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Verso un futuro brillante
Riceviamo
e pubblichiamo
l’intervento
effettuato dal
compagno Xu Liyuan,
primo segretario
generale
dell’Ambasciata
della Repubblica
Popolare Cinese,
all’assemblea
tenutasi il 30
settembre 2011
presso il Centro
Culturale Concetto
Marchesi di Milano.
Prima di tutto,
ringrazio Bruno
Casati, responsabile
del Centro culturale
Concetto Marchesi,
che mi ha dato
l’occasione di
parlare con un
gruppo di amici e
compagni a cui
interessa la Cina.
Bruno mi ha parlato
di una relazione, ma
io non sono
preparato
teoricamente, né
sono un bravo
oratore.
Specialmente quando
ho letto questo
libro scritto da
Roberto Sidoli e
Massimo Leoni, non
ho avuto più il
coraggio di fare una
relazione, perché
della Cina loro ne
sono più informati
di me, e inoltre
sono più preparato
in termini di teoria
marxista e
leninista. Vengo qui
a chiacchierare con
voi. Anche se sono
meno informato, sono
cinese, e forse
posso spiegare
qualche cosa che si
è verificata in
Cina.
Quest’anno è il
novantesimo
anniversario della
fondazione del
Partito Comunista
Cinese. 90 anni fa
si fondò il PCC con
diversi gruppi che
riunirono una
cinquantina di
comunisti. 28 anni
dopo il Partito
conquistò il potere
nazionale e da
allora è stato al
governo. Ma la
strada, cosi com’era
stata, non è piana
piana, ci sono state
luci e ombre: Ha
ottenuto successi e
ha commesso errori.
Malgrado le
vicissitudini, ha
portato il popolo
cinese su una strada
per il benessere.
Nel 2008 il
segretario generale
Hu Jintao ha
lanciato due
obiettivi in nome
del Partito:
realizzare, al
centesimo
anniversario del
partito, cioè nel
2021, la “società
benestante”, del cui
benessere gode tutto
il popolo cinese, un
miliardo e
quattrocento
milioni, invece di
una parte;
realizzare, al
centesimo
anniversario della
Repubblica popolare,
la modernizzazione,
cioè un paese ricco,
democratico,
civilizzato e
armonioso. Il
secondo obiettivo è
troppo lontano da
me, se campassi,
sarei un centenario,
ma è probabile che
io veda realizzato
il primo. Questo
obiettivo, infatti,
è stato lanciato dal
sedicesimo congresso
del Partito ed è
riconfermato
dall’ultimo, il
diciassettesimo. Il
dodicesimo piano
quinquennale serve
proprio a realizzare
questo obiettivo.
Volevo parlare un
po’ di questo piano
quinquennale: Ha 62
capitoli che si
occupano di tante
cose, da cui traggo
solo qualche
principio
ispiratore. Qui c’è
qualche parola
chiave: la bandiera,
il tema, il filo
conduttore, il punto
di partenza,
l’obiettivo
generale. “La
bandiera” si
riferisce alla via
del socialismo con
caratteristiche
cinesi; “il tema”
parla dello sviluppo
scientifico, cioè
uno sviluppo
complessivo,
coordinato e
sostenibile con
l’accento sugli
interessi del
popolo; “il filo
conduttore” è
accelerare la
trasformazione del
modello di sviluppo
economico per
risolvere problemi
di squilibrio,
scoordinamento e
insostenibilità
nello sviluppo
socio-economico; “il
punto di partenza”
vuol dire adeguarsi
a cambiamenti delle
situazioni interne e
estere,
soddisfacendo le
aspettative di tutti
i gruppi etnici per
una vita migliore;
infine, “l’obiettivo
generale” è
continuare a
promuovere insieme
le costruzioni
economica, politica,
culturale, sociale e
ecologica gettando
la base per portare
a termine una
società benestante.
Volevo approfondire
un po’ due punti tra
i principi
ispiratori del piano
quinquennale. Il
primo punto è il
tema dello sviluppo
scientifico. Perché
si aggiunge un
aggiuntivo
“scientifico”?
Perché lo sviluppo
di prima non è
considerato
“scientifico”: è
stato squilibrato,
scoordinato,
insostenibile.
Questo è veramente
un problema. Gli
squilibri sono molto
gravi in Cina: c’è
dualismo tra la
parte orientale
(costiera) e
occidentale
(hinterland
montuoso), tra città
e campagna (da una
parte Pechino,
Shanghai piene di
grattacieli,
dall’altra parte
zone rurali
montagnose dove le
autorità locali
devono aspettare
finanziamenti
pubblici per
trasformare le case
da paglia in mattoni
e tegole), tra
poveri e ricchi (da
un parte 20-30
milioni di poveri
per la soglia
cinese, 150 milioni
per la soglia
dell’Onu, cioè 1
dollaro al giorno,
dall’altra parte
2000 miliardari in
Rmb, 800 mila
milionario in euro),
tra quantità dello
sviluppo (crescita
annuale 9-10%) e
qualità della vita
(ambiente
inquinato), tra
insufficienza e
sprechi delle
risorse (alto
consumo energetico
per un’unità del
Pil).
Il secondo punto da
approfondire è
l’obiettivo
generale, cioè una
società benestante.
Naturalmente avere
per obiettivo la
società benestante
significa che la
nostra società non è
ancora benestante. È
vero che il nostro
paese è forte
economicamente
(seconda economia
mondiale in termini
del Pil), ma i
nostri cittadini
sono ancora poveri:
siamo al 94° posto
in termini del Pil
pro capite, al 125°
posto in termini
dell’indice di
felicità. Abbiamo
portato un essere
umano nello spazio,
abbiamo lanciato un
modulo astronautico
in orbita, di tutti
questi successi ne
siamo orgogliosi,
entusiasmati, ma
quando torniamo
dallo spazio nella
realtà, ci troviamo
di fronte milioni di
poveri, ambiente
inquinato, ecc. Il
dodicesimo Piano
Quinquennale
dimostra che il
Partito se n’è già
reso conto di questo
problema, quindi ha
incluso nell’elenco
degli obiettivi
concreti due cose:
una è alzare il
livello di reddito
di tutti i
cittadini, l’altra
investire di più
nell’ecologia, da un
lato per recuperare
l’ambiente
inquinato,
dall’altro per
sviluppare industrie
ecologiche e
ecocompatibili. Per
conseguire questo
obiettivo dobbiamo
lavorare sodo. La
sfida che ci
troviamo di fronte è
molto grande, ma
abbiamo fiducia nel
realizzarlo.
(www.lacinrossa.net
21 ottobre 2011)
Il messaggio di saluto
dei comunisti portoghesi
per il 90° anniversario
del PCC
su www.pcp.pt del
09/07/2011
Traduzione
di l'Ernesto online
In occasione della celebrazione dei 90 anni del Partito
Comunista della Cina (PCC), il Comitato Centrale del
Partito Comunista Portoghese ha indirizzato al Comitato
Centrale del PCC un messaggio di saluto che pubblichiamo
di seguito
Cari compagni,
In occasione del 90° anniversario del Partito Comunista
della Cina, trasmettiamo a voi, e per vostro tramite ai
comunisti e al popolo cinese, le più calorose
felicitazioni e il saluto dei comunisti portoghesi, che
augurano al PCC molti successi nell'esercizio delle sue
grandi responsabilità nei confronti della Repubblica
Popolare della Cina.
Dalla sua fondazione, il 1 luglio 1921, percorrendo un
lungo difficile e accidentato cammino, il Partito
Comunista della Cina ha condotto una lotta eroica di
emancipazione nazionale e sociale culminata con la
vittoria sulla reazione feudale e borghese, la
liberazione dal colonialismo e la sconfitta
dell'invasore giapponese, la conquista del potere e la
fondazione della Repubblica Popolare della Cina, con
l'attuazione di profonde trasformazioni economiche,
sociali e culturali orientate al socialismo.
La storia del movimento comunista e l'esperienza della
stessa Cina hanno dimostrato che la costruzione di una
nuova società senza sfruttatori né sfruttati è più
difficile e complessa di quanto per decenni abbiamo
supposto, ma ha dimostrato anche che solo il socialismo
può salvare l'umanità dalla barbarie capitalista, che
“solo il socialismo può salvare la Cina”. Per questo il
PCP segue con grande attenzione l'iniziativa del PCC.
Pur non ignorando le difficoltà e le sfide che i
comunisti e il popolo cinese affrontano nel sempre
complesso cammino del socialismo, attribuiamo grande
valore ai risultati ottenuti nella promozione sociale e
culturale del popolo cinese, nella risoluzione di
problemi di colossale dimensione, nell'edificazione di
una grande e prospera nazione.
La Cina rappresenta oggi una realtà imprescindibile
nelle relazioni internazionali, a cui guardano con
attenzione tutti i popoli vittime dello sfruttamento
capitalista e dell'ingerenza e dell'aggressione
imperialista, tutte le forze che lottano per la libertà,
il progresso sociale, la pace e il socialismo.
L'avanzata della Cina sulla via del socialismo è
nell'interesse, non solo dei comunisti e del popolo
cinese, ma di tutti i comunisti, i progressisti, i
popoli di tutto il mondo.
Nel riaffermare la nostra volontà di rafforzare le
relazioni tra i nostri due partiti e nel formulare i
migliori auguri all'iniziativa del PCC, vi inviamo i
nostri migliori saluti.
La lettera di Hu Jintao a
Fidel Castro
su www.cubadebate.cu del
22/04/2011
Traduzione di l'Ernesto
online
Il segretario del Partito
Comunista di Cina Hu Jintao
ha inviato una lettera al
comandante Fidel Castro, in
cui ribadisce il sostegno
della Cina a Cuba
socialista, anche in caso di
intervento esterno.
Pechino, 19 aprile 2011
Stimato compagno Fidel
Castro Ruz,
Il VI Congresso del Partito
Comunista di Cuba, che si è
celebrato nel 50°
anniversario della
Dichiarazione del carattere
socialista della Rivoluzione
Cubana, è stato un congresso
che raccoglie l'eredità del
passato e si proietta nel
futuro. Durante i 50 anni
trascorsi, come fondatore e
promotore della rivoluzione
e della costruzione di Cuba,
Lei, senza avere alcuna
paura delle pressioni
esterne, ha diretto il
popolo cubano salvaguardando
la sovranità e la dignità
nazionale, proseguendo con
fermezza sulla strada del
socialismo, ottenendo
successi nella costruzione
del socialismo che hanno
richiamato l'attenzione di
tutti. Per queste ragioni,
Lei ha guadagnato non solo
il rispetto e l'appoggio del
popolo cubano, ma anche
l'ammirazione dei popoli del
mondo.
Lei è un eminente
rivoluzionario, ideologo,
stratega e statista. 50 anni
fa, nel raduno di un milione
di cubani svoltosi sulla
Piazza della Rivoluzione, ha
dichiarato con decisione
l'allacciamento di relazioni
diplomatiche tra Cuba e la
Repubblica Popolare di Cina,
il che ha trasformato Cuba
nel primo paese ad avere
tali relazioni con la Cina
in America Latina, e ha
aperto una nuova era nelle
relazioni cino-cubane e
cino-latinoamericane. Lei ha
sempre profuso sforzi nella
promozione dell'amicizia
cubano-cinese, segue da
vicino in ogni momento il
processo di sviluppo della
Cina e ci ha accordato aiuti
e appoggi fraterni, offrendo
un importante contributo al
continuo sviluppo
dell'amicizia e della
cooperazione tra i due
Partiti e paesi. Oggi ci fa
piacere constatare che
l'amicizia cino-cubana,
iniziata e coltivata insieme
dai compagni Mao Zedong,
Deng Xiaoping, Jiang Zemin,
Lei, Raul e gli altri
compagni dirigenti, ha messo
profonde radici nel cuore
dei nostri popoli ed è
entrata in un nuovo periodo
di sviluppo integrale.
Attualmente, sia la Cina che
Cuba si trovano in una fase
cruciale del loro sviluppo.
Sono convinto che, sotto la
direzione del compagno Raul
Castro Ruz, la rivoluzione e
la costruzione socialiste di
Cuba otterranno senza dubbio
altri nuovi successi. Voglio
approfittare
dell'opportunità per
ribadire che, quali che
siano i cambiamenti nella
situazione internazionale,
il Partito e il governo
cinesi continueranno sulla
linea dell'amicizia duratura
con Cuba, sosterranno come
sempre il popolo cubano
nella sua giusta lotta per
salvaguardare la sovranità
nazionale e opporsi
all'intervento esterno,
appoggeranno Cuba nella
ricerca della strada di
sviluppo socialista che
corrisponda alle sue
peculiarità nazionali,
continueranno ad offrire
tutto l'aiuto possibile allo
sviluppo socio-economico di
Cuba e rafforzeranno i
legami di amicizia e
cooperazione tra i due
Partiti e paesi.
Hu Jintao
Segretario Generale del
Comitato Centrale del
Partito Comunista di Cina
Il bellicismo nel premio Nobel per la
pace
di Manuel E. Yepe*
su www.argenpress.info del 17/12/2010
Traduzione di l'Ernesto online
*Manuel E. Yepe, giornalista cubano specializzato in
temi di politica internazionale, scrive sulle più
autorevoli testate di tutto il mondo
Il Comitato del Premio Nobel per la Pace dal 2009 sta
mettendo in pratica l'agenda strategica militarista del
suo presidente, il norvegese Thorbjoem Jagland. e le sue
dichiarazioni più recenti.
E' ciò che sostiene in un articolo diffuso
dall'organizzazione pacifista Global Network Against
Weapons & Nuclear Power in Space il giapponese Yoichi
Shimatsu, specialista in tema di energie rinnovabili,
che abitualmente scrive su pubblicazioni riguardanti
questioni europee e che è stato editore del settimanale
giapponese Japan Times Weekly di Tokyo e giornalista
della catena Bon Ocean di Pechino.
Thorbjoem Jagland è stato primo ministro, ministro degli
esteri, presidente del Storting (parlamento norvegese)
ed è attualmente presidente del Consiglio d'Europa, un
organismo che ha sostenuto l'Unione Europea e la NATO
durante la Guerra Fredda. E' un veterano del Partito
Laburista Norvegese che, secondo Shimatsu, ha assunto
una posizione simile a quella del britannico Tony Blair
come promotore dell'integrazione dell'Unione Europea
nella stretta alleanza con Washington, per assicurare
una forte leadership occidentale negli eventi
internazionali.
Ha fatto parte del Comitato permanente della difesa ed è
stato insigne partecipante alle conferenze parlamentari
della NATO, e in questa organizzazione promotrice di
guerre si è identificato sempre nel corso della sua
carriera politica.
Sebbene la Norvegia sia un paese relativamente piccolo,
svolge un ruolo militare significativo, data la sua
posizione strategica, vicino a quella che è stata la
Flotta Sovietica dell'Artico (oggi Flotta del Mare del
Nord), a Murmansk, nella penisola di Kola.
Shimatsu ricorda che in Norvegia tutti gli uomini sono
soldati e possiedono un fucile, e che la frontiera della
Norvegia con la Russia nel Mare di Barents ha costituito
la linea del fronte durante la Guerra Fredda.
Attualmente, la Norvegia svolge un ruolo rilevante nelle
contraddizioni che si manifestano tra i paesi
tecnologicamente avanzati e quelli del terzo mondo,
perché ha truppe di terra in Afghanistan, navi che
custodiscono le coste della Somalia contro la pirateria
nella regione, partecipa alla corsa spaziale del
Pentagono come parte dei sistemi missilistici
anti-balistici, e possiede la tecnologia
anti-sottomarini più avanzata del mondo.
La Norvegia possiede una quantità di soldati nella NATO
proporzionalmente maggiore di qualsiasi altro dei 28
Stati membri. Jagland è portavoce degli strateghi della
NATO, e in tale funzione, reclama l'ampliamento
dell'alleanza occidentale per evitare il risorgere delle
potenzialità militari della Russia e della Cina e
l'avvicinamento ad esse del Brasile e dell'India poiché
ritiene che le sfide dell'Occidente siano cambiate dopo
il collasso dell'URSS, poiché ora il nuovo nemico
potenziale è la coalizione economica che è nota come
BRIC, di cui fanno parte, Brasile, Russia, India e Cina.
Shimatsu riferisce che, in una conferenza di
parlamentari europei che ha avuto luogo lo scorso anno,
l'attuale presidente del Comitato del Premio Nobel per
la Pace ha sostenuto con crudezza: “Quando non siamo
capaci di fermare una tirannia, la guerra comincia. E'
per questo che la NATO è indispensabile. La NATO è
l'unica organizzazione militare multilaterale che si
radichi nel diritto internazionale. E' un'organizzazione
che le Nazioni Unite possono usare, quando è necessario,
per fermare una tirannia, come abbiamo fatto nei
Balcani.”
Jagland si riferiva naturalmente alla campagna di
bombardamenti, invasione, occupazione, alla fine
dell'ultimo decennio del XX secolo, contro la ormai
scomparsa Repubblica Federativa di Jugoslavia.
Per riassumere il suo pensiero, Jagland ha detto
qualcosa di totalmente incompatibile con il suo incarico
alla testa del Comitato del Premio Nobel per la Pace:
“Se in qualsiasi parte del mondo i tiranni non possono
essere rovesciati con mezzi pacifici, la guerra è
inevitabile e la NATO avvierà questa guerra.”
Da far rabbrividire come queste sono state le sue parole
all'annuncio dell'assegnazione del Premio Nobel per la
Pace al cinese Liu Xiaobo: “Noi abbiamo il dovere di
parlare quando altri non lo possono fare. Dobbiamo avere
il diritto di criticare la Cina per far avanzare le
forze che vogliono che la Cina sia più democratica.”
Yoichi Shimatsu segnala che l'espressione “far avanzare”
sulla bocca di Jagland gli ricorda gli eufemismi nei
testi giapponesi che parlavano di “avanzate” delle
truppe giapponesi nel territorio di altri paesi
dell'Asia continentale. Così si maschera una mentalità
militarista.
Secondo quanto sostiene lo scrittore giapponese,
selezionando i suoi premiati più recenti, Barack Obama e
Liu Xiaobo, il Comitato del Premio Nobel della Pace ha
inteso proporre un'agenda strategica che coincide con il
pensiero politico di Thorbjoem Jagland., suo presidente
dal 2009, conosciuto dai suoi avversari in Norvegia come
“il nostro George Bush”.
Perchè Liu Xiaobo ha
conseguito il Nobel per la pace
di Domenico
Losurdo
Nel 1988 Liu Xiaobo dichiarò in
un'intervista che la Cina aveva bisogno di essere
sottoposta a 300 anni di dominio coloniale per poter
diventare un paese decente, di tipo ovviamente
occidentale. Nel 2007 Liu Xiaobo ha ribadito questa sua
tesi e ha invocato una privatizzazione radicale di tutta
l'economia cinese. Riprendo queste notizie da un
articolo di Barry Sautman e Yan Hairong pubblicato sul
«South China Morning Post» (Hong Kong) del 12 ottobre.
Non si tratta di un giornale allineato sulle posizioni
di Pechino, che anzi in questo stesso articolo viene
criticata per aver colpito un'opinione sia pure
«ignobile» con la detenzione piuttosto che con la
critica. Da parte mia vorrei fare alcune osservazioni.
Anche sui manuali di storia
occidentali si può leggere che, a partire dalle guerre
dell'oppio, inizia il periodo più tragico della storia
della Cina: un paese di antichissima civiltà è
letteralmente «crocifisso» - scrivono storici eminenti;
alla fine dell'Ottocento, la morte in massa per inedia
divenne noioso affare quotidiano. Ma, secondo Liu Xiaobo,
questo periodo coloniale è durato troppo poco; avrebbe
dovuto durare tre volte di più! Il meno che si possa
dire è che siamo in presenza di un «negazionismo» ben
più spudorato di quello rimproverato ai vari David
Irving. Ebbene, l'Occidente non esita a rinchiudere in
galera i «negazionisti» delle infamie perpetrate ai
danni del popolo ebraico, ma conferisce il «Premio Nobel
per la pace» ai «negazionisti» delle infamie a lungo
inflitte dal colonialismo al popolo cinese! Purtroppo,
in modo non molto diverso si atteggia spesso la sinistra
occidentale, che si è ben guardata dal condannare
l'arresto a suo tempo di David Irving e di altri
esponenti della stessa corrente ancora in stato di
detenzione, ma che in questi giorni inneggia a Liu
Xiaobo. Quest'ultimo, peraltro, non si è limitato a
esprimere opinioni, sia pure «ignobili» (come riconosce
il South China Morning Post»). Dopo aver invocato nel
1988 tre secoli di dominio coloniale in Cina, l'anno
dopo è ritornato di corsa (di sua spontanea iniziativa?)
dagli Usa in Cina, per partecipare alla rivolta di
Piazza Tienanmen e impegnarsi a realizzare il suo sogno.
E' un sogno per la cui realizzazione egli continua a
voler operare, come dimostra la sua celebrazione (in
un'intervista del 2006 a una giornalista svedese) della
guerra Usa per l'esportazione della democrazia in Iraq.
Come si vede, siamo in presenza di un personaggio che
contro il suo paese invoca direttamente il dominio
coloniale e, indirettamente la guerra d'aggressione. E'
un sogno che gli ha procurato al tempo stesso la
detenzione nelle galere cinesi e il «Premio Nobel per la
Pace»."(ottobre 2010)
Il diritto e la
transizione al socialismo nella Repubblica popolare
cinese
Intervista a Oliviero
Diliberto, segretario
nazionale del PdCI, di
ritorno da Pechino.
A cura di Andrea Catone
Sei di ritorno
dalla Cina, con cui da
diversi anni collabori
alla stesura del codice
civile, pubblicando tra
l’altro articoli su
riviste giuridiche
cinesi. La Cina – hai
dichiarato al
telegiornale - scrive
oggi il codice civile
guardando al Diritto
Romano e non al modello
anglosassone, una scelta
favorita dalla
traduzione in cinese
venti anni fa, dei
principali testi di
diritto romano. Quali
sono le ragioni di
questa scelta, quali le
sue implicazioni?
Tutto
è incominciato più di
vent’anni fa. Un collega
dell’università di Roma,
professore come me di
Diritto romano, Sandro
Schipani, ha avuto
un’intuizione
straordinaria. Era il
1988. La Repubblica
Popolare Cinese aveva
intrapreso la strada
delle riforme economiche
e Schipani immaginò che,
aprendosi al mercato, la
Cina avrebbe presto
avuto necessità di
dotarsi di regole del
diritto civile
(contratti,
obbligazioni,
regolamentazione degli
assetti proprietari, etc.).
Così, Schipani ha
incominciato –
inizialmente da solo –
ad avviare contatti con
le università cinesi ed
in particolare con la
principale di esse,
l’Università Cinese di
Scienze Politiche e
Giurisprudenza (CUPL) di
Pechino. Firmò, era il
1988, un primo
protocollo d’intesa per
avviare la
collaborazione
scientifica tra le
università (Roma Tor
Vergata, allora, poi si
unirà anche La Sapienza,
e Pechino, appunto),
anche per via di una
circostanza fortunata.
Il decano
dell’università cinese,
Jiang Ping, aveva a suo
tempo studiato a Mosca,
ove si insegnava come
materia fondamentale il
diritto romano
(insegnamento prima
abolito, poi
reintrodotto per volere
di Stalin: e la
persistenza
dell’importanza di esso
in Russia è data, per
esempio, dalla
circostanza che il
presidente Medvedev è
proprio docente di
diritto romano). Per
cui, il medesimo Jiang
Ping aveva intuito
l’utilità di quel
diritto per la
costruzione del nuovo
diritto civile cinese.
Da allora, questa intesa
ha prodotto in primo
luogo la pubblicazione
in cinese delle fonti
giuridiche romane (ormai
sono 40 volumi), poi è
incominciata la
formazione a Roma di
giovani giuristi cinesi
che hanno imparato
l’italiano (e il
latino!) e il diritto
romano. Poi, la
collaborazione ha preso
strade
straordinariamente
produttive. Mi verrebbe
da dire, senza
esagerazione, storiche.
Ma è necessaria
una precisazione
iniziale: perché è
ancora utile il diritto
romano, apparentemente
un diritto del passato?
In fondo, l’esperienza
storica del diritto
romano si è esaurita con
la fine dell’impero
romano. Ma l’eredità di
quel diritto, viceversa,
è ancora ben presente
nel mondo.
Ciò che è rimasto,
evidentemente, non è il
diritto romano
storicamente esistito –
estinto come tutte le
altre esperienze di
sistemi politici,
istituzionali e sociali
conclusi –, bensì ciò
che del diritto romano
ha continuato a vivere
nei diversi ordinamenti
europei e extraeuropei
(moltissimi) che gli
sono tributari: un
sistema, una somma di
categorie (e di lessico
giuridico) comuni,
criteri metodologici che
– tutto ciò rinnovandosi
nel tempo e nello spazio
– ancora sono, a loro
modo, vigenti. Impiego
quest’ultimo termine con
cautela e prudenza. Ma
non ne trovo altro che
renda meglio il
concetto. Dalla fine
dell’esperienza storica
del diritto romano
(formalmente, dal 476
d.C. in Occidente e dal
565 d. C. in Oriente:
morte di Giustiniano I;
o, se si vuole, dal
1453, presa di
Costantinopoli), quel
diritto ha continuato a
permeare di sé – cosa
notissima – tutti gli
ordinamenti dell’Europa
continentale, dal
Portogallo sino alla
Russia, e poi, partendo
dal vecchio Continente,
tutta l’esperienza
giuridica dell’America
Latina. Ha continuato a
vivere in Paesi con
ordinamenti
istituzionali e regimi
politici tra loro
diversissimi (regni,
repubbliche, principati,
liberi comuni, regno
della Chiesa, dittature
del proletariato e
ordinamenti borghesi,
regimi reazionari e
liberali: si potrebbe
continuare). Certo,
ognuno di questi Paesi
ha modificato,
soppresso, aggiunto,
"piegato" gli istituti
romanistici alle diverse
e contingenti esigenze
del tempo, della realtà
geografica, della
politica. Ma la base, le
istituzioni, cioè i
fondamenti di esso, sono
rimaste inalterate nella
loro sostanza di fondo.
Come la lingua latina
(in un ambito geografico
tuttavia assai più
ristretto) ha dato vita
a tante diverse lingue
neolatine, che,
attraverso la comune
matrice, possono tra
loro comprendersi senza
soverchio sforzo, così
il diritto romano ha
consentito la nascita di
diversi diritti
"neoromani", fondati –
come detto – su comuni
sistemi (l’impianto
complessivo), su
categorie pressoché
identiche, su un
linguaggio comprensibile
all’interno del medesimo
impianto, su una scienza
giuridica fondata su
tecniche
giurisprudenziali di
interpretazione del
testo similari in ogni
latitudine. Ma, rispetto
alla lingua latina, con
uno spettro geo-politico
amplissimo.
Tutto ciò ha vinto la
prova dei secoli perché
è ancora parte viva di
ciò che applicano, come
diritto vigente, milioni
e milioni di donne e di
uomini nel mondo. Ma è
diventato – ed è –
ancora parte viva,
proprio per la capacità
di quel diritto,
storicamente "estinto",
di essere adattato,
metastoricamente, grazie
ad una sua straordinaria
duttilità, a situazioni
e ordinamenti
diversissimi da quelli
che lo avevano a suo
tempo determinato. Ogni
generazione di giuristi
nelle diverse parti del
mondo – per circa
millecinquecento anni –
ha costruito e
ricostruito le proprie
istituzioni di diritto
romano, utili
all’attualità del
pensiero giuridico,
splendidamente
atemporali, capaci di
sfidare i secoli, di
rinnovarsi, di essere
applicate ai contesti
più diversi. Immutabili
e al contempo cangianti.
La Cina ha scelto,
dunque, di adottare quel
sistema. L’ha scelto
dopo una discussione –
svoltasi all’inizio
degli anni ’90 – molto
accesa nei gruppi
dirigenti dello Stato e
tra i giuristi.
L’alternativa era quella
di adottare un modello
di tipo anglosassone, la
cosiddetta common law,
il diritto che dalla
Gran Bretagna è divenuto
il diritto anche degli
Usa. Il diritto –
semplifico evidentemente
molto – del nuovo Impero
statunitense. Al termine
di questa discussione,
molto partecipata,
libera, appassionata, in
Cina ha prevalso la
scelta del sistema
romanistico. Risultato
straordinario, questo:
possibile perché,
appunto, nel frattempo
si erano prodotti quei
primi risultati
(fondamentale l’accesso
linguistico ai testi,
grazie alle traduzioni
in cinese che nel
frattempo Schipani aveva
avviato). Così, si è
tenuto a Pechino nel
1994 il primo congresso
internazionale sul
diritto romano e la
codificazione del
diritto civile in Cina.
Poi, nel 1999 (io ero
Ministro della Giustizia
in Italia), tenemmo a
Pechino il secondo
congresso, con i crismi
dell’ufficialità, aperto
proprio dai due Ministri
della Giustizia
(italiano e cinese) ed
iniziò anche un rapporto
istituzionale fra i due
Paesi: la circostanza
che io fossi ministro,
ma anche docente di
diritto romano e anche
comunista, rappresentava
evidentemente anch’essa
intrinsecamente una
garanzia. Era nel
frattempo incominciata,
per gradi, la
promulgazione del codice
civile cinese (prima i
contratti, ora anche i
diritti reali:
proprietà, usufrutto,
rapporti tra vicini) che
seguiva in misura
perfino superiore
all’Italia appunto il
sistema del diritto
romano. Sono seguiti
successivamente anche
altri incontri di lavoro
(nel 2005 e oggi quello
appena concluso,
nell’ottobre 2009) e la
collaborazione è
proseguita
proficuamente: 5000
giovani studiosi cinesi
ogni anni vengono in
Europa (e la gran parte
in Italia) ad apprendere
il diritto per poi
riapplicarlo in Cina con
le specificità del loro
ordinamento politico,
economico ed
istituzionale, nonché
coniugandolo con le loro
millenarie tradizioni.
Sono sorti anche
dottorati di ricerca
comuni (italiano e
cinese), che rilasciano
titoli congiunti e molti
giovani italiani
studiano in Cina.
Esistono oggi circa 120
università cinesi nelle
quali è insegnato anche
il diritto romano e
presso l’università
capostipite, a Pechino,
è stato fondato un
centro di studio
permanente del medesimo
diritto romano e di
quello italiano, con
relativa biblioteca
specializzata. I lavori
scientifici miei e di
molti di noi sono
regolarmente ospitati
presso le riviste
giuridiche cinesi.
Diciamo, concludendo
questa inevitabilmente
lunga esposizione, che
abbiamo contribuito a
costruire un piccolo (ma
credo rilevante) pezzo
di storia. Abbiamo
infatti partecipato ad
un’iniziativa politica,
ma anche culturale, che
rimarrà nel tempo: la
promulgazione del codice
civile del più grande
Paese del mondo, che si
avvia ad essere la
principale potenza
planetaria. Io sono
molto orgoglioso di aver
preso parte al progetto,
ne sono grato a Schipani
che mi ha coinvolto ed
ai colleghi (e compagni)
cinesi che me ne hanno
dato l’opportunità. Da
studioso, ma anche da
dirigente comunista.
È di grandissima
rilevanza per i
comunisti comprendere il
modo in cui si pone oggi
la questione del
rapporto tra Diritto e
Stato di transizione al
socialismo, quale si
presenta oggi la
Repubblica Popolare
Cinese: e cioè del modo
in cui il codice civile
e l’impalcatura
giuridica complessiva
possono "riflettere" la
fase attuale dei
rapporti sociali di
produzione, che vedono
la presenza di un
settore pubblico, che
svolge le funzioni di
indirizzo generale
dell’economia, e di un
ampio settore privato. È
stata affrontata - e
come? - tale questione
nei convegni giuridici
cui hai partecipato? Vi
è un dibattito sulle
riviste giuridiche sulle
fonti cui ispirare la
stesura del Codice
civile? Come il Partito
Comunista Cinese la
collega alla propria
visione di transizione
ad una società
socialista e come la
innesta in essa? In che
modo cioè il nuovo
codice civile cinese
"fissa" il diritto di
una società di
transizione verso il
socialismo, e quali sono
quindi le differenze
rispetto al "diritto
borghese" delle società
capitalistiche?
Il diritto cinese tiene
ovviamente in conto –
nel suo fondarsi sul
modello romanistico – la
peculiarità della
società e dello Stato
socialista. Né potrebbe
essere diversamente. Un
esempio eloquente. La
proprietà privata esiste
ed è tutelata dalla
legge. Ma essa
corrisponde molto più
all’originale modello
romano che a quello dei
codici civili europei,
come quello italiano.
Questi ultimi, infatti,
sono codici "borghesi"
per eccellenza, figli
della rivoluzione
francese e del codice
napoleonico del 1804,
nel quale la proprietà
privata è il perno del
sistema. La proprietà
privata è in esso
assoluta e inviolabile.
L’art. 544 del codice
civile napoleonico
afferma che la proprietà
è il diritto "de jouir
et de disposer des
choses de la manière la
plus absolue, pourvu qu’on
n’en fasse pas un usage
prohibé par les lois ou
par les réglements".
Tale definizione è a sua
volta ripresa, pressoché
alla lettera, dal codice
civile italiano del 1865
(art. 436: "diritto di
godere e disporre delle
cose nella maniera più
assoluta, purché non se
ne faccia un uso vietato
dalle leggi o dai
regolamenti"); mentre
nel codice civile
italiano del 1942, anche
se appare modificato il
tenore letterale, si
avvertono ancora echi
piuttosto espliciti:
infatti, pur essendo
venuta meno la categoria
dell’assolutezza del
disporre, il diritto di
proprietà è pur sempre
connotato dalla pienezza
e dall’esclusività
("diritto di godere e
disporre delle cose in
modo pieno ed esclusivo,
entro i limiti e con
l’osservanza degli
obblighi stabiliti
dall’ordinamento
giuridico"). Tutto ciò
non è romano: i concetti
di inviolabilità e
assolutezza nascono
infatti dalla
coincidenza tra la
nozione di libertà
borghese e quella di
proprietà privata tipica
delle concezioni
anch’esse borghesi
(cosiddetto "egoismo
proprietario"). Ancora.
Nei codici civili
europei – contrariamente
a ciò che leggiamo nelle
Costituzioni, ben più
avanzate socialmente dei
codici stessi, anche
perché successive ad
essi – la proprietà
privata è riconosciuta
quale diritto naturale
dell’uomo. Si
tratterebbe cioè – in
tali concezioni – di un
diritto innato,
preesistente alle
codificazioni, che
dunque si limitano a
riconoscerlo e
ovviamente a tutelarlo.
Nella legislazione
cinese, invece, tutto
ciò manca. Giustamente.
Intanto, coesistono
forme di proprietà
diverse tra loro: quella
statale (riservata ai
beni più rilevanti),
quella collettiva (ad
esempio, quella delle
comunità locali, dei
villaggi, etc.), quella
privata. Ad esempio, la
terra è tutta dello
Stato, che può darla in
concessione. Era così,
per grandi linee, nel
diritto romano e i
cinesi hanno aderito a
quella impostazione, non
certo a quella dei
codici civili
dell’occidente. Ancora.
Il concetto di
assolutezza e quello
dell’inviolabilità della
proprietà privata
letteralmente (e
giustamente) non
esistono. La proprietà
privata medesima non è
riconosciuta, ma
semplicemente tutelata,
al pari degli altri
diritti. Mi sono
occupato proprio di
questi profili nel corso
degli ultimi anni, dal
2005 ad oggi: e sono ben
lieto che il legislatore
cinese abbia aderito a
questa impostazione.
D’altro canto, la
proprietà privata in
quanto tale – se
accompagnata dalla
presenza, appunto, di
una proprietà statale
forte e a forme di
controllo, indirizzo,
possibilità di esproprio
da parte dello Stato,
come previsto proprio
dalle leggi cinesi
appena promulgate – non
è certo in
contraddizione con un
sistema socialista.
Quanta ignoranza in
Italia, su questi temi!
Si pensa comunemente che
in Cina abbiano
accettato l’idea
occidentale della
proprietà: ed è il
contrario!
(www.lernesto.it 9
novembre 2009)
A sessanta anni dalla
fondazione della Repubblica
Popolare Cinese
da
Accademia delle Scienze
dell’URSS, Storia universale
vol. XI, Teti Editore, Milano,
1975
A sessanta anni dalla fondazione
della Repubblica Popolare Cinese
(01/10/1949) - trascrizione a
cura del Centro di Cultura e
Documentazione Popolare
Nel gennaio
del 1948, a Hong Kong, alcuni
autorevoli esponenti del
Kuomintang, malcontenti della
politica di Chiang Kai-shek,
avevano creato un Comitato
rivoluzionario del Kuomintang,
dichiarandosi pronti a battersi
con i comunisti per la
formazione di un governo
democratico di coalizione e per
attuare la riforma agraria.
Nello stesso tempo si svolgeva a
Hong Kong una riunione della
Lega democratica, che si
dichiarò per l’appoggio alla
lotta armata del Partito
comunista cinese contro la
reazione del Kuomintang e
solidale con il programma
agrario dei comunisti.
Felicitandosi per le
dichiarazioni del Comitato
rivoluzionario del Kuomintang e
della Lega democratica, il
partito comunista, nel suo
messaggio del Primo Maggio,
proponeva a tutti i partiti e
raggruppamenti democratici, alle
organizzazioni di massa e alle
personalità apartitiche, la
convocazione di una nuova
conferenza politica consultiva,
senza la partecipazione dei
reazionari. La proposta fu
accolta, e nell’agosto del 1948
i rappresentanti dei partiti e
dei raggruppamenti politici si
recarono nelle zone liberate,
per attuare praticamente la
collaborazione con i comunisti.
A partire
dall’autunno del 1948 i ritmi di
sviluppo degli avvenimenti
rivoluzionari in Cina si
accelerarono fortemente.
Inizialmente la direzione del
partito comunista, basandosi
soprattutto su quello che poteva
essere lo sviluppo della
rivoluzione dal punto di vista
militare, aveva calcolato di
poter giungere alla vittoria in
cinque anni, cioè presso a poco
nel 1952. Ma l’ascesa
rivoluzionaria di tutto il
popolo nelle regioni dominate
dal Kuomintang accelerò
considerevolmente il crollo del
regime di Chiang Kai-shek e
consentì all’esercito popolare
di liberazione di conseguire
vittorie decisive già all’inizio
del terzo anno di guerra.
Nel
settembre-ottobre 1948, a
seguito di una grande operazione
che si protrasse per 52 giorni,
fu annientato quasi mezzo
milione di soldati del
Kuomintang e liberata
completamente tutta la parte
nord-orientale del paese. Ne
seguì la vittoria non meno
esaltante di Huai Hai,
conseguita dopo 65 giorni di
combattimenti. In questa
grandiosa battaglia furono
sconfitte 55 divisioni del
Kuomintang, comprendenti
complessivamente 550 mila
uomini. Nel dicembre 1948 e
gennaio 1949 si svolse una
grande battaglia nella Cina
settentrionale, che portò alla
liberazione di numerose città,
tra cui Pechino la cui
guarnigione si arrese senza
combattere. Queste tre grandi
vittorie delle forze
rivoluzionarie spezzarono le
reni all’esercito del Kuomintang.
Il processo di tracollo del
regime del Kuomintang era ormai
irreversibile. Il 1° gennaio
1949, in un discorso alla radio,
Chiang Kai-shek propose ai
comunisti l’avvio di negoziati
di pace.
Il messaggio
di capodanno di Chiang Kai-shek
era il riconoscimento della
propria sconfitta da parte della
reazione del Kuomintang. Il 14
gennaio 1949 il Comitato
centrale del partito comunista
rispondeva ufficialmente alla
proposta di Chiang Kai-shek.
Esso si diceva pronto a avviare
negoziati con il Kuomintang,
alle seguenti condizioni:
punizione dei criminali di
guerra, abolizione della pseudo
Costituzione del 1946, del
sistema giuridico del Kuomintang,
riorganizzazione di tutte le
forze armate reazionarie sulla
base di principi democratici,
confisca del capitale
burocratico, riforma del sistema
agrario, annullamento dei
trattati ineguali, convocazione
di una conferenza politico
consultiva senza la
partecipazione di elementi
reazionari, per la creazione di
un governo democratico di
coalizione che avrebbe assunto
tutti i poteri del governo
reazionario del Kuomintang e
degli organi locali che ne
dipendevano, a tutte le istanze.
Nel
Kuomintang si accese una lotta
attorno a queste condizioni. Il
gruppo che stava attorno a
Chiang Kai-shek voleva la
cessazione immediata e
incondizionata delle operazioni
militari, dopo di che sarebbero
stati avviati i negoziati. Il
vicepresidente Li Tsung-jen e un
gruppo di generali ritenevano
che si dovessero accettare le
condizioni poste dai comunisti.
Sotto la pressione di questi
gruppi Chiang Kai-shek trasmise
le funzioni di presidente a Li
Tsung-jen, ma conservò di fatto
il potere sull’apparato del
Kuomintang e, ciò che era ancora
più importante, il controllo
sulle truppe e sulla
distribuzione degli aiuti
americani. Egli sperava che i
negoziati si trascinassero per
le lunghe in modo da dargli la
possibilità di mettere assieme
nuove divisioni per continuare
la lotta. Il nuovo presidente,
assumendo ufficialmente le sue
funzioni, dichiarò di esser
d’accordo per iniziare i
negoziati alle condizioni poste
dal Partito comunista cinese.
I negoziati
ebbero inizio a Pechino i1 1°
aprile e durarono due settimane.
Essi portarono all’elaborazione
di un progetto di trattato di
pace. La delegazione comunista
fece concessioni sul punto che
concerneva la punizione dei
criminali di guerra, nel senso
di prevedere atteggiamenti
differenziati nei confronti dei
dirigenti del Kuomintang,
responsabili in misura diversa
dello scatenamento della guerra
civile. Il partito comunista
acconsentì anche all’inclusione
nel futuro governo di coalizione
di dirigenti del partito del
Kuomintang di “sentimenti
patriottici”. Le altre
condizioni poste dai comunisti
furono tutte incluse nel testo
del progetto di trattato per la
pacificazione del paese. Ma il
governo di Li Tsung-jen, presa
visione del progetto di
trattato, il 20 aprile 1949
dichiarò di non volerlo
sottoscrivere.
Il 21 aprile
l’esercito popolare di
liberazione gli rispose con
un’offensiva generale contro le
truppe del Kuomintang. Forzato
lo Yangtze il 23 aprile esso
occupava Nanchino, la capitale
del Kuomintang. Nel maggio
furono liberate le maggiori
città della Cina, quali Hang
chou, Shangai, Wuhan e Hengyang.
Al sud l’esercito popolare di
liberazione era agevolato dal
fatto che, all’appello del
consiglio militare
popolare-rivoluzionario a tutte
le autorità locali, militari e
civili del Kuomintang a
sottoscrivere trattati di
carattere locale sulla base
delle condizioni fissate a
Pechino, una serie di alti
dirigenti militari del
Kuomintang risposero
arrendendosi senza combattere,
rendendo così possibile la
liberazione pacifica delle
province della Hunan, Yunan,
Hsikiang e Sin Tsian. Molti di
questi dirigenti del Kuomintang
ottennero in seguito posti di
rilievo nel governo della
Repubblica Popolare Cinese. Nel
dicembre 1949 tutta la parte
continentale della Cina, a
eccezione del Tibet, era
completamente liberata. I resti
dell’esercito del Kuomintang si
rifugiarono nell’isola di
Formosa. Il regime del
Kuomintang era abbattuto.
Con il
passaggio all’offensiva
dell’esercito popolare di
liberazione e la liberazione di
un sempre maggior numero di
città, il partito comunista
dovette misurarsi sempre di più
con i problemi dei suoi rapporti
con i diversi strati della
popolazione urbana, e in primo
luogo con la classe operaia. È
da quel momento che esso si
impegnò a rafforzare la propria
influenza politica sulla classe
operaia, particolarmente
instaurando l’unità del
movimento sindacale sotto il suo
controllo. Nell’agosto 1948 ad
Harbin i sindacati delle regioni
liberate e l’Associazione cinese
del lavoro che operava nelle
regioni dominate dal Kuomintang
tennero il VI congresso
pancinese dei sindacati (il
precedente si era tenuto nel
1929), che ricreò la Federazione
sindacale pancinese. In questa
federazione fu assegnata ai
comunisti una funzione
dirigente.
Alla riunione
allargata dell’Ufficio politico
del Comitato centrale del
partito comunista che si tenne
nel settembre 1948, fu
sottolineata la necessità di
“rafforzare l’attività di
amministrazione delle città e
dell’industria e di portare
gradualmente dalle campagne alle
città il centro di gravità del
lavoro di partito”. Alla fine
del 1948 Mao Tse-tung e Liu
Shao-chi, nell’organo
dell’Ufficio di informazione dei
partiti comunisti “Per una pace
stabile, per una democrazia
popolare” e in altri documenti
del Partito comunista cinese,
dichiaravano che il partito si
atteneva ai principi del
marxismo-leninismo e
dell’internazionalismo
proletario, della funzione
dirigente dell’Unione Sovietica
nel fronte antimperialista
mondiale, dell’importanza
dell’esempio e dell’esperienza
dei bolscevichi russi e
dell’alleanza con l’URSS per la
vittoria della rivoluzione
cinese. In un articolo dedicato
al 31° anniversario della grande
rivoluzione socialista
d’Ottobre, Mao Tse-tung
scriveva: “Il Partito comunista
cinese a stato fondato e si
sviluppa sul modello del Partito
comunista dell’Unione Sovietica
[…]. Siamo illuminati dai raggi
della rivoluzione d’Ottobre”.
Nel dicembre 1948 il Comitato
centrale del Partito comunista
cinese criticò, “l’ideologia
deviazionista di destra” dei
quadri del partito nei rapporti
con la classe operaia. “I
dirigenti intellettuali -
rilevava - preferiscono
discutere solamente con i
capitalisti, gli impiegati e gli
studenti. I funzionari di
origine contadina cercano di
avvicinarsi ai contadini poveri.
Per quanto si riferisce agli
operai, pochi vi prestano
attenzione e la classe operaia
rimane dimenticata. Attualmente,
mentre stiamo per vincere in
tutto il paese, e liberiamo una
dopo l’altra le grandi città, il
fatto che il partito comunista
dimentichi le proprie radici è
un fatto scandaloso”. Nel luglio
1948 il Comitato centrale
dispose la fondazione
dell’Istituto del
marxismo-leninismo e della sua
filiale nord-orientale, con
corsi di diciotto mesi. Accanto
a una preparazione di carattere
generale, alla quale era
dedicato il primo semestre, il
programma prevedeva per il
secondo semestre lo studio delle
tre parti fondamentali del
marxismo: economia politica,
scienze politiche e filosofia.
Mentre
l’esercito popolare di
liberazione stava sgominando le
truppe del Kuomintang il Partito
comunista cinese si stava
occupando della preparazione
politica alla formazione del
nuovo governo.
Gli organi
del potere popolare nelle zone
liberate erano, per il loro
carattere di classe, una varietà
della dittatura
democratico-rivoluzionaria. In
essi la maggioranza era
costituita da rappresentanti dei
contadini, ma ne facevano parte
anche rappresentanti degli
operai, della piccola borghesia
urbana e della borghesia
nazionale. La direzione assoluta
in questi organi, in tutte le
loro istanze, era nelle mani del
partito comunista,
fondamentalmente di contadini
passati per il servizio
militare. Nelle città, il potere
era diretto dai comitati di
controllo militare, nominati dai
comandanti locali dell’esercito
popolare di liberazione. A
questi erano soggetti anche i
comitati cittadini del partito e
l’amministrazione delle città.
Sotto la loro direzione venivano
acquisite le proprietà
confiscate, veniva attuata la
riorganizzazione dell’apparato
amministrativo, si avviava la
produzione, si conduceva la
lotta contro gli agenti del
Kuomintang e contro quanti
violavano l’ordine pubblico. I
comitati di controllo militare
dirigevano il lavoro
preparatorio per la convocazione
delle conferenze dei
rappresentanti di tutte le
categorie della popolazione, che
era la forma transitoria delle
assemblee dei rappresentanti del
popolo.
La riunione
del Comitato centrale del
partito comunista che ebbe luogo
dal 5 al 13 marzo 1949 nel
villaggio di Si Bai Po, nella
provincia di Hopei, confermò le
decisioni di settembre
dell’Ufficio politico, relative
al trasferimento del centro di
gravità del lavoro di partito
dalle campagne nelle città, e
chiamò il partito ad appoggiarsi
nel suo lavoro nelle città
soprattutto alla classe operaia.
Esso pose il compito della
trasformazione della Cina in un
paese socialista, indicando le
diverse fasi del periodo
transitorio. La struttura
statale della futura Repubblica
Popolare Cinese veniva
caratterizzata come una
“dittatura democratica del
popolo”, diretta dalla classe
operaia e basata sull’alleanza
degli operai e dei contadini. Il
Comitato centrale approvò anche
quanto deciso circa l’alleanza
con l’URSS. Esso fu incaricato
di accelerate la preparazione
della costituzione della
Repubblica Popolare Cinese. Le
decisioni di questa riunione del
Comitato centrale ebbero una
grande importanza dal punto di
vista di principio, in quanto
davano al partito indicazioni
pratiche per la trasformazione
della rivoluzione democratico
borghese in rivoluzione
socialista.
Il 21
settembre 1949 a Pechino si era
aperta la Conferenza politica
consultiva popolare. Vi presero
parte i rappresentanti di tutti
i partiti e gruppi democratici.
La maggioranza dei delegati
rappresentava il partito
comunista, che diresse, anche
tutto il lavoro della
conferenza. Furono approvati lo
status della conferenza stessa,
in quanto organizzazione del
fronte unico, una legge
sull’organizzazione del governo
centrale della Repubblica
Popolare Cinese e un programma
generale, che avrebbe dovuto
servire da legge fondamentale
della Repubblica Popolare Cinese
fino all’approvazione della
Costituzione. Il 30 settembre,
ultimo giorno dei lavori, la
conferenza elesse il governo
popolare centrale della
Repubblica Popolare Cinese,
diretto da Mao Tse-tung, e
decise di fissare la capitale
della repubblica a Pechino. Il
1° ottobre 1949 veniva
proclamata solennemente la
costituzione della Repubblica
Popolare Cinese.
Il giorno
dopo questa proclamazione, il
nuovo Stato fu riconosciuto
dall’Unione Sovietica, e
successivamente da tutti gli
altri Stati socialisti.
La vittoria
della rivoluzione cinese aveva
aperto una nuova epoca nella
storia secolare dei popoli della
Cina. Essa aveva creato le
premesse per il rafforzamento
dell’indipendenza del paese e il
completamento delle
trasformazioni
democratico-borghesi, per il
passaggio della Cina alle vie di
sviluppo socialista, per la
trasformazione di un paese
agrario e arretrato in uno Stato
progredito, economicamente
sviluppato. Uno dei fattori
decisivi della vittoria della
rivoluzione cinese fu l’aiuto
politico, diplomatico, economico
e militare del partito comunista
sovietico e dell’Unione
Sovietica, prestato sulla base
dei principi
dell’internazionalismo
proletario alle forze
rivoluzionarie della Cina,
dirette dal partito comunista.
L’importanza
mondiale della rivoluzione
cinese sta nel fatto che essa
allargò fortemente la falla del
sistema coloniale
dell’imperialismo in Asia ed
ebbe un’influenza profonda sullo
sviluppo del movimento di
liberazione nazionale e
democratico- popolare
antimperialista in tutto il
continente asiatico. Affermando
il proprio obiettivo di
edificare il socialismo, la
Repubblica Popolare Cinese
entrava a far parte del sistema
socialista mondiale.
La riforma sanitaria
in Cina
Il Governo di Pechino ha annunciato una riforma sanitaria
finanziata con 124 mld di dollari, che entro il 2020 darà un'assistenza medica
"sicura, efficace, conveniente e accessibile" ad oltre 1,3 miliardi di
cittadini. Entro il 2011 fornirà servizi sanitari di base o un "nuovo sistema
medico cooperativo" al 90% della popolazione urbana e rurale. Inoltre il sistema
degli approvvigionamenti sarà snellito e agli ospedali e alle cliniche pubbliche
arriveranno i farmaci essenziali a prezzi controllati dal Governo. Entro i
prossimi 3 anni, 5.000 cliniche e 2.000 ospedali saranno costruiti nei distretti
rurali e 2.400 cliniche nelle comunità urbane. Inoltre saranno formati 1,37
milioni di medici rurali, 160.000 medici di comunità e i medici degli ospedali
pubblici dovranno lavorare in campagna per un anno prima di poter ottenere una
promozione.(facebook 21 giugno 2009)
Il New Deal
viene a Pechino
di Joseph Halevi
In un articolo pubblicato
sulla rivista statunitense The New Republic nel
1940, Keynes osservò molto amaramente che «è
politicamente impossibile in una domocrazia
capitalistica organizzare la spesa (pubblica ndr)
su una scala tale da comprovare la mia tesi,
eccetto in una situazione di guerra». Infatti
oggi la grande spesa reale proviene dalla Cina
nella forma di un programma, deciso ieri dal
governo di Pechino, di 586 miliardi di dollari
articolato su due anni, pari al 7% del prodotto
interno lordo per ciascun anno. Lo scrivemmo un
mesetto fa: appena la dirigenza cinese si
convince che la crisi capitalistica non è
arrestabile rilancerà massicciamente l'economia
interna.
Così fu poco dopo lo scoppio della crisi
asiatica nel 1997, portando deliberatmente in
deficit il bilancio pubblico nazionale.
Raffrontiamo ora il programma cinese con ciò che
sta accadendo in «occidente». Dall'inizio della
crisi finanziaria nel 2007 le banche centrali
hanno di fatto regalato alle banche oltre mille
miliardi di dollari ma solo per tamponarne gli
squarci da Titanic. Questi soldi non vanno a
finanziare attività effettive. Nella maggioranza
dei casi finiscono in conti che le banche
private hanno presso le banche centrali oppure
in buoni governativi a breve termine. Gli unici
stanziamenti reali degli Usa risalgono ai 100
miliardi di dollari varati lo scorso gennaio per
rimborsi fiscali una tantum. Poi nulla da
nessuna parte fino alle settimane recenti quando
Giappone, Corea e Germania hanno annunciato
spese complessive per 311 miliardi di dollari.
Vergognosamente i governi occidentali sono stati
capaci stanziare meno di 415 miliardi, appena il
70% della somma cinese quando le loro economie
sono nell'insieme di gran lunga più ampie di
quella di Pechino.
L'incapacità occidentale di passare da una
politica di regali alle banche ad una di stimolo
diretto alla domanda ed all'occupazione, deriva
non solo da una precisa volontà di classe: il
lavoro deve in ogni caso rimanere la variabile
di aggiustamento, quindi deve restare flessibile
cioè, come disse Greenspan, sottoposto ad una
paura crescente. Nasce anche dalla mancanza di
strumenti. Il programma cinese si basa su due
assi istituzionali: un sistema bancario
controllato o comunque guidato dallo Stato ed il
comparto dell'industria pubblica,
prevalentemente concentrato nei rami della
siderurgia, chimica, cemento. La spesa verrà
destinata ad obiettivi pianificabili come le
infrastrutture, canalizzazioni, l'edilizia e la
ricostruzione delle aree colpite dal terremoto.
Le industrie statali verranno dirette a fornire
le produzioni necessarie ed il sistema bancario
convoglierà i finanziamenti pubblici laddove
verranno coinvolte imprese private.
Meccanismi di trasmissione di questo genere per
tali dimensioni in occidente ne esistevano ma
sono ormai molto flebili. Negli Usa permangono
nell'ambito del settore militar-industriale.
3000 nuovi aerei da guerra li producono, no
problem. New Orleans non la ricostruiscono e non
per mancanza di cemento. E questa sarà la
montagna che il buon Obama dovrà scalare. In
Giappone ed in Corea esistono attraverso il
sistema monopolistico integrato che lega i
grandi conglomerati e le loro banche al governo.
Però tali paesi sono antikeynesiani sul piano
interno dato che le capacità produttive sono
strutturalmente connesse al sostegno delle
esportazioni.
Per stimare l'impatto del programma cinese
bisognerà studiarne i particolari. Tuttavia le
aree di intervento non richiederanno grandi
importazioni dato che la Cina ha le capacità
produttive necessarie sebbene attingerà alla
siderurgia ed ai cementifici nipponici e
coreani. Potrà invece subire un rallentamento il
calo delle importazioni di materie prime con
ripercussioni positive sull'America latina e
l'Australia. E' da sottolineare che un piano
concepito dalla Cina in funzione del mercato
interno e diretto dai settori statali della Rpc
sta diventando l'asse di riferimento dei mercati
borsistici asiatici ed europei. Il fatto è tanto
più rilevante se si considera che Pechino ha
apertamente detto che l'aiuto alle società
finanziarie multinazionali non costituisce una
priorità al cospetto della sua economia.(Il
manifesto 11 novembre 2008)
Bush a Pechino e
piovono cavallette
Il presidente non dimentica che
il debito Usa è finanziato dalla Cina.
Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, ha
annunciato la portavoce della casa Bianca, si recherà in
Cina l'8 agosto per la cerimonia di apertura dei Giochi
Olimpici di Pechino
La notizia arriva a poche ore
dall'allarme locuste lanciato dal governo cinese a causa
di un'invasione di cavallette che si stanno dirigendo
verso Pechino, una tempistica, una coincidenza curiose e
già si preannuncia una scena biblica: una pioggia di
cavallette proprio mentre l'uomo più potente del mondo
capitalista visita il più grande Paese comunista.
Certo nell'annunciare la propria partecipazione alla
cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Bush sembra aver
dimenticato le accuse lanciate alla Cina circa il
rispetto dei diritti umani, la mobilitazione a difesa
del popolo tibetano, le minacce di boicottaggio arrivate
da più parti del mondo verso il governo di Hu Jintao.
Non a caso la portavoce Dana Perino ha tenuto a
precisare che «il presidente Bush ritiene di andare in
Cina a sostenere prima di tutto e sopra ogni altra cosa
i nostri atleti. Considera questa una competizione
sportiva».
Insomma il noto amore per lo sport e lo spirito
patriottico avrebbero spinto Bush a partecipare alla
cerimonia per le Olimpiadi (che del resto anche
nell'antichità sancivano una tregua da ogni guerra) ma
non è difficile pensare anche che il presidente Usa non
voglia chiudere la porta in faccia alla Cina che, nel
bel mezzo della corsa economica, avviata una politica di
liberalizzazioni e apertura verso l'estero, diventa un
partner commerciale importantissimo.
Motivo per cui, probabilmente, i Paesi che boicotteranno
i Giochi saranno davvero pochi, se non nulli. Gli stessi
Stati Uniti hanno ormai compreso l'importanza di
preservare i rapporti commerciali, ma in parte anche
politici, al fine di una stabilità mondiale, con
l'impero del Dragone.
Già nel 2007 George Bush aveva incontrato il premier
cinese Hu Jintao in occasione del summit fra i leader
del G8 e i paesi in via di sviluppo.
In quell'occasione Hu Jintao aveva avanzato una proposta
in 5 punti sullo sviluppo delle relazioni sino-americane
e Bush aveva dichiarato che «il dialogo economico
strategico Usa-Cina costituisce il principale metodo per
l'appropriata soluzione dei contrasti economici e
commerciali tra i due Paesi e questo deve continuare».
Anche perché buona parte del debito pubblico
statunitense è finanziato dagli investimento di imprese
e banche cinesi. (La Rinascita online 4 luglio 2008)
Una indegna
campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare
Cinese è in corso
Appello
Un'indegna
campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare
Cinese è in corso. A dirigerla e orchestrarla sono
governi e organi di stampa più che mai decisi ad
avallare il martirio interminabile del popolo
palestinese e sempre pronti a scatenare e appoggiare
guerre preventive come quella che in Irak ha già
comportato centinaia di migliaia di morti e milioni di
profughi.
Si agita la bandiera dell'indipendenza (talvolta
camuffata da «autonomia») del Tibet, ma se questo
obbiettivo venisse conseguito, ecco che la medesima
parola d'ordine verrebbe lanciata anche per il Grande
Tibet (un'area tre volte più grande del Tibet
propriamente detto) e poi per il Sinkiang, per la
Mongolia interna, per la Manciuria e per altre regioni
ancora. La realtà è che, nel suo folle progetto di
dominio planetario, l'imperialismo mira a smembrare un
paese che da molti secoli si è costituito su una base
multietnica e multiculturale e che oggi vede convivere
56 etnie. Non a caso, a promuovere questa Crociata non è
certo il Terzo Mondo, che alla Cina guarda con simpatia
e ammirazione, ma l'Occidente che a partire dalle guerre
dell'oppio ha precipitato il grande paese asiatico nel
sottosviluppo e in un'immane tragedia, dalla quale un
popolo che ammonta ad un quinto dell'umanità sta
finalmente fuoriuscendo.
L¹Occidente che si atteggia a Santa Sede della religione
dei diritti dell'uomo non ha speso una sola parola sui
pogrom anticinesi che il 14 marzo a Lhasa sono
costati la vita a civili innocenti compresi vecchi,
donne e bambini. Mentre proclama di essere alla testa
della lotta contro il fondamentalismo, l'Occidente
trasfigura nel modo più grottesco un Dio- Re, che
vorrebbe costituire uno Stato sulla base della purezza
etnica e religiosa (anche una moschea è stata assaltata
a Lhasa), annettendo a questo Stato territori che sono
sì abitati da tibetani ma che non sono mai stati
amministrati da un Dalai Lama: è il progetto del Grande
Tibet fondamentalista caro a coloro che vogliono mettere
in crisi il carattere multietnico e multiculturale della
Repubblica Popolare Cinese per poterla meglio smembrare.
Alla fine dell¹Ottocento, all'ingresso delle concessioni
occidentali in Cina era bene in vista il cartello:
«Vietato l'ingresso ai cani e ai cinesi».
Questo cartello non è dileguato, ha solo subito qualche
variante, come dimostra la campagna per sabotare o
sminuire in qualche modo le Olimpiadi di Pechino:
«Vietate le Olimpiadi ai cani e ai cinesi». La Crociata
anticinese in corso è in piena continuità con una lunga
e infame tradizione imperialista e razzista.
Prime adesioni:
Domenico Losurdo, filosofo
Gianni Vattimo, filosofo
Luciano Canfora, storico
Carlo Ferdinando Russo, direttore della rivista "Belfagor"
Angelo d’Orsi, storico
Ugo Dotti, storico della letteratura italiana
Guido Oldrini, filosofo
Massimiliano Marotta, presidente della Società di studi
politici
Federico Martino, storico del diritto
Fosco Giannini, senatore PRC, direttore della rivista
“l’Ernesto”
Fausto Sorini, membro del Comitato politico nazionale
del PRC, direzione area “l’Ernesto”
Sergio Cararo, direttore della rivista “Contropiano”
Alessandro Leoni, Segreteria regionale toscana PRC
Valter Lorenzi, Rete nazionale “Disarmiamoli!”
Luca Gorlani, educatore, Chiari (BS)
Marco Benevento, Direttivo FIOM Roma Nord
Manlio Dinucci
Luciano Vasapollo, docente Università La Sapienza, Roma
Stefano G. Azzarà, Università di Urbino
Filippo Lai, ricercatore, Cagliari
Pilade Cantini
Vincenzo Simoni, Segretario nazionale dell’Unione
Inquilini
Alfredo Tradardi, ISM-Italia
Francesco Zardo, giornalista e scrittore
Marie-Ange Patrizio, psicologa e traduttrice, Marsiglia
Giancarlo Staffolani, Collettivo “B. Brecht”, Veneto
orientale
Andrea Fioretti, FLMU-CUB Sirti/assemblea lavoratori
autoconvocati
Andrea Martocchia, astrofisico, INAF-IASF Roma
Serena Marchionni, bibliotecaria, Fac. Matematica,
Università di Bologna
George Philippou, Atene
Luigi Pestalozza, musicologo
Libero Traversa, della redazione di “Marxismo Oggi”
Sergio Manes, editore (La Città del Sole)
Antonella Ghignoli
Andrea Parti
Aldo Cannas, Cagliari
Hisao Fujita Yashima, professore associato di Analisi
Matematica, Università di Torino
Marco Ghioti
Leo Giglio
Armando Gattai, Prato
Niccolò Zambarbieri, Giovani Comunisti di Pavia
Claudio Del Bello, editore (Odradek)
Lin Jie
Mauro Gemma , redazione di Resistenze.org
Antonio Ginetti, Pistoia
Riccardo Fabio Franchi, studente, Bologna
Silvio Marconi, antropologo, operatore di cooperazione
allo sviluppo e intercultura, Roma
Francesco Saverio de Blasi, ordinario di Analisi
Matematica, Universita' di Roma "Tor Vergata
Claudia Cernigoi, giornalista, Trieste
Z. Shiwei
Edoardo Magnone, chimico, Italy-Japan Joint Laboratory
on Nanostructured Materials for Environment and Energy (NaMatEE)
and "Research Center for Advanced Science and Technology"
(RCAST), University of Tokyo
Rosanna Deste
Marco Costa – PRC, Assessore ai Lavori Pubblici, Comune
di Busana (RE)
Fulvio Grimaldi , giornalista
Antonio Casolaro, Caserta
Antonio Caracciolo, ricercatore di Filosofia del
Diritto, Università di Roma La Sapienza
Alessandra Orlandini, infermiera, Ancona
Gianni Monasterolo, musicista e poeta
Stefano Franchi , segreteria PRC Bologna
Marina Minicuci, giornalista
Francesco Maringiò , coordinamento nazionale Giovani
Comunisti/e
Adriano Benayon, Brasília, Brésil
Francesco Rozza , Caserta
Gian Mario Cazzaniga, professore di Filosofia morale,
Università di Pisa
Annie Lacroix-Riz, storica
Simone Bruni, operatore e mediatore socio-culturale per
Arci Toscana
Inviare le adesioni a
s.azzara@uniurb.it
Leggi anche:
Feudalesimo amichevole: il mito del Tibet
Schierati con la
Cina popolare contro il Medioevo del Dalai Lama
e le mene
aggressive dell’imperialismo
di Massimo Ciusani
Sulle
questioni internazionali lo sbando della cosiddetta
sinistra (radicale, ambientalista o di governo) è
totale. Le continue folgorazioni che spesso influenzano
le scelte del ceto politico di sinistra riservano sempre
delle bizzarre sorprese. E’ ormai prassi quotidiana
pontificare contro quei Paesi che cercano di modificare
i rapporti di forza nel mondo contro l’attuale egemonia
imperialista. Tra la sinistra italiana è di moda
sventolare la bandiera del separatismo dei movimenti
arancione: dall’Ucraina alla Bielorussia, dal Kosovo
alla Cecenia per arrivare fino al Tibet.
Che la
sinistra italiana abbia abbandonato ogni ipotesi di
cambiamento e di trasformazione del mondo è chiaro nelle
sue scelte subalterne al campo occidentale. Il
separatismo è infatti un’arma micidiale usata
dall’imperialismo americano ed europeo per indebolire i
nemici strategici dell’impero. Secondo le esigenze si
utilizza lo strumento della guerra, come è successo per
smembrare la Jugoslavia, oppure in presenza di entità
statuali pesanti - come la Cina e la Russia - il
lavoro sporco viene gestito dai servito segreti e
affidato a personaggi ed arnesi professionisti
dell’eversione reazionaria reclutati in loco. Il Dalai
Lama è un tipico esempio.
I
comunisti invece lavorano per scardinare la supremazia
Usa che è militare in particolare, ma non solo. Russia e
Cina (ma anche altre importanti realtà regionali) sono
ormai avviate con notevole sicurezza e decisione verso
il ruolo di potenze antagoniste, mentre l’Europa è
ormai - insieme allo stato canaglia di Israele - il
gendarme dell’ordine imperialista. Per di più è anche
venuta ad esaurimento la relativa, ma non secondaria,
autonomia gollista della Francia.
I
comunisti, invece, si schierano nettamente nel fronte
antimperialista, nel senso preciso di una netta
opposizione alle aggressioni Usa ed europee: aperte o
sotterranee, con mezzi militari o con la “democrazia”
finanziata con milioni e milioni di dollari, con manovre
e pressioni diplomatiche, con l’intervento di gruppi
finanziari e multinazionali americani, europei,
italiani.
Per la
sinistra quello che conta è il politicamente corretto.
Per i comunisti il problema decisivo è la riduzione, in
qualsiasi modo venga ottenuta, della supremazia Usa.
Si deve
essere favorevoli alla resistenza irachena, pur se è
inutile negare che si è in buona parte trasformata in
guerra tra sunniti e sciiti. Si deve essere favorevoli
all’Iran e al fatto che all’interno non prevalgano i
“modernisti” e “riformisti” filoccidentali, ma non certo
perché si possa nutrire particolare simpatia per idee e
atteggiamenti culturali degli Ayatollah. Si deve essere
favorevoli alla resistenza afgana, ma non
necessariamente ai loro costumi, cultura, mentalità. Non
sento invece di appoggiare i ceceni malgrado la ferocia
con cui esercito e polizia russi li massacrino o i
rivoltosi birmani, pur se non mi riconosco nella giunta
militare.
Nel
Tibet la situazione è ancora più limpida e trasparente.
Con la presa del potere da parte dei comunisti cinesi
inizia un lungo processo di trasformazione sociale che
comprende l’abolizione della servitù della gleba e della
schiavitù, la distribuzione dei pascoli ai contadini
senza terra e il programma di alfabetizzazione di massa
con partenza da quota zero.
Il
potere popolare ha dovuto scontrarsi contro il potere
religioso schierato in difesa dei privilegi delle classi
possidenti e dell’oscurantismo medioevale, così come
successe tra le fine degli Anni 70 nella Repubblica
Democratica dell’Afghanistan e agli inizi degli Anni 80
nella Polonia Popolare.
Perché
se non si capisce che la “resistenza” cecena o le
“rivolte” birmana e tibetana (come la “democrazia” in
Ucraina e Georgia) fanno comunque il gioco della
supremazia imperialista Usa e del tentativo degli Usa di
contenere e accerchiare Russia e Cina - loro antagonisti
principali in questa fase storica - siamo al sostanziale
analfabetismo politico, al risultato di decenni di
“rincoglionimento” delle masse da parte di una sinistra
buonista, politicamente corretta, subalterna ai poteri
economici e finanziari internazionali e completamente
incapace di una pur minima analisi di fondo,
strutturale come si diceva un tempo.
Dopo le
elezioni del 14 aprile è necessario porre all’ordine del
giorno la battaglia per l’unità dei comunisti sganciata
da ogni zavorra moderata e subalterna per mantenere
aperta, qui in Italia, una prospettiva di cambiamento e
di trasformazione.
Leggi: feudalesimo amichevole: il
mito del Tibet
Trent' anni dopo, onore a Mao
Ha fatto il 70% di cose giuste e il 30%
sbagliate. L'inchiesta della rete tedesca Arte aiuta a mettere in fila i
passaggi che disegnano la figura di Mao Con grandi ambizioni,
singolarità ed errori, Mao è un comunista paradossale. Sulla sua
specificità ben pochi in Italia hanno lavorato
di Rossana Rossanda
Nel trentesimo anniversario della morte di Mao
Tsetung la rete franco tedesca Arte ha mandato in onda quattro
ore di inchiesta sul personaggio che disturba la memoria d ell'occidente
più di chiunque altro. Mao, une histoire chinoise parte
dalla omonima biografia di Philip Short, che commenta la massa di
materiale iconografico raccolto anche presso l'attuale partito comunista
cinese. Il Pcc non oscura gran che: se Freud fosse vivo vi vedrebbe la
conferma della sua tesi sul destino dell'eroe fondatore-padre che crea
viene ritualmente ucciso e poi introiettato come totem. Il volto di Mao
è ancora dappertutto in Cina, dallo sfondo delle cerimonie agli stands
per i turisti, mentre i pellegrinaggi affollano i luoghi della sua vita
tenuti con grande cura dallo stato. E nulla delle sue opzioni rimane in
piedi - in nessuno dei paesi passati dall'altra parte, reverenza e
demolizione procedono così compatte assieme. A Mao dobbiamo l'esistenza
della repubblica popolare, Mao ha fatto per il 70% le cose giuste e per
il 30% le cose sbagliate. Grazie al suo 70% noi siamo in un giusto
differente. Onore a Mao.
Ne viene probabilmente anche la problematica che questo grosso
documentario sollecita. Né lo storico Short, né il regista Adrian Maben,
né la redazione di Arte simpatizzano con il maoismo, ma è come se
restassero senza fiato davanti all'immensità della vicenda, tutto in
Cina ha dimensioni spropositate. Non sanno come afferrare le grandi
opzioni di Mao, ma se cercano di rifilarcele come le solite smanie di
potere d'un capo, le immagini e i dati che presentano ne fanno dubitare.
Grandi ambizioni, singolarità ed errori, Mao è un comunista paradossale.
Sulla sua specificità ben pochi in Italia hanno lavorato; cercammo di
farlo nel manifesto, Aldo Natoli, Lisa Foa , K.S. Karol ed io.
Fuori di noi, con i suoi libri, Edoarda Masi e, più lontano nel tempo,
il gruppo di Maria Regis in Vento dell'est.
Quali sono queste specificità? La persuasione che ogni rivoluzione è
sempre minacciata da un ritorno a quel che l'ha preceduta. Mao lo
ritiene nell'ordine delle cose «appena si cessa di remare
controcorrente».
Si tratta di un ritorno, appena travestito, ai rapporti economici e
politici precedenti, il cui fascino è potente. Perciò interviene sempre
per radicalizzare, puntando su una natura originariamente autentica dei
più oppressi del vecchio ordine o delle nuove figure meno dotate di
potere - prima i contadini, poi i giovani. Sono le «idee giuste delle
masse», una soggettività molto diversa da quella di Lenin del Che
fare (e curiosamente più vicina allo spontaneismo del 1968).
Non credo che Mao su questo avesse ragione. Le masse riflettono le idee
dominanti o si fermano a un confuso diniego. Ma nessuno meno di lui si è
illuso che con la presa del potere, una rivoluzione sia compiuta;
nessuno meno di lui ne affidava la gestione al partito, candidato per la
sua collocazione a diventare una nuova «razza di signori che pesa sulla
schiena del popolo». Nessuno meno di lui ha pensato che il proletariato
potesse servirsi del modello capitalistico per costruire la «base
materiale» del comunismo. Mao non denunciò mai Stalin, ma non gli
somiglia in nulla.
Forse per questo Mao non ha mai vinto, se non finché la rivoluzione
cinese era nazionale e ammodernatrice. Ma presto, nel 1956, egli vede il
verme nel frutto del sistema sovietico. Non si stacca dall'Urss, ma
dalla sua bussola. Il regolatore che tutti i comunisti in crisi vedono
nel mercato, Mao lo scorge nell'esatto opposto, l'accelerazione del
conflitto, che si riproduce anche dove le basi materiali del capitalismo
sono state abolite, nelle contraddizioni in seno al popolo, nelle
differenze fra chi ancora detiene qualche mezzo di produzione e chi no e
nelle idee, nell'impulso naturale al dominio. Il suo marxismo è questo,
fortemente innestato nella forbice fra omologazione e rivoluzione. Gli
si possono rimproverare volontarismi e semplificazioni, non l'aver
puntato a un potere personale dentro a un sistema politico-burocratico.
Nessuno lo ha mandato in pezzi come lui.
E' il paradosso del documentario di Short. Delle quattro puntate la
prima scorre liscia, dall'adesione prima al nazionalismo progressista di
Sun Yat-Sen poi al partito comunista cinese, e infine allo scarto sia
dall'uno sia dall'altro. Quando Chang Kai-shek succede a Sun Yat-Sen ed
è disposto a tutto, invasione giapponese inclusa, Mao attacca con la
Lunga Marcia, traversa la Cina, forma le zone liberate, vi instaura una
società altra, combatterà il Giappone. I documenti sono impressionanti.
E' nella seconda puntata che le sue specificità si delineano e anche la
loro conclusione fatale. Dopo una nuova riforma contadina, dopo il
sangue chiesto alla Cina dall'Urss per la guerra in Corea, dopo il 1956,
Mao decide di sterzare. Sul modello di edificazione socialista proposto
da Mosca: priorità dell'industria a spese dell'agricoltura, priorità
dell'industria pesante su quella leggera. Il suo discorso del 1957 sulle
«Dieci grandi relazioni» non circola (neppure nel documentario di
Short), ma è l'addio allo schema dell'Urss. Nel 1958 va oltre: la Cina
vivrà di se stessa, non come un immenso paese verticalizzato da un
comando centrale, ma come il sommarsi di migliaia di autogestioni
collettive, che tenteranno, in un salto senza precedenti, di abolire la
differenza fra agricoltura e industria, mettendo in comune forze, tempi
e obiettivi della produzione ma della riproduzione sociale. Non solo
lavorare assieme, ma mangiare, studiare e vivere assieme.
E' un immenso sforzo e sarà un immenso scacco, dove è stato l'errore?
Anche qui curiosamente, il tema d'uno sviluppo tutto locale, del tutto
decentrato e autogestito, già affiorato in certe comuni del 1968,
riaffiorerà in forme diverse nel movimento no-global. Certo, in un paese
arretrato - straordinarie le immagini di milioni di braccia che
dovrebbero sostituire la povertà tecnologica - il progetto, ammesso che
altrove sia realizzabile, non funziona. E poi una cosa è lavorare la
terra propria, altra
quella di tutti, una cosa è puntare su un guadagno, proporzionato allo
sforzo, un'altra essere pagati tutti allo stesso modo, una cosa è
mangiare una povera minestra in casa, un'altra mangiare una zuppa in
mensa. C'è una parte dell'io che ha bisogno d'un luogo suo, riparo di
una identità immediata che non matura sulle parola d'ordine.
Mao ha messo in atto un movimento che gli sfugge, non perché sabotato,
perché realizzato. E' una legge economica che lo porta al fallimento,
che non può essere infranta senza disastri? Bruscamente l'Urss ritira
gli aiuti finanziari e tecnici all'industria. Il documentario non ci
mostra gli ingegneri che partono in fretta, né i reparti fermi o
rallentati, soltanto lo scontro fra russi e cinesi per la titolarità di
alcune isole su un fiume. I rapporti sono degradati. Da allora l'Urss
punterà a una condanna formale della Cina da parte di tutti gli 81
partiti comunisti. Non vi riuscirà se non parzialmente, anche per
l'opposizione degli italiani. Ma l'isolamento è grande. La guerra del
Vietnam lo accentua.
Mao, dopo lo scacco del Grande Balzo, non ha più incarichi nel Partito.
Peserà per l'autorità che vi mantiene. Non è né si sente isolato. Ma
quando, pochi anni dopo, gli studenti appendono il famoso cartello
contro le autorità accademiche all'università di Pechino, Mao reitera:
li appoggia appendendo inopinatamente un suo cartello alla porte del Cc
che invita a bombare il quartier generale. Scommette ancora una volta,
adesso sulla prima generazione acculturata gli studenti che attaccano
nella burocrazia universitaria ogni incrostazione dei poteri. Mao li
protegge con il suo solo appoggio, e quel movimento, e la selva dei
tatzebao che lo accompagna si fa presto spietato. Il «ci avete
oppressi», diventa «siete dei borghesi, dei nemici». Il materiale che il
documentario di Short mostra sulla rivoluzione culturale fa impressione.
E' come se fosse stato toccato un impulso che diventa irrefrenabile nei
volti inquieti, nello sfogo, nella furia. Più che per la violenza
fisica, che c'è anche stata, ma non esercitata da un apparato, la
raccomandazione che viene dal centro è alla calma, solo Mao
l'incendiario consiglia di lasciare i giovani sbagliare e correggere i
propri errori. Ma non andrà così. Non occorre uccidere, e tantomeno per
violenza di stato. Molti, che non resistono alle umiliazioni,
pesantemente simboliche, si uccidono, molti inviati in campagna non
resistono, molti scompaiono nelle destituzioni a furor di popolo.
Del gruppo dirigente la prima vittima è Peng Chen, sindaco di Pechino,
la più illustre è Liu Shaoqi, vecchio compagno di guerra e vecchio
signore stupefatto che finirà i suoi giorni per mancanza di cure in una
specie di galera-confino. A differenza dell'Urss, nessuno è messo al
muro. Una sola foto di esecuzione ci è presentata, non ci è detto di
quando, né di chi, né dove. Si parla di un milione di morti nella
rivoluzione culturale come si è parlato di otto milioni di morti nella
carestia provocata dal Grande Balzo. Ma sono rilevazioni più dei
demografi, a posteriori, che basate su una documentazione, forse
impossibile. Un milione di morti su quasi un miliardo di popolazione, è
più o meno della Rivoluzione francese? Ma fa spavento. Una delle molte
ex guardie rosse intervistate, oggi pentitissime diventate funzionari o
docenti, parla del suo, e dei suoi compagni, come di un delirio
collettivo, un andar fuori di senno nella persuasione di dover abbattere
un nemico e conclude d'improvviso: ma è stata la prima volta in Cina che
tutti hanno potuto prendere la parola. Salvo Mao e Lin Biao si
criticavano tutti. E' stata la prima esperienza democratica di massa nel
mio paese. Il giudizio sulla rivoluzione culturale non può essere
univoco, tutto male o tutto bene.

Quando Mao e Zhou Enlai dichiarano chiusa quella fase, un'immensa folla
di giovani in assemblea ha il viso rigato di lagrime. Nei fatti e nel
documentario di Short tutto si confonde, anni ed eventi. E molto diventa
scarsamente credibile. Lin Biao che cerca riparo in grembo all'Urss è
verosimile, si parva licet, quanto la Rossanda che, presa a male
parole perché non scrive che Mao è un criminale, cerca soccorso presso
Condoleezza Rice. Poi verrà la fine del vecchio uomo, molto malandato su
un letto sovraccarico di libri (oggi si dice più volentieri sovraccarico
di donne). Il resto, poco prima o poco dopo, sono immagini già viste,
Nixon a Pechino assieme a un ilare Kissinger. Il volto furioso di Jiang
Qing al suo processo, ma non vedremo il suo cadavere di suicida in
galera. Della banda dei quattro sono nominati solo due, caduti nel
silenzio come la Comune di Shanghai. Impera il largo volto di Deng
Xiaoping. Gli artisti cinesi di oggi dicono che Mao non è morto. Ma non
sembra neanche vivo.
Non conta, è già grosso il lavoro che Arte ci offre. Conta di più
che su tutta questa storia i comunisti, intendo gli ex, tacciano. Come
presi da un furioso odio di quel che sono stati. E non erano guardie
rosse.(Il Manifesto 09.09.06)
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