenario che il Cavaliere teme. Rischia di
influenzare l'azione di governo più di ora. Ecco i
fattori, quindi: a questi è seguita la controffensiva.
Spia delle sue preoccupazioni.
Un'azione semplice, quasi banale.
Eppure di sicura efficacia. Il Cavaliere si è difeso dai
sospetti emersi con le motivazioni della sentenza di
corruzione dell'avvocato Mills - che lo pone nella
posizione, né più né meno, di corruttore -
contrattaccando la magistratura. E fin qui niente di
nuovo. Ma alle invettive contro i pm faziosi ha aggiunto
quelle contro il Parlamento "pletorico". Antipolitica,
dunque. Di sicura presa sull'elettorato, dall'effetto
ricompattante, condito da un riferimento a una legge
popolare. La platea è di quelle blindate, l'assemblea di
Confindustria a Roma. Agli imprenditori, si sa, piace
sentir male dei politicanti: gli applausi a scena aperta
ne sono stati la conferma.
Si capisce, adesso, la sostanziale
marcia indietro rispetto all'intenzione di riferire in
Parlamento. Il proposito iniziale è sfumato ieri,
rimandato a dopo le elezioni dietro lo scudo delle
necessità di "agenda". Perché, deve essere stato il
ragionamento del premier, esporsi all'opposizione e alla
probabile mozione di sfiducia, quando si aveva alle
porte un'occasione così ghiotta?
Il premier di oggi ha parlato
direttamente al popolo, come sa fare lui. Al suo popolo.
Ha attaccato i giudici della vicenda Mills definendoli
nuovamente "estremisti di sinistra" e ha affermato la
necessità di una riforma della giustizia. "La giustizia
penale è una patologia nel nostro sistema. I giornali
oggi dicono che non è possibile criticare i giudici, ma
criticare i giudici è un diritto di ogni cittadino" ha
detto Berlusconi che ha puntato il dito direttamente
contro il Consiglio superiore della magistratura.
Dichiarando: "Basta con un Csm dove i giudici si
assolvono sempre. Non ci fermeremo fino a quando non
sarà separato l'ordine dei magistrati all'ordine dei
lavoratori". A proposito della sue vicende giudiziarie e
in particolare del "caso Mills", Berlusconi si dice
"esacerbato" ma ha affermato di avere "le spalle larghe,
più mi picchiano più mi rinforzano ma un cittadino
normale con questa situazione paga un prezzo troppo
alto". Il presidente del Consiglio ha assicurato dal
palco che il suo governo porterà a termine la riforma
della giustizia con la separazione delle carriere tra
giudici e pm.
Della sentenza di condanna contro
Mills Berlusconi si dice scandalizzato e sottolinea che
"la realtà è esattamente il contrario di quello che
questi giudici hanno scritto, perché si tratta di
giudici che sono degli estremisti di sinistra" e per
ribadire meglio la sua idea di imparzialità dei
magistrati è ricorso al paragone calcistico: "E' come se
Mourinho (l'allenatore dell'Inter) arbitrasse Milan -
Inter" ha detto il Cavaliere.
A sostegno della sua tesi Berlusconi
ha fornito la sua personale ricostruzione della vicenda
per la quale la magistratura lo accusa di corruzione.
Ricostruzione che il presidente del Consiglio aveva già
fornito al conduttore di 'Porta a Porta' che la inserì
nel suo ultimo libro 'Viaggio in un'Italia diversa'
uscito nel 2008. "Il signor avvocato Mills che io non ho
mai conosciuto riceve per le prestazioni da un armatore
italiano una parcella da 600mila dollari, così per non
pagare tasse dice che è una donazione. E quando viene
messo sotto pressione e gli si chiede da dove arrivi
quel denaro, decide di chiamare in causa un dirigente
Fininvest morto, poi si accorge di quello che ha fatto e
finalmente dice la verità".
Poi il salto qualità. Secondo
Berlusconi non è solo la giustizia ad avere bisogno di
essere riformata ma anche il Parlamento che dal palco
dell'Auditorium ha definito "pletorico e
controproducente" e affermato che si dovrà arrivare ad
"un ddl di iniziativa popolare" per rafforzare i poteri
del presidente del Consiglio rispetto alle Camere. In
particolare, ha spiegato Berlusconi, "dobbiamo fare i
conti con una legislazione che deve essere migliorata e
ammodernata. Praticamente il presidente del Consiglio
non ha nessun potere. Ma si capisce, perché la
Costituzione è stata scritta dopo il ventennio fascista
e quindi non è stato dato nessun potere al governo.
Tutti i poteri sono stati dati al Parlamento che è
pletorico". A questo punto il premier si rivolge alla
platea degli imprenditori che lo ha applaudito: "Pensate
che ci sono 630 deputati quando ne basterebbero 100 e
qualche cosa... insomma, come il Congresso americano
peraltro. Ora è chiaro però che per arrivare a questo,
dovremmo arrivare a un ddl di iniziativa popolare perché
non si può chiedere ai capponi, o ai tacchini, di
anticipare il Natale... Credo che questo sia e debba
essere chiaro a tutti".
Le sue parole non sono piaciute al
presidente della Camera Gianfranco Fini che, in
occasione dell'apertura di un seminario alla Camera su
federalismo e ruolo del parlamento ha detto:"L'iter
della legge sul federalismo fiscale smentisce la tesi
dell'inevitabile tramonto del ruolo del Parlamento come
legislatore. Quando il Parlamento riesce ad operare
attraverso procedure aperte, è e viene percepito dalla
società come un interlocutore ineludibile, qualificato
ed impegnato".
Sul versante degli attacchi alla
magistratura, pronta la replica di Giuseppe Cascini,
segretario Anm: "Tutti coloro che hanno a cuore le
regole della convivenza democratica e il principio di
separazione dei poteri, dovrebbero intervenire per
fermare questo metodo distruttivo del confronto
democratico". Che ha aggiunto: "Registriamo un crescendo
di toni e di invettive che non vorremmo mai ascoltare da
chi ha responsabilità di governo. Questo non è un
problema dei magistrati, è un problema dei cittadini e
del Paese".
Il segretario del Partito democratico
Dario Franceschini ha attaccato: "Ormai è chiaro che
Berlusconi si crede Napoleone ma non è un signore di
passaggio bensì il presidente del Consiglio ed è
prudente non ridere". Franceschini ha messo in guardia
gli elettori: "Ci pensino mille volte prima di dare più
forza e potere a chi si crede sopra la legge e la
morale" . La capogruppo al Senato Anna Finocchiaro è
intervenuta nel corso della discussione del decreto
legge sull'Abruzzo: "Le affermazioni del presidente del
Consiglio sono assolutamente rivelatrici di un fastidio
per il Parlamento. E comunque una proposta di legge
anche se di iniziativa popolare va approvata in
Parlamento". Ma queste sono quisquilie, per il premier
contava il messaggio. Duro il presidente dei deputati
Antonello Soro: "Berlusconi ha oltrepassato ogni limite
consentito alla decenza istituzionale di un uomo di
Stato. Il suo disprezzo per la democrazia, per la libera
informazione, il fastidio verso il parlamento e quello
nei confronti della magistratura devono preoccupare
tutti i cittadini. Speravamo di non sentire più da parte
di Berlusconi parole così gravi e proprio per questo
gravide di conseguenze. Ci siamo sbagliati". Il leader
di Sinistra e libertà Nichi Vendola ha consigliato al
premier di concentrarsi occuparsi dei problemi del Paese
reale e dei suoi cittadini, se ne fosse capace". Secondo
il capogruppo alla Camera dell'Italia dei valori,
Massimo Donadi, "le offese al Parlamento sono
l'anticamera del regime. Ci appelliamo al presidente
della Repubblica ed ai presidenti di Camera e Senato
affinché intervengano per difendere le istituzioni,
umiliate dalle parole del capo del
governo".(www.aprileonline.it 22 maggio 2009)
Caso
Mills, cresce la tensione
di Francesco Scommi
Non
si placa la bufera sul "caso Mills": il centrodestra
compatto difende Berlusconi e il portavoce, Paolo
Bonaiuti, parla di "attacco politico a orologeria" e poi
alle opposizioni dice: "Abbiamo sentito tanti distinguo,
ma quando arriva la sentenza politica, il Pd si dimostra
giustizialista come Di Pietro". Incognite, intanto,
sull'ipotesi annunciata dallo stesso Berlusconi di
riferire sulla vicenda in Parlamento. Le minoranze sono
sospettose sulla circostanza, che potrebbe trasformarsi
in uno spazio di risonanza per il premier impegnato
nell'ennesimo attacco alla magistratura. Palazzo Chigi
ancora non ha concordato la data. Ma l'avvocato -
deputato Niccolò Ghedini suppone: "Immagino che verrà
quando l'agenda glielo consentirà, compatibilmente con i
lavori parlamentari". Ghedini smentisce l'indiscrezione
di stampa che parlava di un dossier, pronto da tre anni,
che Berlusconi si preparebbe a presentare nel corso
dell'intervento.
Il segretario del Pd, Dario
Franceschini, dice che "Berlusconi non ha trovato due
minuti di tempo per venire in aula a parlare dei
problemi degli italiani, ma vuole venirci per
autoassolversi e sollevare un polverone politico". Più
duro Antonio Di Pietro, secondo cui "sarebbe
inaccettabile avere una sentenza parlamentare.
Berlusconi come tutti gli italiani deve andare a
difendersi in tribunale. Se Berlusconi viene ad accusare
la magistratura in Parlamento è un attacco alla
Costituzione e una violazione al principio della
divisione dei poteri". Il leader dell'Italia dei valori
promette, all'arrivo del premier in Aula, una mozione di
sfiducia e, dice l'ex pm, "sfidiamo a firmarla tutti
coloro che hanno messo la legalità e la questione morale
come tema prioritario".
Il segretario di Rifondazione
comunista, Paolo Ferrero, incalza: "Dopo la sentenza sul
caso Mills, Berlusconi ha un'unica strada davanti a sé,
quella delle dimissioni, perché non ha più l'autorità
morale per fare il presidente del Consiglio". Berlusconi,
chiosa Pier Ferdinando Casini, non deve impegnare "tutto
il tempo per parlare dei suoi problemi giudiziari. C'e
il lodo Alfano, ora stia tranquillo". Il leader di
Sinistra e libertà Nichi Vendola chiede un vertice delle
opposizioni per concordare "un'azione comune, volta a
ottenere il ripristino della legalita' e della
democrazia reale".
"E' evidente che l'opposizione ha
perso la testa - afferma Fabrizio Cicchitto, capogruppo
del Popolo della libertà alla Camera - e, vedendo che
non aggrega consenso nel Paese, punta tutte le sue carte
su un attacco frontale e personale contro Berlusconi. Il
centrodestra né si farà intimidire né accetterà
provocazioni, ma darà una risposta sul terreno del
governo del Paese". Cicchitto aggiunge: "'Oggi vale il
lodo Alfano perché altrimenti subiremmo una
destabilizzazione totale di tutto il sistema politico
italiano in un momento delicatissimo'".
Fuori dalle aule parlamentari prende
posizione l'Anm: "E' inaccettabile che da parte di
esponenti politici e di rappresentanti del governo
vengano rivolte invettive e accuse di carattere
personale nei confronti dei componenti del collegio del
tribunale di Milano. La critica dei provvedimenti
giudiziari è sempre legittima, ma è grave che vengano
messi in discussione, e con i toni denigratori
utilizzati, non il merito del provvedimento, ma
l'indipendenza e l'imparzialità dei giudici. In questo
modo si minano fondamentali principi costituzionali". A
stretto giro di posta replica Daniele Capezzone,
portavoce del Pdl: "Spiace dover constatare che, ancora
una volta, l'Anm parli e agisca come una cellula
politica, dedita a combattere una battaglia di parte
contro quelli che considera avversari politici". Ma l'Anm
ha risposto soprattutto alla dura conferenza stampa del
Cavaliere, dove ha rivolto pesanti accuse al tribunale
di Milano (parlando di sentenza "scandalosa" e
"contraria alla realtà" e giustizia "ad orologeria"),
riprese da tutti i fedelissimi.
Interviene anche l'avvocato Mills, la
cui condanna, e le successive motivazioni, hanno acceso
le polveri: "Quando il caso sarà chiuso certamente
parlerò. Sono deluso e sorpreso ma faremo appello, e
l'appello ha un'eccellente prospettiva di successo, ma
non voglio aggiungere altro oltre al fatto che sono
deluso e sorpreso". (www.aprileonline.info 20 maggio
2009)
Così
hanno salvato il Cavaliere
Gli incredibili salti mortali della procura di Roma per archiviare il
caso Berlusconi-Saccà. Con motivazioni smentite dai fatti
di Marco Lillo, da l'Espresso
E ora chi lo va a dire ad Agostino Saccà? Per archiviare il procedimento
contro il presidente del consiglio e l'ex manager di Rai Fiction, la
Procura di Roma è stata costretta a smentire le affermazioni, la
filosofia e la stessa ragione di vita del suo indagato. Uno dei pilastri
sul quale poggia l'atto che chiede il proscioglimento per Berlusconi e
per il manager Rai è infatti la mancanza della qualifica di "incaricato
di pubblico servizio" per Saccà (l'altra è la mancanza della prova dello
scambio, del do ut des, tra il manager e il premier). Per i pm di Roma
Saccà non può essere corrotto, nè da Berlusconi nè da altri, perchè la
fiction Rai, il suo regno incontrastato fino al dicembre scorso, non è
vero servizio pubblico. Esattamente il contrario di quello che il
manager diceva in ogni conferenza stampa o intervista. Quando c'era da
presentare l'ennesima soap sull'anoressia o sul a mafia, quando c'erano
da difendere gli investimenti miliardari per produrre serie dalla durata
sterminata, il manager Rai ha sempre detto con orgoglio: "Questo è il
servizio pubblico". Siamo noi, spiegava Saccà ai giornalisti, che
abbiamo raccontato agli italiani il romanzo popolare del '900. Siamo noi
che abbiamo affrontato le vicende spinose della Seconda guerra mondiale
e la storia dei Corleonesi. Saccà rivendicava con fierezza il suo ruolo
di civil servant. Proprio quello che i pm romani gli hanno tolto per
salvare lui e il premier.
PUBBLICO O PRIVATO?
Se la Rai con i suoi sceneggiati facesse servizio pubblico, Saccà
sarebbe un incaricato di pubblico servizio soggetto (in caso) ai reati
di corruzione e concussione. Per questa ragione i pm per prosciogliere
Berlusconi e Saccà sono costretti a "degradare" la sua attività
culturale. Per i pm romani solo la fase della trasmissione rientra nel
servizio pubblico, non quella della produzione dei contenuti. Saccà
quindi è un semplice manager "privato". Alle sue eventuali malefatte si
applicano le blande norme riservate ai dirigenti di Mediaset, non quelle
rigide che disciplinano l'attività dei capi dei ministeri dell'Anas o
dell'Enel. Saccà, dicono i pm, può fare quello che vuole quando sceglie
le attrici pagate con il canone degli italiani. Può privilegiare le
protette del Cavaliere e sacrificare quelle considerate dagli altri piÙ
brave. Non c'è nessun problema. In fondo nessun pm contesterebbe un
simile comportamento a Piersilvio Berlusconi e ora, se la giurisprudenza
elaborata a Roma prenderà piede, nessuno potrà contestarlo non solo a
Saccà ma anche a Fabrizio Del Noce (Rai uno) o Giancarlo Leone (Rai
cinema) e così via. Per tenere fuori Berlusconi e Saccà dal ginepraio
nel quale si erano cacciati con le loro incaute conversazioni, la
Procura di Roma ha fatto davvero i salti mortali. Le cinque paginette
dell'archiviazione prontamente distribuite ai cronisti (dovrebbero
essere segrete, ma evidentemente a Roma il segreto non tutela le
indagini bensì gli indagati eccellenti) cancellano le massime della
Cassazione e numerosi pronunciamenti di altri magistrati.
A partire dalla sentenza della Suprema Corte del 1996 sul caso
Baudo-Lambertucci-Venier. Quando i presentatori televisivi furono
accusati di concussione per i compensi extra richiesti agli sponsor per
i loro show, si difesero negando la loro qualifica di incaricati di
pubblico servizio. Ma, prima i pm poi i giudici e infine la Cassazione,
stabilirono il principio in base al quale al di là della qualifica
privata della società Rai e al di là del contratto privato delle star,
rileva il fatto che in ballo ci sono soldi pubblici. Una massima che
valeva quando si sottraevano risorse pubblicitarie alla Rai facendo la
cresta sugli sponsor e a maggior ragione dovrebbe valere oggi con Saccà
che, a differenza di Baudo e amici, non maneggia denari privati ma
pubblici.
La procura di Napoli, forte di questo precedente, ma consapevole della
delicatezza della questione, aveva blindato sul punto l'indagine
chiedendo addirittura un parere a un luminare del diritto
costituzionale, Michela Manetti, professore ordinario a Siena. La
professoressa, al termine di un lungo studio della legislazione vigente,
aveva concluso che Saccà è un incaricato di pubblico servizio. Da quello
che è dato leggere nelle pagine distribuite ai cronisti, la Procura di
Roma non ha degnato il parere nemmeno di un cenno.
COSI' PARLO' IL CAVALIERE
Anche l'altro pilastro della richiesta si basa su una smentita delle
parole di un indagato, che stavolta è Berlusconi. I pm, dopo avere
smontato la qualifica pubblica di Saccà, entrano nel merito per
sostenere che "anche se Saccà fosse un pubblico ufficiale" il reato non
c'è. Il fatto è che, dicono, manca lo scambio, il "do ut des", il
cosiddetto "sinallagma corruttivo". Per la Procura di Napoli Saccà
aiutava le attricette amiche di Berlusconi. E il premier prometteva un
aiuto futuro nella sua attività di libero imprenditore ma, per i pm
romani, il do ut des non è provato. Purtroppo, non è la Procura di
Napoli a sostenere che le due cose (la spinta nei cast alle ragazze e
l'aiuto a Saccà imprenditore) siano collegate. Lo dice Berlusconi
stesso: "Agostino, aiuta Elena Russo perchè è come se aiutassi me e io
ti contraccambierò quando sarai imprenditore".
Parole alle quali Saccà non risponde: "Ma come si permette?", oppure:
"Silvio, non ti scomodare, non c'è bisogno che mi aiuti, lo farei lo
stesso per i rapporti che ci legano". Alla profferta di Berlusconi,
Saccà replica prima ridendo, poi dicendo sì, e infine chiudendo la
telefonata con un "grazie presidente". Quella telefonata è stata
pubblicata da "L'espresso" ed è ancora ascoltabile on line. Eppure per i
pm non basta: la promessa è vaga, manca la prova dell'accettazione. E
non è dimostrato che ci sia un legame tra l'offerta e la selezione delle
attricette. E tanti saluti al "ti contraccambierò" pronunciato dal
Cavaliere. Quello che è accaduto non ha molti precedenti. Il fascicolo
contro Saccà, infatti, non era più segreto e "L'espresso" aveva potuto
pubblicare gli audio di una dozzina di intercettazioni (tra le oltre 10
mila depositate) perchè le indagini erano chiuse con la richiesta di
rinvio a giudizio, l'alba del contraddittorio, l'avvio del processo con
la sua pubblicità, garanzia di trasparenza e di giustizia. Nella
stragrande maggioranza dei casi la richiesta di rinvio a giudizio
presentata da una procura viene confermata dai pm dell'altro ufficio
giudiziario che ricevono gli atti per competenza territoriale. In fondo
è una questione di economia e di logica. I pm napoletani conoscono
l'inchiesta, hanno diretto per mesi gli uomini della Guardia di Finanza,
hanno ascoltato migliaia di intercettazioni, hanno sentito decine di
testimoni. La scelta della Procura capitolina ha certamente fatto
piacere a Berlusconi che può ora sostenere di essere stato vittima di
una persecuzione giudiziaria in salsa partenopea che lo ha inseguito fin
nei suoi rapporti più privati, ma soprattutto perchè la decisione di
Roma finalmente sembra mettere la sordina su una selva oscura di
intercettazioni che lo preoccupava da mesi. Non a caso nella richiesta
di archiviazione si precisa che le trascrizioni e i file audio andranno
distrutti, perchè irrilevanti. Questa attenzione (prontamente comunicata
alla stampa) ha certamente fatto felice Berlusconi più
dell'archiviazione in sè.
QUESTIONE DI IMMAGINE
Anche se i giornali continuano a parlare di corruzione e rinvio a
giudizio, quella che si è giocata in questi sei mesi nei palazzi di
giustizia di Napoli e Roma è una delicatissima partita a scacchi che non
ha avuto come posta il destino dell'indagine ma quello dell'immagine del
premier. La storia dell'inchiesta di Napoli, del suo trasferimento a
Roma e ora della sua richiesta di archiviazione deve essere raccontata
proprio da questo angolo di visuale. L'unico che conta davvero. Tenendo
a mente che la posta in gioco di questa partita disperata per il
Cavaliere non era l'assoluzione o il rinvio a giudizio ma la
pubblicazione delle telefonate o la loro distruzione.
Berlusconi ieri si è aggiudicato, grazie alla Procura di Roma, un round
molto importante di questa partita ma non ha ancora in tasca la vittoria
finale. Proviamo a partire per una volta non dai codici ma dalle bobine.
Le intercettazioni del procedimento si distinguono in tre gruppi: le
prime sono le 10 mila telefonate: dell'utenza di Saccà (circa 8 mila) e
del produttore che piazzava le attricette care al premier, Guido De
Angelis (circa duemila). Queste e telefonate sono state depositate dai
pm di Napoli nel fascicolo principale (quello per il quale ieri è stata
resa pubblica la richiesta di archiviazione) e sono dal luglio scorso
conosciute dagli italiani grazie a "L'espresso" che le ha pubblicate
anche in audio.
Tra queste ci sono le sette telefonate di Silvio Berlusconi (quattro con
Saccà e tre con De Angelis) che tutti possono ascoltare on line
dall'estate scorsa. Poi ci sono un gruppo ristretto di telefonate che
sono state depositate nel fascicolo sulla compravendita dei senatori del
centrosinistra da parte di Berlusconi e Saccà attualmente in attesa
della decisione del Gip sulla richiesta di archiviazione della Procura.
Infine, e questo è il punto dolente per Berlusconi, esistono decine e
decine di telefonate intercettate sulle utenze di due ragazze care a
Berlusconi, Evelina Manna ed Elena Russo, nelle quali si sente più volte
la voce del presidente del consiglio. E soprattutto si sentono le
ragazze discettare con le loro amiche dei loro rapporti con il premier,
delle sue promesse, delle loro delusioni che talvolta sconfinano nel
risentimento.
Una parte di queste telefonate, secondo la Procura di Napoli, avrebbe
meritato da parte dei pm di Roma un'attenta analisi per verificare
addirittura se non si potesse configurare in capo a Silvio Berlusconi il
ruolo di vittima. Questo intreccio malmostoso è sempre stato il lato B
dell'indagine. Quello che anche la Procura di Napoli ha cercato di
sterilizzare per evitare l'accusa di avere voluto frugare nell'intimità
del premier. La Procura di Napoli voleva portare a giudizio Berlusconi
perchè aveva corrotto Saccà e non perchè aveva rapporti con quelle
ragazze. I due temi però restavano e restano obiettivamente
inseparabili. I pm napoletani Paolo Mancuso e Vincenzo Piscitelli, per
tutelare la privacy del presidente, avevano elaborato uno stratagemma
che aveva l'indubbio pregio del buon senso ma che non era certamente
sorretto da solide basi giuridiche.
Le intercettazioni delle ragazze, quelle nelle quali si sentiva la voce
di Berlusconi e quelle nelle quali le sue amiche parlavano dei rapporti
con il premier, erano state stralciate e posizionate in un fascicolo a
parte. Per farne cosa? I pm napoletani avevano rimandato la decisione
sul punto al termine dell'inchiesta. Fu allora, nel luglio del 2008, che
per la prima volta il destino di queste telefonate e il faticoso iter
del disegno di legge Alfano sulle intercettazioni incrociarono le loro
strade.
LA CONSEGNA DEL SILENZIO
Il presidente del consiglio, dopo la pubblicazione della copertina de
"L'espresso" ("Pronto Rai", 26 giugno 2008) sul caso Saccà con l'audio
delle prime telefonate (depositate e a disposizione delle parti, non più
segrete) teme che anche le altre telefonate possano essere pubblicate. I
suoi legali si precipitano a Napoli e alla vigilia dell'uscita del nuovo
numero de L'espresso, con i palazzi romani che diffondono la voce di
imminenti rivelazioni piccanti sul premier e le sue ragazze, Berlusconi
tira giù l'asso: il 3 luglio minaccia un decreto legge per impedire la
pubblicazione delle intercettazioni sui giornali.
Il presidente del consiglio inoltre annuncia che sarà ospite a Matrix e
spiegherà al popolo italiano la sua posizione e le sue misure contro
questa barbarie, che per inciso lo riguarda in prima persona. Oggi, con
il disegno di legge sulle intercettazioni in votazione, è bene ricordare
come nacque in quei giorni la grande voglia del presidente del consiglio
di imbavagliare la stampa. In quelle calde giornate di luglio si svolge
una partita nascosta alle spalle dei cittadini. La minaccia del premier
sortisce effetto. Quando i suoi legali ottengono dalla Procura di Napoli
rassicurazioni sulla distruzione delle telefonate "imbarazzanti",
Silvio Berlusconi allenta la presa sulle norme per le intercettazioni.
I pm presentano la richiesta di distruzione delle conversazioni delle
ragazze al Gip Luigi Giordano e Mentana resta a bocca asciutta. Silvio
Berlusconi non si presenta in tv. Niente decreto, non serve più.
Purtroppo però il Gip di Napoli fa saltare la tregua bilaterale. L'8
luglio si dichiara incompetente e non rinvia a Roma solo il fascicolo
principale su Saccà ma anche quello "scottante" contenente le telefonate
delle ragazze. A questo punto il timer del disegno di legge Alfano
riprende a ticchettare all'impazzata. E subisce una nuova accelerazione
quando la Procura di Roma a novembre del 2008 presenta la richiesta di
archiviazione (anche quella segreta e anche quella distribuita alla
stampa dalla Procura, solo nella parte meno imbarazzante per Berlusconi)
contro Berlusconi e Saccà per il procedimento riguardante la corruzione
dei senatori Nino Randazzo e Piero Fuda, eletti con il centrosinistra e
corteggiati dal Cavaliere a suon di promesse, di poltrone e altro.
Perchè Berlusconi entra in ansia quando un altro procedimento si avvia
verso la chiusura a suo favore?
Il fatto è che nelle carte dell'inchiesta sulla tentata compravendita
dei senatori Randazzo e Fuda sono finite le telefonate che documentano i
rapporti tra Silvio Berlusconi e una bellissima attrice trentenne che
somiglia a Veronica Lario giovane: Evelina Manna. Berlusconi la
raccomandava a Saccà e si giustificava dicendo che non lo faceva per sè,
ma perchè aveva in animo di di usarla come moneta di scambio per
convincere un senatore del centrosinistra a passare con il Popolo delle
Libertà. Secondo i pm quel senatore, nelle parole di Berlusconi, poteva
essere Fuda.
Teoricamente la povera e inconsapevole Evelina Manna sarebbe stata
raccomandata per una particina in Rai (secondo quello che lo stesso
Berlusconi dice nelle telefonate con Saccà) non perchè legata al
Cavaliere, ma perchè sarebbe stata lo zuccherino per addolcire il
senatore calabrese in bilico. Per smentire questa ricostruzione dei
fatti, i pm hanno dovuto accertare i rapporti tra il senatore Fuda e
Evelina Manna (inesistenti) ma soprattutto quelli (ben più stretti) tra
Berlusconi e la Manna medesima. Nella richiesta di archiviazione
depositata a novembre si chiarisce che la Manna era raccomandata perchè
interessava a Berlusconi, altro che Fuda. Proprio per documentare questa
amicizia e per scagionare Berlusconi i pm hanno depositato alcune
telefonate con la Manna. E, sarà un caso ma poco dopo la richiesta di
archiviazione e l'uscita delle prime indiscrezioni sul suo contenuto,
Silvio Berlusconi è rientrato in fibrillazione.
"Se pubblicano le mie telefonate", dichiarava a dicembre sulle prime
pagine dei giornali, "io vado via dall'Italia". Messaggi precisi
agli investigatori che quelle telefonate non avevano ancora distrutto.
Infatti i mesi passavano e la Procura di Roma continuava a tenersi
questa patata bollente sul tavolo.Che fare? Se il procuratore capo
Ferrara avesse inoltrato la richiesta di rinvio a giudizio già formulata
a Napoli per Saccà e Berlusconi (evitando così di sconfessare i
colleghi), il rischio della pubblicazione sui giornali del materiale
"scottante" sarebbe stato molto elevato.
TRA PRIVACY E LEGGE
La toppa messa dalla Procura di Napoli a tutela della privacy del
Cavaliere non era delle più solide. La distruzione delle telefonate tra
Silvio Berlusconi e le ragazze era difficile da argomentare. La Procura
proprio nel momento in cui chiedeva di processare il presidente del
consiglio perchè aveva chiesto a Saccà di violare i suoi doveri per fare
avere alle sue protette un posto al sole, chiedeva di distruggere le
telefonate delle medesime ragazze raccomandate?. Certo, lo scambio
corruttivo, come sosteneva la procura di Napoli si perfezionava con la
promessa dell'aiuto a Saccà in cambio della spintarella. Certo, non
contava nulla -come spiegavano i pm napoletani- la ragione della
raccomandazione.
Certo, il movente del Cavaliere, la causale del suo afflato doveva
restare fuori dal processo. Che lui le raccomandasse (come sosteneva con
scarsa convinzione con Saccà) perchè avevano il padre malato, perchè
erano in uno stato di profonda prostrazione, o per altri motivi, ai pm
non interessava. Purtroppo però poteva interessare ai giudici. Questa
tesi, formulata per stendere un velo sulle motivazioni profonde del
Cavaliere, alla fine non reggeva. Nella corruzione il movente non è
importante per stabilire se c'è il reato, ma diventa fondamentale per
determinare l'entità della pena. Se corrompo un funzionario pubblico per
aiutare una ragazza che ha il padre malato avrò diritto a tutte le
attenuanti del mondo. Se corrompo un incaricato di pubblico servizio per
piazzare la mia amichetta, no. Ecco perchè, in caso di richiesta di
rinvio a giudizio, il gip avrebbe potuto e forse dovuto ordinare alla
Procura di depositare tutte le telefonate dalle quali si poteva evincere
il movente della raccomandazione di Silvio Berlusconi.
In particolare il velo era sottilissimo e anzi si era già strappato per
Evelina Manna. Dei reali rapporti tra questa ragazza e Berlusconi, in
fondo i pm romani erano stati costretti ad occuparsi per la vicenda Fuda.
Cosa ostava a depositare le sue telefonate per dimostrare il vero
movente della corruzione di Berlusconi verso Saccà? Per garantire la
distruzione delle telefonate, insomma, non bastava chiedere al Gip il
rinvio a giudizio per Saccà-Berlusconi e contestualmente la
cancellazione del temibilissimo fascicolo delle ragazze. Solo una
richiesta di archiviazione per il fascicolo principale avrebbe permesso
di mandare al macero tutto. Ed è esattamente quello che è accaduto. La
Procura di Roma ha chiesto di distruggere tutto. Non solo le telefonate
delle ragazze.
Ma proprio tutte, anche quelle di Saccà con gli altri politici o con i
membri del cda della Rai. Anche quelle nelle quali si parla dei
contratti da sbloccare per Ida di Benedetto, compagna del membro del cda
Rai Giuliano Urbani. Anche quelle nelle quali Saccà si impegna per
aiutare la società di produzione del la moglie del capogruppo della Pdl
Italo Bocchino. Anche quelle nelle quali Saccà discute con il membro
dell'Autorità Garante delle Comunicazioni Giancarlo Innocenzi delle
mosse da fare per convincere il senatore del centrosinistra Willer
Bordon a lasciare la sua maggioranza.
Tutte queste telefonate, che L'espresso aveva segnalato nei suoi
articoli, e che avrebbero meritato un attento esame, finiranno al
macero. Tutte irrilevanti. L'ennesima dimostrazione di cosa significherà
l'applicazione del bavaglio del disegno di legge Alfano (che vieta la
pubblicazione degli atti ritenuti irrilevanti dalla Procura) quando si
ha a che fare con pm, come quelli romani, così attenti a non pestare i
piedi dei potenti.
Tutte le vicende scandalose relative alla Rai e all'Autorità Garante
delle Comunicazioni agli intrecci perversi tra le attività politiche e
aziendali di Saccà e di Innocenzi, raccontate da L'espresso, non
sarebbero state mai pubblicate. Gli italiani non ne saprebbero nulla.
Per ottenere questo mostro giuridico: l'azzeramento dell'indagine
napoletana, la distruzione di tutte le intercettazioni, i pm Colaiocco e
Racanelli hanno dovuto sostenere oltre alla mancanza della qualifica di
incaricato di pubblico servizio per Saccà (nonostante la Cassazione
dicesse il contrario), oltre alla mancanza del "do ut des" (nonostante
la professione di "contraccambio" registrata sul telefono di Berlusconi)
anche la mancanza di un atto contrario ai doveri di ufficio. In questo
la Procura scavalca a destra anche la Rai, che pure era stata criticata
per il suo lassismo.
Per l'azienda pubblica Saccà aveva violato i suoi doveri e il codice
etico. Per i pm nulla da obiettare.
FUTURO RACCOMANDATO
Secondo i magistrati capitolini l'attività di selezione delle attrici
delle fiction non è "normativizzata". La discrezionalità in questo
campo sembra non trovare alcun limite. "L'assenza di una qualsiasi
disciplina relativa all'attività di scelta delle attrici da sottoporre a
provino nella produzione di una fiction unitamente all'esito negativo
delle segnalazioni rendono incerta la natura dell'atto posto in essere
dal Saccà". Pur di salvare Saccà e Berlusconi i pm Colaiocco e Racanelli
arrivano a sostenere che le segnalazioni hanno avuto esito negativo,
dimenticando il caso della fiction "Incantesimo".
Dove la Procura di Napoli aveva provato senza ombra di dubbio che
un'attrice raccomandata da Berlusconi aveva preso la parte della povera
Sara Zanier, una ragazza considerata più brava e bella da tutti i
dirigenti, i produttori e i consulenti. Finchè non era arrivata la
telefonata da Arcore. Per la Procura di Roma, non c'è nulla di male. La
scelta si fa in "assenza di disciplina". Se in futuro un alto dirigente
volesse selezionare le attrici con in mano la lista delle raccomandate
dei politici, sembra di capire che i pm romani non ci troverebbero nulla
di male. Questo provvedimento spalanca davanti ai dirigenti della Rai e
delle altre aziende privatizzzate una prateria di abusi.
Il Giudice per le Indagini Preliminari deve ancora pronunciarsi e
potrebbe cancellare l'atto di Colaiocco e Racanelli. Le intercettazioni
delle ragazze non possono ancora essere distrutte. Poco male. Il disegno
di legge Alfano continua la sua strada. Deborah Bergamini, una
parlamentare del Pdl molto vicina a Berlusconi, ha presentato un
emendamento che prevede la galera per chiunque pubblichi le telefonate
irrilevanti (secondo la Procura, non secondo il giudizio dei giornalisti
e dell'opinione pubblica). Proprio come quelle che non fanno dormire
Berlusconi.
(2 marzo 2009)
I
due piani di Berlusconi
di Andrea Scarchilli
Da
Acerra all'inaugurazione del termovalorizzatore, alla
vigilia del congresso fondativo del Popolo della
libertà, il presidente del Consiglio torna ad attaccare
il Parlamento. Silvio Berlusconi ritiene che il nostro
sistema legislativo, Camere comprese, presenti "troppe
procedure, siamo veramente indietro su tutto". Poi
l'affondo deciso: "Adesso in Parlamento si è lì con due
dita ad approvare tutto il giorno emendamenti di cui non
si conosce nulla. Quando ho fatto il paradosso del
capogruppo che vota per tutti era per dire che gli altri
sono veramente lì non per partecipare, ma per fare
numero". Berlusconi dunque ha citato quel sé stesso che
qualche settimana fa ha lanciato la celebre proposta del
voto "delegato" ai soli capigruppo. Allora il presidente
della Camera fu freddo: "E' una proposta impossibile,
cadrà nel vuoto".
Oggi Gianfranco Fini ha risposto più
rabbiosamente, prendendo la parola in Aula: "Non è vero
che i deputati sono qui a fare numero" e bisogna stare
attenti a non "alimentare un qualunquismo e senso di
sfiducia nelle istituzioni di cui credo che nessuno oggi
in Italia ravvisi la necessità". Fini chiede "rispetto"
per il Parlamento che è "una istituzione essenziale e
fondamentale in ogni democrazia". Deve esserci anche
"rispetto per le regole e le procedure che organizzano i
lavori del Parlamento". Si può discutere, rileva Fini,
"sulla opportunità di cambiare o meno quelle regole,
credo che sia doveroso farlo quando, come accade in
Italia da più tempo, si reputi che si tratti di regole
datate o in ogni caso non in grado di garantire una
efficace azione della nostra istituzione". Tuttavia,
specifica il presidente della Camera "è certamente
sbagliato irridere quelle regole e lo dirò con chiarezza
al presidente del Consiglio. Non è vero che i deputati
sono qui a fare numero, non è vero che votano con due
dita emendamenti che non conoscono".
La replica del muro contro muro
assume, vista la tempistica, nuovo significato. Siamo
alla vigilia del congresso fondativo di un Pdl che -
anche alla luce del discorso di Fini all'assise di
scioglimento di Alleanza nazionale - nasce come
fortemente segnato dal dualismo tra Berlusconi e il
presidente della Camera. Caratterizzato, quindi, dal
dualismo tra una visione leaderistica, plebiscitaria e
populista, consapevolmente aggrappata, sui temi etici,
alle posizioni clericali, e un'altra più laica,
"repubblicana" nel senso di attenta al senso delle
istituzioni. Fini sfrutta lo scranno più alto di
Montecitorio per dare più credibilità e attenzione a
quest'ultima, la sua, prospettiva.
Inquadrato in tale contesto, lo
scambio di colpi tra Berlusconi e Fini rappresenta per
entrambi, in un classico esempio di comunicazione
politica, un ulteriore passo nella costruzione delle
rispettive identità. Non è escluso, a questo punto, che
il premier torni a ribadire l'attacco al Parlamento nel
discorso congressuale, per sottolineare la
caratterizzazione plebiscitaria, da "partito azienda",
che intende imporre al Pdl.
L'insofferenza per l'organo di
mediazione per eccellenza, il Parlamento, farà il paio
alla Fiera di Roma con quella per la forma partito
tradizionale. Berlusconi ha curato personalmento la
scenografia del congresso destrutturando, si sa già alla
vigilia, il concetto tradizionale di assemblea di
partito. Non ci sarà nessun rappresentante degli organi
dirigenti sul palco; le facce giovani saranno collocate
in prima linea, a partire dalla madrina dell'evento, la
26enne Annagrazia Calabria; chi vuole parlare dovrà
concordare la scaletta con il fido Denis Verdin;
soprattutto, un'orchestra diretta da Demo Morselli
(quello del "Maurizio Costanzo show") sottolineerà, con
un gingle, il passaggio da un discorso all'altro.
Questa, con buona pace di Fini, è Forza Italia.
Berlusconi combatte, con obiettivi
analoghi, su due fronti. Se su quello interno la
battaglia è a buon punto e il "partito del leader"
praticamente già fatto, sarà più difficile, per lui,
scardinare l'autorità del Parlamento. Gianclaudio Bressa,
vicecapogruppo Pd alla Camera, ipotizza che le
esternazioni berlusconiane "vogliono rappresentare il
grimaldello per scardinare i regolamenti parlamentari e
per cambiare, non attraverso una riforma costituzionale,
ma con i fatti il rapporto tra governo e Parlamento".
Berlusconi vuole il presidenzialismo e sa che è
difficile averlo subito per via costituzionale. Tempi
lunghi. Per questo, per ora, lavora con le procedure e
le dichiarazioni, si costruisce un terreno favorevole. A
volte "si limita" alle critiche per le lentezze
parlamentari o (sul Freccia Rossa) per i pochi poteri
del presidente del Consiglio, in altre occasioni arriva
allo scontro con il Quirinale, perché non vuole ostacoli
di nessun tipo sulla strada della decretazione
d'urgenza. Domani chissà. (aprileonline marzo 2009)
Brunetta,
il ministro più bravo di Tremonti
Brunetta, il ministro più bravo di Tremonti che non festeggia il 25
aprile - l'Unità.it PoliticaBrunetta, il ministro più bravo di Tremonti
che non festeggia il 25 aprile
di Roberto Rossi Rimane sempre la Lorella Cuccarini del governo, il più
amato dagli italiani, ma da oggi è anche "Mr. Brooklyn, gusto lungo".
Perché Renato Brunetta, ospite al forum de l'Unità, è "un riformista
determinato di lunga lena" che non molla. "Un vero socialista", "più
bravo di Tremonti", meno accomodante di Sacconi, "non porto a cena i
sindacalisti". Uno che "non festeggerà il 25 aprile", ricorrenza
"egemonizzata", con una grande idea in testa, "quella di vendere le
ex case Iacp" e creare altri "2 milioni di nuovi proprietari", e
un'ossessione "la lotta al comunismo" e di riflesso alla Cgil "il
sindacato che ormai è un partito".

Per questa ragione, per dare una risposta "all'architettura di stampo
comunista" che secondo Brunetta ha pervaso l'amministrazione e
l'urbanistica italiana nei decenni scorsi, il ministro ha difeso con
forza il decreto legge che il governo è pronto a varare. Nonostante il
"piano casa" violi intimamente la cultura delle regole e sia una sorta
di condono preventivo il ministro lo considera "una scommessa". "Io
parto da un dato di fatto: la cultura delle regole ha prodotto
l'abusivismo. Questo paese è un paese cattolico e ipocrita. Che si rifà
a vincoli e piani regolatori per poi disattenderli. Si chiama azzardo
morale. Si sottoscrivono patti sapendo di volerli rispettare". Meglio
allora il "fai da te".
Accanto a questo Brunetta ha anche un suo piano edilizio. Vendere le
case ex Iacp. Che sono un milione. Alle quali potrebbe aggiungersi un
altro milione di proprietà dei comuni. "Avremmo così 2 milioni di nuovi
piccoli proprietari". La vendita è a un prezzo capitalizzato
d'affitto. Circa 30mila euro, il calcolo è del Sole 24 Ore, ad alloggio.
Un affare. "Se la comprano subito tutti" ha detto il ministro, anche "i
fricchettoni" che "se la comprano e poi se la possono anche fumare". I
soldi esistono. E anche se la case sono per la maggior parte abitate da
anziani "questi hanno i figli". Lo stato incasserebbe 20 miliardi.
Questa è la scommessa di Brunetta. Ministro molto sicuro (ha già in
testa un'autobiografia). "Ho il 70-80% del consenso rispetto alle
cose che faccio". Come la riforma della pubblica amministrazione. "Per
strada mi fermano gli insegnanti e mi ringraziano". Non tutti però.
E quelli che lo criticano sono "insegnanti comunisti".
Chi non gli crede lo vedrà presto: l'11 maggio, nel Forum della pubblica
amministrazione, il ministro presenterà i suoi risultati. Forse avrà
anche la completa mappatura dei precari (circa 40mila, 10-12 mila dei
quali saranno assunti) nel pubblico impiego. Sul quale Brunetta annuncia
"sorprese" per il suo collega Raffaele Lombardo: "La metà dei precari
italiani è in Sicilia...".
E a proposito di scuola il ministro ha anche detto che non chiederà
scusa ai studenti dell'Onda: "Neanche morto". Nonostante da giovane
anche lui abbia manifestato, "ma solo contro i brigatisti". Nonostante
abbia fatto parte della Cgil, "mi ha iscritto una ragazza di Padova, una
terrorista, che non so che fine abbia fatto". "Da buon socialista sono
anti comunista e quindi anche contro la Cgil". Anche se l'attuale
segretario, Guglielmo Epifani, è socialista. "Era socialista. I veri
socialisti ora sono con Berlusconi".
Il premier? "Che piaccia o no è un vero leader". Uno che ha salvato
l'Italia "dalla gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto", che "ha
salvato la democrazia in Italia". "Un leader di rango" che non ha mai
detto di essere antifascista , "ma io lo sono", che non festeggia il 25
aprile. "E fa bene. E' un festa egemonizzata". Dai comunisti, si
intende.
(24 marzo 2009a.. © 2009 L'Unità.ita.. Nuova Iniziativa Editoriale S.p.A.)
Campagna
a favore degli anticoncezionali

Nota di redazione: Questo governo vuole morti i vivi e
vivi i morti
"Non
era sano": L'aborto di Veronica Berlusconi
e la difesa della vita a corrente alternata
categorie:
Il fatto della settimana
Colpo sotto la cintola, dite? Ehi ehi: non sono stato
io a parlare di costituzioni filosovietiche da
cambiare, o a giocare all’eversione sbattendomene di
un iter giudiziario pluridecennale, sputando in
faccia a un padre che sta da 17 anni a vegliare una
figlia,
Eluana Englaro, che non si sveglierà
mai più. Ma parliamo di quell’aborto “terapeutico”
di Veronica Lario in Berlusconi.
Nella blogosfera rimbalza in queste ore
un pezzo del 2005 di Maria Latella uscito sul
Corriere dei tempi, in epoca di referendum
condannati al fallimento da un popolo senza
speranze:
Negli anni Ottanta, prima che nascesse la
primogenita Barbara, Veronica si sottopose a un
aborto terapeutico rinunciando al figlio che lei
e Silvio Berlusconi avevano voluto. Decise di
non averlo perché quel bambino non sarebbe nato
sano
Ah, la difesa della vita! Nel
mentre, a Udine si parla di sequestrare
la stanza di una clinica (Italia, 2009? Macchè:
roba da Cile, 1973), e continua la riduzione
dell’alimentazione. Ridicole le divisioni del PD,
di cui si legge in questo pezzo del Corriere.
Un’opposizione tanto mesta, divisa, insicura su
quello che vorrebbe il Paese - e su come rilanciarlo
su temi che ci stanno facendo coprire di ridicolo
nel resto d’Europa - credo non sia mai esistita.
Volete leggere come vanno queste cose nel resto del
mondo? Dopo il salto -
e
su wikipedia - c’è tutto.

Maroni:
Per contrasto ai clandestini bisogna essere cattivi
Nota di Redazione: e per contrasto agli italiani che
danno fuoco ai migranti?
Avellino, 2 feb. - (Adnkronos/Ign) - "Voglio essere molto chiaro sul
tema dell'immigrazione clandestina. Il partito di cui faccio parte è
stato accusato di fare discorsi da osterie padane o cose del genere.
Queste accuse sono arrivate dai buonisti di turno". A sottolinearlo è
stato il ministro dell'Interno Roberto Maroni nel suo intervento a
'Governi incontra' in svolgimento ad Avellino. "Io penso - avverte il
responsabile del Viminale - che per contrastare l'immigrazione
clandestina e tutto il male che porta, non bisogna essere buonisti ma
cattivi, determinati ad affermare il rigore della legge".
Secondo Maroni "non esiste un'emergenza sicurezza. C'è solo un'emergenza
immigrazione clandestina" e spiega che per il governo la priorità è
proprio la sicurezza. "Non è vero che ci sono tagli di risorse. Abbiamo
messo più soldi a disposizione". Resta l'impegno in prima linea per
contrastare sia la piccola che la grande criminalità organizzata: "Non
bisogna dare tregua ai camorristi e ai mafiosi. La nostra polizia e
magistratura non ha eguali al mondo per capacità investigativa. Nel 2008
abbiamo arrestato 180 pericolosi latitanti".
Maroni insiste: "il governo è intervenuto subito, abbiamo preso le
misure immediate e continuiamo in questa direzione. I reati diminuiscono
e questa è la strada che noi vogliamo seguire senza tentennamenti e
timori. E' fondamentale per assicurare la sicurezza il controllo sul
territorio, attraverso azioni più efficaci anche dei sindaci".
Il ministro invita poi a mettere da parte le polemiche tra i poli: "Sul
tema della sicurezza ci vuole un cambio di atteggiamento. Bisogna
smetterla di contrapporci. E' interesse di tutti, destra e sinistra,
affrontare il tema della sicurezza come un obiettivo comune. Purtroppo,
sento ancora polemiche che non servono e portano allarmismo. Il governo
ha fatto molto e in poco tempo su questo fronte al di là delle polemiche
che mi entrano da un orecchio e mi escono dall'altro...
Berlusconi
e la Befana
di Pino De Luca
Alea iacta est. Si riparte con un nuovo registro
del Governo. Il Cavaliere Berlusconi, come era facilmente
immaginabile, prende a schiaffi tutti quelli che ci stufano le
ghiandole sessuali con i loro inviti al dialogo. Manda
tranquillamente a concimare le margherite nell'ordine: Napolitano,
Bagnasco, numerosi pezzi della Confindustria, i Sindacati all'asta e
tutta la pletora dei commentatori che invitano l'altra metà
dell'Italia, quella a cui il Clan del Berlusca sta
perpendicolarmente sul frenulo, a discutere e discutere mentre le
truppe occupano Sagunto e tutto il resto. Bravo Silvio, così si fa,
quando di fronte hai un avversario che tentenna massacralo senza
pietà. Se lui la ha avuta ha fatto male. Nel mondo dei bianchi e dei
neri non c'è dialogo, c'è scontro. Tu pensa, caro Cavaliere, che si
richiamano al rispetto delle Istituzioni, che pretendono che tu
abbia a cuore la Costituzione. Non si sono mai accorti che non
riesci nemmeno a festeggiare il 25 Aprile, che te ne strafotti della
Repubblica e delle regole, che fai strame del rispetto
dell'avversario, che la democrazia è valida solo se pertinente ai
tuoi interessi. Il resto sono stronzate. Faglielo capire anche a
Bossi. Senza di me non sei nessuno e se il federalismo mi serve lo
faccio altrimenti ti metti a cuccia pure tu.
I deputati e i senatori poi, pretendono anche di avere voce in
capitolo. Ma chi sono? Senza di te starebbero ancora a mestare per
tangentucole e a evitare i magistrati. Stiano zitti e votino la
fiducia. Se tu dici che la Befana-Gelmini deve ridisegnare
l'Università a uso e consumo degli amici e delle persone di fiducia,
così sia fatto. Le onde, in fondo, si infrangono sullo scoglio e poi
fanno risacca. Dove stanno infatti le piazze piene di bandiere
arcobaleno? Dove sono i No global? Dove si sono rifugiati quelli
dell'art. 18? E quelli delle primarie? Nascosti, ritirati pronti a
sbucare fuori nei tempi facili? Tu lo hai capito Silvio, e tempi
facili non ne lasci, continua così finché dura. Certo ti piace
vincere facile. Combattere con i pupazzi pieni di crusca da grandi
soddisfazioni. Ma sarei curioso di sapere una cosa, se mercoledi hai
fatto mettere la fiducia sul decreto Gelmini per mostrare i muscoli
al mondo o ai tuoi giannizeri. Capisci anche tu che tutti quelli che
hai comprato sono appunto acquisti, il prossimo mercante se li
riprende e contro il tempo non puoi farci nulla, non c'è lifting che
tenga. Ti auguro solo di avere il senso della misura, chi prima di
te ha strafatto, ha portato l'Italia alla rovina. Solo di questo
sarei dispiaciuto non del tuo epilogo. (6 gennaio 2009)
Silvio,
Gran Maestro
di Stefano Olivieri
Si sa, Berlusconi ha la memoria
variabile, secondo convenienza. Si ricorda dell'Europa
quando gli conviene, se ne scorda quando la UE boccia la
legge Gasparri determinando una ulteriore tassa su tutti
gli italiani. Spalmata su 60 milioni di residenti non è
granché, appena due euro a testa all'anno, ma messi
tutti insieme sono ben 350.000 euro al giorno che
paghiamo alla UE facendo una forzata colletta per quel
morto di fame del premier, primo azionista di Mediaset.
Dal primo gennaio 2006 infatti, con effetto retroattivo.
La Corte di Giustizia Europea ha condannato l'Italia a
una multa di circa 130 milioni di euro al l'anno
se Rete 4 non cederà a Europa 7 le frequenze che ha in
concessione dallo Stato. Per l'Europa l'assegnazione
delle frequenze in Italia non rispetta la libera
prestazione dei servizi e non ha criteri di selezione
obiettivi. La sentenza europea è la terza a favore di
Europa 7 dopo quelle della Corte Costituzionale e del
Consiglio di Stato.
Sarebbe troppo lungo l'elenco dei
favori di stato che il signor Berlusconi, indirettamente
( ai tempi di Craxi, legge Mammì) o direttamente è
riuscito ad avere per se e per le aziende di famiglia.
Oggi sbraita su Sky e dimentica, al solito, di dire che
Mediaset ha lanciato proprio a Sky ( e anche alla Rai in
teoria, se non fosse che è ormai addomesticata dal
premier, commissione di vigilanza compresa..) la sfida
del digitale terrestre contro quello satellitare. Una
sfida in cui il premier è sceso in campo subito a gamba
tesa, prima con gli aiuti di stato concessi per
l'acquisto del decoder fabbricato dal fratello Paolo, e
adesso con la improvvisa accelerazione del passaggio al
digitale terrestre della Rai ( se ne è occupato perfino
l'ex piddino Villari ormai spudoratamente passato
dall'altra parte, quando poche ore fa
ha raccomandato per lettera alla Rai di ricordare
alle famiglie italiane di attrezzarsi in tempo per il
passaggio al digitale terrestre, magari dotandosi degli
apparecchi di ricezione adatti ( come quello fabbricato
da Paolo Berlusconi, ndr). Fra l'altro, va sottolineato
che Berlusconi è concessionario di un bene pubblico,
l'etere, per una cifra del tutto irrisoria ( due milioni
l'anno) rispetto al ricavato che le sue tv, in posizione
dominante sul mercato della pubblicità per motivi più
che ovvi ( le industrie privilegiano sempre la tv
padronale), riescono a fare. L'affitto dell'etere
berlusconiano pare non risenta di inflazione, carovita,
nulla. Perché non ritoccarlo per bene se si è davvero in
vena di tassare i ricchi editori ?
Continuo ? Continuo sì, perché
l'altro ieri Bonaiuti - sempre nel merito della tassa su
Sky - ha detto che Berlusconi è tutt'altro che
interessato al suo portafoglio dal momento che, per
esempio, il decreto Gelmini lo ha danneggiato moltissimo
riguardo alle misure sul caro libri. E qui la toppa
rischia di essere peggiore del buco, perché in questo
caso oltre al conflitto di interessi ( che emerge come
al solito) c'è anche un altro aspetto, molto più
delicato e pericoloso per la democrazia, che riguarda
l'intenzione del piduista Berlusconi di riscrivere la
storia per i nostri ragazzi studenti. Vediamo perché :
Primo aspetto della questione : La
famiglia Berlusconi negli ultimi 15 anni ha acquisito
numerose case editrici scolastiche. La "Mondadori
education" detiene oggi il 50,5% del mercato dei testi
scolastici (Mondadori Scuola, Electa Scuola,
Signorelli Scuola, Juvenilia Scuola, Le Monnier Scuola,
Minerva Scuola, Mursia Scuola, Piemme Scuola, Poseidonia
Scuola, Salani Narrativa, Scuola & Azienda, Burlington
Books, Hueber, MacMillan) insieme ad altri tre
colossi editoriali "misti" (Pearson, Rizzoli Corriere
della Sera, De gostini), a fronte del 49,5% degli
editori scolastici "puri", che producono esclusivamente
libri scolastici.
Il mercato è attualmente di 31.000
titoli (prezzo medio 15 euro), con un fatturato annuo di
650 milioni di euro. Gli articoli 5 e 15 della legge
Gelmini prevedono, rispettivamente, il blocco delle
adozioni dei libri di testo per 6 anni, e che i docenti
possano adottare soltanto libri "utilizzabili nelle
versioni on line scaricabili da internet o mista".
Questo significa che gli editori che non
hanno una parallela produzione commerciale di altro tipo
(quelli "puri") rischiano la chiusura o l'assorbimento
da parte dell'"education" dominante. Quindi
: ancora conflitto di interessi, e anche bello pesante
stavolta.
Secondo aspetto: Berlusconi si
interessa alla rete internet, e questa è una notizia
freschissima. E sulla rete vuole lanciare il nuovo
business di
OVOPEDIA. Se andate sul link scoprite tutto, ma per
i pigri basti sapere che Berlusconi con la sua corazzata
Mondadori ( per sapere come si è impadronito di
Mondadori
andate qui ) è già pronto a spalmare le menti dei
giovani studenti italiani con milioni di clip video
dell'enciclopedia Ovopedia, organizzata non da un team
di docenti universitari bensì dall'ex vj Andrea Pezzi in
collaborazione con Antonio Meneghetti, un ex frate
francescano dal burrascoso passato giudiziario che negli
anni ‘70 ha fondato l'ontopsicologia, una disciplina che
ha come scopo la "formazione del leader, inteso come
intuizione attiva di soluzioni per il collettivo". Un
assaggio ? Secondo Meneghetti bisogna "relativizzare
l'olocausto ebraico", perché "bisogna ricordare che gli
ebrei non sono l'unico popolo che ha sofferto e pagato".
Oppure "Se avessimo potuto indagare l'obiettiva
motivazione interna di un leader", dice Meneghetti, "con
sorpresa di molti si sarebbe notato che le fonti
culturali di un Hitler sono nella dottrina dei Dalai
Lama del Tibet. Lì sono i fondamenti ispirativi che
giustificano il suo modo di fare, che sostanzialmente
non era un voler occupare gli altri, ma voler purificare
e salvare il mondo".
Queste sono soltanto alcune delle
perle di saggezza che Ovopedia spalmerà sulle menti dei
nostri figli non appena la nuova metodica prevista dalla
Gelmini contro il rincaro libri entrerà in vigore.
Berlusconi guarda avanti, ben oltre la fine di questa
legislatura. Dopo averlo fermato, se mai ci riusciremo,
dovremo bonificare il paese dalle sue mine a tempo.(AprileOnline
5 dicembre 2008)
Berlusconi
"Regole per il web"
di Monica Maro
" Regolamentare
internet". Silvio Berlusconi, ispirato dalla visita al
Polo tecnologico di Poste italiane all'Eur di Roma,
parla di un sistema per dare delle regole al web. E di
una proposta che il governo s'impegna a portare sul
tavolo del prossimo G8, presieduto proprio dall'Italia.
"Porteremo sul tavolo una proposta di regolamentazione
di internet in tutto il mondo, essendo internet un forum
aperto a tutto il mondo", ha annunciato.
Il G8 sede ideale.
"A gennaio sarò per la terza volta presidente del G8,
che sarà un G20", ha detto. Secondo il premier, per
trattare l'argomento world wide web sarà proprio quello
il luogo ideale perché "rappresenterà l'80%
dell'economia mondiale e il 72% della popolazione
mondiale". Al problema, ha specificato Berlusconi, non
possono porre soluzione le Nazioni Unite, che sono
"pletoriche".
Regole per la rete.
L'iniziativa del premier parte dall'osservazione che
"per quanto riguarda internet manca una regolamentazione
comune". Nessun altro dettaglio, ma Berlusconi ha
spiegato che si tratterà di una proposta fatta con una
"prospettiva internazionale, in cui l'Italia possa
essere avanguardia". Detta così, in effetti non dice
molto. È una delle tante affermazioni che potrebbero
essere smentite dallo stesso premier già domani. Ma
proprio in queste ore è in corso a Hyerabad, in India,
l'IGF-Internet Governance Forum dell'ONU 2008, dove
diversi workshop trattano la questione dei diritti umani
in Rete e dell'Internet Bill of Rights (la carta dei
diritti Internet) come piattaforma di raccordo.
I diritti nell'era digitale.
La questione dei diritti nell'era digitale e di una
Carta dei Diritti e dei Doveri per Internet, posta per
la prima volta al WSIS-ONU (Summit della Società
dell'Informazione) a Tunisi, ha conosciuto un rapido
sviluppo nei successivi Internet Governance Forum ONU
che annualmente, con i contributo di ONG, imprese,
Governi e associazioni, si confrontano intorno alla
governance di una realtà interattiva, orizzontale, che
non conosce confini e scarsità. Dopo Atene, 2006, a Rio,
2007, l'Italia firmò con il Governo Brasiliano una
Dichiarazione per un processo aperto, capace di
comprendere i diversi livelli istituzionali e le reti
della sussidiarietà sociale e imprenditoriale. Il
Parlamento Europeo, lo scorso Gennaio, ha sollecitato
tutti i propri stati membri a promuovere IGF locali per
sviluppare i temi dell'accesso, della sicurezza, della
condivisione, della multiculturalità e dei diritti della
Rete.
Il fatto però che Berlusconi
inserisca la questione nel tavolo G8, allargato a G20,
perché "rappresenterà l'80% dell'economia mondiale e il
72% della popolazione mondiale", mentre le Nazioni Unite
sono "pletoriche", rischia di sollevare equivoci che
possono compromettere il ruolo dell'Italia nel processo
avviato. Allo stesso modo, se associamo alle
dichiarazioni del premier il dato Eurostat reso pubblico
ieri che vede l'Italia l'unico paese in Europa in cui la
diffusione di internet indietreggia invece che avanzare,
il quadro diventa ancora più preoccupante.
Le forme di controllo già
esistenti. A livello internazionale le polizie
e le agenzie di sicurezza si coordinano da anni su
questioni relative al terrorismo ed altri reati
gravissimi, come il commercio di esseri umani in ogni
forma. Punti sacrosanti, sui quali nessuno obietta. Ma i
controlli, spesso, non si limitano a questo: dopo l'11
settembre 2001, con il varo del patriot Act,
l'amministrazione Bush venne chiamata in causa per le
intercettazioni di massa poste in essere con la
copertura dei controlli antiterrorismo. Più
recentemente, il blocco dei siti e il controllo su
Internet è stato uno dei cavalli di battaglia del
governo birmano per impedire la divulgazione di notizie
durante la rivolta dei bonzi. Quella della censura
attiva è una pratica perfezionata in paesi come la Cina,
che però non è l'unico paese a farne uso. In passato
l'attuale ministro Frattini, quando era commissario
europeo, ha fatto dichiarazioni temibili nelle quali si
augurava regole e controlli che era difficile
differenziare dalla prassi cinese e anche nel nostro
paese esiste una attività di blocco di siti
"all'ingresso" sulla rete italiana. Di quell'elenco poco
si sa e soprattutto niente si dice da parte di coloro
che lo gestiscono sui criteri con i quali vengono scelti
i siti da bloccare.
Promessa o minaccia?
Il dubbio sorge spontaneo. Che l'esternazione di
Berlusconi fosse dettata dal suo portafoglio piuttosto
che dalla necessità di condividere nuove regole per
questa realtà interattiva? Di recente Mediaset ha
annunciato una sua analisi (con successiva minacciata
vertenza in sede legale) dei contenuti di YouTube.
Avevano quantificato in milioni di euro, molti milioni,
il danno ricevuto dal fatto che la gente prende piccoli
pezzi di programmi tv e li rilancia sulle piattaforme di
social networking (come YouTube o Facebook o MySpace),
per gli scopi più diversi: per denunciare una posizione
politica o per affermarne un'altra, per condividere un
gol o contestarlo, per ridere di un'imitazione o per
divulgare una notizia oscurata dai media "ufficiali". Si
tratta di secondi di tv, a volte minuti, mai ore. Ma
secondo le aziende del settore, non solo per Mediaset,
in quell'attività c'è una violazione del diritto
d'autore e un danno d'impresa, perché chi ha prodotto
e/o acquistato quelle immagini ha speso dei soldi che
non vengono retribuiti dalla diffusione su internet.
Web, bene comune. Si
potrebbe rispondere che la Rete è il deposito del sapere
sociale, unico spazio ancora libero e relativamente
accessibile a tutti e che una volta pubblicato un
articolo di giornale, scritto un libro e trasmesso un
programma tv, quelle parole e quelle immagini fanno
parte di un sapere sociale dal quale è legittimo e
sacrosanto attingere.
Su Internet, dovunque si mettano le mani si maneggiano o
i diritti della persona o il farsi del nostro futuro, la
qualità della cultura di oggi e domani. In gioco non c'è
solo il diritto alla privacy ma la libertà d'espressione
e conoscenza. Internet è lo "spazio pubblico" più grande
che l'umanità abbia fino ad ora conosciuto, ed è quindi
da considerare un "bene comune", come l'acqua, l'aria,
il clima e i diritti universali.
Sarebbe un bene che il Parlamento si confrontasse sulla
questione e sulle proposte che il governo intende
mettere in campo, sarebbe forse necessario che i garanti
della privacy e delle comunicazioni rivolgessero, in
merito, delle domande al premier. E questo prima della
riunione del G8 di gennaio.(AprileOnline 4 dicembre
2008)
Babbo
Natale Brunetta
di Pier Paolo Coluccia,
C'è gente che ci scrive: Il ministro della Funzione pubblica per il
rinnovo del contratto 2008-2009 relativo ai dipendenti del suo dicastero
e di quelli della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha elargito un
cospicuo premio monetario, che contrasta con lo spirito da crociato
messo in atto solo verso una categoria di lavoratori.
Brunetta: ovvero un piccolo ministro dalle grandi bufale.
Il nostro Brunetta sta superando se stesso quanto a disonestà politica
ed intellettuale. Nei mesi trascorsi ha invaso i mezzi di comunicazione
con le sue crociate contro i fannulloni, i finti malati, i dipendenti
pubblici disonesti e chi più ne ha più ne metta.
Ha partorito norme ai limiti della costituzionalità come quella che
punisce chi si ammala con tagli allo stipendio, ha ridotto i fondi per
il salario di produttività di tutte le strutture pubbliche, ha privato
del diritto alla stabilizzazione del posto di lavoro migliaia di
lavoratori con contratti a termine, si è presentato al tavolo della
trattativa per il rinnovo del biennio contrattuale 2008-2009 dei
dipendenti pubblici con proposte di aumento lordo medio pari a meno
della metà dell'inflazione reale (70 euro lordi).
Eppure non sempre il nostro piccolo (nel senso politico, ovviamente)
ministro è un cerbero dal cuore di pietra.
Quale ministro della Funzione Pubblica, infatti, ha dovuto indicare all'ARAN
(l'agenzia governativa che conduce le trattative per i rinnovi
contrattuali di tutto il comparto pubblico) le linee guida per il
rinnovo del contratto 2008-2009 relativo ai dipendenti del suo Ministero
e di quelli della Presidenza del Consiglio dei Ministri che pure da lui
dipendono.
Ebbene il nostro ha assunto le fattezze di un vero e proprio Babbo
Natale! Ha dato indicazione, infatti, di prevedere nel nuovo contratto
di queste strutture che tutte le somme percepite sotto la forma di
salario accessorio legato alla produttività (dai 350 ai 900 euro lordi
mensili) siano inglobate dallo stipendio e siano corrisposte, quindi,
per il resto della vita lavorativa di quei dipendenti ed in maniera del
tutto indipendente dalla produttività di ciascuno.
Ovvero ci sono lavoratori negli ospedali, nei ministeri, nelle scuole,
nelle università, nelle forze dell'ordine, che per le stesse somme, o
anche meno, devono dimostrare di avere raggiunto obbiettivi fissati dai
loro dirigenti, devono ridurre al minimo le assenze per malattia, devono
avere incarichi che comportino l'assunzione di responsabilità di
gestione.
E ci sono altri dipendenti che, per avere la "fortuna" di lavorare alle
dirette dipendenze del nostro Brunetta, avranno una retribuzione
incrementata indipendentemente da tutto ciò e, inoltre, tali somme
saranno calcolate per intero anche nel trattamento di fine rapporto e
nella pensione, cosa che non avviene per tutti gli altri.
Auguri ai dipendenti di questi settori, per carità. Ma allora Signor
Ministro le sue crociate valgono solo per chi non lavora alle sue
dipendenze? Oppure sa con certezza che tra i suoi dipendenti non si
annidano fannulloni, magari anche di sinistra?(AprileOnline 2 dicembre
2008)
Che
furbetto quel Brunetta
di
Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo
hanno collaborato Michele Cinque e Alberto Vitucci
La
trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto
dall'ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al
Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni.
La
prima immagine di Renato Brunetta impressa nella memoria di un suo
collega è quella di un giovane docente inginocchiato tra i cespugli del
giardino dell'università a fare razzia di lumache. Lì per lì i
professori non ci fecero caso, ma quella sera, invitati a cena a casa
sua, quando Brunetta servì la zuppa, saltarono sulla sedia riconoscendo
i molluschi a bagnomaria. Che serata. La vera sorpresa doveva ancora
arrivare. Sul più bello lo chef si alzò in piedi e, senza un minimo di
ironia, annunciò solennemente: "Entro dieci anni vinco il Nobel. Male
che vada, sarò ministro". Eravamo a metà dei ruggenti anni '80, Brunetta
era solo un professore associato e un consulente del ministro Gianni De
Michelis.
Ci ha messo 13 anni in più, ma alla fine l'ex venditore ambulante di
gondolette di plastica è stato di parola. In soli sette mesi di governo
è diventato la star più splendente dell'esecutivo Berlusconi. La guerra
ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo
incoronano - parole sue - 'Lorella Cuccarini' del governo, il più amato
dagli italiani. Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti
pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i
parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati
nullafacenti e ha falciato i contratti a termine. Dagli altri pretende
rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di
denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza. A
'L'espresso' risulta che i dati sulle presenze e le sue attività al
Parlamento europeo non ne fanno un deputato modello. Anche la carriera
accademica non è certo all'altezza di un Nobel. Ma c'è un settore nel
quale l'ex consigliere di Bettino Craxi e Giuliano Amato ha dimostrato
di essere davvero un guru dell'economia: la ricerca di immobili a basso
costo, dove ha messo a segno affari impossibili per i comuni mortali.
Chi l'ha visto
Appena venticinquenne, Brunetta entra nel dorato mondo dei
consulenti (di cui oggi critica l'abuso). Viene nominato dall'allora
ministro Gianni De Michelis coordinatore della commissione sul lavoro e
stende un piano di riforma basato sulla flessibilità che gli costa
l'odio delle Brigate rosse e lo costringe a una vita sotto scorta. Poi
diventa consigliere del Cnel, in area socialista. Nel 1993, durante Mani
Pulite firma la proposta di rinnovamento del Psi di Gino Giugni. Nel
1995 entra nella squadra che scrive il programma di Forza Italia e nel
1999 entra nel Parlamento europeo.
Proprio a Strasburgo, se avessero applicato la 'legge dei tornelli'
invocata dal ministro, il professore non avrebbe fatto certo una bella
figura. Secondo i calcoli fatti da 'L'espresso', in dieci anni è andato
in seduta plenaria poco più di una volta su due. Per la precisione la
frequenza tocca il 57,9 per cento. Con questi standard un impiegato (che
non guadagna 12 mila euro al mese) potrebbe restare a casa 150 giorni
l'anno. Ferie escluse. Lo stesso ministro ha ammesso in due lettere le
sue performance: nella legislatura 1999-2004 ha varcato i cancelli solo
166 volte, pari al 53,7 per cento delle sedute totali. "Quasi nessun
parlamentare va sotto il 50, perché in tal caso l'indennità per le spese
generali viene dimezzata", spiegano i funzionari di Strasburgo. Nello
stesso periodo il collega Giacomo Santini, Pdl, sfiorava il 98 per cento
delle presenze, il leghista Mario Borghezio viaggiava sopra l'80 per
cento. Il trend di Brunetta migliora nella seconda legislatura, quando
prima di lasciare l'incarico per fare il ministro firma l'elenco (parole
sue) 148 volte su 221. Molto meno comunque di altri colleghi di Forza
Italia: nello stesso periodo Gabriele Albertini è presente 171 volte,
Alfredo Antoniozzi e Francesco Musotto 164, Tajani, in veste di
capogruppo, 203.
La produttività degli europarlamentari si misura dalle attività. In aula
e in commissione. Anche in questo caso Brunetta non sembra primeggiare:
in dieci anni ha compilato solo due relazioni, i cosiddetti rapporti di
indirizzo, uno dei termometri principali per valutare l'efficienza degli
eletti a Strasburgo. L'ultima è del 2000: nei successivi otto anni il
carnet del ministro è desolatamente vuoto, fatta eccezione per le
interrogazioni scritte, che sono - a detta di tutti - prassi assai poco
impegnativa. Lui ne ha fatte 78. Un confronto? Il deputato Gianni
Pittella, Pd, ne ha presentate 126. Non solo. Su 530 sedute totali,
Brunetta si è alzato dalla sedia per illustrare interrogazioni orali
solo 12 volte, mentre gli interventi in plenaria (dal 2004 al 2008) si
contano su due mani. L'ultimo è del dicembre 2006, in cui prende la
parola per "denunciare l'atteggiamento scortese e francamente anche
violento" degli agenti di sicurezza: pare non lo volessero far entrare.
Persino gli odiati politici comunisti, che secondo Brunetta "non hanno
mai lavorato in vita loro", a Bruxelles faticano molto più di lui:
nell'ultima legislatura il no global Vittorio Agnoletto e il rifondarolo
Francesco Musacchio hanno percentuali di presenza record, tra il 90 e il
100 per cento.
Se la partecipazione ai lavori d'aula non è da seguace di Stakanov,
neanche in commissione Brunetta appare troppo indaffarato. L'economista
sul suo sito personale ci fa sapere che, da vicepresidente della
commissione Industria, tra il 1999 e il 2001 ha partecipato alle
riunioni solo la metà delle volte, mentre nel biennio 2002-2003, da
membro titolare della delicata commissione per i Problemi economici e
monetari, si è fatto vedere una volta su tre. Strasburgo è lontana
dall'amata Venezia, ma non si tratta di un problema di distanza. A Ca'
Loredan, nel municipio dove è stato consigliere comunale e capo
dell'opposizione dal 2000 al 2005, il nemico dei fannulloni detiene il
record. Su 208 sedute si è fatto vedere solo in 87 occasioni: quattro
presenze su dieci, il peggiore fra tutti i 47 consiglieri veneziani.
Il bello del mattone
Brunetta spendeva invece molto tempo libero per mettere a segno gli
affari immobiliari della sua vita. Oggi il ministro possiede un
patrimonio composto da sei immobili (due ereditati a metà con il
fratello) sparsi tra Venezia, Roma, Ravello e l'Umbria, per un valore di
svariati milioni di euro. "Mi piacciono le case e le ho pagate con i
mutui", ha sempre detto. Effettivamente per comprare e ristrutturare la
magione di 420 metri quadrati con terreno e piscina in Umbria, a Monte
Castello di Vibio, vicino a Todi, Brunetta ha contratto un mutuo di 600
milioni di vecchie lire del 1993. Ma per acquistare la casa di Roma e
quella di Ravello, visti i prezzi ribassati, non ne ha avuto bisogno.
Cominciamo da quella di Roma. Alla fine degli anni Ottanta il rampante
professore aveva bisogno di un alloggio nella capitale, dove soggiornava
sempre più spesso per la sua attività politica. Un comune mortale
sarebbe stato costretto a rivolgersi a un'agenzia immobiliare pagando le
stratosferiche pigioni di mercato. Brunetta no.
Come tanti privilegiati, riesce a ottenere un appartamento dall'Inpdai,
l'ente pubblico che dovrebbe sfruttare al meglio il suo patrimonio
immobiliare per garantire le pensioni ai dirigenti delle aziende.
Invece, in quel tempo, come 'L'espresso' ha raccontato nell'inchiesta
'Casa nostra' del 2007, gli appartamenti più belli finivano ai soliti
noti. Brunetta incluso. Un affitto che in quegli anni era un sogno per
tutti i romani, persino per i dirigenti iscritti all'Inpdai ai quali
sarebbe spettato. Lo racconta Tommaso Pomponi, un ex dirigente della Rai
ora in pensione, che ha presentato domanda alla fine degli anni Ottanta:
"Nonostante fossi stato sfrattato, non ottenni nessuna risposta.
Contattai presidente e direttore generale, scrissi lettere di protesta,
inutilmente". Pomponi ha pagato per anni due milioni di lire di affitto
e poi ha comprato a prezzi di mercato, come tutti. Il ministro, invece,
dopo essere stato inquilino per più di 15 anni con canone che non ha mai
superato i 350 euro al mese, ha consolidato il suo privilegio rendendolo
perpetuo: nel novembre 2005 il patrimonio degli enti infatti è stato
ceduto. Brunetta compra insieme agli altri inquilini ottenendo uno
sconto superiore al 40 per cento sul valore di stima. Alla fine il
prezzo spuntato dal grande moralizzatore del pubblico impiego è di 113
mila euro, per una casa di 4 vani catastali, situata in uno dei punti
più belli di Roma. Si tratta di un quarto piano con due graziosi
balconcini e una veranda in legno. Brunetta vede le rovine di Roma e il
parco dell'Appia antica. Un appartamento simile a quello del ministro
vale circa mezzo milione di euro: con i suoi 113 mila euro l'economista
avrebbe potuto acquistare un box.
Un tuffo in Costiera
Anche il buen retiro di Ravello è stato un affare immobiliare da
Guinness. Brunetta, che si autodefinisce "un genio", diventa
improvvisamente modesto quando passa in rassegna i suoi possedimenti
campani. "Una proprietà scoscesa", ha definito questa splendida villa di
210 metri quadrati catastali immersa in 600 metri di giardino e
frutteto. Seduto nel suo patio il ministro abbraccia con lo sguardo il
blu e il verde, Ravello e Minori.
Per comprare i ruderi che ha poi ristrutturato ha speso 65 mila euro tra
il 2003 e il 2005. "Quanto?", dice incredula Erminia Sammarco, titolare
dell'agenzia immobiliare Tecnocasa di Amalfi: "Mi sembra impossibile: a
quel prezzo un mio cliente ha venduto una stalla con un porcile". Oggi
un rudere di 50 metri quadri costa circa 350 mila euro, e una villa
simile a quella dell'economista supera di gran lunga il milione di euro.
Il ministro ha certamente speso molto per la pregevole ristrutturazione,
tanto che ha preso un mutuo da 300 mila euro poco dopo l'acquisto del
2003 che finirà di pagare nel 2018, ma ha indubbiamente moltiplicato
l'investimento iniziale.
Ma come si fa a trasformare una catapecchia senza valore in una villa di
pregio? 'L'espresso' ha consultato il catasto e gli atti pubblici
scoprendo così che Brunetta ha comprato due proprietà distinte per
complessivi sette vani catastali, affidando i lavori di restauro alla
migliore ditta del luogo. Dopo la cura Brunetta, al posto dei ruderi si
materializza una villetta su tre livelli su 172 metri quadrati più
dépendance, rifiniture in pietra e sauna in costruzione. Per il catasto,
invece, l'alloggio passa da civile a popolare. In compenso, i sette vani
sono diventati 12 e mezzo. Come è stata possibile questa lievitazione?
"Diversa distribuzione degli spazi interni", dicono le carte. La signora
Lidia Carotenuto, che fino al 2002 era proprietaria del piano inferiore,
ricorda con un po' di malinconia: "La mia casa era composta di due
stanzette, al massimo saranno stati 40 metri quadrati e sopra c'era un
altro appartamento (che misurava 80 metri catastali, ndr) in rovina. So
che ora il Comune di Ravello sta costruendo una strada che passerà
vicino all'abitazione del ministro. Io non avrei venduto nulla se
l'avessero fatta prima...". A rappresentare Brunetta nell'atto di
acquisto della dépendance nel 2005 è stato il geometra Nicola Fiore, che
aveva seguito in precedenza anche le pratiche urbanistiche. Fiore era
all'epoca assessore al Bilancio del comune, guidato dal sindaco Secondo
Amalfitano, del Partito democratico. I rapporti con il primo cittadino è
ottimo: Brunetta entra nella Fondazione Ravello. E quest'anno, dopo le
elezioni, Amalfitano fa il salto della barricata, entra nel Pdl e lascia
la Costiera per Roma dove viene nominato suo consigliere ministeriale.
Il Nobel mancato "Io sono un professore di economia del lavoro, l'ho
guadagnato con le unghie e con i denti. Sono uno dei più bravi d'Italia,
forse d'Europa", ha spiegato Brunetta ad Alain Elkann, che di rimbalzo
lo ha definito "un maestro della pasta e fagioli" prima di chiedergli la
ricetta del piatto. L'economista Ada Becchi Collidà, che ha lavorato
nello stesso dipartimento per otto anni, dice senza giri di parole che
"Renato non è uno studioso. È prevalentemente un organizzatore, che sa
dare il meglio di sé quando deve mettere insieme risorse". Alla facoltà
di Architettura di Venezia entra nel 1982, dopo aver guadagnato
l'idoneità a professore associato in economia l'anno precedente. Come ha
ricordato in Parlamento il deputato democratico Giovanni Bachelet,
Brunetta non diventa professore con un vero concorso, ma approfitta di
una "grande sanatoria" per i precari che gravitavano nell'università.
Una definizione contestata dal ministro, che replica: avevo già tutti i
titoli.
In cattedra
Secondo il curriculum pubblicato sul sito dell'ateneo di Tor Vergata
(dove insegna dal 1991), al tempo il giovane Brunetta poteva vantare
poche pubblicazioni: una monografia di 500 pagine e due saggi. Il primo
era composto di dieci pagine ed era scritto a sei mani, il secondo era
un pezzo sulla riduzione dell'orario edito da 'Economia&Lavoro', la
rivista della Fondazione Brodolini, di area socialista, che Brunetta
stesso andrà a dirigere nel 1980. Tutto qui? Nel mondo della ricerca
esistono diverse banche dati per valutare il lavoro di uno studioso.
Oggi Brunetta si trova in buona posizione su quella Econlit, che misura
il numero delle pubblicazioni rilevanti: 30, più della media dei suoi
colleghi. La musica cambia se si guarda l'indice Isi-Thompson, quello
che calcola le citazioni che un autore ha ottenuto in lavori successivi:
una misura indiretta e certo non infallibile della qualità di una
pubblicazione, ma che permette di farsi un'idea sull'importanza di un
docente. L'indice di citazioni di Brunetta è fermo sullo zero.
Le valutazioni degli indicatori sono discutibili, ma di sicuro il mondo
accademico non lo ha mai amato: "L'università ha sempre visto in lui il
politico, non lo scienziato", ricorda l'ex rettore dello Iuav di
Venezia, Marino Folin. Nel 1991, da professore associato, riesce a
trasferirsi all'Università di Tor Vergata. In attesa del Nobel, tenta
almeno di diventare professore ordinario partecipando al concorso
nazionale del 1992. In un primo momento viene inserito tra i 17
vincitori. Ma un commissario, Bruno Sitzia, rimette tutto in
discussione. Scrive una lettera e, senza riferirsi a Brunetta, denuncia
la lottizzazione e la poca trasparenza dei criteri di selezione. "Si
discusse anche di Brunetta, e ci furono delle obiezioni", ricorda un
commissario che chiede l'anonimato: "La situazione era curiosa: la
maggioranza del collegio era favorevole a includere l'attuale ministro,
ma non per i suoi meriti, bensì perché era stato trovato l'accordo che
faceva contenti tutti. Comunque c'erano candidati peggiori di lui". Il
braccio di ferro durò mesi, poi il presidente si dimise. E la nuova
commissione escluse Brunetta. Il professore 'migliore d'Europa' viene
bocciato. Un'umiliazione insopportabile. Così fa ricorso al Tar, che gli
dà torto. Poi si appella al Consiglio di Stato, ma poco prima della
decisione si ritira in buon ordine. Nel 1999 era riuscito infatti a
trovare una strada per salire sulla cattedra. Un lungo giro che valica
l'Appennino e si arrampica alle pendici del Gran Sasso, ma che si rivela
proficuo. È a Teramo che ottiene infine il riconoscimento: l'alfiere
della meritocrazia, bocciato al concorso nazionale, riesce a conquistare
il titolo di ordinario grazie all'introduzione dei più facili concorsi
locali. Nel 1999 partecipa al bando di Teramo, la terza università
d'Abruzzo. Il posto è uno solo ma vengono designati tre vincitori. La
cattedra va al candidato del luogo ma anche gli altri due ottengono 'l'idoneità'.
Brunetta è uno dei due e torna a Tor Vergata con la promozione.
Un'ultima nota. A leggere le carte del concorso, fino al 2000 Brunetta
"è professore associato a Tor Vergata". La stranezza è che il curriculum
ufficiale - pubblicato sul sito della facoltà del ministro - lo
definisce "professore ordinario dal 1996". Quattro anni prima: errore
materiale o un nuovo eccesso di ego del Nobel mancato?(la Repubblica 20
novembre 2008)
Berlusconi
"Imbecilli" Pd "Inaccettabile"
di Carla Ronga
Chi
l'ha detto che la notte porta consiglio? Quella
maggioranza di italiani che lo scorso 14 aprile ha
votato per il centrodestra è ancora certa di meritarsi
questo premier, campione mondiale di figuracce? Ed è mai
possibile che con il po po' di crisi che dobbiamo
affrontare giornalmente, la maggioranza di governo non
abbia altro a cui pensare che quello di porre rimedio
all'irrimediabile ignoranza della sua leadership? Lui,
il Cavaliere, è convinto di essere spiritoso e non
compreso da una opposizione "imbecille". È convinto che
dare ad un nero "dell'abbronzato" sia una battuta
spiritosa o addirittura un complimento e, in fondo, noi
sappiamo il perché: chi meglio di Berlusconi può
conoscere gli effetti benefici dell'abbronzatura, arte a
cui il premier dedica molto del suo tempo anche se
questo avviene a discapito del paese che dovrebbe
governare?
In partenza da Mosca per
Bruxelles dove si svolge il Consiglio europeo il
presidente del Consiglio, che ieri aveva messo in palio
una "laurea del coglione" per i propri detrattori (deve
trattarsi di un corso di studi che conosce bene), torna
oggi sulle polemiche e rilancia: "Pensavamo che ci
fossero tanti imbecilli in circolazione, quello che non
immaginavamo è che fossero così imbecilli da
autodichiararsi, autocertificarsi pubblicamente. Lo
hanno fatto. Li conoscevamo già, ma non li pensavo così
tanto imbecilli".
Poi, atterrato a Bruxelles abbandona la conferenza
stampa, gremita di giornalisti convocati per seguire il
lavoro del Consiglio europeo, indispettito da un
reporter americano (anch'egli coglione?) che gli
domandava un commento sulle reazioni internazionali
suscitate dalle affermazioni sul presidente Obama.
Così, mentre i "coglioni abbronzati"
fanno l'appello su facebook e manifestano contro il
governo a Roma a piazza Argentina, le parole del
premier - ma attenzione perché domani potrebbero essere
giustificate come "battute spiritose" - non possono non
scatenare una durissima reazione del Pd. Il compito di
rispondere è affidato a Franceschini, numero due del
partito: "Chiediamo ai presidenti delle Camere, ai
ministri e agli esponenti del governo di dire parole di
dissociazione. Facciano sentire la loro voce per dire
che sono sbagliati questi toni, gli insulti e il
turpiloquio. Pensiamo alla campagna elettorale del '48:
fu uno scontro molto duro m a
non credo proprio che Togliatti abbia mai pensato di
dire imbecille o coglione a De Gasperi".
"Gli insulti - scandisce Franceschini - sono
inaccettabili e bisogna dirlo per evitare che scivolino
via nella velocità dell'informazione. C'è il rischio
dell'assuefazione. Ma ve lo immaginate Sarkozy che da'
del coglione a Segolene Royale? O Gordon Brown a David
Cameron?. Non è normale", è l'accusa del vicesegretario
Pd che chiede una svolta all'opinione pubblica:
"Chiediamo ai mezzi di comunicazione, agli
intellettuali, agli opinion leader di questo Paese di
indignarsi. Bisogna reagire e riportare il confronto e
la dialettica politica nei canali della normalità. Il
che non vuole dire che non ci sarà lo scontro politico
ma che non si deve ricorrere all'offesa e all'insulto".
Altra benzina sul fuoco arriva dalla
polemica sui manifesti che il Pd ha dedicato alla frase
di Maurizio Gasparri sulla "contentezza" di Al Qaeda
dopo l'elezione di Obama alla Casa Bianca. Fabrizio
Cicchitto parla di "autentica barbarie", Italo Bocchino
di "aggressione politica" mentre il reggente di AN,
Ignazio La Russa, ricorda che "siamo tutti abituati ad
un confronto a volte aspro ma questa volta si è passato
il segno, quasi come una forma di istigazione alla
violenza additando Gasparri come un nemico da colpire".
E Gasparri arriva ad accusare il Pd di "uno stile più da
Brigate rosse che da partito democratico" e si dichiara
"più stupito che preoccupato da questi allievi di
Goebbels e Stalin".
La sensazione netta è però che il
polverone scatenano dal Pdl sul manifesto del partito
Democratico sia un malriuscito tentativo di far
dimenticare l'ennesimo incidente diplomatico provocato
dal presidente del Consiglio. (AprileOnline 8 novembre
2008)
Berlusconi
smentisce Berlusconi
di Frida Roy,
Il
presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ha detto né ha mai
pensato di inviare la polizia contro gli occupanti di scuole e
università. No, non è uno scherzo. E l'ennesima presa in giro a cui ci
sottopone il presidente del Consiglio in perenne crisi d'identità.
Stavolta, non pago della gravità delle dichiarazioni rilasciata appena
ieri, il cavaliere ha deciso di compiere la solita inversione di marcia
addirittura da Pechino, in una conferenza stampa trasmessa da Skay.
"Io -ha affermato- non ho mai detto né pensato che la polizia debba
entrare nelle scuole. Ho detto invece -ha aggiunto- che chi vuole è
liberissimo di manifestare e protestare, ma non può imporre a chi non é
della sua stessa idea di rinunciare al suo diritto essenziale".(nella
foto Fra Inteso)
E poi la rivelazione: "Accade di frequente, anzi molto spesso - ha detto
ancora Berlusconi - che io non riesca a riconoscermi nelle situazioni
che ho vissuto da protagonista. Posso perciò parlare di un divorzio tra
la realtà di quanto da me vissuto e la realtà che raccontano i
giornali".(1)
A "divorziare dalla realtà" deve essere stato anche
Palazzo Chigi che nella informazione sulla conferenza stampa tenuta da
Berlusconi insieme alla ministra Gelmini, sul sito internet ufficiale
scrive tra l'altro che "il presidente del Consiglio convocherà oggi
(ieri,n.d.r.) il ministro dell'Interno Maroni per dargli indicazioni su
come devono intervenire le forze dell'ordine perché l'ordine deve essere
garantito. Occupare è una violenza contro le famiglie, contro le
istituzioni e lo Stato che deve svolgere il suo ruolo garantendo il
diritto degli studenti che vogliono studiare di entrare nelle classi e
nelle scuole".
Sempre da Pechino - testimone Skay - Berlusconi ha
spiegato che sì, aveva parlato di interventi ma non di polizia ma di
"opportune azioni di convincimento e ne ho in mente qualcuna molto
spiritosa". Richiesto di spiegare di cosa si tratta il premier si è però
limitato a un "non le dico, altrimenti farei i titoli".
"Ci voleva la Cina per far rinsavire il presidente".
Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, commenta così il tentativo di
chiarimento da parte del presidente del Consiglio mentre il Partito
democratico in una nota diramata alle agenzie di stampa sottolinea come
la carica di presidente del consiglio richieda "senso dello Stato,
rispetto del dissenso e controllo della parola e di sé stessi".
Berlusconi, prosegue la nota del Pd, "smentisce oggi parole pronunciate
ieri davanti a decine di telecamere e ascoltate da tutti gli italiani".
E non è certo una novità di cui meravigliarsi. "Dopo aver annunciato la
chiusura dei mercati a causa della grave crisi finanziaria, smentito poi
addirittura dalla Casa Bianca, dopo aver invitato ad acquistare azioni
di specifiche società quotate, dopo aver detto che la crisi finanziaria
non avrebbe avuto effetti sull'economia reale, smentendosi il giorno
dopo, il presidente del Consiglio su un argomento così delicato -
conclude il Pd - si comporta in maniera intollerabile per chi ha simili
responsabilità evidentemente per lui sproporzionate".
È chiaro che a costringere Berlusconi all'ennesimo
passo indietro c'è lo zampino di An. Quello di Berlusconi "è un monito,
ma penso non ci sarà mai un seguito. E ci starei male se ci fosse...",
aveva detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e anche il
sindaco di Roma, già nei giorni passati, aveva difeso le prerogative
degli studenti che vogliono manifestare. D'altra parte la protesta
contro il decreto taglia fondi è di casa anche tra i giovani della
destra. Se gli esponenti del PdL si mischiassero ai contestatori
scoprirebbero che non ci sono solo ragazzi e ragazze "strumentalizzati"
dalla sinistra, ma anche tanti docenti, tante famiglie, elettori anche
del centro destra perché quella della scuola è una questione centrale.
Così, quella di oggi, mentre la protesta di piazza si gonfia sempre di
più, sul fronte politico si profila come una giornata dedicata alle
dichiarazioni concilianti in attesa che il ministro dell'Interno Roberto
Maroni, nella riunione convocata alle 17 al Viminale, decida quali
misure effettivamente adottare a fronte delle occupazioni.
Lo stesso ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, ha aperto al
dialogo: "Convocherò da domani, una per una, tutte le associazioni degli
studenti e dei genitori per aprire uno spazio di confronto. Ad una sola
condizione: che si discuta sui fatti", ha detto intervenendo in aula al
Senato.
E proprio a palazzo Madama, con 122 favorevoli e 155
contrari, la maggioranza ha bocciato la richiesta, avanzata dal Partito
democratico, di non passare all'esame degli articoli del decreto Gelmini.
Per il Pd mancherebbe al provvedimento la copertura finanziaria, la
richiesta è stata sostenuta dagli altri gruppi di opposizione. L'aula ha
quindi avviato l'esame del provvedimento, sul quale stamattina si è
conclusa la discussione generale.
"Poche idee, molta arroganza: non credo sia questa la chiave", ha
attaccato il ministro ombra dell'Economia del Pd, Pierluigi Bersani.
"Rispettare la legalità è un dovere, protestare civilmente è un diritto.
Vale per gli studenti, ma anche per il presidente del Consiglio", ha
sottolineato il presidente vicario dei deputati Udc, Michele Vietti. Per
l'Unione di Centro, ha aggiunto, "l'istruzione è una priorità. Ben
vengano le riforme, ma non se si realizzano solo con i tagli".(AprileOnline
23 ottobre 2008)
Nota di redazione 1) C'è un nome per questa malattia....
Alzheimer
Grandissimo
presidente, in te nessun calcolo politico(????)

Nuovo
show del capo del governo italiano, Silvio Berlusconi, ieri ospite a
Washington per un colloquio con il presidente Usa Bush (l'ultimo,
visto che le elezioni sono ormai alle porte). «La storia dirà che
George W. Bush è stato un grande, grandissimo presidente degli Stati
Uniti», ha esordito il cavaliere. Ma poi, come se non bastasse,
Berlusconi ha aggiunto: «Sono stato onorato di poter cooperare con
te, ho trovato in te un uomo di grandi ideali e di grandi principi -
ha spiegato rivolto a Bush durante la cerimonia di benvenuto sul
prato della Casa bianca - Non ho mai trovato in te il calcolo del
politico, ma sempre la sincerità e la spontaneità di una persona che
crede profondamente in quello che fa». Le cronache raccontano anche
di un regalo a Bush: «Uno splendido vaso Ginori con raffigurate le
tre Grazie e decine di cravatte e foulard Marinella». Bush ha
ricambiato con un complimento a Berlusconi: «Statista di una grande
nazione e un cordiale amico degli Stati Uniti».(Il Manifesto 14
ottobre 2008)
(Nella foto "amore a prima vista")
Paolo
Guzzanti contro Berlusconi
"E' amico di Putin, mi fa vomitare"
di Paolo Guzzanti
*ROMA* - "Berlusconi mi fa vomitare". Paolo Guzzanti, deputato Pdl ed ex
presidente della Commissione Mitrokhin, attacca frontalmente il
presidente del Consiglio. Dal proprio sito internet Guzzanti torna a
difendere la Georgia, invasa da Mosca, e attacca la Russia di Putin.
Quello stesso leader politico che Silvio Berlusconi non perde occasione
di lodare. Un comportamento che a Guzzanti non va giù. E non lo manda a
dire.
Stavolta a scatenare la polemica sono le frasi dette ieri da Berlusconi
nel corso della riunione del gruppo Pdl alla Camera. Ecco, secondo
Guzzanti, la descrizione dei fatti: "Berlusconi ha superato se stess o
paragonando il presidente georgiano Saakashvili a Saddam. Ho vomitato.
Ieri sera ho ascoltato da Berlusconi parole terribili e inaccettabili
che non avrei mai voluto ascoltare. Di questa storia ne ho abbastanza.
Ciò che ho trovato più grave, inaccettabile e nauseante è stato il tono
con cui Berlusconi ha ripetuto a megafono le storie della propaganda
russa, dicendo che 'bisognava ad andare a prendere quello là, quel
Saddam', intendendo il presidente Saakashvili. Mi fa schifo e non
capisco l'allineamento col capo del Kgb al potere".
Guzzanti - a cui recentemente è stata levata la scorta - non si ferma e
rivela anche un dialogo che sarebbe stato raccontato da Berlusconi. "Mi
telefona Bush e mi dice: hai visto cosa ha fatto il tuo amico Putin? -
scrive Guzzanti riferendo le parole del premier - ma Putin è amico mio
quando fa le cose che non ti piacciono e amico nostro quando fa quelle
giuste? Sentiamo, che ha fatto? E Bush: 'Ha cancellato tutti i candidati
dalle elezioni locali, tutti, e li ha sostituiti con uomini suoi, dal
primo all'ultimo. 'Allora - ricostruisce sempre Guzzanti citando il
Cavaliere - io vado a Mosca e dico: cos'è questa storia dei candidati? E
Putin: ma sai, avevano candidato tutta gente sui 70 anni, quindi erano
tutti legati al passato sovietico. Ho voluto dare una svecchiata e ho
ordinato di far mettere quarantenni, gente che dirige aziende. Va bene,
dico io".
Un atteggiamento che Guzzanti critica duramente. Una reazione troppo
morbida, quella del premier italiano, che il deputato della Pdl non
tollera: "Berlusconi ha anche detto che quella russa non sarà proprio
una democrazia perfetta, ma sapete, ci vuole del tempo per passare dal
totalitarismo alla democrazia".
Conclusione al vetriolo. "Ieri sera avevo l'impressione di ascoltare
qualcuno che esprimesse parole, sorridenti per di più, per giustificare
Hitler". Un qualcuno che si chiama Berlusconi. (/8 ottobre 2008/)
Balla
a Balla
di Marco Travaglio
L’altra
sera, a “Porta a Porta”, Rosy Bindi e Di Pietro contro Gasparri e
Verdini.
A un certo punto, però, colpo di scena. Gasparri avverte Di Pietro:
“Attento che Vespa di Giustizia se ne intende”.
Qualcuno intravede un’allusione alla sua signora, la giudice Augusta
Iannini, già intima di Squillante e dunque promossa da Castelli,
Mastella e Angelino Jolie a direttore del ministero della Giustizia.
Bruno Vespa, in arte Fede, capisce al volo: imparziale come sempre, si
unisce al duo Pdl e comincia a pestare Di Pietro.
Tre contro uno. Tema: i processi al Cainano: “Se Berlusconi - sostiene
l’insetto - è un’anomalia, lo sono pure i 26 suoi processi, dai quali è
sempre uscito assolto”. Pari e patta. Di Pietro prova a ricordare di
averne avuti 33, di processi, ma lui si dimise da pm e da ministro per
farsi giudicare (bella forza, era innocente), mentre il Cainano si
assolve da sè depenalizzando i suoi reati e dimezzando la prescrizione
con leggi ad personam.
Vespa, aspirante Ghedini, dice che “su 26 processi, 4 sono in corso, 4
sono finiti in prescrizione e 18 in assoluzione”.
Tutti “successivi alla discesa in campo”. Parla di appena “4 leggi ad
personam”. E sostiene che, per le tangenti alla Guardia di Finanza,
“Berlusconi è stato assolto con formula piena”, mentre “il caso di
Lentini al Milan era analogo a quello di Dino Baggio alla Juve, ma
Agnelli non fu nemmeno chiamato a testimoniare, mentre Berlusconi fu
condannato”.
Cinque balle in cinque frasi.
1) Le leggi ad personam sono 16: decreto Biondi, Tremonti, rogatorie,
falso in bilancio, Cirami, Maccanico-Schifani, ex-Cirielli, Gasparri,
salva-Rete4, Frattini, condoni fiscale e ambientale, Pecorella,
bloccaprocessi, Alfano, prossimamente intercettazioni.
2) Prima della discesa in campo, Berlusconi era già stato indagato nel
1983 (poi archiviato) per traffico di droga e imputato nel 1989 per
falsa testimonianza sulla P2 (colpevole, ma salvo grazie all’amnistia
del 1990); nel 1992-93 vari manager del suo gruppo erano sott’inchiesta
per i fondi neri di Publitalia e del Milan, tangenti a Dc, Psi e Cariplo.
Come scrive il gip bresciano Carlo Bianchetti nel 2001, archiviando le
denunce berlusconiane contro il pool di Milano: “L’impegno politico del
denunciante e le indagini ai suoi danni non si pongono in rapporto di
causa ed effetto; la prosecuzione di indagini già iniziate e l’avvio di
ulteriori indagini collegate in nessun modo possono connotarsi come
attività giudiziaria originata dalla volontà di sanzionare il
sopravvenuto impegno politico dell’indagato”.
Anzi, è probabile che sia sceso in campo per salvarsi dalle inchieste
già aperte sul suo gruppo, prevedendo che sarebbero giunte fino a lui.
3) I processi al Cavaliere non sono 26, ma 15: 5 in corso (corruzione
Saccà, corruzione senatori, corruzione giudiziaria Mills, fondi neri
Mediaset, Telecinco in Spagna) e 10 già conclusi, più varie indagini
archiviate (6 per mafia e riciclaggio, 2 per le stragi mafiose del
1992-’93, ecc.).
Nei 10 processi già chiusi, le assoluzioni nel merito sono solo 3: 2 con
formula dubitativa (comma 2 art.530) per i fondi neri Medusa e le
tangenti alla Finanza (“insufficienza probatoria”), 1 con formula piena
per il caso Sme-Ariosto/1. Altre 2 assoluzioni - All Iberian/2 e
Sme-Ariosto/2 - recano la formula “il fatto non è più previsto
dalla legge come reato”: l’imputato se l’è depenalizzato (falso in
bilancio).
Per il resto: 2 amnistie per la falsa testimonianza sulla P2 e un falso
in bilancio sui terreni di Macherio; e 5 prescrizioni, grazie alle
attenuanti generiche, che si concedono ai colpevoli, non agli innocenti:
All Iberian/1 (finanziamento illecito a Craxi), caso Lentini (falso in
bilancio con prescrizione dimezzata dalla riforma Berlusconi), bilanci
Fininvest 1988-’92 (idem come sopra), 1500 miliardi di fondi neri nel
consolidato Fininvest (come sopra), Mondadori (corruzione giudiziaria
del giudice Metta tramite Previti, entrambi condannati).
4) Dunque, per le mazzette alla Finanza, niente formula piena, ma
insufficienza di prove.
5) Il caso Lentini non era affatto analogo al caso Baggio: Lentini fu
pagato dal Milan con fondi neri extrabilancio (reato), Baggio con una
donazione personale di Agnelli (non reato). E comunque, per Lentini,
Berlusconi non è mai stato “condannato”.
Ora non vorremmo che l’imparziale insetto dovesse risponderne all’Authority
o, Dio non voglia, scusarsi in diretta.
Ma non c’è pericolo: in tv deve scusarsi chi dice la verità, non chi
racconta balle. Emilio Vespa è in una botte di ferro.
Se qualcuno sostiene "sono stato sempre assolto", sempre meglio
controllare "come" - gli aggiornamenti dalla rassegna stampa a cura di
Ines Tabusso (L'Unità 3 ottobre 2008)
Il
BerlusCai
di Tommaso Merlo
Se
alla fine riescono a comprarsi Alitalia quelli della Cai
come minimo devono dedicargli un aereporto, il Cainano
International Airport. Oppure dovranno cambiare il nome
della combriccola da Cai in Berluscai. Del resto di
volare gratis i Berlusconi non ne hanno bisogno, loro
volano con i loro jet privati, con la compagnia aerea di
famiglia. Ma allora perchè Berlusconi si è sbattuto
tanto per sostenere la cordata della Cai?
Probabilmente per il sessanta
percento degli Italiani che secondo i sondaggi
stravedono per il Cainano IV, Berlusconi si sta
sacrificando per proteggere la nostra italianità. Già,
sembra che senza compagnia di bandiera la nostra
italianità sarebbe inesorabilmente intaccata. Diverremmo
un pò più africani e un pò meno europei. E i due milioni
al giorno di soldi pubblici che Alitalia perde da anni?
Spiccioli per i Fratelli d’Alitalia, la difesa
dell’orgoglio nazionale non ha prezzo. Chiedete a
qualunque vero patriota se preferisce usare i suoi soldi
delle tasse per scuole e ospedali o per salvare Alitalia
e non esiterrebbe un istante ad optare per la seconda,
salvare la compagnia di bandiera! Stessa risposta anche
dei patrioti che non hanno mai messo piede su un aereo e
mai lo metteranno.
Diverso discorso per il restante
quaranta percento che secondo i sondaggi non stravede
per il Cainano IV e anzi considera il ritorno di
Berlusconi al potere una iattura nazionale. Secondo loro
la Berluscai ha ben altre motivazioni: salvare la faccia
politica del Cavaliere. Una commedia che ha inizio in
campagna elettorale quando Berlusconi fece saltare la
trattativa con Air France (il principale vettore
mondiale) ad un passo dalla firma. E lo fece sfruttando
i sentimenti dei Fratelli d’Alitalia sparsi per il
Paese. Il solito colpo di teatro che sicuramente gli
permise di raccattare parecchi voti tra i tele-elettori
ma che a differenza di altre panzane elettorali aveva
conseguenze reali immediate.
Rispetto ai tomi di balle travestite da promesse sparate
in quindici anni di attività politica, quella
dell’italianità dell’Alitalia incideva infatti
immediatamente su una situazione aziendale già
drammatica. Ed ecco allora il prestito ponte, soldi
pubblici gettati nel pozzo da vero liberale, e l’avvio
della ricerca disperata di qualcuno disposto a comprare.
Un’impresa impossibile in quelle condizioni. Ecco allora
che il governo mette sulle spalle dei contribuenti tutte
le bad companies, le attività mangia soldi collegate ad
Alitalia. Ma anche questo evidentemente non basta e
allora arrivano i tagli di massa sul personale. Taglio
dopo taglio rimane da vendere la parte sana dell’azienda
e a prezzo di saldo ed è a quel punto che per miracolo
compare la Cai, un gruppo di imprenditori patrioti
disposti ad immolarsi per la causa, la loro. Berlusconi
garantisce perfino che vengano calpestate tutte le
regole di mercato e di trasparenza pur di chiudere.
Sembra fili tutto liscio finchè si
arriva alla negoziazione con le parti sociali. Il
governo ha fretta di chiudere, Sacconi vomita ultimatum
ogni cinque minuti ma la firma non arriva. Chissà, forse
arriverà ai supplementari o forse arriverà un nuovo
acquirente oppure Alitalia fallirà. Ma a questo punto
per Berlusconi conta poco o nulla, lui ha raggiunto il
suo obiettivo, la faccia è salva. La cordata italiana
infatti è apparsa e se la Berluscai non è decollata è
tutta colpa dei dipendenti e dei sindacati, è tutta
colpa del dragone rosso e non certo sua. A tal proposito
i media di regime hanno già istruito i tele-elettori:
Berlusconi ha mantenuto le promesse, come sempre.(AprileOnline
23 settembre 2008)
Il
mistero Air One
di Oliviero Beha
Nel marasma del caos/caso Alitalia, come ormai in molti altri casi
italiani, non c'è un innocente ma solo colpevoli con varia intensità e
tasso penale di colpa.
Eppure una piccolissima domanda alla rete vorrei farla: dov'è finita Air
One?
Me lo dite voi dal momento che i media non ne parlano, occultandola
nello scandalo della compagnia di bandiera?
Come è noto, ma non a tutti, Air One e il suo titolare, Toto, erano
indebitatissimi e avevano potuto resistere sul mercato grazie non al
mercato stesso ma alla "promiscuità" di Toto con la politica, cioè con
tutti i partiti.
Scambi di denaro, persone, favori? Si aspetta qualcuno che ce lo dica.
Nel frattempo Air One con tutti i suoi debiti è stata ingoiata e quindi
"ripulita" da Cai, la nuova compagnia che si è per ora ritirata dal lodo
Alitalia.
Chi paga tutto ciò? E perché non se ne parla?
Attendonsi pareri competenti e notizie informate sui fatti. Fattacci. Se
non ne ricevo, aspetto lunedì "Chi l'ha visto?".(20 settembre 2008
Italiopoli)
Berlusconi
medita vendetta
di Francesco Piccioni
Come previsto, Berlusconi ha scatenato la
«vendetta». Furioso per il ritiro della Compagnia aerea italiana (Cai)
a causa della «resistenza» di cinque sindacati aziendali più la Cgil,
ha avviato la controffensiva. I suoi uomini hanno occupato tutti i
media disponibili per ripetere ossessivamente che «non c'è
alternativa alla Cai». Di più: «a questo punto non garantiamo gli
ammortizzatori sociali in caso di fallimento». Della serie: vi
prenderemo per fame. Simpatico il «conflitto di interessi» nel mondo
dell'informazione: il Sole24Ore , organo di Confindustria, ha
pubblicato ieri un autorevole articolo del suo massimo esperto di
Alitalia, che chiariva come i soci della Cai abbiano tirato un
sospiro di sollievo quando Colaninno ha proposto di ritirare
l'offerta. Anche il commissario straordinario Augusto Fantozzi, ha
messo il suo nichelino asserendo che «ho contattato personalmente i
presidenti di Air France, Lufthansa e British, che hanno declinato
la richiesta di intervento, pur manifestando interesse per il
mercato italiano». Omette di considerare il semplice fatto empirico
per cui, finché il governo italiano - proprietario del 49,9% delle
azioni Alitalia - continua a privilegiare una particolare offerta,
nessuno può credibilmente farsi avanti. Fantozzi ha però fatto anche
altro: ha incontrato i rappresentanti di quattro delle
organizzazioni protagoniste del «no» a Cai, che lo avevano chiesto
per «esaminare misure urgenti» al fine di «garantire la continuità
operativa». In questo caso, il tassello negativo l'ha messo la Filt
Cgil, indisponibile a qualsiasi incontro senza la presenza anche di
Cisl, Uil e Ugl. Coperta corta, insomma. E miccia che brucia,
intanto. Situazioni per caratteri forti e nervi d'acciaio. Non hanno
tenuto quelli del presidente dell'Anpav, piccola organizzazione
degli assistenti di volo (4-500 iscritti, in Alitalia), che in
serata si è detta disposta a sottoscrivere l'«accordo quadro»
raggiunto nella notte di domenica tra governo, Cai e i quattro
sindacati confederali. Numericamente non cambia molto, ma il
cedimento è stato immediatamente cavalcato dal governo. A Fiumicino,
nonostante tutto questo, il clima è diverso. La giornata dei
lavoratori era stata ovviamente tesa. Passato il breve momento di
euforia sul ritiro dei «banditi», la preoccupazione ha ripreso il
dominio. Ma il passa parola nei capannelli e nel presidio permanente
al «varco equipaggi» si condensava in un «grazie» a quanti avevano
stoppato la Cai. Si è visto anche negli applausi a Paolo Ferrero,
segretario di Rifondazione e unico uomo politico - insieme, ma in
altro modo, a Di Pietro - in grado di parlare a questa gente. Ha
apprezzato in particolare le forme di lotta scelte - mobilitazione
senza scioperi, mandando in tilt chi, come il governo, cercava «il
casino» per poterla buttare sull'«emergenza» - e la capacità di
mettere in chiaro il legame tra questa vertenza e la partita sul
rinnovo del modello contrattuale, che Confindustria intende alla
maniera di Colaninno («per noi non esistono associazioni, voi siete
solo dei dipendenti»; roba che ha fatto inbufalire anche i più
british tra i piloti). Le alternative di mercato sono principalmente
due: Air France-Klm e Lufthansa. La prima, però, farebbe di
Berlusconi un punching ball, costretto a incassare meno della metà
di quanto ne avrebbe ricavato Padoa Schioppa. In alternativa, la
giunta regionale del Lazio sta pensando di lanciare una «cordata
delle regioni», magari sintonizzandosi con l'idea - circolata e non
troppo convintamente smentita nei giorni scorsi - di una
«cooperativa» dei dipendenti, disposti a investirci almeno una parte
dei propri tfr. In questo caso la copertura di una banca importante
- si era fatto il nome di Unicredit - sarebbe però determinante. Ora
si attende che Fantozzi inviti ufficialmente gli interessati a fare
offerte pubbliche. La continuità di volo - fin qui garantita dai
soli dipendenti, nonostante ci sia molta incertezza anche sul
pagamento degli stipendi - non è in discussione. I biglietti vengono
venduti regolarmente e gli aerei partono. Sono state piuttosto le
sgangherate dichiarazioni dei ministri - amplificate da una stampa
«complice» più del solito - a agitare la clientela. Ma questo
governo vive per fare soltanto danni. Gravi. (Il Manifesto 20
settembre 2008)
Inadatto
a governare
Vittoria dell'Economist: critica
lecita e fondata
di Andrea Fabozzi
A vederlo oggi non sembrerebbe. Eppure proprio
adesso che tiene saldamente palazzo Chigi, con i sondaggi che lo
esaltano e l'opposizione che lentamente scompare, Silvio Berlusconi
deve sentire il tribunale civile di Milano dare ragione all'
Economist e alla sua famosa copertina: «Silvio Berlusconi è inadatto
a guidare l'Italia». Si può scrivere, non c'è diffamazione ma
legittimo diritto di cronaca e di critica: il milione di euro di
danni che il cavaliere aveva chiesto sparisce, sostituito da 25mila
euro di spese legali a carico del premier. La sentenza è di fine
agosto. Ieri il settimanale inglese l'ha messa a disposizione sul
sito. Con sette anni di ritardo da quella celebre inchiesta (era
uscita negli ultimi giorni della campagna elettorale del 2001, alla
fine della quale Berlusconi vinse), la prima sezione civile del
tribunale di Milano ha stabilito che l'articolo 21 della
Costituzione tutela pienamente The Economist . Che ha informato su
fatti accertati, ha svolto le sue critiche nel rispetto del
principio della «continenza» - «secondo i canoni del tradizionale
empirismo anglosassone» - e anzi non ha ricevuto risposta ai 51
quesiti che il cronista David Lane, autore dell'articolo, aveva
inutilmente provato a sottoporre a Berlusconi. Nel 2005 Lane ha poi
scritto un libro sulla traccia di quella inchiesta - L'ombra del
potere - che gli costò un'altra querela per diffamazione da parte
del cavaliere, respinta anche quella. Nel numero dell'aprile 2001
The Economist non aveva trascurato alcuna zona d'ombra della
biografia berlusconiana, dall'origine della sua fortuna ai contatti
con ambienti mafiosi alla valanga di processi e prescrizioni al
sostegno politico di Craxi alla iscrizione alla P2. Tutti fatti
documentati e veritieri secondo il tribunale. Che ha assolto anche
le conclusioni cui era giunto il settimanale, e cioè che «nonostante
il suo volersi presentare come un luminoso esempio del self-made man
Mr. Berlusconi ha avuto bisogno di molto sostegno da parte di
ambienti poco rispettabili. Sebbene dichiari di voler cambiare il
vecchio e corrotto sistema, il suo personale impero economico ne è
in larga parte un prodotto. La sua elezione a primo ministro
perpetuerebbe piuttosto che cambiare, le vecchie cattive abitudini
italiane». Un'opinione molto netta secondo il giudice unico Angelo
Ricciardi, ma rientrante in pieno nel diritto di critica. Al sito
del settimanale inglese sono arrivati molti commenti da parte dei
lettori italiani, in maggioranza di congratulazioni per la vittoria
giudiziaria. Secondo un anonimo la sentenza darà altri argomenti a
Berlusconi per sentirsi discriminato dai giudici. Il suo avvocato in
effetti ha annunciato ricorso contro «una sentenza ingiusta». Da
parte della direzione dell' Economist - non più la stessa del 2001 -
nessun commento, solo la constatazione molto british che Mr.
Berlusconi «è di nuovo primo ministro».(Il Manifesto 6 settembre
2008)
Berlusconi
al processo Mills
Immune ma ostinato: ri-ricusa la giudice
Il processo a Silvio Berlusconi e all'avvocato
d'affari inglese David Mills per corruzione riprenderà il prossimo
19 settembre a Milano e allora la difesa del cavaliere produrrà la
prova - una formalità - che Berlusconi è effettivamente il
presidente del Consiglio in carica e in quanto tale non può essere
processato in virtù del «lodo Alfano» approvato prima delle ferie
dal parlamento. Il cavaliere dunque dalle accuse dei pm milanesi non
ha più nulla da temere: il processo per quanto lo riguarda andrà
sospeso e potrà ricominciare solo quando avrà terminato il mandato a
palazzo Chigi. A quel punto è molto probabile che il collegio che
sta processando il cavaliere sarà cambiato e che bisognerà iniziare
da capo il dibattimento, con il risultato certo della prescrizione.
Eppure, ostinati, i legali del primo ministro - Piero Longo e
l'avvocato senatore nonché «ministro ombra» della giustizia, Nicolò
Ghedini - hanno presentato ieri un ricorso in Cassazione contro la
decisione della corte di Appello milanese che un mese e mezzo fa
aveva respinto la richiesta di ricusazione della presidente del
tribunale, Nicoletta Gandus. Accusata da Berlusconi di essergli
pregiudizievolmente contraria, in quanto aveva aderito ad un appello
contro le «leggi vergogna» del precedente governo del cavaliere. La
corte d'Appello aveva concluso che non esiste la prova di
un'inimicizia grave - presupposto indispensabile perché un imputato
possa essere allontanato dal suo giudice naturale - ma per Ghedini e
Longo la giudice Gandus «aveva un'attitudine personale connotata da
astio nei confronti dell'onorevole Berlusconi». Ma se il cavaliere
adesso è immune, perché insiste con la ricusazione? Forse perché sa
che nel momento in cui calerà la sua richiesta di sospensione del
processo, potrebbe partire anche la richiesta alla Corte
costituzionale di pronunciarsi sul «lodo Alfano». La Consulta
potrebbe cancellare quella legge contestata, riconsegnando
Berlusconi ai suoi processi come un qualunque cittadino.(Il
Manifesto 4 settembre 2008)
Un
ministro senza qualità
di Roberto Silvestri
Finalmente un ministro dei beni culturali è
riuscito a farsi intervistare da Grazia. Complimenti. Non conta
cosa dice, ci insegnò Warhol. Chi viene eletto, poi, può perfino
gesticolare oscenamente o dire ciò che vuole, perfino che lui di
«arte contemporanea non capisce nulla», colta citazione
postmoderna da Alberto Sordi, che lui trasforma da farsa in
tragedia. Infatti poi ha cominciato a strafare, inebriato dalla
celebrità e dal suo estremismo iconoclasta, che già «colpì a
morte» Biagi e Eco, le intoccabili colonne della nostra cultura
critica.
Un film sulle Br, Il sol dell'avvenire, finanziato dallo stato
ha uno straordinario successo in un prestigioso festival
mondiale? All'indice. E d'ora in poi sul cineterrorismo
giudicherà sovrano un tribunale speciale «sopra le parti» (lo
consiglierei formato da carabinieri, polizia, o agenti dei
servizi deviati) per non addolorare i parenti delle vittime (in
ordine cronologico: le famiglie Pinelli, dei morti in piazza
Fontana, dell'Italicus, della stazione di Bologna...).
Ma questa era l'epoca nella quale il ministro di Fivizzano i
film li vedeva. Adesso gli basta informarsi sul genere. Quando
combattono gli elefanti è un documentario su un ferroviere
sessantottino, che protesta per la sicurezza sui treni e
contesta i tagli ai binari? «Ha solo un valore documentaristico
e di denuncia sociale». Dunque «è doveroso far cessare lo
scandalo dell'utilizzo di soldi pubblici per finanziare opere
che si spacciano per culturali ma che in realtà approfittano del
rapporto con la politica e il potere». Non sembrerebbe troppo,
visto che al Lido non andrà (come non vanno centinaia di film
indigesti perchè artistici: bisognerà pur scegliere)... Invece
per il ministro è la prova che bisogna «rivedere i criteri di
assegnazione». Il «cinema italiano fa schifo» perché il 50% dei
50 film realizzati mettendo le mani in tasca agli italiani, gli
italiani non li vedono. Il ragionamento, martellante e ripetuto,
non è matematico: incassano di più, e aggiungono più ricchezza
di immagine Ciprì e Maresco che vendono in tutto il mondo o Neri
Parenti che vende solo in Italia? Per Bondi non c'è dubbio.
Cultura è incassare qui. Lui lo sa: coordinò la stesura di Una
storia italiana, l'agiografia fotografica che arrivò in tutte le
nostre buche delle lettere nell'anno 2001 e come incasso fece
vincere l'elezione qui al gran comunicatore... Il mondo del
cinema italiano, dando prova di insospettata unità, si mobilitò,
all'inizio dell'estate, quando venne minacciato dall'attuale
governo il blocco dei finanziamenti all'industria
cinematografica (perché quando si deve congelare una democrazia
si taglia sempre alla voce «cultura») e il fermo di alcune
iniziative di rilancio (come il tax credit) che dovevano
favorire l'ingresso di capitali privati nella produzione
distribuzione e esercizio. Si minacciò il blocco della presenza
italiana nei festival, che non è proprio come far le barricate,
ma la minaccia - in fondo i festival internazionali finalmente
li vincevamo, dunque quelle commissioni che danno i soldi
dimostravano di funzionare - fu sufficiente a riesumare
l'arcaica scenetta dorotea dell'elargizione paternalista ai
questuanti: Letta padre (governo) accontentò Letta figlio
(Medusa), soldi e sblocco della leggi Prodi arrivarono, e tutto
tacque.
Il neoministro per i beni culturali, neanche 50 anni, è giovane
e estremista (il berlusconismo fase suprema, anzi sepolcrale,
del comunismo) ma non originale né innovatore, e copia gli
antenati omologhi «dc» Folchi, Natale, Scaglia, Lupis (pdsi),
Signorello,D'Arezzo... Affetto da «provincialismo bilioso»,
«mancanza di educazione e equilibrio» e «acredine pari solo alla
sua insipienza politica e intellettuale», per usare i suoi
affondi polemici, offende come tutti i luogotenenti
dell'«imprenditore illuminato» devono, e ci riporta all'epoca
nella quale tutta l'Europa rideva dell'Italia che tagliava i
finanziamenti pubblici proprio a corti sovversivi, doc
scandalosi e sperimentalismo (quel che Bondi non capisce) e poi
fu costretta a reintrodurli per non perdere lucrose
coproduzioni. Sarebbe il momento di chiedere al mondo del cinema
di rispondere in modo adeguato (Il Manifesto 22 agosto 2008).
Amato-Alemanno
inciucio all'italiana
di Pierpaolo Coluccia
Il
Belpaese del trasformismo e dei "salti della quaglia"
ricomincia a vivere alla grande con la decisione di
Amato di presiedere la commissione, istituita dal
Sindaco Alemanno che dovrebbe proporre linee guida di
riforma istituzionale dello status di Roma, per condurla
verso l' "area metropolitana". Nei fatti, però, la
commissione stessa dovrà trasformarsi in una fucina di
idee di governo della città per una giunta che ne è
palesemente a corto. Valga a conferma di questo l'idea
veramente balzana del vicesindaco Cutrufo di istituire
un parco di divertimenti stile Eurodisney per rilanciare
il turismo della Capitale colpito, invece, dalla
sindrome insicurezza-paura-violenza che tanta parte ha
avuto nella vittoria di Alemanno.
Sarebbe facile indicare nella storia politica e
personale di Amato una tendenza a saltare sul carro del
vincitore facendo ricorso al suo vestitino da tecnico di
grande livello e nascondendo per bene l'abito di
politico dello schieramento opposto.
Ricordiamo Amato sottosegretario alla presidenza del
consiglio con Craxi, ministro in dicasteri di rilievo
con Prodi, D'Alema, Dini, Presidente del Consiglio ecc.
Uomo per tutte le stagioni, pronto a
mettere le sue "competenze tecniche" a disposizione
anche di colui che ha battuto il vicepresidente del
Consiglio di quel governo nel quale Amato rivestiva la
carica di ministro dell'Interno. Il richiamo ad Attali
mi pare francamente ridicolo. Alemanno non è il
Presidente francese, le riforme istituzionali le fa il
Parlamento. Questo sindaco aveva bisogno urgente di una
ciambella di salvataggio per quando le ordinanze di
grande impatto mediatico relative a: divieto di
rovistare nei cassonetti, tolleranza zero verso i
lavavavetri ed altri criminali simili come coloro che
scrivono sui muri, sgombero dei campi rom ecc, avranno
perso il loro effetto mediatico ed i problemi veri
mostreranno tutto il loro peso e la loro drammaticità .
Amato gli ha dato una mano, pronto a prestare la sua
opera al servizio di chiunque la richieda. Vista la
storia dell'uomo non può stupire più di tanto.
Ciò che lascia molto perplessi è la
reazione a macchia di leopardo del PD. Molti contrari ma
anche molti pronti a plaudire non a forme di confronto
corretto e leale ma all'eterno "inciucio all'italiana".
Una forma di commistione maggioranza-opposizone che a
quest'ultima non può che arrecare danno senza
apprezzabili effetti positivi per il Paese.
L'impostazione politico-economica di questo governo
infatti, è così lontana e contrastante con il programma
del PD, sul quale sono stati chiesti i voti agli
elettori, è bene sottolinearlo, che forme
istituzionalizzate di collaborazione sono impossibili e
pericolose.
Grave è il silenzio di Veltroni. Non si può pensare,
infatti, che un'opposizione credibile ai provvedimenti
del Governo che hanno dato colpi durissimi al mondo del
lavoro dipendente, ai pensionati, alla scuola,
all'università, al precariato, alla sanità,
all'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, possa
essere condotta da chi, alla prima occasione, è pronto
ad accettare di sedersi sullo strapuntino offerto da un
sindaco inadeguato e lontanissimo dall'idea di Roma
delle giunte Rutelli e Veltroni. (AprileOnline 15 agosto
2008)
Si
definitivo del Senato al decreto sicurezza
Palermi, «questo pacchetto incita all'odio e
all'intolleranza»
Con 161 voti a favore, 120 contrari (Pd e Idv) e otto astenuti (Udc) l'Aula di
Palazzo Madama ha approvato la conversione definitiva in legge del decreto sulla
sicurezza
Il testo è arrivato in Senato con le modifiche approvate
dalla camera il 16 luglio, fra le quali la più rilevante è la scomparsa delle
discussa norma “blocca-processi”, sostituita dal Governo con la facoltà di
rinvio affidata alla discrezionalità dei magistrati.
Fra le norme contenute nel pacchetto l'uso di 3 mila militari potranno nelle
grandi città nella vigilanza di obiettivi sensibili e nel pattugliamento,
certezza della pena per chi commette atti osceni, violenza sessuale, furto e
spaccio, inserimento dell'aggravante di clandestinità per extracomuniari ma
anche per cittadini europei entrati irregolarmente.
Grande soddisfazione nella maggioranza,«finalmente una svolta storica per la
tutela e la sicurezza dei cittadini dopo l'impotenza della sinistra», commenta
il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri.
Non è d'accordo Manuela Palermi, dei Comunisti italiani, per la quale «questo
pacchetto sicurezza non risolve alcun problema ma un risultato lo raggiunge:
incita all'odio e all'intolleranza». (www.larinascita.org 23.7.08)
L'ultimo
sì al lodo Alfano
di A.S.
Il
lodo Alfano è legge dello Stato. Dopo il sì della Camera
del dieci luglio scorso, il Senato ha dato l'ultimo e
necessario assenso nella serata di oggi (martedì).
L'iter completo, dal vaglio del Presidente della
Repubblica al via libera definitivo, è durato 25 giorni.
Nella grande avanzata del lodo ha perso velocità il
decreto sicurezza, incardinato in parallelo. Su questo
fronte Palazzo Madama dovrà sbrigarsela entro venerdì,
pena la scadenza del termine di conversione in legge. I
voti a favore sono stati 171, quelli del Popolo della
libertà, della Lega Nord e del Movimento per
l'autonomia. I 128 senatori di Partito democratico e
Italia dei valori si sono espressi contro. Astenuti i
tre dell'Udc, che hanno dato atto al governo di aver
ammorbidito la portata delle indicazioni
dell'emendamento blocca processi, contenuto nel decreto
sicurezza.
Da adesso le quattro più alte cariche
dello Stato, compreso il presidente del Consiglio, non
potranno subire processi sino al termine del loro
mandato. I procedimenti già in corso (al momento sono
due, il "Mills" e il "Saccà", in cui è coinvolto Silvio
Berlusconi) sono sospesi nella parte che li riguardano.
Si fermano i tempi della prescrizione, i processi
potranno riprendere alla scadenza della carica. Lo scudo
dura una legislatura e non è reiterabile. Quanto
ottenuto dal Pd è una puntualizzazione nel testo, che
soffoca sul nascere l'eventualità di un presidente del
Consiglio che, eletto al Quirinale prima della fine
della legislatura, goda dal 2013 di altri sette anni di
protezione. Ecco come è stato accolto l'emendamento
democratico: la sospensione non "si applica in caso di
successiva investitura in altra delle cariche o delle
funzioni".
Il disegno di legge è stato
introdotto in Aula dal suo estensore, il ministro della
Giustizia, che ha presenziato per tutto il dibattito
sino al voto finale. Pretestuose, secondo Angelino
Alfano, le polemiche sulla speditezza dell'approvazione:
"Alle critiche che sono state rivolte sulla fretta con
cui si è messo a punto questa legge, io rispondo che non
è molto urgente né poco urgente: è solo giusto". In sede
di replica il Guardasigilli ha confermato le intenzioni
del governo di inaugurare, a partire da settembre, il
percorso della riforma della giustizia. Ai contenuti
noti a grandi linee (revisione di composizione e
funzioni del Consiglio superiore della magistratura,
separazione delle carriere tra giudici e pm, modifica
del principio di priorità dell'azione penale) ne ha
tracciato uno ulteriore, già accennato nei giorni scorsi
dal premier: "Intendiamo procedere alla riforma della
giustizia civile e del processo penale visti i tempi
irragionevoli della durata dei processi e visto che il
conto lo paga il cittadino". Alfano ha rivolto un invito
ai "settori ragionevoli dell'opposizione" a collaborare
per mandare in porto in diseg no, al cui interno non
rientra più, per la neanche troppo celata opposizione
della Lega Nord, il ripristino dell'immunità
parlamentare nella versione strong, quella che risale
alla Prima Repubblica.
Alfano si è rivolto, evidentemente,
al Pd. I democratici, tuttavia, oggi si sono mostrati
molto duri sul provvedimento messo a punto dal ministro
siciliano. L'opposizione è stata di merito, sintetizzata
dall'intervento della capogruppo Anna Finocchiaro, che
ha tacciato il lodo di palese incostituzionalità
ritenendolo contrario ai principi del nostro
ordinamento. La Finocchiaro ha detto che la Costituzione
è strutturata in modo da tutelare non chi ricopre la
carica, ma la funzione svolta. Ha citato il caso
dell'articolo 68 che salvaguarda i parlamentari per
quanto detto o fatto "nell'esercizio delle loro
funzioni", uguale meccanismo è previsto per il Capo
dello Stato. Al di fuori di questa cortina,
rappresentata dall'incarico, vale "il principio
dell'eguaglianza davanti alla legge". Lo stesso che il
lodo Alfano ha deciso di sospendere. Per l'Italia dei
valori c'è stato un acceso intervento, più volte
interrotto, del capogruppo Felice Belisario. Ha accusato
il premier di "far approvare dal Parlamento il lodo
Alfano come salvacondotto per la casta e per lui
stesso". E' tornato quanto detto alla Camera dal leader
Antonio Di Pietro: anche Belisario ha paventato il
ritorno del "piano della P2 di cui Berlusconi era
membro". Il capogruppo del Popolo della libertà,
Maurizio Gasparri, ha difeso il provvedimento ricordando
l'appello dei 36 costituzionalisti ("primo firmatario un
presidente emerito della Consulta") che non hanno
ravvisato anomalie nel lodo Alfano, citato il numero di
anni che Berlusconi ha passato sotto processo e
sottolineato il fatto che tutti i procedimenti dopo di
lui sono iniziati dopo la discesa in campo del 1994. Ha
concluso ricordando che anche Massimo D'Alema si è
avvalso dell'immunità a cui hanno diritto i parlamentari
europei e citando una frase di Giovanni Falcone, sulle
lusinghe della politica di cui sono vittime, a volte, i
magistrati. In palese riferimento a quelli che hanno
intrapreso, nel corso dell'ultimo quindicennio, indagini
contro il presidente del Consiglio. (AprileOnline 23
luglio 2008)
Bossi,
insulti all'inno nazionale e ai prof. del sud
L'armata leghista non si
smentisce.
Dito medio alzato al grido di «mai più schiavi di Roma», così il
ministro delle Riforme Bossi parla a Padova ai leghisti veneti riuniti a
congresso. Il gestaccio è contro l'inno di Mameli in cui si dice che
«l'Italia è schiava di Roma» infatti il Senatur torna prepotentemente
all'attacco sul tema del federalismo usando toni concilianti con il Pd,
«c'è spazio, siamo pronti ad accogliere le proposte del centrosinistra
sul federalismo. Da parte nostra non ci sarà una chiusura al Pd e a
Veltroni». Ma toni altrettanto inequivocabili verso uno «Stato
centralista e fascista che trattiene troppe risorse». Per Bossi
«l'obiettivo finale è la Padania, il federalismo solo il primo passo»,
parole “vecchio stile” pronunciate dopo che nei giorni scorsi aveva
dichiarato la sua piena sintonia con Silvio Berlusconi sulla riforma
della giustizia.
Ma prima di arrivare al capitolo “Padania libera” il ministro del
governo Berlusconi lancia una nuova battaglia quella della riforma della
scuola tutta leghista, ovvero basta professori del sud al nord! «Non
possiamo lasciare martoriare i nostri figli da gente che non viene dal
nord. Un nostro ragazzo è stato stangato perché all'esame di maturità
aveva presentato una tesina su Carlo Cattaneo». Nessun nome ma viene
spontaneo il riferimento alla recente bocciatura scolastica di Bossi
junior.
Molte le condanne più o meno incisive alle parole e ai gesti del Senatur,
infatti se An con la Russa in testa chiede che Bossi si scusi, Forza
Italia si limita a censurare il gesto, sottolineando che sulla Lega il
giudizio resta «positivo». Secondo il vicesegretario del Pd, Dario
Franceschini, quello del ministro delle Riforme è il modo per «coprire»
il cedimento nei confronti del premier.
L'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ricorda invece che
Bossi agisce così per una questione di «clima»: in fondo fu proprio il
presidente del Consiglio Berlusconi ad alzare il dito medio in un
comizio elettorale tempo fa.(www.larinascita.org 22 luglio 2008)
L'editto
di Parigi di Belusconi
DAL BLOG:
http://2piu2uguale5.go.ilcannocchiale.it/ 16
luglio 2008

Il presidente dell'Abruzzo in carcere per concussione: per lui presunta
tangente da 5.800.000 di euro. L'inchiesta, avviata due anni fa per la
movimentazione di 14 milioni di euro, di cui 12,8 già consegnati, ha
portato ben 35 persone ad essere indagate dalla magistratura e
all'arresto di Ottaviano Del Turco, più un'altra decina di assessori e
funzionari. Reati contestati: associazione per delinquere, concussione,
corruzione, riciclaggio, truffa,falso e
Abuso d'ufficio.Sembrerebbe una cosa gravissima. Eppure diventa
niente di fronte all'immediata dichiarazione del Presidente del
Consiglio italiano, stato democratico basato (lo ricordiamo) sulla
separazione e quindi sul riconoscimento legittimo tra i poteri.
"Sì, ho sentito, e mi sembra una cosa molto strana che ci sia una
decapitazione completa, quasi una retata, di un intero governo di una
regione; ho sentito anche il teorema accusatorio, conoscendo l'attuale
sistema dell'accusa in Italia..."
"Necessaria riforma radicale della magistratura."
Dalla Francia, Berlusconi lancia l'Editto di Parigi. Si legge così: il
potere legislativo delegittima quello giudiziario. Anche quando a farne
le spese è il Partito Democratico, a testimonianza che gli interessi da
difendere sono trasversali, e che destra e sinistra sono illusioni
create ad arte. Divide et impera.
Questa è l'anticamera della guerra civile. Chissà se Berlusconi si rende
conto delle conseguenze delle sue parole sui destini di un popolo,
quello italiano, narcotizzato dalle sue televisioni spazzatura.
I casi sono due:
. o hanno ragione gli Stati Uniti d'America, che al G8 distribuivano un
press kit ai giornalisti dove lo definivano un politico dilettante, che
governa grazie al suo impero mediatico in una paese dove la corruzione è
dilagante;
. oppure sta mettendo in atto con estremo puntiglio il piano sovversivo
del maestro Licio Gelli, di cui era sostenitore con tessera 1816, il
quale conteneva come punto fondamentale la rifondazione della
magistratura.
La situazione non è più tollerabile. Gli italiani non se lo meritano.
Alfano gli ha già garantito l'immunità, che a differenza di quanto viene
impunemente sostenuto non è una
prassi consolidata negli altri paesi.
Sentiamo a tal proposito il parere di oltre cento costituzionalisti
italiani:
"L'immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle
Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento
però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è
prevista per il Presidente del Consiglio e per i Ministri in alcun
ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro, tanto meno
nell'ordinamento spagnolo più volte evocato, ma sempre inesattamente."
Basta, Silvio! Adesso stai davvero esagerando.
Nerone si limitò ad incendiare Roma. Tu stai mandando in fumo un paese
intero!
Gaffe
Usa "Belusconi? Un politico dilettante in un paese corrotto"
di WSI
Incidente
diplomatico senza precedenti al G8. Nel kit stampa della Casa Bianca
«materiale insultante nei confronti del premier e degli italiani». Bush
è stato costretto a porgere le sue scuse a Berluska e al popolo
italiano.
Il contenuto di
questo scritto esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente
rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane
autonoma e indipendente.
(WSI) –
Una gaffe senza precedenti al G8. Tanto che George W. Bush è stato
costretto a porgere le sue scuse a Berlusconi e al popolo italiano. Per
quale motivo? Per capirlo, basta leggere la biografia del presidente del
consiglio pubblicata nel 'press kit' che la Casa Bianca ha distribuito
ai giornalisti al seguito del presidente americano.
LA
BIOGRAFIA - «Il premier italiano è stato uno dei più controversi leader
nella storia di un paese conosciuto per corruzione governativa e vizio -
si legge nel profilo -. Principalmente un uomo d'affari con massicce
proprietà e grande influenza nei media internazionali. Berlusconi era
considerato da molti un dilettante in politica che ha conquistato la sua
importante carica solo grazie alla sua notevole influenza sui media
nazionali finché non ha perso il posto nel 2006». La biografia
pubblicata sul 'press kit' non si ferma qui: «Odiato da molti ma
rispettato da tutti almeno per la sua 'bella figura' (in italiano nel
testo) e la pura forza della sua volontà - afferma la biografia -
Berlusconi ha trasformato il suo senso degli affari e la sua influenza
in un impero personale che ha prodotto il governo italiano di più lunga
durata assoluta e la sua posizione di persona più ricca del paese».
La
biografia di Berlusconi, che cita anche il fatto che da ragazzo
«guadagnava i soldi organizzando spettacoli di marionette per cui faceva
pagare il biglietto di ingresso», ricorda che il futuro premier italiano
mentre studiava legge a Milano «si era messo a vendere aspirapolvere, a
lavorare come cantante sulle navi da crociera, a fare ritratti
fotografici e i compiti degli altri studenti in cambio di soldi». La
Casa Bianca avrebbe prelevato la biografia di Berlusconi dalla 'Encyclopedia
of World Biography' che risulta aggiornata al mese scorso.
LE SCUSE
- In serata, il portavoce della Casa Bianca, Tony Fratto, ha inviato una
lettera nella quale si scusa a nome della Casa Bianca: «Scrivo - si
legge nella lettera - in relazione a certi documenti di background che
sono stati distribuiti ai giornalisti in viaggio sull'Air Force One per
il vertice del G8 che si tiene in Giappone. Una biografia non ufficiale
del primo ministro italiano Berlusconi, inclusa nel materiale stampa,
utilizza un linguaggio insultante sia nei confronti del primo ministro
Berlusconi che del popolo italiano. I sentimenti espressi nella
biografia non rappresentano le vedute del presidente Bush, del governo
americano e degli americani. Ci scusiamo con l'Italia e con il primo
ministro per questo errore davvero sfortunato. Come tutti coloro che
hanno seguito il presidente Bush, il presidente ha per il premier
Berlusconi e per tutti gli italiani la più alta stima e riguardo».
Copyright © Corriere
della Sera. All rights reserved
Belusconi-Mills,
il file segreto
di P. Gomez e L. Sisti
Appunti cancellati e scoperti sul computer dell'avvocato inglese. In cui
si parla di incontri nel 2002. E di somme molto più alte elargite da
Fininvest. Con una nota: 'Il Cavaliere capisce la mia posizione'. In
edicola da venerdì David MillsIl 5 febbraio 2004, mentre ascoltava il
suo cliente David Mills rievocare una volta ancora la storia dei suoi
rapporti con la Fininvest e spiegare che con le sue testimonianze
reticenti aveva "tenuto Mr. B fuori da un mare di guai", il fiscalista
Bavid Barker annota su un pezzetto di carta due parole: "Subornazione di
testimone". Ai suoi occhi, i 600 mila dollari che il legale inglese di
Silvio Berlusconi aveva incassato dal "braccio destro" del Cavaliere,
Carlo Bernasconi, non potevano essere altro che il prezzo del silenzio.
La somma, o una parte della somma, sborsata dagli uomini Fininvest per
evitare che Mills rivelasse ai magistrati come il leader di Forza Italia
avesse bonificato nel 1991 in Svizzera 21 miliardi di lire a Bettino
Craxi; come avesse violato le leggi anti-trust italiane e spagnole
controllando attraverso prestanome la maggioranza della vecchia Telepiù
e di Telecinco; e come centinaia di milioni di dollari fossero stati
sottratti dai bilanci del gruppo per finire sui conti personali della
famiglia Berlusconi.
"Ci parve tutto molto strano: a che titolo Mills aveva ricevuto soldi da
Bernasconi? Era per caso il suo figlio adottivo?", ha ripetuto in aula
con humour britannico Barker quando è stato ascoltato nel processo che
vede Mills e Berlusconi imputati per corruzione in atti giudiziari. Un
dibattimento da fermare a tutti costi: a colpi di ricusazione dei
giudici e persino facendo ricorso a leggi unanimemente considerate
incostituzionali. Un processo da bloccare, non solo per il timore della
sentenza, ma anche per quello della requisitoria. Gli onorevoli avvocati
Niccolò Ghedini e Piero Longo non vogliono infatti che il pm Fabio De
Pasquale ricostruisca pubblicamente tutti gli aspetti di una vicenda
definita, nel 2004, dallo stesso Mills in uno sconcertante documento
inedito (vedi box a pag 57) "molto insolita" come "sono stati anche, a
dir poco, insoliti i miei ultimi nove anni".
Il pm Paolo De Pasquale con Niccolò Ghedini, avvocato di BerlusconiÈ la
carta segreta dell'accusa che 'L'espresso' ha potuto leggere: due
paginette sperdute tra le centinaia di migliaia di atti che De Pasquale
vorrebbe ripercorrere nel suo intervento finale. È un file cancellato
dal computer di Mills, ma recuperato dai detective di Londra.
Scorrendolo si scopre che Bernasconi nel 1999 promise all'avvocato molto
più dei 600 mila dollari fatti poi rientrare in Inghilterra. Ma che
invece, scrive il legale inglese a un misterioso interlocutore, "voleva
farmi un regalo di circa 500 mila sterline". E questa non è l'unica
sorpresa del processo Berlusconi-Mills. Di che cosa si sia finora
discusso in tribunale gli italiani del resto non lo sanno. Le tv non si
sono fatte vedere. I giornalisti nemmeno, salvo qualche cronista inglese
e alcuni stoici colleghi milanesi che, da marzo 2007, hanno seguito le
udienze riuscendo però a pubblicare ben poco.
continua:
http://2piu2uguale5.go.ilcannocchiale.it/post/1960291.html
Da l'Espresso
(anticipazioni dal N. di Venerdi 4 Luglio)

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