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La più grossa? Equità

Ma i grillini sono di sinistra?
di Claudio Grassi e Tonino Bucci
Il Nordrhein-Westfalen è il Land più
popoloso della Germania, tra i più dinamici
economicamente parlando. Nelle elezioni per il
parlamento locale che si sono appena tenute, domenica
scorsa, spicca un dato eclatante. Non si tratta
dell’affermazione dei socialdemocratici, in testa con il
39 per cento. Qui la Spd ha da sempre una delle
roccaforti tradizionali. Il guadagno, in termini di
percentuali, è di poco più di quattro punti. E anche per
quanto riguarda il calo della Cdu, il partito della
cancelliera Angela Merkel, c’era da aspettarselo, magari
non nella misura di quanto accaduto – un crollo di oltre
l’otto per cento, dal 34,6 al 26. È un’altra, però, la
novità. Mentre Die
Linke, il partito della sinistra anticapitalista che
alla scorsa tornata aveva il 5,6, retrocede stavolta al
2,5 per cento e resta fuori dal parlamento regionale,
avanza una formazione politica del tutto anomala.
Parliamo del partito pirata tedesco che ottiene un
imprevedibile 7,8 per cento e venti seggi nel Landtag.
Stando alle prime analisi sui flussi elettorali i voti
provengono da elettori delusi della Spd (novantamila),
dei Verdi (ottantamila) e della stessa Cdu
(sessantamila). Soprattutto è da notare che altri
settantamila sono venuti da persone che alle scorse
elezioni non avevano votato e sono tornate alle urne
attratte dai pirati. Il Piratenpartei Deutschland,
costruito a immagine e somiglianza del partito pirata
svedese, presenta nel suo programma non poche affinità
con le istanze del Movimento 5 stelle di Beppe
Grillo, anch’esso reduce da un successo elettorale
al primo turno delle nostre amministrative. La
centralità del web, innanzitutto, che nel caso dei
pirati tedeschi è affiancata da una battaglia
martellante contro i diritti d’autore, per la libertà di
circolazione dei contenuti digitali e per il diritto
alla privacy dei navigatori della Rete.
Come nel caso dei grillini, anche i pirati tedeschi
agitano temi e istanze appartenenti al linguaggio della sinistra. Nel
programma (consultabile su www.piratenpartei.de)
è rivendicato l’obiettivo del «reddito di cittadinanza», il «diritto a
un’esistenza sicura» (che deve essere, appunto, garantito dallo Stato in
forma diretta e non con contributi indiretti per l’occupazione alle
imprese), «l’equa partecipazione» di tutti alla ricchezza sociale
prodotta, lo sviluppo della democrazia e l’uguaglianza dei cittadini, la
legalizzazione delle droghe, la libera autodeterminazione dell’identità
sessuale, diritto di cittadinanza per tutti i migranti, la salvaguardia
dell’ambiente e delle condizioni per la riproduzione della vita, il
diritto all’istruzione e il ruolo centrale della cultura nella società
contemporanea. Si nota, invece, l’assenza di una lettura della crisi e
dei processi economici, non c’è nessun riconoscimento del lavoro nella
vita degli individui e manca qualsiasi analisi di quello che chiameremmo
rapporti sociali di produzione. Il punto centrale del programma dei
pirati è un altro: è la funzione attribuita a Internet nel riorganizzare
il rapporto tra governanti e governati all’insegna della trasparenza.
«La rivoluzione digitale rende possibile uno sviluppo ulteriore della
democrazia».
Movimento 5 Stelle
Anche nell’immaginario grillino la Rete è il luogo in
cui si realizzerebbe l’eterno desiderio della democrazia diretta, una
sorta di consultazione permanente e in tempo reale tra i cittadini e chi
amministra il potere. Non a caso, il web incarna – sia nel linguaggio
dei pirati tedeschi, sia in quello più virulento e sovente rozzo di
Beppe Grillo – l’avvento del nuovo contro il vecchio, la piazza
telematica che rende la mediazione dei partiti un residuo anacronistico
del passato. Per gli uni e per gli altri, il web e la critica alle forme
organizzate della politica rappresentano il punto di volta. «Noi pirati
ci battiamo per una maggiore libertà e indipendenza degli eletti in
parlamento» e per «limitare la disciplina dei gruppi parlamentari e la
pressione dei partiti».
Con quali categorie vanno interpretati fenomeni politici di questo
genere che, per un verso, attingono a un repertorio di temi
tradizionalmente di sinistra e, per un altro, mostrano di essere una
riedizione del populismo, di movimenti che rivendicano a sé un rapporto
diretto con gli elettori, con il Popolo, rigettando i corpi intermedi
della politica nel novero delle istituzioni parassitarie e liberticide?
Basta soffermarsi sulle parole d’ordine del Movimento 5 stelle, molte
delle quali si ritrovano nei programmi della sinistra radicale: la
difesa dell’ambiente, la critica alle multinazionali, la centralità dei
beni comuni, il diritto a sottrarre la vita individuale e pubblica alla
mercificazione, la proposta di un controllo sui capitali finanziari. E
persino la composizione del personale politico grillino chiama in causa
un “tipo” più vicino al militante di sinistra che non al ceto politico
del centrodestra italiano. Dietro le quinte del teatrante Grillo si
muovono volontari e amministratori locali che hanno competenze
specifiche. Basta spulciare nei curricula dei candidati al primo turno
delle amministrative: ricercatori, ingegneri, studenti, laureati in
economia, commercialisti, persone impegnate nel mondo
dell’associazionismo e, ancora, ambientalisti, geometri, tecnici –
insomma, figure a metà strada tra il ceto medio riflessivo e il
precariato cognitivo.
Eppure, se i singoli contenuti ricalcano le rivendicazioni della
sinistra radicale, è nell’impianto complessivo del discorso che salta
fuori la novità. Per il M5S la critica all’economia non mette in
discussione l’organizzazione sociale, non chiama in gioco soggetti
collettivi, ma vale nella misura in cui i poteri forti ledono la sfera
dei diritti individuali. Anche la critica ai partiti e alle forme
organizzate della politica è funzionale all’idea che la democrazia debba
essere rapporto diretto con l’individuo, al di fuori del quale ogni
istituzione diventa inevitabilmente parassitaria. Il programma del M5S
si può riassumere nella ostilità al finanziamento pubblico ai partiti (e
ai giornali), nella volontà di ridurre ai minimi termini qualsiasi corpo
intermedio della democrazia, percepito come una casta contrapposta agli
interessi dei cittadini. Le invettive di Grillo contro il parassitismo
delle istituzioni sono state accostate agli attacchi di Berlusconi
contro gli organi intermedi della democrazia (la magistratura, i
sindacati, l’informazione) che ostacolerebbero l’esercizio diretto della
sovranità da parte di chi detiene il potere in nome del Popolo. È
un’analogia da approfondire.
Grillo: antisistema o funzionale al sistema?
Un’ultima divagazione prima di concludere. La società non esiste,
afferma il filosofo argentino Ernesto Laclau, uno dei principali teorici
del populismo: nel senso che non esiste il Popolo, né alcuna realtà
sociale precostituita, a prescindere dall’intervento della politica con
i suoi linguaggi e le sue costruzioni. La società sarebbe un campo
attraversato da faglie e antagonismi, da domande particolari irrisolte,
da lotte sociali e bisogni slegati tra loro, e nel quale non vi sarebbe
nessuna legge naturale a garantire l’esistenza di soggetti collettivi
già bell’e pronti per l’azione politica (o classi per sé, in termini
marxiani). Nel campo sociale si contenderebbero il primato due diverse
logiche: la prima è quella specifica del Potere, delle forze di sistema,
ed è la «logica di differenza». Il Potere, in ossequio alla legge del
divide et impera, isola tra loro le domande sociali, tende a contenere
le diverse istanze nel quadro esistente e a favorirne, per quanto è
possibile, il loro soddisfacimento all’interno della cornice
istituzionale presente. Questo progetto è secondo Laclau strutturalmente
impossibile, una sorta di atto condannato a ripetersi indefinitamente e,
al tempo stesso, destinato a fallire l’obiettivo di una «totalizzazione
sociale», cioè di una comunità organica e stabile nel tempo. Su un altro
versante, operano le forze “antisistema” che agirebbero secondo una
«logica equivalenziale», che raccoglie e assembla un certo numero di
rivendicazioni insoddisfatte – in origine slegate tra loro – su un unico
fronte antagonista, tracciando una linea di rottura tra queste domande e
il Potere. Quando questa operazione politica riesce si forma il Popolo,
una comunità, un Noi, contrapposto alle istituzioni (o al nemico,
all’Altro, nel caso dei populismi di destra). Il movimento di Beppe
Grillo – tornando alle nostre cronache politiche – è finora riuscito
nell’intento di unire e rendere “equivalenti”, domande che fino a ieri
erano sconnesse tra loro o che trovavano la propria rappresentazione in
schieramenti politici contrapposti. Il boom elettorale va probabilmente
cercato nella capacità di farsi portavoce di rivendicazioni eterogenee,
mettendo nello stesso paniere temi che sono di sinistra (il controllo
dei capitali finanziari, l’acqua pubblica, i beni comuni, le energie
rinnovabili) con temi tradizionalmente orientati a destra
(l’antifiscalismo, il parassitismo della politica, l’ostilità verso i
partiti e l’idea che sono “tutti uguali”). Una spregiudicatezza che
finora ha consentito al M5S di pescare voti nell’astensione e nei bacini
elettorali sia di sinistra sia di destra. Le scelte comunicative dello
stesso Grillo in campagna elettorale hanno infatti toccato temi
tradizionali del repertorio leghista, soffermandosi in più occasioni
sull’impossibilità degli italiani di pagare le tasse, sui piccoli e medi
imprenditori strozzati dalle banche che non fanno più credito e,
persino, mettendo in dubbio la legittimità di un sistema fiscale che
servirebbe soltanto a drenare soldi nelle casse di partiti voraci e
corrotti. Ma a ben vedere, il collante che tiene assieme le
rivendicazioni grilline è l’universalizzazione della figura del
proprietario, il riferirsi a una società di piccoli proprietari
minacciati, nei propri diritti e nelle proprie tasche, da poteri
proprietari più grandi, che di volta in volta possono essere incarnati
dalle banche come dallo Stato, dalle multinazionali come dai partiti,
dai gruppi economici come dalle istituzioni. (www.paneacqua.eu 16 maggio
2012)
Lega ladrona. Bossi si dimette da
segretario
Una
foto in cui il segretario (ex)
della Lega Umberto Bossi accusa
il governo.
Il
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Italia, che rimane autonoma
e indipendente .
Roma - "Io avvisai Bossi delle
irregolarità di Belsito". E’ la
frase pronunciata dalla
segretaria del leader della Lega
Nord, Daniela Cantamessa,
durante l’interrogatorio di
mercoledì scorso, condotto a
Milano dai magistrati di Napoli
Henry John Woodcock e Francesco
Curcio.
Dalla testimonianza della
Cantamessa sia da quella
dirigente dell’ufficio
amministrativo del partito – e
responsabile dell’ufficio gadget
– Nadia Dagrada si concentrano
in particolare, oltre che sulle
spese dei familiari del Senatur,
sulle anomalie di bilancio, sul
ruolo della vicepresidente del
Senato Rosy Mauro ("Non si
staccava mai da Bossi", " del
rischio che l’ex ministro
Roberto Castelli mettesse gli
occhi sui bilanci del Carroccio.
"Soldi in nero al partito". Da
una parte la Dagrada ha
confermato quanto già era emerso
dalle telefonate intercettate:
"Se sono entrati nelle casse
della Lega Nord soldi in
contante ‘in nero’? Sì – ha
risposto ai pm – Mi ricordo che,
alcuni anni fa, l’ex
amministratore della Lega Nord,
Balocchi, portò in cassa 20
milioni di lire in contante dopo
essersi recato nell’ufficio di
Bossi". Maurizio Balocchi, morto
nel febbraio 2010, è stato
tesoriere del Carroccio prima di
Belsito. Nell’interrogatorio con
i magistrati di Napoli e Milano
la segretaria ha chiarito
peraltro di aver saputo dallo
stesso Belsito della
registrazione di un suo un
colloquio con Bossi nel quale
gli aveva "ricordato" tutte le
spese sostenute nell’interesse
personale della famiglia del
Senatùr con i soldi del
finanziamento pubblico. "Non so
– ha precisato Dagrada – se
Belsito abbia effettuato tale
registrazione. Mi disse di voler
utilizzare tale registrazione
come strumento di pressione dal
momento che volevano farlo
fuori".
"Con la malattia l’inizio della
fine". Dagrada rivela che in
definitiva la situazione è
precipitata "dopo la malattia
del segretario federale Umberto
Bossi". Quindi dall’ictus del
2004, anche se per la segretaria
le avvisaglie sono arrivate
l’anno prima. "Dopo il 2003 – ha
spiegato – c’è stato ‘l’inizio
della fine’: si è cominciato con
il primo errore, consistito nel
fare un contratto di consulenza
a Bruxelles a Riccardo Bossi, se
non ricordo male da parte
dell’onorevole Speroni.
Dopodiché si sono cominciate a
pagare, sempre con i soldi
provenienti dal finanziamento
pubblico, una serie di spese
personali a vantaggio di
Riccardo Bossi e degli altri
familiari. In particolare, con i
soldi della Lega venivano pagati
i conti personali di Riccardo
Bossi, per migliaia di euro, e
degli altri familiari, come per
esempio i conti dei medici sia
per le cure dell’onorevole Bossi
sia dei suoi figli. A tal
riguardo mi risulta che Belsito
paghi con i soldi della Lega
tali conti".
La guerra interna. Emerge tutta
la guerra che Belsito ha
intenzione di scatenare nei
confronti dell’ex ministro
Roberto Castelli dagli atti
dell’inchiesta. Castelli,
nominato a gennaio componente
del comitato amministrativo che
doveva revisionare i conti del
Carroccio, chiede a Belsito il
dettaglio dei bilanci e il
tesoriere si lamenta del fatto
che i Bossi non lo difendano. La
rabbia di Belsito deriva da una
serie di telefonate e atti
formali che Castelli ha messo in
piedi per entrare nel merito dei
conti della Lega.
Daniela Cantamessa, sentita il
giorno successivo dai
magistrati, racconta cose molto
simili, dando anche l’idea
dell’atmosfera pesante creata
dalla gestione della tesoreria
da parte di Belsito: "Noi
militanti eravamo amareggiati –
racconta – per tutte quelle
anomalie", anzi: "Mi sentivo
offesa da quella gestione". Ma
soprattutto, proprio per paura
di questa amministrazione
definita opaca, corse a riferire
tutto a Bossi.
L’interrogatorio di Daniela
Cantamessa (4 aprile)
Alla Cantamessa viene fatta
ascoltare in particolare una
telefonata intercettata l’8
febbraio 2012: al cellulare sono
la stessa segretaria particolare
del Senatur e Nadia Dagrada,
dirigente dell’ufficio
amministrativo. Nel corso della
conversazione quest’ultima
riferisce alla collega delle
spese dei figli di Bossi, di
Rosy Mauro e del fidanzato di
quest’ultima. Ecco cosa risponde
la Cantamessa ai pm.
"ERA EVIDENTE UNA SERIE DI
ANOMALIE"
Questa conversazione con la
Nadia Dagrada, braccio destro
del Belsito dell’amministrazione
della Lega – si inserisce in un
contesto di grande amarezza di
noi militanti dovuta al fatto
che in specie con la gestione
del Belsito ci risultava
evidente una serie di anomalie
anche segnalate dai mezzi di
informazione. Premesso che io
non mi occupavo in alcun modo
delle questioni economiche
relative al partito e a Bossi –
a vostra domanda vi dico che non
ho mai preso assegni o ritirato
denaro per Bossi che noi
chiamiamo il capo - tuttavia la
stessa Dagrada, ma non solo lei
anche se era la più attendibile
vista la sua vicinanza al
Belsito, mi confidava che era
molto delusa
dell’amministrazione "opaca"
delle risorse finanziarie del
partito. Io stessa vedevo che il
Belsito aveva intrecciato un
rapporto assai stretto con i
familiari di Umberto Bossi.
"ROSY MAURO NON SI STACCAVA MAI
DA BOSSI"
Nel cerchio dei familiari di
Bossi bisogna inserire anche
Rosy Mauro che di fatto dopo la
malattia del capo si era
"installata" in un abitazione
attigua a quella di Bossi dal
quale non si staccava
praticamente mai. Secondo la
Dagrada il Belsito finanziava i
predetti soggetti con modalità
non chiara e quindi ci
chiedevamo se il Belsito messo
alle strette da Castelli dallo
stesso Bossi – che gli volevano
contestare la vicenda della
Tanzania e degli investimenti
esteri – non si sarebbe difeso
contestando a Rosy Mauro e allo
stesso Bossi il fatto che a
fronte di questi irregolari
investimento all’estero di cui
il partito non ne sapeva nulla
lui poteva a sua volta
contestare al partito tutte
queste spese riferitemi dalla
Dagrada. Fra queste
indubbiamente rientra, per
esempio la vicenda dell’Audi A6
acquistata per Renzo Bossi e
sulla quale io stessa ho visto
Renzo Bossi usarla. Più in
generale, come ho anche detto
ieri il Belsito affrontava spese
personali dei familiari di Bossi
con i soldi del partito e quindi
nella conversazione ipotizzavamo
che questa poteva essere un arma
di ricatto del Belsito.
Vi chiarisco che quando dico
"che se viene fuori il pieno ed
andiamo tutti nella merda" mi
riferivo al fatto che se usciva
fuori sui mezzi di informazione
o in altro modo tutta la
gestione "opaca" del Belsito
l’intero partito avrebbe fatto
una brutta figura. La frase "lui
non ha paura che lui parli" è
trascritta male. Ascoltando la
conversazione io dico invece lei
– riferito a Rosy Mauro riferito
al Belsito parli. Dico questo in
quanto sapevo per il tramite
della Dagrada che la Rosy Mauro
riceveva finanziamenti per il
tramite del sindacato padano. A
vostra domanda, vi dico che non
riesco a comprendere il
riferimento a Balocchi fatto
dalla Dagrada.
"COME MILITANTE MI SENTIVO
OFFESA DALLA GESTIONE BELSITO"
A questo punto mi viene
rappresentato che dalla
documentazione rinvenuta presso
di me, in particolare il
bilancio della lega del 2010,
tabulati relativi alle
autovetture del partito, appunti
in cui evidenzio critiche alla
gestione del Belsito, sia quando
era amministratore della Regione
Liguria sia quando è stato
amministratore "federale",
evidenziano una mia attenta
attività di controllo sulla
gestione finanziaria del
partito. Rispondo che questa
documentazione l’avevo messa
insieme, perchè in quanto
militante del partito mi sentivo
offesa e delusa dalle attività
gestionali di Belsito così come
rappresentatemi da più militanti
della Lega e dalla stessa
Dagrada. Avevo redatto delle
note critiche che volevo dare a
Castelli affinchè svolgesse un
accurato controllo. Con
riferimento alla vicenda delle
irregolarità di Belsito nella
gestione dei fondi della regione
ligure di cui all’appunto che mi
è stato rinvenuto, posso dire
che si tratta di notizie che mi
erano state date telefonicamente
da uno che si era qualificato
della Lega Nord ligure.
"AVEVO AVVISATO BOSSI DELLE
IRREGOLARITA’"
Quando nel corso della
conversazione dico che "il capo
continua imperterrito con quello
che gli ho detto" mi riferivo al
fatto che io stessa avevo
avvisato Bossi delle
irregolarità del Belsito, o
meglio della sua superficialità
ed incompetenza e del fatto che
la Rosy Mauro era un pericolo
sia politicamente e sia per i
suoi rapporti con la famiglia
Bossi. Non nominai a Bossi la
moglie perché mi sembrava
indelicato. Confermo che nel
corso della conversazione la
Dagrada che io torno a ripetere
considero una persona fedele al
movimento e alla purezza dei
suoi intenti sembrava quanto
meno soddisfatta, del fatto che
avesse suggerito a Belsito di
fotocopiarsi tutta la
documentazione compromettente in
modo che rimanesse la prova
della malversazioni effettuate e
che chi non era stato fedele al
partito ne pagasse le
conseguenze, e prima fra tutti
la Rosy Mauro. A vostra domanda
vi dico che la Dagrada non mi ha
mai riferito dell’esistenza di
una registrazione inerente ad un
colloquio tra il Belsito e
Umberto Bossi.
L’interrogatorio di Nadia
Dagrada (3 aprile)
Il giorno precedente Woodcock e
il collega di Milano Paolo
Filippini avevano ascoltato la
dirigente amministrativa del
partito e responsabile
dell’ufficio gadget Nadia
Dagrada. La funzionaria spiega
ai pm che di fatto svolge la
funzione di principale
collaboratrice del tesoriere
Francesco Belsito. "Quando lui
non c’è utilizzo la sua stanza –
dice – Quando, invece, il
Belsito è presente utilizzo una
stanza, ubicata sempre al
secondo piano, ma più piccola.
Preciso che entrambe le citate
stanze, e cioè quella del
Belsito e quella mia, sono
stanze all’interno delle quali
vengono svolte attività
amministrative e contabili, nel
senso che io mi occupo della
gestione dei fornitori, del
gadget e di verifica della
contabilità territoriale".
Ecco il resto del verbale di
interrogatorio.
SOLDI PUBBLICI USATI PER FINI
CHE NON C’ENTRANO CON LA LEGA
Che mi risulti gli unici soldi
della Lega Nord sono quelli del
contributo pubblico che vengono
destinati per le finalità
istituzionali previste dalla
legge; mi fate esempi di somme
che sarebbero state destinate ad
altre finalità (auto, pagamento
medici…); vi rispondo che
effettivamente vi sono una serie
di spese e somme danaro
provenienti dai finanziamenti
pubblici erogati dallo Stato al
partito della Lega Nord che non
hanno nulla a che vedere con le
finalità e l’attività del
partito politico della Lega; di
tali fatti e di tali vicende ho
parlato più volte con il Belsito,
facendo commenti anche critici.
Faccio degli esempi: mi risulta,
per esempio, che con i soldi
pubblici sia stata comprata
l’auto Audi A6 acquistata a
Renzo Bossi (figlio del
segretario federale on. Umberto
Bossi) e poi passata a Belsito;
ancora sono stati usati soldi
pubblici per pagare i conti dei
medici, anche per cure ricevute
da membri della famiglia Bossi;
ancora il Belsito mi ha riferito
di aver pagato con i soldi della
Lega Nord provenienti dal
finanziamento pubblico cartelle
esattoriali e conti vari di
Riccardo Bossi (figlio del
segretario federale on. Umberto
Bossi).
I SOLDI IN NERO NELLE CASSE DEL
PARTITO
Sì, mi ricordo che alcuni anni
fa l’ex amministratore della
Lega Nord, sig. Balocchi, portò
in cassa venti milioni di lire
in contante dopo essersi recato
nell’Ufficio di Bossi.
IL COLLOQUIO REGISTRATO
Il Belsito mi ha sicuramente
detto di aver registrato un suo
colloquio con l’onorevole Bossi
– colloquio nel quale aveva
"ricordato" al segretario
onorevole Bossi tutte le spese
sostenute nell’interesse
personale della famiglia Bossi
con i soldi provenienti dal
finanziamento pubblico. Non so
se Belsito abbia effetuato tale
registrazione. Belsito mi disse
di voler utilizzare tale
registrazione come strumento di
pressione dal momento che
volevano farlo fuori.
"E’ STATO UTILIZZATO DENARO
PUBBLICO PER LE SPESE DI
FAMIGLIA"
Effettivamente e con dolore dico
che sono stati utilizzati soldi
del finanziamento pubblico
destinati al partita della Lega
Nord per pagare conti e per
effettuare pagamenti personali
in particolare della famiglia
Bossi. Posso dire che la
situazione è precipitata dopo la
malattia del segretario
federale, ono Umberto Bossi,
nell’anno 2003. Dopo il 2003 c’è
stato "l’inizio della fine": ,si
è cominciato con il primo errore
consistito nel fare un contratto
di’ consulenza a Bruxelles a
Riccardo Bossi, se non ricordo
male da parte dell’onorevole
Speroni; dopo di che si sono
cominciate a pagare, sempre con
i soldi provenienti dal
finanziamento pubblico, una
serie di spese personali a
vantaggio di Riccardo Bossi e
degli altri familiari
dell’onorevole Bossi; in
particolare con i soldi della
Lega venivano pagati i conti
personali di Riccardo Bossi per
migliaia di euro e degli altri
familiari, come per esempio i
conti dei medici sia per le cure
dell’onorevole Bossi sia dei
suoi figli; a tal riguardo mi
risulta che il Belsito paghi con
i soldi della Lega tali conti.
"SOLDI ANCHE PER LA VISITA
CARDIOLOGICA DI ROSI MAURO"
A proposito di Rosi Mauro, mi
risulta per avermelo detto
sempre il Belsito che anche a
favore della predetta
Parlamentare (Rosi Mauro) siano
state erogate somme e la fatture
relativa ad una visita
cardiologica effettuata dalla
Rosi Muro – per un ammontare di
alcune centinaia di euro –
pagata con i soldi della Lega;
ripeto, il Belsito mi ha
raccontato e rappresentato di
altre somme della Lega di cui la
Rosi Mauro sui sarebbe
appropriata, di cui, tuttavia,
io non ho visto le carte. Poi
per quanto attiene l’amante di
Rosy Mauro, Belsito mi ha
riferito che Pier Giuramosca,
poliziotto, attualmente suo
segretario particolare, è stato
da lei aiutato ad ottenere un
mutuo agevolato e gli sono stati
pagati soldi per conseguire un
titolo di studio. Il poliziotto
è attualmente in aspettativa ed
ha un contratto con la
vicepresidenza del Senato, dove
la Rosy è vicepresidente dello
stesso organo. Il Belsito mi ha
riferito che lui aveva delle
amicizie particolari con alcuni
appartenenti alle Forze
dell’Ordine, tra cui Carabinieri
e Guardia di Finanza e che
poteva assumere informazioni da
loro anche riservate anche
giudiziarie.
"FURONO PAGATI GLI AVVOCATI DI
RICCARDO BOSSI"
Tornando su Bossi Riccardo, so
che Belsito ha pagato alcune
fatture per gli avvocati
difensori di Riccardo, perché
aveva un assegno protestato di
circa 12.000,00 euro.
"BELSITO NON ERA SIMPATICO ALLA
LEGA"
Belsito non è mai stato nelle
simpatie della Lega perché si
diceva che aveva circuito una
persona incapace a Genova a cui
aveva preso dei soldi. Ho saputo
dell’esistenza di Bonet dopo gli
articoli stampa del gennaio 2012
sull’operazione "Tanzania". Da
questo momento in poi, Belsito
mi ha parlato che era collegato
al Bonet con cui era socio in
affari in uno studio tributario
di Genova.
LE VISITE MEDICHE DEL SENATUR
Per quanto attiene il ricovero
di Umberto Bossi nel 2003 le
spese per la Ildebrand di Varese
sono state anticipate dalla Lega
e poi l’amministratore Balocchi
successivamente se li è fatti
rendere da Bossi, credo per
circa 100.000,00 euro. Quando
poi Balocchi ha problemi di
salute è stato affiancato del
ruolo di amministratore da
Belsito. Per quanto ritiene le
spese, Circa un migliaio di euro
dal Cardiocentroticino di
Lugano, nel 2010-2011 sono state
pagate dalla Lega e non mi
risulta siano stati pagati dai
Bossi. Al riguardo non ho ancora
un riscontro ufficiale.
IL TERRAZZO DELLA VILLA DI
GEMONIO
Per quanto riguardo i lavori di
ristrutturazione edilizia del
terrazzo dell’abitazione di
Gemonio di Bossi, so che nel
2010 sono stati pagati 25.000,00
con bonifico bancario della
Lega. E che ci sono da pagare
ancora 60.000,00 euro e so che
la ditta voleva fare causa per
il mancato pagamento. L’Ufficio
dà atto che la Dagrada viene
interpellata telefonicamente
alle ore 09.00 da un
collaboratore di via Bellerio 41
sede della Lega Nord a cui
riferiva che l’Ufficio posto al
2? piano dello stabile adiacente
a quello dell’on. Comaroli, è
esclusivamente nella sua
disponibilità ed è quello dove
lei esercita la sua attività di
responsabile amministrativo
contabile della Lega Nord.
SPESE E FATTURE (CHE NON
C’ERANO)
Voglio precisare che Belsito
ogni volta che ci chiedeva di
pagare una spesa della famiglia
di Umberto Bossi o anche altre
spese non riconducibili
direttamente all’attività del
partito, diceva alla Tiziana
Vivian, l’altra segretaria di
Roma della Lega, di pagare con
bonifici o altre firme senza
avere la fattura di riferimento.
Io non ho la possibilità di fare
materialmente i pagamenti in
quanto non ho la firma sui conti
corrente né quello online di
Genova e di Roma.
Dal gennaio 2011 ho avuto
accesso alle fatture regolari
pagate da Milano per le
manifestazione e spese
riconducibili alla Lega Nord.
Per i pagamenti fatti dal conto
corrente genovese della banca
Aletti, Belsito operava in
autonomia e non aveva una
segretaria operativa. Per quanto
riguardo il conto corrente della
Lega presso il Banco di Napoli
della Camera dei deputati di
Roma anche in questo caso
Belsito era l’unico ad operare
sul conto. Mentre la Vivian
portava materialmente, gli
ordini di bonifico e gli assegni
alla banca.
GLI AMICI DI ROSY E DEL SINPA
Per quanto attiene agli assegni
circolari di tale Delmirino
Ovieni, posso dire che sono
stati fatti i pagamenti da parte
di Belsito riconducibile alla
Rosy Mauro. Quando ho visto gli
estratti conto del 2011, del
Banco di Napoli di Roma, su
detti assegni, di circa
48.000,00 ho chiesto spiegazioni
a Belsito, in quanto i pagamenti
apparivano privi di causa, e lui
non mi ha volutamente risposto.
Ho chiesto a Belsito chi fosse
il beneficiario Delmirino Ovieni,
ma anche a questa domanda, non
mi ha dato risposto, al che ho
fatto una ricerca su google, per
capire chi fosse, ed ho visto
che c’era un rapporto pregresso
tra Ovieni e la Rosy Mauro.
LAUREE IN SVIZZERA DA 120MILA
EURO
Voglio precisare che noi in
generale, diamo dei contributi
ai vari organi e/o enti di
partito, ma al tempo di Balocchi
queste somme non venivano dati
tutti questi soldi al SinPa
(Sindacato Padano). Nel 2011
sono stati versati circa
60.000,00 al Sinpa. Belsito mi
ha poi riferito che sono stati
dati altri soldi in contanti al
Moscagiuro Pier, compagno della
Rosy Mauro, affinché pagasse le
rate per le spese della scuola
privata e conseguire il diploma
e poi la laurea, credo
"ottenuti" entrambi in Svizzera.
Inoltre Belsito mi ha detto
anche di aver pagato le rate per
il diploma e poi la laurea della
stessa Rosy Mauro, pagando con i
soldi della Lega. Per quanto
riferitomi da Belsito i titoli
di studio menzionati sono
costati circa 120.000,00 euro
prelevati dalla cassa della
Lega. Credo che i titoli sono
stati conseguiti in Svizzera.
LA LAUREA DI RENZO A LONDRA:
130MILA EURO
Inoltre anche Renzo Bossi dal
2010 sta "prendendo" una laurea
ad un’università privata di
Londra e so che ogni tanto ci va
a frequentare e chiaramente le
spese sono tutte a carico della
Lega, ed anche qui credo che il
costo sia sui 130.000,00.
A questo punto i pm fanno
ascoltare alla Dagrada l’audio
dell’ intercettazione della
Procura di Napoli del
29.01.2012, ore 20.37.
I PAGAMENTI PER LA DIPENDENTE
DEL PARTITO
Per quanto riguarda Helga
Giordano ed il suo ragazzo
Giordani Paolo, posso dire che 2
anni fa circa mi trovavo in
Umbria e ricevetti una
telefonata da parte dell’ex
marito di Helga che mi chiese i
rapporti della Lega con il
Legnano Calcio perchè era stato
pubblicato sui giornali qualcosa
riferito all’assessore al
bilancio di Sedriano (Milano),
allora Helga Giordano e Paolo
Alberto Scrabole, che cercavano
di reperire finanziamenti per
acquistare il Legnano Calcio
unitamente al Giordani Paolo. Io
dissi che la Lega non era
interessata a questa cosa. A
fine gennaio inizi di febbraio,
telefonarono a via Bellerio 41
per avere un appuntamento con
Bossi e precisarono che si
tratta di un grave comportamento
di una persona che lavorava in
via Bellerio. Anzi preciso che
mi chiamò la mia collega Daniela
Cantamessa, e mi disse che aveva
ricevuto da poco una telefonata
da parte di Nella Corrado,
figliastra di Silvana
Quarantotto ed amica di Helga
Giordano che voleva conferire
col segretario per un
comportamento scorretto di una
dipendente della Lega, per
l’appunto la Helga Giordano. La
Daniela, la stessa sera, fissa
l’appuntamento con queste
persone che vengono ricevute in
via Bellerio.
La questione da questi
sollevata, riguardava una
richiesta-truffa di 30.000,00
euro fatta da Helga ed il suo
compagno Giordani Paolo per una
pratica di finanziamento di
1.000.000,00 di euro,
considerato che la Qaurantotto
Silvana era in difficoltà
finanziarie con la sua società,
presentandosi come la segretaria
di Bossi e millantando vicinanze
con lui. Alchè noi comprendendo
la difficoltà di tale situazione
chiedemmo a Belsito di far
analizzare la pratica da un
punto di vista della solvibilità
della società Corrado sas di
Milano. Cosa che Belsito fece.
Difatti dopo qualche giorno
Belsito gli consegnò
personalmente a Silvana
Quarantotto un assegno di
140.000,00 circa per andare
incontro alle ulteriori esigenze
finanziarie, senza indicare
contabilmente la causale. Dopo
qualche giorno la Quarantotto,
nonostante il contributo, non
trovando la soluzione al
problema ci richiese altre somme
perché le banche non le
finanziano più la sua azienda.
Alchè Belsito visto che non si
trovava la soluzione mi informò
di aver trovato una soluzione e
cioè di fare un compromesso
fittizio per l’acquisto del
capannone di proprietà della
Corrado, in modo giustificare
contabilmente il prelievo dalla
casse della Lega di altre
130.000,00 circa, richiamando
nel compromesso anche le altre
145.000,00 circa già datele con
l’assegno. Tale atto giustifica
così i due contributi in modo
tale che eventualmente si poteva
acquistare il capannone se le
Quarantotto non restituiva le
somme. Inoltre, proprio stamane
sapevo che Belsito avrebbe
consegnato alla Quarantotto un
altro assegno di 40.000,00 euro
consegnandolo il titolo di
credito a Genova penso al
"solito bar", così come
riferitomi da Belsito.
In particolare i magistrati
fanno poi ascoltare alla Dagrada,
personaggio chiave
dell’inchiesta, una telefonata
tra lei e Belsito. In cui si
sentono le seguenti battute.
(Nadia) "Però tu al capo (Bossi)
precisi la cosa del discorso
soldi, che Castelli vuole andare
a vedere la "cassa" e quelli che
sono i problemi, perché comunque
tu non è che puoi nascondere
quelli che sono i "costi de).)a
famiglia", cioè da qualche parte
vengono fuori.
(Belsito) : Sì
(N) : Anche perché o lui, (ndv
Umberto Bossi) ti passa come
c’era una volta, tutto in nero,
o altrimenti come cazzo fai tu.
Mentre invece il discorso,
chiedi con la presenza di lui,
se è meglio Alessandri o Gibelli(
che dovrebbero sostituire
Castelli)
(B) : Sì
"CASTELLI VOLEVA VEDERE I CONTI"
Posso dire che sapevo che anni
fa sapevo che c’era il "nero"
che finanziava il partito, ma io
ho assistito ad un solo episodio
di 20.000 milioni di lire
portati da Balocchi e prelevati
dall’Ufficio di Bossi. Difatti,
in questo passo della telefonata
voglio precisare che Castelli
stava insistendo, anche con me,
per vedere i conti del partito e
quindi io consiglio a Belsito di
riferire al "capo" Umberto Bossi
, vista la consistenza delle
spese sostenute per la famiglia
Bossi – che sono quelle in parte
già dette prima – di non
permettere a Castelli di fare
questi controlli e che quindi
per poter continuare a pagare le
spese della famiglia, bisognava
fare ricorso al "nero", cioè ad
incassare liquidità senza
registrazione contabile alcuna,
così come ha fatto in passato
Balocchi quando è andato
nell’Ufficio di Bossi ed è
uscito subito dopo con delle
mazzette di soldi per 20.000
milioni di lire. Balocchi uscì
dall’Ufficio di Bossi e venne
nell’ufficio da me mi consegnò i
20.000 milioni di lire dicendomi
di non registrarli e di metterli
in cassaforte che poi ci avrebbe
pensato lui. Ribadisco che
sapevo che circolava del "nero"
nella Lega, ma io ho visto
personalmente solo questa
operazione.
"LA VACANZA A BOSSI E FAMIGLIA A
SPESE DEL PARTITO"
Voglio precisare che Belsito ha
pagato al segretario Bossi ed
alla sua famiglia, con i soldi
della Lega, provenienti dai
contributi pubblici, un
soggiorno estivo nel 2011 ad
Alassio (Genova). E che è stato
regolarmente pagato dalla Lega,
ma non è stato fatto dai Bossi
perchè proprio il segretario
ebbe un infortunio al braccio
qualche giorno prima.
"BELSITO NON HA UNA GESTIONE
TRASPARENTE"
Devo precisare che da quando è
iniziata la gestione Belsito le
cose sono mutate rispetto alla
precedente gestione Balocchi. Le
cose sono mutate, nel senso che
lo stesso Belsito non aveva e
non ha una gestione trasparente
delle spese che vengono caricate
sulla Lega, cioè lui ci diceva
di effettuare pagamenti senza
che io e le mie colleghe
dell’amministrazione vedessimo
le fatture o comunque i
documenti giustificativi. Della
questione ho parlato spesso con
Tiziana Vivian e l’ho persino
contestato allo stesso Belsito,
tant’è che ebbi con lui in una
prima fase un momento di
attrito, legato proprio a questa
gestione opaca delle risorse
delle Lega, abituata invece da
Balocchi a riscontrare
documentalmente le uscite
risultanti dagli estratti conti.
Ricordo anche che ho accennato a
Castelli le mie perplessità sul
modo di gestire il denaro da
parte di Belsito e su come si
comportava in modo disinvolto
sulla gestione dei fondi. Alle
mie perplessità ricordo che
Castelli disse che avrebbe fatto
in modo di verificare quanto io
gli avevo riferito, manifestando
anche le stesse mie
preoccupazioni. Sicuramente non
so specificare i prelevamenti
straordinari per contanti fatti
da Belsito, autonomamente,
mentre posso dire che per la
nostra gestione preleviamo circa
almeno 40-60.000,00 euro al mese
dalla Banca Popolare di Lodi per
le spese di gestione ordinaria
del partito.
"FECI IL BILANCIO SENZA
DOCUMENTAZIONE"
Quando c’era Balocchi io avevo
accesso a tutti i dati tant’è
che per il bilancio del 2010, io
dissi al Belsito – poichè non
avevo la disponibilità della
documentazione che giustificava
le spese caricate sui conti del
banco di Napoli e della Banca
Aletti – che avevo difficoltà a
redigere il bilancio poichè non
avevo una visione chiara delle
cose. Tuttavia, la mancata
redazione dei bilanci nei
termini di legge avrebbe
impedito alla Lega Nord di
incassare i contributi o i
rimborsi elettorali erogati
dalla Camera dei Deputati, anche
se la documentazione non era
completa e non avevo tutte le
pezze giustificative, decisi
comunque di procedere alla
stesura del bilancio consapevole
del fatto che responsabilità non
era mia, ma di Belsito che era
ben consapevole di queste
criticità di cui si assumeva la
piena responsabilità. A seguito
della presentazione del bilancio
2010, la Lega incassò circa
18.000.000,00 di euro per il
2011.
CON BELSITO SPESE ALLE STELLE
Voglio evidenziare anche che da
quando Belsito è amministratore
della Lega sono anche mutate le
tipologie di spese che
permetteva che il partito
sostenesse; mi spiegò Belsito
che ha fatto comprare una Smart
per Renzo Bossi che è intestata
alla Lega e che ad oggi, dopo
essere stata usata da Renzo per
qualche mese è rientrata nella
nostra disponibilità; analoga
cosa è successa per il BMW X5 in
uso a Riccardo Bossi a cui
abbiamo pagato il riscatto del
Leasing perchè non era in grado
di affrontarne gli oneri, pari a
euro 12 o 21.000,00 euro.
Inoltre io che svolgo attività
di contabile dal 1998, ho
immediatamente notato che con la
gestione Belsito c’è stato un
incremento sostanziale delle
spese che gravano sulle casse
del partito.
LA SCUOLA DELLA MOGLIE
Per quanto attiene la signora
Manuela Marrone, consorte di
Bossi, sono a conoscenza del
fatto che sono stati versati dal
conto corrente della Lega del
Banco di Napoli di Roma,
"contributi diversi" almeno
80-100.000,00 euro per sostenere
la "scuola Bosina" di Varese,
dove penso che la signora
Marrone riveste il ruolo di
preside. Mi risulta che
ulteriori versamenti per un
ammontare di 800.000,00 euro
sono stati erogati a favore
della stesso istituto scolastico
dal conto dei fondi della
cosiddetta legge Mancia. Ho
appreso nel merito anche
chiedendolo a Belsito a chi
fossero stati formalmente
destinati detti soldi e che lui
non lo sapeva. Alchè io l’ho
invitato ad informarsi quali
erano gli obblighi di legge
della Legge Mancia. Ho appreso
circa un mese fa da Belsito, che
nel 2010-2011 gli era stato
chiesto da Marrone Manuela di
accantonare, per cassa, una
cifra per il sostegno della
scuola Bosina, pari a circa
900.000,00 o 1 milione di euro
per esigenze della scuola bosina.
Poichè lui si mostrava
disponibile ad accettare questa
richiesta, io gli manifestai il
mio disappunto e la mia netta
contrarietà perchè ritenevo e
ritengo che l’accantonamento
deve essere trasparente e dette
operazioni devono essere
regolarmente iscritto nel
bilancio e che non c’era motivo
di farlo in maniera nascosta
come chiedeva la Marrone al
Belsito.
IL DIPLOMA DEL FIDANZATO DELLA
MAURO
Chiarendo nel merito con Belsito
che questa richiesta aveva una
doppia valenza, una per Belsito
di avere sempre più una forte
ascesa nei confronti dei Bossi e
l’altra la spregiudicatezza
della Marrone nel richiedere la
complicità del Belsito per
attingere ai fondi del partito.
Questa condotta è analoga a
quelle tenute da Belsito a
sostegno delle richieste dei
figli di Bossi e per la Rosy
Mauro che lui voleva tenere
nascoste nel bilancio. Ed io non
volevo che i fondi pubblici del
partito venissero utilizzate per
le esigenze personali e non per
i fini delle attività di
partito. Pertanto lo consigliavo
di fare dei bonifici tracciabili
sui versamenti a favore della
"scuola bosina", fatti sempre
dal Banco di Napoli della Lega
di Roma, evitando al contrario i
pagamenti a favore di persone e
non per gli interessi del
partito. In questa categoria
rientrano ad esempio alcuni
costi tra i quali: il diploma e
la laurea (forse in corso) di
Moscagiuro Pier, compagno e
segretario particolare della
Rosy Mauro; il diploma e laurea
(forse in corso) per la Rosy
Mauro per complessivi
130.000,00; spese per acquisto e
noleggio di autovetture; spese
di soggiorno per vacanze; spese
per la telefonia; comodato d’uso
a titolo gratuito
dell’associazione umanitaria
Padana; prelievo bancario dal
Banco di Napoli di 29.150,00
franchi svizzeri a favore di
Rosy Mauro.
"ERO CONTRO CASTELLI: TEMEVO PER
IL PARTITO"
Io ero preoccupata e mi
contrapponevo all’accesso ai
conti della Lega da parte di
Castelli, poiché ritenevo che
attraverso lui, Rosy Mauro
avrebbe potuto utilizzare la
conoscenza dei fatti sopradetti
contro gli interessi del mio
segretario e contro gli
interessi del mio "movimento".
Per questi motivi ho spinto
Belsito a rappresentare in
colloquio riservato a tu per tu
con Bossi l’esistenza di questi
fatti e di questo pericolo.
"BELSITO CANCELLO’ IL LIMITE DI
SPESA"
Con l’operazione Tanzania emersa
a gennaio sui media, ho scoperto
poi successivamente che Belsito
per poter effettuare il prelievo
dei 5.700.000,00 dalla Banca
Aletti di Genova e fare
l’investimento con Bonet, ha
utilizzato un verbale del
consiglio federale della Lega –
che stabiliva, ed è tutt’ora
vigente, il limite di
possibilità di spesa ad euro
150.000,00 con firma singola,
mentre superiore a questa cifra
è previsto l’avvallo del
comitato amministrativo e cioè
di Castelli e Stiffoni
cancellando la parte in cui era
riportato il limite di spesa.
Verbale consegnato poi alla
banca.
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Umberto Bossi si è dimesso dalla
carica di segretario del partito
della Lega. Una scelta che,
stando a quanto riportano le
agenzie, sarebbe "irrevocabile".
E' quanto riporta la televisione
Sky. A ricoprire la carica, sarà
un "triumvirato ad interim"
formato da Roberto Maroni,
Roberto Calderoli, e Giancarlo
Giorgetti fino al prossimo
Congresso.
A questo punto, il Consiglio
dovrebbe accogliere le sue
dimissioni. Dalle indagini in
corso seguite all'esplosione
dello scandalo Belsito risulta
la presenza di soldi del partito
che sarebbero andati a Bossi e
Roberto Calderoli. Bossi ha
deciso così di lasciare il
comando del partito, travolto in
prima persona, insieme alla sua
famiglia, dall'indagine dei Pm.
Proprio lui, che parlava di Roma
ladrona e Governo ladrone,
avrebbe utilizzato i fondi del
suo stesso partito, che ergeva a
esempio di integrità.
Quando la notizia si è diffusa
tra i giornalisti che sostano
davanti alla sede di via
Bellerio a Milano, i militanti
che si trovano davanti al
quartier generale per
manifestare solidarietà al
leader del Carroccio hanno
cominciato a gridare "Bossi,
Bossi" .
DETTAGLI DA ANSA
C'é una intercettazione agli
atti dell'inchiesta di Milano
che vede indagato l'ex tesoriere
della Lega Belsito in cui Nadia
Dagrada "parla del 'nero' che
Bossi dava tempo fa al partito".
Per gli investigatori "il 'nero'
è riconducibile alla provenienza
del denaro contante che può
avere varie origini, dalle
tangenti, alle corruzioni".
Tra i documenti sequestrati ieri
a Roma nella cassaforte del
tesoriere vi è un carnet di
assegni che reca la scritta
"Umberto Bossi". Il carnet, che
è relativo al conto corrente
della banca sul quale vengono
versati i contributi per il
Carroccio, é ora all'esame dei
pm di Napoli e di Milano. Negli
atti dell'inchiesta milanese gli
investigatori scrivono che dalle
intercettazioni telefoniche
emerge che il denaro sottratto
alle casse della Lega è andato
"a favore" tra gli altri di
"Bossi Umberto" e "Calderoli
Roberto".
Inoltre "Renzo Bossi e la sua
fidanzata, Baldo Silvia, (...)
sono stati insieme alla sede
della Lega di via Bellerio e si
sono portati via i faldoni della
casa (ristrutturazioni?) per
timore di controlli, visto il
periodo critico". E' quanto
annotano gli investigatori in un
atto dell'inchiesta sull'ex
tesoriere della Lega Belsito.
Nella cassaforte del tesoriere
della Lega Francesco Belsito tra
la documentazione contabile
sequestrata ieri dai carabinieri
del Noe e dalla Guardia di
Finanza vi e' anche una cartella
con l'intestazione ''The
family'.L'ipotesi degli
investigatori e' che i documenti
siano relativi alle elargizioni
ai familiari del leader del
Caroccio Umberto Bossi. Gli atti
sono all'esame del pm di Napoli,
Francesco Curcio, Vincenzo
Piscitelli e John Henry Woodcock.
I dirigenti leghisti che oggi
prenderanno parte al Consiglio
federale stanno arrivando in via
Bellerio, tra i primi ad entrare
Roberto Maroni mentre il leader
del Carroccio sarebbe gia' nel
suo ufficio, come anche Roberto
Calderoli. ''Oggi decido la
nomina del nuovo segretario
amministrativo della Lega, il
consiglio federale si riunisce
per questo'' ha detto all'Ansa
Bossi. Alla domanda se ci siano
altri argomenti all'ordine del
giorno, Bossi ha replicato
secco: ''Oggi nominiamo il nuovo
segretario amministrativo''.
IN CORSO INTERROGATORIO DA PM
MILANO PAOLO SCALA - E' in corso
da questa mattina in procura a
Milano l'interrogatorio di Paolo
Scala il presunto uomo d'affari
indagato perla vicenda dei
sospetti finanziamenti con i
fondi 'sottratti' dalle casse
della Lega in Tanzania e a
Cipro. Scala ieri e' stato
sentito dal magistrato della Dda
di Reggio Calabria Giuseppe
Lombardo che lo ha indagato per
riciclaggio insieme all'ex
tesoriere del Carroccio
Francesco Belsito. L'uomo
d'affari e' invece indagato a
Milano per appropriazione
indebita reato commesso in
concorso con lo stesso Belsito e
con l'imprenditore Stefano Bonet.
A Belsito gli inquirenti
milanesi hanno anche contestato
il reato di truffa ai danni
dello Stato, mentre a Bonet solo
truffa.
INDAGINI DDA REGGIO DA 2009,
PARTITE DA COSCA DE STEFANO -
Sono iniziate nel 2009, da
accertamenti sugli affari nel
nord Italia della cosca di
'ndrangheta dei De Stefano di
Reggio Calabria, le indagini
della Dda reggina da cui sono
nati i filoni di cui si occupano
le Procure di Milano e Napoli,
che hanno portato ad indagare
l'ex tesoriere della Lega
Francesco Belsito.
Procedendo nei loro
accertamenti, gli investigatori
reggini si sono imbattuti in una
serie di personaggi, tra i quali
Romolo Girardelli,
soprannominato ''l'ammiraglio'',
il faccendiere genovese che gia'
nel 2002 era finito in una
inchiesta della Dda perche'
sospettato di essere un
riciclatore dei De Stefano in
contatto con elementi di spicco
della cosca che operavano in
Liguria ed in Francia quali
Paolo Martino e Antonio Vittorio
Canale.
E' stato seguendo le mosse di
Girardelli che gli investigatori
della Dia sono risaliti a
Belsito, col quale il
faccendiere era in societa'
tramite il figlio Alex
Girardelli, nella Effebi
Immobiliare, societa' con sede a
Genova e attiva nel settore
immobiliare e commerciale. Dagli
ulteriori riscontri sono emersi
i rapporti con l'imprenditore
veneto Stefano Bonet, il suo
promotore finanziario Paolo
Scala e l'avv. calabrese di
origini ma con studio a Milano
Bruno Mafrici, su cui adesso
sono concentrate le attenzioni
di tre Procure.
Il Consiglio Federale della Lega
ha poi scelto Stefano Stefani
come nuovo tesoriere del
partito, dopo le dimissioni di
Belsito, indagato per truffa ai
danni dello Stato,
appropriazione indebita e
riciclaggio. Stefano Stefani è
nato a Costabissara (Vicenza),
ha 73 anni, ha la licenza media
ed è imprenditore orafo. In
questo momento è deputato della
Repubblica, presidente della
commissione Esteri della Camera,
ma ha una lunga carriera
politica. 4 aprile 2012
Monti - Fornero. "Famolo strano"
di Loredana Buffo
Il giochetto è stato facile quando si è trattato di
intervenire sulla riforma delle pensioni, facendo leva sul terrore dello
spred. Anche se nel frattempo è scivolata sulla buccia di banana delle
liberalizzazioni, la “coppia di ferro” Monti – Fornero sta dimenticando
che essendo in una Repubblica democratica, non si può cancellare con
atti di violenza politica i diritti duramente conquistati e previsti
dalla Costituzione.
La questione non è che i sindacati sono dei soggetti
privilegiati, bensì un democratico soggetto di mediazione.
E’ altrettanto demagogico e truffaldino etichettare
come “arcaico” o veterocomunista chi critica e diffida di una riforma
che corregge ben poco le storture della “flessibilità cattiva” (posto
che qualcuno riesca a crearne una buona), e in compenso apre un varco al
disagio sociale, alla disoccupazione e alle diseguaglianze. Tutto in
nome della “naturalità del mercato”, come se il mercato fosse un’entità
incontrollabile come i fenomeni sismici o i tornado, anziché opera e
volontà del pensiero e della “razionalità” umana.
E’ proprio sul consenso che si regge un sistema
democratico, questo è il punto nevralgico (o ventre molle) di un governo
nato come tecnico, che non comprende che la fiducia reciproca tra parti
sociali e governo, è un dato squisitamente “politico”. Il fatto che sia
un governo di tecnici, lo dimostra proprio con un comportamento di
incapacità mediativa, dichiarando tout-court che la concertazione è
arcaica e sinonimo di consociativismo (come se fosse una parolaccia) e
inciucio; riempiendosi la bocca di sproloqui sul modello tedesco, salvo
dimenticare che nel “modello tedesco” è fondamentale la cultura
istituzionale e del consenso sociale.
Per non parlare delle protezioni sociali o
flessicurezza di cui godono i cittadini tedeschi e che noi nemmeno ci
sogniamo. L’unica forma di tutela è prevista dal 2007 e avvolta in un
progetto nebuloso, sarebbe interessante calcolare i danni e le ricadute
economiche rispetto alla soglia di povertà che si raggiungeranno nel
frattempo, prima che arrivi il fantastico 2007 che ci regalerà il
sostegno alla disoccupazione, ma solo per quelli che nel frattempo non
saranno diventati clochard.
Ma forse questo governo tecnocrate-liberista sa
benissimo che il livello di disoccupazione e la precarietà generalizzata
generano un’economia e un consenso basato sulla paura.
In realtà quella che viviamo è una crisi economica
profonda voluta da un sistema finanziario liberalizzato e disfunzionale
alla crescita, e che viene usata per una forzata riconfigurazione dello
stato e della democrazia basata sui diritti così come l’abbiamo
conosciuta. Tutto grazie al trasferimento di denaro ai creditori
finanziari e che scarica sulla testa dei cittadini il costo della
decrescita, quello a cui stiamo assistendo è un vero e proprio processo
di espropriazione finanziaria. L’ossessione dimostrata in questi mesi
per il lavoro, il costo dei salari e i licenziamenti facili, ne è la
dimostrazione. Per il liberismo questa crisi creata dai mercati
finanziari, è un’opportunità eccezionale per imporre trasformazioni che
sarebbero impossibili in un contesto diverso.Purtroppo questo è il
risultato di un gap in questi anni tra la politica e gli scienziati
sociali o intellettuali che dir si voglia. E’ necessario ricostruire
immediatamente un dialogo strutturato tra movimenti sociali, partiti e
intellettuali per arginare questo smantellamento del lavoro e dei
diritti dei cittadini. Ricordiamoci che il “diritto”, è una forma di
protezione per il debole, in virtù del fatto che questi non ha “potere”.
Diversamente da chi ha “potere”, quindi non ha bisogno di diritti, al
massimo deve avere degli obblighi.(www.paneacqua.eu 24 marzo 2012)
Il governo conferma la Tav
Il movimento prepara nuove azioni
di Pino Salerno
 La
sintesi dell'incontro serale a Palazzo Chigi è contenuta nel
documento del governo, con il quale si conferma
"l'intenzione di proseguire nella realizzazione dell'opera
infrastrutturale, parte del corridoio mediterraneo e
inserita nella rete strategica dell'Unione europea". Saranno
inoltre stanziati 20 milioni di euro quale compensazione
richiesti dalla Regione Piemonte. E infine, sul piano della
sicurezza si è ribadita la linea della "fermezza", senza
tollerare qualunque forma di illegalità e di violenza.
Ma nel documento del governo dei tecnici si fa anche il
punto sui dati e sulle cifre, punto non secondario di
divisione tra chi la vuole e chi non la vuole. Secondo i
tecnici al governo, dunque, "si dimezzano i tempi di
percorrenza (da Torino a Chambery si passa da 152 minuti a
73; da Parigi a Milano da 7 a 4 ore), mentre la portata
delle merci si raddoppia a parità di trazione (da 1.050 a
2.050 tonnellate per treno) con costi di esercizio quasi
dimezzati. Si riduce sensibilmente il numero di camion su
strada (circa 600.000/anno) nel delicato ambiente alpino. Si
genera lavoro e occupazione direttamente sul territorio: è
prevista infatti una struttura di appalti per individuare e
separare tutte le opere preparatorie e complementari da
quelle principali, assicurando così competitività anche alle
imprese locali. La linea diventa una 'linea di pianura',
adeguata agli standard europei e internazionali più
avanzati, mentre la storica linea del Frejus potrà essere
lasciata nella disponibilità del territorio. Poiché l'opera
è parte integrante della rete trans-europea dei trasporti,
potrà ottenere la massima percentuale di co-finanziamento
comunitario, pari al 40% dell'importo complessivo". Questa è
la legittimazione che, nelle intenzioni del governo, sposta
il dibattito sulla TAV non più sul "se", ma sul "quando",
sul "perché" e sul "come". Tuttavia, non si esprime sul
"quanto", altro punto vero della discordanza di pareri con
altri tecnici e studiosi, per i quali invece l'opera costerà
moltissimi miliardi in più di quanto previsto Una guerra di
logoramento tra tecnici, si direbbe.
Lo stesso
Monti, in conferenza stampa, ha poi ribadito che l'intenzione
del governo è quella di seguire l'interesse generale, superando
"blocchi e resistenze e ostacoli che vengono da categorie
particolari, spesso del tutto legittimamente". Con queste
categorie, ha aggiunto il ministro Cancellieri, "il dialogo
continuerà, ma con chiunque non voglia usare la violenza e
l'illegalità".
Stessa
posizione è stata espressa dal ministro Andrea Riccardi, per il
quale " bisogna dialogare ma anche essere fermi contro ogni
violenza". Se dunque Monti è stato più netto sulle ragioni che
legittimano la costruzione della Tav Torino-Lione, in tema di
ordine pubblico sembra di capire che, evitata la soluzione Daspo
da stadio di calcio - quella che avrebbe consentito alle forze
dell'ordine di individuare e isolare i più violenti, proibendo
loro le manifestazioni - sia prevalsa una non meglio specificata
linea della fermezza. Non sappiamo, ad oggi, come il Ministero
dell'Interno intenda invece prevenire il ricorso ad atti
violenti.
La reazione degli amministratori locali è, come accade da
sempre, controversa. Il governatore del Piemonte, il
leghista Cota, si schiera apertamente col governo, come il
presidente della provincia di Torino Saitta, e il sindaco
Fassino. Cota, apprezza "che sia stata ribadita la
strategicità dell'opera e la volontà di realizzarla nei
tempi stabiliti" e accoglie "positivamente la conferma della
mia richiesta di stanziamento immediato di 20 milioni di
euro di fondi per le compensazioni. E' mia intenzione
discutere nei prossimi giorni un programma preciso e
complessivo degli interventi compensativi. Questo è il modo
migliore per far capire che l'opera deve essere
un'opportunità per la stessa Val di Susa". Saitta ribadisce
i cambiamenti progettuali fin qui eseguiti e rilancia sulla
necessità della Tav per lo sviluppo di quel territorio.
Soddisfatto il sindaco Fassino, per il quale "chi in
Piemonte e in Val di Susa crede da tempo e con convinzione
al carattere strategico della Tav ed è impegnato a
realizzarla è certamente confortato dalla determinazione del
presidente del consiglio e del governo".
Fin qui la posizione favorevole delle istituzioni. Ma che ne
è del movimento NoTav?
Un'assemblea ha avuto luogo a Bussoleno fino a notte fonda
proprio per valutare i contenuti esposti dal governo. Il
primo a intervenire è stato il leader Antonio Perino, per il
quale "Monti ha detto un sacco di cose roboanti e ha
mostrato i muscoli. Gli vogliamo bene. Ma eviti le prove di
forza con noi. Non servono. E si sprecano soldi". Ed ha
aggiunto: "pensaci bene, Monti, prima di buttare soldi dalla
finestra per il Tav. Se vuoi farci fare ginnastica su e giu'
per la Valle noi siamo pronti". È la miccia che il movimento
attendeva per esplodere. Ancora Perino, riprendendo lo
slogan dei ragazzi antimafia calabresi, ha gridato: "se
volete andare avanti fate di arrestarci tutti perché noi non
molleremo mai". Arrestateci tutti, è la risposta che risuona
nella Valle. In attesa di essere arrestati, gli esponenti
del movimento hanno perciò proposto all'assemblea una serie
di azioni dimostrative e simboliche. Si annuncia uno
"sciopero della valle" per la prossima settimana, mentre per
domani a Bussoleno è in programma un'iniziativa con le
automobili, per giungere fino a Giaglione con lo scopo di
"ricostruire il presidio", e una passeggiata a piedi nel
bosco, "dove combattevano i nostri nonni partigiani". E
infine, sono stati annunciate azioni di flash mob in Val
Clarea, dove hanno già avuto inizio le procedure di
esproprio. È una comunità che sembra credere ad azioni
pacifiche e nonviolente, e usa le tattiche tipicamente
simboliche per contestare un'opera che ritiene inutile
dannosa e costosa. Saprà proteggersi dalle infiltrazioni di
chi vuole nuocerle strumentalizzandone il sacrosanto diritto
a protestare? ( www.paneacqua.eu
2 marzo 2012)
Smonta Italia
di Giuliano Garavini
Smontare
il paese pezzo per pezzo: sembra questa la principale
linea direttrice del governo Monti. Per permettere il
varo di questo ambizioso piano, un progetto che potremmo
definire "Smonta Italia", occorreva una congiuntura
favorevole fatta di almeno tre ingredienti fondamentali.
Il primo di questi ingredienti è
stato quello dell'emergenza finanziaria internazionale
coniugata con il "vincolo esterno", che impone di
difendere l'euro costi quel che costi. Quello che
l'amministrazione Bush ha fatto con lo spauracchio di
al-Qaeda, l'attuale leadership liberista europea - con
alla testa il triste trio Merkel/Sarkozy/Monti - ha
fatto con lo "spread" e la crisi finanziaria. Lo
"spread" è divenuto uno spettro, un'inafferrabile fonte
di terrore, agitato di continuo per abituare l'opinione
pubblica alle necessità di scelte obbligate e
unidirezionali sulle quali nessuno può avanzare dubbi o
invocare i tempi un poco più lunghi delle scelte
razionali e meditate. Altrimenti aumenta lo "spread".
Altrimenti i tentacoli di al-Qaeda stringeranno in una
morsa gli Stati Uniti diceva Bush, mentre in tutta
fretta decideva di bombardare prima l'Afghanistan e poi
l'Iraq.
L'altro ingrediente fondamentale è
stato il totale discredito della classe politica
odierna, bistrattata da cittadini e mezzi di
comunicazione, ma pur sempre costretta ad un, sia pur
tenue, rapporto con l'elettorato. Il discredito della
classe politica ha consentito al presidente Giorgio
Napolitano - la cui affidabilità per le élite
conservatrici dell'Europa è stata comprovata, prima
dall'applicazione delle regole anti immigrazione di
Shengen e poi dal sostegno acritico a tutte le missioni
militari dall'Afghanistan alla Libia - di nominare un
commissario con poteri straordinari in grado di tenere
sotto ricatto la stragrande maggioranza dello
schieramento parlamentare.
Il terzo ingrediente fondamentale è
stato il fervore ideologico delle solite élite nostrane
e della quasi totalità dei mezzi di comunicazione,
espressione di quelle stesse élite. Questo fervore
ideologico liberista predica l'uscita dalla crisi
attraverso il pareggio di bilancio, le privatizzazioni,
la deregolamentazione e l'aumento della competizione fra
i singoli cittadini. Un disco rotto che i recenti
successi referendari a difesa dell'acqua pubblica e i
risultati spiazzanti delle elezioni locali sembravano
aver sbloccato, ma solo in apperenza.
Avete notato come, se non per una critica di rito allo
statalismo degli anni '60 e '70 (gli anni in cui la
maggior parte degli italiani hanno conosciuto per la
prima volta il benessere), Monti e i suoi ideologi non
facciano mai riferimento alla storia per confortare le
loro proposte? Non lo fanno per il semplice motivo che
ogni singolo episodio della storia dell'umanità dimostra
che da profonde crisi economiche e sociali si è potuti
uscire (magari male come nel caso del riarmo tedesco
degli anni ‘30) con più intervento pubblico, più
investimenti, più pianificazione, più coesione sociale e
più coinvolgimento diretto dei cittadini contro la
tentazione dell'ognun per sé. Quando ciò non è avvenuto,
per esempio sotto l'azione dei governi liberisti
dell'America Latina degli anni '80 e '90, i risultati
sono stati disastrosi e le ribellioni non si sono fatte
attendere a lungo.
I tre ingredienti elencati qui sopra
hanno permesso di confezionare l'indigesta pietanza
Smonta Italia. Essa si fonda su:
- la costante riduzione della spesa
pubblica in modo di ottenere un avanzo primario del 4
per cento del Pil e far così mancare ossigeno a servizi
pubblici, sia quelli di interesse nazionale che a quelli
locali. Il disinvestimento nel settore pubblico genererà
giocoforza un costante abbassamento della qualità e
pressioni sempre più forti verso una privatizzazione
totale di reti e servizi;
- la smobilitazione dello Stato da
tutte le reti strategiche, da quelle del trasporto
quelle all'energia, e il loro affidamento ad autorità
regolative senza alcun controllo da parte dei cittadini
e colluse con i controllati, con il probabile risultato
di una loro privatizzazione e successiva vendita a
società estere più capitalizzate, siano esse pubbliche o
private;
- l'attacco sistematico a tutti i
quei possibili presidi di contestazione, di ragionamento
critico, di resistenza alle tecnocrazie e di
salvaguardia di uno spirito pubblico come la scuola o
l'università pubblica. Mentre la privatizzazione della
scuola ancora genera troppe resistenze nella società
italiana, già si preparano le norme sull'abolizione del
valore legale della laurea e sull'aumento esponenziale
delle tasse studentesche; decisioni che mirano a
dividere le università tra quelle di "qualità", cui
potranno accedere solo i ricchi o gli indebitati fino al
collo, e quelle che forniranno titoli di carta straccia
adatti a conseguire lavori precari e sottopagati.
- l'attacco frontale all'idea che i
lavoratori possano condividere degli interessi,
negoziare in modo coordinato sulle proprie condizioni di
vita, partecipare in qualsiasi forma, anche la più
indiretta, alla gestione di imprese e servizi. Il
lavoratore non deve avere identità in quanto produttore
o erogatore di servizi ma solo in quanto consumatore. Lo
stesso tassista è vituperato quando è alla guida, ma
esaltato nel momento in cui stipula un contratto
telefonico. E il primo strumento per l'annullamento
dell'identità come lavoratore è l'abolizione dei
contratti collettivi nazionali in favore di un percorso
sempre più lungo di precariato e di competizione con i
propri colleghi, terminante in un "contratto unico"
certamente diverso dal contratto collettivo nazionale e
contenente solo una lista generica e sempre più
striminzita di diritti;
- la propaganda a tappeto contro le
corporazioni che, mentre lambisce alcune professioni
certamente privilegiate, rafforza le vere corporazioni
che governano il nostro paese e che sono ben contente di
ottenere sconti sui servizi professionali di architetti,
notai, avvocati, tassisti, etc.. Le vere corporazione
sono le grandi imprese, le società bancarie e
assicurative, le Spa pubbliche o private che gestiscono
servizi. Queste gigantesche corporazioni, contro le
quali gli accademici dell'economia e del diritto
raramente si scagliano, vivono in regime di monopolio,
sono endogamiche nei propri consigli di amministrazione,
e rappresentano una cricca sempre più integrata nel
sistema politico che succhia la linfa vitale del popolo
italiano, sterilizzando i frutti del suo lavoro.
Smonta Italia è un progetto
ideologico che non si curerà del fatto che i servizi e
reti privatizzate aumenteranno costantemente di prezzo:
vedi tariffe autostradali, idriche, etc. Né si curerà
del fatto che ogni anno centinaia di imprese italiane
sono comprate da stranieri. Tantomeno si porrà il
problema della riduzione del numero dei laureati e degli
iscritti nelle università, dell'analfebetismo di
ritorno, dei salari sempre più bassi e dei lavori
precari, del crescente odio per la classe politica e tra
le diverse aree del paese. Tutto questo non riguarda
Smonta Italia, perché l'unico interesse del governo
attuale è la demolizione, lo spezzettamento,
l'affidamento ad orgasmi tecnocratici come agenzie ed
autority (l'ultima è l'Anvur per l'università), di
quanto edificato a fatica in decenni di storia
dell'Italia repubblicana. Una volta smontata l'Italia e
quel che rimane di istituzioni e di un senso comune,
resterà solo il mercato senza società, senza cultura,
senza cittadini e senza imprese, un territorio popolato
da consumatori e da volantini inneggianti alle
liberalizzazioni. (www.paneacqua.eu 25 gennaio 2012)
Liberalizzazioni: in arrivo due decreti
legge
 In
arrivo due decreti legge. Il primo targato Passera-Catricalà-Moavero,
il secondo invece dovrebbe essere firmato dal ministro della
Funzione Pubblica, Patroni Griffi. Conto alla rovescia sulle
liberalizzazioni: i due provvedimenti – spiega chi sta lavorando al
pacchetto – dovrebbero andare entrambi venerdì sul tavolo di palazzo
Chigi, anche se resta in piedi l’ipotesi di tenere – oltre alla
riunione del 20 – un Consiglio dei ministri straordinario per
domenica. L’obiettivo è chiudere entro il 22. Le scadenze sono note:
l’Eurogruppo del 23 e il vertice di Bruxelles del 30 in cui verrà
siglato l’accordo sul ‘fiscal compact’.
“Non è facile” procedere su queste misure, ha sottolineato Mario
Monti in un’intervista a Radio Vaticana. Il premier oggi a Londra ha
annunciato la separazione di Snam Rete Gas da Eni, ma il ‘pacchetto’
liberalizzazioni sarà ampio e articolato. Prevista, secondo quanto
si apprende, anche una misura per obbligare le amministrazioni
pubbliche a pagare le imprese private entro il termine dei 60 giorni
stabilito dalle direttive europee. In caso di mancato pagamento,
infatti, scatterebbe – riferiscono fonti tecniche – una norma che
prevede una mora dell’8%, oltre che gli interessi maturati. La
misura è in via di definizione, ma – spiegano le stesse fonti –
verrà inserita nel pacchetto.
In stand by la separazione di Rfi da Fs. Fonti
ministeriali spiegano che il confronto nel governo è ancora in corso
e coinvolge, tra gli altri, il sottosegretario alla presidenza del
Consiglio Antonio Catricalà e il ministro dello Sviluppo Corrado
Passera. La separazione – è stabilito per il momento in una bozza
del provvedimento – verrà decisa sulla base di una valutazione
dell’Autorità delle reti nel settore ferroviario.
Nei giorni scorsi si è parlato anche dell’ipotesi di dividere
Trenitalia (una parte legata al mondo del mercato, tra cui
Frecciarossa, e un’altra parte legata al mondo regionale).
Nel pacchetto novità su Rc auto (se si istalla
scatola nera in auto i costi sono a carico delle assicurazioni che
praticano uno sconto sull’Rc auto), sulle farmacie (orario e turni
liberi), sugli idrocarburi, per le edicole (più punti vendita), sui
conti corrente (arriva il conto corrente bancario di base).
L’obiettivo dichiarato dell’esecutivo è quello di
portare avanti “un’ azione a 360 gradi”, senza alcuna “distinzione
tra categorie, interessi e settori economici”, si legge nella
relazione introduttiva.
Il secondo dl, invece, prevede provvedimenti di semplificazione
normativa e misure riguardanti altri dicasteri.
“Il pacchetto di liberalizzazioni è caratterizzato da una politica
di distribuzione dei sacrifici per rilanciare l’economia”, ha
spiegato Monti durante la sua visita a Londra.
E che l’intenzione dell’esecutivo sia quella di procedere senza
farsi intimidire dalle proteste, emerge da una delle ultime bozze di
decreto circolate in queste ore: “Non si possono liberalizzare solo
alcuni settori, l’azione di apertura deve procedere a 360 gradi”, si
legge nella relazione introduttiva alla bozza. Dunque colpire le
rendite di posizioni, in tutti i settori, per scardinare tutte le “coroporazioni”.
Sul fronte politico, se Pier Luigi Bersani
bacchetta il governo per come si sta muovendo sulle
liberalizzazioni, consigliando a Monti di “far circolare meno bozze:
prima le decisioni, poi le discussioni e gli aggiustamenti”,
èproprio su uno dei punti mediaticamente più caldi, quello delle
misure che riguardano i taxisti, che i partiti che appoggiano la
maggioranza iniziano a prendere le distanze dalle scelte
dell’esecutivo. A cominciare dal Pdl. Il sindaco di Roma, Gianni
Alemanno, dopo aver ricevuto in Campidoglio Lorenzo Bittarelli, uno
dei leader della protesta delle auto bianche, fa sapere che dopo
aver letto il documento che le sigle sindacali dei tassisti hanno
preparato “come risposta al disegno di liberalizzazione del Governo,
mi trovo d’accordo con le loro proposte, che rispecchiano le
esigenze della categoria ma che sono in grado di migliorare questo
servizio pubblico molto importante tutelando i bisogni dei cittadini
utenti”.
E sono in molti nel Pdl a pensarla nello stesso modo. Giuseppe
Mariniello, vicepresidente della Commissione Bilancio della Camera,
aggiunge che il partito di via dell’Umiltà “condivide la gran parte
delle proteste dei taxisti. Il governo non deve nascondersi dietro
una foglia di fico per nascondere le contraddizioni delle scelte che
sta facendo”, aggiunge. Il Pdl comunque presenterà domani un
pacchetto “corposo” di proposte.
Di tutt’altro avviso il Pd, che teme che il Pdl
voglia frenare sulle misure che il governo intende varare. Il
capogruppo del Pd in Commissione Bilancio, Pier Paolo Baretta,
premette che “si deve tener conto delle istanze delle categorie”. Ma
aggiunge che un tentativo di stop da parte del partito di Silvio
Berlusconi è in atto: “la stessa posizione di Alemanno a difesa dei
tassisti ne è una testimonianza”.(www.paneacqua.info 20 gennaio
2012)
Così il "totus politicus" prof. Monti ci
fa tornare indietro di tre secoli
di Paolo Ciofi
Auguriamoci che il 2012 sia migliore del 2011. Un augurio da rivolgere soprattutto a chi, uomo o donna, giovane o anziano, nativo o straniero, non ha certezze per l’oggi e per il domani, e del futuro vede soprattutto ombre e oscurità. E’ la maggioranza degli abitanti di questo Paese. Sono coloro che non dispongono di rendite o di patrimoni in qualche modo accumulati, ma possiedono solo le proprie capacità, da scambiare con i mezzi per vivere. I giovani disoccupati, certo. Gli operai e i precari, le donne. Ma non solo loro. C’è anche chi è andato, o dovrebbe andare, in pensione. Insomma, il multiforme universo dei lavoratori, di chi vive del proprio lavoro: passato, presente e futuro. Mandiamo in archivio espressioni come “capitale umano”, che anche il Presidente della Repubblica, con una imprevista caduta di stile, si è lasciato sfuggire nel messaggio di Capodanno. Sono persone in carne e ossa, molte delle quali già soffrono nelle ristrettezze del momento. Mentre tutte le previsioni per il 2012 volgono al peggio, e della tanto sbandierata equità del governo Monti finora non c’è sentore. Equità, che per essere tale e avvertirla come tale, dovrebbe comportare che a pagare la crisi siano quelli che l’hanno attizzata, non chi la subisce; e che i sacrifici per salvare l’Italia dalla bancarotta siano ripartiti in modo proporzionale e progressivo in rapporto ai redditi e alla ricchezza.
Ma non è cosi e i dati, tutti al ribasso, parlano chiaro: per quanto riguarda l’occupazione, come per i salari e il potere d’acquisto. Davvero si pensa di poter uscire dalla crisi continuando a penalizzare il lavoro, come avviene da oltre vent’anni in Italia e in Europa, privilegiando al contrario rendite e profitti? E colpendo i lavoratori non solo nei redditi, ma anche nella dignità e nei diritti? Espropriandoli della loro identità e rappresentanza politica? Dentro i canoni classici del pensiero liberale questo è un problema che non trova soluzione. Ne è una dimostrazione anche l’articolo firmato da Eugenio Scalfari il 31 dicembre.
Adesso che ha scoperto che il professore bocconiano non è un tecnico ma un «finissimo uomo politico», il fondatore di Repubblica sembra colto da un vertiginoso senso di euforia. Siamo in buone mani, assicura, giacché questo governo fa suoi i «valori sui quali è nata l’Europa moderna», di cui «le bandiere tricolori della Grande Rivoluzione sono il simbolo rappresentativo». Come se – secondo una visione per la verità un po’ retro – si possano identificare i sistemi economici e politici del XXI secolo nei valori del mondo settecentesco della borghesia ascendente. Tagliando fuori, tra l’altro, due secoli di storia del movimento operaio, che ha prodotto la rivoluzione russa, lo Stato sociale in Europa e in Italia la Repubblica democratica fondata sul lavoro.
In buona sostanza, il totus politicus prof. Monti ci riporta alla vecchia idea del liberismo, confutata dai fatti e dalla storia, secondo cui il mercato alloca razionalmente le risorse. Per cui, stabilito che il potere economico e politico sta tutto dentro il perimetro della nuova borghesia capitalista, alla quale occorre assicurare un nuovo dinamismo, il problema dell’Italia arretrata consisterebbe nell’affermazione piena dei principi liberali. Ossia, in un salto all’indietro che di fatto azzera la centralità del lavoro, e quindi la Costituzione dell’Italia repubblicana. Una concezione che trascura un piccolo dettaglio: ovvero che la crisi del capitalismo nasce esattamente laddove il liberismo ha raggiunto il suo apogeo, rappresentato dai “liberi mercati” americani; e che la democrazia liberale è in crisi ovunque nel mondo per un deficit organico di rappresentanza.
Se dunque, come sta avvenendo in Italia e in Europa, la causa della crisi viene adottata come ricetta per guarire dalla crisi, non c’è via d’uscita. Né, d’altra parte, si può ragionevolmente ritenere che la politica, come da più parti si spera, possa mettere sotto controllo “i mercati”, se sono “i mercati” ad avere in mano la politica. Da questo circolo vizioso apparentemente senza sbocchi si esce a una condizione: che tutti quelli che subiscono gli effetti devastanti della crisi, a cominciare dai lavoratori dipendenti, uomini e donne, si uniscano e si organizzino in un’ampia coalizione politica. Non c’è tempo da perdere. Per l’anno che verrà gli auguri sono quindi auguri di lotta, perché senza la lotta non c’è speranza. Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà.(Liberazione 5 gennaio 2012)
Manovra, il Senato approva
di Red
Sì
definitivo del Parlamento alla manovra
Monti. Il Senato ha convertito in via
definitiva il decreto "salva - Italia"
con 257 voti favorevoli (contro i 281 di
novembre al momento della fiducia
all'insediamento). I voti contrari oggi
sono stati 41, a quelli della Lega nord
- rispetto al mese scorso - vanno
aggiunti l'Italia dei Valori, Svp e
Union Valdotaine.
Monti, nel discorso poco prima del voto,
ha definito la manovra un "decreto di
estrema urgenza che mette in grado
l'Italia di affrontare a testa alta la
gravissima crisi europea". Secondo il
premier infatti "l'Italia porterà in
Europa il suo contributo alla stabilità,
anche elementi di riflessione e azione
sempre più forti sulla politica
economica. Non c'é crescita senza
disciplina finanziaria".
Monti è poi passato a un discorso più
generale, orizzonte la salvezza
dell'euro: "L'Europa deve perseguire
obbiettivi di crescita, occupazione,
coesione. Deve essere un'Europa più
comunitaria" in cui però il rispetto di
"regole stringenti" deve anche renderla
"più solidale, più vicina ai cittadini"
perché "non può essere né apparire
fredda nei confronti della società
civile". Il professore ha garantito la
volontà di battersi affinché le
politiche europee cambino, questo per
noi é "il prossimo impegno". Più
crescita, dunque: anzitutto a partire
dall'Europa. Per quanto riguarda
l'Italia, il premier ha ben presente la
necessità di far ripartire la crescita.
Dopo il voto, ha scandito: "La fase due
è già cominciata". La fase due del
governo prevederà anche un lavoro
intenso sulla sulla spesa pubblica, a
partire dalla amministrazione centrale
dello Stato.
La premessa per sostenere la crescita in
Italia e in Europa, tuttavia, è proprio
la manovra appena diventata legge. Senza
le misure approvata tutto rimarrebbe
"velleitario". Monti si poi anche tolto
dei sassolini dalle scarpe: "Appare
rituale, ripetitivo e privo di
fondamento lo slogan 'pagano i soliti
noti'" e chiamato a un contributo gli
stessi cittadini dicendo che "per
superare la crisi dei debiti sovrani è
essenziale che tutti guardino con
fiducia ai nostri titoli. E' essenziale
che gli italiani sottoscrivano Bot e Btp
le cui rendite sono oggi elevatissime.
Occorre che abbiamo fiducia in noi
stessi". (www.paneacqua.eu 23 dicembre
2011)
di Pino Salerno
Con 402 voti a favore, passa la manovra
finanziaria scritta dal governo Monti ed
emendata dalle Commissioni della Camera.
Rispetto al voto di fiducia di questa
mattina, si sono persi per strada ben 93
voti. Mentre è stato sostanzialmente
confermato e compatto il fronte che
invece aveva negato la fiducia, 88 voti
questa mattina, e 77 qu esta
sera, con 22 astenuti. Ora, il decreto
passa all'approvazione del Senato, che
ha meno di una settimana per concludere
il dibattito e votarlo.
In realtà, il dibattito sul decreto
alla Camera si era aperto nel tardo pomeriggio con
l'approvazione di alcuni ordini del giorno di assoluto
rilievo, che in qualche modo mettono alcune toppe alle
vistose lacune che forze sociali e sindacali hanno
continuamente segnalato. Intanto, è passato l'ordine del
giorno di Italia dei Valori e Lega che annulla
l'assegnazione gratuita delle frequenze digitali e
indice un'asta a titolo oneroso. È stato accolto dal
governo l'ordine del giorno della deputata Giammanco del
Pdl per allargare il pagamento dell'Imu anche agli
immobili ecclesiastici destinati a usi commerciali.
Segnaliamo infine il passaggio di un ordine del giorno
unanime che chiede di rivedere le norme pensionistiche a
proposito di lavoratori precoci e penalizzazioni per
lavoratori in cassa integrazione. Gli ordini del giorno
vincolano, dunque, il governo a rivedere almeno tre
grandi questioni non citate nel decreto. Vedremo se
nelle prossime settimane Monti sarà coerente con quanto
previsto dalla Camera. Dopo l'approvazione degli ordini
del giorno, ha preso la parola il premier. Intanto, per
ringraziare i deputati per la fiducia e la brillante
collaborazione prestata al governo in sede di dibattito
sul decreto nelle Commissioni. Non sembravano parole di
circostanza di un professore deferente ad un ramo del
Parlamento, ma asserzioni convinte di un premier
consapevole delle sue funzioni politiche. E infatti,
dopo aver ribadito che la scelta del rigore è stata
indispensabile per rimettere a posto i conti pubblici,
Monti ha negato di aver proposto una politica dei due
tempi, con la crescita e l'equità che seguono il rigore.
Secondo il premier, "l'azione di sostegno alla crescita
è già iniziata. Non c'è una prima e seconda fase.
Dobbiamo fare di più? Anche io lo penso", a proposito
della crescita, precisando però che le norme nel decreto
sono "solo un inizio, un importante avvio". Sulla
necessità della manovra, Monti è stato categorico: "Mi
permetto di ricordare a tutti noi la posta in gioco. Non
si tratta di continuare a vivere come prima al netto o
al lordo di certi sacrifici. Senza questo intervento
sono a rischio i risparmi degli italiani soprattutto
quelli piccoli. É a rischio il benessere accumulato da
generazioni, il veder evaporare gran parte dei redditi
degli italiani soprattutto quelli modesti". E ha
annunciato un pacchetto organico di investimenti per
rilanciare la crescita, un pacchetto che dovrebbe
contenere anche le liberalizzazioni stralciate da una
decisione della Camera. E infine, ha voluto rispondere,
in modo severo e piccato, alle parole che ieri aveva
Berlusconi aveva usato contro di lui. Berlusconi aveva
infatti sostenuto che "Monti è disperato" e che presto
sarebbe stato costretto a lasciare. Dunque, Monti ha
precisato che " io non mi sento per niente disperato. Il
contrario esatto. Non c'è nessun motivo di disperazione.
Non per quanto mi riguarda, ma per quanto riguarda le
istituzioni civili, politiche, economiche del Paese.
Sento che stiamo facendo un processo importante.
Insieme, di riflessione. Sono pieno di speranza e di
fiducia e che vi invito a condividere". Fin qui, in
sintesi, il discorso di Monti.
Il dibattito tra le forze politiche
ha visto prevalere le posizioni già ampiamente note, e
sufficientemente illustrate anche questa mattina nelle
dichiarazioni di voto sulla fiducia. Ma come dimostrano
i voti ottenuti, sulla manovra alcune decine di deputati
hanno fatto emergere un vero e proprio "mal di pancia",
nonostante gli ordini di scuderia. Casini, Bocchino e
Pisicchio (per l'Api) non hanno fatto alcuna fatica a
riaffermare l'appoggio senza se e senza ma al decreto.
Casini si è spinto fino a consigliare, anzi, a Pd e a
Pdl di non "disseminare la strada del governo di
trabocchetti", citando larvatamente le dichiarazioni di
Berlusconi di ieri e di Bersani oggi che sembravano
preludere ad un voto anticipato. In realtà, e lo
sappiamo fin dal giorno dell'insediamento del governo
Monti, il Partito Democratico e il Popolo della Libertà,
ciascuno con le proprie vicissitudini, hanno dovuto
contrastare massicce considerazioni critiche al proprio
interno. Per il Partito democratico, ieri il leader
Bersani, durante la riunione congiunta dei gruppi
parlamentari, ha dovuto mettere una sostanziale fiducia
su di sé, invitando deputati e senatori a votare il
decreto. Le difficoltà si sono riverberate nell'onesto
discorso che egli ha tenuto alla Camera, nel quale ha
sottolineato che, nonostante il convinto e compatto voto
favorevole, le ombre della manovra ancora pesano sui
cittadini. In particolare, sui lavoratori precoci e
sulla riforma degli ammortizzatori sociali. È evidente
che Bersani ha posto un secco veto ad una riapertura
della discussione parlamentare sull'articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori. Che si tratti di uno stop alle
proposte di Ichino e dei suoi sostenitori all'interno
del Partito democratico? Lo vedremo.
Analoghe difficoltà si sono intraviste nel discorso di
Angelino Alfano, segretario del Pdl. Anche i
berlusconiani hanno dovuto ingoiare alcuni rospi
indigesti, come la reintroduzione dell'Ici, l'obbligo
per le banche di passare gli estratti conto dei clienti
all'Agenzia delle entrate, le misure patrimoniali. Ma
soprattutto han dovuto fronteggiare, sul piano politico,
la frattura con la Lega, che pesa molto di più nelle tre
regioni del Nord, Piemonte, Lombardia e Veneto, che a
Roma. A Roma, infatti, si può sostenere la
drammtizzazione leghista in Parlamento, soprattutto
quando gli organi di informazione fanno da cassa di
risonanza. Il problema vero è l'accerchiamento di Cota e
Zaia in Piemonte e in Veneto, dove le tensioni nelle due
giunte sembrano fortissime. Così come fortissime
appaiono le tensioni nella giunta Formigoni, e non solo
dopo le note vicende giudiziarie. Insomma, il
contenzioso tra Silvio e Umberto è aperto, ora più che
mai. E nel discorso di Alfano di questa sera se ne
percepivano tutti gli elementi.
Insomma, il varo alla Camera del decreto ripropone il
tema politico della frammentazione delle alleanze del
2008 e rilancia la questione del governo del Paese, non
in modalità provvisoria, e senza la supervisione
magistrale del Quirinale. Forse, è opportuno che le
forze della sinistra approfondiscano al più presto
analisi, riflessioni e scelte strategiche. Come si vede,
i processi sociali ed economici sono molto più veloci
delle decisioni politiche. (www.paneacqua.eu 18 dicembre
2011)
di Francesco
Scommi
Il Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano ha firmato il decreto "salva
Italia", ora la parola passa alle Camere
per la conversione. Non si sa se il
governo porrà la fiducia, nel frattempo
i partiti sono al lavoro per tentare di
apportare delle modifiche. In
particolare il Partito democratico, che
propone la via per coprire
finanziariamente l'indicizzazione delle
pensioni di poco superiori al minimo che
la manovra Monti ha fermato per due
anni. Il Popolo della libertà, invece,
punta tutto sul ritorno comunicativo -
elettorale: tanto che l'ex premier
Silvio Berlusconi insiste nel
consigliare a Mario Monti il ricorso
alla fiducia.
Il Pd ribadisce, a
più voci, che la manovra va migliorata
sul versante dell'equità. La norma che
non va giù ai democratici è il blocco di
due anni dell'adeguamento delle pensioni
al costo della vita. Dice Stefano
Fassina, responsabile economico del
partito: "Questa manovra ha molti
difetti, primo fra tutti l'intervento
brutale sulle pensioni di cui non c'era
bisogno. Ma inviterei tutti, anche i più
critici, compresa la Lega che era al
governo e che è responsabile di questa
iniquità, ad aspettare. Il Partito
democratico - ha aggiunto Fassina - si
assume la responsabilità di votare la
manovra così come ha votato la fiducia
al governo Monti. Ma siamo fiduciosi che
il Governo ci ascolti e che ascolti
anche le parti sociali, ne va
dell'interesse del Paese. Non devono
ascoltare la voce dei burocrati, ma dei
lavoratori".
L'aveva detto del
resto Bersani, e dopo Fassina lo ha
ribadito oggi Massimo D'Alema: "La parte
sulle pensioni dobbiamo cercare di
correggerla". C'è un menù di opzioni che
potrebbero essere utilizzate, secondo i
democratici, per reperire risorse e non
essere costretti a fermare la
rivalutazione delle pensioni: da misure
più efficaci alla lotta all'evasione
all'innalzamento della tassa sui
patrimoni scudati fino ad arrivare alle
dismissioni del patrimonio pubblico e
all'organizzazione di un'asta per
assegnare le frequenze televisive.
Stamattina si è
riunito l'ufficio di presidenza del
Popolo della libertà. Berlusconi ha
dettato la linea: la manovra "è
inevitabile", ma contiene diversi
elementi che il Cavaliere vorrebbe
modificare, a partire dal ritorno
dell'Ici. La via per qualsiasi tipo di
modifica, ha però osservato Berlusconi
con i suoi, è molto stretta: da qui, è
convinto l'ex premier, sarebbe meglio se
Monti ponesse la questione di fiducia
sollevando così i partiti da alcuni
imbarazzi. Meglio, quindi, piuttosto che
stare a impantanarsi, far gravare su
Monti il risanamento senza pagarne lo
scotto in termini di consenso: la
fiducia, del resto, l'ex premier l'aveva
invocata pubblicamente già ieri.
Berlusconi infatti all'ufficio di
presidenza chiarisce: "Questa non è la
nostra manovra, non è la manovra del Pdl,
deve essere chiaro. Ma la votiamo solo
per senso di responsabilità",
aggiungendo: "Se fossimo andati alle
elezioni prima ci avrebbero addebitato
la colpa della crisi. Ricordiamoci che
nel 2006 siamo stati in grado di
recuperare 13 punti. Possiamo vincere".
Il segretario
Angelino Alfano ha ribadito che quella
in discussione è "la manovra economica
del Governo Monti". Poi ha pubblicato su
Facebook un post in cui parla di "botta
troppo dura su casa e pensioni", e
garantisce che il Pdl sta "lavorando per
migliorare" la manovra. Ma che il Pdl
punti a sostenere Monti senza sporcarsi
le mani è evidente dalle parole del
premier, che guarda già alle prossime
elezioni, come è suo costume.
Non voteranno la
manovra i dipietristi. L'Italia dei
Valori è convinta che "un'altra manovra
è possibile" e insiste nel dire che
voterà contro le misure del governo
Monti se non si provvederà a cambiarle.
'Ma noi - ha spiegato in conferenza
stampa a Montecitorio il capogruppo
dell'IDV Massimo Donadi insieme al
deputato Augusto Di Stanislao e al
senatore Pancho Pardi - combatteremo
fino all'ultimo perché questa manovra
cambi".
"Nei prossimi giorni
- ha detto Donadi - presenteremo il
pezzo forte della nostra
'contromanovra': un articolo che
consentirà, lo assicuriamo, di porre
fine all'evasione fiscale in Italia.
Finora è mancata la volontà politica di
combattere l'evasione. Ma se questo non
ci ha stupito da parte di Berlusconi, il
principale evasore italiano, non lo
accettiamo di certo da parte di Monti".
In attesa di scoprire le carte sulla
lotta all'evasione, l'IDV lancia intanto
due proposte: risparmiare da qui al 2026
oltre 50 miliardi di euro sulle spese
per gli armamenti (cacciabombardieri,
sommergibili, veicoli blindati)ed
abolire la mini naja; fare una regolare
gara per l'assegnazione delle frequenze
televisive invece di assegnarle a Rai e
Mediaset gratuitamente.
Mentre si dibatteva
sulla manovra, il ministro del Welfare
Elsa Fornero è intervenuta in
un'audizione alla Camera. Fornero ha
sottolineato come il blocco della
rivalutazione delle pensioni in essere
superiori a due volte il minimo rispetto
all'inflazione per i prossimi due anni
sia una medicina "amara" ma come questo
sia "il riflesso della difficoltà
finanziaria".
Spiegando gli effetti
della sua riforma, Fornero ha detto che
dal 2018 non dovrebbe più essere
possibile andare in pensione anticipata
rispetto all'età di vecchiaia, naturale
effetto della fine della transizione.
"Nel 2018 - ha detto Fornero conversando
con i giornalisti al termine
dell'audizione - le pensioni di
anzianità non saranno ghigliottinate.
Però vanno a morire. Quando ci sarà solo
il sistema contributivo varrà solo l'età
minima per l'accesso al pensionamento".
Sul testo del decreto della manovra
correttiva "non c'è una norma di legge
per la quale le pensioni di anzianità
scompariranno" ma questa sarà una
naturale conseguenza della riforma. La
riforma prevede che si possa uscire in
anticipo rispetto all'età di vecchiaia
con almeno 42 anni e un mese di
contributi se uomo e 41 se donna.
Il ministro del
Welfare ha anche anticipato il prossimo
passo: la riforma della previdenza è
stata la parte "più facile" del lavoro
mentre quella più difficile sarà la
riforma del mercato del lavoro. "La
riforma del lavoro è il pezzo mancante e
sorregge questo impianto. Un mercato del
lavoro più flessibile - ha spiegato- ha
bisogno di ammortizzatori sociali.
Questo richiede risorse. Dobbiamo
puntare alla crescita". La riforma
punterà tutto, ha spiegato Fornero, e
fallirà se non sarà così, su un nuovo
mercato del lavoro che funziona bene e
che dà occupazione a un maggior numero
di persone. (www.paneacqua.eu 7 dicembre
2011)
La "medicina" molto amara
Il premier ascolta, prende nota, ma alla fine l'unica
promessa su cui si sbilancia è un generico richiamo
all'equità. Così, raccontano i partiti, si svolgono i
colloqui con Mario Monti. Il presidente del Consiglio,
affiancato dai ministri Corrado Passera, Elsa Fornero e
Pietro Giarda, riceve le delegazioni dei partiti
soprattutto per mettere a verbale le richieste dei
leader politici, ma quando si tratta di raccontare la
manovra continua a mantenere una certa dose di
riservatezza: espone le linee, i capitoli, ma concede
qualche dettaglio solo quando vengono fatte domande
precise. E, comunque, alla fine prende un solo impegno:
sarò equo, scontenterò tutti in egual misura.
Raccontano, anzi, che Monti, tanto con il Pdl che con il
'terzo polo', abbia insistito soprattutto su un punto:
l'Europa ci guarda, non c'è spazio per tentennamenti.
Come dice una fonte del 'terzo polo': "Quello che è
certo è che la manovra sarà complessa. E pesante!".
Uno dei 'consultati' da Mario Monti
la mette giù cruda: "Lo abbiamo pregato di fornirci
almeno una via d'uscita politica, di indicare qualche
possibile ritocco e di mettere qualche risorsa anche
sullo sviluppo. Perché altrimenti è davvero dura
sostenerla...". E' il giorno della stangata, che il Pdl
e il Terzo Polo ricevono in pieno volto, consegnata
nella residenza del governo da Mario Monti, Elsa Fornero
e Corrado Passera. Per tutti, ora, l'obiettivo diventa
individuare un tema sul quale esiste un margine
d'azione, sia pure limitato, e provare a spendersi per
strappare qualcosa. "Per provare a salvare la faccia",
spiegano in coro i 'consultati'.
Angelino Alfano, ad esempio, ha
individuato nell'Irpef la prima strada praticabile. In
fondo, riferiscono da via dell'Umiltà, Monti non avrebbe
del tutto chiuso la porta in faccia al segretario,
quando quest'ultimo avrebbe definito "indigeribile" la
strada che porta a tassare ulteriormente i redditi di 55
mila euro. Certo, Alfano si muove consapevole che i
margini restano ristretti. Tanto che, andando in tv,
alza la voce solo sull'aliquota Irpef al 41%. Cautela
sulla patrimoniale, cautela e anzi aperture sulle
pensioni, nessun accenno allo spinoso tema dell'Ici. E
questo nonostante un partito che ribolle, con gli ex An
in prima fila nel reclamare misure meno pesanti almeno
sulla prima casa. Alfano tenta di tenere tutto assieme,
senza strappi, scegliendo parole che non dispiaceranno
all'ala dura pidiellina: in linea di principio possiamo
anche non votare alcuni singoli provvedimenti, "non
siamo a sovranità limitata", ma "confidiamo nel
buonsenso di Monti". In Parlamento il Pdl già prepara un
tentativo di 'dissociazione', almeno di principio, sulle
misure considerate 'indigeribili' e per evitare che
ripercussioni d'immagine. Alfano ha provato a spiegarlo
in tv: il provvedimento che il governo si accinge a
varare "non è il Vangelo", ma bisognerà evitare di
"stravolgerlo".
Il Terzo Polo, se possibile, è la
forza che più di tutte ha accusato il colpo. Pretoriani
di Monti della prima ora, oscillano in queste ore fra la
linea della "carta bianca" al premier - ribadita anche
stamane - e i primi timori di essere identificati come i
principali sostenitori della stangata. Oggi, senza peli
sulla lingua, hanno provato a chiedere maggiore sviluppo
e un ripensamento sull'Irpef. Benedetto Della Vedova lo
sostiene anche 'in chiaro', rilanciato dalle agenzie di
stampa: "Non sarà simpatico difendere la manovra in
Parlamento ma è un passaggio cruciale per ricominciare a
guardare al futuro con fiducia e speranza".
Se il Pdl guarda agli scaglioni
Irpef, il Pd ricorda che 'i redditi bassi hanno già dato
tanto e altri soggetti sociali devono iniziare a
contribuire'. Come lo dice il responsabile economico,
Stefano Fassina: 'servono imposte sui grandi patrimoni'.
Sulle pensioni, invece, il Pd valuterà la proposta 'ma è
difficile parlare di equità per un provvedimento che
colpisce le pensioni più basse'.
Ora il premier preparerà il mix di
misure che "scontenta tutti", probabilmente scendendo a
42, dai 43 minacciati via stampa, come anni di
contributi per andare in pensione di anzianità; forse,
se i conti torneranno, verrà toccata solo l'aliquota più
alta, quella che scatta dai 75mila euro in su e che
attualmente è al 43%. E via dicendo... Il pacchetto
finale dovrà essere tale che nessuno si senta più
danneggiato di altri. A quel punto potrà reggere il
patto di non belligeranza in Parlamento tra Pd e Pdl:
pochi emendamenti, rapida approvazione. Perché, come ha
spiegato Monti, non c'è spazio per tentennare, e chi ci
prova se ne assume la responsabilità. (www.paneacqua 3
dicembre 2011)
La nuova squadra

Il Governo Monti è il sessantunesimo
governo della
Repubblica italiana, il secondo della
XVI Legislatura.
Il governo è stato nominato dal
presidente della
Repubblica
Giorgio
Napolitano il
16 novembre
2011
in seguito alle dimissioni di
Silvio Berlusconi
del
12 novembre.
Mario
Monti. Economista,
accademico
e
politico,
dal
16 novembre
2011
Presidente del Consiglio dei ministri della
Repubblica italiana, al
suo
primo incarico,
e
Ministro dell'Economia e delle Finanze
dello stesso governo. Presidente dell’Università Bocconi Monti è
considerato da alcuni osservatori un "tecnico", non avendo egli mai
fatto parte del Parlamento prima del
9 novembre
2011,
quando è stato nominato
senatore a vita
dallo stesso Napolitano. Secondo altri osservatori le prestigiose
esperienze acquisite nel ruolo di
Commissario europeo per il Mercato Interno
nella Commissione Santer,
e sotto la Commissione Prodi con il ruolo di Commissario Europeo per la
Concorrenza ne fanno un politico a tutti gli effetti. In economia Monti
sostiene il mercato, le liberalizzazioni e il rigore dei conti pubblici.
Si è espresso a favore delle riforme portate avanti, nei rispettivi
campi, dal
Ministro dell'Istruzione
Gelmini e dall’amministratore
delegato di
FIAT
Sergio Marchionne. I ministri con portafoglio del nuovo governo sono:
Sviluppo economico, infrastrutture e trasporti. Corrado Passera.
Ha svolto diversi incarichi con il Gruppo di Carlo De Benedetti in Cir,
Mondadori, Gruppo Editoriale L'Espresso. E’ stato amministratore
delegato e direttore generale del Banco Ambrosiano Veneto, nel 1998 il
Governo lo nomina amministratore delegato di Poste Italiane. Dal 2002
ricopre lo stesso ruolo per Banca Intesa e Intesa San Paolo.
Difesa. Giampaolo Di Paola.
L’ammiraglio Di Paola è l'attuale presidente del Comitato Militare della
NATO, organismo composto dai Capi di Stato dei 27 dell'Alleanza. Dal
2004 al 2008, sotto governi di diverso colore politico, è stato Capo di
Stato Maggiore della difesa.
Interni. Anna Maria Cancellieri.
In passato
prefetto di Vicenza, Bergamo, Brescia, Catania e Genova. E’ stata
Commissario straordinario a Bologna e Commissario prefettizio a Parma.
Giustizia. Paola Severino. Avvocato penalista di fama e
vicerettore dell’Università Luiss Guido Carli. Presidente in pectore del
Csm nel 2002, rinunciò poi all’incarico. E’ stata vicepresidente del
Consiglio della Magistratura militare, è consulente di società, banche
e associazioni di categoria.
Esteri. Giulio
Terzi di Sant’Agata.
Ambasciatore a Washington. Esperto di
diritto internazionale è stato Primo Segretario per gli affari politici
all'Ambasciata italiana a Parigi. Ha ricoperto diversi ruoli nell'ambito
della diplomazia, lavorando come console generale a Vancouver.
Consigliere politico presso la Rappresentanza d'Italia alla Nato,
vicesegretario generale della Farnesina. Ha anche assistito il ministero
degli Esteri sui temi della sicurezza internazionale, nucleare,
terrorismo e diritti umani. Ambasciatore in Israele e rappresentante
alle Nazioni Unite.
Lavoro e
politiche sociali. Elsa Fornero. Docente di economia all'Università di
Torino. La Fornero è anche alla guida del Cerp (Center for research on
pensions and welfare policies), tra i maggiori centri studio a dedicarsi
alle tematiche dello stato sociale a livello europeo. È anche
vicepresidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo e
componente del Nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale presso il
ministero del Lavoro.
Istruzione,
università e ricerca. Francesco Profumo.
Profumo ha retto il Politecnico
torinese dal 2005. Da pochi mesi è presidente del Consiglio nazionale
delle ricerche. Ha iniziato la sua carriera all'Ansaldo genovese, per
poi diventare preside della facoltà di Ingegneria del Politecnico di
Torino.
Beni culturali. Lorenzo Ornaghi.
Laureato
in Scienze politiche
presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, dal 1980 al 1987 ha
svolto attività di ricerca nell'ateneo cattolico milanese. Diventato poi associato all'università di
Teramo, nel 1990 viene chiamato alla Cattolica di Milano dove nel 2002
diventa Rettore.
Politiche
agricole e forestali. Mario Catania.
Presta servizio alla Direzione
generale della tutela economica dei prodotti agricoli, si occupa di
politica agricola comunitaria. Partecipa ai lavori del Consiglio dei
Ministri dell'Agricoltura dell'UE. Durante la presidenza italiana ('90)
è presidente del gruppo di lavoro lattiero-caseario, nel 1996 portavoce
nel Comitato Speciale Agricoltura. Fino ad oggi prende parte ai lavori
del Consiglio dei Ministri dell'Agricoltura dell'UE e affianca il
ministro pro-tempore in vari negoziati. Presta servizio a Bruxelles
nella Rappresentanza Permanente. Si occupa dei negoziati delle normative
comunitarie legate al settore agricolo e nel 2009 è Capo Dipartimento
delle politiche europee e internazionali del Ministero delle politiche
agricole e forestali.
Ambiente.
Corrado Cini.
E’ il
negoziatore climatico per l'Italia in
campo internazionale. Attualmente è alla guida della direzione generale
per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia. È coordinatore della
Commissione tecnica del Cipe che ha elaborato il piano nazionale per la
riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra. Presidente in
passato del Comitato nazionale di gestione per le attività del
protocollo di Kyoto, ha avuto un ruolo durante il G8 svoltosi in Italia
nel 2009, nell’ambito del Forum sulle tecnologie a basso impatto di
carbonio e del vertice dei ministri dell’Ambiente a Siracusa. Da agosto
è presidente del Consorzio per l’area di ricerca scientifica e
tecnologica di Trieste.
Salute. Renato
Balduzzi.
Presidente
dell’Agenas dal 2007, costituzionalista, esperto di diritto sanitario, è
stato Capo ufficio legislativo del ministro della Salute Bindi con la
quale ha lavorato alla stesura della “riforma ter” della sanità del
1999.
E’ stato presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno
culturale e attualmente è componente per l'Italia dello European Liaison
Committee di Pax Romana-Miic- Icmica (Movimento internazionale degli
intellettuali cattolici).
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