Il regolamento congressuale
Il calendario congressuale
E' convocato
per il 18-19-20 luglio a Salsomaggiore il 5° Congresso Nazionale del Partito dei Comunisti
Italiani.
Il dibattito congressuale si svolge sul documento politico approvato dal
Comitato Centrale del 7-8 giugno 2008 e su eventuali documenti alternativi,
ciascuno sottoscritto da almeno il 5% dei componenti del CC e presentato alla
Commissione nazionale per le regole congressuali entro il 13 giugno 2008.
La discussione congressuale si avvia con la pubblicazione dei suddetti documenti
che hanno tutti pari dignità.
Le assemblee congressuali a ogni livello, dall'assemblea di sezione a quella
nazionale, devono essere caratterizzate dalla massima apertura, invitando e
lavorando per la partecipazione dei cittadini, dei lavoratori, dei
rappresentanti delle forze democratiche, delle organizzazioni di massa, delle
associazioni.
I comitati federali fissano il calendario dei congressi di sezione e di
Federazione che dovranno tenersi entro il 13 luglio 2008.
Il calendario dei congressi delle federazioni va stilato in accordo con la
Commissione nazionale per le regole congressuali.
Congressi di sezione e di Federazione
I congressi sono aperti ai cittadini interessati. Hanno diritto di
partecipazione tutti gli iscritti al Partito, con diritto di voto tutti gli
iscritti al Partito per l'anno 2007. Il numero dei delegati al Congresso
Nazionale viene determinato in base alle cedole di iscrizione consegnate al
dipartimento nazionale di organizzazione entro il 31 gennaio 2008.
Ogni istanza congressuale di sezione e/o Federazione procede alla preparazione
del congresso avvertendo dello stesso e delle modalità del suo svolgimento tutti
gli iscritti in tempo utile a garantire la massima partecipazione.
Ferma restando la previsione statutaria dell'elezione degli organismi dirigenti
delle sezioni del partito, la platea congressuale delle federazioni con meno di
200 iscritti è composta da tutti gli iscritti. Al congresso delle federazioni
con più di 200 iscritti, partecipano i delegati eletti nei congressi di sezione
secondo il rapporto delegati/e-iscritti stabilito dal comitato federale entro il
20 giugno 2008.
Copia del/i documento/i congressuali dovrà essere fornita a tutti gli iscritti
unitamente all'invito. Tutti gli iscritti dovranno ricevere un invito, per la
partecipazione al rispettivo congresso, corredato dal calendario dei lavori e
con l'indicazione dell'orario delle operazioni di voto.
I congressi di sezione e di Federazione eleggono la presidenza del congresso
che, alla luce dell'ordine del giorno, propone l'ordine dei lavori, il quale
deve comunque prevedere:
la discussione e la votazione del documento approvato dal Comitato Centrale del
7-8 giugno 2008 e di eventuali documenti alternativi presentati nei termini
previsti;
l'elezione dei rispettivi organismi dirigenti;
l'elezione dei delegati/e ai congressi federali e nazionale.
Essi eleggono altresì, su proposta della presidenza del congresso, una
commissione politica ed una elettorale.
I lavori del congresso di Federazione vengono aperti da una relazione del
segretario di Federazione, a cui deve seguire l'illustrazione degli altri
documenti da parte di un delegato della medesima federazione, o in sua assenza
dal segretario di Federazione o dal garante, e conclusi dall'intervento del/la
compagno/a designato dalla Commissione nazionale per le regole congressuali. Le
votazioni sul documento approvato dal Comitato Centrale e su eventuali documenti
alternativi presentati nei termini previsti avvengono con scrutinio palese.
Le elezioni degli organismi dirigenti e dei delegati, si svolgono, di norma, a
voto segreto, salvo diversa deliberazione assunta a maggioranza dei votanti. Nei
congressi di Sezione e di Federazione ove siano presenti votanti di diversi
documenti politici, la commissione elettorale nella proposta degli organismi di
direzione politica e dei delegati/e tiene conto della pluralità di tali
posizioni.
Il congresso delle Federazioni con meno di 200 iscritti elegge i delegati al
congresso nazionale, il segretario, il tesoriere, nonché la Direzione federale
la cui composizione non può essere inferiore a 5 compagni e comunque non
superiore al 10% degli iscritti della Federazione.
Il congresso delle Federazioni con più di 200 iscritti elegge i delegati al
congresso nazionale. Elegge, inoltre, il Comitato federale, la cui composizione
non sarà superiore al 10% degli iscritti e, in ogni caso, non dovrà superare il
numero di 50 componenti. Il Comitato federale elegge il segretario, il
tesoriere, la segreteria ed eventualmente il presidente del Comitato federale.
Il Congresso di Federazione elegge i delegati al Congresso nazionale secondo un
rapporto di 1 delegato ogni 50 iscritti o frazione superiore a 25 iscritti. In
ogni caso per le federazioni con un numero inferiore alla frazione di 25
iscritti viene riconosciuto un delegato.
La Commissione nazionale per le regole congressuali è garante del regolare
svolgimento congressuale, con la facoltà del controllo sulla regolarità del
tesseramento quale riferimento per la elezione della platea congressuale.
Designa altresì i compagni che partecipano ai lavori di ciascun congresso di
Federazione con funzione di garante. Il garante è membro della presidenza del
congresso e di ciascuna delle commissioni, può partecipare ai congressi di
sezione della medesima federazione e può essere delegato al Congresso nazionale.
Congresso nazionale
Tutti i componenti del Comitato Centrale e della Commissione Centrale di
Garanzia, se non delegati dai congressi di Federazione, possono partecipare
senza diritto di voto al Congresso nazionale.
Il Congresso nazionale elegge in apertura dei lavori una Presidenza su proposta
della Commissione nazionale per le regole.
La Presidenza del Congresso nazionale propone la modalità di svolgimento dei
lavori e, a conclusione della relazione politica, propone l'elezione di 4
commissioni: politica, statuto, elettorale, verifica dei poteri.
Il Congresso nazionale, alla fine dei suoi lavori, vota i documenti politici, le
eventuali modifiche allo statuto ed elegge gli organismi dirigenti.
Disposizioni finali
In deroga a quanto previsto dallo Statuto, i congressi regionali nonché le
conferenze regionali e nazionale della FGCI verranno convocate dai nuovi
organismi eletti nel 5° congresso.
Questo regolamento vale per lo svolgimento dei lavori di tutte le istanze
congressuali.
Il presente regolamento congressuale, adottato a norma delle disposizioni finali
dello Statuto, modifica le eventuali norme statutarie in contrasto.
Comitato Centrale del PdCI 7-8
giugno 2008
Le conclusioni di Oliviero Diliberto
Compagne, compagni, in questo mio intervento che
chiude il dibattito intendo concentrarmi sul Documento Politico, per cercare di
spiegare come io lo interpreto. Dico come lo interpreto, perché anche un testo
molto più importante del nostro documento, come i Quattro Vangeli, da 2000 anni
viene interpretato in modo diverso, a volte molto diverso. Tanto per
semplificare lo stesso testo viene letto in un modo dal Cardinale Ratzinger e in
un altro dalla Teologia delle Liberazione. Quindi come tutti i testi anche il
nostro si presta a differenti interpretazioni.
Però, prima dell’esegesi testuale, c’è – appunto – il testo scritto. Un testo
che, a mio giudizio, rappresenta un punto di equilibrio. Punto di equilibrio che
evidentemente non è piaciuto per niente - ed è del tutto legittimo - ai compagni
che presenteranno un documento alternativo, con un’altra linea e che, punto di
equilibrio sempre, può piacere in percentuali diverse.
Al compagno Rizzo, così ci ha detto, piace al 70 per cento. Ma ho sentito anche
qualcun altro sostenere che lo approva al 95 per cento. A me piace al 100 per
cento, ma non perché mi piaccia tutto o perché lo avrei scritto esattamente così
se fosse stato il mio documento personale. Mi piace al 100 per cento per una
ragione eminentemente politica, perché, per dirla diversamente, tutto si tiene e
provare a tirarlo da una parte e dall’altra con emendamenti di merito, di
sostanza e di impianto, ebbene questo stravolgerebbe l’equilibrio.
Per quanto mi riguarda ritengo sia utile assumere una serie di sollecitazioni,
ve ne sono molte e tutte utilissime, o, ancora, assumere cose ovvie e già nel
nostro partito largamente acquisite. Sono invece per non accogliere emendamenti
che potrebbero snaturare l’impianto del documento.
Ho l’impressione che noi corriamo due rischi simmetrici; il primo è di
continuare come se niente fosse successo e cioè pensare che tutto sommato
abbiamo questa nostra piccola creatura che è il Pdci, e che ci possiamo
permettere di proseguire serenamente provando a raccattare qualche altro voto.
Si tratta di una linea continuista.
Io vorrei che fosse chiaro a tutti che quello che è successo il 13 e il 14 di
aprile e che poi è stato bissato quindici giorno dopo nei ballottaggi, è una di
quelle cose che i nostri nipoti studieranno nei libri di storia e non può essere
derubricato ad un incidente di percorso.
C’era una linea, era giusta, proseguiamo su quella linea? Non è possibile
compagni! Perché è successo quello che è successo. Il congresso nasce dalla
determinazione di voler modificare la linea. Se noi non assumiamo questo punto e
lo interiorizziamo tutti, vuol dire che diamo per scontato che è sì grave, ma
non tanto grave. Non è grave? E' l’inabissamento di Atlantide!
Però noi abbiamo anche un altro pericolo simmetrico e cioè di chi dice e pensa
che il Pdci non serve più a niente e che dobbiamo fare un’altra cosa. Questo
approccio è di due tipi diversi ed opposti: il Pdci non serve più a niente
quindi o facciamo la costituente di sinistra, non più comunista (come vorrebbe
Fava e anche una parte rilevante della stessa Rifondazione comunista) o facciamo
una cosa ipercomunista “combattente”, chiusa dentro un bunker, una cosa che,
secondo me, non serve assolutamente a niente, tanto meno serve alla classe
lavoratrice.
Quello che noi, noi commissione che ha lavorato alla stesura del documento, vi
proponiamo, è, non soltanto un punto di equilibrio tra sensibilità diverse, è –
almeno questa è la mia radicatissima opinione - l’unica linea praticabile. E'
cioè l’unica linea praticabile per i comunisti, che vogliono rimanere tali, ma
vogliono essere utili ad un processo più grande.
Cosa è rimasto in campo a sinistra dopo il 13 e 14 di aprile? Bisogna rispondere
a questa domanda guardando le cose per quello che sono.
C’è chi continua a vagheggiare l’unità della sinistra. Ho letto i documenti di
Rifondazione. Vendola parla di costituente della sinistra. Ma con chi? Badate,
il problema non è più Sinistra democratica o i Verdi, il problema di fondo è il
rapporto con il Partito democratico, sennò ci prendiamo in giro. Fuori da qui,
la gran parte dell’elettorato pensa che la sinistra in Italia sia rappresentata
dal Partito democratico. Dirò di più, c’è una sorta di legittimazione reciproca
tra Berlusconi e Veltroni. Ancora oggi Berlusconi ha sostenuto che sta
“dialogando con la sinistra”, cioè con il Pd.
Guerrini diceva una cosa esatta quando sottolineava che la gran parte dei voti
del Pd sono voti di sinistra; quelli che hanno votato Pd si autopercepiscono di
sinistra, alcuni si proclamano addirittura comunisti. Nelle regioni rosse –
penso all’Emilia – le Case del Popolo ci sono ancora, ci vanno le medesime
persone che andavano - un po’ più giovani - a portare il materiale del Pci, poi
hanno portato il materiale del Pds, poi quello dei Ds ed oggi il materiale del
Pd. Sono militanti ed elettori che dicono “il partito”, come se fosse ancora la
prosecuzione di una vecchia storia. Questa è la realtà, il resto – brutalmente –
tra i comunisti e il Pd, non c’è.
Aggiungo: costituente di sinistra su quali basi programmatiche? Con quelli che
hanno disertato la manifestazione del 20 ottobre? Che hanno plaudito al
protocollo welfare fin dal primo momento? Con quelli che l’ultimo giorno d’aula
alla Camera hanno votato a favore della missione in Afghanistan? La parola
sinistra dobbiamo riempirla di contenuti, perché sennò è una parola vuota.
Noi avanziamo una proposta diversa e cioè vogliamo riaggregare, riunificare le
due forze politiche rimaste in campo che ancora si chiamano comuniste, da lì
provare ad attrarre tutti gli altri e le altre che si percepiscono ancora
comunisti fuori dai due partiti maggiori (uso con cautela, viste le dimensioni,
questo termine) e poi da lì muovere per provare a riaggregare tutto quello che è
rimasto a sinistra.
Approfitto, tuttavia, per rimediare ad un mio errore, facendo in tal senso
sincera autocritica. Nelle conclusioni, allo scorso Comitato Centrale, avevo
affermato che la Rete dei comunisti attaccava sul web noi e l’area dell’Ernesto.
Non è vero. Semplicemente, ero stato informato male – sapete che io non “navigo”
in rete… - e me ne scuso con quei compagni, con i quali vogliamo avere un
rapporto serio e costruttivo.
Torniamo a noi. Michelangelo Tripodi ha usato in commissione una espressione
efficace: “Uniamo i comunisti, ma non basta”. Sono d’accordo, tuttavia intanto
facciamo una cosa. Perché ha ragione il compagno Vacca quando dice “ma se non
riusciamo ad unificare i comunisti come facciamo ad unificare tutta la
sinistra?”.
Il punto, che secondo me nel documento è scritto egregiamente, è a cosa serve
riunificare i comunisti. Serve perché così siamo un po’ più forti? Perché uniamo
due debolezze? No, la mia opinione consolidata, e non da oggi, è che i comunisti
servono nella misura in cui agiscono come partito organizzato dei lavoratori
salariati, ne organizzano le lotte, praticano il conflitto di classe. Questo è
il punto. E allora noi vorremmo provare a riunificare le due falci e martello
perché sono i simboli del lavoro. Rifondazione non ci starà? La incalzeremo con
la nostra proposta politica - naturalmente non dipende da noi, ma dalle
dinamiche del loro congresso, chi vincerà, chi non vincerà e dovremmo incalzare
tutta Rifondazione - non in una logica di autoconservazione dei comunisti
asserragliati nel fortilizio, ma perché dobbiamo praticare quello che diciamo di
essere, il partito dei lavoratori per la trasformazione generale della società.
Pochi giorni fa abbiamo distribuito 150 mila volantini nei luoghi di lavoro,
davanti agli uffici della pubblica amministrazione. Lo abbiamo fatto e dobbiamo
continuare a farlo proprio perché il nostro congresso non sia un parlarsi
addosso. La centralità del luogo di lavoro come luogo del conflitto sociale, la
centralità del lavoro come iniziativa politica dei comunisti: questa è la base
fondamentale per riaggregare i comunisti in Italia.
Alternatività: su questo tema c’è stato un grande dibattito, molto allusivo e,
dunque, anche molto elusivo secondo me, ma c’è stato ed io, a mia volta, non lo
voglio eludere. Cosa vuol dire alternatività strategica al Pd, che io mi sento
di sottoscrivere in pieno? E’ il fatto che il Pd in quanto tale - non solo
Veltroni - propugna un modello di americanizzazione della politica e cioè un
modello in cui due partiti simili, la destra e il Pd, si alternano al governo ma
tengono come bussola, entrambi, due questioni fondamentali: il neoliberismo in
economia e il rapporto indissolubile con gli Usa in politica estera.
Due punti fermi di entrambi che non vengono messi in discussione sia che governi
l’uno sia che governi l’altro. Certo ci sono delle differenze e saremmo sciocchi
a non vederle e a non sfruttarle per far scoppiare le contraddizioni, però
questo è il senso dell’espressione “strategicamente alternativi”, perché il
nostro modello del fare politica è esattamente l’opposto di quello americano.
Ma questo impedisce di fare alleanze con il Pd? Compagni, saremmo dei pazzi! Le
alleanze si fanno, si devono fare e c’è scritto esplicitamente nel documento.
Perché non c’è soltanto, come qualcuno giustamente dice, il pericolo della
destra eversiva. La faccia di questo paese in 5 anni rischia di cambiare
completamente: la presidente degli industriali ha parlato dei contratti
individuali di lavoro; c’è poi la politica sull’immigrazione, agghiacciante; c’è
il tema della sicurezza, non solo nei confronti degli immigrati; c’è il problema
gravissimo del pubblico impiego, c’è una logica precisa, di classe, in qualche
caso davvero di destra eversiva, contro la quale si deve fare argine con tutti
quelli che ci stanno. Il Pd ci starà? Non lo so, il Pd per ora flirta con
Berlusconi, ma noi dobbiamo proporglielo, chiederglielo, incalzarlo e dire che
rispetto a questa destra non si possono fare accordi di sorta. O vogliamo
lasciare il monopolio dell’opposizione a Di Pietro? Noi dobbiamo disvelare agli
occhi dell’elettorato che ha votato Pd (e che noi vogliamo recuperare) che
stanno facendo gli accordi con Berlusconi. Chiedere al Pd di fare insieme
un’opposizione intransigente a Berlusconi è un modo di incalzarli. E’ una linea
di attacco, non di arrendevolezza.
Ma poi c’è un altro livello di politica delle alleanze che è quello non
nazionale. Dove il Pd governa, governa insieme a noi. E vorrei ricordare che il
Pci, che a livello nazionale era all’opposizione anche per evidenti problemi di
ordine internazionale, a livello locale, là dove poteva, faceva le giunte e
faceva le giunte dove c’era la possibilità di fare maggioranze di sinistra. E'
in contraddizione con il nostro impianto? Secondo me no, anzi.
L’alternatività sta nel ruolo dei comunisti, che in quanto tali propugnano una
alternativa radicale. Ma attenti, questa è la prospettiva dei comunisti, ma non
è quella da qui ai prossimi anni. Nei prossimi anni il tema non sarà come ovvio
a tutti (spero…) “operare per il superamento del capitalismo”, come recitava un
vecchio emendamento nel Pci, il tema sarà quello della sopravvivenza. Per
sopravvivere dobbiamo fare una politica che sia credibile, cioè indicare delle
cose realistiche, non il programma massimo. Due, tre questioni e su quelle due
tre questioni contrattare con il Pd là dove si tratterà di fare politica di
alleanze.
Dove non sarà possibile, facciamo come a Massa, ce lo ricordava il compagno
Vivoli, dove abbiamo spaccato il Pd. Dove non si riesce a costruire alleanze si
va da soli, non c’è da questo punto di vista un orientamento che valga sempre,
l’orientamento è di metodo. Confronto, verifica della possibilità di un’alleanza
su di un programma avanzato su alcune questioni, dopo di che si sceglie sui
territori.
Devo dire che larghissimamente, fino adesso, non è stato fatto così, è stato
fatto un accordo a prescindere. Ecco, nel documento si dice che non può essere
più così. A me sembra un avanzamento importante, da assumere, da accogliere, da
valutare positivamente e cioè: prima ci confrontiamo per valutare se è possibile
fare un accordo e non il contrario, facciamo l’accordo poi vediamo il programma.
E ciò deve valere ovunque. Né accordi a prescindere, né preclusioni all’accordo
a prescindere. E’ la linea che proponiamo nel documento congressuale e che deve
valere innanzi tutto per le prossime amministrative del 2009, nelle quali si
voterà anche in città simbolo come Bologna.
E’ per noi una specie di rivoluzione copernicana. E’ la politica. Dobbiamo
evitare che questa idea dell’unione tra comunisti diventi una faccenda tutta
ideologica, priva della politica. Se non mettiamo in campo la politica, i
programmi, le cose da fare, le risposte ai cittadini, dai territori fino al
livello nazionale, i voti non tornano. E se non tornano i voti c’è la
consunzione del progetto comunista, altro che tenere viva la questione
comunista!
E allora io vi preannuncio che sugli emendamenti chiederò in primo luogo ai
proponenti di ritirare alcuni emendamenti che secondo noi stravolgono il senso
del documento, altrimenti chiederò al Comitato Centrale di votare contro tali
emendamenti. Penso che il Comitato Centrale debba assumere invece quelli che
sono degli aggiustamenti o delle integrazioni al documento.
Voglio fare un esempio concreto affinché non ci siano fraintendimenti: il
documento rappresenta un equilibrio, se si presenta un emendamento in cui si
dice che l’Arcobaleno non era una scelta necessitata e non si doveva fare, ciò
stravolge l’impianto, colpisce uno dei punti su cui si è trovata la sintesi. Se
viceversa ci sono degli emendamenti aggiustativi va bene.
Alla fine, comunque, nella migliore delle ipotesi, ci saranno due documenti. Uno
sarà il documento che sarà votato, spero, dalla maggioranza del comitato
centrale, l’altro sarà il documento di una parte dei compagni del comitato
centrale. Ebbene sono documenti che hanno, devono avere, pari dignità.
E’ una anomalia, vorrei segnalarlo, perché in un partito che adotta il
centralismo democratico teoricamente il documento è unico, a prescindere.
Però io credo che in un momento di questo genere, di tale eccezionalità, sia del
tutto legittimo, giusto e persino utile che ci sia un altro documento con una
linea diversa, chiaramente diversa.
Al congresso dovremmo decidere se mantenere o meno la logica del centralismo
democratico. Io ho già detto che secondo me esso deve rimanere, perché induce ad
un maggiore sforzo verso la sintesi, non cristallizza le posizioni. E dunque se
così sarà, se il congresso dirà no alle correnti, tutte le “truppe” devono
essere smobilitate perché c’è una cosa sola che non si può fare: permettere ad
alcuni quello che non si permette ad altri. Tutti.
La natura di questo partito ci rende – e faceva bene Venier a ricordare il
viaggio in America latina – diversi agli occhi dei nostri interlocutori
internazionali, che sono tanti e sono importanti per mille ragioni. Siamo
diversi ed interessanti sulla scena internazionale. Il giudizio che viene dato
dai partiti comunisti e progressisti che governano aree vastissime e decisive
del mondo su di noi è lusinghiero.
Noi abbiamo perso le elezioni, non abbiamo più il gruppo parlamentare e
nonostante questo per la prima volta il governo cubano ci ha consegnato un
messaggio per il governo italiano, per la prima volta sulla prima pagina del
Granma c’era l’articolo sulla visita della delegazione del Pdci, la foto mia e
di Venier. Ci hanno detto: gli interlocutori in Italia siete voi. E la stessa
cosa si è ripetuta in Venezuela dove Chavez sta facendo una cosa gigantesca, la
nazionalizzazione del petrolio e delle telecomunicazioni per via democratica.
Siamo interlocutori credibili perché ci considerano un partito serio.
Ebbene io non vorrei dismettere questa cifra di serietà che ci fa apprezzare in
un contesto internazionale che oggi è vitale, tanto più nella globalizzazione e
nella interconnessione mondiale di tutto con tutti. Per continuare a trasmettere
questa immagine occorre grande senso di responsabilità da parte di tutti.
Serietà, coerenza, dialettica interna, liberissima, ma poi disciplina – nel
senso migliore del termine, vorrei dire: autodisciplina – comunista.
Vorrei sommessamente aggiungere a coloro che parlano di frazionismo di
maggioranza che io sono contrario al frazionismo di maggioranza e non l’ho mai
praticato (era l’accusa che faceva negli ultimi anni Armando Cossutta ai nostri
gruppi dirigenti). Non c’era e non c’è frazionismo di maggioranza, c’è la
maggioranza. La maggioranza ha il dovere di cercare una sintesi, ma se la
minoranza non lavora per trovare la sintesi, la maggioranza medesima ha il
dovere di governare il partito: cercando la sintesi certo, ma ha il dovere di
governare il partito. Questo è un principio di elementare democrazia.
L’unica cosa che posso assicurare al mio vecchio, carissimo amico Giovanni
Bacciardi è che per quanto mi riguarda farò uno sforzo perché il centralismo sia
sempre più democratico. Non credo che sia il tempo delle divisioni tra noi. Mi
dispiace molto che ci sia un altro documento, ma non lo contrasterò con
argomenti surrettizi. Starò alla politica e basta, con correttezza e con
pacatezza, perché non si può trasformare la divisione politica in guerra di
religione, in odio teologico.
Lavorerò in questo senso, nella convinzione che si possa svolgere un congresso
libero e sereno e non escludo che alla fine – fatti tutti i congressi
territoriali - la nostra assise nazionale possa essere unitaria. Vedremo se
riusciremo a convincere le compagne ed i compagni che oggi sono su posizioni
diverse. Il mio non è un appello finale, sapete che penso che gli appelli non
servano a nulla. No, è la politica. Noi ci stiamo giocando l’osso del collo,
carissime compagne e compagni.
In questo Comitato centrale discuteremo gli emendamenti. Discuteremo di un
documento politico del quale resterà impresso il messaggio fondamentale: e cioè
l’unità delle forze comuniste come premessa per l’unità più grande della
sinistra. Questo è il messaggio che passerà. Tutto il resto, le singole parole,
la modificazione di questa o quell’altra frase, l’inclusione di questa o quell’altra
cosa, le sottili sfumature, interesseranno - e aggiungo pochissimo - solo ad
alcuni dei presenti qui. Cerchiamo di guardare il mondo fuori dal bunker, perché
se uno guarda il mondo solo dalla feritoia vede pochissimo del mondo esterno. E
il mondo esterno è molto più brutto di quanto alcuni di noi – illudendosi –
vagheggiano.
Comitato Centrale del PdCI 10
maggio 2008
La relazione di Oliviero Diliberto
Credo
non sfugga a nessuno che siamo in una situazione assolutamente inedita e quindi
anche la mia relazione introduttiva sarà improntata a grande franchezza, senza
alcuna di quelle sottili ipocrisie della politica, perché è tempo di affrontare
alcune questioni che per troppo tempo abbiamo in qualche misura rimosso.
Dobbiamo andare ad un Congresso che sia un di grande chiarezza politica e dopo
il Congresso lavorare per la costruzione di un grande progetto politico.
Dal giorno dopo le elezioni sto svolgendo attivi regionali e riunioni in giro
per l'Italia. La mia impressione, lo dico misurando le parole, è che il partito
sia in campo, sia in piedi e che questo risultato, che avrebbe potuto portare,
obiettivamente, ad una fase depressiva, viceversa ha sortito l'effetto di una
reazione. Non dovunque, non nella stessa misura, ma nei luoghi dove mi sono
recato c'è un partito reattivo. A Bologna per esempio - devo dire in una
situazione particolare perché in campagna elettorale abbiamo avuto la vicenda
della segretaria regionale che se ne è andata - ho visto un partito vivo e
vitale. La sindrome otto settembre, il "tutti a casa", non c'è.
Gli altri partiti usciti dalla disfatta dell'Arcobaleno sono in ginocchio, chi
per un motivo, chi per un altro. Rifondazione è lacerata oltre misura, non si sa
nemmeno se Bertinotti firmerà o meno la mozione di Giordano; i Verdi pare che
eleggeranno Marco Boato coordinatore e dunque veleggeranno verso il Partito
democratico; Sinistra democratica è divisa in tre diverse mozioni, va al cambio
del segretario e ci risulta che ci sia un intenso lavorio da parte del Pd per
riassorbirla. Noi siamo in piedi, evidentemente abbiamo lavorato bene negli anni
passati.
Tutto ciò però se da un lato, in qualche misura, può rassicurare il Comitato
centrale, dall'altro può essere fuorviante. E' scattata una sorta di sindrome di
autoconsolazione-rimozione che è preoccupante. Sintetizzo il pensiero di
alcuni tra noi: sì abbiamo da registrare una sconfitta, ma tutto sommato andiamo
avanti; la linea va bene; la confederazione della sinistra prosegue. Vi è
insomma in alcuni compagni l'idea che tutto sommato si fa un Congresso perché
siamo obbligati dal risultato, ma in fondo non debba cambiare poi molto.
Io invece sono persuaso che proprio perché il partito ha tenuto, proprio perché
siamo in campo, proprio perché siamo gli unici in grado di determinare uno
spostamento di forze verso il futuro, dobbiamo avere il coraggio di mettere in
campo la massima sfida per l'innovazione e determinare un nuovo inizio. Uso
volutamente questa espressione, nuovo inizio, senza il quale i processi che sono
in corso inevitabilmente, anche al di là, come è ovvio, delle nostra percezione,
porteranno ad un progressivo, ulteriore, affievolimento dell'azione e della
consistenza del nostro partito sino a determinarne nei fatti l'assoluta
inconcludenza.
Nuovo inizio che prenda atto dell'esito disastroso delle elezioni e non solo per
la Sinistra Arcobaleno. Perché vedete, io non vorrei che la sinistra italiana
interrogandosi su se stessa perdesse di vista quello che è successo
complessivamente.
Le elezioni del 2008 passeranno alla storia, perché questo parlamento è di gran
lunga il parlamento più a destra della storia repubblicana. Ma c'è di più:
questo parlamento rispecchia lo stato del paese e cioè uno spostamento a destra
della società delle idee e del senso comune della società italiana. Da più parti
si parla di americanizzazione del sistema. L'idea, perlomeno quella veltroniana,
è quella di un'alternanza tra simili. Americanizzazione appunto. Il Pd che
rappresenta l'establishment tradizionale, il Pdl che rappresenta un
establishment un po' diverso, decisamente conservatore.
Però attenzione, c'è una specificità italiana, non basta parlare dell'americanizzazione
che pure c'è. C'è un elemento in più ed è che mentre negli altri paesi dove c'è
un'alternanza tra simili, le due formazioni politiche si riconoscono a vicenda
in una storia comune, la situazione italiana è molto diversa perché c'è sì l'americanizzazione
del sistema, e però uno dei due corni della vicenda è un agglomerato di forze
che in parte e solo in parte si può riconoscere nella comune storia
repubblicana. Mentre la vecchia Casa delle libertà aveva l'Udc dentro,
conservatore ma legato alla storia repubblicana, adesso con l'Udc fuori cambia
il quadro e la natura della destra italiana. Il Pdl è fatto da tre forze
politiche che non vengono dalla storia costituzionale: Forza Italia, i
postfascisti del vecchio Msi, poi An, e la Lega. In altre parole ci sono in
questa destra italiana delle specificità diverse e peggiori rispetto alle altre
destre europee ed internazionali.
Pensate all'ondata razzista e securitaria, e cioè il tema della sicurezza
cavalcato con le ronde, con una concezione della sicurezza che è un intreccio di
xenofobia, razzismo, populismo che però ha fatto presa, è entrato nel senso
comune degli italiani. Attenzione, perché lo scivolamento verso una società
autoritaria è insensibile, non te ne accorgi fino a quando non ci sei cascato.
Ed allora io spero che sabato prossimo si possa essere tutti a Verona per la
manifestazione contro il razzismo. Che ci sia tutta la sinistra, tutto quello
che ne è rimasto, perché è indispensabile oggi reagire, non abbassare la guardia
e riscoprire e praticare l'antifascismo non come un glorioso retaggio del
passato, come la retorica archeologica. L'antifascismo oggi più che mai torna un
attuale elemento di battaglia politica nella società italiana; declinato nella
nuova fase, con i nuovi pericoli che abbiamo di fronte.
Così come, attenzione compagne e compagni, a considerarci equidistanti tanto dal
Pd come dal cosiddetto Popolo delle libertà. Dobbiamo avere la capacità di
distinguere sempre tra chi è il nemico principale. E cioè non vorrei che siccome
il Pd è quello che ha contribuito a schiantarci finissimo per scambiare lucciole
per lanterne e cioè che facessimo una riedizione postuma di una sciagurata
teoria degli anni Trenta che era quella del socialfascismo. Dobbiamo essere in
grado di distinguere sempre perché facciamo politica. Dopo di che la critica e
gli attacchi al Partito democratico da parte mia voi li sentirete in maniera
sempre crescente perché le responsabilità che si sono assunti, anche nel
legittimare proprio questa destra, sono terrificanti. Ma, lo ripeto, attenzione
perché il rischio che scatti in noi una involuzione settaria, che la reazione
alla sconfitta ci porti a rinchiuderci in una logica meramente identitaria è un
rischio molto serio. Dobbiamo insomma scongiurare i pericoli di estremismo e
trovare un punto di equilibrio. Questa è la linea che vi propongo a nome della
Direzione del partito.
Siamo chiamati a dare un giudizio innanzitutto sulla fine di una fase. La fine
della fase è la fine dell'Unione di centrosinistra che non è finita per colpa
nostra, eppur tuttavia è finita. Chi oggi vagheggia il ritorno a quella fase
semplicemente non ha capito quel che è successo. L'Unione si basava su una
scommessa e cioè che si potessero conciliare interessi materiali diversi,
parliamo di interessi di classe - ma anche altri, penso alla laicità dello Stato
- tra le forze moderate e la sinistra. Non ci siamo riusciti. Dobbiamo
registrare su questo terreno una sconfitta: l'idea del partito di lotta e di
governo non ha funzionato. Non ha funzionato con il Pci quando il Pci aveva il
34 per cento dei voti. Noi abbiamo provato, insieme ad altri, forse noi più di
altri, a spostare nella misura del possibile l'asse del governo su linee più
accettabili. Volta per volta siamo invece stati indotti ad un'altra cosa e cioè
a frenare. La nostra linea è diventata quella di impedire cose peggiori, star
dentro per arginare gli spostamenti progressivi su posizioni sempre più
moderate.
Quell'idea dell'Unione, quella possibilità non c'è più. Oggi quella costruzione
di alleanze che abbiamo determinato dal '98, da quando siamo nati, è fallita
alla prova dei fatti. Ed è fallita per una somma di circostanze: i rapporti di
forza, la congiuntura internazionale, ma anche perché nel nostro paese quei
poteri forti, quegli interessi di classe che noi pensavamo potessero essere
conciliabili con gli interessi di un'altra classe, ebbene quei poteri forti
hanno determinato prima l'impedimento ad ottenere dei risultati e poi la caduta
del governo per espungere quel poco che noi potevamo rappresentare, quel
granello di sabbia che potevamo rappresentare ed abbiamo rappresentato, di
inceppamento dell'ingranaggio.
La nascita del Partito democratico ha infine posto il suggello alla fine
dell'Unione di centrosinistra. Il Pd è nato con l'idea di cambiare le alleanze.
Ricordate Rutelli e le maggioranze di nuovo conio? E anche la linea che il Pd ha
sprigionato era la linea che non poteva che portare alla deflagrazione
dell'alleanza e del governo. Il Pd poi ha scelto - in questo caso per
responsabilità diretta di Veltroni e del suo gruppo - di espungere la sinistra
anche semplicemente sul piano dell'alleanza elettorale. E non era la scelta di
andare da soli, perché hanno preso Di Pietro, hanno preso i Radicali, hanno
preso imprenditori, generali, prefetti, teodem e così via. Non hanno preso la
sinistra. L'obiettivo del Pd era erodere consenso nel bacino potenziale dei
moderati e nelle aree del paese dove più in ritardo era il Pd, penso al Nord
Est, alla candidatura di Calearo. Non sono riusciti affatto. Il paradosso è che
il Partito democratico nasce a "tendenza maggioritaria", cercando di
sfondare al centro e, invece, non sfonda per niente al centro, non prende un
voto in più rispetto a quelli dell'Ulivo del 2006, ma porta via i voti alla
sinistra. Il Pd ha fallito la sua missione, doveva arrivare perlomeno al 35 per
cento, è arrivato al 33 e ha consegnato alla destra la più grande maggioranza da
quando Berlusconi è sceso in politica. Si parlava di rimonta: sono nove punti in
più di distanza per Berlusconi! Si parlava di pareggio al Senato: sono 39 i
senatori in più per la destra! Sino alla tragedia delle elezioni romane, dove
Alemanno conquista il Campidoglio dopo 15 anni di governo del centrosinistra.
Il Pd ha determinato un susseguirsi di sconfitte, una dietro l'altra. L'unico
risultato perfetto che è riuscito a Veltroni è stato quello di far sì che la
sinistra non fosse più in Parlamento. In tutta la campagna elettorale ho avuto
una sensazione molto sgradevole: Veltroni individuava come nemico la sinistra e
non Berlusconi, sino ad arrivare al paradosso del voto utile. L'operazione
annientamento della sinistra sta proseguendo con l'ipotesi della introduzione
della soglia di sbarramento alle europee e noi non siamo più in Parlamento ad
incidere. Gli riuscirà? Non lo sappiamo, ci sono resistenze anche dentro al Pd,
ma nel gruppo dirigente che fa capo a Veltroni l'obiettivo di mettere mano alla
legge elettorale europea c'è.
Tutto questo prelude ad una stagione che cambierà molte cose in Italia e che
determina conseguenze anche sul movimento dei lavoratori, sul sindacato, come si
è visto nella vicenda dell'accordo raggiunto sulla modificazione del contratto
di lavoro. E questo è solo l'inizio. Insomma non si apre una fase semplice,
anzi: senza compagne e compagni in Parlamento, con un continuo tentativo di
annientamento a tutti i livelli, penso alle trattative sulla formazione delle
giunte alla provincia di Roma, al comune di Napoli. C'è uno scientifico
tentativo di annientamento. C'è un unico modo per evitarlo, ed è avere più forza
per impedire che questo avvenga, essere più condizionanti. Ed allora dobbiamo
analizzare con molta attenzione le cause della sconfitta e, sulla base di
queste, ragionare sul da farsi.
In campagna elettorale ho registrato due sentimenti contrastanti nel nostro
elettorato, due sentimenti che coesistevano. Alcuni dicevano: "non vi votiamo
più perché due anni di governo Prodi non ci hanno portato niente". Astensionismo
di sinistra, delusi di sinistra. Contemporaneamente c'era un'altra fetta che
diceva: "beh, per due anni avete rotto le scatole al governo, gli avete impedito
di attuare quel che voleva attuare. E siccome bisogna impedire che vinca la
destra voto per Veltroni o quando non voglio votare per Veltroni perché proprio
non ce la faccio voto per Di Pietro che sta comunque dentro la coalizione". In
sostanza noi abbiamo scontato da una parte e dall'altra per una linea che non ha
pagato, che era appunto quella "di lotta e di governo".
Ma abbiamo pagato un prezzo molto alto su un altro punto che è un punto
politico-culturale, e cioè il fatto che gran parte dei nostri alleati, ad
iniziare dal candidato premier Fausto Bertinotti, erano impegnati in una gara di
nuovismo. Era il tentativo di accreditarsi come una cosa nuova a prescindere dai
contenuti. Per certi versi sembrava la riedizione, in forma farsesca, e senza la
caduta del muro di Berlino alle spalle, della Bolognina. Una Bolognina fatta in
fretta e furia, con dei sotterfugi, attraverso una campagna elettorale, non
attraverso un confronto e una tragedia di una comunità come era stata nel caso
del Pci. Nuovismo. Come se la falce e il martello, simbolo nostro e di
Rifondazione, fosse un impaccio per prendere voti. Viceversa nel 2006 con quel
simbolo noi e Rifondazione assieme abbiamo preso complessivamente 3 milioni di
voti. Con l'Arcobaleno abbiamo preso un milione e centomila voti, compresi i
Verdi, compresa Sinistra democratica. In altre parole di nuovismo in nuovismo si
muore. E cioè l'ancoraggio ad una identità se essa non è fine a se stessa, ma se
è una identità che serve a sviluppare un'azione politica con dei contenuti,
ebbene quell'identità è foriera di risultati positivi. E' quando le abbandoni le
identità, senza cambiare i contenuti, allora il cambiamento dell'identità ti
porta al disastro come è avvenuto in queste elezioni. In altri termini credo che
qualcuno abbia fatto la campagna elettorale, non per prendere voti ma per
costruire, già nella campagna elettorale, il partito del dopo. Cioè il partito
dell'Arcobaleno che poi non si costruirà per il semplice motivo che è stato
disfatto dagli italiani. Voto utile, abbandono dell'identità, le
dichiarazioni di Bertinotti sul comunismo che sarebbe stato nel nuovo soggetto
solo una «tendenza culturale», a pochi giorni dal voto: tutti elementi, dicevo,
che ci hanno portato alla sconfitta. Ma non bastano a spiegare l'entità della
disfatta. C'è un altro importante dato su cui riflettere.
Se nel giro di due anni perdiamo milioni di voti c'è una conseguenza che va
analizzata a fondo: noi tutti, Rifondazione e Pdci, avevamo un voto di opinione
e non un voto strutturato. In altre parole è un voto che col mutare d'opinione
si sposta da una parte all'altra e il dato di fondo è che la sinistra non ha più
insediamento sociale nel paese. Naturalmente questo voto d'opinione, quando non
ci sarà più la coazione al voto utile può essere che torni alle europee e ci
sono anche segnali in questo senso, ma è comunque un voto che va e viene e che
non rappresenta più, come una volta, un insediamento sociale vero. Ed è da lì
che bisogna ripartire. Oggi si deve guardare al futuro, che poi è un futuro
immediato.
La Direzione del partito ha individuato un percorso che parte da una
considerazione di fondo. Il nostro partito c'è, ha dimostrato una buona tenuta,
però da soli non ce la facciamo, da soli siamo inadeguati ad affrontare la fase
che si apre e che, ripeto, sarà difficilissima. Nella riunione della Direzione
ho parlato di una lunghissima traversata nel deserto. Lo ribadisco e non so
quanto ci metteremo. Però bisogna sapere in che Direzione muovere i primi passi
per evitare di perdersi.
L'Arcobaleno non c'è più compagni. Il compagno Mussi in una intervista al
manifesto di pochi giorni fa ha detto «diamoci un'ultima chance alle europee». A
me sembra una cosa insensata, contro il buon senso prima ancora che contro le
regole della politica. E tuttavia non escludo che a seconda dell'esito del
Congresso di Rifondazione ci possa essere questa prospettiva. Però non è la
nostra.
Molti compagni mi dicono "dobbiamo ricostruire la sinistra". Giusto. Molti
sostengono: "non dobbiamo perdere la nostra vocazione unitaria a sinistra".
Giusto. Però di quale sinistra stiamo parlando? Cosa c'è rimasto a sinistra?
Sinistra Democratica? I Verdi? Non ci sono più. Ma la vera tragedia è che nella
percezione di grandi masse, anche per via del sistema bipolare, la sinistra è
rappresentata largamente dal Partito democratico e cioè destra-sinistra nella
semplificazione. Non lo è. Certo che non lo è. E' un partito di centro, ma in
questo bipolarismo da Orazi e Curiazi, viene percepito come tale. Tra l'altro la
gente vede i capi: sono sempre gli stessi. Nel Pd continuano a litigare Veltroni
e D'Alema. Come nei Ds, come nel Pds e come nel Pci prima. La percezione è cosa
diversa dalla realtà. Allora a sinistra cosa è rimasto? Siamo rimasti noi ed è
rimasto il Prc. Ripartiamo da quello che c'è compagni e non da quello che
vorremmo che ci fosse, perché se sbagliamo l'analisi poi sbagliamo tutto.
Ripartiamo da quello che c'è e a sinistra. E a sinistra ci sono due partiti che
si chiamano comunisti.
C'è stato, come sapete, un appello pubblico di capi di movimento, di lavoratori,
di intellettuali, rivolto a noi e non solo a noi, che non a caso aveva un titolo
emblematico: "Ricostruire la sinistra". Ma subito dopo diceva, "Incominciamo da
noi comunisti". Si rivolgeva a noi - che abbiamo già detto di sì - e a
Rifondazione comunista, che ovviamente non ha risposto perché ha linee molto
diverse all'interno, e poi si rivolgeva a tutti coloro che sono ancora comunisti
e che oggi non stanno né con noi né con Rifondazione. Ce ne sono di comunisti,
erano tre milioni due anni fa! Da lì dobbiamo ripartire. Io non vedo
alternative.
So che ci sono opinioni diverse, che molti compagni vorrebbero riproporre la
confederazione. E' un pio desiderio, perché la confederazione non c'è. Al
Congresso ci confronteremo liberamente, ma partiamo dalle cose reali, dai dati.
I dati ci dicono che dopo questo risultato dobbiamo provare a ripartire dai
comunisti. Come è ovvio dipenderà molto da come andrà il Congresso di
Rifondazione comunista, da chi vincerà quel Congresso, dai rapporti di forza che
si determineranno. Ma dipenderà anche dal nostro di Congresso. La Direzione
ritiene che il Congresso nostro vada in parallelo con quello di Rifondazione
Comunista e la nostra parola d'ordine, quella del nuovo inizio, quella che, se
verrà votato maggioritariamente, proporrò di inserire nel documento politico è
quella della riunificazione delle forze comuniste in Italia.
Care compagne e cari compagni, il Pdci, noi, ci mettiamo a disposizione di
questo processo nell'auspicio e nella speranza - e ovviamente incalzeremo in
questo senso - che altri vengano, che altri accettino di fare questo percorso
insieme a noi. Badate, voglio essere molto esplicito, l'ho detto aprendo la mia
relazione che non voglio usare le ipocrisie della politica; qui stiamo giocando
la sopravvivenza non di una nicchia, ma stiamo provando a giocare affinché il
Partito democratico non provi definitivamente a cancellare la presenza di forze
critiche dal panorama politico italiano. Il rischio è mortale, non per il Pdci,
ma per l'esistenza di idee critiche che abbiano nel panorama politico italiano
una esistenza reale, non in un convegno o in un libro di un intellettuale di
sinistra, ma nell'azione politica.
Attenti, la discussione nel Pd, dalle legge elettorale in europea in avanti,
sarà su come si finisce di distruggere la sinistra. E voglio mettere in guarda i
compagni da un pericolo insidioso; dentro il Pd sembra che si contrappongano due
linee: da un lato Veltroni che non vuole rapporti con noi, dall'altro D'Alema
che dice di volere riaprire la politica delle alleanze. Io non so cosa è meglio
fra le due cose: D'Alema non dice "rifacciamo l'Unione", D'Alema sta lavorando
affinché si ricostruisca una sinistra buona, presentabile, non più comunista, "arcobalenista"
per semplificare, con la quale il Pd possa allearsi e dire all'opinione
pubblica, "vedete abbiamo recuperato anche la sinistra". Con noi no, a noi non
ci vogliono . Non è una mia illazione, lo ha esplicitato Nicola Latorre, il
braccio destra di D'Alema, in una intervista a l'Unita, dichiarando che "c'è un
movimento interessante a sinistra, non più ideologico, non più retrò, che si sta
innovando.". A chi stava pensando? A Bertinotti e a Mussi che se vincono il
Congresso o anche se non lo vincono, parlo di Bertinotti, insieme ai socialisti
schiantati dalle elezioni, si riunificano, fanno la sinistra perbene che aderirà
presumo - ma è del tutto secondario - all'Internazionale socialiste a al Ps
europeo. Quelli vogliono prendersi.
Allora come pensiamo di sopravvivere compagni? Come pensiamo di far vivere in
Italia la criticità rispetto agli assetti capitalistici? Beh aumentando le
forze, provando a rimettere insieme quelli che sino a 10 anni fa erano già
insieme. La gran maggioranza di noi era in Rifondazione, c'è stata una
differenza strategica nel '98, abbiamo creato questo partito e dopo 10 anni ci
siamo e siamo pure in salute discreta nonostante tutto, ma oggi dobbiamo fondere
le due debolezze. E in questo processo unitario richiamare quanti più compagni e
compagne possibile che hanno voglia di cimentarsi in questo percorso. E quindi
propongo a nome della Direzione che su questo tema il nostro partito vada al
Congresso e che il Congresso venga indetto in una data che non fissiamo oggi ,
ma comunque entro luglio, in parallelo con il Congresso di Rifondazione.
Oggi dobbiamo indire il Congresso, dobbiamo nominare una commissione che lavori
alla bozza di documento politico da sottoporre poi al Comitato centrale e sul
documento politico mi riservo l'ultima parte della relazione. Io auspico e
lavorerò per un documento politico unitario, nella chiarezza politica.
Verificheremo se ci sono le condizioni, ma io lavorerò per questo. So che ci
sono dei ragionamenti da parte dei compagni, se presentare o meno documenti
alternativi a quello base che il Comitato centrale approverà. Ritengo che
documenti alternativi siano un errore e che ci siano le condizioni per provare a
stare tutti insieme. Per esplicitare non ci sono soltanto tendenze un po' più di
sinistra nel partito, ci sono anche tendenze un po' più confederative. Lo dico
con enorme rispetto. E non escludo che ci possano essere documenti alternativi.
Io lavorerò per scongiurarlo. In ogni caso questo non è un Congresso qualunque,
è un Congresso che deve vedere la più grande partecipazione delle compagne e dei
compagni, una larga consultazione di tutti e un Congresso il più aperto e il più
libero possibile.
La mia idea di percorso è la seguente: oggi il Comitato centrale indicherà un
gruppo di compagne e di compagni per redigere la bozza di documento e verificare
se c'è la possibilità di un documento unico. Sono per far lavorare questa
commissione e poi varare una bozza di documento che possa essere discusso, ove i
compagni nei territori ne avessero voglia, per recepire suggerimenti, critiche,
osservazioni e cioè far vivere la costruzione del documento nel modo più largo
possibile. Dopo di che, svolto questo lavoro, la commissione si riunirà per
un'ultima volta, varerà la bozza definitiva e sarà il Comitato centrale nel giro
di tre settimane, forse i primi di giugno, a varare il documento o i documenti.
La Direzione ha stabilito il modello di documento, un documento breve - dieci
cartelle - tutto di indirizzo politico. Un documento che prende atto di quello
che è successo e guardi al futuro, alla prospettiva e alla fase che si apre e
alla quale noi vogliamo partecipare a pieno titolo, da protagonisti. Documento
quindi compatto, non emendabile, perché se il documento è "costruiamo l'unità
delle forze comunisti" e poi magari passa un emendamento che dice "ci
presentiamo con l'Arcobaleno," beh non torna.
Tutto si tiene, unità nella chiarezza politica: non ci possono essere
maggioranze trasversali, giochini. Il documento verrà discusso lungamente e poi
verrà varato dal Comitato centrale. Io terrei la barra sul problema della
riunificazione delle forze comuniste in Italia su tre questioni di contenuto,
che cito solo per titoli: ripartire dal conflitto sociale, battaglia culturale,
diversità dei comunisti. Ho detto conflitto sociale, quindi contraddizione
capitale-lavoro. Voglio dire che dove il partito si è impegnato dei risultati
sono arrivati: alla Bosch di Bari abbiamo 120 iscritti nella sezione di
fabbrica. Sulla battaglia culturale voglio aggiungere una cosa.
Ho citato prima il tema della sicurezza. E' cambiato profondamente il senso
comune dell'Italia negli ultimi 15 anni. Quando c'è stata la fine della prima
Repubblica per una larga fetta del paese sembrava che il reato peggiore fosse
quello dei colletti bianchi, la malversazione, la concussione, la corruzione,
l'abuso d'ufficio, i reati della politica e del rapporto tra la politica,
l'economia e le istituzioni. Ebbene oggi questi non sono più percepiti come
reati, sono stati espunti dalla preoccupazione degli italiani. La preoccupazione
è soltanto per quei reati che generano allarme fisico immediato. Noi non
dobbiamo sottovalutare - e saremmo sciocche se lo facessimo - questi temi, gli
scippi, i furti nelle abitazioni. Però va fatta una battaglia culturale, che
temo faremo solo noi.
Faccio un esempio banalissimo di quel che intendo. Quando c'è stato il dibattito
contro le contraffazioni c'è stato chi da destra ha proposto un pena sino a tre
anni di carcere per coloro che vendono merce contraffatta, le false borse per
intenderci, per strada. Tre anni, una cosa enorme. Io ho replicato in una
maniera semplice che è comprensibile a tutti. Se mia moglie compra una falsa
Louis Vuitton da un extracomunitario, entrambi sanno che è falsa, lo sa chi te
la vende ma lo sa anche chi la compra. Però se do tre anni di carcere
all'extracomunitario, perché non li do anche a chi acquista? Ma c'è una
cosa più di fondo. Se io do sino a tre anni di carcere a chi vende una borsa
falsa, quando la sta vendendo a chi sa che è falsa, quanti anni devo dare ai
banchieri che hanno venduto i bond falsi argentini a quei poveri risparmiatori
che non sapevano che quei bond erano taroccati! Questo è un tema grande e
difficile, però è il tema per l'egemonia, per la gerarchia dei valori nella
società. Ecco come si tengono, conflitto sociale e battaglia culturale.
Infine la diversità. Approfitto della riunione del Comitato centrale per dire
quanto non ho potuto dire in anticipo rispetto ad un mia scelta. Come sapete io
non ero candidato a queste elezioni e ho scelto di non essere candidato per
lasciare il posto ad un operaio, Ciro Argentino, nostro compagno, lavoratore
delle Thyssen, con tutte le implicazioni simboliche che questo aveva. Credo che
sia venuto il momento, per tutti non solo per il segretario del partito, di
iniziare seriamente a ragionare sul tema della diversità dei comunisti rispetto
agli altri. Siccome i compagni e le compagne mi hanno sentito migliaia di volte
dire queste cose ho ritenuto che fosse importante non dirlo più ma farlo e cioè
- ancorché forse non sufficientemente recepito - il mio intento era innanzitutto
pedagogico.
Nel momento in cui vi era la discussione sulle candidature, che inevitabilmente
porta con se personalismi, ambizioni, scorie di tutti i tipi, che iniziasse il
segretario del partito a dare l'esempio per dire che si può fare politica anche
fuori dalle istituzioni. Ho preso questa scelta per dare un segnale all'esterno,
per dire "quando parlate di casta noi non c'entriamo", ma anche all'interno del
partito. Ribadisco qui quello che ho detto nella riunione della Direzione:
qualunque cosa capiti la mia vicenda istituzionale è chiusa nel senso che
intendo dedicarmi nei ruoli che il partito deciderà, esclusivamente al progetto
politico che vi ho esposto.
Torno al percorso congressuale. Il prossimo Comitato centrale dovrà varare il
documento o i documenti, stabilire le regole del Congresso e nominare due
commissioni. Oggi nominiamo la commissione per la redazione del documento, la
volta prossima dovremo indicare due commissioni, tutte e due molto rilevanti: la
prima è una commissione che deve valutare gli adeguamenti e le modifiche del
nostro statuto da proporre poi al Congresso per una nuova forma partito e
immaginare anche la possibilità di adeguare i gruppi dirigenti al percorso di
riunificazione che vi ho proposto. A statuto vigente dovremmo rifare ritualmente
gli organismi come sono oggi, bisogna che discutiamo come farli considerando la
fase completamente nuova.
Noi dobbiamo radicalmente modificare il nostro modo di lavorare, anche perché le
risorse sono infinitamente di meno, e quindi rimodulare il nostro modo di
lavorare in vista del processo unitario delle forze comuniste e
contemporaneamente in ogni caso per quanto riguarda noi. E' una commissione
meramente istruttoria, ma che non può essere la commissione statuto che viene
nominata il giorno del Congresso e lavora una notte. E' una commissione che deve
lavorare da qui al Congresso affinché il Congresso possa poi discutere e votare
le modifiche dello statuto. Poi bisognerà nominare, come è ovvio, la commissione
che gestisce il Congresso. Arrivati a quel punto sapremo se vi sono o meno
documenti alternativi e valuteremo ed avanzeremo una proposta che tenga dentro
la gestione tutte le compagne e i compagni che hanno manifestato sensibilità e/o
documenti diversi.
Infine, nella prossima riunione del Comitato centrale distribuiremo tre proposte
di legge di iniziativa popolare. Non siamo più in parlamento e l'unico modo per
svolgere un ruolo legislativo è quello delle proposte di legge di iniziativa
popolare. Sono tre proposte simboliche che parlano ognuna a un pezzo di società
che a noi interessa raggiungere: la reintroduzione della scala mobile per i
salari e le pensioni; il divieto di finanziamento da parte del pubblico, quindi
Stato ed enti locali, alle scuole private secondo il dettato costituzionale; la
legge sul conflitto degli interessi.
Un pacchetto che parla di lavoro, parla di scuola e di cultura e di regole
democratiche in un paese dove proliferano i conflitti d'interesse.
Ho finito compagni, ma non posso esimermi dal porre in chiusura un tema che ho
già posto alla Direzione del partito. Il tema del mio ruolo. Se ci pensate sono
dei quattro partiti dell'Arcobaleno, l'unico segretario che è ancora in carica.
E siccome non vivo sulla luna so che il problema esiste. Vi assicuro che tirare
la carretta oggi è più che mai complicato. Credo di avere dimostrato coi fatti
di essere scarsissimamente attaccato alle seggiole. Ho posto alla Direzione un
problema e cioè se le compagne e i compagni ritenessero utile per il partito che
io continuassi a fare il segretario. L'ho posto laicamente. Qui non siamo nel
Pcus. Dobbiamo abituarci a discutere di queste cose non pensando che discutere
di questo sia un reato di lesa maestà. Vediamo se al nostro progetto è utile che
io continui o meno, sapendo una cosa di cui ho piena consapevolezza e cioè che
noi dobbiamo andare verso un profondo rinnovamento del gruppo dirigente, uno
snellimento ed una razionalizzazione delle strutture dirigenti del partito ed io
mi sono assegnato un unico compito: quello di traghettare questo partito in una
prospettiva politica più grande e contemporaneamente traghettare il gruppo
dirigente verso il rinnovamento.
Non a caso ho usato l'espressione della traversata nel deserto perché è
l'espressione di Mosè che porta gli ebrei nella Terra promessa. Ma Mosè non ci
arriva. Io fino a che camperò continuerò a fare il militante comunista ma non mi
si può chiedere di fare per un lungo periodo il segretario del partito. Lo farò
fino a che è utile e vi posso assicurare che un minuto prima che qualcuno me lo
chieda avrò già fatto un passo indietro. Discutiamone, perché è un tema vero.
L'unica cosa certa, assolutamente certa è quello che ho detto chiudendo la
Direzione e che ribadisco qui. Subito dopo la disfatta io ho sentito un peso
sulle spalle che vi posso assicurare non era lieve. Quel peso, quella
responsabilità io la voglio condividere, la vorrei spartire con voi, darne un
pezzetto a ciascuno di voi perché davvero è pesante. E spero di comunicare a
tutti e a tutte un unico sentimento. Noi siamo stati sconfitti. Ma non abbiamo
nessuna intenzione di arrenderci ed andiamo avanti.
Comitato Centrale del PdCI 11
maggio 2008
Le conclusioni di Oliviero Diliberto
Fatemi innanzitutto manifestare, in apertura, solidarietà alle compagne e ai
compagni, purtroppo non pochi, che sono stati oggetto in questi ultimi giorni,
dalle elezioni in avanti, di minacce e aggressioni in giro per l'Italia
C'è una recrudescenza fascista, nel senso stretto, che si fa più baldanzosa -
come è ovvio dopo questi risultati - e si manifesta nelle forme più diverse:
dalle minacce sul web nei confronti del compagno segretario della federazione di
Roma, alle minacce a Catania contro il compagno Licandro e i compagni che
dovrebbero entrare nelle nostre liste per le comunali. Inoltre, stanno avvenendo
molte aggressioni a sezioni in giro per l'Italia.
Non è una solidarietà ovvia. Lo dico perché è alto il rischio dell'autoreferenzialità
nella nostra discussione. Così si perde di vista il contesto, quello che sta
succedendo in Italia, che è davvero preoccupante. Perché se da un lato ci sono
Fini simbolicamente presidente della Camera e Alemanno sindaco di Roma, c'è poi
una galassia di fascisti e neonazisti, o di leghisti di estrema destra, che si
sentono oggi protetti e che godono di una sorta di impunità. C'è il tentativo di
derubricare i fatti di Verona, giganteschi, a bullismo: il presidente della
Camera ha potuto dire che è più grave bruciare una bandiera che ammazzare un
ragazzo. Vorrei che la nostra discussione si svolgesse tenendo conto di tutto
questo, altrimenti perdiamo di vista quel che sta succedendo, anzi è successo, e
quel che può ancora succedere in Italia.
A proposito di bandiere israeliane bruciate, una precisazione, affinché non vi
siano equivoci: se non ci fosse stato il Comitato centrale io avrei sfilato a
Torino, con i compagni, alla manifestazione contro la decisione di invitare
Israele, come ospite d'onore, alla Fiera del libro. Come è noto l'ho già fatto
in passato, attirandomi di tutto: dalle cartoline dell'ambasciatore israeliano a
Roma, mandate a tutti i deputati, con la mia foto insieme ad Arafat, e l'accusa
di essere un terrorista, sino a una campagna dissennata contro il nostro partito
e contro la mia persona. La nostra posizione sulla manifestazione sulla
Palestina e in generale sulle vicende internazionali è espressa magnificamente
dal compagno Iacopo Venier che gode della fiducia di tutti noi.
Nella discussione di ieri e di oggi, tranne rare eccezioni, il contesto di cui
ho parlato, è un po' stato omesso. Ho davvero apprezzato molto l'intervento di
Chieppa, perché ha proprio messo in guardia dal rischio che discutiamo solo di
noi stessi. Compagni, se parliamo solo di noi stessi non comprendiamo nulla.
Sono stati pochi gli interventi che hanno davvero affrontato obiettivamente
l'analisi della fase attuale. Lo dico non per criticare, ma per dire che
dobbiamo provare a vedere il mondo non dalla feritoia del bunker dove siamo
asserragliati, ma a 360°. Ho sentito molte compagne e molti compagni fare
proposte, tutte o quasi condivisibili, ma vi chiedo: noi abbiamo la forza per
fare quello che diciamo di voler fare? Vi dico con molta schiettezza che la
parola d'ordine che mi sono dato è "salviamo il salvabile": primum vivere, e
provare a porre le condizioni per un riscatto che avverrà quando si
determineranno le condizioni nella società italiana.
Badate che la svolta a destra - complessiva, non solo degli equilibri politici
ma anche del senso comune - è impressionante sotto tutti i punti di vista: da
quello valoriale a quello della gerarchia dei problemi che vivono gli italiani.
E questo con dei paradossi: prima delle elezioni tutti i sondaggi dicevano che
il primo problema secondo i giovani era il precariato; dopodiché non è che gli
elettori hanno votato quelle forze che dicevano di volerlo abolire. E
attenzione: il fenomeno di americanizzazione passa anche attraverso il fatto che
non voti più sulla base dei tuoi interessi materiali ma sulla base di grandi
valori, di grandi opzioni, di parole d'ordine. E' esattamente il modello
americano per cui Bush ha potuto vincere con le battaglie antiabortive, con le
battaglie della conservazione ultracattolica, dell'idea della potenza americana.
Pagliarini diceva «si sentono tutti soli»: ma quando uno si sente solo la
risposta è una risposta di destra, non di sinistra; perché la risposta di
sinistra è quella della comunità, del collettivo, della classe.
Non so quanti compagni abbiano chiaro - chiaro fino in fondo, con tutte le
conseguenze che questo comporta - che si è aperta in Italia una fase di
drammatica, lunghissima marginalizzazione dei comunisti. E' tempo di fare
un'analisi davvero schietta. La sinistra in Italia è fatta, oggi, da un partito
che non è di sinistra, per sua stessa autodefinizione: Veltroni ha detto che il
Pd non è di sinistra. Ma i vecchi elettori emiliani del Pci, che poi hanno
votato Pds, poi Ds e oggi Partito democratico hanno la percezione di essere di
sinistra. Poi ci siamo noi. E' questa la situazione attuale a sinistra
("sinistra" ovviamente intesa nel modo che ho appena declinato). Nel mezzo c'è
un pezzo di ceto politico che non a caso Veltroni ha subito chiamato: ieri hanno
eletto Fava a coordinatore nazionale di Sinistra democratica e subito Veltroni
lo ha chiamato: «parliamo». E' naturale che accada. I Verdi vanno a Congresso,
nel disastro generale, ma con questa opzione: ritagliarsi una nicchia di
sopravvivenza per una parte di ceto politico dentro il Partito democratico.
Anche nella stessa Rifondazione c'è un dibattito del genere. Non è esplicitato,
nei documenti non leggerete niente di tutto ciò, ma è questo il dibattito che
c'è dentro Rifondazione. Allora, in questo contesto, marginalizzare i comunisti
diventa più facile. Perché siamo pochi.
Nel mondo le cose vanno decisamente peggio, ma non è una grande soddisfazione.
Anche se io - sarà forse per una mia vecchia appartenenza internazionalista -
continuo a pensare che sia utile avere un movimento crescente in America latina,
ma anche in Europa per certi versi e aggiungo, sapendo che questo è un tema di
discussione, anche in Libano e in Medio Oriente, dove abbiamo rapporti
significativi ed una interlocuzione positiva. Avere questo quadro mondiale è
utile anche a noi, che facciamo parte di un contesto internazionale; e ne
facciamo parte, solidamente, proprio per il buon lavoro che è stato svolto.
Ma tornando all'Italia: come si esce dalla marginalità? In un tempo lungo
compagni. Si esce sapendo di essere minoranza ma praticando una politica che
cerchi di non essere minoritaria. Qui è stata fatta una distinzione, un po' di
lana caprina, dicendo "dobbiamo parlare ai comunisti e non alla sinistra". No,
compagni. Si parla a tutto il paese. Non è che si parla alla sinistra o ai
comunisti, si parla a tutta la società italiana, perché dobbiamo avere
l'ambizione di andare a riprendere i voti popolari che non sono più andati a
sinistra.
Il rischio più grande è la inutilità. Uso volutamente questa espressione forte.
Il rischio più grande per una forza come la nostra non è quello di "essere
percepiti" come inutili, ma di "essere" inutili. E possiamo essere inutili in
due declinazioni. Da un lato dicendo "ma in fondo anche se si fa solo
testimonianza va bene". No, non va bene. I comunisti non hanno mai fatto
testimonianza. I primi cristiani lo hanno fatto, ma quelli erano i martiri. Noi
oggi siamo nicchia compagni, ma non dobbiamo limitarci alla nicchia, non
dobbiamo essere felici di essere nicchia. E il rischio che la sconfitta
determini una chiusura è serio. Però, ho detto, c'è anche un altro rischio: e
cioè i compagni e le compagne che sono intervenuti e dicono: "sì, l'Arcobaleno è
fallito, ma è fallito perché è stata un'operazione di vertice... è stato fatto
male... c'è stato un problema di tempo.". Compagni l'Arcobaleno è fallito.
Punto. E continuare a inseguire quella strada è perseverare diabolicamente. Non
c'è più nulla al di fuori dei comunisti. Non ci sono più le forze politiche. C'è
un popolo. Altroché. E a quel popolo noi dobbiamo rivolgerci.
Qualcuno ha detto: "avete stravolto la linea". Anzi, che io ho stravolto la
linea la sera delle elezioni, quando sono andato in televisione e ho detto:
«Compagni, nervi saldi; ripartiamo da quello che c'è; ripartiamo dai comunisti».
Vorrei ricordare che a più riprese noi abbiamo detto a Rifondazione comunista,
da due anni a questa parte, che erano finite le ragioni che avevano portato alla
scissione del '98.
Compagni, abbiamo una memoria cortissima. Abbiamo chiuso la Festa nazionale di
Rinascita, l'anno scorso, con una cosa inconsueta: io e Giordano insieme. Non il
comizio del segretario, ma un incontro a due. Quindi questo passaggio di
riunificazione, per lo meno dei due partiti comunisti esistenti, non è
un'acquisizione del lunedì pomeriggio; è una cosa che avevamo già maturato e
sostenuto da un paio d'anni a questa parte.
Voglio dire una cosa a chi ha parlato di stravolgimento della linea: compagni,
se il segretario del partito non fosse andato in televisione quella sera, a
lanciare un messaggio positivo, di tenuta, il rischio "otto settembre, tutti a
casa" in questo partito ci sarebbe stato. Se stiamo qui a discutere di come
procedere verso questo nuovo inizio è appunto perché il partito ha tenuto.
Dovevamo stare zitti? Dovevamo attendere di poter riunire il Comitato centrale,
magari dopo una settimana o dopo il secondo turno alle amministrative? Compagni,
dopo quel risultato bisognava essere in campo subito. E' da qui che nasce l'idea
della riunificazione delle forze comuniste in Italia.
Non voglio eludere il tema politico del Partito democratico, perché sarà oggetto
della discussione congressuale. Ma voglio essere molto netto e spero di essere
altrettanto chiaro: a questo Partito democratico, con questo gruppo dirigente,
con questa linea, con questa impostazione sotto tutti i profili (quello
economico, quello istituzionale, quello internazionale), noi siamo
alternativi. Non possiamo non essere alternativi al Pd. Ma possiamo
accontentarci di dire questo? O non dobbiamo incalzare per far emergere le
contraddizioni dentro il Partito democratico? Va articolato il giudizio.
Evitiamo le semplificazioni. Il compagno Chieppa, ancora una volta, faceva
l'esempio di Torino, dove governiamo insieme con il Pd. Ma in tutta Italia, dove
il centro sinistra è al governo delle amministrazioni locali - tranne in
Campania, dove com'è noto siamo all'opposizione, unici - noi governiamo col Pd.
Laddove c'è un governo territoriale di centrosinistra noi siamo al governo con
il Pd. Allora noi dobbiamo capovolgere il tema e dire: vi sono le condizioni
programmatiche per un'alleanza col Pd? Laddove queste condizioni vi sono noi
siamo alleati col Pd. Su scala nazionale, oggi, con questi equilibri, con questa
linea, non possiamo allearci con il Partito democratico, e infatti siamo
alternativi.
Ma attenzione a mettere sullo stesso piano Pd e Pdl. Non che lo abbia fatto
qualcuno qui, ma è bene precisarlo. Attenzione, perché ancora una volta saremmo
di uno schematismo e di una rozzezza assoluta, pari a quella di quando
Bertinotti diceva «centrodestra e centrosinistra per me pari sono». Non sono
pari.
Questo comporterà che il nostro Documento politico dovrà essere un Documento
politico che nella chiarezza trovi le forme, ma anche la sostanza, per dire
questa linea che io proporrò al Comitato centrale, poi alla Commissione politica
e successivamente al Congresso. Su questa linea, che è la politica delle
alleanze, articolata, non c'è una posizione tranchant che valga per tutti i
luoghi e per sempre. Tutto cambia. Può anche darsi che siano loro alternativi a
noi, che entrino loro nell'ordine di idee di escluderci a tutti i livelli. In
Emilia c'è un dibattito interno al Pd. Cofferati non ci vuole. Ha detto che, se
sarà ricandidato, andrà da solo alle elezioni. e perderà. Errani, nella stessa
regione e nello stesso partito ha detto: «No, noi dobbiamo fare l'alleanza con
la sinistra». Noi siamo disinteressati a questo dibattito? Io credo di no.
Perché noi dobbiamo operare politicamente sulla base delle diverse condizioni
che di volta in volta si determinano. E secondo me - questo, ripeto, sarà
oggetto di battaglia congressuale - noi non dobbiamo tifare per D'Alema o per
Veltroni. Può darsi che D'Alema proponga una cosa per noi persino peggio di
quella che propone Veltroni. Perché, come ho detto nella relazione, D'Alema
vuole aprire alla sinistra ma vuole aprire a quel pezzo di sinistra "buona",
"presentabile". Noi ora dobbiamo preoccuparci della nostra linea politica e
declinarla, da qui fino a quando sarà - io temo per i prossimi cinque anni che
durerà il governo Berlusconi - dicendo che laddove è possibile fare le alleanze
si faranno e laddove non è possibile no. Ma non possiamo autoescluderci da tutto
perché sarebbe un suicidio politico.
Cosa proponiamo? Proponiamo l'adesione all'appello che è stato avanzato da un
gruppo i cui primi firmatari ormai tutti conoscete. L'appello chiede una cosa a
noi, al Prc e a tutti i comunisti d'Italia che non fanno parte del Pdci e di
Rifondazione: siete disponibili ad avviare un processo che per ricostruire la
sinistra inizi dai comunisti? Noi, come Direzione e ora lo chiedo al Comitato
centrale, rispondiamo di sì: siamo disponibili ad avviare questo processo. E
oggi, in questo Comitato centrale, indiciamo un Congresso nel quale si mette il
nostro partito a disposizione di questo processo unitario tra i comunisti.
Tuttavia, noi non stiamo facendo un Congresso di scioglimento del Pdci. Stiamo
facendo un Congresso nel quale il Pdci sceglie una linea. Questa linea è quella
che può portare - ovviamente molto dipenderà da quello che succede dentro
Rifondazione - nel giro dei mesi successivi a un nuovo (non "grande" compagni,
non usate questo termine) Partito Comunista. Un partito che non si potrà
chiamare Pci - perché il nome è proprietà dei Ds - ma che si potrà chiamare
"Partito Comunista", in modo tale che si superino le vecchie sigle, le vecchie
appartenenze. Io credo che questo si possa fare, ma non dipende solo da noi. E
dunque noi rischieremmo, se facessimo un Congresso di scioglimento, di essere
gli unici che si sciolgono: bel risultato. Francamente la nostra linea è che
siamo pronti alla riunificazione ma vediamo quali sono le forze in campo.
Oggi indiciamo il Congresso. Voteremo, alla fine della seduta, la Commissione
politica. C'è stata una discussione larghissima, come tra tifoserie, tra chi è
per un Congresso a documento inemendabile e chi è per un Congresso a tesi
emendabili. La maggioranza dei compagni, a me sembra, si è schierata per un
documento non emendabile. Ma io sono il segretario di tutti, anche di chi vuole
il Congresso a tesi emendabili. Ho il dovere di tenere conto di questo e del
fatto che non si tratta di pochi compagni. Quindi, chiedo al Comitato centrale
di accogliere la proposta che è stata qui avanzata da Francescaglia e anche da
De Santis: verifichiamo nel lavoro della Commissione politica se vi sono le
condizioni politiche per un documento unitario, e poi, nel prossimo Comitato
centrale che deciderà le regole del Congresso, decideremo anche come andare a
Congresso.
Verifichiamo prima la politica e poi le regole, che è sempre buona norma. L'idea
che noi adesso facciamo il referendum sul modello di Congresso non è un buon
modo di concepire l'unità del partito di cui tutti hanno parlato. Resto convinto
che se vi sono differenze strategiche è bene che vi siano più documenti. Ma se
non vi sono differenze strategiche, allora si deve lavorare per la sintesi. La
sintesi non si può fare se le differenze sono strategiche, ma se sono marginali
si può lavorare per trovare una sintesi positiva, come personalmente ho sempre
fatto.
Anche perché, questa idea degli emendamenti andrebbe ragionata. Facciamo degli
esempi concreti: si parte dal basso, dalle sezioni? Ogni sezione può fare degli
emendamenti che poi arrivano al Congresso nazionale? Sarebbe una situazione
caotica. Lo abbiamo visto al primo Congresso di Rifondazione e tutti abbiamo
verificato che era un sistema ingestibile. Oppure: vi sono emendamenti che
vengono presentati al Comitato centrale, e che poi obbligatoriamente devono
essere discussi in tutte le sezioni? Può anche essere quella una strada.
Ma, ripeto, io resto persuaso che se si trova l'accordo politico, strategico,
c'è "un" documento, c'è una sensibilità politica nel partito che si è
manifestata e che va rispettata. Chi invece non è d'accordo sull'impianto, cioè
sulla riunificazione delle forze comuniste, allora presenti un documento
diverso. Non si può tenere tutto assieme perché vorrebbe dire non fare
chiarezza. Nel 2007, cioè appena un anno fa, abbiamo fatto un congresso con il
99,9% di voti favorevole. In realtà quel Congresso non ci è servito, è stato un
bel congresso, ma non è stato un Congresso di chiarezza politica. E allora io
lavorerò per l'unità e la sintesi, ovviamente nella chiarezza politica.
Dopo il lavoro della Commissione politica si arriverà a una riunione del
Comitato centrale in cui decideremo sul da farsi. Spero che lo decideremo
stabilendo delle regole che non vengano vissute da nessuno come il taglio della
democrazia, della partecipazione, della possibilità di intervenire e dire la
propria. Dobbiamo trovare regole le più condivise possibili, affinché nessuno
possa dire che questo Congresso non sarà stato, appunto, quello che tutti
diciamo di voler fare, e cioè un Congresso vero, di discussione. Anche perché,
compagni, un altro tipo di congresso non ci servirebbe, sarebbe l'ennesima
passerella inutile.
Al Congresso bisogna ragionare su tante cose, tra cui quali organismi dirigenti
fare. Ho avanzato la proposta che la prossima volta ci sia anche una commissione
istruttoria, l'ho chiamata Commissione statuto, che possa mettere mano a un
"mini-cambio" della forma partito. Cioè un partito che sia in grado di
partecipare al processo di riunificazione, ma che sia anche in grado di
funzionare in sé. Serve uno snellimento dei gruppi dirigenti. Non è vero che più
siamo e più democrazia c'è. Possiamo anche decidere di fare un organo di
rappresentanza politica dei territori, bisogna ragionare.
Poi, servono gruppi dirigenti che siano davvero gruppi dirigenti. Con un
rinnovamento generazionale: sono emersi in questi dieci anni compagne e compagni
molto bravi, più giovani della mia generazione, che devono essere promossi alla
guida del partito. Io mi batterò per questo perché è del tutto evidente che il
mio è un ruolo di traghettatore verso un altra dimensione del partito. Sono
convinto che il modello da Pcus, o anche da Pci di una volta, per cui le cariche
sono vitalizie non funziona più. Una compagna è intervenuta dicendo: «Voi avete
avuto la fortuna di conoscere il Pci, noi che siamo giovani non abbiamo avuto
questa fortuna». Io rispondo che avete una fortuna incommensurabilmente più
grande: siete giovani. Non avendo conosciuto il Pci non avete neanche le nostre
scorie. Noi abbiamo una grande tradizione, una grande storia, una cultura
politica, ci hanno fatto fare le scuole quadri. Tante belle cose. Ma di
sconfitta in sconfitta è dura tirare la baracca.
Molto in questo processo di riunificazione dipenderà anche da Rifondazione
comunista: da chi vincerà in quel partito; se chi vincerà andrà verso un
sostanziale scioglimento in direzione della riedizione di un Arcobaleno
rinnovato e rivisto; o se rimarrà il Partito della Rifondazione Comunista in
quanto tale; o se si staccheranno dei pezzi. Al momento non lo sappiamo.
Possiamo fare previsioni ma sono previsioni che si valuteranno tutte nel corso
di due mesi, non di più. Allora noi dobbiamo avere la grande capacità - e
facciamo il Congresso in parallelo anche per questo - di modulare la proposta
politica sulla base di quello che succede dentro Rifondazione. E io sono per
fare il nostro Congresso nel modo più accogliente possibile, se ci riusciamo.
Accogliente significa che noi non chiediamo banalmente "venite con noi". Noi
vogliamo andare tutti insieme in una cosa possibilmente più grande. La
Commissione politica ha quindi un grosso rilievo.
Voglio dire due ultime cose sulla politica. Ho parlato nella relazione
dell'iniziativa di avanzare delle proposte di legge di iniziativa popolare sulle
quali raccogliere le firme. Ci sono state alcune proposte di integrazione, in
particolare sul Mezzogiorno. Ritengo sia giusto, dal momento che noi con queste
tre proposte di legge parliamo a segmenti di "garantiti". Il Mezzogiorno ha
problemi molto più seri, di salario sociale, di disoccupazione, di precariato.
Studieremo la formula per inserire nella prima proposta di legge, quella sulla
reintroduzione della scala mobile, un articolo che parli a quel segmento che non
ha un salario e quindi non può avere un potere d'acquisto garantito.
Ma su questo tema, voglio dirlo con franchezza, hanno parlato solo in tre. Sul
lavoro che c'è da fare hanno parlato in tre su oltre cento interventi. Compagni,
se noi non facciamo iniziativa politica possiamo fare tutti i convegni del
mondo, ma alla fine davanti ai luoghi di lavoro ci va la Lega. Questo significa
che il tema della militanza va riaffrontato. E la militanza non è gli uni contro
gli altri qua dentro. La militanza è il fatto che, una volta al mese - badate
che mi sono anche tenuto basso - si vada con i banchetti, con le bandiere e con
le proposte e le iniziative che ci saranno, a parlare e ad ascoltare i
lavoratori. O si fa così o scompariamo.
Questo sarà verificato. Io sono per tornare all'antico su queste cose: dare gli
obiettivi della raccolta delle firme, come si faceva una volta. Ogni federazione
avrà gli obiettivi da raggiungere e vedremo chi li raggiungerà e chi no; e sulla
base di questo, anche al congresso, valuteremo i gruppi dirigenti. Quindi faremo
una valutazione non soltanto basata sulla logica degli schieramenti interni ma
sul lavoro politico che è stato prodotto.
La seconda questione, compagni, è delicata. Ma è arrivato il momento di
affrontarla. La si affronterà al Congresso quando ragioneremo sullo Statuto. In
questo ultimo anno, grosso modo dal Congresso precedente in avanti, quella
solidarietà reciproca che tra noi c'era sostanzialmente sempre stata - e chi non
la manifestava era già uscito dal partito nel 2006 - si è molto affievolita. Il
rispetto delle persone si è molto affievolito. Io ho spalle molto larghe e credo
di essere solido. Però, vi assicuro, che oltre a tanti attestati di affetto,
molti, ricevere una quantità di insulti come "traditore del comunismo", non è un
buon modo di fare lotta politica. Anzi, è pessimo.
Anche nei momenti di massimo scontro - e penso ai momenti di tensione con l'ex
presidente - io, contrariamente a lui, non ho mai detto una parola fuori posto.
E ne avrei avuto di che dire, vi assicuro. Altrettanto oggi credo che si debbano
mettere a tacere le campagne denigratorie, non solo nei miei confronti ma anche
di chiunque in questa sala. Se abbiamo un progetto comune, una impresa da fare
insieme, e se siamo ridotti come siamo ridotti, ma perché passare il tempo a
occuparci di queste miserie umane invece che fare un po' di politica?
Non accetto che si dica che il Congresso viene fatto per le elezioni europee.
Non ho nessuna intenzione di fare il parlamentare europeo, e l'ho dimostrato
ritirando la candidatura dalla Camera, pur essendo segretario del partito.
Compagni, c'è un unico modo per dimostrare di non essere attaccati alle
poltrone: lasciarle. Dunque, questo mi sembra ingeneroso.
Così come, su un altro versante, non mi piace la gara a chi è più comunista. C'è
sempre qualcuno che è più comunista. Ci sono alcuni che fanno già parte di
partiti "ultracomunisti", a loro dire, i quali partiti ultracomunisti non
ce l'hanno solo con noi, ma ce l'hanno anche con alcune parti di Rifondazione,
ce l'hanno con L'Ernesto.
Se andate a vedere i siti della Rete dei comunisti, non è che attaccano
Bertinotti, attaccano Diliberto, Giannini, Pegolo, Sorini. Perché c'è sempre
qualcuno più comunista. Infatti, se voi andate a guardare quelli del Partito
marxista leninista italiano, vedrete che a loro volta attaccano Ferrando e
Turigliatto, dicendo che loro sono gli unici veri comunisti; sono presenti solo
ad Ischia ma pretendono di essere gli unici interpreti del verbo comunista.
Compagni bisogna piantarla! Perché posso accettare qualunque cosa, posso
accettare di essere sconfitto, ma non posso accettare di passare per un cretino.
Noi rischiamo il ridicolo se si va su questa china. Non dobbiamo fare gli errori
che abbiamo fatto con Rifondazione nel 1991. Non è che il processo di
riunificazione delle forze comuniste ci fa tornare a discutere come se fossimo a
prima del Congresso di Lione tra bordighiani e gramsciani, o ci deve far tornare
a discutere con i trotzkisti. No compagni, non funziona così. Perché ci
ritroveremmo il giorno dopo esattamente a rivivere lacerazioni, scissioni e
quant'altro.
Partiamo dai comunisti... normali. Perché la platea potenziale è fatta da quelli
che due anni fa hanno votato per noi e per il Prc. E poi c'è una platea di
giovani, giovanissimi, che sono quelli di "un altro mondo è possibile", che
ingenuamente, quando dicono "un altro mondo è possibile" declinano, in modo
nuovo perché sono giovani, quello che diciamo noi, che vogliamo cambiare il
mondo, che vogliamo superare il capitalismo, che vogliamo combattere
l'imperialismo.
Mi ha colpito l'intervento di Barsella quando ha detto: «Ho scoperto dopo di
essere comunista, ma io già pensavo che il capitalismo non fosse l'ultimo
approdo dell'umanità». E' così, è un processo, è una maturazione. Allora
dobbiamo fare in modo che questo progetto collettivo abbia un appeal, che
rappresenti aria fresca, che ci permetta di incontrare e reincontrare i giovani,
i lavoratori precari, che non ci guardano come un punto di riferimento
evidentemente perché non facciamo abbastanza. Se nelle borgate romane i giovani
vengono aggregati dai fascisti, sarà un problema nostro? Certamente è un
problema nostro. Allora tutto questo deve essere fatto non con formule vecchie e
schemi vecchi, ma viceversa deve essere fatto con la più grande apertura verso
il futuro.
Torno alla discussione interna. Vi cito un titolo su cui la commissione interna
dovrà pensare e che al congresso dovremo sciogliere. Noi abbiamo scelto il
modello del centralismo democratico due congressi fa. Dobbiamo stabilire se lo
vogliamo ancora o no, ma sulla base di una discussione vera e schietta. Io non
ho nessuna difficoltà se c'è, non una maggioranza, ma anche solo un pezzo
significativo del partito, a dire che questo può essere un partito anche con le
correnti. Perfino nel primo Pcus c'erano. Questo è un tema da affrontare con
laicità, non come un tabù. Dobbiamo decidere se vogliamo legalizzare o meno le
correnti, mettiamola così. E' la verità. Io sono perché questa discussione
avvenga con trasparenza tra noi, in modo che si sappia dopo il Congresso se ci
sono o non ci sono le correnti. Ma questo lo dobbiamo scrivere nello Statuto.
Perché se si dice che dal centralismo democratico non si può tornare indietro,
allora le correnti bisogna scioglierle. Tutte. Io non ne ho mai fatta una, come
è noto, perché mi sono sempre sforzato di essere il segretario di tutti, e anzi
questo mi viene rimproverato da alcuni. Io continuerò a fare il segretario di
tutti, comunque. Non mi iscrivo a correnti.
Però può anche darsi che per lealtà tra noi si vada verso una cosa di questo
genere. Anche perché, se siamo una novità politica, questo può essere pure un
elemento di trasparenza. Se sono tendenze politiche esplicitiamole, in modo che
tra noi non ci sia un non detto e non ci sia in ogni riunione della Direzione o
del Comitato centrale chi rimprovera una cosa all'altro. Abbiamo il Congresso, è
l'occasione giusta per affrontare questo tema. Io sono pronto ad affrontarlo, in
un senso o nell'altro; ma quello che decidiamo nel Congresso, il giorno dopo
dovrà essere rispettato da tutti.