Arcigay: Italia unita
contro l’omofobia. Baci omosex in 50 città
Incomincia
oggi la campagna nazionale di sensibilizzazione contro l’omofobia realizzata da
Arcigay, in collaborazione con altre 15 associazioni, in occasione della
ricorrenza del 17 maggio, la Giornata internazionale contro l’omofobia.
Arcigay diffonderà su tutto il territorio nazionale una campagne di
sensibilizzazione che prevede la diffusione di 15 mila manifesti, 45 mila
volantini e 8 mila locandine. Ad essa di affiancheranno momenti di
riflessione e approfondimento in decine di città italiane. Nei numeri quella del
2011 è la più importante campagna di sensibilizzazione di Arcigay di sempre.
La campagna di affissioni e diffusione materiale impegnerà ben 50 città
capoluogo di provincia, con il prezioso contributo dei comitati provinciali
dell’associazione e di diverse sigle dell’associazionismo.
La campagna nazionale prevede due versioni di manifesti e locandine che
ritraggono esplicitamente l’affettività omosessuale: un bacio fra una coppia gay
e un bacio fra una coppia lesbica. Il contesto familiare rappresentato da una
tavola imbandita testimonia la quotidianità delle relazioni di affetto delle
persone gay e lesbiche. La bandiera italiana sullo sfondo, richiama i
festeggiamenti per i 150 anni dell’unità nazionale e la richiesta di piena
cittadinanza e dignità per queste famiglie.
Lo slogan scelto per la campagna è “Civiltà prodotto tipico italiano” e “Italia
unita contro l’omofobia” perché la condanna di violenze, discriminazioni,
soprusi e aggressioni, che quotidianamente affliggono l’esistenza di gay,
lesbiche e trans di questo paese, deve essere un elemento di unità e civiltà,
patrimonio condiviso di uno Stato che voglia abitare il presente. In evidenza su
manifesti e locandine poi, il logo di Europride Roma 2011, manifestazione della
visibilità e dell’orgoglio omosessuale e trans europeo, che si terrà a Roma
dall’1 al 12 giugno prossimo e che ha, tra le sue finalità, l’abbattimento delle
barriere culturali che ostacolano l’affermazione dei diritti e della libertà
delle persone lgbt.
Arcigay ribadisce che la lotta all’omofobia è un valore affermato nell’articolo
3 della nostra Costituzione: “È
compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale,
che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il
pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
E
proprio l’omofobia, con odio, pregiudizio, violenza e discriminazione, è un
limite concreto alla piena affermazione della dignità e al raggiungimento della
felicità per migliaia di gay, lesbiche e transessuali italiani. (5 maggio 2011)
Bene il si dei Valdesi a benedizione
coppie gay
27/08/2010 - Ufficio
stampa Arcigay
Esprimiamosoddisfazione e
gratitudineal Sinodo
valdese per il sì alla benedizione delle coppie omosessuali, sia pure
con il consenso delle singole comunità locali.
La Chiesa valdese metodista è da anni amica della comunità lgbt(lesbica,
gay, bisessuale e transessuale) italiana e, grazie a percorsi di
accettazione e confronto all’interno delle comunità con i credenti
omosessuali, è arrivata a riconoscere chel’amore
omosessuale è esattamente identico a quello eterosessuale.
I valdesi, che sostengono una concezione laica dello Stato, si attestano
tra le confessioni cristiane più accoglienti promuovendo anche coming
out pubblici nelle loro comunità, veglie di preghiera per le vittime
dell’omofobia e ospitando la comunità omosessuale per dibattiti e
conferenze. Per questoArcigay
invita, ogni anno, i propri soci a devolvere l’8 per mille a questa
confessione cristiana.
Il sì del sinodo valdese, che si è anche espresso favorevolmente al
testamento biologico e alla sperimentazione sulle cellule staminali, è
la manifestazione di un atteggiamento aperto e laico nei confronti della
società che dovrebbe essere da esempio per tutte le confessioni
religiose compresala
Chiesa romano-cattolica che, chiusa ad ogni confronto e dialogo con la
modernità, oppone all’omosessualità argomentazioni ideologiche legate a
stereotipi e ad un concetto improprio di natura generando
discriminazione e sofferenze a migliaia di persone.
Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay
Bertone, vergogna!
14/04/2010 - Ufficio stampa Arcigay
L’equazione omosessualità-pedofilia, falsa, ignobile e
anti-scientifica, è un’affermazione disonesta che colpisce la vita e la
dignità di milioni di persone gay e lesbiche, confermando il cinismo, la
mancanza di scrupoli e la crudeltà di quelle stesse gerarchie vaticane
che hanno coperto per anni i crimini sessuali perpetrati in tutto il mondo
da esponenti della chiesa contro la vita di migliaia di bambini e bambine
innocenti.
Di quei corpi brutalmente violentati, di quell’infanzia
e di quelle vite distrutte, la chiesa porta la piena e vergognosa
responsabilità, e non sarà tentando di distogliere l’attenzione dalle
sue stridenti contraddizioni e dalle sue omertà interne che potrà sottrarsi
ad un giudizio severissimo per reati sessuali denunciati in tutto il mondo
contro i preti pedofili.
“Siamo davvero indignati per le parole che Bertone ha
pronunciato in Cile: non tenti la chiesa di trasferire le sue colpe sulla
pelle di altre persone innocenti, e pensi piuttosto ad interrogarsi
sulla sua mancanza di umanità” - sottolinea Paolo Patanè, Presidente
nazionale Arcigay.
“Arcigay aveva scelto di non cavalcare l'orrore per lo
scandalo raccapricciante degli innumerevoli abusi di sacerdoti cattolici su
minori. Ammettiamo di avere sbagliato nel pensare che bastassero le migliaia
di denuncie in tutto il mondo, perché le parole del segretario di stato
vaticano confermano che questi uomini di chiesa non hanno ritegno ad
offendere la buona fede di milioni di credenti, che dicono di
rappresentare, affermando falsità che continuano ad uccidere la dignità di
tanta gente e a generare violenza e discriminazione, anziché provare
seriamente e con umiltà a riparare ai propri crimini. Di fronte a questa
scandalosa mancanza di coscienza” – conclude Patanè – “la denuncia di
tutta la società civile deve essere durissima.”
“Si tratta di un forte richiamo alla nostra
Costituzione, garanzia dei diritti di tutte le persone, come individui e
come cittadini.” – dichiara il presidente nazionale Arcigay Aurelio
Mancuso – “Vogliamo ricordare ad esempio che l’Articolo 29 riconosce ‘i
diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio’, ma
non declina il concetto di matrimonio, basandolo su discriminazioni
sessiste od omofobe; vogliamo ricordare la pari dignità sociale
affermata nell’Articolo 3, aldilà di ogni caratteristica dell’identità.”
“Questo slogan inoltre rappresenta un monito alla
politica sorda ed inconcludente, che lascia nell’indeterminatezza
giuridica e sociale le persone lgbt italiane ed in particolare
rappresenta un allarme di denuncia verso quegli esponenti politici
che si riempiono la bocca di belle parole cristiane, ma sono stati
autori di una vergogna, votando ad ottobre l’emendamento che paragonava
l’omosessualità alla pedofilia.”
Si chiude oggi, con il congresso di Ragusa, la prima
tornata di congressi provinciali che porteranno a Perugia.
A partire dall’11 dicembre si sono già svolti 16
congressi che hanno dibattuto e votato le due mozioni congressuali
“Essere Futuro” e
“Inarrestabile Cambiamento” e hanno eletto i primi
48 delegati.
Il percorso riprenderà il 9 gennaio 2010 a Bari,
Pesaro e Carbonia e si concluderà il 23 gennaio con il 44° congresso
provinciale a Bolzano. Il 21 si svolgerà inoltre a Bologna
l’Assemblea delle associazioni affiliate, che eleggerà altri 19 delegati
dei circoli ricreativi, completando così la lista dei 215 delegati,
in rappresentanza di 182.764 soci (in regola con il pagamento
della quota sociale o con tessera scaduta da meno di 12 mesi al 19
settembre 2009) che andranno a costituire il congresso nazionale
Arcigay più partecipato della storia dell’Associazione.
“Siamo orgogliosi” – conclude Mancuso – “di condurre
a congresso un’associazione così ricca e diversificata al suo interno e
mai così attiva nei territori. Invitiamo soci e socie a continuare a
partecipare a questa grande opportunità di democrazia interna dando il
proprio contributo e condividendo le proprie idee.”
Tutte le informazioni sul XIII Congresso
nazionale Arcigay e il logo del Congresso nella sezione
"Nessuno
negli Stati Uniti dovrebbe mai avere paura di camminare mano
nella mano con la persona che ama". Con queste parole Barack
Obama ha firmato mercoledì scorso la legge intitolata a Matthew
Sheperd, uno studente del Wyoming assassinato undici anni fa
perché era gay. Presenti alla cerimonia c'erano i genitori del
ragazzo ucciso e membri della famiglia del senatore Ted Kennedy,
che a lungo aveva sostenuto la legge, ma era morto prima di
poterla vedere approvata
A
chi sostiene che oggi, nel XXI secolo, non c'è più differenza
tra destra e sinistra, che la politica è convergenza al "centro"
e che non ci sono più discrimini valoriali tra i partiti, vale
la pena ricordare la storia di questa legge e di quelle che
l'hanno preceduta. La prima legge contro i crimini d'odio, con
specifico riferimento alla razza, all'origine nazionale e alla
religione di appartenenza della vittima, è del 1969, e
costituisce l'ultima conquista della ventennale battaglia per i
diritti civili che, sotto le presidenze democratiche di John
Kennedy e di Lyndon Johnson, portò all'approvazione delle leggi
del 1964 e del 1968. Dopo la lunga stagione repubblicana, in cui
sotto la spinta degli evangelici cristiani prevalse nel paese
una diffusa omofobia (e misoginia), sotto la presidenza
democratica di Bill Clinton venne emanata nel 1994 una nuova
legge che includeva tra i crimini di odio anche quelli contro
gli omosessuali o comunque motivati dal reale o percepito
orientamento sessuale della vittima. Clinton aveva cercato di
porre fine alla discriminazione nei confronti dei gay
nell'esercito, ma, sotto i violentissimi attacchi della destra e
dei generali, aveva dovuto fare marcia indietro accontentandosi
dell'equivoca formula "non dire e non chiedere". Tuttavia, la
legge del 1994 costituì un importante passo in avanti rendendo
un reato federale le minacce o le aggressioni motivate
dall'identità sessuale della vittima e aumentando drasticamente
le pene.
Dopo otto anni di presidenza repubblicana, il
nuovo Congresso a maggioranza democratica ha approvato ora la
legge più aperta e generale sui crimini d'odio: non solo la
razza e la religione, come nella legge del 1969, non solo
l'orientamento sessuale come in quella del 1994: d'ora in poi
saranno puniti anche i reati di minaccia, gli insulti, la
violenza fisica nei confronti delle diverse identità sessuali,
menzionando specificamente le persone transgender, o
transessuali. La legge federale si aggiunge a quelle che molti
stati (ma non tutti) hanno approvato in questi anni, prevedendo
aggravanti e obbligando i procuratori federali ad intervenire.
Una legge giusta e anche una legge
necessaria. Negli ultimi anni, contrassegnati dal fervore
religioso dei "rinati in Cristo" che hanno dominato la Casa
bianca (George Bush era tra questi), sono aumentate
drammaticamente le aggressioni contro gli omosessuali e i
transessuali: le statistiche dicono che nel 2008 ne sono stati
uccisi 29 e molte migliaia sono stati feriti in modo grave. Ma è
soltanto la punta dell'iceberg. Come ha detto Obama firmando il
provvedimento, occorre combattere per porre fine a questi
crimini odiosi, il cui scopo "non è soltanto di spezzare le
ossa, ma di spezzare lo spirito, non è soltanto di provocare
danni fisici, ma di inculcare la paura."
La legge Sheperd non porrà automaticamente
fine all'omofobia e alla discriminazione basata sul sesso,
naturale o acquisito, ma è un incoraggiamento a riconoscere la
piena legittimità della diversità, a rispettare la sessualità,
comunque si manifesti, purché non sia violenza e sfruttamento
dei più deboli. Un presidente democratico ha dimostrato che i
valori di libertà e di tolleranza non sono parole vuote, buone
per tutti gli usi, ma che distinguono ancora oggi la destra
dalla sinistra, in America e, come tristemente sappiamo, in
Italia.(www.aprileonline.info 30 ottobre 2009)
In piazza a Roma contro razzismo,
omofobia, transfobia
Sabato
prossimo 17 ottobre 2009 parteciperemo alla grande
manifestazione nazionale contro il razzismo cui,
insieme ad altre associazioni lgbt, abbiamo aderito
da tempo.
Stiamo organizzando in queste ore
un nostro spezzone che sottolinei come il
razzismo, l’omofobia e la transfobia siano patologie
identiche, che hanno bisogno di un’azione comune
da parte dei diversi movimenti sociali e culturali
operanti nel Paese.
Ci saremo per far sentire la
nostra voce
dopo quello che è accaduto ieri in Parlamento e
per ribadire che il nostro impegno per un Paese
finalmente accogliente, dove libertà e diritti
civili siano riconosciuti a tutti i cittadini, non
verrà mai meno.
In queste ore stiamo provando
sentimenti di delusione e rabbia, ma manteniamo
salda una serena lucidità mettendo in campo azioni
ed iniziative che parlino a tutta la società
italiana.
Aurelio Mancuso presidente
nazionale Arcigay
*** 17 ottobre 2009 – Manifestazione Antirazzista Uno spezzone lgbt per la manifestazione
nazionale antirazzista del 17 ottobre, che fa
riferimento anche alla nostra piattaforma
rivendicativa.
PERCORSO CORTEO:
CONCENTRAMENTO ore 14:00 Piazza della Repubblica
proseguirà per: Via Einaudi - Piazza dei Cinquecento
- Via Cavour - Piazza Esquilino - Via Liberiana -
Piazza Santa Maria Maggiore - Via Merulana - Via
dello Statuto - Piazza Vittorio Emanuele - Via
Emanuele Filiberto - Viale Manzoni - Via Labicana -
Piazza del Colosseo - Via Fori Imperiali - Piazza
Venezia - Via del Teatro Marcello - Via Petroselli
CONCLUSIONE Piazza Bocca della Verità
La maggioranza dei parlamentari
ha oggi votato a favore della
pregiudiziale costituzionale proposta dall’UDC,
che intendeva accreditare che il termine
“orientamento sessuale” non è presente nel nostro
ordinamento giuridico. Si tratta di una bugia
colossale! I termini sono presenti in tutti i
Trattati e Direttive recepiti dal Parlamento e tra
l’altro votati praticamente all’unanimità.
Oggi l’Italia ha dichiarato di
fatto la sua non appartenenza all’Unione Europea
e di questo bisogna chieder conto, ponendo con forza
il problema in sede comunitaria.
Abbiamo assistito ad uno
spettacolo vergognoso con interventi da parte di
esponenti dell’UDC che hanno accostato
l’orientamento sessuale a incesto, pedofilia,
zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo e così via
delirando.
Ancora una volta il Parlamento
italiano, che stava discutendo una bozza di legge
già ampiamente mediata e monca, di cui abbiamo
criticato le lacune e le gravi esclusioni, prima
di tutte quella ai danni delle persone transgender,
ha deciso oggi di umiliare la dignità delle persone
omosessuali!
La maggioranza della Camera dei
Deputati, affermando quel principio di
incostituzionalità, si è resa complice dei tanti
Svastichella che imperversano nel Paese!
Questo ulteriore schiaffo ci
convince ancor di più che la nostra battaglia di
civiltà è giusta e indispensabile per cambiare un
Paese avvilito da questa classe politica lontana da
ogni volontà di giustizia.
La comunità lgbt è già
mobilitata, non mancheremo di far sentire la
nostra voce insieme a quella dei milioni di italiane
e italiani indignati per il comportamento di questo
Parlamento.
***
VERGOGNA!
Le prime proteste in piazza di martedì 13 ottobre:
Milano ore 21.00 Piazza Duomo
Bologna ore 21.30 Piazza Nettuno
Roma ore 21.00 davanti a Montecitorio
Torino ore 21.00 Piazza Castello
(12 ottobre 2009)
Roma 10 ottobre, manifestazione
nazionale movimento Lgbt
14/09/2009 - Movimento LGBT
"Liberi
e eguali in dignità e diritti" (articolo 1 Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani)
Ci siamo ritrovat* a Roma il 6 settembre 2009 per
confrontarci tra associazioni, gruppi, persone
appartenenti al plurale movimento lgbt italiano.
La nostra volontà è chiara: non
abbiamo paura e vogliamo rispondere alla violenza
con il nostro contributo sociale e culturale. Noi
siamo uguali, nella nostra dignità, nell’affermare i
nostri diritti e doveri nella società, nella
rivendicazione di leggi. Insieme vogliamo
invitare le persone gay, lesbiche, bisessuali,
transgender, cittadine e cittadini a far sentire la
voce e l’impegno di un’Italia differente, che agisce
per un cambiamento vero, profondo che riguarda la
cultura e la convivenza.
Il 10 Ottobre 2009 saremo a
Roma, come movimento lgbt, unitariamente, coscienti
di convocare una manifestazione in un clima che in
generale è violento, che colpisce noi, migranti,
donne e altri soggetti sociali ritenuti deboli, in
cui si alimenta l’idea di dominio, di visioni
autoritarie.
Saremo a Roma per rivendicare il diritto alla piena
uguaglianza delle persone lesbiche, gay, bisessuali
e transgender. Una buona legge contro l’omofobia e
la transfobia, che estenda la legge Mancino anche
all’orientamento sessuale e all’identità di genere,
è oggi una fondamentale necessità democratica che
rivendichiamo. Ma è solo un primo passo non certo
esaustivo né sufficiente.
Il 10 ottobre manifesteremo
per chiedere la piena attuazione del principio di
uguaglianza sancito dalla Costituzione, per
impegnare le istituzioni tutte ad agire anche con
interventi informativi, formativi e culturali, nelle
scuole e sui media, per rivendicare l’interezza
della nostra piattaforma politica.
Questa manifestazione è anche il
primo chiaro segnale della nostra capacità di far
esprimere una nuova e forte volontà di cambiamento
del movimento lgbt italiano. Chiediamo a tutta la
società civile di essere accanto a noi, quel giorno.
Ognuno di noi vive calato nella società, nelle
famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle scuole. Non
siamo confinati nei ghetti e non più vogliamo
starci. Vogliamo che il 10 ottobre sia una
manifestazione in cui ogni persona lesbica,
transgender, bisessuale, omosessuale abbia accanto
le proprie famiglie, i colleghi di lavoro, i
compagni di scuola, i vicini di casa.
Guiderà la manifestazione
un’unica enorme bandiera Rainbow. Sotto i suoi
colori in cui tutte e tutti ci riconosciamo,
invitiamo tutte e tutti ad essere presenti portando
la propria storia, la propria soggettività, la
propria bandiera di movimenti sociali e culturali.
Uguali - Comitato Promotore
Manifestazione Nazionale Roma 10 ottobre 2009
Torino 4 settembre 2009 ore 21 Palazzo
Madama
Insieme contro l'omofobia
We
Have A Dream
Contro l'odio e la violenza su gay lesbiche bisex
transgender
ROMA - 4 Settembre 2009 – 2° Fiaccolata
spontanea: Sempre di più!
Appuntamento per Venerdì 4 Settembre ore 21.00
con raggruppamento in via S.Giovanni in Laterano,
angolo piazza del Colosseo.
Portate CANDELE – CARTELLI – BANDIERE ESCLUSIVAMENTE
RAINBOW
PER UN SIT-IN CONTRO L'OMOFOBIA A
BOLOGNA 4 SETTEMBRE 2009 ore 18 Piazza del
Nettuno
Siamo un gruppo di persone:
uomini e donne, gay, lesbiche, bisessuali, trans e
queer ed eterosessuali - e non mancano i genitori
delle persone lgbt!
Vogliamo organizzare un sit-in contro l'omofobia a
Bologna, come è stato fatto con successo a Roma.
Ci siamo dati appuntamento per questo venerdì 4
settembre alle ore 18.00 in Piazza del Nettuno. Ci sembra che in questo momento, dopo ripetuti
atti di violenza omofoba che hanno messo a rischio
la vita di molte persone, sia importante farci
vedere, prendendo la parola coi nostri corpi, con
le bandiere rainbow del movimento e senza attendere
di essere convocati.
Per questo abbiamo bisogno dell'aiuto di tutt*:
partecipate e diffondete la notizia. Info TEL 349.8084899
*** Il comunicato di Arcigay Roma, ArciLesbica
Roma, Libellula, Azione Trans, Fondazione Massimo
Consoli
Proprio per sostenere questo
percorso, come comitato organizzatore
dell'iniziativa "Roma contro l'omofobia e la
transfobia" abbiamo deciso di rimandare la
manifestazione prevista per il 2 settembre e di
invitare tutte e tutti a partecipare alla
fiaccolata del 4 settembre 2009, per una sua
straordinaria riuscita, come ci è stato
richiesto.
Abbiamo appreso della fiaccolata
solo dopo aver pianificato l'organizzazione della
manifestazione, e preso questa decisione perché, in
questo momento, dobbiamo essere uniti. Dobbiamo impegnarci ogni giorno per mobilitare
tantissime persone e per mostrare, così, tutta la
nostra forza, orgogliosi e determinati più che mai.
PARTECIPA!
Le
associazioni Arcilesbica Napoli, Arcigay Napoli ed i Ken
Onlus, denunciano il grave atto di violenza perpetrato la
scorsa notte contro una giovane donna in Piazza Bellini a
Napoli, luogo notoriamente frequentato dalla comunità
omosessuale napoletana che torna così, drammaticamente, ad
essere teatro di aggressioni a danno di cittadine e
cittadini.
La vittima ha riportato un serio danno all’occhio ed è
attualmente ricoverata in ospedale in gravissime condizioni.
A lei va la nostra solidarietà e l’impegno a lottare per una
città non violenta nella quale essere donna è un valore e
non una condanna.
E’
gravissimo che le amministrazioni locali e nazionali
continuino ad ignorare la necessità di tutelare una delle
più belle piazze d’Europa che, con sempre maggiore
frequenza, è macchiata dal sangue di persone che vi
s’intrattengono pacificamente e sono il cuore della sua
movida artistica, sociale e culturale.
La vera
vergogna che denunciamo è la “licenza di aggredire” che
viene così indirettamente concessa a chi viola i corpi e la
dignità di altri esseri umani e la deriva violenta di false
propagande: un “Decreto sicurezza” che non tutela un bel
nulla, le istigazioni allo squadrismo violento e la
cancellazione dell’omofobia dal novero degli allarmi sociali
di questo Paese.
Accadimenti
come questo di Piazza Bellini non sono per caso: sono il
risultato e l’allarme di un imbarbarimento generale che
mette a rischio lo stato di civiltà e democrazia della
città, dell’intero Paese. E a pagare per primo è, come al
solito, chi da sempre è “nel centro del mirino”: donne,
omosessuali, trans, immigrati.
Come
associazioni che tutelano i diritti dei cittadini LGBT
abbiamo più volte in passato denunciato la gravità della
situazione del centro storico e in particolare di piazza
Bellini, ci chiediamo dunque come mai non sia stato ancora
preso alcun provvedimento.
Noi oggi
diciamo BASTA! Metteremo in campo tutte le risorse e gli
strumenti necessari di cui disponiamo per costringere le
autorità locali a farsi carico di questo indicibile e
sistematico attacco alla cittadinanza di cui la comunità
omosessuale napoletana fa parte.
Giordana Curati –
Arcilesbica Napoli
Salvatore Simioli – Arcigay Napoli
Carlo Cremona – i Ken Onlus
23 giugno 2009
Jacopo Venier del PdCI : Carfagna
ministro passacarte di destra illiberale
quanto denunciato da Arcigay lo conferma
Ufficio Stampa
"In questo Paese non ci sono le pari opportunità ma cresce invece una cultura
maschilista ed omofobica che genera violenza e discriminazione. Quanto
denunciato dall'Arcigay non è affatto un dettaglio nella politica di questo
Ministro che, sin dal suo insediamento, ha agito contro il senso stesso del
dicastero che ricopre. La stessa storia della Carfagna è l'esatto opposto di
quanto le donne, anche quelle di destra, rivendicano in nome delle pari
opportunità, e cioè la possibilità di affarmarsi attraverso il merito e non per
la generosità dei potenti. La decisione di cancellare dal sito del ministero le
persone omosessuali e trans dall'elenco dei gruppi soggetti a discriminazioni
conferma la funzione di passacarte questo Ministro nei confronti di una destra
del tutto illiberale sui diritti civili quanto liberista in economia". E' quanto
afferma Jacopo Venier, responsabile comunicazione del PdCI.
GAY: ARCIGAY ACCUSA CARFAGNA, E' INADEMPIENTE SI DIMETTA
ANSA - Il ministro per le Pari Opportunita' 'ha deciso l'epurazione, dai suoi
impegni istituzionali, del problema delle discriminazioni nei confronti delle
persone omosessuali e trans': il presidente di Arcigay, Aurelio Mancuso, accusa
Mara Carfagna di essere 'gravemente inadempiente' nei confronti delle tematiche
lgbt e ne chiede le dimissioni.
A sostegno della sua tesi, Arcigay cita innanzitutto il fatto che sul sito del
ministero, 'dall'elenco dei gruppi particolarmente soggetti a discriminazioni',
sarebbe stato cancellato quello delle persone omosessuali e trans. Poi,
sottolinea come dal sito sia scomparsa anche la Commissione contro le
discriminazioni lgbt, istituita dal precedente ministro, Barbara Pollastrini.
Ma fonti ministeriali precisano che la rubrica che conteneva i gruppi
particolarmente discriminati era stata cancellata dal sito gia' ai tempi del
precedente governo, e che la Commissione e' decaduta per legge con
l'interruzione della scorsa legislatura. E' vero, comunque, che il ministro
Carfagna non l'ha ripristinata.
Il ministro per le Pari opportunita', sottolinea ancora Arcigay, 'non ha mai
voluto incontrare le associazioni, ha rilasciato nel tempo dichiarazioni
apertamente ostili, negando piu' volte che esista in Italia la violenza
omofobica, si e' lanciata in giudizi sui Pride, sulle iniziative del movimento
senza documentarsi, conoscere la realta', cercare un confronto'. Percio'
l'associazione chiede al premier Berlusconi 'di far dimettere questo ministro
inesistente, o perlomeno di affidare la delega sulle discriminazione ad altro
esponente del governo'. (facebbok 28 maggio 2009)
Giornata internazionale contro
l'omofobia
Venerdì 8
maggio 2009
alle ore 12.00
presso Arcigay
Il Cassero
Bologna, via Don
Minzoni 18
si terrà la
conferenza
stampa di
presentazione
della
campagna
nazionale
INTOLLERANTI
ANONIMI,
promossa in
oltre 30 città
da 12
associazioni e
sindacati, in
occasione della
Giornata
Internazionale
contro
l’omofobia del
17 maggio 2009.
Saranno diffusi
i materiali
stampa e sarà
lanciato il sito
web, volti ad
aiutare le
persone omofobe
a guarire
dall’omofobia,
molto pericolosa
per la nostra
società, ma
soprattutto per
chi ne soffre.
Interverranno
i rappresentanti
delle seguenti
associazioni:
Arcigay -
Associazione
Lesbica e Gay
Italiana
ArciLesbica -
Associazione
nazionale
Agedo -
Associazione
genitori,
parenti e amici
di omosessuali
Famiglie
Arcobaleno -
Associazione
genitori
omosessuali
CGIL - Ufficio
Nuovi Diritti
ARCI
Certi Diritti -
Associazione
Radicale
Circolo di
Cultura
Omosessuale
Mario Mieli
Dì Gay Project
GayLib
Rete Lenford -
Avvocatura per i
Diritti LGBT
Rete degli
Studenti Medi
04/05/2009 - Ufficio
stampa Arcigay
Ue: Italia omofobica
Innanzitutto
l'Italia,
assieme ad
altri 13
Stati membri
(Austria,
Bulgaria,
Cipro,
Estonia,
Grecia,
Ungheria,
Irlanda,
Lettonia,
Lituania,
Malta,
Polonia,
Romania e
Slovacchia)
non
garantisce
alcun
diritto alle
coppie
omosessuali,
mentre in
tre paesi
(Spagna,
Belgio,
Paesi Bassi)
queste
possono
contrarre
matrimonio
al pari
delle coppie
etero e
negli altri
10 vi sono
diverse
garanzie per
le coppie di
fatto. Nella
Belpaese,
come in 12
altri Stati
Ue
(Lettonia,
Lussemburgo,
Polonia,
Repubblica
Ceca,
Slovacchia,
Austria,
Ungheria,
Slovenia,
Bulgaria,
Grecia,
Cipro e
Malta),
l'omofobia
non è
considerata
né un reato
in sé, né
un'aggravante.
Ciò non
aiuta di
certo a
prevenire
attacchi
omofobi a
luoghi di
incontro
Lgtb o a
sedi in ong
che ne
difendono i
diritti.
Nella
relazione
viene citato
il caso
dell'incendio
al "Coming
out" a Roma
nel febbraio
2008, con
ArciGay e
AricLesbica
che
denunciano
un aumento
degli
attacchi
contro la
comunità
Lgbt
italiana.
L'Italia
viene anche
citata
(assieme a
Svezia,
Estonia,
Lettonia,
Polonia,
Repubblica
Ceca,Ungheria,
Romania e
Bulgaria)
per
l'incapacità
o la
mancanza di
volontà
delle sue
autorità
pubbliche a
difendere
adeguatamente
i
partecipanti
a
manifestazioni
a favore dei
diritti
delle
persone Lgbt.
Peggio
ancora,
l'Italia si
distingue
per la
retorica
omofoba di
vari suoi
rappresentanti
politici e
religiosi.
Anche se la
brutta
medaglia
d'oro
dell'omofobia
la vincono
probabilmente
Lettonia,
Polonia e
Lituania,
dove un
orientamento
sessuale
diverso
corrisponde
a
immoralità,
l'Italia
viene citato
nel rapporto
per avere un
ministro
delle Pari
opportunità,
Mara
Carfagna,
che - appena
insediata -
bolla il
'Gay Pride'
come
contrario
alla morale
del popolo
italiano e
in quanto "i
gay in
Italia non
sono
discriminati".
Recita la
relazione
dell'agenzia:
"Vi sono
numerosi
esempi di
politici che
rifiutano di
dare il loro
supporto ai
Pride, ma
quando si
tratta di
politici
direttamente
responsabili
per le pari
opportunità,
il messaggio
politico è
particolarmente
forte".
La Fra
ritiene poi
che esista
una
"sovrapposizione
notevole tra
l'opposizione
fatta ai
Pride e gli
atti di
violenza
contro
queste
manifestazioni".
Inoltre, si
cita
l'impossibilità
per
rappresentanti
della
comunità
Lgbt di
prendere
parte a una
conferenza
sulla
famiglia
organizzata
dal
ministero
alla
Famiglia nel
2007. La Fra
non manca di
riportare il
fatto che la
Chiesa
cattolica
italiana
neghi
l'utilizzo
delle sue
numerose
strutture
adatte a
ospitare
riunioni e
conferenze
per incontri
e conferenze
organizzati
dagli
attivisti
Lgbt.
Per Giusto
Catania "la
situazione è
molto
preoccupante,
come si
legge nel
rapporto il
quadro è
allarmante.
C'è
sicuramente
un evidente
squilibrio
tra i paesi
di vecchia e
nuova
adesione,
tranne rare
eccezioni,
tra cui
figura
purtroppo
l'Italia.
Penso però
che questa
differenza
non dipenda
da una
questione di
cultura ma
di approccio
legislativo.
Ci sono
paesi in cui
l'omofobia
non e' un
reato, e
questo di
certo non
frena
l'ostilità
dell'opinione
pubblica nei
confronti
degli Lgbt.
In Italia
assistiamo a
un
bombardamento
omofobo, sia
esplicito
che subdolo,
da parte di
esponenti
politici o
religiosi,
come
dimostra
l'esempio
della
Carfagna
citato nel
rapporto.
Nella
relazione
della Fra
vengono
ripetutamente
indicati
come
promotori
dell'omofobia
anche i
leader
religiosi,
con quello
che - io
credo - sia
un
riferimento
implicito al
Papa, non
solo questo
ma anche il
precedente".(www.aprileonline.info
1 aprile
2009)
Vergognosa violenza a Pordenone
12/03/2009 - Ufficio
stampa Arcigay
Apprendiamo con
preoccupazione
di un altro
attacco ai danni
di una persona
omosessuale, per
di più disabile,
avvenuta il 23
gennaio nel
centro di
Pordenone, e
reso noto solo
oggi dalle forze
di polizia.
Tre ragazzi
l’hanno
attaccato,
insultato e
malmenato;
fortunatamente i
tre aggressori
sono stati
individuati
dalle forze
dell’ordine.
Dagli
accertamenti
escono ulteriori
particolari
sconcertanti: i
tre avevano da
tempo
premeditato il
loro gesto
perché volevano
“dare una
lezione ai froci”;
inoltre la
disabilità della
vittima era
stata provocata
proprio da
precedenti
pestaggi ai suoi
danni perpetrati
alcuni anni fa
in caserma.
Quel che
spaventa
ulteriormente la
comunità gay e
lesbica
friulana, e non
solo, è il
crescente numero
di attacchi
subiti dalle
persone
omosessuali,
davanti ai quali
governo e
parlamento
rimangono
inermi. La
denuncia di
questo terribile
episodio è stata
fatta d’ufficio
a causa della
disabilità della
vittima,
altrimenti, in
quanto persona
omosessuale, la
violenza subita
sarebbe rimasta
nascosta.
Ci chiediamo,
inoltre, come
mai rimangono
sconosciuti i
nomi degli
aggressori, e
perché siano
stati lasciati a
piede libero.
Quando invece si
tratta di
persone
straniere subito
nomi e cognomi
vengono
divulgati,
assieme alle
foto del viso, e
vengono posti in
fermo cautelare!
È corale il
nostro appello,
affinché il
governo
velocizzi l’iter
della proposta
di legge contro
l’omofobia,
ferma alla
Camera. Lo Stato
non può
continuare ad
ignorare questi
gravissimi
attacchi alle
persone
omosessuali;
servono al più
presto delle
leggi efficaci a
tutela di tutti
i cittadini, le
istituzioni
devono far
sentire la loro
presenza e
salvaguardare
l’incolumità di
tutti senza, al
contrario,
fomentare l’odio
e il pregiudizio
verso il diverso,
come invece una
parte della
destra al
governo fa
quotidianamente
senza alcun
freno e, spesso,
senza che venga
data possibilità
di replica.
Daniele
Brosolo,
presidente
Arcigay Nuovi
Passi – Udine e
Pordenone
Eva Dose,
presidente
Arcilesbica
Udine
Aurelio Mancuso,
presidente
nazionale
Arcigay
Ecco la nostra manifestazione d'amore a
Sanremo
Si
svolgerà sabato 21 febbraio 2009
– giorno della serata finale del
Festival della Canzone Italiana 2009 – a
partire dalle ore 15.00, per le
strade di Sanremo la manifestazione
nazionale “Se m’innamoro”.
La manifestazione è
promossa e organizzata da Arcigay,
Arci Liguria, Arci Imperia, ArciLesbica,
Famiglie Arcobaleno, Agedo.
Il titolo prende
spunto da una delle canzoni vincitrici
del Festival, quella del 1985, cantata
dai Ricchi e Poveri, inno festoso
che contiene nel suo testo anche dei
versi che con leggerezza rivendicano
l’universalità dell’amore:
“Ma guarda il
mondo come è strano, si stupisce se ti
dico che ti amo ma se ci togli anche
l'amore, dopo averci tolto tutto, dove
andiamo?”
La manifestazione vedrà sfilare per le
strade del Festival le storie delle
persone LGBT, dei loro amici e delle
loro famiglie, attraverso una
partecipazione gioiosa e ben visibile,
con canti e balli sulle note delle molte
canzoni italiane che raccontano amori
omosessuali.
Il movimento LGBT
torna a manifestare nella città dei
fiori dopo 37 anni: si svolse proprio a
Saremo infatti il 5 aprile 1972
la prima manifestazione gay italiana
della storia, nata per contestare le
posizioni anti-scientifiche di un
congresso di sessuologia.
Sarà un momento per
riaffermare tutti assieme la nostra
dignità e per rispondere ai personaggi
pubblici di ogni sorta che sulla nostra
pelle cercano di fare ascolti,
introducendo nel nostro paese argomenti
che in altri paesi fanno sobbalzare
dalle sedie governanti di tutti i colori
politici.
Il nostro esserci
significa affermare con allegria, che
l'armonia sono i tanti colori, il
pluralismo, le differenze. Saremo in
piazza, gay, lesbiche, bisessuali, trans,
etero, donne e uomini da tutta Italia,
per ribadire che il vero amore non ha
confini e non si fa intimorire
dall'oscurità del fanatismo religioso e
politico.(Arcigay 13 febbraio 2009)
Crossing Kisses
11/02/2009
- Consiglio nazionale Arcigay
Il Consiglio
nazionale Arcigay, come ogni anno,
sceglie di dedicare l'appuntamento del
14 febbraio, giorno di San Valentino, al
tema delle coppie e dell'amore
omosessuale.
In tal senso lancia
per la giornata del 14 febbraio 2009
in tutte le città una manifestazione dal
titolo CROSSING KISSES - BACI AL
SEMAFORO.
La manifestazione ha
come obiettivo quello di portare alla
visibilità un tema per Arcigay da sempre
importante, invitando tutti i nostri
soci e tutte le nostre socie a
ribadire pubblicamente la loro presenza
all'interno della società come cittadini
e cittadine di questo paese tramite il
gesto simbolico del bacio.
Le iniziative
avranno come scenario i punti più
visibili della vita di ogni città: gli
incroci stradali.
Tali iniziative vogliono essere un modo
per ribadire che, nonostante le mutate
condizioni politiche, il tema dei
diritti delle coppie lesbiche e gay è
per noi sempre fondamentale.
Nella foto il
Crossing Kisses di Catania del 1°
dicembre 2008
***
Non guarirete mai!
Comunicato stampa Federazione PdCI Torino
di Marica Guazzora - responsabile
Diritti Federazione Torino
Torino,
21 gennaio 2009. E' oramai datata la notizia
che alcuni benpensanti cattolici hanno avuto
l'idea di diagnosticare che essere gay è una
malattia e poiché una malattia presuppone la
guarigione dall'essere gay si può guarire.
La presunta guarigione è oggetto di una
canzone che Povia presenterà al Festival di
Sanremo. Esistono varie terapie riparative,
ovviamente tutte sono sotto il controllo di
qualche guru religioso che "guarisce" le
persone dal terribile morbo. Oltre alle cure
di tipo psicologico si può guarire anche
attraverso qualche esorcismo da parte di
preti che considerano l'omosessualità una
manifestazione del demonio.
Dice Arcigay :"Si svolgerà a Brescia sabato
24 Gennaio 2009 la manifestazione nazionale di protesta NON GUARIRETE MAI! per
ribadire la pericolosità di quelle teorie
pseudo-scientifiche – che conducono alle
cosiddette "cure riparative" – frutto di
posizioni ideologiche mascherate con un
linguaggio scientifico, che hanno come unico
effetto l'infelicità e la repressione delle
persone omosessuali. L'evento nasce in
risposta al terribile corso di incontri
proposto proprio in questi giorni a Brescia
in una struttura della diocesi da uno di
questi gruppi di stregoni."
E' una manifestazione che ci riguarda tutte
e tutti. Come riguardano tutte e tutti la
lotta contro l'omofobia e il razzismo. Il
PdCI torinese prende una posizione chiara e
solidale a fianco della comunità GLBTQ ed
intende sostenere le battaglie che la
comunità porterà avanti, come ha sostenuto a
suo tempo il Torino Pride, affinché siano in
ogni istanza riconosciuti i diritti delle
persone GLBTQ.
13/02/2009 - Ufficio
stampa Arcigay
Si
svolgerà sabato
21 febbraio
2009 – giorno
della serata
finale del
Festival della
Canzone Italiana
2009 – a partire
dalle ore
15.00, per
le strade di
Sanremo la
manifestazione
nazionale
“Se m’innamoro”.
La
manifestazione è
promossa e
organizzata da
Arcigay, Arci
Liguria, Arci
Imperia,
ArciLesbica,
Famiglie
Arcobaleno,
Agedo.
Il titolo prende
spunto da una
delle canzoni
vincitrici del
Festival, quella
del 1985,
cantata dai
Ricchi e Poveri,
inno festoso che
contiene nel suo
testo anche dei
versi che con
leggerezza
rivendicano
l’universalità
dell’amore:
“Ma guarda
il mondo come è
strano, si
stupisce se ti
dico che ti amo
ma se ci togli
anche l'amore,
dopo averci
tolto tutto,
dove andiamo?”
La
manifestazione
vedrà sfilare
per le strade
del Festival le
storie delle
persone LGBT,
dei loro amici e
delle loro
famiglie,
attraverso una
partecipazione
gioiosa e ben
visibile, con
canti e balli
sulle note delle
molte canzoni
italiane che
raccontano amori
omosessuali.
Il movimento
LGBT torna a
manifestare
nella città dei
fiori dopo 37
anni: si svolse
proprio a Saremo
infatti il 5
aprile 1972
la prima
manifestazione
gay italiana
della storia,
nata per
contestare le
posizioni
anti-scientifiche
di un congresso
di sessuologia.
Sarà un momento
per riaffermare
tutti assieme la
nostra dignità e
per rispondere
ai personaggi
pubblici di ogni
sorta che sulla
nostra pelle
cercano di fare
ascolti,
introducendo nel
nostro paese
argomenti che in
altri paesi
fanno sobbalzare
dalle sedie
governanti di
tutti i colori
politici.
Il nostro
esserci
significa
affermare con
allegria, che
l'armonia sono i
tanti colori, il
pluralismo, le
differenze.
Saremo in
piazza, gay,
lesbiche,
bisessuali,
trans, etero,
donne e uomini
da tutta Italia,
per ribadire
che il vero
amore non ha
confini e non si
fa intimorire
dall'oscurità
del fanatismo
religioso e
politico.
Ecco il
programma
completo della
manifestazione
che prevede una
rassegna di
eventi nell’arco
di 3 giorni
nella provincia
di Imperia.
Giovedì 19
febbraio 2009 –
ore 11.00
Sanremo (IM) -
Sala Federazione
Operaia, via
Corradi (a 300
metri dal Teatro
Ariston)
CONFERENZA
STAMPA DI
PRESENTAZIONE
Parteciperanno,
oltre ad alcuni
cantanti che
sostengono la
nostra
manifestazione:
Aurelio Mancuso,
presidente
nazionale
Arcigay
Walter Massa,
presidenza
nazionale Arci
Francesca Polo,
presidente
nazionale
ArciLesbica
Rita De Santis,
presidente
nazionale Agedo
Giuseppina La
Delfa,
presidente
nazionale
Famiglie
Arcobaleno
Non guarirete mai!
Comunicato stampa Federazione PdCI Torino
di Marica Guazzora - responsabile
Diritti Federazione Torino
Torino,
21 gennaio 2009. E' oramai datata la notizia
che alcuni benpensanti cattolici hanno avuto
l'idea di diagnosticare che essere gay è una
malattia e poiché una malattia presuppone la
guarigione dall'essere gay si può guarire.
La presunta guarigione è oggetto di una
canzone che Povia presenterà al Festival di
Sanremo. Esistono varie terapie riparative,
ovviamente tutte sono sotto il controllo di
qualche guru religioso che "guarisce" le
persone dal terribile morbo. Oltre alle cure
di tipo psicologico si può guarire anche
attraverso qualche esorcismo da parte di
preti che considerano l'omosessualità una
manifestazione del demonio.
Dice Arcigay :"Si svolgerà a Brescia sabato
24 Gennaio 2009 la manifestazione nazionale di protesta NON GUARIRETE MAI! per
ribadire la pericolosità di quelle teorie
pseudo-scientifiche – che conducono alle
cosiddette "cure riparative" – frutto di
posizioni ideologiche mascherate con un
linguaggio scientifico, che hanno come unico
effetto l'infelicità e la repressione delle
persone omosessuali. L'evento nasce in
risposta al terribile corso di incontri
proposto proprio in questi giorni a Brescia
in una struttura della diocesi da uno di
questi gruppi di stregoni."
E' una manifestazione che ci riguarda tutte
e tutti. Come riguardano tutte e tutti la
lotta contro l'omofobia e il razzismo. Il
PdCI torinese prende una posizione chiara e
solidale a fianco della comunità GLBTQ ed
intende sostenere le battaglie che la
comunità porterà avanti, come ha sostenuto a
suo tempo il Torino Pride, affinché siano in
ogni istanza riconosciuti i diritti delle
persone GLBTQ.
Sanremo: Fuori gli omofobi dal Festival
Il mondo della spettacolo si mobiliti e
isoli Povia
"Ora è davvero troppo. Povia finalmente
getta la maschera e rende evidente quello
che diciamo da tempo: è un personaggio
omofobo, che si ispira a stregoni ciarlatani
come Joseph Nicolosi, che tratta
l'omosessualità come una malattia, cosa non
più permessa dall'Organizzazione Mondiale
della sanità dal 1992". E' quanto afferma la
Fgci, la federazione giovanile del partito
dei Comunisti italiani, che ha diramato una
nota sulle dichiarazioni del cantante il
quale afferma in un'intervista sul
settimanale 'Tempi' che non si nasce
omosessuali: "Non può avere cittadinanza
nella televisione pubblica chi dà
credibilità a posizioni antiscientifiche.
Far cantare Povia – prosegue la Fgci -
sarebbe come intervistare a Quark qualcuno
che nega l'evoluzionismo. Povia dovrebbe
imparare che l'amore omosessuale ha piena
dignità e dovrebbe anche sapere che esistono
coppie omosessuali che sono insieme da anni
e vivono serenamente il loro rapporto". I
giovani del Pdci chiedono: "Se la Rai è
ancora un servizio pubblico blocchi questa
vergogna. E' necessaria adesso una
mobilitazione di tutti gli artisti
democratici, nel senso più autentico del
termine, a testimonianza che la posizione di
Povia è isolata nel mondo dello
spettacolo".(Fgci 20 gennaio 2009)
Arci Gay torna in piazza per dignità di
lesbiche e gay
18/01/2009 - Ufficio
stampa Arcigay
Si
svolgerà a
Brescia
sabato 24
Gennaio 2009
la
manifestazione
nazionale di
protesta NON
GUARIRETE MAI!
per ribadire la
pericolosità di
quelle teorie
pseudo-scientifiche
– che conducono
alle cosiddette
“cure
riparative”
– frutto di
posizioni
ideologiche
mascherate con
un linguaggio
scientifico, che
hanno come unico
effetto
l’infelicità e
la repressione
delle persone
omosessuali.
L’evento nasce
in risposta
al terribile
corso di
incontri
proposto proprio
in questi giorni
a Brescia in una
struttura della
diocesi da
uno di questi
gruppi di
stregoni.
Questo è solo il
primo
appuntamento
lanciato dal
Consiglio
nazionale di
Arcigay -
riunitosi a
Bologna il 17 e
il 18 gennaio.
Dopo i
presidi di
piazza a
dicembre in 15
città per
sostenere la
depenalizzazione
universale
dell’omosessualità,
riparte infatti
dalla città
lombarda il
percorso di
manifestazioni
promosse da
Arcigay, che
coinvolgeranno
la comunità LGBT
italiana per una
nuova stagione
di libertà,
dignità e
visibilità. Il
percorso si
concluderà a
giugno con la
manifestazione
finale del
Pride nazionale
di Genova,
per il quale il
Consiglio
Arcigay ha
assicurato il
totale appoggio
e la promozione
di eventi di
sostentamento
dedicati al
comitato
organizzatore in
tutte le città.
Con il KISS
CROSSING, la
giornata di San
Valentino, 14
febbraio 2009,
sarà dedicata
come ogni anno
al tema delle
coppie
omosessuali. In
decine di città
i comitati
provinciali
Arcigay
porteranno
coppie lesbiche
e gay a
celebrare il
loro amore con
un bacio in
contemporanea
nei principali
incroci stradali
dei centri
cittadini.
Arcigay invita
tutte le persone
omosessuali a
ribadire
pubblicamente la
loro presenza
nella società e
la richiesta di
diritti
attraverso un
bacio pubblico,
simbolo di
visibilità e di
amore.
Sabato 22
febbraio 2009,
giorno della
serata finale di
Sanremo,
Arcigay
organizzerà
nella città del
Festival un’ironico
presidio di
protesta contro
la canzone di
Povia Luca
era gay,
portando davanti
al Teatro
Ariston una
risposta
creativa e
divertente in
musica e le
storie vere di
milioni di gay e
lesbiche che da
eterosessuali
sofferenti
diventano
omosessuali
accettati,
visibili e
felici.
Arcigay,
soggetto
autonomo che
svolge la sua
azione nella
società e tra le
persone,
ribadisce la
propria
autonomia dai
partiti, in
vista delle
future
Elezioni europee.
Arcigay non
appoggerà
nessuna lista e
nessuno
schieramento,
ma – cosciente
della grande
importanza del
ruolo che
riveste il
Parlamento
Europeo per la
conquista dei
diritti che
ancora le
persone LGBT
italiano non
hanno –
promuoverà e
pubblicherà un
proprio
documento di
richieste e
renderà pubblici
i nomi dei
candidati che lo
hanno
sottoscritto.
Il Consiglio
nazionale
Arcigay,
attraverso i
gruppi di
lavoro, ha
infine
programmato
tutte le
attività future
dei settori
cultura, scuola
e salute, che si
concentreranno
primariamente
nello sviluppo
di strumenti di
promozione delle
strutture di
accesso al test
HIV,
nell’avvio del
nuovo
progetto
ministeriale
contro il
bullismo
omofobico nelle
scuole, nel
ricco programma
di celebrazioni
del ricordo
dell’Omocausto
nei prossimi
giorni in
occasione della
Giornata
della Memoria.
Binetti responsabile della diffusione
dell'omofobia in Italia
Le associazioni omosessuali
nazionali presentano l’azione legale contro
le affermazioni omofobiche della deputata
del PD
Le associazioni omosessuali nazionali stanno
procedendo ad un’azione legale in sede
civile nei confronti delle affermazioni
omofobiche rilasciate dall’On. Paola Binetti
(Partito Democratico) a diversi quotidiani
nazionali a partire dal dicembre 2007.
L’On. Binetti ha esplicitamente definito
l’omosessualità come una malattia psichica e
la ha paragonata alla pedofilia.
Queste dichiarazioni non hanno una base
scientifica e contraddicono
esplicitamente la dichiarazione
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
che ha definito l’omosessualità come una
variabile naturale dell’identità
sessuale e del comportamento umano.
Attraverso la promozione di queste idee
false e diffamanti, l’On. Binetti
avvalora la diffusione di pregiudizi
omofobici e di una cultura della paura dell’alterità.
Questa cultura omofobica crea un clima
sociale che giustifica l’accadere di episodi
di insulto, discriminazione, aggressione e
violenza ai danni delle persone lesbiche e
gay.
In questo modo l’On Binetti – come qualsiasi
altro personaggio pubblico o esponente
politico che promuovesse le stesse
affermazioni – si propone come responsabile
del proliferare di un clima di odio e di
esclusione sociale che lede la
dignità di milioni di cittadini e cittadine
e che danneggia gravemente le finalità
statutarie delle nostre associazioni.
Per questo Agedo, Arcigay, ArciLesbica,
Famiglie Arcobaleno si fanno carico di
condurre un’azione legale contro la deputata
per riaffermare la dignità di tutte
le persone omosessuali italiane e per
tutelare il diritto di ogni persona a poter
esprimere liberamente la propria identità e
a vivere in maniera affermativa la propria
esistenza.
Agedo – Associazione Genitori, parenti e
amici di Omosessuali
Arcigay – Associazione Lesbica e Gay
Italiana
ArciLesbica – Associazione nazionale
Famiglie Arcobaleno – Associazione Genitori
Omosessuali
(Arci lesbica 16 gennaio 2009)
A "Povieretta" risposta ironica
Bologna
- 16 gennaio - 'A questa 'Povieretta' daremo
una risposta di tipo ironico'. Lo assicura
il presidente nazionale dell' Arcigay
Aurelio Mancuso che, parlando a Bologna, ha
criticato nuovamente la canzone di Povia,
che portera' a Sanremo 'Luca era gay',
storia di un omosessuale che torna etero.
'Sappiamo che e' una operazione commerciale
ma non possiamo permettere che passi sotto
silenzio - ha detto Mancuso - Per il resto
Povia e' un poverino, un cantante che si
commenta da se''. Mancuso se l' e' presa
anche con la puntata di Porta a Porta su
Sanremo in cui si e' parlato della vicenda.
'Porta a Porta e' stato orribile perche' non
c'e' stata possibilita' di replica. Sono
venuti a Bologna per darmi il contentino di
due minuti di intervista e mi hanno detto
che non c'era nessuna possibilita' di
partecipare al dibattito in studio, dove
invece si sono fatte affermazioni assai
offensive verso gli omosessuali. E'
gravissimo. E anche al Grande Fratello ci
sono state espressioni omofobiche. Non passa
giorno che qualcuno non parli contro gli
omosessuali. La verita' e' che negli ultimi
due anni la campagna omofobica ha avuto un
aumento impressionante'.
(ANSA).
L'Europa protesta: no alla canzone omofoba
di Povia
Strasburgo
- Contro la canzone Luca era gay, che Povia
intende presentare al festival di Sanremo,
si mobilita addirittura la delegazione
italiana del Pse all´europarlamento. «Non
tanto contro la canzone - spiega Gianni
Pittella, a capo della delegazione che
raccoglie diciassette eurodeputati - perché
la libertà di pensiero e di espressione non
si tocca, quanto contro l´idea che una
canzone omofoba, e quindi discriminatoria,
possa essere diffusa da un mezzo come la
Rai. Voglio ricordare che l´orientamento
sessuale non è una malattia né una scelta».
A nome dei suoi colleghi,
Pittella ha dunque inviato una lettera al
presidente della Rai, Claudio Petruccioli,
ricordandogli che la Costituzione italiana,
così come la Carta europea dei diritti
fondamentali, vietano ogni forma di
discriminazione e chiedendogli di «valutare
l´opportunità di diffondere un messaggio del
genere».
«Sono certo - dice
Pittella - che Petruccioli non sa neppure di
questa vicenda. Se, come penso, condivide le
nostre opinioni e considera che
l´omosessualità non sia una malattia, deve
intervenire per evitare che la Rai si faccia
veicolo di messaggi discriminatori».
La decisione di
mobilitare gli eurodeputati del Pse contro
una canzone del festival, nasce dal fatto
che le tematiche sui diritti e sulla non
discriminazione sono particolarmente sentite
al Parlamento europeo, che già bocciò la
candidatura di Rocco Buttiglione a
Commissario dopo alcune sue frasi
considerate irriguardose proprio verso gli
omosessuali.
«La nostra delegazione -
spiega Pittella - è particolarmente attenta
a queste tematiche. La diffusione di
messaggi discriminatori o razzisti non solo
attraverso la televisione, ma anche via
Internet, sta diventando un problema sempre
più diffuso e più grave. Per questo stiamo
conducendo una campagna anche per fermare
questo tipo di comunicazioni su siti come
Facebook».(La Repubblica 16 gennaio 2009)
La canzone di Povia offende la comunità
Glbtq
Sanremo. Fgci: A Porta a
Porta si parla di gay senza gay
Questa sera un'intera puntata di Porta a
Porta sarà dedicata al casus Povia, e il
buon Vespa in studio non invita nessuno del
movimento Glbtq per un contraddittorio a
dimostrazione dell'atteggiamento
discriminatorio della Rai". Lo fa notare
Flavio Arzarello, dell'Esecutivo nazionale
della Fgci, la fFderazione giovanile del
partito dei Comunisti italiani. "Inoltre, la
scelta di non contrapporre alla canzone di
Povia una canzone sull'amore omosessuale, di
Niccolò Agliardi, nemmeno come ospite a
Sanremo, rende chiaro il passo indietro
della nostra tv che da pubblica diventa
clerical-bacchettona e distingue tra l'amore
'concesso', quello etero, e quello 'da
censurare', cioè tra due persone dello
stesso sesso". L'esponente dei giovani del
Pdci ricorda come "Povia continui a
sostenere la tesi secondo la quale la sua
canzone parla di un cambiamento e non della
guarigione di un ragazzo gay. Francamente è
bizzarro, soprattutto dopo le dichiarazioni
degli anni scorsi dello stesso cantante.
Stupisce, inoltre, che il nome che dà il
titolo alla sua canzone coincida con quello
di Luca di Tolve, sottopostosi alle teorie
anti scientifiche dell'integralista Joseph
Nicolosi. Senza un vero confronto – conclude
Arzarello – la canzone di Povia non dovrebbe
essere presentata a Sanremo perché offende
la dignità dell'intera comunità Glbtq e
sponsorizza teorie che dal punto di vista
scientifico hanno la stessa validità del
creazionismo". (13 gennaio 2009)
Va in onda l'omofobia
Non c’è limite agli
insulti che la dignità di milioni di persone
omosessuali devono subire ogni giorno in
tutti i contesti. Non ne sono esenti i
palazzi delle istituzioni, Proprio oggi,
durante una seduta del Consiglio regionale
della Lombardia, il capogruppo della
Lega Nord Stefano Galli, appena
respinta una mozione che chiedeva di aderire
alla Giornata Mondiale contro l’Omofobia
del 17 maggio, si è prodigato – così come
riportato dal consigliere Muhlbauer - in
frasi di trionfo che accoglievano l’incivile
decisione come un “colpo di culo”
e affermazioni che confermavano che lui era
“contrario a celebrare l’omosessualità
come una non-malattia mentale”.
La cultura del
pregiudizio e della paura della diversità,
nutrita da alcuni politici di ogni
schieramento, autorizza così anche i
personaggi della TV, appena assurti alla
popolarità, a lasciarsi andare in
dichiarazioni pregne di ignoranza e di
disprezzo. Così è accaduto alla
concorrente del Grande Fratello Federica,
appena entrata nella casa, che nel suo primo
giorno da star ci racconta: "Se il
mondo fosse pieno di froci sarebbe una
tragedia, non si può parlare di normalità";
"La normalità,un uomo che va a letto con una
donna, lo ha deciso Dio"; "Preferisco un
figlio cresciuto da un padre e una madre,
che da due lesbiche o da due froci".
Chiediamo al
presidente della Lombardia Formigoni di
prendere le distanze da Galli e di
confermare la più civile delle verità, cioè
che l’omosessualità è una variabile naturale
dell’identità.
Agli autori del
reality di Canale5 chiediamo di intervenire
con una sanzione nei confronti della
concorrente e di farle fare pubbliche scuse
in diretta, come è già accaduto per
insulti contro la religione e come
accadrebbe se avesse pronunciato improperi
contro persone di colore o portatrici di
handicap.
Siamo umiliati e
stanchi di questo clima di paura e
pregiudizio che colpisce a tutti i livelli
le persone LGBT e che porta molti giovani
omosessuali a sentirsi emarginati e non
riconosciuti, con l’unica speranza possible
quella di fuggire da questo paese
integralista e bigotto.
Aurelio Mancuso, Presidente nazionale
Arcigay 13 gennaio 2009
Sanremo: Bonolis, Povia racconta cambiamento
non guarigione
Roma 12 gen. (Adnkronos)
- Il cantante
Povia durante la
registrazione
oggi di "Porta a
Porta", in onda
domani in
seconda serata
su Raiuno, ha
risposto alle
accuse di
omofobia che
l'Arcigay ha
rivolto alla sua
canzone dal
titolo "Luca era
gay": "La mia
canzone non
parla ne' di
malattia ne' di
guarigione e
racconta la
storia di una
persona non di
tutti". Dello
stesso parere il
conduttore Paolo
Bonolis che
sottolinea: "Il
brano parla di
un cambiamento
non di una
guarigione.
Dovrebbero
ascoltarlo prima
di evocare
spettri". Infine
Povia aggiuge:
"Sono stato
contattato da un
paio di registi,
dopo Sanremo
vorrei che
questa canzone
diventasse
addirittura un
film".
(Toa/Gs/Adnkrono
12 gennaio 2009)
Il papa e i transgender
L'ultima (in ordine di tempo) esternazione
vaticana
"Non è
l'uomo che decide, è Dio che decide chi è
uomo e chi è donna (...) Non è una
metafisica superata, se la Chiesa parla
della natura dell'essere umano come uomo e
donna e chiede che quest'ordine della
creazione venga rispettato (...) Qui si
tratta di fatto della fede nel Creatore e
dell'ascolto del linguaggio della creazione,
il cui disprezzo sarebbe un'autodistruzione
dell'uomo e quindi una distruzione
dell'opera stessa di Dio". (23 dicembre
2008)
Il significato di transgender
Il
termine transgender
ha assunto nella lingua
italiana diversi significati
a seconda degli ambiti in
cui è usato.La sua origine è
da identificarsi all'interno
del movimento
LGBT, nato negli Stati
Uniti d'America intorno ai
primi anni '80, per indicare
un movimento politico che
contesta la logica
eterosessista e genderista
secondo la quale i sessi
dell'essere umano sono solo
due, che l'identità di
genere di una persona debba
necessariamente combaciare
con il sesso biologico e che
il tutto debba restare
immodificabile dagli esseri
umani.
Il
termine "transgender",
quindi, nasce come termine
"ombrello" dentro cui si
possono identificare tutte
le persone che non si
sentono racchiuse dentro lo
"stereotipo di genere"
normalmente identificato
come "maschile" e
"femminile(wikipedia)
Sit in di protesta
mercoledì 3 dicembre
ore 12,30 Arcidiocesi di Torino Via Arcivescovado 12
La paura
della civiltà produce barbarie! E tu da che parte stai?
E’ un atto di civiltà chiedere all’ONU di
depenalizzare l’omosessualità nel mondo: significa abolire il
reato di omosessualità che esiste ancora in 91 paesi.
Significa dire basta a tortura, esecuzioni, carcere e
persecuzioni per milioni di persone.
Un atto di civiltà, la richiesta annunciata dalla Francia, cui
il Vaticano si è preventivamente opposto, per bocca del suo
portavoce Monsignor Celestino Migliore .
Il Vaticano si è dichiarato contrario alla depenalizzazione
universale dell’omosessualità con questa ineffabile
argomentazione:
ciò comporterebbe la discriminazione degli Stati che non
riconoscono le unioni tra persone dello stesso sesso!
Un’argomentazione che è un perfetto esempio di PERVERSIONE, nel
senso etimologico: rovescia e stravolge la realtà!
Di queste parole si prenda la responsabilità
fino in fondo lo Stato Vaticano. Auspichiamo che chi si
riconosce nella Chiesa romana cattolica si interroghi e prenda
posizione.
Pubblicato il 02/12/2008
Gay in piazza contro
la Chiesa "Ci vuole morti?"
di Giacomo
Russo Spena
Stesi per terra.
Come morti. Lo striscione esposto in
piazza Matteotti, a Genova (città
del prossimo Pride e sede vescovile
del cardinal Bagnasco), parla da
solo: «Vaticano complice del nostro
martirio».
Non si è fatta attendere la risposta
del movimento lgbt (lesbo, gay,
bisex e trans) alle recenti
dichiarazioni dell'osservatore
permanente del Vaticano presso le
Nazioni Unite, Celestino Migliore,
che ha chiesto all'Onu di non
impegnarsi per la depenalizzazione
universale dell'omosessualità.
«Siamo indignati - dice Francesca
Polo, presidentessa dell'Arcilesbica
- Per difendere un principio
ideologico come la famiglia, la
Chiesa accetta la pena di morte.
Eppure - ironizza - si dichiara a
favore della vita». La
depenalizzazione, proposta della
Francia, è oggi più che un'urgenza:
nel mondo ci sono 88 paesi che
condannano con il carcere, la
tortura e i lavori forzati le
persone in quanto lesbiche, gay e
trans. In 7 di questi (Iran, Arabia
Saudita, Yemen, Emirati Arabi Uniti,
Sudan, Nigeria, Mauritania) è
prevista, addirittura, la pena
capitale.
«La posizione del Vaticano ha
turbato fortemente la nostra
comunità, e non solo. Tantissimi
sono i messaggi di solidarietà che
ci stanno arrivando - afferma il
presidente di Arcigay Roma, Fabrizio
Marrazzo - Si continua a offendere
la vita di milioni di persone
criminalizzandone l'orientamento
sessuale. Una posizione contraria a
qualsiasi concetto evangelico di
amore e fratellanza». Motivo per cui
anche molte associazioni religiose
sono pronte a manifestare nei
prossimi giorni col movimento lgbt
che sta preparando iniziative in
molte città. La più grande, forse,
sabato a Roma promossa da Arcigay,
ArciLesbica e Certi Diritti. «Mai
più uccisi perché gay» è lo slogan
di convocazione. Con le adesioni che
aumentano di ora in ora. Dalle 17 ci
sarà una fiaccolata in piazza Pio
XII, a due passi da San Pietro. «Per
ricordare al Vaticano - spiegano i
promotori - i propri confini e che
al di là esiste uno stato laico e
democratico». O almeno dovrebbe
essere così.
Intanto la Chiesa prova a smorzare i
toni parlando di «disinformazione»
sulle dichiarazioni di Migliore.
«Occorre - dichiara ai microfoni di
Radio Vaticana il presidente dei
giuristi cattolici Francesco
D'Agostino - ribadire con chiarezza
che sosteniamo la depenalizzazione
dell'omosessualità ma siamo contro
l'intenzione di porre sullo stesso
piano ogni orientamento sessuale».
Una posizione che però porta la
Santa Sede a sostenere chi uccide e
frusta i gay. Come fa presente
Aurelio Mancuso, presidente
dell'Arcigay, che non ammette «se e
ma»: «O si è favorevoli alla
depenalizzazione - afferma - o si è
d'accordo con chi ci perseguita. Non
esistono vie di mezzo». L'ultima
stoccata del movimento lgbt è contro
una sinistra «incapace di prendere
una chiara posizione contro gli
ignobili attacchi del Vaticano». Il
silenzio ha la meglio.(Il Manifesto
4 dicembre 2008)
"Chiediamo un piano
antiomofobia"
(ASCA)
- Roma, 9 set - Aggressione, la notte scorsa
a Roma, di una coppia gay. A denunciarlo e'
l'Arcigay che chiede l'immediato via ad un
''Piano antiomofobia'' che metta argine alle
aggressioni.
Nella notte tra lunedi' 8 e martedi' 9
settembre, Federico e Cristian, entrambi di
28 anni, dopo aver trascorso una serata in
compagnia in via San Giovanni in Laterano,
si dirigevano verso la centrale via dei Fori
Imperiali, vicino al Colosseo - e' la
denuncia - quando sono stati aggrediti da un
gruppo di 8-10 ragazzi, tutti giovanissimi,
forse attratti dal fatto che i due si
tenevano per mano. Da li' all'aggressione il
passo e' stato breve e subito sono volati
sputi, pietre e bottiglie. Gli aggressori
avrebbero urlato frasi offensive come 'froci,
via dall'Italia', 'fate schifo'.
I ragazzi aggrediti hanno chiesto aiuto e
hanno denunciato l'accaduto alle forze
dell'ordine.
''Ancora una volta una terribile
testimonianza di intolleranza verso le
persone gay e verso l'amore omosessuale - e'
stato il commento di Fabrizio Marrazzo,
presidente di Arcigay Roma - i due ragazzi
aggrediti si tenevano per mano e questo e'
bastato a scatenare gli insulti e
l'aggressione. Ci preoccupa molto il clima
di violenza che si respira in citta', per
questo ci auguriamo che le Istituzioni
collaborino con tutte le associazioni
lesbiche, gay e trans per mettere a punto un
serio piano per la sicurezza e contro
l'omofobia''.
L'orgoglio di Bologna
di Stefano Bolognini
Oltre
duecentomila partecipanti: un arcobaleno
ininterrotto di orgoglio ha invaso
Bologna per il pride nazionale 2008 che,
mentre scriviamo, sta ancora sfilando lungo
i viali della città. Sono migliaia gli
omosessuali, le lesbiche, i transessuali e
gli
eterosessuali che hanno risposto al
richiamo della diversità sfidando una cappa
di caldo opprimente.
“Matrimoni”, “laicità”,
“libertà”, “uguaglianza”, “diritti” sono
davvero brevi gli slogan scritti sui
cartelli, stampati sugli adesivi, vergati
sui pettorali o tra le scapole, e riassumono
perfettamente il clima di rivendicazione
politica schietta, diretta e immediata (e
arrabbiata) che si mescola, lungo i viali
della città delle due torri, con la
musica di decine di carri, le danze, i
sorrisi e una gioia che ha il sapore dolce
della normalità ed è lontano anni luce
dall'esibizionismo che molti vorrebbero
dipingere addosso alla comunità gay e che
qui non c'è.
Le bandiere
dell'associazionismo, accorso in massa,
cancellano il clima cupo della vigilia con
una manifestazione, che, dal nascere, è
stata oggetto di violente critiche. È stato
attaccato da destra, com'era prevedibile,
dal Ministro per le pari opportunità
Mara Carfagna che non ha concesso il
patrocinio alla manifestazione definita
“esibizionista”. Ha poi subito i distinguo
della Sinistra con il partito democratico
bolognese totalmente assente dalla
manifestazione ed è infine stato martoriato
dai pulpiti con Monsignor Caffarra a
cianciare, alla vigilia della
manifestazione, che i rapporti omosessuali
sono un pericolo sociale,
e i domenicani a sostenere che i pride “sono
esibizioni che mi sembrano più finalizzate a
una sorta di presa di potere che a una
rivendicazione di diritti”.
Sull'estetica dei
manifestanti poi, tra chi li vorrebbe in
burka e chi no, le polemiche sono state
infinite. È evidente che Emiliano Zaino,
presidente di Arcigay
Bologna e portavoce del pride, stimava,
alla vigilia, a soli 30 mila i partecipanti
alla manifestazione, pochini per un pride
nazionale se si pensa ai 200 mila di
Milano e ai 300 mila di
Roma.
Ma orgoglio e visibilità
gay, anche in Italia, sono inarrestabili e
la piazza, al nord, come al centro, come al
sud risponde, in decine di sigle di
associazionie
migliaia di privati cittadini in sintonia
perfetta con le richieste della minoranza
gay. Ma il
Bologna Pride 2008 ha un assente non
giustificato, un'assenza che pesa come un
macigno. Manca la politica, la grande
politica, non c'è alcun leader di
schieramento. È assente non giustificato
Veltroni, leader del Pd, ed è sparuta la
rappresentanza di Sinistra arcobaleno. Non
c'è, e anche questo era prevedibile, il
centro destra se non con il parlamentare ex
radicale (??) ora forzista Benedetto Della
Vedova.
È
Nichi Vendola, presidente della regione
Puglia, in testa al corteo, a
sottolineare l'assenza del Pd, e a
chiedersi, insieme a
Franco Grillini sceso in piazza con la
fascia tricolore - è infatti in corsa per la
poltrona di sindaco di
Bologna - a puntare il dito contro
l'assenza della politica: “La politica dei
partiti e' scarsamente presente, perchè
ormai da tempo in Parlamento hanno
abbandonato la battaglia per i diritti
politici, ma il
Gay Pride e' una festa della politica”.
Paola Concia, parlamentare del Pd,
giustamente si arrabbia: “Il PD e' presente
al
Gay Pride: ci sono io, parlamentare
eletta in
Puglia e c'e' Vittoria Franco, Ministro
delle Pari Opportunita' del Governo Ombra”,
ma questo, insieme evidentemente alla
presenza dei leader storici della militanza
con
Vladimir Luxuria in testa al corteo, è
tutto il poco di politico, insieme alle
promesse del sindaco Cofferati di intitolare
una piazza a Stefano Casagrande, esponente
storico de il Cassero, la politica della
manifestazione.
La politica non si
mescola, e lo ha fatto con diffidenza, alla
normalità gay e
Bologna mostra tutta l'impressionante
distanza tra i rappresentanti politici e le
aspettative di decine di migliaia di non
rappresentanti. Che cosa c'è di nuovo in
questo pride, abbiamo chiesto a molti
manifestanti e ad alcuni leader di
movimento, mentre incominciano gli
interventi dal palco. La risposta è univoca:
la politica ha perso totalmente il contatto
con le aspettative, i bisogni e i desideri
della sua gente. Un arcobaleno così
luminoso, è qui a ricordarlo.(www.gay.it 28
giugno 2008)
Il
Partito dei Comunisti italiani aderisce al Gay Pride in programma il 28
giugno a Bologna. Mai come in questo momento, contro il clima di
intolleranza che sta montando e dopo gli attacchi xenofobi delle settimane
scorse, c’è bisogno di scendere in piazza per rivendicare i propri diritti.
Il Pdci, come sempre, sarà al fianco del movimento Lgbt. (19 giugno 2008)
Mara
Carfagna si
è tuffata
nei temi di
cui si
dovrebbe
occupare il
suo
ministero,
senza
salvagente.
Continua a
dichiarare
ai giornali
che non darà
il
patrocinio
al Pride
nazionale di
Bologna del
28 giugno,
che secondo
lei i gay
non sono
discriminati
(aiutata dai
sempre
soliti amici
che negano
la grama
condizione
sociale di
questo
paese), che
utilizzerà
la
commissione
per i
diritti
delle
persone lgbt
(voluta da
Barbara
Pollastrini),
per
occuparsi
d'altro. Un
po' c'è da
compatirla
questa
esponente
della PDL
messa in un
posto di cui
evidentemente
non capisce
ancora
nulla.
Risulta
chiaro che
non conosce
i Trattati
europei, le
Direttive,
le
Risoluzioni
del
Parlamento
di
Bruxelles,
che non ha
letto il
Dossier
giacente al
ministero
degli
Interni
sulle
violenze,
stupri,
aggressioni,
omicidi ai
danni di
gay,
lesbiche,
trans.
Per questo
non la
assolviamo,
perché
l'ignoranza
è sempre
colpevole,
soprattutto
quando si
deve guidare
un ministero
che non
dovrebbe mai
contrapporre
le violenze
alle donne
con quelle
alle persone
lgbt. E'
come se alla
Carfagna,
Berlusconi
avesse
regalato un
giocattolino
elettronico
di cui la
sprovveduta
non sappia
trovare
nemmeno il
pulsante per
l'accensione.
Dopo decenni
di lotte,
grandi
movimenti
sociali e
culturali, è
disarmante
dover
costatare
che bisogna
ripartire da
zero, che
l'unica cosa
positiva che
esce dalla
bocca della
neo ministra
è che è
d'accordo
con la
depenalizzazione
mondiale del
reato di
omosessualità.
Proposta
questa
lanciata
l'altro
giorno dal
governo
francese di
centro
destra. Però
la Carfagna
avrebbe
bisogno di
un viaggio
studi a
Parigi, così
scoprirebbe
quale tipo
di
legislazione
a tutela
delle
persone lgbt
sia in
vigore e,
come il
governo
d'oltralpe
sia
impegnato
addirittura
ad ampliare
la normativa
sui Pacs.
L'Italia
sembra
rassomigliare
a quella
bellissima
canzone di
Guccini che
diceva
"piccola
città
bastardo
posto". La
sinistra non
ha combinato
nulla in due
anni di
governo, la
destra si
appresta a
negare ciò
che è
evidente a
tutti.
Già solo
quei 14
omicidi (e
non
violenze)
degli ultimi
due anni, le
centinaia di
violenze
denunciate,
le migliaia
mai
dichiarate
per paura di
essere
scoperti
gay,
dovrebbero
consigliare
alla
Carfagna
prudenza,
pudore,
"sobrietà".
Invece
niente. Come
al solito la
destra se ne
frega delle
sofferenze
di milioni
di persone,
contano solo
le supposte
opinioni di
qualche
omosessuale
amico (e ce
ne sono
molti a
destra cui
non importa
nulla degli
altri),
magari
ricco, ben
appagato
dalla
propria
personale
posizione
sociale ed
economica.
La vergogna
non è un
sentimento
molto in
voga tra i
politici, ma
almeno il
silenzio
potrebbe
aiutare.
Ascolti
ministro
prima di
parlare,
magari
scoprirà di
aver
pronunciato
parole in
libertà, che
offendono la
dignità di
un popolo
senza
diritti
sociali e
civili, una
moltitudine
di fantasmi
sociali,
davvero
stanchi
degli
insulti,
omisssioni,
furberie
provenienti
da destra e
da sinistra.
Non ci
sfugge,
infine, che
nel clima
instaurato
dopo le
elezioni di
caccia alle
streghe, ora
tocca ai Rom
e ai rumeni,
poi ai
migranti in
generale,
poi potrebbe
essere il
turno di
gay,
lesbiche,
trans.
Oggi abbiamo
definito il
ministro
Carfagna
come la
matrigna di
Cenerentola,
il paragone
è efficace,
perché
ricorda come
chi dovrebbe
occuparsi
d'amore, di
aiuto, di
responsabilità,
invece si
possa
trasformare
in persona
arida,
egoista,
ignorante.
Se, quindi,
il ministero
che dovrebbe
essere il
più prossimo
ai temi dei
diritti,
delle
parità,
delle
differenze,
sarà
governato in
questo modo,
cosa ci
possiamo
attendere
dal resto
della
compagine
ministeriale
e dal
complesso
della
maggioranza
parlamentare
così
potentemente
uscita dalle
urne? Lo
diremo fino
alla noia,
ciò
interpella
la
responsabilità
dell'opposizione
che sta
dentro e
fuori dal
Parlamento,
di cui si
attendono
convincenti,
seppur
tardivi,
segnali. O
ci dovremo
abituare a
condurre una
battaglia di
vasta
portata
sociale e
culturale da
sole e da
soli?(AprileOnline
20 maggio
2008)
*Presidente
nazionale
Arcigay
La Bibbia
e l'omosessualità
La
dottoressa Laura Schlesinger
e' una famosa giornalista
della radio americana. Nella
sua trasmissione dispensa
consigli alle persone che
telefonano. Qualche tempo
fa, Laura ha affermato che
l'Omosessualità, secondo la
Bibbia (Lev.18:22), e' un
abominio e non puo' essere
tollerata in alcun caso.
La lettera che segue è
spedita alla signora
Schlesinger :
"Cara Dottoressa Schlesinger,
le scrivo per ringraziarla
del suo lavoro educativo
sulle leggi del Signore. Ho
imparato davvero molto dal
suo programma ed ho cercato
di dividere tale conoscenza
con più persone possibile.
Adesso, quando qualcuno
tenta di difendere lo stile
di vita omosessuale, gli
ricordo semplicemente che
nel Levitico 18:22 si
afferma che cio' e' un
abominio.
Però, avrei bisogno di
alcuni consigli da lei, a
riguardo di altre leggi
specifiche e su come
applicarle:
1. Vorrei vendere mia figlia
come schiava (come sancisce
Esodo 21:7). Quale pensa
sarebbe un buon prezzo di
vendita?
2. Quando dò fuoco ad un
toro sull'altare sacrificale
so dalle scritture che ciò
produce un piacevole profumo
per il Signore (Lev.1.9). Il
problema e' con i miei
vicini. I blasfemi
sostengono che l'odore non
e' piacevole per loro. Devo
forse percuoterli?
3. So che posso avere
contatti con una donna
quando non ha le
mestruazioni (Lev.15:
19-24.). Il problema e':
come faccio a chiederle
questa cosa? Molte donne si
offendono..
4. Lev. 25:44 afferma che
potrei possedere degli
schiavi, sia maschi, sia
femmine, a patto che essi
siano acquistati in nazioni
straniere. Un mio amico
afferma che questo si puo'
fare con i filippini,con
negri dell'Angola e di altri
staterelli Africani ma non
con i francesi, che a me
interessano di più. Puo'
farmi capire meglio? Perche'
non posso possedere schiavi
francesi?
5. Un mio vicino insiste per
lavorare di Sabato. Esodo
35:2 dice chiaramente che
dovrebbe essere messo a
morte. Sono moralmente
obbligato ad ucciderlo
personalmente o è possibile
assoldare qualcuno, anche
non ebreo? "Cosa nostra" può
andare bene?
6. Un mio amico ha la
sensazione che anche se
mangiare crostacei e' un
abominio (Lev. 11:10), lo e'
meno dell'omosessualità. Non
sono d'accordo. Può'
illuminarci sulla questione?
7. Lev. 21:20 afferma che
non posso avvicinarmi
all'altare di Dio se ho
difetti di vista. Devo
effettivamente ammettere che
uso occhiali per leggere. La
mia vista deve per forza
essere 10 decimi o c'e'
qualche scappatoia alla
questione?
8. Molti dei miei amici
maschi usano rasarsi i
capelli, compresi quelli
vicino alle tempie, anche se
questo e' espressamente
vietato dalla Bibbia (Lev
19:27). In che modo devono
esser messi a morte (vedi
punto 5)?
9. In Lev 11:6-8 viene detto
che toccare la pelle di
maiale morto rende impuri;
per giocare a pallone debbo,
quindi, indossare dei
guanti?
10. Mio zio possiede una
fattoria. E' andato contro
Lev. 19:19, poiche' ha
piantato due diversi tipi di
ortaggi nello stesso campo;
anche sua moglie ha violato
lo stesso passo, perchè usa
indossare vesti di due tipi
diversi di tessuto
(cotone/acrilico). Non solo:
mio zio bestemmia a tutto
andare. E' proprio
necessario che mi prenda la
briga di radunare tutti gli
abitanti della città, per
lapidarli come prescrivono
le scritture? Non potrei,
più semplicemente, dargli
fuoco mentre dormono, come
simpaticamente consiglia Lev
20:14, per le persone che
giacciono con consanguinei?
So che Lei ha studiato
approfonditamente questi
argomenti, per cui, sono
sicuro che potrà
rispondermi. Nell'occasione,
la ringrazio ancora, per
ricordare a tutti noi che la
parola di Dio e' eterna e
immutabile.
Sempre suo ammiratore
devoto.
(riscossa_rossa@
29 febbraio 2008)
Binetti,
una tesi senza
scientificità
di Franco Grillini
Il
23 dicembre il quotidiano
"Liberazione" pubblica su
un'intera pagina, con
richiamo in prima, un lungo
reportage di un redattore
che si era intrufolato per
ben sei mesi nei gruppi
organizzati
dall'associazione degli
psichiatri cattolici che
praticano la cosiddetta
"terapia riparativa" per
"guarire" gli omosessuali
dall'omosessualità. Due anni
prima, Stefano Bolognini
aveva pubblicato un lungo
articolo sul mensile gay "Pride"
dedicato ad una analoga
iniziativa, che aveva visto
protagonista allora il
medico milanese Aztori, la
quale addirittura lavorava
all'interno di una struttura
pubblica.
Da quella
vicenda è nata una
interrogazione parlamentare
che attende ancora una
risposta. In occasione della
riapertura dei lavori della
Camera a gennaio 2008
ripresenteremo quella
interrogazione, riferendoci
questa volta al
comportamento e alla pratica
dell'associazione degli
psicologi e psichiatri
cattolici, e chiederemo al
ministro Livia Turco cosa
intenda fare, visto che dal
1990 la stessa Oms
(Organizzazione mondiale
della Sanità) ha deciso di
cancellare l'omosessualità
dall'elenco delle malattie
mentali, dove per altro era
rimasta limitatamente
"all'omosessualità
egodistonica". Con quella
decisione l'Oms ha infatti
definito l'omosessualità
"una variante
naturale del comportamento
umano, una caratteristica
della personalità".
Tra l'altro, questa scelta
fu presa dall'Organizzazione
sulla base di un ricorso
italiano presentato nel 1980
dalla compianta Adele Faccia
e venne determinata anche
dalle modifiche apportate al
DSN, il manuale diagnostico
internazionale (edito dall'Apa,
associazione psichiatrica
americana), riconosciuto in
tutto il mondo come
strumento base per definire
ciò che viene considerato o
meno malattia mentale.
L'azione
quindi degli psichiatri e
psicologi cattolici è del
tutto arbitraria e in netto
contrasto con l'Oms e con il
DSN, per tanto dovrebbe
essere sanzionata in primo
luogo dal ministero della
Salute e in secondo luogo
dagli stessi ordini
professionali, i quali
dovrebbero finalmente
affermare con chiarezza che
"le terapie riparative" sono
illegittime e rispondono a
criteri ideologico-religiosi
e non certamente a quelli
scientifici.
Ho già
avuto modo di fare presente
tutto questo alla senatrice
Binetti in occasione
dell'ormai famoso scontro
sull'uso del cilicio,
apertosi durante la
trasmissione Tetris di Luca
Telese su La7. Purtroppo in
Italia l'arretratezza
politico-culturale del
nostro dibattito fa si che
anziché riflettere sulle
difficoltà che nel nostro
Parlamento incontrano
proposte di legge approvate
e consolidate da tempo in
quasi tutte le nazioni
europee, si ritorni a
discutere di omosessualità
e, nello specifico, se essa
sia una malattia o, come
sostiene la signora Binetti,
un disturbo della
sessualità. Sono tesi
infatti che nel nord Europa
vengono propagate ormai
soltanto dai gruppi di
estrema destra neonazista e
che, invece, in Italia hanno
addirittura libera
circolazione persino
all'interno del neonato Pd.
La lettera di Veltroni su La
Stampa in risposta a quanto
sostenuto dalla senatrice
teodem rappresenta senza
dubbio un fatto positivo che
tuttavia si scontra con la
bocciatura del Registro
Unioni Civili a Roma, dove
il Pd ha votato contro in
Consiglio comunale insieme
alla destra, e non risolve
il problema sollevato da
tutti coloro che non hanno
aderito al Pd proprio per la
mancata chiarezza del
rapporto da tenere con i
gruppi dell'integralismo
religioso che ne sono parte
integrante.(AprileOnline 28
dicembre 2007)
E'
lesbica, e le
tolgono il figlio per
due anni
Alla
vicenda si è interessato anche il Tribunale
dei minorenni
e nel corso
dell'audizione la mamma ha spiegato le sue
ragioni: "C'è stata una forte alleanza tra i
miei genitori e mio marito. Non è vero che
ho una relazione omosessuale, lei è
semplicemente un'amica che mi ha aiutata a
uscire da una situazione difficile".
I giudici, però,
hanno affidato il piccolo al padre e ai
genitori della madre, cosa insolita,
specie se i bimbi sono così piccoli, a meno
che le mamme non siano considerate
pericolose o violente. Prevale la tesi del
marito: fuma e fumava in gravidanza, voleva
abortire, si è disinteressata del figlio ed
è omosessuale: per questo lo ha
potuto vedere solo nello "spazio neutro"
allestito al Comune in orari fissi, mentre
psicologi e assistenti sociali hanno seguito
la situazione passo dopo passo, affermando
che la giovane è stata "letteralmente
espulsa" dalla famiglia d'origine che ne
rifiuta l'omosessualità "e ha adottato il
marito".
Solo la
separazione consensuale, accettata dal
Tribunale ha consentito al bimbo di tornare
dalla mamma. La storia è venuta
fuori dopo la conclusione del procedimento
penale contro il marito accusato dall'ex
moglie di calunnia e diffamazione. L'uomo,
però, è stato assolto dal gup Lorenzo
Matassa.
LA MOTIVAZIONE
- Se sul piano civile la giovane mamma ha
dovuto affrontare un vero e proprio calvario
giudiziario, nella sentenza al processo per
diffamazione e calunnia intentato contro il
marito, un autotrasportatore di 31 anni alla
fine assolto col rito abbreviato, il Gup
Lorenzo Matassa, ha escluso che l'uomo,
difeso dagli avvocati Luigi e Riccardo
Russo, abbia mentito o "incolpato"
la moglie di un qualsiasi reato: la
relazione appare al giudice "un fatto vero e
non solo verosimile", ma essere omosessuali
non è una "colpa". Da prendere in
considerazione c'è dunque solo la relazione
extraconiugale e non si può fare
distinzione, in senso discriminatorio, tra
il rapporto lesbico e quello eterosessuale.
(Libero.it 8 dicembre 2007)
Gay,
cittadini di serie B
di Marzia Bonacci
L'allarme
è stato sollevato dall'ArcyGay
ed ha avuto una prima
conferma anche da parte di
esponenti dell'ala sinistra
della coalizione, segno
evidente che qualcosa di
preoccupante si agita tra le
acque politiche
neodemocratiche, e che le
fibrillazioni
dell'associazione glbt
potrebbero rivelarsi tutt'altro
che percezioni immaginarie.
Secondo
quanto denunciato dal
presidente dell'ArcyGay
Aurelio Mancuso, infatti,
settori dei Ds e dei Dl
starebbero esercitando
pressioni per inserire nel
provvedimento Amato sulla
sicurezza anche le norme
relative alla violenza sulle
donne, puntando però a
scartare la parte relativa
alla violenza ai danni di
gay, lesbiche, transessuali,
bisessuali, che pure è
prevista nel pacchetto
normativo proposto dalla
ministra per le Pari
Opportunità Barbara
Pollastrini e varato dal
governo nel dicembre scorso,
poi arenatosi in Commissione
Giustizia di Palazzo Chigi.
"Abbiamo
fatto le nostre ricerche,
sono insistenti le voci che
indicano manovre targate Pd
sul piano sicurezza",
sostiene Mancuso, che
inoltre si chiede: "dobbiamo
quindi pensare che ci si
avvia ad un accorpamento
delle norme riguardanti le
violenze contro le donne nel
nuovo disegno di legge,
stralciando gli interventi
previsti a tutela delle
persone glbt? Se queste sono
le intenzioni del Governo,
già ventilate qualche tempo
fa da alcuni esponenti Ds e
Dl, si sappia che a questa
manovra sapremo rispondere
con fermezza".
Titti De
Simone, deputata del Prc,
conferma l'esistenza di
questo orientamento in seno
al Partito Democratico, ma
spiega anche quale potrebbe
essere la via d'uscita per
evitare possibili
discriminazioni: "La legge
contro la discriminazione e
la violenza ai danni delle
persone glbt è un'emergenza
e andrebbe varata in tempi
certi e rapidi", spiega la
deputata, "per questo
sarebbe opportuno, qualora
il pdl Pollastrini venisse
inserito in quello Amato,
che la parte relativa
all'omofobia e alla violenza
verso le persone glbt
venisse stralciata e
calendarizzata
autonomamente, in modo da
garantire il suo approdo
alla Camera il prima
possibile". Una strada
praticabile? "Assolutamente
si, visto che lo stesso
presidente Bertinotti si è
detto favorevole a
calendarizzare entro l'anno
il provvedimento". Inoltre,
evidenzia De Simone, "la
stessa idea che queste norme
antiviolenza e
antidiscriminazione,
dall'alto valore simbolico e
politico, oltre che relative
alla tutela dei diritti,
finiscano nel piano
sicurezza, non mi appare
come qualcosa di positivo,
visti gli spunti reazionari
che il piano Amato
manifesta". Una proposta che
ha naturalmente incassato la
convergenza anche
dell'associazione glbt e
che, secondo Mancuso,
sarebbe stata affermata
dalla stessa ministra
Pollastrini, la quale,
spiega il presidente dell'ArciGay,
"si è impegnata a chiedere
in Consiglio dei ministri
una corsia preferenziale per
le norme antiviolenza e...mi
ha confermato il pericolo
esistente".
Titti Di
Salvo, capogruppo di
Sinistra Democratica,
commenta la notizia con
molta preoccupazione: "data
l'assenza di collegialità
che sta caratterizzando la
formulazione del piano Amato
sulla sicurezza, potrebbe
essere plausibile che ci si
stia orientando ad inserire
nel piano anche le norme
contro la violenza ai danni
delle donne scindendole
dalle misure per le persone
glbt". "Se questo fosse
accertato", aggiunge Di
Salvo, "si tratterebbe di
una scelta assolutamente non
condivisibile perché
rappresenterebbe un'
ulteriore discriminazione,
di fatto la considerazione
dei reati verso gli
omosessuali come una sorta
di crimini di serie B, meno
gravi, da perseguire con
minore convinzione rispetto
a quelli perpetrati ai danni
delle donne". Sulla
prospettiva di scorporare le
norme relative all'omofobia
e alla violenza contro le
persone glbt, per inserirli
in un iter di approvazione
parlamentare separato, anche
Di Salvo si è detta
d'accordo, perché
rappresenterebbe "un'
alternativa per arrivare in
tempi rapidi e certi alla
loro approvazione".
Anna
Paola Concia, presidente di
GayLeft, la consulta glbt
dei Democratici di Sinistra
ora nel Partito Democratico,
ci tiene a sottolineare che
l'allarme sollevato dall'ArcyGay
non va sottovalutato e
appare condivisibile,
soprattutto "perché anche in
passato si è manifestato il
tentativo di considerare la
violenza ai danni delle
persone glbt inferiore e
meno grave rispetto ad
altre", spiega, aggiungendo
che "bisogna quindi vigilare
su questo punto e fare in
modo che il pacchetto
antiviolenza sia approvato
complessivamente, non
escludendo nessuno". (AprileOnline
7 settembre 2007)
Salviamo
Pegah dalla lapidazione
di John Lloyd
Lapidare un uomo o una donna fino a farli
morire può richiedere molto tempo,
specialmente se coloro che
scagliano
le pietre desiderano di proposito
prolungarne l'agonia. Il colpo di grazia
alla testa, in grado di portare a uno stato
di incoscienza o alla morte, può farsi
attendere anche un'ora, mentre le pietre di
piccole dimensioni che provocano contusioni
sono rimpiazzate poco alla volta da pietre
di dimensioni maggiori in grado di
frantumare gli arti. Soltanto quando il
corpo è in agonia in ogni sua parte può
sopraggiungere la morte.
Questa è la sorte che potrebbe attendere
Pegah Emambakhsh, una donna iraniana di
quaranta anni, il cui crimine è quello di
essere lesbica. Pegah Emambakhsh ha trovato
rifugio nel Regno Unito nel 2005, in seguito
all'arresto, alla tortura e alla condanna a
morte per lapidazione della sua partner
sessuale (non è chiaro, ad ogni buon conto,
se la sentenza è stata eseguita o lo sarà in
futuro). La sua domanda di asilo però è
stata respinta: secondo l'Asylum Seeker
Support Initiative di Sheffield, dove Pegah
si trova rinchiusa in un centro di
detenzione, quando le è stato chiesto di
fornire le prove della sua omosessualità e
lei non ha potuto farlo, le è stato riferito
che doveva essere deportata. L'estradizione,
che doveva avvenire oggi, all'ultimo momento
è stata rinviata al 28 agosto: alla fine del
mese potrebbe essere già morta.
La Repubblica Islamica Iraniana, si legge in
un recente rapporto, è "più omofobica di
qualsiasi altro paese al mondo o quasi. La
tortura e la condanna a morte di lesbiche,
gay e bisessuali, caldeggiate dal governo e
contemplate dalla religione, fanno sì che
l'Iran sembri agire in barba a tutte le
convenzioni sottoscritte a livello
internazionale in tema di diritti umani".
Leggere il rapporto, redatto da Simon Forbes
dell'organizzazione londinese Outrage, è
terribile: vi si leggono storie di giovani
uomini e giovani donne perseguitati,
arrestati, picchiati, torturati e
giustiziati - spesso con soffocamento lento
- per avere avuto rapporti omosessuali.
Il brutale giro di vite nei confronti dei
gay iraniani - gruppo che non ha mai goduto
di grande supporto nel suo stesso paese - è
iniziato dopo il 1979 e l'arrivo al potere
del regime religioso ispirato dall'Ayatollah
Khomeini. All'epoca gli omosessuali colti in
flagranza o sospettati di essere gay erano
impiccati agli alberi sulla pubblica piazza.
In linea di massima si trattava di uomini,
ma non mancavano le donne. A quei tempi i
diritti degli omosessuali non erano una
causa granché popolare da nessuna parte e il
nuovo regime, ispirato da un genere di
fondamentalismo islamico che non poneva
limiti al proprio radicalismo e che
addossava a Stati Uniti e Occidente la
responsabilità di tutti i suoi mali, non
vedeva necessità alcuna di dissimulare le
proprie azioni. Tutto ciò è andato avanti
fino alla fine degli anni Ottanta, quando i
diritti dei gay hanno riscosso ovunque
maggiore comprensione: le proteste
internazionali hanno iniziato a
moltiplicarsi e il regime, preoccupato in
maggior misura per la propria immagine a
livello internazionale, è diventato meno
radicale e ha posto fine a queste
dimostrazioni.
Ciò non significa che le esecuzioni fossero
cessate. Il 19 luglio 2005 due adolescenti
gay della città iraniana di Mashhad sono
stati impiccati in pubblico, giustiziati con
un lento strozzamento. Sono stati condannati
a morte per il fatto di essere gay. Le
autorità li avevano accusati di aver rapito
e stuprato un minore, ma a loro carico non è
mai stata prodotta alcuna prova. La comunità
gay iraniana e i gruppi di difesa dei
diritti umani non hanno mai creduto alle
accuse ufficiali. La loro condanna a morte è
servita a rammentare a tutti che
l'omosessualità, nell'Iran di Ahmadinejad, è
tuttora considerata un reato punibile con la
condanna a morte. Per gli uomini o le donne
sposate la condanna a morte è eseguita
tramite lapidazione, perché nel loro caso il
reato è considerato più grave. (Pergah, che
ha due figli, ha dovuto contrarre un
matrimonio organizzato).
Quantunque negli ambienti della middle-class
di Teheran una certa discreta attività gay
sia ancora possibile, il rischio - estremo,
di morte - lo si corre sempre. Il rapporto
di Outrage così commenta: "Affermare che per
gli omosessuali del 2006 alcune zone
dell'Iran sono più sicure di altre equivale
ad affermare che per gli ebrei del 1935
alcune zone della Germania erano più sicure
di altre".
Deportare una donna sulla quale incombe una
morte tramite lenta agonia per il fatto di
esercitare le proprie preferenze sessuali
non è azione degna di uno Stato civile: non
possiamo che augurarci che le autorità
britanniche facciano dietrofront. Una
speranza ancora c'è: uno dei membri del
Parlamento dell'area di Sheffield dove vive
oggi Pegah, Richard Carbon, Ministro dello
Sport, alcuni giorni fa ne aveva bloccato la
deportazione e le autorità l'hanno rinviata
a domani sera. Le associazioni gay hanno
diffuso la notizia in tutto il mondo e i
media di molti paesi, Italia inclusa, hanno
sollevato il caso.
Per la Gran Bretagna in tutto ciò vi è un
triste paradosso: essa è stata e rimane il
rifugio di molti musulmani che professano
apertamente di odiarla, in parte proprio per
le sue opinioni relativamente liberali in
fatto di omosessualità, e per le sue leggi
sui diritti umani. Alcuni musulmani,
accusati di istigare al terrorismo, sono
stati deportati, la stragrande maggioranza
no. Eppure, adesso una donna che in Gran
Bretagna ha trovato salvezza da una pena
efferata e che ha fatto appello alle
autorità perché le considerava tolleranti,
potrebbe essere rispedita indietro e, di
fatto, mandata a morire. Deportare Pegah
Emambakhsh non sarebbe semplicemente
un'ingiustizia: sarebbe indegno di uno Stato
civile.
Traduzione di Anna
Bissanti (La Repubblica
23 agosto 2007)
Gentilini:
Orleans discute se mantenere il
gemellaggio
Dopo le
nuove
dichiarazioni
contro
la
comunita'
omosessuale
del
prosindaco
di
Treviso
Giancarlo
Gentilini,
il
consiglio
comunale
di
Orleans
mette in
discussione
il
gemellaggio
con la
citta'
veneta.
Le
polemiche
per il
celebre
prosindaco
questa
volta
arrivano
dalla
Francia.
Le
dichiarazioni
dello
scorso
10
agosto a
una tv
locale
sulla
pulizia
etnica
nei
confronti
degli
omosessuali
non sono
piaciute
infatti
ad
Orleans,
citta'
gemellata
con
Treviso.
L'opposizione
socialista
vuole
una
presa di
posizione
"ferma e
definitiva"
del
comune
francese.
"Chiediamo
che il
sindaco
tragga
le
conseguenze
chiedendo
al suo
omologo
italiano
una
condanna
senza
appello
delle
frasi
del suo
prosindaco"
ha
dichiarato
il
consigliere
socialista
Pascal
Martineau.
Non e'
la prima
volta
che il
gemellaggio
con
Treviso
si
rivela
scomodo
per la
citta'
di
Giovanna
d'Arco.
Il
sindaco
UMP
Serge
Grouard,
del
partito
conservatore,
aveva
gia'
bollato
come non
gradito
il
gemellaggio
nel 2006
dopo
alcune
dichiarazione
razziste
e
omofobe
del
primo
cittadino
veneto.
(Agr 21
agosto
2007
Corriere
della
sera)
Roma:
insulti alla gay street
di Giacomo
Russo Spena
Nuova
provocazione a Roma contro la
comunità omosessuale. Ieri mattina
gli abitanti di Via San Giovanni in
Laterano, ribattezzata il 2 agosto
Gay Street ed inaugurata con un «Kiss
in» in solidarietà dei due giovani
fermati al Colosseo con l'accusa di
«atti osceni», si sono svegliati
trovando la strada piena di
manifesti A3, in bianco e nero, con
su scritte «omofobe e razziste», ha
denunciato l'Arcigay. Erano
attaccati un po' ovunque: sui muri,
sui cartelli stradali, sui secchioni
dell'immondizia e, soprattutto,
sulle saracinesche dei locali
(specialmente il «Coming Out»)
accusati di «ospitare» gli
omosessuali al proprio interno.
Il manifesto non lasciava posto a
fraintendimenti, recitando a chiare
lettere: «Via i Gay». Poi subito
sotto, con caratteri leggermente più
piccoli una serie di comportamenti
attribuiti agli omosessuali della
via: «Atti osceni in luogo pubblico,
disturbo della quiete pubblica,
vandalismo su auto e muri, spaccio
di sostanze stupefacenti, sporcizia
di ogni genere nella via. Se questo
è il vostro mondo non vi
accettiamo». Firmato: «I residenti».
Peccato che Fabio Nicolucci, del
Comitato residenti del Celio, si
dissocia da questo atto,
sconfessando la firma e
sottolineando l'estraneità degli
abitanti del quartiere: «Come
consigliere municipale dell'Ulivo
fortemente radicato nel rione,
escludo nella maniera più assoluta
che posizioni razziste facciano
parte della cultura dei residenti
del quartiere». «Oggi - continua -
la nostra totale solidarietà va alla
comunità gay, fatta oggetto di
insulti razzisti che vengono da
fuori, sono goffe
strumentalizzazioni politiche
estranee al Celio e dannose alla sua
vita sociale».
Forte di queste dichiarazioni, il
presidente dell'Arcigay Roma,
Fabrizio Marrazzo, evidenzia come,
probabilmente, l'esecutore sia stato
un singolo, mosso da sentimenti
discriminatori, capace solo di
descrivere una realtà fittizia:
«Invitiamo tutti i cittadini di Roma
alla gay street per vedere che è un
luogo da aggregazione sociale aperto
a tutta la città, dove non accade
nulla di quanto dichiarato dal
manifesto».
Subito dopo la denuncia
dell'Arcigay, sia il Comune che il
municipio hanno espresso la propria
solidarietà. In serata l'ufficio del
decoro urbano ha rimosso tutti i
manifesti: «Erano abusivi», ha fatto
notare il Campidoglio.
Sabrina Alfonsi, assessore alle pari
opportunità del I municipio, va
anche oltre, spiegando come
l'esecutore abbia fatto un attacco
strumentale, incivile ed
ingiustificato alla comunità gay:
«La firma - spiega - è anonima e non
rappresentativa del quartiere». Poi
l'assessore ricorda come, prima
dell'inaugurazione della Gay street,
sia arrivata una lettera, solo una,
di un residente che si preoccupava
della pedonalizzazione della via:
«Era un cittadino allarmato che
chiedeva tranquillità e di vivere in
pace. Ma la pedonalizzazione aiuta
la situazione di vivibilità del
rione, visto che in questo modo non
si manifesta il fastidioso fenomeno
delle macchine che strombazzano,
aumentando il rumore, per evitare i
giovani che bivaccano fuori i
locali».
Dopo questa lettera, nulla più.
«Anzi - ribatte ancora Sabrina
Alfonsi - c'è una convivenza civile
a differenza di altre piazze del I
municipio dove ci sono i residenti
sul piede di guerra contro gli
schiamazzi notturni».
Quest'azione notturna avvenuta al
Celio fa il paio con una serie di
atteggiamenti omofobici e
discriminatori subiti dalla comunità
gay nell'ultimo periodo.
Non a caso quando viene contattato
il deputato di Sinistra Democratica,
nonché presidente onorario
dell'Arcigay, Franco Grillini cade
dalle nuvole: «Non so che dichiarare
su questo fatto perché non ne sono
proprio a conoscenza. Sono così
tanti gli episodi in giro per
l'Italia di attacco ai gay che non
riesco a stare dietro a tutti». Su
una cosa invece il deputato è certo:
«Le cause vanno cercate in una
destra, che a differenza di quelle
del nord Europa, non sa liberarsi
delle sue punte estreme e di un'area
xenofoba molto pericolosa». Sulla
stessa scia Fabrizio Marrazzo che
evidenzia come nel paese stia
crescendo «una cultura omofoba,
dovuta anche alle dichiarazioni di
alcuni politici che incitano
all'odio verso lesbiche e gay».(Il
Manifesto 11 agosto 2007)
Pulizia
etnica
Guerra
ai gay
che
avrebbero
trasformato
un
parcheggio
in luogo
d'incontro
Treviso.
«Pulizia
etnica
contro i
culattoni»:
con
parole
durissime,
il
vicesindaco
di
Treviso
Giancarlo
Gentilini
ha
dichiarato
guerra
ai gay
che
avrebbero
trasformato
il
parcheggio
di via
dell’Ospedale
in un
luogo di
incontro
dove si
consumano
rapporti
sessuali,
suscitando
le
proteste
degli
abitanti
della
zona.
«Darò
subito
disposizioni
alla mia
comandante
(dei
vigili
urbani,
ndr)
affinchè
faccia
pulizia
etnica
dei
culattoni
- ha
detto ai
microfoni
di Rete
Veneta
l’ex
sindaco
sceriffo
della
Lega,
riportano
oggi i
quotidiani
locali -
Devono
andare
in altri
capoluoghi
di
regione
che sono
disposti
ad
accoglierli.
Qui a
Treviso
non c’è
nessuna
possibilità
per
culattoni
e
simili».
Gentilini
- più
volte
protagonista
di
polemiche
infuocate,
l’ultima
delle
quali
dopo il
pestaggio
dell’on.Wladimir
Luxuria
da parte
della
polizia
russa -
ha
annunciato
anche un
’giro di
vite
attraverso
la video
sorveglianza
per
stroncare
il via
vai di
’scambistì
denunciato
dagli
abitanti
nel
parcheggio
’a luci
rossè,
dove è
stata
segnalata
anche la
presenza
di
prostitute.
«Darò
disposizione
di
rinforzare
le
telecamere.
Ma a me
interessa
piuttosto
fare i
controlli
mirati -
ha detto
ancora
Gentilini
-.
Quando
la mia
polizia
vigilerà
per la
zona ci
sarà un
fuggi
fuggi
generale».(da
"LaStampa.it"
10/08/2007)
Pulizia
etnico sessuale
Se
Giancarlo
Gentilini
può
chiamare
culattone
chi usa
il c..o,
lui che
usa il
c..zo,
può
essere
chiamato
ca..one?
Gentilini
vuole la
pulizia
etnica
per i
culattoni.
Non si
rende
conto
della
portata
delle
sue
dichiarazioni.
Vuole
spopolare
il
Veneto.
4,7
milioni
di
abitanti,
i maschi
sono un
po’ meno
delle
donne,
circa
2,2
milioni.
Di
questi
circa il
7% sono,
secondo
le
statistiche,
omosessuali.
Gentilini
vuole
deportare
150.000
persone.
Forza
lavoro
che
andrebbe
rimpiazzata
da
extracomunitari
eterosessuali.
Quelli
che
scherzosamente
voleva
affondare
con un
bazooka.
Gentilini
ha però
maggior
rispetto
per
le donne.
Ritiene
infatti
che non
basterebbero
tutte le
pietre
delle
Dolomiti
per
lapidare
le
adultere
di
Treviso.
Vita
dura per
lo
sceriffo
tra
puttane,
culattoni
e
extracomunitari.
Culattone
è un
termine
vecchio,
sa di
stalla,
di
letame,
di campi
di
concentramento
nazisti,
di
detenuti
con il
triangolo
rosa
al
petto.
Suggerisco
a
Gentilini
qualche
altro
termine
per le
prossime
volte:
finocchio,
busone,
checca,
faggot,
frocio,
gay,
bucaiolo,
recia,
invertito,
culano,
travestito,
orecchione,
maricon,
biche,
zia.
O anche
essere
umano,
cittadino
italiano,
persona
con gli
stessi
diritti
degli
eterosessuali
e,
anche,
dei
celoduristi
padani.(blog
di Beppe
Grillo)
Apre
la
strada
gay
al
Colosseo,
festa
fra
le
polemiche
di Maria Novella De Luca
ROMA
- La
notte
è
calda,
gli
abbracci
ancora
di
più.
Baci
profondi
e
corpi
incollati.
Lui
con
lui,
lei
con
lei,
sul
muretto
dell´amore
gay
si
bevono
mojito
e
caipirinha,
e
sarà
pure
un
fazzoletto
di
strada,
trecento
metri
o
poco
di
più,
ma
lo
scenario
è
tra
i
più
belli
del
mondo,
crocevia
della
Storia
dove
la
Roma
pagana
e
quella
cristiana
si
incontrano,
di
qua
il
Colosseo
e i
gladiatori,
di
là
le
basiliche
dei
primi
martiri
e
pontefici,
San
Clemente,
i
Santissimi
Quattro,
la
Chiesa
delle
origini
e
delle
persecuzioni.
Un
vero
melting
pot
di
sacro
e
profano,
quanto
basta
perché
la
prima
gay
street
italiana,
inaugurata
ieri
sera
dopo
mesi
di
polemiche
con
gli
auguri
dei
ministri
Ferrero,
Pollastrini
e
Melandri,
e
l´ostilità
della
Destra
capitolina,
finisse
subito
tra
i
luoghi
di
culto
del
mondo
omosessuale,
nuova
zona
franca
del
divertimento
trasgressivo
e
irriverente.
Eccola
alle
due
del
mattino
la
movida
gay,
il
Colosseo
è
illuminato
a
giorno,
si
balla
nell´afa
ma
non
importa,
canottiere
e
muscoli
a
vista,
jeans
che
disegnano
i
genitali,
divise
normalissime
accanto
a
nude
look
di
tatuaggi
e
seni
scoperti.
Via
di
San
Giovanni
in
Laterano
si
trasforma
in
salotto-discoteca
a
cielo
aperto,
fino
all´otto
settembre
sarà
off
limits
alle
auto
per
decisione
del
comune
di
Roma,
con
grande
soddisfazione
dei
commercianti
della
strada
e
con
qualche
protesta
degli
abitanti
della
zona.
Dal
Coming
Out,
locale
dove
tutto
ha
avuto
inizio
sette
anni
fa,
al
My
Bar,
i
cui
barman
dalle
sei
di
pomeriggio
in
poi
sono
rigorosamente
gay,
in
migliaia
affollano
questi
trecento
metri
di
selciato
che
hanno
spaccato
Roma,
ultima
tra
le
capitali
mondiali
a
poter
"recintare"
il
proprio
pezzo
di
città
gay.
Oltre
però
è
guerra
aperta
tra
chi
ritiene,
come
il
ministro
della
Solidarietà
Paolo
Ferrero
che
la
gay
street,
«sia
un
passo
in
avanti
contro
le
discriminazioni
e le
diversità»,
e
Alleanza
Nazionale
che
invece
ha
promosso
una
raccolta
di
firme
a
sostegno
dei
carabinieri
che
pochi
giorni
fa
hanno
denunciato
e
fermato
Michele
e
Roberto,
sorpresi
a
baciarsi
(e
molto
di
più)
di
fronte
alla
maestosa
bellezza
dell´Anfiteatro
Flavio.
Sesso
sì,
atti
osceni
no,
e
per
chi
proprio
vuole
andare
oltre
ci
sono,
ad
un
passo,
i
boschi
di
Colle
Oppio,
pericolosi
ma
solitari.
Sara
e
Marina,
lesbiche
poco
più
che
ventenni
spiegano
che
«la
gay
street
è
una
conquista,
finalmente
un
luogo
tutto
per
noi,
dove
abbracciarsi
e
tenersi
per
mano,
magari
darsi
un
bacio,
un
bacio
vero,
senza
essere
guardate
a
vista,
e
poi
qui
se
agganci,
se
rimorchi
insomma,
sai
che
l´altra
è
come
te...
«.
Francesco
e
Giuseppe,
napoletani
dell´hinterland,
amici
ma
non
amanti,
si
interrogano
invece
se
questi
trecento
metri
di "free
zone"
non
siano
l´anticamera
di
un
ghetto,
ma
poi
prevale
il
gusto
di
ritrovarsi
tra
simili,
«perché
non
sapete
a
Napoli
quant´è
difficile
dichiarare
la
propria
omosessualità».
Facce,
storie,
relazioni,
convivenze,
l´età
media
è
sotto
i
trenta,
ma
non
mancano
i
giovani
adulti,
professionisti
affermati,
gay
dichiarati.
Alla
spalle
di
molti
un
compleanno
fondamentale,
il
giorno
in
cui
si è
fatto
outing,
quella
data
in
cui,
specifica
Roberto
Ferrucci
avvocato,
35
anni
di
cui
gli
ultimi
tre
di
felice
convivenza
con
Luca,
commercialista,
«ognuno
di
noi
è
finalmente
uscito
dal
silenzio,
ha
smesso
di
vivere
da
clandestino».
Perché
sembra
semplice
ma
non
lo
è.
«Sono
gay
da
sempre
-
ricorda
Roberto,
uno
dei
pochi
a
voler
comparire
con
nome
e
cognome
-
fin
da
adolescente
avevo
capito
che
le
mie
pulsioni
mi
portvano
verso
i
maschi
anziché
le
femmine...
Per
anni
ho
avuto
relazioni
e
amori
senza
che
nessuno
nella
mia
cerchia
familiare
e
lavorativa
sospettasse
nulla.
Poi
grazie
a
Luca
ho
spezzato
la
catena:
oggi
lo
sanno
anche
i
miei
genitori,
se
ci
fosse
il
matrimonio
sarei
il
primo
a
presentarmi
in
Comune».
Musica
rock
e
techno
soft.
Ieri
notte,
all´inaugurazione
della
gay
street,
le
associazioni
di
lesbiche
e
omosessuali
hanno
ricordato
con
un
minuto
di
silenzio
la
trans
uccisa
a
Roma,
tra
loro
Chiara
Acciarini,
sottosegretario
del
ministero
della
Famiglia,
l´ex
presidente
dell´Arcigay
Grillini,
e
poi
in
ordine
sparso
politici
locali
e
nazionali
dei
Verdi,
della
Rosa
nel
Pugno,
Prc,
Sinistra
Giovanile...
Era
il
2001
quando
Annalisa
insieme
alla
sua
fidanzata
di
allora
e ad
un´altra
amica
aprì
il "Coming
Out"
in
via
di
San
Giovanni
in
Laterano,
il
primo
pub
"Lgbt",
acronimo
per
definire
un
luogo
lesbo-gay-bisex-transgender.
«Oggi
-
racconta
- la
mia
storia
d´amore
è
finita
ma
il
locale
va
benissimo.
Piano
piano
siamo
diventate
il
punto
di
riferimento
di
tutta
la
comunità,
da
anni
chiedevamo
che
il
Comune
ci
concedesse
questo
spazio
libero,
oggi
la
cosa
più
bella
è
che
anche
gli
altri
locali
della
strada
si
sono
trasformati
in
bar
e
pizzerie
gay,
e
guadagnano
molto
di
più
di
quando
qui
passavano
soltanto
i
turisti
del
mordi
e
fuggi...
L´omofobia
c´è,
è
forte,
per
questo
c´è
bisogno
di
zone
ed
eventi
dove
lesbiche,
trans,
omosessuali
possano
ritrovarsi
senza
paura
e
senza
timori.
No,
non
ho
paura
del
ghetto,
credo
che
nel
mondo
"Lgbt"
ci
sia
una
naturale
tendenza
a
creare
dei
luoghi
speciali.
Le
gay
street
esistono
in
tutte
le
capitali
del
mondo,
anzi
sono
dei
veri
e
propri
quartieri,
che
diventano
polo
di
attrazione
e di
tendenza
per
tutti».
Forse.
Il
passaggio
dalla
free
zone
al
ghetto
può
anche
essere
molto
breve,
ma
per
adesso
è
estate,
tempo
di
storie
e di
avventure.
Daniele
è
giovanissimo,
18
anni:
«Non
ho
paura
di
un
recinto,
ho
paura
della
società
che
mi
emargina.
Guarda
quelle
due,
si
baciano
in
bocca.
Pensa
se
fossero
in
un
altro
posto....
Qui
posso
trovare
amore,
sesso
o
soltanto
un
drink.
Per
me è
già
una
conquista».
( La Repubblica.it 03 agosto 2007)
Grazie
mille, onorevole Mele
di Franco Grillini*
Potremmo
dire mille grazie Cosimo
Mele. D'ora in poi
quando i saputelli
moralisti dell'Udc ci
faranno il pistolotto
sui "valori", sulla
morale, sulla decadenza
dell'occidente che ha
perso le "radici"
cristiane, potremmo dire
che, dopo il caso Mele,
quantomeno sarebbe
meglio moderare
l'estremismo
sessuofobico, omofobico,
e il clericalismo da
convenienza elettorale.
Intanto quelli dell'Udc,
il prode Volontè in
testa, dovrebbero
annullare la ridicola
parata proibizionista di
mercoledì prossimo
perché rappresenta un
insulto alla Camera dei
Deputati e riduce a
macchiette il proprio
gruppo parlamentare che
necessita di analisi
pubbliche antidroga per
assoluta mancanza di
fiducia del proprio
capogruppo e del proprio
segretario.
Che i
moralisti siano i primi
peccatori è ormai
dimostrato da una
miriade di scandali
piccanti che in tutto il
mondo costellano la vita
parlamentare delle
destre.
In
Italia la cosa è ancora
più ridicola perché qui
abbiamo la gerarchia
vaticana più retriva del
mondo, più sessufoba del
globo e più schierata
con la destra.
Il
paradosso, o se vogliamo
il grottesco, è che solo
in Italia abbiamo i
leader divorziati
(nessuno escluso della
destra) che sono contro
il divorzio breve.
Abbiamo leader
conviventi che sono
contro la legge sui
conviventi, i leader che
si fanno vedere con la
collezione di amanti e
poi vanno al Family Day
accolti con grandi
ovazioni. Abbiamo,
sempre a destra, gli
"atei devoti". Dopo il
caso Mele abbiamo una
nuova categoria che è
venuta alla luce: i
puttanieri moralisti.
La
cosa più divertente e
ridicola è che la
gerarchia ecclesiastica
è schierata come un sol
uomo con costoro.
Auguri, monsignor
Bertone.(AprileOnline 31
luglio 2007)
*Deputato Sd -
Promotore del Forum
delle Libertà
Basta con le discriminazioni
I gay si riprendono il
Colosseo
di Giovanni Russo Spena
Semplice
bacio o atti osceni in luogo pubblico? Le associazioni omosessuali non
hanno dubbi e preparano la risposta, organizzando un «bacio collettivo»
per questa sera al Colosseo.
Anche nella giornata di ieri la vicenda dei due giovani romani
omosessuali fermati e denunciati dai carabinieri per atti osceni ha
continuato a tenere banco. L'impressione, però, è che ci sia stato un
atteggiamento alquanto «anomalo» delle forze dell'ordine. «Se si stava
solo baciando - sentenzia il sostituto procuratore generale della
Cassazione Vito D'Ambrosio - non c'è alcun dubbio che la coppia gay
sorpresa al Colosseo non ha commesso nessun atto osceno. Anzi verrebbe
violato l'articolo 3 della Costituzione sull'uguaglianza dei diritti».
Ma possibile che ciò avvenga in un paese democratico come il nostro? A
sentir la denuncia dell'Arcigay sulle «continue e gravi violenze e
discriminazioni perpetrate contro la comunità gay e lesbica», viene come
minimo il sospetto. Si scopre così che l'episodio romano di Roberto e
Michele, così si chiamano, fermati per un «semplice bacio» e quello di
Gela, dove uno studente è stato emarginato perché gay, sono solo gli
ultimi casi di una lunga lista.
Intanto i carabinieri, anche ieri, hanno continuato a rivendicare il
loro intervento al Colosseo, giustificandolo in quanto i due giovani si
sarebbero macchiati di atti osceni in luogo pubblico, «sesso orale» per
l'esattezza. «E' un'assurdità, visto che i due erano completamente
vestiti nel momento del fermo», ribatte stizzito Franco Grillini,
deputato di Sinistra Democratica, il quale si scaglia contro il
dispiegamento di forze utilizzato: «C'è stata una reazione
sproporzionata, più adatta a una retata contro crimini ben più gravi. 3
volanti e 7 uomini in divisa mi sembrano troppi». Inoltre ci tiene a
sottolineare come sia strano che il fatto sia accaduto proprio a Roma,
città in cui «c'è la miglior collaborazione con le forze dell'ordine
sugli omicidi anti-gay». «Però - aggiunge - quando le forze dell'ordine
sbagliano, si ha il dovere di denunciarlo». Ma non è il solo che nel
centrosinistra che legge l'episodio in chiave discriminatoria. Un
ministro Ferrero iracondo - strano ma vero - descrive «un paese con
elementi di arretratezza», sostenendo che la vicenda si inserisce «in un
clima bigotto». Le colleghe Bindi e Pollastrini si posizionano sulla
stessa lunghezza d'onda. La prima parlando di «eccesso di zelo delle
forze dell'ordine» e l'altra lanciando una campagna di informazione e
sensibilizzazione contro ogni forma di omofobia, discriminazione e
violenza.
Chi non si accontenta di queste prese di posizione è Aurelio Mancuso,
presidente nazionale dell'Arcigay, che chiede al governo fatti e non
parole: «Bisogna approvare urgentemente il pacchetto anti-violenza gay
fermo da tempo in Parlamento». Sollecita anche il ministro Parisi a
«strutturare corsi di formazione rivolti ai militari, affinché possano
comprendere meglio una realtà sociale, che lo Stato avrebbe il dovere di
tutelare e non di controllare con forme di moralismo alquanto
inopportune».
L'arco istituzionale del centrodestra, dal canto suo, non vuole sentir
parlare di carabinieri messi sotto accusa. «Basta con questa inutile
gazzarra - dice Massimo Polledri della Lega - contro l'Arma dei
Carabinieri. Il senso del pudore va tutelato. Non accettiamo le
discriminazioni al rovescio, siamo arrivati al punto che i cittadini
normali sono considerati di serie b». Sulle forze dell'ordine così si
ricompatta lo schieramento del centrodestra, tanto che sulla stessa scia
del leghista sta l'udiccino e cattolicissimo Giovanardi. Il quale
sottolinea come l'episodio sia accaduto «in una parte della città di
Roma che è stata un tempo davvero luogo di martirio per i cristiani e
oggi scenario della grande via crucis del Venerdì Santo».
Fuori dal Palazzo, le associazioni lgbt stanno preparando una
mobilitazione di piazza contro «quest'ennesimo caso di discriminazione».
Il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli ha infatti organizzato per
stasera un «bacio collettivo» di protesta davanti al Colosseo: «Se
baciarsi è reato - si legge in una nota - allora i carabinieri avranno
proprio molto da fare stasera a partire dalle 22». Anche l'Arcigay ha
lanciato un'iniziativa per il 2 Agosto, giorno in cui verrà inaugurata
la «Gay Street» a Via San Giovanni in Laterano. «Abbiamo proposto a
tutti di baciarci il giorno dell'inaugurazione», spiega Fabrizio
Marrazzo, responsabile del Gay Help Line.(Il Manifesto 29 luglio 2007)
Fermata coppia omosessuale, si baciava
davanti al Colosso
ROMA - Nel giorno in
cui la Cassazione
ribadisce il diritto di
esprimere "senza
condizionamenti la propria
identità sessuale", a Roma
due omosessuali sono stati
fermati e denunciati per
atti osceni perchè si
baciavano alle due di notte
davanti al Colosseo. Roberto
e Michele, 27 e 28 anni,
sono stati sorpresi da una
pattuglia dei carabinieri in
via San Giovanni in Laterano,
riservata in questi giorni
alla cosiddetta Gay Strett,
una sorta di agorà dove la
comunità gay si incontra e
allestisce eventi culturali.
Per protestare contro un
rigore che l'Arcigay ritiene
eccessivo e ingiustificato,
il 2 agosto, in occasione
della pedonalizzazione della
Gay Strett, centinaia di
omosessuali e lesbiche si
sono dati appuntamento alle
23 sotto il Colosseo per un
bacio collettivo.
"E' stato solo un bacio".
Roberto è di Roma; con
Michele si conosce da tempo.
Ieri notte stavano lasciando
la piazza e si avviavano
verso il motorino
posteggiato vicino. Davanti
al Colosseo si sono baciati:
"E' stato solo un bacio",
giura Roberto. "Forse si può
giudicare un bacio un po'
focoso, sulle labbra e sul
petto, ma niente di più".
I carabinieri: "Atto
osceno". I carabinieri
fanno capire che non era
solo un bacio sulla bocca e
parlano di "sesso orale",
reato "palese ed
inequivocabile". In una nota
diffusa dall'Arma spiegano:
"Una pattuglia ha sorpreso
L.R. di Roma e F.M. di Lecce
nel compimento di un atto
inequivocabilmente osceno. I
due, che non si erano
avveduti della presenza dei
militari, una volta
ricompostisi sono stati
accompagnati in caserma per
essere denunciati per atti
osceni in luogo pubblico".
"Ci
hanno trattati come
appestati". Ma i ragazzi
denunciati si difendono: "Ci
ha illuminato il fascio di
luce di una gazzella dei
carabinieri", spiega
Roberto. "Ci hanno chiesto i
documenti. Trascorsi venti
minuti, Michele, un po'
spaventato, ha chiesto
spiegazioni. Semplici
accertamenti, ci hanno
risposto. Intanto sono
arrivate altre due auto dei
carabinieri. Erano in sei. A
quel punto ci hanno
perquisito", spiega Roberto.
"Ci hanno fatto svuotare le
nostre tasche, cosa insolita
considerando che non avevamo
niente che fosse fuori
posto: pantaloni allacciati,
cintura a posto e maglietta
indosso. In caserma ci hanno
trattato come appestati e
all'interrogatorio che è
seguito ci hanno accusati di
atti osceni in luogo
pubblico".
Arcigay: "Organizzeremo
un bacio collettivo".
Fabrizio Marrazzo,
presidente dell'Arcigay
Roma, grida allo scandalo:
"E' un fatto gravissimo.
Mostra che ancora oggi le
coppie omosessuali sono
considerate di serie B.
Abbiamo segnalato la cosa al
legale di Gay Help Line, che
la scorsa settimana, per la
prima volta in Italia, ha
fatto ottenere la
costituzione di
parte civile al compagno di
un gay ucciso. Non ci faremo
intimidire da queste azioni
e proseguiremo nei nostri
progetti: le lesbiche ed i
gay in Italia non devono più
subire soprusi di questo
tipo. Tra una settimana,
quando le autorità
renderanno pedonale quel
tratto di strada dove si
affacciano il maggior numero
di bar gay della città,
abbiamo deciso che ci
baceremo in pubblico. Saremo
tanti, centinaia. Sarà la
nostra risposta alla
denuncia per atti osceni".
Lega
Nord: "Intervento
legittimo". Di tono
nettamente opposto
l'intervento della Lega che,
attraverso la voce di
Carolina Lussana,
responsabile giustizia del
partito, approva il
comportamento dei
carabinieri: "Se c'è stata
una violazione del codice
penale, come risulta dalla
versione fornita dai
carabinieri, che parlano di
'rapporto sessuale' - dice
Lussana - l'intervento è
stato più che legittimo. Al
di là delle dichiarazioni
scandalizzate dell'Arcigay e
della sinistra che si
straccia le vesti, una cosa
è rivendicare la rimozione
di alcune discriminazioni,
cosa su cui siamo d'accordo,
altra cosa - conclude la
deputata della Lega - è
sostenere che una coppia di
omosessuali debba avere un
trattamento diverso da
altri". (La Repubblica
27 luglio 2007)
Torniamo a parlare di Di.Co
di Serena Vella
Da
molti anni ormai, in Italia le analisi
statistiche attestano una forte
diversificazione delle forme di
convivenza fra le persone e dei sistemi
di relazioni affettive e di assistenza:
oggi nel nostro Paese si contano circa
1.200.000 "coppie di fatto" a
dimostrazione che la famiglia
tradizionalmente intesa non rappresenta
più l'unico modello di relazione tra le
persone.
Alcune forme di convivenza diverse dalla
famiglia legittima esplicitamente
riconosciuta dall'art. 29 Costituzione
("società naturale fondata sul
matrimonio") sono già state oggetto di
attenzione da parte del nostro
ordinamento giuridico; il riferimento è
alla c.d. famiglia di fatto, formula con
la quale si usa definire quell'unione
tra soggetti di sesso diverso in cui
manca il vincolo matrimoniale e che si
basa sull'"affectio" e sul reciproco
spontaneo rispetto dei doveri familiari.
La sua enorme diffusione sociale ha
portato la giurisprudenza a confrontarsi
lungamente sul tema della sua rilevanza
giuridica e sulla disciplina dei
rapporti che ne discendono. La questione
è resa ancora più complessa dal fatto
che la richiesta di riconoscimento di
tale forma di unione si è fatta sempre
più forte anche da parte di persone
dello stesso sesso.
Ad oggi manca un
impianto normativo globale ed organico
che disciplini questi rapporti e le
sporadiche norme attribuiscono solo
taluni effetti giuridici isolati,
creando così una situazione di vuoto
normativo che uno Stato democratico e di
diritto ha il dovere di colmare per
garantire pari diritti ed eguale dignità
a tutti i suoi membri. A questo
obiettivo cerca di rispondere il disegno
di legge governativo sui DI.CO.,
appositamente intitolato "Diritti e
doveri delle persone stabilmente
conviventi", e finalizzato al
riconoscimento di taluni diritti e
doveri discendenti da rapporti di
convivenza registrati. I beneficiari del
provvedimento sarebbero "due persone
maggiorenni, anche dello stesso sesso,
unite da reciproci vincoli affettivi,
che convivono stabilmente e si prestano
assistenza e solidarietà materiale e
morale".
I diritti fruibili sono diversi a
seconda della durata della convivenza:
diritti e tutele del lavoro dopo tre
anni, diritti di successione dopo nove
anni. Tra questi merita di essere
segnalato, quale esempio di civiltà
giuridica, il diritto a designare il
convivente come rappresentante in caso
di malattia invalidante (...) e in caso
di morte per la donazione degli organi e
le modalità di trattamento funerario
(...).
Il disegno di legge è
stato caratterizzato da accese polemiche
e fatto oggetto di strumentalizzazioni
politiche che hanno inquinato il pur
giustissimo dibattito richiesto quando
occorre legiferare su temi così
complessi e delicati. Si è così
"sapientemente" parlato dei DI.CO. come
un attacco all'istituto della famiglia
come inteso dall'art.29 Cost. e come
apripista verso il matrimonio tra
omosessuali o il riconoscimento del loro
diritto all'adozione. Alcuni chiarimenti
si impongono dunque per onestà
intellettuale.
Intanto il
provvedimento sui DI.CO. non intende
scardinare l'istituto della famiglia di
cui all'art. 29 ma dare attuazione
all'art. 2 Cost., che "garantisce i
diritti inviolabili dell'uomo sia come
singolo sia nelle formazioni sociali in
cui di svolge la sua personalità",
nonché all'art. 3 che sancisce
"l'eguaglianza dei cittadini (...) senza
distinzioni di sesso (...)". Non può
dubitarsi che le unioni di fatto, omo ed
etero, siano formazioni sociali dove un
aspetto essenziale è il libero sviluppo
della personalità: dar loro
riconoscimento vuol dire attuare l'art.
2. Mentre rendere effettivo l'art. 3
vuol dire riconoscere pari dignità
sociale e garantire l'eguaglianza dei
cittadini che scelgano di non sposarsi o
di quelli che abbiano un orientamento
sessuale diverso e che si uniscano in
convivenza. Come evidenziato da Rodotà
"in questo sta la dimensione
costituzionale del progetto di legge",
una Costituzione laica che sancisce la
"inviolabilità" dei diritti e non la
loro "inestensibilità". Ed a Mons.
Sodano che si chiede "si parla di
desideri o diritti veri?", pare più
giusto chiedersi "come, quando e chi
definisce un vero diritto?".
Se bastassero le
leggi date in un certo momento ( come
dice F. Colombo) sarebbe ancora vigente
il sistema familiare patriarcale
fascista in cui la donna era solo
creatura obbediente al suo destino
biologico e alla funzione riproduttiva,
la violenza sessuale sarebbe ancora un
delitto "contro la morale" anziché
"contro la persona" (come fino al
1996!), le donne sarebbero costrette a
morire sulle tavole delle mammane per
sottoporsi all'aborto clandestino e ad
essere mogli a vita anche se all'interno
di un matrimonio infelice e teatro di
violenze. Al grande cambiamento morale e
giuridico prodottosi negli anni '70 del
secolo scorso in seguito alle battaglie
per l'emancipazione ed i diritti, si
opposero, tra l'altro, allora come oggi,
forze politiche presuntamente moderate,
che pur affermano di fare della tutela
delle persone la loro ragione di
esistenza. Questa contraddizione oggi si
ripropone in quei deputati e senatori
che, pur contrari ad ogni
regolamentazione dei diritti dei
conviventi, beneficiano di un sistema
privilegiato di cospicue tutele
sanitarie e previdenziali per i propri
conviventi, come quello previsto sin dal
1992 dai regolamenti parlamentari.
I portabandiera della
battaglia contro i DI.CO. dimenticano
che un diritto, per esser tale, deve
esser riconosciuto a tutti, altrimenti è
un privilegio, e che "predicare virtù
pubbliche per praticare vizi privati"
(N. Vendola) è una cattiva abitudine che
la storia ci ha ormai svelato. E come
trascurare la campagna di anatemi di una
parte della Chiesa la cui gerarchia
talvolta sembra non aver occhi per
vedere se non se stessa?. Una pericolosa
"ideologizzazione della teologia" ha
portato l'arcivescovo Bagnasco a
sostenere che "il riconoscimento di
forme di convivenza stabile alternative
alla famiglia porterebbe domani alla
legalizzazione dell'incesto e della
pedofilia tra persone consenzienti" (!)
Un'affermazione, oltre che gravemente
lesiva del diritto alla diversità di
opinioni, tra l'altro priva di alcun
riscontro/fondamento sociologico visto
che, dalle indagini svolte dai numerosi
organismi che operano sul tema della
violenza è emerso come la stragrande
maggioranza degli abusi su donne e
minori si consumano all'interno delle
mura domestiche e che proprio la
intoccabile "sacralità" della famiglia
tradizionale spesso inibisce le vittime
e le induce al silenzio. L'affermazione
di Mons. Bagnasco giungeva, inoltre,
proprio nei giorni dello scandalo degli
abusi contro bambini e giovani donne da
parte del prete di una parrocchia vicino
Firenze, già portati a conoscenza di una
diocesi che, tuttavia, aveva ritenuto
fino ad oggi di poter "far da sé",
sprezzante dei doveri morali di denuncia
di così gravi reati alle competenti
autorità civili! E' chiaro che lo sdegno
verso queste dichiarazioni non cancella
il profondo rispetto verso quella Chiesa
e quella tanta parte dei credenti che
riconosce la verità e la ricchezza delle
scelte soggettive, anche di quelle in
contrasto con gli orientamenti
dottrinari della Chiesa, nel presupposto
che le coppie si amano o non si amano a
prescindere dal fatto siano vincolate
religiosamente, civilmente o "di fatto".
Perché vi può essere una totale mancanza
d'amore, solidarietà e rispetto anche
nelle relazioni tra persone che si sono
giurate eterna fedeltà reciproca davanti
ad un altare o ad un sindaco. Perché
"nella prospettiva cristiana non è il
rito a render sacro l'amore...la
sacralità è propria dell'amore e l'amore
è sempre nella dimensione di promessa
religiosa, che si sia o no credenti,
perché può anche terminare ma non è mai
a termine. L'amore rappresenta la crisi
della norma... ed è esattamente il
contrario del potere..." (S. Tarter).
Per questo nessuna Chiesa e nessun
potere dovrebbe disprezzare il desiderio
di due persone, etero od omosessuali che
siano, che volendosi bene chiedono la
protezione giuridica (non solo in
"autonomia privata") della loro unione
fatta di diritti ma anche di doveri,
anche se diversa dalla famiglia
tradizionale ma frutto della evoluzione
delle strutture sociali. In queste
"unioni" i figli non saranno meno
tutelati di quanto possano esserlo in
una famiglia, sia pur tradizionale, ma
tuttavia minacciata non tanto
dall'allargamento dei diritti bensì da
una condizione di solitudine e
precarietà e da una fragilità ed
instabilità dei rapporti umani frutto di
un modello sociale di sviluppo economico
sempre meno solidale e sempre più
egoistico.
Il 2007 è stato
dichiarato dall'Unione Europea "Anno
europeo delle pari opportunità"; non
perdiamo l'occasione per recuperare il
gap che ci separa dagli atri Paesi nella
regolamentazione delle unioni civili;
dibattiamo con opinioni diverse ma senza
pregiudizi ideologici per il rispetto
della dignità e della libertà umana ed
il riconoscimento delle diversità.
Senza seguire la via dei fondamentalismi
e delle crociate ma quella del DIRITTO
"la cui grandezza risiede non nelle
norme stabilite dalla natura ma proprio
nella nostra capacità di assegnare
diritti" (R. Bodei).(AprileOnline 5
luglio 2007)
Stop a omofobia e sessismo
di Katia Bellillo
Gli
obiettivi politici del Pride nazionale del 16 giugno
a Roma si incardinano sui valori fondanti della
cultura comunista, ineludibili dell’impegno politico
del Pdci.
Il diritto di vivere dignitosamente è un patrimonio
che non vogliamo svendere, soprattutto oggi che
siamo pervasi e invasi da rigurgiti sessisti,
omofobici, di stampo fascista. Non cadremo nella
trappola di chi sostiene che il conflitto
capitale-lavoro annulli la lotta per la conquista
dei diritti della persona. Questi diritti sono
innati e hanno a che fare con la democrazia e
l’uguaglianza. Per questo per i Comunisti italiani,
il diritto all’uguaglianza è strettamente
intrecciato al diritto di ognuno di vivere
pienamente la propria vita.
Con il Pride gli omosessuali ripropongono tre
concetti primari: uguaglianza, laicità, pluralità.
Suonano il campanello d’allarme spronandoci a
combattere la violenza e l’inciviltà imposta dalle
tradizioni che tendono a mantenere le
discriminazioni contrabbandando per naturale ciò che
è un prodotto culturale: le donne per natura non
hanno le stesse capacità degli uomini e per questo
avrebbero meno diritti e l’omosessualità, poiché la
sessualità è legata alla procreazione, sarebbe
innaturale se non immorale.
Il diritto alla vita significa lavoro e salario
dignitosi, ma anche considerare inviolabili i
confini del proprio corpo, avere protezione contro
ogni tipo di aggressione, avere la possibilità di
godere del piacere sessuale e di scelta in campo
riproduttivo. Le differenze sono un valore aggiunto,
non un’occasione per discriminare, escludere,
perseguitare o pretesto per recuperare la cultura
degli abusi e delle sopraffazioni tanto cara alle
concezioni neo integraliste.
Il coraggio degli omosessuali ci costringe a
costruire una proposta laica per difendere la
sovranità dello Stato, e a recuperare una passione
civile per aprire una stagione di riforme
democratiche a difesa delle libertà e tese a
cancellare le infami discriminazioni che la
minoranza degli omosessuali subiscono in Italia; ce
lo ricordano la Dichiarazione universale dei diritti
umani, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea e la Costituzione italiana.
Sostenere la laicità dello Stato per i comunisti è
prioritario per debellare il conflitto in atto che
vorrebbe dividere l’umanità in base alle diverse
culture o rispetto al genere, necessario ad imporre
il neofeudalesimo economico e il loro pensiero
unico. Il dovere dei comunisti è lavorare per
l’unità delle forze democratiche per arrestare la
spirale che cancella le conquiste sociali e «ogni
tipo di speranza di riscatto e di emancipazione dei
diversi vissuti, identità ed orientamenti
sessuali».(La Rinascita della Sinistra 15 giugno
2007)
Lesbica è una parolaccia?
Comunicato Stampa
Coordinamento Torino Pride.
Lesbica è una parolaccia, dice il Preside della scuola
di Nichelino.Recita scolastica censurata.
Il Coordinamento Torino Pride chiede incontro a Ufficio
Scolastico Regionale.
Il Coordinamento Torino Pride apprende da La Stampa di
oggi che il preside della scuola media inferiore Manzoni
di Nichelino ha annullato lo spettacolo teatrale di fine
anno, scritto e allestito dagli studenti, insieme a
un’insegnante e a Marco Grilli, perché il copione
conteneva quella che il preside ha definito “una
parolaccia”, la parola “lesbica”.
“E’ gravissimo che chi è tenuto a occuparsi della
formazione dei giovani adotti un linguaggio intriso di
bullismo e omofobia. Noi del Torino Pride crediamo
profondamente nel valore del dialogo e del confronto per
superare anche il più accanito dei pregiudizi e
chiederemo anche al preside di Nichelino di incontrarci:
ma a patto che prima legga e studi qualcuno almeno dei
romanzi o saggi che le biblioteche pubbliche della
nostra provincia mettono a disposizione. Scoprirà così
che le lesbiche non sono delle parolacce ma delle
persone che hanno molto da insegnargli”, dice Roberta
Padovano del Coordinamento Torino Pride. “E’ ancora più
incredibile se teniamo conto che proprio il Comune di
Nichelino ha aderito al Pride nazionale di Torino e ha
istituito il registro comunale delle coppie di fatto”.
Il Coordinamento Torino Pride chiede altresì un incontro
con l’Ufficio Scolastico Regionale.
“Avevamo incontrato il dottor Iennaco subito dopo il
suicidio di Matteo, riscontrando sensibilità e desiderio
di impegnarsi perché bullismo e omofobia non trovino più
nelle scuole humus di cui nutrirsi. Occorre impegnarsi
fin da ora perché l’educazione al rispetto delle
differenze entri a far parte del curriculum degli studi
fin dalle scuole elementari”.
Il convegno sull’educazione alla diversità organizzato
in ottobre dal Coordinamento Torino Pride rappresenterà
un appuntamento di urgenza sociale.
Torino 12 giugno 2007
Coordinamento Torino Pride portavoce Roberta Padovano
Sesso per i detenuti gay
"Overnight
visits"
estese anche a carcerati gay e lesbiche. In
California
La
California è il primo degli stati americani
ad estendere il diritto alle visite
coniugali anche alle coppie dello stesso
sesso, conformando anche i detenuti
omosessuali alla legge di stato sui diritti
dei conviventi.
E' l'ultima tappa di un
progresso partito dalla concessione del
diritto ai familiari più intimi, nel 1970,
di trascorrere la notte insieme ai detenuti.
Nel 2005 tale diritto era stato esteso alle
coppie conviventi, non sposate.Sono solo sei
gli stati che permettono le visite
coniugali, per i detenuti, in luoghi
preposti, in pratica, per fare sesso, e che
ammettono che ad usufruire di questa
possibilità siano anche i conviventi non
sposati. La Californi è la prima ad
estendere ancora il diritto alle coppie di
persone dello stesso sesso.Le carceri
Californiane d'ora in poi, permetteranno
anche ai detenuti gay e lesbiche di passare
la notte, in giornate prestabilite, con il
proprio partner.
Un Comitato per i
Dico
di Vittorio Strampelli
Sei
mesi di lavoro, 18 sedute e oltre trenta
interventi per analizzare e discutere i
nove testi di iniziativa parlamentare e
quello governativo: è il bilancio con
cui si è conclusa oggi in Commissione
Giustizia al Senato la discussione sui
Dico. Come ventilato prima della pausa
osservata dal Parlamento in occasione
delle elezioni amministrative, il futuro
della legge sulle unioni civili sarà
affidato, in Senato, a un comitato
ristretto della commissione Giustizia,
composto da un membro per ogni gruppo.
Il via libera definitivo è arrivato, con
un voto praticamente unanime, alla
presenza del ministro per le Pari
opportunità Barbara Pollastrini, che
manifesta ottimismo per la decisione,
pur senza nascondere le oggettive
difficoltà per l'approvazione di un
testo condiviso da tutta la maggioranza:
"Si continua a lavorare e le speranze
non sono affossate", ha dichiarato il
ministro Pollastrini. "Il governo
esprime la disponibilità a collaborare
nelle forme e nelle modalità che la
commissione riterrà utile adottare. Sia
io sia il ministro Bindi - ha proseguito
- abbiamo sempre sostenuto che i Dico
erano una proposta che può essere
migliorata e cambiata a patto che resti
la mappa dei diritti e dei doveri, sia
per gli eterosessuali che per gli
omosessuali e che questi diritti e
doveri vengano riconosciuti con un atto
pubblico. Ci interessano i contenuti".
Spetterà dunque a
Cesare Salvi, presidente della
commissione e relatore del
provvedimento, redigere un testo unico
sulla base di tutte le proposte
attualmente sul tavolo. "Finora si è
fatto un buon lavoro - ha affermato
Salvi - e ci sono le condizioni per
procedere a una soluzione condivisa. Il
presidente Salvi - ha proseguito non
senza ironia - non se ne lava le mani e
continuerà a fare il relatore".
E' da diverse
legislature, è stata la conclusione di
Salvi, che in Parlamento "sono avviate
iniziative volte a dare una
regolamentazione giuridica alle
cosiddette coppie di fatto, per offrire
ai conviventi more uxorio il
riconoscimento di diritti e doveri
reciproci". A partire dai primi disegni
di legge presentati nel 1992, è andata
infatti crescendo nel corso degli anni
la necessità di fornire adeguate
risposte giuridiche a esigenze che si
fanno sempre più presenti nella società
civile. Un dato, ha chiuso Salvi, "che
dimostra come da un quindicennio il tema
della regolazione giuridica della
materia è seriamente avvertito, e non si
può non tener conto del fatto che, nei
Paesi dell'Unione europea più simili
all'Italia per caratteristiche sociali e
culturali, la materia è stata
recentemente disciplinata, seppur in
modo differenziato", con le eccezioni,
nell'Europa occidentale, di Austria,
Grecia e Irlanda. Oltre ovviamente
all'Italia.
In Austria, tuttavia,
la coabitazione di partner dello stesso
sesso è riconosciuta al pari di quella
delle coppie eterosessuali, mentre in
Irlanda ha avuto inizio nel 2005 l'iter
parlamentare del Civil Partnership
Bill, provvedimento teso a
regolamentare le unioni anche tra
individui dello stesso sesso. Il
cambiamento cui volge la società
italiana nel suo intendere e vivere la
famiglia e il rapporto di coppia non è
ulteriormente procrastinabile, ed esige
l'introduzione di nuovi istituti
giuridici, regolanti anche
forme di convivenza e di unione non
fondate sul matrimonio. Istituti
giuridici che apporterebbero indiscussi
vantaggi alle coppie, a prescindere dal
loro genere. Garantirebbero ai cittadini
eterosessuali un'alternativa
all'indiscussa regolamentazione
matrimoniale vigente; ai cittadini
omosessuali una prima forma di
riconoscimento e di tutela delle proprie
unioni. Dare un'identità giuridica a
queste relazioni è un dovere
costituzionale e, dunque, culturale,
visto che la nostra Costituzione è - o
dovrebbe essere - la manifestazione
giuridica di una Cultura.
L'articolo 2 della
Costituzione italiana afferma: "La
Repubblica riconosce e garantisce i
diritti inviolabili dell'uomo sia come
singolo sia nelle formazioni sociali,
ove si svolge la sua personalità". Un
esempio di tale "formazione" è la
famiglia definita dall'art. 29 come
"società naturale fondata sul
matrimonio". Nel Testo fondamentale
della nostra Repubblica, però, non si fa
menzione di altre possibili forme di
convivenza. Ma neppure si vieta, dunque,
un possibile riconoscimento di "altre
unioni", che sarebbero semplicemente
ulteriori tipi di "formazione sociale"
ove si svolge la personalità dell'uomo
ed in cui "la Repubblica riconosce e
garantisce" i suoi diritti inviolabili.
E che non comporterebbero - è opportuno
ricordarlo ancora una volta - alcun
rischio o pericolo per la sopravvivenza
dei diritti o della sfera di autonomia
delle tradizionali famiglie fondate sul
matrimonio.(AprileOnline 6 giugno 2007)
Dico o solo riconoscimento dei diritti
civili?
di Giovanni Perrino*
Ho
letto l'articolo di Piero Fassino "Per i
nuovi diritti cambiare il codice" su
Repubblica del 20 maggio 2007, in
cui il segretario del morituro partito
dei Democratici di sinistra ha spiegato
le ragioni che dovrebbero portare il
Centrosinistra ad affossare il proprio
disegno di legge sui Dico prima di
arrivare al confronto, e presumibilmente
alla sconfitta, in Parlamento.
Per riconoscere gli elementari diritti
civili alle coppie di fatto,
indipendentemente dal rapporto sessuale
che li caratterizza, allineandosi così
agli altri - e si suppone più avanzati -
paesi europei, si potrebbero, questa è
la tesi, percorrere strade diverse,
sulle quali sarebbe più facile - anche
se non scontato - incontrare il consenso
delle gerarchie e del popolo cattolico
rappresentati dalla piazza del Family
Day.
Non cambierebbero però gli obiettivi:
assistere in ospedale la persona con cui
si convive da anni; poterla visitare in
carcere; subentrare alla titolarità di
un affitto quando la convivenza si
interrompe o il convivente muore;
usufruire di forme parziali di
reversibilità previdenziale e di
ereditarietà; regolarizzare il
convivente extracomunitario. Tali
riconoscimenti - sembra dire Fassino -
essendo già il frutto del compromesso
"equilibrato" tra sinistra e
cattolicesimo e non intaccando
minimamente i "caratteri precipui della
famiglia fondata sul matrimonio" fissati
dalle norme costituzionali, andrebbero
incontro alle esigenze di tutti, se solo
ci si lavorasse ancora un po' su con lo
spirito di ricercare l'accordo tra laici
e cattolici (in puro stile partito
democratico), e se magari si capisse
anche che non è in discussione il ruolo
preminente della Chiesa come levatrice
della società italiana, ma solo i
diritti delle innocue minoranze.
Se fossimo onesti con
noi stessi che sosteniamo la battaglia
civile sui Dico, dovremmo riconoscere
che effettivamente i risultati pratici
elencati da Fassino sono perseguibili in
modi diversi, e anche con delle
modifiche al codice civile. Il problema
è che per noi, che a differenza dei
Democratici di Sinistra eravamo in
Piazza Navona, dietro l'offensiva
cattolica contro i Dico si nasconde il
tentativo della Chiesa Cattolica,
ciclicamente ripetutosi nella sua storia
millenaria, di riaffermare la propria
verità contro la normalità dei rapporti
umani naturalmente esplicati senza di
essa.
Noi è alla solita
delirante egemonia culturale che ci
opponiamo, e, in prima istanza, non per
affermarne un'altra, ma semplicemente
per corrispondere alla normalità delle
richieste di una coppia di fatto
mediante il riconoscimento giuridico
della sua esistenza.
Noi, a differenza di Fassino, ci poniamo
un altro problema. Non si tratta solo
della difesa formale dello Stato laico,
né del riconoscimento sic et
sempliciter della uguaglianza dei
diritti e dei doveri dei cittadini di
questo Stato, siano essi omosessuali o
non lo siano. Noi capiamo che i Dico
precedentemente bollati dal segretario
della CEI come istigazione alla
pedofilia e la modifica del codice
civile per permettere i diritti
individuali di tutti, anche degli
omosessuali, proposta e sostenuta con
l'accordo delle gerarchie e del popolo
cattolici, non sono la stessa cosa.
Sappiamo che alla
Chiesa interessa soprattutto affermare
se stessa nel mondo, non contro e/o
dentro lo Stato ma sopra di esso. E
sappiamo anche che tale potere in Italia
è strettamente intrecciato e imparentato
con quello dello Stato.
La Chiesa non può essere considerata, né
si considera essa stessa, una libera
associazione di credenti o un partito
contrapposto o alleato ad altri; essa
non organizza una classe sociale né una
prospettiva filosofica, ma la garanzia
della propria persistenza mediante la
dimostrazione teorica e pratica di una
verità rivelata che sta sopra o al di là
della natura, della vita, della società.
Essa, fondandosi sull'essenzialità
dell'anima umana di origine divina, e
perciò sempre uguale e sempre
immodificabile, non ha bisogno di
interessarsi a tutte le cose del mondo e
alle regole della convivenza civile,
almeno non fino a quando queste non
mettano in discussione il suo potere,
che, soprattutto in Italia, è fondato
sulla famiglia e sul riconoscimento
della stessa mediante il matrimonio da
parte del nostro presunto stato laico.
Sappiamo, in ultima analisi, che se per
caso si sviluppa un discorso pubblico
sulla natura, e sui rapporti umani, che
risultasse valido di per se stesso,
senza subordinarsi a Dio, e senza
mediazioni istituzionali, senza la
"famiglia fondata sul matrimonio", si
finisce per mettere in discussione la
strategia del consenso su cui si fonda
la grande forza della conservazione (una
forza più grande della Chiesa Cattolica,
e più culturale che politica).
Che cos'è il Family
Day? Che cos'è la famiglia?
Un'istituzione naturale? A noi sembra
ovvio rispondere che un istituzione in
quanto tale non è naturale, è invece
un'estraniazione dell'essere umano da se
stesso, come lo è la credenza in Dio. Ma
questa logica ovvietà non può passare
senza mettere in crisi la Chiesa
cattolica e il partito democratico.(AprileOnline
25 maggio 2007)
*Sinistra Democratica Roma
Piazze e Chiese
di Gennaro Carotenuto
A cercarli dovevano
essercene di inquisitori disposti a
tuonare che i conviventi e le coppie gay
sono attesi dalle fiamme e dallo
stridore di denti della dannazione
eterna. A cercarli c'erano, ma hanno
scelto di non mostrarli e invece -i n
alternativa non scontata - mostrare e
dar voce ad una stragrande maggioranza
di persone disposte a dire che sì,
magari con meno diritti e senza Dico, ma
hanno ben poco contro chi convive. Con
presunzione e un po' di superficialità
rivendicano che il loro modello di
famiglia sia il migliore ma in fondo,
che il ddl sui Dico sia una schifezza,
lo sappiamo tutti. Quella piazza,
sicuramente né brutta né minacciosa e
meno escludente di come si
aspettava, parlava perfino di cose
concrete, aiuti, asili, ed era così
tollerante da non cacciar via i
divorziati Fini, Casini e Berlusconi.
Aiuto! Fino a ieri in questo paese c'era
ancora il delitto d'onore e adesso i
nipotini di Gedda non hanno nulla contro
chi convive? Ma allora a chi parlano
Ruini, Bagnasco, Ratzinger? A quale
paese, se perfino il popolo delle
parrocchie non addita più la pagliuzza
di chi vive "more uxorio" e ci manda
perfino i bambini a giocare a casa,
proprio come se fossero bambini normali
e non figli della colpa?
La sensazione -
terribile sensazione - è che mentre il
paese va avanti con buon senso, le
gerarchie vaticane si rivolgano solo a
quelle politiche, in un gioco del tutto
autoreferente che ha come vittima
sacrificale la laicità dello stato e
mette a rischio la democrazia stessa.
Tutto avviene sulla pelle del paese,
cattolico e no, e fa aumentare lo iato
tra palazzo (o basilica) e paese (o
parrocchia) reale.
Il guaio di sabato
era forse che l'inquisitore capo, Joseph
Ratzinger, era distratto nel difficile,
frustrante e a tratti perfino penoso
(checché millanti Bruno Vespa) viaggio
in Brasile. Dopo trent'anni di guerra
contro la teologia della Liberazione, la
chiesa conservatrice, lungi dal vincere
quei preti che lottano per la giustizia,
sta perdendo la mano. Il popolo dei
cattolici sta male ora, qui sulla terra.
E se la chiesa non è dei poveri, allora
noi poveri ci cerchiamo un'altra chiesa,
qui sulla terra. E a paradiso e inferno
ci pensiamo poi.
Ma Ratzinger è troppo dogmatico e troppo
eurocentrico per cercare di capire.
Guardandosi l'ombelico ha affermato:
"l'unico problema è la carenza di
evangelizzazione". Con quale messaggio,
se il papa va a parlare a poveri e
pauperrimi avendo come primo punto
nell'agenda incomprensibili sproloqui
sulla verginità prematrimoniale?
In un paese dove più
della metà dei capofamiglia sono donne
sole, e pertanto peccatrici, quale
famiglia tradizionale vende Papa Bento?
Come fanno ad ascoltarlo se intanto le
discrimina? Delle virtù teologali a
Benedetto XVI interessa solo la fede. E
neanche si preoccupa di contrapporla
alla speranza in maniera che a un ultimo
della terra appare perfino blasfema.
L'importante è il dogma e a Ratzinger
non importa se pentecostali e altre
improbabili chiese protestanti
annaffiano di fiumi di denaro
neoconservatore il paese, e sottraggono
al cattolicesimo normalizzato contro la
teologia della Liberazione, 3 milioni di
fedeli all'anno. Lui lancia anatemi,
promette scomuniche e poi i cattolici
(come quelli di San Giovanni)
reinterpretano con fede, ma ancor di più
con realismo e saggezza.
Ma c'è di più. E'
andato a esigere molto Benedetto XVI in
Brasile. Batteva cassa, voleva soldi,
sgravi fiscali, prebende, licenze, e
soprattutto voleva annacquare una
laicità dello stato che non rispetta e
forse non comprende. Del resto è
abituato all'Italia dove dai politici,
di destra e sinistra, tutto può
pretendere. Con molta cortesia e
altrettanta fermezza il presidente
brasiliano Lula ha opposto altrettanti
no. E checché ne spacci Bruno Vespa, il
papa sta tornando a mani vuote dal
Brasile.
Tutt'altra pasta Lula
rispetto ai Don Abbondio dei Democratici
di Sinistra, che non hanno avuto il
coraggio di farsi vedere né a Piazza
Navona né a Piazza San Giovanni. Era una
possibilità, magari per far notare alle
mamme cattoliche che l'asilo nido alle
mamme operaie è più facile che lo diano
le giunte rosse piuttosto che quelle di
destra. Non sono andati, né qui, né là e
per una volta nella vita ha perfino
ragione Marco Pannella: "che diavolo
sarà il Partito Democratico?"
Magari fosse davvero
un partito neoguelfo il Partito
Democratico. Almeno sarebbe qualcosa.
Così è solo il vuoto, di contenuti, di
idee, di rappresentatività, di coraggio
politico ancora prima che laico. E meno
male che Mastella e Fioroni abbiano
avuto l'intelligenza di andare a rendere
bipartisan San Giovanni. Anche per chi
lo guarda criticamente da sinistra, non
c'è nulla da gioire se il Partito
Democratico nasce e resta una scatola
vuota.
PS: Nessuna piazza al
mondo contiene un milione e mezzo di
persone, e dov'erano i 30.000 autobus
che sarebbero serviti per spostarli? Ma
chi sosteneva che contro la guerra in
Iraq il 15 febbraio 2003 a San Giovanni
ce ne fossero addirittura tre milioni,
non ha i titoli per dirlo. Qualcuno,
nell'Italia dove al Superenalotto si
mettono in palio 170 miliardi di lire,
dovrebbe dire che portare 200.000
persone in piazza è... un mare di gente
ed è peccato fare la cresta!(AprileOnline
15.5.2007)
Vengo
anch'io, no tu no. Rosy Bindi,
ministro alla Famiglia,
chiarisce che alla Conferenza
nazionale sulla famiglia che si
terrà a Firenze dal 24 al 26
maggio le organizzazioni
omosessuali non sono invitate.
Ed è subito scontro nel governo.
Il ministro alla Solidarietà
sociale, Paolo Ferrero, ritira
la propria partecipazione, con
l'appoggio di tutto il Prc e di
gran parte della sinistra di
governo. Mentre l'opposizione si
scatena, chiedendo le dimissioni
dell'uno o dell'altra.
La «famiglia» insomma è una
sola. Tanto più se si parla di
diritti. Una, la ragione
sovrana: non si possono mettere
sullo stesso piano i diritti
della famiglia, quella di cui
parla la Costituzione (e come
dio comanda, naturalmente), e
quelli delle coppie omosessuali.
Ma conviene restare al merito.
Quello di una conferenza
nazionale sulla famiglia, a cui
parteciperanno governo, enti
locali e diverse realtà sociali,
con lo scopo - come si legge nel
sito del ministero - di mettere
a punto un «quadro conoscitivo»
sui bisogni delle famiglie
italiane. Gli omosessuali
italiani semplicemente restano
fuori. Ma - e questo è il bello
- mamma e papà di tutti, anche
di gay o lesbiche, quelli sì
sono invitati. Naturalmente.
«Non condivido la scelta del
ministro Bindi di non invitare
le organizzazioni omosessuali al
convegno nazionale sulla
famiglia di Firenze - ha detto
ieri Ferrero - Ritengo pertanto
che nemmeno la mia
partecipazione sia opportuna».
«Mi dispiace che il ministro
Ferrero consideri inopportuna la
sua partecipazione - manda a
dire poi Rosy Bindi - Ma la mia
è una scelta coerente con il
programma di legislatura che ho
illustrato in Parlamento». In
fondo, si giustifica il ministro
Bindi, «ho dato il mio
contributo alla legge sui Dico,
ma non ho mai nascosto che la
famiglia per noi è quella di cui
parla senza ambiguità la
Costituzione, ed è questa
famiglia che sarà al centro dei
lavori della Conferenza di
Firenze».
Sulla scelta di Ferrero fa
quadrato tutto il Prc. «Non
possiamo in alcun modo
condividere l'impostazione di
una conferenza che esclude a
priori la partecipazione delle
organizzazioni gay,
discriminando così sessualmente
molti cittadini e cittadine -
dicono i capigruppo di Camera e
Senato, Gennaro Migliore e
Giovanni Russo Spena - Ci
chiediamo cosa ne pensino i
laici rimasti nel progetto del
Partito Democratico». Poi,
nell'ordine, si dissociano Emma
Bonino, ministro alle Politiche
comunitarie, e Fabio Mussi,
ministro all'Università («che
all'alba del terzo millennio si
discuta ancora di omosessuali
come nel Medioevo, lo trovo
sconcertante»). Anche Barbara
Pollastrini, ministro alle Pari
Opportunità, dice «non avrei mai
escluso nessuno, singoli o
associazioni».
Di una scelta «maleducata e
disumana» parla Franco Grillini,
deputato dell'Ulivo e presidente
onorario di Arcigay, che anche
ieri aveva risposto duramente
alla presa di posizione del
rabbino di Roma, Riccardo Di
Segni. «Rosy Bindi vuole passare
alla storia come il ministro
delle Discriminazioni» rincara
Sergio Lo Giudice, presidente di
Arcigay (venerdì a Milano si
terrà il dodicesimo congresso
nazionale dell'associazione).
Sul fronte del Partito
Democratico che verrà, la
Margherita si accoda alla
decisione del ministro Bindi.
«Stupiscono tutte queste
polemiche - dice Pierluigi
Castagnetti - Non serve a
nessuno fare confusione tra
situazioni e diritti
oggettivamente diversi». Ivana
Bartoletti, responsabile
nazionale Ds per i diritti
civili, pensa invece che «il
governo deve avere una visione
avanzata della famiglia, e
pertanto le associazioni gay
andavano invitate». Mentre
l'opposizione urla alle
dimissioni di uno dei due
ministri. Basti Francesco
Storace, senatore di An: «E' ora
che Prodi metta alla porta uno
dei due ministri».
A soli quattro giorni dal Family
Day di piazza San Giovanni, e
dalla contro manifestazione che
convergerà invece su piazza
Navona, le polemiche si
sprecano. Tra ministri che
saranno a piazza San Giovanni,
quelli che si asterranno dal
partecipare e quelli che invece
dirotteranno su piazza Navona.
Famiglie a pezzi.(Il Manifesto
8.5.2007)
Famiglia si,
ma quale?
di Franco Grillini *,
Rosy
Bindi, Ministro per la
famiglia
(eterosessuale?), ha
dichiarato che le
associazioni gay non
saranno invitate alla
Conferenza nazionale
sulla famiglia.
Non
avevamo dubbi, sappiamo
che per Rosy Bindi
quella omosessuale non è
famiglia, e nemmeno
quella eterosessuale
convivente, visto che
non sono state invitate
nemmeno le associazioni
delle coppie di fatto.
La LIFF, Lega italiana
famiglie di fatto, ha
già annunciato che farà
il suo Congresso
nazionale esattamente in
contemporanea alla
Conferenza nazionale del
Ministero in modo tale
da far partecipare alla
discussione tutti coloro
che sono stati esclusi.
Molti Ministri
parteciperanno al family
day ed io mi auguro che
altrettanti Ministri
partecipino al Congresso
nazionale della LIFF.
La
logica di esclusione e
di discriminazione della
Conferenza per le
famiglie è la stessa del
"laboratorio sulla
famiglia" voluto da DS e
Margherita, al quale non
sono stati invitati né
esponenti omosessuali né
membri delle
associazioni delle
coppie di fatto. Per il
nascente PD è famiglia
soltanto un uomo e una
donna che si sposano e
che fanno figli, tutto
il resto è escluso nei
fatti, e in aperta
contraddizione con il
programma dell'Unione.
Ciò era noto da tempo ed
oggi ha avuto purtroppo
la conferma
inoppugnabile. Da tempo
nelle discussioni in
materia di famiglia
Piero Fassino (a cui va
riconosciuta comunque la
disponibilità nella
lotta alle
discriminazioni verso
gli omosessuali) cita la
Costituzione affermando,
in linea con Rosi Bindi
e gli altri oratori al
convegno del
"laboratorio famiglia",
che occorre considerare
"famiglia" soltanto
quella dell'articolo 29.
Abbiamo detto fino alla
noia (organizzando
anche l'incontro
"famiglie nella
costituzione" -www.famiglienellacostituzione.it-) che
l'articolo 29 non ha
nulla a che fare con una
definizione di famiglia.
Persino Aldo Moro,
intervenendo nella
Costituente, aveva
adombrato il
riconoscimento di altre
forme familiari e
spiegato con correttezza
il significato di quell'articolo,
e cioè che era posto a
difesa della famiglia
dalle intromissioni
dello Stato. Tra l'altro
è bene ricordare che lo
stesso articolo parla di
"coniugi", ma non di
matrimonio tra uomo e
donna. Quindi persino
una legge alla Zapatero,
che non a caso ha
cancellato nel codice
civile spagnolo la
differenza matrimoniale
fra coppie dello stesso
sesso e di sesso
diverso, sarebbe
perfettamente in linea
don la Costituzione
italiana.
Ma la
verità sulla famiglia è
un'altra: esistono due
visioni contrapposte. Da
un lato ci sono coloro
che pretendono di
ergersi a giudici delle
nostre relazioni per
stabilire cosa è e cosa
non è famiglia (non a
caso Rosy Bindi, che ha
sempre il pregio della
chiarezza e della
schiettezza, ai limiti
della brutalità, ha
affermato che le
famiglie omosessuali non
c'entrano nulla con la
famiglia in generale e
che pertanto non ha
nessuna intenzione di
invitare le associazioni
omosessuali alla
conferenza sulla
famiglia del ministero).
Dall'altro lato ci siamo
noi,
che diciamo un'altra
cosa: lo Stato deve
prendere atto della
realtà delle relazioni
tra le persone senza
intromettersi e senza
proporre modelli tipici
di uno Stato etico e
autoritario. Deve
garantire la tutela dei
più deboli, estendere i
diritti a coloro che ne
sono esclusi, prendere
atto dell'autonomia e
della soggettività
individuale. Sono sempre
le persone che decidono,
non lo Stato né la
chiesa.
Per
noi è famiglia quel
luogo dove due persone
si vogliono bene e si
prestano reciproca cura
e solidarietà, come
affermano le
legislazioni di venti
paesi europei su 27; è
famiglia tutto ciò che
vive di affetti e amore
ed è famiglia quel
luogo dove due persone
decidono autonomamente
che la loro relazione è
famiglia. Sono le coppie
che decidono se la loro
è, o meno, una famiglia,
e non certo Rosy Bindi,
Ratzinger o il family
day.
*deputato Ds,
Pres.onorario Arcigay
Dico, un
tema eticamente sensibile
Pace, disarmo, un minimo
di reddito per tutti, salute... no?
di Gianpaolo Silvestri
"Diritti e doveri delle persone stabilmente
conviventi" è l'acronimo di Dico, il ddl sulle unioni di
fatto partorito dal governo nel Consiglio dei ministri
dell'8 febbraio 2007, ostetriche le ministre Bindi e
Pollastrini
E'
la risposta dell'esecutivo sollecitato dalle Camere a
presentare una proposta che concretizzasse l'impegno
assunto con il Paese nel programma elettorale
dell’Unione. Non entro nell’impianto del ddl e dei suoi
14 articoli anche perché, parole di Salvi e decisione
della commissione giustizia del Senato, è ormai «a
latere»: a me invece ora preme sottolineare lo stupore
avuto nel sentire dal ministro Chiti che il governo
esclude a priori il ricorso al voto di fiducia. Stesso
concetto espresso poi dal presidente del Consiglio
Romano Prodi nella replica al Senato per il voto di
fiducia. E' la solita litania dei temi «eticamente
sensibili» che non possono che essere oggetto di
coscienza personale. Strano davvero che questo sia
sempre e comunque attinente al corpo, alla sessualità,
agli stili di vita: forse la pace, il disarmo, un minimo
di reddito per tutti, la salute e quant'altro non sono
temi altrettanto eticamente sensibili? L'ipocrisia è
imperante e quando i fondamentalismi settari ed
estremisti del centro (ma non solo, purtroppo) ululano,
non valgono più legami e solidarietà di coalizione ma
gli eletti ridiventano d'incanto liberi di votare come
vogliono senza che il governo subisca contraccolpi. E'
la miseria dell'attuale politica. Concordo pienamente
con la dichiarazione dell'Arcigay che sostiene: «Questa
non è la legge che il movimento omosessuale italiano
chiede da vent'anni... l'uguaglianza della dignità e dei
diritti per le coppie dello stesso sesso rimane una
misura di civiltà ancora negata». Il problema è
essenzialmente questo: i Dico (ed i Pacs) potrebbero
essere - nonostante tutti i limiti e le inutili e
sadiche farragginosità - un avvio di risposta alta al
dato della modernità. Potrebbero e dovrebbero essere
quello strumento leggero, fatto di diritti e doveri, che
prende atto delle modificazioni intervenute nel nostro
corpo sociale per quanto attiene convivenze,
solidarietà, modi del vivere, nuovi legami e nature
diverse dello stare assieme, costruzioni di relazioni
socialmente utili e chiaramente assunte nel contratto
sociale come ricchezza e valore.
Certo, l'articolato della legge sembra una gara ad
ostacoli - altro che valorizzazione di progetti di vita
comune o assunzione dell'importanza per la nostra
Repubblica di questa volontà di "aver cura" - , ma,
nonostante ciò, potrebbe essere un utile punto di
partenza. Il guaio però è che non si è detto che questa
"modernità", in verità, presuppone una reale eguaglianza
di partenza: il fatto che i gay non possano sposarsi è
un cuneo che annulla la positività di pensare altre
forme dello stare assieme e riduce il tutto ad un
matrimonio di serie Z. Paradossalmente i Dico
presuppongono il matrimonio omosessuale. Poiché però il
ddl obbedisce all'imperativo categorico niente coppie,
niente famiglie, il risultato è l'ennesima umiliazione
alla comunità glbt italiana ed un ulteriore schiaffo
alle risoluzioni Ue ed alla Carta dei diritti
fondamentali d'Europa.
L'ipocrisia della dichiarazione disgiunta è il vero
manifesto programmatico del progetto di legge, la sua
anima nera, integralista e fondamentalista. Non è un
caso che il ministero della Bindi sia intestato alla
famiglia e non, come dovrebbe essere, alle famiglie,
plurale. Che fare allora? Cercheremo di modificare
radicalmente in Senato (non ci spero molto, anzi, temo
elementi peggiorativi), rilanciando nel contempo una
campagna politica nel paese. Sono consapevole che una
Chiesa in grandi difficoltà, ormai incapace di essere
profetica, di assumere la contraddizione della Croce e
di veicolare il sacro ed il mistero della fede, abbia
come sua àncora solo il ridursi a catalogo di divieti,
religione "civile" con relative scomuniche: problemi
suoi... prima o poi, come ha fatto per lo schiavismo e
l’antisemitismo, chiederà perdono pure per l’omofobia
(se sarà perdonata o no staremo a vedere!). Quello che è
inconcepibile invece è l'atteggiamento di molti politici
italiani che, a quanto pare, vorrebbero ricostruire
Porta Pia. Potranno, forse, vincere qualche battaglia ma
certamente perderanno la guerra: anche per le unioni
civili (ed i matrimoni omosessuali) è solo questione di
tempo. (La Rinascita della sinistra 18.4.2007)
Cinema Gay
occasione per Torino
di Maurizio Calliano
Ciò
che è avvenuto in Consulta Provinciale degli Studenti è
di estrema gravità: l’accordo tra i fascisti ed il
centro integralista ha bloccato i finanziamenti al
Festival del cinema gay.
Bene ha fatto Vattimo a definire “imbecilli” gli
studenti che hanno respinto il finanziamento al Festival
del Cinema gay, ed è chiaro che non si attacca la
Consulta Provinciale in quanto tale, ma le scelte che
compie.
Le organizzazioni giovanili della sinistra che hanno
deciso di raccogliere i fondi per il Festival nelle
scuole hanno dimostrato grande senso di responsabilità,
certo molto più del Segretario regionale del nostro
Partito, Luca Robotti, che preso dalla foga
dell’apparire, rischia di far causa comune con la destra
ed i settori integralisti cattolici, e soprattutto cade
nel ridicolo attribuendo ad una figura della cultura
torinese come Vattimo l’aggettivo di “Stalinista”.
Nel lessico della sinistra le parole hanno un senso
preciso e l’aggettivo “stalinista” non può essere
banalizzato ed usato a sproposito solo per le
convenienze del momento.
Bisogna rispettare i giovani, certo, rispettare e
valorizzare i loro luoghi della rappresentanza, ma
quando viene chiaramente attuata una forzatura che ha un
segno politico preciso, quello della conservazione
reazionaria, è dovere di tutti, giovani e meno giovani,
opporsi duramente.
La Federazione di Torino è solidale con il movimento
GLBT, e nel limite delle proprie possibilità, si
attiverà per sostenere, anche economicamente, la
riuscita del Festival (www.pdcitorino.it 5.4.2007)
Sinistra e
destra contro Vattimo: chieda scusa
Film Festival Gay il filosofo
sfida gli studenti
«Caro Vattimo ti sbagli. Non si possono definire
imbecilli i giovani della Consulta soltanto perché hanno
bocciato un finanziamento per la rassegna di cinema gay.
Il tuo giudizio tradisce la tua vocazione libertaria e
ti fa sembrare più uno stalinista, settario e ottuso».
Firmato Luca Robotti, segretario
regionale del Pdci. Parole che fanno scoppiare una
polemica tutta interna ad uno dei partiti della sinistra
radicale. Già, perché nel 2004 i Comunisti italiani
candidarono il filosofo al Parlamento europeo. Certo
dopo l’elezione fallita, primo eletto fu Marco Rizzo, i
rapporti tra Vattimo e il partito sono finiti ma fa
specie che il comunista Robotti difenda un voto che ha
sancito l’«alleanza tra ex fascisti e giovani moderati».
Vattimo però non fa retromarcia, nemmeno di fronte alla
richiesta di scuse ufficiali che Enrico Deabate e Marco
Lullo, due componenti della giunta della Consulta che
hanno votato no adesso pretendono perché «si tratta di
un insulto inaccettabile e indegno. Vattimo è un
anti-democratico che si fa beffe dei più fondamentali
diritti di espressione».
Robotti prende le distanze da Vattimo perché si dice
convinto che non si possa «semplificare il problema e
liquidarlo con l’inconsistenza e la mancanza di
autorevolezza di un organo che comunque rappresenta gli
studenti medi torinesi». Aggiunge: «Credo sia meglio
fermarsi e interrogarsi sul significato di quel voto»
invece che «far finta di nulla o dileggiare questi
ragazzi». Da qui la proposta: «Si organizzi un incontro
pubblico con la Consulta per capire e per poter
discutere con i giovani, che hanno bisogno di
confrontarsi e non di essere insultati».
Per Vattimo, però, il caso è chiuso. Spiega: «Robotti
può fare quel che vuole, può organizzare convegni e
dibattiti. Non vuole liquidare la faccenda e non la
liquidi. Il problema è suo non mio». Aggiunge: «Posso
capirlo: fa politica e cerca voti. Io, che non ho di
questi problemi parlo e, soprattutto, non ho intenzione
di tacere perché sono convinto che anche chi viene
eletto democraticamente può dire sciocchezze e, nel caso
specifico, le sciocchezze dette e fatte sono state
tante».
Intanto Andrea Carapellucci, dell’associazione Laika,
vicino al partito radicale, va all’attacco: «Il
finanziamento di attività culturali è lodevole: non lo è
invece utilizzare questi organi come distributori
automatici di fondi pubblici. Vorremmo capire che cosa
c’entra tutto questo con la tutela dei diritti degli
studenti».(wwwcinemagay.it 5.4.2007)
Niente soldi
al Cinema Gay di Torino
Ma i giovani di Torino non possono
essere omofobi
Quanto è successo non
mi ha fatto arrabbiare, indignare si...!
Non ci sto dentro a pensarci. Dopo il
TorinoPride 2006 è difficile digerire
tutto questo. E’ chiaro che quello che è
successo alla riunione della Consulta
Provinciale degli studenti è
riconducibile alla disonestà
intellettuale, oltre che religiosa,
di chi si permette di dire che i DICO
sono pericolosi perché possono portare
all’aumento della pedofilia e
dell’incesto. Nel 2007 siamo ancora
costretti a ragionare su questo. Tutto
ciò è scandaloso, così come è scandaloso
che le risposte siano sempre “tiepide”.
Forse da tutte le parti mancano “le
ragioni del cuore”. (questo... “le
ragioni del cuore”, è il titolo della
mia presentazione del Festival sul
catalogo). Certo, chi non ha o censura
queste ragioni fa in fretta a giocare
sulla pelle degli altri. Questa è la
conferma di quanto vado a dire da anni,
la “schizzofrenica” realtà italiana che
continua a darci prova che la luce
dell’orizzonte è ancora lontana. Per
questo il Festival è necessario e
continuerà ad esserlo, per il progredire
della quotidianità, proponendo la
testimonianza di chi nel mondo, con i
loro film, con una precisa scelta di
vita ci da esempio concreto di un
importante contributo culturale e
cinematografico.
Il premio poi, come sempre ce lo darà il
pubblico. E ai raggianti studenti che
cantano vittoria sono io che do un
premio: venite al Festival, nostri
ospiti, vi renderete conto, se lo
volete, quanto serve il lavoro che
facciamo; anche per voi!!! Giovanni
Minerba Festival Director 3.4.2007
Poche balle, i froci
sono froci, al massimo culattoni: che
dobbiamo fare, dare soldi a un festival
di cinema culattone? Suona anche male da
dire. Mossa da solide motivazioni, la
Consulta provinciale degli studenti ha
deciso a maggioranza di negare il suo
contributo economico - circa 2000 euro -
al Festival di cinema Gay di Torino. Una
notiziona che per la paradossale idiozia
che la spinge verso l’alto meriterebbe
l’Eurovisione. Cantano vittoria, per
questo voto, i ragazzi di Azione
giovani, lupacchiotti di Alleanza
Nazionale. Dice Alessandro Boffa,
presidente provinciale, che «gli
studenti hanno smesso di perseguire il
buonismo...una vittoria della destra
giovanile...sullo sperpero del denaro di
tutti...per una rassegna di dubbio
gusto». Dubbio gusto? Complimenti per la
franchezza: ogni volta che si
distraggono e dimenticano che per loro
la vita è una lunga campagna elettorale,
gli scappa di dire la verità, quel che
pensano davvero. Ed ecco che il Festival
di cinema Gay di Torino, incrocio
culturale di buon livello, sembra a
questi machos una cosa di «dubbio
gusto», proprio come dicevano le vecchie
zie di una donna incinta che si sposava
in chiesa. Da segnalare che se questi
sciocchi cantano vittoria, la bocciatura
è stata resa possibile da un voto
negativo che, secondo l’agenzia di
stampa, non ha coinvolto solo quelli di
An. Come la mettiamo?(L'Unità 3 aprile
2007)
Family Day,
ecco perchè non partecipare
di Katia
Bellillo*,
Il
giorno dopo la
convocazione del 12
maggio ho dichiarato che
avrei aderito con
convinzione alla
giornata per il sostegno
sociale alla famiglia e
che avrebbero dovuto
esserci in piazza tutti,
ognuno con la sua
famiglia. Comprese le
coppie di fatto, quelle
omosessuali e quelle
monoparentali come la
mia, e quelle coppie che
per scelta o per altri
motivi non hanno figli.
La
nostra Repubblica
attraverso la sua Carta
Costituzionale riconosce
la famiglia come
aggregazione naturale
preesistente alla Stato
che, attraverso
l'istituto del
matrimonio, le offre una
opportunità di tutela,
ma prima di tutto
definisce e tutela i
diritti individuali e
fondamentali dei
singoli. La libertà
individuale sostenuta e
rispettata
dalle istituzioni ha
permesso negli ultimi
anni di cancellare tante
odiose discriminazioni
soprattutto rispetto
alla libertà delle
donne. La distinzione
fra matrimonio civile e
religioso con
l'introduzione del
principio di non
indissolubilità per il
primo, il diritto di
scegliere la maternità,
o di diventare madri al
di fuori del matrimonio
anche senza un partner
stabile, o la convivenza
more uxorio, sono le
tappe di un percorso,
lungo e travagliato, che
però ha prodotto, fino a
questo momento, un clima
di civile convivenza,
caratteristica
indispensabile di una
democrazia laica. Anzi è
urgente eliminare le
tante infami
discriminazioni che sono
ancora costretti a
subire i cittadini
omosessuali rispetto
agli eterosessuali.
In
Italia dunque coesistono
già diversi modelli
familiari, che lo Stato
deve attraverso la norma
sostenere e tutelare per
rendere agibile la
libertà di scelta e
contemporaneamente deve
salvaguardare i diritti
individuali: il diritto
di amare e di essere
amato, di godere della
propria sessualità, di
controllo del proprio
corpo, di essere
rispettato. Non
possiamo, come stanno
facendo i cattolici
fondamentalisti,
confondere i diritti
universali dell'uomo con
le scelte differenziate
dalla religione, dalle
opinioni, o dalle
diverse convinzioni.Le
diverse famiglie
italiane sono state
abbandonate dalle
istituzioni. Smantellata
la già limitata rete di
servizi sociali per
l'abdicazione della
politica alle regole
selvagge del mercato,
famiglie cattoliche o
ebree o senza dio, etero
o omosessuali sono sole
a gestire una
quotidianità sempre più
incerta. E' urgente
rivendicare un
inversione di marcia,
richiamare la politica
affinché recuperi il suo
primato, questo non può
che essere un impegno
primario di una donna di
sinistra e comunista
come me.
Ma la
manifestazione si sta
delineando con contorni
che devono preoccupare
gli stessi
organizzatori. L'intento
non è quello nobile che
si intravedeva nelle
premesse, rinforzare un
nuovo impegno sociale
nei confronti delle
famiglie italiane, ma la
volontà di imporre la
famiglia che si
riconosce nell'istituto
del matrimonio
cattolico, come modello
per tutti, da
legittimare attraverso
la legge dello Stato.
Nel documento della CEI
emerge uno spirito da
crociata e un rigurgito
di intolleranza
fondamentalista che
giudico molto pericoloso
perchè può rafforzare
solo le posizioni
razziste sessiste e
omofobiche di gruppi
estremi di stampo
neofascista, se non ci
sarà un posizionamento
democratico e laico
della manifestazione la
mia famiglia, di cui
sono orgogliosa, non
potrà partecipare e chi
ci rimette saranno
esclusivamente gli
organizzatori della
manifestazione.(AprileOnline
31.3.2007)
*Deputata del
PdCI
Parlare non
è reato
di Vladimir
Luxuria
Voglio ricordare che
fermarsi anche a parlare
con una persona non è un
reato e non significa di
per sé esserci andato a
letto. E invece è ancora
diffuso un modo di
pensare che assimila
immediatamente anche chi
si trova su un viale e
si rivolge ad una
transessuale, magari
perché ha bisogno di
chiedere una spiegazione
su una strada,
soprattutto in un orario
in cui è difficile
trovare altre persone in
giro, ad un cliente che
voglia andarci a letto.
Va detto chiaro e tondo:
chi si rivolge ad una
transessuale non è
necessariamente un suo
cliente. Mi auguro che
si possa pensare che
tutte le persone con cui
ho parlato nella mia
vita non me le sono
portate a letto.
Purtroppo c'è
un'atmosfera
generalizzata di
criminalizzazione nei
confronti delle
prostitute, in modo
particolare delle
prostitute transessuali.
Sembra quasi che adesso
fermarsi, anche per fare
quattro chiacchiere con
delle prostitute, perché
no, per farle sentire
meno sole, significhi
dichiarare a tutto il
mondo l'intenzione di
voler consumare un
rapporto sessuale con
una transessuale. O con
una presunta tale, dato
che alcune transessuali
sono estremamente
femminili e per capire
se si sta parlando con
una trans o con una
donna a volte bisogna
chiederglielo.
Sarebbe auspicabile che
non si facessero più
queste stigmatizzazioni,
rese ancor più evidenti
dalla decisione del
comune di Roma di
piazzare delle
telecamere per multare
tout court delle persone
riprendendone la targa,
indipendentemente dal
fatto che si siano
fermate per contrattare
sul prezzo o per
scambiare quattro
chiacchiere. Alla base
di questo malcostume va
ricercato il binomio
repressione/ricattabilità,
che evidenzia due
elementi direttamente
proporzionali: più una
societa è sotto il giogo
della repressione, più è
ricattabile. Una società
di individui liberi, in
cui nessuno si deve
vergognare né di avere
il diritto di andare a
letto anche con una
transessuale né di avere
contatti di qualsiasi
tipo con questa persona,
è una società che toglie
lavoro ai paparazzi,
togliendo loro anche la
possibilità di poter
usare le foto per
estorcere soldi, o
peggio ancora per farci
sciacallaggio politico.
Sircana non é una
persona estrememente
nota, lo è diventata
adesso. Dunque c'è stato
un vero e proprio
disegno dietro il suo
pedinamento e l'attesa
del momento giusto per
poterla ricattare. Se un
politico commette un
reato, è giusto che
venga perseguito
utilizzando anche un
filmato, del materiale
fotografico o le
intercettazioni. Ma se
non è stato commesso
alcun reato (e voglio
ancora ricordare che né
la prostituzione né
tantomeno il parlare con
qualcuno costituisce
reato), allora credo che
da questo punto di vista
gli strumenti usati
siano impropri. D'altra
parte non possiamo non
vedere che c'è il
rischio reale di seguire
una deriva americana:
ricordo al proposito un
rapporto orale di Monica
Lewinsky che fece
tremare le borse di
tutto il mondo.
Dopo
aver importato la
Coca-cola, Mc Donald's e
alcuni format televisivi
un pò discutibili, mi
auguro che non si
riporti questo
puritanesimo dilagante
per cui un personaggio
politico non viene più
giudicato per i suoi
meriti politici, ma per
la sua vita privata. E'
auspicabile, dunque, che
si ritorni a parlare di
politica e che i
quotidiani si discostino
sempre più dal modello
Novella 2000. (Aprileonline
22.3.2007)
L'inferno
sociale dei Trans
di Strega Maligna
Effeminatezza
ed androginia attengono alla sfera del
comportamento, più virile o più
femminile, secondo i canoni culturali
che vengono attribuiti in un certo paese
e in una certa epoca, quindi a seconda
anche della moda e dei mass media.
Ermafrodita è invece una persona che
nasce con gli organi genitali esterni ed
interni contemporaneamente sia di tipo
maschile (pene, testicoli, prostata e
scroto) sia di tipo femminile (vagina,
piccole e grandi labbra, utero).
L'omosessualità attiene invece ai gusti
personali ed all'orientamento sessuale
insieme alla bisessualità ed
all'eterosessualità e quindi significa
che una persona è attratta sessualmente
da un'altra persona dello stesso sesso
(omo), dell'altro sesso (etero), o da
entrambi (bisex).
Sgomberato il campo
da tante parole e concetti che farebbero
confusione e che non hanno a che vedere
né con il transessualismo né con il
transgenderismo, possiamo a questo punto
approfondire questi soli argomenti, che
hanno a che fare propriamente con
l'identità di genere. Da sempre l'essere
umano ha potuto giocare o desiderare o
sognare trasformazioni di ogni tipo del
proprio corpo fisico: essere più alti,
con un naso alla francese, con i seni
gonfi o con un altro colore della pelle.
E' sempre avvenuto che sognasse anche
cose impossibili come le chimere, le
sirene o gli angeli, cioè unioni
fantasiose tra animali o di animali con
esseri umani.
Da sempre l'essere umano ha potuto usare
l'abbigliamento, il trucco ed altri
espedienti per potere mimare queste
trasformazioni della propria persona
come avviene nel teatro o come avveniva
nelle corti regali. E' famoso il nonno
di Alessandro Magno, che si abbigliava
appunto come una donna ed abbondava fino
all'eccesso di trucco, profumo, sete
preziose e gioielli, ed è noto che
all'epoca di Shakespeare toccava agli
uomini interpretare sulla scena tutti i
ruoli inclusi quelli di Giulietta e di
Desdemona.
Solo da una
cinquantina d'anni la tecnica chirurgica
e la ricerca medica permettono
finalmente delle reali e significative
trasformazioni fisiche, metaboliche e
ormonali negli esseri umani. Di questo
beneficiano i divi del cinema come le
persone gravemente ustionate, le persone
operate per tumori ed i giovani con
evidenti difetti fisici, fino appunto ai
transessuali, senza nessuna distinzione.
Lo stesso dicasi per gli ormoni usati in
molti tipi di terapie mediche. I
beneficiari della chirurgia estetica,
come di quella ormonale, sono dunque
milioni di persone che in qualche modo
possiamo considerare insieme ai
transgender ed ai transessuali: tutti
sentono il bisogno di cambiare in
qualche modo il proprio corpo, per
motivi estetici o di salute. Le
trasformazioni del proprio aspetto o del
proprio corpo o della propria identità
di genere sono ovviamente numerose e
varie e ne fanno uso milioni di persone
attraverso i più vari strumenti, che
vanno appunto dall'abbigliamento, al
trucco, alle parrucche, agli arti
posticci, alle cure ormonali, ai primi
lievi interventi di chirurgia estetica,
fino alle grandi operazioni di
trasformazione ed infine (questa sì solo
per i transessuali) alla castrazione con
radicale cambiamento dei genitali
esterni.
La maggior parte
delle persone fa uso di questi
strumenti, reversibili e superficiali
alcuni, irreversibili e radicali altri,
nel verso della propria identità di
genere, quella cioè codificata dai geni:
XY nel maschio ed XX nella femmina di
ogni mammifero. I transgender e i
transessuali, come appunto dice la
parola stessa, e che pertanto sono una
minoranza, fanno un uso di transizione e
trasformazione del proprio corpo nella
direzione della opposta identità di
genere (che sarà detta M.> F oppure F >
M a seconda della partenza e dell'arrivo
delle trasformazioni).
Non è vero che tutti quanti i trans
vogliano arrivare alla trasformazione
radicale dei genitali esterni, ma tutti
sicuramente sentono in qualche modo di
non appartenere in parte o per niente
all'identità di genere codificata dai
propri cromosomi. Questa grande varietà
di sentire, che ha appunto tante
sfumature e che solo nella minoranza dei
casi arriva alla castrazione, ha sempre
creato molte ansie e dubbi nella
società, nei medici e negli
psicoterapeuti, generando le più feroci
forme di esclusione sociale e di
razzismo in chi, non capendo il
significato di certe scelte, ha sempre
emarginato il "diverso". Anche la
stampa, usando solo le immagini dei
trans, ovviamente presenti durante i
cortei dei gaypride, stigmatizza
ulteriormente la loro diversità creando
messaggi confusi a danno sia degli
omosessuali sia degli stessi
transessuali e transgender.
La diversità del trans sta appunto solo
nel desiderio di cambiare in qualche
modo e fino ad un certo punto la propria
identità di genere: l'essere costretti
alla prostituzione, alla povertà e
all'ignoranza è una conseguenza
dell'esclusione sociale. Questa
trasformazione è un percorso, come già
detto in precedenza, che segue
determinati passaggi, sempre più
radicali e irreversibili, e parte molto
precocemente, spesso durante l'infanzia,
laddove le differenze di genere sono
sottolineate in modo artificiale solo
dagli adulti. A questo periodo,
raramente percepito dal di fuori in modo
evidente perché i bambini giocano su
tutto, segue in modo drammatico
l'adolescenza quando i cambiamenti reali
del proprio corpo vengono rifiutati e
osteggiati in tutti i modi possibili in
natura o attraverso il ricorso della
medicina e della chirurgia. Ogni
individuo trans trova poi un equilibrio
dopo una fase di sofferenza e
cambiamento, nella quale spesso deve
affrontare soprattutto i problemi di
rifiuto e di emarginazione da parte
della società e della propria famiglia,
ma non sono rari i casi in cui dopo
diversi anni lo stesso trans decida di
proseguire ulteriormente o completare il
percorso di trasformazione oggi
possibile.
Travestirsi,
truccarsi e sentirsi dell'opposto genere
sessuale è sempre stato possibile (Transgender),
trasformarsi fisicamente lo è solo da
pochi decenni (Transessuale).
In effetti anche se desiderata dai trans
la trasformazione completa rimane una
chimera irraggiungibile perché ancora
non siamo in grado di trasformare
geneticamente un soggetto XX in XY o
viceversa, né siamo in grado di
permettere la trasformazione delle
gonadi e degli apparati riproduttivi
interni nel loro opposto (soprattutto
dell'utero necessario per la gravidanza,
che nell'uomo corrisponde alla
prostata). Esistono ancora un problema
psicologico e uno sociale da
approfondire e da affrontare in attesa
che i progressi della medicina cambino
il panorama finora spiegato. Ogni
persona desidera cambiare o accetta il
proprio corpo in modo diverso a seconda
dell'influenza della società e della
cultura ma anche sulla base di evidenti
deficit fisici oppure di motivazioni
psicologiche profonde. I trans
appartengono sicuramente a quest'ultimo
gruppo (ma questo vale anche per chi
cambia il colore della propria pelle in
modo radicale) appunto per
l'irreversibilità delle trasformazioni e
per la necessità primaria di cambiare
proprio l'identità di genere altrimenti
stabilita dai cromosomi. Molte teorie
psicanalitiche si sono scontrate a
favore o contro l'opportunità di
permettere queste trasformazioni ma ogni
tentativo di considerare psicotiche le
persone transessuali (come invece lo
sono ad esempio le persone che soffrono
di gravi somatizzazioni o di gravi
dispercezioni del proprio corpo, come le
anoressiche) è fallito a danno dei
soggetti sottoposti alle più assurde
terapie mediche o pseudo-tali.
La comunità
internazionale di psicologi e di
psichiatri oggi considera il fenomeno
trans come una patologia psichiatrica
solo al fine di giustificare il
trattamento medico e chirurgico
altrimenti illecito. La trasformazione
corporea secondo le richieste della
persona transessuale è quindi proprio la
terapia alla cosiddetta patologia
(disturbo disforico dell'identità di
genere) che altrimenti potrebbe solo
aggravarsi a danno del soggetto. Il
soggetto trans non curato con ormoni o
con la richiesta chirurgia estetica è
l'individuo malato psicologicamente che
guarisce attraverso l'intervento del
medico o del chirurgo e quindi
trasformandosi come desidera. Rimane il
vincolo legale di una psicoterapia al
fine di accertare non l'identità di
genere della persona, sulla quale
materia nemmeno Freud aveva le idee
molto chiare, ma l'assenza di altre
patologie psichiatriche che potrebbero
portare una persona a richiedere
comunque una castrazione ma con finalità
ed effetti assolutamente imprevedibili e
pericolosi per la stessa persona.
Dal punto di vista
sociale la condizione dei transgender e
transessuali non è affatto limpida. Oggi
solamente Sky trasmette un programma dai
campus americani, dove oggi molti trans
possono studiare e vivere le emozioni e
le difficoltà di tutti i giovani loro
coetanei. Sono invece pochissimi in
Italia i trans che superano da soli
l'adolescenza, mantenendo la capacità di
lavorare e di studiare, spesso perché
iniziano il loro percorso di
trasformazione dopo essersi garantiti il
cosiddetto minimo sindacale. Nella
maggior parte dei casi è durante
l'adolescenza che si iniziano ad usare
gli ormoni, a travestirsi o ad apparire
in modo naturale come donne (i
transgender sono come l'onorevole
Luxuria quelle persone che non usano né
ormoni né chirurgia per apparire del
sesso opposto ma sono persone
transgender in modo diciamo "naturale e
transitorio").
A questo punto l'identità di genere
diventa la discriminazione, la stessa
che subiscono tutte le donne ed è
proporzionale alla discriminazione da
esse subita. Le conquiste delle donne
nel mondo sono le conquiste dei
transessuali e per traslato anche degli
omosessuali, ma le conquiste dei
transessuali in un clima omofobo o
clericale sono contrastate in Italia in
modo autolesionista dalle stesse donne
per i motivi che ora spieghiamo. Questa
società continua ad insegnare che essere
donne è un disvalore e quando
l'effeminatezza o il transgenderismo
diventano evidenti nel maschio, nel
figlio maschio, nel divino maschio
portatore di pene ma soprattutto di
tutti i beni offerti, dalla società
tribale come da quella moderna, l'abisso
si spalanca. In Cina le bambine vengono
regolarmente abortite o subiscono
l'infanticidio, le donne afgane sono
eliminate da un pesante lenzuolo color
cielo, nel resto del mondo arabo il
femminile è negato o limitato da leggi
religiose e da veli più o meno coprenti,
in Africa la donna è un oggetto sessuale
liberamente utilizzabile, nel mondo
occidentale una donna studia più di un
uomo ma guadagna la metà e di solito
solo lei deve girare mezza nuda per
contratto.
Le transessuali F>M
(dal femminile al maschile) sono dei
maschiacci all'inizio del loro percorso,
che fanno divertire e al limite non
interessano sessualmente il gruppo di
maschi del quartiere o della famiglia e
destano, di solito, minore
preoccupazione. Quando la trasformazione
è completa, essendo difficile vedere
anche nelle proprie mutande, i trans F>M
tendono a mimetizzarsi meglio in un
nuovo gruppo di amicizie. In ogni caso
il voler essere uomini non è affatto
contrastato dalla società moderna con la
stessa forza, che vede sempre nel
maschile quei valori positivi con i
quali pretende di crescere. Al contrario
osare perdere la dignità del maschio per
decadere al ruolo socialmente infimo di
donna è invece considerato inaccettabile
anche da parte delle madri e delle altre
donne della propria famiglia.
Ai trans M>F (dal
maschile al femminile) tocca ancora la
sorte in Italia di doversi spogliare per
lavorare, quindi prostituirsi come unica
risorsa per sopravvivere ma soprattutto
per pagarsi le esose cure mediche e
chirurgiche, che oggi solo in Spagna
sono diventate finalmente gratuite. Le
famiglie non sempre abbandonano i Trans,
che nei quartieri popolari di Napoli
diventano anzi a ragion veduta
produttori di reddito e quindi soggetti
sfruttati in cambio di quel raro
affetto, che ad esempio l'ultimo film di
Andrei "Mater Natura" ha voluto
romanticamente esaltare. Per ogni seno
rifatto un transessuale non deve insomma
guadagnare solo la cifra da pagare alla
clinica privata, ma anche un ulteriore
ingente tangente per giustificare
socialmente la propria esistenza. Lo
sfruttamento inizia appunto
nell'adolescenza in ragazzi
assolutamente indifesi che la società
perbenista allontana dalle scuole
abbandonandoli al proprio destino.
Poche famiglie ricche proteggono i
propri pargoli, più spesso in quel caso
cacciati di casa e quindi costretti
ugualmente alla prostituzione, magari
quella controllata dalla camorra.
Destano stupore mediatico e reazioni
avverse queste creature destinate
all'inferno dell'emarginazione sociale
quando sfilano vistosamente durante i
gaypride svestiti in atteggiamenti
sessualmente scandalosi: ma se avessero
potuto studiare e lavorare come tutti
gli altri, credete davvero che si
proporrebbero in quel modo? Io credo
proprio di no a ragion veduta con
l'eccezione dei trans brasiliani, molto
di moda a Napoli in Via Verdi cioè sotto
la sede del Comune, per i quali il
carnevale è arte e vita: l'unica vita
possibile a causa della carenza di
supporto sociale e politico.
Le conseguenze
dell'abbandono scolastico sono
ovviamente la prostituzione ma anche
l'abuso di droghe pesanti, perchè i
clienti (ricchi borghesi e camorristi) o
gli sfruttatori ne fanno ampio uso e
commercio. A questo punto il giro
dell'inferno si chiude intorno alla
figura di Enzo Taglialatela, morto sulla
rotonda di Melito, arso vivo dalla
camorra per motivi tutti da stabilire,
senza che la giustizia o l'opinione
pubblica si sia fatta mai carico di
trovare o condannare i colpevoli. (AprileOnline
21.3.2007)
Un appello
per il rispetto degli omosessuali
Red.
Un gruppo di 19
militanti Ds omosessuali ha scritto una
lettera aperta a Piero Fassino,
Francesco Rutelli e Romano Prodi nella
quale lamentano "continui attacchi alla
dignità degli omosessuali italiani",
lanciano "un accorato appello per il
rispetto degli omosessuali" e chiedono
"garanzie al costituendo Partito
democratico, a partire dallo statuto".
I firmatari sono Andrea Benedino, Anna
Paola Concia, Franco Grillini, Fabio
Astrobello, Angela Barbagallo, Stefano
Bucaioni, Celeste Buratti, Alfredo
Capuano, Alessio De Giorgi, Daniele
Garuti, Nunzio Liso, Vanni Piccolo,
Enrico Pizza, Francesco Rocchetti, Agata
Ruscica, Antonio Soggia, Ennio Trinelli,
Marco Volante, Alessandro Zan.
"Ci
ricorda un antico proverbio che anche la
pazienza ha un limite- si legge nella
lettera -. Credevamo di averlo già
abbondantemente superato con le
dichiarazioni della senatrice Paola
Binetti, che nei giorni scorsi aveva
affermato in tv di considerare
l'omosessualità' alla stregua di una
forma di 'devianza sociale'.
Purtroppo ci siamo dovuti ricredere,
leggendo le dichiarazioni del ministro
della Famiglia Rosy Bindi, la quale ha
affermato con nonchalance che ritiene
sia preferibile 'che un bambino stia in
Africa, piuttosto che crescere con due
uomini, o due donne', poiché non si
possono 'creare in laboratorio né
orfani, né disadattati '. Il tutto senza
alcun rispetto né per le coppie di
genitori omosessuali, né per i loro
bambini, né per un continente come
quello africano in cui i bambini spesso
sono costretti a vivere in condizioni
difficili, malati e malnutriti. Il
problema, però, è che in queste
settimane con queste persone ci
accingiamo a costruire un partito
assieme. E al di là della libertà di
opinione, che pure è sacrosanta, è il
rispetto della nostra dignità di
cittadini che sta venendo a mancare. Un
partito è fatto di idee, valori,
speranze condivise. Lo si costruisce
attraverso un'etica comune fondata sul
rispetto dell'altro, anche quando le
opinioni magari non coincidono del
tutto, nonché sulla ricerca del
confronto. Un partito non può che essere
una comunità di donne e uomini liberi
che si rispettano e che scelgono di
costruire percorsi condivisi e battaglie
comuni.
In questo momento noi
purtroppo non ci sentiamo affatto
rispettati, tutelati da queste
aggressioni continue che ci arrivano
dall'interno, ora persino dal nostro
governo. Non ci sentiamo liberi.
Vogliamo poter credere nella sfida del
partito democratico. Ma vi chiediamo
garanzie certe, nero su bianco, a
partire dallo statuto di quel partito. A
partire dai comportamenti quotidiani. A
partire dal Manifesto fondativo, che va
riscritto assieme. Perché noi in un
partito con chi ci discrimina e ci nega
anche solo il rispetto e la dignità non
potremmo mai entrare".(Aprileonline
15.3.2007)
Meglio gay
...che Opusdei
La piazza è
gremita, le sigle e i colori non si
riescono a contare. La società civile è
evidentemente più avanti della politica
e rischia di essere più avanti anche del
centrosinistra
E' piena piazza
Farnese, a Roma, tanto piena da formare
una "coda" a Campo de' fiori. "Siamo
almeno 50.000" ripetono gli
organizzatori dal palco della
manifestazione a sostegno del ddl sulle
unioni di fatto organizzata da Cgil e
dalle assiciazioni gay. Tante e
bandiere, di partiti, associazioni e
movimenti.
Ma anche giovani con
finti cappelli da vescovi sui quali
troneggia la scritta "meglio gay che
Opusdei", striscioni dedicati alla
senatrice teodem Paola Binetti "Binetti,
Binetti, noi deviati mentalmente è una
frase da teo-demente..." e al senatore
che di recente ha negato la fiducia al
governo Prodi proprio sui diritti dei
conviventi: "Andreotti contro i gay -
dindirindina - recita un cartellone -
baciava in bocca Totò Riina..."
Nella colonna sonora
Madonna, Loredana Berté (Non sono una
signora), Annie Lennox. Dal palco gli
organizzatori hanno sottolineato che
"siamo già più di quanti c' erano alla
manifestazione del 14 gennaio 2006". La
società civile è evidentemente più
avanti della politica e rischia di
essere più avanti anche del
centrosinistra.
Numerosi i ministri presenti. Per
Barbara Pollastrini, ministro per le
pari opportunità, ricorda che "i Dico
sono una proposta saggia per il Paese".
"Essere qui a sostegno di una proposta
che il governo ha fatto per allargare i
diritti ai conviventi è una cosa di
grande civiltà. Discutere sul fatto che
i ministri vanno a rispondere a domande
su un provvedimento che loro stessi
hanno votato è sorprendente", commenta
il ministro dell'ambiente Alfonso
Pecoraro Scanio e Paolo Ferrero,
ministro della solidarieà sociale
spiega: "Io sono venuto qui per
rispondere a delle domande ed è giusto
che si risponda. Che la cosa avvenga in
piazza invece che in salotto o in teatro
non credo faccia la differenza. Sulla
legge sui Dico - ha aggiunto - va
trovato un punto di incontro tra
posizioni differenti".
Eppure i malumori
all'interno della maggioranza per questa
decisione non sono mancati. Se il
segretario dei Ds, Piero Fassino
assicura che non ci sarà nessun passo
indietro sulle coppie di fatto e che
saranno "avviate nuove politiche per la
famiglia e per incrementare le nascite"
e getta acqua sul fuoco dicendo che "chi
partecipa alla manifestazione di Roma lo
fa per le sue convinzioni, non per
l'incarico che ricopre", perfino Rosy
Bindi oggi invitava alla cautela,
avvertendo che la manifestazione
"potrebbe anche far male" alla legge,
"perché se si esagera nell'esibire le
ragioni contro gli altri forse questo
potrebbe rendere più difficile il
percorso". Mentre Achille Occhetto,
presente alla manifestazione, ribadisce
che la laicità dello Stato va difesa,
perché "la Chiesa non può impedire allo
Stato di legiferare, né può imporre in
questo modo le sue convinzioni".
E l'europarlamentare non lesina le
critiche al suo stesso schieramento:
"Non sono affatto soddisfatto di questa
sinistra - spiega - perché non è laica.
Stiamo tornando indietro di anni. Siamo
riusciti persino a retrocedere rispetto
alle posizioni sostenute da Alcide De
Gasperi".
Parte della Casa delle Libertà ha un
comportamento illiberale ma è proprio il
governo che ha creato il caos sui Dico e
ha fatto "partire la macchina senza
benzina". Lo afferma Daniele Capezzone (Rnp),
presidente della commissione Attività
produttive della Camera. "Non c'é
dubbio. Purtroppo - dice Capezzone - un
pezzo di Cdl sta tenendo un
comportamento illiberale in materia di
unioni civili: e a mio avviso, questo
atteggiamento chiuso non corrisponde ai
sentimenti di quella parte
dell'elettorato. Comportamento negativo
(e situazione per certi versi anche più
grave) pure dall'altra parte. Nonostante
l'orientamento di gran parte
dell'elettorato di centrosinistra, è
proprio il Governo che ha creato il
caos, e che ha le maggiori
responsabilità". Infatti, c'erano
proposte di iniziativa parlamentare che
sono state fermate - spiega - in attesa
della proposta del Governo. Era chiaro
che sarebbe stato un testo al ribasso, e
infatti è stato così. Poi, non pago di
questo, il Governo ha messo la questione
sul binario morto del Senato, ha espunto
il tema dalle dodici priorità di Prodi,
il quale si è ulteriormente smarcato in
un suo recente intervento parlamentare.
Insomma, prima si sono sgonfiate le
ruote alla macchina, e poi la si è fatta
partire senza benzina". "Questo non
cancella né copre anche le
responsabilità della minoranza -
conclude - ma, lo ripeto, sono Governo e
maggioranza a doversi assumere il carico
delle scelte compiute. Una sequenza di
autogol".
Non appena dal palco è stato fatto il
nome del ministro della giustizia
Clemente Mastella sono iniziati i
fischi, durati diversi minuti. Come è
stato contestato il senatore a vita
Giulio Andreotti per le sue recenti
esternazioni sugli omosessuali. "Si
guardi dai mafiosi - dice uno degli
organizzatori della manifestazione dal
palco - che ha frequentato per tutta la
vita..." e dal pubblico scatta un
fragoroso applauso. La sveglia è
suonata. (AprileOnline 11.3.2007)
Il PdCI per
i diritti civili
I Comunisti italiani aderiscono alla
manifestazione per i diritti civili indetta
dall'Arcigay per sabato a Roma. Lo riferisce una nota
del partito, spiegando che ''con l'adesione e la
partecipazione all'iniziativa il Pdci intende sostenere
la battaglia per una legislazione laica sul tema delle
unioni civili''.
www.dirittiora.it
D&G, donne e
gay
di Alessandro Robecchi
Buttatela sulla famiglia! Provate!
Qualunque fesseria col botto diventa un discorso
accettabile. Prendete il caso di Dolce&Gabbana,
segnalato in questa rubrica domenica scorsa. Una foto
pubblicitaria violenta e volgare che in Spagna (e
finalmente anche qui) ha suscitato proteste: una ragazza
immobilizzata a terra da un giovanotto e altri umani
della categoria macho-macho che guardano. Registriamo
divertiti la risposta dei due sarti: quella è arte, e
allora chiudete anche i musei. La soave leggiadria con
cui due disegnatori di camicette si mettono alla pari
con Picasso si commenta da sé. Ma veniamo alla famiglia,
tema obbligato nei migliori salotti politici e nei
locali di lapdance. Severa riflessione del direttore del
Foglio sull'argomento: noi zapateristi, moralisti,
sindacalisti eccetera eccetera abbiamo santificato la
cultura gay, schernito matrimonio e famiglia, e ora
questi sono i risultati. Il giro è largo: per dare dei
fessi a noi (affetti da «fisime libertarie»), si
insultano i gay, riducendo la loro cultura a un
manifesto di D&G. Hai difeso li froci? E mo' te impari,
argomento raffinato, non nuovissimo adire il vero.
Visto che funziona? Buttatela sulla famiglia! Il trucco
(come sempre) è girarci intorno per non parlare della
vera questione morale, che non è quella dei gay, della
famiglia o di noi zapateristi. Ma è la clamorosa
questione morale del mercato. Che serva una donna nuda,
ammiccante, provocante, per vendere un gelato, un
silicone sigillante, il formaggio o dei pantaloni vorrà
pur dire qualcosa. È il mercato bellezza, e chi più di
ogni altro ha contribuito alla creazione della volgarità
attuale, in termini di donne mercificate dalla
pubblicità, è chi ha una posizione dominante sul mercato
della pubblicità. Altro che dare la colpa della
volgarità e del disprezzo delle donne che ci circonda a
omosessuali e libertari. È il mercato, bellezza. Tabù.
Parliamo d'altro, buttiamola sulla famiglia, che va di
moda.(Il Manifesto 4.3.2007)
Dai Pacs ai
Dico: intervista a Katia Bellillo
di Alessandra Valentini
Dai Pacs ai Dico: come giudichi il
testo che è uscito dal Consiglio dei Ministri?
Giudico il testo
approvato dal Consiglio dei Ministri per quello che è,
l’opportunità da parte di persone adulte, anche dello stesso
sesso, di dichiarare la propria convivenza. Chi ovviamente ne
vorrà usufruire, potrà legittimare in qualche modo la propria
unione con una comunicazione individuale all’ufficio anagrafe
del comune di residenza. Un atto che non è identificabile con i
pacs e che non si pone minimamente l’obiettivo di cancellare la
discriminazione che esiste in questo paese nei confronti dei
cittadini omosessuali rispetto ai cittadini eterosessuali, di
poter accedere all’istituto del matrimonio. E’ il tentativo di
dare forma normativa
all’impegno elettorale con il quale L’Unione si è presentata
agli elettori. E’ poco, ammettiamolo, anzi pochissimo, ma noi
comunisti lo sapevamo quando abbiamo sottoscritto la nostra
adesione al programma della coalizione e oggi ci sentiamo
impegnati a rispettarlo in Parlamento. Questo non ci impedirà di
lavorare nel paese perché gli attuali rapporti di forza in
Parlamento possano cambiare fino ad avere una maggioranza
politica ed istituzionale capace di garantire uguali diritti e
pari dignità a tutti i cittadini.
Quali sono i punti più avanzati e
quelli, invece, nei quali più forte è stata la mediazione?
Tutto il
provvedimento è una prova “titanica di mediazione”. L’unico
elemento positivo è che finalmente in una legge dello Stato
verranno riconosciute le unioni e le convivenze omosessuali,
così almeno le aziende preposte alla rilevazione dei dati
statistici non potranno più omettere questo dato!
Cosa modificare in meglio nel
corso dell’iter parlamentare?
Sono comunista e
quindi fra le nostre caratteristiche c’è quella di essere
realistici e onesti, se guardo la realtà e i rapporti di forza
in questo Parlamento, riuscire ad approvarla così com’è,
permettimi l’uso del vocabolo, sarebbe già un miracolo!! Se,
invece scopriamo che in questo Parlamento, la maggioranza non è
fatta da opportunisti, sepolcri imbiancati ed ipocriti, si
potrebbe cambiare, se non tutti, molti elementi che
obiettivamente si configurano come vere e proprie cattiverie.
Per esempio, la visita e l’assistenza medica del convivente che
è delegata alle strutture ospedaliere pubbliche e private
(sic!). Le questioni, come quelle in materia di assegnazione di
alloggi o successione alla locazione, che in caso di morte o di
incapacità di uno dei due conviventi, non sono riconosciute
automaticamente. Inserire almeno un accenno sui diritti
previdenziali e pensionistici….e tanto altro. Certamente i
parlamentari comunisti faranno la loro parte senza riserve e con
grande senso di responsabilità.
In
tutto il dibattito quanto peso ha avuto l’ingerenza della
Chiesa?
Ruini annuncia anche una nota della
Cei sui Dico
Ormai l’ingerenza del Vaticano nella vita pubblica e politica di
questo Paese è “affare costituzionale”. L’elemento di
ambiguità, presente nella nostra Costituzione, fra il valore
laico che la pervade e il regime concordatario previsto
all’articolo 7, si sta risolvendo a favore di questo ultimo. La
CEI sta sempre più assumendo il ruolo che nei regime
teocratici medio-orientali svolgono “i guardiani della
rivoluzione” . Non nego che guardo a questo fenomeno con non
poca apprensione. La salvaguardia della civile convivenza è una
funzione fondamentale delle Istituzioni democratiche e laiche.
Del resto in Italia il potere temporale della chiesa si è
rafforzato enormemente in questi ultimi dieci anni. Con leggi e
leggine vengono ogni anno trasferite nelle casse arcivescovili,
quote consistenti delle risorse pubbliche che sarebbero dovute
servire agli enti locali per garantire pari opportunità nei
diritti ai cittadini e che invece quando non sono utilizzate per
rafforzare il loro apparato e il loro patrimonio edilizio,
vengono utilizzate per la beneficenza. Il sistema fondato sul
primato dell’economia e quindi sull’ingiustizia sociale ha
bisogno delle chiese e del loro enorme potere per far apprezzare
ai più la loro condizione di indigenza!
Rimanendo su questo versante, non
è stata timida la risposta di tutta l’Unione nel rivendicare,
comunque, il primato della laicità dello Stato?
La risposta
dell’Unione è talmente timida e purtroppo non da oggi, che
quando ho ascoltato la dichiarazione di Prodi, con la quale
affermava che non accettava interferenze nello svolgimento delle
sue funzioni, istintivamente ho plaudito con un moto d’orgoglio,
anche se, subito dopo, la ragione evidenziava la drammaticità
dell’evento. Il Parlamento ed il governo hanno il dovere, al di
là delle convinzioni personali di ciascun membro, di rispettare
la Costituzione. Significa che tutti,cattolici e atei, ebrei e
mussulmani o di qualsiasi altra religione, devono sentirsi
impegnati a garantire libertà, diritti e pari dignità ad ognuno.
Essere laici è un impegno costituzionale che tutti hanno il
dovere di assolvere. (www.comunisti-italiani.it 13.2.2007)
L'omosessualità non ha
colore
di Enrico Oliari*
L'omosessualità non
ha colore. Sembrerebbe un concetto
scontato, direi banale, ma non è così. E
non lo è solo per l'ennesima battutaccia
di Berlusconi, tirata fuori incautamente
a Monza per rendersi simpatico davanti
ai suoi instancabili devoti, sortendo
però l'effetto contrario davanti
all'intera nazione ed anche
oltre. Lo è soprattutto per via di
quella pessima abitudine che abbiamo noi
italiani di dare un partito o una
tessera a tutti e a tutto, compreso,
oggi, il sentimento e la sessualità.Ben
si spiegava Gaber nel 1994, quando si
chiedeva cosa fosse la destra e cosa la
sinistra, e quindi la piscina da una
parte, i fiumi dall'altra, la minestrina
a destra e il minestrone a
sinistra.Perché l'errore, qui, lo
facciamo tutti.
L'automatismo che
vuole i gay "tutti dall'altra parte" non
è di monopolio berlusconiano, ma piace e
fa comodo anche al mondo dell'"altra
parte", laddove siccome uno è gay per
forza di cose è pro Palestina, contro la
base militare di Vicenza, no global, per
l'articolo 18 e così via. Cosa c'entri
poi l'omosessualità con la guerra in
Iraq, Dio solo lo sa. Eppure non ci si
scappa: essere gay in Italia significa
essere di sinistra e quindi schierarsi
contro un centrodestra chiuso ed
omofonico, salvo poi ignorare
volutamente e forzatamente l'immobilismo
e l'ipocrisia che il centrosinistra
riserva alla minoranza omosessuale.
Possibile che nessuno si chieda come mai
l'Italia resta uno degli ultimi Paesi
dell'Unione Europea a legiferare in
materia? Siamo stati superati persino
dal Messico, dal Sudafrica e dalla
Slovenia, e scusate se la cosa è
preoccupante per me che vivo in una
società che si definisce libera e
democratica per eccellenza.La
Risoluzione del Parlamento di Strasburgo
A30028, che invita gli Stati membri a
rimuovere le discriminazioni nei
confronti delle persone omosessuali è
datata 1994 e da allora ne sono
succeduti di governi, sia di un colore
che dell'altro. Ed oggi, quando
finalmente la questione del
riconoscimento delle coppie di fatto è
entrata nel Palazzo, noi omosessuali non
dormiamo la notte per la paura che la
montagna Centrosinistra partorisca, come
ostetrica la Binetti, un minuscolo
topolino.
I veri nemici dei
gay, ma forse più della sacra laicità
dello Stato, sono ben distribuiti in
tutti gli schieramenti, frutto di quella
diaspora di cattoliconi devoti prima al
Vaticano che al Paese e che fanno
rimpiangere i bei tempi della DC. Almeno
se ne stavano lì, nella loro bambagia
moralista e farisaica, senza influenzare
i programmi e sfalsare le identità dei
partiti.Alla fine noi gay italiani ci
troviamo tutti uniti nell'identica
lotta, sia di una parte che dell'altra,
invidiosi dei colleghi spagnoli e del
loro Zapatero; c'è fra di noi chi, come
me, lotta caparbiamente per
sensibilizzare un centrodestra che è di
tutto fuorché la casa delle libertà, è
chi nel mare magnum del centrosinistra
fa i salti mortali per ricordare ai loro
leader che esistono anche gli
omosessuali, visto che li hanno
votati.Ogni giorno ci troviamo costretti
a correggere il tiro e ad abbassare di
un pochettino le pretese, ed ogni giorno
ci troviamo di fronte il Mastella di
turno, il quale ancora non ha capito che
ad attentare alla famiglia tradizionale
ed al tasso di natalità non sono i gay,
ma l'alto costo della vita ed il
precariato.
Noi omosessuali
impegnati nei partiti dobbiamo darci da
fare per toccare l'intelletto dei
vertici e per trovare nel minor tempo il
maggior numero possibile di voti pro
diritti dei gay in tutto lo schieramento
parlamentare, perché è da ingenui
pensare che bastino i voti di un
centrosinistra così frammentato e
delicato per portare a casa un risultato
degno di questo nome.Se dovessero però
vincere le tesi teodem, teocon e
teotutto, che vorrebbero addirittura lo
squallore della registrazione
all'anagrafe di una persona alla volta,
con il compagno che aspetta fuori dalla
porta e del quale non bisogna conoscere
il nome, allora è meglio fermarsi a
riflettere e magari buttare con energia
tutto all'aria e pretendere quell'allargamento
del matrimonio che, solo lui,
garantirebbe la vera uguaglianza nei
diritti e nei doveri.Non solo i gay
dovrebbero partecipare a questo nuovo 20
settembre ideologico, ma tutti i
cittadini che hanno cara la "de
gasperiana" separazione fra Stato e
Chiesa, perché la questione del
riconoscimento della coppia omosessuale
è diventata quella cartina di Tornasole
che ci fa capire quanto, nei fatti,
Ruini governi il Bel Paese.(AprileOnline
9.2.2007)
*
Presidente Gaylib
Unione civile
Passa la mozione dell'Ulivo, con
primo firmatario Dario Franceschini, sottoscritta anche
da Pdci, Verdi, Idv, Prc. L'Udeur vota con Forza Italia
e Udc. Ora il disegno di legge alla Camera
di Emiliano Sbaraglia
I giorni precedenti
avevano registrato le ultime avvisaglie tra mondo laico
e cattolico, con l'intervento del Capo dello Stato
Giorgio Napolitano, impegnato nel tentativo (per la
verità non andato molto a buon fine) di indicare una
"sintesi" tra le parti in disaccordo; la reazione non si
è fatta attendere, ed è arrivata per bocca del
segretario della Cei Giuseppe Betori,
schierato in trincea sulla linea di confine ben indicata
dal cardinale Camillo Ruini.
Dopo l'inversione
dell'ordine del giorno dei lavori dell'assemblea
(approvata a larghissima maggioranza), per cui è stato
accantonato l'esame del decreto sulle banche per
affrontare subito le mozioni sulle coppie di fatto, è
così arrivato il momento delle prime verità.
Alla fine il governo, tramite il ministro della Famiglia
Rosy Bindi, ha espresso parere negativo su 7 delle 8
mozioni presentate alla Camera sulle unioni civili,
manifestando parere positivo solo su quella unitaria di
Ulivo-Pdci-Verdi-Idv-Prc, che ha come primo firmatario
Dario Franceschini. A facilitare il raggiungimento di un
accordo è stato anche il ritiro di alcune mozioni.
La decisione dei Verdi di
ritirare la propria è stata presa "per favorire una
soluzione unitaria nella votazione sulle mozioni
relative alle unioni civili e per non concedere alibi a
voti che potrebbero indebolire o compromettere la futura
ed urgente approvazione di un testo di legge che
riconosca i diritti delle coppie di fatto"; questa la
dichiarazione di Angelo Bonelli, capogruppo alla Camera,
alla quale si è aggiunta quella del capogruppo di Prc
Gennaro Migliore: "Abbiamo deciso di ritirare la nostra
mozione perché riteniamo che sia più significativo in
questo momento valorizzare l'impegno comune",
specificando poi il voto contrario alla mozione dell'Udeur.
La discussione rimane
infatti comunque ancora aperta, con l'Unione che
continua il pressing su Clemente Mastella, che ancora
manifesta le sue decise perplessità rispetto alla
titolarità di una legge che interviene su materie
eticamente sensibili: "In assenza di una spiegazione -
ha detto il leader dell'Udeur - la scelta di investire
il governo diventa un'imposizione. Un'imposizione che
non intendo subire". Una sorta di minaccia trasformatasi
in realtà poco dopo.
Dunque sono state
complessivamente tre i documenti presentati dall'Unione,
che ha poi significativamente trovato il suo punto
d'incontro in quella presentata da Franceschini,
capogruppo dell'Ulivo alla Camera, tra le voci più
autorevoli all'interno della Margherita.
Ma il ruolo di protagonista è stato sicuramente
appannaggio del ministro della Famiglia Rosy Bindi, che
a nome del governo ha dato parere favorevole alla
mozione Franceschini, e impegnandosi immediatamente per
non alimentare polemiche: "Non è legittimo affermare che
il riconoscimento dei diritti degli individui possa
ledere ai diritti delle famiglie", ha chiarito,
aggiungendo poi che "non è così né in linea di principio
né di fatto. Per questo credo possibile che il governo
avvii una organica politica per la famiglia e insieme
riconosca i diritti dei conviventi".
Rispondendo alle
obiezioni di chi vorrebbe la materia di competenza
parlamentare, la Bindi ha poi ricordato che il disegno
di legge del governo in materia vuole essere "un primo
fondamentale contributo da offrire al confronto del
Parlamento". Un testo per il quale il ministro auspica
una "convergenza di tutto il Parlamento, della
maggioranza ma anche dell'opposizione".
Un'opposizione che trova
il suo cavallo di Troia nelle fila dell'Udeur, come
rivelavano già le dichiarazioni di Mauro Fabris ("Il
problema di una convergenza non è superato con il voto
di oggi perché la vera discussione si avrà sul ddl.
Conviene al governo portare un testo con possibili
ricadute sull'esecutivo?"), ma che a sua volta ha le sue
belle gatte da pelare, messe in rilievo sia da
discrepanze interne (basti pensare all'intervista del
senatore di An Alfredo Mantica sul "Corriere" del
31/01), sia dall'attacco di componenti politiche
storicamente a sostegno delle unioni civili. Roberto
Villetti, capogruppo di Rnp, non risparmia stoccate al
veleno: "Non si può in Aula contrastare le unioni di
fatto e poi nella vita privata convivere in una unione
di fatto. C'è un velo di ipocrisia che deve essere
squarciato". Il riferimento a Berlusconi e Casini non
sembra essere puramente casuale.A sorpresa, la proposta
di una mediazione al duro confronto, in particolare
evidenziato dalle diverse posizioni contenute nelle
mozioni di Udeur e della stessa Rnp, arriva
dall'intervento di Katia Belillo del Pdci, che esorta
entrambi i partiti a lavorare con il resto della
maggioranza per trovare un'intesa, perché "una politica
sulla famiglia non può essere basata sull'ideologia.
Sono le persone che devono scegliere sulla loro vita".
Ma le varie richieste di deporre le armi, nel terreno
del Campanile mastelliano cadono nel vuoto.
Lo stesso capogruppo
Fabris, infatti, a conclusione del dibattito annuncia il
"sì" del suo partito alle mozioni avanzate da Udc e
Forza Italia.Una presa di posizione che non tarderà a
suscitare ripercussioni all'interno della maggioranza.
Finalmente, in serata, il testo sottoscritto dall'Ulivo
passa con 301 sì, 266 no e 10 astenuti. Prossimo
appuntamento dovrebbe essere un disegno di legge, da
presentare alla Camera entro il 15 febbraio 2007. Primi segnali di una
Unione civile. (AprileOnline 1.2.2007)
Un Pacs indietro
di Jacopo Matano
La strada dell'intesa sui
PACS è tutta in salita, dopo l'annuncio del
disegno di legge da parte del ministro per le
pari opportunità Barbara Pollastrini e del
ministro per la famiglia Rosy Bindi. Il testo,
che dovrebbe essere presentato sul tavolo del
Consiglio dei Ministri il 2 febbraio, ha
scatenato le dure reazioni di Rifondazione
Comunista e delle associazioni per i diritti
degli omosessuali, che lo giudicano come troppo
restrittivo, alla vigilia della discussione in
Aula delle mozioni sulla famiglia, prevista per
domani a Montecitorio. Stando alle dichiarazioni
del ministro Bindi, lo stesso nome PACS non
sarebbe incluso nella proposta di legge:
"Siamo alla ricerca di una via italiana,
rifiutiamo la definizione PACS che è un modello
preciso al quale non vogliamo ispirarci. Non
intendiamo riconoscere le unioni civili in
quanto tali, bensì i diritti delle persone che
ne fanno parte". In sintesi, i punti della
proposta Bindi-Pollastrini prevedono che la
coppia di fatto possa recarsi agli uffici
comunali dell'anagrafe per dichiarare il legame
affettivo, tramite un'autocertificazione. Con
questo sistema, verrebbero estesi alla coppia i
diritti in tema di assistenza sanitaria e
previdenziale, nella successione del contratto
di locazione, nei benefici connessi al rapporto
di lavoro (inserimento in graduatorie
occupazionali) oltre al dovere di reciproca
assistenza e solidarietà. La situazione è più
complicata nel caso dell'assegno degli alimenti:
la coppia deve essere formata da almeno cinque
anni. Sono escluse tassativamente le adozioni da
parte di coppie omosessuali, e il ricorso alla
fecondazione assistita.
Ma la "via italiana" ai PACS
suona più come una "via all'italiana", un modo
per mettere d'accordo tutti, che peraltro finora
ha dato pochi risultati: sul campo di battaglia
dei riconoscimenti delle coppie di fatto si
schierano due eserciti contrapposti ed
inamovibili, da una parte Rifondazione
Comunista, dall'altra i "teodem" della
maggioranza. Dal punto di vista formale, secondo
lo stesso ministro Bindi, la proposta non
prevede alcun "riconoscimento" delle coppie di
fatto, ma soltanto un "accertamento". Un termine
che per Vladimir Luxuria, deputato di
Rifondazione, suona come un ammonimento
poliziesco: "'Accertamento' è un concetto che ha
carattere quasi inquisitorio, come se si
trattasse di un delitto". E un secco no arriva
anche sul punto che prevede l'obbligo dei cinque
anni di convivenza, "un tempo troppo lungo",
secondo Luxuria. Il deputato domani sera sarà in
prima linea alla fiaccolata organizzata davanti
a Montecitorio dal suo partito e dal movimento
GLBT (gay, lesbo, bisex, trans), che proclama
uno "stato di agitazione permanente" fino alla
fine dell'iter parlamentare della legge sulle
unioni di fatto. E in piazza alle 18 ci sarà
anche Franco Grillini, deputato dei Ds e
presidente onorario dell'Arcigay, per il quale
si può anche discutere sul nome da dare alla
formula, ma la sostanza deve restare la stessa:
"PACS o non PACS, quello che chiediamo è un
testo che sia accettabile dal punto di vista
della qualità e della quantità dei diritti, per
evitare di creare dei cittadini di serie B".
Grillini aggiunge: "I punti fondamentali per noi
sono due: in primis la definizione certa della
possibilità di includere coppie dello stesso
sesso, onde evitare di costringere le coppie
omosessuali che desiderano registrarsi ad
interminabili traversie giuridiche e
burocratiche; in secondo luogo, deve esserci un
riconoscimento di fatto davanti ad un ufficiale
civile, per far si che i diritti pubblicistici
siano garantiti: stesse facilitazioni fiscali in
materia di successione ereditaria, stessa
possibilità di accesso ai bandi di concorso per
l'assegnazione di case popolari". In sostanza
dunque, una registrazione cosi come descritta
nella formula PACS.
Il 9 settembre 2005 Romano
Prodi aveva inviato a Grillini una lettera,
nella quale si impegnava a porre come una
priorità del programma il riconoscimento delle
coppie di fatto. Per il deputato dei Ds, un
testo proposto ed adottato dal governo è
comunque un passo avanti, perchè impegna tutta
la maggioranza. Ma i dubbi maggiori sorgeranno
al momento del passaggio in parlamento: " Il
testo non ci sembra la fine del mondo, ma
aspettiamo di leggerlo. E in ogni caso il
problema si pone nel momento in cui esso sarà
affidato al relatore per la presentazione in
Parlamento: di fronte alle esigenze di voto il
relatore potrà adottare il testo in tutto o in
parte o riscriverlo da cima a fondo".
I promotori dei PACS vogliono
chiarezza sul "no", sui motivi per cui una parte
della maggioranza, Bindi e Pollastrini incluse,
si oppone alla formula. Fuori dalla Camera
esprimeranno domani sera le loro perplessità e
il loro dissenso. Nel frattempo, tra le mura di
Montecitorio le mozioni in materia di famiglia e
unioni di fatto si moltiplicano, e si annuncia
una chiamata al voto in ordine sparso: oltre
alle diverse posizioni di Prc, Verdi e Rosa nel
pugno, e a quella radicalmente opposta dell'Udeur
(che invita il governo a non adottare iniziative
normative e a lasciare l'iniziativa al
Parlamento), Udc, Fi, An e Lega hanno pronti in
batteria quattro rispettivi documenti con i
quali chiedono di non intervenire con
provvedimenti di riconoscimento delle unioni di
fatto ed esprimono la necessità di "sostenere la
famiglia fondata sul matrimonio".(AprileOnline
25.1.2007)
Unioni di fatto: gli ultimi
aggiornamenti su una storia di diritti che ormai ci ha
reso impazienti
Alcuni giorni prima di
Natale l'Osservatore Romano scriveva che i pacs
sono tutto tranne che battaglie di civiltà dato che non
servono se non ad una ristretta cerchia di cittadini
italiani, e scriveva ancora che i promotori di queste
iniziative sono i rappresentanti delle esigenze delle
coppie omosessuali. Secondo il Vaticano, quindi,
non rientra nella civiltà riconoscere alle minoranze
diritti, nemmeno in quelle situazioni in cui si
sacrifica la dignità delle persone e si impedisce loro
non solo di definire le proprie relazioni, ma anche di
assumere in modo pubblico una responsabilità. Tutto
questo ancora una volta in nome di una definizione di
famiglia che la proposta dei Pacs non si propone neppure
di modificare.
Ieri Benedetto XVI ancora
e per l'ennesima volta è intervenuto contro i Pacs a
difesa ossessiva della "struttura naturale della
famiglia". Eppure la famiglia, per essere difesa,
avrebbe bisogno di servizi sociali, di sostegno fiscale,
di misure per i figli, ma perché di questo la Chiesa non
parla?
Sul fronte
politico Apprendiamo oggi dai giornali che le proposte
di legge del Governo sul riconoscimento delle unioni di
fatto saranno due perché anche il Ministro alla
Famiglia, Rosi Bindi, intende mettere nero su bianco le
sue opinioni, mentre, per competenza, titolare della
proposta è Barbara Pollastrini. Cosa pensare? Certo
pensare in modo preoccupato è inevitabile.
La legge sui Pacs eliminerebbe, per chi lo desidera,
quello stato di estraneità e irresponsabilità reciproca
in cui la legislazione italiana tiene i conviventi,
indipendentemente dalla lunghezza della convivenza e
dalla esistenza di solidi legami di solidarietà e
reciprocità.
Consentirebbe di dare riconoscimento pubblico a legami
liberamente scelti, in ottemperanza al dettato
costituzionale che all'art. 2 dichiara che vanno
riconosciute tutte quelle «formazioni sociali in cui un
individuo realizza la propria personalità». Si tratta
dunque di proposte moderate, attente a non toccare
neppure linguisticamente il nervo scoperto (ormai quasi
solo nel nostro paese) della definizione di famiglia e
ancor più dell'istituto matrimoniale.
Speriamo non sfugga al
Governo che c'è un sentire più diffuso di quel che si
pensi nelle persone, secondo il quale la bussola per
governare sono anche riconoscimento e sostegno alle
libertà individuali, diritti, laicità, eguaglianza, e
libertà femminile.
La percezione di un Paese in crescita si diffonde e
consolida nella misura in cui cresce anche la percezione
di una innovazione di cultura politica che dimostra,
nelle scelte che si compiono, che non si temono più gli
individui liberi e che intende affermare un punto alto
della democrazia nella misura in cui riconosce che, in
ultima analisi, giudice sempre e comunque della sua vita
rimane l'individuo.
Questo è quello che dovrebbe offrire il conclave
governativo nella reggia di Caserta alle donne e agli
uomini di questo Paese dopo la fase dura della
finanziaria. Non ci si alimenta di sola economia, di
infrastrutture, di liberalizzazioni. E il rispetto dei
tempi per la legge sul riconoscimento delle Unioni
civili sarebbe in questo senso un segnale
importantissimo.(AprileOnline 10.1.2007)