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Buone letture, musica, cinema                                                                                                                                                                                                               
 

 

 

Ciao Alberto! Compagno di tante serate stupende!

 

 

 

Il Canzoniere del Cantovivo presenta

 il Piemonte di Alberto Cesa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La disciplina partigiana

 

di G.B. Lazagna ("Carlo") 

Alla sera, dopo la seconda razione di castagne secche, ci riunivamo nella stanza più grande alla luce delle candele. Stabilivamo in discussione il turno di guardia per la notte e per la pattuglia dell'indomani. Poi Bini ci leggeva, da qualche pezzette di carta, un riassunto delle notizie di radio Londra, che egli andava a prendere in una cascina a mezz'ora di strada verso la valle. Discutevamo dei progressi delle armate alleate, dell'avanzata russa, e soprattutto di quanto tempo gli inglesi avrebbero impiegato a venire fino a Genova. Allora erano a Salerno, ma eravamo tutti fermamente convinti che tra qualche mese la guerra sarebbe finita per noi. Questa fede non era scossa nemmeno quando per lunghi mesi il bollettino recò : «Sul fronte italiano il maltempo ha ostacolato l'attività di pattuglie». 

Poi discutevamo dei nostri problemi, della vita politica internazionale, della giustizia, dell'onestà che avremmo portato nella vita sociale quando avessimo liberato le nostre città. 

Eravamo abbastanza ignoranti di politica: alcuni si dicevano liberali, altri comunisti. Oltre agli inglesi che stavano un po' per conto loro, ed agli ex-detenuti politici tutti comunisti, eravamo tutti giovani sui vent'anni: cinque studenti, sette od otto contadini e gli altri venti tutti giovani operai delle fabbriche di Genova. Ma la vita in comune, lo stesso desiderio di lotta, le fatiche, i pericoli vissuti insieme cementarono una unione ed una compattezza tra noi che ci permise di affrontare le situazioni e le prove sempre più difficili senza urti, e ci consentirono di inquadrare e di educare in seguito con quello stesso spirito, che non si può dire altro che partigiano, le migliaia di giovani che vennero gradualmente ad ingrossare le nostre file. In questi scambi di idee delle riunioni serali si stabilì poco a poco una specie di regolamento morale che non fu mai scritto, ma che per il suo rigore e per la lealtà e l'ardore con cui ognuno di noi lo osservava, formò una tradizione talmente democratica e così profondamente insita nei nostri animi, che fece dei partigiani qualcosa di completamente nuovo socialmente e ci dette una forza che non si esaurisce nelle funzioni militari della guerra, ma che sarà trasportata in tutta la vita politica sociale della nazione. Malgrado le divergenze che potevamo manifestare nelle nostre discussioni politiche, mettevamo al di sopra di tutto quella visione concreta dei problemi che avevamo da risolvere senza altra guida che la nostra, ed il nostro sentimento di giustizia e di onestà. 

Con questo stesso spirito, creammo in seguito tutta una organizzazione enorme, militare e civile, che fu magnificamente democratica, mentre la mancanza assoluta di controllo superiore ci avrebbe permesso con una certa facilità di regnare sui territori in seguito occupati con un dispotismo e una irresponsabilità che avrebbero potuto d'altronde giustificare le pressanti necessità militari. 

Bisogna perciò ricercare nella vita di questo periodo, che fu una scuola di libertà e di ordine, di disciplina e di giustizia, le cause del nostro successo militare e politico, dell'avvenire degli uomini educati e dei metodi escogitati in quel regime di vita esemplare. 

Eleggevamo i nostri capi che erano due a pari grado. Il comandante aveva la direzione delle questioni militari: guardia, addestramento al combattimento, maneggio e manutenzione delle armi, direzione dei colpi di mano, piani di attacco e di difesa. 

Il commissario politico sorvegliava i rifornimenti, amministrava i denari, spiegava il senso della guerra di liberazione, si occupava dei rapporti con la popolazione, ed era responsabile della disciplina della formazione. 

Il potere dei comandanti e commissari era però sempre, salvo casi di emergenza, sottoposto all'approvazione di tutta la formazione che alcune volte arrivò fino a destituire alcuni comandanti e commissari che non si erano dimostrati all'altezza dei loro compiti. 

Nonostante la libertà di critica di cui godeva ognuno, non si verificò mai in venti mesi di vita partigiana, un caso di insubordinazione o di disobbedienza davanti al nemico. Per tacito accordo una tale mancanza sarebbe stata certamente punita con la pena di morte immediata. 

Dai nostri comandanti, oltre al senso di responsabilità, al coraggio, e alla capacità, esigevamo per tradizione tacita che fossero i primi nel pericolo e nelle fatiche, gli ultimi nei vantaggi. Abitualmente i comandanti erano gli ultimi a servirsi nelle distribuzioni di viveri e di indumenti; se il loro compito non lo impediva, facevano i servizi come gli altri. Per esempio montavano di guardia al casone ma non di pattuglia perché ciò avrebbe importato un allontanamento dal grosso degli uomini, incompatibile con la funzione di comandante. Il comandare partigiani fu sempre un grande onore ed un grande onere, come lo dimostra l'alta percentuale di comandanti partigiani caduti in combattimento. 

Quando nella giornata vi erano stati tra noi piccoli litigi, era abitudine chiederne conto ai compagni partigiani nella riunione serale. Così, dopo una spiegazione sincera dell'incidente, in cui tutti giudicavamo chi avesse ragione e chi torto, non era possibile covare rancori o antipatie che a lungo andare avrebbero potuto nuocere alla nostra compattezza ed alla nostra fratellanza. Nella riunione serale si domandava conto ai comandanti di qualche ordine dato durante la giornata che potesse sembrare arbitrario o sbagliato. 

La necessità della nostra vita nascosta e randagia ci obbligava a molte altre precauzioni. Ci chiamavamo tra noi con pseudonimi, per evitare che i fascisti, sapendo i nostri nomi, potessero attuare le terribili rappresaglie che solevano fare contro le famiglie dei partigiani: imprigionamenti ed uccisioni di padri, madri, fratelli, e confische di beni. Chiamavamo con nomi convenzionali i paesi, i monti dove andavamo o abitavamo. Così Forca fu lo pseudonimo del Monte Aiona, dove avevamo costruito una capanna per rifugiarci; Mare fu il nome di Temossi, dove avevamo un recapito per le comunicazioni con la città. Intorno al casone badavamo molto alla pulizia, a non lasciare nessun oggetto che potesse indicare la nostra permanenza se dovevamo improvvisamente spostarci. 

Se per ragioni di servizio dovevamo allontanarci dalla cascina dove abitavamo non dovevamo andare nei paesi, fermarci coi contadini o con ragazze, per non far scoprire la nostra presenza e la nostra dimora. 

Se i contadini che dovevamo vedere per comperare i viveri ci offrivano qualcosa da mangiare, lo rifiutavamo pensando ai compagni che avevano fame, oppure lo portavamo al casone per dividerlo fra tutti. Questo per evitare che chi andava a far la spesa fosse un privilegiato, ed anche perché non nascesse un bisogno troppo frequente di andare nei paesi a far compere. 

Una domenica il nostro commissario arrivò dal paese vicino, dove era stato per servizio, con un piatto di ravioli che gli era stato regalato, e tutti ne mangiammo una forchettata. Una volta sì distribuì mezza sigaretta a testa, offerta da uno di noi, che le aveva ricevute dalla famiglia. Non bestemmiavamo per non offendere i nostri compagni religiosi. La pulizia del casone, le corvées per prendere l'acqua o la legna, erano sempre fatte da volontari. 

Spesso qualcuno faceva volontariamente il doppio turno di guardia notturna per alleviare un compagno che era stanco. 

Questo regime di vita, che solo chi lo ha vissuto o visto da vicino (come i paesani di Cichero) può comprendere, fu il segreto del nostro successo. Ed a elevare in tal modo il nostro livello di vita contribuì specialmente Bini, oltre al Bisagno, Lucio Marzo. Bini era sempre vigile, come il maestro in una classe di scolari irrequieti. Notava il pezzo di carta abbandonato intorno al casone e il grattarsi scomposto di qualcuno che aveva preso i pidocchi. E a tutto voleva che fosse rimediato, con la pulizia del casone o con la bollitura degli indumenti dell'individuo sospetto. 

Sorvegliava le razioni in modo che ognuno avesse la sua parte esatta e qualche volta interveniva in cucina per migliorare la cottura dei cibi, diceva lui, ma i «risotti alla Bini» resteranno sempre nella nostra memoria come qualcosa di digeribile solo al disopra dei mille metri e dopo parecchie settimane di regime di dieta. 

Ma quello che Bini curava sopratttuto era il morale del distaccamento. Non vi dovevano essere litigi che incrinassero il fronte di resistenza al nemico. 

E Bini voleva che fossimo sempre informati di quanto accadeva nel mondo civile. Per questo ogni sera ci informava delle notizie di radio Londra e collezionava in un suo tascapane giornali ed opuscoli clandestini che riusciva a far venire dalla città e che ognuno di noi poteva leggere nei momenti di riposo. 

Quando si dovevano prendere provvedimenti di ordine interno dal distaccamento, eravamo spesso propensi a lasciarne la decisione ai comandanti in cui avevamo ormai piena fiducia. Ma Bini voleva che ogni decisione fosse presa da tutti. «Ognuno di noi deve saper dirigere il distaccamento», diceva. 

E poi alla fine della riunione serale, per fare un po' di allegria, attaccava canzoni militari con quella sua voce tanto stonata che ha fatto turare le orecchie a migliaia di partigiani fino alla fine della guerra. 

Ma pochi comandanti sono stati amati come Bini, sempre carico più degli altri quando si doveva camminare, pronto a rinunciare alla sua parte se vi era poco da mangiare, pronto a fare una fatica supplementare se il distaccamento poteva trame beneficio. 

Accanto a Bini, Bisagno dà ai partigiani la sua impronta di comando militare. Sempre infaticabile camminatore, pronto a tutti i sacrifici, non un teorico, ma pieno di buon senso e avaro di parole. Studia la possibilità di difesa e di ritirata; prepara i piani di attacco, insegna ad usare le armi. Sempre di buon umore, ma serio e riflessivo. Quando si spara allora diventa un leone ed ha in pugno tutta la situazione con ordini calmi e sensati. 

Poi alla sera, intorno al fuoco del distaccamento, mescola la sua voce ai cori con un tono nostalgico e vigoroso.

 

* ) La disciplina Partigiana - da "Ponte Rotto" - Storia della Divisione Garibaldina «Pinin-Cichero» di G. B. Lazagna (« Carlo »)- Edizioni del Partigiano, Genova

 

Antologia della Resistenza, a cura di Luisa Sturani, Centro del libro popolare - Torino, 1951
trascrizione a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 

 

500 storie vere. Voci di donne migranti

 

 

Sulla tratta delle ragazze africane in Italia
Isoke Aikpitanyi
500 STORIE VERE.
Sulla tratta delle ragazze africane in Italia
 presentazione di Susanna Camusso / prefazione di Suor Eugenia Bonetti
Il libro racconta con forza e concretezza le storie di centinaia di ragazze nigeriane rese schiave e costrette con l’inganno a prostituirsi dall’alleanza fra mafia nigeriana e criminalità italiana. A tutte viene imposto un debito altissimo, fino a 80 mila euro, cui debbono far fronte nel tempo sotto la stretta e violenta sorveglianza della rete delle maman, diffuse capillarmente in tutto il territorio nazionale. Eppure sta crescendo il numero delle ragazze che, come l’autrice del libro, si ribellano al ricatto della mafia e, attraverso percorsi diversi, riescono a liberarsi dal suo dominio. 

Contributi significativi affiancano nel libro la denuncia della tratta: quelli dello scrittore Roberto Saviano, dei musicisti inglesi Michael Nyman e David McAlmont, dell’artista americana Martha Rosler, cui si accompagnano le riflessioni di Claudio Magnabosco e Gianguido Palumbo, due uomini italiani impegnati nelle reti e nelle associazioni contro la tratta per un cambiamento delle responsabilità maschili.

Isoke Aikpitanyi, nata in Nigeria a Benin City, arriva in Italia nel 2000 per lavorare, ma viene ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana. Liberatasi dall’oppressione, si dedica interamente alle altre decine di migliaia di ragazze nigeriane schiavizzate in Italia avviando il Progetto «Le ragazze di Benin City» divenuto un’associazione. Coautrice del libro La ragazza di Benin City, ha ricevuto numerosi premi per il suo impegno.

presentiamo anche:

Claudia Carabini, Dina De Rosa, Cristina Zaremba (a cura di)
VOCI DI DONNE MIGRANTI

con un saggio di Antonella Martini e gli interventi di Maura Cossutta, Cecilia Bartoli e Mercedes Frias / presentazione di Isabella Peretti

Ventuno donne migranti, giunte a Roma in tempi diversi, raccontano la loro storia. Poche volte hanno avuto modo di parlare, raramente hanno trovato ascolto. «Abbiamo qualcosa dentro il cuore, però non sappiamo come dirlo, come spiegare a voi per far capire quello che sentiamo». Questo libro ha dato loro voce. Una voce che racconta di fughe dalla guerra e dalla miseria, di sacrifici e stenti, ma anche di quotidianità e conquiste. Il tema della maternità, vissuta lontano dagli affetti e dalle tradizioni, è stato il filo rosso che ha guidato questa raccolta di storie, ma anche un pretesto per narrare altro: identità perdute, aspettative e delusioni, coraggio, forza, riscatto sociale. Le curatrici si sono avvalse della metodologia autobiografica per «tradurre» in forma scritta queste voci di donne migranti, proponendo così un panorama di testimonianze sul mondo dell’immigrazione femminile in Italia e in particolare a Roma.

Claudia Carabini, Dina De Rosa e Cristina Zaremba, sono socie fondatrici dell’Associazione culturale «Salva con nome», nata per promuovere la scrittura di sé attraverso l’autobiografia, la biografia e il racconto: si pone l’obiettivo di preservare la memoria attribuendole un’individualità, un nome, per salvare così l’eredità di vita vissuta di chi si racconta e, attraverso le sue vicende personali, narrare anche quelle vicende storiche e sociali che contornano ogni esistenza.

 

Mario Monicelli. Il maestro che amava i giovani

 


 

Mario Monicelli, il maestro che amava i giovaniNegli ultimi mesi ha abbracciato la protesta dello spettacolo contro i tagli alla cultura, ha incitato i giovani a ribellarsi per un futuro migliore, si è lamentato che il cinema di oggi non riusciva a raccontare l'Italia come è, ma quando si è accorto di non riuscire più a guardare al futuro si è tolto la vita lanciandosi dall'ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato. Era nato il 15 maggio del 1915 a Viareggio, figlio del critico teatrale e giornalista Tommaso e dopo la laurea in storia e filosofia a Pisa aveva esordito nel cinema nel 1932 con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori, Cuore rivelatore.
E' stato uno dei padri della commedia italiana, con Dino Risi, Steno, Luigi Comencini. Negli ultimi anni, perché era un maestro del cinema e per ragioni anagrafiche, gli era toccato l'ingrato compito di commentare i colleghi che se ne andavano: dal Tiberio Murgia, Ferribotte di uno dei suoi capolavori I soliti ignoti, ai grandi sceneggiatori con cui aveva lavorato tante volte, Suso Cecchi D'Amico e Furio Scarpelli e Piero De Bernardi, per citare solo quelli di quest'anno. Monicelli, come era nel suo carattere, rispondeva con arguzia, un pizzico di cinismo, raccontava aneddoti, rifuggiva ogni sentimentalismo per tirare fuori il meno ovvio di ciascuno di loro, così come avrebbe preferito si dicesse di lui stesso.

Negli ultimi anni la vena amarognola e caustica di Monicelli più che nei film era venuta fuori nelle sue uscite pubbliche: era stato al Viola Day di febbraio e al primo no B day nel dicembre scorso a Piazza San Giovanni, aveva urlato ai giovani di tenere duro: "viva voi, viva la vostra forza, viva la classe operaia, viva il lavoro. Dobbiamo costruire una Repubblica in cui ci sia giustizia, uguaglianza, e diritto al lavoro, che sono cose diverse dalla libertà" ed era stato a Montecitorio con i colleghi nel luglio 2009 per protestare contro i tagli al Fus. L'Italia era per lui "una penisola alla deriva".
Questo il Monicelli più recente, barricadero, poi il Monicelli che passerà alla storia, il regista della Grande Guerra e dei Soliti Ignoti.

Nel 1937, sotto lo pseudonimo di Michele Badiek, si era cimentato per la prima volta con il lungometraggio (Pioggia d'estate) e aveva conosciuto Macario e Totò che lo ingaggerà nella sua squadra di autori, Fece amicizia con Steno, si avvicina ai circoli della sinistra antifascista. Ma poi si arruola (in cavalleria) e attraversa indenne le campagne d'Albania e d'Africa. Nell'autunno del '43, tornato in Italia, lascia l'uniforme, arriva a Roma, fiancheggia anche la Resistenza insieme all'amico anarchico Comunardo. Erano già i giorni di Roma città aperta, si affermava il neorealismo e ben presto, a Monicelli e Steno richiamati in servizio per Totò dal produttore Carlo Ponti, viene in mente di adattare la maschera del grande comico alle storie di vita che facevano furore. Nasce così nel 1949 Totò cerca casa, esordio ufficiale nella regia sia di Monicelli che di Steno, grandissimo successo e farsa passata alla storia come "una delle più belle parodie del neorealismo mai realizzate".

E' impossibile ripercorrere tutta la sua carriera, film dopo film, successo dopo successo, con oltre 66 regie e più di 80 sceneggiature. Basti dire che al trionfo dei successivi Vita da cani e Guardie e ladri (premiato a Cannes per l'interpretazione e la sceneggiatura nel '51) corrispondono i problemi con la censura sia per questo che per Totò e Carolina. Dall'anno successivo cessa il sodalizio con Steno e dal '54 quello sistematico con Totò. Al ritmo di più di un film all'anno Monicelli approda, nel 1958 ad uno dei successi più limpidi: I soliti ignoti (nomination all'Oscar), l'ultimo film con Totò e il primo con Vittorio Gassman "sdoganato" come mattatore comico.
Del 1959 è un capolavoro assoluto come La grande guerra (altro film avversato dalla censura e poi trionfatore a Venezia con il Leone d'oro), del 1963 il doloroso I compagni con Mastroianni, del '66 l'irripetibile invenzione de L'armata Brancaleone.

Sono gli anni dell'amicizia con Dino Risi, degli scontri con Antonioni, del controverso rapporto con Comencini, del trionfo della commedia all'italiana e dei "colonnelli della risata". Nel 1968 Monicelli inventa Monica Vitti attrice comica per La ragazza con la pistola, nel '73 ironizza sulle voglia di golpe all'italiana con Vogliamo i colonnelli, nel 1975 raccoglie l'ultima volontà di Pietro Germi che gli affida la realizzazione di Amici miei. 
Molto apprezzato anche in America, riceve ben tre nomination all'Oscar (oltre che per I Soliti ignoti candidato come miglior film straniero, per le sceneggiature de I compagni e Casanova 70). Nel 1977 recupera la dimensione tragica della commedia sceneggiando il libro di Vincenzo Cerami Un borghese piccolo piccolo. Negli anni '80, da ricordare, fra i tanti film, Il Marchese del Grillo e l'unanime consenso per Speriamo che sia femmina. Nel 1991, riceve il Leone d'oro alla carriera. L'anno dopo con il feroce Parenti serpenti dimostra di saper leggere le trasformazioni della società italiana con l'acume e la cattiveria di sempre. 
E' del 2006 invece il tanto desiderato ritorno sul set di un film, rallentato da ritardi e difficoltà produttive, con Le rose del deserto, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d'Albania di Giancarlo Fusco.(www.paneacqua.eu 2 dicembre 2010)


 

 

Cinema e impegno. Di fronte al regime di può far finta di nulla?

 

Lunedì 6 settembre 2010 alla Mostra di Venezia presentazione dell'Almanacco del cinema di MicroMega con Marco Bellocchio, Ascanio Celestini, Jasmine Trinca, Paolo Flores d'Arcais, Mario Gianani e Gianni Canova

"Cinema e impegno. Di fronte al regime si può far finta di nulla?". Un titolo che è tutto un programma quello che MicroMega ha scelto per la presentazione del proprio numero "Cinema e impegno" dal 31 agosto in edicola e in libreria. 
Lunedì 6 settembre, al festival di Venezia, appuntamento alla Villa degli Autori (lungomare Marconi 56B) alle ore 17,30, con il regista Marco Bellocchio, gli attori Ascanio Celestini e Jasmine Trinca, il produttore Mario Gianani, il critico Gianni Canova e  lo stesso direttore di MicroMega Paolo Flores d'Arcais.
"Cosa è rimasto oggi, in pieno berlusconismo, di quello che una volta si chiamava cinema impegnato?" è la domanda che porrà MicroMega ai suoi interlocutori. Un dibattito in cui verranno messi sotto accusa il governo e le sue politiche cinematografiche, nonché politiche.

Per realizzare questo numero MicroMega ha coinvolto grandi operatori del settore (attori, registi, produttori, sceneggiatori) e in vari saggi e interviste ha raccolto le testimonianze di alcuni maestri del cinema: Mario Monicelli, Carlo Lizzani, Marco Bellocchio, Jorge Semprùn, David Cronenberg, e un inedito incontro con l’inafferrabile Terrence Malick.
Una sezione speciale è dedicata alla memoria di uno dei nostri più grandi attori, vero e tenace esempio di coerenza politica ed artistica: Gian Maria Volonté. Lo raccontano in un saggio Franco Montini e in un incontro tre protagonisti del cinema italiano che con lui hanno lavorato: Francesco Rosi, Giuliano Montaldo e Felice Laudadio.
Una lucida analisi di quanto il cinema, soprattutto negli Usa, si sia svincolato dal conformismo mediatico successivo all’11 Settembre porta la firma di Pierfranco Pelllizzetti. E non poteva mancare la satira di Alessandro Robecchi con le trame dei cinepanettoni del prossimo Natale.
Infine, un gioco cinefilo: tredici critici cinematografici italiani raccontano quali siano i magnifici tre, ovvero, per ognuno di loro, i tre film di impegno più significativi della storia del cinema.

Il sommario del nuovo Almanacco del cinema di MicroMega

IL SASSO NELLO STAGNO
Gianni Canova - Il cinema italiano nell’era del Cavaliere
Manca la politica. Manca l’economia. Manca la volontà di costruire strategie di rinnovamento. Il cinema italiano, messo sotto attacco dalla destra, vive un periodo di forte crisi. Rimane però l’unica forma espressiva non ancora addomesticata. E Il divo, Gomorra e Vincere sono esempi di film che sanno coinvolgere ed emozionare, esprimendo anche dissenso. Esempi da cui ripartire.

TAVOLA ROTONDA 1
Giorgio Diritti / Daniele Luchetti / Paolo Virzì (a cura di Giona A. Nazzaro) - Il cinema può cambiare il mondo?
Negli anni Settanta si pensava che l’impegno degli artisti potesse contribuire a cambiare il mondo. Oggi viviamo in una realtà molto diversa rispetto a quella iper-ideologizzata di un tempo. È ancora possibile concepire un cinema di impegno? Un film può ancora aiutare a decifrare la società e a modificare l’immaginario collettivo diffondendo anticorpi contro l’inciviltà?

MAESTRI 1
David Cronenberg (a cura di Mario Sesti) - L’esistenza è il corpo
‘Un viaggio filosofico in cui rifletto sulla vita e sulla condizione umana e invito il pubblico a farlo con me’: questo è il cinema per David Cronenberg. Profeta delle avventure dell’incontro del nostro corpo con la tecnologia, della carne con il metallo e la plastica. E indagatore dell’uomo a partire dal suo aspetto più universale: la mortalità.

TAVOLA ROTONDA 2
Domenico Starnone / Sandro Petraglia / Francesco Piccolo (a cura di Tommaso De Lorenzis) - Un copione da inventare
Gli sceneggiatori italiani di fronte a sfide nuove e a terreni inesplorati. Quando la politica diventa spettacolo, e la democrazia videocrazia, è ancora possibile concepire un cinema di ‘impegno’? Ha ancora senso questa parola dopo il crollo delle ideologie e la fine della figura dell’intellettuale organico? Cosa vuole dire oggi ‘raccontare la società’? Quali linguaggi, quali temi, quali strutture narrative devono caratterizzare un nuovo cinema di impegno?

MAESTRI 2
Mario Monicelli - Il mio cinema fra Mussolini, Sordi e Gorbacëv
Uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi ripercorre la sua vita in un racconto intensissimo e divertente, amaro e surreale. Proprio come le sue commedie. Con la differenza che qui nulla è stato inventato. Dal primo film sotto il fascismo alla Liberazione, dagli attacchi di Gadda contro La grande guerra, alle partite a carte con Sordi e il sensitivo Rol, dal ritorno a casa l’8 settembre del ’43 al crollo dell’Urss.

TAVOLA ROTONDA 3
Jasmine Trinca / Toni Servillo / Elio Germano / Alba Rohrwacher (a cura di Giona A. Nazzaro) - La valigia dell’attore impegnato
Il nostro paese vive probabilmente la più grave crisi civile e sociale della storia repubblicana. Una crisi che il cinema italiano è stato capace di leggere in ‘presa diretta’, raccontando storie e personaggi che hanno fatto il giro del mondo anche grazie al volto e alla voce di interpreti straordinari. Quale concezione del ruolo dell’attore e delle sue responsabilità c’è dietro queste grandi performance? Esistono ancora gli ‘attori impegnati’?

MAESTRI 3
Terrence Malick (a cura di Mario Sesti) - Il regista senza volto
Niente domande dal pubblico, niente tv, e soprattutto niente fotografie: sono le condizioni che Terrence Malick ha posto per lo storico incontro svoltosi lo scorso 25 ottobre 2007 all’Auditorium di Roma, nel corso del quale uno dei più schivi, enigmatici e geniali registi americani contemporanei ha accettato di parlare del cinema italiano che più ha amato. Ma anche, caso più unico che raro, del proprio esordio e dei propri film. Ecco la cronaca di quell’evento straordinario.

TAVOLA ROTONDA 4
Angelo Barbagallo / Mario Gianani / Nicola Giuliano / Domenico Procacci (a cura di Gianni Canova) - Per un pugno di euro
Non esiste un mercato vero e concorrenziale in Italia per i prodotti cinematografici. Lo stesso duopolio che ha imprigionato i programmi televisivi compromette anche il percorso commerciale dei film. Mentre si impone un diffuso analfabetismo per quella cultura dell’immagine, che ha nel cinema la sua espressione più raffinata e complessa. Se i produttori italiani fossero dotati di una bacchetta magica, da dove comincerebbero per cambiare le cose?

MAESTRI 4
Marco Bellocchio in conversazione con Malcom Pagani - Il cinema come rivolta
Da I pugni in tasca a Il diavolo in corpo, dall’infatuazione maoista al teatro shakespeariano, dalle interviste agli ex pazienti dei manicomi alla psicoterapia collettiva di Massimo Fagioli. Uno dei più dissacranti registi del cinema italiano ripercorre il suo mezzo secolo di attività attraverso un racconto al tempo stesso intimo e ‘politico’, privatissimo e profondamente intrecciato ai passaggi d’epoca che hanno segnato la storia più recente del nostro paese.

LABIRINTO
Pierfranco Pellizzetti - Il cinema come rappresentazione del mondo
Dopo l’11 settembre tutto è cambiato, soprattutto il concetto di sicurezza. La ‘guerra al terrore’ ha prodotto una militarizzazione del mondo fomentata dai media ma avversata in qualche modo dal cinema che è stato capace, particolarmente negli Stati Uniti, di produrre film di denuncia contro questo nuovo disegno globale.

Alessandro Robecchi - Buzzicona production
Ma dove finisce il berlusconismo e inizia Neri Parenti? È la retorica domanda dell’autore che anticipa, in esclusiva per MicroMega, i prossimi successi cinematografici dell’inverno 2010: Natale a Pomigliano, Via col Veneto e Scusa se l’ho data a Gino. Con il ministro Bondi che già promette sgravi fiscali per il particolare contenuto artistico e culturale delle opere.

MAESTRI 5
Carlo Lizzani - Con orgoglio
La realtà storica e l’immaginario cinematografico si fondono nel racconto di uno dei nostri maggiori registi. La stagione del neorealismo, la vitalità di contenuti e mezzi espressivi della commedia all’italiana, le trasformazioni della nostra società segnata dalla dissipazione di un grande patrimonio culturale e politico. E una sorta di nostalgia per quel sentirsi parte di qualcosa, quel condividere idee e realizzare progetti, mentre ‘oggi ogni opera rimane una voce isolata’.

GIAN MARIA VOLONTÉ
Franco Montini - Il compagno attore
La vita e l’attività artistica di Gian Maria Volonté sono un esempio unico di armonica fusione, al punto di averne fatto un caso di personaggio quasi simbolico. Nel segno di un comportamento coerente nel tempo, dalla candidatura con il Pci alle litigate con Petri, combattivo, impegnato, serio ma anche profondamente umile, come accade quando si è veramente grandi.

Francesco Rosi / Giuliano Montaldo / Felice Laudadio (a cura di Federico Pontiggia) - Un uomo contro, un attore geniale
Gian Maria Volonté è l’icona del cinema impegnato. Con i suoi film e con i suoi personaggi ha sempre cercato di mettere a nudo l’arroganza e l’ottusità del potere, con la sua arte ha sempre cercato di dare voce ai senza voce. Attivista sindacale, agitatore culturale nemico di qualsiasi ipocrisia. Attore dalle straordinarie capacità tecniche, frutto di un paziente, quasi ossessivo, esercizio di studio. Ecco in cosa consisteva il ‘metodo Volonté’, ecco chi era davvero il più grande ‘uomo contro’ del cinema italiano.

A PIÙ VOCI
Edoardo Bruno / Valerio Caprara / Federico Chiacchiari / Steve Della Casa / Piera Detassis / Fabio Ferzetti / Bruno Fornara / Paolo Mereghetti / Giona A. Nazzaro / Roberto Nepoti / Federico Pontiggia / Lietta Tornabuoni / Dario Zonta - I magnifici tre
Abbiamo chiesto ai principali critici cinematografici italiani di indicarci i tre film d’impegno (nel senso più ampio del termine, quelli che ‘liberano la testa’, per dirla con Fassbinder) a loro avviso più significativi, belli e attuali di tutta la storia del cinema. Un gioco cinefilo che ha riservato più di una sorpresa.

MEMORIA
Jorge Semprún (a cura di Fabio Gambaro) - L’impegno di una vita
Ex militante del Partito comunista spagnolo clandestino, Jorge Semprún ha firmato alcune delle più importanti sceneggiature del cinema politico europeo. In questo saggio a cavallo fra la biografia intellettuale e il manifesto artistico, tratteggia la sua idea di ‘impegno’. Quest’ultimo non deve necessariamente essere connesso a un partito o a un’ideologia politica, perché in fondo consiste in una scelta personale, consiste nella volontà di non restare a guardare dalla finestra.

www.micromega.net 6 settembre 2010

 

 

Care ragazze

 

Care ragazze state attente, i diritti delle donne si possono anche perdere

di Ilaria Di Bella

Hannah Arendt scriveva che la libertà è dare inizio a qualcosa di nuovo, e la sua forma archetipica è la nascita, la natalità. Si riferiva alla nascita in senso simbolico, che nella politica è ricorrente, ma anche in senso letterale al fisico "venire al mondo": un atto che sconvolge l'ordine esistente delle cose e costituisce, ed è questa la sua idea più originale, la vera garanzia che la libertà, nonostante tutto, non scomparirà da questa terra. Viene spontaneo pensare all'evidente paradosso che riguarda le donne. Le quali col corpo sono da sempre più vicine degli uomini a questo enorme atto di libertà della nascita, di ogni nascita, e anzi ne sono artefici; ma ciò nonostante hanno dovuto conquistare palmo a palmo ogni proprio diritto, e la loro stessa emancipazione da un patriarcato ancora duro a morire.

Di questa lunga lotta delle donne, costellata - specie in Italia - di successi e conquiste solo molto recenti, le giovani e le giovanissime sembrano non avere memoria. E dunque proprio a loro, con la preoccupazione che i successi delle nonne e delle madri non vadano perduti, si rivolge "Care ragazze. Un promemoria" (Donzelli editore), bel saggio di Vittoria Franco, senatrice del Pd e docente di storia della filosofia alla Normale di Pisa, a lungo responsabile Pari Opportunità per i democratici. Una lunga e appassionata lettera alle giovani donne di oggi per ricostruire - attraverso le esperienze e le battaglie di tantissime e le idee delle più amate tra le pensatrici (tra le quali, in primis, la citata Arendt) che hanno dato radici alla dignità del genere femminile e all'uguaglianza, all'autodeterminazione, alle pari opportunità - come sia stato possibile ottenere il voto, la cancellazione del delitto d'onore, il divorzio, l'aborto, il nuovo diritto di famiglia, l'accesso alle professioni e agli ambiti considerati maschili, come la magistratura.

"Mi sono convinta che occorresse fare qualcosa alla vigilia delle elezioni europee del 2009 - scrive Vittoria Franco - Cosa era successo? Era successo che la destra si apprestava a candidare per la massima istituzione europea, il Parlamento, donne selezionate in base a criteri che con la competenza politica non avevano niente a che fare: la bellezza estetica, la vicinanza al capo, lo scambio di favori sessuali, la partecipazione come veline a programmi televisivi. (...) Cosa aveva a che fare tutto questo ‘ciarpame' con la dignità e l'autorevolezza femminile? Potevamo consentire che ciò accadesse senza riprendere la parola?". La risposta, implicita, è che no, non si poteva rimanere in silenzio. Anche a costo di sollevare dubbi sul movimento femminista e sulla concretezza di una libertà conquistata che, come per le trenta-quarantenni, pare declinarsi soprattutto nell'essere più simili agli uomini, rinunciando a fare figli pur di avere il lavoro della vita. La certezza dell'autrice è che non avere memoria, non sapere che "i diritti delle donne non sono dati ‘per natura', ma sono il frutto delle lotte di diverse generazioni. E si possono anche perdere", e stare ferme e mute di fronte al riproporsi della donna-oggetto, della donna-corpo, dei sultanati maschili, è in realtà un arretramento, forse impercettibile all'inizio ma nel tempo, di certo, pericoloso.

Ma l'antidoto c'è. "Sono le giovani le protagoniste. Sono loro a essere rappresentate come ‘vittime o veline' - scrive ancora Vittoria Franco - Sono loro che devono cercare parole e voce adeguate. Ribellarsi. Noi, donne della vecchia generazione possiamo solo testimoniare e raccontare (...)". E c'è ancora molto da fare, all'orizzonte ci sono la democrazia paritaria e il riconoscimento del desiderio femminile al potere pubblico. Con un sogno. "Credo che non sia un'utopia per voi giovani aspirare a essere donne libere e moderne in una famiglia moderna e in una comunità sociale rispettosa della dignità della persona umana femminile. Per quanto mi riguarda, sarei davvero soddisfatta se questo promemoria si rivelasse soprattutto un modo per ritrovarci, generazioni diverse di donne; capire il passato per vivere meglio il presente e lavorare possibilmente insieme, ciascuna a modo suo, per un futuro di libertà più vera".


 

 

Questa è la poesia che Nelson Mandela si recitava quando era giù di morale, durante i 28 anni di prigionia a Robben Island.

L'invincibile

di William Ernest Henley
 

Dal profondo della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all'altro,
ringrazio qualunque dio esista
per l'indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l'angoscia.
Sotto i colpi d'ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l'Orrore delle ombre
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.


 

Lo Stato dimentica l'amianto killer

 

di Fedele Boffoli

ILunedì 18 gennaio (alle ore 17.00), a Palazzo San Macuto in Roma (via del Seminario 76 - Sala del Refettorio, presso la sede della Biblioteca della Camera dei Deputati) si terrà la presentazione del libro "Lo Stato dimentica l'amianto killer" (con dibattito a seguito: interverrà l'onorevole Domenico Scilipoti ed i Presidenti delle Associazioni dei Cittadini e Lavoratori esposti e vittime dell'amianto) dell'Avv. Ezio Bonanni di Latina, coinvolto nei maggiori processi per la messa al bando della letale fibra killer (Eternit, Fibronit...), a lui si sono interessati i maggiori quotidiani e televisioni nazionali (La Repubblica, l'Unità, La Stampa, RAI...). Intervista all'autore

 

Lo Stato dimentica l'amianto killerEzio Bonanni, giovane avvocato dalle spalle già forti, lei è coinvolto nei maggiori processi italiani per il riconoscimento dei più basilari diritti degli esposti all'amianto e/o loro congiunti; se dovesse descrivere in due parole la triste vicenda dell'amianto in Italia e nel Mondo in quale maniera si esprimerebbe?
L'amianto ha determinato, determina e, purtroppo, determinerà la morte di migliaia di persone, spesso tra atroci sofferenze; gli toglierà il respiro con l'asbestosi, o ne metastatizzerà il corpo con il mesotelioma o con altri tumori. Ancora altre migliaia di famiglie verranno sconvolte e distrutte.

"Lo Stato dimentica l'amianto killer" non è solo  il titolo del suo recente libro (reperibile in internet) che presenterà a Roma il 18 gennaio ma è soprattutto la storia dell'inadempienza di uno Stato che ha, tristemente, privilegiato il profitto alla salute di ignari lavoratori e cittadini.
Purtroppo lo Stato si è mostrato per lungo tempo assente, se non connivente. Per questo sarà chiamato a rispondere nelle opportune sedi di giustizia anche internazionali, dal processo Eternit, alla Corte europea dei diritti dell'uomo, dopo che il Tar del Lazio ha accolto il nostro ricorso e censurato l'operato sotto il profilo dell'esercizio della potestà regolamentare dei Ministri del Lavoro e dell'Economia del Governo Prodi, annullando parzialmente il decreto del marzo 2008 che avrebbe voluto ridurre l'ambito di operatività dei benefici contributivi per esposizione ad amianto.

Da lei citati in giudizio (per conto di suoi assistiti) risultano addirittura la Presidenza del Consiglio dei Ministri dell'attuale e precedente Governo; quali emergenze risultano agli atti da tali incongruenti posizioni?  
Come ho anticipato, tanto per dirne una, non è condivisibile che l'indulto abbia premiato anche gli imputati del processo Eternit, e tutti coloro che sono responsabili delle morti sul lavoro... Se ogni anno ci sono circa 1300 decessi per infortuni sul lavoro e per malattie professionali altre migliaia è evidente che si privilegia il profitto sulla vita umana.

Nella corso della sua battaglia, assieme a irrinunciabili associazioni di categoria (Associazione Vittime Amianto Nazionale Italiana, Contramianto, Comitato di Difesa per la Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, AEA FVG, etc....), ha incontrato numerosi ostacoli, posti da persone ed enti anche relativi alle istituzioni e, mi diceva, anche minacce da ignoti...
Le minacce non mi fanno paura. Chi ha paura è già morto e la sua vita non ha senso. Che le vittime e gli esposti all'amianto non vedano doverosamente rispettati i loro diritti, anche dopo che è insorta la patologia, o per ottenere il giusto indennizzo previdenziale, lo dimostra il contenzioso in corso.

La strada per un riconoscimento di diritti a vittime ed esposti è ancora lunga ed impervia. Sono state, addirittura, necessarie denunce alla Corte Europea. Riusciremo ad ottenere alla fine Verità e Giustizia? 
Abbiamo avviato azioni anche in sede internazionale, dopo il ricorso alla Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, la denuncia, alla Commissione Europea, per avvio della procedura di infrazione, per la violazione delle norme di diritto comunitario, sempre in tema di amianto. Stiamo pensando anche ad un ricorso ai competenti organi delle Nazioni Unite, in questa materia. Forse qualcuno dimentica che l'Italia ha recepito norme e Trattati che impongono la tutela nei luoghi di lavoro, che presuppongono la rimozione dei cancerogeni, purtroppo tardivamente come stanno a dimostrare le Sentenze della Corte di Giustizia della Comunità Europea. Ci sono lavoratori ancora esposti nei luoghi di lavoro ad oltre 100 fibre litro, ed anzi, questa è la soglia indicata dalla legge, ma ciò ritengo non sia conforme ai principi costituzionali di cui all'art. 32 Cost., che indica la salute come bene irrinunciabile ed interesse della Collettività ed è in contrasto anche con le norme internazionali ed i dettati di cui ai Trattati delle Nazioni Unite.

 

 

Joëlle di Agnese Seranis Piccirillo
 
 

 

dall’introduzione di Nicoletta Buonapace:

 

    

     In queste pagine Agnese narra la storia di un’infanzia senza tenerezza, senza alcuna dolcezza, deprivata di quell’amore e quella protezione che a ogni infanzia dovrebbe essere data e lo fa con un linguaggio estremamente sobrio, diviso in capitoli di breve e bruciante intensità, attenta a non scivolare mai in toni eccessivamente aderenti al dolore o alla rabbia dell’esperienza.

         Agnese decide di ripercorrere, con sguardo lucido, una stagione della sua vita, dando a essa una casa di parole e il calore della memoria e pur nell’impossibilità forse di trovare una consolazione alla durezza estrema delle esperienze che l’hanno segnata, ha fiducia che la parola scritta possa dare a essa un’accoglienza che non ha ricevuto. …

         Se nella scrittura c’è una qualche funzione riparatrice è grazie alla possibilità di esercitare, attraverso di essa, uno sguardo, se non di tenerezza, di pietas verso la propria storia. …

 

         Attraverso la scrittura Agnese costruisce la possibilità di restituire uno sguardo amoroso, di profondo rispetto, a una bambina che ha conosciuto sguardi di disprezzo, di vergogna, e insieme a lei, restituirlo ad altre vite egualmente offese.

 

         Agnese evoca infatti fin dal principio una giovane nera che abbandona il proprio paese, la propria lingua, i propri affetti, guidata da un sogno di riscatto.

         La chiama Joëlle e a lei si rivolge, simbolo di tutte le vite che la società, così detta «civile», spesso non considera degne di diritti, ascolto, attenzione.

 

 

Dalle parole di Agnese: 

Il panettiere sospettava, anche se non sapeva delle conseguenze, che non potevo toccare quel pane. E coglieva lo sguardo affamato della bambina. Così, talvolta, dopo avermi messo nel sacchetto le pagnotte concordate con mia madre ne aggiungeva una di più. Non diceva nulla: Mi guardava soltanto, in qualche modo complice. Credo che non lo facesse per carità ma solo per sorprendere nei miei occhi la luce bramosa per quella pagnotta in più che sarebbe stata mia: quel sentimento ambiguo che si prova nel gettare un osso a un cane.

La bambina fu subito circondata dalle compagne del dormitorio che la guardavano con aperta curiosità. Anche le sue lunghe trecce disordinate che le scendevano sulla schiena sino in vita sembravano stupire e far ridere. 

Alzati e resta in piedi, ordinò la voce della direttrice. Si sentì arrossire. Le compagne ridevano e sarebbe stata oggetto dei loro pettegolezzi bambini: sai cosa ha fatto oggi la montanara? E giù a ridere.

 

Romanzo postumo introduzione di Luisa Corbetta

letture di Silvana Copperi

accompagnate all’arpa da Daniela Vendemiati 

giovedì 10 dicembre 2009 ore 18,30 Salone dell'Antico Macello di Po Via Matteo Pescatore

 

e-mail: casadelledonne@tin.it       sito: www.casadelledonnetorino.it

 

 

Intervista ad Alessio Spataro autore de "La Ministronza"

 

Un coro di indignazione da parte di tutto il Parlamento ha segnato l'uscita del nuovo libro di Alessio Spataro, "La Ministronza" (GRRRzetìc Editrice), dedicato alla biografia del ministro della gioventù Giorgia Meloni. Partita dal quotidiano Il Secolo, la notizia che un libro a fumetti osi coinvolgere un ministro della repubblica per di più donna al centro di una feroce satira ha fatto il giro di tutte le testate giornalistiche creando grande clamore in cui la vocazione censoria di tutto l'arco parlamentare mostra ancora una volta quanto sia viziato il mondo della comunicazione nel nostro paese.

"Parlano del mio libro per non parlare dei progetti di legge di sostegno alle comunità giovanili da parte del ministro che nascondono finanziamenti governativi a realtà come Casa Pound ed altri covi fascisti" spiega l'autore ai nostri microfoni: la politica usa il clamore causato dall'uscita del libro per nascondere e non parlare delle cose che fa, per ancora una volta deviare l'attenzione dei cittadini dai problemi reali del paese.
Buffo come ancora una volta quella che dovrebbe essere l'opposizione sia cascata nel gioco voluto da Il Secolo, accodandosi alla polemica e accettando paragoni assurdi, come quello secondo il quale Spataro sarebbe autore "misogino" paragonandolo alle celebri battute del Presidente del Consiglio rivolte ad una parlamentare di spicco della parte "avversa" (mai virgolette furono più ponderate). Ma il gioco delle parti finisce qui: Alessio Spataro non è presidente del Consiglio ma bravissimo autore di satira e di fumetti, come il suo curriculum fa ben vedere. E La Ministronza è un ottimo libro di satira politica, genere sempre più scomodo in questo paese.

E pensare che è proprio qui che negli anni '80 abbiamo visto nascere Il Male e Cannibale.... Come segno di stile, che i politici nostrani dovrebbero imparare ad avere almeno un pò, oltre che il primo episodio de La Ministronza vi offriamo come allegato a questo articolo anche la storia del 2006 Blutto!, contributo di Alessio Spataro al volume dello Sherwood Comix Festival Fortezza Europa (Coniglio Editore, 2006), in cui nel mirino della satira finì un esponente di parte totalmente avversa al ministro Meloni.

Perchè la satira che ci piace è solo quella senza censure, sempre.

Claudio Calia
autore, curatore Sherwood Comix (14 novembre 2009)
 

 

Dita di dama

 di Chiara Ingrao

Recensione di Elisabetta Bolondi: Che grande emozione, direi commozione, leggere in forma di romanzo, ben costruito ed orchestrato, le vicende storiche degli anni ’70, cominciando proprio da quell’autunno caldo del 1969, che finì nel sangue della strage di Piazza Fontana a Milano.

La voce narrante della storia è Francesca, studentessa di legge, amica del cuore di Maria. Le due ragazze vivono in una casa popolare di Casal Bertone, hanno vissuto insieme tutta l’infanzia, ma finita la scuola hanno diviso le loro strade e Maria, dalle mani bellissime (le sue sono proprio dita di dama), accetta a malincuore di diventare operaia in una fabbrica di televisori. La vita delle donne nella linea di montaggio è descritta fin nei dettagli più crudi: orari massacranti, controllori severi, tempo minimo per le funzioni corporali. Una specie di lager, finchè la coscienza femminile e le lotte operaie dell’autunno caldo arrivano anche dentro i capannoni della Voxson: la timida Maria diventerà presto una rappresentante della parte più agguerrita delle lavoratrici e, aiutata da compagne determinate a migliorare una volta per tutte la loro vita in fabbrica, scalerà i gradi della rappresentanza sindacale fino a divenire delegata FIOM, con una serietà ed un impegno che rischieranno di rovinarne la vita sentimentale con il compagno Peppe, timoroso e poco agguerrito.

Nel libro si ripercorrono le fasi salienti della storia del sindacato operaio, le lotte per l’approvazione dello Statuto dei lavoratori che cambierà finalmente la qualità del lavoro in fabbrica, le bombe sui treni, l’approvazione della legge sul divorzio, gli scontri di Reggio Calabria, la grande manifestazione dei metalmeccanici a Roma, Trentin, Ciccio Franco... I capitoli del libro sono intitolati con versi danteschi, quasi a ribadire la epicità degli avvenimenti narrati, in cui pubblico e privato, amore e politica, sindacato e partito, si mischiano e si integrano. Consiglio a tutti questo libro.

 

Resistere a mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastatoun libro di Giovanni Impastato - Franco Vassia. "La mafia era sempre stata di famiglia per noi, interna alla nostra casa, così abituale da non farsi notare; ma, con l'omicidio dello zio, d'improvviso diventava una forma spaventosa, sconosciuta e falsamente benevola. Di quel nucleo familiare, così forte e unito, di quella famiglia felice e ostentatamente patriarcale come era la mia, oggi non esiste più niente: è stata spazzata via dalla crudeltà della mafia che non ha avuto il minimo scrupolo a sconvolgere i nostri affetti e i nostri sentimenti. La nostra famiglia si sfaldava e, a peggiorare le cose, avrebbe contribuito anche un atteggiamento che, fino ad allora, ci era sconosciuto. Cominciarono problemi nei rapporti familiari, soprattutto per la reazione di Peppino che da allora cominciò a chiedersi in che famiglia e in che mondo vivesse. Sono stati tempi molto difficili. Almeno agli inizi, sembrava impossibile poterci liberare da quell'oppressione mafiosa, toglierci dalla testa quel velo di falsità che ricopriva anche la nostra casa. Ci siamo riusciti pagando un prezzo altissimo ma con un risultato straordinario che oggi possiamo rivendicare con pieno merito: quello di essere tornati a vivere come persone libere che sono riuscite a far capire che in Sicilia è possibile resistere contro lo strapotere della mafia. Un'eredità dal valore inestimabile, una ricchezza che ci è stata lasciata da Peppino e che mia madre e io abbiamo saputo raccogliere per essere i testimoni del nostro tempo". (www.deastore.com 20 luglio 2009)

 

 

 

 

 

 

"Se nasco un'altra volta ci rinuncio"

Se nasco un'altra volta ci rinuncio". Ora che un improvviso malore se l'è portato via, il titolo di uno suoi libri potrebbe suonare quasi programmatico. Se non fosse che per Ivan Della Mea, storico interprete del movimento operaio, la parola "rinuncia" non aveva praticamente significato. Convinto com'era che quella dell'impegno fosse l'unica strada degna di essere percorsa.
L'ultimo saluto martedì alle ore 11 presso il Circolo Arci Corvetto Via Oglio 21 a Milano

IIvan Della Mea, uomo e artista dell'impegnovan Della Mea, cantautore, poeta e scrittore, nato a Lucca il 16 ottobre 1940, è morto la notte scorsa all'ospedale San Paolo di Milano. Aveva 69 anni.
Della Mea, insieme a Gianni Bosio, fu tra i fondatori del Nuovo Canzoniere Italiano, un laboratorio per artisti e intellettuali che ha segnato la storia della canzone di protesta italiana

Insieme a personaggi come Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Michele Straniero, Della Mea con i Dischi del Sole, una collana fondamentale per la cultura italiana, ha documentato una stagione in cui la musica accompagnava, da un lato, i fermenti giovanili degli anni '60 e, dall'altro, testimoniava dello stretto legame tra la politica della sinistra e le lotte del nostro Paese.
Ivan Della Mea è stato un cantautore di tipo particolare che ha avuto alle spalle anche esperienze cinematografiche come quella del curioso western Tepepa, scritto insieme a Franco Solanas e interpretato tra gli altri da Thomas Milian e Orson Welles, così come nel 1979 ha fatto l'attore per "I Giorni Cantati" di Paolo Petrangeli, insieme a Roberto Benigni, Mariangela Melato e Giovanna Marini.

Negli anni '90 ha diretto l'Istituto De Martino, una delle più prestigiose istituzioni dell'antropologia musicale italiana. Tra i titoli più famosi della sua discografia il Rosso e' diventato giallo, Se qualcuno ti fa morto, La nave dei folli, La piccola ragione di allegria.
Con lo steso titolo di una delle sue canzoni più note, '"A quel omm", Isabella Ciarchi ha realizzato di recente un documentario intervista, con interventi di amici e colleghi, ricostruendo il ritratto di un artista e di un intellettuale impegnato, senza dimenticare il suo lato umano.

Della Mea si lascia alle spalle anche una discreta bibliografia (ultimo libro pubblicato il romanzo autobiografico Se la vita ti da uno schiaffo, Jaca Book 2009), della quale fa parte pure qualche giallo e una ampia pubblicistica che completa il ritratto di un personaggio complesso, che appartiene, insieme a Giovanna Marini e Paolo Pietrangeli, a una generazione che si è misurata su più fronti. cercando di cambiare questo paese, conciliando militanza culturale e politica, e che ha sempre avuto un rapporto complesso con le istituzioni. (www.aprileonline.info 14 giugno 2009)

 

Scuola Diaz, vergogna di Stato

 

E' uscito ieri, 13 maggio, in tutte le librerie italiane il libro "Scuola Diaz, vergogna di Stato" edito da Edizioni Alegre e che contiene la requisitoria dei pm di Genova sui fatti avvenuti alla scuola Diaz durante il vertice G8 del 2001.
Il libro, curato da Checchino Antonini, Francesco Barilli e Dario Rossi e che contiene la prefazione di Massimo Carlotto, documenta minuziosamente, seguendo la ricostruzione della Procura, i fatti di quella notte, le responsabilità, le conseguenze. La decisione del prefetto De Gennaro di accedere al rito abbreviato, conferma tutta l'attualità di quella vicenda e la necessità di non dimenticarla.

Un obiettivo che il libro in oggetto si pone ampiamente anche perché, come scrive Carlotto nella prefazione "La lettura di ogni singola pagina sgomenta e alla fine rimane il senso di impotenza delle vittime rimaste senza giustizia. Colpisce ogni singola vicenda, dramma personale in una tragedia collettiva. C'è da augurarsi che ognuna, grazie alla solidarietà e alla "nostra" concezione di intendere il mondo, abbia trovato la forza di superare i gravissimi traumi fisici e psicologici subiti quella notte".

Genova, notte del 21 luglio 2001. Mentre i treni portavano via gran parte dei manifestanti, vittime poche ore prima di cariche indiscriminate, decine di agenti operavano una violentissima irruzione nella sede del Genoa social forum ferendo gravemente 63 persone e arrestandone 93 per associazione a delinquere. Accuse infondate che servivano a trovare dei capri espiatori per le violenze di piazza, utili a criminalizzare i movimenti contro il G8. In questo libro la ricostruzione dei fatti attraverso la requisitoria dei Pm pronunciata nel processo di primo grado che si concluderà con l'assoluzione della catena di comando e con lievi condanne per i responsabili di tale "macelleria messicana".
 

Checchino Antonini, giornalista di Liberazione inviato a Genova nel 2001. Sul movimento No Global ha pubblicato Zona Gialla, Fratelli Frilli Editore, Genova 2002.
Francesco Barilli, mediattivista, coordina il sito www.reti-invisibili.net, collabora con Haidi Giuliani ed è autore di diversi lavori sulle giornate genovesi.Dario Rossi, è avvocato di parte civile del Genoa Social Forum.  Massimo Carlotto, è uno dei più famosi scrittori europei di libri noir in gran parte pubblicati in Italia dalla casa editrice e/o.

 

Solidarietà e sostegno al compagno Losurdo

da prestigiosi intellettuali di tutto il mondo

 

La lettera in sostegno di Domenico Losurdo che "Liberazione" ha rifiutato di pubblicare

«E’ ancora troppo presto per dare un giudizio definitivo sulla Rivoluzione Francese»
(Zhou Enlai)

Il 10 aprile il quotidiano “Liberazione” pubblica una recensione critica di Guido Liguori sul libro di Domenico Losurdo Stalin. storia e critica di una leggenda nera (Carocci, Roma 2008). Nei giorni successivi appaiono sul quotidiano una lettera di 20 redattori e altri interventi contrari alla pubblicazione della recensione. Le motivazioni? Il solo parlare del libro di Losurdo, messo tout court sullo stesso piano dei negazionisti dell’Olocausto, significherebbe riabilitare Stalin, che non solo è stato un «dittatore feroce e brutale», protagonista di una «storia fatta [..] di mostri e orrori», ma è anche figura di fronte alla quale «non c'è interpretazione storica che tenga». Quindi, bando ad «inaccettabili riletture degli anni Trenta-Quaranta»: su Stalin e lo stalinismo «abbiamo dato molti anni fa risposte nette senza equivoci. Perché dunque tornarci sopra?». Perché in altre parole proseguire la ricerca storica?

Al centro di queste accuse c'è il «fatale (e letale) giustificazionismo» di Losurdo, imputato di praticare una forma di «storicismo assoluto» e di proporre una «deterministica concatenazione di cause ed effetti». E però all’autore del libro, al quale non si contestano tesi specifiche ma che viene attaccato per l’impostazione generale del suo lavoro di ricerca, è stato sino ad oggi negato lo spazio di una risposta e di un chiarimento.

Qual è il crimine di cui è imputato Domenico Losurdo? Quello di “storicizzare” il fenomeno dello stalinismo. Quello cioè di ritornare a lavorare sui documenti per analizzarli filologicamente e contestualizzarli nella totalità della storia mondiale dei popoli, delle classi, degli stati, piuttosto che limitarsi alla demonizzazione, alla rimozione e, in altre parole, a quella “storiografia dell’ineffabile” oggi così in voga.

Un quotidiano che voglia svolgere la funzione di educare al libero esercizio della critica, fondamentale per la crescita culturale e politica dei suoi lettori, non ha nulla da temere da interventi seri e ragionati, argomentati e documentati, sulla storia del movimento operaio del ‘900.
La memoria e la ricerca storica non si possono soffocare in nome di tabù, dogmi e verità che si ritengono accertate una volta per tutte. Abbiamo oggi il problema di comprendere la storia del movimento operaio e della tradizione rivoluzionaria nella sua genesi, nei suoi processi contraddittori, negli enormi problemi che si posero a quei ceti subalterni che per la prima volta si erano trovati di fronte al difficilissimo compito di divenire classe dirigente. E di studiare questa storia senza apologia acritica e senza anatemi, con grande libertà di ricerca e di pensiero.

Primi firmatari

Oscar Niemayer, architetto, Rio de Janeiro

Hans Heinz Holz, filosofo, Università di Groningen
José Barata Moura, filosofo, ex Rettore dell'Università di Lisbona
Tom Rockmore, filosofo, Duquesne University (USA)
Renato Guimarães, editore, Rio de Janeiro
Aymeric Monville, Editions Delga, Paris
Stefano G. Azzarà, Università di Urbino
Bassam Saleh’ – giornalista palestinese

Marcos Del Roio - professore di Scienze Politiche,UNESP - Universidade Estadual Paulista

Alessandra Riccio – docente Università Orientale di Napoli – Condiretterice di LatinoAmerica

Luigi Alberto Sanchi, Professore Associato CNRS, Parigi
Orestis Floros, Medico, Dipartimento di Neuroscienze, Istituto Karolinska, Stoccolma

Enzo Apicella - vignettista

Sergio Cararo – direttore di “Contropiano”

Luciano Vasapollo –economista – Docente Universtà “La Sapienza” Roma

Gianni Vattimo, filosofo, Università di Torino
Gianni Fresu – storico- Università di Cagliari

Ruggero Giacomini - storico

Manlio Dinucci – saggista – collaboratore de “ Il Manifesto”


 

 

L'utopia astratta e il mio Stalin

 

 di Domenico Losurdo

Polemizzando col mio ultimo libro (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci), senza neppure riuscire a scrivere correttamente il mio cognome, Rina Gagliardi fa un'affermazione perentoria, in base alla quale io sarei «tornato a occupare il ruolo di intellettuale di riferimento di Rifondazione comunista».
In realtà, per quattro numeri consecutivi Liberazione ha preso di mira il mio libro, talvolta con critiche legittime espresse da due stimati intellettuali (Liguori e Prestipino), in altri casi con insulti a opera di alcuni membri della redazione. Dopo di che, al sottoscritto è stato negato il diritto alla replica.

L'affermazione di Gagliardi va rovesciata: non sono io «l'intellettuale di riferimento del Prc», ma sono i due intellettuali ospitati su Liberazione a costituire il punto di riferimento di Rina Gagliardi, che in effetti, nello stroncare il mio libro, riprende gli argomenti da loro utilizzati.
Se non nuovi, sono almeno validi tali argomenti? Nella lettura della storia del movimento comunista io sarei responsabile di «storicismo giustificatorio» (Liguori) ovvero di «cattivo storicismo» e di «giustificazionismo» (Gagliardi).
Per la verità, a proposito di Katyn, il mio libro parla di «crimine» e di crimine «ingiustificabile» (p. 259).
Si aggiunge però che gli Sati uniti non possono ergersi a maestri di moralità per il fatto che nel corso della guerra di Corea essi si sono resi responsabili di una Katyn su scala più larga. E' lecito smascherare, in questo e in altri campi, l'ipocrisia morale che alimenta la buona coscienza e la bellicista missione imperiale dell'Occidente?

Più in generale, dopo aver sottolineato l'influenza dello stato d'eccezione nella tragedia della Russia sovietica, il mio libro osserva che «indubbio è anche il ruolo svolto dall'ideologia» e dai «ceti intellettuali e politici» espressi dal bolscevismo (pp. 104-5).
Solo che l'ideologia da me presa di mira è l'«utopia astratta», e cioè l'aspirazione messianica a un mondo caratterizzato dal dileguare dello stato, della religione, della nazione, del mercato, della moneta. Liguori (e credo anche Gagliardi) difende invece l'utopia da me criticata in quanto «astratta» e prende di mira altri bersagli, ma non spiega perché il mio approccio dovrebbe essere più «giustificatorio» del suo. In ogni caso, il mio approccio mi sembra più corretto.
Se riflettiamo sulla tragedia (e l'orrore) nella storia della Russia sovietica, nonostante i giganteschi processi di emancipazione da essa messi in atto a livello mondiale, siamo costretti a chiederci: l'attesa dell'estinzione dello stato ha reso più facile o più difficile la costruzione dello stato di diritto? Incontestabile è il peso funesto che la pretesa di cancellare ogni forma di mercato e di circolazione della moneta ha avuto nella Cambogia di Pol Pot.

Nel ricostruire la vicenda storica dell'Urss a sinistra si ama individuare in Stalin il capro espiatorio. Ho proceduto diversamente: prendendo le mosse dagli elementi di messianismo presenti in Marx e aggravati dall'orrore per la carneficina bellica, ho analizzato le debolezze della piattaforma teorica della dirigenza bolscevica nel suo complesso, nonché le contraddizioni e la guerra civile che infuriano al suo interno e che prolungano lo stato d'eccezione, portando all'estremo la violenza in esso insita. Se anche Stalin appare meno affetto di altri dall'«utopia astratta», a me pare che, mettendo in discussione (con modalità diverse) tutti i protagonisti di questo capitolo di storia, senza escludere neppure Marx, il mio approccio sia meno consolatorio (e meno «giustificatorio») dell'altro, che si limita a demonizzare uno solo dei protagonisti e per il resto ritiene che tutti gli altri siano innocenti, sicché i comunisti potrebbero tranquillamente riallacciarsi al 1924, all'anno fatale dell'ascesa di Stalin al potere: Heri dicebamus!

Il fatto è che contro di me viene agitata una categoria di cui non è mai chiarito il senso. Gramsci «giustifica» il giacobinismo; su il manifesto e su Liberazione è stata talvolta «giustificata» la Rivoluzione culturale, che pure oggi è spesso dipinta nei colori più foschi: darebbe prova di dogmatismo chi, senza entrare nel merito dei capitoli di storia di volta in volta discussi, attribuisse lo storicismo autentico a se stesso e lo «storicismo giustificatorio» e «cattivo» a quanti non sono d'accordo con lui!
Restano fermi gli angosciosi dilemmi morali che caratterizzano le grandi crisi storiche. Riprendendo e sottoscrivendo la previsione di Bucharin, il mio libro fa notare che la collettivizzazione dell'agricoltura imposta dall'alto e dall'esterno (e la connessa industrializzazione a tappe forzate) si risolve in una gigantesca «notte di S. Bartolomeo». Per un altro verso, però, ai giorni nostri una serie di storici eminenti ribadisce la tesi a suo tempo formulata dal grande A. Toynbee, secondo cui a rendere possibile Stalingrado e la disfatta inflitta alla barbarie nazista fu il percorso compiuto dall'Urss «dal 1928 al 1941».

I dilemmi morali non si pongono solo per l'Urss di Stalin. Vediamo in che modo un eminente filosofo, M. Walzer, giustifica (almeno nella loro fase iniziale) i bombardamenti terroristici scatenati dagli angloamericani nel corso della seconda guerra mondiale: il pericolo di trionfo del Terzo Reich determina un'«emergenza suprema», uno «stato di necessità»; ebbene, occorre prendere atto che «la necessità non conosce regole».
Certo, bombardamenti che mirano a uccidere e a terrorizzare la popolazione civile sono un crimine, e tuttavia:
«Oso dire che la nostra storia verrebbe cancellata, e il nostro futuro compromesso, se non accettassi di assumermi il peso della criminalità qui e ora»; i dirigenti di un paese «possono sacrificare se stessi al fine di difendere la legge morale, ma non possono sacrificare i propri connazionali».
Perché, nella loro campagna contro lo «storicismo giustificatorio» e «catttivo», i miei critici non se la prendono in primo luogo con il filosofo statunitense?(Il Manifesto  19 aprile 2009)

leggi il blog di Domenico Losurdo clicca qui

www.resistenze.org

 

Red.mg

Torino, 22 febbraio 2009. Si è tenuta ieri una piacevolissima  riunione conviviale presso la sede del Centro di Cultura e Documentazione Popolare  per avviare il tesseramento e la sottoscrizione per il Centro. Dopo una breve presentazione dei fondatori ecco un gruppo musicale che si esibisce per terminare la serata.

 

 

 

Uno ogni sette ore. Perchè di lavoro si muore

 
 

morti bianchePagine di insicurezza, di paura e di speranza raccontate dalla viva voce dei protagonisti; sullo sfondo, la drammaticità delle morti sul lavoro scandite in Italia da un orologio implacabile, che alla fine di ogni anno ne conta circa 1.300.

In libreria, dal 15 novembre, Uno ogni sette ore - Perché di lavoro si muore (Datanews, pp. 144, euro 13) di Gianni Pagliarini e Paolo Repetto. L'obiettivo degli autori (il primo ex sindacalista e parlamentare, Presidente della Commissione Lavoro della Camera nella scorsa legislatura; il secondo caporedattore del settimanale Rinascita e suo portavoce a Montecitorio) è fare luce su una realtà scomoda, che troppi fanno finta di non vedere, cercando di arrivare al cuore e alla mente dei familiari delle vittime degli infortuni sul lavoro.

Entrando in sintonia anche con le angosce e le speranze di chi ha subito un grave infortunio ed è costretto a convivere con una mutilazione. Tra le testimonianze (che rappresentano la seconda parte del libro) si segnalano quelle di Pietro Mercandelli (Presidente dell'ANMIL), Ciro Argentino (cassintegrato Thyssenkrupp), medici e psicologi del lavoro, ispettori Inps e Asl e sindacalisti in "prima linea" nella lotta contro gli infortuni sul lavoro.

Gli autori si rivolgono al sistema delle imprese e ai cittadini non sempre consapevoli dell'emergenza sociale che attraversa un Paese in difficoltà. Sollecitando la sensibilità dei mass media affinché recepiscano a pieno il valore degli accorati appelli del Presidente della Repubblica, e sappiano trasmettere, di conseguenza, un messaggio depurato da logiche scandalistiche.

Tanto più che il lavoro ha progressivamente perso la sua centralità al cospetto dell'impresa e la sua drammatica mercificazione è diventata la principale regola del sistema economico globalizzato.

GLI AUTORI

Gianni Pagliarini (Milano, 1961). Giornalista pubblicista, è stato Deputato al Parlamento nella XV Legislatura, ricoprendo l'incarico di Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati dal giugno 2006 all'aprile 2008. In precedenza, da delegato sindacale nel corso delle lotte del "movimento dei consigli" a cavallo tra gli anni 80 e 90, ha partecipato alle rivendicazioni per ottenere maggiore democrazia nei luoghi di lavoro. Fin dal 1993 ha svolto ruoli dirigenti nel sindacato del pubblico impiego della Cgil giungendo all'elezione, nel 2000, a Segretario nazionale Funzione Pubblica Cgil, con l'incarico di responsabile del comparto Regioni-Autonomie locali.

Paolo Repetto (Milano, 1971). Giornalista professionista, attualmente caporedattore del settimanale La Rinascita della sinistra, ha collaborato dal giugno 2006 all'aprile 2008 con il Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati in qualità di portavoce e caposegreteria. Da oltre dieci anni si occupa di cronaca sindacale e di problemi del lavoro; è stato responsabile delle pagine economico-sindacali del quotidiano Liberazione. (www.dirittiglobali.it)

 

 

la presentazione del libro a Ciriè (Torino) il 2 dicembre 2008

 

 

Una "serata anomala" travolge la Sapienza

di Eleonora Martini

Quando l'Onda dilaga cambia la politica, ma l'«Onda che vi travolgerà» è come la risata. Contro l'«angoscia dell'imprevisto» che attanaglia un'intera generazione, e per correre lontano dalla «paura che governa il discorso delle politiche ufficiali», non rimanere che suonare e ballare. È cominciata con un video degli antifascisti della Ram sulla verità dei fatti di piazza Navona ed è finita con tutti gli artisti sul palco che cantavano, insieme alle migliaia di persone presenti, «Una storia disonesta», in omaggio al cantautore Stefano Rosso scomparso questa estate. Una «serata anomala», quella «andata in Onda» ieri sera all'università La Sapienza di Roma, che suggella «settimane straordinarie in cui la mobilitazione contro la legge 133 e la riforma Gelmini della scuola sono via via cresciute, diventando contagiose e inarrestabili». Due studenti, Marta di Fisica e Stefano di Scienze politiche, introducono così l'evento speciale a sostegno del movimento, la grande kermesse musicale e teatrale realizzata dai 25 artisti che, prestando gratuitamente la loro opera, si sono susseguiti sul palco e hanno dato vita quasi a «un'Onda parallela». Da Remo Remotti a Daniele Silvestri, da Valerio Mastandrea a Simone Cristicchi, da Enrico Capuano agli Assalti Frontali. E poi Rocco Papaleo, Alessio Bonomo, Filippo Gatti, Dario Vergassola, i Tetes de Bois, e per finire le cover di Rino Gaetano, spirito libero che «se fosse vivo sarebbe qui con noi questa sera». A tessere la rete tra artisti e studenti, quasi un direttore artistico della serata, Andrea Rivera che ha stretto con l'Onda un sodalizio tanto stretto quanto franco. In barba alla proliferazione dei corsi di laurea presi apparentemente di mira dalla Gelmini, Rivera annuncia - con una canzone scritta per l'occasione - la nascita di una nuova facoltà: «La facoltà di occupare». «Questo è un concerto per sovvenzionare le occupazioni - ironizza ma non troppo - perché costano e noi siamo contro i tagli alle occupazioni, come siamo contro i tagli all'editoria libera». E il riferimento al manifesto è puramente voluto.
«Siamo in Onda», dunque, è una manifestazione che è servita a finanziare il movimento e la serata organizzata da centinaia di infaticabili ragazzi della Sapienza
che non hanno riposato un minuto dopo la due giorni di assemblee e dibattiti e la splendida accoglienza che hanno riservato agli almeno tremila rappresentanti degli altri atenei italiani in lotta. «Ora è il momento di fare festa - spiegano - prima dei prossimi appuntamenti del 28 novembre e del 12 dicembre. Ma non è un momento depoliticizzato: l'università apre le porte alla città e il movimento comunica con l'esterno, nel tentativo di arrivare a tutta la società, come abbiamo già fatto nelle domeniche dedicate agli esperimenti fisici per i bambini delle elementari». «Viviamo in un paese che ci definisce bamboccioni, mammoni - si raccontano i ragazzi dell'Onda nel primo degli interventi dal palco che si alternano alle performance artistiche - dove ogni progetto di vita ci è precluso e tutto è bloccato, dall'accesso alla cultura e al sapere, all'accesso al reddito e alla mobilità, un paese che ci vorrebbe uniformare, rendere docili e obbedienti». Ma «noi siamo pronti a tutto!», gridano tra gli applausi e non solo degli universitari, perché ieri sera in tanti - cittadini comuni, famiglie, ragazzi partiti dalle borgate - hanno messo piede nella città universitaria dopo tanto tempo o addirittura per la prima volta.
Obiettivo centrato, quindi, ancora una volta. Ed è proprio ai giovani delle borgate, soprattutto, ma non solo, «ai tanti che si stanno facendo di nuovo affascinare dall'ideologia del fascismo» che si è voluto rivolgere Andrea Rivera quando ha invitato gli studenti dell'Onda a non chiudere le porte in faccia alla «base» di certe organizzazioni neofasciste. «È il mio modo di unirmi al loro antifascismo», spiega. E racconta di non aver fatto alcuna fatica a convincere gli artisti: «Ci siamo sintonizzati sulla stessa Onda anche perché precari siamo anche noi: i tagli ai fondi per il Fondo unico dello spettacolo sono come quelli all'università e all'editoria. I baroni ci sono qui come da noi, nel circuito Eti, nei teatri monopolizzati dai politici e dalle parrocchie, e come da voi, dove regna la "casta stampata"». E allora non rimane che cantare con Andrea Rivera sulle note di Stefano Rosso: «Io che dicevo: ragazzi andiamo piano, Forza Italia non è stata mai un partito sano». «Che bello, col presidente nero e con l'ombrello, e una Carfagna giusta che ci sta e la Gelmini, dite, che importanza ha?»
1000 Sarebbero tanti i corsi «inutili» che il Consiglio universitario nazionale (Cun) avrebbe intenzione di tagliare. I dati sono stati consegnati al ministero.

 

Arriva l'inno dei No Gelmini

Ecco una nuova hit per il movimento. Firmata Assalti Frontali, canta Militant A

C'ho un'idea, c'ho un'idea disse Enea c'ho un'idea/e prese la parola in assemblea, c'ho un'idea/il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini». Comincia così «Il rap di Enea», musica a tutto volume contro il decreto Gelmini firmato da Assalti Frontali che hanno ripreso una canzone del loro ultimo album (Un'intesa perfetta) e l'hanno riadattata per l'occasione. Sempre Enea il protagonista, ma qui non è l'eroe virgiliano bensì un bimbo della scuola elementare Iqbal Masih che c'ha «una magliettina verde mela molto chic/c'è scritto sopra: "Io amo e difendo la mia scuola"/macché maestro unico, Gelmini sei una sola/lo sai che sono grande, sto in prima elementare/e ho già occupato la mia scuola per due settimane/dici che sono giovane e ho molto da imparare/ma siamo sotto attacco tutti e io mi do da fare...». Quindi, date retta ad Enea e alla sua idea: andate sul sito del manifesto ed entrate nel blog (fuoriclasse.ilmanifesto.it) o direttamente su quello di Assalti frontali (www.assalti-frontali.com), scaricatela e diffondetela. Buon ascolto. (Il Manifesto 8 novembre 2008)

clicca qui per ascoltare "Enea" in mp3

 

NUOVO ARTICOLO SULLA SCUOLA * "DOBBIAMO VINCERE" Di Militant A (per il sito www.globalproject.info)

Dobbiamo vincere. Questo è il pensiero che dai primi di settembre contagia l’Italia come una febbre collettiva. Dobbiamo bloccare i decreti 133 e 137. Molti capiscono che sono leggi dannose per la scuola e l’università pubblica, ma chi è dentro questo mondo già percepisce la violenza che si sta abbattendo sulle nuove generazioni: dai neonati ai ricercatori universitari, tutto il ciclo del sapere e della formazione pubblica è sotto tiro. Ci stanno rapinando il futuro. E’ un affondo troppo grave per passare liscio e tutte le forze devono essere mobilitate e crescere ancora di intensità e qualità. Mamme preoccupatevi, studenti sollevatevi, cittadini che non volete la dittatura combattete in mille forme diverse. Possiamo farcela e in parte stiamo già portando a casa dei successi. Anche se il decreto ha incassato il voto della camera e del senato, tutto è in ri-discussione e la resistenza ha  sabotato i sogni di Tremonti. Questo movimento nato in modo spontaneo e auto organizzato e cresciuto grazie al tam tam e ai mille contatti di cui si è dotato non è solo potente: è emozionante! Pensare che migliaia di bambini dalla culla ai 10 anni stanno lottando con i loro genitori e le loro maestre e con tutti gli studenti e i loro professori, e che metà dell’intero paese condivida la lotta è un fatto epocale che commuove per il carico di speranze che porta con sé. I partiti, grandi o piccoli che siano, come anche i sindacati sono stati lentissimi a capire cosa stava accadendo e hanno reagito tardi, rigidi, hanno atteso appuntamenti lontani e sono stati anche loro sommersi dall’onda anomala. La base ha surclassato tutti i vertici. Le facce pallide e sperdute dei senatori PD davanti a Palazzo Madama assediato resteranno nella storia, come anche il silenzio dei vertici della CGIL che hanno atteso un mese(!) per indire lo sciopero generale e lo hanno fatto solo perché la loro base guardava sgomenta all’inazione e spaventati dallo sciopero dei cobas del 17 ottobre. Se ci fosse stata una loro seria reazione già dai primi di settembre chissà… ma la battaglia è lunga e il declino culturale prima ancora che politico di Berlusconi sembra iniziato grazie a una sollevazione di massa che è venuta tutta dal basso.

 

 

 

Olga. Vita di un'ebrea comunista

 

 

Questo non è un libro scritto da una donna, ma un libro scritto su una donna, tanto eccezionale, quanto sconosciuta ai più. Grande è il merito del giornalista brasiliano Morais che, attraverso una lunga ed appassionata ricerca, ci ha restituito l’immagine di un personaggio che fa parte della storia del Novecento e del movimento operaio: Fernando  Morais, Olga. Vita di un’ebrea comunista, Milano, il Saggiatore, 2005.

         L’autore nella prefazione scrive che poco e nulla su Olga Benario Prestes si trova in Brasile, anche nella storiografia del movimento operaio di quel Paese, probabilmente a causa del fatto che era, Olga, di Luis Carlos Prestes (il mitico ufficiale rivoluzionario, segretario del Partito Comunista Brasiliano), la moglie e in quanto tale, importante sì, ma subordinata (anche se nell’epilogo si legge che in varie città brasiliane ci sono “strade, piazze e scuole che portano il suo nome”). Di contro apprendiamo che nella Repubblica Democratica Tedesca, dove l’autore si era recato  per le sue ricerche, Olga era considerata una sorta di eroina nazionale, e “ricordata con affetto dai comunisti della sua terra” ; sarebbe interessante sapere, ora, che cosa è rimasto di quell’affetto e delle decine di scuole e di fabbriche che portavano il suo nome, nei lander orientali dell’unita Repubblica Federale.

         Quello che è certo è che Olga è stata un personaggio autonomo, forte, in relazione al quale nessuna importanza ha il fatto che siA stata prima la compagna di un rivoluzionario tedesco, Braun e poi la moglie di Prestes, il “mito” brasiliano. E una donna molto bella ed affascinante, capace di incutere soggezione persino alla polizia di Vargas, che l’avrebbe poi catturata assieme a Prestes, dopo il fallito tentativo insurrezionale  del 1935. Figlia di un noto avvocato ebreo e socialdemocratico (particolarmente apprezzato per il suo impegno verso i più diseredati), Olga, di cui, continuamente si insiste, nel libro, sulla connotazione dell’avvenenza, si era affacciata alla storia, quando l’11 aprile del 1928, giovanissima (era nata nel 1908), alla guida di un commando di altrettanto giovani comunisti, aveva liberato Otto Braun, un già famoso militante, che poco prima era diventato il suo fidanzato. L’azione la getta immediatamente alla ribalta  e segnerà il suo destino. Fuggirà a Mosca, dove diventerà membro del Comitato Centrale della Gioventù Comunista Internazionale, in quella stessa città in cui si era rifugiato Carlos Luis Prestes, un ufficiale ribelle brasiliano, che era stato il comandante di una sorta di “lunga marcia” in versione sudamericana, quando aveva guidato la “Coluna Invicta”, una colonna di militari e civili, che aveva percorso quasi 25.000 chilometri in territorio brasiliano, senza conoscere sconfitta e che si era sciolta, infine, in Bolivia.

Con la marcia Prestes si era guadagnato l’appellativo di “Cavaliere della Speranza” ed era diventato un simbolo per il Brasile, così quando il Comintern decide l’appoggio alla “rivoluzione” in Brasile, Olga Benario viene scelta per accompagnarlo, sotto la copertura di moglie. Nel frattempo Olga, che si era impegnata anche nell’addestramento militare nell’Armata Rossa, aveva lasciato Otto Braun e nella decisione non aveva mancato di influire la sua forte personalità, poco incline ad accettare una qualsivoglia subalternità nei confronti di un compagno. Olga, ebrea, comunista e donna (di cui i compagni della gioventù comunista berlinese dovevano essere tutti segretamente innamorati), non manca di subire il fascino del “Cavaliere della Speranza”; presto la copertura salta ed il viaggio verso Rio de Janeiro diventa presto una sorta di luna di miele militante, tra discussioni politiche e passione amorosa. Per tante strade, i migliori uomini del Comintern affluiscono in Brasile, dove la rivolta scoppierà, fallendo, però, sul nascere, trascinando nella sua caduta la cattura di praticamente tutti i rivoluzionari stranieri e determinando la feroce repressione del regime filofascista di Vargas. Se il prestigio di Prestes ed il fascino di Olga li preserveranno dalle violenze fisiche,la stessa cosa non capiterà ai loro compagni, sottoposti a brutali ed orripilanti torture,in particolare da parte di aguzzini venuti da fuori, da agenti della Gestapo, in  una sorta di anticipazione, al contrario, di accadimenti contemporanei (adesso si mandano i prigionieri in luoghi dove possano essere torturati, allora si importavano i torturatori). Olga aspetta un figlio da Prestes, è diventata, anche, la sua moglie legittima ed in tutto il mondo le forze democratiche si impegnano perché il Brasile non addivenga ad espellerla verso la Germania. La mobilitazione fallisce ed Olga viene imbarcata su un mercantile tedesco (nessuna altra nave sarebbe stata “sicura”) che la sbarca, dopo un viaggio senza scali intermedi (per timore dei portuali, mobilitati in tutto il mondo), nella Germania nazista. In una fredda prigione berlinese, Olga darà alla luce una bambina che, grazie alla lotta della madre e della sorella di Prestes, sarà consegnata alla nonna. Ma non c’è nulla da fare per Olga, anche se per lei non ci sono motivi legali per la carcerazione, essendo finito in prescrizione l’assalto al carcere che aveva portato alla liberazione di Otto Braun. Il fatto è che di fronte ai nazisti Olga Benario Prestes è doppiamente colpevole: è una comunista ed è un’ebrea.  Dalla prigione, dove si comporta con grande dignità, a fronte della tortura psicologica del non sapere dove è finita la sua bambina, strappatale dopo pochi mesi (lo apprenderà solo più tardi), Olga finirà in un campo di prigionia. Qui la sua figura diventa un punto di riferimento per le compagne di sventura, subirà violenze fisiche, bastonature prolungate che sono vere e proprie torture; finirà uccisa nel campo di sterminio di Bernburg nel 1942, a Pasqua. Prestes. Il 18 aprile del 1945, Getulio Vargas, che nel frattempo, lasciate cadere le simpatie filonaziste è entrato in guerra contro l’Asse, inviando 25.000 soldati in Europa, concede un’amnistia ai prigionieri politici. Prestes è tra i primi cinque ad essere liberati; il 15 luglio tiene un comizio a Sao Paulo, allo stadio del Pacaembu; alla sera, tornando a Rio, un giovane giornalista gli allunga un foglietto di carta: il messaggio che Olga Benario Prestes era morta.

 

 

 

Quel mondo "sommerso"

Intervista a Mimmo Calopresti

 

di Maurizio Ermisino

Povera patria, questo Paese devastato dal dolore, quei corpi in terra senza più calore. Non cambierà. Parole e musica di Franco Battiato, di una canzone scritta anni fa e terribilmente attuale, che sentiamo nel film La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti, dedicato alla tragedia della ThyssenKrupp di Torino. Cronaca di sette morti annunciate, di vite abbandonate a se stesse.

L’immagine della fabbrica che esce dal film è inquietante…

Mio padre era un operaio della Fiat, anch’io ho lavorato in fabbrica, e ho visto un certo tipo di fabbrica. Poi la fabbrica era cambiata, più automatizzata, e la cosa era costata tantissimo agli operai. Ma almeno sembrava che un progresso ci fosse stato, credevo che non avrebbero avuto più problemi di salute, avrebbero potuto comunicare, c’era tanta luce. Invece mi accorgo che tutto questo è stato inutile: in una fabbrica che avrebbe dovuto essere così si muore in sette.

Gli estintori vuoti rappresentano bene questa assurdità.

E’ una cosa stupida in un posto dove il fatturato è molto alto. Lo dice bene nel mio film Carlo Marrapodi, l’operaio che vediamo anche in ThyssenKrupp Blues.

Com’è possibile che i controlli non abbiano messo in luce le carenze in fatto di sicurezza?

E’ una domanda che ho fatto a tutti, ma non ho risposte. Ai sindacati, ai politici ho chiesto quale legge permetta di lavorare quattordici ore, ma le risposte sono vaghe. Ho chiesto se erano stati fatti i controlli e mi dicono di sì. E questo Paese continua ad andare avanti così.

La ThyssenKrupp è solo la punta di un iceberg…

Si è parlato di più della Thyssen, ma in Italia si muore ogni giorno. Lo dicono i vigili del fuoco, che ne vedono di tutti i colori. Parlando con loro ho imparato molto: la sicurezza è un problema economico, puoi investire tanto o poco, rendere un posto più chiaro o più buio, a seconda dell’energia che vuoi consumare. Allora mi chiedo: perché non rendiamo pubblico, mettendolo on line, quanto ogni azienda spende per la sicurezza?

In questa storia ci sono stani casi del destino: chi aveva finito ed era lì per salutare, chi avrebbe dovuto staccare alle sei ed era ancora al lavoro la notte…

Si tratta di esseri umani. E gli esseri umani non vengono mai messi al primo posto. La politica deve ripartire da questo, metterli al primo posto. Certo, in questa vicenda c’è anche il fato. Ma prima del fato ci sono le vite delle persone, per cui non c’è mai abbastanza rispetto.

Gli operai più giovani avevano altri sogni, l’operaio anziano viveva bene in fabbrica. Le nuove generazioni vivono la fabbrica in modo diverso?

Cercano di sfuggire ad essa. E li capisco, quando vedo gli orari che fanno e le condizioni in cui lavorano. Ma c’è una cosa terribile: se fai l’operaio, le tue possibilità di cambiare vita sono pochissime. Sei condannato a una vita difficile.

I bambini felici nello spot della ThyssenKrupp che chiude il film rappresenta la falsità delle multinazionali, che danno un’immagine ottimistica mentre la loro realtà è ben diversa?

Sono d’accordo, e credo che questa sia l’immagine che passi all’esterno. Io stesso, quando vedo l’immagine di una fabbrica moderna, vedo una fabbrica in cui si fatica poco, dove tutto è risolto. E’ come un incantesimo che è stato svelato. Per anni pensando alla fabbrica credevo che non esistessero più certi problemi, che ormai fosse un altro mondo. E invece no.(La Rinascita della sinistra 3 ottobre 2008)

 

Fuga per la vittoria

 

Le cose migliori accadono per caso. Machan – la vera storia di una falsa squadra racconta su grande schermo l’inventiva di un gruppo di amici che vogliono emigrare in Occidente per un futuro migliore e per caso trovano la soluzione vincente. Anche il regista del film, Uberto Pasolini, ha scovato per caso questa storia letta in un trafiletto di giornale. In una bidonville di Colombo, Sri Lanka, un gruppo di disperati si finge una squadra di palla a mano, anzi l’improbabile squadra nazionale di palla a mano dello Sri Lanka, per partecipare a un torneo in Baviera e avere così l’opportunità di approdare legalmente in Europa. Quelle 23 persone invitate dagli organizzatori di un ridente paesino bavarese sono ancora tra i ricercati della polizia tedesca perché, dopo aver disputato le prime tre partite, se la sono data a gambe verso il domani, il futuro che sognavano quando vivevano di stenti nel loro Paese d’origine.

Nelle sale italiane, Machan è una commedia amara e soprattutto onesta che mostra in maniera leggera ma non superficiale il dramma di tante persone costrette a emigrare. Presente alla 65° mostra di Venezia – ha vinto il premio Europa Cinemas Label alle Giornate degli autori e il premio Fedic, Federazione italiana dei cineclub – Machan che in cingalese vuol dire amico, fratello, fa ridere, emoziona. Scritto a quattro mani da Uberto Pasolini e da Ruwanthie de Chickera, autrice teatrale cingalese, riesce a dire tanto di quelle vite appese a una speranza, dei tanti ragazzi che vivono ai margini, dei tanti giovani Manoj e Stanley (come i protagonisti del film) che sperano in un visto per la fortezza Europa. «Ma in Europa vogliono solo i nostri medici e ingegneri» si sente dire nel film, perciò quelli di serie B come loro che però non chiedono la carità ma vogliono solo lavorare «potrebbero diventare un peso». E allora, con un po’ di creatività e il giusto spirito, ecco che viene messa su una caotica squadra di palla a mano, con tanto di magliette. L’unico problema, aspettando l’invito del paese che organizza il torneo, è che nessuno sa cosa diavolo sia la palla a mano...

«Ricordo la notizia di questa squadra», racconta a Rinascita Sudath Adikari Mudiyanselage, dello Sri Lanka, membro della Consulta cittadina stranieri di Roma. «E’ accaduto che anche un gruppo di balli tradizionali del mio paese e anche un ciclista si siano dileguati in Europa una volta ottenuto il visto per esibirsi o gareggiare. Purtroppo però le persone sono costrette ad andare via dal paese per le difficili condizioni di vita, non è a causa del terrorismo che il governo spaccia per problema da risolvere coi militari: da noi tamil, cingalesi e musulmani nella vita quotidiana non sono separati o nemici perché spesso condividono lo stesso destino di povertà. E’ un gioco triste vedere come i governi speculano sui disagi delle persone o usano la paura. Molti miei connazionali credono che l’Europa sia il paradiso, poi una volta arrivati qui scoprono che si viene trattati da persone di serie B».(La Rinascita della sinistra 27 settembre 2008)

Machan

Un film di Uberto Pasolini. Con Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera, Dharshan Dharmaraj, Namal Jayasinghe, Sujeewa Priyalal

Manoj e l'amico d'infanzia Stanley hanno provato più e più volte, invano, a ottenere il visto per trasferirsi in Germania e trovare lavoro in modo da poter mantenere le proprie famiglie nello Sri Lanka. Truffato da un "trafficante di uomini" responsabile della bancarotta di Suresh – il cognato che ha elargito il denaro occorrente per il viaggio clandestino – Stanley è aggravato dal senso di colpa e dal fallimento, soprattutto ora che la sorella è costretta a trasferirsi in Medio Oriente per sostenere, da lontano, marito e figlia. Venuto a sapere che la Germania sarebbe lieta di invitare la Nazionale di palla a mano dello Sri Lanka a un torneo in Baviera, Stanley si ingegna a mettere insieme la squadra tra le sue conoscenze – tutti uomini relegati ai margini della società – e man mano che la voce inizia a girare, si uniscono sempre più personaggi desiderosi di abbandonare una vita di stenti per la propria affermazione come individui.
Colpito da un trafiletto di giornale che riportava la notizia (vera) di un gruppo di ventitré singalesi che si erano spacciati per la Nazionale di palla a mano, senza neanche conoscere le regole del gioco, e una volta arrivati nel paese ospitante si erano dileguati nel nulla, il produttore Uberto Pasolini, nipote del Maestro Luchino Visconti, ha sentito la necessità di trasformare quella curiosa storia in un film. Deciso a passare dietro la macchina da presa per dirigere "persone vere che vivono nel mondo reale", Pasolini si è circondato di alcune figure chiave dello Sri Lanka (l'autrice teatrale Ruwanthie de Chickera, l'attrice Damayanthi Fonseka e il regista Prasanna Vithanage che in Machan vestono i rispettivi ruoli di sceneggiatrice, responsabile casting e produttore) per tramutare il sogno di ventitré squattrinati organizzati in una fiaba cinematografica a lieto fine.
Se il dramma diretto da Pasolini è alleggerito dalle tinte lievi della commedia e sembra rimarcare le orme (narrative) del Full Monty che il neo-regista aveva prodotto per Peter Cattaneo, le storie individuali dei personaggi toccano nel profondo e commuovono per la loro onestà. Il lavoro svolto dal Nostro nel tentativo di capire un paese dilaniato dai conflitti etnici è ottimamente risolto in fase di scrittura e descritto ancor più approfonditamente nella messa in scena realizzata nelle reali baraccopoli di Colombo, Sri Lanka. Affrontando un argomento come quello dell'immigrazione (e delle politiche che la regolano), con delicatezza, empatia e umorismo, Pasolini si incarica di ricordare allo spettatore la "disperata situazione nei paesi di origine dei tanti illegali che vediamo per le strade della nostra città" lasciando il pubblico con un sorriso sulle labbra e una stretta al cuore. (www.mymovis.it)

 

Volano i Letu Štuke

 

di Francesca Rolandi, Monika Piekarz e Andrea (Paco) Mariani

Da ragazzi suonavano insieme, poi la guerra li ha divisi. Ritrovatisi, Dino, Šaran e Đani Pervan, frontman e batterista dei Letu Štuke, con il loro punk malinconico riscuotono successo a Sarajevo così come a Zagabria e a Belgrado.  

Qual è la storia della vostra band?

Dino: Noi due ci conosciamo da quando eravamo bambini e abbiamo iniziato a suonare insieme 5 anni prima dell'inizio della guerra.

Đani: Quando eravamo dei ragazzini suonavamo in una band post-punk e il nostro sogno era registrare un album. Poi siamo partiti per il servizio militare e, una volta tornati, Dino è ripartito per alcuni mesi; non siamo riusciti a riunirci in tempo perché è scoppiata la guerra e ci è venuta letteralmente a mancare la terra da sotto i piedi. Io ho vissuto in Francia, Dino a Zagabria, e gli altri membri del gruppo in altri paesi... Dopo anni ci siamo ritrovati, e gli unici della band ad essere rimasti in campo musicale eravamo Dino ed io, lui come autore di testi per altri artisti, io come musicista con altre band (tra cui Darko Rundek & Cargo Orkestar) e produttore. Abbiamo capito che riprovarci sarebbe stato fantastico. Dino aveva un mucchio di canzoni che non avrebbero mai visto la luce se non avessimo intrapreso questo progetto, e dunque abbiamo iniziato.

Dino: Abbiamo ripreso a suonare insieme nel 2005. Abbiamo preparato il nostro primo album, prodotto dall'etichetta croata Menart, che è stato ben accolto sia da parte del pubblico che da parte della critica in tutto il territorio dell'ex Jugoslavia. All'inizio di quest'anno, in aprile, è uscito il nostro secondo album che si chiama “Proteini i ugljikohidrati”[proteine e carboidrati, ndt.]. Đani è batterista e produttore, io sono cantante e autore, e nella band ci sono altri 3 membri.

Come descrivereste la vostra musica?


Dino:
Non so. Un giornalista sarajevese, caporedattore di “Slobodna Bosna”, l’ha definita “punk malinconico”, che forse potrebbe calzare... Ma io credo che esista solo buona e cattiva musica. Non so davvero dare definizioni.

Che influenze hanno ispirato la vostra musica?

Dino: Le prime, mie e di Đani, sono state il rock anni Settanta e il punk. Tutto ciò che ha portato nuove sonorità e ha abbattuto delle barriere.

Avete ricevuto delle influenze anche dal rock jugoslavo?

Dino: Certo, Azra, Haustor...

Đani: Disciplina Kičme, Šarlo Akrobata, Ekatarina Velika....

Dino: E la scena sarajevese: New Primitives, Zabranjeno Pušenje, e il primo Elvis Kurtović.

Come vi sembra l'attuale scena musicale a Sarajevo?

Dino: Penso che da un punto di vista culturale questa scena non sia mai stata migliore. Nonostante la situazione oggi sia difficile, essa è molto forte e creativa. Negli anni ottanta la Jugoslavia era un paese che dava delle opportunità in campo musicale, quel sistema appoggiava una “scena urbana” perché gli conveniva. Oggi invece vivere di musica rock è un'impresa eroica. Per cui, complimenti a chiunque faccia qualcosa.

Cosa pensate dell'attuale situazione politico-sociale? In molte canzoni, come “Minimalizam”, descrivete molto bene queste problematiche....

Dino: Mi sembra sintomatico che la politica contamini tutto, insistendo sulla nazionalizzazione: ciò è indice del fatto che molti elementi nella società sono fuori posto. Questa canzone parla della situazione politica e sociale non solo nella regione, ma in tutto il mondo. C'è sempre una causa per ogni effetto. Ciò significa che l'attuale situazione in Bosnia non è tale solo per dei fattori intrinseci, perché noi “siamo fatti così”, ma anche perché degli altri elementi in Europa e nel resto del mondo la condizionano.  

Đani: Le divisioni e il settarismo provocano sempre la paura, che diventa il principio di una certa politica. Servono dei nemici. E questo non accade solo in Bosnia.

Dino: Io penso che i cosiddetti “artisti” debbano in qualche modo descrivere il luogo e il tempo in cui vivono e rivolgere la loro attenzione alle eventuali ingiustizie della società. Per quanto possiamo, noi cerchiamo di farlo. Non siamo gli unici, forse noi abbiamo un nostro modo specifico.

Come artisti, qual è la vostra relazione con la Bosnia e con la città di Sarajevo?

Dino: Siamo nati e cresciuti qui e io penso che, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, Sarajevo sia un posto dove ancora si riconosce il vero valore delle persone e dove si conta più sui valori morali che su quelli materiali. Anche se, con l'avvento del capitalismo e nel tentativo di entrare nell'Unione Europa, sono arrivati nuovi valori, molto più consumistici.

Prima avete menzionato l'espressione “scena urbana”. Che cosa significa?

Đani: Quel tipo di musica che è “cittadina” per diritto di nascita.

Dino: Anche se forse non è l'espressione giusta….

Qui a Sarajevo si sente molto spesso questa espressione, “urbana kultura”.....

Dino: Oggi quest'espressione è stata “profanata” e si è trasformata nel suo opposto. Dopo la guerra, in città è approdata una grossa fetta di popolazione dalle campagne. Da allora si è iniziato ad utilizzare spesso questo aggettivo, “urbano”, e in special modo coloro che venivano da fuori ne hanno abusato, così che alla fine è diventata paradossalmente un'espressione tipica dei provinciali, che hanno bisogno di sottolineare in ogni modo un legame con la città. Chi invece proviene dalla città non sente la necessità di ripeterlo ad ogni momento.

Secondo voi queste persone hanno in qualche modo cambiato lo spirito della città?

Dino: Sì, e per questo motivo durante e dopo la guerra sono arrivati il turbofolk e il kitsch.

Quindi il turbofolk è legato alla campagna?

Đani: In un certo senso sì. Un divertimento provinciale presentato in un modo moderno.

In una delle vostre canzoni, “Pero Papacoder”, si menziona un “selo s trolejbusom”, “ villaggio con il filobus”. Si tratta di Sarajevo?

Dino: Sì, anche se non è una mia espressione; ricordo che in un'intervista qualcuno ha detto che Sarajevo è diventato un “villaggio con il filobus”. Quella canzone, che parla di profittatori di guerra, vuole essere una parodia, ma porta in sé un fondo di verità.

Sia nella grafica del vostro cd che nei vostri spot, ci sono dei simboli che ricordano l'iconografia comunista, come per esempio la stella....

Đani: È opera del gruppo di designer - “Ideologija” - che si è occupato della grafica e di alcuni video, e che utilizza questi simboli per creare dei contrasti con la situazione odierna. Per noi il logo, la stella, è una citazione di quella dei Clash, e ci rimanda a un'idea di “kombat rock” , rock militante, vicina alla nostra poetica.

Che cosa significa Letu Štuke?

Đani: Štuke erano gli aerei bombardieri tedeschi durante la seconda guerra mondiale.

Dino: È venuto fuori casualmente, non ci abbiamo riflettuto. Si riferisce a una citazione tratta da un film del periodo socialista sulla resistenza, dove c'è una canzone che dice: “Letu Štuke / letu avioni” (“Volano gli Stuke / volano gli aerei”).

Đani: Nel film, “Sutjeska”, degli zingari cantano “Volano gli Stuke / volano gli aerei / per distruggere le case degli zingari”; l'espressione “Letu Štuke” è grammaticalmente scorretta, ma è diventata popolare in questa forma perché era una sorta di leitmotiv del film. Allora era conosciuta da tutti, ora chi se la ricorda?

Prima avete menzionato il fatto che avete avuto successo nella regione. Come vi sembrano i rapporti tra le repubbliche della ex Jugoslavia da un punto di vista musicale?

Dino: Le canzoni sono abbastanza dirette. Noi raccontiamo una situazione che è comune a tutta la regione e in cui i diversi pubblici possono riconoscersi, a Zagabria, come a Belgrado. Fino ad ora il pubblico ha reagito bene e posso dire che siamo molto soddisfatti di questo aspetto. (PeaceRepoter 20 settembre 2008)


 

 
 

"Un giorno perfetto" parla di noi

 

La trama. Emma e Antonio, sposati con due figli, sono separati da circa un anno. Antonio vive da solo nella casa dove avevano abitato insieme, Emma è andata a stare da sua madre coi bambini. Poi, una notte qualunque, una volante viene chiamata nel palazzo e la polizia si accinge a fare irruzione nell'appartamento dove qualcuno dice di aver sentito degli spari. "Un giorno perfetto", in un serrato rincorrersi di avvenimenti racconta le ventiquattro ore che precedono questo momento, la vita semplice eppure "unica" di un gruppo di personaggi pedinati passo passo: Camilla compie sette anni, suo fratello Aris fa un esame all'università, Emma perde il lavoro in un call-center, sua figlia Valentina incontra un ...(www.cremaonline.it)

 

Intervista a Ferzan Ozpetek

di Maurizio Ermisino

E' sempre la Roma di Ozpetek. Sullo sfondo c’è il quartiere Ostiense, con gli ex mercati generali e i poetici gasometri de Le fate ignoranti. Il centro, con la via del Corso di Saturno Contro. Ma anche Roma non ha più i connotati gioiosi dei suoi classici: è una Roma triste, cupa, diroccata e derelitta. A sottolineare le rovine di una storia d’amore, di una famiglia un tempo felice. Perché stavolta al centro del suo film non c’è la famiglia allargata, la nuova famiglia delle sue opere precedenti, ma la famiglia classica.

Un giorno perfetto serve anche a non farci dimenticare quanto spesso la violenza nasca proprio dal posto in cui non dovrebbe esserci, cioè dalla famiglia. Da chi una volta ti amava, il tuo ex marito. E quante donne come Emma (Isabella Ferrari) siano costrette a vivere nella paura, senza protezione, senza il coraggio di reagire. Donne dalle vite precarie, costrette a fare i salti mortali per tenere unita ciò che resta della loro famiglia. E non abbastanza giovani per essere accettate dal mondo del lavoro. E’ un film di sguardi, quello di Ozpetek. Quelli di Emma trasmettono sconforto e disincanto, quelli di Antonio (Valerio Mastandrea) rancore e repressione.

Per la prima volta il suo film affronta la violenza. Come si è avvicinato a questo aspetto?

Sono partito da un romanzo (di Melania Mazzucco, ndr): portarlo sullo schermo non è mai facile, devi confrontare sempre quello che giri con quello che c’è scritto. Raccontare la violenza non è stato difficile, anche se ho cambiato molte cose: la scena del canneto, ad esempio, nel libro non c’era, la violenza avveniva in una macchina con un coltello. Ho visto questo canneto e ho provato a far scendere i protagonisti dalla macchina. Ho suggerito che lei lo guardasse in maniera così dura da fargli capire che non sarebbe mai più tornata da lui, e ho deciso di togliere il sonoro dalla scena. Ho detto a Valerio di leccare il sangue che esce dalla sua bocca, come fanno le bestie, e di sputarle in bocca.

In Italia ci sono tante donne come Emma che subiscono violenze domestiche. Perché accade e se ne parla poco?

E’ un problema di tante nazioni. Quando una società va a rotoli le prime a essere colpite sono le donne: io credo che siano le colonne portanti della società, anche se non lo sembrano. Quel tipo di uomo che non si ama, che non ha fiducia in sé, che ha dentro se stesso un vuoto totale, tra telefonini e internet, ha una rabbia che sfoga sulla prima persona che ha vicino. Ma quello che mi fa più impressione è la nuova generazione: trovo terribili violenze su ragazze quattordicenni da parte di coetanei, magari riprese orgogliosamente con dei filmati. E’ qualcosa a cui non riesco a credere. Viviamo un periodo dove l’uomo dovrebbe vergognarsi di se stesso: oggi il potere e i soldi permettono tutto.

L’Italia è divisa in due tra ricchi e indigenti, o è unita dal disagio? Nel suo film sono tutti infelici…

Nel romanzo c’è un fortissimo malessere. Ma è nell’aria che respiriamo ogni giorno che si sente un malessere. Non c’è mai stato un periodo così buio: oggi si parla tanto di religione ma c’è una mancanza di spiritualità totale. Ci sono mille regole di ogni tipo, ma nessun sentimento verso Dio o verso gli altri.

Emma è anche una precaria. Isabella Ferrari ha detto «oggi siamo abituati a rateizzare tutto, anche i sentimenti»…

Lei lavora in un call center, poi va ad aiutare un anziano, fa tanti lavori precari. Ho fatto dei sopralluoghi in questi posti, ed è stato inquietante: un mio amico ha cercato lavoro in un call center, gli hanno offerto 380 euro al mese, ed erano in duecento. Credevo che se ne fossero andati tutti, invece se ne sono andati in pochissimi. Ci sono questioni anche per 20 centesimi. E’ un momento difficile, anche se continuiamo a fingere che non lo sia. Non si tratta solo dell’Italia. Spero in un cambiamento nei grandi paesi, come l’America: da quando è arrivato Bush le cose sono peggiorate in tutto il mondo. Ora spero in Obama.

Anche in Germania uno dei registi più importanti viene dalla Turchia. La miscellanea delle culture è vincente oggi?

Quando ho girato Il bagno turco - Hamam, è stato una novità assoluta. I film di Akin, girati a cavallo di due paesi, in due lingue, sono venuti dopo. A quel tempo sembrava un tabù, una cosa che la gente non avrebbe mai visto. Io penso che i film non abbiano una nazionalità, i registi nemmeno, ma le persone sì. Io penso di essere turco perché sono nato e cresciuto in Turchia, ma ho avuto una cultura italiana molto forte, mi considero un cineasta italiano.(La Rinascita della sinistra 5 settembre 2008)

 

 

Romanzo d'amore droga e lotta di classe

di Duka e Marco Philopat


Alla fine sai cosa penso, Gerardo? Abbiamo fatto bene a scatenare quel putiferio l’altro giorno... È ora di farne scoppiare un altro.

Roma, settembre 2008. Il Corviale, leviatano edilizio lungo un chilometro, subisce all’improvviso gravi danni strutturali. Il sindaco V. decide di trasferire i suoi seimila abitanti in una tendopoli allestita negli studios di Cinecittà, proprio a ridosso di un grande centro commerciale.
La rabbia degli sfollati e l’irrefrenabile desiderio di possedere merci fanno scattare un meccanismo fuori dagli argini della razionalità, destinato a cambiare persino gli equilibri meteorologici della città eterna.
Il romanzo si svolge in cinque adrenalinici giorni, con la continua irruzione della voce del Duka che, attraverso iperboliche testimonianze, narra trent’anni di inedita storia underground, fino allo scontro frontale, a tutta velocità, tra fiction e realtà. Un pugno da K.O. a qualsiasi forma di normalizzazione.

Il Duka, ironico bardo della controcultura romana, scrive recensioni di musica e letteratura per “Liberazione” e ha pubblicato I hate music (Meridianozero).
 

 

"Surfando" sull'orlo del movimento

Roma k.o

 

di Benedetto Vecchi

«Siamo il sangue nuovo che scorre nelle metropoli». Il Majakovskij reinterpretato dagli attivisti del Leoncavallo sintetizzava bene la scommessa politica che i centri sociali volevano rappresentare alla fine degli anni Ottanta. Un decennio di controrivoluzione neoliberale aveva cambiato radicalmente il panorama sociale delle metropoli italiane. Le mappe di Milano, Roma, Bologna, Firenze, Napoli, Torino non si erano solo arricchite di nuovi quartieri, ma segnalavano anche la presenza di intere aree dismesse che avevano costituito, solo una manciata di anni prima, luoghi simbolici di quel conflitto operaio e sociale che aveva lanciato l'assalto al cielo. Capannoni industriali, laboratori artigianali, vecchi palazzi, scuole pubbliche fatiscenti e perfino vecchie caserme militari erano stati svuotati degli uomini e delle donne che li avevano fatti diventare punti di riferimento politici, sociali, perfino architettonici. Occuparli sembrava un gioco da ragazzi. E quando il Leoncavallo era riuscito vincente dal conflitto dalla giunta leghista che lo voleva sgomberare, il virus si era diffuso in tutta Italia.
L'essere riusciti a resistere alla marea limacciosa e conformista degli anni Ottanta portava a dire che chi stava in un centro sociale era legittimato a rappresentarsi come il sangue nuovo che scorreva nella metropoli. Perché i centri avevano imparato a memoria le nuove mappe delle città. E dei suoi nuovi centri di potere.
Il legame tra metropoli e centri sociali è d'altronde il filo rosso del godibilissimo libro scritto da Duka e Philopat, due personaggi che hanno attraversato quell'esperienza dal loro esordio alla loro crisi, vivendo il primo a Roma, il secondo a Milano. Ora il Duka alterna il lavoro di giornalista free lance all'attività di editore della Agenzia X. Philopat è uno scrittore e un editore. Questo scritto assieme è un libro di storia orale, che ha al centro il Duka, personaggio noto nel «movimento» romano, definito sarcasticamente un dandy di periferia. Affabulatore come pochi, «schizzato» come tanti frequentatori degli spazi occupati, il Duka ha vissuto il punk, la nascita e la diffusione dei centri sociali in tutta la loro parabola. Sempre con un'attitudine inquieta e refrattaria a qualsiasi deriva identitaria del movimento, anche quella verso la quale ha sentito e sente maggiore «affinità elettiva».
Viene dalla periferia di Roma, conosce la cultura di strada e con pragmatismo e disincanto ha accompagnato l'esperienza delle Posse, ha spesso perorato la causa dell'«autoreddito», cioè che i centri sociali dovessero «fare società» e dunque garantire un reddito a chi partecipava alla loro gestione. Ha spesso parlato dei luoghi autogestiti come spazi per organizzare il lavoro precario, nonostante il fatto che il Duka è per il rifiuto del lavoro. Eppure ha lavorato nei progetti di avviamento al lavoro promossi da sociologi fulminati sulla via del «capitalismo molecolare». Ha vissuto la stagione del movimento no-global. È stato a Genova dove ha capito che la guerra permanente al terrorismo è anche operazione di polizia internazionale contro i movimenti. Ha visto molti attivisti scegliere di entrare in Rifondazione comunista, giudicando con lungimiranza quella scelta un suicidio politico. Ha visto consumarsi l'illusione, coltivata da alcuni centri sociali, di poter condizionare la governance messa in piedi sal sindaco Walter Veltroni. Insomma, il Duka «surfa» sempre sulle onde che il «movimento» produce.
Ma questo libro è un appassionato documento anche sulla crisi dei centri sociali, rappresentata nel libro dal finto sgombero di Corviale. In poco più di venti pagine, il Duka ne racconta le diverse anime. Ci sono i pink, gli amanti di Puffolandia, gli emmelle duri e puri, i deleuziani, i negriani, gli occupanti, i black bloc, i cobassini: tutti affettuosamente stigmatizzati per la loro inadeguatezza per quanto sta accadendo in città.
Il risultato elettorale che ha consegnato il Campidoglio ad Alemanno è stato solo la ratifica della loro crisi. Ma non della loro scomparsa. In queste settimane ci sono stati molti incontri e tutti assieme, cosa inedita vista la loro litigiosità, hanno cominciato tutti quanti assieme a fare i conti con il modello di metropoli che Walter Veltroni ha provato a realizzare. Un modello che aveva come perno una «economia dell'evento» che metteva al lavoro intellettualità di massa e una costellazione di piccole imprese e che aveva come polmone finanziario il «surplus» di profitti e di rendita proveniente da una sorta di «uso capitalistico del territorio» che le giunte di centro sinistra ha cercato di governare, ma non di contrastare. Ma ci sono anche i senza casa, i migranti, i precari sans phrase, tagliati fuori dal «modello romano». Inoltre, incombe su di loro la minaccia di sgombero. Sanno che dovranno resistere.
Non c'è però nessuna possibilità di ritornare alle origini. Non potranno, credo, i centri sociali essere i fortini assediati da cui organizzare la resistenza. Dovranno semmai imparare a conoscere le nuove mappe della metropoli. Dovranno cioè pensare che ogni singola esperienza vada trasformata in inchiesta sulla metropoli, per parlare tanto alla forza-lavoro occupata nell'«economia dell'evento», ma anche ai migranti, agli occupanti di casa, ai precari sans phrase. Solo così riusciranno a ritornare ad essere «il sangue nuovo che scorre della metropoli». E solo così l'onda riprenderà la sua forza. Se così sarà, il Duka sarà lì di nuovo a «surfare». Senza prendersi sul serio, anche quando racconta storie serie.

LIBRI Roma k.o di Duka e Marco Philopat, Agenzia X, pp. 220, euro 16

(Il Manifesto 15 giugno 2008)

 

Così blindano il palazzo

 

Intervista a Marco Travaglio

di Domenico Giovinazzo

«Se tutto quello che sto passando è il prezzo che si deve pagare per far sapere alla gente chi è il presidente del Senato, sono felice di pagare questo prezzo». Marco Travaglio riassume il suo stato d’animo di fronte al fuoco incrociato che lo ha travolto dopo l’intervista da Fazio: gli attacchi da destra e dalla sedicente sinistra impersonata malamente dal Pd, e l’annuncio di querela da parte degli avvocati di Schifani. A volte è vero, come sostiene Travaglio, che «questi le querele le usano per dire “ho querelato”, così la gente pensa che allora ha ragione, cosa che però deve essere stabilita da un giudice». A volte invece le querele hanno una funzione “pedagogica” verso gli altri giornalisti, quelli che non potendo contare sulla pubblicazione di libri in migliaia di copie o su testate economicamente forti non possono permettersi il “prezzo da pagare”... agli avvocati. In entrambi i casi la querela ha una sua funzione, non importa se poi si vinca o meno. Tanto è vero che «Schifani una querela l’ha già persa contro L’espresso, denunciato per aver scritto le stesse cose» che Travaglio ha detto da Fazio e scritto con Peter Gomez su Se li conosci li eviti: i rapporti del presidente del Senato con Nino Mandalà, già socio della Sicula Brokers con Schifani, e successivamente diventato il boss di Cosa nostra a Villabate (Pa). Fatti più volte pubblicati.
Marco, il polverone si è sollevato solo dopo che hai ricordato questi fatti in tv. Perché alcune cose si possono scrivere ma non dire in televisione?
Evidentemente la televisione è considerata un mezzo a sovranità limitata. I telespettatori devono essere tenuti all’oscuro. Non devono essere urtati e spaventati con le notizie più forti. Devono essere tenuti in coma, sotto anestesia.
Se si sapeva già tutto, perché Schifani se l’è presa tanto?
Contava che certi suoi fatti del passato passassero in cavalleria. E l’opposizione glieli aveva già fatti passare in cavalleria. Anzi, io sono stato attaccato dall’opposizione, la sedicente opposizione, più di quanto non mi abbia attaccato il centrodestra: le notizie disturbano il clima di dialogo.
Che tipo di dialogo?
Quello che abbiamo visto. La Finocchiaro che bacia Schifani eletto presidente del Senato. E’ tutto un gioco di “vasa vasa”.
Sì, ma qual è il fine? Il «clima di dialogo» serve a Pdl e Pd per chiudere le porte del palazzo e garantirsi la spartizione del Parlamento anche in futuro?
Certo. Si stanno blindando. Hanno alzato il ponte levatoio e stanno tirando giù l’olio bollente addosso a chi vuole dare un’occhiata lì dentro. E’ un inciucio immondo che restringe ulteriormente i già ristretti spazi della libera informazione.
Perché con la nascita del Pd il conflitto di interessi è scomparso (non solo dall’azione politica, ma anche) dalla discussione?
In parte per la coda di paglia del centrosinistra, che se parlasse ancora di conflitto di interessi dopo aver rinunciato a risolverlo per ben due volte riceverebbe gli sputi dei propri elettori; in parte perché se il Pd è nato per dialogare con Berlusconi, che non dialoga con chi parla degli affari suoi, il conflitto di interessi è un ostacolo. Inoltre, risolvere il conflitto di interessi significherebbe dover risolvere anche quelli del centrosinistra, vedi caso Unipol-Bnl.
Tra i partiti fuori da Montecitorio solo il Pdci ha unanimemente difeso te e il diritto di cronaca. Rifondazione ti ha attaccato con Graziella Mascia e Niki Vendola. Se nell’ottica di quel dialogo per la blindatura del palazzo si comprende l’attacco del Pd, perché anche buona parte di Rifondazione?
Non lo so. La politica non la capisco. Faccio il giornalista e metto in conto che i giornalisti possano non essere molto amati dai politici. Anzi, se fossi molto amato mi preoccuperei. Per me l’importante è che ci lascino fare il nostro lavoro. Loro cerchino di fare il loro se ci riescono, perché a giudicare dai risultati elettorali sembra di no.
L’Agcom ha avviato una istruttoria su Anno Zero e Che tempo che fa. Cosa ti aspetti?
L’Agcom è un organismo politico. Ci sono ex politici trombati, politici travestiti, capi di gabinetto di politici: hanno ciascuno la loro targhetta di partito. Bisognerebbe smetterla di chiamarle autority: sono la longa manus dei partiti e faranno ciò che i partiti decideranno. Come fanno le autority a controllare e difendere i principi della democrazia e della Costituzione se sono tutte nominate dai partiti e rispondono a questi? E’ il potere che controlla sé stesso.
E’ stata risollevata la questione delle nomine Rai. Quale meccanismo garantirebbe l’indipendenza del servizio pubblico?
La Rai non dovrebbe essere nelle mani dei partiti, del governo e della commissione di Vigilanza. Non ho mai capito cosa c’entrino i partiti, da dove derivi la loro legittimazione a confiscare un bene pubblico come la televisione di Stato. Bisognerebbe sbattere fuori i partiti e metterci dentro delle persone competenti scelte in maniera indipendente, attraverso concorsi pubblici, da un consiglio di amministrazione formato da gente che la televisione la deve fare e la deve vedere, non da coloro che la televisione la dovrebbero “subire”. Perché la televisione nelle democrazie normali è un importante strumento di controllo nei confronti della politica, quindi non può essere controllata dalla politica.
C’è il rischio che diminuiscano anche sulla stampa gli spazi indipendenti?
Sicuramente. Molti giornalisti e organi di stampa si sentono a rimorchio dei politici. Quando i partiti si fronteggiano tra maggioranza e opposizione molti si “parano il culo” facendo battaglie in parallelo a quelle dell’opposizione politica. Quando l’opposizione evapora, chi disturba il manovratore si sente più solo. Adesso che opposizione e governo di fatto non si riescono più a distinguere sarà sempre più difficile trovare qualcuno che tiri fuori qualcosa contro il governo o contro l’opposizione.(la Rinascita della sinistra 23 maggio 2008)
 

 

 

La ballata di Vinicio Capossela

 

di Emanuele Martorelli

La ballata di Vinicio CaposselaVinicio Capossela è un marinaio. A bordo solo di una piccola zattera è passato indenne attraverso un viaggio che in partenza lo dava per spacciato, perso nei meandri di una discografia da classifica.
Nato ad Hannover il 14 dicembre del 1965 da genitori di origine irpina, Capossela si forma nei locali dell'Emilia Romagna fino a che un certo signor Guccini Francesco non capita sulla sua strada permettendogli di incidere il suo primo disco: "All'una e trentacinque circa" è del 1990. Il suo stile è già ben delineato seppure il mercato italiano non sarà ancora pronto a recepire la poetica del cantautore. Il secondo disco, "Modì" (1991), è un naturale proseguimento della precedente opera con ottime canzoni e senza eccessive virate. Tre anni dopo incide "Camera a Sud", dove si intravede il cambiamento prossimo a venire. E' infatti con "Il ballo di San Vito" (1996), che Capossela trova un suo stile identificativo mescolando alla canzone d'autore le sperimentazioni di uno dei suoi punti di riferimento, Tom Waits.

A proposito di tale riferimento (che la stampa ha spesso usato in maniera negativa nei confronti del cantautore nostrano) Capossela ha dichiarato: "Nelle definizioni spesso si fa ricorso a dei riferimenti per spiegare quanto si ascolta. Ma invece di usare i nomi, sarebbe meglio trovare degli aggettivi che stimolino la fantasia. Tipo - ecco, ho visto il tale, sembrava di vedere un polipo con una fisarmonica, la sua musica era un vascello fantasma, un assalto di pirati, una botte di gin -". Il disco ospita proprio il chitarrista di Waits, Marc Ribot, geniale strumentista che con Capossela lavorerà ancora a distanza di anni. Nel duemila la svolta attuata dal cantautore si fa ancora più radicale, ed invece di riposarsi sugli allori di una fama conquistata negli anni con costante tenacia da alle stampe "Canzoni a Manovella".

Il disco è un capolavoro di sonorità e arrangiamenti ed è, di fatto, l'ennesima forzatura che il mercato discografico si trova ad accettare: il disco vince la Targa come Miglior Album al Premio Tenco ed il singolo "Marajà" trova posto persino nelle classifiche e su canali come All Music ed Mtv. I riferimenti alla letteratura del novecento, già consistenti in tutta la produzione di Vinicio Capossela, si fanno sempre più presenti. Il disco è, non a caso, aperto dalla traccia intitolata "Bardamù", dedicata a Louis Ferdinande Céline ("Viaggio al termine della notte", "Morte a credito"), controverso scrittore che con due opere letterarie si è imposto come punto cardine della letteratura del secolo scorso. Tra una sterminata attività live Capossela trova anche l'ispirazione per scrivere il suo primo libro, "Non si muore tutte le mattine", che sfoggia in maniera ancora più accentuata quella visionarietà che contraddistingue tutta l'opera musicale del cantautore. Nel 2006 pubblica "Ovunque proteggi", disco di una intensità rara e di non facile accessibilità che a tutt'oggi è uno dei suoi massimi picchi espressivi. Nonché l'ennesima conferma che la discografia ufficiale si è oramai completamente asservita ad un cantautore attirato da sirene solo sognate, rese vive in un immaginario offerto a prezzo stracciato durante ogni esibizione.

A conferma di questo, Capossela suonerà sabato a Sestri Levante nella Baia del Silenzio ancorato ad una barca. Con il pubblico a riva, ad ascoltare un naufrago che la strada da seguire ha avuto sempre ben impressa nella mente. Che conferma l'unicità del suo lavoro con una anticipazione del suo prossimo disco: "conterrà musica fatta di pianoforte e di strumenti inconsistenti. Utilizzerò il mighty wurlitzer, un organo che serviva ad accompagnare i film muti. E poi il theremin, la sega musicale, l'organo a bicchieri, il piano giocattolo, la chitarra fantasma...E vedrete, sarà un disco invernale come un maglione: per quando fa freddo e non si ha con chi riscaldarsi".(AprileOnline 23 maggio 2008)

 

 

Se sparisce la civiltà

di Adriano Marenco

Si sparisce facile quando a sparire è la civiltà. Quando a sciogliersi sono i legami della legalità. Capita se si fanno girare le scatole a dittatori sanguinari, ma è prevedile. Lo è meno, quando nel paese che si dice la culla della democrazia, gli Usa, vengono meno i diritti civili. Quando dietro il muro di gomma della lotta al terrorismo si cancellano i più elementari diritti dell’uomo. Si volatilizza la convenzione di Ginevra. Si aggirano le leggi con la faccia buona della difesa della brava e produttiva gente. Rendition è un termine poco noto, si riferisce a una serie di operazioni messe in atto dalla Cia per trasferire persone da un paese a un altro senza complicazioni burocratiche. Al di fuori della legalità.
Le
rendition comportano una serie di violazioni. I sospetti sono arrestati senza accusa formalizzata, fatti sparire senza che nulla si sappia di loro, detenuti nei famigerati black site, prigioni nascoste, situate nei luoghi più appartati e compiacenti del mondo. La detenzione va avanti senza processo e nel pozzo nero del limbo della democrazia qualsiasi mezzo è buono per cavar fuori confessioni e nomi dagli accusati. La tortura, l’umiliazione, la vessazione è la prassi. Bush ne ha fatto uno dei mezzi principali per la lotta al terrore, con la compiacenza di quasi tutti gli Stati europei, che hanno fornito il supporto logistico necessario per le “consegne straordinarie” di prigionieri. Per l’Italia ricordiamo i casi di “sparizione forzata” di Abu Omar e Maher Arar con la collaborazione dei nostri servizi segreti.
Questo buco nero della democrazia diventa materiale per
Rendition - Detenzione illegale, film diretto da Gavin Hood, premio Oscar miglior film straniero con Tsotsi. All’anteprima era presente Armando Spataro, procuratore della Repubblica aggiunto a Milano e coordinatore del gruppo antiterrorismo, che ha ricordato alcune cose fondamentali, la democrazia vera nella lotta al terrorismo si batte con una mano legata dietro la schiena. Questa è la forza invincibile della democrazia. Ha inoltre affermato come sia falso che con la tortura si sia mai ottenuta una qualsiasi testimonianza utile alla lotta al terrore. Inoltre si teme che i soggetti a rendition una volta liberati siano diventati terroristi nelle celle di Guantanamo Bay. Il film di Hood merita tutto il sostegno possibile perché porta alla luce pratiche illegali, ma non convince del tutto. Rimane un po’ distaccato, non affonda. Si avvale di alcuni trucchetti hollywoodiani, non incide e inquieta come Syriana. È comunque apprezzabile, un buon prodotto medio che veicola un messaggio necessario. Rendition mantiene una patinatura sullo sguardo e l’inevitabile cerchiobottismo. Comunque inquieta la storia dell’ingegnere americano (Omar Metwally) colpevole d’esser nato in Egitto, fatto sparire dalla Cia per presunti legami terroristici. Si dipanano da qui diverse storie. La moglie (Reese Witherspoon) che cerca il marito finendo nelle maglie invalicabili dell’estabilshment con Meryl Streep freddo capo della Cia. I dilemmi morali dell’uomo dell’intelligence che assiste alle torture (Jake Gyllenhall).
Una storia d’amore e terrorismo. Si erge su tutti l’attore israeliano Igal Naor, capo della prigioni segrete. Hood evita di voler dire cosa pensare. La tortura mette in scena le pratiche raccontate dai veri prigionieri: l’isolamento in un buco, l’acqua, la nudità, l’umiliazione, l’elettricità. Ma non fa male davvero. Si tortura in controluce.
Il film si svolge tra Washington e il Nordafrica, la capitale americana è asettica, vi dominano le linee dritte. L’Africa è curve, coinvolgimento. Non a caso portatrice di curve in America è solo la Witherspoon, che è incinta. Quando la curva della pancia incontra la curva della cupola di Washington si sfiora il dramma. Un discreto film, buone motivazioni, qualche intuizione, e qualche cedimento. E poi c’è quel finale impossibile, che sembra un sogno, Spataro ha ricordato
Buongiorno notte.(La Rinascita della sinistra
7 marzo 2008)

Rendition - Detenzione illegale

 

L'unica anarchia possibile è quella del potere, tuonava al secolo un intellettuale come Pier Paolo Pasolini, affermazione appropriata e puntuale per descrivere i nostri tempi e il film di Gavin Hood, premio Oscar come miglior film straniero con Tsotsi. Rendition, letteralmente "consegna" rende pubblica un'aberrante e poco conosciuta consuetudine che il governo degli Stati Uniti adotta nei confronti dei cittadini sospettati di terrorismo. La consegna straordinaria, infatti, è quella che vede coinvolto nel film Anwar El – Ibraimi (Omar Metwally), cittadino egiziano da anni residente in America e occupato nel settore dell'ingegneria chimica, precipitosamente arrestato dopo il ritorno da un viaggio di affari e trasferito in gran segreto in una località islamica per essere torturato e ridotto a condizioni disumane. Ad assistere al macabro spettacolo è chiamato Douglas Freeman (Jake Gyllenhall), agente della Cia addetto al reperimento delle informazioni durante gli interrogatori. Capo d'accusa: relazioni con frange del fondamentalismo radicale.
Incipit kafkiano per un thriller classico e pieno di suspence, che assottiglia una volta ancora il limite fra documentario e finzione, lanciando un appello ai diritti umani che è insieme monito e condanna. Con un punto di vista piuttosto imparziale, Hood restituisce bene l'atmosfera presente nella polveriera orientale, montando il "girato" di due continenti e intrecciando le ragioni degli uni e degli altri, senza sbilanciarsi, né prendere parte. Attacchi terroristici, intrecci amorosi, congiure internazionali e veti politici, il tutto per una spy story che strapperebbe anche qualche applauso, se non nascondesse al suo interno peccaminose analogie con la realtà, piuttosto cruda, che si è palesata al mondo intero dopo l'undici settembre. Dal punto di vista narrativo tutto fila liscio, se si trascura qualche piccolo particolare che lascia qualche vuoto in sceneggiatura, riempito però dalla potenza evocativa delle immagini. Necessario e incredulo al punto giusto, lascia riflettere sul caos anarchico che gestisce il nostro tempo. Da vedere.(www.mymovies.it)

 

Due bellissimi libri di Kaled Hosseini

 

Mille splendidi soli

Nana le aveva detto che ogni fiocco di neve era il sospiro di una donna infelice da qualche parte del mondo. Che tutti i sospiri che si elevavano al cielo si raccoglievano a formare le nubi, e poi si spezzavano in minuti frantumi, cadendo silenziosamente sulla gente. "A ricordo di come soffrono  le donne come noi" aveva detto. "Di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso".

 

Animato della stessa straordinaria forza narrativa che ha fatto del precedente romanzo un classico amato in tutto il mondo, Mille splendidi soli è un’incredibile cronaca della storia dell’Afghanistan degli ultimi trent’anni e una commovente storia di famiglia, amicizia, fede e della salvezza che possiamo trovare forse solo nell’amore.
Khaled Hosseini, subito dopo l’uscita di Il cacciatore di aquiloni e in occasione di un viaggio in Afghanistan, ventisette anni dopo averlo lasciato per gli Stati Uniti, aveva promesso che il prossimo libro avrebbe raccontato le donne afgane. Questo nuovo romanzo, infatti, parla di due donne, nascoste dietro al burqua, della vita travolta dalla paura di padri e mariti padroni “dal cuore spregevole”, dell’isolamento, della rassegnazione, ma anche dell’amore, del coraggio, persino del riscatto. Ma c’è molto di più tra queste pagine: ancora una volta Hosseini ci fa precipitare tra le pieghe della Storia di un paese tormentato – e per noi occidentali ancora misterioso –. La storia inizia ai tempi del re, quando, nonostante famiglie più tradizionaliste facessero indossare il burqua alle donne e la mentalità maschilista pashtun, tutta “onore e orgoglio”, fosse quella prevalente, c’erano la musica, i film occidentali, i colori accesi dei mercati e per le città si potevano anche trovare donne da volto scoperto e le unghie laccate di rosso. È in questo periodo, nel 1959, che viene al mondo Mariam, una harami, una bastarda, nata dalla relazione tra uno degli uomini più ricchi di Herat, Jalil Khan, e la sua serva. Le prime pagina scorrono la vita di Mariam e di sua madre, confinate in una kolba, il rifiuto sociale, l’impossibilità di un’educazione e di una vita “normale”. La narrazione prende una piega diversa dopo il suicidio di Nana, la madre di Mariam: la ragazza, appena quindicenne, viene data in sposa a Rashid, un calzolaio di Kabul. Inizia così una nuova vita, in un paese sconosciuto, scandito dalle preghiere, i mullah, il tandur, i locali che vendono kebab. E il burqua. Anche se Rashid all’inizio non sembra male, una serie di aborti spontanei di Mariam dà inizio alla fine: il disprezzo, la violenza, la sofferenza.
Nella casa accanto, vivono Fariba e Hakim: lui è professore di scuole superiori e vuole che i suoi figli abbiano la migliore istruzione – anche la piccola Laila ne merita una, soprattutto dopo che i fratelli maggiori, Ahmad e Nur, a seguito del colpo di stato comunista del ’78, partono con i mujahidin di Massud. Per Laila il vero fratello è Tariq, il bambino dei vicini, che ha perso una gamba su una mina antiuomo, ma sa difenderla dai dispetti dei coetanei; il compagno di giochi che le insegna le parolacce in pashtu e ogni sera le dà la buonanotte con segnali luminosi dalla finestra.
In mez
zo alla vita di queste due donne che il destino farà incontrare in un momento drammatico, ci sono la guerra e l’occupazione sovietica, il terrore instaurato dai signori della guerra, la legge islamica, le bombe, i talebani e le esecuzioni pubbliche negli stadi.
Mille splendidi soli è un romanzo denso, semplice e autentico: tra le sue pagine si svolge la Storia – quella con la S maiuscola – e s’intrecciano storie intense e toccanti. Come quelle di Laila e Mariam che, nate a distanza di una generazione e con idee molto diverse, sono due donne che la guerra e la morte costringono a condividere un destino comune. Mentre affrontano i pericoli che le circondano – sia nella loro casa che per le strade di Kabul – Mariam e Laila danno vita a un rapporto che le rende sorelle e che alla fine cambierà il corso delle loro vite e di quelle dei loro discendenti. Con grandissima sensibilità, Hosseini mostra come l’amore di una donna per la sua famiglia possa spingerla a gesti inauditi e a eroici sacrifici, e come alla fine sia l’amore, o persino il ricordo di esso, l’unica via per sopravvivere. (Libro - IBS)

Il cacciatore di aquiloni

Una storia di amicizia attraverso trent’anni di storia afghana.

C’è stato un tempo in cui Kabul era una città in cui volavano gli aquiloni e in cui i bambini davano loro la caccia. Amir e Hassan hanno trascorso lì la loro infanzia felice e formavano una coppia eccezionale nei tornei cittadini di combattimenti tra aquiloni. Niente al mondo però può cambiare certi dati di fatto: l’uno pashtun, l’altro hazara; l’uno sunnita, l’altro sciita; l’uno padrone, l’altro servo. Amir, il ricco, era il pilota; Hassan, il servo, era il suo secondo. Poi però gli aquiloni non volarono più. E’ una storia di padri e figli, di amicizia e tradimento, di rimorso e redenzione, di fughe e ritorni sullo sfondo di un Afghanistan schiacciato dalla morsa sovietica prima e dai talebani poi. Amir, figlio di un ricco uomo d’affari, viveva con il padre Baba in quella che era considerata da tutti la più bella casa di Wazir Akbar Khan, un nuovo quartiere nella zona nord di Kabul. Anche Hassan viveva con il padre Ali, in una capanna di argilla, all’ombra del nespolo situato all’estremità meridionale del giardino della casa di Baba e Amir. Ma un giorno, sotto gli occhi dell’amico, qualcosa di terribile accadde ad Hassan. Amir commise una colpa terribile e l’armonia tra i due si infranse.

“Sono diventato la persona che sono oggi all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. E’ stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.”Queste le parole di Amir adulto che vive da ormai vent’anni in America, dove è fuggito con il padre. E, quando una telefonata inaspettata lo raggiunge a San Francisco, comprende che deve partire e tornare a casa. Un viaggio di ritorno, un viaggio dentro di sé, un viaggio di espiazione, un viaggio di riscatto. Ricordi assordanti e prorompenti, sensazioni sopite ma mai dimenticate. Ad attenderlo non ci sono però solo i rimorsi e i fantasmi della sua coscienza; quella che una volta era casa e patria è ora una landa desolata, terra di relitti umani e di donne invisibili la cui bellezza non esiste più. Qui avere un padre o un fratello, dopo gli indiscriminati stermini dei talebani, è una vera rarità; qui incrociare il loro sguardo, il più delle volte, significa tortura e morte; qui regnano sgomento e terrore.(www.my.libraryblog.com)
 

Khaled Hosseini: la biografia

Khaled Hosseini Figlio di un diplomatico e di un’insegnante, è nato a Kabul nel 1965, ultimo di cinque fratelli. Nel 1980, dopo l’arrivo dei russi, la sua famiglia ha ottenuto l’asilo politico negli Stati Uniti e si è trasferita a San José, in California.
Laureato in medicina all’università di San Diego, nel 2003 ha scritto il suo primo romanzo, Il cacciatore di aquiloni, diventato uno straordinario caso editoriale tradotto in più di trenta paesi.
Nel 2006 è stato insignito del prestigioso UNHCR Humanitarian Award da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati per l’impegno profuso a favore dei bambini rifugiati. Vive nel nord della California con la moglie e i due figli, alternando l’attività di medico a quella di scrittore.

 

 

 

 Caos calmo e la posizione del missionario

mg.Redazione

La pubblicazione di questo libro e relativo film sul sito è dovuto principalmente all'attacco che i vescovi hanno fatto a quella che hanno definito la "scena erotica  pesante" che hanno potuto vedere su "YouTube". Però l'hanno guardata. Peccatori! Invito caldamente i vescovi a guardare solo film tipo "Bernardette" così evitano certi "pruriti" che quando si è in odore di castità possono causare guai seri e costringono (per invidia?) a prendere certe posizioni anche sulle scene erotiche dei film. Ci permettiamo di dubitare della grande gioia della castità clericale, vista la varietà di preti sposati, preti con figli, vescovi e cardinali  pedofili,   molestatori  e quant'altro.

Poichè gli attori nel film fanno l'amore in piedi, come se non bastassero gli inviti della chiesa all'obiezione di coscienza su preservativi, piccola anticoncezionale, RU 486, legge 194, procreazione assistita, adesso abbiamo anche  gli inviti della chiesa alla "posizione del missionario"!Ci mancava! Oppure sono io che mi sono persa qualcosa?

 

Vescovi contro "Caos calmo" troppo hard

 

Dopo Famiglia cristiana anche il responsabile della Cei per la pastorale giovanile, don Nicolò Anselmi, critica la scena erotica di "Caos calmo". E, in una lettera ai ragazzi che andranno alla Gmg di Sydney, avanza la proposta che professionisti seri come Moretti e la Ferrari rifiutino in futuro di prestarsi a "girare scene erotiche volgari e distruttive". "Da un bravo regista e coraggioso idealista come Moretti e da un volto sensibile e delicato come la Ferrari - scrive don Anselmi - mi sarei aspettato una scena romantica, soffusa, tenera, magari un momento d'amore aperto alla vita, ad un figlio". Il sacerdote è deluso per "la scena erotica pesante" di "Caos calmo", visibile "in versione integrale" anche su "YouTube" e alla quale, lamenta, il Tg1 ha dedicato "molti minuti" lasciando solo "pochi secondi alla guerra civile in Kenia". "I due attori fanno l'amore in piedi, vestiti, senza guardarsi in faccia: capisco - spiega don Anselmi - che la scena vada letta e inserita nel contesto del film, ma confesso che anch'io sono rimasto stupito e disturbato. Molte persone osservano che i consacrati non possono e non devono parlare di sessualità corporea perché non la vivono. Mi sento di poter dire che noi la conosciamo e la stimiamo così bella e importante che ogni giorno la offriamo sull'altare, doniamo a Dio ed alla nostra comunità il nostro celibato, con fatica e con gioia. Per questo preghiamo per chi svaluta questi gesti". "Sono convinto - scrive il sacerdote nella newsletter inviata ai ragazzi italiani che si preparano alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney - che gli attori, gli uomini di spettacolo abbiano un grande impatto culturale e quindi una grande responsabilità educativa verso i giovani. Spesso sono i più deboli, i più poveri culturalmente ad essere segnati da questi cattivi insegnamenti e vengono travolti da fantasie erotiche che diventano dipendenza e sfociano nella violenza". Ecco dunque che "sarebbe bello che qualcuno di questi professionisti facesse obiezione di coscienza e si rifiutasse di girare scene erotiche volgari e distruttive. Caro Nanni e cara Isabella - conclude don Anselmi - contiamo sulla vostra passione educativa.(Ansa.it)

 

 Caos calmo di Sandro Veronesi

“Ormai è il mondo, stellina, a non essere normale. Polimeri, ormoni, telefonini, benzodiazepine, debiti, carrelli del supermercato, ordinazioni al ristorante, negozi di occhiali, A è innamorato di B ma B non è innamorato di A, i soldi finiscono sempre rubati, ogni morte ha un colpevole. Ecco cos’è il mondo. Non è più normale.”

Un romanzo importante, giudicato dalla critica una delle migliori prove narrative dell’anno.
Chiara è la volontà di far emergere, in un calmo caos, le tante riflessioni di un uomo in un momento cruciale della vita: la morte improvvisa della compagna e la responsabilità nei confronti della figlia di dieci anni, colpita con lui da quell’evento tragico e destabilizzante. Tutte le principali situazioni narrate ruotano intorno a un unico luogo fisico, l’automobile parcheggiata davanti alla scuola della bambina, il tempo abbracciato occupa tre stagioni, l’estate (momento in cui avviene la morte di Lara, la compagna di Pietro, il protagonista); l’autunno che rappresenta il periodo in cui si rompono gli equilibri preesistenti e la riflessione tocca tutti gli aspetti della vita presente e passata; l’inverno come momento della verità e della purificazione, come necessità di nuova ricomposizione dopo la frattura.
Il romanzo si apre con una scena piena di movimento (in opposizione quasi all’immobilità successiva): un drammatico salvataggio in mare compiuto dal protagonista e dal fratello Carlo proprio in contemporanea alla improvvisa morte di Lara, unica testimone la piccola Claudia, tragedia di cui Pietro saprà solo al ritorno a casa.
Non è il dolore (e Pietro non riesce a spiegarsi questa mancanza) a dominare l’animo dell’uomo, ma un turbamento profondo, come se fosse necessaria un’interruzione, una pausa, un cambiamento: apparentemente è la preoccupazione per la bambina (equilibrata, saggia, positiva) a spingere il padre a modificare la sua vita, a lasciare l’ufficio e a chiudersi nell’auto parcheggiata davanti alla scuola, facendo trascorrere in quel luogo i giorni e i mesi, in realtà questa scelta risponde a un bisogno tutto egoistico di interrompere un vita di cui solo in quel momento l’uomo sente la totale insufficienza e la mancanza di senso.
L’automobile diventa l’ufficio, la casa e il luogo della riflessione. Là riceve colleghi, superiori e amici, là rilegge la sua relazione con Lara, ripensa a lei, cerca di entrarne in contatto telepatico attraverso la musica, riesamina i rapporti professionali sconvolti anch’essi da una fusione industriale, da licenziamenti e dimissioni, da promesse di promozione (rifiutate) e da confidenze di uomini potenti.
Intorno a quell’auto ruota un’umanità malata, sofferente che usa l’abitacolo come una specie di confessionale. Davanti al potente di turno che racconta un aspetto drammaticamente privato della sua esperienza umana, Pietro dice: “ora soffre veramente: anche lui come tutti gli altri che sono venuti qui, alla fine mi scarica davanti un formidabile fiotto di dolore. Questo posto è davvero prodigioso: un muro del pianto senza il muro. Milano è una città sacra e se nessuno lo sa…”.
Proprio in questo caos esperienziale, in questo tentativo di rompere le regole dell’efficienza e della produttività, si inserisce in conclusione la voce della bambina, pragmatica e matura come solo i bambini sanno essere, e da lei parte una richiesta di normalità, l’esigenza di ridare un ordine, magari diverso, alle loro vite, l’urgenza di sentirsi appoggiata al padre e non suo rifugio o alibi.
La sicurezza narrativa di Veronesi in questo romanzo è notevole, così come la capacità di descrivere tipi umani molto diversi tra loro, senza rabbia e senza pietà, ma anche senza compiacimenti psicologici, vedendoli tutti funzionali al percorso del suo protagonista. Ottima anche la capacità di presentare i bambini (bellissimo il silenzioso rapporto tra Pietro e il piccolo bimbo down), la loro ingenua crudeltà e la meno giustificabile crudeltà o ottusità dei genitori. Un libro che di certo è segno di una ricca esperienza umana e di notevole maturità letteraria. (www.wuz.it)

 

Caos calmo di Antonello Grimaldi

Pietro Paladini ha fatto una promessa. Ha promesso alla sua bambina di aspettarla davanti alla scuola fino alla fine delle lezioni. Lara, sua moglie, è morta improvvisamente l'estate scorsa e Pietro non sa decidersi a soffrire, non sa decidersi a ripartire. Seduto su una panchina, giorno dopo giorno riceve le visite e le rivelazioni dolorose dei colleghi, turbati da una fusione aziendale, e dei familiari, preoccupati per il suo stato di "arresto". Trasgredite le regole dell'efficienza e della produttività e abitato da una sorprendente calma, Pietro resta in attesa del dolore e della vita dopo il dolore.
Caos Calmo, tratto dal romanzo omonimo di Sandro Veronesi, non è un film "autosufficiente" perchè per afferrarlo è necessario affiancare alla visione una ricognizione della fonte letteraria. Eppure proprio in questa "dipendenza", in questa assenza di "autarchia" cara al Moretti in Super8, risiede il valore del film di Antonello Grimaldi. Troppe pagine di Veronesi non corrispondono esattamente al cinema, troppe cose che sono nominate non possono essere viste, perché tutto accade nella testa del personaggio, è Pietro Paladini a prevalere sull'intreccio e l'intreccio non esiste se non attraverso la sua costruzione.
Primo ostacolo per Grimaldi è stata l'esteriorizzazione dell'interiorità, che non ricorre mai o quasi mai alla soluzione più ovvia della voce fuori campo. Ecco allora che il paesaggio interiore di Paladini, impossibile da palesare, si costituisce indirettamente attraverso una scelta marcata e ricca di conseguenze sul piano narrativo: Nanni Moretti, la cui presenza attoriale raccorda il film di Grimaldi alle sue opere. Moretti ha costruito il suo cinema come un sistema di segni e di rinvii (le scarpe, un bicchiere d'acqua, un aforisma), che si configura come un linguaggio per iniziati, qualcosa che costantemente si implica e si richiama. Moretti si muove dentro un orizzonte di aspettative condivise da una parte del pubblico italiano, che si imbarazza per la "scena di sesso" con la Ferrari, già sconcertato da quella con la Morante (La stanza del figlio). Impegnati a dissertare sulla sua incompetenza copulatoria, ai detrattori è sfuggito il vistoso ripiegamento dell'ego morettiano, che non predica più e non ha più certezze ma che ha bisogno di fare ordine, di compiere, muovendosi da fermo, un percorso di conoscenza e di indagine razionale sulla insostenibile leggerezza del dolore.
L'inestricabile garbuglio interiore di Paladini/Moretti e il caotico pasticcio della varia umanità che si confessa sulla sua panchina trasformano il dolore in momento dialettico. Se nella Stanza del figlio la cognizione del dolore è asociale, in Caos Calmo è precipitato in uno spazio di socialità. Dove c'era nichilismo e chiusura adesso c'è apertura al possibile. E dopo gli abbracci è il tempo della differenza: Pietro Paladini potrà fare i conti fino in fondo col significato che ha il (non) dolore per lui. L'unica sequenza che non ha bisogno di essere integrata col romanzo è quella "occupata" da  Roman Polanski La sua entrata in scena è la semplice e geniale risposta di Grimaldi al silenzio della pagina scritta. Perché Polanski è immagine che parla.(www.mymovies.it)

Antonello Grimaldi, dopo alcuni film modesti e molta televisione popolare, affronta adesso quel romanzo, sintetizzando al massimo i personaggi, anche come numero, e apportando, alla trama, alcune precise varianti. Intanto il luogo dell'azione: non più a Milano ma Roma (nonostante un finale con neve fitta). Poi quell'auto su cui il protagonista si era isolato. C'è ancora, ma di sfondo, sostituita in prevalenza da una panchina nei giardinetti prospicienti la scuola. Possono accertarsi, meno facile consentire sempre sulle sintesi operate nella descrizione di tutti quei personaggi che si fanno via via incontro al protagonista, quasi sempre infastidendolo, sia che vogliono coinvolgerlo in trame al livello del suo lavoro (nell'impresa di cui fa parte si stanno minacciando manovre di vario tipo), sia che vengano a discutere questioni familiari, non ultimo quel suo lutto da cui, forse, intende estraniarsi.
I caratteri sono indicati spesso in superficie, limitandoli solo a delle facce e anche la tanto chiacchierata scena di sesso, nel libro minutamente motivata, finisce per risultare così improvvisa da rischiare quasi il gratuito.
Il film, tuttavia, pur con questi scompensi soprattutto a livello di racconto e di psicologie, un suo peso finisce per averlo. Per merito, soprattutto, della presenza di Nanni Moretti nelle vesti del protagonista. Forse non è il personaggio sbandato, sospeso, irritabile pensato da Veronesi, ma è, con molta più logica, uno dei quei personaggi fra nevrosi e vero dolore che tanta parte hanno avuto nel cinema di Moretti: crucciato, in equilibrio fra dubbi e tormenti, con una mimica che dice di più, sulle contraddizioni e le ansie, di quanto non dicano le battute di dialogo che gli si ascoltano attorno.
Lo coadiuva egregiamente un Alessandro Gassman rinnovato, grintoso, incisivo. Cui si accompagnano Isabella Ferrari (nella pagina erotica) e Valeria Golino, una cognata confusa. (il tempo.it)

 

"Compagni così..." lampi di memoria per un post diario

 

Nel proporci i suoi sessant'anni di impegno politico e sindacale Roscani preferisce partire dai suoi "lampi di memoria", dalla sezione "storica" del Pci di Ponte Milvio, quella di Enrico Berlinguer, dalla moglie staffetta partigiana, dai mastri edili, dai metalmeccanici "di precisione", dai tranvieri. Da lì si avvia la militanza nel Pci insieme a Valentino Gerratana, a Maurizio e Giuliano Ferrara, a Giuseppe Loy, a Luciana Castellina, a Enrico Berlinguer, a Fausto Bertinotti, a tanti altri. Quindi il salto in Cgil, dove incontra, con Tonino Tatò, Giuseppe Di Vittorio, Franco Rodano, Claudio Napoleoni e dove inizia un percorso impegnativo, con tante e diverse responsabilità. Come scrive Andrea Ranieri: "Nel suo racconto i grandi avvenimenti di cui fu testimone sono parentesi della storia che lui sente più vera, quella del suo quartiere e della sua sezione, a cui resta fedele e partecipe, anche nei momenti più alti del suo impegno nazionale. È lì che ogni volta ritorna, ed è lì che ogni volta verifica, nei rapporti coi compagni 'di base', coi suoi fratelli, con gli amici, la verità di quello che nel mondo ha imparato. È lì che rimette coi piedi per terra le 'verità' della grande politica, che impara - è anche oggi la sua dote fondamentale - a vedere ogni volta le facce, le storie, che dietro i concetti del parlare politico spesso si nascondono e si perdono".(Lafeltrinelli.it)

 

 



di Bruno Pierozzi

"Compagni così..." è uno di quei libri che si leggono con apparente facilità, ma che hanno dentro una complessità che si scopre allorché si riflette sugli eventi narrati, su quei "lampi di memoria", come li definisce l'autore Bruno Roscani. La difficoltà di raccontare questo bel libro, che racchiude fatti che vanno dal periodo precedente la seconda guerra mondiale sino agli anni '80, sta proprio nel cercare un filo conduttore unificante, impresa nella quale mi accingo sperando di saper compendiare in modo organico fatti e riflessioni dell'autore. 

Le vicende personali e politiche che narra Roscani si dipanano su alcune direttrici fondamentali: Roma e la trasformazione della città dagli anni '30 ad oggi; la militanza politica nel PCI, l'attività sindacale svolta nella Cgil e; i personaggi incontrati - che sono sia personaggi noti - ma sopratutto i tanti militanti politici e sindacali, le lavoratrici e i lavoratori. Il tutto amalgamato attraverso i ricordi personali, le sensazioni, gli umori, che incrociano tutte le vicende.

Roma grande periferia e il PCI
Un elemento fondamentale del libro è quello del contesto territoriale: Roma. La città narrata da Roscani  è la Roma che inizia a espandersi al di fuori del centro storico e della falsa "Roma imperiale" mussoliniana.  Il contesto territoriale di riferimento è la zona di Ponte Milvio  (Ponte Mollo per i romani) che negli anni '30 - quelli della fanciullezza dell'autore -  era una delle periferie dove vivevano molti lavoratori e  operai, così come la Garbatella, San Lorenzo,  il Tiburtino III. Era quel mondo che il fascismo aveva isolato perché povero, e la povertà per il fascismo non esisteva. Invece la povertà c'era e anche tanta, come ci illustra l'autore descrivendo la "fame" come un elemento costitutivo della sua infanzia. Era quella povertà che lo costringeva a calzare i sandali anche d'inverno, perché non c'erano i soldi per le scarpe. Ma quella povertà era vissuta dal proletariato con grande dignità e attraverso l'ingegno si cercava di sopperire alle mancanze materiali. Ecco allora che Roscani ci narra che metteva a frutto la sua capacità nello studio, scrivendo i compiti ai meno dotati, in cambio di qualche merenda. Oppure quando la banda dei ragazzini da lui capeggiata, attuava incursioni nei terreni e proprietà dove c'erano alberi da frutto attuando così una sorta di riappropriazione di quanto negato dal sistema.  C'è poi un riferimento fondamentale per il futuro di Roscani, ma anche di tanti giovani antifascisti è quello rappresentato dall'Azione Cattolica. La chiesa, o meglio, "i sotterranei della parrocchia" divennero luogo di formazione per molti giovani che trovavano nella chiesa l'unica alternativa alla retorica del regime fascista. In quei sotterranei si riunivano i "grandi" e lì che l'autore sentì parlare per la prima volta di Carlo Marx. 

C'è poi la Roma della Resistenza, è a "Ponte Mollo" che opera il gruppo che fa capo a Vasco Pratolini. Nel dopoguerra comincia l'espansione della città, quella città che per dirla con Ferrarotti da Capitale diventa periferia, è la città delle grandi borgate. Ecco allora l'impegno del PCI romano per far crescere il partito di massa nella nuova città cresciuta con nuclei abitativi spontanei, dove la classe operaia era costituita sopratutto da lavoratori edili. In questa Roma Roscani si iscrive nel 1948 e cresce politicamente nella sezione del PCI di Ponte Mollo insieme ai suoi due fratelli, di cui uno è il segretario della sezione, e come specifica l'autore, a quei tempi ci si rivolgeva negli interventi, non col nome di battesimo, ma col cognome e quindi anche il fratello era il "compagno Roscani".

Il Pci cresce in quella Roma grazie all'impegno quotidiano delle tante compagne e compagni che magari dopo una giornata di duro lavoro si trovano in sezione per costruire insieme la proposta e l'iniziativa politica sui tanti problemi che vanno da quelli del territorio: casa, scuole, servizi sociali e sanitari, a quelli internazionali della pace e della difesa dei diritti. C'è voglia di fare, c'è invenzione in quel partito e in quella sezione dove passano anche tanti nomi famosi: da Maurizio Ferrara (padre di Giuliano) a Luciana Castellina, da Berlinguer a Bertinotti, solo per citare quelli politici più noti, ma anche compagni come Sergio Ferrante, Giuseppe Loi fratello del regista Nanni. E' quel  partito comunista che riuscirà a radicarsi non solo all'interno dei luoghi di lavoro: fabbriche e uffici, ma anche nel territorio, nei quartieri popolari, nelle tante baraccopoli sorte spontaneamente. E' il partito nuovo di Togliatti, quello della via italiana al socialismo, che riesce a dare speranza di emancipazione anche a quelle fasce sociali più emarginate rappresentate dal sottoproletariato. E' quel partito che con la sua azione  porterà a risanare la situazione delle periferie abbandonate, attraverso una nuova politica urbanistica e della casa - anche se nella sua politica  vi furono alcune lacune ben descritte nel libro. E' il Pci che arrivò alla metà degli anni '70 alla conquista del comune di Roma con la prima giunta di sinistra e che avrà nel sindaco Luigi Petroselli il rappresentante di quella importante stagione di grandi cambiamenti politici.

La Cgil e le conquiste del lavoro
L'altro grande tema è quello della lotta e dell'iniziativa sindacale. Il Partito viste le capacità del giovane Roscani nell'attività redazionale e di studio lo propose alla Cgil per il lavoro presso la Casa editrice sindacale. Inizia così la lunga esperienza dell'autore del libro nel sindacato attraverso due passaggi fondamentali, il primo nell'ambito dell'Ufficio studi della Cgil nazionale e successivamente l'esperienza di segretario nazionale del sindacato scuola Cgil. Qui si snodano molti "lampi di memoria" che ci aiutano a capire il clima del sindacato dal dopoguerra fino alla sua evoluzione degli anni '80.

Roscani è impegnato in tutta la costruzione della stampa sindacale di informazione, con la fondazione della Casa Editrice Progresso. il sindacato ancora unitario pubblica anche un quotidiano "Lavoro" che dopo la scissione sindacale verrà chiuso. Grazie all'inventiva di Gianni Toti il "Lavoro" viene reinventato come "settimanale - rotocalco" e per dare maggiore visibilità al nuovo settimanale Toti pensò di mettere in copertina una bella ragazza nuda! Il successo come prevedibile fu enorme, con affissione su tutte le bacheche sindacali, ma come prevedibile Di Vittorio fece una dura reprimenda su quella "trovata" pubblicitaria al povero Toti.

In Cgil Roscani incontra Tonino Tatò e con lui dà vita alla rivista della Cgil "Rassegna Sindacale" che è tuttora il settimanale della Confederazione e come precisa Roscani ancora oggi i caratteri tipografici sono quelli scelti allora da lui e Tatò presi in Inghilterra, ma come ci dice l'autore la lettura dei testi spesso era "pesante, pallosa ...al limite dell'isopportabilità".

Tatò oltre ad essere allora dirigente sindacale e anche un riferimento culturale di quel gruppo di compagni di estrazione cattolica che ruotano attorno alla figura di Franco Rodano austero e pignolissimo direttore della "Rivista Trimestrale" da lui diretta. La Rivista Trimestrale fu una delle fucine intellettuali del Pci dal versante di quello che fu definito "cattocomunismo" e che contribuì certamente all'apertura al dialogo col mondo cattolico, che poi sfociò nella costruzione della linea del "compromesso storico" di Berlinguer. Certamente l'impegno analitico e propositivo fu di alto livello, e da quelle analisi possiamo dire derivi anche lo sviluppo successivo della linea politica che portò al superamento del Pci, con la nascita del PDS , dei DS con l'approdo al PD attuale che dovrebbe realizzare la sintesi dei riformismi di matrice cattolica e di quella comunista. La storia ci dirà se questa strada porterà qualcosa di buono o se sarà soltanto  la fine di una speranza.

Sotto indicazione di Tatò Roscani frequenta un corso economico presso la Svimez diretto da Claudio Napoleoni, (uno dei responsabili della Rivista Trimestrale) dovendo misurarsi con teorie e formule matematiche. Ma anche in questo caso l'autore non demorde e supera brillantemente anche questa prova, sapendo bene che - come scrisse Gramsci - "lo studio è fatica". Da questo episodio, come da altri analoghi, ne esce fuori una delle altre peculiarità del modo di fare politica del Pci, ovvero, quella dedizione, unita alla passione e al sacrificio, che furono uno degli elementi che caratterizzarono l'azione dei quadri e militanti del Partito Comunista e che ne furono certamente, nel bene e nel male, un tratto distintivo.  E' in questo modo di essere a volte un "tutto politico" che trova concretizzazione la "filosofia della prassi". L'operaio come l'intellettuale sono uniti da quella comune dedizione e il partito diviene lo strumento della sintesi nella fabbrica, come nel territorio.

Roscani dall'ufficio studi passerà alla difficile opera di costruzione del sindacato scuola della Cgil, sotto la "spinta" di  Rinaldo Scheda che lo invita a "nuotare in mare aperto".

Sulle prime l'autore è perplesso, ma poi accetta la sfida. Il sindacato scuola era allora alquanto composito, con una pletora di gruppi facenti capo ai molteplici riferimenti politici della sinistra politica, di cui quella cosiddetta extraparlamentare era nella fattispecie ben radicata. Figurarsi dunque le difficoltà di omogeneizzare il tutto per un "comunista strutturato" come Roscani! Ma anche in questo caso, pur tra mille difficoltà, ebbe la meglio, costruendo un solido sindacato scuola. Sono interessanti i resoconti delle diverse fasi negoziali con il Ministero della scuola, ministero che fino ad anni recenti fu sempre diretto da rappresentati della Democrazia Cristiana, così come per il Ministero degli interni. Questo la dice lunga su come la D.C. considerasse fondamentale e strategico il ruolo dell'educazione e il controllo della cultura. Roscani ci narra di come dopo una faticosa trattativa con il Ministro Franco Maria Malfatti fu raggiunto l'accordo sul contratto. L'accordo era  in linea con la politica egulitarismo salariale propugnata dalla Cgil ed aveva avuto il consenso dalle assemblee di categoria. Ma allorché fu verificato che tale linea non era stata assunta dagli altri comparti del pubblico impiego, il sindacato scuola fu costretto a disdire e ricontrattare tutto!

Gli anni in cui Roscani dirige il sindacato scuola sono anche gli anni in cui si sviluppa in Italia il terrorismo, che trova spesso proprio nell'ambito scolastico e universitario il terreno fertile alla crescita dei cosiddetti "fiancheggiatori". Nel ricordare  i pericoli incorsi negli "incontri"  con le diverse fazioni e gruppi extraparlametari, tra cui la famigerata "Autonomia Operaia", non mancano anche sottolineature umoristiche, come quella della tattica di evitare la possibilità del comizio agli estremisti che raggiungevano il palco con il semplice trucco di staccare il filo dell'amplificatore collegato al microfono e agli altoparlanti.

Ci sono poi le pagine che narrano l'esperienza di direttore della Scuola sindacale di Ariccia. Di questo periodo vorrei sottolineare il capitolo dedicato a Claudio Sabbatini e al "Protocollo IRI". Dal racconto - a tratti commovente - esce fuori tutto il dramma umano e politico di questo grande dirigente sindacale che ebbe il coraggio di porre le basi per il rinnovamento della pratica contrattuale, attuata appunto attraverso il "Protocollo IRI", rimettendo in discussione se stesso e quelli che erano stati i suoi valori guida nell'azione negoziale con le controparti imprenditoriali. Lo sviluppo della riflessione sulla metodologia della  "codeterminazione" fu un contributo di grande innovazione strategica di cui Sabbatini fu propugnatore e che Bruno Trentin cercò di far avanzare e sistematizzare nella cultura di una Cgil. Prevalgono però ancora oggi forti resistenze nella Cgil dove alcuni settori sembrano essere attestati su una concezione conflittuale nella quale il sindacato deve essere puramente soggetto organizzativo dell'antagonismo e non soggetto propositivo per conquistare spazi di controllo operaio e dei lavoratori sul processo produttivo e redistributivo. Tali posizioni hanno come conseguenza l'incapacità di proporre un nuovo modello contrattuale di cui ormai c'è un inderogabile bisogno. E su questo fronte sentiamo oggi la mancanza di compagni come Claudio Sabbatini.

Abbiamo ancora bisogno di "Compagni così..."
Il libro ci lascia col dilemma finale dell'autore, che è il dilemma di quanti hanno vissuto tutta o in parte la stagione di lotte e di speranze narrata, ma che investe anche coloro che quella stagione non l'hanno vissuta.  E' la domanda che tutti ci facciamo, sopratutto oggi, in cui non vediamo certezze per il futuro non solo della sinistra, ma anche per il Paese: "dobbiamo riprendere la scalata al cielo, o compiere il duro lavoro di aratura  del terreno di una stagione nuova della nostra democrazia..." Abbiamo ancora bisogno di "Compagni così...". (AprileOnline 4 febbraio 2008)

 

Torna il cinema operaio

 

Dividerà sicuramente il pubblico Signorinaeffe, nuovo film di Wilma Labate sulla durissima crisi della Fiat del 1980. Lo dividerà perché la regista - che molti ricordano ancora per l’ottimo La mia generazione - si fa portatrice di uno sguardo politico senza compromessi e perché il suo film soffre di alcuni schematismi al limiti del pedagogico. Una cosa però è certa e ha il suo indubbio peso: il film rimette al centro la questione operaia e il mondo della fabbrica, autentico rimosso dei nostri tempi, così ossessionati dalla tentazione dell’oblio. Il cinema rientra finalmente nelle fabbriche per raccontarci un tessuto sociale capillare di cui non si vuole più sentire parlare. Ne abbiamo discusso in un appassionato faccia a faccia con la regista.
Quando è nata l’idea di fare un film sulla crisi della Fiat del 1980 e come si è sviluppato il progetto?
Il progetto nasce dieci anni fa, dopo il successo de La mia generazione. Sulla scia di questa ottima accoglienza molti produttori cominciarono a chiamarmi per numerose proposte. Purtroppo però, ogni volta che manifestavo il mio interesse nel fare un film sul mondo operaio glissavano o rifiutavano in modo molto fermo e netto. Nel frattempo ho continuato a fare film e poi ho rincominciato con questa piccola battaglia, ma non è stato affatto più facile. E’ stata molto dura perché si considera la tematica come poco lucrativa; per i produttori gli operai non fanno cassa e per loro semplicemente non esistono più.
E’ questo quindi il motivo per cui la figura dell’operaio e in generale il lavoro in fabbrica sono un rimosso del nostro cinema e anche della nostra società?
Esattamente. L’operaio non viene rappresentato al cinema perché nell’ottica dei produttori non garantisce spettacolo. Ma è un errore evidente perché al di là del valore sociale e politico, anche a volere fare un discorso cinico e meramente economico, l’operaio è una figura molto rappresentabile. Lo stesso cinema inglese non ha mai smesso di occuparsi di certe tematiche perfino nell’era Thatcher.
Quindi non c’è anche una precisa volontà politica nella scelta di non affrontare alcuni temi?
Questo io non lo voglio dire (ride), almeno non smaccatamente, ma forse sì, perche no…
Nello specifico ha trovato particolari ostacoli realizzativi?
Alcuni sì, oltre alla difficoltà già menzionata di farmi produrre il film. Ma a sorprendermi è stato soprattutto l’averli trovati anche dopo la realizzazione. Il periodo che io racconto è sconosciuto ai più e la cosa ha generato degli strani meccanismi di sospetto, per cui chi alcuni vedendo il film non si sono confrontati con la storia in sé ma mi hanno accusato di raccontare una cosa non vera o storicamente non dimostrata.
Dalla rappresentazione dei rapporti familiari e lavorativi emerge un’idea estremamente classista dell’Italia di fine anni 80 con una divisione nettissima tra la piccola borghesia cattolica e reazionaria rappresentata dalla famiglia di Emma e un proletariato caustico e battagliero, indurito da anni di aspre lotte. Era ancora così a cavallo tra i 70 e gli 80 o è anche e soprattutto un escamotage narrativo per dare vigore al dramma?
Non è cattolica la famiglia di Emma ma semplicemente reazionaria. La questione che sollevi però dovresti proporla a un sociologo o ad un antropologo piuttosto che a me. Per quanto mi riguarda comunque devo dire che c’era ancora un razzismo e un classismo forte e radicato. A Torino erano spariti i cartelli “non si affitta ai meridionali” come ai tempi di Rocco e i suoi fratelli ma di certo non c’era una forte commistione tra la borghesia o la piccola borghesia e i tantissimi immigrati dal sud Italia, nonostante fossero ormai impiantati da decenni. La divisione era chiara e netta mentre oggi una città come Torino ha un’immigrazione di seconda generazione, per cui i genitori magari parlano lucano e i figli torinese. Ma negli anni 80 non era ancora così.
E’ per questo forse che il suo film sembra anche voler dire che la possibilità  di uno sguardo lucido sui fatti raccontati è compromesso da una distanza incolmabile? Come se 27 anni fossero più di un secolo e questo rendesse difficile comprendere le scelte e le necessità dei personaggi…
Sì, tutto ci sembra molto distante. Ma attenzione, il lavoro in fabbrica comporta una fatica incomprensibile e genera il rifiuto del lavoro. Rimane pochissimo spazio per la vita personale, ma è uno spazio che non può essere negato e il film avanza questa idea, che fa da ponte al presente, attraverso il personaggio di Emma che mette in crisi le sue certezze per viversi una storia d’amore. Ma ben presto pesano su di lei più il desiderio della certezza e del riscatto sociale. Questo è un fatto che riguarda molto di più questi anni che il passato.
A proposito del presente, crede che i tragici fatti della Thyssenkrupp possono far cambiare o abbiano cambiato l’atteggiamento della politica e dell’informazione sulla questione operaia?
E’ ovvio che una tragedia del genere è cosi enorme e evidente che non è possibile ignorarla. Bisognerebbe interrogarci sul fatto che sia necessario un fatto del genere per parlare dei problemi della fabbrica, delle condizioni di sicurezza e del ritmo disumano a cui vengono sottoposti gli operai. Dodici ore di lavoro sono troppe. Sono disumane; cosa ti rimane da fare dopo se non stramazzare a letto? Questa tragedia ci ha ricordato tutto questo.(la Rinascita della sinistra 26 gennaio 2008)

Signorinaeffe

Ogni famiglia ha il suo cavallo dato per vincente. I Martano, una famiglia operaia di origine meridionale trapiantata a Torino, hanno Emma. Emma è impiegata alla Fiat in un settore nuovo, quello informatico. Ha lavorato sodo fin da piccola per cancellare la sua origine e risalire la china. Ora sta per laurearsi in matematica ed è prossima a sposare Silvio, un dirigente dell’azienda torinese, vedovo, con una figlia. E' il settembre 1980, la Fiat annuncia che licenzierà quindicimila operai. Ha inizio il lungo durissimo sciopero che durerà 35 giorni. Nel clima di scontro senza quartiere tra azienda e classe operaia, Emma è sempre più attratta da un giovane militante che lavora alle presse, Sergio. (La Repubblica.it)

E' il settembre 1980. La Fiat annuncia che licenzierà quindicimila addetti. Ha inizio il lungo durissimo sciopero che durerà 37 giorni. La vita di Emma viene sconvolta da un incontro che rivoluzionerà la sua vita. Torino, 1980. Sullo sfondo delle lotte sindacali contro la riorganizzazione aziendale in casa FIAT - che sarebbe dovuta procedere al prezzo del sacrificio di migliaia di posti di lavoro tra gli operai - Emma e Sergio si incontrano e si amano, nel breve lasso dei 35 giorni di proteste che furono chiusi dalla marcia dei 40 mila colletti bianchi. In questo pezzo di storia d'Italia, i due protagonisti rappresentano le parti che la proprietà vorrebbe mettere l'una contro l'altra: Emma è laureanda in matematica, lavora ai piani amministrativi di FIAT e sta con un ingegnere. Sergio è un operaio, una testa calda, in prima linea nella lotta. Lei comprometterà tutto per lui; Sergio la lascia andare verso un futuro forse migliore e che, come scopriremo alla fine, sarà stato deludente come la realtà che vivono. Malgrado gli elogi ottenuti al Torino Film Festival, Signorinaeffe è un film senza ritmo, girato con uno stile televisivo incapace di registrare le sfumature e che rievoca più una fiction che un grande capitolo di cinema civile: Sergio imbarazzato in giacca in un ristorante chic per far colpo su Emma; l’amico operaio – barricadero - tossicodipendente che ritrova la voglia di vivere fra le braccia di una maestrina d’asilo e su un prato le confessa di volere decine di figli. Altro che Ken Loach!
Purtroppo anche la recitazione ricorda spesso stilemi adatti al pubblico televisivo, evidentemente didascaliche, con occhiate fin troppo esplicite tra i protagonisti, con lunghe discussioni intorno all’ormai classico bicchiere di vino in cui non si ragiona di un mondo che cambia ma si lanciano frasi lapidarie ormai consunte dal tempo. Gli unici momenti "vivi" sono quelli affidati ai filmati d'epoca che ricostruiscono un'Italia ad un bivio e sulle barricate e che ci danno la misura del dramma sociale che si andava vivendo. Però, Valeria Solarino, nei panni di Emma, è troppo bella per quegli anni cupi
. (www.mymovies.it)

Marco Rizzo ha presentato  il suo nuovo libro

    

di Laura Meneghini


Davanti una nutrita platea, nel contesto quanto mai appropriato del Museo storico della Resistenza, ieri, 16 dicembre, Marco Rizzo ha presentato il suo libro. Il primo pensiero è stato di cordoglio, rivolto al quinto operaio della Thyssen Krupp, deceduto nelle prime ore del mattino.
Ha aperto gli interventi Mauro Gemma della redazione di Resistenze.org, che ha illustrato criticamente il percorso della Rifondazione Comunista, dalla sua nascita ad oggi, ravvisando nel progetto de "La Sinistra e l'Arcobaleno" la ripetizione, in piccolo, della Bolognina. Gemma riconosce nel lavoro di Rizzo, uno sforzo di analisi che contribuisce al confronto delle forze comuniste sia all'interno che al di fuori dei partiti che in Italia si richiamano al comunismo e che deve urgentemente condurre all'unità dei comunisti, non solo a livello nazionale ma anche internazionale.
La parola è passata a Gianni Vattimo, che a causa dell'acuirsi della divisione sociale tra ricchi e poveri spende il suo personale ravvedimento di "bravo ragazzo di origine cattolica, che sperava nel progresso della democrazia unita al mercato". Per Vattimo il libro di Rizzo è anche strumento programmatico in una prospettiva che vede esaurito il periodo dei partiti di lotta e di governo per una nuova fase di movimento di lotta autentica.
Marco Rizzo ha invitato alla lettura per alimentare un dibattito serio attorno all'opportunità e la necessità dell'unità dei comunisti senza la quale l'ambizione della sinistra si riduce a una politica filogovernativa, che vanifica la lotta per la trasformazione sociale e perpetua invece il modello capitalista. Un modello quest'ultimo - dice Marco Rizzo - che esaurisce le risorse disponibili e funziona solo per una piccola parte degli abitanti di questo pianeta, mentre la stragrande maggioranza della popolazione mondiale è ingannata dalla vuota promessa di un mondo migliore, irrealizzabile in un sistema basato sull'ineguaglianza e lo sfruttamento della classe lavoratrice. (www.pdcitorino.it)

 

Perchè ancora comunisti le ragioni di una scelta

 

Comunista? Ancora questa parola? Oggi, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino, com’è possibile farne il punto di riferimento per la propria azione politica? In queste pagine Marco Rizzo, anche con racconti personali e inediti su alcuni episodi della storia italiana, compie una riflessione sulla ricerca di una via per il superamento del capitalismo.
La storia dei comunisti è una storia breve, iniziata il secolo scorso. In alcuni momenti non furono molti, anzi a volte, come durante il fascismo, essi furono molto pochi, ma seppero trovare la forza di combattere e di non fermarsi.
Essere comunisti oggi significa battersi per la giustizia sociale, per un avvenire di pace, ma soprattutto non essere divorati dall’ambizione e dall’arrivismo, i due ingredienti più gettonati nell’agone politico odierno. Il comunismo può aver sbagliato, ma non è sbagliato!
È quindi necessario riaprire la questione comunista per ricostruire un punto di vista comune su alcuni temi fondamentali. Questo libro vuole essere un contributo per tessere un filo rosso, ma anche per innescare una vera politica di cambiamento al fine di creare un rinnovato conflitto di classe nel nostro Paese.«Più forti sono i comunisti, più forte sarà la sinistra perché, come dimostrano la storia e la realtà americana e inglese, dove non ci sono più i comunisti non esiste la sinistra.
L’unità a sinistra può essere utile, ma se il prezzo da pagare fosse la scomparsa di chi è più conseguentemente anticapitalista, cioè dei comunisti, non si sarebbe più nell’ambito dell’unità, bensì alla vittoria strategica della parte storicamente più moderata, e anch’essa perdente, del movimento operaio, quella socialdemocratica.
Siamo di sinistra, ma siamo anche qualcosa di più, siamo comunisti! Vogliamo ancora cambiare il mondo!»(www.bcdeditore.it novembre 2007)


Marco Rizzo ha 48 anni. Figlio di Armando, operaio alla FIAT Mirafiori, ha lavorato come magazziniere, giornalista pubblicista e docente nel campo della formazione professionale. Si è laureato come studente-lavoratore in Scienze Politiche all’Università di Torino, con una tesi sull’innovazione tecnologica in FIAT.
Ha militato nel movimento studentesco negli anni Settanta, ed è stato iscritto al PCI dal 1981.
Tra i fondatori di Rifondazione comunista, di cui è stato segretario della federazione di Torino, ha dato vita ai Giovani comunisti, divenendo poi coordinatore della segreteria nazionale del partito.
In seguito, assieme a Oliviero Diliberto e ad Armando Cossutta, ha fondato i Comunisti italiani, di cui è stato presidente del gruppo alla Camera ed è attualmente coordinatore della segreteria nazionale.
Oggi è deputato al Parlamento europeo.
 rizzopersonale@libero.it
   http://www.marcorizzo.eu

 

Bordertown

 

La città di Juarez, al confine tra Messico e Stati Uniti, è una delle principali vittime del BAFTA, il trattato che avrebbe dovuto portare lavoro nello stato latinoamericano limitando l'immigrazione negli States. Qui un personale a prevalenza femminile produce televisori, computer… che verranno poi venduti a prezzi contenuti negli Usa e nel mondo. Queste donne, in gran parte giovani, godono di poche garanzie sul piano lavorativo, e di nessuna su quello della dignità della persona. Centinaia di loro sono state infatti rapite, stuprate e uccise senza che le autorità locali andassero oltre le formalità di rito.
Gregory Nava, regista che afferma di essere nato nell'unica area al mondo in cui il Primo e il Terzo Mondo confinano, ha deciso di raccontare una storia di violenza quotidiana partendo da uno dei tanti casi venuti alla luce. Ci sono voluti sette anni perché il progetto divenisse un film finito; nel frattempo dinanzi ai due 00 i numeri delle vittime aumentavano: 3-4-5…
La polizia è stata più di ostacolo che di aiuto, e le difficoltà e le minacce nel corso delle riprese non sono mancate. Ne è nato un film di sincera denuncia che purtroppo deve fare i conti con lo star system. Senza la Lopez e senza Banderas sui manifesti Bordertown probabilmente non si sarebbe fatto. Perché il mercato reclama il rispetto delle sue leggi e non è sufficiente una giusta causa per arrivare sugli schermi di tutto il mondo. Ecco allora la bella giornalista che ritrova il direttore di un giornale senza macchia e senza paura che un tempo era stato un vero amore e che ora ha moglie e figli. Ecco il cattivo più cattivo con tanto di sfregi sul volto e il direttore di giornale (Martin Sheen) in bilico tra rispetto della professione e ossequio ai potenti. Con, in aggiunta, il ricco attraente e corrotto a cui bisogna sacrificare una notte di sesso per giungere allo scopo.
Vedendo Bordertown si rimpiangono alcuni film di denuncia americani (di un passato neppure troppo lontano) in cui forma e contenuto erano uniti da un patto di rigore che non ne ledeva la spettacolarità. Oggi sembra che questo sia molto più difficile da ottenere, ma non importa. Le operaie delle 'maquilladoras' debbono poter parlare di sé quotidianamente a un mondo globalizzato nel modo sbagliato. Quindi ben vengano i film come Bordertown. (www.mymovies.it)

 

Gomorra: viaggio nell'inferno napoletano


Un libro che racconta, come un romanzo aspro e feroce, il potere della camorra, la sua affermazione economica e finanziaria, e la sua potenza militare, la sua metamorfosi in comitato d’affari. Una scrittura in prima persona fatta dal luogo degli agguati, nei negozi e nelle fabbriche dei clan, raccogliendo testimonianze e leggende.

Questo incredibile, sconvolgente viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci "fresche", appena nate, che sotto le forme più svariate - pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi - arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate, si riversano fuori dai giganteschi container per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto, come creature sventrate, private delle viscere. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umano, vengono abusivamente "sversate" nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde - dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi - che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere ma testimoniano utopie farneticanti, pulsioni messianiche, millenarismi oscuri. Questa è oggi la camorra, anzi, il "Sistema", visto che la parola "camorra" nessuno la usa più.

Il libro di Roberto Saviano si apre con un’immagine, se volete, raccapricciante, disumana ma illuminante e spietatamente reale: un container che, nel porto di Napoli, si apre improvvisamente e vomita il suo carico lungo la banchina; centinaia di corpi di uomini e donne, giovani e anziani cinesi, congelati che, appena toccano il suolo si disintegrano in mille pezzi e che, con la massima solerzia, vengono raccolti e rimessi nel container. Ogni traccia sarà cancellata con rapidità da uomini laboriosi e coordinati come in un formicaio, e questa rimarrà solo un’immagine un momento nella mente del gruista del porto. Avevano messo i soldi da parte per tutta una vita, i lavoratori cinesi, per farsi seppellire nel loro paese, una volta morti. Ma cosa ne è della loro permanenza nel nostro Paese? Dove sono finiti i documenti che raccontano del loro passaggio nella nostra terra? Quelle persone sono vissute ma, come fossero degli highlander, non sono mai morte e i loro certificati o qualsiasi carta che comprovassela loro esistenza, diverranno un macabro testimone da passare alle nuove generazioni di cinesi che saranno reclutate dal ‘Sistema’.

Già il ‘Sistema’ una volta, ai tempi di Cutolo, si chiamava la nuova camorra organizzata ma oggi è un vero e proprio impero economico-finanziario che abbraccia e avvolge tra le sue spira qualsiasi attività produttiva del nostro Paese, per poi disseminare i suoi tentacoli in tutto il mondo, con esercizi e infrastrutture più o meno legali.

Leggere questo libro è sconvolgente, non soltanto perché Saviano racconta il ‘sistema’ con la lucidità del reporter e di chi vuole capire per conoscere il mostro con cui convive quotidianamente, ma anche perché dopo pochi capitoli ci si rende conto che qualsiasi oggetto, servizio, merce, bene di consumo noi acquistiamo – direttamente o indirettamente – vanno a finanziare la camorra. Non si tratta solo di droga, come qualcuno potrebbe pensare. E no!

Gli affari del sistema attraversano settori come: l’alta moda, il pret-a-porter, il commercio e la distribuzione del caffè e, in generale, i vari rifornimenti alimentari per gli eventi mediatici, le armi, l’attività edilizia, l’agricoltura e, addirittura, le vetrerie.

I clan decidono tutto, anche chi sei, quale rispetto meriti (se lo meriti), e che parte occupo nella mappa del conflitto. È una guerra che non viene marcata su nessuna cartina del Risiko mondiale ma che, in realtà, non ha nulla da ‘invidiare’ alle guerre intestine in Bosnia, Algeria o Somalia; anche noi, anche in questo vero e proprio conflitto possiamo annoverare la presenza di numerosi ‘bambini-soldato’: “ragazzini del sistema” con la loro dose di coraggio artificiale - inoculato tramite pasticche di MDMA che li porta oltre ogni limite di resistenza umana - e il ‘ferro’ (pistola) sotto il petto rigonfio a causa del giubbotto antiproiettile.

 

Sono l’assenza e l’assoluto silenzio le vere armi in mano al sistema; la camorra ne ha bisogno, con esse si nutre e cresce infiltrandosi nelle più profonde maglie del vivere quotidiano. Tutto è normale, non c’è nulla che non vada, è tutto a posto: è questo il motto della camorra, affinché lo spazio legale torni a ignorare i territori destinati alle attività criminali. È così che la gente si rassegna al mestiere di vivere: una condanna all’ergastolo, una pena da scontare attraverso un’esistenza feroce, senza un attimo di respiro.

 

Roberto Saviano è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1979. Fa parte del gruppo di ricercatori dell’Osservatorio sulla camorra e l’illegalità e collabora con il “Manifesto” e il “Corriere del Mezzogiorno”. “Gomorra” è il suo primo libro. (da Feltrinelli)

 

 

11 settembre made in Usa. La Fabbrica del Terrore

Giovedì 15 novembre alle ore 21.00, presso la sala della Casa Valdese in corso Vittorio Emanuele 23 a Torino

il Comitato Arci di Torino presenta il libro “11 settembre made in USA. La Fabbrica del Terrore”. Saranno presenti in sala l’autore Webster Griffin Tarpley e lo studioso e saggista Paolo Sensini; a moderare Vladimir Mastrogiacomo, referente del progetto ArciBookcrossing. Sono stati invitati a partecipare al dibattito Nicola Tranfaglia, deputato, giornalista, professore emerito di Storia Contemporanea, Università degli Studi di Torino e Angelo d’Orsi, professore di Storia del pensiero politico nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino.

                 Quello di Tarpley è un libro duro e brillante, un libro che toglie il velo su una delle pagine più controverse e nere della storia contemporanea. Quello che l’autore fa con questo libro è presentare le innumerevoli “questioni senza risposta” dell' 11 Settembre assieme a interpretazioni (risposte) su cosa può essere veramente accaduto e, soprattutto, su chi ne è il responsabile. Molte le recensioni eccellenti allo scritto di Tarpley, di seguito ne riportiamo alcune:  

Scritto in maniera brillante, anzi, direi eccelsa; non si riesce a smettere di leggerlo. Webster formula un giudizio devastante. Congratulazioni! Lo appoggio con tutto il cuore.

Andreas von Bülow, ex Ministro tedesco della Ricerca e delle Tecnologie. Ex commissario parlamentare sull’intelligence. Ha scritto Die CIA und der 11/9 

Leggere queste pagine significa affacciarsi su un incubo. Gli Stati Uniti sono in mano a un gruppo di pericolosi sovvertitori della pace mondiale. Né il “New York Times”, né il “Washington Post” hanno recensito il libro. Si presume che non lo faranno nemmeno i grandi giornali italiani. Che, infatti, hanno tutti mentito sull'11 settembre.

Giulietto Chiesa, parlamentare europeo e giornalista 

Con gran rammarico, concludo che questo libro di Tarpley è il più forte tra gli oltre 770 libri da me recensiti su Amazon, quasi tutti di saggistica. Devo concludere che l’11/9 è stato come minimo lasciato accadere come casus belli […]. Questo libro è, senza dubbio, il principale testo di riferimento moderno sul terrorismo di Stato, e anche il testo dove si suggerisce nel modo più puntuale che gli elementi canaglia nel governo USA […] sono i più colpevoli di terrorismo di Stato […] È innegabile che il Governo USA ha voluto uccidere i suoi stessi cittadini e ha voluto costruire attacchi per mobilitare l’opinione pubblica.

Robert D. Steele, ex alto ufficiale della Marina USA e spia della CIA, da sempre repubblicano, imprenditore e teorico dell’Intelligence e docente alla Marine Corps University. È recensore n. 1 della non-fiction di Amazon.com 

Arrivato alla quarta edizione negli Stati Uniti, La fabbrica del terrore è un libro che compie un salto di qualità nelle indagini alternative sull’11/9 e sugli altri atti di terrorismo che hanno scosso il mondo negli ultimi anni: dopo le denunce delle molte incongruenze presenti nelle versioni ufficiali, Webster Tarpley offre una ricostruzione riccamente documentata sull’azione dei servizi segreti e dei loro mandanti nel perseguire interessi strategici ben precisi.

Franco Cardini, storico, docente all’Università di Firenze 

Tarpley ha creato un genere del tutto nuovo […] paragonando le tecniche utilizzate dalle agenzie di Intelligence statunitensi nella creazione dell’11/9 e i metodi usati in passato dall’Intelligence USA. […] Si continuerà a tornare su questo libro per sollevare nuove domande lungo questa linea d’indagine.

Thierry Meyssan, ex segretario nazionale dei radicali di sinistra francesi. Presidente del “Réseau Voltaire”, autore dei bestseller L’incredibile menzogna e Il Pentagate

Webster Griffin Tarpley è uno storico, giornalista investigativo ed è considerato uno dei più arditi e iconoclastici "spifferatori" dei segreti politici statunitensi. Ha conquistato le del pubblico con il libro, scritto a quattro mani con Anton Chaitkin, riguardante la biografia non autorizzata di Bush George Bush: The Unauthorized Biography, 1992. Nel 2005, il suo libro 9/11 Synthetic Terror: Made in USA è diventato un best seller fra i libri sui fatti dell’11 settembre 2001.

Bibliografia:

Chi ha ucciso Aldo Moro? (1978), George Bush: The Unauthorized Biography (1992. Ristampato nel 2004), Against Oligarchy (1996), Surviving the Cataclysm: Your Guide through the Worst Financial Crisis in Human History (1999), 9/11 Synthetic Terror: Made in USA (2005), Postfazione di Thierry Meyssan, quarta edizione (maggio 2007).  

Paolo Sensini, studioso e saggista, è attualmente impegnato in una ricerca sui fondamenti socioeconomici del mondo presente. Curatore dell'opera completa di Bruno Rizzi, di cui ha già pubblicato i lavori più importanti (La burocratizzazione del mondo, Milano 2002 e La rovina antica e l'età feudale, Lungro di Cosenza, 2006), ha mandato proprio in questi giorni in libreria  uno dei testi fondamentali, tutt'ora inedito in italiano, per capire le origini del totalitarismo passato ma anche presente: Ante Ciliga, Nel paese della grande menzogna. URSS 1926-1935, Jaca Book, Milano 2007.


Nicola Tranfaglia, deputato, giornalista, professore emerito di Storia Contemporanea, Università degli Studi di Torino. Studioso di storia della mafia, del fascismo, del giornalismo, già editorialista di Stampa e Repubblica. Tra i suoi ultimi libri: Un passato scomodo. Fascismo e postfascismo, Andare a sinistra, perché? Riflessioni sulla grande trasformazione, La stampa del regime 1932-1943. Le veline del Minculpop per orientare l'informazione. 

Angelo d'Orsi è professore di Storia del pensiero politico nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino. Tra i suoi ultimi libri: I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad, Piccolo manuale di storiografia. 

Vladimir Mastrogiacomo, socio di Altera-generatore di pensieri in movimento, tra i referenti di ArciBookcrossing, progetto per la promozione della lettura e del bookcrossing.(www.arcitorino.it 6 novembre 2007)


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9/11 Synthetic Terror. Made in USA", ("La Fabbrica del Terrore", Arianna Editrice) è uno dei più apprezzati libri d'oltreoceano sull'11 settembre. Ed è un libro che qui in Italia dovrebbe essere letto con molta attenzione dal momento che l'autore, Webster Griffin Tarpley (biografia), si è fatto le ossa studiando il terrorismo di stato proprio a casa nostra. Era il 1978 quando il membro della DC (e vice ministro degli interni) Giuseppe Zamberletti chiese a Tarpley, giovane giornalista della Executive Intelligence Review, di approfondire quella che già appariva a tutti come una vicenda molto poco chiara: il rapimento e l'uccisione da parte delle BR del leader democristiano Aldo Moro. Inutile riepilogare qui tutti i "conti che non tornano" nella vicenda della morte dello statista che, primo nell' Europa colonizzata dagli USA, voleva portare al governo il Partito Comunista per far avanzare il paese sotto la spinta comune delle due sue maggiori forze politiche: la Democrazia Cristiana e, appunto, il PCI.

Sono serviti decine di libri e le centinaia di pagine degli atti di varie commissioni parlamentari per elencare tutti i punti oscuri: dalle minacce di morte che Moro ricevette da quel f
arabutto di Kissinger in persona alle incredibili capacità militari dei brigatisti e alle altrettanto incredibili "sfortune" delle forze dell'ordine e dei servizi, al tempo interamente comandati da membri della P2. Basti ricordare che il covo del capo brigatista Moretti era in uno stabile in cui molti appartamenti erano di proprietà dei nostri servizi segreti e che sulla scena dell'agguato furono trovati bossoli provenienti da un deposito NATO di GLADIO. Tarpley capì, e già nel 1978 scrisse "Chi ha ucciso Aldo Moro?".

Capì che le BR erano state infiltrate e ‘dirottate' dai servizi e che i veri responsabili della vicenda erano ancora nell'ombra, mentre in pasto ai media e alle galere venivano date le spendibili pedine brigatiste che, da sole, avrebbero combinato poco o nulla. Grazie a questa fondamentale esperienza sul campo e al suo approfondito studio della vita criminale di George Bush padre ("George Bush: the Unauthorized Biography", 1992) Tarpley è diventato un'autorità per quel che riguarda il terrorismo ‘false flag' e i veri meccanismi che agiscono dietro le quinte dei governi.

Il seguente passaggio renderà chiaro perché la lunga esperienza ha spinto Tarpley ad un atteggiamento verso l'11 Settembre differente da quello di molti altri autori:

"Il movimento per la verità sull' 11 Settembre è stato reso zoppicante da coloro che continuano a rendere la questione delle "domande senza risposta" [sull'11-9 ] il loro argomento centrale. Ci si potrebbe immaginare che, quando arriverà il giorno del giudizio, e l'arcangelo Gabriele suonerà la sua tromba per annunciare la resurrezione, alcuni sciocchi attivisti salteranno fuori dalle loro tombe per ripetere le loro domande ancora senza risposta. Tre anni e più dopo l'11-9 è il momento di elaborare qualche risposta."

E ciò che Tarpley cerca di fare nel suo voluminoso "9/11 Synthetic Terror. Made in USA" è presentare le innumerevoli ‘questioni senza risposta' dell' 11 Settembre assieme a interpretazioni, ‘risposte', su cosa può essere veramente accaduto e, soprattutto, chi ne è il responsabile. Per apprezzare il dettaglio e la completezza delle argomentazioni presentate da Tarpley è ovviamente necessario affrontare la lettura della sua opera, lettura che si presenta in ogni caso agevole grazie alla chiarezza delle argomentazioni. Nondimeno cercherò di tracciare qui di seguito i punti principali delle ‘risposte' suggerite da Tarpley.

Riprendendo quanto già suggerito da Meyssan e anche da Blondet, la tesi di fondo di Tarpley è che l' 11 Settembre sia stato un colpo di stato con cui una fazione "canaglia" dell'establishment militare, politico e dell'intelligence ha messo con le spalle al muro chiunque esitasse a intraprendere quelle spregiudicate politiche volte a conservare e incrementare l'egemonia USA, e a far uscire il paese dalla pericolosa situazione di crisi e stallo evidente alla fine degli anni '90. Tra i sintomi di questa crisi spiccano la potenziale fine dell'egemonia del dollaro con il possibile passaggio dai petro-dollari ai petro-euro (come proposto, tra i primi, proprio da Saddam Hussein) e il crescente antagonismo con la Cina e la risorta potenza russa. E' abbastanza facile notare come l'11 Settembre abbia consentito una politica estera aggressiva e militarista i cui effetti sono stati in primo luogo l'accerchiamento in Asia Centrale della Russia e il ‘contenimento' della Cina, spese militari alle stelle così come la possibilità di mettere le mani sulle strategiche risorse mediorientali e frenare possibili tentativi di sganciare la produzione petrolifera dalla vendita in dollari.

Ma come è stato possibile mettere in atto gli attacchi dell' 11 Settembre? Tarpley illustra e spiega in dettaglio, in interessanti capitoli storici che affrontano i maggiori atti di terrorismo di stato del passato (dal Gunpowder Plot del 1605 all'affondamento del Maine al terrorismo che ha coinvolto l'Europa e l'Italia nella "strategia della tensione"), lo schema base utilizzato dal potere costituito per ingannare e intimorire le popolazioni con operazioni ‘false flag'. E' uno schema, manovrato dai mandanti, nel caso dell'11 Settembre la fazione ‘golpista' dell'establishment USA, che si regge su tre attori principali: una rete di infiltrati nelle istituzioni, nelle forze armate e nell'intelligence, una rete di patsies, termine che potremmo tradurre tanto con ‘pedine' che con ‘utili idioti' (i Lee Harvey Oswald della situazione), nel caso dell' 11-9 i presunti dirottatori o comunque quei personaggi mediorientali, del tutto incapaci, che si sono fatti notare nelle scuole di volo e su cui si è potuta scaricare la responsabilità degli attentati. E infine, il terzo attore, una rete di ‘commandos', uomini ultra specializzati, privi di scrupoli e pronti a tutto: a impiantare le cariche esplosive nelle torri o a lanciare un missile cruise sul Pentagono.

Per chiarire riprendiamo per un attimo l'analogia col terrorismo di casa nostra: i terroristi neri e le BR (almeno quelli "in buona fede") erano le utili pedine per prendere parte agli attentati e soprattutto assumersene la responsabilità, manovrati da un ‘governo ombra' (la P2, Gelli, i vertici militari e politici consapevoli di quanto accadeva) tramite una rete di infiltrati (ad es. i cosiddetti "servizi deviati"), spesso a conoscenza solo di una piccola parte del piano, o persino tramite altri attori inconsapevoli. Infine dei commandos (spesso membri di GLADIO – ‘Stay Behind') o dei doppiogiochisti infiltrati nelle organizzazioni terroristiche si occupavano della parte esecutiva della "strategia della tensione".

Nel disegno. Uno schema del funzionamento di un governo-ombra che, dai circoli del potere politico e finanziario, mette in atto il terrorismo false flag servendosi delle 'moles' (infiltrati negli apparati statali) e di varie tecniche, come l'impiego di esercitazioni di copertura e di pedine a cui dare la colpa degli attentati.

Nel caso dell' 11 Settembre, Tarpley documenta in maniera approfondita come le innumerevoli esercitazioni, militari e antiterrorismo, abbiano fornito l'occasione per poter compiere con successo gli attentati, manovrando l'intero apparato di difesa verso l'inattività, e dando copertura alle vere azioni terroristiche. Una parte fondamentale del complotto che viene analizzata in dettaglio, per la prima volta, da Tarpley è quella delle possibili minacce a Bush e all'Air Force One. Secondo Tarpley infatti Bush, a differenza di Dick Cheney, non ricopriva un ruolo attivo negli attentati (chi avrebbe affidato un ruolo a un cretino simile?) ma è stato oggetto di azioni intimidatorie con cui la fazione ‘canaglia' del governo USA (di cui probabilmente fa parte il vicepresidente) ha voluto rendere chiare la sua intenzione di prendere in mano il controllo totale della politica USA. Molti di noi si ricorderanno della storia, presto scomparsa dai giornali, dei messaggi in codice ("angel is next") ricevuti dall'Air Force One e volti a sottolineare la potenza e le capacità di coloro che erano dietro agli attacchi allora in corso, e che si trovavano con ogni probabilità ai vertici dell'establishment USA più che all'interno di una grotta afghana. Tarpley sottolinea come una parte del piano golpista fosse la minaccia di usare l'arsenale atomico e scatenare un pericoloso confronto militare con la Russia. In questa ottica va vista la telefonata di Putin a Bush con cui l'ex colonnello del KGB volle, probabilmente, far capire che era consapevole di ciò che stava realmente accadendo e che non avrebbe reagito a provocazioni.

Anche il successivo episodio degli attacchi con l'antrace, ormai scomparso dai media perché irreversibilmente collegabile proprio alle forze armate USA e ai suoi stabilimenti batteriologici di Fort Detrick nel Maryland, costituisce una parte del piano di intimidazione (del Congresso soprattutto) e di presa del potere da parte della fazione golpista.

Tarpley affronta questa complicata vicenda con atteggiamento analitico-deduttivo e basandosi su avvenimenti analoghi oramai appurati dalla storiografia ufficiale. C'è dunque da dire che un'analisi sul campo volta a portare davanti alla giustizia gli autori degli attentati non potrebbe esimersi dall'affrontare le ipotesi tracciate da Tarpley. Tali ipotesi, a differenza di quanto affermano i critici del movimento per la verità sull'11 settembre, sono tutt'altro che inverificabili. Basterebbe ad esempio tirare fuori dagli archivi i documenti sulla catena di comando delle esercitazioni miltari dell'11 settembre (Amalgam Virgo, Vigilant Guardian, Vigilant Warrior e ben altre 13 simulazioni di attacco o mobilitazioni simulate) o analizzare l'iter burocratico con cui si sono insabbiate le inchieste di quegli agenti dell'FBI (ad es. Kenneth Williams e Colleen Rowley) che avevano iniziato indagini sulle ‘pedine' al-qaediste che si istruivano (con comici risultati del resto) nelle scuole di volo della Florida. Si scoperchierebbe così il verminaio degli infiltrati che all'interno delle istituzioni hanno appoggiato la fazione golpista. Si troverebbe probabilmente l'equivalente in grande di quella patetica serie di faccendieri, spioni, avventurieri, massoni, piduisti, ufficiali infedeli che ha insanguinato l'Italia con le stragi e gli omicidi di stato e che è ormai parte della storiografia ufficiale del nostro novecento.

In definitiva vale la pena leggere "9/11 Synthetic Terror. Made in USA" proprio per mettere queste brillanti chiavi interpretative accanto alla minuziosa ricerca di "domande senza risposta" portata avanti da molti autori come Griffin o Ahmed. Inoltre lo stile disincantato e venato di umorismo di Tarpley e la sua profonda conoscenza della storia, americana e non solo, e della politica contemporanea arricchiscono ulteriormente questa importante opera.(
Di Alcenero. Tratto da www.comedonchisciotte.org)

 

 

"Io, eterno alunno"

Parla Flavio Oreglio

di Antonella De Biasi

 
«Mandano in onda immondizia perché la gente vuole questo oppure la gente diventa così perché si trasmette loro immondizia? Di chi è la responsabilità? Per me è comunque di chi propone. Questo è un dato di fatto». Non sono le parole di Franca Ciampi, ma di un attore comico che conosce bene la tv e la fa anche con successo, oltre a occuparsi di musica, recitare in teatro e scrivere. Flavio Oreglio, quello de «il momento è catartico», dopo due anni torna sul palco di Zelig e, quasi in contemporanea, sforna un nuovo libro Non è stato facile cadere così in basso (edizioni Bompiani), ideale seguito di Siamo una massa di ignoranti. Parliamone che ha avuto grande successo. «Io non ci sto - continua l’attore - se il pubblico vuole delle cazzate io non le faccio. Il mio pubblico mi permette di portare avanti un discorso critico». Oreglio è deciso in quello che dice e che scrive, curioso, attento, ha preso davvero a cuore il tema dell’ignoranza, parla come un fiume in piena, sembra quasi un avvocato che arringa la giuria per quanto è appassionato dei temi che affronta. «Voglio diventare il più grande luminare dell’ignoranza che c’è in circolazione. Voglio una cattedra di ignoranza all’università!»
Che cosa ne pensi del “grillismo” e del ruolo che in questo momento hanno i comici?
Giudico positivamente il lavoro che stanno facendo alcuni personaggi, Grillo a modo suo. Certo speriamo che poi si crei anche qualcosa di concreto. A livello sociopolitico ho individuato l’ignoranza come non conoscenza e con questo concordo con le tesi di Grillo, cioè bisogna conoscere le cose perché il contrario di ignoranza non è deficienza, ma è conoscenza. Il problema di oggi è che non tutti hanno gli strumenti critici per capire fino in fondo certi discorsi, però bisogna pur cominciare.
Tu dici che uno stupido è come un diamante: è per sempre... Chi sono gli stupidi oggi?
Noi viviamo in un mondo multiforme e le analisi le facciamo partendo da punti di vista diversi. Trovo che si debba denunciare che non c’è criticità e c’è questa idiozia dilagante. Nel momento in cui vedi che hanno un grosso successo trasmissioni tv che non hanno alcun senso vuol dire che dall’altra parte c’è un pubblico che ascolta e che non le rifiuta. Con la legge dell’audience basterebbe che queste trasmissioni avessero un leggero calo di ascolti e non esisterebbero più.
Quindi ci deve essere anche una specie di etica nel fare spettacolo?
Ci sono i comici che raccontano per far ridere e quelli che fanno ridere per raccontare, alla fine c’è sempre uno sul palco che parla e della gente che ascolta e che ride. Ma è una cosa diversa, se uno sale sul palco vuole raccontare delle cose, vuole stimolare sui contenuti. Credo che far ridere non sia difficile, però un comico dovrebbe sempre chiedersi: ma la gente sta ridendo per me o di me? Oggi ci sono cose che vengono spacciate per comiche ma sono solo ridicole. Sta anche al buon gusto di chi propone anche se non è necessario sempre parlare dei massimi sistemi.
A proposito di cattivo gusto, in politica, pensavo alle recenti sparate di Storace su Rita Levi Montalcini. Forse la comicità è anche lo specchio di un Paese… Dopo queste tue riflessioni non hai la tentazione di entrare in politica?
Io arrivo dalla politica, sono stato consigliere comunale per due legislature nel paese in cui vivo, Peschiera Borromeo, in provincia di Milano, con una lista civica alleata con partiti di centrosinistra. Ero un indipendente del Pci alle elezioni del ’90, poi ho assistito alla trasformazione del Pc in Pds e Ds. Sono per il mantenimento delle idee e secondo me oggi manca proprio questo, l’idealità. Queste cose le sto elaborando, le dirò prossimamente, quindi non è escluso che ci possa essere anche un futuro di questo genere per me.
Allora la ricetta contro l’ignoranza è non spegnere il cervello?
Sì, certo, questo è quello che ci diciamo, ma si può autoriformare dall’interno un sistema? Tutti dicono sì, coi correttivi ecc. ma io penso, per esempio, alla scuola che è la prima cosa. Gli studenti stanno cinque ore al giorno con uno che gli sta sulle palle e poi tutto il resto della loro vita è a contatto con la tv, con la strada ecc. Allora io dico che la scuola deve dare ai ragazzi gli strumenti per capire la realtà nella quale vivono, bisogna partire dal quotidiano e da lì poi spiegare geografia, storia e tutto il resto. L’insegnamento è un’arte, è comunicazione. Se non formiamo i giovani, in futuro avremo gente che dovrà essere recuperata perché, mentre noi discutiamo di queste cose, la vita va avanti. Critico tanto la scuola perché la amo, sono un eterno alunno. (La Rinascita della sinistra 25 ottobre 2007)
 

Premio giornalistico-letterario

 

La terza edizione del premio giornalistico-letterario Marenostrum, organizzato a Viareggio dall’associazione Puntocritico, come di consueto ha visto la presenza di un  folto pubblico, e, fra le altre, di testate giornalistiche come La Repubblica-Metropoli, L’Unità, La Rinascita della Sinistra, As-Safir e dei mass media locali, a riprova dell’importanza sempre crescente che esso sta assumendo nel panorama nazionale. 

Il vincitore della sezione letteraria è stato lo scrittore greco Christos Giannalopoulos con l’opera “Raduni rock”, un racconto di contaminazione culturale nel quale alcune perone conosciute o appena sfiorate si ripresenteno nella memoria con lo spessore di un personaggio ed eventi quasi dimenticati assumono l’importanza del mito.

La vincitrice della sezione giornalistica è stata la camerunese Genevieve Makaping, giornalista che vive in Calabria, prima migrante che ha ricoperto fino a pochi giorni fa il ruolo di un quotidiano italiano e ore lavora in una televisione. La Makaping ha ricordato l’importanza della parola anche battaglia contro il razzismo ma anche contro la N’drangheta calabrese e le mafie in  genere. 

Per la sezione “Solidarietà” il premio è andato alla coraggiosa e determinata deputata afgana Malalay Joya. Una giovane donna che è già scampata a vari tentativi di assassinio per la sua denuncia ferma prima contro i talebani e poi contro il corrotto governo Karzai. Una voce libera e forte al fianco del popolo afgano e per l’autodeterminazione delle donne del suo paese. 

Per la sezione Diritti Umani “Tom Benetollo” il riconoscimento è andato al grande scrittore uruguayano Eduardo Galeano. Nel suo intervento, che ha toccato con la sua grande capacità di uomo di sinistra e grande letterato le corde piu’ profonde del numeroso pubblico presente, egli ha con poesia ripercorso un pezzo della storia dell’America Latina attraverso suggestive parole che proponevano la necessità di supportare il progetto progressista che si sta realizzando in questi anni in Latinoamerica. 

Emozionante anche la inedita sezione riservata al ricordo del giornalista Stefano Chiarini, membro della giuria del premio e scomparso recentemente. Insieme al “Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila”, di cui egli è stato il fondatore, abbiamo realizzato un riconoscimento che è andato al direttore di As-Safir Talal Salman. As Safir è il piu’ importante quotidiano libanese, in lingua araba, e per lui il premio è stato ritirato dal giornalista Talal Khrais. 

Una grande sorpresa è stata la presenza alla manifestazione di premiazione di Gianni Minà. Il pubblico ne ha richiesto l’intervento suggellando la fine del suo discorso con un applauso lunghissimo e una vera e propria standing ovation.Particolarmente gradita è stata anche la bellissima mostra fotografica di Graziano Bartolini che con la sua “Sguardi dal mondo” ha suscitato grande impressione per la bellezza dei volti e dei contesti fotografati nei quali egli ha colto visi, speranze, dolori e solidarietà di una umanità sofferente ma mai rassegnata alla sconfitta. Il giorno prima della manifestazione c’è stato l’incontro delle scuole viareggine con Malaly Joya che ha portato in sala di rappresentanza del municipio oltre 300 studenti. L’incontro è stato co-organizzato con “I volti della pace” del comune di Viareggio.Inoltre, una buona presenza di pubblico anche alla sera del venerdi per la proiezione del film del regista palestinese Mohammed Bakri “ Da quando te ne sei andato” introdotto da Maurizio Musolino e Monica Maurer.Per tutti l’appuntamento è con la quarta edizione che si svolgerà nel mese di ottobre del 2008.Il Comitato di Gestione del Premio: Paolo Annale,Andrea Genovali,Maria Teresa Martina (Puntocritico 12 ottobre 2007)

 

I diari della motocicletta

di Vittorio Renzi

Chi era Ernesto Guevara prima di diventare “El Che?” prima della rivoluzione cubana? Di quali ideali si è nutrito da giovane? E come è arrivato a interessarsi dei problemi sociali e politici dell’America latina? Il nuovo film di Walter Salles (Central do Brasil), risponde a queste e ad altre domande intessendo un racconto di formazione per immagini nella forma di un road movie che è anche un percorso interiore, un movimento dell’anima che procede per tappe, curve, cadute, giri e ripensamenti. Come diceva Kerouac nel suo romanzo più celebre, “è illusorio pensare che il viaggio sia una sorta di linea rossa che ti porta dritto da un punto A verso un punto B. Il viaggio (quello vero) è un’incognita, uno spaesamento, un tornare al punto di partenza, dove tutto è uguale a prima e al tempo stesso tutto diverso".
  É quello che accade al giovane argentino di Buenos Aires, Ernesto Guevara (Gael García Bernal), laureando il leprologia e malato di asma, che a 23 anni decide di partire insieme all’amico Alberto Granado (Rodrigo de la Serna) alla volta del Venezuela su una vecchia moto, una Norton 500 spavaldamente rinominata la “poderosa”.
  Il viaggio, della durata prevista di otto mesi e che durerà invece più di un anno, li porterà in Patagonia e da lì in Cile lungo la cordigliera delle Ande fino a Cuzco e a Machu Picchu, per giungere sulle rive del Rio delle Amazzoni, a San Pablo, dove si trova una colonia di lebbrosi. Qui i due amici passeranno un paio di settimane dedicandosi al volontariato. Alla fine Granado si recherà a Caracas per lavorare in un ospedale, mentre Guevara farà ritorno al suo paese confuso e senza più una direzione chiara da prendere. Il suo secondo viaggio, al termine del quale incontrerà Raul e Fidel Castro, rimane fuori campo, affidato alle scritte in sovrimpressione.
Il film è stato girato quasi interamente nelle location originarie narrate nei diari di entrambi. Il viaggio iniziò nel 1952. Essi non sapevano praticamente nulla del loro continente, si trattò di una vera e propria scoperta delle loro radici, ma anche dei popoli e delle condizioni in cui versavano.
 In particolare, ciò che viene a incidersi dentro il giovane Guevara è la profonda consapevolezza della condizione di “meticciato” dell’intero continente le cui razze sono ormai talmente intrecciate tra loro da aver costituito un unico popolo, “dal Messico allo stretto di Magellano”, con le stesse origini, gli stessi problemi, le stesse ingiustizie sociali. Una realtà che gli appare traumaticamente evidente e dinnanzi alla quale non potrà più chiudere gli occhi.
Il film di Salles (prodotto tra gli altri da Robert Redford) è di una semplicità disarmante. Nonostante le tappe del racconto siano ben documentate da diverse fonti (oltre ai libri, gli incontri con la famiglia Guevara e con lo stesso Alberto Granado), il film non sembra, ne vuole sembrare, un documentario. Possiamo anzi dire che Salles e lo sceneggiatore José Rivera senza esitare prendono le distanze dall’icona del “Che” che tutti conoscono (o credono di conoscere), resa quasi statica e immutabile dal mito, per riscoprire il ragazzo che fu: un giovane come tanti altri, allegro, sensibile e onesto. Un film pieno di momenti divertenti, di goliardia che ci proietta in una dimensione umana, senza tentazioni agiografiche, aiutato in questo dalla bravura di entrambi gli interpreti, in particolare Bernal. Una normalità che però rischia più volte di scivolare nella banalità.
  La regia, impostata su un registro di trasparenza, incappa spesso nel bozzettismo, in situazioni ripetitive e stereotipate sull’amicizia e la complicità virile, fatta di bevute, battibecchi e tresche, alla ricerca di un cinema di istanti, di quei momenti speciali perché densi di vita, destinati a farsi memoria. Fino ad arrivare all’ultima, superflua, inquadratura del film: lo sguardo del vero Alberto Granado, ormai ultraottantenne, si fissa malinconico e solenne sul volo di un aereo al tramonto, in un intenso, ultimo saluto al suo vecchio compagno morto oltre mezzo secolo prima.
  Un film che ad ogni modo offre uno sguardo originale e interessante sulla giovinezza di uno dei personaggi più amati e idealizzati del XX secolo.(CineClik Recensioni)

Alberto Granado, protagonista rappresentato ne "I diari della motocicletta", ha detto con chiarezza disarmante come sarebbe censurabile porre l'esempio di Guevara "al di sopra della realtà".

"Troppo spesso amici in buona fede e nemici per interesse tendono ad elevare la figura di Guevara oltre i limiti umani, tanto che non pare possibile seguirne l'esempio".

Attualizzare Guevara è un compito che va oltre due opere cinematografiche, è un'attività passionale che non ha bisogno di capriole nella linea del tempo e che semmai richiede solo d'indietreggiare e non d'andare oltre (Si queremos un modelo de hombre que no pertenece a este tiempo, un modelo de hombre que pertenece al futuro. Ese modelo es el Che). E credo pure che l'esempio di Guevara, mai morto, non sia meno attuale oggi di ieri, nelle terre dei grandi dimenticati come in quella parte del mondo occidentale persa oggi in forme di governo che alla sovranità popolare han sostituito la dittatura della sovrastruttura economica. Per evitare di scivolare nell'astratto, quantunque modesto e istintuale: l'Italia di oggi non ha bisogno che di una Rivoluzione, in grado d'andare più a fondo di una qualunque e criminosa rivoluzione armata in periodo di pace: una Rivoluzione culturale che il riformismo sa solo abbozzare, dando l'idea di un passo avanti che non è mai senza un passo indietro. Una Rivoluzione culturale come obiettivo storico.(Webrebelde)

 

Un freak tra i grandi

 

di Maurizio Ermisino

E' diventato famoso per Batman, ma se dovessimo scommettere sul suo supereroe preferito, punteremmo sul bambino Supermacchia, una creatura del suo libro di favole Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie. Un bambino che a ogni movimento si sporca, diventando un’enorme macchia Imagenera. E’ uno dei dettagli che ci fa capire chi è Tim Burton. Un anticonformista, un cantore del diverso. «Mi piacciono le persone che hanno un aspetto strano, non so perché», ci ha raccontato a Venezia, dove è stato premiato con il Leone d’Oro alla carriera.
Diverso dagli altri lo è sempre stato anche lui. Anche quando lavorava ai film d’animazione della Disney, e se ne andò perché il suo lavoro non era in linea con le direttive della casa di Topolino, perché i suoi personaggi erano troppo poco rassicuranti. Burton ha fatto della sua diversità una bandiera, e dell’empatia con il diverso la sua poetica, facendoci sentire vicini al “mostro” come mai era successo al cinema da Freaks di Tod Browning. Lo sguardo sconsolato di Johnny Depp in Edward mani di forbice, quando dice «non mi ha finito», mostrando le cesoie che ha al posto delle mani, soffrendo per la sua imperfezione, potrebbe essere il suo. Essere dalla parte dei diversi vuol dire essere dalla parte degli ultimi: come il peggior regista di tutti i tempi, Ed Wood, che girava con mezzi di fortuna ed era ossessionato dai golfini di angora rosa, a cui Burton ha dedicato un film memorabile.
«Mi sono sempre sentito fortunato, perché non sono stato mai classificato con precisione, né come cineasta indipendente, né come regista degli studios. Sono sempre riuscito a navigare in acque oscure e in questo modo mi sono sentito più libero», ha detto. Anche quando si è confrontato con i blockbuster Burton è riuscito a imprimere la sua impronta: i veri protagonisti di Batman Returns erano i “cattivi”, il deforme Pinguino, abbandonato dai genitori per il suo aspetto, e la schizofrenica Donna Gatto. Burton è riuscito a farcire con un ripieno agrodolce anche l’edulcorata favola di Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato. Rispetto al libro e al primo film che ne era stato tratto, ha capovolto il punto di vista: non gli interessa il bambino che visita la fabbrica, ma il cioccolatiere Willy Wonka, a suo tempo bambino infelice a causa di un padre dentista che gli vietava i dolci, e cresciuto disadattato e diffidente. Anche Il Pianeta delle scimmie, altro remake, diventa occasione per smettere i nostri panni e immedesimarci in quelli di una specie che non è padrona sul proprio pianeta, ma oppressa.
Quello di Burton è un mondo capovolto. In The Nightmare Before Christmas, capolavoro di animazione in Stop Motion, la sua simpatia va al mondo di Halloween, che preferisce a quello del Natale. D’altra parte, il vestito di Babbo Natale è così perché lo voleva la Coca Cola… Ne La sposa cadavere il mondo dei vivi è freddo, grigio, ingessato nei rituali borghesi, e quello dei morti è chiassoso, colorato e allegro. Come a dire che solo liberandoci dalle convenzioni possiamo essere liberi, senza freni.
Quelle di Burton sono delle bellissime fiabe gotiche. «Di fiabe non ne ho lette tante, le mie fiabe erano i film con i mostri», ha detto. «Mi piacciono però le fiabe folkloristiche per il loro simbolismo, quella fantasia mescolata alla realtà». Non ne ha lette, ma le sa raccontare, con l’immaginazione sfrenata di un fanciullo. E questo nonostante non sia uno sceneggiatore. «Non ho mai scritto una sceneggiatura, ma per me è sempre stato importante far sembrare che fosse la mia sceneggiatura», ha spiegato. «Mi piace avere chi scrive, perché mi permette di vedere le cose dall’esterno. Per me importante sentire quello che sta facendo, in modo che il risultato sia personale». Big Fish infatti è uno straordinario omaggio all’arte di raccontare, di colorare la verità per rendere meno grigia la vita. «Alla fine, a furia di raccontare una storia, si diventa quella storia», sentiamo dire nel film. E Burton, capelli scapigliati e occhiali scuri, sembra un personaggio dei suoi film.
A consegnargli il Leone c’era Johnny Depp, alter ego in molti suoi film. «E’ molto bello lavorare con lui - ha detto Burton - mi piacciono gli attori che amano diventare i loro personaggi, mentre alcuni attori fanno solo se stessi. A me piace chi sa fare cose diverse. Johnny in Edward mani di forbice non parlava, in Ed Wood non smetteva mai di parlare, nel prossimo film addirittura canta». Nelle sue storie ognuno dei suoi freaks trova il proprio posto nel mondo. Anche Tim Burton l’ha trovato. Tra i grandi del cinema.
(La Rinascita della sinistra 14 settembre 2007)

 

Figli di un dio minore

di E. S.

Tra errori, equivoci, beffe e un solido e sorridente pessimismo della ragione, lo scrittore nonché magistrato Giancarlo De Cataldo qualche anno fa raccontava in un libro, dal titolo "Minima criminalia",  una serie di suggestive storie di vita raccolte in brevi capitoli. Quella che agli esordi si rivelò una tra le più felici prove narrative dell'autore di "Romanzo criminale", venne scritta con curiosità e simpatia verso un'umanità invisibile, rissosa, malmenata, coatta, che sopravvive a ogni perdita di illusioni; il libro di De Cataldo racconta infatti di un carcere italiano che si rivela ben presto un "infernaccio", dove nessuno o quasi vuole farsi redimere, volgendo in narrazione la sua esperienza di magistrato e giudice di sorveglianza.

Una galleria di sorprendenti personaggi, insomma, che quasi costringono a formulare una riflessione impegnata sulla giustizia italiana e su tutto quello che lo stato e la società civile non devono fare, se vogliono veramente cambiare le regole del gioco.Abbiamo ripensato a questo libro non per caso. Torna alla mente dopo la linea dura decisa contro i giovanissimi ladri e gli scippatori, stabilita dalla IV sezione penale della Corte di Cassazione, che con una sua sentenza dà il semaforo verde alla custodia cautelare contro i minorenni accusati di furti in appartamento o scippi per strada. La Corte di Cassazione ha infatti annullato l'ordinanza con la quale il gip presso il Tribunale per i minorenni di Roma aveva respinto la richiesta di convalida dell'arresto di una nomade adolescente, sorpresa a rubare in un appartamento romano, sostenendo che la misura cautelare non era applicabile per questo genere di reati.

Ora, invece, secondo la Cassazione "i reati di furto, aggravati perché commessi in abitazione o con strappo" fanno scattare la custodia cautelare in quanto aventi "l'aggravante incorporata" dalla modalità stessa di commissione del reato. La sentenza costringe dunque il Tribunale dei minorenni di Roma a rivedere la decisione con la quale, lo scorso 23 gennaio, rimise in libertà Romina N., minorenne: la Suprema Corte è stata di diverso avviso e ha annullato con rinvio al Tribunale per i minorenni di Roma, che dovrà adottare la "linea dura" nei confronti dei giovanissimi ladri d'appartamento e gli scippatori. Ma sull'applicabilità o meno del carcere preventivo ai minori accusati di furto o scippo, la Cassazione ha prodotto due filoni giurisprudenziali in netto contrasto tra loro e mai risolti, finora, dalle Sezioni Unite.Tecnicamente, la custodia cautelare non sarebbe applicabile nei confronti dei minorenni che rubano e scippano. Il carcere preventivo per tali reati, non sarebbe infatti espressamente richiamato dal Dpr 448 del 1988, che disciplina i casi in cui può essere applicata la custodia nei confronti di imputati minorenni. Una norma, questa, che però in questi termini non risulta essere stata coordinata con la legge 128 del 2001, che ha definito il furto in appartamenti e gli scippi come autonome e specifiche fattispecie di reato.

Mentre dunque la giurisprudenza italiana si accavilla come di consueto su questioni che poi determinano la libertà o meno di un essere umano, nel prossimo futuro saremo probabilmente costretti a veder riempite le nostre carceri (già di per sé stracolme di persone e di problemi di vivibilità ai limiti dei diritti riconosciuti a ogni individuo, seppur colpevole di reato), da "zingarelle" e i loro piccoli fratelli, oltre a chissà quali altri figli di nessuno protagonisti di una vita certamente non voluta: materiale involontario per un nuovo libro di De Cataldo, e soprattutto vittime di questa "voglia di repressione" che sempre più sembra preferire punire i "piccoli", piuttosto che andare a cercare i "grandi". (AprileOnline 11 settembre 2007)

 

Napoli power

 

di Francesco Resigno

Tra i cumuli di “munnezza” (e non parliamo di rifiuti solidi urbani) si possono trovare delle gemme. Rovistando tra un sacchetto e l’altro ci si può imbattere in vere e proprie perle musicali. Napoli, in questo caso, ci insegna cosa vuol dire “raccolta differenziata”: una serie di uscite discografiche, dei più svariati generi, con la città partenopea a far da massimo comune denominatore.
In un qualsiasi incrocio di una periferia di Napoli, potremmo trovare Quiet (se si legge in inglese o in napoletano è uguale: stesso significato), il primo disco solista di Lucariello, voce degli Almamegretta. Il cantante napoletano è uno dei pochi artisti che riesce a non farsi accecare dagli eccessi della città. La sua Napoli è il sud del mondo, anzi sono tanti sud per altrettanti mondi. E’ «come il Bronx o una favelas», ma a Lucariello stu presébbio nun ce piace, e ce lo canta in tutto il suo dub quasi asfissiante, come l’aria che si respira a volte da queste parti.
Napoli è spesso teatro di abbandoni, allontanamenti, ma anche di renion. E’ il caso di tre vecchi amici che si ritrovano dopo anni. Sono quei “Tre terroni” di Luca, Sergio e Elio: BiscaZulù. Li si può trovare sicuramente nei pressi di Montesanto. Sono tornati ma è sempre meglio diffidare di questi “guaglioni”, come loro stessi ci invitano a fare. I testi affrontano tematiche ad ampio respiro, si esce dai confini di Partenope per sparare a zero contro i nemici giurati di sempre: globalizzazione, neoliberismo, guerra e, indovinate un po’, gli Stati Uniti. Slogan ad effetto, testi incisivi e grandi melodie accompagnano un Luca Persico particolarmente ispirato. Il disco ha una scadenza, bisogna ascoltarlo entro il 2029 (il 29 a Napoli assume un significato particolare), anno in cui con previsione da stròlogo scoppierà l’esplosione umanitaria terminale. Un disco così non si ascoltava dai tempi di Guai a chi ci tocca. Erano gli anni 90, periodo in cui Napoli sembrava di rivivere un “nuovo rinascimento”. Artisti e intellettuali rifacevano capolino, un nuovo fermento in città fece sperare in una svolta. I giovani riscoprivano le tradizioni, il biglietto da visita della commistione tra generazioni, che produsse quel miracolo che risponde al titolo di Cu’mme: fu la collaborazione tra Roberto Murolo, la napoletana acquisita Mia Martini ed Enzo Gragnaniello.
Ma il “nuovo rinascimento” fu una speranza effimera, e di quella collaborazione è rimasto solo il compositore napoletano. Napoli è un po’ come L’erba cattiva, anche se la strappi via, rinasce sempre. Il nuovo disco di Gragnaniello lo si potrebbe trovare anche tra la gramigna dei selciati delle antiche strade consolari. Scava nell’intimo umano per parlarci del mondo intero, dei sentimenti e di quanto a volte ci si complica la vita costruendo dei labirinti anche quando la semplicità e la lentezza basterebbero per vivere meglio. Il sound acustico la fa da padrone nel nuovo lavoro dell’artista napoletano, è un approccio quasi blues nell’attitudine. Un disco di gran classe che tiene ben salda la tradizione nella stesura dei brani.
Se si parla di tradizione, e di chi non ha mai rinnegato le proprie radici, non si può fare a meno di citare Teresa De Sio. Degna erede di Lazzari e Briganti, la voce di Partenope è la voce del popolo. Scugnizzi e “povera ggente”, “figl’è mappina” e trafficanti, chi lotta per un tozzo di pane, chi per liberarsi dall’oppressione. Sembra la Napoli dei Borboni e dei “piemontesi”, di Masaniello o di Eleonora Pimentel Fonseca. Ma è sempre la stessa, è quella di Secondigliano, della camorra, delle speranze perse e della rassegnazione. Non c’è dubbio, un disco come Sacco e fuoco lo si può trovare fra gli umidi “bassi” di Forcella. Proprio dove tutto ha avuto inizio, e dove tutto può ricominciare.
Degna conclusione di questa sorta di giro turistico nel cuore della musica napoletana, è il nuovo lavoro di Eugenio Bennato. Il suo Sponda sud potrebbe essere la colonna sonora di via Medina. Il disco è un giro del mondo in 40 minuti. E il cerchio si chiude, Bennato ci porta in tutti i sud del mondo, continuando quel lavoro di recupero e restauro dei suoni tradizionali. C’è l’Africa e l’America latina, c’è Beirut e Bahia, Algeri e Sant’Anastasia. Le tammorre e le maracas in un samba pizzicato, i tamburi africani sposano i suoni dilatati del deserto. Tutto il mondo è paese, nei problemi e nelle difficoltà le città sono destinate ad assomigliarsi tutte. Napoli si veste da capitale del sud del mondo, solo dal fondo, solo dal basso si potrà risorgere. Ci vogliono i giovani, un’intera generazione che ragiona con la testa, pensa col cuore e agisce con lo stomaco, e ci vuole chi lo insegna. Ci vuole che l’arte ritorni ad essere il veicolo principe per rendere migliore l’intera umanità. Non ci vorrà una rivoluzione, ma un’oculata raccolta differenziata, e magari scopriremo che dalla munnezza nascerà l’uomo nuovo. (la Rinascita della sinistra 31 agosto 2007)
 

 

Vedo il tetto natio

"...ma io che ti penso sempre
e ti cerco con amore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore"
(Ivan Della Mea)

 

Ivan Della Mea, vero nome Luigi, è nato a Lucca nel 1940 ma si è trasferito giovanissimo a Milano. Cantante e autore, sue sono tra le più belle ballate contemporanee in dialetto milanese (come «El me gatt», «Ringhera», «Teresa mio dio tu sei bella», «La ballata dell'Ardizzone»). Protagonista assoluto della «Nuova canzone politica» italiana degli anni '60 e '70 (sua è anche «O cara moglie»), assieme a Alfredo Bandelli, al Canzoniere Pisano, a Fausto Amodei, Emilio Liberovici, Giovanna Marini e tanti altri.
Le sue canzoni politiche hanno però forse «oscurato» delle bellissime canzoni d'amore e di vita. E' ancora attivo, come i lettori e gli appassionati di musica del «Manifesto» ben sanno, e ha pubblicato, tra gli altri, due album («Ho male all'orologio» del 1997 e «La cantagranda» del 2000).

di Ivan Della Mea

«Refugium peccatorum y entonces sinistrorum» e vabbuò, qualche problema la testatina manifesta «i rifugi della sinistra» me la dà, anche perché a due anni e un tot ero un rifugiato a Lucca nel Carlo Del Prete «rifugio per l'infanzia abbandonata», ma, forse, non ero ancora di sinistra. Chiedo venia, infine, se nello scritto che segue, adotterò il termine «posto» invece di «rifugio».
... e no che non la faccio l'avanguardia neanche quella leninista
e sì che proprio non ci credo alle magnifiche sorti e progressive e nemmeno alla civiltà da quelle detta sempre come data
e sì che tanto meno credo che debba darsi un capitalismo avanzato per avere un proletariato rivoluzionario
e mi faccio babbione e chiedo perché mai rivoluzione marxista leninista comunista evolve sempre in guerra (in)civile?
dubbio senile d'un me rincoglionito que es lo mismo
ma no che a sessantasette anni a botta secca oppure a rimando
io mi domando
davvero l'ho mai visto il comunismo?
e mi rispondo: è un ignoto dato
per me
affatto inesplorato...
Vedo un quarto di campanile del 726 e le rondini andariandare tutt'attorno e far di mattutino e vespro.
Vedo profili a balze di colli su sfondo lattiginoso leonardesco dell'afa agostana toscana.
E non vedo la valle freddana.
Ma vedo il tetto natio della mamma contadina e beghina mezzadra della chiesa cattolica apostolica romana.
E più sotto accosto alla villa padrona vedo il tetto natio del babbo nato mezzadro poi brigadiere a cavallo fascista tenore di grazia e affanculista nullafacente e beone gaio.
Ma io sto e ristò nella stanza del fratello luciano socialista socialista sì ma libertario.
E mi chiedo se questo per me sia o non sia un posto di sinistra...
Credo sia stato un posto per la sinistra ma penso che ognuno ha la sinistra sua affatto altra da altre anche le più prossime.
E pure so che qui a ridosso di fine colle dietro l'uscio di casa c'è un tratturo marcato da passi secolari.
So che più su il tempo di pochi metri che davvero ho di molto cari... facciamo cento e morta lì al momento... c'è la pietra dei sinistri pensieri.
Dove sedettero compagni tanti non so quanti e quanto altri.
Ieri a far di zucca fiori e ragioni con luciano.
Posso fare nomi voci d'incontri canti a volte saghe senza per questo tirare quattro paghe dicendo di adriano o di raniero gianni giovanni toscorosso sergio
edo per primo e livia prima e infine paola che un dì sentì luciano gladiatore fischiare con bel garbo ohi vita mia.
Dico di severino contadino che per quotidiani affanni si diede impresa di salire a quella pietra fino all'ultimo giorno dei suoi anni su sfibrati cuoi e poi morì.
Un pezzo della pietra il giorno stesso essene andiede coi ricordi suoi.
Smarrì nella forra di rovo e anche questo fece di tante intelligenze compagne un posto di sinistra o per la sinistra di una sinistra.
Cionondimeno io oggi so.
La pietra il posto no.
Non era buono per marx non per engels o per labriola non per lenin stalin non per trotzckji non per togliattilongoberlinguer e né per mao conciossiacosaché tampoco per tant'altri a seguire... per essi non fatico manco un bao poiché:
quel che ho da dire è infame bagattella del secolo tristo di un comunismo che giammai fu visto tant'è che severino mai l'ha colto nemmanco come refolo etrusco che era vento sogno bisogno di luciano tra il lusco e il brusco e a volte stupendo corrusco
(scrivo di getto come un do di petto uno e solo di un ex tenore asmatico romantico e negletto).
Ma io la pietra lessi anni fa tra un'arcicorvettocheincormistà com'era come fu.
Come sarà?
(1978. Trattoria toscana. Piazzale Gabrio Rosa, Milano. Luglio, caldo a sfare umido a fracicare. Le tre del pomeriggio. L'oste gioca a scopa. Sono in quattro. Entra un vecchietto. Fatica il banco. Un bicchiere d'acqua chiede, un fil di voce. L'oste s'incazza di brutto: sono in pausa dice. Per favore insiste il vecchietto. Maremma maiala dice l'oste, sono in pausa, m'hai inteso? E daghel 'sto bicer gli dice il Gino suo compagno di scopa. Tuttì facessi un pentolino di (h)azzi tua, risponde l'oste. Gliela dò io l'acqua s'alza e dice il Gino. E scopre in quel momento che il vecchietto è suo padre. E Gino è comunista e ci ragiona e sa che nulla c'è in zona per gli anziani. E ci ragiona. E ne parla col Giani e con il Ferri e col Facchinotti e col Ferruccio e con la Lina e con la Rosetta e con e con e con. E ci ragionano. E sanno che una fonderia in zona 1500 operai ha chiuso per ristrutturarsi fuori Milano e sanno che lì c'è un cral aziendale e l'occupano il cral e lo fanno diventare un circolo arci e trovano l'adesione dei verzeratt del mercato ortofrutticolo: 400 tessere. E nasce l'Arci Corvetto un posto della sinistra e per la sinistra e per la solidarietà e per la fratellanza. Sempre più soci. L'Arci Corvetto diventa un centro sociale autogestito buono per gli anziani in primis, buono per tutti. E diventa l'arcicorvettocheincormistà paraponziponziponzipà. Oggi è un posto ancora. Sinistra? Mah boh forse: ci si va e ci si sta e di più non serve dimandar).
E un istituto ernesto de martino
«per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario» (e questo per me è abbecedario). Bosio lo volle Bosio lo fece con Alberto Mario Cirese e nasce milanese 1966 posto sinistro forse quant'altri mai: ricerche libri dischi spettacoli strumenti di lavoro e archivi e archivi cartacei sonori e anche visivi per una storia orale di coloro che pur vivendo lottando e costruendo mai furon scritti e manco detti vivi. Costretto a emigrare anni Novanta con tre giunte tre della sinistra, piccì piessei: la compagnia era quella, il de Martino emigrò cantando «Addio Milano bella».
E ancora vive e scampa a Sesto Fiorentino... cacciato il de martino da una milano cialtrona e massona corrotta e concussa e da un passato ch'è prossimo al presente più vicino ma nulla nulla noi s'è mai impetrato e null'ancor la mia sinistra impetra.
Mi presi spazio e tempo e tutto ma proprio tutto dissi a lei alla pietra.
«sentii che quella pietra dava voce a tutto ciò che tace ma quel suo infinito silenzio a chi a che cosa potevo comparare? non più un bosio o solo un lui o una lei o un orizzonte mare purchessia in cui mi fosse dolce il naufragare tra un po' di comunismo e di anarchia».
Ed è in virtù di siffatto travaglio olivetangetsemaniano che mi affrancai da ogni nostalgia: le falci e i martelli le rosse bandiere il sol dell'avvenire... oh comunismo ignoto e tu anarchia manifesta(ta)mente sepolcrata senza finestra una e senza porta ma oggi oggi oggi ora.
Io so che cosa sia la classe la sola giusta.
Dico per me ppè mmia e non so quanto torta e ritorta: la classe morta.
Ultimo tratto angusto a faticare l'umana mia esistenza.
E grattare sia tigna e rogna e sorridendo dire ora basta.
Basta all'infamia basta alla vergogna di chi ucciso ogni sacro più intimo nel nome delle magnifiche sorti e progressive vociò un mondo nuovo.
Un mondo a costruire sul massacro: la giusta violenza per l'uomo nuovo e per un nuovo stato.
La dittatura del proletariato...
soviet avanti avanti per l'industria che fa progresso e dunque civiltà
(e i contadini a morte a morte a morte... siccome ogni ieri... e la loro terra a ferro e fuoco e a ferro e fuoco case e campagne raccolti e bestie e ancora e sempre guerra e guerra e guerra di più di più dipiùdipiùdipiù «sventolerai lassù sulle macerie di un mondo che fu bandiera rossa sventola ognor sui contadini e sulla loro fossa»).
Questo la pietra sempre seppe e sa.
Da quale mai violenza avrà a sortire la rossa civiltà?
E dunque non ho posto né sinistra se non la pietra questa.
E come severino andoeriando sicché a me sia dato di far sinistra come classe morta.
Tra ulivi e lecci e rovi e sambuchi e acacie e volpi e upupe e gheppi e rondini e uccelli ballerini merli di passo russi un po' cretini e istrici e il serpe addormentato.
E un mea sinistro ma così sinistro che se la tira a proletariato.
E infine un sito c'è sinistro e mio.
La pietra è il posto giusto amici cari compagni forse per un po' di addio:
La pietra è il posto e forse anche rifugio: chi verrà domani?
Un antoniello forse e una lina.
Ma un massimo giammai foss'anche iddio. (Il Manifesto 21 agosto 2007)

 

Nelle mani giuste

Giancarlo De Cataldo, nato a Taranto nel 1956, vive a Roma dove è giudice presso la Corte d'Assise. Romanziere, saggista, autore di testi per il teatro, la radio e la tv,  ha pubblicato nel 1989 Nero come il cuore per la casa editrice Interno Giallo, romanzo che ha ispirato un film diretto da Maurizio Ponzi e interpretato da Giancarlo Giannini. Del 1992 è Minima criminalia - storie di carcerati e carcerieri (Manifestolibri). Nella collana Einaudi Stilelibero sono usciti Teneri assassini (2000) e Romanzo criminale (2002).

Dall'autore di Romanzo criminale un nuovo romanzo-affresco che getta una luce nera sull'epoca in cui siamo tuttora immersi. L'epoca segnata dalle stragi di mafia. Sotto il segno della convenienza, persone diverse, con progetti diversi, si ritrovano a essere le pedine di un disegno folle. O forse no. Si tratta di consegnare l'Italia nelle mani giuste. Delitti e passioni si intrecciano con bombe e affari. Una donna che doveva solo tradire trova il coraggio di amare. Mentre le vite e i destini si consumano, e la speranza si rifugia nel cuore stesso dell'inferno. In seguito, per quanto cercasse di frugare nella memoria, ripercorrendo passo passo i momenti di quella conversazione che non avrebbe esitato a definire "surreale", in seguito Stalin Rossetti non sarebbe mai riuscito a determinare con esattezza la paternità dell'idea. Era stato lui a suggerirla o il mafioso? O ci erano arrivati insieme, ragionando con diligenza matematica sui pochi elementi di valutazione dei quali disponevano? O era stata la disperazione a impossessarsi delle loro menti? Sta di fatto che a un certo punto l'idea si materializzò. Aveva la forma inconfondibile della Torre di Pisa. Il riflesso cangiante della Cupola di San Pietro nelle meravigliose ottobrate romane. L'eleganza composta e distaccata della Loggia de' Lanzi. Aveva il volto desiderabile della pura bellezza. Era la bellezza. La bellezza rovinata. La bellezza corrotta. Era l'Italia, in fondo.

Un prologo mozzafiato ci introduce a questo nuovo romanzo di Giancarlo De Cataldo, una storia che comincia dove Romanzo criminale ci aveva lasciati: siamo in un casolare, nel cuore della campagna casertana, nell’estate dell’82. Assistiamo a un regolamento di conti che non concede scampo a Settecorone, un uomo del clan di don Raffaele Cutolo. Protagonista è Stalin Rossetti, uomo ambiguo e ex agente dei servizi segreti prima della caduta del Muro. In quella situazione, tra la vita e la morte, Rossetti incontra Pino Marino, un ragazzo, un “combattente nato”. E da quel momento lo arruola tra i suoi. La scena del romanzo poi si sposta, a dieci anni dopo: autunno 1992, l’anno nero e convulso di un’Italia sconvolta dagli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, nel quale Cosa Nostra ha alzato il tiro. E’ crollato il Muro di Berlino e la politica è in fermento dopo la rivoluzione di mani pulite: c’è da riempire il vuoto di potere lasciato dal vecchio sistema dei partiti, e bisogna farlo alla svelta. Compaiono una serie di eroi negativi, e tante microstorie si intrecciano sulla scena di questo dramma collettivo: ci sono le “mattanze” e gli “ammazzamenti” di ‘u zu’ Cosimo, il capomafia cinico, spregiudicato e paziente che si muove in una Sicilia spettrale; c’è Nicola Scialoja, che ricopre il ruolo di cardine segreto tra Stato e criminalità organizzata, con il difficile compito di scendere a patti con la mafia. Con lui lavorano il carabiniere Camporesi e l’affascinante Patrizia, che però fa il doppio gioco e ha una relazione con Stalin Rossetti, il quale a sua volta stringe rapporti con Angelino Lo Mastro, un boss siciliano in ascesa.
De Cataldo non dimentica nessuno degli ingredienti per condire al meglio questa sua nuova, fantastica spy story: faccendieri, mafiosi, i contatti e i contratti tra lobbies di affaristi e l’alta politica, una serie di intrighi fantapolitici tra ex appartenenti a Gladio, ex senatori del Pci, giornalisti che da sinistra si riciclano a destra, industriali che ricordano i condottieri della Prima Repubblica e uomini della finanza. Ne emerge il ritratto a tinte fosche di un paese fondato sul ricatto e sulla violenza, in una storia sospesa tra misteri e passione, una metafora dell’Italia reale che, alla fine della lettura, pone una domanda (implicita nel titolo): dopo mani pulite, e il crollo della Dc, chi riconsegnerà l’Italia nelle mani giuste? (www.internetbookshop.it)

 

 

Viva i partigiani

E' morto il compagno, il comunista,il combattente di Spagna, medaglia d'oro della Resistenza italiana, Giovanni Pesce.

 

Combattente orgoglioso, determinato, coraggioso, è morto il comandante 'Visone', (27 luglio 2007) nome di battaglia di Giovanni Pesce, partigiano, garibaldino, medaglia d'Oro al Valor Militare. A 89 anni gli è stata fatale una caduta in casa. Aveva nella vita superato ben altri momenti e nel suo corpo c'erano ancora le schegge della ferita più grave, quella riportata sul fronte di Saragozza mentre combatteva nella guerra civile spagnola contro Franco. "Il dolore per la morte di questo grande vecchio della Repubblica italiana si accompagna all'orgoglio di essergli stato amico - ha detto il presidente della Camera Fausto Bertinotti ricordandolo come leggendario comandante dei Gap e comunista - La Repubblica gli deve molto". Bertinotti sarà presente, come tanti altri, ai funerali di Pesce, fissati per lunedì pomeriggio dopo la camera ardente allestita a Palazzo Marino, sede del Comune.
Nato a Visone d'Acqui (Alessandria) nel 1918, Giovanni Pesce era ancora un bambino quando la sua famiglia dovette emigrare in Francia. A 13 anni era già al lavoro in una miniera della Grand-Combe, la zona mineraria delle Cevennes in cui vivevano i suoi. Aderì nel '35 al Partito comunista e divenne anche segretario della Sezione giovanile. Fu uno dei discorsi a Parigi di Dolores Ibarruri, la 'Pasionarià, a convincerlo della necessità di arruolarsi nelle Brigate Internazionali, che nella Guerra civile spagnola sostenevano il regime democratico contro i fascisti di Franco. Nel '36 fu tra i piu' giovani combattenti italiani inquadrati nella Brigata Garibaldi e venne ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell'Ebro. Rientrato in Italia nel 1940, Pesce venne arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Liberato nell'agosto del '43, un mese dopo era gia' tra gli organizzatori dei Gap (Gruppi di azione patriottica) a Torino. Dal maggio del 1944 assunse a Milano, sino alla Liberazione, il comando del 3/0 Gap 'Rubini'. Proclamato 'eroe nazionale' dal comando delle brigate 'Garibaldi', nel dopoguerra venne decorato di medaglia d'oro al valor partigiano.

Nella motivazione si sottolineava il carattere indomito di Visone ricordando del giorno in cui durante la Resistenza, ferito ad una gamba in un'audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente feritò uccidendo in pieno giorno e da solo quattro ufficiali tedeschi e fronteggiando un gruppo di nazifascisti. Membro del Consiglio nazionale dell'Anpi (Associazione nazionale partigiani d'Italia) dalla sua costituzione, Pesce ha rappresentato il Pci nel consiglio comunale di Milano dal 1951 al 1964. Ha scritto, tra l'altro, 'Un garibaldino in Spagna'' del 1955 e 'Senza tregua', un classico della memorialistica partigiana.

Senza tregua. La guerra dei Gap 

di Giovanni Pesce


Nei libri sulla guerra partigiana non mancano certo le rievocazioni delle gesta dei GAP (gruppi di azione patriottica), cioè di quel pugno di uomini che a Milano o a Torino, a Firenze o a Bologna, inchiodarono per mesi e mesi ingenti forze nemiche e prepararono nei centri urbani del Nord la vittoriosa sollevazione dell'aprile '45. Mentre però delle grandi formazioni di montagna si è ricostruita organicamente la storia, della lotta dei GAP condotta senza tregua dentro e contro il gigantesco apparato di morte nazifascista non si ha, non si può avere che una fredda cronologia di azioni armate, ciascuna in sé isolata, una successione di fulminei colpi di mano, un nudo elenco di combattenti solitari. E di caduti. L'aspetto terrificante del-la guerriglia urbana non stava solo nell'incombente ferocia dei croceuncinati, e dei loro sgherri in camicia nera, ma anche nell'insidia logorante delle spie, dei delatori, dei provocatori; e quindi nel vuoto impietoso che l'uomo dei GAP era costretto a farsi attorno per difendere se stesso e l'organizzazione.
Giovanni Pesce, figura leggendaria della guerra partigiana, ci dà in questo libro oltre all'incredibile resoconto delle sue azioni di gappista (che gli valsero la medaglia d'oro) anche le dimensioni psicologiche della sua grande avventura. Sono pagine scarne, senza retorica, senza il minimo compiacimento, nelle quali l'inevitabile crudezza degli atti di guerra è temperata dai ricordi e dai sogni di un uomo che pur da sempre impegnato nella lotta per la libertà, in Italia come in Francia e in Spagna, non ha mai acquisito il gelido abito del giustiziere; ogni atto di forza, ogni condanna eseguita, ogni azione violenta ha trovato in lui prima che un esecutore implacabile un giudice sereno e umano dalla coscienza lucida, aperta ai grandi problemi morali che animarono il nostro secondo Risorgimento.

Chi furono i gappisti? Potremmo dire che furono 'commandos'. Ma questo termine non è esatto. Essi furono qualcosa di più e di diverso da semplici 'commandos'. Furono gruppi di patrioti che non diedero mai 'tregua' al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi fortilizi". Così Giovanni Pesce apre la sua rievocazione della lotta urbana contro il regime nazi-fascista.

Il libro.Diventato ormai un classico della memorialistica partigiana, nonché uno dei rari documenti sul ruolo svolto dai Gruppi di Azione Patriottica (i GAP) nella Resistenza, "Senza tregua" (pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1967) si presenta oggi come insostituibile antidoto contro quella perdita della memoria storica che si profila come uno dei guasti della coscienza civile contemporanea. Il volume, che ha gli scatti e il ritmo della scrittura narrativa, restituisce i dettagli più drammatici della guerriglia urbana, il fitto calendario delle azioni isolate, la tensione degli agguati, la lotta contro il nemico armato e, al contempo, quella contro spie, delatori, reggicoda del franante regime fascista. Uno stile scarno, senza retorica; un racconto senza compiacimenti. Per una riflessione sulla violenza e sulla Storia. Per una Storia liberata dalla violenza.

La sera mi incontro con Busetto, comandante dei SAP. Mi dice che l'ora dell'insurrezione è vicina. Mobilito tutte le staffette e trasmetto a mia volta l'ordine a tutti gli uomini della 3" GAP: "pronti per l'insurrezione. I fascisti e i tedeschi che non si  arrendono devono essere colpiti."
Trascorro alcune ore su una sedia a sdraio in un appartamento di via Macedonie Melloni, sede del comando della 3" GAP.
Di tanto in tanto mi alzo e spio dalla finestra la strada. C'è del movimento. Fascisti che fuggono o fascisti che si preparano a difendersi!? Verso il mattino mi addormento. Mi sveglia il trillo del telefono, all'alba. È Vergani. Pronuncia le parole che aspetto ormai da tanto tempo. Il momento è giunto. Tutte le pene, i lutti, le persecuzioni stanno per finire. Mi pare impossibile. Non avrei mai immaginato di ascoltare al telefono quelle parole dalla voce di Vergani: "La città insorge, agisci con la tua brigata secondo il piano stabilito." Forse mi ero sempre figurato che le parole fossero gridate da un altoparlante alle folle sulle piazze.
Scendo in strada. È il 25 aprile. C'è gente. Ci sono operai armati, squadre di giovani che corrono verso le caserme abbandonate nella notte dai fascisti. Vogliono anch'essi, questi ragazzi, impugnare un'arma. Il nemico non è ovunque battuto: asserragliato nei fortilizi e nei punti strategici, tenta la fuga su mezzi corazzati.
Dalla Casa dello Studente, in viale Romagna, sparano. Alcuni giovani tentano di snidarli. Trecento metri più avanti, in piazza Piola, squadre di operai armati hanno occupato la Olap, la loro fabbrica e sono pronti a difenderla dalla distruzione. Finalmente mi sento in un mondo pieno, completo, vivo. Io che per mesi senza fine ho lottato con piccoli gruppi di tenaci patrioti; io che per mesi mi sono mosso come un'ombra, isolato, senza contatti se non quelli (tanto rari e fuggevoli da sembrare irreali) con esponenti del comando regionale, con le staffette o con pochi altri compagni della brigata; io in mezzo a tutta questa gente, a questi operai, a questi giovani, a queste donne mi sento come immerso in un grande mare di affetto. Fino a ieri ho camminato nelle strade di questa grande città considerando i passanti potenziali nemici, dubitando di tutti, sospettando di
ognuno. Oggi, confuso in questa folla amica, è come se uscissi da un incubo. Mi accorgo che le case sono belle case, che le strade sono ampie e che sopra di me c'è il cielo. Mi sorprendo a pensare cose come queste e mi fermo davanti al portone della Olap. C'è un gruppo di operai, tutti hanno un fucile. Un uomo da alcuni ordini. Mi fermo
ad osservarlo. Mi vede e mi chiede chi sono. Parlo, finalmente parlo. "Sono Visone, comandante della 3* Gap." L'uomo rimane qualche secondo senza parlare, poi all'improvviso mi abbraccia, mi afferra per le gambe e mi rialza tenendomi in alto, sopra gli altri, e grida.
Tutti capiscono che sono un amico, che sono un partigiano. Adesso gridano tutti e quando l'uomo finalmente mi rimette a terra, mi abbracciano in due, in tre alla volta. Torna un poco di calma. Sto per andarmene. Vogliono darmi una scorta. Un quarto d'ora dopo, in via Ampère, mi incontro con gli artefici e i dirigenti della Lotta di Liberazione.
È un grande giorno. È il grande giorno.
C'è tutta la città che corre che grida, che risorge. Per ore e ore le squadre dei GAP e dei SAP, degli operai, dei giovani, in attesa delle formazioni di montagna in marcia verso Milano, corrono da un quartiere all'altro per eliminare un nido di resistenza fascista, per arrestare un gerarca, per costringere alla resa un reparto tedesco.
Quarantotto ore prima eravamo pochi, ora siamo folla. Però, dietro di noi a sorreggerci, ad aiutarci, a nasconderei, a sfamarci, a informarci, c'è sempre stata questa massa di popolo che ora corre per le strade, si abbraccia e ci abbraccia, e grida: "Viva i partigiani."(Collana Universale economica). (resistenza_partigiana 27 luglio 2007)

 

leggi anche Teresa Noce Rivoluzionaria professionale

Rap comunista

Ando', Fa' caldo ...

di Pino De Luca (PdCI)

La calura opprimente di questa coda di giugno rallenta i ritmi dell’agire, rende più soft anche i suoni che si espandono più gravi nell’aria densa di scirocco. Ascoltare le voci vicine e lontane, seduti al fresco, sotto un albero di fico. Le foglie del fico sono la più efficiente risposta alle tecnologie che rinfrescano le stanze e riscaldano le strade. La tecnologia più energivora e entropica che sia mai stata concepita è quella del condizionatore: rinfrescare un ambiente riscaldando tutto il resto, la summa del credo del nostro tempo: “non mi interessa quanto tu stai male, l’importante è che io stia bene”. Ma non importa, in questo tempo e in questo mondo così vanno le cose. C’è pace e silenzio, un silenzio da rap. Proviamoci …

In siesta
alla frescura
con gli occhi socchiusi
coi timpani tesi
combatto la calura.

Arrivano in tanti
dei suoni stridenti
li portano i venti
da luoghi distanti.

Voci vocianti
di potenti vincenti
cori ululanti
di falsi indigenti
urla possenti
di tifosi scontenti
a coprire un brusio
di pianti e lamenti.

Una voce tarocca
che invoca un sabba
che chiede di scegliere
tra Cristo e Barabba.
Una che che chiama
uniamoci a coorte
per indegne intrusioni
fra Capo e Consorte.
Una che tuona
“noi siamo i padroni
mandiamo a casa
i fannulloni”.
Non ha forse ragione
chi muove le masse
contro il governo
che vuole le tasse?
Il potere ha un sussulto
teme un tumulto.
Bisogna zittire
chi dice basta
ai privilegi
della gran casta.
Che casta è un valore
di donna per bene
che soffre d’amore
non certo di pene.
Che confusione!
A cercare le fila
di un qualche discorso
si rischia davvero
il pronto soccorso.

Per suggerimento
di un amico mai pago
rileggo le cose
di José Saramago
lui dice in un punto
con grande calore
son comunista
e sono scrittore.

Non so se vi piace
ma adesso lo dico:
mi sento in pace
tra le foglie di fico.

Io non son letterato
e nemmeno un artista
a rappare ho provato
da comunista.

Vi lascio in gran festa
un pensiero profondo
alzate la testa
cambiamo ‘sto mondo.

"Adesso, le voglio dare un concetto nuovo per i dibattiti su marxismo e comunismo. C'è qualcosa che io chiamerei comunismo ormonale. È come se gli ormoni determinassero che uno deve essere quello che è, come uno mantenga una relazione stretta con i fatti, con la vita, con il mondo, con la società. È come uno stato dello spirito, cioè, uno è quello che è perché il suo spirito o i suoi ormoni lo determinano così per sempre. Credo che questo sia quello che passa a me con il comunismo. È molto facile cambiare nave quando va a picco la propria. A molti bisognerebbe domandare perché non sono più quello che erano, perché sembra che siamo in molto pochi quelli che manteniamo la fedeltà ai principi, senza dimenticare che nel passato recente ed in nome del comunismo non solo si sono commessi errori, ma pure crimini e uno ha da portarsi tutto questo sulle spalle, anche se non ha responsabilità diretta, perché sarebbe male se io, per il fatto che non sono responsabile diretto, non dessi importanza a ciò.”(José Saramago – 3 Dicembre 1998) - (Il Cannocchiale 27 giugno 2007)

 

José Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo il 16 novembre 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia in giovane età, abbandonò gli studi universitari per difficoltà economiche, mantenendosi con i lavori più diversi. Ha infatti lavorato come fabbro, disegnatore, correttore di bozze, traduttore, giornalista, fino a impiegarsi stabilmente in campo editoriale, lavorando per dodici anni come direttore letterario e di produzione.

Il suo primo romanzo, "Terra del peccato", del 1947, non riceve un grande successo nel Portogallo oscurantista di Salazar, il dittatore che Saramago non ha mai smesso di combattere, ricambiato con la censura sistematica dei suoi scritti giornalistici. Nel 1959 si iscrive al Partito Comunista Portoghese che opera nella clandestinità sfuggendo sempre alle insidie ed alle trappole della famigerata Pide, la polizia politica del regime. In effetti, bisogna sottolineare che per capire la vita e l'opera di questo scrittore non si può prescindere dal costante impegno politico che ha sempre profuso in ogni sua attività.
Negli anni sessanta, diventa uno dei critici più seguiti del Paese nella nuova edizione della rivista "Seara Nova" e nel '66 pubblica la sua prima raccolta di poesie "I poemi possibili". Diventa quindi come detto direttore letterario e di produzione per dodici anni di una casa editrice e, dal 1972 al '73, è curatore del supplemento culturale ed editoriale del quotidiano "Diario de Lisboa"
Sino allo scoppio della cosiddetta Rivoluzione dei Garofani, nel '74, Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie ("Probabilmente allegria", 1970), cronache ("Di questo e d'altro mondo", 1971; "Il bagaglio del viaggiatore", 1973; "Le opinioni che DL ebbe", 1974) testi teatrali, novelle e romanzi.

Il secondo Saramago (vice direttore del quotidiano "Diario de Noticias" nel '75 e quindi scrittore a tempo pieno), libera la narrativa portoghese dai complessi precedenti e dà l'avvio ad una generazione post-rivoluzionaria.
Nel 1977 lo scrittore pubblica il lungo e importante romanzo romanzo "Manuale di pittura e calligrafia", seguito nell'ottanta da "Una terra chiamata Alentejo", incentrato sulla rivolta della popolazione della regione più ad Est del Portogallo. Ma è con "Memoriale del convento" (1982) che ottiene finalmente il successo tanto atteso.
In sei anni pubblica tre opere di grande impatto (oltre al Memoriale, "L'anno della morte di Riccardo Reis" e "La zattera di pietra") ottenendo numerosi riconoscimenti.
Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con "L'assedio di Lisbona" e "Il Vangelo secondo Gesù", e quindi con "Cecità". Ma il Saramago autodidatta e comunista senza voce nella terra del salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe della notorietà conservando una schiettezza che spesso può tradursi in distacco. Meno riuscito è il Saramago saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente frutto di necessità contingenti, non ultima quella di tenere vivo il suo nome sulla scena letteraria contemporanea.
Nel 1998, sollevando un vespaio di polemiche soprattutto da parte del Vaticano, gli è stato conferito il Nobel per la letteratura.
Attualmente vive a Lanzarote, nelle Isole Canarie.

Bibliografia essenziale:

Saggio sulla lucidità
Tutti i nomi
Cecità
Il Vangelo secondo Gesù
Storia dell'assedio di Lisbona
La zattera di pietra
L'anno della morte di Ricardo Reis
Memoriale del convento
Blimunda
Manuale di pittura e calligrafia
L'anno 1993
La seconda vita di Francesco d'Assisi
Teatro
 

 

Il riscatto

Girolamo Tripoli bracciante e sindacalista, parlamentare e sindaco - di Marcello Villari -Editore Rubbertino

 

Il bracciante deputato

di Oliviero Diliberto

Confesso l’imbarazzo di scrivere poche righe per raccontare ciò che ho letto in questo libro straordinario di cui sono davvero grato a Marcello Villari, amico e compagno carissimo. Scorrendo le pagine di questo volume - che è sì, anche, la biografia di Mommo Tripodi, ma evidentemente non solo - colpiscono, a me che appartengo alla generazione successiva alla sua, una molteplicità di sensazioni, di umori, di ricordi, di echi. Di emozioni.
Chi scrive queste righe ha la stessa età di Michelangelo, il figlio di Mommo, anch’egli oggi valorosissimo nostro dirigente. Il dato anagrafico conta, eccome: perché nel passaggio da una fase all’altra della storia qui raccontata, è come vivere la scoperta del colore al cinema. Dal bianco e nero al tecnicolor. La prima parte della storia noi non l’abbiamo vissuta. La seconda, sì, condividendo anzi con Mommo parte rilevante della storia collettiva dei comunisti in Italia che, dopo l’89, sono voluti rimanere tali. E’ il passaggio dal documentario di storia, alla realtà di vita vissuta. Ma quello che a noi, più giovani, sembra un documentario, è viceversa la parte più difficile, per molti versi cruenta, sicuramente eroica del Pci: tanto più nel Meridione, nelle zone più povere, tra i braccianti in cerca di riscatto, dal ’43 in avanti. Scorrono, leggendo il libro, le immagini dell’emigrazione, da quella degli inizi del secolo, negli Stati Uniti (il padre di Mommo), a quella più vicina, ma non meno terribile, dei fratelli nel nord Italia o in altri paesi europei. Le immagini sono poi quelle di Mommo che, prima come autodidatta, poi alla scuola pubblica, si forma e si educa alla cultura. Poi, le lotte, sempre da protagonista: le prime lotte dei braccianti di Polistena del 1946, con una storica vittoria del movimento contadino, l’occupazione del Bosco di Rosarno nel 1947, il fondo Vittoria del ’50, la battaglia per l’applicazione dei decreti Gullo sull’agricoltura, la vertenza delle raccoglitrici di olive e quella delle gelsominaie, sino a quella dei coloni e dei forestali. Ancora. Figure di persone speciali, che oggi sarebbero dimenticate, riemergono nel racconto del libro: quelle bellissime dello straordinario sarto “educatore” Cannata e di don Santoro Maviglia, in carcere a Turi con Gramsci durante il fascismo. Ma riemergono anche figure spregevoli, come quella del “traditore” Condello. E poi, riviviamo il licenziamento di Mommo per motivi politici nel 1956 (quando gli nasceva il figlio), la scuola di partito a Bologna nel 1959, l’elezione a deputato del ’68: il “bracciante deputato”, come orgogliosamente si definisce. Una sorta di romanzo dell’educazione, a cavallo tra Zola e Victor Hugo, ma molto più vivo, vero, perché non di romanzo si tratta, ma della storia di un dirigente di primo piano, intrecciata a quella di un’intera generazione di comunisti italiani.
Assistiamo a vittorie e a sconfitte, a tragedie (Tripodi è segretario di sezione della sua Polistena durante i fatti d’Ungheria), il tutto con la guerra fredda da sfondo, il rischio continuo per la vita (moltissime, si sa, le minacce della ’ndrangheta contro Mommo, sin dal 1966), addirittura un tentativo di incendio della sua abitazione durante la rivolta di Reggio del ’70 e il “boia chi molla”, gli arresti, i processi: sino al pretore che, dovendolo giudicare (e lo assolverà), gli disse: “lei ha ... un bel curriculum”, intendendo i precedenti per reati politici. Una sorta di straordinario, implicito, forse non voluto riconoscimento ad un capo vero delle lotte degli oppressi del nostro Sud. Parallelamente, assistiamo all’emancipazione del Mezzogiorno e della Calabria. L’elettrificazione delle campagne, la lotta contro la centrale a carbone a Gioia Tauro, la vittoria per la riforma del collocamento nel ’64, l’amministrazione “popolare” a Polistena, di cui Mommo è stato sindaco storico, amatissimo per oltre trent’anni, sino al 2005. Si arriva, così, alla nostra storia, quella più vicina nel tempo. Lo scioglimento del Pci, la volontà di cancellarne la memoria, la rifondazione del 1991, la nascita del Pdci - il nostro Pdci - nel 1998.
Intensissime emozioni, ricordi laceranti o esaltanti. E’ la vita trascorsa in comune, fianco a fianco, quella che cementa, unisce, r
ende compagni nel senso più pieno della parola: di chi, appunto, spezza insieme il pane, e lo divide. Tripodi è stato dirigente autorevole, parlamentare, sindaco, sindacalista in un grande partito, il Pci. Oggi è uno tra i principali dirigenti di un partito assai più piccolo, il nostro: ma lo è, come tutti noi, con eguale dedizione, slancio ideale inesausto, caparbietà non piegata. È simbolo e, insieme, esempio per tutti noi. Villari lo ha raccontato, da calabrese e comunista anch’egli, con la sobrietà e il rigore che caratterizzano (o dovrebbero caratterizzare) sempre i comunisti: quella sorta di pudore delle proprie azioni, anche quando sono esemplari, eroiche, appunto da raccontare perché ne rimanga traccia nel tempo ad uso delle nuove generazioni. L’autore si è immedesimato nella storia di Tripodi con una partecipazione che si avverte in ogni pagina. Un misto di stupore, ammirazione, affetto, nostalgia: per un tempo che è stato e non sappiamo se tornerà più.
A Mommo, alla sua straordinaria famiglia che gli è stata vicina in questi decenni asperrimi, ad iniziare dalla compagna della sua vita, va il ringraziamento di tutti noi che siamo venuti dopo di lui alla militanza e alla lotta. Concludendo la lettura, viene spontaneo pensare quanto debba esser stato straziante, per chi ha dedicato l’intera propria vita ad un ideale, veder scomparire quel partito che è stato ragione di esistenza e di fiducia verso il futuro. Ma è motivo di ottimismo e di speranza pensare anche che questo libro possa esser letto, e meditato, da una generazione ancor più giovane: quella che viene dopo la mia e non ha conosciuto il Pci, per un ovvio fatto anagrafico. A questi giovani, che oggi hanno vent’anni, e nascevano quando crollava il Muro di Berlino, questo libro insegna che ciò che è stato fatto era giusto farlo e che i comunisti italiani sono stati i protagonisti della lotta per la democrazia, la legalità, l’emancipazione del popolo: in definitiva, per un’Italia migliore. Questi nostri giovani comprenderanno meglio che ogni generazione è comunista a modo suo e potranno - e dovranno - anche profondamente modificare la teoria e la prassi politica di un partito che continua a chiamarsi orgogliosamente comunista: ma sapranno altresì che senza radici non c’è neppure futuro e che i valori si rinnovano, ma non si rinnegano: perché - come mi è capitato di ricordare in tante occasioni - noi più giovani riusciamo a vedere più lontano di chi ci ha preceduti non perché siamo più bravi, ma solo perché siamo nani issati sulle spalle di giganti. (La Rinascita della sinistra 22 giugno 2007)

 

 

 

Mappamondo & altri luoghi infrequentabili

 

di Giorgio Luzzi

Giorgio Patrizi, nella sua al solito acuta e ospitale prefazione, parla tra l’altro di una “vocazione belligerante e apocalittica” che fa dell’autore di questo libro “uno degli ultimi poeti civili”. Spesso, parlando di poesia civile in lingua italiana, la suggestione del potenziale lettore è stata assorbita dal lato serioso, ammonitorio e educativo del tono dei versi. Il caso di Lunetta è opposto: a partire dalla ampiezza e spregiudicatezza delle tradizioni del Novecento coinvolte dall’autore, viene rappresentata in questo libro una inusitata estensione del dicibile rispetto a quel taglio di mondo che di volta in volta i poeti eleggono a perimetro della propria autocoscienza testimoniale. E dunque, che cosa è dicibile in versi, oggi, per Lunetta? Quale efficace confronto tra il caricaturale “mappamondo”, o palla insulsa del globo malamente guidato, e il poeta giudicante e eloquente? E soprattutto, per voler rimarcare la unicità del nostro autore, in quale direzione vanno, per lo più, le fonti di ispirazione dei poeti contemporanei?
Non è per nulla azzardato dire che da parte degli autori in versi esiste sempre più spesso una evitazione del reale generalizzata, intendendosi per reale il mondo quale è al di fuori del perimetro esistenziale costruito per custodirvi la assolutizzazione della propria vicenda privata, considerata irripetibile, bastante a se stessa ecc. Insomma, l’insulsaggine, ancorché rispettabilmente universalistica, della propria condizione soggettiva senza che essa venga posta in relazione con le forze complesse, “occulte” e stritolanti che ne determinano le contraddizioni. Complice una paradossale interpretazione delle regole di mercato (è noto che, in ogni caso, i poeti vendono comunque poco), l’editoria ricca in genere richiede una poesia che non susciti troppi problemi, che non faccia troppo pensare, sia dal punto di vista del linguaggio, sia, soprattutto, del punto di vista della qualità e quantità di mondo drenata dentro le pagine. Ne consegue, in questo circolo perverso, che il parametro di valore di un testo poetico tende sempre più a coincidere con questa immagine e idea di poesia che l’editoria più aggressiva riesce a imporre come la più avanzata, irrinunciabile, sintomatica e epocale. Un bel guaio, per gli intelligenti; un brutto pasticcio per le sorti del più intimo e gelosamente “nazionale” dei generi della tradizione letteraria.
Lunetta sfida, decostruisce, apre: da quello stilista esponenziale che sa essere, egli riattiva, come dicevo, le tradizioni europee. La schermatura o diaframma gli è indispensabile per aggirare le secche della denuncia frontale, per far sì, semplicemente, che espressa in versi una denuncia assuma una qualità, un peso specifico di stoffa, assolutamente diverso rispetto all’usuale; c’è una serie di fondali, in tutto questo, e anzitutto un superamento della denuncia come descrizione stereotipa e appiattita e in definitiva inoffensiva; soltanto la cultura storiografica come patrimonio del genere prescelto, assunta come forma più dilatante della memoria, riesce a frapporre tra evento accaduto e linguaggio dichiarato quello spazio dello straniamento che costituisce un supplemento potente di conoscenza del reale; non delle forme del reale semplicemente, bensì delle strutture del reale e dei sui legami interni, contraddizioni, perversità e articolazioni della menzogna. Come già in Manganelli, per esempio, una idea di letteratura come menzogna costituisce il più forte antidoto, e contemporaneamente la risorsa omeopatica, contro la menzogna istituzionalizzata come strumento di dominio.
Di che cosa parla Lunetta, di che cosa riesce a parlare in questo libro? Userei come metodo paradigmatico la celebre nozione di “sovraliminale” che il filosofo Günter Anders propose nel dopoguerra: vi sono situazioni, scriveva Anders, la cui ampiezza è talmente imponente da riuscire inavvertibile per troppa prossimità, per mancanza di lontananza; un paradosso geniale ( il filosofo lo usò a proposito della sproporzione tra la enormità del crimine nazista in atto e il ritardo con il quale il fenomeno poté essere messo a fuoco). Il poeta romano mette in circolo i grandi temi, quelli che generalmente sono affidati alle vestali dei vari specialismi o, in altro modo, ai conversatori ceronati del salotto televisivo; li mette in moto, questi temi, semplicemente sovvertendo, all’interno del concetto di ispirazione, i rapporti tra il privato e il pubblico, tra l’io turgido e irripetibile privo di oblò sulla storia e la sorte comune, leopardiana, frutto della spinta congiunta tra stupidità e violenza del globo. Egli ci parla di fame e di sete, di guerre e di poteri. Ma ce ne parla in modo tale che questi temi non potrebbero essere riproposti se non in questo e specifico linguaggio. Che è il linguaggio della poesia, come dire della memoria delle tradizioni. In questo Lunetta è il vero (forse l’unico, ormai, dopo la scelta redditizia compiuta da Sanguineti in direzione delle autostrade mediatiche della mondanità) poeta dotato di carisma epistemologico, motivato, animato da un “cinismo” onniveggente instancabile e senza fine, cinismo come distanziamento opposto dal grande uomo di lettere al rischio di congiunzione o combustione incontrollata tra materia e forma. Progettualità, antidoto alla spontaneità individualistica, costituisce il metodo, e contemporaneamente la memoria, di questo ulteriore grande libro.
Mappamondo & altri luoghi infrequentabili. Mario Lunetta. Campanotto, Udine pp.122, (La Rinascita della Sinistra 15 giugno 2007)
 

Dell'invasione di campo


di Massimo Giannotta

Affresco complesso che affronta la situazione perversa della globalizzazione quello di Mappamondo (& altri luoghi infrequentabili), di Mario Lunetta. Terreno di crudele riflessione, di straniata coscienza, analisi di questa dolente e malata area planetaria in cui si muove l’uomo-massa, divenuto uomo-merce, che ha segnato con le sanguinose tracce della sua esistenza una biosfera sempre più stravolta, come una lebbra dilagante ed infetta.

Vittima di mostri da lui stesso perversamente o sconsideratamente creati: il circuito feroce del denaro, il capitalismo di rapina, la devastazione dell’ambiente, la guerra, la fame ed altre amenità, vomitati fuori da un vaso di Pandora, in cui non resta neppure la speranza.

Giorgio Patrizi nella sua prefazione parla di ‘consuntivo della contemporaneità’, in effetti consuntivo aperto, percorso che non si chiude, che rifiuta una parola conclusiva, flusso non interrotto, aperto ad altre parole, riflessioni e contributi, ma il cui esito drammaticamente e realisticamente non appare mutabile. Ma appunto perché tale configurazione, che elude una sintesi definitiva, risulterebbe contraddittoria in un quadro in cui l’autore sceglie di restare coerentemente e bellicosamente vigile, essa si pone in continua tensione dialettica e critica con la realtà.

Affresco dunque programmaticamente incompiuto e incompletabile, ‘scrittura ininterrotta’ come strumento di lotta politica, che si contrappone senza sosta, pur proclamando la sua inadeguatezza, a una dissoluzione, a un deragliamento che non sembrano avere fine.Una poesia civile dove balenano visioni apocalittiche e non vi è posto per l’illusione o per l’indulgenza, ma mossa da un dolente e non sempre facile scavo della coscienza, che si sostanzia nella forza non virtuale ma materiale, pur non di meno inadeguata, della parola.Il senso di impotenza qui non diviene inerzia, diventa ‘scrittura dell’orrore’ sostenuta da una volontà rabbiosa e da una lucida coscienza, diventa guerra senza quartiere, senza fine. Allora L’invasione di campo è necessaria, a significare metaforicamente come l’invettiva solitaria debba politicamente crescere fino a diventare atto di rabbia collettiva, anche se distruttivo, cieco, anche se  inutile, per marcare un insopportabile comune disagio.

Ma come guardare questo complesso mosaico dalle mille tessere, dai vertiginosi percorsi, da che parte dobbiamo prenderlo? Come si diceva, non crediamo si debba cercare una sintesi se non in termini politici esaminando le armi che Lunetta dispiega, a cominciare dal poderoso corpus di poesia civile della prima parte, che si apre col poemetto Mappamondo 2002: story (o la soap opera) del mondo residuale, dove si alternano come in una galleria, mille strumenti di tortura, puntualmente denunciati in un felice equilibrio tra personale e politico, oceani di sangue, sconfinata, cieca indifferenza, distese di morti, il gigante di Cerne Abbas, dove si alternano ricordi d’infanzia e immagini apocalittiche: Praga e Dresda sommerse dalle acque, dal fango, dagli acidi, dal sangue.

Dove irrompe l’immagine sinistra dell’avanzata delle discariche, su cui regnano le idiozie insoddisfatte, il denaro, la merce, che rapacemente e inesorabilmente inghiottono ogni cosa,  in cui però la parola è decrepita, giovane, impotente, fortissima, oscura, lampante / dentro le tenebre dell’epoca, anche se la lingua è lingua della sordità, la lingua della miopia / che alleva spettri, se …corre / in direzioni cieche, verso accecanti bagliori Si nutre / d’ira & di dolcezza salta sugli alberi, nuota / in un mare di tossine, tossisce / & canta con voce roca, con essa ancora si può talvolta tentare l’arduo sogno di essere altri uomini in un paese diverso.

Segue la sottosezione 3 poemi strategici dove l’autore si pone in diversi punti di vista: quello del lontano, con Te absolvo, in cui denuncia il metodo autoconsolatorio della fuga in qualsivoglia empireo, pretesto per trovare margini autogiustificatori, passando per quello di un silenzio affollato di parole, in Ki parla, ki askolta (sottotitolo Poema pesce, animale proverbialmente muto), testo con un ritmo, appunto, da film muto, al modo del citato Keaton, ke non ride mai’, ed infine quella del circuito del denaro e della perdita dell’identità in Eurobond Europa. La prima parte, in cui l’aritmetica simmetria di uno, tre, cinque componimenti, si chiude con la sottosezione Precisazioni inique, dove si analizzano severamente, appunto in cinque diversi testi, in termini critici e autocritici e utilizzando diverse chiavi compositive, le debolezze che possono compromettere la coscienza, corrompere una rigorosa consapevolezza.  Nel testo Il drago mangia l’orsa, che ci è sembrato il testo cardine delle Precisazioni inique, Lunetta parla di ingannevolezza, di ‘amuleti falsi’, parla della necessità imprescindibile del ‘rifiuto’ e di ‘lucido diniego’, sempre ardui in una situazione di tranquillo, sinistro caos, dove sembra difficile persino articolare il pensiero. Vengono affrontati poi argomenti come la memoria, i ritorni alle lontananze e gli inquietanti  moloch dell’apparenza. 

Pratica dunque degli ‘occhi aperti’ su qualunque orrore, su qualunque nefandezza, qualunque viltà: C’è solo da guardare, fino a che ti reggono gli occhi.

Ogni illusione aristocratica e romantica che vorrebbe l’intellettuale e l’artista, separato dalla condizione dell’uomo-massa è brutalmente cancellata. Dunque l’artista, se pur ‘apolide’ deve constatare che la sua diversità, se pure esiste, è assolutamente irrilevante nel meccanismo del sistema. Viene pertanto rimosso un alibi che troppo spesso è stato invocato per chiamarsi vilmente fuori dalle responsabilità sociali e politiche.

Così con Brecht, Lunetta: Mi mostro amico degli uomini (…) / Io dico: sono bestie di odore singolare, / e dico: non importa, in fondo anche io lo sono

Anche  se la vita è mutata / nel proprio surrogato …/ … forma vuota nel vuoto, anche se ci si scopre tutti trascurabili prototipi, massa sottoposta ed autrice delle sue stesse vessazioni, formata di monadi, ma che, nella distesa sconfinata/ di indifferenza, trova voci che cercano nella lingua e nella scrittura un affilato strumento di guerra, come argomentano gli endecasillabi del citato Il drago mangia l’orsa: Catartica è la lingua e antipiretica / (…) / Ma quando l’ira la sottende è truce, / È barbarica, è amara e desolata, / E se fa una carezza è un duro sfregio. / Se sorride è un sorriso da assassino/.

Dunque coscienza, impotenza e rabbia che urlano, in un linguaggio che non si stanca di sperimentare, meticcio e materico, che giunge talvolta a punte ferocemente barbariche, tra giochi di parole, echi, assonanze, straniati paradossi e de-narrazioni in versi, il cui la parola si rivela decrepita, giovane, impotente, fortissima, oscura, lampante / dentro le tenebre dell’epoca, ancora viva, anche se Nessuno ascolta più nessuno. Voce straniata che grida nel deserto.

Si attraversano spazi metropolitani, gallerie di città: Roma naturalmente, Napoli, New York, Praga, Dresda, Riga, Londra, Madrid, Parigi e molte altre. Le città dell’Africa che portiamo nelle ossa. La decrepita Europa, estranea a se stessa, l’America. E tra le città più amate, sempre dolorosamente, sempre contraddittoriamente, c’è New York, sospesa tra l’invettiva e l’ammirazione, c’è Napoli sempre umiliata e sempre disperatamente viva, e Roma, la sua città. E ci aggiriamo, assorti lettori, tra canzoni popolari e ballate, sestine provenzali, rime baciate, endecasillabi sonanti, rap, aspre invettive, attraversando una ricchezza poetica generosamente dispiegata.La seconda parte, composta di tre sottosezioni, ribadisce il primato della politica come strumento di interpretazione e di lotta, ma propone anche una riflessione più dipanata, più articolata che ancora non dimentica il personale. Lotta per incrollabile volontà di resistere, anche se Domani è già passato; l’oggi solo / può darci un’iniezione di fenolo. Dunque passando per la condizione personale di amarezza di disagio, si ribadisce una opposizione irrinunciabile ai fascismi vecchi e nuovi, e a tutti i loro travestimenti. Un tentativo di fendere il caos, pur senza speranza, come nel testo dedicato alla giornata mondiale contro la guerra, dove incontriamo un’umanità istupidita che brulica in una routine sconfinata. E a poco valgono le invettive contro i mercenari o i servi, in una situazione di umana o disumana disumanizzazione.(www.retididedalus.it/)

 

I Libronauti" di Oliviero Diliberto

 

L'autore presenta il suo libro a Torino sabato 12 maggio 2007

 alla Fiera del Libro sala autori B alle 19,45

 

Quante meraviglie tra i libri


di Flavia Crisanti

Un viaggio attraverso le libreria dell’Italia e del Mondo.

Oliverio Di liberto, oltre ad essere politico e professore universitario, è anche un amante di libri e, come tutti gli appassionati di questa materia, approfitta di ogni situazione per mettersi a caccia di librerie antiquarie o di libri usati. Non conta se si cerca la prima edizione dei Canti di Leopardi o di un romanzo novecentesco, l’entusiasmo che prende durante la ricerca tra volumi impolverati è sempre lo stesso. Si scava sotto pile di tomi, si cerca tra scaffalature con l’occhio vigile e attento alle curiosità e ai volumi più particolari.

Le librerie antiquarie, ma anche molte che, pur vendendo best sellers, hanno una loro specificità, possiedono una caratteristica che Diliberto nota con precisione: i librari, commessi o padroni che siano, sono sempre di una squisita cortesia, propensi a consigliarti, ad ascoltarti e a raccontarti storie di libri e di studi. Sono un punto di incontro, di scambio e non solo di cultura.

Diliberto suddivide le librerie in base alle cità di provenienza e, nel descriverle, non si limita a distinguerle tra studi bibliografici, librerie antiquarie e moderne, ma ne racconta la storia ed aneddoti legati ai proprietari vecchi e nuovi.

Un libro che non è una guida, ma che fa venire una fortissima voglia di visitare questi luoghi sacri del libro.

Prefazione a cura di Unberto Eco.(www.nonsolocinema.com 2 maggio 2007)

Recensione di Mimmo Mastrangelo

Un libro si prova piacere a leggerlo per le emozioni e il senso di libertà che rilascia, ma nella fattispecie è pure un manufatto e può invitare al qualche  ebbrezza per la sola ragione di tenerlo fra le mani o di annusarne i suoi porosi odori combinati di stampa e carta. Un libro può essere anche l’avido desiderio (da soddisfare a tutti i costi) di un bibliofilo, oppure l’oggetto di ricerca di un bibliografo il quale cerca di ricostruirne la sua storia, individuare chi l’ha scritto, pubblicato e distribuito, rintracciare la biblioteca che ne conserva qualche copia o in quali librerie è possibile comprarlo.

E appunto le librerie sono i luoghi di cui si parla nel volume  pubblicato da Aliberti Editore. Oliviero Diliberto, docente  alla Sapienza di Roma di Istituzioni di Diritto Romano, popolarmente conosciuto come parlamentare e segretario nazionale dei Comunisti Italiani, da qualche tempo recensisce  settimanalmente sulle pagine del quotidiano emiliano “Il giornale di Reggio” e sul portale “Emilianet” le librerie che ha modo di visitare nei suoi continui spostamenti lungo la penisola e nel mondo. “I libronauti” è un viaggio che conduce il lettore a scoprire quei negozi del libro dove per l’autore è stato piacevole entrarvi, trovare la competenza e la cordialità di proprietari e di commessi, comprare opere rare, lasciarsi risucchiare dentro un’atmosfera di divagazione culturale o politica. Per queste ragioni il libretto di Diliberto non può essere scambiato nella classica (e generalista) guida di settore, che si dispiega in un elenco di nomi ed indirizzi, con l’aggiunta di qualche minuta notizia o curiosità. E’qualcosa di assolutamente altro. In prefazione Umberto Eco scrive che Diliberto non si cimenta in una catalogazione di librerie e librai, ma “compie una operazione retorica e dunque persuasiva: ci presenta una esperienza personale chiedendoci di identificarci con i suoi gusti, le sue passioni, le sue scoperte”.

Quello del professore e parlamentare comunista è un pellegrinaggio di amore e passione verso quello oggetto spesso bistrattato che è il libro, è il desiderio di incontrare e conversare  confidenzialmente con librai innamorati del proprio mestiere, è la curiosità di lasciarsi risucchiare dal religioso suono del silenzio che si diffonde nelle dimore dei libri, è frugare fra scaffali per soddisfare una personale natura e “militanza bibliografica”. Ma quante (e quali) sono i magazzini di libri in cui Diliberto ci porta a far visita? Saranno suppergiù un centinaio: si va dalle cinque  modernissime Feltrinelli di Bologna alla minuta ma ordinatissima Tiziano-Il Bastione di Cagliari; dalla Boemi-Trampolini di Catania in cui i libri hanno “un odore speciale come le drogherie di tempo” alla storica Le Monnier di Firenze, che ha riaperto i battenti da soli due anni grazie alla tenacia di un giovane milanese titolare anche della casa editrice Luni; dalle conosciute librerie antiquarie Giuliano Bonfanti  e Rovello di Milano  alle napoletane  Cassetto,  Colonnese e Pironti, alle romane Giulio Cesare, Odradek e Tara; dalla Sellerio di Palermo a quel “gioiellino” che è La libreria di Positano. Inoltre, dalla “piccola e incantevole” La Marge di Ajaccio, dove si organizza il salone del libro napoleonico, alla famosissima Karl Marx Buchhandlung  di Francoforte, fondata nel 1980 da Joschka Fischer, Tom Koenigs e Daniel Cohn-Bendit; dalla libreria  antichissima del Monastero  di San Sergio Maalula in Siria  all’accogliente  Libraria Bertrand  di Lisbona, situata sulla suggestiva via Garrett e dirimpetto al monumento dedicato a Pessoa; dalla Love Placet di Hanoi alla libreria di Salamanca in Spagna che porta il nome del grande cantautore cileno Victor Jara, ucciso durante il regime di Pinochet.

“I libronauti” è un transito verso scoperte libresche sorprendenti, ma allo stesso tempo anche una sosta. Una pausa in quei ristori dell’anima, in quelle chiese laiche, in quelle isole del tesoro che possono essere identificate, ieri come oggi, nelle librerie.(www.lucanianet.it)
 

 

Volumina: archeologia e storia antica
 
16 gennaio 2006
 
E’ stata aperta il 18 novembre scorso: quasi una neonata, dunque. E’ la libreria “Volumina” a Bologna, dedicata interamente ai libri di archeologia e storia antica. Piccola (ma con un grande scantinato-deposito, pieno di casse), molto accogliente, è situata nel pieno centro cittadino (vicino a Porta Castiglione).
 
L’ha fondata una deliziosa ragazza, archeologa professionista, Giovanna Vigna, laureata in topografia antica, la quale ha tuttavia anche respirato in famiglia la passione – come si sa, trasmissibile per via ereditaria – per i libri e la bibliofilia. Il padre, Guido, per tanti anni giornalista parlamentare, è infatti tra i principali animatori della mostra mercato annuale di Castell’Arquato, in provincia di Piacenza, dedicata all’editoria economica del ‘900. Collezionista, appassionato cultore della letteratura del secolo scorso, aiuta la figlia (quando può) nella gestione della libreria. Così, Giovanna ha unito le due passioni (mondo antico e libri) ed ha deciso di aprire questa libreria specializzata.
 
“Volumina” offre, dunque, un’editoria specializzata: letterature classiche, beni culturali, antichità dalla preistoria sino all’alto Medioevo, papirologia, tecniche di scavo, numismatica, epigrafia. Faraoni, Fenici, Mesopotamia, Grecia classica, antichi romani, ma anche Maya e Incas, archeoastronomia e archeologia subacquea. Vi è anche un settore di storia e archeologia per bambini. Insomma, tutto ciò che desidererete sul mondo antico. La libreria presenta anche un settore di libri usati e fuori catalogo, molto interessante, dal quale tra breve sarà anche tratto un catalogo, con offerte di antiquariato librario o semplicemente di sconto al 50%. E’ prevista una tessera fedeltà. Un servizio di cataloghi di case editrici specializzate completa l’offerta.
 
Frequentata dagli specialisti (è a due passi dal dipartimento di archeologia dell’università di Bologna), è anche meta dei tanti appassionati di storia antica che la leggono per il solo proprio diletto. Punta, giustamente, a diventare cenacolo degli uni e degli altri. Aspetto gustoso. La libreria è impreziosita – ai miei occhi con particolare favore – dal colore: è tutto rosso! Auguri di cuore. Volumina, Via Arienti 2B – Bologna
 
 
Studio bibliografico Apuleio
14 luglio 2006
 
Roberto Sbiroli è un giovane simpatico, colto e intraprendente. Tre anni fa, dopo un proficuo apprendistato presso la libreria antiquaria Benacense, a Riva del Garda, ha deciso la grande avventura: aprire uno studio bibliografico tutto suo, a Trento. Lo ha fatto rischiando, ma vincendo la scommessa. Si è laureato in storia del diritto italiano nel locale ateneo, culla, a suo tempo, della contestazione studentesca (chi non ricorda la "mitica" facoltà di sociologia di Trento, dalla quale sono usciti molti dei leader del ’68 italiano?). Poi, è stato a lungo incerto se dedicarsi alla carriera universitaria o occuparsi di libri in altra forma, tenendo insieme lo studio e l’attività commerciale: con la passione e la competenza di chi, i libri, non si limita a venderli, ma li studia. Lo studio bibliografico è sito in un normale appartamento del capoluogo trentino, al primo piano di uno stabile borghese. Tre camere e un ingresso, ove troneggia una statua africana. Una delle stanze è dedicata ai volumi rari. Riceve su appuntamento, altrimenti vende via catalogo. Il primo di questi era costituito dalla sua biblioteca personale (e ne immagino il travaglio): fu però un grande successo di vendita e il distacco dai propri libri (immagino) meno doloroso. Da lì, è incominciata l’avventura. Ora vanta cataloghi davvero importanti di libri antichi e rari. La specializzazione segue gli studi svolti: la storia giuridica, istituzionale e politica. Troverete, quindi, codici e raccolte di leggi di ogni epoca, trattati di politica, filosofia, teologia, saggistica istituzionale, un po’ di letteratura (ho visto qualche edizione antica della Divina Commedia). Vanta anche un bel sito Internet, con la segnalazione progressiva delle nuove acquisizioni e i cataloghi on line. Nonostante la giovane età, Sbiroli è molto competente, si avverte subito che ha alle spalle studi seri sulle materie di cui si occupa. I migliori auguri, dunque, per questa ancor giovane attività.
Studio bibliografico Apuleio, 6 – Trento

(da i Libronauti di Oliviero Diliberto)

 

 

Una mattina ci hanno svegliato

Nel racconto-testimonianza del partigiano vicentino Palmiro Gonzato

uno squarcio sulle vicende private e collettive del dopo liberazione


Nella introduzione all'agile volumetto di Palmiro Gonzato Una mattina ci hanno svegliato (curato da Lucrezia Fiorelli e Stefano Tallia, edito da Lupieri di Torino, pagg. 138, Euro 12,00) Enrico Galimberti mette in rilievo come, nell'immediato dopoguerra, in parte dei partigiani garibaldini, essendo vivo il timore di un possibile riflusso o di un travisamento dei fini per cui avevano combattuto - identificati tout court con quelli della Resistenza ­ decisero che la loro "attenzione doveva rimanere alta e vigile sugli sviluppi del processo in atto". Ciò li portò "a trattenere una parte delle armi ben oltre il 25 aprile e proseguire nelle attività che avevano svolto fino ad allora: presidio in armi del territorio, requisizioni nelle campagne, controllo sociale nei confronti dei fiancheggiatori del regime". Dentro questo quadro può collocarsi la vicenda narrata, con ammirevole lucidità ed onestà intellettuale, da Palmiro Gonzato, che nel '45 aveva diciannove anni. Con un ristretto gruppo di partigiani (in mezzo al quale si era infiltrato uno che millantava un passato resistenziale, mentre era un comune delinquente) pensò opportuna una requisizione, che avvenne il 29 agosto del '45, di armi detenute da un ricco possidente del duevillese. L'infiltrato ed altri due, all'insaputa di Gonzato e di altri, non si limitarono a questo, ma prelevarono denaro e oggetti d'oro. In ottobre, dopo il fermo dell'infiltrato che non esitò a fare i nomi di quanti avevano partecipato all'azione, i carabinieri arrestarono dieci partigiani che per sette mesi furono tenuti nell'affollatissimo carcere San Biagio di Vicenza e poi trasferiti nella caserma Chinotto. Da qui, per ben due volte Gonzato ed altri tentarono invano, nell'estate del '46, di evadere, stimolati in tal senso da un tale Uragano che spacciandosi per "famoso comandante partigiano combattente nel Friuli" era riuscito a guadagnare sia a San Biagio che alla Chinotto un grande credito tra i detenuti. Uragano denunciò i compagni e così Gonzato venne a sapere che si trattava di un criminale comune sempre vissuto di espedienti e di raggiri. Nella tarda primavera del '47 Gonzato venne processato e condannato, per rapina e detenzioni di armi da guerra, a ventinove mesi di galera, scontati nei carceri mandamentali di Lonigo e Thiene. Nei primi mesi dell'arresto, Gonzato era convinto che - vantando un documentato passato di combattente partigiano (e quindi come scrive Galimberti di "aver accumulato negli anni della dura e sanguinosa [lotta di Resistenza] un credito morale e civile" e vista la sua estraneità alla rapina (mentre era colpevole di requisizione di armi) - avrebbe avuto una pena mite, convinzione smentita dal fatto che già nel '46 gran parte della magistratura era orientata a comminare pene pesanti verso i partigiani ed a qualificare la detenzione di armi come atto di violenza politica tendente in sostanza a fini sovversivi.
Uscito dal carcere, Gonzato si trasferì a Torino, frequentò i corsi del Convitto scuola Rinascita e ottenne la qualifica di disegnatore meccanico, diventando poi capotecnico (ma anche responsabile della Commissione Interna) di una carpenteria torinese. Negli anni scorsi ha pubblicato un libro sulla Resistenza nella zona di Montecchio Precalcino ed è tuttora un attivo dirigente dell'ANPI torinese, come lo è stato esemplarmente del Pci. E davvero il suo racconto-testimonianza è quanto mai utile per capire molteplici aspetti del nostro tumultuoso dopoguerra (vicenzanews.com)

 

 

Narrativa: "Tango e gli altri"



 «Tango e gli altri» presentato all'Auditorium del Revoltella - Guccini e Macchiavelli raccontano a Trieste il loro quarto «giallo», sulla guerra partigiana

Trieste - Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli hanno presentato ieri, in un gremitissimo auditorium del Revoltella, il quarto romanzo firmato insieme, «Tango e gli altri» (Mondadori). È un giallo che, come i precedenti, nasconde riflessioni sui cambiamenti dell'Italia del dopoguerra, pur non essendo un romanzo storico, come i due tengono a sottolineare.
Guccini ha raccontato la genesi della saga: «"Maccaroni", il primo libro, è scaturito da una storia gialla che mi frullava nella testa, su un fatto accaduto negli anni '20 al mio paese, Pavana, sull'Appennino tosco-emiliano. Un prete fu trovato morto nel serbatoio d'acqua di un mulino. Avevo pensato anche al finale, a un maresciallo che risolveva il caso durante una partita a carte. Tra inizio e fine, però, non c'era niente. Allora ho chiamato Loriano per passargli la storia, ma poi un editor ci ha convinti a scriverlo insieme. Gli altri romanzi sono venuti da soli. In tutti volevamo fotografare i cambiamenti dell'Italia negli ultimi decenni: il secondo libro, "Un disco dei Platters", è ambientato nel 1960, il terzo, "Questo sangue che impasta la terra", nel 1970». «Tango e gli altri» invece, ha spiegato il cantautore, nasce dal successo clamoroso dei libri di Pansa, da un certo revisionismo che a lui e a Macchiavelli non piace affatto. «Preferiamo Fenoglio e Bocca. Abbiamo pensato: perché non fare un romanzo sulla guerra partigiana cercando di essere più onesti possibile, cercando di vederne i pro e i contro?
Nonostante tutte le critiche che si possono fare, la Resistenza è stata per l'Italia un fatto positivo».
La posizione di Guccini, autore di 22 album e molti romanzi, come ha ricordato Elvio Guagnini che ha presentato l'incontro con Giorgio Pressburger, è chiara da sempre. Al suo pensiero aderisce perfettamente l'amico Macchiavelli. «In "Tango e gli altri" c'è anche qualcosa di nostro - ha detto lo scrittore bolognese. - Nel '44 avevo 10 anni e vivevo vicino a Marzabotto. Guccini ne aveva 5, ma stava dall'altra parte del fronte, quella liberata. Nel libro ci sono anche le nostre sensazioni di allora».
Guccini e Macchiavelli duettano, snocciolano battute e conquistano il pubblico con autoironia. Non è difficile pensarli alle prese con un romanzo a quattro mani. «Lavorare insieme funziona così: uno comincia a raccontare qualcosa, l'altro continua», raccontano. «Una volta stabilita l'impalcatura, ognuno sceglie un paio di capitoli che gli interessano e li scrive. Poi ce li scambiamo e ci correggiamo a vicenda». E il segreto per conservare l'unità di stile? «È molto semplice - chiosa Guccini: - c'è unità, perché Loriano riscrive completamente quello che scrivo io!». (Piccolo 25.3.2007)

 

"Tango e gli altri"



"Nel 1939 Benedetto Santovito fu sbattuto lassù da alcuni gerarchi fascisti di Bologna che non accettavano che un giovane maresciallo dei carabinieri si permettesse di indagare sui loro figli, sospettati di alcune azioni criminali piuttosto pesanti."

Il romanzo si apre nel 1960 e  vediamo Benedetto Santovito alle prese con la memoria. Si passa subito al 1942 e lo troviamo nell’inferno del Don. Torniamo a Bologna e al ’60. 
È evidente che l’alternanza costante di situazioni geografiche e temporali diverse con il suo incalzante ritmo crea nel lettore l’idea della presenza sempre viva del ricordo, davvero indelebile, nelle menti di chi ha vissuto situazioni tragiche.


Eccoci a Bologna nel 1960: una donna in una lettera invita il maresciallo ad indagare su una vicenda di molti anni prima, i drammatici anni della guerra e della Resistenza sull'Appennino. Un partigiano, Roberto Cortesi, accusato dai compagni di un orribile crimine (l’eccidio di una intera famiglia) era stato giustiziato dagli stessi partigiani, ma si era sempre professato innocente e la lettera di vent’anni dopo vuole che gli sia resa giustizia. La donna poi avrebbe potuto salvare Roberto se avesse saputo in tempo il rischio che stava correndo per quell’attribuzione di colpa: il ragazzo era con lei la notte in cui avvenne la strage delle Piane. Con quella lettera, consegnata al destinatario dopo la morte della donna dal figlio e dal marito ignari della vicenda (e del tradimomento commessi tanti anni prima), vuole che almeno la memoria  venga riabilitata e sia trovato il vero colpevole: “È il passato che ritorna. E non è un passato piacevole.”

Siamo di nuovo in montagna, lo sguardo degli autori sulla vita e sull’attività partigiana compie un’operazione davvero difficile: non è né giustificazionista, né revisionista.
Un difficile equilibrio che però è raggiunto grazie alla serietà dell’indagine su fatti e situazioni vere e da una coscienza autenticamente democratica: i valori per cui si è combattuto sono praticamente sacri, gli errori commessi non vanno però nascosti. Importante è anche collocare tutto nella corretta cornice.  

La ricerca della verità dunque come obiettivo, sia di Benedetto Santovito che riprende con impegno e sofferenza un’indagine, sia degli autori che sanno non farsi fraintendere né cercare facili consensi di lettori di uno o dall’altro schieramento.
Una donna, omaggio all’intuito e alla determinazione femminile, è colei che dà un sostegno investigativo (e non solo) al nostro maresciallo e che saprà cogliere il punto focale della vicenda, è Raffaella, la simpatica e risoluta maestra del paese in cui Santovito è tornato per svolgere le sue indagini. 
Non è facile, e non solo perché sono passati tanti anni, procedere nell’inchiesta: i più vecchi non amano ricordare le cose brutte del passato, quelli meno anziani sono sospettosi che si voglia mettere in discussione scelte di vita fatte, impegnative e coraggiose, in più il maresciallo ha la sensibilità di non voler creare scompiglio psicologico a chi è sopravvissuto, soprattutto alla famiglia della donna che aveva mandato la lettera. E poi gli uomini cambiano, così com’è cambiata l’Italia, c’è chi si è perso, chi è diventato potente… Sarà forse un modo deformato di leggere, ma capita di pensare a quello che è successo a tanti ex sessantottini.
La trama sarà scoperta dai lettori, di certo numerosissimi, del libro. Un consiglio: Tango e gli altri non va letto solo per scoprire chi è il colpevole!  


Le prime pagine

PROLOGO

Tese le mani quasi a volerli fermare.
Due brevi raffiche. Bob sobbalzò, respinto all'indietro fin contro il tronco; con gli occhi sgranati li guardò per l'ultima volta. Mulinò le braccia, poi scivolò a terra se¬gnando con il sangue la corteccia ruvida del castagno.
Tango gli si avvicinò, lo guardò, estrasse la pistola e sparò il colpo di grazia. «Svelti, seppellitelo.»

I960, settembre, in paese

FINE DI UNA STORIA E INIZIO DI UN’ALTRA
Raffaella ha gli occhi lucidi e lui non riesce a dirle quello che vorrebbe, prima di salire sul treno. L'abbraccia e lei gli si stringe contro. Poi si solleva sulla punta dei piedi e gli mormora all'orecchio:
«Per favore, torna.»
Affacciato al finestrino, la vede come se fosse lei a allontanarsi, la destra ancora sollevata nel saluto. Gliela nasconde la leggera curva che i binari fanno per seguire il fiume. Solo adesso Benedetto Santovito siede, accende un mezzo sigaro e vorrebbe finire la lettura del verbale, ma i pensieri se ne vanno altrove. Così li lascia liberi e, il capo appoggiato allo schienale e gli occhi socchiusi, segue il fumo che si stempera nell'aria della carrozza. È solo e lo sarà fino a Bologna perché oggi è festa grande e i montanari non prendono il treno. Sarà un viaggio tranquillo.
Riesce a togliersi dai pensieri quello che si è lasciato dietro, e che forse rimpiangerà, quando il fumo comincia a sapere della troppa nicotina che si accumula nell'ultima parte del sigaro. Lo spegne nel posacenere della carrozza.
«Signor maresciallo, il tenente colonnello Friggerio la sta aspettando. L'accompagno.»
«Non ti muovere, appuntato. Conosco la strada.» La conosce sì, c'è venuto chissà quante volte dal giorno che Friggerio lo aveva accompagnato a prendere il comando della caserma, su, nel paese sperduto chissà dove, nelle montagne fra l'Emilia e la Toscana e dal quale è appena tornato. Ce l'avevano spedito, nonostante Friggerio avesse fatto il possibile per evitarlo, a causa delle indagini che stava conducendo a carico dei figli di alcuni importanti gerarchi fascisti della Marcia su Roma. Quindi, intoccabili. Un maledetto affare che gli aveva cambiato la vita. Era il '39, era certo di essere arrivato nel paese più freddo del mondo e ci era rimasto fino all'ordine di presentarsi a Bologna, Corticella, scuola allievi ufficiali di complemento. Di là, nel gelo della steppa russa e il paese dell'Appennino era diventato, nella sua memoria, un paradiso perduto.
Con lui, due compagnie di fucilieri, due compagnie di mitraglieri, sei fucili mitragliatori completi di accessori, due autocarri leggeri, undici motocicli monoposto, centoventuno ufficiali, duecentonovantanove fra sottufficiali e carabinieri e via, alla conquista del Don.(© 2007, Arnoldo Mondadori editore)


 

Concetto Marchesi intellettuale gramsciano

 


di Orazio Licandro

«Presentare in un'epoca come l'attuale, epoca di melmosa stagnazione dove però sa farsi sempre più largo la prepotenza del privilegio; di torbida acquiescenza al più cinico affarismo che educa inevitabilmente alla distruzione di ogni spirito critico; di volgare edonismo che non può che condurre all'irridente indifferenza per gli alti valori morali della coscienza individuale e della storia; presentare in siffatta temperie tredici scritti di Concetto Marchesi stesi fra il 1945 e l'anno della sua morte, il 1957, può sembrare - e di fatto lo è - una vera e propria provocazione». Prendiamo in prestito queste parole d'esordio della presentazione di Ugo Dotti alla piccola raccolta «Perché sono comunista» per i tipi dell'editrice La Città del Sole di Napoli, per tentare la riemersione da un profondo, ingiusto oblio, come da polverosi ricordi di famiglia relegati in soffitta, una delle più straordinarie figure di intellettuale e politico dell'Italia repubblicana e antifascista. Riproporre la figura di Concetto Marchesi a cinquant'anni dalla sua morte (12 febbraio del 1957) non risponde infatti né a un'esigenza della memoria, già di per sé nobile, e neppure a un preciso impulso di provocazione, già di per sé sufficiente, ma per indicare a tutti noi e, perché no?, alle nuove generazioni un modello, un limpido esempio di felice e compiuta sintesi di elegante latinista, formidabile educatore, infaticabile dirigente politico: insomma di un intellettuale gramsciano in senso proprio. E' infatti impossibile tentare di comprendere Marchesi tenendo separato l'intellettuale dal politico. Strettissimo il rapporto con il partito; un rapporto forte, solido, insuperabile. Sin dall'inizio, dal 1921; durante gli anni asperrimi della clandestinità partigiana; e così ancora nel dopoguerra, sino alla sua morte. Un impegno costante, senza alcuna attenuazione di intensità, perché Marchesi era del tutto convinto che il partito assicurava la partecipazione delle classi lavoratrici alla storia, che il partito era uno strumento necessario perché l'Italia conseguisse un progresso democratico e socialista: «è la rocca della nostra insopprimibile forza». Dal V congresso è membro del Comitato Centrale e lavora alla prima commissione per la Costituente. Un lavoro duro, orgogliosamente accettato e sopportato: «Al posto di combattimento e di pilotaggio, perché l'Italia non torni indietro di qualche secolo, non ci siamo che noi. Soltanto noi.». Così scriveva a Manara Valgimigli, grecista e sodale della sua lunga vicenda universitaria a Padova.
Il 28 novembre del 1931 obbedisce a Togliatti, capo indiscusso del Pci, e presta il famigerato giuramento al regime fascista perché potesse «mantenere un contatto con la gioventù e svolgere una certa funzione educatrice», come rivelava Giorgio Amendola, che certo non amava Concetto Marchesi. Tale finalità sottesa ai duri anni di insegnamento sotto il regime traspare nell'esordio del celeberrimo e coraggiosissimo appello agli studenti di Padova del 1943: «Sono rimasto a capo della vostra Università finché speravo di mantenerla immune dalla offesa fascista e dalla minaccia germanica; fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e militari e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio o al segreto...». L'acquiescenza di Marchesi verso il regime è infatti un macroscopico errore di critica priva di ogni fondamento e di una certa storiografia. Man mano che il clima instaurato dal regime si faceva sempre più opprimente cresceva l'insofferenza di Marchesi. Così scriveva sempre a Manara Valgimigli a proposito del suo lavoro su Arnobio: «Continuo a lavorare sul mio Arnobio: ma ho già, da ieri, ritirato la mia collaborazione al corpus nazionale e ho annunciato loro che non potrò più mantenere la mia promessa. Hai visto come hanno ridotto la copertina? E' divenuta un mero manifesto di partito. Non so come la piglieranno: ma non tutte le pillole sono da ingoiare» (31 dicembre 1931).
Sicché, quando Ludovico Geymonat attese la sua morte per rimproverargli la presunta, apparente capitolazione, fu Cesare Musatti, dalle colonne de L'Avanti, il 17 e il 21 febbraio 1957, a difendere l'amico e collega, vicino di stanza nell'ateneo patavino. Marchesi e Musatti: più di una semplice amicizia nata dalla diuturna vicinanza universitaria, ma un rapporto assai più solido, profondo, che Marchesi coltivava spinto dal suo notevole interesse per la psicoanalisi. Un aspetto tutt'altro che approfondito, un angolo prospettico di notevole interesse degno di essere indagato e che aiuterebbe ancor più a illuminare la complessa poliedricità di Marchesi; la modernità dell'uomo e dell'intellettuale, in un certo senso un vero apripista nella sinistra italiana.
Anche il rapporto con il cristianesimo, un rapporto ambiguo, mai risolto, secondo i più aspri critici di Marchesi, non è stato mai ben inquadrato. Il «cristianesimo è una cosa sommamente seria», amava affermare; e non faceva altro che dimostrarlo sia nella sua attività scientifica attraverso la predilezione degli autori cristiani, Arnobio tra tutti, sia nella temperie politica adoprandosi a una sincera sintesi tra le idealità del movimento operaio e del cattolicesimo democratico. Ma senza alcuna ambiguità: notoria la sua contrarietà al riconoscimento costituzionale dei Patti Lateranensi nel corso del dibattito sull'art. 7 della Costituzione, nonostante il contrario avviso di Togliatti.
E ancora quando, ministro ombra della pubblica istruzione, riuscì a imprimere un'impronta precisa al dettato costituzionale per una scuola pubblica laica e democratica, l'obbligo all'istruzione e la libertà per la scuola privata ma senza oneri per lo Stato.
Del cristianesimo ammirava la forza della fede dei martiri, perché anche Concetto Marchesi professava una fede. Ma la sua era una fede laica, quella nella giustizia sociale, nel riscatto dei più deboli, degli emarginati. Dunque la politica come vera e propria vocazione, da praticare con sacrificio e non solo morale. Un motivo, questo, che traspare spesso in Marchesi, anche nei suoi interventi istituzionali; così infatti in Assemblea costituente il 4 marzo del 1947: «Onorevoli colleghi, sui banchi di questa Assemblea non siedono soltanto i delegati del popolo né i testimoni delle varie fedi politiche. Qui siedono anche - e lo dico ad onore di questa prima Assemblea dell'Italia libera - i rappresentanti della sofferenza e del sacrificio (...). Massimo vanto dell'uomo è non essere passato invano su questa terra».
Costanti i suoi richiami all'antichità dinanzi allo scontro politico. Memorabili la difesa di Catilina dinanzi alle provocazioni ciceroniane in occasione del dibattito elettorale sulla legge truffa del 1953 e la difesa di Tiberio di fronte al suo aspro critico lo storico Tacito, per far emergere la pochezza ruspante di Nikita Kruscev rispetto a Stalin.
Marchesi fu e restò sempre un siciliano che non interruppe mai i rapporti con la sua terra e con la sua città, Catania. Li mantenne e li consolidò attraverso gli editori, tra cui ricordiamo i catanesi Giannotta e Battiato. Eppure il rapporto più solido, mai interrotto, di lavoro e di amicizia fu quello con l'editore Principato. E' noto, per esempio, che nella sede milanese della casa editrice, si tennero riunioni clandestine organizzate da Marchesi durante la Resistenza, a cui parteciparono anche Giovanni Gronchi, Riccardo Lombardi, Lelio Basso.
Della sua Catania amava il clima, il mare, il calore, alcune ghiottonerie che nostalgicamente raccontava nel freddo padovano all'amico Manara: «Ricordo allora (festa di S. Agata) a Catania la tradizionale schiacciata al forno, piena di tonno e acciughe, fumigante e odorosa, di cui mi toccava il pezzo più grosso a compenso dei brividi ansiosi della mia attesa» (15 febbraio 1948).
Marchesi, come dicevamo, però non ha riscosso molta fortuna ed è incappato nelle critiche di un formidabile intellettuale come Luciano Canfora. L'addebito di un ingenuo e arcaico socialismo, di una rigida ortodossia priva di una reale profondità culturale, di arcaici influssi campagnoli derivanti dal verismo verghiano, e via dicendo, tuttavia delineano un Marchesi mai esistito. Il biografo di Concetto Marchesi, Ezio Franceschini, in un libro ancora fondamentale nel sottotitolo "Linee per l'interpretazione di un uomo inquieto" dà la chiave di lettura del politico e intellettuale: l'inquietudine appunto, uno dei motivi più ricorrenti. Inquietudini dell'animo che si infittiscono nel declino degli anni e sono riconducibili alla radice stessa dell'esistere. L'amaro sorriso di Marchesi, che da buon epicureo si vale della «memoria per dare una tinta di cielo alla cupezza del presente» (27 agosto 1955) in questo senso non lascia indifferenti. Nel 1955 il vecchio leone è ormai davvero stanco, eppure non gli riesce di pacificare l'animo suo. Non è vero che gli anni tardi riescano ad assopire le inquietudini: al contrario fanno esplodere in lui il tormento della sua visione del mondo. Tutto questo ancora è assente nel Marchesi nella superficiale vulgata politica e storiografica: nessuna aderenza con quel Marchesi che storicamente generazioni di italiani hanno direttamente conosciuto o che si sono formati sulla sua "Storia della letteratura latina" o sulle elegantissime pagine dei gradevoli volumetti elzeviriani dedicati a Petronio e a Giovenale.
«Alla mia morte siano subito informati il Partito e l'Università di Padova». Con questo biglietto, trovatogli dai familiari indosso il 12 febbraio del 1957, indicava l'ultima sua volontà. Un messaggio preciso, denso di implicazioni. Indicava due esatte soggettività: il partito, il Pci non la politica o le istituzioni, e l'Università di Padova, non il mondo accademico, non la comunità scientifica. In quella lapidaria comunicazione vi era la sintesi scarnificata della propria vita di «studioso e maestro», ma anche di «risoluto uomo d'azione», che nella sua lunga vita fece del partito e dell'università e della ricerca scientifica gli strumenti fondamentali per l'affermazione della libertà e della giustizia sociale.
Un'ultima considerazione. Si può discutere di tutto su Marchesi, ma una cosa è certa; non avrebbe mai aderito al Partito Democratico.(La Sicilia, 12/3/2007)
 

Concetto Marchesi nacque a Catania nel 1878 e frequentò in questa città il prestigioso liceo classico "Nicola Spedalieri".

All'università di Catania fu discepolo di Mario Rapisardi e da costui derivò non solo il primo interesse per la poesia (vedi il libro di versi Battaglie) e per i classici latini, ma anche quello spirito ribelle e polemico che lo portò anche in prigione per qualche mese. Infatti, prendendo il titolo del poema rapisardiano Lucifero, fondò e diresse per breve tempo l'omonimo giornale "Lucifero", avendo dei guai con la polizia, che lo censurò e soppresse, anche perchè il Marchesi già a 16 anni aveva cominciato a prendere le difese di operai, contadini e detenuti miserabili o politici. Si laureò a Firenze nel 1899 col latinista Sabbadini, discutendo una tesi su Bartolomeo della Fonte, lavoro a carattere filologico-erudito come il successivo sull'Etica Nicomachea (1904).

Cominciò ad insegnare nei ginnasi inferiori di Nicosia (EN) e Siracusa e nei licei di Verona e Messina. Ottenuta poi una cattedra nel liceo di Pisa, cominciò a prepararsi per la docenza universitaria e vinse anche il concorso per provveditore agli studi, venendo assegnato a Grosseto. A Pisa si sposò con la figlia del Sabbadini, Ada, avendone la figlia Lidia.

Divenuto titolare di letteratura latina all'università di Messina, insegnando studiava per una seconda laurea; e così i suoi stessi colleghi lo proclamarono dottore in giurisprudenza con una tesi sul pensiero politico di Tacito. Il Marchesi passò poi all'università di Padova, ricoprendone la carica di rettore nel difficile