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nanziaria Tremonti e nece
Festa Nazionale
de l'Ernesto
 

Crisi del Governo Berlusconi e compiti dei comunisti
e della sinistra d'alternativa
i
di Fosco Giannini
su l'Ernesto Online del 16/07/2010
I carabinieri di Roma, coordinati dal Procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, hanno chiamato “Operazione Insider” quell’enorme inchiesta che - facendo tremare tanti palazzi del potere - rivela l’esistenza di una “Loggia P3” volta alla costruzione di un contropotere oscuro e mafioso; alla gestione criminale di grandi operazioni economiche e ad una penetrazione nella Magistratura diretta a costruire dentro di essa una potente casamatta filo berlusconiana avente come primo compito quello di ratificare il Lodo Alfano e cioè la salvezza per Berlusconi & soci. Una “P3” dominata dall’ex P2 Flavio Carboni e da altri due noti faccendieri come Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, un trio in sintonia e in sinergia politica con Denis Verdini ( coordinatore nazionale del Popolo della Libertà), Marcello Dell’Utri ( senatore PdL, braccio destro di Berlusconi in tutta l’avventura Publitalia e Forza Italia, già condannato in appello per concorso mafioso), Nicola Cosentino ( costretto a dimettersi in questi giorni, per la pesantezza insopportabile delle accuse, da sottosegretario all’Economia ) e Giacomo Caliendo ( sottosegretario alla Giustizia, l’uomo che doveva/dovrebbe guidare il progetto di conquista e condizionamento di aree della Magistratura, a cominciare dai quindici giudici costituzionali chiamati a decidere sulla legittimità del Lodo Alfano).
Ma il quadro oscuro emergente dall’ “Operazione Insider”, nonostante la sua inquietante vastità e ramificazione, altro non è che l’ultimo anello dell’ormai lunga teoria di bassezze, degenerazioni politiche e morali, corruzioni e contraddizioni che stanno attraversando e squassando sia il PdL che il governo Berlusconi.
Dai processi a Berlusconi alle condanne agli uomini della sua sterminata corte; dalle escort di regime alle rete nazionale di corruzione di Bertolaso e del suo vasto sistema di speculazione; dall’immoralità paramafiosa della giunta campana e ai suoi assessori PdL al caso Brancher, ministro con delega “all’autoassoluzione”; dalle ultime rivelazioni sullo stalliere mafioso di casa Berlusconi alla condanna di Dell’Utri, passando per la casa regalata a Scajola e alla sue dimissioni da ministro, il fiume melmoso del PdL corre in parallelo alla crisi politica profonda del governo, alla sua involuzione repressiva e autoritaria e alle sue politiche duramente antisociali; la rottura tra Fini e Berlusconi; i primi, significativi, segnali di malessere della Lega; il malcelato scontro tra Berlusconi e Tremonti in relazione alla Finanziaria; la ricerca, da parte di Berlusconi, dell’UDC quale nuovo partner di governo, col conseguente no di Bossi; le manganellate ai cittadini dell’Aquila, manganellate che sono l’altra faccia del sì del governo al disegno Fiat per Pomigliano d’Arco, della manovra finanziaria lacrime e sangue per l’Unione europea, dell’attacco forsennato alle politiche sociali delle Regioni con la conseguente ribellione dei governatori, del bavaglio alla stampa e dell’attacco alla Magistratura e alla Costituzione. Un quadro generale che parla della consunzione del governo Berlusconi e del fatto che le elezioni anticipate non possono più essere considerate inverosimili. Questioni, queste due, che rimandano a problemi di ordine più generale e strategico che dobbiamo iniziare a mettere a fuoco.
Se la corruzione e la consunzione della tenuta politica del governo Berlusconi sono, sì, questioni importanti, ma – nell’essenza – sono dei segni, delle epifanie, quali sono i problemi d’ordine strutturale, sui quali poggiano la crisi del PdL e del berlusconismo?
Primo problema: nonostante lo strapotere mediatico; nonostante le grandi vittorie elettorali e la costruzione di un senso comune di massa a sé favorevole, il PdL, il centro destra, il berlusconismo degli ultimi vent’anni non è riuscito a costruire un “ordine” politico capace di colmare il vuoto lasciato dal crollo del lungo “ordine” democristiano; le vittorie di Berlusconi sono state anche nette, profonde, ma non hanno mai avuto un carattere strategico, non hanno mai rappresentato – appunto – la vittoria di un nuovo ordine politico ed economico. Anche se temporalmente lunghe hanno sempre avuto uno strano carattere transeunte. Perché questo? Perché, semplicemente, il berlusconismo non ha mai avuto la forza ideologica e politica di proporre e costruire ( in due decenni, il tempo di un regime) un’idea-Paese; non ha mai avuto la densità culturale per indicare e sostenere politicamente un nuovo modello generale di sviluppo alternativo a quello che si è determinato in Italia in seguito al superamento del modello di sviluppo che si era costituito prima e durante il boom economico degli anni ’60, che ha retto sino alla fine degli anni ’80 per poi pian piano sgretolarsi e divenire quello che oggi possiamo chiamare – per la vastità della sua diramazione e per la nefasta egemonia – il “nanocapitalismo”, un sistema di superamento della concentrazione industriale e produttiva che rende particolarmente farraginosa e debole l’industria italiana, non più in grado di investire strategicamente sui punti tecnologicamente alti e avanzati della produzione sino al punto di divenire facile preda - vero e proprio agnello sacrificale – della concorrenza capitalistica internazionale, con drammatici riflessi sullo sviluppo generale del Paese e sulla condizione dell’intero mondo del lavoro e del non lavoro.
Ciò che è andato determinandosi in Italia, in virtù di una spinta ideologica proveniente da oltreoceano e volta al radicamento di un lassez-fair assoluto, privo di controproposta politica, e che ha offerto le basi materiali per il superamento e lo sgretolamento del modello che si era imposto nella “ Prima Repubblica” ( un modello segnato dal dominio capitalistico ma anche da un importante ruolo dello Stato nell’economia e nella costruzione del welfare) è stato quello di un sistema mano a mano sempre più cruento, antioperaio e selvaggio al servizio di un disegno generale di distruzione della concentrazione produttiva che ha indebolito la struttura industriale italiana, consegnato al “piccolo è bello” le fortune ( per meglio dire: le sfortune) della competizione italiana sui mercati internazionali, creando, attraverso la “nanoproduzione”, uno spaventoso sistema di sfruttamento dei lavoratori indigeni e immigrati e riducendo infine l’Italia ( il suo sistema produttivo) a parente poverissimo e subordinatissimo – per rimanere nel campo europeo - ai sistemi industriali tedesco ( soprattutto) ma anche francese ed inglese.
Il berlusconismo, alla fine dei conti, non solo ha subito, per debolezza culturale e progettuale, “ lo spirito dei tempi”, ma ha anche agito, nel lungo periodo, in relazione a quella che è la sua essenza, la sua natura : uno spezzone del neocapitalismo affarista, speculativo ed improduttivo che ha accumulato profitto e potere politico fuori della produzione avanzata ed industriale, mettendo a valore – economico e politico – una nuova ( trent’anni fa) accumulazione originaria: quella data dalle vecchie forme della speculazione edilizia e finanziaria assommate alla nuovissima speculazione mass-mediatica.
Il punto è che lo spezzone capitalistico improduttivo e speculativo berlusconiano ha potuto agire per circa vent’anni da soggetto e rappresentante politico dell’intero capitale italiano, dell’intera borghesia, in virtù di un servizio reso alla Confindustria e ai padroni del vapore: “ non toccherò le vostre fortune, distruggerò lo stato sociale, sposterò il carico fiscale interamente sul mondo del lavoro, avvierò una profonda politica di privatizzazioni, accetterò quella politica di sottosalarizzazione di massa che mi chiedete in nome della concorrenza internazionale e non metterò bocca – non interverrò, anche perché non ne sono culturalmente e politicamente all’altezza – sul modello produttivo che va imponendosi sul campo: riduzione, sino all’estinzione, delle aree di concentrazione industriale produttiva di fronte ad un mare di nanocapitalismo in sviluppo su tanta parte del territorio nazionale ”.
L’altra questione di carattere più generale che mina dal suo interno il berlusconismo è il declino della sua spinta populista, l’impossibilità di proseguire con la favola dell’ innovazione, delle politiche “ antiburocratiche fatte per il popolo”, della proposta della libertà contro i residui del comunismo. Anche nell’ultima vicenda della Finanziaria Tremonti si è visto come il Berlusconi populista ha dovuto infine cedere alle dure politiche antipopolari firmate dal suo Ministro dell’Economia e dettate dal Patto di Stabilità dell’Ue e dal governo tedesco. E si è visto come il nuovo deteriorasi del rapporto con la Lega ( basta osservare la questione delle quote europee del latte ) trovi la sua base materiale in una Finanziaria iperliberista che non solo fa insorgere le Regioni contro il governo, ma che impedisce materialmente il concretizzarsi del federalismo fiscale. Ed è del tutto evidente che il declino della spinta populista del PdL e la fine di essa quale elemento primario di organizzazione del consenso, deriva dal fallimento progettuale e dal vuoto strategico del berlusconismo.
Sul piano più generale il punto è che il lungo processo di indebolimento, di sfinimento, dell’apparato industriale italiano spinge il nostro Paese nell’ angolo internazionale e verso il pericolo di un declino storico, per il quale i primi a pagarne dazio, a pagare sulla propria pelle ( in termini di nuova sottosalarizzazione e disoccupazione) saranno i lavoratori, le nuove generazioni.
L’attacco forsennatamente antioperaio della Fiat a Pomigliano d’Arco annuncia il modo in cui quel poco di capitalismo italiano strutturato rimasto vorrebbe uscire dalla propria crisi : attraverso un abbattimento ulteriore dei salari, dei diritti e dello stato sociale, attraverso un’ulteriore restrizione dei mercati interni e un progetto di conquista dei nuovi e vasti mercati mondiali ( Cina, India, Brasile...). Un progetto che prende linfa ideologica e movenze dallo stesso sistema nanocapitalista e che dunque – per le stesse sorti dell’industria italiana avanzata, non solo per i lavoratori – è fortemente contraddittorio e nefasto.
A fronte di questa linea dura il grande capitale italiano deve decidere se Berlusconi potrà ancora rappresentarlo politicamente, anche se il populismo berlusconiano, per questo progetto dei padroni, già mostra la corda: può andar bene, a questo pezzo – egemone - del capitale di natura “vallettiana”, “romitiana”, alla Marchionne, una soggettività politica che non proviene dal capitale industriale e non ne capisce sino in fondo i nuovi propositi e la nuova sete egemonica e che, tra l’altro, così corrotto al suo interno non possiede la “pulizia morale” di chi deve far sibilare la spada d’acciaio dell’ultimo e definitivo attacco antioperaio?
Forse, per questo compito, è meglio Montezemolo? La partita, nel campo dei padroni, è aperta e può prevedere anche la fine di Berlusconi, come potrebbe prevedere ,anche, la non utilizzazione del Partito Democratico che, ridotto com’è, potrebbe non essere più buono né per il capitale né per i lavoratori, fino al punto che un nuovo leader e una nuova destra – più affidabile e meno populista ? – possa essere messa in campo. Di nuovo: attraverso la scomposizione degli attuali partiti e delle attuali coalizioni, con a capo Montezemolo e la progettualità politica del capitale, di Marchionne ?
Il quadro è incerto e gli scenari possibili sono diversi. Ma il punto è : che fa la sinistra ? Cosa fanno i comunisti ? Qual è il loro compito, il loro progetto?
Ancor prima di porci queste domande non possiamo non ricordare che la cosiddetta sinistra italiana, negli ultimi vent’anni, non ha certo brillato nel delineare e proporre un modello di sviluppo, per il nostro Paese, diverso da quello dettato dai tempi e dai rapporti di forza sociali e assunto da Berlusconi e che, anzi, proprio la sinistra italiana è stata, spesso, la parte più euforica nell’ incensare il nanocapitalismo, “ il piccolo è bello” ( quanti convegni, quanto intellettuali ed economisti di sinistra, in questi anni, a farne l’apologia! ), con tutto il suo oggettivo portato di deindustrializzazione e sottosalarizzazione. Come non possiamo non ricordare che, tra una vittoria di Berlusconi e l’altra, il centro sinistra italiano, governando, non ha dato risposte molto diverse alla crisi ( alle crisi) di quelle che dava e ha dato Berlusconi: grandi sacrifici dei lavoratori per Maastricht; sì alle guerre e alle spese militari; contenimenti salariali; privatizzazioni e precarizzazione del lavoro e neppure uno straccio di progetto industriale e produttivo alternativo al nanocapitalismo dilagante, attraverso il quale, peraltro, si è accelerata ancor più la disfatta e la macerazione del Meridione d’Italia.
Se la consunzione, il declino, del progetto politico berlusconiano poggiano essenzialmente nell’incapacità/ impossibilità di delineare e proporre e un nuovo modello di sviluppo, una via strutturale e strategica di fuoriuscita dalla crisi per il nostro Paese, è chiaro che la vittoria strategica della sinistra italiana e dei comunisti dovrebbe, al contrario, poggiare e costituirsi proprio sulla capacità di avanzare un tale modello, un tale progetto.
Un progetto strutturato da parole d’ordine forti : concentrazione dell’industria contro l’irrazionalità del nanocapitalismo, nel doppio intento di fornire nuova competitività all’industria italiana e ricostituire un quadro sociale di salari, diritti e occupazione ; una nuova politica fiscale volta a liberare i salari ed aprire il mercato interno, imponendo al capitale aliquote fiscali fisse degne di una più alta e morale visione sociale d’insieme e della stessa Costituzione repubblicana; una politica di pace e di disarmo che, da sola, libererebbe risorse immense, in grado di contribuire significativamente alla ricostruzione del welfare e delle garanzie sociali; una tassa speciale sui patrimoni che, da sola, eviterebbe il ricorso a manovre economiche da macelleria sociale come quella che vediamo oggi venire dal ministero Tremonti e che abbiamo visto applicare anche da governi di centro sinistra; una politica volta alla nazionalizzazione delle banche, del credito, come un pezzo di risposta razionale e possibile alla crisi ( anche a quella delle imprese); una risposta adatta ai tempi e dunque non massimalista, non parolaia e non scarlatta. E assieme a ciò occorrerebbero parole d’ordine coraggiose e in controtendenza, capaci di entrare nella carne viva della nostra gente, del nostro potenziale blocco sociale: parole d’ordine quali, ad esempio, quella di una nazionalizzazione delle famigerate agenzie finanziarie private, che strangolano centinaia di migliaia di famiglie italiane proletarie; una nazionalizzazione volta all’estinzione del debito di queste disgraziate famiglie e alla chiusura di queste maledette agenzie.
Ma il punto è che la sinistra italiana appare molto più impegnata a ridelineare politicamente e culturalmente se stessa ( in termini sempre più moderati) e a ricollocarsi policisticamente, che a pensare – come occorrerebbe – in grande.
A partire da tutto ciò, a partire dall’esigenza prioritaria di “pensare in grande” e di disseminare un pensiero forte, parole d’ordine forti, non è – proprio questo – il tempo dei comunisti?
Non spetta loro, innanzitutto, elaborare, progettare, proporre, essere avanguardia intellettuale e di lotta ( i progetti prendono corpo nel conflitto) di un proposta complessiva che si pianti come una bandiera sulla testa della sinistra di classe e di alternativa, sulla testa del movimento operaio complessivo, sui lavoratori e sull’intero disincanto sociale e politico di sinistra, nell’intento di recuperarlo alla politica, all’impegno, alla speranza del cambiamento?
Si, è questo il compito dei comunisti, che hanno bisogno, per svolgerlo, innanzitutto di esserci, di essere riunificati, di essere organizzati come partito unico, come intellettuale collettivo. Non è solo il tempo, cioè, dei vaghi appelli per l’unità della sinistra ( obiettivo, questo dell’unità della sinistra, che rimane centrale ma che va perseguito non solo per via cartacea), appelli che si moltiplicano rimuovendo l’esigenza dell’autonomia e dell’unità dei comunisti.
E’soprattutto il tempo delle idee forti, di un pensiero forte, di un progetto di cambiamento radicale che non può che partire dai comunisti. Oggi è la CGIL – pur nella sua inclinazione generale moderata – a proporre con nettezza, già nel suo documento congressuale, un ritorno forte del ruolo dello Stato nel progetto economico e sociale complessivo da delineare. Occorrerebbe che questo intento avesse sin da ora una forte sponda politica.
E’ necessario, dunque, rovesciare la linea: è dal rafforzamento e dal ritorno in campo di una soggettività teoricamente e progettualmente forte ( un partito comunista con una linea di massa, e lo diciamo non per coazione a ripetere, ma perché è solo in un simile soggetto politico – per ragioni culturali e ideologiche di fondo - che si addensano i progetti anticapitalistici più conseguenti ), che potrà prendere corpo una proposta programmatica complessiva di cambiamento radicale ( che per la sua “popolarità” sia in grado di radicarsi socialmente ed essere motore del conflitto) e si potrà anche avviare un processo sociale e politico di costruzione della sinistra d’alternativa.
Se non si persegue questa strada il rischio è quello di affossare la residua autonomia comunista italiana ed unire, della sinistra, solo il vecchio e nuovo ceto politico, molto incline al riformismo debole e al governismo.
Unità dei comunisti - Convocazione e documento finale
Carissim* compagn*,
c ome sapete dopo il rilancio dell'appello per l'unità dei comunisti, pubblicato sul quotidiano "Il Manifesto" il 21 gennaio scorso, abbiamo aperto una campagna di raccolta adesioni e mappatura delle disponibilità dei compagni e delle compagne dei vari territori disposti a lavorare unitariamente sul tema della costruzione di un Partito per tutti i comunisti oggi sparsi e divisi in differenti organizzazioni e aree politiche.
La situazione che abbiamo di fronte è particolarmente grave perchè di fronte all'ampiezza della crisi e alla violenza degli attacchi padronali (in ultimo vedi Pomigliano) abbiamo forse il minimo di credibilità politica e di radicamento sociale dei partiti e del movimento comunista complessivo.
Le risposte in campo ci sembrano totalmente inadeguate e anche l'operazione della Federazione della Sinistra, sebbene possa essere per alcuni uno strumento utile di cartello elettorale per superare gli sbarramenti, la sua accelerazione in soggetto politico rende completamente marginale la questione comunista nel nostro paese. Se a questo aggiungiamo il fatto che la FdSsembra ormai sposare l'idea di un ritorno di fiamma delle alleanze governiste a tutti i costi e della ricomposizione con Vendola e SEL, ci rendiamo conto di quanto i comunisti non abbiamo strumenti comuni per fare una battaglia politica utile al conflitto di classe.
L’idea del rilancio dei Comunisti Uniti dell’appello 2010 è nata proprio per non restare a guardare questo sfacelo e tentare di mettere in comune le energie dei compagni disponibili, sui differenti territori e nelle diverse aree/partiti di ciascuno, per costruire un punto di vista comune sulla fase attuale, darci degli strumenti utili per favorire un processo di ricomposizione in Partito e per coordinarci in alcune campagne politiche comuni.
Per questo dopo la raccolta di firme abbiamo invitato diversi contatti dei Comunisti Uniti a organizzare riunioni, iniziative e coordinamenti locali che ci aiutino da subito a rafforzarci e nel tempo a superare la frammentazione. Senza accelerazioni autoferenziali verso la costruzione di un ennesimo micro-partitino comunista, l’idea è che ciascuno resti nella propria “postazione politica” che si è scelto ma che insieme si faccia un passetto per coordinare idee e proposte.
Come avevamo annunciato, per raccogliere e condividere proposte, dobbiamo incontrarci di persona con i compagni delle diverse regioni entro l’estate e abbiamo deciso di convocare una riunione nazionale per sabato 3 luglio ore 10.30 a Roma presso la sede ARCI “Centofiori” di via Goito 35 (Stazione Termini).
Chiediamo a tutti di fare lo sforzo di proporre un paio di compagni/e a questa riunione nazionale per decidere insieme i prossimi passaggi politici.
Da comunisti non possiamo accettare passivamente il progressivo sgretolamento della nostra autonomia progettuale in quanto comunisti e quindi unica potenziale opposizione di classe nel paese. Se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno al posto nostro!
Saluti comunisti
il gruppo di lavoro nazionale
Stefano Azzarà, Mao Calliano, Gualtiero Alunni, Andrea Fioretti
DOCUMENTO FINALE
L’incontro è stato aperto dalla relazione del compagno Andrea Fioretti. Sono seguite due comunicazioni, una di Francesco Fumarola della Redazione del sito nazionale e l’altra di Walter Ceccotti sul “Progetto dei Giovani Comunisti Uniti”. Al dibattito sono intervenuti 16 compagni/e in rappresentanza delle adesioni dei Comunisti Uniti dalle diverse regioni. La relazione conclusiva è stata tenuta dal compagno Gualtiero Alunni.
A conclusione dei lavori sono state approvate all’unanimità le seguenti decisioni:
• si costituisce il Coordinamento Nazionale Provvisorio di CU di cui faranno parte i rappresentanti regionali o cittadini nominati, due giovani dei Giovani Comunisti Uniti e i quattro compagni del Gruppo di Lavoro Nazionale (GLN);
• si confermano i compagni del GLN quali referenti e portavoce di CU;
• si decide di arrivare in autunno all’Assemblea nazionale di costituzione di un Movimento Politico dei Comunisti Uniti per la Costituente e la data si stabilisce nel 7 Novembre 2010 a Roma;
• si da mandato al GNL di elaborare una bozza di documento da sottoporre al Coordinamento Nazionale dei CU da tenersi nel mese di Settembre;
• si ribadisce la non autosufficienza e la trasversalità del MP dei CU e la non alternatività della partecipazione dei suoi membri a differenti partiti, gruppi e movimenti comunisti in via transitoria e temporanea fino a una Costituente per un Partito per tutti i comunisti ovunque collocati;
• si impegnano tutti i compagni a costruire le Case Comuni dei Comunisti in tutti i territori dove sono presenti con lo scopo di farle diventare un luogo unitario di analisi, dibattito e di azione politica conseguente;
• I compagni aderenti a CU operano a contribuire:
a. per la ricostruzione del Partito Comunista, per la sua autonomia e indipendenza, per un Partito di quadri e con radicamento di massa;
b. per la ricostruzione del Sindacato di classe e in via transitoria alla costituzione di Coordinamenti di lavoratori autoconvocati che al di la delle loro attuali appartenenze sindacali pratichino obiettivi comuni;
c. per la costituzione di un Fronte Unito di Resistenza Popolare aperto a tutte le forze politiche comuniste, anticapitaliste e antagoniste, ai movimenti sociali e ambientali, ai sindacati più consapevoli;
• dispiegare con la lotta, il conflitto, l’unità di classe e tutte le alleanze necessarie per una forte opposizione di massa al capitalismo e ai suoi rappresentanti nei vari governi (PD/PdL/UDC), per la costruzione di un Blocco Sociale alternativo e offensivo;
• CU è un MP autofinanziato e ogni compagno/a contribuisce a seconda delle sue possibilità;
• si sostiene la costituzione di un Gruppo di Lavoro dei Giovani Comunisti Uniti propedeutico all’organizzazione di una Assemblea nazionale e alla promozione di campagne politiche per l’unità come “FGCI e GC uniti” e per l’antifascismo;
• Il sito, i bollettini e tutti gli strumenti di comunicazione e informazione devono essere sostenuti da tutti i Coordinamenti territoriali nominando almeno un compagno da inserire nel Comitato di redazione;
• Promuovere Campagne nazionali su argomenti prioritari e attinenti a un programma minimo di classe: lavoro e sindacato di classe, diritto alla casa, ambiente, crisi globale, guerra imperialista e solidarietà internazionalista.
Roma 3 luglio 2010

Unità dei comunisti alla Festa di Pinerolo
 
Finanziaria Tremonti e necessità dell'alternativa
di Fosco Giannini
CONTRO IL MASSACRO SOCIALE L’ESIGENZA DI UNA SINISTRA DI CLASSE E DI UN PARTITO COMUNISTA
La combinazione nefasta data dall’irrisolta crisi internazionale del capitale e dall’ “esigenza” del capitale transnazionale europeo - rappresentato istituzionalmente e economicamente dall’Ue – di garantirsi le condizioni per competere sul piano internazionale, è già sfociata in un attacco chiaro e violento alle condizioni di vita dei popoli e dei lavoratori del vecchio continente.
L’onda lunga di tale attacco sta ora impietosamente rovesciandosi sulla classe operaia e sull’intero mondo del lavoro del nostro Paese.
La consueta, ma ancora efficace, favola berlusconiana, secondo la quale l’Italia sarebbe stata un’isola felice nel mare tumultuoso della crisi europea e mondiale, è durata un tempo incredibilmente lungo – circa due anni – a dimostrazione dello stupefacente e inquietante potere mediatico che ha in mano il “signore di Arcore”. Un potere così obnubilante da cacciare indietro, velare, anche l’ imponente e vasta realtà della sofferenza e del disagio sociale italiano.
C’è voluto Gianni Letta a far crollare il sipario della menzogna, alcuni giorni fa, quando non ha potuto più sostenere la grande ipocrisia e ha dovuto anticipare una Finanziaria da massacro sociale, ottenendo i rimbrotti del capo di governo, ancora volto a nascondere la verità. E c’è voluto Tremonti, vero scudiero del Patto di Stabilità di Amsterdam, ad imporre una Finanziaria di 24 miliardi di euro che sarà un colpo di maglio per i pensionati, i lavoratori, le giovani generazioni e quel poco che resta dello stato sociale, specie la sanità pubblica, che dipendendo economicamente dalle Regioni sarà il settore più colpito dai tagli. Questa Finanziaria è, peraltro, una vera e propria creatura mostruosa di Tremonti, che l’ha imposta contro la stessa volontà di Berlusconi, populisticamente indeciso ad impugnare la spada, mediaticamente più accorto del suo Ministro del Tesoro e più orientato a scaricare la crisi nell’ulteriore ampliamento del debito pubblico; una linea, a ben guardare, meno a destra delle politiche antisociali condotte in questi anni, in Europa, da certi governi della sinistra liberale; linea naturalmente inficiata dalla determinazione di classe di Berlusconi all’esentare il grande capitale, la grande e media borghesia da una degna partecipazione al contributo fiscale e, comunque, una linea – debito pubblico “versus” massacro sociale - anche in questi giorni fortemente osteggiata dalla Confindustria, alla quale Berlusconi si è infine piegato.
Per completare l’opera ideologica e l’attacco concreto che Brunetta ha portato ai lavoratori del pubblico impiego ( attenzione: poche altre politiche, come l’attacco sferrato ai “fannulloni pubblici” sono state tanto chiaramente impregnate di essenza ideologica: si attaccano i lavoratori del pubblico impiego per demolire il pubblico in quanto tale e riconsegnare nelle mani dei padroni una frusta da far schioccare sull’intero mondo del lavoro) Tremonti ha ideato una Finanziaria che congela i già miseri contratti e stipendi degli insegnanti, dei poliziotti degli infermieri ecc. ( mediamente di 1.200 euro mensili ) per tre anni, togliendo dalle loro tasche, nel triennio e ad ognuno, circa 1.600 euro. Salvaguardando gli stipendi che vanno da 5 mila euro in su.
Anche i lavoratori prossimi alla pensione dovranno pagare un ulteriore obolo al Patto di Amsterdam, rinviando la loro collocazione a riposo di almeno sei mesi; e meglio non andrà per tutti coloro che, maturato il diritto alla pensione, percepiranno un’indennità di fine rapporto rateizzata e spostata nel tempo.
La decisione di Tremonti di cancellare, in Finanziaria, il trasferimento governativo di 6 miliardi di euro agli Enti Locali, comporterà, conseguentemente, sia un taglio secco dei servizi e delle prestazioni sociali nei territori che un inasprimento delle già numerose e salate gabelle sorte in questi ultimi anni nei comuni e nelle Regioni. I tagli ai Comuni sono stati triplicati, in quest’operazione Tremonti e, ad aggravare il quadro, si decide che tutti i Municipi sotto i 30 mila abitanti debbono lasciare tutte le Spa: processi di privatizzazione dal basso.
Un governo di berluscones e di leghisti non poteva, poi, non prendere di mira la cultura: vi è un taglio di fondi che mediamente va dal 15 al 30%, per 232 istituti culturali. Attaccate al cuore sono l’Università e la Ricerca. L’ “Aciconsum”, per sintetizzare, ha calcolato che la manovra finanziaria peserà per 400 euro su ogni cittadino.
Ma si sa che non sarà “ per ogni cittadino” : si annuncia una “ lotta all’evasione” che non prevede alcun prelievo sui grandi patrimoni e nessuna ricerca delle migliaia di imprenditori che la stessa
“ lista Falciani ” ha consacrato – nome per nome – come grandi evasori. La stessa invenzione “tremontiana” dello “scudo fiscale” impedirà un flusso di entrate nelle casse dello Stato più o meno equivalente all’importo della Finanziaria in atto.
Naturalmente la Confindustria, per bocca della Marcegaglia, ha criticato da destra la manovra Tremonti e, attraverso la coniazione della parola d’ordine “ non basta”, ha chiesto – all’Assemblea generale degli industriali, tenutasi a Roma lo scorso 28 maggio e di fronte ad un Berlusconi stordito dalle dure parole della leader degli industriali italiani – più liberalizzazioni; più tavoli d’intesa, per gli imprenditori, con il sistema bancario; una più vasta moratoria sui mutui, nell’obiettivo di far cancellare i grandi mutui contratti dagli imprenditori; un ben più vasto fondo per la capitalizzazione delle imprese; un rafforzamento dei fondi di garanzia: tutte misure e riforme ( di tipo ancor più liberista) “per sostenere - ha affermato la Marcegaglia - la ripresa economica e la ripresa dell’occupazione, dopo una crisi che è stata pesantissima per il nostro Paese, con 700 mila posti di lavoro persi e la produzione industriale tornata ai livelli del 1985” ( parole della leader di Confindustria, non di un comunista, che hanno ancor più disorientato il Berlusconi presente all’assemblea e ancora negatore della realtà. Parole, tuttavia - e naturalmente - mai volte a delineare una ripresa economica che possa basarsi su di un rialzo del valore d’acquisto degli stipendi e dei salari).
Oggi la linea d’attacco antisociale, dettata dall’Ue ( linea costretta a rinunciare, dunque, all’ampliamento del debito pubblico a favore di un duro giro di vite), voluta dalla Confindustria e dalla vasta ala più conseguentemente liberista e filo Ue del PDL, viene sferrata contro il movimento operaio complessivo nel momento di maggior crisi del governo Berlusconi ( crisi Fini – Berlusconi; scandali; corruzione; problemi crescenti tra PDL e Lega in virtù del fatto che la Finanziaria lacrime e sangue mette in forte discussione il federalismo fiscale; incrinature profonde tra Berlusconi e Confindustria, tra Berlusconi e una parte ormai importante del grande capitale italiano; tra Berlusconi e Obama; tra Berlusconi e la stessa Unione europea) e tra i rigurgiti reazionari e fascistoidi del capo del governo : legge – bavaglio sulla stampa; denigrazione e tentativi reiterati di demolire l’autonomia della magistratura; tacitazione del Parlamento, affermazioni quali: “come Mussolini, ho pochi poteri”, evocando, dunque, poteri pieni ed un presidenzialismo autoritario e di destra assieme alla manomissione della Costituzione.
L’insieme di questo quadro chiede, urgentemente, una forte risposta sul piano sociale, un contrattacco delle forze comuniste, di sinistra e sindacali volto non solo a far cadere il governo di destra ma ad aprire la strada ad un progetto di vera alternativa.
Il punto è che tutto questo non c’è e il piccolo sciopero generale di quattro ore annunciato per giugno dalla CGIl ( seppur importante poiché muove il pachiderma) non può essere certo l’unica risposta. Né l’unica risposta può essere la battaglia dei parlamentari del PD contro la legge bavaglio per la stampa, una battaglia che non scende in piazza e che, soprattutto, non si lega, non si assomma ad una – tanto necessaria, quanto mancante - lotta sociale contro le ormai insopportabili politiche reazionarie, razziste, eversive e antioperaie di Berlusconi.
Abbiamo bisogno disperatamente di una sinistra di classe che entri in lotta, che riempia le piazze e torni a legarsi alle fabbriche e ai lavoratori; che sia a fianco, sin da subito, senza abbandonarli nemmeno per un minuto, dei lavoratori del pubblico impiego, come agli operai delle fabbriche. Abbiamo bisogno che la CGIL entri ben più decisamente in campo, per una lunga battaglia volta al cambiamento dei rapporti di forza sociali: abbiamo bisogno del ruolo sociale di un sindacato di classe e di massa, che non è alla viste, anche se salutiamo positivamente la costituzione dell’ USB, l’Unione Sindacale di Base, che può svolgere un compito importante, sia partendo da sé che sollecitando da sinistra la CGIL.
Per aiutare questo processo, però, per contribuire ad esso, avremmo bisogno di un partito comunista più forte, più incisivo delle due piccole formazioni comuniste oggi presenti, PRC e PdCI.
Rimaniamo convinti che è il partito comunista – per la sua intrinseca natura anticapitalista e la sua cultura unitaria – il cuore pulsante dell’unità a sinistra e senza un cuore di questo tipo diviene molto più difficile unirla, la sinistra, e darle un segno di classe. La stessa Federazione della Sinistra messa in campo da alcuni mesi mostra troppa debolezza, debolezza che trova le sue basi materiali, innanzitutto, nella divisione – che finisce inevitabilmente per divenire competizione - dei comunisti.
Senza un partito comunista come prodotto del processo unitario dei comunisti, più grande e più incisivo dei due attualmente presenti; senza un partito comunista che per la sua maggior massa critica, per la passione e la militanza che certamente susciterebbe proprio in quanto “simbolo unitario di classe” in un universo di frammentazioni; senza un partito comunista che sappia collocare al centro della costruzione dell’alternativa il conflitto ed un orizzonte di trasformazione sociale, senza un simile partito, che sappia unire la sinistra di classe, si fa anche più alto il rischio di sboccare nelle strade moderate consuete e se Berlusconi, alle prossime elezioni nazionali, fosse battuto, di rivivere, di riassistere ad un quadro politico segnato da una risicata vittoria elettorale di una sinistra moderata che – in una sorta di rotazione politica – sarebbe destinata a riproporre i dogmi liberisti, preparando la strada ad una nuova vittoria delle destre.
Occorre lavorare per un’alternativa vera e solida. E per farlo è anche necessario che sia in campo un più forte, unito, partito comunista.
Qualche mese fa rivolgemmo al compagno Paolo Ferrero una domanda (che non ebbe risposta) : perché sei contrario all’unità dei comunisti? Oggi, la stessa domanda, la rivolgiamo sia al compagno Ferrero che al compagno Grassi: perché siete contrari all’unità dei comunisti? ('Ernesto 30 maggio 2010)
Il congresso della Federazione: un scelta sbagliata
di Gianluigi Pegolo
Come spesso succede, di fronte alla necessità di affrontare i nodi politici di fondo, si ripiega sulle soluzioni organizzative, con il risultato che non solo i problemi non vengono risolti, ma che si rischia di crearne di nuovi.
E’ quello che sta avvenendo con la decisione di indire il congresso della Federazione della Sinistra. Purtroppo, e non innocentemente, queste decisioni sono spesso assunte in ambiti ristretti, che molto spesso non comprendono neppure gli interi gruppi dirigenti nazionali dei soggetti politici coinvolti nell’operazione. Sulla natura di tale operazione occorre fare un po’ di chiarezza. In questo intervento, quindi, cercherò di offrire alcuni elementi di conoscenza e, al tempo stesso, esprimere le mie opinioni.
In primo luogo, va precisato che cosa si intende per congresso della Federazione, di cosa effettivamente si tratti. In realtà, le decisioni finali su regolamento e documento politico sono ancora da prendere, ma i contorni appaiono ormai abbastanza chiari. In buona sostanza, tutti gli iscritti delle quattro formazioni che compongono la Federazione verranno chiamati a congresso (e quindi a partire dai circoli) e la fase congressuale si dovrà chiudere entro l’anno. Inoltre - questo è contenuto nello statuto provvisorio che si intende ora sostanzialmente riconfermare - nella fase congressuale dovrebbero essere nominati (dai circoli, alle federazioni, ai livelli regionali, a quelli nazionali) i vari organismi dirigenti. Per ciascuno di questi livelli sono definite tre strutture di direzione: il consiglio, il coordinamento, il portavoce. Per le elezioni di questi organismi si prevede una quota del 25% definita dalle organizzazioni federate e il 75% senza vincolo, ma attenzione, con la clausola che nessuna delle organizzazioni possa superare il 50% dei membri.
Questo a tutt’oggi quello che si può capire dalle dichiarazioni ufficiali dopodiché in sede di commissioni qualcosa potrà cambiare, ma la sostanza probabilmente resterà la stessa. Di fronte a questo ginepraio di norme non è facile orientarsi anche perché alla grande maggioranza degli iscritti sfuggono i termini politici della questione e agli stessi giungono solo segnali per lo più propagandistici del tipo: "bisogna fare presto", "non si può rimanere nel guado", " chi mette in discussione queste scelte vuole sabotare l’unità" e via dicendo, con tutto l’armamentario allarmistico a cui siamo stati abituati in questi mesi. Affrontiamo allora di petto la questione. Lo farò per punti, per essere estremamente chiaro e diretto.
1. Non esiste a tutt’oggi una linea politica precisa ed effettivamente condivisa nella Federazione. In particolare, su due punti non irrilevanti vi sono opinioni molto diverse: l’una riguarda il rapporto con il centro sinistra, rispetto al quale ( al di là delle reticenze) alcuni vorrebbero porsi in posizione autonoma e altri vorrebbero "confluirvi" (il termine potrà risultare troppo forte, ma a me pare che la sostanza sia questa). Va da sé che le due posizioni comportano prospettive politiche radicalmente diverse. Il secondo nodo riguarda la CGIL e più in generale la politica sindacale: alcuni sostengono la linea emersa nel congresso ed espressa da Epifani, altri la considerano del tutto sbagliata perché ripropone oggi, e in un momento di stretta economica e sociale, un approccio concertativo senza prospettive. Personalmente, come ho più volte ribadito, sono per l’autonomia dal centro sinistra e per la non subordinazione del conflitto sociale. In buona sostanza, non esiste la base comune minima per un congresso, a meno di non concepire il congresso come una finzione, sfumando sui contenuti.
2. Il congresso della Federazione dovrebbe tenersi "prima" del congresso del partito. Il che significa che dopo alcuni mesi che si è tenuto il congresso della Federazione, gli stessi iscritti verrebbero riconvocati per svolgere il congresso del partito. A parte l’assurdità di un dibattito ininterrotto, come si fa a non comprendere che a questo punto sarebbe il congresso della Federazione a dettare la linea al partito, rovesciando completamente l’impostazione corretta che dovrebbe prevedere prima la consultazione delle singole formazioni politiche? Non solo, ma a quel punto il partito verrebbe messo di fronte al fatto compiuto. Se modificasse le scelte assunte nel congresso della Federazione la metterebbe in crisi, se non lo facesse rischierebbe di subire scelte non condivise, con buona pace della sua autonomia. A questo punto, perché fare il congresso del partito?
3. Che esista concretamente il rischio che il congresso della Federazione avvii il superamento del partito lo dimostra non solo la tempistica, ma anche le regole alle quali ho accennato in precedenza. Pensare di costruire una federazione attraverso un percorso che assembla gli iscritti di tutte le formazioni significa già incamminarsi verso la fusione organizzativa, se poi (ed è uno dei tanti paradossi dell’impostazione assunta) si intende dar vita a organismi dirigenti che a ogni livello sono la replica di quelli del partito, si può ragionevolmente pensare che possa coesistere la Federazione e il partito? Di fatto, se si tiene in piedi la Federazione si elimina il partito. Si consideri poi l’assurdo di strutture dirigenti unificate a partire dai circoli, dato che nella stragrande maggioranza dei casi esistono nei territori solo quelli del PRC. Come ci si inventerà la quota da destinare ad altre organizzazioni?
4. Si sostiene che un congresso di questo tipo consentirebbe l’afflusso di nuove forze, che aprirebbe spazi a chi, non iscritto a nessun partito, vorrebbe confluire nella Federazione. Di qui la retorica su "una testa, un voto". La realtà è ben diversa. Mentre nei mesi scorsi le forze della Federazione si sono ritrovate quasi esclusivamente per discutere di candidati alle elezioni, l’attività concreta nei territori sulle questioni sociali è stata minima. Qualcuno dovrebbe interrogarsi sul perché è successo. Ma il punto è che in assenza di questo intervento, quale attivazione di rapporti con soggetti esterni è stata promossa? Per quale motivo ora, e peraltro per integrare le fila della Federazione, qualcuno dovrebbe aderirvi? Al massimo potrà affacciarsi alla porta della Federazione qualche pezzetto di ceto politico. In ogni caso, la questione sostanziale è che la formalizzazione congressuale degli organismi della Federazione "chiude" un processo di allargamento, non lo apre. Qualcuno davvero pensa che dopo la ratifica di un congresso qualcun altro si avvicinerà?
E’ lecito, a margine di queste riflessioni, porre due interrogativi. Il primo è: perché avviene tutto ciò? Il secondo è: quale può essere un’alternativa?
Al primo quesito posso rispondere in questo modo. Io penso che la Federazione sia stata la soluzione confusa data a un’esigenza reale e comprensibile, quella di garantirsi una massa di consensi elettorali necessari a sopravvivere. Quali tratti dovesse assumere la Federazione non era chiaro, né si è affrontato seriamente la questione decisiva del suo profilo politico e della sua missione sociale. Quest’ultimo limite, in particolare, a me sembra sia responsabile degli esiti deludenti a livello elettorale. La soluzione organizzativa che ora si intende adottare è il frutto di improvvisazioni, di soluzioni non meditate, di pressioni interne dettate spesso da convenienze di gruppo, ma soprattutto dell’ambiguità di una formula (per l’appunto la "federazione") che allude a una soluzione politico/organizzativa intermedia fra l’unità d’azione e la fusione in un nuovo partito. Il tutto nel tentativo di dare stabilità a qualcosa che stabile non è. I rischi, come mi sono sforzato di dimostrare sono i seguenti: dare vita a un’organizzazione artificiosa senza solide basi politiche (e anzi con evidenti differenze), avviare il superamento del partito, diventare ancora più autoreferenziali sul piano sociale.
Che fare allora? Io credo che occorra operare una scelta di fondo. Questa scelta è la costruzione di una sinistra di alternativa dai connotati anticapitalisti, fortemente connessa con le pratiche sociali e con i conflitti, che si pensi e operi come soggetto autonomo dal centro-sinistra. In questa sinistra (in larga misura da costruire, ma la cui base sociale potenziale esiste) deve essere presente una forza comunista rifondata. Quello della "rifondazione comunista" non è cioè un tema solo culturale, ma risponde a un’esigenza politica concreta. Dare un elemento di riferimento politico, teorico e culturale, anche un ancoraggio organizzativo di una certa consistenza, all’operazione di costruzione di una sinistra di alternativa più ampia, nel pieno rispetto delle singole soggettività e con una tensione unitaria vera. Questo significa che le ambiguità della federazione vanno sciolte. Essa non può essere un partito in formazione, che semplicemente eliminerebbe l’unica soggettività di una qualche consistenza che è il PRC, né può risolvere il problema della costruzione di un polo alternativo degno di questo nome. Cosa può essere allora? Molto realisticamente: nell’immediato un’intesa elettorale e, in prospettiva, un primo nucleo di forze di una costituenda sinistra alternativa, beninteso chiarendo i nodi politici che restano in sospeso.
Significa questo buttare a mare quello che si è fatto o lasciare languire nell’ambiguità e nell’inattività la coalizione che si è formata? No, sarebbe un errore. Occorre invece assumere quelle misure organizzative che rispondono a esigenze vere, senza pregiudicare la prospettiva più ampia, lasciandoci anche la possibilità di sciogliere i nodi politici, senza farli precipitare o in uno scontro fatale o, al contrario, in mediazioni abborracciate, di scarsa credibilità. Faccio tre esempi. La prima esigenza è quella di darsi delle regole sul piano elettorale. E’ urgente la definizione di regole sulle presentazioni elettorali della Federazione che evitino tutti gli inconvenienti, anche sgradevoli, che si sono prodotti fino ad ora. In secondo luogo, occorre definire da subito una piattaforma di iniziativa sociale. Questa è la vera urgenza e su questo terreno tutti gli sforzi dovrebbero essere promossi a livello locale. Se non c’è un impegno serio nella battaglia di opposizione non ci sono prospettive. Infine, è necessario garantire sui territori quel coordinamento dell’iniziativa necessario, in particolare ai livelli provinciali, oggi praticamente assente, ma con strutture snelle e, soprattutto, che si possano aprire ad altri soggetti della sinistra di alternativa. Fare questo e bene sarebbe un bel progresso, il resto sono fughe in avanti prive di credibilità.
(sinistra comunista 21 maggio 2010)
La Grecia chiama...
di Francesco Maringiò
Spunti e riflessioni sulla lotta del popolo greco e sul ruolo centrale dei comunisti
Sulla prima pagina dei principali quotidiani italiani del 5 maggio campeggiava in evidenza la foto dello striscione posto dal KKE all’Acropoli di Atene. Persino il prestigioso quotidiano di via Solferino ha dato la notizia in prima pagina e, assieme ad esso, anche altre testate nazionali come La Stampa, Liberazione, il manifesto. Non Repubblica, il cui anticomunismo “gentile” continua anche dopo la fine del PCI (a cui ha culturalmente contribuito). Il 6 maggio invece, le prime pagine sono tutte per gli scontri, i tafferugli, la guerriglia urbana ad Atene in cui hanno perso la vita tre persone. Non deve stupire allora se il KKE, il Partito Comunista Greco, non ha usato giri di parole per condannare e prendere le distanze da certe azioni, volte ad indebolire il movimento di lotta. Come già accaduto un anno fa, quando il KKE denunciò la presenza di infiltrati e provocatori nei cortei, ricevendo le critiche (e lo sberleffo) di tanti gruppi italiani (simpatizzanti chi per il Koe, chi per il Synaspismos che invece quegli scontri appoggiavano) ed addirittura dalle colonne di Liberazione e del Manifesto.
A distanza di tempo, le ragioni di chi condannava la violenze e le provocazioni sono evidenti ai più. Come si legge nel documento diffuso dal KKE: “La manifestazione organizzata dal Pame, che è stata di massa e protetta dal servizio d’ordine, ha dato una risposta vibrante all’azione provocatoria organizzata da alcuni gruppi ed alcune dinamiche che hanno il solo fine di disorientare la gente per far perdere consenso alla mobilitazione di massa, calunniare il KKE, ridimensionare il ciclo di lotte ed intimidire i lavoratori. Nel suo discorso al parlamento, subito dopo l'annuncio della morte di tre persone, Aleka Papariga, segretaria nazionale del KKE, ha fatto la seguente dichiarazione: «Le persone che lavorano , che vivono oggi un attacco senza precedenti, il peggiore dal 1974, sono in grado di distinguere quella che è una sistematica lotta politica in difesa dei loro diritti e delle loro rivendicazioni, una lotta che può assumere molte forme a seconda delle condizioni in ogni momento. I lavoratori distinguono con chiarezza tutto questo da ogni piano volto a mettere in affanno le loro lotte, da ogni azione provocatoria che causa vittime innocenti ed aiuta tutti coloro che vogliono creare una situazione tale per cui tutte le lotte vangano screditate». Ed inoltre Aleka Papariga ha puntato l’indice contro il Laos (partito nazionalista di estrema destra) e le formazioni di estrema destra infiltrate nelle manifestazioni per creare disordini e scontri. «Non so se questo gruppo extraparlamentare – ha detto ancora la Papariga - ha legami di sangue, permanenti o occasionali con il signor Karatzaferis (il leader del LAOS –ndt-) ma è del tutto evidente che il signor Karatzaferis sta svolgendo un ruolo di attivo provocatore con l’obiettivo di scatenare una repressione nei confronti del popolo». Colpisce quindi il fatto che una parte della sinistra italiana (che magari propugna la non-violenza a popoli che vivono sotto occupazione militare straniera) giustifichi atti di guerriglia urbana e disordini, questa è almeno la sensazione che registriamo.
Lo sciopero del 5 maggio ha letteralmente bloccato il paese. “Fabbriche, cantieri e magazzini, porti ed aeroporti, università e scuole sono state paralizzate. Già dalle prime ore del mattino migliaia di lavoratori e di giovani hanno piantonato l’ingresso del proprio posto di lavoro per difendere il diritto allo sciopero, contro le intimidazioni dei datori di lavoro. Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata dal Pame (il grande sindacato greco egemonizzato dai comunisti) in 68 città in tutta la Grecia. (…) Ad Atene, la manifestazione organizzata dal Pame si è conclusa in piazza Omonia, nel centro; lì Giorgos Perros, membro del segretariato esecutivo del Pame, ha tenuto il comizio finale. «Anche se dovessero passare queste misure – ha dichiarato Perros - noi non le legittimeremo mai, non potremmo mai obbedire a queste restrizioni. Giorno dopo giorno, mese dopo mese raccoglieremo tutte le nostre forze per bloccare l’attuazione di queste misure ed andremo avanti fino al loro totale rovesciamento». Il rappresentante del Pame ha concluso il suo intervento sottolineando: «noi, gli operai, i lavoratori autonomi, gli artigiani, i piccoli commercianti, gli agricoltori di piccole e medie imprese, i giovani, noi siamo la maggioranza del paese. Dobbiamo diventare più forti (…) e una volta che avremo costruito un fronte con tutta la nostra gente non saremo più soltanto forti, ma saremo invincibili, perché avremo dato corpo al nostro potere di stato; avremo creato lo strumento per progettare e produrre secondo le nostre esigenze, avremo creato il meccanismo per bloccare la minoranza di parassiti che saccheggiano le nostre ricchezze, e vivere così del nostro lavoro che ci basta per costruire la nostra vita, la vita dei nostri figli e quella delle future generazioni». Questa frase del sindacalista greco è molto importante perché, seppur molto diversa dal linguaggio politico e sindacale italiano, mette però in evidenza l’approccio rivoluzionario del Pame lì dove insiste nel lavoro di accumulazione di forze per un cambiamento della società e dei rapporti di produzione e di proprietà. Un esempio questo di come il KKE in questi anni abbia lavorato nella società, al fianco del popolo greco, con l’obiettivo della costruzione di un sindacato di classe, che non solo si oppone alla politica di rigore voluta dal governo o dall’Ue, ma che organizza migliaia di lavoratori dentro una prospettiva rivoluzionaria, di accumulazione di forze e di costruzione di una coscienza combattiva che lavora per cambiare i rapporti di forza del paese. Un sindacato quindi che al lavoro rivendicativo e di difesa degli interessi della classe operaia, coniuga la costruzione di una coscienza “altra”, che lavora –direbbe Gramsci - per la costruzione di un blocco storico.
Ma lo striscione dell’Acropoli parla a noi. I comunisti del KKE lanciano un messaggio all’esterno della loro nazione, fanno appello a tutti i popoli europei a sollevarsi in piedi e ribellarsi. Questo è lo spirito del loro ultimo congresso che, celebrato un anno fa, si è svolto all’insegna dello slogan del “contrattacco”: di fronte alle ingiustizie del capitalismo, dicono, è arrivato il momento di reagire. Non possiamo rimanere silenti. La crisi greca è l’epifenomeno della crisi più profonda di questo sistema, che si adopera per far pagar il prezzo al mondo del lavoro e tutelare il capitale. O la risposta e la lotta è complessiva, o la crisi travolgerà tutti.
Per queste ragioni la redazione de l’Ernesto on-line ha deciso di preparare il video in omaggio al popolo greco ed alla lotta del KKE, che trovate in home page. Perché quello striscione all’Acropoli scuote le coscienze di quanti non si arrendono e ci invita a sollevarci e lottare. Un suggerimento quanto mai opportuno per quanti, come i comunisti e la sinistra in Italia, vivono invece una fase di difficoltà, arretramento, sconfitta. Ma quello striscione sulla cima dell’Acropoli permette anche di mantenere alta la battaglia per la difesa dell’esistenza di un partito comunista e rivoluzionario in questa parte del mondo ed in questa fase storica. Un partito che non sia solo l’erede di un grande partito operaio del passato, di cui ne conserva il nome ed il simbolo, ma che nella nuova fase storica (così difficile per le forze rivoluzionarie ed antisistemiche in questa parte del mondo) continui ad accumulare forze e a lottare per il cambiamento dei rapporti di forza nella società. Ecco perché riteniamo che la questione comunista, in Italia, non sia chiusa, che le sconfitte elettorali non significhino la fine di tutto e che non ci sia una inevitabilità nell’esaurimento di una forza comunista nel nostro paese. L’esempio dei compagni greci ci parla anche di questo e ci dice di come il tema del socialismo e della lotta per il cambiamento sia più che mai attuale e necessaria l’organizzazione della classe operaia. Sta ora a noi lavorare conseguentemente ed accumulare forze, energie e capacità. Con la consapevolezza che non sarà semplice e che la strada è tutta in salita, ma anche con l’ambizione di uscire dal pantano nel quale ci troviamo e prendere in mano le redini del nostro destino. L’esempio greco, in questo, ci dice che non è tutto finito e che si può ripartire e tornare a vincere.
maggio 2010 - Autoconvocazione, lotta, unità, per un movimento
vero di lavoratori e lavoratrici contro la crisi
A circa un anno e mezzo dall’esplodere della crisi economica nel nostro Paese, il 26 aprile è ripresa la discussione in Parlamento sul ddl 1167 (cosiddetto “Collegato Lavoro” alla Finanziaria), approvato il 3marzo scorso e rinviato alle Camere da Napolitano per l’esistenza di sospetti dubbi di costituzionalità di alcuni articoli. Da una parte, questo provvedimento affossa lo Statuto dei Lavoratori e quindi riduce in modo ancor più drastico i diritti sindacali e politici dei lavoratori e delle lavoratrici, di fatto cancellando l’art. 18 e liberalizzando i licenziamenti. Dall’altra, il mondo delle aziende ringrazia per un provvedimento che renderà cassintegrati/e, disoccupati/e, precari/e molto più flessibili e - per dirla col ministro Sacconi - più disponibili ad accettare qualsiasi lavoro si presenti loro…
Come lavoratori e lavoratrici di aziende in crisi o a forte composizione precaria, pubbliche e private, abbiamo da subito collegato la nostra situazione con questi provvedimenti , intuendo la volontà di Confindustria e maggioranza parlamentare di renderci più mansueti e remissivi, più simili a un servo della gleba che a un lavoratore, pur sempre salariato, ma almeno con la coscienza dei suoi diritti.
Ebbene, i fatti che si sono avvicendati in questo mese e mezzo hanno purtroppo avvalorato le nostre intuizioni:
1. L’imprenditoria nostrana, sempre più arrogante e becera, ha tuonato dalle pagine dei principali quotidiani e nelle assisi pubbliche (non ultimo il convegno di Confindustria a Parma), sulla necessità di andare a colpire un serie di diritti acquisiti sia in materia politico-sindacale, sia economica. Incredibili le affermazioni del presidente di Assocontact – che riunisce tutti i padroni delle società di call center in outsourcing -, secondo il quale sarà difficile non solo garantire nuove stabilizzazioni, ma addirittura l sicurezza di quelle “vecchie”. La soluzione? Tagliamo le ore di permesso, i giorni di ferie, le pause 626, e introduciamo maggiore flessibilità (fonte “Sole 24 Ore”).
2. Il mondo politico istituzionale è evidentemente tutto schierato a favore di industriali e banchieri. Sacconi, non contento del ddl 1167, proprio durante il convegno di Parma, ha rilanciato, annunciando il “pensionamento” dello Statuto dei Lavoratori, che sarà sostituito da uno “Statuto dei Lavori” che servirà a “completare la liberazione dall’oppressione burocratica, da tutto quello che genera conflitto e dall’incompetenza che minaccia l’occupabilità”. Su questo tema potremmo consigliare al ministro di dimettersi, ma, a parte gli scherzi, non c’è solo il governo a minacciare la nostra capacità di resistere e di fa valere i nostri diritti. Il PD non può essere da meno e, attraverso il senatore Nerozzi (ex sindacalista CGIL), propone una legge per un “contratto unico di inserimento” per i neo-assunti, che prevedrebbe il congelamento dello Statuto dei Lavoratori per 3 anni. Come dire: non c’è da fidarsi proprio di nessuno…
3. CISL e UIL (insieme all’UGL) hanno firmato l’avviso comune che recepisce positivamente il “Collegato Lavoro”, ma non basta. Raffaele Bonanni, segretario CISL, rilancia su un accordo che riformi la rappresentanza sindacale (già al momento tutto, tranne che democratica), sulla scia di quanto previsto dall’accordo separato sulla riforma dei contratti, accordo firmato, guarda caso, sempre da CISL, UIL e all’UGL nel 2009. La maggioranza CGIL, per bocca di Epifani, invece di assumere una posizione dura e intransigente di opposizione, rilancia sulla “unità sindacale” (a scapito dei lavoratori), ossia si dice disponibile ad un altro “strappo” a destra per riconquistare quei tavoli concertativi dai quali era stata recentemente esclusa.
Insomma, crediamo che sia evidente, purtroppo, che l’attacco alle nostre possibilità di difesa, non si limiti solo all’art. 18, con l’arbitrato, ma sia di più ampio respiro, teso a metterci in ginocchio per molto, molto tempo, se non definitivamente.
Questa è la risposta dei nostri avversari alla crisi: cancellazione dei diritti politici e sindacali, ulteriore precarizzazione, ultra-sfruttamento per chi ha la “fortuna” di rimanere nel processo produttivo. Di fronte a questo, e di fronte al vuoto politico e sindacale – al di là di pochi sforzi generosi -, come Comitati e coordinamenti di lavoratori uniti contro la crisi, con una partecipata assemblea il 23 gennaio scorso, abbiamo lanciato una proposta:
costruire un movimento vero di lavoratori uniti contro la crisi che rimetta al centro la ripresa di una coscienza di classe capace di contrastare i licenziamenti, le speculazioni e le ristrutturazioni padronali, e che metta in discussione gli attuali rapporti di forza nella società, innanzitutto per FAR PAGARE DAVVERO LA CRISI AI PADRONI!
Per questo facciamo appello a tutti i lavoratori e le lavoratrici, i precari e le precarie, residenti e migranti, a chiunque sia attivo/a sindacalmente o politicamente e sia sensibile a questi temi, ad auto-organizzarsi e a collegarsi, indipendentemente da tessere sindacali o politiche, per cominciare a rendere concretamente visibile a chi ci governa, a chi ci sfrutta, a chi ci dovrebbe rappresentare e non lo fa, la nostra insofferenza per quello che ci si sta rovesciando contro, la nostra determinazione a resistere per difendere i nostri diritti e i nostri interessi, ad affermare che finché “profitto, ricavi, utili”, saranno le voci attorno alle quali dovranno girare la politica e l’economia di questo Paese, per chi lavora non ci sarà mai né giustizia, né sicurezza.
Rivendichiamo insieme:
• Il blocco dei licenziamenti
• La fine delle speculazioni, edilizie e finanziarie
• Lavorare meno e lavorare tutti.
• Meno profitti e più salario.
• NO alla Legge Treu, Legge Biagi (Maroni), Legge Turco-Napolitano, Legge Bossi-Fini, Riforma Gelmini, “Collegato Lavoro”: devono sparire dalla storia!
Assemblea dei Lavoratori Autoconvocati di Torino: Agile/Eutelia), Azimut, Bibliocoop, Comdata, Coop. sociali, E-Care, Fiat Mirafiori, Lear, Scuola, ThyssenKrupp, Omnia-Voicity
Coordinamento Lavoratori Uniti contro la crisi di Milano: Marcegaglia Buildtech - Maflow - OMNIA Service - Lares - Metalli Preziosi - Bitron; Alfa Romeo di Arese, Novaceta Magenta, Neopharmed SrL, lavoratori Poste;
Rete Lavoratori Autoconvocati di Roma: appalti Sirti, Eutelia, Alitalia, Telecom, Atesia, Pubblico Impiego, Ibm, Engineeering, Terzo settore, Precari della scuola, Grande distribuzione;
Coordinamento dei Lavoratori del Piceno: Manuli - Maflow - IKK - Cartiera Alstrom- PAL Italia - Bentel - Itac - Prisman - Deatec;
Comitato di Lotta per il Diritto al Lavoro di Livorno: Giolfo & Calcagno, Ipercoop, Continental, Ltm Porto, Telegate, Trw, Inps, Provincia di Livorno Sviluppo,
Coordinamento Lavoratori Contro la Crisi del Friuli- Venezia Giulia: Safilo Marignacco e Precenicco (Ud), Eaton Monfalcone (Go), S.B.E. Monfalcone (Go), Savio Pordenone, Eco Luwata San Vito (Pn), Danieli Buttrio (Ud), Precari scuola Trieste, Indotto Fincantieri Monfalcone (Go). (facebook 28 parile 2010)
Intervento al Cpn del Prc del 10-11 aprile 2010
di Fosco Giannini
La crisi che attraversa il mondo capitalistico, o per meglio dire il modo di produzione capitalistico, è così, seppur rozzamente, riassumibile: siamo di fronte al fallimento d ell’autoregolamentazione del mercato, siamo cioè di fronte alla crisi dell’autonomia stessa del capitale.
In altri termini, in questa fase – che non si può prevedere breve – il capitalismo regge grazie soprattutto al fatto che i governi dei paesi ad alto sviluppo capitalistico – a cominciare dagli USA- sono espressione diretta della classe dominante, dei padroni, dei grandi gruppi capitalistici e finanziari.
Almeno quattro fenomeni – in grande sintesi – dimostrano tale assunto:
primo, gli aiuti dello Stato al settore bancario hanno superato, in questa crisi, i 14 mila miliardi di dollari, una cifra pari ad un quarto del PIL mondiale, una cifra mai registratasi nella storia dell’economia capitalistica;
secondo, a riprova della subordinazione di fase del capitale produttivo al suo oscuro gemello finanziario, l’immensa liquidità emessa dagli stati capitalistici non ha in nessun modo risolto o alleviato la crisi , come dimostrano i 52 milioni di disoccupati in più che, all’inizio del 2010, si registrano nel mondo capitalistico;
terzo, il prodotto interno lordo nell’area dell’Euro ha avuto un solo, timido, sussulto : uno 0,1% in più. Ma in Germania, locomotiva d’Europa, è stato dell’0% e in Italia è arretrato dello 0,2%;
quarto, il deficit pubblico medio dei principali paesi industrializzati è passato dal 2,2% del 2007 al 10,2% del 2010.
In sintesi, il mondo capitalistico punta oggi, pressoché ovunque, a superare la propria crisi subordinando completamente a sé le politiche statali e governative ( tendendo conseguentemente a servirsi senza scrupolo alcuno delle vecchie e nuove destre politiche e plasmando a propria immagine e somiglianza le sinistre “moderate”); costruendo scientificamente una disoccupazione e una precarizzazione di massa e – chiedendo, in Italia, aiuto alla Lega - un vasto esercito industriale di riserva, immigrato e indigeno; puntando ad un più alto plus-valore estratto dalla forza-lavoro rimasta in produzione; alla distruzione dello Stato sociale e al proseguimento consapevole di un ciclo di sovrapproduzione altrettanto consapevolmente non assorbibile da mancate politiche di rialzo salariale, come dimostra il fatto che alcune, piccole “ripresine” – come quella degli USA – non sono state determinate da un’espansione della domanda, come potrebbero testimoniare ( non “narrare”, poiché non se ne può più di questa “narrazione” e lascerei questa nobile pratica agli scrittori e non a tutti quei funzionari di Partito di stampo vendoliano che ormai “narrano” – azioni che non fanno - ad ogni piè sospinto ), come potrebbero testimoniare, dicevo, tanti magazzini aziendali del nord d’Italia.
Nel nostro Paese, come dimostrano i dati forniti dall’ISTAT e dalla Confindustria, la crisi del capitale si è abbattuta come un uragano:
- circa 20mila aziende già chiuse;
- oltre due milioni di disoccupati;
- 300 mila lavoratori licenziati ;
- 70% dei giovani già collocabili nel mercato del lavoro privi di occupazione;
- sottosalarizzazione di massa nell’area dell’occupazione;
- indebitamento delle famiglie in costante ascesa;
- l’area generale dell’occupazione segnata da un 30% di lavoro flessibilizzato con salari da 400 a 600 euro mensili;
- un salario complessivo pro-capite abbassato del 15% in virtù della distruzione dello stato sociale e il “ welfare familiare” – i nonni e i genitori che mantengono i nipoti e i figli - ormai all’estinzione.
In questa crisi sociale italiana dall’oscuro orizzonte non ha un’importanza fondamentale decodificare il dubbio dei padroni, indecisi se cambiare spalla al loro fucile, indecisi se volgersi più al PDL o alla Lega, o quanto dividere tra queste due forze il loro consenso: la questione fondamentale, il cuore delle cose, sul quale dobbiamo appassionarci e riflettere, è che all’attacco violento portato dal capitale contro il lavoro e alla democrazia e all’asservimento dello Stato e dei governi agli interessi del capitale, non vi è nessuna, nostra, risposta.
Il movimento comunista, la sinistra di classe e il sindacato confederale sono polverizzati o sotto schiaffo. E questa assenza dal conflitto, questa rinuncia ad esso è la base materiale delle nostre sconfitte, sino all’ ultima delle “regionali”.
In questo quadro generale segnato da una egemonia totale e capillare del capitale occorre stare attenti a non trasformare una – seppur giusta, necessaria e da perseguire – unità di lotta contro le destre in una forma diversa di subordinazione agli interessi del potere capitalistico e ai dogmi di Maastricht e di Lisbona, come avvenuto nel governo Prodi.
Non possiamo più cercare scorciatoie politicistiche, pena un’ulteriore involuzione del quadro sociale e politico; non possiamo più ammutolire il conflitto e l’opposizione in virtù di false ed impotenti politiche di alternanza, pena la complicità alla costruzione di un nuovo fascismo, pena la consunzione finale dei nostri, già residui, rapporti di massa.
La questione centrale è la rimessa in campo, la ricostruzione di una forza organizzata e presente sul piano nazionale, capace di sviluppare una lotta anticapitalista e antimperialista, di sostenere quel lungo, determinato, necessario conflitto sociale solo attraverso il quale potremmo spuntare le unghie ai padroni, cambiare i rapporti di forza sociali.
Prima di pensare al che fare, domani, con Vendola, è a questo che occorre pensare. E se non pensiamo a questo, al ritorno alla lotta, il pensare a Vendola rischierà di significare il subordinarsi a Vendola.
Occorrerebbe, per il ritorno al conflitto prolungato, un forte partito comunista, di quadri e di massa ( come dimostrano le lotte greche), un partito capace di guidare le lotte e di evocare e attrarre attorno a sé le altre forze della sinistra anticapitalistica e di movimento; un partito come lo era il PCI prima di Occhetto e come forse poteva divenirlo il nostro senza Bertinotti.
Per ora abbiamo la Federazione della Sinistra, una Federazione che –oggi – sarebbe da irresponsabili mettere in discussione per ambigui ed equivoci “orgogli” di partito, anzi di partitino ( ma diciamoci la verità: chi oggi mette in discussione la Federazione mette in verità in discussione il rapporto politico con il PdCI, mette in discussione la possibilità dell’unità dei comunisti, per una difesa acritica ed un rilancio di una Rifondazione essenzialmente bertinottiana!).
Al contrario, questa Federazione, che certo non è esente da critiche, che non permetteremo divenga – come qualcuno vorrebbe - un nuovo partito di sinistra, dobbiamo rafforzarla, portandola nelle piazze, davanti alle fabbriche e davanti alle scuole, nel tentativo di mettere finalmente in campo un soggetto di lotta, comunista e di sinistra anticapitalista.
Ma per rafforzarla, per farle poter svolgere il ruolo conflittuale necessario occorre svuotarla di ambiguità, superando innanzitutto la divisione dei comunisti interna ad essa; dobbiamo cioè dotarla di un perno comunista solido, in grado di saper indicare la strada delle battaglie più avanzate ( lotta contro le guerre imperialiste, contro le basi NATO, per un progetto di nazionalizzazione delle banche, per una politica fiscale che finalmente si sposti dal proletariato alle classi abbienti); che sappia mettere a fuoco il senso nobile ed utile alla “classe” della politica delle alleanze senza precipitare nel tunnel degli accordi a tutti i costi; dobbiamo far sì che i 46 mila iscritti al PRC e i 30 mila al PdCI si sentano un corpo unico e non – come accaduto in questa campagna elettorale per le regionali - due corpi divisi, in competizione e in lotta tra loro.
La divisione competitiva dei comunisti all’interno della Federazione ha prodotto – in questa campagna elettorale – disorganizzazione, afasia, mancanza di una guida centrale, di un disegno; ha prodotto inerzia e incapacità di iniziativa sociale e politica.
Solo il superamento della divisione comunista potrà produrre una nuova passione, una nuova militanza, in grado di strutturare la Federazione, allargarla ad altre forze della sinistra di classe, ai movimenti, trasformandola in quel soggetto che oggi non è, che è lontano da essere: una forza concreta e organizzata per la lotta di classe.
Al contrario, il permanere della divisione comunista ed il permanere di due diversi interessi comunisti partitici, porterà all’implosione della Federazione stessa e alla drammatica consumazione – con esiti politici, sociali e psicologici devastanti - dell’ennesimo tentativo fallito di rimettere in campo una forza di classe, tendenzialmente di massa.
Noi non pensiamo che la nefasta ed ormai insensata ( sono i padroni a riderne, con ogni probabilità anche la CIA) divisione dei comunisti e delle comuniste possa superarsi attraverso una pura sommatoria dei gruppi dirigenti: lo abbiamo sempre detto.
Pensiamo, invece, che ( intrecciandosi alla lotta sociale comune) all’interno della Federazione si debba avviare una vasta, aperta, libera ricerca politica e teorica in grado di superare le debolezze e gli equivoci culturali degli uni comunisti e degli altri. Che si debba avviare una ricerca in grado di riconsegnare al movimento comunista italiano un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe. Un profilo segnato essenzialmente dalla consapevolezza che il terreno privilegiato dell’organizzazione del consenso sia quello del conflitto sociale, dello scontro capitale/lavoro.
Per cogliere questo decisivo risultato occorre essere più modesti e – insieme – più ambiziosi. Occorre che il PRC ed il PdCI riconoscano le loro, attuali, fragilità culturali, i loro profondi errori e ricomincino, insieme, un nuovo percorso, cogliendo così quel senso comune dei comunisti e delle comuniste di base dell’uno e dell’altro partito che, a differenza di tanta parte dei gruppi dirigenti e a partire dalle loro condizioni di vita materiali e dalla loro coscienza politica scevra da bizantinismi, fanno prevalere l’interesse concreto dell’unità sull’ insensatezza della divisione, che fa bene solo ai padroni.
Occorre avviare un percorso volto alla ricostruzione di un partito comunista contemporaneo, incline alla lotta e al radicamento sociale ben più che alla “sistemazione” istituzionale ( che non deve essere vissuta come obiettivo finale della lotta, ma come rappresentazione e prolungamento, in ambiti istituzionali, del conflitto sociale). Volto a riconsegnare alla “classe” un punto di riferimento comunista certo e credibile, dotato di una forte pulsione unitaria, in grado di dare senso sociale e politico alle altre forze della sinistra anticapitalista e di movimento.
Il punto è che – sinora – a mettersi in discussione e a votarsi ad un superamento di sé per un progetto più grande è solo il PdCI, mentre la maggioranza del PRC – sulla base di una propria autoreferenzialità culturalmente superba ed essenzialmente immotivata – non fa altro che rilanciare se stesso, costruendo in tal modo – all’interno della Federazione – una “impasse” fortemente negativa per lo sviluppo stesso del soggetto unitario.
Senza il superamento della divisione dei comunisti, dunque, è largamente probabile che la Federazione non decolli come dovrebbe; senza un “cuore” comunista solido e dall’unico battito è anche molto probabile che la Federazione non possa farcela a radicarsi socialmente e irrobustirsi politicamente e ciò sarebbe la base materiale certa di un rischio : quella di un’interpretazione subalterna delle politica delle alleanze, che potrebbe sfociare o in una resa al PD o in una genuflessione a Vendola.
Solo con una Federazione forte, segnata dal superamento della divisione interna tra i comunisti e capace di offrirsi alla “classe” come soggetto davvero unico, privo di paralizzanti fibrillazioni interne e capace dunque di lottare fuori di sé e non dentro di sé, si potranno ricostruire i legami sociali e costruire una propria autonomia, evitando di consegnarsi ad ogni attrazione fatale, a cominciare da quella di Vendola.
Ma a proposito del rifiuto del cambiamento e della mancanza dell’afflato unitario: il compagno Paolo Ferrero, nel suo libro appena uscito – ricco peraltro di importanti spunti analitici sulla fase e di indicazioni volte alla ricostruzione del conflitto - opera una censura ed una rimozione particolarmente pesanti e significative. Ferrero indica nel nostro coinvolgimento nel governo Prodi le basi della nostra crisi.
E naturalmente condividiamo tale assunto.
Ciò che non condividiamo è il fatto che Ferrero salvi invece tutta la fase bertinottiana precedente il governo Prodi; tutta la fase monarchica bertinottiana segnata ( come ebbe a dire lo stesso Ferrero) da una “ pars destruens” volta a polverizzare l’intera cultura politica comunista, senza – peraltro – offrire come contromisura nessuna “pars costruens”.
Ferrero non trova, non cerca, cioè, il nesso che ha legato la deriva governista di Bertinotti con la fase di distruzione culturale bertinottiana.Non trova e non cerca il nesso tra quella lunga fase e l’approdo bertinottiano : il comunismo come tendenza culturale e – al Congresso di Chianciano – il tentativo (capeggiato da Vendola, ricordiamolo tutti) di cancellare definitivamente l’autonomia comunista.
E diciamo questo non per spirito accademico, ma per chiedere a Ferrero, e ad altri e altre, che cosa vuol dire, oggi, “ riprendere il percorso della Rifondazione comunista”.
Vuol dire riassumere in toto – come par di capire – quella “marcia” politico-culturale bertinottiana che ha portato Bertinotti a definire il comunismo una tendenza culturale? Vuol dire brandire la memoria e la bandiera bertinottiana per respingere il progetto del superamento della diaspora comunista?
Ferrero ricorda nel suo libro l’affermazione di Althusser secondo la quale l’ideologia produce fatti materiali.
E’ vero: l’ideologismo bertinottiano ha prodotto il fatto tutto materiale della messa in crisi dell’autonomia – di prassi e di pensiero – comunista.
Noi pensiamo invece che per ricostruire un Partito Comunista più forte e sanare la vasta diaspora comunista occorra abbandonare ogni immotivata boria di parte e lanciare e sostenere un processo di ricerca politico-teorico profondo che – unito ad una prassi di lotta – sia in grado di unire le comuniste e i comunisti in un progetto rivoluzionario adatto ai tempi.
Non è facile, ma è tutto ciò che ci rimane.(wwww.lernesto.it 19 marzo 2010)
Presidio lavoratori Alato
Se la proposta del governo contro la crisi è l’attacco all’articolo 18 e l’introduzione dell’arbitrato, noi gridiamo ARBITRO VENDUTO! !
Con l’approvazione al Senato del disegno di legge 1167-B, il Governo consente al padronato italiano di compiere un salto di qualità nello smantellamento dei diritti dei lavoratori: attraverso l'istituzione dell'arbitrato al posto del ricorso alla magistratura smantella le tutele previste dall'art.18 dello Statuto dei Lavoratori introducendo una serie di rigide decadenze (previste anche per l’im pugnazione dei licenziamenti) limita la possibilità dei lavoratori precari di far valere in giudizio l’illegittimità di contratti a termine, interinali (in somministrazione), e a progetto fasulli; e lo stesso vale nei casi di trasferimento di azienda e di appalti illegittimi.
Definisce per la prima volta un tetto massimo (fino a un anno di salario) al risarcimento che potrà essere ottenuto dal lavoratore nel caso in cui il contratto precario dovesse essere giudicato illegittimo, estendendo le nuove regole, una volta entrate in vigore, anche ai contratti in corso di esecuzione e perfino – quelle intema di risarcimento – alle cause già pendenti, col risultato che anche chi avesse ottenuto, dopo la sentenza di primo grado o di appello, un risarcimento superiore a un anno di stipendio sarà condannato a restituire la differenza. Napolitano ha rinviato alle Camere il testo di legge, ma l’unico modo per bloccare questa offensiva è attraverso il conflitto a tutto campo.
Se la proposta del governo contro la crisi è l’attacco all’articolo 18 e l’introduzione dell’arbitrato, noi gridiamo
ARBITRO VENDUTO! !
SABATO 17 APRILE 2010 - ORE 16.00 PRESIDIO DEI LAVORATORI
CONTRO CRISI E ATTACCO ALL’ARTICOLO 18
PIAZZA BENGASI - ang.lo Via Vigliani - Torino
A.L.A.TO.
Assemblea Lavoratori Autoconvocati Torino
Agile, Azimut, Biblicoop, Comdata, Coop. Sociali, E-Care, Fiat Mirafiori, Lear, Scuola, ThyssenKrupp, Voicit
Lotta contro le destre, unità a sinistra e autonomia comunista
di Fosco Giannini
Tra alcuni dirigenti nazionali del PRC (membri della Segreteria nazionale, compreso il Segretario, compagno Paolo Ferrero) si è aperta in questi giorni una discussione politica pubblica che affronta, seppur in una forma ancora iniziale, non certo esaustiva, una questione - per i comunisti, la sinistra anticapitalista e quella moderata - di fondamentale importanza tattica e strategica: quella dell’unità a sinistra. Anche se la discussione pare più dettata dalla percezione – dalla consapevolezza – delle difficoltà di fase della Federazione della Sinistra e dai riflessi che tali difficoltà potranno avere sul vicino esito elettorale delle “regionali”; anche se tale discussione, poiché aperta a pochi giorni dal voto, può assumere un carattere un po’ stravagante e produrre persino disorientamento su parte del nostro elettorato, tuttavia è chiaro che essa – al di là del momento scelto, forse sbagliato - assume un carattere oggettivamente pregnante, significativo.
Come i comunisti, dunque, dovrebbero affrontare – nella situazione italiana data – il tema dell’unità a sinistra?
Penso, attraverso la messa a fuoco di cinque grandi questioni, che tra loro si tengono dialetticamente:
1. quella relativa al governo Berlusconi, al suo sistema di potere e al grave pericolo antidemocratico in corso;
2. quella relativa alla conseguente e ormai drammatica questione sociale;
3. quella relativa al rapporto tra comunisti, sinistra antiliberista e sinistra moderata;
4. quella relativa alla natura politica dell’unità tra comunisti e sinistra antiliberista;
5. per ultima (ma non certo ultima) quella del rapporto tra esigenza dell’unità a sinistra e autonomia comunista (questione stranamente mancante negli interventi di tutti i dirigenti nazionali del PRC che hanno aperto la discussione).
1. Per ciò che riguarda il governo Berlusconi nessuno pare avere dubbi, a sinistra: quelle politiche governative che vanno, giorno dopo giorno, inasprendo la loro natura reazionaria, razzista ed antioperaia e il rilancio, da parte di Berlusconi, del presidenzialismo sia come autoritaria “soluzione finale”del berlusconismo che come tentativo di risoluzione politico-istituzionale delle stesse contraddizioni interne al PDL, chiedono la costruzione, in tempi politici, di un’alternativa (anche se sul senso di questa alternativa permangono differenze sostanziali tra Bersani, sinistra moderata, sinistra antiliberista e comunisti). Caso mai manca, a sinistra, un’analisi seria della crisi che attraversa il PDL e il sistema di potere berlusconiano: quali parti della borghesia italiana stanno abbandonando il Cavaliere? Come si vanno orientando, politicamente, il grande capitale italiano e i poteri forti, nel loro insieme? Cosa pensano e come agiscono gli USA rispetto al berlusconismo? Intendono sostenere questa destra italiana o preferiscono un’alternativa ad essa? E quale? E ancora: l’eventuale (non scontato) crollo della struttura di potere berlusconiana quale sbocco potrà avere, in mancanza di un progetto serio, che metta al centro gli interessi di massa e, dunque colmi, col “soggetto sociale di massa”, il vuoto lasciato dal potere berlusconiano? E’ verosimile che possa avere, come sbocco, un nuovo sistema di potere, un nuovo governo guidato dalla parte del capitale oggi ostile a Berlusconi, legato ancor più strettamente agli USA di Obama e comunque ancora di natura profondamente filo imperialista, pronto alle guerre americane, subordinato all’Unione europea di Maastricht e di Lisbona e, nell’essenza, di natura ancora antioperaia? Ciò è verosimile, senza escludere la possibilità che la caduta di questo berlusconismo ( segnato da contraddizioni interne delle quali quella di Fini è solo la più appariscente) possa aprire la strada ad ulteriori involuzioni politico-istituzionali.
Problemi di grande rilievo, che dobbiamo sviscerare, sia rispetto all’esigenza prioritaria di liberarsi dal regime reazionario e corrotto di Berlusconi, che rispetto all’esigenza altrettanto prioritaria di costruire un “cambio” che sia materialmente percepibile dalle masse, che non le riconsegni ad un sistema diverso solo nominalmente, dotato di una migliore facciata democratica ma che, sostanzialmente ( occupazione, salari, lotta alla precarietà, welfare, pace, disarmo) le ricollochi nello stesso quadro sociale di emarginazione e sfruttamento. Che non le spinga al “desencanto” finale.
2. La questione sociale è stata fotografata, se a sinistra ve ne fosse stato ancora bisogno, dagli ultimi dati ISTAT e dagli ultimi dati della stessa Confindustria, che parlano di due milioni di disoccupati, di 300 mila lavoratori espulsi, solo negli ultimi mesi, dalla produzione in relazione alla “crisi del capitale”, della vastissima disoccupazione giovanile, dai disagi sempre più gravi vissuti dalla stragrande maggioranza delle famiglie italiane e dalla miseria di massa. Una questione sociale non solo drammatica in sé, ma anche estremamente pericolosa sul piano politico e democratico poiché, in mancanza di un’alternativa reale, può sfociare in una “pulsione” reazionaria di massa.
3. Occorre partire da questi problemi - quale alternativa a Berlusconi e ricostruzione di un rapporto di fiducia dell’intera sinistra con il proprio blocco sociale di riferimento - per porre la questione del rapporto tra comunisti, sinistra antiliberista e sinistra moderata. Partire da qui e capire che nella fase data i comunisti e la sinistra antiliberista non sono obiettivamente in condizione di progettare e praticare un’alleanza di governo con il PD, che – come nel caso della scelta bertinottiana del governo Prodi – sarebbe subordinata sia all’attuale natura liberista di questo Partito che a rapporti di forza sociali e di classe completamente sfavorevoli al movimento operaio complessivo. E nel contempo capire che i comunisti e la sinistra antiliberista non possono astenersi, estraniarsi – pena un ulteriore logoramento dei loro rapporti sociali - da una battaglia condotta dall’intero fronte democratico e di sinistra contro Berlusconi.
Insomma: partecipi della coalizione democratica vasta sì (con le condizioni della risoluzione del conflitto di interessi e del ritorno alla legge elettorale proporzionale ), ma al governo no. Indipendenti, dunque, dal PD. Senza essere subordinati a quel massimalismo di ritorno che riappare in certa
“ sinistra comunista” quale segno ulteriore della crisi e della mancanza di strategia del movimento comunista italiano odierno.
4. Vi è poi la questione del rapporto tra comunisti e sinistra antiliberista, un rapporto che, potenzialmente, potrebbe prendere corpo nella Federazione di Sinistra attualmente in campo. Una Federazione giusta in sé ( ma, come si sa, le cose in sé non esistono) che se funzionasse potrebbe offrire un contributo sia alla ripresa del conflitto sociale che al rafforzamento di una pressione della sinistra di classe su quella moderata, oltreché aumentare la massa critica comunista. Tuttavia - come si è già visto in questa fase, in questa stessa campagna elettorale per le regionali - affinché la Federazione possa funzionare, possa stabilire un rapporto proficuo tra comunisti e sinistra antiliberista, occorrerebbe che al suo interno vi fosse un solo, coeso e più forte Partito Comunista e non (come oggi accade) due partiti (PRC e PdCI) che, sapendo di non vivere, per la contrarietà della maggioranza del PRC, un processo di unificazione, si muovono all’interno della Federazione come due soggetti completamente autonomi e persino in competizione, dalla diversa tattica, dalla diversa strategia, dalle diverse esigenze e dai diversi obiettivi, anche nel senso che ognuno dei due Partiti tende – “naturalmente” – ad accumulare proprie forze e ad eleggere i propri candidati, trasformando la Federazione in un terreno di lotta tra comunisti e non in un soggetto di lotta contro le destre, contro i padroni e contro le guerre. Con il risultato, tra l’altro, come si sta ampiamente constatando in questa campagna elettorale, che alla Federazione della Sinistra manca una vera, seria, autorevole regia politica; manca l’organizzazione e l’iniziativa sociale e politica; mancano passione e militanza. Col risultato che i due Partiti comunisti, invece di avvicinarsi, all’interno di questa Federazione, rischiano di allontanarsi ulteriormente, creando uno stato d’animo generale tra la base comunista tutta (PRC e PdCI) di scoramento volto all’abbandono e alla resa.
E’ anche a partire da ciò che appare a noi sempre più attuale la proposta di unità dei comunisti, il progetto di costruzione di un solo Partito Comunista (sulla base di una profonda riflessione politica e teorica volta a mettere a fuoco le carenze e gli errori dell’uno e dell’altro e a mettere in campo un’organizzazione capace di sostenere e sviluppare l’attuale conflitto di classe) in grado di offrirsi come cardine – unico - di un’unità d’azione con le altre forze della sinistra antiliberista e anticapitalista.
5. E qui siamo al punto dell’autonomia comunista, questione accuratamente evitata nei recenti interventi di tutti i compagni della Segreteria nazionale del PRC, Segretario nazionale compreso.
Poniamo la questione dell’autonomia comunista a partire da un dato purtroppo a tutti evidente: siamo, per la somma di un’infinità di errori e di veri e propri tradimenti verificatisi all’interno del movimento comunista italiano (i più grandi quelli di Occhetto e Bertinotti) quasi all’estinzione dell’esperienza comunista nel nostro Paese e senza un progetto chiaro e forte di rilancio di un Partito comunista di quadri con influenza di massa, l’estinzione sarebbe assicurata. In questo senso ribadiamo la necessità di unire le forze comuniste in una sola organizzazione, in un solo Partito e ribadiamo la necessità di unire quel Partito Comunista (che, intanto, cancellerebbe le frizioni e la produzione di paralisi politica oggi conseguenti alla presenza di due diversi partiti comunisti in competizione tra loro) con le forze della sinistra antiliberista in una unità d’azione, in una Federazione che non richieda cessioni di sovranità volte alla soppressione dell’autonomia comunista (come dell’autonomia degli altri soggetti federati). In una Federazione tra forze autonome che proprio in virtù della sua maggiore “elasticità” e capacità di sprigionare conflitto sociale e pressione sulla sinistra moderata possa essere in grado in grado di contribuire ad una vera alternativa alle destre ed essere utile alla classe, alla democrazia e – come si dice – alla “nostra gente”.
E’ attraverso questo progetto generale – ne siamo convinti – che possiamo più razionalmente affrontare la questione dell’unità a sinistra, non certo attraverso quelle scorciatoie tatticistiche, schiacciate solo sul contingente, senza visione strategica e dunque sbagliate, quali : fare la Die Linke italiana, fare un unico partito con Vendola, senza, tra l’altro, chiedersi che cosa è, in effetti, SEL, la formazione di Vendola. E’ da considerarsi davvero parte della sinistra antiliberista? E' davvero l'erede del movimento del 2001-2003 che si espresse - anche se in modo talora “romantico” - contro la globalizzazione capitalistica e contro la guerra imperialista? SEL, allo stato attuale, è ancora politicamente magmatica (il progetto era in crisi in autunno ed è stato rilanciato dalle primarie pugliesi di Vendola). In SEL ci sono ex socialisti, sinistra DS, sindacalisti, ma non ci sembra che aggreghi molto di ciò che fu il movimento noglobal in Italia. Cosa dice SEL delle questioni istituzionali? Esprime una, necessaria, contrarietà netta contro il presidenzialismo? E delle questioni internazionali? Come si pone verso l'America latina e le sue spinte di liberazione antimperialista? Che pensa del Venezuela di Chavez? E’ in sintonia almeno con Morales? O la spinta al superamento dell’autonomia comunista prodotta a Chianciano e base della scissione dal PRC allontana SEL anche dal campo antiliberista? Per ora verifichiamo che SEL vive del carisma di Vendola e della sua “santificazione” anche e soprattutto all’interno della sinistra moderata, come registriamo la condotta generale di SEL in questa campagna elettorale per le regionali, attraverso la quale ha espresso inequivocabilmente un orientamento moderato e governista, evocando chiaramente un ruolo da ala sinistra del PD ( con Vendola non restio – sembra di capire - a fare le primarie per proporsi come leader del centro sinistra e capo dell’eventuale governo moderato). Detto ciò, è davvero difficile pensare - occorre, anzi, battersi contro tale disegno- ad una formazione partitica tra comunisti e SEL ( mentre, chiaramente, altra cosa è un rapporto politico ed elettorale con i “ vendoliani”, come accaduto, ad esempio, per le elezioni regionali nelle Marche: ma qui siamo nella razionalità - e nella tradizione storica comunista – della, vasta e duttile, politica delle alleanze). Come, certamente, sarebbe impossibile assimilare un’eventuale forza partitica tra comunisti e SEL alla Die Linke e ciò in virtù delle notevoli differenze di natura politica, culturale, ideologica e storica tra la reale e presente esperienza tedesca e l’ipotesi italiana, compresa la più netta inclinazione all’opposizione della Die Linke rispetto alla vocazione istituzionalista “vendoliana”.
La proposta di costituire un partito di sinistra italiano a partire dall’ evocazione della Linke, dunque, altro non appare, nell’essenza, che una – seppur apparentemente diversa - riproposizione di disegni, già visti, volti al superamento definitivo dell’esperienza comunista italiana. In verità, altro non sarebbe che una ricongiunzione ( poiché il PdCI appare decisamente contrario all’ipotesi di un partito con Vendola) tra l’attuale PRC e il pezzo, pesante, del PRC che si è scisso a Chianciano: un’unità che ricomporrebbe una formazione politica di stampo ambiguamente post-bertinottiano, con, molto prevedibilmente, una nuova maggioranza non più comunista che si costituirebbe proprio in virtù del compromesso unitario con i “vendoliani” di ritorno: comunque - nella situazione data e concreta - un nuovo pasticcio impraticabile, dalla base tellurica e destinato, dunque, all’implosione. Un disegno, tra l’altro, che certo non aiuterebbe una vera accumulazione di forze anticapitalistiche in Italia; non aiuterebbe un progetto di unità d’azione – anche federata- tra comunisti e sinistra antiliberista, in grado di riorganizzare il conflitto sociale, di spingere positivamente sulla stessa sinistra moderata partecipando così, senza insani sogni governativi né ulteriori e finali liquidazioni dell’autonomia comunista, alla lotta contro le destre, al “cambiamento”. )marzo 2010)
Nasce A.L.A.T.O Assemblea
lavoratori autoconvocati Torino
27
febbraio: nasce
A.L.A.TO,
coordinamento di lavoratori in lotta
In
una cornice calorosa ed appassionata, con circa 120 persone,
presso il Centro Principessa Isabella di via Verolengo (a
Torino), ha avuto luogo oggi sabato 27 febbraio, l’incontro
tra i lavoratori in lotta contro la crisi e la speculazione
finanziaria.
Lavoratori di una ventina di aziende (tra le quali Ex
Eutelia, Phonemedia, Omnia/Voicity, Comdata, ex Thyssenkrupp,
Fiat Mirafiori, Lear, Azimut, Cooperative sociali, Pubblica
amministrazione, Scuola, ecc.), hanno reso appassionante
questo incontro, autentica “fucina” di democrazia diretta e
partecipata.
L’incontro nasce dalla comune esigenza di contrastare
aziende che, a causa o con la scusa della crisi, stanno
cercando di ridimensionare la forza lavoro, in molti casi
speculando sulla difficoltà generale ed addossando alla
collettività i propri problemi di gestione attraverso l’uso
sconsiderato degli ammortizzatori sociali.
Numerosi e interessanti gli interventi. Luciano
Pilone, (Agile Ex Eutelia) racconta l’esperienza di
“un gruppo di colletti bianchi, impiegati tecnici, finiti
nella fauci di professionisti del fallimento, che vogliono
demolire un’ azienda sana allo scopo di impossessarsi di
migliaia di chilometri di rete di fibra ottica, senza gli
oneri di 2000 stipendi”.
Cherif,
immigrato del CSOA "Gabrio", ha spiegato il senso e la
storia della giornata del 1° marzo contro razzismo e
sfruttamento, mettendo enfasi sulla lotta contro il
"Pacchetto Sicurezza", all'interno del quale una delle norme
più odiose è quella che stbilisce l'equzione permesso di
soggiorno = posto di lavoro.
Ciro Argentino, ex Thyssenkrupp, sottolinea
“l’importanza di usare gli strumenti sindacali e politici a
favore delle esigenze delle persone, delle lotte dei
lavoratori”, augurandosi che”la sollevazione di lavoratori
stranieri sia di esempio e di sprone per gli italiani”.
Luca
Gabriele (Collettivo Lavoratori Comdata di Torino)
ribadisce “la lotta alla speculazione finanziaria delle
aziende, per obbligarle a reivestire i guadagni che comunque
ci sono e sono cospicui, per creare altri posti di lavoro e
qualità della vita.
Ivano
(Voicity di Torino) e Salvatore (Phonemedia
di Trino Vercellese) hanno raccontato l'incredibile,
speculare ed intrecciata storia delle loro aziende,
paradigma di un capitalismo speculativo e delinquenziale che
proprio in un settore non toccato dalla crisi, vampirizza
salari e tfr dei lavoratori per acquistare (e chiudere) a
loro volta altre aziende.
Adriano
(Lear di Grugliasco), ha auspicato che il dibattito e
l'iniziativa unitaria che questa assemblea ha aperto venga
esteso in tutte le organizzazioni sindacali di cui facciamo
parte, superando quel settarismo sterile che disorienta i
lavoratori.
Veronica
(Sportello il-legale di Torino), ha acceso un
riflettore sulla lotta legata a reddito e servizi, in
particolare sul diritto alla casa per tutti/e, dando
appuntamento ad un'assemblea contro sfratti e sgomberi che
si terrà a Torino il 3 marzo.
Alexandro
(Educatore professionale), ha portato il suo saluto
e quello del neonato comitato che raccoglie lavoratori e
lavoratrici delle cooperative sociali, anche loro in lotta
contro svendite e tagli del servizio (e dei posti di lavoro)
da parte degli Enti Locali.
Altri interventi, come Massimiliano (Azimut
Yachts di Avigliana), Piera (Omnia Milano)
e molti altri (tra cui Alexandro delle
cooperative sociali e Francesco, precario
della scuola), hanno tracciato un quadro sempre più chiaro
della situazione.
Un caloroso e
fraterno saluto ci è arrivato infine da Massimiliano
(Marcegaglia Buildings) della delegazione del Coordinamento
Lavoratori Uniti contro la Crisi di Milano, protagonisti di
un percorso già avviato e che ha prodotto, insieme al
Coordinamento del Piceno, la bella assemblea nzionle del 23
gennaio scorso a Roma.
I lavoratori hanno deciso di costituire un coordinamento
stabile, denominato A.L.A.TO
(Assemblea Lavoratori Autorconvocati Torinesi), il cui
prossimo incontro
avrà luogo martedì 9 marzo alle ore 18.30 in via Trivero 16.
Alleghiamo il documento finale approvato dalla riunione,
piattaforma comune di idee e di azione.
La riunione territoriale delle aziende
in crisi riunita oggi, individua nei seguenti obiettivi un
percorso da perseguire nell’affermazione dei diritti e degli
interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, ed in
particolare rivendica:
-
Il blocco dei licenziamenti e
l’opposizione alla chiusura delle sedi produttive
-
No alla precarizzazione del mondo
del lavoro e per la cancellazione delle leggi che lo
hanno permesso
-
Riduzione dell’orario di lavoro a
parità di salario
-
No alle delocalizzazioni e contro
la concorrenza nazionale ed internazionale fra
lavoratrici e lavoratori
-
Per l’estensione degli strumenti
di integrazione al reddito come il sostegno per le spese
scolastiche dei figli, il blocco degli sfratti, la
sospensione del pagamento degli affitti e delle bollette
di acqua, luce e gas per chi perde il lavoro
-
Lotta alla speculazione
finanziaria delle aziende
-
Adesione alla piattaforma della
manifestazione del 1 Marzo contro razzismo e
sfruttamento
Per supportare questo percorso i
presenti ritengono necessario superare le differenze
relative alle diverse appartenenze sindacali, pur ritenendo
questo strumento indispensabile. Sarà necessario quindi
portare il livello di questa discussione all’interno delle
proprie sigle di appartenenza.
Come primo appuntamento la giornata
del 1° Marzo diventa un momento dove stringere, non solo
idealmente, un’alleanza con le lavoratrici ed i lavoratori
immigrati. Essi rappresentano l’anello debole, anello grazie
al quale le aziende si garantiscono lauti profitti
restituendo sfruttamento e salari da fame.
Per questo è indispensabile metterci
in collegamento. Un collegamento che assuma caratteristiche
stabili, capace cioè, di rivendicare una piattaforma
unitaria che difenda gli interessi della classe lavoratrice
al di là delle appartenenze sindacali.
L’assemblea propone quindi di
individuare un appuntamento a breve per dare maggiore
visibilità alla discussione che si è svolta in questa
giornata.
Il 12 Marzo, giorno in cui la CGIL
chiama allo sciopero per l’alleggerimento della pressione
fiscale sulle buste paga delle lavoratrici ed i lavoratori,
potrebbe essere una proficua occasione per portare le
rivendicazioni emerse dall’incontro di oggi.
Al fine di preparare questo
appuntamento i presenti decidono di rivedersi martedì 9
Marzo alle ore 18.30 presso il circolo “il Progresso” di via
Trivero 16 a Torino, per organizzare una nostra presenza
alla manifestazione indetta per lo sciopero della CGIL del
12 Marzo.
A.L.A.TO
(Assemblea Lavoratori Autoconvocati Torino)
Torino, 27 Febbraio 2010
nocrisi.torino@gmail.com
indirizzo di contatto
I comunisti in Europa si uniscono
Prendiamo
esempio da loro:
I COMUNISTI IN EUROPA SI UNISCONO
EDITORIALE di Aurora
periodico di informazione e cultura degli emigrati
per l'unita' comunista
di Massimo Recchioni (CZ) e Mario Gabrielli Cossellu
(B) per le federazioni in Europa del PdCI e del
PRC/SE
Ancora un paio di buone notizie sul fronte
dell’unità dei comunisti, quantomeno per quelli che
vivono nei Paesi europei. La prima riguarda
l’intenzione di procedere, entro l’estate, ad un
congresso federale di creazione della “Federazione
Comunista Europea” tra le compagne e i compagni oggi
membri delle strutture federali del PdCI e del
PRC/SE in Europa e con “chi ci vuole stare”, anche
se non iscritto ad uno dei due partiti ma
condividendone i principi e gli obiettivi. Si sta
formando una segreteria unitaria provvisoria che ha
il compito di preparare tutti gli aspetti politici
ed organizzativi (questi di gran lunga i più
difficili) di questa e altre importanti tappe sulla
via dell’unità, con la partecipazione più ampia
possibile di tutti, dalla base. Le modalità e le
date di queste iniziative saranno comunicate prima
possibile nei prossimi numeri di AURORA. L’altro
passo in avanti è la messa in opera di strumenti di
informazione e comunicazione tra le compagne e i
compagni della costituenda Federazione Comunista
Europea e tra i membri del gruppo dirigente, oggi
provvisorio, prima dell’estate eletto dal congresso
unitario. Su tale questione, a pagina 2 le compagne
e i compagni troveranno un’ampia descrizione di
quanto predisposto dal gruppo di lavoro unitario
sulla comunicazione per facilitare le attività di
questa Federazione; enorme da un punto di vista
territoriale (almeno 14 paesi europei) e che solo
grazie alle nuove tecnologie dell’informatica e
della telematica può discutere e organizzarsi
unitariamente scrivendosi e parlandosi con frequenza
quotidiana, aiutandoci anche ad una comunicazione
che viaggia su tre fusi orari.
Basti pensare ad esempio che chi vive in Portogallo
o nel Regno Unito, ha un fuso orario di due ore
diverso con i compagni e le compagne che vivono in
Grecia; e tutti gli altri in mezzo... Va poi
sottolineato l’ulteriore miglioramento di AURORA con
l’inserzione di un Blog interattivo, per discutere
direttamente in Rete gli articoli, così come
l’apertura di un sito web unitario con sezioni
“nazionali”, etc. Tutte informazioni che si trovano
a pagina 2 e che dimostrano quanto il lavoro
unitario non lo facciamo a parole ma nei fatti e
che, anzi, l’unifi cazione procede spedita.
Abbiamo poi in programma di fare uscire, la
settimana successiva all’uscita di questo numero di
AURORA, uno speciale sulle elezioni regionali e
provinciali in Italia che si svolgeranno il 23
marzo.
http://aurorainrete.org/
25 febbraio 2010
Lettera aperta
Comuniste e comunisti cominciamo da noi 2
Ci rivolgiamo a
tutte le compagne ed i compagni comunisti ovunque collocati: nel
PRC e nel PdCI; a tutto l’arcipelago comunista e
anticapitalista; alla vasta diaspora dei “senza tessera” che
ieri come oggi resistono all’attacco dei padroni sui posti di
lavoro, sui tetti, nelle piazze, nelle occupazioni per il
diritto al lavoro; nelle scuole e nelle università per l’accesso
al sapere; nei territori dove si pratica il conflitto sociale
per la difesa dell’ambiente. Attorno a questo patrimonio
potenziale riteniamo necessaria e non più rimandabile una
ricucitura unitaria di tutte le esperienze oggi in campo.
L’appello
“Comuniste e comunisti cominciamo da noi”, che aveva dato
vita all’esperienza di Comunisti Uniti, era stato
pubblicato sui principali quotidiani nazionali il 17 aprile
2008, all’indomani della sconfitta elettorale dell’Arcobaleno,
che per la prima volta aveva cancellato la presenza dei
comunisti nel parlamento italiano. Per tutti noi non si trattava
di una semplice flessione di consenso delle forze comuniste ma
di una profonda lacerazione con quel piccolo blocco sociale che
si era faticosamente coagulato in quasi 20 anni. Di tutto questo
l’appello prendeva consapevolezza, cercando di riaprire una
stagione di ricomposizione organizzativa dei comunisti e di
riconquista del loro ruolo autonomo nel conflitto di classe,
indicando la strada verso un Partito degno di questo nome. Non a
caso raccolse in poco tempo migliaia di firme e fece discutere
nel variegato popolo della sinistra, fin dentro i congressi dei
due partiti e anche oltre.
Decisivo era
stato il bilancio dell’esperienza fallimentare del governo di
centrosinistra, che aveva tradito tutte le aspettative popolari.
Così come era stata evidente l’incapacità e impossibilità della
galassia delle altre organizzazioni comuniste di costruire una
strada alternativa credibile e riconoscibile a livello di massa.
Sin d’allora ci siamo resi conto che assistevamo all’irrazionale
frantumazione delle forze comuniste, divise in due fragili
partiti e in una vasta costellazione di organizzazioni e gruppi.
Il tentativo di mettere in campo una lista comunista unitaria e
alternativa al bipolarismo e al PD alle elezioni europee è stato
però deludente: si è cercato semplicemente di conservare una
presenza istituzionale, costruendo una lista con basi politiche
troppo contraddittorie e con troppi elementi di continuità con
il bertinottismo. Tutto ciò ha impedito di invertire quella
deriva ideologica e materiale – pensiamo al venir meno della
democrazia interna, alla questione morale e ai processi di
cooptazione sistematica dei gruppi dirigenti, alla separatezza
istituzionale – che è una parte rilevante del problema che
abbiamo davanti.
Di fronte
all’acuirsi della grave crisi economica in atto, la vecchia e
nuova classe lavoratrice ha chiesto risposte concrete che non
sono mai arrivate ed è perciò precipitata in un grave senso di
smarrimento, rifugiandosi nell’astensione, nell’antipolitica o
disperdendo il proprio voto. Perché è avvenuto tutto questo?
Riteniamo che la rappresentanza coerente delle classi subalterne
e del loro punto di vista nel conflitto politico-sociale sia
oggi in contraddizione con l’assunzione di responsabilità di
governo da parte dei comunisti o con alleanze strutturalmente
subordinate alle forze moderate. Per resistere, riconquistare
credibilità e accrescere le nostre forze, perciò, è necessario
uscire dalla logica del “meno peggio” e fornire un’alternativa
politica praticabile.
Al di là delle
dichiarazioni di intenti iniziali, la Federazione della Sinistra
non sembra poter rispondere a queste esigenze. La poiché elude
la questione dell’unità dei comunisti e si presenta come un
soggetto politico moderato genericamente “di sinistra”, che
ricorda nel suo statuto l’Arcobaleno e “apre” non per caso a
Sinistra e Libertà, come se i congressi del 2008 non ci fossero
stati. Ancora una volta, la Federazione pensa se stessa come la
gamba sinistra delle alleanze del PD, in un quadro che si è nel
frattempo spostato ancora più a destra e con l’Udc a svolgere il
ruolo dell’ex-Margherita.
Ci rivolgiamo anche
oggi a tutte le comuniste e i comunisti ovunque collocati e agli
attivisti dei movimenti di lotta perché riteniamo che le ragioni
di quelle compagne e di quei compagni che si sono spesi con
energia nel progetto Comunisti Uniti siano ancora
attuali. Per evitare la ripetizione degli errori del passato è
necessario però reagire in fretta e sollecitare autonomamente un
processo di ricostruzione. Di fronte all’attacco reazionario che
stiamo vivendo in questa crisi del capitalismo abbiamo bisogno
di rilanciare al più presto il ruolo dei comunisti come cuore
dell’opposizione di classe alle ristrutturazioni padronali e
alle politiche antipopolari e antidemocratiche del governo di
centrodestra oggi e di qualsiasi governo le sostenga domani.
Non cerchiamo
scorciatoie organizzativistiche e rifiutiamo la contrapposizione
“tutti fuori” o “tutti dentro” il PRC e il PdCI.
Crediamo però che
sia urgente costruire un cambiamento di rotta, a partire
dall’apertura di sedi di dibattito e di iniziativa e dai loro
meccanismi di funzionamento. Non chiediamo perciò a nessuno di
uscire da questi partiti o da altre organizzazioni,
coordinamenti o federazioni ma ci rivolgiamo a tutti i comunisti
e alle comuniste per costruire insieme un collegamento dal
basso sui territori, prendendo consapevolezza che quanto
oggi esiste non è sufficiente per rilanciare il nostro ruolo e
per ricostruire un’organizzazione unitaria ed efficace. Servono
intenti comuni e piattaforme condivise da cui ripartire e su cui
organizzarci: di fronte alla crisi, abbiamo bisogno di costruire
una strada per un’alternativa di sistema e non di mero “governo”
delle cose presenti. Per questo compito immane non serve allora
un ennesimo partitino ma è necessario andare tutti insieme verso
la ricostruzione di un solo Partito, che sia Comunista, radicato
nella società ed efficace nella lotta politica.
Coscienti delle
difficoltà di questa fase ci rivolgiamo in primo luogo ai quadri
e ai militanti più consapevoli. Questi, forti della propria
esperienza, possono iniziare a costruire nei propri territori un
lavoro che raccolga sin d’ora in un progetto locale le energie
disperse dell’arcipelago comunista dentro e fuori PRC e PdCI.
Dei coordinamenti e gruppi di lavoro che, organizzandosi e
articolandosi sul piano nazionale, potranno rappresentare un
bacino di partenza che sostenga il progetto strategico
dell’unità dei comunisti. Dobbiamo favorire insieme le
condizioni di una resistenza di massa alla crisi che i padroni
vogliono far pagare ai lavoratori salariati e alle fasce
popolari.
Dobbiamo essere
presenti nelle contraddizioni di un meccanismo sociale e
politico che è diventato strutturalmente incapace di
redistribuire lavoro e reddito. Un meccanismo che espelle
forza-lavoro e deteriora ulteriormente le già gravi condizioni
di sfruttamento di quella occupata. Che produce costantemente
nuove sacche di esclusione e discriminazione all’interno degli
Stati nazionali (la questione del lavoro precario, quella del
lavoro immigrato e di una guerra tra poveri che rischia di
diventare guerra razziale, la nuova questione meridionale come
questione nazionale, il secessionismo…) così come tra gli Stati
e tra le grandi aree geopolitiche del globo. Che aumenta le
politiche guerrafondaie e le spese militari. La rappresentazione
dei bisogni sociali e culturali delle classi sfruttate, senza
alcuna distinzione di sesso e di nazionalità, dovrà essere al
centro di una strategia e di un programma minimo condiviso
basato su una piattaforma anticapitalista (per la difesa del
salario e dei posti di lavoro, contro la precarietà e per la
democrazia sindacale) e antimperialista (contro le basi militari
e le guerre imperialiste, per il ritiro delle truppe, a fianco
della resistenza dei popoli oppressi e dei Paesi che resistono
all’egemonismo americano). Un rinnovato progetto rivoluzionario
per mettere insieme le nostre forze ed affrontare insieme un
nuovo ciclo di resistenza, che ridia voce e motivazioni a chi è
oppresso dalle difficoltà economiche e dal capitalismo.
Per costruire una
concreta opposizione politica alla crisi del capitalismo,
riteniamo, serve una linea fortemente alternativa a quella sino
a questo momento praticata: una linea che rompa la
subalternità strutturale nei confronti della sinistra moderata e
che si liberi di quel politicismo che si è dimostrato incapace
sia di rappresentare l’esigenza di liberazione dallo
sfruttamento, sia di ottenere risultati concreti.
Con questa nostra
lettera intendiamo perciò rilanciare il progetto dei
Comunisti Uniti per dotarci di uno strumento efficace nella
lotta di classe e per il superamento della frammentazione.
Costruiremo i Comunisti Uniti come un luogo di dibattito e di
iniziativa politica condivisa, una Casa Comune che abbia
una sua autonomia di analisi e di proposta e sia capace di
parlare a tutti i comunisti e alle comuniste indipendentemente
dalla loro collocazione. Come un movimento trasversale, i
Comunisti Uniti comprenderanno allo stesso titolo compagni del
PRC, del PdCI, delle altre organizzazioni e quelli privi di
appartenenza, sforzandosi di unire tutti quei compagni che,
anche da prospettive diverse, si riconoscano in alcune semplici
priorità:
1) la
necessità di attivare un percorso di ricostruzione che unisca le
forze dei comunisti in Italia;
2) la
consapevolezza che l’unità comunista è indispensabile ma non è
nulla se non si coniuga con una rigorosa autonomia culturale e
politica, autonomia che in questa fase significa priorità del
conflitto politico-sociale, della sua coerente organizzazione e
rappresentanza per l’opposizione allo stato di cose presente;
3) la
volontà di non circoscrivere questo processo ai soli partiti
organizzati ma di innescare una partecipazione più ampia che
riconosca a tutti i singoli compagni pari dignità.
Gli spazi politici
istituzionali in senso stretto sembrano oggi schiacciati dal
sistema bipolare/bipartitico, sostenuto tanto dal PDL che dal
PD, e non possono essere riconquistati con escamotage
organizzativistici o elettoralistici. Occorre ricostruire
anzitutto una credibilità e un ruolo dei comunisti là dove ci
sono ancora ampi spazi di azione politica, sia sul piano sociale
e politico-sindacale (ricostruzione di una forza sindacale di
classe e non concertativa, ricucitura delle molteplici
esperienze di lotta oggi in campo sui territori, precariato e
migranti, etc.) che su quello culturale (dove si tratta di
coniugare l’eredità critica dell’esperienza del comunismo
internazionale del Novecento con una comprensione delle
trasformazioni della società e un aggiornamento degli strumenti
concettuali del marxismo). Vogliamo incontrarci con chiunque
condivida i punti chiave della nostra impostazione e li voglia
praticare in maniera critica e autonoma, dentro i partiti e
fuori di essi, nelle rappresentanze sindacali, nei luoghi di
studio e di lavoro, in quelle associazioni politico-culturali
delle quali riconosciamo un ruolo nella ricostruzione di una
teoria all’altezza dei tempi e delle quali rispetteremo
l’indipendenza.
A prescindere da
dove siamo collocati, occorre mettere al centro del nostro
dibattito e di una nostra azione coerente la questione del
partito, quella delle alleanze e quella della linea sindacale.
COMUNISTE E COMUNISTI UNIAMOCI!
Per adesioni:
unitacomunistipiemonte@gmail.com
Primi
firmatari:
Ciro ARGENTINO ex-operaio ThyssenKrupp e segr.ria prov. PdCI
Torino; Gualtiero ALUNNI CPN-Resp. Naz. Trasporti PRC; Andrea
FIORETTI assemblea lavoratori autoconvocati Roma; Stefano
AZZARA’ docente filosofia Università Urbino; Mao CALLIANO direz.
naz. e segr. prov.le PdCI Torino; Alessandro PERRONE
cassintegrato Fiom Eaton Monfalcone; Daniela CORTESE Segretaria
Circolo Tlc e informatica PRC Roma; Margherita HACK astronoma;
Sergio RICALDONE partigiano consiglio mondiale per la pace;
Antonio BERTUCCELLI Segretario Prov. PdCI Messina; Antonello
TIDDIA RSU Carbosulcis; Pio DE ANGELIS Presidente CPR PRC
Friuli-VG; Renato CAPUTO docente storia e filosofia Roma; Marco
DE LEO CPR PRC Lazio; Sergio MANES editore La Città del Sole;
Roberto CALLIANO Comit. Centr. e resp. Organizz. PdCI Torino;
Mariano MASSARO delegato reg.le OrSA Sicilia; Mario MADDALONI
RSU Napoletana Gas; Alberto PANTALONI Com.to comunista “T. Noce”
Torino; Rolando GIAI-LEVRA Direttore “Gramsci oggi”; Marco
VERUGGIO direz. naz. PRC portav. Controcorrente; Federico
MARTINO docente Diritto Università Messina; Germano MERLIN comit.
fed.le PdCI Milano; Francesco FUMAROLA Flmu-Cub Atesia Roma;
Vittorio GIOIELLO Centro ricerca Fenomenologia e società; Maria
Vittoria MOLINARI Segretaria Circ. Vill. Breda PRC Roma;
Riccardo DE ANGELIS RSU Telecomitalia Roma; Giovanna BASTONE
Comunisti-Sinistra Popolare Rho; Marcello LUCA Segretario Circ.
Ferrovieri PRC Roma; Federico GIUSTI RSU Comune di Pisa; Seby
MIDOLO Segretario Circ. PRC Siracusa; Salvatore INGHES Flmu-Cub
Skf Airasca Torino; Tiziano TUSSI Comitato nazionale ANPI; Adele
Monica PATRIARCHI docente storia e filosofia Roma; Massimo MURGO
RSU Marcegaglia Sesto S. G.; Fabio FROSINI docente storia della
filosofia Università Urbino; Nicola IOZZO
coord.re
PdCI Vibo Valentia; Maurizio BUDA RSU Iveco Torino; Walter
CECCOTTI Giovani Comunisti Roma; Cristina CARPINELLI Centro
studi problemi transizione socialista; Orestis FLOROS medico
CIE; Alberto BASSO ex Com. Centrale PdCI; Luigi CASALI Coord.re
Reg.le RdB-Cub Piemonte; Antonio PISA Segretario Circ. PRC
S.Cesareo; Luigi DOLCE RSU Itca Torino; Saro TRAINA Segretario
PdCI Limbiate-Varedo–Vicesegretario ANPI Brianza; Katia
SILVESTRINI Segretaria PRC Fabriano; Marino SEVERINI musicista
dei “Gang”; Manola MAURINO RSU ASL1 Torino; Ivano PAVANI
Segretario Circ. Tlc PRC Firenze; Filippo SUTERA NOPONTE
Messina; Fawzi ISMAIL
ass.ne
amicizia Sardegna-Palestina; Fabio LIBRETTI RSU gruppo Form
direttivo FIOM Milano; Danilo RUGGIERI Coll. Comunista Romano;
Roberto TESTERA operaio Comau Torino; Enrico LEVONI Coll.
Comunista Modenese; Cataldo BALLISTRERI RSU Fiat Powertrain
Mirafiori; Emiliano CELLI segreteria PdCI Roma; Wasim DHAMASH
docente lingua e letteratura araba Università Cagliari; Angela
ZANATTA RSU Agile/Eutelia - Componente Dir.vo Fiom Roma Sud;
Mirko SOLERO ex-PRC L’Ernesto Torino; Marco FORONI Segretario
Sez. ANPI “don P. Pappagallo” Roma; Luigi TRANQUILLINO CPR PRC
Lombardia; Luigi CEFARO RSU Slc-Cgil Telecomitalia Sparkle;
Domenico CALDERONI RSU Fialtel Telecomitalia; Patrizia
GRANCHELLI Segr. Circ. PRC Lavoratori Poste Milano; Roberto
TESTERO Coll. Comunista Romano; Salvatore MONELLO RSU Fiom
Fincantieri Monfalcone; Mara ARMELLIN Segreteria PRC Treviso;
Luca CLIMATI RSU RdB Pubblico Impiego; Maria Elena TOMASSINI
circ. ANPI “G. Sangalli” Roma; Raffaele TRISCHITTA RSU Snater
Telecomitalia Sparkle; Maurizio D’AGO ex segr. org. PdCI Napoli;
Ivano OSELLA cordinamento nazionale FGCI,Stefania IACCARINO RSU
Almaviva Contact Roma; Andrea MUSACCI Consiglio Studenti
Università di Ferrara; Bartolo SENATORE ex presid. CR PdCI
Campania; Eugenio TREBBI RSU Filcams HP; Vincenzo SANGIOVANNI ex
segretario prov.le PdCI Napoli; Pietro SCORDO Coord.to Prov.le
SdL Trasporti Roma; Gianfranco SUPPO RSA RdB Karmak Villar
Perosa; Manuela AUSILIO Coll. Resistenza Universitaria; Roberto
TESTA RLS Trenitalia; Maurizio TIMITILLI RSU Flaica-Cub Widex
Italia; Claudio SIMBOLOTTI Coll. Comunista Romano; Marco
PUGGIONI delegato Fiat Mirafiori; Ettore PASETTO RSU Fiom-Cgil
Roma; Vincenzo GAGLIANO ex segretario reg.le PdCI Campania;
Riccardo FILESI Coord.to Cassaintegrati Alitalia; Francesco CORI
Coord.to Precari della Scuola; Artan SALA operaio indotto
Fincantieri Monfalcone; Angelo CAPUTO Giovani Comunisti Roma;
Roberto VILLANI Cobas Scuola Roma; Francesco CAPUTO Coord.to
Precari della Scuola;
Ivan PAGORIG operaio
SBE Monfalcone;
Marilena DI LEVA ex Presid. CF PdCI Napoli; Paolo AGRESTINI
edile Cerveteri; Riccardo DI PALMA assemblea lavoratori
autoconvocati Borgomanero; Marco ELIA Coll. Resistenza
Universitaria; Vincenzo GRAZIANO Flmu-Cub Torino Com.to
comunista “T. Noce”; Alessio BULLIAN operaio indotto Fincantieri
Monfalcone; Irene ROSSETTI Flmu-Cub Comdata Torino; Adriana L’ALTRELLI
ex Com.to Centr.le PdCI; Marco VETTORI
universitario Coord.to
per la Costituente Comunista Gorizia; Fabiola VARACALLI Coll.
Comunista Romano; Paolo SACCO operaio Acque Spa Novara; Luigi
MINGHETTI CPF PRC Torino; Luca BELLARDONE assemblea lavoratori
autoconvocati Vercelli; Marco SANDRIN operaio Ansaldo Monfalcone;
Monica SIGISMONDI Coll. Comunista Romano; Massimo PITRELLA
Operaio Edicart Rho; Luca STERLE RSU Fiom Eaton Monfalcone;
Maurizio CALLEGARI infermiere segr. reg.le PdCI Trentino Alto
Adige; Giuseppe FONNESU operaio Carbosulcis;
Catia GALASSI operatrice sociale assemblea lavoratori
autoconvocati Novara; Osvaldo CELANO RSU Fiom Marcegaglia Sesto
S.G.
(Pubblicato su Il Manifesto in data 21 gennaio 2010)
Comuniste
e
comunisti
cominciamo
da
noi...
Questa
deve
essere
la
nostra
azione
nell'immediato
Contributo di
Ivano Osella cordinatore provinciale FGCI Torino.
Cari
compagni, sto seguendo in questi giorni la (raccapricciante)
discussione in corso sui due quotidiani “comunisti” cioè Liberazione
e il Manifesto. Mi riferisco agli editoriali e alle lettere in cui
si ipotizza sempre più la presentazione di liste uniche della
sinistra alle regionali e, d’altra parte, si caldeggia l’avvio di un
processo per la costruzione di una sinistra nuova, il cui leader
potrebbe essere proprio Vendola (come ipotizza Imma Barbarossa della
Direzione Nazionale del PRC su Liberazione). Faccio questa premessa
puramente informativa solo per sottolineare che, per l’ennesima
volta, i dirigenti nazionali della sinistra (comunista e non) stanno
nuovamente cambiando linea e posizione politica in base al momento e
a ciò che ritengono più opportuno e utile per ottenere qualche
poltroncina alle prossime regionali o qualche altro posto di
Sottogoverno.
Vi mando
questo mio breve contributo perché ho trovato davvero interessante
la discussione che si sta sviluppando in rete sulla necessità di
rilanciare l’appello per l’unità dei comunisti, appello nato proprio
all’indomani del fallimento elettorale nonché politico
dell’aberrante Sinistra Arcobaleno (la cosiddetta sinistra nuova che
oggi sembra tornata con forza), perché io credo che il momento sia
quanto mai propizio ma che sia anche l’ultima occasione che resta ai
comunisti per iniziare un lavoro di riorganizzazione all’interno del
nostro paese.
La mia
esperienza politica è molto minore rispetto a quella delle compagne
e dei compagni che hanno partecipato prima di me al dibattito, ma
credo di aver comunque già maturato la consapevolezza che senza un
unico partito comunista organizzato e radicato sul territorio, nei
luoghi di lavoro e nelle lotte, non ci sia alcuna possibilità di
incidere sullo stato di cose presenti nel nostro paese: da quando mi
sono iscritto al PdCI nel 2005 ho vissuto praticamente solo
sconfitte politiche, la totale ininfluenza dei comunisti nel governo
Prodi e la Sinistra Arcobaleno per citare le maggiori. L’unica
vittoria che ricordo è stata la manifestazione nazionale del 20
ottobre 2007 in cui un corteo con un milione di comuniste/i e di
lavoratori sfilò per le vie di Roma contro la modifica del sistema
del Welfare e Pensionistico. Una vittoria che durò pochi giorni: i
fantomatici 150 parlamentari della sinistra votarono lo stesso per
evitare la caduta del governo di centrosinistra, tradendo la base
che aveva dato loro fiducia per l’ennesima volta. Questa mia, seppur
breve, esperienza politica mi porta oggi a non comprendere il senso
delle scelte politiche fatte successivamente al tracollo delle
elezioni dell’aprile 2008: in primis l’abbandono dell’appello per
l’Unità dei Comunisti, attorno a cui si stava costituendo un
rinnovato entusiasmo, a favore di un progetto politicista come la
neonata Federazione della Sinistra. Una progetto, questo, che altro
non è che la riproposizione di una Rifondazione movimentista dei
primi anni 2000, in cui il PdCI viene completamente inglobato e che
non si differenzia molto da Sinistra Ecologia e Libertà, se non per
la falce e martello nel simbolo, mantenuta solo per continuare a
sperare nel voto dei comunisti, ma che di comunista non ha più
nulla, se non qualche militante ancora illuso che sia una tappa
verso l’Unità dei Comunisti (basta leggere le dichiarazioni che ho
citato in apertura per avere la risposta). Il Manifesto Politico è
più che significativo in questo senso: si parla di tutto, di analisi
marxista generica del mondo del lavoro, di Sud America, di
illuminismo (preso tout court) per definire la nostra laicità, manca
soltanto una cosa in tutto ciò: il comunismo. E non lo dico in
chiave retorica bensì nei contenuti in quanto non si sviluppa in
alcun modo l’ipotesi di costruzione di un partito comunista unico né
si pone il tema di organizzare un sindacato di classe da cui
generare una sinergia vera con il mondo del lavoro.
Ciò che
dovrebbe essere il punto di arrivo minimo per la riorganizzazione
dei comunisti in Italia non viene nemmeno accennato. Spetta dunque a
noi iniziare a lavorare in questo senso perché sempre più si sente
il bisogno di una forza che sia la casa comune di tutte le comuniste
e di tutti i comunisti nel nostro paese.
Una forza
che diventa sempre più una necessità oggettiva, in quanto i diritti
dei lavoratori sono calpestati e annullati ogni giorno dai fascisti
e dai padroni al governo, in un paese in cui la coscienza di classe
è stata progressivamente annullata, partendo dagli anni ’80 con la
Marcia dei 40000 e con il progressivo asservimento dei sindacati,
per arrivare a un oggi in cui la mia generazione si ritrova a non
essere più in grado di fare alcuna analisi collettiva, bensì
puramente individualistica. Per la maggior parte dei miei coetanei
l’unica prospettiva di lavoro è il precariato, ma sono pochissimi
quelli disposti a lottare per costruirsi un futuro migliore e ancora
meno quelli disposti a intraprendere una lotta collettiva, in quanto
non c’è alcun tipo di coscienza di classe nella percezione sociale
della mia generazione. Questa situazione si è generata anche per
colpa delle organizzazioni giovanili dei partiti comunisti che non
sono state in grado di incidere in alcun modo: più che alla
giovanile del PdCI (che ha sicuramente commesso gravi errori) mi
riferisco a quella di Rifondazione, in cui dal G8 di Genova in poi è
stata abbattuta qualsiasi forma organizzativa vagamente partitica in
cambio di un movimentismo imperante in qualsiasi situazione. Il
risultato è visibile sotto gli occhi di tutti: le nostre realtà non
esercitano più alcuna influenza sulle nuove generazioni e il compito
che ci si prefigge sarà sicuramente molto arduo, ma non impossibile.
Se la
situazione giovanile è una delle più complicate e merita un’analisi
ben più attenta e dettagliata di queste poche righe, il mondo del
lavoro necessita invece di un’azione diretta alla costruzione di un
sindacato comunista e di classe che eviti qualsiasi forma di
compromesso concertativo con i padroni e che provi a ridare una
forma di coscienza di classe alle lotte dei lavoratori nel nostro
paese: in Italia infatti ci sono in questa fase, centinaia di
fabbriche occupate dai lavoratori, principalmente piccole e medie
imprese travolte dalla crisi economica del capitale internazionale.
I media asserviti ai padroni non ne parlano o si limitano a citare
alcuni casi eclatanti come l’Eutelia o l’Ispra. Della possibile
chiusura della Fiat di Termini Imerese se n’è a malapena accennato.
Un sindacato di classe che provasse a rimettere insieme tutte queste
lotte e che iniziasse a costruire forti legami con il nuovo
proletariato di lavoratori migranti, permetterebbe di tornare a
vincere le lotte contro il padronato e, nello stesso tempo, dovrebbe
andare a costituire una forte sinergia con il nuovo partito
comunista, unico fautore di cambiamento nella società.
Tutto ciò può essere
possibile a condizione che le comuniste e i comunisti in Italia
si riorganizzino in un unico partito che sappia radicarsi
all'interno delle lotte, nei quartieri proletari e nella nostra
classe sociale di riferimento, un partito che faccia della lotta
di classe la propria principale pratica politica e che si ponga
chiaramente come obiettivo il mutamento delle attuali condizioni
sociali attraverso la ricostruzione della coscienza di classe
ormai quasi completamente perduta. E' un percorso sicuramente
molto lungo ma che occorre iniziare il più in fretta possibile,
ripartendo subito dall'entusiasmo generato dall'Appello per
l'Unità dei Comunisti, riproponendolo e utilizzandolo come punto
di riferimento minimo attorno a cui lavorare, aggregare e
organizzare. Dopo il tracollo della Sinistra Arcobaleno,
l'Appello aveva generato entusiasmo, dibattito, discussione
e fiducia, per poi venire accantonato dagli imperituri gruppi
dirigenti dei partiti, in primis il PdCI che, dopo averlo
assunto come linea congressuale lo dimentica in cambio di quell'accordo
puramente elettorale che è la Federazione della Sinistra.
L'Appello, ora più che mai valido,
giustamente titolava "Comuniste e Comunisti, cominciamo da
noi!" dunque questa deve essere la nostra azione politica
nell'immediato, in modo da poter ricostruire su basi solide quel
partito che sia realmente la casa comune di tutte le comuniste e
i comunisti nel nostro paese. (13 gennaio 2010)
"Ultimi
fuochi
di
Resistenza"

L'iniziativa
è organizzata da Unità comunisti Piemonte
-unitacomunistipiemonte@gmail.com
Comuniste
e
comunisti
cominciamo
da noi
Di Mao
Calliano
Segretario
provinciale
PdCI
Torino -
1 gennaio 2010
Era
il 17 aprile del 2008, tre giorni dopo la disfatta
della cozzaglia arcobalenista,i n questa data usciva
su alcuni quotidiani l'appello COMUNISTE E
COMUNISTI: COMINCIAMO DA NOI. In realtà molti
compagni/e conoscevano...
già questo documento prima delle elezioni politiche
del 13/14 aprile. In realtà molti di noi avevano
iniziato a lavorarci e a diffonderlo prima delle
elezioni politiche del 13/14 aprile. Eravamo
convinti, ci credevamo, eravamo entusiasti,tutto si
è azzerato senza discussione, senza coinvolgere i/le
comunisti/e in una recente mattina di luglio 2009.
La mattina che in un "particolare"ufficio di Roma è
nata la Federazione della Sinistra....... Occorre
riappropriarsi di tale appello, ed è per questo
motivo che vi chiediamo di riprendere la sua
pubblicazione su tutti gli strumenti disponibili,
email, blog, siti, fb, periodici, etcc Aggiungete
sopra il titolo la dicitura: NOI COMUNISTI/E CI
RIPRENDIAMO L'APPELLO!!! saluti Comunisti La
redazione di Unità Comunisti Piemonte
NOI COMUNISTI/E
CI RIPRENDIAMO L'APPELLO!!! Appello COMUNISTE E
COMUNISTI: COMINCIAMO DA NOI Ricostruire a
sinistra Roma 17 aprile 2008 Dopo il crollo della
Sinistra Arcobaleno, ci rivolgiamo ai militanti e ai
dirigenti del Pdci e del Prc e a tutte le
comuniste/i ovunque collocati in Italia Siamo
comuniste e comunisti del nostro tempo. Abbiamo
scelto di stare nei movimenti e nel conflitto
sociale. Abbiamo storie e sensibilità diverse:
sappiamo che non è il tempo delle certezze. Abbiamo
il senso, anche critico, della nostra storia, che
non rinneghiamo; ma il nostro sguardo è rivolto al
presente e al futuro. Non abbiamo nostalgia del
passato, semmai di un futuro migliore. Il risultato
della Sinistra Arcobaleno è disastroso: non solo
essa ottiene un quarto della somma dei voti dei tre
partiti nel 2006 (10,2%) - quando ancora non vi era
l’apporto di Sinistra Democratica - ma raccoglie
assai meno della metàdei voti ottenuti due anni fa
dai due partiti comunisti (PRC e PdCI), che
superarono insieme l’8%. E poco più di un terzo del
miglior risultato dell’8,6% di Rifondazione, quando
essa era ancora unita. Tre milioni sono i voti
perduti rispetto al 2006. E per la prima volta
nell’Italia del dopoguerra viene azzerata ogni
rappresentanza parlamentare: nessun comunista entra
in Parlamento. Il dato elettorale ha radici assai
più profonde del mero richiamo al “voto
utile”:risaltano la delusione estesa e profonda del
popolo della sinistra e dei movimenti per la
politica del governo Prodi e l’emergere in settori
dell’Arcobaleno di una prospettiva di liquidazione
dell’autonomia politica, teorica e organizzativa dei
comunisti in una nuova formazione non comunista, non
anticapitalista, orientata verso posizioni e culture
neo-riformiste. Una formazione che non avrebbe
alcuna valenza alternativa e sarebbe subalterna al
progetto moderato del Partito Democratico e ad una
logica di alternanza di sistema. E’ giunto il tempo
delle scelte: questa è la nostra Non condividiamo
l’idea del soggetto unico della sinistra di cui
alcuni chiedono ostinatamente una “accelerazione”,
nonostante il fallimento politico-elettorale.
Proponiamo invece una prospettiva di unità e
autonomia delle forze comuniste in Italia, in un
processo di aggregazione che, a partire dalle forze
maggiori (PRC e PdCI), vada oltre coinvolgendo altre
soggettività politiche e sociali, senza settarismi o
logiche auto-referenziali. Rivolgiamo un appello ai
militanti e ai dirigenti di Rifondazione, del PdCI,
di altre associazioni o reti, e alle centinaia di
migliaia di comuniste/i senza tessera che in questi
anni hanno contribuito nei movimenti e nelle lotte a
porre le basi di una società alternativa al
capitalismo, perché non si liquidino le espressioni
organizzate dei comunisti ed anzi si avvii un
processo aperto e innovativo, volto alla costruzione
di una “casa comune dei comunisti”. Ci rivolgiamo:
-alle lavoratrici, ai lavoratori e agli
intellettuali delle vecchie e nuove professioni, ai
precari, al sindacalismo di classe e di base, ai
ceti sociali che oggi “non ce la fanno più” e per i
quali la “crisi della quarta settimana” non è solo
un titolo di giornale: che insieme rappresentano la
base strutturale e di classe imprescindibile di ogni
lotta contro il capitalismo; -ai movimenti
giovanili, femministi, ambientalisti, per i diritti
civili e di lotta contro ogni discriminazione
sessuale, nella consapevolezza che nel nostro tempo
la lotta per il socialismo e il comunismo può
ritrovare la sua carica originaria di liberazione
integrale solo se è capace di assumere dentro il
proprio orizzonte anche le problematiche poste dal
movimento femminista; -ai movimenti contro la
guerra, internazionalisti, che lottano contro la
presenza di armi nucleari e basi militari straniere
nel nostro Paese, che sono a fianco dei paesi e dei
popoli (come quello palestinese) che cercano di
scuotersi di dosso la tutela militare, politica ed
economica dell’imperialismo; -al mondo dei migranti,
che rappresentano l’irruzione nelle società più
ricche delle terribili ingiustizie che
l’imperialismo continua a produrre su scala
planetaria, perchè solo dall’incontro multietnico e
multiculturale può nascere - nella lotta comune -
una cultura ed una solidarietà cosmopolita, non
integralista, anti-razzista, aperta alla
“diversità”, che faccia progredire l’umanità intera
verso traguardi di superiore convivenza e di pace.
Auspichiamo un processo che fin dall’inizio si
caratterizzi per la capacità di promuovere una
riflessione problematica, anche autocritica.
Indagando anche sulle ragioni per le quali
un’esperienza ricca e promettente come quella
originaria della “rifondazione comunista” non sia
stata capace di costruire quel partito comunista di
cui il movimento operaio e la sinistra avevano ed
hanno bisogno; e come mai quel processo sia stato
contrassegnato da tante divisioni, separazioni,
defezioni che hanno deluso e allontanato dalla
militanza decine di migliaia di compagne/i.
Chiediamo una riflessione sulle ragioni che hanno
reso fragile e inadeguato il radicamento sociale e
di classe dei partiti che provengono da quella
esperienza, ed anche gli errori che ci hanno portati
in un governo che ha deluso le aspettative del
popolo di sinistra: il che è pure all’origine della
ripresa delle destre. Ci vorrà tempo, pazienza e
rispetto reciproco per questa riflessione. Ma se la
eludessimo, troppo precarie si rivelerebbero le
fondamenta della ricostruzione. Il nostro non è un
impegno che contraddice l’esigenza giusta e sentita
di una più vasta unità d’azione di tutte le forze
della sinistra che non rinunciano al cambiamento. Né
esclude la ricerca di convergenze utili per arginare
l’avanzata delle forze più apertamente reazionarie.
Ma tale sforzo unitario a sinistra avrà tanto più
successo, quanto più incisivo sarà il processo di
ricostruzione di un partito comunista forte e
unitario, all’altezza dei tempi. Che - tanto più
oggi - sappia vivere e radicarsi nella società prima
ancora che nelle istituzioni, perché solo il
radicamento sociale può garantire solidità e
prospettive di crescita e porre le basi di un
partito che abbia una sua autonoma organizzazione e
un suo autonomo ruolo politico con influenza di
massa, nonostante l’attuale esclusione dal Parlmento
e anche nella eventualità di nuove leggi elettorali
peggiorative. La manifestazione del 20 ottobre 2007,
nella quale un milione di persone sono sfilate con
entusiasmo sotto una marea di bandiere rosse coi
simboli comunisti, dimostra – più di ogni altro
discorso – che esiste nell’Italia di oggi lo spazio
sociale e politico per una forza comunista autonoma,
combattiva, unita ed unitaria, che sappia essere il
perno di una più vasta mobilitazione popolare a
sinistra, che sappia parlare - tra gli altri - ai
200.000 della manifestazione contro la base di
Vicenza, ai delegati sindacali che si sono battuti
per il NO all’accordo di governo su Welfare e
pensioni, ai 10 milioni di lavoratrici e lavoratori
che hanno sostenuto il referendum sull’art.18.
Auspichiamo che questo appello – anche attraverso
incontri e momenti di discussione aperta - raccolga
un’ampia adesione in ogni città, territorio, luogo
di lavoro e di studio, ovunque vi siano un uomo, una
donna, un ragazzo e una ragazza che non considerano
il capitalismo l’orizzonte ultimo della civiltà
umana.
Dal "che fare" al "da che cosa cominciare" (ossia dalla dichiarazione d'intenti agli intenti dispiegati)
Felicemente stimolato degli interventi dei compagni già citati nell'intervento del caro compagno e amico Ciro, con gioia entro nel merito della discussione che si sta sviluppando e che spero al più presto esca al di fuori dei monitor e si estenda al corpo comunista militante (indipendentemente dall'organizzazione di appartenenza) e poi via a via al resto della (in senso gramsciano) "società civile". Perchè francamente molti di noi cominciavano a sentirsi "soffocati" dall'immobilismo e preoccupati per i rischi di naufragio - o per meglio dire oblio - che l'appello "Comunisti Uniti" stava correndo.
I compagni e le compagne perdoneranno la dotta citazione iniziale, ma francamente non trovavo parole migliori per esplicare il nodo politico che il movimento comunista in diaspora sta attraversando, e d'altronde non è che abbisogni per forza di fare gli "originali"...
I compagni Tarquini, Calliano e Argentino hanno centrato il quibus del problema: la situazione di degenerazione dei partiti "storici" PRC e PdCI è ormai senza ritorno e le prossime elezioni regionali ne segneranno il "de profundis"; dall'altra parte il settarismo ideologico e sociale, il rivoluzionarismo parolaio, l'incapacità analitica nel leggere le trasformazioni del ciclo capitalistico sia sulla struttura, sia sulla sovrastruttura (e quindi anche sulle rinnovate capacità egemoniche della classe dominante), relegano ormai al ruolo di "minoranze etniche" i gruppetti extra-parlamentari che si rivelano assolutamente inadeguati - al di là delle buone intenzioni di alcuni - a svolgere il compito di canalizzatore della diaspora dei delusi e degli sfiduciati dei due partiti maggiori, o di aggregatore e moltiplicatore delle energie esterne ai due partiti o delle nuove generazioni (delle quali, salvo rare eccezioni, come scriveva il compagno Mao, non se ne vede l'ombra).
Da convinti materialisti militanti pensiamo che ciò non significhi il tramonto della filosofia e della cultura (intesa gramscianamente come "critica della civiltà" capitalistica) comunista, ma non basta, altrimenti da materialisti passiamo ad essere preti.
Su questo non mi dilungherò più di tanto, così come salterò a pie' pari la questione della Federazione del sinistra, perchè nulla ho da aggiungere a quanto hanno scritto i compagni succitati, ed altri in questi mesi. Sull'Associazione promossa dai compagni dell'"Ernesto" non ho un quadro chiaro perchè non l'ho seguita da vicino, ma credo che al momento non sia questo il problema principale. La questione sul piatto è: visto che siamo d'accordo sulla necessità di un coerente, rinnovato e strutturato Partito Comunista, si tratta di cominciare a delineare un percorso che ci avvicini al raggiungimento di questo determinante obiettivo (tornerò più tardi sulla questione sindacale giustamente citata da Ciro). Anche qui: non si tratta di trovare l'alchimia più veloce per "decretare" la ricostruzione del Partito (sport dilettantistico - perchè i professionisti sono quelli al potere - che lasciamo volentieri ai gruppi e gruppetti di cui sopra e a chi ne vuole ripercorrere le poco eroiche gesta), ma di ricollocare una strategia di perseguimento dell'obiettivo del partito in quadro oggettivo e soggettivo diverso, sia dal 1914-1917 (crollo della II Internazionale, guerra imperialistica mondiale, affermazione del fordismo e del taylorismo), sia dal secondo dopoguerra (vittoria dei movimenti di resistenza popolare, divisione del mondo in due "blocchi", ascesa dei movimenti di liberazione nazionale nel Tricontinente), sia ancora dal periodo 1968-1989 (forti movimenti rivoluzionari in Europa e in Italia). Non voglio tediarvi sull'argomento (da laureando in storia tendo a divagare), voglio solo attirare l'attenzione sul fatto che se rimangono saldi gli obiettivi storici dei comunisti e della classe proletaria, ne vanno risintonizzati metodi, strumenti e forme. Non si tratta di fare gli originali alla "disobbediente", ma di capire che il problema fondamentale oggi è quello dei rapporti di forza politici fra le classi, dell'egemonia assoluta dalla borghesia sul proletariato e della necessità di riconquistare l'internità e il radicamento nella classe e nelle sue lotte, internità e radicamento che oggi hanno altri, nemici e avversari, di intensità e livello assai differenti tra loro, dalla Lega, ai fascisti, al PD...
Ci fu un tempo in cui fu proposta "un rivista politica per tutta la Russia"; un'altro in cui il corpo della Rivoluzione si coagulò intorno a una "lunga marcia"; un altro in cui i "fochi guerriglieri" incendiarono le praterie del pianeta... Noi dobbiamo comprendere la peculiarità della situazione italiana nello spazio (l'Europa imperialista) e nel tempo (il XXI secolo). Capire che da una parte ci aspetta il compito di ricostruire la colonna vertebrale del movimento comunista: il problema, caro Ciro, non sono gli "intellettuali", il problema è che questi intellettuali devono essere "organici" alla classe di cui sono espressione o della quale si sono messi al servizio. Devono cioè essere dei teorici e degli organizzatori, perchè egemonia è organizzazione. E, come diceva Henri Barbusse, "siamo tutti intellettuali, lavoratori del braccio e della mente": la classe lavoratrice, una classe lavoratrice molto diversa (e spezzettata) dalle generazioni che l'hanno preceduta dovrà essere il brodo di coltura di questa nuova generazione di militanti comunisti. Chiaro che, e qui arrivo all'altra parte del problema, ciò significa che il primo terreno - non l'unico, ma il principale e basilare, senza il quale non si inizia e non si va da nessuna parte - in cui costruire "il moderno principe" e la nuova egemonia è quello dei luoghi di lavoro e della produzione della ricchezza. Comprendere le condizioni in cui versano i lavoratori oggi, dal punto di vista della stratificazone economica e sociale e della posizione ideologico-culturale, cioè dell'egemonia che subiscono dalla classe avversa, ritengo sia questione fondamentale. Il dibattito sulla questione sindacale ne deve essere la logica conseguenza. la questione non è discettare su quale sigla sindacale sia più "rossa" dell'altra, ma come ricostruire una "capacità organica" e autonoma della classe operaia (intesa in senso lato e non merceologico), che, diretta e orientata dai comunisti, ossia generalmente dai "lavoratori comunisti", costringa e forzi la formazione di un sindacato di classe che al momento non vediamo nemmeno col binocolo. Il tutto senza perdere di vista il contenuto internazionale della lotta, l'opposizione al polo imperialista europeo, il sostegno ai popoli in lotta nei continenti del Sud del mondo, il rafforzamento di fraterni rapporti coi movimenti e le organizzazioni comuniste "reali" nei Paesi a capitalismo avanzato. Punti di programma che mi sembra emergano sia dalla proposta di appello di rilancio di CU, sia dagli interventi dei compagni di queste settimane.
Per questo, e concludo, penso che un primo passo, anche organizzativo concreto, debba essere, oltre la stesura di un "programma minimo" al quale vincolare tutti gli aderenti all'appello, anche la costituzione di coordinamenti e organismi sul territorio, che non abbiano come ODG di lavoro nè le scadenze elettorali (comprendo poi che i compagni ancora interni ai partiti - e non solo - ne saranno coinvolti, ma credo che ciò dovrebbe rappresentare veramente una minima parte del loro lavoro e del loro tempo), nè gli sterili battibecchi astratti sugli anni che furono (e che non ci sono più, dovremmo capirlo una buona volta), ma piani di lavoro concreti tesi al sostegno, all'inserimento e al radicamento nel conflitto capitale-lavoro salariato, alla costruzione dei nuovi militanti comunisti nella classe e a contrarrestare l'avanzata egemonica dell'avversario come passaggio verso la ripresa della nostra attività egemonica nella società.
Cari e affettuosi saluti comunisti a tutti/e (6 gennaio 2010)
Associazione
Marx XXI°:
ne
dibattono
i
compagni
dei
territori
Federazione
della
Sinistra
?
Associazione
Marx XXI°?
dalla
teoria
alla
prassi
per
l'unità
dei
comunisti
Contributo
di Ciro
Argentino
di
Torino
Compagne/i
,
cercherò
anche
io, di
fare
delle
riflessioni
e
ragionare
seppur
in poche
righe (
ci
vogliono
momenti
reali e
non solo
virtuali…
per la
complessità
e
l’importanza
dei temi
sul
t avolo)
anche a
seguito
degli
ultimi
interventi
da parte
dei
compagni
Mao
Calliano
, Sandro Tarquini
e Mimmo
Renzi
che a
mio
avviso
sono
stati
tra i
più
puntuali
e
condivisibili
di
quelli
che
girano
in rete
da
qualche
settimana.
Subito
per
chiarezza
e senza
perdersi
in
chiacchiere
inutili
( mai
come
oggi le
cosiddette
“
“chiacchiere
stanno a
zero” )
dirò
come la
penso
sulle
due
questioni
( novità
?! )
politico-organizzative
oggi
all’ordine
del
giorno e
sui
tavoli
di
discussione
della
Sinistra
Comunista
nel
nostro
Paese :
Le
neo-nate
Federazione
della
Sinistra
e l’
Associazione
(
Culturale
) Marx
XXI .
Senza
troppe
analisi
e
digressioni
politiche
e
culturali,
per
quanto
mi
riguarda
sono
“due
diverse
facce” (
organizzazioni
,
associazioni
ecc. ad
oggi di
fatto
non
–organizzate
nel
senso
Leninista
del
termine)
della
stessa
“falsa
medaglia”,
fatte
nascere
( tra i
diversi
fini) ma
in
particolare
per
chiudere
definitivamente
con il
“superamento
finale”
liquidazionista
e
nuovista,
con
metodi,
tempi e
ruoli
diversi
tra
loro,
percorsi
e
scorciatoie
da un
lato (
Federazione
) e
deviazioni
( per
far
perdere
e
prendere
tempo ai
sinceri
Comunisti…)
dall’altro
, che
convergono
inequivocabilmente
e
drammaticamente
alla
cancellazione
e al
superamento
dell’
Esperienza
e
Soggettività
Comunista
in
Italia
che a
partire
dal
‘900 si
è
evoluta/involuta,
con
strade e
percorsi
diverse
a
seconda
delle
appartenenze
partitiche
ed
organizzative
nelle
quali i
Comunisti
Italiani
hanno
militato
negli
ultimi
quasi
100
anni.
Storia
dei
Comunisti,
che ha
visto
non solo
per noi
Italiani,
iniziare
la lunga
difficile
attraversata
nel
deserto
tra ’89
e il ’91
e che
oggi il
grosso
dei
gruppi
dirigenti
nazionali
e anche
periferici
dei due
mini-Partiti
Comunisti
ancora
formalmente
esistenti
( di
fatto
quasi
evanescenti
nella
Società
reale e
tra i
Lavoratori…)
vorrebbero
chiudere
il
cerchio
con
quest’
ulteriore
tradimento,
farsa e
tragedia
al tempo
stesso
che si
fa
chiamare
la
Federazione
della
Sinistra(
socialdemocratica)
e con la
“
trappola”
della
gabbia
da Circo
Orfei
dell’Ass.
Marx XXI
preparata
per i
sinceri
Comunisti,
per
tenerci
buoni
dandoci
il
giocattolo.
Ma
questi
compagni
sono
veramente
convinti
di
prenderci
in giro
( e
magari
di
riuscirci
anche
stavolta
) solo
perché
con
molti di
noi ci
sono più
o meno
riusciti
fino a
ieri o
l’
altroieri(
secondo
il
nostro
specifico
vissuto
e le
nostre
scelte
individuali
e
collettive
) o
piuttosto
peccano
di
onniscienza
ed
onnipotenza
che li
ha resi
ciechi
dinnanzi
la
realtà
?!
L’ ora
delle
prese
per il
....,
delle
tattiche
politicistiche
e
verticistiche
da parte
dei
gruppi
dirigenti
del Prc
e del
Pdci su
tutti,
ma anche
di altri
“ capi e capetti”
degli
altri
mini
–Partiti
ed altre
organizzazioni
della
Diaspora
Comunista
è finita
, almeno
per
quanto
mi
riguarda
!!!
Il
sottoscritto
sin da
ora si
rende
disponibile
affinché
si
pongano
prioritariamente
in
campo,
da
subito
gli
“strumenti
ed i
mezzi “
organizzativi
per
riprendere
il
percorso
unitario
che era
stato
lanciato
dall’Appello
del 17
aprile
2008
senza
più
attendismi
e
tentennamenti.
Ripartire
da
quell’
Appello
, che è
stato il
momento
più alto
di
sintesi
e
volontà
unitaria
(
sincera
e reale
) che ha
visto
confluire,
aderendovi
migliaia
di
comuniste/i,
ma non
solo
riscontrando
vasti
consensi
e
fiduciose
speranze
e attese
tra le
decine
di
migliaia
di
militanti
ed
avanguardie
disilluse
dentro e
fuori i
Partiti
e tra
chi già
viveva
il suo
“essere
comunista”
come
esperienza
individuale
e non
collettiva.
E’
giunto
il
momento
di agire
ed
organizzarsi,
far
nascere
e
strutturare
(
laddove
non vi
sono) e
rilanciare
dove
invece
già
esistono
percorsi
di
pratica
unitaria,nuclei
di
militanti
che
pratichino l’
organizzazione
( nel
rispetto
delle
realtà
locali
ed
organizzative
già
esistenti
, es.
C.U.
integrandosi
ad essa
ma non
solo)
che deve
transitare
i
Comunisti
verso la
futura
Unità
in un
solo
Partito.
Un’
organizzazione,
aperta e
non
settaria,
non un
Club di
Intellettuali
( come
Marx XXI
) ma ben
radicato
nella
pratica
politica
di tutti
i
giorni,
nelle
lotte
dei
lavoratori,
dei
diritti
per la
scuola e
la
sanità
pubblica,
per la
Pace e
la
difesa
ambientale
del
territorio,
un’
organizzazione
pronta
non solo
a
solidarizzare
con
esse/i
ma
tentare
di dare
risposte
e
supporto
organizzativo
e
politico
con le
parole
d’ordine
dei
Comunisti.
Compagne/i
chi mi
conosce
, anche
solo per
sentito
dire ,
sa come
da
sempre
la penso
e come
mi sono
mosso
rispetto
alle
difficili
questioni
che sono
almeno
da due
anni in
discussione
e che mi
fanno
sentire,
insieme
ad una
moltitudine
di voi ,
unito
nella
volontà
di
lottare
e
perseguire
il bene
della
“causa
Comunista”
e la
riproposizione
della
Lotta di
Classe
con a
capo un
nuovo
Partito
Comunista
degno di
questo
nome nel
nostro
Paese,
ma ciò
non
potrà
essere
compiuto
e
realizzabile
se non
si
riaggiorna
ed
adegua
l’altra
gamba
della
questione
, ossia
il
Sindacato
e la
presenza
dei
Comunisti
in esso.
Non
voglio
entrare
nel
merito ,
rispetto
all’
altro
grande
dilemma
che ci
affligge
oramai
da anni
( per
alcuni
di
vecchia
militanza
dal
lontano
’78 ,
per
altri
come me
più
giovani,
solo dal
’93 e le
politiche
della
concertazione
, con a
capo la
Cgil a
cui va
in
primis
il mio
ragionamento
) come
peraltro
alle
esperienze
del
Sindacalismo
di
Base/Classe
che
negli
ultimi
20 anni
hanno
segnato
anch’esse
più o
meno
pagine
importanti
con
politiche
sindacali
alterne,
tra luci
ed
ombre,
ma che
complessivamente
hanno
visto
arretrare
le
conquiste
e i
diritti
dei
lavoratori
(
ovviamente
per la
Reazione
del
Padronato
a
partire
dai
primi
anni
’80) .
Da un
lato la
Cgil
sostanzialmente
per il
ritardo
di
analisi
e la
mancanza
di
volontà
di
scontro
sociale
e
rivendicazione
, per
errori
strategici,
per
avere
più
semplicemente
abbandonato
la Lotta
di
Classe e
la
rivendicazione
come
pratica
sindacale,
attraverso
le
politiche
concertative
e delle
compatibilità
e l’
alibi /
ricatto
degli
interessi
generali
del
Paese,
dall’
altro l’
inefficacia
e la
difficoltà
del
Sindacalismo
Autonomo
, dovuto
dalla
sua
frammentazione
e
pratica
che
talune
volte
in
alcune
categorie
,
rasenta
il
corporativismo,
che in
definitiva
ci ha
portato
all’
oggi,
con i
Comunisti
che
scontano
sotto
questo
aspetto
un
ritardo
ed una
mancanza
di
coraggio
rispetto
alla
collocazione
e alla
scelte
Sindacali
( in
particolare
dentro
la Cgil
,
pensando
solo a
trattare
le quote
per i
posti
negli
apparati
).
Mi
auspico
,
visto
l’immane
compito
e la
responsabilità
che
ancora
molti
di
noi
proviamo
( ma
facciamo
presto
che
rischiamo
di
perderne
troppi
per
strada
nei
prossimi
mesi…)
rispetto
alle
questioni
in
oggetto,
ci
facciano
tutti
fare
uno
scatto
d’
orgoglio
e di
volontà
che
oggi
ancora
(
almeno
in
me )
permangono,
con
molti
dubbi
e
diffidenze
viste
le
diversità
e
difficoltà
( il
pessimismo
della
ragione..)
ma
con
una
fiducia
e la
voglia
di
lottare
per
l’
Idea
( l’
ottimismo
della
volontà…)
che
in
noi
è
consolidata
e
viva.
Avanti
con
il
lavoro!
Avanti
con
l'organizzazione!
Contributo
di Luca
Franzoni
di
Brescia
Ho
letto con interesse la riflessione del compagno
Mao Calliano in risposta all'intervento del
compagno Tarquini e devo dire che condivido in
pieno entrambi gli approfondimenti.
Abbiamo
veramente bisogno di ripartire dai territori,
dai bisogni e dalle esigenze delle classi
popolari, abbiamo bisogno di ricominciare ad
organizzarci attorno ad un progetto anche
minimo, ma concreto.
In
questi ultimi due anni il processo di
disgregazione e di liquidazione delle
organizzazioni comuniste portato avanti dai
dirigenti di quei partiti ha scavato nel
profondo ed ha quasi raggiunto l'obbiettivo.
Sono decine di migliaia i militanti che sono
tornati a casa, delusi e disgustati, chi
rifugiandosi in se stesso chi in attesa di
qualcosa di nuovo che li convincesse ad
impegnarsi ancora. Sono milioni invece coloro
che non hanno più votato comunista non
riconoscendosi nei programmi ma soprattutto
nelle sigle che si sono presentate alle ultime
due elezioni, politiche ed europee. Il
fallimento di quelle aggregazioni innaturali
rappresenta il fallimento stesso dei dirigenti
che le hanno inventate, sostenute e proposte.
Liste ed aggregazioni sono miseramente
naufragate davanti allo sbarramento stabilito
dalla legge elettorale, ma i dirigenti
sono rimasti pervicacemente seduti sulla loro
sedia, non sentendo quello che dovrebbe essere,
per ogni comunista, un imperativo morale
irrinunciabile dinnanzi al fallimento: le
dimissioni. E pronti ora a ripercorrere per
l'ennesima volta la stessa strada fallimentare:
la Federazione della Sinistra sarà una nuova
catastrofe, che allontanerà altri militanti ed
altri lavoratori dalle ormai esangui forze
comuniste.
Dobbiamo perciò ripartire da noi. L'ultimo
decennio ha assistito ad un progressivo ed
inarrestabile riflusso dall'impegno e dalla
militanza, ma non si tratta, come qualcuno vuol
far credere, di una mutazione sociale ed
epocale, di uno scherzo del destino. Si tratta
bensì di delusione, di rabbia, di impotenza
dinanzi a scelte politiche suicide
dettate spesso più dalla malafede che
dall'incapacità di lettura dei processi reali.
Il bertinottismo ha inciso a fondo nella
capacità di tenuta dei militanti e degli
attivisti, lavorando sulla disgregazione, sul
partito leggero, sull'abbandono di ogni
categoria che si riferisse alla pratica
comunista. Ed ha lavorato "culturalmente" anche
tra coloro che non aderivano a quel partito.
Ripartire da noi, dal basso, significa
perciò ricostruire l'organizzazione
comunista cominciando dalle reali condizioni in
cui si trovano oggi il movimento antagonista e
le classi sociali subalterne a cui facciamo
riferimento. Chi meglio di noi può riprendere
in mano il destino delle forze comuniste? Non
certo i dirigenti che ci hanno condotti alla
disfatta, ma i compagni che vivono
quotidianamente tra la gente e ne conoscono i
problemi, le difficoltà quotidiane ed il modo di
pensare.
-
Occorre, sono pienamente d'accordo, iniziare ad
organizzarsi sui territori di
appartenenza, sviluppando interventi e lotte
anche minimali, ma visibili e riconoscibili.
- Ogni
singola aggregazione deve strutturarsi ed
attrezzarsi adattandosi alle peculiarità del
proprio territorio.
- Dovremo essere capaci di
sfruttare le capacità che fornisce internet per
tenerci in contatto, socializzare le battaglie e
le conoscenze, scambiarci
informazioni.
- Dobbiamo iniziare a
pensare ad una rete nazionale di Comunisti,
organizzata sulle parole d'ordine contenute
nell'appello dell'aprile 2007, autonoma ed
indipendente dagli abbagli socialdemocratici
della Federazione della Sinistra perchè diversi
ed inconciliabili sono gli scopi e gli
obbiettivi. Una rete che sia capace di porre le
basi per la rinascita comunista, sino alla
fondazione, in un giorno si spera non
lontano, del nuovo Partito Comunista di classe.
- Un lavoro di lunga lena
che deve prevedere necessariamente il ricupero
della democrazia e della fiducia tra i
militanti, amareggiati dalla gestione
cesaristica di troppi dirigenti.
- Un lavoro che, giunto a
compimento, ci troverà completamente diversi da
oggi, ma che ci avrà insegnato che la delega
assoluta ed aprioristica non può esistere tra i
comunisti, che le scelte devono essere condivise
e costruite assieme. Un lavoro che ci avrà
insegnato, una volte per tutte e per
sempre, che i nostri futuri dirigenti saranno
tali solo se si saranno guadagnati i gradi sul
campo e non dietro ad una comoda scrivania.
O VIRTUALE O PROS
Associazione
Marx XXI°
villaggio
virtuale
o
prospettiva
strategica?
PETTIVA
STRATEGICA?
Di Mao
Calliano
Segretario
provinciale
PdCI
Torino
La presenta zione
dell’Associazione Marx21 a Roma ha destato particolare
attenzione in tanti di noi: compagne e compagni che hanno
vissuto con profondo disagio l’azzeramento del lavoro
iniziato con l’appello dell’unità dei comunisti e la nascita
improvvisa della Federazione della sinistra.
Con il progetto della Federazione della sinistra si è
prodotta una frattura insanabile con una parte importante di
quei comunisti che ritenevano oramai superata l’esperienza
dell’arcobaleno. Si dirà che questa volta è diverso, perché
la Federazione, mantenendo il simbolo, non rinuncerebbe
all’identità comunista.
Non occorrono doti divinatorie per capire che la
presentazione della falce e martello corrisponde a una
scelta elettoralistica da parte dei gruppi dirigenti dei due
Partiti, e che appena sarà possibile il simbolo del lavoro
sparirà, in forza delle stesse ragioni dettate in questi
anni: "occorre costruire un soggetto più forte, più vasto,
un soggetto genericamente di sinistra e non più comunista".
Ma siccome il comunismo e i militanti comunisti, che sono
ancora temuti competitori, potrebbero costituire un ostacolo
imbarazzante e impronunciabile per gli ispiratori della
Federazione, si potrebbe pensare (a fronte delle esperienze
del passato) che la funzione dell’Associazione Marx 21° sia
legata al tentativo di rinchiudere in questo recinto i
comunisti (che dissentono) per logorarli in un dibattito
tutto teorico, senza creare disturbo ai manovratori della
Federazione. Sto esagerando? Può darsi, ma una cosa è certa,
i fatti accaduti negli ultimi anni comprovano che fidarsi è
bene ma non fidarsi è meglio.
Ecco come appare l’associazione Marx21: una riserva dalla
dimensione del "villaggio virtuale", frequentata dai
rivoluzionari della tastiera. (La prima iniziativa è una
raccolta di firme su internet). A tenerla a battesimo il
giorno 19 dicembre, sono stati pronunciati pregevoli
interventi ma di carattere accademico tanto che alla
presidenza non c'era neanche un rappresentante degli operai,
quelli che si muovono quotidianamente nel conflitto sociale;
inoltre nel dibattito è stato eluso qualsiasi ragionamento
organizzativo. L'organizzazione è questione di cui mi sono
occupato a tempo pieno e con passione, ma non occorre avere
le mie idee per comprendere l’impossibilità a svolgere un
lavoro di massa, quello destinato a riunire i comunisti,
senza affidarsi ai solidi strumenti organizzativi.
E’ possibile che io abbia frainteso gli obbiettivi e gli
scopi dell’Associazione, è possibile che non sia all’ODG la
questione Comunista da un punto di vista concreto, è
possibile che gli obbiettivi siano davvero esclusivamente
teorici.
Le prospettive dell’Associazione potrebbero essere quindi
limitate esclusivamente ai compiti di un centro studi del
pensiero Marxista.
Sia beninteso: lo studio e l'analisi sono tanto più
indispensabili perché viviamo da anni una fase di
arretramento ideologico. Abbiamo smesso di studiare, abbiamo
chiuso le scuole di partito, abbiamo consentito che dentro
il partito (i partiti e pure i sindacati) si consolidasse
una classe dirigente molle e autoreferenziale (vedi
Bertinotti e Vendola).
Le posizione "nuoviste" [qualcuno ebbe a dire che il
nuovismo è la malattia senile del comunismo] asserivano che
si trattava di cambiare l'immagine del partito per adeguarlo
al linguaggio della società che era venuta formandosi.
Mentivano, perché nei fatti cedevano, da decenni oramai,
alla pratica riformista: abbandonando le categorie marxiste,
abiurando e diffamando la gloriosa esperienza del socialismo
reale,(ancora in questi ultimi giorni per l’anniversario
della caduta del muro) rinunciando, seppur con una certa
opportunista gradualità, all'identità comunista per
abbracciare nuove categorie e "campi di interesse" (i
diritti dei consumatori, delle donne, dei transgender, degli
ambientalisti, animalisti…).
Mentivano anche quando dicevano che il pensiero comunista
sarebbe stato egemonico comunque, anche senza la sua
strumentazione ideologica, la progettazione, la sua
simbologia e la sua identità.
Balle!Solo balle! Senza studio, senza analisi di fase, senza
la teoria, non si va da nessuna parte…O peggio, si possono
avanzare proposte insensate: come quella dell'arcobaleno, o
come quella suggerita recentemente dal Segretario nazionale
della Federazione Paolo Ferrero che invoca “un nuovo CLN a
costo di bersi Casini come Presidente del Consiglio”.
Allora ben venga un centro studi.
Ma oltre alla strumentazione ideologica, vale a dire una
corretta analisi marxista, serve insieme la prassi: il dare
coerente e concreto seguito a ciò che viene elaborato e
suggerito dall'azione dialettica. Questo lo si può fare
attraverso un'organizzazione efficiente e flessibile, che
sappia adeguare la sua azione ai mutamenti sociali, che sia
capace di ritrovare il radicamento nei quartieri, nei posti
di lavoro, nei "luoghi virtuali", fornendo elementi concreti
da sottoporre all'analisi.
Se l'Associazione non cogliesse questa opportunità, a mio
modo di vedere, emergerebbero dei problemi, in quanto i
gruppi dirigenti dei due Partiti Comunisti, avranno più di
qualche difficoltà a tenere chiusi i cancelli del villaggio
virtuale. Una parte consistente dei compagni/e ha già deciso
di tornare a casa, quando va bene, o di prendere strade
diverse. Occorre dare risposte chiare a questi compagni/e,
occorre dimostrare che alla teoria si associa la pratica,
che l’analisi si concretizza nell’organizzazione e che
l'organizzazione fornisca elementi di analisi.
La tessera associativa a Marx21, che esprime sicuramente un
rapporto identitario importante, non costituisce di per sé
un livello organizzativo, come non sono sufficienti i
convegni di alto livello, anche quando intervengono
personalità di altri paesi. L’Associazione deve darsi una
struttura pesante, dove l’organizzazione sia in grado di
coprire quegli spazi che la Federazione della sinistra sarà
costretta a lasciare vuoti.
Non per tutti, me ne rendo conto, ma per una vasta parte di
compagni/e l’Associazione è l’alternativa ancora possibile
alla svolta moderata e opportunista della Federazione della
sinistra.
La mia proposta è che l’Associazione si costruisca su due
livelli diversi ma permeabili l'uno all'altro, ambedue
fondamentali. Il primo livello dovrà dedicarsi allo studio e
all’analisi, al secondo livello toccherà l'attuazione delle
azioni sul territorio, la loro verifica e l'elaborazione di
nuove proposte. Nella prima fase gli obiettivi dovrebbero
conseguire l'organizzazione dei Comunisti dei due Partiti
che non sono interessati al processo federativo
socialdemocratico.
Non pretendo di avere ragione, pretendo invece delle
risposte chiare e inequivocabili da parte di chi attualmente
gestisce il percorso; io, noi, abbiamo necessità di capire
prima di imbarcarci in una nuova esperienza che oggi non
appare ancora chiara. Come sapete la militanza è fatica, le
energie oramai sono al limite, vi chiederei davvero un
pronunciamento ufficiale in maniera tale che ognuno di noi
possa compiere la scelta che più ritiene opportuna… Non ci
servono accademici ma un Partito Comunista.
Torino
28
dicembre
2009

L’affermazione che il marxismo è una scienza è particolarmente pertinente alla luce di una simile, ma più dubbia affermazione avanzata in riferimento agli studi economici moderni. L'economia insegnata in molte università, alla stessa stregua della fisica, la chimica e la biologia, vanta di sicuro solo un diritto molto debole a un tale titolo onorifico, dopo i sui pessimi risultati nello spiegare e sanare la nostra tenace crisi economica. Nonostante tutti i formalismi, le quantificazioni, i modelli ed i teoremi (cioè i simboli della scienza moderna), che gonfiano i libri ed i saggi dell’ economia accademica, tale disciplina riesce a mala pena a dimostrare di aver fatto qualcosa di concreto per indirizzare la vita economica verso la razionalità, l'efficienza, e, naturalmente, la giustizia . Se la fisica fosse così impantanata in convenzionalità quanto lo è l'economia, saremmo ancora alla ricerca del flogisto. Nonostante la ricchezza di nuovi dati, strumenti di calcolo e dell’esperienza economica, non è così esagerato dire che l’insieme degli strumenti concettuali predisposto dagli economisti classici – Adam Smith e David Ricardo – ci sarebbe servito in modo analogo per capire e ad affrontare la tempesta economica in corso.
Ma il fallimento dell’economia, o della sociologia, o della psicologia sociale, non può in alcun modo dimostrare che un approccio alternativo - per esempio, il marxismo - è superiore o più scientifico.
La lettura di un articolo di opinione, “L’evoluzione lascia Dio senza niente da fare”,scritto da Richard Dawkins, il famoso biologo evoluzionista, e apparso su The Wall Street Journal il 12-13 settembre 2009, mi ha ricordato che cos’è la buona scienza. Nonostante il bersaglio apparente di Dawkins fosse l'esistenza di Dio, mi ha attratto la sua splendida difesa del darwinismo e la visione scientifica del mondo. Faremmo bene a riflettere su un passaggio in particolare:
“Le leggi della fisica, prima che l'evoluzione darwiniana prorompa da esse, possono creare le rocce e la sabbia, nubi di gas e stelle, vortici e onde, galassie a forma di spirale e la luce che viaggia in modo ondulatorio pur mantenendo il comportamento delle particelle ... Ma ora entra in scena la vita. Guarda, attraverso gli occhi di un fisico, un canguro che salta, un pipistrello che vola, un delfino che balza, una sequoia che alza i rami al cielo. Non c'è mai stata una pietra capace di rimbalzare come un canguro, mai un sassolino che zampettava come un scarabeo nel tentativo di accoppiarsi ... Nemmeno una volta queste creature disobbediscono alle leggi della fisica. Lungi dal violare le leggi della termodinamica (come spesso è affermato da persone ignoranti) sono implacabilmente sospinti da esse. Lungi dal violare le leggi del moto, gli animali le sfruttano a loro vantaggio mentre camminano. Correre, eludere e schivare un inseguitore, saltare e volare, balzare sulla preda o scattare per mettersi in salvo.
Mai una volta sono violate le leggi della fisica, ma la vita emerge in un territorio inesplorato. In cosa consiste il trucco? ... L'evoluzione darwiniana, la sopravvivenza non casuale di informazioni codificate in maniera casuale”.
Questa difesa appassionata ed esposizione cristallina del ruolo dell’evoluzione darwiniana nel campo scientifico potrebbero anche servire come difesa ed esposizione - con la sostituzione di alcune parole chiave - del marxismo come scienza. La società, come la vita, mostra una vasta gamma di forme con modelli distinti di sviluppo. La società, come la vita, cambia con il passare del tempo in modi adattativi che nascono da fattori apparentemente casuali. Al centro di entrambi i processi - l'evoluzione biologica e la trasformazione della società - c’è la lotta per sopravvivere e prosperare, un processo naturale che separa le rocce, le nuvole di gas ed i vortici citati da Dawkins, dalle amebe e dalle istituzioni sociali. La grande intuizione di Marx ed Engels nel 1845-1846 (scrivendo L'ideologia tedesca) è stata di vedere il cambiamento sociale come un modello evolutivo generato da questa lotta. La grande intuizione di Darwin nel 1859 (con L'origine delle specie) è stata di vedere la vasta e diversificata massa di essere viventi come il risultato di un processo evolutivo intelligibile. Laddove la grande intuizione di Darwin si è basata su un enorme compendio di diverse forme di vita, Marx ed Engels si sono basati su un’abbondanza di dati storici e sociali. Entrambe le indagini hanno rivelato degli schemi: l'evoluzione delle specie nel primo caso, l'evoluzione della società nell’altro.
Questa intuizione comune, elemento centrale di tutte le scienze biologiche ma che è largamente disprezzata dall’establishment delle scienze sociali, rappresenta il pilastro della rivendicazione dello status scientifico del marxismo. Prima della pubblicazione dell’epocale opera di Darwin, Marx ed Engels avevano individuato un’evoluzione sociale, rilevando il continuo sviluppo degli esseri umani e le loro organizzazioni sociali, spinti - come per l'evoluzione biologica - da una lotta con la natura. Al fine di affrontare meglio le sfide della natura - il clima, la scarsità, la sicurezza, le malattie, ecc. - gli esseri umani hanno creato relazioni sociali sempre più complesse che miglioravano le loro possibilità di successo nella lotta per la sopravvivenza. Il cospicuo aumento della durata della vita degli esseri umani dalla preistoria a oggi dimostra vividamente questo processo, un successo ineguagliato da nessun altro organismo biologico. Lo sviluppo biologico della presa di coscienza, della consapevolezza di sé, assieme allo sviluppo della rappresentazione simbolica sono all’origine della costruzione della comunità e delle relazioni sociali, e spiegano il netto vantaggio che deriva agli esseri umani dalla sopravvivenza del più adatto.

Per Marx ed Engels, le organizzazioni sociali più adatte sono sopravvissute e hanno prosperato proprio come gli organismi biologici più forti sopravvivono ai rivali meno adattati. Marx ed Engels hanno visto la creazione di un surplus economico - una riserva di mezzi di sostentamento - come il fattore determinante nel dare un vantaggio ad una società nella lotta contro la natura e contro altre organizzazioni sociali rivali. Più una comunità è in grado di accumulare i mezzi materiali della sopravvivenza, più riesce a prendere provvedimenti per accumulare ancora di più di questi mezzi materiali e progredire ulteriormente nella lotta per la sopravvivenza. Ma l'accumulo è lento e limitato in una comunità in cui manca sia il dominio che il privilegio. Le prime società egualitarie e pacifiche tendevano a cercare poco più di quanto sarebbe stato sufficiente per superare i morsi della fame, evitare il dolore e la mortalità, e riprodursi. Agendo in questo modo, rispecchiavano il comportamento delle altre specie. Ma grazie alle caratteristiche uniche sviluppate dagli esseri umani, le comunità godevano di un vantaggio evolutivo: si sono dedicate al saccheggio e al dominio. Con i vantaggi materiali acquisiti grazie a queste attività adattative di sopravvivenza, tali società sono state in grado di espandere e proteggere i loro privilegi. Sono emerse nuove strutture sociali che hanno elevato i mezzi materiali - la sostenibilità adattativa - dei pochi che dominavano i molti.
È stato questo motore di dominio e di sfruttamento primitivo poco diverso, all’inizio, da ciò che oggi chiamiamo "furto", che Marx ed Engels hanno posto al centro dell'evoluzione sociale. Come scienziati sociali, la hanno esaminata freddamente, come processo fondamentale alla trasformazione sociale (benché, come esseri umani, non potessero fare a meno di dipingere vividamente il dolore e la degradazione del processo). Inoltre, videro questo processo sociale come la base per la creazione della divisione del lavoro - operai, soldati, ecc - e la differenziazione in classi (nella misura in cui questo processo può rispecchiare le strutture sociali delle api, si deve ricordare che gli esseri umani hanno generato queste divisioni socialmente e non geneticamente).
Analogamente all’evoluzione delle specie, alcuni percorsi di trasformazione sociale non hanno avuto successo o sono stati conservati da confini naturali o dall’isolamento, lasciando alcune società sostenibili ma congelate nel tempo. I meccanismi di sfruttamento e di dominio di classe, però, sono andati avanti nelle altre, producendo sempre maggiori accumuli di eccedenze. Marx ed Engels hanno individuato i modelli di sfruttamento - la schiavitù, la servitù della gleba e l'acquisto del potere del libero lavoro - che costituivano gli indicatori nell'evoluzione sociale degli esseri umani. Attingendo ai loro rigorosi studi su questi precedenti cambiamenti, Marx ed Engels hanno previsto un momento in cui il meccanismo di sfruttamento non solo non sarebbe servito a nulla come motore di sviluppo sociale, ma, anzi, sarebbe diventato un freno alla sopravvivenza umana. Sostengo che ci troviamo nel bel mezzo del periodo in cui tale proiezione è diventata una realtà. La forma dominante di organizzazione sociale - il capitalismo - ora minaccia la sopravvivenza umana su tanti fronti - la guerra, il caos ambientale, la povertà estrema, la diminuzione del tenore di vita, il degrado culturale, la perdita della comunità, i valori vuoti - che la trasformazione ulteriore non solo è auspicabile, ma necessaria .
Concludendo, Dawkins fa delle osservazioni casuali e incidentali sulle leggi della termodinamica, rilevando che coloro che vedono un conflitto fra queste leggi e il darwinismo sono ignoranti. Con questa digressione, egli si riferisce principalmente alla Seconda legge della termodinamica - l'aumento irreversibile dell'entropia all'interno di sistemi chiusi. Aumentare l'entropia - in parole semplici, la tendenza dell’ordine a dissolversi nel disordine - rappresenta un’unica legge che introduce la direzionalità nei processi fisici. Mentre la maggior parte dei processi sono reversibili - l'acqua può diventare vapore e successivamente diventare nuovamente acqua - la Seconda legge pone un processo che, nel lungo periodo, riduce ciò che noi percepiamo come ordine od organizzazione in un blando e fortuito disordine: le nostre scarpe si consumano, i nostri castelli di sabbia si sbriciolano, le nostre montagne subiscono l’erosione ed i nostri muscoli si indeboliscano. Ma spesso questo casualizzare genera interessanti combinazioni nuove, come la vita stessa. Questo affascinante e fortuito evento organico porta in se una caratteristica altrettanto interessante: benché la vita abbia una tenuta fragile, riesce ad andare avanti sfruttando i cambiamenti casuali per migliorare la sua capacità di sopravvivenza. L'evoluzione di nuove specie è riuscita a stare un passo, un piccolissimo passo, davanti all'entropia crescente del nostro sistema chiuso. Tutti, tranne gli ignoranti, riconoscono come questo sia nello stesso tempo coerente e subordinato alla Seconda legge.
Come l'evoluzione darwiniana, la teoria marxista della trasformazione sociale - comunemente chiamata "materialismo storico" - abbraccia la Seconda legge della termodinamica, ma, in questo caso, nelle continue ri-organizzazioni della società per contrastare le infinite sfide poste dall’entropia alla sopravvivenza umana: le malattie, la fame, le calamità ambientali e l’autodistruzione. Analogamente all'evoluzione biologica, l'evoluzione sociale è un processo fragile che, nelle migliori condizioni, resterà per sempre un solo passo davanti alle forze dissolutrici della natura. Tuttavia, nel caso della società, ciò che è determinante non sono i cambiamenti fortuiti selezionati in base all’idoneità alla sopravvivenza, ma le coscienti costruzioni umane selezionate nella loro resistenza alle sfide della natura e della follia umana.
Engels, nell'introduzione alla Dialettica della Natura (1), ha riconosciuto la scienza di Darwin, mentre prevedeva le enormi possibilità scatenate da una comprensione della scienza della società:
«Darwin non sapeva quale amara satira scrivesse sugli uomini, ed in particolare sui suoi compatrioti, quando dimostrava che la libera concorrenza, la lotta per l'esistenza, che gli economisti esaltano come il più alto prodotto storico, sono lo stato normale del regno animale. Solo un'organizzazione cosciente della produzione sociale, nella quale si produce e si ripartisce secondo un piano, può sollevare gli uomini al di sopra del restante mondo animale sotto l'aspetto sociale di tanto, quanto la produzione in generale lo ha fatto per l'uomo come specie. L'evoluzione storica rende ogni giorno più indispensabile, ma anche ogni giorno più realizzabile una tale organizzazione. Essa segnerà la data iniziale di una nuova epoca storica nella quale l'umanità stessa, e con essa tutti i rami della sua attività, in particolare la scienza della natura, prenderanno uno slancio tale da lasciare in una fonda ombra tutto ciò che c'è stato prima. »
È questa la ricerca più profonda per capire l'evoluzione della società che Marx ed Engels hanno condotto a scienza. È questa la scienza di cui c’è così urgente bisogno per affrontare i problemi del nostro tempo.
1) Karl Marx – Friedrich Engels, Opere Complete, vol. 25, Editori Riuniti, Roma, 1974 - Friedrich Engels, Dialettica della natura, Introduzione, 332
Il nostro giornale ci censura?
di Fosco
Giannini
Direzione
nazionale
Prc
Caro direttore, domenica 8 novembre esce l'editoriale di Paolo Ferrero sulla questione del Muro di Berlino. A partire da tale questione il segretario ratifica un giudizio liquidazionista (di stampo bertinottiano?) sull'intera storia del socialismo storicamente realizzatosi. Il punto di vista dei/delle compagni/e de l'Ernesto è che il giudizio di Ferrero si formi attraverso un approccio debole e aproblematico alle questioni relative ai primi tentativi di transizione al socialismo, inclinazione dettata forse da un dogma pregiudiziale che nulla ha a che fare con un sempre più necessario pensiero aperto e rifondatore. Il punto di vista di questi/e compagni/e è che l'editoriale di Ferrero non rappresenti, comunque, "il pensiero unico" del Partito. Rispetto a ciò l'Ernesto ti ha chiesto di ospitare sul nostro (di tutti noi o di alcuni di noi?) quotidiano un intervento del compagno Andrea Catone, tra i più stimati - ben al di là del nostro Paese - intellettuali marxisti italiani. Tu hai detto no, argomentando che non volevi aprire un dibattito "sul Muro". I giorni successivi, tuttavia, hai pubblicato, sulla stessa questione, un lungo articolo della Castellina ed un intervento di Russo Spena. Ormai ci stiamo abituando alle molteplici esclusioni (come quella dall'Assemblea nazionale sul Partito a Caserta) e censure. Sarebbe bene, tuttavia, che non si abituassero a ciò né il direttore né il gruppo dirigente, poiché quest'attitudine assumerebbe in pieno quello che Ferrero attribuisce al socialismo realizzato: l'intolleranza e la negazione della democrazia. Spero che almeno questa lettera venga pubblicata: dobbiamo superare i problemi, non acutizzarli.(16 novembre 2009) Pubblichiamo la risposta del direttore di Liberazione Dino Greco.
Caro Fosco, chiamare in causa, come mi hai scritto qualche giorno fa, la "pari dignità" delle diverse aree, sub-aree, componenti del partito, in forza della quale vi sarebbe il diritto di vedere rappresentato, sempre e comunque, il proprio pensiero - in linea di principio, su ogni e qualsiasi argomento - è cosa improponibile. Se "Liberazione" seguisse le tue indicazioni diverrebbe - fatalmente - un mosaico precostituito ed eterodiretto. "Liberazione", certo, sceglie: nella sua fallibile discrezionalità. Per fare quello che tu legittimamente proponi occorrono altri strumenti, che questo giornale non può surrogare.(17 noembre 2009)
Unità dei comunisti
di Andrea Catone Responsabile dell a
Formazione – segreteria
regionale PRC- Puglia
Alla
domanda che F. Giannini
pone al compagno Ferrero
sulle ragioni che
impedirebbero un
processo di unificazione
dei comunisti, a partire
dall’unità di Prc e Pdci
(Liberazione 16/10/09),
risponde un articolo
intitolato “l’unità dei
comunisti non è
sufficiente per la
trasformazione sociale”
del segretario regionale
umbro S. Vinti. Il quale
tuttavia non sostiene
che l’unità dei
comunisti sarebbe
insufficiente alla
costruzione di un fronte
sociale e politico
anticapitalista (cosa
che nessun comunista
serio, che non pensa in
modo autoreferenziale,
mette in dubbio), ma che
essa sarebbe un vero e
proprio ostacolo a tale
costruzione.
Di fronte alla questione
di profilo strategico
dell’unità dei
comunisti, la risposta è
del tutto elusiva, non
entra nel cuore del
problema. Contro l’unità
dei comunisti, Vinti
scrive che
1. essa “stravolgerebbe”
l’esito del congresso di
Chianciano.
Ma cosa è stato l’ultimo
congresso del PRC? Non
ha avuto forse come
posta in gioco
l’affermazione
dell’opzione comunista
del PRC contro il
progetto di Vendola di
costruire un’altra
“cosa” di sinistra,
diversa e alternativa ad
essa? Non è stato forse
vissuto così dalle
decine di migliaia di
compagni che hanno
strenuamente lottato (e
in Puglia con armi
assolutamente impari)
nei congressi? Se è
stato questo (e non un
regolamento di conti tra
ceti politici
all’indomani della
clamorosa disfatta
dell’Arcobaleno), allora
il rafforzamento
dell’opzione comunista
con l’unificazione dei
comunisti non sarebbe
affatto lo
stravolgimento di
Chianciano, ma un suo
positivo sviluppo.
2. Manca l’elemento
fondamentale per una
unificazione: una
cultura politica comune.
Se davvero fosse così,
non vi sarebbe una base
reale per proporre la
riunificazione, e
bisognerebbe anzi
contrastare con forza
tale proposta. Ma è
proprio così? Quali sono
oggi i fattori profondi
(non effimeri, di
superficie, di ‘umore’)
di divergenza con i
compagni del Pdci? Lo
“scopo finale” (Endziel)?
forse che il Pdci
colloca il suo agire
politico all’interno
dell’orizzonte
capitalistico e delle
sue compatibilità (quale
è l’orizzonte
‘riformista’ con
vocazione “governista”
abbracciato da Vendola)?
O forse è una concezione
della politica tutta
all’interno del quadro
istituzionale o,
viceversa, tutta fuori
di esso,
extraparlamentare,
mentre i comunisti
combinano entrambe? O il
riferimento ad uno
“stato guida”,
l’adesione ad un
‘partito internazionale’
incompatibile con la
politica comunista?
Oppure il dogmatismo? O
il “revisionismo”?
Nulla di tutto questo.
L’argomentazione
principale di Vinti è
che nel Pdci vi è il
“centralismo
democratico”, che il Prc
ha rigettato sin “dalla
sua fondazione”.
Ora, a parte il fatto
che autorevoli esponenti
della maggioranza che
governa il partito lo
hanno di recente
riproposto (cfr. Burgio,
Liberazione 4.8.09), gli
esempi prodotti da Vinti
sono palesemente
inconsistenti: “il Pdci
deve riunire il CC anche
per firmare un
comunicato stampa
unitario”. Ma il
segretario regionale
umbro cosa propone? Una
gestione anarchica e
caotica del partito,
dove il primo che passa
decide per tutti gli
altri? Oppure, una
gestione cesaristica e
autoritaria, in cui il
segretario decide tutto,
come è accaduto con la
deleteria gestione
bertinottiana, quando i
compagni del cpn
apprendevano dai media
di importantissime
decisioni (come la
costituzione della SE)?
(Invero anche l’annuncio
della federazione della
sinistra alternativa è
avvenuto prima di una
discussione negli organi
di direzione del Prc).
L’altro forte punto
dirimente indicato da
Vinti sarebbe nel fatto
che il Prc dal 2001 è
“interno a qualsiasi
mobilitazione o
vertenza” contro il
neoliberismo e la
guerra, mentre “il Pdci
si presenta solo ai
cortei con le sue
bandiere”. Sulla
“internità” ai
movimenti, liberiamoci
per favore della
retorica parolaia! I
comunisti hanno alle
spalle una grande
tradizione che li ha
visti promuovere e
partecipare ai movimenti
di massa, ma da
comunisti, il che non
significa agitare
bandiere o striscioni,
ma elaborare – sulla
base di quello che gli
elementi più avanzati
esprimono – una linea
politica che, contro
posizioni
economico-corporative,
miri sempre a collegare
la lotta particolare con
quella generale per il
socialismo. I comunisti
sono interni ai
movimenti di massa, ma
non alla loro coda, non
annullando la loro
funzione di comunisti.
Se le obiezioni fossero
solo quelle qui
proposte, non vi è alcun
razionale motivo per non
avviare un confronto
leale, aperto e concreto
tra i due partiti al
fine di arrivare
rapidamente alla
riunificazione per dar
vita ad un partito
comunista di più ampio
respiro. Se vi sono
obiezioni politicamente
consistenti, è bene che
si manifestino alla luce
del sole, che si avvii
una seria discussione in
merito. Non c’è nulla di
peggio - in una
situazione politicamente
drammatica per i
comunisti, che richiede
il massimo di chiarezza
nelle scelte -
dell’ambiguità e dei
silenzi, del fare i
pesci in
barile.(L'Ernesto 26
ottobre 2009)
la lettera aperta di
Fosco Giannini a Paolo Ferrero ripresa dai
compagni francesi
Caro Paolo, perchè sei contrario all'unità dei
comunisti?
LETTERA
APERTA AL COMPAGNO FERRERO da “ Liberazione” di
venerdì 16 ottobre 2009
di Fosco Giannini della Direzione Nazionale Prc
Caro compagno
Ferrero, credo sia tempo di porti una domanda:
perché
respingi la proposta, avanzata dal Pdci - ma ormai fatta propria
da tanta parte dei quadri e della base del Prc, dalla diaspora e
dall’elettorato comunista - di unire i due piccoli partiti
comunisti italiani?
Non è una domanda
retorica, un artifizio: è tutta quell’area, ormai vastissima (
anche esterna ai due partiti comunisti , che chiede l’unità, che
non sopporta più di vedere i comunisti dissanguarsi, dividersi )
a portela. E’ una domanda vera: vorrebbero tutti conoscere i
motivi di fondo (politici, teorici, tattici, strategici, quelli
che siano) che ti spingono a dire no. Ti pongo la questione in
questi termini poiché mai, in verità, né tu come segretario né
il gruppo dirigente del Prc avete mai formulato una risposta
chiara a proposito, che motivasse seriamente il no. E credo che
questo rimuovere il problema sia anche irrispettoso, sia per chi
la proposta l’ha avanzata che per quell’ormai vasto senso comune
comunista che l’unità la vuole ed è già pronto a praticarla. Nel
senso che se motivi profondi per il no ci sono è giusto che la
nostra base li conosca e possa autonomamente riflettere. Va
ricordato che nessuno
– tra tutti coloro che propongono l’unità dei comunisti –
pensa a fusioni a freddo, a
pure sommatorie di gruppi dirigenti, a improvvisate scorciatoie
unitarie. Pensano tutti ad un processo unitario (dai
tempi tuttavia politici e non storici); si pensa ad una
riflessione ed una ridefinizione politico teorica comune, come
base avanzata dell’unità. Nell’appello per l’unità dei comunisti
del 17 aprile 2008, nel documento dell’ultimo Congresso
nazionale del Pdci, nello stesso documento de “l’Ernesto” al
nostro ultimo Cpn, si parla chiaramente di un progetto di unità
che si basi sull’autocritica per gli errori fatti da Prc e Pdci
e che tale l’unità avvenga sia attraverso il terreno di un nuovo
conflitto sociale comunemente vissuto che attraverso la
ridefinizione comune di una piattaforma politica e teorica
avanzata e adatta alla fase. E’ così che si concepisce il
processo unitario e perché - dunque - un comunista non dovrebbe
esserne interessato? E’ di buon senso, è facile capirlo,
viverlo, organizzarlo. L’unità dei comunisti in un unico partito
di lotta e cardine autonomo dell’unità della sinistra
anticapitalista – oggi la Federazione - susciterebbe una nuova
passione, sia tra i militanti uniti che nei compagni oggi senza
partito.
Perché, dunque,
questo no ostinato?
Sai benissimo – la
dura realtà italiana è sotto i nostri occhi – che siamo di
fronte ad un regime reazionario di massa, che per i lavoratori,
i precari, le donne, gli immigrati è durissima, che la sinistra
è in grande difficoltà, che una primavera politica è lontana,
che per i comunisti vi è persino il pericolo di estinzione. E’
anche da questo punto di vista – ad esempio – che la proposta di
giungere ad un unico partito comunista e ad un obiettivo comune
di 100 mila iscritti ( con sedi uniche, un unico giornale,
commissioni di lavoro uniche, cose importanti anche alla luce
delle nostre difficoltà economiche) appare di assoluto buon
senso e, dunque, molto sentita e voluta da un numero sempre più
alto di compagne e compagni.
Perché no, allora?
Non trovi giusto che i nostri compagni – dopo tutto questo tempo
- ne conoscano finalmente i motivi?
Posso aiutarti? A
me sembra che la parte del nostro gruppo dirigente contrario
all’unità ragioni più o meno così: “il Prc ha avviato profonde
innovazioni, politiche e teoriche, e il Pdci non lo ha fatto”.
Prendiamo sul serio questa argomentazione: quali sono queste
nostre innovazioni? E’ stata un’innovazione la cancellazione, da
parte nostra, della categoria dell’imperialismo? E’stata
un’innovazione seria la scelta bertinottiana di affidare
completamente il ruolo di “intellettuale collettivo” ( centrale
nel pensiero gramsciano) allo spontaneismo dei movimenti ? E’
stata un’ innovazione positiva aver affermato ( Bertinotti e
Gianni) che “ i dirigenti e gli intellettuali comunisti del ‘900
sono tutti morti e non solo fisicamente”? E’ stata mai delineata
un’analisi profonda, critica ma non liquidatoria, della storia
del movimento comunista, o una lettura seria delle nuove
contraddizioni di classe in Italia, dei nuovi processi
produttivi? No, mai. E’ stata innovativa la leadership –
monarchica e mediatica – di Bertinotti e del suo gruppo
dirigente sull’intero Partito? Ha prodotto – essa – una forma
partito nuova, democratica, unitaria? Noi possiamo dire che il
rapporto forte con i movimenti è stato certamente innovativo: ma
perché dovremmo pensare che questa lezione non possa essere
assunta dagli altri compagni?
Insomma, se il
gruppo dirigente del Prc crede di aver risolto il problema della
rifondazione comunista ed essere in possesso delle nuove Tesi
di Lione e in ragione di ciò non possa unirsi con i comunisti
trinariciuti del PdCI, credo che saremmo nella falsa coscienza,
nel senso che se c’è qualcosa di concretamente verificabile è
che – al posto della rifondazione – il bertinottismo ci ha
portati ad un passo dalla liquidazione comunista.
Se la questione che
si vuol porre, invece, è quella dell’inclinazione
istituzionalista del PdCI è chiaro che – dopo il nostro
Congresso di Venezia, il governo Prodi e le nostre cento
esperienze subordinate negli Enti Locali – dovremmo più
onestamente dire che il problema ( da superare) di tale
inclinazione è ormai dell’intero - e piccolo, diviso - movimento
comunista italiano.La questione è ancora quella della scissione
del 98 ? D’accordo, per molti è ancora dolorosa. Tuttavia, dopo
undici anni e con un regime di destra che toglie il respiro
alla “classe” e al Paese non sarebbe meglio andare a vedere le
carte, appurare cioè se la proposta unitaria è sincera,
fattibile, se lo stesso progetto unitario – di fronte al dolore
sociale dilagante - non sia più importante degli attriti passati
?
C’è una tua
argomentazione – Paolo – che ha fatto capolino negli ultimi
tempi : l’unità tra comunisti non sarebbe praticabile perché –
essendo unità tra diversi - porterebbe a nuove scissioni.
La
trovo un’argomentazione debole, dai caratteri speciosi e anche
un po’ paradossale, nel senso che – seguendone il filo - per non
rischiare una eventuale scissione domani si ratifica una
profonda scissione oggi. In essa non si considerano alcune
questioni; primo, il Pdci non è una cristallizzazione salina, ma
è un’organizzazione fatta da donne e uomini in carne ed ossa, da
compagne/i esposti anch’essi al mutare del tempo sociale e
politico, e oggi noi non siamo più di fronte al primo Pdci
cossuttiano, ma ad una formazione in evoluzione e dalla forte
pulsione unitaria, che occorre conoscere e non rimuovere
pregiudizialmente; secondo, la tesi delle diversità non
unificabili varrebbe – allora – anche all’interno del Prc, ove
permangono diversità profonde tra varie tendenze comuniste. In
verità, ciò di cui non si vuole prendere atto è che, essendo
fallito il progetto di rifondazione comunista – come base
primaria di un superamento e di un’unità condivisa e non
burocratica delle varie “scuole” comuniste – ciò che ora occorre
è ripartire dallo spirito originario che ci unì tutti dopo la
Bolognina: una consapevole unità tra diversi avente lo scopo di
giungere ad una sintesi alta delle differenze attraverso la
pratica del conflitto condiviso e una ricerca politico e teorica
antidogmatica, aperta, profonda – anche temporalmente lunga, ma
seria – e volta alla costruzione di un partito comunista dotato
di una prassi e di un pensiero della rivoluzione in occidente (
che nessuno, oggi, detiene).
Non trovi più
razionale, compagno Ferrero, persino più appassionante, tentare
di ricostruire, attraverso l’unità e attraverso le dure lezioni
della storia che tutti abbiamo subito quel processo unitario che
tanto ci appassionò dopo la Bolognina? Siamo convinti che questa
strada è possibile: i militanti e i dirigenti Prc e Pdci e tanti
compagni/e oggi senza partito sono in quest’ordine di idee e
attendono fiduciosi.
Lettera al giornale "Liberazione"
Ho scritto questa lettera a Liberazione a seguito di quella
inviata da Fosco Giannini direttore de l'Ernesto a Paolo
Ferrero segretario nazioanle Prc
e
pubblicata sul giornale venerdì 16 ottobre 2009.
Anche io scrivo a
Paolo Ferrero ma anche a quelli che nel Prc decidono:
Sono
da sempre sostenitrice accanita dell’unità dei comunisti. In tal
senso ho osteggiato duramente a livello di Comitato Federale del
PdCI di Torino la proposta di Arcobaleno anche se poi ho lavorato
perché venisse votata alle elezioni politiche, come qualsiasi
comunista che creda nel il centralismo democratico. Che il
risultato fosse in qualche modo scontato, lo si sapeva sia nella
base del PdCI che in quella del Prc. Bastava collegarsi on line con
qualche sito comunista, bastava parlare con i compagni delle sezioni
e dei circoli. Ma il gruppo dirigente no, non ha ascoltato l’umore
dei proprio iscritti, né quello dei propri elettori, ancora una
volta. Ciò che stupisce negli accadimenti che hanno movimentato la
nostra vita di comunisti è la capacità che abbiamo sempre avuto di
considerare nemico il nostro parente più prossimo: e così è stato
dopo la scissione dal Prc, ma come sempre accade nei partiti
comunisti, la scissione non stata provocata dalla volontà della
base dell’allora Prc che ne è stata invece travolta, così come siamo
stati tutti travolti dalla scellerata scelta dell’Arcobaleno.
Allora mi stupisce ancora di più che
oggi che le comuniste e i comunisti del Prc e del PdCI sono
intelligentemente impegnati nel superare le divisioni, le liti, le
incomprensioni di questi anni perché credono fermamente che è tempo
di ricomporre la diaspora, che il nostro ideale è comune, le nostre
lotte sono comuni, che la nostra attuale piccola forza può ancora
diventare una grande forza comunista nel nostro Paese, ecco che di
nuovo si affacciano le decisioni prese da altri, si vedono
smottamenti tra i leader delle varie fazioni, perché non è certo
solo Paolo Ferrero che non vuole l’unità dei comunisti, ma anche
altri dirigenti del suo partito, che tirano questa coperta, sempre
più striminzita, una volta verso destra, una volta verso sinistra.
La Federazione della sinistra è un contenitore con il 99% di
comunisti, i movimenti sono solo nell’immaginario fantastico di
qualcuno, correggetemi se sbaglio, ma con cifre alla mano, le
parole non bastano più.
E adesso? Vogliamo parlare di cosa fare
adesso? Ci vogliamo mettere una pietra sopra a tutti gli errori
commessi in questi anni sia dal Prc che dal PdCI e ci darci un’altra
opportunità, forse l’ultima, e ricominciare insieme, comunisti
uniti? ? Pena la sparizione dei nostri due partiti? Io penso
seriamente che sia arrivato il momento. Perché se così non è, non
sono affatto sicura che tra un anno, il 18 ottobre del 2010 ,
avremo ancora qualcuno con cui riparlarne.
Cari saluti. Marica Guazzora
Federazione e questione comunista
Intervento alla Direzione
nazionale del Prc di Fosco
Giannini del 7 ottobre 2009
La
prima questione da mettere in rilievo , rispetto al
dibattito che si è sviluppato in questa Direzione Nazionale,
è che la durissima , pregiudiziale e cieca ostilità di
alcune parti – pur ultra minoritarie – all’interno del
nostro Partito rispetto alla proposta forte dell’unità dei
comunisti, va assumendo la forma dell’ostilità anche alla
Federazione comunista e di sinistra che si va costituendo,
un’ostilità alla Federazione che poggia su di un argomento:
essa sarebbe – per queste compagne e questi compagni ostili
– un’anticipazione della stessa unità dei comunisti.
La fase, per i
comunisti e la sinistra di classe, in Italia, è davvero
drammatica: la lunga teoria di errori, liquidazionismi e
tradimenti ( una parola che non usiamo con facilità e
leggerezza, ma che per ciò che riguarda il lungo attacco
dall’interno al movimento comunista italiano ci sembra oggi
appropriata, non retorica e dunque utilizzabile) ha portato
il movimento comunista, i due stessi partiti comunisti
italiani ad un passo dalla crisi definitiva, vicini
all’estinzione. Da questo punto di vista, oggi, e al di là
delle perplessità e delle critiche alla Federazione che noi
stessi abbiamo già esposto e che tuttora nutriamo,
giudichiamo che allo stato delle cose, concretamente,
sarebbe non solo sbagliato, ma letale, un atteggiamento di
avversione alla Federazione che portasse i dirigenti
nazionali del PRC ( quelli – appunto – che estendono
l’ostilità all’unità dei comunisti alla Federazione ) a
convincere la nostra base militante ad opporsi ad essa, al
suo sviluppo sui territori, a dotarla di una capacità di
iniziativa sociale e di lotta. Oggi, in questa fase ( per i
comunisti e per la sinistra di classe, dai caratteri
preagonici ) un’ostilità di questo tipo ( organizzata e, per
così dire, “militante”, da frazione di destra) sarebbe
nefasta, mentre ciò che occorre – oggi più che mai – è il
dibattito libero sulla natura stessa della Federazione,
sulla difesa e il rilancio dell’autonomia comunista
accompagnati da una seria iniziativa sul campo per la
costruzione sociale della Federazione e da una solidarietà
nel gruppo dirigente complessivo di Rifondazione Comunista ,
una solidarietà che può e deve essere tale anche nella
dibattito franco e leale sulle nostre prospettive
strategiche. Da questo punto di vista – lo dico dopo aver
ascoltato le critiche pregiudiziali alla Federazione, quelle
che la accomunano al progetto dell’unità dei comunisti – mi
sento di affermare : o massima solidarietà tra di noi, al
fine di non far naufragare drammaticamente anche la
Federazione ( nel quadro di una discussione libera sulle
strategie ) o sabotaggio.
E’ stato detto
in questa Direzione ( sia nella relazione introduttiva del
compagno Ferrero che in altri interventi) e più o meno con
queste parole che “ la linea e la proposta della Federazione
l’abbiamo data ed ora toccherebbe alla base, al nostro
quadro militante, metterla in pratica, costruirla sul campo
”. Superare cioè - asseriscono ancora il Segretario e
altri - la fase del chiacchiericcio per addivenire al
lavoro costruttivo”. Tuttavia – ha proseguito Ferrero – allo
stato delle cose , dal 18 luglio a Roma ( giorno del lancio
della Federazione) sino ad ora, in nessuna parte d’Italia,
in nessun territorio ( tranne che in un paesino, in un solo
paesino del torinese) vi è stata una minima iniziativa per
la costruzione sul campo della Federazione.E il compagno
Ferrero prosegue chiedendo alla base e al quadro intermedio
un surplus di azione soggettiva, aggiungendo che “ora la
responsabilità della costruzione è sulle vostre spalle e se
essa non avvenisse non vi sarebbero più alibi”.
Caro compagno
Ferrero: io credo che tu faccia bene ( è il tuo compito, a
cui non puoi sottrarti) a spingere sulla base e sul quadro
intermedio del Partito affinché inizi il lavoro di
costruzione della Federazione sui territori. Tuttavia credo
che sia da esaminare con più oculatezza la parte del tuo
monito attraverso il quale sposti tutta la responsabilità
della riuscita o meno della costruzione della Federazione
sulle spalle della nostra base militante. C’è qualcosa che
ti sfugge, o che rimuovi, che non vuoi vedere. Il punto è
che siamo di fronte ad uno stato d’animo generale del nostro
Partito,dei nostri militanti, dei nostri quadri vicino al
punto zero. Uno stato d’animo che segna questa stessa
Direzione Nazionale, qui ed ora. La stanchezza, nei Circoli,
dilaga; la passivizzazione e l’abbandono della militanza
sono spettri che si aggirano drammaticamente in ogni parte
della nostra organizzazione e la caduta verticale del
tesseramento né è un segno probante. La Federazione – pur
giusta in sé come unità d’azione tra soggetti autonomi
diversi – non ha la forza ( questo è il punto) di suscitare
nuove passioni, di invertire la tendenza nefasta, di
rovesciare positivamente lo stato grigio delle cose.
La Federazione
è percepita ( giustamente, correttamente) dai quadri più
evoluti ( molti altri non sanno ancora come interpretarla)
come una risposta tattica, contingente alla nostra crisi e
alle nostre difficoltà. Ma essa non risponde alla questione
centrale che attraversa l’animo dei nostri militanti,
dell’intero corpo del Partito: chi siamo, oggi ? Dove ci
dirigiamo strategicamente ? Come usciamo dalla crisi
profonda di senso
generata dal processo distruttivo del
bertinottismo?
La crisi di
senso che attraversa il Partito è tra l’altro la stessa che
attraversa il Paese intero e tutto il popolo comunista e di
sinistra. Di fronte all’egemonia delle idee-forza che mette
in campo la destra ( idee reazionarie ma indiscutibilmente
“forti”) avremmo bisogno di mettere in campo anche noi
un’idea altrettanto forte, in grado di competere con le
destre sul piano egemonico. Il punto è che i comunisti e la
sinistra – dalla Bolognina al dissolvimento bertinottiano –
hanno proposto alla nostra gente, al nostro popolo, alla
“classe”, solamente pensieri deboli, proposte deboli, votate
alla liquefazione e alla sconfitta, anche drammatica.
La Federazione,
oggi, ( ripetiamo: pur giusta in sé) rischia di apparire un
proseguimento delle idee-deboli rappresentate dalla lunga
teoria liquidazionista che si è dispiegata da Occhetto in
poi : al posto dell’idea-forza comunista e l’idea-forza del
partito comunista di quadri e di massa si sono via via
succedute proposte quali “la carovana occhettiana”, il
partito debole ( “amazzonico”) del PDS e poi il florilegio
bertinottiano, dalla Sinistra europea alla proposta
compulsiva – negli anni – del “nuovo soggetto politico”;
dall’Arcobaleno alla “rifondazione socialista”, dallo
scioglimento nel movimentismo al partito mass-mediatico. Ora
siamo a questa Federazione che – se non accompagnata da una
idea-forza - rischia di essere percepita ( ed essere
concretamente nella realtà) una variante delle soluzioni
bertinottiane.
Il punto è – ne
siamo certi – che se assieme alla Federazione non viene
ripresa di petto la “questione comunista” la Federazione
stessa rischia fortemente di illanguidirsi in un progetto di
sinistra vaga, “izquierdista”, dal pensiero debole e dalla
proposta moderata, che non potrebbe suscitare emozioni e
passioni, ritorni alla militanza. E’ qui la tua
“disattenzione”, compagno Ferrero: sembra che tu non voglia
prendere atto –assieme a tanta parte del gruppo dirigente –
che in Italia ( per colpa di chi ha distrutto e tradito) il
movimento comunista è al lumicino, che rischia l’estinzione.
Siamo cioè di fronte ad una vera e propria “questione
comunista” finale e lo stato d’animo particolarmente
depresso di tutti i nostri e le nostre compagne ne è solo la
proiezione “spirituale”.
Rispetto a ciò-
da comunisti – saremmo chiamati ( chiamati dalla
drammaticità dello stato presente delle cose) a prendere il
toro per le corna, assumendoci il compito primario che ci
assegna la fase : la ricostruzione e il rilancio
dell’opzione comunista, dell’autonomia culturale, politica,
organizzativa, economica comunista; del Partito comunista
come unica e possibile idea-forza. Ma ciò non avviene,
questo compito non è assolto e davvero questa accidia,
questa inerzia, appare surreale, stravagante e persino
drammatica, se guardata anche alla luce del recente
Congresso di Chianciano, nel quale l’autonomia comunista, la
persistenza comunista del PRC è stata fortemente messa in
discussione e giunta vicinissima ad essere liquidata da
Bertinotti e Vendola. Come dire: abbiamo rischiato l’infarto
cinque minuti fa e non ci è servito a niente, abbiamo
ricominciato subito a fumare.Sta qui, dunque, la
contraddizione insita nella Federazione: se assieme alla sua
costruzione non promuoviamo, di pari passo, il rilancio
dell’autonomia comunista ( pensiero e prassi), la
Federazione stessa rischia fortemente di suscitare -
piuttosto che passioni - nuovi disorientamenti sulla nostra
base; rischia – se di pari passo non si irrobustisce il
partito comunista – di uscire dalla sua necessaria natura
di “unità d’azione tra forze comuniste e anticapitaliste”
per approdare e degenerare in una nuova forza strutturata,
partitica, di sinistra vaga, al fondo “bertinottiana”: una
creatura della Seconda Mozione.
Se la
Federazione diviene la negazione o l’antitesi della
“questione comunista” essa si trasforma in pensiero e
proposta debole, che non riesce ad attivare i compagni suoi
territori.E’ in questo senso che reputo l’incipit di Ferrero
( “ Noi abbiamo dato – attraverso la proposta della
Federazione – la linea alla base. Tocca ad essa ora lavorare
e se non costruisce sul campo sua è la responsabilità ” -
queste, nell’essenza le parole del Segretario) sbagliato,
nel senso che non si può credere di risolvere i problemi
dell’inerzia della militanza attraverso un surplus di
indicazione politica dall’alto: sarebbe soggettivismo,
sarebbe una strana credenza sia nella forza prometeica del
gruppo dirigente del partito che nello spontaneismo della
base.E’ ora di capirlo: la nostra base (comunista!) si
riattiva solo- anche per un obiettivo tattico come la
Federazione - se nel contempo è chiaramente rilanciato il
progetto per il quale i nostri militanti si sono iscritti e
hanno scelto il sacrificio: l’opzione strategica comunista,
il partito comunista.
E’ in questo
senso che ci siamo battuti e rilanciamo l’idea ed il
progetto dell’unità dei comunisti; non perché pensiamo che
esso sia bastevole al disegno strategico volto alla
ricostruzione in Italia di un partito comunista di
ispirazione leninista e gramsciana, antimperialista e
anticapitalista, di classe e di lotta, ma perché tale unità
offrirebbe sicuramente maggiori basi materiali e maggiore
massa critica sia per riportare i comunisti al centro del
conflitto sociale, sia per avviare una ricerca politico e
teorica comune , che per suscitare quella passione oggi
completamente mancante in grado sia di riattivare la
militanza dei comunisti organizzati che quella della
diaspora comunista.
E dobbiamo dire
che rispetto a ciò, rispetto alla proposta che avanziamo
dell’unità dinamica dei comunisti ( dinamica nel senso che
essa avrebbe poi il compito di ridefinire una teoria ed una
prassi) , rispetto a questa richiesta che va sempre più
estendendosi nel corpo nel nostro partito e fuori, non vi è
stata mai una risposta razionale da parte del gruppo
dirigente del PRC, da parte del Segretario, nel senso che
mai il “no” alla proposta è stato seriamente argomentato.
Mentre, quantomeno la nostra base e i nostri iscritti,
avrebbero il sacrosanto diritto di conoscere le
argomentazione politiche vere di un simile e pesante
rifiuto.
Rispetto alla
proposta relativa alla nuova rivista del Partito
(“Rifondazione
Comunista”): trovo completamente surreale che a dirigerla vi
siano compagne/i come la Lidia Menapace e Alessandro
Valentini, che a tutto sono interessati meno che al processo
di rifondazione comunista e alla costruzione del partito
comunista. Trovo davvero grave che il tentativo di dotare il
partito di una propria rivista avente il compito formale (
come suggerirebbe il titolo stesso della rivista) di
riavviare una ricerca politico –teorica comunista sia
affidato ad una compagna ed un compagno che sono contrari (
l’una) all’idea stessa di partito e ( l’altro) all’idea di
un partito comunista, da superare nel progetto di una nuova
forza socialdemocratica.
Ma le nostre
stesse risorse finanziarie al lumicino non suggerirebbero di
investire più decentemente quel filo d’aria che ci è rimasta
? E anche in questo caso: sarà possibile chiedere un surplus
d’iniziativa ai nostri militanti se continuiamo con questo
stralunato passo?
Alleanze
Partito dei
Comunisti Italiani - Federazione di Torino - Ufficio stampa
Comunicato stampa: Chi sono Grassi e Steri
per proporre alleanze a "destra" e a manca?
Torino 6 ottobre 2009. "La solare evidenza" con cui Grassi e Steri,
illuminando le colonne del Manifesto di oggi, desiderano dimostrare la
necessità di allearsi con la formazione "Sinistra e Libertà" non può che
essere conseguenza di due ipotesi alternative: un colpo di sole autunnale o
l'ennesimo tentativo di proporci la melassa indistinta dell'arcobaleno. A
proposito delle elezioni in Germania, Portogallo e Grecia, quello che Grassi
e Steri non dicono è che "l'avanzata delle sinistre", pur con i distinguo
tra i diversi contesti, è dovuta alla scelta di campo che pone quelle
sinistre su un fronte di opposizione e alternativa alle forze di centro
sinistra. Si tratta di cecità, ignoranza, opportunismo o sindrome suicida
arcobalenista? La Federazione del PdCI di Torino non si vuole suicidare ed è
interessata esclusivamente al percorso di unità dei comunisti. Speriamo
l'abbiano ben compreso gli altri compagni di Rifondazione, quelli con cui
vorremmo, se potessimo, collaborare, in particolare Armando Petrini e Renato
Patrito.
La questione comunista
di Fosco Giannini
La costruzione del partito comunista è una cosa e la
Federazione è un’altra; la ricostruzione di un partito comunista dai caratteri
finalmente rivoluzionari (quindi non massimalisti) è una cosa e l’unità della
sinistra è un’altra. (Editoriale l'Ernesto Maggio/Agosto 2009)
Pur essendo passato un po’ di tempo, si deve e si può ripartire – per riaprire
una discussione sullo “stato delle cose” relativa ai comunisti/e in Italia, alla
questione dell’unità dei comunisti e a quella, centrale, della ricostruzione di
un unico partito comunista nel nostro Paese – dalle elezioni europee, dal loro
svolgersi sino all’esito elettorale. Partiamo dalle europee non per artifizio retorico, ma perché nel processo di
costruzione della “ Lista comunista e anticapitalista”, nella messa a valore (o
non messa a valore…) di essa nella campagna elettorale e - infine – nel suo dato
elettorale definitivo, crediamo siano contenute oggettivamente questioni
pregnanti ed essenziali che hanno un valore che va al di là del contingente, del
passaggio elettorale stesso, questioni che, a partire dalla Lista, la
trascendono, divenendo paradigmatiche di una fase e di una serie di
contraddizioni oggi presenti tra i comunisti e all’interno del movimento
comunista italiano.
Il quadro complessivo della UE
I risultati elettorali nei diversi paesi dell’Unione europea, pur tra
differenziazioni e sfaccettature, ci consegnano: - la vittoria delle destre; - il crollo delle socialdemocrazie; - la tenuta e ripresa delle forze comuniste e di sinistra anticapitalista. Le destre egemonizzano ormai largamente il senso comune dei popoli dell’Unione
europea, ma al cospetto di questo dato “superficiale” e facilmente riscontrabile
vi è un’altra questione che invece è quasi del tutto elusa (anche a sinistra),
per nulla indagata. Si tratta del rapporto oggettivo che intercorre tra la
vittoria delle destre e la base materiale di tale vittoria; in altre parole: il
rapporto tra le destre politiche vincenti e la matrice dalla quale si formano:
l’Unione europea come polo neo-imperialista in formazione, che in virtù della
propria natura e nell’obiettivo di entrare in forze nella battaglia
internazionale contro gli altri poli imperialisti per la conquista dei mercati,
punta a demonizzare culturalmente e politicamente le forze comuniste e
anticapitaliste del vecchio continente; a colpire, sottomettere ed emarginare le
organizzazioni storiche del movimento operaio (politiche e sindacali), offrendo
così un terreno di organizzazione del consenso alle forze della destra e persino
dell’estrema destra. È questo un dato importante, decisivo sul piano strategico, poiché chiede a
tutte le forze di sinistra (dai comunisti alle sinistre anticapitaliste e
d’alternativa della Ue) di abbandonare velocemente ogni illusione riformista
sull’Unione europea per intraprendere invece un cammino di lotta, dal carattere
antimperialista, volto ad una organizzazione di un conflitto sovranazionale sia
contro le politiche euro-atlantiche della Ue che contro le sue politiche
liberiste. È questo per i comunisti che in Italia si battono per l’unità e per un nuovo
partito comunista unito, un dato particolarmente importante, poiché ci parla
della natura che tale partito dovrebbe avere anche nella battaglia contro le
derive conservatrici e di destra della Ue.
Sicuramente, un altro punto importante messo a fuoco dal dato elettorale delle
europee è il crollo – dal carattere storico e su di un’area continentale - delle
socialdemocrazie. Esso non è casuale e trova le sue ragioni razionali in un
quadro internazionale di nuovo segnato – negli ultimi vent’anni – dal ritorno
prepotente della lotta interimperialista per la conquista dei mercati (altro che
fine dell’imperialismo e delle contraddizioni interimperialistiche, come
fantasticavano gli adulatori di Toni Negri e della categoria dell’Impero). I nuovi poli imperialisti tendono a regolare i rapporti di forza a loro favore
per comprimere e diminuire i salari, tagliare le spese sociali per istruzione,
sanità, servizi sociali (salario indiretto), pensioni (salario differito), in
modo da poter disporre di una quota maggiore di profitto da investire in una
spietata competizione interimperialistica globale. Cosa che, regolarmente e
senza opposizione di classe – né politica né sindacale - è avvenuta in Italia,
ma non solo1. Cosa direbbe, oggi, Luciano Lama, di fronte al grande strazio
sociale prodotto: concepirebbe ancora, come prioritaria, la linea della
“concertazione” in nome degli “ interessi nazionali”? In questo quadro è rimasto ben poco da redistribuire socialmente e alle forze
socialdemocratiche è stata tolta l’acqua ove nuotare. Esse, in questo contesto,
perdono di senso storico e ruolo sociale. Il responso elettorale è conseguente. È chiaro quindi che la crisi delle socialdemocrazie e (più strutturalmente)
l’impossibilità di fase di intraprendere serie politiche neokeynesiane pone
problemi seri anche alle forze comuniste, che non possono più coprire a sinistra
(pena la condanna elettorale, come è accaduto per l’Arcobaleno) alleanze di
sinistra moderata prive di ogni afflato riformatore e forza di cambiamento, come
la vicenda – più esce dalla cronaca ed entra nella “storia”, e più si rivela
politicamente drammatica per i comunisti – del governo Prodi dimostra.
Un’altra lezione che ci viene impartita dalle elezioni europee è quella relativa
alla tenuta e alla ripresa delle forze comuniste e anticapitaliste, lezione che
viene ampiamente a dimostrarci come la “crisi del movimento comunista” sia in
verità la crisi del movimento comunista italiano. Ma su questo punto troverete
un’ampia analisi nell’articolo del compagno Fausto Sorini.
Il quadro italiano: il Pdl non stravince
Un altro dato che occorre tenere in considerazione è quello relativo ai consensi
elettorali (per le europee) conseguito dai maggiori partiti italiani. Il PDL di
Berlusconi ottiene alle europee oltre 10 milioni di voti (35,3%), perdendone –
rispetto alle elezioni nazionali del 2008 – circa 2 milioni; il PD ottiene alle
europee oltre 8 milioni di voti (26,1%), perdendone, rispetto al 2008, circa 3
milioni. L’intera destra italiana raggiunge - alle ultime europee - il 54,2%.
Le due forze maggiori (PDL e PD) perdono consensi significativi e ciò potrebbe
alludere al fatto che nessuna delle due forze ha ancora concluso la fase
transitoria di costruzione per divenire partito di massa radicato e
strategicamente consolidato e che entrambe queste forze potrebbero essere
vittime, in una fase non lontana, di crolli elettorali. Nonostante il
berlusconismo sia “venduto” (dallo stesso PDL) come un regime dalla vasta e
profonda potenza, i dati elettorali ci dicono che in fondo, rispetto alla veloce
e vasta mutevolezza che ha dimostrato avere in quest’ultimo quindicennio
l’elettorato italiano, esso non è affatto ancora pienamente stabilizzato, non
riesce ancora ad essere pienamente e propriamente un regime.
Possiamo forse azzardare una lettura meno contingente e dai caratteri più
strutturali: il punto è - crediamo - che il grande capitale italiano non ha
ancora scelto definitivamente su quale cavallo politico salire per giungere ad
una “democrazia per il profitto” stabile e - da ogni punto di vista - per essa
rassicurante. Sintomatico è stato il fatto che, recentemente, anche il Corriere
della Sera (oltre a La Repubblica) è sceso in campo - rispetto ai suoi tanti
vizi privati e alle sue introvabili pubbliche virtù - contro Silvio Berlusconi.
Il Corriere della Sera e La Repubblica: due rappresentanti di blocchi diversi
della borghesia italiana uniti contro il capo del governo. Qualcosa si muove? E
perché?2 Resta il fatto che il quadro politico è in forte mutazione carsica e
che i due blocchi politici maggiori sono in lotta (lo scarto elettorale non così
vasto, appunto, lo dimostra) per rappresentare la borghesia italiana. Con quali
strategie, con quale forma di regolazione e controllo delle masse in una crisi
economica profonda che il padronato sa – ad onta dei proclami ottimistici di
Tremonti – niente affatto superata? Tutto ciò non può non interessare i comunisti del nostro Paese, che non
dovrebbero cadere di nuovo – come vi cadde il Bertinotti della fase
ipermovimentista – nella trappola di Marco Revelli, quella teorizzante
l’assoluta sovrapponibilità tra centro-destra e centro-sinistra.
Il risultato della Lista comunista e anticapitalista alle europee
Innanzitutto – come è ovvio – è necessario valutare il dato elettorale: quel
3,4% (oltre un milione di voti) ottenuto dalla Lista, un dato che è stato
immediatamente brandito come un simbolo funereo dagli oppositori interni al PRC
della Lista comunista e anticapitalista. Alcuni leader dell’area “vendoliana”
rimasta in Rifondazione hanno subito strillato ai quattro venti che quel 3,4%
era una sconfitta disastrosa quanto quella dell’Arcobaleno e che, dunque, sia la
Lista che l’Arcobaleno dovevano essere per sempre archiviati3. C’è da dire che alla critica chiaramente strumentale dell’“area Rocchi” al dato
elettorale della Lista si sono – con toni diversi - aggiunte voci di parti della
maggioranza, quelle che, partendo da posizioni politiche che si autodefiniscono
più “radicali”, da “comunisti di sinistra”, trovano poi un punto solidale con
quelle posizioni del PRC, moderate e ormai “post-comuniste”, contrarie all’unità
dei comunisti e ad un partito comunista unico in Italia.
Ma come giudicare, in verità, quel 3,4% ottenuto dalla Lista? Come giudicarlo
obiettivamente e in modo scevro da strumentalizzazioni? Noi non crediamo certo
che esso rappresenti una vittoria, è anzi il segno delle difficoltà di un
movimento comunista italiano che oggi si trova a pagare per intero il prezzo di
decenni di errori e tradimenti dei suoi vari gruppi dirigenti: da quelli
dell’ultimo PCI sino alla Bolognina, giungendo alla stagione davvero distruttiva
e nefasta del bertinottismo. Tuttavia, questo è un giudizio che, pur essendo necessario, è di tipo generale,
strutturale, mentre abbiamo anche il bisogno di circoscrivere quel 3,4% nel suo
preciso – breve - contesto temporale, quello che va dalla scelta della Lista
sino al voto di giugno, passando per la campagna elettorale. E circoscrivendo
razionalmente l’esito elettorale in questo lasso di tempo non possiamo più
parlare – come fanno i compagni “catastrofisti”, quelli che formano l’arco che
va dagli ex vendoliani ai “comunisti di sinistra” del PRC – di sconfitta
bruciante, ma di una sconfitta con molte attenuanti; un dato elettorale,
comunque, ben distante dalla Waterloo arcobalenista, un consenso comunista da
cui davvero si può ripartire, con speranze razionali di farcela.
Parte del PRC ha remato contro la lista unitaria
Cosa è accaduto, concretamente, per farci esprimere un giudizio di questo tipo,
che rifiuta una lettura catastrofista del voto di giugno? Dal nostro punto di vista, molte e negative cose, in una certa misura
addebitabili anche – lo diciamo senza remore e senza ipocrisie – ad una parte
del gruppo dirigente nazionale del PRC, la parte che va (ancora) da aree di
“comunisti di sinistra” allo stesso compagno Ferrero, segretario del Partito.
Innanzitutto occorre ricordare che sul voto “europeo” di giugno, sulla Lista
comunista, pesavano due macigni enormi, potenzialmente in grado, da soli, di
portare a fondo la Lista: da una parte la sconfitta storica dell’Arcobaleno
(bruciante e in grado di produrre ancora onde alte di disaffezione, scetticismo
e lontananza del “popolo comunista” dai due partiti comunisti che ne fecero
parte) e d’altra parte la pesantissima scissione operata da Vendola e da buona
parte del gruppo dirigente storico bertinottiano del PRC poco prima della
tornata elettorale: una mazzata politica e simbolica che, perpetrata nelle
stesse dimensioni, avrebbe potuto abbattere una forza ben più corposa del PRC e
della Lista stessa. Si sono manifestati inoltre seri problemi ed errori (oltre ad ostacoli eretti
scientemente, contro la Lista, da parte di alcuni dirigenti del PRC) relativi
alla fase stessa della campagna elettorale, che hanno finito per essere
determinanti per il mancato raggiungimento del 4%. Gran parte di questi errori
sono fioriti sull’albero della “paura comunista”: una parte del PRC – composta
da pezzi della maggioranza unita alla minoranza -, per paura che la Lista fosse
percepita come l’anticipazione dell’unità dei comunisti, o potesse divenire
tale, ha cercato in tutti modi (sotterranei o meno) di smorzare l’essenza
comunista della Lista, finendo per danneggiarla, sia sul piano politico e
sociale che sul piano mediatico ed elettorale. I risultati di questa pulsione contraria alla Lista si sono visti sin da subito:
- La sua stessa costituzione è stata fatta slittare sino all’ultimo, sperando
che lo sbarramento per le europee non ci fosse e che dunque la Lista non dovesse
farsi, speranza meschina che ha bruciato tanto tempo utile per la campagna
elettorale. - Una volta fatta la Lista (obtorto collo, per diversi all’interno del PRC) non
vi è stato un lavoro assiduo volto a farla divenire popolare, a crearle attorno
la necessaria passione popolare (paura massima per i contrari all’unità dei
comunisti). La stessa manifestazione di Piazza Navona di fine marzo, diretta a
presentarla pubblicamente, è stata fatta – da parte del PRC - in tono minore,
col risultato che la manifestazione stessa ne è uscita dimezzata (poca gente,
piazza mezza vuota).
- All’inizio della campagna elettorale – addirittura! – il Dipartimento Enti
Locali del PRC invia una “circolare” a tutto il Partito, a tutte le Federazioni,
con cui si chiede di non lavorare (dunque, di sabotare) nelle elezioni
amministrative per liste comuni col PdCI, di non utilizzare in quelle elezioni
il simbolo per le europee, precostituendo così una situazione diffusa di
confusione e di scarsa mobilitazione generale e persino di avversione per la
Lista comunista e anticapitalista. In alcune aree, importanti anche sul piano
simbolico (Milano, Torino), il messaggio negativo inviato dal Dipartimento Enti
Locali passa e la lista unica col PdCI non si fa, ingenerando così uno stato
confusionale tra lo stesso elettorato comunista, che vede i comunisti uniti per
le europee e divisi per le amministrative: un messaggio che viene dalle
metropoli, dunque forte, che aggrava, agli occhi del nostro elettorato, quel
senso della divisione già pesantemente alimentato dalla scissione di Vendola e
che spinge tanti comunisti (a cominciare proprio da Torino e Milano) a disertare
le urne o a cambiare voto. - La stessa scelta di Paolo Ferrero di non presentarsi alle elezioni europee
(anche qui: paura di mettere in campo, con Diliberto candidato, un’anticipazione
del partito comunista unito) certo non ha aiutato a rendere più prestigiosa e
più accattivante la Lista e sicuramente ha partecipato al mancato raggiungimento
di quello 0,6% in più col quale oggi i due partiti comunisti italiani sarebbero
presenti nel Parlamento europeo. Vi sono state altre questioni che hanno oggettivamente danneggiato la Lista: il
vero e proprio oscuramento mediatico (che non si era dato per L’Arcobaleno di
Bertinotti né si è dato per Sinistra e Libertà, a dimostrazione di come si muove
la borghesia italiana e come si muove lo stesso D’Alema, che ormai da lungo
tempo opera per la cancellazione dei comunisti in Italia); il regalo fatto
improvvisamente da Giulietto Chiesa a Marco Ferrando, che ha eroso alla Lista
proprio ciò che le è mancato per superare lo sbarramento; lo spostamento verso
il partito di Di Pietro, operato scientificamente da alcuni “dirigenti
comunisti” per danneggiare la Lista: molte cose sono accadute e tutte nell’unico
segno: evitare l’affermazione della Lista comunista.
La crisi del movimento comunista in Italia è profonda e viene da lontano.
Abbiamo scritto all’inizio che il non raggiungimento del 4% è il segno -
innanzitutto - di una crisi profonda del movimento comunista italiano, che dovrà
fare una gran fatica a risollevarsi dai colpi mortali che l’eurocomunismo,
Occhetto e Bertinotti gli hanno inferto e dunque è qui la base reale delle
difficoltà e lo diciamo affinché non si cerchino risposte consolatorie, anche
per il risultato europeo; tuttavia anche le difficoltà contingenti - quelle
descritte - hanno certamente partecipato al mancato conseguimento del 4%. Ed è proprio questo micidiale combinato disposto - dato dalle difficoltà
oggettive, di carattere strutturale e storico che pesano sui comunisti e da
quelle incontrate nella campagna elettorale - che ci fa dire che quel 3,4 % non
è da buttare, che è il segno che si può ricominciare, a patto, certamente, che i
comunisti giungano ad una decente accumulazione di forze (attraverso la loro
riunificazione), tornino a praticare il loro ruolo di soggetto principe nel
conflitto contro il capitale, si radichino nei luoghi di lavoro, nei territori,
si attrezzino per intervenire, come si diceva un tempo, in ogni piega della
società, e si dotino di un corredo teorico e politico all’altezza dell’odierno
scontro di classe.
È in questo senso che abbiamo sempre proposto, praticato ed interpretato la
linea dell’unità dei comunisti: una linea volta a superare la divisione del
movimento comunista italiano (unificazione dei due partiti e riassorbimento
della “diaspora comunista”) attraverso una ricollocazione del Partito comunista
italiano riunificato nel campo della lotta antimperialista e anticapitalista e
la ridefinizione di un progetto politico e teorico rivoluzionario, attraverso
una linea complessiva (teoria e prassi) volta ad acutizzare le contraddizioni
capitalistiche, non a sanarle (obiettivo al quale puntano le sinistre moderate,
comprese quelle “bertinottiane”); volta cioè – come primo compito di fase - a
far saltare il progetto del capitale (che è quello – ai fini del mantenimento
inalterato del potere e del profitto - della pace sociale, “poiché il
capitalismo – come oggi scrive chiaramente Slavoj Zizek – può prosperare solo in
condizioni di stabilità sociale di base”), per poter cancellare dal senso comune
la nozione secondo la quale il capitalismo è natura immutabile e riproporre
strategicamente - a partire dalle coscienze intellettuali su posizioni di classe
e dalle aree più avanzate e combattive del mondo del lavoro – l’esigenza storica
e il disegno di una transizione al socialismo.
Sulla crisi del movimento comunista italiano: da molti anni, in Italia, si pone
la cosiddetta “questione comunista”. Chi la pone pensa più precisamente al
rilancio di un pensiero, di una prassi e, in ultima analisi, di un partito
comunista che - attraverso una riflessione critica (ma non liquidatoria) sul
movimento comunista del ‘900 e più specificatamente sull’esperienza comunista in
Italia – possa di nuovo svolgere un ruolo socialmente e culturalmente incisivo e
riaprire un’opzione antimperialista, anticapitalista e rivoluzionaria nel nostro
Paese. Non è facile definire temporalmente la fase dalla quale “la questione
comunista”, in Italia, inizia a porsi, nel senso che non è agevole – essendo
anch’esso un processo – stabilire il “vero momento” in cui inizia l’involuzione
del movimento comunista italiano. Ciò che ora, in assenza di studi più
analitici, possiamo asserire, è che tale involuzione prende corpo ben prima
della “Bolognina”, che si aggrava nella fase dell’eurocomunismo, durante la
quale assistiamo ad una provincialistica enfatizzazione del ruolo storico e
mondiale delle organizzazioni del movimento operaio europeo che sbocca, da una
parte, nel privilegiare sempre più – da parte di quel PCI – le relazioni con le
socialdemocrazie europee ai danni di quelle con le forze comuniste europee e,
d’altra parte, nella rottura con parti preponderanti del movimento comunista e
antimperialista mondiale, al quale “si affida” un ruolo rivoluzionario marginale
rispetto a quello europeo (e pensiamo quanto sarebbe risibile oggi un pensiero
eurocomunista di fronte al grande processo di liberazione dell’America Latina e
al grande ruolo che oggi gioca, sul piano planetario, la grande triade Russia-
Cina – India.); un’involuzione che si palesa in forma finale con la “Bolognina”
(un passaggio politicamente devastante e culturalmente oscuro, poiché appare
tuttora incomprensibile il salto repentino e apparentemente immotivato tra
l’essenza socialdemocratica dell’ultimo PCI e l’improvviso determinarsi
dell’essenza “radical” occhettiana, che cancella dal quadro politico del Paese
persino un’opzione socialdemocratica classica e di massa); un processo
involutivo che torna (dopo una prima speranza) nella fase davvero nichilista del
“bertinottismo”, che non solo soffoca nella culla il progetto politico e teorico
della rifondazione comunista, ma sferra un nuovo, letale colpo alla stessa
residua autonomia comunista italiana. La crisi capitalistica è anche un’opportunità per la ripresa del movimento
comunista
Le attuali, drammatiche, condizioni politiche, teoriche, organizzative,
elettorali, economiche, del movimento comunista italiano (diciamo, non
casualmente, italiano, poiché le ultime elezioni europee hanno dimostrato, al
contrario, la tenuta e persino l’avanzamento dei partiti comunisti) sono,
esattamente, il prodotto finale di questa lunga catena involutiva. La questione è che il punto più basso e critico della storia del movimento
comunista italiano – quello odierno - coincide con una fase particolarmente
acuta delle contraddizioni capitalistiche: già dal prossimo autunno, la crisi
del capitale prevede altre centinaia di migliaia di licenziamenti entro il
quadro complessivo di un regime politico, quello berlusconiano, antioperaio,
razzista e di destra eversiva. Una fase, cioè, in cui un partito comunista
dovrebbe e potrebbe svolgere un ruolo centrale di lotta, attraverso il quale
ricostruire sia il proprio senso sociale e storico che i propri legami di massa.
La crisi, insomma, come un’opportunità, per i comunisti, di uscir fuori dalle
secche nelle quali la disgraziata linea eurocomunismo-bolognina-bertinottismo li
ha collocati e, per ora, condannati. Un’ opportunità di lotta, per i comunisti,
avente un valore sociale aggiunto: quello di aggregare attorno al proprio
cardine conflittuale e progettuale l’intera sinistra d’alternativa; il valore
aggiunto, insomma, dell’unità della sinistra anticapitalista come prodotto
dell’iniziativa comunista.
Questione comunista e unità delle sinistre
Dunque: noi siamo di fronte, contemporaneamente, ad una crisi dai caratteri
mortali del movimento comunista e - insieme- ad una crisi del capitale che si
presenta come una sorta di possibilità di resurrezione per lo stesso movimento
comunista. Oggi, per i comunisti, sarebbero necessarie, come il pane, tre
condizioni: - un’accumulazione di forze (ed è per questo che tanto ci siamo battuti –
invano, rispetto ai niet di Paolo Ferrero - per l’unità dei comunisti, per unire
PRC, PdCI e diaspora comunista); - una piena autonomia politica e culturale che doti il movimento comunista di un
bagaglio politico e teorico di ispirazione leninista e gramsciana e cioè critico
e rivoluzionario (da questo punto di vista occorrerebbe dare seguito alla
proposta avanzata dal compagno Diliberto all’iniziativa del 18 luglio a Roma e
cioè la costituzione di un Centro studi avente il compito di dar vita ad una
stagione di ricerca teorica aperta che su di una base marxista e materialista si
ponga l’obiettivo di ridefinire sia un’analisi seria della società italiana, che
un progetto di transizione al socialismo); - infine, una capacità di unire (sul campo, nell’unità d’azione) l’intera
sinistra anticapitalista.
Oggi, il punto è: come queste tre condizioni possono sussistere e svilupparsi
entro la Federazione di sinistra (la chiamiamo, per favore, “comunista e di
sinistra”?) che ha preso avvio a Roma il 18 di luglio? Diciamolo chiaramente: l’accumulazione di forze comuniste (e cioè il processo
unitario tra PRC, PdCI ed altre soggettività comuniste); la ricerca e lo
sviluppo di un profilo politico e teorico capace, come un nuovo cavallo di
razza, di scrollarsi di dosso le mosche dell’occhettismo e del berttinottismo e
delineare un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dello scontro di
classe; l’obiettivo di aggregare attorno al cardine comunista la diffusa
sinistra anticapitalista e antiliberista: queste tre condizioni possono darsi
solo se, entro la Federazione, i comunisti rimangono autonomi, sul piano
culturale, politico, organizzativo ed economico; se essi non vengono sussunti
nella Federazione; se la Federazione non si mette in testa di divenire un “nuovo
soggetto politico e partitico” che, inevitabilmente, depotenzierebbe a mano a
mano la (residua e già debole) cultura comunista sino a portarla ad estinzione.
In sintesi, la questione è la seguente: la costruzione del partito comunista è
una cosa e la Federazione è un’altra; la ricostruzione di un partito comunista
dai caratteri finalmente rivoluzionari (quindi non massimalisti) è una cosa e
l’unità della sinistra è un’altra. Se questa distinzione verrà mantenuta potranno darsi – dialetticamente - sia la
costruzione di un più forte partito comunista che quella dell’unità della
sinistra di classe. Se tale distinzione cadrà, saremo di fronte al fallimento di
entrambe le opzioni. Dobbiamo saper criticamente riassumere, da materialisti, le lezioni della
storia. E ricordare, dunque, che esperienze di federazioni di sinistra, in
Europa, si sono già avute e sono tutte finite male per i comunisti. In Grecia,
il tentativo - nei primi anni ’90 – di quel Synaspismos guidato da Maria
Damanaki (oggi finita, significativamente, nel Partito Socialista greco) di
cancellare, attraverso la Federazione, l’autonomia del Partito comunista di
Grecia è finito in una scissione gravissima dello stesso KKE. In Spagna,
nell’ormai lunga esperienza dell’Izquierda Unida, il Partito comunista spagnolo
ha trovato in verità la propria consunzione e la stessa Izquierda – animale
politico ambiguo più che mai, quanto moderato – è ormai di fronte al proprio
fallimento politico ed elettorale.
Ripetiamo: la questione non è quella di rifiutare, in Italia, la Federazione,
anzi dobbiamo ribadire il fatto che l’unità della sinistra di classe non è solo,
socialmente, “giusta in sé”, ma - se ben condotta - è anche base materiale di
rafforzamento della stessa opzione comunista; la questione è che essa non deve
divenire la tomba dell’autonomia comunista. Essa non deve porsi l’obiettivo di
trasformarsi - bertinottianamente, vendolianamente - in un nuovo partito
politico, in un nuovo Arcobaleno. Lo diciamo perché, invece, le pulsioni alla
sua trasformazione in un nuovo partito politico di sinistra sono potenti. Fare
di essa una Die Linke italiana, ha affermato chiaramente Vittorio Agnoletto a
Roma, il 18 luglio; mentre noi non dimentichiamo che nei recenti documenti
politici di Die Linke si cancella tutta la storia del movimento comunista
rivoluzionario, riprendendo interamente lo spirito e la lettera della Seconda
Internazionale. Ed è stato lo stesso Cesare Salvi, nella relazione introduttiva
al convegno romano della Federazione, a porre chiaramente il problema della
“necessità”, per ogni soggetto della Federazione, di praticare cessioni di
sovranità, politica e culturale. La storia si ripete: già nello Statuto dei
primi anni ’80 dell’Izquierda Unida si chiedeva ai vari soggetti (soprattutto al
PCE, che era il soggetto più forte) di cedere sovranità, negandogli, in due
articoli decisivi, la possibilità di sviluppare una politica internazionale
autonoma e un radicamento sociale autonomo. E la cessione continua di sovranità
è stata la causa essenziale del declino profondo dei comunisti spagnoli. La
cessione di sovranità, nella Federazione italiana, colpirebbe solo i due
soggetti forti e determinanti per la stessa Federazione: PRC e PdCI.
I comunisti, in Italia, possono ripartire solo a condizione di poter sviluppare,
in piena autonomia, una politica antimperialista e anticapitalista. Se ciò non
fosse possibile, per lacci e lacciuoli izquierdisti, il già moribondo movimento
comunista italiano si avvierebbe alla fine. È stato il compagno Claudio Grassi a
chiarire che la questione centrale non è quella di “quale contenitore” debba
essere la Federazione, ma che cosa essa debba fare sul terreno della lotta
sociale e politica: è l’impostazione giusta. Ed è stata la compagna Manuela
Palermi, nel convegno romano del 18 luglio, a ribadire con forza l’esigenza –
anche all’interno della Federazione – di mantenere e sviluppare l’identità
comunista. È questa la strada: autonomia comunista e unità della sinistra anticapitalista.
Se questo rapporto dialettico si rompesse a favore di una deriva izquierdista
partitica, l’unità dei comunisti ed il Partito comunista, in Italia, per le
condizione date, forse per un lungo periodo non troverebbero più modo di
prendere forma e concretamente realizzarsi.
Riprendere e intensificare l’iniziativa per l’unità dei comunisti
In questa situazione sarà quanto mai opportuno che tutti i compagni, tutti i
comunisti, dentro e fuori il PRC e il Pdci, che si sono battuti in questi anni -
ed aspirano oggi - a sviluppare una presenza comunista organizzata in Italia,
sappiano prendere le opportune iniziative volte a costruire momenti reali –
possibilmente permanenti e non solo occasionali – di unità comunista,
sviluppando coordinamenti e forme di cooperazione organizzata per affrontare
questioni essenziali per la costruzione di una linea politica comunista: – la
costruzione di un sindacato unitario di classe e il ruolo dei comunisti;
antimperialismo e solidarietà internazionalista; l’organizzazione, lo sviluppo e
diffusione di una cultura critica marxista nelle condizioni del monopolio
capitalistico dei mass media; gli immigrati quale parte più sfruttata e oppressa
del proletariato… Su queste e altre questioni occorre favorire e organizzare il confronto tra i
compagni, che hanno bisogno di parlare concretamente di esse, non in termini “politicisti”,
non nell’ottica dei microschieramenti e microgruppi interni o esterni ai due
partiti comunisti, ciascuno a guardia del proprio microspazio con la propria
etichetta doc; occorre tornare ad analizzare il reale con gli strumenti dei
comunisti, e tornare ad essere i promotori e i protagonisti di lotte di massa,
di resistenze sociali, politiche, culturali, alla gestione capitalistica della
crisi. Nella UE, in Italia in particolare, tutti gli indicatori ci parlano di un
acutizzarsi della crisi che colpirà pesantemente i lavoratori, in primis i
precari, e gli strati più deboli della società. I comunisti possono, debbono,
essere i promotori della resistenza proletaria alla crisi del capitale. Possono,
se sapranno praticare concretamente l’unità, superare visioni tatticistiche e
particolaristiche, di piccola bottega, che tanto danno hanno fatto anche negli
ultimi tempi; se sapranno, lavorando a fianco a fianco - compagni del Prc, del
Pdci, della Rete dei comunisti, e i tanti della diaspora comunista -, volare
alto, nella consapevolezza che si gioca oggi una partita importante, forse
fondamentale per la presenza di una politica comunista in Italia. Questa rivista, che ha la grande ambizione nel nome che porta, di coniugare
ragione marxista e generosa dedizione rivoluzionaria, e i compagni che ad essa
fanno riferimento e ne hanno reso possibile col loro lavoro quotidiano la quasi
ventennale pubblicazione, sono impegnati ad essere promotori e punti di
riferimento per le iniziative culturali, politiche, di lotte sindacali e nei
territori, nella difficile battaglia per la ricostruzione in Italia di un
partito comunista adeguato alle terribili sfide del nostro tempo.
Note
1 Cfr. i dati sui salari europei nell’articolo di Stefano Barbieri nelle pagine
di questa rivista.
2 L’articolo di Domenico Moro fornisce elementi di analisi sul blocco sociale
berlusconiano e le sue incrinature nella fase di crisi.
3 Con una contraddizione interna non da poco: asserito ciò, Rocchi, Rosi Rinaldi
e compagni propongono la strategia di costruzione di una “sinistra” che somiglia
ancora come una goccia d’acqua ad un Arcobaleno con un altro nome.

Una "Cassa di Resistenza" a sostegno dei lavoratori in
difficoltà
Una
Cassa
di
Resistenza
per
combattere
la
crisi
economica
e
per
sostenere
i
lavoratori
licenziati
o
messi
in
cassa
integrazione.
Questa
è
l’iniziativa
realizzata
da
Rifondazione
Comunista
e
Comunisti
Italiani
delle
Marche
resa
nota
da
Cesare
Procaccini
e
Giuliano
Brandoni,
capogruppo
rispettivamente
del
Pdci
e
del
Prc-Se
in
Regione.
Inoltre
i
due
partiti
hanno
sollecitato
la
convocazione
della
Commissione
consiliare
alle
attività
produttive
e
hanno
presentato
una
proposta
di
legge
congiunta
per
l’istituzione
di
un
fondo
che
“permetta
ai
lavoratori
e ai
loro
progetti
di
diventare
cooperative
o
forme
di
produzione
autogestite.
Ossia
protagonisti
nelle
fasi
di
trattativa,
senza
restare
soggetti
passivi
delle
trattative
padronali”.
La
Cassa
di
Resistenza
è
stata
voluta
in
seguito
alle
vicende
del
gruppo
Antonio
Merloni
a
Fabriano,
la
mobilità
alla
Manuli
Rubbers
di
Ascoli
Piceno,
l’annunciata
crisi
della
Abs
di
Pesaro,
della
Frau
di
Tolentino,
la
cassa
integrazione
prevista
da
ottobre
alla
Fincantieri
di
Ancona
che
“indicano
sia
l’ampiezza
del
danno
economico
prodotto
dalla
crisi,
indifferente
alle
geografie
e
alle
latitudini,
sia
la
necessità
di
obiettivi
strategici
di
riprogrammazione
economica”.
Procaccini
e
Brandoni
annunciano
che
Prc
e
Pdci
sono
accanto
agli
operai
davanti
ai
cancelli
delle
fabbriche,
per
“difendere
con
loro
i
loro
posti
di
lavoro”,
ma
anche
“la
loro
dignità
e un
grande
patrimonio
di
saperi”.
E
concludono
sottolineando
“l’urgenza
di
produrre
a
livello
istituzionale
e
legislativo
azioni
capaci
di
testimoniare
sì
la
solidarietà
delle
istituzioni,
ma
soprattutto
di
offrire
strumenti
utili
per
risultati
positivi.
Vicende
come
quelle
della
Innse
a
Milano
insegnano
che
si
può
vincere
se
ci
sono
strategia
e
solidarietà
insieme”.
di
“Il
Resto
del
Carlino”
20
agosto
2009
 
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