Bussoleno 25 febbraio 2012.
Manifestazione nazionale No Tav
Sabato 25 Febbraio
2012
Corteo No Tav
Bussoleno —–> Susa ore 13:00 ritrovo davanti alla
stazione Ferroviaria di Bussoleno
treno da Torino Porta Nuova Ore 12:20: è il [treno con destinazione
Bardonecchia]
per il ritorno treno da Susa al minuto '09
di ogni ora con l'ultima corsa alle 23:09
Torino. Marciano in 5000 sotto la
neve per il No Tav
Sotto la neve 5000 manifestanti hanno percorso il centro
di Torino per portare avanti la lotta contro l’alta velocità.
Tranquilla la situazione per l’ordine pubblico, contestato
Caselli per gli arresti.
-
Redazione- 28 gennaio 2012- Erano
circa 5000 secondo gli organizzatori, un migliaio per la
Questura, i coraggiosi che sfidando la nevicata hanno
deciso di radunarsi di fronte alla stazione ferroviaria di Porta
Nuova a Torino per manifestare contro l’alta velocità.
L’atmosfera era carica di tensione dato che la manifestazione
avveniva all’indomani della retata che aveva portato agli
arresti di 26 persone accusate di aver preso parte ai violenti
scontri del 3 luglio contro le forze dell’ordine. Si temevano
incidenti, ma fortunatamente tutto è filato liscio e la
manifestazione è riuscita portando con sè la consueta
partecipazione popolare di famiglie e cittadini.
Presenti centinaia di manifestanti con le
bandiere bianche e rosse del No Tav, ma anche la variegata
galassia della sinistra extraparlamentare, da Rifondazione fino
ai Comunisti Italiani, e Sinistra Critica, tutti presenti con i
loro spezzoni e le proprie bandiere. Ovviamente non potevano
mancare i centri sociali e esponenti della galassia anarchica,
tutti insieme sotto la neve per sfilare pacificamente nel centro
cittadino. Il corteo si è avviato verso le 15.00 da Porta Nuova
per imboccare la centrale Via Roma. Qui alcuni manifestanti
hanno preso le bombolette per scrivere sui muri contro il
giornalista della Stampa Massimo Numa e contro il
procuratore Caselli. Una volta arrivato in piazza
Castello, il corteo ha proseguito per Via Po per arrivare in
piazza Vittorio, incurante della nevicata che diventava via via
sempre più fitta.
Alcune uova sono state lanciate contro la
vecchia sede de “La Stampa”, su Via Po, e sono
stati scanditi anche alcuni cori contro i giornalisti, rei
secondo alcuni manifestanti di demonizzare il movimento No Tav e
di bollarlo unicamente come violento. Tutto sommato una bella
risposta quella della manifestazione di oggi che è servita a
ribadire la forza del movimento No Tav, capace di rispondere
agli arresti con una mobilitazione popolare e pacifica. Il
leader del movimento, Alberto Perino, ha subito commentato il
risultato della manifestazione odierna con soddisfazione:
“Un’ottima manifestazione come lo e’ stata la fiaccolata di
giovedi’. Chi pensava che il popolo No tav si
sarebbe spaventato per gli arresti non ha capito niente. Sono
vent’anni che abbiamo messo in conto di poter venire arrestati”,
poi ha concluso: “La manifestazione di oggi era prevista da
oltre un mese – ha aggiunto – per riportare a casa loro le
macerie che hanno fatto in Valle. Certo dopo quanto e’ successo
giovedi’ non si puo’ far finta di niente, hanno messo in galera
non chi tirava i sassi ma qualcuno che tirava i sassi per
dimostrare che il movimento non e’ pacifico ma che ci sono
infiltrati”.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Mao Calliano
del Pdci: “La manifestazione si è svolta pacificamente, e su
questo non avevamo dubbi. La dimostrazione del popolo valsusino
non si ferma”, ha dichiarato ad Articolotre.com, ” il Pdci ha
aderito con convinzione anche per la questione degli arrestati,
gente come Cosentino rimane a piede libero mentre chi protesta
viene arrestato”, ha aggiunto.
Chiaramente di segno completamente opposto la dichiarazione
di Roberto Cota, presidente leghista della
regione Piemonte: “Sono contento che l’odierna manifestazione a
Torino si sia svolta senza violenze o particolari problemi. Ora
pensiamo a realizzare la Tav”. 28 gennaio 2012
Prossimo appuntamento 25 febbraio
2012 a Bussoleno
Arresti No Tav: PdCI-FdS Torino, la
lotta non si arresta
"Esprimiamo
il nostro radicale sdegno per i 26 arresti all'interno del movimento No Tav"
- dichiara Mao Calliano, Segretario Provinciale
Pdci Torino - "Con Berlusconi o con Monti non c'è differenza: chi dissente
viene arrestato e perseguito." "Criminale non è chi lotta contro la Tav" -
continua -"ma chi vuole imporre contro tutto e tutti questa linea ad alta
velocità." "Non saranno quindi i fatti di stamattina" -conclude Calliano -
"ad arrestare la lotta, anche questa volta il popolo valsusino compatto sarà
in grado di rispondere allo stato di polizia."
Torino, 26 gennaio 2012
L'appuntamento del Partito è per sabato 28 gennaio alle
ore 14,30 in Piazza Carlo Felice a Torino con tante bandiere del PdCI.
Sabato 28 gennaio 2012
manifestazione
No Tav a Torino
La protesta No Tav si sposterà invaderà Torino, sabato
prossimo: gli oppositori della nuova ferrovia ad alta velocità caleranno dalla
Valle di Susa con un carico di «macerie della Maddalena di Chiomonte»: tronchi
di alberi tagliati nell'area del futuro cantiere della Torino-Lione, pezzi di
recinzioni, bossoli dei lacrimogeni usati dalle forze dell'ordine. L'iniziativa
è annunciata sui siti di tutti i movimenti No Tav: «Porteremo - si legge nel
comunicato di convocazione - le macerie a chi le ha prodotte: politici,
amministratori, affaristi». Il ritrovo è nel primo pomeriggio in piazza Carlo
Felice, davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova. «Invitiamo tutti -
scrivono i movimenti - a portare o indossare un cartellone che esprima le
ragioni contro il Tav ed un messaggio costruttivo e di impegno per difendere le
nostre colline, le nostre montagne, le nostre città». Sono in programma «performances
teatrali» in piazza Castello che «porteranno sotto gli occhi di tutti la
quotidianità di una valle militarizzata.
www.contropiano.it 25 gennaio 2012
Ancora una volta gli scenari
apocalittici della vigilia si sono
frantumati davanti alle ragioni del
movimento No Tav
di Juri
Bossuto (Prc-Fds)
In
molti, nei giorni scorsi, hanno sperato che la manifestazione di oggi in
valle di Susa si trasformasse in una semplice prova di forza dai risvolti
drammatici. Invece ancora una volta i valsusini hanno dimostrato un
grandissimo senso di responsabilità, sfidando a migliaia sentieri e freddo
per ribadire la propria indignazione, e contrarietà, in merito ad un’opera
utile a pochi e dannosa ai più.
I pronostici della vigilia legati agli
scenari apocalittici di chi invocava la militarizzazione dell’intera valle,
cadono miseramente in frantumi innanzi alla determinazione, lucida e piena
di disinteressata passione, di chi da anni lotta per evitare uno scempio
ambientale ed economico senza eguali.
Rimangono ad occupare il cantiere gli
sprechi derivanti dall’insediamento dei sondaggi geologici, modello
“Cinecittà”, aperti a Chiomonte a cui si sommano i costi, in molte migliaia
di Euro, per la vigilanza dell’area affidata al personale, sempre più
stremato, dei polizia ed esercito.
L’Europa, che in passato qualcuno
indicava come la grande finanziatrice del Tav, si appresta a coprire forse
solo il 40% del costo legato all’opera, chiudendo gli occhi davanti al
grande dissenso manifestato da un popolo intero. Lo scenario apocalittico
può essere riconducibile solo alla colpa grave di chi difende il progetto
Tav a tutti i costi. Credo, ma è solo un’opinione personale, sia giunto il
momento di tornare a manifestare davanti alle sedi del potere di Torino. 23
ottobre 2011
Che cosa è
una lotta
popolare.
Riflessioni
sul
campeggio NO
TAV
Una scelta improcrastinabile:
conflitto o autoreferenzialità
Quest'anno il tradizionale campeggio del Comitato di
Lotta Popolare di Bussoleno e del Csoa Askatasuna ha vissuto una fase nuova e
diversa rispetto al passato, producendo uno dei campeggi No Tav più partecipati
e attivi degli ultimi anni. Dopo la resistenza di giugno, l’esperienza della
Libera Repubblica della Maddalena e la manifestazione del 3 luglio il movimento
sentiva la necessità di riflettere e condividere, analizzare la fase e
proiettarsi nelle sfide che lo attendono con l’arrivo dell’autunno. Molte cose
si potrebbero dire sulle due settimane appena trascorse, animate da assemblee,
dibattiti, concerti, attacchi al fortino militarizzato e marce nei boschi della
valle; vorremmo però qui concentrarci su alcuni nodi problematici che abbiamo
riscontrato, convinti che tacere sui limiti soggettivi dei movimenti non sia
d’aiuto allo sviluppo del conflitto sociale, e che la dialettica aiuti la
soggettività rivoluzionaria e ribelle alla comprensione del conteso politico e
sociale in cui si trova ad operare.
Ci è sembrato che durante il campeggio in alcuni abbia
prevalso, come in altri casi, una rappresentazione comoda ma distorta della
realtà, tutta volta a giustificare atteggiamenti di intonazione
autoreferenziale, che soltanto grazie alle indicazioni chiare e determinate
dell'assemblea non hanno trasformato due settimane ricche e conflittuali in una
serie di difficoltà di cui un movimento pesantemente sotto attacco non avrebbe
avuto bisogno. Proprio il principio della condivisione assembleare e della
decisione collettiva sono apparsi estranei ad alcuni individui che hanno
partecipato (piuttosto passivamente, peraltro) al campeggio. Non ci riferiamo ad
un'area politica strutturata, giacché sappiamo che l'intelligenza e la maturità,
ma soprattutto il desiderio autentico di fare del male al capitale (non con le
parole o con la mera testimonianza, quand'anche "radicale", ma con i fatti) sono
rintracciabili, anche se con diverse gradazioni, in qualsiasi cultura politica,
sensibilità o identità che si fondino sull'antagonismo. Ci riferiamo piuttosto a
singoli o a gruppuscoli di affinità spontanea, interessati ad un'infruttuosa
riproposizione di modelli di comportamento importati schematicamente dalle
peggiori esperienze metropolitane.
L'idea, espressamente difesa da alcuni di questi
soggetti, che l'individuo è sovrano su ogni sua azione e non deve sottomettersi
a nessun ambito collettivo - neanche quello orizzontale e popolare delle
assemblee - rappresenta l'antitesi della cultura e dell'attitudine del movimento
notav, e come tale è stata e sarà sempre trattata. La Val Susa non è il Luna
Park dove trovare quell'appagamento che non si trova sui propri territori, nei
quali proprio l'individualismo e l'ideologismo più biechi hanno impedito la
costruzione di lotte altrettanto massificate; né le persone che vivrebbero sulla
propria pelle gli effetti dell'opera sono disposte a cedere un millimetro del
percorso di opposizione all'alta velocità a chi non ha neanche l'umiltà di
volersi confrontare con loro (e, una volta avvenuto il confronto, adeguarsi a
sintesi maturate collettivamente). Il frequente richiamo, da parte di valligiani
durante il campeggio, ad un'apparente distinzione tra "gente della valle" e
"gente che viene da fuori" non ha avuto quel significato polemico o, peggio,
identitario che qualcuno vi ha voluto ravvisare. I valligiani sono felicissimi
di avere solidarietà italiana e straniera e lo hanno detto e mostrato in tutti i
modi possibili. Questo non vuol dire che siano inclini ad accettare lezioni di
strategia politica da chicchessia, e tanto meno di radicalità, soprattutto se si
tratta dei soliti prodotti preconfezionati, verità assolute non negoziabili di
fronte a niente e nessuno.
Qui è in gran parte il nocciolo della questione: perché
c'è ancora un residuo politico, in Italia e in Europa, che non è in grado di
dare un senso compiuto, che non sia retaggio delle peggiori definizioni
scolastiche, a parole quali "libertà", "autorità" o "potere". La libertà non è
mai soltanto libertà "da" qualcosa, ma sempre anche la possibilità di influire
sulla realtà; e il potere non è identificabile con lo stato, ma risiede anche
nelle mostre teste e nelle nostre mani, se vogliamo avere la libertà di usarlo -
e di decidere come e quando usarlo. L'individuo che decide singolarmente, senza
mediazione collettiva, come agire nel movimento, esercita una forma di
autoritarismo su tutti coloro che subiranno le conseguenze della sua azione:
sovradetermina il movimento come un piccolo dittatore, e porta alle estreme
conseguenze il meccanismo della delega, convinto di sapere, lui solo, che cosa è
meglio per tutti. La potenza del movimento è tale in quanto forza collettiva, di
massa, capace di intercettare ed assumere le istanze di un gran numero di
persone, ed indirizzarle in questa o in quell'altra forma o pratica. E' fin
troppo noto quanto la retorica del gesto individuale si esprima in atti di
nessun impatto politico o "militare", e come la situazione del dissidio con i
compagni sia regolarmente voluta e cercata da chi non ha a cuore la
collaborazione e la complicità politica, ma la chiacchiera da bar sulla propria
volontà frustrata o sui comunisti cattivi.
Il movimento notav non è, come qualcuno erroneamente
crede, la sommatoria di molte anime. Quelle erano cose proprie dei vecchi
movimenti "no global", che proprio nel malinteso tentativo di sommare componenti
diverse senza una vera condivisione progettuale si sono scontrati con le
peggiori lacerazioni. La condivisione delle scelte che qui difendiamo non è
aprioristica, né astratta. Non siamo nuovi alla delegittimazione attiva di
decisioni prese da organi che non ci rappresentano (quand'anche "di movimento")
e siamo sempre stati pronti ad accettare le conseguenze di tali scelte di
delegittimazione, anche in piazza (contrariamente a chi prima fa il gradasso,
poi va a piagnucolare in giro delirando sulla presenza di improbabili
"stalinisti"). Ma ci chiediamo: cosa c'è da delegittimare in Val Susa? Perché le
assemblee popolari, create come contropotere resistente dalla popolazione, non
dovrebbero essere rispettate? Qui non c'è un Social Forum che demonizza i "black
bloc", ma la gente verace che risponde allo stato: "siamo tutti black bloc!". La
contaminazione è al rialzo: non è chi è più arrabbiato a trovare miti consigli
nel "democratico" e nel "savio"; è la gente mite, che poco sa di ideologia, a
comprendere la necessità di uno scontro a lungo termine.
Un elemento che rischia di generare fraintendimenti è
anche quello della comunicazione. Riteniamo importante constatare tutti insieme
che, ad oggi, gran parte della forza dei movimenti, anche insurrezionali, a
livello mondiale, risiede proprio nella critica e nella negazione pratica del
monopolio dell'informazione da parte dei capitalisti e dello stato. Filmare,
riprendere, fotografare e diffondere gli eventi è uno strumento essenziale, oggi
più che mai, della lotta. Non ha alcuna importanza che ci piaccia o no, è un
elemento materiale del conflitto contemporaneo, che fonda sulla circolazione di
diverse versioni dei fatti la possibilità di produrre isolamento o allargamento
delle mobilitazioni sociali. Allora sostenere che gli organi di stampa devono
restare aprioristicamente fuori dalle manifestazioni, che i giornalisti non
possono farvi ingresso, o addirittura - ciò che consideriamo completamente
inaccettabile - che i reporter indipendenti o i compagni stessi non possano
usare videocamere e macchine fotografiche significa fare il gioco dei magnati
dell'informazione avversaria che si dice così tanto di odiare. Anche se è ovvio
che è necessario tutelare chi protesta sotto il profilo penale, occorre trovare
e condividere metodi e soluzioni che permettano alla nostra battaglia sociale di
essere anche una guerra di informazione.
In termini generali, bisogna capire che la lotta della
valle non è fatta dal punkabbestia che per inclinazione esistenziale alza il
dito medio alla polizia, quasi a sanzionarne l'esistenza ancora per millenni a
venire; è fatta dalla gente che paga le tasse e porta i figli a scuola, che
studia o che prega, che lavora e che sogna, immersa in un'avventura che ha
sconvolto la vita a tutte e tutti. Per questo la Val Susa non fa paura soltanto
a Berlusconi e a Maroni, ma allo stato tutto, da Vendola a Bersani, da Di Pietro
a Fini. Questa lotta è fatta di alti e di bassi, di masse per strada e momenti
sofferti, anche di notti in cui si è da soli a fare la guardia. Ci sono le
giornate della rabbia e quelle in cui di scena è la dignità delle famiglie,
l'allegria delle nonne e dei bambini. Chi non lo capisce non ha semplicemente
frainteso il movimento notav, ma un po' tutto crediamo, fino a quel minimo di
intelligenza militante che la costruzione di un futuro senza capitalismo
richiede. Occorre mettersi in discussione, comprendere che le persone al nostro
fianco sono una risorsa, non un nemico: in tanti possiamo fare del male, ma da
soli, anche fossimo armati di astronavi, non usciremmo dal solito ghetto (ultima
risorsa che un sistema decrepito può usare contro la coagulazione del dissenso).
Le scelte che facciamo sono ispirate da una necessità di forza e di vittoria, e
sovente si mostrano più efficaci di quelle di chi sembra rifugiarsi nella mera
testimonianza: era giusta l'intuizione di chi, il 3 luglio, ha preferito
raggiungere la Ramats da Exilles, riuscendo a portare alla battaglia 2.000
persone (coscienti, ovviamente, che la marcia da Exilles a Chiomonte e da
Giaglione a Clarea fossero fronti altrettanto importanti della stessa giornata)
rispetto a quella di chi scelse di trovarsi lassù in 200.
La Val di Susa sarà ancora attraversata da mesi o anni
duri e faticosi: lo è tutt'ora, in pieno agosto, mentre si costruiscono le case
sugli alberi o si rincorrono le truppe d'occupazione fin sotto i loro alberghi.
La Valle accoglierà a braccia aperte la solidarietà italiana e internazionale
contro le truppe di Maroni e il sistema-paese di Bersani e di Berlusconi. Ma il
più grande aiuto alla Valle sarà la riproduzione del conflitto dal nord al sud
dell'Italia, dalla metropoli alla provincia, nelle scuole e nelle fabbriche,
nelle curve e nei quartieri: scomporre pezzo per pezzo l'ingranaggio del
capitalismo mafioso in salsa italica, e del capitalismo finanziario in salsa
globale, a partire dalle nostre strade. Anche la pressione militare dovrà
alleviarsi sulla valle se ogni città sarà attraversata dai movimenti e dal
conflitto! Per ottenere questo risultato, tutte e tutti dobbiamo imparare
l'umiltà, che è sempre sinonimo di temperanza, e scrollarci di dosso qualche
tonnellata di ideologia (anche chi crede di non averla). Rinfrescati dall'aria
pura del conflitto montano, anche nelle città si potrà forse invertire la
tendenza all'autorefernezialità e all'isolamento sociale tanto di chi crede
ancora che il cambiamento venga dai partiti e dalle istituzioni, quanto di chi
pensa che il primo nemico sia l'assemblea del movimento, che in realtà è un
luogo di espressione politica libero dalla legge e dalle costrizioni dello
stato: quello in cui si determinano i percorsi collettivi.
Network Antagonista Torinese (askatasuna-murazzi-cua-ksa) - Comitato di lotta popolare no tav - Bussoleno
Commento di Massimo Campus - PdCI Torino
Ed ecco che siamo ai nodi da me piu' volte evidenziati in
questi mesi: democrazia, condivisione orizzontale, decisione assembleare,
comunicazione, impatto del proprio agire sull'esterno.
E' senza alcun dubbio che si scorge, in questo argomentare dei compagni dell'Askatasuna,
una critica puntuale alle frange anarchiche presenti nel movimento.
In un certo senso si inscrive nel corso storico ormai secolare che pone
l'organizzazione delle lotte davanti e preponderante rispetto allo spontaneismo
ed alle sue conseguenze.
A chiunque come me abbia frequentato e frequenti la Valle e la sua lotta
ventennale non può sfuggire il devastante impatto che ha, su chi vede le cose
da lontano od anche solo sui semplici abitanti della valle, un agire spontaneo,
disorganizzato e sostanzialmente indifferente alle dinamiche ed ai desideri
della gente stessa che in Valle ci abita.
Noto con grande piacere che non mi ero sbagliato, nei giorni seguenti alla
grande manifestazione di luglio, quando posi l'accento sul grave errore che
commettevano coloro che usavano la violenza in maniera sostanzialmente
spontaneistica, disorganizzata ed inutile. Essi facevano, che a loro piaccia o
meno, sostanzialmente il gioco della reazione e del potere, rischiando di
vanificare in poche settimane una lotta popolare e trasversale che è riuscita
faticosamente in 6 anni, a passare, dal localismo in cui alcuna sinistra
interessata intendeva relegarla ad una dimensione addirittura transnazionale
riuscendo ad imporsi all'attenzione di milioni di persone e e diventando esempio
e scuola per tutte le altre lotte italiane.
E questo non ha mai significato imporre militarmente le proprie scelte a chi
dissente ma semmai pretendere coerenza e rispetto per chi partecipa alle proprie
lotte. Il popolo valsusino ha dimostrato in modo incontrovertibile che la
democrazia assembleare, faticosa proprio perchè presuppone il continuo
confronto e la continua discussione, è l'unica strada percorribile.
In realtà, come dice l'articolo proposto, è proprio QUESTA potente forma di
autogoverno delle proprie azioni che spaventa il potere e le sue false
opposizioni. Perchè ci dice che coloro che si sono autonominati rappresentanti
del popolo, da Vendola e Di Pietro, da Bersani a tutti gli altri, hanno il
terrore non tanto dell'opposizione sociale e delle lotte popolari, ma di QUESTO
TIPO DI OPPOSIZIONE RAGIONANTE E DI QUESTO TIPO DI LOTTE. Essi hanno paura che
si estenda, che faccia capire a tanta gente, come pare finalmente emergere in
questi ultimi mesi, che si può costruire un forte movimneto politico A
PRESCINDERE da lor signori.
Fa capire che ormai sono in molti ad essere stufi della riserva indiana dove il
bertinottismo ci ha coscientemente e scientemente rinchiusi.
Il popolo valsusino, in modo trasversale e paziente, ha saputo costruire tutto
ciò.
L'uso della violenza , ci hanno insegnato, deve essere sempre commisurato ed
adeguato allo scontro in atto ed è IMPRESCINDIBILE dalle capacità e dalla forza
che si ha e che si è in grado di mettere in campo. Il contrario è
l'autosufficienza, la refrattarietà al dialogo ed al confronto all'interno del
movimento, l'autoreferenzialità, il fastidio dell'altro, la sostanziale
indifferenza al reale obbiettivo che si persegue.
Lo scontro per lo scontro, la provocazione per la provocazione, fanno sempre il
gioco dell'avversario. Ed i giovanotti anarchici non si possono nascondere
dietro il dileggio e la squalifica di tutti coloro che usano la forma di
democrazia popolare dell'assemblea per decidere forme e tempi di lotta. Che a
loro piaccia o meno fanno proprio quello di cui il potere ha bisogno.
(26 agosto 2011)
Venite a
Genova: è
un'unica
battaglia
Coordinamento genovese Verso Genova2011
Ci
rivolgiamo
direttamente a voi come coordinamento Verso
Genova2011 oggi riunito, prendendo spunto
dall’appello girato in rete per la grande
fiaccolata dell'8 luglio a Torino. Lo facciamo
perché crediamo siano utili le relazioni tra il
vostro percorso e il nostro. E che sia bene
siano dirette e il più possibile unitarie e
condivise.
La vostra
mobilitazione ci
dimostra come le questioni di un diverso modello
di sviluppo, capace di rispettare ambiente e
comunità umane non sia più eludibile. Sempre di
più l'attacco al nostro territorio ed al
benessere delle generazioni che verranno si
somma ad una progressiva sospensione delle
prerogative democratiche che passa dalla
militarizzazione dei territori, dall'espulsione
delle comunità, dall'imposizione di
infrastrutture inutili e costose. Abbiamo
assistito con sgomento ai fatti di alcune
settimane fa; fatti che, non ve lo nascondiamo,
ci hanno riportato con la memoria a quanto
accaduto a Genova nel luglio 2001.
Abbiamo
visto e sentito cose
che non avremmo più voluto sentire e vedere:
un’intera valle militarizzata, le tende del
vostro campeggio devastate, i lacrimogeni usati
in spregio alla salute delle persone e
dell’ambiente e la solita arroganza di chi pensa
che la forza sia l’unico strumento politico
possibile per determinare le scelte. Fatti che
hanno permesso ad una certa stampa di
rispolverare termini e appellativi come si fece
nel 2001, non esitando a paragonare – ma
esclusivamente per questo – i due percorsi.
Noi però
crediamo siano altre
le analogie tra le vostre lotte e Genova;
abbiamo assistito infatti anche a qualcosa di
più forte che richiama la memoria (e non solo)
di quei giorni genovesi di cui quest’anno
ricorre il decennale: la forza di migliaia di
persone, unite, che hanno continuato a lottare
per un diverso mondo possibile, nonostante tutto
e tutti. La vostra lotta, il diverso modo di
concepire i trasporti, il modello di società,
l’ambiente e i rapporti sociali in questo nostro
Paese devastato culturalmente - oltreché
socialmente ed economicamente - sono una delle
battaglie fondamentali di oggi per un altro
mondo possibile.
Noi ci
siamo impegnati in
questo anno con questo spirito per organizzare
il decennale. Abbiamo trovato uno slogan
semplice ma a nostro modo di vedere efficace:
loro la crisi, noi la speranza. Non una festa
quindi, non una riappacificazione per qualcuno e
neanche solo e soltanto la riflessione e il
ricordo di quanto accadde in quei giorni
tragici. Abbiamo voluto e creduto che Genova
potesse rappresentare un nuovo inizio,
attualizzando e recuperando un bagaglio di
saperi e di lotte attorno ai temi del reddito,
del lavoro, della precarietà, dei beni comuni,
della partecipazione, della cultura, della
democrazia reale, contro la globalizzazione
della miseria che tende ad impoverire
costantemente chi ha già meno.
Questa idea
di mondo è fallita
miseramente da tempo e noi lo vogliamo
continuare a ribadire. L’ultima settimana di
luglio, quella dal 19 al 24, è per noi solo
l’ultima tappa di un programma vasto che è
partito il 24 giugno scorso. Sarà la settimana
in cui le dinamiche nazionali s’incontreranno
con le aspirazioni e le idee locali con quello
spirito unitario che abbiamo voluto imprimere
fin da subito. Saranno come dicevamo le giornate
di ricordo a Carlo, ai fatti della Diaz e di
Bolzaneto, alle centinaia di bastonate prese in
piazza ma saranno soprattutto le giornate della
possibilità di rilanciare insieme una nuova
agenda di lotte e di tematiche anche alla luce
dello straordinario risultato referendario.
In
particolare, la
giornata per noi più importante - unitamente
alla manifestazione del 23 luglio, sarà
proprio il 24 luglio con l’Assemblea
Internazionale. Nella convinzione che la
prossima fase di movimento non potrà prescindere
della grande battaglia di popolo della Valsusa,
noi le offriamo a voi, così come le offriamo a
tutte le pratiche di resistenza e alternativa
che vivono nel nostro paese, come luogo fisico e
politico perché siamo davvero convinti che le
giornate di Genova 2011 non si chiudono con la
sacrosanta malinconia del ricordo ma, che la
battaglia per un altro mondo possibile oggi è
attualissima e continua per i nostri diritti e
per i diritti di chi ancora oggi, non può
nemmeno rivendicarli.
Con stima e
affetto. (Il Manifesto 15 luglio 2011)
Venerdì 8
luglio 2011
fiaccolata
ore 20,30 da
Piazza
Arbarello
Torino, 7
luglio 2011
.Dopo una
enorme
assemblea,
presenti
oltre 1000
cittadini,
presso il
salone di
Bussoleno,
ieri sera,
il Movimento
No Tav,
tutto, ha
lanciato
l'ennesima
scadenza di
lotta.
Una grande
fiaccolata
in Torino
per le vie
del centro
città, con
partenza da
Piazza
Arbarello
h.20.30 e
arrivo in
Piazza
Vittorio
venerdì 8
luglio 2011
Tra le
decisioni
prese:
La conferma
del presidio
alla
centrale di
Chiomonte,
che
diventerà
permanente.
Il ritorno
entro questo
fine
settimana
alla Baita
presso il
sito della
Maddalena,
Baita che
già fu
raggiunta
domenica dai
manifestanti
discesi da Giaglione.
Azione
legale
contro il
commissario
Virano, sia
in sede di
procura
della
Repubblica
(per
diffamazione
a mezzo
stampa) sia
in sede
comunitaria
a Strasburgo
(per
omissione di
valutazioni
e riscontri
).
Difesa della
comunità
montana e
del suo
presidente
(Plano) in
ogni sede
politica e
istituzionale.
Azioni a
sostegno dei
contadini
danneggiati
dagli
scontri,
pulizia dei
boschi e dei
campi, ad
ora sono
stati
trovati
centinaia di
candelotti
lacrimogeni
ovunque, ma
anche altro
materiale.
Azione dei
medici No
Tav , contro
l'uso
indiscriminato
di gas
tossico, il
famigerato
CS, raccolta
di reperti ,
conferenza
stampa e
denunce.
Cassa mutua
per i feriti
e gli
arrestati,
azioni degli
avvocati No
Tav per le
percosse che
gli
arrestati
hanno
subito.
Appello di
Giorgio
Airaudo, Ugo
Mattei e
Marco
Revelli
I
sottoscritti,
cittadini ed
esponenti
indipendenti
di
quell’area
politico-culturale
che ancora
si indica
come
sinistra,
sentono il
bisogno di
esprimere il
loro
sconcerto
rispetto al
livello del
dibattito
apertosi,
nella
suddetta
area,
all’indomani
della
manifestazione
No Tav di
Chiomonte.
La maggior
parte
dell’opinione
pubblica
italiana ad
oggi ignora
che domenica
in Val di
...Susa
si è svolta
la più
grande
manifestazione
popolare di
opposizione
ad un opera
pubblica
nella storia
della nostra
Repubblica.
Decine di
migliaia di
donne e
uomini,
abitanti
della Valle
e
proveniente
da tutto il
paese, si
sono
ritrovate
unite, pur
nella
diversità di
ideologia,
stile e
metodo di
lotta, per
dire un no
deciso
all’esecuzione
“con pilota
automatico”
di un’ opera
pubblica
concepita in
un momento
storico–politico
quanto mai
lontano da
quello
attuale.
Un'opera
faraonica,
figlia di un
modello di
sviluppo
energivoro e
superato,
per la quale
non ci sono
i fondi, e
che
certamente
infliggerà
un’inaudita
sofferenza
alla
popolazione
della Val di
Susa.
La grande
crisi
economica
del 2008 e
la campagna
referendaria
contro il
nucleare e
la
privatizzazione
dell’ cqua,
costituiscono
cambiamenti
“al
contorno”
che indicano
la necessità
di invertire
la rotta
rispetto ad
un consenso
bipartisan
(quel
famigerato
Washington
Consensus)
che non è
più in grado
di proporre
un modello
di sviluppo
sostenibile
ed
accettabile.
La battaglia
della Valle
di Susa
contro la
TAV ed il
grande
consenso
popolare che
è stata
capace di
raggiungere
in tutto il
paese mostra
come la
sensibilità
per i beni
comuni,
categoria
politico-giuridica
feconda e di
grande
significato,
sia stata
capace di
conquistare
l’egemonia
presso il
popolo della
sinistra e,
stando
all’esito
referendario,
anche oltre
la stessa.
Esiste oggi
un
discrimine
fra chi
sostiene che
un diverso
modo, basato
sul pieno
riconoscimento
dei beni
comuni è
possibile e
chi, per
incapacità
culturale di
interpretare
il
cambiamento
della
società, si
trincera
dietro un
decisionismo
autoritario
che, lungi
dall’essere
realista
appare,
nell’attuale
situazione
economica ed
ecologica,
sempre più
velleitario.
Chi si
candida a
guidare
l’Italia del
dopo
Berlusconi
cercando i
voti del
popolo della
sinistra
deve farsi
una ragione
di questo
cambio di
sensibilità
del popolo
sovrano e
saperlo
interpretare
politicamente.
Al di là
dell’
importanza
di accertare
ogni
responsabilità
per gli atti
violenti in
tutte le
sedi
istituzionali
a ciò
deputate,
Iiterpretare
i fatti
della Val di
Susa nella
mera logica
dell’ordine
pubblico,
per isolare
le forze
politiche
più
sensibili
alla
necessità di
affrontare
radicalmente
la crisi con
un grande
piano di
ecologia del
territorio,
costituisce
un errore
politico
gravissimo
che fa
soltanto il
gioco della
destra.
Questo
nostro
appello
invita le
forze
politiche
che vorranno
accoglierlo
ad
organizzare
per Venerdì
8 luglio un
grande
girotondo
fiaccolata
per
assediare
simbolicamente
dal
Municipio di
Torino al
Palazzo
della
Regione e
Prefettura
“Ci
sedemmo
dalla parte
del torto
visto che
tutti gli
altri posti
erano
occupati.
Bertolt
Brecht” Mai
parole
furono più
attuali.
Perché sono
davvero
tanti coloro
che sono
disposti a
sacrificare
il
territorio e
magari anche
gli abitanti
della Valle
di Susa per
benefici
economici
presunti,
magnificando
il progresso
che ne
deriverebbe
per “tutti”
con quei 671
milioni di
fondi
stanziati
dall’Unione
Europea per
la tratta ad
alta
velocità.
Dall’altra
parte, dalla
parte del
torto,
stanno
sedute
alcune
migliaia di
persone,
quelle donne
con i
bambini in
braccio,
quegli
anziani che
agitano il
bastone
sotto il
naso dei
poliziotti,
quelle
famiglie che
ci abitano e
ci lavorano,
i ragazzi e
le ragazze
che ci sono
cresciuti e
ci vogliono
respirare, i
sindaci con
la fascia
tricolore e
le giunte di
quei 24
comuni
contrari.
Quelli che
sono lì, che
lottano e
bivaccano da
anni, che
sfilano
nelle
fiaccolate,
quelli che
resistono
insomma.
Perché
abbandonare
significa
abbandonare
la propria
valle, il
proprio
territorio,
all’inutile
scempio di
anni di
ruspe e di
scavi e del
malaffare
che ci sarà,
perché c’è
sempre, se
ne hanno
notizie ogni
giorno. E
resistono
non solo per
la loro
valle, ma
per tutti,
da
vent’anni.
Una
resistenza
di popolo,
per quelli
seduti dalla
parte del
torto, una
resistenza
di pochi
violenti
anarco-insurrezionalisti,
per quelli
seduti dalla
parte della
ragione.
E così
arriva
l’intervento
militare, e
sono tanti
quelli
seduti dalla
parte della
ragione che
plaudono
l’intervento,
anzi lo
hanno
proprio
voluto,
invocato, e
sono i
partiti di
governo e di
finta
opposizione
e sindaci
votatissimi
e padroni e
Confindustria
e sigle
sindacali,
anche. La
coraggiosa
resistenza
di quelli
seduti dalla
parte del
torto nulla
può contro
il massiccio
spiegamento
delle forze
repressive
mandate dal
ministro
dell’Interno
Maroni.
Ma si è
persa una
battaglia,
non la
guerra.
E allora
ieri sera,
nuovamente i
resistenti,
quelli
seduti dalla
parte del
torto, ed
erano tanti,
almeno
diecimila
(secondo i
media che
stanno anche
questi
seduti tutti
dalla parte
della
ragione)
hanno
sfilato in
una
imponente
fiaccolata e
si sono dati
appuntamento
in tanti per
domenica 3
luglio a
Chiomonte.
E ci siamo
anche noi
del PdCI ,
come ci
siamo stati
sempre a
fianco di
ogni lotta,
perché ci
piace
sederci
insieme al
popolo dalla
parte del
torto,
perché per
noi quella è
la parte
giusta, la
parte della
ragione
vera. E’
nella nostra
natura di
comunisti
stare dalla
parte dei
più deboli e
degli
oppressi,
con buona
pace dei
partiti di
governo e di
finta
opposizione,
noi
difendiamo i
beni comuni
e, come
l’acqua,
anche il
territorio
lo è. (29
giugno 2011)
Le tappe
principali
(letto su
internet)
Giugno 1990
- In un
summit a
Nizza
(Francia),
il governo
italiano e
quello
francese
convergono
sull'opportunità
di studiare
un nuovo
collegamento
tra i due
Paesi. Lo
studio di
fattibilità
dell'opera
viene
affidato
agli enti
ferroviari
di Italia e
Francia il
18 ottobre
1981, al
vertice
italo-francese
di Viterbo.
Settembre
1994 - La
tratta ad
alta
velocità
Torino-Lione
appare per
la prima
volta in un
testo
legislativo:
l'articolo 5
della
Finanziaria
prevede lo
stanziamento
di fondi per
la
progettazione.
Gennaio2011
- Viene
firmato
l'accordo
tra Italia e
Francia per
la
realizzazione
della
ferrovia;
nel
capoluogo
piemontese
sfila un
corteo di
protesta di
sindaci e
attivisti
'No Tav'. Il
trattato
verrà poi
ratificato
dal Governo
italiano il
19 settembre
2002.
Febbraio
2005 - La
società
italo-francese
Ltf affida i
lavori per
il tunnel
esplorativo
di Venaus,
in valle
Cenischia.
Il 30
novembre
viene
recintato il
cantiere, ma
i primi
disordini
sono già
scoppiati,
un mese
prima, a
Mompantero,
dove erano
state
piazzate
trivelle per
eseguire
sondaggi
geognostici.
Dicembre
2005 - Gli
incidenti
più gravi:
le forze
dell'ordine
allontanano
i
manifestanti,
ma i No Tav
riconquistano
il presidio.
Per cercare
un progetto
più
condiviso
nasce
l'Osservatorio
tecnico,
guidato dal
commissario
di governo
Mario
Virano.
L'intesa è
siglata dal
governo e
dagli enti
locali.
Novembre
2007 -
L'Unione
Europea
assegna a
Francia e
Italia un
contributo
di 671,8
milioni per
la parte
comune della
Torino-Lione.
Giugno 2008
-
L'Osservatorio
definisce il
nuovo
progetto.
Gennaio 2010
- Vengono
avviati i
sondaggi
geognostici,
che
dovrebbero
essere in 91
punti, e si
riaccende la
protesta No
Tav.
Maggio 2011
- Arrivano
le prime
squadre di
operai per
recintare il
cantiere di
Chiomonte,
ma vengano
fermati da
una
sassaiola.
Poi il
commissario
ai Trasporti
della Ue
Siim Kallas
ribadisce
che i lavori
devono
essere
avviati
entro il 30
giugno. La
Torino-Lione
dovrebbe
entrare in
esercizio
nel 2023.
Giugno 2011
– Dopo
l’ordinanza
di sgombero
firmata dal
prefetto di
Torino,
Alberto Di
Pace, un
blitz delle
forse di
polizia a
Maddalena di
Chiomonte
riconsegna
il cantiere
alla ditta
interessata.
I
rappresentanti
del
movimento No
Tav smontano
le tende e
caricano su
furgoni le
cucine da
campo.
Tav.
Diliberto:
Forme di
democrazia
sconosciute
a Berlusconi
e Maroni
“Facciamo
nostro l’appello di prestigiose personalità perché il governo Berlusconi fermi
l’uso inaccettabile della forza nei confronti dei No Tav” A dichiararlo è
Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci-Federazione della Sinistra.
“La democrazia si gestisce con il dialogo, con la pazienza, con la
partecipazione. In un sistema democratico il ricorso alla repressione è sempre
una sconfitta. Ma mi rendo conto che si tratta di esigenze sconosciute al
presidente del Consiglio e al ministro degli Interni”. (27 giugno 2011
www.comunisti-italiani.it )
10 anni dopo
il G8 di
Genova
Il ministro dell'Interno continua lo stesso massacro di chi protesta in Val Susa
Come Federazione Giovanile Comunisti Italiani di Torino non tolleriamo l'uso massiccio della forza da parte del Ministero dell'Interno e del Governo per reprimere ogni forma di dissenso al sistema politico-economico vigente, esattamente come 10 anni fa a Genova il Viminale ha preferito i manganelli, gli idranti e i fumogeni piuttosto che ascoltare le ragioni di chi protesta. Ciò che è avvenuto questa mattina a Chiomonte è intollerabile in quanto una forza enorme è stata dispiegata per difendere gli interessi finanziari di alcuni costruttori e delle cosche mafiose, contro i tutti i manifestanti, compresi donne, bambini e anziani che presidiavano la Libera Repubblica della Maddalena e contro i quali è stata fatta una vera e propria caccia all'uomo nei boschi e sui sentieri. Chiediamo dunque a tutti coloro che si oppongono a quelle scelte politiche che creano profitto a pochi ed enormi disagi ai più di partecipare attivamente a questa protesta, raggiungendo i blocchi pacifici organizzati in Val di Susa o, partecipando alle mobilitazioni che si terranno a Torino. (Fgci Torino - 27 giugno 2011)
PdCI.
Manganello
in Val di
Susa e
camorra a
Napoli
(ANSA) - ROMA, 27 GIU - 'Una volta il progresso e la modernita' venivano accolti dalle popolazioni con entusiasmo e sostegno, perche' utili al miglioramento delle loro condizioni di vita'. A dichiararlo e' Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale Pdci-Federazione della Sinistra.
'Se oggi avviene il contrario e' perche' il tutto e' unicamente piegato alle logiche del profitto. E' allucinante un governo che agisce col manganello in Val di Susa, rivendicando il 'principio della legalita', quando lascia i napoletani affogare nell'immondizia, nelle mani della Camorra. E' l'ennesimo fallimento politico di Berlusconi e della sua maggioranza', conclude. (ANSA).
Comunicato
stampa
di Juri Bossuto Federazione della Sinistra 28 giugno 2011
La Rai Regionale saprà guardare al movimento No Tav con i propri occhi, non affidandosi solo a narrazioni di parte?
Oggi dovrebbe essere una giornata molto triste per chiunque si definisca democratico.
Personalmente non sono rimasto allibito solamente dal grave attacco attuato dallo Stato, in località Maddalena, ai danni di molti suoi cittadini: un intervento manu militari, invocato con forza dalle istituzioni pubbliche torinesi, per conquistare un pezzo di terra. Neppure mi ha stupito l’apparente illegalità giuridica con cui lo Stato stesso ha preso possesso di quei terreni, gasando letteralmente centinaia di persone e senza neppure una notifica a chi vanta diritti reali sui terreni medesimi. Ho provato invece un senso di malessere, profondo, nel vedere l’ennesima prova del degrado in cui versa questa vicenda: prova fornitami dal servizio trasmesso durante il TG3 Regione quale sintesi, poco giornalistica, della giornata valsusina iniziata alle 4 del mattino con l’arrivo della polizia.
La sequela di interviste trasmesse dal telegiornale regionale, è stata la perfetta cornice della sconfitta democratica che sta vivendo l’Italia. Una serie infinita di politici, di centro destra e centro sinistra, che vantavano i benefici della TAV , facendo ampio uso dei soliti luoghi comuni, e liquidando al contempo gli oppositori con termini quali “violenti”, “minoritario” ed altro. Il mondo visto, e descritto, dalla redazione del telegiornale sembra il frutto derivante da narrazioni tremendamente faziose. Ai pareri contrari, ossia al mondo reale, la stessa redazione ha riservato pochi minuti, affidandosi alle parole di Perino e Ferrero, presenti sulle barricate nel momento dello sgombero dell’area, non guardando a quel popolo reale impegnato a difendere un territorio e gli interessi di una comunità ben più ampia della Valle Susa.
Di fatto un coro a senso unico che dovrebbe fare meditare i cittadini tutti su un’opera che unisce gli industriali ai politici PD e PDL, un’informazione clamorosamente di parte che dovrebbe svegliare le persone in buona fede e sinceramente democratiche: coloro che osservano il mondo con i propri occhi, a cui non permettono ad alcuno di inserire miraggi.
L’impressione è quella che qualcuno stia giocando con soldi, diritti e beni comuni, e che lo faccia in barba all’informazione ed ai principi costituzionali. Un incubo che, per chi sa riconoscerlo, ha l’aspetto di una drammatica beffa in cui i buoni diventano i cattivi e, come accade in questi casi, i cattivi vestono i panni dei buoni, seppur riconoscibili dal numero di aiutanti su cui possono contare.
I No TAV dovrebbero pretendere giustizia e la possibilità di dare anche la loro versione dei fatti e le motivazioni, credete tutt’altro che banali, alla base delle loro proteste: l’unico modo per poter riconoscere ancora una parvenza democratica a questo nostro martoriato Paese.
In diretta
su facebook
minuto per
minuto le
notizie
dalla Valle
di Susa
Lettera aperta di Sindaci e Amministratori delle liste civiche della Comunità montana Valsusa e Valsangone al Ministro degli interni
Onorevole
Ministro
degli
Interni
Roberto
Maroni,
Le scriviamo
in merito
alla
difficile
situazione
che da
vent'anni a
questa parte
si è venuta
a creare in
Valle di
Susa a causa
del progetto
ad alta
velocità
Torino-
Lione meglio
conosciuto
come TAV.
Fin dagli
inizi era
parso subito
chiaro a
tutti la
grande
contrarietà
della
popolazione
e degli
amministratori
locali, ma
la politica
nazionale
noncurante
di
numerosissime
pacifiche
manifestazioni
di piazza
con decine
di migliaia
di
partecipanti
fin da
subito di
diversi
schieramenti
partitici,
ha sempre
confidato in
un
addomesticamento
che prima o
poi avrebbe
aggiustato
le cose.
Ma è
difficile
addomesticare
un popolo
abituato a
pensare,
avido di
conoscere
partecipando
a centinaia
di riunioni
pubbliche
con tecnici
esperti;
sensibile
durante le
veglie di
preghiera, i
momenti
culturali, i
concerti e
gli
spettacoli
teatrali no
tav;
desideroso
di
partecipare
in prima
persona in
una comunità
viva e di
autodeterminare
il proprio
futuro. Un
popolo fatto
di famiglie,
pensionati,
studenti,
operai,
imprenditori,disoccupati,
contadini e
anche
giovani dei
centri
sociali.
Una sinistra
troppo
sicura di
sé, convinta
che il
movimento NO
TAV stesse
comodamente
sotto il suo
cappello e
una destra
miope che ha
puntualmente
avvallato
questa tesi
hanno
portato una
valle intera
a trovarsi
praticamente,
o forse per
scelta,
orfana di
rappresentanza
politica.
La nascita
di molte
liste
civiche è
stato il
naturale
evolversi di
una
necessità
impellente
di trovare
uno spazio
rappresentativo
e di
partecipazione
più diretta.
In quasi
vent'anni il
movimento no
tav è
cresciuto
nei numeri e
nella
consapevolezza
di essere
nel giusto,
grazie alla
formazione-partecipazione
alla quale
la
cittadinanza
è stata
costantemente
stimolata.
Da parte dei
vari governi
si è tentato
in ogni modo
di ridurre
il problema
a mera
questione di
ordine
pubblico ,
invocando la
volontà di
una
maggioranza
silenziosa
nei
confronti di
qualche
centinaio di
facinorosi
anarco-insurrezionalisti.
Pacchi
bomba,
proiettili,
incendi ai
presidi e
lettere
anonime
provenienti
da quella
fogna
primordiale
fatta di
menti
malate,
deviate (e l
aggettivo
non è
casuale) o
malavitose
sono sempre
giunti a
destinazione
con tempismo
perfetto a
supportare
la tesi che
vorrebbe il
popolo no
tav come un
movimento
eversivo.
Ma i
fatti
dimostrano
che la
minoranza di
qualche
centinaio
diventa nei
momenti
importanti,
spontaneamente,
senza
bisogno di
nessuna
organizzazione
o ordine
pre-organizzato,
come se
fosse la
cosa più
normale da
fare , una
massa di
decine di
migliaia di
persone
indignate in
grado di
prendere
decisioni
collettive e
condivise.
Un
meccanismo
che a
distanza di
vent'anni
stupisce
ancora tutti
noi.
Viceversa la
famosa
maggioranza
silenziosa
invocata dai
vertici dei
principali
partiti di
centro-
destra e
centro-sinistra
assieme a
Confindustria
e unione
industriali
non ha mai
dimostrato
nonostante
la grande
copertura
mediatica -
di riuscire
a creare
eventi dai
numeri
importanti a
favore del
tav. La
manifestazione
si tav
tenutasi al
Lingotto di
Torino l'
anno scorso
non è
neppure
stata capace
di
accogliere
sotto lo
stesso tetto
tutti i
politici
torinesi
favorevoli
all opera. L
ultima
manifestazione
a favore dei
cantieri e
dei presunti
posti di
lavoro
tenutasi a
Susa alcune
settimane fa
ha
registrato
circa 200
partecipanti
di cui poche
decine della
val di Susa.
A difesa
della
maggioranza
silenziosa
si invoca
anche la
rappresentanza
dovuta al
mandato
elettorale.
Gli ultimi
esiti
referendari
,
dimostrano,
se mai ce ne
fosse ancora
bisogno, che
spesso l
elettore è
costretto a
scegliere il
meno peggio
e che dare
il proprio
voto non
significa
avvallare il
programma
elettorale
in toto.
Il Governo,
infatti era
convinto che
il programma
nucleare
fosse già
stato
metabolizzato
e accettato
al momento
del voto, ma
evidentemente
non è stato
così.
Chi aveva
appoggiato
questo
governo
quindi aveva
digerito
obtorto
collo molte
cose, che
poi alla
prima
occasione
tramite i
quesiti
referendari
hanno
riportato i
nodi al
pettine.
La stessa
cosa è
successa con
governi
diversi ,
nazionali,
regionali o
provinciali.
Il cittadino
attivo è
quindi
costretto a
partecipare
in modo
diretto per
far sentire
la propria
voce a un
parlamento
che pare
blindato e
orientato al
pensiero
unico. In
molti si
chiedono
quanto potrà
ancora
durare
questo
scollamento
tra la base
e i vertici.
Ma è
sufficientemente
chiaro che
una gran
parte del
popolo che
si riconosce
nel PD, PDL,
UDC, Italia
dei valori,
Lega ecc.
nutre dubbi
sempre più
ampi sulla
reale
utilità
delle grandi
opere, sui
problemi
ambientali e
sanitari da
essi creati
e sulla loro
copertura di
spesa.
Eppure i
vertici
istituzionali
sono (
tranne
rarissime
eccezioni)
favorevoli
praticamente
all
unanimità;
ma come è
possibile
questo?
Dove
sbagliano,
Sig.
Ministro , i
valsusini ,
i
piemontesi,
gli italiani
tutti a
voler
difendere la
propria
terra, i
beni comuni
e il denaro
pubblico
dall assalto
delle mafie
che
notoriamente
vivono di
movimento
terra?
Abbiamo
ragione
oppure no a
difendere ad
ogni costo
il diritto
alla salute
dopo che nel
progetto
della tratta
internazionale
troviamo
scritte le
parole
testualmente
riportate ?
Pagina 187
del
documento
Sintesi non
tecnica
capitolo
11.3.11 in
riferimento
al
particolato
(PM10) si
legge:
Dall'esame
della
modellizzazione
dei dati di
concentrazione
in fase di
cantiere si
evince
inoltre un
incremento...Tali
incrementi
giustificano
ipotesi di
impatto
sulla salute
pubblica di
significativa
rilevanza
soprattutto
per le fasce
di
popolazione
ipersuscettibili
a patologie
cardiocircolatorie
e
respiratorie
che indicano
incrementi
patologici
dell 'ordine
del 10%
rispetto ad
incrementi
della
concentrazione
di quanto
qui
ipotizzato.
Le facciamo
notare, che
non è un
dato
allarmistico
dei comitati
no tav, ma
una nota
scritta nel
progetto da
chi il TAV
lo sta
progettando
e quindi lo
vuole!!! E
dobbiamo
comunque
ringraziare
i tecnici
progettisti
che hanno
riempito il
progetto di
note di
attenzione
su centinaia
di problemi
ambientali,
sanitari,
idraulici
ecc. ecc.
Quanto è
vergognoso
che in ogni
documento
favorevole
all'opera
viene citato
l'accordo di
PraCatinat
come alto
esempio di
concertazione
con il
territorio
grazie alla
mediazione
dell
Architetto
Virano,
quando tutti
( in Val
Susa) sanno
che il
termine
accordo è
assolutamente
falso?
Infatti tale
documento
non è mai
stato
firmato da
nessun
Sindaco né
deliberato
in nessun
Consiglio
Comunale o
Giunta!
La
popolazione
è sempre più
partecipe
perché si
tiene
costantemente
informata di
questi gravi
fatti.
In quanti
hanno la
percezione
reale del
costo della
Torino-Lione
in rapporto
ai nuovi
posti di
lavoro
creati ?
Nel progetto
della tratta
nazionale
tale numero
è stimato in
circa 1200
unità. Negli
ultimi 20
anni in
valle e
cintura si
sono persi
migliaia di
posti di
lavoro: la
politica
quanti euro
ha speso per
salvarli?
Ora si
vogliono
spendere 20
miliardi di
€. per
creare 1200
posti di
lavoro;
ovvero oltre
16 milioni
di € per
ogni nuovo
posto di
lavoro
creato!!
Qualsiasi
imprenditore
medio della
ricca
padania
sarebbe in
grado con la
stessa cifra
di crearne a
centinaia di
posti di
lavoro!
20 miliardi
di €.
investiti
nell'
edilizia
residenziale
pubblica di
ultima
generazione
ad alto
risparmio
energetico
corrispondono
a circa 10
milioni di
metri
quadrati di
appartamenti
che
sarebbero in
grado di
ospitare
400.000
persone.
Queste sono
le cose a
cui si
rinuncia per
pagare il
tav che
indebiterà
le future
generazioni
per un opera
inutile.
In
alternativa
quante
migliaia di
piccole
medie opere
pubbliche si
potrebbero
aprire in
tutta la
valle, in
tutto il
Piemonte, in
tutta l
Italia per
mettere in
sicurezza le
sponde dei
fiumi, le
frane che
incombono
sui centri
abitati ,
gli edifici
pubblici a
rischio
amianto e
terremoto.
Tutto ciò
fin da
subito,
creando
posti di
lavoro
diffusi su
tutta la
nazione e
governabili
dagli enti
locali al
fine di
evitare i
sub-sub-sub
appalti
terra
fertile per
le
infiltrazioni
mafiose.
Perché si
vuole
relegare il
concetto di
Resistenza
all interno
dei libri
scolastici o
peggio sotto
le
fondamenta
di statici
monumenti
cittadini,
quando è
possibile
farlo
rivivere nel
quotidiano e
praticarlo (
senza più
bisogno di
armi , per
fortuna) a
difesa della
propria
terra,
cultura,
diritti
fondamentali,
risorse?
Il 19
dicembre
1943 ,
alcuni
autorevoli
esponenti
della
Resistenza
antifascista
piemontese
firmavano in
semi-clandestinità
la Carta di
Chivasso
dove si
anticipavano
di oltre
cinquant'anni
alcuni
concetti
molto cari a
Lei ed a una
buona parte
del suo
elettorato.
Ora , sempre
più spesso
la si sente
evocare a
proprio uso
e consumo a
seconda
delle
necessità
purché non
si disturbi
il
manovratore.
Sarà un caso
che le frasi
: Resistere,
resistere,
resistere e
padroni a
casa nostra
pur nella
loro
profonda
diversità
hanno fatto
la loro
comparsa
quasi
contemporaneamente
negli
striscioni
spontanei
appesi alla
Maddalena di
Chiomonte?
Ormai è un
fatto
conclamato
che il
movimento no
tav si
arricchisca
nella
diversità.
Terminiamo
questa
nostra lunga
lettera
chiedendole,
Sig.
Ministro, di
non dare l
ordine di
sgomberare
con la forza
gli uomini e
le donne
della Valle
di Susa, del
Piemonte e
dell' Italia
che
quotidianamente
e con
orgoglio
difendono i
propri
ideali e i
beni comuni:
la terra, la
salute,l
'acqua,l'
aria e non
ultimo- il
denaro
pubblico.
Distinti
saluti
Valle di
Susa, 25
giugno
2011
Sindaci e
Amministratori
delle liste
civiche
della
Comunità
Montana Val
Susa e Val
Sangone
Tav: Fgci Torino, nessuna intimidazione
può fermare una lotta di popolo
Torino, 17 giu. - (Adnkronos) - ''La Fgci di
Torino esprime la sua totale solidarieta' ai
compagni vittime deI blitz di questa
mattina''. Cosi' la Federazione Giovanile
Comunisti Italiani di Torino che in una nota
sottolinea ''preoccupazione per la deriva
repressiva da parte della Magistratura. Le
accuse verso il movimento No Tav sono
sintomo di una repressione tesa a
considerare una lotta di popolo come
problema di ordine pubblico'' ''Dopo la
liberazione di Venaus del 2005 non e' stato
fatto nessun passo avanti da parte dei Governi che
si sono susseguiti per comprendere le
ragioni di una lotta che va avanti da ormai piu' di vent'anni - aggiunge Ivano Osella,
Coordinatore della Fgci di Torino - come
organizzazione giovanile abbiamo da sempre
considerato il Movimento No Tav espressione
virtuosa di democrazia e di partecipazione
dal basso, che merita di ricevere ascolto e
non di subire indagini intimidatorie''.
(17
giugno 2011 ore 17.32)
Appello
Appello per la
democrazia e il rispetto della legalità in Val di
Susa
Premessa
In
questi giorni la Val di Susa sta vivendo momenti di
tensione che ricordano quelli dell’autunno 2005
quando fu usata la forza per imporre l’apertura di
un cantiere in vista della realizzazione del TAV
Torino-Lione. Da allora nessun cantiere è stato
aperto ma le promesse di governi di diverso colore
di aprire un dialogo e un confronto con le
istituzioni locali si sono dimostrate un inganno e
le amministrazioni democraticamente elette, critiche
sulla realizzazione della grande opera, non sono
state riconosciute dal governo quali interlocutori
affidabili e sono state estromesse dai tavoli di
confronto.
Decine di migliaia
di persone chiedono semplicemente di essere
ascoltate, chiedono un confronto vero, pretendono
che alle loro ragioni - scientificamente documentate
- si risponda entrando nel merito. In cambio
ricevono insulti e l’accusa di voler difendere il
loro piccolo cortile, di volersi opporre al
progresso, di non rispettare le regole: slogan e
accuse infondate in risposta ad argomenti seri, a
pratiche di protesta pacifica, all’utilizzo rigoroso
di ogni spazio previsto da leggi e procedure.
L’opposizione al
TAV Torino-Lione è diventata in questi anni un
esempio di partecipazione democratica dal basso, di
democrazia vera, di resistenza all’illegalità ed al
sopruso in difesa dei beni comuni: un’opposizione
popolare che può contare sul sostegno della comunità
montana e di ben 24 consigli comunali.
Viceversa il
governo e le potenti lobby che governano l’economia
e la finanza, con l’appoggio di partiti di
maggioranza e minoranza, non hanno esitato a
stravolgere procedure, infrangere leggi e ingannare
l’Unione Europea pur di assicurarsi un grande
business da cui anche la grande criminalità
organizzata e le mafie contano di trarre profitto.
Hanno scatenato una grande campagna mediatica per
nascondere le dimensioni e le ragioni
dell’opposizione, per screditare il movimento notav
presentandolo come covo di estremisti e sovversivi:
la criminalizzazione del dissenso è un’arma
micidiale a cui ricorre solo chi disprezza il
confronto democratico e le regole condivise.
Oggi, fallito ogni
tentativo di comprare il consenso e la benevolenza
di cittadini e sindaci, il governo sta preparando
una nuova prova di forza: il Prefetto assicura che “sarà
il Questore a decidere tempi e modi” per
installare il primo cantiere. E mentre la campagna
di disinformazione si intensifica rispuntano le
intimidazioni mafiose e le provocazioni che si
ripetono puntuali dal 2005 ad oggi, dagli incendi
dolosi dei presidi notav alle buste con le
pallottole. In nessun caso indagini serie hanno
portato a individuare i responsabili, ogni volta il
movimento notav ha denunciato la natura mafiosa di
tali gesti, ha riaffermato e rivendicato con
orgoglio il carattere pacifico della propria lotta,
ha invitato a cercare esecutori e mandanti tra chi
ha interesse ad avviare i cantieri.
Se questo è il quadro non possiamo
rimanere indifferenti, non possiamo rimanere in
silenzio e ci rivolgiamo a singoli cittadini,
associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del
mondo della cultura affinché si uniscano a noi in
questo appello.
Appello per la democrazia e il
rispetto della legalità in Val di Susa
Come singoli
cittadini, associazioni, sindacati, movimenti,
esponenti del mondo della cultura:
- rifiutiamo
l’idea che la realizzazione di una grande opera
possa ridursi ad un problema di ordine pubblico
- condanniamo
senza riserve l’invito ad usare la forza e a
militarizzare il territorio lanciato nei giorni
scorsi da rappresentanti del popolo eletti in
Parlamento, da alcuni partiti e da alcune
associazioni di imprenditori
- denunciamo il
disprezzo delle più elementari regole della
democrazia e pretendiamo dal governo il rispetto
della legalità, il rispetto dei diritti dei
cittadini, il rispetto nei confronti della
amministrazioni locali democraticamente elette
- respingiamo il
ricatto e le strumentalizzazioni secondo cui chi si
oppone al TAV non difende il lavoro: al contrario la
realizzazione di questa grande opera inutile
penalizzerebbe pesantemente le economie locali in
cambio di pochi posti di lavorio precario e privo di
tutele e di diritti, mentre un diverso utilizzo
delle risorse pubbliche creerebbe numerose
opportunità di nuova occupazione
- le ragioni di
chi si oppone a questa grande opera inutile,
devastante, che sottrarrebbe enormi risorse
economiche ai servizi pubblici di tutto il paese
sono le nostre ragioni: non ci rassegniamo all’idea
che il nostro futuro possa essere deciso da
quell’intreccio perverso tra politica, affari e
criminalità organizzata che governa ampie aree del
nostro paese e inquina la nostra società.
Il nostro
riferimento continua ad essere la Costituzione,
quella Costituzione nata dalla Resistenza e oggi
troppo spesso violentata. Per queste ragioni
esprimiamo la nostra solidarietà alla resistenza
notav e ci impegniamo a sostenerla concretamente.
Torino, 7 Giugno
2011
Primi firmatari,
adesione all'appello e visione delle firme
pervenute:
www.notavtorino.org
Il dovere dei sindaci
IL DOVERE DEI SINDACI
Questa è la
nuova mailing di
Ambientevalsusa
all'insegna di
un rinnovamento
delle modalità
di informazione
sulla
Torino-Lione.
Vi inviamo il
primo
aggiornamento
con una lettera
del sindaco di
S. Ambrogio alla
redazione de La
Stampa in
risposta ad un
articolo di
Luigi La Spina
ed un volantino
relativo ad una
iniziativa dei
comitati No Tav
circa la
realizzazione in
proprio di
un'informazione
tramite video
denominata
"TG MADDALENA".
Ogg: Il dovere
dei Sindaci!
Qui di seguito
l'articolo di
Luigi La Spina
comparso sulla
Stampa e a
seguire la
risposta che gli
ho inviato.
Sant'Ambrogio,
10 Giugno 2011
Gentile Luigi La
Spina,
sono uno di quei
sindaci ai quali
lei nel suo
ultimo articolo
si rivolge in
modo
particolare. So
perfettamente
che questa
lettera così
come l'opinione
dei miei
colleghi e del
Presidente della
Comunità Montana
non troverà
spazio alcuno
sul suo giornale
per non turbare
il "pensiero
unico", ma ci
tengo comunque a
manifestarle la
mia
opinione attraverso
la
mia esperienza
di sindaco e
cittadino della
Valle di Susa.
Lo ritengo un
atto dovuto, non
tanto per farle
cambiatre
opinione, ma
semplicemente
per dovere di
informazione.
Per guadagnare
tempo, non
utilizzerò lo
stile
ciceroniano ma
quello
anglosassone e
asciutto dei
numeri e dei
dati,
elencandole qui
di seguito
quelli più
sugnificativi e
ai più non
conosciuti, lei
compreso, vista
la non
concoscenza dei
fatti e dei
progetti che
dimostra nel suo
articolo,
infarcito
di informazioni
errate, alcune
addiritura
inventate e di
clamorose
omissioni.
1) partiamo dal
"ifamoso
corridoio 5"
Lisbiona- Kiev":
il Portogallo il
6 Aprile scorso
ha chiesto un
prestito di 80
miliardi di euro
ed è sull'orlo
del fallimento.
La Spagna è
sulla stessa
strada e si è
ritirata dal
progetto. Per
non parlare di
Kiev - Ucraina
-: pochi giorni
fa chiesto aiuto
all'Europa
perchè vicina
alla bancarotta.
2) le merci che
arrivano
dall'est in
Europa si
muovono nel
nostro
continente
sull'asse
nord-sud
sfruttando il
sistema
portuale: di
quale
"rivoluzione"
dei trasporti in
Europa sta
parlando se non
conosce neppure
questo macro
dato?
3) Chi si oppone
all'opera è
un'intera
popolazione di
persone per bene
e pacifiche,
preparate sui
progetti e sui
contenuti: i
proiettili, le
minacce di
morte, la
violenza, la
cultura
dell'inganno e
della
provocazione non
ci appartengono,
mi spiace per
lei: in venti
anni e più di
opposizione al
tav è un fatto
ampiamente
dimostrato
4)quella che lei
chiama
"commissione" è
l'Osservatorio
dal quale sono
da due anni
esclusi i comuni
- VENTIQUATTRO!
- interessati
dal progetto TAV
perchè è stata
loro negata la
possibilità di
scegliersi i
propri
rappresentanti
di fiducia
imponendo
inoltre
l'obbligo di
aderire al
progetto pena
l'esclusione dai
tavoli di
confronto.
Infatti nell'utlimo
incontro di
Palazzo Chigi a
Roma del mese
scorso, c'erano
al tavolo i
sindaci ad
esempio di
Claviere che
dista circa
quaranta
chilometri dai
cantieri e il
sindaco di
Giaveno che si
trova addiritura
in un'altra
valle, mentre il
sottoscritto
insieme agli
altri 23
sindaxci era
confinato
all'esterno,
dietro le
transenne
presidiate dalla
polizia
5) il piano di
compenazioni: ad
oggi non c'è un
euro. Come
stupirsi di ciò
se manco ci sono
i duecento
milioni del
Governo e i
cento milioni
della Regione
promessi da anni
per il nodo di
Torino? Anche
chi è favorevole
all'opera,
specie di questi
tempi dove
mancano i soldi
per fare
viaggiare in
orario e puliti
i treni dei
pendolari da
Susa a Torino,
resterà a bocca
asciutta, non si
preoccupi.
6) Ha mai
sentito parlare
di priorità
degli
investimenti, di
valutazione costi-benefici
per le grandi
opere
ultimamanete
evocato come
necessità
ineludibile
anche da parte
dell' autorevole
voce del
Governatore
della Banca
d'Italia Dott
Draghi? Ha mai
sentito parlare
di infiltrazioni
mafiose nelle
grandi opere che
fanno lievitare
i costi di
cinque volte? Lo
sa che la Valle
di Susa è
fortemente
abitata -
settantamila
abitanti - e infrastrutturata
in quanto
opercorsa da un
fiume,
un'autostrada,
due statali,una
ferrovia a
doppio binario e
la si può
considerare per
queste
caratteristiche
una terza
cintura di
Torino con tutti
i problemi
conessi
all'impatto di
cantieri delle
dimensioni e
della durata
prospettate? Lo
sa che è
soggetta a
periodici eventi
alluvionali e
che dunque non è
minimamnte
paragonabile
alle altri valli
alpine per tutti
i motivi prima
elencati da un
pnto di vista
del'impatto
ambientale di
un'opera di
queste
dimensioni?
7) I due
miliardi di
penale da pagare
in caso di
rinuncia
all'opera così
come i "35-40
milioni di euro
di ricaduta
sulla valle per
il solo
tunnel esplorativo
di sette
chilometri della
Maddalena" sono
una pura
invenzione
giornalistica:
per cortesia
citi le fonti di
questi dati,
inventare non è
serio!
8) I viaggaitori
che arrivano da
Londra o
Parigi per
venire a sciare
in Valle di Susa
credo, a meno
che non siano
scemi,
preferiscano
fare i dodici
chilometri in
treno del
traforo del
Frejus esistente
dai tempi di
Cavour ed
arivare
direttamante a
Bardonecchia
piuttosto che da
Susa, dopo 54
chilometri di
tunnel, risalire
la Valle in
pulman, non
crede? Per
cortesia anche
questa
stupidaggine è
bene che la
rettifichi a
tutela
dell'intelligenza
dei lettori e
della sua
personale
9) "Anche le
critiche
relative ai
costi sembrano
ingiustifcate
perchè la UE ha
destinati i
finanziamenti
solo per questo
progetto": altra
falsità, i
progetti
finanziati
dall'Europa per
il trasporto
ferroviario sono
attualemnte
almeno cinque
10) "nel
tentativo di
svelenire un
clima troppo
acceso il
Ministro
Maroni......ha ha
riservato il
compito
dell'ordine
pubblico alle
forze
dell'ordine e
non ai
militari": come
ho già avuto
modo di dire,
gli incendiari
in doppio petto
sono i
veri avvelenatori
del clima
sociale: sono
quelli che
invocano l'uso
della forza, che
insultano la
cittadinanza
della valle di
Susa associandola
a frange
violente, che
delegittimano
sistematicamente
le
Istituzioni disconoscendo
il ruolo
democraticamente
sancitio di
rappresentanza
del territorio
al Presidente
della Comunità
Montana, che
omettono le
informazioni o
le distorcono o
ancora peggio le
inventano, che
rifiutano il
confronto sui
contenuti e sul
merito dei
problemi, che
prendono le
tanmgenmti
addiritura
sui pannolini
mentre i giovani
precari lavorano
a cinquecento
euro al mese,
per non andare
oltre perchè
l'elenco è
lunghissimo
11) Mi spiace,
non tocca a noi
sindaci
combattere i
violenti e i
terroristi: per
questi ci sono
le forze di
polizia e i
tribunali. A noi
sindaci spetta
il difficile
compito di
gestire un
diffuso e sempre
più allarmante
disagio sociale
fatto di
sfratti, di
nuove povertà,
di tagli
continui ai
servizi, di una
popolazione che
non può pensare
di vivere in un
enorme cantiere
a cielo aperto
per qundici-
vent'anni, tanto
dureranno i
cantieri vista
la mancanza di
risorse
economiche. Impiegando
in settori
prioritari per
lo
sviluppo anche
solo una piccola
parte degli
euro destinati
al tav si
possono da
subito creare un
numero maggiore
di posti di
lavoro
altamente
qualificati ad
esempio nei
settori del
turismo e delle
energie
alternative,
senza
compromettere
la possibilità
di una vita
dignitosa in
valle con la
nuova Salerno-Reggio
Calabria del
nord e senza
indebitare i
nostri figli e
nipoti per i
prossimi
cinquant'anni
con un'opera
inutile e
dannosa.
12) Siamo tutti
Sindaci
altamente
responsabili,
consci del
nostro ruolo
istituzionale e
delle nostre
responsabilità:
pretendiamo lo
stesso rispetto
nei nostri
confronti e
della
popolazione che
rappresentiamo
anche attraverso
la possibilità
di uno spazio
alle nostra
opinioni che ci
viene invece
scientificamente
negato. E'
troppo facile
costruire
minacce di morte
o di violenza
per screditare
le persone per
bene: è un
giochetto
vecchio che non
funziona più. Mi
spiace, queste
grossolane
provocazioni le
rimandiamo al
mittente. Ho la
consapevolezza
che questo mio
scritto non
troverà mai
spazio su
un giornale
importante come
La Stampa,
ma almeno spero
in un angolo
della sua
coscienza.
Un cordiale
saluto
Dario Fracchia
Sindaco di
Sant'Ambrogio
Torino-Lione, il
dovere dei
sindaci
LUIGI LA SPINA
Dopo anni di
polemiche,
contestazioni,
trattative, la
prossima
settimana
dovrebbe segnare
l’inizio,
concreto seppur
quasi simbolico,
dei lavori per
la nuova
ferrovia
Torino-Lione. Si
tratta del primo
pezzo, in
Italia, del
famoso
«corridoio 5»,
il grande asse
di comunicazione
tra l’Ovest e
l’Est
dell’Europa,
destinato a
rivoluzionare il
trasporto delle
merci attraverso
il nostro
Continente.
Il clima
politico e
sociale nel
quale si aprirà
il cantiere
destinato a
inaugurare
questa opera,
fondamentale per
lo sviluppo
economico del
Nord e, in
particolar modo,
del Piemonte, si
annuncia
pessimo. Negli
ultimi giorni,
agli annunci di
mobilitazione di
coloro che si
oppongono al
progetto, sono
seguite minacce
di morte, in
puro stile
terrorista, nei
confronti di
coloro che,
invece, lo
sostengono.
L’ipotesi di un
ricorso,
deliberato e
provocatorio,
alla violenza da
parte di gruppi
estremisti è
purtroppo
prevedibile,
nell’intento di
suscitare una
tale
esasperazione
emotiva da
impedire un
ragionevole
confronto di
idee e il
rispetto delle
decisioni
assunte sulla
base della
regola
fondamentale in
democrazia, la
volontà della
maggioranza.
Da circa sei
anni una
commissione,
guidata
dall’architetto
Virano, ha
esaminato, con
le parti
coinvolte nel
progetto, tutti
i problemi
ambientali,
economici,
sociali che la
cosiddetta Tav
potrebbe
procurare alla
vita delle
popolazioni
valsusine.
Perché è ovvio
il consenso di
chi non è
toccato
direttamente dai
disagi che
arrecheranno i
lavori e ne vede
solo i vantaggi
futuri.
Mentre è del
tutto
comprensibile la
preoccupazione
di chi, invece,
vive in
prossimità della
nuova linea.
Così, il
tracciato della
ferrovia è stato
profondamente
cambiato, il
sistema di
smaltimento dei
rifiuti è
passato dal
camion al treno,
sono state
assicurate le
stesse garanzie
di sicurezza che
sono valide in
tutt’Europa e
che sono state
accettate per i
valichi del
Brennero, del
Gottardo, del
Loetschberg. E’
stato stabilito,
infine, un piano
di compensazioni
per la Valsusa
che prevede
numerose opere
di
riqualificazione
e ammodernamento
infrastrutturale.
Una prima parte
di questi
finanziamenti è
stata varata, il
resto arriverà
man mano che i
lavori
avanzeranno.
Il metodo della
trattativa e del
confronto,
almeno con chi
non lo rifiuta
pregiudizialmente,
si è rivelato,
quindi,
fruttuoso ed è
servito anche a
fornire risposte
esaurienti ad
alcune obiezioni
fondamentali
sulla
convenienza del
progetto. E’
evidente,
infatti, che le
stime sui volumi
di traffico non
si possono
calcolare sulla
situazione
attuale, ma
sulla base delle
previsioni per i
prossimi
cinquanta o
cento anni.
Basta ricordare
le vicende del
piano
autostradale
varato in Italia
all’inizio della
seconda metà del
secolo scorso:
sembrava
sovrabbondante,
ora ne
lamentiamo le
insufficienze.
Anche le
critiche
relative ai
costi non
sembrano
giustificate,
perché la Ue ha
destinato i
finanziamenti
solo per questo
progetto. Se
l’Italia
rinunciasse, non
solo non
vedrebbe un euro
per qualsiasi
opera
alternativa, ma
sarebbe
costretta a
pagare penali
per circa due
miliardi. I
vantaggi, poi,
per l’economia
locale, tra
quelli diretti e
quelli
indiretti, non
sono
trascurabili,
soprattutto in
un periodo di
crisi
occupazionale
come questo.
Solo per scavare
i sette
chilometri del
tunnel della
Maddalena, un
centesimo
dell’intera
opera, si
calcolano
ricadute di
35-40 milioni di
euro. La
previsione di
una fermata
della ferrovia a
Susa, infine,
consentirà ai
viaggiatori che
provengono da
Londra o da
Parigi o da
Madrid di
arrivare
velocemente nel
cuore della
Valsusa, con
conseguenze
turistiche
facilmente
intuibili.
Nel tentativo di
svelenire un
clima che si
stava facendo
davvero troppo
acceso, la
decisione del
ministro Maroni
di riservare
solo alle forze
dell’ordine il
compito di
tutelare la
sicurezza dei
lavori,
escludendo
quelle militari,
è apparsa
davvero
opportuna. Ma il
clima nel quale
si aprirà il
cantiere di
Chiomonte è
affidato
soprattutto alla
responsabilità
di coloro che
rappresentano
alcune
istituzioni
locali: i
sindaci e il
presidente della
Comunità
montana, Sandro
Plano. Toccherà
a loro il
compito di
assicurare che
le frange
estremiste e
paraterroristiche
rimangano
isolate da
coloro che,
anche
legittimamente,
restano contrari
al progetto e
vogliono
esprimere il
loro dissenso in
maniera
pacifica. Il
crinale fra la
tentazione di
accendere lo
scontro per
ingigantire il
loro ruolo di
mediatori e di
unici potenziali
pompieri della
protesta «no Tav»
si sta facendo
troppo stretto e
pericoloso. Di
fronte alle
minacce di morte
e di violenza,
non si tratta
più di un invito
alla coerenza
politica fra la
loro militanza
nel Partito
democratico che
si batte per la
realizzazione
dell’opera e la
loro opposta
convinzione. Ma
del rispetto per
il compito
istituzionale
che devono
rivestire:
quello di
rappresentanti
di tutta la
popolazione e,
soprattutto,
dello Stato
italiano. Come
ricorda, tra
l’altro, la
fascia tricolore
che indossano.
Lettera a “La Stampa”
Egregio Direttore,
credevo di non provare
più stupore, oramai, innanzi a niente, ma le ultime
dichiarazioni rilasciate da alcuni esponenti delle
Istituzioni piemontesi mi hanno dimostrato il contrario.
Mi riferisco agli inviti
fatti alle Forze dell’ Ordine di usare la “più assoluta
determinazione” al fine di avviare il cantiere TAV
presso la zona Maddalena di Chiomonte. Dichiarazioni
paradossali guardando a coloro che le hanno formulate,
ossia il Presidente della Provincia di Torino,
l’Assessore ai Trasporti della Regione Piemonte e l’ex
sindaco di Torino, poiché espresse da rappresentanti del
popolo democraticamente eletti.
La Democrazia in Italia
soffre di una grave patologia degenerativa, per cui
persone che dovrebbero rappresentare tutti i cittadini,
alcuni amministratori pubblici, invocano l’uso della
violenza da parte di cittadini, la polizia, a danno di
altri cittadini, i contrari alla TAV. Costoro, assessori
e presidenti, anziché valutare con serietà le ragioni
dell’avversione ad un’opera contestata, e le alternative
possibili ad essa in una visione di programmazione ad
ampio raggio, ritengono più efficace invocare l’uso
della forza stessa: quasi a dire “non ho altre opzioni
innanzi al dogma TAV se non inaugurare cantieri difesi
dall’esercito, preparandomi ad anni di occupazione di
parte del mio territorio, non potendomi permettere di
fare il mio mestiere ossia disegnare soluzioni benefiche
per tutta la collettività”.
La scelta obbligata TAV,
con tutti i suoi assurdi costi e la sua ampia inutilità
ai fini annunciati, può costare oltre alleanza politiche
anche lo spianamento fisico di chiunque la contrasti sul
campo. Una prassi che rinnega l’espressione elettorale,
un metodo che trasforma eletti in despoti assoluti con
potere di vita e di morte sul loro stesso popolo.
L’Italia democratica
sancita dalla Costituzione sembra essere svanita tra
cemento e mattoni, in un orgia di appalti ed appaltini
che hanno priorità anche sui diritti umani e, più
banalmente, di cittadinanza.
Juri BOSSUTO P.R.C. - Federazione della Sinistra
30 maggio 2011
La
guerra? Non si deve fare mai
Intervista a
Gino Strada
di Wanda Marra
L'opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma
secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato
preso alla sprovvista, "il movimento arcobaleno
reagirà"“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una
scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando
non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino
Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio
in questi giorni sta lanciando il suo mensile E,
in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera
della comunità internazionale all’attacco contro la
Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il
suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali”, citando la
Costituzione italiana.
Che cosa pensa dell’intervento militare in
Libia? Questo è quello che succede quando ci si trova
davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa
che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il
fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza
dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno
adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la
popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.
Dunque, lei è contrario? Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre
contro l’uso della forza, che non porta da nessuna
parte.
Ma allora bisogna stare a guardare mentre
Gheddafi bombarda la sua popolazione? Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il
diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è
cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi
le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.
Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi
è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta
popolare e che sta massacrando i civili, per esempio… Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro.
Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo
fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia,
abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di
armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque
non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i
preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo,
potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro,
non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che
l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti
dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti?
E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe
decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.
Questo conflitto però viene percepito come
intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto,
per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei
non crede che questo caso sia diverso da quelli? Ogni situazione è diversa dall’altra. I
cervelli più alti del pianeta hanno una visione della
politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che
scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i
Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande
genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi
economici.
Ma qual è la soluzione? A questo punto è molto difficile capire cosa si
può fare. Si affrontano le questioni quando divengono
insolubili. A questo punto che si può fare? Niente,
trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni
sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe,
quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di
fare affari con Gheddafi.
Che cosa pensa della posizione italiana? Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni
fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”.
Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non
abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è
stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.
Salta agli occhi come questa guerra stia
scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E
senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare
contro l’intervento in Afghanistan ci furono
manifestazioni oceaniche in tutto il mondo. A Roma eravamo tre milioni.
E adesso dove sono quei tre milioni? Non è un dettaglio il fatto che le forze
politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in
Parlamento poi hanno votato per la continuazione della
guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3
milioni di voti.
Ma al di là della politica, l’opinione pubblica
tace. Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà
avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per
chiedere che si fermi il massacro.
Inaspettata o no, il silenzio del movimento
pacifista colpisce. Il movimento pacifista esiste e porta avanti le
sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta
contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli
esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per
chiedere la fine del massacro.
Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento
delle coscienze? Certo che c’è, e non potrebbe essere il
contrario. Abbiamo un governo guidato da uno
sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la
giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo
respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non
sono cose che passano come gocce d’acqua.(www.micromega.org
24 marzo 2011)
Valle Susa
compatta, sei
chilometri di
corteo contro la
Tav
di Maurizio Pagliassotti
Manifestazione “oceanica” in Val Susa.
Come si può definire diversamente il corteo lungo sei
chilometri che ha attraversato la valle ieri pomeriggio?
Da Vaie a Sant’Ambrogio lungo la statale 24 si è snodato
un unico serpentone umano, coloratissimo e allegro.
La Val Susa continua a
stupire per la compattezza del suo movimento,
dato per morto da chi (media, Osservatorio tecnico di
Virano e politici di ogni colore favorevoli all’opera)
ha l’obbligo di raccontare favole tranquillizzanti
affinché si possa giungere alla agognata apertura dei
cantieri. E’ un gioco molto pericoloso quello che questi
signori portano avanti con le loro parole dissennate,
volte a raccontare un territorio ormai favorevole
all’opera, o quantomeno molto meno battagliero rispetto
il tremendo 2005, l’anno degli scontri e dei tumulti di
piazza.
Il corteo era aperto dalla quasi totalità dei sindaci di
valle con la fascia tricolore. Da molto tempo non
accadeva. Con o senza i gonfaloni, i manifestanti sono
però sempre molti. Lo scorso gennaio, durante gli
inutili carotaggi invernali, un corteo a Susa, senza
istituzioni, mise insieme circa quarantamila persone.
Quante ieri. Sindaci e politici, quindi, seguono il
movimento e per molti è quasi un obbligo, a prescindere
dalle idee personali. Forse è il caso di Antonio
Ferrentino, ex barricadero Notav, poi dialogante
possibilista, ieri nuovamente in piazza. Non era in
prima fila insieme ai suoi colleghi sindaci di valle ma
nel gruppo di chi dice “No” all’alta velocità senza se e
senza ma. Nessuno ha contestato l’ex presidente della
Comunità Montana. Chi pensava di avere una sponda in
valle da ieri deve smettere di sognare.
La manifestazione dimostra che in questo momento il
movimento Notav non evidenzia la minima incrinatura, e
forse non è mai stato così partecipato. Lungo la statale, sotto
il solito terribile cielo grigio, dietro un efficace
striscione con la scritta “La valle c’è” i valsusini:
contadini, trattori, muli, mucche, imprenditori,
commercianti, operai, casalinghe, una marea di bambini
anche in carrozzina, cani, nonne, squatters, la Fiom...
tutti.
Esattamente come due settimane fa a Rivoli. Perché da
queste parti i cortei e le assemblee hanno cadenza
settimanale. Il tempo volge al brutto e l’inverno è alle
porte. E, come ormai tutti sanno, quando il termometro
scende le ruspe accendono i motori.
A gennaio 2011 potrebbe
partire la cantierizzazione dei boschi di Chiomonte.
Quando il termometro si allungherà sotto lo zero i
sostenitori dell’opera proveranno a ripetere
l’operazione di Venaus. Il movimento sta progettando un
mega presidio lungo l’unica via d’accesso al futuribile
cantiere.
Si tratta di un luogo impervio e isolato, circondato da
boschi e vigneti, ed è facile prevedere che ci sarà
battaglia. Certo il “nuovo” percorso non aiuta il
dialogo ed il confronto. Vi sarebbero case e capannoni
abbattuti, cantieri per anni, migliaia di camion in giro
per la valle e perfino un ospizio in pericolo a Susa. Un
sentimento di paura e rabbia serpeggia tra chi teme di
vivere un inferno lungo almeno dieci anni. Senza nessun
vantaggio.
Recentemente perfino un pezzo da novanta del Pdl, Vito
Bonsignore, si è detto contrario all’opera. Il
parlamentare europeo ha definito la Tav «non più
fattibile in questo momento di crisi anche perché
l’opera è rivolta essenzialmente al traffico
passeggeri». Per dare un’idea dell’intenso via vai tra
Torino e Lione è bene sottolineare che le due città sono
collegate da un pullman al giorno. Paolo Ferrero,
segretario Prc, presente al corteo, ha commentato: «E’
una bellissima manifestazione perché su questa strada
non ci sono solo i duri e i puri che decidono di andare
da soli. Attraverso un percorso, anche tortuoso e
difficile, di dialogo e di confronto si è trovata
un’unitarietà di intenti che porta ottimi risultati. Un
esempio di questi tempi».
Il clima di entusiasmo generale è ben raccontato da
Andrea, docente precario in un istituto superiore di
Torino: «Venire in Val Susa è come respirare una boccata
d’aria fresca. Sono abituato alle tragiche divisioni
sindacali presenti nella scuola dove ogni protesta è
vissuta, almeno da me, come una discesa nel baratro
della rappresentanza solitaria. Qui in valle è proprio
una altro mondo».
Nelle prossime settimane altre manifestazioni avranno
luogo, forse anche a Torino. Arriva l’inverno, la valle
è pronta. (Liberazione 10 ottobre 2010)
Il 28 agosto torna in piazza il popolo del No Ponte
Giovedì la conferenza stampa
di presentazione. La proposta: alle emergenze ambientali
e sociali i fondi per l’opera
Le trivelle del Ponte
non si fermano, ma nemmeno il popolo che dice no alla
grande opera. Giovedì 26 agosto alle 11 presso la
saletta commissioni della Provincia regionale, la “Rete
No Ponte” ed il comitato “No Ponte Capo Peloro”
presenteranno la manifestazione che si svolgerà a Torre
faro sabato 28 agosto. «Mentre proseguono i sondaggi
geognostici nelle aree interessate ai futuri cantieri
della grande opera – si legge in una nota - la città di
Messina continua a soffrire per le conseguenze del
dissesto idrogeologico, l'abbandono di ogni prospettiva
di sviluppo sostenibile, la crisi occupazionale che
spinge i giovani all'emigrazione».
«L'opposizione al Ponte sullo Stretto – si legge ancora
- deve qualificarsi come opposizione ad un modello di
sviluppo che consegna importanti risorse economiche alle
grandi aziende del cemento e le sottrae ai bisogni
primari delle popolazioni di Reggio e Messina. La
proposta della
Retenoponte è ,
perciò, ancora una volta quella di destinare al
superamento delle emergenze ambientali e sociali le
risorse economiche destinate al Ponte. Interverranno
alla conferenza stampa per illustrare i temi
dell'iniziativa i portavoce della Retenoponte e del
comitato Capo Peloro». (www.tempostretto.it
25 agosto 2010)
No mafia no Tav No censura
Manifestazione
a Porta Nuova Torino ore 14,30 sabato 20 marzo 2010
Una valle che
resiste da 21 anni per fermare un'opera inutile, dannosa
per l'ambiente, che costerà più di tre volte il ponte
sullo stretto di Messina. Una valle che combatte contro
la censura di tutti i media...
No Tav No Sondaggi
Marcia NOTAV Torino
Sabato
16 gennaio 2010 marcia sui luoghi dei sondaggi
intorno all'area di Corso Marche
Appuntamento alle ore 14,30 in Piazza Massaua a
Torino
Marcia sui
luoghi dei sondaggi intorno all'area di Corso Marche.
Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli
altri posti erano occupati. Bertolt Brecht
Con l'eleganza di un
branco di cinghiali il blocco di interessi che sostiene
il TAV sta rilanciando l'iniziativa per imporre la
costruzione del treno ad alta voracità. Questi signori
si sentono oggi forti, governo nazionale e locale,
grandi mezzi di comunicazione, partiti di governo e di
"opposizione" si schierano a favore di un progetto
caratterizzato da un costo spaventoso e da un
altrettanto spaventoso impatto ambientale. D'altronde è
questa la vera ragione della mobilitazione del blocco
tavista: privatizzare i beni comuni, appropriarsi di
ricchezza pubblica, garantirsi robusti profitti a spese
della comunità. Un progetto tanto semplice quanto
sciagurato, per realizzare un'opera inutile e
devastante. Il movimento NO TAV, che ha maturato negli
anni una riflessione seria ed approfondita sulla difesa
dei beni comuni ed una pratica di mobilitazione e di
lotta che coinvolge in prima persona le popolazioni
direttamente interessate, sta dando una risposta forte
con presidi, assemblee, iniziative sul territorio. Noi
riteniamo che oggi il nostro compito principale sia
sviluppare un'azione capace di contrastare sul piano
generale l'azione del blocco tavista, che coinvolga la
popolazione di Torino e dei comuni circostanti, i
lavoratori e le lavoratrici, le rappresentanze sindacali
aziendali su alcuni obiettivi condivisi che proponiamo
al confronto:
1.utilizzo della ricchezza
sociale non per grandi opere nocive e per spese militari
ma per garantire investimenti socialmente utili, il
diritto al lavoro, al reddito, ai servizi,
all'abitazione, attraverso la sistemazione del
territorio, la valorizzazione delle risorse locali, la
messa in sicurezza degli uffici pubblici;
2.sviluppo di un sistema di
trasporti pubblico che ponga al primo posto le esigenze
dei lavoratori e dei cittadini. Non ci interessa né ci
serve una fantomatica Alta Velocità ma, casomai, un'Alta
Qualità delle ferrovie e del trasporto urbano che oggi
ci garantiscono al massimo carri bestiame, per non
parlare degli incidenti che colpiscono lavoratori e
pendolari;
3.tutela della salute nelle
aziende e sui posti di lavoro. Su questo terreno proprio
nella nostra città la CUB e l'assieme del sindacalismo
di base sono da anni fortemente impegnati contro tutte
le nocività, le morti e gli incidenti sul lavoro, il
diritto alla sicurezza
"Le nostre onde seguono la stessa rotta"
. No Tav e No Dal Molin scrivono
al movimento No Gelmini
«Le
nostre onde seguono la stessa rotta: quella che ha come
meta la difesa dei beni comuni, della
partecipazione e della democrazia»: si conclude con
queste parole la lettera aperta indirizzata agli
studenti, ai precari, agli insegnanti, ai genitori
impegnati nella difesa della scuola e
dell'università. Le firme in calce sono quelle dei
comitati No Tav della
Val di Susa e del Presidio Permanente No Dal Molin di Vicenza. «Difendere
l'accesso ai saperi e l'istruzione -- si legge nella
nota -- significa difendere la possibilità di
ognuno di noi a opporsi e indignarsi di fronte
alle tante imposizioni quotidiane» perché, scrivono
valsusini e vicentini, «nella nostra mobilitazione
abbiamo conosciuto l'uso distorto delle
informazioni e delle conoscenze; ci vorrebbero
disinformati e ignoranti per imporci scelte
devastanti a nostra insaputa».
Presidio Permanente, Vicenza, 6 novembre 2008
*Lettera aperta agli studenti, ai precari, agli
insegnanti, ai genitori impegnati nella difesa di
un bene comune: la scuola e l'università*
Vi abbiamo visto nelle strade e nelle piazze delle
nostre città. Abbiamo incrociato i vostri sguardi
e abbiamo ritrovato la nostra determinazione:
quella di chi non cerca un privilegio ma con il proprio impegno difende
l'oggi di se stesso e il domani di tanti altri.
Siamo donne e uomini di Vicenza, della Val di Susa e di
tante altre realtà riunite nel Patto di Mutuo
Soccorso mobilitate in maniera permanente per
difendere la nostra terra e la nostra acqua, le nostre
città, le nostre valli e il nostro futuro: che si
tratti di nuove basi militari, di nuove linee ad
alta velocità, di nuove discariche e nuovi inceneritori,
di sorgenti svendute al miglior offerente o di
quant'altro poco cambia: beni comuni sottratti
alla collettività, spazi di democrazia cancellati.
In questi anni abbiamo imparato a guardarci intorno, a
conoscere e interrogare. Vogliamo capire e
imparare, costruire e creare. Come voi ci riuniamo
in assemblea. Come voi cerchiamo di valorizzare la
nostra creatività e la nostra diversità. Come voi
difendiamo beni comuni che i governi vorrebbero
sottrarci: l'accesso ai saperi per regalarlo ai
profitti dei privati, il territorio per svenderlo ai militari statunitensi
o al partito del tondino e del cemento, l'acqua per consentire nuovi
enormi profitti alle grandi multinazionali. Come voi
puntiamo sulla forza della ragione e della verità
e pratichiamo metodi di lotta pacifici.
Nella nostra mobilitazione abbiamo conosciuto l'utilizzo
distorto delle informazioni e delle conoscenze; ci
vorrebbero disinformati e ignoranti per imporci
scelte devastanti a nostra insaputa. Difendere l'accesso
ai saperi e l'istruzione, allora, significa
difendere la possibilità di ognuno di noi a
opporsi e indignarsi di fronte alle tante imposizioni
quotidiane ai danni delle donne e degli uomini che
vivono le nostre città, le nostre campagne, le
nostre valli e le nostre montagne.
Vi abbiamo visto nelle strade e nelle piazze delle
nostre città e come un'onda travolgere silenzi
compiacenti e sguardi indifferenti. La vostra onda
incrocia le nostre onde, le risorse che vogliono
sottrarre alla scuola e all'università vorrebbero
utilizzarle per nuove devastanti grandi opere
inutili e dannose; difendere la scuola pubblica da
questo ennesimo tentativo di scippo è il vostro e
anche il nostro obiettivo, la vostra resistenza
rafforza le nostre resistenze e viceversa. Le nostre
onde seguono la stessa rotta: quella che ha come
meta la difesa dei beni comuni, della
partecipazione e della democrazia.
Il futuro è nelle nostre mani.
6 Novembre 2008
Presidio permanente No Dal Molin
NOTAV Val di Susa
Dichiarazione di Jacopo Venier del PdCI su Base
Vicenza
Berlusconi è allergico alla democrazia e si scatena in
pressioni intollerabili, che danno il senso del clima
autoritario che si respira nel paese. Che i vicentini si
esprimano è un loro diritto che non può essere
cancellato né dalle cariche della polizia né dalle
minacce di Berlusconi. L’elezione del Sindaco Varriati,
che ha sempre sostenuto il referendum e contrastato la
nuova base Usa a Vicenza, ha già dimostrato la volontà
dei cittadini di voler dire la loro su un progetto che
minaccia l’intera città. I Comunisti Italiani
continueranno a partecipare alla mobilitazione contro il
Dal Molin ed esprimono la loro piena solidarietà a chi
ha subito violenze per aver manifestato il proprio
dissenso di fronte a scelte di guerra. (9 settembre
2008)
"Siamo tutti vicentini"
EMERGENZA DEMOCRATICA: DIFENDIAMO
LA CONSULTAZIONE CONTRO IL DIKTAT DI BERLUSCONI E LA
VIOLENZA DI SARLO
Torniamo in piazza per difendere Vicenza da una nuova
base di guerra e la consultazione popolare del prossimo
cinque ottobre che il Governo Berlusconi vorrebbe
impedire.
A Vicenza esiste una emergenza democratica: in questi
giorni coloro che vogliono imporci la nuova base
statunitense hanno messo in campo tutti gli strumenti a
propria disposizione per “estirpare
alla radice”, come scriveva il
commissario Costa , la Vicenza che, con
tenacia e convinzione, si difende. Il Presidente del
Consiglio
ha scritto al Sindaco , ammonendolo che la
consultazione popolare potrebbe avere “gravi ricadute”;
il giorno dopo, sabato scorso, il Questore ha dato
l'ordine di
picchiare cittadini inermi e seduti per terra
al termine di una manifestazione autorizzata: i
filmati che abbiamo reso pubblici
testimoniano chi è il responsabile dell'ingiustificata
violenza.
Vogliono farci abbassare la testa, ottenere la nostra
dichiarazione di resa, scavalcare la nostra opposizione.
Coloro che, a livello nazionale, parlano di federalismo
fiscale, sono gli stessi che vogliono impedire
l'espressione popolare a Vicenza.
Noi, viceversa, siamo più convinti che mai che fermare
il progetto statunitense è possibile. Perché la violenza
è segno di debolezza, così come la volontà di annullare
la consultazione popolare rappresenta il timore che i
promotori dell'opera hanno verso questa forma di
partecipazione civica.
Torneremo in piazza, il prossimo 13 settembre; vogliamo
portare nelle strade della città berica il coraggio di
Vicenza che non si piega alle imposizioni. Vogliamo
rivendicare il nostro diritto a percorrere,
attraversare, vivere le strade dlla nostra città senza
la minaccia del manganello. Vogliamo difendere la
democrazia, rappresentata dal nostro diritto a
manifestare pubblicamente, ad agire e a esprimerci
attraverso la consultazione popolare senza che essa sia
vanificata dall'apertura dei cantieri. Vogliamo le
le dimissioni del Questore responsabile di
aver portato a Vicenza la violenza.
Vogliamo difendere la nostra identità; quella di
cittadini che amano Vicenza e la difendono.
Fermarli si può, fermarli è compito di ognuno di noi.
SABATO 13 SETTEMBRE, GRANDE MANIFESTAZIONE PER LA
DEMOCRAZIA RITROVO ORE 15.00 P.ZA MATTEOTTI VICENZA
Per adesioni comunicazione@nodalmolin.it
I No Dal Molin in corteo a casa del commissario
di Orsola Casagrande
Una visita a casa del commissario Paolo Costa prima di
approdare alla mostra del cinema. Il tutto a bordo di un
vaporetto. Il popolo «No Dal Molin» ieri in trasferta da
Vicenza a Venezia per ribadire il no alla nuova base
americana che il governo americano, con il placet di
quello italiano, vorrebbe costruire all'aeroporto Dal
Molin. Un centinaio di vicentini sono arrivati alla
stazione dove li aspettavano altrettanti veneziani,
quelli del No Mose soprattutto.
Con le barche e con il vaporetto i rappresentanti del
presidio permanente sono arrivati all'isola della
Giudecca, dove ha casa il commissario straordinario per
il Dal Molin, l'ex sindaco di Venezia Paolo Costa.
Stavolta i «No Dal Molin» avevano fazzoletti da pirati,
uncini e la fascia da corsaro all'occhio per consegnare
a Costa un premio molto speciale. «Il premio Attila, -
hanno detto con il megafono davanti all'abitazione del
commissario - per l'opera costante di devastazione dei
nostri territori».
Una manifestazione allegra e divertita della quale Il
commissario non ha saputo apprezzare l'ironia. Non si è
fatto vedere. In compenso di fronte alle grida «Paolo
Costa che lavoro fa?» è scesa in strada la signora
Costa. Che si è molto infervorata nel sottolineare che
«mio marito è un uomo che lavora molto». E che quando i
giovani del presidio le hanno consegnato un sacchetto
con trenta denari («certo gli americani avranno pagato
di più», hanno ironizzato) è scattata: «Non osate - ha
detto arrabbiatissima - non osate». Risalita in casa la
signora Costa, i No Dal Molin hanno incollato alla
parete accanto alla porta di casa il premio Attila e
hanno letto le motivazioni: «Per la devastazione dei
territori». Seconda tappa, il Lido.
Ripreso il vaporetto i manifestanti sono arrivati nel
cuore della mostra. L'idea era quella di deporre il
premio Attila in passerella. Un po' di spintoni con la
polizia che non voleva lasciare una delegazione salire
in passerella. Compiuta la missione i No Dal Molin se ne
sono tornati a Vicenza. Dove da ieri va in scena la
seconda edizione del festival. Che quest'anno vedrà la
partecipazione di numerosi personaggi del mondo della
cultura e dello spettacolo, da Wu Ming al Nobel Dario
Fo.
Domani verranno realizzate delle strutture per
permetterà ai cittadini di sorvegliare l'area del Dal
Molin. Sabato 13 il «popolo delle pentole» effettuerà un
sopralluogo collettivo per verificare che non siano
cominciati i lavori. In città infatti sarebbero arrivati
da qualche giorno alcuni dipendenti della Cmc di
Ravenna, vincitrice dell'appalto per la realizzazione
della nuova base militare Usa.
E proprio a Paolo Costa spetterebbe l'ultima parola
sull'avvio dei lavori. Divertite invece le reazioni alla
notizia di Repubblica che ieri ha annunciato la morte
del progetto Usa. «Purtroppo - dice Olol Jakson del
presidio - c'è stata un po' di confusione anche
geografica tra il progetto di villette per i militari
nel comune di Quinto Vicentino e il Dal Molin».(Il
Manifesto 5 settembre 2008)
Il Tar Veneto boccia l'ampliamento della base
Usa
Dal Molin a Vicenza
VICENZA - No all'ampliamento della base Dal Molin a
Vicenza: il Tar del Veneto ha bocciato il raddoppio
della base americana, accogliendo così il ricorso del
Codacons. Secondo quanto fa sapere l'associazione, è
mancata per il Tribunale, "la consultazione della
popolazione interessata nonostante fosse prevista dal
memorandum Usa-Italia".
(20 giugno 2008)
Veltroni: la base si può fare
Comunicato del Comitato No Dal Molin
VICENZA BASE USA DAL MOLIN: le cooperative rosse
vincono l'appalto per la costruzione della nuova base Usa
Finalmente sono stati resi noti i nomi delle ditte che dovranno costruire la
nuova base militare Usa a Vicenza: Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna
e Cooperativa Muratori & Cementisti di Ravenna.
Inutile ricordare i legami stretti tra queste cooperative rosse e molti membri
del Governo Prodi e del commissario Costa.
Il ministro Bersani era stato presidente della CMC di Ravenna, l'inaugurazione
della nuova sede della CCC di Bologna venne fatta in pompa magna da Massimo D'Alema.
Altro che inderogabili impegni internazionali, altro che rispetto dei patti:
hanno svenduto la nostra città per garantire un lucroso affare alle cooperative
rosse loro amiche.
Le stesse cooperative impegnate nella costruzione della Tav in Val di Susa,
giusto per gradire. Ecco perché il buon Walter Veltroni, nel suo recente viaggio
elettorale a Vicenza ha detto: la base si farà.
Non vorrete mica far perdere un sacco di soldi ai nostri amici, vero? Ebbene si,
cari Prodi, Costa, Bersani, D'Alema, Veltroni: quella base non si farà mai,
perché le vostre bugie hanno le gambe corte, perché migliaia di uomini e donne
lo impediranno, in maniera pacifica ma determinata. A Monopoli giocherete
un'altra volta, e non sulle nostre teste. (1 aprile 2008)
Contro la guerra
Il 26 gennaio sarà la giornata proposta dal Forum
Sociale Mondiale per iniziative in tutto il mondo contro
la guerra, il liberismo, il razzismo e il patriarcato.
In tale giornata, le strutture che hanno dato vita al
Patto permanente contro la guerra (tra le principali,
Action, Confederazione Cobas, Global meeting network,
Mondo senza guerre, Partito comunista dei lavoratori,
RdB, Red Link, Rete dei Comunisti, Rete Disarmiamoli,
Rete Semprecontrolaguerra, Sinistra Critica)
organizzano una giornata di iniziative in varie
regioni.
Gli obiettivi riguardano il ritiro delle truppe italiane
da tutti i fronti di guerra, la chiusura delle basi
militari e l'opposizione alla costruzione di nuove (a
partire da Vicenza con il Dal Molin), la drastica
riduzione delle spese di guerra e l’aumento di quelle
sociali, la riconversione delle fabbriche d’armi, la
revoca dell’accordo per i caccia F35 e dell’adesione
italiana allo Scudo missilistico USA.
Sarà una giornata contro la politica militarista del
governo Prodi che ha imposto l'ulteriore aumento dei
finanziamenti (aumento del 24% in due anni) a Forze
armate, missioni belliche e basi, l'accordo militare
Italia-Israele, l'embargo alla Palestina, l'adesione
allo scudo missilistico USA.
Ci saranno iniziative di fronte a basi militari, siti di
assemblaggio di armamenti, caserme (quelle in
dismissione che vanno riconvertite in case per
sfrattati, precari, richiedenti asilo), ambasciate e
ministeri coinvolti nella guerra. Il potenziamento e
l’allargamento del movimento contro la guerra, che a
Vicenza il 15 dicembre ha confermato la propria forza,
si impone perchè la guerra coinvolge sempre più l’Italia
e il suo governo.
Lo scenario bellico in Afghanistan, travisato con la
menzogna della “missione di pace”, è peggiorato con il
passaggio del comando NATO alle truppe italiane che
partecipano ai combattimenti mentre si aggravano le
minacce di una aggressione nei confronti dell’Iran, da
parte di USA e Israele. Questa escalation devasta i
nostri territori e la vita collettiva. Le spese militari
sono aumentate a danno di quelle destinate al reddito
dei settori popolari; la guerra entra nelle nostre
città, ingigantendo derive securitarie, razzismi,
riduzione delle libertà.
Vogliamo rompere la complicità di guerra imponendo il
ritiro delle truppe dall’Afghanistan e la bocciatura del
ri-finanziamento delle missioni militari anche negli
altri luoghi di guerra in cui l’Italia è sempre più
coinvolta come Kosovo e Libano.
La giornata del 26 gennaio viene organizzata anche in
vista della manifestazione nazionale che il Patto
propone a Roma in coincidenza col voto in Parlamento sul
rifinanziamento delle missioni belliche, tra fine
febbraio e inizio marzo, per organizzare la quale, oltre
che per valutare l’andamento delle iniziative del 26, le
forze del Patto convocano a Roma una Assemblea nazionale
il 27 gennaio a cui invitano coloro che sono interessati
a lottare per il ritiro delle truppe e la bocciatura
del ri-finanziamento di tutte le missioni
belliche.(L'Ernesto 26 gennaio 2008)
No Dal Molin
Vicenza dice No agli Usa
di E.S.
Un
numero compatto di maschere bianche.
Così si presenta il corteo "No dal Molin",
che dopo un giro per le vie di Vicenza,
arriva di fronte alla stazione
ferroviaria. Tanti hanno manifestato
contro la base U.S.A. dell'aeroporto Dal
Molin sfilando in un clima tranquillo e
pacifico. La conclusione è a Campo
Marzio, dove l'esponente del Presidio
Permanente "No Dal Molin" Olol Jackson
sottolinea "la grande, magnifica
partecipazione della gente, soprattutto
dei vicentini".
E a Vicenza, in
effetti, di gente ce n'era: per gli
organizzatori oltre 60mila, mentre
secondo la questura della città la cifra
dovrebbe attestarsi intorno alla metà.
Comunque molte persone, e tutti accorsi
per dire no alla costruzione di una base
che è "devastante ed ingiusta". Tra i
partecipanti l'immancabile Don Gallo,
presente poco meno di un me se fa anche
a Genova, al quale camminano vicini
Franca Rame e Dario Fo, che ha voluto
commentare l'evento.
"Questa di oggi è
finalmente una manifestazione di popolo,
perché si tratta di popolo nel vero
senso della parola, persone con una
grande dignità e una forza d'animo". Il
premio Nobel non si è certo fatto
pregare per ricordare le responsabilità
politiche della situazione, affermando
che "i governanti invece sono ciechi e
sordi. Anche i dirigenti della sinistra
non si rendono conto dell'importanza che
hanno queste manifestazioni e della
voglia di sentirsi cittadini che hanno
queste persone. Al Governo - ha
proseguito l'attore - dico che non si
può voltare la faccia dall'altra parte
davanti a una richiesta così lecita e
così ragionevole. E anche le
considerazioni finali sono al vetriolo,
e dedicate all'attuale governo, "che
continua a parlare di pace e spende
migliaia di milioni di euro per
acquistare aerei d'aggressione e da
massacro".
E dal palco, è stato
lo stesso Jackson a ribadire la stessa
metafora: "Se non è cieco e sordo, il
governo riveda le sue scelte. Noi siamo
contro la base che non s'ha da fare:
potrebbe andare bene anche una moratoria
che in ogni caso va discussa con la
popolazione vicentina". Anche Cinzia
Bottene, portavoce del Comitato
permanente "No dal Molin", ha parlato di
"un successo straordinario". Ma non
tutti la vedono così.
Per i responsabili
dei Comitati favorevoli all'ampliamento,
il centro storico deserto e i negozi con
le serrande abbassate, sarebbero i
segnali "del disinteressamento della
città alla manifestazione dei No Dal
Molin". E a rincarare la dose ci pensa
il presidente leghista della Regione
Veneto, Giancarlo Galan: "Sono così
pochi i No Dal Molin, che sono
costretti, pur di far massa, a invocare
la calata a Vicenza dei loro compagni
sparsi in giro per l'Italia". Invece per
Roberto Cattaneo portavoce del Comitato
per il Sì, "è triste osservare la
partecipazione alla manifestazione della
sinistra di esponenti politici locali,
mi riferisco al consigliere regionale
Achille Variati, e alle parlamentari
Lalla Trupia e Luana Zanella, che
manifestano contro il proprio Governo.
Evidentemente questa sfilata è servita
per inaugurare la campagna elettorale".
In realtà, per molta
sinistra italiana la questione della
base americana a Vicenza è un problema
da affrontare. Lo confermano le parole
del senatore Prc Russo Spena:
"Rifondazione non ha mai accettato la
scelta di ampliare la base di Vicenza
contro la volontà della popolazione
locale e continuerà la battaglia perché
il governo rispetti gli impegni assunti
con gli elettori. E questo, - aggiunge
-, è uno degli argomenti della verifica
di gennaio". Poi una puntualizzazione:
"Voglio aggiungere che sono rimasto
davvero sconcertato per la presa di
posizione su Vicenza del presidente
Napolitano. Non me l'aspettavo da un
uomo della sua sensibilità democratica".
A ribadire il
concetto c'è anche Lalla Trupia,
deputato Sd: "L'ampliamento della Base
americana sarà inserito fra i temi della
verifica di gennaio del Governo Prodi -
avverte-; In tutta Italia, fra l'altro,
stiamo raccogliendo firme per chiedere
la moratoria sull'avvio del cantiere,
cioè la sospensione dei lavori
programmati fino a che non si terrà la
conferenza nazionale sulle servitù
militari: perché sarebbe assurdo che il
progetto fosse avviato, mentre le
decisioni della conferenza potrebbero
andare in senso contrario".
E una partecipazione
nazionale alla protesta del popolo
vicentino è confermata anche da Oscar
Mancini, segretario generale della Cgil
vicentina, al termine della
manifestazione. "Dopo la grande e serena
manifestazione di oggi la mobilitazione
deve proseguire ed estendersi all'intero
Paese, e l'appello lanciato da
autorevoli dirigenti nazionali della
Cgil e dell'Arci deve essere raccolto".
L'obiettivo secondo Mancini è quello
delle "cento piazze d'Italia", con
altrettanti gazebo a sostegno della
moratoria: "Sarà questo l'attività della
Cgil nelle prossime
settimane".(Aprileonline 16 dicembre
2007)
Vicenza - Fermi tutti, discutiamone
Arci
In
tutto il mondo, in nome della sicurezza, si spendono
enormi quantità di risorse. Eppure dappertutto le
persone e le comunità si sentono sempre più insicure.
Cresce il disagio e, con le guerre, le violenze, il
terrorismo, la solitudine, la povertà morale e
materiale, cresce l'ignoranza. Crescono criminalità e
traffici illegali. E tutti abbiamo più paura, per noi e
per i nostri figli. Insomma, tante risorse per
l'industria bellica che dovrebbero essere riconvertite
con maggiore beneficio per l'intera umanità.
Dopo l'11 settembre del 2001 il governo degli Stati
Uniti ha deciso di rispondere al terrorismo con la
guerra. Tanti governi del mondo lo hanno seguito in
questa avventura, che si è rivelata un fallimento
totale. Il mondo è oggi terribilmente più instabile e
insicuro. Per fortuna molti governi, molta opinione
pubblica e anche parte della politica e della
cittadinanza americana, vogliono ora cambiare strada.
Perché incrementare oggi, in questa fase di ripensamento
mondiale, una politica tanto sbagliata e pericolosa?
Ci sono paesi che, confermando l'alleanza con gli Stati
Uniti e la permanenza nella Nato, hanno rifiutato di
ospitare basi militari straniere, armi nucleari o di
distruzione di massa. Può farlo anche l'Italia. Una
grande base militare conficcata nel cuore di Vicenza
rende più insicura la cittadinanza, la espone a
eventuali attacchi, alla contaminazione da parte di
materiali pericolosi, al rischio di incidenti. C'è chi
dice che la base serve allo sviluppo di Vicenza. Ma lo
«sviluppo» può comportare questi rischi così pesanti per
l'intera comunità?
Si possono eliminare dal territorio italiano tutte le
armi nucleari che ancora sono stoccate nel nostro paese,
molte di esse in Veneto. Si possono ridurre le spese
militari, che ancora una volta aumentano, e recuperare
risorse per le spese sociali, per la salute,
l'educazione, la difesa dell'ambiente, la sicurezza
umana. Si può impegnare la scuola in una grande opera di
educazione alla pace, alla convivenza e alla risoluzione
nonviolenta dei conflitti rivolta alle nuove
generazioni. Si deve lavorare per potenziare gli
organismi internazionali di governo mondiale
democratico, avendo il coraggio di avanzare proposte per
la loro riforma.
Non è vero che non c'è più tempo, non è vero che non si
può. Se tanta gente ha paura, è contraria, è preoccupata
le istituzioni locali e il governo nazionale hanno il
dovere di prendere in considerazione queste opinioni. Si
sospenda l'iter per la costruzione della base, si
accetti la discussione. Ascoltare i propri cittadini, in
democrazia, è un obbligo. Si approfitti della moratoria
per fare un ragionamento serio e complessivo sulla
presenza delle basi militari, delle armi nucleari e di
distruzione di massa nel nostro paese. Si promuova la
Conferenza sul ruolo delle basi militari. Alla luce
delle nuove relazioni e impegni sui mutamenti climatici,
si mettano in relazione i progetti di insediamento della
base con l'impatto ambientale in un'area così delicata e
densa di storia. E' possibile uno sviluppo diverso per
Vicenza?
L'Arci sostiene i cittadini di Vicenza di tante culture,
orientamenti, appartenenze diverse che con forme e
modalità nonviolente, pacifiche, partecipative si
impegnano quotidianamente contro la base, per la
sicurezza e il futuro della loro comunità e dell'Italia
intera. La pace si nutre di unità e inclusione. Il
rispetto delle differenze e la capacità di dialogare
sono elementi fondamentali per permettere il massimo di
impegno del movimento per la pace in tutta Italia.
Abbiamo partecipato alle iniziative unitarie già
realizzate. Raccoglieremo le firme per chiedere la
moratoria della base, siamo solidali con la
manifestazione prevista a Vicenza sabato 15 dicembre,
nel segno della nonviolenza con l'obiettivo di allargare
il consenso a una causa giusta che guarda al futuro a
partire dal futuro di questa città, continueremo il
lavoro culturale e sociale in questa direzione insieme
ai movimenti, alle comunità e alle istituzioni locali
impegnate per gli stessi obiettivi.(Il Manifesto 12
dicembre 2007)
Lettera aperta: se non ora quando?
Non
lo nascondiamo: siamo dei sognatori; vorremmo impedire
alla più grande potenza militare mondiale di mettere
casa nel nostro cortile. E’ vero, siamo anche un pò
testardi; ce lo hanno detto in tutte le salse: «cari
vicentini, mettetevela via, gli interessi della guerra
saranno più forti dei vostri presidi». Pazzi? Può darsi:
del resto, chi avrebbe montato un Festival-campeggio di
10 giorni?
Eppure, siamo ancora qui. In questi giorni raddoppiamo
il nostro Presidio Permanente; tutto intorno, un
silenzio assordante, fatto di quotidiani e telegiornali
che, dopo aver assediato Vicenza in concomitanza con il
grande corteo del 17 febbraio, ora non hanno più nulla
da dire su un movimento che ha continuato a vivere di
passione e determinazione. Un movimento che si esprime
tra e con la gente di Vicenza, attraverso iniziative e
manifestazioni continue: abbiamo tagliato i cavidotti
funzionali alla nuova base Usa, occupato la Basilica
Palladiana, piantato 150 alberi all’interno del Dal
Molin; abbiamo bloccato, per tre giorni e tre notti, le
bonifiche belliche – iniziate un mese fa – necessarie
per iniziare la costruzione dell’installazione militare,
e le donne del Presidio, sono andate a Firenze per
boicottare l’ABC – azienda incaricata delle bonifiche –
e proseguire la campagna dei blocchi.
Con i primi blocchi dei lavori abbiamo imparato, ancor
di più, ad essere una comunità; e abbiamo sentito, da
tante parti d’Italia, la solidarietà e la condivisione
che tante donne e tanti uomini esprimono per la lotta
vicentina.
Abbiamo chiesto, anche, che i 170 Parlamentari che si
sono dichiarati contrari alla realizzazione della nuova
base Usa mantengano la propria promessa: portare subito
in Parlamento la moratoria sui lavori in attesa dello
svolgimento della Seconda Conferenza sulle servitù
militari e chiedere la desecretazione degli accordi
militari bilaterali.
Questo, ad oggi, non è avvenuto: abbiamo già visto il
Governo promettere di ascoltare la comunità vicentina e
poi tradirla: c’è qualcuno che vuol seguire il solco
tracciato da Prodi? Non portare subito in Parlamento la
moratoria, infatti, significa comportarsi nello stesso
modo del Presidente del Consiglio che, dopo aver
promesso di voler considerare la vicenda alla luce della
volontà della comunità locale, dichiarò dall’estero di
non opporsi alle richieste statunitensi svendendo la
nostra città.
Lo scorso 17 febbraio, insieme, abbiamo dimostrato
quanto grande è il movimento che vuol battersi contro la
guerra e la militarizzazione del territorio, per la
difesa della terra e la costruzione di nuove pratiche di
democrazia; ma Vicenza, da sola, è insufficiente a
sostenere questa lotta che, pure, accomuna gran parte
della popolazione locale: Vicenza è solo un villaggio
nella grande comunità che crede in un altro mondo
possibile. Abbiamo bisogno, ancora una volta, della
vostra condivisione, della vostra partecipazione, della
vostra solidarietà.
Abbiamo convocato, a dicembre, una tre giorni europea di
confronto, contaminazione, approfondimento; vogliamo
allargare i nostri orizzonti, conoscere nuove comunità,
condividere altre lotte. Ma vogliamo, anche, dimostrare
che la vicenda del Dal Molin è ancora aperta: per questo
il 15 dicembre un grande corteo attraverserà le strade
della nostra città. Abbiamo sempre detto che “se si
sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la
realtà che comincia”: vi chiediamo di condividere il
nostro sogno, ancora una volta, perché una terra senza
basi di guerra possa diventare realtà.
Se non ora, quando? Vicenza chiama, ancora una volta: e
noi siamo sicuri che risponderete in tanti. Perché
Vicenza vive già al di fuori dei suoi confini.
Presidio Permanente, Vicenza 27 novembre 2007
A quando la moratoria promessa?
Lo scorso giugno 170
Parlamentari avevano promesso al movimento vicentino di
promuovere una moratoria sui lavori di realizzazione
della nuova base Usa a Vicenza.
La moratoria non è ancora
stata discussa dal Parlamento mentre al Dal Molin sono
iniziate le bonifiche belliche funzionali alla
militarizzazione di Vicenza. I Parlamentari, dopo aver
promesso per mesi questo atto, ora vorrebbero che siano
i cittadini, attraverso una raccolta firme, a farsi
promotori della moratoria. Vicenza non si prende in
giro: chi si dichiara contrario al Dal Molin deve essere
coerente con le proprie dichiarazioni e sfidare Prodi
sul tema della moratoria, portando in Parlamento il
dibattito; qualunque scelta diversa sarebbe un
escamotage per nascondere l’abbandono nei confronti
della comunità vicentina e di quanti si battono contro
la guerra e per la difesa della terra.
La moratoria è un compito
di chi siede in Parlamento, e da loro la pretendiamo.
Non si può essere contrari alla nuova base Usa senza poi
fare i doverosi atti per impedirne la realizzazione: la
richiesta di dibattito sulla moratoria va presentata in
Parlamento subito, entro e non oltre la mobilitazione
europea di dicembre.
Di seguito il documento
sottoscritto dai 170 parlamentari lo scorso giugno.
28 giugno 2007
AL
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ROMANO PRODI
I sottoscritti chiedono
che:
·si attivino
al più presto le procedure per la convocazione della
seconda conferenza nazionale sulle Servitù militare già
all’attenzione della Commissione Difesa della Camera,
come previsto dal programma dell’Unione;
·si attui una
Moratoria in merito all’inizio dei lavori per la
costruzione di una nuova base militare americana nel
sito “Dal Molin” di Vicenza, alla luce dalla discussione
di merito della sopraindicata conferenza e in attesa
dell’attivazione delle procedure relative alla V.I.A.,
come richiesto dal Ministro dell’Ambiente;
·il
Commissario di governo, On. Paolo Costa, si impegni a
favorire lo svolgimento del referendum consultivo
sull’impatto ambientale richiesto dai Comitati dei
cittadini “No Dal Molin”.(resistenza_partigiana@ 3
dicembre 2007)
Seguono le firme
Vicenza, una battaglia ad armi impari
di Severino
Galante*
E' vero. Quella
contro il raddoppio della base Usa di
Vicenza è una battaglia condotta ad armi
impari. Gli interessi di coloro che sono
favorevoli a tale progetto sono
molteplici e le forze che sostengono la
linea del "si deve fare a tutti i costi"
coltivano profondi contatti con ampi
settori del mondo imprenditoriale ed
edilizio del vicentino, oltre che essere
abbondantemente sostenuti da una
campagna stampa martellante e a senso
unico.
Sono interessi che, inevitabilmente,
hanno ramificazioni solide con quella
parte del mondo politico da sempre
favorevole al progetto di raddoppio
della Base Ederle e che ora, forte di un
appoggio istituzionale mai visto, crede
di poter percorrere in discesa la strada
verso la piena applicazione di questa
faraonica e costosissima opera.
Ma la realtà è ben
diversa dalle ottimistiche previsioni
dei padroni e padroncini del "sì":
quella strada non è affatto in discesa
ma ha ostacoli visibili ad occhio nudo
che sono i seguenti: il rischio per
Vicenza di perdere l'aereoporto civile -
con tutti i pesanti disagi e i rischi
per la sicurezza che ne conseguono per
la cittadinanza - e la riallocazione
degli uffici dei militari americani
presso strutture dismesse della vecchia
base che prefigurerebbe soltanto la
creazione di una città nella città, per
di più militarizzata. Il risultato, come
è evidente, non cambia. Come non viene
mutato lo scenario: un territorio
sottratto alla sovranità nazionale per
scopi pericolosi e una città deturpata
sotto il profilo ambientale.
La questione, come si
può ben vedere, non comporta
semplicemente una opposizione "tecnica"
ma muove da motivazioni squisitamente
politiche, perché politica è la materia
in discussione.
Da questo punto di vista abbiamo trovato
francamente scoraggiante la posizione
pubblicamente espressa dal Commissario
straordinario per il Governo Paolo
Costa. Posizione riassumibile
sostanzialmente, nella scelta della
"politica di riduzione del danno". Il
problema va invece affrontato alla
radice, e perciò la soluzione non sta
certamente nello spostamento della base
50 metri ad ovest piuttosto che ad est.
Se, come noi pensiamo, la questione non
è soltanto di natura
"tecnico-urbanistica" (pur importante)
ma è soprattutto di politica generale,
si deve agire per evitare il danno, cioè
il raddoppio della base Usa di Vicenza.
Proprio perché la battaglia è difficile
e impari e perchè la strada per la
realizzazione del progetto di raddoppio
della base Dal Molin non è in discesa
come pensano i padroni e padroncini di
cui sopra, la mobilitazione popolare e
di massa deve continuare, e noi faremo
tutto il necessario per favorirne
l'efficacia anche in sede
istituzionale.(AprileOnline 22 novembre
2007)
*Capogruppo in
commissione Difesa e coordinatore della
Segreteria nazionale del PdCI
Appello No Dal Molin
Il
14 luglio, al Presidio Permanente di
Vicenza, ci siamo trovati in tante e
tanti per il primo incontro nazionale
sulla questione Dal Molin; abbiamo
parlato del significato della lotta di
Vicenza contro la costruzione della
nuova base Usa; abbiamo costruito un
sentire comune di un movimento che
supera i confini della città berica e
coinvolge quanti vogliono sconfiggere la
guerra, difendere i beni comuni,
costruire nuove forme di democrazia e
partecipazione. Abbiamo, soprattutto,
condiviso la necessità di continuare la
nostra mobilitazione; e abbiamo fissato
una settimana, quella dall'8 al 16
settembre, per ritrovarci, discutere,
fare iniziative ed azioni per difendere
la terra da un futuro senza basi di
guerra.
Noi vicentini ci
siamo messi al lavoro: stiamo
organizzando un campeggio per ospitarvi;
un festival dove svolgere dibattiti e
spettacoli; ed una serie di azioni ed
iniziative per dimostrare che siamo
ancora determinati ad impedire la
costruzione della nuova installazione
militare al Dal Molin.
Vogliamo costruire
una settimana che sappia, come abbiamo
condiviso lo scorso 14 luglio, unire
qualità ed efficacia.
Qualità nelle nostre discussioni, nella
capacità di saper far maturare nuove
proposte politiche, libere dalla guerra,
dalle speculazioni economiche, dal
depauperamento delle risorse ambientali;
capaci di porre l'attenzione sulla
difesa e sulla valorizzazione dei beni
comuni, sulla smilitarizzazione dei
territori, sulla costruzione di nuove
pratiche di condivisione e decisione, su
un nuovo sviluppo territoriale ed una
nuova politica delle comunità locali.
Efficacia nelle nostre azioni, nella
capacità di mettere in discussione un
progetto sponsorizzato dalle
Amministrazioni locali e dai potentati
economici ed approvato dal Governo
nazionale; nella determinazione ad
impedire la costruzione di un'opera
devastante nell'impatto sociale,
ambientale ed economico locale ed
incompatibile con l'altro mondo
possibile che vogliamo costruire.
Il 17 febbraio
dicevamo che il nostro percorso era
appena all'inizio; vogliamo continuarlo,
insieme a quanti, in tutta Italia,
sognano un mondo libero dalla guerra e
dalle installazioni militari; insieme a
quanti difendono la terra ed i beni
comuni, si battono contro l'inquinamento
e la devastazione urbanistica dei luoghi
di vita.
"Se si sogna da soli è solo un sogno,
se si sogna insieme è la realtà che
comincia"; dall'8 al 16 settembre, tutte
e tutti a Vicenza.(AprileOnline 20
agosto 2007)
Presidio Permanente
contro la costruzione della nuova base
Usa
Info:
http://www.nodalmolin.it
campeggi@nodalmolin.it
3486381070 (dal lunedì al venerdì, dalle
14.00 alle 18.00)
Caro Prodi così non va
di Lalla Trupia
L'opposizione
alla costruzione di una seconda base
militare americana a Vicenza è sbarcata
domenica all'Auditorium di Trento per
contestare Romano Prodi. I manifestanti
che hanno messo in scena questo blitz
mediatico sono vicini ai Centri sociali.
Tuttavia rappresentano il sentimento di
delusione di molti elettori ed elettrici
del centrosinistra che continuano a
ritenere un errore il via libera dato
dal nostro Governo a un progetto
incompatibile con l'ambiente, la
sicurezza, la tutela del patrimonio
palladiano, la vocazione di questa
comunità.
Si è trattato di una forma di
contestazione, non da tutti condivisa e
diversa dalle tante altre presenti nel
nostro territorio. Si è comunque
trattato di una forma di contestazione
civile e dunque legittima.
Lo straordinario
movimento popolare trasversale, dopo
tanti mesi - ora che le decisioni
sembrano prese - non mostra alcun
cedimento e continua ad esigere un
ripensamento del Governo e, in
particolare di Prodi. E' con un certo
imbarazzo che ho visto la reazione del
Presidente del Consiglio all'intervento
della rappresentante dei manifestanti a
Trento. Un'ostentata indifferenza, un
tirare avanti con il discorso come se
nulla fosse successo. Quasi un sentirsi
offeso. NO, così non va bene. Molti di
noi, che continuano come nel mio caso a
dare la propria fiducia in Parlamento al
Governo, hanno preso in parola l'impegno
solenne di Prodi assunto davanti a
Berlusconi in campagna elettorale.
L'impegno solenne di governare non
"sopra" i cittadini, ma "con" i
cittadini.
A Vicenza ciò che va recuperato, prima
che sia troppo tardi, è proprio il
rapporto con i vicentini, interrotto
bruscamente con quel SI' al raddoppio
della base americana pronunciato a
Bucarest da Prodi. Quasi a simboleggiare
una distanza, una distanza dolorosa come
uno schiaffo, anche perché in assoluta
continuità con il Governo Berlusconi che
aveva in gran segreto preparato il
"progetto scellerato".
Se si guarda con
attenzione il voto alle recenti elezioni
provinciali ci si accorge che da queste
parti è successo qualcosa di inusuale:
non si tratta del fatto, persino
scontato, che il centrodestra stravince,
e nemmeno del fatto, forse meno
scontato, che il centrosinistra quasi
scompare, ma che per la prima volta
crolla vertiginosamente il numero dei
votanti, tanto che in città il 46% degli
elettori e delle elettrici rimane a
casa. La disaffezione alla politica e al
Governo, già così preoccupante in gran
parte del paese, qui diventa ancora più
acuta e porta la firma ‘NO al Dal Molin".
Nel Nord e nel
NordEst l'epicentro di questa lontananza
tra cittadini e politica,
cittadini-istituzioni, cittadini-Governo
rischia di trasformarsi in una grande
questione democratica, in una
incontenibile ondata di qualunquismo e
di antipolitica. E, come si sa,
l'antipolitica porta quasi sempre a
destra, a una brutta destra. Ecco perchè
molti di noi, parlamentari dell'Unione
ed elettori del centrosinistra, non ci
diamo per vinti e chiediamo a Prodi e al
Governo di tornare indietro. A volte
tornare indietro è una dimostrazione di
forza, non di debolezza, della politica.
Altrimenti, davanti al NO senza se e
senza ma del Governo, al posto della
protesta non resterà che stendersi
davanti alle ruspe. Non ci saranno
allora solo pochi estremisti o giovani
pacifisti irriducibili, ma tante donne e
tanti cittadini, rappresentanti
dell'Unione. E il Governo dovrà
decidere. Chiediamo a Prodi di
allontanare un tale sciagurato e
drammatico momento.(AprileOnline 6
giugno 2007)
*deputata di Sinistra Democratica
L'Italia e i caccia della vergogna
Da Cameri a Vicenza: avanza
un'economia di guerra
Mercoledi' 7 febbraio, il sottosegretario alla Difesa,
Lorenzo Forcieri, ha sottoscritto a Washington con il
suo omologo statunitense Gordon England il 'memorandum'
che sancisce l'adesione dell'Italia al programma di
sviluppo dei nuovi aerei da combattimento Joint Strike
Fighter 35 (JSF35), questa firma rappresenta di
fatto il primo passo per l'installazione della linea
d'assemblaggio dei futuri caccia, presso la base
militare di Cameri in provincia di Novara. Vale la pena
ricordare alcuni dati per inquadrare meglio il problema
nella sua essenzialita': i caccia JSF35 sono bombardieri
da guerra aerea, trasportatori di bombe e potenziali
trasportatori di testate nucleari. Costeranno ai
cittadini italiani da 150 a 250 milioni di euro l'uno
(totale da 20 a 30 miliardi di euro per un'ordinazione
prevista di 131 velivoli!). Si tratta di un progetto
costosissimo (il nostro paese ha gia' versato un
miliardo di euro per entrarci) che allontana l'Italia da
un quadro di riferimento europeo e la lega alle scelte e
alla tecnologia made in USA e alle politiche del
Pentagono e che stona vistosamente con le attuali
esigenze di contenere la spesa pubblica. Con una
commessa cosi' corposa l'Italia si consolida al settimo
posto nel mondo per spese militari con una spesa annua
pro capite di 484 dollari. Da tempo la faccenda era sul
tappeto; diverse e abbastanza variegate erano le prese
di posizione che si fronteggiavano su questo tema;
all'interno del mondo politico locale c'erano divergenze
di vedute come affrontarlo. Nei mesi scorsi erano stati
indetti a Novara diversi incontri organizzati dal tavolo
di lavoro "Cacciabombardieri a Cameri: quale futuro?"
promosse da un raggruppamento di persone contrarie a
questa prospettiva e che, si sono date da fare per far
conoscere il problema ad un auditorio piu' vasto.
Qualcun altro pur accettando la logica della difesa,
faceva notare che accollandosi costi per gli JSF35 si
sarebbero tolte risorse, al programma Eurofighter che
impegnava gia' l'Italia dentro un sistema di difesa
europeo, ponendo il dubbio se fossero proprio necessari
due sistemi di difesa pressoche' simili?
La commissione diocesana Giustizia e Pace interpellata
da questo segno dei tempi, si pose il problema di come
leggere ed interpretare questa situazione alla luce del
Vangelo e del Magistero della Chiesa, sollecitati in tal
senso anche dal messaggio del Papa per la Giornata
Mondiale per la Pace 2007, dove veniva affermato che la
persona e' il cuore della pace, per cui dopo attenta
riflessione, si e' identificata nella linea della
condanna alla corsa agli armamenti da parte del
Magistero, l'approccio piu' significativo a questo tema,
da li e' partita una ricognizione dei testi, a partire
dalla Pacem in Terris e dal Concilio Vaticano II che
evidenziassero come la corsa agli armamenti sia una vera
sciagura per l'umanita'. Le stroncature Pontificie e
Magisteriali sotto questo aspetto sono ineccepibili.
Certo, ci possono essere punti di vista e approcci
diversi sull'argomento, si puo' vedere l'intera
questione sotto l'aspetto occupazionale, oppure dello
sviluppo tecnologico, ma la Commissione Diocesana ha
preferito leggere questo fatto ponendosi dal punto di
vista dei poveri e degli ultimi, un aspetto questo
sottolineato con vigore e posto in risalto da vari
giornali cattolici (vedi i servizi di Famiglia Cristiana
e del Nostro Tempo di Torino).
A seguito di questa nota riflessiva la Commissione
Regionale della Pastorale del Lavoro (in cui
confluiscono le varie commissioni Giustizia e Pace
piemontesi) presieduta da Mons. Fernando Charrier,
vescovo di Alessandria, dopo un'attenta valutazione, ha
emesso un comunicato, sottoscritto anche da Mons.
Tommaso Valentinetti, presidente di Pax Christi Italia,
nella quale si metteva ancor piu' in risalto la
contrarieta' a questo progetto. La risonanza mediatica
e' stata enorme, tanto da guadagnare la prima pagina dei
piu' autorevoli quotidiani nazionali. Immediata e' stato
anche il commento del mondo politico-economico novarese,
il Centro destra profondendosi in premesse
ossequiose verso il Magistero dei Vescovi concludeva
all'unisono che un conto sono i sani principi cattolici
che i Vescovi hanno il dovere di richiamare, un altro
...gli affari!!! Pertanto un'occasione cosi' ghiotta era
da prendere al volo. I politici cattolici del Centro
sinistra, tranne il senatore Bobba (vercellese,
sic!), assumevano un prudente silenzio, eloquente nella
forma ma profondamente equivoco nella sostanza. In ogni
caso non sono mancate altre sottolineature provenienti
dal mondo industriale novarese, favorevoli
all'assemblaggio degli JSF35 a Cameri;
D'altro canto settori sempre piu' vasti del mondo
cattolico e non, dei missionari e di gruppi e movimenti
locali esprimevano tutta la loro contrarieta'. Le
lettere e le e-mail giunte da ogni parte del mondo alla
Commissione Diocesana Giustizia e Pace, ne sono la prova
piu' evidente, Vescovi, sacerdoti e laici, hanno fatto
arrivare la loro disapprovazione ed il loro disgusto per
una faccenda come questa, che fara' aumentare i profitti
delle azioni di chi ha investito nelle Banche armate,
che fara' felici le amministrazioni locali che vedono
all'orizzonte profilarsi nuovi posti di lavoro, che
fara' contenti i teo-con in salsa nostrana, sempre in
prima linea ad alzare la loro voce contro l'aborto e
l'eutanasia, ma latitanti da tempo sul tema della Pace e
poco propensi a confrontarsi con chi ha avuto le loro
case bombardate e i loro cari uccisi da questi gioielli
della tecnica che garantiscono salari, tredicesima e
panettoni a Natale alle maestranze del Primo Mondo
pasciutamente inquieto di fronte agli sconvolgimenti
planetari in atto e morte, rovine e distruzioni a chi
non conta.
Queste voci (di cui allego testimonianza) sono la voce
di chi non ha voce, sono la coscienza dei poveri del Sud
del mondo che chiedono Pace e Giustizia ma soprattutto
sono le grida di chi chiede di vivere una vita degna di
questo nome: il vescovo di Kirkuk in Irak, i sacerdoti
che hanno scritto dal martoriato Libano dove le bombe
sono di stretta attualita', i missionari che lavorano
nelle piu' sperdute e povere zone dell'Africa, Dom
Adriano Ciocca Vasino, vescovo missionario novarese da
una vita impegnato al fianco dei piu' derelitti del
Sertao brasiliano e tanti altri hanno scritto tutto il
loro disappunto sulla decisione di proseguire sulla
corsa agli armamenti. Tra le tante lettere ci piace
soffermarci su una in particolare, inviata da don Gianni
Sacco (missionario in Brasile) che nella sua
stringatezza, ci sembra esprima meglio di ogni altra l'assurdita'
di quest'operazione, scrive don Gianni: "se gli aerei
vengono fatti e non utilizzati, visto il costo
esorbitante, e' uno spreco folle di denaro, se vengono
utilizzati (guarda caso aggiungiamo noi, il piu' delle
volte su obiettivi civili) creeranno distruzione e
morte, per questo ripugnano la coscienza e non possono
essere accolte a cuor leggero.
Per concludere, un'amara considerazione personale:
come per la TAV in Val di Susa o come l'ampliamento
della base Americana di Vicenza ci viene imposto di
essere sudditi e non cittadini consapevoli e
protagonisti nelle scelte essenziali che toccano la
nostra vita, ancora una volta il popolo della pace
viene dileggiato e deriso, ancora una volta constato di
essere dalla parte dei vinti, dalla parte di chi non
conta nulla, ancora una volta prendo atto che i poteri
forti, soprattutto le lobby degli armamenti, consolidano
e rafforzano i loro interessi, ancora una volta osservo
cattolici doc e atei devotissimi che, mentre si
inchinano deferenti ai valori del Magistero,
strizzano l'occhio agli indici di Borsa
infischiandosene dei poveri del mondo, ancora una volta
il sogno biblico di trasformare le spade in vomeri e
lance in falci, viene bollato come utopia infantile da
lasciare agli ingenui e sprovveduti cattocomunisti di
turno, ancora una volta mi ritrovo perdente di fronte a
chi con troppa arroganza dichiara di sapere cosa sia
veramente il bene ed il male e quale siano le decisioni
piu' appropriate da prendere per difendere i 'nostri
interessi'. Ancora una volta sono un perdente! Qualche
settimana fa fu ospite nostro il Cardinale hondureno
Rodriguez Maradiaga, il quale con un linguaggio secco e
preciso, lontano anni luce dal paludato curialese
nostrano ha ricordato che il crimine piu' grande che
l'Occidente commette ogni giorno nei confronti del Terzo
Mondo, oltre a quello di impoverire intere popolazioni,
sfruttarne le loro ricchezze e appropriarsi delle loro
economie attraverso il controllo di organismi
internazionali (vedi Fondo Monetario Internazionale e
simili) e' quello di aver distrutto nelle coscienze dei
poveri la possibilita' di sognare; di sognare un mondo
nuovo, una vita migliore per loro e per i loro figli
alimentando cosi' una rabbia crescente nei nostri
confronti. E dalla rabbia dei poveri ci dicono i
benpensanti, bisogna difendersi! Quindi ben vengano gli
SJF35 a Novara a darci sicurezza, tranquillita' e
lavoro.
Don Mario Bandera
Responsabile Diocesi di Novara
Commissione Giustizia e Pace
Il presidente del
Consiglio comunale Sante Saracco ha
impedito alle donne contrarie al Dal
Molin l'ingresso alla seduta pubblica
del Consiglio comunale di giovedì 8
marzo; contemporaneamente è stato fatto
entrare un gruppo di adolescenti con
magliette azzurre e bandiere di Forza
Italia che ha insultato pesantemente
la Consigliera comunale Franca Equizi,
contraria alla nuova installazione
militare.
Denunciamo la
sospensione dei più banali diritti
democratici avvenuta quest'oggi nella
nostra città.
Come è noto, il regolamento prevede la
possibilità di assistere alle sedute per
un numero massimo di 40 cittadini. Ma le
donne si sono trovate i cancelli
dell'ingresso pubblico sbarrati; nel
frattempo, quaranta adolescenti sono
stati fatti entrare da un ingresso
secondario: essi indossavano magliette
azzurre favorevoli alla costruzione
della nuova base ed hanno esposto,
all'interno del Consiglio comunale,
bandiere di Forza Italia violando
palesemente il regolamento.
Ma non è finita qui:
il sig. Paolo Cattaneo, sostenitore nel
no, infatti, è riuscito ad entrare nella
sala consigliare attraverso l'ingresso
degli uffici; qui ha trovato un vigile
urbano ed un usciere che gli hanno
domandato se egli faceva parte del
comitato favorevole al Dal Molin; capita
l'antifona, solo alla sua risposta
positiva - "sono favorevole alla
costruzione della nuova base" - il
vigile e l'usciere gli hanno permesso di
entrare.
Il sig. Cattaneo racconta, inoltre, che
al termine del suo intervento la
consigliera Franca Equizi è stata
insultata pesantemente - "taci, puttana"
- da un sostenitore del si presente in
consiglio comunale.
Quanto avvenuto,
rappresenta un gravissimo atto
antidemocratico contro la cittadinanza
vicentina, perpetuato dal Presidente del
Consiglio e dalla Giunta comunale.
Denunciamo la violazione dell'articolo 3
della Costituzione, che impedisce
discriminazioni per ragioni di fede
politica e di opinione; ci riserviamo
perciò di verificare come precedere
attraverso vie legali, in particolare
per quel che riguarda la possibile
violazione dell'articolo 610 del Codice
penale sulla violenza privata e
l'articolo 323 del codice penale
sull'abuso d'ufficio.
Nella giornata in cui
si festeggiano le donne, il Sig. Saracco
e il sindaco Hullweck, con metodi che
ricordano il regime fascista, hanno
pensato bene di umiliare ed estromettere
dalle istituzioni coloro che si battono
contro un progetto devastante per la
comunità locale e il territorio, facendo
entrare in maniera illecita nell'aula
consigliare una claque a loro
favorevole.
Denunciamo la gravità
di un episodio che mina definitivamente
le fondamenta democratiche
dell'amministrazione vicentina
(AprileOnline 9.3.2007)
8 marzo 2007, la madre terra si ribella alla base di guerra
Ma quale "popolo delle pentole"...
Governo e comune hanno e continueranno ad avere a
Vicenza una gatta vicentina da pelare! L'otto marzo, per
noi vicentine, non è solo un giorno di festa ma di
lotta, creatività, incontro. Saremo del colore della
terra, simbolo di fecondità, di vita, in molte culture
la terra è la madre e i suoi colori sono quelli sotto
cui lottare per la giustizie e la dignità..
Di seguito alleghiamo il calendario
delle iniziative e l'appello per l'8 marzo.
Le donne vicentine per la tutela del
territorio, della pace e del futuro...ovviamente contro
il Dal Molin.
Vicenza, 2 marzo 2007
Ore 17.00 in consiglio comunale: la
madre terra e le sue sorelle consegneranno alla giunta
il frutto della loro svendita della città; ore 18.30:
corteo che si snoda per il centro città, liberamente
interrotto da monologhi, suoni di guerra, azioni
teatrali; ore 21.00: " la gatta sulla base che
scotta!"... o meglio "di fianco"...infatti si cena
presso il presidio (su prenotazione, o ci si prenota in
presidio o chiamando o inviando un messaggio al n
3403793658), con menù equo solidale.
A seguire intervento creativo di
Patrizia Laquidara. E per tutto il giorno... azioni di
teatro invisibile a sorpresa.....
Gli uomini sono i benvenuti... con la
parrucca!
Appello delle donne vicentine
Noi donne vicentine per la tutela del
territorio, per la pace e per il futuro chiamiamo alla
mobilitazione, in una giornata importante come l'otto
Marzo, le donne che come noi stanno lottando.
Siamo per la tutela del territorio e
la preservazione delle risorse e siamo pronte a
difendere la nostra terra anche con i nostri corpi, se
necessario; i nostri corpi sanno dare vita ma sanno
anche essere determinati e mettersi in gioco.
Siamo per la pace non come semplice
"assenza di guerra" ma come condizione sociale che ci
permetta di vivere meglio, come cittadine e come donne;
Se c'è pace c'è più spazio per la tutela dei diritti
delle fasce deboli, a cui noi, purtroppo, sappiamo di
appartenere; quando scoppia una guerra le prime a
risentirne sono donne e bambini, perchè la guerra ha la
capacità di ribaltare i valori tradizionali di una
società e ne mette in crisi i ruoli.
Siamo per il futuro perchè vogliamo
consegnare una città e un mondo migliore ai nostri figli
e alle generazioni future, ma anche a noi stesse;
vogliamo la libertà di poterci riprendere il nostro
tempo, di poter vivere una città a misura d'uomo e di
donna.
Noi donne vicentine siamo state
protagoniste delle lotte di piazza che si sono
determinate nel nostro territorio; saremo in piazza
l'otto marzo e chiediamo a tutte le donne di mobilitarsi
nelle proprie città, ognuna secondo le proprie forme e
le proprie caratteristiche, l'otto Marzo.
Un pensiero va inoltre a tutte le
donne vittime di guerra, dove la guerra non è solo
quella che si combatte al fronte, ma è quella che
obbliga le donne a migrare; a vendersi; che non ci dà la
libertà di poter girare tranquillamente la notte da
sole; che ci relega in ruoli lavorativi precari e senza
diritti; che fa avvenire le violenze dentro alle mura
domestiche.Facciamo dell'otto marzo una giornata
indimenticabile!
(nodalmolin@libero.it 3.3.2007)
Alex Zanotelli "sulla guerra afghana e su Vicenza basta con i
linciaggi"
di Tommaso Di Francesco
«Va
rispettata la coscienza di chi si sente in dovere
di dissentire, altrimenti non c'è democrazia e siamo
intruppati.
E sui ruoli dovremmo essere chiari: il
movimento è società civile. I partiti se vogliono
possono dare il loro appoggio, ma non sono parte del
movimento. Soprattutto se i partiti sono forza di
governo. La protesta di Vicenza è società civile e in
quel modo andremo avanti»
Ad AIex Zanotelli,
missionario comboniano, esponente di Pax Christi e
testimone della pace, ora impegnato a Napoli e in
Campania sui temi della militarizzazione del territorio,
abbiamo rivolto alcune domande ai margini dell'Assemblea
di Roma di ieri «Contro la guerra globale, per il ritiro
immediato delle truppe italiane, smilitarizziamo la
politica italiana».
Come giudichi
questa situazione da «notte della sinistra», con
contrapposizioni e una sorta di linciaggio politico
contro chi dissente con il governo di centrosinistra?
E' una situazione
difficile ed è anche difficile capire come uscirne
fuori. Si rischia davvero di spaccare ulteriormente
tantissime forze che sono per il cambiamento. Ma voglio
parlare proprio del clima di linciaggio, che in primo
luogo mi stupisce in chiave etica proprio perché chi
come me lavora dall'interno della chiesa - dove spesso
non è proprio rispettato - afferma questo primato sempre
e ovunque: parlo del primato della coscienza. Se delle
persone, dei senatori, dei deputati, in barba a tutto
quello che hanno sentito dai partiti e non, decidono
dopo averci riflettuto su, in coscienza, che per loro
questa è una scelta vitale, e votano come hanno votato,
devono essere rispettati. Per me è il minimo. Non ci può
essere altrimenti democrazia, perché ci intruppano. Ed è
finita. Non entro nel merito, possono avere sbagliato o
possono avere ragione, ma il rispetto della coscienza
resta necessario, perché il primato va alla coscienza.
Voglio insistere dunque con forza: tutto questo clima di
linciaggio è deprecabile al massimo.
Che cosa dimostra
questo conflitto all'interno della sinistra,
schematizzando, una dentro il governo e l'altra dentro
il movimento?
E' una buona
occasione per fare chiarezza. L'occasione di separare
l'apparato governativo e partitico, da quello politico
che riguarda il movimento. Il movimento è società
civile. I partiti se vogliono possono dare il loro
appoggio se vogliono, ma non sono parte del movimento.
Una volta che entri in un partito che poi diventa forza
di governo, ecco che rappresenti immediatamente altre
posizioni. Sui ruoli dovremmo essere chiari, perfino
brutali. Vicenza è stata una manifestazione della
società civile e come società civile andremo avanti.
Possono blindare quello che vogliono, noi continueremo a
dire che in Afghanistan è una guerra imperiale. E che
per il governo Prodi non c'è solo l'allargamento della
base di Vicenza: come fa ad avere aumentato del 13% le
spese militari nella finanziaria - 22miliardi di euro,
più 4 miliardi per la ricerca sulle armi nei prossimi
tre anni - non l'ha fatto nemmeno il governo Berlusconi?
E quel che aggrava la situazione è la firma da parte del
ministero della difesa degli accordi con Washington sul
nuovo cacciabombardiere F-35 che, per ora, ci costerà
subito un miliardo di euro. Questo vuol dire che si sta
entrando dentro un sistema ipermilitarizzato nel quale
l'Italia, che finora ha subito, si muove da
protagonista. lo non accetterò queste posizioni…..usciremo
con un ampia documentazione di denuncia sulla tragedia
della militarizzaziorie del territorio napoletano e
campano. Il dramma delle nuove basi militari e della
nuova militarizzazione degli spazi non è dato dalla
realtà del nord e da quella del nordest, ma dal sud, con
Napoli, Taranto, Sigonella, Brindisi, Amendola, Gioia
Tauro.
Cosa pensi della
svolta dei 12 punti blindati di Romano Prodi?
Certo preferisco
avere di fronte il governo Prodi, anche con i suoi 12
punti blindatissimi, che non Berlusconi. Ma non posso
accettare questa situazione di Vicenza. Mi ha fatto male
il modo con cui, da Bucarest, il Presidente del Consig!io
ha annunciato: "Così è stato deciso". E poi si è
scoperto che non era vero, perché l’ex ministro Martino
ha modestamente ammesso che era stato fatto solo uno
studio di fattibilità sull'allargamento della base. Se
vuoi davvero trovare una soluzione, perché Prodi non è
andato a Vicenza a parlare con la popolazione, ad
ascoltare? Li è in gioco la pace come bene comune, la
democrazia, la partecipazione. Puoi decidere quello che
vuoi dopo, ma chiudersi a riccio così partendo con una
imposizione.... c'è da avere solo paura. Lo stesso è
sull'Afghanistan, possono raccontare quello che
vogliono, ma quella guerra è parte essenziale della
guerra globale nel mondo, pagata dalle popolazioni
civili dai poveri, dagli umili anche in Afghanistan. E
ora le armi uccidono anche l'ecosistema. E' minacciata
la vita stessa.(Il Manifesto 25.2.2007)
Vicenza, fuori dagli schemi
di Marco Revelli
A tre
giorni da Vicenza, quale bilancio trarne? Spostando,
questa volta, lo sguardo dalle strade e dalle piazze -
dalla limpida prova di civiltà offerta dalla nostra
gente -, su in alto, dove si rappresenta lo spettacolo
effimero degli «altri», dei media e del potere.
Spettacolo, lasciatemelo dire, davvero squallido (in
tutti i suoi protagonisti). Me ne porto dentro tre
flash. Primo flash: l'espressione (neppur tanto
malcelata) di delusione sui volti e nei commenti del
circo politico-mediatico che aveva tenuto banco nei
giorni precedenti, profetizzando sventure e minacciando
sfracelli. Appena un minuto di Tg - giusto il tempo di
frugare tra gli striscioni alla ricerca disperata di un
qualche simbolo brigatista, di una, almeno una, bandiera
bruciata, di uno spintone, un cazzotto, una scritta su
un muro - e poi subito via, a parlare del Grande
fratello. Niente da vedere, niente da dire, per chi usa
la violenza come materia prima per esercitare la propria
professionalità vuota. Secondo flash: Il
«professore-ministro» Giuliano Amato nell'aula vuota
dell'Università Statale di Milano, a tenere la sua
lezione «a porte chiuse», a qualche decina di poliziotti
e di funzionari, senza studenti. In quel vuoto
pneumatico prodotto dai sistemi di security, in quella
lezione «privata» - senza pubblico -, il quel parlare
privo di interlocutore e in quelle porte chiuse verso
l'esterno (verso «ogni esterno»), c'è qualcosa che va al
di là dell'«incidente». Dell'eccesso di zelo. C'è il
simbolo di una solitudine del potere cercata,
voluta, prodotta. Qualcosa che sembra davvero inaugurare
un'epoca nuova, della governance «a porte chiuse».
Dell'estinzione definitiva dell'ascolto. Dell'autarchia
istituzionale. Né pare senza significato che a
interpretare simbolicamente quel ruolo sia toccato
all'uomo che, con assoluto sprezzo del ridicolo, dopo
una settimana da piromane, ha osato rivendicare a
proprio merito il pacifico esito della manifestazione di
Vicenza. Terzo flash: il volto liofilizzato del ministro
Padoa-Schioppa ospite dell'ex settantasettina Lucia
Annunziata, per l'occasione con accattivanti occhialetti
da supplente della III C. La frase scandita, lapidaria
sulla Tav che comunque si farà. L'economista insigne,
l'uomo dei tagli inflessibili, pronto a investire senza
batter ciglio 20 miliardi di Euro, destinati in corso
d'opera per lo meno a raddoppiare. Ci si sarebbe potuti
aspettare il riferimento a qualche dato, a previsioni di
flusso, ad argomenti razionali. Che il
ministro-professore li citasse. O che la
giornalista-supplente glieli chiedesse. E invece no:
solo una perentoria affermazione. Una decisione già
presa, e qualche slogan trito, propugnati come verità da
parte di uno che in quella Valle mai ha messo piede. Che
non conosce chi vi abita, la morfologia del territorio,
le condizioni dell'abitare. Che quella gente non l'ha
mai vista in faccia, figurarsi ascoltarne le voci. Che
non sa nulla di nulla. Ma decide e proclama decisioni,
mentre altri appendono a quelle decisioni le proprie
vite, e il proprio futuro.
E' questo demi-monde fatto di fantasmi virtuali, ma
tremendamente rumorosi e capaci di monopolizzare, a loro
volta, quello spazio virtuale che è diventato il mondo
per il sistema dell'informazione e della politica, che
terrà banco nelle prossime settimane. Sono loro che
sequestreranno il dibattito sul dopo-Vicenza. Fingeranno
di amministrarne l'eredità. Sposteranno righe di testo
sui documenti e righe di confine sulle mappe catastali,
piantando le loro bandierine. Segnando i loro punticini
in calce alle mozioni, ai dispacci ministeriali. Forti
della mediatizzazione dell'evento che ha permesso di far
volare Vicenza, la sua gente e le sue piazze, le sue
casalinghe e i suoi boy scout, le sue parrocchie e i
suoi centri sociali, le sue ville palladiane e i suoi
alpini su su, nel cielo della realtà virtuale,
giocheranno davvero il doppio gioco che scambia il
virtuale col reale. Il racconto del potere col potere
del racconto. Cercando tutti (anche i «buoni», i
«nostri»), una soluzione che accontenti in primo luogo
loro, i monopolisti del discorso pubblico.
Sta ai vicentini, in primo luogo - e poi a tutti quelli
che hanno messo se stessi in carne e ossa in questa
impresa sociale - difendersi, chiamandosi fuori dalla
rappresentazione che si gioca in alto. Sfruttando il
cono d'ombra che i media - tutti puntati con gli occhi
all'insù - per qualche tempo lasceranno. Costruendo «a
casa propria» - e a porte aperte - la loro capacità di
tenuta, cioè di difesa dalle alcinesche seduzioni del
ceto politico. Questa è la chiave del successo dei
valsusini: questo essere padroni del proprio linguaggio
e della propria visione del mondo, che fa infrangere
alle porte della loro valle qualsiasi tentativo di
manipolazione. E d'inganno. Buon lavoro.(Il Manifesto
21.2.2007)
Riceviamo dal Presidio permanente
Grazie da
Vicenza, grazie dal tavolo NO agli F35 a Cameri - Novara
e grazie ai comitati di
Vicenza
A tutti coloro che sono venuti a Vicenza:
grazie
Decine di migliaia di persone, sabato
scorso, hanno sfilato per le strade della nostra città.
Una manifestazione storica che Vicenza e il Veneto non
avevano mai visto.
Una manifestazione determinata nei
contenuti e pacifica nelle pratiche, che ha smentito
quanti nei giorni precedenti la sfilata avevano
profetizzato catastrofi.
Vicenza ha detto che resisterà un
minuto in più di chiunque voglia costruire la nuova base
militare. Vicenza ha incrociato migliaia di donne
e uomini provenienti da tutta Italia che l'hanno
abbracciata, sostenuta, incoraggiata.
Vogliamo ringraziarvi per il sostegno
e la solidarietà che ci avete dato; vogliamo
ringraziarvi per il lavoro che avete fatto nei vostri
territori.
Il futuro è nelle nostre mani anche
grazie ad ognuno di voi.
Il 17 febbraio rappresenta una
tappa nel lungo cammino che abbiamo intrapreso. Dai campi di Rettorgole, dove da più di
un mese si trova il Presidio, non ce ne andremo fino
a quando non avremo vinto la nostra lotta.
Vi segnaliamo, ancora una volta,
anche il conto corrente per chi vuole contribuire alle
spese che abbiamo sostenuto in questi giorni e che
dovremo sostenere nei prossimi mesi: NO DAL MOLIN
PRESIDIO PERMANENTE Banca Popolare Etica n. 000000120140 ABI 05018 CAB 11800
Grazie ancora per quel che avete
fatto. Il futuro è nelle nostre mani : difendiamo
la terra per un domani senza base di guerra.
Il Presidio Permanente
Signornò signor paron
Migliaia di bandiere NO Dal Molin e NO
TAV sventolano, intrecciate le une alle altre, davanti
ai nostri occhi: in questo pazzo inverno senza freddo e
senza neve ci lasciamo avvolgere da un sole caldo senza
pensare, per un momento almeno, all’effetto serra e alle
sue cause. Poco più di un anno fa ci aveva accolti il
vento gelido e la neve di un dicembre che non
dimenticheremo.
Oggi Vicenza, ieri Venaus: il clima sta
proprio cambiando ci diciamo. Ma oggi non pensiamo ai
mutamenti climatici che affliggono il pianeta, ma a
qualcosa che, al contrario, ci riempie di speranza. Le
voci che si alternano al microfono del palco montato in
piazza Campo Marzo parlano una lingua che riconosciamo
come nostra, così lontana dal linguaggio ambiguo di chi
pesa ogni parola per dire e non dire: sono voci che non
spargono promesse ma inducono speranze, voci che
trasmettono entusiasmi, non sono voci di professionisti
della politica che non comunicano più nulla. E sono voci
di donne.
Sì, il clima sta
proprio cambiando. Quante volte, negli anni, ci siamo
guardati intorno contandoci: centomila, un milione,
addirittura tre milioni! Non possono non vederci, non
possono non ascoltarci ci siamo detti più volte. E
invece no, possono, eccome. Ed ogni volta qualcosa di
noi si perdeva: un po’ della nostra forza, del nostro
entusiasmo, della nostra fiducia. E qualcuno tra noi
forse è arrivato a chiedersi se era poi così vero che
“un altro mondo è possibile”; qualcuno forse, guardando
alle battaglie perse, ai diritti negati, alla pace
sconfitta da guerre preventive e umanitarie ha rischiato
di rassegnarsi al pensiero che un altro mondo è in
estinzione. E invece no, è arrivata Vicenza e la lotta
al Dal Molin, e prima c’era stata Venaus. E in quell’otto
dicembre di poco più di un anno fa si cominciava a
raccogliere quel che negli anni precedenti era stato
seminato in Val di Susa: le decine di migliaia di
persone accorse a Venaus si aggiungevano alle migliaia
della valle che riconquistavano il diritto ad essere
protagonisti e non sudditi. Pochi giorni dopo a Torino
in cinquantamila arrivati da tutte le regioni
rispondevano a un nuovo appello in cui si chiedeva di
manifestare contro il progetto folle di una linea TAV
Torino-Lione inutile, dai costi insostenibili, che
comportava gravi rischi per la salute e aveva un impatto
devastante sul territorio.
C’è un filo che lega
Venaus a Vicenza: è quello di una solidarietà che non
corre solamente in aiuto di chi ha bisogno ma ne
condivide le ragioni; che riconosce nei diritti
calpestati dal TAV in Val di Susa gli stessi diritti
calpestati dalle basi militari del Veneto, da un
improbabile ponte sullo stretto di Messina, dalla
zincheria di San Pietro di Rosà, dagli inceneritori
sparsi qua e là e da tutte le grandi opere inutili e
dannose che devastano il paese e arricchiscono
speculatori e faccendieri.
In quella fredda giornata di dicembre, a Venaus, nasceva
una speranza che si è alimentata nei mesi successivi da
una fitta rete di incontri e di relazioni: non grandi
convegni con illustri ospiti al tavolo della presidenza
tanto esperti e preparati quanto incapaci nel
comunicare; non inutili forum virtuali su web che creano
l’illusione del confronto e della partecipazione, ma
incontri veri, in carne ed ossa, spesso in uno dei
sempre più numerosi presidi, magari con un po’ di salame
e un bicchiere di vino e un invito a dormire nel divano
letto del salotto o nella palestra della scuola.
Incontri conviviali sì, ma non per questo meno
istruttivi di tanti seminari e tavole rotonde. Ci si
incontra, ci si conosce, si parla delle nostre
esperienze, si definiscono percorsi insieme, si fissano
appuntamenti, si fanno progetti: e soprattutto si
ascolta. Esattamente l’opposto di ciò che il mondo della
politica e dei partiti oggi ci offre.
Che sia per questo
che ci guardano con sospetto? Perché colgono le
potenzialità di questo modo di “fare politica” (sì,
proprio di questo si tratta) che toglie loro spazi?
Forse è proprio questo il messaggio che la Val di Susa
ha saputo lanciare e in molti oggi raccolgono: non
continuiamo a parlare di partecipazione, a chiedere
partecipazione: pratichiamola nei fatti. E i loro
sindaci hanno imparato ad ascoltare. “Valsusa e
Vicenza, non c’è differenza” recitava uno
striscione, ed era al tempo stesso un’affermazione e un
auspicio.
Il giorno dopo
Vicenza il nostro capo del governo ripete: “Sono
sereno”. Contento lui… sembra piuttosto un incosciente,
e glielo hanno ricordato ieri i vicentini. La campagna
diffamatoria e terroristica lanciata nei giorni
precedenti e amplificata in misura disgustosa dai media
tendeva a rinchiuderli tutti in casa: loro non si sono
fatti intimorire e in migliaia dalle strade e poi dal
palco hanno detto che il governo “amico” li ha traditi e
mentre raccoglievano l’applauso anche dei non vicentini
hanno promesso di ripagarlo alla prossima occasione.
Hanno ricordato che “qualche volta è segno di
debolezza cambiare idea, ma è segno di grande
intelligenza quando ci si rende conto che è sbagliata”,
e hanno portato un saluto anche al loro sindaco: “se
fossi io il sindaco, per dignità personale, domani
consegnerei la lettera di dimissioni” hanno detto.
Intanto a Napoli, in Sicilia, in Sardegna altri che non
avevano potuto raggiungere Vicenza manifestavano
“insieme” a Vicenza.
Il giorno dopo
Vicenza i grandi quotidiani parlano di scampato pericolo
e non trovando nulla di appetitoso cui aggrapparsi per
supportare le tesi ed alimentare i veleni sparsi a piene
mani il giorno prima si limitano a nascondere ciò che
non deve essere visto: la vistosa presenza NO TAV. Sul
sito di “Repubblica” c’è addirittura un “fotoracconto”
della manifestazione: 30 belle foto, inquadrature
ricercate, viste panoramiche e piccoli dettagli che
rappresentano efficacemente il clima sereno e l’assenza
di tensioni ma… non una bandiera NO TAV.
Quel filo di democrazia partecipata che unisce oggi la
Val di Susa a Vicenza si divide ogni giorno in altri
fili che si intersecano e raggiungono chissà quante
altre realtà: questi fili vengono visti da lor signori
come veicoli di contagio di una nuova epidemia: non
riuscendo a trovare gli antidoti tentano di nascondere
la malattia.
A dire NO al Dal
Molin c’era certamente anche chi, tornato molte volte da
oceaniche manifestazioni romane aveva provato poi, visti
i risultati, un forte senso di impotenza.
Oggi poco importa se
a Vicenza eravamo duecentomila o meno, quello che conta
sono le parole che abbiamo sentito: "La Vicenza che
non parla, che tace, Vicenza del 'sì signor paron,
comandi', Vicenza ha alzato la testa". Sì, il
clima sta cambiando.
Coraggio, continuiamo
tutti insieme a spargere germi in giro…
Raddoppia la pace
(
ASCA)
- Vicenza, 17 feb - 'E' stato creato ad arte un
allarmismo intorno a questa manifestazione francamente
assurdo, invece ci e' venuto incontro perfino il cielo
in questa meravigliosa giornata'. Oliviero Diliberto si
aggiunge ai manifestanti in attesa di confluire nel
corteo principale contro l'allargamento della base Usa
visibilmente soddisfatto.
'C'e' tanta gente - sorride il segretario dei Comunisti
italiani - ho visto bandiere di partiti di tutta
l'Unione, anche tante della Margherita, credo che il
governo debba tenere conto che esiste un grande popolo
della pace che e' tra l'altro gran parte del suo
elettorato'.
Non temete pero' di venire contestati qui perche'
appoggiate il governo Prodi? 'Se io condividessi tutto
quello che fa Prodi o tutti i ministri saremmo nello
stesso partito - risponde Diliberto - invece siamo in
una coalizione, io condivido complessivamente e
positivamente l'azione del governo in politica estera,
resta un margine di dissenso e non c'e' niente di
strano, nessun governo e' mai caduto per una base
americana'(www.comunisti-italiani.it)
Vicenza dice No alla servitù
di Stefano Olivieri
"La costruzione di un sistema di difesa italiano non
sarà un'impresa facile. Il cambiamento
del quadro geopolitica intervenuto
dall'inizio degli anni 90 ha messo in
discussione il principio di forza
bilanciata. Dobbiamo dotarci quindi di
uno strumento flessibile, integrato a
livello europeo con le forze alleate,
agendo su qualità, quantità e capacità.
Due sono le questioni fondamentali di
cui dovremo tenere conto : la nuova
rilevanza geo-strategica del sud del
Mediterraneo e la necessità di una
significativa ridislocazione di enti e
reparti nel meridione italiano, nelle
regioni dove si registra la quasi
totalità del reclutamento dei volontari.
In questo quadro riteniamo necessario
arrivare ad una ridefinizione delle
servitù militari che gravano sui nostri
territori, con particolare riferimento
alle basi nucleari. Quando saremo al
governo daremo impulso alla seconda
Conferenza nazionale sulle servitù
militari, coinvolgendo l'Amministrazione
centrale della Difesa, le Forze Armate,
le Regioni e gli Enti Locali, al fine di
arrivare ad una soluzione condivisa che
salvaguardi al contempo gli interessi
della difesa nazionale e quelli
altrettanto legittimi delle popolazioni
locali.
"
Non è farina del mio
sacco, Questo brano è tratto dalla
pagina 108 del programma di governo
dell'Unione, quello sottoscritto da
tutti i partiti che attualmente
compongono l'esecutivo, dall'Udeur di
Mastella al Pdci di Diliberto.
Non c'è molto da
aggiungere, se non il fatto che malgrado
questo sia un impegno scritto e
sottoscritto ufficialmente dall'attuale
maggioranza, la città di Vicenza e
quella parte del popolo italiano da
sempre sensibile ai temi della pace oggi
hanno sentito la necessità di lanciare
un segnale inequivocabile, che suona
come un "repetita juvant" a un governo
distratto. E se tante decine di migliaia
di persone, più di centomila a quanto
apre, niente affatto turbolente e
facinorose come qualcuno vorrebbe far
credere ma pacifiche e pacifiste hanno
deciso di rimettersi in marcia insieme,
dopo quattro anni da quella che fu la
più straordinaria manifestazione per la
pace ( e contro la guerra in Irak) che
l'Italia abbia mai conosciuto dal
dopoguerra ad oggi, se così tanti
cittadini di sinistra, di centro e di
destra, se tante famiglie sono scese in
strada a Vicenza da ogni parte del paese
e anche oltre, ci deve essere un
sentimento profondo che lega questa
gente, e questo sentimento non può non
avere il suo peso.
Questo non è un
tentativo di forzare la mano, una
"spallata" al governo. E' di più, è la
ferma esigenza democratica di un paese
che esige il rispetto della propria
sovranità, perché siamo nel terzo
millennio e non nel 1940. E nel terzo
millennio esiste da qualche anno una
entità sopranazionale che si chiama
Unione Europea, alla nascita della quale
gli italiani hanno dato il loro
importante contributo, che non contempla
nel suo quadro strategico di sicurezza
interna la presenza di basi militari non
dell'Onu o della Nato, ma di un singolo
paese, alleato finchè si vuole ma che si
trova sulla sponda opposta
dell'atlantico.
Il potenziamento
della base statunitense a Vicenza non
rende più sicura l'Italia e l'Europa,
perché è indubbio che i 3700 militari
USA attualmente dislocati in Germania
non verrebbero qui da noi soltanto per
il clima, ma per essere più vicini - e
dunque più rapidamente operativi - ai
nuovi o vecchi fronti di guerra che
l'amministrazione Bush ritiene
necessario aprire e mantenere in medio
oriente e nel sud del mondo non per fare
un favore a noi o all'Europa, ma per
tenere lontano il terrorismo dal suolo
americano, e per mantenere inalterato il
tenore di vita dei suoi cittadini grazie
al petrolio, la vera causa degli ultimi
conflitti.
E infine, l'ostinata
e pervicace politica di guerra della
attuale amministrazione statunitense è
ormai isolata anche dallo stesso
parlamento USA, che ha appena votato una
risoluzione contro il potenziamento del
contingente USA in Irak. Bush ha fatto
spallucce,e non potrebbe fare
diversamente perché l'unica speranza che
ha non tanto lui, quanto i repubblicani
è quella di uscire prima della fine di
questa legislatura da un Irak
pacificato. Probabilmente non ci
riuscirà perché laggiù ormai imperversa
la guerra civile, ma quel che conta
adesso per l'Italia, direi meglio per
l'Europa è lanciare un segnale
inequivoco, un WARNING che non ammetta
repliche a un alleato pur potente e
prezioso, ma che negli ultimi cinque
anni si è reso responsabile, grazie a
una politica estera disastrosa, di un
processo di destabilizzazione profonda
di tutte le aree più a rischio. Per
fortuna fra breve scadrà il secondo
mandato di George Bush e speriamo che i
cittadini statunitensi in questi ultimi
otto anni abbiano riflettuto a
sufficienza. A noi adesso preme però
sapere che cosa intenda fare il governo
italiano di questa base di Vicenza, come
di quella di Sigonella, o dell'isola
della Maddalena da cui i sommergibili
USA non sono più andati via, come
sembrava qualche mese fa.
Vogliamo sapere se
stiamo con l'Europa o con gli Stati
Uniti, perché alla fine è la stessa
politica di Bush che impone questa
scelta. Io personalmente fra una
politica di sicurezza europea ancora
troppo timida e sconclusionata e il
farneticante PNAC dei neocons di George
Bush, preferisco scegliere l'Europa.
Questo è in conclusione il messaggio che
il popolo della pace sceso a Vicenza ha
inteso trasmettere al nostro governo,
che ora deve decidere in fretta, prima
che le ruspe a stelle e strisce si
mettano in azione.(AprileOnline
19.2.2007)
Da Vicenza rassegna stampa
foto Corriere della Sera.it 17.2.2007
Dalla sinistra radicale
appello a Prodi
Il segretario del Pdci Oliviero
Diliberto saluta col pugno chiuso
ROMA - E ora che la
manifestazione di Vicenza si è conclusa,
per il centrosinistra si apre un
problema: che fare? Tutti si dicono
soddisfatti per la manifestazione
"pacifica e democratica", ma è indubbio
che adesso risuonano più forti le
richieste all'esecutivo della sinistra
radicale di bloccare l'ampliamento della
base statunitense, anche se il
segretario Pdci, Oliviero Diliberto
getta acqua sul fuoco e dice "Non cade
il governo per una base". Ma Prodi
ribatte, "Non cambiamo programma".
Insomma
le posizioni rimangono le stesse e, per
dirla con Mastella, "il problema si
riproporrà mercoledì quando al Senato ci
confronteremo sulla politica estera".
"La manifestazione di Vicenza si è
svolta in modo ordinato e corretto.
Questo è il primo e più importante fatto
che va rimarcato", afferma in una nota
il presidente del Consiglio, Romano
Prodi, che ricorda alle "componenti
della maggioranza" che hanno "approvato
e sottoscritto un programma di
legislatura", programma "che non sarebbe
degno di questo nome se cambiasse
orientamento sotto la spinta di una
manifestazione pure legittima e
importante".
"Penso che un governo debba tener conto
di tante cose - dice il segretario dei
Ds, Piero Fassino -. Di una
manifestazione, ma anche dell'opinione
dei tanti che a quella manifestazione
non c'erano, come pure degli impegni
internazionali che un paese ha
contratto. Non questo governo, ma quello
precedente - tiene a precisare - ha
preso degli impegni e noi gli onoriamo.
Dopodiché c'è uno spazio di discussione
che non è base sì base no, ma è come
realizzare il nuovo insediamento. Noi
pensiamo che il governo debba agire per
far sì che si discuta su come ridurre al
massimo l'impatto su Vicenza".
Ma il segretario Pdci,
Oliviero Diliberto, non ha dubbi:
"Non cade il governo per una base", dice
e sottolinea che si è trattata di una
"grandissima, pacifica, manifestazione
composta da donne e uomini di tutti i
partiti del centrosinistra di cui il
governo dovrebbe adeguatamente tener
conto: quelli in piazza sono tutti
nostri elettori". Si spinge ancora più
in là il presidente dei Verdi e ministro
dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro
Scanio: "Questa manifestazione -
dice - è stata un referendum contro il
raddoppio della base Usa"
Il ministro della solidarietà sociale
Paolo Ferrero, di Rifondazione, dice
il suo grazie "al popolo di Vicenza, a
quanti hanno preso parte all'enorme
manifestazione che si è svolta oggi, per
la lezione di democrazia che ha dato a
tutto il paese e alla politica. Ora
sulla base Usa, dice il ministro, "tocca
alla politica dare una risposta a questo
popolo della democrazia e della pace: a
Vicenza si deve fare un referendum per
permettere che si decida
democraticamente sulla base".
"La gente ha parlato, il governo ora
ascolti: la palla passa all'esecutivo,
che deve tenerne conto: non faccia
orecchie da mercante". Così Alfonso
Gianni, sottosegretario allo
Sviluppo economico. Mentre il
sottosegretario all'Economia Paolo
Cento, dei Verdi, non rinuncia ad
una bordata nei confronti del titolare
degli Interni: "Il ministro Amato è uno
sconfitto dalla manifestazione di oggi.
Ha sbagliato: non si va in Parlamento a
mettere insieme cose che non c'entrano
nulla come gli arresti delle nuove
Brigate rosse e il corteo di Vicenza
contro la base americana".
Il segretario di Rifondazione Comunista,
Franco Giordano, definisce ''ignobile''
lo striscione in solidarietà agli
arrestati nell'operazione anti Br. Ma
aggiunge che si è trattato di un fatto
isolato, di un neo all'interno di ''una
grande manifestazione pacifica e
colorata''. E lancia a Prodi un
messaggio: "Qui ci sono gli elettori
dell'Unione che chiedono al governo un
ripensamento, un cambio di rotta su una
decisione sbagliata. Qui nessuno è
contro il governo - ribadisce - spero
sia chiaro a tutti".
"Ora è il momento che tutto il governo
rifletta per dare le giuste risposte in
una sintesi delle varie posizioni -
afferma il ministro per le
Infrastrutture e leader di Italia dei
Valori Antonio Di Pietro -. Si
dovrà, sicuramente, discutere sul ruolo
che in futuro le basi militari dovranno
avere. Sarebbe certamente più opportuno
- conclude Di Pietro - che si
incominciasse a pensare a presidi di
organismi internazionali per la pace,
piuttosto che appannaggio esclusivo di
un singolo Paese".
''Tranne qualche imbecille e qualche
cartello dalla grammatica inaccettabile
inneggiante al terrorismo, il tutto si è
svolto con grande civiltà'', afferma il
segretario dei Popolari-Udeur e ministro
della Giustizia Clemente Mastella,
secondo il quale ''il problema però è
uno solo e si riproporrà mercoledì
quando al Senato ci confronteremo sulla
politica estera".
"Oggi è una grande
giornata di lotta contro il governo. La
speranza è che il governo capisca e
torni sui suoi passi", dice entusiasta
il deputato del Prc ed ex leader dei
Disobbedienti Francesco Caruso.
"E' questa la differenza - afferma
Caruso - tra questo governo e quelli
della CdL, cioè il grado di permeabilità
alle istanze sociali". (Ansa 17 febbraio
2007)
Vicenza. C'era tanta,
tantissima gente. Si aspettavano
quarantamila persone, ne sono arrivate
il doppio, secondo le stime della
questura, e molte di più secondo gli
organizzatori, che danno una cifra fra i
150mila manifestanti e i 200mila
manifestanti. Tutti lì per dire no al
raddoppio della base statunitense. Un
grosso corteo pacifico, che ha smentito
tutti i timori e gli allarmismi della
scorsa settimana.
Grazie Vicenza
Vicenza
ha mantenuto tutte
le promesse: la
manifestazione è
stata bella,
colorata, pacifica.
Ci dispiace per quei
guastatori
"trasversali", Amato
e Berlusconi in
testa, che al
contrario, hanno
invece fatto una
figuraccia,
dimostrando di non
conoscere affatto i
sentimenti e l'agire
di chi non abita le
ovattate stanze
della politica ma
che, agli inquilini
di queste, chiede
rispetto e coerenza.
Che il centrodestra
tuonasse al
"pericolo
terroristico" non ha
stupito nessuno, ma
il centrosinistra
deve, invece,
rileggere quel
programma sul quale
ha chiesto e
ottenuto la vittoria
elettorale.
Oltre centomila
persone, casalinghe,
famiglie con
bambini, giovani dei
centri sociali,
militanti sindacali
e dei partiti della
cosiddetta sinistra
antagonista,
pacifisti e
studenti: tutti
insieme hanno
sfilato per oltre
tre ore con canti,
striscioni, pentole,
campanelle e
fischietti. Insieme,
per esprimere
solidarietà ad
un'intera
cittadinanza,
insieme per
sostenere il
comitato permanente
"Dal Molin", insieme
per dire che Vicenza
è suolo italiano e
non accetta di
essere ceduto a
chicchessia né per
promesse da
mercanti, né per
antichi patti
"secretati". Vicenza
non cede e non si
vende.
L'ampia
partecipazione
popolare e
l'evidente sostegno
dei vicentini
dovrebbero indurre
innanzitutto il
Comune a revocare
l'assurda decisione
del Consiglio
comunale di dare il
via libera a questa
cementificazione in
piena città, ed il
governo, che aveva
condizionato il suo
parere alla volontà
della comunità
locale, a tenere
conto di questa
grande
manifestazione. Se,
come ha detto lo
stesso Prodi, le
manifestazioni sono
"il sale della
democrazia", allora
questa città e
questo corteo
meritano ora di
essere ascoltati e
meritano quel
referendum che
governo e comune
continuano a
negare.(AprileOnline
17.2.2007 C.R.)
Per le strade di Vicenza
Un enorme corteo pacifico ha sfilato per dire No alla base
Chi
c'era. C'erano i vicentini,
naturalmente. In testa al corteo,
nelle strade, alle finestre con
cucchiai e pentole, per “difendere
la nostra città”. Stringevano la
mano, i vicentini, a chi è venuto da
Milano, Bologna, Crotone: “Grazie di
essere qui con noi, di essere qui
per noi”. Per loro, e non solo:
c'era il movimento contro la guerra,
gli antimilitaristi, c'erano quelli
come Emergency, che gli effetti
della guerra vedono ogni giorno,
c'erano tutti quelli che si
oppongono al raddoppio di una base
militare che servirà ad esempio,
come ha dichiarato il presidente
Bush, a mandare i soldati a
combattere, uccidere e morire in
Afghanistan. C'erano centinaia di
sigle, impossibile nominarle tutte,
note e meno note: dalle Donne in
nero all'Arci, passando per i
cattolici e i collettivi
universitari, gli Scout e il
Movimento uomini casalinghi. C'era
la Cgil, con un servizio d'ordine di
mille e cinquecento persone. C'erano
semplici cittadini, senza
un'organizzazione, con i loro
manifesti fatti in casa. C'era un
ragazzo vestito da sposa, con un
lungo velo di tulle e il cartello
“Non sposo la guerra”. C'era quello
che sul cartoncino si interrogava:
“Hanno promesso 'niente aerei'.
Hanno già il teletrasporto?”.
C'erano cartelli in cui l'ironia si
mescolava all'amarezza: “Il Cermis
l'hanno fatto gli ultras catanesi,
chi dice il contrario è un
terrorista e gli puzza l'alito”.
C'erano i cittadini statunitensi
contro la guerra, con le bandiere in
cui le stelle lasciano il posto al
simbolo della pace. Applauditi,
molto, dagli altri manifestanti, che
si rendevano conto di quanto
importante fosse la loro presenza,
per un corteo che vuole essere sì
contro la politica del governo Usa,
ma in nessun modo “antiamericano”.
C'erano bambini, preti, casalinghe,
studenti, pensionati. C'erano, ma
non si vedevano, i duemila agenti di
polizia, carabinieri e guardia di
finanza incaricati di mantenere
l'ordine nella manifestazione che
era stata definita gravida di
rischi. C'era qualche politico, e
c'era qualche cretino.
A
occhio e croce. Un gruppo
di sette ragazzi portava un cartello
con scritto “Fuoco alla Nato”. Una
bambina sui dieci anni ci passa
davanti e commenta “La Nato fa la
guerra, ma se questi scrivono 'Fuoco
alla Nato' si mettono allo stesso
livello, no?”. Sì. C'era anche
l'“ignobile striscione”, come è
stato definito dal ministro Amato,
che chiede libertà per i
“rivoluzionari” arrestati. Dietro,
uno sparuto gruppo di persone che
non vogliono farsi fotografare. Un
altro striscione dello stesso
tenore, un altro gruppetto che si
perde nel mare di persone che hanno
affollato Vicenza. Curiosamente, sui
principali telegiornali nazionali,
questi striscioni si sono allargati
a dismisura. Meritano di entrare nel
titolo di apertura del Tg3, ad
esempio, meritano ampio spazio sul
Tg5. Quanti erano, dietro gli
“ignobili striscioni”? Venti,
quaranta, cinquanta persone? Su
ottantamila manifestanti, per
tenersi alle stime più basse. Quanta
parte del corteo, per il resto
pacifico, divertente e divertito
nonostante la fermezza delle
richieste? Fatte le debite
proporzioni, a occhio e croce, una
percentuale inferiore a quella del
numero di condannati in via
definitiva che siedono nel
Parlamento italiano: qualche
imbecille, e forse anche qualche
delinquente, si trova dappertutto. (PeaceReporter
17.2.2007)
Violenza zero nel corteo
della paura
Servizio
d'ordine e casalinghe vicentine
L'unica
battaglia è quella degli slogan:
«Bring your troops home» con
tanto di traduzione tipo
Vernacoliere: «Levatevi di 'ulo
di
Luca Gelmini
Il Nobel che
salta, balla e se la ride: «Sono
davvero dispiaciuto, speravano che
fosse un disastro con le cariche
della polizia e tutti che scappano,
ma gli è andata male». Quando Dario
Fo sale sul palco allestito a Campo
Marzio è ormai l'imbrunire. Il
corteo è alle battute finali. Ci si
butta, esausti, sul pratone
per
rifiatare dai 6 chilometri di marcia
intorno alla città. Con le ultime
forze si ascolta Fo (che poi si
esibirà in un rap anti-Usa) e si
tira un sospiro di sollievo. E' in
quel momento, e forse solo allora,
che l'happening pacifista di Vicenza
può passare alla cassa.
Violenza zero - Eccovi
serviti Amato, Rutelli, Berlusconi e
tutti quelli che, da sinistra come
da destra, avevano lanciato allarmi
di ogni tipo, dalla saldatura di
frange estremiste contro i
poliziotti all'arrivo in massa degli
anarco-insurrezionalisti. Questo
sembrano dire le decine di migliaia
di facce che si incontrano in questo
sabato italiano da circoletto rosso.
E invece zero violenza al corteo
della paura. Vicenza, città piccola
e fragile, esce indenne dalla
manifestazione più temuta. Come il 2
dicembre, quando i comitati
cittadini strillarono al mondo la
loro opposizione al raddoppio della
base militare Usa. Allora erano in
30 mila, e non ci fu nessun
incidente, oggi non si contano da
quanti sono e nemmeno una
scaramuccia è volata. «Siamo in 150
mila», urla al megafono a chi si
avvicina al suo camion Luca Casarini,
leader dei centro sociali del Nord
est. Sul palco, più tardi, le donne
del Presidio permanente daranno
altre cifre: «Sky ha detto che siamo
200mila, anzi no, mi correggo:
500mila!».
Il ritorno del
servizio d'ordine - Numeri che
cambiano poco la sostanza delle
cose. Era dai tempi della guerra in
Iraq e dai cortei di Roma contro
Bush e Berlusconi che non si vedeva
una partecipazione popolare del
genere. Merito di una presenza
attiva ma non invasiva della
polizia. E di un servizio d'ordine,
gestito a tre mani da Cgil, comitati
No base e centri sociali, che ha
scoraggiato ogni velleità
distruttrice dei casseurs nostrani.
Sotto la massima sorveglianza c'era
il corpaccione centrale corteo, di
competenza dei centri sociali: per
qualche minuto si è sentito qualche
grido di sostegno ai «compagni
brigatisti» e uno striscione
recitava «terroristi siete voi,
libertà per i rivoluzionari».Casalinghe
vicentine - Poi più nulla. Anche
il famigerato Gramigna di Padova ha
fatto perdere le sue tracce. E il
proscenio allora se lo sono presi
tutti gli altri. I ragazzi con la
parrucca con i colori della pace e
le casalinghe vicentine che battono
ritmando pentole e coperchi. I più
fracassoni sono quelli della No Tav,
che intonano fino a sgolarsi: Val
Susa-Vicenza, nessuna differenza.
Parecchi gli slogan pacifisti. Il
più gettonato è un giochino di
parole: togliamo le basi alla
guerra. L'equazione
America-guerrafondai resta molto in
voga. C'è chi si lancia nelle lingue
straniere come alcuni studenti
maremmani che azzardano un «bring
your troops home». Con tanto di
traduzione degna del Vernacoliere:
«Levatevi di 'ulo». Un uomo sandwich
si porta in giro la scritta:
Americani siete i benvenuti, senza
armi e paracaduti. Una signora va
fiera di una maglietta su cui a
penna ha scritto: «Mericani ve moeno
drio i cani» (vi facciamo inseguire
dai cani,
ndr).Gli slogan -
Inevitabili gli striscioni a sfondo
politico. Da «Bush, e Prodi: il
fantasma del Palladio l'avete dentro
l'armadio» a «Rutelli re dei
manganelli». O ancora «Governo
giuda» e «Prodi ora hai qualche
gatta vicentina da pelare».Tra i più
bersagliati c'è il sindaco vicentino
Hullweck, di Forza Italia. «Te si
come i americani, te fe solo dani»
continua a urlare un uomo che avrà
70 anni. «Dimissioni, dimissioni» è
l'urlo che si leva dalla folla,
riunita sotto il palco. L'eroina di
giornata è senz'altro Patrizia del
Comitato nord-est. Pasionaria in
golfino rosso che chiude il suo
acclamato intervento con un grido di
battaglia: «Non abbiamo la polenta
negli occhi e nelle orecchie:
resisteremo come hanno fatto in Val
di Susa»( Corriere della Sera
17.2.2007)
Yanke Go in mona
Pacifisti americani in corteo applauditi
dai no global, il vecchio e vagamente
minaccioso ''Yankee Go Home''
trasformato dal dialetto veneto in un
innocuo e scherzoso ''Yankee Go in mona'':
i cittadini Usa che hanno partecipato
alla protesta no base non hanno trovato
nulla di 'antiamericano' nella
manifestazione di Vicenza. Non
hanno seguito il consiglio
dell'ambasciata Usa di stare lontani da
Vicenza per evitare guai e il lungo e
caloroso applauso che il corteo ha
tributato al loro ''presidio di
cittadini americani contro la guerra''
lo ritengono il segno piu' evidente che
avevano ragione a non temere violenze o
intemperanze. Il presidio, formato da
una ventina di americani, ha esposto
cartelli contro la guerra che hanno
riscosso l'approvazione dei manifestanti
(''Questo dimostra che la battaglia e'
globale'', e' stato detto al microfono)
e dell'intero spezzone composto dai
centri sociali, che ha urlato
ripetutamente: ''Stop global war''.
''Sono venuto a tante manifestazioni da
Roma a Camp Darby e non ho mai visto
violenza. Questa e' una manifestazione
contro la violenza e contro questa
guerra'', spiega Jim Kauffman, vice
direttore della sede fiorentina della
Syracuse University, arrivato dalla
Toscana insieme a una ventina di
compatrioti che lungo il corteo hanno
anche distribuito una lettera aperta
all'ambasciatore Usa in Italia Ronald
Spogli per sottolineare che la
manifestazione del 17 febbraio ''non e'
antistatunitense, ma contro la richiesta
da parte del governo Usa di costruire
una nuova mega base''' firmata anche dai
cittadini Usa per la pace e la giustizia
di Roma.
Loro sono arrivati tutti insieme, a
differenza di Zane Mackin, pacifista
newyorkese di 34 anni da tre mesi in
Italia per studiare Dante Alighieri, che
si e' unito a un gruppo di amici no
global bolognesi: ''Cosa faccio se
qualcuno brucia una bandiera americana?
Scatto foto: sono qui a manifestare
contro la base del mio Paese, ma resto
sempre un turista americano'', scherza
Mackin. Non ci vede alcuna
contraddizione nell'essere un cittadino
statunitense che scende in piazza a
protestare contro una base Usa: ''Ci
hanno detto di stare lontani da Vicenza
solo perche' il governo americano non
vuole fare brutta figura. Amo il mio
paese, ma il governo fa molte cose
sbagliate.
Dobbiamo resistere al militarismo e
all'allargamento delle forze armate
dovunque, in Italia come in Germania -
spiega - Il governo Bush usa il terrore
e la paura per manipolare la gente''. La
stessa cosa che secondo lui e' successa
in questi giorni anche in Italia:
''Tutti parlano del pericolo Brigate
Rosse e Black Bloc, ma sono solo parole,
non ci sono fatti. I media creano le
situazioni con le parole''. E azzarda un
paragone: ''Con gli arresti dei
brigatisti a pochi giorni dalla protesta
antibase si e' creato un legame con la
manifestazione di Vicenza, cosi' come il
governo americano dopo l'11 settembre ha
creato un legame con Saddam Hussein, che
con le Torri Gemelle non c'entrava
nulla''.
A Bologna Mackin sta preparando la tesi
di dottorato sul Sommo poeta ed e'
convinto che se ''Dante fosse vivo
sarebbe in piazza perche' era un
pacifista''. Non poteva immaginarlo, ma
in corteo ci ha trovato anche Dante: ad
impersonarlo una donna vestita come il
poeta con tanto di corona d'alloro in
testa e al al collo un manifesto con
scritto: ''amor c'ha nulla N.a.t.o. amar
perdona''. (Ansa 17.2.2007)
Giordano a Prodi: "Questa è
la tua gente"
Al di là
del "solito" problema delle
differenti stime sul numero
dei partecipanti, la
manifestazione di Vicenza è
stata per gli esponenti
politici della sinistra che
la hanno promossa e
appoggiata un successo
indiscutibile. Ma per quelli
stessi politici, che hanno
più volte ribadito quanto la
loro posizione non sia
contraddittoria rispetto al
far parte della coalizione
di centro sinistra al
governo, la giornata di
sabato ha significato anche
che è giunto il momento, per
l´esecutivo, di riflettere
sulle proprie scelte, e di
non sottovalutare l´entità
della presa di posizione del
«popolo della pace».
Soddisfatto Franco
Giordano,
segretario di Rifondazione
Comunista, presente al
corteo, che ha parlato di
«duecentomila persone», e di
«una
manifestazione
enorme, inaspettata,
colorata, pacifica». Ma che
deve rappresentare anche un
messaggio per il governo di
Prodi: «Romano deve capire
che questa è la sua gente.
Qui ci sono gli elettori
dell´Unione che chiedono al
governo un ripensamento, un
cambio di rotta su una
decisione sbagliata».
Giordano ha poi precisato:
«Qui nessuno è contro il
governo, spero sia chiaro a
tutti». Ma il successo di
Vicenza presuppone un passo
in più, e cioè la richiesta
a Prodi di aprire ai
movimenti: «Romano li
incontri e ci dialoghi e
sono sicuro che si arriverà
a una soluzione positiva».
Gli fa eco Gennaro
Migliore,
capogruppo del Prc alla
Camera: «Non ho mai visto
una manifestazione del
genere, di elettori che
sostengono un governo e
chiedono, in modo pacifico e
democratico, a quel governo
di riflettere, fare un passo
indietro su una decisione
non ben ponderata».
Oliviero Diliberto,
l'altro leader di partito
insieme a Giordano che ha
preso parte alla
manifestazione, legge così
quanto accaduto a Vicenza:
«Questa manifestazione
dimostra quanto è grande il
popolo della pace di cui il
centrosinistra deve sempre
tenere conto perché è parte
fondamentale del proprio
elettorato», ha detto il
segretario del Pdci
rivolgendosi innanzitutto al
premier Prodi, ma anche ai
partiti dell'Ulivo che
sostengono la decisione di
ampliare la base di Vicenza.
E, rispondendo a quanti
avevano espresso timori
rispetto a possibili
manifestazioni violente, ha
poi osservato: «Solo chi non
conosce il popolo della
pace, poteva pensare che qui
accadesse qualcosa». Stessa
considerazione da
Felice Casson,
senatore Ds, che ha visto
«una grande manifestazione
di popolo, il cui
significato è che la gente
ha voglia di partecipare
alle decisioni», e che ha
commentato: «Credo che a
Roma non si rendessero conto
di questa realtà veneta e
vicentina. Per questo sono
stati lanciati allarmi senza
senso che potevano creare
dei rischi».
Sono stati «battuti i toni
allarmistici e il tentativo
di creare un clima tetro di
altri tempi attorno a quella
che invece è stata una
grande festa popolate,
l´espressione pacifica e
determinata di una
opposizione intransigente
alla guerra», ha commentato
il deputato del Prc
Salvatore Cannavò
in merito proprio a quel
tipo di timori. E ancora più
dirette le parole del
sottosegretario all´Economia,
il verde Paolo Cento,
che, pur non avendo potuto
partecipare al corteo in
quanto membro dell´esecutivo,
ha sentenziato: «Il ministro
dell´interno Giuliano Amato
è lo sconfitto della
manifestazione di oggi a
Vicenza».
Ancora Lidia
Menapace, senatrice
di Rifondazione: «Il governo
deve ascoltare quanto sta
avvenendo in queste ore a
Vicenza. La lotta pacifica
continuerà». E
Patrizia Sentinelli,
sottosegretario agli Esteri:
«Penso che rispetto a questa
ulteriore testimonianza di
volontà di non avere lì
quella base, il governo
farebbe bene a
ridiscuterla».
La sinistra radicale si
aspetta un segno di
discontinuità da parte del
governo già dal prossimo
incontro sulla politica
estera, e cioè la
comunicazione del ministro
degli Esteri, Massimo
D´Alema, al Senato,
mercoledì prossimo. «Spero
che da parte del ministro D'Alema
- fa notare la senatrice dei
Verdi Loredana De
Petris - possa
esserci una comunicazione
che in qualche modo fa
riprendere il dialogo con il
popolo che c'è oggi qui a
Vicenza, il nostro popolo,
quello che ci ha fatto
vincere le elezioni».
E proprio dal governo arriva
una prima risposta, se pur
probabilmente insufficiente
rispetto alle attese dei
manifestanti, col ministro
della Difesa, Arturo
Parisi, che ha
assicurato: «Io sono
consapevole che il
contributo che
nell´interesse del Paese
chiediamo alla comunità
vicentina non è
irrilevante». È per questo,
ha annunciato Parisi, che
«come assicurato in
Parlamento, che il governo
vigilerà affinché nella
realizzazione del progetto
si tengano in massimo conto
le esigenze locali». Per la
stessa ragione, Parisi ha
«sollecitato e ottenuto da
parte del ministro della
Difesa americano Gates,
incontrato la settimana
scorsa a Monaco e a
Siviglia, la disponibilità a
cooperare per ridurre
l´aggravio che alla comunità
ospitante potrebbe derivare
dall´ampliamento della
presenza dei militari Usa a
Vicenza».
Soddisfazione per come si è
svolta la manifestazione è
stata espressa anche dal
segretario dei Ds
Piero Fassino,
secondo il quale si è svolto
tutto «in modo pacifico,
tranquillo, sereno, come
avevamo auspicato». Ma ha
poi ricordato che un governo
«deve tenere conto di tante
cose, di una manifestazione,
ma anche dell´opinione dei
tanti che a quella
manifestazione non c´erano,
così come degli impegni
internazionali che un Paese
ha contratto». Per Fassino,
lo spazio di discussione
«non è base sì-base no», ma
è «come realizzare la base e
noi pensiamo che il governo
debba agire perché si
discuta di ridurre al
massimo l´impatto sulla
città di Vicenza di questo
insediamento».
Non ci sta il ministro per
la Solidarietà Sociale,
Paolo Ferrero,
che ha dichiarato che
adesso, sulla base
statunitense di Vicenza.
«bisogna fare un
referendum». Ferrero ha
ringraziato quanti hanno
preso parte «all'enorme
manifestazione» che si è
svolta, «per la lezione di
democrazia che ha dato a
tutto il paese e alla
politica». «Il popolo della
pace», ha poi aggiunto, «è
il contrario del terrorismo,
come ha dimostrato oggi il
popolo di Vicenza. Adesso
tocca alla politica dare una
risposta a questo popolo
della democrazia e della
pace: a Vicenza si deve fare
un referendum per permettere
che si decida
democraticamente sulla
base».
Soddisfazione anche dal
ministro per le
Infrastrutture
Antonio Di Pietro:
«A Vicenza ha prevalso la
forza della pacifica
partecipazione. Una bella
dimostrazione di
manifestazione democratica.
Era quanto tutti noi ci
aspettavamo e abbiamo
auspicato». «Ora è il
momento che tutto il governo
rifletta per dare le giuste
risposte in una sintesi
delle varie posizioni. Si
dovrà, sicuramente,
discutere sul ruolo che in
futuro le basi militari
dovranno avere. Sarebbe
certamente più opportuno
-conclude Di Pietro- che si
incominciasse a pensare a
presidi di organismi
internazionali per la pace,
piuttosto che appannaggio
esclusivo di un singolo
Paese». (L'Unità 17.2.2007)
A Vicenza corteo senza paura
Slogan, ironia e niente
violenza
di Andrea Di
Nicola
VICENZA - Un
petardo contro la
questura e un paio di
striscioni per la
"libertà dei compagni
arrestati". Tutto qui.
Il grande timore dei
violenti e dei black
bloc ha prodotto solo
questo: due episodi
annegati
nell'indifferenza dei
quasi duecentomila -
secondo gli
organizzatori - che
gioiosi e allegri hanno
detto un grande no
all'ampliamento della
base Usa di Vicenza. Che
l'aria fosse meno
drammatica rispetto ai
timori della vigilia lo
si è visto fin dalla
mattina quando dal
presidio permanente si è
mosso il primo corteo
per
raggiungere la stazione
dove avrebbero
incontrato gli altri, i
non vicentini. Che al
loro arrivo sono stati
ringraziati con un
cartello piazzato
proprio all'uscita dai
binari che recitava:
"Grazie ai ragazzi che
sono venuti ad aiutare
Vicenza". La paura al
Dal Molin era proprio
quella: ritrovarsi soli,
con pochi e, secondo i
timori della vigilia,
nemmeno benvenuti
alleati contro avversari
di tutto rispetto, il
governo Prodi verso il
quale durante tutto il
corteo trapelava
delusione e la Us Army.
E invece non sono stati
soli, anzi. Il corteo
grande e colorato è
dovuto partire in
anticipo rispetto al
previsto perché non si
riuscivano a contenere
gli arrivi superiori ad
ogni aspettativa.
Davanti il presidio
permanente contro la
nuova base al Dal Molin
con un grande striscione
contro Prodi e il
sindaco Hulleweck,
dietro tutte le forme di
autorganizzazione che in
questi anni hanno scosso
la penisola: una
rappresentanza da
Scanzano, Basilicata,
con i canti dei briganti
contro i piemontesi, poi
i No Tav, tanti
tantissimi che hanno
svuotato le valli
piemontesi per essere
qui in massa. Poi
l'associazionismo
cattolico e laico: pax
Christi ed Emergency,
case famiglia, boy scout
e ambientalisti. E
ancora il lungo spezzone
dei centro sociali con
la loro parola d'ordine
"stop global war"
ripetuta ossessivamente
e poi i partiti della
sinistra radicale
defilati, per una volta
non protagonisti (molti
i cartelli con su
scritto "ascoltate la
vostra base") e la Cgil.
Dentro il corteo di
tutto. C'è chi chiede
cosa ne sarà del
traffico in via Tasso se
dovesse essere costruita
la nuova base e chi
vuole modificare la
politica mondiale degli
Stati Uniti. Molti gli
slogan in dialetto
veneto: "Vicenza se
mostra no se U. S. A.",
"Non magnemo gatti,
gnanca bombe". C'è chi
inneggia a don Chichotte
e chi ripete slogan
triti e ritriti come
"fuori l'Italia dalla
Nato". Ci sono anche un
centinaio di autonomi a
chiedere solidarietà per
gli arrestati
nell'inchiesta Br, ma
non se ne accorge
nessuno. Sommersi dalle
migliaia che con le Br
non vogliono avere nulla
a che fare e da una
banda di ottoni e
tamburi di pacifisti
toscani che sfilavano
proprio davanti ai loro
striscioni inneggianti
ai "compagni in galera"
e che ne azzittivano
anche la voce dalla
quale uscivano gli
slogan più turpi.
Annegati
dall'indifferenza
dettata dalla scelta non
violenta che si
manifesta con il
passaggio davanti alla
questura avvenuto nella
tranquillità più
completa. Con i
Disobbedienti e i centri
sociali che, dietro i
camion con i sound
system che sparavano
note a tutto volume, non
hanno rivolto nemmeno un
coro di scherno ai
poliziotti alle
finestre, salutando al
massimo le telecamere
della Digos che li
riprendevano.
Poi al parco dove il
corteo finiva tutti i
manifesti fatti in casa
sono stati appesi agli
alberi: si andava dalla
ripicca verso il
ministro della Cultura
("Rutelli signore dei
manganelli"),
all'attacco a Prodi ("Berlusconi
decide, Prodi esegue:
casso che coppia") fino
all'ironica richiesta di
intervento della signora
Berlusconi: "Veronica
scrivi anche a Prodi".
Vinta
la prima scommessa di un
corteo grande, colorato
e pacifico ora il
movimento No Dal Molin
ne ha davanti un'altra
che declamano da uno
striscione: "Resisteremo
un minuto in più di
voi". Prodi e
l'amministrazione Bush
sono avvertiti. (La
Repubblica.it 17.2.2007)