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nanziaria Tremonti e nece

 

Festa Nazionale

 de l'Ernesto

 

 

 

 

Crisi del Governo Berlusconi e compiti dei comunisti

e della sinistra d'alternativa

i

di Fosco Giannini

su l'Ernesto Online del 16/07/2010

 

I carabinieri di Roma, coordinati dal Procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, hanno chiamato “Operazione Insider” quell’enorme inchiesta che - facendo tremare tanti palazzi del potere - rivela l’esistenza di una “Loggia P3” volta alla costruzione di un contropotere oscuro e mafioso; alla gestione criminale di grandi operazioni economiche e ad una penetrazione nella Magistratura diretta a costruire dentro di essa una potente casamatta filo berlusconiana avente come primo compito quello di ratificare il Lodo Alfano e cioè la salvezza per Berlusconi & soci. Una “P3” dominata dall’ex P2 Flavio Carboni e da altri due noti faccendieri come Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, un trio in sintonia e in sinergia politica con Denis Verdini ( coordinatore nazionale del Popolo della Libertà), Marcello Dell’Utri ( senatore PdL, braccio destro di Berlusconi in tutta l’avventura Publitalia e Forza Italia, già condannato in appello per concorso mafioso), Nicola Cosentino ( costretto a dimettersi in questi giorni, per la pesantezza insopportabile delle accuse, da sottosegretario all’Economia ) e Giacomo Caliendo ( sottosegretario alla Giustizia, l’uomo che doveva/dovrebbe guidare il progetto di conquista e condizionamento di aree della Magistratura, a cominciare dai quindici giudici costituzionali chiamati a decidere sulla legittimità del Lodo Alfano).

Ma il quadro oscuro emergente dall’ “Operazione Insider”, nonostante la sua inquietante vastità e ramificazione, altro non è che l’ultimo anello dell’ormai lunga teoria di bassezze, degenerazioni politiche e morali, corruzioni e contraddizioni che stanno attraversando e squassando sia il PdL che il governo Berlusconi.

Dai processi a Berlusconi alle condanne agli uomini della sua sterminata corte; dalle escort di regime alle rete nazionale di corruzione di Bertolaso e del suo vasto sistema di speculazione; dall’immoralità paramafiosa della giunta campana e ai suoi assessori PdL al caso Brancher, ministro con delega “all’autoassoluzione”; dalle ultime rivelazioni sullo stalliere mafioso di casa Berlusconi alla condanna di Dell’Utri, passando per la casa regalata a Scajola e alla sue dimissioni da ministro, il fiume melmoso del PdL corre in parallelo alla crisi politica profonda del governo, alla sua involuzione repressiva e autoritaria e alle sue politiche duramente antisociali; la rottura tra Fini e Berlusconi; i primi, significativi, segnali di malessere della Lega; il malcelato scontro tra Berlusconi e Tremonti in relazione alla Finanziaria; la ricerca, da parte di Berlusconi, dell’UDC quale nuovo partner di governo, col conseguente no di Bossi; le manganellate ai cittadini dell’Aquila, manganellate che sono l’altra faccia del sì del governo al disegno Fiat per Pomigliano d’Arco, della manovra finanziaria lacrime e sangue per l’Unione europea, dell’attacco forsennato alle politiche sociali delle Regioni con la conseguente ribellione dei governatori, del bavaglio alla stampa e dell’attacco alla Magistratura e alla Costituzione. Un quadro generale che parla della consunzione del governo Berlusconi e del fatto che le elezioni anticipate non possono più essere considerate inverosimili. Questioni, queste due, che rimandano a problemi di ordine più generale e strategico che dobbiamo iniziare a mettere a fuoco.

Se la corruzione e la consunzione della tenuta politica del governo Berlusconi sono, sì, questioni importanti, ma – nell’essenza – sono dei segni, delle epifanie, quali sono i problemi d’ordine strutturale, sui quali poggiano la crisi del PdL e del berlusconismo?

Primo problema: nonostante lo strapotere mediatico; nonostante le grandi vittorie elettorali e la costruzione di un senso comune di massa a sé favorevole, il PdL, il centro destra, il berlusconismo degli ultimi vent’anni non è riuscito a costruire un “ordine” politico capace di colmare il vuoto lasciato dal crollo del lungo “ordine” democristiano; le vittorie di Berlusconi sono state anche nette, profonde, ma non hanno mai avuto un carattere strategico, non hanno mai rappresentato – appunto – la vittoria di un nuovo ordine politico ed economico. Anche se temporalmente lunghe hanno sempre avuto uno strano carattere transeunte. Perché questo? Perché, semplicemente, il berlusconismo non ha mai avuto la forza ideologica e politica di proporre e costruire ( in due decenni, il tempo di un regime) un’idea-Paese; non ha mai avuto la densità culturale per indicare e sostenere politicamente un nuovo modello generale di sviluppo alternativo a quello che si è determinato in Italia in seguito al superamento del modello di sviluppo che si era costituito prima e durante il boom economico degli anni ’60, che ha retto sino alla fine degli anni ’80 per poi pian piano sgretolarsi e divenire quello che oggi possiamo chiamare – per la vastità della sua diramazione e per la nefasta egemonia – il “nanocapitalismo”, un sistema di superamento della concentrazione industriale e produttiva che rende particolarmente farraginosa e debole l’industria italiana, non più in grado di investire strategicamente sui punti tecnologicamente alti e avanzati della produzione sino al punto di divenire facile preda - vero e proprio agnello sacrificale – della concorrenza capitalistica internazionale, con drammatici riflessi sullo sviluppo generale del Paese e sulla condizione dell’intero mondo del lavoro e del non lavoro.

Ciò che è andato determinandosi in Italia, in virtù di una spinta ideologica proveniente da oltreoceano e volta al radicamento di un lassez-fair assoluto, privo di controproposta politica, e che ha offerto le basi materiali per il superamento e lo sgretolamento del modello che si era imposto nella “ Prima Repubblica” ( un modello segnato dal dominio capitalistico ma anche da un importante ruolo dello Stato nell’economia e nella costruzione del welfare) è stato quello di un sistema mano a mano sempre più cruento, antioperaio e selvaggio al servizio di un disegno generale di distruzione della concentrazione produttiva che ha indebolito la struttura industriale italiana, consegnato al “piccolo è bello” le fortune ( per meglio dire: le sfortune) della competizione italiana sui mercati internazionali, creando, attraverso la “nanoproduzione”, uno spaventoso sistema di sfruttamento dei lavoratori indigeni e immigrati e riducendo infine l’Italia ( il suo sistema produttivo) a parente poverissimo e subordinatissimo – per rimanere nel campo europeo - ai sistemi industriali tedesco ( soprattutto) ma anche francese ed inglese.

Il berlusconismo, alla fine dei conti, non solo ha subito, per debolezza culturale e progettuale, “ lo spirito dei tempi”, ma ha anche agito, nel lungo periodo, in relazione a quella che è la sua essenza, la sua natura : uno spezzone del neocapitalismo affarista, speculativo ed improduttivo che ha accumulato profitto e potere politico fuori della produzione avanzata ed industriale, mettendo a valore – economico e politico – una nuova ( trent’anni fa) accumulazione originaria: quella data dalle vecchie forme della speculazione edilizia e finanziaria assommate alla nuovissima speculazione mass-mediatica.

Il punto è che lo spezzone capitalistico improduttivo e speculativo berlusconiano ha potuto agire per circa vent’anni da soggetto e rappresentante politico dell’intero capitale italiano, dell’intera borghesia, in virtù di un servizio reso alla Confindustria e ai padroni del vapore: “ non toccherò le vostre fortune, distruggerò lo stato sociale, sposterò il carico fiscale interamente sul mondo del lavoro, avvierò una profonda politica di privatizzazioni, accetterò quella politica di sottosalarizzazione di massa che mi chiedete in nome della concorrenza internazionale e non metterò bocca – non interverrò, anche perché non ne sono culturalmente e politicamente all’altezza – sul modello produttivo che va imponendosi sul campo: riduzione, sino all’estinzione, delle aree di concentrazione industriale produttiva di fronte ad un mare di nanocapitalismo in sviluppo su tanta parte del territorio nazionale ”.

L’altra questione di carattere più generale che mina dal suo interno il berlusconismo è il declino della sua spinta populista, l’impossibilità di proseguire con la favola dell’ innovazione, delle politiche “ antiburocratiche fatte per il popolo”, della proposta della libertà contro i residui del comunismo. Anche nell’ultima vicenda della Finanziaria Tremonti si è visto come il Berlusconi populista ha dovuto infine cedere alle dure politiche antipopolari firmate dal suo Ministro dell’Economia e dettate dal Patto di Stabilità dell’Ue e dal governo tedesco. E si è visto come il nuovo deteriorasi del rapporto con la Lega ( basta osservare la questione delle quote europee del latte ) trovi la sua base materiale in una Finanziaria iperliberista che non solo fa insorgere le Regioni contro il governo, ma che impedisce materialmente il concretizzarsi del federalismo fiscale. Ed è del tutto evidente che il declino della spinta populista del PdL e la fine di essa quale elemento primario di organizzazione del consenso, deriva dal fallimento progettuale e dal vuoto strategico del berlusconismo.

Sul piano più generale il punto è che il lungo processo di indebolimento, di sfinimento, dell’apparato industriale italiano spinge il nostro Paese nell’ angolo internazionale e verso il pericolo di un declino storico, per il quale i primi a pagarne dazio, a pagare sulla propria pelle ( in termini di nuova sottosalarizzazione e disoccupazione) saranno i lavoratori, le nuove generazioni.

L’attacco forsennatamente antioperaio della Fiat a Pomigliano d’Arco annuncia il modo in cui quel poco di capitalismo italiano strutturato rimasto vorrebbe uscire dalla propria crisi : attraverso un abbattimento ulteriore dei salari, dei diritti e dello stato sociale, attraverso un’ulteriore restrizione dei mercati interni e un progetto di conquista dei nuovi e vasti mercati mondiali ( Cina, India, Brasile...). Un progetto che prende linfa ideologica e movenze dallo stesso sistema nanocapitalista e che dunque – per le stesse sorti dell’industria italiana avanzata, non solo per i lavoratori – è fortemente contraddittorio e nefasto.

A fronte di questa linea dura il grande capitale italiano deve decidere se Berlusconi potrà ancora rappresentarlo politicamente, anche se il populismo berlusconiano, per questo progetto dei padroni, già mostra la corda: può andar bene, a questo pezzo – egemone - del capitale di natura “vallettiana”, “romitiana”, alla Marchionne, una soggettività politica che non proviene dal capitale industriale e non ne capisce sino in fondo i nuovi propositi e la nuova sete egemonica e che, tra l’altro, così corrotto al suo interno non possiede la “pulizia morale” di chi deve far sibilare la spada d’acciaio dell’ultimo e definitivo attacco antioperaio?

Forse, per questo compito, è meglio Montezemolo? La partita, nel campo dei padroni, è aperta e può prevedere anche la fine di Berlusconi, come potrebbe prevedere ,anche, la non utilizzazione del Partito Democratico che, ridotto com’è, potrebbe non essere più buono né per il capitale né per i lavoratori, fino al punto che un nuovo leader e una nuova destra – più affidabile e meno populista ? – possa essere messa in campo. Di nuovo: attraverso la scomposizione degli attuali partiti e delle attuali coalizioni, con a capo Montezemolo e la progettualità politica del capitale, di Marchionne ?

Il quadro è incerto e gli scenari possibili sono diversi. Ma il punto è : che fa la sinistra ? Cosa fanno i comunisti ? Qual è il loro compito, il loro progetto?

Ancor prima di porci queste domande non possiamo non ricordare che la cosiddetta sinistra italiana, negli ultimi vent’anni, non ha certo brillato nel delineare e proporre un modello di sviluppo, per il nostro Paese, diverso da quello dettato dai tempi e dai rapporti di forza sociali e assunto da Berlusconi e che, anzi, proprio la sinistra italiana è stata, spesso, la parte più euforica nell’ incensare il nanocapitalismo, “ il piccolo è bello” ( quanti convegni, quanto intellettuali ed economisti di sinistra, in questi anni, a farne l’apologia! ), con tutto il suo oggettivo portato di deindustrializzazione e sottosalarizzazione. Come non possiamo non ricordare che, tra una vittoria di Berlusconi e l’altra, il centro sinistra italiano, governando, non ha dato risposte molto diverse alla crisi ( alle crisi) di quelle che dava e ha dato Berlusconi: grandi sacrifici dei lavoratori per Maastricht; sì alle guerre e alle spese militari; contenimenti salariali; privatizzazioni e precarizzazione del lavoro e neppure uno straccio di progetto industriale e produttivo alternativo al nanocapitalismo dilagante, attraverso il quale, peraltro, si è accelerata ancor più la disfatta e la macerazione del Meridione d’Italia.

Se la consunzione, il declino, del progetto politico berlusconiano poggiano essenzialmente nell’incapacità/ impossibilità di delineare e proporre e un nuovo modello di sviluppo, una via strutturale e strategica di fuoriuscita dalla crisi per il nostro Paese, è chiaro che la vittoria strategica della sinistra italiana e dei comunisti dovrebbe, al contrario, poggiare e costituirsi proprio sulla capacità di avanzare un tale modello, un tale progetto.

Un progetto strutturato da parole d’ordine forti : concentrazione dell’industria contro l’irrazionalità del nanocapitalismo, nel doppio intento di fornire nuova competitività all’industria italiana e ricostituire un quadro sociale di salari, diritti e occupazione ; una nuova politica fiscale volta a liberare i salari ed aprire il mercato interno, imponendo al capitale aliquote fiscali fisse degne di una più alta e morale visione sociale d’insieme e della stessa Costituzione repubblicana; una politica di pace e di disarmo che, da sola, libererebbe risorse immense, in grado di contribuire significativamente alla ricostruzione del welfare e delle garanzie sociali; una tassa speciale sui patrimoni che, da sola, eviterebbe il ricorso a manovre economiche da macelleria sociale come quella che vediamo oggi venire dal ministero Tremonti e che abbiamo visto applicare anche da governi di centro sinistra; una politica volta alla nazionalizzazione delle banche, del credito, come un pezzo di risposta razionale e possibile alla crisi ( anche a quella delle imprese); una risposta adatta ai tempi e dunque non massimalista, non parolaia e non scarlatta. E assieme a ciò occorrerebbero parole d’ordine coraggiose e in controtendenza, capaci di entrare nella carne viva della nostra gente, del nostro potenziale blocco sociale: parole d’ordine quali, ad esempio, quella di una nazionalizzazione delle famigerate agenzie finanziarie private, che strangolano centinaia di migliaia di famiglie italiane proletarie; una nazionalizzazione volta all’estinzione del debito di queste disgraziate famiglie e alla chiusura di queste maledette agenzie.

Ma il punto è che la sinistra italiana appare molto più impegnata a ridelineare politicamente e culturalmente se stessa ( in termini sempre più moderati) e a ricollocarsi policisticamente, che a pensare – come occorrerebbe – in grande.

A partire da tutto ciò, a partire dall’esigenza prioritaria di “pensare in grande” e di disseminare un pensiero forte, parole d’ordine forti, non è – proprio questo – il tempo dei comunisti?

Non spetta loro, innanzitutto, elaborare, progettare, proporre, essere avanguardia intellettuale e di lotta ( i progetti prendono corpo nel conflitto) di un proposta complessiva che si pianti come una bandiera sulla testa della sinistra di classe e di alternativa, sulla testa del movimento operaio complessivo, sui lavoratori e sull’intero disincanto sociale e politico di sinistra, nell’intento di recuperarlo alla politica, all’impegno, alla speranza del cambiamento?

Si, è questo il compito dei comunisti, che hanno bisogno, per svolgerlo, innanzitutto di esserci, di essere riunificati, di essere organizzati come partito unico, come intellettuale collettivo. Non è solo il tempo, cioè, dei vaghi appelli per l’unità della sinistra ( obiettivo, questo dell’unità della sinistra, che rimane centrale ma che va perseguito non solo per via cartacea), appelli che si moltiplicano rimuovendo l’esigenza dell’autonomia e dell’unità dei comunisti.

E’soprattutto il tempo delle idee forti, di un pensiero forte, di un progetto di cambiamento radicale che non può che partire dai comunisti. Oggi è la CGIL – pur nella sua inclinazione generale moderata – a proporre con nettezza, già nel suo documento congressuale, un ritorno forte del ruolo dello Stato nel progetto economico e sociale complessivo da delineare. Occorrerebbe che questo intento avesse sin da ora una forte sponda politica.

E’ necessario, dunque, rovesciare la linea: è dal rafforzamento e dal ritorno in campo di una soggettività teoricamente e progettualmente forte ( un partito comunista con una linea di massa, e lo diciamo non per coazione a ripetere, ma perché è solo in un simile soggetto politico – per ragioni culturali e ideologiche di fondo - che si addensano i progetti anticapitalistici più conseguenti ), che potrà prendere corpo una proposta programmatica complessiva di cambiamento radicale ( che per la sua “popolarità” sia in grado di radicarsi socialmente ed essere motore del conflitto) e si potrà anche avviare un processo sociale e politico di costruzione della sinistra d’alternativa.

Se non si persegue questa strada il rischio è quello di affossare la residua autonomia comunista italiana ed unire, della sinistra, solo il vecchio e nuovo ceto politico, molto incline al riformismo debole e al governismo.

 

Unità dei comunisti  - Convocazione e documento finale



Carissim* compagn*,

come sapete dopo il rilancio dell'appello per l'unità dei comunisti, pubblicato sul quotidiano "Il Manifesto" il 21 gennaio scorso, abbiamo aperto una campagna di raccolta adesioni e mappatura delle disponibilità dei compagni e delle compagne dei vari territori disposti a lavorare unitariamente sul tema della costruzione di un Partito per tutti i comunisti oggi sparsi e divisi in differenti organizzazioni e aree politiche.
La situazione che abbiamo di fronte è particolarmente grave perchè di fronte all'ampiezza della crisi e alla violenza degli attacchi padronali (in ultimo vedi Pomigliano) abbiamo forse il minimo di credibilità politica e di radicamento sociale dei partiti e del movimento comunista complessivo.
Le risposte in campo ci sembrano totalmente inadeguate e anche l'operazione della Federazione della Sinistra, sebbene possa essere per alcuni uno strumento utile di cartello elettorale per superare gli sbarramenti, la sua accelerazione in soggetto politico rende completamente marginale la questione comunista nel nostro paese. Se a questo aggiungiamo il fatto che la FdSsembra ormai sposare l'idea di un ritorno di fiamma delle alleanze governiste a tutti i costi e della ricomposizione con Vendola e SEL, ci rendiamo conto di quanto i comunisti non abbiamo strumenti comuni per fare una battaglia politica utile al conflitto di classe.
L’idea del rilancio dei Comunisti Uniti dell’appello 2010 è nata proprio per non restare a guardare questo sfacelo e tentare di mettere in comune le energie dei compagni disponibili, sui differenti territori e nelle diverse aree/partiti di ciascuno, per costruire un punto di vista comune sulla fase attuale, darci degli strumenti utili per favorire un processo di ricomposizione in Partito e per coordinarci in alcune campagne politiche comuni.
Per questo dopo la raccolta di firme abbiamo invitato diversi contatti dei Comunisti Uniti a organizzare riunioni, iniziative e coordinamenti locali che ci aiutino da subito a rafforzarci e nel tempo a superare la frammentazione. Senza accelerazioni autoferenziali verso la costruzione di un ennesimo micro-partitino comunista, l’idea è che ciascuno resti nella propria “postazione politica” che si è scelto ma che insieme si faccia un passetto per coordinare idee e proposte.
Come avevamo annunciato, per raccogliere e condividere proposte, dobbiamo incontrarci di persona con i compagni delle diverse regioni entro l’estate e abbiamo deciso di convocare una riunione nazionale per sabato 3 luglio ore 10.30 a Roma presso la sede ARCI “Centofiori” di via Goito 35 (Stazione Termini).
Chiediamo a tutti di fare lo sforzo di proporre un paio di compagni/e a questa riunione nazionale per decidere insieme i prossimi passaggi politici.
Da comunisti non possiamo accettare passivamente il progressivo sgretolamento della nostra autonomia progettuale in quanto comunisti e quindi unica potenziale opposizione di classe nel paese. Se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno al posto nostro!

Saluti comunisti
il gruppo di lavoro nazionale
Stefano Azzarà, Mao Calliano, Gualtiero Alunni, Andrea Fioretti

DOCUMENTO FINALE

L’incontro è stato aperto dalla relazione del compagno Andrea Fioretti. Sono seguite due comunicazioni, una di Francesco Fumarola della Redazione del sito nazionale e l’altra di Walter Ceccotti sul “Progetto dei Giovani Comunisti Uniti”. Al dibattito sono intervenuti 16 compagni/e in rappresentanza delle adesioni dei Comunisti Uniti dalle diverse regioni. La relazione conclusiva è stata tenuta dal compagno Gualtiero Alunni.
A conclusione dei lavori sono state approvate all’unanimità le seguenti decisioni:

• si costituisce il Coordinamento Nazionale Provvisorio di CU di cui faranno parte i rappresentanti regionali o cittadini nominati, due giovani dei Giovani Comunisti Uniti e i quattro compagni del Gruppo di Lavoro Nazionale (GLN);
• si confermano i compagni del GLN quali referenti e portavoce di CU;
• si decide di arrivare in autunno all’Assemblea nazionale di costituzione di un Movimento Politico dei Comunisti Uniti per la Costituente e la data si stabilisce nel 7 Novembre 2010 a Roma;
• si da mandato al GNL di elaborare una bozza di documento da sottoporre al Coordinamento Nazionale dei CU da tenersi nel mese di Settembre;
• si ribadisce la non autosufficienza e la trasversalità del MP dei CU e la non alternatività della partecipazione dei suoi membri a differenti partiti, gruppi e movimenti comunisti in via transitoria e temporanea fino a una Costituente per un Partito per tutti i comunisti ovunque collocati;
• si impegnano tutti i compagni a costruire le Case Comuni dei Comunisti in tutti i territori dove sono presenti con lo scopo di farle diventare un luogo unitario di analisi, dibattito e di azione politica conseguente;
• I compagni aderenti a CU operano a contribuire:
a. per la ricostruzione del Partito Comunista, per la sua autonomia e indipendenza, per un Partito di quadri e con radicamento di massa;
b. per la ricostruzione del Sindacato di classe e in via transitoria alla costituzione di Coordinamenti di lavoratori autoconvocati che al di la delle loro attuali appartenenze sindacali pratichino obiettivi comuni;
c. per la costituzione di un Fronte Unito di Resistenza Popolare aperto a tutte le forze politiche comuniste, anticapitaliste e antagoniste, ai movimenti sociali e ambientali, ai sindacati più consapevoli;
• dispiegare con la lotta, il conflitto, l’unità di classe e tutte le alleanze necessarie per una forte opposizione di massa al capitalismo e ai suoi rappresentanti nei vari governi (PD/PdL/UDC), per la costruzione di un Blocco Sociale alternativo e offensivo;
• CU è un MP autofinanziato e ogni compagno/a contribuisce a seconda delle sue possibilità;
• si sostiene la costituzione di un Gruppo di Lavoro dei Giovani Comunisti Uniti propedeutico all’organizzazione di una Assemblea nazionale e alla promozione di campagne politiche per l’unità come “FGCI e GC uniti” e per l’antifascismo;
• Il sito, i bollettini e tutti gli strumenti di comunicazione e informazione devono essere sostenuti da tutti i Coordinamenti territoriali nominando almeno un compagno da inserire nel Comitato di redazione;
• Promuovere Campagne nazionali su argomenti prioritari e attinenti a un programma minimo di classe: lavoro e sindacato di classe, diritto alla casa, ambiente, crisi globale, guerra imperialista e solidarietà internazionalista.

Roma 3 luglio 2010

 

Unità dei comunisti alla Festa di Pinerolo

 

 

Finanziaria Tremonti e necessità dell'alternativa

 di Fosco Giannini

CONTRO IL MASSACRO SOCIALE L’ESIGENZA DI UNA SINISTRA DI CLASSE E DI UN PARTITO COMUNISTA

La combinazione nefasta data dall’irrisolta crisi internazionale del capitale e dall’ “esigenza” del capitale transnazionale europeo - rappresentato istituzionalmente e economicamente dall’Ue – di garantirsi le condizioni per competere sul piano internazionale, è già sfociata in un attacco chiaro e violento alle condizioni di vita dei popoli e dei lavoratori del vecchio continente.

L’onda lunga di tale attacco sta ora impietosamente rovesciandosi sulla classe operaia e sull’intero mondo del lavoro del nostro Paese.

La consueta, ma ancora efficace, favola berlusconiana, secondo la quale l’Italia sarebbe stata un’isola felice nel mare tumultuoso della crisi europea e mondiale, è durata un tempo incredibilmente lungo – circa due anni – a dimostrazione dello stupefacente e inquietante potere mediatico che ha in mano il “signore di Arcore”. Un potere così obnubilante da cacciare indietro, velare, anche l’ imponente e vasta realtà della sofferenza e del disagio sociale italiano.

C’è voluto Gianni Letta a far crollare il sipario della menzogna, alcuni giorni fa, quando non ha potuto più sostenere la grande ipocrisia e ha dovuto anticipare una Finanziaria da massacro sociale, ottenendo i rimbrotti del capo di governo, ancora volto a nascondere la verità. E c’è voluto Tremonti, vero scudiero del Patto di Stabilità di Amsterdam, ad imporre una Finanziaria di 24 miliardi di euro che sarà un colpo di maglio per i pensionati, i lavoratori, le giovani generazioni e quel poco che resta dello stato sociale, specie la sanità pubblica, che dipendendo economicamente dalle Regioni sarà il settore più colpito dai tagli. Questa Finanziaria è, peraltro, una vera e propria creatura mostruosa di Tremonti, che l’ha imposta contro la stessa volontà di Berlusconi, populisticamente indeciso ad impugnare la spada, mediaticamente più accorto del suo Ministro del Tesoro e più orientato a scaricare la crisi nell’ulteriore ampliamento del debito pubblico; una linea, a ben guardare, meno a destra delle politiche antisociali condotte in questi anni, in Europa, da certi governi della sinistra liberale; linea naturalmente inficiata dalla determinazione di classe di Berlusconi all’esentare il grande capitale, la grande e media borghesia da una degna partecipazione al contributo fiscale e, comunque, una linea – debito pubblico “versus” massacro sociale - anche in questi giorni fortemente osteggiata dalla Confindustria, alla quale Berlusconi si è infine piegato.

Per completare l’opera ideologica e l’attacco concreto che Brunetta ha portato ai lavoratori del pubblico impiego ( attenzione: poche altre politiche, come l’attacco sferrato ai “fannulloni pubblici” sono state tanto chiaramente impregnate di essenza ideologica: si attaccano i lavoratori del pubblico impiego per demolire il pubblico in quanto tale e riconsegnare nelle mani dei padroni una frusta da far schioccare sull’intero mondo del lavoro) Tremonti ha ideato una Finanziaria che congela i già miseri contratti e stipendi degli insegnanti, dei poliziotti degli infermieri ecc. ( mediamente di 1.200 euro mensili ) per tre anni, togliendo dalle loro tasche, nel triennio e ad ognuno, circa 1.600 euro. Salvaguardando gli stipendi che vanno da 5 mila euro in su.

Anche i lavoratori prossimi alla pensione dovranno pagare un ulteriore obolo al Patto di Amsterdam, rinviando la loro collocazione a riposo di almeno sei mesi; e meglio non andrà per tutti coloro che, maturato il diritto alla pensione, percepiranno un’indennità di fine rapporto rateizzata e spostata nel tempo.

La decisione di Tremonti di cancellare, in Finanziaria, il trasferimento governativo di 6 miliardi di euro agli Enti Locali, comporterà, conseguentemente, sia un taglio secco dei servizi e delle prestazioni sociali nei territori che un inasprimento delle già numerose e salate gabelle sorte in questi ultimi anni nei comuni e nelle Regioni. I tagli ai Comuni sono stati triplicati, in quest’operazione Tremonti e, ad aggravare il quadro, si decide che tutti i Municipi sotto i 30 mila abitanti debbono lasciare tutte le Spa: processi di privatizzazione dal basso.

Un governo di berluscones e di leghisti non poteva, poi, non prendere di mira la cultura: vi è un taglio di fondi che mediamente va dal 15 al 30%, per 232 istituti culturali. Attaccate al cuore sono l’Università e la Ricerca. L’ “Aciconsum”, per sintetizzare, ha calcolato che la manovra finanziaria peserà per 400 euro su ogni cittadino.

Ma si sa che non sarà “ per ogni cittadino” : si annuncia una “ lotta all’evasione” che non prevede alcun prelievo sui grandi patrimoni e nessuna ricerca delle migliaia di imprenditori che la stessa

“ lista Falciani ” ha consacrato – nome per nome – come grandi evasori. La stessa invenzione “tremontiana” dello “scudo fiscale” impedirà un flusso di entrate nelle casse dello Stato più o meno equivalente all’importo della Finanziaria in atto.

Naturalmente la Confindustria, per bocca della Marcegaglia, ha criticato da destra la manovra Tremonti e, attraverso la coniazione della parola d’ordine “ non basta”, ha chiesto – all’Assemblea generale degli industriali, tenutasi a Roma lo scorso 28 maggio e di fronte ad un Berlusconi stordito dalle dure parole della leader degli industriali italiani – più liberalizzazioni; più tavoli d’intesa, per gli imprenditori, con il sistema bancario; una più vasta moratoria sui mutui, nell’obiettivo di far cancellare i grandi mutui contratti dagli imprenditori; un ben più vasto fondo per la capitalizzazione delle imprese; un rafforzamento dei fondi di garanzia: tutte misure e riforme ( di tipo ancor più liberista) “per sostenere - ha affermato la Marcegaglia - la ripresa economica e la ripresa dell’occupazione, dopo una crisi che è stata pesantissima per il nostro Paese, con 700 mila posti di lavoro persi e la produzione industriale tornata ai livelli del 1985” ( parole della leader di Confindustria, non di un comunista, che hanno ancor più disorientato il Berlusconi presente all’assemblea e ancora negatore della realtà. Parole, tuttavia - e naturalmente - mai volte a delineare una ripresa economica che possa basarsi su di un rialzo del valore d’acquisto degli stipendi e dei salari).

Oggi la linea d’attacco antisociale, dettata dall’Ue ( linea costretta a rinunciare, dunque, all’ampliamento del debito pubblico a favore di un duro giro di vite), voluta dalla Confindustria e dalla vasta ala più conseguentemente liberista e filo Ue del PDL, viene sferrata contro il movimento operaio complessivo nel momento di maggior crisi del governo Berlusconi ( crisi Fini – Berlusconi; scandali; corruzione; problemi crescenti tra PDL e Lega in virtù del fatto che la Finanziaria lacrime e sangue mette in forte discussione il federalismo fiscale; incrinature profonde tra Berlusconi e Confindustria, tra Berlusconi e una parte ormai importante del grande capitale italiano; tra Berlusconi e Obama; tra Berlusconi e la stessa Unione europea) e tra i rigurgiti reazionari e fascistoidi del capo del governo : legge – bavaglio sulla stampa; denigrazione e tentativi reiterati di demolire l’autonomia della magistratura; tacitazione del Parlamento, affermazioni quali: “come Mussolini, ho pochi poteri”, evocando, dunque, poteri pieni ed un presidenzialismo autoritario e di destra assieme alla manomissione della Costituzione.

L’insieme di questo quadro chiede, urgentemente, una forte risposta sul piano sociale, un contrattacco delle forze comuniste, di sinistra e sindacali volto non solo a far cadere il governo di destra ma ad aprire la strada ad un progetto di vera alternativa.

Il punto è che tutto questo non c’è e il piccolo sciopero generale di quattro ore annunciato per giugno dalla CGIl ( seppur importante poiché muove il pachiderma) non può essere certo l’unica risposta. Né l’unica risposta può essere la battaglia dei parlamentari del PD contro la legge bavaglio per la stampa, una battaglia che non scende in piazza e che, soprattutto, non si lega, non si assomma ad una – tanto necessaria, quanto mancante - lotta sociale contro le ormai insopportabili politiche reazionarie, razziste, eversive e antioperaie di Berlusconi.

Abbiamo bisogno disperatamente di una sinistra di classe che entri in lotta, che riempia le piazze e torni a legarsi alle fabbriche e ai lavoratori; che sia a fianco, sin da subito, senza abbandonarli nemmeno per un minuto, dei lavoratori del pubblico impiego, come agli operai delle fabbriche. Abbiamo bisogno che la CGIL entri ben più decisamente in campo, per una lunga battaglia volta al cambiamento dei rapporti di forza sociali: abbiamo bisogno del ruolo sociale di un sindacato di classe e di massa, che non è alla viste, anche se salutiamo positivamente la costituzione dell’ USB, l’Unione Sindacale di Base, che può svolgere un compito importante, sia partendo da sé che sollecitando da sinistra la CGIL.

Per aiutare questo processo, però, per contribuire ad esso, avremmo bisogno di un partito comunista più forte, più incisivo delle due piccole formazioni comuniste oggi presenti, PRC e PdCI.

Rimaniamo convinti che è il partito comunista – per la sua intrinseca natura anticapitalista e la sua cultura unitaria – il cuore pulsante dell’unità a sinistra e senza un cuore di questo tipo diviene molto più difficile unirla, la sinistra, e darle un segno di classe. La stessa Federazione della Sinistra messa in campo da alcuni mesi mostra troppa debolezza, debolezza che trova le sue basi materiali, innanzitutto, nella divisione – che finisce inevitabilmente per divenire competizione - dei comunisti.

Senza un partito comunista come prodotto del processo unitario dei comunisti, più grande e più incisivo dei due attualmente presenti; senza un partito comunista che per la sua maggior massa critica, per la passione e la militanza che certamente susciterebbe proprio in quanto “simbolo unitario di classe” in un universo di frammentazioni; senza un partito comunista che sappia collocare al centro della costruzione dell’alternativa il conflitto ed un orizzonte di trasformazione sociale, senza un simile partito, che sappia unire la sinistra di classe, si fa anche più alto il rischio di sboccare nelle strade moderate consuete e se Berlusconi, alle prossime elezioni nazionali, fosse battuto, di rivivere, di riassistere ad un quadro politico segnato da una risicata vittoria elettorale di una sinistra moderata che – in una sorta di rotazione politica – sarebbe destinata a riproporre i dogmi liberisti, preparando la strada ad una nuova vittoria delle destre.

Occorre lavorare per un’alternativa vera e solida. E per farlo è anche necessario che sia in campo un più forte, unito, partito comunista.

Qualche mese fa rivolgemmo al compagno Paolo Ferrero una domanda (che non ebbe risposta) : perché sei contrario all’unità dei comunisti? Oggi, la stessa domanda, la rivolgiamo sia al compagno Ferrero che al compagno Grassi: perché siete contrari all’unità dei comunisti? ('Ernesto  30 maggio 2010)

Il congresso della Federazione: un scelta sbagliata

 

di Gianluigi Pegolo


Come spesso succede, di fronte alla necessità di affrontare i nodi politici di fondo, si ripiega sulle soluzioni organizzative, con il risultato che non solo i problemi non vengono risolti, ma che si rischia di crearne di nuovi.
E’ quello che sta avvenendo con la decisione di indire il congresso della Federazione della Sinistra. Purtroppo, e non innocentemente, queste decisioni sono spesso assunte in ambiti ristretti, che molto spesso non comprendono neppure gli interi gruppi dirigenti nazionali dei soggetti politici coinvolti nell’operazione. Sulla natura di tale operazione occorre fare un po’ di chiarezza. In questo intervento, quindi, cercherò di offrire alcuni elementi di conoscenza e, al tempo stesso, esprimere le mie opinioni.
In primo luogo, va precisato che cosa si intende per congresso della Federazione, di cosa effettivamente si tratti. In realtà, le decisioni finali su regolamento e documento politico sono ancora da prendere, ma i contorni appaiono ormai abbastanza chiari. In buona sostanza, tutti gli iscritti delle quattro formazioni che compongono la Federazione verranno chiamati a congresso (e quindi a partire dai circoli) e la fase congressuale si dovrà chiudere entro l’anno. Inoltre - questo è contenuto nello statuto provvisorio che si intende ora sostanzialmente riconfermare - nella fase congressuale dovrebbero essere nominati (dai circoli, alle federazioni, ai livelli regionali, a quelli nazionali) i vari organismi dirigenti. Per ciascuno di questi livelli sono definite tre strutture di direzione: il consiglio, il coordinamento, il portavoce. Per le elezioni di questi organismi si prevede una quota del 25% definita dalle organizzazioni federate e il 75% senza vincolo, ma attenzione, con la clausola che nessuna delle organizzazioni possa superare il 50% dei membri.
Questo a tutt’oggi quello che si può capire dalle dichiarazioni ufficiali dopodiché in sede di commissioni qualcosa potrà cambiare, ma la sostanza probabilmente resterà la stessa. Di fronte a questo ginepraio di norme non è facile orientarsi anche perché alla grande maggioranza degli iscritti sfuggono i termini politici della questione e agli stessi giungono solo segnali per lo più propagandistici del tipo: "bisogna fare presto", "non si può rimanere nel guado", " chi mette in discussione queste scelte vuole sabotare l’unità" e via dicendo, con tutto l’armamentario allarmistico a cui siamo stati abituati in questi mesi. Affrontiamo allora di petto la questione. Lo farò per punti, per essere estremamente chiaro e diretto.
1. Non esiste a tutt’oggi una linea politica precisa ed effettivamente condivisa nella Federazione. In particolare, su due punti non irrilevanti vi sono opinioni molto diverse: l’una riguarda il rapporto con il centro sinistra, rispetto al quale ( al di là delle reticenze) alcuni vorrebbero porsi in posizione autonoma e altri vorrebbero "confluirvi" (il termine potrà risultare troppo forte, ma a me pare che la sostanza sia questa). Va da sé che le due posizioni comportano prospettive politiche radicalmente diverse. Il secondo nodo riguarda la CGIL e più in generale la politica sindacale: alcuni sostengono la linea emersa nel congresso ed espressa da Epifani, altri la considerano del tutto sbagliata perché ripropone oggi, e in un momento di stretta economica e sociale, un approccio concertativo senza prospettive. Personalmente, come ho più volte ribadito, sono per l’autonomia dal centro sinistra e per la non subordinazione del conflitto sociale. In buona sostanza, non esiste la base comune minima per un congresso, a meno di non concepire il congresso come una finzione, sfumando sui contenuti.

2. Il congresso della Federazione dovrebbe tenersi "prima" del congresso del partito. Il che significa che dopo alcuni mesi che si è tenuto il congresso della Federazione, gli stessi iscritti verrebbero riconvocati per svolgere il congresso del partito. A parte l’assurdità di un dibattito ininterrotto, come si fa a non comprendere che a questo punto sarebbe il congresso della Federazione a dettare la linea al partito, rovesciando completamente l’impostazione corretta che dovrebbe prevedere prima la consultazione delle singole formazioni politiche? Non solo, ma a quel punto il partito verrebbe messo di fronte al fatto compiuto. Se modificasse le scelte assunte nel congresso della Federazione la metterebbe in crisi, se non lo facesse rischierebbe di subire scelte non condivise, con buona pace della sua autonomia. A questo punto, perché fare il congresso del partito?
 
3. Che esista concretamente il rischio che il congresso della Federazione avvii il superamento del partito lo dimostra non solo la tempistica, ma anche le regole alle quali ho accennato in precedenza. Pensare di costruire una federazione attraverso un percorso che assembla gli iscritti di tutte le formazioni significa già incamminarsi verso la fusione organizzativa, se poi (ed è uno dei tanti paradossi dell’impostazione assunta) si intende dar vita a organismi dirigenti che a ogni livello sono la replica di quelli del partito, si può ragionevolmente pensare che possa coesistere la Federazione e il partito? Di fatto, se si tiene in piedi la Federazione si elimina il partito. Si consideri poi l’assurdo di strutture dirigenti unificate a partire dai circoli, dato che nella stragrande maggioranza dei casi esistono nei territori solo quelli del PRC. Come ci si inventerà la quota da destinare ad altre organizzazioni?

4. Si sostiene che un congresso di questo tipo consentirebbe l’afflusso di nuove forze, che aprirebbe spazi a chi, non iscritto a nessun partito, vorrebbe confluire nella Federazione. Di qui la retorica su "una testa, un voto". La realtà è ben diversa. Mentre nei mesi scorsi le forze della Federazione si sono ritrovate quasi esclusivamente per discutere di candidati alle elezioni, l’attività concreta nei territori sulle questioni sociali è stata minima. Qualcuno dovrebbe interrogarsi sul perché è successo. Ma il punto è che in assenza di questo intervento, quale attivazione di rapporti con soggetti esterni è stata promossa? Per quale motivo ora, e peraltro per integrare le fila della Federazione, qualcuno dovrebbe aderirvi? Al massimo potrà affacciarsi alla porta della Federazione qualche pezzetto di ceto politico. In ogni caso, la questione sostanziale è che la formalizzazione congressuale degli organismi della Federazione "chiude" un processo di allargamento, non lo apre. Qualcuno davvero pensa che dopo la ratifica di un congresso qualcun altro si avvicinerà?
E’ lecito, a margine di queste riflessioni, porre due interrogativi. Il primo è: perché avviene tutto ciò? Il secondo è: quale può essere un’alternativa?
Al primo quesito posso rispondere in questo modo. Io penso che la Federazione sia stata la soluzione confusa data a un’esigenza reale e comprensibile, quella di garantirsi una massa di consensi elettorali necessari a sopravvivere. Quali tratti dovesse assumere la Federazione non era chiaro, né si è affrontato seriamente la questione decisiva del suo profilo politico e della sua missione sociale. Quest’ultimo limite, in particolare, a me sembra sia responsabile degli esiti deludenti a livello elettorale. La soluzione organizzativa che ora si intende adottare è il frutto di improvvisazioni, di soluzioni non meditate, di pressioni interne dettate spesso da convenienze di gruppo, ma soprattutto dell’ambiguità di una formula (per l’appunto la "federazione") che allude a una soluzione politico/organizzativa intermedia fra l’unità d’azione e la fusione in un nuovo partito. Il tutto nel tentativo di dare stabilità a qualcosa che stabile non è. I rischi, come mi sono sforzato di dimostrare sono i seguenti: dare vita a un’organizzazione artificiosa senza solide basi politiche (e anzi con evidenti differenze), avviare il superamento del partito, diventare ancora più autoreferenziali sul piano sociale.
Che fare allora? Io credo che occorra operare una scelta di fondo. Questa scelta è la costruzione di una sinistra di alternativa dai connotati anticapitalisti, fortemente connessa con le pratiche sociali e con i conflitti, che si pensi e operi come soggetto autonomo dal centro-sinistra. In questa sinistra (in larga misura da costruire, ma la cui base sociale potenziale esiste) deve essere presente una forza comunista rifondata. Quello della "rifondazione comunista" non è cioè un tema solo culturale, ma risponde a un’esigenza politica concreta. Dare un elemento di riferimento politico, teorico e culturale, anche un ancoraggio organizzativo di una certa consistenza, all’operazione di costruzione di una sinistra di alternativa più ampia, nel pieno rispetto delle singole soggettività e con una tensione unitaria vera. Questo significa che le ambiguità della federazione vanno sciolte. Essa non può essere un partito in formazione, che semplicemente eliminerebbe l’unica soggettività di una qualche consistenza che è il PRC, né può risolvere il problema della costruzione di un polo alternativo degno di questo nome. Cosa può essere allora? Molto realisticamente: nell’immediato un’intesa elettorale e, in prospettiva, un primo nucleo di forze di una costituenda sinistra alternativa, beninteso chiarendo i nodi politici che restano in sospeso.
Significa questo buttare a mare quello che si è fatto o lasciare languire nell’ambiguità e nell’inattività la coalizione che si è formata? No, sarebbe un errore. Occorre invece assumere quelle misure organizzative che rispondono a esigenze vere, senza pregiudicare la prospettiva più ampia, lasciandoci anche la possibilità di sciogliere i nodi politici, senza farli precipitare o in uno scontro fatale o, al contrario, in mediazioni abborracciate, di scarsa credibilità. Faccio tre esempi. La prima esigenza è quella di darsi delle regole sul piano elettorale. E’ urgente la definizione di regole sulle presentazioni elettorali della Federazione che evitino tutti gli inconvenienti, anche sgradevoli, che si sono prodotti fino ad ora. In secondo luogo, occorre definire da subito una piattaforma di iniziativa sociale. Questa è la vera urgenza e su questo terreno tutti gli sforzi dovrebbero essere promossi a livello locale. Se non c’è un impegno serio nella battaglia di opposizione non ci sono prospettive. Infine, è necessario garantire sui territori quel coordinamento dell’iniziativa necessario, in particolare ai livelli provinciali, oggi praticamente assente, ma con strutture snelle e, soprattutto, che si possano aprire ad altri soggetti della sinistra di alternativa. Fare questo e bene sarebbe un bel progresso, il resto sono fughe in avanti prive di credibilità.


(sinistra comunista 21 maggio 2010)

 

La Grecia chiama...

 

di Francesco Maringiò 

Spunti e riflessioni sulla lotta del popolo greco e sul ruolo centrale dei comunisti

 

Sulla prima pagina dei principali quotidiani italiani del 5 maggio campeggiava in evidenza la foto dello striscione posto dal KKE all’Acropoli di Atene. Persino il prestigioso quotidiano di via Solferino ha dato la notizia in prima pagina e, assieme ad esso, anche altre testate nazionali come La Stampa, Liberazione, il manifesto. Non Repubblica, il cui anticomunismo “gentile” continua anche dopo la fine del PCI (a cui ha culturalmente contribuito). Il 6 maggio invece, le prime pagine sono tutte per gli scontri, i tafferugli, la guerriglia urbana ad Atene in cui hanno perso la vita tre persone. Non deve stupire allora se il KKE, il Partito Comunista Greco, non ha usato giri di parole per condannare e prendere le distanze da certe azioni, volte ad indebolire il movimento di lotta. Come già accaduto un anno fa, quando il KKE denunciò la presenza di infiltrati e provocatori nei cortei, ricevendo le critiche (e lo sberleffo) di tanti gruppi italiani (simpatizzanti chi per il Koe, chi per il Synaspismos che invece quegli scontri appoggiavano) ed addirittura dalle colonne di Liberazione e del Manifesto.

A distanza di tempo, le ragioni di chi condannava la violenze e le provocazioni sono evidenti ai più. Come si legge nel documento diffuso dal KKE: “La manifestazione organizzata dal Pame, che è stata di massa e protetta dal servizio d’ordine, ha dato una risposta vibrante all’azione provocatoria organizzata da alcuni gruppi ed alcune dinamiche che hanno il solo fine di disorientare la gente per far perdere consenso alla mobilitazione di massa, calunniare il KKE, ridimensionare il ciclo di lotte ed intimidire i lavoratori. Nel suo discorso al parlamento, subito dopo l'annuncio della morte di tre persone, Aleka Papariga, segretaria nazionale del KKE, ha fatto la seguente dichiarazione: «Le persone che lavorano , che vivono oggi un attacco senza precedenti, il peggiore dal 1974, sono in grado di distinguere quella che è una sistematica lotta politica in difesa dei loro diritti e delle loro rivendicazioni, una lotta che può assumere molte forme a seconda delle condizioni in ogni momento. I lavoratori distinguono con chiarezza tutto questo da ogni piano volto a mettere in affanno le loro lotte, da ogni azione provocatoria che causa vittime innocenti ed aiuta tutti coloro che vogliono creare una situazione tale per cui tutte le lotte vangano screditate». Ed inoltre Aleka Papariga ha puntato l’indice contro il Laos (partito nazionalista di estrema destra) e le formazioni di estrema destra infiltrate nelle manifestazioni per creare disordini e scontri. «Non so se questo gruppo extraparlamentare – ha detto ancora la Papariga - ha legami di sangue, permanenti o occasionali con il signor Karatzaferis (il leader del LAOS –ndt-) ma è del tutto evidente che il signor Karatzaferis sta svolgendo un ruolo di attivo provocatore con l’obiettivo di scatenare una repressione nei confronti del popolo». Colpisce quindi il fatto che una parte della sinistra italiana (che magari propugna la non-violenza a popoli che vivono sotto occupazione militare straniera) giustifichi atti di guerriglia urbana e disordini, questa è almeno la sensazione che registriamo.

Lo sciopero del 5 maggio ha letteralmente bloccato il paese. “Fabbriche, cantieri e magazzini, porti ed aeroporti, università e scuole sono state paralizzate. Già dalle prime ore del mattino migliaia di lavoratori e di giovani hanno piantonato l’ingresso del proprio posto di lavoro per difendere il diritto allo sciopero, contro le intimidazioni dei datori di lavoro. Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata dal Pame (il grande sindacato greco egemonizzato dai comunisti) in 68 città in tutta la Grecia. (…) Ad Atene, la manifestazione organizzata dal Pame si è conclusa in piazza Omonia, nel centro; lì Giorgos Perros, membro del segretariato esecutivo del Pame, ha tenuto il comizio finale. «Anche se dovessero passare queste misure – ha dichiarato Perros - noi non le legittimeremo mai, non potremmo mai obbedire a queste restrizioni. Giorno dopo giorno, mese dopo mese raccoglieremo tutte le nostre forze per bloccare l’attuazione di queste misure ed andremo avanti fino al loro totale rovesciamento». Il rappresentante del Pame ha concluso il suo intervento sottolineando: «noi, gli operai, i lavoratori autonomi, gli artigiani, i piccoli commercianti, gli agricoltori di piccole e medie imprese, i giovani, noi siamo la maggioranza del paese. Dobbiamo diventare più forti (…) e una volta che avremo costruito un fronte con tutta la nostra gente non saremo più soltanto forti, ma saremo invincibili, perché avremo dato corpo al nostro potere di stato; avremo creato lo strumento per progettare e produrre secondo le nostre esigenze, avremo creato il meccanismo per bloccare la minoranza di parassiti che saccheggiano le nostre ricchezze, e vivere così del nostro lavoro che ci basta per costruire la nostra vita, la vita dei nostri figli e quella delle future generazioni». Questa frase del sindacalista greco è molto importante perché, seppur molto diversa dal linguaggio politico e sindacale italiano, mette però in evidenza l’approccio rivoluzionario del Pame lì dove insiste nel lavoro di accumulazione di forze per un cambiamento della società e dei rapporti di produzione e di proprietà. Un esempio questo di come il KKE in questi anni abbia lavorato nella società, al fianco del popolo greco, con l’obiettivo della costruzione di un sindacato di classe, che non solo si oppone alla politica di rigore voluta dal governo o dall’Ue, ma che organizza migliaia di lavoratori dentro una prospettiva rivoluzionaria, di accumulazione di forze e di costruzione di una coscienza combattiva che lavora per cambiare i rapporti di forza del paese. Un sindacato quindi che al lavoro rivendicativo e di difesa degli interessi della classe operaia, coniuga la costruzione di una coscienza “altra”, che lavora –direbbe Gramsci - per la costruzione di un blocco storico.

Ma lo striscione dell’Acropoli parla a noi. I comunisti del KKE lanciano un messaggio all’esterno della loro nazione, fanno appello a tutti i popoli europei a sollevarsi in piedi e ribellarsi. Questo è lo spirito del loro ultimo congresso che, celebrato un anno fa, si è svolto all’insegna dello slogan del “contrattacco”: di fronte alle ingiustizie del capitalismo, dicono, è arrivato il momento di reagire. Non possiamo rimanere silenti. La crisi greca è l’epifenomeno della crisi più profonda di questo sistema, che si adopera per far pagar il prezzo al mondo del lavoro e tutelare il capitale. O la risposta e la lotta è complessiva, o la crisi travolgerà tutti.

Per queste ragioni la redazione de l’Ernesto on-line ha deciso di preparare il video in omaggio al popolo greco ed alla lotta del KKE, che trovate in home page. Perché quello striscione all’Acropoli scuote le coscienze di quanti non si arrendono e ci invita a sollevarci e lottare. Un suggerimento quanto mai opportuno per quanti, come i comunisti e la sinistra in Italia, vivono invece una fase di difficoltà, arretramento, sconfitta. Ma quello striscione sulla cima dell’Acropoli permette anche di mantenere alta la battaglia per la difesa dell’esistenza di un partito comunista e rivoluzionario in questa parte del mondo ed in questa fase storica. Un partito che non sia solo l’erede di un grande partito operaio del passato, di cui ne conserva il nome ed il simbolo, ma che nella nuova fase storica (così difficile per le forze rivoluzionarie ed antisistemiche in questa parte del mondo) continui ad accumulare forze e a lottare per il cambiamento dei rapporti di forza nella società. Ecco perché riteniamo che la questione comunista, in Italia, non sia chiusa, che le sconfitte elettorali non significhino la fine di tutto e che non ci sia una inevitabilità nell’esaurimento di una forza comunista nel nostro paese. L’esempio dei compagni greci ci parla anche di questo e ci dice di come il tema del socialismo e della lotta per il cambiamento sia più che mai attuale e necessaria l’organizzazione della classe operaia. Sta ora a noi lavorare conseguentemente ed accumulare forze, energie e capacità. Con la consapevolezza che non sarà semplice e che la strada è tutta in salita, ma anche con l’ambizione di uscire dal pantano nel quale ci troviamo e prendere in mano le redini del nostro destino. L’esempio greco, in questo, ci dice che non è tutto finito e che si può ripartire e tornare a vincere.


 

 maggio 2010 - Autoconvocazione, lotta, unità, per un movimento

 vero di lavoratori e lavoratrici contro la crisi

 


A circa un anno e mezzo dall’esplodere della crisi economica nel nostro Paese, il 26 aprile è ripresa la discussione in Parlamento sul ddl 1167 (cosiddetto “Collegato Lavoro” alla Finanziaria), approvato il 3marzo scorso e rinviato alle Camere da Napolitano per l’esistenza di sospetti dubbi di costituzionalità di alcuni articoli. Da una parte, questo provvedimento affossa lo Statuto dei Lavoratori e quindi riduce in modo ancor più drastico i diritti sindacali e politici dei lavoratori e delle lavoratrici, di fatto cancellando l’art. 18 e liberalizzando i licenziamenti. Dall’altra, il mondo delle aziende ringrazia per un provvedimento che renderà cassintegrati/e, disoccupati/e, precari/e molto più flessibili e - per dirla col ministro Sacconi - più disponibili ad accettare qualsiasi lavoro si presenti loro…
Come lavoratori e lavoratrici di azie
nde in crisi o a forte composizione precaria, pubbliche e private, abbiamo da subito collegato la nostra situazione con questi provvedimenti , intuendo la volontà di Confindustria e maggioranza parlamentare di renderci più mansueti e remissivi, più simili a un servo della gleba che a un lavoratore, pur sempre salariato, ma almeno con la coscienza dei suoi diritti.
Ebbene, i fatti che si sono avvicendati in questo mese e mezzo hanno purtroppo avvalorato le nostre intuizioni:
1. L’imprenditoria nostrana, sempre più arrogante e becera, ha tuonato dalle pagine dei principali quotidiani e nelle assisi pubbliche (non ultimo il convegno di Confindustria a Parma), sulla necessità di andare a colpire un serie di diritti acquisiti sia in materia politico-sindacale, sia economica. Incredibili le affermazioni del presidente di Assocontact – che riunisce tutti i padroni delle società di call center in outsourcing -, secondo il quale sarà difficile non solo garantire nuove stabilizzazioni, ma addirittura l sicurezza di quelle “vecchie”. La soluzione? Tagliamo le ore di permesso, i giorni di ferie, le pause 626, e introduciamo maggiore flessibilità (fonte “Sole 24 Ore”).
2. Il mondo politico istituzionale è evidentemente tutto schierato a favore di industriali e banchieri. Sacconi, non contento del ddl 1167, proprio durante il convegno di Parma, ha rilanciato, annunciando il “pensionamento” dello Statuto dei Lavoratori, che sarà sostituito da uno “Statuto dei Lavori” che servirà a “completare la liberazione dall’oppressione burocratica, da tutto quello che genera conflitto e dall’incompetenza che minaccia l’occupabilità”. Su questo tema potremmo consigliare al ministro di dimettersi, ma, a parte gli scherzi, non c’è solo il governo a minacciare la nostra capacità di resistere e di fa valere i nostri diritti. Il PD non può essere da meno e, attraverso il senatore Nerozzi (ex sindacalista CGIL), propone una legge per un “contratto unico di inserimento” per i neo-assunti, che prevedrebbe il congelamento dello Statuto dei Lavoratori per 3 anni. Come dire: non c’è da fidarsi proprio di nessuno…
3. CISL e UIL (insieme all’UGL) hanno firmato l’avviso comune che recepisce positivamente il “Collegato Lavoro”, ma non basta. Raffaele Bonanni, segretario CISL, rilancia su un accordo che riformi la rappresentanza sindacale (già al momento tutto, tranne che democratica), sulla scia di quanto previsto dall’accordo separato sulla riforma dei contratti, accordo firmato, guarda caso, sempre da CISL, UIL e all’UGL nel 2009. La maggioranza CGIL, per bocca di Epifani, invece di assumere una posizione dura e intransigente di opposizione, rilancia sulla “unità sindacale” (a scapito dei lavoratori), ossia si dice disponibile ad un altro “strappo” a destra per riconquistare quei tavoli concertativi dai quali era stata recentemente esclusa.
Insomma, crediamo che sia evidente, purtroppo, che l’attacco alle nostre possibilità di difesa, non si limiti solo all’art. 18, con l’arbitrato, ma sia di più ampio respiro, teso a metterci in ginocchio per molto, molto tempo, se non definitivamente.
Questa è la risposta dei nostri avversari alla crisi: cancellazione dei diritti politici e sindacali, ulteriore precarizzazione, ultra-sfruttamento per chi ha la “fortuna” di rimanere nel processo produttivo. Di fronte a questo, e di fronte al vuoto politico e sindacale – al di là di pochi sforzi generosi -, come Comitati e coordinamenti di lavoratori uniti contro la crisi, con una partecipata assemblea il 23 gennaio scorso, abbiamo lanciato una proposta:
costruire un movimento vero di lavoratori uniti contro la crisi che rimetta al centro la ripresa di una coscienza di classe capace di contrastare i licenziamenti, le speculazioni e le ristrutturazioni padronali, e che metta in discussione gli attuali rapporti di forza nella società, innanzitutto per FAR PAGARE DAVVERO LA CRISI AI PADRONI!
Per questo facciamo appello a tutti i lavoratori e le lavoratrici, i precari e le precarie, residenti e migranti, a chiunque sia attivo/a sindacalmente o politicamente e sia sensibile a questi temi, ad auto-organizzarsi e a collegarsi, indipendentemente da tessere sindacali o politiche, per cominciare a rendere concretamente visibile a chi ci governa, a chi ci sfrutta, a chi ci dovrebbe rappresentare e non lo fa, la nostra insofferenza per quello che ci si sta rovesciando contro, la nostra determinazione a resistere per difendere i nostri diritti e i nostri interessi, ad affermare che finché “profitto, ricavi, utili”, saranno le voci attorno alle quali dovranno girare la politica e l’economia di questo Paese, per chi lavora non ci sarà mai né giustizia, né sicurezza.

Rivendichiamo insieme:

• Il blocco dei licenziamenti
• La fine delle speculazioni, edilizie e finanziarie
• Lavorare meno e lavorare tutti.
• Meno profitti e più salario.
• NO alla Legge Treu, Legge Biagi (Maroni), Legge Turco-Napolitano, Legge Bossi-Fini, Riforma Gelmini, “Collegato Lavoro”: devono sparire dalla storia!


Assemblea dei Lavoratori Autoconvocati di Torino: Agile/Eutelia), Azimut, Bibliocoop, Comdata, Coop. sociali, E-Care, Fiat Mirafiori, Lear, Scuola, ThyssenKrupp, Omnia-Voicity

Coordinamento Lavoratori Uniti contro la crisi di Milano: Marcegaglia Buildtech - Maflow - OMNIA Service - Lares - Metalli Preziosi - Bitron; Alfa Romeo di Arese, Novaceta Magenta, Neopharmed SrL, lavoratori Poste;

Rete Lavoratori Autoconvocati di Roma: appalti Sirti, Eutelia, Alitalia, Telecom, Atesia, Pubblico Impiego, Ibm, Engineeering, Terzo settore, Precari della scuola, Grande distribuzione;

Coordinamento dei Lavoratori del Piceno: Manuli - Maflow - IKK - Cartiera Alstrom- PAL Italia - Bentel - Itac - Prisman - Deatec;

Comitato di Lotta per il Diritto al Lavoro di Livorno: Giolfo & Calcagno, Ipercoop, Continental, Ltm Porto, Telegate, Trw, Inps, Provincia di Livorno Sviluppo,

Coordinamento Lavoratori Contro la Crisi del Friuli- Venezia Giulia: Safilo Marignacco e Precenicco (Ud), Eaton Monfalcone (Go), S.B.E. Monfalcone (Go), Savio Pordenone, Eco Luwata San Vito (Pn), Danieli Buttrio (Ud), Precari scuola Trieste, Indotto Fincantieri Monfalcone (Go). (facebook 28 parile 2010)
 

Intervento al Cpn del Prc del 10-11 aprile 2010

di Fosco Giannini

La crisi che attraversa il mondo capitalistico, o per meglio dire il modo di produzione capitalistico, è così, seppur rozzamente, riassumibile: siamo di fronte al fallimento dell’autoregolamentazione del mercato, siamo cioè di fronte alla crisi dell’autonomia stessa del capitale.
In altri termini, in questa fase – che non si può prevedere breve – il capitalismo regge grazie soprattutto al fatto che i governi dei paesi ad alto sviluppo capitalistico – a cominciare dagli USA- sono espressione diretta della classe dominante, dei padroni, dei grandi gruppi capitalistici e finanziari.
Almeno quattro fenomeni – in grande sintesi – dimostrano tale assunto:

primo, gli aiuti dello Stato al settore bancario hanno superato, in questa crisi, i 14 mila miliardi di dollari, una cifra pari ad un quarto del PIL mondiale, una cifra mai registratasi nella storia dell’economia capitalistica;

secondo, a riprova della subordinazione di fase del capitale produttivo al suo oscuro gemello finanziario, l’immensa liquidità emessa dagli stati capitalistici non ha in nessun modo risolto o alleviato la crisi , come dimostrano i 52 milioni di disoccupati in più che, all’inizio del 2010, si registrano nel mondo capitalistico;

terzo, il prodotto interno lordo nell’area dell’Euro ha avuto un solo, timido, sussulto : uno 0,1% in più. Ma in Germania, locomotiva d’Europa, è stato dell’0% e in Italia è arretrato dello 0,2%;

quarto, il deficit pubblico medio dei principali paesi industrializzati è passato dal 2,2% del 2007 al 10,2% del 2010.

In sintesi, il mondo capitalistico punta oggi, pressoché ovunque, a superare la propria crisi subordinando completamente a sé le politiche statali e governative ( tendendo conseguentemente a servirsi senza scrupolo alcuno delle vecchie e nuove destre politiche e plasmando a propria immagine e somiglianza le sinistre “moderate”); costruendo scientificamente una disoccupazione e una precarizzazione di massa e – chiedendo, in Italia, aiuto alla Lega - un vasto esercito industriale di riserva, immigrato e indigeno; puntando ad un più alto plus-valore estratto dalla forza-lavoro rimasta in produzione; alla distruzione dello Stato sociale e al proseguimento consapevole di un ciclo di sovrapproduzione altrettanto consapevolmente non assorbibile da mancate politiche di rialzo salariale, come dimostra il fatto che alcune, piccole “ripresine” – come quella degli USA – non sono state determinate da un’espansione della domanda, come potrebbero testimoniare ( non “narrare”, poiché non se ne può più di questa “narrazione” e lascerei questa nobile pratica agli scrittori e non a tutti quei funzionari di Partito di stampo vendoliano che ormai “narrano” – azioni che non fanno - ad ogni piè sospinto ), come potrebbero testimoniare, dicevo, tanti magazzini aziendali del nord d’Italia.

Nel nostro Paese, come dimostrano i dati forniti dall’ISTAT e dalla Confindustria, la crisi del capitale si è abbattuta come un uragano:
- circa 20mila aziende già chiuse;
- oltre due milioni di disoccupati;
- 300 mila lavoratori licenziati ;
- 70% dei giovani già collocabili nel mercato del lavoro privi di occupazione;
- sottosalarizzazione di massa nell’area dell’occupazione;
- indebitamento delle famiglie in costante ascesa;
- l’area generale dell’occupazione segnata da un 30% di lavoro flessibilizzato con salari da 400 a 600 euro mensili;
- un salario complessivo pro-capite abbassato del 15% in virtù della distruzione dello stato sociale e il “ welfare familiare” – i nonni e i genitori che mantengono i nipoti e i figli - ormai all’estinzione.

In questa crisi sociale italiana dall’oscuro orizzonte non ha un’importanza fondamentale decodificare il dubbio dei padroni, indecisi se cambiare spalla al loro fucile, indecisi se volgersi più al PDL o alla Lega, o quanto dividere tra queste due forze il loro consenso: la questione fondamentale, il cuore delle cose, sul quale dobbiamo appassionarci e riflettere, è che all’attacco violento portato dal capitale contro il lavoro e alla democrazia e all’asservimento dello Stato e dei governi agli interessi del capitale, non vi è nessuna, nostra, risposta.

Il movimento comunista, la sinistra di classe e il sindacato confederale sono polverizzati o sotto schiaffo. E questa assenza dal conflitto, questa rinuncia ad esso è la base materiale delle nostre sconfitte, sino all’ ultima delle “regionali”.

In questo quadro generale segnato da una egemonia totale e capillare del capitale occorre stare attenti a non trasformare una – seppur giusta, necessaria e da perseguire – unità di lotta contro le destre in una forma diversa di subordinazione agli interessi del potere capitalistico e ai dogmi di Maastricht e di Lisbona, come avvenuto nel governo Prodi.

Non possiamo più cercare scorciatoie politicistiche, pena un’ulteriore involuzione del quadro sociale e politico; non possiamo più ammutolire il conflitto e l’opposizione in virtù di false ed impotenti politiche di alternanza, pena la complicità alla costruzione di un nuovo fascismo, pena la consunzione finale dei nostri, già residui, rapporti di massa.

La questione centrale è la rimessa in campo, la ricostruzione di una forza organizzata e presente sul piano nazionale, capace di sviluppare una lotta anticapitalista e antimperialista, di sostenere quel lungo, determinato, necessario conflitto sociale solo attraverso il quale potremmo spuntare le unghie ai padroni, cambiare i rapporti di forza sociali.
Prima di pensare al che fare, domani, con Vendola, è a questo che occorre pensare. E se non pensiamo a questo, al ritorno alla lotta, il pensare a Vendola rischierà di significare il subordinarsi a Vendola.

Occorrerebbe, per il ritorno al conflitto prolungato, un forte partito comunista, di quadri e di massa ( come dimostrano le lotte greche), un partito capace di guidare le lotte e di evocare e attrarre attorno a sé le altre forze della sinistra anticapitalistica e di movimento; un partito come lo era il PCI prima di Occhetto e come forse poteva divenirlo il nostro senza Bertinotti.

Per ora abbiamo la Federazione della Sinistra, una Federazione che –oggi – sarebbe da irresponsabili mettere in discussione per ambigui ed equivoci “orgogli” di partito, anzi di partitino ( ma diciamoci la verità: chi oggi mette in discussione la Federazione mette in verità in discussione il rapporto politico con il PdCI, mette in discussione la possibilità dell’unità dei comunisti, per una difesa acritica ed un rilancio di una Rifondazione essenzialmente bertinottiana!).

Al contrario, questa Federazione, che certo non è esente da critiche, che non permetteremo divenga – come qualcuno vorrebbe - un nuovo partito di sinistra, dobbiamo rafforzarla, portandola nelle piazze, davanti alle fabbriche e davanti alle scuole, nel tentativo di mettere finalmente in campo un soggetto di lotta, comunista e di sinistra anticapitalista.

Ma per rafforzarla, per farle poter svolgere il ruolo conflittuale necessario occorre svuotarla di ambiguità, superando innanzitutto la divisione dei comunisti interna ad essa; dobbiamo cioè dotarla di un perno comunista solido, in grado di saper indicare la strada delle battaglie più avanzate ( lotta contro le guerre imperialiste, contro le basi NATO, per un progetto di nazionalizzazione delle banche, per una politica fiscale che finalmente si sposti dal proletariato alle classi abbienti); che sappia mettere a fuoco il senso nobile ed utile alla “classe” della politica delle alleanze senza precipitare nel tunnel degli accordi a tutti i costi; dobbiamo far sì che i 46 mila iscritti al PRC e i 30 mila al PdCI si sentano un corpo unico e non – come accaduto in questa campagna elettorale per le regionali - due corpi divisi, in competizione e in lotta tra loro.

La divisione competitiva dei comunisti all’interno della Federazione ha prodotto – in questa campagna elettorale – disorganizzazione, afasia, mancanza di una guida centrale, di un disegno; ha prodotto inerzia e incapacità di iniziativa  sociale e politica.

Solo il superamento della divisione comunista potrà produrre una nuova passione, una nuova militanza, in grado di strutturare la Federazione, allargarla ad altre forze della sinistra di classe, ai movimenti, trasformandola in quel soggetto che oggi non è, che è lontano da essere: una forza concreta e organizzata per la  lotta di classe.
Al contrario, il permanere della divisione comunista ed il permanere di due diversi interessi comunisti partitici, porterà all’implosione della Federazione stessa e alla drammatica consumazione – con esiti politici, sociali e psicologici devastanti - dell’ennesimo tentativo fallito di rimettere in campo una forza di classe, tendenzialmente di massa.

Noi non pensiamo che la nefasta ed ormai insensata ( sono i padroni a riderne, con ogni probabilità anche la CIA) divisione dei comunisti e delle comuniste possa superarsi attraverso una pura sommatoria dei gruppi dirigenti: lo abbiamo sempre detto.

Pensiamo, invece, che ( intrecciandosi alla lotta sociale comune) all’interno della Federazione si debba avviare una vasta, aperta, libera ricerca politica e teorica in grado di superare le debolezze e gli equivoci culturali degli uni comunisti e degli altri. Che si debba avviare una ricerca in grado di riconsegnare al movimento comunista italiano un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe. Un profilo segnato essenzialmente dalla consapevolezza che il terreno privilegiato dell’organizzazione del consenso sia quello del conflitto sociale, dello scontro capitale/lavoro.

Per cogliere questo decisivo risultato occorre essere più modesti e – insieme – più ambiziosi. Occorre che il PRC ed il PdCI riconoscano le loro, attuali, fragilità culturali, i loro profondi errori e ricomincino, insieme, un nuovo percorso, cogliendo così quel senso comune dei comunisti e delle comuniste di base dell’uno e dell’altro partito che, a differenza di tanta parte dei gruppi dirigenti e a partire dalle loro condizioni di vita materiali e dalla loro coscienza politica scevra da bizantinismi, fanno prevalere l’interesse concreto dell’unità sull’ insensatezza della divisione, che fa bene solo ai padroni.

Occorre avviare un percorso volto alla ricostruzione di un partito comunista contemporaneo, incline alla lotta e al radicamento sociale ben più che alla “sistemazione” istituzionale ( che non deve essere vissuta come obiettivo finale della lotta, ma come rappresentazione e prolungamento, in ambiti istituzionali, del conflitto sociale). Volto a riconsegnare alla “classe” un punto di riferimento comunista certo e credibile, dotato di una forte pulsione unitaria, in grado di dare senso sociale e politico alle altre forze della sinistra anticapitalista e di movimento.

Il punto è che – sinora – a mettersi in discussione e a votarsi ad un superamento di sé per un progetto più grande è solo il PdCI, mentre la maggioranza del PRC – sulla base di una propria autoreferenzialità culturalmente superba ed essenzialmente immotivata – non fa altro che rilanciare se stesso, costruendo in tal modo – all’interno della Federazione – una “impasse” fortemente negativa per lo sviluppo stesso del soggetto unitario.

Senza il superamento della divisione dei comunisti, dunque, è largamente probabile che la Federazione non decolli come dovrebbe; senza un “cuore” comunista solido e dall’unico battito è anche molto probabile che la Federazione non possa farcela a radicarsi socialmente e irrobustirsi politicamente e ciò sarebbe la base materiale certa di un rischio : quella di un’interpretazione subalterna delle politica delle alleanze, che potrebbe sfociare o in una resa al PD o in una  genuflessione a Vendola.

Solo con una Federazione forte, segnata dal superamento della divisione interna tra i comunisti e capace di offrirsi alla “classe” come soggetto davvero unico, privo di paralizzanti fibrillazioni interne e capace dunque di lottare fuori di sé e non dentro di sé, si potranno ricostruire i legami sociali e costruire una propria autonomia, evitando di consegnarsi ad ogni attrazione fatale, a cominciare da quella di Vendola.

Ma a proposito del rifiuto del cambiamento e della mancanza dell’afflato unitario: il compagno Paolo Ferrero, nel suo libro appena uscito – ricco peraltro di importanti spunti analitici sulla fase e di indicazioni volte alla ricostruzione del conflitto - opera una censura ed una rimozione particolarmente pesanti e significative. Ferrero indica nel nostro coinvolgimento nel governo Prodi le basi della nostra crisi.
E naturalmente condividiamo tale assunto.

Ciò che non condividiamo è il fatto che Ferrero salvi invece tutta la fase bertinottiana precedente il governo Prodi; tutta la fase monarchica bertinottiana segnata ( come ebbe a dire lo stesso Ferrero) da una “ pars destruens” volta a polverizzare l’intera cultura politica comunista, senza – peraltro – offrire come contromisura nessuna “pars costruens”.

Ferrero non trova, non cerca, cioè, il nesso che ha legato la deriva governista di Bertinotti con la fase di distruzione culturale bertinottiana.Non trova e non cerca il nesso tra quella lunga fase e l’approdo bertinottiano : il comunismo come tendenza culturale e – al Congresso di Chianciano – il tentativo (capeggiato da Vendola, ricordiamolo tutti) di cancellare definitivamente l’autonomia comunista.

E diciamo questo non per spirito accademico, ma per chiedere a Ferrero, e ad altri e altre, che cosa vuol dire, oggi, “ riprendere il percorso della Rifondazione comunista”.

Vuol dire riassumere in toto – come par di capire – quella “marcia” politico-culturale bertinottiana che ha portato Bertinotti a definire il comunismo una tendenza culturale? Vuol dire brandire la memoria e la bandiera bertinottiana per respingere il progetto del superamento della diaspora comunista?

Ferrero ricorda nel suo libro l’affermazione di Althusser secondo la quale l’ideologia produce fatti materiali.
E’ vero: l’ideologismo bertinottiano ha prodotto il fatto tutto materiale della messa in crisi dell’autonomia – di prassi e di pensiero – comunista.

Noi pensiamo invece che per ricostruire un Partito Comunista più forte e sanare la vasta diaspora comunista occorra abbandonare ogni immotivata boria di parte e lanciare e sostenere un processo di ricerca politico-teorico profondo che – unito ad una prassi di lotta – sia in grado di unire le comuniste e i comunisti in un progetto rivoluzionario adatto ai tempi.

Non è facile, ma è tutto ciò che ci rimane.(wwww.lernesto.it 19 marzo 2010)

 

Presidio lavoratori Alato

Se la proposta del governo contro la crisi è l’attacco all’articolo 18 e l’introduzione dell’arbitrato, noi gridiamo ARBITRO VENDUTO! !


Con l’approvazione al Senato del disegno di legge 1167-B, il Governo consente al padronato italiano di compiere un salto di qualità nello smantellamento dei diritti dei lavoratori: attraverso l'istituzione dell'arbitrato al posto del ricorso alla magistratura smantella le tutele previste dall'art.18 dello Statuto dei Lavoratori introducendo una serie di rigide decadenze (previste anche per l’impugnazione dei licenziamenti) limita la possibilità dei lavoratori precari di far valere in giudizio l’illegittimità di contratti a termine, interinali (in somministrazione), e a progetto fasulli; e lo stesso vale nei casi di trasferimento di azienda e di appalti illegittimi.
Definisce per la prima volta un tetto massimo (fino a un anno di salario) al risarcimento che potrà essere ottenuto dal lavoratore nel caso in cui il contratto precario dovesse essere giudicato illegittimo, estendendo le nuove regole, una volta entrate in vigore, anche ai contratti in corso di esecuzione e perfino – quelle intema di risarcimento – alle cause già pendenti, col risultato che anche chi avesse ottenuto, dopo la sentenza di primo grado o di appello, un risarcimento superiore a un anno di stipendio sarà condannato a restituire la differenza. Napolitano ha rinviato alle Camere il testo di legge, ma l’unico modo per bloccare questa offensiva è attraverso il conflitto a tutto campo.
Se la proposta del governo contro la crisi è l’attacco all’articolo 18 e l’introduzione dell’arbitrato, noi gridiamo

ARBITRO VENDUTO! !
SABATO 17 APRILE 2010 - ORE 16.00 PRESIDIO DEI LAVORATORI
CONTRO CRISI E ATTACCO ALL’ARTICOLO 18
PIAZZA BENGASI - ang.lo Via Vigliani - Torino

A.L.A.TO.
Assemblea Lavoratori Autoconvocati Torino
Agile, Azimut, Biblicoop, Comdata, Coop. Sociali, E-Care, Fiat Mirafiori, Lear, Scuola, ThyssenKrupp, Voicit

 

Lotta contro le destre, unità a sinistra e autonomia comunista

 

di Fosco Giannini

Tra alcuni dirigenti nazionali del PRC (membri della Segreteria nazionale, compreso il Segretario, compagno Paolo Ferrero) si è aperta in questi giorni una discussione politica pubblica che affronta, seppur in una forma ancora iniziale, non certo esaustiva, una questione - per i comunisti, la sinistra anticapitalista e quella moderata - di fondamentale importanza tattica e strategica: quella dell’unità a sinistra. Anche se la discussione pare più dettata dalla percezione – dalla consapevolezza – delle difficoltà di fase della Federazione della Sinistra e dai riflessi che tali difficoltà potranno avere sul vicino esito elettorale delle “regionali”; anche se tale discussione, poiché aperta a pochi giorni dal voto, può assumere un carattere un po’ stravagante e produrre persino disorientamento su parte del nostro elettorato, tuttavia è chiaro che essa – al di là del momento scelto, forse sbagliato - assume un carattere oggettivamente pregnante, significativo.

Come i comunisti, dunque, dovrebbero affrontare – nella situazione italiana data – il tema dell’unità a sinistra?
Penso, attraverso la messa a fuoco di cinque grandi questioni, che tra loro si tengono dialetticamente:
1. quella relativa al governo Berlusconi, al suo sistema di potere e al grave pericolo antidemocratico in corso;
2. quella relativa alla conseguente e ormai drammatica questione sociale;
3. quella relativa al rapporto tra comunisti, sinistra antiliberista e sinistra moderata;
4. quella relativa alla natura politica dell’unità tra comunisti e sinistra antiliberista;
5. per ultima (ma non certo ultima) quella del rapporto tra esigenza dell’unità a sinistra e autonomia comunista (questione stranamente mancante negli interventi di tutti i dirigenti nazionali del PRC che hanno aperto la discussione).

1. Per ciò che riguarda il governo Berlusconi nessuno pare avere dubbi, a sinistra: quelle politiche governative che vanno, giorno dopo giorno, inasprendo la loro natura reazionaria, razzista ed antioperaia e il rilancio, da parte di Berlusconi, del presidenzialismo sia come autoritaria “soluzione finale”del berlusconismo che come tentativo di risoluzione politico-istituzionale delle stesse contraddizioni interne al PDL, chiedono la costruzione, in tempi politici, di un’alternativa (anche se sul senso di questa alternativa permangono differenze sostanziali tra Bersani, sinistra moderata, sinistra antiliberista e comunisti). Caso mai manca, a sinistra, un’analisi seria della crisi che attraversa il PDL e il sistema di potere berlusconiano: quali parti della borghesia italiana stanno abbandonando il Cavaliere? Come si vanno orientando, politicamente, il grande capitale italiano e i poteri forti, nel loro insieme? Cosa pensano e come agiscono gli USA rispetto al berlusconismo? Intendono sostenere questa destra italiana o preferiscono un’alternativa ad essa? E quale? E ancora: l’eventuale (non scontato) crollo della struttura di potere berlusconiana quale sbocco potrà avere, in mancanza di un progetto serio, che metta al centro gli interessi di massa e, dunque colmi, col “soggetto sociale di massa”, il vuoto lasciato dal potere berlusconiano? E’ verosimile che possa avere, come sbocco, un nuovo sistema di potere, un nuovo governo guidato dalla parte del capitale oggi ostile a Berlusconi, legato ancor più strettamente agli USA di Obama e comunque ancora di natura profondamente filo imperialista, pronto alle guerre americane, subordinato all’Unione europea di Maastricht e di Lisbona e, nell’essenza, di natura ancora antioperaia? Ciò è verosimile, senza escludere la possibilità che la caduta di questo berlusconismo ( segnato da contraddizioni interne delle quali quella di Fini è solo la più appariscente) possa aprire la strada ad ulteriori involuzioni politico-istituzionali.
Problemi di grande rilievo, che dobbiamo sviscerare, sia rispetto all’esigenza prioritaria di liberarsi dal regime reazionario e corrotto di Berlusconi, che rispetto all’esigenza altrettanto prioritaria di costruire un “cambio” che sia materialmente percepibile dalle masse, che non le riconsegni ad un sistema diverso solo nominalmente, dotato di una migliore facciata democratica ma che, sostanzialmente ( occupazione, salari, lotta alla precarietà, welfare, pace, disarmo) le ricollochi nello stesso quadro sociale di emarginazione e sfruttamento. Che non le spinga al “desencanto” finale.

2. La questione sociale è stata fotografata, se a sinistra ve ne fosse stato ancora bisogno, dagli ultimi dati ISTAT e dagli ultimi dati della stessa Confindustria, che parlano di due milioni di disoccupati, di 300 mila lavoratori espulsi, solo negli ultimi mesi, dalla produzione in relazione alla “crisi del capitale”, della vastissima disoccupazione giovanile, dai disagi sempre più gravi vissuti dalla stragrande maggioranza delle famiglie italiane e dalla miseria di massa. Una questione sociale non solo drammatica in sé, ma anche estremamente pericolosa sul piano politico e democratico poiché, in mancanza di un’alternativa reale, può sfociare in una “pulsione” reazionaria di massa.

3. Occorre partire da questi problemi - quale alternativa a Berlusconi e ricostruzione di un rapporto di fiducia dell’intera sinistra con il proprio blocco sociale di riferimento - per porre la questione del rapporto tra comunisti, sinistra antiliberista e sinistra moderata. Partire da qui e capire che nella fase data i comunisti e la sinistra antiliberista non sono obiettivamente in condizione di progettare e praticare un’alleanza di governo con il PD, che – come nel caso della scelta bertinottiana del governo Prodi – sarebbe subordinata sia all’attuale natura liberista di questo Partito che a rapporti di forza sociali e di classe completamente sfavorevoli al movimento operaio complessivo. E nel contempo capire che i comunisti e la sinistra antiliberista non possono astenersi, estraniarsi – pena un ulteriore logoramento dei loro rapporti sociali - da una battaglia condotta dall’intero fronte democratico e di sinistra contro Berlusconi.
Insomma: partecipi della coalizione democratica vasta sì (con le condizioni della risoluzione del conflitto di interessi e del ritorno alla legge elettorale proporzionale ), ma al governo no. Indipendenti, dunque, dal PD. Senza essere subordinati a quel massimalismo di ritorno che riappare in certa
“ sinistra comunista” quale segno ulteriore della crisi e della mancanza di strategia del movimento comunista italiano odierno.

4. Vi è poi la questione del rapporto tra comunisti e sinistra antiliberista, un rapporto che, potenzialmente, potrebbe prendere corpo nella Federazione di Sinistra attualmente in campo. Una Federazione giusta in sé ( ma, come si sa, le cose in sé non esistono) che se funzionasse potrebbe offrire un contributo sia alla ripresa del conflitto sociale che al rafforzamento di una pressione della sinistra di classe su quella moderata, oltreché aumentare la massa critica comunista. Tuttavia - come si è già visto in questa fase, in questa stessa campagna elettorale per le regionali - affinché la Federazione possa funzionare, possa stabilire un rapporto proficuo tra comunisti e sinistra antiliberista, occorrerebbe che al suo interno vi fosse un solo, coeso e più forte Partito Comunista e non (come oggi accade) due partiti (PRC e PdCI) che, sapendo di non vivere, per la contrarietà della maggioranza del PRC, un processo di unificazione, si muovono all’interno della Federazione come due soggetti completamente autonomi e persino in competizione, dalla diversa tattica, dalla diversa strategia, dalle diverse esigenze e dai diversi obiettivi, anche nel senso che ognuno dei due Partiti tende – “naturalmente” – ad accumulare proprie forze e ad eleggere i propri candidati, trasformando la Federazione in un terreno di lotta tra comunisti e non in un soggetto di lotta contro le destre, contro i padroni e contro le guerre. Con il risultato, tra l’altro, come si sta ampiamente constatando in questa campagna elettorale, che alla Federazione della Sinistra manca una vera, seria, autorevole regia politica; manca l’organizzazione e l’iniziativa sociale e politica; mancano passione e militanza. Col risultato che i due Partiti comunisti, invece di avvicinarsi, all’interno di questa Federazione, rischiano di allontanarsi ulteriormente, creando uno stato d’animo generale tra la base comunista tutta (PRC e PdCI) di scoramento volto all’abbandono e alla resa.
E’ anche a partire da ciò che appare a noi sempre più attuale la proposta di unità dei comunisti, il progetto di costruzione di un solo Partito Comunista (sulla base di una profonda riflessione politica e teorica volta a mettere a fuoco le carenze e gli errori dell’uno e dell’altro e a mettere in campo un’organizzazione capace di sostenere e sviluppare l’attuale conflitto di classe) in grado di offrirsi come cardine – unico - di un’unità d’azione con le altre forze della sinistra antiliberista e anticapitalista.

5. E qui siamo al punto dell’autonomia comunista, questione accuratamente evitata nei recenti interventi di tutti i compagni della Segreteria nazionale del PRC, Segretario nazionale compreso.
Poniamo la questione dell’autonomia comunista a partire da un dato purtroppo a tutti evidente: siamo, per la somma di un’infinità di errori e di veri e propri tradimenti verificatisi all’interno del movimento comunista italiano (i più grandi quelli di Occhetto e Bertinotti) quasi all’estinzione dell’esperienza comunista nel nostro Paese e senza un progetto chiaro e forte di rilancio di un Partito comunista di quadri con influenza di massa, l’estinzione sarebbe assicurata. In questo senso ribadiamo la necessità di unire le forze comuniste in una sola organizzazione, in un solo Partito e ribadiamo la necessità di unire quel Partito Comunista (che, intanto, cancellerebbe le frizioni e la produzione di paralisi politica oggi conseguenti alla presenza di due diversi partiti comunisti in competizione tra loro) con le forze della sinistra antiliberista in una unità d’azione, in una Federazione che non richieda cessioni di sovranità volte alla soppressione dell’autonomia comunista (come dell’autonomia degli altri soggetti federati). In una Federazione tra forze autonome che proprio in virtù della sua maggiore “elasticità” e capacità di sprigionare conflitto sociale e pressione sulla sinistra moderata possa essere in grado in grado di contribuire ad una vera alternativa alle destre ed essere utile alla classe, alla democrazia e – come si dice – alla “nostra gente”.

E’ attraverso questo progetto generale – ne siamo convinti – che possiamo più razionalmente affrontare la questione dell’unità a sinistra, non certo attraverso quelle scorciatoie tatticistiche, schiacciate solo sul contingente, senza visione strategica e dunque sbagliate, quali : fare la Die Linke italiana, fare un unico partito con Vendola, senza, tra l’altro, chiedersi che cosa è, in effetti, SEL, la formazione di Vendola. E’ da considerarsi davvero parte della sinistra antiliberista? E' davvero l'erede del movimento del 2001-2003 che si espresse - anche se in modo talora “romantico” - contro la globalizzazione capitalistica e contro la guerra imperialista? SEL, allo stato attuale, è ancora politicamente magmatica (il progetto era in crisi in autunno ed è stato rilanciato dalle primarie pugliesi di Vendola). In SEL ci sono ex socialisti, sinistra DS, sindacalisti, ma non ci sembra che aggreghi molto di ciò che fu il movimento noglobal in Italia. Cosa dice SEL delle questioni istituzionali? Esprime una, necessaria, contrarietà netta contro il presidenzialismo? E delle questioni internazionali? Come si pone verso l'America latina e le sue spinte di liberazione antimperialista? Che pensa del Venezuela di Chavez? E’ in sintonia almeno con Morales? O la spinta al superamento dell’autonomia comunista prodotta a Chianciano e base della scissione dal PRC allontana SEL anche dal campo antiliberista? Per ora verifichiamo che SEL vive del carisma di Vendola e della sua “santificazione” anche e soprattutto all’interno della sinistra moderata, come registriamo la condotta generale di SEL in questa campagna elettorale per le regionali, attraverso la quale ha espresso inequivocabilmente un orientamento moderato e governista, evocando chiaramente un ruolo da ala sinistra del PD ( con Vendola non restio – sembra di capire - a fare le primarie per proporsi come leader del centro sinistra e capo dell’eventuale governo moderato). Detto ciò, è davvero difficile pensare - occorre, anzi, battersi contro tale disegno- ad una formazione partitica tra comunisti e SEL ( mentre, chiaramente, altra cosa è un rapporto politico ed elettorale con i “ vendoliani”, come accaduto, ad esempio, per le elezioni regionali nelle Marche: ma qui siamo nella razionalità - e nella tradizione storica comunista – della, vasta e duttile, politica delle alleanze). Come, certamente, sarebbe impossibile assimilare un’eventuale forza partitica tra comunisti e SEL alla Die Linke e ciò in virtù delle notevoli differenze di natura politica, culturale, ideologica e storica tra la reale e presente esperienza tedesca e l’ipotesi italiana, compresa la più netta inclinazione all’opposizione della Die Linke rispetto alla vocazione istituzionalista “vendoliana”.
La proposta di costituire un partito di sinistra italiano a partire dall’ evocazione della Linke, dunque, altro non appare, nell’essenza, che una – seppur apparentemente diversa - riproposizione di disegni, già visti, volti al superamento definitivo dell’esperienza comunista italiana. In verità, altro non sarebbe che una ricongiunzione ( poiché il PdCI appare decisamente contrario all’ipotesi di un partito con Vendola) tra l’attuale PRC e il pezzo, pesante, del PRC che si è scisso a Chianciano: un’unità che ricomporrebbe una formazione politica di stampo ambiguamente post-bertinottiano, con, molto prevedibilmente, una nuova maggioranza non più comunista che si costituirebbe proprio in virtù del compromesso unitario con i “vendoliani” di ritorno: comunque - nella situazione data e concreta - un nuovo pasticcio impraticabile, dalla base tellurica e destinato, dunque, all’implosione. Un disegno, tra l’altro, che certo non aiuterebbe una vera accumulazione di forze anticapitalistiche in Italia; non aiuterebbe un progetto di unità d’azione – anche federata- tra comunisti e sinistra antiliberista, in grado di riorganizzare il conflitto sociale, di spingere positivamente sulla stessa sinistra moderata partecipando così, senza insani sogni governativi né ulteriori e finali liquidazioni dell’autonomia comunista, alla lotta contro le destre, al “cambiamento”. )marzo 2010)


 

 

Nasce A.L.A.T.O  Assemblea lavoratori autoconvocati Torino

 



 

27 febbraio: nasce A.L.A.TO, coordinamento di lavoratori in lotta

In una cornice calorosa ed appassionata, con circa 120 persone, presso il Centro Principessa Isabella di via Verolengo (a Torino), ha avuto luogo oggi sabato 27 febbraio, l’incontro tra i lavoratori in lotta contro la crisi e la speculazione finanziaria.
Lavoratori di una ventina di aziende (tra le quali Ex Eutelia, Phonemedia, Omnia/Voicity, Comdata, ex Thyssenkrupp, Fiat Mirafiori, Lear,  Azimut, Cooperative sociali, Pubblica amministrazione, Scuola, ecc.), hanno reso appassionante questo incontro, autentica “fucina” di democrazia diretta e partecipata.
L’incontro nasce dalla comune esigenza di contrastare aziende che, a causa o con la scusa della crisi, stanno cercando di ridimensionare la forza lavoro, in molti casi speculando sulla difficoltà generale ed addossando alla collettività i propri problemi di gestione attraverso l’uso sconsiderato degli ammortizzatori sociali.

Numerosi e interessanti gli interventi. Luciano Pilone, (Agile Ex Eutelia) racconta l’esperienza di “un gruppo di colletti bianchi, impiegati tecnici, finiti nella fauci di professionisti del fallimento, che vogliono demolire un’ azienda sana allo scopo di impossessarsi di migliaia di chilometri di rete di fibra ottica, senza gli oneri di 2000 stipendi”.

Cherif, immigrato del CSOA "Gabrio", ha spiegato il senso e la storia della giornata del 1° marzo contro razzismo e sfruttamento, mettendo enfasi sulla lotta contro il "Pacchetto Sicurezza", all'interno del quale una delle norme più odiose è quella che stbilisce l'equzione permesso di soggiorno = posto di lavoro.
Ciro Argentino, ex Thyssenkrupp, sottolinea “l’importanza di usare gli strumenti sindacali e politici a favore delle esigenze delle persone, delle lotte dei lavoratori”, augurandosi che”la sollevazione di lavoratori stranieri sia di esempio e di sprone per gli italiani”.

Luca Gabriele (Collettivo Lavoratori Comdata di Torino) ribadisce “la lotta alla speculazione finanziaria delle aziende, per obbligarle a reivestire i guadagni che comunque ci sono e sono cospicui, per creare altri posti di lavoro e qualità della vita.

Ivano (Voicity di Torino) e Salvatore (Phonemedia di Trino Vercellese) hanno raccontato l'incredibile, speculare ed intrecciata storia delle loro aziende, paradigma di un capitalismo speculativo e delinquenziale che proprio in un settore non toccato dalla crisi, vampirizza salari e tfr dei lavoratori per acquistare (e chiudere) a loro volta altre aziende.

Adriano (Lear di Grugliasco), ha auspicato che il dibattito e l'iniziativa unitaria che questa assemblea ha aperto venga esteso in tutte le organizzazioni sindacali di cui facciamo parte, superando quel settarismo sterile che disorienta i lavoratori.

Veronica (Sportello il-legale di Torino), ha acceso un riflettore sulla lotta legata a reddito e servizi, in particolare sul diritto alla casa per tutti/e, dando appuntamento ad un'assemblea contro sfratti e sgomberi che si terrà a Torino il 3 marzo.

Alexandro (Educatore professionale), ha portato il suo saluto e quello del neonato comitato che raccoglie lavoratori e lavoratrici delle cooperative sociali, anche loro in lotta contro svendite e tagli del servizio (e dei posti di lavoro) da parte degli Enti Locali.


Altri interventi, come Massimiliano (Azimut Yachts di Avigliana), Piera (Omnia Milano) e molti altri (tra cui Alexandro delle cooperative sociali e Francesco, precario della scuola), hanno tracciato un quadro sempre più chiaro della situazione. 

Un caloroso e fraterno saluto ci è arrivato infine da Massimiliano (Marcegaglia Buildings) della delegazione del Coordinamento Lavoratori Uniti contro la Crisi di Milano, protagonisti di un percorso già avviato e che ha prodotto, insieme al Coordinamento del Piceno, la bella assemblea nzionle del 23 gennaio scorso a Roma.


I lavoratori hanno deciso di costituire un coordinamento stabile, denominato A.
L.A.TO (Assemblea Lavoratori Autorconvocati Torinesi), il cui prossimo incontro
avrà luogo martedì 9 marzo alle ore 18.30 in via Trivero 16.
Alleghiamo il documento finale approvato dalla riunione, piattaforma comune di idee e di azione.

 

La riunione territoriale delle aziende in crisi riunita oggi, individua nei seguenti obiettivi un percorso da perseguire nell’affermazione dei diritti e degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, ed in particolare rivendica:

  • Il blocco dei licenziamenti e l’opposizione alla chiusura delle sedi produttive
  • No alla precarizzazione del mondo del lavoro e per la cancellazione delle leggi che lo hanno permesso
  • Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
  • No alle delocalizzazioni e contro la concorrenza nazionale ed internazionale fra lavoratrici e lavoratori
  • Per l’estensione degli strumenti di integrazione al reddito come il sostegno per le spese scolastiche dei figli, il blocco degli sfratti, la sospensione del pagamento degli affitti e delle bollette di acqua, luce e gas per chi perde il lavoro
  • Lotta alla speculazione finanziaria delle aziende
  • Adesione alla piattaforma della manifestazione del 1 Marzo contro razzismo e sfruttamento

 

Per supportare questo percorso i presenti ritengono necessario superare le differenze relative alle diverse appartenenze sindacali, pur ritenendo questo strumento indispensabile. Sarà necessario quindi portare il livello di questa discussione all’interno delle proprie sigle di appartenenza.

Come primo appuntamento la giornata del 1° Marzo diventa un momento dove stringere, non solo idealmente, un’alleanza con le lavoratrici ed i lavoratori immigrati. Essi rappresentano l’anello debole, anello grazie al quale le aziende si garantiscono lauti profitti restituendo sfruttamento e salari da fame.

Per questo è indispensabile metterci in collegamento. Un collegamento che assuma caratteristiche stabili, capace cioè, di rivendicare una piattaforma unitaria che difenda gli interessi della classe lavoratrice al di là delle appartenenze sindacali.

L’assemblea propone quindi di individuare un appuntamento a breve per dare maggiore visibilità alla discussione che si è svolta in questa giornata.

Il 12 Marzo, giorno in cui la CGIL chiama allo sciopero per l’alleggerimento della pressione fiscale sulle buste paga delle lavoratrici ed i lavoratori, potrebbe essere una proficua occasione per portare le rivendicazioni emerse dall’incontro di oggi.

Al fine di preparare questo appuntamento i presenti decidono di rivedersi martedì 9 Marzo alle ore 18.30 presso il circolo “il Progresso” di via Trivero 16 a Torino, per organizzare una nostra presenza alla manifestazione indetta per lo sciopero della CGIL del 12 Marzo.

 

A.L.A.TO (Assemblea Lavoratori Autoconvocati Torino)

 

Torino, 27 Febbraio 2010

 

nocrisi.torino@gmail.com   indirizzo di contatto
 

 

I comunisti in Europa si uniscono

 

Prendiamo esempio da loro:

I COMUNISTI IN EUROPA SI UNISCONO

EDITORIALE di Aurora
periodico di informazione e cultura degli emigrati per l'unita' comunista

di Massimo Recchioni (CZ) e Mario Gabrielli Cossellu (B) per le federazioni in Europa del PdCI e del PRC/SE

Ancora un paio di buone notizie sul fronte dell’unità dei comunisti, quantomeno per quelli che vivono nei Paesi europei. La prima riguarda l’intenzione di procedere, entro l’estate, ad un congresso federale di creazione della “Federazione Comunista Europea” tra le compagne e i compagni oggi membri delle strutture federali del PdCI e del PRC/SE in Europa e con “chi ci vuole stare”, anche se non iscritto ad uno dei due partiti ma condividendone i principi e gli obiettivi. Si sta formando una segreteria unitaria provvisoria che ha il compito di preparare tutti gli aspetti politici ed organizzativi (questi di gran lunga i più difficili) di questa e altre importanti tappe sulla via dell’unità, con la partecipazione più ampia possibile di tutti, dalla base. Le modalità e le date di queste iniziative saranno comunicate prima possibile nei prossimi numeri di AURORA. L’altro passo in avanti è la messa in opera di strumenti di informazione e comunicazione tra le compagne e i compagni della costituenda Federazione Comunista Europea e tra i membri del gruppo dirigente, oggi provvisorio, prima dell’estate eletto dal congresso unitario. Su tale questione, a pagina 2 le compagne e i compagni troveranno un’ampia descrizione di quanto predisposto dal gruppo di lavoro unitario sulla comunicazione per facilitare le attività di questa Federazione; enorme da un punto di vista territoriale (almeno 14 paesi europei) e che solo grazie alle nuove tecnologie dell’informatica e della telematica può discutere e organizzarsi unitariamente scrivendosi e parlandosi con frequenza quotidiana, aiutandoci anche ad una comunicazione che viaggia su tre fusi orari.
Basti pensare ad esempio che chi vive in Portogallo o nel Regno Unito, ha un fuso orario di due ore diverso con i compagni e le compagne che vivono in Grecia; e tutti gli altri in mezzo... Va poi sottolineato l’ulteriore miglioramento di AURORA con l’inserzione di un Blog interattivo, per discutere direttamente in Rete gli articoli, così come l’apertura di un sito web unitario con sezioni “nazionali”, etc. Tutte informazioni che si trovano a pagina 2 e che dimostrano quanto il lavoro unitario non lo facciamo a parole ma nei fatti e che, anzi, l’unifi cazione procede spedita.
Abbiamo poi in programma di fare uscire, la settimana successiva all’uscita di questo numero di AURORA, uno speciale sulle elezioni regionali e provinciali in Italia che si svolgeranno il 23 marzo.

http://aurorainrete.org/   25 febbraio 2010

 

 

Lettera  aperta

 

 

Comuniste e comunisti cominciamo da noi 2

 

 

 

 

Ci rivolgiamo a tutte le compagne ed i compagni comunisti ovunque collocati: nel PRC e nel PdCI; a tutto l’arcipelago comunista e anticapitalista; alla vasta diaspora dei “senza tessera” che ieri come oggi resistono all’attacco dei padroni sui posti di lavoro, sui tetti, nelle piazze, nelle occupazioni per il diritto al lavoro; nelle scuole e nelle università per l’accesso al sapere; nei territori dove si pratica il conflitto sociale per la difesa dell’ambiente. Attorno a questo patrimonio potenziale riteniamo necessaria e non più rimandabile una ricucitura unitaria di tutte le esperienze oggi in campo.

 

L’appello “Comuniste e comunisti cominciamo da noi”, che aveva dato vita all’esperienza di Comunisti Uniti, era stato pubblicato sui principali quotidiani nazionali il 17 aprile 2008, all’indomani della sconfitta elettorale dell’Arcobaleno, che per la prima volta aveva cancellato la presenza dei comunisti nel parlamento italiano. Per tutti noi non si trattava di una semplice flessione di consenso delle forze comuniste ma di una profonda lacerazione con quel piccolo blocco sociale che si era faticosamente coagulato in quasi 20 anni. Di tutto questo l’appello prendeva consapevolezza, cercando di riaprire una stagione di ricomposizione organizzativa dei comunisti e di riconquista del loro ruolo autonomo nel conflitto di classe, indicando la strada verso un Partito degno di questo nome. Non a caso raccolse in poco tempo migliaia di firme e fece discutere nel variegato popolo della sinistra, fin dentro i congressi dei due partiti e anche oltre.

Decisivo era stato il bilancio dell’esperienza fallimentare del governo di centrosinistra, che aveva  tradito tutte le aspettative popolari. Così come era stata evidente l’incapacità e impossibilità della galassia delle altre organizzazioni comuniste di costruire una strada alternativa credibile e riconoscibile a livello di massa. Sin d’allora ci siamo resi conto che assistevamo all’irrazionale frantumazione delle forze comuniste, divise in due fragili partiti e in una vasta costellazione di organizzazioni e gruppi. Il tentativo di mettere in campo una lista comunista unitaria e alternativa al bipolarismo e al PD alle elezioni europee è stato però deludente: si è cercato semplicemente di conservare una presenza istituzionale, costruendo una lista con basi politiche troppo contraddittorie e con troppi elementi di continuità con il bertinottismo. Tutto ciò  ha impedito di invertire quella deriva ideologica e materiale – pensiamo al venir meno della democrazia interna, alla questione morale e ai processi di cooptazione sistematica dei gruppi dirigenti, alla separatezza istituzionale – che è una parte rilevante del problema che abbiamo davanti.

Di fronte all’acuirsi della grave crisi economica in atto, la vecchia e nuova classe lavoratrice ha chiesto risposte concrete che non sono mai arrivate ed è perciò precipitata in un grave senso di smarrimento, rifugiandosi nell’astensione, nell’antipolitica o disperdendo il proprio voto. Perché è avvenuto tutto questo? Riteniamo che la rappresentanza coerente delle classi subalterne e del loro punto di vista nel conflitto politico-sociale sia oggi in contraddizione con l’assunzione di responsabilità di governo da parte dei comunisti o con alleanze strutturalmente subordinate alle forze moderate. Per resistere, riconquistare credibilità e accrescere le nostre forze, perciò, è necessario uscire dalla logica del “meno peggio” e fornire un’alternativa politica praticabile.

Al di là delle dichiarazioni di intenti iniziali, la Federazione della Sinistra non sembra poter rispondere a queste esigenze. La poiché elude la questione dell’unità dei comunisti e si presenta come un soggetto politico moderato genericamente “di sinistra”, che ricorda nel suo statuto l’Arcobaleno e “apre” non per caso a Sinistra e Libertà, come se i congressi del 2008 non ci fossero stati. Ancora una volta, la Federazione pensa se stessa come la gamba sinistra delle alleanze del PD, in un quadro che si è nel frattempo spostato ancora più a destra e con l’Udc a svolgere il ruolo dell’ex-Margherita.

 

Ci rivolgiamo anche oggi a tutte le comuniste e i comunisti ovunque collocati e agli attivisti dei movimenti di lotta perché riteniamo che le ragioni di quelle compagne e di quei compagni che si sono spesi con energia nel progetto Comunisti Uniti siano ancora attuali. Per evitare la ripetizione degli errori del passato è necessario però reagire in fretta e sollecitare autonomamente un processo di ricostruzione. Di fronte all’attacco reazionario che stiamo vivendo in questa crisi del capitalismo abbiamo bisogno di rilanciare al più presto il ruolo dei comunisti come cuore dell’opposizione di classe alle ristrutturazioni padronali e alle politiche antipopolari e antidemocratiche del governo di centrodestra oggi e di qualsiasi governo le sostenga domani.

Non cerchiamo scorciatoie organizzativistiche e rifiutiamo la contrapposizione “tutti fuori” o “tutti dentro” il PRC e il PdCI.

Crediamo però che sia urgente costruire un cambiamento di rotta, a partire dall’apertura di sedi di dibattito e di iniziativa e dai loro meccanismi di funzionamento. Non chiediamo perciò a nessuno di uscire da questi partiti o da altre organizzazioni, coordinamenti o federazioni ma ci rivolgiamo a tutti i comunisti e alle comuniste per costruire insieme un collegamento dal basso sui territori, prendendo consapevolezza che quanto oggi esiste non è sufficiente per rilanciare il nostro ruolo e per ricostruire un’organizzazione unitaria ed efficace. Servono intenti comuni e piattaforme condivise da cui ripartire e su cui organizzarci: di fronte alla crisi, abbiamo bisogno di costruire una strada per un’alternativa di sistema e non di mero “governo” delle cose presenti. Per questo compito immane non serve allora un ennesimo partitino ma è necessario andare tutti insieme verso la ricostruzione di un solo Partito, che sia Comunista, radicato nella società ed efficace nella lotta politica.

 

Coscienti delle difficoltà di questa fase ci rivolgiamo in primo luogo ai quadri e ai militanti più consapevoli. Questi, forti della propria esperienza, possono iniziare a costruire nei propri territori un lavoro che raccolga sin d’ora in un progetto locale le energie disperse dell’arcipelago comunista dentro e fuori PRC e PdCI. Dei coordinamenti e gruppi di lavoro che, organizzandosi e articolandosi sul piano nazionale, potranno rappresentare un bacino di partenza che sostenga il progetto strategico dell’unità dei comunisti. Dobbiamo favorire insieme le condizioni di una resistenza di massa alla crisi che i padroni vogliono far pagare ai lavoratori salariati e alle fasce popolari.

Dobbiamo essere presenti nelle contraddizioni di un meccanismo sociale e politico che è diventato strutturalmente incapace di redistribuire lavoro e reddito. Un meccanismo che espelle forza-lavoro e deteriora ulteriormente le già gravi condizioni di sfruttamento di quella occupata. Che produce costantemente nuove sacche di esclusione e discriminazione all’interno degli Stati nazionali (la questione del lavoro precario, quella del lavoro immigrato e di una guerra tra poveri che rischia di diventare guerra razziale, la nuova questione meridionale come questione nazionale, il secessionismo…) così come tra gli Stati e tra le grandi aree geopolitiche del globo. Che aumenta le politiche guerrafondaie e le spese militari. La rappresentazione dei bisogni sociali e culturali delle classi sfruttate, senza alcuna distinzione di sesso e di nazionalità, dovrà essere al centro di una strategia e di un programma minimo condiviso basato su una piattaforma anticapitalista (per la difesa del salario e dei posti di lavoro, contro la precarietà e per la democrazia sindacale) e antimperialista (contro le basi militari e le guerre imperialiste, per il ritiro delle truppe, a fianco della resistenza dei popoli oppressi e dei Paesi che resistono all’egemonismo americano). Un rinnovato progetto rivoluzionario per mettere insieme le nostre forze ed affrontare insieme un nuovo ciclo di resistenza, che ridia voce e motivazioni a chi è oppresso dalle difficoltà economiche e dal capitalismo.

Per costruire una concreta opposizione politica alla crisi del capitalismo, riteniamo, serve una linea fortemente alternativa a quella sino a questo momento praticata: una linea che rompa la subalternità strutturale nei confronti della sinistra moderata e che si liberi di quel politicismo che si è dimostrato incapace sia di rappresentare l’esigenza di liberazione dallo sfruttamento, sia di ottenere risultati concreti.

 

Con questa nostra lettera intendiamo perciò rilanciare il progetto dei Comunisti Uniti per dotarci di uno strumento efficace nella lotta di classe e per il superamento della frammentazione. Costruiremo i Comunisti Uniti come un luogo di dibattito e di iniziativa politica condivisa, una Casa Comune che abbia una sua autonomia di analisi e di proposta e sia capace di parlare a tutti i comunisti e alle comuniste indipendentemente dalla loro collocazione. Come un movimento trasversale, i Comunisti Uniti comprenderanno allo stesso titolo compagni del PRC, del PdCI, delle altre organizzazioni e quelli privi di appartenenza, sforzandosi di unire tutti quei compagni che, anche da prospettive diverse, si riconoscano in alcune semplici priorità:

 

1) la necessità di attivare un percorso di ricostruzione che unisca le forze dei comunisti in Italia;

2) la consapevolezza che l’unità comunista è indispensabile ma non è nulla se non si coniuga con una rigorosa autonomia culturale e politica, autonomia che in questa fase significa priorità del conflitto politico-sociale, della sua coerente organizzazione e rappresentanza per l’opposizione allo stato di cose presente;

3) la volontà di non circoscrivere questo processo ai soli partiti organizzati ma di innescare una partecipazione più ampia che riconosca a tutti i singoli compagni pari dignità.

 

Gli spazi politici istituzionali in senso stretto sembrano oggi schiacciati dal sistema bipolare/bipartitico, sostenuto tanto dal PDL che dal PD, e non possono essere riconquistati con escamotage organizzativistici o elettoralistici. Occorre ricostruire anzitutto una credibilità e un ruolo dei comunisti là dove ci sono ancora ampi spazi di azione politica, sia sul piano sociale e politico-sindacale (ricostruzione di una forza sindacale di classe e non concertativa, ricucitura delle molteplici esperienze di lotta oggi in campo sui territori, precariato e migranti, etc.) che su quello culturale (dove si tratta di coniugare l’eredità critica dell’esperienza del comunismo internazionale del Novecento con una comprensione delle trasformazioni della società e un aggiornamento degli strumenti concettuali del marxismo). Vogliamo incontrarci con chiunque condivida i punti chiave della nostra impostazione e li voglia praticare in maniera critica e autonoma, dentro i partiti e fuori di essi, nelle rappresentanze sindacali, nei luoghi di studio e di lavoro, in quelle associazioni politico-culturali delle quali riconosciamo un ruolo nella ricostruzione di una teoria all’altezza dei tempi e delle quali rispetteremo l’indipendenza.

A prescindere da dove siamo collocati, occorre mettere al centro del nostro dibattito e di una nostra azione coerente la questione del partito, quella delle alleanze e quella della linea sindacale.

 

COMUNISTE E COMUNISTI UNIAMOCI!

 

Per adesioni: unitacomunistipiemonte@gmail.com

 

Primi firmatari:

Ciro ARGENTINO ex-operaio ThyssenKrupp e segr.ria prov. PdCI Torino; Gualtiero ALUNNI CPN-Resp. Naz. Trasporti PRC; Andrea FIORETTI assemblea lavoratori autoconvocati Roma; Stefano AZZARA’ docente filosofia Università Urbino; Mao CALLIANO direz. naz. e segr. prov.le PdCI Torino; Alessandro PERRONE cassintegrato Fiom Eaton Monfalcone; Daniela CORTESE Segretaria Circolo Tlc e informatica PRC Roma; Margherita HACK astronoma; Sergio RICALDONE partigiano consiglio mondiale per la pace; Antonio BERTUCCELLI Segretario Prov. PdCI Messina; Antonello TIDDIA RSU Carbosulcis; Pio DE ANGELIS Presidente CPR PRC Friuli-VG; Renato CAPUTO docente storia e filosofia Roma; Marco DE LEO CPR PRC Lazio; Sergio MANES editore La Città del Sole; Roberto CALLIANO Comit. Centr. e resp. Organizz. PdCI Torino; Mariano MASSARO delegato reg.le OrSA Sicilia; Mario MADDALONI RSU Napoletana Gas; Alberto PANTALONI Com.to comunista “T. Noce” Torino; Rolando GIAI-LEVRA Direttore “Gramsci oggi”; Marco VERUGGIO direz. naz. PRC portav. Controcorrente; Federico MARTINO docente Diritto Università Messina; Germano MERLIN comit. fed.le PdCI Milano; Francesco FUMAROLA Flmu-Cub Atesia Roma; Vittorio GIOIELLO Centro ricerca Fenomenologia e società; Maria Vittoria MOLINARI Segretaria Circ. Vill. Breda PRC Roma; Riccardo DE ANGELIS RSU Telecomitalia Roma; Giovanna BASTONE Comunisti-Sinistra Popolare Rho; Marcello LUCA Segretario Circ. Ferrovieri PRC Roma; Federico GIUSTI RSU Comune di Pisa; Seby MIDOLO Segretario Circ. PRC Siracusa; Salvatore INGHES Flmu-Cub Skf Airasca Torino; Tiziano TUSSI Comitato nazionale ANPI; Adele Monica PATRIARCHI docente storia e filosofia Roma; Massimo MURGO RSU Marcegaglia Sesto S. G.; Fabio FROSINI docente storia della filosofia Università Urbino; Nicola IOZZO
coord.re PdCI Vibo Valentia; Maurizio BUDA RSU Iveco Torino; Walter CECCOTTI Giovani Comunisti Roma; Cristina CARPINELLI Centro studi problemi transizione socialista; Orestis FLOROS medico CIE; Alberto BASSO ex Com. Centrale PdCI; Luigi CASALI Coord.re Reg.le RdB-Cub Piemonte; Antonio PISA Segretario Circ. PRC S.Cesareo; Luigi DOLCE RSU Itca Torino; Saro TRAINA Segretario PdCI Limbiate-Varedo–Vicesegretario ANPI Brianza; Katia SILVESTRINI Segretaria PRC Fabriano; Marino SEVERINI musicista dei “Gang”; Manola MAURINO RSU ASL1 Torino; Ivano PAVANI Segretario Circ. Tlc PRC Firenze; Filippo SUTERA NOPONTE Messina; Fawzi ISMAIL ass.ne amicizia Sardegna-Palestina; Fabio LIBRETTI RSU gruppo Form direttivo FIOM Milano; Danilo RUGGIERI Coll. Comunista Romano; Roberto TESTERA operaio Comau Torino; Enrico LEVONI Coll. Comunista Modenese; Cataldo BALLISTRERI RSU Fiat Powertrain Mirafiori; Emiliano CELLI segreteria PdCI Roma; Wasim DHAMASH docente lingua e letteratura araba Università Cagliari; Angela ZANATTA RSU Agile/Eutelia - Componente Dir.vo Fiom Roma Sud; Mirko SOLERO ex-PRC L’Ernesto Torino; Marco FORONI Segretario Sez. ANPI “don P. Pappagallo” Roma; Luigi TRANQUILLINO  CPR PRC Lombardia; Luigi CEFARO RSU Slc-Cgil Telecomitalia Sparkle; Domenico CALDERONI RSU Fialtel Telecomitalia; Patrizia GRANCHELLI Segr. Circ. PRC Lavoratori Poste Milano; Roberto TESTERO Coll. Comunista Romano; Salvatore MONELLO RSU Fiom Fincantieri Monfalcone; Mara ARMELLIN Segreteria PRC Treviso; Luca CLIMATI RSU RdB Pubblico Impiego; Maria Elena TOMASSINI circ. ANPI “G. Sangalli” Roma; Raffaele TRISCHITTA RSU Snater Telecomitalia Sparkle; Maurizio D’AGO ex segr. org. PdCI Napoli; Ivano OSELLA cordinamento nazionale FGCI,Stefania IACCARINO RSU Almaviva Contact Roma; Andrea MUSACCI Consiglio Studenti Università di Ferrara; Bartolo SENATORE ex presid. CR PdCI Campania; Eugenio TREBBI RSU Filcams HP; Vincenzo SANGIOVANNI ex segretario prov.le PdCI Napoli; Pietro SCORDO Coord.to Prov.le SdL Trasporti Roma; Gianfranco SUPPO RSA RdB Karmak Villar Perosa; Manuela AUSILIO Coll. Resistenza Universitaria; Roberto TESTA RLS Trenitalia; Maurizio TIMITILLI RSU Flaica-Cub Widex Italia; Claudio SIMBOLOTTI Coll. Comunista Romano; Marco PUGGIONI delegato Fiat Mirafiori; Ettore PASETTO RSU Fiom-Cgil Roma; Vincenzo GAGLIANO ex segretario reg.le PdCI Campania; Riccardo FILESI Coord.to Cassaintegrati Alitalia; Francesco CORI Coord.to Precari della Scuola; Artan SALA operaio indotto Fincantieri Monfalcone; Angelo CAPUTO Giovani Comunisti Roma; Roberto VILLANI Cobas Scuola Roma; Francesco CAPUTO Coord.to Precari della Scuola;
Ivan PAGORIG operaio SBE Monfalcone; Marilena DI LEVA ex Presid. CF PdCI Napoli; Paolo AGRESTINI edile Cerveteri; Riccardo DI PALMA assemblea lavoratori autoconvocati Borgomanero; Marco ELIA Coll. Resistenza Universitaria; Vincenzo GRAZIANO Flmu-Cub Torino Com.to comunista “T. Noce”; Alessio BULLIAN operaio indotto Fincantieri Monfalcone; Irene ROSSETTI Flmu-Cub Comdata Torino; Adriana L’ALTRELLI ex Com.to Centr.le PdCI; Marco VETTORI universitario Coord.to per la Costituente Comunista Gorizia; Fabiola VARACALLI Coll. Comunista Romano; Paolo SACCO operaio Acque Spa Novara; Luigi MINGHETTI CPF PRC Torino; Luca BELLARDONE assemblea lavoratori autoconvocati Vercelli; Marco SANDRIN operaio Ansaldo Monfalcone; Monica SIGISMONDI Coll. Comunista Romano; Massimo PITRELLA Operaio Edicart Rho; Luca STERLE RSU Fiom Eaton Monfalcone; Maurizio CALLEGARI infermiere segr. reg.le PdCI Trentino Alto Adige; Giuseppe FONNESU operaio Carbosulcis; Catia GALASSI operatrice sociale assemblea lavoratori autoconvocati Novara; Osvaldo CELANO RSU Fiom Marcegaglia Sesto S.G.


(Pubblicato su Il Manifesto in data 21 gennaio 2010)

 

 

Comuniste e comunisti cominciamo da noi...

Questa deve essere la nostra azione nell'immediato

Contributo di Ivano Osella cordinatore provinciale FGCI Torino.
 

Cari compagni, sto seguendo in questi giorni la (raccapricciante) discussione in corso sui due quotidiani “comunisti” cioè Liberazione e il Manifesto. Mi riferisco agli editoriali e alle lettere in cui si ipotizza sempre più la presentazione di liste uniche della sinistra alle regionali e, d’altra parte, si caldeggia l’avvio di un processo per la costruzione di una sinistra nuova, il cui leader potrebbe essere proprio Vendola (come ipotizza Imma Barbarossa della Direzione Nazionale del PRC su Liberazione). Faccio questa premessa puramente informativa solo per sottolineare che, per l’ennesima volta, i dirigenti nazionali della sinistra (comunista e non) stanno nuovamente cambiando linea e posizione politica in base al momento e a ciò che ritengono più opportuno e utile per ottenere qualche poltroncina alle prossime regionali o qualche altro posto di Sottogoverno. 

Vi mando questo mio breve contributo perché ho trovato davvero interessante la discussione che si sta sviluppando in rete sulla necessità di rilanciare l’appello per l’unità dei comunisti, appello nato proprio all’indomani del fallimento elettorale nonché politico dell’aberrante Sinistra Arcobaleno (la cosiddetta sinistra nuova che oggi sembra tornata con forza), perché io credo che il momento sia quanto mai propizio ma che sia anche l’ultima occasione che resta ai comunisti per iniziare un lavoro di riorganizzazione all’interno del nostro paese.  

La mia esperienza politica è molto minore rispetto a quella delle compagne e dei compagni che hanno partecipato prima di me al dibattito, ma credo di aver comunque già maturato la consapevolezza che senza un unico partito comunista organizzato e radicato sul territorio, nei luoghi di lavoro e nelle lotte, non ci sia alcuna possibilità di incidere sullo stato di cose presenti nel nostro paese: da quando mi sono iscritto al PdCI nel 2005 ho vissuto praticamente solo sconfitte politiche, la totale ininfluenza dei comunisti nel governo Prodi e la Sinistra Arcobaleno per citare le maggiori. L’unica vittoria che ricordo è stata la manifestazione nazionale del 20 ottobre 2007 in cui un corteo con un milione di comuniste/i e di lavoratori sfilò per le vie di Roma contro la modifica del sistema del Welfare e Pensionistico. Una vittoria che durò pochi giorni: i fantomatici 150 parlamentari della sinistra votarono lo stesso per evitare la caduta del governo di centrosinistra, tradendo la base che aveva dato loro fiducia per l’ennesima volta. Questa mia, seppur breve, esperienza politica mi porta oggi a non comprendere il senso delle scelte politiche fatte successivamente al tracollo delle elezioni dell’aprile 2008: in primis l’abbandono dell’appello per l’Unità dei Comunisti, attorno a cui si stava costituendo un rinnovato entusiasmo, a favore di un progetto politicista come la neonata Federazione della Sinistra. Una progetto, questo, che altro non è che la riproposizione di una Rifondazione movimentista dei primi anni 2000, in cui il PdCI viene completamente inglobato e che non si differenzia molto da Sinistra Ecologia e Libertà, se non per la falce e martello nel simbolo, mantenuta solo per continuare a sperare nel voto dei comunisti, ma che di comunista non ha più nulla, se non qualche militante ancora illuso che sia una tappa verso l’Unità dei Comunisti (basta leggere le dichiarazioni che ho citato in apertura per avere la risposta). Il Manifesto Politico è più che significativo in questo senso: si parla di tutto, di analisi marxista generica del mondo del lavoro, di Sud America, di illuminismo (preso tout court) per definire la nostra laicità, manca soltanto una cosa in tutto ciò: il comunismo. E non lo dico in chiave retorica bensì nei contenuti in quanto non si sviluppa in alcun modo l’ipotesi di costruzione di un partito comunista unico né si pone il tema di organizzare un sindacato di classe da cui generare una sinergia vera con il mondo del lavoro.

Ciò che dovrebbe essere il punto di arrivo minimo per la riorganizzazione dei comunisti in Italia non viene nemmeno accennato. Spetta dunque a noi iniziare a lavorare in questo senso perché sempre più si sente il bisogno di una forza che sia la casa comune di tutte le comuniste e di tutti i comunisti nel nostro paese.

Una forza che diventa sempre più una necessità oggettiva, in quanto i diritti dei lavoratori sono calpestati e annullati ogni giorno dai fascisti e dai padroni al governo, in un paese in cui la coscienza di classe è stata progressivamente annullata, partendo dagli anni ’80 con la Marcia dei 40000 e con il progressivo asservimento dei sindacati, per arrivare a un oggi in cui la mia generazione si ritrova a non essere più in grado di fare alcuna analisi collettiva, bensì puramente individualistica. Per la maggior parte dei miei coetanei l’unica prospettiva di lavoro è il precariato, ma sono pochissimi quelli disposti a lottare per costruirsi un futuro migliore e ancora meno quelli disposti a intraprendere una lotta collettiva, in quanto non c’è alcun tipo di coscienza di classe nella percezione sociale della mia generazione. Questa situazione si è generata anche per colpa delle organizzazioni giovanili dei partiti comunisti che non sono state in grado di incidere in alcun modo: più che alla giovanile del PdCI (che ha sicuramente commesso gravi errori) mi riferisco a quella di Rifondazione, in cui dal G8 di Genova in poi è stata abbattuta qualsiasi forma organizzativa vagamente partitica in cambio di un movimentismo imperante in qualsiasi situazione. Il risultato è visibile sotto gli occhi di tutti: le nostre realtà non esercitano più alcuna influenza sulle nuove generazioni e il compito che ci si prefigge sarà sicuramente molto arduo, ma non impossibile.

Se la situazione giovanile è una delle più complicate e merita un’analisi ben più attenta e dettagliata di queste poche righe, il mondo del lavoro necessita invece di un’azione diretta alla costruzione di un sindacato comunista e di classe che eviti qualsiasi forma di compromesso concertativo con i padroni e che provi a ridare una forma di coscienza di classe alle lotte dei lavoratori nel nostro paese: in Italia infatti ci sono in questa fase, centinaia di fabbriche occupate dai lavoratori, principalmente piccole e medie imprese travolte dalla crisi economica del capitale internazionale. I media asserviti ai padroni non ne parlano o si limitano a citare alcuni casi eclatanti come l’Eutelia o l’Ispra. Della possibile chiusura della Fiat di Termini Imerese se n’è a malapena accennato. Un sindacato di classe che provasse a rimettere insieme tutte queste lotte e che iniziasse a costruire forti legami con il nuovo proletariato di lavoratori migranti, permetterebbe di tornare a vincere le lotte contro il padronato e, nello stesso tempo, dovrebbe andare a costituire una forte sinergia con il nuovo partito comunista, unico fautore di cambiamento nella società.

Tutto ciò può essere possibile a condizione che le comuniste e i comunisti in Italia si riorganizzino in un unico partito che sappia radicarsi all'interno delle lotte, nei quartieri proletari e nella nostra classe sociale di riferimento, un partito che faccia della lotta di classe la propria principale pratica politica e che si ponga chiaramente come obiettivo il mutamento delle attuali condizioni sociali attraverso la ricostruzione della coscienza di classe ormai quasi completamente perduta. E' un percorso sicuramente molto lungo ma che occorre iniziare il più in fretta possibile, ripartendo subito dall'entusiasmo generato dall'Appello per l'Unità dei Comunisti, riproponendolo e utilizzandolo come punto di riferimento minimo attorno a cui lavorare, aggregare e organizzare. Dopo il tracollo della Sinistra Arcobaleno, l'Appello aveva generato entusiasmo, dibattito, discussione e fiducia, per poi venire accantonato dagli imperituri gruppi dirigenti dei partiti, in primis il PdCI che, dopo averlo assunto come linea congressuale lo dimentica in cambio di quell'accordo puramente elettorale che è la Federazione della Sinistra.

L'Appello, ora più che mai valido,  giustamente titolava "Comuniste e Comunisti, cominciamo da noi!" dunque questa deve essere la nostra azione politica nell'immediato, in modo da poter ricostruire su basi solide quel partito che sia realmente la casa comune di tutte le comuniste e i comunisti nel nostro paese. (13 gennaio 2010)

 


 

"Ultimi fuochi di Resistenza"

L'iniziativa è organizzata da Unità comunisti Piemonte -unitacomunistipiemonte@gmail.com
 

 

Comuniste e comunisti cominciamo da noi

 

Di Mao Calliano
Segretario provinciale PdCI Torino - 1 gennaio 2010

Era il 17 aprile del 2008, tre giorni dopo la disfatta della cozzaglia arcobalenista,i n questa data usciva su alcuni quotidiani l'appello COMUNISTE E COMUNISTI: COMINCIAMO DA NOI. In realtà molti compagni/e conoscevano... già questo documento prima delle elezioni politiche del 13/14 aprile. In realtà molti di noi avevano iniziato a lavorarci e a diffonderlo prima delle elezioni politiche del 13/14 aprile. Eravamo convinti, ci credevamo, eravamo entusiasti,tutto si è azzerato senza discussione, senza coinvolgere i/le comunisti/e in una recente mattina di luglio 2009. La mattina che in un "particolare"ufficio di Roma è nata la Federazione della Sinistra....... Occorre riappropriarsi di tale appello, ed è per questo motivo che vi chiediamo di riprendere la sua pubblicazione su tutti gli strumenti disponibili, email, blog, siti, fb, periodici, etcc Aggiungete sopra il titolo la dicitura: NOI COMUNISTI/E CI RIPRENDIAMO L'APPELLO!!! saluti Comunisti La redazione di Unità Comunisti Piemonte

NOI COMUNISTI/E CI RIPRENDIAMO L'APPELLO!!! Appello COMUNISTE E COMUNISTI: COMINCIAMO DA NOI Ricostruire a sinistra Roma 17 aprile 2008 Dopo il crollo della Sinistra Arcobaleno, ci rivolgiamo ai militanti e ai dirigenti del Pdci e del Prc e a tutte le comuniste/i ovunque collocati in Italia Siamo comuniste e comunisti del nostro tempo. Abbiamo scelto di stare nei movimenti e nel conflitto sociale. Abbiamo storie e sensibilità diverse: sappiamo che non è il tempo delle certezze. Abbiamo il senso, anche critico, della nostra storia, che non rinneghiamo; ma il nostro sguardo è rivolto al presente e al futuro. Non abbiamo nostalgia del passato, semmai di un futuro migliore. Il risultato della Sinistra Arcobaleno è disastroso: non solo essa ottiene un quarto della somma dei voti dei tre partiti nel 2006 (10,2%) - quando ancora non vi era l’apporto di Sinistra Democratica - ma raccoglie assai meno della metàdei voti ottenuti due anni fa dai due partiti comunisti (PRC e PdCI), che superarono insieme l’8%. E poco più di un terzo del miglior risultato dell’8,6% di Rifondazione, quando essa era ancora unita. Tre milioni sono i voti perduti rispetto al 2006. E per la prima volta nell’Italia del dopoguerra viene azzerata ogni rappresentanza parlamentare: nessun comunista entra in Parlamento. Il dato elettorale ha radici assai più profonde del mero richiamo al “voto utile”:risaltano la delusione estesa e profonda del popolo della sinistra e dei movimenti per la politica del governo Prodi e l’emergere in settori dell’Arcobaleno di una prospettiva di liquidazione dell’autonomia politica, teorica e organizzativa dei comunisti in una nuova formazione non comunista, non anticapitalista, orientata verso posizioni e culture neo-riformiste. Una formazione che non avrebbe alcuna valenza alternativa e sarebbe subalterna al progetto moderato del Partito Democratico e ad una logica di alternanza di sistema. E’ giunto il tempo delle scelte: questa è la nostra Non condividiamo l’idea del soggetto unico della sinistra di cui alcuni chiedono ostinatamente una “accelerazione”, nonostante il fallimento politico-elettorale. Proponiamo invece una prospettiva di unità e autonomia delle forze comuniste in Italia, in un processo di aggregazione che, a partire dalle forze maggiori (PRC e PdCI), vada oltre coinvolgendo altre soggettività politiche e sociali, senza settarismi o logiche auto-referenziali. Rivolgiamo un appello ai militanti e ai dirigenti di Rifondazione, del PdCI, di altre associazioni o reti, e alle centinaia di migliaia di comuniste/i senza tessera che in questi anni hanno contribuito nei movimenti e nelle lotte a porre le basi di una società alternativa al capitalismo, perché non si liquidino le espressioni organizzate dei comunisti ed anzi si avvii un processo aperto e innovativo, volto alla costruzione di una “casa comune dei comunisti”. Ci rivolgiamo: -alle lavoratrici, ai lavoratori e agli intellettuali delle vecchie e nuove professioni, ai precari, al sindacalismo di classe e di base, ai ceti sociali che oggi “non ce la fanno più” e per i quali la “crisi della quarta settimana” non è solo un titolo di giornale: che insieme rappresentano la base strutturale e di classe imprescindibile di ogni lotta contro il capitalismo; -ai movimenti giovanili, femministi, ambientalisti, per i diritti civili e di lotta contro ogni discriminazione sessuale, nella consapevolezza che nel nostro tempo la lotta per il socialismo e il comunismo può ritrovare la sua carica originaria di liberazione integrale solo se è capace di assumere dentro il proprio orizzonte anche le problematiche poste dal movimento femminista; -ai movimenti contro la guerra, internazionalisti, che lottano contro la presenza di armi nucleari e basi militari straniere nel nostro Paese, che sono a fianco dei paesi e dei popoli (come quello palestinese) che cercano di scuotersi di dosso la tutela militare, politica ed economica dell’imperialismo; -al mondo dei migranti, che rappresentano l’irruzione nelle società più ricche delle terribili ingiustizie che l’imperialismo continua a produrre su scala planetaria, perchè solo dall’incontro multietnico e multiculturale può nascere - nella lotta comune - una cultura ed una solidarietà cosmopolita, non integralista, anti-razzista, aperta alla “diversità”, che faccia progredire l’umanità intera verso traguardi di superiore convivenza e di pace. Auspichiamo un processo che fin dall’inizio si caratterizzi per la capacità di promuovere una riflessione problematica, anche autocritica. Indagando anche sulle ragioni per le quali un’esperienza ricca e promettente come quella originaria della “rifondazione comunista” non sia stata capace di costruire quel partito comunista di cui il movimento operaio e la sinistra avevano ed hanno bisogno; e come mai quel processo sia stato contrassegnato da tante divisioni, separazioni, defezioni che hanno deluso e allontanato dalla militanza decine di migliaia di compagne/i. Chiediamo una riflessione sulle ragioni che hanno reso fragile e inadeguato il radicamento sociale e di classe dei partiti che provengono da quella esperienza, ed anche gli errori che ci hanno portati in un governo che ha deluso le aspettative del popolo di sinistra: il che è pure all’origine della ripresa delle destre. Ci vorrà tempo, pazienza e rispetto reciproco per questa riflessione. Ma se la eludessimo, troppo precarie si rivelerebbero le fondamenta della ricostruzione. Il nostro non è un impegno che contraddice l’esigenza giusta e sentita di una più vasta unità d’azione di tutte le forze della sinistra che non rinunciano al cambiamento. Né esclude la ricerca di convergenze utili per arginare l’avanzata delle forze più apertamente reazionarie. Ma tale sforzo unitario a sinistra avrà tanto più successo, quanto più incisivo sarà il processo di ricostruzione di un partito comunista forte e unitario, all’altezza dei tempi. Che - tanto più oggi - sappia vivere e radicarsi nella società prima ancora che nelle istituzioni, perché solo il radicamento sociale può garantire solidità e prospettive di crescita e porre le basi di un partito che abbia una sua autonoma organizzazione e un suo autonomo ruolo politico con influenza di massa, nonostante l’attuale esclusione dal Parlmento e anche nella eventualità di nuove leggi elettorali peggiorative. La manifestazione del 20 ottobre 2007, nella quale un milione di persone sono sfilate con entusiasmo sotto una marea di bandiere rosse coi simboli comunisti, dimostra – più di ogni altro discorso – che esiste nell’Italia di oggi lo spazio sociale e politico per una forza comunista autonoma, combattiva, unita ed unitaria, che sappia essere il perno di una più vasta mobilitazione popolare a sinistra, che sappia parlare - tra gli altri - ai 200.000 della manifestazione contro la base di Vicenza, ai delegati sindacali che si sono battuti per il NO all’accordo di governo su Welfare e pensioni, ai 10 milioni di lavoratrici e lavoratori che hanno sostenuto il referendum sull’art.18. Auspichiamo che questo appello – anche attraverso incontri e momenti di discussione aperta - raccolga un’ampia adesione in ogni città, territorio, luogo di lavoro e di studio, ovunque vi siano un uomo, una donna, un ragazzo e una ragazza che non considerano il capitalismo l’orizzonte ultimo della civiltà umana.

 

Contributo di Alberto Pantaloni, Comitato Comunista "Teresa Noce" di Torino, aderente all'appello "Comunisti Uniti"

Dal "che fare" al "da che cosa cominciare" (ossia dalla dichiarazione d'intenti agli intenti dispiegati)

Felicemente stimolato degli interventi dei compagni già citati nell'intervento del caro compagno e amico Ciro, con gioia entro nel merito della discussione che si sta sviluppando e che spero al più presto esca al di fuori dei monitor e si estenda al corpo comunista militante (indipendentemente dall'organizzazione di appartenenza) e poi via a via al resto della (in senso gramsciano) "società civile". Perchè francamente molti di noi cominciavano a sentirsi "soffocati" dall'immobilismo e preoccupati per i rischi di naufragio - o per meglio dire oblio - che l'appello "Comunisti Uniti" stava correndo.
I compagni e le compagne perdoneranno la dotta citazione iniziale, ma francamente non trovavo parole migliori per esplicare il nodo politico che il movimento comunista in diaspora sta attraversando, e d'altronde non è che abbisogni per forza di fare gli "originali"...
I compagni Tarquini, Calliano e Argentino hanno centrato il quibus del problema: la situazione di degenerazione dei partiti "storici" PRC e PdCI è ormai senza ritorno e le prossime elezioni regionali ne segneranno il "de profundis"; dall'altra parte il settarismo ideologico e sociale, il rivoluzionarismo parolaio, l'incapacità analitica nel leggere le trasformazioni del ciclo capitalistico sia sulla struttura, sia sulla sovrastruttura (e quindi anche sulle rinnovate capacità egemoniche della classe dominante), relegano ormai al ruolo di "minoranze etniche" i gruppetti extra-parlamentari che si rivelano assolutamente inadeguati - al di là delle buone intenzioni di alcuni - a svolgere il compito di canalizzatore della diaspora dei delusi e degli sfiduciati dei due partiti maggiori, o di aggregatore e moltiplicatore delle energie esterne ai due partiti o delle nuove generazioni (delle quali, salvo rare eccezioni, come scriveva il compagno Mao, non se ne vede l'ombra).
Da convinti materialisti militanti pensiamo che ciò non significhi il tramonto della filosofia e della cultura (intesa gramscianamente come "critica della civiltà" capitalistica) comunista, ma non basta, altrimenti da materialisti passiamo ad essere preti.
Su questo non mi dilungherò più di tanto, così come salterò a pie' pari la questione della Federazione del sinistra, perchè nulla ho da aggiungere a quanto hanno scritto i compagni succitati, ed altri in questi mesi. Sull'Associazione promossa dai compagni dell'"Ernesto" non ho un quadro chiaro perchè non l'ho seguita da vicino, ma credo che al momento non sia questo il problema principale. La questione sul piatto è: visto che siamo d'accordo sulla necessità di un coerente, rinnovato e strutturato Partito Comunista, si tratta di cominciare a delineare un percorso che ci avvicini al raggiungimento di questo determinante obiettivo (tornerò più tardi sulla questione sindacale giustamente citata da Ciro). Anche qui: non si tratta di trovare l'alchimia più veloce per "decretare" la ricostruzione del Partito (sport dilettantistico - perchè i professionisti sono quelli al potere - che lasciamo volentieri ai gruppi e gruppetti di cui sopra e a chi ne vuole ripercorrere le poco eroiche gesta), ma di ricollocare una strategia di perseguimento dell'obiettivo del partito in quadro oggettivo e soggettivo diverso, sia dal 1914-1917 (crollo della II Internazionale, guerra imperialistica mondiale, affermazione del fordismo e del taylorismo), sia dal secondo dopoguerra (vittoria dei movimenti di resistenza popolare, divisione del mondo in due "blocchi", ascesa dei movimenti di liberazione nazionale nel Tricontinente), sia ancora dal periodo 1968-1989 (forti movimenti rivoluzionari in Europa e in Italia). Non voglio tediarvi sull'argomento (da laureando in storia tendo a divagare), voglio solo attirare l'attenzione sul fatto che se rimangono saldi gli obiettivi storici dei comunisti e della classe proletaria, ne vanno risintonizzati metodi, strumenti e forme. Non si tratta di fare gli originali alla "disobbediente", ma di capire che il problema fondamentale oggi è quello dei rapporti di forza politici fra le classi, dell'egemonia assoluta dalla borghesia sul proletariato e della necessità di riconquistare l'internità e il radicamento nella classe e nelle sue lotte, internità e radicamento che oggi hanno altri, nemici e avversari, di intensità e livello assai differenti tra loro, dalla Lega, ai fascisti, al PD...
Ci fu un tempo in cui fu proposta "un rivista politica per tutta la Russia"; un'altro in cui il corpo della Rivoluzione si coagulò intorno a una "lunga marcia"; un altro in cui i "fochi guerriglieri" incendiarono le praterie del pianeta... Noi dobbiamo comprendere la peculiarità della situazione italiana nello spazio (l'Europa imperialista) e nel tempo (il XXI secolo). Capire che da una parte ci aspetta il compito di ricostruire la colonna vertebrale del movimento comunista: il problema, caro Ciro, non sono gli "intellettuali", il problema è che questi intellettuali devono essere "organici" alla classe di cui sono espressione o della quale si sono messi al servizio. Devono cioè essere dei teorici e degli organizzatori, perchè egemonia è organizzazione. E, come diceva Henri Barbusse, "siamo tutti intellettuali, lavoratori del braccio e della mente": la classe lavoratrice, una classe lavoratrice molto diversa (e spezzettata) dalle generazioni che l'hanno preceduta dovrà essere il brodo di coltura di questa nuova generazione di militanti comunisti. Chiaro che, e qui arrivo all'altra parte del problema, ciò significa che il primo terreno - non l'unico, ma il principale e basilare, senza il quale non si inizia e non si va da nessuna parte - in cui costruire "il moderno principe" e la nuova egemonia è quello dei luoghi di lavoro e della produzione della ricchezza. Comprendere le condizioni in cui versano i lavoratori oggi, dal punto di vista della stratificazone economica e sociale e della posizione ideologico-culturale, cioè dell'egemonia che subiscono dalla classe avversa, ritengo sia questione fondamentale. Il dibattito sulla questione sindacale ne deve essere la logica conseguenza. la questione non è discettare su quale sigla sindacale sia più "rossa" dell'altra, ma come ricostruire una "capacità organica" e autonoma della classe operaia (intesa in senso lato e non merceologico), che, diretta e orientata dai comunisti, ossia generalmente dai "lavoratori comunisti", costringa e forzi la formazione di un sindacato di classe che al momento non vediamo nemmeno col binocolo. Il tutto senza perdere di vista il contenuto internazionale della lotta, l'opposizione al polo imperialista europeo, il sostegno ai popoli in lotta nei continenti del Sud del mondo, il rafforzamento di fraterni rapporti coi movimenti e le organizzazioni comuniste "reali" nei Paesi a capitalismo avanzato. Punti di programma che mi sembra emergano sia dalla proposta di appello di rilancio di CU, sia dagli interventi dei compagni di queste settimane.
Per questo, e concludo, penso che un primo passo, anche organizzativo concreto, debba essere, oltre la stesura di un "programma minimo" al quale vincolare tutti gli aderenti all'appello, anche la costituzione di coordinamenti e organismi sul territorio, che non abbiano come ODG di lavoro nè le scadenze elettorali (comprendo poi che i compagni ancora interni ai partiti - e non solo - ne saranno coinvolti, ma credo che ciò dovrebbe rappresentare veramente una minima parte del loro lavoro e del loro tempo), nè gli sterili battibecchi astratti sugli anni che furono (e che non ci sono più, dovremmo capirlo una buona volta), ma piani di lavoro concreti tesi al sostegno, all'inserimento e al radicamento nel conflitto capitale-lavoro salariato, alla costruzione dei nuovi militanti comunisti nella classe e a contrarrestare l'avanzata egemonica dell'avversario come passaggio verso la ripresa della nostra attività egemonica nella società.
Cari e affettuosi saluti comunisti a tutti/e (6 gennaio 2010)

 

 

 Associazione Marx XXI°:

ne dibattono i compagni dei territori

Federazione della Sinistra ? Associazione Marx XXI°?

dalla teoria alla prassi per l'unità dei comunisti

 

Contributo di Ciro Argentino di Torino

 

 Compagne/i ,

cercherò anche io,  di fare delle riflessioni e ragionare seppur in poche righe ( ci vogliono momenti reali e non solo virtuali… per la complessità e l’importanza dei temi sul tavolo) anche a seguito degli ultimi interventi da parte dei compagni Mao Calliano , Sandro Tarquini e Mimmo Renzi che a mio avviso sono stati tra i più puntuali e condivisibili di quelli che girano in rete da qualche settimana.

Subito per chiarezza e senza perdersi in chiacchiere inutili ( mai come oggi le cosiddette “ “chiacchiere stanno a zero” ) dirò come la penso sulle due questioni ( novità ?! ) politico-organizzative oggi all’ordine del giorno e sui tavoli di discussione della Sinistra Comunista nel nostro Paese : Le neo-nate Federazione della Sinistra e l’ Associazione ( Culturale ) Marx  XXI .

Senza troppe analisi e digressioni politiche e culturali, per quanto mi riguarda sono “due diverse facce” ( organizzazioni , associazioni ecc. ad oggi di fatto non –organizzate nel senso Leninista del termine) della stessa “falsa medaglia”, fatte nascere ( tra i diversi fini) ma in particolare per chiudere definitivamente con  il “superamento finale” liquidazionista e nuovista,  con metodi, tempi e ruoli diversi tra loro, percorsi e scorciatoie da un lato ( Federazione ) e deviazioni ( per far  perdere e prendere tempo ai sinceri Comunisti…) dall’altro , che convergono inequivocabilmente e drammaticamente alla cancellazione e al superamento dell’ Esperienza e Soggettività Comunista in Italia che a partire dal ‘900  si è evoluta/involuta, con strade e percorsi diverse a seconda delle appartenenze partitiche ed organizzative nelle quali i Comunisti Italiani hanno militato negli ultimi  quasi 100 anni.

Storia dei Comunisti, che ha visto non solo per noi Italiani, iniziare la lunga difficile attraversata nel deserto tra ’89 e il ’91 e che oggi il grosso dei gruppi dirigenti nazionali e anche periferici dei due mini-Partiti Comunisti ancora formalmente esistenti ( di fatto quasi evanescenti nella Società reale e tra i Lavoratori…) vorrebbero chiudere il cerchio con quest’ ulteriore tradimento, farsa e tragedia al tempo stesso che si fa chiamare la Federazione della Sinistra( socialdemocratica) e con la “ trappola” della gabbia da Circo Orfei dell’Ass. Marx XXI preparata per i sinceri Comunisti,  per tenerci buoni dandoci il giocattolo.

Ma questi compagni sono veramente convinti di prenderci in giro ( e magari di riuscirci anche stavolta ) solo perché con molti di noi ci sono più o meno riusciti fino a ieri o l’ altroieri( secondo il nostro specifico vissuto e le nostre scelte individuali e collettive ) o piuttosto peccano di onniscienza ed onnipotenza che li ha resi ciechi dinnanzi la realtà ?!

L’ ora delle prese per il ...., delle tattiche politicistiche e verticistiche da parte dei gruppi dirigenti del Prc e del Pdci  su tutti, ma anche di altri “ capi e capetti” degli altri mini –Partiti ed altre organizzazioni della Diaspora Comunista è finita , almeno per quanto mi riguarda !!!

Il sottoscritto sin da ora si rende disponibile affinché si pongano prioritariamente in campo, da subito gli “strumenti ed i mezzi “ organizzativi per riprendere il percorso unitario che era stato lanciato dall’Appello del 17 aprile 2008 senza più attendismi e tentennamenti.

Ripartire da quell’ Appello , che è stato il momento più alto di sintesi e volontà unitaria ( sincera e reale ) che ha visto confluire, aderendovi migliaia di comuniste/i, ma non solo riscontrando vasti consensi e fiduciose speranze e attese tra le decine di migliaia di militanti ed avanguardie disilluse dentro e fuori i Partiti e tra chi già viveva il suo “essere comunista” come esperienza individuale e non collettiva.

E’ giunto il momento di agire ed organizzarsi,  far nascere e strutturare ( laddove non vi sono) e rilanciare dove invece già esistono percorsi di pratica unitaria,nuclei di militanti che pratichino l’ organizzazione ( nel rispetto delle realtà locali ed organizzative già esistenti , es. C.U. integrandosi ad essa ma non solo) che deve transitare i Comunisti verso la futura Unità  in un solo Partito.

Un’ organizzazione, aperta e non settaria, non un Club di Intellettuali ( come Marx XXI ) ma ben radicato nella pratica politica di tutti i giorni, nelle lotte dei lavoratori, dei diritti per la scuola e la sanità pubblica, per la Pace e la difesa ambientale del territorio, un’ organizzazione pronta non solo a solidarizzare con esse/i ma  tentare di dare risposte e supporto organizzativo e politico con le parole d’ordine dei Comunisti.

Compagne/i chi mi conosce , anche solo per sentito dire , sa  come da sempre la penso e come mi sono mosso rispetto alle difficili questioni che sono almeno da due anni in discussione e che mi fanno sentire, insieme ad una moltitudine di voi , unito nella volontà di lottare e perseguire il bene della “causa Comunista” e la riproposizione della Lotta di Classe con a capo un nuovo Partito Comunista degno di questo nome nel nostro Paese, ma ciò non potrà essere compiuto e realizzabile se non si riaggiorna ed adegua l’altra gamba della questione , ossia il Sindacato e la presenza dei Comunisti in esso.

Non voglio entrare nel merito , rispetto all’ altro grande dilemma che ci affligge oramai da anni ( per alcuni di vecchia militanza dal lontano ’78 , per altri come me più giovani, solo dal ’93 e le politiche della concertazione , con a capo la Cgil a cui va in primis il mio ragionamento ) come peraltro alle esperienze del Sindacalismo di Base/Classe che negli ultimi 20 anni hanno segnato anch’esse più o meno pagine importanti con politiche sindacali alterne, tra luci ed ombre, ma che complessivamente hanno visto arretrare le conquiste e i diritti dei lavoratori ( ovviamente per la Reazione del Padronato a partire dai primi anni ’80) .

Da un lato la Cgil  sostanzialmente per il ritardo di analisi e la mancanza di volontà di scontro sociale e rivendicazione , per errori strategici, per avere più semplicemente abbandonato la Lotta di Classe e la rivendicazione come pratica sindacale, attraverso le politiche concertative e delle compatibilità e l’ alibi / ricatto degli interessi generali del Paese, dall’ altro l’ inefficacia e la difficoltà del Sindacalismo Autonomo , dovuto dalla sua frammentazione e pratica che talune volte  in alcune categorie , rasenta il corporativismo, che in definitiva ci ha portato all’ oggi, con i Comunisti che scontano sotto questo aspetto un ritardo ed una mancanza di coraggio rispetto alla collocazione e alla scelte Sindacali ( in particolare dentro la Cgil , pensando solo a trattare le quote per i posti negli apparati ).

Mi auspico , visto l’immane compito e la responsabilità che ancora molti di noi proviamo ( ma facciamo presto che rischiamo di perderne troppi per strada nei prossimi mesi…) rispetto alle questioni in oggetto, ci facciano tutti fare uno scatto d’ orgoglio e di volontà che oggi ancora ( almeno in me ) permangono, con molti dubbi e diffidenze viste le diversità e difficoltà ( il pessimismo della ragione..) ma con una fiducia e la voglia di lottare per l’ Idea ( l’ ottimismo della volontà…) che in noi è consolidata e viva.

Avanti con il lavoro! Avanti con l'organizzazione!

 

 

Contributo di Luca Franzoni di Brescia

Ho letto con interesse la riflessione del compagno Mao Calliano in risposta all'intervento del compagno Tarquini e devo dire che condivido in pieno entrambi gli approfondimenti.

Abbiamo veramente bisogno di ripartire dai territori, dai bisogni e dalle esigenze delle classi popolari, abbiamo bisogno di ricominciare ad organizzarci attorno ad un progetto anche minimo, ma concreto.

In questi ultimi due anni il processo di disgregazione e di liquidazione delle organizzazioni comuniste portato avanti dai  dirigenti di quei partiti ha scavato nel profondo ed ha quasi raggiunto l'obbiettivo. Sono decine di migliaia i militanti che sono tornati a casa, delusi e disgustati, chi rifugiandosi in se stesso chi in attesa di qualcosa di nuovo che li convincesse ad impegnarsi ancora. Sono milioni invece coloro che non hanno più votato comunista non riconoscendosi nei programmi ma soprattutto nelle sigle che si sono presentate alle ultime due elezioni, politiche ed europee. Il fallimento di quelle aggregazioni innaturali rappresenta il fallimento stesso dei dirigenti che le hanno inventate, sostenute e proposte. Liste ed aggregazioni sono miseramente naufragate davanti allo sbarramento stabilito dalla legge elettorale, ma i dirigenti sono rimasti pervicacemente seduti sulla loro sedia, non sentendo quello che dovrebbe essere, per ogni comunista, un imperativo morale irrinunciabile dinnanzi al fallimento: le dimissioni. E pronti ora a ripercorrere per l'ennesima volta la stessa strada fallimentare: la Federazione della Sinistra sarà una nuova catastrofe, che allontanerà altri militanti ed altri lavoratori dalle ormai esangui forze comuniste. 

Dobbiamo perciò ripartire da noi. L'ultimo decennio ha assistito ad un progressivo ed inarrestabile riflusso dall'impegno e dalla militanza, ma non si tratta, come qualcuno vuol far credere, di una mutazione sociale ed epocale, di uno scherzo del destino. Si tratta bensì di delusione, di rabbia, di impotenza dinanzi a scelte politiche suicide dettate spesso più dalla malafede che dall'incapacità di lettura dei processi reali. Il bertinottismo ha inciso a fondo nella capacità di tenuta dei militanti e degli attivisti, lavorando sulla disgregazione, sul partito leggero, sull'abbandono di ogni categoria che si riferisse alla pratica comunista. Ed ha lavorato "culturalmente" anche tra coloro che non aderivano a quel partito.

Ripartire da noi, dal basso, significa perciò ricostruire l'organizzazione comunista cominciando dalle reali condizioni in cui si trovano oggi il movimento antagonista e le classi sociali subalterne a cui facciamo riferimento.  Chi meglio di noi può riprendere in mano il destino delle forze comuniste? Non certo i dirigenti che ci hanno condotti alla disfatta, ma i compagni che vivono quotidianamente tra la gente e ne conoscono i problemi, le difficoltà quotidiane ed il modo di pensare.

- Occorre, sono pienamente d'accordo, iniziare ad organizzarsi sui territori di appartenenza, sviluppando interventi e lotte anche minimali, ma visibili e riconoscibili.

- Ogni singola aggregazione deve strutturarsi ed attrezzarsi adattandosi alle peculiarità del proprio territorio.

- Dovremo essere capaci di sfruttare le capacità che fornisce internet per tenerci in contatto, socializzare le battaglie e le conoscenze, scambiarci informazioni.            

- Dobbiamo iniziare a pensare ad una rete nazionale di Comunisti, organizzata sulle parole d'ordine contenute nell'appello dell'aprile 2007, autonoma ed indipendente  dagli abbagli socialdemocratici della Federazione della Sinistra perchè diversi ed inconciliabili sono  gli scopi e gli obbiettivi. Una rete che sia capace di porre le basi per la rinascita comunista, sino alla fondazione, in un giorno si spera non lontano, del nuovo Partito Comunista di classe.

- Un lavoro di lunga lena che deve prevedere necessariamente il ricupero della democrazia e della fiducia tra i militanti, amareggiati dalla gestione cesaristica di troppi dirigenti.

- Un lavoro che, giunto a compimento, ci troverà completamente diversi da oggi, ma che ci avrà insegnato che la delega assoluta ed aprioristica  non può esistere tra i comunisti, che le scelte devono essere condivise e costruite assieme. Un lavoro che ci avrà insegnato, una volte per tutte e per sempre,  che i nostri futuri dirigenti saranno tali solo se si saranno guadagnati i gradi sul campo e non dietro ad una comoda scrivania.     

 

O VIRTUALE O PROS

Associazione Marx XXI° villaggio virtuale o prospettiva strategica?

PETTIVA STRATEGICA? 
Di Mao Calliano
Segretario provinciale PdCI Torino


 
La presentazione dell’Associazione Marx21 a Roma ha destato particolare attenzione in tanti di noi: compagne e compagni che hanno vissuto con profondo disagio l’azzeramento del lavoro iniziato con l’appello dell’unità dei comunisti e la nascita improvvisa della Federazione della sinistra.
 
Con il progetto della Federazione della sinistra si è prodotta una frattura insanabile con una parte importante di quei comunisti che ritenevano oramai superata l’esperienza dell’arcobaleno. Si dirà che questa volta è diverso, perché la Federazione, mantenendo il simbolo, non rinuncerebbe all’identità comunista.
 
Non occorrono doti divinatorie per capire che la presentazione della falce e martello corrisponde a una scelta elettoralistica da parte dei gruppi dirigenti dei due Partiti, e che appena sarà possibile il simbolo del lavoro sparirà, in forza delle stesse ragioni dettate in questi anni: "occorre costruire un soggetto più forte, più vasto, un soggetto genericamente di sinistra e non più comunista".
 
Ma siccome il comunismo e i militanti comunisti, che sono ancora temuti competitori, potrebbero costituire un ostacolo imbarazzante e impronunciabile per gli ispiratori della Federazione, si potrebbe pensare (a fronte delle esperienze del passato) che la funzione dell’Associazione Marx 21° sia legata al tentativo di rinchiudere in questo recinto i comunisti (che dissentono) per logorarli in un dibattito tutto teorico, senza creare disturbo ai manovratori della Federazione. Sto esagerando? Può darsi, ma una cosa è certa, i fatti accaduti negli ultimi anni comprovano  che fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio.
 
Ecco come appare l’associazione Marx21: una riserva dalla dimensione del "villaggio virtuale", frequentata dai rivoluzionari della tastiera. (La prima iniziativa è una raccolta di firme su internet). A tenerla a battesimo il giorno 19 dicembre, sono stati pronunciati pregevoli interventi ma di carattere accademico tanto che alla presidenza non c'era neanche un rappresentante degli operai, quelli che si muovono quotidianamente nel conflitto sociale; inoltre nel dibattito è stato eluso qualsiasi ragionamento organizzativo. L'organizzazione è questione di cui mi sono occupato a tempo pieno e con passione, ma non occorre avere le mie idee per comprendere l’impossibilità a svolgere un lavoro di massa, quello destinato a riunire i comunisti, senza affidarsi ai solidi strumenti organizzativi.
 
E’ possibile che io abbia frainteso gli obbiettivi e gli scopi dell’Associazione, è possibile che non sia all’ODG la questione Comunista da un punto di vista concreto, è possibile che gli obbiettivi siano davvero esclusivamente teorici.
 
Le prospettive dell’Associazione potrebbero essere quindi limitate esclusivamente ai compiti di un centro studi del pensiero Marxista.
 
Sia beninteso: lo studio e l'analisi sono tanto più indispensabili perché viviamo da anni una fase di arretramento ideologico. Abbiamo smesso di studiare, abbiamo chiuso le scuole di partito, abbiamo consentito che dentro il partito (i partiti e pure i sindacati) si consolidasse una classe dirigente molle e autoreferenziale (vedi Bertinotti e Vendola).
Le posizione "nuoviste" [qualcuno ebbe a dire che il nuovismo è la malattia senile del comunismo] asserivano che si trattava di cambiare l'immagine del partito per adeguarlo al linguaggio della società che era venuta formandosi.
Mentivano, perché nei fatti cedevano, da decenni oramai, alla pratica riformista: abbandonando le categorie marxiste, abiurando e diffamando la gloriosa esperienza del socialismo reale,(ancora in questi ultimi giorni per l’anniversario della caduta del muro) rinunciando, seppur con una certa opportunista gradualità, all'identità comunista per abbracciare nuove categorie e "campi di interesse" (i diritti dei consumatori, delle donne, dei transgender, degli ambientalisti, animalisti…).
Mentivano anche quando dicevano che il pensiero comunista sarebbe stato egemonico comunque, anche senza la sua strumentazione ideologica, la progettazione, la sua simbologia e la sua identità.
 
Balle!Solo balle! Senza studio, senza analisi di fase, senza la teoria, non si va da nessuna parte…O peggio, si possono avanzare proposte insensate: come quella dell'arcobaleno, o come quella suggerita recentemente dal Segretario nazionale della Federazione Paolo Ferrero che invoca “un nuovo CLN a costo di bersi Casini come Presidente del Consiglio”.
 
Allora ben venga un centro studi.
 
Ma oltre alla strumentazione ideologica, vale a dire una corretta analisi marxista, serve insieme la prassi: il dare coerente e concreto seguito a ciò che viene elaborato e suggerito dall'azione dialettica. Questo lo si può fare attraverso un'organizzazione efficiente e flessibile, che sappia adeguare la sua azione ai mutamenti sociali, che sia capace di ritrovare il radicamento nei quartieri, nei posti di lavoro, nei "luoghi virtuali", fornendo elementi concreti da sottoporre all'analisi.
 
Se l'Associazione non cogliesse questa opportunità, a mio modo di vedere, emergerebbero dei problemi, in quanto i gruppi dirigenti dei due Partiti Comunisti, avranno più di qualche difficoltà a tenere chiusi i cancelli del villaggio virtuale. Una parte consistente dei compagni/e ha già deciso di tornare a casa, quando va bene, o di prendere strade diverse. Occorre dare risposte chiare a questi compagni/e, occorre dimostrare che alla teoria si associa la pratica, che l’analisi si concretizza nell’organizzazione e che l'organizzazione fornisca elementi di analisi.
 
La tessera associativa a Marx21, che esprime sicuramente un rapporto identitario importante, non costituisce di per sé un livello organizzativo, come non sono sufficienti i convegni di alto livello, anche quando intervengono personalità di altri paesi. L’Associazione deve darsi una struttura pesante, dove l’organizzazione sia in grado di coprire quegli spazi che la Federazione della sinistra sarà costretta a lasciare vuoti.
 
Non per tutti, me ne rendo conto, ma per una vasta parte di compagni/e l’Associazione è l’alternativa ancora possibile alla svolta moderata e opportunista della Federazione della sinistra.
 
La mia proposta è che l’Associazione si costruisca su due livelli diversi ma permeabili l'uno all'altro, ambedue fondamentali. Il primo livello dovrà dedicarsi allo studio e all’analisi, al secondo livello toccherà l'attuazione delle azioni sul territorio, la loro verifica e l'elaborazione di nuove proposte. Nella prima fase gli obiettivi dovrebbero conseguire l'organizzazione dei Comunisti dei due Partiti che non sono interessati al processo federativo socialdemocratico.
 
Non pretendo di avere ragione, pretendo invece delle risposte chiare e inequivocabili da parte di chi attualmente gestisce il percorso; io, noi, abbiamo necessità di capire prima di imbarcarci in una nuova esperienza che oggi non appare ancora chiara. Come sapete la militanza è fatica, le energie oramai sono al limite, vi chiederei davvero un pronunciamento ufficiale in maniera tale che ognuno di noi possa compiere la scelta che più ritiene opportuna… Non ci servono accademici ma un Partito Comunista.

Torino 28 dicembre 2009

 

Perchè il marxismo è una scienza

di Zoltan Zigedy


 

L’affermazione che il marxismo è una scienza è particolarmente pertinente alla luce di una simile, ma più dubbia affermazione avanzata in riferimento agli studi economici moderni. L'economia insegnata in molte università, alla stessa stregua della fisica, la chimica e la biologia, vanta di sicuro solo un diritto molto debole a un tale titolo onorifico, dopo i sui pessimi risultati nello spiegare e sanare la nostra tenace crisi economica. Nonostante tutti i formalismi, le quantificazioni, i modelli ed i teoremi (cioè i simboli della scienza moderna), che gonfiano i libri ed i saggi dell’ economia accademica, tale disciplina riesce a mala pena a dimostrare di aver fatto qualcosa di concreto per indirizzare la vita economica verso la razionalità, l'efficienza, e, naturalmente, la giustizia . Se la fisica fosse così impantanata in convenzionalità quanto lo è l'economia, saremmo ancora alla ricerca del flogisto. Nonostante la ricchezza di nuovi dati, strumenti di calcolo e dell’esperienza economica, non è così esagerato dire che l’insieme degli strumenti concettuali predisposto dagli economisti classici – Adam Smith e David Ricardo – ci sarebbe servito in modo analogo per capire e ad affrontare la tempesta economica in corso.
 
Ma il fallimento dell’economia, o della sociologia, o della psicologia sociale, non può in alcun modo dimostrare che un approccio alternativo - per esempio, il marxismo - è superiore o più scientifico.
 
La lettura di un articolo di opinione, “L’evoluzione lascia Dio senza niente da fare”,scritto da Richard Dawkins, il famoso biologo evoluzionista, e apparso su The Wall Street Journal il 12-13 settembre 2009, mi ha ricordato che cos’è la buona scienza. Nonostante il bersaglio apparente di Dawkins fosse l'esistenza di Dio, mi ha attratto la sua splendida difesa del darwinismo e la visione scientifica del mondo. Faremmo bene a riflettere su un passaggio in particolare:
 
“Le leggi della fisica, prima che l'evoluzione darwiniana prorompa da esse, possono creare le rocce e la sabbia, nubi di gas e stelle, vortici e onde, galassie a forma di spirale e la luce che viaggia in modo ondulatorio pur mantenendo il comportamento delle particelle ... Ma ora entra in scena la vita. Guarda, attraverso gli occhi di un fisico, un canguro che salta, un pipistrello che vola, un delfino che balza, una sequoia che alza i rami al cielo. Non c'è mai stata una pietra capace di rimbalzare come un canguro, mai un sassolino che zampettava come un scarabeo nel tentativo di accoppiarsi ... Nemmeno una volta queste creature disobbediscono alle leggi della fisica. Lungi dal violare le leggi della termodinamica (come spesso è affermato da persone ignoranti) sono implacabilmente sospinti da esse. Lungi dal violare le leggi del moto, gli animali le sfruttano a loro vantaggio mentre camminano. Correre, eludere e schivare un inseguitore, saltare e volare, balzare sulla preda o scattare per mettersi in salvo.
 
Mai una volta sono violate le leggi della fisica, ma la vita emerge in un territorio inesplorato. In cosa consiste il trucco? ... L'evoluzione darwiniana, la sopravvivenza non casuale di informazioni codificate in maniera casuale”.
 
Questa difesa appassionata ed esposizione cristallina del ruolo dell’evoluzione darwiniana nel campo scientifico potrebbero anche servire come difesa ed esposizione - con la sostituzione di alcune parole chiave - del marxismo come scienza. La società, come la vita, mostra una vasta gamma di forme con modelli distinti di sviluppo. La società, come la vita, cambia con il passare del tempo in modi adattativi che nascono da fattori apparentemente casuali. Al centro di entrambi i processi - l'evoluzione biologica e la trasformazione della società - c’è la lotta per sopravvivere e prosperare, un processo naturale che separa le rocce, le nuvole di gas ed i vortici citati da Dawkins, dalle amebe e dalle istituzioni sociali. La grande intuizione di Marx ed Engels nel 1845-1846 (scrivendo L'ideologia tedesca) è stata di vedere il cambiamento sociale come un modello evolutivo generato da questa lotta. La grande intuizione di Darwin nel 1859 (con L'origine delle specie) è stata di vedere la vasta e diversificata massa di essere viventi come il risultato di un processo evolutivo intelligibile. Laddove la grande intuizione di Darwin si è basata su un enorme compendio di diverse forme di vita, Marx ed Engels si sono basati su un’abbondanza di dati storici e sociali. Entrambe le indagini hanno rivelato degli schemi: l'evoluzione delle specie nel primo caso, l'evoluzione della società nell’altro.
 
Questa intuizione comune, elemento centrale di tutte le scienze biologiche ma che è largamente disprezzata dall’establishment delle scienze sociali, rappresenta il pilastro della rivendicazione dello status scientifico del marxismo. Prima della pubblicazione dell’epocale opera di Darwin, Marx ed Engels avevano individuato un’evoluzione sociale, rilevando il continuo sviluppo degli esseri umani e le loro organizzazioni sociali, spinti - come per l'evoluzione biologica - da una lotta con la natura. Al fine di affrontare meglio le sfide della natura - il clima, la scarsità, la sicurezza, le malattie, ecc. - gli esseri umani hanno creato relazioni sociali sempre più complesse che miglioravano le loro possibilità di successo nella lotta per la sopravvivenza. Il cospicuo aumento della durata della vita degli esseri umani dalla preistoria a oggi dimostra vividamente questo processo, un successo ineguagliato da nessun altro organismo biologico. Lo sviluppo biologico della presa di coscienza, della consapevolezza di sé, assieme allo sviluppo della rappresentazione simbolica sono all’origine della costruzione della comunità e delle relazioni sociali, e spiegano il netto vantaggio che deriva agli esseri umani dalla sopravvivenza del più adatto.
 


 

Per Marx ed Engels, le organizzazioni sociali più adatte sono sopravvissute e hanno prosperato proprio come gli organismi biologici più forti sopravvivono ai rivali meno adattati. Marx ed Engels hanno visto la creazione di un surplus economico - una riserva di mezzi di sostentamento - come il fattore determinante nel dare un vantaggio ad una società nella lotta contro la natura e contro altre organizzazioni sociali rivali. Più una comunità è in grado di accumulare i mezzi materiali della sopravvivenza, più riesce a prendere provvedimenti per accumulare ancora di più di questi mezzi materiali e progredire ulteriormente nella lotta per la sopravvivenza. Ma l'accumulo è lento e limitato in una comunità in cui manca sia il dominio che il privilegio. Le prime società egualitarie e pacifiche tendevano a cercare poco più di quanto sarebbe stato sufficiente per superare i morsi della fame, evitare il dolore e la mortalità, e riprodursi. Agendo in questo modo, rispecchiavano il comportamento delle altre specie. Ma grazie alle caratteristiche uniche sviluppate dagli esseri umani, le comunità godevano di un vantaggio evolutivo: si sono dedicate al saccheggio e al dominio. Con i vantaggi materiali acquisiti grazie a queste attività adattative di sopravvivenza, tali società sono state in grado di espandere e proteggere i loro privilegi. Sono emerse nuove strutture sociali che hanno elevato i mezzi materiali - la sostenibilità adattativa - dei pochi che dominavano i molti.
 
È stato questo motore di dominio e di sfruttamento primitivo poco diverso, all’inizio, da ciò che oggi chiamiamo "furto", che Marx ed Engels hanno posto al centro dell'evoluzione sociale. Come scienziati sociali, la hanno esaminata freddamente, come processo fondamentale alla trasformazione sociale (benché, come esseri umani, non potessero fare a meno di dipingere vividamente il dolore e la degradazione del processo). Inoltre, videro questo processo sociale come la base per la creazione della divisione del lavoro - operai, soldati, ecc - e la differenziazione in classi (nella misura in cui questo processo può rispecchiare le strutture sociali delle api, si deve ricordare che gli esseri umani hanno generato queste divisioni socialmente e non geneticamente).
 
Analogamente all’evoluzione delle specie, alcuni percorsi di trasformazione sociale non hanno avuto successo o sono stati conservati da confini naturali o dall’isolamento, lasciando alcune società sostenibili ma congelate nel tempo. I meccanismi di sfruttamento e di dominio di classe, però, sono andati avanti nelle altre, producendo sempre maggiori accumuli di eccedenze. Marx ed Engels hanno individuato i modelli di sfruttamento - la schiavitù, la servitù della gleba e l'acquisto del potere del libero lavoro - che costituivano gli indicatori nell'evoluzione sociale degli esseri umani. Attingendo ai loro rigorosi studi su questi precedenti cambiamenti, Marx ed Engels hanno previsto un momento in cui il meccanismo di sfruttamento non solo non sarebbe servito a nulla come motore di sviluppo sociale, ma, anzi, sarebbe diventato un freno alla sopravvivenza umana. Sostengo che ci troviamo nel bel mezzo del periodo in cui tale proiezione è diventata una realtà. La forma dominante di organizzazione sociale - il capitalismo - ora minaccia la sopravvivenza umana su tanti fronti - la guerra, il caos ambientale, la povertà estrema, la diminuzione del tenore di vita, il degrado culturale, la perdita della comunità, i valori vuoti - che la trasformazione ulteriore non solo è auspicabile, ma necessaria .
 
Concludendo, Dawkins fa delle osservazioni casuali e incidentali sulle leggi della termodinamica, rilevando che coloro che vedono un conflitto fra queste leggi e il darwinismo sono ignoranti. Con questa digressione, egli si riferisce principalmente alla Seconda legge della termodinamica - l'aumento irreversibile dell'entropia all'interno di sistemi chiusi. Aumentare l'entropia - in parole semplici, la tendenza dell’ordine a dissolversi nel disordine - rappresenta un’unica legge che introduce la direzionalità nei processi fisici. Mentre la maggior parte dei processi sono reversibili - l'acqua può diventare vapore e successivamente diventare nuovamente acqua - la Seconda legge pone un processo che, nel lungo periodo, riduce ciò che noi percepiamo come ordine od organizzazione in un blando e fortuito disordine: le nostre scarpe si consumano, i nostri castelli di sabbia si sbriciolano, le nostre montagne subiscono l’erosione ed i nostri muscoli si indeboliscano. Ma spesso questo casualizzare genera interessanti combinazioni nuove, come la vita stessa. Questo affascinante e fortuito evento organico porta in se una caratteristica altrettanto interessante: benché la vita abbia una tenuta fragile, riesce ad andare avanti sfruttando i cambiamenti casuali per migliorare la sua capacità di sopravvivenza. L'evoluzione di nuove specie è riuscita a stare un passo, un piccolissimo passo, davanti all'entropia crescente del nostro sistema chiuso. Tutti, tranne gli ignoranti, riconoscono come questo sia nello stesso tempo coerente e subordinato alla Seconda legge.
 
Come l'evoluzione darwiniana, la teoria marxista della trasformazione sociale - comunemente chiamata "materialismo storico" - abbraccia la Seconda legge della termodinamica, ma, in questo caso, nelle continue ri-organizzazioni della società per contrastare le infinite sfide poste dall’entropia alla sopravvivenza umana: le malattie, la fame, le calamità ambientali e l’autodistruzione. Analogamente all'evoluzione biologica, l'evoluzione sociale è un processo fragile che, nelle migliori condizioni, resterà per sempre un solo passo davanti alle forze dissolutrici della natura. Tuttavia, nel caso della società, ciò che è determinante non sono i cambiamenti fortuiti selezionati in base all’idoneità alla sopravvivenza, ma le coscienti costruzioni umane selezionate nella loro resistenza alle sfide della natura e della follia umana.
 
Engels, nell'introduzione alla Dialettica della Natura (1), ha riconosciuto la scienza di Darwin, mentre prevedeva le enormi possibilità scatenate da una comprensione della scienza della società:
 
«Darwin non sapeva quale amara satira scrivesse sugli uomini, ed in particolare sui suoi compatrioti, quando dimostrava che la libera concorrenza, la lotta per l'esistenza, che gli economisti esaltano come il più alto prodotto storico, sono lo stato normale del regno animale. Solo un'organizzazione cosciente della produzione sociale, nella quale si produce e si ripartisce secondo un piano, può sollevare gli uomini al di sopra del restante mondo animale sotto l'aspetto sociale di tanto, quanto la produzione in generale lo ha fatto per l'uomo come specie. L'evoluzione storica rende ogni giorno più indispensabile, ma anche ogni giorno più realizzabile una tale organizzazione. Essa segnerà la data iniziale di una nuova epoca storica nella quale l'umanità stessa, e con essa tutti i rami della sua attività, in particolare la scienza della natura, prenderanno uno slancio tale da lasciare in una fonda ombra tutto ciò che c'è stato prima. »
 
È questa la ricerca più profonda per capire l'evoluzione della società che Marx ed Engels hanno condotto a scienza. È questa la scienza di cui c’è così urgente bisogno per affrontare i problemi del nostro tempo.
 
1) Karl Marx – Friedrich Engels, Opere Complete, vol. 25, Editori Riuniti, Roma, 1974 - Friedrich Engels, Dialettica della natura, Introduzione, 332

 

 

Il nostro giornale ci censura?

di Fosco Giannini Direzione nazionale Prc

Caro direttore, domenica 8 novembre esce l'editoriale di Paolo Ferrero sulla questione del Muro di Berlino. A partire da tale questione il segretario ratifica un giudizio liquidazionista (di stampo bertinottiano?) sull'intera storia del socialismo storicamente realizzatosi. Il punto di vista dei/delle compagni/e de l'Ernesto è che il giudizio di Ferrero si formi attraverso un approccio debole e aproblematico alle questioni relative ai primi tentativi di transizione al socialismo, inclinazione dettata forse da un dogma pregiudiziale che nulla ha a che fare con un sempre più necessario pensiero aperto e rifondatore. Il punto di vista di questi/e compagni/e è che l'editoriale di Ferrero non rappresenti, comunque, "il pensiero unico" del Partito. Rispetto a ciò l'Ernesto ti ha chiesto di ospitare sul nostro (di tutti noi o di alcuni di noi?) quotidiano un intervento del compagno Andrea Catone, tra i più stimati - ben al di là del nostro Paese - intellettuali marxisti italiani. Tu hai detto no, argomentando che non volevi aprire un dibattito "sul Muro". I giorni successivi, tuttavia, hai pubblicato, sulla stessa questione, un lungo articolo della Castellina ed un intervento di Russo Spena. Ormai ci stiamo abituando alle molteplici esclusioni (come quella dall'Assemblea nazionale sul Partito a Caserta) e censure. Sarebbe bene, tuttavia, che non si abituassero a ciò né il direttore né il gruppo dirigente, poiché quest'attitudine assumerebbe in pieno quello che Ferrero attribuisce al socialismo realizzato: l'intolleranza e la negazione della democrazia. Spero che almeno questa lettera venga pubblicata: dobbiamo superare i problemi, non acutizzarli.(16 novembre 2009)


Pubblichiamo la risposta del direttore di Liberazione Dino Greco.

Caro Fosco, chiamare in causa, come mi hai scritto qualche giorno fa, la "pari dignità" delle diverse aree, sub-aree, componenti del partito, in forza della quale vi sarebbe il diritto di vedere rappresentato, sempre e comunque, il proprio pensiero - in linea di principio, su ogni e qualsiasi argomento - è cosa improponibile. Se "Liberazione" seguisse le tue indicazioni diverrebbe - fatalmente - un mosaico precostituito ed eterodiretto. "Liberazione", certo, sceglie: nella sua fallibile discrezionalità. Per fare quello che tu legittimamente proponi occorrono altri strumenti, che questo giornale non può surrogare.(17 noembre 2009)

 

 

Unità dei comunisti

di Andrea Catone
Responsabile dell
a Formazione – segreteria regionale PRC- Puglia 

Alla domanda che F. Giannini pone al compagno Ferrero sulle ragioni che impedirebbero un processo di unificazione dei comunisti, a partire dall’unità di Prc e Pdci (Liberazione 16/10/09), risponde un articolo intitolato “l’unità dei comunisti non è sufficiente per la trasformazione sociale” del segretario regionale umbro S. Vinti. Il quale tuttavia non sostiene che l’unità dei comunisti sarebbe insufficiente alla costruzione di un fronte sociale e politico anticapitalista (cosa che nessun comunista serio, che non pensa in modo autoreferenziale, mette in dubbio), ma che essa sarebbe un vero e proprio ostacolo a tale costruzione.

Di fronte alla questione di profilo strategico dell’unità dei comunisti, la risposta è del tutto elusiva, non entra nel cuore del problema. Contro l’unità dei comunisti, Vinti scrive che

1. essa “stravolgerebbe” l’esito del congresso di Chianciano.

Ma cosa è stato l’ultimo congresso del PRC? Non ha avuto forse come posta in gioco l’affermazione dell’opzione comunista del PRC contro il progetto di Vendola di costruire un’altra “cosa” di sinistra, diversa e alternativa ad essa? Non è stato forse vissuto così dalle decine di migliaia di compagni che hanno strenuamente lottato (e in Puglia con armi assolutamente impari) nei congressi? Se è stato questo (e non un regolamento di conti tra ceti politici all’indomani della clamorosa disfatta dell’Arcobaleno), allora il rafforzamento dell’opzione comunista con l’unificazione dei comunisti non sarebbe affatto lo stravolgimento di Chianciano, ma un suo positivo sviluppo.

2. Manca l’elemento fondamentale per una unificazione: una cultura politica comune. Se davvero fosse così, non vi sarebbe una base reale per proporre la riunificazione, e bisognerebbe anzi contrastare con forza tale proposta. Ma è proprio così? Quali sono oggi i fattori profondi (non effimeri, di superficie, di ‘umore’) di divergenza con i compagni del Pdci? Lo “scopo finale” (Endziel)? forse che il Pdci colloca il suo agire politico all’interno dell’orizzonte capitalistico e delle sue compatibilità (quale è l’orizzonte ‘riformista’ con vocazione “governista” abbracciato da Vendola)? O forse è una concezione della politica tutta all’interno del quadro istituzionale o, viceversa, tutta fuori di esso, extraparlamentare, mentre i comunisti combinano entrambe? O il riferimento ad uno “stato guida”, l’adesione ad un ‘partito internazionale’ incompatibile con la politica comunista? Oppure il dogmatismo? O il “revisionismo”?


Nulla di tutto questo. L’argomentazione principale di Vinti è che nel Pdci vi è il “centralismo democratico”, che il Prc ha rigettato sin “dalla sua fondazione”.

Ora, a parte il fatto che autorevoli esponenti della maggioranza che governa il partito lo hanno di recente riproposto (cfr. Burgio, Liberazione 4.8.09), gli esempi prodotti da Vinti sono palesemente inconsistenti: “il Pdci deve riunire il CC anche per firmare un comunicato stampa unitario”. Ma il segretario regionale umbro cosa propone? Una gestione anarchica e caotica del partito, dove il primo che passa decide per tutti gli altri? Oppure, una gestione cesaristica e autoritaria, in cui il segretario decide tutto, come è accaduto con la deleteria gestione bertinottiana, quando i compagni del cpn apprendevano dai media di importantissime decisioni (come la costituzione della SE)? (Invero anche l’annuncio della federazione della sinistra alternativa è avvenuto prima di una discussione negli organi di direzione del Prc).

L’altro forte punto dirimente indicato da Vinti sarebbe nel fatto che il Prc dal 2001 è “interno a qualsiasi mobilitazione o vertenza” contro il neoliberismo e la guerra, mentre “il Pdci si presenta solo ai cortei con le sue bandiere”. Sulla “internità” ai movimenti, liberiamoci per favore della retorica parolaia! I comunisti hanno alle spalle una grande tradizione che li ha visti promuovere e partecipare ai movimenti di massa, ma da comunisti, il che non significa agitare bandiere o striscioni, ma elaborare – sulla base di quello che gli elementi più avanzati esprimono – una linea politica che, contro posizioni economico-corporative, miri sempre a collegare la lotta particolare con quella generale per il socialismo. I comunisti sono interni ai movimenti di massa, ma non alla loro coda, non annullando la loro funzione di comunisti.

Se le obiezioni fossero solo quelle qui proposte, non vi è alcun razionale motivo per non avviare un confronto leale, aperto e concreto tra i due partiti al fine di arrivare rapidamente alla riunificazione per dar vita ad un partito comunista di più ampio respiro. Se vi sono obiezioni politicamente consistenti, è bene che si manifestino alla luce del sole, che si avvii una seria discussione in merito. Non c’è nulla di peggio - in una situazione politicamente drammatica per i comunisti, che richiede il massimo di chiarezza nelle scelte - dell’ambiguità e dei silenzi, del fare i pesci in barile.(L'Ernesto 26 ottobre 2009)

 

Caro Paolo, perchè sei contrario all'unità dei comunisti?

 

LETTERA APERTA AL COMPAGNO FERRERO  da “ Liberazione” di venerdì 16 ottobre 2009

di Fosco Giannini della Direzione Nazionale Prc
 

Caro compagno Ferrero, credo sia tempo di porti una domanda:

perché respingi la proposta, avanzata dal Pdci - ma ormai fatta propria da tanta parte dei quadri e della base del Prc, dalla diaspora e dall’elettorato comunista - di unire i due piccoli partiti comunisti italiani?

Non è una domanda retorica, un artifizio: è tutta quell’area, ormai vastissima ( anche esterna ai due partiti comunisti , che chiede l’unità, che non sopporta più di vedere i comunisti dissanguarsi, dividersi ) a portela. E’ una domanda vera: vorrebbero tutti conoscere i motivi di fondo (politici, teorici, tattici, strategici, quelli che siano) che ti spingono a dire no. Ti pongo la questione in questi termini poiché mai, in verità, né tu come segretario né il gruppo dirigente del Prc avete mai formulato una risposta chiara a proposito, che motivasse seriamente il no. E credo che questo rimuovere il problema sia anche irrispettoso, sia per chi la proposta l’ha avanzata che per quell’ormai vasto senso comune comunista che l’unità la vuole ed è già pronto a praticarla. Nel senso che se motivi profondi per il no ci sono è giusto che la nostra base li conosca e possa autonomamente riflettere. Va ricordato che nessuno – tra tutti coloro che propongono l’unità dei comunisti – pensa a fusioni a freddo, a pure sommatorie di gruppi dirigenti, a improvvisate scorciatoie unitarie. Pensano tutti ad un processo unitario (dai tempi tuttavia politici e non storici); si pensa ad una riflessione ed una ridefinizione politico teorica comune, come base avanzata dell’unità. Nell’appello per l’unità dei comunisti del 17 aprile 2008, nel documento dell’ultimo Congresso nazionale del Pdci, nello stesso documento de “l’Ernesto” al nostro ultimo Cpn, si parla chiaramente di un progetto di unità che si basi sull’autocritica per gli errori fatti da Prc e Pdci e che tale l’unità avvenga sia attraverso il terreno di un nuovo conflitto sociale comunemente vissuto che attraverso la ridefinizione comune di una piattaforma politica e teorica avanzata e adatta alla fase. E’ così che si concepisce il processo unitario e perché - dunque - un comunista non dovrebbe esserne interessato? E’ di buon senso, è facile capirlo, viverlo, organizzarlo. L’unità dei comunisti in un unico partito di lotta e cardine autonomo dell’unità della sinistra anticapitalista – oggi la Federazione - susciterebbe una nuova passione, sia tra i militanti uniti che nei compagni oggi senza partito.

Perché, dunque, questo no ostinato? 

Sai benissimo – la dura realtà italiana è sotto i nostri occhi – che siamo di fronte ad un regime reazionario di massa, che per i lavoratori, i precari, le donne, gli immigrati è durissima, che la sinistra è in grande difficoltà, che una primavera politica è lontana, che per i comunisti vi è persino il pericolo di estinzione. E’ anche da questo punto di vista – ad esempio – che la proposta di giungere ad un unico partito comunista e ad un obiettivo comune di 100 mila iscritti ( con sedi uniche, un unico giornale, commissioni di lavoro uniche, cose importanti anche alla luce delle nostre difficoltà economiche) appare di assoluto buon senso e, dunque, molto sentita e voluta da un numero sempre più alto di compagne e compagni.

Perché no, allora? Non trovi giusto che i nostri compagni – dopo tutto questo tempo - ne conoscano finalmente i motivi?

Posso aiutarti? A me sembra che la parte del nostro gruppo dirigente contrario all’unità ragioni più o meno così: “il Prc ha avviato profonde innovazioni, politiche e teoriche, e il Pdci non lo ha fatto”. Prendiamo sul serio questa argomentazione: quali sono queste nostre innovazioni? E’ stata un’innovazione la cancellazione, da parte nostra, della categoria dell’imperialismo? E’stata un’innovazione seria la scelta bertinottiana di affidare completamente il ruolo di “intellettuale collettivo” ( centrale nel pensiero gramsciano) allo spontaneismo dei movimenti ? E’ stata un’ innovazione positiva aver affermato ( Bertinotti e Gianni) che “ i dirigenti e gli intellettuali comunisti del ‘900 sono tutti morti e non solo fisicamente”? E’ stata mai delineata un’analisi profonda, critica ma non liquidatoria, della storia del movimento comunista, o una lettura seria delle nuove contraddizioni di classe in Italia, dei nuovi processi produttivi? No, mai. E’ stata innovativa la leadership – monarchica e mediatica – di Bertinotti e del suo gruppo dirigente sull’intero Partito? Ha prodotto – essa – una forma partito nuova, democratica, unitaria? Noi possiamo dire che il rapporto forte con i movimenti è stato certamente innovativo: ma perché dovremmo pensare che questa lezione non possa essere assunta dagli altri compagni?

Insomma, se il gruppo dirigente del Prc crede di aver risolto il problema della rifondazione comunista ed essere in possesso delle nuove  Tesi di Lione e in ragione di ciò non possa unirsi con i comunisti trinariciuti del PdCI, credo che saremmo  nella falsa coscienza, nel senso che se c’è qualcosa di concretamente verificabile è che – al posto della rifondazione – il bertinottismo ci ha portati ad un passo dalla liquidazione comunista.

Se la questione che si vuol porre, invece, è quella dell’inclinazione istituzionalista del PdCI è chiaro che – dopo il nostro Congresso di Venezia, il governo Prodi e le nostre cento esperienze subordinate negli Enti Locali – dovremmo più onestamente dire che il problema ( da superare) di tale inclinazione è ormai dell’intero - e piccolo, diviso - movimento comunista italiano.La questione è ancora quella della scissione del 98 ? D’accordo, per molti è ancora dolorosa. Tuttavia, dopo undici anni e con un regime di destra che   toglie il respiro alla “classe” e al Paese non sarebbe meglio andare a vedere le carte, appurare cioè se la proposta unitaria è sincera, fattibile, se lo stesso progetto unitario – di fronte al dolore sociale dilagante - non sia più importante degli attriti passati ?

C’è una tua argomentazione – Paolo – che ha fatto capolino negli ultimi tempi : l’unità tra comunisti non sarebbe praticabile perché – essendo unità tra diversi - porterebbe a nuove scissioni.

La trovo un’argomentazione debole, dai caratteri speciosi e anche un po’ paradossale, nel senso che – seguendone il filo - per non rischiare una eventuale scissione domani si ratifica una profonda scissione oggi. In essa non si considerano alcune questioni; primo, il Pdci non è una cristallizzazione salina, ma è un’organizzazione fatta da donne e uomini in carne ed ossa, da compagne/i esposti anch’essi al mutare del tempo sociale e politico, e oggi noi non siamo più di fronte al primo Pdci cossuttiano, ma ad una formazione in evoluzione e dalla forte pulsione unitaria, che occorre conoscere e non rimuovere pregiudizialmente; secondo, la tesi delle diversità non unificabili varrebbe – allora – anche all’interno del Prc, ove permangono diversità profonde tra varie tendenze comuniste. In verità, ciò di cui non si vuole prendere atto è che, essendo fallito il progetto di rifondazione comunista – come base primaria di un superamento e di un’unità condivisa e non burocratica delle varie “scuole” comuniste – ciò che ora occorre è ripartire dallo spirito originario che ci  unì tutti dopo la Bolognina: una consapevole unità tra diversi avente lo scopo di giungere ad una sintesi alta delle differenze attraverso la pratica del conflitto condiviso e una ricerca politico e teorica antidogmatica, aperta, profonda – anche temporalmente lunga, ma seria – e volta alla costruzione di un partito comunista dotato di una prassi e di un pensiero della rivoluzione in occidente ( che nessuno, oggi, detiene). 

Non trovi più razionale, compagno Ferrero, persino più appassionante, tentare di ricostruire, attraverso l’unità e attraverso le dure lezioni della storia che tutti abbiamo subito quel processo unitario che tanto ci appassionò dopo la Bolognina? Siamo convinti che questa strada è possibile: i militanti e i dirigenti Prc e Pdci e tanti compagni/e oggi senza partito sono in quest’ordine di idee e attendono fiduciosi.

 

 

Lettera al giornale "Liberazione"

Ho scritto questa lettera a Liberazione a seguito di quella  inviata da Fosco Giannini direttore de l'Ernesto  a Paolo Ferrero  segretario nazioanle Prc

 e pubblicata sul giornale venerdì 16 ottobre 2009.

Anche io scrivo a Paolo Ferrero ma anche a quelli che nel Prc decidono:  

Sono da sempre sostenitrice accanita dell’unità dei comunisti. In tal senso ho osteggiato duramente a livello di Comitato Federale del PdCI di Torino la proposta di Arcobaleno anche se poi ho lavorato perché venisse votata alle elezioni politiche, come qualsiasi comunista che creda nel il centralismo democratico.  Che il risultato fosse in qualche modo scontato, lo si sapeva sia nella base del PdCI che in quella del Prc. Bastava collegarsi on line con qualche sito comunista, bastava parlare con i compagni delle sezioni e dei circoli. Ma il gruppo dirigente no, non ha ascoltato l’umore dei proprio iscritti, né quello dei propri elettori, ancora una volta. Ciò che stupisce negli accadimenti  che hanno movimentato la nostra vita di comunisti è la capacità che abbiamo sempre avuto di considerare nemico il nostro parente più prossimo: e così è stato dopo la scissione dal Prc, ma come sempre accade nei partiti comunisti, la scissione  non stata provocata dalla volontà della base dell’allora Prc che ne è stata invece travolta, così come siamo stati tutti travolti  dalla  scellerata scelta dell’Arcobaleno.

Allora mi stupisce ancora di più che oggi che le comuniste e  i comunisti  del Prc e del PdCI  sono intelligentemente  impegnati nel superare le divisioni, le liti, le incomprensioni di questi anni perché credono fermamente  che è tempo di ricomporre la diaspora, che il nostro ideale è comune, le nostre lotte sono comuni,  che la nostra attuale piccola forza può ancora diventare una grande forza comunista nel nostro Paese, ecco che di nuovo si affacciano le decisioni prese da altri, si vedono smottamenti tra i leader delle varie fazioni, perché non è certo solo Paolo Ferrero che non vuole l’unità dei comunisti, ma anche altri dirigenti del suo partito, che tirano questa coperta, sempre più striminzita, una volta verso destra, una volta verso sinistra. La Federazione della sinistra è un contenitore con il 99% di comunisti,  i movimenti  sono solo nell’immaginario fantastico  di qualcuno, correggetemi se  sbaglio, ma con cifre alla mano, le parole non bastano più.

E adesso? Vogliamo parlare di cosa fare adesso? Ci vogliamo mettere una pietra sopra a tutti gli errori commessi in questi anni sia dal Prc che dal PdCI e ci darci un’altra opportunità, forse l’ultima, e ricominciare insieme, comunisti uniti? ? Pena la sparizione dei nostri due partiti? Io penso seriamente che sia arrivato il momento. Perché se così non è, non sono affatto sicura che tra un anno, il  18 ottobre del 2010 , avremo ancora qualcuno con cui riparlarne.

Cari saluti. Marica Guazzora

 

Federazione e questione comunista

 

Intervento alla Direzione nazionale del Prc di  Fosco Giannini del 7 ottobre 2009

La prima questione da mettere in rilievo , rispetto al dibattito che si è sviluppato in questa Direzione Nazionale, è che la durissima , pregiudiziale e cieca ostilità di alcune parti – pur ultra minoritarie – all’interno del nostro Partito rispetto alla proposta forte dell’unità dei comunisti, va assumendo la forma dell’ostilità anche alla Federazione comunista e di sinistra che si va costituendo, un’ostilità alla Federazione che poggia su di un argomento: essa sarebbe – per queste compagne e questi compagni ostili – un’anticipazione della stessa unità dei comunisti.

La fase, per i comunisti e la sinistra di classe, in Italia, è davvero drammatica: la lunga teoria di errori, liquidazionismi e tradimenti ( una parola che non usiamo con facilità e leggerezza, ma che per ciò che riguarda il lungo  attacco dall’interno al movimento comunista italiano ci sembra oggi appropriata, non retorica e dunque utilizzabile) ha portato il movimento comunista, i due stessi partiti comunisti italiani ad un passo dalla crisi definitiva, vicini all’estinzione. Da questo punto di vista, oggi, e al di là delle perplessità e delle critiche alla Federazione che noi stessi abbiamo già esposto e che tuttora nutriamo, giudichiamo che  allo stato delle cose, concretamente, sarebbe non solo sbagliato, ma letale, un atteggiamento di avversione alla Federazione che portasse i dirigenti nazionali del PRC ( quelli – appunto – che estendono l’ostilità all’unità dei comunisti alla Federazione ) a convincere la nostra base militante  ad opporsi ad essa, al suo sviluppo sui territori, a dotarla di una capacità di iniziativa sociale e di lotta. Oggi, in questa fase ( per i comunisti e per la sinistra di classe, dai caratteri preagonici ) un’ostilità di questo tipo ( organizzata e, per così dire, “militante”, da frazione di destra) sarebbe nefasta, mentre ciò che occorre – oggi più che mai – è il dibattito libero sulla natura stessa della Federazione, sulla difesa e il rilancio dell’autonomia comunista accompagnati da una seria iniziativa sul campo per la costruzione sociale della Federazione e da una solidarietà nel gruppo dirigente complessivo di Rifondazione Comunista , una solidarietà che può e deve  essere tale anche nella dibattito franco e leale sulle nostre prospettive strategiche. Da questo punto di vista – lo dico dopo aver ascoltato le critiche pregiudiziali alla Federazione, quelle che la accomunano al progetto dell’unità dei comunisti – mi sento di affermare : o massima solidarietà tra di noi, al fine di non far naufragare drammaticamente anche la Federazione ( nel quadro di una discussione libera sulle strategie ) o sabotaggio.

 

E’ stato detto in questa Direzione ( sia nella relazione introduttiva del compagno Ferrero che in altri interventi) e più o meno con queste parole che “ la linea e la proposta della Federazione l’abbiamo data ed ora toccherebbe alla base, al nostro quadro militante, metterla in pratica, costruirla sul campo ”. Superare cioè  - asseriscono ancora il Segretario e  altri - la fase  del chiacchiericcio per addivenire al lavoro costruttivo”. Tuttavia – ha proseguito Ferrero – allo stato delle cose , dal 18 luglio a Roma ( giorno del lancio della Federazione) sino ad ora, in nessuna parte d’Italia, in nessun territorio ( tranne che in un paesino, in un solo paesino del torinese) vi è stata una minima iniziativa per la costruzione sul campo della Federazione.E il compagno Ferrero prosegue chiedendo alla base e al quadro intermedio un surplus di azione soggettiva, aggiungendo che “ora la responsabilità della costruzione è sulle vostre spalle e se essa non avvenisse non vi sarebbero più alibi”.

 

Caro compagno Ferrero: io credo che tu faccia bene ( è il tuo compito, a cui non puoi sottrarti) a spingere sulla base e sul quadro intermedio del Partito affinché inizi il lavoro di costruzione della Federazione sui territori. Tuttavia credo che sia da esaminare con più oculatezza la parte del tuo monito attraverso il quale sposti tutta la responsabilità della riuscita o meno della costruzione della Federazione sulle spalle della nostra base militante.   C’è qualcosa che ti sfugge, o che rimuovi, che non vuoi vedere. Il punto è che siamo di fronte ad uno stato d’animo generale del nostro Partito,dei nostri militanti, dei nostri quadri vicino al punto zero. Uno stato d’animo che segna questa stessa Direzione Nazionale, qui ed ora. La stanchezza, nei Circoli, dilaga; la passivizzazione e l’abbandono della militanza sono spettri che si aggirano drammaticamente in ogni parte della nostra organizzazione e la caduta verticale del tesseramento né è un segno probante. La Federazione – pur giusta in sé come unità d’azione tra soggetti autonomi diversi – non ha la forza ( questo è il punto) di suscitare nuove passioni, di invertire la tendenza nefasta, di rovesciare positivamente lo stato grigio delle cose.

La Federazione è percepita ( giustamente, correttamente) dai quadri più evoluti ( molti altri non sanno ancora come interpretarla) come una risposta tattica, contingente alla nostra crisi e alle nostre difficoltà. Ma essa non risponde alla questione centrale che attraversa l’animo dei nostri militanti, dell’intero corpo del Partito: chi siamo, oggi ? Dove ci dirigiamo strategicamente ? Come usciamo dalla crisi profonda di senso generata dal  processo distruttivo del bertinottismo?

La crisi di senso che attraversa il Partito è tra l’altro la stessa che attraversa il Paese intero e tutto il popolo comunista e di sinistra. Di fronte all’egemonia delle idee-forza che mette in campo la destra ( idee reazionarie ma indiscutibilmente “forti”) avremmo bisogno di mettere in campo anche noi un’idea altrettanto forte, in grado di competere con le destre sul piano egemonico. Il punto è che i comunisti e la sinistra – dalla Bolognina al dissolvimento bertinottiano – hanno proposto alla nostra gente, al nostro popolo, alla “classe”, solamente pensieri deboli, proposte deboli, votate alla liquefazione e alla sconfitta, anche drammatica.

La Federazione, oggi, ( ripetiamo: pur giusta in sé) rischia di apparire un proseguimento delle idee-deboli rappresentate dalla lunga teoria liquidazionista che si è dispiegata da Occhetto in poi : al posto dell’idea-forza comunista e l’idea-forza del partito comunista di quadri e di massa si sono via via succedute proposte quali  “la carovana occhettiana”, il partito debole ( “amazzonico”) del PDS e poi il florilegio bertinottiano, dalla Sinistra europea alla proposta compulsiva – negli anni – del “nuovo soggetto politico”; dall’Arcobaleno alla “rifondazione socialista”, dallo scioglimento nel movimentismo al partito mass-mediatico. Ora siamo a  questa Federazione che – se non accompagnata da una idea-forza - rischia di essere percepita ( ed essere concretamente nella realtà) una variante delle soluzioni bertinottiane. 

Il punto è – ne siamo certi – che se assieme alla Federazione non viene ripresa di petto la “questione comunista” la Federazione stessa rischia fortemente di illanguidirsi in un progetto di sinistra vaga, “izquierdista”, dal pensiero debole e dalla proposta moderata, che non potrebbe suscitare emozioni e passioni, ritorni alla militanza. E’ qui la tua “disattenzione”, compagno Ferrero: sembra che tu non voglia prendere atto –assieme a tanta parte del gruppo dirigente – che in Italia ( per colpa di chi ha distrutto e tradito) il movimento comunista è al lumicino, che rischia l’estinzione. Siamo cioè di fronte ad una vera e propria “questione comunista” finale e lo stato d’animo particolarmente depresso di tutti i nostri e le nostre compagne ne è solo la proiezione “spirituale”. 

Rispetto a ciò- da comunisti – saremmo chiamati ( chiamati dalla drammaticità dello stato presente delle cose) a prendere il toro per le corna, assumendoci il compito primario che ci assegna la fase : la ricostruzione e il rilancio dell’opzione comunista, dell’autonomia culturale, politica, organizzativa, economica comunista; del Partito comunista come unica e possibile idea-forza. Ma ciò non avviene, questo compito non è assolto e davvero questa accidia, questa inerzia,  appare surreale, stravagante e persino drammatica, se guardata anche alla luce del recente Congresso di Chianciano, nel quale l’autonomia comunista, la persistenza comunista del PRC è stata fortemente messa in discussione e giunta vicinissima ad essere liquidata da Bertinotti e Vendola. Come dire: abbiamo rischiato l’infarto cinque minuti fa e non ci è servito a niente, abbiamo ricominciato subito a fumare.Sta qui, dunque, la contraddizione insita nella Federazione: se assieme alla sua costruzione non promuoviamo, di pari passo, il rilancio dell’autonomia comunista ( pensiero e prassi), la Federazione stessa rischia fortemente di suscitare  - piuttosto che passioni - nuovi disorientamenti sulla nostra base; rischia – se di pari passo non si irrobustisce il partito comunista – di uscire dalla sua necessaria natura  di “unità d’azione tra forze comuniste e anticapitaliste” per approdare e degenerare in una nuova forza strutturata, partitica, di sinistra vaga, al fondo “bertinottiana”: una creatura della Seconda Mozione.

Se la Federazione diviene la negazione o l’antitesi della “questione comunista” essa si trasforma in pensiero e proposta debole, che non riesce ad attivare i compagni suoi territori.E’ in questo senso che reputo l’incipit di Ferrero ( “ Noi abbiamo dato – attraverso la proposta della Federazione – la linea alla base. Tocca ad essa ora lavorare e se non costruisce sul campo sua è la responsabilità ” - queste, nell’essenza le parole del Segretario) sbagliato, nel senso che non si può credere di risolvere i problemi dell’inerzia della militanza attraverso un surplus di indicazione politica dall’alto: sarebbe soggettivismo, sarebbe una strana credenza sia nella forza prometeica del gruppo dirigente del partito che nello spontaneismo della base.E’ ora di capirlo: la nostra base (comunista!) si riattiva solo- anche per un obiettivo tattico come la Federazione -  se nel contempo è chiaramente rilanciato il progetto per il quale i nostri militanti si sono iscritti e hanno scelto il sacrificio: l’opzione strategica comunista, il partito comunista. 

E’ in questo senso che ci siamo battuti e rilanciamo l’idea ed il progetto dell’unità dei comunisti; non perché pensiamo che esso sia bastevole al disegno strategico volto alla ricostruzione in Italia di un partito comunista di ispirazione leninista e gramsciana, antimperialista e anticapitalista, di classe e di lotta, ma perché tale unità offrirebbe sicuramente maggiori basi materiali e maggiore massa critica sia per riportare i comunisti al centro del conflitto sociale, sia per avviare una ricerca politico e teorica comune , che per suscitare  quella passione oggi completamente mancante in grado sia di riattivare la militanza dei comunisti organizzati che quella della diaspora comunista.

E dobbiamo dire che rispetto a ciò, rispetto alla proposta che avanziamo dell’unità dinamica dei comunisti ( dinamica nel senso che essa avrebbe poi il compito di ridefinire una teoria ed una prassi) , rispetto a questa richiesta che va sempre più estendendosi nel corpo nel nostro partito e fuori, non vi è stata mai una risposta razionale da parte del gruppo dirigente del PRC, da parte del Segretario, nel senso che mai il “no” alla proposta è stato seriamente argomentato. Mentre, quantomeno la nostra base e i nostri iscritti, avrebbero il sacrosanto diritto di conoscere le argomentazione politiche vere di un simile e pesante rifiuto. 

Rispetto alla proposta relativa alla nuova rivista del Partito

(“Rifondazione Comunista”): trovo completamente surreale che a dirigerla vi siano compagne/i come la Lidia Menapace e Alessandro Valentini, che a tutto sono interessati meno che al processo di rifondazione comunista e alla costruzione del partito comunista. Trovo davvero grave che il tentativo di dotare il partito di una propria rivista avente il compito formale ( come suggerirebbe il  titolo stesso della rivista) di riavviare una ricerca politico –teorica comunista sia affidato ad una compagna ed un compagno che sono contrari ( l’una) all’idea stessa di partito e ( l’altro) all’idea di un partito comunista, da superare nel progetto di una nuova forza socialdemocratica.

Ma le nostre stesse risorse finanziarie al lumicino non suggerirebbero di investire più decentemente quel filo d’aria che ci è rimasta ? E anche in questo caso: sarà possibile chiedere un surplus d’iniziativa ai nostri militanti se continuiamo con questo stralunato passo?

 

Alleanze

Partito dei Comunisti Italiani - Federazione di Torino - Ufficio stampa
 

 

Comunicato stampa: Chi sono Grassi e Steri per proporre alleanze a "destra" e a manca?

 

Torino 6 ottobre 2009. "La solare evidenza" con cui Grassi e Steri, illuminando le colonne del Manifesto di oggi, desiderano dimostrare la necessità di allearsi con la formazione "Sinistra e Libertà" non può che essere conseguenza di due ipotesi alternative: un colpo di sole autunnale o l'ennesimo tentativo di proporci la melassa indistinta dell'arcobaleno. A proposito delle elezioni in Germania, Portogallo e Grecia, quello che Grassi e Steri non dicono è che "l'avanzata delle sinistre", pur con i distinguo tra i diversi contesti, è dovuta alla scelta di campo che pone quelle sinistre su un fronte di opposizione e alternativa alle forze di centro sinistra. Si tratta di cecità, ignoranza, opportunismo o sindrome suicida arcobalenista? La Federazione del PdCI di Torino non si vuole suicidare ed è interessata esclusivamente al percorso di unità dei comunisti. Speriamo l'abbiano ben compreso gli altri compagni di Rifondazione, quelli con cui vorremmo, se potessimo, collaborare, in particolare Armando Petrini e Renato Patrito.

 

 

La questione comunista

di Fosco Giannini

La costruzione del partito comunista è una cosa e la Federazione è un’altra; la ricostruzione di un partito comunista dai caratteri finalmente rivoluzionari (quindi non massimalisti) è una cosa e l’unità della sinistra è un’altra. (Editoriale l'Ernesto Maggio/Agosto 2009)

Pur essendo passato un po’ di tempo, si deve e si può ripartire – per riaprire una discussione sullo “stato delle cose” relativa ai comunisti/e in Italia, alla questione dell’unità dei comunisti e a quella, centrale, della ricostruzione di un unico partito comunista nel nostro Paese – dalle elezioni europee, dal loro svolgersi sino all’esito elettorale.
Partiamo dalle europee non per artifizio retorico, ma perché nel processo di costruzione della “ Lista comunista e anticapitalista”, nella messa a valore (o non messa a valore…) di essa nella campagna elettorale e - infine – nel suo dato elettorale definitivo, crediamo siano contenute oggettivamente questioni pregnanti ed essenziali che hanno un valore che va al di là del contingente, del passaggio elettorale stesso, questioni che, a partire dalla Lista, la trascendono, divenendo paradigmatiche di una fase e di una serie di contraddizioni oggi presenti tra i comunisti e all’interno del movimento comunista italiano.


Il quadro complessivo della UE

I risultati elettorali nei diversi paesi dell’Unione europea, pur tra differenziazioni e sfaccettature, ci consegnano:
- la vittoria delle destre;
- il crollo delle socialdemocrazie;
- la tenuta e ripresa delle forze comuniste e di sinistra anticapitalista.
Le destre egemonizzano ormai largamente il senso comune dei popoli dell’Unione europea, ma al cospetto di questo dato “superficiale” e facilmente riscontrabile vi è un’altra questione che invece è quasi del tutto elusa (anche a sinistra), per nulla indagata. Si tratta del rapporto oggettivo che intercorre tra la vittoria delle destre e la base materiale di tale vittoria; in altre parole: il rapporto tra le destre politiche vincenti e la matrice dalla quale si formano: l’Unione europea come polo neo-imperialista in formazione, che in virtù della propria natura e nell’obiettivo di entrare in forze nella battaglia internazionale contro gli altri poli imperialisti per la conquista dei mercati, punta a demonizzare culturalmente e politicamente le forze comuniste e anticapitaliste del vecchio continente; a colpire, sottomettere ed emarginare le organizzazioni storiche del movimento operaio (politiche e sindacali), offrendo così un terreno di organizzazione del consenso alle forze della destra e persino dell’estrema destra.
È questo un dato importante, decisivo sul piano strategico, poiché chiede a tutte le forze di sinistra (dai comunisti alle sinistre anticapitaliste e d’alternativa della Ue) di abbandonare velocemente ogni illusione riformista sull’Unione europea per intraprendere invece un cammino di lotta, dal carattere antimperialista, volto ad una organizzazione di un conflitto sovranazionale sia contro le politiche euro-atlantiche della Ue che contro le sue politiche liberiste.
È questo per i comunisti che in Italia si battono per l’unità e per un nuovo partito comunista unito, un dato particolarmente importante, poiché ci parla della natura che tale partito dovrebbe avere anche nella battaglia contro le derive conservatrici e di destra della Ue.

Sicuramente, un altro punto importante messo a fuoco dal dato elettorale delle europee è il crollo – dal carattere storico e su di un’area continentale - delle socialdemocrazie. Esso non è casuale e trova le sue ragioni razionali in un quadro internazionale di nuovo segnato – negli ultimi vent’anni – dal ritorno prepotente della lotta interimperialista per la conquista dei mercati (altro che fine dell’imperialismo e delle contraddizioni interimperialistiche, come fantasticavano gli adulatori di Toni Negri e della categoria dell’Impero).
I nuovi poli imperialisti tendono a regolare i rapporti di forza a loro favore per comprimere e diminuire i salari, tagliare le spese sociali per istruzione, sanità, servizi sociali (salario indiretto), pensioni (salario differito), in modo da poter disporre di una quota maggiore di profitto da investire in una spietata competizione interimperialistica globale. Cosa che, regolarmente e senza opposizione di classe – né politica né sindacale - è avvenuta in Italia, ma non solo1. Cosa direbbe, oggi, Luciano Lama, di fronte al grande strazio sociale prodotto: concepirebbe ancora, come prioritaria, la linea della “concertazione” in nome degli “ interessi nazionali”?
In questo quadro è rimasto ben poco da redistribuire socialmente e alle forze socialdemocratiche è stata tolta l’acqua ove nuotare. Esse, in questo contesto, perdono di senso storico e ruolo sociale. Il responso elettorale è conseguente.
È chiaro quindi che la crisi delle socialdemocrazie e (più strutturalmente) l’impossibilità di fase di intraprendere serie politiche neokeynesiane pone problemi seri anche alle forze comuniste, che non possono più coprire a sinistra (pena la condanna elettorale, come è accaduto per l’Arcobaleno) alleanze di sinistra moderata prive di ogni afflato riformatore e forza di cambiamento, come la vicenda – più esce dalla cronaca ed entra nella “storia”, e più si rivela politicamente drammatica per i comunisti – del governo Prodi dimostra.

Un’altra lezione che ci viene impartita dalle elezioni europee è quella relativa alla tenuta e alla ripresa delle forze comuniste e anticapitaliste, lezione che viene ampiamente a dimostrarci come la “crisi del movimento comunista” sia in verità la crisi del movimento comunista italiano. Ma su questo punto troverete un’ampia analisi nell’articolo del compagno Fausto Sorini.


Il quadro italiano:  il Pdl non stravince

Un altro dato che occorre tenere in considerazione è quello relativo ai consensi elettorali (per le europee) conseguito dai maggiori partiti italiani. Il PDL di Berlusconi ottiene alle europee oltre 10 milioni di voti (35,3%), perdendone – rispetto alle elezioni nazionali del 2008 – circa 2 milioni; il PD ottiene alle europee oltre 8 milioni di voti (26,1%), perdendone, rispetto al 2008, circa 3 milioni. L’intera destra italiana raggiunge - alle ultime europee - il 54,2%.
Le due forze maggiori (PDL e PD) perdono consensi significativi e ciò potrebbe alludere al fatto che nessuna delle due forze ha ancora concluso la fase transitoria di costruzione per divenire partito di massa radicato e strategicamente consolidato e che entrambe queste forze potrebbero essere vittime, in una fase non lontana, di crolli elettorali. Nonostante il berlusconismo sia “venduto” (dallo stesso PDL) come un regime dalla vasta e profonda potenza, i dati elettorali ci dicono che in fondo, rispetto alla veloce e vasta mutevolezza che ha dimostrato avere in quest’ultimo quindicennio l’elettorato italiano, esso non è affatto ancora pienamente stabilizzato, non riesce ancora ad essere pienamente e propriamente un regime.

Possiamo forse azzardare una lettura meno contingente e dai caratteri più strutturali: il punto è - crediamo - che il grande capitale italiano non ha ancora scelto definitivamente su quale cavallo politico salire per giungere ad una “democrazia per il profitto” stabile e - da ogni punto di vista - per essa rassicurante. Sintomatico è stato il fatto che, recentemente, anche il Corriere della Sera (oltre a La Repubblica) è sceso in campo - rispetto ai suoi tanti vizi privati e alle sue introvabili pubbliche virtù - contro Silvio Berlusconi. Il Corriere della Sera e La Repubblica: due rappresentanti di blocchi diversi della borghesia italiana uniti contro il capo del governo. Qualcosa si muove? E perché?2 Resta il fatto che il quadro politico è in forte mutazione carsica e che i due blocchi politici maggiori sono in lotta (lo scarto elettorale non così vasto, appunto, lo dimostra) per rappresentare la borghesia italiana. Con quali strategie, con quale forma di regolazione e controllo delle masse in una crisi economica profonda che il padronato sa – ad onta dei proclami ottimistici di Tremonti – niente affatto superata?
Tutto ciò non può non interessare i comunisti del nostro Paese, che non dovrebbero cadere di nuovo – come vi cadde il Bertinotti della fase ipermovimentista – nella trappola di Marco Revelli, quella teorizzante l’assoluta sovrapponibilità tra centro-destra e centro-sinistra.


Il risultato  della Lista comunista  e anticapitalista alle europee

Innanzitutto – come è ovvio – è necessario valutare il dato elettorale: quel 3,4% (oltre un milione di voti) ottenuto dalla Lista, un dato che è stato immediatamente brandito come un simbolo funereo dagli oppositori interni al PRC della Lista comunista e anticapitalista. Alcuni leader dell’area “vendoliana” rimasta in Rifondazione hanno subito strillato ai quattro venti che quel 3,4% era una sconfitta disastrosa quanto quella dell’Arcobaleno e che, dunque, sia la Lista che l’Arcobaleno dovevano essere per sempre archiviati3.
C’è da dire che alla critica chiaramente strumentale dell’“area Rocchi” al dato elettorale della Lista si sono – con toni diversi - aggiunte voci di parti della maggioranza, quelle che, partendo da posizioni politiche che si autodefiniscono più “radicali”, da “comunisti di sinistra”, trovano poi un punto solidale con quelle posizioni del PRC, moderate e ormai “post-comuniste”, contrarie all’unità dei comunisti e ad un partito comunista unico in Italia.

Ma come giudicare, in verità, quel 3,4% ottenuto dalla Lista? Come giudicarlo obiettivamente e in modo scevro da strumentalizzazioni? Noi non crediamo certo che esso rappresenti una vittoria, è anzi il segno delle difficoltà di un movimento comunista italiano che oggi si trova a pagare per intero il prezzo di decenni di errori e tradimenti dei suoi vari gruppi dirigenti: da quelli dell’ultimo PCI sino alla Bolognina, giungendo alla stagione davvero distruttiva e nefasta del bertinottismo.
Tuttavia, questo è un giudizio che, pur essendo necessario, è di tipo generale, strutturale, mentre abbiamo anche il bisogno di circoscrivere quel 3,4% nel suo preciso – breve - contesto temporale, quello che va dalla scelta della Lista sino al voto di giugno, passando per la campagna elettorale. E circoscrivendo razionalmente l’esito elettorale in questo lasso di tempo non possiamo più parlare – come fanno i compagni “catastrofisti”, quelli che formano l’arco che va dagli ex vendoliani ai “comunisti di sinistra” del PRC – di sconfitta bruciante, ma di una sconfitta con molte attenuanti; un dato elettorale, comunque, ben distante dalla Waterloo arcobalenista, un consenso comunista da cui davvero si può ripartire, con speranze razionali di farcela.


Parte del PRC ha remato contro la lista unitaria

Cosa è accaduto, concretamente, per farci esprimere un giudizio di questo tipo, che rifiuta una lettura catastrofista del voto di giugno?
Dal nostro punto di vista, molte e negative cose, in una certa misura addebitabili anche – lo diciamo senza remore e senza ipocrisie – ad una parte del gruppo dirigente nazionale del PRC, la parte che va (ancora) da aree di “comunisti di sinistra” allo stesso compagno Ferrero, segretario del Partito. Innanzitutto occorre ricordare che sul voto “europeo” di giugno, sulla Lista comunista, pesavano due macigni enormi, potenzialmente in grado, da soli, di portare a fondo la Lista: da una parte la sconfitta storica dell’Arcobaleno (bruciante e in grado di produrre ancora onde alte di disaffezione, scetticismo e lontananza del “popolo comunista” dai due partiti comunisti che ne fecero parte) e d’altra parte la pesantissima scissione operata da Vendola e da buona parte del gruppo dirigente storico bertinottiano del PRC poco prima della tornata elettorale: una mazzata politica e simbolica che, perpetrata nelle stesse dimensioni, avrebbe potuto abbattere una forza ben più corposa del PRC e della Lista stessa.
Si sono manifestati inoltre seri problemi ed errori (oltre ad ostacoli eretti scientemente, contro la Lista, da parte di alcuni dirigenti del PRC) relativi alla fase stessa della campagna elettorale, che hanno finito per essere determinanti per il mancato raggiungimento del 4%. Gran parte di questi errori sono fioriti sull’albero della “paura comunista”: una parte del PRC – composta da pezzi della maggioranza unita alla minoranza -, per paura che la Lista fosse percepita come l’anticipazione dell’unità dei comunisti, o potesse divenire tale, ha cercato in tutti modi (sotterranei o meno) di smorzare l’essenza comunista della Lista, finendo per danneggiarla, sia sul piano politico e sociale che sul piano mediatico ed elettorale.
I risultati di questa pulsione contraria alla Lista si sono visti sin da subito:
- La sua stessa costituzione è stata fatta slittare sino all’ultimo, sperando che lo sbarramento per le europee non ci fosse e che dunque la Lista non dovesse farsi, speranza meschina che ha bruciato tanto tempo utile per la campagna elettorale.
- Una volta fatta la Lista (obtorto collo, per diversi all’interno del PRC) non vi è stato un lavoro assiduo volto a farla divenire popolare, a crearle attorno la necessaria passione popolare (paura massima per i contrari all’unità dei comunisti). La stessa manifestazione di Piazza Navona di fine marzo, diretta a presentarla pubblicamente, è stata fatta – da parte del PRC - in tono minore, col risultato che la manifestazione stessa ne è uscita dimezzata (poca gente, piazza mezza vuota).

- All’inizio della campagna elettorale – addirittura! – il Dipartimento Enti Locali del PRC invia una “circolare” a tutto il Partito, a tutte le Federazioni, con cui si chiede di non lavorare (dunque, di sabotare) nelle elezioni amministrative per liste comuni col PdCI, di non utilizzare in quelle elezioni il simbolo per le europee, precostituendo così una situazione diffusa di confusione e di scarsa mobilitazione generale e persino di avversione per la Lista comunista e anticapitalista. In alcune aree, importanti anche sul piano simbolico (Milano, Torino), il messaggio negativo inviato dal Dipartimento Enti Locali passa e la lista unica col PdCI non si fa, ingenerando così uno stato confusionale tra lo stesso elettorato comunista, che vede i comunisti uniti per le europee e divisi per le amministrative: un messaggio che viene dalle metropoli, dunque forte, che aggrava, agli occhi del nostro elettorato, quel senso della divisione già pesantemente alimentato dalla scissione di Vendola e che spinge tanti comunisti (a cominciare proprio da Torino e Milano) a disertare le urne o a cambiare voto.
- La stessa scelta di Paolo Ferrero di non presentarsi alle elezioni europee (anche qui: paura di mettere in campo, con Diliberto candidato, un’anticipazione del partito comunista unito) certo non ha aiutato a rendere più prestigiosa e più accattivante la Lista e sicuramente ha partecipato al mancato raggiungimento di quello 0,6% in più col quale oggi i due partiti comunisti italiani sarebbero presenti nel Parlamento europeo.
Vi sono state altre questioni che hanno oggettivamente danneggiato la Lista: il vero e proprio oscuramento mediatico (che non si era dato per L’Arcobaleno di Bertinotti né si è dato per Sinistra e Libertà, a dimostrazione di come si muove la borghesia italiana e come si muove lo stesso D’Alema, che ormai da lungo tempo opera per la cancellazione dei comunisti in Italia); il regalo fatto improvvisamente da Giulietto Chiesa a Marco Ferrando, che ha eroso alla Lista proprio ciò che le è mancato per superare lo sbarramento; lo spostamento verso il partito di Di Pietro, operato scientificamente da alcuni “dirigenti comunisti” per danneggiare la Lista: molte cose sono accadute e tutte nell’unico segno: evitare l’affermazione della Lista comunista.


La crisi del movimento comunista in Italia è  profonda e viene da lontano.

Abbiamo scritto all’inizio che il non raggiungimento del 4% è il segno - innanzitutto - di una crisi profonda del movimento comunista italiano, che dovrà fare una gran fatica a risollevarsi dai colpi mortali che l’eurocomunismo, Occhetto e Bertinotti gli hanno inferto e dunque è qui la base reale delle difficoltà e lo diciamo affinché non si cerchino risposte consolatorie, anche per il risultato europeo; tuttavia anche le difficoltà contingenti - quelle descritte - hanno certamente partecipato al mancato conseguimento del 4%.
Ed è proprio questo micidiale combinato disposto - dato dalle difficoltà oggettive, di carattere strutturale e storico che pesano sui comunisti e da quelle incontrate nella campagna elettorale - che ci fa dire che quel 3,4 % non è da buttare, che è il segno che si può ricominciare, a patto, certamente, che i comunisti giungano ad una decente accumulazione di forze (attraverso la loro riunificazione), tornino a praticare il loro ruolo di soggetto principe nel conflitto contro il capitale, si radichino nei luoghi di lavoro, nei territori, si attrezzino per intervenire, come si diceva un tempo, in ogni piega della società, e si dotino di un corredo teorico e politico all’altezza dell’odierno scontro di classe.

È in questo senso che abbiamo sempre proposto, praticato ed interpretato la linea dell’unità dei comunisti: una linea volta a superare la divisione del movimento comunista italiano (unificazione dei due partiti e riassorbimento della “diaspora comunista”) attraverso una ricollocazione del Partito comunista italiano riunificato nel campo della lotta antimperialista e anticapitalista e la ridefinizione di un progetto politico e teorico rivoluzionario, attraverso una linea complessiva (teoria e prassi) volta ad acutizzare le contraddizioni capitalistiche, non a sanarle (obiettivo al quale puntano le sinistre moderate, comprese quelle “bertinottiane”); volta cioè – come primo compito di fase - a far saltare il progetto del capitale (che è quello – ai fini del mantenimento inalterato del potere e del profitto - della pace sociale, “poiché il capitalismo – come oggi scrive chiaramente Slavoj Zizek – può prosperare solo in condizioni di stabilità sociale di base”), per poter cancellare dal senso comune la nozione secondo la quale il capitalismo è natura immutabile e riproporre strategicamente - a partire dalle coscienze intellettuali su posizioni di classe e dalle aree più avanzate e combattive del mondo del lavoro – l’esigenza storica e il disegno di una transizione al socialismo.

Sulla crisi del movimento comunista italiano: da molti anni, in Italia, si pone la cosiddetta “questione comunista”. Chi la pone pensa più precisamente al rilancio di un pensiero, di una prassi e, in ultima analisi, di un partito comunista che - attraverso una riflessione critica (ma non liquidatoria) sul movimento comunista del ‘900 e più specificatamente sull’esperienza comunista in Italia – possa di nuovo svolgere un ruolo socialmente e culturalmente incisivo e riaprire un’opzione antimperialista, anticapitalista e rivoluzionaria nel nostro Paese.
Non è facile definire temporalmente la fase dalla quale “la questione comunista”, in Italia, inizia a porsi, nel senso che non è agevole – essendo anch’esso un processo – stabilire il “vero momento” in cui inizia l’involuzione del movimento comunista italiano. Ciò che ora, in assenza di studi più analitici, possiamo asserire, è che tale involuzione prende corpo ben prima della “Bolognina”, che si aggrava nella fase dell’eurocomunismo, durante la quale assistiamo ad una provincialistica enfatizzazione del ruolo storico e mondiale delle organizzazioni del movimento operaio europeo che sbocca, da una parte, nel privilegiare sempre più – da parte di quel PCI – le relazioni con le socialdemocrazie europee ai danni di quelle con le forze comuniste europee e, d’altra parte, nella rottura con parti preponderanti del movimento comunista e antimperialista mondiale, al quale “si affida” un ruolo rivoluzionario marginale rispetto a quello europeo (e pensiamo quanto sarebbe risibile oggi un pensiero eurocomunista di fronte al grande processo di liberazione dell’America Latina e al grande ruolo che oggi gioca, sul piano planetario, la grande triade Russia- Cina – India.); un’involuzione che si palesa in forma finale con la “Bolognina” (un passaggio politicamente devastante e culturalmente oscuro, poiché appare tuttora incomprensibile il salto repentino e apparentemente immotivato tra l’essenza socialdemocratica dell’ultimo PCI e l’improvviso determinarsi dell’essenza “radical” occhettiana, che cancella dal quadro politico del Paese persino un’opzione socialdemocratica classica e di massa); un processo involutivo che torna (dopo una prima speranza) nella fase davvero nichilista del “bertinottismo”, che non solo soffoca nella culla il progetto politico e teorico della rifondazione comunista, ma sferra un nuovo, letale colpo alla stessa residua autonomia comunista italiana.
La crisi capitalistica è anche un’opportunità per la ripresa del movimento comunista

Le attuali, drammatiche, condizioni politiche, teoriche, organizzative, elettorali, economiche, del movimento comunista italiano (diciamo, non casualmente, italiano, poiché le ultime elezioni europee hanno dimostrato, al contrario, la tenuta e persino l’avanzamento dei partiti comunisti) sono, esattamente, il prodotto finale di questa lunga catena involutiva.
La questione è che il punto più basso e critico della storia del movimento comunista italiano – quello odierno - coincide con una fase particolarmente acuta delle contraddizioni capitalistiche: già dal prossimo autunno, la crisi del capitale prevede altre centinaia di migliaia di licenziamenti entro il quadro complessivo di un regime politico, quello berlusconiano, antioperaio, razzista e di destra eversiva. Una fase, cioè, in cui un partito comunista dovrebbe e potrebbe svolgere un ruolo centrale di lotta, attraverso il quale ricostruire sia il proprio senso sociale e storico che i propri legami di massa. La crisi, insomma, come un’opportunità, per i comunisti, di uscir fuori dalle secche nelle quali la disgraziata linea eurocomunismo-bolognina-bertinottismo li ha collocati e, per ora, condannati. Un’ opportunità di lotta, per i comunisti, avente un valore sociale aggiunto: quello di aggregare attorno al proprio cardine conflittuale e progettuale l’intera sinistra d’alternativa; il valore aggiunto, insomma, dell’unità della sinistra anticapitalista come prodotto dell’iniziativa comunista.


Questione comunista e unità delle sinistre

Dunque: noi siamo di fronte, contemporaneamente, ad una crisi dai caratteri mortali del movimento comunista e - insieme- ad una crisi del capitale che si presenta come una sorta di possibilità di resurrezione per lo stesso movimento comunista. Oggi, per i comunisti, sarebbero necessarie, come il pane, tre condizioni:
- un’accumulazione di forze (ed è per questo che tanto ci siamo battuti – invano, rispetto ai niet di Paolo Ferrero - per l’unità dei comunisti, per unire PRC, PdCI e diaspora comunista);
- una piena autonomia politica e culturale che doti il movimento comunista di un bagaglio politico e teorico di ispirazione leninista e gramsciana e cioè critico e rivoluzionario (da questo punto di vista occorrerebbe dare seguito alla proposta avanzata dal compagno Diliberto all’iniziativa del 18 luglio a Roma e cioè la costituzione di un Centro studi avente il compito di dar vita ad una stagione di ricerca teorica aperta che su di una base marxista e materialista si ponga l’obiettivo di ridefinire sia un’analisi seria della società italiana, che un progetto di transizione al socialismo);
- infine, una capacità di unire (sul campo, nell’unità d’azione) l’intera sinistra anticapitalista.

Oggi, il punto è: come queste tre condizioni possono sussistere e svilupparsi entro la Federazione di sinistra (la chiamiamo, per favore, “comunista e di sinistra”?) che ha preso avvio a Roma il 18 di luglio?
Diciamolo chiaramente: l’accumulazione di forze comuniste (e cioè il processo unitario tra PRC, PdCI ed altre soggettività comuniste); la ricerca e lo sviluppo di un profilo politico e teorico capace, come un nuovo cavallo di razza, di scrollarsi di dosso le mosche dell’occhettismo e del berttinottismo e delineare un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dello scontro di classe; l’obiettivo di aggregare attorno al cardine comunista la diffusa sinistra anticapitalista e antiliberista: queste tre condizioni possono darsi solo se, entro la Federazione, i comunisti rimangono autonomi, sul piano culturale, politico, organizzativo ed economico; se essi non vengono sussunti nella Federazione; se la Federazione non si mette in testa di divenire un “nuovo soggetto politico e partitico” che, inevitabilmente, depotenzierebbe a mano a mano la (residua e già debole) cultura comunista sino a portarla ad estinzione.

In sintesi, la questione è la seguente: la costruzione del partito comunista è una cosa e la Federazione è un’altra; la ricostruzione di un partito comunista dai caratteri finalmente rivoluzionari (quindi non massimalisti) è una cosa e l’unità della sinistra è un’altra.
Se questa distinzione verrà mantenuta potranno darsi – dialetticamente - sia la costruzione di un più forte partito comunista che quella dell’unità della sinistra di classe. Se tale distinzione cadrà, saremo di fronte al fallimento di entrambe le opzioni.
Dobbiamo saper criticamente riassumere, da materialisti, le lezioni della storia. E ricordare, dunque, che esperienze di federazioni di sinistra, in Europa, si sono già avute e sono tutte finite male per i comunisti. In Grecia, il tentativo - nei primi anni ’90 – di quel Synaspismos guidato da Maria Damanaki (oggi finita, significativamente, nel Partito Socialista greco) di cancellare, attraverso la Federazione, l’autonomia del Partito comunista di Grecia è finito in una scissione gravissima dello stesso KKE. In Spagna, nell’ormai lunga esperienza dell’Izquierda Unida, il Partito comunista spagnolo ha trovato in verità la propria consunzione e la stessa Izquierda – animale politico ambiguo più che mai, quanto moderato – è ormai di fronte al proprio fallimento politico ed elettorale.

Ripetiamo: la questione non è quella di rifiutare, in Italia, la Federazione, anzi dobbiamo ribadire il fatto che l’unità della sinistra di classe non è solo, socialmente, “giusta in sé”, ma - se ben condotta - è anche base materiale di rafforzamento della stessa opzione comunista; la questione è che essa non deve divenire la tomba dell’autonomia comunista. Essa non deve porsi l’obiettivo di trasformarsi - bertinottianamente, vendolianamente - in un nuovo partito politico, in un nuovo Arcobaleno. Lo diciamo perché, invece, le pulsioni alla sua trasformazione in un nuovo partito politico di sinistra sono potenti. Fare di essa una Die Linke italiana, ha affermato chiaramente Vittorio Agnoletto a Roma, il 18 luglio; mentre noi non dimentichiamo che nei recenti documenti politici di Die Linke si cancella tutta la storia del movimento comunista rivoluzionario, riprendendo interamente lo spirito e la lettera della Seconda Internazionale. Ed è stato lo stesso Cesare Salvi, nella relazione introduttiva al convegno romano della Federazione, a porre chiaramente il problema della “necessità”, per ogni soggetto della Federazione, di praticare cessioni di sovranità, politica e culturale. La storia si ripete: già nello Statuto dei primi anni ’80 dell’Izquierda Unida si chiedeva ai vari soggetti (soprattutto al PCE, che era il soggetto più forte) di cedere sovranità, negandogli, in due articoli decisivi, la possibilità di sviluppare una politica internazionale autonoma e un radicamento sociale autonomo. E la cessione continua di sovranità è stata la causa essenziale del declino profondo dei comunisti spagnoli. La cessione di sovranità, nella Federazione italiana, colpirebbe solo i due soggetti forti e determinanti per la stessa Federazione: PRC e PdCI.

I comunisti, in Italia, possono ripartire solo a condizione di poter sviluppare, in piena autonomia, una politica antimperialista e anticapitalista. Se ciò non fosse possibile, per lacci e lacciuoli izquierdisti, il già moribondo movimento comunista italiano si avvierebbe alla fine. È stato il compagno Claudio Grassi a chiarire che la questione centrale non è quella di “quale contenitore” debba essere la Federazione, ma che cosa essa debba fare sul terreno della lotta sociale e politica: è l’impostazione giusta. Ed è stata la compagna Manuela Palermi, nel convegno romano del 18 luglio, a ribadire con forza l’esigenza – anche all’interno della Federazione – di mantenere e sviluppare l’identità comunista.
È questa la strada: autonomia comunista e unità della sinistra anticapitalista. Se questo rapporto dialettico si rompesse a favore di una deriva izquierdista partitica, l’unità dei comunisti ed il Partito comunista, in Italia, per le condizione date, forse per un lungo periodo non troverebbero più modo di prendere forma e concretamente realizzarsi.


Riprendere e intensificare l’iniziativa per l’unità dei comunisti

In questa situazione sarà quanto mai opportuno che tutti i compagni, tutti i comunisti, dentro e fuori il PRC e il Pdci, che si sono battuti in questi anni - ed aspirano oggi - a sviluppare una presenza comunista organizzata in Italia, sappiano prendere le opportune iniziative volte a costruire momenti reali – possibilmente permanenti e non solo occasionali – di unità comunista, sviluppando coordinamenti e forme di cooperazione organizzata per affrontare questioni essenziali per la costruzione di una linea politica comunista: – la costruzione di un sindacato unitario di classe e il ruolo dei comunisti; antimperialismo e solidarietà internazionalista; l’organizzazione, lo sviluppo e diffusione di una cultura critica marxista nelle condizioni del monopolio capitalistico dei mass media; gli immigrati quale parte più sfruttata e oppressa del proletariato…
Su queste e altre questioni occorre favorire e organizzare il confronto tra i compagni, che hanno bisogno di parlare concretamente di esse, non in termini “politicisti”, non nell’ottica dei microschieramenti e microgruppi interni o esterni ai due partiti comunisti, ciascuno a guardia del proprio microspazio con la propria etichetta doc; occorre tornare ad analizzare il reale con gli strumenti dei comunisti, e tornare ad essere i promotori e i protagonisti di lotte di massa, di resistenze sociali, politiche, culturali, alla gestione capitalistica della crisi.
Nella UE, in Italia in particolare, tutti gli indicatori ci parlano di un acutizzarsi della crisi che colpirà pesantemente i lavoratori, in primis i precari, e gli strati più deboli della società. I comunisti possono, debbono, essere i promotori della resistenza proletaria alla crisi del capitale. Possono, se sapranno praticare concretamente l’unità, superare visioni tatticistiche e particolaristiche, di piccola bottega, che tanto danno hanno fatto anche negli ultimi tempi; se sapranno, lavorando a fianco a fianco - compagni del Prc, del Pdci, della Rete dei comunisti, e i tanti della diaspora comunista -, volare alto, nella consapevolezza che si gioca oggi una partita importante, forse fondamentale per la presenza di una politica comunista in Italia.
Questa rivista, che ha la grande ambizione nel nome che porta, di coniugare ragione marxista e generosa dedizione rivoluzionaria, e i compagni che ad essa fanno riferimento e ne hanno reso possibile col loro lavoro quotidiano la quasi ventennale pubblicazione, sono impegnati ad essere promotori e punti di riferimento per le iniziative culturali, politiche, di lotte sindacali e nei territori, nella difficile battaglia per la ricostruzione in Italia di un partito comunista adeguato alle terribili sfide del nostro tempo.


Note

1 Cfr. i dati sui salari europei nell’articolo di Stefano Barbieri nelle pagine di questa rivista.

2 L’articolo di Domenico Moro fornisce elementi di analisi sul blocco sociale berlusconiano e le sue incrinature nella fase di crisi.

3 Con una contraddizione interna non da poco: asserito ciò, Rocchi, Rosi Rinaldi e compagni propongono la strategia di costruzione di una “sinistra” che somiglia ancora come una goccia d’acqua ad un Arcobaleno con un altro nome.

 

Una "Cassa di Resistenza" a sostegno dei lavoratori in difficoltà

 

debitiUna Cassa di Resistenza per combattere la crisi economica e per sostenere i lavoratori licenziati o messi in cassa integrazione. Questa è l’iniziativa realizzata da Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani delle Marche resa nota da Cesare Procaccini e Giuliano Brandoni, capogruppo rispettivamente del Pdci e del Prc-Se in Regione.

Inoltre i due partiti hanno sollecitato la convocazione della Commissione consiliare alle attività produttive e hanno presentato una proposta di legge congiunta per l’istituzione di un fondo che “permetta ai lavoratori e ai loro progetti di diventare cooperative o forme di produzione autogestite. Ossia protagonisti nelle fasi di trattativa, senza restare soggetti passivi delle trattative padronali”.

La Cassa di Resistenza è stata voluta in seguito alle vicende del gruppo Antonio Merloni a Fabriano, la mobilità alla Manuli Rubbers di Ascoli Piceno, l’annunciata crisi della Abs di Pesaro, della Frau di Tolentino, la cassa integrazione prevista da ottobre alla Fincantieri di Ancona che “indicano sia l’ampiezza del danno economico prodotto dalla crisi, indifferente alle geografie e alle latitudini, sia la necessità di obiettivi strategici di riprogrammazione economica”.

Procaccini e Brandoni annunciano che Prc e Pdci sono accanto agli operai davanti ai cancelli delle fabbriche, per “difendere con loro i loro posti di lavoro”, ma anche “la loro dignità e un grande patrimonio di saperi”. E concludono sottolineando “l’urgenza di produrre a livello istituzionale e legislativo azioni capaci di testimoniare sì la solidarietà delle istituzioni, ma soprattutto di offrire strumenti utili per risultati positivi. Vicende come quelle della Innse a Milano insegnano che si può vincere se ci sono strategia e solidarietà insieme”.

 

di  “Il Resto del Carlino” 20 agosto 2009