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Gli orchi del papa
Mi faccia il piacere, eminenza!
di Randolph Ash,
I n
Italia, no: le parole del capo della CEI sono state accolte con
manifestazioni di giubilo dal centrodestra come un graditissimo
aiutino che vale qualche centinaio di migliaia di voti in più (o
almeno così pensano). Il fatto che aborto e unioni omosessuali
non hanno nulla a che fare con le competenze delle regioni non
ha frenato il cardinale Bagnasco. Evidentemente seguendo la
linea Berlusconi, secondo il quale queste sono "elezioni
politiche", gli ha dato un assist, dopo di che pensi lui a fare
gol.
A ben pensarci c'è anche una differenza
significativa tra Italia e Germania, altro paese a larghissima
maggioranza cristiana (tra cattolici e protestanti), questa
volta sullo scandalo dei preti pedofili. Dopo le notizie delle
violenze nei confronti dei poveri passeri di Ratisbona e delle
pluridecennali coperture da parte delle gerarchie cattoliche nei
confronti dei sacerdoti criminali, il cancelliere Angela Merkel
ha espresso tutta la sua indignazione per il comportamento della
Chiesa tedesca. Dopotutto, se la pedofilia è un crimine anche la
copertura della pedofilia lo è. Si tratta di comportamenti
omertosi, in senso generale mafiosi, e più specificamente di
reati gravi e gravissimi come il favoreggiamento, l'omessa
denuncia, la distruzione delle prove, la minaccia nei confronti
delle vittime, fino alla correità.
E così Angela Merkel si è indignata e ha preteso a gran voce che
si faccia chiarezza e che l'andazzo finisca.
In Italia no. Sulla cosa in sé, la pedofilia,
evidenziata in decine di denuncie (e siamo solo all'inizio),
Silvio Berlusconi è stato muto. Ha invece espresso "solidarietà
al Santo Padre". Solidarietà per cosa? Perché sta passando un
momentaccio? Perché stanno venendo a galla le conseguenza di
decenni di coperture e di insabbiamenti voluti anche e
soprattutto da lui quando era prefetto della congregazione della
fede e inviava imperiose direttive al clero affinché le vicende
di pedofilia venissero trattate "con discrezione", non finissero
sui giornali e soprattutto non a conoscenza della magistratura?
I giuramenti al silenzio imposti alle vittime non erano scelte
arbitrarie dei singoli vescovi ma obbedivano alle specifiche
direttive del cardinale Ratzinger.
E così la "lettera di solidarietà del capo
del governo italiano" -- un unicum in tutto il mondo dal momento
che nessun altro capo di stato o di governo ha ritenuto di fare
lo stesso -- ha il sapore di un messaggio obliquo, ovvero di un
volgare do ut des politico: io ti esprimo solidarietà, ma tu
dammi una mano per vincere le elezioni nel Lazio e in Piemonte,
dove due candidate donne del centrosinistra hanno buone
probabilità di vincere. Non importa se siano "abortiste" o meno
e in che misura (lo sono e in misura diversa), voi bollatele lo
stesso.
Ha anche un altro sgraditissimo sapore, anche questo ahimé
caratteristico dell'infelice momento in cui versano la politica
e il costume italiano: due anziani uomini, diversi per vizi,
virtù e esperienza di vita, ma accomunati dalla gestione
incontrastata del potere sulle rispettive gerarchie, due "maschi
capi branco" (il termine è tratto dall'etologia - nessuna
offesa), si mettono d'accordo per dare addosso a due donne su
una questione che riguarda soprattutto le donne, le due
specificamente attaccate e tutte le altre.
Infine una nota di costume. Nella sua
allocuzione il cardinale Bagnasco ha pronunciato parole severe
sul fenomeno della pedofilia che sta squassando la Chiesa
cattolica. Di più, ha detto di provare "vergogna" per quanto è
stato fatto da esponenti del clero. Bene, bravo cardinale. Ma ci
permetta una osservazione: quando qualcuno dichiara di
vergognarsi per qualcosa che ha fatto o che hanno fatto i suoi
sodali non lo fa così. Se davvero ci si vergogna - e il
cardinale ne ha ben donde per quello che sappiamo e per quello
che ancora non sappiamo, ma che lui sicuramente sa - lo si fa
con un altro stile. Lo si fa con umiltà, a testa bassa e con la
voce rotta dalla commozione. Lo si fa come hanno fatto il
cardinale primate di Germania e il cardinale primate di Irlanda.
Entrambi hanno ammesso le loro colpe, si sono scusati, si sono
vergognati, hanno promesso di non farlo più e poi sono usciti a
testa china.
In Italia invece assistiamo all'insolito
spettacolo dell' "ipocrisia della vergogna", come quando una
mamma chiede ad un bambino di chiedere scusa per una marachella
e quello a denti stretti dice "scusa" e poi ritorna a giocare
come se nulla fosse. Eh no, cardinale. Dire di vergognarsi non
basta: bisogna anche mostrarsi contriti e possibilmente esserlo.
Non stiamo parlando di una marachella, ma di crimini odiosi
commessi da preti e coperti da vescovi. Dia retta Eminenza, come
minimo, dopo la professione di vergogna, avrebbe fatto migliore
figura a stare zitto, almeno per qualche ora. Lei può ovviamente
pensare e dire ciò che meglio crede, ma ricordi che l'autorità
morale, per essere tale, deve essere credibile.
A dir poco, non era il momento di continuare come se niente
fosse pretendendo di impartirci lezioni di "morale sessuale",
sull'aborto e sulle unioni omosessuali, cose di cui oltretutto -
pedofilia a parte -- lei non sa e non capisce assolutamente
nulla.(www.aprileonline.info 25 marzo 2010)
Pedofilia, il papa predica male da
ratzola male
No Vat Manifestazione nazionale
Il 13 Febbraio 2010 per il quinto anno
scendiamo ancora in piazza contro il
Vaticano per denunciarne l’invadenza
nella politica italiana: è infatti uno
degli attori che agiscono nelle
complesse dinamiche di potere sottese a
un sistema autoritario e repressivo.
L'11 febbraio 1929 i Patti Lateranensi
sancivano la saldatura tra Vaticano e
regime fascista, oggi le destre agitano
il crocefisso per legittimare un ordine
morale in linea con l’integralismo delle
gerarchie vaticane, lo strumentalizzano
per costruire un'identità nazionale
razzista e una declinazione della
cittadinanza eterosessista e familista.
Da una parte le destre criminalizzano
immigrate ed immigrati, istigano a una
vera “caccia all’uomo”, li/le
rappresentano come la concorrenza
nell’accesso alle risorse pubbliche
mentre nessuno affronta il problema di
un welfare smantellato e comunque
disegnato su un modello sociale che non
c’è più. D’altra parte la chiesa
cattolica legittima esclusivamente
questo modello di società, basato sulla
famiglia, sulla divisione dei ruoli
sessuali, dove un genere è subordinato
all'altro e lesbiche, gay e trans non
hanno alcun diritto di cittadinanza.
Su un altro fronte, destra moderata e
sinistra riformista attuano il tentativo
di procedere ad un'assimilazione
selettiva dei soggetti minoritari sulla
base della disponibilità espressa a
offrirsi docilmente a legittimare
discorsi razzisti, eterosessisti e
repressivi. E' prevista l'inclusione
solo di quelle soggettività che non
mettono in discussione il potere: c'è un
piccolo posto anche per gay, lesbiche e
trans e per altre figure della
diversità, purché confermino l'ordine
razzista, sessista e repressivo.
In questo quadro, nel movimento lgbtq,
abbiamo assistito alla comparsa di
“nuovi” soggetti che ne usano le parole
d'ordine per produrre un ribaltamento
della realtà: a protezione delle
soggettività supposte deboli pongono i
loro carnefici. Chi legittima questi
“nuovi” soggetti, contribuisce a
produrre un ulteriore spostamento a
destra, a normalizzare la presenza delle
destre radicali nel dibattito pubblico.
Fuori da queste lotte interne al potere,
dobbiamo constatare la diffusa e
asfissiante presenza di un’etica
cattolica, un modello di politica che
propone come uniche alternative di
“rinnovamento” il moralismo e il
giustizialismo. Sappiamo che se oggi il
Vaticano appare meno interventista è
solo perché non ne ha bisogno: già nel
nostro paese possiede il monopolio
dell’”etica” che abbraccia
indistintamente governo e opposizione
parlamentare che fanno a gara - come
sempre - ad inginocchiarsi all’altare
del giustizialismo e del buonismo
ipocrita.
Respingiamo il tentativo di espropriare
anche i movimenti di lesbiche, gay,
trans e femministe, di categorie
fondamentali quali l'antifascismo,
altrimenti l'ambiguità politica
finirebbe per rendere le nostre
soggettività complici di quest'ordine
morale e politico che concede una
legittimazione vittimizzante e
minoritaria in cambio dell'assuefazione
alla repressione.
Contrastiamo questo potere che, dove non
addomestica, reprime e, attraverso
l’ordine morale vaticano, assume
dispositivi di disciplinamento e
controllo sociale che negano qualunque
tipo di autodeterminazione:
l'autodeterminazione sociale ed
economica dei e delle migranti,
l'autodeterminazione dei corpi e degli
stili di vita di donne, gay, lesbiche e
trans, ogni percorso di
autorganizzazione, di dissenso e di
conflitto.
Denunciamo che quando il processo di
addomesticamento non si compie viene
utilizzato il carcere, il CIE (centri di
identificazione ed espulsione), la
repressione, la paura, la noia, la
solitudine, l'intimidazione e la
criminalizzazione per neutralizzare gli
elementi di dissenso non previsti e non
gestibili: migranti, movimenti,
studenti, lavoratori e lavoratrici,
disoccupati/e.
Riaffermiamo che antirazzismo,
antifascismo, antisessismo sono lotte,
necessarie l'una all'altra, da condurre
anche contro l'uso strumentale delle
libertà di donne e lgbt per rafforzare e
legittimare un modello razzista.
Portiamo in piazza i nostri percorsi di
autodeterminazione nell'acutizzarsi
della crisi economica e dello
smantellamento dello stato sociale - in
particolare della scuola e
dell'università - che tanto spazio
lascia alle imprese private e
confessionali.
Riaffermiamo le diversità e le
differenze sociali, sessuali, culturali,
contro l'identità nazionale razzista e
eterosessista che ci vogliono imporre e
contro l'ordine morale vaticano.
Portiamo in piazza i nostri percorsi di
liberazione per ribadire la nostra
volontà di agire nello spazio pubblico
per produrre trasformazione sociale e
culturale.
ROMA - sabato 13 febbraio 2010
Manifestazione Nazionale NO VAT
Autodeterminazione laicità antifascismo
antirazzismo liberazione
www.facciamobreccia.org
per adesioni: adesioni@facciamobreccia.org
Roma – sabato 23 Gennaio 2010 Assemblea
preparatoria
Croce via
di Dario Fo
Suona
scandalo la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo
di Strasburgo che, accogliendo la denuncia di una cittadina
italiana, dichiara che la presenza dei crocifissi nelle aule
scolastiche è una violazione della libertà dei genitori ad
educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di
religione degli alunni.
Scandalizza enormemente i cattolici apostolici romani. Ma non i
cristiani.
Perché ci sono anche i cristiani non apostolici romani che non
fanno del predominio del simbolo della croce il loro valore
essenziale. Naturalmente è tutt'altro che offensiva per chi è
ateo e non ha religione come me, e tanto meno la sento offensiva
per chi professa un'altra religione.
L'elemento straordinario della sentenza, destinata a destare non
solo scandalo ma dibattito e scontro, sta nel fatto che
precipita sullo schermo piatto della realtà italiana che vive -
vivrà? - nei millenni all'ombra del potere della Chiesa romana.
Da questo punto di vista è la critica profonda al simbolo per
eccellenza, la croce. Proposto finora come una simbologia
imposta, affisso ovunque in scuole, ospedali, uffici come il
connotato forte della nostra cultura. Una onnivora cultura di
stato.
E i cattolici difficilmente molleranno l'idea di essere i
gestori della religione di stato.
Non a caso però la Corte europea ha aggiunto che proprio la
presenza dei crocefissi nelle aule può facilmente essere
interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente segno
religioso e dunque potrebbe condizionarli: se incoraggia i
bambini già cattolici, può invece essere di condizionamento e
disturbo per quelli di altre religioni e per gli atei.
Esplode l'ira del Vaticano, il governo di centrodestra accusa,
balbettano dall'opposizione democratica: «È una questione di
cultura, di tradizione». Allora apriamo anche il libro nero di
queste cultura e tradizione.
Il cattolicesimo della Chiesa romana nasconde dietro il
crocifisso interpretato come riscatto, una cultura e una storia
di violenze, sopraffazioni, guerre. In nome della croce sono
stati commessi grandi misfatti, Crociate, Inquisizioni, la
rapina e i massacri del Nuovo mondo, la benedizione degli imperi
e degli uomini della provvidenza.
Pensate che il cattolicesimo ha proibito fino all'Ottocento di
tradurre in volgare la Bibbia e il Vangelo.
In nome di quel «segno» si sono commessi i crimini più efferati.
E si commettono, con le proibizioni contro il diritto degli
uomini a gestire la conoscenza e la libertà individuale e
sessuale.
Se è la «nostra cultura», come dichiarano l'intrepida ministra
Gelmini e il «pontefice» Buttiglione che accusa la sentenza di
Strasburgo di essere «aberrante», perché non raccontare il lato
oscuro della croce come simbologia di potere?
Invece è come se continuassero a dire: lo spazio del visibile,
dell'iconografia quotidiana della realtà è mio, lo gestisco io e
ci metto le insegne che voglio io. È questo che è sbagliato.
La Conferenza episcopale strilla che si tratta di sentenza
«ideologica».
Racconti della violenza nella cultura storica della Chiesa
romana apostolica, dei roghi contro la ragione eretica che da
sola ha fatto progredire l'umanità.
Se è l'origine salvifica per tutti che si vuole difendere,
allora va accettato e relativizzato al presente, perché in
origine esso era solo un segno di riconoscibilità dei luoghi
clandestini di preghiera e culto.
Non un simbolo imposto, che rischia di richiamare un rituale
comunque di morte, contro gli altri, le altre culture, storie,
religioni.
Che la realtà che ci circonda, in primo luogo quella formativa
della scuola, torni ad essere spazio creativo oltre le
religioni, libero per tutti dagli obblighi oppressivi dei valori
altrui.(www.ilmanifesto.it 4 novembre 2009)
Un flop papale papale
Guerre di religione?
di Felice Besostri*
Grande
rilievo è stato dato alla decisione di ricorrere
al Consiglio di Stato, che decisione non è.
L'unica decisione sarebbe stata quella di non
ricorrere, poiché i Ministeri sono rappresentati
ex lege dall'Avvocatura Generale dello Stato,
che di norma ricorre sempre, anche quando si
tratta di provvedimenti di nessuna rilevanza, a
meno che l'Amministrazione Pubblica impugnata
non dia una precisa istruzione di non impugnare:
una non notizia ha fatto la una sui nostri mezzi
di (dis)informazione. Penso che ad altri, oltre
che a me, sarà capitato di ascoltare dibattiti
radiofonici o dichiarazioni alle televisioni,
nonché di leggere interviste e articoli
sull'argomento.
Se ne sono sentite e lette di tutti i colori, ma
poche hanno raggiunto i vertici del pensiero
dell'on Stracquadanio, consulente giuridico
della Gelmini. Già questo fatto ha dello
stupefacente, perché nei paesi normali, un
parlamentare dovrebbe controllare l'esecutivo e
non essere sul suo libro paga [premetto che farò
delle verifiche perché questa incompatibilità
potrebbe essere il frutto di una falsa
presentazione del conduttore], come anche è
stato sorprendente apprendere che lo
Stracquadanio ha avuto un periodo di militanza
nel Partito Radicale, ma, come ci sono i
socialisti di Berlusconi, non bisogna
meravigliarsi e poi il PR non compie alcuna
selezione delle domande di iscrizione.
Lo Stracquadanio ha detto che
la sentenza del Tar costituisce usurpazione
della funzione giurisdizionale, perché i
provvedimenti espressione di scelte politiche
sono sottratte alla giurisdizione: ed il
particolare rapporto con la religione e la
Chiesa Cattolica, fa parte delle scelte
politiche sulle quali si è espresso il popolo
italiano. In un minuto è stato liquidato lo
Stato di Diritto e qualche secolo di sviluppo
della democrazia liberale nell'Occidente: siamo
tornati al sovrano ex legibus solutus, cioè al
re svincolato dalle leggi, Già nel Settecento un
mugnaio prussiano poteva dire al Kaiser: " Ci
sarà pure un giudice a Berlino!", mentre
malgrado la Costituzione italiana, non dovrebbe
esserci a Roma.
La tesi degli atti politici e di alta
amministrazione, sottratti al controllo
giurisdizionale, è stata seppellita da anni
dallo stesso Consiglio di Stato, anche se ogni
tanto viene riesumata, quando si tratta di
difendere l'indifendibile, cioè che in regime
democratico parlamentare non si possano
impugnare le leggi elettorali. Tutti gli atti
della pubblica amministrazione sono impugnabili
lo dice l'art. 113 della nostra Costituzione e
la Convenzione Europea dei Diritti e delle
Libertà Fondamentali.
Purtroppo prima ancora che
del merito della sentenza, dovremmo occuparci
della competenza del TAR: quando si parla di
pericoli per la democrazia sono questi i casi
allarmanti.
Il Tar ha giudicato alla luce di principi
costituzionali pacifici, quello dell'eguaglianza
dei cittadini senza differenza di religione
(art. 3) e dell'uguaglianza delle confessioni
religiose (art. 8), pur in presenza di un
Concordato, per il quale una religione, quella
cattolica romana, è, come nella Fattoria degli
Animali di Orwell, più uguale delle altre. Stop!
Non c'entra il ruolo della religione cattolica
nella nostra società e nella nostra storia o il
fatto, come sottolinea la Scaraffia, che senza
conoscere il cristianesimo non si riesca a
comprendere le opere d'arte. Sarà compito di chi
insegna storia dell'arte di mettere in luce le
relazioni, mentre un insegnate di religione
digiuno di conoscenze specifiche dei nostri
pittori, scultori e poeti non sarà mai in grado
di formare i suoi allievi.
Le nostre radici sono
cristiane, oltre che giudaiche, greco-romane ed
umaniste, ed in questo senso, tanto più nella
dimensione quantomeno europea dell'Italia, e
pertanto l'insegnamento non dovrebbe essere
limitato alla sola religione cattolica e gli
insegnanti essere graditi al Vescovo, non solo
per essere incaricati, ma anche per rimanere in
servizio, in contrasto con il principio
costituzionale della libertà di insegnamento
(art. 33).
Per due volte, grazie a
pressioni clerical-clientelari, gli insegnanti
di religione sono stati immessi in ruolo,
naturalmente nella sola scuola pubblica, perché
quelle private cattoliche amano i rapporti
precari e le differenze retributive. Come quegli
abati che il venerdì battezzavano la carne
pesce, gli insegnanti di religione sarebbero
diventati come gli altri, ma il punto della
sentenza del Tar Lazio non è questo, ma il fatto
che intervengano soltanto gli insegnanti di una
sola religione, che per di più è facoltativa,
anzi per essere esatti non obbligatoria:
l'assoggettamento è automatico, a meno che si
dichiari di non avvalersi dell'insegnamento
della religione cattolica. Gli argomenti dei
critici della sentenza avrebbero maggior peso,
se cominciassero ad accettare che l'insegnamento
sia impartito soltanto a chi ne faccia espressa
richiesta e che,sempre a richiesta, gli studenti
e le loro famiglie possano richiedere
l'insegnamento di altre religioni o di storia
delle religioni o del pensiero razionalista,
agnostico o ateo, impartito da insegnanti
reclutati senza preventivo gradimento di
qualsivoglia istituzione od organismo religiosi.
La difesa della laicità delle istituzioni non è
di sinistra, piuttosto che di destra, dovrebbe
essere espressione del comune sentire
democratico e costituzionale e, pertanto
sorprende che il PD in quanto Partito sia stato
zitto, mentre abbiano parlato in assonanza col
Governo e la Cei diversi suoi esponenti. Viviamo
in tempi brutti ed il tragico è che il peggio
può ancora accadere, come nelle previsioni
dell'ottimista del famoso aneddoto russo.
*del Circolo LA RIFORMA, Milano 28 agosto
2009 www.aprileonline.info
Bieco illuminismo? No, siete voi
l'oscuro medioevo
di Marco Mori
(Facebook 12 agosto 2009)
Leggo
con stupore le
dichiarazione estive dei
monsignori di turno in
commento alla sentenza
del tar del Lazio sulla
presenza dei professori
di religione durante gli
scrutini.
http://www.corriere.it/cronache/...
E' vergognoso come
questi arzilli
vecchietti non si
coprano il capo, visto
il caldo, e la stampa
nostrana registri e
diffonda certe
farneticazioni al limite
dell'inverosimile e
della decenza.
L'Italia sarà anche a
maggioranza cattolica,
ma non è un Paese
cattolico, quindi non è
necessario un
insegnamento di
religione cattolica,
fatto a volte da suore
che lo scambiano per la
vecchia ora di
"dottrina" e fanno
scrivere sul quaderno il
padrenostro e l'angelo
custode. (mia
esperienza, scuole
superiori, fine anni
90).
Questo Stato vassallo
del Vaticano assume
gente selezionata e
CONTROLLATA dalle curie
per insegnare questa
pseudo-materia pagando
sti soldatini con soldi
di tutti. La beffa: chi
non si avvale
dell'insegnamento non ha
alternativa, perchè non
ci sono mai fondi per
fare qualcosa di altro
non solo di più
costruttivo che stare
ascoltare un poveretto
che ha bisogno del
vescovo per trovare
lavoro, ma anche
studiare in classe in
santa pace.
Vivaddio che il
concordato ha reso sta
materia facoltativa.
Quindi, se è facoltativa
non si capisce perchè i
(Non)insegnanti di
religione possono avere
il diritto di
partecipare alle
valutazioni e mettere
becco sulle valutazioni
di tutti.
é vergognoso inoltre che
sti agguerriti
politeisti, pagani e
cannibali (perchè la
variante cattolica del
cristianesimo è
diventata questo)
istighino partiti e
associazioni a fare
ricorso alla sentenza
del Tar: siamo in piena
violazione di accordi
concordatari.
la CEI è nella sostanza
la Cia del Vaticano che
opera in uno stato
estero, l'italia
Insomma, uno Stato
estero sta interferendo
PALESEMENTE con la
politica interna della
nostra Repubblica. Un
Paese decentemente
civile richiamerebbe
direttamente nunzio
apostolico, ambasciatore
e console e direbbe ai
vescovi di non
interferire con le
sentenze e la politica
nostrana.
Non solo fuori dagli
scrutini ma anche fuori
dai coglxxxi.
Ma tanto non mi aspetto
niente, nè da sto
governo (a cui la CEI,
per bocca dei sui
petulanti e assolati
monsignori, si accomuna
nell'accusare la
magistratura e infondere
clima di sfiducia nei
confronti dei giudici)
nè dalle opposizioni,
primo fra tutti il PD,
visto che fu proprio un
suo ministro a
permettere
all'insegnamento
cattolico di essere
parte integrante degli
scrutini, così come dei
suoi spioni-sacrestani.
E' ora di finirla:
Abolizione dell'ora di
religione cattolica
SUBITO!
Concorsi pubblici per
gli insegnanti di
religione. (che sappiano
almeno leggere e
scrivere e non che siano
bravi a far giocare i
bambini in parrocchia!)
Istituzione di un
insegamneto di storia
delle religioni e etica
pubblica. (il mondo è
entrato nelle nostre
classi e noi siamo
ancora lì ad usare i
crocifissi come clave
culturali... senza uno
straccio di politiche di
integrazione. IL
crocifisso non è un
simbolo italiano, ma
religioso).
Speriamo che la laicità
di sto paese tenga,
simbolo di libertà e non
di "bieco illuminismo".
Sono loro, arroccati in
vaticano ad essere il
buio, il passato,
l'oscurantismo, l'odio,
l'intolleranza e ogni
forma di MALE.
Liberi di non credere
19 settembre 2009:
Liberi di non credere - Presentazione e
rivendicazioni del meeting

19 SETTEMBRE 2009, ROMA
LIBERI DI NON CREDERE
primo meeting nazionale per un paese
laico e civile
Erano
pochi milioni, cent’anni fa. Oggi sono
circa un miliardo. Il formidabile
aumento del numero dei non credenti è
l’unica, rilevante novità nel panorama
religioso mondiale degli ultimi decenni.
Un fenomeno che, peraltro, nei paesi
democratici non accenna affatto a
fermarsi: una crescita che,
significativamente, non è il frutto
dell’opera di ‘missionari’ dell’ateismo
e dell’agnosticismo, ma l’esito di
centinaia di milioni di riflessioni
individuali. Circostanza ancora più
eloquente, la loro diffusione è maggiore
quanto maggiore è la diffusione del
benessere, dell’istruzione, della
libertà di espressione. Lungi dal
portare le società alla rovina, come
vaticinano leader religiosi incapaci di
trovare risposte più adeguate alla
secolarizzazione, atei e agnostici ne
rappresentano la parte più dinamica,
quella che più contribuisce alla loro
crescita: rispetto alla media della
popolazione sono più giovani, più
istruiti, più aperti al nuovo, più
tolleranti nei confronti di chi viene
troppo spesso dipinto come ‘diverso’:
stranieri, omosessuali, ragazze madri,
appartenenti a religioni di minoranza.
Quasi
ovunque il mondo politico ha registrato
questi cambiamenti, improntando le
legislazioni nazionali a norme sempre
meno dipendenti dall’etica religiosa
prevalente (ancora per quanto?), e
valorizzando per contro
l’autodeterminazione dei singoli
individui. Persino in una “nazione
cristiana” quale sono ritenuti gli Stati
Uniti, un americano su sette non
appartiene ad alcuna religione: non è un
caso che, nel suo discorso di
insediamento, Barack Obama abbia
esplicitamente riconosciuto il ruolo dei
non credenti.
Un solo
paese occidentale sembra fare eccezione,
nonostante la religiosità sia in calo
anche lì. È il paese con la classe
politica meno apprezzata, con i livelli
più bassi di libertà di espressione: un
paese che tanti, in patria e all’estero,
ritengono in declino. Quel paese è il
nostro, quel paese è l’Italia. Un paese
dove i non credenti sono i
paria
della società, relegati dalla legge (e
dal condizionamento sociale) a cittadini
di quinta categoria: l’incredulità viene
buona ultima, quanto a diritti, dopo la
Chiesa cattolica, le confessioni
sottoscrittrici di Intesa, i culti
ammessi e le confessioni non registrate.
Un paese dove si può essere censurati se
si tenta di scrivere che Dio non esiste.
Un paese dove, in televisione, è
impossibile ascoltare una critica alle
gerarchie ecclesiastiche.
Eppure gli
atei e gli agnostici non sono affatto
pochi: anche in Italia, un cittadino su
sette non crede. Ma nessuno lo ascolta.
Certo, il servilismo del mondo politico
e dei mass media italiani non teme, come
si è detto, confronti con altri paesi.
Ma anche gli increduli hanno le loro
responsabilità. Se vogliono non essere
discriminati sui luoghi di lavoro; se
desiderano che i loro figli, a scuola,
non siano confinati in un ghetto; se non
accettano che ingenti somme delle
(scarse) finanze pubbliche finanzino
organizzazioni confessionali; se, in
poche parole, pensano che l’Italia debba
realmente essere uno Stato laico e
democratico, che tratta tutti i
cittadini allo stesso modo, è necessario
far sentire la propria voce. Finora non
è mai accaduto: mai atei e agnostici
hanno manifestato per i loro diritti
civili.
Atei e
agnostici non credono nei miracoli:
sanno benissimo che, per ottenere dei
cambiamenti, è necessario darsi da fare.
È dunque venuto il tempo, anche per i
non credenti, di mobilitarsi. Per questo
motivo l’UAAR, l’associazione di
promozione sociale che unisce gli atei e
gli agnostici, indice per
sabato
19 settembre, alle ore 15,
nell’area antistante lo stadio Flaminio
(Piazzale Ankara) a Roma
LIBERI DI NON CREDERE
primo meeting nazionale per un paese
laico e civile
La data
scelta non è casuale. I diritti dei non
credenti possono essere riconosciuti
solo laddove non c’è alcuna religione di
Stato, di fatto e/o di diritto. Il 20
settembre 1870 non venne meno solo una
religione di Stato; fu abbattuto un
regime teocratico all’interno del quale
era impossibile dichiararsi
pubblicamente atei o agnostici. Molti,
quel giorno, ritennero a portata di mano
la realizzazione di una società, in cui
una libera Chiesa costituisse solo una
parte, non privilegiata, di un libero
Stato. Quel progetto, faticosamente
avviato, fu poi bloccato dal ventennio
fascista, dal cinquantennio
democristiano e da un quindicennio di
confessionalismo
bipartisan.
Ora
i tempi sono cambiati. Non intendiamo
rievocare con nostalgia l’epopea
risorgimentale: vogliamo invece
impegnarci nella costruzione di una
società moderna, laica, europea.
Vogliamo l’uguaglianza, giuridica e di
fatto, di credenti e non credenti
Vogliamo l’affermazione concreta della
laicità dello Stato
Vogliamo la fine di ogni privilegio, di
diritto e di fatto, accordato alle
confessioni religiose
Vogliamo che le concezioni del mondo non
religiose abbiano la stessa visibilità e
lo stesso rispetto delle concezioni del
mondo religiose
In
particolare, chiediamo:
Avvio di un processo per il superamento
del regime concordatario
Riconoscimento delle unioni civili
Aumento delle risorse pubbliche
stanziate per la ricerca scientifica
Rimozione degli ostacoli frapposti alla
contraccezione d’emergenza (c.d.
“pillola del giorno dopo”)
Abolizione dei limiti all’accesso alla
fecondazione artificiale introdotti
dalla legge 40/2004
Abolizione dell’obiezione di coscienza
nei reparti di ginecologia degli
ospedali pubblici
Introduzione della pillola RU-486 e
presenza capillare di consultori
pubblici
Legalizzazione dell’eutanasia attiva
volontaria
Riconoscimento delle direttive
anticipate di fine vita
Rimozione di ogni discriminazione basata
sull’orientamento sessuale
Possibilità per tutti i cittadini di
poter abbandonare formalmente la propria
religione
Disponibilità su tutto il territorio
nazionale di strutture per la cremazione
e di sale del commiato laiche
Disponibilità, su tutto il territorio
nazionale, di luoghi solenni e tempi
consoni per il matrimonio civile
Edifici pubblici laici, non
contrassegnati dal simbolo della Chiesa
cattolica
Rispetto delle leggi sull’inquinamento
acustico anche da parte delle
confessioni religiose
Abolizione delle leggi di tutela penale
in materia religiosa
Fine dei privilegi delle confessioni
religiose nelle strutture obbliganti
(ospedali, carceri, caserme...)
Riduzione dei tempi per l’ottenimento
della separazione e del divorzio
Introduzione del sistema tedesco, per il
quale solo i contribuenti che vogliono
espressamente finanziare la loro fede
pagano la tassa di religione
Fine del versamento di fondi comunali
alle confessioni religiose quali oneri
di urbanizzazione secondaria
Una scuola pubblica laica: dove chi non
frequenta le ore di religione cattolica
non sia discriminato; dove lo stesso
insegnamento religioso cattolico sia
sostituito da educazione civica o studio
di religioni e filosofie non
confessionali; dove non si svolgano atti
di culto, visite pastorali o altre
azioni di evangelizzazione; dove si
insegnino l’evoluzionismo e il pensiero
critico; alla quale siano destinati i
fondi attualmente riversati su un
sistema di scuole private ghettizzante e
inefficiente.
UAAR.it 2009
Testamento biologico: Veronesi pubblica
il suo
Al X municipio di
Roma si istituisce il registro delle intenzioni di fine vita
Il disegno di legge sul testamento biologico già approvato al
Senato e che dovrà passare il vaglio della Camera, ha ripreso ad
occupare il centro della scena del dibattito. Lo scienziato
Umberto Veronesi ha reso pubblico il suo testamento biologico
redatto, con l'aiuto degli avvocati della sua fondazione, in
modo da rendere le dichiarazioni non vincolanti sotto il profilo
giuridico per il medico, ma nel caso fossero disattese
obbligheranno il medico curante a renderne conto al fiduciario,
cioè alla persona indicata nel documento come garante
dell’attuazione del testamento:
Io sottoscritto Umberto Veronesi, nato a Milano il 28 novembre
1925, nel pieno delle mie facoltà mentali e in totale libertà di
scelta, dispongo quanto segue: in caso di malattia o lesione
traumatica cerebrale irreversibile e invalidante chiedo di non
essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico o di sostegno
(nutrizione e idratazione). Nomino mio rappresentante fiduciario
mio figlio Paolo Veronesi. Queste mie volontà dovranno essere
assolutamente rispettate dai medici che si prenderanno cura di
me. Una copia di queste mie volontà saranno depositate presso lo
studio del notaio …, Milano».
A Roma intanto la giunta del X municipio, quello di Cinecittà,
ha fatto da apripista, come già accaduto per il registro delle
unioni civili, e ha approvato e realizzato in questi giorni il
registro del testamento biologico. Il registro evita così di
dover depositare davanti a un notaio (pagando il relativo costo)
le proprie volontà sul fine vita utilizzando le strutture
municipali e spendendo 0,26 euro per l'atto notorio. «La base
legislativa si fonda sul principio che ciò che non è proibito
dalla legge è consentito – ha sottolineato il presidente del X
municipio Sandro Medici - proprio per questo abbiamo pensato di
istituire un registro in cui venissero raccolte, su base
volontaria, le intenzioni di chi non vuole essere tenuto in vita
per forza. Il Municipio ha voluto inviare un segnale politico
forte in un contesto dove sono ancora molte le incertezze. Credo
sia importante che gli enti locali contribuiscano alla
discussione con degli atti propri per dare la possibilità a
quanti vogliono di poter scegliere in piena libertà». Per
registrare il proprio testamento bisogna chiamare l'ufficio
relazioni con il pubblico e prendere un appuntamento. L'idea è
nata durante un convegno organizzato a novembre dalla moglie di
Piergiorgio Welby, Mina, che ha la delega ai Diritti civili del
X municipio.
Due giorni fa un malato di Sclerosi amiotrofica laterale, Paolo
Ravasin ha inviato un video di protesta al presidente della
Repubblica e ai presidenti di Camera e Senato «con grande
tristezza - ha affermato Ravasin - ho appreso la notizia
dell'approvazione al Senato della legge formalmente sul
testamento biologico, ma sostanzialmente contro il testamento
biologico, che rende carta straccia le mie direttive anticipate
ed in particolare la mia decisione di non sottopormi ad
alimentazione e nutrizione artificiali quando non sarò più in
grado di nutrirmi e bere naturalmente». (www.larinascita.org 27
aprile 2009)
Ratzinger "contro l'Aids i
preservativi non servono
anzi aggravano il problema"
L'alternativa è
“l'umanizzazione della sessualità”, cioè astinenza e castità
Il primo viaggio di Benedetto XVI in Africa si apre con dure
polemiche determinate dalle parole dette ai giornalisti sul
dramma dell'Aids che colpisce pesantemente il Continente.
I dati relativi al numero dei sieropositivi
nel mondo, danno il grave primato proprio all'Africa con il 67%
di tutti i malati del pianeta. Di fronte a questa realtà
drammatica il Papa ha voluto ribadire le sue posizioni
affermando che per «vincere l'Aids non servono i preservativi»
ma «l'umanizzazione della sessualità e una vera amicizia verso
le persone sofferenti». Prendendo le distanze da numerosi
sacerdoti cattolici che distribuiscono i profilattici in Africa
gratuitamente davanti al dramma della malattia e, sia pure, come
«male minore» ha aggiunto che queste pratiche aggravano il
problema anzichè risolverlo.

Secondo il Papa invece è necessaria una «purificazione dei
cuori» e la cura gratuita dei malati. «Di fronte al dolore o
alla violenza, alla povertà o alla fame, alla corruzione o
all'abuso di potere - ha affermato - un cristiano non può mai
rimanere in silenzio». Le parole di Ratzinger sull'Aids sono le
parole di una chiesa che cerca certezze nel passato. Un passato
di oscurantismo e sessuofobia. Un passato che privilegia la
condanna al posto della comprensione. Un passato che è al centro
della crisi profonda del cattolicesimo, come sono in molti a
sostenere dall'interno della chiesa di Roma. Quando Leonardo
Boff, uno dei grandi esponenti della Teologia della liberazione,
affermava all'indomani dell'elezione di Ratzinger che si sarebbe
trattato di un «Papa difficile da amare», aveva colto nel
segno.(www.larinascita.org 19 marzo 2009)
Un manifesto per la scomunica
di Paolo Izzo,
La
terribile vicenda della novenne brasiliana che
ha abortito e della conseguente violenza
dell'arcivescovo di Recife ai danni dei medici e
della madre della bambina, mi impone di
riprendere con forza una battaglia iniziata due
anni orsono affinché la Chiesa cattolica
scomunichi pubblicamente tutti, ma proprio tutti
coloro i quali contravvengono a quelli che essa
ritiene dogmi. Parlamentari, medici,
giornalisti, giudici, avvocati, scienziati,
opinionisti: scomunichino tutti quelli che
lottano ogni giorno per l'affermazione dei
diritti umani e civili!
L'intento della mia "provocazione" è quello di
provare a mettere a nudo una verità...
statistica: a nome di quante persone, in realtà,
le gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo
parlano? Se, per coerenza e per diritto
canonico, esse scomunicassero in un sol colpo
tutti gli "eretici", in quanti rimarrebbero a
tentare di dettare "legge"?
Cominciai nel 2007, con una lettera pubblicata
dal Riformista il 5 maggio; ad essa ne seguirono
decine e forse centinaia, che il giornale in
parte pubblicò per giorni e giorni... Tantissimi
organi di informazione ripresero e rilanciarono
l'iniziativa nata così spontaneamente (anche
quella volta il pretesto fu la scomunica da
parte dell'arcivescovato messicano contro i
parlamentari di quel paese che avevano votato un
legge per l'aborto): oltre ad Agi, Apcom,
Aprile, Agenzia Radicale, Liberazione e tanti
siti e blog, se ne dovette occupare persino
l'Avvenire. Altre furono le incursioni del
sottoscritto sulla stampa e attraverso internet
ed ogni volta avevano un seguito di indignazione
contro le ingerenze vaticane e di sostegno alla
causa. Una nutrita rassegna dal 5 maggio a tutt'oggi,
potete leggerla qui:
www.paoloizzo.net/scomunicateci.htm.
Vi segnalo infine che nelle ultime settimane
ho ideato anche una sorta di "manifesto
per la scomunica", proponendolo come
descrizione del gruppo di Facebook
"Scomunicateci", che in pochi giorni ha ricevuto
1000 iscrizioni!
Lo trovate qui di seguito:
Manifesto per la
scomunica:
Scomunicateci.
Siamo atei.
Siamo a favore della contraccezione, dell'amniocentesi
e della epidurale, della fecondazione assistita
omologa ed eterologa, dell'interruzione
volontaria di gravidanza,
della "pillola del giorno dopo" e della RU-486,
della ricerca sulle cellule staminali
embrionali, dell'eutanasia
e del testamento biologico.
Formiamo coppie di fatto,
senza firmare contratti o matrimoni.
I nostri figli non li battezziamo e li
esoneriamo dall'insegnamento della religione
cattolica.
Preferiamo pensare, invece di credere.
E pensiamo a una nascita umana sana, uguale per
tutti, senza perversioni e senza peccato
originale. Perciò il Bene per noi è sinonimo di
etica umana e di sanità mentale.
Riteniamo che la Chiesa non si
sia mai evoluta,
se non perché costretta dagli Stati laici, come
il nostro non sembra essere piú.
Ugualmente, sosteniamo che il clero è una lobby
di potere politico ed economico;
e che il Vaticano è uno Stato straniero, con le
sue regole,
il suo piccolo territorio e le sue grandi brame
di espansione.
E nemmeno chiediamo che si
torni alle origini, come si dice:
a Gesù, a san Francesco o alla madonna;
perché per noi essi sono astrazioni, figure
mitologiche,
né più né meno di Giove, Bacco e Artemide.
Perciò vogliamo starne fuori:
se la Chiesa o il nostro Stato parleranno a nome
della cristianità, non parleranno piú a nome
nostro.
Vogliamo essere liberi di sognare,
di pensare alle donne e agli uomini come noi,
di occuparci dei nostri bisogni e delle nostre
esigenze di esseri umani, fatti di psiche e di
biologia
e nati non prima di aver visto la luce con i
nostri occhi.
E morti quando non potremo più pensare di essere
vivi.
Tutto questo può bastare per
essere scomunicati?
Riteniamo di sì.
( www.aprileonline.info
11 marzo 2009)
Don Ottaviano ... prete fascista
Ufficio stampa PdCI Torino 3 marzo 2009
Il Segretario della Federazione dei Comunisti Italiani di Torino,
Maurizio Calliano, si dichiara basito delle dichiarazioni rilasciate dal
parroco della Barriera di Milano, Don Ottaviano, nell'intervista
pubblicata sul quotidiano "La Stampa" di oggi.
"Don Ottaviano lamenta che nel 2008 ha celebrato solo 14 matrimoni e
coglie l'occasione per scaraventare addosso agli extracomunitari la
responsabilità di questo evidente fallimento della chiesa.
"Don Ottaviano evidentemente non si rende conto che questo paese
governato dai suoi amici fascisti impedisce ai giovani di costruirsi un
futuro. I nostri giovani non trovano un lavoro o se lo trovano sono
costantemente sotto il ricatto di contratti precari, che talvolta durano
meno di una settimana! In queste condizioni come è possibile costruirsi
una famiglia?
"In stile tipicamente fascista, il prete gladiatore se la prende con le
donne dal viso coperto dal velo, con i bambini extracomunitari sporchi
che non sanno neanche fare la pipi, e disprezza gli zingari. Chiude
l'intervista minacciando addirittura le bastonate per alcuni, quelli che
vivono il disagio profondo.
"Ottaviano è connivente con chi, alla testa del paese, lavora
scientificamente per alimentare l'odio razziale e la paura del diverso.
Questa chiesa classista e retrograda continua a riceve sovvenzioni di
ogni tipo e non perde l'occasione per dettare le condizioni ad uno stato
che la nostra Costituzione - nata dalla Resistenza - vorrebbe laico.
"Si sa, i fascisti con la tonaca talvolta sono peggiori dei fascisti
borghesi!"
Il
crocefisso è un simbolo religioso
non un
simbolo da usare a fondamento dei valori civili
Le
ragioni addotte dal professor Franco Coppoli per giustificare il
suo gesto di rimuovere il crocifisso nell’aula durante la sua
lezione non hanno convinto i cinque componenti del Consiglio di
disciplina del Cnpi (Consiglio nazionale della pubblica
istruzione), che hanno espresso parere favorevole alla sua
sospensione per un mese dal servizio. La sospensione è stata
inflitta dal Direttore dell’Ufficio scolastico regionale
dell’Umbria.
Il procedimento è
stato attivato in seguito alla denuncia del dirigente scolastico
dell'istituto Giuseppe Metastasio di Terni dove il docente
insegna. Il dirigente scolastico ha sostenuto pubblicamente di
avere il dovere di fare "rispettare la volontà degli studenti",
di coloro che si erano lamentati e che durante un’assemblea
studentesca avevano ottenuto l’approvazione di una mozione che
vuole il crocifisso alle pareti.
E’ l’ennesimo
episodio di una lunga contesa sulla strumentalizzazione del
crocifisso sottratto al suo profondo significato religioso e
diventato, secondo una sentenza del Consiglio di Stato che
contraddice clamorosamente il principio della laicità dello
Stato, un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento
dei valori civili, che sono poi i valori che delineano la
laicità nell’attuale ordinamento dello Stato.
L’Associazione Per la
Scuola della Repubblica e il Comitato Nazionale Scuola e
Costituzione, nello schierarsi a difesa del professor Coppoli,
riaffermano la loro denuncia di tale strumentalizzazione. Le due
Associazioni, nel ribadire che la presenza del crocefisso nelle
aule scolastiche non può essere decisa da maggioranze variabili,
richiamano la sentenza n. 439 / 2000 della IV sezione penale
della Corte di Cassazione che afferma l’incompatibilità
dell’esposizione del crocifisso nelle sedi statali con i
principi costituzionali di laicità e uguaglianza e col diritto
alla libertà di coscienza in materia religiosa. Giova inoltre
ricordare che proprio in data odierna la Corte di Cassazione ha
concluso con l’assoluzione l’annosa vicenda del giudice
Luigi Tosti denunciato e sospeso dal proprio ufficio per aver
rifiutato di esercitare la funzione di giudice in un’aula alle
cui pareti fosse appeso il crocefisso.
Tutto ciò rende
ancora più grave e incomprensibile il provvedimento emesso
contro il professor Franco Coppoli.
Roma, 19 febbraio
2009
Comitato “Per la scuola della
Repubblica” associazione onlus – Sede legale via La
Marmora 26 50121, Firenze; operativa via Papiniano 38,
00136 Roma,

Per Eluana
l'ultima Inquisizione
di Iaia Vantaggiato
Il Vaticano e i vescovi italiani non
si arrendono e a Giorgio Napoliatano chiedono di
ripensarci. Che firmi, il nostro presidente della
Reppubblica, quel decreto che secondo le migliori
intenzioni di Silvio Berlusconi dovrebbe tenere in vita Eluana
Englaro. Contro la sentenza della Cassazione e la
volontà di papà Beppino. Oggi Benedetto XVI, pur senza
mai citare Eluana Englaro, ha riaffermato «con vigore»,
in un messaggio per la 17/esima Giornata del Malato,
«l'assoluta e suprema dignità di ogni vita umana», a nche
«quando è debole e avvolta nel mistero della
sofferenza». Su Eluana è intervenuto anche il presidente
della Conferenza episcopale italiana, cardinal Angelo
Bagnasco. Suo un editoriale, pubblicato sull' "Avvenire"
solo con nome e cognome ma senza qualifica che parla di
"omicidio" e di "eutanasia mentre il segretario della
Cei, mons. Mariano Crociata, nega qualsiaisi «ingerenza»
vaticana negli affari interni dello stato italiano.
Uscito un po' a pezzi dal caso dei
vescovi lefebvriani, il Vaticano torna a ringalluzzirsi
sulla vicenda di Eluana Englaro. E si dichiara prima
entusiasta del decreto emanato dal governo, quindi
deluso dalla ferma risposta del presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano che cassa il decreto in
nome della Costituzione. È costernato il cardinal
Martino, presidente di «Giustizia e pace», che il
decreto approvato dal consiglio dei ministri vedeva in
perfetta armonia con il dettato costituzionale.
Costernato e disorientato: ma come, «la Repubblica nelle
sue leggi tutela la vita umana fino alla fine naturale.
Che cosa vuol dire adesso? Che la Repubblica quella vita
non la tutela più?». E sullo stato attuale di Eluana
Englaro cui i medici hanno cominciato a ridurre
l'alimentazione, sinistre suonano le parole di Martino:
«Si fa morire una persona assetata e affamata, questo
non è umano».
Pieno sostegno della Santa Sede anche all'ipotesi,
prospettata da Berlusconi, di varare entro tre giorni
una legge sul testamento biologico mettendo mano alla
Carta Costituzionale: «Tutto quello che si può fare -
sostiene ancora il cardinal Martino - per salvare una
vita e non introdurre per vie traverse l'eutanasia in
Italia va fatto».
Ora sulle dichiarazioni che arrivano dalla Santa Sede e
dintorni si potrebbe continuare per ore ma ciò che
veramente colpisce - oltre all'inaccettabile ed ennesima
ingerenza del Vaticano nelle questioni dello stato
italiano - è il protagonismo con cui la Santa Sede
pretende di blandire i temi della vita e della morte,
dell'etica e della bioetica. Detto in altri termini,
l'impegno del magistero cattolico ad acquisire su questi
temi competenza esclusiva.
C'è da chiedersi se tutto ciò sia merito del Vaticano o
demerito di una classe politica, quella italiana, sempre
più silente e reticente nel prendere di petto e
affrontare nelle sedi istituzionali le suddette
questioni sopra le quali - prima di tutte - svetta
quella della laicità dello stato. Si ha l'impressione
che tanto la sinistra radicale quanto quella moderata
considerino questo un problema secondario.
Non è, del resto, un fatto nuovo. Fa
parte della tradizione di una certa sinistra e dello
stesso Pci. Non fu Palmiro Togliatti a caldeggiare
l'approvazione dell'articolo 7 della Costituzione - «Lo
Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio
ordine, indipendenti e sovrani e i loro rapporti sono
regolati dai Patti Lateranensi» - sperando così di
evitare lo scontro con la Chiesa? Ma a che servì quella
decisione? Non certo a fermare la mobilitazione
sanfedista del '48 quando il clero scese in piazza
contro la Repubblica italiana.
Questo per quanto riguarda la storia mentre la cronaca
ci parla di una sinistra moderata - chiamiamo così il
Partito democratico di Walter Veltroni - sempre più
ostaggio della corrente teodem di Paola Binetti. Eppure
la laicità non è estranea a quel partito come dimostrano
le posizioni di Rosi Bindi o di Ignazio Marino.
Eppure la Chiesa di papa Ratzinger di quelle posizioni
non ha bisogno come non ha bisogno dell'eredità del
Concilio Vaticano II che, invece, cerca di mettere in
mora. Lo dimostra il caso dei vescovi lefebvriani
riabilitati eppur negazionisti. Lo dimostra il caso di
Eluana Englaro che vede la Chiesa intervenire sui temi
etici ora perché connessi con la chiesa stessa ora
perché - al contrario e paradossalmente - per niente
confessionali.
Quella intrapresa è una brutta strada. È la strada che
al dialogo religioso, come lo stesso pontefice Benedetto
XVI ha avuto modo di affermare, preferisce quello più
semplicemente «culturale».(Il Manifesto 7 febbraio 2009)
Grazie
papa
di Marco d'Eramo
Dobbiamo essere grati a Joseph Ratzinger. Non passa giorno che
il pontefice non ci ricordi quanto fu giusta e indispensabile la
lotta per la libertà di religione e dalla religione. Intorno al
letto di vita morente in cui da 17 anni giace Eluana Englaro, da
mesi le istituzioni danzano un macabro balletto al ritmo del
Vaticano. Ministri guaiscono e saltellano, cagnolini ammaestrati
a bacchetta dal porporato di turno. È insopportabile questo
clero che, contro le leggi dello stato, contro la volontà della
famiglia, contro le sentenze in più alto grado della
magistratura, s'intrufola persino nel sudario, s'impiccia delle
scelte più dolorose e silenti, quando l'affetto tra cari si
strazia sul filo da tagliare.
Se in regime di laicità e di separazione tra stato e chiesa è
possibile una tale invadenza, immaginiamo che inferno era quando
tutta la tua vita sociale era appesa all'arbitrio di un curato.
Ancora nel 1968, per ottenere il passaporto era necessario un
certificato di buona condotta vincolato al parere del parroco (e
del portiere). Un prete poteva vietarti di andare all'estero. E
se convivevi con un/a partner, il vescovo vi scomunicava e vi
tuonava «pubblici concubini!» dal pulpito di una cattedrale.
Quando non s'impiccia d'Eluana, il Vaticano manda a quel paese
persino un benpensante come Gianfranco Fini, solo perché ha
osato dire quello che a Roma sanno anche le pietre, in
particolare le pietre del ghetto, abolito solo qualche papa fa:
e cioè che la Chiesa non si oppose allo stremo contro le leggi
razziali emanate da Benito Mussolini nel 1938. Così la Santa
sede riscrive la storia, si assolve dai propri peccati, col solo
dichiarare di non averli commessi, si arroga quel potere che
Pier Damiani concedeva solo a Dio, e cioè di poter fare in modo
che quel che è stato non sia stato. Quando non si ricrea
un'innocenza razziale, la curia s'inventa la geniale categoria
di «statolatria» e attacca la Spagna di José Zapatero: con le
sue leggi vuole controllare ogni ambito della vita e «obbliga le
famiglie a scegliere determinate materie non d'istruzione, ma
d'indottrinamento» (sic dixit Monsignor Angelo Amato).
Non paga, la Santa sede apre anche un altro fronte, trova il
modo d'infilarsi nella nostra biancheria intima (perché non
vuole affatto controllare ogni aspetto della nostra esistenza) e
a proposito dei gay spara ad alzo zero sulle Nazioni unite - e
sulla Francia del conservatore Nicholas Sarkozy per
soprammercato. Quest'attacco dell'Osservatore romano è un
gioiello di paralogismo che così ragiona: garantire la libertà
di matrimonio ai gay mette in pericolo la libertà di espressione
religiosa perché allora la religione non sarebbe più in grado di
condannare i matrimoni gay. Come dire che garantire la libertà
di pensiero mina la libertà religiosa perché impedisce al papa
d'imporre il principio di autorità. Non stupisce che sofisti
tanto virtuosi scoprano che nella nostra Italia papalina «è in
atto una persecuzione anticristiana».
Viene da chiedersi il perché di tanto nervosismo - ormai
scomposto, persino sguaiato - proprio quando il Vaticano ha
ritrovato in Italia uno strapotere che non conosceva da secoli.
Invettive e anatemi si moltiplicano. Nessuno è risparmiato
(tranne forse qualche pellegrino polacco per la Madonna nera di
Czestochowa).
Insomma, della modernità non gli va bene nulla. Dai, per Natale
regaliamo un viaggio a tutta la Curia: offriamo un biglietto
charter di sola andata per l'alto Medioevo. Così si ritroveranno
nell'epoca dei loro sogni.(www.ilmanifesto.it 22 dicembre 2008)
Gli
embrioni sono persone...
No
agli anticoncezionali e agli studi su embrione, sono persone
Con
un documento dal nome “Dignitas personae”, ma che con la dignità
delle persone ha poco a che fare, il Vaticano torna a parlare di
bioetica e a cercare di porre i propri limiti alla scienza. Il
presupposto da cui si parte è che l'embrione ha fin dall'inizio
la dignità propria della persona e per questo va difeso, poco
importa se ciò va a scapito della possibilità di curare uomini e
donne o se incide sulla libertà di scelta degli stessi. Gli
esperti del Vaticano dicono quindi no alla ricerca sulle cellule
staminali embrionali, no alla crioconservazione degli embrioni e
ovviamente nessuna ammissione per la clonazione di cellule,
anche a scopo terapeutico. No ancora all'utilizzo della pillola
del giorno dopo e a tutti gli anticoncezionali responsabili in
varia misura di forme più o meno esplicite di aborto. E'
inconcepibile la diagnosi preimpianto ed infine è dura la
condanna delle tecniche di ingegneria genetica «perché in nessun
caso l'uomo deve sostituirsi al Creatore».(www.larinascita.org
13 dicembre 2008)
Il
Vaticano sull'embrione
L'embrione umano ha
«dignità di persona», la «sperimentazione
selvaggia» pone interrogativi anche ai laici
e i tempi potrebbero essere maturi per uno
«sforzo comune» di credenti e non credenti
sulla bioetica. Così è nata la Istruzione
della Congregazione per la dottrina della
fede «Dignitas personae», pubblicata ieri.
«L'embrione umano ha
fin dall'inizio la
dignità propria
della persona»,
afferma dunque
l'Istruzione, ed è
la prima volta in un
documento
dottrinario della
chiesa cattolica. E
da questo
riconoscimento di
dignità fa
discendere una serie
di restrizioni alla
ricerca e alla
prassi dei credenti,
dalla contraccezione
alla procreazione
assistita, fino
all'uso per la
ricerca delle
staminali embrionali
e ad alcune tecniche
genetiche.
Presentando il testo
alla stampa,
monsignor Rino
Fisichella ha
spiegato che i tempi
sono «favorevoli»
per uno sforzo
comune di «credenti
e non credenti» sui
temi della vita,
visto che viviamo
«un momento di
passaggio culturale
caratterizzato dalla
mutazione dei
concetti
fondamentali che
abbiamo usato fino
ad oggi», e questo a
causa della
«sperimentazione
selvaggia».
Il documento,
annunciato da tempo,
approvato dal Papa
lo scorso giugno, in
una quarantina di
pagine si propone di
aggiornare la «Donum
vitae» del 1987 che,
ricorda il testo
attuale, «non ha
definito che
l'embrione è
persona, per non
impegnarsi
espressamente su
un'affermazione di
indole filosofica».
«La realtà
dell'essere umano,
infatti, per tutto
il corso della sua
vita, prima e dopo
la nascita - afferma
la "Dignitas
personae" - non
consente di
affermare nè un
cambiamento di
natura nè una
gradualità di valore
morale, poichè
possiede una piena
qualificazione
antropologica ed
etica. L'embrione
umano, quindi -
prosegue il testo -
ha fin dall'inizio
la dignità propria
della persona».
Questa definizione
era stata già in
certa misura
prefigurata nel
discorso che
Benedetto XVI ha
fatto alla
Congregazione per la
dottrina della fede
il 31 gennaio 2008.
A partire dalla
Istruzione, ha
osservato il
segretario della
Congregazione per la
dottrina della fede
Luis Ladaria, «ci
vuole molto poco a
dire che l'embrione
è persona». Ma, ha
aggiunto monsignor
Fisichella, «il
dibattito filosofico
è ancora molto
complesso, ha
conseguenze anche
nell'ambito
giuridico e il
problema non è solo
lo spazio filosofico
ma anche lo spazio
giuridico: in alcuni
sistemi parlamentari
- ha sottolineato -
la persona viene
definita come
soggetto di diritti
umani a un
determinato momento,
in altri sistemi è
diverso». «Dato il
carattere dottrinale
di questo documento
- ha aggiunto - non
si può entrare nel
dibattito, ma certo
viene ribadito che
l'embrione ha una
dignità che è tipica
della persona
umana».
Il passo ulteriore
della «Dignitas
personae» rispetto
alla «Donum vitae»,
ha rilevato
Fisichella «non è un
escamotage, ma è un
modo per esprimere
l'identità
dell'embrione, per
dire che non è
"muffa" come pure
qualcuno ha
sostenuto ma una
vita a cui va
riconosciuta
dignità» e questa
definizione «non
entra nel dibattito
ma certamente
riconosce la realtà
dell'embrione».
Il Vaticano non ha
per il momento
intenzione di
affrontare un
aggiornamento delle
tematiche sul fine
vita. «Sul fine vita
la Pontificia
accademia per la
vita - ha informato
monsignor
Fisichella, che ne è
presidente - non sta
finora studiando
nulla». Monsignor
Ladaria ha aggiunto
che ci sono già
testi dottrinali sul
fine vita, sia della
sua Congregazione
che la enciclica di
papa Wojtyla
Evangelium vitae.
«Non c'è a questo
momento urgenza - ha
sottolineato - di
riproporre questioni
già proposte».
Tra le reazioni,
fortemente critica
quella di Silvio
Garattini, direttore
dell'Istituto di
ricerche
farmacologiche Mario
Negri di Milano,
secondo il quale è
«inaccettabile che
il Vaticano dia
indicazioni a tutti
i ricercatori, che
invece devono
compiere il loro
lavoro secondo
coscienza». (Il
tempo 13 dicembre
2008)
Guzzanti, cosa
resta della polemica
La
decisione del ministro della Giustizia di non
procedere contro la comica per le sue parole
verso il Papa è positiva. Ma la vicenda resta e
verrà ricordata come un tentativo di affossare
il diritto di libertà d'espressione
di Alessandro Chiometti
Ovviamente
c'è da rallegrarsi della decisione presa dal
guardasigilli Alfano che, evidente travolto da
un inspiegabile ventata di buon senso in un
paese in piena deriva clericale, ha negato
l'autorizzazione a procedere contro Sabina
Guzzanti per le presunte "offese" al papa
durante il "No cav day" dell'8 Luglio scorso.
A prescindere dalle
giustificazioni del ministro della Giustizia
volte ad enfatizzare la bontà papale "in grado
di perdonare qualunque offesa" o dalla
interpretazione molto più realistica data da Di
Pietro, il tutto verrà comunque ricordato come
un clamoroso tentativo di intimidire chi intende
avvalersi del diritto di libertà di espressione.
Certo, per gli amanti della
farsa non è una buona notizia... sarebbe stato
interessante assistere ad un processo con
"scenette" di questo tipo:
Accusatore: "la sig.ra
Guzzanti è accusata di vilipendio contro il Papa
per averlo arbitrariamente collocato all'inferno
in un prossimo futuro"
Giudice: "ci sono dei
precedenti al riguardo?"
Difensore: "...mah, ci
sarebbe un certo Dante Alighieri padre della
lingua italiana..."
OPPURE
Lettura della sentenza: "si
ritiene dunque illegale collocare
arbitrariamente chi non piace o chi si reputa
che si stia comportando in modo disdicevole nel
cosidetto 'inferno'. La sig.ra Sabina Guzzanti è
condannata a pagare tot migliaia di euro e
contemporaneamente sono da ritenersi, da oggi,
illegali nel nostro paese tutte le principali
religioni monoteistiche della terra".
Ma tant'è, per questa volta
gli amanti della farsa dovranno accontentarsi
dei commenti dell'Avvenire...(AprileOnline 20
settembre 2008)
CITTA'
DEL VATICANO - Media
colpevoli di diffondere
"l'individualismo, l'edonismo".
L'atto di accusa è di Benedetto
XVI, nel discorso ai vescovi di
Panama ricevuti ricevuti a
Castel Gandolfo per la visita
"ad limina", ovvero il
tradizionale incontro che ogni
cinque anni i vescovi di un
Paese o regione ecclesiastica
hanno con il Papa.
La "crescente secolarizzazione
della società che pone il mondo
e l'umanità ai limiti della
trascendenza", ha detto il Papa,
sta invadendo "tutti gli aspetti
quella vita quotidiana,
favorendo una mentalità nella
quale Dio è assente
dall'esistenza e dalla coscienza
umana". Questa mentalità, ha
affermato, "si serve spesso dei
mezzi di comunicazione sociale
per diffondere l'individualismo,
l'edonismo, ideologie e costumi
che minano i fondamenti stessi
del matrimonio, della famiglia e
della morale cristiana".
Ratzinger ha invece lodato
l'operato dei missionari e
missionarie a Panama e il fatto
che "con abnegazione, molte
famiglie vivono in patria
l'ideale cristiano, in mezzo a
non poche difficoltà, che
minacciano la solidità
dell'amore coniugale, la
paternità responsabile e
l'armonia e stabilità dei
matrimoni".
"Non saranno mai abbastanza gli
sforzi per sviluppare una
pastorale familiare vigorosa -
ha sottolineato Benedetto XVI -
che inviti le persone a scoprire
la bellezza della vocazione al
matrimonio cristiano, a
difendere la vita umana dal
concepimento al suo termine
naturale, a costruire focolari
domestici nei quali i figli
vengano educati nell'amore alla
verità del Vangelo e ai solidi
valori umani". (La Repubblica 19
settembre 2008)
"Onorata per la
denuncia"
Stiamo tornando al fascismo, complimenti al Pd»
«Sono onorata per
questa denuncia, certo Alfano potrebbe non autorizzare ma mi
pare che possa ben sperare». Parole di Sabina Guzzanti, che
commenta così la decisione della Procura di Roma di avanzare al
ministro della Giustizia la richiesta di procedere nei suoi
confronti per vilipendio alla religione, dopo gli
insulti al Papa pronunciate durante la manifestazione di
Piazza Navona dell'8 luglio scorso.
«Non vi fate spaventare - scrive ancora la comica in un
intervento sul suo sito
www.sabinaguzzanti.it - sono gesti intimidatori perché non
pensiate che si possa dire impunemente quello che si pensa.
Invece si può e perderanno loro. Invece si può e la
soddisfazione che si prova è impareggiabile». Per Guzzanti
«stiamo tornando a un regime fascista. Complimenti D'Alema,
complimenti Veltroni, complimenti Finocchiaro e company. Siete
davvero dei portenti. Complimenti anche ai loro indegni
supporter supportati che scrivono sui giornali. Avete sostenuto
tutte le campagne contro la giustizia, contro le istituzioni
democratiche e ora finalmente siamo in una dittatura. I primi a
rimetterci sarete voi. Ma non voglio anticiparvi nulla -
conclude Guzzanti -. Non vedete a un palmo dal vostro naso e il
mondo per voi deve essere una continua sorpresa o spavento».(12
settembre 2008)
Trapianti, il
Vaticano smentisce l'Osservatore
di Marzia Bonacci
Il
Vaticano smentisce il suo stesso quotidiano e fa
sapere che in materia di trapianti la posizione
della Chiesa "non cambia, rimane la stessa di
quarant'anni fa". Fedele a se stessa, dunque, e
alla linea di appoggio che allora, nel 1968, la
Santa sede scelse verso il documento ratificato
dalla Harvard Medical School, quello cioè che
indica nella fine delle attività celebrali, e
non più in quelle cardio-respiratorie, il
criterio di riferimento per accertare la morte
umana. Una precisazione resasi necessaria dopo
l'articolo pubblicato dall'Osservatore Romano a
firma della storica cattolica Lucetta Scaraffia.
Un intervento in cui la studiosa mette in
discussione proprio questo criterio scientifico,
di fatto alimentando dubbi anche verso la
pratica dell'espianto e della donazione degli
organi che esso rende possibili. L'accertamento
della morte con parametri celebrali, spiega
invece il Pontificio consiglio per la pastorale
della salute, resta "un paradigma scientifico...assolutamente
compatibile con una visione personalistica
dell'essere umano". Perciò quanto sostenuto
dalla storica, fa sapere il Vaticano, "è
un'opinione personale".
Nel suo articolo pubblicato
come editoriale di prima pagina, Scaraffia
solleva dei dubbi sulla validità della morte
celebrale come parametro di riferimento per
accertare il decesso della persona, appellandosi
ai "progressi della ricerca scientifica".
Inoltre sottolinea come la Chiesa, dichiarandosi
favorevole all'espianto e alla donazione di
organi, di fatto abbracci questo stesso criterio
e la definizione di morte che esso comporta. Il
punto, ricorda la studiosa, è che nella Città
del Vaticano non è utilizzata la certificazione
di morte celebrale e lo stesso cardinal
Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, nel 1991
avvertì il pericolo di questa adesione, perché
in futuro quelle persone che per "malattia o un
incidente cadranno in un coma irreversibile,
saranno spesso messi a morte per rispondere alle
domande di trapianti di organo o serviranno alla
sperimentazione scientifica".
Ma i dubbi della studiosa non
convincono oltre Tevere, dove la linea ufficiale
rispetto alla materia in questione rimane la
stessa inaugurata da Papa Pio XII e poi
confermata dallo Giovanni Paolo II, quando
sostenne nella sua Evangelium vitae che "tra i
gesti che concorrono ad alimentare un'autentica
cultura della vita merita un particolare
apprezzamento la donazione degli organi". Mentre
rispetto ai criteri scientifici per stabilire il
confine fra vita e morte, Giovanni Paolo II
sottolineava come "sia che ci si riferisca ai
segni encefalici, sia che si faccia ricorso ai
più tradizionali segni cardio-respiratori, la
Chiesa non fa opzione scientifiche ma si limita
ad esercitare la responsabilità evangelica di
confrontare i dati offerti dalla scienza medica
con una concezione unitaria della persona
secondo la prospettiva cristiana". Una posizione
che se apriva alla donazione degli organi,
comunque non negava l'importanza di una
discussione sul tema per arrivare "a meglio
precisare i criteri di giudizio in base ai quali
valutare quali tipi di trapianto possano
considerarsi moralmente ammissibili", ammetteva
Karol Wojtyla. In fondo, anche il riferimento
della Scaraffia alle posizione dell'attuale
pontefice ed ex cardinale appare contestabile:
lo stesso Ratzinger, fa sapere il sito
dell'associazione, è iscritto all'Aido
(associazione italiana donatori di organi).
L'articolo dell'Osservatore
Romano ha sollevato la risposta critica del
mondo della scienza ma anche della politica,
soprattutto perché il parallelismo fra morte
celebrale e stato di coma vegetativo persistente
è apparso come un chiaro riferimento al caso di
Eluana Englaro, a cui proprio oggi la Regione
Lombardia, per voce del direttore generale della
Sanità Carlo Lucchina, ha chiuso la porta
rispondendo no alla richiesta avanzata dal
padre, Beppino, di sapere in quale struttura
poter ricoverare la figlia per interrompere il
trattamento che la tiene in vita, dopo che la
Corte d'Appello di Milano aveva autorizzato la
sospensione delle cure. Per non parlare del
fatto che si temono ripercussioni negative anche
sul numero dei donatori, come evidenzia l'Aido:
"si crea confusione in un paese dove gli organi
donati bastano ad un terzo delle persone che ne
hanno bisogno", dice il presidente Vincenzo
Passarelli. Secondo Maurizio Mori, che presiede
la Consulta di Bioetica, Scaraffia ha soltanto
diffuso "un inutile panico", mentre il suo
intervento non può che apparire come un
tentativo "di bloccare il caso Englaro e fissare
delle barriere alla possibile legge sul
testamento biologico". Per il direttore del
Centro Nazionale Trapianti, Alessandro Nanni
Costa, così come sostenuto anche dal medico che
segue la ragazza in coma da 16 anni, il primario
neurologo del Niguarda di Milano Alberto Defanti,
non è scientificamente corretto assimilare i due
stati clinici. "Nello stato vegetativo
persistente le cellule celebrali sono vive e
mandano segnali elettrici evidenziati in modo
chiaro dall'elettroencefalogramma, mentre nella
morte encefalica sono morte, non mandano segnale
elettrico e l'elettroencefalogramma risulta
piatto", spiega Costa. Una diversità che si
rende evidente anche sul piano della condizione
biologica come dimostrano i riscontri clinici,
oltre che su quello neurologico. In sostanza,
conclude Costa, nel coma prolungato "la persona
è viva". Il direttore del Cnt contesta anche
l'argomento della Scaraffia secondo cui i
progressi scientifici recenti renderebbero
superato il rapporto del 1968 che legittima i
trapianti: "non mi risulta che ci siano studi
che mettono in discussione i principi stabiliti
ad Harvard" afferma. Il rischio ora, evidenzia
Mario Riccio, medico che accompagnò alla morte
Piergiorgio Welby, è che la virtuosa pratica
della donazione degli organi subisca un arresto
come già accaduto nel 2000, quando "Celentano
sostenne che aveva dubbi sulla morte celebrale e
osservammo un calo delle donazioni". Una
eventualità che gli appare assurda soprattutto
perché innescata da un intervento, quello
dell'Osservatore Romano, che è "solo una
strategia politica" per "alzare il prezzo sui
temi della bioetica e creare barriere sempre più
alte". Stessa preoccupazione è stata espressa
dal senatore democratico e chirurgo Ignazio
Marino, che ha manifestato il medesimo timore.
Critica anche Paola Binetti:
"non ho nessun elemento di natura scientifica o
bioetica per cambiare opinione. Il magistero
della Chiesa rimane quello", ha fatto sapere
l'esponente teodem, che ha negato l'esistenza di
"elementi nuovi per modificare quella che è
stata una prassi finora eseguita e che ha una
serie di conferme scientifiche e di natura
bioetica".(AprileOnline 4 settembre 2008)
Ratzinger vota no
all'aborto, no al divorzio, no all'eutanasia
Duro intervento del Papa in chiusura di campagna elettorale
Il
divorzio e l’aborto sono «piaghe» che «tanta sofferenza
comportano nella vita delle persone, delle famiglie e della
società» e vengono circondati, nel mondo di oggi, da una
«congiura del silenzio» di matrice ideologica. Questa la parola
di fede pronunciata da Benedetto XVI in un discorso al congresso
“L’olio sulle ferite. Una risposta alle piaghe dell’aborto e del
divorzio”.
Una dura critica viene rivolta ai disvalori dominanti nella
società attuale: «In un contesto culturale segnato da un
crescente individualismo, dall’edonismo e, troppo spesso, anche
da mancanza di solidarietà e di adeguato sostegno sociale, la
libertà umana, di fronte alle difficoltà della vita, è portata
nella sua fragilità a decisioni in contrasto con
l’indissolubilità del patto coniugale o con il rispetto dovuto
alla vita umana appena concepita ed ancora custodita nel seno
materno».
Il divorzio e l’aborto continuano ad essere additate come «colpe
gravi» ma la Chiesa viene chiamata ad accostarsi a coloro che se
ne rendono responsabili «con amore e delicatezza, con premura e
attenzione materna». Perché gli uomini e le donne dei nostri
giorni si trovano «talvolta spogliati e feriti (…) spesso senza
che nessuno ascolti il loro grido di aiuto e si accosti alla
loro pena, per alleviarla e curarla». Il Papa parla di
«egoistiche complicità» verso un atto che rimane «una grave
ingiustizia (…) non in sé rimediabile» e si appella alle donne
“colpevoli” affinché si aprano «con umiltà e fiducia al
pentimento». Nessuna forma di rispetto per una decisione libera
e volontaria, seppur non facile, da parte di donne, che hanno il
diritto di determinare la propria vita e il proprio futuro.
Altrettanta attenzione deve essere rivolta alle «sofferenze,
talvolta traumatiche, che colpiscono i cosiddetti figli del
divorzio» perché è «inevitabile che quando si spezza il patto
coniugale ne soffrano soprattutto i figli, che sono il segno
vivente della sua indissolubilità». Per tutelare queste «vittime
innocenti dei conflitti tra i genitori che divorziano» la Chiesa
deve intervenire e operare per assicurare un’equilibrata
crescita psicologica e umana».
Nessuna considerazione per il dramma personale dei milioni di
uomini e donne che scelgono con coraggio e consapevolezza la
scelta del divorzio, pur con tutte le difficoltà familiari ed
economiche che ne derivano. Si tratta di decisioni ragionate e
sofferte da parte di persone che si ritrovano, sole, a dover
ricominciare e reinventarsi una vita e un futuro. E questa
scelta risulta essere anche la soluzione migliore per i figli
perché garantisce loro di crescere in un clima di serenità e di
ricevere l’affetto di entrambe i genitori.
Ma non è finita. Ratzinger rivolge un duro attacco anche nei
confronti del diritto all'eutanasia incontrando i partecipanti
all'Assemblea del Pontificio Consiglio per la Famiglia, dedicata
al ruolo dei nonni nella società di oggi. «Da più parti sembra
purtroppo avanzare la "cultura della morte", che insidia anche
la stagione della terza età», per questo bisogna impegnarsi
affinché «la vecchiaia, con i suoi problemi legati anche ai
nuovi contesti familiari e sociali a causa dello sviluppo
moderno, sia valutata alla luce della verità sull'uomo, sulla
famiglia e sulla comunità». (La Rinascita della sinistra online
7 aprile 2008)
Appello per la
laicità, valore costituzionale
Una
recente sentenza della Corte costituzionale ha definito la
laicità il principio supremo dell’ordinamento della nostra
Repubblica, perché racchiude in sé tutti gli altri valori
fondamentali, quali la libertà e l’uguaglianza dei cittadini ,
la democrazia e la solidarietà sociale.
La laicità è assunta dalla nostra Costituzione come strumento di
emancipazione da qualsiasi condizionamento ideologico, morale e
religioso ed è modo per affermare una propria autonoma tavola
dei valori cui ispirare le regole della convivenza civile.
Questi valori rappresentano la conquista piu’ significativa
perseguita nel corso della lotta di Resistenza contro la
dittatura fascista e la sua pretesa totalitaria di imporre una
religione di Stato, concepita come strumento di potere , di
captazione e di gestione del consenso. Contro la laicità dello
Stato è oggi in atto una offensiva senza precedenti. Ne sono
protagoniste tutte le forze conservatrici e reazionarie del
Paese. E, purtroppo, non solo queste. Sotto attacco sono, la
scuola pubblica, il diritto alla procreazione assistita, la
libertà della scienza e il suo ruolo nella società, le unioni
civili e, in particolare, la legge 194. Pur di fronte
all’evidenza incontestabile di una legge che è stata in grado di
ridurre considerevolmente il numero degli aborti e di eliminare
gli aborti clandestini, la legge 194 torna ad essere aggredita
perché si tenta ancora una volta di negare il diritto
all’autodeterminazione della donna e il rapporto inscindibile
tra questo diritto e l’inizio della vita. Del pari, si tenta,
aggredendo la libertà della scienza, di colpire il pensiero
critico e dubitativo che la modernità ci ha consegnato e sul
quale si fonda la secolarizzazione della società. In questione,
insomma, è l’idea stessa della libertà, premessa per lo sviluppo
umano, la crescita della società, la diffusione della conoscenza
e del sapere. Alla Sinistra anzitutto compete la responsabilità
storica di affermare, nel futuro Parlamento, con una azione
unitaria delle forze democratiche, il valore della laicità.
Valerio Pocar, Silvia Buzzelli, Carlo Flamigni, Margherita Hack,
Maria Pellegatta, Carlo Bernardini, Piergiorgio Odifreddi,
Marcello Cini, Roberto Fieschi, Rina Gagliardi, Daniela Polenghi,
Domenico Chiesa, Vito Francesco Polcaro, Gianni Bonazzi, Bruno
Moretto, Corrado Mauceri, Piergiorgio Bergonzi,Alba Sasso,
Giuseppe Musolino, Luciano Di Ienno, Jole Garuti, Irene Campari,
Donatella Albini
Per
aderire inviare una email a
silvia.buzzelli@unimib.it
(www.comunisti-italiani.it 28 marzo 2008)
Quando la chiesa
diventa spettacolo
Il battesimo di
Magdi Allam, operazione politica di sponda con Ratzinger
«Una scelta di fede religiosa e di vita personale (...) di un
privato cittadino». Queste sono parole contenute in una lettera
che Magdi Allam, vice-direttore ad personam del Corriere della
Sera, ha inviato al suo giornale che ha prontamente provveduto a
pubblicarla in prima pagina.
Allam si riferisce alla propria conversione al cattolicesimo,
sancita dal rito del battesimo del giornalista, officiato da
Benedetto XVI nella basilica di San Pietro la notte della
vigilia di Pasqua.
Fin qui nulla di strano, più o meno, se non fosse che questa
«scelta di fede religiosa e di vita personale», una conversione
appunto, un atto interiore, diventi un'offensiva politica e
culturale di primissimo piano, giocata sulla
spettacolarizzazione ed esasperazione di un conflitto di civiltà
e religioni che laddove non esiste, si inventa.
Sotto i riflettori dei mass media, quindi
questo atto di un «privato cittadino» è diventata l'occasione
per attaccare l'islam, bruciare quarant'anni di dialogo
intereligioso, offendere gli ebrei, con la preghiera per la loro
conversione, e tornare sempre più prepotentemente ad una chiesa,
e perché no, ad un società preconciliare.
Una fine operazione, questo va riconosciuto, giocata di sponda
con Ratzinger che, come ricorda Moni Ovadia in un'intervista
rilasciata a Liberazione, «è tornato all'idea di primazia del
cattolicesimo sulle altre religioni» dopo i pontefici precedenti
avevano scelto la via del dialogo e dell'ecumenismo.Del resto la
famosa lezione di Ratisbona che Benedetto XVI, nell'ambito della
Lectio magistralis su "Fede, ragione e università" tenuta il 12
settembre 2006 non può essere dimenticata.(la Rinascita online
25 marzo 2008)
La Chiesa al suo
posto
di Rossana Rossanda
Che campagna elettorale! Poche idee,
bassezze, graffi, scuse, perfino Vespa si annoia. Nel Popolo
della Liberta gli slogan di sempre sono pieni di disprezzo
per l'avversario. Berlusconi aggiunge una prudente allusione
ai tempi difficili che verranno - recessione, euro troppo
alto, petrolio alle stelle - per cui (ma non lo dice) si
stringerà la cinghia. Invece Veltroni gioca la carte delle
buone maniere anche se ieri gli è sfuggito un «chi vince
comanda», a prova che della de mocrazia
hanno la stessa idea.
Lui però non mette in guardia dalle imminenti vacche magre:
macché pericoli provenienti dall'esterno, sono state la
sinistra e i centro-sinistra a sbagliare tutto, facendosi
legare le mani dalla nefasta ideologia che contrapponeva
padroni e operai, proprietari e spossessati, beni privati e
beni pubblici. Usciamo da questa paralizzante menzogna! Lo
pensa anche Galli della Loggia. Passate le redini in mani
più giovani e refrattarie alle fantasie sociali l'Italia
rifiorirà.
Bankitalia e l'Ocse informano che abbiamo in Italia i salari
più bassi dell'Europa, neanche la Grecia, ma solo Bertinotti
raccoglie. Gli altri tacciono perché la Banca Centrale
Europea comanda: guai ad alzarli, i salari, sarebbe
l'inflazione. I salariati non hanno da fare che una cura
dimagrante in attesa di tempi migliori.
Eppure all'aeroporto mi hanno avvicinato due giovani, due
facce pulite: Questo Veltroni, quale speranza per noi! E lei
che ne pensa? Rispondo ridendo: Il peggio possibile.
Sorpresa. Li guardo, due ragazzi cui il leader rinnovatore,
le playstation e la tv assicurano che viviamo in un mondo
senza conflitti, eccezion fatta per l'amore, la mafia e il
terrorismo islamico. Che strada in salita li attende per
rimediare alla devastazione di quel minimo di critica
dell'economia e di spessore democratico cui eravamo
arrivati.
Non penso agli estremisti, ma a uno come Caffè, uno come
Bobbio, miti persone serie, anch'esse consegnate da Silvio e
Walter alle pattumiere della storia.
Non stupisce che nella generale piattezza tornino a brillare
le religioni con i loro lampi lontani, ma la vicina
tentazione di una nuova egemonia. Non tutte, intendiamoci,
da noi si agita la chiesa cattolica apostolica romana, cujus
regio ejus religio. Ratzinger parla dallo schermo ogni due
giorni più la domenica, negli altri predicano i cardinali
Bertone e Bagnasco. Degli altri culti approda in tv solo il
Dalai Lama, ma perché perseguitato dalla Cina. Non ci
arrivano le sue parole. Non la sapienza dell'ebraismo, non
quella dei protestanti: la comunità ebraica italiana si fa
sentire solo in politica, i secondi sono avvezzi a essere
ignorati.
Silvio e Walter e Casini omaggiano più di ogni altro il
Sacro soglio, ma con il ritorno del sacro hanno
frascheggiato tutti. Politici e filosofi, maschi e femmine
pensanti. Adesso che se ne vedono le conseguenze, più
interventismo che spiritualità, proporrei alla sinistra di
mettere fra le tre o quattro priorità un bel ritorno al
laicismo.
Eh sì. Si finisca di traccheggiare con «laicità sì, laicismo
no». E' una distinzione inventata da poco, che in parole
povere vuol dire: la Chiesa ingoi la separazione dallo stato
nei termini costituzionali, purché applicata «con juicio» e
con i consueti strappi sottobanco, tipo esenzione dalle
tasse e accomodamenti con la scuola privata . Ma ad essa lo
stato deve riconoscere la competenza sulla sfera morale e
del costume. Il bieco laicismo la nega, una laicità come si
deve è tenuta invece a riconoscere l'autorità del papa su
questo terreno.
Io penso che questa autorità non vada riconosciuta affatto.
Prima di tutto, come si può parlare di etica, di scelte
morali, là dove non esiste libertà di coscienza? Mi ha
sorpreso che uno dei nostri amici più colti, Massimo
Cacciari, abbia definito Karol Woytila come la più alta
autorità «morale» dei suoi tempi. Si può parlare di fede, ed
è vero che l'esperienza di fede può raggiungere grandi
altezze, affascinanti, tragiche. Si può ammettere che sono
spesso legati a una «rivelazione» gli squarci sapienziali
che intemporalmente ci parlano. Ma fede e sapienzialità
implicano una obbedienza che mette duri limiti al sapere
critico e ai suoi strumenti, senza i quali non si darebbero
né la modernità né un pensiero scientifico e tanto meno
politico. Tanto più che a imporre limiti e veti sono le
chiese, strutture del tutto terrestri e facilmente
prevaricanti. Non hanno persuaso per secoli che il potere
terreno fosse la mera proiezione della gerarchia teologica?
Non a caso la rivoluzione francese è dovuta passare
attraverso l'uccisione del re, autorità che si forgiava su
quella celeste e ne era consacrata.
Dalla secolarizzazione la chiesa cattolica apostolica romana
non si è mai rimessa. Spento Giovanni XXIII è stato tutto un
lento rimuovere quel che ad essa concedeva il Vaticano II.
Con Ratzinger la rimozione è diventata precipitosa. Specie
in Italia non deflette dal riguadagnare terreno. E' ridicola
l'argomentazione che si fa perché il Vaticano ha la sua sede
nel nostro paese. In realtà qui ha sede la classe politica
borghese più cedevole d'Europa. Il Vaticano neppure tenta in
Francia una incursione sulle leggi del 1905 (che sarebbero
di utile lettura ai nostri politici) e Zapatero ha messo un
alt secco al tentativo di intervenire sulle elezioni in
Spagna. Da noi i governi ritirano le leggi appena i vescovi
vi mettono il becco.
La vicenda dei rapporti italiani fra stato e chiesa è fin
paradossale. Il fascismo ha fatto il Concordato nel modo più
cinico: nelle scuole elementari si cominciava con una
preghiera ma poi si propinava in tutte le salse una
paganissima romanità. Dopo il 1945, il Concordato sarebbe
stato abolito se il miscrendente Togliatti non avesse scelto
di lasciarlo in piedi per timore di una guerra di religione
che isolasse i comunisti, e fu un errore, la guerra ci fu lo
stesso, i comunisti furono scomunicati. Sarebbe stato il
cattolico De Gasperi ad arginare le velleità integraliste di
Gedda, cosa che Pio XII non gli perdonò. Sempre
paradossalmente fu Craxi, primo ministro socialista, a
confermare e rimaneggiare il Concordato, mentre il credente
e praticante Scalfaro fu l'ultimo presidente della
repubblica a non inchinarsi al santo soglio. Poi c'è stato
il diluvio. Alla morte di Karol Woytila, un capo di stato
dietro l'altro finirono in ginocchio, mentre i leader dei
partiti di sinistra scoprivano di essere andati a scuola dai
salesiani. L'Opus Dei usciva con fragore alla luce dalla
clandestinità e la signora Binetti transitava direttamente
al Partito democratico.
Ecco dunque una bandiera da raccogliere da parte di una
sinistra che voglia restare una cosa seria. Raccogliere
bandiere lasciate cadere da qualcun altro ha un suono un po'
sinistro, ma afferrare quelle sventolate della chiesa
cinguettando con i vescovi è una patente regressione. Fino
al ridicolo. Come definire altrimenti la decisione del
comune di Roma di non celebrare unioni se non eterosessuali
perché il Sacro Soglio è collocato sul suo territorio? Come
lasciare che i vescovi mettano il veto a una legge del
parlamento sottoposta a referendum senza invitare il
Vaticano a restare al suo posto? Come assistere senza aprir
bocca ai ripetuti tentativi di questo o quel primate di
resuscitare il Non Expedit? Se è un affare interno della
Chiesa affossare passo a passo il Vaticano II, umiliando una
grande speranza dei credenti, sarà bene un affare interno
dello stato legiferare senza interferenze sulla famiglia,
sulla sessualità, sulla riproduzione, sul diritto di morire
con dignità. Da questi terreni che ineriscono alla più
intima libertà anche lo stato dovrebbe ritrarre il piede,
rispettando le scelte della persona, e prima di tutto quella
delle donne, da sempre ossessione e bersaglio d'una chiesa
tutta maschile. Una grande mutazione sta venendo da esse e
ne esce mutata anche la concezione della vita e della morte
- uno stato moderno, attento, prudente segue questa
evoluzione non lascia alla Chiesa di emettere una fatwa alla
settimana. Certo, bisogna che abbia un'idea di che cosa sia
un'etica pubblica, quella che matura discutendone in libertà
e responsabilità, alle soglie del terzo millennio. Ma di
questo i leader del «paese normale» non hanno cura.
Loro hanno i «valori». Meno stato più mercato per i beni,
meno repubblica più Vaticano. I «valori» di Berlusconi,
quelli di Veltroni, quelli di Casini, quelli di Emma
Mercegaglia, quelli del cardinal Bagnasco. Se ne fa un gran
parlare. Un «valore» accompagna ogni vassallata, ogni
porcheria. Se mi si permette (e anche se non mi si
permette), molti di noi ne hanno abbastanza. Inciampiamo a
ogni passo in valori di latta, mentre si torna a guardare
con più disprezzo che un secolo fa alla vita e alla libertà
di chi lavora nel frenetico accendersi e spegnersi di
migliaia di imprese senza regole. Assimilati ormai ai
poveri, cui si deve al più un briciolo di compassione.
Se non è declino morale questo, travestito da affidamento ai
principi della Borsa, della Confindustria e di oltretevere,
la ragione non ha più corso.(Il Manifesto 17 marzo 2008)
L'aborto è di
Stato
di Ida Dominijanni
C'è fra lo Stato moderno e le donne
un'antica inimicizia, fatta di esclusione da una parte e
di estraneità dall'altra, che la costruzione della
cittadinanza non è mai riuscita a sa nare
del tutto ma solo a lenire. La legge italiana numero 194
è stata una tappa cruciale di questo lenimento:
siglando, fra donne e Stato, non la pace ma un
armistizio. La procura di Napoli che ha ordinato il
blitz del Policlinico, i poliziotti che l'hanno eseguito
con zelo in eccesso, i politici che lo approvano, lo
sdrammatizzano o lo spoliticizzano, i predicatori che lo
cavalcano per testare (scusate la volgarità della
citazione letterale) la grandezza dei propri genitali,
devono sapere che hanno rotto questo armistizio e
assumersene, da adulti e non da bambini, da padri e non
da figli in perenne rivolta edipica contro le madri e
contro la Madre, le dovute responsabilità.
Da oggi sul tappeto non c'è solo la questione
dell'aborto, o la difesa della 194. E sbaglierebbero
anche le donne se si lasciassero prendere nella trappola
strumentale di questo perimetro. La questione sul
tappeto è quella dello Stato costituzionale di diritto.
Quello che garantisce - o dovrebbe - che le leggi siano
applicate correttamente e non in un clima di emergenza
permanente, quello che stabilisce - o dovrebbe -
procedure giudiziarie corrette, quello che ci tutela - o
dovrebbe- dagli abusi delle forze dell'ordine, quello
che difende - o dovrebbe - il rapporto fra medico e
paziente da aggressioni e interferenze indebite. Prima
di discutere dell'aborto si discuta di questo: a quando
un'ispezione nella procura di Napoli? Da quando una
telefonata anonima è quanto basta per ordinare un blitz?
L'infermiere anonimo verrà gratificato con un encomio
allo zelo pro-life? Noi comuni mortali dovremo munirci
di avvocato prima di entrare in una sala operatoria? E i
medici, prima di fare una diagnosi fetale, dovranno dare
un'occhiata ai giornali per vedere che aria tira?
Non è la prima volta e non sarà l'ultima che l'aborto si
fa segno di più generali questioni: proprio perché
l'aborto, al contrario di quanto sostiene la scellerata
campagna sulla sua «faciloneria», si colloca su un
delicato crinale, fra coercizione e libertà, fra
garanzie collettive e decisione individuale, fra specie
e singolarità. Bombardare questo delicato crinale a
colpi di cannone significa bombardare, con la
cittadinanza femminile, l'edificio dello Stato di
diritto, tornare a uno Stato violento da un lato e
paternalista dall'altro, che si fida più dei poliziotti
che delle donne, e delle donne fa quando va bene delle
vittime incapaci di intendere e di volere, quando va
male delle assassine: feticide, come recita il brillante
neologismo. Lasciare tutto questo fuori dalla campagna
elettorale, come va predicando la premiata ditta V&B, è
un'illusione falsa e truffaldina, che serve a Veltroni
per non sbarrarsi il voto cattolico, a Berlusconi per
non sbarrarsi il voto femminile. Siamo abituati a una
politica che si nutre di confusione, ma ci sono
questioni che domandano chiarezza. E se non la ricevono,
la fanno.(Il Manifesto 15 febbraio 2008)
I mafiosi devoti
L'amaca
di Michele Serra
È durata su per giù ventiquattro ore, meno di uno yogurt,
l'incresciosa notizia che la festa di Sant'Agata a Catania (una
delle maggiori feste cattoliche del pianeta) è cogestita dalle
cosche mafiose. Vista la prorompente loquacità della Chiesa a
proposito di tutti o quasi gli aspetti della vita civile
nazionale, ci si sarebbe aspettato qualche solenne
pronunciamento: non è esattamente "normale" che la malavita sia
così cristianamente attiva da affiancare le autorità religiose e
civili nella devozione a Sant'Agata. Per altro, se si eccettua
il ricordo della durissima (e isolata) invettiva di Giovanni
Paolo II in Sicilia, le gerarchie ecclesiastiche non sembrano
troppo scosse, né scandalizzate, dalla promiscuità indiscutibile
tra mafia e tradizione cattolica. Dal primo boss all'ultimo
picciotto, i santini sul comodino e il segno della croce
sembrano parte integrante dell'identità mafiosa.
Ma lo scandalo, evidentemente, è di noi miscredenti, ai quali
non pare vero che il Vangelo possa essere bestemmiato da certi
ceffi. La Chiesa dev'essere troppo impegnata a scrutare nelle
provette e a vigilare sui costumi sessuali degli italiani per
avere tempo di occuparsi dei mafiosi devoti (La Repubblica 3
febbraio 2008)
Ratzinger contro
aborto e eutanasia
Città
del Vaticano, 3 Feb - La vita deve essere essere "tutelata" e
"servita" sempre ,"ancora più quando essa è fragile e bisognosa
di attenzioni e cure, sia prima della nascita che nella sua fase
terminale": è quanto ha riaffermato Papa Benedetto XVI, prima
della tradizione preghiera dell'Angelus in Piazza San Pietro. Il
nuovo appello di Ratzinger contro l'aborto e l'eutanasia ha
preso spunto dalla "Giornata per la Vita", promossa dalla
Conferenza episcopale italiana, che si celebra oggi in tutte le
parrocchie del Paese.
"Saluto e ringrazio quanti sono convenuti qui, in piazza San
Pietro - ha detto Ratzinger - per testimoniare il loro impegno a
difesa e promozione della vita e per ribadire che 'la civiltà di
un popolo si misura dalla sua capacità di servire la vita' ".
"'Ognuno, secondo le proprie possibilità, professionalità e
competenze - ha aggiunto - si senta sempre spinto ad amare e
servire la vita, dal suo inizio al suo naturale tramonto. E'
infatti impegno di tutti accogliere la vita umana come dono da
rispettare, tutelare e promuovere, ancor più quando essa è
fragile e bisognosa di attenzioni e di cure, sia prima della
nascita che nella sua fase terminale". Benedetto XVI si è unito
ai vescovi italiani "nell'incoraggiare quanti, con fatica ma con
gioia, senza clamori e con grande dedizione assistono familiari
anziani o disabili, e a coloro che consacrano regolarmente parte
del proprio tempo per aiutare quelle persone di ogni età la cui
vita è provata da tante e diverse forme di povertà". La Giornata
della Vita, promossa dall'episcopato italiano, è giunta alla sua
trentesima edizione. Nel messaggio di convocazione, la Cei aveva
sottolineato come "la civiltà di un popolo si misura dalla sua
capacità di servire la vita", parole oggi citate dal pontefice.
(www.ansa.it)
Dopo gli anni del
concilio arriva la restaurazione
di Katia Bellillo
S iamo
al paradosso, in ogni democrazia la maggioranza ha la
responsabilità di rispettare e salvaguardare i diritti della
minoranza, in Italia la minoranza, se esprime le proprie
opinioni, è insopportabilmente intollerante. Chi sostiene la
fondamentale autonomia delle istituzioni statali rispetto
alle chiese viene bollato come deplorevole “laicista”.
Intellettuali ed esponenti politici hanno scritto e detto
tutto e di più contro quei docenti che, con il loro dissenso
manifestato, hanno “imbavagliato” il papa, impedito alla
“verità” di esprimersi. Ruini mobilita le masse per
esprimere solidarietà al pontefice e difendere la libertà
dei cattolici, che in Italia sarebbe pregiudicata dai
cattivi maestri. Se non fosse una questione seria, veramente
seria, si potrebbe concludere con una risata fragorosa.
Questa
povera e discriminata chiesa di Roma, grazie al Concordato e
alle leggi varate dal Parlamento negli ultimi anni, intasca
quattro miliardi di euro all’anno, che entrano direttamente
nelle casse della Cei. Quattro miliardi l’anno sono un
quarto o un quinto della Finanziaria. Corrispondono più o
meno ai soldi che lo stato non trova per assicurare ai
giovani un salario di disoccupazione o a quelli che il
nostro stato non riesce a trovare per garantire agli anziani
una pensione dignitosa. Quattro miliardi l’anno fanno la
differenza tra stato sociale e le mense dei poveri. Solo
l’esenzione dell’Ici frutta un miliardo di euro, un quarto
del totale annuo. Guai però a sollevare l’ipotesi
dell’illegittimità Costituzionale di queste leggi. Ma con un
miliardo di euro all’anno, per esempio, l’università
pubblica e la ricerca italiana potrebbero attestarsi nel
primo mondo invece di rotolare nel terzo.
Dalla
piazza si eleva alto il grido contro queste minoranze
imbecilli che vorrebbero ridurre la chiesa al silenzio.
Eppure in ogni ora del giorno e della notte, su ogni media
di questo Paese, dal papa ai cardinali, fino al prete della
parrocchia del paesetto più sperduto, chiosano su ogni
questione, fissando l’ordine del giorno dei lavori di ogni
istituzione. Da potente struttura gerarchica totalitaria, la
chiesa si rappresenta così come vittima e il miracolo è
compiuto: Città del vaticano cessa di essere una monarchia
assoluta, con un dominio territoriale nella stragrande
maggioranza delle nazioni del mondo, con molte delle quali
ha sottoscritto Concordati, che gli garantiscono un potere e
un’influenza enorme. Del resto papa Innocenzo III aveva
annunciato che «il potere del papa è senza limiti e
incontrollabile. Può colpire dovunque un peccato appare e
può colpire ognuno». Un’autorità così assoluta non sopporta
obiezioni, tanto che Bonifacio VIII rivelò l’infallibilità
dei pontefici. Siccome è infallibile può trovare, senza
temere di essere contestato, un articolo della fede su ogni
questione, e pronunciando la parola magica “orbi”, credente
o non credente, volente o nolente tutto deve ruotare intorno
alla chiesa.
Sappiamo
ormai che quel processo di profondo rinnovamento che ha
avuto il suo culmine nel Concilio Vaticano II si è
interrotto, dagli anni 80 iniziò nelle gerarchie
ecclesiastiche il ripensamento conservatore, oggi siamo alla
fase della restaurazione. Sconfitto il comunismo, quella
idea bislacca che pretendeva di cancellare lo sfruttamento e
la povertà impedendo ai poveri di sentirsi beati in attesa
del paradiso, ora bisogna affrettarsi a negare anche
l’illuminismo, quella distorsione che ha preteso di mettere
la ragione contro la fede. Ma la pantomima del papa
“costretto al silenzio”, è servita per una terribile
operazione politica: negare sostanzialmente l’idea di
laicità disegnata dalla Costituzione, insinuando che i veri
laici sono i cattolici non anticlericali. Le più alte
cariche politiche dello Stato, insieme a teodem, teocon,
atei devoti e quanto altro, si affannano a spiegarci che non
si deve cadere nell’anticlericalismo perché questo ha
effetti dannosi, chi si oppone al principio religioso e al
diritto delle religioni di manifestarsi pubblicamente e di
pretendere che lo Stato abbia leggi religiose, non è un vero
laico ma un volgare e pericoloso laicista. La loro idea di
società è chiara, pretendono di confessionalizzare le
istituzioni e sciogliere la struttura civile nelle comunità
religiose che per quelle minoritarie significherà ritrovarsi
nei ghetti! A questo punto abbiamo solo una scelta:
difendere la Carta costituzionale per salvaguardare la
convivenza civile pericolosamente minata.(La Rinascita della
sinistra 25 gennaio 2008)
Firma anche tu la
solidarietà ai docenti della Sapienza
Presidente della Repubblica Italiana
Napolitano, Rettore della Sapienza Guarini
E sprimiamo
la nostra piena solidarietà e la nostra gratitudine ai
docenti firmatari dell'appello affinché la partecipazione di
Papa Benedetto XVI all'inaugurazione dell'anno accademico
venisse annullata.
Apprezziamo la sensibilità del Papa per aver declinato
l'invito; non altrettanto si puo` dire del Rettore Renato
Guarini, che si è mostrato inadatto al ruolo che ricopre,
incapace di tutelare la laicità dell'Università e il dialogo
universale. Inadempiente alle sue responsabilità di garante,
ha posto i firmatari del suddetto appello nella scomoda
posizione di dover supplire ai compiti di garanzia che gli
sarebbero stati propri e determinato una spiacevolissima
situazione.
Siamo inoltre stupiti ed amareggiati per la superficialità
con cui esponenti politici e istituzionali di primo piano,
tra cui dispiace in particolar modo dover annoverare il
Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Ministro
dell'Università Fabio Mussi, si sono uniti al linciaggio
morale cui i firmatari dell'appello sono stati e sono
tuttora sottoposti.
Infine, ci dichiariamo esterrefatti dalla devastante
superficialità ed incompetenza di gran parte della stampa,
che si è lanciata alla ricerca dello scoop nel migliore dei
casi, o della strumentalizzazione politica nel piu`
frequente. In particolare, è stato completamente stravolto
il significato dell'appello, non certo inteso a tacitare una
voce e a impedire il dialogo e il confronto, ma a tutelare
il profondo significato storico e morale dell'inaugurazione
dell'anno accademico, la piu` solenne cerimonia accademica,
nella quale l'università celebra la libertà del sapere
universale, idealmente libera da qualunque condizionamento e
patronato.
http://www.petitiononline.com/386864c0/petition.html
E' attivo un blog alla pagina
appellolaico.wordpress.com
La politica della
Chiesa. Come non andare all'inferno
Era
stato proprio il cardinale Bagnasco nei giorni scorsi a
dichiarare chiusa la questione papa-Sapienza, ma evidentemente
parlarne era troppo allettante, in un momento in cui – guarda
caso – il governo iniziava la sua crisi
Nella prolusione pronunciata ieri davanti
all'organo direttivo della Cei, il Consiglio episcopale
permanente, il presidente dei vescovi italiani premiato solo
pochi mesi fa con la porpora da Benedetto XVI, è ritornato
sull'argomento accusando il governo di aver «suggerito» al papa
di rinunciare alla visita alla Sapienza. Accuse nettamente
respinte da Palazzo Chigi, d'altronde era stato lo stesso
ministro dell’Interno Giuliano Amato in merito alla sicurezza a
ricordare come «abbiamo garantito la visita del presidente degli
Stati Uniti a Roma che ha fatto movimenti ben più ampi e siamo
sperimentati in questo».
Una discussione ripresa anche fuori dall'Italia come
dall'intellettuale americano Naom Chomsky per il quale «l'Italia
non ha fatto nessuna figuraccia. Semmai, senza nessuna forma di
contestazione, il rischio è quello di finire con un governo
simil-Bush. E questo sì che sarebbe peggiore di una qualunque
bagarre Sapienza-Chiesa».
Certo se la prolusione di ieri avesse riguardato solo questo non
sarebbero nient'altro che strascichi ma invece il presidente
della Cei ha mostrato un lato neanche troppo oscuro del suo
carattere addentrandosi in una ricognizione a 360 gradi della
politica italiana.
Ne è uscita, come a voler dare una batosta finale, la
descrizione di un'Italia sfilacciata, «a coriandoli,
frammentata», priva di futuro: e per colpa di chi?
Neanche a dirlo le politiche sociali in materia di coppie di
fatto, aborto, unioni civili, divorzio breve, quei temi tanto
osteggiati dalla Chiesa che, come se avesse mai smesso, torna in
politica. Ma anche temi più addentro all'ultima Finanziaria come
un bonus per gli incapienti troppo «parziale» e un'insufficiente
politica sulla sicurezza.
Le soluzioni per non sprofondare, oltre a sperare nella
magnanimità del divino, quelle proposte dalla Chiesa e anche da
Giuliano Ferrara benedetto dal vescovo per la sua moratoria
contro l'aborto: «Come non essere grati a chi ha lanciato il
dibattito?».
Va libera allora ad una famiglia fondata solo sul matrimonio
tra uomo e donna, no all'introduzione del concetto di “gender”,
quindi all'equiparazione delle tendenze sessuali e differenze di
sesso, sì alla revisione, anzi «aggiornamento», della 194 e più
soldi ai centri per la vita oltre che ai consultori.
E questa è la politica “esterna”, ma come non occuparsi poi di
quella “interna”, delle coscienze dei politici cattolici che
rischiano di perdersi in questo inferno dantesco. La barra del
timone per loro non deve essere il mandato che hanno ricevuto
dagli elettori ma la loro coscienza cristiana.
«Quando si tratta di avviare proposte legislative - ha detto il
cardinale - che vanno in senso contrario all'antropologia
razionale cristiana, i cattolici non possono in coscienza
concorrervi». Voto di coscienza allora, «una risorsa a esclusiva
servizio della politica buona, e dunque - all'occorrenza - può e
deve diventare una scelta trasversale rispetto agli
schieramenti, e invocabile in ogni legislatura».
Un discorso nel suo complesso duro quello di Bagnasco che però
sembra non trovare conferma nella realtà: nel sondaggio Eurispes
sulla fiducia nelle istituzioni la Chiesa crolla per la prima
volta al 49% perdendo 10 punti rispetto all'anno scorso, in cui
era già calata di 6 punti. Insomma sono molti a non essere
d'accordo con il cardinale Bagnasco. (La Rinascita della
sinistra online 22 gennaio 2008)
Bisogna salvare il
papa dagli intrighi di Ruini
di Marco Travaglio
La
grande adunata di piazza San Pietro dimostra un fatto ormai
incontrovertibile: bisogna salvare papa Ratzinger dagli
intrighi del cardinal Ruini, che gli ha fatto trovare sotto il
balcone una collezione di supporter davvero imbarazzante.
Eugenio Scalfari insinua che Ruini appartenga alla schiera degli
atei devoti, cioè a quella bizzarra setta di miscredenti che se
ne infischiano del Padreterno, ma in compenso sono molto
affezionati alle sottane cardinalizie e pretesche.
Noi non arriviamo a tanto,
ma se in questi anni il Cardinal Vicario avesse annunciato la
resurrezione di Gesù - che poi è il fondamento della fede
cristiana - con lo stesso vigore e la stessa verbosità con cui
ha battuto cassa per l’8 per mille, ha predicato la castità ai
gay, ha fatto campagna elettorale nel referendum sull’eterologa
e s’è scagliato contro le coppie di fatto, probabilmente le
chiese, i conventi e i seminari sarebbero un po’ più pieni, o
meno vuoti.
Pare quasi che, dei dieci comandamenti, ne siano rimasti in
vigore solo un paio: il VI (non fornicare) e il IX (non
desiderare la donna d’altri). Altri, a cominciare dal VII (non
rubare) e dall’VIII (non dire falsa testimonianza, cioè non
mentire), sono stati depenalizzati, o sono caduti in
prescrizione. Altrimenti alcuni noti bugiardi e profittatori del
denaro pubblico che si spellavano le mani all’Angelus avrebbero
avuto qualche problema a mostrarsi in pubblico, col rischio di
sentir parlare di corda in casa dell’ impiccato.
E dire che, meno di un anno fa, papa Ratzinger lanciò un
anatema capace di incenerire, se solo qualcuno l’avesse ripreso
col dovuto rilievo, mezzo Parlame nto:
«Può stare nel luogo santo chi ha mani innocenti e cuore puro:
mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di
violenza, sono mani che non sono sporcate con la corruzione e
con tangenti. È puro un
cuore che non si macchia con menzogna e ipocrisia, un cuore che
rimane trasparente come acqua sorgiva perché non conosce
doppiezza» (1 aprile 2007). Roba che, a ripeterla domenica,
avrebbe trasformato in statue di sale un bel po’ di politici
plaudenti.
Totò Cuffaro, indaffarato fra
veglie di preghiera e distribuzione di cannoli ex voto, e
vilmente aggredito da maestri di morale come Miccichè e Dell’Utri,
non c’era: a Palermo, di questi tempi, non puoi distrarti un
attimo. Ma lo sostituivano degnamente il senatore a vita
Giulio Andreotti, che dell’VIII comandamento è un
esperto mondiale (mentì al tribunale di Palermo una trentina di
volte); e il presidente Udc Piercasinando, accompagnato dalle
sue numerose famiglie e reduce da un’indimenticabile vacanza a
Cortina (dov’è stato multato sulle piste innevate perché sciava
con lo skipass della figlioletta Benedetta per risparmiare
qualche euro, a riprova delle ristrettezze in cui versano le
famiglie italiane col governo di centrosinistra).
C’era anche Clemente Mastella, che com’è noto è
molto religioso: infatti nel 2000 presenziò come testimone dello
sposo (l’altro era Vasa Vasa) alle nozze di Francesco
Campanella, il mafioso di Villabate che si divideva tra la cosca
e la carica di segretario nazionale dei giovani dell’Udeur. Non
risulta che la cosa abbia mai suscitato le ire della Santa Sede,
forse perché quel matrimonio avvenne tra un uomo e una donna
davanti all’altare, secondo i dettami di Santa Romana Chiesa, e
poco importa se l’uomo era un mafioso. Mastella dunque,
insciarpato in una stola color porpora sfilata a chissà quale
cardinale, applaudiva le parole del Santo Padre («una grande
lezione di laicità») e intanto lacrimava per l’assenza della sua
signora Sandra, momentaneamente trattenuta agli arresti
domiciliari. L’ex ministro di Indulto e Giustizia, dall’alto dei
suoi sette capi d’imputazione, era giunto sul posto accompagnato
da un giornalista del Corriere della sera, e per tutti il
percorso aveva intonato salmi e cantici spirituali di Fred
Bongusto, ascoltando Radio Kiss Kiss (che per lui è meglio di
Radio Maria), recitando orazioni del tipo: «Quello stronzo delle
Iene… quel farabutto del procuratore» e ricevendo telefonate di
galantuomini del calibro di Corrado Ferlaino.
Tutt’intorno, maestri della fede come Fabrizio Cicchitto, che
per motivi di opportunità aveva lasciato a casa il cappuccio
nero della P2; il giornalista-dandy Carlo Rossella, già
comunista cossuttiano; e Mario Borghezio, in rappresentanza del
sincretismo celtico-cristiano, purtroppo sprovvisto della
fiaccola con cui è solito incendiare i giacigli degli
extracomunitari. Oremus. (Dagospia 22 gennaio 2008)
Libero Ratzinger di
rinunciare, liberi i ragazzi di protestare
Augh”,
hanno detto gli studenti della Sapienza che si sono opposti alla
presenza del Papa all’inaugurazione dell’anno accademico.
Hanno vinto loro: si sono agghindati in maniera colorata, hanno
indossato maschere con il volto di Benedetto XVI, hanno urlato e
scritto dappertutto i loro slogan, hanno spiazzato tutti, hanno
usato sapientemente i media, e grazie alla creatività e allo
spirito situazionista hanno spinto Ratzinger a rinunciare.
Ora tutti a stracciarsi le vesti e a
parlare di intolleranza e di sopraffazione, ma non è così.
I ragazzi della Sapienza, che si richiamano al gruppo “Rete per
l’autoformazione”, hanno giocato ad armi pari, ed hanno vinto.
Non è che la libertà è solo quella del Papa, c’è anche quella
dei ragazzi, che l’hanno usata con efficacia facendo ricorso
alla
fantasia ed evitando manifestazioni violente, inventandosi
“la frocessione” e “l’assedio sonoro”, sulla falsariga di
Graziano Cecchini, l’altro situazionista che
tempo fa arrossò Fontana di Trevi e che ora ha inondato Piazza
di Spagna di palline colorate (meglio avrebbe fatto dopo gli
ultimi fatti a inondare Palazzo Chigi).
Libero Ratzinger di rinunciare,
liberi i ragazzi di protestare. “Il Papa può
parlare, ma non può pretendere di cacciare gli studenti
dall’Università”, hanno detto gli studenti. Ed hanno ragione:
tolleranza non significa acquiescenza. Ha vinto la creatività
situazionista contro il legittimo desiderio di Benedetto XVI di
parlare alla Sapienza. Come si dice? Uno a zero e palla al
centro.
Essere un paese libero non significa
soltanto permettere al Pontefice di parlare in Università, ma
anche accettare che qualcuno non sia d’accordo e usi tutte le
armi (non violente) per dirlo. Meglio ancora poi, come
hanno fatto i ragazzi, se si combatte una battaglia politica e
di principio dando fondo a estro e inventiva, specie nel clima
da parrucconi in cui è piombata l’Italia da molti anni a questa
parte. La libertà non è solo quella delle autorità, anzi, come
ci ha insegnato Locke, viene prima quella dei cittadini, ancor
di più se hanno 20 anni. Ratzinger e i suoi seguaci ora non
facciano gli offesi, bisogna anche saper perdere(Libero.it 17
gennaio 2007)
Il Papa all'Università
No no... so' d'accordo per
carità
ognuno deve di' la su' opinione
e per me anche ‘l papa all'università
poteva anda' a fa' lì il su' bel sermone
ma a parte che è lui che ‘un
c'è voluto anda'
ma se ognuno può di' la su' ragione
democrazia è anche protesta'
perché anche la protesta è un'opinione
di ‘un anda' ‘un gliel' ha
proibito nessuno
forse la su' segreteria di stato
ha pensato ch'era poco opportuno
mostra' al mondo una protesta
legittima
e a lui, che ultimamente ha... debordato,
ora li fanno fa' la pòra vittima!
PS poi cià da lamentassi
capirai...
‘un può parla'? ma se ‘un si zitta mai!
www. francescoburroni.it
Benedetto dietrofront
Pignatiello:
«Resta responsabilità di invito in spregio Costituzione»
Dopo
giorni di polemiche, il Vaticano ha «ritenuto opportuno
soprassedere» alla visita del Papa all'università la Sapienza «a
seguito delle ben note vicende di questi giorni» Lo annuncia un
comunicato della sala stampa vaticana.
Il pontefice non parteciperà quindi all'evento e si limiterà a
inviare l'intervento che avrebbe dovuto pronunciare giovedì 17
gennaio, in occasione dell'apertura dell'anno accademico.
«A seguito delle ben note vicende di questi giorni in
rapporto alla visita del Santo Padre all'Università degli Studi
“La Sapienza”, che su invito del Rettore Magnifico avrebbe
dovuto verificarsi giovedì 17 gennaio - si legge nella nota
della sala stampa vaticana -, si è ritenuto opportuno
soprassedere all'evento. Il Santo Padre invierà, tuttavia, il
previsto intervento».
Ovviamente anche questa novità ha scatenato una serie di
commenti e strumentalizzazioni. Dal leader dell'Udc Pier
Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa, segretario dello stesso
partito o La Loggia di Forza Italia che parlano di «vergogna» e
di «vittoria dei violenti» - quali poi non si sa - fino ad
arrivare ad esponenti della maggioranza come il ministro della
Pubblica Istruzione Fioroni che addirittura parla di aver
«tappato la bocca» e Prodi che condanna «chi ha provocato
tensioni inaccettabili.
Reazioni incomprensibili, come fa notare
Alessandro Pignatiello, della segreteria nazionale del Pdci:
«Gli schiamazzi provenienti dalla destra sono francamente
incomprensibili. Quando il nostro stato diventerà confessionale
potranno invitare tutti i preti che vorranno, ora no».
«Il capo della religione cattolica – sostiene
Pignatiello - ha rinunciato a partecipare all’inaugurazione
dell’anno accademico di uno dei più importanti atenei italiani,
ma resta la responsabilità di chi ha scelto di invitarlo in
palese spregio della Costituzione. Ricordo inoltre che se finora
una parte del programma con cui il centrosinistra ha vinto le
elezioni non si è potuta attuare la responsabilità è soprattutto
del Vaticano e delle sue ingerenze. Le gerarchie ecclesiastiche
sono intervenute, spesso a gamba tesa, con attacchi vergognosi a
leggi o disegni di legge italiani che introducono le famiglie di
fatto o tutelano l’autodeterminazione delle donne e la stessa
possibilità di avere figli, pronte tuttavia ad aumentare gli
schiamazzi e la caciara quando era in gioco la possibilità di
ottenere prebende e lauti finanziamenti per i loro enti e per le
loro scuole».(La Rinascita della sinistra online 16 gennaio
2008)
Atenei: Sapienza,
Palermi mia vicinanza a scienziati e studenti
Papa si é posto in
netta contrapposizione con cultura accademica
( DIRE)
Roma, 14 gen. - "Ci sono stati troppi episodi di contrasto alla
laicita' dello Stato, che hanno avuto per protagonista il Papa,
per non comprendere il malessere denunciato da tanti scienziati.
Si tratta di prestigiosi accademici che hanno dedicato i loro
studi e la loro vita alla conoscenza e alla centralita' della
ragione contro le chiusure e gli integralismi".
E' quanto afferma Manuela Palermi, capogruppo Pdci-Verdi in
Senato, esprimendo "a loro e agli studenti che protestano la mia
solidarieta' e vicinanza".
Il Papa, secondo Palermi, ha dichiarato che "il processo contro
Galileo fu ragionevole e giusto" ponendosi cosi' in netta
contrapposizione con la cultura accademica. Considero giusto- e'
la conclusione- che essa non voglia essere ne' offesa, ne'
umiliata".
Papa alla
Sapienza, Sgobio PdCI, segnale di regressione
(AGI) - Roma, 15 gen. - "E' l'invito del Rettore della Sapienza al Papa,
in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico, che lascia molto
sbigottiti e perplessi. C'e' da chiedersi se una cosa del genere
accadrebbe mai nelle universita' pubbliche di Spagna, Francia,
Inghilterra o degli stessi Usa? Certo e' che, comunque vada e' una
segnale di regressione dei temi della civilta' in generale". E' quanto
afferma Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera.
Atenei. Papa ,
PdCI: resta responsabilità di chi ha fatto invito in spregio alla
costituzione
(DIRE) Roma, 15 gen. - "Il capo della religione cattolica ha rinunciato
a partecipare all'inaugurazione dell'anno accademico di uno dei piu'
importanti atenei italiani, ma resta la responsabilita' di chi ha scelto
di invitarlo in palese spregio della Costituzione". A
dirlo e' Alessandro Pignatiello, della segreteria nazionale del Pdci, a
proposito della rinuncia del Papa a partecipare all'inaugurazione
dell'anno accademico dell'universita' "La Sapienza" di Roma.
"Ricordo inoltre- aggiunge Pignatello- che se finora una parte del
programma con cui il centrosinistra ha vinto le elezioni non si e'
potuta attuare la responsabilita' e' soprattutto del Vaticano e delle
sue ingerenze". Le gerarchie ecclesiastiche "sono intervenute, spesso a
gamba tesa, con attacchi vergognosi a leggi o disegni di legge italiani
che introducono le famiglie di fatto o tutelano l'autodeterminazione
delle donne e la stessa possibilita' di avere figli", pronte tuttavia,
prosegue l'esponente del Pdci, "ad aumentare gli schiamazzi e la caciara
quando era in gioco la possibilita' di ottenere prebende e lauti
finanziamenti per i loro enti e per le loro scuole".
Papa, Pellegatta
PdCI: solidarietà agli scienziati
(9Colonne) Roma, 16 gen - "E' difficile cogliere fino in fondo i termini
del dibattito vero che si profila sulla mancata visita di Joseph
Ratzinger a La Sapienza, se non si apre una grande riflessione sul
rapporto tra scienza e fede. Questo è, invece, il prodotto della
meritoria lettera dei 67 scienziati, ai quali esprimiamo piena
solidarietà, e ci auguriamo che, dopo quel gesto, possano continuare a
contribuire a quella riflessione. Siamo di fronte ad un'ipotesi, quella
ratzingeriana, che mette in discussione i fondamenti della cultura
europea fondata sulla scienza e sulla Rivoluzione francese. Senza
cogliere questo aspetto siamo al chiacchiericcio strumentale". Lo
dichiara la senatrice Pellegatta, vicepresidente della Commissione
Cultura e Ricerca del Senato. "La contraddizione messa in risalto dalla
recente enciclica di Benedetto XVI Spes Salvi, che si incentra proprio
sul rapporto tra fede e scienza, avrebbe richiesto un confronto serrato
e aperto, e non una lectio magistralis, nella quale Joseph Ratzinger, in
solitudine, annunciasse la sua posizione culturale".
Papa, Palermi PdCI
Chiesa rifletta su continue ingerenze
(9Colonne) Roma, 16 gen - "Ratzinger e la Chiesa dovrebbero avere
l'umiltà di riflettere sui loro atti, sulle loro decisioni e sulle
ingerenze continue nei confronti dello Stato. Da Ratisbona agli
omosessuali, all'aborto, alla fecondazione assistita, all'eutanasia, la
Chiesa ha voluto imporre la sua verità alla politica calpestando la
laicità dello Stato". Lo afferma la senatrice Manuela Palermi,
capogruppo Pdci in Senato. "La Chiesa è libera di pensarla come vuole,
di esprimere le sue idee, di tentare ogni convincimento nell'opera
pastorale, ma non può imporre il suo dogma all'esercizio parlamentare,
che deve rivolgersi all'intero Paese, a chi crede e a chi non crede, ed
a qualsiasi religione appartenga. In questo senso l'atto degli
scienziati dissidenti e degli studenti è di valore, perché ha finalmente
portato alla luce modi di pensare che sono diversi da quelli della
Chiesa e che hanno la stessa legittimità".
Le incursioni di papa
Ratzinger
di Marcello Cini
Il «caso» della visita del papa, non
si sa bene in che veste, per l'inaugurazione dell'anno
accademico della Sapienza è scoppiato due giorni dopo
quello della lavata di capo
da
lui rivolta al sindaco di Roma Veltroni come se fosse
ancora il capo dello stato pontificio. Come già in altre
occasioni non si sa se Ratzinger parli dalla cattedra di
Pietro o da quella di professore di teologia, o magari
dal trono di un re dell'ancien régime. E' un fuoco di
fila di voluta confusione di ruoli che contrassegna il
protagonismo di Benedetto XVI volto a riportare indietro
di un paio di secoli l'orologio della storia. Un
tentativo che, come ha ricordato Eugenio Scalfari, tende
a «trasformare la gerarchia ecclesiastica e quello che
pomposamente viene definito il Magistero in una lobby
che chiede e promette favori e benefici, quanto di più
lontano e disdicevole dall'attività pastorale e dall'approfondimernto
culturale».
Questo disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l'ex capo
del Sant'Uffizio continua a interpretare il suo compito
come espropriazione, con le buone o (come in passato)
con le cattive, della sfera del sacro immanente nella
profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni
essere umano, da parte di una istituzione che rivendica
l'esclusività della mediazione fra l'umano e il divino:
espropriazione che ignora e svilisce le differenti forme
storiche e geografiche di questa sfera così intima e
delicata senza rispetto per la dignità personale e
l'integrità morale di ogni individuo.
Come alcuni lettori del manifesto forse ricordano già in
novembre avevo rivolto al rettore della Sapienza una
lettera aperta, nella quale esponevo le ragioni della
mia indignazione per un invito a tenere una lectio
magistralis che mi appariva del tutto inappropriata
nella forma e nella sostanza. Alcuni colleghi hanno
voluto successivamente unire la loro voce alla mia e li
ringrazio per averlo fatto. Siamo certamente una
minoranza del corpo accademico, ma non credo purtroppo
che la maggioranza dei miei colleghi si interessi molto
alle questioni che non attengono direttamente alla loro
attività professionale.
Anche se la proposta di lectio magistralis non è stata
portata avanti, si è scoperto, guarda caso, che il papa
si troverà a passare da quelle parti proprio lo stesso
giorno dell'inaugurazione dell'anno accademico e dunque
che sarebbe stato scortese non chiedergli di dire due
parole. La sostanza è dunque che il papa inaugurerà
giovedì l'anno accdemico dell'Università La Sapienza.
Perché ci indignamo tanto? Perché siamo così
intolleranti e settari da non volergli dare la parola?
Provo a spiegarlo in due parole. In primo luogo perchè
le università, per lo meno quelle pubbliche, sono -
negli stati non confessionali - una comunità di
studiosi, docenti e discenti, di tutte le discipline
universalmente riconosciute, di tutte le scuole di
pensiero, di tutte le culture e gli orientamenti
politici e religiosi, scelti dai loro pari per i loro
contributi scientifici e culturali. Nessuno di loro può
però accettare che qualcuno, per quanto vanti
investiture dall'Alto, possa loro prescrivere cosa
debbano o possano dire, fare o pensare. Ognuno ha la
propria coscienza e la propria deontologia
professionale. In particolare possiamo tollerare che il
papa possa dire ai nostri colleghi biologi che non
devono prendere sul serio Darwin? Oppure ai nostri
colleghi filosofi che è «inammissibile» - parole del
professor Ratzinger a Ratisbona - «rifiutarsi di
ascoltare le tradizioni della fede cristiana»?
Concludo con una domanda semplice. Una cosa simile
potrebbe mai accadere non dico nella Spagna di Zapatero
ma anche in Francia in Germania, in Inghilterra o negli
Stati Uniti?(Il Manifesto 15 gennaio 2008)
No Vat(ticano)
Grande vittoria del movimento: Ratzinger annulla la
visita alla Sapienza ma "Facciamo Breccia" conferma la frocessione
affinchè il Vaticano non solo esca dalla Sapienza ma anche dalle nostre
vite!(16 gennaio 2008
Il
17 gennaio Joseph Ratzinger è stato invitato
come ospite d’onore all’inaugurazione
dell’anno accademico dell’università “la
Sapienza” di Roma. Facciamo Breccia ritiene
che tale scelta delle autorità accademiche
legittimi ulteriormente l’invasione
clericale in tutti gli ambiti della vita
pubblica italiana, in particolare in quello
dell’istruzione e formazione così come nella
sanità, già fortemente presi di mira dal
monarca vaticano.
Partecipiamo con una
Layca Frocessione, per denunciare questa
operazione ideologica che ha già un grave
precedente nella “lectio magistralis” sui
rapporti tra fede e ragione tenuta da
Ratzinger all’università di Ratisbona.
Promuovono:
Collettivo TLGQ Sui Generis, Collettivi
Universitari Romani, Collettivo Femminista
La Mela di Eva, Le Ribellule, Coordinamento
Nazionale Facciamo Breccia
E ricordiamo che il 9
febbraio scenderemo di nuovo in piazza a
Roma con la manifestazione No Vat, che
quest’anno avrà un respiro internazionale
perché se l’Italia è il laboratorio
privilegiato dell’egemonia vaticana, gli
effetti di questa egemonia si manifestano su
scala mondiale.(www.facciamobreccia.org)
Generazione cilicio
di Emiliano Sbaraglia
“ Benedetto XVI non deve
entrare all'Università La Sapienza”. Il
messaggio viene spedito direttamente al rettore
Renato Guarini (che rimane sulle sue decisioni),
siglato da un gruppo di docenti di uno degli
atenei più antichi d'Europa, mettendo di nuovo
al centro dell'attenzione l'appuntamento
previsto per giovedì prossimo, data fissata per
la visita-intervento del Papa in occasione
dell'apertura ufficiale dell'Anno Accademico
2007-2008, insieme al sindaco Veltroni e al
ministro dell'Università e Ricerca Fabio Mussi.
Oltre il comunicato dei professori, all'ombra
della Minerva sono previste sin da lunedì
numerose iniziative di protesta, che
culmineranno nella stessa giornata di giovedì
con una serie di incontri e cortei. La parola
d'ordine è: “Non vogliamo Ratzinger nel tempio
della conoscenza perché è troppo reazionario”.
Il primo ad esprimere la
propria contrarietà a tale evento è stato
esattamente due mesi fa Marcello Cini,
professore emerito di Fisica teorica all`Università La Sapienza di Roma, che con una
lettera al quotidiano “Il manifesto” aveva messo
in moto anche la reazione di alcuni suoi
colleghi; che ora, a pochi giorni
dall'inaugurazione dell'anno accademico, si
rivolgono ancora alle autorità competenti.
Abbiamo rivolto qualche domanda al prof. Cini.
Dunque professore, da
dove nasce questa sua iniziativa contraria alla
visita del Papa alla “Sapienza” di Roma?
Ho scritto su “Il manifesto” una
lettera in novembre (di cui riportiamo il testo,
insieme all'ultimo firmato dai professori,
n.d.r.), dopo la battuta di una notizia
d'agenzia, nella quale si riportava che il
Rettore dell'Università aveva risposto
inizialmente in maniera positiva alla richiesta
del Senato accademico di far fare al Papa la
“lectio magistralis”, in seguito trasformata
nella proposta di far coincidere la visita del
pontefice con l'apertura dell'Anno Accademico.
Nella mia lettera dicevo che è pazzesco che il
rettore abbia potuto pensare una lectio
magistralis tenuta da un teologo, non fosse
altro perché la teologia non si insegna più da
tempo nelle università pubbliche italiane. Dopo
questo mio documento ho ricevuto adesioni di
colleghi, che a loro volta hanno raccolto altre
firme su un'altra lettera, scritta da un gruppo
di professori che ora hanno aggiunto la
citazione del Papa (quando ancora non era Papa)
su Galileo: “All'epoca di Galileo la Chiesa
rimase molto più fedele alla ragione dello
stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu
ragionevole e giusta”. Vorrei ricordare che
inizialmente l'inaugurazione era stata fissata
per il 30 novembre, poi posticipata dato che la
segreteria del rettorato aveva fatto sapere che
bisognava organizzare, nello stesso giorno
dell'inaugurazione, non la lectio magistralis
del pontefice, ma un suo intervento dopo la
cerimonia, prima di fare visita alla nuova
cappella universitaria. Un camuffamento formale,
insomma
Quindi secondo lei si
è trovata una soluzione, diciamo così,
all'italiana?
Francamente mi pare un trucco bello e buono per
fare la stessa cosa che si aveva intenzione di
fare sin dall'inizio, vale a dire l'intervento
di Ratzinger nel corso della cerimonia che dà
ufficialmente il via all'Anno Accademico: come
ben sappiamo, sul piano sostanziale i giornali
titolerebbero comunque che è stato il Papa a
inaugurare le lezioni.
Ma come mai tutto
questo interesse a una simile iniziativa da
parte del Vaticano?
redo che tutto questo appartenga alla
composizione di una strategia di una parte della
cultura cattolico-clericale, tesa a imbavagliare
e subordinare il più possibile la cultura laica,
di cui l'università è sede e simbolo tra i più
importanti in una cultura moderna.
Una posizione
piuttosto forte...
Guardi, mi è stato detto che
l'eventuale discorso papale dovrebbe riferirsi a
un ragionamento pseudo-filosofico sul fondamento
razionale della religione, e in particolare di
quella cattolica... Non voglio mettere bocca,
non è terreno di mia competenza: ma se c'è
qualcosa che non ha mai avuto fondamento
nazionale mi pare sia proprio la religione,
almen dai tempi dell'homo sapiens. Ecco perché
mi viene il dubbio che più che altro si voglia
provare a sancire una subordinazione ideologica
e culturale.
Cosa si intende però,
oggi, per “cultura laica”?
Dobbiamo intendere innanzi tutto una
cultura non autoritaria, che non discende da
postulati o prese di posizioni che pretendono di
giungere da una trascendenza di cui praticamente
non conosciamo nulla. Di certo i grandi problemi
della conoscenza e dell'intervento sulla vita e
la mente umana non possono soltanto basarsi sul
principio che tutto quello che è possibile
conoscere in astratto si può fare, ma che si
fondi un'etica condivisa da tutte le componenti
della multiforme varietà dei popoli del mondo: e
che essenzialmente rispetti l'autonomia e la
libertà di ogni individuo, le basi della
sopravvivenza della specie umana, che vive in un
ecosistema che rischia oramai di eplodere.
Quindi non un'etica costruita sulla base di
principi che non tengano conto dell'evoluzione
storica delle culture, ma che invece tenga conto
dei principi universali di uguaglianza e
solidarietà, di ideali scritti nelle
dichiarazioni dei diritti dell'uomo, come nella
storia e nelle battaglie di libertà cui abbiamo
assistito in questi secoli, per non farci
tornare indietro nei secoli.
Eppure c'è chi, come
ad esempio il fondatore della comunità di S.
Egidio, Andrea Riccardi, che è anche ordinario
di Storia contemporanea a “Roma Tre”, sostiene
il diritto al confronto e alla diversità di
opinioni, a maggior ragione in un luogo deputato
come nessun altro, quale deve essere una
università...
Beh, ci vuole una bella faccia tosta ad
affermare certe cose... Allora perché questo
“confronto” non lo facciamo tra professori
universitari portatori di una cultura cattolica
e laici? Il Papa non è più il professor
Ratzinger, che in ogni caso era professore di
teologia. Ma l'università è la sede dove
credenti e non credenti comunicano liberamente
senza alcun bisogno di reciproche
prevaricazioni; l'università è una comunità di
docenti e studenti che appunto si confrontano.
Mentre il fatto che venga il Papa, con tali
presupposti, mi pare piuttosto una nuova
annessione dell'Università di Roma allo Stato
pontificio. E infatti alcuni rappresentanti
della Chiesa di Roma ricordano che la fondazione
de “La Sapienza”, nel 1303, è dovuta propria
allo Stato pontificio.. E il 20 settembre 1870,
invece, non lo ricordano più? Se lo dimenticano,
non è colpa mia. Vorrei dire che a tal proposito
l'editoriale di Eugenio Scalfari su “Repubblica”
di domenica è perfetto. Sottolinerei soprattutto
il passaggio in cui si afferma che “...la Chiesa
di Benedetto XVI.. ...non riesce a entrare in
sintonia con la cultura moderna e la moderna
società. Questo è il vero tema che dovrebbero
porsi tutti coloro che si occupano dei rapporti
tra la società ecclesiale e la società civile
all'inizio del XXI secolo”. Poco altro da
aggiungere.
Dunque la recente
polemica con le isituzioni romane, dal sindaco
ai presidenti di provincia e regione, fa parte
di un disegno “politico” più ampio da parte
della curia?
Secondo me che i due avvenimenti siano
tra loro così vicini temporalmente non è certo
un caso, quanto un disegno da parte del Vaticano
molto preciso. Torno ancora a Scalfari, alla
chiarezza e soprattutto alla durezza del suo
articolo, perché bisogna cominciare a non avere
più peli sulla lingua:altrimenti finiamo tutti
con il cilicio obbligatorio... Lei ci sarà
giovedì? Si attendono varie manifestazioni di
protesta da parte di professori e studenti per
l'arrivo del Papa. Non andrò alla cerimonia,
dopo molti anni di docenza sono ormai professore
emerito. E non voglio passare per capo-popolo.(AprileOnline
15 gennaio 2008)
La lettera di
Marcello Cini
Signor Rettore, apprendo da
una nota del primo novembre dell'agenzia di
stampaApcom che recita: «è cambiato il programma
dell'inaugurazione del 705esìmo Anno Accademico
dell'università di Roma La Sapienza, che in un
primo momento prevedeva la presenza del ministro
Mussi a ascoltare la Lectio Magistralis di papa
Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la
cerimonia di inaugurazione, e il ministro
dell'Università Fabio Mussi invece non ci sarà
più».
Come professore emerito
dell'università La Sapienza - ricorrono proprio
in questi giorni cinquanta anni dalla mia
chiamata a far parte della facoltà di Scienze
matematiche fisiche e naturali su proposta dei
fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico
Persico - non posso non esprimere pubblicamente
la mia indignazione per la Sua proposta,
comunicata al Senato accademico il 23 ottobre,
goffamente riparata successivamente con una
toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo
stesso ne mantiene sostanzialmente l'obiettivo
politico e mediatico.
Non commento il triste fatto
che Lei è stato eletto con il contributo
determinante di un elettorato laico. Un
cattolico democratico - rappresentato per tutti
dall'esempio di Oscar Luigi Scalfaro nel corso
del suo settennato di presidenza della
Repubblica - non si sarebbe mai sognato di
dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma
non è più la capitale dello stato pontificio. Mi
soffermo piuttosto sull'incredibile violazione
della tradizionale autonomia delle università -
da più 705 anni incarnata nel mondo da La
Sapienza dalla Sua iniziativa.
Sul piano formale, prima di
tutto. Anche se nei primi secoli dopo la
fondazione delle università la teologia è stata
insegnata accanto alle discipline umanistiche,
filosofiche, matematiche e naturali, non è da
ieri che di questa disciplina non c'è più
traccia nelle università moderne, per lo meno in
quelle pubbliche degli stati non confessionali.
Ignoro lo statuto dell'università di Ratisbona
dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota
lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più
avanti, ma insisto che di regola essa fa parte
esclusivamente degli insegnamenti impartiti
nelle istituzioni universitarie religiose. I
temi che sono stati oggetto degli studi del
professor Ratzinger non dovrebbero comunque
rientrare nell'ambito degli argomenti di una
lezione, e tanto meno di una lectio magistralis
tenuta in una università della Repubblica
italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin
dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per
porre fine al conflitto fra conoscenza e fede
culminato con la condanna di Galileo da parte
del Santo ufficio, a una spartizione di sfere di
competenza tra l'Accademia e la Chiesa. La sua
clamorosa violazione nel corso
dell'inaugurazione dell'anno accademico de La
Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo,
come un salto indietro nel tempo di trecento
anni e più.
Sul piano sostanziale poi le
implicazioni sarebbero state ancor più
devastanti. Consideriamole partendo proprio dal
testo della lectio magistralis del professor
Ratzinger a Ratisbona, dalla quale
presumibilmente non si sarebbe molto discostata
quella di Roma. In essa viene spiegato
chiaramente che la linea politica del papato di
Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la
spartizione delle rispettive sfere di competenza
fra fede e conoscenza non vale più: «Nel
profondo.., si tratta - cito testualmente -
dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico
illuminismo e religione. Partendo veramente
dall'infima natura della fede cristiana e, al
contempo, dalla natura del pensiero greco fuso
ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non
agire "con il logos" è contrario alla natura di
Dio».
Non insisto sulla
pericolosità di questo programma dal punto di
vista politico e culturale: basta pensare alla
reazione sollevata nel mondo islamico
dall'accenno alla differenza che ci sarebbe tra
il Dio cristiano e Allah - attribuita alla
supposta razionalità del primo in confronto
all'imprevedibile irrazionalità del secondo -
che sarebbe a sua volta all'origine della
mitezza dei cristiani e della violenza degli
islamici. Ci vuole un bel coraggio sostenere
questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le
Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo
sterminio degli indigeni delle Americhe, la
tratta degli schiavi, i roghi dell'Inquisizione
che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi
interessa, però, il fatto che da questo incontro
tra fede e ragione segue una concezione delle
scienze come ambiti parziali di una conoscenza
razionale più vasta e generale alla quale esse
dovrebbero essere subordinate. «La moderna
ragione propria delle scienze naturali -
conclude infatti il papa - con l'intrinseco suo
elemento platonico, porta in sé un interrogativo
che la trascende insieme con le sue possibilità
metodiche. Essa stessa deve semplicemente
accettare la struttura razionale della materia e
la corrispondenza tra il nostro spirito e le
strutture razionali operanti nella natura come
un dato di fatto, sul quale si basa il suo
percorso metodico. Ma la domanda {sui perché di
questo dato di fatto) esiste e deve essere
affidata dalle scienze naturali a altri livelli
e modi del pensare - alla filosofia e alla
teologia. Per la filosofia e, in modo diverso,
per la teologia, l'ascoltare le grandi
esperienze e convinzioni delle tradizioni
religiose dell'umanità, specialmente quella
della fede cristiana, costituisce una fonte di
conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe
una riduzione inaccetabile del nostro ascoltare
e rispondere».
Al di là di queste
circonlocuzioni (i corsivi sono miei) il disegno
mostra che nel suo nuovo ruolo l'ex capo del
Sant'uffizio non ha dimenticato il compito che
tradizionalmente a esso compete. Che è sempre
stato e continua a essere l'espropriazione della
sfera del sacro immanente nella profondità dei
sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano
da parte di una istituzione che rivendica
l'esclusività della mediazione fra l'umano e il
divino. Un'appropriazione che ignora e svilisce
le innumerevoli differenti forme storiche e
geografiche di questa sfera così intima e
delicata senza rispetto per la dignità personale
e l'integrità morale di ogni individuo.
Ha tuttavia cambiato
strategia. Non potendo più usare roghi e pene
corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato
l'effige della Dea Ragione degli illuministi
come cavallo di Troia per entrare nella
cittadella della conoscenza scientifica e
metterla in riga. Non esagero. Che altro è,
tanto per fare un esempio, l'appoggio esplicito
del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno
Intelligente se non il tentativo - condotto tra
l'altro attraverso una maldestra negazione
dell'evidenza storica, un volgare stravolgimento
dei contenuti delle controversie interne alla
comunità degli scienziati e il vecchio artificio
della caricatura delle posizioni dell'avversario
- di ricondurre la scienza sotto la
pseudo-razionalità dei dogmi della religione? E
come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi
e i loro studenti di fronte a un attacco più o
meno indiretto alla teoria danwiniana
dell'evoluzione biologica che sta alla base, in
tutto il mondo, della moderna biologia
evolutiva?
Non desco a capire, quindi,
le motivazioni della Sua proposta tanto
improvvida e lesiva dell'immagine de La Sapienza
nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa,
anche nella forma edulcorata della visita del
papa (con «un saluto alla comunità
universitaria») subito dopo una inaugurazione
inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i
giornali del giorno dopo titoleranno (non si può
pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il
Papa inaugura l'Anno Accademico dell'Università
La Sapienza».
Congratulazioni, signor
Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a
quelli dei Suoi predecessori come. simbolo
dell'autonomia, della cultura e del progresso
delle scienze.(AprileOnline 15 gennaio 2008)
Marcello Cini
Aborto, giusto
rivedere le norme
Bagnasco: «La moratoria? Una scelta lodevole. Auspico una
revisione della legge 194»
di Luigi Accattoli
Il
cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente
della Cei, in risposta alle domande del Corriere della Sera
definisce «lodevole» la richiesta di moratoria per l'aborto e
«auspica » che si possa avere una revisione della legge 194.
Nonostante il tono guardingo - tipico del presidente dei
vescovi, che non ama entrare in questioni politiche - si avverte
in queste risposte un sentimento di incertezza sulla possibilità
reale che si realizzi la moratoria, o che si arrivi alla
revisione della legge. Appare invece più convinto l'auspicio che
il dibattito di questi giorni porti alla piena «applicazione»
delle misure di prevenzione dell'aborto contenute nella legge.
Questa è una richiesta tradizionale dei vescovi italiani, mentre
la richiesta della revisione della legge è una novità degli
ultimi tempi, che ha preso corpo a seguito del referendum sulla
fecondazione assistita (giugno 2005) e del successo ottenuto in
tale occasione dall'indicazione di «non voto» venuta
dall'episcopato.
È in particolare lungo gli ultimi sei mesi che il tema è stato
sollevato, con dichiarazioni del cardinale Camillo Ruini -
presidente della Cei fino al marzo dello scorso anno - e del
segretario della Cei Giuseppe Betori. L'ultima affermazione del
cardinale Ruini è del 31 dicembre scorso, quando in
un'intervista al Tg5 definì «molto logica» la richiesta di
moratoria avanzata da Giuliano Ferrara e rinnovò la
sollecitazione per la revisione della legge. Rispetto a queste
affermazioni di punta si direbbe che il presidente Bagnasco
abbia scelto una posizione più cauta. È forse la prima volta che
egli in questa intervista parla pubblicamente di revisione della
legge. Nel merito della revisione sembra poi condividere quanto
affermato più volte e anche quattro giorni addietro dal
cardinale Ruini: che cioè potrebbe trattarsi innanzitutto di un
aggiornamento della legge «al progresso scientifico».
Eminenza, come valuta la proposta di moratoria per l'aborto?
«L'intenzione dell'iniziativa di chiedere la moratoria circa
l'aborto è lodevole perché rappresenta un chiaro e forte
richiamo all'attenzione degli Stati circa la tutela e la
promozione della vita umana, così come accaduto per la moratoria
sulla pena di morte. Spero vivamente che la richiesta trovi la
giusta accoglienza nelle sedi istituzionali oltre che nella
opinione pubblica ».
Se non si arrivasse alla moratoria che senso avrebbe tutta
questa disputa?
«L'iniziativa è comunque l'occasione per mettere un vero impegno
a tutti i livelli così da favorire l'applicazione puntuale di
quelle parti della legge 194 che promuovono la vita del
nascituro. Ciò alla luce di quanto espresso nella intenzionalità
originaria della legge stessa: in particolare dell'articolo 1».
Ma lei si aspetta una revisione della legge?
«È auspicabile. È un dato di fatto, sotto gli occhi di tutti, il
progresso scientifico e tecnologico in materia di vita umana. I
legislatori da sempre si confrontano doverosamente con queste
scoperte per formulare leggi che sempre meglio rispettino,
difendano e promuovano la vita umana, in tutte le sue forme e
fasi. L'auspicio è che questo possa realizzarsi anche ora».
(Corriere.it, 4/1/2008)
Quella di Ratzingher
è una chiesa crudele
Non ha alcun rispetto della laicità dello Stato
Roma, 4 gen. (Apcom) - "Non mi piace la Chiesa di Ratzinger". Lo ha detto a
Sky Tg24 il capogruppo di Pdci-Verdi al Senato, Manuela Palermi, a proposito
della modifiche alla legge 194 auspicate dal presidente della Conferenza
episcopale italiana, monsignor Angelo Bagnasco.
"E' una Chiesa crudele - aggiunge Palermi - che, invece di esercitare la
pietà e la carità verso il prossimo, usa la repressione contro i gay, contro
l'aborto, contro le norme sull'omofobia, senza alcun rispetto per la laicità
dello Stato. È una cosa che mi preoccupa molto".
 
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