Home-Page

 

 

Movimenti: Perché diciamo NO alla Tav, al ponte sullo stretto, alle basi Nato, alle guerre  "umanitarie"                                

 
 

Bussoleno 25 febbraio 2012. Manifestazione nazionale No Tav

Sabato 25 Febbraio 2012
Corteo No Tav
Bussoleno —–> Susa
ore 13:00 ritrovo davanti alla stazione Ferroviaria di Bussoleno
 

  treno da Torino Porta Nuova Ore 12:20: è il [treno con destinazione  Bardonecchia]
per il ritorno treno  da Susa  al minuto '09 di ogni ora  con l'ultima corsa alle 23:09
 

                                            

 

Torino. Marciano in 5000 sotto la neve per il No Tav

 

Sotto la neve 5000 manifestanti hanno percorso il centro di Torino per portare avanti la lotta contro l’alta velocità. Tranquilla la situazione per l’ordine pubblico, contestato Caselli per gli arresti.

- Redazione- 28 gennaio 2012- Erano circa 5000 secondo gli organizzatori, un migliaio per la Questura, i coraggiosi che sfidando la nevicata hanno deciso di radunarsi di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Nuova a Torino per manifestare contro l’alta velocità. L’atmosfera era carica di tensione dato che la manifestazione avveniva all’indomani della retata che aveva portato agli arresti di 26 persone accusate di aver preso parte ai violenti scontri del 3 luglio contro le forze dell’ordine. Si temevano incidenti, ma fortunatamente tutto è filato liscio e la manifestazione è riuscita portando con sè la consueta partecipazione popolare di famiglie e cittadini.

Presenti centinaia di manifestanti con le bandiere bianche e rosse del No Tav, ma anche la variegata galassia della sinistra extraparlamentare, da Rifondazione fino ai Comunisti Italiani, e Sinistra Critica, tutti presenti con i loro spezzoni e le proprie bandiere. Ovviamente non potevano mancare i centri sociali e esponenti della galassia anarchica, tutti insieme sotto la neve per sfilare pacificamente nel centro cittadino. Il corteo si è avviato verso le 15.00 da Porta Nuova per imboccare la centrale Via Roma. Qui alcuni manifestanti hanno preso le bombolette per scrivere sui muri contro il giornalista della Stampa Massimo Numa e contro il procuratore Caselli. Una volta arrivato in piazza Castello, il corteo ha proseguito per Via Po per arrivare in piazza Vittorio, incurante della nevicata che diventava via via sempre più fitta.

Alcune uova sono state lanciate contro la vecchia sede de “La Stampa”, su Via Po, e sono stati scanditi anche alcuni cori contro i giornalisti, rei secondo alcuni manifestanti di demonizzare il movimento No Tav e di bollarlo unicamente come violento. Tutto sommato una bella risposta quella della manifestazione di oggi che è servita a ribadire la forza del movimento No Tav, capace di rispondere agli arresti con una mobilitazione popolare e pacifica.  Il leader del movimento, Alberto Perino, ha subito commentato il risultato della manifestazione odierna con soddisfazione: “Un’ottima manifestazione come lo e’ stata la fiaccolata di giovedi’. Chi pensava che il popolo No tav si sarebbe spaventato per gli arresti non ha capito niente. Sono vent’anni che abbiamo messo in conto di poter venire arrestati”, poi ha concluso: “La manifestazione di oggi era prevista da oltre un mese – ha aggiunto – per riportare a casa loro le macerie che hanno fatto in Valle. Certo dopo quanto e’ successo giovedi’ non si puo’ far finta di niente, hanno messo in galera non chi tirava i sassi ma qualcuno che tirava i sassi per dimostrare che il movimento non e’ pacifico ma che ci sono infiltrati”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Mao Calliano del Pdci: “La manifestazione si è svolta pacificamente, e su questo non avevamo dubbi. La dimostrazione del popolo valsusino non si ferma”, ha dichiarato ad Articolotre.com, ” il Pdci ha aderito con convinzione anche per la questione degli arrestati, gente come Cosentino rimane a piede libero mentre chi protesta viene arrestato”, ha aggiunto.

Chiaramente di segno completamente opposto la dichiarazione di Roberto Cota, presidente leghista della regione Piemonte: “Sono contento che l’odierna manifestazione a Torino si sia svolta senza violenze o particolari problemi. Ora pensiamo a realizzare la Tav”. 28 gennaio 2012

Prossimo appuntamento 25 febbraio 2012 a Bussoleno

 

clicca per vedere le foto del corteo

 

Arresti No Tav: PdCI-FdS Torino, la lotta non si arresta


"Esprimiamo il nostro radicale sdegno per i 26 arresti all'interno del movimento No Tav" - dichiara Mao Calliano, Segretario Provinciale Pdci Torino - "Con Berlusconi o con Monti non c'è differenza: chi dissente viene arrestato e perseguito." "Criminale non è chi lotta contro la Tav" - continua -"ma chi vuole imporre contro tutto e tutti questa linea ad alta velocità." "Non saranno quindi i fatti di stamattina" -conclude Calliano - "ad arrestare la lotta, anche questa volta il popolo valsusino compatto sarà in grado di rispondere allo stato di polizia." 


Torino, 26 gennaio 2012

L'appuntamento del Partito è per sabato 28 gennaio alle ore 14,30 in Piazza Carlo Felice a Torino con tante bandiere del PdCI.

 

Sabato 28 gennaio 2012 manifestazione

No Tav a Torino

La protesta No Tav si sposterà invaderà Torino, sabato prossimo: gli oppositori della nuova ferrovia ad alta velocità caleranno dalla Valle di Susa con un carico di «macerie della Maddalena di Chiomonte»: tronchi di alberi tagliati nell'area del futuro cantiere della Torino-Lione, pezzi di recinzioni, bossoli dei lacrimogeni usati dalle forze dell'ordine. L'iniziativa è annunciata sui siti di tutti i movimenti No Tav: «Porteremo - si legge nel comunicato di convocazione - le macerie a chi le ha prodotte: politici, amministratori, affaristi». Il ritrovo è nel primo pomeriggio in piazza Carlo Felice, davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova. «Invitiamo tutti - scrivono i movimenti - a portare o indossare un cartellone che esprima le ragioni contro il Tav ed un messaggio costruttivo e di impegno per difendere le nostre colline, le nostre montagne, le nostre città». Sono in programma «performances teatrali» in piazza Castello che «porteranno sotto gli occhi di tutti la quotidianità di una valle militarizzata. www.contropiano.it 25 gennaio 2012

 

Ancora una volta gli scenari apocalittici della vigilia si sono

frantumati davanti alle ragioni del movimento No Tav

di Juri Bossuto (Prc-Fds)

 
In molti, nei giorni scorsi, hanno sperato che la manifestazione di oggi in valle di Susa si trasformasse in una semplice prova di forza dai risvolti drammatici. Invece ancora una volta i valsusini hanno dimostrato un grandissimo senso di responsabilità, sfidando a migliaia sentieri e freddo per ribadire la propria indignazione, e contrarietà, in merito ad un’opera utile a pochi e dannosa ai più.
 
I pronostici della vigilia legati agli scenari apocalittici di chi invocava la militarizzazione dell’intera valle, cadono miseramente in frantumi innanzi alla determinazione, lucida e piena di disinteressata passione, di chi da anni lotta per evitare uno scempio ambientale ed economico senza eguali.
 
Rimangono ad occupare il cantiere gli sprechi derivanti dall’insediamento dei sondaggi geologici, modello “Cinecittà”, aperti a Chiomonte a cui si sommano i costi, in molte migliaia di Euro, per la vigilanza dell’area affidata al personale, sempre più stremato,  dei polizia ed esercito.
 
L’Europa, che in passato qualcuno indicava come la grande finanziatrice del Tav, si appresta a coprire forse solo il 40% del costo legato all’opera, chiudendo gli occhi davanti al grande dissenso manifestato da un popolo intero. Lo scenario apocalittico può essere riconducibile solo alla colpa grave di chi difende il progetto Tav a tutti i costi. Credo, ma è solo un’opinione personale, sia giunto il momento di tornare a manifestare davanti alle sedi del potere di Torino. 23 ottobre 2011
 
  

 

Che cosa è una lotta popolare. Riflessioni sul campeggio NO TAV

altUna scelta improcrastinabile: conflitto o autoreferenzialità

 

Quest'anno il tradizionale campeggio del Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno e del Csoa Askatasuna ha vissuto una fase nuova e diversa rispetto al passato, producendo uno dei campeggi No Tav più partecipati e attivi degli ultimi anni. Dopo la resistenza di giugno, l’esperienza della Libera Repubblica della Maddalena e la manifestazione del 3 luglio il movimento sentiva la necessità di riflettere e condividere, analizzare la fase e proiettarsi nelle sfide che lo attendono con l’arrivo dell’autunno. Molte cose si potrebbero dire sulle due settimane appena trascorse, animate da assemblee, dibattiti, concerti, attacchi al fortino militarizzato e marce nei boschi della valle; vorremmo però qui concentrarci su alcuni nodi problematici che abbiamo riscontrato, convinti che tacere sui limiti soggettivi dei movimenti non sia d’aiuto allo sviluppo del conflitto sociale, e che la dialettica aiuti la soggettività rivoluzionaria e ribelle alla comprensione del conteso politico e sociale in cui si trova ad operare.

Ci è sembrato che durante il campeggio in alcuni abbia prevalso, come in altri casi, una rappresentazione comoda ma distorta della realtà, tutta volta a giustificare atteggiamenti di intonazione autoreferenziale, che soltanto grazie alle indicazioni chiare e determinate dell'assemblea non hanno trasformato due settimane ricche e conflittuali in una serie di difficoltà di cui un movimento pesantemente sotto attacco non avrebbe avuto bisogno. Proprio il principio della condivisione assembleare e della decisione collettiva sono apparsi estranei ad alcuni individui che hanno partecipato (piuttosto passivamente, peraltro) al campeggio. Non ci riferiamo ad un'area politica strutturata, giacché sappiamo che l'intelligenza e la maturità, ma soprattutto il desiderio autentico di fare del male al capitale (non con le parole o con la mera testimonianza, quand'anche "radicale", ma con i fatti) sono rintracciabili, anche se con diverse gradazioni, in qualsiasi cultura politica, sensibilità o identità che si fondino sull'antagonismo. Ci riferiamo piuttosto a singoli o a gruppuscoli di affinità spontanea, interessati ad un'infruttuosa riproposizione di modelli di comportamento importati schematicamente dalle peggiori esperienze metropolitane.

L'idea, espressamente difesa da alcuni di questi soggetti, che l'individuo è sovrano su ogni sua azione e non deve sottomettersi a nessun ambito collettivo - neanche quello orizzontale e popolare delle assemblee - rappresenta l'antitesi della cultura e dell'attitudine del movimento notav, e come tale è stata e sarà sempre trattata. La Val Susa non è il Luna Park dove trovare quell'appagamento che non si trova sui propri territori, nei quali proprio l'individualismo e l'ideologismo più biechi hanno impedito la costruzione di lotte altrettanto massificate; né le persone che vivrebbero sulla propria pelle gli effetti dell'opera sono disposte a cedere un millimetro del percorso di opposizione all'alta velocità a chi non ha neanche l'umiltà di volersi confrontare con loro (e, una volta avvenuto il confronto, adeguarsi a sintesi maturate collettivamente). Il frequente richiamo, da parte di valligiani durante il campeggio, ad un'apparente distinzione tra "gente della valle" e "gente che viene da fuori" non ha avuto quel significato polemico o, peggio, identitario che qualcuno vi ha voluto ravvisare. I valligiani sono felicissimi di avere solidarietà italiana e straniera e lo hanno detto e mostrato in tutti i modi possibili. Questo non vuol dire che siano inclini ad accettare lezioni di strategia politica da chicchessia, e tanto meno di radicalità, soprattutto se si tratta dei soliti prodotti preconfezionati, verità assolute non negoziabili di fronte a niente e nessuno.

Qui è in gran parte il nocciolo della questione: perché c'è ancora un residuo politico, in Italia e in Europa, che non è in grado di dare un senso compiuto, che non sia retaggio delle peggiori definizioni scolastiche, a parole quali "libertà", "autorità" o "potere". La libertà non è mai soltanto libertà "da" qualcosa, ma sempre anche la possibilità di influire sulla realtà; e il potere non è identificabile con lo stato, ma risiede anche nelle mostre teste e nelle nostre mani, se vogliamo avere la libertà di usarlo - e di decidere come e quando usarlo. L'individuo che decide singolarmente, senza mediazione collettiva, come agire nel movimento, esercita una forma di autoritarismo su tutti coloro che subiranno le conseguenze della sua azione: sovradetermina il movimento come un piccolo dittatore, e porta alle estreme conseguenze il meccanismo della delega, convinto di sapere, lui solo, che cosa è meglio per tutti. La potenza del movimento è tale in quanto forza collettiva, di massa, capace di intercettare ed assumere le istanze di un gran numero di persone, ed indirizzarle in questa o in quell'altra forma o pratica. E' fin troppo noto quanto la retorica del gesto individuale si esprima in atti di nessun impatto politico o "militare", e come la situazione del dissidio con i compagni sia regolarmente voluta e cercata da chi non ha a cuore la collaborazione e la complicità politica, ma la chiacchiera da bar sulla propria volontà frustrata o sui comunisti cattivi.

Il movimento notav non è, come qualcuno erroneamente crede, la sommatoria di molte anime. Quelle erano cose proprie dei vecchi movimenti "no global", che proprio nel malinteso tentativo di sommare componenti diverse senza una vera condivisione progettuale si sono scontrati con le peggiori lacerazioni. La condivisione delle scelte che qui difendiamo non è aprioristica, né astratta. Non siamo nuovi alla delegittimazione attiva di decisioni prese da organi che non ci rappresentano (quand'anche "di movimento") e siamo sempre stati pronti ad accettare le conseguenze di tali scelte di  delegittimazione, anche in piazza (contrariamente a chi prima fa il gradasso, poi va a piagnucolare in giro delirando sulla presenza di improbabili "stalinisti"). Ma ci chiediamo: cosa c'è da delegittimare in Val Susa? Perché le assemblee popolari, create come contropotere resistente dalla popolazione, non dovrebbero essere rispettate? Qui non c'è un Social Forum che demonizza i "black bloc", ma la gente verace che risponde allo stato: "siamo tutti black bloc!". La contaminazione è al rialzo: non è chi è più arrabbiato a trovare miti consigli nel "democratico" e nel "savio"; è la gente mite, che poco sa di ideologia, a comprendere la necessità di uno scontro a lungo termine.

Un elemento che rischia di generare fraintendimenti è anche quello della comunicazione. Riteniamo importante constatare tutti insieme che, ad oggi, gran parte della forza dei movimenti, anche insurrezionali, a livello mondiale, risiede proprio nella critica e nella negazione pratica del monopolio dell'informazione da parte dei capitalisti e dello stato. Filmare, riprendere, fotografare e diffondere gli eventi è uno strumento essenziale, oggi più che mai, della lotta. Non ha alcuna importanza che ci piaccia o no, è un elemento materiale del conflitto contemporaneo, che fonda sulla circolazione di diverse versioni dei fatti la possibilità di produrre isolamento o allargamento delle mobilitazioni sociali. Allora sostenere che gli organi di stampa devono restare aprioristicamente fuori dalle manifestazioni, che i giornalisti non possono farvi ingresso, o addirittura - ciò che consideriamo completamente inaccettabile - che i reporter indipendenti o i compagni stessi non possano usare videocamere e macchine fotografiche significa fare il gioco dei magnati dell'informazione avversaria che si dice così tanto di odiare. Anche se è ovvio che è necessario tutelare chi protesta sotto il profilo penale, occorre trovare e condividere metodi e soluzioni che permettano alla nostra battaglia sociale di essere anche una guerra di informazione.

In termini generali, bisogna capire che la lotta della valle non è fatta dal punkabbestia che per inclinazione esistenziale alza il dito medio alla polizia, quasi a sanzionarne l'esistenza ancora per millenni a venire; è fatta dalla gente che paga le tasse e porta i figli a scuola, che studia o che prega, che lavora e che sogna, immersa in un'avventura che ha sconvolto la vita a tutte e tutti. Per questo la Val Susa non fa paura soltanto a Berlusconi e a Maroni, ma allo stato tutto, da Vendola a Bersani, da Di Pietro a Fini. Questa lotta è fatta di alti e di bassi, di masse per strada e momenti sofferti, anche di notti in cui si è da soli a fare la guardia. Ci sono le giornate della rabbia e quelle in cui di scena è la dignità delle famiglie, l'allegria delle nonne e dei bambini. Chi non lo capisce non ha semplicemente frainteso il movimento notav, ma un po' tutto crediamo, fino a quel minimo di intelligenza militante che la costruzione di un futuro senza capitalismo richiede. Occorre mettersi in discussione, comprendere che le persone al nostro fianco sono una risorsa, non un nemico: in tanti possiamo fare del male, ma da soli, anche fossimo armati di astronavi, non usciremmo dal solito ghetto (ultima risorsa che un sistema decrepito può usare contro la coagulazione del dissenso). Le scelte che facciamo sono ispirate da una necessità di forza e di vittoria, e sovente si mostrano più efficaci di quelle di chi sembra rifugiarsi nella mera testimonianza: era giusta l'intuizione di chi, il 3 luglio, ha preferito raggiungere la Ramats da Exilles, riuscendo a portare alla battaglia 2.000 persone (coscienti, ovviamente, che la marcia da Exilles a Chiomonte e da Giaglione a Clarea fossero fronti altrettanto importanti della stessa giornata) rispetto a quella di chi scelse di trovarsi lassù in 200.

La Val di Susa sarà ancora attraversata da mesi o anni duri e faticosi: lo è tutt'ora, in pieno agosto,  mentre si costruiscono le case sugli alberi o si rincorrono le truppe d'occupazione fin sotto i loro alberghi. La Valle accoglierà a braccia aperte la solidarietà italiana e internazionale contro le truppe di Maroni e il sistema-paese di Bersani e di Berlusconi. Ma il più grande aiuto alla Valle sarà la riproduzione del conflitto dal nord al sud dell'Italia, dalla metropoli alla provincia, nelle scuole e nelle fabbriche, nelle curve e nei quartieri: scomporre pezzo per pezzo l'ingranaggio del capitalismo mafioso in salsa italica, e del capitalismo finanziario in salsa globale, a partire dalle nostre strade. Anche la pressione militare dovrà alleviarsi sulla valle se ogni città sarà attraversata dai movimenti e dal conflitto! Per ottenere questo risultato, tutte e tutti dobbiamo imparare l'umiltà, che è sempre sinonimo di temperanza, e scrollarci di dosso qualche tonnellata di ideologia (anche chi crede di non averla). Rinfrescati dall'aria pura del conflitto montano, anche nelle città si potrà forse invertire la tendenza all'autorefernezialità e all'isolamento sociale tanto di chi crede ancora che il cambiamento venga dai partiti e dalle istituzioni, quanto di chi pensa che il primo nemico sia l'assemblea del movimento, che in realtà è un luogo di espressione politica libero dalla legge e dalle costrizioni dello stato: quello in cui si determinano i percorsi collettivi.

Network Antagonista Torinese (askatasuna-murazzi-cua-ksa) -  Comitato di lotta popolare no tav - Bussoleno

 

Commento di Massimo Campus - PdCI Torino

Ed ecco che siamo ai nodi da me piu' volte evidenziati in questi mesi: democrazia, condivisione orizzontale, decisione assembleare, comunicazione, impatto del proprio agire sull'esterno.
E' senza alcun dubbio che si scorge, in questo argomentare dei compagni dell'Askatasuna, una critica puntuale alle frange anarchiche presenti nel movimento.
In un certo senso si inscrive nel corso storico ormai secolare che pone l'organizzazione delle lotte davanti e preponderante rispetto allo spontaneismo ed alle sue conseguenze.
A chiunque come me abbia frequentato e frequenti la Valle e la sua lotta ventennale   non può sfuggire il devastante impatto che ha, su chi vede le cose da lontano od anche solo sui semplici abitanti della valle, un agire spontaneo, disorganizzato e sostanzialmente indifferente alle dinamiche ed ai desideri della gente stessa che in Valle ci abita. 
Noto con grande piacere che non mi ero sbagliato, nei giorni seguenti alla grande manifestazione di luglio, quando posi l'accento sul grave errore che commettevano coloro che usavano la violenza in maniera sostanzialmente spontaneistica, disorganizzata ed inutile. Essi facevano, che a loro piaccia o meno, sostanzialmente il gioco della reazione e del potere, rischiando di vanificare in poche settimane una lotta popolare e trasversale che è riuscita faticosamente in 6 anni, a passare, dal localismo in cui alcuna sinistra interessata intendeva relegarla ad una dimensione addirittura transnazionale riuscendo ad imporsi all'attenzione di milioni di persone e e diventando esempio e scuola per tutte le altre lotte italiane.
E questo non ha mai significato imporre militarmente le proprie scelte a chi dissente ma semmai pretendere coerenza e rispetto per chi partecipa alle proprie lotte.  Il popolo valsusino ha dimostrato in modo incontrovertibile  che la democrazia assembleare, faticosa proprio perchè presuppone il continuo confronto e la continua discussione, è l'unica strada percorribile.
In realtà, come dice l'articolo proposto, è proprio QUESTA potente forma di autogoverno delle proprie azioni che spaventa il potere e le sue false opposizioni. Perchè ci dice che coloro che si sono autonominati rappresentanti del popolo, da Vendola e Di Pietro, da Bersani a tutti gli altri, hanno il terrore non tanto dell'opposizione sociale e delle lotte popolari, ma di QUESTO TIPO DI OPPOSIZIONE RAGIONANTE E DI QUESTO TIPO DI LOTTE. Essi hanno paura che si estenda, che faccia capire a tanta gente, come pare finalmente emergere in questi ultimi mesi, che si può costruire un forte movimneto politico A PRESCINDERE da lor signori.
Fa capire che ormai sono in molti ad essere stufi della riserva indiana dove il bertinottismo ci ha coscientemente e scientemente rinchiusi.
Il popolo valsusino, in modo trasversale e paziente, ha saputo costruire tutto ciò.
L'uso della violenza , ci hanno insegnato, deve essere sempre commisurato ed adeguato allo scontro in atto ed è IMPRESCINDIBILE dalle capacità e dalla forza che si ha e che si è in grado di mettere in campo. Il contrario è l'autosufficienza, la  refrattarietà al dialogo ed al confronto all'interno del movimento, l'autoreferenzialità, il fastidio dell'altro, la sostanziale indifferenza al reale obbiettivo che si persegue.
Lo scontro per lo scontro, la provocazione per la provocazione, fanno sempre il gioco dell'avversario. Ed i giovanotti anarchici non si possono nascondere dietro il dileggio e la squalifica di tutti coloro che usano la forma di democrazia popolare dell'assemblea per decidere forme e tempi di lotta. Che a loro piaccia o meno fanno proprio quello di cui il potere ha bisogno.

(26 agosto 2011)
 

Venite a Genova: è un'unica battaglia

 

 

  •   Coordinamento genovese Verso Genova2011
     
     

     

    Ci rivolgiamo direttamente a voi come coordinamento Verso Genova2011 oggi riunito, prendendo spunto dall’appello girato in rete per la grande fiaccolata dell'8 luglio a Torino. Lo facciamo perché crediamo siano utili le relazioni tra il vostro percorso e il nostro. E che sia bene siano dirette e il più possibile unitarie e condivise.  

    La vostra mobilitazione ci dimostra come le questioni di un diverso modello di sviluppo, capace di rispettare ambiente e comunità umane non sia più eludibile. Sempre di più l'attacco al nostro territorio ed al benessere delle generazioni che verranno si somma ad una progressiva sospensione delle prerogative democratiche che passa dalla militarizzazione dei territori, dall'espulsione delle comunità, dall'imposizione di infrastrutture inutili e costose. Abbiamo assistito con sgomento ai fatti di alcune settimane fa; fatti che, non ve lo nascondiamo, ci hanno riportato con la memoria a quanto accaduto a Genova nel luglio 2001.  

    Abbiamo visto e sentito cose che non avremmo più voluto sentire e vedere: un’intera valle militarizzata, le tende del vostro campeggio devastate, i lacrimogeni usati in spregio alla salute delle persone e dell’ambiente e la solita arroganza di chi pensa che la forza sia l’unico strumento politico possibile per determinare le scelte. Fatti che hanno permesso ad una certa stampa di rispolverare termini e appellativi come si fece nel 2001, non esitando a paragonare – ma esclusivamente per questo – i due percorsi.  

    Noi però crediamo siano altre le analogie tra le vostre lotte e Genova; abbiamo assistito infatti anche a qualcosa di più forte che richiama la memoria (e non solo) di quei giorni genovesi di cui quest’anno ricorre il decennale: la forza di migliaia di persone, unite, che hanno continuato a lottare per un diverso mondo possibile, nonostante tutto e tutti. La vostra lotta, il diverso modo di concepire i trasporti, il modello di società, l’ambiente e i rapporti sociali in questo nostro Paese devastato culturalmente - oltreché socialmente ed economicamente - sono una delle battaglie fondamentali di oggi per un altro mondo possibile.  

    Noi ci siamo impegnati in questo anno con questo spirito per organizzare il decennale. Abbiamo trovato uno slogan semplice ma a nostro modo di vedere efficace: loro la crisi, noi la speranza. Non una festa quindi, non una riappacificazione per qualcuno e neanche solo e soltanto la riflessione e il ricordo di quanto accadde in quei giorni tragici. Abbiamo voluto e creduto che Genova potesse rappresentare un nuovo inizio, attualizzando e recuperando un bagaglio di saperi e di lotte attorno ai temi del reddito, del lavoro, della precarietà, dei beni comuni, della partecipazione, della cultura, della democrazia reale, contro la globalizzazione della miseria che tende ad impoverire costantemente chi ha già meno.  

    Questa idea di mondo è fallita miseramente da tempo e noi lo vogliamo
    continuare a ribadire. L’ultima settimana di luglio, quella dal 19 al 24, è per noi solo l’ultima tappa di un programma vasto che è partito il 24 giugno scorso. Sarà la settimana in cui le dinamiche nazionali s’incontreranno con le aspirazioni e le idee locali con quello spirito unitario che abbiamo voluto imprimere fin da subito. Saranno come dicevamo le giornate di ricordo a Carlo, ai fatti della Diaz e di Bolzaneto, alle centinaia di bastonate prese in piazza ma saranno soprattutto le giornate della possibilità di rilanciare insieme una nuova agenda di lotte e di tematiche anche alla luce dello straordinario  risultato referendario.  

    In particolare, la giornata per noi  più importante - unitamente alla manifestazione del 23 luglio, sarà proprio il 24 luglio con l’Assemblea Internazionale. Nella convinzione che la prossima fase di movimento non potrà prescindere della grande battaglia di popolo della Valsusa, noi le offriamo a voi, così come le offriamo a tutte le pratiche di resistenza e alternativa che vivono nel nostro paese, come luogo fisico e politico perché siamo davvero convinti che le giornate di Genova 2011 non si chiudono con la sacrosanta malinconia del ricordo ma, che la battaglia per un altro mondo possibile oggi è attualissima e continua per i nostri diritti e per i diritti di chi ancora oggi, non può nemmeno rivendicarli.  

    Con stima e affetto. (Il Manifesto 15 luglio 2011)


     

Per vedere le foto della fiaccolata clicca qui

Il Movimento No Tav scende in città

Venerdì 8 luglio 2011 fiaccolata ore 20,30 da Piazza Arbarello

 

Torino, 7 luglio 2011 .Dopo una enorme assemblea, presenti oltre 1000 cittadini, presso il salone di Bussoleno, ieri sera, il Movimento No Tav, tutto, ha lanciato  l'ennesima scadenza di lotta.
Una grande fiaccolata in Torino per le vie del centro città, con partenza da Piazza Arbarello h.20.30 e arrivo in Piazza Vittorio venerdì 8 luglio 2011
Tra le decisioni prese:
La conferma del presidio alla centrale di Chiomonte, che diventerà permanente.
Il ritorno entro questo fine settimana alla Baita presso il sito della Maddalena, Baita che già fu raggiunta domenica dai manifestanti discesi da Giaglione.
Azione legale contro il commissario Virano, sia in sede di procura della Repubblica (per diffamazione a mezzo stampa) sia in sede comunitaria a Strasburgo (per omissione di valutazioni e riscontri ).
Difesa della comunità montana e del suo presidente (Plano) in ogni sede politica e istituzionale.
Azioni a sostegno dei contadini danneggiati dagli scontri, pulizia dei boschi e dei campi, ad ora sono stati trovati centinaia di candelotti lacrimogeni ovunque, ma anche altro materiale.
Azione dei medici No Tav , contro l'uso indiscriminato di gas tossico, il famigerato CS, raccolta di reperti , conferenza stampa e denunce.
Cassa mutua per i feriti e gli arrestati, azioni degli avvocati No Tav per le percosse che gli arrestati hanno subito.

 

Appello di Giorgio Airaudo, Ugo Mattei e Marco Revelli

I sottoscritti, cittadini ed esponenti indipendenti di quell’area politico-culturale che ancora si indica come sinistra, sentono il bisogno di esprimere il loro sconcerto rispetto al livello del dibattito apertosi, nella suddetta area, all’indomani della manifestazione No Tav di Chiomonte.

La maggior parte dell’opinione pubblica italiana ad oggi ignora che domenica in Val di ...Susa si è svolta la più grande manifestazione popolare di opposizione ad un opera pubblica nella storia della nostra Repubblica. Decine di migliaia di donne e uomini, abitanti della Valle e proveniente da tutto il paese, si sono ritrovate unite, pur nella diversità di ideologia, stile e metodo di lotta, per dire un no deciso all’esecuzione “con pilota automatico” di un’ opera pubblica concepita in un momento storico–politico quanto mai lontano da quello attuale.

Un'opera faraonica, figlia di un modello di sviluppo energivoro e superato, per la quale non ci sono i fondi, e che certamente infliggerà un’inaudita sofferenza alla popolazione della Val di Susa.

La grande crisi economica del 2008 e la campagna referendaria contro il nucleare e la privatizzazione dell’ cqua, costituiscono cambiamenti “al contorno” che indicano la necessità di invertire la rotta rispetto ad un consenso bipartisan (quel famigerato Washington Consensus) che non è più in grado di proporre un modello di sviluppo sostenibile ed accettabile. La battaglia della Valle di Susa contro la TAV ed il grande consenso popolare che è stata capace di raggiungere in tutto il paese mostra come la sensibilità per i beni comuni, categoria politico-giuridica feconda e di grande significato, sia stata capace di conquistare l’egemonia presso il popolo della sinistra e, stando all’esito referendario, anche oltre la stessa.

Esiste oggi un discrimine fra chi sostiene che un diverso modo, basato sul pieno riconoscimento dei beni comuni è possibile e chi, per incapacità culturale di interpretare il cambiamento della società, si trincera dietro un decisionismo autoritario che, lungi dall’essere realista appare, nell’attuale situazione economica ed ecologica, sempre più velleitario. Chi si candida a guidare l’Italia del dopo Berlusconi cercando i voti del popolo della sinistra deve farsi una ragione di questo cambio di sensibilità del popolo sovrano e saperlo interpretare politicamente.

Al di là dell’ importanza di accertare ogni responsabilità per gli atti violenti in tutte le sedi istituzionali a ciò deputate, Iiterpretare i fatti della Val di Susa nella mera logica dell’ordine pubblico, per isolare le forze politiche più sensibili alla necessità di affrontare radicalmente la crisi con un grande piano di ecologia del territorio, costituisce un errore politico gravissimo che fa soltanto il gioco della destra.

Questo nostro appello invita le forze politiche che vorranno accoglierlo ad organizzare per Venerdì 8 luglio un grande girotondo fiaccolata per assediare simbolicamente dal Municipio di Torino al Palazzo della Regione e Prefettura
 

Clicca e leggi  anche il Comunicato stampa PdCI di Torino dopo la manifestazione

di domenica 3 luglio 2011

 e il Comunicato della Fgci di Torino


 

                                                         

Perché diciamo No Tav

 

di Marica Guazzora*

*segreteria provinciale Pdci Torino

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Bertolt Brecht” Mai parole furono più attuali. Perché sono davvero tanti coloro che sono disposti a sacrificare il territorio e magari anche gli abitanti della Valle di Susa per benefici economici presunti, magnificando il progresso che ne deriverebbe per “tutti” con quei 671 milioni di fondi stanziati dall’Unione Europea per la tratta ad alta velocità.
Dall’altra parte, dalla parte del torto, stanno sedute alcune migliaia di persone, quelle donne con i bambini in braccio, quegli anziani che agitano il bastone sotto il naso dei poliziotti, quelle famiglie che ci abitano e ci lavorano, i ragazzi e le ragazze che ci sono cresciuti e ci vogliono respirare, i sindaci con la fascia tricolore e le giunte di quei 24 comuni contrari. Quelli che sono lì, che lottano e bivaccano da anni, che sfilano nelle fiaccolate, quelli che resistono insomma.
Perché abbandonare significa abbandonare la propria valle, il proprio territorio, all’inutile scempio di anni di ruspe e di scavi e del malaffare che ci sarà, perché c’è sempre, se ne hanno notizie ogni giorno. E resistono non solo per la loro valle, ma per tutti, da vent’anni. Una resistenza di popolo, per quelli seduti dalla parte del torto, una resistenza di pochi violenti anarco-insurrezionalisti, per quelli seduti dalla parte della ragione.
E così arriva l’intervento militare, e sono tanti quelli seduti dalla parte della ragione che plaudono l’intervento, anzi lo hanno proprio voluto, invocato, e sono i partiti di governo e di finta opposizione e sindaci votatissimi e padroni e Confindustria e sigle sindacali, anche. La coraggiosa resistenza di quelli seduti dalla parte del torto nulla può contro il massiccio spiegamento delle forze repressive mandate dal ministro dell’Interno Maroni.
Ma si è persa una battaglia, non la guerra.
E allora ieri sera, nuovamente i resistenti, quelli seduti dalla parte del torto, ed erano tanti, almeno diecimila (secondo i media che stanno anche questi seduti tutti dalla parte della ragione) hanno sfilato in una imponente fiaccolata e si sono dati appuntamento in tanti per domenica 3 luglio a Chiomonte.
E ci siamo anche noi del PdCI , come ci siamo stati sempre a fianco di ogni lotta, perché ci piace sederci insieme al popolo dalla parte del torto, perché per noi quella è la parte giusta, la parte della ragione vera. E’ nella nostra natura di comunisti stare dalla parte dei più deboli e degli oppressi, con buona pace dei partiti di governo e di finta opposizione, noi difendiamo i beni comuni e, come l’acqua, anche il territorio lo è. (29 giugno 2011)



Le tappe principali (letto su internet)

Giugno 1990 - In un summit a Nizza (Francia), il governo italiano e quello francese convergono sull'opportunità di studiare un nuovo collegamento tra i due Paesi. Lo studio di fattibilità dell'opera viene affidato agli enti ferroviari di Italia e Francia il 18 ottobre 1981, al vertice italo-francese di Viterbo.
Settembre 1994 - La tratta ad alta velocità Torino-Lione appare per la prima volta in un testo legislativo: l'articolo 5 della Finanziaria prevede lo stanziamento di fondi per la progettazione.
Gennaio2011 - Viene firmato l'accordo tra Italia e Francia per la realizzazione della ferrovia; nel capoluogo piemontese sfila un corteo di protesta di sindaci e attivisti 'No Tav'. Il trattato verrà poi ratificato dal Governo italiano il 19 settembre 2002.
Febbraio 2005 - La società italo-francese Ltf affida i lavori per il tunnel esplorativo di Venaus, in valle Cenischia. Il 30 novembre viene recintato il cantiere, ma i primi disordini sono già scoppiati, un mese prima, a Mompantero, dove erano state piazzate trivelle per eseguire sondaggi geognostici.
Dicembre 2005 - Gli incidenti più gravi: le forze dell'ordine allontanano i manifestanti, ma i No Tav riconquistano il presidio. Per cercare un progetto più condiviso nasce l'Osservatorio tecnico, guidato dal commissario di governo Mario Virano. L'intesa è siglata dal governo e dagli enti locali.
Novembre 2007 - L'Unione Europea assegna a Francia e Italia un contributo di 671,8 milioni per la parte comune della Torino-Lione.
Giugno 2008 - L'Osservatorio definisce il nuovo progetto.
Gennaio 2010 - Vengono avviati i sondaggi geognostici, che dovrebbero essere in 91 punti, e si riaccende la protesta No Tav.
Maggio 2011 - Arrivano le prime squadre di operai per recintare il cantiere di Chiomonte, ma vengano fermati da una sassaiola. Poi il commissario ai Trasporti della Ue Siim Kallas ribadisce che i lavori devono essere avviati entro il 30 giugno. La Torino-Lione dovrebbe entrare in esercizio nel 2023.
Giugno 2011 – Dopo l’ordinanza di sgombero firmata dal prefetto di Torino, Alberto Di Pace, un blitz delle forse di polizia a Maddalena di Chiomonte riconsegna il cantiere alla ditta interessata. I rappresentanti del movimento No Tav smontano le tende e caricano su furgoni le cucine da campo.

Tav. Diliberto: Forme di democrazia sconosciute a Berlusconi e Maroni

 

“Facciamo nostro l’appello di prestigiose personalità perché il governo Berlusconi fermi l’uso inaccettabile della forza nei confronti dei No Tav” A dichiararlo è Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci-Federazione della Sinistra. “La democrazia si gestisce con il dialogo, con la pazienza, con la partecipazione. In un sistema democratico il ricorso alla repressione è  sempre una sconfitta. Ma mi rendo conto che si tratta di esigenze sconosciute al presidente del Consiglio e al ministro degli Interni”. (27 giugno 2011 www.comunisti-italiani.it )
 

10 anni dopo il G8 di Genova

Il ministro dell'Interno continua lo stesso massacro di chi protesta in Val Susa 

Come Federazione Giovanile Comunisti Italiani di Torino non tolleriamo l'uso massiccio della forza da parte del Ministero dell'Interno e del Governo per reprimere ogni forma di dissenso al sistema politico-economico vigente, esattamente come 10 anni fa a Genova il Viminale ha preferito i manganelli, gli idranti e i fumogeni piuttosto che ascoltare le ragioni di chi protesta. Ciò che è avvenuto questa mattina a Chiomonte è intollerabile in quanto una forza enorme è stata dispiegata per difendere gli interessi finanziari di alcuni costruttori e delle cosche mafiose, contro i tutti i manifestanti, compresi donne, bambini e anziani che presidiavano la Libera Repubblica della Maddalena e contro i quali è stata fatta una vera e propria caccia all'uomo nei boschi e sui sentieri. Chiediamo dunque a tutti coloro che si oppongono a quelle scelte politiche che creano profitto a pochi ed enormi disagi ai più di partecipare attivamente a questa protesta, raggiungendo i blocchi pacifici organizzati in Val di Susa o, partecipando alle mobilitazioni che si terranno a Torino. (Fgci Torino - 27 giugno 2011)

PdCI. Manganello in Val di Susa e camorra a Napoli

 (ANSA) - ROMA, 27 GIU - 'Una volta il progresso e la modernita' venivano accolti dalle popolazioni con entusiasmo e sostegno, perche' utili al miglioramento delle loro condizioni di vita'. A dichiararlo e' Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale Pdci-Federazione della Sinistra.
'Se oggi avviene il contrario e' perche' il tutto e' unicamente piegato alle logiche del profitto. E' allucinante un governo che agisce col manganello in Val di Susa, rivendicando il 'principio della legalita', quando lascia i napoletani affogare nell'immondizia, nelle mani della Camorra. E' l'ennesimo fallimento politico di Berlusconi e della sua maggioranza', conclude. (ANSA).

Comunicato stampa

 di Juri Bossuto Federazione della Sinistra 28 giugno 2011

 La Rai Regionale saprà guardare al movimento No Tav con i propri occhi, non affidandosi solo a narrazioni di parte?

Oggi dovrebbe essere una giornata molto triste per chiunque si definisca democratico.        

Personalmente non sono rimasto allibito solamente dal grave attacco attuato dallo Stato, in località Maddalena, ai danni di molti suoi cittadini: un intervento manu militari, invocato con forza dalle istituzioni pubbliche torinesi, per conquistare un pezzo di terra. Neppure mi ha stupito l’apparente illegalità giuridica con cui lo Stato stesso ha preso possesso di quei terreni, gasando letteralmente centinaia di persone e senza neppure una notifica a chi vanta diritti reali sui terreni medesimi. Ho provato invece un senso di malessere, profondo, nel vedere l’ennesima prova del degrado in cui versa questa vicenda:  prova fornitami dal servizio trasmesso durante il TG3 Regione quale sintesi, poco giornalistica, della giornata valsusina iniziata alle 4 del mattino con l’arrivo della polizia.

La sequela di interviste trasmesse dal telegiornale regionale, è stata la perfetta cornice della sconfitta democratica che sta vivendo l’Italia. Una serie infinita di politici, di centro destra e centro sinistra, che vantavano i benefici della TAV , facendo ampio uso dei soliti luoghi comuni, e liquidando al contempo gli oppositori con  termini quali “violenti”, “minoritario” ed altro. Il mondo visto, e descritto, dalla redazione del telegiornale sembra il frutto derivante da narrazioni tremendamente faziose. Ai pareri contrari, ossia al mondo reale, la stessa redazione ha riservato pochi minuti, affidandosi alle parole di Perino e Ferrero, presenti sulle barricate nel momento dello sgombero dell’area, non guardando a quel popolo reale impegnato a difendere un territorio e gli interessi di una comunità ben più ampia della Valle Susa.

Di fatto un coro a senso unico che dovrebbe fare meditare i cittadini tutti su un’opera che unisce gli industriali ai politici PD e PDL, un’informazione clamorosamente di parte che dovrebbe svegliare le persone in buona fede e sinceramente democratiche: coloro che osservano il mondo con i propri occhi, a cui non permettono ad alcuno di inserire miraggi.

L’impressione è quella che qualcuno stia giocando con soldi, diritti e beni comuni, e che lo faccia in barba all’informazione ed ai principi costituzionali. Un incubo che, per chi sa riconoscerlo, ha l’aspetto di una drammatica beffa in cui i buoni diventano i cattivi e, come accade in questi casi, i cattivi vestono i panni dei buoni, seppur riconoscibili dal numero di aiutanti su cui possono contare.

I No TAV dovrebbero pretendere giustizia e la possibilità di dare anche la loro versione dei fatti e le motivazioni, credete tutt’altro che banali, alla base delle loro proteste: l’unico modo per poter riconoscere ancora una parvenza democratica a questo nostro martoriato Paese.

 

 

In diretta su facebook minuto per minuto le notizie dalla Valle di Susa   

Scattato l'allarme, ore decisive per i NO Tav

 

http://www.repubblica.it/cronaca/2011/06/27/news/tav_sgombero-18265648/

NO Tav

Lettera aperta di Sindaci e Amministratori delle liste civiche della Comunità montana Valsusa e Valsangone al Ministro degli interni

Onorevole Ministro degli Interni Roberto Maroni,

Le scriviamo in merito alla difficile situazione che da vent'anni a questa parte si è venuta a creare in Valle di Susa a causa del progetto ad alta velocità Torino- Lione meglio conosciuto come TAV.

Fin dagli inizi era parso subito chiaro a tutti la grande contrarietà della popolazione e degli amministratori locali, ma la politica nazionale noncurante di numerosissime  pacifiche manifestazioni di piazza con decine di migliaia di partecipanti fin da subito di diversi schieramenti partitici, ha sempre confidato in un addomesticamento che prima o poi avrebbe aggiustato le cose.

Ma è difficile addomesticare un popolo abituato a pensare, avido di conoscere partecipando a centinaia di riunioni  pubbliche con tecnici esperti; sensibile durante le  veglie di preghiera, i momenti culturali, i concerti e gli spettacoli teatrali  no tav; desideroso di partecipare in prima persona in una comunità viva e di autodeterminare il proprio futuro. Un popolo fatto di famiglie, pensionati, studenti, operai, imprenditori,disoccupati, contadini e anche giovani dei centri sociali.

Una sinistra troppo sicura di sé, convinta che il movimento NO TAV stesse comodamente sotto il suo cappello e una destra miope che ha puntualmente avvallato questa tesi hanno portato una valle intera a trovarsi praticamente, o forse per scelta, orfana di rappresentanza politica.

La nascita di molte liste civiche è stato il naturale evolversi di una necessità impellente di trovare uno spazio rappresentativo e di partecipazione più diretta.

In quasi vent'anni il movimento no tav è cresciuto nei numeri e nella consapevolezza di essere nel giusto, grazie alla formazione-partecipazione  alla quale la cittadinanza è stata costantemente stimolata. Da parte dei vari governi si è tentato in ogni modo di ridurre il problema a mera questione di ordine pubblico , invocando la volontà di una maggioranza silenziosa nei confronti di qualche centinaio di facinorosi anarco-insurrezionalisti. Pacchi bomba, proiettili, incendi ai presidi  e lettere anonime provenienti da quella fogna primordiale fatta di menti malate, deviate (e l aggettivo non è casuale) o malavitose sono sempre giunti a destinazione con tempismo perfetto a supportare la tesi che vorrebbe  il popolo no tav come un movimento eversivo.

Ma i fatti dimostrano che la minoranza di qualche centinaio diventa nei momenti importanti,  spontaneamente, senza bisogno di nessuna organizzazione o ordine pre-organizzato, come se fosse la cosa più normale da fare , una massa di decine di migliaia di persone indignate in grado di prendere decisioni collettive e condivise.

Un meccanismo che a distanza di vent'anni stupisce ancora tutti noi.

Viceversa la famosa maggioranza silenziosa invocata dai vertici dei principali partiti di centro- destra e centro-sinistra assieme a Confindustria e unione industriali non ha mai dimostrato nonostante la grande copertura mediatica - di riuscire a creare eventi dai numeri importanti a favore del tav.  La manifestazione si tav tenutasi al Lingotto di Torino l' anno scorso non è neppure stata capace di accogliere sotto lo stesso tetto tutti i politici torinesi favorevoli all opera. L ultima manifestazione a favore dei cantieri e dei presunti posti di lavoro tenutasi a Susa alcune settimane fa ha registrato circa 200 partecipanti di cui poche decine della val di Susa.

A difesa della maggioranza silenziosa si invoca anche  la rappresentanza dovuta al mandato elettorale.

Gli ultimi esiti referendari , dimostrano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che spesso l elettore è costretto a scegliere il meno peggio e che dare il proprio voto non significa avvallare il programma elettorale in toto.

Il Governo, infatti era convinto che il programma nucleare fosse già stato metabolizzato e accettato al momento del voto, ma evidentemente non è stato così.

Chi  aveva appoggiato questo governo quindi aveva digerito obtorto collo molte cose, che poi alla prima occasione  tramite i quesiti referendari hanno riportato i nodi al pettine.

La stessa cosa è successa con governi diversi , nazionali, regionali o provinciali. Il cittadino attivo è quindi costretto a partecipare in modo diretto per far sentire la propria voce  a un parlamento  che pare blindato e orientato al pensiero unico. In molti si chiedono quanto potrà ancora durare questo scollamento tra la base e i vertici. Ma è sufficientemente chiaro che una gran parte del popolo che si riconosce nel PD, PDL, UDC, Italia dei valori, Lega ecc. nutre dubbi sempre più ampi sulla reale utilità delle grandi opere, sui problemi ambientali e sanitari da essi creati e sulla loro copertura di spesa. Eppure i vertici istituzionali sono ( tranne rarissime eccezioni) favorevoli praticamente all unanimità; ma come è possibile questo?

Dove sbagliano, Sig. Ministro , i valsusini , i piemontesi, gli italiani tutti a voler difendere la propria terra, i beni comuni e il denaro pubblico dall assalto delle mafie che notoriamente vivono di movimento terra?

Abbiamo ragione oppure no a difendere ad ogni costo il diritto alla salute dopo che nel progetto della tratta internazionale troviamo scritte le parole testualmente riportate ?

Pagina 187 del documento Sintesi non tecnica capitolo 11.3.11 in riferimento al particolato (PM10) si legge: Dall'esame della modellizzazione dei dati di concentrazione in fase di cantiere si evince inoltre un incremento...Tali incrementi giustificano ipotesi di impatto sulla salute pubblica di significativa rilevanza soprattutto per le fasce di popolazione ipersuscettibili a patologie cardiocircolatorie e respiratorie che indicano incrementi patologici dell 'ordine del 10% rispetto ad incrementi della concentrazione di quanto qui ipotizzato.

Le facciamo notare, che non è un dato allarmistico dei comitati no tav, ma una nota scritta nel progetto da chi il TAV lo sta progettando e quindi  lo vuole!!! E dobbiamo comunque ringraziare i tecnici progettisti che hanno riempito il progetto di note di attenzione su centinaia di problemi ambientali, sanitari, idraulici ecc. ecc. 

Quanto è vergognoso che in ogni documento favorevole all'opera viene citato l'accordo di PraCatinat come alto esempio di concertazione con il territorio grazie alla mediazione dell Architetto Virano, quando tutti ( in Val Susa) sanno che il termine accordo è assolutamente falso? Infatti tale documento non è mai stato firmato da nessun Sindaco né deliberato in nessun Consiglio Comunale o Giunta!

La popolazione è sempre più partecipe perché si tiene costantemente informata di questi gravi fatti.

In quanti hanno la percezione reale del costo della Torino-Lione in rapporto ai nuovi posti di lavoro creati ?

Nel progetto della tratta nazionale tale numero è stimato in circa 1200 unità. Negli ultimi 20 anni in valle e cintura si sono persi migliaia di posti di lavoro: la politica quanti euro ha speso per salvarli? Ora si vogliono spendere 20 miliardi di €. per creare 1200  posti di lavoro; ovvero oltre 16 milioni di € per ogni nuovo posto di lavoro creato!! Qualsiasi imprenditore medio della ricca padania sarebbe in grado con la stessa cifra di crearne a centinaia di posti di lavoro!

20 miliardi di €.  investiti nell' edilizia residenziale pubblica di ultima generazione ad alto risparmio energetico corrispondono a circa 10 milioni di metri quadrati di appartamenti che sarebbero in grado di ospitare 400.000 persone.

Queste sono le cose a cui si rinuncia per pagare il tav che indebiterà le future generazioni per un opera inutile.

In alternativa quante migliaia di piccole medie opere pubbliche si potrebbero aprire in tutta la valle, in tutto il Piemonte, in tutta l Italia per mettere in sicurezza le sponde dei fiumi, le frane che incombono sui centri abitati , gli edifici pubblici a rischio amianto e terremoto. Tutto ciò fin da subito, creando posti di lavoro diffusi su tutta la nazione e governabili dagli enti locali al fine di evitare i sub-sub-sub appalti terra fertile per le infiltrazioni mafiose.

Perché si vuole relegare il concetto di Resistenza all interno dei libri scolastici o peggio sotto le fondamenta di statici monumenti cittadini, quando è possibile farlo rivivere nel quotidiano e praticarlo ( senza più bisogno di armi , per fortuna) a difesa della propria terra, cultura, diritti fondamentali, risorse?

Il 19 dicembre 1943 , alcuni autorevoli esponenti della Resistenza antifascista piemontese firmavano in semi-clandestinità la Carta di Chivasso dove si anticipavano di oltre cinquant'anni alcuni concetti molto cari a Lei ed a una buona parte del suo elettorato.

Ora , sempre più spesso la si sente evocare a proprio uso e consumo a seconda delle necessità purché non si disturbi il manovratore. Sarà un caso che le frasi : Resistere, resistere, resistere e padroni a casa nostra pur nella loro profonda diversità hanno fatto la loro comparsa quasi contemporaneamente negli striscioni spontanei appesi alla Maddalena di Chiomonte? Ormai è un fatto conclamato che il movimento no tav si arricchisca nella diversità.

   Terminiamo questa nostra lunga lettera chiedendole, Sig. Ministro, di non dare l ordine di   sgomberare con la forza gli uomini e le donne della Valle di Susa, del Piemonte e dell' Italia che quotidianamente e con orgoglio difendono i propri ideali e i beni comuni: la terra, la salute,l 'acqua,l' aria e non ultimo-  il denaro pubblico. 

Distinti saluti

 

Valle di Susa, 25 giugno 2011             

   Sindaci e Amministratori delle liste civiche della Comunità Montana Val Susa e Val Sangone

 

Tav: Fgci Torino, nessuna intimidazione può fermare una lotta di popolo

 

Torino, 17 giu. - (Adnkronos) - ''La Fgci di Torino esprime la sua totale solidarieta' ai compagni vittime deI blitz di questa mattina''. Cosi' la Federazione Giovanile Comunisti Italiani di Torino che in una nota sottolinea ''preoccupazione per la deriva repressiva da parte della Magistratura. Le accuse verso il movimento No Tav sono sintomo di una repressione tesa a considerare una lotta di popolo come problema di ordine pubblico'' ''Dopo la liberazione di Venaus del 2005 non e' stato fatto nessun passo avanti da parte dei Governi che si sono susseguiti per comprendere le ragioni di una lotta che va avanti da ormai piu' di vent'anni - aggiunge Ivano Osella, Coordinatore della Fgci di Torino - come organizzazione giovanile abbiamo da sempre considerato il Movimento No Tav espressione virtuosa di democrazia e di partecipazione dal basso, che merita di ricevere ascolto e non di subire indagini intimidatorie''.

(17 giugno 2011 ore 17.32)

 

Appello

 

Appello per la democrazia e il rispetto della legalità in Val di Susa

 

Premessa

 In questi giorni la Val di Susa sta vivendo momenti di tensione che ricordano quelli dell’autunno 2005 quando fu usata la forza per imporre l’apertura di un cantiere in vista della realizzazione del TAV Torino-Lione. Da allora nessun cantiere è stato aperto ma le promesse di governi di diverso colore di aprire un dialogo e un confronto con le istituzioni locali si sono dimostrate un inganno e le amministrazioni democraticamente elette, critiche sulla realizzazione della grande opera, non sono state riconosciute dal governo quali interlocutori affidabili e sono state estromesse dai tavoli di confronto. 

Decine di migliaia di persone chiedono semplicemente di essere ascoltate, chiedono un confronto vero, pretendono che alle loro ragioni - scientificamente documentate - si risponda entrando nel merito. In cambio ricevono insulti e l’accusa di voler difendere il loro piccolo cortile, di volersi opporre al progresso, di non rispettare le regole: slogan e accuse infondate in risposta ad argomenti seri, a pratiche di protesta pacifica, all’utilizzo rigoroso di ogni spazio previsto da leggi e procedure. 

L’opposizione al TAV Torino-Lione è diventata in questi anni un esempio di partecipazione democratica dal basso, di democrazia vera, di resistenza all’illegalità ed al sopruso in difesa dei beni comuni: un’opposizione popolare che può contare sul sostegno della comunità montana e di ben 24 consigli comunali. 

Viceversa il governo e le potenti lobby che governano l’economia e la finanza, con l’appoggio di partiti di maggioranza e minoranza, non hanno esitato a stravolgere procedure, infrangere leggi e ingannare l’Unione Europea pur di assicurarsi un grande business da cui anche la grande criminalità organizzata e le mafie contano di trarre profitto. Hanno scatenato una grande campagna mediatica per nascondere le dimensioni e le ragioni dell’opposizione, per screditare il movimento notav presentandolo come covo di estremisti e sovversivi: la criminalizzazione del dissenso è un’arma micidiale a cui ricorre solo chi disprezza il confronto democratico e le regole condivise. 

Oggi, fallito ogni tentativo di comprare il consenso e la benevolenza di cittadini e sindaci, il governo sta preparando una nuova prova di forza: il Prefetto assicura che “sarà il Questore a decidere tempi e modi” per installare il primo cantiere. E mentre la campagna di disinformazione si intensifica rispuntano le intimidazioni mafiose e le provocazioni che si ripetono puntuali dal 2005 ad oggi, dagli incendi dolosi dei presidi notav alle buste con le pallottole. In nessun caso indagini serie hanno portato a individuare i responsabili, ogni volta il movimento notav ha denunciato la natura mafiosa di tali gesti, ha riaffermato e rivendicato con orgoglio il carattere pacifico della propria lotta, ha invitato a cercare esecutori e mandanti tra chi ha interesse ad avviare i cantieri.

 
Se questo è il quadro non possiamo rimanere indifferenti, non possiamo rimanere in silenzio e ci rivolgiamo a singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del mondo della cultura affinché si uniscano a noi in questo appello.
 
Appello per la democrazia e il rispetto della legalità in Val di Susa 

Come singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del mondo della cultura: 

- rifiutiamo l’idea che la realizzazione di una grande opera possa ridursi ad un problema di ordine pubblico 

- condanniamo senza riserve l’invito ad usare la forza e a militarizzare il territorio lanciato nei giorni scorsi da rappresentanti del popolo eletti in Parlamento, da alcuni partiti e da alcune associazioni di imprenditori 

- denunciamo il disprezzo delle più elementari regole della democrazia e pretendiamo dal governo il rispetto della legalità, il rispetto dei diritti dei cittadini, il rispetto nei confronti della amministrazioni locali democraticamente elette 

- respingiamo il ricatto e le strumentalizzazioni secondo cui chi si oppone al TAV non difende il lavoro: al contrario la realizzazione di questa grande opera inutile penalizzerebbe pesantemente le economie locali in cambio di pochi posti di lavorio precario e privo di tutele e di diritti, mentre un diverso utilizzo delle risorse pubbliche creerebbe numerose opportunità di nuova occupazione 

- le ragioni di chi si oppone a questa grande opera inutile, devastante, che sottrarrebbe enormi risorse economiche ai servizi pubblici di tutto il paese sono le nostre ragioni: non ci rassegniamo all’idea che il nostro futuro possa essere deciso da quell’intreccio perverso tra politica, affari e criminalità organizzata che governa ampie aree del nostro paese e inquina la nostra società. 

Il nostro riferimento continua ad essere la Costituzione, quella Costituzione nata dalla Resistenza e oggi troppo spesso violentata. Per queste ragioni esprimiamo la nostra solidarietà alla resistenza notav e ci impegniamo a sostenerla concretamente. 

Torino, 7 Giugno 2011 

Primi firmatari, adesione all'appello e visione delle firme pervenute: www.notavtorino.org

 

 

Il dovere dei sindaci

 

IL DOVERE DEI SINDACI 

 

Questa è la nuova mailing di Ambientevalsusa all'insegna di un rinnovamento delle modalità di informazione sulla Torino-Lione.
Vi inviamo il primo aggiornamento con una lettera del sindaco di S. Ambrogio alla redazione de La Stampa in risposta ad un articolo di Luigi La Spina ed un volantino relativo ad una iniziativa dei comitati No Tav circa la realizzazione in proprio di un'informazione tramite video denominata
"TG MADDALENA".

Ogg: Il dovere dei Sindaci!
Qui di seguito l'articolo di Luigi La Spina comparso sulla Stampa e a seguire la risposta che gli ho inviato.
Sant'Ambrogio, 10 Giugno 2011
Gentile Luigi La Spina,
sono uno di quei sindaci ai quali lei nel suo ultimo articolo si rivolge in modo particolare. So perfettamente che questa lettera così come l'opinione dei miei colleghi e del Presidente della Comunità Montana non troverà spazio alcuno sul suo giornale per non turbare il "pensiero unico", ma ci tengo comunque a manifestarle la mia opinione attraverso la mia esperienza di sindaco e cittadino della Valle di Susa. Lo ritengo un atto dovuto, non tanto per farle cambiatre opinione, ma semplicemente per dovere di informazione. Per guadagnare tempo, non utilizzerò lo stile ciceroniano ma quello anglosassone e asciutto dei numeri e dei dati, elencandole qui di seguito quelli più sugnificativi e ai più non conosciuti, lei compreso, vista la non concoscenza dei fatti e dei progetti che dimostra nel suo articolo, infarcito di informazioni errate, alcune addiritura inventate e di clamorose omissioni.
1) partiamo dal "ifamoso corridoio 5" Lisbiona- Kiev": il Portogallo il 6 Aprile scorso ha chiesto un prestito di 80 miliardi di euro ed è sull'orlo del fallimento. La Spagna è sulla stessa strada e si è ritirata dal progetto. Per non parlare di Kiev - Ucraina -: pochi giorni fa chiesto aiuto all'Europa perchè vicina alla bancarotta.
2) le merci che arrivano dall'est in Europa si muovono nel nostro continente sull'asse nord-sud sfruttando il sistema portuale: di quale "rivoluzione" dei trasporti in Europa sta parlando se non conosce neppure questo macro dato?
3) Chi si oppone all'opera è un'intera popolazione di persone per bene e pacifiche, preparate sui progetti e sui contenuti: i proiettili, le minacce di morte, la violenza, la cultura dell'inganno e della provocazione non ci appartengono, mi spiace per lei: in venti anni e più di opposizione al tav è un fatto ampiamente dimostrato
4)quella che lei chiama "commissione" è l'Osservatorio dal quale sono da due anni esclusi i comuni - VENTIQUATTRO! - interessati dal progetto TAV perchè è stata loro negata la possibilità di scegliersi i propri rappresentanti di fiducia imponendo inoltre l'obbligo di aderire al progetto pena l'esclusione dai tavoli di confronto. Infatti nell'utlimo incontro di Palazzo Chigi a Roma del mese scorso, c'erano al tavolo i sindaci ad esempio di Claviere che dista circa quaranta chilometri dai cantieri e il sindaco di Giaveno che si trova addiritura in un'altra valle, mentre il sottoscritto insieme agli altri 23 sindaxci era confinato all'esterno, dietro le transenne presidiate dalla polizia
5) il piano di compenazioni: ad oggi non c'è un euro. Come stupirsi di ciò se manco ci sono i duecento milioni del Governo e i cento milioni della    Regione promessi da anni per il nodo di Torino? Anche chi è favorevole all'opera, specie di questi tempi dove mancano i soldi per fare viaggiare in orario e puliti i treni dei pendolari da Susa a Torino, resterà a bocca asciutta, non si preoccupi.
6) Ha  mai sentito parlare di priorità degli investimenti, di valutazione costi-benefici per le grandi opere ultimamanete evocato come necessità ineludibile anche da parte dell' autorevole voce del Governatore della Banca d'Italia Dott Draghi? Ha mai sentito parlare di infiltrazioni mafiose nelle grandi opere che fanno lievitare i costi di cinque volte? Lo sa che la Valle di Susa è fortemente abitata - settantamila abitanti - e infrastrutturata in quanto opercorsa da un fiume, un'autostrada, due statali,una ferrovia a doppio binario e la si può considerare per queste caratteristiche una terza cintura di Torino con tutti i problemi conessi all'impatto di cantieri delle dimensioni e della durata prospettate? Lo sa che è soggetta a periodici eventi alluvionali e che dunque non è minimamnte paragonabile alle altri valli alpine per tutti i motivi prima elencati da un pnto di vista del'impatto ambientale di un'opera di queste dimensioni?
7) I due miliardi di penale da pagare in caso di rinuncia all'opera così come i "35-40 milioni di euro di ricaduta sulla valle per il solo tunnel esplorativo di sette chilometri della Maddalena" sono una pura invenzione giornalistica: per cortesia citi le fonti di questi dati, inventare non è serio!
8) I viaggaitori che arrivano da Londra o Parigi  per venire a sciare in Valle di Susa credo, a meno che non siano scemi, preferiscano fare i dodici chilometri in treno del traforo del Frejus esistente dai tempi di Cavour ed arivare direttamante a Bardonecchia piuttosto che da Susa, dopo 54 chilometri di tunnel, risalire la Valle in pulman, non crede? Per cortesia anche questa stupidaggine è bene che la rettifichi a tutela dell'intelligenza dei lettori e della sua personale
9) "Anche le critiche relative ai costi sembrano ingiustifcate perchè la UE ha destinati i finanziamenti solo per questo progetto": altra falsità, i progetti finanziati dall'Europa per il trasporto ferroviario sono attualemnte almeno cinque
10) "nel tentativo di svelenire un clima troppo acceso il Ministro Maroni......ha ha riservato il compito dell'ordine pubblico alle forze dell'ordine e non ai militari": come ho già avuto modo di dire, gli incendiari in doppio petto sono i veri avvelenatori del clima sociale: sono quelli che invocano l'uso della forza, che insultano la cittadinanza della valle di Susa associandola a frange violente, che delegittimano sistematicamente le Istituzioni disconoscendo il ruolo democraticamente sancitio di rappresentanza del territorio al Presidente della Comunità Montana, che omettono le informazioni o le distorcono o ancora peggio le inventano, che rifiutano il confronto sui contenuti e sul merito dei problemi, che prendono le tanmgenmti addiritura sui pannolini mentre i giovani precari lavorano a cinquecento euro al mese, per non andare oltre perchè l'elenco è lunghissimo
11) Mi spiace, non tocca a noi sindaci combattere i violenti e i terroristi: per questi ci sono le forze di polizia e i tribunali. A noi sindaci spetta il difficile compito di gestire un diffuso e sempre più allarmante disagio sociale fatto di sfratti, di nuove povertà, di tagli continui ai servizi, di una popolazione che non può pensare di vivere in un enorme cantiere a cielo aperto per qundici- vent'anni, tanto dureranno i cantieri vista la mancanza di risorse economiche. Impiegando in settori prioritari per lo sviluppo anche solo una piccola parte degli euro destinati al tav si possono da subito creare un numero maggiore di posti di  lavoro altamente qualificati ad esempio nei settori del turismo e delle energie alternative, senza compromettere la possibilità di una vita dignitosa in valle con la nuova Salerno-Reggio Calabria del nord e senza indebitare i nostri figli e nipoti per i prossimi cinquant'anni con un'opera inutile e dannosa.
12) Siamo tutti Sindaci altamente responsabili, consci del nostro ruolo istituzionale e delle nostre responsabilità: pretendiamo lo stesso rispetto nei nostri confronti e della popolazione che rappresentiamo anche attraverso la possibilità di uno spazio alle nostra opinioni che ci viene  invece scientificamente negato. E' troppo facile costruire minacce di morte o di violenza per screditare le persone per bene: è un giochetto vecchio che non funziona più. Mi spiace, queste grossolane provocazioni le rimandiamo al mittente. Ho la consapevolezza che questo mio scritto non troverà mai spazio su un giornale importante come La Stampa, ma almeno spero in un angolo della sua coscienza.
Un cordiale saluto 

Dario Fracchia Sindaco di Sant'Ambrogio

 
Torino-Lione, il dovere dei sindaci
 
LUIGI LA SPINA
Dopo anni di polemiche, contestazioni, trattative, la prossima settimana dovrebbe segnare l’inizio, concreto seppur quasi simbolico, dei lavori per la nuova ferrovia Torino-Lione. Si tratta del primo pezzo, in Italia, del famoso «corridoio 5», il grande asse di comunicazione tra l’Ovest e l’Est dell’Europa, destinato a rivoluzionare il trasporto delle merci attraverso il nostro Continente.

Il clima politico e sociale nel quale si aprirà il cantiere destinato a inaugurare questa opera, fondamentale per lo sviluppo economico del Nord e, in particolar modo, del Piemonte, si annuncia pessimo. Negli ultimi giorni, agli annunci di mobilitazione di coloro che si oppongono al progetto, sono seguite minacce di morte, in puro stile terrorista, nei confronti di coloro che, invece, lo sostengono. L’ipotesi di un ricorso, deliberato e provocatorio, alla violenza da parte di gruppi estremisti è purtroppo prevedibile, nell’intento di suscitare una tale esasperazione emotiva da impedire un ragionevole confronto di idee e il rispetto delle decisioni assunte sulla base della regola fondamentale in democrazia, la volontà della maggioranza.

Da circa sei anni una commissione, guidata dall’architetto Virano, ha esaminato, con le parti coinvolte nel progetto, tutti i problemi ambientali, economici, sociali che la cosiddetta Tav potrebbe procurare alla vita delle popolazioni valsusine. Perché è ovvio il consenso di chi non è toccato direttamente dai disagi che arrecheranno i lavori e ne vede solo i vantaggi futuri.

Mentre è del tutto comprensibile la preoccupazione di chi, invece, vive in prossimità della nuova linea. Così, il tracciato della ferrovia è stato profondamente cambiato, il sistema di smaltimento dei rifiuti è passato dal camion al treno, sono state assicurate le stesse garanzie di sicurezza che sono valide in tutt’Europa e che sono state accettate per i valichi del Brennero, del Gottardo, del Loetschberg. E’ stato stabilito, infine, un piano di compensazioni per la Valsusa che prevede numerose opere di riqualificazione e ammodernamento infrastrutturale. Una prima parte di questi finanziamenti è stata varata, il resto arriverà man mano che i lavori avanzeranno.

Il metodo della trattativa e del confronto, almeno con chi non lo rifiuta pregiudizialmente, si è rivelato, quindi, fruttuoso ed è servito anche a fornire risposte esaurienti ad alcune obiezioni fondamentali sulla convenienza del progetto. E’ evidente, infatti, che le stime sui volumi di traffico non si possono calcolare sulla situazione attuale, ma sulla base delle previsioni per i prossimi cinquanta o cento anni. Basta ricordare le vicende del piano autostradale varato in Italia all’inizio della seconda metà del secolo scorso: sembrava sovrabbondante, ora ne lamentiamo le insufficienze. Anche le critiche relative ai costi non sembrano giustificate, perché la Ue ha destinato i finanziamenti solo per questo progetto. Se l’Italia rinunciasse, non solo non vedrebbe un euro per qualsiasi opera alternativa, ma sarebbe costretta a pagare penali per circa due miliardi. I vantaggi, poi, per l’economia locale, tra quelli diretti e quelli indiretti, non sono trascurabili, soprattutto in un periodo di crisi occupazionale come questo. Solo per scavare i sette chilometri del tunnel della Maddalena, un centesimo dell’intera opera, si calcolano ricadute di 35-40 milioni di euro. La previsione di una fermata della ferrovia a Susa, infine, consentirà ai viaggiatori che provengono da Londra o da Parigi o da Madrid di arrivare velocemente nel cuore della Valsusa, con conseguenze turistiche facilmente intuibili.

Nel tentativo di svelenire un clima che si stava facendo davvero troppo acceso, la decisione del ministro Maroni di riservare solo alle forze dell’ordine il compito di tutelare la sicurezza dei lavori, escludendo quelle militari, è apparsa davvero opportuna. Ma il clima nel quale si aprirà il cantiere di Chiomonte è affidato soprattutto alla responsabilità di coloro che rappresentano alcune istituzioni locali: i sindaci e il presidente della Comunità montana, Sandro Plano. Toccherà a loro il compito di assicurare che le frange estremiste e paraterroristiche rimangano isolate da coloro che, anche legittimamente, restano contrari al progetto e vogliono esprimere il loro dissenso in maniera pacifica. Il crinale fra la tentazione di accendere lo scontro per ingigantire il loro ruolo di mediatori e di unici potenziali pompieri della protesta «no Tav» si sta facendo troppo stretto e pericoloso. Di fronte alle minacce di morte e di violenza, non si tratta più di un invito alla coerenza politica fra la loro militanza nel Partito democratico che si batte per la realizzazione dell’opera e la loro opposta convinzione. Ma del rispetto per il compito istituzionale che devono rivestire: quello di rappresentanti di tutta la popolazione e, soprattutto, dello Stato italiano. Come ricorda, tra l’altro, la fascia tricolore che indossano.


 

 

 

Lettera a “La Stampa”

 

Egregio Direttore, 

credevo di non provare più stupore, oramai, innanzi a niente, ma le ultime dichiarazioni rilasciate da alcuni esponenti delle Istituzioni piemontesi mi hanno dimostrato il contrario.

 Mi riferisco agli inviti fatti alle Forze dell’ Ordine di usare la “più assoluta determinazione” al fine di avviare il cantiere TAV presso la zona Maddalena di Chiomonte. Dichiarazioni paradossali guardando a coloro che le hanno formulate, ossia il Presidente della Provincia di Torino, l’Assessore ai Trasporti della Regione Piemonte e l’ex sindaco di Torino, poiché espresse da rappresentanti del popolo democraticamente eletti. 

La Democrazia in Italia soffre di una grave patologia degenerativa, per cui persone che dovrebbero rappresentare tutti i cittadini, alcuni amministratori pubblici, invocano l’uso della violenza da parte di cittadini, la polizia, a danno di altri cittadini, i contrari alla TAV. Costoro, assessori e presidenti, anziché valutare con serietà le ragioni dell’avversione ad un’opera contestata, e le alternative possibili ad essa in una visione di programmazione ad ampio raggio, ritengono più efficace invocare l’uso della forza stessa: quasi a dire “non ho altre opzioni innanzi al dogma TAV se non inaugurare cantieri difesi dall’esercito, preparandomi ad anni di occupazione di parte del mio territorio, non potendomi permettere di fare il mio mestiere ossia disegnare soluzioni benefiche per tutta la collettività”. 

La scelta obbligata TAV, con tutti i suoi assurdi costi e la sua ampia inutilità ai fini annunciati, può costare oltre alleanza politiche anche lo spianamento fisico di chiunque la contrasti sul campo. Una prassi che rinnega l’espressione elettorale, un metodo che trasforma eletti in despoti assoluti con potere di vita e di morte sul loro stesso popolo.  

L’Italia democratica sancita dalla Costituzione sembra essere svanita tra cemento e mattoni, in un orgia di appalti ed appaltini che hanno priorità anche sui diritti umani e, più banalmente, di cittadinanza.  

Juri BOSSUTO P.R.C. - Federazione della Sinistra 30 maggio 2011 

 

La guerra? Non si deve fare mai

 

Intervista a Gino Strada

di Wanda Marra

L'opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, "il movimento arcobaleno reagirà"“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia?
Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.

Dunque, lei è contrario?
Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.

Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione?
Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.

Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…
Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.

Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?
Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.

Ma qual è la soluzione?
A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.

Che cosa pensa della posizione italiana?
Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.
A Roma eravamo tre milioni.

E adesso dove sono quei tre milioni?
Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.

Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace.
Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.

Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce.
Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.

Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?
Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.(www.micromega.org 24 marzo 2011)
 

 

Valle Susa compatta, sei chilometri di corteo contro la Tav

 

di Maurizio Pagliassotti

Manifestazione “oceanica” in Val Susa. Come si può definire diversamente il corteo lungo sei chilometri che ha attraversato la valle ieri pomeriggio? Da Vaie a Sant’Ambrogio lungo la statale 24 si è snodato un unico serpentone umano, coloratissimo e allegro. La Val Susa continua a stupire per la compattezza del suo movimento, dato per morto da chi (media, Osservatorio tecnico di Virano e politici di ogni colore favorevoli all’opera) ha l’obbligo di raccontare favole tranquillizzanti affinché si possa giungere alla agognata apertura dei cantieri. E’ un gioco molto pericoloso quello che questi signori portano avanti con le loro parole dissennate, volte a raccontare un territorio ormai favorevole all’opera, o quantomeno molto meno battagliero rispetto il tremendo 2005, l’anno degli scontri e dei tumulti di piazza.
Il corteo era aperto dalla quasi totalità dei sindaci di valle con la fascia tricolore. Da molto tempo non accadeva. Con o senza i gonfaloni, i manifestanti sono però sempre molti. Lo scorso gennaio, durante gli inutili carotaggi invernali, un corteo a Susa, senza istituzioni, mise insieme circa quarantamila persone. Quante ieri. Sindaci e politici, quindi, seguono il movimento e per molti è quasi un obbligo, a prescindere dalle idee personali. Forse è il caso di Antonio Ferrentino, ex barricadero Notav, poi dialogante possibilista, ieri nuovamente in piazza. Non era in prima fila insieme ai suoi colleghi sindaci di valle ma nel gruppo di chi dice “No” all’alta velocità senza se e senza ma. Nessuno ha contestato l’ex presidente della Comunità Montana. Chi pensava di avere una sponda in valle da ieri deve smettere di sognare.
La manifestazione dimostra che in questo momento il movimento Notav non evidenzia la minima incrinatura, e forse non è mai stato così partecipato.
Lungo la statale, sotto il solito terribile cielo grigio, dietro un efficace striscione con la scritta “La valle c’è” i valsusini: contadini, trattori, muli, mucche, imprenditori, commercianti, operai, casalinghe, una marea di bambini anche in carrozzina, cani, nonne, squatters, la Fiom... tutti.
Esattamente come due settimane fa a Rivoli. Perché da queste parti i cortei e le assemblee hanno cadenza settimanale. Il tempo volge al brutto e l’inverno è alle porte. E, come ormai tutti sanno, quando il termometro scende le ruspe accendono i motori. A gennaio 2011 potrebbe partire la cantierizzazione dei boschi di Chiomonte. Quando il termometro si allungherà sotto lo zero i sostenitori dell’opera proveranno a ripetere l’operazione di Venaus. Il movimento sta progettando un mega presidio lungo l’unica via d’accesso al futuribile cantiere.
Si tratta di un luogo impervio e isolato, circondato da boschi e vigneti, ed è facile prevedere che ci sarà battaglia. Certo il “nuovo” percorso non aiuta il dialogo ed il confronto. Vi sarebbero case e capannoni abbattuti, cantieri per anni, migliaia di camion in giro per la valle e perfino un ospizio in pericolo a Susa. Un sentimento di paura e rabbia serpeggia tra chi teme di vivere un inferno lungo almeno dieci anni. Senza nessun vantaggio.
Recentemente perfino un pezzo da novanta del Pdl, Vito Bonsignore, si è detto contrario all’opera. Il parlamentare europeo ha definito la Tav «non più fattibile in questo momento di crisi anche perché l’opera è rivolta essenzialmente al traffico passeggeri». Per dare un’idea dell’intenso via vai tra Torino e Lione è bene sottolineare che le due città sono collegate da un pullman al giorno.
Paolo Ferrero, segretario Prc, presente al corteo, ha commentato: «E’ una bellissima manifestazione perché su questa strada non ci sono solo i duri e i puri che decidono di andare da soli. Attraverso un percorso, anche tortuoso e difficile, di dialogo e di confronto si è trovata un’unitarietà di intenti che porta ottimi risultati. Un esempio di questi tempi».

Il clima di entusiasmo generale è ben raccontato da Andrea, docente precario in un istituto superiore di Torino: «Venire in Val Susa è come respirare una boccata d’aria fresca. Sono abituato alle tragiche divisioni sindacali presenti nella scuola dove ogni protesta è vissuta, almeno da me, come una discesa nel baratro della rappresentanza solitaria. Qui in valle è proprio una altro mondo».
Nelle prossime settimane altre manifestazioni avranno luogo, forse anche a Torino. Arriva l’inverno, la valle è pronta. (Liberazione 10 ottobre 2010)

 

Il 28 agosto torna in piazza il popolo del No Ponte

 

Giovedì la conferenza stampa di presentazione. La proposta: alle emergenze ambientali e sociali i fondi per l’opera

Le trivelle del Ponte non si fermano, ma nemmeno il popolo che dice no alla grande opera. Giovedì 26 agosto alle 11 presso la saletta commissioni della Provincia regionale, la “Rete No Ponte” ed il comitato “No Ponte Capo Peloro” presenteranno la manifestazione che si svolgerà a Torre faro sabato 28 agosto. «Mentre proseguono i sondaggi geognostici nelle aree interessate ai futuri cantieri della grande opera – si legge in una nota - la città di Messina continua a soffrire per le conseguenze del dissesto idrogeologico, l'abbandono di ogni prospettiva di sviluppo sostenibile, la crisi occupazionale che spinge i giovani all'emigrazione».

«L'opposizione al Ponte sullo Stretto – si legge ancora - deve qualificarsi come opposizione ad un modello di sviluppo che consegna importanti risorse economiche alle grandi aziende del cemento e le sottrae ai bisogni primari delle popolazioni di Reggio e Messina. La proposta della

Retenoponte è , perciò, ancora una volta quella di destinare al superamento delle emergenze ambientali e sociali le risorse economiche destinate al Ponte. Interverranno alla conferenza stampa per illustrare i temi dell'iniziativa i portavoce della Retenoponte e del comitato Capo Peloro». (www.tempostretto.it 25 agosto 2010)

 

 

No mafia no Tav No censura

 

             

 

 

 

 

Manifestazione a Porta Nuova Torino ore 14,30 sabato 20 marzo 2010
Una valle che resiste da 21 anni per fermare un'opera inutile, dannosa per l'ambiente, che costerà più di tre volte il ponte sullo stretto di Messina. Una valle che combatte contro la censura di tutti i media...

 

No Tav No Sondaggi

 

 

Marcia  NOTAV Torino

                    

 

Sabato 16 gennaio 2010 marcia sui luoghi dei sondaggi

intorno all'area di Corso Marche

Appuntamento alle ore 14,30 in Piazza Massaua a Torino
 

 

 

Marcia sui luoghi dei sondaggi intorno all'area di Corso Marche.
Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Bertolt Brecht


Con l'eleganza di un branco di cinghiali il blocco di interessi che sostiene il TAV sta rilanciando l'iniziativa per imporre la costruzione del treno ad alta voracità. Questi signori si sentono oggi forti, governo nazionale e locale, grandi mezzi di comunicazione, partiti di governo e di "opposizione" si schierano a favore di un progetto caratterizzato da un costo spaventoso e da un altrettanto spaventoso impatto ambientale. D'altronde è questa la vera ragione della mobilitazione del blocco tavista: privatizzare i beni comuni, appropriarsi di ricchezza pubblica, garantirsi robusti profitti a spese della comunità. Un progetto tanto semplice quanto sciagurato, per realizzare un'opera inutile e devastante. Il movimento NO TAV, che ha maturato negli anni una riflessione seria ed approfondita sulla difesa dei beni comuni ed una pratica di mobilitazione e di lotta che coinvolge in prima persona le popolazioni direttamente interessate, sta dando una risposta forte con presidi, assemblee, iniziative sul territorio. Noi riteniamo che oggi il nostro compito principale sia sviluppare un'azione capace di contrastare sul piano generale l'azione del blocco tavista, che coinvolga la popolazione di Torino e dei comuni circostanti, i lavoratori e le lavoratrici, le rappresentanze sindacali aziendali su alcuni obiettivi condivisi che proponiamo al confronto:

1.utilizzo della ricchezza sociale non per grandi opere nocive e per spese militari ma per garantire investimenti socialmente utili, il diritto al lavoro, al reddito, ai servizi, all'abitazione, attraverso la sistemazione del territorio, la valorizzazione delle risorse locali, la messa in sicurezza degli uffici pubblici;

2.sviluppo di un sistema di trasporti pubblico che ponga al primo posto le esigenze dei lavoratori e dei cittadini. Non ci interessa né ci serve una fantomatica Alta Velocità ma, casomai, un'Alta Qualità delle ferrovie e del trasporto urbano che oggi ci garantiscono al massimo carri bestiame, per non parlare degli incidenti che colpiscono lavoratori e pendolari;

3.tutela della salute nelle aziende e sui posti di lavoro. Su questo terreno proprio nella nostra città la CUB e l'assieme del sindacalismo di base sono da anni fortemente impegnati contro tutte le nocività, le morti e gli incidenti sul lavoro, il diritto alla sicurezza

 

 

"Le nostre onde seguono la stessa rotta"

 

. No Tav e No Dal Molin  scrivono al movimento No Gelmini

«Le nostre onde seguono la stessa rotta: quella che ha come meta la difesa  dei beni comuni, della partecipazione e della democrazia»: si conclude con  queste parole la lettera aperta indirizzata agli studenti, ai precari,  agli insegnanti, ai genitori impegnati nella difesa della scuola e  dell'università. Le firme in calce sono quelle dei comitati No Tav della
 Val di Susa e del Presidio Permanente No Dal Molin di Vicenza. «Difendere  l'accesso ai saperi e l'istruzione -- si legge nella nota --  significa difendere la possibilità di ognuno di noi a opporsi e indignarsi  di fronte alle tante imposizioni quotidiane» perché, scrivono valsusini e  vicentini, «nella nostra mobilitazione abbiamo conosciuto l'uso distorto  delle informazioni e delle conoscenze; ci vorrebbero disinformati e  ignoranti per imporci scelte devastanti a nostra insaputa».

Presidio Permanente, Vicenza, 6 novembre 2008

*Lettera aperta agli studenti, ai precari, agli insegnanti, ai genitori  impegnati nella difesa di un bene comune: la scuola e l'università*

Vi abbiamo visto nelle strade e nelle piazze delle nostre città. Abbiamo  incrociato i vostri sguardi e abbiamo ritrovato la nostra determinazione:
 quella di chi non cerca un privilegio ma con il proprio impegno difende  l'oggi di se stesso e il domani di tanti altri.
Siamo donne e uomini di Vicenza, della Val di Susa e di tante altre realtà  riunite nel Patto di Mutuo Soccorso mobilitate in maniera permanente per  difendere la nostra terra e la nostra acqua, le nostre città, le nostre  valli e il nostro futuro: che si tratti di nuove basi militari, di nuove  linee ad alta velocità, di nuove discariche e nuovi inceneritori, di  sorgenti svendute al miglior offerente o di quant'altro poco cambia: beni  comuni sottratti alla collettività, spazi di democrazia cancellati.
In questi anni abbiamo imparato a guardarci intorno, a conoscere e  interrogare. Vogliamo capire e imparare, costruire e creare. Come voi ci  riuniamo in assemblea. Come voi cerchiamo di valorizzare la nostra  creatività e la nostra diversità. Come voi difendiamo beni comuni che i  governi vorrebbero sottrarci: l'accesso ai saperi per regalarlo ai
 profitti dei privati, il territorio per svenderlo ai militari statunitensi
 o al partito del tondino e del cemento, l'acqua per consentire nuovi  enormi profitti alle grandi multinazionali. Come voi puntiamo sulla forza  della ragione e della verità e pratichiamo metodi di lotta pacifici.
Nella nostra mobilitazione abbiamo conosciuto l'utilizzo distorto delle  informazioni e delle conoscenze; ci vorrebbero disinformati e ignoranti  per imporci scelte devastanti a nostra insaputa. Difendere l'accesso ai  saperi e l'istruzione, allora, significa difendere la possibilità di  ognuno di noi a opporsi e indignarsi di fronte alle tante imposizioni  quotidiane ai danni delle donne e degli uomini che vivono le nostre città,  le nostre campagne, le nostre valli e le nostre montagne.
Vi abbiamo visto nelle strade e nelle piazze delle nostre città e come  un'onda travolgere silenzi compiacenti e sguardi indifferenti. La vostra  onda incrocia le nostre onde, le risorse che vogliono sottrarre alla  scuola e all'università vorrebbero utilizzarle per nuove devastanti grandi  opere inutili e dannose; difendere la scuola pubblica da questo ennesimo  tentativo di scippo è il vostro e anche il nostro obiettivo, la vostra  resistenza rafforza le nostre resistenze e viceversa. Le nostre onde  seguono la stessa rotta: quella che ha come meta la difesa dei beni  comuni, della partecipazione e della democrazia.
Il futuro è nelle nostre mani.

6 Novembre 2008
Presidio permanente No Dal Molin
NOTAV Val di Susa

 

 

Dichiarazione di Jacopo Venier del PdCI su Base Vicenza


Berlusconi è allergico alla democrazia e si scatena in pressioni intollerabili, che danno il senso del clima autoritario che si respira nel paese. Che i vicentini si esprimano è un loro diritto che non può essere cancellato né dalle cariche della polizia né dalle minacce di Berlusconi. L’elezione del Sindaco Varriati, che ha sempre sostenuto il referendum e contrastato la nuova base Usa a Vicenza, ha già dimostrato la volontà dei cittadini di voler dire la loro su un progetto che minaccia l’intera città. I Comunisti Italiani continueranno a partecipare alla mobilitazione contro il Dal Molin ed esprimono la loro piena solidarietà a chi ha subito violenze per aver manifestato il proprio dissenso di fronte a scelte di guerra. (9 settembre 2008)

"Siamo tutti vicentini"

EMERGENZA DEMOCRATICA: DIFENDIAMO LA CONSULTAZIONE CONTRO IL DIKTAT DI BERLUSCONI E LA VIOLENZA DI SARLO



Torniamo in piazza per difendere Vicenza da una nuova base di guerra e la consultazione popolare del prossimo cinque ottobre che il Governo Berlusconi vorrebbe impedire.

A Vicenza esiste una emergenza democratica: in questi giorni coloro che vogliono imporci la nuova base statunitense hanno messo in campo tutti gli strumenti a propria disposizione per “estirpare alla radice”, come scriveva il commissario Costa , la Vicenza che, con tenacia e convinzione, si difende. Il Presidente del Consiglio ha scritto al Sindaco , ammonendolo che la consultazione popolare potrebbe avere “gravi ricadute”; il giorno dopo, sabato scorso, il Questore ha dato l'ordine di picchiare cittadini inermi e seduti per terra al termine di una manifestazione autorizzata: i filmati che abbiamo reso pubblici testimoniano chi è il responsabile dell'ingiustificata violenza.

Vogliono farci abbassare la testa, ottenere la nostra dichiarazione di resa, scavalcare la nostra opposizione. Coloro che, a livello nazionale, parlano di federalismo fiscale, sono gli stessi che vogliono impedire l'espressione popolare a Vicenza.

Noi, viceversa, siamo più convinti che mai che fermare il progetto statunitense è possibile. Perché la violenza è segno di debolezza, così come la volontà di annullare la consultazione popolare rappresenta il timore che i promotori dell'opera hanno verso questa forma di partecipazione civica.

Torneremo in piazza, il prossimo 13 settembre; vogliamo portare nelle strade della città berica il coraggio di Vicenza che non si piega alle imposizioni. Vogliamo rivendicare il nostro diritto a percorrere, attraversare, vivere le strade dlla nostra città senza la minaccia del manganello. Vogliamo difendere la democrazia, rappresentata dal nostro diritto a manifestare pubblicamente, ad agire e a esprimerci attraverso la consultazione popolare senza che essa sia vanificata dall'apertura dei cantieri. Vogliamo le le dimissioni del Questore responsabile di aver portato a Vicenza la violenza.

Vogliamo difendere la nostra identità; quella di cittadini che amano Vicenza e la difendono.
Fermarli si può, fermarli è compito di ognuno di noi.

SABATO 13 SETTEMBRE, GRANDE MANIFESTAZIONE PER LA DEMOCRAZIA RITROVO ORE 15.00 P.ZA MATTEOTTI VICENZA


Per adesioni comunicazione@nodalmolin.it
 

 

 

 

I No Dal Molin in corteo a casa del commissario

di Orsola Casagrande

Una visita a casa del commissario Paolo Costa prima di approdare alla mostra del cinema. Il tutto a bordo di un vaporetto. Il popolo «No Dal Molin» ieri in trasferta da Vicenza a Venezia per ribadire il no alla nuova base americana che il governo americano, con il placet di quello italiano, vorrebbe costruire all'aeroporto Dal Molin. Un centinaio di vicentini sono arrivati alla stazione dove li aspettavano altrettanti veneziani, quelli del No Mose soprattutto.
Con le barche e con il vaporetto i rappresentanti del presidio permanente sono arrivati all'isola della Giudecca, dove ha casa il commissario straordinario per il Dal Molin, l'ex sindaco di Venezia Paolo Costa. Stavolta i «No Dal Molin» avevano fazzoletti da pirati, uncini e la fascia da corsaro all'occhio per consegnare a Costa un premio molto speciale. «Il premio Attila, - hanno detto con il megafono davanti all'abitazione del commissario - per l'opera costante di devastazione dei nostri territori».
Una manifestazione allegra e divertita della quale Il commissario non ha saputo apprezzare l'ironia. Non si è fatto vedere. In compenso di fronte alle grida «Paolo Costa che lavoro fa?» è scesa in strada la signora Costa. Che si è molto infervorata nel sottolineare che «mio marito è un uomo che lavora molto». E che quando i giovani del presidio le hanno consegnato un sacchetto con trenta denari («certo gli americani avranno pagato di più», hanno ironizzato) è scattata: «Non osate - ha detto arrabbiatissima - non osate». Risalita in casa la signora Costa, i No Dal Molin hanno incollato alla parete accanto alla porta di casa il premio Attila e hanno letto le motivazioni: «Per la devastazione dei territori». Seconda tappa, il Lido.
Ripreso il vaporetto i manifestanti sono arrivati nel cuore della mostra. L'idea era quella di deporre il premio Attila in passerella. Un po' di spintoni con la polizia che non voleva lasciare una delegazione salire in passerella. Compiuta la missione i No Dal Molin se ne sono tornati a Vicenza. Dove da ieri va in scena la seconda edizione del festival. Che quest'anno vedrà la partecipazione di numerosi personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, da Wu Ming al Nobel Dario Fo.
Domani verranno realizzate delle strutture per permetterà ai cittadini di sorvegliare l'area del Dal Molin. Sabato 13 il «popolo delle pentole» effettuerà un sopralluogo collettivo per verificare che non siano cominciati i lavori. In città infatti sarebbero arrivati da qualche giorno alcuni dipendenti della Cmc di Ravenna, vincitrice dell'appalto per la realizzazione della nuova base militare Usa.
E proprio a Paolo Costa spetterebbe l'ultima parola sull'avvio dei lavori. Divertite invece le reazioni alla notizia di Repubblica che ieri ha annunciato la morte del progetto Usa. «Purtroppo - dice Olol Jakson del presidio - c'è stata un po' di confusione anche geografica tra il progetto di villette per i militari nel comune di Quinto Vicentino e il Dal Molin».(Il Manifesto 5 settembre 2008)

 

Il Tar Veneto boccia l'ampliamento della base Usa

 Dal Molin a Vicenza



VICENZA - No all'ampliamento della base Dal Molin a Vicenza: il Tar del Veneto ha bocciato il raddoppio della base americana, accogliendo così il ricorso del Codacons. Secondo quanto fa sapere l'associazione, è mancata per il Tribunale, "la consultazione della popolazione interessata nonostante fosse prevista dal memorandum Usa-Italia".

(20 giugno 2008)

 

 

 



 

Veltroni: la base si può fare

Comunicato del Comitato No Dal Molin

VICENZA BASE USA DAL MOLIN: le cooperative rosse vincono l'appalto per la costruzione della nuova base Usa

Finalmente sono stati resi noti i nomi delle ditte che dovranno costruire la nuova base militare Usa a Vicenza: Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna e Cooperativa Muratori & Cementisti di Ravenna.
Inutile ricordare i legami stretti tra queste cooperative rosse e molti membri del Governo Prodi e del commissario Costa.
Il ministro Bersani era stato presidente della CMC di Ravenna, l'inaugurazione della nuova sede della CCC di Bologna venne fatta in pompa magna da Massimo D'Alema.
Altro che inderogabili impegni internazionali, altro che rispetto dei patti: hanno svenduto la nostra città per garantire un lucroso affare alle cooperative rosse loro amiche.
Le stesse cooperative impegnate nella costruzione della Tav in Val di Susa, giusto per gradire. Ecco perché il buon Walter Veltroni, nel suo recente viaggio elettorale a Vicenza ha detto: la base si farà.
Non vorrete mica far perdere un sacco di soldi ai nostri amici, vero? Ebbene si, cari Prodi, Costa, Bersani, D'Alema, Veltroni: quella base non si farà mai, perché le vostre bugie hanno le gambe corte, perché migliaia di uomini e donne lo impediranno, in maniera pacifica ma determinata. A Monopoli giocherete un'altra volta, e non sulle nostre teste. (1 aprile 2008)

 

 

 Contro la guerra

 

Il 26 gennaio sarà la giornata proposta dal Forum Sociale Mondiale per iniziative in tutto il mondo contro la guerra, il liberismo, il razzismo e il patriarcato. In tale giornata, le strutture che hanno dato vita al Patto permanente contro la guerra (tra le principali, Action, Confederazione Cobas, Global meeting network, Mondo senza guerre, Partito comunista dei lavoratori, RdB, Red Link, Rete dei Comunisti, Rete Disarmiamoli, Rete Semprecontrolaguerra, Sinistra Critica)  organizzano  una giornata di iniziative in varie regioni.

Gli obiettivi riguardano il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra,  la chiusura delle basi militari e l'opposizione alla costruzione di nuove (a partire da Vicenza con il Dal Molin),  la drastica riduzione delle spese di guerra e l’aumento di quelle sociali,  la riconversione delle fabbriche d’armi, la revoca dell’accordo per i caccia F35 e dell’adesione italiana allo Scudo missilistico USA.

Sarà una giornata contro la politica militarista del governo Prodi che ha imposto l'ulteriore aumento dei finanziamenti (aumento del 24% in due anni) a Forze armate, missioni belliche e basi, l'accordo militare Italia-Israele, l'embargo alla Palestina, l'adesione allo scudo missilistico USA.

Ci saranno iniziative di fronte a basi militari, siti di assemblaggio di armamenti, caserme (quelle in dismissione che vanno riconvertite in case per sfrattati, precari, richiedenti asilo), ambasciate e ministeri coinvolti nella guerra. Il potenziamento e l’allargamento del movimento contro la guerra, che a Vicenza il 15 dicembre ha confermato la propria forza, si impone perchè la guerra coinvolge sempre più l’Italia e il suo governo.

Lo scenario bellico in Afghanistan, travisato con la menzogna della “missione di pace”, è  peggiorato con il passaggio del comando NATO alle truppe italiane che partecipano ai combattimenti mentre si aggravano le minacce di una aggressione nei confronti dell’Iran, da parte di USA e Israele. Questa escalation devasta i nostri territori e la vita collettiva. Le spese militari sono aumentate a danno di quelle destinate al reddito dei settori popolari; la guerra entra nelle nostre città, ingigantendo derive securitarie, razzismi, riduzione delle libertà.

Vogliamo rompere la complicità di guerra imponendo il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e la bocciatura del ri-finanziamento delle missioni militari anche negli altri luoghi di guerra in cui l’Italia è sempre più coinvolta come Kosovo e Libano.

La giornata del 26 gennaio viene organizzata anche in vista della manifestazione nazionale che il Patto propone a Roma in coincidenza col voto in Parlamento sul rifinanziamento delle missioni belliche, tra fine febbraio e inizio marzo, per organizzare la quale, oltre che per valutare l’andamento delle iniziative del 26, le forze del Patto convocano a Roma una Assemblea nazionale il 27 gennaio a cui invitano coloro che sono interessati  a lottare per il ritiro delle truppe e la bocciatura del ri-finanziamento di tutte le missioni belliche.(L'Ernesto 26 gennaio 2008)

 

 No Dal Molin

 Vicenza dice No agli Usa


di E.S.

Un numero compatto di maschere bianche. Così si presenta il corteo "No dal Molin", che dopo un giro per le vie di Vicenza, arriva di fronte alla stazione ferroviaria. Tanti hanno manifestato contro la base U.S.A. dell'aeroporto Dal Molin sfilando in un clima tranquillo e pacifico. La conclusione è a Campo Marzio, dove l'esponente del Presidio Permanente "No Dal Molin" Olol Jackson sottolinea "la grande, magnifica partecipazione della gente, soprattutto dei vicentini".

E a Vicenza, in effetti, di gente ce n'era: per gli organizzatori oltre 60mila, mentre secondo la questura della città la cifra dovrebbe attestarsi intorno alla metà. Comunque molte persone, e tutti accorsi per dire no alla costruzione di una base che è "devastante ed ingiusta". Tra i partecipanti l'immancabile Don Gallo, presente poco meno di un me se fa anche a Genova, al quale camminano vicini Franca Rame e Dario Fo, che ha voluto commentare l'evento.

"Questa di oggi è finalmente una manifestazione di popolo, perché si tratta di popolo nel vero senso della parola, persone con una grande dignità e una forza d'animo". Il premio Nobel non si è certo fatto pregare per ricordare le responsabilità politiche della situazione, affermando che "i governanti invece sono ciechi e sordi. Anche i dirigenti della sinistra non si rendono conto dell'importanza che hanno queste manifestazioni e della voglia di sentirsi cittadini che hanno queste persone. Al Governo - ha proseguito l'attore - dico che non si può voltare la faccia dall'altra parte davanti a una richiesta così lecita e così ragionevole. E anche le considerazioni finali sono al vetriolo, e dedicate all'attuale governo, "che continua a parlare di pace e spende migliaia di milioni di euro per acquistare aerei d'aggressione e da massacro".

E dal palco, è stato lo stesso Jackson a ribadire la stessa metafora: "Se non è cieco e sordo, il governo riveda le sue scelte. Noi siamo contro la base che non s'ha da fare: potrebbe andare bene anche una moratoria che in ogni caso va discussa con la popolazione vicentina". Anche Cinzia Bottene, portavoce del Comitato permanente "No dal Molin", ha parlato di "un successo straordinario". Ma non tutti la vedono così.

Per i responsabili dei Comitati favorevoli all'ampliamento, il centro storico deserto e i negozi con le serrande abbassate, sarebbero i segnali "del disinteressamento della città alla manifestazione dei No Dal Molin". E a rincarare la dose ci pensa il presidente leghista della Regione Veneto, Giancarlo Galan: "Sono così pochi i No Dal Molin, che sono costretti, pur di far massa, a invocare la calata a Vicenza dei loro compagni sparsi in giro per l'Italia". Invece per Roberto Cattaneo portavoce del Comitato per il Sì, "è triste osservare la partecipazione alla manifestazione della sinistra di esponenti politici locali, mi riferisco al consigliere regionale Achille Variati, e alle parlamentari Lalla Trupia e Luana Zanella, che manifestano contro il proprio Governo. Evidentemente questa sfilata è servita per inaugurare la campagna elettorale".

In realtà, per molta sinistra italiana la questione della base americana a Vicenza è un problema da affrontare. Lo confermano le parole del senatore Prc Russo Spena: "Rifondazione non ha mai accettato la scelta di ampliare la base di Vicenza contro la volontà della popolazione locale e continuerà la battaglia perché il governo rispetti gli impegni assunti con gli elettori. E questo, - aggiunge -, è uno degli argomenti della verifica di gennaio". Poi una puntualizzazione: "Voglio aggiungere che sono rimasto davvero sconcertato per la presa di posizione su Vicenza del presidente Napolitano. Non me l'aspettavo da un uomo della sua sensibilità democratica".

A ribadire il concetto c'è anche Lalla Trupia, deputato Sd: "L'ampliamento della Base americana sarà inserito fra i temi della verifica di gennaio del Governo Prodi - avverte-; In tutta Italia, fra l'altro, stiamo raccogliendo firme per chiedere la moratoria sull'avvio del cantiere, cioè la sospensione dei lavori programmati fino a che non si terrà la conferenza nazionale sulle servitù militari: perché sarebbe assurdo che il progetto fosse avviato, mentre le decisioni della conferenza potrebbero andare in senso contrario".

E una partecipazione nazionale alla protesta del popolo vicentino è confermata anche da Oscar Mancini, segretario generale della Cgil vicentina, al termine della manifestazione. "Dopo la grande e serena manifestazione di oggi la mobilitazione deve proseguire ed estendersi all'intero Paese, e l'appello lanciato da autorevoli dirigenti nazionali della Cgil e dell'Arci deve essere raccolto". L'obiettivo secondo Mancini è quello delle "cento piazze d'Italia", con altrettanti gazebo a sostegno della moratoria: "Sarà questo l'attività della Cgil nelle prossime settimane".(Aprileonline 16 dicembre 2007)

 

 

 Vicenza - Fermi tutti, discutiamone

Arci

In tutto il mondo, in nome della sicurezza, si spendono enormi quantità di risorse. Eppure dappertutto le persone e le comunità si sentono sempre più insicure. Cresce il disagio e, con le guerre, le violenze, il terrorismo, la solitudine, la povertà morale e materiale, cresce l'ignoranza. Crescono criminalità e traffici illegali. E tutti abbiamo più paura, per noi e per i nostri figli. Insomma, tante risorse per l'industria bellica che dovrebbero essere riconvertite con maggiore beneficio per l'intera umanità.
Dopo l'11 settembre del 2001 il governo degli Stati Uniti ha deciso di rispondere al terrorismo con la guerra. Tanti governi del mondo lo hanno seguito in questa avventura, che si è rivelata un fallimento totale. Il mondo è oggi terribilmente più instabile e insicuro. Per fortuna molti governi, molta opinione pubblica e anche parte della politica e della cittadinanza americana, vogliono ora cambiare strada. Perché incrementare oggi, in questa fase di ripensamento mondiale, una politica tanto sbagliata e pericolosa?
Ci sono paesi che, confermando l'alleanza con gli Stati Uniti e la permanenza nella Nato, hanno rifiutato di ospitare basi militari straniere, armi nucleari o di distruzione di massa. Può farlo anche l'Italia. Una grande base militare conficcata nel cuore di Vicenza rende più insicura la cittadinanza, la espone a eventuali attacchi, alla contaminazione da parte di materiali pericolosi, al rischio di incidenti. C'è chi dice che la base serve allo sviluppo di Vicenza. Ma lo «sviluppo» può comportare questi rischi così pesanti per l'intera comunità?
Si possono eliminare dal territorio italiano tutte le armi nucleari che ancora sono stoccate nel nostro paese, molte di esse in Veneto. Si possono ridurre le spese militari, che ancora una volta aumentano, e recuperare risorse per le spese sociali, per la salute, l'educazione, la difesa dell'ambiente, la sicurezza umana. Si può impegnare la scuola in una grande opera di educazione alla pace, alla convivenza e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti rivolta alle nuove generazioni. Si deve lavorare per potenziare gli organismi internazionali di governo mondiale democratico, avendo il coraggio di avanzare proposte per la loro riforma.
Non è vero che non c'è più tempo, non è vero che non si può. Se tanta gente ha paura, è contraria, è preoccupata le istituzioni locali e il governo nazionale hanno il dovere di prendere in considerazione queste opinioni. Si sospenda l'iter per la costruzione della base, si accetti la discussione. Ascoltare i propri cittadini, in democrazia, è un obbligo. Si approfitti della moratoria per fare un ragionamento serio e complessivo sulla presenza delle basi militari, delle armi nucleari e di distruzione di massa nel nostro paese. Si promuova la Conferenza sul ruolo delle basi militari. Alla luce delle nuove relazioni e impegni sui mutamenti climatici, si mettano in relazione i progetti di insediamento della base con l'impatto ambientale in un'area così delicata e densa di storia. E' possibile uno sviluppo diverso per Vicenza?
L'Arci sostiene i cittadini di Vicenza di tante culture, orientamenti, appartenenze diverse che con forme e modalità nonviolente, pacifiche, partecipative si impegnano quotidianamente contro la base, per la sicurezza e il futuro della loro comunità e dell'Italia intera. La pace si nutre di unità e inclusione. Il rispetto delle differenze e la capacità di dialogare sono elementi fondamentali per permettere il massimo di impegno del movimento per la pace in tutta Italia. Abbiamo partecipato alle iniziative unitarie già realizzate. Raccoglieremo le firme per chiedere la moratoria della base, siamo solidali con la manifestazione prevista a Vicenza sabato 15 dicembre, nel segno della nonviolenza con l'obiettivo di allargare il consenso a una causa giusta che guarda al futuro a partire dal futuro di questa città, continueremo il lavoro culturale e sociale in questa direzione insieme ai movimenti, alle comunità e alle istituzioni locali impegnate per gli stessi obiettivi.(Il Manifesto 12 dicembre 2007)

 

 Lettera aperta: se non ora quando?

 

Non lo nascondiamo: siamo dei sognatori; vorremmo impedire alla più grande potenza militare mondiale di mettere casa nel nostro cortile. E’ vero, siamo anche un pò testardi; ce lo hanno detto in tutte le salse: «cari vicentini, mettetevela via, gli interessi della guerra saranno più forti dei vostri presidi». Pazzi? Può darsi: del resto, chi avrebbe montato un Festival-campeggio di 10 giorni?

Eppure, siamo ancora qui. In questi giorni raddoppiamo il nostro Presidio Permanente; tutto intorno, un silenzio assordante, fatto di quotidiani e telegiornali che, dopo aver assediato Vicenza in concomitanza con il grande corteo del 17 febbraio, ora non hanno più nulla da dire su un movimento che ha continuato a vivere di passione e determinazione. Un movimento che si esprime tra e con la gente di Vicenza, attraverso iniziative e manifestazioni continue: abbiamo tagliato i cavidotti funzionali alla nuova base Usa, occupato la Basilica Palladiana, piantato 150 alberi all’interno del Dal Molin; abbiamo bloccato, per tre giorni e tre notti, le bonifiche belliche – iniziate un mese fa – necessarie per iniziare la costruzione dell’installazione militare, e le donne del Presidio, sono andate a Firenze per boicottare l’ABC – azienda incaricata delle bonifiche – e proseguire la campagna dei blocchi.

 

Con i primi blocchi dei lavori abbiamo imparato, ancor di più, ad essere una comunità; e abbiamo sentito, da tante parti d’Italia, la solidarietà e la condivisione che tante donne e tanti uomini esprimono per la lotta vicentina.

Abbiamo chiesto, anche, che i 170 Parlamentari che si sono dichiarati contrari alla realizzazione della nuova base Usa mantengano la propria promessa: portare subito in Parlamento la moratoria sui lavori in attesa dello svolgimento della Seconda Conferenza sulle servitù militari e chiedere la desecretazione degli accordi militari bilaterali.

Questo, ad oggi, non è avvenuto: abbiamo già visto il Governo promettere di ascoltare la comunità vicentina e poi tradirla: c’è qualcuno che vuol seguire il solco tracciato da Prodi? Non portare subito in Parlamento la moratoria, infatti, significa comportarsi nello stesso modo del Presidente del Consiglio che, dopo aver promesso di voler considerare la vicenda alla luce della volontà della comunità locale, dichiarò dall’estero di non opporsi alle richieste statunitensi svendendo la nostra città.

 

Lo scorso 17 febbraio, insieme, abbiamo dimostrato quanto grande è il movimento che vuol battersi contro la guerra e la militarizzazione del territorio, per la difesa della terra e la costruzione di nuove pratiche di democrazia; ma Vicenza, da sola, è insufficiente a sostenere questa lotta che, pure, accomuna gran parte della popolazione locale: Vicenza è solo un villaggio nella grande comunità che crede in un altro mondo possibile. Abbiamo bisogno, ancora una volta, della vostra condivisione, della vostra partecipazione, della vostra solidarietà.

 

Abbiamo convocato, a dicembre, una tre giorni europea di confronto, contaminazione, approfondimento; vogliamo allargare i nostri orizzonti, conoscere nuove comunità, condividere altre lotte. Ma vogliamo, anche, dimostrare che la vicenda del Dal Molin è ancora aperta: per questo il 15 dicembre un grande corteo attraverserà le strade della nostra città. Abbiamo sempre detto che “se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia”: vi chiediamo di condividere il nostro sogno, ancora una volta, perché una terra senza basi di guerra possa diventare realtà.

 

Se non ora, quando? Vicenza chiama, ancora una volta: e noi siamo sicuri che risponderete in tanti. Perché Vicenza vive già al di fuori dei suoi confini.

 

 

Presidio Permanente, Vicenza 27 novembre 2007

 A quando la moratoria promessa?

Lo scorso giugno 170 Parlamentari avevano promesso al movimento vicentino di promuovere una moratoria sui lavori di realizzazione della nuova base Usa a Vicenza.

La moratoria non è ancora stata discussa dal Parlamento mentre al Dal Molin sono iniziate le bonifiche belliche funzionali alla militarizzazione di Vicenza. I Parlamentari, dopo aver promesso per mesi questo atto, ora vorrebbero che siano i cittadini, attraverso una raccolta firme, a farsi promotori della moratoria. Vicenza non si prende in giro: chi si dichiara contrario al Dal Molin deve essere coerente con le proprie dichiarazioni e sfidare Prodi sul tema della moratoria, portando in Parlamento il dibattito; qualunque scelta diversa sarebbe un escamotage per nascondere l’abbandono nei confronti della comunità vicentina e di quanti si battono contro la guerra e per la difesa della terra.

La moratoria è un compito di chi siede in Parlamento, e da loro la pretendiamo. Non si può essere contrari alla nuova base Usa senza poi fare i doverosi atti per impedirne la realizzazione: la richiesta di dibattito sulla moratoria va presentata in Parlamento subito, entro e non oltre la mobilitazione europea di dicembre.

Di seguito il documento sottoscritto dai 170 parlamentari lo scorso giugno.

28 giugno 2007

 AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ROMANO PRODI

I sottoscritti chiedono che:

·        si attivino al più presto le procedure per la convocazione della seconda conferenza nazionale sulle Servitù militare già all’attenzione della Commissione Difesa della Camera, come previsto dal programma dell’Unione;

·        si attui una Moratoria in merito all’inizio dei lavori per la costruzione di una nuova base militare americana nel sito “Dal Molin” di Vicenza, alla luce dalla discussione di merito della sopraindicata conferenza e in attesa dell’attivazione delle procedure relative alla V.I.A., come richiesto dal Ministro dell’Ambiente;

·        il Commissario di governo, On. Paolo Costa, si impegni a favorire lo svolgimento del referendum consultivo sull’impatto ambientale richiesto dai Comitati dei cittadini “No Dal Molin”.(resistenza_partigiana@ 3 dicembre 2007)

Seguono le firme

 

 Vicenza, una battaglia ad armi impari

 

di Severino Galante*

E' vero. Quella contro il raddoppio della base Usa di Vicenza è una battaglia condotta ad armi impari. Gli interessi di coloro che sono favorevoli a tale progetto sono molteplici e le forze che sostengono la linea del "si deve fare a tutti i costi" coltivano profondi contatti con ampi settori del mondo imprenditoriale ed edilizio del vicentino, oltre che essere abbondantemente sostenuti da una campagna stampa martellante e a senso unico.
Sono interessi che, inevitabilmente, hanno ramificazioni solide con quella parte del mondo politico da sempre favorevole al progetto di raddoppio della Base Ederle e che ora, forte di un appoggio istituzionale mai visto, crede di poter percorrere in discesa la strada verso la piena applicazione di questa faraonica e costosissima opera.

Ma la realtà è ben diversa dalle ottimistiche previsioni dei padroni e padroncini del "sì": quella strada non è affatto in discesa ma ha ostacoli visibili ad occhio nudo che sono i seguenti: il rischio per Vicenza di perdere l'aereoporto civile - con tutti i pesanti disagi e i rischi per la sicurezza che ne conseguono per la cittadinanza - e la riallocazione degli uffici dei militari americani presso strutture dismesse della vecchia base che prefigurerebbe soltanto la creazione di una città nella città, per di più militarizzata. Il risultato, come è evidente, non cambia. Come non viene mutato lo scenario: un territorio sottratto alla sovranità nazionale per scopi pericolosi e una città deturpata sotto il profilo ambientale.

La questione, come si può ben vedere, non comporta semplicemente una opposizione "tecnica" ma muove da motivazioni squisitamente politiche, perché politica è la materia in discussione.
Da questo punto di vista abbiamo trovato francamente scoraggiante la posizione pubblicamente espressa dal Commissario straordinario per il Governo Paolo Costa. Posizione riassumibile sostanzialmente, nella scelta della "politica di riduzione del danno". Il problema va invece affrontato alla radice, e perciò la soluzione non sta certamente nello spostamento della base 50 metri ad ovest piuttosto che ad est. Se, come noi pensiamo, la questione non è soltanto di natura "tecnico-urbanistica" (pur importante) ma è soprattutto di politica generale, si deve agire per evitare il danno, cioè il raddoppio della base Usa di Vicenza. Proprio perché la battaglia è difficile e impari e perchè la strada per la realizzazione del progetto di raddoppio della base Dal Molin non è in discesa come pensano i padroni e padroncini di cui sopra, la mobilitazione popolare e di massa deve continuare, e noi faremo tutto il necessario per favorirne l'efficacia anche in sede istituzionale.(AprileOnline 22 novembre 2007)

*Capogruppo in commissione Difesa e coordinatore della Segreteria nazionale del PdCI

 

 Appello No Dal Molin


 

Il 14 luglio, al Presidio Permanente di Vicenza, ci siamo trovati in tante e tanti per il primo incontro nazionale sulla questione Dal Molin; abbiamo parlato del significato della lotta di Vicenza contro la costruzione della nuova base Usa; abbiamo costruito un sentire comune di un movimento che supera i confini della città berica e coinvolge quanti vogliono sconfiggere la guerra, difendere i beni comuni, costruire nuove forme di democrazia e partecipazione. Abbiamo, soprattutto, condiviso la necessità di continuare la nostra mobilitazione; e abbiamo fissato una settimana, quella dall'8 al 16 settembre, per ritrovarci, discutere, fare iniziative ed azioni per difendere la terra da un futuro senza basi di guerra.

Noi vicentini ci siamo messi al lavoro: stiamo organizzando un campeggio per ospitarvi; un festival dove svolgere dibattiti e spettacoli; ed una serie di azioni ed iniziative per dimostrare che siamo ancora determinati ad impedire la costruzione della nuova installazione militare al Dal Molin.

Vogliamo costruire una settimana che sappia, come abbiamo condiviso lo scorso 14 luglio, unire qualità ed efficacia.
Qualità nelle nostre discussioni, nella capacità di saper far maturare nuove proposte politiche, libere dalla guerra, dalle speculazioni economiche, dal depauperamento delle risorse ambientali; capaci di porre l'attenzione sulla difesa e sulla valorizzazione dei beni comuni, sulla smilitarizzazione dei territori, sulla costruzione di nuove pratiche di condivisione e decisione, su un nuovo sviluppo territoriale ed una nuova politica delle comunità locali.
Efficacia nelle nostre azioni, nella capacità di mettere in discussione un progetto sponsorizzato dalle Amministrazioni locali e dai potentati economici ed approvato dal Governo nazionale; nella determinazione ad impedire la costruzione di un'opera devastante nell'impatto sociale, ambientale ed economico locale ed incompatibile con l'altro mondo possibile che vogliamo costruire.

Il 17 febbraio dicevamo che il nostro percorso era appena all'inizio; vogliamo continuarlo, insieme a quanti, in tutta Italia, sognano un mondo libero dalla guerra e dalle installazioni militari; insieme a quanti difendono la terra ed i beni comuni, si battono contro l'inquinamento e la devastazione urbanistica dei luoghi di vita.

"Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia"; dall'8 al 16 settembre, tutte e tutti a Vicenza.(AprileOnline 20 agosto 2007)

Presidio Permanente contro la costruzione della nuova base Usa


Info:
http://www.nodalmolin.it
campeggi@nodalmolin.it
3486381070 (dal lunedì al venerdì, dalle 14.00 alle 18.00)

 

 Caro Prodi così non va

 

di Lalla Trupia

L'opposizione alla costruzione di una seconda base militare americana a Vicenza è sbarcata domenica all'Auditorium di Trento per contestare Romano Prodi. I manifestanti che hanno messo in scena questo blitz mediatico sono vicini ai Centri sociali. Tuttavia rappresentano il sentimento di delusione di molti elettori ed elettrici del centrosinistra che continuano a ritenere un errore il via libera dato dal nostro Governo a un progetto incompatibile con l'ambiente, la sicurezza, la tutela del patrimonio palladiano, la vocazione di questa comunità.
Si è trattato di una forma di contestazione, non da tutti condivisa e diversa dalle tante altre presenti nel nostro territorio. Si è comunque trattato di una forma di contestazione civile e dunque legittima.

Lo straordinario movimento popolare trasversale, dopo tanti mesi - ora che le decisioni sembrano prese - non mostra alcun cedimento e continua ad esigere un ripensamento del Governo e, in particolare di Prodi. E' con un certo imbarazzo che ho visto la reazione del Presidente del Consiglio all'intervento della rappresentante dei manifestanti a Trento. Un'ostentata indifferenza, un tirare avanti con il discorso come se nulla fosse successo. Quasi un sentirsi offeso. NO, così non va bene. Molti di noi, che continuano come nel mio caso a dare la propria fiducia in Parlamento al Governo, hanno preso in parola l'impegno solenne di Prodi assunto davanti a Berlusconi in campagna elettorale. L'impegno solenne di governare non "sopra" i cittadini, ma "con" i cittadini.
A Vicenza ciò che va recuperato, prima che sia troppo tardi, è proprio il rapporto con i vicentini, interrotto bruscamente con quel SI' al raddoppio della base americana pronunciato a Bucarest da Prodi. Quasi a simboleggiare una distanza, una distanza dolorosa come uno schiaffo, anche perché in assoluta continuità con il Governo Berlusconi che aveva in gran segreto preparato il "progetto scellerato".

Se si guarda con attenzione il voto alle recenti elezioni provinciali ci si accorge che da queste parti è successo qualcosa di inusuale: non si tratta del fatto, persino scontato, che il centrodestra stravince, e nemmeno del fatto, forse meno scontato, che il centrosinistra quasi scompare, ma che per la prima volta crolla vertiginosamente il numero dei votanti, tanto che in città il 46% degli elettori e delle elettrici rimane a casa. La disaffezione alla politica e al Governo, già così preoccupante in gran parte del paese, qui diventa ancora più acuta e porta la firma ‘NO al Dal Molin".

Nel Nord e nel NordEst l'epicentro di questa lontananza tra cittadini e politica, cittadini-istituzioni, cittadini-Governo rischia di trasformarsi in una grande questione democratica, in una incontenibile ondata di qualunquismo e di antipolitica. E, come si sa, l'antipolitica porta quasi sempre a destra, a una brutta destra. Ecco perchè molti di noi, parlamentari dell'Unione ed elettori del centrosinistra, non ci diamo per vinti e chiediamo a Prodi e al Governo di tornare indietro. A volte tornare indietro è una dimostrazione di forza, non di debolezza, della politica. Altrimenti, davanti al NO senza se e senza ma del Governo, al posto della protesta non resterà che stendersi davanti alle ruspe. Non ci saranno allora solo pochi estremisti o giovani pacifisti irriducibili, ma tante donne e tanti cittadini, rappresentanti dell'Unione. E il Governo dovrà decidere. Chiediamo a Prodi di allontanare un tale sciagurato e drammatico momento.(AprileOnline 6 giugno 2007)

*deputata di Sinistra Democratica
 

 L'Italia e i caccia della vergogna


Da Cameri a Vicenza: avanza un'economia di guerra


Mercoledi' 7 febbraio, il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, ha sottoscritto a Washington con il suo omologo statunitense Gordon England il 'memorandum' che sancisce l'adesione dell'Italia al programma di sviluppo dei nuovi aerei da combattimento Joint Strike Fighter 35 (JSF35), questa firma rappresenta di fatto il primo passo per l'installazione della linea d'assemblaggio dei futuri caccia, presso la base militare di Cameri in provincia di Novara. Vale la pena ricordare alcuni dati per inquadrare meglio il problema nella sua essenzialita': i caccia JSF35 sono bombardieri da guerra aerea, trasportatori di bombe e potenziali trasportatori di testate nucleari. Costeranno ai cittadini italiani da 150 a 250 milioni di euro l'uno (totale da 20 a 30 miliardi di euro per un'ordinazione prevista di 131 velivoli!). Si tratta di un progetto costosissimo (il nostro paese ha gia' versato un miliardo di euro per entrarci) che allontana l'Italia da un quadro di riferimento europeo e la lega alle scelte e alla tecnologia made in USA e alle politiche del Pentagono e che stona vistosamente con le attuali esigenze di contenere la spesa pubblica. Con una commessa cosi' corposa l'Italia si consolida al settimo posto nel mondo per spese militari con una spesa annua pro capite di 484 dollari. Da tempo la faccenda era sul tappeto; diverse e abbastanza variegate erano le prese di posizione che si fronteggiavano su questo tema; all'interno del mondo politico locale c'erano divergenze di vedute come affrontarlo. Nei mesi scorsi erano stati indetti a Novara diversi incontri organizzati dal tavolo di lavoro "Cacciabombardieri a Cameri: quale futuro?" promosse da un raggruppamento di persone contrarie a questa prospettiva e che, si sono date da fare per far conoscere il problema ad un auditorio piu' vasto. Qualcun altro pur accettando la logica della difesa, faceva notare che accollandosi costi per gli JSF35 si sarebbero tolte risorse, al programma Eurofighter che impegnava gia' l'Italia dentro un sistema di difesa europeo, ponendo il dubbio se fossero proprio necessari due sistemi di difesa pressoche' simili?

La commissione diocesana Giustizia e Pace interpellata da questo segno dei tempi, si pose il problema di come leggere ed interpretare questa situazione alla luce del Vangelo e del Magistero della Chiesa, sollecitati in tal senso anche dal messaggio del Papa per la Giornata Mondiale per la Pace 2007, dove veniva affermato che la persona e' il cuore della pace, per cui dopo attenta riflessione, si e' identificata nella linea della condanna alla corsa agli armamenti da parte del Magistero, l'approccio piu' significativo a questo tema, da li e' partita una ricognizione dei testi, a partire dalla Pacem in Terris e dal Concilio Vaticano II che evidenziassero come la corsa agli armamenti sia una vera sciagura per l'umanita'. Le stroncature Pontificie e Magisteriali sotto questo aspetto sono ineccepibili. Certo, ci possono essere punti di vista e approcci diversi sull'argomento, si puo' vedere l'intera questione sotto l'aspetto occupazionale, oppure dello sviluppo tecnologico, ma la Commissione Diocesana ha preferito leggere questo fatto ponendosi dal punto di vista dei poveri e degli ultimi, un aspetto questo sottolineato con vigore e posto in risalto da vari giornali cattolici (vedi i servizi di Famiglia Cristiana e del Nostro Tempo di Torino).

A seguito di questa nota riflessiva la Commissione Regionale della Pastorale del Lavoro (in cui confluiscono le varie commissioni Giustizia e Pace piemontesi) presieduta da Mons. Fernando Charrier, vescovo di Alessandria, dopo un'attenta valutazione, ha emesso un comunicato, sottoscritto anche da Mons. Tommaso Valentinetti, presidente di Pax Christi Italia, nella quale si metteva ancor piu' in risalto la contrarieta' a questo progetto. La risonanza mediatica e' stata enorme, tanto da guadagnare la prima pagina dei piu' autorevoli quotidiani nazionali. Immediata e' stato anche il commento del mondo politico-economico novarese, il Centro destra profondendosi in premesse ossequiose verso il Magistero dei Vescovi concludeva all'unisono che un conto sono i sani principi cattolici che i Vescovi hanno il dovere di richiamare, un altro ...gli affari!!! Pertanto un'occasione cosi' ghiotta era da prendere al volo. I politici cattolici del Centro sinistra, tranne il senatore Bobba (vercellese, sic!), assumevano un prudente silenzio, eloquente nella forma ma profondamente equivoco nella sostanza. In ogni caso non sono mancate altre sottolineature provenienti dal mondo industriale novarese, favorevoli all'assemblaggio degli JSF35 a Cameri;

D'altro canto settori sempre piu' vasti del mondo cattolico e non, dei missionari e di gruppi e movimenti locali esprimevano tutta la loro contrarieta'. Le lettere e le e-mail giunte da ogni parte del mondo alla Commissione Diocesana Giustizia e Pace, ne sono la prova piu' evidente, Vescovi, sacerdoti e laici, hanno fatto arrivare la loro disapprovazione ed il loro disgusto per una faccenda come questa, che fara' aumentare i profitti delle azioni di chi ha investito nelle Banche armate, che fara' felici le amministrazioni locali che vedono all'orizzonte profilarsi nuovi posti di lavoro, che fara' contenti i teo-con in salsa nostrana, sempre in prima linea ad alzare la loro voce contro l'aborto e l'eutanasia, ma latitanti da tempo sul tema della Pace e poco propensi a confrontarsi con chi ha avuto le loro case bombardate e i loro cari uccisi da questi gioielli della tecnica che garantiscono salari, tredicesima e panettoni a Natale alle maestranze del Primo Mondo pasciutamente inquieto di fronte agli sconvolgimenti planetari in atto e morte, rovine e distruzioni a chi non conta.

Queste voci (di cui allego testimonianza) sono la voce di chi non ha voce, sono la coscienza dei poveri del Sud del mondo che chiedono Pace e Giustizia ma soprattutto sono le grida di chi chiede di vivere una vita degna di questo nome: il vescovo di Kirkuk in Irak, i sacerdoti che hanno scritto dal martoriato Libano dove le bombe sono di stretta attualita', i missionari che lavorano nelle piu' sperdute e povere zone dell'Africa, Dom Adriano Ciocca Vasino, vescovo missionario novarese da una vita impegnato al fianco dei piu' derelitti del Sertao brasiliano e tanti altri hanno scritto tutto il loro disappunto sulla decisione di proseguire sulla corsa agli armamenti. Tra le tante lettere ci piace soffermarci su una in particolare, inviata da don Gianni Sacco (missionario in Brasile) che nella sua stringatezza, ci sembra esprima meglio di ogni altra l'assurdita' di quest'operazione, scrive don Gianni: "se gli aerei vengono fatti e non utilizzati, visto il costo esorbitante, e' uno spreco folle di denaro, se vengono utilizzati (guarda caso aggiungiamo noi, il piu' delle volte su obiettivi civili) creeranno distruzione e morte, per questo ripugnano la coscienza e non possono essere accolte a cuor leggero.

Per concludere, un'amara considerazione personale: come per la TAV in Val di Susa o come l'ampliamento della base Americana di Vicenza ci viene imposto di essere sudditi e non cittadini consapevoli e protagonisti nelle scelte essenziali che toccano la nostra vita, ancora una volta il popolo della pace viene dileggiato e deriso, ancora una volta constato di essere dalla parte dei vinti, dalla parte di chi non conta nulla, ancora una volta prendo atto che i poteri forti, soprattutto le lobby degli armamenti, consolidano e rafforzano i loro interessi, ancora una volta osservo cattolici doc e atei devotissimi che, mentre si inchinano deferenti ai valori del Magistero, strizzano l'occhio agli indici di Borsa infischiandosene dei poveri del mondo, ancora una volta il sogno biblico di trasformare le spade in vomeri e lance in falci, viene bollato come utopia infantile da lasciare agli ingenui e sprovveduti cattocomunisti di turno, ancora una volta mi ritrovo perdente di fronte a chi con troppa arroganza dichiara di sapere cosa sia veramente il bene ed il male e quale siano le decisioni piu' appropriate da prendere per difendere i 'nostri interessi'. Ancora una volta sono un perdente! Qualche settimana fa fu ospite nostro il Cardinale hondureno Rodriguez Maradiaga, il quale con un linguaggio secco e preciso, lontano anni luce dal paludato curialese nostrano ha ricordato che il crimine piu' grande che l'Occidente commette ogni giorno nei confronti del Terzo Mondo, oltre a quello di impoverire intere popolazioni, sfruttarne le loro ricchezze e appropriarsi delle loro economie attraverso il controllo di organismi internazionali (vedi Fondo Monetario Internazionale e simili) e' quello di aver distrutto nelle coscienze dei poveri la possibilita' di sognare; di sognare un mondo nuovo, una vita migliore per loro e per i loro figli alimentando cosi' una rabbia crescente nei nostri confronti. E dalla rabbia dei poveri ci dicono i benpensanti, bisogna difendersi! Quindi ben vengano gli SJF35 a Novara a darci sicurezza, tranquillita' e lavoro.

Don Mario Bandera
Responsabile Diocesi di Novara
Commissione Giustizia e Pace


da www.missioniconsolataonlus.it - 14 febbraio 2007

 

 

 

 

 

 

 Consiglio comunale aperto solo alla claque


Presidio Permanente No Dal Molin

Il presidente del Consiglio comunale Sante Saracco ha impedito alle donne contrarie al Dal Molin l'ingresso alla seduta pubblica del Consiglio comunale di giovedì 8 marzo; contemporaneamente è stato fatto entrare un gruppo di adolescenti con magliette azzurre e bandiere di Forza Italia che ha insultato pesantemente la Consigliera comunale Franca Equizi, contraria alla nuova installazione militare.

Denunciamo la sospensione dei più banali diritti democratici avvenuta quest'oggi nella nostra città.
Come è noto, il regolamento prevede la possibilità di assistere alle sedute per un numero massimo di 40 cittadini. Ma le donne si sono trovate i cancelli dell'ingresso pubblico sbarrati; nel frattempo, quaranta adolescenti sono stati fatti entrare da un ingresso secondario: essi indossavano magliette azzurre favorevoli alla costruzione della nuova base ed hanno esposto, all'interno del Consiglio comunale, bandiere di Forza Italia violando palesemente il regolamento.

Ma non è finita qui: il sig. Paolo Cattaneo, sostenitore nel no, infatti, è riuscito ad entrare nella sala consigliare attraverso l'ingresso degli uffici; qui ha trovato un vigile urbano ed un usciere che gli hanno domandato se egli faceva parte del comitato favorevole al Dal Molin; capita l'antifona, solo alla sua risposta positiva - "sono favorevole alla costruzione della nuova base" - il vigile e l'usciere gli hanno permesso di entrare.
Il sig. Cattaneo racconta, inoltre, che al termine del suo intervento la consigliera Franca Equizi è stata insultata pesantemente - "taci, puttana" - da un sostenitore del si presente in consiglio comunale.

Quanto avvenuto, rappresenta un gravissimo atto antidemocratico contro la cittadinanza vicentina, perpetuato dal Presidente del Consiglio e dalla Giunta comunale. Denunciamo la violazione dell'articolo 3 della Costituzione, che impedisce discriminazioni per ragioni di fede politica e di opinione; ci riserviamo perciò di verificare come precedere attraverso vie legali, in particolare per quel che riguarda la possibile violazione dell'articolo 610 del Codice penale sulla violenza privata e l'articolo 323 del codice penale sull'abuso d'ufficio.

Nella giornata in cui si festeggiano le donne, il Sig. Saracco e il sindaco Hullweck, con metodi che ricordano il regime fascista, hanno pensato bene di umiliare ed estromettere dalle istituzioni coloro che si battono contro un progetto devastante per la comunità locale e il territorio, facendo entrare in maniera illecita nell'aula consigliare una claque a loro favorevole.

Denunciamo la gravità di un episodio che mina definitivamente le fondamenta democratiche dell'amministrazione vicentina (AprileOnline 9.3.2007)

 

 

 8 marzo 2007, la madre terra si ribella alla base di guerra

 

Ma quale "popolo delle pentole"... Governo e comune hanno e continueranno ad avere a Vicenza una gatta vicentina da pelare! L'otto marzo, per noi vicentine, non è solo un giorno di festa ma di lotta, creatività, incontro. Saremo del colore della terra, simbolo di fecondità, di vita, in molte culture la terra è la madre e i suoi colori sono quelli sotto cui lottare per la giustizie e la dignità..

Di seguito alleghiamo il calendario delle iniziative e l'appello per l'8 marzo.

Le donne vicentine per la tutela del territorio, della pace e del futuro...ovviamente contro il Dal Molin.

Vicenza, 2 marzo 2007

Ore 17.00 in consiglio comunale: la madre terra e le sue sorelle consegneranno alla giunta il frutto della loro svendita della città; ore 18.30: corteo che si snoda per il centro città, liberamente interrotto da monologhi, suoni di guerra, azioni teatrali; ore 21.00: " la gatta sulla base che scotta!"... o meglio "di fianco"...infatti si cena presso il presidio (su prenotazione, o ci si prenota in presidio o chiamando o inviando un messaggio al n 3403793658), con menù equo solidale.

A seguire intervento creativo di Patrizia Laquidara.  E per tutto il giorno... azioni di teatro invisibile a sorpresa.....

Gli uomini sono i benvenuti... con la parrucca!
 

 Appello delle donne vicentine

 
Noi donne vicentine per la tutela del territorio, per la pace e per il futuro chiamiamo alla mobilitazione, in una giornata importante come l'otto Marzo, le donne che come noi stanno lottando.

Siamo per la tutela del territorio e la preservazione delle risorse e siamo pronte a difendere la nostra terra anche con i nostri corpi, se necessario; i nostri corpi sanno dare vita ma sanno anche essere determinati e mettersi in gioco.

Siamo per la pace non come semplice "assenza di guerra" ma come condizione sociale che ci permetta di vivere meglio, come cittadine e come donne; Se c'è pace c'è più spazio per la tutela dei diritti delle fasce deboli, a cui noi, purtroppo, sappiamo di appartenere; quando scoppia una guerra le prime a risentirne sono donne e bambini, perchè la guerra ha la capacità di ribaltare i valori tradizionali di una società e ne mette in crisi i ruoli.

Siamo per il futuro perchè vogliamo consegnare una città e un mondo migliore ai nostri figli e alle generazioni future, ma anche a noi stesse; vogliamo la libertà di poterci riprendere il nostro tempo, di poter vivere una città a misura d'uomo e di donna.

Noi donne vicentine siamo state protagoniste delle lotte di piazza che si sono determinate nel nostro territorio; saremo in piazza l'otto marzo e chiediamo a tutte le donne di mobilitarsi nelle proprie città, ognuna secondo le proprie forme e le proprie caratteristiche, l'otto Marzo.

Un pensiero va inoltre a tutte le donne vittime di guerra, dove la guerra non è solo quella che si combatte al fronte, ma è quella che obbliga le donne a migrare; a vendersi; che non ci dà la libertà di poter girare tranquillamente la notte da sole; che ci relega in ruoli lavorativi precari e senza diritti; che fa avvenire le violenze dentro alle mura domestiche.Facciamo dell'otto marzo una giornata indimenticabile! (nodalmolin@libero.it 3.3.2007)

 

Alex Zanotelli "sulla guerra afghana e su Vicenza basta con i linciaggi"

 

 

di Tommaso Di Francesco

 

«Va rispettata la coscienza di chi si sente in dovere di dissentire, altrimenti non c'è democrazia e siamo intruppati.

E sui ruoli dovremmo essere chiari: il movimento è società civile. I partiti se vogliono possono dare il loro appoggio, ma non sono parte del movimento. Soprattutto se i partiti sono forza di governo. La protesta di Vicenza è società civile e in quel modo andremo avanti»

 

Ad AIex Zanotelli, missionario comboniano, esponente di Pax Christi e testimone della pace, ora impegnato a Napoli e in Campania sui temi della militarizzazione del territorio, abbiamo rivolto alcune domande ai margini dell'Assemblea di Roma di ieri «Contro la guerra globale, per il ritiro immediato delle truppe italiane, smilitarizziamo la politica italiana».

 

Come giudichi questa situazione da «notte della sinistra», con contrapposizioni e una sorta di linciaggio politico contro chi dissente con il governo di centrosinistra?

 

E' una situazione difficile ed è anche difficile capire come uscirne fuori. Si rischia davvero di spaccare ulteriormente tantissime forze che sono per il cambiamento. Ma voglio parlare proprio del clima di linciaggio, che in primo luogo mi stupisce in chiave etica proprio perché chi come me lavora dall'interno della chiesa - dove spesso non è proprio rispettato - afferma questo primato sempre e ovunque: parlo del primato della coscienza. Se delle persone, dei senatori, dei deputati, in barba a tutto quello che hanno sentito dai partiti e non, decidono dopo averci riflettuto su, in coscienza, che per loro questa è una scelta vitale, e votano come hanno votato, devono essere rispettati. Per me è il minimo. Non ci può essere altrimenti democrazia, perché ci intruppano. Ed è finita. Non entro nel merito, possono avere sbagliato o possono avere ragione, ma il rispetto della coscienza resta necessario, perché il primato va alla coscienza. Voglio insistere dunque con forza: tutto questo clima di linciaggio è deprecabile al massimo.

 

Che cosa dimostra questo conflitto all'interno della sinistra, schematizzando, una dentro il governo e l'altra dentro il movimento?

 

E' una buona occasione per fare chiarezza. L'occasione di separare l'apparato governativo e partitico, da quello politico che riguarda il movimento. Il movimento è società civile. I partiti se vogliono possono dare il loro appoggio se vogliono, ma non sono parte del movimento. Una volta che entri in un partito che poi diventa forza di governo, ecco che rappresenti immediatamente altre posizioni. Sui ruoli dovremmo essere chiari, perfino brutali. Vicenza è stata una manifestazione della società civile e come società civile andremo avanti. Possono blindare quello che vogliono, noi continueremo a dire che in Afghanistan è una guerra imperiale. E che per il governo Prodi non c'è solo l'allargamento della base di Vicenza: come fa ad avere aumentato del 13% le spese militari nella finanziaria - 22miliardi di euro, più 4 miliardi per la ricerca sulle armi nei prossimi tre anni -  non l'ha fatto nemmeno il governo Berlusconi? E quel che aggrava la situazione è la firma da parte del ministero della difesa degli accordi con Washington sul nuovo cacciabombardiere F-35 che, per ora, ci costerà subito un miliardo di euro. Questo vuol dire che si sta entrando dentro un sistema ipermilitarizzato nel quale l'Italia, che finora ha subito, si muove da protagonista. lo non accetterò queste posizioni…..usciremo con un ampia documentazione di denuncia sulla tragedia della militarizzaziorie del territorio napoletano e campano. Il dramma delle nuove basi militari e della nuova militarizzazione degli spazi non è dato dalla realtà del nord e da quella del nordest, ma dal sud, con Napoli, Taranto, Sigonella, Brindisi, Amendola, Gioia Tauro.

 

Cosa pensi della svolta dei 12 punti blindati di Romano Prodi?

 

Certo preferisco avere di fronte il governo Prodi, anche con i suoi 12 punti blindatissimi, che non Berlusconi. Ma non posso accettare questa situazione di Vicenza. Mi ha fatto male il modo con cui, da Bucarest, il Presidente del Consig!io ha annunciato: "Così è stato deciso". E poi si è scoperto che non era vero, perché l’ex ministro Martino ha modestamente ammesso che era stato fatto solo uno studio di fattibilità sull'allargamento della base. Se vuoi davvero trovare una soluzione, perché Prodi non è andato a Vicenza a parlare con la popolazione, ad ascoltare? Li è in gioco la pace come bene comune, la democrazia, la partecipazione. Puoi decidere quello che vuoi dopo, ma chiudersi a riccio così partendo con una imposizione.... c'è da avere solo paura. Lo stesso è sull'Afghanistan, possono raccontare quello che vogliono, ma quella guerra è parte essenziale della guerra globale nel mondo, pagata dalle popolazioni civili dai poveri, dagli umili anche in Afghanistan. E ora le armi uccidono anche l'ecosistema. E' minacciata la vita stessa.(Il Manifesto 25.2.2007)


 

Vicenza, fuori dagli schemi

 


di Marco Revelli

A tre giorni da Vicenza, quale bilancio trarne? Spostando, questa volta, lo sguardo dalle strade e dalle piazze - dalla limpida prova di civiltà offerta dalla nostra gente -, su in alto, dove si rappresenta lo spettacolo effimero degli «altri», dei media e del potere. Spettacolo, lasciatemelo dire, davvero squallido (in tutti i suoi protagonisti). Me ne porto dentro tre flash. Primo flash: l'espressione (neppur tanto malcelata) di delusione sui volti e nei commenti del circo politico-mediatico che aveva tenuto banco nei giorni precedenti, profetizzando sventure e minacciando sfracelli. Appena un minuto di Tg - giusto il tempo di frugare tra gli striscioni alla ricerca disperata di un qualche simbolo brigatista, di una, almeno una, bandiera bruciata, di uno spintone, un cazzotto, una scritta su un muro - e poi subito via, a parlare del Grande fratello. Niente da vedere, niente da dire, per chi usa la violenza come materia prima per esercitare la propria professionalità vuota. Secondo flash: Il «professore-ministro» Giuliano Amato nell'aula vuota dell'Università Statale di Milano, a tenere la sua lezione «a porte chiuse», a qualche decina di poliziotti e di funzionari, senza studenti. In quel vuoto pneumatico prodotto dai sistemi di security, in quella lezione «privata» - senza pubblico -, il quel parlare privo di interlocutore e in quelle porte chiuse verso l'esterno (verso «ogni esterno»), c'è qualcosa che va al di là dell'«incidente». Dell'eccesso di zelo. C'è il simbolo di una solitudine del potere cercata, voluta, prodotta. Qualcosa che sembra davvero inaugurare un'epoca nuova, della governance «a porte chiuse». Dell'estinzione definitiva dell'ascolto. Dell'autarchia istituzionale. Né pare senza significato che a interpretare simbolicamente quel ruolo sia toccato all'uomo che, con assoluto sprezzo del ridicolo, dopo una settimana da piromane, ha osato rivendicare a proprio merito il pacifico esito della manifestazione di Vicenza. Terzo flash: il volto liofilizzato del ministro Padoa-Schioppa ospite dell'ex settantasettina Lucia Annunziata, per l'occasione con accattivanti occhialetti da supplente della III C. La frase scandita, lapidaria sulla Tav che comunque si farà. L'economista insigne, l'uomo dei tagli inflessibili, pronto a investire senza batter ciglio 20 miliardi di Euro, destinati in corso d'opera per lo meno a raddoppiare. Ci si sarebbe potuti aspettare il riferimento a qualche dato, a previsioni di flusso, ad argomenti razionali. Che il ministro-professore li citasse. O che la giornalista-supplente glieli chiedesse. E invece no: solo una perentoria affermazione. Una decisione già presa, e qualche slogan trito, propugnati come verità da parte di uno che in quella Valle mai ha messo piede. Che non conosce chi vi abita, la morfologia del territorio, le condizioni dell'abitare. Che quella gente non l'ha mai vista in faccia, figurarsi ascoltarne le voci. Che non sa nulla di nulla. Ma decide e proclama decisioni, mentre altri appendono a quelle decisioni le proprie vite, e il proprio futuro.
E' questo demi-monde fatto di fantasmi virtuali, ma tremendamente rumorosi e capaci di monopolizzare, a loro volta, quello spazio virtuale che è diventato il mondo per il sistema dell'informazione e della politica, che terrà banco nelle prossime settimane. Sono loro che sequestreranno il dibattito sul dopo-Vicenza. Fingeranno di amministrarne l'eredità. Sposteranno righe di testo sui documenti e righe di confine sulle mappe catastali, piantando le loro bandierine. Segnando i loro punticini in calce alle mozioni, ai dispacci ministeriali. Forti della mediatizzazione dell'evento che ha permesso di far volare Vicenza, la sua gente e le sue piazze, le sue casalinghe e i suoi boy scout, le sue parrocchie e i suoi centri sociali, le sue ville palladiane e i suoi alpini su su, nel cielo della realtà virtuale, giocheranno davvero il doppio gioco che scambia il virtuale col reale. Il racconto del potere col potere del racconto. Cercando tutti (anche i «buoni», i «nostri»), una soluzione che accontenti in primo luogo loro, i monopolisti del discorso pubblico.
Sta ai vicentini, in primo luogo - e poi a tutti quelli che hanno messo se stessi in carne e ossa in questa impresa sociale - difendersi, chiamandosi fuori dalla rappresentazione che si gioca in alto. Sfruttando il cono d'ombra che i media - tutti puntati con gli occhi all'insù - per qualche tempo lasceranno. Costruendo «a casa propria» - e a porte aperte - la loro capacità di tenuta, cioè di difesa dalle alcinesche seduzioni del ceto politico. Questa è la chiave del successo dei valsusini: questo essere padroni del proprio linguaggio e della propria visione del mondo, che fa infrangere alle porte della loro valle qualsiasi tentativo di manipolazione. E d'inganno. Buon lavoro.(Il Manifesto 21.2.2007)

 

 Riceviamo dal Presidio permanente

Grazie da Vicenza, grazie dal tavolo NO agli F35 a Cameri - Novara

e  grazie ai comitati di Vicenza

 

A tutti coloro che sono venuti a Vicenza: grazie
 

Decine di migliaia di persone, sabato scorso, hanno sfilato per le strade della nostra città. Una manifestazione storica che Vicenza e il Veneto non avevano mai visto.

Una manifestazione determinata nei contenuti e pacifica nelle pratiche, che ha smentito quanti nei giorni precedenti la sfilata avevano profetizzato catastrofi.

Vicenza ha detto che resisterà un minuto in più di chiunque voglia costruire la nuova base militare.
Vicenza ha incrociato migliaia di donne e uomini provenienti da tutta Italia che l'hanno abbracciata, sostenuta, incoraggiata.

Vogliamo ringraziarvi per il sostegno e la solidarietà che ci avete dato; vogliamo ringraziarvi per il lavoro che avete fatto nei vostri territori.

Il futuro è nelle nostre mani anche grazie ad ognuno di voi.

Il 17 febbraio rappresenta una tappa nel lungo cammino che abbiamo intrapreso.
Dai campi di Rettorgole, dove da più di un mese si trova il Presidio, non ce ne andremo fino a quando non avremo vinto la nostra lotta.

Vi segnaliamo, quindi, i nostri siti (www.altravicenza.it e www.nodalmolin.it) e la nostra radio No Dal Molin che potrete ascoltare in streaming (www.globalproject.info/live/live.m3u) dal lunedì al venerdì dalle 19.00 alle 20.00.

Vi segnaliamo, ancora una volta, anche il conto corrente per chi vuole contribuire alle spese che abbiamo sostenuto in questi giorni e che dovremo sostenere nei prossimi mesi:  NO DAL MOLIN PRESIDIO PERMANENTE
Banca Popolare Etica
n. 000000120140
ABI 05018
CAB 11800

Grazie ancora per quel che avete fatto. Il futuro è nelle nostre mani : difendiamo la terra per un domani senza base di guerra.

Il Presidio Permanente

 

 Signornò signor paron



Migliaia di bandiere NO Dal Molin e NO TAV sventolano, intrecciate le une alle altre, davanti ai nostri occhi: in questo pazzo inverno senza freddo e senza neve ci lasciamo avvolgere da un sole caldo senza pensare, per un momento almeno, all’effetto serra e alle sue cause. Poco più di un anno fa ci aveva accolti il vento gelido e la neve di un dicembre che non dimenticheremo.

Oggi Vicenza, ieri Venaus: il clima sta proprio cambiando ci diciamo. Ma oggi non pensiamo ai mutamenti climatici che affliggono il pianeta, ma a qualcosa che, al contrario, ci riempie di speranza. Le voci che si alternano al microfono del palco montato in piazza Campo Marzo parlano una lingua che riconosciamo come nostra, così lontana dal linguaggio ambiguo di chi pesa ogni parola per dire e non dire: sono voci che non spargono promesse ma inducono speranze, voci che trasmettono entusiasmi, non sono voci di professionisti della politica che non comunicano più nulla. E sono voci di donne.

Sì, il clima sta proprio cambiando. Quante volte, negli anni, ci siamo guardati intorno contandoci: centomila, un milione, addirittura tre milioni! Non possono non vederci, non possono non ascoltarci ci siamo detti più volte. E invece no, possono, eccome. Ed ogni volta qualcosa di noi si perdeva: un po’ della nostra forza, del nostro entusiasmo, della nostra fiducia. E qualcuno tra noi forse è arrivato a chiedersi se era poi così vero che “un altro mondo è possibile”; qualcuno forse, guardando alle battaglie perse, ai diritti negati, alla pace sconfitta da guerre preventive e umanitarie ha rischiato di rassegnarsi al pensiero che un altro mondo è in estinzione. E invece no, è arrivata Vicenza e la lotta al Dal Molin, e prima c’era stata Venaus. E in quell’otto dicembre di poco più di un anno fa si cominciava a raccogliere quel che negli anni precedenti era stato seminato in Val di Susa: le decine di migliaia di persone accorse a Venaus si aggiungevano alle migliaia della valle che riconquistavano il diritto ad essere protagonisti e non sudditi. Pochi giorni dopo a Torino in cinquantamila arrivati da tutte le regioni rispondevano a un nuovo appello in cui si chiedeva di manifestare contro il progetto folle di una linea TAV Torino-Lione inutile, dai costi insostenibili, che comportava gravi rischi per la salute e aveva un impatto devastante sul territorio.

C’è un filo che lega Venaus a Vicenza: è quello di una solidarietà che non corre solamente in aiuto di chi ha bisogno ma ne condivide le ragioni; che riconosce nei diritti calpestati dal TAV in Val di Susa gli stessi diritti calpestati dalle basi militari del Veneto, da un improbabile ponte sullo stretto di Messina, dalla zincheria di San Pietro di Rosà, dagli inceneritori sparsi qua e là e da tutte le grandi opere inutili e dannose che devastano il paese e arricchiscono speculatori e faccendieri.
In quella fredda giornata di dicembre, a Venaus, nasceva una speranza che si è alimentata nei mesi successivi da una fitta rete di incontri e di relazioni: non grandi convegni con illustri ospiti al tavolo della presidenza tanto esperti e preparati quanto incapaci nel comunicare; non inutili forum virtuali su web che creano l’illusione del confronto e della partecipazione, ma incontri veri, in carne ed ossa, spesso in uno dei sempre più numerosi presidi, magari con un po’ di salame e un bicchiere di vino e un invito a dormire nel divano letto del salotto o nella palestra della scuola. Incontri conviviali sì, ma non per questo meno istruttivi di tanti seminari e tavole rotonde. Ci si incontra, ci si conosce, si parla delle nostre esperienze, si definiscono percorsi insieme, si fissano appuntamenti, si fanno progetti: e soprattutto si ascolta. Esattamente l’opposto di ciò che il mondo della politica e dei partiti oggi ci offre.

Che sia per questo che ci guardano con sospetto? Perché colgono le potenzialità di questo modo di “fare politica” (sì, proprio di questo si tratta) che toglie loro spazi? Forse è proprio questo il messaggio che la Val di Susa ha saputo lanciare e in molti oggi raccolgono: non continuiamo a parlare di partecipazione, a chiedere partecipazione: pratichiamola nei fatti. E i loro sindaci hanno imparato ad ascoltare. “Valsusa e Vicenza, non c’è differenza” recitava uno striscione, ed era al tempo stesso un’affermazione e un auspicio.

Il giorno dopo Vicenza il nostro capo del governo ripete: “Sono sereno”. Contento lui… sembra piuttosto un incosciente, e glielo hanno ricordato ieri i vicentini. La campagna diffamatoria e terroristica lanciata nei giorni precedenti e amplificata in misura disgustosa dai media tendeva a rinchiuderli tutti in casa: loro non si sono fatti intimorire e in migliaia dalle strade e poi dal palco hanno detto che il governo “amico” li ha traditi e mentre raccoglievano l’applauso anche dei non vicentini hanno promesso di ripagarlo alla prossima occasione. Hanno ricordato che “qualche volta è segno di debolezza cambiare idea, ma è segno di grande intelligenza quando ci si rende conto che è sbagliata”, e hanno portato un saluto anche al loro sindaco: “se fossi io il sindaco, per dignità personale, domani consegnerei la lettera di dimissioni” hanno detto. Intanto a Napoli, in Sicilia, in Sardegna altri che non avevano potuto raggiungere Vicenza manifestavano “insieme” a Vicenza.

Il giorno dopo Vicenza i grandi quotidiani parlano di scampato pericolo e non trovando nulla di appetitoso cui aggrapparsi per supportare le tesi ed alimentare i veleni sparsi a piene mani il giorno prima si limitano a nascondere ciò che non deve essere visto: la vistosa presenza NO TAV. Sul sito di “Repubblica” c’è addirittura un “fotoracconto” della manifestazione: 30 belle foto, inquadrature ricercate, viste panoramiche e piccoli dettagli che rappresentano efficacemente il clima sereno e l’assenza di tensioni ma… non una bandiera NO TAV.
Quel filo di democrazia partecipata che unisce oggi la Val di Susa a Vicenza si divide ogni giorno in altri fili che si intersecano e raggiungono chissà quante altre realtà: questi fili vengono visti da lor signori come veicoli di contagio di una nuova epidemia: non riuscendo a trovare gli antidoti tentano di nascondere la malattia.

A dire NO al Dal Molin c’era certamente anche chi, tornato molte volte da oceaniche manifestazioni romane aveva provato poi, visti i risultati, un forte senso di impotenza.

Oggi poco importa se a Vicenza eravamo duecentomila o meno, quello che conta sono le parole che abbiamo sentito: "La Vicenza che non parla, che tace, Vicenza del 'sì signor paron, comandi', Vicenza ha alzato la testa". Sì, il clima sta cambiando.

Coraggio, continuiamo tutti insieme a spargere germi in giro…


 

 Raddoppia la pace

 

(ASCA) - Vicenza, 17 feb - 'E' stato creato ad arte un allarmismo intorno a questa manifestazione francamente assurdo, invece ci e' venuto incontro perfino il cielo in questa meravigliosa giornata'. Oliviero Diliberto si aggiunge ai manifestanti in attesa di confluire nel corteo principale contro l'allargamento della base Usa visibilmente soddisfatto.
'C'e' tanta gente - sorride il segretario dei Comunisti italiani - ho visto bandiere di partiti di tutta l'Unione, anche tante della Margherita, credo che il governo debba tenere conto che esiste un grande popolo della pace che e' tra l'altro gran parte del suo elettorato'.
Non temete pero' di venire contestati qui perche' appoggiate il governo Prodi? 'Se io condividessi tutto quello che fa Prodi o tutti i ministri saremmo nello stesso partito - risponde Diliberto - invece siamo in una coalizione, io condivido complessivamente e positivamente l'azione del governo in politica estera, resta un margine di dissenso e non c'e' niente di strano, nessun governo e' mai caduto per una base americana'(www.comunisti-italiani.it)

 

 Vicenza dice No alla servitù

 di Stefano Olivieri

 

"La costruzione di un sistema di difesa italiano non sarà un'impresa facile. Il cambiamento del quadro geopolitica intervenuto dall'inizio degli anni 90 ha messo in discussione il principio di forza bilanciata. Dobbiamo dotarci quindi di uno strumento flessibile, integrato a livello europeo con le forze alleate, agendo su qualità, quantità e capacità. Due sono le questioni fondamentali di cui dovremo tenere conto : la nuova rilevanza geo-strategica del sud del Mediterraneo e la necessità di una significativa ridislocazione di enti e reparti nel meridione italiano, nelle regioni dove si registra la quasi totalità del reclutamento dei volontari. In questo quadro riteniamo necessario arrivare ad una ridefinizione delle servitù militari che gravano sui nostri territori, con particolare riferimento alle basi nucleari. Quando saremo al governo daremo impulso alla seconda Conferenza nazionale sulle servitù militari, coinvolgendo l'Amministrazione centrale della Difesa, le Forze Armate, le Regioni e gli Enti Locali, al fine di arrivare ad una soluzione condivisa che salvaguardi al contempo gli interessi della difesa nazionale e quelli altrettanto legittimi delle popolazioni locali. "

Non è farina del mio sacco, Questo brano è tratto dalla pagina 108 del programma di governo dell'Unione, quello sottoscritto da tutti i partiti che attualmente compongono l'esecutivo, dall'Udeur di Mastella al Pdci di Diliberto.

Non c'è molto da aggiungere, se non il fatto che malgrado questo sia un impegno scritto e sottoscritto ufficialmente dall'attuale maggioranza, la città di Vicenza e quella parte del popolo italiano da sempre sensibile ai temi della pace oggi hanno sentito la necessità di lanciare un segnale inequivocabile, che suona come un "repetita juvant" a un governo distratto. E se tante decine di migliaia di persone, più di centomila a quanto apre, niente affatto turbolente e facinorose come qualcuno vorrebbe far credere ma pacifiche e pacifiste hanno deciso di rimettersi in marcia insieme, dopo quattro anni da quella che fu la più straordinaria manifestazione per la pace ( e contro la guerra in Irak) che l'Italia abbia mai conosciuto dal dopoguerra ad oggi, se così tanti cittadini di sinistra, di centro e di destra, se tante famiglie sono scese in strada a Vicenza da ogni parte del paese e anche oltre, ci deve essere un sentimento profondo che lega questa gente, e questo sentimento non può non avere il suo peso.

Questo non è un tentativo di forzare la mano, una "spallata" al governo. E' di più, è la ferma esigenza democratica di un paese che esige il rispetto della propria sovranità, perché siamo nel terzo millennio e non nel 1940. E nel terzo millennio esiste da qualche anno una entità sopranazionale che si chiama Unione Europea, alla nascita della quale gli italiani hanno dato il loro importante contributo, che non contempla nel suo quadro strategico di sicurezza interna la presenza di basi militari non dell'Onu o della Nato, ma di un singolo paese, alleato finchè si vuole ma che si trova sulla sponda opposta dell'atlantico.

Il potenziamento della base statunitense a Vicenza non rende più sicura l'Italia e l'Europa, perché è indubbio che i 3700 militari USA attualmente dislocati in Germania non verrebbero qui da noi soltanto per il clima, ma per essere più vicini - e dunque più rapidamente operativi - ai nuovi o vecchi fronti di guerra che l'amministrazione Bush ritiene necessario aprire e mantenere in medio oriente e nel sud del mondo non per fare un favore a noi o all'Europa, ma per tenere lontano il terrorismo dal suolo americano, e per mantenere inalterato il tenore di vita dei suoi cittadini grazie al petrolio, la vera causa degli ultimi conflitti.

E infine, l'ostinata e pervicace politica di guerra della attuale amministrazione statunitense è ormai isolata anche dallo stesso parlamento USA, che ha appena votato una risoluzione contro il potenziamento del contingente USA in Irak. Bush ha fatto spallucce,e non potrebbe fare diversamente perché l'unica speranza che ha non tanto lui, quanto i repubblicani è quella di uscire prima della fine di questa legislatura da un Irak pacificato. Probabilmente non ci riuscirà perché laggiù ormai imperversa la guerra civile, ma quel che conta adesso per l'Italia, direi meglio per l'Europa è lanciare un segnale inequivoco, un WARNING che non ammetta repliche a un alleato pur potente e prezioso, ma che negli ultimi cinque anni si è reso responsabile, grazie a una politica estera disastrosa, di un processo di destabilizzazione profonda di tutte le aree più a rischio. Per fortuna fra breve scadrà il secondo mandato di George Bush e speriamo che i cittadini statunitensi in questi ultimi otto anni abbiano riflettuto a sufficienza. A noi adesso preme però sapere che cosa intenda fare il governo italiano di questa base di Vicenza, come di quella di Sigonella, o dell'isola della Maddalena da cui i sommergibili USA non sono più andati via, come sembrava qualche mese fa.

Vogliamo sapere se stiamo con l'Europa o con gli Stati Uniti, perché alla fine è la stessa politica di Bush che impone questa scelta. Io personalmente fra una politica di sicurezza europea ancora troppo timida e sconclusionata e il farneticante PNAC dei neocons di George Bush, preferisco scegliere l'Europa. Questo è in conclusione il messaggio che il popolo della pace sceso a Vicenza ha inteso trasmettere al nostro governo, che ora deve decidere in fretta, prima che le ruspe a stelle e strisce si mettano in azione.(AprileOnline 19.2.2007)
 

Da Vicenza rassegna stampa

   

foto Corriere della Sera.it 17.2.2007

Dalla sinistra radicale appello a Prodi

Il segretario del Pdci Oliviero Diliberto saluta col pugno chiuso

ROMA - E ora che la manifestazione di Vicenza si è conclusa, per il centrosinistra si apre un problema: che fare? Tutti si dicono soddisfatti per la manifestazione "pacifica e democratica", ma è indubbio che adesso risuonano più forti le richieste all'esecutivo della sinistra radicale di bloccare l'ampliamento della base statunitense, anche se il segretario Pdci, Oliviero Diliberto getta acqua sul fuoco e dice "Non cade il governo per una base". Ma Prodi ribatte, "Non cambiamo programma". <B>Vicenza, "Ora facciamo il referendum"<br>Dalla sinistra radicale appello a Prodi</B>Insomma le posizioni rimangono le stesse e, per dirla con Mastella, "il problema si riproporrà mercoledì quando al Senato ci confronteremo sulla politica estera".

"La manifestazione di Vicenza si è svolta in modo ordinato e corretto. Questo è il primo e più importante fatto che va rimarcato", afferma in una nota il presidente del Consiglio, Romano Prodi, che ricorda alle "componenti della maggioranza" che hanno "approvato e sottoscritto un programma di legislatura", programma "che non sarebbe degno di questo nome se cambiasse orientamento sotto la spinta di una manifestazione pure legittima e importante".

"Penso che un governo debba tener conto di tante cose - dice il segretario dei Ds, Piero Fassino -. Di una manifestazione, ma anche dell'opinione dei tanti che a quella manifestazione non c'erano, come pure degli impegni internazionali che un paese ha contratto. Non questo governo, ma quello precedente - tiene a precisare - ha preso degli impegni e noi gli onoriamo. Dopodiché c'è uno spazio di discussione che non è base sì base no, ma è come realizzare il nuovo insediamento. Noi pensiamo che il governo debba agire per far sì che si discuta su come ridurre al massimo l'impatto su Vicenza".

Ma il segretario Pdci, Oliviero Diliberto, non ha dubbi: "Non cade il governo per una base", dice e sottolinea che si è trattata di una "grandissima, pacifica, manifestazione composta da donne e uomini di tutti i partiti del centrosinistra di cui il governo dovrebbe adeguatamente tener conto: quelli in piazza sono tutti nostri elettori". Si spinge ancora più in là il presidente dei Verdi e ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio: "Questa manifestazione - dice - è stata un referendum contro il raddoppio della base Usa"

Il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, di Rifondazione, dice il suo grazie "al popolo di Vicenza, a quanti hanno preso parte all'enorme manifestazione che si è svolta oggi, per la lezione di democrazia che ha dato a tutto il paese e alla politica. Ora sulla base Usa, dice il ministro, "tocca alla politica dare una risposta a questo popolo della democrazia e della pace: a Vicenza si deve fare un referendum per permettere che si decida democraticamente sulla base".

"La gente ha parlato, il governo ora ascolti: la palla passa all'esecutivo, che deve tenerne conto: non faccia orecchie da mercante". Così Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo economico. Mentre il sottosegretario all'Economia Paolo Cento, dei Verdi, non rinuncia ad una bordata nei confronti del titolare degli Interni: "Il ministro Amato è uno sconfitto dalla manifestazione di oggi. Ha sbagliato: non si va in Parlamento a mettere insieme cose che non c'entrano nulla come gli arresti delle nuove Brigate rosse e il corteo di Vicenza contro la base americana".

Il segretario di Rifondazione Comunista, Franco Giordano, definisce ''ignobile'' lo striscione in solidarietà agli arrestati nell'operazione anti Br. Ma aggiunge che si è trattato di un fatto isolato, di un neo all'interno di ''una grande manifestazione pacifica e colorata''. E lancia a Prodi un messaggio: "Qui ci sono gli elettori dell'Unione che chiedono al governo un ripensamento, un cambio di rotta su una decisione sbagliata. Qui nessuno è contro il governo - ribadisce - spero sia chiaro a tutti".

"Ora è il momento che tutto il governo rifletta per dare le giuste risposte in una sintesi delle varie posizioni - afferma il ministro per le Infrastrutture e leader di Italia dei Valori Antonio Di Pietro -. Si dovrà, sicuramente, discutere sul ruolo che in futuro le basi militari dovranno avere. Sarebbe certamente più opportuno - conclude Di Pietro - che si incominciasse a pensare a presidi di organismi internazionali per la pace, piuttosto che appannaggio esclusivo di un singolo Paese".

''Tranne qualche imbecille e qualche cartello dalla grammatica inaccettabile inneggiante al terrorismo, il tutto si è svolto con grande civiltà'', afferma il segretario dei Popolari-Udeur e ministro della Giustizia Clemente Mastella, secondo il quale ''il problema però è uno solo e si riproporrà mercoledì quando al Senato ci confronteremo sulla politica estera".

"Oggi è una grande giornata di lotta contro il governo. La speranza è che il governo capisca e torni sui suoi passi", dice entusiasta il deputato del Prc ed ex leader dei Disobbedienti Francesco Caruso. "E' questa la differenza - afferma Caruso - tra questo governo e quelli della CdL, cioè il grado di permeabilità alle istanze sociali". (Ansa 17 febbraio 2007)

Vicenza. C'era tanta, tantissima gente. Si aspettavano quarantamila persone, ne sono arrivate il doppio, secondo le stime della questura, e molte di più secondo gli organizzatori, che danno una cifra fra i 150mila manifestanti e i 200mila manifestanti. Tutti lì per dire no al raddoppio della base statunitense. Un grosso corteo pacifico, che ha smentito tutti i timori e gli allarmismi della scorsa settimana.

 

    

Grazie Vicenza

 

vicentini alle finestreVicenza ha mantenuto tutte le promesse: la manifestazione è stata bella, colorata, pacifica. Ci dispiace per quei guastatori "trasversali", Amato e Berlusconi in testa, che al contrario, hanno invece fatto una figuraccia, dimostrando di non conoscere affatto i sentimenti e l'agire di chi non abita le ovattate stanze della politica ma che, agli inquilini di queste, chiede rispetto e coerenza. Che il centrodestra tuonasse al "pericolo terroristico" non ha stupito nessuno, ma il centrosinistra deve, invece, rileggere quel programma sul quale ha chiesto e ottenuto la vittoria elettorale.
Oltre centomila persone, casalinghe, famiglie con bambini, giovani dei centri sociali, militanti sindacali e dei partiti della cosiddetta sinistra antagonista, pacifisti e studenti: tutti insieme hanno sfilato per oltre tre ore con canti, striscioni, pentole, campanelle e fischietti. Insieme, per esprimere solidarietà ad un'intera cittadinanza, insieme per sostenere il comitato permanente "Dal Molin", insieme per dire che Vicenza è suolo italiano e non accetta di essere ceduto a chicchessia né per promesse da mercanti, né per antichi patti "secretati". Vicenza non cede e non si vende.
L'ampia partecipazione popolare e l'evidente sostegno dei vicentini dovrebbero indurre innanzitutto il Comune a revocare l'assurda decisione del Consiglio comunale di dare il via libera a questa cementificazione in piena città, ed il governo, che aveva condizionato il suo parere alla volontà della comunità locale, a tenere conto di questa grande manifestazione. Se, come ha detto lo stesso Prodi, le manifestazioni sono "il sale della democrazia", allora questa città e questo corteo meritano ora di essere ascoltati e meritano quel referendum che governo e comune continuano a negare.(AprileOnline 17.2.2007 C.R.)

 

Per le strade di Vicenza

Un enorme corteo pacifico ha sfilato per dire No alla base

 

Chi c'era. C'erano i vicentini, naturalmente. In testa al corteo, nelle strade, alle finestre con cucchiai e pentole, per “difendere la nostra città”. Stringevano la mano, i vicentini, a chi è venuto da Milano, Bologna, Crotone: “Grazie di essere qui con noi, di essere qui per noi”. Per loro, e non solo: c'era il movimento contro la guerra, gli antimilitaristi, c'erano quelli come Emergency, che gli effetti della guerra vedono ogni giorno, c'erano tutti quelli che si oppongono al raddoppio di una base militare che servirà ad esempio, come ha dichiarato il presidente Bush, a mandare i soldati a combattere, uccidere e morire in Afghanistan. C'erano centinaia di sigle, impossibile nominarle tutte, note e meno note: dalle Donne in nero all'Arci, passando per i cattolici e i collettivi universitari, gli Scout e il Movimento uomini casalinghi. C'era la Cgil, con un servizio d'ordine di mille e cinquecento persone. C'erano semplici cittadini, senza un'organizzazione, con i loro manifesti fatti in casa. C'era un ragazzo vestito da sposa, con un lungo velo di tulle e il cartello “Non sposo la guerra”. C'era quello che sul cartoncino si interrogava: “Hanno promesso 'niente aerei'. Hanno già il teletrasporto?”. C'erano cartelli in cui l'ironia si mescolava all'amarezza: “Il Cermis l'hanno fatto gli ultras catanesi, chi dice il contrario è un terrorista e gli puzza l'alito”. C'erano i cittadini statunitensi contro la guerra, con le bandiere in cui le stelle lasciano il posto al simbolo della pace. Applauditi, molto, dagli altri manifestanti, che si rendevano conto di quanto importante fosse la loro presenza, per un corteo che vuole essere sì contro la politica del governo Usa, ma in nessun modo “antiamericano”. C'erano bambini, preti, casalinghe, studenti, pensionati. C'erano, ma non si vedevano, i duemila agenti di polizia, carabinieri e guardia di finanza incaricati di mantenere l'ordine nella manifestazione che era stata definita gravida di rischi. C'era qualche politico, e c'era qualche cretino.

il corteoA occhio e croce. Un gruppo di sette ragazzi portava un cartello con scritto “Fuoco alla Nato”. Una bambina sui dieci anni ci passa davanti e commenta “La Nato fa la guerra, ma se questi scrivono 'Fuoco alla Nato' si mettono allo stesso livello, no?”. Sì. C'era anche l'“ignobile striscione”, come è stato definito dal ministro Amato, che chiede libertà per i “rivoluzionari” arrestati. Dietro, uno sparuto gruppo di persone che non vogliono farsi fotografare. Un altro striscione dello stesso tenore, un altro gruppetto che si perde nel mare di persone che hanno affollato Vicenza. Curiosamente, sui principali telegiornali nazionali, questi striscioni si sono allargati a dismisura. Meritano di entrare nel titolo di apertura del Tg3, ad esempio, meritano ampio spazio sul Tg5. Quanti erano, dietro gli “ignobili striscioni”? Venti, quaranta, cinquanta persone? Su ottantamila manifestanti, per tenersi alle stime più basse. Quanta parte del corteo, per il resto pacifico, divertente e divertito nonostante la fermezza delle richieste? Fatte le debite proporzioni, a occhio e croce, una percentuale inferiore a quella del numero di condannati in via definitiva che siedono nel Parlamento italiano: qualche imbecille, e forse anche qualche delinquente, si trova dappertutto. (PeaceReporter 17.2.2007)

 

Violenza zero nel corteo della paura

Servizio d'ordine e casalinghe vicentine

L'unica battaglia è quella degli slogan: «Bring your troops home» con tanto di traduzione tipo Vernacoliere: «Levatevi di 'ulo

di Luca Gelmini

Il Nobel che salta, balla e se la ride: «Sono davvero dispiaciuto, speravano che fosse un disastro con le cariche della polizia e tutti che scappano, ma gli è andata male». Quando Dario Fo sale sul palco allestito a Campo Marzio è ormai l'imbrunire. Il corteo è alle battute finali. Ci si butta, esausti, sul pratone per rifiatare dai 6 chilometri di marcia intorno alla città. Con le ultime forze si ascolta Fo (che poi si esibirà in un rap anti-Usa) e si tira un sospiro di sollievo. E' in quel momento, e forse solo allora, che l'happening pacifista di Vicenza può passare alla cassa.

Violenza zero - Eccovi serviti Amato, Rutelli, Berlusconi e tutti quelli che, da sinistra come da destra, avevano lanciato allarmi di ogni tipo, dalla saldatura di frange estremiste contro i poliziotti all'arrivo in massa degli anarco-insurrezionalisti. Questo sembrano dire le decine di migliaia di facce che si incontrano in questo sabato italiano da circoletto rosso. E invece zero violenza al corteo della paura. Vicenza, città piccola e fragile, esce indenne dalla manifestazione più temuta. Come il 2 dicembre, quando i comitati cittadini strillarono al mondo la loro opposizione al raddoppio della base militare Usa. Allora erano in 30 mila, e non ci fu nessun incidente, oggi non si contano da quanti sono e nemmeno una scaramuccia è volata. «Siamo in 150 mila», urla al megafono a chi si avvicina al suo camion Luca Casarini, leader dei centro sociali del Nord est. Sul palco, più tardi, le donne del Presidio permanente daranno altre cifre: «Sky ha detto che siamo 200mila, anzi no, mi correggo: 500mila!».

Il ritorno del servizio d'ordine - Numeri che cambiano poco la sostanza delle cose. Era dai tempi della guerra in Iraq e dai cortei di Roma contro Bush e Berlusconi che non si vedeva una partecipazione popolare del genere. Merito di una presenza attiva ma non invasiva della polizia. E di un servizio d'ordine, gestito a tre mani da Cgil, comitati No base e centri sociali, che ha scoraggiato ogni velleità distruttrice dei casseurs nostrani. Sotto la massima sorveglianza c'era il corpaccione centrale corteo, di competenza dei centri sociali: per qualche minuto si è sentito qualche grido di sostegno ai «compagni brigatisti» e uno striscione recitava «terroristi siete voi, libertà per i rivoluzionari».Casalinghe vicentine - Poi più nulla. Anche il famigerato Gramigna di Padova ha fatto perdere le sue tracce. E il proscenio allora se lo sono presi tutti gli altri. I ragazzi con la parrucca con i colori della pace e le casalinghe vicentine che battono ritmando pentole e coperchi. I più fracassoni sono quelli della No Tav, che intonano fino a sgolarsi: Val Susa-Vicenza, nessuna differenza. Parecchi gli slogan pacifisti. Il più gettonato è un giochino di parole: togliamo le basi alla guerra. L'equazione America-guerrafondai resta molto in voga. C'è chi si lancia nelle lingue straniere come alcuni studenti maremmani che azzardano un «bring your troops home». Con tanto di traduzione degna del Vernacoliere: «Levatevi di 'ulo». Un uomo sandwich si porta in giro la scritta: Americani siete i benvenuti, senza armi e paracaduti. Una signora va fiera di una maglietta su cui a penna ha scritto: «Mericani ve moeno drio i cani» (vi facciamo inseguire dai cani, ndr).Gli slogan - Inevitabili gli striscioni a sfondo politico. Da «Bush, e Prodi: il fantasma del Palladio l'avete dentro l'armadio» a «Rutelli re dei manganelli». O ancora «Governo giuda» e «Prodi ora hai qualche gatta vicentina da pelare».Tra i più bersagliati c'è il sindaco vicentino Hullweck, di Forza Italia. «Te si come i americani, te fe solo dani» continua a urlare un uomo che avrà 70 anni. «Dimissioni, dimissioni» è l'urlo che si leva dalla folla, riunita sotto il palco. L'eroina di giornata è senz'altro Patrizia del Comitato nord-est. Pasionaria in golfino rosso che chiude il suo acclamato intervento con un grido di battaglia: «Non abbiamo la polenta negli occhi e nelle orecchie: resisteremo come hanno fatto in Val di Susa»( Corriere della Sera 17.2.2007)

 

 

Yanke Go in mona


Pacifisti americani in corteo applauditi dai no global, il vecchio e vagamente minaccioso ''Yankee Go Home'' trasformato dal dialetto veneto in un innocuo e scherzoso ''Yankee Go in mona'': i cittadini Usa che hanno partecipato alla protesta no base non hanno trovato nulla di 'antiamericano' nella manifestazione di Vicenza.
Non hanno seguito il consiglio dell'ambasciata Usa di stare lontani da Vicenza per evitare guai e il lungo e caloroso applauso che il corteo ha tributato al loro ''presidio di cittadini americani contro la guerra'' lo ritengono il segno piu' evidente che avevano ragione a non temere violenze o intemperanze. Il presidio, formato da una ventina di americani, ha esposto cartelli contro la guerra che hanno riscosso l'approvazione dei manifestanti (''Questo dimostra che la battaglia e' globale'', e' stato detto al microfono) e dell'intero spezzone composto dai centri sociali, che ha urlato ripetutamente: ''Stop global war''.
''Sono venuto a tante manifestazioni da Roma a Camp Darby e non ho mai visto violenza. Questa e' una manifestazione contro la violenza e contro questa guerra'', spiega Jim Kauffman, vice direttore della sede fiorentina della Syracuse University, arrivato dalla Toscana insieme a una ventina di compatrioti che lungo il corteo hanno anche distribuito una lettera aperta all'ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli per sottolineare che la manifestazione del 17 febbraio ''non e' antistatunitense, ma contro la richiesta da parte del governo Usa di costruire una nuova mega base''' firmata anche dai cittadini Usa per la pace e la giustizia di Roma.
Loro sono arrivati tutti insieme, a differenza di Zane Mackin, pacifista newyorkese di 34 anni da tre mesi in Italia per studiare Dante Alighieri, che si e' unito a un gruppo di amici no global bolognesi: ''Cosa faccio se qualcuno brucia una bandiera americana? Scatto foto: sono qui a manifestare contro la base del mio Paese, ma resto sempre un turista americano'', scherza Mackin. Non ci vede alcuna contraddizione nell'essere un cittadino statunitense che scende in piazza a protestare contro una base Usa: ''Ci hanno detto di stare lontani da Vicenza solo perche' il governo americano non vuole fare brutta figura. Amo il mio paese, ma il governo fa molte cose sbagliate.
Dobbiamo resistere al militarismo e all'allargamento delle forze armate dovunque, in Italia come in Germania - spiega - Il governo Bush usa il terrore e la paura per manipolare la gente''. La stessa cosa che secondo lui e' successa in questi giorni anche in Italia: ''Tutti parlano del pericolo Brigate Rosse e Black Bloc, ma sono solo parole, non ci sono fatti. I media creano le situazioni con le parole''. E azzarda un paragone: ''Con gli arresti dei brigatisti a pochi giorni dalla protesta antibase si e' creato un legame con la manifestazione di Vicenza, cosi' come il governo americano dopo l'11 settembre ha creato un legame con Saddam Hussein, che con le Torri Gemelle non c'entrava nulla''.
A Bologna Mackin sta preparando la tesi di dottorato sul Sommo poeta ed e' convinto che se ''Dante fosse vivo sarebbe in piazza perche' era un pacifista''. Non poteva immaginarlo, ma in corteo ci ha trovato anche Dante: ad impersonarlo una donna vestita come il poeta con tanto di corona d'alloro in testa e al al collo un manifesto con scritto: ''amor c'ha nulla N.a.t.o. amar perdona''. (Ansa 17.2.2007)

 

Giordano a Prodi: "Questa è la tua gente"

 

Al di là del "solito" problema delle differenti stime sul numero dei partecipanti, la manifestazione di Vicenza è stata per gli esponenti politici della sinistra che la hanno promossa e appoggiata un successo indiscutibile. Ma per quelli stessi politici, che hanno più volte ribadito quanto la loro posizione non sia contraddittoria rispetto al far parte della coalizione di centro sinistra al governo, la giornata di sabato ha significato anche che è giunto il momento, per l´esecutivo, di riflettere sulle proprie scelte, e di non sottovalutare l´entità della presa di posizione del «popolo della pace».

Soddisfatto Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista, presente al corteo, che ha parlato di «duecentomila persone», e di «una  vicenza, 17 febbraio, foto ansamanifestazione enorme, inaspettata, colorata, pacifica». Ma che deve rappresentare anche un messaggio per il governo di Prodi: «Romano deve capire che questa è la sua gente. Qui ci sono gli elettori dell´Unione che chiedono al governo un ripensamento, un cambio di rotta su una decisione sbagliata». Giordano ha poi precisato: «Qui nessuno è contro il governo, spero sia chiaro a tutti». Ma il successo di Vicenza presuppone un passo in più, e cioè la richiesta a Prodi di aprire ai movimenti: «Romano li incontri e ci dialoghi e sono sicuro che si arriverà a una soluzione positiva». Gli fa eco Gennaro Migliore, capogruppo del Prc alla Camera: «Non ho mai visto una manifestazione del genere, di elettori che sostengono un governo e chiedono, in modo pacifico e democratico, a quel governo di riflettere, fare un passo indietro su una decisione non ben ponderata».

Oliviero Diliberto, l'altro leader di partito insieme a Giordano che ha preso parte alla manifestazione, legge così quanto accaduto a Vicenza: «Questa manifestazione dimostra quanto è grande il popolo della pace di cui il centrosinistra deve sempre tenere conto perché è parte fondamentale del proprio elettorato», ha detto il segretario del Pdci rivolgendosi innanzitutto al premier Prodi, ma anche ai partiti dell'Ulivo che sostengono la decisione di ampliare la base di Vicenza. E, rispondendo a quanti avevano espresso timori rispetto a possibili manifestazioni violente, ha poi osservato: «Solo chi non conosce il popolo della pace, poteva pensare che qui accadesse qualcosa». Stessa considerazione da Felice Casson, senatore Ds, che ha visto «una grande manifestazione di popolo, il cui significato è che la gente ha voglia di partecipare alle decisioni», e che ha commentato: «Credo che a Roma non si rendessero conto di questa realtà veneta e vicentina. Per questo sono stati lanciati allarmi senza senso che potevano creare dei rischi».

Sono stati «battuti i toni allarmistici e il tentativo di creare un clima tetro di altri tempi attorno a quella che invece è stata una grande festa popolate, l´espressione pacifica e determinata di una opposizione intransigente alla guerra», ha commentato il deputato del Prc Salvatore Cannavò in merito proprio a quel tipo di timori. E ancora più dirette le parole del sottosegretario all´Economia, il verde Paolo Cento, che, pur non avendo potuto partecipare al corteo in quanto membro dell´esecutivo, ha sentenziato: «Il ministro dell´interno Giuliano Amato è lo sconfitto della manifestazione di oggi a Vicenza».

Ancora Lidia Menapace, senatrice di Rifondazione: «Il governo deve ascoltare quanto sta avvenendo in queste ore a Vicenza. La lotta pacifica continuerà». E Patrizia Sentinelli, sottosegretario agli Esteri: «Penso che rispetto a questa ulteriore testimonianza di volontà di non avere lì quella base, il governo farebbe bene a ridiscuterla».

La sinistra radicale si aspetta un segno di discontinuità da parte del governo già dal prossimo incontro sulla politica estera, e cioè la comunicazione del ministro degli Esteri, Massimo D´Alema, al Senato, mercoledì prossimo. «Spero che da parte del ministro D'Alema - fa notare la senatrice dei Verdi Loredana De Petris - possa esserci una comunicazione che in qualche modo fa riprendere il dialogo con il popolo che c'è oggi qui a Vicenza, il nostro popolo, quello che ci ha fatto vincere le elezioni».

E proprio dal governo arriva una prima risposta, se pur probabilmente insufficiente rispetto alle attese dei manifestanti, col ministro della Difesa, Arturo Parisi, che ha assicurato: «Io sono consapevole che il contributo che nell´interesse del Paese chiediamo alla comunità vicentina non è irrilevante». È per questo, ha annunciato Parisi, che «come assicurato in Parlamento, che il governo vigilerà affinché nella realizzazione del progetto si tengano in massimo conto le esigenze locali». Per la stessa ragione, Parisi ha «sollecitato e ottenuto da parte del ministro della Difesa americano Gates, incontrato la settimana scorsa a Monaco e a Siviglia, la disponibilità a cooperare per ridurre l´aggravio che alla comunità ospitante potrebbe derivare dall´ampliamento della presenza dei militari Usa a Vicenza».

Soddisfazione per come si è svolta la manifestazione è stata espressa anche dal segretario dei Ds Piero Fassino, secondo il quale si è svolto tutto «in modo pacifico, tranquillo, sereno, come avevamo auspicato». Ma ha poi ricordato che un governo «deve tenere conto di tante cose, di una manifestazione, ma anche dell´opinione dei tanti che a quella manifestazione non c´erano, così come degli impegni internazionali che un Paese ha contratto». Per Fassino, lo spazio di discussione «non è base sì-base no», ma è «come realizzare la base e noi pensiamo che il governo debba agire perché si discuta di ridurre al massimo l´impatto sulla città di Vicenza di questo insediamento».

Non ci sta il ministro per la Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, che ha dichiarato che adesso, sulla base statunitense di Vicenza. «bisogna fare un referendum». Ferrero ha ringraziato quanti hanno preso parte «all'enorme manifestazione» che si è svolta, «per la lezione di democrazia che ha dato a tutto il paese e alla politica». «Il popolo della pace», ha poi aggiunto, «è il contrario del terrorismo, come ha dimostrato oggi il popolo di Vicenza. Adesso tocca alla politica dare una risposta a questo popolo della democrazia e della pace: a Vicenza si deve fare un referendum per permettere che si decida democraticamente sulla base».

Soddisfazione anche dal ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro: «A Vicenza ha prevalso la forza della pacifica partecipazione. Una bella dimostrazione di manifestazione democratica. Era quanto tutti noi ci aspettavamo e abbiamo auspicato». «Ora è il momento che tutto il governo rifletta per dare le giuste risposte in una sintesi delle varie posizioni. Si dovrà, sicuramente, discutere sul ruolo che in futuro le basi militari dovranno avere. Sarebbe certamente più opportuno -conclude Di Pietro- che si incominciasse a pensare a presidi di organismi internazionali per la pace, piuttosto che appannaggio esclusivo di un singolo Paese». (L'Unità 17.2.2007)

 

A Vicenza corteo senza paura

Slogan, ironia e niente violenza

 
di Andrea Di Nicola

 

VICENZA - Un petardo contro la questura e un paio di striscioni per la "libertà dei compagni arrestati". Tutto qui. Il grande timore dei violenti e dei black bloc ha prodotto solo questo: due episodi annegati nell'indifferenza dei quasi duecentomila - secondo gli organizzatori - che gioiosi e allegri hanno detto un grande no all'ampliamento della base Usa di Vicenza. Che l'aria fosse meno drammatica rispetto ai timori della vigilia lo si è visto fin dalla mattina quando dal presidio permanente si è mosso il primo corteo <B>A Vicenza corteo senza paura<br>Slogan, ironia e niente violenza</B>per raggiungere la stazione dove avrebbero incontrato gli altri, i non vicentini. Che al loro arrivo sono stati ringraziati con un cartello piazzato proprio all'uscita dai binari che recitava: "Grazie ai ragazzi che sono venuti ad aiutare Vicenza". La paura al Dal Molin era proprio quella: ritrovarsi soli, con pochi e, secondo i timori della vigilia, nemmeno benvenuti alleati contro avversari di tutto rispetto, il governo Prodi verso il quale durante tutto il corteo trapelava delusione e la Us Army.

E invece non sono stati soli, anzi. Il corteo grande e colorato è dovuto partire in anticipo rispetto al previsto perché non si riuscivano a contenere gli arrivi superiori ad ogni aspettativa. Davanti il presidio permanente contro la nuova base al Dal Molin con un grande striscione contro Prodi e il sindaco Hulleweck, dietro tutte le forme di autorganizzazione che in questi anni hanno scosso la penisola: una rappresentanza da Scanzano, Basilicata, con i canti dei briganti contro i piemontesi, poi i No Tav, tanti tantissimi che hanno svuotato le valli piemontesi per essere qui in massa. Poi l'associazionismo cattolico e laico: pax Christi ed Emergency, case famiglia, boy scout e ambientalisti. E ancora il lungo spezzone dei centro sociali con la loro parola d'ordine "stop global war" ripetuta ossessivamente e poi i partiti della sinistra radicale defilati, per una volta non protagonisti (molti i cartelli con su scritto "ascoltate la vostra base") e la Cgil.

Dentro il corteo di tutto. C'è chi chiede cosa ne sarà del traffico in via Tasso se dovesse essere costruita la nuova base e chi vuole modificare la politica mondiale degli Stati Uniti. Molti gli slogan in dialetto veneto: "Vicenza se mostra no se U. S. A.", "Non magnemo gatti, gnanca bombe". C'è chi inneggia a don Chichotte e chi ripete slogan triti e ritriti come "fuori l'Italia dalla Nato". Ci sono anche un centinaio di autonomi a chiedere solidarietà per gli arrestati nell'inchiesta Br, ma non se ne accorge nessuno. Sommersi dalle migliaia che con le Br non vogliono avere nulla a che fare e da una banda di ottoni e tamburi di pacifisti toscani che sfilavano proprio davanti ai loro striscioni inneggianti ai "compagni in galera" e che ne azzittivano anche la voce dalla quale uscivano gli slogan più turpi.

Annegati dall'indifferenza dettata dalla scelta non violenta che si manifesta con il passaggio davanti alla questura avvenuto nella tranquillità più completa. Con i Disobbedienti e i centri sociali che, dietro i camion con i sound system che sparavano note a tutto volume, non hanno rivolto nemmeno un coro di scherno ai poliziotti alle finestre, salutando al massimo le telecamere della Digos che li riprendevano.

Poi al parco dove il corteo finiva tutti i manifesti fatti in casa sono stati appesi agli alberi: si andava dalla ripicca verso il ministro della Cultura ("Rutelli signore dei manganelli"), all'attacco a Prodi ("Berlusconi decide, Prodi esegue: casso che coppia") fino all'ironica richiesta di intervento della signora Berlusconi: "Veronica scrivi anche a Prodi".
Vinta la prima scommessa di un corteo grande, colorato e pacifico ora il movimento No Dal Molin ne ha davanti un'altra che declamano da uno striscione: "Resisteremo un minuto in più di voi". Prodi e l'amministrazione Bush sono avvertiti. (La Repubblica.it 17.2.2007)

 

Collegati al sito No Tav

 Le foto NOTAV del corteo del 17 dicembre 2005 a Torino