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 Balle di governo e di finta opposizione  

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Meno balle per tutti

La più grossa? Equità

 

 

Ma i grillini sono di sinistra?

di Claudio Grassi e Tonino Bucci

Il Nordrhein-Westfalen è il Land più popoloso della Germania, tra i più dinamici economicamente parlando. Nelle elezioni per il parlamento locale che si sono appena tenute, domenica scorsa, spicca un dato eclatante. Non si tratta dell’affermazione dei socialdemocratici, in testa con il 39 per cento. Qui la Spd ha da sempre una delle roccaforti tradizionali. Il guadagno, in termini di percentuali, è di poco più di quattro punti. E anche per quanto riguarda il calo della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel, c’era da aspettarselo, magari non nella misura di quanto accaduto – un crollo di oltre l’otto per cento, dal 34,6 al 26. È un’altra, però, la novità. Mentre Die Linke, il partito della sinistra anticapitalista che alla scorsa tornata aveva il 5,6, retrocede stavolta al 2,5 per cento e resta fuori dal parlamento regionale, avanza una formazione politica del tutto anomala. Parliamo del partito pirata tedesco che ottiene un imprevedibile 7,8 per cento e venti seggi nel Landtag. Stando alle prime analisi sui flussi elettorali i voti provengono da elettori delusi della Spd (novantamila), dei Verdi (ottantamila) e della stessa Cdu (sessantamila). Soprattutto è da notare che altri settantamila sono venuti da persone che alle scorse elezioni non avevano votato e sono tornate alle urne attratte dai pirati. Il Piratenpartei Deutschland, costruito a immagine e somiglianza del partito pirata svedese, presenta nel suo programma non poche affinità con le istanze del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, anch’esso reduce da un successo elettorale al primo turno delle nostre amministrative. La centralità del web, innanzitutto, che nel caso dei pirati tedeschi è affiancata da una battaglia martellante contro i diritti d’autore, per la libertà di circolazione dei contenuti digitali e per il diritto alla privacy dei navigatori della Rete. 

Come nel caso dei grillini, anche i pirati tedeschi agitano temi e istanze appartenenti al linguaggio della sinistra. Nel programma (consultabile su www.piratenpartei.de) è rivendicato l’obiettivo del «reddito di cittadinanza», il «diritto a un’esistenza sicura» (che deve essere, appunto, garantito dallo Stato in forma diretta e non con contributi indiretti per l’occupazione alle imprese), «l’equa partecipazione» di tutti alla ricchezza sociale prodotta, lo sviluppo della democrazia e l’uguaglianza dei cittadini, la legalizzazione delle droghe, la libera autodeterminazione dell’identità sessuale, diritto di cittadinanza per tutti i migranti, la salvaguardia dell’ambiente e delle condizioni per la riproduzione della vita, il diritto all’istruzione e il ruolo centrale della cultura nella società contemporanea. Si nota, invece, l’assenza di una lettura della crisi e dei processi economici, non c’è nessun riconoscimento del lavoro nella vita degli individui e manca qualsiasi analisi di quello che chiameremmo rapporti sociali di produzione. Il punto centrale del programma dei pirati è un altro: è la funzione attribuita a Internet nel riorganizzare il rapporto tra governanti e governati all’insegna della trasparenza. «La rivoluzione digitale rende possibile uno sviluppo ulteriore della democrazia».

Movimento 5 Stelle

Anche nell’immaginario grillino la Rete è il luogo in cui si realizzerebbe l’eterno desiderio della democrazia diretta, una sorta di consultazione permanente e in tempo reale tra i cittadini e chi amministra il potere. Non a caso, il web incarna – sia nel linguaggio dei pirati tedeschi, sia in quello più virulento e sovente rozzo di Beppe Grillo – l’avvento del nuovo contro il vecchio, la piazza telematica che rende la mediazione dei partiti un residuo anacronistico del passato. Per gli uni e per gli altri, il web e la critica alle forme organizzate della politica rappresentano il punto di volta. «Noi pirati ci battiamo per una maggiore libertà e indipendenza degli eletti in parlamento» e per «limitare la disciplina dei gruppi parlamentari e la pressione dei partiti».
Con quali categorie vanno interpretati fenomeni politici di questo genere che, per un verso, attingono a un repertorio di temi tradizionalmente di sinistra e, per un altro, mostrano di essere una riedizione del populismo, di movimenti che rivendicano a sé un rapporto diretto con gli elettori, con il Popolo, rigettando i corpi intermedi della politica nel novero delle istituzioni parassitarie e liberticide? Basta soffermarsi sulle parole d’ordine del Movimento 5 stelle, molte delle quali si ritrovano nei programmi della sinistra radicale: la difesa dell’ambiente, la critica alle multinazionali, la centralità dei beni comuni, il diritto a sottrarre la vita individuale e pubblica alla mercificazione, la proposta di un controllo sui capitali finanziari. E persino la composizione del personale politico grillino chiama in causa un “tipo” più vicino al militante di sinistra che non al ceto politico del centrodestra italiano. Dietro le quinte del teatrante Grillo si muovono volontari e amministratori locali che hanno competenze specifiche. Basta spulciare nei curricula dei candidati al primo turno delle amministrative: ricercatori, ingegneri, studenti, laureati in economia, commercialisti, persone impegnate nel mondo dell’associazionismo e, ancora, ambientalisti, geometri, tecnici – insomma, figure a metà strada tra il ceto medio riflessivo e il precariato cognitivo.
Eppure, se i singoli contenuti ricalcano le rivendicazioni della sinistra radicale, è nell’impianto complessivo del discorso che salta fuori la novità. Per il M5S la critica all’economia non mette in discussione l’organizzazione sociale, non chiama in gioco soggetti collettivi, ma vale nella misura in cui i poteri forti ledono la sfera dei diritti individuali. Anche la critica ai partiti e alle forme organizzate della politica è funzionale all’idea che la democrazia debba essere rapporto diretto con l’individuo, al di fuori del quale ogni istituzione diventa inevitabilmente parassitaria. Il programma del M5S si può riassumere nella ostilità al finanziamento pubblico ai partiti (e ai giornali), nella volontà di ridurre ai minimi termini qualsiasi corpo intermedio della democrazia, percepito come una casta contrapposta agli interessi dei cittadini. Le invettive di Grillo contro il parassitismo delle istituzioni sono state accostate agli attacchi di Berlusconi contro gli organi intermedi della democrazia (la magistratura, i sindacati, l’informazione) che ostacolerebbero l’esercizio diretto della sovranità da parte di chi detiene il potere in nome del Popolo. È un’analogia da approfondire.

Grillo: antisistema o funzionale al sistema?

Un’ultima divagazione prima di concludere. La società non esiste, afferma il filosofo argentino Ernesto Laclau, uno dei principali teorici del populismo: nel senso che non esiste il Popolo, né alcuna realtà sociale precostituita, a prescindere dall’intervento della politica con i suoi linguaggi e le sue costruzioni. La società sarebbe un campo attraversato da faglie e antagonismi, da domande particolari irrisolte, da lotte sociali e bisogni slegati tra loro, e nel quale non vi sarebbe nessuna legge naturale a garantire l’esistenza di soggetti collettivi già bell’e pronti per l’azione politica (o classi per sé, in termini marxiani). Nel campo sociale si contenderebbero il primato due diverse logiche: la prima è quella specifica del Potere, delle forze di sistema, ed è la «logica di differenza». Il Potere, in ossequio alla legge del divide et impera, isola tra loro le domande sociali, tende a contenere le diverse istanze nel quadro esistente e a favorirne, per quanto è possibile, il loro soddisfacimento all’interno della cornice istituzionale presente. Questo progetto è secondo Laclau strutturalmente impossibile, una sorta di atto condannato a ripetersi indefinitamente e, al tempo stesso, destinato a fallire l’obiettivo di una «totalizzazione sociale», cioè di una comunità organica e stabile nel tempo. Su un altro versante, operano le forze “antisistema” che agirebbero secondo una «logica equivalenziale», che raccoglie e assembla un certo numero di rivendicazioni insoddisfatte – in origine slegate tra loro – su un unico fronte antagonista, tracciando una linea di rottura tra queste domande e il Potere. Quando questa operazione politica riesce si forma il Popolo, una comunità, un Noi, contrapposto alle istituzioni (o al nemico, all’Altro, nel caso dei populismi di destra). Il movimento di Beppe Grillo – tornando alle nostre cronache politiche – è finora riuscito nell’intento di unire e rendere “equivalenti”, domande che fino a ieri erano sconnesse tra loro o che trovavano la propria rappresentazione in schieramenti politici contrapposti. Il boom elettorale va probabilmente cercato nella capacità di farsi portavoce di rivendicazioni eterogenee, mettendo nello stesso paniere temi che sono di sinistra (il controllo dei capitali finanziari, l’acqua pubblica, i beni comuni, le energie rinnovabili) con temi tradizionalmente orientati a destra (l’antifiscalismo, il parassitismo della politica, l’ostilità verso i partiti e l’idea che sono “tutti uguali”). Una spregiudicatezza che finora ha consentito al M5S di pescare voti nell’astensione e nei bacini elettorali sia di sinistra sia di destra. Le scelte comunicative dello stesso Grillo in campagna elettorale hanno infatti toccato temi tradizionali del repertorio leghista, soffermandosi in più occasioni sull’impossibilità degli italiani di pagare le tasse, sui piccoli e medi imprenditori strozzati dalle banche che non fanno più credito e, persino, mettendo in dubbio la legittimità di un sistema fiscale che servirebbe soltanto a drenare soldi nelle casse di partiti voraci e corrotti. Ma a ben vedere, il collante che tiene assieme le rivendicazioni grilline è l’universalizzazione della figura del proprietario, il riferirsi a una società di piccoli proprietari minacciati, nei propri diritti e nelle proprie tasche, da poteri proprietari più grandi, che di volta in volta possono essere incarnati dalle banche come dallo Stato, dalle multinazionali come dai partiti, dai gruppi economici come dalle istituzioni. (www.paneacqua.eu 16 maggio 2012)

 

 

Lega ladrona. Bossi si dimette da segretario

 

Una foto in cui il segretario (ex) della Lega Umberto Bossi accusa il governo.Una foto in cui il segretario (ex) della Lega Umberto Bossi accusa il governo.

Il contenuto di questo articolo - pubblicato da Il Fatto Quotidiano - che ringraziamo - esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.


Roma - "Io avvisai Bossi delle irregolarità di Belsito". E’ la frase pronunciata dalla segretaria del leader della Lega Nord, Daniela Cantamessa, durante l’interrogatorio di mercoledì scorso, condotto a Milano dai magistrati di Napoli Henry John Woodcock e Francesco Curcio.

Dalla testimonianza della Cantamessa sia da quella dirigente dell’ufficio amministrativo del partito – e responsabile dell’ufficio gadget – Nadia Dagrada si concentrano in particolare, oltre che sulle spese dei familiari del Senatur, sulle anomalie di bilancio, sul ruolo della vicepresidente del Senato Rosy Mauro ("Non si staccava mai da Bossi", " del rischio che l’ex ministro Roberto Castelli mettesse gli occhi sui bilanci del Carroccio.

"Soldi in nero al partito". Da una parte la Dagrada ha confermato quanto già era emerso dalle telefonate intercettate: "Se sono entrati nelle casse della Lega Nord soldi in contante ‘in nero’? Sì – ha risposto ai pm – Mi ricordo che, alcuni anni fa, l’ex amministratore della Lega Nord, Balocchi, portò in cassa 20 milioni di lire in contante dopo essersi recato nell’ufficio di Bossi". Maurizio Balocchi, morto nel febbraio 2010, è stato tesoriere del Carroccio prima di Belsito. Nell’interrogatorio con i magistrati di Napoli e Milano la segretaria ha chiarito peraltro di aver saputo dallo stesso Belsito della registrazione di un suo un colloquio con Bossi nel quale gli aveva "ricordato" tutte le spese sostenute nell’interesse personale della famiglia del Senatùr con i soldi del finanziamento pubblico. "Non so – ha precisato Dagrada – se Belsito abbia effettuato tale registrazione. Mi disse di voler utilizzare tale registrazione come strumento di pressione dal momento che volevano farlo fuori".

"Con la malattia l’inizio della fine". Dagrada rivela che in definitiva la situazione è precipitata "dopo la malattia del segretario federale Umberto Bossi". Quindi dall’ictus del 2004, anche se per la segretaria le avvisaglie sono arrivate l’anno prima. "Dopo il 2003 – ha spiegato – c’è stato ‘l’inizio della fine’: si è cominciato con il primo errore, consistito nel fare un contratto di consulenza a Bruxelles a Riccardo Bossi, se non ricordo male da parte dell’onorevole Speroni. Dopodiché si sono cominciate a pagare, sempre con i soldi provenienti dal finanziamento pubblico, una serie di spese personali a vantaggio di Riccardo Bossi e degli altri familiari. In particolare, con i soldi della Lega venivano pagati i conti personali di Riccardo Bossi, per migliaia di euro, e degli altri familiari, come per esempio i conti dei medici sia per le cure dell’onorevole Bossi sia dei suoi figli. A tal riguardo mi risulta che Belsito paghi con i soldi della Lega tali conti".

La guerra interna. Emerge tutta la guerra che Belsito ha intenzione di scatenare nei confronti dell’ex ministro Roberto Castelli dagli atti dell’inchiesta. Castelli, nominato a gennaio componente del comitato amministrativo che doveva revisionare i conti del Carroccio, chiede a Belsito il dettaglio dei bilanci e il tesoriere si lamenta del fatto che i Bossi non lo difendano. La rabbia di Belsito deriva da una serie di telefonate e atti formali che Castelli ha messo in piedi per entrare nel merito dei conti della Lega.

Daniela Cantamessa, sentita il giorno successivo dai magistrati, racconta cose molto simili, dando anche l’idea dell’atmosfera pesante creata dalla gestione della tesoreria da parte di Belsito: "Noi militanti eravamo amareggiati – racconta – per tutte quelle anomalie", anzi: "Mi sentivo offesa da quella gestione". Ma soprattutto, proprio per paura di questa amministrazione definita opaca, corse a riferire tutto a Bossi.

L’interrogatorio di Daniela Cantamessa (4 aprile)

Alla Cantamessa viene fatta ascoltare in particolare una telefonata intercettata l’8 febbraio 2012: al cellulare sono la stessa segretaria particolare del Senatur e Nadia Dagrada, dirigente dell’ufficio amministrativo. Nel corso della conversazione quest’ultima riferisce alla collega delle spese dei figli di Bossi, di Rosy Mauro e del fidanzato di quest’ultima. Ecco cosa risponde la Cantamessa ai pm.

"ERA EVIDENTE UNA SERIE DI ANOMALIE"

Questa conversazione con la Nadia Dagrada, braccio destro del Belsito dell’amministrazione della Lega – si inserisce in un contesto di grande amarezza di noi militanti dovuta al fatto che in specie con la gestione del Belsito ci risultava evidente una serie di anomalie anche segnalate dai mezzi di informazione. Premesso che io non mi occupavo in alcun modo delle questioni economiche relative al partito e a Bossi – a vostra domanda vi dico che non ho mai preso assegni o ritirato denaro per Bossi che noi chiamiamo il capo - tuttavia la stessa Dagrada, ma non solo lei anche se era la più attendibile vista la sua vicinanza al Belsito, mi confidava che era molto delusa dell’amministrazione "opaca" delle risorse finanziarie del partito. Io stessa vedevo che il Belsito aveva intrecciato un rapporto assai stretto con i familiari di Umberto Bossi.

"ROSY MAURO NON SI STACCAVA MAI DA BOSSI"

Nel cerchio dei familiari di Bossi bisogna inserire anche Rosy Mauro che di fatto dopo la malattia del capo si era "installata" in un abitazione attigua a quella di Bossi dal quale non si staccava praticamente mai. Secondo la Dagrada il Belsito finanziava i predetti soggetti con modalità non chiara e quindi ci chiedevamo se il Belsito messo alle strette da Castelli dallo stesso Bossi – che gli volevano contestare la vicenda della Tanzania e degli investimenti esteri – non si sarebbe difeso contestando a Rosy Mauro e allo stesso Bossi il fatto che a fronte di questi irregolari investimento all’estero di cui il partito non ne sapeva nulla lui poteva a sua volta contestare al partito tutte queste spese riferitemi dalla Dagrada. Fra queste indubbiamente rientra, per esempio la vicenda dell’Audi A6 acquistata per Renzo Bossi e sulla quale io stessa ho visto Renzo Bossi usarla. Più in generale, come ho anche detto ieri il Belsito affrontava spese personali dei familiari di Bossi con i soldi del partito e quindi nella conversazione ipotizzavamo che questa poteva essere un arma di ricatto del Belsito.

Vi chiarisco che quando dico "che se viene fuori il pieno ed andiamo tutti nella merda" mi riferivo al fatto che se usciva fuori sui mezzi di informazione o in altro modo tutta la gestione "opaca" del Belsito l’intero partito avrebbe fatto una brutta figura. La frase "lui non ha paura che lui parli" è trascritta male. Ascoltando la conversazione io dico invece lei – riferito a Rosy Mauro riferito al Belsito parli. Dico questo in quanto sapevo per il tramite della Dagrada che la Rosy Mauro riceveva finanziamenti per il tramite del sindacato padano. A vostra domanda, vi dico che non riesco a comprendere il riferimento a Balocchi fatto dalla Dagrada.

"COME MILITANTE MI SENTIVO OFFESA DALLA GESTIONE BELSITO"

A questo punto mi viene rappresentato che dalla documentazione rinvenuta presso di me, in particolare il bilancio della lega del 2010, tabulati relativi alle autovetture del partito, appunti in cui evidenzio critiche alla gestione del Belsito, sia quando era amministratore della Regione Liguria sia quando è stato amministratore "federale", evidenziano una mia attenta attività di controllo sulla gestione finanziaria del partito. Rispondo che questa documentazione l’avevo messa insieme, perchè in quanto militante del partito mi sentivo offesa e delusa dalle attività gestionali di Belsito così come rappresentatemi da più militanti della Lega e dalla stessa Dagrada. Avevo redatto delle note critiche che volevo dare a Castelli affinchè svolgesse un accurato controllo. Con riferimento alla vicenda delle irregolarità di Belsito nella gestione dei fondi della regione ligure di cui all’appunto che mi è stato rinvenuto, posso dire che si tratta di notizie che mi erano state date telefonicamente da uno che si era qualificato della Lega Nord ligure.

"AVEVO AVVISATO BOSSI DELLE IRREGOLARITA’"

Quando nel corso della conversazione dico che "il capo continua imperterrito con quello che gli ho detto" mi riferivo al fatto che io stessa avevo avvisato Bossi delle irregolarità del Belsito, o meglio della sua superficialità ed incompetenza e del fatto che la Rosy Mauro era un pericolo sia politicamente e sia per i suoi rapporti con la famiglia Bossi. Non nominai a Bossi la moglie perché mi sembrava indelicato. Confermo che nel corso della conversazione la Dagrada che io torno a ripetere considero una persona fedele al movimento e alla purezza dei suoi intenti sembrava quanto meno soddisfatta, del fatto che avesse suggerito a Belsito di fotocopiarsi tutta la documentazione compromettente in modo che rimanesse la prova della malversazioni effettuate e che chi non era stato fedele al partito ne pagasse le conseguenze, e prima fra tutti la Rosy Mauro. A vostra domanda vi dico che la Dagrada non mi ha mai riferito dell’esistenza di una registrazione inerente ad un colloquio tra il Belsito e Umberto Bossi.

L’interrogatorio di Nadia Dagrada (3 aprile)

Il giorno precedente Woodcock e il collega di Milano Paolo Filippini avevano ascoltato la dirigente amministrativa del partito e responsabile dell’ufficio gadget Nadia Dagrada. La funzionaria spiega ai pm che di fatto svolge la funzione di principale collaboratrice del tesoriere Francesco Belsito. "Quando lui non c’è utilizzo la sua stanza – dice – Quando, invece, il Belsito è presente utilizzo una stanza, ubicata sempre al secondo piano, ma più piccola. Preciso che entrambe le citate stanze, e cioè quella del Belsito e quella mia, sono stanze all’interno delle quali vengono svolte attività amministrative e contabili, nel senso che io mi occupo della gestione dei fornitori, del gadget e di verifica della contabilità territoriale".

Ecco il resto del verbale di interrogatorio.

SOLDI PUBBLICI USATI PER FINI CHE NON C’ENTRANO CON LA LEGA

Che mi risulti gli unici soldi della Lega Nord sono quelli del contributo pubblico che vengono destinati per le finalità istituzionali previste dalla legge; mi fate esempi di somme che sarebbero state destinate ad altre finalità (auto, pagamento medici…); vi rispondo che effettivamente vi sono una serie di spese e somme danaro provenienti dai finanziamenti pubblici erogati dallo Stato al partito della Lega Nord che non hanno nulla a che vedere con le finalità e l’attività del partito politico della Lega; di tali fatti e di tali vicende ho parlato più volte con il Belsito, facendo commenti anche critici. Faccio degli esempi: mi risulta, per esempio, che con i soldi pubblici sia stata comprata l’auto Audi A6 acquistata a Renzo Bossi (figlio del segretario federale on. Umberto Bossi) e poi passata a Belsito; ancora sono stati usati soldi pubblici per pagare i conti dei medici, anche per cure ricevute da membri della famiglia Bossi; ancora il Belsito mi ha riferito di aver pagato con i soldi della Lega Nord provenienti dal finanziamento pubblico cartelle esattoriali e conti vari di Riccardo Bossi (figlio del segretario federale on. Umberto Bossi).

I SOLDI IN NERO NELLE CASSE DEL PARTITO

Sì, mi ricordo che alcuni anni fa l’ex amministratore della Lega Nord, sig. Balocchi, portò in cassa venti milioni di lire in contante dopo essersi recato nell’Ufficio di Bossi.

IL COLLOQUIO REGISTRATO

Il Belsito mi ha sicuramente detto di aver registrato un suo colloquio con l’onorevole Bossi – colloquio nel quale aveva "ricordato" al segretario onorevole Bossi tutte le spese sostenute nell’interesse personale della famiglia Bossi con i soldi provenienti dal finanziamento pubblico. Non so se Belsito abbia effetuato tale registrazione. Belsito mi disse di voler utilizzare tale registrazione come strumento di pressione dal momento che volevano farlo fuori.

"E’ STATO UTILIZZATO DENARO PUBBLICO PER LE SPESE DI FAMIGLIA"

Effettivamente e con dolore dico che sono stati utilizzati soldi del finanziamento pubblico destinati al partita della Lega Nord per pagare conti e per effettuare pagamenti personali in particolare della famiglia Bossi. Posso dire che la situazione è precipitata dopo la malattia del segretario federale, ono Umberto Bossi, nell’anno 2003. Dopo il 2003 c’è stato "l’inizio della fine": ,si è cominciato con il primo errore consistito nel fare un contratto di’ consulenza a Bruxelles a Riccardo Bossi, se non ricordo male da parte dell’onorevole Speroni; dopo di che si sono cominciate a pagare, sempre con i soldi provenienti dal finanziamento pubblico, una serie di spese personali a vantaggio di Riccardo Bossi e degli altri familiari dell’onorevole Bossi; in particolare con i soldi della Lega venivano pagati i conti personali di Riccardo Bossi per migliaia di euro e degli altri familiari, come per esempio i conti dei medici sia per le cure dell’onorevole Bossi sia dei suoi figli; a tal riguardo mi risulta che il Belsito paghi con i soldi della Lega tali conti.

"SOLDI ANCHE PER LA VISITA CARDIOLOGICA DI ROSI MAURO"

A proposito di Rosi Mauro, mi risulta per avermelo detto sempre il Belsito che anche a favore della predetta Parlamentare (Rosi Mauro) siano state erogate somme e la fatture relativa ad una visita cardiologica effettuata dalla Rosi Muro – per un ammontare di alcune centinaia di euro – pagata con i soldi della Lega; ripeto, il Belsito mi ha raccontato e rappresentato di altre somme della Lega di cui la Rosi Mauro sui sarebbe appropriata, di cui, tuttavia, io non ho visto le carte. Poi per quanto attiene l’amante di Rosy Mauro, Belsito mi ha riferito che Pier Giuramosca, poliziotto, attualmente suo segretario particolare, è stato da lei aiutato ad ottenere un mutuo agevolato e gli sono stati pagati soldi per conseguire un titolo di studio. Il poliziotto è attualmente in aspettativa ed ha un contratto con la vicepresidenza del Senato, dove la Rosy è vicepresidente dello stesso organo. Il Belsito mi ha riferito che lui aveva delle amicizie particolari con alcuni appartenenti alle Forze dell’Ordine, tra cui Carabinieri e Guardia di Finanza e che poteva assumere informazioni da loro anche riservate anche giudiziarie.

"FURONO PAGATI GLI AVVOCATI DI RICCARDO BOSSI"

Tornando su Bossi Riccardo, so che Belsito ha pagato alcune fatture per gli avvocati difensori di Riccardo, perché aveva un assegno protestato di circa 12.000,00 euro.

"BELSITO NON ERA SIMPATICO ALLA LEGA"

Belsito non è mai stato nelle simpatie della Lega perché si diceva che aveva circuito una persona incapace a Genova a cui aveva preso dei soldi. Ho saputo dell’esistenza di Bonet dopo gli articoli stampa del gennaio 2012 sull’operazione "Tanzania". Da questo momento in poi, Belsito mi ha parlato che era collegato al Bonet con cui era socio in affari in uno studio tributario di Genova.

LE VISITE MEDICHE DEL SENATUR

Per quanto attiene il ricovero di Umberto Bossi nel 2003 le spese per la Ildebrand di Varese sono state anticipate dalla Lega e poi l’amministratore Balocchi successivamente se li è fatti rendere da Bossi, credo per circa 100.000,00 euro. Quando poi Balocchi ha problemi di salute è stato affiancato del ruolo di amministratore da Belsito. Per quanto ritiene le spese, Circa un migliaio di euro dal Cardiocentroticino di Lugano, nel 2010-2011 sono state pagate dalla Lega e non mi risulta siano stati pagati dai Bossi. Al riguardo non ho ancora un riscontro ufficiale.

IL TERRAZZO DELLA VILLA DI GEMONIO

Per quanto riguardo i lavori di ristrutturazione edilizia del terrazzo dell’abitazione di Gemonio di Bossi, so che nel 2010 sono stati pagati 25.000,00 con bonifico bancario della Lega. E che ci sono da pagare ancora 60.000,00 euro e so che la ditta voleva fare causa per il mancato pagamento. L’Ufficio dà atto che la Dagrada viene interpellata telefonicamente alle ore 09.00 da un collaboratore di via Bellerio 41 sede della Lega Nord a cui riferiva che l’Ufficio posto al 2? piano dello stabile adiacente a quello dell’on. Comaroli, è esclusivamente nella sua disponibilità ed è quello dove lei esercita la sua attività di responsabile amministrativo contabile della Lega Nord.

SPESE E FATTURE (CHE NON C’ERANO)

Voglio precisare che Belsito ogni volta che ci chiedeva di pagare una spesa della famiglia di Umberto Bossi o anche altre spese non riconducibili direttamente all’attività del partito, diceva alla Tiziana Vivian, l’altra segretaria di Roma della Lega, di pagare con bonifici o altre firme senza avere la fattura di riferimento. Io non ho la possibilità di fare materialmente i pagamenti in quanto non ho la firma sui conti corrente né quello online di Genova e di Roma.

Dal gennaio 2011 ho avuto accesso alle fatture regolari pagate da Milano per le manifestazione e spese riconducibili alla Lega Nord. Per i pagamenti fatti dal conto corrente genovese della banca Aletti, Belsito operava in autonomia e non aveva una segretaria operativa. Per quanto riguardo il conto corrente della Lega presso il Banco di Napoli della Camera dei deputati di Roma anche in questo caso Belsito era l’unico ad operare sul conto. Mentre la Vivian portava materialmente, gli ordini di bonifico e gli assegni alla banca.

GLI AMICI DI ROSY E DEL SINPA

Per quanto attiene agli assegni circolari di tale Delmirino Ovieni, posso dire che sono stati fatti i pagamenti da parte di Belsito riconducibile alla Rosy Mauro. Quando ho visto gli estratti conto del 2011, del Banco di Napoli di Roma, su detti assegni, di circa 48.000,00 ho chiesto spiegazioni a Belsito, in quanto i pagamenti apparivano privi di causa, e lui non mi ha volutamente risposto. Ho chiesto a Belsito chi fosse il beneficiario Delmirino Ovieni, ma anche a questa domanda, non mi ha dato risposto, al che ho fatto una ricerca su google, per capire chi fosse, ed ho visto che c’era un rapporto pregresso tra Ovieni e la Rosy Mauro.

LAUREE IN SVIZZERA DA 120MILA EURO

Voglio precisare che noi in generale, diamo dei contributi ai vari organi e/o enti di partito, ma al tempo di Balocchi queste somme non venivano dati tutti questi soldi al SinPa (Sindacato Padano). Nel 2011 sono stati versati circa 60.000,00 al Sinpa. Belsito mi ha poi riferito che sono stati dati altri soldi in contanti al Moscagiuro Pier, compagno della Rosy Mauro, affinché pagasse le rate per le spese della scuola privata e conseguire il diploma e poi la laurea, credo "ottenuti" entrambi in Svizzera. Inoltre Belsito mi ha detto anche di aver pagato le rate per il diploma e poi la laurea della stessa Rosy Mauro, pagando con i soldi della Lega. Per quanto riferitomi da Belsito i titoli di studio menzionati sono costati circa 120.000,00 euro prelevati dalla cassa della Lega. Credo che i titoli sono stati conseguiti in Svizzera.

LA LAUREA DI RENZO A LONDRA: 130MILA EURO

Inoltre anche Renzo Bossi dal 2010 sta "prendendo" una laurea ad un’università privata di Londra e so che ogni tanto ci va a frequentare e chiaramente le spese sono tutte a carico della Lega, ed anche qui credo che il costo sia sui 130.000,00.

A questo punto i pm fanno ascoltare alla Dagrada l’audio dell’ intercettazione della Procura di Napoli del 29.01.2012, ore 20.37.

I PAGAMENTI PER LA DIPENDENTE DEL PARTITO

Per quanto riguarda Helga Giordano ed il suo ragazzo Giordani Paolo, posso dire che 2 anni fa circa mi trovavo in Umbria e ricevetti una telefonata da parte dell’ex marito di Helga che mi chiese i rapporti della Lega con il Legnano Calcio perchè era stato pubblicato sui giornali qualcosa riferito all’assessore al bilancio di Sedriano (Milano), allora Helga Giordano e Paolo Alberto Scrabole, che cercavano di reperire finanziamenti per acquistare il Legnano Calcio unitamente al Giordani Paolo. Io dissi che la Lega non era interessata a questa cosa. A fine gennaio inizi di febbraio, telefonarono a via Bellerio 41 per avere un appuntamento con Bossi e precisarono che si tratta di un grave comportamento di una persona che lavorava in via Bellerio. Anzi preciso che mi chiamò la mia collega Daniela Cantamessa, e mi disse che aveva ricevuto da poco una telefonata da parte di Nella Corrado, figliastra di Silvana Quarantotto ed amica di Helga Giordano che voleva conferire col segretario per un comportamento scorretto di una dipendente della Lega, per l’appunto la Helga Giordano. La Daniela, la stessa sera, fissa l’appuntamento con queste persone che vengono ricevute in via Bellerio.

La questione da questi sollevata, riguardava una richiesta-truffa di 30.000,00 euro fatta da Helga ed il suo compagno Giordani Paolo per una pratica di finanziamento di 1.000.000,00 di euro, considerato che la Qaurantotto Silvana era in difficoltà finanziarie con la sua società, presentandosi come la segretaria di Bossi e millantando vicinanze con lui. Alchè noi comprendendo la difficoltà di tale situazione chiedemmo a Belsito di far analizzare la pratica da un punto di vista della solvibilità della società Corrado sas di Milano. Cosa che Belsito fece. Difatti dopo qualche giorno Belsito gli consegnò personalmente a Silvana Quarantotto un assegno di 140.000,00 circa per andare incontro alle ulteriori esigenze finanziarie, senza indicare contabilmente la causale. Dopo qualche giorno la Quarantotto, nonostante il contributo, non trovando la soluzione al problema ci richiese altre somme perché le banche non le finanziano più la sua azienda. Alchè Belsito visto che non si trovava la soluzione mi informò di aver trovato una soluzione e cioè di fare un compromesso fittizio per l’acquisto del capannone di proprietà della Corrado, in modo giustificare contabilmente il prelievo dalla casse della Lega di altre 130.000,00 circa, richiamando nel compromesso anche le altre 145.000,00 circa già datele con l’assegno. Tale atto giustifica così i due contributi in modo tale che eventualmente si poteva acquistare il capannone se le Quarantotto non restituiva le somme. Inoltre, proprio stamane sapevo che Belsito avrebbe consegnato alla Quarantotto un altro assegno di 40.000,00 euro consegnandolo il titolo di credito a Genova penso al "solito bar", così come riferitomi da Belsito.

In particolare i magistrati fanno poi ascoltare alla Dagrada, personaggio chiave dell’inchiesta, una telefonata tra lei e Belsito. In cui si sentono le seguenti battute.

(Nadia) "Però tu al capo (Bossi) precisi la cosa del discorso soldi, che Castelli vuole andare a vedere la "cassa" e quelli che sono i problemi, perché comunque tu non è che puoi nascondere quelli che sono i "costi de).)a famiglia", cioè da qualche parte vengono fuori.
(Belsito) : Sì
(N) : Anche perché o lui, (ndv Umberto Bossi) ti passa come c’era una volta, tutto in nero, o altrimenti come cazzo fai tu. Mentre invece il discorso, chiedi con la presenza di lui, se è meglio Alessandri o Gibelli( che dovrebbero sostituire Castelli)
(B) : Sì

"CASTELLI VOLEVA VEDERE I CONTI"

Posso dire che sapevo che anni fa sapevo che c’era il "nero" che finanziava il partito, ma io ho assistito ad un solo episodio di 20.000 milioni di lire portati da Balocchi e prelevati dall’Ufficio di Bossi. Difatti, in questo passo della telefonata voglio precisare che Castelli stava insistendo, anche con me, per vedere i conti del partito e quindi io consiglio a Belsito di riferire al "capo" Umberto Bossi , vista la consistenza delle spese sostenute per la famiglia Bossi – che sono quelle in parte già dette prima – di non permettere a Castelli di fare questi controlli e che quindi per poter continuare a pagare le spese della famiglia, bisognava fare ricorso al "nero", cioè ad incassare liquidità senza registrazione contabile alcuna, così come ha fatto in passato Balocchi quando è andato nell’Ufficio di Bossi ed è uscito subito dopo con delle mazzette di soldi per 20.000 milioni di lire. Balocchi uscì dall’Ufficio di Bossi e venne nell’ufficio da me mi consegnò i 20.000 milioni di lire dicendomi di non registrarli e di metterli in cassaforte che poi ci avrebbe pensato lui. Ribadisco che sapevo che circolava del "nero" nella Lega, ma io ho visto personalmente solo questa operazione.

"LA VACANZA A BOSSI E FAMIGLIA A SPESE DEL PARTITO"

Voglio precisare che Belsito ha pagato al segretario Bossi ed alla sua famiglia, con i soldi della Lega, provenienti dai contributi pubblici, un soggiorno estivo nel 2011 ad Alassio (Genova). E che è stato regolarmente pagato dalla Lega, ma non è stato fatto dai Bossi perchè proprio il segretario ebbe un infortunio al braccio qualche giorno prima.

"BELSITO NON HA UNA GESTIONE TRASPARENTE"

Devo precisare che da quando è iniziata la gestione Belsito le cose sono mutate rispetto alla precedente gestione Balocchi. Le cose sono mutate, nel senso che lo stesso Belsito non aveva e non ha una gestione trasparente delle spese che vengono caricate sulla Lega, cioè lui ci diceva di effettuare pagamenti senza che io e le mie colleghe dell’amministrazione vedessimo le fatture o comunque i documenti giustificativi. Della questione ho parlato spesso con Tiziana Vivian e l’ho persino contestato allo stesso Belsito, tant’è che ebbi con lui in una prima fase un momento di attrito, legato proprio a questa gestione opaca delle risorse delle Lega, abituata invece da Balocchi a riscontrare documentalmente le uscite risultanti dagli estratti conti. Ricordo anche che ho accennato a Castelli le mie perplessità sul modo di gestire il denaro da parte di Belsito e su come si comportava in modo disinvolto sulla gestione dei fondi. Alle mie perplessità ricordo che Castelli disse che avrebbe fatto in modo di verificare quanto io gli avevo riferito, manifestando anche le stesse mie preoccupazioni. Sicuramente non so specificare i prelevamenti straordinari per contanti fatti da Belsito, autonomamente, mentre posso dire che per la nostra gestione preleviamo circa almeno 40-60.000,00 euro al mese dalla Banca Popolare di Lodi per le spese di gestione ordinaria del partito.

"FECI IL BILANCIO SENZA DOCUMENTAZIONE"

Quando c’era Balocchi io avevo accesso a tutti i dati tant’è che per il bilancio del 2010, io dissi al Belsito – poichè non avevo la disponibilità della documentazione che giustificava le spese caricate sui conti del banco di Napoli e della Banca Aletti – che avevo difficoltà a redigere il bilancio poichè non avevo una visione chiara delle cose. Tuttavia, la mancata redazione dei bilanci nei termini di legge avrebbe impedito alla Lega Nord di incassare i contributi o i rimborsi elettorali erogati dalla Camera dei Deputati, anche se la documentazione non era completa e non avevo tutte le pezze giustificative, decisi comunque di procedere alla stesura del bilancio consapevole del fatto che responsabilità non era mia, ma di Belsito che era ben consapevole di queste criticità di cui si assumeva la piena responsabilità. A seguito della presentazione del bilancio 2010, la Lega incassò circa 18.000.000,00 di euro per il 2011.

CON BELSITO SPESE ALLE STELLE

Voglio evidenziare anche che da quando Belsito è amministratore della Lega sono anche mutate le tipologie di spese che permetteva che il partito sostenesse; mi spiegò Belsito che ha fatto comprare una Smart per Renzo Bossi che è intestata alla Lega e che ad oggi, dopo essere stata usata da Renzo per qualche mese è rientrata nella nostra disponibilità; analoga cosa è successa per il BMW X5 in uso a Riccardo Bossi a cui abbiamo pagato il riscatto del Leasing perchè non era in grado di affrontarne gli oneri, pari a euro 12 o 21.000,00 euro. Inoltre io che svolgo attività di contabile dal 1998, ho immediatamente notato che con la gestione Belsito c’è stato un incremento sostanziale delle spese che gravano sulle casse del partito.

LA SCUOLA DELLA MOGLIE

Per quanto attiene la signora Manuela Marrone, consorte di Bossi, sono a conoscenza del fatto che sono stati versati dal conto corrente della Lega del Banco di Napoli di Roma, "contributi diversi" almeno 80-100.000,00 euro per sostenere la "scuola Bosina" di Varese, dove penso che la signora Marrone riveste il ruolo di preside. Mi risulta che ulteriori versamenti per un ammontare di 800.000,00 euro sono stati erogati a favore della stesso istituto scolastico dal conto dei fondi della cosiddetta legge Mancia. Ho appreso nel merito anche chiedendolo a Belsito a chi fossero stati formalmente destinati detti soldi e che lui non lo sapeva. Alchè io l’ho invitato ad informarsi quali erano gli obblighi di legge della Legge Mancia. Ho appreso circa un mese fa da Belsito, che nel 2010-2011 gli era stato chiesto da Marrone Manuela di accantonare, per cassa, una cifra per il sostegno della scuola Bosina, pari a circa 900.000,00 o 1 milione di euro per esigenze della scuola bosina. Poichè lui si mostrava disponibile ad accettare questa richiesta, io gli manifestai il mio disappunto e la mia netta contrarietà perchè ritenevo e ritengo che l’accantonamento deve essere trasparente e dette operazioni devono essere regolarmente iscritto nel bilancio e che non c’era motivo di farlo in maniera nascosta come chiedeva la Marrone al Belsito.

IL DIPLOMA DEL FIDANZATO DELLA MAURO

Chiarendo nel merito con Belsito che questa richiesta aveva una doppia valenza, una per Belsito di avere sempre più una forte ascesa nei confronti dei Bossi e l’altra la spregiudicatezza della Marrone nel richiedere la complicità del Belsito per attingere ai fondi del partito. Questa condotta è analoga a quelle tenute da Belsito a sostegno delle richieste dei figli di Bossi e per la Rosy Mauro che lui voleva tenere nascoste nel bilancio. Ed io non volevo che i fondi pubblici del partito venissero utilizzate per le esigenze personali e non per i fini delle attività di partito. Pertanto lo consigliavo di fare dei bonifici tracciabili sui versamenti a favore della "scuola bosina", fatti sempre dal Banco di Napoli della Lega di Roma, evitando al contrario i pagamenti a favore di persone e non per gli interessi del partito. In questa categoria rientrano ad esempio alcuni costi tra i quali: il diploma e la laurea (forse in corso) di Moscagiuro Pier, compagno e segretario particolare della Rosy Mauro; il diploma e laurea (forse in corso) per la Rosy Mauro per complessivi 130.000,00; spese per acquisto e noleggio di autovetture; spese di soggiorno per vacanze; spese per la telefonia; comodato d’uso a titolo gratuito dell’associazione umanitaria Padana; prelievo bancario dal Banco di Napoli di 29.150,00 franchi svizzeri a favore di Rosy Mauro.

"ERO CONTRO CASTELLI: TEMEVO PER IL PARTITO"

Io ero preoccupata e mi contrapponevo all’accesso ai conti della Lega da parte di Castelli, poiché ritenevo che attraverso lui, Rosy Mauro avrebbe potuto utilizzare la conoscenza dei fatti sopradetti contro gli interessi del mio segretario e contro gli interessi del mio "movimento". Per questi motivi ho spinto Belsito a rappresentare in colloquio riservato a tu per tu con Bossi l’esistenza di questi fatti e di questo pericolo.

"BELSITO CANCELLO’ IL LIMITE DI SPESA"

Con l’operazione Tanzania emersa a gennaio sui media, ho scoperto poi successivamente che Belsito per poter effettuare il prelievo dei 5.700.000,00 dalla Banca Aletti di Genova e fare l’investimento con Bonet, ha utilizzato un verbale del consiglio federale della Lega – che stabiliva, ed è tutt’ora vigente, il limite di possibilità di spesa ad euro 150.000,00 con firma singola, mentre superiore a questa cifra è previsto l’avvallo del comitato amministrativo e cioè di Castelli e Stiffoni cancellando la parte in cui era riportato il limite di spesa. Verbale consegnato poi alla banca.

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Umberto Bossi si è dimesso dalla carica di segretario del partito della Lega. Una scelta che, stando a quanto riportano le agenzie, sarebbe "irrevocabile". E' quanto riporta la televisione Sky. A ricoprire la carica, sarà un "triumvirato ad interim" formato da Roberto Maroni, Roberto Calderoli, e Giancarlo Giorgetti fino al prossimo Congresso.

A questo punto, il Consiglio dovrebbe accogliere le sue dimissioni. Dalle indagini in corso seguite all'esplosione dello scandalo Belsito risulta la presenza di soldi del partito che sarebbero andati a Bossi e Roberto Calderoli. Bossi ha deciso così di lasciare il comando del partito, travolto in prima persona, insieme alla sua famiglia, dall'indagine dei Pm. Proprio lui, che parlava di Roma ladrona e Governo ladrone, avrebbe utilizzato i fondi del suo stesso partito, che ergeva a esempio di integrità.

Quando la notizia si è diffusa tra i giornalisti che sostano davanti alla sede di via Bellerio a Milano, i militanti che si trovano davanti al quartier generale per manifestare solidarietà al leader del Carroccio hanno cominciato a gridare "Bossi, Bossi" .

DETTAGLI DA ANSA

C'é una intercettazione agli atti dell'inchiesta di Milano che vede indagato l'ex tesoriere della Lega Belsito in cui Nadia Dagrada "parla del 'nero' che Bossi dava tempo fa al partito". Per gli investigatori "il 'nero' è riconducibile alla provenienza del denaro contante che può avere varie origini, dalle tangenti, alle corruzioni".

Tra i documenti sequestrati ieri a Roma nella cassaforte del tesoriere vi è un carnet di assegni che reca la scritta "Umberto Bossi". Il carnet, che è relativo al conto corrente della banca sul quale vengono versati i contributi per il Carroccio, é ora all'esame dei pm di Napoli e di Milano. Negli atti dell'inchiesta milanese gli investigatori scrivono che dalle intercettazioni telefoniche emerge che il denaro sottratto alle casse della Lega è andato "a favore" tra gli altri di "Bossi Umberto" e "Calderoli Roberto".

Inoltre "Renzo Bossi e la sua fidanzata, Baldo Silvia, (...) sono stati insieme alla sede della Lega di via Bellerio e si sono portati via i faldoni della casa (ristrutturazioni?) per timore di controlli, visto il periodo critico". E' quanto annotano gli investigatori in un atto dell'inchiesta sull'ex tesoriere della Lega Belsito.

Nella cassaforte del tesoriere della Lega Francesco Belsito tra la documentazione contabile sequestrata ieri dai carabinieri del Noe e dalla Guardia di Finanza vi e' anche una cartella con l'intestazione ''The family'.L'ipotesi degli investigatori e' che i documenti siano relativi alle elargizioni ai familiari del leader del Caroccio Umberto Bossi. Gli atti sono all'esame del pm di Napoli, Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e John Henry Woodcock.

I dirigenti leghisti che oggi prenderanno parte al Consiglio federale stanno arrivando in via Bellerio, tra i primi ad entrare Roberto Maroni mentre il leader del Carroccio sarebbe gia' nel suo ufficio, come anche Roberto Calderoli. ''Oggi decido la nomina del nuovo segretario amministrativo della Lega, il consiglio federale si riunisce per questo'' ha detto all'Ansa Bossi. Alla domanda se ci siano altri argomenti all'ordine del giorno, Bossi ha replicato secco: ''Oggi nominiamo il nuovo segretario amministrativo''.

IN CORSO INTERROGATORIO DA PM MILANO PAOLO SCALA - E' in corso da questa mattina in procura a Milano l'interrogatorio di Paolo Scala il presunto uomo d'affari indagato perla vicenda dei sospetti finanziamenti con i fondi 'sottratti' dalle casse della Lega in Tanzania e a Cipro. Scala ieri e' stato sentito dal magistrato della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo che lo ha indagato per riciclaggio insieme all'ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito. L'uomo d'affari e' invece indagato a Milano per appropriazione indebita reato commesso in concorso con lo stesso Belsito e con l'imprenditore Stefano Bonet. A Belsito gli inquirenti milanesi hanno anche contestato il reato di truffa ai danni dello Stato, mentre a Bonet solo truffa.

INDAGINI DDA REGGIO DA 2009, PARTITE DA COSCA DE STEFANO - Sono iniziate nel 2009, da accertamenti sugli affari nel nord Italia della cosca di 'ndrangheta dei De Stefano di Reggio Calabria, le indagini della Dda reggina da cui sono nati i filoni di cui si occupano le Procure di Milano e Napoli, che hanno portato ad indagare l'ex tesoriere della Lega Francesco Belsito.

Procedendo nei loro accertamenti, gli investigatori reggini si sono imbattuti in una serie di personaggi, tra i quali Romolo Girardelli, soprannominato ''l'ammiraglio'', il faccendiere genovese che gia' nel 2002 era finito in una inchiesta della Dda perche' sospettato di essere un riciclatore dei De Stefano in contatto con elementi di spicco della cosca che operavano in Liguria ed in Francia quali Paolo Martino e Antonio Vittorio Canale.

E' stato seguendo le mosse di Girardelli che gli investigatori della Dia sono risaliti a Belsito, col quale il faccendiere era in societa' tramite il figlio Alex Girardelli, nella Effebi Immobiliare, societa' con sede a Genova e attiva nel settore immobiliare e commerciale. Dagli ulteriori riscontri sono emersi i rapporti con l'imprenditore veneto Stefano Bonet, il suo promotore finanziario Paolo Scala e l'avv. calabrese di origini ma con studio a Milano Bruno Mafrici, su cui adesso sono concentrate le attenzioni di tre Procure.

Il Consiglio Federale della Lega ha poi scelto Stefano Stefani come nuovo tesoriere del partito, dopo le dimissioni di Belsito, indagato per truffa ai danni dello Stato, appropriazione indebita e riciclaggio. Stefano Stefani è nato a Costabissara (Vicenza), ha 73 anni, ha la licenza media ed è imprenditore orafo. In questo momento è deputato della Repubblica, presidente della commissione Esteri della Camera, ma ha una lunga carriera politica. 4 aprile 2012

 

Monti - Fornero. "Famolo strano"

di Loredana Buffo

Il giochetto è stato facile quando si è trattato di intervenire sulla riforma delle pensioni, facendo leva sul terrore dello spred. Anche se nel frattempo è scivolata sulla buccia di banana delle liberalizzazioni, la “coppia di ferro” Monti – Fornero sta dimenticando che essendo in una Repubblica democratica, non si può cancellare con atti di violenza politica i diritti duramente conquistati e previsti dalla Costituzione.

La questione non è che i sindacati sono dei soggetti privilegiati, bensì un democratico soggetto di mediazione.

E’ altrettanto demagogico e truffaldino etichettare come “arcaico” o veterocomunista chi critica e diffida di una riforma che corregge ben poco le storture della “flessibilità cattiva” (posto che qualcuno riesca a crearne una buona), e in compenso apre un varco al disagio sociale, alla disoccupazione e alle diseguaglianze. Tutto in nome della “naturalità del mercato”, come se il mercato fosse un’entità incontrollabile come i fenomeni sismici o i tornado, anziché opera e volontà del pensiero e della “razionalità” umana.

E’ proprio sul consenso che si regge un sistema democratico, questo è il punto nevralgico (o ventre molle) di un governo nato come tecnico, che non comprende che la fiducia reciproca tra parti sociali e governo, è un dato squisitamente “politico”. Il fatto che sia un governo di tecnici, lo dimostra proprio con un comportamento di incapacità mediativa, dichiarando tout-court che la concertazione è arcaica e sinonimo di consociativismo (come se fosse una parolaccia) e inciucio; riempiendosi la bocca di sproloqui sul modello tedesco, salvo dimenticare che nel “modello tedesco” è fondamentale la cultura istituzionale e del consenso sociale.

Per non parlare delle protezioni sociali o flessicurezza di cui godono i cittadini tedeschi e che noi nemmeno ci sogniamo. L’unica forma di tutela è prevista dal 2007 e avvolta in un progetto nebuloso, sarebbe interessante calcolare i danni e le ricadute economiche rispetto alla soglia di povertà che si raggiungeranno nel frattempo, prima che arrivi il fantastico 2007 che ci regalerà il sostegno alla disoccupazione, ma solo per quelli che nel frattempo non saranno diventati clochard.

Ma forse questo governo tecnocrate-liberista sa benissimo che il livello di disoccupazione e la precarietà generalizzata generano un’economia e un consenso basato sulla paura.

In realtà quella che viviamo è una crisi economica profonda voluta da un sistema finanziario liberalizzato e disfunzionale alla crescita, e che viene usata per una forzata riconfigurazione dello stato e della democrazia basata sui diritti così come l’abbiamo conosciuta. Tutto grazie al trasferimento di denaro ai creditori finanziari e che scarica sulla testa dei cittadini il costo della decrescita, quello a cui stiamo assistendo è un vero e proprio processo di espropriazione finanziaria. L’ossessione dimostrata in questi mesi per il lavoro, il costo dei salari e i licenziamenti facili, ne è la dimostrazione. Per il liberismo questa crisi creata dai mercati finanziari, è un’opportunità eccezionale per imporre trasformazioni che sarebbero impossibili in un contesto diverso.Purtroppo questo è il risultato di un gap in questi anni tra la politica e gli scienziati sociali o intellettuali che dir si voglia. E’ necessario ricostruire immediatamente un dialogo strutturato tra movimenti sociali, partiti e intellettuali per arginare questo smantellamento del lavoro e dei diritti dei cittadini. Ricordiamoci che il “diritto”, è una forma di protezione per il debole, in virtù del fatto che questi non ha “potere”. Diversamente da chi ha “potere”, quindi non ha bisogno di diritti, al massimo deve avere degli obblighi.(www.paneacqua.eu 24 marzo 2012)

 

 

Il governo conferma la Tav

Il movimento prepara nuove azioni

 
di Pino Salerno

 

 
Il governo conferma la Tav. Il movimento prepara nuove azioniLa sintesi dell'incontro serale a Palazzo Chigi è contenuta nel documento del governo, con il quale si conferma "l'intenzione di proseguire nella realizzazione dell'opera infrastrutturale, parte del corridoio mediterraneo e inserita nella rete strategica dell'Unione europea". Saranno inoltre stanziati 20 milioni di euro quale compensazione richiesti dalla Regione Piemonte. E infine, sul piano della sicurezza si è ribadita la linea della "fermezza", senza tollerare qualunque forma di illegalità e di violenza.
 
Ma nel documento del governo dei tecnici si fa anche il punto sui dati e sulle cifre, punto non secondario di divisione tra chi la vuole e chi non la vuole. Secondo i tecnici al governo, dunque, "si dimezzano i tempi di percorrenza (da Torino a Chambery si passa da 152 minuti a 73; da Parigi a Milano da 7 a 4 ore), mentre la portata delle merci si raddoppia a parità di trazione (da 1.050 a 2.050 tonnellate per treno) con costi di esercizio quasi dimezzati. Si riduce sensibilmente il numero di camion su strada (circa 600.000/anno) nel delicato ambiente alpino. Si genera lavoro e occupazione direttamente sul territorio: è prevista infatti una struttura di appalti per individuare e separare tutte le opere preparatorie e complementari da quelle principali, assicurando così competitività anche alle imprese locali. La linea diventa una 'linea di pianura', adeguata agli standard europei e internazionali più avanzati, mentre la storica linea del Frejus potrà essere lasciata nella disponibilità del territorio. Poiché l'opera è parte integrante della rete trans-europea dei trasporti, potrà ottenere la massima percentuale di co-finanziamento comunitario, pari al 40% dell'importo complessivo". Questa è la legittimazione che, nelle intenzioni del governo, sposta il dibattito sulla TAV non più sul "se", ma sul "quando", sul "perché" e sul "come". Tuttavia, non si esprime sul "quanto", altro punto vero della discordanza di pareri con altri tecnici e studiosi, per i quali invece l'opera costerà moltissimi miliardi in più di quanto previsto Una guerra di logoramento tra tecnici, si direbbe.

Lo stesso Monti, in conferenza stampa, ha poi ribadito che l'intenzione del governo è quella di seguire l'interesse generale, superando "blocchi e resistenze e ostacoli che vengono da categorie particolari, spesso del tutto legittimamente". Con queste categorie, ha aggiunto il ministro Cancellieri, "il dialogo continuerà, ma con chiunque non voglia usare la violenza e l'illegalità".

Stessa posizione è stata espressa dal ministro Andrea Riccardi, per il quale " bisogna dialogare ma anche essere fermi contro ogni violenza". Se dunque Monti è stato più netto sulle ragioni che legittimano la costruzione della Tav Torino-Lione, in tema di ordine pubblico sembra di capire che, evitata la soluzione Daspo da stadio di calcio - quella che avrebbe consentito alle forze dell'ordine di individuare e isolare i più violenti, proibendo loro le manifestazioni - sia prevalsa una non meglio specificata linea della fermezza. Non sappiamo, ad oggi, come il Ministero dell'Interno intenda invece prevenire il ricorso ad atti violenti.

 

La reazione degli amministratori locali è, come accade da sempre, controversa. Il governatore del Piemonte, il leghista Cota, si schiera apertamente col governo, come il presidente della provincia di Torino Saitta, e il sindaco Fassino. Cota, apprezza "che sia stata ribadita la strategicità dell'opera e la volontà di realizzarla nei tempi stabiliti" e accoglie "positivamente la conferma della mia richiesta di stanziamento immediato di 20 milioni di euro di fondi per le compensazioni. E' mia intenzione discutere nei prossimi giorni un programma preciso e complessivo degli interventi compensativi. Questo è il modo migliore per far capire che l'opera deve essere un'opportunità per la stessa Val di Susa". Saitta ribadisce i cambiamenti progettuali fin qui eseguiti e rilancia sulla necessità della Tav per lo sviluppo di quel territorio. Soddisfatto il sindaco Fassino, per il quale "chi in Piemonte e in Val di Susa crede da tempo e con convinzione al carattere strategico della Tav ed è impegnato a realizzarla è certamente confortato dalla determinazione del presidente del consiglio e del governo". 
 
Fin qui la posizione favorevole delle istituzioni. Ma che ne è del movimento NoTav?
 
Un'assemblea ha avuto luogo a Bussoleno fino a notte fonda proprio per valutare i contenuti esposti dal governo. Il primo a intervenire è stato il leader Antonio Perino, per il quale "Monti ha detto un sacco di cose roboanti e ha mostrato i muscoli. Gli vogliamo bene. Ma eviti le prove di forza con noi. Non servono. E si sprecano soldi". Ed ha aggiunto: "pensaci bene, Monti, prima di buttare soldi dalla finestra per il Tav. Se vuoi farci fare ginnastica su e giu' per la Valle noi siamo pronti". È la miccia che il movimento attendeva per esplodere. Ancora Perino, riprendendo lo slogan dei ragazzi antimafia calabresi, ha gridato: "se volete andare avanti fate di arrestarci tutti perché noi non molleremo mai". Arrestateci tutti, è la risposta che risuona nella Valle. In attesa di essere arrestati, gli esponenti del movimento hanno perciò proposto all'assemblea una serie di azioni dimostrative e simboliche. Si annuncia uno "sciopero della valle" per la prossima settimana, mentre per domani a Bussoleno è in programma un'iniziativa con le automobili, per giungere fino a Giaglione con lo scopo di "ricostruire il presidio", e una passeggiata a piedi nel bosco, "dove combattevano i nostri nonni partigiani". E infine, sono stati annunciate azioni di flash mob in Val Clarea, dove hanno già avuto inizio le procedure di esproprio. È una comunità che sembra credere ad azioni pacifiche e nonviolente, e usa le tattiche tipicamente simboliche per contestare un'opera che ritiene inutile dannosa e costosa. Saprà proteggersi dalle infiltrazioni di chi vuole nuocerle strumentalizzandone il sacrosanto diritto a protestare? (www.paneacqua.eu 2 marzo 2012)
 

Smonta Italia


di Giuliano Garavini
Smonta ItaliaSmontare il paese pezzo per pezzo: sembra questa la principale linea direttrice del governo Monti. Per permettere il varo di questo ambizioso piano, un progetto che potremmo definire "Smonta Italia", occorreva una congiuntura favorevole fatta di almeno tre ingredienti fondamentali.

Il primo di questi ingredienti è stato quello dell'emergenza finanziaria internazionale coniugata con il "vincolo esterno", che impone di difendere l'euro costi quel che costi. Quello che l'amministrazione Bush ha fatto con lo spauracchio di al-Qaeda, l'attuale leadership liberista europea - con alla testa il triste trio Merkel/Sarkozy/Monti - ha fatto con lo "spread" e la crisi finanziaria. Lo "spread" è divenuto uno spettro, un'inafferrabile fonte di terrore, agitato di continuo per abituare l'opinione pubblica alle necessità di scelte obbligate e unidirezionali sulle quali nessuno può avanzare dubbi o invocare i tempi un poco più lunghi delle scelte razionali e meditate. Altrimenti aumenta lo "spread". Altrimenti i tentacoli di al-Qaeda stringeranno in una morsa gli Stati Uniti diceva Bush, mentre in tutta fretta decideva di bombardare prima l'Afghanistan e poi l'Iraq.

L'altro ingrediente fondamentale è stato il totale discredito della classe politica odierna, bistrattata da cittadini e mezzi di comunicazione, ma pur sempre costretta ad un, sia pur tenue, rapporto con l'elettorato. Il discredito della classe politica ha consentito al presidente Giorgio Napolitano - la cui affidabilità per le élite conservatrici dell'Europa è stata comprovata, prima dall'applicazione delle regole anti immigrazione di Shengen e poi dal sostegno acritico a tutte le missioni militari dall'Afghanistan alla Libia - di nominare un commissario con poteri straordinari in grado di tenere sotto ricatto la stragrande maggioranza dello schieramento parlamentare.

Il terzo ingrediente fondamentale è stato il fervore ideologico delle solite élite nostrane e della quasi totalità dei mezzi di comunicazione, espressione di quelle stesse élite. Questo fervore ideologico liberista predica l'uscita dalla crisi attraverso il pareggio di bilancio, le privatizzazioni, la deregolamentazione e l'aumento della competizione fra i singoli cittadini. Un disco rotto che i recenti successi referendari a difesa dell'acqua pubblica e i risultati spiazzanti delle elezioni locali sembravano aver sbloccato, ma solo in apperenza.
Avete notato come, se non per una critica di rito allo statalismo degli anni '60 e '70 (gli anni in cui la maggior parte degli italiani hanno conosciuto per la prima volta il benessere), Monti e i suoi ideologi non facciano mai riferimento alla storia per confortare le loro proposte? Non lo fanno per il semplice motivo che ogni singolo episodio della storia dell'umanità dimostra che da profonde crisi economiche e sociali si è potuti uscire (magari male come nel caso del riarmo tedesco degli anni ‘30) con più intervento pubblico, più investimenti, più pianificazione, più coesione sociale e più coinvolgimento diretto dei cittadini contro la tentazione dell'ognun per sé. Quando ciò non è avvenuto, per esempio sotto l'azione dei governi liberisti dell'America Latina degli anni '80 e '90, i risultati sono stati disastrosi e le ribellioni non si sono fatte attendere a lungo.

I tre ingredienti elencati qui sopra hanno permesso di confezionare l'indigesta pietanza Smonta Italia. Essa si fonda su:

- la costante riduzione della spesa pubblica in modo di ottenere un avanzo primario del 4 per cento del Pil e far così mancare ossigeno a servizi pubblici, sia quelli di interesse nazionale che a quelli locali. Il disinvestimento nel settore pubblico genererà giocoforza un costante abbassamento della qualità e pressioni sempre più forti verso una privatizzazione totale di reti e servizi;

- la smobilitazione dello Stato da tutte le reti strategiche, da quelle del trasporto quelle all'energia, e il loro affidamento ad autorità regolative senza alcun controllo da parte dei cittadini e colluse con i controllati, con il probabile risultato di una loro privatizzazione e successiva vendita a società estere più capitalizzate, siano esse pubbliche o private;

- l'attacco sistematico a tutti i quei possibili presidi di contestazione, di ragionamento critico, di resistenza alle tecnocrazie e di salvaguardia di uno spirito pubblico come la scuola o l'università pubblica. Mentre la privatizzazione della scuola ancora genera troppe resistenze nella società italiana, già si preparano le norme sull'abolizione del valore legale della laurea e sull'aumento esponenziale delle tasse studentesche; decisioni che mirano a dividere le università tra quelle di "qualità", cui potranno accedere solo i ricchi o gli indebitati fino al collo, e quelle che forniranno titoli di carta straccia adatti a conseguire lavori precari e sottopagati.

- l'attacco frontale all'idea che i lavoratori possano condividere degli interessi, negoziare in modo coordinato sulle proprie condizioni di vita, partecipare in qualsiasi forma, anche la più indiretta, alla gestione di imprese e servizi. Il lavoratore non deve avere identità in quanto produttore o erogatore di servizi ma solo in quanto consumatore. Lo stesso tassista è vituperato quando è alla guida, ma esaltato nel momento in cui stipula un contratto telefonico. E il primo strumento per l'annullamento dell'identità come lavoratore è l'abolizione dei contratti collettivi nazionali in favore di un percorso sempre più lungo di precariato e di competizione con i propri colleghi, terminante in un "contratto unico" certamente diverso dal contratto collettivo nazionale e contenente solo una lista generica e sempre più striminzita di diritti;

- la propaganda a tappeto contro le corporazioni che, mentre lambisce alcune professioni certamente privilegiate, rafforza le vere corporazioni che governano il nostro paese e che sono ben contente di ottenere sconti sui servizi professionali di architetti, notai, avvocati, tassisti, etc.. Le vere corporazione sono le grandi imprese, le società bancarie e assicurative, le Spa pubbliche o private che gestiscono servizi. Queste gigantesche corporazioni, contro le quali gli accademici dell'economia e del diritto raramente si scagliano, vivono in regime di monopolio, sono endogamiche nei propri consigli di amministrazione, e rappresentano una cricca sempre più integrata nel sistema politico che succhia la linfa vitale del popolo italiano, sterilizzando i frutti del suo lavoro.

Smonta Italia è un progetto ideologico che non si curerà del fatto che i servizi e reti privatizzate aumenteranno costantemente di prezzo: vedi tariffe autostradali, idriche, etc. Né si curerà del fatto che ogni anno centinaia di imprese italiane sono comprate da stranieri. Tantomeno si porrà il problema della riduzione del numero dei laureati e degli iscritti nelle università, dell'analfebetismo di ritorno, dei salari sempre più bassi e dei lavori precari, del crescente odio per la classe politica e tra le diverse aree del paese. Tutto questo non riguarda Smonta Italia, perché l'unico interesse del governo attuale è la demolizione, lo spezzettamento, l'affidamento ad orgasmi tecnocratici come agenzie ed autority (l'ultima è l'Anvur per l'università), di quanto edificato a fatica in decenni di storia dell'Italia repubblicana. Una volta smontata l'Italia e quel che rimane di istituzioni e di un senso comune, resterà solo il mercato senza società, senza cultura, senza cittadini e senza imprese, un territorio popolato da consumatori e da volantini inneggianti alle liberalizzazioni. (www.paneacqua.eu 25 gennaio 2012)

 

 

Liberalizzazioni: in arrivo due decreti legge

 

In arrivo due decreti legge. Il primo targato Passera-Catricalà-Moavero, il secondo invece dovrebbe essere firmato dal ministro della Funzione Pubblica, Patroni Griffi. Conto alla rovescia sulle liberalizzazioni: i due provvedimenti – spiega chi sta lavorando al pacchetto – dovrebbero andare entrambi venerdì sul tavolo di palazzo Chigi, anche se resta in piedi l’ipotesi di tenere – oltre alla riunione del 20 – un Consiglio dei ministri straordinario per domenica. L’obiettivo è chiudere entro il 22. Le scadenze sono note: l’Eurogruppo del 23 e il vertice di Bruxelles del 30 in cui verrà siglato l’accordo sul ‘fiscal compact’.
“Non è facile” procedere su queste misure, ha sottolineato Mario Monti in un’intervista a Radio Vaticana. Il premier oggi a Londra ha annunciato la separazione di Snam Rete Gas da Eni, ma il ‘pacchetto’ liberalizzazioni sarà ampio e articolato.

Prevista, secondo quanto si apprende, anche una misura per obbligare le amministrazioni pubbliche a pagare le imprese private entro il termine dei 60 giorni stabilito dalle direttive europee. In caso di mancato pagamento, infatti, scatterebbe – riferiscono fonti tecniche – una norma che prevede una mora dell’8%, oltre che gli interessi maturati. La misura è in via di definizione, ma – spiegano le stesse fonti – verrà inserita nel pacchetto.

In stand by la separazione di Rfi da Fs. Fonti ministeriali spiegano che il confronto nel governo è ancora in corso e coinvolge, tra gli altri, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà e il ministro dello Sviluppo Corrado Passera. La separazione – è stabilito per il momento in una bozza del provvedimento – verrà decisa sulla base di una valutazione dell’Autorità delle reti nel settore ferroviario.
Nei giorni scorsi si è parlato anche dell’ipotesi di dividere Trenitalia (una parte legata al mondo del mercato, tra cui Frecciarossa, e un’altra parte legata al mondo regionale).

Nel pacchetto novità su Rc auto (se si istalla scatola nera in auto i costi sono a carico delle assicurazioni che praticano uno sconto sull’Rc auto), sulle farmacie (orario e turni liberi), sugli idrocarburi, per le edicole (più punti vendita), sui conti corrente (arriva il conto corrente bancario di base).

L’obiettivo dichiarato dell’esecutivo è quello di portare avanti “un’ azione a 360 gradi”, senza alcuna “distinzione tra categorie, interessi e settori economici”, si legge nella relazione introduttiva.
Il secondo dl, invece, prevede provvedimenti di semplificazione normativa e misure riguardanti altri dicasteri.
“Il pacchetto di liberalizzazioni è caratterizzato da una politica di distribuzione dei sacrifici per rilanciare l’economia”, ha spiegato Monti durante la sua visita a Londra.
E che l’intenzione dell’esecutivo sia quella di procedere senza farsi intimidire dalle proteste, emerge da una delle ultime bozze di decreto circolate in queste ore: “Non si possono liberalizzare solo alcuni settori, l’azione di apertura deve procedere a 360 gradi”, si legge nella relazione introduttiva alla bozza. Dunque colpire le rendite di posizioni, in tutti i settori, per scardinare tutte le “coroporazioni”.

Sul fronte politico, se Pier Luigi Bersani bacchetta il governo per come si sta muovendo sulle liberalizzazioni, consigliando a Monti di “far circolare meno bozze: prima le decisioni, poi le discussioni e gli aggiustamenti”, èproprio su uno dei punti mediaticamente più caldi, quello delle misure che riguardano i taxisti, che i partiti che appoggiano la maggioranza iniziano a prendere le distanze dalle scelte dell’esecutivo. A cominciare dal Pdl. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, dopo aver ricevuto in Campidoglio Lorenzo Bittarelli, uno dei leader della protesta delle auto bianche, fa sapere che dopo aver letto il documento che le sigle sindacali dei tassisti hanno preparato “come risposta al disegno di liberalizzazione del Governo, mi trovo d’accordo con le loro proposte, che rispecchiano le esigenze della categoria ma che sono in grado di migliorare questo servizio pubblico molto importante tutelando i bisogni dei cittadini utenti”.
E sono in molti nel Pdl a pensarla nello stesso modo. Giuseppe Mariniello, vicepresidente della Commissione Bilancio della Camera, aggiunge che il partito di via dell’Umiltà “condivide la gran parte delle proteste dei taxisti. Il governo non deve nascondersi dietro una foglia di fico per nascondere le contraddizioni delle scelte che sta facendo”, aggiunge. Il Pdl comunque presenterà domani un pacchetto “corposo” di proposte.

Di tutt’altro avviso il Pd, che teme che il Pdl voglia frenare sulle misure che il governo intende varare. Il capogruppo del Pd in Commissione Bilancio, Pier Paolo Baretta, premette che “si deve tener conto delle istanze delle categorie”. Ma aggiunge che un tentativo di stop da parte del partito di Silvio Berlusconi è in atto: “la stessa posizione di Alemanno a difesa dei tassisti ne è una testimonianza”.(www.paneacqua.info 20 gennaio 2012)

 

Così il "totus politicus" prof. Monti ci fa tornare indietro di tre secoli

 

di Paolo Ciofi

 monti sguardo-w300Auguriamoci che il 2012 sia migliore del 2011. Un augurio da rivolgere soprattutto a chi, uomo o donna, giovane o anziano, nativo o straniero, non ha certezze per l’oggi e per il domani, e del futuro vede soprattutto ombre e oscurità. E’ la maggioranza degli abitanti di questo Paese. Sono coloro che non dispongono di rendite o di patrimoni in qualche modo accumulati, ma possiedono solo le proprie capacità, da scambiare con i mezzi per vivere. I giovani disoccupati, certo. Gli operai e i precari, le donne. Ma non solo loro. C’è anche chi è andato, o dovrebbe andare, in pensione. Insomma, il multiforme universo dei lavoratori, di chi vive del proprio lavoro: passato, presente e futuro. Mandiamo in archivio espressioni come “capitale umano”, che anche il Presidente della Repubblica, con una imprevista caduta di stile, si è lasciato sfuggire nel messaggio di Capodanno. Sono persone in carne e ossa, molte delle quali già soffrono nelle ristrettezze del momento. Mentre tutte le previsioni per il 2012 volgono al peggio, e della tanto sbandierata equità del governo Monti finora non c’è sentore. Equità, che per essere tale e avvertirla come tale, dovrebbe comportare che a pagare la crisi siano quelli che l’hanno attizzata, non chi la subisce; e che i sacrifici per salvare l’Italia dalla bancarotta siano ripartiti in modo proporzionale e progressivo in rapporto ai redditi e alla ricchezza.


Ma non è cosi e i dati, tutti al ribasso, parlano chiaro: per quanto riguarda l’occupazione, come per i salari e il potere d’acquisto. Davvero si pensa di poter uscire dalla crisi continuando a penalizzare il lavoro, come avviene da oltre vent’anni in Italia e in Europa, privilegiando al contrario rendite e profitti? E colpendo i lavoratori non solo nei redditi, ma anche nella dignità e nei diritti? Espropriandoli della loro identità e rappresentanza politica? Dentro i canoni classici del pensiero liberale questo è un problema che non trova soluzione. Ne è una dimostrazione anche l’articolo firmato da Eugenio Scalfari il 31 dicembre.


Adesso che ha scoperto che il professore bocconiano non è un tecnico ma un «finissimo uomo politico», il fondatore di Repubblica sembra colto da un vertiginoso senso di euforia. Siamo in buone mani, assicura, giacché questo governo fa suoi i «valori sui quali è nata l’Europa moderna», di cui «le bandiere tricolori della Grande Rivoluzione sono il simbolo rappresentativo». Come se – secondo una visione per la verità un po’ retro – si possano identificare i sistemi economici e politici del XXI secolo nei valori del mondo settecentesco della borghesia ascendente. Tagliando fuori, tra l’altro, due secoli di storia del movimento operaio, che ha prodotto la rivoluzione russa, lo Stato sociale in Europa e in Italia la Repubblica democratica fondata sul lavoro.


In buona sostanza, il totus politicus prof. Monti ci riporta alla vecchia idea del liberismo, confutata dai fatti e dalla storia, secondo cui il mercato alloca razionalmente le risorse. Per cui, stabilito che il potere economico e politico sta tutto dentro il perimetro della nuova borghesia capitalista, alla quale occorre assicurare un nuovo dinamismo, il problema dell’Italia arretrata consisterebbe nell’affermazione piena dei principi liberali. Ossia, in un salto all’indietro che di fatto azzera la centralità del lavoro, e quindi la Costituzione dell’Italia repubblicana. Una concezione che trascura un piccolo dettaglio: ovvero che la crisi del capitalismo nasce esattamente laddove il liberismo ha raggiunto il suo apogeo, rappresentato dai “liberi mercati” americani; e che la democrazia liberale è in crisi ovunque nel mondo per un deficit organico di rappresentanza.


Se dunque, come sta avvenendo in Italia e in Europa, la causa della crisi viene adottata come ricetta per guarire dalla crisi, non c’è via d’uscita. Né, d’altra parte, si può ragionevolmente ritenere che la politica, come da più parti si spera, possa mettere sotto controllo “i mercati”, se sono “i mercati” ad avere in mano la politica. Da questo circolo vizioso apparentemente senza sbocchi si esce a una condizione: che tutti quelli che subiscono gli effetti devastanti della crisi, a cominciare dai lavoratori dipendenti, uomini e donne, si uniscano e si organizzino in un’ampia coalizione politica. Non c’è tempo da perdere. Per l’anno che verrà gli auguri sono quindi auguri di lotta, perché senza la lotta non c’è speranza. Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà.(Liberazione 5 gennaio 2012)

Manovra, il Senato approva

 

di Red
 

Manovra, il Senato approvaSì definitivo del Parlamento alla manovra Monti. Il Senato ha convertito in via definitiva il decreto "salva - Italia" con 257 voti favorevoli (contro i 281 di novembre al momento della fiducia all'insediamento). I voti contrari oggi sono stati 41, a quelli della Lega nord - rispetto al mese scorso - vanno aggiunti l'Italia dei Valori, Svp e Union Valdotaine.

Monti, nel discorso poco prima del voto, ha definito la manovra un "decreto di estrema urgenza che mette in grado l'Italia di affrontare a testa alta la gravissima crisi europea". Secondo il premier infatti "l'Italia porterà in Europa il suo contributo alla stabilità, anche elementi di riflessione e azione sempre più forti sulla politica economica. Non c'é crescita senza disciplina finanziaria".

Monti è poi passato a un discorso più generale, orizzonte la salvezza dell'euro: "L'Europa deve perseguire obbiettivi di crescita, occupazione, coesione. Deve essere un'Europa più comunitaria" in cui però il rispetto di "regole stringenti" deve anche renderla "più solidale, più vicina ai cittadini" perché "non può essere né apparire fredda nei confronti della società civile". Il professore ha garantito la volontà di battersi affinché le politiche europee cambino, questo per noi é "il prossimo impegno". Più crescita, dunque: anzitutto a partire dall'Europa. Per quanto riguarda l'Italia, il premier ha ben presente la necessità di far ripartire la crescita. Dopo il voto, ha scandito: "La fase due è già cominciata". La fase due del governo prevederà anche un lavoro intenso sulla sulla spesa pubblica, a partire dalla amministrazione centrale dello Stato.

La premessa per sostenere la crescita in Italia e in Europa, tuttavia, è proprio la manovra appena diventata legge. Senza le misure approvata tutto rimarrebbe "velleitario". Monti si poi anche tolto dei sassolini dalle scarpe: "Appare rituale, ripetitivo e privo di fondamento lo slogan 'pagano i soliti noti'" e chiamato a un contributo gli stessi cittadini dicendo che "per superare la crisi dei debiti sovrani è essenziale che tutti guardino con fiducia ai nostri titoli. E' essenziale che gli italiani sottoscrivano Bot e Btp le cui rendite sono oggi elevatissime. Occorre che abbiamo fiducia in noi stessi". (www.paneacqua.eu 23 dicembre 2011)

La Camera approva il Salva-Italia


di Pino Salerno
Con 402 voti a favore, passa la manovra finanziaria scritta dal governo Monti ed emendata dalle Commissioni della Camera. Rispetto al voto di fiducia di questa mattina, si sono persi per strada ben 93 voti. Mentre è stato sostanzialmente confermato e compatto il fronte che invece aveva negato la fiducia, 88 voti questa mattina, e 77 quLa camera approva il Salva-Italiaesta sera, con 22 astenuti. Ora, il decreto passa all'approvazione del Senato, che ha meno di una settimana per concludere il dibattito e votarlo.

In realtà, il dibattito sul decreto alla Camera si era aperto nel tardo pomeriggio con l'approvazione di alcuni ordini del giorno di assoluto rilievo, che in qualche modo mettono alcune toppe alle vistose lacune che forze sociali e sindacali hanno continuamente segnalato. Intanto, è passato l'ordine del giorno di Italia dei Valori e Lega che annulla l'assegnazione gratuita delle frequenze digitali e indice un'asta a titolo oneroso. È stato accolto dal governo l'ordine del giorno della deputata Giammanco del Pdl per allargare il pagamento dell'Imu anche agli immobili ecclesiastici destinati a usi commerciali. Segnaliamo infine il passaggio di un ordine del giorno unanime che chiede di rivedere le norme pensionistiche a proposito di lavoratori precoci e penalizzazioni per lavoratori in cassa integrazione. Gli ordini del giorno vincolano, dunque, il governo a rivedere almeno tre grandi questioni non citate nel decreto. Vedremo se nelle prossime settimane Monti sarà coerente con quanto previsto dalla Camera. Dopo l'approvazione degli ordini del giorno, ha preso la parola il premier. Intanto, per ringraziare i deputati per la fiducia e la brillante collaborazione prestata al governo in sede di dibattito sul decreto nelle Commissioni. Non sembravano parole di circostanza di un professore deferente ad un ramo del Parlamento, ma asserzioni convinte di un premier consapevole delle sue funzioni politiche. E infatti, dopo aver ribadito che la scelta del rigore è stata indispensabile per rimettere a posto i conti pubblici, Monti ha negato di aver proposto una politica dei due tempi, con la crescita e l'equità che seguono il rigore. Secondo il premier, "l'azione di sostegno alla crescita è già iniziata. Non c'è una prima e seconda fase. Dobbiamo fare di più? Anche io lo penso", a proposito della crescita, precisando però che le norme nel decreto sono "solo un inizio, un importante avvio". Sulla necessità della manovra, Monti è stato categorico: "Mi permetto di ricordare a tutti noi la posta in gioco. Non si tratta di continuare a vivere come prima al netto o al lordo di certi sacrifici. Senza questo intervento sono a rischio i risparmi degli italiani soprattutto quelli piccoli. É a rischio il benessere accumulato da generazioni, il veder evaporare gran parte dei redditi degli italiani soprattutto quelli modesti". E ha annunciato un pacchetto organico di investimenti per rilanciare la crescita, un pacchetto che dovrebbe contenere anche le liberalizzazioni stralciate da una decisione della Camera. E infine, ha voluto rispondere, in modo severo e piccato, alle parole che ieri aveva Berlusconi aveva usato contro di lui. Berlusconi aveva infatti sostenuto che "Monti è disperato" e che presto sarebbe stato costretto a lasciare. Dunque, Monti ha precisato che " io non mi sento per niente disperato. Il contrario esatto. Non c'è nessun motivo di disperazione. Non per quanto mi riguarda, ma per quanto riguarda le istituzioni civili, politiche, economiche del Paese. Sento che stiamo facendo un processo importante. Insieme, di riflessione. Sono pieno di speranza e di fiducia e che vi invito a condividere". Fin qui, in sintesi, il discorso di Monti.

Il dibattito tra le forze politiche ha visto prevalere le posizioni già ampiamente note, e sufficientemente illustrate anche questa mattina nelle dichiarazioni di voto sulla fiducia. Ma come dimostrano i voti ottenuti, sulla manovra alcune decine di deputati hanno fatto emergere un vero e proprio "mal di pancia", nonostante gli ordini di scuderia. Casini, Bocchino e Pisicchio (per l'Api) non hanno fatto alcuna fatica a riaffermare l'appoggio senza se e senza ma al decreto. Casini si è spinto fino a consigliare, anzi, a Pd e a Pdl di non "disseminare la strada del governo di trabocchetti", citando larvatamente le dichiarazioni di Berlusconi di ieri e di Bersani oggi che sembravano preludere ad un voto anticipato. In realtà, e lo sappiamo fin dal giorno dell'insediamento del governo Monti, il Partito Democratico e il Popolo della Libertà, ciascuno con le proprie vicissitudini, hanno dovuto contrastare massicce considerazioni critiche al proprio interno. Per il Partito democratico, ieri il leader Bersani, durante la riunione congiunta dei gruppi parlamentari, ha dovuto mettere una sostanziale fiducia su di sé, invitando deputati e senatori a votare il decreto. Le difficoltà si sono riverberate nell'onesto discorso che egli ha tenuto alla Camera, nel quale ha sottolineato che, nonostante il convinto e compatto voto favorevole, le ombre della manovra ancora pesano sui cittadini. In particolare, sui lavoratori precoci e sulla riforma degli ammortizzatori sociali. È evidente che Bersani ha posto un secco veto ad una riapertura della discussione parlamentare sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Che si tratti di uno stop alle proposte di Ichino e dei suoi sostenitori all'interno del Partito democratico? Lo vedremo.
Analoghe difficoltà si sono intraviste nel discorso di Angelino Alfano, segretario del Pdl. Anche i berlusconiani hanno dovuto ingoiare alcuni rospi indigesti, come la reintroduzione dell'Ici, l'obbligo per le banche di passare gli estratti conto dei clienti all'Agenzia delle entrate, le misure patrimoniali. Ma soprattutto han dovuto fronteggiare, sul piano politico, la frattura con la Lega, che pesa molto di più nelle tre regioni del Nord, Piemonte, Lombardia e Veneto, che a Roma. A Roma, infatti, si può sostenere la drammtizzazione leghista in Parlamento, soprattutto quando gli organi di informazione fanno da cassa di risonanza. Il problema vero è l'accerchiamento di Cota e Zaia in Piemonte e in Veneto, dove le tensioni nelle due giunte sembrano fortissime. Così come fortissime appaiono le tensioni nella giunta Formigoni, e non solo dopo le note vicende giudiziarie. Insomma, il contenzioso tra Silvio e Umberto è aperto, ora più che mai. E nel discorso di Alfano di questa sera se ne percepivano tutti gli elementi.
Insomma, il varo alla Camera del decreto ripropone il tema politico della frammentazione delle alleanze del 2008 e rilancia la questione del governo del Paese, non in modalità provvisoria, e senza la supervisione magistrale del Quirinale. Forse, è opportuno che le forze della sinistra approfondiscano al più presto analisi, riflessioni e scelte strategiche. Come si vede, i processi sociali ed economici sono molto più veloci delle decisioni politiche. (www.paneacqua.eu 18 dicembre 2011)

 

di Francesco Scommi

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato il decreto "salva Italia", ora la parola passa alle Camere per la conversione. Non si sa se il governo porrà la fiducia, nel frattempo i partiti sono al lavoro per tentare di apportare delle modifiche. In particolare il Partito democratico, che propone la via per coprire finanziariamente l'indicizzazione delle pensioni di poco superiori al minimo che la manovra Monti ha fermato per due anni. Il Popolo della libertà, invece, punta tutto sul ritorno comunicativo - elettorale: tanto che l'ex premier Silvio Berlusconi insiste nel consigliare a Mario Monti il ricorso alla fiducia.

Il Pd ribadisce, a più voci, che la manovra va migliorata sul versante dell'equità. La norma che non va giù ai democratici è il blocco di due anni dell'adeguamento delle pensioni al costo della vita. Dice Stefano Fassina, responsabile economico del partito: "Questa manovra ha molti difetti, primo fra tutti l'intervento brutale sulle pensioni di cui non c'era bisogno. Ma inviterei tutti, anche i più critici, compresa la Lega che era al governo e che è responsabile di questa iniquità, ad aspettare. Il Partito democratico - ha aggiunto Fassina - si assume la responsabilità di votare la manovra così come ha votato la fiducia al governo Monti. Ma siamo fiduciosi che il Governo ci ascolti e che ascolti anche le parti sociali, ne va dell'interesse del Paese. Non devono ascoltare la voce dei burocrati, ma dei lavoratori".

L'aveva detto del resto Bersani, e dopo Fassina lo ha ribadito oggi Massimo D'Alema: "La parte sulle pensioni dobbiamo cercare di correggerla". C'è un menù di opzioni che potrebbero essere utilizzate, secondo i democratici, per reperire risorse e non essere costretti a fermare la rivalutazione delle pensioni: da misure più efficaci alla lotta all'evasione all'innalzamento della tassa sui patrimoni scudati fino ad arrivare alle dismissioni del patrimonio pubblico e all'organizzazione di un'asta per assegnare le frequenze televisive.

Stamattina si è riunito l'ufficio di presidenza del Popolo della libertà. Berlusconi ha dettato la linea: la manovra "è inevitabile", ma contiene diversi elementi che il Cavaliere vorrebbe modificare, a partire dal ritorno dell'Ici. La via per qualsiasi tipo di modifica, ha però osservato Berlusconi con i suoi, è molto stretta: da qui, è convinto l'ex premier, sarebbe meglio se Monti ponesse la questione di fiducia sollevando così i partiti da alcuni imbarazzi. Meglio, quindi, piuttosto che stare a impantanarsi, far gravare su Monti il risanamento senza pagarne lo scotto in termini di consenso: la fiducia, del resto, l'ex premier l'aveva invocata pubblicamente già ieri. Berlusconi infatti all'ufficio di presidenza chiarisce: "Questa non è la nostra manovra, non è la manovra del Pdl, deve essere chiaro. Ma la votiamo solo per senso di responsabilità", aggiungendo: "Se fossimo andati alle elezioni prima ci avrebbero addebitato la colpa della crisi. Ricordiamoci che nel 2006 siamo stati in grado di recuperare 13 punti. Possiamo vincere".

Il segretario Angelino Alfano ha ribadito che quella in discussione è "la manovra economica del Governo Monti". Poi ha pubblicato su Facebook un post in cui parla di "botta troppo dura su casa e pensioni", e garantisce che il Pdl sta "lavorando per migliorare" la manovra. Ma che il Pdl punti a sostenere Monti senza sporcarsi le mani è evidente dalle parole del premier, che guarda già alle prossime elezioni, come è suo costume.

Non voteranno la manovra i dipietristi. L'Italia dei Valori è convinta che "un'altra manovra è possibile" e insiste nel dire che voterà contro le misure del governo Monti se non si provvederà a cambiarle. 'Ma noi - ha spiegato in conferenza stampa a Montecitorio il capogruppo dell'IDV Massimo Donadi insieme al deputato Augusto Di Stanislao e al senatore Pancho Pardi - combatteremo fino all'ultimo perché questa manovra cambi".

"Nei prossimi giorni - ha detto Donadi - presenteremo il pezzo forte della nostra 'contromanovra': un articolo che consentirà, lo assicuriamo, di porre fine all'evasione fiscale in Italia. Finora è mancata la volontà politica di combattere l'evasione. Ma se questo non ci ha stupito da parte di Berlusconi, il principale evasore italiano, non lo accettiamo di certo da parte di Monti". In attesa di scoprire le carte sulla lotta all'evasione, l'IDV lancia intanto due proposte: risparmiare da qui al 2026 oltre 50 miliardi di euro sulle spese per gli armamenti (cacciabombardieri, sommergibili, veicoli blindati)ed abolire la mini naja; fare una regolare gara per l'assegnazione delle frequenze televisive invece di assegnarle a Rai e Mediaset gratuitamente.

Mentre si dibatteva sulla manovra, il ministro del Welfare Elsa Fornero è intervenuta in un'audizione alla Camera. Fornero ha sottolineato come il blocco della rivalutazione delle pensioni in essere superiori a due volte il minimo rispetto all'inflazione per i prossimi due anni sia una medicina "amara" ma come questo sia "il riflesso della difficoltà finanziaria".

Spiegando gli effetti della sua riforma, Fornero ha detto che dal 2018 non dovrebbe più essere possibile andare in pensione anticipata rispetto all'età di vecchiaia, naturale effetto della fine della transizione. "Nel 2018 - ha detto Fornero conversando con i giornalisti al termine dell'audizione - le pensioni di anzianità non saranno ghigliottinate. Però vanno a morire. Quando ci sarà solo il sistema contributivo varrà solo l'età minima per l'accesso al pensionamento". Sul testo del decreto della manovra correttiva "non c'è una norma di legge per la quale le pensioni di anzianità scompariranno" ma questa sarà una naturale conseguenza della riforma. La riforma prevede che si possa uscire in anticipo rispetto all'età di vecchiaia con almeno 42 anni e un mese di contributi se uomo e 41 se donna.

Il ministro del Welfare ha anche anticipato il prossimo passo: la riforma della previdenza è stata la parte "più facile" del lavoro mentre quella più difficile sarà la riforma del mercato del lavoro. "La riforma del lavoro è il pezzo mancante e sorregge questo impianto. Un mercato del lavoro più flessibile - ha spiegato- ha bisogno di ammortizzatori sociali. Questo richiede risorse. Dobbiamo puntare alla crescita". La riforma punterà tutto, ha spiegato Fornero, e fallirà se non sarà così, su un nuovo mercato del lavoro che funziona bene e che dà occupazione a un maggior numero di persone. (www.paneacqua.eu 7 dicembre 2011)

 

 

La "medicina" molto amara

 

La



Il premier ascolta, prende nota, ma alla fine l'unica promessa su cui si sbilancia è un generico richiamo all'equità. Così, raccontano i partiti, si svolgono i colloqui con Mario Monti. Il presidente del Consiglio, affiancato dai ministri Corrado Passera, Elsa Fornero e Pietro Giarda, riceve le delegazioni dei partiti soprattutto per mettere a verbale le richieste dei leader politici, ma quando si tratta di raccontare la manovra continua a mantenere una certa dose di riservatezza: espone le linee, i capitoli, ma concede qualche dettaglio solo quando vengono fatte domande precise. E, comunque, alla fine prende un solo impegno: sarò equo, scontenterò tutti in egual misura. Raccontano, anzi, che Monti, tanto con il Pdl che con il 'terzo polo', abbia insistito soprattutto su un punto: l'Europa ci guarda, non c'è spazio per tentennamenti. Come dice una fonte del 'terzo polo': "Quello che è certo è che la manovra sarà complessa. E pesante!".

Uno dei 'consultati' da Mario Monti la mette giù cruda: "Lo abbiamo pregato di fornirci almeno una via d'uscita politica, di indicare qualche possibile ritocco e di mettere qualche risorsa anche sullo sviluppo. Perché altrimenti è davvero dura sostenerla...". E' il giorno della stangata, che il Pdl e il Terzo Polo ricevono in pieno volto, consegnata nella residenza del governo da Mario Monti, Elsa Fornero e Corrado Passera. Per tutti, ora, l'obiettivo diventa individuare un tema sul quale esiste un margine d'azione, sia pure limitato, e provare a spendersi per strappare qualcosa. "Per provare a salvare la faccia", spiegano in coro i 'consultati'.

Angelino Alfano, ad esempio, ha individuato nell'Irpef la prima strada praticabile. In fondo, riferiscono da via dell'Umiltà, Monti non avrebbe del tutto chiuso la porta in faccia al segretario, quando quest'ultimo avrebbe definito "indigeribile" la strada che porta a tassare ulteriormente i redditi di 55 mila euro. Certo, Alfano si muove consapevole che i margini restano ristretti. Tanto che, andando in tv, alza la voce solo sull'aliquota Irpef al 41%. Cautela sulla patrimoniale, cautela e anzi aperture sulle pensioni, nessun accenno allo spinoso tema dell'Ici. E questo nonostante un partito che ribolle, con gli ex An in prima fila nel reclamare misure meno pesanti almeno sulla prima casa. Alfano tenta di tenere tutto assieme, senza strappi, scegliendo parole che non dispiaceranno all'ala dura pidiellina: in linea di principio possiamo anche non votare alcuni singoli provvedimenti, "non siamo a sovranità limitata", ma "confidiamo nel buonsenso di Monti". In Parlamento il Pdl già prepara un tentativo di 'dissociazione', almeno di principio, sulle misure considerate 'indigeribili' e per evitare che ripercussioni d'immagine. Alfano ha provato a spiegarlo in tv: il provvedimento che il governo si accinge a varare "non è il Vangelo", ma bisognerà evitare di "stravolgerlo".

Il Terzo Polo, se possibile, è la forza che più di tutte ha accusato il colpo. Pretoriani di Monti della prima ora, oscillano in queste ore fra la linea della "carta bianca" al premier - ribadita anche stamane - e i primi timori di essere identificati come i principali sostenitori della stangata. Oggi, senza peli sulla lingua, hanno provato a chiedere maggiore sviluppo e un ripensamento sull'Irpef. Benedetto Della Vedova lo sostiene anche 'in chiaro', rilanciato dalle agenzie di stampa: "Non sarà simpatico difendere la manovra in Parlamento ma è un passaggio cruciale per ricominciare a guardare al futuro con fiducia e speranza".

Se il Pdl guarda agli scaglioni Irpef, il Pd ricorda che 'i redditi bassi hanno già dato tanto e altri soggetti sociali devono iniziare a contribuire'. Come lo dice il responsabile economico, Stefano Fassina: 'servono imposte sui grandi patrimoni'. Sulle pensioni, invece, il Pd valuterà la proposta 'ma è difficile parlare di equità per un provvedimento che colpisce le pensioni più basse'.

Ora il premier preparerà il mix di misure che "scontenta tutti", probabilmente scendendo a 42, dai 43 minacciati via stampa, come anni di contributi per andare in pensione di anzianità; forse, se i conti torneranno, verrà toccata solo l'aliquota più alta, quella che scatta dai 75mila euro in su e che attualmente è al 43%. E via dicendo... Il pacchetto finale dovrà essere tale che nessuno si senta più danneggiato di altri. A quel punto potrà reggere il patto di non belligeranza in Parlamento tra Pd e Pdl: pochi emendamenti, rapida approvazione. Perché, come ha spiegato Monti, non c'è spazio per tentennare, e chi ci prova se ne assume la responsabilità. (www.paneacqua 3 dicembre 2011)


 

La nuova squadra

 

Il Governo Monti è il sessantunesimo governo della Repubblica italiana, il secondo della XVI Legislatura. Il governo è stato nominato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 16 novembre 2011 in seguito alle dimissioni di Silvio Berlusconi del 12 novembre.

Mario Monti. Economista, accademico e politico,  dal 16 novembre 2011 Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana, al suo primo incarico, e Ministro dell'Economia e delle Finanze dello stesso governo. Presidente dell’Università Bocconi Monti è considerato da alcuni osservatori un "tecnico", non avendo egli mai fatto parte del  Parlamento prima del 9 novembre 2011, quando è stato nominato senatore a vita dallo stesso Napolitano. Secondo altri osservatori le prestigiose esperienze acquisite nel ruolo di Commissario europeo per il Mercato Interno nella Commissione Santer, e sotto la Commissione Prodi con il ruolo di Commissario Europeo per la Concorrenza ne fanno un politico a tutti gli effetti. In economia Monti sostiene il mercato, le liberalizzazioni e il rigore dei conti pubblici. Si è espresso a favore delle riforme portate avanti, nei rispettivi campi, dal Ministro dell'Istruzione Gelmini e dall’amministratore delegato di FIAT Sergio Marchionne.  I ministri con portafoglio del nuovo governo sono:

Sviluppo economico, infrastrutture e trasporti. Corrado Passera. Ha svolto diversi incarichi con il Gruppo di Carlo  De Benedetti in Cir,  Mondadori, Gruppo Editoriale L'Espresso.  E’ stato amministratore delegato e  direttore generale del Banco Ambrosiano Veneto, nel 1998 il Governo lo nomina  amministratore delegato di Poste Italiane. Dal 2002 ricopre lo stesso ruolo per Banca Intesa e Intesa San Paolo.

Difesa. Giampaolo Di Paola. L’ammiraglio Di Paola è l'attuale presidente del Comitato Militare della NATO, organismo composto  dai Capi  di Stato dei 27 dell'Alleanza. Dal 2004 al 2008, sotto governi di diverso colore politico, è stato Capo di Stato Maggiore della difesa.

Interni. Anna Maria Cancellieri. In passato prefetto di Vicenza, Bergamo, Brescia, Catania e Genova. E’ stata Commissario straordinario a Bologna e  Commissario prefettizio a Parma.

Giustizia. Paola Severino. Avvocato penalista di fama e vicerettore dell’Università Luiss Guido Carli. Presidente in pectore del Csm nel 2002, rinunciò poi all’incarico. E’ stata vicepresidente del Consiglio della Magistratura militare, è consulente di società,  banche e associazioni di categoria.

Esteri. Giulio Terzi di Sant’Agata. Ambasciatore a Washington. Esperto di diritto internazionale è stato Primo Segretario per gli affari politici all'Ambasciata italiana a Parigi. Ha ricoperto diversi ruoli nell'ambito della diplomazia, lavorando come console generale a Vancouver. Consigliere  politico presso la Rappresentanza d'Italia alla Nato, vicesegretario generale della Farnesina. Ha anche assistito il ministero degli Esteri sui temi della sicurezza internazionale, nucleare, terrorismo e diritti umani. Ambasciatore in Israele e rappresentante alle Nazioni Unite.

Lavoro e politiche sociali. Elsa Fornero. Docente  di economia all'Università di Torino. La Fornero è anche alla guida del Cerp (Center for research on pensions and welfare policies), tra i maggiori centri studio a dedicarsi alle tematiche dello stato sociale a livello europeo. È anche vicepresidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo e componente del Nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro.

Istruzione, università e ricerca. Francesco Profumo.  Profumo ha retto il Politecnico torinese dal 2005. Da pochi mesi è presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Ha iniziato la sua carriera all'Ansaldo genovese, per poi diventare preside della facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino.

Beni culturali. Lorenzo Ornaghi. Laureato  in Scienze politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, dal 1980 al 1987 ha svolto attività di ricerca nell'ateneo cattolico milanese. Diventato poi associato all'università di Teramo, nel 1990  viene chiamato alla Cattolica di Milano dove nel 2002 diventa Rettore.

Politiche agricole e forestali. Mario Catania.  Presta servizio  alla Direzione generale della tutela economica dei prodotti agricoli, si occupa di politica agricola comunitaria. Partecipa ai lavori del Consiglio dei Ministri dell'Agricoltura dell'UE. Durante la presidenza italiana ('90) è presidente del gruppo di lavoro lattiero-caseario, nel 1996 portavoce nel Comitato Speciale Agricoltura. Fino ad oggi prende parte ai lavori del Consiglio dei Ministri dell'Agricoltura dell'UE e affianca il ministro pro-tempore in vari negoziati.  Presta  servizio a Bruxelles nella Rappresentanza Permanente. Si occupa dei negoziati delle normative comunitarie legate al settore agricolo e nel  2009 è Capo Dipartimento  delle politiche europee e internazionali del Ministero delle politiche agricole e forestali.

Ambiente. Corrado Cini.  E’ il  negoziatore climatico per l'Italia in campo internazionale. Attualmente è alla guida della direzione generale per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia. È coordinatore della Commissione tecnica del Cipe che ha elaborato il piano nazionale per la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra. Presidente in passato del Comitato nazionale di gestione per le attività del protocollo di Kyoto, ha avuto un ruolo durante il G8 svoltosi in Italia nel 2009, nell’ambito del Forum sulle tecnologie a basso impatto di carbonio e del vertice dei ministri dell’Ambiente a Siracusa. Da agosto è presidente del Consorzio per l’area di ricerca scientifica e tecnologica di Trieste.

Salute. Renato Balduzzi.  Presidente dell’Agenas dal 2007, costituzionalista, esperto di diritto sanitario, è stato Capo ufficio legislativo del ministro della Salute Bindi con la quale ha lavorato alla stesura della “riforma ter” della sanità del 1999.  E’ stato  presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale e attualmente è componente per l'Italia dello European Liaison Committee di Pax Romana-Miic- Icmica (Movimento internazionale degli intellettuali cattolici).