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No alla censura di regime

 

 

 

  clicca su  http://raiperunanotte.it/   questa sera 25 marzo 2010 alle ore 21 segui la diretta

25 marzo, tutti trasmettano “Rai per una notte”. Appello di MicroMega alle testate web e alle tv

 

 



Pubblichiamo il testo dell'appello promosso da MicroMega – sottoscritto da un gruppo di intellettuali, docenti, giornalisti, fisici, sindacalisti, uomini e donne dello spettacolo – per chiedere alle testate
web e alle televisioni di diffondere in diretta "Rai per una notte", la manifestazione/trasmissione promossa dalla FNSI in difesa della libertà di stampa, che Michele Santoro condurrà giovedì 25 marzo dal Paladozza di Bologna. Un'iniziativa che vedrà protagonisti Giovanni Floris, Daniele Luttazzi, Marco Travaglio, Vauro, la squadra di Annozero e molti altri ospiti del mondo del giornalismo e dello spettacolo.

E' ormai provato al di là di ogni ragionevole dubbio il carattere assolutamente pretestuoso della decisione Rai di interrompere Annozero, decisione che risponde unicamente ad un "ukase" di Berlusconi comprovato da numerose intercettazioni telefoniche.
Di fronte a questa ennesima violenza contro la libertà d'informazione, riteniamo dovere di ogni testata democratica dare un appoggio pieno e incondizionato alla trasmissione extra-Rai che Santoro realizzerà a Bologna la sera di giovedì 25 marzo.
Chiediamo perciò a tutte le testate web (e in primo luogo a quelle dei grandi quotidiani) e a tutte le televisioni che trasmettono in digitale terrestre, dal satellite, su frequenze locali, di collegarsi il 25 marzo alle ore 21 per diffondere in diretta tale iniziativa, quali che siano le divergenze o critiche di tali testate nei confronti di "Annozero" e di Santoro, come forma elementare e doverosa di testimonianza a difesa della libertà di stampa e dei diritti costituzionali ogni giorno vieppiù calpestati dal governo di Berlusconi.

Paolo Flores d'Arcais, Margherita Hack, Dario Fo, Franca Rame, Antonio Tabucchi, Fiorella Mannoia, Salvatore Borsellino, Lorenza Carlassare, Sabina Guzzanti, Wu Ming 1, Moni Ovadia, Luciano Gallino, Stefano Benni, Carlo Freccero, Piergiorgio Odifreddi, Valerio Magrelli, Pierfranco Pellizzetti, Angelo d'Orsi, Lidia Ravera, Franco Grillini, Marco Revelli, Giorgio Cremaschi, Carlo Bernardini, Ferruccio Pinotti, Orlando Franceschelli, Mauro Barberis, Roberto Morrione, Roberto Escobar

(20 marzo 2010)

 

Legge elettorale e referendum del 21 giugno 2009

 

Documento approvato il 13 maggio 2009 da "Salviamo la Costituzione".


La vigente legge elettorale espropria gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti e affida alle segreterie dei partiti il potere di nominarli dall’alto ; rompe il rapporto tra gli eletti, il territorio e le comunità locali; riduce drasticamente il pluralismo politico e quindi la rappresentatività delle istituzioni; premia eccessivamente la lista o la coalizione più forte. Si tratta dunque di una legge che per molti versi contrasta con i principi e i valori di democrazia e libertà della nostra Costituzione repubblicana, come la Corte costituzionale ha rilevato nella motivazione della sentenza con la quale ha dichiarato l’ammissibilità del referendum.
La legge che uscirebbe da una eventuale vittoria del SI nel referendum del 21 giugno non eliminerebbe nessuno di questi difetti dell’attuale legge elettorale. Anzi, aumenterebbe le distorsioni in senso ultramaggioritario da essa prodotte, rendendo più agevole l’approvazione di riforme costituzionali di parte. Dunque non ne ridurrebbe, anzi ne aumenterebbe i vizi di costituzionalità, come pure la Corte Costituzionale ha sottolineato nella ricordata sentenza.
L’Associazione “Salviamo la Costituzione”, in coerenza con i principi e i valori di difesa e attuazione della Costituzione, che la portarono a promuovere il vittorioso referendum costituzionale del giugno 2006, intende nelle prossime settimane concorrere a informare i cittadini sugli elementi di incostituzionalità della vigente legge elettorale e di quella che uscirebbe da un successo del referendum. Invita i cittadini a valutare queste informazioni nel decidere il proprio comportamento di fronte al referendum.

 

 

La Costituzione che "resiste"

 

di Diego Vincenti

A scorrere la Costituzione viene la pelle d’oca. Emozione e angoscia. Perché ormai sembra quasi che parli ad un altro Paese. Diritto al lavoro, pace, uguaglianza, libertà religiosa, democrazia. Con la cronaca (nera e politica) a contraddirla quotidianamente. Ma nonostante insulti, minacce e tradimenti, la Costituzione resiste. Per ora. Fragile baluardo cartaceo di unità e valori universali, arriva a compiere i 60 anni dall’entrata in vigore. Era il primo gennaio 1948 e l’Italietta cercava di riscoprirsi grande dopo i fasci-deliri. Come i giornali, anche il teatro è da sempre sensibile agli anniversari, e ogni tanto qualche buon’anima ancora considera il palcoscenico riflesso privilegiato della realtà. Di tutte le realtà.
Nasce così, dove non ti aspetti, uno dei progetti più interessanti legato a questi 60 anni. Merito del Teatro del Quarticciolo, impegnatosi nella sua prima produzione (alle spalle il Teatro di Roma) che pare segnare qualcosa di più di una semplice volontà artistica. (In)diretta dichiarazione d’intenti, per un palcoscenico giovane giovane ma già amatissimo. A dirigere La Costituzione (in prima nazionale dal 2 al 4 giugno) Ninni Bruschetta, tante volte visto a teatro e al cinema (Luchetti, Giordana, Battiato), ora spinto dal desiderio di riscoprire il conosciuto, di riappropriarsi di ciò che già dovrebbe appartenere.
«Il primo obiettivo è quello di spiegare che cosa sia la Costituzione – sottolinea – perché in realtà ben pochi la conoscono. Poi come al solito a teatro, ad emergere è il racconto: della sua nascita, della sua vitalità, come anche dell’indifferenza e delle pericolose violazioni che minano la natura stessa della democrazia e della Repubblica. Una democrazia assente, non perché non siamo liberi, ma perché non abbiamo reali governi del popolo, solo governi di sistema. Quello scarto fra il palazzo e la nazione di cui già parlava Pasolini. Ma lo spettacolo è anche il racconto dei principi e dei valori che la sostengono, che ne fanno un testo umano, quasi poetico nella sua essenzialità». Poetico e necessario. Ma certo difficile da mettere in scena. Un lavoro in divenire che parte dal Ventennio (con la lettera di Einstein a Mussolini sulla libertà della scienza), passa per Trilussa e si concentra infine sui primi 54 articoli, declinati in un rito teatrale che apre fessure, dubbi, nuove resistenze. Con al centro sempre l’attore. «Ci sono 3 o 4 professionisti, il resto sono studenti, appassionati, gente comune. Tutti legati al territorio, parte integrante di questo quartiere popolare antico e bellissimo, che ora sta anche scoprendo il teatro. Ed è incredibile come il luogo abbia da subito avuto una forza attrattiva magnetica. Ci sono mascherine che durante le prove stanno lì a sentirsi quattro ore di laboratorio che mi romperei le palle io di ascoltare. Eppure rimangono lì, dalla prima all’ultima parola» racconta l’attore. Professionismo e la freschezza del non scolarizzato. Sensibilità libere che donano sfumature nuove alle dinamiche drammaturgiche.
Sul palco, un’umanità varia: dall’operaio che finalmente ci prova, al musicista palestinese, fino a una giovane madre che alle 19 deve inderogabilmente staccare (causa famiglia). Non tutti d’altronde si possono permettere i fusi orari teatrali… E tra le pieghe, la celebre conferenza di Calamandrei all’Umanitaria di Milano (26 gennaio 1955). «Un testo meraviglioso - conclude Bruschetta - in cui si sottolinea come la Costituzione sia stata scritta con il sangue della Resistenza, in opposizione al fascismo. Calamandrei lo diceva, non certo un pericoloso bolscevico. E senza rivalsa politica, come il dato di fatto quale è». Teatro che si schiera, senza nascondersi nei salotti della cultura. Sarebbero piaciuti a Calamandrei, il progetto e questo teatrino di periferia. Molto. A lui che, oltre a ricordare la lotta antifascista, censurava la passività di fronte agli avvenimenti: “una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica”. Lunga vita allora. E che sia Resistenza. Ora e sempre. (La Rinascita della sinistra 30 maggio 2008)
 

 

La Costituzione da difendere

Intervista a Luciano Canfora

 

di Paolo Barbieri

La sinistra? Con le troppe scissioni «abbiamo creato noi le condizioni per la sconfitta attuale», e il rischio ora è che la spinta al bipartitismo la confini in «gruppi di studio che terranno vivo lo spirito critico». Storico, antichista di fama mondiale, studioso della politica, Luciano Canfora ha una lunga storia di militante comunista e non è sospettabile di simpatie veltroniane, ma non cerca in alcun modo di edulcorare la sua visione dell’oggi. A sessant’anni dalle elezioni spartiacque del 18 aprile 1948, l’Italia è nuovamente di fronte a una prova elettorale storica: dietro l’angolo c’è l’ombra della cosiddetta “legislatura costituente” e una possibile trasformazione del sistema democratico.
Partiamo dal 1948. Perché Togliatti e Nenni decisero di presentarsi insieme con il Fronte popolare?
Difficile darne conto in due battute. Le elezioni del 1946 per la Costituente avevano dato un risultato favorevole: i comunisti erano al 19 per cento, i socialisti avevano più del 20, la Dc era sul 32-33 per cento. La scissione di Palazzo Barberini, durante i lavori della Costituente, spezzò il Partito socialista. La propaganda dell’epoca diceva “tanto è un pugno di traditori, la base è tutta da questa parte” ma qualche paura c’era. Tuttavia, non essendoci i sondaggi, il calcolo era che bastasse una piccola spallata per avere la maggioranza. Ma il Piano Marshall da una parte e la vicenda cecoslovacca dall’altra, cioè il processo di trasformazione rapida in Cecoslovacchia da una coalizione più o meno composita a una posizione egemonica del Partito comunista, portarono l’elettorato dalla parte della Democrazia cristiana. Si è detto che Togliatti fosse contrario alla lista unica, caldeggiata dai socialisti forse per cancellare l’emorragia subita con la scissione di Saragat, altri dicono che una parte dei socialisti volesse la fusione dei due partiti. Comunque i socialisti ebbero un colpo mortale, perché nel conteggio degli eletti del Fronte i comunisti prevalsero.
Il Pci non accolse troppo negativamente l’esito del voto.
La valutazione che viene attribuita a Togliatti all’indomani del risultato elettorale, secondo cui quello fu “il migliore risultato possibile” non era tanto una forma di autoconsolazione. Togliatti sapeva benissimo – come lo sappiamo noi oggi anche da fonti di provenienza statunitense – che gli Usa non avrebbero tollerato una vittoria elettorale del Fronte. Erano stati predisposti piani insurrezionali, per esempio in Sicilia e in Sardegna, un piano di pre-guerra civile, forse attraverso delle formazioni che non erano ancora Gladio ma gli rassomigliavano, per consentire poi un intervento pacificatore della flotta americana, che stava minacciosamente al largo dei nostri porti. Quindi il giudizio di Togliatti oggi è chiaro: una vittoria del Fronte avrebbe portato al precipitare degli eventi e a una sconfitta militare delle sinistre. La divisione del mondo e dell’Europa comportava che l’Italia stesse nella sfera occidentale.
Da allora si è consolidato un pluralismo parlamentare: diverse forze e diverse culture sono state sempre presenti nella politica italiana. A tuo giudizio si tratta di una eredità solida oppure la spinta al bipartitismo ha qualche possibilità di radicarsi anche nella società?
Certamente i meccanismi elettorali imporranno una semplificazione. La legge proporzionale, non quella attuale che è fintamente proporzionale, determina che il voto di tutti i cittadini sia rispettato: è l’unica che corrisponde al principio del suffragio universale. Ma il suffragio universale è ormai alle spalle, direi che è morto nonostante sia stato così vigorosamente difeso e richiesto durante tutto l’800 e buona parte del ’900. Il suffragio universale determina la difficoltà a governare delle forze dominanti, delle forze più significative economiche e finanziarie, politiche, occulte e palesi, perché contro una minoranza frastagliata non si riesce a governare. Per questo con la stupida formula della governabilità, che non significa nulla, si è cancellato l’unico sistema che rispecchia il principio “un uomo un voto”.
E ora i partiti più grandi vorrebbero una legge che marginalizzi le forze intermedie...
La sinistra cosiddetta moderata che si raccoglie nel Partito democratico sogna un sistema francese, che ha progressivamente cancellato il Partito comunista, perché ha costretto gli elettori comunisti, che in Francia erano molti, a votare sempre al secondo turno per i socialisti. Alla fine questi hanno votato direttamente per il Partito socialista, è ovvio; il sistema francese è altrettanto liberticida del nostro e costringe al bipartitismo. In Inghilterra c’è un terzo partito molto forte che si chiama liberal-democratico, presente alle elezioni locali ma non ai Comuni perché la legge inglese di tipo maggioritario secco uninominale riduce fuorigioco il terzo partito. In America non ne parliamo, la Russia è un caso a parte perché sono elezioni sui generis, comunque modellate un po’ sul presidenzialismo francese. Insomma non esiste più il suffragio universale, è archiviato con la democrazia di tipo tradizionale.
Se Pd e Pdl avessero successo, si riaprirà la questione della “riforma” della Costituzione?
Sono convinto con Raniero La Valle che per cambiare la Costituzione basta cambiare la legge elettorale. Sì, si può perfezionare il cambiamento e avverrà sicuramente in direzione di un rafforzamento dell’esecutivo, ma l’anima di una costituzione è la legge elettorale. Quella italiana era strettamente connessa, in tutto il suo spirito innovatore, al sistema proporzionale: una volta cancellato questo la nostra Costituzione è un cadavere ambulante, che noi continuiamo a difendere e facciamo benissimo, ma su un piano ormai puramente etico, perché è già stata svuotata.
Ultima questione: con il Pd è nato un partito che contende i voti alla sinistra ma non si autodefinisce di sinistra. E’ una tendenza europea, come quella alla semplificazione e alla “governabilità” o resterà un fatto solo italiano?
Europa vuol dire soprattutto, nonostante gli allargamenti, Spagna, Francia, Germania e Inghilterra. In tutti questi Paesi il Partito socialista o laburista esiste e gode ottima salute, non ha nessuna intenzione di cambiare natura. L’hanno già cambiata nel tempo, in Germania con la solenne svolta di Bad Godesberg, in Inghilterra con la sconfitta della sinistra laburista all’interno del partito. Ma sono forze che si ispirano al socialismo, non vedo forme di autoliquidazione. In Italia, con l’uscita della sinistra, è rimasto dentro il corpo del partito soltanto il cotè americano. Loro hanno come parametro non l’Europa ma gli Stati Uniti, il che non è un crimine, ma non credo che questo modello abbia un futuro in Europa.(La Rinascita della sinistra 10 aprile 2008)

 

 

La Carta è viva

Intervista a Gianni Ferrara

di Gianpiero Cazzato

La Costituzione è forte e viva ed è amata dagli uomini e dalle donne di questo paese. Non è sentita né amata dalla gran parte del ceto politico. Solo a sinistra la Carta è vissuta come cosa di assoluta importanza non solo per quanto di avanzato, per quanto di progressivo, per quanto di sociale essa contiene, ma anche e soprattutto perché essa è intimamente connessa al popolo italiano ed è il simbolo della possibilità che questo popolo stia insieme». Gianni Ferrara si scalda come un ragazzo quando parla della Costituzione e quando gli chiedi un giudizio sul lavorio trasversale per mandare in soffitta la legge fondamentale della Repubblica, sul gran parlare di “legislatura costituente” - auspice il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo - affila le parole come una sciabola: «La Costituzione è stata confermata un anno e mezzo fa dal popolo italiano che con 15 milioni di voti ha detto no alla controriforma del centrodestra. Chi oggi parla di “costituente” è un eversore. Ha ragione Scalfaro, si possono fare ritocchi, modifiche particolari e determinati. Ogni altra eventualità è da respingere come eversiva.

Segni e soci si sono fatti promotori di un referendum-monstrum con la falsa motivazione della governabilità e della semplificazione del sistema partitico.

L’idea che si vota per scegliere un governo e poi l’elettore torna a casa per cinque anni è una visione distorta e volgare. I referendari dal ‘93 ad oggi cercano solo di annichilire la Costituzione. Non è un caso che la iniziativa referendaria che attiene alla modifica del “porcellum” sia avvenuta pochi mesi dopo la vittoria che il corpo elettorale ha conseguito respingendo la riforma costituzionale di Bossi e Berlusconi. Vorranno pur dire qualcosa quei 15 milioni di voti! Voglio vedere se c’è qualcuno che mette in discussione la prima parte della Costituzione. Se ci sono escano allo scoperto, dicano pubblicamente che loro l’articolo 3 sulla eguaglianza - eguaglianza di fatto – lo vogliono cancellare; dicano che vogliono modificare l’articolo 36, quello che garantisce non soltanto una retribuzione corrispondente alla quantità e qualità del lavoro, ma che sia tale da assicurare una vita dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia. Lo dicano, perché il popolo italiano non ammetterebbe che questi valori, questi principi vengano messi in discussione. E bada, la seconda parte della Costituzione è funzionale ai principi e ai fini della prima, perché hai voglia di proclamare principi se poi non hai gli strumenti per realizzarli quei principi.

Tra quegli strumenti ci sono anche i partiti.

Senza i partiti non c’è democrazia, c’è plebiscitarismo, c’è il disastro di partiti inventati per garantire una persona o un gruppo di persone, c’è il cancellierato, il minipresidenzialismo delle regioni, la mala amministrazione, e non solo nel Mezzogiorno d’Italia. Ecco perché la sinistra si deve dare una mossa, mandare un segnale forte di unità al paese.

Costituzione e sistemi elettorali: il nesso è evidente. Il sindaco di Roma Veltroni ha proposto, e forse ha ancora in serbo, un sistema semipresidenziale alla francese che mal si concilia con il parlamentarismo...

Veltroni dice colossali sciocchezze. Il regime semipresidenziale è messo in discussione da tempo nella stessa Francia. Mitterand, salvo poi scordarsene, disse che era «un colpo di stato permanente». Quel modello non ha altri esempi nel mondo, è solo francese perché fu fatto ad immagine e somiglianza di De Gaulle. Sarkozy lo vuole sì modificare, ma aumentando i poteri del presidente a danno del primo ministro, in sostanza una accentuazione del carattere monocratico del potere.

Hai detto che solo il ceto politico vuol cambiare la Costituzione...

Mai abbiamo avuto un ceto politico di livello così basso. Questa gente è consapevole della sua mediocrità e vuole riversare sulle istituzioni repubblicane questa crisi di progettualità e questa dipendenza culturale che dimostra di avere nei confronti del liberismo e della potenza egemonica americana. Vogliono dimenticare che il movimento per la riforma della Costituzione in Italia fu partorito dalla Trilaterale? Vogliono dimenticare che il primo a progettare lo stravoglimento della Carta fu Craxi che voleva sostituire la forza del Pci e l’imponenza della Dc con il suo potere personale? Insomma la verità è che un ordinamento che si ispira al liberismo economico non può ammettere domande della società che siano in contrasto con il suo pensiero. E la Costituzione italiana per chi non lo sapesse è una Costituzione anticapitalistica. Ecco perché la vogliono demolire. (La Rinascita della sinistra 8 febbraio 2008)

 

 

 

La Costituzione di tutti

 

di Alessandra Valentini

La Costituzione è di tutti, anzi la Costituzione italiana è di tutti. Ce lo dimostra con una bellissima pubblicazione l’Assessorato alle Politiche dell’Immigrazione della Regione Liguria. L'assessore Enrico Vesco ha realizzato una edizione multilingue della parte prima della Costituzione, quella relativa ai diritti e doveri dei cittadini. "L'obiettivo della coesione sociale e del benessere collettivo - scrive Vesco - può essere raggiunto solo superando le attuali pratiche di integrazione subalterna e incoraggiando la partecipazione attiva dei migranti alla vita della collettività". Questo lavoro è una vera pratica di integrazione attiva e partecipata, attraverso la quale le istituzioni ed i cittadini tutti vogliono rendere condiviso uno dei patrimoni più importanti della nostra storia democratica.

La Costituzione italiana, giovanissima ed attualissima, scampata da poco ad una revisione scellerata che il centro destra avrebbe voluto apportare, è nata dalla Resistenza, dalla voglia di libertà e di convivenza civile che la dittatura fascista aveva soffocato, uccidendo idee ed uomini. Da quelle macerie nacque la nuova Italia e si dotò di una carta moderna, avanzata, che cercò la sua origine non in un concetto astratto o di difficile spiegazione, ma si fondò su una cosa nobile e concreta: il lavoro. 

"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Questa parola è nell’articolo 1, e rappresenta un vero e proprio assioma, apparendo ancor prima delle parole sovranità e popolo, e sottolineando, in modo inequivocabile, che senza il lavoro non ci sarebbero né la repubblica né la democrazia.  La Costituzione dovrebbe, e deve, dire molto di una nazione e non c’è modo migliore di convivere ed integrarsi con tutti gli altri se non quello di farci comprendere: la versione della Costituzione in dieci lingue è un contributo fondamentale in questa direzione. Un contributo che va oltre perché ci permette di parlare e di confrontarci iniziando proprio dal lavoro.

Un principio che rende la nostra carta non solo moderna, ma in qualche modo universale, in grado di parlare a tutti, partendo appunto dal lavoro. Quel lavoro che in tantissimi sperano di trovare in Italia, quel lavoro offerto dagli stranieri e che manda avanti l'economia del Paese. Quel lavoro che spesso non c'è, per nessuno, e se c'è è in nero, senza tutele, senza diritti e pagato pochi euro. Quel lavoro che però, per la nostra Costituzione, è collocato ancor prima dei diritti, è un principio antecedente ad essi, come a significare (anche se nella realtà non è così, ma dovrebbe) che non può esserci un lavoro ed un lavoratore senza diritti. Questa "lingua" - quella del lavoro e dei diritti - tradotta in diversi idiomi può parlare veramente a tutti "senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (Art. 3 della Costituzione). (4 ottobre 2006 sito PdCI naz.))

 

Il trionfo del No


 

di Carlo Ronga
E' accaduto quello che nessun partito politico, nessun esperto, nessun opinionista si aspettava. Fino a ieri pomeriggio si erano versati fiumi d’inchiostro per parlare della nausea da voto degli elettori, chiamati a votare troppo spesso, che di sicuro, in una calda domenica di fine giugno, avrebbero giustamente fatto gli affari propri e ignorato questa vicenda collettiva. Invece, gli elettori alle urne ci sono tornati. E in tanti, per bocciare la riforma costituzionale della Cdl. Il 61,4% degli elettori ha risposto “No” al referendum che affonda la Costituzione riscritta dal centrodestra nella scorsa legislatura, partecipando in modo convinto alla consultazione che, dopo undici anni, torna a superare la fatidica soglia del 50%. L'affluenza è stata massiccia al Nord (60,3%) molto significativa al Centro con il 53,6% e meno marcata al Sud e nelle isole, dove tocca rispettivamente il 42,6 e il 44,4%. Il Sì prevale solo in Lombardia e Veneto e in altre 23 province del Nord.
Numeri a parte, la splendida giornata di ieri gonfia le vele del governo e della maggioranza che supera uno scoglio che il centrodestra aveva tentato di sfruttare per far naufragare il vascello condotto da Prodi.
Il presidente del Consiglio non accentua il significato politico del voto, come del resto aveva fatto durante la campagna referendaria, ma è evidente che il fallimento anche dell'ultimo tentativo di “rivincita” berlusconiana apre scenari un po’ più rosei per un Governo che pure ha dovuto scontare una partenza difficile, contribuendo a dare stabilità e - è il nostro auspicio - chiudendo una lunga fase di conflitti. Forte di un'indiscussa affermazione, l'Unione apre uno spiraglio al dialogo per una stagione di riforme condivise che parta dal rafforzamento del quorum previsto dall'articolo 138, da una riforma federalista che contenga le norme per un forte decentramento fiscale e da una nuova legge elettorale.
“Come maggioranza di governo - conferma il presidente del Consiglio, Romano Prodi - è ora nostro dovere aprire il dialogo con tutte le forze politiche e discutere insieme gli aggiornamenti da apportare alla Costituzione”. “Molto soddisfatto” anche Piero Fassino. Oltre ad essere stata respinta una brutta modifica costituzionale, è stato stoppato il tentativo dell'opposizione di strumentalizzare il confronto. “Il no – rimarca il segretario dei Ds - prevale nella stragrande maggioranza delle province italiane, compreso quel Nord che, con una rappresentazione del tutto infondata e strumentale era stato presentato una terra di egemonia del centrodestra. Si tratta di un voto in cui prevale la ragione e si respinge chi proponeva lo sfascio delle istituzioni. Adesso, spazzato via il brutto pasticcio che era stato confezionato dal centrodestra, è possibile riprendere il cammino di un confronto fra tutte le forze politiche per fare quelle riforme vere e serie di cui il Paese ha bisogno”.
Parole in sintonia con quelle pronunciate dal vice premier, Francesco Rutelli: “Le riforme si devono fare insieme nell’interesse degli italiani. Chi ha pensato di farle in casa, a maggioranza, è stato duramente punito dagli elettori”.

E’ l'occasione per lanciare un'ipotesi di dialogo sulle riforme che potrebbe diventare un’opportunità di tessere nuovi rapporti almeno con parte dell'opposizione. Il compito di "avviare immediatamente i contatti con le forze politiche per impostare il dialogo sulla riforma della costituzione e della legge elettorale" spetta al ministro per i rapporti con il Parlamento Vannino Chiti. Si vedrà se l'offerta di dialogo affidata al “messo” del Governo avrà un seguito. Di sicuro, il confronto sulle riforme potrebbe inaugurare rapporti nuovi tra i due schieramenti.
Accadde ai tempi dell'ultima bicamerale, quando D'Alema e Berlusconi cercarono, senza poi trovarla, la chiave per arrivare a riforme condivise. Chiti, secondo quanto viene spiegato, dovrebbe cercare di aprire un “tavolo” al quale ragionare di riforme costituzionali e legge elettorale, ma non una nuova bicamerale, avvertono fonti di governo "visti i risultati delle precedenti".

Se il centrosinistra riprende fiato, l’esito referendario apre dinamiche tutte nuove nel centrodestra, dove, tutti, hanno perso il sorriso. E uno più degli altri ha perso “l’aplomb”. E' il leghista Roberto Speroni che commentando la vittoria dei No al referendum sbotta: “Gli Italiani fanno schifo! L'Italia fa schifo!”.
Il giorno in cui la “devolution” viene bocciata senza appello da milioni di italiani non è facile nascondere la delusione per i “saggi di Lorenzago”, che nell'agosto del 2003 si riunirono in una baita del Cadore per mettere a punto il testo che poi venne approvato nel novembre 2005. Nella tarda serata di ieri Berlusconi (in compagnia del suo fedele amico Emilio Fede) ha convocato nella sua villa di Arcore Umberto Bossi, Roberto Calderoni e Giulio Tremonti per un primo confronto politico. Così la residenza del Cavaliere si trasforma in una trincea di lusso, una sorta di bunker dei disperati intenti a rispondere a nuovi attacchi, e questa volta dal fronte interno.
Dopo tre sconfitte consecutive in due mesi (politiche, amministrative e refeendum) il centrodestra non può più eludere l'esigenza di una nuova strategia politica e di una nuova leadeship che sappia cogliere il malessere e le aspettative dei moderati. “L’asse del nord” accusa il colpo e i centristi, in particolare, potrebbero dunque cogliere l'occasione per cominciare a muoversi con maggiore autonomia. Il giudizio più sereno sembra quello che arriva da Francesco D'Onofrio. “Vi posso dire solo tre cose - dichiara ai cronisti che lo intercettano alla Camera - la prima è che il voto popolare va sempre rispettato; la seconda è che siamo disponibili ad un confronto; la terza è che aspettiamo di capire cosa l'Unione voglia cambiare della sua riforma del Titolo V che è ancora in vigore”.

Ben diverso il tenore delle dichiarazioni degli altri alleati. “Per il futuro - prevede Roberto Calderoli - penso che dialogare con la sinistra sulle riforme sarà molto difficoltoso. Il presidente del Consiglio ha chiesto la fiducia chiedendo la bocciatura delle riforme, è difficile pensare che sia un interlocutore. La sinistra vuole più centralismo”. Per l’esponente lumbard anche l’alleanza con la Cdl dovrà essere “ripensata su basi nuove”.
Il partito di Fini prende tempo e rimanda le decisioni in attesa di una valutazione “a freddo” della sconfitta referendaria. Il compito di commentare quel 61% che ha demolito uno dei pilastri della passata legislatura è stato affidato al portavoce del partito Andrea Ronchi: “La sconfitta del sì è stata netta e chiara. E' importante che il centrodestra ne capisca e approfondisca le ragioni.
E si interroghi a fondo. E' presto per dire che è finita la stagione delle riforme in Parlamento, ma certo – spiega Ronchi - le motivazioni e i modi con cui il centrosinistra ha fatto votare no, indicano qualche motivo di preoccupazione”. E il leader di An, ospite di Speciale Tg1 invita a "non prendersela con gli elettori".
"Occorre - spiega Fini - che la Cdl rifletta sul motivo per cui una quota consistente del nostro elettorato non si è mobilitata".
Dalla Lombardia (insieme al Veneto l'unica regione che ha dato via libera alla nuova Costituzione) fa sentire la sua voce il governatore Roberto Formigoni: “Più che remare contro - dichiara riferendosi al disimpegno con cui alcune componenti dell'opposizione hanno affrontato il referendum - non ho visto tanta gente remare perché si poteva e si doveva fare una campagna informativa diversa. E' evidente – continua - che il risultato non ci soddisfa e ora bisogna fare un esame approfondito della situazione. Lombardia e Veneto hanno tenuto i voti, cosa che non si può dire per tutte le altre regioni”.
Il coordinatore di Fi, Sandro Bondi, si preoccupa soprattutto del distacco tra Nord e Sud che emerge dal risultato della Consultazione. “Considerato che ha votato meno della metà degli elettori e tenuto conto del voto ideologico espresso dalle regioni rosse, il risultato - avverte - impone una riflessione su due questioni decisive per il futuro del Paese: la prima riguarda le ragioni per le quali il Mezzogiorno non ha compreso la validità e la necessità anche per il Sud della riforma costituzionale; la seconda riguarda il crescente divario del Nord rispetto al resto d'Italia, una divaricazione che pone una questione politica nazionale che nessuno può ignorare”.
Per il coordinatore azzurro, “se le posizioni della maggioranza sono queste o restano quelle emerse durante la campagna referendaria , è molto difficile credere che l'invito a riprendere insieme il lavoro riformatore possa essere sincero e non semplicemente un doveroso inchino alla virtù del dialogo. Non saremo certo noi a respingere a priori una dichiarata volontà di collaborazione - sottolinea - ma essa non può essere preceduta o accompagnata da giudizi liquidatori e distruttivi dei risultati raggiunti nella precedente legislatura”.

Parole che sono agli antipodi, rispetto alla considerazioni del sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Giampaolo D'Andrea. “La nettezza del risultato fa piazza pulita di qualsiasi recriminazione. I proponenti che si sono incautamente avventurati lungo un percorso che gli elettori hanno dimostrato di non apprezzare e non condividere nella stragrande maggioranza devono prendere atto del fermo stop al tentativo di stravolgere la Costituzione del 48”. A parere dell'esponente dell'Ulivo, “una fase riformatrice può ora ripartire con il concorso più ampio possibile e soprattutto in continuità con il patto fondativo che 60 anni fa venne posto alla base della Repubblica italiana”. (AprileOnline 27.06.06)

 

 

ROMA - Riaprono questa mattina, alle ore 7, i seggi elettorali per il referendum popolare che confermerà o respingerà la legge di modifica della seconda parte della Costituzione, approvata dal Parlamento. Alle ore 22 di ieri aveva votato il 35% degli aventi diritto.

Sono 47.129.008 gli elettori chiamati alle urne, di cui 22.572.903 uomini e 24.5556.105 donne. A questi si aggiungono i 2.600.000 cittadini italiani residenti all'estero che hanno potuto esercitare il loro diritto per corrispondenza (in questo caso sono validi solo i plichi giunti agli uffici consolari entro le ore 16 di giovedì scorso 22 giugno), oppure optare per il voto in Italia. Il termine per esercitare il diritto di opzione è scaduto l'8 maggio scorso. Lo scrutinio si svolgerà oggi, a partire dalle ore 15, subito dopo la chiusura dei seggi, anche per i plichi contenenti i voti degli italiani all'estero.

ALLE 22 HA VOTATO IL 35%
E' stata del 35% l'affluenza alle urne registrata alle ore 22 per il referendum confermativo sulla legge di modifica della seconda parte della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 18 novembre scorso. Il dato è stato diffuso dai servizi informatici elettorali del Viminale. Nel 2001, per l' omologa consultazione referendaria sulla legge di modifica al titolo V della seconda parte della Costituzione, la prima confermativa della storia della Repubblica, alle 22 aveva votato il 34,1% e allora si votò in ottobre (il 7) e in un solo giorno.(Ansa 26.06.06)

Referendum, perché ''No''

di Oliviero Diliberto

Fra poco saremo chiamati di nuovo alle urne, stavolta per decidere se approvare o meno la riforma Costituzionale voluta dal centrodestra. Più che riforma direi una controriforma, un’idea nata dalle menti di Roberto Calderoli e soci, con il beneplacito di Umberto Bossi e Silvio Berlusconi. Si tratta del totale sovvertimento dei principi della Costituzione repubblicana nata dalla resistenza antifascista. E’ un tentativo, maldestro e sgangherato, di introdurre una frattura fra Italia del nord e Italia del sud al solo scopo di consentire alla Lega di continuare nella sua propaganda separatista.
La controriforma colpisce il cuore dei valori costituzionali. Viene presentata come riforma della seconda parte della carta fondamentale, ma nei fatti è lo smantellamento sistematico dei principi fondamentali. Uguaglianza, libertà e solidarietà sociale; termini dietro cui si legge un sistema di valori condiviso, quello delle forze che hanno fatto rinascere l’Italia dopo la devastazione della guerra, ma del tutto estraneo alla stragrande maggioranza del centrodestra, composto dal partito azienda del cavaliere, dalla Lega e dai post fascisti di Fini e compagnia.
L’idea della devoluzione è del tutto inaccettabile. Si prevede l’introduzione della competenza assoluta alle Regioni per scuola, sanità e polizia locale. Il che significa creare un’Italia di serie A e una di seria B. Un’Italia con un sistema sanitario e scolastico di buon livello, pagato dalla ricche regioni del nord, e un’Italia che deve tirare a campare, quella delle regioni del Sud. Si tornerebbe in questo modo alla distinzione di classe, termine che nei fatti torna prepotentemente alla ribalta.

Negli ultimi cinque anni abbiamo assistito alla demolizione progressiva dei valori costituzionali. Operazione in parte riuscita grazie ad un’azione sistematica condotta da Berlusconi e dal suo apparato mediatico che è stato capace di scavare a fondo nel sistema dei valori degli italiani, seminando l’irrisione per le istituzioni e per lo Stato, diffondendo una sorta di senso di illegalità diffuso, insomma quello che in altri tempi si chiamava il “sovversivismo delle classi dirigenti”.

Oggi compito del centrosinistra sui temi istituzionali è innanzitutto quello di ricostruire il senso del loro rapporto fra le istituzioni e i lavoratori. Non sarà facile cercare di porre rimedio ai guasti della devastazione compiuta dal centrodestra, ma certamente occorre ripartire proprio dalla Costituzione, dai suoi valori fondanti, da quei principi che ancora oggi sono attuali e moderni. Diritto al lavoro, alla cultura, ai diritti civili e sociali, sono principi che attendono solo di essere declinati rispetto alla realtà del momento ma che sono di grande attualità. Dall’altra parte vi è la soppressione dei diritti del lavoro, la scuola di classe, la sanità per i ricchi, gli interessi per le lobby. Per non parlare di quello che prevede per gli assetti istituzionali di Parlamento e Governo, con un Presidente della Repubblica che accentra enormi poteri e un Parlamento diviso in due le cui competenze si sovrappongono con quelle delle Regioni “devolute”. Insomma una gran confusione.

Ma vi sono altri pasticci che, proprio alla vigilia del referendum occorre evitare. Si sente parlare di dialogo, di tavoli comuni, di accordi bipartisan. Non mi sembra il momento di discorsi di questo tipo. Qualcuno parla di nuovo di Bicamerale. Per fare cosa? Per quali principi? Per quale modello di società? Non possiamo chiedere agli italiani un altro sforzo per andare a votare e dare una definitiva batosta politica a Berlusconi e soci e poi, in contemporanea, iniziare a tessere una trama di cui non si capisce lo scopo, se non quello di intrecciare fili e patti ambigui con chi ha demolito il paese negli ultimi cinque anni.
Dobbiamo trovare gli strumenti per far vivere i valori della Costituzione. Diciamo che andiamo a votare “No”, punto e basta. Diciamo che vogliamo far vivere la grande modernità dei principi costituzionale, oggi ancora più attuali di ieri.(AprileOnline)

 

 

Oliviero Diliberto: Il No è necessario per difendere i diritti

 

La bocciatura della controriforma costituzionale voluta da Bossi e Berlusconi e' un atto necessario per difendere i diritti dei cittadini. La controriforma prevede, fra l'altro, la devolution, ossia il trasferimento dei poteri assoluti alle regioni in materie come scuola e sanita', il che determinerebbe scuole e ospedali di serie A e di serie B, classificati in base al reddito con una chiara discriminazione di classe. In questo modo verrebbe abrogato il principio costituzionale di uguaglianza, un valore tutt'oggi per noi di grande attualita' e modernita' che va difeso con determinazione, come il resto dei principi fondamentali della nostra Costituzione antifascista.

Il fermo NO dei Comunisti Italiani allo stravolgimento della Costituzione

La Costituzione, autorevole nel tempo


La campagna referendaria entra nel vivo con una modalità -a mio parere- un po' troppo interna: certo oggi i media elettronici tengono il posto di molti comizi e discorsi in piazza, vedremo. In ogni caso si va avanti bene. A me è chiaro che una Costituzione che ho visto nascere non è davvero troppo vecchia per continuare a vivere. Molti paesi (ad esempio gli Usa) hanno costituzioni ben più vecchie, la nostra è sul punto di diventare -da vecchia- antica, cioè autorevole nel tempo: e forse per questo le destre hanno voluto attaccarla -come hanno fatto- nel modo più incoerente e pericoloso che si potesse immaginare. Hanno usato il nobile nome di federalismo per coprire male in sostanza il pluri localismo cieco e con il premierato cercano di contrabbandare una dura svolta autoritaria. Mi disturba un po' l'espressione "difendiamola per poi aggiornarla", che a mio parere diminuisce l'efficacia del motto principale, del no secco. Sappiamo già che nei referendum è meglio essere chiarissimi, già sulla legge 40 un refendum ritagliato e non deciso ha certamente aiutato, con molti altri fattori, l'esito negativo (che comunque lascia la legge senza copertura referendaria, quindi modificabile, abrogabile ecc. ). Comunque dopo aver ascoltato alcuni difensori del no con "rinvio", ho provato a chiedere che cosa si volesse poi modificare. Mi è stato risposto: l'articolo votato all'unanimità (che quindi non ci sarà difficoltà a ripristinare, se tale è la volontà comune). E poi che si vorrebbe costituzionalizzare una legge elettorale maggioritaria. Non sono d'accordo: l'assemblea costituente discusse se -dato l'impianto proporzionalistico di tutto l'assetto- fosse doveroso o giusto mettere nella Costituzione anche il sistema elettorale, e poi scelsero di no, saggiamente, a mio parere. E vorrei fossimo altrettanto saggi restando al no senza tentennamenti.

Lidia Menapace - senatrice di Rifondazione comunista

 

 

Da cancellare


di Michele Di Schiena*

L'accumulo di spropositati poteri nelle mani del Primo Ministro (nuova denominazione del Presidente del Consiglio): è questo l'impianto della riforma costituzionale di Berlusconi e Bossi che mina alla radice la forma di governo parlamentare disegnata dalla Costituzione del '48 ed intacca le basi della nostra democrazia.
Una mostruosità costituzionale dovuta, da una parte, all'intento dei riformatori di attribuire al Primo Ministro il potere personale di decidere da solo il programma per l'intera legislatura.
La riforma costituzionale sulla quale si svolgerà il referendum del 26 e 27 giugno introduce insomma una forma di governo definito "premierato assoluto" perché attribuisce al Primo Ministro un vero e proprio "dominio" sul Parlamento che viene trasformato in un organo sostanzialmente esecutivo. Una sorta di "principato elettivo" che porta alle estreme conseguenze la personalizzazione della politica, che mortifica il ruolo del Parlamento e depotenzia le funzioni del Presidente della Repubblica, che crea una rischiosa frattura tra i principi di civiltà e gli obiettivi di progresso enunciati nella prima parte della Costituzione e gli strumenti operativi disciplinati dalla seconda parte dello Statuto.
Quanto poi alla cosiddetta devolution, basta rilevare che essa realizza il "trionfo" della confusione dal momento che attribuisce alle Regioni la potestà legislativa esclusiva su sanità, organizzazione scolastica e polizia locale dopo aver riservato alla legislazione esclusiva dello Stato le prestazioni del servizio sanitario nazionale, le norme generali sulla tutela della salute, le norme generali sull'istruzione e l'ordine pubblico con l'esclusione di una polizia amministrativa regionale di incerto significato.
Col referendum costituzionale non sono allora in gioco solo l'ordinamento e l'organizzazione della Repubblica ma anche i valori fondativi del patto costituzionale e quindi i diritti essenziali di ciascun cittadino. La Costituzione del '48 ha convertito lo Stato di diritto nello Stato sociale garantendo i diritti di libertà contro indebite incursioni dei poteri pubblici ma sospingendo questi poteri ad attivarsi per promuovere lo sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione dei lavoratori alle scelte politiche, sociali ed economiche del Paese con la rimozione degli ostacoli che di fatto la impediscono. Ed ha disegnato uno Stato democratico rivolto ad elevare le condizioni di vita di tutti i cittadini con un'attenzione privilegiata alle fasce sociali più deboli. Uno Stato impegnato a servire la causa della pace e della collaborazione tra i popoli. Un progetto che ha purtroppo trovato finora solo parziali attuazioni e che deve essere portato avanti con ogni determinazione. Occorre perciò cancellare col prossimo referendum una riforma che può bloccare questo progetto ed aprire la strada a gravi processi involutivi.(versione ridotta)

*Presidente onorario aggiunto Corte Cassazione

 

 

Il nostro No al referendum

di Gloria Buffo

Non c’è stata nessuna rivincita della destra italiana in occasione delle elezioni amministrative: la campagna di delegittimazione del governo e l’invocazione della spallata voluta da Berlusconi prendono un colpo.
Superata questa prova, non senza rimpianti per il risultato di Milano e della Sicilia, dobbiamo capire e far capire che il referendum sulla Costituzione è di importanza capitale. Prima di tutto perché l’involuzione democratica cui la destra ha lavorato in tutti questi anni non può e non deve essere scritta nella Carta fondamentale e quindi nella carne viva della società e della cultura italiana. Una sconfitta del No metterebbe il marchio del populismo e del privatismo sull’Italia e le sue istituzioni. C’è una seconda ragione, più contingente ma non per questo disprezzabile, che rende decisivo l’esito del referendum: una vittoria del Si metterebbe a rischio la vita del governo. Facciamo bene a dire che le due cose non sono collegate ma è difficile immaginare che un esito negativo non avrebbe ripercussioni su un esecutivo che conta su numeri parlamentari ristretti. In sintesi, non possiamo concedere al berlusconismo – che è una miscela velenosa di disgregazione, privatizzazione, populismo e politicizzazione – una vittoria di carattere strategico sulla carta fondamentale e una vittoria politica di rivalsa sul governo.
Abbiamo perciò la grande responsabilità di portare il maggior numero di italiani a votare No in tutte le diverse parti d’Italia. Non è affatto facile e non è scontato nemmeno il risultato. Pesa la stanchezza elettorale, il tema non è dei più semplici e poi la destra dispone di argomenti facili ed efficaci, a partire dalla riduzione del numero dei parlamentari. In queste condizioni faremmo un errore capitale se impostassimo la campagna sul “No, però…” come fa l’appello di Barbera e altri dove si sostiene che il punto di partenza della riforma voluta dalla destra era giusto e che il rafforzamento dei poteri del primo ministro è il problema dei problemi. Sarebbe un errore imperdonabile perché una simile impostazione indebolirebbe il fronte del No, renderebbe meno comprensibile le ragioni del voto, farebbe confusione anziché chiarezza. Occorre andare al cuore della questione se si vuol parlare alla testa degli italiani: si vota No a una riforma pericolosa, e dei possibili ritocchi costituzionali si discute dopo. Quell’appello (e altre posizioni vicine al “Ni”, per usare l’espressione di Sartori) contengono tra l’altro posizioni sbagliate nel merito, a partire dal feticcio del maggioritario uninominale per arrivare all’ossessione del rafforzamento dei poteri del premier. Qualcuno crede che, dopo cinque anni di governo Berlusconi, gli italiani si pongano il problema di quanto deboli siano i poteri del presidente del consiglio? Non è questo il cruccio degli italiani a proposito di assetto democratico e costituzionale!
Il messaggio univoco della nostra battaglia referendaria deve essere che il “governo personale” di un uomo che diventa padrone del parlamento è pericoloso; e che la Costituzione voluta da Bossi, Fini e Berlusconi dà un colpo all’uguaglianza dei cittadini e mette a rischio i loro diritti sociali e di cittadinanza. E’ arrivato il momento di ridare peso alla cultura istituzionale più alta, ovvero la cultura che fonda le buone regole sull’espansione della democrazia e della rappresentanza. Deve finire l’epoca – che tanti danni ha fatto – in cui la materia costituzionale era trattata come una materia politica qualsiasi, a disposizione di chi ha uno o cento voti in più in Parlamento. Rilanciare i principi fondanti della nostra Costituzione, che sono più progressivi e moderni di quelli inventati a Lorenzago, è la condizione per vincere. Ciò non comporta alcuna chiusura “conservatrice”: sarebbe segno di buona cultura istituzionale e di buona volontà annunciare che, dopo la vittoria del No, si è disposti a varare una norma che renda riformabile la Costituzione con maggioranza qualificata. C’è invece da temere l’approccio professorale e politicista di quegli apprendisti stregoni che confezionano rifacimenti della Costituzione non dissimili da quelli della destra, “così non passiamo per conservatori…”Il nemico non è Scalfaro, ma chi per molti anni ha lavorato a demolire coi comportamenti, le leggi, le idee un impianto costituzionale fondato sull’eguaglianza dei cittadini, l’equilibrio dei poteri, il valore della rappresentanza.
I partiti si sono mossi ancora poco per il No al referendum, sono già attivi invece i sindacati e i comitati. C’è poco tempo per vincere una battaglia decisiva e bisogna al meglio ricordandoci che le costituzioni durano più dei governi.

 

Devolution, la Cdl alza i toni dello scontro

di Leo Sansone
Ufficialmente fioccano i proclami di guerra, sottovoce si fanno i conti sulle possibili conseguenze per la sorte della legislatura. In ogni caso Silvio Berlusconi, instancabile, lancia il centrodestra nell’ennesima battaglia campale sul referendum costituzionale che si voterà a giugno. Il centrosinistra, ha avvertito ieri il leader della casa delle libertà, deve essere “molto attento a non spezzare la corda”.

E’ un monito? Una minaccia? L’ex presidente del Consiglio è costretto per quattro motivi ad alzare i toni dello scontro.
Primo. Il progetto di riforma istituzionale, con al centro la devoluzione esclusiva dei poteri dallo Stato alle Regioni su sanità, istruzione e polizia locale e il rafforzamento dei poteri del premier, è una delle leggi più decisamente volute nella passata legislatura dal centro-destra (ha bloccato il Parlamento per mesi con scontri incandescenti).
Secondo motivo. Soprattutto la Lega vuole che il referendum confermi la revisione della Costituzione per realizzare la “devolution”. In caso contrario Umberto Bossi ha fatto capire che, senza la sua bandiera storica da agitare, potrebbe lasciare la Cdl e riprendere libertà di movimento. Così Berlusconi, per non perdere l’alleanza con il Carroccio, si lancia nella battaglia ignorando anche i dubbi e le riserve esistenti nella coalizione (soprattutto in An e nell’Udc).
Terzo motivo. Il leader del centrodestra non vuole perdere il consenso del nord del paese, nel quale è molto sentita la scelta federalista. Il settentrione, infatti, nelle elezioni politiche è tornato a votare in gran parte per il centro-destra, abbandonato invece alle regionali (la Cdl conquistò solo la Lombardia e il Veneto su 14 regioni nelle quali si andò alle urne).
Quarto motivo. Il referendum è la prova di appello, la scommessa della riscossa. Berlusconi, in caso di vittoria, direbbe che la maggioranza degli italiani è con lui. Inviterebbe Romano Prodi a dimettersi e chiederebbe al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di sciogliere le Camere con l’obiettivo di arrivare in primavera alle elezioni politiche anticipate.

E’ un quadro da incubo per il centrosinistra, che già si regge per una manciata di voti di maggioranza al Senato (il governo ha ottenuto la fiducia con 165 sì e 155 no, facendo il pieno dei consensi dei senatori a vita, compresi quelli non scontati di Giulio Andreotti e di Sergio Pininfarina). Non a caso Prodi è cauto. Il presidente del Consiglio, chiedendo il 18 maggio la fiducia per il governo a palazzo Madama, ha annunciato che si batterà per abrogare la riforma. Ma si è ben guardato di usare toni bellicosi come quelli utilizzati un anno fa, quando sentenziò: “Questa riforma è sbagliata, confusa, sciagurata”. Non solo. Quando ha chiesto la fiducia, ha annunciato l’obiettivo di rivedere la Costituzione dialogando con l’opposizione, dopo aver cancellato con il referendum la legge del centrodestra. La Carta costituzionale, ha precisato, andrebbe aggiornata mediante “una costruttiva larga collaborazione fra tutte le forze politiche”.

Il presidente del Consiglio critica la riforma Berlusconi-Bossi, ma è ben attento a come lo fa. Sa che il referendum di giugno rappresenta l’ultimo “esame elettorale” dell’Unione. Superato anche questo scoglio, potrà pensare alla tormentata navigazione del governo, stretto fra mille problemi operativi (deficit pubblico a livelli di guardia, rischi di nuove guerre nel Vicino Oriente, timori di attentati del terrorismo islamico) e di tenuta della maggioranza (contrasti sui Pacs, come rivedere la legge Biagi sul mercato del lavoro, quali grandi opere realizzare). Prodi, per superare l’ultimo “esame elettorale” tiene bassi i toni ed argomenterà con chiarezza e pacatezza le critiche alla legge.

Le argomentazioni fondamentali potrebbero essere tre: farà crescere le disparità fra regioni ricche e povere su sanità ed istruzione; moltiplicherà le fonti della spesa pubblica; produrrà la paralisi legislativa per la incongruenza delle attribuzioni alla Camera, al Senato federale e al premier. In più c’è il problema del sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza “a sorpresa” (per palazzo Madama è previsto uno sbarramento al 3% dei voti a livello regionale, che rischia di produrre, come si è visto, maggioranze diverse da Montecitorio). E tanti saluti sia alla giustizia sociale, sia all’efficienza e sia alla tanto declamata governabilità.
Ma il leader del centro-sinistra deve anche porsi il problema di non sbattere la porta in faccia al nord, la parte più popolosa e sviluppata del Paese, regalandolo a Berlusconi. Così dovrà avanzare delle proposte alternative sul federalismo (e non sarà facile) per non deludere e sottrarre alla “sirene” della Cdl, l’elettorato settentrionale che chiede autonomia, efficienza e riduzione delle spese burocratiche. Avanti con prudenza, dunque.

Prodi, parlando alle Camere, ha insistito su un dialogo da realizzare in un sistema politico bipolare. Ed ha spiegato: “Non c’è un paese da pacificare”. Dunque nessuna “grande alleanza” e nessuna “guerra”, almeno da parte dell’Unione. Battendo la strada del “confronto” e della “serenità”, Prodi punta ad evitare una “militarizzazione” della Cdl sotto le bandiere del Cavaliere, aprendo lo spazio a delle differenziazioni interne. La scelta dello scontro “muro contro muro” di Berlusconi non piace, non a caso, né a Pier Ferdinando Casini né a Gianfranco Fini. Il leader di fatto dell’Udc (Lorenzo Cesa ha solo il titolo formale di segretario), al contrario del presidente di Forza Italia, “stima” Napoletano e non ha sostenuto la sua candidatura alla presidenza della Repubblica “solo per salvaguardare l’unità del centrodestra. Ma non votarlo - ha chiarito - è stato un errore”. Anche il presidente di An avrebbe scelto il dialogo e, in questa ottica, avrebbe accettato la presidenza della commissione esteri della Camera, offerta dell’Unione immediatamente bocciata da Berlusconi. L’anno scorso Casini e Fini, nel pieno della polemica sulla leadership, avevano contestato “la monarchia” di Berlusconi nella Cdl.

La Costituzione europea è “un risultato non perfetto, ma insperato”, commentò nel 2004 Valere Giscard d’Estaing subito dopo la sua approvazione. Il presidente della Convenzione europea non sprizzava gioia per il documento, ma si accontentava dei risultati ottenuti dopo estenuanti trattative fra i 25 paesi della Ue. Ma l’anno dopo, nel 2005, il referendum francese e quello olandese bocciò la Costituzione. Historia magistra vitae, la storia è maestra della vita, dicevano i latini.

 

Lettera appello della CGIL per il referendum

 

 

 

Il 25 e 26 giugno i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sulla riforma costituzionale, approvata dalla maggioranza di centrodestra del precedente parlamento.

 

Il referendum, previsto dalla Costituzione, consegna al popolo sovrano la possibilità di confermare o meno la riforma di importanti articoli della nostra Carta.

 

Il centrodestra approvò la riforma a sola maggioranza. Il referendum rappresenta quindi l’occasione per dire un NO forte e convinto a quella riforma, a quell’idea di devolution, a quell’idea di divisione fra poteri che fuoriesce dai principi fissati dalla Costituzione, frutto della lotta di Resistenza e segno della riconquistata libertà dell’Italia.

 

La Costituzione rappresenta l’identità collettiva di un popolo e deve quindi scaturire da una condivisione ampia. Il centrodestra, invece, ha scelto di modificare da solo e in profondità la nostra Carta, stravolgendone i principi ispiratori. I cambiamenti introdotti minacciano l’universalità di diritti fondamentali con la devoluzione, accentuano le differenziazioni fra zone ricche e povere del paese, attaccano la coesione e l’unità nazionale, riducono le garanzie costituzionali, incidono pesantemente sui principi e valori fondamentali della Carta, smantellando di fatto i fondamenti della Costituzione repubblicana.

 

60 anni fa il paese con l’Assemblea costituente mise il primo mattone della nostra Costituzione. A tanti anni di distanza essa è più moderna che mai.

 

La sua prima parte mantiene inalterato il suo valore, soprattutto in quell’articolo 1 a noi tanto caro, perché richiama il contributo fondamentale che i lavoratori hanno dato alla riconquista della libertà e alla liberazione dalla dittatura nazifascista. Alcune altre parti possono essere riformate e corrette: più poteri alle regioni, ma con la cooperazione, non con la divisione; nuovo impulso al federalismo fiscale, non dimenticando mai quelle parti del paese che hanno meno reddito. Ritocchi alle prerogative e ai poteri del Capo del Governo, ma senza ridurre i poteri di garanzia del Presidente della Repubblica, il ruolo e la centralità del Parlamento. Non colpire l’autonomia, la funzione della Magistratura, la libertà e l’indipendenza dei magistrati, perché l’equilibrio dei poteri è la garanzia di ogni democrazia e di ogni libertà.

 

C’è bisogno in questi ambiti di una manutenzione riformatrice, che deve essere fatta dall’insieme delle forze politiche e sociali, per porre fine ad una troppo lunga transizione istituzionale.

 

Dire NO al referendum rappresenta una scelta di unità, per gli interessi superiori del paese, per la tutela dei diritti, per l’estensione delle tutele, garanzie di uno stato moderno, inclusivo e che fa della coesione sociale un motore per la crescita e lo sviluppo.

 

La Cgil, da sempre, è impegnata nel sostenere la partecipazione del voto popolare, segno di un diritto inalienabile e riconoscimento per le battaglie che hanno teso alla conquista di questo diritto.

 

Il referendum, a cui i cittadini, i lavoratori, i pensionati, i giovani, le donne saranno chiamati il 25 e 26 giugno sulla riforma costituzionale deve vedere una larghissima partecipazione e un netto risultato, necessari a cancellare il testo approvato nella passata legislatura.

 

Per questo la Cgil è impegnata fortemente, con le proprie strutture, i propri militanti ad un impegno straordinario, insieme al Comitato unitario per la difesa della Costituzione, presieduto dal Presidente Scalfaro, insieme a Cisl e Uil, perché possa consolidarsi il cambiamento che il paese merita.

 

Il 25 e 25 giugno, votate NO al referendum.

 

Per un’Italia più unita, più solidale, più coesa e più moderna. Guglielmo Epifani

Roma, 18 maggio 2006

 

 

Perchè votare ''No'' al referendum

Scheda. In cosa consiste la riforma costituzionale su cui saremo chiamati ad esprimerci il 25 giugno. Le ragioni per bocciarla

 


Il Primo ministro, il Capo dello stato, l’iter legislativo e il Senato federale
Bisogna chiarire la complessità di questa legge di riforma che di fatto rappresenta una ristrutturazione integrale della seconda parte dell’attuale Costituzione. Con un colpo di spugna la vecchia maggioranza ha dunque cancellato il secondo livello della nostra Carta, introducendo cambiamenti radicali in diversi aspetti istituzionali, i più importanti dei quali sono:
1) un nuovo ruolo del capo di governo che viene a trasformarsi in primo ministro, con il riconoscimento di una posizione di forza rispetto alle altre componenti dello Stato (il cosiddetto premierato forte) e che verrà eletto direttamente dal corpo elettorale e potrà insediarsi senza la ratifica della fiducia;
2) un ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica che, privato delle attuali funzioni e degli attuali poteri di fatto trasferiti al primo ministro (scioglimento delle Camere, autorizzazione della presentazione alle Camere
stesse dei disegni di legge di iniziativa del governo), è ridotto ad un mero ruolo cerimoniale e di rappresentanza;
3) un nuovo iter di approvazione delle leggi, per cui non è più previsto il duplice passaggio fra Camera dei deputati e Senato per una loro convergente approvazione in virtù di una divisione di competenze: alcune materie saranno infatti di specifica competenza del Senato e altre della Camera, anche se l’ultima parola in merito spetterà sempre a Montecitorio;
4) creazione di un Senato federale rappresentativo degli interessi del territorio e delle comunità locali, eletto contestualmente ai Consigli regionali e di cui faranno parte, senza diritto di voto, membri dei Consigli regionali e delle autonomie locali, attraverso però un criterio che tende a privilegiare le regioni più grandi e popolose

La Devolution
In questo processo di anomala riforma, un ruolo centrale lo ha rivestito il riscrittura del titolo V, ovvero quella parte della Costituzione preposta alla regolamentazione del rapporto fra Stato centrale e Regioni, Province, Comuni e, più in generale, istituzioni locali. Questa revisione dell’equilibrio fra il cosiddetto “potere centrale” e “potere locale”, nota comunemente come devolution o devoluzione, nasce nel tentativo di permettere un trasferimento di poteri, oneri, funzioni e doveri dallo Stato alle realtà periferiche, allo scopo – in realtà non effettivamente realizzato dalla riforma stessa e poi vedremo perché – di favorire un miglioramento delle prestazioni dei servizi pubblici erogati ai cittadini.
Proprio rispetto a questo particolare punto il centro-sinistra si è opposto e si oppone, contestando la riforma costituzionale per ragioni politiche e istituzionali. Una contestazione, va chiarito, che non si traduce nella negazione di principio di un possibile “riformismo istituzionale”, che pure rimane per il centro-sinistra una necessità a cui bisogna provvedere, ma che significa al contrario l'opposizione verso un legge, come quella imposta dal centro-destra, che realizza un rinnovamento tutt'altro che logico ed efficace.
In particolar modo, per quel che riguarda l’introduzione della devoluzione, duramente criticata dalle forze dell'Unione non ultimo per ragioni sociali, trattandosi di un rinnovamento regressivo che contribuirà a rendere ancora più diviso il paese, con la conseguente crescita del divario tra il benessere economico e sociale del Nord e quello, nettamente inferiore, del Sud. Già con il primo governo di Romano Prodi era cominciata una revisione del titolo V della Costituzione. Si voleva tentare allora un percorso di apertura verso un ruolo meno marginale delle amministrazioni locali, le prime capaci di rispondere alle esigenze della propria cittadinanza. Un maggiore protagonismo cercato sempre nel pieno rispetto dell'unità culturale e politica del paese e, chiaramente, del ruolo di coordinamento dello Stato.
La devoluzione promossa dal centro-destra riguarda principalmente il trasferimento di competenze dallo Stato alle realtà locali, ma prevede anche una ritorno allo Stato stesso di antiche funzioni per diverso tempo amministrate daRegioni, Province e Comuni. Nello specifico saranno competenza delle istituzioni periferiche materie come:
1) l’assistenza e l’organizzazione sanitaria
2) l’assistenza e l’organizzazione scolastica, con la possibilità da parte della Regione di poter definire anche i programmi scolastici e formativi
3) la pubblica sicurezza mediante la creazione di una polizia amministrata regionalmente o localmente
Lo Stato continuerà invece ad amministrare la sicurezza del lavoro, le norme generali di tutela della salute, le grandi risorse strategiche di trasporto e navigazione, l’ordinamento della comunicazione, quello professionale e ad altri ancora.
Il sollevamento dello Stato dalle competenze prima elencate si fonda sul presupposto che saranno le Regioni o le autorità periferiche a dover sovvenzionare economicamente quei servizi per garantirli ai loro cittadini. In un paese che appare tutt’altro che economicamente uniforme e risulta dominato da una innegabile separazione fra un Nord ricco ed un Sud profondamente più povero, la devoluzione promossa dal centro-destra si tradurrà in una differenziazione ancora più marcata di questi "due mondi": un Settentrione che sarà, perché più opulento, capace di garantire un buon livello di assistenza sanitaria o scolastica ed un Meridione povero ridotto a fanalino di coda nell’assistenza pubblica.

Retroscena politici
Alle ragioni politico-sociali di avversione alla riforma costituzionale, si aggiunge una contestazione di metodo. La riforma è infatti nata attraverso una univoca imposizione da parte della vecchia maggioranza, la quale l’ ha di fatto imposta sia nella Commissione che ne ha sovrinteso la creazione e che assegnava anche al centro-sinistra un ruolo di verifica, sia all’interno del Parlamento. Con il precedente esecutivo è stato infatti impossibile ogni dialogo: gli emendamenti e le richieste di modifica proposte dal centro-sinistra rimaste inascoltate, cosicché non si è potuta evitare la creazione di quello che appare sempre più chiaramente come un vero “Frankenstein” costituzionale. Un mostro della fantascienza politica nato da opportunistiche ragioni di potere: il governo Berlusconi, infatti, è stato costretto ad approvare questa pessima versione di riformismo istituzionale perché ricattato dalla Lega Nord, che ha venduto per tutta la scorsa legislatura il suo appoggio al governo in cambio del riconoscimento di una legge sulla devoluzione. Una devoluzione che però risponde agli interessi esclusivi di una parte del paese e che sacrifica tutta la restante, una devoluzione capace di tradursi in una discriminazione della cittadinanza. A questo ricatto, costretto tra l’incudine e il martello, lo stesso governo Berlusconi è stato condizionato anche dalla presenza nella sua compagine politica di Alleanza Nazionale, la quale, di fronte ai condizionamenti leghisti ha spinto in direzione di un bilanciamento della riforma e della devoluzione da essa prevista. Così An ha dato il proprio beneplacito ad una maggiore delega verso le realtà locali, ma al patto che fosse garantito anche un più massiccio ruolo dello Stato centrale e nazionale. Si è avuta in questo modo l’approvazione di un premierato forte ed anche una riaffermazione del ruolo statale in alcuni settori e per alcune materie di amministrazione. Per non parlare della ambigua creazione, prevista sempre dalla legge di riforma, di un Senato federale. A questa nuova Camera, che dovrebbe accogliere la rappresentanza regionale è stata riconosciuta un certa autonomia legislativa che però di fatto le viene negata alla luce del principio secondo cui l'ultima parola in merito all'introduzione di una legge su proposta locale spetterà comunque alla Camera dei deputati, cioè allo Stato, ovvero al potere "centrale".
Insomma, una legge di riforma schizofrenica che per accontentare tutte le componenti politiche della vecchia maggioranza finisce per scontentare proprio i cittadini, mettendone a rischio i diritti sociali essenziali. Per questa ragione è importante recarsi al seggio il 25 e il 26 giugno e votare No alla conferma di questo testo di legge, evitando così di trasformare il paese e lo Stato in una realtà divisa e discriminante. In altre parole, meno democratica. (AprileOnline 13.05.06)

Uniti per la Costituzione

di Marzia Bonacci
Rilanciare l’impegno comune per favorire ed allargare il consenso del fronte del “no” al referendum che il 25 e il 26 di giugno vedrà l’elettorato recarsi alle urne per approvare o meno la riforma costituzionale promossa e varata dal centro-destra nel corso della scorsa legislatura. Questo il senso dell’incontro di giovedì sera fra il presidente del “Coordinamento nazionale delle iniziative per la difesa della Costituzione”, Oscar Luigi Scalfaro, e il premier Romano Prodi, che insieme hanno valutato le iniziative e le azioni da sostenere in vista dell’appuntamento elettorale di fine giugno.

Un referendum, il prossimo, scaturito dal fatto che la legge di riforma istituzionale non ha incassato in seconda lettura l’appoggio dei due terzi del Parlamento (Senato e Camera dei deputati), rendendo così possibile per il centro-sinistra il ricorso alla Cassazione.
Una richiesta che nel caso specifico è stata rivolta dal centro-sinistra attraverso il coinvolgimento delle regioni amministrate dall’Unione (la legge ne richiede almeno cinque), dei deputati dello schieramento di Romano Prodi (il requisito minino previsto è un quinto dei membri di una Camera) e, soprattutto, attraverso la raccolta delle firme dell’elettorato.

Proprio questo iter congiunto, che ha saputo legare assieme percorso istituzionale e mobilitazione civica, per altro ottenendo un grande successo, è stato sottolineato da Scalfaro in una nota diffusa a margine dell’incontro con Romano Prodi: “La Carta Costituzionale è dei cittadini. Per questo abbiamo voluto che a chiedere il referendum fossero prima di tutto loro, con le loro firme. Ne servivano cinquecentomila ma io ho avuto l’onore di poter dire che quelle che avevamo raccolto erano oltre ottocentomila. Ora dobbiamo mobilitare tutti coloro, e sono tanti, che hanno a cuore l’unità dell'Italia”.

Con Scalfaro, che guidava la delegazione,hanno partecipato anche Maria Troffa, Giovanni Bachelet, Franco Bassanini, Maurizio Chiocchetti, Leopoldo Elia e Alessandro Pajno.
Scalfaro - informa sempre il comunicato - ha espresso al leader dell'Unione apprezzamento per “l'impegno tenace e coerente posto fino ad oggi nel respingere una riforma costituzionale che cambia radicalmente il volto della nostra Repubblica e della democrazia italiana. E che lo fa in modo “unilaterale” essendo stata approvata con il voto del solo centro-destra”.

L’urgenza di un impegno e di una mobilitazione che impedisca lo stravolgimento della Carta Costituzionale imposto dalla vecchia maggioranza è stato motivato anche dal leader dell’Unione, il quale si è speso in difesa dell’impianto costituzionale italiano: “La nostra Costituzione - ha infatti ricordato Prodi - ha assicurato unità e coesione all'Italia e le ha consentito di diventare una grande e forte democrazia. Noi chiediamo ai nostri concittadini di andare a votare per dire “no” a una riforma incoerente e squilibrata che produce danno al Paese. Perché indebolisce il Parlamento senza rafforzare la capacità di governo, rende interminabile il procedimento legislativo proprio mentre si invoca una maggiore rapidità ed efficienza delle istituzioni, sottrae potere al Presidente della Repubblica e, soprattutto, mette a serio rischio la stessa unità sostanziale della Repubblica”. “Il 25 giugno – ha ancora aggiunto Prodi - andrò a votare per dire il mio “no” alla riforma, nella speranza che ci lasciamo alle spalle una pagina infausta della nostra storia. Noi vogliamo un Paese unito. Per questo, sulla Costituzione, si deve cercare l'adesione più ampia delle forze politiche, sempre. Non si può procedere a colpi di maggioranza”.
Così il futuro presidente del Consiglio ha assicurato la partecipazione della coalizione di centro-sinistra alle iniziative di informazione promosse dal Coordinamento con lo scopo di rendere chiare e largamente accessibili le motivazioni che sostengono il “no” alla riforma. Un impegno reso ancora più gravoso dalla scarsità delle risorse finanziarie e dei mezzi di informazione a disposizione delle forze impegnate a “salvare” la Costituzione. Anche per questo, ha chiarito il presidente, ci si affiderà al rapporto diretto con i cittadini e alla loro sensibilità istituzionale.
Il Coordinamento non ha perso tempo e così sono stati già previsti alcuni appuntamenti. Il primo incontro oggi, a Palermo, con Rita Borsellino, e il secondo a Firenze per una fiaccolata il 1 giugno. (AprileOnline 13.05.06)

 

Appello per la Costituzione

di Giulietto Chiesa e altri

 

 2 Maggio 2006 - Noi sottoscritti esprimiamo la nostra profonda inquietudine per la situazione del paese, come è mostrata dal risultato elettorale di Aprile, e come si presenta in questi giorni.
La divisione in cui si è venuto a trovare il paese è artificiale e non corrisponde alla ricchezza e varietà di posizioni politiche, culturali,
ideali che in esso esistono.
*Il 25 giugno si deve votare per cancellare gravissime modifiche della Costituzione*, approvate a colpi di maggioranza dalle destre e per salvare la Costituzione Antifascista, ma dovremo farlo contro tutte le televisioni, che sono in mano alla destra e non garantiscono una corretta informazione. Dunque avremo grandi difficoltà a raggiungere, con i nostri argomenti, grandissime masse p
opolari.

Che, a loro volta, saranno bersaglio di una massiccia campagna di disinformazione e di demolizione dei valori democratici, costruita sulla menzogna, sull'ignoranza e sulla manipolazione.

La campagna elettorale appena conclusa è lì a dimostrarci che una tale operazione può avere successo. Basterebbero pochi voti per privarci dei valori della convivenza civile scritti nella Costituzione, e per dare alla destra l'occasione di una rivincita di tali proporzioni da mettere a repentaglio, addirittura, la prosecuzione del governo di centro-sinistra appena - si spera - insediato.

Per questo lanciamo l'allarme:

1) Perché l'Italia democratica non si culli nella falsa idea che la vittoria sia già acquisita.

2) Perché non si perda tempo e si mobilitino tutte le forze a disposizione per una battaglia che sarà decisiva per il destino del paese.

3) Perché ci si organizzi in una grande iniziativa popolare che costringa all'onestà le televisioni pubbliche e private, e le sottoponga
a un vasto controllo democratico e popolare.

4) Perché, contro e a dispetto delle menzogne che comunque rischiamo di sentire dalle televisioni, tutti si mobilitino per raccogliere il
consenso dei milioni di cittadini che credono nella democrazia.

Per discutere, insieme, sui modi, i mezzi, le forme di questa mobilitazione, vi invitiamo a partecipare a un incontro nazionale, a Roma il 7 maggio mattina (in luogo che sarà comunicato successivamente), in vista di *una grande manifestazione nazionale democratica e antifascista* da convocare per il *2 Giugno*, in piazza San Giovanni.

Confidiamo nel sostegno a questo appello, nella sua larga diffusione, nella vostra partecipazione in quest'ora grave per l'Italia. L'esito di questa crisi, che non ha precedenti nella storia repubblicana, dipende da ciascuno di noi.

Giulietto Chiesa
Tana De Zulueta
Sabina Guzzanti
Raniero La Valle
Roberto Natale
Diego Novelli
Achille Occhetto
Franco Ottaviano
Lidia Ravera
Roberto Seghetti
Edoardo Schiazza
Francesco Sylos Labini
Marco Travaglio
Elio Veltri

Le firme in calce a questo testo sono il frutto di un primo incontro. Le adesioni sono aperte. Si prega di inviarle, provvisoriamente, su uno dei seguenti indirizzi mail

presidenza@ilcantiere.org

perunaltratv@gmail.com

organizzazione@megachip.info

 

L'Italia Repubblicana approva la Costituzione

 

 

di Katia Bellillo

Il 22 dicembre del 1947 l'Italia Repubblicana approva la Costituzione, tutti i cittadini sono uguali, il lavoro stabile e giustamente retribuito è il diritto principale e la Repubblica interviene per eliminare gli ostacoli economici politici e sociali che impediscono ad ogni cittadino, al di là del sesso, della razza, della religione, delle condizioni fisiche o esistenziali, di definire in libertà il proprio progetto di vita. Sta in questi semplici ma grandi principi la forza e la modernità della nostra Carta Costituzionale e sono proprio questi principi che forze anticostituzionali più o meno occulte, fin dall'inizio, hanno tentato di vanificare o addirittura cancellare. Oggi sappiamo che l'attacco alla Costituzione ha raggiunto livelli di guardia, leggi come la legge 30, sul mercato del lavoro, la riforma Moratti,che privatizza l'istruzione, la devolution che rompe l'unità nazionale, per citare le più devastanti, hanno svuotato completamente il dettato costituzionale e modificati i rapporti di forza nella società.
I comunisti si sentono impegnati insieme alle forze democratiche nei comitati che stanno nascendo in tutto il territorio nazionale per la difesa della Costituzione.