Alla
sera, dopo la seconda razione di castagne secche, ci
riunivamo nella stanza più grande alla luce delle
candele. Stabilivamo in discussione il turno di
guardia per la notte e per la pattuglia
dell'indomani. Poi Bini ci leggeva, da qualche
pezzette di carta, un riassunto delle notizie di
radio Londra, che egli andava a prendere in una
cascina a mezz'ora di strada verso la valle.
Discutevamo dei progressi delle armate alleate,
dell'avanzata russa, e soprattutto di quanto tempo
gli inglesi avrebbero impiegato a venire fino a
Genova. Allora erano a Salerno, ma eravamo tutti
fermamente convinti che tra qualche mese la guerra
sarebbe finita per noi. Questa fede non era scossa
nemmeno quando per lunghi mesi il bollettino recò :
«Sul fronte italiano il maltempo ha ostacolato
l'attività di pattuglie».
Poi
discutevamo dei nostri problemi, della vita politica
internazionale, della giustizia, dell'onestà che
avremmo portato nella vita sociale quando avessimo
liberato le nostre città.
Eravamo
abbastanza ignoranti di politica: alcuni si dicevano
liberali, altri comunisti. Oltre agli inglesi che
stavano un po' per conto loro, ed agli ex-detenuti
politici tutti comunisti, eravamo tutti giovani sui
vent'anni: cinque studenti, sette od otto contadini
e gli altri venti tutti giovani operai delle
fabbriche di Genova. Ma la vita in comune, lo stesso
desiderio di lotta, le fatiche, i pericoli vissuti
insieme cementarono una unione ed una compattezza
tra noi che ci permise di affrontare le situazioni e
le prove sempre più difficili senza urti, e ci
consentirono di inquadrare e di educare in seguito
con quello stesso spirito, che non si può dire altro
che partigiano, le migliaia di giovani che vennero
gradualmente ad ingrossare le nostre file. In questi
scambi di idee delle riunioni serali si stabilì poco
a poco una specie di regolamento morale che non fu
mai scritto, ma che per il suo rigore e per la
lealtà e l'ardore con cui ognuno di noi lo
osservava, formò una tradizione talmente democratica
e così profondamente insita nei nostri animi, che
fece dei partigiani qualcosa di completamente nuovo
socialmente e ci dette una forza che non si
esaurisce nelle funzioni militari della guerra, ma
che sarà trasportata in tutta la vita politica
sociale della nazione. Malgrado le divergenze che
potevamo manifestare nelle nostre discussioni
politiche, mettevamo al di sopra di tutto quella
visione concreta dei problemi che avevamo da
risolvere senza altra guida che la nostra, ed il
nostro sentimento di giustizia e di onestà.
Con questo
stesso spirito, creammo in seguito tutta una
organizzazione enorme, militare e civile, che fu
magnificamente democratica, mentre la mancanza
assoluta di controllo superiore ci avrebbe permesso
con una certa facilità di regnare sui territori in
seguito occupati con un dispotismo e una
irresponsabilità che avrebbero potuto d'altronde
giustificare le pressanti necessità militari.
Bisogna perciò
ricercare nella vita di questo periodo, che fu una
scuola di libertà e di ordine, di disciplina e di
giustizia, le cause del nostro successo militare e
politico, dell'avvenire degli uomini educati e dei
metodi escogitati in quel regime di vita esemplare.
Eleggevamo i
nostri capi che erano due a pari grado. Il
comandante aveva la direzione delle questioni
militari: guardia, addestramento al combattimento,
maneggio e manutenzione delle armi, direzione dei
colpi di mano, piani di attacco e di difesa.
Il commissario
politico sorvegliava i rifornimenti, amministrava i
denari, spiegava il senso della guerra di
liberazione, si occupava dei rapporti con la
popolazione, ed era responsabile della disciplina
della formazione.
Il potere dei
comandanti e commissari era però sempre, salvo casi
di emergenza, sottoposto all'approvazione di tutta
la formazione che alcune volte arrivò fino a
destituire alcuni comandanti e commissari che non si
erano dimostrati all'altezza dei loro compiti.
Nonostante la
libertà di critica di cui godeva ognuno, non si
verificò mai in venti mesi di vita partigiana, un
caso di insubordinazione o di disobbedienza davanti
al nemico. Per tacito accordo una tale mancanza
sarebbe stata certamente punita con la pena di morte
immediata.
Dai nostri
comandanti, oltre al senso di responsabilità, al
coraggio, e alla capacità, esigevamo per tradizione
tacita che fossero i primi nel pericolo e nelle
fatiche, gli ultimi nei vantaggi. Abitualmente i
comandanti erano gli ultimi a servirsi nelle
distribuzioni di viveri e di indumenti; se il loro
compito non lo impediva, facevano i servizi come gli
altri. Per esempio montavano di guardia al casone ma
non di pattuglia perché ciò avrebbe importato un
allontanamento dal grosso degli uomini,
incompatibile con la funzione di comandante. Il
comandare partigiani fu sempre un grande onore ed un
grande onere, come lo dimostra l'alta percentuale di
comandanti partigiani caduti in combattimento.
Quando nella
giornata vi erano stati tra noi piccoli litigi, era
abitudine chiederne conto ai compagni partigiani
nella riunione serale. Così, dopo una spiegazione
sincera dell'incidente, in cui tutti giudicavamo chi
avesse ragione e chi torto, non era possibile covare
rancori o antipatie che a lungo andare avrebbero
potuto nuocere alla nostra compattezza ed alla
nostra fratellanza. Nella riunione serale si
domandava conto ai comandanti di qualche ordine dato
durante la giornata che potesse sembrare arbitrario
o sbagliato.
La necessità
della nostra vita nascosta e randagia ci obbligava a
molte altre precauzioni. Ci chiamavamo tra noi con
pseudonimi, per evitare che i fascisti, sapendo i
nostri nomi, potessero attuare le terribili
rappresaglie che solevano fare contro le famiglie
dei partigiani: imprigionamenti ed uccisioni di
padri, madri, fratelli, e confische di beni.
Chiamavamo con nomi convenzionali i paesi, i monti
dove andavamo o abitavamo. Così Forca fu lo
pseudonimo del Monte Aiona, dove avevamo costruito
una capanna per rifugiarci; Mare fu il nome di
Temossi, dove avevamo un recapito per le
comunicazioni con la città. Intorno al casone
badavamo molto alla pulizia, a non lasciare nessun
oggetto che potesse indicare la nostra permanenza se
dovevamo improvvisamente spostarci.
Se per ragioni
di servizio dovevamo allontanarci dalla cascina dove
abitavamo non dovevamo andare nei paesi, fermarci
coi contadini o con ragazze, per non far scoprire la
nostra presenza e la nostra dimora.
Se i contadini
che dovevamo vedere per comperare i viveri ci
offrivano qualcosa da mangiare, lo rifiutavamo
pensando ai compagni che avevano fame, oppure lo
portavamo al casone per dividerlo fra tutti. Questo
per evitare che chi andava a far la spesa fosse un
privilegiato, ed anche perché non nascesse un
bisogno troppo frequente di andare nei paesi a far
compere.
Una domenica
il nostro commissario arrivò dal paese vicino, dove
era stato per servizio, con un piatto di ravioli che
gli era stato regalato, e tutti ne mangiammo una
forchettata. Una volta sì distribuì mezza sigaretta
a testa, offerta da uno di noi, che le aveva
ricevute dalla famiglia. Non bestemmiavamo per non
offendere i nostri compagni religiosi. La pulizia
del casone, le corvées per prendere l'acqua o la
legna, erano sempre fatte da volontari.
Spesso
qualcuno faceva volontariamente il doppio turno di
guardia notturna per alleviare un compagno che era
stanco.
Questo regime
di vita, che solo chi lo ha vissuto o visto da
vicino (come i paesani di Cichero) può comprendere,
fu il segreto del nostro successo. Ed a elevare in
tal modo il nostro livello di vita contribuì
specialmente Bini, oltre al Bisagno, Lucio Marzo.
Bini era sempre vigile, come il maestro in una
classe di scolari irrequieti. Notava il pezzo di
carta abbandonato intorno al casone e il grattarsi
scomposto di qualcuno che aveva preso i pidocchi. E
a tutto voleva che fosse rimediato, con la pulizia
del casone o con la bollitura degli indumenti
dell'individuo sospetto.
Sorvegliava le
razioni in modo che ognuno avesse la sua parte
esatta e qualche volta interveniva in cucina per
migliorare la cottura dei cibi, diceva lui, ma i
«risotti alla Bini» resteranno sempre nella nostra
memoria come qualcosa di digeribile solo al disopra
dei mille metri e dopo parecchie settimane di regime
di dieta.
Ma quello che
Bini curava sopratttuto era il morale del
distaccamento. Non vi dovevano essere litigi che
incrinassero il fronte di resistenza al nemico.
E Bini voleva
che fossimo sempre informati di quanto accadeva nel
mondo civile. Per questo ogni sera ci informava
delle notizie di radio Londra e collezionava in un
suo tascapane giornali ed opuscoli clandestini che
riusciva a far venire dalla città e che ognuno di
noi poteva leggere nei momenti di riposo.
Quando si
dovevano prendere provvedimenti di ordine interno
dal distaccamento, eravamo spesso propensi a
lasciarne la decisione ai comandanti in cui avevamo
ormai piena fiducia. Ma Bini voleva che ogni
decisione fosse presa da tutti. «Ognuno di noi deve
saper dirigere il distaccamento», diceva.
E poi alla
fine della riunione serale, per fare un po' di
allegria, attaccava canzoni militari con quella sua
voce tanto stonata che ha fatto turare le orecchie a
migliaia di partigiani fino alla fine della guerra.
Ma pochi
comandanti sono stati amati come Bini, sempre carico
più degli altri quando si doveva camminare, pronto a
rinunciare alla sua parte se vi era poco da
mangiare, pronto a fare una fatica supplementare se
il distaccamento poteva trame beneficio.
Accanto a
Bini, Bisagno dà ai partigiani la sua impronta di
comando militare. Sempre infaticabile camminatore,
pronto a tutti i sacrifici, non un teorico, ma pieno
di buon senso e avaro di parole. Studia la
possibilità di difesa e di ritirata; prepara i piani
di attacco, insegna ad usare le armi. Sempre di buon
umore, ma serio e riflessivo. Quando si spara allora
diventa un leone ed ha in pugno tutta la situazione
con ordini calmi e sensati.
Poi alla sera,
intorno al fuoco del distaccamento, mescola la sua
voce ai cori con un tono nostalgico e vigoroso.
* ) La
disciplina Partigiana - da "Ponte Rotto" - Storia
della Divisione Garibaldina «Pinin-Cichero» di G. B.
Lazagna (« Carlo »)- Edizioni del Partigiano, Genova
Antologia
della Resistenza, a cura di Luisa Sturani, Centro
del libro popolare - Torino, 1951
trascrizione a
cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
500 storie vere. Voci di donne
migranti
Sulla
tratta delle ragazze africane in Italia
Isoke Aikpitanyi
500 STORIE VERE.
Sulla tratta delle ragazze africane in Italia
presentazione di
Susanna Camusso / prefazione di Suor Eugenia Bonetti
Il libro racconta con forza e concretezza le storie
di centinaia di ragazze nigeriane rese schiave e
costrette con l’inganno a prostituirsi dall’alleanza
fra mafia nigeriana e criminalità italiana. A tutte
viene imposto un debito altissimo, fino a 80 mila
euro, cui debbono far fronte nel tempo sotto la
stretta e violenta sorveglianza della rete delle
maman, diffuse capillarmente in tutto il territorio
nazionale. Eppure sta crescendo il numero delle
ragazze che, come l’autrice del libro, si ribellano
al ricatto della mafia e, attraverso percorsi
diversi, riescono a liberarsi dal suo dominio.
Contributi significativi affiancano nel libro la
denuncia della tratta: quelli dello scrittore
Roberto Saviano, dei musicisti inglesi Michael Nyman
e David McAlmont, dell’artista americana Martha
Rosler, cui si accompagnano le riflessioni di
Claudio Magnabosco e Gianguido Palumbo, due uomini
italiani impegnati nelle reti e nelle associazioni
contro la tratta per un cambiamento delle
responsabilità maschili.
Isoke Aikpitanyi, nata
in Nigeria a Benin City, arriva in Italia nel 2000
per lavorare, ma viene ingannata e resa schiava
dalle mafie nigeriana e italiana. Liberatasi
dall’oppressione, si dedica interamente alle altre
decine di migliaia di ragazze nigeriane schiavizzate
in Italia avviando il Progetto «Le ragazze di Benin
City» divenuto un’associazione. Coautrice del libro
La ragazza di Benin City, ha ricevuto numerosi premi
per il suo impegno.
presentiamo
anche:
Claudia
Carabini, Dina De Rosa, Cristina Zaremba (a cura di)
VOCI DI DONNE MIGRANTI
con un saggio di Antonella Martini e gli interventi
di Maura Cossutta, Cecilia Bartoli e Mercedes Frias
/ presentazione di Isabella Peretti
Ventuno donne migranti,
giunte a Roma in tempi diversi, raccontano la loro
storia. Poche volte hanno avuto modo di parlare,
raramente hanno trovato ascolto. «Abbiamo qualcosa
dentro il cuore, però non sappiamo come dirlo, come
spiegare a voi per far capire quello che sentiamo».
Questo libro ha dato loro voce. Una voce che
racconta di fughe dalla guerra e dalla miseria, di
sacrifici e stenti, ma anche di quotidianità e
conquiste. Il tema della maternità, vissuta lontano
dagli affetti e dalle tradizioni, è stato il filo
rosso che ha guidato questa raccolta di storie, ma
anche un pretesto per narrare altro: identità
perdute, aspettative e delusioni, coraggio, forza,
riscatto sociale. Le curatrici si sono avvalse della
metodologia autobiografica per «tradurre» in forma
scritta queste voci di donne migranti, proponendo
così un panorama di testimonianze sul mondo
dell’immigrazione femminile in Italia e in
particolare a Roma.
Claudia Carabini, Dina
De Rosa e Cristina Zaremba, sono socie fondatrici
dell’Associazione culturale «Salva con nome», nata
per promuovere la scrittura di sé attraverso
l’autobiografia, la biografia e il racconto: si pone
l’obiettivo di preservare la memoria attribuendole
un’individualità, un nome, per salvare così
l’eredità di vita vissuta di chi si racconta e,
attraverso le sue vicende personali, narrare anche
quelle vicende storiche e sociali che contornano
ogni esistenza.
Mario Monicelli. Il maestro che
amava i giovani
Negli
ultimi mesi ha abbracciato la protesta dello spettacolo
contro i tagli alla cultura, ha incitato i giovani a
ribellarsi per un futuro migliore, si è lamentato che il
cinema di oggi non riusciva a raccontare l'Italia come
è, ma quando si è accorto di non riuscire più a guardare
al futuro si è tolto la vita lanciandosi dall'ospedale
San Giovanni di Roma, dove era ricoverato. Era nato il
15 maggio del 1915 a Viareggio, figlio del critico
teatrale e giornalista Tommaso e dopo la laurea in
storia e filosofia a Pisa aveva esordito nel cinema nel
1932 con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori,
Cuore rivelatore.
E' stato uno dei padri della commedia italiana, con Dino
Risi, Steno, Luigi Comencini. Negli ultimi anni, perché
era un maestro del cinema e per ragioni anagrafiche, gli
era toccato l'ingrato compito di commentare i colleghi
che se ne andavano: dal Tiberio Murgia, Ferribotte di
uno dei suoi capolavori I soliti ignoti, ai grandi
sceneggiatori con cui aveva lavorato tante volte, Suso
Cecchi D'Amico e Furio Scarpelli e Piero De Bernardi,
per citare solo quelli di quest'anno. Monicelli, come
era nel suo carattere, rispondeva con arguzia, un
pizzico di cinismo, raccontava aneddoti, rifuggiva ogni
sentimentalismo per tirare fuori il meno ovvio di
ciascuno di loro, così come avrebbe preferito si dicesse
di lui stesso.
Negli ultimi anni la vena amarognola e caustica di
Monicelli più che nei film era venuta fuori nelle sue
uscite pubbliche: era stato al Viola Day di febbraio e
al primo no B day nel dicembre scorso a Piazza San
Giovanni, aveva urlato ai giovani di tenere duro: "viva
voi, viva la vostra forza, viva la classe operaia, viva
il lavoro. Dobbiamo costruire una Repubblica in cui ci
sia giustizia, uguaglianza, e diritto al lavoro, che
sono cose diverse dalla libertà" ed era stato a
Montecitorio con i colleghi nel luglio 2009 per
protestare contro i tagli al Fus. L'Italia era per lui
"una penisola alla deriva".
Questo il Monicelli più recente, barricadero, poi il
Monicelli che passerà alla storia, il regista della
Grande Guerra e dei Soliti Ignoti.
Nel 1937, sotto lo pseudonimo di Michele Badiek, si era
cimentato per la prima volta con il lungometraggio
(Pioggia d'estate) e aveva conosciuto Macario e Totò che
lo ingaggerà nella sua squadra di autori, Fece amicizia
con Steno, si avvicina ai circoli della sinistra
antifascista. Ma poi si arruola (in cavalleria) e
attraversa indenne le campagne d'Albania e d'Africa.
Nell'autunno del '43, tornato in Italia, lascia
l'uniforme, arriva a Roma, fiancheggia anche la
Resistenza insieme all'amico anarchico Comunardo. Erano
già i giorni di Roma città aperta, si affermava il
neorealismo e ben presto, a Monicelli e Steno richiamati
in servizio per Totò dal produttore Carlo Ponti, viene
in mente di adattare la maschera del grande comico alle
storie di vita che facevano furore. Nasce così nel 1949
Totò cerca casa, esordio ufficiale nella regia sia di
Monicelli che di Steno, grandissimo successo e farsa
passata alla storia come "una delle più belle parodie
del neorealismo mai realizzate".
E' impossibile ripercorrere tutta la sua carriera, film
dopo film, successo dopo successo, con oltre 66 regie e
più di 80 sceneggiature. Basti dire che al trionfo dei
successivi Vita da cani e Guardie e ladri (premiato a
Cannes per l'interpretazione e la sceneggiatura nel '51)
corrispondono i problemi con la censura sia per questo
che per Totò e Carolina. Dall'anno successivo cessa il
sodalizio con Steno e dal '54 quello sistematico con
Totò. Al ritmo di più di un film all'anno Monicelli
approda, nel 1958 ad uno dei successi più limpidi: I
soliti ignoti (nomination all'Oscar), l'ultimo film con
Totò e il primo con Vittorio Gassman "sdoganato" come
mattatore comico.
Del 1959 è un capolavoro assoluto come La grande guerra
(altro film avversato dalla censura e poi trionfatore a
Venezia con il Leone d'oro), del 1963 il doloroso I
compagni con Mastroianni, del '66 l'irripetibile
invenzione de L'armata Brancaleone.
Sono gli anni dell'amicizia con Dino Risi, degli scontri
con Antonioni, del controverso rapporto con Comencini,
del trionfo della commedia all'italiana e dei
"colonnelli della risata". Nel 1968 Monicelli inventa
Monica Vitti attrice comica per La ragazza con la
pistola, nel '73 ironizza sulle voglia di golpe
all'italiana con Vogliamo i colonnelli, nel 1975
raccoglie l'ultima volontà di Pietro Germi che gli
affida la realizzazione di Amici miei.
Molto apprezzato anche in America, riceve ben tre
nomination all'Oscar (oltre che per I Soliti ignoti
candidato come miglior film straniero, per le
sceneggiature de I compagni e Casanova 70). Nel 1977
recupera la dimensione tragica della commedia
sceneggiando il libro di Vincenzo Cerami Un borghese
piccolo piccolo. Negli anni '80, da ricordare, fra i
tanti film, Il Marchese del Grillo e l'unanime consenso
per Speriamo che sia femmina. Nel 1991, riceve il Leone
d'oro alla carriera. L'anno dopo con il feroce Parenti
serpenti dimostra di saper leggere le trasformazioni
della società italiana con l'acume e la cattiveria di
sempre.
E' del 2006 invece il tanto desiderato ritorno sul set
di un film, rallentato da ritardi e difficoltà
produttive, con Le rose del deserto, liberamente
ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a
Guerra d'Albania di Giancarlo Fusco.(www.paneacqua.eu 2
dicembre 2010)
Cinema e impegno. Di fronte al
regime di può far finta di
nulla?
Lunedì
6 settembre 2010 alla Mostra di Venezia presentazione
dell'Almanacco del cinema di MicroMega con Marco
Bellocchio, Ascanio Celestini, Jasmine Trinca, Paolo
Flores d'Arcais, Mario Gianani e Gianni Canova
"Cinema
e impegno. Di fronte al regime si può far finta di
nulla?". Un titolo che è tutto un programma quello che
MicroMega ha scelto per la presentazione del proprio
numero "Cinema e impegno" dal 31 agosto in edicola e in
libreria.
Lunedì 6 settembre, al festival di Venezia, appuntamento
alla Villa degli Autori (lungomare Marconi 56B) alle ore
17,30, con il regista Marco Bellocchio,
gli attori Ascanio Celestini e
Jasmine Trinca, il produttore Mario
Gianani, il critico Gianni Canova
e lo stesso direttore di MicroMega Paolo Flores
d'Arcais.
"Cosa è rimasto oggi, in pieno berlusconismo, di quello
che una volta si chiamava cinema impegnato?" è la
domanda che porrà MicroMega ai suoi interlocutori. Un
dibattito in cui verranno messi sotto accusa il governo
e le sue politiche cinematografiche, nonché politiche.
Per realizzare questo numero MicroMega ha coinvolto
grandi operatori del settore (attori, registi,
produttori, sceneggiatori) e in vari saggi e interviste
ha raccolto le testimonianze di alcuni maestri del
cinema: Mario Monicelli, Carlo Lizzani, Marco
Bellocchio, Jorge Semprùn, David Cronenberg, e un
inedito incontro con l’inafferrabile Terrence Malick.
Una sezione speciale è dedicata alla memoria di uno dei
nostri più grandi attori, vero e tenace esempio di
coerenza politica ed artistica: Gian Maria Volonté. Lo
raccontano in un saggio Franco Montini e in un incontro
tre protagonisti del cinema italiano che con lui hanno
lavorato: Francesco Rosi, Giuliano Montaldo e Felice
Laudadio.
Una lucida analisi di quanto il cinema, soprattutto
negli Usa, si sia svincolato dal conformismo mediatico
successivo all’11 Settembre porta la firma di Pierfranco
Pelllizzetti. E non poteva mancare la satira di
Alessandro Robecchi con le trame dei cinepanettoni del
prossimo Natale.
Infine, un gioco cinefilo: tredici critici
cinematografici italiani raccontano quali siano i
magnifici tre, ovvero, per ognuno di loro, i tre film di
impegno più significativi della storia del cinema.
Il sommario del nuovo Almanacco del cinema di MicroMega
IL SASSO NELLO STAGNO Gianni Canova -
Il cinema italiano nell’era del Cavaliere Manca la politica. Manca l’economia. Manca
la volontà di costruire strategie di rinnovamento.
Il cinema italiano, messo sotto attacco dalla
destra, vive un periodo di forte crisi. Rimane però
l’unica forma espressiva non ancora addomesticata. E
Il divo, Gomorra e Vincere
sono esempi di film che sanno coinvolgere ed
emozionare, esprimendo anche dissenso. Esempi da cui
ripartire.
TAVOLA ROTONDA 1 Giorgio Diritti /
Daniele Luchetti / Paolo Virzì (a cura di Giona A.
Nazzaro) - Il cinema può cambiare il mondo? Negli anni Settanta si pensava che
l’impegno degli artisti potesse contribuire a
cambiare il mondo. Oggi viviamo in una realtà molto
diversa rispetto a quella iper-ideologizzata di un
tempo. È ancora possibile concepire un cinema di
impegno? Un film può ancora aiutare a decifrare la
società e a modificare l’immaginario collettivo
diffondendo anticorpi contro l’inciviltà?
MAESTRI 1 David Cronenberg (a
cura di Mario Sesti) - L’esistenza è il corpo
‘Un viaggio filosofico in cui rifletto sulla vita e
sulla condizione umana e invito il pubblico a farlo
con me’: questo è il cinema per David Cronenberg.
Profeta delle avventure dell’incontro del nostro
corpo con la tecnologia, della carne con il metallo
e la plastica. E indagatore dell’uomo a partire dal
suo aspetto più universale: la mortalità.
TAVOLA ROTONDA 2 Domenico Starnone /
Sandro Petraglia / Francesco Piccolo (a cura di
Tommaso De Lorenzis) - Un copione da
inventare
Gli sceneggiatori italiani di fronte a sfide nuove e
a terreni inesplorati. Quando la politica diventa
spettacolo, e la democrazia videocrazia, è ancora
possibile concepire un cinema di ‘impegno’? Ha
ancora senso questa parola dopo il crollo delle
ideologie e la fine della figura dell’intellettuale
organico? Cosa vuole dire oggi ‘raccontare la
società’? Quali linguaggi, quali temi, quali
strutture narrative devono caratterizzare un nuovo
cinema di impegno?
MAESTRI 2 Mario Monicelli
- Il mio cinema fra Mussolini, Sordi e Gorbacëv
Uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi
ripercorre la sua vita in un racconto intensissimo e
divertente, amaro e surreale. Proprio come le sue
commedie. Con la differenza che qui nulla è stato
inventato. Dal primo film sotto il fascismo alla
Liberazione, dagli attacchi di Gadda contro La
grande guerra, alle partite a carte con Sordi e
il sensitivo Rol, dal ritorno a casa l’8 settembre
del ’43 al crollo dell’Urss.
TAVOLA ROTONDA 3 Jasmine Trinca /
Toni Servillo / Elio Germano / Alba Rohrwacher (a
cura di Giona A. Nazzaro) - La valigia
dell’attore impegnato
Il nostro paese vive probabilmente la più grave
crisi civile e sociale della storia repubblicana.
Una crisi che il cinema italiano è stato capace di
leggere in ‘presa diretta’, raccontando storie e
personaggi che hanno fatto il giro del mondo anche
grazie al volto e alla voce di interpreti
straordinari. Quale concezione del ruolo dell’attore
e delle sue responsabilità c’è dietro queste grandi
performance? Esistono ancora gli ‘attori impegnati’?
MAESTRI 3 Terrence Malick (a
cura di Mario Sesti) - Il regista senza volto
Niente domande dal pubblico, niente tv, e
soprattutto niente fotografie: sono le condizioni
che Terrence Malick ha posto per lo storico incontro
svoltosi lo scorso 25 ottobre 2007 all’Auditorium di
Roma, nel corso del quale uno dei più schivi,
enigmatici e geniali registi americani contemporanei
ha accettato di parlare del cinema italiano che più
ha amato. Ma anche, caso più unico che raro, del
proprio esordio e dei propri film. Ecco la cronaca
di quell’evento straordinario.
TAVOLA ROTONDA 4 Angelo Barbagallo /
Mario Gianani / Nicola Giuliano / Domenico Procacci
(a cura di Gianni Canova) - Per un pugno di
euro
Non esiste un mercato vero e concorrenziale in
Italia per i prodotti cinematografici. Lo stesso
duopolio che ha imprigionato i programmi televisivi
compromette anche il percorso commerciale dei film.
Mentre si impone un diffuso analfabetismo per quella
cultura dell’immagine, che ha nel cinema la sua
espressione più raffinata e complessa. Se i
produttori italiani fossero dotati di una bacchetta
magica, da dove comincerebbero per cambiare le cose?
MAESTRI 4 Marco Bellocchio in
conversazione con Malcom Pagani - Il cinema
come rivolta
Da I pugni in tasca a Il diavolo in
corpo, dall’infatuazione maoista al teatro
shakespeariano, dalle interviste agli ex pazienti
dei manicomi alla psicoterapia collettiva di Massimo
Fagioli. Uno dei più dissacranti registi del cinema
italiano ripercorre il suo mezzo secolo di attività
attraverso un racconto al tempo stesso intimo e
‘politico’, privatissimo e profondamente intrecciato
ai passaggi d’epoca che hanno segnato la storia più
recente del nostro paese.
LABIRINTO Pierfranco Pellizzetti
- Il cinema come rappresentazione del mondo
Dopo l’11 settembre tutto è cambiato, soprattutto il
concetto di sicurezza. La ‘guerra al terrore’ ha
prodotto una militarizzazione del mondo fomentata
dai media ma avversata in qualche modo dal cinema
che è stato capace, particolarmente negli Stati
Uniti, di produrre film di denuncia contro questo
nuovo disegno globale.
Alessandro Robecchi
- Buzzicona production
Ma dove finisce il berlusconismo e inizia Neri
Parenti? È la retorica domanda dell’autore che
anticipa, in esclusiva per MicroMega, i prossimi
successi cinematografici dell’inverno 2010:
Natale a Pomigliano, Via col Veneto e
Scusa se l’ho data a Gino. Con il ministro
Bondi che già promette sgravi fiscali per il
particolare contenuto artistico e culturale delle
opere.
MAESTRI 5 Carlo Lizzani
- Con orgoglio
La realtà storica e l’immaginario cinematografico si
fondono nel racconto di uno dei nostri maggiori
registi. La stagione del neorealismo, la vitalità di
contenuti e mezzi espressivi della commedia
all’italiana, le trasformazioni della nostra società
segnata dalla dissipazione di un grande patrimonio
culturale e politico. E una sorta di nostalgia per
quel sentirsi parte di qualcosa, quel condividere
idee e realizzare progetti, mentre ‘oggi ogni opera
rimane una voce isolata’.
GIAN MARIA VOLONTÉ Franco Montini
- Il compagno attore La vita e l’attività artistica di Gian
Maria Volonté sono un esempio unico di armonica
fusione, al punto di averne fatto un caso di
personaggio quasi simbolico. Nel segno di un
comportamento coerente nel tempo, dalla candidatura
con il Pci alle litigate con Petri, combattivo,
impegnato, serio ma anche profondamente umile, come
accade quando si è veramente grandi.
Francesco Rosi /
Giuliano Montaldo / Felice Laudadio (a cura di
Federico Pontiggia) - Un uomo contro, un
attore geniale
Gian Maria Volonté è l’icona del cinema impegnato.
Con i suoi film e con i suoi personaggi ha sempre
cercato di mettere a nudo l’arroganza e l’ottusità
del potere, con la sua arte ha sempre cercato di
dare voce ai senza voce. Attivista sindacale,
agitatore culturale nemico di qualsiasi ipocrisia.
Attore dalle straordinarie capacità tecniche, frutto
di un paziente, quasi ossessivo, esercizio di
studio. Ecco in cosa consisteva il ‘metodo Volonté’,
ecco chi era davvero il più grande ‘uomo contro’ del
cinema italiano.
A PIÙ VOCI Edoardo Bruno /
Valerio Caprara / Federico Chiacchiari / Steve Della
Casa / Piera Detassis / Fabio Ferzetti / Bruno
Fornara / Paolo Mereghetti / Giona A. Nazzaro /
Roberto Nepoti / Federico Pontiggia / Lietta
Tornabuoni / Dario Zonta - I magnifici tre
Abbiamo chiesto ai principali critici
cinematografici italiani di indicarci i tre film
d’impegno (nel senso più ampio del termine, quelli
che ‘liberano la testa’, per dirla con Fassbinder) a
loro avviso più significativi, belli e attuali di
tutta la storia del cinema. Un gioco cinefilo che ha
riservato più di una sorpresa.
MEMORIA Jorge Semprún (a cura
di Fabio Gambaro) - L’impegno di una vita Ex militante del Partito comunista spagnolo
clandestino, Jorge Semprún ha firmato alcune delle
più importanti sceneggiature del cinema politico
europeo. In questo saggio a cavallo fra la biografia
intellettuale e il manifesto artistico, tratteggia
la sua idea di ‘impegno’. Quest’ultimo non deve
necessariamente essere connesso a un partito o a
un’ideologia politica, perché in fondo consiste in
una scelta personale, consiste nella volontà di non
restare a guardare dalla finestra.
Care ragazze state attente, i diritti
delle donne si possono anche perdere
di
Ilaria Di Bella
Hannah
Arendt scriveva che la libertà è dare
inizio a qualcosa di nuovo, e la sua
forma archetipica è la nascita, la
natalità. Si riferiva alla nascita in
senso simbolico, che nella politica è
ricorrente, ma anche in senso letterale
al fisico "venire al mondo": un atto che
sconvolge l'ordine esistente delle cose
e costituisce, ed è questa la sua idea
più originale, la vera garanzia che la
libertà, nonostante tutto,
non
scomparirà da questa terra. Viene
spontaneo pensare all'evidente paradosso
che riguarda le donne. Le quali col
corpo sono da sempre più vicine degli
uomini a questo enorme atto di libertà
della nascita, di ogni nascita, e anzi
ne sono artefici; ma ciò nonostante
hanno dovuto conquistare palmo a palmo
ogni proprio diritto, e la loro stessa
emancipazione da un patriarcato ancora
duro a morire.
Di questa
lunga lotta delle donne, costellata -
specie in Italia - di successi e
conquiste solo molto recenti, le giovani
e le giovanissime sembrano non avere
memoria. E dunque proprio a loro, con la
preoccupazione che i successi delle
nonne e delle madri non vadano perduti,
si rivolge "Care ragazze. Un promemoria"
(Donzelli editore), bel saggio di
Vittoria Franco, senatrice del Pd e
docente di storia della filosofia alla
Normale di Pisa, a lungo responsabile
Pari Opportunità per i democratici. Una
lunga e appassionata lettera alle
giovani donne di oggi per ricostruire -
attraverso le esperienze e le battaglie
di tantissime e le idee delle più amate
tra le pensatrici (tra le quali, in
primis, la citata Arendt) che hanno dato
radici alla dignità del genere femminile
e all'uguaglianza,
all'autodeterminazione, alle pari
opportunità - come sia stato possibile
ottenere il voto, la cancellazione del
delitto d'onore, il divorzio, l'aborto,
il nuovo diritto di famiglia, l'accesso
alle professioni e agli ambiti
considerati maschili, come la
magistratura.
"Mi sono
convinta che occorresse fare qualcosa
alla vigilia delle elezioni europee del
2009 - scrive Vittoria Franco - Cosa era
successo? Era successo che la destra si
apprestava a candidare per la massima
istituzione europea, il Parlamento,
donne selezionate in base a criteri che
con la competenza politica non avevano
niente a che fare: la bellezza estetica,
la vicinanza al capo, lo scambio di
favori sessuali, la partecipazione come
veline a programmi televisivi. (...)
Cosa aveva a che fare tutto questo
‘ciarpame' con la dignità e
l'autorevolezza femminile? Potevamo
consentire che ciò accadesse senza
riprendere la parola?". La risposta,
implicita, è che no, non si poteva
rimanere in silenzio. Anche a costo di
sollevare dubbi sul movimento femminista
e sulla concretezza di una libertà
conquistata che, come per le
trenta-quarantenni, pare declinarsi
soprattutto nell'essere più simili agli
uomini, rinunciando a fare figli pur di
avere il lavoro della vita. La certezza
dell'autrice è che non avere memoria,
non sapere che "i diritti
delle donne
non sono dati ‘per natura', ma sono il
frutto delle lotte di diverse
generazioni. E si possono anche
perdere", e stare ferme e mute di fronte
al riproporsi della donna-oggetto, della
donna-corpo, dei sultanati maschili, è
in realtà un arretramento, forse
impercettibile all'inizio ma nel tempo,
di certo, pericoloso.
Ma
l'antidoto c'è. "Sono le giovani le
protagoniste. Sono loro a essere
rappresentate come ‘vittime o veline' -
scrive ancora Vittoria Franco - Sono
loro che devono cercare parole e voce
adeguate. Ribellarsi. Noi, donne della
vecchia generazione possiamo solo
testimoniare e raccontare (...)". E c'è
ancora molto da fare, all'orizzonte ci
sono la democrazia paritaria e il
riconoscimento del desiderio femminile
al potere pubblico. Con un sogno. "Credo
che non sia un'utopia per voi giovani
aspirare a essere donne libere e moderne
in una famiglia moderna e in una
comunità sociale rispettosa della
dignità della persona umana femminile.
Per quanto mi riguarda, sarei davvero
soddisfatta se questo promemoria si
rivelasse soprattutto un modo per
ritrovarci, generazioni diverse di
donne; capire il passato per vivere
meglio il presente e lavorare
possibilmente insieme, ciascuna a modo
suo, per un futuro di libertà più vera".
Questa è la poesia che Nelson Mandela si recitava quando era giù di
morale, durante i 28 anni di prigionia a Robben Island.
L'invincibile
di
William Ernest Henley
Dal profondo
della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all'altro,
ringrazio qualunque dio esista
per l'indomabile anima mia.
Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l'angoscia.
Sotto i colpi d'ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l'Orrore delle ombre
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.
Lo Stato
dimentica l'amianto killer
di Fedele Boffoli
ILunedì 18 gennaio (alle ore
17.00), a Palazzo San Macuto in Roma (via
del Seminario 76 - Sala del Refettorio,
presso la sede della Biblioteca della Camera
dei Deputati) si terrà la presentazione del
libro "Lo Stato dimentica l'amianto killer"
(con dibattito a seguito: interverrà
l'onorevole Domenico Scilipoti ed i
Presidenti delle Associazioni dei Cittadini
e Lavoratori esposti e vittime dell'amianto)
dell'Avv. Ezio Bonanni di Latina, coinvolto
nei maggiori processi per la messa al bando
della letale fibra killer (Eternit, Fibronit...),
a lui si sono interessati i maggiori
quotidiani e televisioni nazionali (La
Repubblica, l'Unità, La Stampa, RAI...).
Intervista all'autore
Ezio
Bonanni, giovane avvocato dalle spalle già
forti, lei è coinvolto nei maggiori processi
italiani per il riconoscimento dei più
basilari diritti degli esposti all'amianto
e/o loro congiunti; se dovesse descrivere in
due parole la triste vicenda dell'amianto in
Italia e nel Mondo in quale maniera si
esprimerebbe? L'amianto ha determinato, determina
e, purtroppo, determinerà la morte di
migliaia di persone, spesso tra atroci
sofferenze; gli toglierà il respiro con
l'asbestosi, o ne metastatizzerà il corpo
con il mesotelioma o con altri tumori.
Ancora altre migliaia di famiglie verranno
sconvolte e distrutte.
"Lo
Stato dimentica l'amianto killer"
non è solo il titolo del suo recente libro
(reperibile in internet) che presenterà a
Roma il 18 gennaio ma è soprattutto la
storia dell'inadempienza di uno Stato che
ha, tristemente, privilegiato il profitto
alla salute di ignari lavoratori e
cittadini. Purtroppo lo Stato si è
mostrato per lungo tempo assente, se non
connivente. Per questo sarà chiamato a
rispondere nelle opportune sedi di giustizia
anche internazionali, dal processo Eternit,
alla Corte europea dei diritti dell'uomo,
dopo che il Tar del Lazio ha accolto il
nostro ricorso e censurato l'operato sotto
il profilo dell'esercizio della potestà
regolamentare dei Ministri del Lavoro e
dell'Economia del Governo Prodi, annullando
parzialmente il decreto del marzo 2008 che
avrebbe voluto ridurre l'ambito di
operatività dei benefici contributivi per
esposizione ad amianto.
Da lei citati in
giudizio (per conto di suoi assistiti)
risultano addirittura la Presidenza del
Consiglio dei Ministri dell'attuale e
precedente Governo; quali emergenze
risultano agli atti da tali incongruenti
posizioni? Come ho anticipato, tanto per dirne
una, non è condivisibile che l'indulto abbia
premiato anche gli imputati del processo
Eternit, e tutti coloro che sono
responsabili delle morti sul lavoro... Se
ogni anno ci sono circa 1300 decessi per
infortuni sul lavoro e per malattie
professionali altre migliaia è evidente che
si privilegia il profitto sulla vita umana.
Nella corso della
sua battaglia, assieme a irrinunciabili
associazioni di categoria (Associazione
Vittime Amianto Nazionale Italiana,
Contramianto, Comitato di Difesa per la
Salute nei Luoghi di Lavoro e nel
Territorio, AEA FVG, etc....), ha incontrato
numerosi ostacoli, posti da persone ed enti
anche relativi alle istituzioni e, mi
diceva, anche minacce da ignoti... Le minacce non mi fanno paura. Chi
ha paura è già morto e la sua vita non ha
senso. Che le vittime e gli esposti
all'amianto non vedano doverosamente
rispettati i loro diritti, anche dopo che è
insorta la patologia, o per ottenere il
giusto indennizzo previdenziale, lo dimostra
il contenzioso in corso.
La strada per un
riconoscimento di diritti a vittime ed
esposti è ancora lunga ed impervia. Sono
state, addirittura, necessarie denunce alla
Corte Europea. Riusciremo ad ottenere alla
fine Verità e Giustizia? Abbiamo avviato azioni anche in
sede internazionale, dopo il ricorso alla
Corte Europea dei diritti dell'uomo di
Strasburgo, la denuncia, alla Commissione
Europea, per avvio della procedura di
infrazione, per la violazione delle norme di
diritto comunitario, sempre in tema di
amianto. Stiamo pensando anche ad un ricorso
ai competenti organi delle Nazioni Unite, in
questa materia. Forse qualcuno dimentica che
l'Italia ha recepito norme e Trattati che
impongono la tutela nei luoghi di lavoro,
che presuppongono la rimozione dei
cancerogeni, purtroppo tardivamente come
stanno a dimostrare le Sentenze della Corte
di Giustizia della Comunità Europea. Ci sono
lavoratori ancora esposti nei luoghi di
lavoro ad oltre 100 fibre litro, ed anzi,
questa è la soglia indicata dalla legge, ma
ciò ritengo non sia conforme ai principi
costituzionali di cui all'art. 32 Cost., che
indica la salute come bene irrinunciabile ed
interesse della Collettività ed è in
contrasto anche con le norme internazionali
ed i dettati di cui ai Trattati delle
Nazioni Unite.
Joëlle di Agnese
Seranis Piccirillo
dall’introduzione di Nicoletta Buonapace:
In queste pagine Agnese narra la storia di
un’infanzia senza tenerezza, senza alcuna dolcezza,
deprivata di quell’amore e quella protezione che a ogni
infanzia dovrebbe essere data e lo fa con un linguaggio
estremamente sobrio, diviso in capitoli di breve e
bruciante intensità, attenta a non scivolare mai in toni
eccessivamente aderenti al dolore o alla rabbia
dell’esperienza.
Agnese decide di ripercorrere, con sguardo
lucido, una stagione della sua vita, dando a essa una
casa di parole e il calore della memoria e pur
nell’impossibilità forse di trovare una consolazione
alla durezza estrema delle esperienze che l’hanno
segnata, ha fiducia che la parola scritta possa dare a
essa un’accoglienza che non ha ricevuto. …
Se nella scrittura c’è una qualche funzione
riparatrice è grazie alla possibilità di esercitare,
attraverso di essa, uno sguardo, se non di tenerezza, di
pietas verso la propria storia. …
Attraverso la scrittura Agnese costruisce la
possibilità di restituire uno sguardo amoroso, di
profondo rispetto, a una bambina che ha conosciuto
sguardi di disprezzo, di vergogna, e insieme a lei,
restituirlo ad altre vite egualmente offese.
Agnese evoca infatti fin dal principio una
giovane nera che abbandona il proprio paese, la propria
lingua, i propri affetti, guidata da un sogno di
riscatto.
La chiama Joëlle e a lei si rivolge, simbolo di
tutte le vite che la società, così detta «civile»,
spesso non considera degne di diritti, ascolto,
attenzione.
Dalle parole di Agnese:
Il panettiere sospettava, anche se non sapeva delle
conseguenze, che non potevo toccare quel pane. E
coglieva lo sguardo affamato della bambina. Così,
talvolta, dopo avermi messo nel sacchetto le pagnotte
concordate con mia madre ne aggiungeva una di più. Non
diceva nulla: Mi guardava soltanto, in qualche modo
complice. Credo che non lo facesse per carità ma solo
per sorprendere nei miei occhi la luce bramosa per
quella pagnotta in più che sarebbe stata mia: quel
sentimento ambiguo che si prova nel gettare un osso a un
cane.
La bambina fu subito circondata dalle compagne del
dormitorio che la guardavano con aperta curiosità. Anche
le sue lunghe trecce disordinate che le scendevano sulla
schiena sino in vita sembravano stupire e far ridere.
Alzati e resta in piedi, ordinò la voce della
direttrice. Si sentì arrossire. Le compagne ridevano e
sarebbe stata oggetto dei loro pettegolezzi bambini: sai
cosa ha fatto oggi la montanara? E giù a ridere.
Romanzo
postumo introduzione di Luisa Corbetta
letture di
Silvana Copperi
accompagnate
all’arpa da Daniela Vendemiati
giovedì 10
dicembre 2009 ore 18,30 Salone dell'Antico Macello di Po
Via Matteo Pescatore
Intervista ad Alessio Spataro autore de
"La Ministronza"
Un
coro di indignazione da parte di tutto il Parlamento ha
segnato l'uscita del nuovo libro di Alessio Spataro, "La
Ministronza" (GRRRzetìc Editrice), dedicato alla
biografia del ministro della gioventù Giorgia Meloni.
Partita dal quotidiano Il Secolo, la notizia che un
libro a fumetti osi coinvolgere un ministro della
repubblica per di più donna al centro di una feroce
satira ha fatto il giro di tutte le testate
giornalistiche creando grande clamore in cui la
vocazione censoria di tutto l'arco parlamentare mostra
ancora una volta quanto sia viziato il mondo della
comunicazione nel nostro paese.
"Parlano del mio libro per non parlare dei progetti di
legge di sostegno alle comunità giovanili da parte del
ministro che nascondono finanziamenti governativi a
realtà come Casa Pound ed altri covi fascisti" spiega
l'autore ai nostri microfoni: la politica usa il clamore
causato dall'uscita del libro per nascondere e non
parlare delle cose che fa, per ancora una volta deviare
l'attenzione dei cittadini dai problemi reali del paese.
Buffo come ancora una volta quella che dovrebbe essere
l'opposizione sia cascata nel gioco voluto da Il Secolo,
accodandosi alla polemica e accettando paragoni assurdi,
come quello secondo il quale Spataro sarebbe autore
"misogino" paragonandolo alle celebri battute del
Presidente del Consiglio rivolte ad una parlamentare di
spicco della parte "avversa" (mai virgolette furono più
ponderate). Ma il gioco delle parti finisce qui: Alessio
Spataro non è presidente del Consiglio ma bravissimo
autore di satira e di fumetti, come il suo curriculum fa
ben vedere. E La Ministronza è un ottimo libro di satira
politica, genere sempre più scomodo in questo paese.
E pensare che è proprio qui che negli anni '80 abbiamo
visto nascere Il Male e Cannibale.... Come segno di
stile, che i politici nostrani dovrebbero imparare ad
avere almeno un pò, oltre che il primo episodio de La
Ministronza vi offriamo come allegato a questo articolo
anche la storia del 2006 Blutto!, contributo di Alessio
Spataro al volume dello Sherwood Comix Festival Fortezza
Europa (Coniglio Editore, 2006), in cui nel mirino della
satira finì un esponente di parte totalmente avversa al
ministro Meloni.
Perchè la satira che ci piace è solo quella senza
censure, sempre.
Claudio Calia
autore, curatore Sherwood Comix (14 novembre 2009)
Dita di dama
di Chiara Ingrao
Recensione
di Elisabetta Bolondi: Che grande emozione, direi
commozione, leggere in forma di romanzo, ben costruito
ed orchestrato, le vicende storiche degli anni ’70,
cominciando proprio da quell’autunno caldo del 1969, che
finì nel sangue della strage di Piazza Fontana a Milano.
La voce narrante della
storia è Francesca, studentessa di legge, amica del
cuore di Maria. Le due ragazze vivono in una casa
popolare di Casal Bertone, hanno vissuto insieme tutta
l’infanzia, ma finita la scuola hanno diviso le loro
strade e Maria, dalle mani bellissime (le sue sono
proprio dita di dama), accetta a malincuore di diventare
operaia in una fabbrica di televisori. La vita delle
donne nella linea di montaggio è descritta fin nei
dettagli più crudi: orari massacranti, controllori
severi, tempo minimo per le funzioni corporali. Una
specie di lager, finchè la coscienza femminile e le
lotte operaie dell’autunno caldo arrivano anche dentro i
capannoni della Voxson: la timida Maria diventerà presto
una rappresentante della parte più agguerrita delle
lavoratrici e, aiutata da compagne determinate a
migliorare una volta per tutte la loro vita in fabbrica,
scalerà i gradi della rappresentanza sindacale fino a
divenire delegata FIOM, con una serietà ed un impegno
che rischieranno di rovinarne la vita sentimentale con
il compagno Peppe, timoroso e poco agguerrito.
Nel libro si
ripercorrono le fasi salienti della storia del sindacato
operaio, le lotte per l’approvazione dello Statuto dei
lavoratori che cambierà finalmente la qualità del lavoro
in fabbrica, le bombe sui treni, l’approvazione della
legge sul divorzio, gli scontri di Reggio Calabria, la
grande manifestazione dei metalmeccanici a Roma, Trentin,
Ciccio Franco... I capitoli del libro sono intitolati
con versi danteschi, quasi a ribadire la epicità degli
avvenimenti narrati, in cui pubblico e privato, amore e
politica, sindacato e partito, si mischiano e si
integrano. Consiglio a tutti questo libro.
Resistere a mafiopoli. La storia di mio
fratello Peppino Impastato
un
libro di Giovanni Impastato - Franco Vassia.
"La mafia era sempre stata di
famiglia per noi, interna alla nostra casa,
così abituale da non farsi notare; ma, con
l'omicidio dello zio, d'improvviso diventava
una forma spaventosa, sconosciuta e
falsamente benevola. Di quel nucleo
familiare, così forte e unito, di quella
famiglia felice e ostentatamente patriarcale
come era la mia, oggi non esiste più niente:
è stata spazzata via dalla crudeltà della
mafia che non ha avuto il minimo scrupolo a
sconvolgere i nostri affetti e i nostri
sentimenti. La nostra famiglia si sfaldava
e, a peggiorare le cose, avrebbe contribuito
anche un atteggiamento che, fino ad allora,
ci era sconosciuto. Cominciarono problemi
nei rapporti familiari, soprattutto per la
reazione di Peppino che da allora cominciò a
chiedersi in che famiglia e in che mondo
vivesse. Sono stati tempi molto difficili.
Almeno agli inizi, sembrava impossibile
poterci liberare da quell'oppressione
mafiosa, toglierci dalla testa quel velo di
falsità che ricopriva anche la nostra casa.
Ci siamo riusciti pagando un prezzo
altissimo ma con un risultato straordinario
che oggi possiamo rivendicare con pieno
merito: quello di essere tornati a vivere
come persone libere che sono riuscite a far
capire che in Sicilia è possibile resistere
contro lo strapotere della mafia. Un'eredità
dal valore inestimabile, una ricchezza che
ci è stata lasciata da Peppino e che mia
madre e io abbiamo saputo raccogliere per
essere i testimoni del nostro tempo".
(www.deastore.com 20 luglio 2009)
"Se nasco un'altra volta ci rinuncio"
Se nasco
un'altra volta ci rinuncio". Ora che un improvviso malore se l'è
portato via, il titolo di uno suoi libri potrebbe suonare quasi
programmatico. Se non fosse che per Ivan Della Mea, storico
interprete del movimento operaio, la parola "rinuncia" non aveva
praticamente significato. Convinto com'era che quella
dell'impegno fosse l'unica strada degna di essere percorsa.
L'ultimo saluto martedì alle ore 11 presso il Circolo Arci
Corvetto Via Oglio 21 a Milano
Ivan
Della Mea, cantautore, poeta e scrittore, nato a Lucca il 16
ottobre 1940, è morto la notte scorsa all'ospedale San Paolo di
Milano. Aveva 69 anni.
Della Mea, insieme a Gianni Bosio, fu tra i fondatori del Nuovo
Canzoniere Italiano, un laboratorio per artisti e intellettuali
che ha segnato la storia della canzone di protesta italiana
Insieme a
personaggi come Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Michele
Straniero, Della Mea con i Dischi del Sole, una collana
fondamentale per la cultura italiana, ha documentato una
stagione in cui la musica accompagnava, da un lato, i fermenti
giovanili degli anni '60 e, dall'altro, testimoniava dello
stretto legame tra la politica della sinistra e le lotte del
nostro Paese.
Ivan Della Mea è stato un cantautore di tipo particolare che ha
avuto alle spalle anche esperienze cinematografiche come quella
del curioso western Tepepa, scritto insieme a Franco Solanas e
interpretato tra gli altri da Thomas Milian e Orson Welles, così
come nel 1979 ha fatto l'attore per "I Giorni Cantati" di Paolo
Petrangeli, insieme a Roberto Benigni, Mariangela Melato e
Giovanna Marini.
Negli anni '90
ha diretto l'Istituto De Martino, una delle più prestigiose
istituzioni dell'antropologia musicale italiana. Tra i titoli
più famosi della sua discografia il Rosso e' diventato giallo,
Se qualcuno ti fa morto, La nave dei folli, La piccola ragione
di allegria.
Con lo steso titolo di una delle sue canzoni più note, '"A quel
omm", Isabella Ciarchi ha realizzato di recente un documentario
intervista, con interventi di amici e colleghi, ricostruendo il
ritratto di un artista e di un intellettuale impegnato, senza
dimenticare il suo lato umano.
Della Mea si
lascia alle spalle anche una discreta bibliografia (ultimo libro
pubblicato il romanzo autobiografico Se la vita ti da uno
schiaffo, Jaca Book 2009), della quale fa parte pure qualche
giallo e una ampia pubblicistica che completa il ritratto di un
personaggio complesso, che appartiene, insieme a Giovanna Marini
e Paolo Pietrangeli, a una generazione che si è misurata su più
fronti. cercando di cambiare questo paese, conciliando militanza
culturale e politica, e che ha sempre avuto un rapporto
complesso con le istituzioni. (www.aprileonline.info 14 giugno
2009)
Scuola Diaz, vergogna di Stato
E'
uscito ieri, 13 maggio, in tutte le
librerie italiane il libro "Scuola
Diaz, vergogna di Stato" edito da
Edizioni Alegre e che contiene la
requisitoria dei pm di Genova sui
fatti avvenuti alla scuola Diaz
durante il vertice G8 del 2001.
Il libro, curato da Checchino
Antonini, Francesco Barilli e Dario
Rossi e che contiene la prefazione
di Massimo Carlotto, documenta
minuziosamente, seguendo la
ricostruzione della Procura, i fatti
di quella notte, le responsabilità,
le conseguenze. La decisione del
prefetto De Gennaro di accedere al
rito abbreviato, conferma tutta
l'attualità di quella vicenda e la
necessità di non dimenticarla.
Un
obiettivo che il libro in oggetto si
pone ampiamente anche perché, come
scrive Carlotto nella prefazione "La
lettura di ogni singola pagina
sgomenta e alla fine rimane il senso
di impotenza delle vittime rimaste
senza giustizia. Colpisce ogni
singola vicenda, dramma personale in
una tragedia collettiva. C'è da
augurarsi che ognuna, grazie alla
solidarietà e alla "nostra"
concezione di intendere il mondo,
abbia trovato la forza di superare i
gravissimi traumi fisici e
psicologici subiti quella notte".
Genova, notte del 21 luglio 2001.
Mentre i treni portavano via gran
parte dei manifestanti, vittime
poche ore prima di cariche
indiscriminate, decine di agenti
operavano una violentissima
irruzione nella sede del Genoa
social forum ferendo gravemente 63
persone e arrestandone 93 per
associazione a delinquere. Accuse
infondate che servivano a trovare
dei capri espiatori per le violenze
di piazza, utili a criminalizzare i
movimenti contro il G8. In questo
libro la ricostruzione dei fatti
attraverso la requisitoria dei Pm
pronunciata nel processo di primo
grado che si concluderà con
l'assoluzione della catena di
comando e con lievi condanne per i
responsabili di tale "macelleria
messicana".
Checchino Antonini, giornalista di
Liberazione inviato a Genova nel
2001. Sul movimento No Global ha
pubblicato Zona Gialla, Fratelli
Frilli Editore, Genova 2002.
Francesco Barilli, mediattivista,
coordina il sito
www.reti-invisibili.net, collabora
con Haidi Giuliani ed è autore di
diversi lavori sulle giornate
genovesi.Dario Rossi, è avvocato di
parte civile del Genoa Social Forum.
Massimo Carlotto, è uno dei più
famosi scrittori europei di libri
noir in gran parte pubblicati in
Italia dalla casa editrice e/o.
«E’ ancora
troppo
presto per
dare un
giudizio
definitivo
sulla
Rivoluzione
Francese»
(Zhou Enlai)
Il 10 aprile
il
quotidiano
“Liberazione”
pubblica una
recensione
critica di
Guido
Liguori sul
libro di
Domenico
Losurdo
Stalin.
storia e
critica di
una leggenda
nera (Carocci,
Roma 2008).
Nei giorni
successivi
appaiono sul
quotidiano
una lettera
di 20
redattori e
altri
interventi
contrari
alla
pubblicazione
della
recensione.
Le
motivazioni?
Il solo
parlare del
libro di
Losurdo,
messo
tout court
sullo stesso
piano dei
negazionisti
dell’Olocausto,
significherebbe
riabilitare
Stalin, che
non solo è
stato un
«dittatore
feroce e
brutale»,
protagonista
di una
«storia
fatta [..]
di mostri e
orrori», ma
è anche
figura di
fronte alla
quale «non
c'è
interpretazione
storica che
tenga».
Quindi,
bando ad
«inaccettabili
riletture
degli anni
Trenta-Quaranta»:
su Stalin e
lo
stalinismo
«abbiamo
dato molti
anni fa
risposte
nette senza
equivoci.
Perché
dunque
tornarci
sopra?».
Perché in
altre parole
proseguire
la ricerca
storica?
Al centro di
queste
accuse c'è
il «fatale
(e letale)
giustificazionismo»
di Losurdo,
imputato di
praticare
una forma di
«storicismo
assoluto» e
di proporre
una «deterministica
concatenazione
di cause ed
effetti». E
però
all’autore
del libro,
al quale non
si
contestano
tesi
specifiche
ma che viene
attaccato
per
l’impostazione
generale del
suo lavoro
di ricerca,
è stato sino
ad oggi
negato lo
spazio di
una risposta
e di un
chiarimento.
Qual è il
crimine di
cui è
imputato
Domenico
Losurdo?
Quello di
“storicizzare”
il fenomeno
dello
stalinismo.
Quello cioè
di ritornare
a lavorare
sui
documenti
per
analizzarli
filologicamente
e
contestualizzarli
nella
totalità
della storia
mondiale dei
popoli,
delle
classi,
degli stati,
piuttosto
che
limitarsi
alla
demonizzazione,
alla
rimozione e,
in altre
parole, a
quella
“storiografia
dell’ineffabile”
oggi così in
voga.
Un
quotidiano
che voglia
svolgere la
funzione di
educare al
libero
esercizio
della
critica,
fondamentale
per la
crescita
culturale e
politica dei
suoi
lettori, non
ha nulla da
temere da
interventi
seri e
ragionati,
argomentati
e
documentati,
sulla storia
del
movimento
operaio del
‘900.
La memoria e
la ricerca
storica non
si possono
soffocare in
nome di
tabù, dogmi
e verità che
si ritengono
accertate
una volta
per tutte.
Abbiamo oggi
il problema
di
comprendere
la storia
del
movimento
operaio e
della
tradizione
rivoluzionaria
nella sua
genesi, nei
suoi
processi
contraddittori,
negli enormi
problemi che
si posero a
quei ceti
subalterni
che per la
prima volta
si erano
trovati di
fronte al
difficilissimo
compito di
divenire
classe
dirigente. E
di studiare
questa
storia senza
apologia
acritica e
senza
anatemi, con
grande
libertà di
ricerca e di
pensiero.
Primi
firmatari
Oscar
Niemayer,
architetto,
Rio de
Janeiro
Hans Heinz
Holz,
filosofo,
Università
di Groningen
José Barata
Moura,
filosofo, ex
Rettore
dell'Università
di Lisbona
Tom Rockmore,
filosofo,
Duquesne
University
(USA)
Renato
Guimarães,
editore, Rio
de Janeiro
Aymeric
Monville,
Editions
Delga, Paris
Stefano G.
Azzarà,
Università
di Urbino
Bassam
Saleh’ –
giornalista
palestinese
Marcos Del
Roio -
professore
di Scienze
Politiche,UNESP
-
Universidade
Estadual
Paulista
Alessandra
Riccio –
docente
Università
Orientale di
Napoli –
Condiretterice
di
LatinoAmerica
Luigi
Alberto
Sanchi,
Professore
Associato
CNRS, Parigi
Orestis
Floros,
Medico,
Dipartimento
di
Neuroscienze,
Istituto
Karolinska,
Stoccolma
Enzo
Apicella -
vignettista
Sergio
Cararo –
direttore di
“Contropiano”
Luciano
Vasapollo
–economista
– Docente
Universtà
“La
Sapienza”
Roma
Gianni
Vattimo,
filosofo,
Università
di Torino
Gianni Fresu
– storico-
Università
di Cagliari
Ruggero
Giacomini -
storico
Manlio
Dinucci –
saggista –
collaboratore
de “ Il
Manifesto”
L'utopia astratta e il mio Stalin
di Domenico
Losurdo
Polemizzando
col mio ultimo libro (Stalin. Storia e critica di
una leggenda nera, Carocci), senza neppure riuscire
a scrivere correttamente il mio cognome, Rina
Gagliardi fa un'affermazione perentoria, in base
alla quale io sarei «tornato a occupare il ruolo di
intellettuale di riferimento di Rifondazione
comunista».
In realtà, per quattro numeri consecutivi
Liberazione ha preso di mira il mio libro, talvolta
con critiche legittime espresse da due stimati
intellettuali (Liguori e Prestipino), in altri casi
con insulti a opera di alcuni membri della
redazione. Dopo di che, al sottoscritto è stato
negato il diritto alla replica.
L'affermazione di Gagliardi va rovesciata: non sono
io «l'intellettuale di riferimento del Prc», ma sono
i due intellettuali ospitati su Liberazione a
costituire il punto di riferimento di Rina
Gagliardi, che in effetti, nello stroncare il mio
libro, riprende gli argomenti da loro utilizzati.
Se non nuovi, sono almeno validi tali argomenti?
Nella lettura della storia del movimento comunista
io sarei responsabile di «storicismo giustificatorio»
(Liguori) ovvero di «cattivo storicismo» e di
«giustificazionismo» (Gagliardi).
Per la verità, a proposito di Katyn, il mio libro
parla di «crimine» e di crimine «ingiustificabile»
(p. 259).
Si aggiunge però che gli Sati uniti non possono
ergersi a maestri di moralità per il fatto che nel
corso della guerra di Corea essi si sono resi
responsabili di una Katyn su scala più larga. E'
lecito smascherare, in questo e in altri campi,
l'ipocrisia morale che alimenta la buona coscienza e
la bellicista missione imperiale dell'Occidente?
Più in generale, dopo aver sottolineato l'influenza
dello stato d'eccezione nella tragedia della Russia
sovietica, il mio libro osserva che «indubbio è
anche il ruolo svolto dall'ideologia» e dai «ceti
intellettuali e politici» espressi dal bolscevismo
(pp. 104-5).
Solo che l'ideologia da me presa di mira è l'«utopia
astratta», e cioè l'aspirazione messianica a un
mondo caratterizzato dal dileguare dello stato,
della religione, della nazione, del mercato, della
moneta. Liguori (e credo anche Gagliardi) difende
invece l'utopia da me criticata in quanto «astratta»
e prende di mira altri bersagli, ma non spiega
perché il mio approccio dovrebbe essere più «giustificatorio»
del suo. In ogni caso, il mio approccio mi sembra
più corretto.
Se riflettiamo sulla tragedia (e l'orrore) nella
storia della Russia sovietica, nonostante i
giganteschi processi di emancipazione da essa messi
in atto a livello mondiale, siamo costretti a
chiederci: l'attesa dell'estinzione dello stato ha
reso più facile o più difficile la costruzione dello
stato di diritto? Incontestabile è il peso funesto
che la pretesa di cancellare ogni forma di mercato e
di circolazione della moneta ha avuto nella Cambogia
di Pol Pot.
Nel ricostruire la vicenda storica dell'Urss a
sinistra si ama individuare in Stalin il capro
espiatorio. Ho proceduto diversamente: prendendo le
mosse dagli elementi di messianismo presenti in Marx
e aggravati dall'orrore per la carneficina bellica,
ho analizzato le debolezze della piattaforma teorica
della dirigenza bolscevica nel suo complesso, nonché
le contraddizioni e la guerra civile che infuriano
al suo interno e che prolungano lo stato
d'eccezione, portando all'estremo la violenza in
esso insita. Se anche Stalin appare meno affetto di
altri dall'«utopia astratta», a me pare che,
mettendo in discussione (con modalità diverse) tutti
i protagonisti di questo capitolo di storia, senza
escludere neppure Marx, il mio approccio sia meno
consolatorio (e meno «giustificatorio»)
dell'altro, che si limita a demonizzare uno solo dei
protagonisti e per il resto ritiene che tutti gli
altri siano innocenti, sicché i comunisti potrebbero
tranquillamente riallacciarsi al 1924, all'anno
fatale dell'ascesa di Stalin al potere: Heri
dicebamus!
Il fatto è che contro di me viene agitata una
categoria di cui non è mai chiarito il senso.
Gramsci «giustifica» il giacobinismo; su il
manifesto e su Liberazione è stata talvolta
«giustificata» la Rivoluzione culturale, che pure
oggi è spesso dipinta nei colori più foschi: darebbe
prova di dogmatismo chi, senza entrare nel merito
dei capitoli di storia di volta in volta discussi,
attribuisse lo storicismo autentico a se stesso e lo
«storicismo giustificatorio» e «cattivo» a quanti
non sono d'accordo con lui!
Restano fermi gli angosciosi dilemmi morali che
caratterizzano le grandi crisi storiche. Riprendendo
e sottoscrivendo la previsione di Bucharin, il mio
libro fa notare che la collettivizzazione
dell'agricoltura imposta dall'alto e dall'esterno (e
la connessa industrializzazione a tappe forzate) si
risolve in una gigantesca «notte di S. Bartolomeo».
Per un altro verso, però, ai giorni nostri una serie
di storici eminenti ribadisce la tesi a suo tempo
formulata dal grande A. Toynbee, secondo cui a
rendere possibile Stalingrado e la disfatta inflitta
alla barbarie nazista fu il percorso compiuto dall'Urss
«dal 1928 al 1941».
I dilemmi morali non si pongono solo per l'Urss di
Stalin. Vediamo in che modo un eminente filosofo, M.
Walzer, giustifica (almeno nella loro fase iniziale)
i bombardamenti terroristici scatenati dagli
angloamericani nel corso della seconda guerra
mondiale: il pericolo di trionfo del Terzo Reich
determina un'«emergenza suprema», uno «stato di
necessità»; ebbene, occorre prendere atto che «la
necessità non conosce regole».
Certo, bombardamenti che mirano a uccidere e a
terrorizzare la popolazione civile sono un crimine,
e tuttavia:
«Oso dire che la nostra storia verrebbe cancellata,
e il nostro futuro compromesso, se non accettassi di
assumermi il peso della criminalità qui e ora»; i
dirigenti di un paese «possono sacrificare se stessi
al fine di difendere la legge morale, ma non possono
sacrificare i propri connazionali».
Perché, nella loro campagna contro lo «storicismo
giustificatorio» e «catttivo», i miei critici non se
la prendono in primo luogo con il filosofo
statunitense?(Il Manifesto 19 aprile 2009)
Torino, 22 febbraio
2009. Si è tenuta ieri una piacevolissima
riunione conviviale presso la sede del Centro di
Cultura e Documentazione Popolare per avviare
il tesseramento e la sottoscrizione per il Centro.
Dopo una breve presentazione dei fondatori ecco un
gruppo musicale che si esibisce per terminare la
serata.
Uno ogni sette ore. Perchè di lavoro si muore
Pagine
di insicurezza, di paura e di
speranza raccontate dalla viva
voce dei protagonisti; sullo
sfondo, la drammaticità delle
morti sul lavoro scandite in
Italia da un orologio
implacabile, che alla fine di
ogni anno ne conta circa 1.300.
In
libreria, dal 15 novembre, Uno ogni sette ore -
Perché di lavoro si muore
(Datanews, pp. 144, euro 13) di
Gianni Pagliarini
e Paolo Repetto.
L'obiettivo degli autori (il
primo ex sindacalista e
parlamentare, Presidente della
Commissione Lavoro della Camera
nella scorsa legislatura; il
secondo caporedattore del
settimanale Rinascita e suo
portavoce a Montecitorio) è fare
luce su una realtà scomoda, che
troppi fanno finta di non
vedere, cercando di arrivare al
cuore e alla mente dei familiari
delle vittime degli infortuni
sul lavoro.
Entrando in sintonia anche con
le angosce e le speranze di chi
ha subito un grave infortunio ed
è costretto a convivere con una
mutilazione. Tra le
testimonianze (che rappresentano
la seconda parte del libro) si
segnalano quelle di
Pietro Mercandelli
(Presidente dell'ANMIL),
Ciro Argentino
(cassintegrato Thyssenkrupp),
medici e psicologi del lavoro,
ispettori Inps e Asl e
sindacalisti in "prima linea"
nella lotta contro gli infortuni
sul lavoro.
Gli
autori si rivolgono al sistema
delle imprese e ai cittadini non
sempre consapevoli
dell'emergenza sociale che
attraversa un Paese in
difficoltà. Sollecitando la
sensibilità dei mass media
affinché recepiscano a pieno il
valore degli accorati appelli
del Presidente della Repubblica,
e sappiano trasmettere, di
conseguenza, un messaggio
depurato da logiche
scandalistiche.
Tanto più che il lavoro ha
progressivamente perso la sua
centralità al cospetto
dell'impresa e la sua drammatica
mercificazione è diventata la
principale regola del sistema
economico globalizzato.
GLI AUTORI
Gianni Pagliarini
(Milano, 1961). Giornalista
pubblicista, è stato Deputato al
Parlamento nella XV Legislatura,
ricoprendo l'incarico di
Presidente della Commissione
Lavoro della Camera dei Deputati
dal giugno 2006 all'aprile 2008.
In precedenza, da delegato
sindacale nel corso delle lotte
del "movimento dei consigli" a
cavallo tra gli anni 80 e 90, ha
partecipato alle rivendicazioni
per ottenere maggiore democrazia
nei luoghi di lavoro. Fin dal
1993 ha svolto ruoli dirigenti
nel sindacato del pubblico
impiego della Cgil giungendo
all'elezione, nel 2000, a
Segretario nazionale Funzione
Pubblica Cgil, con l'incarico di
responsabile del comparto
Regioni-Autonomie locali.
Paolo Repetto
(Milano, 1971). Giornalista
professionista, attualmente
caporedattore del settimanale La
Rinascita della sinistra, ha
collaborato dal giugno 2006
all'aprile 2008 con il
Presidente della Commissione
Lavoro della Camera dei Deputati
in qualità di portavoce e
caposegreteria. Da oltre dieci
anni si occupa di cronaca
sindacale e di problemi del
lavoro; è stato responsabile
delle pagine economico-sindacali
del quotidiano Liberazione. (www.dirittiglobali.it)
la
presentazione del libro a Ciriè (Torino) il 2 dicembre
2008
Una "serata anomala" travolge la Sapienza
di
Eleonora Martini
Quando
l'Onda dilaga cambia la politica, ma l'«Onda che vi
travolgerà» è come la risata. Contro l'«angoscia
dell'imprevisto» che attanaglia un'intera generazione, e
per correre lontano dalla «paura che governa il discorso
delle politiche ufficiali», non rimanere che suonare e
ballare. È cominciata con un video degli antifascisti
della Ram sulla verità dei fatti di piazza Navona ed è
finita con tutti gli artisti sul palco che cantavano,
insieme alle migliaia di persone presenti, «Una storia
disonesta», in omaggio al cantautore Stefano Rosso
scomparso questa estate. Una «serata anomala», quella
«andata in Onda» ieri sera all'università La Sapienza di
Roma, che suggella «settimane straordinarie in cui la
mobilitazione contro la legge 133 e la riforma Gelmini
della scuola sono via via cresciute,
diventando contagiose e inarrestabili». Due studenti,
Marta di Fisica e Stefano di Scienze politiche,
introducono così l'evento speciale a sostegno del
movimento, la grande kermesse musicale e teatrale
realizzata dai 25 artisti che, prestando gratuitamente
la loro opera, si sono susseguiti sul palco e hanno dato
vita quasi a «un'Onda parallela». Da Remo Remotti a
Daniele Silvestri, da Valerio Mastandrea a Simone
Cristicchi, da Enrico Capuano agli Assalti Frontali. E
poi Rocco Papaleo, Alessio Bonomo, Filippo Gatti, Dario
Vergassola, i Tetes de Bois, e per finire le cover di
Rino Gaetano, spirito libero che «se fosse vivo sarebbe
qui con noi questa sera». A tessere la rete tra artisti
e studenti, quasi un direttore artistico della serata,
Andrea Rivera che ha stretto con l'Onda un sodalizio
tanto stretto quanto franco. In barba alla
proliferazione dei corsi di laurea presi apparentemente
di mira dalla Gelmini, Rivera annuncia - con una canzone
scritta per l'occasione - la nascita di una nuova
facoltà: «La facoltà di occupare». «Questo è un concerto
per sovvenzionare le occupazioni - ironizza ma non
troppo - perché costano e noi siamo contro i tagli alle
occupazioni, come siamo contro i tagli all'editoria
libera». E il riferimento al manifesto è puramente
voluto.
«Siamo in Onda», dunque, è una manifestazione che è
servita a finanziare il movimento e la serata
organizzata da centinaia di infaticabili ragazzi della
Sapienza
che
non hanno riposato un minuto dopo la due giorni di
assemblee e dibattiti e la splendida accoglienza che
hanno riservato agli almeno tremila rappresentanti degli
altri atenei italiani in lotta. «Ora è il momento di
fare festa - spiegano - prima dei prossimi appuntamenti
del 28 novembre e del 12 dicembre. Ma non è un momento
depoliticizzato: l'università apre le porte alla città e
il movimento comunica con l'esterno, nel tentativo di
arrivare a tutta la società, come abbiamo già fatto
nelle domeniche dedicate agli esperimenti fisici per i
bambini delle elementari». «Viviamo in un paese che ci
definisce bamboccioni, mammoni - si raccontano i ragazzi
dell'Onda nel primo degli interventi dal palco che si
alternano alle performance artistiche - dove ogni
progetto di vita ci è precluso e tutto è bloccato,
dall'accesso alla cultura e al sapere, all'accesso al
reddito e alla mobilità, un paese che ci vorrebbe
uniformare, rendere docili e obbedienti». Ma «noi siamo
pronti a tutto!», gridano tra gli applausi e non solo
degli universitari, perché ieri sera in tanti -
cittadini comuni, famiglie, ragazzi partiti dalle
borgate - hanno messo piede nella città universitaria
dopo tanto tempo o addirittura per la prima volta.
Obiettivo centrato, quindi, ancora una volta. Ed è
proprio ai giovani delle borgate, soprattutto, ma non
solo, «ai tanti che si stanno facendo di nuovo
affascinare dall'ideologia del fascismo» che si è voluto
rivolgere Andrea Rivera quando ha invitato gli studenti
dell'Onda a non chiudere le porte in faccia alla «base»
di certe organizzazioni neofasciste. «È il mio modo di
unirmi al loro antifascismo», spiega. E racconta di non
aver fatto alcuna fatica a convincere gli artisti: «Ci
siamo sintonizzati sulla stessa Onda anche perché
precari siamo anche noi: i tagli ai fondi per il Fondo
unico dello spettacolo sono come quelli all'università e
all'editoria. I baroni ci sono qui come da noi, nel
circuito Eti, nei teatri monopolizzati dai politici e
dalle parrocchie, e come da voi, dove regna la "casta
stampata"». E allora non rimane che cantare con Andrea
Rivera sulle note di Stefano Rosso: «Io che dicevo:
ragazzi andiamo piano, Forza Italia non è stata mai un
partito sano». «Che bello, col presidente nero e con
l'ombrello, e una Carfagna giusta che ci sta e la
Gelmini, dite, che importanza ha?»
1000 Sarebbero tanti i corsi «inutili» che il Consiglio
universitario nazionale (Cun) avrebbe intenzione di
tagliare. I dati sono stati consegnati al ministero.
Arriva l'inno dei No Gelmini
Ecco una nuova
hit per il movimento. Firmata Assalti Frontali,
canta Militant A
C'ho
un'idea, c'ho un'idea disse Enea c'ho un'idea/e
prese la parola in assemblea, c'ho un'idea/il futuro
dei bambini non fa rima con Gelmini». Comincia così
«Il rap di Enea», musica a tutto volume contro il
decreto Gelmini firmato da Assalti Frontali che
hanno ripreso una canzone del loro ultimo album
(Un'intesa perfetta) e l'hanno riadattata per
l'occasione. Sempre Enea il protagonista, ma qui non
è l'eroe virgiliano bensì un bimbo della scuola
elementare Iqbal Masih che c'ha «una magliettina
verde mela molto chic/c'è scritto sopra: "Io amo e
difendo la mia scuola"/macché maestro unico, Gelmini
sei una sola/lo sai che sono grande, sto in prima
elementare/e ho già occupato la mia scuola per due
settimane/dici che sono giovane e ho molto da
imparare/ma siamo sotto attacco tutti e io mi do da
fare...». Quindi, date retta ad Enea e alla sua
idea: andate sul sito del manifesto ed entrate nel
blog (fuoriclasse.ilmanifesto.it) o direttamente su
quello di Assalti frontali
(www.assalti-frontali.com), scaricatela e
diffondetela. Buon ascolto. (Il Manifesto 8 novembre
2008)
NUOVO ARTICOLO
SULLA SCUOLA *
"DOBBIAMO
VINCERE" Di
Militant A (per
il sito
www.globalproject.info)
Dobbiamo
vincere. Questo
è il pensiero
che dai primi di
settembre
contagia
l’Italia come
una febbre
collettiva.
Dobbiamo
bloccare i
decreti 133 e
137. Molti
capiscono che
sono leggi
dannose per la
scuola e
l’università
pubblica, ma chi
è dentro questo
mondo già
percepisce la
violenza che si
sta abbattendo
sulle nuove
generazioni: dai
neonati ai
ricercatori
universitari,
tutto il ciclo
del sapere e
della formazione
pubblica è sotto
tiro. Ci stanno
rapinando il
futuro. E’ un
affondo troppo
grave per
passare liscio e
tutte le forze
devono essere
mobilitate e
crescere ancora
di intensità e
qualità. Mamme
preoccupatevi,
studenti
sollevatevi,
cittadini che
non volete la
dittatura
combattete in
mille forme
diverse.
Possiamo farcela
e in parte
stiamo già
portando a casa
dei successi.
Anche se il
decreto ha
incassato il
voto della
camera e del
senato, tutto è
in
ri-discussione e
la resistenza ha
sabotato i
sogni di
Tremonti. Questo
movimento nato
in modo
spontaneo e auto
organizzato e
cresciuto grazie
al tam tam e ai
mille contatti
di cui si è
dotato non è
solo potente: è
emozionante!
Pensare che
migliaia di
bambini dalla
culla ai 10 anni
stanno lottando
con i loro
genitori e le
loro maestre e
con tutti gli
studenti e i
loro professori,
e che metà
dell’intero
paese condivida
la lotta è un
fatto epocale
che commuove per
il carico di
speranze che
porta con sé. I
partiti, grandi
o piccoli che
siano, come
anche i
sindacati sono
stati lentissimi
a capire cosa
stava accadendo
e hanno reagito
tardi, rigidi,
hanno atteso
appuntamenti
lontani e sono
stati anche loro
sommersi
dall’onda
anomala. La base
ha surclassato
tutti i vertici.
Le facce pallide
e sperdute dei
senatori PD
davanti a
Palazzo Madama
assediato
resteranno nella
storia, come
anche il
silenzio dei
vertici della
CGIL che hanno
atteso un
mese(!) per
indire lo
sciopero
generale e lo
hanno fatto solo
perché la loro
base guardava
sgomenta
all’inazione e
spaventati dallo
sciopero dei
cobas del 17
ottobre. Se ci
fosse stata una
loro seria
reazione già dai
primi di
settembre
chissà… ma la
battaglia è
lunga e il
declino
culturale prima
ancora che
politico di
Berlusconi
sembra iniziato
grazie a una
sollevazione di
massa che è
venuta tutta dal
basso.
Olga. Vita di un'ebrea comunista
Questo
non è un libro scritto da una donna, ma un libro scritto
su una donna, tanto
eccezionale, quanto sconosciuta ai più.
Grande è il merito del giornalista brasiliano Morais
che, attraverso una lunga ed appassionata ricerca, ci ha
restituito l’immagine di un personaggio che fa parte
della storia del Novecento e del movimento operaio:
Fernando Morais, Olga. Vita di un’ebrea comunista,
Milano, il Saggiatore, 2005.
L’autore nella
prefazione scrive che poco e nulla su Olga Benario
Prestes si trova in Brasile, anche nella storiografia
del movimento operaio di quel Paese, probabilmente a
causa del fatto che era, Olga, di Luis Carlos Prestes
(il mitico ufficiale rivoluzionario, segretario del
Partito Comunista Brasiliano), la moglie e in quanto
tale, importante sì, ma subordinata (anche se
nell’epilogo si legge che in varie città brasiliane ci
sono “strade, piazze e scuole che portano il suo nome”).
Di contro apprendiamo che nella Repubblica Democratica
Tedesca, dove l’autore si era recato per le sue
ricerche, Olga era considerata una sorta di eroina
nazionale, e “ricordata con affetto dai comunisti della
sua terra” ; sarebbe interessante sapere, ora, che cosa
è rimasto di quell’affetto e delle decine di scuole e di
fabbriche che portavano il suo nome, nei lander
orientali dell’unita Repubblica Federale.
Quello che è certo
è che Olga è stata un personaggio autonomo, forte, in
relazione al quale nessuna importanza ha il fatto che
siA stata prima la compagna di un rivoluzionario
tedesco, Braun e poi la moglie di Prestes, il “mito”
brasiliano. E una donna molto bella ed affascinante,
capace di incutere soggezione persino alla polizia di
Vargas, che l’avrebbe poi catturata assieme a Prestes,
dopo il fallito tentativo insurrezionale del 1935.
Figlia di un noto avvocato ebreo e socialdemocratico
(particolarmente apprezzato per il suo impegno verso i
più diseredati), Olga, di cui, continuamente si insiste,
nel libro, sulla connotazione dell’avvenenza, si era
affacciata alla storia, quando l’11 aprile del 1928, giovanissima
(era nata nel 1908), alla guida di un commando di
altrettanto giovani comunisti, aveva liberato Otto Braun,
un già famoso militante, che poco prima era diventato il
suo fidanzato. L’azione la getta immediatamente alla
ribalta e segnerà il suo destino. Fuggirà a Mosca, dove
diventerà membro del Comitato Centrale della Gioventù
Comunista Internazionale, in quella stessa città in cui
si era rifugiato Carlos Luis Prestes, un ufficiale
ribelle brasiliano, che era stato il comandante di una
sorta di “lunga marcia” in versione sudamericana, quando
aveva guidato la “Coluna Invicta”, una colonna di
militari e civili, che aveva percorso quasi 25.000
chilometri in territorio brasiliano, senza conoscere
sconfitta e che si era sciolta, infine, in Bolivia.
Con la marcia Prestes si era
guadagnato l’appellativo di “Cavaliere della Speranza”
ed era diventato un simbolo per il Brasile, così quando
il Comintern decide l’appoggio alla “rivoluzione” in
Brasile, Olga Benario viene scelta per accompagnarlo,
sotto la copertura di moglie. Nel frattempo Olga, che si
era impegnata anche nell’addestramento militare
nell’Armata Rossa, aveva lasciato Otto Braun e nella
decisione non aveva mancato di influire la sua forte
personalità, poco incline ad accettare una qualsivoglia
subalternità nei confronti di un compagno. Olga, ebrea,
comunista e donna (di cui i compagni della gioventù
comunista berlinese dovevano essere tutti segretamente
innamorati), non manca di subire il fascino del
“Cavaliere della Speranza”; presto la copertura salta ed
il viaggio verso Rio de Janeiro diventa presto una sorta
di luna di miele militante, tra discussioni politiche e
passione amorosa. Per tante strade, i migliori uomini
del Comintern affluiscono in Brasile, dove la rivolta
scoppierà, fallendo, però, sul nascere, trascinando
nella sua caduta la cattura
di praticamente tutti i rivoluzionari stranieri e
determinando la feroce repressione del regime
filofascista di Vargas. Se il prestigio di Prestes ed il
fascino di Olga li preserveranno dalle violenze
fisiche,la stessa cosa non capiterà ai loro compagni,
sottoposti a brutali ed orripilanti torture,in
particolare da parte di aguzzini venuti da fuori, da
agenti della Gestapo, in una sorta di
anticipazione, al contrario, di accadimenti
contemporanei (adesso si mandano i prigionieri in luoghi
dove possano essere torturati, allora si importavano i
torturatori). Olga aspetta un figlio da Prestes, è
diventata, anche, la sua moglie legittima ed in tutto il
mondo le forze democratiche si impegnano perché il
Brasile non addivenga ad espellerla verso la Germania.
La mobilitazione fallisce ed Olga viene imbarcata su un
mercantile tedesco (nessuna altra nave sarebbe stata
“sicura”) che la sbarca, dopo un viaggio senza scali
intermedi (per timore dei portuali, mobilitati in tutto
il mondo), nella Germania nazista. In una fredda
prigione berlinese, Olga darà alla luce una bambina che,
grazie alla lotta della madre e della sorella di Prestes,
sarà consegnata alla nonna. Ma non c’è nulla da fare per
Olga, anche se per lei non ci sono motivi legali per la
carcerazione, essendo finito in prescrizione l’assalto
al carcere che aveva portato alla liberazione di Otto
Braun. Il fatto è che di fronte ai nazisti Olga Benario
Prestes è doppiamente colpevole: è una comunista ed è
un’ebrea. Dalla prigione, dove si comporta con grande
dignità, a fronte della tortura psicologica del non
sapere dove è finita la sua bambina, strappatale dopo
pochi mesi (lo apprenderà solo più tardi), Olga finirà
in un campo di prigionia. Qui la sua figura diventa un
punto di riferimento per le compagne di sventura, subirà
violenze fisiche, bastonature prolungate che sono vere e
proprie torture; finirà uccisa nel campo di sterminio di
Bernburg nel 1942, a Pasqua. Prestes. Il 18 aprile del
1945, Getulio Vargas, che nel frattempo, lasciate cadere
le simpatie filonaziste è entrato in guerra contro
l’Asse, inviando 25.000 soldati in Europa, concede
un’amnistia ai prigionieri politici. Prestes è tra i
primi cinque ad essere liberati; il 15 luglio tiene un
comizio a Sao Paulo, allo stadio del Pacaembu; alla
sera, tornando a Rio, un giovane giornalista gli allunga
un foglietto di carta: il messaggio che Olga Benario
Prestes era morta.
Quel mondo "sommerso"
Intervista a Mimmo Calopresti
di Maurizio Ermisino
Povera
patria, questo Paese devastato dal dolore, quei corpi in
terra senza più calore. Non cambierà. Parole e musica di
Franco Battiato, di una canzone scritta anni fa e
terribilmente attuale, che sentiamo nel film La fabbrica
dei tedeschi di Mimmo Calopresti, dedicato alla tragedia
della ThyssenKrupp di Torino. Cronaca di sette morti
annunciate, di vite abbandonate a se stesse.
L’immagine della fabbrica che esce dal film è
inquietante…
Mio
padre era un operaio della Fiat, anch’io ho lavorato in
fabbrica, e ho visto un certo tipo di fabbrica. Poi la
fabbrica era cambiata, più automatizzata, e la cosa era
costata tantissimo agli operai. Ma almeno sembrava che
un progresso ci fosse stato, credevo che non avrebbero
avuto più problemi di salute, avrebbero potuto
comunicare, c’era tanta luce. Invece mi accorgo che
tutto questo è stato inutile: in una fabbrica che
avrebbe dovuto essere così si muore in sette.
Gli estintori vuoti rappresentano bene questa assurdità.
E’ una
cosa stupida in un posto dove il fatturato è molto alto.
Lo dice bene nel mio film Carlo Marrapodi, l’operaio che
vediamo anche in ThyssenKrupp Blues.
Com’è possibile che i controlli non abbiano messo in
luce le carenze in fatto di sicurezza?
E’ una
domanda che ho fatto a tutti, ma non ho risposte. Ai
sindacati, ai politici ho chiesto quale legge permetta
di lavorare quattordici ore, ma le risposte sono vaghe.
Ho chiesto se erano stati fatti i controlli e mi dicono
di sì. E questo Paese continua ad andare avanti così.
La ThyssenKrupp è solo la punta di un iceberg…
Si è
parlato di più della Thyssen, ma in Italia si muore ogni
giorno. Lo dicono i vigili del fuoco, che ne vedono di
tutti i colori. Parlando con loro ho imparato molto: la
sicurezza è un problema economico, puoi investire tanto
o poco, rendere un posto più chiaro o più buio, a
seconda dell’energia che vuoi consumare. Allora mi
chiedo: perché non rendiamo pubblico, mettendolo on
line, quanto ogni azienda spende per la sicurezza?
In questa storia ci sono stani casi del destino: chi
aveva finito ed era lì per salutare, chi avrebbe dovuto
staccare alle sei ed era ancora al lavoro la notte…
Si
tratta di esseri umani. E gli esseri umani non vengono
mai messi al primo posto. La politica deve ripartire da
questo, metterli al primo posto. Certo, in questa
vicenda c’è anche il fato. Ma prima del fato ci sono le
vite delle persone, per cui non c’è mai abbastanza
rispetto.
Gli operai più giovani avevano altri sogni, l’operaio
anziano viveva bene in fabbrica. Le nuove generazioni
vivono la fabbrica in modo diverso?
Cercano
di sfuggire ad essa. E li capisco, quando vedo gli orari
che fanno e le condizioni in cui lavorano. Ma c’è una
cosa terribile: se fai l’operaio, le tue possibilità di
cambiare vita sono pochissime. Sei condannato a una vita
difficile.
I bambini felici nello spot della ThyssenKrupp che
chiude il film rappresenta la falsità delle
multinazionali, che danno un’immagine ottimistica mentre
la loro realtà è ben diversa?
Sono
d’accordo, e credo che questa sia l’immagine che passi
all’esterno. Io stesso, quando vedo l’immagine di una
fabbrica moderna, vedo una fabbrica in cui si fatica
poco, dove tutto è risolto. E’ come un incantesimo che è
stato svelato. Per anni pensando alla fabbrica credevo
che non esistessero più certi problemi, che ormai fosse
un altro mondo. E invece no.(La Rinascita della sinistra
3 ottobre 2008)
Fuga per la vittoria
Le
cose migliori accadono per caso. Machan – la vera storia
di una falsa squadra racconta su grande schermo
l’inventiva di un gruppo di amici che vogliono emigrare
in Occidente per un futuro migliore e per caso trovano
la soluzione vincente. Anche il regista del film, Uberto
Pasolini, ha scovato per caso questa storia letta in un
trafiletto di giornale. In una bidonville di Colombo,
Sri Lanka, un gruppo di disperati si finge una squadra
di palla a mano, anzi l’improbabile squadra nazionale di
palla a mano dello Sri Lanka, per partecipare a un
torneo in Baviera e avere così l’opportunità di
approdare legalmente in Europa. Quelle 23 persone
invitate dagli organizzatori di un ridente paesino
bavarese sono ancora tra i ricercati della polizia
tedesca perché, dopo aver disputato le prime tre
partite, se la sono data a gambe verso il domani, il
futuro che sognavano quando vivevano di stenti nel loro
Paese d’origine.
Nelle
sale italiane, Machan è una commedia amara e soprattutto
onesta che mostra in maniera leggera ma non superficiale
il dramma di tante persone costrette a emigrare.
Presente alla 65° mostra di Venezia – ha vinto il premio
Europa Cinemas Label alle Giornate degli autori e il
premio Fedic, Federazione italiana dei cineclub – Machan
che in cingalese vuol dire amico, fratello, fa ridere,
emoziona. Scritto a quattro mani da Uberto Pasolini e da
Ruwanthie de Chickera, autrice teatrale cingalese,
riesce a dire tanto di quelle vite appese a una
speranza, dei tanti ragazzi che vivono ai margini, dei
tanti giovani Manoj e Stanley (come i protagonisti del
film) che sperano in un visto per la fortezza Europa.
«Ma in Europa vogliono solo i nostri medici e ingegneri»
si sente dire nel film, perciò quelli di serie B come
loro che però non chiedono la carità ma vogliono solo
lavorare «potrebbero diventare un peso». E allora, con
un po’ di creatività e il giusto spirito, ecco che viene
messa su una caotica squadra di palla a mano, con tanto
di magliette. L’unico problema, aspettando l’invito del
paese che organizza il torneo, è che nessuno sa cosa
diavolo sia la palla a mano...
«Ricordo
la notizia di questa squadra», racconta a Rinascita
Sudath Adikari Mudiyanselage, dello Sri Lanka, membro
della Consulta cittadina stranieri di Roma. «E’ accaduto
che anche un gruppo di balli tradizionali del mio paese
e anche un ciclista si siano dileguati in Europa una
volta ottenuto il visto per esibirsi o gareggiare.
Purtroppo però le persone sono costrette ad andare via
dal paese per le difficili condizioni di vita, non è a
causa del terrorismo che il governo spaccia per problema
da risolvere coi militari: da noi tamil, cingalesi e
musulmani nella vita quotidiana non sono separati o
nemici perché spesso condividono lo stesso destino di
povertà. E’ un gioco triste vedere come i governi
speculano sui disagi delle persone o usano la paura.
Molti miei connazionali credono che l’Europa sia il
paradiso, poi una volta arrivati qui scoprono che si
viene trattati da persone di serie B».(La Rinascita
della sinistra 27 settembre 2008)
Manoj e
l'amico d'infanzia Stanley hanno provato più e più
volte, invano, a ottenere il visto per trasferirsi in
Germania e trovare lavoro in modo da poter mantenere le
proprie famiglie nello Sri Lanka. Truffato da un
"trafficante di uomini" responsabile della bancarotta di
Suresh – il cognato che ha elargito il denaro occorrente
per il viaggio clandestino – Stanley è aggravato dal
senso di colpa e dal fallimento, soprattutto ora che la
sorella è costretta a trasferirsi in Medio Oriente per
sostenere, da lontano, marito e figlia. Venuto a sapere
che la Germania sarebbe lieta di invitare la Nazionale
di palla a mano dello Sri Lanka a un torneo in Baviera,
Stanley si ingegna a mettere insieme la squadra tra le
sue conoscenze – tutti uomini relegati ai margini della
società – e man mano che la voce inizia a girare, si
uniscono sempre più personaggi desiderosi di abbandonare
una vita di stenti per la propria affermazione come
individui.
Colpito da un trafiletto di giornale che riportava la
notizia (vera) di un gruppo di ventitré singalesi che si
erano spacciati per la Nazionale di palla a mano, senza
neanche conoscere le regole del gioco, e una volta
arrivati nel paese ospitante si erano dileguati nel
nulla, il produttore Uberto Pasolini, nipote del Maestro
Luchino Visconti, ha
sentito la necessità di trasformare quella curiosa
storia in un film. Deciso a passare dietro la macchina
da presa per dirigere "persone vere che vivono nel mondo
reale", Pasolini si è circondato di alcune figure chiave
dello Sri Lanka (l'autrice teatrale Ruwanthie de
Chickera, l'attrice Damayanthi Fonseka e il regista
Prasanna Vithanage che in Machan
vestono i rispettivi ruoli di sceneggiatrice,
responsabile casting e produttore) per tramutare il
sogno di ventitré squattrinati
organizzati in una fiaba cinematografica a lieto
fine.
Se il dramma diretto da Pasolini è alleggerito dalle
tinte lievi della commedia e sembra rimarcare le orme
(narrative) del
Full Monty che il
neo-regista aveva prodotto per
Peter Cattaneo, le
storie individuali dei personaggi toccano nel profondo e
commuovono per la loro onestà. Il lavoro svolto dal
Nostro nel tentativo di capire un paese dilaniato dai
conflitti etnici è ottimamente risolto in fase di
scrittura e descritto ancor più approfonditamente nella
messa in scena realizzata nelle reali baraccopoli di
Colombo, Sri Lanka. Affrontando un argomento come quello
dell'immigrazione (e delle politiche che la regolano),
con delicatezza, empatia e umorismo, Pasolini si
incarica di ricordare allo spettatore la "disperata
situazione nei paesi di origine dei tanti illegali che
vediamo per le strade della nostra città" lasciando il
pubblico con un sorriso sulle labbra e una stretta al
cuore. (www.mymovis.it)
Volano
i Letu Štuke
di Francesca Rolandi, Monika Piekarz e
Andrea (Paco) Mariani
Da
ragazzi suonavano insieme, poi la guerra li ha
divisi. Ritrovatisi, Dino, Šaran e Đani Pervan,
frontman e batterista dei Letu Štuke, con il loro
punk malinconico riscuotono successo a Sarajevo così
come a Zagabria e a Belgrado.
Qual è la storia della vostra band?
Dino:
Noi due ci conosciamo da quando eravamo bambini e
abbiamo iniziato a suonare insieme 5 anni prima
dell'inizio della guerra.
Đani: Quando eravamo dei ragazzini
suonavamo in una band post-punk e il nostro sogno
era registrare un album. Poi siamo partiti per il
servizio militare e, una volta tornati, Dino è
ripartito per alcuni mesi; non siamo riusciti a
riunirci in tempo perché è scoppiata la guerra e ci
è venuta letteralmente a mancare la terra da sotto i
piedi. Io ho vissuto in Francia, Dino a Zagabria, e
gli altri membri del gruppo in altri paesi... Dopo
anni ci siamo ritrovati, e gli unici della band ad
essere rimasti in campo musicale eravamo Dino ed io,
lui come autore di testi per altri artisti, io come
musicista con altre band (tra cui Darko Rundek &
Cargo Orkestar) e produttore. Abbiamo capito che
riprovarci sarebbe stato fantastico. Dino aveva un
mucchio di canzoni che non avrebbero mai visto la
luce se non avessimo intrapreso questo progetto, e
dunque abbiamo iniziato.
Dino: Abbiamo ripreso a suonare
insieme nel 2005. Abbiamo preparato il nostro primo
album, prodotto dall'etichetta croata Menart, che è
stato ben accolto sia da parte del pubblico che da
parte della critica in tutto il territorio dell'ex
Jugoslavia. All'inizio di quest'anno, in aprile, è
uscito il nostro secondo album che si chiama
“Proteini i ugljikohidrati”[proteine e carboidrati,
ndt.]. Đani è batterista e produttore, io sono
cantante e autore, e nella band ci sono altri 3
membri.
Come descrivereste la vostra musica?
Dino: Non so. Un giornalista sarajevese,
caporedattore di “Slobodna Bosna”, l’ha definita
“punk malinconico”, che forse potrebbe calzare... Ma
io credo che esista solo buona e cattiva musica. Non
so davvero dare definizioni.
Che influenze hanno ispirato la vostra
musica?
Dino: Le prime, mie e di Đani, sono
state il rock anni Settanta e il punk. Tutto ciò che
ha portato nuove sonorità e ha abbattuto delle
barriere.
Avete ricevuto delle influenze anche dal
rock jugoslavo?
Dino: E la scena sarajevese: New
Primitives, Zabranjeno Pušenje, e il primo Elvis
Kurtović.
Come vi sembra l'attuale scena musicale a
Sarajevo?
Dino: Penso che da un punto di vista culturale
questa scena non sia mai stata migliore. Nonostante
la situazione oggi sia difficile, essa è molto forte
e creativa. Negli anni ottanta la Jugoslavia era un
paese che dava delle opportunità in campo musicale,
quel sistema appoggiava una “scena urbana” perché
gli conveniva. Oggi invece vivere di musica rock è
un'impresa eroica. Per cui, complimenti a chiunque
faccia qualcosa.
Cosa pensate dell'attuale situazione
politico-sociale? In molte canzoni, come “Minimalizam”,
descrivete molto bene queste problematiche....
Dino: Mi sembra sintomatico che la
politica contamini tutto, insistendo sulla
nazionalizzazione: ciò è indice del fatto che molti
elementi nella società sono fuori posto. Questa
canzone parla della situazione politica e sociale
non solo nella regione, ma in tutto il mondo. C'è
sempre una causa per ogni effetto. Ciò significa che
l'attuale situazione in Bosnia non è tale solo per
dei fattori intrinseci, perché noi “siamo fatti
così”, ma anche perché degli altri elementi in
Europa e nel resto del mondo la condizionano.
Đani: Le divisioni e il settarismo
provocano sempre la paura, che diventa il principio
di una certa politica. Servono dei nemici. E questo
non accade solo in Bosnia.
Dino: Io penso che i cosiddetti
“artisti” debbano in qualche modo descrivere il
luogo e il tempo in cui vivono e rivolgere la loro
attenzione alle eventuali ingiustizie della società.
Per quanto possiamo, noi cerchiamo di farlo. Non
siamo gli unici, forse noi abbiamo un nostro modo
specifico.
Come artisti, qual è la vostra relazione con
la Bosnia e con la città di Sarajevo?
Dino: Siamo nati e cresciuti qui e
io penso che, con tutti i suoi pregi e i suoi
difetti, Sarajevo sia un posto dove ancora si
riconosce il vero valore delle persone e dove si
conta più sui valori morali che su quelli materiali.
Anche se, con l'avvento del capitalismo e nel
tentativo di entrare nell'Unione Europa, sono
arrivati nuovi valori, molto più consumistici.
Prima avete menzionato l'espressione “scena
urbana”. Che cosa significa?
Đani:
Quel tipo di musica che è “cittadina” per diritto di
nascita.
Dino: Anche se forse non è
l'espressione giusta….
Qui a Sarajevo si sente molto spesso questa
espressione, “urbana kultura”.....
Dino: Oggi quest'espressione è
stata “profanata” e si è trasformata nel suo
opposto. Dopo la guerra, in città è approdata una
grossa fetta di popolazione dalle campagne. Da
allora si è iniziato ad utilizzare spesso questo
aggettivo, “urbano”, e in special modo coloro che
venivano da fuori ne hanno abusato, così che alla
fine è diventata paradossalmente un'espressione
tipica dei provinciali, che hanno bisogno di
sottolineare in ogni modo un legame con la città.
Chi invece proviene dalla città non sente la
necessità di ripeterlo ad ogni momento.
Secondo voi queste persone hanno in qualche
modo cambiato lo spirito della città?
Dino: Sì, e per questo motivo
durante e dopo la guerra sono arrivati il turbofolk
e il kitsch.
Quindi il turbofolk è legato alla campagna?
Đani: In un certo senso sì. Un
divertimento provinciale presentato in un modo
moderno.
In una delle vostre canzoni, “Pero Papacoder”,
si menziona un “selo s trolejbusom”, “ villaggio con
il filobus”. Si tratta di Sarajevo?
Dino: Sì, anche se non è una mia
espressione; ricordo che in un'intervista qualcuno
ha detto che Sarajevo è diventato un “villaggio con
il filobus”. Quella canzone, che parla di
profittatori di guerra, vuole essere una parodia, ma
porta in sé un fondo di verità.
Sia nella grafica del vostro cd che nei
vostri spot, ci sono dei simboli che ricordano
l'iconografia comunista, come per esempio la
stella....
Đani: È opera del gruppo di
designer - “Ideologija” - che si è occupato della
grafica e di alcuni video, e che utilizza questi
simboli per creare dei contrasti con la situazione
odierna. Per noi il logo, la stella, è una citazione
di quella dei Clash, e ci rimanda a un'idea di
“kombat rock” , rock militante, vicina alla nostra
poetica.
Che cosa significa Letu Štuke?
Đani: Štuke erano gli aerei
bombardieri tedeschi durante la seconda guerra
mondiale.
Dino: È venuto fuori casualmente,
non ci abbiamo riflettuto. Si riferisce a una
citazione tratta da un film del periodo socialista
sulla resistenza, dove c'è una canzone che dice:
“Letu Štuke / letu avioni” (“Volano gli Stuke /
volano gli aerei”).
Đani: Nel film, “Sutjeska”, degli
zingari cantano “Volano gli Stuke / volano gli aerei
/ per distruggere le case degli zingari”;
l'espressione “Letu Štuke” è grammaticalmente
scorretta, ma è diventata popolare in questa forma
perché era una sorta di leitmotiv del film. Allora
era conosciuta da tutti, ora chi se la ricorda?
Prima avete menzionato il fatto che avete
avuto successo nella regione. Come vi sembrano i
rapporti tra le repubbliche della ex Jugoslavia da
un punto di vista musicale?
Dino: Le canzoni sono abbastanza
dirette. Noi raccontiamo una situazione che è comune
a tutta la regione e in cui i diversi pubblici
possono riconoscersi, a Zagabria, come a Belgrado.
Fino ad ora il pubblico ha reagito bene e posso dire
che siamo molto soddisfatti di questo aspetto. (PeaceRepoter
20 settembre 2008)
"Un giorno perfetto" parla di noi
La
trama. Emma e Antonio, sposati con due figli,
sono separati da circa un anno. Antonio vive da solo
nella casa dove avevano abitato insieme, Emma è andata a
stare da sua madre coi bambini. Poi, una notte
qualunque, una volante viene chiamata nel palazzo e la
polizia si accinge a fare irruzione nell'appartamento
dove qualcuno dice di aver sentito degli spari. "Un
giorno perfetto", in un serrato rincorrersi di
avvenimenti racconta le ventiquattro ore che precedono
questo momento, la vita semplice eppure "unica" di un
gruppo di personaggi pedinati passo passo: Camilla
compie sette anni, suo fratello Aris fa un esame
all'università, Emma perde il lavoro in un call-center,
sua figlia Valentina incontra un ...(www.cremaonline.it)
Intervista a Ferzan Ozpetek
di Maurizio Ermisino
E'
sempre la Roma di Ozpetek. Sullo sfondo c’è il quartiere
Ostiense, con gli ex mercati generali e i poetici
gasometri de Le fate ignoranti. Il centro, con la via
del Corso di Saturno Contro. Ma anche Roma non ha più i
connotati gioiosi dei suoi classici: è una Roma triste,
cupa, diroccata e derelitta. A sottolineare le rovine di
una storia d’amore, di una famiglia un tempo felice.
Perché stavolta al centro del suo film non c’è la
famiglia allargata, la nuova famiglia delle sue opere
precedenti, ma la famiglia classica.
Un
giorno perfetto serve anche a non farci dimenticare
quanto spesso la violenza nasca proprio dal posto in cui
non dovrebbe esserci, cioè dalla famiglia. Da chi una
volta ti amava, il tuo ex marito. E quante donne come
Emma (Isabella Ferrari) siano costrette a vivere nella
paura, senza protezione, senza il coraggio di reagire.
Donne dalle vite precarie, costrette a fare i salti
mortali per tenere unita ciò che resta della loro
famiglia. E non abbastanza giovani per essere accettate
dal mondo del lavoro. E’ un film di sguardi, quello di
Ozpetek. Quelli di Emma trasmettono sconforto e
disincanto, quelli di Antonio (Valerio Mastandrea)
rancore e repressione.
Per la prima volta il suo film affronta la violenza.
Come si è avvicinato a questo aspetto?
Sono
partito da un romanzo (di Melania Mazzucco, ndr):
portarlo sullo schermo non è mai facile, devi
confrontare sempre quello che giri con quello che c’è
scritto. Raccontare la violenza non è stato difficile,
anche se ho cambiato molte cose: la scena del canneto,
ad esempio, nel libro non c’era, la violenza avveniva in
una macchina con un coltello. Ho visto questo canneto e
ho provato a far scendere i protagonisti dalla macchina.
Ho suggerito che lei lo guardasse in maniera così dura
da fargli capire che non sarebbe mai più tornata da lui,
e ho deciso di togliere il sonoro dalla scena. Ho detto
a Valerio di leccare il sangue che esce dalla sua bocca,
come fanno le bestie, e di sputarle in bocca.
In Italia ci sono tante donne come Emma che subiscono
violenze domestiche. Perché accade e se ne parla poco?
E’ un
problema di tante nazioni. Quando una società va a
rotoli le prime a essere colpite sono le donne: io credo
che siano le colonne portanti della società, anche se
non lo sembrano. Quel tipo di uomo che non si ama, che
non ha fiducia in sé, che ha dentro se stesso un vuoto
totale, tra telefonini e internet, ha una rabbia che
sfoga sulla prima persona che ha vicino. Ma quello che
mi fa più impressione è la nuova generazione: trovo
terribili violenze su ragazze quattordicenni da parte di
coetanei, magari riprese orgogliosamente con dei
filmati. E’ qualcosa a cui non riesco a credere. Viviamo
un periodo dove l’uomo dovrebbe vergognarsi di se
stesso: oggi il potere e i soldi permettono tutto.
L’Italia è divisa in due tra ricchi e indigenti, o è
unita dal disagio? Nel suo film sono tutti infelici…
Nel
romanzo c’è un fortissimo malessere. Ma è nell’aria che
respiriamo ogni giorno che si sente un malessere. Non
c’è mai stato un periodo così buio: oggi si parla tanto
di religione ma c’è una mancanza di spiritualità totale.
Ci sono mille regole di ogni tipo, ma nessun sentimento
verso Dio o verso gli altri.
Emma è anche una precaria. Isabella Ferrari ha detto
«oggi siamo abituati a rateizzare tutto, anche i
sentimenti»…
Lei
lavora in un call center, poi va ad aiutare un anziano,
fa tanti lavori precari. Ho fatto dei sopralluoghi in
questi posti, ed è stato inquietante: un mio amico ha
cercato lavoro in un call center, gli hanno offerto 380
euro al mese, ed erano in duecento. Credevo che se ne
fossero andati tutti, invece se ne sono andati in
pochissimi. Ci sono questioni anche per 20 centesimi. E’
un momento difficile, anche se continuiamo a fingere che
non lo sia. Non si tratta solo dell’Italia. Spero in un
cambiamento nei grandi paesi, come l’America: da quando
è arrivato Bush le cose sono peggiorate in tutto il
mondo. Ora spero in Obama.
Anche in Germania uno dei registi più importanti viene
dalla Turchia. La miscellanea delle culture è vincente
oggi?
Quando
ho girato Il bagno turco - Hamam, è stato una novità
assoluta. I film di Akin, girati a cavallo di due paesi,
in due lingue, sono venuti dopo. A quel tempo sembrava
un tabù, una cosa che la gente non avrebbe mai visto. Io
penso che i film non abbiano una nazionalità, i registi
nemmeno, ma le persone sì. Io penso di essere turco
perché sono nato e cresciuto in Turchia, ma ho avuto una
cultura italiana molto forte, mi considero un cineasta
italiano.(La Rinascita della sinistra 5 settembre 2008)
Romanzo d'amore droga e lotta di classe
di
Duka e Marco Philopat
Alla
fine sai cosa penso, Gerardo? Abbiamo fatto bene
a scatenare quel putiferio l’altro giorno... È
ora di farne scoppiare un altro.
Roma, settembre
2008. Il Corviale, leviatano edilizio lungo un
chilometro, subisce all’improvviso gravi danni
strutturali. Il sindaco V. decide di trasferire
i suoi seimila abitanti in una tendopoli
allestita negli studios di Cinecittà, proprio a
ridosso di un grande centro commerciale.
La rabbia degli sfollati e l’irrefrenabile
desiderio di possedere merci fanno scattare un
meccanismo fuori dagli argini della razionalità,
destinato a cambiare persino gli equilibri
meteorologici della città eterna.
Il romanzo si svolge in cinque adrenalinici
giorni, con la continua irruzione della voce del
Duka che, attraverso iperboliche testimonianze,
narra trent’anni di inedita storia underground,
fino allo scontro frontale, a tutta velocità,
tra fiction e realtà. Un pugno da K.O. a
qualsiasi forma di normalizzazione.
Il Duka, ironico
bardo della controcultura romana, scrive
recensioni di musica e letteratura per
“Liberazione” e ha pubblicato I hate music
(Meridianozero).
"Surfando" sull'orlo del movimento
Roma k.o
di
Benedetto Vecchi
«Siamo
il sangue nuovo che scorre nelle metropoli». Il
Majakovskij reinterpretato dagli attivisti del
Leoncavallo sintetizzava bene la scommessa politica che
i centri sociali volevano rappresentare alla fine degli
anni Ottanta. Un decennio di controrivoluzione
neoliberale aveva cambiato radicalmente il panorama
sociale delle metropoli italiane. Le mappe di Milano,
Roma, Bologna, Firenze, Napoli, Torino non si erano solo
arricchite di nuovi quartieri, ma segnalavano anche la
presenza di intere aree dismesse che avevano costituito,
solo una manciata di anni prima, luoghi simbolici di
quel conflitto operaio e sociale che aveva lanciato
l'assalto al cielo. Capannoni industriali, laboratori
artigianali, vecchi palazzi, scuole pubbliche fatiscenti
e perfino vecchie caserme militari erano stati svuotati
degli uomini e delle donne che li avevano fatti
diventare punti di riferimento politici, sociali,
perfino architettonici. Occuparli sembrava un gioco da
ragazzi. E quando il Leoncavallo era riuscito vincente
dal conflitto dalla giunta leghista che lo voleva
sgomberare, il virus si era diffuso in tutta Italia.
L'essere riusciti a resistere alla marea limacciosa e
conformista degli anni Ottanta portava a dire che chi
stava in un centro sociale era legittimato a
rappresentarsi come il sangue nuovo che scorreva nella
metropoli. Perché i centri avevano imparato a memoria le
nuove mappe delle città. E dei suoi nuovi centri di
potere.
Il legame tra metropoli e centri sociali è d'altronde il
filo rosso del godibilissimo libro scritto da Duka e
Philopat, due personaggi che hanno attraversato quell'esperienza
dal loro esordio alla loro crisi, vivendo il primo a
Roma, il secondo a Milano. Ora il Duka alterna il lavoro
di giornalista free lance all'attività di editore della
Agenzia X. Philopat è uno scrittore e un editore. Questo
scritto assieme è un libro di storia orale, che ha al
centro il Duka, personaggio noto nel «movimento» romano,
definito sarcasticamente un dandy di periferia.
Affabulatore come pochi, «schizzato» come tanti
frequentatori degli spazi occupati, il Duka ha vissuto
il punk, la nascita e la diffusione dei centri sociali
in tutta la loro parabola. Sempre con un'attitudine
inquieta e refrattaria a qualsiasi deriva identitaria
del movimento, anche quella verso la quale ha sentito e
sente maggiore «affinità elettiva».
Viene dalla periferia di Roma, conosce la cultura di
strada e con pragmatismo e disincanto ha accompagnato
l'esperienza delle Posse, ha spesso perorato la causa
dell'«autoreddito», cioè che i centri sociali dovessero
«fare società» e dunque garantire un reddito a chi
partecipava alla loro gestione. Ha spesso parlato dei
luoghi autogestiti come spazi per organizzare il lavoro
precario, nonostante il fatto che il Duka è per il
rifiuto del lavoro. Eppure ha lavorato nei progetti di
avviamento al lavoro promossi da sociologi fulminati
sulla via del «capitalismo molecolare». Ha vissuto la
stagione del movimento no-global. È stato a Genova dove
ha capito che la guerra permanente al terrorismo è anche
operazione di polizia internazionale contro i movimenti.
Ha visto molti attivisti scegliere di entrare in
Rifondazione comunista, giudicando con lungimiranza
quella scelta un suicidio politico. Ha visto consumarsi
l'illusione, coltivata da alcuni centri sociali, di
poter condizionare la governance messa in piedi sal
sindaco Walter Veltroni. Insomma, il Duka «surfa» sempre
sulle onde che il «movimento» produce.
Ma questo libro è un appassionato documento anche sulla
crisi dei centri sociali, rappresentata nel libro dal
finto sgombero di Corviale. In poco più di venti pagine,
il Duka ne racconta le diverse anime. Ci sono i pink,
gli amanti di Puffolandia, gli emmelle duri e puri, i
deleuziani, i negriani, gli occupanti, i black bloc, i
cobassini: tutti affettuosamente stigmatizzati per la
loro inadeguatezza per quanto sta accadendo in città.
Il risultato elettorale che ha consegnato il Campidoglio
ad Alemanno è stato solo la ratifica della loro crisi.
Ma non della loro scomparsa. In queste settimane ci sono
stati molti incontri e tutti assieme, cosa inedita vista
la loro litigiosità, hanno cominciato tutti quanti
assieme a fare i conti con il modello di metropoli che
Walter Veltroni ha provato a realizzare. Un modello che
aveva come perno una «economia dell'evento» che metteva
al lavoro intellettualità di massa e una costellazione
di piccole imprese e che aveva come polmone finanziario
il «surplus» di profitti e di rendita proveniente da una
sorta di «uso capitalistico del territorio» che le
giunte di centro sinistra ha cercato di governare, ma
non di contrastare. Ma ci sono anche i senza casa, i
migranti, i precari sans phrase, tagliati fuori dal
«modello romano». Inoltre, incombe su di loro la
minaccia di sgombero. Sanno che dovranno resistere.
Non c'è però nessuna possibilità di ritornare alle
origini. Non potranno, credo, i centri sociali essere i
fortini assediati da cui organizzare la resistenza.
Dovranno semmai imparare a conoscere le nuove mappe
della metropoli. Dovranno cioè pensare che ogni singola
esperienza vada trasformata in inchiesta sulla
metropoli, per parlare tanto alla forza-lavoro occupata
nell'«economia dell'evento», ma anche ai migranti, agli
occupanti di casa, ai precari sans phrase. Solo così
riusciranno a ritornare ad essere «il sangue nuovo che
scorre della metropoli». E solo così l'onda riprenderà
la sua forza. Se così sarà, il Duka sarà lì di nuovo a «surfare».
Senza prendersi sul serio, anche quando racconta storie
serie.
LIBRI Roma k.o di Duka e Marco Philopat,
Agenzia X, pp. 220, euro 16
(Il
Manifesto 15 giugno 2008)
Così blindano il palazzo
Intervista a Marco Travaglio
di
Domenico Giovinazzo
«Se
tutto quello che sto passando è il prezzo che si deve
pagare per far sapere alla gente chi è il presidente del
Senato, sono felice di pagare questo prezzo». Marco
Travaglio riassume il suo stato d’animo di fronte al
fuoco incrociato che lo ha travolto dopo l’intervista da
Fazio: gli attacchi da destra e dalla sedicente sinistra
impersonata malamente dal Pd, e l’annuncio di querela da
parte degli avvocati di Schifani. A volte è vero, come
sostiene Travaglio, che «questi le querele le usano per
dire “ho querelato”, così la gente pensa che allora ha
ragione, cosa che però deve essere stabilita da un
giudice». A volte invece le querele hanno una funzione
“pedagogica” verso gli altri giornalisti, quelli che non
potendo contare sulla pubblicazione di libri in migliaia
di copie o su testate economicamente forti non possono
permettersi il “prezzo da pagare”... agli avvocati. In
entrambi i casi la querela ha una sua funzione, non
importa se poi si vinca o meno. Tanto è vero che «Schifani
una querela l’ha già persa contro L’espresso, denunciato
per aver scritto le stesse cose» che Travaglio ha detto
da Fazio e scritto con Peter Gomez su Se li conosci li
eviti: i rapporti del presidente del Senato con Nino
Mandalà, già socio della Sicula Brokers con Schifani, e
successivamente diventato il boss di Cosa nostra a
Villabate (Pa). Fatti più volte pubblicati. Marco, il polverone si è sollevato solo dopo che
hai ricordato questi fatti in tv. Perché alcune cose si
possono scrivere ma non dire in televisione? Evidentemente la televisione è considerata un
mezzo a sovranità limitata. I telespettatori devono
essere tenuti all’oscuro. Non devono essere urtati e
spaventati con le notizie più forti. Devono essere
tenuti in coma, sotto anestesia. Se si sapeva già tutto, perché Schifani se l’è
presa tanto? Contava che certi suoi fatti del passato
passassero in cavalleria. E l’opposizione glieli aveva
già fatti passare in cavalleria. Anzi, io sono stato
attaccato dall’opposizione, la sedicente opposizione,
più di quanto non mi abbia attaccato il centrodestra: le
notizie disturbano il clima di dialogo. Che tipo di dialogo? Quello che abbiamo visto. La Finocchiaro che
bacia Schifani eletto presidente del Senato. E’ tutto un
gioco di “vasa vasa”. Sì, ma qual è il fine? Il «clima di dialogo»
serve a Pdl e Pd per chiudere le porte del palazzo e
garantirsi la spartizione del Parlamento anche in
futuro? Certo. Si stanno blindando. Hanno alzato il
ponte levatoio e stanno tirando giù l’olio bollente
addosso a chi vuole dare un’occhiata lì dentro. E’ un
inciucio immondo che restringe ulteriormente i già
ristretti spazi della libera informazione. Perché con la nascita del Pd il conflitto di
interessi è scomparso (non solo dall’azione politica, ma
anche) dalla discussione? In parte per la coda di paglia del
centrosinistra, che se parlasse ancora di conflitto di
interessi dopo aver rinunciato a risolverlo per ben due
volte riceverebbe gli sputi dei propri elettori; in
parte perché se il Pd è nato per dialogare con
Berlusconi, che non dialoga con chi parla degli affari
suoi, il conflitto di interessi è un ostacolo. Inoltre,
risolvere il conflitto di interessi significherebbe
dover risolvere anche quelli del centrosinistra, vedi
caso Unipol-Bnl. Tra i partiti fuori da Montecitorio solo il Pdci
ha unanimemente difeso te e il diritto di cronaca.
Rifondazione ti ha attaccato con Graziella Mascia e Niki
Vendola. Se nell’ottica di quel dialogo per la
blindatura del palazzo si comprende l’attacco del Pd,
perché anche buona parte di Rifondazione? Non lo so. La politica non la capisco. Faccio
il giornalista e metto in conto che i giornalisti
possano non essere molto amati dai politici. Anzi, se
fossi molto amato mi preoccuperei. Per me l’importante è
che ci lascino fare il nostro lavoro. Loro cerchino di
fare il loro se ci riescono, perché a giudicare dai
risultati elettorali sembra di no. L’Agcom ha avviato una istruttoria su Anno Zero
e Che tempo che fa. Cosa ti aspetti? L’Agcom è un organismo politico. Ci sono ex
politici trombati, politici travestiti, capi di
gabinetto di politici: hanno ciascuno la loro targhetta
di partito. Bisognerebbe smetterla di chiamarle autority:
sono la longa manus dei partiti e faranno ciò che i
partiti decideranno. Come fanno le autority a
controllare e difendere i principi della democrazia e
della Costituzione se sono tutte nominate dai partiti e
rispondono a questi? E’ il potere che controlla sé
stesso. E’ stata risollevata la questione delle nomine
Rai. Quale meccanismo garantirebbe l’indipendenza del
servizio pubblico? La Rai non dovrebbe essere nelle mani dei
partiti, del governo e della commissione di Vigilanza.
Non ho mai capito cosa c’entrino i partiti, da dove
derivi la loro legittimazione a confiscare un bene
pubblico come la televisione di Stato. Bisognerebbe
sbattere fuori i partiti e metterci dentro delle persone
competenti scelte in maniera indipendente, attraverso
concorsi pubblici, da un consiglio di amministrazione
formato da gente che la televisione la deve fare e la
deve vedere, non da coloro che la televisione la
dovrebbero “subire”. Perché la televisione nelle
democrazie normali è un importante strumento di
controllo nei confronti della politica, quindi non può
essere controllata dalla politica. C’è il rischio che diminuiscano anche sulla
stampa gli spazi indipendenti? Sicuramente. Molti giornalisti e organi di
stampa si sentono a rimorchio dei politici. Quando i
partiti si fronteggiano tra maggioranza e opposizione
molti si “parano il culo” facendo battaglie in parallelo
a quelle dell’opposizione politica. Quando l’opposizione
evapora, chi disturba il manovratore si sente più solo.
Adesso che opposizione e governo di fatto non si
riescono più a distinguere sarà sempre più difficile
trovare qualcuno che tiri fuori qualcosa contro il
governo o contro l’opposizione.(la Rinascita della
sinistra 23 maggio 2008)
La ballata di Vinicio Capossela
di Emanuele
Martorelli
Vinicio
Capossela è un marinaio. A bordo solo di
una piccola zattera è passato indenne
attraverso un viaggio che in partenza lo
dava per spacciato, perso nei meandri di
una discografia da classifica.
Nato ad Hannover il 14 dicembre del 1965
da genitori di origine irpina, Capossela
si forma nei locali dell'Emilia Romagna
fino a che un certo signor Guccini
Francesco non capita sulla sua strada
permettendogli di incidere il suo primo
disco: "All'una e trentacinque circa" è
del 1990. Il suo stile è già ben
delineato seppure il mercato italiano
non sarà ancora pronto a recepire la
poetica del cantautore. Il secondo
disco, "Modì" (1991), è un naturale
proseguimento della precedente opera con
ottime canzoni e senza eccessive virate.
Tre anni dopo incide "Camera a Sud",
dove si intravede il cambiamento
prossimo a venire. E' infatti con "Il
ballo di San Vito" (1996), che Capossela
trova un suo stile identificativo
mescolando alla canzone d'autore le
sperimentazioni di uno dei suoi punti di
riferimento, Tom Waits.
A proposito
di tale riferimento (che la stampa ha
spesso usato in maniera negativa nei
confronti del cantautore nostrano)
Capossela ha dichiarato: "Nelle
definizioni spesso si fa ricorso a dei
riferimenti per spiegare quanto si
ascolta. Ma invece di usare i nomi,
sarebbe meglio trovare degli aggettivi
che stimolino la fantasia. Tipo - ecco,
ho visto il tale, sembrava di vedere un
polipo con una fisarmonica, la sua
musica era un vascello fantasma, un
assalto di pirati, una botte di gin -".
Il disco ospita proprio il chitarrista
di Waits, Marc Ribot, geniale
strumentista che con Capossela lavorerà
ancora a distanza di anni. Nel duemila
la svolta attuata dal cantautore si fa
ancora più radicale, ed invece di
riposarsi sugli allori di una fama
conquistata negli anni con costante
tenacia da alle stampe "Canzoni a
Manovella".
Il disco è
un capolavoro di sonorità e
arrangiamenti ed è, di fatto, l'ennesima
forzatura che il mercato discografico si
trova ad accettare: il disco vince la
Targa come Miglior Album al Premio Tenco
ed il singolo "Marajà" trova posto
persino nelle classifiche e su canali
come All Music ed Mtv. I riferimenti
alla letteratura del novecento, già
consistenti in tutta la produzione di
Vinicio Capossela, si fanno sempre più
presenti. Il disco è, non a caso, aperto
dalla traccia intitolata "Bardamù",
dedicata a Louis Ferdinande Céline
("Viaggio al termine della notte",
"Morte a credito"), controverso
scrittore che con due opere letterarie
si è imposto come punto cardine della
letteratura del secolo scorso. Tra una
sterminata attività live Capossela trova
anche l'ispirazione per scrivere il suo
primo libro, "Non si muore tutte le
mattine", che sfoggia in maniera ancora
più accentuata quella visionarietà che
contraddistingue tutta l'opera musicale
del cantautore. Nel 2006 pubblica
"Ovunque proteggi", disco di una
intensità rara e di non facile
accessibilità che a tutt'oggi è uno dei
suoi massimi picchi espressivi. Nonché
l'ennesima conferma che la discografia
ufficiale si è oramai completamente
asservita ad un cantautore attirato da
sirene solo sognate, rese vive in un
immaginario offerto a prezzo stracciato
durante ogni esibizione.
A conferma
di questo, Capossela suonerà sabato a
Sestri Levante nella Baia del Silenzio
ancorato ad una barca. Con il pubblico a
riva, ad ascoltare un naufrago che la
strada da seguire ha avuto sempre ben
impressa nella mente. Che conferma
l'unicità del suo lavoro con una
anticipazione del suo prossimo disco:
"conterrà musica fatta di pianoforte e
di strumenti inconsistenti. Utilizzerò
il mighty wurlitzer, un organo che
serviva ad accompagnare i film muti. E
poi il theremin, la sega musicale,
l'organo a bicchieri, il piano
giocattolo, la chitarra fantasma...E
vedrete, sarà un disco invernale come un
maglione: per quando fa freddo e non si
ha con chi riscaldarsi".(AprileOnline 23
maggio 2008)
Se sparisce la civiltà
di
Adriano Marenco
Si
sparisce facile quando a sparire è la civiltà. Quando a
sciogliersi sono i legami della legalità. Capita se si
fanno girare le scatole a dittatori sanguinari, ma è
prevedile. Lo è meno, quando nel paese che si dice la
culla della democrazia, gli Usa, vengono meno i diritti
civili. Quando dietro il muro di gomma della lotta al
terrorismo si cancellano i più elementari diritti
dell’uomo. Si volatilizza la convenzione di Ginevra. Si
aggirano le leggi con la faccia buona della difesa della
brava e produttiva gente.
Rendition
è un termine poco noto, si riferisce a una serie di
operazioni messe in atto dalla Cia per trasferire
persone da un paese a un altro senza complicazioni
burocratiche. Al di fuori della legalità.
Le
rendition
comportano una serie di violazioni. I sospetti sono
arrestati senza accusa formalizzata, fatti sparire senza
che nulla si sappia di loro, detenuti nei famigerati
black site,
prigioni nascoste, situate nei luoghi più appartati e
compiacenti del mondo. La detenzione va avanti senza
processo e nel pozzo nero del limbo della democrazia
qualsiasi mezzo è buono per cavar fuori confessioni e
nomi dagli accusati. La tortura, l’umiliazione, la
vessazione è la prassi. Bush ne ha fatto uno dei mezzi
principali per la lotta al terrore, con la compiacenza
di quasi tutti gli Stati europei, che hanno fornito il
supporto logistico necessario per le “consegne
straordinarie” di prigionieri. Per l’Italia ricordiamo i
casi di “sparizione forzata” di Abu Omar e Maher Arar
con la collaborazione dei nostri servizi segreti.
Questo buco nero della democrazia diventa materiale per
Rendition - Detenzione illegale,
film diretto da Gavin Hood, premio Oscar miglior film
straniero con
Tsotsi.
All’anteprima era presente Armando Spataro, procuratore
della Repubblica aggiunto a Milano e coordinatore del
gruppo antiterrorismo, che ha ricordato alcune cose
fondamentali, la democrazia vera nella lotta al
terrorismo si batte con una mano legata dietro la
schiena. Questa è la forza invincibile della democrazia.
Ha inoltre affermato come sia falso che con la tortura
si sia mai ottenuta una qualsiasi testimonianza utile
alla lotta al terrore. Inoltre si teme che i soggetti a
rendition
una volta liberati siano diventati terroristi nelle
celle di Guantanamo Bay. Il film di Hood merita tutto il
sostegno possibile perché porta alla luce pratiche
illegali, ma non convince del tutto. Rimane un po’
distaccato, non affonda. Si avvale di alcuni trucchetti
hollywoodiani, non incide e inquieta come
Syriana.
È comunque apprezzabile, un buon prodotto medio che
veicola un messaggio necessario.
Rendition
mantiene una patinatura sullo sguardo e l’inevitabile
cerchiobottismo. Comunque inquieta la storia
dell’ingegnere americano (Omar Metwally) colpevole
d’esser nato in Egitto, fatto sparire dalla Cia per
presunti legami terroristici. Si dipanano da qui diverse
storie. La moglie (Reese Witherspoon) che cerca il
marito finendo nelle maglie invalicabili dell’estabilshment
con Meryl Streep freddo capo della Cia. I dilemmi morali
dell’uomo dell’intelligence che assiste alle torture (Jake
Gyllenhall).
Una storia d’amore e terrorismo. Si erge su tutti
l’attore israeliano Igal Naor, capo della prigioni
segrete. Hood evita di voler dire cosa pensare. La
tortura mette in scena le pratiche raccontate dai veri
prigionieri: l’isolamento in un buco, l’acqua, la
nudità, l’umiliazione, l’elettricità. Ma non fa male
davvero. Si tortura in controluce.
Il film si svolge tra Washington e il Nordafrica, la
capitale americana è asettica, vi dominano le linee
dritte. L’Africa è curve, coinvolgimento. Non a caso
portatrice di curve in America è solo la Witherspoon,
che è incinta. Quando la curva della pancia incontra la
curva della cupola di Washington si sfiora il dramma. Un
discreto film, buone motivazioni, qualche intuizione, e
qualche cedimento. E poi c’è quel finale impossibile,
che sembra un sogno, Spataro ha ricordato
Buongiorno notte.(La
Rinascita della sinistra
7 marzo 2008)
Rendition - Detenzione illegale
L'unica
anarchia possibile è quella del potere, tuonava al
secolo un intellettuale come Pier Paolo Pasolini,
affermazione appropriata e puntuale per descrivere i
nostri tempi e il
film
di Gavin Hood, premio Oscar come miglior film straniero
con
Tsotsi. Rendition, letteralmente
"consegna" rende pubblica un'aberrante e poco conosciuta
consuetudine che il governo degli Stati Uniti adotta nei
confronti dei cittadini sospettati di terrorismo. La
consegna straordinaria, infatti, è quella che vede
coinvolto nel film Anwar El – Ibraimi (Omar Metwally),
cittadino egiziano da anni residente in America e
occupato nel settore dell'ingegneria chimica,
precipitosamente arrestato dopo il ritorno da un viaggio
di affari e trasferito in gran segreto in una località
islamica per essere torturato e ridotto a condizioni
disumane. Ad assistere al macabro spettacolo è chiamato
Douglas Freeman (Jake Gyllenhall), agente della Cia
addetto al reperimento delle informazioni durante gli
interrogatori. Capo d'accusa: relazioni con frange del
fondamentalismo radicale.
Incipit kafkiano per un thriller classico e pieno di
suspence, che assottiglia una volta ancora il limite fra
documentario e finzione, lanciando un appello ai diritti
umani che è insieme monito e condanna. Con un punto di
vista piuttosto imparziale, Hood restituisce bene
l'atmosfera presente nella polveriera orientale,
montando il "girato" di due continenti e intrecciando le
ragioni degli uni e degli altri, senza sbilanciarsi, né
prendere parte. Attacchi terroristici, intrecci amorosi,
congiure internazionali e veti politici, il tutto per
una spy story che strapperebbe anche qualche applauso,
se non nascondesse al suo interno peccaminose analogie
con la realtà, piuttosto cruda, che si è palesata al
mondo intero dopo l'undici settembre. Dal punto di vista
narrativo tutto fila liscio, se si trascura qualche
piccolo particolare che lascia qualche vuoto in
sceneggiatura, riempito però dalla potenza evocativa
delle immagini. Necessario e incredulo al punto giusto,
lascia riflettere sul caos anarchico che gestisce il
nostro tempo. Da vedere.(www.mymovies.it)
Due bellissimi libri di Kaled Hosseini
Mille splendidi
soli
Nana le aveva detto che ogni fiocco di neve era il
sospiro di una donna infelice da qualche parte del
mondo. Che tutti i sospiri che si elevavano al cielo si
raccoglievano a formare le nubi, e poi si spezzavano in
minuti frantumi, cadendo silenziosamente sulla gente. "A
ricordo di come soffrono le donne come noi" aveva
detto. "Di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci
cade addosso".
Animato
della stessa straordinaria forza narrativa che ha fatto
del precedente romanzo un classico amato in tutto il
mondo, Mille splendidi soli è un’incredibile
cronaca della storia
dell’Afghanistan degli ultimi trent’anni e una
commovente storia di famiglia, amicizia, fede e della
salvezza che possiamo trovare forse solo nell’amore.
Khaled Hosseini, subito dopo l’uscita di Il
cacciatore di aquiloni e in occasione di un viaggio
in Afghanistan, ventisette anni dopo averlo lasciato per
gli Stati Uniti, aveva promesso che il prossimo libro
avrebbe raccontato le donne afgane. Questo nuovo
romanzo, infatti, parla di due donne, nascoste dietro al
burqua, della vita travolta dalla paura di padri e
mariti padroni “dal cuore spregevole”, dell’isolamento,
della rassegnazione, ma anche dell’amore, del coraggio,
persino del riscatto. Ma c’è molto di più tra queste
pagine: ancora una volta Hosseini ci fa precipitare tra
le pieghe della Storia di un paese tormentato – e per
noi occidentali ancora misterioso –. La storia inizia ai
tempi del re, quando, nonostante famiglie più
tradizionaliste facessero indossare il burqua alle donne
e la mentalità maschilista pashtun, tutta “onore e
orgoglio”, fosse quella prevalente, c’erano la musica, i
film occidentali, i colori accesi dei mercati e per le
città si potevano anche trovare donne da volto scoperto
e le unghie laccate di rosso. È in questo periodo, nel
1959, che viene al mondo Mariam, una harami, una
bastarda, nata dalla relazione tra uno degli uomini più
ricchi di Herat, Jalil Khan, e la sua serva. Le prime
pagina scorrono la vita di Mariam e di sua madre,
confinate in una kolba, il rifiuto sociale,
l’impossibilità di un’educazione e di una vita
“normale”. La narrazione prende una piega diversa dopo
il suicidio di Nana, la madre di Mariam: la ragazza,
appena quindicenne, viene data in sposa a Rashid, un
calzolaio di Kabul. Inizia così una nuova vita, in un
paese sconosciuto, scandito dalle preghiere, i mullah,
il tandur, i locali che vendono kebab. E il
burqua. Anche se Rashid all’inizio non sembra male, una
serie di aborti spontanei di Mariam dà inizio alla fine:
il disprezzo, la violenza, la sofferenza.
Nella casa accanto, vivono Fariba e Hakim: lui è
professore di scuole superiori e vuole che i suoi figli
abbiano la migliore istruzione – anche la piccola Laila
ne merita una, soprattutto dopo che i fratelli maggiori,
Ahmad e Nur, a seguito del colpo di stato comunista del
’78, partono con i mujahidin di Massud. Per Laila il
vero fratello è Tariq, il bambino dei vicini, che ha
perso una gamba su una mina antiuomo, ma sa difenderla
dai dispetti dei coetanei; il compagno di giochi che le
insegna le parolacce in pashtu e ogni sera le dà
la buonanotte con segnali luminosi dalla finestra.
In mezzo alla vita di
queste due donne che il destino farà incontrare in un
momento drammatico, ci sono la guerra e l’occupazione
sovietica, il terrore instaurato dai signori della
guerra, la legge islamica, le bombe, i talebani e le
esecuzioni pubbliche negli stadi. Mille splendidi soli è un romanzo denso, semplice
e autentico: tra le sue pagine si svolge la Storia –
quella con la S maiuscola – e s’intrecciano storie
intense e toccanti. Come quelle di Laila e Mariam che,
nate a distanza di una generazione e con idee molto
diverse, sono due donne che la guerra e la morte
costringono a condividere un destino comune. Mentre
affrontano i pericoli che le circondano – sia nella loro
casa che per le strade di Kabul – Mariam e Laila danno
vita a un rapporto che le rende sorelle e che alla fine
cambierà il corso delle loro vite e di quelle dei loro
discendenti. Con grandissima sensibilità, Hosseini
mostra come l’amore di una donna per la sua famiglia
possa spingerla a gesti inauditi e a eroici sacrifici, e
come alla fine sia l’amore, o persino il ricordo di
esso, l’unica via per sopravvivere. (Libro - IBS)
Il cacciatore di
aquiloni
Una
storia di amicizia attraverso trent’anni
di storia afghana.
C’è stato un tempo in cui Kabul era
una città in cui volavano gli
aquiloni e in cui i bambini davano
loro la caccia. Amir e Hassan hanno
trascorso lì la loro infanzia felice
e formavano una coppia eccezionale
nei tornei cittadini di
combattimenti tra aquiloni. Niente
al mondo però può cambiare certi
dati di fatto: l’uno pashtun,
l’altro hazara; l’uno sunnita,
l’altro sciita; l’uno padrone,
l’altro servo. Amir, il ricco, era
il pilota; Hassan, il servo, era il
suo secondo. Poi però gli aquiloni
non volarono più. E’ una storia di
padri e figli, di amicizia e
tradimento, di rimorso e redenzione,
di fughe e ritorni sullo sfondo di
un Afghanistan schiacciato dalla
morsa sovietica prima e dai talebani
poi. Amir, figlio di un ricco uomo
d’affari, viveva con il padre Baba
in quella che era considerata da
tutti la più bella casa di Wazir
Akbar Khan, un nuovo quartiere nella
zona nord di Kabul. Anche Hassan
viveva con il padre Ali, in una
capanna di argilla, all’ombra del
nespolo situato all’estremità
meridionale del giardino della casa
di Baba e Amir. Ma un giorno, sotto
gli occhi dell’amico, qualcosa di
terribile accadde ad Hassan. Amir
commise una colpa terribile e
l’armonia tra i due si infranse.
“Sono diventato la persona che
sono oggi all’età di dodici anni, in
una gelida giornata invernale del
1975. Ricordo il momento preciso:
ero accovacciato dietro un muro di
argilla mezzo diroccato e sbirciavo
di nascosto nel vicolo lungo il
torrente ghiacciato. E’ stato tanto
tempo fa. Ma non è vero, come dicono
molti, che si può seppellire il
passato. Il passato si aggrappa con
i suoi artigli al presente. Sono
ventisei anni che sbircio di
nascosto in quel vicolo deserto.
Oggi me ne rendo conto.”Queste
le parole di Amir adulto che vive da
ormai vent’anni in America, dove è
fuggito con il padre. E, quando una
telefonata inaspettata lo raggiunge
a San Francisco, comprende che deve
partire e tornare a casa. Un viaggio
di ritorno, un viaggio dentro di sé,
un viaggio di espiazione, un viaggio
di riscatto. Ricordi assordanti e
prorompenti, sensazioni sopite ma
mai dimenticate. Ad attenderlo non
ci sono però solo i rimorsi e i
fantasmi della sua coscienza; quella
che una volta era casa e patria è
ora una landa desolata, terra di
relitti umani e di donne invisibili
la cui bellezza non esiste più. Qui
avere un padre o un fratello, dopo
gli indiscriminati stermini dei
talebani, è una vera rarità; qui
incrociare il loro sguardo, il più
delle volte, significa tortura e
morte; qui regnano sgomento e
terrore.(www.my.libraryblog.com)
Khaled Hosseini: la
biografia
Figlio di un diplomatico e di un’insegnante, è nato a
Kabul nel 1965, ultimo di cinque fratelli. Nel 1980,
dopo l’arrivo dei russi, la sua famiglia ha ottenuto
l’asilo politico negli Stati Uniti e si è trasferita a
San José, in California.
Laureato in medicina all’università di San Diego, nel
2003 ha scritto il suo primo romanzo, Il cacciatore di
aquiloni, diventato uno straordinario caso editoriale
tradotto in più di trenta paesi.
Nel 2006 è stato insignito del prestigioso UNHCR
Humanitarian Award da parte dell’Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i Rifugiati per l’impegno
profuso a favore dei bambini rifugiati. Vive nel nord
della California con la moglie e i due figli, alternando
l’attività di medico a quella di scrittore.
Caos
calmo e la posizione del missionario
mg.Redazione
La
pubblicazione di questo libro e relativo film sul sito è
dovuto principalmente all'attacco che i vescovi hanno
fatto a quella che hanno definito la "scena erotica
pesante" che hanno potuto vedere su "YouTube". Però
l'hanno guardata. Peccatori! Invito caldamente i vescovi
a guardare solo film tipo "Bernardette" così evitano
certi "pruriti" che quando si è in odore di castità
possono causare guai seri e costringono (per invidia?) a
prendere certe posizioni anche sulle scene erotiche dei
film. Ci permettiamo di dubitare della grande gioia
della castità clericale, vista la varietà di preti
sposati, preti con figli, vescovi e cardinali
pedofili, molestatori e quant'altro.
Poichè
gli attori nel film fanno l'amore in piedi, come se non
bastassero gli inviti della chiesa all'obiezione di
coscienza su preservativi, piccola anticoncezionale, RU
486, legge 194, procreazione assistita, adesso abbiamo
anche gli inviti della chiesa alla "posizione del
missionario"!Ci mancava! Oppure sono io che mi sono
persa qualcosa?
Vescovi contro
"Caos calmo" troppo hard
Dopo
Famiglia cristiana anche il responsabile della Cei per
la pastorale giovanile, don Nicolò Anselmi, critica la
scena erotica di "Caos calmo". E, in una lettera ai
ragazzi che andranno alla Gmg di Sydney, avanza la
proposta che professionisti seri come Moretti e la
Ferrari rifiutino in futuro di prestarsi a "girare scene
erotiche volgari e distruttive". "Da un bravo regista e
coraggioso idealista come Moretti e da un volto
sensibile e delicato come la Ferrari - scrive don
Anselmi - mi sarei aspettato una scena romantica,
soffusa, tenera, magari un momento d'amore aperto alla
vita, ad un figlio". Il sacerdote è deluso per "la scena
erotica pesante" di "Caos calmo", visibile "in versione
integrale" anche su "YouTube" e alla quale, lamenta, il
Tg1 ha dedicato "molti minuti" lasciando solo "pochi
secondi alla guerra civile in Kenia". "I due attori
fanno l'amore in piedi, vestiti, senza guardarsi in
faccia: capisco - spiega don Anselmi - che la scena vada
letta e inserita nel contesto del film, ma confesso che
anch'io sono rimasto stupito e disturbato. Molte persone
osservano che i consacrati non possono e non devono
parlare di sessualità corporea perché non la vivono. Mi
sento di poter dire che noi la conosciamo e la stimiamo
così bella e importante che ogni giorno la offriamo
sull'altare, doniamo a Dio ed alla nostra comunità il
nostro celibato, con fatica e con gioia. Per questo
preghiamo per chi svaluta questi gesti". "Sono convinto
- scrive il sacerdote nella newsletter inviata ai
ragazzi italiani che si preparano alla Giornata Mondiale
della Gioventù di Sydney - che gli attori, gli uomini di
spettacolo abbiano un grande impatto culturale e quindi
una grande responsabilità educativa verso i giovani.
Spesso sono i più deboli, i più poveri culturalmente ad
essere segnati da questi cattivi insegnamenti e vengono
travolti da fantasie erotiche che diventano dipendenza e
sfociano nella violenza". Ecco dunque che "sarebbe bello
che qualcuno di questi professionisti facesse obiezione
di coscienza e si rifiutasse di girare scene erotiche
volgari e distruttive. Caro Nanni e cara Isabella -
conclude don Anselmi - contiamo sulla vostra passione
educativa.(Ansa.it)
Caos
calmo di Sandro Veronesi
“Ormai
è il mondo, stellina, a non essere
normale. Polimeri, ormoni,
telefonini, benzodiazepine, debiti,
carrelli del supermercato,
ordinazioni al ristorante, negozi di
occhiali, A è innamorato di B ma B
non è innamorato di A, i soldi
finiscono sempre rubati, ogni morte
ha un colpevole. Ecco cos’è il
mondo. Non è più normale.”
Un romanzo importante, giudicato
dalla critica una delle migliori
prove narrative dell’anno.
Chiara è la volontà di far emergere,
in un calmo caos, le tante
riflessioni di un uomo in un momento
cruciale della vita: la morte
improvvisa della compagna e la
responsabilità nei confronti della
figlia di dieci anni, colpita con
lui da quell’evento tragico e
destabilizzante. Tutte le principali
situazioni narrate ruotano intorno a
un unico luogo fisico, l’automobile
parcheggiata davanti alla scuola
della bambina, il tempo abbracciato
occupa tre stagioni, l’estate
(momento in cui avviene la morte di
Lara, la compagna di Pietro, il
protagonista); l’autunno che
rappresenta il periodo in cui si
rompono gli equilibri preesistenti e
la riflessione tocca tutti gli
aspetti della vita presente e
passata; l’inverno come momento
della verità e della purificazione,
come necessità di nuova
ricomposizione dopo la frattura.
Il romanzo si apre con una scena
piena di movimento (in opposizione
quasi all’immobilità successiva): un
drammatico salvataggio in mare
compiuto dal protagonista e dal
fratello Carlo proprio in
contemporanea alla improvvisa morte
di Lara, unica testimone la piccola
Claudia, tragedia di cui Pietro
saprà solo al ritorno a casa.
Non è il dolore (e Pietro non riesce
a spiegarsi questa mancanza) a
dominare l’animo dell’uomo, ma un
turbamento profondo, come se fosse
necessaria un’interruzione, una
pausa, un cambiamento:
apparentemente è la preoccupazione
per la bambina (equilibrata, saggia,
positiva) a spingere il padre a
modificare la sua vita, a lasciare
l’ufficio e a chiudersi nell’auto
parcheggiata davanti alla scuola,
facendo trascorrere in quel luogo i
giorni e i mesi, in realtà questa
scelta risponde a un bisogno tutto
egoistico di interrompere un vita di
cui solo in quel momento l’uomo
sente la totale insufficienza e la
mancanza di senso.
L’automobile diventa l’ufficio, la
casa e il luogo della riflessione.
Là riceve colleghi, superiori e
amici, là rilegge la sua relazione
con Lara, ripensa a lei, cerca di
entrarne in contatto telepatico
attraverso la musica, riesamina i
rapporti professionali sconvolti
anch’essi da una fusione
industriale, da licenziamenti e
dimissioni, da promesse di
promozione (rifiutate) e da
confidenze di uomini potenti.
Intorno a quell’auto ruota
un’umanità malata, sofferente che
usa l’abitacolo come una specie di
confessionale. Davanti al potente di
turno che racconta un aspetto
drammaticamente privato della sua
esperienza umana, Pietro dice: “ora
soffre veramente: anche lui come
tutti gli altri che sono venuti qui,
alla fine mi scarica davanti un
formidabile fiotto di dolore. Questo
posto è davvero prodigioso: un muro
del pianto senza il muro. Milano è
una città sacra e se nessuno lo
sa…”.
Proprio in questo caos esperienziale,
in questo tentativo di rompere le
regole dell’efficienza e della
produttività, si inserisce in
conclusione la voce della bambina,
pragmatica e matura come solo i
bambini sanno essere, e da lei parte
una richiesta di normalità,
l’esigenza di ridare un ordine,
magari diverso, alle loro vite,
l’urgenza di sentirsi appoggiata al
padre e non suo rifugio o alibi.
La sicurezza narrativa di Veronesi
in questo romanzo è notevole, così
come la capacità di descrivere tipi
umani molto diversi tra loro, senza
rabbia e senza pietà, ma anche senza
compiacimenti psicologici, vedendoli
tutti funzionali al percorso del suo
protagonista. Ottima anche la
capacità di presentare i bambini
(bellissimo il silenzioso rapporto
tra Pietro e il piccolo bimbo down),
la loro ingenua crudeltà e la meno
giustificabile crudeltà o ottusità
dei genitori. Un libro che di certo
è segno di una ricca esperienza
umana e di notevole maturità
letteraria. (www.wuz.it)
Caos calmo di
Antonello Grimaldi
Pietro
Paladini ha fatto una promessa. Ha
promesso alla sua bambina di
aspettarla davanti alla scuola fino
alla fine delle lezioni. Lara, sua
moglie, è morta improvvisamente
l'estate scorsa e Pietro non sa
decidersi a soffrire, non sa
decidersi a ripartire. Seduto su una
panchina, giorno dopo giorno riceve
le visite e le rivelazioni dolorose
dei colleghi, turbati da una fusione
aziendale, e dei familiari,
preoccupati per il suo stato di
"arresto". Trasgredite le regole
dell'efficienza e della produttività
e abitato da una sorprendente calma,
Pietro resta in attesa del dolore e
della vita dopo il dolore. Caos Calmo, tratto dal
romanzo omonimo di Sandro Veronesi,
non è un film "autosufficiente"
perchè per afferrarlo è necessario
affiancare alla visione una
ricognizione della fonte letteraria.
Eppure proprio in questa
"dipendenza", in questa assenza di
"autarchia" cara al Moretti in
Super8, risiede il valore del film
di Antonello Grimaldi. Troppe pagine
di Veronesi non corrispondono
esattamente al cinema, troppe cose
che sono nominate non possono essere
viste, perché tutto accade nella
testa del personaggio, è Pietro
Paladini a prevalere sull'intreccio
e l'intreccio non esiste se non
attraverso la sua costruzione.
Primo ostacolo per Grimaldi è stata
l'esteriorizzazione
dell'interiorità, che non ricorre
mai o quasi mai alla soluzione più
ovvia della voce fuori campo. Ecco
allora che il paesaggio interiore di
Paladini, impossibile da palesare,
si costituisce indirettamente
attraverso una scelta marcata e
ricca di conseguenze sul piano
narrativo: Nanni Moretti, la cui
presenza attoriale raccorda il film
di Grimaldi alle sue opere. Moretti
ha costruito il suo cinema come un
sistema di segni e di rinvii (le
scarpe, un bicchiere d'acqua, un
aforisma), che si configura come un
linguaggio per iniziati, qualcosa
che costantemente si implica e si
richiama. Moretti si muove dentro un
orizzonte di aspettative condivise
da una parte del pubblico italiano,
che si imbarazza per la "scena di
sesso" con la Ferrari, già
sconcertato da quella con la Morante
(La stanza del figlio). Impegnati a
dissertare sulla sua incompetenza
copulatoria, ai detrattori è
sfuggito il vistoso ripiegamento
dell'ego morettiano, che non predica
più e non ha più certezze ma che ha
bisogno di fare ordine, di compiere,
muovendosi da fermo, un percorso di
conoscenza e di indagine razionale
sulla insostenibile leggerezza del
dolore.
L'inestricabile garbuglio interiore
di Paladini/Moretti e il caotico
pasticcio della varia umanità che si
confessa sulla sua panchina
trasformano il dolore in momento
dialettico. Se nella Stanza del
figlio la cognizione del dolore
è asociale, in Caos Calmo è
precipitato in uno spazio di
socialità. Dove c'era nichilismo e
chiusura adesso c'è apertura al
possibile. E dopo gli abbracci è il
tempo della differenza: Pietro
Paladini potrà fare i conti fino in
fondo col significato che ha il
(non) dolore per lui. L'unica
sequenza che non ha bisogno di
essere integrata col romanzo è
quella "occupata" da Roman
Polanski La sua entrata in scena è
la semplice e geniale risposta di
Grimaldi al silenzio della pagina
scritta. Perché Polanski è immagine
che parla.(www.mymovies.it)
Antonello Grimaldi, dopo alcuni film modesti e molta
televisione popolare, affronta adesso quel romanzo,
sintetizzando al massimo i personaggi, anche come
numero, e apportando, alla trama, alcune precise
varianti. Intanto il luogo dell'azione: non più a Milano
ma Roma (nonostante un finale con neve fitta). Poi
quell'auto su cui il protagonista si era isolato. C'è
ancora, ma di sfondo, sostituita in prevalenza da una
panchina nei giardinetti prospicienti la scuola. Possono
accertarsi, meno facile consentire sempre sulle sintesi
operate nella descrizione di tutti quei personaggi che
si fanno via via incontro al protagonista, quasi sempre
infastidendolo, sia che vogliono coinvolgerlo in trame
al livello del suo lavoro (nell'impresa di cui fa parte
si stanno minacciando manovre di vario tipo), sia che
vengano a discutere questioni familiari, non ultimo quel
suo lutto da cui, forse, intende estraniarsi.
I caratteri sono indicati spesso in superficie,
limitandoli solo a delle facce e anche la tanto
chiacchierata scena di sesso, nel libro minutamente
motivata, finisce per risultare così improvvisa da
rischiare quasi il gratuito.
Il film, tuttavia, pur con questi scompensi soprattutto
a livello di racconto e di psicologie, un suo peso
finisce per averlo. Per merito, soprattutto, della
presenza di Nanni Moretti nelle vesti del protagonista.
Forse non è il personaggio sbandato, sospeso, irritabile
pensato da Veronesi, ma è, con molta più logica, uno dei
quei personaggi fra nevrosi e vero dolore che tanta
parte hanno avuto nel cinema di Moretti: crucciato, in
equilibrio fra dubbi e tormenti, con una mimica che dice
di più, sulle contraddizioni e le ansie, di quanto non
dicano le battute di dialogo che gli si ascoltano
attorno.
Lo coadiuva egregiamente un Alessandro Gassman
rinnovato, grintoso, incisivo. Cui si accompagnano
Isabella Ferrari (nella pagina erotica) e Valeria Golino,
una cognata confusa. (il tempo.it)
"Compagni così..." lampi di memoria per un post diario
Nel
proporci i suoi sessant'anni
di impegno politico e
sindacale Roscani
preferisce partire dai
suoi "lampi di memoria",
dalla sezione "storica"
del Pci di Ponte Milvio,
quella di Enrico
Berlinguer, dalla moglie
staffetta partigiana,
dai mastri edili, dai
metalmeccanici "di
precisione", dai
tranvieri. Da lì si
avvia la militanza nel
Pci insieme a Valentino
Gerratana, a Maurizio e
Giuliano Ferrara, a
Giuseppe Loy, a Luciana
Castellina, a Enrico
Berlinguer, a Fausto
Bertinotti, a tanti
altri. Quindi il salto
in Cgil, dove incontra,
con Tonino Tatò,
Giuseppe Di Vittorio,
Franco Rodano, Claudio
Napoleoni e dove inizia
un percorso impegnativo,
con tante e diverse
responsabilità. Come
scrive Andrea Ranieri:
"Nel suo racconto i
grandi avvenimenti di
cui fu testimone sono
parentesi della storia
che lui sente più vera,
quella del suo quartiere
e della sua sezione, a
cui resta fedele e
partecipe, anche nei
momenti più alti del suo
impegno nazionale. È lì
che ogni volta ritorna,
ed è lì che ogni volta
verifica, nei rapporti
coi compagni 'di base',
coi suoi fratelli, con
gli amici, la verità di
quello che nel mondo ha
imparato. È lì che
rimette coi piedi per
terra le 'verità' della
grande politica, che
impara - è anche oggi la
sua dote fondamentale -
a vedere ogni volta le
facce, le storie, che
dietro i concetti del
parlare politico spesso
si nascondono e si
perdono".(Lafeltrinelli.it)
di
Bruno Pierozzi
"Compagni
così..." è uno di quei libri che si
leggono con apparente facilità, ma che
hanno dentro una complessità che si
scopre allorché si riflette sugli eventi
narrati, su quei "lampi di memoria",
come li definisce l'autore Bruno Roscani.
La difficoltà di raccontare questo bel
libro, che racchiude fatti che vanno dal
periodo precedente la seconda guerra
mondiale sino agli anni '80, sta proprio
nel cercare un filo conduttore
unificante, impresa nella quale mi
accingo sperando di saper compendiare in
modo organico fatti e riflessioni
dell'autore.
Le vicende
personali e politiche che narra Roscani
si dipanano su alcune direttrici
fondamentali: Roma e la trasformazione
della città dagli anni '30 ad oggi; la
militanza politica nel PCI, l'attività
sindacale svolta nella Cgil e; i
personaggi incontrati - che sono sia
personaggi noti - ma sopratutto i tanti
militanti politici e sindacali, le
lavoratrici e i lavoratori. Il tutto
amalgamato attraverso i ricordi
personali, le sensazioni, gli umori, che
incrociano tutte le vicende.
Roma grande
periferia e il PCI Un
elemento fondamentale del libro è quello
del contesto territoriale: Roma. La
città narrata da Roscani è la Roma che
inizia a espandersi al di fuori del
centro storico e della falsa "Roma
imperiale" mussoliniana. Il contesto
territoriale di riferimento è la zona di
Ponte Milvio (Ponte Mollo per i romani)
che negli anni '30 - quelli della
fanciullezza dell'autore - era una
delle periferie dove vivevano molti
lavoratori e operai, così come la
Garbatella, San Lorenzo, il Tiburtino
III. Era quel mondo che il fascismo
aveva isolato perché povero, e la
povertà per il fascismo non esisteva.
Invece la povertà c'era e anche tanta,
come ci illustra l'autore descrivendo la
"fame" come un elemento costitutivo
della sua infanzia. Era quella povertà
che lo costringeva a calzare i sandali
anche d'inverno, perché non c'erano i
soldi per le scarpe. Ma quella povertà
era vissuta dal proletariato con grande
dignità e attraverso l'ingegno si
cercava di sopperire alle mancanze
materiali. Ecco allora che Roscani ci
narra che metteva a frutto la sua
capacità nello studio, scrivendo i
compiti ai meno dotati, in cambio di
qualche merenda. Oppure quando la banda
dei ragazzini da lui capeggiata, attuava
incursioni nei terreni e proprietà dove
c'erano alberi da frutto attuando così
una sorta di riappropriazione di quanto
negato dal sistema. C'è poi un
riferimento fondamentale per il futuro
di Roscani, ma anche di tanti giovani
antifascisti è quello rappresentato
dall'Azione Cattolica. La chiesa, o
meglio, "i sotterranei della parrocchia"
divennero luogo di formazione per molti
giovani che trovavano nella chiesa
l'unica alternativa alla retorica del
regime fascista. In quei sotterranei si
riunivano i "grandi" e lì che l'autore
sentì parlare per la prima volta di
Carlo Marx.
C'è poi la
Roma della Resistenza, è a "Ponte Mollo"
che opera il gruppo che fa capo a Vasco
Pratolini. Nel dopoguerra comincia
l'espansione della città, quella città
che per dirla con Ferrarotti da Capitale
diventa periferia, è la città delle
grandi borgate. Ecco allora l'impegno
del PCI romano per far crescere il
partito di massa nella nuova città
cresciuta con nuclei abitativi
spontanei, dove la classe operaia era
costituita sopratutto da lavoratori
edili. In questa Roma Roscani si iscrive
nel 1948 e cresce politicamente nella
sezione del PCI di Ponte Mollo insieme
ai suoi due fratelli, di cui uno è il
segretario della sezione, e come
specifica l'autore, a quei tempi ci si
rivolgeva negli interventi, non col nome
di battesimo, ma col cognome e quindi
anche il fratello era il "compagno
Roscani".
Il Pci
cresce in quella Roma grazie all'impegno
quotidiano delle tante compagne e
compagni che magari dopo una giornata di
duro lavoro si trovano in sezione per
costruire insieme la proposta e
l'iniziativa politica sui tanti problemi
che vanno da quelli del territorio:
casa, scuole, servizi sociali e
sanitari, a quelli internazionali della
pace e della difesa dei diritti. C'è
voglia di fare, c'è invenzione in quel
partito e in quella sezione dove passano
anche tanti nomi famosi: da Maurizio
Ferrara (padre di Giuliano) a Luciana
Castellina, da Berlinguer a Bertinotti,
solo per citare quelli politici più
noti, ma anche compagni come Sergio
Ferrante, Giuseppe Loi fratello del
regista Nanni. E' quel partito
comunista che riuscirà a radicarsi non
solo all'interno dei luoghi di lavoro:
fabbriche e uffici, ma anche nel
territorio, nei quartieri popolari,
nelle tante baraccopoli sorte
spontaneamente. E' il partito nuovo di
Togliatti, quello della via italiana al
socialismo, che riesce a dare speranza
di emancipazione anche a quelle fasce
sociali più emarginate rappresentate dal
sottoproletariato. E' quel partito che
con la sua azione porterà a risanare la
situazione delle periferie abbandonate,
attraverso una nuova politica
urbanistica e della casa - anche se
nella sua politica vi furono alcune
lacune ben descritte nel libro. E' il
Pci che arrivò alla metà degli anni '70
alla conquista del comune di Roma con la
prima giunta di sinistra e che avrà nel
sindaco Luigi Petroselli il
rappresentante di quella importante
stagione di grandi cambiamenti politici.
La Cgil e
le conquiste del lavoro L'altro grande tema è
quello della lotta e dell'iniziativa
sindacale. Il Partito viste le capacità
del giovane Roscani nell'attività
redazionale e di studio lo propose alla
Cgil per il lavoro presso la Casa
editrice sindacale. Inizia così la lunga
esperienza dell'autore del libro nel
sindacato attraverso due passaggi
fondamentali, il primo nell'ambito
dell'Ufficio studi della Cgil nazionale
e successivamente l'esperienza di
segretario nazionale del sindacato
scuola Cgil. Qui si snodano molti "lampi
di memoria" che ci aiutano a capire il
clima del sindacato dal dopoguerra fino
alla sua evoluzione degli anni '80.
Roscani è
impegnato in tutta la costruzione della
stampa sindacale di informazione, con la
fondazione della Casa Editrice
Progresso. il sindacato ancora unitario
pubblica anche un quotidiano "Lavoro"
che dopo la scissione sindacale verrà
chiuso. Grazie all'inventiva di Gianni
Toti il "Lavoro" viene reinventato come
"settimanale - rotocalco" e per dare
maggiore visibilità al nuovo settimanale
Toti pensò di mettere in copertina una
bella ragazza nuda! Il successo come
prevedibile fu enorme, con affissione su
tutte le bacheche sindacali, ma come
prevedibile Di Vittorio fece una dura
reprimenda su quella "trovata"
pubblicitaria al povero Toti.
In Cgil
Roscani incontra Tonino Tatò e con lui
dà vita alla rivista della Cgil
"Rassegna Sindacale" che è tuttora il
settimanale della Confederazione e come
precisa Roscani ancora oggi i caratteri
tipografici sono quelli scelti allora da
lui e Tatò presi in Inghilterra, ma come
ci dice l'autore la lettura dei testi
spesso era "pesante, pallosa ...al
limite dell'isopportabilità".
Tatò oltre
ad essere allora dirigente sindacale e
anche un riferimento culturale di quel
gruppo di compagni di estrazione
cattolica che ruotano attorno alla
figura di Franco Rodano austero e
pignolissimo direttore della "Rivista
Trimestrale" da lui diretta. La Rivista
Trimestrale fu una delle fucine
intellettuali del Pci dal versante di
quello che fu definito "cattocomunismo"
e che contribuì certamente all'apertura
al dialogo col mondo cattolico, che poi
sfociò nella costruzione della linea del
"compromesso storico" di Berlinguer.
Certamente l'impegno analitico e
propositivo fu di alto livello, e da
quelle analisi possiamo dire derivi
anche lo sviluppo successivo della linea
politica che portò al superamento del
Pci, con la nascita del PDS , dei DS con
l'approdo al PD attuale che dovrebbe
realizzare la sintesi dei riformismi di
matrice cattolica e di quella comunista.
La storia ci dirà se questa strada
porterà qualcosa di buono o se sarà
soltanto la fine di una speranza.
Sotto
indicazione di Tatò Roscani frequenta un
corso economico presso la Svimez diretto
da Claudio Napoleoni, (uno dei
responsabili della Rivista Trimestrale)
dovendo misurarsi con teorie e formule
matematiche. Ma anche in questo caso
l'autore non demorde e supera
brillantemente anche questa prova,
sapendo bene che - come scrisse Gramsci
- "lo studio è fatica". Da questo
episodio, come da altri analoghi, ne
esce fuori una delle altre peculiarità
del modo di fare politica del Pci,
ovvero, quella dedizione, unita alla
passione e al sacrificio, che furono uno
degli elementi che caratterizzarono
l'azione dei quadri e militanti del
Partito Comunista e che ne furono
certamente, nel bene e nel male, un
tratto distintivo. E' in questo modo di
essere a volte un "tutto politico" che
trova concretizzazione la "filosofia
della prassi". L'operaio come
l'intellettuale sono uniti da quella
comune dedizione e il partito diviene lo
strumento della sintesi nella fabbrica,
come nel territorio.
Roscani
dall'ufficio studi passerà alla
difficile opera di costruzione del
sindacato scuola della Cgil, sotto la
"spinta" di Rinaldo Scheda che lo
invita a "nuotare in mare aperto".
Sulle prime
l'autore è perplesso, ma poi accetta la
sfida. Il sindacato scuola era allora
alquanto composito, con una pletora di
gruppi facenti capo ai molteplici
riferimenti politici della sinistra
politica, di cui quella cosiddetta
extraparlamentare era nella fattispecie
ben radicata. Figurarsi dunque le
difficoltà di omogeneizzare il tutto per
un "comunista strutturato" come Roscani!
Ma anche in questo caso, pur tra mille
difficoltà, ebbe la meglio, costruendo
un solido sindacato scuola. Sono
interessanti i resoconti delle diverse
fasi negoziali con il Ministero della
scuola, ministero che fino ad anni
recenti fu sempre diretto da
rappresentati della Democrazia
Cristiana, così come per il Ministero
degli interni. Questo la dice lunga su
come la D.C. considerasse fondamentale e
strategico il ruolo dell'educazione e il
controllo della cultura. Roscani ci
narra di come dopo una faticosa
trattativa con il Ministro Franco Maria
Malfatti fu raggiunto l'accordo sul
contratto. L'accordo era in linea con
la politica egulitarismo salariale
propugnata dalla Cgil ed aveva avuto il
consenso dalle assemblee di categoria.
Ma allorché fu verificato che tale linea
non era stata assunta dagli altri
comparti del pubblico impiego, il
sindacato scuola fu costretto a disdire
e ricontrattare tutto!
Gli anni in
cui Roscani dirige il sindacato scuola
sono anche gli anni in cui si sviluppa
in Italia il terrorismo, che trova
spesso proprio nell'ambito scolastico e
universitario il terreno fertile alla
crescita dei cosiddetti
"fiancheggiatori". Nel ricordare i
pericoli incorsi negli "incontri" con
le diverse fazioni e gruppi
extraparlametari, tra cui la famigerata
"Autonomia Operaia", non mancano anche
sottolineature umoristiche, come quella
della tattica di evitare la possibilità
del comizio agli estremisti che
raggiungevano il palco con il semplice
trucco di staccare il filo
dell'amplificatore collegato al
microfono e agli altoparlanti.
Ci sono poi
le pagine che narrano l'esperienza di
direttore della Scuola sindacale di
Ariccia. Di questo periodo vorrei
sottolineare il capitolo dedicato a
Claudio Sabbatini e al "Protocollo IRI".
Dal racconto - a tratti commovente -
esce fuori tutto il dramma umano e
politico di questo grande dirigente
sindacale che ebbe il coraggio di porre
le basi per il rinnovamento della
pratica contrattuale, attuata appunto
attraverso il "Protocollo IRI",
rimettendo in discussione se stesso e
quelli che erano stati i suoi valori
guida nell'azione negoziale con le
controparti imprenditoriali. Lo sviluppo
della riflessione sulla metodologia
della "codeterminazione" fu un
contributo di grande innovazione
strategica di cui Sabbatini fu
propugnatore e che Bruno Trentin cercò
di far avanzare e sistematizzare nella
cultura di una Cgil. Prevalgono però
ancora oggi forti resistenze nella Cgil
dove alcuni settori sembrano essere
attestati su una concezione conflittuale
nella quale il sindacato deve essere
puramente soggetto organizzativo
dell'antagonismo e non soggetto
propositivo per conquistare spazi di
controllo operaio e dei lavoratori sul
processo produttivo e redistributivo.
Tali posizioni hanno come conseguenza
l'incapacità di proporre un nuovo
modello contrattuale di cui ormai c'è un
inderogabile bisogno. E su questo fronte
sentiamo oggi la mancanza di compagni
come Claudio Sabbatini.
Abbiamo ancora bisogno di "Compagni
così..." Il libro ci lascia col
dilemma finale dell'autore, che è il
dilemma di quanti hanno vissuto tutta o
in parte la stagione di lotte e di
speranze narrata, ma che investe anche
coloro che quella stagione non l'hanno
vissuta. E' la domanda che tutti ci
facciamo, sopratutto oggi, in cui non
vediamo certezze per il futuro non solo
della sinistra, ma anche per il Paese:
"dobbiamo riprendere la scalata al
cielo, o compiere il duro lavoro di
aratura del terreno di una stagione
nuova della nostra democrazia..."
Abbiamo ancora bisogno di "Compagni
così...". (AprileOnline 4 febbraio 2008)
Torna
il cinema operaio
Dividerà
sicuramente il pubblico Signorinaeffe,
nuovo film di Wilma Labate sulla durissima crisi della
Fiat del 1980. Lo dividerà perché la regista - che molti
ricordano ancora per l’ottimo La mia generazione
- si fa portatrice di uno sguardo politico senza
compromessi e perché il suo film soffre di alcuni
schematismi al limiti del pedagogico. Una cosa però è
certa e ha il suo indubbio peso: il film rimette al
centro la questione operaia e il mondo della fabbrica,
autentico rimosso dei nostri tempi, così ossessionati
dalla tentazione dell’oblio. Il cinema rientra
finalmente nelle fabbriche per raccontarci un tessuto
sociale capillare di cui non si vuole più sentire
parlare. Ne abbiamo discusso in un appassionato faccia a
faccia con la regista. Quando è nata l’idea di fare un film sulla crisi
della Fiat del 1980 e come si è sviluppato il progetto?
Il progetto nasce dieci anni fa, dopo il successo de
La mia
generazione.
Sulla scia di questa ottima accoglienza molti produttori
cominciarono a chiamarmi per numerose proposte.
Purtroppo però, ogni volta che manifestavo il mio
interesse nel fare un film sul mondo operaio glissavano
o rifiutavano in modo molto fermo e netto. Nel frattempo
ho continuato a fare film e poi ho rincominciato con
questa piccola battaglia, ma non è stato affatto più
facile. E’ stata molto dura perché si considera la
tematica come poco lucrativa; per i produttori gli
operai non fanno cassa e per loro semplicemente non
esistono più. E’ questo quindi il motivo per cui la figura
dell’operaio e in generale il lavoro in fabbrica sono un
rimosso del nostro cinema e anche della nostra società?
Esattamente. L’operaio non viene rappresentato al cinema
perché nell’ottica dei produttori non garantisce
spettacolo. Ma è un errore evidente perché al di là del
valore sociale e politico, anche a volere fare un
discorso cinico e meramente economico, l’operaio è una
figura molto rappresentabile. Lo stesso cinema inglese
non ha mai smesso di occuparsi di certe tematiche
perfino nell’era Thatcher. Quindi non c’è anche una precisa volontà
politica nella scelta di non affrontare alcuni temi?
Questo io non lo voglio dire (ride), almeno non
smaccatamente, ma forse sì, perche no… Nello specifico ha trovato particolari ostacoli
realizzativi?
Alcuni sì, oltre alla difficoltà già menzionata di farmi
produrre il film. Ma a sorprendermi è stato soprattutto
l’averli trovati anche dopo la realizzazione. Il periodo
che io racconto è sconosciuto ai più e la cosa ha
generato degli strani meccanismi di sospetto, per cui
chi alcuni vedendo il film non si sono confrontati con
la storia in sé ma mi hanno accusato di raccontare una
cosa non vera o storicamente non dimostrata. Dalla rappresentazione dei rapporti familiari e
lavorativi emerge un’idea estremamente classista
dell’Italia di fine anni 80 con una divisione nettissima
tra la piccola borghesia cattolica e reazionaria
rappresentata dalla famiglia di Emma e un proletariato
caustico e battagliero, indurito da anni di aspre lotte.
Era ancora così a cavallo tra i 70 e gli 80 o è anche e
soprattutto un escamotage narrativo per dare
vigore al dramma?
Non è cattolica la famiglia di Emma ma semplicemente
reazionaria. La questione che sollevi però dovresti
proporla a un sociologo o ad un antropologo piuttosto
che a me. Per quanto mi riguarda comunque devo dire che
c’era ancora un razzismo e un classismo forte e
radicato. A Torino erano spariti i cartelli “non si
affitta ai meridionali” come ai tempi di Rocco e i suoi fratelli
ma di certo non c’era una forte commistione tra la
borghesia o la piccola borghesia e i tantissimi
immigrati dal sud Italia, nonostante fossero ormai
impiantati da decenni. La divisione era chiara e netta
mentre oggi una città come Torino ha un’immigrazione di
seconda generazione, per cui i genitori magari parlano
lucano e i figli torinese. Ma negli anni 80 non era
ancora così. E’ per questo forse che il suo film sembra anche
voler dire che la possibilità di uno sguardo lucido sui
fatti raccontati è compromesso da una distanza
incolmabile? Come se 27 anni fossero più di un secolo e
questo rendesse difficile comprendere le scelte e le
necessità dei personaggi…
Sì, tutto ci sembra molto distante. Ma attenzione, il
lavoro in fabbrica comporta una fatica incomprensibile e
genera il rifiuto del lavoro. Rimane pochissimo spazio
per la vita personale, ma è uno spazio che non può
essere negato e il film avanza questa idea, che fa da
ponte al presente, attraverso il personaggio di Emma che
mette in crisi le sue certezze per viversi una storia
d’amore. Ma ben presto pesano su di lei più il desiderio
della certezza e del riscatto sociale. Questo è un fatto
che riguarda molto di più questi anni che il passato. A proposito del presente, crede che i tragici
fatti della Thyssenkrupp possono far cambiare o abbiano
cambiato l’atteggiamento della politica e
dell’informazione sulla questione operaia?
E’ ovvio che una tragedia del genere è cosi enorme e
evidente che non è possibile ignorarla. Bisognerebbe
interrogarci sul fatto che sia necessario un fatto del
genere per parlare dei problemi della fabbrica, delle
condizioni di sicurezza e del ritmo disumano a cui
vengono sottoposti gli operai. Dodici ore di lavoro sono
troppe. Sono disumane; cosa ti rimane da fare dopo se
non stramazzare a letto? Questa tragedia ci ha ricordato
tutto questo.(la Rinascita della sinistra 26 gennaio
2008)
Signorinaeffe
Ogni
famiglia ha il suo cavallo dato per vincente. I Martano,
una famiglia operaia di origine meridionale trapiantata
a Torino, hanno Emma. Emma è impiegata alla Fiat in un
settore nuovo, quello informatico. Ha lavorato sodo fin
da piccola per cancellare la sua origine e risalire la
china. Ora sta per laurearsi in matematica ed è prossima
a sposare Silvio, un dirigente dell’azienda torinese,
vedovo, con una figlia. E' il settembre 1980, la Fiat
annuncia che licenzierà quindicimila operai. Ha inizio
il lungo durissimo sciopero che durerà 35 giorni. Nel
clima di scontro senza quartiere tra azienda e classe
operaia, Emma è sempre più attratta da un giovane
militante che lavora alle presse, Sergio. (La Repubblica.it)
E' il settembre 1980. La
Fiat annuncia che licenzierà quindicimila addetti. Ha
inizio il lungo durissimo sciopero che durerà 37 giorni.
La vita di Emma viene sconvolta da un incontro che
rivoluzionerà la sua vita. Torino, 1980. Sullo
sfondo delle lotte sindacali contro la riorganizzazione
aziendale in casa FIAT - che sarebbe dovuta procedere
al prezzo del sacrificio di migliaia di posti di lavoro
tra gli operai - Emma e Sergio si incontrano e si amano,
nel breve lasso dei 35 giorni di proteste che furono
chiusi dalla marcia dei 40 mila colletti bianchi. In
questo pezzo di storia d'Italia, i due protagonisti
rappresentano le parti che la proprietà vorrebbe mettere
l'una contro l'altra: Emma è laureanda in matematica,
lavora ai piani amministrativi di FIAT e sta con un
ingegnere. Sergio è un operaio, una testa calda, in
prima linea nella lotta. Lei comprometterà tutto per
lui; Sergio la lascia andare verso un futuro forse
migliore e che, come scopriremo alla fine, sarà stato
deludente come la realtà che vivono. Malgrado gli elogi
ottenuti al Torino Film Festival, Signorinaeffe
è un film senza ritmo, girato con uno stile televisivo
incapace di registrare le sfumature e che rievoca più
una fiction che un grande capitolo di cinema civile:
Sergio imbarazzato in giacca in un ristorante chic per
far colpo su Emma; l’amico operaio – barricadero -
tossicodipendente che ritrova la voglia di vivere fra le
braccia di una maestrina d’asilo e su un prato le
confessa di volere decine di figli. Altro che Ken Loach!
Purtroppo anche la recitazione ricorda spesso stilemi
adatti al pubblico televisivo, evidentemente
didascaliche, con occhiate fin troppo esplicite tra i
protagonisti, con lunghe discussioni intorno all’ormai
classico bicchiere di vino in cui non si ragiona di un
mondo che cambia ma si lanciano frasi lapidarie ormai
consunte dal tempo. Gli unici momenti "vivi" sono quelli
affidati ai filmati d'epoca che ricostruiscono un'Italia
ad un bivio e sulle barricate e che ci danno la misura
del dramma sociale che si andava vivendo. Però, Valeria
Solarino, nei panni di Emma, è troppo bella per quegli
anni cupi.
(www.mymovies.it)
Marco Rizzo ha presentato il suo nuovo libro
di Laura Meneghini
Davanti una nutrita
platea, nel contesto quanto mai appropriato del
Museo storico della Resistenza, ieri, 16 dicembre,
Marco Rizzo ha presentato il suo libro. Il primo
pensiero
è stato di cordoglio, rivolto al quinto operaio
della Thyssen Krupp, deceduto nelle prime ore del
mattino.
Ha aperto gli interventi Mauro Gemma della redazione
di Resistenze.org, che ha illustrato criticamente il
percorso della Rifondazione Comunista, dalla sua
nascita ad oggi, ravvisando nel progetto de "La
Sinistra e l'Arcobaleno" la ripetizione, in piccolo,
della Bolognina. Gemma riconosce nel lavoro di
Rizzo, uno sforzo di analisi che contribuisce al
confronto delle forze comuniste sia all'interno che
al di fuori dei partiti che in Italia si richiamano
al comunismo e che deve urgentemente condurre
all'unità dei comunisti, non solo a livello
nazionale ma anche internazionale.
La parola è passata a Gianni Vattimo, che a causa
dell'acuirsi della divisione sociale tra ricchi e
poveri spende il suo personale ravvedimento di
"bravo ragazzo di origine cattolica, che sperava nel
progresso della democrazia unita al mercato". Per
Vattimo il libro di Rizzo è anche strumento
programmatico in una prospettiva che vede esaurito
il periodo dei partiti di lotta e di governo per una
nuova fase di movimento di lotta autentica.
Marco Rizzo ha invitato alla lettura per alimentare
un dibattito serio attorno all'opportunità e la
necessità dell'unità dei comunisti senza la quale
l'ambizione della sinistra si riduce a una politica
filogovernativa, che vanifica la lotta per la
trasformazione sociale e perpetua invece il modello
capitalista. Un modello quest'ultimo - dice Marco
Rizzo - che esaurisce le risorse disponibili e
funziona solo per una piccola parte degli abitanti
di questo pianeta, mentre la stragrande maggioranza
della popolazione mondiale è ingannata dalla vuota
promessa di un mondo migliore, irrealizzabile in un
sistema basato sull'ineguaglianza e lo sfruttamento
della classe lavoratrice. (www.pdcitorino.it)
Perchè ancora comunisti
le ragioni di una scelta
Comunista?
Ancora questa parola? Oggi, dopo la scomparsa
dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino,
com’è possibile farne il punto di riferimento per la
propria azione politica? In queste pagine Marco Rizzo,
anche con racconti personali e inediti su alcuni episodi
della storia italiana, compie una riflessione sulla
ricerca di una via per il superamento del capitalismo.
La storia dei comunisti è una storia breve, iniziata il
secolo scorso. In alcuni momenti non furono molti, anzi
a volte, come durante il fascismo, essi furono molto
pochi, ma seppero trovare la forza di combattere e di
non fermarsi.
Essere comunisti oggi significa battersi per la
giustizia sociale, per un avvenire di pace, ma
soprattutto non essere divorati dall’ambizione e
dall’arrivismo, i due ingredienti più gettonati
nell’agone politico odierno. Il comunismo può aver
sbagliato, ma non è sbagliato!
È quindi necessario riaprire la questione comunista per
ricostruire un punto di vista comune su alcuni temi
fondamentali. Questo libro vuole essere un contributo
per tessere un filo rosso, ma anche per innescare una
vera politica di cambiamento al fine di creare un
rinnovato conflitto di classe nel nostro Paese.«Più
forti sono i comunisti, più forte sarà la sinistra
perché, come dimostrano la storia e la realtà americana
e inglese, dove non ci sono più i comunisti non esiste
la sinistra.
L’unità a sinistra può essere utile, ma se il prezzo da
pagare fosse la scomparsa di chi è più conseguentemente
anticapitalista, cioè dei comunisti, non si sarebbe più
nell’ambito dell’unità, bensì alla vittoria strategica
della parte storicamente più moderata, e anch’essa
perdente, del movimento operaio, quella
socialdemocratica.
Siamo
di sinistra, ma siamo anche qualcosa di più, siamo
comunisti! Vogliamo ancora cambiare il mondo!»(www.bcdeditore.it
novembre 2007)
Marco Rizzo
ha 48 anni. Figlio di Armando, operaio alla FIAT
Mirafiori, ha lavorato come magazziniere, giornalista
pubblicista e docente nel campo della formazione
professionale. Si è laureato come studente-lavoratore in
Scienze Politiche all’Università di Torino, con una tesi
sull’innovazione tecnologica in FIAT.
Ha militato nel movimento studentesco negli anni
Settanta, ed è stato iscritto al PCI dal 1981.
Tra i fondatori di Rifondazione comunista, di cui è
stato segretario della federazione di Torino, ha dato
vita ai Giovani comunisti, divenendo poi coordinatore
della segreteria nazionale del partito.
In seguito, assieme a Oliviero Diliberto e ad Armando
Cossutta, ha fondato i Comunisti italiani, di cui è
stato presidente del gruppo alla Camera ed è attualmente
coordinatore della segreteria nazionale.
Oggi è deputato al Parlamento europeo. rizzopersonale@libero.it
http://www.marcorizzo.eu
Bordertown
La
città di Juarez, al confine tra Messico e Stati Uniti, è
una delle principali vittime del BAFTA, il trattato che
avrebbe dovuto portare lavoro nello stato
latinoamericano limitando l'immigrazione negli States.
Qui un personale a prevalenza femminile produce
televisori, computer… che verranno poi venduti a prezzi
contenuti negli Usa e nel mondo. Queste donne, in gran
parte giovani, godono di poche garanzie sul piano
lavorativo, e di nessuna su quello della dignità della
persona. Centinaia di loro sono state infatti rapite,
stuprate e uccise senza che le autorità locali andassero
oltre le formalità di rito.
Gregory Nava, regista che afferma di essere nato
nell'unica area al mondo in cui il Primo e il Terzo
Mondo confinano, ha deciso di raccontare una storia di
violenza quotidiana partendo da uno dei tanti casi
venuti alla luce. Ci sono voluti sette anni perché il
progetto divenisse un film finito; nel frattempo dinanzi
ai due 00 i numeri delle vittime aumentavano: 3-4-5…
La polizia è stata più di ostacolo che di aiuto, e le
difficoltà e le minacce nel corso delle riprese non sono
mancate. Ne è nato un film di sincera denuncia che
purtroppo deve fare i conti con lo star system. Senza la
Lopez e senza Banderas sui manifesti Bordertown
probabilmente non si sarebbe fatto. Perché il mercato
reclama il rispetto delle sue leggi e non è sufficiente
una giusta causa per arrivare sugli schermi di tutto il
mondo. Ecco allora la bella giornalista che ritrova il
direttore di un giornale senza macchia e senza paura che
un tempo era stato un vero amore e che ora ha moglie e
figli. Ecco il cattivo più cattivo con tanto di sfregi
sul volto e il direttore di giornale (Martin Sheen) in
bilico tra rispetto della professione e ossequio ai
potenti. Con, in aggiunta, il ricco attraente e corrotto
a cui bisogna sacrificare una notte di sesso per
giungere allo scopo.
Vedendo Bordertown si rimpiangono alcuni film
di denuncia americani (di un passato neppure troppo
lontano) in cui forma e contenuto erano uniti da un
patto di rigore che non ne ledeva la spettacolarità.
Oggi sembra che questo sia molto più difficile da
ottenere, ma non importa. Le operaie delle 'maquilladoras'
debbono poter parlare di sé quotidianamente a un mondo
globalizzato nel modo sbagliato. Quindi ben vengano i
film come Bordertown. (www.mymovies.it)
Gomorra: viaggio nell'inferno napoletano
Un libro che
racconta, come un romanzo aspro e feroce, il potere
della camorra, la sua affermazione economica e
finanziaria, e la sua potenza militare, la sua
metamorfosi in comitato d’affari. Una scrittura in prima
persona fatta dal luogo degli agguati, nei negozi e
nelle fabbriche dei clan, raccogliendo testimonianze e
leggende.
Questo
incredibile, sconvolgente viaggio nel mondo affaristico
e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno
delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci "fresche",
appena nate, che sotto le forme più svariate - pezzi di
plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi -
arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e
occultate, si riversano fuori dai giganteschi container
per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto,
come creature sventrate, private delle viscere. E le
merci ormai morte che, da tutta Italia e mezza Europa,
sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche,
fanghi, addirittura scheletri umano, vengono
abusivamente "sversate" nelle campagne campane, dove
avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei
terreni edificano le loro dimore fastose e assurde -
dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento
e marmi preziosi - che non servono soltanto a
certificare un raggiunto potere ma testimoniano utopie
farneticanti, pulsioni messianiche, millenarismi oscuri.
Questa è oggi la camorra, anzi, il "Sistema", visto che
la parola "camorra" nessuno la usa più.
Il libro di
Roberto Saviano
si apre con un’immagine, se volete, raccapricciante,
disumana ma illuminante e spietatamente reale: un
container che, nel porto di Napoli, si
apre improvvisamente e vomita il suo carico lungo la
banchina; centinaia di corpi di uomini e donne, giovani
e anziani cinesi, congelati che, appena toccano il suolo
si disintegrano in mille pezzi e che, con la massima
solerzia, vengono raccolti e rimessi nel container. Ogni
traccia sarà cancellata con rapidità da uomini laboriosi
e coordinati come in un formicaio, e questa rimarrà solo
un’immagine un momento nella mente del gruista del
porto. Avevano messo i soldi da parte per tutta una
vita, i lavoratori cinesi, per farsi seppellire nel loro
paese, una volta morti. Ma cosa ne è della loro
permanenza nel nostro Paese? Dove sono finiti i
documenti che raccontano del loro passaggio
nella nostra terra? Quelle persone sono vissute ma, come
fossero degli highlander, non sono mai morte e i
loro certificati o qualsiasi carta che comprovassela
loro esistenza, diverranno un macabro testimone da
passare alle nuove generazioni di cinesi che saranno
reclutate dal ‘Sistema’.
Già il ‘Sistema’ una volta, ai tempi di
Cutolo, si chiamava la nuova camorra organizzata
ma oggi è un vero e proprio impero economico-finanziario
che abbraccia e avvolge tra le sue spira qualsiasi
attività produttiva del nostro Paese, per poi
disseminare i suoi tentacoli in tutto il mondo, con
esercizi e infrastrutture più o meno legali.
Leggere questo libro è sconvolgente, non soltanto perché
Saviano racconta il ‘sistema’
con la lucidità del reporter e di chi vuole capire per
conoscere il mostro con cui convive quotidianamente, ma
anche perché dopo pochi capitoli ci si rende conto che
qualsiasi oggetto, servizio, merce, bene di consumo noi
acquistiamo – direttamente o indirettamente – vanno a
finanziare la camorra. Non si tratta solo di droga, come
qualcuno potrebbe pensare. E no!
Gli affari del sistema attraversano settori come: l’alta
moda, il pret-a-porter, il commercio e la
distribuzione del caffè e, in generale, i vari
rifornimenti alimentari per gli eventi mediatici, le
armi, l’attività edilizia, l’agricoltura e, addirittura,
le vetrerie.
I clan decidono tutto, anche chi sei,
quale rispetto meriti (se lo meriti), e che parte occupo
nella mappa del conflitto. È una guerra che non viene
marcata su nessuna cartina del Risiko mondiale ma che,
in realtà, non ha nulla da ‘invidiare’ alle guerre
intestine in Bosnia, Algeria o Somalia; anche noi, anche
in questo vero e proprio conflitto possiamo annoverare
la presenza di numerosi ‘bambini-soldato’:
“ragazzini del sistema” con la loro
dose di coraggio artificiale - inoculato tramite
pasticche di MDMA che li porta oltre
ogni limite di resistenza umana - e il ‘ferro’ (pistola)
sotto il petto rigonfio a causa del giubbotto
antiproiettile.
Sono l’assenza e l’assoluto
silenzio le vere armi in mano
al sistema; la camorra ne ha bisogno,
con esse si nutre e cresce infiltrandosi nelle più
profonde maglie del vivere quotidiano. Tutto è normale,
non c’è nulla che non vada, è tutto a posto: è questo il
motto della camorra, affinché lo spazio legale torni a
ignorare i territori destinati alle attività criminali.
È così che la gente si rassegna al mestiere di vivere:
una condanna all’ergastolo, una pena da scontare
attraverso un’esistenza feroce, senza un attimo di
respiro.
Roberto Saviano è nato a Napoli, dove vive e
lavora, nel 1979. Fa parte del gruppo di ricercatori
dell’Osservatorio sulla camorra e l’illegalità e
collabora con il “Manifesto” e il “Corriere del
Mezzogiorno”. “Gomorra” è il suo primo libro. (da
Feltrinelli)
11
settembre made in Usa. La Fabbrica del Terrore
Giovedì 15 novembre alle
ore 21.00, presso la sala della Casa Valdese in corso
Vittorio Emanuele 23 a Torino
il
Comitato Arci di Torino presenta il libro “11 settembre
made in USA. La Fabbrica del Terrore”. Saranno presenti
in sala l’autore Webster
Griffin Tarpley
e lo studioso e saggista Paolo Sensini; a
moderare Vladimir Mastrogiacomo, referente del
progetto ArciBookcrossing. Sono stati invitati a
partecipare al dibattito Nicola Tranfaglia,
deputato, giornalista, professore emerito di Storia
Contemporanea, Università degli Studi di Torino e
Angelo d’Orsi, professore di Storia del pensiero
politico nella Facoltà di Scienze Politiche
dell'Università di Torino.
Quello di Tarpley è un libro duro e
brillante, un libro che toglie il velo su una delle
pagine più controverse e nere della storia
contemporanea. Quello che l’autore fa con questo libro è
presentare le innumerevoli “questioni senza risposta”
dell' 11 Settembre assieme a interpretazioni (risposte)
su cosa può essere veramente accaduto e, soprattutto, su
chi ne è il responsabile. Molte le recensioni eccellenti
allo scritto di Tarpley, di seguito ne riportiamo
alcune:
Scritto in
maniera brillante, anzi, direi eccelsa; non si riesce a
smettere di leggerlo. Webster formula un giudizio
devastante. Congratulazioni! Lo appoggio con tutto il
cuore.
Andreas von
Bülow,
ex Ministro tedesco della Ricerca e delle Tecnologie. Ex
commissario parlamentare sull’intelligence. Ha scritto
Die CIA und der 11/9
Leggere queste pagine significa
affacciarsi su un incubo. Gli Stati Uniti sono in mano a
un gruppo di pericolosi sovvertitori della pace
mondiale. Né il “New York Times”, né il “Washington
Post” hanno recensito il libro. Si presume che non lo
faranno nemmeno i grandi giornali italiani. Che,
infatti, hanno tutti mentito sull'11 settembre.
Giulietto Chiesa,
parlamentare europeo e giornalista
Con gran
rammarico, concludo che questo libro di Tarpley è il più
forte tra gli oltre 770 libri da me recensiti su Amazon,
quasi tutti di saggistica. Devo concludere che l’11/9 è
stato come minimo lasciato accadere come casus belli
[…]. Questo libro è, senza dubbio, il principale testo
di riferimento moderno sul terrorismo di Stato, e anche
il testo dove si suggerisce nel modo più puntuale che
gli elementi canaglia nel governo USA […] sono i più
colpevoli di terrorismo di Stato […] È innegabile che il
Governo USA ha voluto uccidere i suoi stessi cittadini e
ha voluto costruire attacchi per mobilitare l’opinione
pubblica.
Robert D.
Steele,
ex alto ufficiale della Marina USA e spia della CIA, da
sempre repubblicano, imprenditore e teorico
dell’Intelligence e docente alla Marine Corps
University. È recensore n. 1 della non-fiction di
Amazon.com
Arrivato alla
quarta edizione negli Stati Uniti, La fabbrica del
terrore è un libro che compie un salto di qualità nelle
indagini alternative sull’11/9 e sugli altri atti di
terrorismo che hanno scosso il mondo negli ultimi anni:
dopo le denunce delle molte incongruenze presenti
nelle versioni ufficiali, Webster Tarpley offre una
ricostruzione riccamente documentata sull’azione dei
servizi segreti e dei loro mandanti nel perseguire
interessi strategici ben precisi.
Franco
Cardini,
storico, docente all’Università di Firenze
Tarpley ha
creato un genere del tutto nuovo […] paragonando le
tecniche utilizzate dalle agenzie di Intelligence
statunitensi nella creazione dell’11/9 e i metodi usati
in passato dall’Intelligence USA. […] Si continuerà a
tornare su questo libro per sollevare nuove domande
lungo questa linea d’indagine.
Thierry
Meyssan,
ex segretario nazionale dei radicali di sinistra
francesi. Presidente del “Réseau Voltaire”, autore dei
bestseller L’incredibile menzogna e Il
Pentagate
Webster
Griffin Tarpley
è uno storico, giornalista investigativo ed è
considerato uno dei più arditi e iconoclastici
"spifferatori" dei segreti politici statunitensi. Ha
conquistato le del pubblico con il libro, scritto a
quattro mani con Anton Chaitkin, riguardante la
biografia non autorizzata di Bush George Bush: The
Unauthorized Biography,
1992. Nel 2005, il suo libro 9/11
Synthetic Terror: Made in USA è diventato un best
seller fra i libri sui fatti dell’11 settembre 2001.
Bibliografia:
Chi ha ucciso
Aldo Moro?
(1978), George Bush: The Unauthorized Biography
(1992. Ristampato nel 2004), Against Oligarchy
(1996), Surviving the Cataclysm: Your Guide through
the Worst Financial Crisis in Human History (1999),
9/11 Synthetic Terror: Made in USA (2005),
Postfazione di Thierry Meyssan, quarta edizione (maggio
2007).
Paolo Sensini,
studioso e saggista, è attualmente impegnato in una
ricerca sui fondamenti socioeconomici del mondo
presente. Curatore dell'opera completa di Bruno Rizzi,
di cui ha già pubblicato i lavori più importanti (La
burocratizzazione del mondo, Milano 2002 e La
rovina antica e l'età feudale, Lungro di Cosenza,
2006), ha mandato proprio in questi giorni in libreria
uno dei testi fondamentali, tutt'ora inedito in
italiano, per capire le origini del totalitarismo
passato ma anche presente: Ante Ciliga, Nel paese
della grande menzogna. URSS 1926-1935, Jaca Book,
Milano 2007.
Nicola Tranfaglia, deputato, giornalista,
professore emerito di Storia Contemporanea, Università
degli Studi di Torino. Studioso di storia della mafia,
del fascismo, del giornalismo, già editorialista di
Stampa e Repubblica. Tra i suoi ultimi libri: Un
passato scomodo. Fascismo e postfascismo, Andare a
sinistra, perché? Riflessioni sulla grande
trasformazione, La stampa del regime 1932-1943.
Le veline del Minculpop per orientare l'informazione.
Angelo d'Orsi
è professore di Storia del pensiero politico nella
Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino.
Tra i suoi ultimi libri: I chierici alla guerra. La
seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad,
Piccolo manuale di storiografia.
Vladimir
Mastrogiacomo,
socio di Altera-generatore di pensieri in movimento, tra
i referenti di ArciBookcrossing, progetto per la
promozione della lettura e del bookcrossing.(www.arcitorino.it
6 novembre 2007)
"9/11
Synthetic Terror. Made in USA", ("La
Fabbrica del Terrore", Arianna Editrice) è uno dei
più apprezzati libri d'oltreoceano sull'11 settembre. Ed
è un libro che qui in Italia dovrebbe essere letto con
molta attenzione dal momento che l'autore, Webster
Griffin Tarpley (biografia),
si è fatto le ossa studiando il terrorismo di stato
proprio a casa nostra. Era il 1978 quando il membro
della DC (e vice ministro degli interni) Giuseppe
Zamberletti chiese a Tarpley, giovane giornalista della
Executive Intelligence Review, di approfondire
quella che già appariva a tutti come una vicenda molto
poco chiara: il rapimento e l'uccisione da parte delle
BR del leader democristiano Aldo Moro. Inutile
riepilogare qui tutti i "conti che non tornano" nella
vicenda della morte dello statista che, primo nell'
Europa colonizzata dagli USA, voleva portare al governo
il Partito Comunista per far avanzare il paese sotto la
spinta comune delle due sue maggiori forze politiche: la
Democrazia Cristiana e, appunto, il PCI.
Sono serviti decine di libri e le centinaia di pagine
degli atti di varie commissioni parlamentari per
elencare tutti i punti oscuri: dalle minacce di morte
che Moro ricevette da quel farabutto
di Kissinger in persona alle incredibili capacità
militari dei brigatisti e alle altrettanto incredibili
"sfortune" delle forze dell'ordine e dei servizi, al
tempo interamente comandati da membri della P2. Basti
ricordare che il covo del capo brigatista Moretti era in
uno stabile in cui molti appartamenti erano di proprietà
dei nostri servizi segreti e che sulla scena
dell'agguato furono trovati bossoli provenienti da un
deposito NATO di GLADIO. Tarpley capì, e già nel 1978
scrisse "Chi ha ucciso Aldo Moro?".
Capì che le BR erano state infiltrate e ‘dirottate' dai
servizi e che i veri responsabili della vicenda erano
ancora nell'ombra, mentre in pasto ai media e alle
galere venivano date le spendibili pedine brigatiste
che, da sole, avrebbero combinato poco o nulla. Grazie a
questa fondamentale esperienza sul campo e al suo
approfondito studio della vita criminale di George Bush
padre ("George
Bush: the Unauthorized Biography", 1992) Tarpley è
diventato un'autorità per quel che riguarda il
terrorismo ‘false flag' e i veri meccanismi che agiscono
dietro le quinte dei governi.
Il seguente passaggio renderà chiaro perché la lunga
esperienza ha spinto Tarpley ad un atteggiamento verso
l'11 Settembre differente da quello di molti altri
autori:
"Il movimento per la verità sull' 11 Settembre è
stato reso zoppicante da coloro che continuano a
rendere la questione delle "domande
senza risposta" [sull'11-9 ] il loro argomento
centrale. Ci si potrebbe immaginare che, quando
arriverà il giorno del giudizio, e l'arcangelo
Gabriele suonerà la sua tromba per annunciare la
resurrezione, alcuni sciocchi attivisti salteranno
fuori dalle loro tombe per ripetere le loro domande
ancora senza risposta. Tre anni e più dopo l'11-9 è
il momento di elaborare qualche risposta."
E ciò
che Tarpley cerca di fare nel suo voluminoso "9/11
Synthetic Terror. Made in USA" è presentare le
innumerevoli ‘questioni senza risposta' dell' 11
Settembre assieme a interpretazioni, ‘risposte', su cosa
può essere veramente accaduto e, soprattutto, chi ne è
il responsabile. Per apprezzare il dettaglio e la
completezza delle argomentazioni presentate da Tarpley è
ovviamente necessario affrontare la lettura della sua
opera, lettura che si presenta in ogni caso agevole
grazie alla chiarezza delle argomentazioni. Nondimeno
cercherò di tracciare qui di seguito i punti principali
delle ‘risposte' suggerite da Tarpley.
Riprendendo quanto già suggerito da Meyssan e anche da
Blondet, la tesi di fondo di Tarpley è che l' 11
Settembre sia stato un colpo di stato con cui una
fazione "canaglia" dell'establishment militare, politico
e dell'intelligence ha messo con le spalle al muro
chiunque esitasse a intraprendere quelle spregiudicate
politiche volte a conservare e incrementare l'egemonia
USA, e a far uscire il paese dalla pericolosa situazione
di crisi e stallo evidente alla fine degli anni '90. Tra
i sintomi di questa crisi spiccano la potenziale fine
dell'egemonia del dollaro con il possibile passaggio dai
petro-dollari ai petro-euro (come proposto, tra i primi,
proprio da Saddam Hussein) e il crescente antagonismo
con la Cina e la risorta potenza russa. E' abbastanza
facile notare come l'11 Settembre abbia consentito una
politica estera aggressiva e militarista i cui effetti
sono stati in primo luogo l'accerchiamento in Asia
Centrale della Russia e il ‘contenimento' della Cina,
spese militari alle stelle così come la possibilità di
mettere le mani sulle strategiche risorse mediorientali
e frenare possibili tentativi di sganciare la produzione
petrolifera dalla vendita in dollari.
Ma come è stato possibile mettere in atto gli attacchi
dell' 11 Settembre? Tarpley illustra e spiega in
dettaglio, in interessanti capitoli storici che
affrontano i maggiori atti di terrorismo di stato del
passato (dal Gunpowder Plot del 1605 all'affondamento
del Maine al terrorismo che ha coinvolto l'Europa e
l'Italia nella "strategia della tensione"), lo schema
base utilizzato dal potere costituito per ingannare e
intimorire le popolazioni con operazioni ‘false flag'.
E' uno schema, manovrato dai mandanti, nel caso dell'11
Settembre la fazione ‘golpista' dell'establishment USA,
che si regge su tre attori principali: una rete di
infiltrati nelle istituzioni, nelle forze armate e
nell'intelligence, una rete di patsies, termine
che potremmo tradurre tanto con ‘pedine' che con ‘utili
idioti' (i Lee Harvey Oswald della situazione), nel caso
dell' 11-9 i presunti dirottatori o comunque quei
personaggi mediorientali, del tutto incapaci, che si
sono fatti notare nelle scuole di volo e su cui si è
potuta scaricare la responsabilità degli attentati. E
infine, il terzo attore, una rete di ‘commandos', uomini
ultra specializzati, privi di scrupoli e pronti a tutto:
a impiantare le cariche esplosive nelle torri o a
lanciare un missile cruise sul Pentagono.
Per chiarire riprendiamo per un attimo l'analogia col
terrorismo di casa nostra: i terroristi neri e le BR
(almeno quelli "in buona fede") erano le utili pedine
per prendere parte agli attentati e soprattutto
assumersene la responsabilità, manovrati da un ‘governo
ombra' (la P2, Gelli, i vertici militari e politici
consapevoli di quanto accadeva) tramite una rete di
infiltrati (ad es. i cosiddetti "servizi deviati"),
spesso a conoscenza solo di una piccola parte del piano,
o persino tramite altri attori inconsapevoli. Infine dei
commandos (spesso membri di GLADIO – ‘Stay Behind') o
dei doppiogiochisti infiltrati nelle organizzazioni
terroristiche si occupavano della parte esecutiva della
"strategia della tensione".
Nel disegno. Uno
schema del funzionamento di un governo-ombra che,
dai circoli del potere politico e finanziario, mette
in atto il terrorismo false flag servendosi
delle 'moles' (infiltrati negli apparati statali) e
di varie tecniche, come l'impiego di esercitazioni
di copertura e di pedine a cui dare la colpa degli
attentati.
Nel caso
dell' 11 Settembre, Tarpley documenta in maniera
approfondita come le innumerevoli esercitazioni,
militari e antiterrorismo, abbiano fornito l'occasione
per poter compiere con successo gli attentati,
manovrando l'intero apparato di difesa verso
l'inattività, e dando copertura alle vere azioni
terroristiche. Una parte fondamentale del complotto che
viene analizzata in dettaglio, per la prima volta, da
Tarpley è quella delle possibili minacce a Bush e
all'Air Force One. Secondo Tarpley infatti Bush, a
differenza di Dick Cheney, non ricopriva un ruolo attivo
negli attentati (chi avrebbe affidato un ruolo a un
cretino simile?) ma è stato oggetto di azioni
intimidatorie con cui la fazione ‘canaglia' del governo
USA (di cui probabilmente fa parte il vicepresidente) ha
voluto rendere chiare la sua intenzione di prendere in
mano il controllo totale della politica USA. Molti di
noi si ricorderanno della storia, presto scomparsa dai
giornali, dei messaggi in codice ("angel is next")
ricevuti dall'Air Force One e volti a sottolineare la
potenza e le capacità di coloro che erano dietro agli
attacchi allora in corso, e che si trovavano con ogni
probabilità ai vertici dell'establishment USA più che
all'interno di una grotta afghana. Tarpley sottolinea
come una parte del piano golpista fosse la minaccia di
usare l'arsenale atomico e scatenare un pericoloso
confronto militare con la Russia. In questa ottica va
vista la telefonata di Putin a Bush con cui l'ex
colonnello del KGB volle, probabilmente, far capire che
era consapevole di ciò che stava realmente accadendo e
che non avrebbe reagito a provocazioni.
Anche il successivo episodio degli attacchi con
l'antrace, ormai scomparso dai media perché
irreversibilmente collegabile proprio alle forze armate
USA e ai suoi stabilimenti batteriologici di Fort
Detrick nel Maryland, costituisce una parte del piano di
intimidazione (del Congresso soprattutto) e di presa del
potere da parte della fazione golpista.
Tarpley affronta questa complicata vicenda con
atteggiamento analitico-deduttivo e basandosi su
avvenimenti analoghi oramai appurati dalla storiografia
ufficiale. C'è dunque da dire che un'analisi sul campo
volta a portare davanti alla giustizia gli autori degli
attentati non potrebbe esimersi dall'affrontare le
ipotesi tracciate da Tarpley. Tali ipotesi, a differenza
di quanto affermano i critici del movimento per la
verità sull'11 settembre, sono tutt'altro che
inverificabili. Basterebbe ad esempio tirare fuori dagli
archivi i documenti sulla catena di comando delle
esercitazioni miltari dell'11 settembre (Amalgam Virgo,
Vigilant Guardian, Vigilant Warrior e ben altre 13
simulazioni di attacco o mobilitazioni simulate) o
analizzare l'iter burocratico con cui si sono insabbiate
le inchieste di quegli agenti dell'FBI (ad es. Kenneth
Williams e Colleen Rowley) che avevano iniziato indagini
sulle ‘pedine' al-qaediste che si istruivano (con comici
risultati del resto) nelle scuole di volo della Florida.
Si scoperchierebbe così il verminaio degli infiltrati
che all'interno delle istituzioni hanno appoggiato la
fazione golpista. Si troverebbe probabilmente
l'equivalente in grande di quella patetica serie di
faccendieri, spioni, avventurieri, massoni, piduisti,
ufficiali infedeli che ha insanguinato l'Italia con le
stragi e gli omicidi di stato e che è ormai parte della
storiografia ufficiale del nostro novecento.
In definitiva vale la pena leggere "9/11 Synthetic
Terror. Made in USA" proprio per mettere queste
brillanti chiavi interpretative accanto alla minuziosa
ricerca di "domande senza risposta" portata avanti da
molti autori come Griffin o Ahmed. Inoltre lo stile
disincantato e venato di umorismo di Tarpley e la sua
profonda conoscenza della storia, americana e non solo,
e della politica contemporanea arricchiscono
ulteriormente questa importante opera.(Di
Alcenero. Tratto da
www.comedonchisciotte.org)
"Io, eterno alunno"
Parla Flavio Oreglio
di Antonella De Biasi
«Mandano in onda
immondizia perché la gente vuole questo oppure la
gente diventa così perché si trasmette loro
immondizia? Di chi è la responsabilità? Per me è
comunque di chi propone. Questo è un dato di fatto».
Non sono le parole di Franca Ciampi, ma di un attore
comico che conosce bene la tv e la fa anche con
successo, oltre a occuparsi di musica, recitare in
teatro e scrivere. Flavio Oreglio, quello de «il
momento è catartico», dopo due anni torna sul palco
di Zelig e, quasi in contemporanea, sforna un nuovo
libro Non è stato facile cadere così in basso
(edizioni Bompiani), ideale seguito di Siamo una
massa di ignoranti. Parliamone che ha avuto grande
successo. «Io non ci sto - continua l’attore - se il
pubblico vuole delle cazzate io non le faccio. Il
mio pubblico mi permette di portare avanti un
discorso critico». Oreglio è deciso in quello che
dice e che scrive, curioso, attento, ha preso
davvero a cuore il tema dell’ignoranza, parla come
un fiume in piena, sembra quasi un avvocato che
arringa la giuria per quanto è appassionato dei temi
che affronta. «Voglio diventare il più grande
luminare dell’ignoranza che c’è in circolazione.
Voglio una cattedra di ignoranza all’università!»
Che cosa ne pensi del “grillismo” e del
ruolo che in questo momento hanno i comici?
Giudico positivamente il lavoro che stanno facendo
alcuni personaggi, Grillo a modo suo. Certo speriamo
che poi si crei anche qualcosa di concreto. A
livello sociopolitico ho individuato l’ignoranza
come non conoscenza e con questo concordo con le
tesi di Grillo, cioè bisogna conoscere le cose
perché il contrario di ignoranza non è deficienza,
ma è conoscenza. Il problema di oggi è che non tutti
hanno gli strumenti critici per capire fino in fondo
certi discorsi, però bisogna pur cominciare. Tu dici che uno stupido è come un diamante:
è per sempre... Chi sono gli stupidi oggi?
Noi viviamo in un mondo multiforme e le analisi le
facciamo partendo da punti di vista diversi. Trovo
che si debba denunciare che non c’è criticità e c’è
questa idiozia dilagante. Nel momento in cui vedi
che hanno un grosso successo trasmissioni tv che non
hanno alcun senso vuol dire che dall’altra parte c’è
un pubblico che ascolta e che non le rifiuta. Con la
legge dell’audience basterebbe che queste
trasmissioni avessero un leggero calo di ascolti e
non esisterebbero più. Quindi ci deve essere anche una specie di
etica nel fare spettacolo?
Ci sono i comici che raccontano per far ridere e
quelli che fanno ridere per raccontare, alla fine
c’è sempre uno sul palco che parla e della gente che
ascolta e che ride. Ma è una cosa diversa, se uno
sale sul palco vuole raccontare delle cose, vuole
stimolare sui contenuti. Credo che far ridere non
sia difficile, però un comico dovrebbe sempre
chiedersi: ma la gente sta ridendo per me o di me?
Oggi ci sono cose che vengono spacciate per comiche
ma sono solo ridicole. Sta anche al buon gusto di
chi propone anche se non è necessario sempre parlare
dei massimi sistemi. A proposito di cattivo gusto, in politica,
pensavo alle recenti sparate di Storace su Rita Levi
Montalcini. Forse la comicità è anche lo specchio di
un Paese… Dopo queste tue riflessioni non hai la
tentazione di entrare in politica?
Io arrivo dalla politica, sono stato consigliere
comunale per due legislature nel paese in cui vivo,
Peschiera Borromeo, in provincia di Milano, con una
lista civica alleata con partiti di centrosinistra.
Ero un indipendente del Pci alle elezioni del ’90,
poi ho assistito alla trasformazione del Pc in Pds e
Ds. Sono per il mantenimento delle idee e secondo me
oggi manca proprio questo, l’idealità. Queste cose
le sto elaborando, le dirò prossimamente, quindi non
è escluso che ci possa essere anche un futuro di
questo genere per me. Allora la ricetta contro l’ignoranza è non
spegnere il cervello?
Sì, certo, questo è quello che ci diciamo, ma si può
autoriformare dall’interno un sistema? Tutti dicono
sì, coi correttivi ecc. ma io penso, per esempio,
alla scuola che è la prima cosa. Gli studenti stanno
cinque ore al giorno con uno che gli sta sulle palle
e poi tutto il resto della loro vita è a contatto
con la tv, con la strada ecc. Allora io dico che la
scuola deve dare ai ragazzi gli strumenti per capire
la realtà nella quale vivono, bisogna partire dal
quotidiano e da lì poi spiegare geografia, storia e
tutto il resto. L’insegnamento è un’arte, è
comunicazione. Se non formiamo i giovani, in futuro
avremo gente che dovrà essere recuperata perché,
mentre noi discutiamo di queste cose, la vita va
avanti. Critico tanto la scuola perché la amo, sono
un eterno alunno. (La Rinascita della sinistra 25
ottobre 2007)
Premio giornalistico-letterario
La
terza edizione del premio giornalistico-letterario
Marenostrum, organizzato a Viareggio
dall’associazione Puntocritico, come di consueto ha
visto la presenza di un folto pubblico, e, fra le
altre, di testate giornalistiche come La
Repubblica-Metropoli, L’Unità, La Rinascita della
Sinistra, As-Safir e dei mass media locali, a
riprova dell’importanza sempre crescente che esso
sta assumendo nel panorama nazionale.
Il vincitore della
sezione letteraria è stato lo scrittore greco
Christos Giannalopoulos
con l’opera “Raduni rock”, un racconto di
contaminazione culturale nel quale alcune perone
conosciute o appena sfiorate si ripresenteno nella
memoria con lo spessore di un personaggio ed eventi
quasi dimenticati assumono l’importanza del mito.
La vincitrice della
sezione giornalistica è stata la camerunese
Genevieve Makaping,
giornalista che vive in Calabria, prima migrante che
ha ricoperto fino a pochi giorni fa il ruolo di un
quotidiano italiano e ore lavora in una televisione.
La Makaping ha ricordato l’importanza della parola
anche battaglia contro il razzismo ma anche contro
la N’drangheta calabrese e le mafie in genere.
Per la sezione
“Solidarietà” il premio è andato alla coraggiosa e
determinata deputata afgana Malalay Joya.
Una giovane donna che è già scampata a vari
tentativi di assassinio per la sua denuncia ferma
prima contro i talebani e poi contro il corrotto
governo Karzai. Una voce libera e forte al fianco
del popolo afgano e per l’autodeterminazione delle
donne del suo paese.
Per la sezione
Diritti Umani “Tom Benetollo” il riconoscimento è
andato al grande scrittore uruguayano Eduardo
Galeano.
Nel suo intervento, che ha toccato con la sua grande
capacità di uomo di sinistra e grande letterato le
corde piu’ profonde del numeroso pubblico presente,
egli ha con poesia ripercorso un pezzo della storia
dell’America Latina attraverso suggestive parole che
proponevano la necessità di supportare il progetto
progressista che si sta realizzando in questi anni
in Latinoamerica.
Emozionante anche la
inedita sezione
riservata al ricordo del giornalista Stefano
Chiarini, membro della giuria del premio
e scomparso recentemente. Insieme al “Comitato per
non dimenticare Sabra e Chatila”, di cui egli è
stato il fondatore, abbiamo realizzato un
riconoscimento che è andato al direttore di As-Safir
Talal Salman.
As Safir è il piu’ importante quotidiano libanese,
in lingua araba, e per lui il premio è stato
ritirato dal giornalista Talal Khrais.
Una grande sorpresa è
stata la presenza alla manifestazione di premiazione
di Gianni Minà. Il pubblico ne ha richiesto
l’intervento suggellando la fine del suo discorso
con un applauso lunghissimo e una vera e propria
standing ovation.Particolarmente gradita è stata
anche la bellissima mostra fotografica di Graziano
Bartolini che con la sua “Sguardi dal mondo” ha
suscitato grande impressione per la bellezza dei
volti e dei contesti fotografati nei quali egli ha
colto visi, speranze, dolori e solidarietà di una
umanità sofferente ma mai rassegnata alla
sconfitta. Il giorno prima della manifestazione c’è
stato l’incontro delle scuole viareggine con Malaly
Joya che ha portato in sala di rappresentanza del
municipio oltre 300 studenti. L’incontro è stato
co-organizzato con “I volti della pace” del comune
di Viareggio.Inoltre, una buona presenza di pubblico
anche alla sera del venerdi per la proiezione del
film del regista palestinese Mohammed Bakri “ Da
quando te ne sei andato” introdotto da Maurizio
Musolino e Monica Maurer.Per tutti l’appuntamento è
con la quarta edizione che si svolgerà nel mese di
ottobre del 2008.Il
Comitato di Gestione del Premio: Paolo Annale,Andrea
Genovali,Maria Teresa Martina (Puntocritico 12
ottobre 2007)
I diari della motocicletta
di
Vittorio Renzi
Chi
era Ernesto Guevara prima di diventare “El Che?”
prima della rivoluzione cubana? Di quali ideali si è
nutrito da giovane? E come è arrivato a interessarsi dei
problemi sociali e politici dell’America latina? Il
nuovo film di Walter Salles (Central do Brasil),
risponde a queste e ad altre domande intessendo un
racconto di formazione per immagini nella forma di un
road movie che è anche un percorso interiore, un
movimento dell’anima che procede per tappe, curve,
cadute, giri e ripensamenti. Come diceva Kerouac nel suo
romanzo più celebre, “è illusorio pensare che il
viaggio sia una sorta di linea rossa che ti porta dritto
da un punto A verso un punto B. Il viaggio (quello vero)
è un’incognita, uno spaesamento, un tornare al punto di
partenza, dove tutto è uguale a prima e al tempo stesso
tutto diverso".
É quello che accade al giovane argentino di Buenos
Aires, Ernesto Guevara (Gael García Bernal),
laureando il leprologia e malato di asma, che a 23 anni
decide di partire insieme all’amico Alberto Granado
(Rodrigo de la Serna) alla volta del Venezuela su una
vecchia moto, una Norton 500 spavaldamente rinominata la
“poderosa”.
Il viaggio, della durata prevista di otto mesi e che
durerà invece più di un anno, li porterà in Patagonia e
da lì in Cile lungo la cordigliera delle Ande fino a
Cuzco e a Machu Picchu, per giungere sulle rive del Rio
delle Amazzoni, a San Pablo, dove si trova una colonia
di lebbrosi. Qui i due amici passeranno un paio di
settimane dedicandosi al volontariato. Alla fine
Granado si recherà a Caracas per lavorare in un
ospedale, mentre Guevara farà ritorno al suo
paese confuso e senza più una direzione chiara da
prendere. Il suo secondo viaggio, al termine del quale
incontrerà Raul e Fidel Castro, rimane
fuori campo, affidato alle scritte in sovrimpressione.
Il film è stato girato quasi interamente nelle location
originarie narrate nei diari di entrambi. Il viaggio
iniziò nel 1952. Essi non sapevano praticamente nulla
del loro continente, si trattò di una vera e propria
scoperta delle loro radici, ma anche dei popoli e delle
condizioni in cui versavano.
In particolare, ciò che viene a incidersi dentro il
giovane Guevara è la profonda consapevolezza della
condizione di “meticciato” dell’intero continente le cui
razze sono ormai talmente intrecciate tra loro da aver
costituito un unico popolo, “dal Messico allo stretto
di Magellano”, con le stesse origini, gli stessi
problemi, le stesse ingiustizie sociali. Una realtà che
gli appare traumaticamente evidente e dinnanzi alla
quale non potrà più chiudere gli occhi.
Il film di Salles (prodotto tra gli altri da Robert
Redford) è di una semplicità disarmante. Nonostante le
tappe del racconto siano ben documentate da diverse
fonti (oltre ai libri, gli incontri con la famiglia
Guevara e con lo stesso Alberto Granado), il
film non sembra, ne vuole sembrare, un documentario.
Possiamo anzi dire che Salles e lo sceneggiatore José
Rivera senza esitare prendono le distanze dall’icona del
“Che” che tutti conoscono (o credono di
conoscere), resa quasi statica e immutabile dal mito,
per riscoprire il ragazzo che fu: un giovane come tanti
altri, allegro, sensibile e onesto. Un film pieno di
momenti divertenti, di goliardia che ci proietta in una
dimensione umana, senza tentazioni agiografiche, aiutato
in questo dalla bravura di entrambi gli interpreti, in
particolare Bernal. Una normalità che però rischia più
volte di scivolare nella banalità.
La regia, impostata su un registro di trasparenza,
incappa spesso nel bozzettismo, in situazioni ripetitive
e stereotipate sull’amicizia e la complicità virile,
fatta di bevute, battibecchi e tresche, alla ricerca di
un cinema di istanti, di quei momenti speciali perché
densi di vita, destinati a farsi memoria. Fino ad
arrivare all’ultima, superflua, inquadratura del film:
lo sguardo del vero Alberto Granado, ormai
ultraottantenne, si fissa malinconico e solenne sul volo
di un aereo al tramonto, in un intenso, ultimo saluto al
suo vecchio compagno morto oltre mezzo secolo prima.
Un film che ad ogni modo offre uno sguardo originale e
interessante sulla giovinezza di uno dei personaggi più
amati e idealizzati del XX secolo.(CineClik Recensioni)
Alberto Granado,
protagonista rappresentato ne "I
diari della motocicletta", ha detto
con chiarezza disarmante come
sarebbe censurabile porre l'esempio
di Guevara "al
di sopra della realtà".
"Troppo
spesso amici in buona fede e
nemici per interesse tendono ad
elevare la figura di Guevara
oltre i limiti umani, tanto che
non pare possibile seguirne
l'esempio".
Attualizzare Guevara è un compito
che va oltre due opere
cinematografiche, è un'attività
passionale che non ha bisogno di
capriole nella linea del tempo e che
semmai richiede solo
d'indietreggiare e non d'andare
oltre (Si
queremos un modelo de hombre que no
pertenece a este tiempo, un modelo
de hombre que pertenece al futuro.
Ese modelo es el Che). E credo
pure che l'esempio di Guevara, mai
morto, non sia meno attuale oggi di
ieri, nelle terre dei
grandi
dimenticati come in quella
parte del mondo occidentale persa
oggi in forme di governo che alla
sovranità popolare han sostituito la
dittatura della sovrastruttura
economica. Per evitare di scivolare
nell'astratto, quantunque modesto e
istintuale: l'Italia di oggi non ha
bisogno che di una Rivoluzione, in
grado d'andare più a fondo di una
qualunque e criminosa rivoluzione
armata in periodo di pace: una
Rivoluzione culturale che
il riformismo sa solo abbozzare,
dando l'idea di un passo avanti che
non è mai senza un passo indietro.
Una Rivoluzione culturale come
obiettivo storico.(Webrebelde)
Un freak tra i grandi
di Maurizio Ermisino
E'
diventato famoso per Batman, ma se dovessimo
scommettere sul suo supereroe preferito, punteremmo sul
bambino Supermacchia, una creatura del suo libro di
favole Morte malinconica del bambino ostrica e altre
storie. Un bambino che a ogni movimento si sporca,
diventando un’enorme macchia
nera.
E’ uno dei dettagli che ci fa capire chi è Tim Burton.
Un anticonformista, un cantore del diverso. «Mi
piacciono le persone che hanno un aspetto strano, non so
perché», ci ha raccontato a Venezia, dove è stato
premiato con il Leone d’Oro alla carriera.
Diverso dagli altri lo è sempre stato anche lui. Anche
quando lavorava ai film d’animazione della Disney, e se
ne andò perché il suo lavoro non era in linea con le
direttive della casa di Topolino, perché i suoi
personaggi erano troppo poco rassicuranti. Burton ha
fatto della sua diversità una bandiera, e dell’empatia
con il diverso la sua poetica, facendoci sentire vicini
al “mostro” come mai era successo al cinema da
Freaks di Tod Browning. Lo sguardo sconsolato di
Johnny Depp in Edward mani di forbice, quando
dice «non mi ha finito», mostrando le cesoie che ha al
posto delle mani, soffrendo per la sua imperfezione,
potrebbe essere il suo. Essere dalla parte dei diversi
vuol dire essere dalla parte degli ultimi: come il
peggior regista di tutti i tempi, Ed Wood, che
girava con mezzi di fortuna ed era ossessionato dai
golfini di angora rosa, a cui Burton ha dedicato un film
memorabile.
«Mi sono sempre sentito fortunato, perché non sono stato
mai classificato con precisione, né come cineasta
indipendente, né come regista degli studios. Sono sempre
riuscito a navigare in acque oscure e in questo modo mi
sono sentito più libero», ha detto. Anche quando si è
confrontato con i blockbuster Burton è riuscito a
imprimere la sua impronta: i veri protagonisti di
Batman Returns erano i “cattivi”, il deforme
Pinguino, abbandonato dai genitori per il suo aspetto, e
la schizofrenica Donna Gatto. Burton è riuscito a
farcire con un ripieno agrodolce anche l’edulcorata
favola di Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato.
Rispetto al libro e al primo film che ne era stato
tratto, ha capovolto il punto di vista: non gli
interessa il bambino che visita la fabbrica, ma il
cioccolatiere Willy Wonka, a suo tempo bambino infelice
a causa di un padre dentista che gli vietava i dolci, e
cresciuto disadattato e diffidente. Anche Il Pianeta
delle scimmie, altro remake, diventa occasione per
smettere i nostri panni e immedesimarci in quelli di una
specie che non è padrona sul proprio pianeta, ma
oppressa.
Quello di Burton è un mondo capovolto. In The
Nightmare Before Christmas, capolavoro di
animazione in Stop Motion, la sua simpatia va al mondo
di Halloween, che preferisce a quello del Natale.
D’altra parte, il vestito di Babbo Natale è così perché
lo voleva la Coca Cola… Ne La sposa cadavere il
mondo dei vivi è freddo, grigio, ingessato nei rituali
borghesi, e quello dei morti è chiassoso, colorato e
allegro. Come a dire che solo liberandoci dalle
convenzioni possiamo essere liberi, senza freni.
Quelle di Burton sono delle bellissime fiabe gotiche.
«Di fiabe non ne ho lette tante, le mie fiabe erano i
film con i mostri», ha detto. «Mi piacciono però le
fiabe folkloristiche per il loro simbolismo, quella
fantasia mescolata alla realtà». Non ne ha lette, ma le
sa raccontare, con l’immaginazione sfrenata di un
fanciullo. E questo nonostante non sia uno
sceneggiatore. «Non ho mai scritto una sceneggiatura, ma
per me è sempre stato importante far sembrare che fosse
la mia sceneggiatura», ha spiegato. «Mi piace avere chi
scrive, perché mi permette di vedere le cose
dall’esterno. Per me importante sentire quello che sta
facendo, in modo che il risultato sia personale».
Big Fish infatti è uno straordinario omaggio
all’arte di raccontare, di colorare la verità per
rendere meno grigia la vita. «Alla fine, a furia di
raccontare una storia, si diventa quella storia»,
sentiamo dire nel film. E Burton, capelli scapigliati e
occhiali scuri, sembra un personaggio dei suoi film.
A consegnargli il Leone c’era Johnny Depp, alter ego
in molti suoi film. «E’ molto bello lavorare con lui -
ha detto Burton - mi piacciono gli attori che amano
diventare i loro personaggi, mentre alcuni attori fanno
solo se stessi. A me piace chi sa fare cose diverse.
Johnny in Edward mani di forbice non parlava,
in Ed Wood non smetteva mai di parlare, nel
prossimo film addirittura canta». Nelle sue storie
ognuno dei suoi freaks trova il proprio posto
nel mondo. Anche Tim Burton l’ha trovato. Tra i grandi
del cinema.
(La Rinascita della sinistra 14 settembre 2007)
Figli di un dio minore
di E.
S.
Tra errori,
equivoci, beffe e un solido e sorridente
pessimismo della ragione, lo scrittore
nonché magistrato Giancarlo De Cataldo
qualche anno fa raccontava in un libro,
dal titolo
"Minima criminalia", una serie di
suggestive storie di vita raccolte in
brevi capitoli. Quella che agli esordi
si rivelò una tra le più felici prove
narrative dell'autore di "Romanzo
criminale", venne scritta con curiosità
e simpatia verso un'umanità invisibile,
rissosa, malmenata, coatta, che
sopravvive a ogni perdita di illusioni;
il libro di De Cataldo racconta infatti
di un carcere italiano che si rivela ben
presto un "infernaccio", dove nessuno o
quasi vuole farsi redimere, volgendo in
narrazione la sua esperienza di
magistrato e giudice di sorveglianza.
Una
galleria di sorprendenti personaggi,
insomma, che quasi costringono a
formulare una riflessione impegnata
sulla giustizia italiana e su tutto
quello che lo stato e la società civile
non devono fare, se vogliono veramente
cambiare le regole del gioco.Abbiamo
ripensato a questo libro non per caso.
Torna alla mente dopo la linea dura
decisa contro i giovanissimi ladri e gli
scippatori, stabilita dalla IV sezione
penale della Corte di Cassazione, che
con una sua sentenza dà il semaforo
verde alla custodia cautelare contro i
minorenni accusati di furti in
appartamento o scippi per strada. La
Corte di Cassazione ha infatti annullato
l'ordinanza con la quale il gip presso
il Tribunale per i minorenni di Roma
aveva respinto la richiesta di convalida
dell'arresto di una nomade adolescente,
sorpresa a rubare in un appartamento
romano, sostenendo che la misura
cautelare non era applicabile per questo
genere di reati.
Ora,
invece, secondo la Cassazione "i reati
di furto, aggravati perché commessi in
abitazione o con strappo" fanno scattare
la custodia cautelare in quanto aventi
"l'aggravante incorporata" dalla
modalità stessa di commissione del
reato. La sentenza costringe dunque il
Tribunale dei minorenni di Roma a
rivedere la decisione con la quale, lo
scorso 23 gennaio, rimise in libertà
Romina N., minorenne: la Suprema Corte è
stata di diverso avviso e ha annullato
con rinvio al Tribunale per i minorenni
di Roma, che dovrà adottare la "linea
dura" nei confronti dei giovanissimi
ladri d'appartamento e gli scippatori.
Ma sull'applicabilità o meno del carcere
preventivo ai minori accusati di furto o
scippo, la Cassazione ha prodotto due
filoni giurisprudenziali in netto
contrasto tra loro e mai risolti,
finora, dalle Sezioni
Unite.Tecnicamente, la custodia
cautelare non sarebbe applicabile nei
confronti dei minorenni che rubano e
scippano. Il carcere preventivo per tali
reati, non sarebbe infatti espressamente
richiamato dal Dpr 448 del 1988, che
disciplina i casi in cui può essere
applicata la custodia nei confronti di
imputati minorenni. Una norma, questa,
che però in questi termini non risulta
essere stata coordinata con la legge 128
del 2001, che ha definito il furto in
appartamenti e gli scippi come autonome
e specifiche fattispecie di reato.
Mentre
dunque la giurisprudenza italiana si
accavilla come di consueto su questioni
che poi determinano la libertà o meno di
un essere umano, nel prossimo futuro
saremo probabilmente costretti a veder
riempite le nostre carceri (già di per
sé stracolme di persone e di problemi di
vivibilità ai limiti dei diritti
riconosciuti a ogni individuo, seppur
colpevole di reato), da "zingarelle" e i
loro piccoli fratelli, oltre a chissà
quali altri figli di nessuno
protagonisti di una vita certamente non
voluta: materiale involontario per un
nuovo libro di De Cataldo, e soprattutto
vittime di questa "voglia di
repressione" che sempre più sembra
preferire punire i "piccoli", piuttosto
che andare a cercare i "grandi". (AprileOnline
11 settembre 2007)
Napoli power
di
Francesco Resigno
Tra
i cumuli di “munnezza” (e non parliamo di rifiuti solidi
urbani) si possono trovare delle gemme. Rovistando tra
un sacchetto e l’altro ci si può imbattere in vere e
proprie perle musicali. Napoli, in questo caso, ci
insegna cosa vuol dire “raccolta differenziata”: una
serie di uscite discografiche, dei più svariati generi,
con la città partenopea a far da massimo comune
denominatore.
In un qualsiasi incrocio di una periferia di Napoli,
potremmo trovare Quiet (se si legge in inglese
o in napoletano è uguale: stesso significato), il primo
disco solista di Lucariello, voce degli Almamegretta. Il
cantante napoletano è uno dei pochi artisti che riesce a
non farsi accecare dagli eccessi della città. La sua
Napoli è il sud del mondo, anzi sono tanti sud per
altrettanti mondi. E’ «come il Bronx o una favelas», ma
a Lucariello stu presébbio nun ce piace, e ce
lo canta in tutto il suo dub quasi asfissiante,
come l’aria che si respira a volte da queste parti.
Napoli è spesso teatro di abbandoni, allontanamenti, ma
anche di renion. E’ il caso di tre vecchi amici
che si ritrovano dopo anni. Sono quei “Tre terroni” di
Luca, Sergio e Elio: BiscaZulù. Li si può trovare
sicuramente nei pressi di Montesanto. Sono tornati ma è
sempre meglio diffidare di questi “guaglioni”, come loro
stessi ci invitano a fare. I testi affrontano tematiche
ad ampio respiro, si esce dai confini di Partenope per
sparare a zero contro i nemici giurati di sempre:
globalizzazione, neoliberismo, guerra e, indovinate un
po’, gli Stati Uniti. Slogan ad effetto, testi incisivi
e grandi melodie accompagnano un Luca Persico
particolarmente ispirato. Il disco ha una scadenza,
bisogna ascoltarlo entro il 2029 (il 29 a Napoli assume
un significato particolare), anno in cui con previsione
da stròlogo scoppierà l’esplosione umanitaria
terminale. Un disco così non si ascoltava dai tempi di
Guai a chi ci tocca. Erano gli anni 90, periodo
in cui Napoli sembrava di rivivere un “nuovo
rinascimento”. Artisti e intellettuali rifacevano
capolino, un nuovo fermento in città fece sperare in una
svolta. I giovani riscoprivano le tradizioni, il
biglietto da visita della commistione tra generazioni,
che produsse quel miracolo che risponde al titolo di
Cu’mme: fu la collaborazione tra Roberto Murolo, la
napoletana acquisita Mia Martini ed Enzo Gragnaniello.
Ma il “nuovo rinascimento” fu una speranza effimera, e
di quella collaborazione è rimasto solo il compositore
napoletano. Napoli è un po’ come L’erba cattiva,
anche se la strappi via, rinasce sempre. Il nuovo disco
di Gragnaniello lo si potrebbe trovare anche tra la
gramigna dei selciati delle antiche strade consolari.
Scava nell’intimo umano per parlarci del mondo intero,
dei sentimenti e di quanto a volte ci si complica la
vita costruendo dei labirinti anche quando la semplicità
e la lentezza basterebbero per vivere meglio. Il
sound acustico la fa da padrone nel nuovo lavoro
dell’artista napoletano, è un approccio quasi blues
nell’attitudine. Un disco di gran classe che tiene ben
salda la tradizione nella stesura dei brani.
Se si parla di tradizione, e di chi non ha mai rinnegato
le proprie radici, non si può fare a meno di citare
Teresa De Sio. Degna erede di Lazzari e Briganti, la
voce di Partenope è la voce del popolo. Scugnizzi e
“povera ggente”, “figl’è mappina” e trafficanti, chi
lotta per un tozzo di pane, chi per liberarsi
dall’oppressione. Sembra la Napoli dei Borboni e dei
“piemontesi”, di Masaniello o di Eleonora Pimentel
Fonseca. Ma è sempre la stessa, è quella di
Secondigliano, della camorra, delle speranze perse e
della rassegnazione. Non c’è dubbio, un disco come
Sacco e fuoco lo si può trovare fra gli umidi
“bassi” di Forcella. Proprio dove tutto ha avuto inizio,
e dove tutto può ricominciare.
Degna conclusione di questa sorta di giro turistico nel
cuore della musica napoletana, è il nuovo lavoro di
Eugenio Bennato. Il suo Sponda sud potrebbe
essere la colonna sonora di via Medina. Il disco è un
giro del mondo in 40 minuti. E il cerchio si chiude,
Bennato ci porta in tutti i sud del mondo, continuando
quel lavoro di recupero e restauro dei suoni
tradizionali. C’è l’Africa e l’America latina, c’è
Beirut e Bahia, Algeri e Sant’Anastasia. Le tammorre e
le maracas in un samba pizzicato, i tamburi africani
sposano i suoni dilatati del deserto. Tutto il mondo è
paese, nei problemi e nelle difficoltà le città sono
destinate ad assomigliarsi tutte. Napoli si veste da
capitale del sud del mondo, solo dal fondo, solo dal
basso si potrà risorgere. Ci vogliono i giovani,
un’intera generazione che ragiona con la testa, pensa
col cuore e agisce con lo stomaco, e ci vuole chi lo
insegna. Ci vuole che l’arte ritorni ad essere il
veicolo principe per rendere migliore l’intera umanità.
Non ci vorrà una rivoluzione, ma un’oculata raccolta
differenziata, e magari scopriremo che dalla
munnezza nascerà l’uomo nuovo. (la Rinascita della
sinistra 31 agosto 2007)
Vedo il tetto natio
"...ma io
che ti penso sempre
e ti cerco con amore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore"
(Ivan Della Mea)
Ivan
Della Mea, vero nome Luigi, è nato a Lucca nel 1940 ma
si è trasferito giovanissimo a Milano. Cantante e
autore, sue sono tra le più belle ballate contemporanee
in dialetto milanese (come «El me gatt», «Ringhera»,
«Teresa mio dio tu sei bella», «La ballata dell'Ardizzone»).
Protagonista assoluto della «Nuova canzone politica»
italiana degli anni '60 e '70 (sua è anche «O cara
moglie»), assieme a Alfredo Bandelli, al Canzoniere
Pisano, a Fausto Amodei, Emilio Liberovici, Giovanna
Marini e tanti altri.
Le sue canzoni politiche hanno però forse «oscurato»
delle bellissime canzoni d'amore e di vita. E' ancora
attivo, come i lettori e gli appassionati di musica del
«Manifesto» ben sanno, e ha pubblicato, tra gli altri,
due album («Ho male all'orologio» del 1997 e «La
cantagranda» del 2000).
di Ivan Della Mea
«Refugium peccatorum y
entonces sinistrorum» e vabbuò, qualche problema la
testatina manifesta «i rifugi della sinistra» me la
dà, anche perché a due anni e un tot ero un
rifugiato a Lucca nel Carlo Del Prete «rifugio per
l'infanzia abbandonata», ma, forse, non ero ancora
di sinistra. Chiedo venia, infine, se nello scritto
che segue, adotterò il termine «posto» invece di
«rifugio».
... e no che non la faccio l'avanguardia neanche
quella leninista
e sì che proprio non ci credo alle magnifiche sorti
e progressive e nemmeno alla civiltà da quelle detta
sempre come data
e sì che tanto meno credo che debba darsi un
capitalismo avanzato per avere un proletariato
rivoluzionario
e mi faccio babbione e chiedo perché mai rivoluzione
marxista leninista comunista evolve sempre in guerra
(in)civile?
dubbio senile d'un me rincoglionito que es lo mismo
ma no che a sessantasette anni a botta secca oppure
a rimando
io mi domando
davvero l'ho mai visto il comunismo?
e mi rispondo: è un ignoto dato
per me
affatto inesplorato...
Vedo un quarto di campanile del 726 e le rondini
andariandare tutt'attorno e far di mattutino e
vespro.
Vedo profili a balze di colli su sfondo lattiginoso
leonardesco dell'afa agostana toscana.
E non vedo la valle freddana.
Ma vedo il tetto natio della mamma contadina e
beghina mezzadra della chiesa cattolica apostolica
romana.
E più sotto accosto alla villa padrona vedo il tetto
natio del babbo nato mezzadro poi brigadiere a
cavallo fascista tenore di grazia e affanculista
nullafacente e beone gaio.
Ma io sto e ristò nella stanza del fratello luciano
socialista socialista sì ma libertario.
E mi chiedo se questo per me sia o non sia un posto
di sinistra...
Credo sia stato un posto per la sinistra ma penso
che ognuno ha la sinistra sua affatto altra da altre
anche le più prossime.
E pure so che qui a ridosso di fine colle dietro
l'uscio di casa c'è un tratturo marcato da passi
secolari.
So che più su il tempo di pochi metri che davvero ho
di molto cari... facciamo cento e morta lì al
momento... c'è la pietra dei sinistri pensieri.
Dove sedettero compagni tanti non so quanti e quanto
altri.
Ieri a far di zucca fiori e ragioni con luciano.
Posso fare nomi voci d'incontri canti a volte saghe
senza per questo tirare quattro paghe dicendo di
adriano o di raniero gianni giovanni toscorosso
sergio
edo per primo e livia prima e infine paola che un dì
sentì luciano gladiatore fischiare con bel garbo ohi
vita mia.
Dico di severino contadino che per quotidiani
affanni si diede impresa di salire a quella pietra
fino all'ultimo giorno dei suoi anni su sfibrati
cuoi e poi morì.
Un pezzo della pietra il giorno stesso essene
andiede coi ricordi suoi.
Smarrì nella forra di rovo e anche questo fece di
tante intelligenze compagne un posto di sinistra o
per la sinistra di una sinistra.
Cionondimeno io oggi so.
La pietra il posto no.
Non era buono per marx non per engels o per labriola
non per lenin stalin non per trotzckji non per
togliattilongoberlinguer e né per mao
conciossiacosaché tampoco per tant'altri a
seguire... per essi non fatico manco un bao poiché:
quel che ho da dire è infame bagattella del secolo
tristo di un comunismo che giammai fu visto tant'è
che severino mai l'ha colto nemmanco come refolo
etrusco che era vento sogno bisogno di luciano tra
il lusco e il brusco e a volte stupendo corrusco
(scrivo di getto come un do di petto uno e solo di
un ex tenore asmatico romantico e negletto).
Ma io la pietra lessi anni fa tra un'arcicorvettocheincormistà
com'era come fu.
Come sarà?
(1978. Trattoria toscana. Piazzale Gabrio Rosa,
Milano. Luglio, caldo a sfare umido a fracicare. Le
tre del pomeriggio. L'oste gioca a scopa. Sono in
quattro. Entra un vecchietto. Fatica il banco. Un
bicchiere d'acqua chiede, un fil di voce. L'oste s'incazza
di brutto: sono in pausa dice. Per favore insiste il
vecchietto. Maremma maiala dice l'oste, sono in
pausa, m'hai inteso? E daghel 'sto bicer gli dice il
Gino suo compagno di scopa. Tuttì facessi un
pentolino di (h)azzi tua, risponde l'oste. Gliela dò
io l'acqua s'alza e dice il Gino. E scopre in quel
momento che il vecchietto è suo padre. E Gino è
comunista e ci ragiona e sa che nulla c'è in zona
per gli anziani. E ci ragiona. E ne parla col Giani
e con il Ferri e col Facchinotti e col Ferruccio e
con la Lina e con la Rosetta e con e con e con. E ci
ragionano. E sanno che una fonderia in zona 1500
operai ha chiuso per ristrutturarsi fuori Milano e
sanno che lì c'è un cral aziendale e l'occupano il
cral e lo fanno diventare un circolo arci e trovano
l'adesione dei verzeratt del mercato ortofrutticolo:
400 tessere. E nasce l'Arci Corvetto un posto della
sinistra e per la sinistra e per la solidarietà e
per la fratellanza. Sempre più soci. L'Arci Corvetto
diventa un centro sociale autogestito buono per gli
anziani in primis, buono per tutti. E diventa l'arcicorvettocheincormistà
paraponziponziponzipà. Oggi è un posto ancora.
Sinistra? Mah boh forse: ci si va e ci si sta e di
più non serve dimandar).
E un istituto ernesto de martino
«per la conoscenza critica e la presenza alternativa
del mondo popolare e proletario» (e questo per me è
abbecedario). Bosio lo volle Bosio lo fece con
Alberto Mario Cirese e nasce milanese 1966 posto
sinistro forse quant'altri mai: ricerche libri
dischi spettacoli strumenti di lavoro e archivi e
archivi cartacei sonori e anche visivi per una
storia orale di coloro che pur vivendo lottando e
costruendo mai furon scritti e manco detti vivi.
Costretto a emigrare anni Novanta con tre giunte tre
della sinistra, piccì piessei: la compagnia era
quella, il de Martino emigrò cantando «Addio Milano
bella».
E ancora vive e scampa a Sesto Fiorentino...
cacciato il de martino da una milano cialtrona e
massona corrotta e concussa e da un passato ch'è
prossimo al presente più vicino ma nulla nulla noi
s'è mai impetrato e null'ancor la mia sinistra
impetra.
Mi presi spazio e tempo e tutto ma proprio tutto
dissi a lei alla pietra.
«sentii che quella pietra dava voce a tutto ciò che
tace ma quel suo infinito silenzio a chi a che cosa
potevo comparare? non più un bosio o solo un lui o
una lei o un orizzonte mare purchessia in cui mi
fosse dolce il naufragare tra un po' di comunismo e
di anarchia».
Ed è in virtù di siffatto travaglio
olivetangetsemaniano che mi affrancai da ogni
nostalgia: le falci e i martelli le rosse bandiere
il sol dell'avvenire... oh comunismo ignoto e tu
anarchia manifesta(ta)mente sepolcrata senza
finestra una e senza porta ma oggi oggi oggi ora.
Io so che cosa sia la classe la sola giusta.
Dico per me ppè mmia e non so quanto torta e
ritorta: la classe morta.
Ultimo tratto angusto a faticare l'umana mia
esistenza.
E grattare sia tigna e rogna e sorridendo dire ora
basta.
Basta all'infamia basta alla vergogna di chi ucciso
ogni sacro più intimo nel nome delle magnifiche
sorti e progressive vociò un mondo nuovo.
Un mondo a costruire sul massacro: la giusta
violenza per l'uomo nuovo e per un nuovo stato.
La dittatura del proletariato...
soviet avanti avanti per l'industria che fa
progresso e dunque civiltà
(e i contadini a morte a morte a morte... siccome
ogni ieri... e la loro terra a ferro e fuoco e a
ferro e fuoco case e campagne raccolti e bestie e
ancora e sempre guerra e guerra e guerra di più di
più dipiùdipiùdipiù «sventolerai lassù sulle macerie
di un mondo che fu bandiera rossa sventola ognor sui
contadini e sulla loro fossa»).
Questo la pietra sempre seppe e sa.
Da quale mai violenza avrà a sortire la rossa
civiltà?
E dunque non ho posto né sinistra se non la pietra
questa.
E come severino andoeriando sicché a me sia dato di
far sinistra come classe morta.
Tra ulivi e lecci e rovi e sambuchi e acacie e volpi
e upupe e gheppi e rondini e uccelli ballerini merli
di passo russi un po' cretini e istrici e il serpe
addormentato.
E un mea sinistro ma così sinistro che se la tira a
proletariato.
E infine un sito c'è sinistro e mio.
La pietra è il posto giusto amici cari compagni
forse per un po' di addio:
La pietra è il posto e forse anche rifugio: chi
verrà domani?
Un antoniello forse e una lina.
Ma un massimo giammai foss'anche iddio. (Il
Manifesto 21 agosto 2007)
Nelle mani giuste
Giancarlo
De Cataldo, nato a Taranto nel 1956, vive a Roma dove è
giudice presso la Corte d'Assise. Romanziere, saggista,
autore di testi per il teatro, la radio e la tv, ha
pubblicato nel 1989 Nero come il cuore per la
casa editrice Interno Giallo, romanzo che ha ispirato un
film diretto da Maurizio Ponzi e interpretato da
Giancarlo Giannini. Del 1992 è Minima criminalia -
storie di carcerati e carcerieri (Manifestolibri).
Nella collana Einaudi Stilelibero sono usciti Teneri
assassini (2000) e Romanzo criminale (2002).
Dall'autore di Romanzo
criminale un nuovo romanzo-affresco che getta una luce
nera sull'epoca in cui siamo tuttora immersi. L'epoca
segnata dalle stragi di mafia. Sotto il segno della
convenienza, persone diverse, con progetti diversi, si
ritrovano a essere le pedine di un disegno folle. O
forse no. Si tratta di consegnare l'Italia nelle mani
giuste. Delitti e passioni si intrecciano con bombe e
affari. Una donna che doveva solo tradire trova il
coraggio di amare. Mentre le vite e i destini si
consumano, e la speranza si rifugia nel cuore stesso
dell'inferno. In seguito, per quanto cercasse di frugare
nella memoria, ripercorrendo passo passo i momenti di
quella conversazione che non avrebbe esitato a definire
"surreale", in seguito Stalin Rossetti non sarebbe mai
riuscito a determinare con esattezza la paternità
dell'idea. Era stato lui a suggerirla o il mafioso? O ci
erano arrivati insieme, ragionando con diligenza
matematica sui pochi elementi di valutazione dei quali
disponevano? O era stata la disperazione a impossessarsi
delle loro menti? Sta di fatto che a un certo punto
l'idea si materializzò. Aveva la forma inconfondibile
della Torre di Pisa. Il riflesso cangiante della Cupola
di San Pietro nelle meravigliose ottobrate romane.
L'eleganza composta e distaccata della Loggia de' Lanzi.
Aveva il volto desiderabile della pura bellezza. Era la
bellezza. La bellezza rovinata. La bellezza corrotta.
Era l'Italia, in fondo.
Un prologo mozzafiato ci
introduce a questo nuovo romanzo di Giancarlo De
Cataldo, una storia che comincia dove Romanzo
criminale ci aveva
lasciati: siamo in un casolare, nel cuore della campagna
casertana, nell’estate dell’82. Assistiamo a un
regolamento di conti che non concede scampo a
Settecorone, un uomo del clan di don Raffaele Cutolo.
Protagonista è Stalin Rossetti, uomo ambiguo e ex agente
dei servizi segreti prima della caduta del Muro. In
quella situazione, tra la vita e la morte, Rossetti
incontra Pino Marino, un ragazzo, un “combattente nato”.
E da quel momento lo arruola tra i suoi. La scena del
romanzo poi si sposta, a dieci anni dopo: autunno 1992,
l’anno nero e convulso di un’Italia sconvolta dagli
omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, nel quale Cosa
Nostra ha alzato il tiro. E’ crollato il Muro di Berlino
e la politica è in fermento dopo la rivoluzione di mani
pulite: c’è da riempire il vuoto di potere lasciato dal
vecchio sistema dei partiti, e bisogna farlo alla
svelta. Compaiono una serie di eroi negativi, e tante
microstorie si intrecciano sulla scena di questo dramma
collettivo: ci sono le “mattanze” e gli “ammazzamenti”
di ‘u zu’ Cosimo, il capomafia cinico, spregiudicato e
paziente che si muove in una Sicilia spettrale; c’è
Nicola Scialoja, che ricopre il ruolo di cardine segreto
tra Stato e criminalità organizzata, con il difficile
compito di scendere a patti con la mafia. Con lui
lavorano il carabiniere Camporesi e l’affascinante
Patrizia, che però fa il doppio gioco e ha una relazione
con Stalin Rossetti, il quale a sua volta stringe
rapporti con Angelino Lo Mastro, un boss siciliano in
ascesa.
De Cataldo non dimentica nessuno degli ingredienti per
condire al meglio questa sua nuova, fantastica spy
story: faccendieri, mafiosi, i contatti e i
contratti tra lobbies di affaristi e l’alta politica,
una serie di intrighi fantapolitici tra ex appartenenti
a Gladio, ex senatori del Pci, giornalisti che da
sinistra si riciclano a destra, industriali che
ricordano i condottieri della Prima Repubblica e uomini
della finanza. Ne emerge il ritratto a tinte fosche di
un paese fondato sul ricatto e sulla violenza, in una
storia sospesa tra misteri e passione, una metafora
dell’Italia reale che, alla fine della lettura, pone una
domanda (implicita nel titolo): dopo mani pulite, e il
crollo della Dc, chi riconsegnerà l’Italia nelle mani
giuste? (www.internetbookshop.it)
Viva i partigiani
E' morto
il compagno, il comunista,il combattente di Spagna,
medaglia d'oro della Resistenza italiana, Giovanni
Pesce.
Combattente orgoglioso,
determinato, coraggioso, è morto il comandante 'Visone',
(27 luglio 2007) nome di battaglia di Giovanni Pesce,
partigiano, garibaldino, medaglia d'Oro al Valor
Militare.
A 89 anni gli è stata fatale una caduta in casa. Aveva
nella vita superato ben altri momenti e nel suo corpo
c'erano ancora le schegge della ferita più grave, quella
riportata sul fronte di Saragozza mentre combatteva
nella guerra civile spagnola contro Franco. "Il dolore
per la morte di questo grande vecchio della Repubblica
italiana si accompagna all'orgoglio di essergli stato
amico - ha detto il presidente della Camera Fausto
Bertinotti ricordandolo come leggendario comandante dei
Gap e comunista - La Repubblica gli deve molto".
Bertinotti sarà presente, come tanti altri, ai funerali
di Pesce, fissati per lunedì pomeriggio dopo la camera
ardente allestita a Palazzo Marino, sede del Comune.
Nato a Visone d'Acqui (Alessandria) nel 1918, Giovanni
Pesce era ancora un bambino quando la sua famiglia
dovette emigrare in Francia. A 13 anni era già al lavoro
in una miniera della Grand-Combe, la zona mineraria
delle Cevennes in cui vivevano i suoi. Aderì nel '35 al
Partito comunista e divenne anche segretario della
Sezione giovanile. Fu uno dei discorsi a Parigi di
Dolores Ibarruri, la 'Pasionarià, a convincerlo della
necessità di arruolarsi nelle Brigate Internazionali,
che nella Guerra civile spagnola sostenevano il regime
democratico contro i fascisti di Franco. Nel '36 fu tra
i piu' giovani combattenti italiani inquadrati nella
Brigata Garibaldi e venne ferito tre volte, sul fronte
di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio
dell'Ebro. Rientrato in Italia nel 1940, Pesce venne
arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Liberato
nell'agosto del '43, un mese dopo era gia' tra gli
organizzatori dei Gap (Gruppi di azione patriottica) a
Torino. Dal maggio del 1944 assunse a Milano, sino alla
Liberazione, il comando del 3/0 Gap 'Rubini'. Proclamato
'eroe nazionale' dal comando delle brigate 'Garibaldi',
nel dopoguerra venne decorato di medaglia d'oro al valor
partigiano.
Nella motivazione si sottolineava il carattere indomito
di Visone ricordando del giorno in cui durante la
Resistenza, ferito ad una gamba in un'audace e rischiosa
impresa contro la radio trasmittente di Torino
fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti,
riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura
portando in salvo un compagno gravemente feritò
uccidendo in pieno giorno e da solo quattro ufficiali
tedeschi e fronteggiando un gruppo di nazifascisti.
Membro del Consiglio nazionale dell'Anpi (Associazione
nazionale partigiani d'Italia) dalla sua costituzione,
Pesce ha rappresentato il Pci nel consiglio comunale di
Milano dal 1951 al 1964. Ha scritto, tra l'altro, 'Un
garibaldino in Spagna'' del 1955 e 'Senza tregua', un
classico della memorialistica partigiana.
Senza tregua. La guerra dei Gap
di
Giovanni Pesce
Nei
libri sulla guerra partigiana non mancano certo le
rievocazioni delle gesta dei GAP (gruppi di azione
patriottica), cioè di quel pugno di uomini che a Milano
o a Torino, a Firenze o a Bologna, inchiodarono per mesi
e mesi ingenti forze nemiche e prepararono nei centri
urbani del Nord la vittoriosa sollevazione dell'aprile
'45. Mentre però delle grandi formazioni di montagna si
è ricostruita organicamente la storia, della lotta dei
GAP condotta senza tregua dentro e contro il gigantesco
apparato di morte nazifascista non si ha, non si può
avere che una fredda cronologia di azioni armate,
ciascuna in sé isolata, una successione di fulminei
colpi di mano, un nudo elenco di combattenti solitari. E
di caduti. L'aspetto terrificante del-la guerriglia
urbana non stava solo nell'incombente ferocia dei
croceuncinati, e dei loro sgherri in camicia nera, ma
anche nell'insidia logorante delle spie, dei delatori,
dei provocatori; e quindi nel vuoto impietoso che l'uomo
dei GAP era costretto a farsi attorno per difendere se
stesso e l'organizzazione.
Giovanni Pesce, figura leggendaria della guerra
partigiana, ci dà in questo libro oltre all'incredibile
resoconto delle sue azioni di gappista (che gli valsero
la medaglia d'oro) anche le dimensioni psicologiche
della sua grande avventura. Sono pagine scarne, senza
retorica, senza il minimo compiacimento, nelle quali
l'inevitabile crudezza degli atti di guerra è temperata
dai ricordi e dai sogni di un uomo che pur da sempre
impegnato nella lotta per la libertà, in Italia come in
Francia e in Spagna, non ha mai acquisito il gelido
abito del giustiziere; ogni atto di forza, ogni condanna
eseguita, ogni azione violenta ha trovato in lui prima
che un esecutore implacabile un giudice sereno e umano
dalla coscienza lucida, aperta ai grandi problemi morali
che animarono il nostro secondo Risorgimento.
Chi
furono i gappisti? Potremmo dire che furono 'commandos'.
Ma questo termine non è esatto. Essi furono qualcosa di
più e di diverso da semplici 'commandos'. Furono gruppi
di patrioti che non diedero mai 'tregua' al nemico: lo
colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno e di
notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi
fortilizi". Così Giovanni Pesce apre la sua rievocazione
della lotta urbana contro il regime nazi-fascista.
Il
libro.Diventato ormai un classico della
memorialistica partigiana, nonché uno dei rari
documenti sul ruolo svolto dai Gruppi di Azione
Patriottica (i GAP) nella Resistenza, "Senza tregua"
(pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel
1967) si presenta oggi come insostituibile antidoto
contro quella perdita della memoria storica che si
profila come uno dei guasti della coscienza civile
contemporanea. Il volume, che ha gli scatti e il
ritmo della scrittura narrativa, restituisce i
dettagli più drammatici della guerriglia urbana, il
fitto calendario delle azioni isolate, la tensione
degli agguati, la lotta contro il nemico armato e,
al contempo, quella contro spie, delatori, reggicoda
del franante regime fascista. Uno stile scarno,
senza retorica; un racconto senza compiacimenti. Per
una riflessione sulla violenza e sulla Storia. Per
una Storia liberata dalla violenza.
La
sera
mi
incontro
con
Busetto,
comandante
dei
SAP.
Mi
dice
che
l'ora
dell'insurrezione
è
vicina.
Mobilito
tutte
le
staffette
e
trasmetto
a
mia
volta
l'ordine
a
tutti
gli
uomini
della
3"
GAP:
"pronti
per
l'insurrezione.
I
fascisti
e i
tedeschi
che
non
si
arrendono
devono
essere
colpiti."
Trascorro
alcune
ore
su
una
sedia
a
sdraio
in
un
appartamento
di
via
Macedonie
Melloni,
sede
del
comando
della
3"
GAP.
Di
tanto
in
tanto
mi
alzo
e
spio
dalla
finestra
la
strada.
C'è
del
movimento.
Fascisti
che
fuggono
o
fascisti
che
si
preparano
a
difendersi!?
Verso
il
mattino
mi
addormento.
Mi
sveglia
il
trillo
del
telefono,
all'alba.
È
Vergani.
Pronuncia
le
parole
che
aspetto
ormai
da
tanto
tempo.
Il
momento
è
giunto.
Tutte
le
pene,
i
lutti,
le
persecuzioni
stanno
per
finire.
Mi
pare
impossibile.
Non
avrei
mai
immaginato
di
ascoltare
al
telefono
quelle
parole
dalla
voce
di
Vergani:
"La
città
insorge,
agisci
con
la
tua
brigata
secondo
il
piano
stabilito."
Forse
mi
ero
sempre
figurato
che
le
parole
fossero
gridate
da
un
altoparlante
alle
folle
sulle
piazze.
Scendo
in
strada.
È il
25
aprile.
C'è
gente.
Ci
sono
operai
armati,
squadre
di
giovani
che
corrono
verso
le
caserme
abbandonate
nella
notte
dai
fascisti.
Vogliono
anch'essi,
questi
ragazzi,
impugnare
un'arma.
Il
nemico
non
è
ovunque
battuto:
asserragliato
nei
fortilizi
e
nei
punti
strategici,
tenta
la
fuga
su
mezzi
corazzati.
Dalla
Casa
dello
Studente,
in
viale
Romagna,
sparano.
Alcuni
giovani
tentano
di
snidarli.
Trecento
metri
più
avanti,
in
piazza
Piola,
squadre
di
operai
armati
hanno
occupato
la
Olap,
la
loro
fabbrica
e
sono
pronti
a
difenderla
dalla
distruzione.
Finalmente
mi
sento
in
un
mondo
pieno,
completo,
vivo.
Io
che
per
mesi
senza
fine
ho
lottato
con
piccoli
gruppi
di
tenaci
patrioti;
io
che
per
mesi
mi
sono
mosso
come
un'ombra,
isolato,
senza
contatti
se
non
quelli
(tanto
rari
e
fuggevoli
da
sembrare
irreali)
con
esponenti
del
comando
regionale,
con
le
staffette
o
con
pochi
altri
compagni
della
brigata;
io
in
mezzo
a
tutta
questa
gente,
a
questi
operai,
a
questi
giovani,
a
queste
donne
mi
sento
come
immerso
in
un
grande
mare
di
affetto.
Fino
a
ieri
ho
camminato
nelle
strade
di
questa
grande
città
considerando
i
passanti
potenziali
nemici,
dubitando
di
tutti,
sospettando
di
ognuno.
Oggi,
confuso
in
questa
folla
amica,
è
come
se
uscissi
da
un
incubo.
Mi
accorgo
che
le
case
sono
belle
case,
che
le
strade
sono
ampie
e
che
sopra
di
me
c'è
il
cielo.
Mi
sorprendo
a
pensare
cose
come
queste
e mi
fermo
davanti
al
portone
della
Olap.
C'è
un
gruppo
di
operai,
tutti
hanno
un
fucile.
Un
uomo
da
alcuni
ordini.
Mi
fermo
ad
osservarlo.
Mi
vede
e mi
chiede
chi
sono.
Parlo,
finalmente
parlo.
"Sono
Visone,
comandante
della
3*
Gap."
L'uomo
rimane
qualche
secondo
senza
parlare,
poi
all'improvviso
mi
abbraccia,
mi
afferra
per
le
gambe
e mi
rialza
tenendomi
in
alto,
sopra
gli
altri,
e
grida.
Tutti
capiscono
che
sono
un
amico,
che
sono
un
partigiano.
Adesso
gridano
tutti
e
quando
l'uomo
finalmente
mi
rimette
a
terra,
mi
abbracciano
in
due,
in
tre
alla
volta.
Torna
un
poco
di
calma.
Sto
per
andarmene.
Vogliono
darmi
una
scorta.
Un
quarto
d'ora
dopo,
in
via
Ampère,
mi
incontro
con
gli
artefici
e i
dirigenti
della
Lotta
di
Liberazione.
È un
grande
giorno.
È il
grande
giorno.
C'è
tutta
la
città
che
corre
che
grida,
che
risorge.
Per
ore
e
ore
le
squadre
dei
GAP
e
dei
SAP,
degli
operai,
dei
giovani,
in
attesa
delle
formazioni
di
montagna
in
marcia
verso
Milano,
corrono
da
un
quartiere
all'altro
per
eliminare
un
nido
di
resistenza
fascista,
per
arrestare
un
gerarca,
per
costringere
alla
resa
un
reparto
tedesco.
Quarantotto
ore
prima
eravamo
pochi,
ora
siamo
folla.
Però,
dietro
di
noi
a
sorreggerci,
ad
aiutarci,
a
nasconderei,
a
sfamarci,
a
informarci,
c'è
sempre
stata
questa
massa
di
popolo
che
ora
corre
per
le
strade,
si
abbraccia
e ci
abbraccia,
e
grida:
"Viva
i
partigiani."(Collana
Universale
economica).
(resistenza_partigiana
27
luglio
2007)
La calura opprimente di questa coda di giugno
rallenta i ritmi dell’agire, rende più soft anche i
suoni che si espandono più gravi nell’aria densa di
scirocco. Ascoltare le voci vicine e lontane, seduti
al fresco, sotto un albero di fico. Le foglie del
fico sono la più efficiente risposta alle tecnologie
che rinfrescano le stanze e riscaldano le strade. La
tecnologia più energivora e entropica che sia mai
stata concepita è quella del condizionatore:
rinfrescare un ambiente riscaldando tutto il resto,
la summa del credo del nostro tempo: “non mi
interessa quanto tu stai male, l’importante è che io
stia bene”. Ma non importa, in questo tempo e in
questo mondo così vanno le cose. C’è pace e
silenzio, un silenzio da rap. Proviamoci …
In siesta
alla frescura
con gli occhi socchiusi
coi timpani tesi
combatto la calura.
Arrivano in tanti
dei suoni stridenti
li portano i venti
da luoghi distanti.
Voci vocianti
di potenti vincenti
cori ululanti
di falsi indigenti
urla possenti
di tifosi scontenti
a coprire un brusio
di pianti e lamenti.
Una voce tarocca
che invoca un sabba
che chiede di scegliere
tra Cristo e Barabba.
Una che che chiama
uniamoci a coorte
per indegne intrusioni
fra Capo e Consorte.
Una che tuona
“noi siamo i padroni
mandiamo a casa
i fannulloni”.
Non ha forse ragione
chi muove le masse
contro il governo
che vuole le tasse?
Il potere ha un sussulto
teme un tumulto.
Bisogna zittire
chi dice basta
ai privilegi
della gran casta.
Che casta è un valore
di donna per bene
che soffre d’amore
non certo di pene.
Che confusione!
A cercare le fila
di un qualche discorso
si rischia davvero
il pronto soccorso.
Per
suggerimento
di un amico mai pago
rileggo le cose
di José Saramago
lui dice in un punto
con grande calore
son comunista
e sono scrittore.
Non
so se vi piace
ma adesso lo dico:
mi sento in pace
tra le foglie di fico.
Io
non son letterato
e nemmeno un artista
a rappare ho provato
da comunista.
Vi
lascio in gran festa
un pensiero profondo
alzate la testa
cambiamo ‘sto mondo.
"Adesso, le voglio
dare un concetto nuovo per i dibattiti su marxismo e
comunismo. C'è qualcosa che io chiamerei comunismo
ormonale. È come se gli ormoni determinassero che
uno deve essere quello che è, come uno mantenga una
relazione stretta con i fatti, con la vita, con il
mondo, con la società. È come uno stato dello
spirito, cioè, uno è quello che è perché il suo
spirito o i suoi ormoni lo determinano così per
sempre. Credo che questo sia quello che passa a me
con il comunismo. È molto facile cambiare nave
quando va a picco la propria. A molti bisognerebbe
domandare perché non sono più quello che erano,
perché sembra che siamo in molto pochi quelli che
manteniamo la fedeltà ai principi, senza dimenticare
che nel passato recente ed in nome del comunismo non
solo si sono commessi errori, ma pure crimini e uno
ha da portarsi tutto questo sulle spalle, anche se
non ha responsabilità diretta, perché sarebbe male
se io, per il fatto che non sono responsabile
diretto, non dessi importanza a ciò.”(José Saramago
– 3 Dicembre 1998) -(Il Cannocchiale 27
giugno 2007)
José
Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo il 16
novembre 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia in
giovane età, abbandonò gli studi universitari per
difficoltà economiche,
mantenendosi con i lavori più diversi. Ha infatti
lavorato come fabbro, disegnatore, correttore di bozze,
traduttore, giornalista, fino a impiegarsi stabilmente
in campo editoriale, lavorando per dodici anni come
direttore letterario e di produzione.
Il suo primo romanzo, "Terra del peccato", del 1947, non
riceve un grande successo nel Portogallo oscurantista di
Salazar, il dittatore che Saramago non ha mai smesso di
combattere, ricambiato con la censura sistematica dei
suoi scritti giornalistici. Nel 1959 si iscrive al
Partito Comunista Portoghese che opera nella
clandestinità sfuggendo sempre alle insidie ed alle
trappole della famigerata Pide, la polizia politica del
regime. In effetti, bisogna sottolineare che per capire
la vita e l'opera di questo scrittore non si può
prescindere dal costante impegno politico che ha sempre
profuso in ogni sua attività.
Negli anni sessanta, diventa uno dei critici più seguiti
del Paese nella nuova edizione della rivista "Seara
Nova" e nel '66 pubblica la sua prima raccolta di poesie
"I poemi possibili". Diventa quindi come detto direttore
letterario e di produzione per dodici anni di una casa
editrice e, dal 1972 al '73, è curatore del supplemento
culturale ed editoriale del quotidiano "Diario de Lisboa"
Sino allo scoppio della cosiddetta Rivoluzione dei
Garofani, nel '74, Saramago vive un periodo di
formazione e pubblica poesie ("Probabilmente allegria",
1970), cronache ("Di questo e d'altro mondo", 1971; "Il
bagaglio del viaggiatore", 1973; "Le opinioni che DL
ebbe", 1974) testi teatrali, novelle e romanzi.
Il secondo Saramago (vice direttore del quotidiano
"Diario de Noticias" nel '75 e quindi scrittore a tempo
pieno), libera la narrativa portoghese dai complessi
precedenti e
dà
l'avvio ad una generazione post-rivoluzionaria.
Nel 1977 lo scrittore pubblica il lungo e importante
romanzo romanzo "Manuale di pittura e calligrafia",
seguito nell'ottanta da "Una terra chiamata Alentejo",
incentrato sulla rivolta della popolazione della regione
più ad Est del Portogallo. Ma è con "Memoriale del
convento" (1982) che ottiene finalmente il successo
tanto atteso.
In sei anni pubblica tre opere di grande impatto (oltre
al Memoriale, "L'anno della morte di Riccardo Reis" e
"La zattera di pietra") ottenendo numerosi
riconoscimenti.
Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena
internazionale con "L'assedio di Lisbona" e "Il Vangelo
secondo Gesù", e quindi con "Cecità". Ma il Saramago
autodidatta e comunista senza voce nella terra del
salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe
della notorietà conservando una schiettezza che spesso
può tradursi in distacco. Meno riuscito è il Saramago
saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente
frutto di necessità contingenti, non ultima quella di
tenere vivo il suo nome sulla scena letteraria
contemporanea.
Nel 1998, sollevando un vespaio di polemiche soprattutto
da parte del Vaticano, gli è stato conferito il Nobel
per la letteratura.
Attualmente vive a Lanzarote, nelle Isole Canarie.
Bibliografia essenziale:
Saggio sulla lucidità
Tutti i nomi
Cecità
Il Vangelo secondo Gesù
Storia dell'assedio di Lisbona
La zattera di pietra
L'anno della morte di Ricardo Reis
Memoriale del convento
Blimunda
Manuale di pittura e calligrafia
L'anno 1993
La seconda vita di Francesco d'Assisi
Teatro
Il riscatto
Girolamo Tripoli
bracciante e sindacalista, parlamentare e sindaco - di
Marcello Villari -Editore Rubbertino
Il bracciante
deputato
di Oliviero
Diliberto
Confesso
l’imbarazzo di scrivere poche righe per raccontare ciò
che ho letto in questo libro straordinario di cui sono
davvero grato a Marcello Villari, amico e compagno
carissimo. Scorrendo le pagine di questo volume - che è
sì, anche, la biografia di Mommo Tripodi, ma
evidentemente non solo - colpiscono, a me che appartengo
alla generazione successiva alla sua, una molteplicità
di sensazioni, di umori, di ricordi, di echi. Di
emozioni.
Chi scrive queste righe ha la stessa età di
Michelangelo, il figlio di Mommo, anch’egli oggi
valorosissimo nostro dirigente. Il dato anagrafico
conta, eccome: perché nel passaggio da una fase
all’altra della storia qui raccontata, è come vivere la
scoperta del colore al cinema. Dal bianco e nero al
tecnicolor. La prima parte della storia noi non
l’abbiamo vissuta. La seconda, sì, condividendo anzi con
Mommo parte rilevante della storia collettiva dei
comunisti in Italia che, dopo l’89, sono voluti rimanere
tali. E’ il passaggio dal documentario di storia, alla
realtà di vita vissuta. Ma quello che a noi, più
giovani, sembra un documentario, è viceversa la parte
più difficile, per molti versi cruenta, sicuramente
eroica del Pci: tanto più nel Meridione, nelle zone più
povere, tra i braccianti in cerca di riscatto, dal ’43
in avanti. Scorrono, leggendo il libro, le immagini
dell’emigrazione, da quella degli inizi del secolo,
negli Stati Uniti (il padre di Mommo), a quella più
vicina, ma non meno terribile, dei fratelli nel nord
Italia o in altri paesi europei. Le immagini sono poi
quelle di Mommo che, prima come autodidatta, poi alla
scuola pubblica, si forma e si educa alla cultura. Poi,
le lotte, sempre da protagonista: le prime lotte dei
braccianti di Polistena del 1946, con una storica
vittoria del movimento contadino, l’occupazione del
Bosco di Rosarno nel 1947, il fondo Vittoria del ’50, la
battaglia per l’applicazione dei decreti Gullo
sull’agricoltura, la vertenza delle raccoglitrici di
olive e quella delle gelsominaie, sino a quella dei
coloni e dei forestali. Ancora. Figure di persone
speciali, che oggi sarebbero dimenticate, riemergono nel
racconto del libro: quelle bellissime dello
straordinario sarto “educatore” Cannata e di don Santoro
Maviglia, in carcere a Turi con Gramsci durante il
fascismo. Ma riemergono anche figure spregevoli, come
quella del “traditore” Condello. E poi, riviviamo il
licenziamento di Mommo per motivi politici nel 1956
(quando gli nasceva il figlio), la scuola di partito a
Bologna nel 1959, l’elezione a deputato del ’68: il
“bracciante deputato”, come orgogliosamente si
definisce. Una sorta di romanzo dell’educazione, a
cavallo tra Zola e Victor Hugo, ma molto più vivo, vero,
perché non di romanzo si tratta, ma della storia di un
dirigente di primo piano, intrecciata a quella di
un’intera generazione di comunisti italiani.
Assistiamo a vittorie e a sconfitte, a tragedie (Tripodi
è segretario di sezione della sua Polistena durante i
fatti d’Ungheria), il tutto con la guerra fredda da
sfondo, il rischio continuo per la vita (moltissime, si
sa, le minacce della ’ndrangheta contro Mommo, sin dal
1966), addirittura un tentativo di incendio della sua
abitazione durante la rivolta di Reggio del ’70 e il
“boia chi molla”, gli arresti, i processi: sino al
pretore che, dovendolo giudicare (e lo assolverà), gli
disse: “lei ha ... un bel curriculum”, intendendo i
precedenti per reati politici. Una sorta di
straordinario, implicito, forse non voluto
riconoscimento ad un capo vero delle lotte degli
oppressi del nostro Sud. Parallelamente, assistiamo
all’emancipazione del Mezzogiorno e della Calabria.
L’elettrificazione delle campagne, la lotta contro la
centrale a carbone a Gioia Tauro, la vittoria per la
riforma del collocamento nel ’64, l’amministrazione
“popolare” a Polistena, di cui Mommo è stato sindaco
storico, amatissimo per oltre trent’anni, sino al 2005.
Si arriva, così, alla nostra storia, quella più vicina
nel tempo. Lo scioglimento del Pci, la volontà di
cancellarne la memoria, la rifondazione del 1991, la
nascita del Pdci - il nostro Pdci - nel 1998.
Intensissime emozioni, ricordi laceranti o esaltanti. E’
la vita trascorsa in comune, fianco a fianco, quella che
cementa, unisce, rende
compagni nel senso più pieno della parola: di chi,
appunto, spezza insieme il pane, e lo divide. Tripodi è
stato dirigente autorevole, parlamentare, sindaco,
sindacalista in un grande partito, il Pci. Oggi è uno
tra i principali dirigenti di un partito assai più
piccolo, il nostro: ma lo è, come tutti noi, con eguale
dedizione, slancio ideale inesausto, caparbietà non
piegata. È simbolo e, insieme, esempio per tutti noi.
Villari lo ha raccontato, da calabrese e comunista
anch’egli, con la sobrietà e il rigore che
caratterizzano (o dovrebbero caratterizzare) sempre i
comunisti: quella sorta di pudore delle proprie azioni,
anche quando sono esemplari, eroiche, appunto da
raccontare perché ne rimanga traccia nel tempo ad uso
delle nuove generazioni. L’autore si è immedesimato
nella storia di Tripodi con una partecipazione che si
avverte in ogni pagina. Un misto di stupore,
ammirazione, affetto, nostalgia: per un tempo che è
stato e non sappiamo se tornerà più.
A Mommo, alla sua straordinaria famiglia che gli è stata
vicina in questi decenni asperrimi, ad iniziare dalla
compagna della sua vita, va il ringraziamento di tutti
noi che siamo venuti dopo di lui alla militanza e alla
lotta. Concludendo la lettura, viene spontaneo pensare
quanto debba esser stato straziante, per chi ha dedicato
l’intera propria vita ad un ideale, veder scomparire
quel partito che è stato ragione di esistenza e di
fiducia verso il futuro. Ma è motivo di ottimismo e di
speranza pensare anche che questo libro possa esser
letto, e meditato, da una generazione ancor più giovane:
quella che viene dopo la mia e non ha conosciuto il Pci,
per un ovvio fatto anagrafico. A questi giovani, che
oggi hanno vent’anni, e nascevano quando crollava il
Muro di Berlino, questo libro insegna che ciò che è
stato fatto era giusto farlo e che i comunisti italiani
sono stati i protagonisti della lotta per la democrazia,
la legalità, l’emancipazione del popolo: in definitiva,
per un’Italia migliore. Questi nostri giovani
comprenderanno meglio che ogni generazione è comunista a
modo suo e potranno - e dovranno - anche profondamente
modificare la teoria e la prassi politica di un partito
che continua a chiamarsi orgogliosamente comunista: ma
sapranno altresì che senza radici non c’è neppure futuro
e che i valori si rinnovano, ma non si rinnegano: perché
- come mi è capitato di ricordare in tante occasioni -
noi più giovani riusciamo a vedere più lontano di chi ci
ha preceduti non perché siamo più bravi, ma solo perché
siamo nani issati sulle spalle di giganti. (La Rinascita
della sinistra 22 giugno 2007)
Mappamondo & altri luoghi infrequentabili
di Giorgio Luzzi
Giorgio Patrizi, nella sua al solito acuta e
ospitale prefazione, parla tra l’altro di una
“vocazione belligerante e apocalittica” che fa
dell’autore di questo libro “uno degli ultimi
poeti
civili”. Spesso, parlando di poesia civile in lingua
italiana, la suggestione del potenziale lettore è
stata assorbita dal lato serioso, ammonitorio e
educativo del tono dei versi. Il caso di Lunetta è
opposto: a partire dalla ampiezza e spregiudicatezza
delle tradizioni del Novecento coinvolte
dall’autore, viene rappresentata in questo libro una
inusitata estensione del dicibile rispetto a quel
taglio di mondo che di volta in volta i poeti
eleggono a perimetro della propria autocoscienza
testimoniale. E dunque, che cosa è dicibile in
versi, oggi, per Lunetta? Quale efficace confronto
tra il caricaturale “mappamondo”, o palla insulsa
del globo malamente guidato, e il poeta giudicante e
eloquente? E soprattutto, per voler rimarcare la
unicità del nostro autore, in quale direzione vanno,
per lo più, le fonti di ispirazione dei poeti
contemporanei?
Non è per nulla azzardato dire che da parte degli
autori in versi esiste sempre più spesso una
evitazione del reale generalizzata, intendendosi per
reale il mondo quale è al di fuori del perimetro
esistenziale costruito per custodirvi la
assolutizzazione della propria vicenda privata,
considerata irripetibile, bastante a se stessa ecc.
Insomma, l’insulsaggine, ancorché rispettabilmente
universalistica, della propria condizione soggettiva
senza che essa venga posta in relazione con le forze
complesse, “occulte” e stritolanti che ne
determinano le contraddizioni. Complice una
paradossale interpretazione delle regole di mercato
(è noto che, in ogni caso, i poeti vendono comunque
poco), l’editoria ricca in genere richiede una
poesia che non susciti troppi problemi, che non
faccia troppo pensare, sia dal punto di vista del
linguaggio, sia, soprattutto, del punto di vista
della qualità e quantità di mondo drenata dentro le
pagine. Ne consegue, in questo circolo perverso, che
il parametro di valore di un testo poetico tende
sempre più a coincidere con questa immagine e idea
di poesia che l’editoria più aggressiva riesce a
imporre come la più avanzata, irrinunciabile,
sintomatica e epocale. Un bel guaio, per gli
intelligenti; un brutto pasticcio per le sorti del
più intimo e gelosamente “nazionale” dei generi
della tradizione letteraria.
Lunetta sfida, decostruisce, apre: da quello
stilista esponenziale che sa essere, egli riattiva,
come dicevo, le tradizioni europee. La schermatura o
diaframma gli è indispensabile per aggirare le
secche della denuncia frontale, per far sì,
semplicemente, che espressa in versi una denuncia
assuma una qualità, un peso specifico di stoffa,
assolutamente diverso rispetto all’usuale; c’è una
serie di fondali, in tutto questo, e anzitutto un
superamento della denuncia come descrizione
stereotipa e appiattita e in definitiva inoffensiva;
soltanto la cultura storiografica come patrimonio
del genere prescelto, assunta come forma più
dilatante della memoria, riesce a frapporre tra
evento accaduto e linguaggio dichiarato quello
spazio dello straniamento che costituisce un
supplemento potente di conoscenza del reale; non
delle forme del reale semplicemente, bensì delle
strutture del reale e dei sui legami interni,
contraddizioni, perversità e articolazioni della
menzogna. Come già in Manganelli, per esempio, una
idea di letteratura come menzogna costituisce il più
forte antidoto, e contemporaneamente la risorsa
omeopatica, contro la menzogna istituzionalizzata
come strumento di dominio.
Di che cosa parla Lunetta, di che cosa riesce a
parlare in questo libro? Userei come metodo
paradigmatico la celebre nozione di “sovraliminale”
che il filosofo Günter Anders propose nel
dopoguerra: vi sono situazioni, scriveva Anders, la
cui ampiezza è talmente imponente da riuscire
inavvertibile per troppa prossimità, per mancanza di
lontananza; un paradosso geniale ( il filosofo lo
usò a proposito della sproporzione tra la enormità
del crimine nazista in atto e il ritardo con il
quale il fenomeno poté essere messo a fuoco). Il
poeta romano mette in circolo i grandi temi, quelli
che generalmente sono affidati alle vestali dei vari
specialismi o, in altro modo, ai conversatori
ceronati del salotto televisivo; li mette in moto,
questi temi, semplicemente sovvertendo, all’interno
del concetto di ispirazione, i rapporti tra il
privato e il pubblico, tra l’io turgido e
irripetibile privo di oblò sulla storia e la sorte
comune, leopardiana, frutto della spinta congiunta
tra stupidità e violenza del globo. Egli ci parla di
fame e di sete, di guerre e di poteri. Ma ce ne
parla in modo tale che questi temi non potrebbero
essere riproposti se non in questo e specifico
linguaggio. Che è il linguaggio della poesia, come
dire della memoria delle tradizioni. In questo
Lunetta è il vero (forse l’unico, ormai, dopo la
scelta redditizia compiuta da Sanguineti in
direzione delle autostrade mediatiche della
mondanità) poeta dotato di carisma epistemologico,
motivato, animato da un “cinismo” onniveggente
instancabile e senza fine, cinismo come
distanziamento opposto dal grande uomo di lettere al
rischio di congiunzione o combustione incontrollata
tra materia e forma. Progettualità, antidoto alla
spontaneità individualistica, costituisce il metodo,
e contemporaneamente la memoria, di questo ulteriore
grande libro.
Mappamondo & altri luoghi infrequentabili. Mario
Lunetta. Campanotto, Udine pp.122, (La Rinascita
della Sinistra 15 giugno 2007)
Dell'invasione di campo
di Massimo Giannotta
Affresco
complesso che affronta la situazione perversa della
globalizzazione quello di Mappamondo (&
altri luoghi infrequentabili), di Mario
Lunetta. Terreno di crudele riflessione, di straniata
coscienza, analisi di questa dolente e malata area
planetaria in cui si muove l’uomo-massa, divenuto
uomo-merce, che ha segnato con le sanguinose tracce
della sua esistenza una biosfera sempre più stravolta,
come una lebbra dilagante ed infetta.
Vittima
di mostri da lui stesso perversamente o
sconsideratamente creati: il circuito feroce del denaro,
il capitalismo di rapina, la devastazione dell’ambiente,
la guerra, la fame ed altre amenità, vomitati fuori da
un vaso di Pandora, in cui non resta neppure la
speranza.
Giorgio
Patrizi nella sua prefazione parla di ‘consuntivo della
contemporaneità’, in effetti consuntivo aperto, percorso
che non si chiude, che rifiuta una parola conclusiva,
flusso non interrotto, aperto ad altre parole,
riflessioni e contributi, ma il cui esito
drammaticamente e realisticamente non appare mutabile.
Ma appunto perché tale configurazione, che elude una
sintesi definitiva, risulterebbe contraddittoria in un
quadro in cui l’autore sceglie di restare coerentemente
e bellicosamente vigile, essa si pone in continua
tensione dialettica e critica con la realtà.
Affresco dunque programmaticamente incompiuto e
incompletabile, ‘scrittura ininterrotta’ come strumento
di lotta politica, che si contrappone senza sosta, pur
proclamando la sua inadeguatezza, a una dissoluzione, a
un deragliamento che non sembrano avere fine.Una poesia
civile dove balenano visioni apocalittiche e non vi è
posto per l’illusione o per l’indulgenza, ma mossa da un
dolente e non sempre facile scavo della coscienza, che
si sostanzia nella forza non virtuale ma materiale, pur
non di meno inadeguata, della parola.Il senso di
impotenza qui non diviene inerzia, diventa ‘scrittura
dell’orrore’ sostenuta da una volontà rabbiosa e da una
lucida coscienza, diventa guerra senza quartiere, senza
fine. Allora
L’invasione di campo è necessaria, a significare
metaforicamente come l’invettiva solitaria debba
politicamente crescere fino a diventare atto di rabbia
collettiva, anche se distruttivo, cieco, anche se
inutile, per marcare un insopportabile comune disagio.
Ma come
guardare questo complesso mosaico dalle mille tessere,
dai vertiginosi percorsi, da che parte dobbiamo
prenderlo? Come si diceva, non crediamo si debba cercare
una sintesi se non in termini politici esaminando le
armi che Lunetta dispiega, a cominciare dal poderoso
corpus di poesia civile della prima parte, che si
apre col poemetto Mappamondo 2002: story (o la soap
opera) del mondo residuale, dove si alternano come
in una galleria, mille strumenti di tortura,
puntualmente denunciati in un felice equilibrio tra
personale e politico, oceani di sangue, sconfinata,
cieca indifferenza, distese di morti, il gigante di
Cerne Abbas, dove si alternano ricordi d’infanzia e
immagini apocalittiche:
Praga e Dresda sommerse dalle
acque, dal fango, dagli acidi, dal sangue.
Dove
irrompe l’immagine sinistra dell’avanzata delle
discariche, su cui regnano le idiozie insoddisfatte,
il denaro, la merce, che rapacemente e
inesorabilmente inghiottono ogni cosa, in cui
però la parola è decrepita, giovane, impotente,
fortissima, oscura, lampante / dentro le tenebre
dell’epoca, anche se la lingua è lingua della
sordità, la lingua della miopia / che alleva spettri,
se …corre / in direzioni cieche, verso accecanti
baglioriSi nutre / d’ira & di dolcezza salta
sugli alberi, nuota / in un mare di tossine, tossisce /
& canta con voce roca, con essa ancora si può
talvolta tentare l’arduo sogno di essere altri uomini in
un paese diverso.
Segue
la sottosezione 3 poemi strategici dove l’autore
si pone in diversi punti di vista: quello del lontano,
con Te absolvo, in cui denuncia il metodo
autoconsolatorio della fuga in qualsivoglia empireo,
pretesto per trovare margini autogiustificatori,
passando per quello di un silenzio affollato di parole,
in Ki parla, ki askolta (sottotitolo Poema
pesce, animale proverbialmente muto), testo con un
ritmo, appunto, da film muto, al modo del citato Keaton,
ke non ride mai’, ed infine quella del circuito
del denaro e della perdita dell’identità in Eurobond
Europa. La
prima parte, in cui l’aritmetica simmetria di uno, tre,
cinque componimenti, si chiude con
la
sottosezione Precisazioni
inique, dove si analizzano severamente, appunto in
cinque diversi testi, in termini critici e autocritici e
utilizzando diverse chiavi compositive, le debolezze che
possono compromettere la coscienza, corrompere una
rigorosa consapevolezza. Nel
testo Il drago mangia l’orsa, che ci è sembrato
il testo cardine delle Precisazioni inique,
Lunetta parla di ingannevolezza, di ‘amuleti falsi’,
parla della necessità imprescindibile del ‘rifiuto’ e di
‘lucido diniego’, sempre ardui in una situazione di
tranquillo, sinistro caos, dove sembra difficile persino
articolare il pensiero. Vengono affrontati poi argomenti
come la memoria, i ritorni alle lontananze e gli
inquietanti moloch dell’apparenza.
Pratica
dunque degli ‘occhi aperti’ su qualunque orrore, su
qualunque nefandezza, qualunque viltà: C’è solo da
guardare, fino a che ti reggono gli occhi.
Ogni
illusione aristocratica e romantica che vorrebbe
l’intellettuale e l’artista, separato dalla condizione
dell’uomo-massa è brutalmente cancellata. Dunque
l’artista, se pur ‘apolide’ deve constatare che la sua
diversità, se pure esiste, è assolutamente irrilevante
nel meccanismo del sistema. Viene pertanto rimosso un
alibi che troppo spesso è stato invocato per chiamarsi
vilmente fuori dalle responsabilità sociali e politiche.
Così
con Brecht, Lunetta: Mi mostro amico degli uomini (…)
/ Io dico: sono bestie di odore singolare, / e dico: non
importa, in fondo anche io lo sono.
Anche
se la vita è mutata / nel proprio surrogato …/ …
forma vuota nel vuoto, anche se ci si scopre tutti
trascurabili prototipi, massa sottoposta ed
autrice delle sue stesse vessazioni, formata di monadi,
ma che, nella distesa sconfinata/ di indifferenza,
trova voci che cercano nella lingua e nella scrittura un
affilato strumento di guerra, come argomentano gli
endecasillabi del citato Il drago mangia l’orsa:
Catartica è la lingua e antipiretica / (…) / Ma
quando l’ira la sottende è truce, / È barbarica, è amara
e desolata, / E se fa una carezza è un duro sfregio. /
Se sorride è un sorriso da assassino/.
Dunque
coscienza, impotenza e rabbia che urlano, in un
linguaggio che non si stanca di sperimentare, meticcio e
materico, che giunge talvolta a punte ferocemente
barbariche, tra giochi di parole, echi, assonanze,
straniati paradossi e de-narrazioni in versi, il cui la
parola si rivela decrepita, giovane, impotente,
fortissima, oscura, lampante / dentro le tenebre
dell’epoca, ancora viva, anche se Nessuno ascolta
più nessuno. Voce straniata che grida nel deserto.
Si
attraversano spazi metropolitani, gallerie di città:
Roma naturalmente, Napoli, New York, Praga, Dresda,
Riga, Londra, Madrid, Parigi e molte altre. Le città
dell’Africa che portiamo nelle ossa. La decrepita Europa,
estranea a se stessa, l’America. E tra le città più
amate, sempre dolorosamente, sempre
contraddittoriamente, c’è New York, sospesa tra
l’invettiva e l’ammirazione, c’è Napoli sempre umiliata
e sempre disperatamente viva, e Roma, la sua città. E ci
aggiriamo, assorti lettori, tra canzoni popolari e
ballate, sestine provenzali, rime baciate, endecasillabi
sonanti, rap, aspre invettive, attraversando una
ricchezza poetica generosamente dispiegata.La
seconda parte, composta di tre sottosezioni, ribadisce
il primato della politica come strumento di
interpretazione e di lotta, ma propone anche una
riflessione più dipanata, più articolata che ancora non
dimentica il personale. Lotta per incrollabile volontà
di resistere, anche se Domani è già passato; l’oggi
solo / può darci un’iniezione di fenolo. Dunque
passando per la condizione personale di amarezza di
disagio, si ribadisce una opposizione irrinunciabile ai
fascismi vecchi e nuovi, e a tutti i loro travestimenti.
Un tentativo di fendere il caos, pur senza speranza,
come nel testo dedicato alla giornata mondiale contro la
guerra, dove incontriamo un’umanità istupidita che
brulica in una routine sconfinata. E a poco
valgono le invettive contro i mercenari o i servi, in
una situazione di umana o disumana disumanizzazione.(www.retididedalus.it/)
I Libronauti" di Oliviero Diliberto
L'autore presenta il
suo libro a Torino sabato 12 maggio 2007
alla Fiera del
Libro sala autori B alle 19,45
Quante meraviglie tra
i libri
di Flavia Crisanti
Un viaggio attraverso le libreria
dell’Italia e del Mondo.
Oliverio
Di liberto, oltre ad essere politico e professore
universitario, è anche un amante di libri e, come
tutti gli appassionati di questa materia, approfitta
di ogni situazione per mettersi a caccia di librerie
antiquarie o di libri usati. Non conta se si cerca
la prima edizione dei Canti di Leopardi o di un
romanzo novecentesco, l’entusiasmo che prende
durante la ricerca tra volumi impolverati è sempre
lo stesso. Si scava sotto pile di tomi, si cerca tra
scaffalature con l’occhio vigile e attento alle
curiosità e ai volumi più particolari.
Le librerie
antiquarie, ma anche molte che, pur vendendo best
sellers, hanno una loro specificità, possiedono una
caratteristica che Diliberto nota con precisione: i
librari, commessi o padroni che siano, sono sempre
di una squisita cortesia, propensi a consigliarti,
ad ascoltarti e a raccontarti storie di libri e di
studi. Sono un punto di incontro, di scambio e non
solo di cultura.
Diliberto suddivide
le librerie in base alle cità di provenienza e, nel
descriverle, non si limita a distinguerle tra studi
bibliografici, librerie antiquarie e moderne, ma ne
racconta la storia ed aneddoti legati ai proprietari
vecchi e nuovi.
Un libro che non è
una guida, ma che fa venire una fortissima voglia di
visitare questi luoghi sacri del libro.
Prefazione a cura di
Unberto Eco.(www.nonsolocinema.com 2 maggio 2007)
Recensione di Mimmo
Mastrangelo
Un libro si prova piacere a leggerlo per le emozioni e
il senso di libertà che rilascia, ma nella fattispecie è
pure un manufatto e può invitare
al qualche ebbrezza per la sola ragione di tenerlo fra
le mani o di annusarne i suoi porosi odori combinati di
stampa e carta. Un libro può essere anche l’avido
desiderio (da soddisfare a tutti i costi) di un
bibliofilo, oppure l’oggetto di ricerca di un
bibliografo il quale cerca di ricostruirne la sua
storia, individuare chi l’ha scritto, pubblicato e
distribuito, rintracciare la biblioteca che ne conserva
qualche copia o in quali librerie è possibile comprarlo.
E appunto le librerie sono i luoghi di cui si parla nel
volume pubblicato da Aliberti Editore. Oliviero
Diliberto, docente alla Sapienza di Roma di Istituzioni
di Diritto Romano, popolarmente conosciuto come
parlamentare e segretario nazionale dei Comunisti
Italiani, da qualche tempo recensisce settimanalmente
sulle pagine del quotidiano emiliano “Il giornale di
Reggio” e sul portale “Emilianet” le librerie che ha
modo di visitare nei suoi continui spostamenti lungo la
penisola e nel mondo. “I libronauti” è un viaggio che
conduce il lettore a scoprire quei negozi del libro dove
per l’autore è stato piacevole entrarvi, trovare la
competenza e la cordialità di proprietari e di commessi,
comprare opere rare, lasciarsi risucchiare dentro
un’atmosfera di divagazione culturale o politica. Per
queste ragioni il libretto di Diliberto non può essere
scambiato nella classica (e generalista) guida di
settore, che si dispiega in un elenco di nomi ed
indirizzi, con l’aggiunta di qualche minuta notizia o
curiosità. E’qualcosa di assolutamente altro. In
prefazione Umberto Eco scrive che Diliberto non si
cimenta in una catalogazione di librerie e librai, ma
“compie una operazione retorica e dunque persuasiva: ci
presenta una esperienza personale chiedendoci di
identificarci con i suoi gusti, le sue passioni, le sue
scoperte”.
Quello del professore e parlamentare comunista è un
pellegrinaggio di amore e passione verso quello oggetto
spesso bistrattato che è il libro, è il desiderio di
incontrare e conversare confidenzialmente con librai
innamorati del proprio mestiere, è la curiosità di
lasciarsi risucchiare dal religioso suono del silenzio
che si diffonde nelle dimore dei libri, è frugare fra
scaffali per soddisfare una personale natura e
“militanza bibliografica”. Ma quante (e quali) sono i
magazzini di libri in cui Diliberto ci porta a far
visita? Saranno suppergiù un centinaio: si va dalle
cinque modernissime Feltrinelli di Bologna alla minuta
ma ordinatissima Tiziano-Il Bastione di Cagliari; dalla
Boemi-Trampolini di Catania in cui i libri hanno “un
odore speciale come le drogherie di tempo” alla storica
Le Monnier di Firenze, che ha riaperto i battenti da
soli due anni grazie alla tenacia di un giovane milanese
titolare anche della casa editrice Luni; dalle
conosciute librerie antiquarie Giuliano Bonfanti e
Rovello di Milano alle napoletane Cassetto, Colonnese
e Pironti, alle romane Giulio Cesare, Odradek e Tara;
dalla Sellerio di Palermo a quel “gioiellino” che è La
libreria di Positano. Inoltre, dalla “piccola e
incantevole” La Marge di Ajaccio, dove si organizza il
salone del libro napoleonico, alla famosissima Karl Marx
Buchhandlung di Francoforte, fondata nel 1980 da
Joschka Fischer, Tom Koenigs e Daniel Cohn-Bendit; dalla
libreria antichissima del Monastero di San Sergio
Maalula in Siria all’accogliente Libraria Bertrand di
Lisbona, situata sulla suggestiva via Garrett e
dirimpetto al monumento dedicato a Pessoa; dalla Love
Placet di Hanoi alla libreria di Salamanca in Spagna che
porta il nome del grande cantautore cileno Victor Jara,
ucciso durante il regime di Pinochet.
“I libronauti” è un transito verso scoperte libresche
sorprendenti, ma allo stesso tempo anche una sosta. Una
pausa in quei ristori dell’anima, in quelle chiese
laiche, in quelle isole del tesoro che possono essere
identificate, ieri come oggi, nelle librerie.(www.lucanianet.it)
Volumina:
archeologia e storia antica
16 gennaio 2006
E’ stata aperta il 18 novembre
scorso: quasi una neonata, dunque.
E’ la libreria “Volumina” a Bologna,
dedicata interamente ai libri di
archeologia e storia antica. Piccola
(ma con un grande
scantinato-deposito, pieno di
casse), molto accogliente, è situata
nel pieno centro cittadino (vicino a
Porta Castiglione).
L’ha fondata una deliziosa ragazza,
archeologa professionista, Giovanna
Vigna, laureata in topografia
antica, la quale ha tuttavia anche
respirato in famiglia la passione –
come si sa, trasmissibile per via
ereditaria – per i libri e la
bibliofilia. Il padre, Guido, per
tanti anni giornalista parlamentare,
è infatti tra i principali animatori
della mostra mercato annuale di
Castell’Arquato, in provincia di
Piacenza, dedicata all’editoria
economica del ‘900. Collezionista,
appassionato cultore della
letteratura del secolo scorso, aiuta
la figlia (quando può) nella
gestione della libreria. Così,
Giovanna ha unito le due passioni
(mondo antico e libri) ed ha deciso
di aprire questa libreria
specializzata.
“Volumina” offre, dunque,
un’editoria specializzata:
letterature classiche, beni
culturali, antichità dalla
preistoria sino all’alto Medioevo,
papirologia, tecniche di scavo,
numismatica, epigrafia. Faraoni,
Fenici, Mesopotamia, Grecia
classica, antichi romani, ma anche
Maya e Incas, archeoastronomia e
archeologia subacquea. Vi è anche un
settore di storia e archeologia per
bambini. Insomma, tutto ciò che
desidererete sul mondo antico. La
libreria presenta anche un settore
di libri usati e fuori catalogo,
molto interessante, dal quale tra
breve sarà anche tratto un catalogo,
con offerte di antiquariato librario
o semplicemente di sconto al 50%. E’
prevista una tessera fedeltà. Un
servizio di cataloghi di case
editrici specializzate completa
l’offerta.
Frequentata dagli specialisti (è a
due passi dal dipartimento di
archeologia dell’università di
Bologna), è anche meta dei tanti
appassionati di storia antica che la
leggono per il solo proprio diletto.
Punta, giustamente, a diventare
cenacolo degli uni e degli altri.
Aspetto gustoso. La libreria è
impreziosita – ai miei occhi con
particolare favore – dal colore: è
tutto rosso! Auguri di cuore.
Volumina, Via Arienti 2B – Bologna
Studio
bibliografico Apuleio
14 luglio 2006
Roberto Sbiroli è un giovane
simpatico, colto e
intraprendente. Tre anni fa,
dopo un proficuo apprendistato
presso la libreria antiquaria
Benacense, a Riva del Garda, ha
deciso la grande avventura:
aprire uno studio bibliografico
tutto suo, a Trento. Lo ha fatto
rischiando, ma vincendo la
scommessa. Si è laureato in
storia del diritto italiano nel
locale ateneo, culla, a suo
tempo, della contestazione
studentesca (chi non ricorda la
"mitica" facoltà di sociologia
di Trento, dalla quale sono
usciti molti dei leader del ’68
italiano?). Poi, è stato a lungo
incerto se dedicarsi alla
carriera universitaria o
occuparsi di libri in altra
forma, tenendo insieme lo studio
e l’attività commerciale: con la
passione e la competenza di chi,
i libri, non si limita a
venderli, ma li studia. Lo
studio bibliografico è sito in
un normale appartamento del
capoluogo trentino, al primo
piano di uno stabile borghese.
Tre camere e un ingresso, ove
troneggia una statua africana.
Una delle stanze è dedicata ai
volumi rari. Riceve su
appuntamento, altrimenti vende
via catalogo. Il primo di questi
era costituito dalla sua
biblioteca personale (e ne
immagino il travaglio): fu però
un grande successo di vendita e
il distacco dai propri libri
(immagino) meno doloroso. Da lì,
è incominciata l’avventura. Ora
vanta cataloghi davvero
importanti di libri antichi e
rari. La specializzazione segue
gli studi svolti: la storia
giuridica, istituzionale e
politica. Troverete, quindi,
codici e raccolte di leggi di
ogni epoca, trattati di
politica, filosofia, teologia,
saggistica istituzionale, un po’
di letteratura (ho visto qualche
edizione antica della Divina
Commedia). Vanta anche un
bel sito Internet, con la
segnalazione progressiva delle
nuove acquisizioni e i cataloghi
on line. Nonostante la
giovane età, Sbiroli è molto
competente, si avverte subito
che ha alle spalle studi seri
sulle materie di cui si occupa.
I migliori auguri, dunque, per
questa ancor giovane attività.
Studio bibliografico
Apuleio, 6 – Trento
(da i Libronauti di
Oliviero Diliberto)
Una mattina ci hanno svegliato
Nel
racconto-testimonianza del partigiano vicentino Palmiro
Gonzato
uno squarcio sulle
vicende private e collettive del dopo liberazione
Nella introduzione all'agile volumetto di Palmiro
Gonzato Una mattina ci hanno svegliato (curato da
Lucrezia Fiorelli e Stefano Tallia, edito da Lupieri di
Torino, pagg. 138, Euro 12,00) Enrico Galimberti mette
in rilievo come, nell'immediato dopoguerra, in parte dei
partigiani garibaldini, essendo vivo il timore di un
possibile
riflusso o di un travisamento dei fini per cui avevano
combattuto - identificati tout court con quelli della
Resistenza decisero che la loro "attenzione doveva
rimanere alta e vigile sugli sviluppi del processo in
atto". Ciò li portò "a trattenere una parte delle armi
ben oltre il 25 aprile e proseguire nelle attività che
avevano svolto fino ad allora: presidio in armi del
territorio, requisizioni nelle campagne, controllo
sociale nei confronti dei fiancheggiatori del regime".
Dentro questo quadro può collocarsi la vicenda narrata,
con ammirevole lucidità ed onestà intellettuale, da
Palmiro Gonzato, che nel '45 aveva diciannove anni. Con
un ristretto gruppo di partigiani (in mezzo al quale si
era infiltrato uno che millantava un passato
resistenziale, mentre era un comune delinquente) pensò
opportuna una requisizione, che avvenne il 29 agosto del
'45, di armi detenute da un ricco possidente del
duevillese. L'infiltrato ed altri due, all'insaputa di
Gonzato e di altri, non si limitarono a questo, ma
prelevarono denaro e oggetti d'oro. In ottobre, dopo il
fermo dell'infiltrato che non esitò a fare i nomi di
quanti avevano partecipato all'azione, i carabinieri
arrestarono dieci partigiani che per sette mesi furono
tenuti nell'affollatissimo carcere San Biagio di Vicenza
e poi trasferiti nella caserma Chinotto. Da qui, per ben
due volte Gonzato ed altri tentarono invano, nell'estate
del '46, di evadere, stimolati in tal senso da un tale
Uragano che spacciandosi per "famoso comandante
partigiano combattente nel Friuli" era riuscito a
guadagnare sia a San Biagio che alla Chinotto un grande
credito tra i detenuti. Uragano denunciò i compagni e
così Gonzato venne a sapere che si trattava di un
criminale comune sempre vissuto di espedienti e di
raggiri. Nella tarda primavera del '47 Gonzato venne
processato e condannato, per rapina e detenzioni di armi
da guerra, a ventinove mesi di galera, scontati nei
carceri mandamentali di Lonigo e Thiene. Nei primi mesi
dell'arresto, Gonzato era convinto che - vantando un
documentato passato di combattente partigiano (e quindi
come scrive Galimberti di "aver accumulato negli anni
della dura e sanguinosa [lotta di Resistenza] un credito
morale e civile" e vista la sua estraneità alla rapina
(mentre era colpevole di requisizione di armi) - avrebbe
avuto una pena mite, convinzione smentita dal fatto che
già nel '46 gran parte della magistratura era orientata
a comminare pene pesanti verso i partigiani ed a
qualificare la detenzione di armi come atto di violenza
politica tendente in sostanza a fini sovversivi.
Uscito dal carcere, Gonzato si trasferì a Torino,
frequentò i corsi del Convitto scuola Rinascita e
ottenne la qualifica di disegnatore meccanico,
diventando poi capotecnico (ma anche responsabile della
Commissione Interna) di una carpenteria torinese. Negli
anni scorsi ha pubblicato un libro sulla Resistenza
nella zona di Montecchio Precalcino ed è tuttora un
attivo dirigente dell'ANPI torinese, come lo è stato
esemplarmente del Pci. E davvero il suo
racconto-testimonianza è quanto mai utile per capire
molteplici aspetti del nostro tumultuoso dopoguerra (vicenzanews.com)
Narrativa: "Tango e gli altri"
«Tango e gli altri» presentato all'Auditorium del Revoltella - Guccini
e Macchiavelli raccontano a Trieste il loro quarto
«giallo», sulla guerra partigiana
Trieste
- Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli hanno
presentato ieri, in un gremitissimo auditorium del
Revoltella, il quarto romanzo
firmato
insieme, «Tango e gli altri» (Mondadori). È un giallo
che, come i precedenti, nasconde riflessioni sui
cambiamenti dell'Italia del dopoguerra, pur non essendo
un romanzo storico, come i due tengono a sottolineare.
Guccini ha raccontato la genesi della saga: «"Maccaroni",
il primo libro, è scaturito da una storia gialla che mi
frullava nella testa, su un fatto accaduto negli anni
'20 al mio paese, Pavana, sull'Appennino tosco-emiliano.
Un prete fu trovato morto nel serbatoio d'acqua di un
mulino. Avevo pensato anche al finale, a un maresciallo
che risolveva il caso durante una partita a carte. Tra
inizio e fine, però, non c'era niente. Allora ho
chiamato Loriano per passargli la storia, ma poi un
editor ci ha convinti a scriverlo insieme. Gli altri
romanzi sono venuti da soli. In tutti volevamo
fotografare i cambiamenti dell'Italia negli ultimi
decenni: il secondo libro, "Un disco dei Platters", è
ambientato nel 1960, il terzo, "Questo sangue che
impasta la terra", nel 1970». «Tango e gli altri»
invece, ha spiegato il cantautore, nasce dal successo
clamoroso dei libri di Pansa, da un certo revisionismo
che a lui e a Macchiavelli non piace affatto.
«Preferiamo Fenoglio e Bocca. Abbiamo pensato: perché
non fare un romanzo sulla guerra partigiana cercando di
essere più onesti possibile, cercando di vederne i pro e
i contro?
Nonostante tutte le critiche che si possono fare, la
Resistenza è stata per l'Italia un fatto positivo».
La posizione di Guccini, autore di 22 album e molti
romanzi, come ha ricordato Elvio Guagnini che ha
presentato l'incontro con Giorgio Pressburger, è chiara
da sempre. Al suo pensiero aderisce perfettamente
l'amico Macchiavelli. «In "Tango e gli altri" c'è anche
qualcosa di nostro - ha detto lo scrittore bolognese. -
Nel '44 avevo 10 anni e vivevo vicino a Marzabotto.
Guccini ne aveva 5, ma stava dall'altra parte del
fronte, quella liberata. Nel libro ci sono anche le
nostre sensazioni di allora».
Guccini e Macchiavelli duettano, snocciolano battute e
conquistano il pubblico con autoironia. Non è difficile
pensarli alle prese con un romanzo a quattro mani.
«Lavorare insieme funziona così: uno comincia a
raccontare qualcosa, l'altro continua», raccontano. «Una
volta stabilita l'impalcatura, ognuno sceglie un paio di
capitoli che gli interessano e li scrive. Poi ce li
scambiamo e ci correggiamo a vicenda». E il segreto per
conservare l'unità di stile? «È molto semplice - chiosa
Guccini: - c'è unità, perché Loriano riscrive
completamente quello che scrivo io!». (Piccolo
25.3.2007)
"Tango e gli altri"
"Nel
1939 Benedetto Santovito fu sbattuto lassù da alcuni
gerarchi fascisti di Bologna che non accettavano che un
giovane maresciallo dei carabinieri si permettesse di
indagare sui loro figli, sospettati di alcune azioni
criminali piuttosto pesanti."
Il romanzo si apre nel
1960 e vediamo Benedetto Santovito alle prese
con la memoria. Si passa subito al 1942
e lo troviamo nell’inferno del Don. Torniamo a Bologna e
al ’60.
È evidente che l’alternanza costante di
situazioni geografiche e temporali diverse con
il suo incalzante ritmo crea nel lettore l’idea della
presenza sempre viva del ricordo, davvero indelebile,
nelle menti di chi ha vissuto situazioni tragiche.
Eccoci a Bologna nel 1960:
una donna in una lettera invita il maresciallo ad
indagare su una vicenda di molti anni prima, i
drammatici anni della guerra e della Resistenza
sull'Appennino. Un partigiano, Roberto Cortesi, accusato
dai compagni di un orribile crimine (l’eccidio di una
intera famiglia) era stato giustiziato dagli stessi
partigiani, ma si era sempre professato innocente e la
lettera di vent’anni dopo vuole che gli sia resa
giustizia. La donna poi avrebbe potuto salvare
Roberto se avesse saputo in tempo il rischio
che stava correndo per quell’attribuzione di colpa: il
ragazzo era con lei la notte in cui avvenne la strage
delle Piane. Con quella lettera, consegnata al
destinatario dopo la morte della donna dal figlio e dal
marito ignari della vicenda (e del tradimomento commessi
tanti anni prima), vuole che almeno la memoria venga
riabilitata e sia trovato il vero colpevole: “È il
passato che ritorna. E non è un passato piacevole.”
Siamo di nuovo in montagna, lo
sguardo degli autori sulla vita e sull’attività
partigiana compie un’operazione davvero difficile:
non è né giustificazionista, né revisionista.
Un difficile equilibrio che però è raggiunto grazie alla
serietà dell’indagine su fatti e situazioni vere e da
una coscienza autenticamente democratica: i valori per
cui si è combattuto sono praticamente sacri, gli errori
commessi non vanno però nascosti. Importante è anche
collocare tutto nella corretta cornice. La ricerca della verità dunque
come obiettivo, sia di Benedetto Santovito che riprende
con impegno e sofferenza un’indagine, sia degli autori
che sanno non farsi fraintendere né cercare facili
consensi di lettori di uno o dall’altro schieramento.
Una donna, omaggio all’intuito e alla
determinazione femminile, è colei che dà un
sostegno investigativo (e non solo) al nostro
maresciallo e che saprà cogliere il punto focale della
vicenda, è Raffaella, la simpatica e risoluta maestra
del paese in cui Santovito è tornato per svolgere le sue
indagini.
Non è facile, e non solo perché sono passati tanti anni,
procedere nell’inchiesta: i più vecchi non amano
ricordare le cose brutte del passato, quelli meno
anziani sono sospettosi che si voglia mettere in
discussione scelte di vita fatte, impegnative e
coraggiose, in più il maresciallo ha la sensibilità di
non voler creare scompiglio psicologico a chi è
sopravvissuto, soprattutto alla famiglia della donna che
aveva mandato la lettera. E poi gli uomini
cambiano, così com’è cambiata l’Italia, c’è chi si è
perso, chi è diventato potente… Sarà forse un
modo deformato di leggere, ma capita di pensare a quello
che è successo a tanti ex sessantottini.
La trama sarà scoperta dai lettori, di certo
numerosissimi, del libro. Un consiglio: Tango e gli
altri non va letto solo per scoprire chi è il
colpevole!
Le prime pagine
PROLOGO
Tese le mani quasi a volerli fermare.
Due brevi raffiche. Bob sobbalzò, respinto all'indietro
fin contro il tronco; con gli occhi sgranati li guardò
per l'ultima volta. Mulinò le braccia, poi scivolò a
terra se¬gnando con il sangue la corteccia ruvida del
castagno.
Tango gli si avvicinò, lo guardò, estrasse la pistola e
sparò il colpo di grazia. «Svelti, seppellitelo.» I960, settembre, in paese
«Presentare
in un'epoca come l'attuale, epoca di melmosa stagnazione
dove però sa farsi sempre più largo la prepotenza del
privilegio; di torbida acquiescenza al più cinico
affarismo che educa inevitabilmente alla distruzione di
ogni spirito critico; di volgare edonismo che non può
che condurre all'irridente indifferenza per gli alti
valori morali della coscienza individuale e della
storia; presentare in siffatta temperie tredici scritti
di Concetto Marchesi stesi fra il 1945 e l'anno della
sua morte, il 1957, può sembrare - e di fatto lo è - una
vera e propria provocazione». Prendiamo in prestito
queste parole d'esordio della presentazione di Ugo Dotti
alla piccola raccolta «Perché sono comunista» per i tipi
dell'editrice La Città del Sole di Napoli, per tentare
la riemersione da un profondo, ingiusto oblio, come da
polverosi ricordi di famiglia relegati in soffitta, una
delle più straordinarie figure di intellettuale e
politico dell'Italia repubblicana e antifascista.
Riproporre la figura di Concetto Marchesi a cinquant'anni
dalla sua morte (12 febbraio del 1957) non risponde
infatti né a un'esigenza della memoria, già di per sé
nobile, e neppure a un preciso impulso di provocazione,
già di per sé sufficiente, ma per indicare a tutti noi
e, perché no?, alle nuove generazioni un modello, un
limpido esempio di felice e compiuta sintesi di elegante
latinista, formidabile educatore, infaticabile dirigente
politico: insomma di un intellettuale gramsciano in
senso proprio. E' infatti impossibile tentare di
comprendere Marchesi tenendo separato l'intellettuale
dal politico. Strettissimo il rapporto con il partito;
un rapporto forte, solido, insuperabile. Sin
dall'inizio, dal 1921; durante gli anni asperrimi della
clandestinità partigiana; e così ancora nel dopoguerra,
sino alla sua morte. Un impegno costante, senza alcuna
attenuazione di intensità, perché Marchesi era del tutto
convinto che il partito assicurava la partecipazione
delle classi lavoratrici alla storia, che il partito era
uno strumento necessario perché l'Italia conseguisse un
progresso democratico e socialista: «è la rocca della
nostra insopprimibile forza». Dal V congresso è membro
del Comitato Centrale e lavora alla prima commissione
per la Costituente. Un lavoro duro, orgogliosamente
accettato e sopportato: «Al posto di combattimento e di
pilotaggio, perché l'Italia non torni indietro di
qualche secolo, non ci siamo che noi. Soltanto noi.».
Così scriveva a Manara Valgimigli, grecista e sodale
della sua lunga vicenda universitaria a Padova.
Il 28 novembre del 1931 obbedisce a Togliatti, capo
indiscusso del Pci, e presta il famigerato giuramento al
regime fascista perché potesse «mantenere un contatto
con la gioventù e svolgere una certa funzione
educatrice», come rivelava Giorgio Amendola, che certo
non amava Concetto Marchesi. Tale finalità sottesa ai
duri anni di insegnamento sotto il regime traspare
nell'esordio del celeberrimo e coraggiosissimo appello
agli studenti di Padova del 1943: «Sono rimasto a capo
della vostra Università finché speravo di mantenerla
immune dalla offesa fascista e dalla minaccia germanica;
fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e
militari e di proteggere con la mia fede pubblicamente
professata la vostra fede costretta al silenzio o al
segreto...». L'acquiescenza di Marchesi verso il regime
è infatti un macroscopico errore di critica priva di
ogni fondamento e di una certa storiografia. Man mano
che il clima instaurato dal regime si faceva sempre più
opprimente cresceva l'insofferenza di Marchesi. Così
scriveva sempre a Manara Valgimigli a proposito del suo
lavoro su Arnobio: «Continuo a lavorare sul mio Arnobio:
ma ho già, da ieri, ritirato la mia collaborazione al
corpus nazionale e ho annunciato loro che non potrò più
mantenere la mia promessa. Hai visto come hanno ridotto
la copertina? E' divenuta un mero manifesto di partito.
Non so come la piglieranno: ma non tutte le pillole sono
da ingoiare» (31 dicembre 1931).
Sicché, quando Ludovico Geymonat attese la sua morte per
rimproverargli la presunta, apparente capitolazione, fu
Cesare Musatti, dalle colonne de L'Avanti, il 17 e il 21
febbraio 1957, a difendere l'amico e collega, vicino di
stanza nell'ateneo patavino. Marchesi e Musatti: più di
una semplice amicizia nata dalla diuturna vicinanza
universitaria, ma un rapporto assai più solido,
profondo, che Marchesi coltivava spinto dal suo notevole
interesse per la psicoanalisi. Un aspetto tutt'altro che
approfondito, un angolo prospettico di notevole
interesse degno di essere indagato e che aiuterebbe
ancor più a illuminare la complessa poliedricità di
Marchesi; la modernità dell'uomo e dell'intellettuale,
in un certo senso un vero apripista nella sinistra
italiana.
Anche il rapporto con il cristianesimo, un rapporto
ambiguo, mai risolto, secondo i più aspri critici di
Marchesi, non è stato mai ben inquadrato. Il
«cristianesimo è una cosa sommamente seria», amava
affermare; e non faceva altro che dimostrarlo sia nella
sua attività scientifica attraverso la predilezione
degli autori cristiani, Arnobio tra tutti, sia nella
temperie politica adoprandosi a una sincera sintesi tra
le idealità del movimento operaio e del cattolicesimo
democratico. Ma senza alcuna ambiguità: notoria la sua
contrarietà al riconoscimento costituzionale dei Patti
Lateranensi nel corso del dibattito sull'art. 7 della
Costituzione, nonostante il contrario avviso di
Togliatti.
E ancora quando, ministro ombra della pubblica
istruzione, riuscì a imprimere un'impronta precisa al
dettato costituzionale per una scuola pubblica laica e
democratica, l'obbligo all'istruzione e la libertà per
la scuola privata ma senza oneri per lo Stato.
Del cristianesimo ammirava la forza della fede dei
martiri, perché anche Concetto Marchesi professava una
fede. Ma la sua era una fede laica, quella nella
giustizia sociale, nel riscatto dei più deboli, degli
emarginati. Dunque la politica come vera e propria
vocazione, da praticare con sacrificio e non solo
morale. Un motivo, questo, che traspare spesso in
Marchesi, anche nei suoi interventi istituzionali; così
infatti in Assemblea costituente il 4 marzo del 1947:
«Onorevoli colleghi, sui banchi di questa Assemblea non
siedono soltanto i delegati del popolo né i testimoni
delle varie fedi politiche. Qui siedono anche - e lo
dico ad onore di questa prima Assemblea dell'Italia
libera - i rappresentanti della sofferenza e del
sacrificio (...). Massimo vanto dell'uomo è non essere
passato invano su questa terra».
Costanti i suoi richiami all'antichità dinanzi allo
scontro politico. Memorabili la difesa di Catilina
dinanzi alle provocazioni ciceroniane in occasione del
dibattito elettorale sulla legge truffa del 1953 e la
difesa di Tiberio di fronte al suo aspro critico lo
storico Tacito, per far emergere la pochezza ruspante di
Nikita Kruscev rispetto a Stalin.
Marchesi fu e restò sempre un siciliano che non
interruppe mai i rapporti con la sua terra e con la sua
città, Catania. Li mantenne e li consolidò attraverso
gli editori, tra cui ricordiamo i catanesi Giannotta e
Battiato. Eppure il rapporto più solido, mai interrotto,
di lavoro e di amicizia fu quello con l'editore
Principato. E' noto, per esempio, che nella sede
milanese della casa editrice, si tennero riunioni
clandestine organizzate da Marchesi durante la
Resistenza, a cui parteciparono anche Giovanni Gronchi,
Riccardo Lombardi, Lelio Basso.
Della sua Catania amava il clima, il mare, il calore,
alcune ghiottonerie che nostalgicamente raccontava nel
freddo padovano all'amico Manara: «Ricordo allora (festa
di S. Agata) a Catania la tradizionale schiacciata al
forno, piena di tonno e acciughe, fumigante e odorosa,
di cui mi toccava il pezzo più grosso a compenso dei
brividi ansiosi della mia attesa» (15 febbraio 1948).
Marchesi, come dicevamo, però non ha riscosso molta
fortuna ed è incappato nelle critiche di un formidabile
intellettuale come Luciano Canfora. L'addebito di un
ingenuo e arcaico socialismo, di una rigida ortodossia
priva di una reale profondità culturale, di arcaici
influssi campagnoli derivanti dal verismo verghiano, e
via dicendo, tuttavia delineano un Marchesi mai
esistito. Il biografo di Concetto Marchesi, Ezio
Franceschini, in un libro ancora fondamentale nel
sottotitolo "Linee per l'interpretazione di un uomo
inquieto" dà la chiave di lettura del politico e
intellettuale: l'inquietudine appunto, uno dei motivi
più ricorrenti. Inquietudini dell'animo che si
infittiscono nel declino degli anni e sono riconducibili
alla radice stessa dell'esistere. L'amaro sorriso di
Marchesi, che da buon epicureo si vale della «memoria
per dare una tinta di cielo alla cupezza del presente»
(27 agosto 1955) in questo senso non lascia
indifferenti. Nel 1955 il vecchio leone è ormai davvero
stanco, eppure non gli riesce di pacificare l'animo suo.
Non è vero che gli anni tardi riescano ad assopire le
inquietudini: al contrario fanno esplodere in lui il
tormento della sua visione del mondo. Tutto questo
ancora è assente nel Marchesi nella superficiale vulgata
politica e storiografica: nessuna aderenza con quel
Marchesi che storicamente generazioni di italiani hanno
direttamente conosciuto o che si sono formati sulla sua
"Storia della letteratura latina" o sulle elegantissime
pagine dei gradevoli volumetti elzeviriani dedicati a
Petronio e a Giovenale.
«Alla mia morte siano subito informati il Partito e
l'Università di Padova». Con questo biglietto,
trovatogli dai familiari indosso il 12 febbraio del
1957, indicava l'ultima sua volontà. Un messaggio
preciso, denso di implicazioni. Indicava due esatte
soggettività: il partito, il Pci non la politica o le
istituzioni, e l'Università di Padova, non il mondo
accademico, non la comunità scientifica. In quella
lapidaria comunicazione vi era la sintesi scarnificata
della propria vita di «studioso e maestro», ma anche di
«risoluto uomo d'azione», che nella sua lunga vita fece
del partito e dell'università e della ricerca
scientifica gli strumenti fondamentali per
l'affermazione della libertà e della giustizia sociale.
Un'ultima considerazione. Si può discutere di tutto su
Marchesi, ma una cosa è certa; non avrebbe mai aderito
al Partito Democratico.(La Sicilia, 12/3/2007)
Concetto Marchesi
nacque a Catania nel 1878 e frequentò in questa città il
prestigioso liceo classico "Nicola Spedalieri".
All'università di
Catania fu discepolo di Mario Rapisardi e da costui
derivò non solo il primo interesse per la poesia (vedi
il libro di versi Battaglie) e per i classici latini, ma
anche quello spirito ribelle e polemico che lo portò
anche in prigione per qualche mese. Infatti, prendendo
il titolo del poema rapisardiano Lucifero, fondò e
diresse per breve tempo l'omonimo giornale "Lucifero",
avendo dei guai con la polizia, che lo censurò e
soppresse, anche perchè il Marchesi già a 16 anni aveva
cominciato a prendere le difese di operai, contadini e
detenuti miserabili o politici. Si laureò a Firenze nel
1899 col latinista Sabbadini, discutendo una tesi su
Bartolomeo della Fonte, lavoro a carattere
filologico-erudito come il successivo sull'Etica
Nicomachea (1904).
Cominciò ad
insegnare nei ginnasi inferiori di Nicosia (EN) e
Siracusa e nei licei di Verona e Messina. Ottenuta poi
una cattedra nel liceo di Pisa, cominciò a prepararsi
per la docenza universitaria e vinse anche il concorso
per provveditore agli studi, venendo assegnato a
Grosseto. A Pisa si sposò con la figlia del Sabbadini,
Ada, avendone la figlia Lidia.
Divenuto titolare
di letteratura latina all'università di Messina,
insegnando studiava per una seconda laurea; e così i
suoi stessi colleghi lo proclamarono dottore in
giurisprudenza con una tesi sul pensiero politico di
Tacito. Il Marchesi passò poi all'università di Padova,
ricoprendone la carica di rettore nel difficile