Costruiamo
insieme la Federazione

Presidio per la libertà di informazione

La "questione comunista" e l'unità della sinistra
di Fosco Giannini
Da
molti anni, in Italia, si pone la cosiddetta
“questione comunista”. Chi la pone pensa più
precisamente al rilancio di un pensiero, di
una prassi e, in ultima analisi, di un
partito comunista che - attraverso una
riflessione critica ( ma non liquidatoria )
sul movimento comunista del ‘900 e più
specificatamente sull’esperienza comunista
in Italia – possa di nuovo svolgere un
ruolo socialmente e culturalmente incisivo e
riaprire un’ opzione antimperialista,
anticapitalista e rivoluzionaria nel nostro
Paese.
Non è facile definire temporalmente la fase dalla quale “la questione comunista”, in Italia, inizia a porsi, nel senso che non è agevole – essendo anch’esso un processo – stabilire il “vero momento” in cui inizia l’involuzione del movimento comunista italiano. Ciò che ora, in assenza di studi più analitici, possiamo asserire è che tale involuzione prende corpo ben prima della “Bolognina”, che si aggrava nella fase dell’eurocomunismo, durante la quale assistiamo ad una provincialista enfatizzazione del ruolo storico e mondiale delle organizzazioni del movimento operaio europeo che sbocca, da una parte, nel privilegiare sempre più – da parte di quel PCI – le relazioni con le socialdemocrazie europee ai danni di quelle con le forze comuniste europee e, d’altra parte, nella rottura con parti preponderanti del movimento comunista e antimperialista mondiale, al quale “si affida” un ruolo rivoluzionario marginale rispetto a quello europeo ( e pensiamo quanto sarebbe risibile oggi un pensiero eurocomunista di fronte al grande processo di liberazione dell’America Latina e al ruolo mondiale della Cina ); un’involuzione che si palesa in forma finale con la “Bolognina” ( un passaggio politicamente devastante e culturalmente oscuro, poiché appare tuttora incomprensibile il salto repentino e apparentemente immotivato tra l’essenza socialdemocratica dell’ultimo PCI e l’improvviso determinarsi dell’ essenza “radical” occhettiana, che cancella dal quadro politico del Paese persino un’opzione socialdemocratica classica e di massa); un processo involutivo che torna ( dopo una prima speranza) nella fase davvero nichilista del “bertinottismo”, che non solo soffoca nella culla il progetto politico e teorico della rifondazione comunista ma sferra un nuovo,letale, “uppercut” alla stessa, residua, autonomia comunista italiana.
Le attuali, drammatiche, condizioni politiche, teoriche, organizzative, elettorali, economiche, del movimento comunista italiano ( diciamo, non casualmente, italiano, poiché le stesse, ultime, elezioni europee hanno dimostrato, al contrario, la tenuta e persino l’avanzamento dei partiti comunisti) sono, esattamente, il prodotto finale di questa lunga catena involutiva.
La questione è che il punto più basso e critico della storia del movimento comunista italiano – quello odierno - coincide con una fase particolarmente acuta delle contraddizioni capitalistiche : già dal prossimo autunno, la crisi del capitale prevede altre centinaia di migliaia di licenziamenti entro il quadro complessivo di un regime politico, quello berlusconiano, antioperaio, razzista e di destra eversiva. Una fase, cioè, in cui un partito comunista dovrebbe e potrebbe svolgere un ruolo centrale di lotta, attraverso il quale ricostruire sia il proprio senso sociale e storico che i propri legami di massa. La crisi, insomma, come un’opportunità, per i comunisti, di uscir fuori dalle secche nelle quali la disgraziata linea eurocomunismo-bolognina-bertinottismo li ha collocati e, per ora, condannati. Un’ opportunità di lotta, per i comunisti, avente un valore sociale aggiunto: quello di aggregare attorno al proprio cardine conflittuale e progettuale l’intera sinistra d’alternativa; il valore aggiunto, insomma, dell’unità della sinistra anticapitalista come prodotto dell’iniziativa comunista.
Dunque: noi siamo di fronte, contemporaneamente, ad una crisi dai caratteri mortali del movimento comunista e – insieme- ad una crisi del capitale che si presenta come una sorta di possibilità di resurrezione per lo stesso movimento comunista. Oggi, per i comunisti, sarebbero necessarie, come il pane, tre condizioni: un’accumulazione di forze ( ed è per questo che tanto ci siamo battuti – invano, rispetto ai niet di Paolo Ferrero- per l’unità dei comunisti, per unire PRC, PdCI e diaspora comunista ); una piena autonomia politica e culturale che doti il movimento comunista di un bagaglio politico e teorico di ispirazione leninista e gramsciana e cioè critico e rivoluzionario ( da questo punto di vista occorrerebbe dare seguito alla proposta avanzata dal compagno Diliberto all’iniziativa del 18 luglio a Roma e cioè quella di dar vita ad un Centro studi avente il compito di aprire una stagione di ricerca teorica aperta che su di una base marxista e materialista si ponga l’obiettivo di ridefinire sia un’analisi seria della società italiana che un progetto di transizione al socialismo); infine, una capacità di unire ( sul campo, nell’unità d’azione) l’intera sinistra anticapitalista.
Oggi, il punto è: come queste tre condizioni possono sussistere e svilupparsi entro la Federazione di sinistra ( la chiamiamo, per favore,
“ comunista e di sinistra”?) che ha preso avvio a Roma, il 18 di luglio?
Diciamolo chiaramente: l’accumulazione di forze comuniste ( e cioè il processo unitario tra PRC, PdCI ed altre soggettività comuniste); la ricerca e lo sviluppo di un profilo politico e teorico capace, come un nuovo cavallo di razza, di scrollarsi di dosso le mosche dell’occhettismo e del berttinottismo e delineare un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dello scontro di classe; l’obiettivo di aggregare attorno al cardine comunista la diffusa sinistra anticapitalista e antiliberista : queste tre condizioni possono darsi solo se, entro la Federazione , i comunisti rimangono autonomi, sul piano culturale, politico, organizzativo ed economico; se essi non vengono sussunti nella Federazione; se la Federazione non si mette in testa di divenire un “nuovo soggetto politico e partitico” che, inevitabilmente, depotenzierebbe mano a mano la ( residua e già debole) cultura comunista sino a portarla ad estinzione.
In sintesi, la questione è la seguente: la costruzione del partito comunista è una cosa e la Federazione è un’altra; la ricostruzione di un partito comunista dai caratteri finalmente rivoluzionari ( quindi non massimalisti) è una cosa e l’unità della sinistra è un’altra. Se questa distinzione verrà mantenuta potranno darsi – dialetticamente - sia la costruzione di un più forte partito comunista che quella dell’unità della sinistra di classe. Se tale distinzione cadrà saremo di fronte al fallimento di entrambe le opzioni.
Dobbiamo saper criticamente riassumere, da materialisti, le lezioni della storia. E ricordare, dunque, che esperienze di federazioni di sinistra, in Europa, vi sono già state e sono tutte finite male per i comunisti. In Grecia, il tentativo - nei primi anni ’90 – di quel Synaspismos guidato da Maria Damanaki ( oggi finita, significativamente, nel Partito Socialista greco) di cancellare – attraverso la Federazione – l’autonomia del Partito comunista di Grecia è finito in una scissione gravissima dello stesso KKE. In Spagna, nell’ormai lunga esperienza dell’Izquierda Unida, il Partito comunista spagnolo ha trovato in verità la propria consunzione e la stessa Izquierda – animale politico ambiguo più che mai, quanto moderato – è ormai di fronte al proprio fallimento politico ed elettorale. In Norvegia l’Alleanza di Sinistra è durata sino a quando i comunisti hanno di nuovo posto il problema dell’uscita dalla NATO : in quel momento essi sono stati espulsi dalla Federazione di sinistra.
Ripetiamo: la questione non è quella di rifiutare, in Italia, la Federazione , anzi dobbiamo ribadire il fatto che l’unità delle sinistra di classe non è solo, socialmente, “giusta in sé” ma – se ben condotta – è anche base materiale di rafforzamento della stessa opzione comunista; la questione è che essa non deve divenire la tomba dell’autonomia comunista. Essa non deve porsi l’obiettivo di trasformarsi – bertinottianamente, vendolianamente – in un nuovo partito politico, in un nuovo Arcobaleno.
Lo diciamo perché, invece, le pulsioni alla sua trasformazione in un nuovo partito politico di sinistra sono potenti( trasformarla in una Die Linke italiana, ha affermato chiaramente Vittorio Agnoletto a Roma,il 18 luglio, mentre noi non dimentichiamo che nei recenti documenti politici della Die Linke si cancella tutta la storia del movimento comunista rivoluzionario riassumendo interamente lo spirito e la lettera della Seconda Internazionale). Ed è stato lo stesso Cesare Salvi, nella relazione introduttiva al convegno romano della Federazione, a porre chiaramente il problema della “necessità”, per ogni soggetto della Federazione, a praticare cessioni di sovranità, politica e culturale. La storia si ripete: già nello Statuto dei primi anni ’80 dell’Izquierda Unida si negava ai vari soggetti ( soprattutto al PCE, che era il soggetto più forte) di cedere sovranità, attraverso la negazione, in due articoli decisivi, di sviluppare una politica internazionale autonoma e un radicamento sociale autonomo. E la cessione continua di sovranità è stata la causa essenziale del declino profondo dei comunisti spagnoli. La cessione di sovranità, nella Federazione italiana, colpirebbe solo i due soggetti forti e determinanti per la stessa Federazione: PRC e PdCI.
I comunisti, in Italia, possono ripartire solo a condizione di poter sviluppare, in piena autonomia, una politica antimperialista e anticapitalista. Se ciò non fosse possibile, per lacci e lacciuoli izquierdisti, il già moribondo movimento comunista italiano si avvierebbe alla morte.
E’ stato il compagno Claudio Grassi a chiarire che la questione centrale non deve essere quella di “quale contenitore” deve essere la Federazione , ma che cosa essa deve fare, in termini di lotta sociale: è l’impostazione giusta.
Ed e’ stata la compagna Manuela Palermi, a
Roma, il 18, a ribadire con forza ( tra le
risatine di alcune dirigenti PRC di stampo
bertinottiano) l’esigenza – anche
all’interno della Federazione – di mantenere
e sviluppare l’identità comunista.
E’ questa la strada : autonomia comunista e unità della sinistra anticapitalista. Se questo rapporto dialettico si rompesse a favore di una deriva izquierdista partitica l’unità dei comunisti ed il Partito comunista, in Italia (per le condizione date) forse per un lungo periodo non troverebbero più modo di prendere forma e realizzarsi concretamente.(la Rinascita della sinistra 23 luglio 2009)
Un'altra sinistra è necessaria?
Si, comunista, anticapitalista, di movimento, per l'alternativa
di Fosco Giannini
della direzione nazionale PRC
Lo
scorso 19 giugno il compagno
Salvatore Bonadonna esce su
Liberazione con
un articolo col quale nega
l’esigenza di una forza
comunista e anticapitalista
( così come la Lista per le
europee l’ha evocata e la
evoca) proponendo una sorta
di Arcobaleno di destra che
si spinga sino al pensiero
liberale, a Pannella, alle
forze cattoliche e a quelle
socialdemocratiche (quali?
n.d.r.). Tale
nuovo soggetto – secondo
l’Autore – avrebbe in sé la
forza “di mettere in
discussione il modello di
sviluppo attuale” ( quello
capitalistico, dunque). Non
occorrono troppe parole per
dimostrare la fragilità di
un tale assunto, nel senso
che è davvero difficile
pensare di affidare ad un
Arcobaleno di tale fatta il
compito di una vittoria sul
capitalismo.
Il punto, tuttavia, non è dimostrare la velleitarietà della proposta di Bonadonna, poiché essa si dimostra da sola. Interessante è invece come si giunga a riformulare la vecchia e consunta proposta occhettiana e bertinottiana volta alla cancellazione definitiva di un partito comunista in Italia.
L’articolo che Bonadonna pubblica ieri su Liberazione ( “Un’altra Sinistra è necessaria”) ci aiuta a decodificare tale percorso concettuale.
Nell’intervento di ieri il Nostro attacca da destra la proposta di Federazione tra PRC, PdCI, Salvi ed altri soggetti anticapitalistici e di movimento che sarà presentata domani a Roma.
Come organizza tale attacco? Lungo questa catena concettuale: primo, saremmo di fronte ad una “ crisi di sistema del capitalismo globalizzato” e ad una crisi della democrazia che richiederebbero l’unità ( indistinta! ) della sinistra; secondo, saremmo di fronte ad un cambiamento della composizione del movimento operaio che metterebbe in scacco le sue organizzazioni storiche ( i comunisti innanzitutto); terzo, occorre dare una risposta alla crisi della socialdemocrazia attraverso la costruzione di un soggetto unico di sinistra ( una risposta di destra, dunque, rispetto alle stesse opzioni socialdemocratiche classiche); quarto: per costruire tale soggetto non possiamo limitarci alla Federazione dei comunisti e di altre forze anticapitaliste ma “ è necessario investire sulle aree sociali e culturali che fanno capo al PD come all’IdV, al raggruppamento di Sinistra e Libertà, ai Radicali, come ai filoni di cattolicesimo democratico presenti nell’UDC”.
Occorre uno smascheramento di classe delle tesi di Bonadonna. Primo: utilizzando la categoria di “ crisi del sistema capitalistico globalizzato” in senso vago, il Nostro riesce a rimuovere il punto centrale e cioè il durissimo attacco che da oltre un ventennio il capitale sferra – nell’assenza di un’ opposizione politica e sindacale di classe – contro il lavoro e contro i diritti ( è qui, Bonadonna, la crisi della democrazia), attacco senza opposizione che è la base materiale comune della vittoria delle destre, della crisi profonda delle socialdemocrazie ( le quali, senza la possibilità di una redistribuzione minima del reddito perdono il loro senso sociale e storico) e della crisi stessa delle forze comuniste ed anticapitaliste che, interiorizzando spesso e su vasta scala la “necessità” della concertazione generale (come l’esperienza subordinata nel governo Prodi, la fondamentale accettazione dell’Europa di Maastricht ed una interpretazione delle politiche imperialiste e di guerra degli Usa e della NATO come una sorta di “dati naturali” hanno dimostrato) rischiano di svuotarsi anch’esse di senso storico e di ruolo sociale.
Il secondo punto ( cambia la composizione del lavoro e del capitale e dunque tramonta il ruolo dei comunisti) è un luogo comune moderato, funzionale agli interessi dei padroni e così trito e ritrito che non varrebbe la pena riaffrontarlo, dato che persino gli economisti borghesi pongono il problema ( che è anche un problema del capitale, poiché è base del rapporto nefasto sovrapproduzione/sottosalarizzazione/sottoconsumo) secondo il quale è proprio in virtù dell’aumento della potenza produttiva del sistema macchinico generale del capitale che aumenta lo sfruttamento oggettivo sulla nuova forza lavoro. E che c’entra questo, dunque, col tentativo di ratificare il tramonto delle forze comuniste e anticapitaliste italiane che anche in virtù di questo nuovo quadro disporrebbero invece ( se non fossero minate da tante carenze soggettive e da tanta storia sbagliata: l’eurocomunismo, la Bolognina, il bertinottismo, un certo “cretinismo parlamentare” ) delle basi materiali per rilanciarsi ?
Il punto è che Bonadonna, invece di porsi finalmente il problema della risposta di classe all’attacco del capitale, cerca una scorciatoia politicista per affermare la fine del progetto comunista e anticapitalista, trovando tale risposta nella proposta di un soggetto di salute pubblica strutturato e di carattere partitico ( che è ben altra cosa persino da una transitoria alleanza elettorale) che vada dai comunisti sino a Pannella, Di Pietro e l’Udc passando per Vendola e le forze della sinistra moderata e liberale ( peraltro: proposta Bertinotti).
Noi crediamo tutt’altro: crediamo cioè che la Federazione di forze comuniste e anticapitaliste possa essere un primo passo verso l’esigenza centrale di riconsegnare alla classe il punto di riferimento per il conflitto e la trasformazione sociale; un primo passo per riconsegnarle un unico partito comunista di lotta, di quadri e di massa, autonomo e unitario e proprio in virtù di questi segni culturali cardine dell’unità d’azione con le forze anticapitaliste, di movimento e di sinistra. Contro le destre e per l’alternativa. (Liberazione 17 luglio 2009)
Per un nuovo inizio
L' appuntamento è per il 18 luglio 2009 a Roma al Centro Congressi Frentani, h 10.00.
L'appello e i primi firmatari:
Cari
compagni e compagne,
la crisi sta mostrando una volta
di più il volto distruttivo del
capitalismo e delle politiche
liberiste. Parimenti mostra il
fallimento delle politiche
socialdemocratiche in tutta
Europa e del centrosinistra in
Italia.
Nella debolezza dell’opposizione
e della sinistra, la crisi
sociale si impasta con la crisi
della politica, producendo
guerre tra i poveri che si
esprimono in separatezza dalla
politica, in astensione, quando
non in consenso alle destre
razziste.
Abbiamo quindi dinnanzi un
compito tanto grande quanto
necessario, quello di costruire
una efficace opposizione
sociale, politica e culturale,
in grado di proporre e rendere
credibile una uscita da sinistra
dalla crisi, lungo una strada
contrapposta alle ricette della
destra e alternativa al
liberismo temperato proposto dal
centrosinistra.
A tal fine è assolutamente
necessario costruire un punto di
riferimento politico della
sinistra di alternativa, che
abbia massa critica e programmi
tali da risultare credibile per
tutti coloro che stanno subendo
e pagando la crisi e che si
ponga l’obiettivo di aggregare
tutte le forze politiche,
sociali, culturali e morali che
come noi sentono questa
urgenza.
Riteniamo che gli elementi
fondanti di questo processo di
aggregazione siano
principalmente quattro:
In primo luogo una rinnovata critica al capitalismo globalizzato e alla sua tendenza alla mercificazione di ogni cosa e relazione sociale. Occorre rimettere al centro la lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici che in questi decenni ha assunto caratteristiche barbariche e completamente inaccettabili: dalla disoccupazione strutturale nel mezzogiorno alla precarizzazione del lavoro alla sistematica compressione salariale il lavoro è tornato ad essere pura merce, variabile dipendente di un sistema che ha glorificato il profitto.
Vogliamo
ripartire dal lavoro nella piena
consapevolezza che la lotta
contro lo sfruttamento dell’uomo
sull’uomo o si connette
strettamente alla lotta dello
sfruttamento dell’uomo sulla
donna, dell’uomo sulla natura
oppure è incapace di proporre
una uscita dallo stato di cose
presente. Per questo per noi la
lotta per la liberazione del
lavoro si deve connettere alla
lotta contro la distruzione
dell’ambiente, per i beni
pubblici a partire dall’acqua e
lo sviluppo di un consumo
critico, alla lotta contro il
sessismo e il patriarcato, per
l’autodeterminazione degli
individui e delle comunità.
Questa critica radicale agli assetti capitalistici implica una battaglia rigorosa per mantenere scuola, istruzione, conoscenza, ricerca e in generale i saperi al riparo dalla privatizzazione e dalla mercificazione:la lotta per la scuola pubblica è dunque prioritaria.
In secondo luogo una forte opposizione al sistema bipolare che rappresenta la forma istituzionale con cui il pensiero unico ha cercato di sancire l’espulsione del tema dell’alternativa dalla politica. La battaglia contro il bipolarismo, che tende a produrre l’impermeabilità delle istituzioni nei confronti del conflitto, una alternanza tra simili e che nel concreto del caso italiano è il contesto in cui è nato e cresciuto il berlusconismo, è per noi un punto centrale.
La costruzione di un movimento di massa per una uscita da sinistra dalla crisi ha quindi nella battaglia per il proporzionale, contro ogni tendenza autoritaria, contro le mafie e i loro intrecci con la politica, il suo corrispettivo sul piano istituzionale.
In terzo luogo noi riteniamo che questo polo della sinistra di alternativa non possa essere costruito solo tra le forze politiche oggi esistenti ma debba coinvolgere a pieno titolo tutte le esperienze di sinistra che si muovono al di fuori dei partiti. In questi anni larga parte di chi si è battuto a sinistra lo ha fatto al di fuori dei partiti e la possibilità di costruire una sinistra di alternativa degna di questo nome è possibile solo dentro una rinnovata critica della politica che veda una interlocuzione paritaria tra tutti i soggetti coinvolti.
In quarto luogo noi pensiamo che la sinistra di alternativa sia pienamente nel solco della storia del movimento operaio, del movimento socialista e comunista, del movimento femminista, GLBTQ e dei diritti civili, delle lotte ambientaliste, per la giustizia e la solidarietà, del movimento altermondialista. Nella lotta per la giustizia e la libertà delle generazioni che ci hanno preceduto, combattuta sotto le insegne delle bandiere rosse, della falce e del martello, noi riconosciamo la nostra storia e questa storia deve proseguire a partire da una rifondazione delle pratiche, delle teorie, delle forme organizzative.
La proposta che avanziamo trova la sua collocazione politica naturale nel contesto di tutte le forze della sinistra europea che si collocano a sinistra delle socialdemocrazie e che hanno ottenuto significativi consensi nelle ultime elezioni europee, come in Francia, Germania, Grecia, Portogallo, Olanda e nei paesi nordici.
In Italia la costruzione di un polo della sinistra di alternativa si rivela difficile sia per le divisioni a sinistra, e per il rischio che esse si vengano ora cristallizzando, sia per la volontà delle forze politiche rappresentate in parlamento di imporre un sistema bipolare chiuso, attraverso meccanismi istituzionali (clausole di sbarramento a tutti i livelli, discriminazione dell’accesso al servizio televisivo e al finanziamento pubblico), che aggravano ulteriormente gli effetti di leggi elettorali che contrastano con il principio del pluralismo rappresentativo e con la garanzia del pari diritto dei cittadini alla partecipazione politica.
Alla costruzione di un sistema bloccato, che assume i caratteri di un nuovo regime, Pd e IdV hanno mostrato di voler concorrere non meno dei partiti di centrodestra.
E’
necessario dunque un vero e
proprio salto di qualità
dell’iniziativa politica, ideale
e sociale della sinistra di
alternativa.
Proponiamo pertanto di dar vita
a una Federazione unitaria che
comprenda - oltre alle forze che
hanno dato vita alla lista
anticapitalista e comunista -
tutti i soggetti politici, i
movimenti e le persone che
avvertono l’urgenza di
affrontare insieme i compiti che
ci sono davanti e che abbiamo
prima indicato nelle linee
generali.
Riteniamo indispensabile che la Federazione che proponiamo introduca profonde innovazioni nel modo di fare politica, a partire dai rapporti tra incarichi politici e incarichi istituzionali, per ricostruire una nuova etica pubblica, per consentire l’effettiva partecipazione di tutti gli aderenti alle decisioni e per ridare centralità alla pratica sociale.
Vogliamo discutere nel modo più diffuso e aperto della nostra proposta unitaria e a tal fine proponiamo quindi di vederci il 18 luglio alle ore 9,30 a Roma al Centro Congressi di via Frentani.
Paolo Ferrero, Oliviero
Diliberto, Cesare Salvi,
Vittorio Agnoletto, Margherita
Hack, Lidia Menapace,Bruno
Amoroso, Elio Bonfanti,
Benedetta Buccellato, Elena
Canali, Omar Sheikh Esahaq,
Valerio Evangelisti,Barbara Fois,
Haidi Giuliani, Rita Lavaggi,
Maria Rita Lodi, Maria Rosaria
Marella,Ibrahima Niane, Nicola
Nicolosi, Gian Paolo Patta,
Tonino Perna, Rossano Rossi,
Nadia Sabato, Bassam Saleh,
Raffaele K. Salinari, Laura
Stochino, Ermanno Testa, Vauro,
Mario Vegetti, Massimo Villone.
La diretta su PdciTv
Car* tutt*,
il 18 luglio a Roma si terrà
l'assemblea per dare vita alla
Federazione della Sinistra di
Alternativa che riunirà
Rifondazione, Comunisti Italiani
e Socialismo 2000 oltre ad altre
forze politiche e sociali.
PdCITV seguirà tutti i lavori
dell'assemblea trasmettendoli in
diretta a partire dalle ore
10.30.
Connettetevi.
Iacopo Venier
Direttore di PdCITV
Intervista a Fosco Giannini direttore de l'Ernesto
La partita non è chiusa, bisogna resistere e rilanciare, imparando dall’esperienza
Non
si
abbandona
un
progetto
strategico
solo
perché
in
un
passaggio
elettorale
è
mancato
lo
0,6%
dei
voti
Costruzione
a
sinistra
di
un
vasto
fronte
sociale
e
politico
di
opposizione,
con
basi
di
massa,
autonomo
dalla
strategia
moderata
e
compatibilista
del
Partito
Democratico;
costruzione
di
una
convergenza
unitaria
–
nella
lotta
- di
tutto
il
sindacalismo
di
classe,
confederale
e di
base,
in
piena
autonomia
dal
progetto
adattativo
di
CISL
e
UIL
e di
una
parte
della
CGIL;
autonomia
e
unità
dei
comunisti,
per
la
ricostruzione
processuale
del
loro
partito.
Sono
questi
i
tasselli
di
un
progetto
e di
un
processo
in
cui
le
diverse
questioni
vanno
tenute
insieme,
ma
non
confuse,
vanificate
o
compresse
l’una
o
nell’altra.
Sono
processi
distinti,
complementari,
che
in
molti
casi
si
intrecciano
e si
rafforzano
a
vicenda,
a
condizione
che
non
vengano
confusi
l’uno
con
l’altro,
pena
il
fallimento
degli
uni
e
degli
altri.
Il
nostro
sito
ha
già
espresso
alcune
valutazioni
iniziali
(tutte
da
approfondire)
sulla
dimensione
europea
del
voto
del
6-7
giugno.
Vuoi
provare
a
mettere
a
fuoco
una
prima
riflessione
sulla
dimensione
italiana
di
quel
voto,
a
partire
dal
non
raggiungimento
del
quorum
da
parte
della
lista
comunista
e
anticapitalista?
Sento
in
primo
luogo
l’esigenza
di
proporre
a
tutte/i
i
militanti
comunisti
e
della
sinistra,
ovunque
collocati,
una
lettura
severa,
rigorosa,
ma
non
disfattista
del
mancato
raggiungimento
del
quorum.
E
sento
il
dovere
di
chiedere
ai
dirigenti
comunisti
( di
ogni
livello:
di
Circolo,
di
fabbrica,
di
Federazione
e
nazionali)
di
non
disorientare,
di
respingere
ogni
sentimento
di
abbandono
e
delusione
ma,
al
contrario,
di
sollevare
lo
stato
d’animo,
di
rincuorare,
di
richiamare
all’impegno
e
alla
lotta.
Guai
a
noi
se
lasciassimo
passare,
nonostante
le
obbiettive
(e
comprensibili)
difficoltà
politiche
e
psicologiche
del
momento,
uno
stato
d’animo
di
rinuncia
o di
resa.
Saremmo
degli
strani
rivoluzionari
se
bastasse
uno
0,6%
per
cento
di
voti
in
meno
(la
cui
portata
certo
non
sottovaluto),
per
farci
abbandonare
un
progetto
politico
che
ha
una
dimensione
strategica,
vorrei
dire
persino
una
sua
proiezione
storica.
Se
avessero
fatto
così
le
poche
migliaia
di
militanti
comunisti
italiani
rimasti
a
combattere
nell’Italia
degli
anni
Venti
e
Trenta,
non
vi
sarebbe
stata
alcuna
Resistenza
popolare
negli
anni
successivi.
Quando
parli
di
un
progetto
strategico,
a
cosa
ti
riferisci
concretamente?
In
estrema
sintesi
potrei
dirti:
ricomporre
l’autonomia
e
l’unità
politica,
teorica
e
organizzativa
dei
comunisti
in
Italia
in
un
solo
partito,
come
perno
e
fattore
dinamico
contestuale
–
non
c’è
un
prima
e un
poi
–
della
ricostruzione
di
un
ben
più
vasto
schieramento
sociale
e
politico
di
lotta
per
il
cambiamento
della
società.
Ciò
significa
oggi
in
primo
luogo
costruire
un
fronte
sociale
e
politico
di
forte
opposizione
alla
politica
di
questo
governo,
in
piena
autonomia
dalla
politica
moderata
e
compatibilista
del
Partito
Democratico,
ma
capace
di
coinvolgere
–
nella
lotta
-
una
parte
significativa
della
sua
base
sociale
popolare,
operaia,
di
sinistra.
Pensi
dunque
che
il
Partito
Democratico,
e le
socialdemocrazie
europee
in
genere,
siano
esposte
ad
emorragie
verso
sinistra,
oltre
che
verso
destra?
Il
voto
europeo
evidenzia
una
crisi
profonda
delle
socialdemocrazie,
delle
sinistre
moderate,
che
va
acquisendo
caratteri
non
contingenti,
dunque
di
grande
interesse
sia
per
le
forze
conservatrici
(che
in
questa
crisi
pescano
a
piene
mani),
ma
anche
– in
positivo
-
per
le
forze
comuniste
e
anticapitaliste,
che
in
alcuni
paesi
europei
conseguono
su
questo
terreno
risultati
importanti.
Dove
i
partiti
comunisti
(di
impianto
e
cultura
leninista)
mantengono
e
sviluppano
il
loro
radicamento
e il
loro
ruolo
sociale
e
politico
di
classe
(penso
ad
esempio
alla
Grecia
e al
Portogallo)
si
allarga
–
grazie
a
questo
ruolo
–
anche
uno
spazio
sociale,
politico,
anche
culturale
per
una
sinistra
critica,
non
comunista
(vedi
Synaspismos
greco
e
Bloco
de
Izquierda
portoghese)
in
grado
di
raccogliere
ed
organizzare
la
diaspora
socialdemocratica
e
capace
di
diventare
punto
di
riferimento
per
spezzoni
di
sinistra
sociale
e
politica
non
immediatamente
conquistabili
dai
partiti
comunisti.
Tutto
il
baricentro
si
sposta
a
sinistra,
poiché
anche
il
movimento
sindacale
(dove
è
forte,
radicato
ed
influente
un
partito
comunista)
assume
caratteri
di
classe
e di
lotta.
In
Grecia
e
Portogallo,
ad
esempio,
non
solo
il
voto
europeo
conferma
la
tenuta
o
l’avanzata
dei
due
partiti
comunisti,
fortemente
insediati
nelle
organizzazioni
sindacali
e
nel
mondo
del
lavoro
(il
KKE
è
all’8,4%,
il
PCP
al
10,7);
ma
evidenzia
anche
la
crescita
di
due
formazioni
di
nuova
sinistra
(il
Synaspismos
raggiunge
il
4,7%,
il
Bloco
de
Izquierda
raddoppia
i
suoi
voti
e
cresce
fino
al
10,7%).
Ne
deriva,
complessivamente,
una
realtà
a
sinistra
della
socialdemocrazia,
che
occupa
uno
spazio
sociale,
politico
ed
elettorale
del
15-20%,
che
spezza
il
bipolarismo
e il
bipartitismo,
si
inserisce
nella
crisi
della
socialdemocrazia
liberale,
e ne
insidia
l’egemonia
a
sinistra.
E
ciò
avviene
perché
ognuno
“fa
la
sua
parte”:
i
comunisti
fanno
i
comunisti
(con
i
loro
limiti,
e
certo
non
indico
modelli…)
e
gli
altri
fanno
la
loro.
Se
dovessero
fondersi
–
come
qualcuno
vorrebbe
fare
in
Italia
– in
formazioni
indistinte
“di
sinistra”,
puoi
star
certo
che
sarebbero
guai
per
tutti,
ne
verrebbero
fuori
litigiose
ed
eterogenee
formazioni,
pronte
a
dividersi
alla
prima
seria
divergenza.
Perché
allora
questa
differenza
così
marcata
tra
Portogallo
e
Grecia,
da
una
parte,
e ad
esempio
Spagna
e
Italia
dall’altro?
Bisognerebbe
qui
riflettere
più
a
fondo,
tentando
anche
un
bilancio
storico
dell’eurocomunismo
e
del
processo
di
socialdemocratizzazione
dei
partiti
comunisti
di
Spagna,
Italia
e
Francia
(un
processo
che
viene
da
lontano).
Non
è
probabilmente
un
caso
se,
soprattutto
in
Spagna
e in
Italia
(più
segnati
della
Francia
dall’esperienza
eurocomunista)
ci
troviamo
oggi
vicini
al
rischio
di
estinzione
(o
autoestinzione)
non
solo
dei
partiti
comunisti,
ma
anche
delle
formazioni
di
“nuova
sinistra”.
Più
articolata
è la
situazione
in
Francia,
dove
l’esistenza
di
un
PCF
strutturato
e
ancora
“in
mezzo
al
guado”,
la
persistenza
di
una
sinistra
socialista
(esterna
al
PS)
più
combattiva,
e di
componenti
trotzkiste
che
hanno
mantenuto
una
loro
influenza
di
massa,
fa
sì
che
–
diversamente
da
Italia
e
Spagna
– il
campo
della
sinistra
anticapitalistica
francese
vi
esprima
complessivamente
un’area
attorno
al
12-13
%,
ancorché
assai
divisa
e
frastagliata
(anche
all’interno
stesso
del
PCF,
il
cui
avvenire
resta
incerto).
In
una
fase
che
dura
da
circa
vent’anni,
essenzialmente
causata
dalla
ferrea
volontà
del
capitale
di
non
stringere
compromessi
col
mondo
del
lavoro,
di
respingere
politiche
keynesiane
puntando
all’abbattimento
dei
salari,
dei
diritti
e
dello
stato
sociale,
la
crisi
della
socialdemocrazia
liberale
europea
trova
le
sue
basi
materiali
nell’impossibilità
(e
non
volontà)
di
operare
–
quando
governa
–
una
drastica
redistribuzione
del
reddito
per
fornire
risposte
sociali
anche
minime
al
movimento
operaio
e ai
popoli,
duramente
colpiti
dalla
crisi
capitalistica
e
dalle
“compatibilità”
dei
vari
capitalismi
nella
competizione
globale.
E
senza
possibilità
di
redistribuzione
della
ricchezza
sociale,
le
socialdemocrazie
liberali
perdono
ruolo
sociale
e
senso
storico,
entrano
in
crisi
di
consenso
e di
radicamento
rispetto
al
loro
insediamento
sociale
popolare,
operaio,
più
colpito
dalla
crisi.
Si
apre
qui
uno
spazio
potenziale
di
consenso,
di
organizzazione,
di
lotta,
per
le
forze
comuniste
e
anticapitaliste:
ma
ciò
richiede
che
la
loro
forza,
credibilità,
soggettività
sia
all’altezza
della
situazione,
e
spesso
non
è
così
o
non
lo è
stato.
E
allora,
in
questi
casi,
il
malcontento
dei
ceti
più
poveri
va a
destra,
o si
rifugia
nell’astensione
e in
un
qualunquismo
disfattista.
Che
cosa
pensi
dell’avanzata
della
Linke
tedesca,
che
molti
indicano
come
una
sorta
di
modello
da
imitare?
E’
un
fatto
positivo
che
la
Linke
sia
avanzata
(dal
6,1
al
7,5
%),
ma
vorrei
dire
col
massimo
di
nettezza
che
quella
esperienza
ha
una
peculiarità
storica
(la
riunificazione
delle
due
Germanie)
che
la
rende
del
tutto
imparagonabile
alle
altre
esperienze
europee,
e
tanto
meno
esportabile,
come
dicono
per
primi
gli
stessi
compagni
tedeschi.
Tale
esperienza
nasce
dal
processo
di
unificazione
di
due
formazioni
politiche
non
comuniste,
di
ispirazione
dichiaratamente
socialista
e/o
socialdemocratica
(come
la
WASG
di
Lafontaine
e la
PDS
post-comunista),
espressioni
per
giunta
di
due
entità
geo-politiche
che
fino
a
poco
più
di
15
anni
fa
erano
addirittura
due
Stati
appartenenti
a
due
blocchi
contrapposti.
E
con
una
ricorrente
campagna
anticomunista
in
Germania
che
accusa
la
componente
ex
PDS
di
essere
una
entità
in
cui
si
annidano
migliaia
di
agenti
della
Stasi
(il
servizio
segreto
della
ex
DDR).
In
quale
altro
paese
europeo
esiste
un
dibattito
di
questa
natura?
C’è
senz’altro
una
limpida
coerenza
politico-ideologica,
apertamente
dichiarata,
in
questa
fusione
socialdemocratica
di
sinistra
tra
Wasg
e
PDS,
che
però
ha
poco
a
che
vedere
con
la
problematica
della
rifondazione
di
un
partito
comunista,
che
è
altra
cosa.
Veniamo
ancora
all’Italia.
C’è
chi
sostiene
che
il
mancato
raggiungimento
del
4%
rappresenta
una
sconfitta
di
fase,
che
richiede
pertanto
un
mutamento
radicale
di
linea
politica.
Tu
che
ne
pensi?
Il
superamento
del
4%
sarebbe
stato
simbolicamente
un
obiettivo
molto
importante
e
con
la
conquista
di
alcuni
parlamentari
europei
vi
sarebbero
state
basi
materiali
e
risorse
aggiuntive
importanti.
Tuttavia:
se
il
processo
unitario
dei
comunisti
era
giusto
e
necessario
prima
del
voto,
se
il
partito
comunista
è
un’esigenza
sociale
e
storica
(come
è) e
non
una
coazione
a
ripetere,
una
fissazione
nella
testa
di
alcuni,
tale
esigenza
non
è
cancellata
dalla
mancanza
di
uno
0,6%
di
consensi.
Saremo
obbligati
a
fare
politica
meglio,
con
meno
sprechi,
ottimizzando
l’uso
delle
risorse.
Le
difficoltà
che
abbiamo
trovato
sul
cammino
sono
state
immense:
la
lista
comunista
unitaria
è
andata
alle
elezioni
sulla
scorta
di
una
sconfitta
storica,
quella
dell’Arcobaleno,
non
ancora
“espulsa”
dal
senso
comune
del
nostro
popolo;
siamo
andati
alle
elezioni
sulla
scorta
di
una
pesantissima
scissione
avvenuta
nelle
file
del
PRC,
la
scissione
dell’area
Vendola,
di
Sinistra
e
Libertà,
che
ha
trovato
appoggi
importanti
sia
nel
PD
che
negli
stessi
“media”
borghesi,
erodendo
consensi
;
siamo
giunti
al
voto
con
l’improvvisa
entrata
in
campo
del
PCL
di
Marco
Ferrando,
che
ha
eroso
anch’esso
(disperdendoli
consapevolmente)
consensi
decisivi
per
il
possibile
raggiungimento
del
4% ;
abbiamo
assistito
alla
deplorevole
azione
di
certi
“dirigenti
comunisti”
che
per
frustrazione
e
opportunismo
hanno
vigorosamente
lavorato
al
fine
di
spostare
consensi
comunisti
verso
Di
Pietro,
per
far
consapevolmente
del
male
alla
Lista
comunista;
siamo
andati
al
voto
sotto
una
cappa
egemonica
di
destra
terrificante
e
sotto
un
dominio
dei
media
che
ha
letteralmente
espulso
(molto
più
dei
radicali
di
Pannella)
i
comunisti
dalle
televisioni
e
dai
giornali;
abbiamo
aperto
la
campagna
elettorale
in
ritardo,
rispetto
ad
altre
forze,
poiché
nel
PRC
persistevano
dubbi
e
contrarietà
rispetto
alla
Lista
comunista
unitaria
e
tali
dubbi
non
hanno
certo
aiutato
a
mettere
in
campo
la
giusta
passione
politica
per
la
Lista
ed
il
progetto
che
essa
sottendeva
(
chi
ha
fatto
la
campagna
elettorale,
chi
è
stato
nei
mercati
e
davanti
alle
fabbriche
sa
che
pochi
lavoratori
e
cittadini
esterni
ai
due
partiti
comunisti
sapevano
della
costituzione
della
Lista
comunista
unitaria
e
quando
si
spiegava
a
chi
non
sapeva
nulla
che
era
partito
il
processo
unitario
dei
comunisti
la
risposta
era
sempre
la
stessa
:
“finalmente
un
po’
di
unità:
la
voto!”.
Ma,
appunto,
per
mille
motivi,
pochi
sapevano…
Infine,
vi
sono
state
aree
e
Federazioni,
all’interno
del
PRC
–
poco
innamorati
(
per
usare
un
eufemismo)
della
Lista
unitaria
–
che
sicuramente
non
si
sono
dannate
l’anima
nella
campagna
elettorale
e
ciò
si è
aggiunto
alla
fragilità
organizzativa
–
che
la
campagna
elettorale
ha
dimostrato
tutta
–
che
segna
ormai
una
parte
significativa
dell’intero
PRC.
Con
tutto
ciò
abbiamo
raggiunto
il
3,4
% su
una
Lista
comunista,
più
di
quanto
non
avessero
ottenuto
le
forze
dell’Arcobaleno
nel
loro
insieme.
Dico
tutto
questo
non
per
esorcizzare
il
problema
del
radicamento
dei
comunisti
in
Italia
e le
loro
debolezze
strutturali;
dico
questo
affinché
non
si
creda
(e
non
si
dica)
che
la
base
materiale
della
sconfitta
sia
da
rintracciare
nel
progetto
unitario
che
ispirava
(e
ispira)
la
Lista
comunista.
Anzi,
dobbiamo
dire
che
con
ogni
probabilità
è
stato
proprio
questo
progetto
unitario
a
permetterci
di
riconquistare
una
parte
significativa
dell’elettorato
e
della
militanza
comunista.
Non
è il
momento
di
mollare,
proprio
adesso
che
abbiamo
comunque
invertito
una
tendenza.
C’è
spazio
per
ripartire,
anche
in
Italia,
come
si è
visto
anche
in
altri
paesi
europei.
Che
fare
dunque,
qui
ed
ora?
Primo:
non
farci
intimorire
o
deludere
dal
mancato
raggiungimento
del
4% e
rilanciare
con
determinazione
il
progetto
dell’unità
dei
comunisti,
della
riunificazione
dei
due
partiti
comunisti
e
della
riorganizzare
della
diaspora
comunista.
A
partire
da
quel
milione
e
200
mila
di
persone
che
ci
hanno
dato
fiducia.
Secondo:
lavorare
alla
costruzione
a
sinistra
di
un
vasto
fronte
sociale
e
politico
di
opposizione,
con
basi
di
massa,
autonomo
dalla
strategia
moderata
e
compatibilista
del
Partito
Democratico.
Esso
non
si
costruisce
su
base
ideologiche,
ma
con
un
programma
minimo
d’azione,
attorno
ad
alcuni
obbiettivi
qualificanti
e
condivisi,
di
forte
impatto
sociale.
Terzo:
costruire
una
convergenza
unitaria
–
nella
lotta
- di
tutto
il
sindacalismo
di
classe,
confederale
e di
base,
in
piena
autonomia
dal
progetto
subordinato
di
CISL
e
UIL
e di
una
parte
della
CGIL.
Senza
una
sponda
sindacale,
l’appello
alla
mobilitazione
sociale
organizzata
resta
una
parola
vuota.
Quarto:
autonomia
e
unità
dei
comunisti,
per
la
ricostruzione
processuale
del
loro
partito.
E
ciò
è
cosa
distinta
(semmai
complementare)
dalla
costruzione
di
un
“polo
di
sinistra”;
e
richiede
la
strutturazione
di
suoi
peculiari
momenti
di
riflessione
teorica,
di
dibattito
politico,
di
iniziativa
nel
Paese.
Su
ciò
chiediamo
a
tutti
impegni
e
pronunciamenti
chiari,
e
non
bisticci
di
parole.
Sono
questi,
a
mio
modesto
avviso,
i
tasselli
di
un
progetto
e di
un
processo
in
cui
le
diverse
questioni
vanno
tenute
insieme,
ma
non
confuse,
vanificate
o
compresse
l’una
nell’altra.
Sono
processi
distinti,
complementari,
che
in
molti
casi
si
intrecciano
e si
rafforzano
a
vicenda,
a
condizione
che
non
vengano
confusi
l’uno
con
l’altro,
pena
il
fallimento
degli
uni
e
degli
altri.
A
cura
della
redazione,
9
giugno
2009
Cari Oliviero e Paolo, sono onorato ma non mi candido
di Dante De Angelis
Cari
Oliviero e Paolo, sono onorato
della vostra proposta di
candidarmi alle elezioni del
prossimo 6 giugno per il
Parlamento europeo con la lista
unitaria formata da Prc e Pdci,
progetto al quale mi sento
vicino.
Sapete quanto io sia interessato
e motivato dall'attività
politica quale momento alto e
nobile della partecipazione
sociale La politica europea, in
particolare, determina ormai
ricadute in tutti gli aspetti
della nostra vita: oltre alle
questioni generali del lavoro
che ci riguardano direttamente,
vi sono i temi della pace,
dell'ambiente, dei diritti
civili e dei beni comuni.
In Europa si decide di tutto,
finanche, purtroppo, la
negazione della realtà e del
significato delle parole: come
l'autorizzazione all'aranciata
"senza arance".
Ma sapete anche che sono un
ferroviere licenziato, impegnato
insieme a molti di voi ed a
buona parte dell'opinione
pubblica nella vertenza per la
mia riassunzione.
Pur convinto di poter dare un
qualificato e costruttivo
contributo nel dibattito
politico, col bagaglio e
l'esperienza diretta di un
semplice cittadino lavoratore,
fin quando non sarò reintegrato
al mio posto non posso distrarmi
da questa vertenza.
Le grandi cose iniziano da
quelle piccole.
La sola accettazione della
candidatura avrebbe potuto
apparire come una via di fuga da
una situazione difficile, una
sorta di scorciatoia per
aggirare il muro dell'arroganza
aziendale e dell'ignavia
sindacale.
Vi assicuro che vivo questa
rinuncia forzata come
un'ulteriore frustrazione poiché
il licenziamento che ho subìto,
in qualche modo, mi impedisce
anche l'esercizio pieno dei
diritti politici ed elettorali.
Ma se anche soltanto una
persona, tra quelle che mi
sostengono, dovesse intravedere
la ricerca di una soluzione
individuale avremmo commesso un
grave errore: il mio è un
licenziamento politico, da
affrontare collettivamente.
Come ferrovieri dobbiamo
affrontare una fase
difficilissima e non voglio
offrire a nessuno il pretesto di
una facile demagogia populista,
antipolitica e antisindacale.
La "violenza" insita nel mio
licenziamento e nell'aggressione
a tutti i ferrovieri è pari a
quella con cui si vorrebbero
cancellare i diritti dei
pendolari, il trasporto al sud e
quello delle merci su rotaia.
Questa dirigenza vuole
distruggere, insieme a 20.000
posti di lavoro e la dignità dei
ferrovieri, anche l'immensa
ricchezza rappresentata dal
servizio ferroviario pubblico
quale insostituibile patrimonio
dell'intero Paese.
Non sarò candidato, ma sono
sempre qui e proseguo insieme a
tutti la battaglia di civiltà
che abbiamo iniziato insieme:
per me, per i ferrovieri, i
viaggiatori, per la salute e la
sicurezza di tutti i lavoratori,
per la difesa della
Costituzione, per un mondo
migliore e più giusto. Ciao. (La
Rinascita della sinistra 23
aprile 2009)
Le sfide che ci attendono
di Andrea Catone
I
l
capitalismo sta attraversando
una crisi mondiale piu profonda
forse di quella degli anni 1930.
Sappiamo con Marx (e anche con
W. Benjamin) che essa può
portare al socialismo, ma anche,
diversamente da quel che credeva
il determinismo positivistico
della II Internazionale,
fiducioso nel necessario e
inevitabile avvento del sol
dell'avvenire, alla "comune
rovina delle classi in lotta",
ad un regresso generale della
civilth: socialismo o
barbarie rimane
l'alternativa di fondo della
nostra epoca.
Alle
origini del comunismo
contemporaneo - quello che si
sviluppa nella teoria a nella
pratica di Lenin e Gramsci, per
citare solo due tra le figure
piu luminose - vi è la
consapevolezza del ruolo
ineludibile del soggetto
rivoluzionario comunista. Senza
comunisti organizzati, senza
partito comunista, le
contraddizioni - oggi così
manifestamente esplosive - del
sistema capitalistico, non si
risolvono automaticamente nel
socialismo. I comunisti - è
ancora il Manifesto del
1848 a dircelo - non sono certo
l’unica forza anticapitalista (e
vi e anche un anticapitalismo
regressivo), non sono gli unici
che si battono contro
l'ineguaglianza e le ingiustizie
sociali, ma sono la forza che
opera consapevolmente nella
prospettiva strategica di
superare (nel senso hegeliano di
Aufhebung)il
capitalismo nel modo di
produzione fondato sulla
proprietà sociale a sulla
pianificazione socialista - la
sola capace di superare
1'anarchia della produzione
capitalistica. I comunisti
sono l’antagonista storico, non
contingente e non casuale, del
capitalismo. Di cio le
classi dominanti borghesi sono
ben consapevoli: l'anticomunismo
è un dato permanente della
società capitalistica (percio
non ci si deve meravigliare se
Berlusconi lo evoca, anche se la
forza comunista in Italia non è
mai stata, dopo il 1945, così
ridotta). Esso e stato ed è
praticato in modi diversi,
dall'attacco frontale e diretto
alla strategia più sottile -
così ben analizzata da Gramsci
nei Quaderni a
proposito del trasformismo e
della rivoluzione passiva - di
decapitare ideologicamente e
politicamente i comunisti, di "morfinizzarli",
trasformandoli da antagonista
storico del capitale in
appendici subalterne ai partit
borghesi. Per questo, la
capacità di agire sul fronte
della "battaglia delle idee" non
è meno importante e necessaria
della capacità di promuovere,
organizzare, dirigere le lotte
sociali.
La storia degli ultimi 30 anni - dopo che il movimento comunista in Italia a nel mondo aveva marcato fino alla metà degli anni 70 importanti successi, suggellati dalla vittoria dei viet-cong contro to zio Sam - e segnata da un virulento attacco anticomunista sul piano politico a su quello ideologico-culturale, al quale i comunisti non hanno saputo contrapporre strategie adequate, si che, dopo il lavorio di erosione degli anni 80, si è abbattuta la valanga del 1989-91, con la controrivoluzione capitalistica in Urss e nell'Est europeo e la Bolognina di Occhetto. Ma la valanga dell'89 non travolge tutto, i comunisti provano, nel mondo e in Italia, a resistere, riorganizzarsi, ricostruirsi. Con comprensibili difficoltà, incertezze, passi falsi, cadute. Il Prc sorto in Italia 18 anni fa, se ebbe il grande merito di contrapporsi alla derive e di raccogliere forze anticapitaliste e comuniste, non volle però fare seriamente i conti con la storia del movimento comunista italiano e internazionale, preferendo "pragmaticamente" (ma a un pragmatismo che si paga a caro prezzo) semplificazioni, mitizzazioni e facili slogan, fino alla deriva bertinottiana, che rompe con la tradizione comunista e col marxismo e apre le porte all'ultimo - in ordine di tempo - tentativo trasformistico di diluire il partito comunista in una sinistra arcobaleno.
Una delle ragioni non secondarie delle diverse scissioni del Prc, di cui la piu consistente a significativa, ma non certo l’unica, dette origine nel 1998 al Pdci, e della notevole "diaspora' comunista è in questo deficit di elaborazione e formazione teorica, che ha reso la direzione politica cieca e oscillante tra la Scilla dell’opportunismo riformistico e la Cariddi del massimalismo estremistico, lì dove la migliore tradizione comunista del 900 sapeva individuare, grazie alla cassette degli attrezzi di Marx e alla leniniana "analisi concreta della situazione concreta", la giusta rotta the faceva effettivamente avanzare il movimento operaio. Ora che, con fatica e difficoltà, ma con la determinazione imposta dalla consapevolezza della gravità della situazione e della necessità storica di un forte partito comunista capace di tenere bene la rotta nelle tempeste capitalistiche, siamo impegnati ad unificare i comunisti in Italia, dobbiamo saper recuperare quella grande tradizione comunista a sviluppare i suoi insegnamenti per le sfide che ci attendono.(La Rinascita della sinistra 23/3/2009)
Verbania - Verso le elezioni
europee
con Alessandro Hobel e Jacopo
Venier
L'Ernesto organizza: Verso le
elezioni europee
a GRUGLIASCO (Torino)
Contro l’Europa del capitale per
il lavoro e la democrazia
UNITA’ DEI COMUNISTI E DELLA
SINISTRA ALTERNATIVA
Lunedì 30 Marzo, ore 20.30
Sala Consiliare -Piazza
Matteotti
Mirco Solero Segreteria
provinciale PRC Torino
INTRODUCONO
Vincenzo Porcelli
Segretario sezione PdCI
Grugliasco
Florinda Maisto Consigliera
comunale PRC Grugliasco
INTERVENGONO
Ciro Argentino Operaio “ Thyssen
Krupp”
Luigi Girasole Comitato Federale
PdCI Torino
Stefano Barbieri Comitato
Regionale PRC Piemonte
CONCLUDE Fosco Giannini
Direzione Nazionale PRC -
Direttore de l'ernesto
Crisi del capiale, attacco al lavoro, pericolo di regime
con Oliviero Diliberto e Fosco Giannini il 19 marzo 2009 a Torino

www.comunistitorino.it
sul
sito della Federazione
gli interventi della serata da ascoltare
La riunione di Comunisti Uniti
di Sergio Manes
Cari
compagni,il resoconto della riunione di Roma dei primi 100 firmatari dell’appello merita qualche integrazione perché ai compagni non presenti giunga un’informativa completa.
L’incontro avrebbe dovuto concludersi con l’individuazione di alcuni compagni che, temporaneamente, avrebbero dovuto svolgere la funzione di coordinatori-garanti, in attesa che le realtà territoriali e un’assemblea nazionale nominassero un vero e proprio organismo di coordinamento.
Quest’obbiettivo non è stato raggiunto perché prevedibili “interferenze” e punti di vista differenti hanno sconsigliato un accordo. D’altro canto l’assenza di molti compagni, il cui parere è sembrato necessario, ha fatto preferire di andare alla soluzione interlocutoria di affidare ad Azzarà e Fioretti l’incarico di contattare le realtà territoriali e i compagni assenti per formulare una proposta di coordinamento temporaneo di garanzia.
In questo modo non soltanto si è evitato di giungere a contrapposizioni che avrebbero contrastato con l’avvio di questo processo unitario, ma si è evitato di giungere ad una soluzione di compromesso che, seppure temporanea, avrebbe riprodotto difetti e metodi di un passato che tutti vogliamo non inquini più il percorso dell’unità dei comunisti.
L’episodio è significativo ed emblematico di alcune difficoltà che necessariamente incontreremo lungo il nostro cammino: il vecchio (e non solo i gruppi dirigenti cui sono ascrivibili pesantissime responsabilità, ma anche concezioni, metodi e abitudini di decenni) non scompare d’incanto per nostro desiderio, ma si annida e si riproporrà di continuo in varie forme.
Bisogna mantenere alta la guardia, vigilare e sconfiggere – come è stato fatto a Roma – il vecchio che tenta di rigenerarsi, e non soltanto con metodi non più accettabili, ma, soprattutto, sul piano dei contenuti: le reazioni alla crisi del PD stanno già rivelando che le suggestioni di una possibile collaborazione con l’opportunismo non sono state sconfitte una volta per tutte.
Abbiamo le idee chiare e i numeri per vincere queste battaglie mano a mano che sarà necessario combatterle. E questo non potrà che rafforzare il nostro percorso.
Nessuno – credo – poteva pensare che il processo della costituente comunista (di cui l’appello “Comunisti Uniti” è stato il punto di partenza) fosse privo di ostacoli e di difficoltà: vista la portata del disastro e, soprattutto, le sue cause era previsto che la strada fosse in salita. Nessuno può, quindi, ragionevolmente scoraggiarsi (o, anche, indignarsi) quando poi, concretamente, queste difficoltà e questi ostacoli si manifestano.
Fermo restando che tutti, almeno a parole, si sono detti convinti della necessità di una discontinuità con il passato, sono convinto che per passare dalla dimensione delle buone intenzioni e delle parole si debbano affrontare due questioni – strettamente connesse e tutte e due incardinate sulla centralità della contraddizione capitale-lavoro – su cui occorre avere una posizione estremamente ferma e rigorosa:
1. il rifiuto di ogni residua suggestione opportunista e, dunque, di qualsiasi prospettiva riformista, emergenzialista, governista, concertativa, etc. (es.: allenaze con il PD);
2. la necessità di riportare i comunisti all’interno della classe lavoratrice e delle classi subalterne recuperando quel distacco che una concezione e una pratica della politica schiacciata sulle istituzioni e sui tatticismi di ceti politici hanno determinato.
Sul lungo periodo questo vuol dire attrezzarsi sul piano culturale e teorico e definire sul piano politico un programma minimo di classe, e ci deve portare, da un lato, a privilegiare le contraddizioni che le classi di riferimento vivono – specialmente in presenza dell’attuale crisi economica –, e, dall’altro, a ricercare e costruire opportunità di un rinnovato legame di massa.
Nell’immediato a queste priorità fanno ombra – come spesso accade – le urgenze della quotidianità che pongono altre questioni che, pure, bisogna affrontare.
In questo momento – come tutti possono constatare – occorre sciogliere due nodi tra loro complementari:
a) il ruolo delle forze politiche organizzate (in particolare del PRC e del PdCI), delle loro aree interne e di quei gruppi dirigenti nel processo costituente e in “Comunisti Uniti”;
b) la posizione di “Comunisti Uniti” rispetto alle prossime elezioni europee e amministrative.
Tutti noi abbiamo il nostro punto di vista alla cui formazione hanno contribuito certamente le esperienze negative di ciascuno. Discuterne in astratto, in generale, non ci porterebbe da nessuna parte, con il rischio che, alla fine, certe suggestioni possano prevalere e determinare l’ennesima divisione tra noi.
Credo, allora, che l’unico modo di affrontare questa ineludibile discussione sia di farlo a partire dalla concretezza politica – di merito e di metodo – dei comportamenti e delle proposte.
La questione del ruolo delle forze politiche nel processo costituente è complicata– oltre che da posizioni spesso dichiaratamente ostili o incompatibili con il percorso di “Comunisti Uniti” – ulteriormente dalle loro persistenti divisioni interne, dalla litigiosità e dalle incompatibilità reciproche. Non possiamo certamente lasciarci trascinare in questa deriva di contrapposizioni e di faide – che è stata causa concorrente del loro fallimento – che riprodurrebbero al nostro interno le stesse perniciose divisioni tra gruppi dirigenti, né possiamo permettere che “Comunisti Uniti” divenga strumento di queste lotte residuali tra ceti politici che, non solo non ci appartengono, ma che vogliamo combattere e sconfiggere.
Per affrontare questa questione – che incombe in modo oppressivo in questo momento – non è sufficiente contrastare pretese “primogeniture” (del resto soltanto oggi, dopo mesi, rivendicate strumentalmente), né polemizzare sull’uso monopolistico degli strumenti dell’”appello” (sito, indirizzari, etc.). Ugualmente sterile è la contrapposizione tra chi, pregiudizialmente, ritiene che non si debba prescindere dalle realtà organizzate qualunque sia stata la loro responsabilità e qualsiasi sia il loro atteggiamento attuale, e chi, altrettanto pregiudizialmente, vorrebbe la cancellazione di queste forze e l’azzeramento dei loro gruppi dirigenti. Si rischierebbe non soltanto l’ennesima divisione tra noi, ma anche di restare inchiodati nella paralisi e nell’immobilismo.
Credo che ci sia un solo modo di affrontare e risolvere il problema: riaffermare con forza l’assoluta autonomia e centralità del processo costituente e, quindi, di “Comunisti Uniti” definendo, quindi, in piena libertà di confronto e di decisioni, contenuti e modalità del percorso e, su questa base irrinunciabile verificare posizioni e comportamenti di forze politiche, aree e singoli dirigenti. Escludendo quelli che vogliono ripescare e “rigenerare” la “rifondazione” (e sono, quindi, apertamente indifferenti o ostili al percorso di costruzione di un nuovo partito), non sarà impossibile verificare negli altri se vogliono far parte dell’esperienza di “Comunisti Uniti” senza pretendere di avere, di imporre o di prendersi surrettiziamente un iòpossibile ruolo egemonico, oppure se si collocano autocriticamente e, quindi, paritariamente nel percorso mettendosi a disposizione del processo costituente.
Anche qui, però, è opportuno uscire dalla vaghezza delle dichiarazioni d’intenti o di posizioni generali e astratte e riferirsi, piuttosto, a questioni concrete. La convergenza su precise proposte che spostino l’asse della politica dei comunisti dal rapporto con le altre forze politiche e dalle istituzioni al lavoro di massa, nella società, all’interno e in rapporto diretto con la classe lavoratrice e con le classi subalterne, è un modo di mettere sul terreno concreto la verifica. In questo senso il secondo “nodo” che occorre sciogliere nell’immediato – quello delle elezioni – offre un terreno ideale.
L’esperienza di un parlamento in cui manca del tutto un’opposizione, mancando anche una forza di contrasto adeguatamente organizzata nella società e in un momento di crisi che comporta scelte “pesanti”, è stata una significativa lezione per chi ha usato male in passato la propria presenza nelle assemblee elettive, ma non è certo favorevole agli interessi delle classi subalterne e non sta creando condizioni più favorevoli al cambiamento. La questione, dunque, sul piano concreto non è tra astensione e partecipazione: è sul come e perché partecipare. Ed è proprio per questo che certe proposte e profferte unitarie (di lista o di altro) spalancano la porta al sospetto di una loro finalizzazione strumentale ad assicurare – ai soliti noti – almeno in Europa e negli enti locali quella rappresentanza istituzionale che è sfuggita a livello parlamentare. “A pensar male si fa peccato, ma il più delle volte ci si azzecca”: e i comunisti, si sa, sono dei grandi peccatori. Ma al peccato sono indotti sia dalle obbiettive difficoltà di PRC e PdCI a superare lo sbarramento alle europee (che hanno fatto recentemente cambiare ad alcuni posizioni e disponibilità all’”unità”), sia dalla persistente connivenza con l’opportunismo in troppe giunte locali, sia dalla dichiarata eventuale disponibilità a riprendere il rapporto compromissorio e subordinato con PD.
Come sfuggire, allora, alla tentazione di una scelta astensionista per non consentire ai ceti politici di rinnovare con i propri privilegi anche le nefandezze delle collaborazioni governiste con l’opportunismo?
Mi sembra che ci sia una sola strada: quella di individuare, in piena autonomia, alcune condizioni o garanzie minime e di porle con franchezza a chi, con altrettanta franchezza, ponga la questione. E, a mio parere, queste condizioni o garanzie non possono che attenere, per un verso, al programma, per altro alla formazione delle liste, per altro ancora alla gestione degli eventuali mandati elettivi.
Programma. Poiché è del tutto fuori discussione che il sostegno si possa dare ad una qualsiasi lista, per quanto unitaria, ed è, invece, necessario darla ad un programma, bisognerà concordarne i contenuti che dovranno discendere da una comune analisi del contesto politico, vedere al centro una concreta propositività sugli interessi delle classi subalterne e, quindi, necessariamente, l’impossibilità di rapporto e di interlocuzione con il PD (a meno che il PD non accetti il nostro programma!!!). Facciamo qualche esempio: per le europee, siamo d’accordo tutti sulla natura imperialista dell’EU e delle missioni italiane all’estero? Oppure che gli eletti dovranno lavorare per definire rapporti e contenuti finalizzati all’unità del mondo del lavoro (contratti, salari, ammortizzatori sociali, etc., comuni a livello europeo, comprese le questioni relative alla precarietà e all’immigrazione)?
Formazione delle liste. Non è sufficiente restare assolutamente estranei ai manovrismi e alle zuffe tra e all’interno dei due partiti sulla composizione delle liste. Anche qui qualche “paletto” deve esser messo. Per esempio: bisogna mostrare in concreto la discontinuità con il passato e che non si lavora per i soliti noti. Quindi un rinnovamento completo delle candidature in ogni tipo di elezioni, assicurando – attraverso i collegi e le preferenze – l’elezione di lavoratori e di esponenti di realtà di lotta.
Gestione dei mandati elettivi. È la questione più delicata e che, di solito, è del tutto trascurata. Il mio suggerimento è che si ritorni – nei limiti delle mutate condizioni e delle possibilità effettive – ai criteri fondanti della cultura e dell’esperienza comunista: revocabilità del mandato, rotazione, controllo degli eletti da parte degli elettori, compenso economico rapportato al salario operaio, etc. E, per quanto riguarda i rimborsi o le ricadute economiche, concordare un qualche marchingegno che non attribuisca tutto ai partiti e lasci, invece, qualche risorsa (= autonomia) a “Comunisti Uniti”.
Non mi pare che siano ipotesi “estremiste”, che abbiano invece una ragionevolezza, che sono possibili e che vanno nella direzione di costruire l’unità senza subordinazioni e vassallaggi – né presenti né futuri – per nessuno.
Veltroni impari da Soru come vincere
Il
Partito Democratico da solo non
vincerà nemmeno fra trecento
anni. Se vogliamo tornare alla
vittoria deve schiantarsi
l'intero gruppo dirigente del Pd.
Mentre Veltroni proclama
diabolicamente l'autosufficienza
del Pd, Soru ha richiamato
l'alleanza di centrosinistra,
l'unica via per battere la
destra". E' quanto ha detto oggi
a Sassari Oliviero Diliberto,
segretario del PdCI, in Sardegna
per un tour elettorale in
sostegno di Renato Soru.
Riguardo alla possibilità di una
riunificazione delle forze
comuniste per le prossime
elezioni europee, il segretario
di Pdci ha spiegato che "sono in
corso intensissimi colloqui con
i dirigenti di altri partiti,
sono ottimista. Essendo
coinvolti altri partiti, per
rispetto nei loro confronti in
questo momento mi avvalgo della
facoltà di non rispondere, ma
posso dire di essere ottimista".
(1 febbraio 2009)
Intervista di Oliviero Diliberto al Corriere della Sera
"Il 4% è una porcata ma accetto la sfida"
di Andrea Garibaldi
ROMA
- «Questa nuova legge per le
Europee con sbarramento al 4% è
una porcata. Io, però, accetto
la sfida».
Oliviero Diliberto, lei,
segretario del Partito dei
Comunisti italiani, non ha paura
di scomparire anche in Europa?
«E` sbagliato comunicare
l`impressione di essere così
piccoli da non arrivare al 4 per
cento. Io ho una proposta
politica».
La spieghi.
«Lista comune con Rifondazione
comunista. I numeri li abbiamo».
Pdci, Rifondazione, Sinistra
democratica e Verdi, uniti nella
Sinistra Arcobaleno, presero il
3 per cento, nel 2008.
«Nel 2006, invece, Rifondazione
aveva raggiunto il 5,7 per cento
e noi il 2,3. Quasi 4 milioni di
voti. Bisogna ripartire dalla
falce e martello, il simbolo del
lavoro».
Da
Rifondazione avete avuto
risposte?
«Grassi e Giannini sono per la
lista unica. Il segretario
Ferrero non si è
ancora.pronunciato. Sta
fronteggiando la scissione di
Vendola».
La Camera dovrebbe approvare lo
sbarramento mercoledì.
«L`accordo andrebbe fatto subito
dopo. Non propongo per ora il
partito unico, ma sarebbe
grottesco trovare sulla scheda
due diversi simboli con la falce
e martello».
Il Pdci non partecipa alle
proteste contro la nuova legge.
«Spero comunque che non sia
approvata. Non per un problema
di sopravvivenza dei piccoli, ma
perché così si colpisce il
principio della rappresentanza.
Il gruppo dirigente del Partito
democratico è irresponsabile».
Irresponsabile?
«Vuole annientare la sinistra
con un marchingegno elettorale e
non per via politica. In cambio,
regala a Berlusconi federalismo,
giustizia, intercettazioni,
vigilanza Rai... Ma rischia
ripercussioni gravi».
Ripercussioni?
«Per le amministrative gli
accordi fra Pd e sinistra
possono saltare: se cercano di
uccidertí, ti difendi».
Lettera di Fosco Giannini a Liberazione
Caro compagno Ferrero, in relazione all'intervista di ieri: come sai vi sono molte compagne e compagni nel nostro Partito che - di fronte al durissimo attacco che viene da t
empo sferrato contro il lavoro, i diritti, la democrazia, di fronte ai pericoli di guerra, al costituirsi di un regime di destra, di fronte all'evanescenza dell'intera sinistra - da tempo propongono di avviare un processo di unificazione delle forze comuniste, un processo senza scorciatoie, che prenda corpo innanzitutto dalle lotte comuni. Queste compagne/i sono quelli che ti hanno sostenuto a Chianciano, che hanno contribuito alla tua vittoria e oggi fanno parte della maggioranza. Esse/i credono che, di fronte al disastro dell'intera sinistra e di fronte all'attacco micidiale dei padroni e delle destre, unire i comunisti (specie in questa fase di continue scissioni, separazioni) e con essi l'intera sinistra, non sia qualcosa di ideologico, ma di grandissimo buon senso, tant'è che l'unità che proponiamo si va celermente allargando ed è ormai condivisa da tante e tanti. E' per questo che non condividiamo il modo bruciante in cui sembri escludere, attraverso lo strano utilizzo della nozione di "costituente comunista", il processo di unità dei comunisti/e in Italia. Nessuno propone, oggi, una secca sommatoria tra Prc e PdCI (è questo che chiami "costituente comunista"?). Si propone di scendere in piazza insieme, di avviare e sostenere - uniti - il conflitto sociale ed il confronto tra compagnie/i, di scavarsi dentro - tutti- e capire gli errori commessi, da una parte e dall'altra, da parte del Prc e del PdCI, ma poi di schierarsi - uniti - contro il padrone. E, nella lotta, costruire un senso unitario e avviare una ricerca politica e teorica volta alla riproposizione di un più forte partito comunista, capace di riorganizzare la vasta diaspora comunista italiana (che va ben al di là dei soli Prc e PdCI) e farsi cardine dell'unità della sinistra. E certo non si può dire, ragionevolmente che solo le compagne e i compagni con la tessera di Rifondazione (o, peggio, una parte di essi…) possano considerarsi depositari della "rifondazione comunista", ovvero di un processo politico e teorico complesso, inedito, aperto, di innovazione/attualizzazione di una cultura e di una prassi politica comunista, all'altezza dei tempi. Si tratterebbe, questo sì, di un fondamentalismo d'altri tempi. (28 gennaio 2009)
Fosco Giannini: e' l'ora dell'unita' dei comunisti e della riunificazione di PRC e PdCI
"La scissione di Vendola dal PRC non è una sorpresa. Essa è il prodotto del lungo processo di decomunistizzazione avviato da Bertinotti. E' l'ora di invertire la rotta, di fermare la dissipazione a sinistra. E' l'ora dell'unità.. A cominciare dall'unità dei comunisti e dalla riunificazione del PRC e del PdCI "
Oliviero Diliberto: 21 gennaio - Fondazione del Pci
Avanti con l'unità delle comuniste e dei comunisti
di Marica Guazzora della Segreteria provinciale Torino
Torino
22 gennaio 2009 – Ieri era il
compleanno del Partito Comunista
Italiano. Per questa occasione
la rivista l’Ernesto del Prc ha
organizzato con il PdCI una
manifestazione unitaria di
comunisti nella sede della CGIL
di Alessandria: “21 gennaio e
Antonio Gramsci – L’autonomia e
l’unità dei comunisti oggi”.
Salone strapieno, gente in piedi, che bello rivedere tante facce di comuniste e di comunisti riuniti sotto le nostre due bandiere, in un grande abbraccio come si conviene ad una festa di compleanno. Presiedeva Stefano Barbieri, Comitato Regionale Prc Piemonte, che ha iniziato rifacendo il percorso del Partito Comunista Italiano e ha concluso che lui crede ancora nel “sol dell’avvenir”. Di seguito sono intervenuti il consigliere regionale del Prc Sergio Dalmasso che ci ha parlato dei guasti dell’Arcobaleno e il Segretario regionale del Prc Armando Petrini, quindi Andrea Catone, storico del movimento operaio, ci ha parlato di Antonio Gramsci e di Palmiro Togliatti, della nostra storia, insomma, di quella storia che una parte di noi ha vissuto in prima persona e i più giovani hanno sentito raccontare. Di seguito ha preso la parola, applauditissimo, il nostro Segretario nazionale Oliviero Diliberto che ha iniziato, come si conviene ad un compleanno, facendoci gli auguri.
Diliberto, come sempre, ha saputo carpire l’attenzione di tutti i presenti. Ci ha ricordato, tra l’altro, la storia dei paesi dell’America Latina passati dalla più feroce dittatura a governi come quello di Chavez, di Morales, governi del popolo per il popolo, ha continuato con la necessità e l’urgenza di riunificate i comunisti di questo paese, iniziando da un unico simbolo comunista alle elezioni europee, non perché si debba iniziare dalle elezioni come unico scopo di avere un parlamentare europeo, ma perchè non abbiamo più tempo per i tentennamenti “se no ci asfaltano”. Da quando non siamo più in Parlamento ci hanno completamente oscurato e il nostro Segretario percorre l’Italia per fare iniziative come questa. E’ tempo di scelte e di coraggio, nulla più ci divide.
Fosco Giannini, della Direzione del Prc e direttore de l’Ernesto ha concluso la manifestazione. Il suo intervento si è soprattutto rivolto al suo Segretario nazionale Paolo Ferrero con una serie di interrogativi sostanziali, e anche polemizzando su di una recente intervista di Ferrero su Liberazione. Non è più tempo per le attese, non si può andare da soli, come Prc, alle elezioni europee perché si deve tentare di recuperare i seguaci di Bertinotti e Vendola, sono compromessi che portano i comunisti ad un’altra severa sconfitta. Ha ricordato la recente grande manifestazione dell'11 ottobre dove centinaia di migliaia di comuniste e di comunisti hanno unito le bandiere e gli striscioni del Prc con quelle del PdCI, come un unico simbolo, un unico popolo comunista, perché è questo che vuole la nostra gente. E’ stato sottolineato anche come sia stato il PdCI ad avere avuto il coraggio, con il suo congresso di luglio, a cambiare rotta e tracciare la linea dell’unità dei comunisti..
Fosco Giannini ha parlato rivolgendosi al “compagno Ferrero” e al “segretario Diliberto” e non credo fosse un lapsus.
Al termine della manifestazione la serata si è conclusa con una cena tutti insieme, in amicizia, tra comunisti. Anche questo bel momento conviviale ha avuto il significato simbolico dell’unità ritrovata e ha riaperto in ciascuno di noi la speranza che davvero ce la possiamo fare ad avere un unico partito comunista. Ieri, ad Alessandria, un altro tassello per l’unità delle comuniste e dei comunisti è stato posto, non ci resta che proseguire su questa strada, perché anche noi, come Stefano, crediamo ancora nel “sol dell’avvenir.”
Il 21 gennaio e Antonio Gramsci
L'autonomia e l'unità dei comunisti oggi
Mercoledì 21 Gennaio, ore 18.00 ad Alessandria CGIL - Camera del Lavoro - Via Cavour 6
Introduce e coordina
Stefano Barbieri Comitato regionale PRC Piemonte

intervengono:
Oliviero Diliberto
Segretario nazionale PdCI
Andrea Catone
Storico del movimento operaio
Armando Petrini
Segretario regionale PRC
Piemonte
Sergio Dalmasso
Consigliere regionale PRC
Piemonte
Fosco Giannini
Direzione Nazionale PRC -
Direttore de l'ernesto
Comunisti uniti a San Cesareo
Unità dei comunisti, il PdCI ritenta
Un'iniziativa a Napoli (ed è la
quinta in giro per l'Italia) per
l'unità dei comunisti con Fosco
Giannini, area Ernesto del Prc ,
ma anche con Maurizio Acerbo,
vicinissimo al segretario di
Rifondazione. Una dichiarazione
sulla sindaca di Napoli Rosa
Russo Iervolino che ricalca
precisamente le parole di Paolo
Ferrero («giunta inadeguata»
molto meglio che «si stacchi la
spina»). Un attacco in perfetto
nuovo stile Pdci a Walter
Veltroni( «accettando le
dimissioni di Luigi Nicolais ha
certificato l'impotenza del Pd.
Se c'è un commissario da Roma,
vuol dire che ci sono
contraddizioni troppo grandi
qui»). Così ieri pomeriggio ha
ripreso fiato l'offensiva del
segretario del Pdci Oliviero
Diliberto alla volta di
Rifondazione comunista, alla
quale chiede di promuovere
l'unità dei due partiti, dopo un
divorzio di più di dieci anni.
Alle soglie di una nuova
scissione del Prc, la terza dopo
quella dei comunisti unitari del
'94 e di quelli italiani nel
'98, Diliberto giura di non
auspicare «scissioni da nessuna
parte perché ritengo che i
comunisti dovrebbero unirsi
tutti. Noi, e tutta a
Rifondazione. Ho molto rispetto
del dibattito interno di un
partito che non è il mio, e
Rifondazione ha un travaglio
molto serio. Spero in una
riunificazione». Ma il veleno
sta nella coda, e la chiusura
del ragionamento è: «Se poi
invece qualcuno non ritiene di
essere comunista se ne andrà per
un'altra strada».
Per il Pdci la fuoriuscita dei
bertinottiani da Rifondazione
potrebbe aumentare le speranze
della riunione fra i due
partiti, in vista delle elezioni
europee. Ma il matrimonio resta
escluso, e il segretario Prc
l'ha dichiarato più volte,
almeno fino alle europee. Dove,
con ogni probabilità, le liste
di sinistra si presenteranno in
ordine sparso. (Il Manifesto 10
gennaio 2009)
Comunisti uniti a San Cesareo
18 dicembre 2008 - Iniziativa a San Cesareo (Castelli romani – Roma), con la partecipazione delle segreterie delle Federazioni dei Castelli romani del PdCI e del PRC, per discutere sull'unità del PdCI e PRC verso la riunificazione in un unico grande Partito Comunista.
Oliviero Diliberto, intervento integrale all'iniziativa PdCI-PRC - San Cesareo (Roma)
Dall'iniziativa di Ancona un segnale forte per l'unità dei comunisti
A
ncona,
martedi 9 dicembre: l’ernesto
organizza, nella bella e grande
sede del Circolo Prc “ Ernesto
Che Guevara”, un dibattito
pubblico dal titolo: “ Crisi del
capitale, attacco al lavoro,
governo Berlusconi : ruolo e
proposte dei comunisti”.
Verso le 18.00 la Sala
conferenze del Circolo è piena
di compagne/i, ma anche di
cittadini e lavoratori. Il “
Guevara” è il Circolo della
nuova e vasta periferia della
città (i Nuovi Quartieri),
un’area popolare, operaia e
proletaria: è per questo che
molti sono i lavoratori
presenti, assieme ad esponenti
di diversi Comitati di lotta (
scuola, ambiente, casa).
Ma in sala vi sono anche molte/i
compagne/i del Prc ( soprattutto
de l’ernesto e di Essere
Comunisti) e del PdCI, poiché
forte è la curiosità di
assistere e partecipare ad una
vera e propria “prova di unità
dei comunisti”, in quanto a
parlare sono consapevolmente
venuti proprio i dirigenti
locali del Prc delle due aeree
de l’ernesto e di Essere
Comunisti e del PdCI. Nelle
manchette pubblicate in grande
evidenza da “Liberazione” e nei
manifesti locali spiccano
infatti i nomi di Enrico Massera,
segretario del Circolo “Che
Guevara” dei Nuovi Quartieri (l’ernesto);
Massimo Marcelli Flori,
segretario della Federazione Prc
di Ancona (Essere Comunisti);
Cesare Procaccini, segretario
regionale PdCI Marche; Ruggero
Giacomini, storico, segretario
comunale PdCI Ancona e direttore
del Centro culturale “ La città
Futura ” e Fosco Giannini, della
Direzione Nazionale del Prc e
direttore de l’ernesto.
Dopo l’apertura del segretario
del Circolo, Enrico Massera (che
spiega le ragioni
dell’iniziativa) :
“fluidificazione dei rapporti,
superamento delle divisioni tra
comunisti, dentro il Prc e tra
Prc, PdCI e diaspora comunista”)
prende significativamente la
parola il compagno Michele
Giacchè, operaio del Cantiere
Navale di Ancona, RSU-Fiom- Rete
28 aprile. Giacchè pone la
questione della centralità del
lavoro e del sostanziale
abbandono, da parte dei
sindacati e delle forze di
sinistra, di tale centralità.
Ricorda che sia la drammatica
questione degli infortuni nei
luoghi della produzione ( “al
Cantiere Navale è un inferno
quotidiano, inimmaginabile per i
borghesi” ); sia l’altrettanto
drammatica questione salariale,
che quella del contratto
nazionale di lavoro, non sono al
centro dell’interesse e della
lotta. Giacchè rammenta ai
presenti i giorni in cui, prima
della caduta del governo Prodi,
i dirigenti del Prc furono
fischiati davanti ai cancelli di
Mirafiori e aggiunge che “ se
non abbandoniamo alcune
stravaganze mediatiche e
spettacolari e non ritorniamo a
fianco degli operai, degli
sfruttati, dei giovani, dei
precari, siamo destinati alla
consunzione politica e sociale”.
Tra i relatori e il “pubblico”,
molti sono gli interventi, dopo
quello di Giacchè; di grande
rilievo politico e intellettuale
è l’intervento del compagno
Ruggero Giacomini, del PdCI : “
la questione sociale è
drammatica; la stessa, profonda,
crisi del capitale dimostra – se
mai ve ne fosse stato bisogno –
l’attualità stringente del
pensiero e dell’analisi di Marx
, del socialismo e del ruolo dei
comunisti. Il punto è che questo
ruolo – probabilmente da tempo –
non viene svolto ed oggi si
impone come necessità sociale il
processo di unificazione dei
comunisti e la ricostruzione di
un più forte partito comunista
in Italia”.
A nome dell’intera segreteria
provinciale della Federazione
Prc di Ancona, interviene Fabio
Pasquinelli, che oltre che
membro della segreteria è anche
Coordinatore regionale dei
Giovani Comunisti delle Marche.
Pasquinelli parte proprio dalla
condizione giovanile e dalla
grande lotta che l’Onda
studentesca porta avanti, oggi,
per tutti : “ Ci sbagliamo
sempre sui giovani. Leggiamo le
cose con le lenti della nostra
presunzione, diamo lezioni a
destra e a manca e non ci
accorgiamo che sia i giovani che
“la classe” sono spesso più
avanti di noi. Così è certamente
per l’Onda. E il problema vero
non sono i giovani, ma siamo
noi, incapaci di “sentire” il
polso sociale e di metterci a
fianco e alla testa delle lotte.
Certo è che così, con questa
debolezza prospettica,
organizzativa e di radicamento
sociale i comunisti non possono
andare più avanti. L’unità dei
comunisti - per un nuovo, più
radicato, politicamente e
teoricamente più conseguente
partito comunista – è la
questione all’ordine del giorno.
E anche dentro il nostro
Partito, il Prc , occorre
iniziare a fare chiarezza, anche
rispetto alla nostra vasta
minoranza socialdemocratica…”.
Particolarmente vivace è il
dibattito che si apre, dopo gli
interventi dei relatori.
Andrea Martini, Giovani
Comunisti, area Essere
Comunisti, è senza peli sulla
lingua, lucido e netto
nell’analisi: “ Vendola e i suoi
paralizzano il Prc. Continua il
loro tentativo – soprattutto
attraverso “Liberazione” - di
affossare sia la svolta a
sinistra di Chianciano che il
processo di unità dei comunisti.
Con l’unico obiettivo di
cancellare in Italia la presenza
organizzata di un partito
comunista con vocazione di
massa. Non possiamo più
permettere che questo disegno
vada avanti. Avanti deve invece
andare il progetto di unità dei
comunisti, per la costruzione di
un partito comunista dal
carattere antimperialista,
antifascista ed essenzialmente
volto alla lotta di classe,
obiettivi che da tempo sono
stati abbandonati. E che se non
saremo capaci di recuperare
avremo un solo destino: il
prolungamento della sconfitta
sonora del 13 e 14 aprile scorsi
” .
Tra gli altri interventi vi è
anche quello della compagna
Lidia Mangani, già segretaria
regionale Prc marche, oggi del
Comitato centrale del PdCI : “
Noi dobbiamo e possiamo parlare
di tante cose : crisi del
capitale, impoverimento di
massa, governo Berlusconi ecc.
Tuttavia vi è una questione
centrale che, se non
affrontiamo, rischia di
trasformare in chiacchiera tutto
il resto: qual è il soggetto
politico centrale di una ripresa
della lotta, se non il Partito
comunista? E come dobbiamo
rilanciarlo se non a partire
dall’unità dei comunisti e delle
comuniste? Abbiamo tanto
sbagliato, tutti. Anche nel PdCI
si è manifestata a lungo una
pulsione “ di destra”, volta –
come nel Prc – al superamento
dell’autonomia comunista. Questa
pulsione è stata battuta, ma ora
siamo di fronte all’esigenza più
alta: ricostruire l’unità dei
comunisti per il rilancio del
Partito comunista nel nostro
Paese. Iniziative come quella di
oggi, organizzata da l’ernesto,
rappresentano ciò che serve:
tornare a parlarci, a lottare
insieme, per scoprire che
possiamo senza troppe difficoltà
tornare uniti”.
Il dibattito prosegue e la
novità forse più sostanziale sta
nel fatto che anche alcuni
giovani compagni del Circolo
“Che Guevara” – della prima
mozione, vicini a Ferrero –
intervenendo si dicono convinti
del progetto dell’unità dei
comunisti e propongono di
iniziare a lavorare insieme – a
partire da Prc e PdCI - “ per
mettere subito in campo anche
una scuola quadri, un seminario
su questioni politico-teoriche
centrali: la crisi del capitale,
il quadro internazionale, il
movimento comunista, la forma
partito, lo studio del Manifesto
di Marx ed Engels…”.
Forse tira un’aria nuova. Lo
afferma anche Fosco Giannini
nelle sue conclusioni.
Redazione di Ancona de l’ernesto
Convegno: Sfruttamento e classe
la condizione del lavoro nella società italiana oggi
Comunisti Uniti della Lombardia organizza per Sabato 29 novembre 2008 alle ore 14,30
presso la sede all'Anpi di Via Macagni 6 a Milano
Una
riflessione per ricostruire
l´unità di classe ed un blocco
sociale per il cambiamento. In
questi anni è stata volutamente
oscurata la condizione di
sfruttamento del lavoro che
invece si è aggravata, si sono
divisi i lavoratori tra precari
e stabili, tra immigrati ed
italiani, sulle donne
lavoratrici si è scaricato il
peso dello stato sociale che è
stato smantellato.
Apertura Lavori/Introduzione
- AMERIGO SALLUSTI - Membro
del gruppo di lavoro “Comunisti
Uniti Lombardia”.
Interventi:
- CIRO ARGENTINO, Operaio
delegato RSU Fiom CGIL - Thyssen
Krupp Torino.
- GIORGIO GATTEI, Economista -
Rete dei Comunisti.
- GIANNI PAGLIARINI, Segreteria
Nazionale Resp. dipartimento
lavoro PdCI.
- ADA MICELI, Delegata RSU/RLS
CGIL - Frimont Milano.
- TIZIANO TUSSI, Insegnante
liceo “Severi” Milano.
- MANADOU WONE, Segreteria Fiom
CGIL Sesto S.Giovanni.
-BRUNO CASATI,
Ass.Lav.Prov.Milano -
Resp.Dip.Pol.Indust.li PRC/area
“Essere Comunisti”.
- MARIO MADDALONI, Operaio
delegato RSU - Napoletana Gas
Eni Napoli.
- FOSCO GIANNINI, Direzione
Nazionale PRC - Direttore de “l´Ernesto”.
Chiusura lavori/Conclusione:
- VLADIMIRO MERLIN - Membro del
gruppo di lavoro “Comunisti
Uniti Lombardia”.
Organizzato da:
COMUNISTI UNITI LOMBARDIA - PdCI
- L´ERNESTO AREA COMUNISTA PRC -
RIVISTA “GRAMSCI OGGI” - RETE
DEI COMUNISTI - CENTRO CULTURALE
A.GRAMSCI - IL CALENDARIO DEL
POPOLO
La locandina dell'iniziativa in
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=get_filearticolo&IDArticolo=17631
(23 novembre 2008)
Ripartire da comunisti: 100 operai ci mettono la firma
Noi, lavoratori e lavoratrici,
militanti o semplici elettori
dei partiti comunisti e della
sinistra italiana, militanti o
semplici iscritti alle
organizzazioni sindacali,
aderiamo all'appello
"Ricostruire a sinistra
Comuniste e Comunisti cominciamo
da noi".
Facciamo nostre le parole
d'ordine di chi indica la strada
per unire le nostre forze anche
per parlare di noi lavoratori e
lavoratrici e lanciare un
allarme a tutto il mondo del
lavoro, pubblico e privato,
dell'industria e dei servizi,
della scuola, dell'università e
della ricerca, perché scendano
in campo e denuncino
l'insostenibile condizione cui
sono costretti tutti i
lavoratori, quegli uomini e
quelle donne cioè che sono i
veri produttori della ricchezza
del paese. Noi pensiamo che dire
ai lavoratori che si è aperta la
legislatura più a destra della
storia repubblicana non basta:
quello che bisogna denunciare
sono proprio le caratteristiche
del modello sociale e dei valori
di riferimento delle forze
presenti in Parlamento, a
partire dal governo e dalla sua
maggioranza, ma anche
dell'attuale opposizione.
Ci preoccupa la convergenza di
fatto tra PdL e PD sulle
questioni del lavoro. Si stanno
affermando nella società
italiana, senza opposizione,
modelli di sfruttamento e di
negazione dei diritti che
avevamo già superato in sessant'anni
di lotte operaie e democratiche:
lotte sindacali e politiche che
avevano cercato di realizzare il
dettato costituzionale
fondamentale: L'Italia è una
Repubblica democratica fondata
sul lavoro.
Prima durante e dopo il voto si
é mostrata fino in fondo la
natura della crisi italiana, il
rifiuto della maggior parte
degli strati sociali
privilegiati e dei gruppi
economici dominanti di accettare
un sia pur minimo compromesso
tra capitale e lavoro, la
restaurazione di una mentalità
feudale, rinvigorita dalla
destra, subita dal Pd,
amplificata da una martellante
campagna sui mezzi di
informazione: il lavoro come
merce, il salario come variabile
dipendente, la sacralità del
profitto, il sindacato
subalterno all'impresa. Fin dai
primi annunci, è chiara
l'aggressione del governo al
movimento dei lavoratori e al
suo ruolo sociale: l'attacco al
valore del lavoro pubblico, la
convergenza con la Confindustria
per riformare il modello
contrattuale mortificando la
contrattazione collettiva ed
esaltando quella aziendale ed
individuale, la detassazione
degli straordinari che favorisce
il ricorso a orari di lavoro
bestiali per qualche decina di
euro in più e che, comunque,
esclude intere categorie di
lavoratori, tutti i precari e le
donne, già sovraccaricate dal
peso del lavoro di cura
familiare.
Tutto questo indica la precisa
volontà di continuare a
scaricare sul lavoro le
compatibilità del sistema
economico, attraverso una nuova
forma di controllo sociale sui
lavoratori e sulle lavoratrici e
sulla distruzione della
contrattazione collettiva. Tutto
questo in alternativa alle vere
emergenze sociali che sono i
salari che non permettono di
arrivare alla fine del mese,
l'assenza di sicurezza, la
precarietà per milioni di
giovani senza futuro. Si
continua a morire ogni giorno,
tutti giorni, nei posti di
lavoro. E si continua a negare a
chi lavora di partecipare alla
redistribuzione della propria
quota della ricchezza nazionale
prodotta con il lavoro. Senza
una forza rinnovata dei
comunisti e della sinistra, in
questo paese, non si farà
nessuna opposizione alle
politiche antipopolari del
governo e nessuno si batterà
contro la precarizzazione del
lavoro. Per questo abbiamo
deciso di ricominciare da noi,
lavoratrici e lavoratori
comunisti, rinnovando l'appello
perché i due partiti comunisti
rimasti in campo, dopo il
disastro elettorale e la
scomparsa della Sinistra
Arcobaleno, trovino la forza e
le ragioni per unire le loro
forze, indicare con proposte
chiare le vie per ridare
coraggio a chi lavora,
ricostruire l'iniziativa
politica dei comunisti nelle
fabbriche, mettersi alla testa
di quelle battaglie unitarie che
saranno necessarie in ogni luogo
di lavoro, contrastare con la
forza della democrazia l'attacco
al contratto nazionale
Per ricostruire l'unità e la
forza del mondo del lavoro
Amoruso Giulio operaio
V.Valentia
Angiolini Marvin operaio Piaggio
Argentino Ciro operaio
Tyssenkrupp
Artemalle Carlo operaio
frigorista Cagliari
Atzeri Franco operaio artigiano
Cagliari
Aulicino Massimo vigile del
fuoco Ascoli Piceno
Ballistreri Cataldo delg. FIOM
Fiat Mirafiori TO
Bardi Claudio operaio Piaggio
Baron Giovanni operaio Baxi
Bassano del Grappa
Belcari David operaio Piaggio
Bettini Maurizio lavoratore
Unicoop Tirreno S. Vincenzo LI
Borello Nicola operaio RSU
Italcementi V.Valentia
Borghetti Simone operaio Rho
Milano
Bosisio Franco RSU SIAC
Pontirolo Nuovo (BG), dir. Prov.
FIOM-CGIL
Bossi Osvaldo lavoratore SA
Malpensa, Com. naz. di sett.
FILT-CGIL
Bracci Nicoletta bracciante S.
Vincenzo LI
Bugionovi Maurizio lavoratore
"Gruppo Merloni" Fabriano AN
Buldrini Anna operaia
Esanatoglia Macerata
Cafaro Vito impiegato RSU
Carrefour S. Giuliano Milanese,
dir. prov. FILCAMS-CGIL
Canali Marco operaio tessile
Velvis Duca Visconti di Modrone
spa Paderno Dugnano Mi
Carestia Amorino Castel Fidardo
Ancona
Cassa Assunta operatrice della
Cooperazione San Benedetto
Ascoli Piceno
Castiello Giuseppe operaio
trasporti Napoli
Cevari Pasquale operaio Fiat
Sata Melfi
Chiarabilli Michele lavoratore
Fossombrone PU
Chiaramoni Sauro lavoratore
Firenze
Ciusani Massimo impiegato Fillea
CGIL Torino
Converio Marina Comune Roma
Corradi Giulio operaio S.A.G.E.
s.p.a. Milano
Corradini M.Elisabetta precaria
Macerata
Corsi Marina operaia Firenze
Corsini Daniele RSU Nuovi
Cantieri Apuania
Costantini Angelo RSU "Gruppo
Merloni" Fabriano Ancona
Curti Roberto operatore sanità
Roma
De Mattia Fabio informatico Roma
Dell'Orco Giovanni operaio Bosch
Bari
Di Cugno Francesco operaio Fiat
Sata Melfi
Di Stefano Gianfranco operaio
Coop L'Aquila
Esposito Pasquale operaio Wood
Style Umbertine PG
Eugenio Giordano operaio RSU
Alenia Pomigliano
Famoso Annalisa Sma Campania
Avellino
Fasoli Annamaria lavoratrice
Filippi Alberto com.iscritti
FIOM Magona Piombino LI
Frascati Liliana CGIL funzione
pubblica Padova
Garatti Franco operaio TIFAS
Como, dir. Reg. FILTEA-CGIL
Giacchè Michele RSU cantiere
navale Ancona
Giandomenico Mario operatore
sanitario, dir. CGIL-FP Osp.Riuniti
AN
Giannone Gerardo operaio RSU
Fiat Pomigliano
Imperiale Barbara lavoratore
"Gruppo Merloni" Fabriano AN
Iorio Romualdo ferroviere Mesero
Milano
Iporchio Giovanni operaio
Bologna
Laganà Domenico operaio
V.Valentia
Langella Giorgio lavoratore
informatico Vicenza
Lisandrini Luca lavoratore FFSS
Ancona
Longato Antonella Muggia Milano
funz. pubblica
Lucchini Marco operaio turnista
vetreria Vicenza
Lufrani Franco Roma
Maddaloni Mario operaio Napoli
Magliani Maurizio operaio
Unicoop Tirreno C. Marittima LI
Marinaro Federico operaio Napoli
Marinoni Luigi operaio SAGE
Milano
Maurino Manola delegata rsu Asl
1 Torino
Meloni Luigi minatore
Carbosulcis Iglesias
Meneghini Laura lavoratrice
precaria P.A. Torino
Mergoni Massimo operaio Telecom
Mantova
Modica Giovanni operaio Fiat
Mirafiori Torino, ass. Lavoro
comune di Alpignano
Natali Bruno operaio
Omar Sheikh Esamaq Suad
mediatrice culturale TO
Pantaleo Sebastiano operaio
Bosch Bari
Paolone Domenico operaio fiat
Mirafiori TO
Pascarella Tommaso Tnt Caserta
Pasquale Ambrogio operaio
Frigostamp Torino
Patania Domenico operaio
V.Valentia
Patania Giovanni RSU Sicurezza
Italcementi V.Valentia
Perra Oliviero operaio edile
Sestu Cagliari
Pettinari Flavio lavoratore
autonomo Fermo
Piazza Vito operaio Bosch Bari
Pierno Carmine operaio Capaccio
SA
Pinna Giampaolo operaio
manutentore Capoterra CA
Piras Renzo operaio igiene
ambientale
Portoghese Pasquale operaio
Bosch Bari
Preziosi Massimo postale Roma
Procaccini Giorgio operaio
Esanatoglia MC
Puggioni Marco operaio Fiat
Mirafiore Torino
Rinaldi Natalino RSU Sammontana
Romiti Laura operaia Genova
Rosetti Egidio operaio Fiat Sata
Melfi
Russo Armando RSU Bertone Torino
Russo Remo lavoratore settore
nautico Salerno
Sannino Gaetano infermiere
Cardarelli Napoli
Scordamaglia Caterina operaia
V.Valentia
Scotti Valeria operaia servizi
Pavia
Seminatore Gaetano operaio Roma
Semprevivo Gaspare operaio
Azienda Acquedotto PA
Settimi Gianluca lavoratore
"BEST" Cerreto D'Esi AN
Sicari Gianni operaio V.Valentia
Spadaro Ottavia operaia Colser
Vimodrone Milano
Stassano Leonardo operaio
Caserta
Tabarrini Marisa operaia tessile
Perugia
Talamonti Marco operaio
Tyssenkrupp Terni
Testera Roberto operaio Comau
Torino
Tonetti Giovanni segr. Fiom
Massa Carrara
Ungano Roberto operaio
Conegliano Treviso
Veda Giuseppe manovale edile
Carbonia
Viglione Carlo operaio
metalmeccanico precario Torino
www.comunistiuniti.it 10
luglio 2008
Un'altra settimana d'impegno
Diliberto e Giannini a Cosenza
Il
segretario del Pdci, «un
progetto per il quale spenderemo
ogni nostra energia»
Anche in Calabria, come nel logo
dei Comunisti Uniti, si inizia a
lavorare per comporre il puzzle
con falce e martello
rappresentante l’unità dei
comunisti .Il primo tassello è
stato posizionato con il
convegno di giovedì scorso
presso l’Università della
Calabria. A Cosenza, dopo le
introduzioni di Carlo Iannuzzi (Fgci)
e Guerino Nisticò (Udu) e la
relazione dello storico del
movimento operaio Alessandro
Hobel, anche l’esponente del Prc
e direttore de L’Ernesto Fosco
Giannini e il segretario
nazionale del Pdci Oliviero
Diliberto hanno sottolineato la
necessità dell’unità comunista.
Per Giannini «solo un partito
comunista radicato, unito ed
organizzato è capace di
rimettere in moto una sinistra e
al centro i diritti dei
lavoratori». Unità a partire da
falce e martello, «un punto di
riferimento, una storia ed un
progetto: cancellarli vorrebbe
dire eliminare la loro forza
rivoluzionaria di cui oggi
abbiamo grande bisogno».
Sulla stessa linea Diliberto,
che ha parlato di «tempo di
scelte e di coraggio: non c’è
più nulla che ci divide,
ricominciamo dai comunisti,
dall’unica cosa di buono che è
rimasta a sinistra. Essa non si
esaurisce ai comunisti, che però
possono suscitare nuovi
entusiasmi – ha sostenuto -
perché senza i comunisti non c’è
la sinistra. Il nostro partito
sta provando a fare autocritica,
non tutti sono d’accordo ma ci
confronteremo – ha spiegato - ma
con schiettezza dirò:
perseverare nell’arcobaleno non
è contro il marxismo-leninismo,
è contro il buonsenso. Non c’è
spazio per una forza cuscinetto
tra i comunisti e un Pd che – ha
aggiunto - con una nuova
“Bolognina” vuole una sinistra
politicamente corretta e non più
comunista». E, auspicando di
andare insieme alle Europee, in
conclusione il segretario ha
rivolto l’invito all’unità a
tutto il Prc. E se Ferrero e
Vendola in materia la pensano
diversamente, Diliberto ha
fiduciosamente affermato: «La
politica è dinamica, anche per
la confederazione ci avevano
detto no. Li incalzeremo perché
vogliamo provarci in questo
progetto, per il quale
spenderemo ogni nostra
energia».(La Rinascita online 27
giugno 2008)
La prossima
settimana,
al pari di
quella
appena
trascorsa,
sarà
caratterizzata
da una serie
di
manifestazioni
(assemblee,
banchetti,
riunioni
territoriali)
per
continuare a
sostenere
l’appello
tra cui vi
segnaliamo
quelle che
si
svolgeranno
rispettivamente
a Livorno
(Giovedì 12
Giugno) ed
all’Università
della
Calabria
(Giovedì 26
Giugno).Troverete,
inoltre, gli
altri
appuntamenti
nell’apposita
sezione del
sito. A tal
proposito
ricordiamo a
tutti sia di
segnalare
alla nostra
mail info@comunistiuniti.it
eventuali
iniziative
per poterle
inserire sia
che nella
sezione
materiali
sono
disponibili,
in formato
pdf, il
volantino
dell’appello,
il modulo di
adesioni ed
il layout
per
autostampare
i nostri
adesivi.
Tra l’altro, su richiesta di un gran numero di compagne e compagni stiamo verificando la possibilità di organizzare una riunione operativa a Roma nonché al più presto (appena risolto un piccolo problema tecnico) saranno attive le mailing list regionali dei sottoscrittori dell’appello. Saranno due occasioni importanti per conoscersi ed individuare quali iniziative ed incontri organizzare sui territori, in modo tale da poter dare vita a comitati di sostegno e promozione dell’appello.
Sul sito troverete anche un video di promozione dell’appello che potete facilmente inserire sui vostri siti o blog copiando il codice HTML dal menu di You Tube.
Infine, è doveroso anche questa settimana un ringraziamento particolare a quanti ci hanno inviato un contributo economico e ringraziamo anticipatamente quante/i lo faranno nei prossimi giorni: si tratta di un piccolo, ma prezioso, contributo per questa grande ed ambiziosa impresa.
Buon lavoro a tutte e tutti - I promotori dell’Appello
Diliberto e Giannini a Livorno

La prossima settimana, al pari
di quella appena trascorsa, sarà
caratterizzata da una serie di
manifestazioni (assemblee,
banchetti, riunioni
territoriali) per continuare a
sostenere l’appello tra cui vi
segnaliamo quelle che si
svolgeranno rispettivamente a
Livorno (Giovedì 12 Giugno) ed
all’Università della Calabria
(Venerdì13 Giugno).Troverete,
inoltre, gli altri appuntamenti
nell’apposita sezione del sito.
A tal proposito ricordiamo a
tutti sia di segnalare alla
nostra mail
info@comunistiuniti.it
eventuali iniziative per poterle
inserire sia che nella sezione
materiali sono disponibili, in
formato pdf, il volantino
dell’appello, il modulo di
adesioni ed il layout per
autostampare i nostri adesivi.
Tra l’altro, su richiesta di un
gran numero di compagne e
compagni stiamo verificando la
possibilità di organizzare una
riunione operativa a Roma nonché
al più presto (appena risolto un
piccolo problema tecnico)
saranno attive le mailing list
regionali dei sottoscrittori
dell’appello. Saranno due
occasioni importanti per
conoscersi ed individuare quali
iniziative ed incontri
organizzare sui territori, in
modo tale da poter dare vita a
comitati di sostegno e
promozione dell’appello.
Sul sito troverete anche un
video di promozione dell’appello
che potete facilmente inserire
sui vostri siti o blog copiando
il codice HTML dal menu di You
Tube.
Infine, è doveroso anche questa
settimana un ringraziamento
particolare a quanti ci hanno
inviato un contributo economico
e ringraziamo anticipatamente
quante/i lo faranno nei prossimi
giorni: si tratta di un piccolo,
ma prezioso, contributo per
questa grande ed ambiziosa
impresa.
Buon lavoro a tutte e tutti
I promotori dell’Appello
Diliberto a Vicenza per
"ricostruire la sinistra"
La presentazione dell'appello "Comuniste e
comunisti cominciamo da noi"
Sala piena e molti in piedi a
Vicenza, tra le mura romane dei
chiostri di Santa Corona, per
l'assemblea "Comuniste e
comunisti: ripartiamo da noi"
che ha presentato l'appello e il
progetto politico.
Un folto gruppo di militanti e
simpatizzanti di Rifondazione,
dei Comunisti italiani e molti
semplici cittadini di sinistra
ha ascoltato gli interventi di
Giovanni Baron, operaio della
Baxi di Bassano, Manlio Dinucci,
saggista e giornalista del
Manifesto, Gianluigi Pegolo
della direzione nazionale del
Prc e Oliviero Diliberto,
segretario nazionale dei
Comunisti italiani. Assente per
un disguido l'astrofisica
Margherita Hack che ha voluto
comunque portare i suoi saluti
all'assemblea con una sentita
lettera di appoggio al progetto.
Tema d'onore della serata la
guerra e tutte le sue
implicazioni, con una
approfondita analisi della
situazione delle spese belliche
e delle servitù militari nel
nostro paese. Particolare
attenzione, come è naturale,
alla base Dal Molin e alla
necessità di costruire una forza
che torni a dare risposte al
larghissimo movimento pacifista
che in Italia si è sempre
rivelato attivo e attento.
A Pegolo e Diliberto il compito
di iniziare a porre le basi per
un discorso politico unitario e
la presentazione della proposta
dell'appello: l'unificazione
delle forze comuniste esistenti
e sopravvissute al tracollo
elettorale - in particolare Pdci
e Prc - per la costituzione di
un partito unico dei comunisti
che riesca a sua volta a
rilanciare l'unità di tutta la
sinistra.(la Rinascita online 23
maggio 2008)
Bilancio di una prima settimana
di lavoro sul territorio
La
settimana scorsa è stata ricca
di appuntamenti ed iniziative
che hanno avuto come
leitmotiv la presentazione
dell’appello oppure una
discussione a più voci sulla
proposta politica in esso
contenuta. In un quadro politico
così precario e sempre più
spostato a destra, non è una
cosa di poco conto.
La partecipazione alle assemblee di Napoli e Bologna (con oltre un centinaio di partecipanti ad entrambe) o l’attenzione registrata al banchetto durante la manifestazione di Verona di sabato scorso o ancora le altre iniziative che ci sono state (banchetti e prime riunioni territoriali), ci dicono di un interesse reale e di una partecipazione non sopita dal disastro elettorale. Anzi: è il segno di una ripresa, della voglia di capire e reagire, francamente ben augurante.
In questa settimana saranno attive le mailing list regionali dei sottoscrittori dell’appello. Come richiesto da tante/i, diventeranno il primo immediato strumento per conoscersi e poter organizzare così su tutto il territorio nazionale iniziative ed incontri, in modo tale da poter dare vita a comitati di sostegno e promozione dell’appello. Vi invitiamo pertanto a mandarci suggerimenti e proposte al nostro indirizzo e-mail e vi chiediamo scusa sin da ora se non rispondiamo subito: questo compito è assolto da giovanissimi volontari che sono, letteralmente, sommersi di lavoro.
Ma per rendere questa impresa ancora più grande, è necessario darle forza. Per queste ragioni vi invitiamo a raccogliere nuove adesioni (nel proprio posto di lavoro o studio,…) ricordandovi l’obiettivo che ci siamo date/i: raccogliere almeno 10 firme entro il 30 maggio. E poi ancora vi invitiamo a scaricare volantini e moduli nella sezione Materiali e a distribuirli il più possibile. Soprattutto se si organizzano nuove assemblee, presentazioni, riunioni organizzative: non dovrà mai mancare un tavolino (o anche solo un compagno) che raccoglie le adesioni e fornisce le informazioni utili per aderire.
Infine, un ringraziamento particolare a quanti ci hanno inviato un contributo economico e ringraziamo anticipatamente quante/i lo faranno nei prossimi giorni: si tratta di un piccolo, ma prezioso, contributo per questa grande ed ambiziosa impresa.
Buon lavoro a tutte e tutti (19 maggio 2008)
Un lavoro carico di futuro
Care compagne e cari compagni,
i
nnanzitutto vogliamo ringraziare tutti coloro che hanno sottoscritto l’appello
e che stanno promuovendo ed organizzando iniziative di presentazione su tutto il
territorio nazionale. Non era affatto scontato. Ed anche il fatto che i temi
posti da questo appello stiano attraversando il dibattito dei partiti della
sinistra (a partire proprio da Rifondazione Comunista e dal PdCI), ci dice che
l’obiettivo è stato colto. Il fatto poi che tantissime adesioni sono di
giovanissimi o compagne e compagni non iscritte a nessun partito, ci dice di
quanto forte sia oggi il bisogno di una “casa comune dei comunisti”, anche a
fronte della necessità di costruire una forte opposizione alle politiche
antisociali che il governo Berlusconi si appresta a fare.
Tante sono le e-mail giunte alla nostra casella di posta e tanti i suggerimenti,
i commenti e gli interventi postati sul nostro blog. Ora si tratta di dare corpo
ad una organizzazione e presenza strutturata sul territorio. Sarebbe utile
pertanto, come tante/i di voi hanno infatti suggerito, creare dei comitati di
sostegno dell’appello Comunisti Uniti, su tutto il territorio, a partire dal
livello regionale ed organizzare quindi presentazioni, conferenze stampa,
assemblee ed iniziative.
Nei prossimi giorni verranno create mailing list regionali dei sottoscrittori
dell’appello, dove sarà quindi possibile conoscersi e tenersi in contatto
(invitiamo quindi anche tutte/i coloro che non hanno sottoscritto, ma che
scrivono sul blog ad iscriversi).
Saranno organizzate assemblee di presentazione dell’appello (vi informeremo di
volta in volta), che saranno una utile occasione per costituire i comitati di
sostegno all’Appello.
Affinché però tutto questo possa realizzarsi, è necessario che arrivino nuove
adesioni all’appello, affinché continui a crescere numericamente e
qualitativamente. Perché ciò sia possibile, è necessario che ciascuno di voi
raccolga, entro il 30 maggio, almeno 10 firme. È un impegno minimo ma denso di
significato. Questo appello, affinché sia conosciuto, ha bisogno di essere
popolarizzato, fatto conoscere. È un lavoro paziente ma necessario. Inviate
l’appello a tutti i vostri contatti ed amici, chiedetegli di sottoscriverlo,
fatelo girare nelle vostre mailing list o inviatelo a casa dei compagni che
conoscete. Questa importantissima iniziativa ha bisogno del contributo di
tutte/i: cominciamo da noi!
Buon lavoro a tutte e tutti - I promotori dell’appello (15
maggio 2008
www.comunistiuniti.it)




