Democrazia! Seminario
organizzato da Fiom e MicroMega
sabato 29 gennaio 2011 a Torino
Ci
sarà anche Antonio Ingroia, procuratore antimafia a Palermo, ci
sarà l’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky,
ci sarà Moni Ovadia, ci saranno i giornalisti Gad Lerner e
Lucia Annunziata, ci saranno storici, sociologi, economisti (da
Marco Revelli a Guido Viale, da Emiliano Brancaccio
a Paul Ginsborg), ci saranno due leader del movimento degli
studenti (Roberto Iovino e Francesco Raparelli), a discutere le
introduzioni di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom,
di Luciano Gallino e di Paolo Flores d’Arcais, al
seminario pubblico sul tema “DEMOCRAZIA!” organizzato da Fiom e
MicroMega a Torino sabato 29 gennaio, il giorno dopo lo sciopero
generale dei metalmeccanici, nella sede della “Fabbrica delle E” del
“gruppo Abele”, in corso Trapani 95.
Una no-stop dalle ore 10 alle 17, che intende dare seguito
all’apertura della Fiom alla società civile e alle sue lotte, nella
convinzione che i temi posti dallo scontro in fabbrica non riguardino
ormai solo la difesa delle conquiste operaie del dopoguerra ma
coinvolgano diritti costituzionali di tutti. (www.micromega.net 27
gennaio 2010)
Il
carattere eversivo dell'azione di Berlusconi è ormai dichiarato, la sua
volontà di assassinare la Costituzione nata dalla Resistenza è
costantemente esibita. Per difendere la Repubblica è necessario che
l'Italia civile faccia sentire unanime la sua voce.A questa Italia che
vuole rinascere dalle macerie in cui l'ha precipitata un regime di
cricche chiediamo di scendere in piazza al più presto, l'ultimo sabato
di settembre o il primo di ottobre, per una grande manifestazione
nazionale a Roma.Ci rivolgiamo a tutte le associazioni, i club, le
testate, i siti, i gruppi "viola", a tutti i cittadini che si
riconoscono nei valori della Costituzione e nella volontà di realizzarli
compiutamente. Ci rivolgiamo al mondo della cultura, della scienza,
dello spettacolo, a tutte le personalità che hanno il privilegio e la
responsabilità della visibilità pubblica, perché si impegnino tutti,
individualmente e direttamente, alla realizzazione di una
indimenticabile giornata di passione civile.
FUORI BERLUSCONI
REALIZZIAMO LA COSTITUZIONE
VIA I CRIMINALI DAL POTERE
RESTITUIRE LE TELEVISIONI AL PLURALISMO
ELEZIONI DEMOCRATICHE
Andrea Camilleri Paolo Flores d'Arcais Margherita Hack
25 marzo, tutti trasmettano
“Rai per una notte”. Appello di MicroMega alle testate web e alle tv
Pubblichiamo il testo dell'appello promosso da MicroMega –
sottoscritto da un gruppo di intellettuali, docenti, giornalisti,
fisici, sindacalisti, uomini e donne dello spettacolo – per chiedere
alle testate web
e alle televisioni di diffondere in diretta "Rai
per una notte", la
manifestazione/trasmissione promossa dalla FNSI in difesa della
libertà di stampa, che Michele Santoro condurrà giovedì 25 marzo dal
Paladozza di Bologna. Un'iniziativa che vedrà protagonisti Giovanni
Floris, Daniele Luttazzi, Marco Travaglio, Vauro, la squadra di
Annozero e molti altri ospiti del mondo del giornalismo e dello
spettacolo.
E'
ormai provato al di là di ogni ragionevole dubbio il carattere
assolutamente pretestuoso della decisione Rai di interrompere
Annozero, decisione che risponde unicamente ad un "ukase" di
Berlusconi comprovato da numerose intercettazioni telefoniche.
Di fronte a questa ennesima violenza contro la libertà
d'informazione, riteniamo dovere di ogni testata democratica dare un
appoggio pieno e incondizionato alla
trasmissione
extra-Rai che Santoro realizzerà a Bologna la sera di
giovedì 25 marzo.
Chiediamo perciò a tutte le testate web (e in primo luogo a quelle
dei grandi quotidiani) e a tutte le televisioni che trasmettono in
digitale terrestre, dal satellite, su frequenze locali, di
collegarsi il 25 marzo alle ore 21 per diffondere in diretta tale
iniziativa, quali che siano le divergenze o critiche di tali testate
nei confronti di "Annozero" e di Santoro, come forma elementare e
doverosa di testimonianza a difesa della libertà di stampa e dei
diritti costituzionali ogni giorno vieppiù calpestati dal governo di
Berlusconi.
Paolo Flores d'Arcais, Margherita Hack, Dario Fo, Franca
Rame, Antonio Tabucchi, Fiorella Mannoia, Salvatore Borsellino,
Lorenza Carlassare, Sabina Guzzanti, Wu Ming 1, Moni Ovadia, Luciano
Gallino, Stefano Benni, Carlo Freccero, Piergiorgio Odifreddi,
Valerio Magrelli, Pierfranco Pellizzetti, Angelo d'Orsi, Lidia
Ravera, Franco Grillini, Marco Revelli, Giorgio Cremaschi, Carlo
Bernardini, Ferruccio Pinotti, Orlando Franceschelli, Mauro Barberis,
Roberto Morrione, Roberto Escobar
(20 marzo 2010)
Legge elettorale e referendum
del 21 giugno 2009
Documento approvato il 13 maggio 2009 da "Salviamo la
Costituzione".
La vigente legge elettorale espropria gli elettori del diritto di
scegliere i propri rappresentanti e affida alle segreterie dei partiti
il potere di nominarli dall’alto ; rompe il rapporto tra gli eletti, il
territorio e le comunità locali; riduce drasticamente il pluralismo
politico e quindi la rappresentatività delle istituzioni; premia
eccessivamente la lista o la coalizione più forte. Si tratta dunque di
una legge che per molti versi contrasta con i principi e i valori di
democrazia e libertà della nostra Costituzione repubblicana, come la
Corte costituzionale ha rilevato nella motivazione della sentenza con la
quale ha dichiarato l’ammissibilità del referendum.
La legge che uscirebbe da una eventuale vittoria del SI nel referendum
del 21 giugno non eliminerebbe nessuno di questi difetti dell’attuale
legge elettorale. Anzi, aumenterebbe le distorsioni in senso
ultramaggioritario da essa prodotte, rendendo più agevole l’approvazione
di riforme costituzionali di parte. Dunque non ne ridurrebbe, anzi ne
aumenterebbe i vizi di costituzionalità, come pure la Corte
Costituzionale ha sottolineato nella ricordata sentenza.
L’Associazione “Salviamo la Costituzione”, in coerenza con i principi e
i valori di difesa e attuazione della Costituzione, che la portarono a
promuovere il vittorioso referendum costituzionale del giugno 2006,
intende nelle prossime settimane concorrere a informare i cittadini
sugli elementi di incostituzionalità della vigente legge elettorale e di
quella che uscirebbe da un successo del referendum. Invita i cittadini a
valutare queste informazioni nel decidere il proprio comportamento di
fronte al referendum.
La Costituzione che "resiste"
di Diego Vincenti
A scorrere la Costituzione viene la pelle d’oca. Emozione e angoscia.
Perché ormai sembra quasi che parli ad un altro Paese. Diritto al
lavoro, pace, uguaglianza, libertà religiosa, democrazia. Con la cronaca
(nera e politica) a contraddirla quotidianamente. Ma nonostante insulti,
minacce e tradimenti, la Costituzione resiste. Per ora. Fragile baluardo
cartaceo di unità e valori universali, arriva a compiere i 60 anni
dall’entrata in vigore. Era il primo gennaio 1948 e l’Italietta cercava
di riscoprirsi grande dopo i fasci-deliri. Come i giornali, anche il
teatro è da sempre sensibile agli anniversari, e ogni tanto qualche
buon’anima ancora considera il palcoscenico riflesso privilegiato della
realtà. Di tutte le realtà.
Nasce così, dove non ti aspetti, uno dei progetti più interessanti
legato a questi 60 anni. Merito del Teatro del Quarticciolo, impegnatosi
nella sua prima produzione (alle spalle il Teatro di Roma) che pare
segnare qualcosa di più di una semplice volontà artistica. (In)diretta
dichiarazione d’intenti, per un palcoscenico giovane giovane ma già
amatissimo. A dirigere La Costituzione (in prima nazionale dal 2 al 4
giugno) Ninni Bruschetta, tante volte visto a teatro e al cinema (Luchetti,
Giordana, Battiato), ora spinto dal desiderio di riscoprire il
conosciuto, di riappropriarsi di ciò che già dovrebbe appartenere.
«Il primo obiettivo è quello di spiegare che cosa sia la Costituzione –
sottolinea – perché in realtà ben pochi la conoscono. Poi come al solito
a teatro, ad emergere è il racconto: della sua nascita, della sua
vitalità, come anche dell’indifferenza e delle pericolose violazioni che
minano la natura stessa della democrazia e della Repubblica. Una
democrazia assente, non perché non siamo liberi, ma perché non abbiamo
reali governi del popolo, solo governi di sistema. Quello scarto fra il
palazzo e la nazione di cui già parlava Pasolini. Ma lo spettacolo è
anche il racconto dei principi e dei valori che la sostengono, che ne
fanno un testo umano, quasi poetico nella sua essenzialità». Poetico e
necessario. Ma certo difficile da mettere in scena. Un lavoro in
divenire che parte dal Ventennio (con la lettera di Einstein a Mussolini
sulla libertà della scienza), passa per Trilussa e si concentra infine
sui primi 54 articoli, declinati in un rito teatrale che apre fessure,
dubbi, nuove resistenze. Con al centro sempre l’attore. «Ci sono 3 o 4
professionisti, il resto sono studenti, appassionati, gente comune.
Tutti legati al territorio, parte integrante di questo quartiere
popolare antico e bellissimo, che ora sta anche scoprendo il teatro. Ed
è incredibile come il luogo abbia da subito avuto una forza attrattiva
magnetica. Ci sono mascherine che durante le prove stanno lì a sentirsi
quattro ore di laboratorio che mi romperei le palle io di ascoltare.
Eppure rimangono lì, dalla prima all’ultima parola» racconta l’attore.
Professionismo e la freschezza del non scolarizzato. Sensibilità libere
che donano sfumature nuove alle dinamiche drammaturgiche.
Sul palco, un’umanità varia: dall’operaio che finalmente ci prova, al
musicista palestinese, fino a una giovane madre che alle 19 deve
inderogabilmente staccare (causa famiglia). Non tutti d’altronde si
possono permettere i fusi orari teatrali… E tra le pieghe, la celebre
conferenza di Calamandrei all’Umanitaria di Milano (26 gennaio 1955).
«Un testo meraviglioso - conclude Bruschetta - in cui si sottolinea come
la Costituzione sia stata scritta con il sangue della Resistenza, in
opposizione al fascismo. Calamandrei lo diceva, non certo un pericoloso
bolscevico. E senza rivalsa politica, come il dato di fatto quale è».
Teatro che si schiera, senza nascondersi nei salotti della cultura.
Sarebbero piaciuti a Calamandrei, il progetto e questo teatrino di
periferia. Molto. A lui che, oltre a ricordare la lotta antifascista,
censurava la passività di fronte agli avvenimenti: “una delle offese che
si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica”. Lunga vita
allora. E che sia Resistenza. Ora e sempre. (La Rinascita della sinistra
30 maggio 2008)
La Costituzione da difendere
Intervista a Luciano Canfora
di Paolo Barbieri
La sinistra? Con le troppe scissioni «abbiamo creato noi le
condizioni per la sconfitta attuale», e il rischio ora è che la spinta
al bipartitismo la confini in «gruppi di studio che terranno vivo lo
spirito critico». Storico, antichista di fama mondiale, studioso della
politica, Luciano Canfora ha una lunga storia di militante comunista e
non è sospettabile di simpatie veltroniane, ma non cerca in alcun modo
di edulcorare la sua visione dell’oggi. A sessant’anni dalle elezioni
spartiacque del 18 aprile 1948, l’Italia è nuovamente di fronte a una
prova elettorale storica: dietro l’angolo c’è l’ombra della cosiddetta
“legislatura costituente” e una possibile trasformazione del sistema
democratico. Partiamo dal 1948. Perché Togliatti e Nenni decisero di
presentarsi insieme con il Fronte popolare?
Difficile darne conto in due battute. Le elezioni del 1946 per la
Costituente avevano dato un risultato favorevole: i comunisti erano al
19 per cento, i socialisti avevano più del 20, la Dc era sul 32-33 per
cento. La scissione di Palazzo Barberini, durante i lavori della
Costituente, spezzò il Partito socialista. La propaganda dell’epoca
diceva “tanto è un pugno di traditori, la base è tutta da questa parte”
ma qualche paura c’era. Tuttavia, non essendoci i sondaggi, il calcolo
era che bastasse una piccola spallata per avere la maggioranza. Ma il
Piano Marshall da una parte e la vicenda cecoslovacca dall’altra, cioè
il processo di trasformazione rapida in Cecoslovacchia da una coalizione
più o meno composita a una posizione egemonica del Partito comunista,
portarono l’elettorato dalla parte della Democrazia cristiana. Si è
detto che Togliatti fosse contrario alla lista unica, caldeggiata dai
socialisti forse per cancellare l’emorragia subita con la scissione di
Saragat, altri dicono che una parte dei socialisti volesse la fusione
dei due partiti. Comunque i socialisti ebbero un colpo mortale, perché
nel conteggio degli eletti del Fronte i comunisti prevalsero. Il Pci non accolse troppo negativamente l’esito del voto.
La valutazione che viene attribuita a Togliatti all’indomani del
risultato elettorale, secondo cui quello fu “il migliore risultato
possibile” non era tanto una forma di autoconsolazione. Togliatti sapeva
benissimo – come lo sappiamo noi oggi anche da fonti di provenienza
statunitense – che gli Usa non avrebbero tollerato una vittoria
elettorale del Fronte. Erano stati predisposti piani insurrezionali, per
esempio in Sicilia e in Sardegna, un piano di pre-guerra civile, forse
attraverso delle formazioni che non erano ancora Gladio ma gli
rassomigliavano, per consentire poi un intervento pacificatore della
flotta americana, che stava minacciosamente al largo dei nostri porti.
Quindi il giudizio di Togliatti oggi è chiaro: una vittoria del Fronte
avrebbe portato al precipitare degli eventi e a una sconfitta militare
delle sinistre. La divisione del mondo e dell’Europa comportava che
l’Italia stesse nella sfera occidentale. Da allora si è consolidato un pluralismo parlamentare: diverse
forze e diverse culture sono state sempre presenti nella politica
italiana. A tuo giudizio si tratta di una eredità solida oppure la
spinta al bipartitismo ha qualche possibilità di radicarsi anche nella
società?
Certamente i meccanismi elettorali imporranno una semplificazione. La
legge proporzionale, non quella attuale che è fintamente proporzionale,
determina che il voto di tutti i cittadini sia rispettato: è l’unica che
corrisponde al principio del suffragio universale. Ma il suffragio
universale è ormai alle spalle, direi che è morto nonostante sia stato
così vigorosamente difeso e richiesto durante tutto l’800 e buona parte
del ’900. Il suffragio universale determina la difficoltà a governare
delle forze dominanti, delle forze più significative economiche e
finanziarie, politiche, occulte e palesi, perché contro una minoranza
frastagliata non si riesce a governare. Per questo con la stupida
formula della governabilità, che non significa nulla, si è cancellato
l’unico sistema che rispecchia il principio “un uomo un voto”. E ora i partiti più grandi vorrebbero una legge che marginalizzi
le forze intermedie... La sinistra cosiddetta moderata che si raccoglie nel Partito
democratico sogna un sistema francese, che ha progressivamente
cancellato il Partito comunista, perché ha costretto gli elettori
comunisti, che in Francia erano molti, a votare sempre al secondo turno
per i socialisti. Alla fine questi hanno votato direttamente per il
Partito socialista, è ovvio; il sistema francese è altrettanto
liberticida del nostro e costringe al bipartitismo. In Inghilterra c’è
un terzo partito molto forte che si chiama liberal-democratico, presente
alle elezioni locali ma non ai Comuni perché la legge inglese di tipo
maggioritario secco uninominale riduce fuorigioco il terzo partito. In
America non ne parliamo, la Russia è un caso a parte perché sono
elezioni sui generis, comunque modellate un po’ sul presidenzialismo
francese. Insomma non esiste più il suffragio universale, è archiviato
con la democrazia di tipo tradizionale. Se Pd e Pdl avessero successo, si riaprirà la questione della
“riforma” della Costituzione? Sono convinto con Raniero La Valle che per cambiare la
Costituzione basta cambiare la legge elettorale. Sì, si può perfezionare
il cambiamento e avverrà sicuramente in direzione di un rafforzamento
dell’esecutivo, ma l’anima di una costituzione è la legge elettorale.
Quella italiana era strettamente connessa, in tutto il suo spirito
innovatore, al sistema proporzionale: una volta cancellato questo la
nostra Costituzione è un cadavere ambulante, che noi continuiamo a
difendere e facciamo benissimo, ma su un piano ormai puramente etico,
perché è già stata svuotata. Ultima questione: con il Pd è nato un partito che contende i
voti alla sinistra ma non si autodefinisce di sinistra. E’ una tendenza
europea, come quella alla semplificazione e alla “governabilità” o
resterà un fatto solo italiano? Europa vuol dire soprattutto, nonostante gli allargamenti,
Spagna, Francia, Germania e Inghilterra. In tutti questi Paesi il
Partito socialista o laburista esiste e gode ottima salute, non ha
nessuna intenzione di cambiare natura. L’hanno già cambiata nel tempo,
in Germania con la solenne svolta di Bad Godesberg, in Inghilterra con
la sconfitta della sinistra laburista all’interno del partito. Ma sono
forze che si ispirano al socialismo, non vedo forme di autoliquidazione.
In Italia, con l’uscita della sinistra, è rimasto dentro il corpo del
partito soltanto il cotè americano. Loro hanno come parametro non
l’Europa ma gli Stati Uniti, il che non è un crimine, ma non credo che
questo modello abbia un futuro in Europa.(La Rinascita della sinistra 10
aprile 2008)
La Carta è viva
Intervista a Gianni Ferrara
di Gianpiero Cazzato
La
Costituzione è forte e viva ed è amata dagli uomini e dalle donne di
questo paese. Non è sentita né amata dalla gran parte del ceto politico.
Solo a sinistra la Carta è vissuta come cosa di assoluta importanza non
solo per quanto di avanzato, per quanto di progressivo, per quanto di
sociale essa contiene, ma anche e soprattutto perché essa è intimamente
connessa al popolo italiano ed è il simbolo della possibilità che questo
popolo stia insieme». Gianni Ferrara si scalda come un ragazzo quando
parla della Costituzione e quando gli chiedi un giudizio sul lavorio
trasversale per mandare in soffitta la legge fondamentale della
Repubblica, sul gran parlare di “legislatura costituente” - auspice il
presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo - affila le
parole come una sciabola: «La Costituzione è stata confermata un anno e
mezzo fa dal popolo italiano che con 15 milioni di voti ha detto no alla
controriforma del centrodestra. Chi oggi parla di “costituente” è un
eversore. Ha ragione Scalfaro, si possono fare ritocchi, modifiche
particolari e determinati. Ogni altra eventualità è da respingere come
eversiva.
Segni e soci si sono fatti promotori di un referendum-monstrum con la
falsa motivazione della governabilità e della semplificazione del
sistema partitico.
L’idea
che si vota per scegliere un governo e poi l’elettore torna a casa per
cinque anni è una visione distorta e volgare. I referendari dal ‘93 ad
oggi cercano solo di annichilire la Costituzione. Non è un caso che la
iniziativa referendaria che attiene alla modifica del “porcellum” sia
avvenuta pochi mesi dopo la vittoria che il corpo elettorale ha
conseguito respingendo la riforma costituzionale di Bossi e Berlusconi.
Vorranno pur dire qualcosa quei 15 milioni di voti! Voglio vedere se c’è
qualcuno che mette in discussione la prima parte della Costituzione. Se
ci sono escano allo scoperto, dicano pubblicamente che loro l’articolo 3
sulla eguaglianza - eguaglianza di fatto – lo vogliono cancellare;
dicano che vogliono modificare l’articolo 36, quello che garantisce non
soltanto una retribuzione corrispondente alla quantità e qualità del
lavoro, ma che sia tale da assicurare una vita dignitosa al lavoratore e
alla sua famiglia. Lo dicano, perché il popolo italiano non ammetterebbe
che questi valori, questi principi vengano messi in discussione. E bada,
la seconda parte della Costituzione è funzionale ai principi e ai fini
della prima, perché hai voglia di proclamare principi se poi non hai gli
strumenti per realizzarli quei principi.
Tra quegli strumenti ci sono anche i partiti.
Senza i
partiti non c’è democrazia, c’è plebiscitarismo, c’è il disastro di
partiti inventati per garantire una persona o un gruppo di persone, c’è
il cancellierato, il minipresidenzialismo delle regioni, la mala
amministrazione, e non solo nel Mezzogiorno d’Italia. Ecco perché la
sinistra si deve dare una mossa, mandare un segnale forte di unità al
paese.
Costituzione e sistemi elettorali: il nesso è evidente. Il sindaco di
Roma Veltroni ha proposto, e forse ha ancora in serbo, un sistema
semipresidenziale alla francese che mal si concilia con il
parlamentarismo...
Veltroni
dice colossali sciocchezze. Il regime semipresidenziale è messo in
discussione da tempo nella stessa Francia. Mitterand, salvo poi
scordarsene, disse che era «un colpo di stato permanente». Quel modello
non ha altri esempi nel mondo, è solo francese perché fu fatto ad
immagine e somiglianza di De Gaulle. Sarkozy lo vuole sì modificare, ma
aumentando i poteri del presidente a danno del primo ministro, in
sostanza una accentuazione del carattere monocratico del potere.
Hai detto che solo il ceto politico vuol cambiare la Costituzione...
Mai abbiamo avuto un ceto politico di livello così basso. Questa gente è
consapevole della sua mediocrità e vuole riversare sulle istituzioni
repubblicane questa crisi di progettualità e questa dipendenza culturale
che dimostra di avere nei confronti del liberismo e della potenza
egemonica americana. Vogliono dimenticare che il movimento per la
riforma della Costituzione in Italia fu partorito dalla Trilaterale?
Vogliono dimenticare che il primo a progettare lo stravoglimento della
Carta fu Craxi che voleva sostituire la forza del Pci e l’imponenza
della Dc con il suo potere personale? Insomma la verità è che un
ordinamento che si ispira al liberismo economico non può ammettere
domande della società che siano in contrasto con il suo pensiero. E la
Costituzione italiana per chi non lo sapesse è una Costituzione
anticapitalistica. Ecco perché la vogliono demolire. (La Rinascita della
sinistra 8 febbraio 2008)
La Costituzione di tutti
di Alessandra Valentini
La
Costituzione è di tutti, anzi la Costituzione italiana è di tutti. Ce lo
dimostra con una bellissima pubblicazione l’Assessorato alle Politiche
dell’Immigrazione della Regione Liguria. L'assessore Enrico Vesco ha
realizzato una edizione multilingue della parte prima della
Costituzione, quella relativa ai diritti e doveri dei cittadini.
"L'obiettivo della coesione sociale e del benessere collettivo - scrive
Vesco - può essere raggiunto solo superando le attuali pratiche di
integrazione subalterna e incoraggiando la partecipazione attiva dei
migranti alla vita della collettività". Questo lavoro è una vera pratica
di integrazione attiva e partecipata, attraverso la quale le istituzioni
ed i cittadini tutti vogliono rendere condiviso uno dei patrimoni più
importanti della nostra storia democratica.
La Costituzione italiana, giovanissima ed
attualissima, scampata da poco ad una revisione scellerata che il centro
destra avrebbe voluto apportare, è nata dalla Resistenza, dalla voglia
di libertà e di convivenza civile che la dittatura fascista aveva
soffocato, uccidendo idee ed uomini. Da quelle macerie nacque la nuova
Italia e si dotò di una carta moderna, avanzata, che cercò la sua
origine non in un concetto astratto o di difficile spiegazione, ma si
fondò su una cosa nobile e concreta: il lavoro.
"L'Italia è una Repubblica democratica,
fondata sul lavoro". Questa parola è nell’articolo 1, e rappresenta un
vero e proprio assioma, apparendo ancor prima delle parole sovranità e
popolo, e sottolineando, in modo inequivocabile, che senza il lavoro non
ci sarebbero né la repubblica né la democrazia. La Costituzione
dovrebbe, e deve, dire molto di una nazione e non c’è modo migliore di
convivere ed integrarsi con tutti gli altri se non quello di farci
comprendere: la versione della Costituzione in dieci lingue è un
contributo fondamentale in questa direzione. Un contributo che va oltre
perché ci permette di parlare e di confrontarci iniziando proprio dal
lavoro.
Un principio che rende la nostra carta non
solo moderna, ma in qualche modo universale, in grado di parlare a
tutti, partendo appunto dal lavoro. Quel lavoro che in tantissimi
sperano di trovare in Italia, quel lavoro offerto dagli stranieri e che
manda avanti l'economia del Paese. Quel lavoro che spesso non c'è, per
nessuno, e se c'è è in nero, senza tutele, senza diritti e pagato pochi
euro. Quel lavoro che però, per la nostra Costituzione, è collocato
ancor prima dei diritti, è un principio antecedente ad essi, come a
significare (anche se nella realtà non è così, ma dovrebbe) che non può
esserci un lavoro ed un lavoratore senza diritti. Questa "lingua" -
quella del lavoro e dei diritti - tradotta in diversi idiomi può parlare
veramente a tutti "senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di
religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (Art.
3 della Costituzione). (4 ottobre 2006 sito PdCI naz.))
Il trionfo del No
di Carlo Ronga
E' accaduto quello che nessun partito politico, nessun esperto,
nessun opinionista si aspettava. Fino a ieri pomeriggio si erano
versati fiumi d’inchiostro per parlare della nausea da voto
degli elettori, chiamati a votare troppo spesso, che di sicuro,
in una calda domenica di fine giugno, avrebbero giustamente
fatto gli affari propri e ignorato questa vicenda collettiva.
Invece, gli elettori alle urne ci sono tornati. E in tanti, per
bocciare la riforma costituzionale della Cdl. Il 61,4% degli
elettori ha risposto “No” al referendum che affonda la
Costituzione riscritta dal centrodestra nella scorsa
legislatura, partecipando in modo convinto alla consultazione
che, dopo undici anni, torna a superare la fatidica soglia del
50%. L'affluenza è stata massiccia al Nord (60,3%) molto
significativa al Centro con il 53,6% e meno marcata al Sud e
nelle isole, dove tocca rispettivamente il 42,6 e il 44,4%. Il
Sì prevale solo in Lombardia e Veneto e in altre 23 province del
Nord.
Numeri a parte, la splendida giornata di ieri gonfia le vele del
governo e della maggioranza che supera uno scoglio che il
centrodestra aveva tentato di sfruttare per far naufragare il
vascello condotto da Prodi.
Il presidente del Consiglio non accentua il significato politico
del voto, come del resto aveva fatto durante la campagna
referendaria, ma è evidente che il fallimento anche dell'ultimo
tentativo di “rivincita” berlusconiana apre scenari un po’ più
rosei per un Governo che pure ha dovuto scontare una partenza
difficile, contribuendo a dare stabilità e - è il nostro
auspicio - chiudendo una lunga fase di conflitti. Forte di
un'indiscussa affermazione, l'Unione apre uno spiraglio al
dialogo per una stagione di riforme condivise che parta dal
rafforzamento del quorum previsto dall'articolo 138, da una
riforma federalista che contenga le norme per un forte
decentramento fiscale e da una nuova legge elettorale.
“Come maggioranza di governo - conferma il presidente del
Consiglio, Romano Prodi - è ora nostro dovere aprire il dialogo
con tutte le forze politiche e discutere insieme gli
aggiornamenti da apportare alla Costituzione”. “Molto
soddisfatto” anche Piero Fassino. Oltre ad essere stata respinta
una brutta modifica costituzionale, è stato stoppato il
tentativo dell'opposizione di strumentalizzare il confronto. “Il
no – rimarca il segretario dei Ds - prevale nella stragrande
maggioranza delle province italiane, compreso quel Nord che, con
una rappresentazione del tutto infondata e strumentale era stato
presentato una terra di egemonia del centrodestra. Si tratta di
un voto in cui prevale la ragione e si respinge chi proponeva lo
sfascio delle istituzioni. Adesso, spazzato via il brutto
pasticcio che era stato confezionato dal centrodestra, è
possibile riprendere il cammino di un confronto fra tutte le
forze politiche per fare quelle riforme vere e serie di cui il
Paese ha bisogno”.
Parole in sintonia con quelle pronunciate dal vice premier,
Francesco Rutelli: “Le riforme si devono fare insieme
nell’interesse degli italiani. Chi ha pensato di farle in casa,
a maggioranza, è stato duramente punito dagli elettori”.
E’ l'occasione per lanciare un'ipotesi di dialogo sulle riforme
che potrebbe diventare un’opportunità di tessere nuovi rapporti
almeno con parte dell'opposizione. Il compito di "avviare
immediatamente i contatti con le forze politiche per impostare
il dialogo sulla riforma della costituzione e della legge
elettorale" spetta al ministro per i rapporti con il Parlamento
Vannino Chiti. Si vedrà se l'offerta di dialogo affidata al
“messo” del Governo avrà un seguito. Di sicuro, il confronto
sulle riforme potrebbe inaugurare rapporti nuovi tra i due
schieramenti.
Accadde ai tempi dell'ultima bicamerale, quando D'Alema e
Berlusconi cercarono, senza poi trovarla, la chiave per arrivare
a riforme condivise. Chiti, secondo quanto viene spiegato,
dovrebbe cercare di aprire un “tavolo” al quale ragionare di
riforme costituzionali e legge elettorale, ma non una nuova
bicamerale, avvertono fonti di governo "visti i risultati delle
precedenti".
Se il centrosinistra riprende fiato, l’esito referendario apre
dinamiche tutte nuove nel centrodestra, dove, tutti, hanno perso
il sorriso. E uno più degli altri ha perso “l’aplomb”. E' il
leghista Roberto Speroni che commentando la vittoria dei No al
referendum sbotta: “Gli Italiani fanno schifo! L'Italia fa
schifo!”.
Il giorno in cui la “devolution” viene bocciata senza appello da
milioni di italiani non è facile nascondere la delusione per i
“saggi di Lorenzago”, che nell'agosto del 2003 si riunirono in
una baita del Cadore per mettere a punto il testo che poi venne
approvato nel novembre 2005. Nella tarda serata di ieri
Berlusconi (in compagnia del suo fedele amico Emilio Fede) ha
convocato nella sua villa di Arcore Umberto Bossi, Roberto
Calderoni e Giulio Tremonti per un primo confronto politico.
Così la residenza del Cavaliere si trasforma in una trincea di
lusso, una sorta di bunker dei disperati intenti a rispondere a
nuovi attacchi, e questa volta dal fronte interno.
Dopo tre sconfitte consecutive in due mesi (politiche,
amministrative e refeendum) il centrodestra non può più eludere
l'esigenza di una nuova strategia politica e di una nuova
leadeship che sappia cogliere il malessere e le aspettative dei
moderati. “L’asse del nord” accusa il colpo e i centristi, in
particolare, potrebbero dunque cogliere l'occasione per
cominciare a muoversi con maggiore autonomia. Il giudizio più
sereno sembra quello che arriva da Francesco D'Onofrio. “Vi
posso dire solo tre cose - dichiara ai cronisti che lo
intercettano alla Camera - la prima è che il voto popolare va
sempre rispettato; la seconda è che siamo disponibili ad un
confronto; la terza è che aspettiamo di capire cosa l'Unione
voglia cambiare della sua riforma del Titolo V che è ancora in
vigore”.
Ben diverso il tenore delle dichiarazioni degli altri alleati.
“Per il futuro - prevede Roberto Calderoli - penso che dialogare
con la sinistra sulle riforme sarà molto difficoltoso. Il
presidente del Consiglio ha chiesto la fiducia chiedendo la
bocciatura delle riforme, è difficile pensare che sia un
interlocutore. La sinistra vuole più centralismo”. Per
l’esponente lumbard anche l’alleanza con la Cdl dovrà essere
“ripensata su basi nuove”.
Il partito di Fini prende tempo e rimanda le decisioni in attesa
di una valutazione “a freddo” della sconfitta referendaria. Il
compito di commentare quel 61% che ha demolito uno dei pilastri
della passata legislatura è stato affidato al portavoce del
partito Andrea Ronchi: “La sconfitta del sì è stata netta e
chiara. E' importante che il centrodestra ne capisca e
approfondisca le ragioni.
E si interroghi a fondo. E' presto per dire che è finita la
stagione delle riforme in Parlamento, ma certo – spiega Ronchi -
le motivazioni e i modi con cui il centrosinistra ha fatto
votare no, indicano qualche motivo di preoccupazione”. E il
leader di An, ospite di Speciale Tg1 invita a "non prendersela
con gli elettori".
"Occorre - spiega Fini - che la Cdl rifletta sul motivo per cui
una quota consistente del nostro elettorato non si è
mobilitata".
Dalla Lombardia (insieme al Veneto l'unica regione che ha dato
via libera alla nuova Costituzione) fa sentire la sua voce il
governatore Roberto Formigoni: “Più che remare contro - dichiara
riferendosi al disimpegno con cui alcune componenti
dell'opposizione hanno affrontato il referendum - non ho visto
tanta gente remare perché si poteva e si doveva fare una
campagna informativa diversa. E' evidente – continua - che il
risultato non ci soddisfa e ora bisogna fare un esame
approfondito della situazione. Lombardia e Veneto hanno tenuto i
voti, cosa che non si può dire per tutte le altre regioni”.
Il coordinatore di Fi, Sandro Bondi, si preoccupa soprattutto
del distacco tra Nord e Sud che emerge dal risultato della
Consultazione. “Considerato che ha votato meno della metà degli
elettori e tenuto conto del voto ideologico espresso dalle
regioni rosse, il risultato - avverte - impone una riflessione
su due questioni decisive per il futuro del Paese: la prima
riguarda le ragioni per le quali il Mezzogiorno non ha compreso
la validità e la necessità anche per il Sud della riforma
costituzionale; la seconda riguarda il crescente divario del
Nord rispetto al resto d'Italia, una divaricazione che pone una
questione politica nazionale che nessuno può ignorare”.
Per il coordinatore azzurro, “se le posizioni della maggioranza
sono queste o restano quelle emerse durante la campagna
referendaria , è molto difficile credere che l'invito a
riprendere insieme il lavoro riformatore possa essere sincero e
non semplicemente un doveroso inchino alla virtù del dialogo.
Non saremo certo noi a respingere a priori una dichiarata
volontà di collaborazione - sottolinea - ma essa non può essere
preceduta o accompagnata da giudizi liquidatori e distruttivi
dei risultati raggiunti nella precedente legislatura”.
Parole che sono agli antipodi, rispetto alla considerazioni del
sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Giampaolo
D'Andrea. “La nettezza del risultato fa piazza pulita di
qualsiasi recriminazione. I proponenti che si sono incautamente
avventurati lungo un percorso che gli elettori hanno dimostrato
di non apprezzare e non condividere nella stragrande maggioranza
devono prendere atto del fermo stop al tentativo di stravolgere
la Costituzione del 48”. A parere dell'esponente dell'Ulivo,
“una fase riformatrice può ora ripartire con il concorso più
ampio possibile e soprattutto in continuità con il patto
fondativo che 60 anni fa venne posto alla base della Repubblica
italiana”. (AprileOnline 27.06.06)
ROMA - Riaprono questa mattina, alle ore 7, i
seggi elettorali per il referendum popolare che confermerà o respingerà
la legge di modifica della seconda parte della Costituzione, approvata
dal Parlamento. Alle ore 22 di ieri aveva votato il 35% degli aventi
diritto.
Sono 47.129.008 gli elettori chiamati alle urne, di cui 22.572.903
uomini e 24.5556.105 donne. A questi si aggiungono i 2.600.000 cittadini
italiani residenti all'estero che hanno potuto esercitare il loro
diritto per corrispondenza (in questo caso sono validi solo i plichi
giunti agli uffici consolari entro le ore 16 di giovedì scorso 22
giugno), oppure optare per il voto in Italia. Il termine per esercitare
il diritto di opzione è scaduto l'8 maggio scorso. Lo scrutinio si
svolgerà oggi, a partire dalle ore 15, subito dopo la chiusura dei
seggi, anche per i plichi contenenti i voti degli italiani all'estero.
ALLE 22 HA VOTATO IL 35%
E' stata del 35% l'affluenza alle urne registrata alle ore 22 per il
referendum confermativo sulla legge di modifica della seconda parte
della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata sulla Gazzetta
Ufficiale il 18 novembre scorso. Il dato è stato diffuso dai servizi
informatici elettorali del Viminale. Nel 2001, per l' omologa
consultazione referendaria sulla legge di modifica al titolo V della
seconda parte della Costituzione, la prima confermativa della storia
della Repubblica, alle 22 aveva votato il 34,1% e allora si votò in
ottobre (il 7) e in un solo giorno.(Ansa 26.06.06)
Referendum, perché ''No''
di Oliviero Diliberto
Fra poco saremo chiamati di nuovo alle urne,
stavolta per decidere se approvare o meno la riforma
Costituzionale voluta dal centrodestra. Più che riforma direi
una controriforma, un’idea nata dalle menti di Roberto Calderoli
e soci, con il beneplacito di Umberto Bossi e Silvio Berlusconi.
Si tratta del totale sovvertimento dei principi della
Costituzione repubblicana nata dalla resistenza antifascista. E’
un tentativo, maldestro e sgangherato, di introdurre una
frattura fra Italia del nord e Italia del sud al solo scopo di
consentire alla Lega di continuare nella sua propaganda
separatista.
La controriforma colpisce il cuore dei valori costituzionali.
Viene presentata come riforma della seconda parte della carta
fondamentale, ma nei fatti è lo smantellamento sistematico dei
principi fondamentali. Uguaglianza, libertà e solidarietà
sociale; termini dietro cui si legge un sistema di valori
condiviso, quello delle forze che hanno fatto rinascere l’Italia
dopo la devastazione della guerra, ma del tutto estraneo alla
stragrande maggioranza del centrodestra, composto dal partito
azienda del cavaliere, dalla Lega
e dai post fascisti di Fini e compagnia.
L’idea della devoluzione è del tutto inaccettabile. Si prevede
l’introduzione della competenza assoluta alle Regioni per
scuola, sanità e polizia locale. Il che significa creare
un’Italia di serie A e una di seria B. Un’Italia con un sistema
sanitario e scolastico di buon livello, pagato dalla ricche
regioni del nord, e un’Italia che deve tirare a campare, quella
delle regioni del Sud. Si tornerebbe in questo modo alla
distinzione di classe, termine che nei fatti torna
prepotentemente alla ribalta.
Negli ultimi cinque anni abbiamo assistito alla demolizione
progressiva dei valori costituzionali. Operazione in parte
riuscita grazie ad un’azione sistematica condotta da Berlusconi
e dal suo apparato mediatico che è stato capace di scavare a
fondo nel sistema dei valori degli italiani, seminando
l’irrisione per le istituzioni e per lo Stato, diffondendo una
sorta di senso di illegalità diffuso, insomma quello che in
altri tempi si chiamava il “sovversivismo delle classi
dirigenti”.
Oggi compito del centrosinistra sui temi istituzionali è
innanzitutto quello di ricostruire il senso del loro rapporto
fra le istituzioni e i lavoratori. Non sarà facile cercare di
porre rimedio ai guasti della devastazione compiuta dal
centrodestra, ma certamente occorre ripartire proprio dalla
Costituzione, dai suoi valori fondanti, da quei principi che
ancora oggi sono attuali e moderni. Diritto al lavoro, alla
cultura, ai diritti civili e sociali, sono principi che
attendono solo di essere declinati rispetto alla realtà del
momento ma che sono di grande attualità. Dall’altra parte vi è
la soppressione dei diritti del lavoro, la scuola di classe, la
sanità per i ricchi, gli interessi per le lobby. Per non parlare
di quello che prevede per gli assetti istituzionali di
Parlamento e Governo, con un Presidente della Repubblica che
accentra enormi poteri e un Parlamento diviso in due le cui
competenze si sovrappongono con quelle delle Regioni “devolute”.
Insomma una gran confusione.
Ma vi sono altri pasticci che, proprio alla vigilia del
referendum occorre evitare. Si sente parlare di dialogo, di
tavoli comuni, di accordi bipartisan. Non mi sembra il momento
di discorsi di questo tipo. Qualcuno parla di nuovo di
Bicamerale. Per fare cosa? Per quali principi? Per quale modello
di società? Non possiamo chiedere agli italiani un altro sforzo
per andare a votare e dare una definitiva batosta politica a
Berlusconi e soci e poi, in contemporanea, iniziare a tessere
una trama di cui non si capisce lo scopo, se non quello di
intrecciare fili e patti ambigui con chi ha demolito il paese
negli ultimi cinque anni.
Dobbiamo trovare gli strumenti per far vivere i valori della
Costituzione. Diciamo che andiamo a votare “No”, punto e basta.
Diciamo che vogliamo far vivere la grande modernità dei principi
costituzionale, oggi ancora più attuali di ieri.(AprileOnline)
Oliviero Diliberto:
Il No è necessario per difendere i diritti
La bocciatura della controriforma costituzionale voluta da Bossi e
Berlusconi e' un atto necessario per difendere i diritti dei
cittadini. La controriforma prevede, fra l'altro, la devolution, ossia
il trasferimento dei poteri assoluti alle regioni in materie come scuola
e sanita', il che determinerebbe scuole e ospedali di serie A e di serie
B, classificati in base al reddito con una chiara discriminazione di
classe. In questo modo verrebbe abrogato il principio costituzionale di
uguaglianza, un valore tutt'oggi per noi di grande attualita' e
modernita' che va difeso con determinazione, come il resto dei principi
fondamentali della nostra Costituzione antifascista.
La campagna referendaria
entra nel vivo con una modalità -a mio parere- un po' troppo
interna: certo oggi i media elettronici tengono il posto di
molti comizi e discorsi in piazza, vedremo. In ogni caso si va
avanti bene. A me è chiaro che una Costituzione che ho visto
nascere non è davvero troppo vecchia per continuare a vivere.
Molti paesi (ad esempio gli Usa) hanno costituzioni ben più
vecchie, la nostra è sul punto di diventare -da vecchia- antica,
cioè autorevole nel tempo: e forse per questo le destre hanno
voluto attaccarla -come hanno fatto- nel modo più incoerente e
pericoloso che si potesse immaginare. Hanno usato il nobile nome
di federalismo per coprire male in sostanza il pluri localismo
cieco e con il premierato cercano di contrabbandare una dura
svolta autoritaria. Mi disturba un po' l'espressione
"difendiamola per poi aggiornarla", che a mio parere diminuisce
l'efficacia del motto principale, del no secco. Sappiamo già che
nei referendum è meglio essere chiarissimi, già sulla legge 40
un refendum ritagliato e non deciso ha certamente aiutato, con
molti altri fattori, l'esito negativo (che comunque lascia la
legge senza copertura referendaria, quindi modificabile,
abrogabile ecc. ). Comunque dopo aver ascoltato alcuni difensori
del no con "rinvio", ho provato a chiedere che cosa si volesse
poi modificare. Mi è stato risposto: l'articolo votato
all'unanimità (che quindi non ci sarà difficoltà a ripristinare,
se tale è la volontà comune). E poi che si vorrebbe
costituzionalizzare una legge elettorale maggioritaria. Non sono
d'accordo: l'assemblea costituente discusse se -dato l'impianto
proporzionalistico di tutto l'assetto- fosse doveroso o giusto
mettere nella Costituzione anche il sistema elettorale, e poi
scelsero di no, saggiamente, a mio parere. E vorrei fossimo
altrettanto saggi restando al no senza tentennamenti.
Lidia Menapace - senatrice di Rifondazione comunista
Da cancellare
di Michele Di Schiena*
L'accumulo di spropositati poteri nelle mani del Primo Ministro (nuova
denominazione del Presidente del Consiglio): è questo l'impianto della
riforma costituzionale di Berlusconi e Bossi che mina alla radice la
forma di governo parlamentare disegnata dalla Costituzione del '48 ed
intacca le basi della nostra democrazia.
Una mostruosità costituzionale dovuta, da una parte, all'intento dei
riformatori di attribuire al Primo Ministro il potere personale di
decidere da solo il programma per l'intera legislatura.
La riforma costituzionale sulla quale si svolgerà il referendum del 26 e
27 giugno introduce insomma una forma di governo definito "premierato
assoluto" perché attribuisce al Primo Ministro un vero e proprio
"dominio" sul Parlamento che viene trasformato in un organo
sostanzialmente esecutivo. Una sorta di "principato elettivo" che porta
alle estreme conseguenze la personalizzazione della politica, che
mortifica il ruolo del Parlamento e depotenzia le funzioni del
Presidente della Repubblica, che crea una rischiosa frattura tra i
principi di civiltà e gli obiettivi di progresso enunciati nella prima
parte della Costituzione e gli strumenti operativi disciplinati dalla
seconda parte dello Statuto.
Quanto poi alla cosiddetta devolution, basta rilevare che essa realizza
il "trionfo" della confusione dal momento che attribuisce alle Regioni
la potestà legislativa esclusiva su sanità, organizzazione scolastica e
polizia locale dopo aver riservato alla legislazione esclusiva dello
Stato le prestazioni del servizio sanitario nazionale, le norme generali
sulla tutela della salute, le norme generali sull'istruzione e l'ordine
pubblico con l'esclusione di una polizia amministrativa regionale di
incerto significato.
Col referendum costituzionale non sono allora in gioco solo
l'ordinamento e l'organizzazione della Repubblica ma anche i valori
fondativi del patto costituzionale e quindi i diritti essenziali di
ciascun cittadino. La Costituzione del '48 ha convertito lo Stato di
diritto nello Stato sociale garantendo i diritti di libertà contro
indebite incursioni dei poteri pubblici ma sospingendo questi poteri ad
attivarsi per promuovere lo sviluppo della persona umana e l'effettiva
partecipazione dei lavoratori alle scelte politiche, sociali ed
economiche del Paese con la rimozione degli ostacoli che di fatto la
impediscono. Ed ha disegnato uno Stato democratico rivolto ad elevare le
condizioni di vita di tutti i cittadini con un'attenzione privilegiata
alle fasce sociali più deboli. Uno Stato impegnato a servire la causa
della pace e della collaborazione tra i popoli. Un progetto che ha
purtroppo trovato finora solo parziali attuazioni e che deve essere
portato avanti con ogni determinazione. Occorre perciò cancellare col
prossimo referendum una riforma che può bloccare questo progetto ed
aprire la strada a gravi processi involutivi.(versione ridotta)
*Presidente onorario aggiunto Corte Cassazione
Il nostro No al referendum
di Gloria Buffo
Non c’è stata nessuna rivincita della destra
italiana in occasione delle elezioni amministrative: la campagna
di delegittimazione del governo e l’invocazione della spallata
voluta da Berlusconi prendono un colpo.
Superata questa prova, non senza rimpianti per il risultato di
Milano e della Sicilia, dobbiamo capire e far capire che il
referendum sulla Costituzione è di importanza capitale. Prima di
tutto perché l’involuzione democratica cui la destra ha lavorato
in tutti questi anni non può e non deve essere scritta nella
Carta fondamentale e quindi nella carne viva della società e
della cultura italiana. Una sconfitta del No metterebbe il
marchio del populismo e del privatismo sull’Italia e le sue
istituzioni. C’è una seconda ragione,
più contingente ma non per questo disprezzabile, che rende
decisivo l’esito del referendum: una vittoria del Si metterebbe
a rischio la vita del governo. Facciamo bene a dire che le due
cose non sono collegate ma è difficile immaginare che un esito
negativo non avrebbe ripercussioni su un esecutivo che conta su
numeri parlamentari ristretti. In sintesi, non possiamo
concedere al berlusconismo – che è una miscela velenosa di
disgregazione, privatizzazione, populismo e politicizzazione –
una vittoria di carattere strategico sulla carta fondamentale e
una vittoria politica di rivalsa sul governo.
Abbiamo perciò la grande responsabilità di portare il maggior
numero di italiani a votare No in tutte le diverse parti
d’Italia. Non è affatto facile e non è scontato nemmeno il
risultato. Pesa la stanchezza elettorale, il tema non è dei più
semplici e poi la destra dispone di argomenti facili ed
efficaci, a partire dalla riduzione del numero dei parlamentari.
In queste condizioni faremmo un errore capitale se impostassimo
la campagna sul “No, però…” come fa l’appello di Barbera e altri
dove si sostiene che il punto di partenza della riforma voluta
dalla destra era giusto e che il rafforzamento dei poteri del
primo ministro è il problema dei problemi. Sarebbe un errore
imperdonabile perché una simile impostazione indebolirebbe il
fronte del No, renderebbe meno comprensibile le ragioni del
voto, farebbe confusione anziché chiarezza. Occorre andare al
cuore della questione se si vuol parlare alla testa degli
italiani: si vota No a una riforma pericolosa, e dei possibili
ritocchi costituzionali si discute dopo. Quell’appello (e altre
posizioni vicine al “Ni”, per usare l’espressione di Sartori)
contengono tra l’altro posizioni sbagliate nel merito, a partire
dal feticcio del maggioritario uninominale per arrivare
all’ossessione del rafforzamento dei poteri del premier.
Qualcuno crede che, dopo cinque anni di governo Berlusconi, gli
italiani si pongano il problema di quanto deboli siano i poteri
del presidente del consiglio? Non è questo il cruccio degli
italiani a proposito di assetto democratico e costituzionale!
Il messaggio univoco della nostra battaglia referendaria deve
essere che il “governo personale” di un uomo che diventa padrone
del parlamento è pericoloso; e che la Costituzione voluta da
Bossi, Fini e Berlusconi dà un colpo all’uguaglianza dei
cittadini e mette a rischio i loro diritti sociali e di
cittadinanza. E’ arrivato il momento di ridare peso alla cultura
istituzionale più alta, ovvero la cultura che fonda le buone
regole sull’espansione della democrazia e della rappresentanza.
Deve finire l’epoca – che tanti danni ha fatto – in cui la
materia costituzionale era trattata come una materia politica
qualsiasi, a disposizione di chi ha uno o cento voti in più in
Parlamento. Rilanciare i principi fondanti della nostra
Costituzione, che sono più progressivi e moderni di quelli
inventati a Lorenzago, è la condizione per vincere. Ciò non
comporta alcuna chiusura “conservatrice”: sarebbe segno di buona
cultura istituzionale e di buona volontà annunciare che, dopo la
vittoria del No, si è disposti a varare una norma che renda
riformabile la Costituzione con maggioranza qualificata. C’è
invece da temere l’approccio professorale e politicista di
quegli apprendisti stregoni che confezionano rifacimenti della
Costituzione non dissimili da quelli della destra, “così non
passiamo per conservatori…”Il nemico non è Scalfaro, ma chi per
molti anni ha lavorato a demolire coi comportamenti, le leggi,
le idee un impianto costituzionale fondato sull’eguaglianza dei
cittadini, l’equilibrio dei poteri, il valore della
rappresentanza.
I partiti si sono mossi ancora poco per il No al referendum,
sono già attivi invece i sindacati e i comitati. C’è poco tempo
per vincere una battaglia decisiva e bisogna al meglio
ricordandoci che le costituzioni durano più dei governi.
Devolution, la Cdl alza i toni dello scontro
di Leo Sansone Ufficialmente
fioccano i proclami di guerra, sottovoce si fanno i conti sulle
possibili conseguenze per la sorte della legislatura. In ogni
caso Silvio Berlusconi, instancabile, lancia il centrodestra
nell’ennesima battaglia campale sul referendum costituzionale
che si voterà a giugno. Il centrosinistra, ha avvertito ieri il
leader della casa delle libertà, deve essere “molto attento a
non spezzare la corda”.
E’ un monito? Una minaccia? L’ex presidente del Consiglio è
costretto per quattro motivi ad alzare i toni dello scontro.
Primo. Il progetto di riforma istituzionale, con al centro la
devoluzione esclusiva dei poteri dallo Stato alle Regioni su
sanità, istruzione e polizia locale e il rafforzamento dei
poteri del premier, è una delle leggi più decisamente volute
nella passata legislatura dal centro-destra (ha bloccato il
Parlamento per mesi con scontri incandescenti).
Secondo motivo. Soprattutto la Lega vuole che il referendum
confermi la revisione della Costituzione per realizzare la “devolution”.
In caso contrario Umberto Bossi ha fatto capire che, senza la
sua bandiera storica da agitare, potrebbe lasciare la Cdl e
riprendere libertà di movimento. Così Berlusconi, per non
perdere l’alleanza con il Carroccio, si lancia nella battaglia
ignorando anche i dubbi e le riserve esistenti nella coalizione
(soprattutto in An e nell’Udc).
Terzo motivo. Il leader del centrodestra non vuole perdere il
consenso del nord del paese, nel quale è molto sentita la scelta
federalista. Il settentrione, infatti, nelle elezioni politiche
è tornato a votare in gran parte per il centro-destra,
abbandonato invece alle regionali (la Cdl conquistò solo la
Lombardia e il Veneto su 14 regioni nelle quali si andò alle
urne).
Quarto motivo. Il referendum è la prova di appello, la scommessa
della riscossa. Berlusconi, in caso di vittoria, direbbe che la
maggioranza degli italiani è con lui. Inviterebbe Romano Prodi a
dimettersi e chiederebbe al presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, di sciogliere le Camere con l’obiettivo di arrivare
in primavera alle elezioni politiche anticipate.
E’ un quadro da incubo per il centrosinistra, che già si regge
per una manciata di voti di maggioranza al Senato (il governo ha
ottenuto la fiducia con 165 sì e 155 no, facendo il pieno dei
consensi dei senatori a vita, compresi quelli non scontati di
Giulio Andreotti e di Sergio Pininfarina). Non a caso Prodi è
cauto. Il presidente del Consiglio, chiedendo il 18 maggio la
fiducia per il governo a palazzo Madama, ha annunciato che si
batterà per abrogare la riforma. Ma si è ben guardato di usare
toni bellicosi come quelli utilizzati un anno fa, quando
sentenziò: “Questa riforma è sbagliata, confusa, sciagurata”.
Non solo. Quando ha chiesto la fiducia, ha annunciato
l’obiettivo di rivedere la Costituzione dialogando con
l’opposizione, dopo aver cancellato con il referendum la legge
del centrodestra. La Carta costituzionale, ha precisato,
andrebbe aggiornata mediante “una costruttiva larga
collaborazione fra tutte le forze politiche”.
Il presidente del Consiglio critica la riforma Berlusconi-Bossi,
ma è ben attento a come lo fa. Sa che il referendum di giugno
rappresenta l’ultimo “esame elettorale” dell’Unione. Superato
anche questo scoglio, potrà pensare alla tormentata navigazione
del governo, stretto fra mille problemi operativi (deficit
pubblico a livelli di guardia, rischi di nuove guerre nel Vicino
Oriente, timori di attentati del terrorismo islamico) e di
tenuta della maggioranza (contrasti sui Pacs, come rivedere la
legge Biagi sul mercato del lavoro, quali grandi opere
realizzare). Prodi, per superare l’ultimo “esame elettorale”
tiene bassi i toni ed argomenterà con chiarezza e pacatezza le
critiche alla legge.
Le argomentazioni fondamentali potrebbero essere tre: farà
crescere le disparità fra regioni ricche e povere su sanità ed
istruzione; moltiplicherà le fonti della spesa pubblica;
produrrà la paralisi legislativa per la incongruenza delle
attribuzioni alla Camera, al Senato federale e al premier. In
più c’è il problema del sistema elettorale proporzionale con
premio di maggioranza “a sorpresa” (per palazzo Madama è
previsto uno sbarramento al 3% dei voti a livello regionale, che
rischia di produrre, come si è visto, maggioranze diverse da
Montecitorio). E tanti saluti sia alla giustizia sociale, sia
all’efficienza e sia alla tanto declamata governabilità.
Ma il leader del centro-sinistra deve anche porsi il problema di
non sbattere la porta in faccia al nord, la parte più popolosa e
sviluppata del Paese, regalandolo a Berlusconi. Così dovrà
avanzare delle proposte alternative sul federalismo (e non sarà
facile) per non deludere e sottrarre alla “sirene” della Cdl,
l’elettorato settentrionale che chiede autonomia, efficienza e
riduzione delle spese burocratiche. Avanti con prudenza, dunque.
Prodi, parlando alle Camere, ha insistito su un dialogo da
realizzare in un sistema politico bipolare. Ed ha spiegato: “Non
c’è un paese da pacificare”. Dunque nessuna “grande alleanza” e
nessuna “guerra”, almeno da parte dell’Unione. Battendo la
strada del “confronto” e della “serenità”, Prodi punta ad
evitare una “militarizzazione” della Cdl sotto le bandiere del
Cavaliere, aprendo lo spazio a delle differenziazioni interne.
La scelta dello scontro “muro contro muro” di Berlusconi non
piace, non a caso, né a Pier Ferdinando Casini né a Gianfranco
Fini. Il leader di fatto dell’Udc (Lorenzo Cesa ha solo il
titolo formale di segretario), al contrario del presidente di
Forza Italia, “stima” Napoletano e non ha sostenuto la sua
candidatura alla presidenza della Repubblica “solo per
salvaguardare l’unità del centrodestra. Ma non votarlo - ha
chiarito - è stato un errore”. Anche il presidente di An avrebbe
scelto il dialogo e, in questa ottica, avrebbe accettato la
presidenza della commissione esteri della Camera, offerta
dell’Unione immediatamente bocciata da Berlusconi. L’anno scorso
Casini e Fini, nel pieno della polemica sulla leadership,
avevano contestato “la monarchia” di Berlusconi nella Cdl.
La Costituzione europea è “un risultato non perfetto, ma
insperato”, commentò nel 2004 Valere Giscard d’Estaing subito
dopo la sua approvazione. Il presidente della Convenzione
europea non sprizzava gioia per il documento, ma si accontentava
dei risultati ottenuti dopo estenuanti trattative fra i 25 paesi
della Ue. Ma l’anno dopo, nel 2005, il referendum francese e
quello olandese bocciò la Costituzione. Historia magistra
vitae, la storia è maestra della vita, dicevano i latini.
Lettera appello della CGIL per il referendum
Il 25 e 26
giugno i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi
sulla riforma costituzionale, approvata dalla maggioranza di
centrodestra del precedente parlamento.
Il
referendum, previsto dalla Costituzione, consegna al popolo sovrano la
possibilità di confermare o meno la riforma di importanti articoli della
nostra Carta.
Il
centrodestra approvò la riforma a sola maggioranza. Il referendum
rappresenta quindi l’occasione per dire un NO forte e convinto a quella
riforma, a quell’idea di devolution, a quell’idea di divisione fra
poteri che fuoriesce dai principi fissati dalla Costituzione, frutto
della lotta di Resistenza e segno della riconquistata libertà
dell’Italia.
La
Costituzione rappresenta l’identità collettiva di un popolo e deve
quindi scaturire da una condivisione ampia. Il centrodestra, invece, ha
scelto di modificare da solo e in profondità la nostra Carta,
stravolgendone i principi ispiratori. I cambiamenti introdotti
minacciano l’universalità di diritti fondamentali con la devoluzione,
accentuano le differenziazioni fra zone ricche e povere del paese,
attaccano la coesione e l’unità nazionale, riducono le garanzie
costituzionali, incidono pesantemente sui principi e valori fondamentali
della Carta, smantellando di fatto i fondamenti della Costituzione
repubblicana.
60 anni fa
il paese con l’Assemblea costituente mise il primo mattone della nostra
Costituzione. A tanti anni di distanza essa è più moderna che mai.
La sua prima
parte mantiene inalterato il suo valore, soprattutto in quell’articolo 1
a noi tanto caro, perché richiama il contributo fondamentale che i
lavoratori hanno dato alla riconquista della libertà e alla liberazione
dalla dittatura nazifascista. Alcune altre parti possono essere
riformate e corrette: più poteri alle regioni, ma con la cooperazione,
non con la divisione; nuovo impulso al federalismo fiscale, non
dimenticando mai quelle parti del paese che hanno meno reddito. Ritocchi
alle prerogative e ai poteri del Capo del Governo, ma senza ridurre i
poteri di garanzia del Presidente della Repubblica, il ruolo e la
centralità del Parlamento. Non colpire l’autonomia, la funzione della
Magistratura, la libertà e l’indipendenza dei magistrati, perché
l’equilibrio dei poteri è la garanzia di ogni democrazia e di ogni
libertà.
C’è bisogno
in questi ambiti di una manutenzione riformatrice, che deve essere fatta
dall’insieme delle forze politiche e sociali, per porre fine ad una
troppo lunga transizione istituzionale.
Dire NO al
referendum rappresenta una scelta di unità, per gli interessi superiori
del paese, per la tutela dei diritti, per l’estensione delle tutele,
garanzie di uno stato moderno, inclusivo e che fa della coesione sociale
un motore per la crescita e lo sviluppo.
La Cgil, da
sempre, è impegnata nel sostenere la partecipazione del voto popolare,
segno di un diritto inalienabile e riconoscimento per le battaglie che
hanno teso alla conquista di questo diritto.
Il
referendum, a cui i cittadini, i lavoratori, i pensionati, i giovani, le
donne saranno chiamati il 25 e 26 giugno sulla riforma costituzionale
deve vedere una larghissima partecipazione e un netto risultato,
necessari a cancellare il testo approvato nella passata legislatura.
Per questo
la Cgil è impegnata fortemente, con le proprie strutture, i propri
militanti ad un impegno straordinario, insieme al Comitato unitario per
la difesa della Costituzione, presieduto dal Presidente Scalfaro,
insieme a Cisl e Uil, perché possa consolidarsi il cambiamento che il
paese merita.
Il 25 e 25
giugno, votate NO al referendum.
Per
un’Italia più unita, più solidale, più coesa e più moderna. Guglielmo Epifani
Roma, 18
maggio 2006
Perchè votare ''No'' al referendum
Scheda. In cosa consiste la riforma costituzionale su cui saremo
chiamati ad esprimerci il 25 giugno. Le ragioni per bocciarla
Il Primo ministro, il
Capo dello stato, l’iter legislativo e il Senato federale
Bisogna chiarire la complessità di questa legge di riforma che
di fatto rappresenta una ristrutturazione integrale della
seconda parte dell’attuale Costituzione. Con un colpo di spugna
la vecchia maggioranza ha dunque cancellato il secondo livello
della nostra Carta, introducendo cambiamenti radicali in diversi
aspetti istituzionali, i più importanti dei quali sono:
1) un nuovo ruolo del capo di governo che viene a trasformarsi
in primo ministro, con il riconoscimento di una posizione di
forza rispetto alle altre componenti dello Stato (il cosiddetto
premierato forte) e che verrà eletto direttamente dal corpo
elettorale e potrà insediarsi senza la ratifica della fiducia;
2) un ridimensionamento del ruolo del Presidente della
Repubblica che, privato delle attuali funzioni e degli attuali
poteri di fatto trasferiti al primo ministro (scioglimento delle
Camere, autorizzazione della presentazione alle Camere
stesse
dei disegni di legge di iniziativa del governo), è ridotto ad un
mero ruolo cerimoniale e di rappresentanza;
3) un nuovo iter di approvazione delle leggi, per cui non è più
previsto il duplice passaggio fra Camera dei deputati e Senato
per una loro convergente approvazione in virtù di una divisione
di competenze: alcune materie saranno infatti di specifica
competenza del Senato e altre della Camera, anche se l’ultima
parola in merito spetterà sempre a Montecitorio;
4) creazione di un Senato federale rappresentativo degli
interessi del territorio e delle comunità locali, eletto
contestualmente ai Consigli regionali e di cui faranno parte,
senza diritto di voto, membri dei Consigli regionali e delle
autonomie locali, attraverso però un criterio che tende a
privilegiare le regioni più grandi e popolose
La Devolution
In questo processo di anomala riforma, un ruolo centrale lo ha
rivestito il riscrittura del titolo V, ovvero quella parte della
Costituzione preposta alla regolamentazione del rapporto fra
Stato centrale e Regioni, Province, Comuni e, più in generale,
istituzioni locali. Questa revisione dell’equilibrio fra il
cosiddetto “potere centrale” e “potere locale”, nota comunemente
come devolution o devoluzione, nasce nel tentativo di permettere
un trasferimento di poteri, oneri, funzioni e doveri dallo Stato
alle realtà periferiche, allo scopo – in realtà non
effettivamente realizzato dalla riforma stessa e poi vedremo
perché – di favorire un miglioramento delle prestazioni dei
servizi pubblici erogati ai cittadini.
Proprio rispetto a questo particolare punto il centro-sinistra
si è opposto e si oppone, contestando la riforma costituzionale
per ragioni politiche e istituzionali. Una contestazione, va
chiarito, che non si traduce nella negazione di principio di un
possibile “riformismo istituzionale”, che pure rimane per il
centro-sinistra una necessità a cui bisogna provvedere, ma che
significa al contrario l'opposizione verso un legge, come quella
imposta dal centro-destra, che realizza un rinnovamento tutt'altro
che logico ed efficace.
In particolar modo, per quel che riguarda l’introduzione della
devoluzione, duramente criticata dalle forze dell'Unione non
ultimo per ragioni sociali, trattandosi di un rinnovamento
regressivo che contribuirà a rendere ancora più diviso il paese,
con la conseguente crescita del divario tra il benessere
economico e sociale del Nord e quello, nettamente inferiore, del
Sud. Già con il primo governo di Romano Prodi era cominciata una
revisione del titolo V della Costituzione. Si voleva tentare
allora un percorso di apertura verso un ruolo meno marginale
delle amministrazioni locali, le prime capaci di rispondere alle
esigenze della propria cittadinanza. Un maggiore protagonismo
cercato sempre nel pieno rispetto dell'unità culturale e
politica del paese e, chiaramente, del ruolo di coordinamento
dello Stato.
La devoluzione promossa dal centro-destra riguarda
principalmente il trasferimento di competenze dallo Stato alle
realtà locali, ma
prevede anche una ritorno allo Stato stesso di
antiche funzioni per diverso tempo amministrate daRegioni,
Province e Comuni. Nello specifico saranno competenza delle
istituzioni periferiche materie come:
1) l’assistenza e l’organizzazione sanitaria
2) l’assistenza e l’organizzazione scolastica, con la
possibilità da parte della Regione di poter definire anche i
programmi scolastici e formativi
3) la pubblica sicurezza mediante la creazione di una polizia
amministrata regionalmente o localmente
Lo Stato continuerà invece ad amministrare la sicurezza del
lavoro, le norme generali di tutela della salute, le grandi
risorse strategiche di trasporto e navigazione, l’ordinamento
della comunicazione, quello professionale e ad altri ancora.
Il sollevamento dello Stato dalle competenze prima elencate si
fonda sul presupposto che saranno le Regioni o le autorità
periferiche a dover sovvenzionare economicamente quei servizi
per garantirli ai loro cittadini. In un paese che appare tutt’altro
che economicamente uniforme e risulta dominato da una innegabile
separazione fra un Nord ricco ed un Sud profondamente più
povero, la devoluzione promossa dal centro-destra si tradurrà in
una differenziazione ancora più marcata di questi "due mondi":
un Settentrione che sarà, perché più opulento, capace di
garantire un buon livello di assistenza sanitaria o scolastica
ed un Meridione povero ridotto a fanalino di coda
nell’assistenza pubblica.
Retroscena politici
Alle ragioni politico-sociali di avversione alla riforma
costituzionale, si aggiunge una contestazione di metodo. La
riforma è infatti nata attraverso una univoca imposizione da
parte della vecchia maggioranza, la quale l’ ha di fatto imposta
sia nella Commissione che ne ha sovrinteso la creazione e che
assegnava anche al centro-sinistra un ruolo di verifica, sia
all’interno del Parlamento. Con il precedente esecutivo è stato
infatti impossibile ogni dialogo: gli emendamenti e le richieste
di modifica proposte dal centro-sinistra rimaste inascoltate,
cosicché non si è potuta evitare la creazione di quello che
appare sempre più chiaramente come un vero “Frankenstein”
costituzionale. Un mostro della fantascienza politica nato da
opportunistiche ragioni di potere: il governo Berlusconi,
infatti, è stato costretto ad approvare questa pessima versione
di riformismo istituzionale perché ricattato dalla Lega Nord,
che ha venduto per tutta la scorsa legislatura il suo appoggio
al governo in cambio del riconoscimento di una legge sulla
devoluzione. Una devoluzione che però risponde agli interessi
esclusivi di una parte del paese e che sacrifica tutta la
restante, una devoluzione capace di tradursi in una
discriminazione della cittadinanza. A questo ricatto, costretto
tra l’incudine e il martello, lo stesso governo Berlusconi è
stato condizionato anche dalla presenza nella sua compagine
politica di Alleanza Nazionale, la quale, di fronte ai
condizionamenti leghisti ha spinto in direzione di un
bilanciamento della riforma e della devoluzione da essa
prevista. Così An ha dato il proprio beneplacito ad una maggiore
delega verso le realtà locali, ma al patto che fosse garantito
anche un più massiccio ruolo dello Stato centrale e nazionale.
Si è avuta in questo modo l’approvazione di un premierato forte
ed anche una riaffermazione del ruolo statale in alcuni settori
e per alcune materie di amministrazione. Per non parlare della
ambigua creazione, prevista sempre dalla legge di riforma, di un
Senato federale. A questa nuova Camera, che dovrebbe accogliere
la rappresentanza regionale è stata riconosciuta un certa
autonomia legislativa che però di fatto le viene negata alla
luce del principio secondo cui l'ultima parola in merito
all'introduzione di una legge su proposta locale spetterà
comunque alla Camera dei deputati, cioè allo Stato, ovvero al
potere "centrale".
Insomma, una legge di riforma schizofrenica che per accontentare
tutte le componenti politiche della vecchia maggioranza finisce
per scontentare proprio i cittadini, mettendone a rischio i
diritti sociali essenziali. Per questa ragione è importante
recarsi al seggio il 25 e il 26 giugno e votare No alla conferma
di questo testo di legge, evitando così di trasformare il paese
e lo Stato in una realtà divisa e discriminante. In altre
parole, meno democratica. (AprileOnline 13.05.06)
Uniti per la Costituzione
di Marzia Bonacci
Rilanciare l’impegno comune
per favorire ed allargare il consenso del fronte del “no” al
referendum che il 25 e il 26 di giugno vedrà l’elettorato
recarsi alle urne per approvare o meno la riforma costituzionale
promossa e varata dal centro-destra nel corso della scorsa
legislatura. Questo il senso dell’incontro di giovedì sera fra
il presidente del “Coordinamento nazionale delle iniziative per
la difesa della Costituzione”, Oscar Luigi Scalfaro, e il
premier Romano Prodi, che insieme hanno valutato le iniziative e
le azioni da sostenere in vista dell’appuntamento elettorale di
fine giugno.
Un referendum, il prossimo, scaturito dal fatto che la legge di
riforma istituzionale non ha incassato in seconda lettura
l’appoggio dei due terzi del Parlamento (Senato e Camera dei
deputati), rendendo così possibile per il centro-sinistra il
ricorso alla Cassazione.
Una richiesta che nel caso specifico è stata rivolta dal
centro-sinistra attraverso il coinvolgimento delle regioni
amministrate dall’Unione (la legge ne richiede almeno cinque),
dei deputati dello schieramento di Romano Prodi (il requisito
minino previsto è un quinto dei membri di una Camera) e,
soprattutto, attraverso la raccolta delle firme dell’elettorato.
Proprio questo iter congiunto, che ha saputo legare assieme
percorso istituzionale e mobilitazione civica, per altro
ottenendo un grande successo, è stato sottolineato da Scalfaro
in una nota diffusa a margine dell’incontro con Romano Prodi:
“La Carta Costituzionale è dei cittadini. Per questo abbiamo
voluto che a chiedere il referendum fossero prima di tutto loro,
con le loro firme. Ne servivano cinquecentomila ma io ho avuto
l’onore di poter dire che quelle che avevamo raccolto erano
oltre ottocentomila. Ora dobbiamo mobilitare tutti coloro, e
sono tanti, che hanno a cuore l’unità dell'Italia”.
Con Scalfaro, che guidava la delegazione,hanno partecipato anche
Maria Troffa, Giovanni Bachelet, Franco Bassanini, Maurizio
Chiocchetti, Leopoldo Elia e Alessandro Pajno.
Scalfaro - informa sempre il comunicato - ha espresso al leader
dell'Unione apprezzamento per “l'impegno tenace e coerente posto
fino ad oggi nel respingere una riforma costituzionale che
cambia radicalmente il volto della nostra Repubblica e della
democrazia italiana. E che lo fa in modo “unilaterale” essendo
stata approvata con il voto del solo centro-destra”.
L’urgenza di un impegno e di una mobilitazione che impedisca lo
stravolgimento della Carta Costituzionale imposto dalla vecchia
maggioranza è stato motivato anche dal leader dell’Unione, il
quale si è speso in difesa dell’impianto costituzionale
italiano: “La nostra Costituzione - ha infatti ricordato Prodi -
ha assicurato unità e coesione all'Italia e le ha consentito di
diventare una grande e forte democrazia. Noi chiediamo ai nostri
concittadini di andare a votare per dire “no” a una riforma
incoerente e squilibrata che produce danno al Paese. Perché
indebolisce il Parlamento senza rafforzare la capacità di
governo, rende interminabile il procedimento legislativo proprio
mentre si invoca una maggiore rapidità ed efficienza delle
istituzioni, sottrae potere al Presidente della Repubblica e,
soprattutto, mette a serio rischio la stessa unità sostanziale
della Repubblica”. “Il 25 giugno – ha ancora aggiunto Prodi -
andrò a votare per dire il mio “no” alla riforma, nella speranza
che ci lasciamo alle spalle una pagina infausta della nostra
storia. Noi vogliamo un Paese unito. Per questo, sulla
Costituzione, si deve cercare l'adesione più ampia delle forze
politiche, sempre. Non si può procedere a colpi di maggioranza”.
Così il futuro presidente del Consiglio ha assicurato la
partecipazione della coalizione di centro-sinistra alle
iniziative di informazione promosse dal Coordinamento con lo
scopo di rendere chiare e largamente accessibili le motivazioni
che sostengono il “no” alla riforma. Un impegno reso ancora più
gravoso dalla scarsità delle risorse finanziarie e dei mezzi di
informazione a disposizione delle forze impegnate a “salvare” la
Costituzione. Anche per questo, ha chiarito il presidente, ci si
affiderà al rapporto diretto con i cittadini e alla loro
sensibilità istituzionale.
Il Coordinamento non ha perso tempo e così sono stati già
previsti alcuni appuntamenti. Il primo incontro oggi, a Palermo,
con Rita Borsellino, e il secondo a Firenze per una fiaccolata
il 1 giugno. (AprileOnline 13.05.06)
Appello per la Costituzione
di Giulietto
Chiesa e altri
2
Maggio 2006 - Noi sottoscritti esprimiamo la nostra
profonda inquietudine per la situazione del paese, come
è mostrata dal risultato elettorale di Aprile, e come si
presenta in questi giorni.
La divisione in cui si è venuto a trovare il paese è
artificiale e non corrisponde alla ricchezza e varietà
di posizioni politiche, culturali,
ideali che in esso esistono.
*Il 25 giugno si deve votare per cancellare gravissime
modifiche della Costituzione*, approvate a colpi di
maggioranza dalle destre e per salvare la Costituzione
Antifascista, ma dovremo farlo contro tutte le
televisioni, che sono in mano alla destra e non
garantiscono una corretta informazione. Dunque avremo
grandi difficoltà a raggiungere, con i nostri argomenti,
grandissime masse popolari.
Che, a loro volta, saranno bersaglio di una massiccia
campagna di disinformazione e di demolizione dei valori
democratici, costruita sulla menzogna, sull'ignoranza e
sulla manipolazione.
La campagna elettorale appena conclusa è lì a
dimostrarci che una tale operazione può avere successo.
Basterebbero pochi voti per privarci dei valori della
convivenza civile scritti nella Costituzione, e per dare
alla destra l'occasione di una rivincita di tali
proporzioni da mettere a repentaglio, addirittura, la
prosecuzione del governo di centro-sinistra appena - si
spera - insediato.
Per questo lanciamo l'allarme:
1) Perché l'Italia democratica non si culli nella falsa
idea che la vittoria sia già acquisita.
2) Perché non si perda tempo e si mobilitino tutte le
forze a disposizione per una battaglia che sarà decisiva
per il destino del paese.
3) Perché ci si organizzi in una grande iniziativa
popolare che costringa all'onestà le televisioni
pubbliche e private, e le sottoponga
a un vasto controllo democratico e popolare.
4) Perché, contro e a dispetto delle menzogne che
comunque rischiamo di sentire dalle televisioni, tutti
si mobilitino per raccogliere il
consenso dei milioni di cittadini che credono nella
democrazia.
Per discutere, insieme, sui modi, i mezzi, le forme di
questa mobilitazione, vi invitiamo a partecipare a un
incontro nazionale, a Roma il 7 maggio mattina (in luogo
che sarà comunicato successivamente), in vista di *una
grande manifestazione nazionale democratica e
antifascista* da convocare per il *2 Giugno*, in piazza
San Giovanni.
Confidiamo nel sostegno a questo appello, nella sua
larga diffusione, nella vostra partecipazione in
quest'ora grave per l'Italia. L'esito di questa crisi,
che non ha precedenti nella storia repubblicana, dipende
da ciascuno di noi.
Giulietto Chiesa
Tana De Zulueta
Sabina Guzzanti
Raniero La Valle
Roberto Natale
Diego Novelli
Achille Occhetto
Franco Ottaviano
Lidia Ravera
Roberto Seghetti
Edoardo Schiazza
Francesco Sylos Labini
Marco Travaglio
Elio Veltri
Le firme in calce a questo testo sono il frutto di un
primo incontro. Le adesioni sono aperte. Si prega di
inviarle, provvisoriamente, su uno dei seguenti
indirizzi mail
presidenza@ilcantiere.org
perunaltratv@gmail.com
organizzazione@megachip.info
L'Italia Repubblicana approva la Costituzione
di Katia Bellillo
Il
22 dicembre del 1947 l'Italia Repubblicana approva la Costituzione,
tutti i cittadini sono uguali, il lavoro stabile e giustamente
retribuito è il diritto principale e la Repubblica interviene per
eliminare gli ostacoli economici politici e sociali che impediscono ad
ogni cittadino, al di là del sesso, della razza, della religione, delle
condizioni fisiche o esistenziali, di definire in libertà il proprio
progetto di vita. Sta in questi semplici ma grandi principi la forza e
la modernità della nostra Carta Costituzionale e sono proprio questi
principi che forze anticostituzionali più o meno occulte, fin
dall'inizio, hanno tentato di vanificare o addirittura cancellare. Oggi
sappiamo che l'attacco alla Costituzione ha raggiunto livelli di
guardia, leggi come la legge 30, sul mercato del lavoro, la riforma Moratti,che privatizza l'istruzione, la devolution che rompe l'unità
nazionale, per citare le più devastanti, hanno svuotato completamente il
dettato costituzionale e modificati i rapporti di forza nella società.
I comunisti si sentono impegnati insieme alle forze democratiche nei
comitati che stanno nascendo in tutto il territorio nazionale per la
difesa della Costituzione.