Roma
– Sono stati centinaia i cittadini che ieri, in
poche ore, al gazebo allestito in Piazza del
Pantheon a Roma hanno sottoscritto le due
proposte di legge di iniziativa popolare
promosse dalla campagna “L’Italia sono anch’io”.
Molti i politici e gli uomini della cultura che
hanno deciso di firmare per modificare l’attuale
normativa sulla cittadinanza e introdurre il
diritto di voto alle amministrative per le
persone di origine straniera.
La raccolta proseguirà
nei prossimi giorni con tanti appuntamenti
locali e nazionali: l’obiettivo è
raggiungere nei prossimi sei mesi le 50.000
firme necessarie per ciascuna delle due
proposte di legge.
Banchetti saranno
allestiti il 25 settembre, in occasione
della Marcia della Pace, ai punti di
partenza dei pullman che raggiungeranno
Perugia, mentre lungo il percorso del corteo
verranno allestiti dei punti informativi.
Sabato 1 ottobre i
promotori hanno previsto una giornata
nazionale di raccolta firme. Banchetti
verranno allestiti in decine di città.
L’elenco degli appuntamenti sarà pubblicato
sul sito
www.litaliasonoanchio.it.
La campagna L’Italia
sono anch’io è promossa da 19
organizzazioni della società civile (Acli,
Arci, Asgi-Associazione studi giuridici
sull’immigrazione, Caritas Italiana, Centro
Astalli, Cgil, Cnca-Coordinamento nazionale
delle comunità d’accoglienza, Comitato 1°
Marzo, Coordinamento nazionale degli enti
locali per la pace e i diritti umani, Emmaus
Italia, Fcei – Federazione Chiese
Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes,
Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia,
Rete G2 – Seconde Generazioni, Sei Ugl,
Tavola della Pace, Terra del Fuoco) e
dall’editore Carlo Feltrinelli. Presidente
del Comitato promotore è il Sindaco di
Reggio Emilia, Graziano Delrio.
Diritto all'assistenza sanitaria per i cittadini
stranieri
e modalità di accesso
Fonte:
www.comune.torino.it 23 agosto 2011
Venerdì 15 Luglio presso il Polo della Salute in
via San Marino 4 a Torino si è tenuto l’incontro
formativo “Diritto all’assistenza sanitaria
per i cittadini stranieri e modalità di accesso”.
Un momento dedicato ad analizzare le difficoltà
che i cittadini stranieri, soprattutto non
regolari, riscontrano nell’accesso
all’assistenza medica. Hanno partecipato
all’incontro: Piergiorgio Maggiorotti del gruppo
di coordinamento dei centri ISI, Margherita
Busso infettivologa presso l’Amedeo di Savoia,
Luisa Mondo specialista in Igiene e Medicina
Preventiva, epidemiologia, Luca Fossarello,
sociologoed Estela Robledo, in
qualità di moderatrice ed operatrice dello
Sportello Prisma per la relazioni di aiuto.Ad
introdurre il dibattito, Estela Robledo che fa
parte del Progetto Prisma, all’interno della
rete del GrIS (Gruppo di immigrazione e Salute).
Il punto di vista di Estela è quello di una
persona che non si occupa di medicina, ma di
tematiche sociali. Il suo, però, è un punto di
vista condiviso anche da chi normalmente lavora
in ambito sanitario, come la Dottoressa Luisa
Mondo, epidemiologa, e la Dottoressa Margherita
Busso, infettivologa, che sono intervenute nel
corso del convegno, dando il loro contributo ai
temi trattati. “Bisogna conoscere il GrIS e
farlo conoscere – ha sostenuto Luisa Mondo –
perché non ha mai lasciato nessuno senza
risposta”.
Il GrIS è un’unità
territoriale della SIMM (Società Italiana
Medicina delle Migrazioni), ed è nato per
favorire la conoscenza e la collaborazione tra
coloro – in ambito istituzionale e di
volontariato – che si impegnano per assicurare
diritto, accesso e fruibilità all’assistenza
sanitaria degli immigrati. E naturalmente ad
impegnarsi per assicurare un’adeguata assistenza
sanitaria ai cittadini stranieri ci sono i
Centri I.S.I. Lo hanno ribadito Luisa Mondo e
Margherita Busso. Quest’ultima ha posto
l’accento sull’importanza dell’opera di
prevenzione. “Quanto costa prevenire un tumore e
quanto costa curarlo?” È importante abbattere il
muro che c’è tra gli immigrati e le strutture
sanitarie. Se il figlio di un immigrato nasce
con una malattia, a causa dei tanti problemi che
i Centri I.S.I. si impegnano a risolvere, e
decide di rimanere in Italia, prima o poi il
medico dovrà farsene carico.
Ha preso parte al convegno,
infine, Luca Fossarello, ricercatore, sociologo,
che ha invitato a riflettere sull’effettiva
parità di diritti dei cittadini stranieri
rispetto ai cittadini italiani.
Dall’incontro è emerso quanto
oggi sia importante le figura del mediatore,
indispensabile nei rapporti di comunicazione e
mediazione fra le comunità straniere e gli
operatori sociali e i medici. Inoltre, sul
territorio piemontese per usufruire delle
prestazioni sanitarie, i cittadini stranieri
oltre a fare riferimento alle strutture
sanitarie alle quali si rivolgono i cittadini
italiani hanno a disposizione i Centri ISI
(Informa Salute Immigrati). I centri ISI, oltre
alla prestazione di cure ambulatoriali ed
ospedaliere, svolgono anche attività di
informazione ed educazione sanitaria. Sul
territorio torinese i centri ISI sono 3, a
livello regionale i centri sono 13 distribuiti
in 36 punti.
Un argomento molto delicato,
a cui si è dedicato parte dell’incontro è
l’introduzione del ticket di 25 euro sui codici
bianchi al Pronto Soccorso. Questa nuova
introduzione, con conseguente registrazione e
“schedazione” di chi usufruisce del servizio
rischia di allontanare gli stranieri,
soprattutto non regolari, dal pronto soccorso.
Questo ticket oltre ad essere un peso non
irrilevante anche per i cittadini italiani,
soprattutto anziani o disoccupati che a stento
arrivano a fine mese, è una paura in più per chi
ha già difficoltà ad accedere all’assistenza
medica. La salute rischia di passare al secondo
posto e le cure alternative messe in atto
all’interno delle comunità, senza formazione
professionale, rischiano di peggiorare la
situazione.
Le barriere all’accesso e ai servizi sono
dunque di tre tipi; barriere di tipo burocratico
con iter lunghissimi, barriere culturali causate
da pregiudizi, ed infine barriere di tipo
comunicativo, a cui i mediatori cercano di porre
rimedio.
L’operazione
“Odissea all’alba” è cominciata, con le solite litanie sulla
necessità degli attacchi aerei per difendere la popolazione civile
dagli attacchi delle forze mercenarie e non solo, del colonnello
Gheddafi.
Lo hanno deciso a Parigi, e il governo italiano ed opposizione
che insieme, a parte alcune lodevoli eccezioni, avevano votato a
favore del Trattato di partenariato con la Libia, hanno aderito ed
offerto piena disponibilità. Intanto quello che vediamo sono enormi
file di popolazione civile che se ne va anche da Bengasi per paura
dei bombardamenti, non solo quelli di Gheddafi ma anche delle forze
autorizzate dalle Nazioni Unite.
Ad operazione terminata e successivamente nella transizione,
vedremo quanti civili per “effetti collaterali” saranno stati uccisi
e quanti ne moriranno dopo per azioni terroriste.
Abbiamo già visto i risultati degli interventi
militari e le menzogne che ci sono state raccontate sull’ Iraq e l’
Afghanistan, migliaia e migliaia di civili uccisi e dopo tanti anni, la
pace e la giustizia non stanno certo di casa in quei paesi. Lo ripetono
le organizzazioni democratiche afghane: “Con il costo di un giorno di
guerra, avremmo potuto costruire tutte le scuole e tutti gli ospedali di
cui abbiamo bisogno ed uscire dal sottosviluppo”.Noi
dell’Associazione per la Pace continuiamo a dire che la guerra non si
deve fare e che si può evitare se si mettono in gioco tutte le capacità
di pressione diplomatica.
La strada che noi indichiamo non è stata ancora praticata perché
i nostri governi hanno sempre scelto la guerra.
In
questo senso ci auguriamo che l’ Unione Africana, che non ha
partecipato al summit di Parigi, possa svolgere un ruolo
determinante nei colloqui che avrà con le parti libiche in conflitto
perché via sia un cessate il fuoco immediato rispettato da
tutte le parti.
I
n
Libia la situazione non è come in Egitto e Tunisia, dove la rivolta di
un intera popolazione si è manifestata in modo pacifico e nonviolento
per liberarsi da un regime dittatoriale, ma vi è anche una rivolta
armata e scontro fra i diversi settori del potere libico.
Anchese in Barhein, nello Yemen ed in Palestina si
uccidono persone che manifestano in modo pacifico e nonviolento, nessun
governo occidentale chiede interventi per proteggere la popolazione
civile. Ma nel Barhein vi è una base militare USA e allora là possono
anche intervenire le truppe dell'Arabia Saudita, noto paese dove vige la
più ampia "democrazia" e Israele, che solo con i bombardamenti su Gaza
uccide 1400 persone, è un alleato che non si può toccare.
Dire questo non diminuisce minimamente il fatto
che Gheddafi sia un dittatore che deve andarsene e che il nostro
sostegno al popolo libico perché possa vivere in libertà sia
indispensabile. Ci auguriamo che non vi siano però vendette e che non
succeda a Gheddafi quello che è successo a Saddam Hussein, perché
crediamo nella giustizia e nella legalità e siamo sempre contro la pena
di morte.
Ci dicono che siamo “anime belle” ed
irresponsabili.
N
oi
consideriamo irresponsabile chi invece di aiutare forze democratiche a
crescere porta solo bombe in nome della difesa dei dritti umani e invece
di difendere i diritti umani per tutte e tutti difende i propri
interessi, siano essi economici o geopolitici, e mentre parte con
dispiego di aerei e missili per difendere diritti umani calpestati,
respinge dalle sue coste popolazioni civili in fuga dalla povertà, dalle
dittature e dalle guerre.
Mobilitiamoci per affermare il nostro no alla
guerra, il nostro sì alla pace con giustizia.
Mettiamo le bandiere della pace
ai nostri balconi e alle nostre finestre.
Aiutiamo i profughi e le forze democratiche in Libia
L'8 aprile Giornata internazionale della nazione rom
Fonte: www.immigrazioneoggi.it
Per l’Associazione Italiana Zingari Oggi si tratta di “un importante
passo avanti verso il riconoscimento dei diritti e l’integrazione dei
rom”.
Il Consiglio comunale di Torino ha approvato, a larga maggioranza, una
mozione in cui riconosce l’8 aprile come Giornata internazionale della
nazione rom. A darne notizia, “rallegrandosi” per la decisione, è stata
l’AIZO, Associazione Italiana Zingari Oggi.
In una nota, l’organizzazione ricorda che in tutto il mondo, in tale
giornata, viene celebrato il Romano Dives, in occorrenza
dell’anniversario del primo Congresso internazionale del popolo rom,
riunitosi a Londra l’8 aprile del 1971 e da cui si è costituita la
Romani Union, la prima organizzazione internazionale rom riconosciuta
dall’Onu nel 1979.Per AIZO la mozione è un
importante passo avanti verso il riconoscimento dei diritti e
l’integrazione di rom e sinti presenti sul territorio torinese.
L’associazione, inoltre, si augura che i propositi del Comune non
rimangano solo sulla carta scritta ma che effettivamente l’8 aprile si
trasformi in un’occasione per avvicinare maggiormente la cittadinanza
alla storia e alla cultura rom, favorendo un incontro reciproco. 20
marzo 2011
Sbarchi, Save the Children, identificare i minori, una corsa
contro il tempo
Fonte:
www.redattoresociale.it 15 febbraio Sono
almeno 200 quelli già intercettati tra le
migliaia di migranti giunti sull’isola tra il 10
febbraio e oggi. L’obiettivo: garantire
accoglienza e presa in carico
ROMA – Oggi nel centro di Lampedusa, il team di
Save the Children ha identificato altri 40
minori, di cui 20 sono già partiti verso Porto
Empedocle. Circa altri 10 minori sono presenti
sull’Isola. Altri 100 minori erano già stati
intercettati da Save the Children sull’isola,
trasferiti in Sicilia lo scorso giovedì e
venerdì e collocati nelle comunità per minori.
Inoltre, almeno altri 16 presunti minori sono
attualmente presenti nei centri per migranti di
Caltanisetta, Trapani e Pozzallo, in attesa di
essere identificati formalmente.
In Puglia il team di Save the Children ha
incontrato quasi 30 minori arrivati a Bari con
il ponte aereo organizzato negli scorsi giorni,
ma ritiene che molti siano i presunti minori
presenti ad oggi nei Centri di Brindisi e Foggia
che verranno visitati con urgenza dagli
operatori dell’organizzazione. I team di Save
the Children presenti a Lampedusa, Sicilia e
Puglia stanno operando in emergenza per
intercettare i presunti minori e garantire loro
supporto. “E’ una corsa contro il tempo. E’
fondamentale riconoscere i minori non
accompagnati e collocarli in comunità per minori
del territorio il prima possibile o, perlomeno,
all’interno dei Centri per migranti su tutto il
territorio, garantire che trovino alloggio
temporaneo in strutture separate dagli adulti.
Da Lampedusa è altrettanto importante che venga
data priorità al loro trasferimento verso il
territorio nazionale” dice Carlotta Bellini,
responsabile protezione dei minori di Save the
Children.
Save the Children sottolinea
la necessità di assicurare il rispetto di
standard di protezione e di accoglienza per i
migranti e, in particolare, per i minori
presenti nelle aree di sbarco e nei Centri di
prima accoglienza e di attivare tutta la rete
dei servizi di pronta accoglienza per i minori,
per assicurare la loro immediata presa in
carico. Save the Children è attualmente presente
sull’isola di Lampedusa, in Puglia e in Sicilia
nell’ambito del progetto Praesidium del
Ministero dell’Interno, in coordinamento con le
organizzazioni partner del progetto, Unhcr e Oim,
in un’ottica di supporto alla pianificazione di
un’efficace risposta alla crisi umanitaria in
corso.
Rosarno, i migranti tornano in piazza
Prima a Rosarno e poi a Reggio Calabria, in centinaia hanno manifestato
per sollecitare condizioni di vita dignitose e un lavoro onesto che
sfugga al controllo dei caporali, spesso immigrati
stessi,
che non di rado rispondono alla 'ndrangheta.
Una richiesta partita da Rosarno, dove, sin dalle prime ore della
mattina, centinaia di africani si sono radunati nella piazza intitolata
a Giuseppe Valarioti, segretario della locale sezione del Pci, ucciso
dalla 'ndrangheta nel 1980. Tanti i 'neri', ma assenti i bianchi. Ad
eccezione di una rappresentanza del liceo scientifico, gli abitanti di
Rosarno assistono al corteo senza parteciparvi. Neanche quando i
migranti si fermano davanti alla casa di Valarioti ed incontrano
l'anziana madre dell'esponente comunista posando per una foto con lei
che risponde agli applausi sussurrando 'non dovete ringraziarmi, siamo
tutti uguali'.
Chi dai balconi delle case, chi stando davanti ai negozi, i rosarnesi
vedono sfilare la manifestazione in silenzio. Solo un uomo sulla
cinquantina, rivolto ai sindacalisti della Cgil, promotori
dell'iniziativa insieme alla rete Radici, esclama: 'siete la rovina
dell'Italia. Non siamo razzisti. Qui facciamo la fame anche noi'.
Una voce isolata che pero' tradisce quella che e' la situazione di
questo lembo di Calabria, attanagliato dalla crisi del settore
agrumicolo che colpisce non solo i lavoratori stagionali, ma anche i
coltivatori. Non e' un caso che alcuni migranti lavorino appena due
volte la settimana, con una paga di poco superiore ai 20 euro
giornalieri.
Ed e' anche per sollecitare una soluzione a questo problema che in
contemporanea alle iniziative calabresi, la protesta si svolge anche a
Roma, davanti al ministero dell'Agricoltura, al grido di 'basta lavoro
in nero', 'non vogliamo essere clandestini'. Una delegazione viene
ricevuta da un funzionario, mentre il ministro Giancarlo Galan commenta:
'e' indispensabile compiere per davvero un'opera di pulizia politica ed
etica contro il lavoro nero, contro il persistente fenomeno del
caporalato, contro chiunque sfrutti uomini e donne che spesso si trovano
a vivere e a lavorare nel nostro Paese indifesi contro tutti e contro
tutto'.
E di queste persone, a Rosarno, ce ne sono tante. E quello che chiedono
in coro e' la possibilita' di avere il permesso di soggiorno. Molti di
loro, infatti, sono richiedenti asilo. Cio', spiegano alla rete Radici,
significa che possono stare in Italia ma non hanno i documenti per
trovare lavoro o una casa in affitto. E poi, aggiunge il segretario
generale della Cgil Calabrese, Sergio Genco, c'e' il problema della
lentezza burocratica nel rilascio dei documenti. 'Alcuni di questi
ragazzi - spiega - attendono da 12 mesi'.
Richiesta che una delegazione di migranti, accompagnata dai sindacalisti
e dalle associazioni, ribadisce al vice prefetto di Reggio Calabria,
dove la protesta si sposta in tarda mattinata.
Accompagnata da un'altra sollecitazione: l'apertura di un tavolo
regionale di concertazione su tutti i problemi connessi all'agricoltura.
Per liberare i migranti dalla morsa dei caporali, assicuragli un lavoro
e dare loro la possibilita' di una sistemazione dignitosa, spiegono i
partecipanti all'incontro, e' necessario un piano che rilanci il settore
agrumicolo della piana di Gioia Tauro. Solo cosi' gli imprenditori
torneranno a trovare conveniente raccogliere il prodotto che adesso
viene lasciato a marcire perche' pagato appena cinque centesimi al
chilo.
Ma per i migranti, quella di oggi non e' solo una giornata di
rivendicazione. E' anche l'occasione di incontri insperati. Come quello
avuto da due ragazzi, uno del Burkina Faso ed uno della Nigeria, con un
loro conterraneo certamente piu' fortunato, il difensore nigeriano della
Reggina Calcio Daniel Adejo e con l'allenatore degli amaranto Gianluca
Atzori, che regalano loro una maglietta da gioco con la scritta 'rete
Radici 2011'.
L'integrazione, e' la convinzione della societa', passa anche dallo
sport. E domani una delegazione di migranti di Rosarno sara' sugli
spalti dello stadio Granillo, ospiti della Reggina, per assistere alla
partita col Sassuolo e fare il tifo per il loro 'fratello' piu' famoso. (Ansa
7 gennaio 2011)
L'Italia non è un paese per rifugiati
d
iCarlo
Ruggiero
I dati dell'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni
Unite per i rifugiati, parlano chiaro: l'Italia non è un paese per
rifugiati. E non solo per le terribili condizioni di vita in cui
molto spesso profughi e richiedenti asilo sono costretti a vivere
nel nostro paese (condizioni che rassegna.it ha testimoniato, sia
per quanto riguardai
somali dell'ex ambasciata di Roma,
sia per quanto riguarda gliafghani
del quartiere Ostiense). Ma
soprattutto perché il nostro paese sembra aver deciso di abdicare ai
suoi doveri internazionali, almeno per quanto riguarda i forzati
della migrazione.
Secondo l'agenzia Onu,infatti,
mentre il numero delle richieste di asilo politico risulta in
sensibile aumento a livello globale, le richieste pervenute allo
Stato italiano sono clamorosamente crollate, diminuendo di più del
42 per cento tra il 2008 e il 2009. Scorrendo i dati dell'Alto
commissariato, si scopre così che le persone costrette alla
migrazione involontaria sono state più di 43 milioni nel 2009. L’Unhcr
ha addirittura registrato nel corso dello scorso anno il numero più
alto di migranti dalla metà degli anni 1990.
Rispetto al 2008, l’universo dei migranti involontariè
poi aumentato del 3 per cento a livello globale. Tra questi, il
numero complessivo dei richiedenti asilo è cresciuto rispetto
all’anno precedente di oltre 150mila unità (da 827.323 a 983mila),
dando continuità ad un trend che da un triennio caratterizza questo
segmento.
Nel nostro paese, invece, si registra una tendenza
esattamente opposta. I rifugiati in Italia, alla fine del
2009, erano circa 55mila, mentre il numero delle nuove istanze di
asilo presentate alle Commissioni territoriali sono state 17.603,
quasi la metà in meno rispetto al 2008 (-42,3 per cento).
Cos'è successo, allora?Ebbene,
il crollo delle cifre è sostanzialmente iniziato con l'approvazione
da parte del Parlamento, nel febbraio 2009, della ratifica del
“Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” con la Libia,
che ha sdoganato i respingimenti in mare di tutti i migranti,
profughi o meno senza distinzione di sorta. Il controllo alle
frontiere libiche, infatti, ha di fatto compromesso il rispetto del
principio di “non respingimento” e la concreta possibilità, per ogni
richiedente asilo di avanzare la propria domanda. In sostanza, i
probabili rifugiati politici non fanno richiesta di asilo, perché
vengono respinti prima di avere la possibilità di presentare una
domanda.
La stessa tendenza, tra l'altro, si riflette sui
dati relativi ai primi 6 mesi dell’anno in corso. Le domande di
protezione internazionale presentate in Italia fino a giugno 2010,
sono state solamente 6.163, ovvero circa la metà di quelle
presentate al settembre del 2009 (12.857).
"Il crollo delle domande non è certo dovuto al fatto che non
ci sono più richiedentiasilo
– conferma Gianfranco Schiavone, consigliere nazionale dell'Asgi,
l'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione – lo dimostra il
fatto che il dato è in aumento in tutto il mondo, e specialmente nel
Nord Europa". II problema – afferma il giurista - è che a causa dei
respingimenti ci sono migliaia di richiedenti asilo che non riescono
più a raggiungere l'Italia e vengono tenuti lontano da un loro
diritto". "Questo è uno scandalo nazionale" – conclude.
A riprova di questa tesi,in
effetti, c'è il fatto che rispetto al 2008 sono significativamente
diminuite le istanze avanzate dai migranti in fuga dall’Afghanistan
e dall’Africa, ed in particolare coloro che provengono dalla
Nigeria, Somalia, Eritrea, Costa d’Avorio e Ghana, mentre al
contrario sono lievemente aumentate quelle dei cittadini del
Bangladesh. Quest'ultimi, infatti, seguono rotte diverse che non li
costringono a passare dalla Libia.
Così, se alla fine del decennio scorso, la maggior
parte delle domande di asilo erano presentate da cittadini
provenienti dalla ex-Jugoslavia o curdi provenienti dall’Iraq e
dalla Turchia, che giungevano via mare in Puglia e in Calabria, o
via terra attraverso il confine italo-sloveno, nell’ultimo biennio
la maggior parte delle istanze è stata avanzata da cittadini in fuga
dall’Africa e dall’Asia. Ora anche a questi disperati non è più
permesso arrivare sulle coste italiane per chiedere rifugio.
Non è un caso se recentemente l’Unhcrabbia
affidato ad una nota ufficiale un allarme. L'agenzia Onu afferma
infatti di "riconoscere la necessità della gestione delle frontiere,
ma questo non può prescindere dalla protezione dei rifugiati". "Le
politiche di controllo dei confini che bloccano indiscriminatamente
gli arrivi - si legge - non fanno che spingere i richiedenti asilo a
percorrere vie ancora più rischiose e disperate per cercare
salvezza. Questa è la ragione per la quale oggi sempre più
richiedenti asilo si trovano nelle mani dei trafficanti". (www.rassegna.it
30 dicembre 2010)
"Voi neri non salite sul treno"
f
onte:
immigrazione.aduc.it 23 novembre 2010
E’
costata una condanna (patteggiata) a quattro mesi di reclusione la frase
razzista rivolta ad alcuni immigrati da un capotreno delle Ferrovie
dello Stato: ‘buttate fuori questi neri qua, altrimenti non faccio
partire il treno’. Un’offesa che l’uomo, un 56enne originario di Catania
ma residente a Verona, aveva rivolto a due passeggeri nigeriani, saliti
alla stazione di Padova, e alla fine costretti a scendere dal convoglio.
La vicenda risale al novembre 2009.
Il
capotreno – riferiscono i quotidiani locali – era stato per questo
denunciato per discriminazione a sfondo razziale. Erano stati i due
nigeriani a segnalare l’episodio alal polizia ferroviaria.
L’uomo, guiudicato dal gip di Padova, ha ottenuto la sospensione della
pena. I due immigrati, stipati con altri passeggeri nel treno regionale
Brescia-Padova, avevano entrambi il biglietto, regolamerte vidimato.
L’aggressione verbale da parte del funzionario delle Ferrovie sarebbe
stata del tutto immotivata. ‘Voi neri non salite sul treno – sono le
frasi attribuite al capotreno – non salite sul treno’.
Prodotti autoctoni, manodopera immigrata
Fonte:
www.cinformi.it
I
lavoratori immigrati sono strutturali e determinanti per l’economia
agricola del Paese
Nelle stalle dove si munge il latte per il Parmigiano reggiano quasi un
lavoratore su tre è indiano, mentre in Abruzzo il 90 per cento dei
pastori è macedone. Ma i lavoratori immigrati sono fra i protagonisti
anche della raccolta delle mele della Val di Non, nella produzione del
prosciutto di Parma, della mozzarella di bufala o nella raccolta delle
uve destinate al Brunello di Montalcino.E’
quanto afferma la Coldiretti, che ha collaborato alla realizzazione del
rapporto annuale sull’immigrazione della Caritas Italiana e della
Fondazione Migrantes, nel sottolineare che in agricoltura si rileva la
presenza di circa 95mila rapporti di lavoro con cittadini non
comunitari. Le nazionalità maggiormente rappresentate – sottolinea la
Coldiretti – sono quella albanese, marocchina, indiana e tunisina che,
complessivamente, raggiungono oltre il 50 per cento del totale dei
rapporti instaurati. Sono molti i “distretti agricoli” – aggiunge la
Coldiretti – dove i lavoratori immigrati sono una componente bene
integrata nel tessuto economico e sociale, come nel caso della raccolta
delle fragole nel veronese, della preparazione delle barbatelle in
Friuli, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva
in Piemonte fino agli allevamenti in Lombardia. I lavoratori stranieri –
conclude la Coldiretti – contribuiscono in modo strutturale e
determinante all’economia agricola del Paese e rappresentano una
componente indispensabile per garantire i primati del Made in Italy
alimentare nel mondo.11
novembre 2010
A Torino un bambino su 4 è straniero
Fonte: www3.lastampa.it
In Piemonte gli immigrati residenti sono oltre 350mila
Torino:
Più di un bambino su quattro (26,4%), nella fascia d’età fino a quattro
anni, a Torino è straniero, la percentuale è del 19,4% per quelli da 5 a
9 anni. I dati sono stati diffusi oggi dall’Osservatorio
interistituzionale sugli stranieri, coordinato dalla Prefettura di
Torino. I cittadini provenienti da altre nazioni residenti in Piemonte a
fine 2009 hanno raggiunto quota 351.112, 40.569 in più dell’anno
precedente e un’incidenza sulla popolazione totale che ha raggiunto il
7,9%.
Al
primo posto per nazionalità di provenienza, sulle 140 etnie rilevate, si
confermano ancora i romeni, che in provincia di Torino hanno superato le
23 mila presenze e rappresentano il 54% del totale degli immigrati,
distaccando notevolmente i marocchini in seconda posizione (4.700), gli
albanesi in terza (3.000) e i moldavi (900).
Nel
2009 gli stranieri che risiedono nel torinese sono 185 mila e
rappresentano l’8% della popolazione, con un aumento di 20 mila unità
rispetto all’anno precedente. Nonostante il fenomeno migratorio riguardi
ormai tutti i 315 comuni della provincia di Torino, il 50% degli
stranieri risiede in centri con più di 10 mila abitanti. Nel capoluogo
sono 115.800, pari a una percentuale del 12,6% della popolazione
complessiva (che arriva a 910 mila abitanti) e un incremento di 11.789
unità nel confronto con il 2008. Anche a Torino sono i romeni a
confermarsi primi per nazionalità di provenienza: sono complessivamente
51.215, sono cresciuti del 7,2% in un anno e rappresentano il 91,5%
degli stranieri che provengono dall’Ue e il 41,2% di tutti gli abitanti
provenienti dall’estero.
A
Torino è cambiata intanto la composizione della popolazione nelle fasce
di età più basse: sono stranieri il 17% dei ragazzi da 15 a 19 anni e il
24,7% dei giovani tra 20 e 24 anni. Di rilievo anche la presenza degli
stranieri nelle fasce attive della popolazione torinese: sono il 29,6%
nella classe 25-29 anni e il 27,7% in quella 30-34 ann
i.
Il fallimento di un decennio di politiche sull'immigrazione
Fonte: www.meltingpot.org
Dal Veneto alla Calabria, da Latina al casertano la fotografia
dell’attualità
Il Prefetto di Roma visita un CIE e ne esce “provato”. Si lascia
sfuggire alcune parole non di poco peso:”Ponte Galeria non
rispetta la dignità umana” bisogna chiuderlo
dice. Per la verità il problema di Giuseppe Pecoraro è quello di
risolvere un nodo che in questi anni, con diverse intensità, ha
messo sotto processo i CIE (un tempo Cpt) italiani.
Ovviamente
non tanto per riconoscere l’ingiustizia della detenzione a cui
sono sottoposti alcuni essere umani per il solo fatto di non
possedere un permesso di soggiorno, il problema del Prefetto,
come quello di molti altri, è quello di poter rinchiudere i
migranti senza che su questa questione vi siano contestazioni,
scandali e tensioni ingestibili prodotte dalle vergognose
condizioni di vita a cui sono sottoposti i detenuti dei centri.
Non serviva però la visita del prefetto romano per scoprire che
i CIE fanno schifo. Numerosi, ormai innumerevoli, rapporti e
documenti lo avevano più volte ribadito. Più o meno nelle stesse
ore, qua e là, sparsi per la nostra penisola, possiamo
registrare alcuni altri spunti che possono aiutarci a fare un
po’ il punto della situazione. Nessun bilancio ovvio, questo è
semmai il tempo di guardare l’orizzonte di fronte a noi.
Le coste del Sud, o meglio, con lo sbarco di Latina, del
centro-sud, ci dimostrano come le rotte dei profughi in fuga si
ridisegnino anche di fronte alla più grande e spettacolare
operazione di violenza che i nostri mari abbiano mai ospitato
(c’è da risalire alle guerre puniche). All’estremo Nord Est
intanto riprende l’ormai caratteristico e francamente un po’
patetico leit motiv della politica immigrazione-sicurezza. A
Padova, due omicidi di cittadini stranieri hanno scatenato una
nuova operazione spettacolare di Polizia e Carabinieri in città.
Controlli a tappeto, posti di blocco. Vecchia ricetta.
E’ curioso che quando gli omicidi avvengono tra autoctoni
(familiari delle vittime o non) si interroghino psichiatri,
sociologi ed educatori, mentre quando la violenza ha un “colore”
diverso, si punta il dito sulla clandestinità,
sull’immigrazione, sulla sicurezza.
Gli omicidi sono maturati all’interno di ambienti clandestini
dicono le autorità impegnate nella ricerca degli assassini,
salvo poi scoprire che uno dei ricercati aveva l’obbligo di
firma due volte al giorno presso il posto di Polizia locale. Si
tratta di un problema legato alla presenza o meno del titolo di
soggiorno questo?
Intanto anche il governatore del Veneto Zaia ci mette del suo:
“chi assiste i clandestini compie un reato”. Piccoli grandi
abbozzi di campagna elettorale insomma.
Ma il segnale è chiaro. Sulla clandestinità, senza questa volta
interrogare sociologi, psichiatri o pedagogisti, e neppure
interrogandosi sull’impianto della normativa sull’immigrazione,
si gioca la guerra della politica contro i migranti, ovviamente
travolgendoli tutti.
Eppure nell’ultimo decennio la sicurezza è stata al centro
dell’azione politica dei diversi governi che si sono succeduti.
Insieme ad essa l’equazione criminalità-immigrazione ha dominato
il dibattito pubblico. Intanto i quartieri esplodono, la
violenza si consuma, fuori e dentro le mura domestiche, fuori e
dentro gli ambienti dell’”immigrazione”.
Forse qualcosina nella capacità di costruire una nuova
cittadinanza comune è andato storto?
Intanto nel casertano però i braccianti agricoli ed edili che la
politica dopo gli scandali di Rosarno sembra ricordare solo
quando è il momento delle retate, organizzano il primo sciopero
delle rotonde. Non si lavora a meno di 50 euro.
I movimenti nel mentre si preparano. Il 14 e 15 ottobre saranno
a Roma per un presidio sotto il Viminale, e poi il 16 per dare
vita al grande corteo contro la crisi, tutti uniti. Per un nuovo
orizzonte di movimento, per i diritti dei migranti e non, in
questo paese.
Clandestino Day, a Bologna in Via del Pratello
F
onte:
www.redattoresociale.it
Venerdì 24, per la giornata indetta da Carta, le associazioni
che lavorano con gli immigrati si incontrano in una delle strade
più simboliche della città. In programma dibattiti e la
proiezione del documentario “In betweeen”
BOLOGNA – Anche quest’anno Bologna partecipa alla seconda
edizione di Clandestino Day, evento a carattere nazionale di
riflessione e integrazione proposto dal settimanale Carta che,
nella sua prima edizione, aveva unito 60 città e 500
organizzazioni.I
motivi e le modalità che portarono alla sua riuscita sono ancora
validi. L’edizione 2010 riporta l’attenzione sugli avvenimenti
degli ultimi 12 mesi: la rivolta di Rosarno, le ribellioni nei
Centri di identificazione ed espulsione, la legge Bossi-fini e
il permesso di soggiorno vincolato al contratto di lavoro.
Bologna ha scelto come slogan della giornata “Noi
non respingiamo!” e come luogo via del Pratello, strada centrale
della città, nota per il suo essere multietnica. L’appuntamento
è per le 19 nella Sala Walter Benjamin con approfondimenti e
dibattiti organizzati dalle associazioni che lavorano con i
migranti e difendono i loro diritti. Il momento più importante
della serata sarà la proiezione del documentario “In between –
nove sguardi sulla scena europea”. La serata si concluderà in
musica con Tam Tam Clandestino – percussioni dall’Africa
dell’Ovest.00
Il documentario racconta l’esperienza di alcuni giovani, figli
di migranti che vivono in 9 città di 6 diversi Paesi europei.
Nonostante le diversità tutti i protagonisti del video si
raccontano in una situazione che li accomuna: sono tutte persone
che si trovano nel mezzo, portatori di un’identità di confine
che li colloca a metà tra il Paese da cui provengono i loro
genitori o parenti e quello in cui vivono e in cui, comunque,
continuano a essere riconosciuti solo a partire dalla loro
provenienza. “Mentre i miei genitori hanno dovuto lottare per
avere un posto di lavoro qui, noi dobbiamo lottare per vivere
qui” dice uno dei protagonisti. “In between” è un’occasione per
tentare di superare gli stereotipi sull’immigrazione, uno
strumento utile anche per ripensare i linguaggi di chi si oppone
al razzismo. (vincenzo bottiglioni)
Lampedusa. Il sindaco "distruggere le barche dgli immigrati"
Nell’isola, accanto alla discarica comunale, le decine di imbarcazioni
rinvenute negli anni sono ammassate alla rinfusa. Dentro ci sono ancora
vestiti, coperte e materassi. Per il primo cittadino è tempo di
smantellare tutto
Lampedusa, vestiti, coperte e materassi contenuti nelle barche degli
immigrati
LAMPEDUSA (AG) – “Le barche degli immigrati saranno distrutte entro
breve”. Il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis (Mpa), annuncia
che le imbarcazioni dei migranti rinvenute nel’isola – e attualmente
depositate accanto alla discarica comunale – saranno prelevate da una
ditta specializzata che, dopo averle trasferite fuori dall’isola,
provvederà al loro smantellamento.
Una decisione che fa infuriare l’associazionismo locale e, per certi
aspetti, rischia di cancellare la memoria, quella con la ‘M’ maiuscola,
quella degli immigrati affondati tra le onde del Mediterraneo, il
ricordo dei quali sopravvive anche grazie alle tante barche ritrovate
nel corso degli ultimi anni a ridosso della costa lampedusana. Il
sindaco promette che “un paio di barche saranno salvate ed esposte come
monumento ai caduti”. Una quantità minima, forse insufficiente per
rievocare il “colossale sterminio” del Mediterraneo.
Oggi le barche sono tutte ammassate accanto alla
discarica comunale. E’ un luogo spettrale, situato al centro dell’isola,
a poche decine di metri dal Cie, oggi praticamente inattivo visto il
drastico calo degli sbarchi. Le spiagge dei turisti sono lontane, così
come i centri abitati. Intorno alle barche soltanto silenzio. Ce ne sono
di ogni tipo. La più grande è lunga almeno venti metri, alta otto.
Domina la visuale. E’ adagiata su un fianco, come fosse incagliata in
fondo al mare. Probabilmente i pescatori isolani l’hanno ritrovata così.
La sua pancia, sventrata, evoca miserabili tragedie. Dentro,
sopravvivono brandelli di umanità: un paio di pantaloni accartocciati,
due coperte sdrucite e sfilacciate, un materasso senza colore, un succo
di frutta con scritte arabe. Accanto a questa, tante altre decine. Tutte
insieme, formano delle vere e proprie montagne di legno. Molte hanno
ancora le scritte arabe dipinte esternamente. Poco distanti dalle
barche, giacciono l’uno sull’altro decine di materassi ingialliti dal
sole e dal passare delle stagioni. Erano i letti dei migranti in marcia
verso l’Europa: alcuni piccoli e stretti, altri di taglia matrimoniale.
(js)
In Basilicata un'altra Rosarno
F
onte:
www.redattoresociale.it Emergenza umanitaria per un migliaio di africani che tra agosto e
settembre raccolgono i pomodori e si rifugiano in un’ex fabbrica
abbandonata simile alla famigerata “Cartiera” della Piana di Gioia Tauro
ROMA – Un’emergenza umanitaria come quella di Rosarno. E’ nel cuore
della Basilicata, a Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, che
da oltre dieci anni, un ex capannone industriale è diventato il rifugio
di oltre mille braccianti agricoli africani.
A lanciare l’allarme sono stati alcuni giornali e attivisti locali.
Palazzo San Gervasio è la tappa intermedia tra le raccolte stagionali
del foggiano e quella delle arance a ottobre nella Piana di Gioia Tauro.
Tra agosto e settembre la produzione di pomodori e ortaggi richiede
braccia da impiegare nei campi lucani. Arrivano così lavoratori
magrebini e dell’Africa subsahariana, ma anche braccianti europei,
romeni e bulgari. Questi ultimi riescono a prendere case in affitto,
seppur in condizioni di sovraffollamento, e a percepire una paga che si
aggira sui 35 euro a giornata. Per gli africani il guadagno è più
misero, intorno ai 20 euro al giorno e le condizioni abitative molto
precarie. Nell’ex fabbrica in disuso c’è carenza di servizi igienici e
di condizioni sanitarie adeguate per accogliere un numero così vasto di
braccianti. Il fenomeno è monitorato da volontari di associazioni
locali.
Anche a Palazzo San Gervasio come a Rosarno, si ripetono i meccanismi
dello sfruttamento di manodopera immigrata. I piccoli proprietari
terrieri non contattano direttamente i lavoratori, si rivolgono a dei
‘mediatori’ che forniscono la squadra di lavoro. Una situazione che dà
origine al caporalato. In questo caso i caporali sono spesso stranieri e
intascano circa 10 euro della paga giornaliera del bracciante. 30 luglio
2010
L'estate torrida dei Cie italiani
f
onte:
www.meltingpot.org
Rivolte, scioperi, violenze aggravate dai sei mesi di trattenimento Che “ospiti” ingrati quelli dei Cie italiani.
Il Governo ha prolungato la loro possibile permanenza nei Cie fino a sei
mesi perchè loro non collaborano a farsi espellere verso i paesi da cui
sono partiti (o altri come è avvenuto in passato) e loro tentano di
scappare. I sei mesi di trattenimento nei Cie, così come prolungati dal
pacchetto sicurezza, cominciano a far sentire i loro effetti più
dirompenti proprio da dentro l’inferno dei centri.
Maroni, che aveva previsto di trattenere più a lungo i reclusi, proprio
per permetterne “di realizzare veramente le espulsioni”, diceva, si è
visto costretto negli scorsi giorni, alla scadenza dei 6 mesi di
proroghe per molti dei trattenuti, una operazione estesa di espulsioni
collettive e giornaliere dei detenuti in procinto di essere liberati,
con un telegramma urgente inviato a prefetti e questori.
Così in questi giorni i Cie italiani sono tornati
(anche se per la verità mai hanno smesso) ad essere animati da rivolte e
fughe, a cui come spesso avviene, sono seguite violenze, denunce,
deportazioni.
Eppure dal 1998 ad oggi, l’evoluzione dei centri non
si è mai arrestata.
Prima i centri di detenzione sono proliferati su tutto il territorio
nazionale. Poi, ai CPT sono stati affiancati i centri di prima
accoglienza, quelli di accoglienza per richiedenti asilo, quelli di
identificazione componendo un quadro formale di divisione delle
competenze che spesso si esauriva in una commistione di luoghi, tempi e
modalità brutale e pericolosa. Nel 2007, con il Governo targato Prodi,
l’indignazione per l’esistenza dei cpt e le battaglie che l’anno segnata
hanno portato il Governo Prodi ad immaginare la via di fuga
dell’umanizzazione, dopo che anche la Commissione De Mistura aveva
prodotto una relazione sullo stato drammatico dei diritti al loro
interno: dobbiamo “superare i Cpt” ci dicevano e a modo loro, ci sono
riusciti.
Con il primo decreto sicurezza (Amato 2007) i centri di detenzione
avrebbero dovuto “accogliere” anche i cittadini comunitari (leggasi
rumeni) che dal circuito della detenzione erano usciti solo pochi mesi
prima con l’allargamento a 27 stati del’Ue. Solo l’intervento europeo ha
cassato questa possibilità
Poi, con il nuovo Governo Berlusconi ed il Ministero dell’Interno
affidato a Maroni, è stata inaugurata (o portata alle estreme
conseguenze) la politica securitaria in formato pacchetto (un decreto
del maggio 2008, due decreti legislativi dell’ottobre 2008, un disegno
di legge del luglio 2009) che hanno portato al prolungamento dei tempi
di detenzione nei Cie (centri di identificazione ed espulsione il loro
nuovo nome) fino a 6 mesi.
Così oggi ci ritroviamo con il prodotto della Turco
Napolitano del 1998, a dodici anni di distanza, sempre più strutturale
nella gestione delle migrazioni e del loro sfruttamento.
Non senza contraddizioni.
Molte Regioni, grazie alle pressioni dei movimenti, hanno rifiutato la
costruzione dei Cie nel loro territorio, anche dopo che il Ministro
Maroni ne aveva annunciato la costruzione di uno almeno per ogni
regione.
La battaglia degli abitanti di Lampedusa poi aveva sottolineato la
possibilità di rivendicare territori liberi da questi luoghi disumani
anche a partire dalla cittadinanza che li abita.
In questi giorni Gradisca, Vulpitta, Brunelleschi, Corelli, sono
stati teatro di rivolte e fughe, di repressione e scioperi.
L’operazione Maroni insomma ha trovato la sua resistenza ovvia e
legittima proprio da parte di chi come un oggetto, impotente, sarebbe
dovuto salire su un aereo per essere consegnato ad un destino che non
aveva scelto.
Cio che oggi risulta però necessario è
ritessere un filo del discorso e della lotta contro i Cie che possa
trovare un modo di percorrere le strade insidiose della società nella
crisi.
Perchè contro i Cie puoi urlare il dissenso, puoi sperare nella rivolta
di chi vi è rinchiuso, oppure insieme, in tanti, potremmo immaginare di
ricostruire le condizione per dire no! A quelli vecchi come a quelli in
costruzione, alla detenzione ed all’espulsione.
Le lettere dai Cie in solidarietà ad Habib, il
tunisino salito sul tetto del Cie di Corso Brunelleschi, a Torino,
contro la sua espulsione.
Caro Habib,
siamo tutti con te e facciamo tutto il possibile
da Gradisca. Stiamo lottando per combattere questa legge che non deve
esistere, e facciamo il possibile. Molti di noi siamo in sciopero della
fame, non vogliamo avere niente a che fare col direttore e le guardie,
noi non vogliamo niente da loro. In tanti ci tagliamo ogni giorno come
forma di protesta perché i Cie devono essere rasi al suolo. Sappiamo che
sei li da più di trenta ore; non ti preoccupare, tieni duro perché siamo
molto vicino a te e sappiamo che la tua lotta è anche la nostra lotta.
Sappiamo che il Cie di Brunelleschi è un Cie che fa schifo. Il tuo gesto
è molto coraggioso, tieni duro, stiamo tutti lottando e pregando per te,
speriamo che non ti succeda niente, non sei da solo. Vogliamo anche
ringraziare tutti quelli che da fuori ci stanno sostenendo per
distruggere questi campi di concentramento. È molto importante sentirvi
vicini. Ci aiutiamo a vicenda dando una mano a questo ragazzo.
I reclusi di Gradisca – Sezione rossa
Ti auguriamo di resistere Libertà per tutti e
siamo tutti con te Habib e contiamo su di te. Grazie mille per questo
tuo gesto ti auguriamo al più presto la libertà, a te e a tutti noi.
I reclusi di Gradisca – Sezione blu
Caro fratello tunisino,
ti chiediamo di resistere e non mollare finché
ottieni la libertà. Quello che stai facendo tu lo stai facendo anche per
tutti noi extracomunitari, sopratutto x gli algerini e i tunisini che
stanno subendo questo nuovo decreto per facilitare le deportazione.
Siamo sicuri che puoi resistere ancora, solo così potrai ottenere la
libertà. Siamo tutti con te nel bene e nel male. Anche noi abbiamo
lottato e stiamo lottando per te e per tutti noi. Sabato abbiamo fatto
la protesta e tre di noi sono già in libertà. Noi non ci fermeremo qua
finché non otterremo i nostri diritti di esseri umani e finché non
distruggeremo questi lager. Ringraziamo tutti i solidali che li sotto
stanno lottando per lui e per tutti noi. Libertà per tutti.
I reclusi di via Corelli – sezione C maschile e
settore femminile
[ giovedì 22 luglio 2010 ]
Razzismo nel Veneto
A Treviso un bambino napoletano per
un anno intero è stato offeso, insultato, umiliato
quotidianamente e continuamente; oltre a insulti del
tipo “sei un camorrista”, “terrone”, e coretti vari
contro i napoletani, (gli stessi intonati da Salvini,
per intenderci) veniva accusato di puzzare, e i ragazzi
disinfettavano pure le penne che lui toccava
La mamma del ragazzo si era rivolta alle insegnanti per
avere delle spiegazioni, e queste rovesciando il
problema le hanno detto che era il suo ragazzo ad essere
problematico.
Il Preside e i genitori sono
indignati, secondo loro la madre del bambino dovrebbe
scusarsi per le infondate accuse.
L’Assessore regionale alle Politiche
dell’istruzione e formazione Elena Donazzan afferma: “So
trattarsi di un caso difficile, che crea sofferenza e
irrequietezza in un ragazzo che ha dimostrato una
difficoltà di inserimento che non credo vada attribuita
né ai compagni di classe né agli insegnanti”.
Maria Giuliana Bigardi provveditore
di Treviso spiega che invece si atterrà al protocollo,
che prevede l’invio di una relazione al Direttore
scolastico regionale e anche al Ministero
dell’istruzione, in questa relazione ci saranno anche le
testimonianze dei docenti, del preside e dei genitori.
L’Assesore comunale Mauro Michielion
si preoccupa invece di chi pagherà i danni per aver
compromesso l’immagine della scuola degli insegnanti e
sopratutto della città di Treviso.
Il Sindaco di Treviso Gian Paolo
Gobbo tende a ridimensionare l’intera vicenda: “La
nostra città non è razzista. Alcuni dei personaggi più
illustri di Treviso provengono dal sud Italia. Bisogna
controllare in maniera maggiore i ragazzi e le dinamiche
che si creano fra compagni.Sono state scaramucce fra
bambini, situazioni che si verificano in ogni scuola.
Ricordo che accadeva anche quand’ero piccolo io, ci si
prendeva spesso in giro. Ora bisogna capire perché è
successo”.
Il problematico, alla fine di tutto,
è il bambino napoletano insieme alla sua famiglia che si
è permessa di denunciare il caso.
Un altro caso di razzismo è avvenuto
a Solesino in provincia di Padova, una studentessa
romena ha tentato di suicidarsi piuttosto che andare a
scuola.
”Nostra figlia – racconta il papà – è
stata isolata dai compagni. Le dicevano che “puzzava di
romena” e che non era vestita alla moda. Ne aveva
parlato con la mamma: il compito in classe ha colmato la
sua paura”.
Il preside della scuola di Solesino
invece spiega: “Le accuse di razzismo sono infondate ,
noi approfondiremo la vicenda con la classe e gli
insegnanti. Ed è certo che se vi fosse anche un minimo
riscontro, prenderemo dei severi provvedimenti con chi
ha discriminato una propria compagna di classe. Ma io
credo che si tratti di un fatto infondato così come
viene esposto. Nella nostra scuola c’è l’8 per cento di
studenti stranieri e lavoriamo costantemente con
progetti per l’integrazione”.
Il sindaco di Solesino Walter Barin
invece racconta: ”Non eravamo a conoscenza del fatto …
incontreremo il dirigente scolastico e cercheremo di
andare a fondo sulla vicenda. Nessuno sembra essere a
conoscenza di questi episodi, anzi mi dicono che la
ragazza era ben integrata, certo è che si tratterebbe di
un grave caso di discriminazione se le parole dei
compagni di classe fossero vere. I docenti mi hanno
assicurato che non c’è stata mancanza di solidarietà: i
compagni di classe della ragazza sono stati i primi ad
andare a trovarla in ospedale. A Solesino non abbiamo
mai avuto episodi di razzismo, sarebbe il primo e
sarebbe da condannare”.
Adrian Todureschu portavoce della
comunità romena ha dichiarato: ”Presenteremo un esposto
al dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di
Solesino perché venga aperta un’inchiesta interna al
fine di individuare eventuali responsabili e che possano
essere presi i provvedimenti adeguati. Inoltre,
valuteremo di seguito insieme ai genitori se presentare
un esposto anche alla procura per discriminazione
razziale. Come comunità siamo delusi e amareggiati:
quello che è successo è un fatto gravissimo che poteva
degenerare in una strage familiare”.Ormai episodi del
genere avvengono tutti i giorni, sempre con le stesse
dinamiche ,e il danneggiato diventa poi l’elemento che
non si integra, come se per integrarsi si debba
diventare delle bestie. Poi tutti compatti a difendere
il branco: politici, genitori, docenti, tutti bravi
ragazzi; offendere, insultare, mancare di rispetto sono
cose normali. Il bello è che la scuola dovrebbe educare
alla convivenza, ma insegnanti educatori ci sono ancora?
E le regole e i valori cosa sono un optional per i
fessi? (www.migranti.it 8 luglio 2010)
Rifugiati di via
Asti
Prefetto Padoi
convoca i rappsentanti dei comuni di Torino e Settimo
F
onte:
www3.lastampa.it
Sono i
rifugiati
più
fragili
ospiti
nella
struttura
della
Protezione
civile
Emanuela
Minucci,
Andrea
Rossi Torino:
Non ci
sarà
nessun
rompete
le
righe,
almeno
per ora.
Solo un
esodo
lento, e
probabilmente
carico
di
tensione,
per
lasciare
forse
spazio a
nuovi
arrivi.
Da ieri
mattina
per i
profughi
di via
Asti è
cominciato
l’ennesimo
trasloco.
Gradualmente
si
spargeranno
in
decine
di
rivoli
per
tutto il
Piemonte,
ma a
settembre
è
possibile
che l’ex
caserma
Lamarmora
riapra i
battenti
per
ospitare
altri
rifugiati,
i 50 che
ancora
sono
alloggiati
nel
quartiere
generale
della
Croce
Rossa
militare
e della
Protezione
civile
di
Settimo.
Via Asti
non
smobiliterà.
Letti a
castello
e cucine
non
verranno
portati
via.
Il quadro è confuso. Ieri mattina il
prefetto Paolo Padoin ha convocato un vertice con le
forze dell’ordine, i City Angels – che
da un mese sorvegliano la caserma – e i rappresentanti
dei comuni di Torino e Settimo. Ha confermato che il 30
giugno il ministero dell’Interno ha chiuso i rubinetti:
basta fondi per i rifugiati, tocca arrangiarsi. In via
Asti, dopo una serie di proroghe, per gli oltre cento
etiopi e somali è arrivata l’ora di fare le valigie. I
primi gruppi sono stati convocati dall’Ufficio stranieri
del Comune per vedersi assegnare le nuove destinazioni
che li accoglieranno e daranno vita a percorsi di
inserimento lavorativo. Una procedura che finora ha
coinvolto 50 persone. Dieci hanno rifiutato la nuova
destinazione e hanno provato a tornare in via Asti.
Nulla da fare: gli addetti alla sorveglianza li hanno
respinti, non senza momenti di tensione e una piccola
rissa.
Il meccanismo si ripeterà per i
cinquanta che restano: «A ciascuno sarà assegnata una
nuova struttura», spiega l’assessore ai Servizi sociali
Marco Borgione. «Se qualcuno la rifiuterà sarà libero di
cercarsi un’altra destinazione, ma non potrà tornare in
via Asti». Già, via Asti va liberata e messa a
disposizione per nuovi arrivi, perché ora che il
ministero ha chiuso i cordoni della borsa a Settimo si
deve sbaraccare.
La scorsa estate il centro di
Protezione civile e Cri, che è proprietà del Comune, si
era piegato alla richiesta del prefetto: Torino non era
in grado di reggere i 400 profughi ammassati nell’ex
clinica San Paolo in corso Peschiera. Il sindaco Corgiat
aveva accettato di farsi carico di quasi 200 rifugiati,
soprattutto donne, bambini e «soggetti deboli». Ne sono
rimasti 50, ma i fondi sono finiti e il Comune non
intende mettere mano al portafogli dopo essersi già
sacrificato per risolvere un problema di Torino.
Fino a settembre Croce Rossa e Banco
alimentare si occuperanno dei profughi. Dopo, se non
arriverà altro denaro o non si troverà una soluzione,
toccherà a Torino occuparsene. E l’unica alternativa –
si è detto ieri in Prefettura – è via Asti. Al cibo
provvederà il Banco alimentare, alla vigilanza i City
Angels. Al resto penseranno i rifugiati: modello
autogestione, come quello sperimentato nell’ultimo mese
– non senza un bel po’ di turbolenze – in via Asti
Almeno i giudici
contro il razzismo
di Raffaele Ferraro
E' di ieri (giovedì)
la notizia che la Corte Costituzionale
ha stabilito l'incostituzionalità
dell'aggravante legata alla
clandestinità del reo prevista dal
cosiddetto pacchetto sicurezza varato
dal governo nel 2008. Chi scrive era
stato da queste colonne, a riguardo,
facile profeta. Ancora non si conoscono
le motivazioni di tale decisione, ma c'è
solo l'imbarazzo della scelta
nell'individuare possibili profili di
incostituzionalità.
Secondo alcune
indiscrezioni che trapelano in queste
ore sembra che una delle cause della
pronuncia sia dovuta all'entrata in
vigore, l'anno scorso, del reato di
clandestinità; la clandestinità sarebbe
stata quindi -nel contempo- fattispecie
autonoma di reato e aggravante specifica
per qualsiasi altro tipo di reato. C'è
da augurarsi che la ragione principale
della decisione non sia questa in
quanto, in tal caso, al reato di
clandestinità che -per dirla con un
eufemismo- presenta diversi profili
dubbi a propria volta, sarebbe dato
dalla Consulta il via libera. Trattasi
di reato introdotto pretestuosamente per
poter dare esecuzione alle espulsioni,
unico caso nel nostro ordinamento in cui
la pena sostitutiva (l'espulsione) è più
grave della pena principale di natura
pecuniaria.
Tornando al merito
dell'aggravante in oggetto, tuttavia, è
bene evidenziare che un aumento di pena
previsto non in base ad un determinato
modus operandi da parte dell'autore
nell'ambito di un'azione criminosa o ad
un giudizio di pericolosità legato, ad
esempio, alla recidiva dello stesso,
bensì ad un mero status, cioè quello di
essere presente irregolarmente sul
territorio nazionale, sarebbe stato
(era) cosa del tutto avulsa dalle altre
aggravanti previste dal nostro Codice
Penale.
Giova evidenziare
inoltre che il suddetto status di
clandestino oggetto dell'aggravante di
cui si parla (ma anche dell'autonoma
fattispecie di reato) riguarda solo una
determinata categoria di potenziali
individui, vale a dire i non cittadini
italiani, in barba al principio
dell'uguaglianza di ciascuno di fronte
alla legge.
Tale sentenza segue
di una manciata di giorni un'altra
importantissima pronuncia, questa volta
della Cassazione, che ha stabilito un
importante principio antirazzista in
materia di adozioni. In sostanza si
afferma che una coppia che abbia
specificato di voler adottare un bambino
solo se di una determinata etnia non è
adatta all'adozione.
E' di martedì un
editoriale su Il Riformista in cui, a
tal proposito, l'autrice sosteneva a
spada tratta la legittimità da parte
degli aspiranti genitori nel pretendere
un figlio di etnia indoeuropea (cioè
bianco!!!) e tacciava la suddetta
pronuncia di voler affermare un
principio in astratto corretto, ma in
concreto deleterio. Seguiva uno
stucchevole paragone con la possibilità
data alle coppie di ricorrere ad
interruzione terapeutica della
gravidanza in caso di feto con
malformazioni o gravi malattie,
contrapposta all'impossibilità di
scegliere l'etnia dell'adottando figlio.
Se avessi rinvenuto tali argomentazioni
in un quotidiano di destra come Libero o
Il Giornale non ci avrei dato peso, ma,
dal momento che si trovavano in prima
pagina di un quotidiano di sinistra
liberal, ritengo opportuno mettere un
po' d'ordine.
In primo luogo si
rileva che l'etnia di provenienza non è
una malformazione o una malattia.
In seconda battuta si sottolinea che
l'adozione è concepita a favore dei
bambini e non dei genitori. Una coppia
che concepisce un figlio non sceglie i
tratti somatici che lo stesso avrà e non
si capisce bene perchè questo non
dovrebbe valere in caso di adozione.
Vorrei che fosse chiaro che non è come
andare al canile a scegliere un
cucciolo. Ciò che si valuta è la
capacità della coppia di accogliere un
bimbo in astratto prima e nel caso
concreto poi. Mi pare piuttosto evidente
che degli aspiranti genitori che in fase
preliminare pongano già dei paletti e
accampino delle pretese "particolari"
non siano i più adatti.
Dopo queste due
sentenze il nostro Paese è un po' meno
xenofobo e razzista. C'è da chiedersi
per quanto ancora sarà necessario
l'intervento correttivo dei giudici (in
punta di diritto e non politico come
qualcuno sostiene) a correggere gli
orrori della
politica.(www.aprileonline.info 12
giugno 2010)
Il nuovo volto
del razzismo
Scritto da
Redazione dei Migranti .it il 6
June 2010
Aiutarli
a superare i pregiudizi
ROMA (Migranti-press 23) - Il
nostro è un “Paese accogliente
per definizione, con alle spalle
una storia fatta di confronti,
scambi, non certo di chiusure”.
Eppure “gli atti violenti contro
gli extracomunitari, le
manifestazioni di xenofobia sono
in aumento. Siamo un po’ sospesi
tra paura e solidarietà. Che
cosa sta accadendo in Italia?”.
È l’interrogativo posto da Laura
Boldrini, portavoce dell’Alto
Commissariato delle Nazioni
Unite per i Rifugiati (UNHCR),
intervenuta il 24 maggio scorso
all’incontro “Uguaglianza e
discriminazione”, promosso a
Roma dall’Associazione Athenaeum
Nae nell’ambito del Progetto
“Quale Europa per i giovani?”,
ospitato dalla Luiss e dedicato
agli studenti delle scuole
superiori della capitale.
A narrare storie di
“disuguaglianze e
discriminazioni” è Eraldo
Affinati, scrittore e insegnante
di italiano e storia presso la
“Città dei ragazzi”, centro di
accoglienza per minori
extracomunitari. Storie raccolte
in un libro intitolato, appunto,
“La Città dei ragazzi”. “Fanne
buon uso, professore”: con
queste parole, ricorda, i suoi
allievi gli hanno affidato “il
racconto delle proprie vite, dei
tormentati viaggi nelle stive di
navi e aerei per fuggire e
arrivare in Italia”.
“Imparare l’italiano per questi
ragazzi, spesso analfabeti nella
propria lingua, ha voluto dire
trovare per la prima volta delle
parole per narrarsi, per
spiegare come la fuga dai loro
Paesi fosse l’unica strada
possibile”, spiega lo scrittore:
“e in questa narrazione la
lingua nativa è rimasta
mescolata alla nuova, come un
relitto, una testimonianza”.
“Sono ragazzi che vestono come
voi - ha detto ai giovani
presenti - frequentano le
discoteche, ma dentro sono
lacerati, anche perché sanno che
a diciotto anni dovranno
lasciare la Città e andare a
vivere in quella vera: Roma. Che
ne sarà di loro? Tanti vengono
sconfitti”. Ma altri sono
vincenti: “Omar adesso fa il
cameriere in un ristorante
vicino alla Luiss. C’è chi
lavora in un’officina di Ponte
Galeria ed è felice perché lo
considera un successo. È
comunque una sfida, una
scommessa, non solo per loro ma
anche per l’Italia: ogni loro
fallimento è un fallimento per
tutti noi”.
“Tanto diversi? Non direi -
conclude Affinati - i loro
valori interiori sono come i
nostri, si interrogano sul bene,
sul male questioni universali
che ci accomunano tutti”.
La vicenda raccontata - e
rappresentata anche in una pièce
teatrale - dal regista Giorgio
Barberio Corsetti, è invece
quella del naufragio di
Portopalo, la notte tra Natale e
S. Stefano del 1996, quando
trecento emigranti - provenienti
soprattutto dal Pakistan e dallo
Sri Lanka - naufragano nel mare
in tempesta tra Malta e
Portopalo.
“Pochi si salvano e vengono
costretti a rimpatriare.
Comincia il rimpallo delle
responsabilità. La mafia, che
organizza questi viaggi-truffa
in clandestinità, non fa sapere
nulla alle famiglie per tutelare
i propri traffici. Dopo dieci
anni - spiega il regista - c’è
chi è ancora convinto di parlare
al telefono con il proprio
figlio. In realtà dall’altra
parte del filo c’è qualcuno
pagato per fingere. Anche i
pescatori, quando riaffiorano i
cadaveri, fanno finta di nulla,
temendo che il proprio pesce,
pescato in quelle acque, possa
essere rifiutato”.
“I media - commenta Boldrini -
non ci hanno aiutato a capire
tutto questo. Non sappiamo
nemmeno la differenza tra un
emigrato e un rifugiato. Non ci
è chiaro che un rifugiato è
qualcuno che non pensava di
venire da noi; stava a casa sua
ma è dovuto fuggire,
terrorizzato, per salvarsi la
vita durante un conflitto
improvviso”. Secondo la
portavoce UNHCR, “i media hanno
anzi contribuito a rafforzare i
pregiudizi: uno stupro commesso
da un italiano è a pagina 32 di
un giornale, uno commesso da uno
straniero è in prima pagina. Si
parla di immigrazione solo in
relazione al tema della
sicurezza” ma, ammonisce, “una
società fondata sul diritto non
può rimandare indietro i
rifugiati; l’immigrazione non
può essere bloccata ma solo
regolata”.
Per Aldo Morrone, medico
dell’ospedale san Gallicano di
Roma, che ha scelto di curare
immigrati clandestini e
senzatetto, “è un privilegio
occuparsi di chi non conta
nulla”. Ma “la vera
contrapposizione - precisa - non
è tanto tra italiani e non,
quanto piuttosto tra garantiti e
non: i giocatori dell’Inter sono
quasi tutti stranieri ma non
hanno certo bisogno di venirsi a
curare da me”. Sulla stessa
linea l’artista Moni Ovadia,
secondo il quale “oggi la
discriminazione è soprattutto
sociale ed economica. I
finanzieri, e chi guida le
grandi società o le
multinazionali, si arricchiscono
per posizione e ruolo pur se
conducono la propria società
alla rovina. Si auto-compensano
e si riconoscono valore per
autocertificazione”. Anche il
razzismo ha un nuovo volto:
“Formalmente siamo tutti
antirazzisti e favorevoli
all’uguaglianza ma di fatto -
ammonisce Ovadia - siamo immersi
nell’ipocrisia perché chi
discrimina e ha il potere di
farlo utilizza e conferma i
medesimi valori e ribadisce le
stesse parole. Non le
contraddice, ma come un virus vi
si introduce e le svuota
rendendole prive di senso”.
Permesso di
soggiorno a punti: i crediti per rimanere
in Italia
w
ww.immigrazione.biz Approvato
dal Consiglio dei Ministri
Come previsto dalla legge n. 94 del 2009 (pacchetto
sicurezza) , il permesso di soggiorno a punti approvato
ieri dal Consiglio dei ministri, adesso passa per il
parere di competenza al Consiglio di Stato e alla
Conferenza unificata poi andrà alla firma del Presidente
della Repubblica e sarà pubblicato sulla gazzetta
ufficiale che entrerà in vigore dopo 120 giorni dalla
sua pubblicazione.
L’accordo di integrazione dovrà essere sottoscritto dai
cittadini extracomunitari che faranno ingresso in Italia
e chiederanno il primo permesso di soggiorno e sarà
articolato per crediti, da conseguire nel periodo di
validità dello stesso permesso.
Sono esclusi dal
sottoscrive l’accordo di integrazione gli stranieri con
età inferiore agli anni 16 ed i maggiori di anni 65,
tutti quelli già presenti in Italia, prima dell’entrata
in vigore l’accordo, gli stranieri affetti da patologie
o disabilità tali da comportare gravi difficoltà di
apprendimento e vittime della tratta di esseri umani.
Le altre categorie di stranieri che non sono tenuti a
sottoscrivere il patto sono: gli stagionali e i titolari
di visto per affari o per lavoro autonomo con soggiorno
inferiore ad un anno.
L’immigrato entrato regolarmente in
Italia per la prima volta avrà a disposizione un minimo
di punti base, (16) e nell’arco di due anni successivi
dovrà conseguire altri crediti dimostrando di aver
frequentato corsi per l’apprendimento della lingua
italiana e di cultura civica per raggiungere la quota
massima di 30 punti.
Alcuni esempi per acquisire punti: chi conosce la sola
lingua parlata ha diritto a 10 punti, la sottoscrizione
di un contratto di locazione vale 6 punti, la frequenza
di un anno scolastico 30.
Chi non raggiunge la soglia dei 30
punti avrà un altro anno per recuperare, invece, chi si
trova a zero crediti al termine del biennio perchè ha
subito condanne o commesso illeciti amministrativi o
tributari particolarmente gravi, o non ha raggiunto il
tetto massimo dei punti (30) neppure al terzo anno, gli
sarà revocato il permesso di soggiorno e
conseguentemente sarà espulso dal territorio
italiano.(25 maggio 2010)
Viaggiatori rom schedati
sui treni. I controllori si
ribellano: è razzismo
Fonte: www.repubblica.it
Polemica per il modulo da compilare sulla Roma
Tiburtina-Avezzano. I ferrovieri scrivono alla
Carfagna Ma Trenitalia dichiara: quella carta
mai usata
di Eleonora Capelli
Segnalare e contare
“eventuali passeggeri di etnia rom” che salgono
e scendono dal treno alla fermata di Salone, tra
Roma Tiburtina e Avezzano. La “selezione” è
affidata a controllori e capotreni alle prese
con un modulo prestampato di Trenitalia, secondo
l’azienda però mai in pratica utilizzato, che
non menziona passeggeri senza biglietto o
molesti, ma semplicemente gli appartenenti
all’etnia rom.
Un asterisco tra voci burocratiche, proprio
sopra la casella “annotazioni”, che ha scatenato
la denuncia dei ferrovieri del sindacato
autonomo Fast Ferrovie, che conta 3mila iscritti
soprattutto tra i macchinisti. Con un piccolo
giallo: Ferrovie dello Stato sostiene che il
modulo non è mai stato impiegato, ma
evidentemente ha circolato abbastanza per
provocare la reazione di capotreni e addetti,
scandalizzati dalla prospettiva di dover
compilare quelle caselle.
Con una lettera indirizzata
al ministro per le Pari Opportunità Mara
Carfagna chiedono di correggere il modulo
“dall’evidente intento discriminatorio”. “La
richiesta ai capotreni di indicare viaggiatori
di etnia rom, meramente in quanto tali e senza
alcun’altra motivazione, non può avere altra
lettura che la discriminazione - scrive al
ministro il segretario di Fast, Piero Serbassi -
Noi crediamo che tutto ciò non possa essere
tollerato. Per questo siamo a chiederle un
intervento”. Intervento che però, secondo
Ferrovie dello Stato non è necessario, perché il
modulo non è stato poi “attivato”. “E comunque
tutto quello che facciamo è per la sicurezza dei
viaggiatori - spiegano dall’azienda - la fermata
di Salone è nei pressi di un enorme campo
nomadi, è stata chiusa nel 2002 per ragioni di
sicurezza e riaperta solo dal primo aprile. La
questione è molto seria, in passato ci sono
state minacce ai viaggiatori, nessuno voleva più
prendere il treno in quella stazione. La
riapertura è stata concessa solo a patto di
controlli molto rigidi sulla sicurezza, con
tanto di telecamere. La questione di quell’area
è nota a tutte le amministrazioni”.
Gli addetti si pongono però
anche problemi pratici. “Come fa il personale a
stabilire che il cliente in questione sia
inequivocabilmente di etnia rom? - chiede
Serbassi nella lettera - il viaggiatore di etnia
rom va segnalato anche se regolarmente in
possesso di biglietto?”. La questione finisce su
un blog di ferrovieri che citano Bertolt Brecht:
“Vennero a prendere gli zingari, e fui contento
perché rubacchiavano. Quando presero me non
c’era rimasto nessuno a protestare”.
Alunni stranieri. Il tetto
è solo una indicazione
Fonte:
www.stranieriinitalia.it
L’avvocatura dello Stato
‘depotenzia’ la circolare
Gelmini. L’avvocato Guariso:
“Situazione fumosa”
Roma – 12 aprile 2010 -Il tetto
del 30% per gli alunni stranieri
è solo un’indicazione. Più
precisamente, la circolare del
ministro Gelmini è un “documento
che non ha un’efficacia
normativa generale ed esterna,
non può essere considerato atto
regolamentare”. Quindi, non
sarebbe vincolante per le
scuole.
Lo dice
l’avvocatura generale dello
Stato, in una memoria presentata
durante la causa avviata a
Milano contro le indicazioni del
ministro dell’Istruzione e
dell’ufficio scolastico
regionale per combattere il
fenomeno delle classi ghetto.
Se nella stragrande maggioranza
delle scuole la circolare non ha
avuto alcun impatto, ha
scatenato il caos in quelle dove
la quota del 30% viene
normalmente superata (appena 3
su 100, secondo
i dati del ministero). Che
fare delle iscrizioni eccedenti
il tetto? Vanno respinte? Per
ora sono state accolte con
riserva in attesa delle
indicazioni degli uffici
scolastici regionali, ai quali
sono state chieste delle
deroghe.
Parallelamente, sono partite due
azioni giudiziarie. A Milano una
coppia di mamme straniere,
assistite dall’Associazione
Studi giuridici
sull’immigrazione e da Avvocati
per niente onlus, hanno iniziato
in tribunale un’azione civile
antidiscriminazione, mentre
a Roma l’associazione Progetto
Diritti onlus ha scelto la
strada del ricorso al Tar.
Venerdì’
scorso c’è stata la prima
udienza del processo di Milano.
Il giudice har inviato tutto
all’11 maggio, ma intanto è
saltato fuori il parere
dell’avvocatura che depotenzia
drasticamente la circolare
Gelmini.
“Un parere
che però non risolve affatto la
questione” nota l’avvocato
Alberto Guariso, che con il
collega Livio Neri ha curato
l’azione antidiscriminazione.
“Che valore ha allora il tetto
indicato dalla circolare?
Bisogna chiedere o no una deroga
per superarlo? Se l’ufficio
scolastico regionale non la
concede? Se scuole non la
chiedono? Si può respingere una
domanda di iscrizione?” chiede
il legale.
“La
situazione è ancora fumosa, ci
sono tante voci e nessuna
certezza. A questo punto
dobbiamo aspettare l’11 maggio,
quando il direttore scolastico
regionale spiegherà come viene
applicata la circolare in
Lombardia. Noi rimaniamo
dell’idea – conclude Guariso –
che questo sistema viola la
parità di trattamento tra alunni
stranieri e italiani garantita
dalla legge”.
Lettera aperta ai bimbi ricchi
di Montecchio Maggiore
25
marzo 2010 - Tonio Dell’Olio
Cari bambini della
Scuola Materna Piaget di Montecchio Maggiore (Vicenza), vi
scrivo due righe con la presunzione che voi possiate tenerle
nel cassetto del tavolo da cucina per rileggerle anche in
futuro ad ogni cambio di stagione. Le scrivo non ai bambini
che sono stati lasciati a pane e acqua per la sola colpa dei
loro genitori di non aver soldi a sufficienza per pagare la
retta della mensa scolastica, quanto agli altri.
Ai figli dei ricchi. A quelli
che, secondo quanto si è appreso dalla stampa, hanno
condiviso le proprie vivande. Voi siete il solo esempio che
emerge pulito e trasparente da questa vicenda. Siete l’unico
modello che vogliamo consegnare al futuro. Per questo, a
nome del mondo degli adulti, voglio ringraziarvi. Vi chiedo
scusa della nostra cialtrona schiavitù alla ferrea legge del
mercato secondo la quale la retta vale più dell’educazione
da impartire e i soldi più delle persone. Finché siete in
tempo, imparate altro da noi che non sia questa pessima
lezione di vita.
Grazie per aver fatto comprendere - con un gesto piccolo e
semplice - che se nel mondo tutti facessero come voi, non ci
sarebbe più chi muore di fame.
Grazie perché avete restituito a tutti il miracolo della
moltiplicazione dei pani e dei pesci.
“A chi sa fare la divisione, riesce bene anche la
moltiplicazione” (don Tonino Bello). ”
Con preghiera di diffondere il più
possibile, se pensate sia una cosa utile.
Vi segnalo l’indirizzo email del sindaco di Montecchio
Maggiore, sindaco@comune.montecchio-maggiore.vi.it per
inondare il suo computer di proteste, di pareri, di
indignazione per la decisione di non offrire il pasto
normale ai bambini, non colpevoli se i loro genitori non
pagano la quota prevista per la mensa. Grazie e ciao a tutti
Raid contro Internet Point di
bengalesi:
"Quindici italiani coi bastoni"
Fonte:
www.repubblica.it
L’assalto al locale, ora distrutto, è durato
solo pochi minuti. Gli uomini avevano il volto
coperto In ospedale quattro clienti. All’interno
c’erano
anche degli italiani che sono stati lievemente
feriti. Ancora sconosciuta la
matrice del gesto. La dinamica è simile a quella
del 2008 al Pigneto
ROMA - Il locale distrutto a colpi di bastone,
quattro clienti feriti e portati in ospedale.
Questo il racconto del titolare di un Internet
Point della Magliana, con un piccolo bar, una
specie di fast food, gestito da bengalesi a
Roma.
Il raid, secondo quanto ha denunciato Mohamed
Masumia, è durato solo qualche minuto, poco
prima delle venti di questa sera. Il tempo
servito al gruppo per entrare e colpire
tavolini, vetrine e i pochi clienti che si
trovavano nel locale.
I quindici che hanno
assaltato il locale di via Murlo, secondo una
prima ricostruzione dei carabinieri, erano
persone italiane, con i volti parzialmente
coperti da sciarpe. Feriti, con lievi
contusioni, anche alcuni clienti italiani e un
dipendente bengalese che sono stati trasportati
all’ospedale San Camillo.
Il titolare del negozio
e i feriti sono stati ascoltati dai carabinieri
della stazione di Villa Bonelli per cercare di
capire la matrice del raid. Che però al momento
non ha una vera e propria connotazione politica
o razzista. Gli assalitori, sono scappati con la
cassa. Al momento nessuna ipotesi è prevalente
rispetto ad altre anche perché i quindici non
hanno detto nulla durante l’assalto.
Il raid di questa sera,
comunque, ha riaperto vecchie ferite. Il ricordo
dell’assalto di natura chiaramente razzista e
xenefoba avvenuto nel maggio del 2008 nella zona
del Pigneto, uno dei quartieri più multietnici
della città. Quel giorno un gruppo di giovani
incappucciati, armato di bastoni, al grido di
“sporchi stranieri” e “bastardi”, devastò tre
negozi di immigrati asiatici nel quartiere.
Distruggendo completamente un bar, un phone
center-lavanderia e un negozio di alimentari.(15
marzo 2010)
I politici in moschea. La Lega
contro tutti
fonte: www3.lastampa.it
Carossa rifiuta anche il tè: “No grazie, è di Bin Laden”
Beppe Minello
Torino: La paura, l’arroganza, il cattivo gusto ma anche il
buonsenso, la carità, il senso civico. Ieri mattina, tutti gli stati
d’animo che si agitano attorno al simbolo frettolosamente ed
erroneamente definito «prima moschea di Torino» si sono
materializzati nell’ex-mobilificio di via Urbino 5 dove la comunità
aderente all’Umi, l’Unione musulmani italiani, intende aprire un
centro culturale e di preghiera che ha scatenato l’ira dei residenti
e della destra, soprattutto della Lega.
Anzi, il capogruppo Mario Carossa già annuncia di
voler ricorrere alle vie legali perché l’iter amministrativo
adottato per poter realizzare la «manutenzione straordinaria»
necessaria ad accogliere negli ampi saloni i fedeli e chiunque,
«anche e soprattutto i torinesi che vorranno conoscerci» ripete
all’infinito il padrone di casa Abdelaziz Khounati, sarebbe
scorretta. «Qui si tratta di variante al piano regolatore e come
tale deve passare dal Consiglio comunale per l’approvazione» spiega
Carossa che sa di cosa parla perché nella vita fa il geometra in
quel di Cavoretto ed è una persona amabile anche se ogni tanto si fa
travolgere dalla passione politica.
Ieri, ad esempio, ha buttato lì il sospetto, in
quella che era una sede ufficiale perché nell’ex-mobilificio c’era
la Commissione urbanistica riunita dalla presidente Piera Levi
Montalcini su istanza della Lega («Da quattro mesi la chiedevamo:
era ora» chiosa il leghista Angeleri), che gli uffici comunale
abbiano avuto e continuino ad avere un occhio di riguardo, di
privilegio rispetto agli altri cittadini per le istanze degli
islamici e dei loro tecnici, l’architetto Gimignani e l’avvocato
Riba.
Parole che hanno scatenato l’ira dell’assessore
Ilda Curti («Come si permette?») e fatto fare una precipitosa
retromarcia a Carossa il quale, sia pur con tono scherzoso, ha
ritenuto di non bere «il the di Bin Laden» offerto alla fine della
visita da Khounati e dagli altri esponenti islamici. «Signor Carossa»
lo chiamava Khounati, ben consapevole di chi è il vero avversario
del suo centro di preghiera che si realizzerà grazie ai contributi
dei fedeli e del governo Marocchino e una volta che l’iter
burocratico, salvo sorprese legali e certamente dopo le elezioni, si
concluderà positivamente.
«Che i soldi arrivano dal governo marocchino lo
può dimostrare?» gli hanno chiesto il consigliere Fi-Pdl, Tronzano,
e il capogruppo di An-Pdl, Ravello. «A un italiano che avvia una
pratica edilizia gli chiediamo forse di dirci dove ha trovato i
soldi per i lavori?» l’hanno rimbeccato Cassiani, Lorusso e Cugusi
del Pd. In ogni caso, sui circa 650 metriquadrati dei due saloni al
pianterreno di via Urbino 5, potranno starci almeno 500 persone. «E
con i parcheggi come la mettiamo?» hanno chiesto i consiglieri del
centrodestra. «Come attorno al Duomo» ha risposto provocatoriamente
Cassiani.
L’unico a cercare di smorzare i toni e a
dispendare buonsenso («Tutti santi oggi, eh?» battuteggiava il
solito Carossa) era Khounati: «Non credo che ci saranno particolari
problemi, tranne il venerdì tra le 13 e le 14. Anche noi abbiamo
cerimonie più affollate di altre. E saranno in arabo e in italiano,
perché molti di noi nemmeno lo capiscono più l’arabo». Khounati a
più riprese ha battuto sul concetto che il centro di preghiera sarà
una soluzione «di dignità e civiltà» per tutti, arabi e torinesi:
«Non è giusto dover pregare in cantine e garage». «Vero - gli ha
fatto eco il presidente della Circoscrizione, Ramasso (Pd) - e devo
dare atto della correttezza dimostrata fino ad oggi dalla comunità
islamica».
Una visita utile per Khounati e soci. «Questi qui
(i leghisti, ndr) non sentono ragioni e il mio elettorato se dicessi
qualcosa di diverso mi mangerebbe - diceva un esponente del
centrodestra all’assessore Curti - ma un centro di preghiera come
questo impedirebbe di sparpagliare ‘sta gente per la città e la si
potrebbe persino controllare meglio».
Mantovano rivela: ecco come
funziona il permesso a punti
fonte: www.meltingpot.org
da lagazzettadelmezzogiorno.it del 7 febbraio 2010
Si chiama «accordo di integrazione»: è un patto che un immigrato
regolare dovrà firmare in questura o in prefettura al suo arrivo in
Italia per ottenere un permesso di soggiorno a punti. Un impegno
formale a rispettare una serie di condizioni, che implicano anche il
livello di istruzione, per garantirsi il rinnovo del permesso alla
scadenza biennale: nell’ottica del legislatore, è un incentivo
all’integrazione sociale. Per i critici è un modo per trasformare la
cultura in un nuovo muro contro l’immigrato. L’«accordo di integrazione» introduce questo sistema a punti, da
aggiungere o sottrarre al punteggio base di 30 punti che verrà
riconosciuto a tutti i nuovi immigrati con il permesso di soggiorno.
A coordinare il lavoro dei vari dipartimenti dei ministeri
dell’Interno e del Welfare intorno a questo provvedimento è il
sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, che difende la
filosofia di fondo di questa disciplina, già contestata non solo
dalle opposizioni ma anche all’in - terno dello stesso governo.
«Si tratta di misure - spiega Mantovano alla
Gazzetta - volute perché lo straniero abbia supporti per non
sentirsi un pesce fuor d’acqua quando arriva in Italia e possa
capire come si vive qui. La prospettiva non è penalizzare
l’extracomunitario con un percorso a ostacoli, ma al contrario
permettergli un percorso di integrazione».
Onorevole, già circolano alcune anticipazioni del
provvedimento che hanno sollevato le prime critiche.
«Lasciamo perdere…».
Appunto. Allora ci spieghi come funzionerà.
«Lo straniero con la firma di questo accordo si impegna a conoscere
la lingua italiana, a conoscere i valori fondamentali della
Repubblica, a conoscere come funziona la vita civile nel nostro
Paese. Non si tratta di prendere la laurea in diritto pubblico, ma
di avere le minime cognizioni per uscire di casa e sapere dove
andare. La lingua, per esempio: è previsto il livello minimo
essenziale per farsi capire, solo i primissimi elementi».
E sui valori della Repubblica?
«Per esempio l’uguale dignità tra uomo e donna e in generale tra
ogni essere umano, cosa non sempre scontata. Così come per la vita
civile, noi insistiamo sugli aspetti sociali, cioé sapere cos’è la
Asl, come ottenere un medicinale in farmacia, oppure l’obbligo
scolastico per i figli minorenni, in genere come fruire del servizio
sociale. Tutto è funzionale a rendere migliore la vita, non a
danneggiarla. Prevediamo perciò una formazione civica: un corso di
cinque o dieci ore promosso da prefettura e enti territoriali».
Questo nella prima fase. E poi?
«Così funziona sino alla prima scadenza del permesso. Per il rinnovo
scatta il sistema del punteggio: i 30 punti iniziali possono
crescere o diminuire in base ad alcuni indici prestabiliti».
Quali sono i criteri di decurtazione?
«Sono molteplici: le condanne penali, le misure di prevenzione, o
anche l’inadempimento dell’obbli - go scolastico. Vengono sottratti
3 punti per condanne fino a tre mesi, 5 punti per condanne da 3 mesi
a un anno, 10 punti da uno a due anni, 15 punti da due a tre anni e
venti punti per condanne a più di tre anni di reclusione».
Alla scadenza di questo biennio di permesso, che
succede con i punti?
«Si fa una verifica sul rispetto dell’accordo: se i punti sono
diminuiti, la proroga del permesso vale solo per un altro anno con
un ulteriore impegno formale da parte dell’immigrato; se invece nel
punteggio si scende sotto lo zero, allora il permesso è revocato e
lo straniero viene espulso».
E i punti in aumento, invece, come funzionano?
«Il punteggio è differenziato a seconda della conoscenza della
lingua: se è parlata 8 punti, il doppio se è anche scritta; se il
livello di conoscenza è superiore l’oscillazione sale tra i 22 e i
26 punti. Chi frequenta corsi di cultura civica acquisisce sei, nove
o dodici punti a seconda del livello del corso, altri 4 punti per i
corsi di istruzione, 20 punti per il diploma professionale e così
via».
Cioé la cultura premia molto più di quanto
penalizzi un reato?
«Sì, il punteggio in positivo è più generoso di ciò che viene tolto,
perché l’intento non è punitivo ma punta a favorire l’integrazione.
Qui si parla di elementi fondamentali finalizzati all’integrazione».
Nelle stesse condizioni di un immigrato, quanti
punti secondo lei guadagnerebbe un cittadino italiano nato in Italia
da genitori italiani se interrogato su domande di educazione civica?
«Un qualsiasi ragazzo italiano di 14 anni, cioé nella fascia dell’obbligoscolastico,
riconoscerebbe ad esempio la stessa dignità all’uomo e alla donna. E
tranne qualche pazzo, sarebbe difficile per noi dare una risposta
sbagliata a proposito di differenze razziali o sul colore della
pelle».
Non trova singolare imporre queste regole a punti
alle stesse persone costrette a lavorare in nero, senza tutele
previdenziali, senza assistenza sanitaria?
«Un datore di lavoro compie illeciti penali e amministrativi in
certi casi, dunque lo Stato interviene anche su questo fronte. E la
legge garantisce l’assistenza sanitaria anche a un clandestino;
certo, se il clandestino necessita di lungodegenza o di fisioterapia
è diverso, viene espulso. Ma la sua salute è salvaguardata dalla
legge, non c’è obbligo di denuncia a carico dei medici».
Eppure queste misure non piacciono anche a
esponenti del centrodestra, come il ministro Giovanardi.
«Questa è una norma di buonsenso, in attuazione del pacchetto
sicurezza che è una legge già approvata. Le eccezioni sollevate
dipendono solo da un difetto di informazione perché il provvedimento
non è ancora pubblicato». Crede che i vescovi accetteranno che un
immigrato possa essere espulso per demeriti culturali?
«Ogni critica è di sprone a fare meglio e di più, purché sia basata
sugli atti. Al momento ogni valutazione non può essere basata sugli
atti perché gli atti non sono ancora stati pubblicati. E comunque
questo meccanismo già vige in altri Paesi, per esempio nel Regno
Unito. Per noi comporterà uno sforzo organizzativo notevole perché
si tratta di valorizzare ciò che già esiste per l’integrazione degli
extracomunitari. E forse eviteremo pure qualche spreco di risorse…».
Che tempi prevede per l’entrata in vigore di
questa nuova norma?
«La procedura prevede l’acquisizione di vari pareri. Ora siamo al
Consiglio di Stato. Credo che nel giro di qualche settimana il
ministro dell’Interno potrà firmare il decreto attuativo della
legge».
Licenziamenti, il conto più caro
è degli immigrati
di Marina Cassi
Torino:
È stata durissima e non è finita. La crisi ha travolto i lavoratori
stranieri con violenza maggiore rispetto agli italiani e in una
regione come il Piemonte, dove molto forte è ancora l’industria, la
batosta è arrivata pesantissima a infrangere certezze di vita,
azzerare progetti, cancellare speranze. Sono spariti muratori e
carpentieri, fresatori e addetti alle pulizie, magazzinieri e
tornitori.
Solo le donne straniere se la sono cavata
leggermente meglio, persino delle italiane, perché occupate in
maggioranza nelle famiglie o comunque nell’assistenza settori che
hanno retto seppur con fatica. Prima di licenziare la badante dei
genitori anziani, infatti, le famiglie tagliano tutto il resto. E,
infatti, nel settore della sanità e assistenza il calo degli
avviamenti è stato risibile: meno 1,8 - che poi significa 68 posti
assoluti in un anno per gli stranieri e un meno 3,1 per gli
italiani, cioè 3134 posti. Dai dati forniti dall’Agenzia Piemonte
Lavoro della Regione, diretta da Aldo Dutto, emerge una realtà
impressionante. Soprattutto nelle piccole e medie imprese i primi a
essere licenziati sono stati gli stranieri. Tra chi è iscritto nelle
liste di mobilità, ma non percepisce l’indennità perché l’azienda
dove lavorava non ne dà diritto, i non italiani sono passati in
Piemonte dai 2541 di gennaio ai 4730 di dicembre con un incremento
dell’86%, a Torino da 1407 a 2582. Nello stesso periodo gli italiani
sono lievitati da 24.748 a 33.043 con un aumento «solo» del 33,5%.
Significa che dove si è potuto si sono «salvati»
i piemontesi e «sommersi» gli stranieri. Perdere il posto in questa
crisi è stato ed è particolarmente drammatico perché è
difficilissimo ritrovarne un altro; gli stranieri poi svolgevano
massicciamente lavori precari con contratti che improvvisamente, già
nell’ottobre del 2008, si sono inchiodati.
Gli avviamenti al lavoro sono crollati in molti
settori, ma in agricoltura gli stranieri sono passati dai 17.158 del
gennaio-settembre 2008 ai 19.019 dello stesso periodo del 2009 con
una crescita addirittura del 10,8% mentre per gli italiani il calo è
stato del 7%. È l’unica eccezione. Non che per gli italiani sia
andata tanto meglio: gli avviamenti sono precipitati nell’insieme
del 24%.
Il vero blocco è stato nell’industria con una
flessione abnorme del 52% che per gli stranieri è salito al 55,4. In
nove mesi del 2008 gli avviati non italiani erano stati 28.758, nel
2009 sono stati 12.812. Numeri che danno l’idea della portata della
recessione soprattutto se associati a quelli degli italiani: da
100.037 a 48.612 avviamenti.
Ci sono poi i profondi rossi della metalmeccanica
con flessioni del 65% per gli stranieri e del 61 per gli italiani. E
anche l’edilizia è andata male: meno 25,5% per i muratori stranieri
a fronte di un meno 20,9 per gli altri. Il calo degli avviamenti è
stato costante; l’unico mese in cui si è quasi bloccato è stato
agosto con solo un meno 1,4 per gli stranieri a fronte di un meno
21,3 per gli italiani. La spiegazione è semplice: si tratta - come
in agricoltura - di lavori che altri non vogliono fare come le
stagionali pulizie industriali fatte mentre gli italiani sono in
ferie.
Con un quadro come questo è ovvio che siano
lievitati i disoccupati. Ma questa volta la disgrazia ha accomunato
tutti: gli iscritti italiani alle liste erano 42.426 tra gennaio e
settembre del 2008 saliti a 66.924 nello stesso periodo del 2009 con
un incremento del 57,7%; gli stranieri erano 13.681 diventati 20.641
con un più 50,9%. Ma in questo caso gioca la componente di genere:
come spiega Aldo Dutto sono le donne straniere a essersi iscritte
meno delle italiane perché molte sono rientrate, anche se solo a
tempo, nei propri Paesi in attesa che la crisi passi. Anche la cassa
in deroga è stata più spietata con gli stranieri: erano 3.256 a
settembre con un incremento del 48% rispetto a gennaio; per gli
italiani l’aumento è stato del 37. (www.lastampa.it 20 gennaio 2010)
Contro il
razzismo e lo sfruttamento:
Presidio
sotto la Prefettura il 19
gennaio a Roma
Comunità migranti e associazioni antirazziste di Roma.
Esplode una tragedia annunciata a Rosarno, uno dei ghetti del profondo Sud d’Italia, una delle zone grigie senza diritti del paese. Migliaia di migranti sfruttati nei campi, ridotti in schiavitù e infine perseguitati e deportati. È una tragedia annunciata perché si ripete, dopo la rivolta di Castelvolturno, una rivolta provocata dall’odio razzista. Abbiamo assistito agli spari sugli africani che provano ad affermare i propri diritti più
elementari.
A Rosarno negli ultimi dieci anni la situazione è peggiorata, nell’assenza quasi totale delle istituzioni locali e nazionali, mentre le denunce delle associazioni, dei movimenti, dei rosarnesi e calabresi sensibili sono state ignorate.
Ma quello che è accaduto sulla Piana di Gioia Tauro è soltanto l’ennesimo segnale del disagio profondo dei cittadini immigrati in Italia. A pochi mesi dall’approvazione del Pacchetto sicurezza, si determina sempre più concretamente un contesto sociale dove i più deboli, gli invisibili sono
merce da sfruttare. Sono le politiche securitarie del governo a determinare la clandestinità di centinaia di migliaia di persone, alimentando il lavoro nero nei campi, nei cantieri nelle fabbriche, in tutto il paese.
Ciò è ancor più vero nel Sud del Paese. In Campania, in Sicilia, in Puglia e in Calabria l’economia agricola si basa essenzialmente sulla manodopera straniera a basso costo. Ed è lì che si negano i diritti più elementari: lavorano e vivono come fantasmi, senza vie di fuga. Seguono le rotte stagionali dei campi che vanno dal Tavoliere a Castel Volturno, da Sibari a Rosarno fino a Cassibile, lavorando per pochi spiccioli e vivendo in condizioni inaccettabili.
Ed è qui che si inserisce la questione mafiosa. Sono le mafie a gestire i traffici di esseri umani, sono le mafie a controllare le campagne. Lo dicono le tante inchieste che colpiscono la manovalanza criminale, senza però individuare il livello superiore. Nel Sud del Paese, le politiche securitarie giocano a favore delle organizzazioni mafiose: un salto indietro di oltre 60 anni, quando il caporalato era la forma tipica di organizzazione del lavoro agricolo.
Sono gravi e non possono passare sotto silenzio le parole pronunciate dal commissario prefettizio di Rosarno, che è Comune sciolto per mafia: la rivolta come diversivo voluto dalla ‘ndrangheta per distogliere l’attenzione da Reggio Calabria, dopo l’allarme bomba in procura. Parole ancora più gravi quelle di Maroni, che invoca il pugno duro contro i clandestini mentre è in corso la «caccia al nero» a colpi di fucile. Si profila in questo modo un vero e proprio «modello Rosarno», uno schema di deportazione brutale delle tante aree di degrado e sfruttamento che ha già avuto un precedente a San Nicola Varco. E che adesso il governo intende applicare a tappeto.
Per questi motivi siamo solidali coi migranti di Rosarno e con tutti coloro nel nostro paese non ricevono un’accoglienza dignitosa e a cui non sono garantiti i diritti elementari: Per i diritti e la dignità ribellarsi è giusto.
Il caso Rosarno è dunque un caso nazionale. Perché è un prodotto delle politiche sulla sicurezza e un episodio del generale clima di intolleranza che si respira in Italia, perché è un caso umanitario, perché è un episodio dello sfruttamento comune nelle campagne del Sud, perché è un prodotto della questione meridionale, perché si interseca con la questione mafiosa, perché occorre ripristinare l’agibilità politica e democratica in Calabria.
Ci appelliamo alla società civile rosarnese, a quelle fasce di disagio sociale che vengono sottomesse dal governo clientelarmafioso del territorio, affinché riconoscano nei lavoratori immigrati un alleato nella lotta per il riscatto da questo sistema soffocante. La solidarietà verticale che si è espressa a Rosarno è tipica: con la crisi, è utile a padronato e governo indirizzare il disagio sociale contro l’anello più debole in una guerra tra poveri che impedisce di riconoscersi come ugualmente sfruttati. Per questo è importante capire che la lotta per la regolarizzazione dei lavoratori immigrati è la stessa lotta di tutti i lavoratori italiani costretti al lavoro nero e alla crescente precarietà sociale.
E’ importante dunque sostenere una mobilitazione nazionale, che coinvolga le associazioni e i partiti, i sindacati e le organizzazioni di massa, le realtà territoriali, la chiesa, i movimenti, i cittadini e le cittadine che dicono no al razzismo. Costruiamo una rete nazionale di solidarietà che supporti gli africani prima sfruttati e poi deportati. E mobilitiamoci sui territori, per costruire un movimento capace di dare un segnale forte sul caso Rosarno, radicare il dissenso, progettare l’accoglienza.
e di regole c’è bisogno, si tratta di leggi che tutelino i diritti dei migranti, contro il lavoro nero, e politiche di accoglienza degne di questo nome. Per questo motivo chiediamo la concessione del permesso di soggiorno a tutti i migranti di Rosarno. Lanciamo una vertenza per la regolarizzazione degli stranieri che lavorano in agricoltura. E chiediamo una sanatoria generalizzata che salvaguardi la vita di migliaia di cittadini sfruttati e soggiogati dalle mafie che gestiscono la compravendita di forza lavoro.
Dopo la protesta e il corteo del 9 gennaio, dopo il sit-in con le arance insanguinate del 12 gennaio al Senato, dopo le tante iniziative che si sono svolte nel paese, la mobilitazione non si ferma, ma cresce.
Il 19 gennaio a Roma, a Caserta e in tante altre città italiane si terranno dei presidi sotto le prefetture, per far sentire la nostra voce e portare al governo le nostre proposte.
A Roma l’appuntamento è alle 16 in piazza Santi Apostoli, davanti alla prefettura. Il 24 gennaio a, sempre a Roma, si terrà l’assemblea nazionale sulle migrazioni, che segue alla grande iniziativa del 17 ottobre, Via De Lollis, n. 6 Roma [vicino Metro Termini].
Contro
razzismo e xenofobia 24 ore di protesta su Facebook Sabato 16
gennaio 2010.
Una manifestazione contro il razzismo, la
xenofobia e l'omofobia. Il gruppo No Lega Nord Day sta
promuovendo su Facebook una simbolica forma di protesta
contro il razzismo - NO.R.D, ovvero No Racism Day - prevista
per sabato 16 gennaio. Gli organizzatori invitano gli utenti
del socialnetwork a inserire per 24 ore il seguente
messaggio:" Diverso... Perché? Straniero...dove? Altro...quando?
Siamo tutti parte del medesimo respiro. Smettiamo di
accettare, per ignavia, l'esclusione e l'invenzione di nuove
differenze. Non respingere, Accogli!"
"In meno di 24 ore, 25mila persone hanno aderito
pubblicamente e 120.000 utenti si sono scambiati l'invito a
partecipare" spiegano i promotori in un comunicato, dove si
legge che il nome dato all'evento "non nasconde certo un
intento apertamente ostile alla politica sostenuta dalla
Lega Nord e dal governo in tema d'immigrazione". Alla
protesta virtuale seguirà una manifestazione di piazza in
programma
a
Milano per il prossimo 6 marzo.
(11 gennaio 2010)
Rosarno
sconosciuta. Disperazione,
esasperazione e 'ndrine
nella cronaca degli ultimi tre
giorni
7 gennaio 2010 sarà una data da ricordare per la Calabria e per l’Italia
intera. E sarà bene ricordare a lungo questa pagina “nera”, è il caso di
sottolinearlo, della storia italiana che ancora in queste ore si sta
scrivendo. Immigrati in fuga da una terra, dalla quale forse, a volte,
anche gli autoctoni vorrebbero fuggire. E chissà se infondo non siano
più fortunati proprio loro, quegli immigrati vilipesi, sfruttati,
privati della dignità di esseri umani perché costretti a vivere come
animali, ma che, adesso, la Calabria, la stanno lasciando.
Persino la BBC se ne
occupò un anno fa, realizzando un reportage; poi il tg1 ne parlò una
volta, e adesso, nel dare la nuova notizia, il conduttore ha tenuto a
precisare che già se ne erano occupati tempo fa, da bravi giornalisti.
Certo, forse una volta, in un servizio di un minuto e mezzo. Ma sta di
fatto che il 7 gennaio tutta l’Italia e stavolta proprio tutta, ha
scoperto dell’esistenza di un paese della piana di Gioia Tauro, Rosarno,
divenuto suo malgrado famoso.
Paese di agrumi, di
lavoro stagionale e di ‘ndrangheta. 25 euro al giorno, e nemmeno a
volte, guadagna un immigrato che va a spaccarsi la schiena negli
aranceti dove per la stessa cifra i ragazzi italiani non andrebbero mai.
D'altronde la cifra quella deve essere, perché il mercato è in crisi e
gli agricoltori non ce la fanno. E va bene, sono immigrati: la vita del
migrante è fatta di sfruttamento e stenti, almeno all’inizio. E questo
gli Italiani lo sanno bene, e i calabresi poi, non ne parliamo.
Va bene sottopagati, va bene sfruttati, e va bene anche ridotti ad
abitare in capannoni dismessi dell’era postindustriale calabrese - se
mai ce n’è stata una industriale - dove i bravi giornalisti del tg1,
sempre loro, ci dicono che è impossibile anche solo tentare di
descrivere il cattivo odore emanato da quei divisori di cartone, dai
panni sporchi, dalla fanghiglia che si crea sul pavimento quando piove e
l’acqua entra dal tetto semicrollato e insomma, dal mescolarsi di tutte
queste cose maleodoranti insieme. Miasmi che esalano da cumuli di
rifiuti e sporcizia, dai corpi stessi di quei lavoratori – perché è
quasi impossibile, e forse anche inutile, lavarsi lì - dalle centinaia
di vite immigrate costrette a convivere e a dividere quello che non è
cattivo odore ma puzza nauseante, l’umidità di quelle mura di cartone
impregnato del vapore prodotto dalla cottura del povero cibo e che
tentano disperatamente di offrire un’ultima, desolante parvenza di
riservatezza.
Ma a un certo punto
qualcosa va storto: la goccia che fa casualmente traboccare il vaso, o
lo studiato e riuscito tentativo di sollevare proteste feroci da ogni
lato.
Il 7 gennaio a Rosarno
scoppia la rivolta degli immigrati, sono 1.500. Centinaia le vetture
distrutte, i cassonetti ribaltati e gli esterni delle abitazioni
danneggiati. La guerriglia urbana ad opera di immigrati non è un fatto
che l’Italia conosce, è il primo caso questo. Lavoratori extracomunitari
utilizzati nella raccolta stagionale di agrumi e “alloggiati” nell’ex
Opera Sila e in altri capannoni in disuso o in casolari abbandonati,
hanno dato il via alla feroce protesta a seguito del ferimento da parte
di ignoti di due loro compagni con un’arma ad aria compressa e pallini
da caccia. Armati di spranghe e bastoni hanno cominciato a seminare il
terrore nel paese ferendo alcuni cittadini.
Nulla ha potuto contro
la rabbia che esplodeva la polizia in assetto antisommossa. Nel
pomeriggio, dopo alcuni tentativi di mediazione e all’arrivo dei
rinforzi è salita nuovamente la tensione e la polizia ha dovuto
caricare. 5 persone fermate e alcuni contusi a causa della carica di
alleggerimento della polizia quando dal gruppo di immigrati era partita
una sassaiola. Sul posto nel tentativo di mediare è poi arrivato il
commissario prefettizio Francesco Bagnato, che regge il comune dalla
fine del 2008 in seguito al suo scioglimento per infiltrazioni mafiose.
Ed era proprio con lui che agli immigrati premeva parlare, per tentare
di risolvere una volta per tutte la loro disperata situazione.
Di ieri la notizia di altri tre agguati ai danni di extracomunitari: un
giovane di 29 anni del Burkina Faso, colpito con un fucile a pallini e
altri tre presi a sassate mentre erano in macchina; un casolare bruciato
da una decina di italiani, ma fortunatamente, gli occupanti sono
riusciti a dare l’allarme e a fuggire. E poi la rabbia legittima e la
paura ovvia dei cittadini di Rosarno, che a causa di un atto,
sconsiderato o meditato che sia, del tutto incolpevoli, si sono visti un
paese messo a ferro e fuoco, uomini, donne, bambini aggrediti e colpiti
gravemente. Per anni, dicono in molti, la popolazione rosarnese si è
distinta per accoglienza e solidarietà, ma la paura ha fatto scattare la
reazione alla violenza degli immigrati, reazione dura ed esasperata. E
forse sapientemente manovrata da qualcuno.
In tutto sono 50 i
feriti: 21 immigrati di cui 8 in ospedale, 14 italiani che hanno voluto
solo farsi medicare e 18 tra poliziotti e carabinieri. 5 gli immigrati
fermati e tre i Rosarnesi, tutti con precedenti penali. Uno è il figlio
di un esponente di spicco della cosca Bellocco che insieme a un’altra
‘ndrina si divide il territorio di Rosarno.
Le cosche, sembra ci siano loro dietro tutto questo, a quanto risulta
dalle indiscrezioni provenienti da fonti investigative. Ma il
procuratore di PalmiGiuseppe Creazzo non
conferma questa che è solo una delle ipotesi cui stanno lavorando gli
inquirenti, e cioè che le cosche abbiano “cavalcato” le proteste per
fini ancora tutti da chiarire.
Intervistata da Art. 21
ci pensa però Angela Napoli a dare una sua spiegazione
ai vari fatti che recentemente hanno portato la Calabria ad aprire tutti
i telegiornali nazionali e che la deputata del Pdl e
membro della commissione Antimafia crede essere
intimamente collegati:
«La
provocazione di Rosarno è stata fatta di proposito per deviare
l’attenzione dai fatti di Reggio Calabria.
Per quanto riguarda la bomba a Reggio
Calabria e la vicenda di Rosarno, intravedo la mano della 'ndrangheta, è
molto strano che tali reazioni siano state suscitate in un giorno
particolare e proprio mentre era in corso a Reggio Calabria il vertice
del Consiglio Nazionale sull'Ordine Pubblico e la Sicurezza. Non
dimentichiamo che le reazioni di Rosarno sono nate a seguito di un
attentato, anche se non propriamente tale, ad opera di giovinastri a
bordo di una macchina, dei quali non si sa se appartengono al gruppo dei
rosarnesi arrestati tra i quali c'è un certo Andrea Fortugno, già noto
alle forze dell’Ordine e già arrestato, nei confronti della cui
liberazione abbiamo visto gli striscioni in bella mostra davanti alle
telecamere, ma che è legato ad una delle più importanti cosche di
Rosarno».
Il
presidente della regione Calabria Agazio Loiero
fortemente preoccupato al primo esplodere delle proteste ha infatti
dichiarato: «Quello che sta avvenendo è il frutto di un clima di
intolleranza xenofoba e mafiosa che non riguarda ovviamente la
popolazione di Rosarno, giustamente allarmata per la situazione di
tensione che si è determinata con la rivolta degli extracomunitari
sfruttati, derisi, insultati e ora, due di loro, feriti con un'arma ad
aria compressa. Auspico che dal ministero dell'Interno arrivi una forte
iniziativa che tutelando i cittadini di Rosarno tuteli anche quei tanti
disperati contro cui per la seconda volta si è indirizzata la violenza
criminale».
E
a queste dichiarazioni sono da aggiungere quelle di Casini
intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”: «
Lo
Stato in Calabria non c'è. Lo stato è morto e la 'ndrangheta regola i
rapporti sociali. Non possiamo non farci carico
dell’indignazione della gente ma dobbiamo anche denunciare che tanti
italiani trattano queste persone come delle bestie. La Lega – ha aggiunto il leader dell’Udc- interpreta umori reali ma la politica non deve ingigantire i
problemi ma risolverli. Hanno parlato delle ronde che sembrava dovessero
risolvere i problemi. Dove sono le ronde? In Calabria non aspettavano le
ronde ma i carabinieri e la polizia che sono arrivati dopo 48 ore».
Intanto il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha istituito una task
force, insediata a Reggio Calabria e incaricata di
individuare una soluzione alla tensione tra i cittadini italiani e gli
stranieri che vivono a Rosarno. 1
milione e 900mila euro sono stati messi a disposizione dal
Governo per l'emergenza. Sono soldi provenienti dalle confische alla 'ndragheta
e immediatamente utilizzabili. La cifra è a disposizione della task
force composta dai ministeri dell'Interno e del Welfare e della Regione
Calabria per interventi, a breve e medio termine, finalizzati
all'organizzazione di centri di aggregazione sociale, alla bonifica di
zone disagiate e all'investimento in opportunità di sviluppo.
Il ministro aveva imputato i gravi fatti di violenza alla troppa
tolleranza nei confronti di un’immigrazione clandestina che «da una
parte ha alimentato la criminalità e dall'altra ha generato una
situazione di forte degrado come quella di Rosarno».
Ma il leader del Pd Bersani ha così replicato alle
parole del ministro: «Mi
dispiace molto che il ministro dell'Interno Roberto Maroni non abbia
perso l'occasione anche stavolta di fare lo scaricabarile
sull'immigrazione clandestina.
Vorrei ricordagli che subiamo anche danni, in
vigenza, di una legge che si chiama Bossi-Fini. E' ora che se lo ricordi
anche il ministro».
Tensioni anche a Roma durante un sit-in di
protesta e di solidarietà agli immigrati tenutosi diananzi al Viminale:
scontri con la polizia e qualche ferito.
Il Vaticano infine col Cardinal
Bertone esprime tutta la sua preoccupazione per «
le
gravi condizioni di lavoro cui sono sottoposti gli immigrati»,
tuttavia «lo strumento della violenza è da bandire». Gli
immigrati «offrono un servizio prezioso all'agricoltura e alla
comunità locale» e la soluzione per il segretario di Stato
Vaticano dimorerebbe in «un riscatto di vita secondo
giustizia».
Intanto circa
709 immigrati, alcuni regolari, altri clandestini o rifugiati
politici hanno preso la decisione di andarsene da Rosarno. Saranno
accolti nei centri di prima accoglienza di Crotone e Bari, altri con
mezzi di fortuna, autonomamente, hanno deciso di partire. Via da Rosarno,
via dalla Calabria, verranno a Napoli, a raccogliere pomodori nelle
campagne campane o nell’agro pontino, o andranno più su al nord, chissà.
Il popolo di internet
già si mobilita e organizza per il 1 marzo "lo sciopero
dell’immigrato" ispirandosi a un movimento francese nato per lo
stesso motivo. Il colore scelto sarà il giallo, già usato per altri
eventi antirazzisti. La manifestazione, come tengono a specificare gli
organizzatori, ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica
sull’importanza, anche economica, degli immigrati nel nostro paese. Già
in diverse città italiane, tra cui Napoli, sono sorti comitati
organizzativi.
Il nuovo anno è cominciato da soli dieci giorni. A tutti i migranti che
l’Italia, malgrado tutto, accoglie, ancora non è troppo tardi e
d’altronde non lo è mai, per augurare, in questi giorni tristi, un
futuro migliore nel nostro Paese. (www.illevanteonline.net 7 gennaio
2010)
Lombardia. Lega e Pdl a caccia
di clandestini
Fonte:www.stranieriinitalia.it
A Milano le camicie verdi vogliono controlli a domicilio. La Regione
chiede aiuto agli amministratori di condominio
Roma – 7 gennaio 2010 – Verifiche casa per casa, guidate anche dalle
soffiate di vicini e amministratori di condominio. È la ricetta
anticlandestini cucinata in Lombardia da Lega Nord e Popolo delle
Libertà, a meno di tre mesi (conterà qualcosa?) dalle elezioni
amministrative.
Si comincia con una mozione presentata il mese scorso
dalla Lega nei nove consigli di Zona di Milano, che verrà discussa nei
prossimi giorni. Il testo (qui la versione integrale ) è indirizzato al
sindaco e chiede “controlli riguardanti la clandestinità” e “verifica
della residenza degli stranieri”.
Dopo aver elencato le novità introdotte dal pacchetto
sicurezza, i leghisti citano le verifiche tra gli stranieri residenti
già avviate in altri comuni, come la famigerata “operazione White
Christmas” di Coccaglio. A Letizia Moratti chiedono quindi di “far
partire una politica di maggior rigore di fronte al reato di
immigrazione clandestina”, “combattere attraverso controlli sui luoghi
di lavoro lo sfruttamento di stranieri irregolari” ma anche “una
politica di controllo delle residenze degli stranieri, delle condizione
igienico-sanitarie e di verifica dei contratti di affitto stipulati”.
Certo per il Comune non sarà facile scovare tutti gli
irregolari, e allora a dare una mano ai vigili urbani potrebbero essere
i comuni cittadini, chiamati a raccolta dall’ assessore regionale
leghista al Territorio Davide Boni. “Invitiamo i milanesi – ha detto
Boni qualche giorno fa - a segnalare a Palazzo Marino la presenza di
stranieri irregolari, denunciando chi li sfrutta o affitta loro
alloggi”.
La lotta ai clandestini non è un’esclusiva leghista.
Stefano Maullu, assessore regionale alla Polizia Locale ed esponente del
Popolo delle Libertà, sta lavorando a un’intesa con gli amministratori
di condominio, che dovrebbero segnalare ai vigili urbani alloggi
sovraffollati, flussi di persone estranee, contratti di affitto in nero
e attività commerciali irregolari.
Maullu respinge l’idea di una caccia ai clandestini,
l’intesa è piuttosto uno strumento “per rimuovere tutti gli elementi di
degrado”. “Certo - ammette però l’assessore - la presenza di stranieri
irregolari stipati in dieci per stanza è uno dei problemi maggiori”.
1 marzo 2010 - Sciopero degli
stranieri
T’immagini la faccia che farebbero se da domani davvero, davvero tutti
quanti smettessimo", cantava Vasco nel 1985. Più di venti anni dopo,
torna la stessa domanda. Ma cambia il soggetto: e se davvero gli
immigrati smettessero? Smettessero di lavorare, di fare la spesa, di
prendere autobus e metropolitane. Che faccia farebbe chi pensa che siano
solo «una massa informe di parassiti e opportunisti», chi li discrimina
o ne ostacola l’integrazione? Forse inizierebbe a rendersi conto che
gli immigrati lavorano «in Italia e per l’Italia, spesso in
condizioni durissime e in violazione dei più elementari diritti umani».
Inizierebbe forse ad «apprezzarne e riconoscerne la funzione nella
società». Ed è proprio il risultato cui mira lo “Sciopero degli
stranieri”, indetto per il primo marzo 2010.
Una giornata senza immigrati. “24 ore senza di noi”. Senza
colf e badanti, operai e raccoglitori di pomodori, saldatori e addetti
alle pulizie, ma anche mediatori culturali, infermieri e medici.
L’idea è nata in Francia. Stefania Ragusa, Daimarely Quintero e
Cristina Seynabou Sebastiani, tre amiche impegnate nel sociale, hanno
deciso di farla propria e rilanciarla in Italia, attraverso un
blog e Facebook. Il risultato sono circa seimila adesioni
raccolte in un solo mese, mentre ancora si sta organizzando il
“collettivo” dei promotori, che «nasce già meticcio ed è orgoglioso – si
legge nella bozza di manifesto - di riunire al proprio interno
italiani, stranieri, G2 (seconde generazioni) e chiunque ne voglia far
parte».
Una iniziativa della società civile, insomma. Che il primo marzo
vuole far sentire la voce degli immigrati (4 milioni e mezzo solo
quelli regolari, secondo la Caritas) attraverso l’astensione dal
lavoro («per chi se la può permettere»), ma anche con lo
sciopero degli acquisti e degli spostamenti sui mezzi pubblici,
e con iniziative di piazza.
Parte tutto da Internet, come per il No B Day. Ma dalla Rete gli
organizzatori puntano a uscire, con la creazione di comitati cittadini,
per un più largo coinvolgimento degli immigrati. Il manifesto,
che sarà presentato ufficialmente a gennaio, verrà tradotto in
numerose lingue (dal rumeno al bengali, dall’arabo al cinese). Lo
sciopero, però, sarà non solo “degli immigrati”, ma di tutti quegli
italiani che si sentono “stranieri”, in quanto «estranei al clima di
razzismo e intolleranza che sta ammorbando l’Italia», spiega
Stefania Ragusa.
«Siamo indignati dalle campagne denigratorie che hanno investito
gli stranieri in questo Paese, determinando un clima di barbaro razzismo
e portando all’approvazione di leggi discriminatorie», si legge
nella bozza di manifesto. Che potrebbe incontrare, come il No B Day,
il sostegno di partiti e sindacati. A titolo personale ha già
aderito Giuseppe Civati, del Pd. Mentre Emma Bonino si è
detta da subito favorevole a replicare l’iniziativa francese in Italia.
Quello del primo marzo 2010 sarà il primo sciopero nazionale “degli
stranieri”. Ma vanta un significativo precedente a livello
locale: 20 settembre 1989, dopo l’omicidio di Jerry Essan Masslo, gli
immigrati scioperano a Villa Literno, contro il caporalato e la camorra.
( facebook 6 gennaio 2010)
Clandestinità: per i minori non
c'è reato
Fonte: www.stranieriinitalia.it
Archiviate le accuse contro un diciassettenne a Bologna. La Procura:
“Niente espulsione, va tutelato”
Roma – 24 dicembre 2009 - Il reato di “ingresso e soggiorno illegale”,
introdotto lo scorso agosto dalla legge sulla sicurezza, non può essere
applicato ai minori stranieri. Lo ha sancito il Giudice per le indagini
preliminari del tribunale dei minori di Bologna, archiviando un
procedimento a carico di un diciassettenne albanese. Il giovane,
sorpreso senza permesso di soggiorno, era accusato di ingresso e
soggiorno illegale, ma era stato lo stesso procuratore dei minorenni di
Bologna Ugo Pastore a chiedere che non fosse condannato.Pastore ha
sottolineato che i minori stranieri non possono essere espulsi, come
prevede il testo unico sull’immigrazione, e vanno tutelati anche in base
alle convenzioni internazionali sull’infanzia, compresa quella di New
York dell’89. Inoltre, non sarebbe sempre facile per un minorenne
comprendere i suoi doveri, come quelli relativi ai documenti di
soggiorno.
Cittadinanza, la riforma arriva
in Aula
In Parlamento si riscrivono le regole
per diventare italiani. Posizioni
distanti, ma si potrebbe arrivare a un
accordo almeno sui minori.
La riforma della cittadinanza arriverà
domani in Aula alla Camera dei Deputati
per la discussione generale.
Il testo di partenza licenziato dalla
commissione Affari costituzionali i
deputati è stato scritto da Isabella
Bertolini, del Pdl, e rispecchia le
posizioni più conservatrici del
centro-destra. Mantiene infatti
invariati i termini attuali,
introducendo ulteriori verifiche.
Gli immigrati dovrebbero comunque
risiedere regolarmente per almeno dieci
anni in Italia prima di diventare
italiani, ma anche frequentare corsi
obbligatori di storia e cultura italiana
ed europea, educazione civica e
Costituzione. I loro figli nati nel
nostro Paese potrebbero ancora chiedere
la cittadinanza solo dopo aver compiuto
18 anni, ma a patto di aver frequentato
con profitto tutta la scuola
dell’obbligo.
Di segno opposto le posizioni del
centrosinistra e di quella parte del
centro-destra più vicina al presidente
della Camera Gianfranco Fini. Erano
contenute nella proposta di legge
firmata dal deputato Pd Andrea Sarubbi e
dal collega del Pdl Fabio Granata, un
testo fermato in commissione i cui punti
principali potrebbero però riapparire
come emendamenti durante la discussione
in Aula.
Secondo la Sarubbi-Granata, sarebbe
subito italiano chi nasce qui se la
madre o il padre è legalmente in Italia
da almeno cinque anni, e diventerebbe
italiano il minore che completa almeno
un ciclo di studi in Italia.
Cittadinanza anche per chi è arrivato in
Italia quando aveva al massimo cinque
anni e vi ha risieduto legalmente fino
alla maggiore età.
Gli stranieri adulti potrebbero invece
acquistare la cittadinanza dopo cinque
anni di residenza legale. Dovrebbero
però avere un reddito non inferiore a
quello richiesto per il permesso da
lungo soggiornanti (poco più di 5mila
euro), una conoscenza di base
dell’italiano parlato e una conoscenza
soddisfacente della vita civile e della
costituzione italiana.
Non sarà facile trovare una sintesi tra
queste posizioni. Difficilmente si
abbasseranno gli anni per le
naturalizzazioni, al massimo si
interverrà sui tempi burocratici che
passano dalla domanda al riconoscimento
della cittadinanza. È invece più
probabile una mediazione per facilitare
le cose alle seconde generazioni: circa
800 mila figli di immigrati nati o
arrivati qui giovanissimi.
La discussione, comunque, durerà ancora
qualche mese. E con ogni probabilità la
riforma verrà varata solo dopo le
elezioni regionali di marzo, quando,
terminata la campagna elettorale, anche
la Lega sarà un po’ meno interessata a
fare la voce sempre e comunque grossa
contro gli immigrati (Fronte del popolo
facebook 23 dicembre 2009))
Reato clandestinità, un altro
giudice solleva questione di
legittimità costituzionale
Il
giudice di pace di Agrigento, accogliendo la richiesta della Procura e
della Difesa ha trasmesso gli atti di un processo per immigrazione
clandestina alla Corte costituzionale sollevando la legittimita’ della
norma introdotta con il cosiddetto pacchetto sicurezza approvato quest’anno.
L’atto era stato depositato dal procuratore capo Renato Di Natale,
dall’aggiunto Ignazio Fonzo, e dal vice procuratore onorario Francesco
Battaglia, al processo a carico di 21 migranti sbarcati nella Sicilia
meridionale che si celebra davanti al giudice di pace di Agrigento. La
Procura ha chiesto e ottenuto la sospensione del procedimento e la
trasmissione degli atti alla Corte costituzionale.
Luigi Manconi presidente di ‘A Buon Diritto’ ha commentato: ‘Il giudice
ha accolto anche le diverse eccezioni di costituzionalita’ sollevate dai
legali Ernesto Maria Ruffini e Danika La Loggia per conto
dell’associazione A Buon Diritto.
In particolare, secondo il giudice, la norma presenta profili di
incostituzionalita’ per la sua irragionevolezza e per la lesione del
principio di uguaglianza previsto dall’art. 3 della Costituzione e delle
norme internazionali sulla tutela dello straniero. Si tratta di un
primo, circoscritto ma assi importante, risultato positivo per arrivare
alla pronuncia di incostituzionalita’ di una legge che lede un diritto
fondamentale della persona’.
(Fonte: immigrazione.aduc.it 17 dicembre 2009)
La Camera approva i
respingimenti
intanto il decreto sicurezza
inizia a colpire
di
Fulvio Vassallo Paleologo, Palermo e Alessandra Ballerini, Genova
Nella seduta del 24 novembre 2009 la Camera
dei deputati ha approvato luna mozione concernente le iniziative
in materia di contrasto dell’immigrazione clandestina e con
particolare riferimento al “rispetto” delle norme costituzionali
e internazionali. Questo il testo dell’Atto della Camera dei
deputati
“Con la mozione, presentata dai gruppi di
maggioranza a prima firma Cicchitto e accettata dal Governo,
approvata dopo un lungo dibattito con 267 sì e 250 no, la Camera
impegna il Governo :
“a proseguire nell’azione di controllo e
regolamentazione dei flussi migratori, al fine di contrastare
con determinazione ogni forma di immigrazione clandestina, con
lo scopo di attuare politiche attive capaci di contemperare i
diritti dei popoli migranti con i diritti dei popoli residenti;
a proseguire nella lotta alla criminalità
organizzata che regola e gestisce i flussi di immigrati
clandestini;
a proseguire nell’azione di difesa e garanzia
dei necessari livelli di sicurezza nel nostro Paese,
contrastando a questo fine l’immigrazione clandestina e
promuovendo l’immigrazione legale;
ad intervenire nei confronti dell’Unione
europea affinché si definisca una politica comune di gestione e
controllo dei flussi migratori a difesa degli equilibri sociali
ed economici delle popolazioni europee ed affinché l’Europa
possa diventare la meta di un’immigrazione effettivamente
sostenibile, la sola capace di determinare sviluppo e progresso;
a proseguire nell’azione di riconsegna alla
Libia degli immigrati irregolari, così come delineatasi in
questi ultimi mesi, che ha drasticamente ridotto i rischi di
tragedie in mare”.
Respinte, invece, le proposte di mozioni
presentate dai gruppi di minoranza, con le quali si impegnava il
Governo a limitare i respingimenti al rispetto del diritto d’asilo e
delle norme nazionali e comunitarie.
Prima delle votazioni il rappresentante del Governo (Sottosegretario
di Stato alla Giustizia) era intervenuto nella discussione tentando
di confutare ogni critica dei gruppi delle opposizioni e delle
organizzazioni umanitarie ed internazionali (inclusa la Commissione
europea) circa la legalità dei respingimenti, illustrando le norme
internazionali applicate - smentendo ogni tipo di violazione - e i
rapporti italo-libici e affermando, tra l’altro, che nel corso delle
operazioni di respingimento effettuate dalle unità militari navali
italiane verso la Libia “si è sempre agito in conformità del
principio del non-refoulement poiché non è stata negata ad alcuno
dei clandestini intercettati la possibilità di chiedere asilo, né
alcuno tra gli stranieri intercettati e soccorsi, una volta saliti a
bordo delle navi italiane, ha manifestato la volontà di chiedere
asilo” e che “i responsabili delle forze intervenute hanno riferito
che durante l’operazione di soccorso in alto mare, durata in media
dieci ore, gli stranieri intercettati non hanno chiesto alcuna forma
di protezione internazionale, né fatto sapere di essere perseguitati
nel loro Paese. Nessuno straniero intercettato risulta essere stato
sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti.”
Quanto approvato dalla Camera dei
deputati è di una gravità inaudita perché si basa sulla
falsificazione dei fatti e contrasta con tutti i rapporti
internazionali che da anni denunciano la violazione dei diritti dei
migranti e dei potenziali richiedenti asilo in Libia e nelle acque
del Canale di Sicilia. La Camera si è basata soltanto sulle verità
ufficiali desunte dai rapporti delle autorità di polizia senza dare
il minimo ascolto alle istanze documentate delle associazioni
antirazziste e delle organizzazioni internazionali. Quanto deciso
dalla Camera si commenta da solo e non potrà che suscitare sdegno e
riprovazione in chiunque conosca la tragica sorte destinata ai
migranti tutti, in Libia e nei paesi di transito, per effetto degli
accordi bilaterali del 2008 e dei protocolli operativi firmati tra
Italia e Libia nel 2007.
2.-Ma la guerra ai migranti prosegue anche in
Italia. La legge 94/2009 entrata in vigore l’8 agosto, si
aggiunge ad altri provvedimenti, adottati dal Governo in
precedenza, che hanno già compresso i diritti fondamentali dei
migranti e che presto potranno compromettere i diritti di noi
tutti.
Con questa legge viene l’introdotto il “reato di
clandestinità”, che comporta l’obbligo a carico dei pubblici
ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio, richiesti di un
qualsiasi atto, di denunciare la persona che commette questo reato,
ovvero il migrante colpevole di non possedere (suo malgrado) un
permesso di soggiorno. Il reato di clandestinità è palesemente
incostituzionale perchè di fatto punisce i migranti non per quello
che fanno ma per quello che sono in aperta violazione dell’art. 3
della Costituzione. Secondo la nuova normativa le forze dell’ordine,
i magistrati, i medici e direttori scolastici, gli insegnanti e
assistenti sociali, in quanto pubblici ufficiali, dovrebbero
procedere in ogni caso alla denuncia del migrante irregolare. Questi
non potrà neppure adire un tribunale come testimone o denunciare un
reato. Le conseguenze dell’introduzione del reato di clandestinità
saranno devastanti anche se in diverse regioni, come in Liguria ed
in Sicilia, gli assessori alla sanità hanno emesso alcune circolari
in cui si ritiene prevalente il diritto costituzionalmente protetto
alla salute e si indica a medici e infermieri di curare comunque gli
stranieri irregolari bisognosi di cure essenziali ed urgenti senza
procedere alla loro denuncia. Nei primi mesi di attuazione della
legge 94 del 2009 , tuttavia, si registra una fuga dei migranti
irregolari dalle strutture di assistenza medica per la paura di
essere comunque segnalati, e non sono mancati episodi di medici che
malgrado le direttive ministeriali, hanno consegnato alla polizia un
immigrato irregolare che si era rivolto loro per ricevere cure.
Ancora più discriminatoria la nuova normativa che prevede per i
migranti il possesso del permesso di soggiorno come condizione
obbligatoria per ottenere gli atti di stato civile. Così il migrante
irregolare non potrà ottenere un certificato di morte di un
congiunto (necessario anche solo per il rimpatrio della salma) nè
contrarre matrimonio. Tutto questo configura un’evidente lesione dei
diritti fondamentali della persona, di tutte le persone, compreso
quegli italiani decisi a contrarre un matrimonio cd “misto”. Il
manifesto della razza del 1938 prevedeva il divieto di matrimoni tra
ariani e non ariani, oggi questa legge sulla sicurezza vieta il
matrimonio per tutti i moderni “non ariani” ovvero per gli
irregolari che non potranno quindi più sposarsi con nessuno (neppure
unirsi in matrimonio con un altro clandestino)
3. La legge, nella sua stesura originale,
prevedeva anche l’impossibilità per i cittadini irregolari di
riconoscere i propri figli non potendo ottenere il certificato
di nascita (che è un atto dello stato civile). L’applicazione
rigorosa di tale norma avrebbe comportato di fatto la
dichiarazione di stato di abbandono del minore che non poteva
essere riconosciuto dai genitori irregolari. Una circolare del
Ministero degli Interni ha però ridotto la portata di tale norma
prevedendo esplicitamente che “per lo svolgimento di attività
riguardanti dichiarazioni di nascita e riconoscimento di
filiazione non devono essere esibiti documenti inerenti al
soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese anche a tutela del
minore”.
Come risulta evidente a chiunque conosca la
gerarchia delle fonti è tuttavia possibile che qualche zelante
funzionario o sindaco rilevi come una circolare ministeriale, al di
fuori dei casi espressamente previsti, non possa prevalere rispetto
ad una legge di portata generale approvata dal Parlamento (essendo
peraltro prevista una riserva di legge dalla nostra costituzione in
materia di immigrazione). Nè comunque questa circolare prevede
deroghe rispetto all’obbligo di denuncia in capo ai pubblici
ufficiali nei confronti dei responsabili del reato di clandestinità
.
Qualunque immigrato irregolare che dovesse oggi recarsi all’ufficio
nascite di un comune per riconoscere il proprio figlio rischia di
trovarsi di fronte un impiegato (pubblico ufficiale) pignolo e
magari un pò razzista che potrebbe ritenere prevalente il disposto
della legge 94/2009 rispetto alla Circolare Maroni e quindi
rifiutarsi di certificare la filiazione del minore procedendo magari
alla denuncia dell’immigrato irregolare.
Anche i diritti degli italiani vengono
compromessi dalle disposizioni del pacchetto sicurezza,
laddove si stabilisce che le istanze di iscrizione o di variazione
della residenza anagrafica potranno discrezionalmente dar luogo alla
verifica, da parte del Comune, delle condizioni igienico-sanitarie
dell’immobile e subordinando ipoteticamente la possibilità di
ottenere o mantenere la residenza. Controllare la residenza delle
persone (tutte) è un modo per controllarne i diritti. Si profilano
inediti casi di discriminazione istituzionale.
Viene poi reintrodotto il reato di
oltraggio a pubblico ufficiale, che era stato abrogato, in una
versione punitiva intensificata rispetto alla precedente: è prevista
ora la reclusione fino a tre anni. Sarà “un’arma” che potrà
essere utilizzata facilmente contro chiunque, italiano o migrante,
all’interno di contesti di conflittualità sociale o di dissenso
esprima troppo animatamente le proprie idee. Anche le prossime
manifestazioni davanti ai CIE o per difendere spazi sociali occupati
potranno produrre centinaia di procedimenti penali aperti sulla base
di quanto affermato discrezionalmente nei rapporti delle autorità di
polizia. E poi qualcuno si ostina a parlare ancora di 2giusto
processo”. Giusto processo per chi? Non certo per i migranti e per
tutti quegli italiani che non si possono permettere neppure la spesa
di un avvocato o che abitano in luoghi nei quali non è facile
procurarsi una efficiente difesa legale.
Oltre ad istituire le ronde, con effetti devastanti come confermato
dalle cronache di questi giorni, che segnalano l’aumento dei casi di
violenza sui migranti a sfondo razzista, la legge prolunga i tempi
di detenzione nei Centri di Identificazione ed Espulsione fino a un
massimo di 180 giorni (nelle condizioni inumane che già ben si
conoscono anche grazie ai rapporti di diverse organizzazioni non
governative e al libro bianco del Comitato diritti umani presso il
senato). In queste prime settimane la situazione dei CIE è diventata
esplosiva proprio per il prolungamento della detenzione
amministrativa a sei mesi, mentre non è aumentato il numero di
persone che l’Italia riesce effettivamente ad allontanare dal
proprio territorio ( secondo dati dello stesso ministero
dell’interno si tratterebbe di poche decine a settimana). Egitto e
Tunisia, partner da tempo nelle pratiche di espulsione disposte
dalle autorità italiane, limitano in questo modo il numero dei
migranti irregolari che l’Italia può rimpatriare, per gli altri
rimane solo la prospettiva di una condizione di clandestnità,
macchiata dalla commissione di un reato. E i posti nei centri di
identificazione ed espulsione sono sempre meno. Dopo un incendio
seguito ad un tentativo di fuga, è stato chiuso il CIE di
Caltanissetta, come nel mese di febbraio era stato chiuso per lo
stesso motivo il CIE di Lampedusa..
4. La legge 94/2009 è zeppa di meccanismi
ideati, si potrebbe dire, per estorcere denaro dagli immigrati,
compresa la tassa per il rinnovo del permesso di soggiorno (da
ottanta a duecento euro oltre i costi già previsti di 72 euro
per la presentazione dell’istanza in posta).
Vengono inasprite le sanzioni e le pene anche per
chi favoreggia l’immigrazione clandestina, ed è previsto il carcere
fino a tre anni oltre che la confisca dell’immobile per chi offre
alloggio in cambio di denaro ad un irregolare. Queste disposizioni
non riguardano solo i migranti, per quanto i media cerchino di
farcelo credere. Di fatto, viene messo in discussione e calpestato
il principio di uguaglianza (art. 3 della Costituzione), che non
varrà più per nessuno. E i diritti fondamentali o sono di tutti e lo
Stato si impegna a tutelarli, o non sono più di nessuno.
Oggi i diversi sono i migranti, ma anche i loro
parenti, o chi vive in una casa considerata “inidonea” o chi
manifesta in maniera “appassionata” il proprio dissenso, come è
successo di recente a Venezia dove la polizia ha caricato pacifici
manifestanti all’interno di una manifestazione autorizzata solo
perché all’interno del corteo venivano portati avanti tre manichini
che il ministro Maroni non sopportava perché ricordavano le tante
vittime delle stragi in mare. Quelle vittime che non si riconoscono
quando chiamano soccorso o che si abbandonano ai libici una volta
che vengono localizzati. Domani, purtroppo la storia ci insegna, non
potrà che andare peggio. Il distacco dell’Italia dal diritto
internazionale e comunitario, e quindi la rottura sostanziale del
principio di eguaglianza, costituisce una ferita gravissima per il
sistema costituzionale e per quella coesione sociale che tutti
invocano a parole, salvo poi ad ideare ed applicare normative che
producono esclusione ed odio.(30 dicembre 2009Fonte:
www.meltingpot.org)
Sciopero degli immigrati. La
sfida dell'altra Francia
Martedì l’annuncio: un giorno senza di noi.
Il paese rischia la paralisi
di Domenico Quirico
PARIGI: Provate francesi! Una giornata senza di
noi: senza la bambinaia che tiene a bada i figli
raccontando loro le storie dell’Africa o delle
Antille, senza la domestica, senza gli spazzini
che portano via la vostra immondizia di ricchi,
senza i manovali che fanno quello che voi non
volete più fare, senza i lavapiatti nei
ristoranti, senza i fattorini, gli uomini della
sicurezza. E ancora:
provate una giornata senza di noi nei McDonalds,
nei cinema, nei
supermercati, con i posti vuoti, gli incassi
ridotti. Perché anche noi consumiamo e mettiamo
in movimento l’economia: ventiquattro ore non
cambieranno la Francia ma serviranno per
accorgersi quanto sia complicato e difficile per
la République tirare avanti.
L’iniziativa è originale e
potenzialmente micidiale, destinata a suscitare
accalorate controversie. Perché coincide
polemicamente con il momento in cui il
presidente Sarkozy schiaccia di nuovo il pedale
dell’identità francese. Si mette in sciopero
l’altra Francia, quella che non ha i documenti e
quella che ce l’ha ma è come se… Vuole
incrociare le braccia e chiudersi in casa la
Francia che popola la metropolitana e i treni di
banlieue alle cinque del mattino quando non ci
salgono ancora quelli che il ministro per
l’immigrazione Besson invita ad andare in
prefettura per dichiararsi orgogliosi di essere
francesi; e che arriva negli uffici dopo le
cinque ma per pulire e lucidare. Gli
spettacolari argomenti sono branditi in un
manifesto, titolo «24 heures sans nous»: basta
chiacchiere, basta con i simboli, semplicemente
senza di noi il paese non va avanti. Perché ci
sono settori interi dell’economia, domestica e
non (ad esempio l’edilizia) che occupano ormai
quasi soltanto immigrati. E’ il proclama
fondatore della belligeranza etnica, quanto
basta per smantellare le cartilaginose ipocrisie
di un paese che si vanta di saper realizzare
l’integrazione.
«L’idea ci è venuta dagli
Stati Uniti - spiega Nadir Dendouane uno dei
portavoce del comitato organizzatore - nel
maggio 2006 un gruppo di ispanici organizzò una
protesta analoga. Volevano contestare un
progetto di legge che intendeva criminalizzare
l’immigrazione clandestina. Hanno detto: ok, ci
considerate dei criminali, però senza di noi,
questo paese non funziona. Noi ci siamo ispirati
a questa giornata durante la quale non sono
andati a lavorare, e neanche a consumare, sono
rimasti a casa. Ecco: una giornata morta. Tutti
quelli che si sentono o sono considerati
immigrati, anche se come me sono nati in Francia
- e sono in tanti questi francesi che vengono
considerati male da un’altra gran parte della
popolazione, insieme a tutti quelli che si
sentono solidali e coscienti del loro contributo
si mobilitino. Il nostro collettivo raduna
tutti, bianchi, neri, magrebini, uniti nel
rifiuto di essere un capro espiatorio. Settanta
anni fa eravate voi italiani a ricevere in
faccia del “sale rital”. Oggi è il nero o
l’arabo. Ci siamo stufati. Sarà una giornata
della dignità». Presentazione martedì prossimo
all’assemblea nazionale. Data prevista per lo
sciopero, il primo marzo prossimo. Perché è
l’anniversario dell’entrata in vigore, nel 2005,
del «codice per l’ingresso e il diritto di
asilo», detto codice degli stranieri. Il consumo
è il motore della crescita, un’idea che Sarkozy
trova adorabile, usata come arma contro di lui.
Ma sarà difficile mettere in
piedi uno sciopero degli immigrati? «No, quelli
che hanno un lavoro non andranno a lavorare
quelli senza si asterranno dal consumare.
Picchiamo dove fa male per sottolineare con
forza l’importanza dell’immigrazione. Vogliamo
più rispetto, niente altro. Essere francese?
Vuol dire vivere in Francia, pagare le tasse in
Francia, parlare, leggere e vivere in francese.
Cosa di più? Quelli che ci considerano degli
immigrati vorebbero che fossimo tutti uguali,
mangiare maiale e bere birra e vino. Mettono
sempre avanti le loro differenze, però vogliono
gli altri francesi uguali a loro. Ci sono dei
francesi ebrei, altri cattolici, altri che non
credono in Dio, altri che sono musulmani,
buddisti, etc… Fino a quando uno paga le tasse e
riceve il rispetto dalla République, non vedo
cosa si dovrebbe fare di più. Se devo anche
schiarirmi la pelle o cantare la Marsigliese per
essere più francese, non ci sto! Noi
partecipiamo alla vita economica e per me è
anche questo essere francese. Io che ho la pelle
scura, se mi metto a criticare la Francia,
diventa un problema d’integrazione. Invece il
bianco può dire tutto quello che gli pare,
nessuno gli dirà mai nulla. Questa è la
differenza».(Fonte:
www.lastampa.it
19 novembre 2009)
Operazione da Gestapo
Lo sgombero, una vera e propria operazione militare, di
San Nicola Varco grida vendetta. Invece di reprimere il caporalato, che
organizza lo sfruttamento di migliaia di lavoratori immigrati
nell’agricoltura della piana del Sele, si vanno a colpire le vittime.
E’ la storia di questa Italia: forte con i deboli e
debole con i forti. Chiediamo adesso alle istituzioni, locali e
nazionali, che fine faranno adesso le centinaia di esseri umani privati
anche dei loro fatiscenti ricoveri e buttati in mezzo al strada,
verranno ospitati nei nuovi centri commerciali a cui si vuole fare posto
con questi metodi oppure verranno consegnati ancora di più nelle mani
dei loro aguzzini?”. E’ quanto afferma Maurizio Musolino, responsabile
Immigrazione del PdCI, a commento dello sgombero di cittadini
extracomunitari da parte delle forze dell'ordine avvenuto a San Nicola
Varco.(www.comunisti-italiani.it 11 novembre 2009)
Omissione di soccorso come
politica di contrasto
all'immigrazione clandestina
di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di
Palermo
Nel
giorno della visita del ministro Maroni in Libia
ancora un episodio di omissione di soccorso
nelle acque del Canale di Sicilia. Come
riferisce l’agenzia APCOM, “due barconi con un
centinaio di migranti a bordo hanno lanciato la
notte scorsa un sos mentre si trovavano nel
Canale di Sicilia. I
barconi, secondo quanto riferisce il portavoce
delle Forze armate maltesi, il maggiore Ivan
Consiglio, sono ancora in acque di competenza
libica e non risultano essere entrati ancora in
quelle di competenza dell’autorità dell’Isola
dei Cavalieri. Le autorità italiane sono state
allertate e monitorano la situazione”.
Secondo il GR 1 di oggi, lunedì mattina, le
autorità italiane non stanno intervenendo perché
le imbarcazioni si troverebbero in acque di
competenza maltese, anche se le Convenzioni
internazionali imporrebbero comunque a qualunque
stato rivierasco ne abbia notizia un intervento
immediato per salvare vite umane in pericolo.
Probabilmente le autorità italiane stanno
“monitorando” la situazione per consentire alle
motovedette regalate ai libici di raggiungere
prima i barconi carichi di migranti. Infatti,
sia i maltesi che il governo italiano sono in
attesa che le motovedette libiche riescano a
bloccare la navigazione delle imbarcazioni
cariche di migranti e li riconducano verso i
porti di partenza.
Per raggiungere questo
risultato, magari proprio nel giorno della
visita di Maroni in Libia, le autorità politiche
e militari coinvolte in questa vicenda si stanno
macchiando di un reato gravissimo, a terra, ed
ancora di più a mare: l’omissione di soccorso.
Le condizioni del mare stanno infatti
peggiorando ed è fondato ritenere che con il
passare delle ore, nella stagione fredda e con
il mare in burrasca, queste scelte politiche e
militari produrranno altra morte. Esattamente
come si è verificato ad agosto nel caso del
gommone carico di eritrei abbandonato per giorni
in mare al punto di negarne l’esistenza , ed
ancora poche settimane fa con il peschereccio
carico di somali e di eritrei che alla fine è
stato fatto entrare nelle acque italiane, con un
morto a bordo e numerose altre persone in fin di
vita.
Appare evidente come ormai le autorità italiane
e maltesi non si “sporchino” più le mani con i
respingimenti collettivi, per i quali sono
aperti procedimenti penali davanti ai tribunali
italiani ed alla Corte Europea dei diritti
dell’Uomo, ma preferiscano delegare al mare, o
ai libici, il compito di arrestare la fuga dei
migranti verso l’Europa. Anche nel caso
dell’eventuale riconduzione in un porto libico
la sorte di queste persone appare segnata,
perché, come si è verificato negli ultimi tempi
in casi analoghi, si tratterà di migranti che
non appena sbarcati in Libia saranno rinchiusi
per mesi nei centri di detenzione ancora vittime
di abusi di ogni genere. Abusi la cui
responsabilità incombe direttamente su quei
governi europei che hanno concluso accordi con
la Libia, ed adesso anche sulla Commissione
Europea e sul Consiglio dell’Unione Europeo che
vorrebbero intensificare i rapporti di
collaborazione tra l’agenzia per il controllo
delle frontiere esterne (FRONTEX) ed il governo
libico.
Auspichiamo che i parlamentari europei sappiano
bloccare questa politica di collaborazione
dell’Unione Europea con i regimi dittatoriali
dei paesi della sponda sud del mediterraneo, una
politica che per contrastare l’immigrazione
irregolare cancella i diritti fondamentali della
persona umana, a partire dal diritto di asilo.
Una politica che agevola oggettivamente le mafie
che a parole tutti dichiarano di combattere.
Attendiamo anche che finalmente la magistratura
italiana e la Corte Europea dei diritti
dell’uomo condannino le pratiche congiunte
dell’omissione di soccorso e dei respingimenti
collettivi.
Chiamiamo tutte le associazioni antirazziste ad
una mobilitazione immediata per fare conoscere
la disumanità di queste nuove prassi di
cooperazione di polizia tra l’Italia, la Libia e
Malta, una cooperazione che passa attraverso la
sistematica omissione di soccorso nei confronti
dei naufraghi che avrebbero diritto di essere
condotti verso un porto sicuro, e che invece
vengono abbandonati in mare, magari per essere
riconsegnati ai loro aguzzini libici. Ancora una
volta, sempre di più, il silenzio costituisce
una forma gravissima di complicità con gli abusi
e con le violazioni reiterate del diritto
internazionale del mare e del diritto di asilo.
Per questo chiunque tace oggi su quanto sta
accadendo nelle acque del Canale di Sicilia,
sarà responsabile della sorte di quei disperati
che in queste ore sono abbandonati nel mare in
burrasca.(Fonte:
www.meltingpot.org9 novembre 2009)
Allo
spuntar del giorno, ai cancelli
della Questura di Corso Verona 4
Lettera
delle Sorelle di Porta Palazzo - Torino “Long1/2 Rif.Assicurata 050741528024,Rif.Istanza
519736899917: Comunichiamo convocazione il
04/11/2009 alle 08:30 per integrazione pratica.
Per dettagli col Remetente:MININTERNO”…
In un SMS si concentra tutta l’assurdità di un
“pacchetto sicurezza”… che racchiude anche noi!
Ovvero, sr Julieta da tre anni ormai in Italia,
mozambicana di Porta Palazzo, nella più totale
gratuità di servizio alla “Torino Plurale”, è
convocata nuovamente in Corso Verona, all’alba
del 4 novembre 2009, per non chiarita
integrazione pratica… che sarà?!…
… Dopo una vigilia che ci ha viste, previdenti,
presso l’ingessata Cancelleria della Curia
arcivescovile, a raccogliere firme e timbri,
garanti di autenticità, da parte di un “pianeta
ecclesiastico” piuttosto griffato, che poco ci
appartiene, ma che – tuttavia – nelle ridondanze
burocratiche ci è necessario… ci portiamo, allo
spuntar del giorno ai cancelli della Questura,
di Corso Verona 4, sezione immigrazione.
Veramente se ne vedono “di tutti i colori”, fino
al colore della vergogna, che è quello della
pelle di chi è italiano e quasi non vorrebbe più
esserlo, di fronte a certe espressioni di
volgare disumanità, di stupidità abissale, di
negazione ostinata di evidenze, di orgoglio di
razza che richiama altri tempi…
Nel silenzio oscillante tra rabbia e sgomento,
nell’umido di un’alba resa più fredda dallo
scenario circostante, dai toni espressionisti,
abbiamo visto e fotografato con gli occhi, con
il cuore e con l’adrenalina a mille!
Una fiumana muta, in tensione tra rassegnazione
e rivolta… inquietante, forse pericolosa?!
Giovani mamme nigeriane e marocchine con piccoli
intirizziti in carrozzina, fermi ai cancelli
dalle 4 del mattino, marocchini e albanesi che
vivono di espedienti, fino alla “vendita del
posto in coda” a 50 euro, cinesi assorti dentro
il loro PC portatile, che ingannano l’attesa
ignari del mondo circostante seguendo film
sottotitolati dai colori taglienti, anziani di
ogni lingua, pazienti e rassegnati, come vecchi
cani da caccia, fieri nei ricordi…giovani coppie
dell’est che si scaldano reciprocamente fra baci
e massaggi ai polpacci…
Poliziotti che sembrano usciti dalle tele di
Grosz, con manganello in mano e forti dei segni
di un potere, contro la fiumana inerme e
congelata, che ha il potere del segno…
sbrodolano minacce ironiche sulle espressioni
sgomente di una giovane moglie filippina,
appellandola “signorina” di fronte al marito
italiano, che si vergogna d’esser tale…
… Tra una coppia albanese e il cinese
videodipendente, due suore, di cui una
“straniera”, che da tre anni lavora giorno e
notte, gratuitamente, per costruire integrazione
con e per la Chiesa, con e per il Comune “sta”,
sospesa nel mistero di una “integrazione
burocratica”: ancora le viene richiesto di
“lasciare le impronte”… come se non bastassero
tutti i segni seminati in tre anni di strada, in
mezzo alla gente…ma le “impronte” danno più
garanzia dell’impronta!… della caparbia,
costante, quotidiana volontà di costruire un
meglio per tutti…
E si tratta di “impronte per la
Scientifica”…perché presunta potenziale
delinquente…tutto fa pensare…
Che dire?!…oltre la rabbia, l’indignazione,
l’impotenza di fronte alla stupidità?…
Contro i cattivi, ammesso che ce ne siano, si
può combattere, ma contro gli stupidi, di cui
l’esistenza è certa…che fare?!…
Non vogliamo cercare soluzioni preferenziali per
le religiose o per la chiesa, che ben più
potrebbe fare e dire al riguardo del pacchetto
sicurezza, ma si vorrebbe semplicemente dar voce
a chi non ha voce, denunciare la disumanità
delle procedure burocratiche e la
disorganizzazione, mista a frustrazione
inacidita, dei nostri “sportelli amici”…dove si
viene accolti da operatrici che maneggiano il
tuo passaporto munite di guanti usa e getta,
come tu fossi appestato e non si curano che tu,
in coda magari da tre ore al freddo, se ti
scappa la pipì sei costretto a farla in “cessi”
assolutamente allucinanti…eppure ci siamo
chieste: “qual è il luogo più infetto?”…le
turche della Questura o il cuore umano!?…
…Dobbiamo poter raccontare questi flashes,
perché è ora che se ne parli… anche noi…
le polemiche sui crocifissi tolti dai muri non
servono… le radici cristiane dovrebbero
spingerci a togliere i crocifissi dalle strade!…
perché Gesù Cristo…dicono, “passasse risanando”…
Con affetto e tutta la forza di un magnificat
che vorrebbe realmente “abbattere i potenti dai
troni e risollevare gli umili”
Il
leghista Gentilini condannato
per razzismo
Venezia, 26 ott. (Adnkronos/Ign) - Il pagamento
di una pena pecuniaria di 4mila euro ma
soprattutto il divieto di partecipazione a
pubbliche manifestazioni per 3 anni. E’ la
condanna inflitta al vicesindaco di Treviso,
Giancarlo Gentilini, in seguito al processo, con
rito abbreviato, apertosi a suo carico per
istigazione all’odio razziale.
Il fatto risale allo scorso
anno quando Gentilini intervenne duramente
contro gli immigrati dal palco della Festa dei
Popoli Padani a Venezia. Già quest’anno comunque
lo ’sceriffo’, con il rammarico di molti
esponenenti trevigiani del movimento, non era
stato inserito nella scaletta degli interventi
della festa leghista a Venezia.
Gentilini è noto alle
cronache per le sue prese di posizione, a
partire dall’attacco contro i gay nel 2007, in
cui auspicò la ”pulizia etnica dei culattoni”,
dichiarazioni che spinsero le associazioni
omosessuali a organizzare la protesta del bacio
davanti al Comune.
E poi, ancora, l’attacco
contro i cani di razza straniera, la guerra ai
cigni lungo i corsi d’acqua della città, la
rimozione delle panchine perché occupate dagli
extracomunitari, gli immigrati da vestire da
leprotti e da impallinare. Da anni il governo
della Lega a Treviso, gradito ai cittadini con
percentuali di voto ‘bulgare’, è un feudo
inespugnabile a qualsivoglia altra forza
politica.Fonte:
it.notizie.yahoo.com
In
duecentomila invadono Roma
per la manifestazione nazionale
antirazzista
Una
giornata straordinaria quella che abbiamo vissuto,
costruito e attraversato oggi: centinaia di migliaia
di migranti, studenti, precari, cittadini che hanno
scelto di attraversare la giornata antirazzista con
un corteo che ha invaso le strade di Roma.
Una giornata che disegna nuove
possibilità a partire dalla sperimentazione di un
percorso comune da inventare assieme, a partire
dalle ottime premesse di oggi. Dalla Sapienza è
partito uno spezzone, ricchissimo e molto vasto, che
ha scelto di rilanciare da un luogo simbolo
dell’Onda un percorso che intrecci le lotte dei
migranti e quelle degli studenti, dei precari.
La manifestazione di oggi non è
stata una semplice testimonianza contro il razzismo,
ma una giornata di conflitto che dà inizio alla
sperimentazione di una forma reale di ricomposizione
sociale per contratsare il razzismo, lo
sfruttamento, la precarizzazione che come studenti,
come migranti, come precari, come lavoratori
viviamo, nelle differenze, in maniera comune.
Oggi scendere in piazza contro lo
smantellamento dell’università e per un nuovo
welfare, per la sanatoria e per la chiusura dei CIE,
è una battaglia che riguarda la questione della
ridefinizione della cittadinanza: i diritti di
cittadinanza non sono questioni semplicemente
formali, ma riguardano la qualità della vita e la
dignità delle persone che vivono questo paese, che
rifiutano il modello di governo della crisi che
Maroni e Berlusconi tentano di applicare.
Se dal Veneto è giunta
l’intuizione del “Veneto libero dal razzismo e dalla
paura”, intuizione che diventa conflitto e
composizione larga, non identitaria e non chiusa,
attraverso cui costruire l’opposizione al razzismo e
alle politiche securitarie, la scommessa è oggi
dichiarare tutti i nostri territori e l’intera
Europa libera dal razzismo, a partire dalla
battaglia contro la gestione delle migrazioni, il
ricatto che sui migranti si abbatte.
La mobilitazione non finisce con il corteo di oggi,
perché oggi i migranti hanno lanciato una
mobilitazione ad oltranza per l’allargamento della
sanatoria a tutti.
E’ quello il tema, ribadire e
rivendicare non solo la libertà di movimento, ma
anche la libertà di decidere dove rimanere, quanto
rimanere, dove costruire la propria vita in base ai
propri desideri.
La lotta dei migranti contro il
pacchetto sicurezza è una lotta di tutti, perché le
restrizioni delle libertà, il ricatto e la
gerarchizzazione sociale imposta dal capitale
colpisce tutti, riguarda in prima persona tutti
quanti. Da questo si può e si deve ripartire, per
far si che la grande giornata di oggi sia solo
l’inizio di un percorso di libertà che riguardi
tutti quanti, che sfida i governi per ribadire che
noi la crisi non solo non la paghiamo ma la vogliamo
creare ai governi, respingendo il razzismo e la
precarietà.
Combattere il razzismo è oggi una
battaglia culturale nel paese delle aggressioni e
dei respingimenti, ma è soprattutto lotta di classe
contro il ricatto capitalistico. E’ ribellione alla
crisi e ridefinizione della cittadinanza, a partire
dal protagonismo di tutti. (17 ottobre 2009
www.globalprojet.info)
In
piazza il 17 ottobre a Roma
Comitato Promotore
Torino comunica: Partenza da Torino
venerdì 16 ottobre 2009 ore 24 Porta
Susa
per
informazioni e biglietti
( costo 15 euro) tel
3771870977/3479713796/0116554547/3201183631
Sede: Corso
Marconi 34 www.
immigrati.organizzati.over-blog-org
Il PdCI aderisce
alla manifestazione
I
l
7 ottobre del 1989 centinaia di
migliaia di persone scendevano
in piazza a Roma per la prima
grande manifestazione contro il
razzismo. Il 24 agosto dello
stesso anno a Villa Literno, in
provincia di Caserta, era stato
ucciso un rifugiato sudafricano,
Jerry Essan Masslo.
A 20 anni di distanza, il
razzismo non è stato sconfitto,
continua a provocare vittime e
viene alimentato dalle politiche
del governo Berlusconi. Il
pacchetto sicurezza approvato
dalla maggioranza di centro
destra risponde ad un intento
persecutorio, introducendo il
reato d'immigrazione clandestina
e un complesso di norme che
peggiorano le condizioni di vita
dei migranti, ne ledono la
dignità umana e i diritti
fondamentali.
Questa drammatica situazione sta
pericolosamente incoraggiando e
legittimando nella società la
paura e la violenza nei
confronti di ogni diversità.
Intanto, nel canale di Sicilia,
ormai diventato un vero e
proprio cimitero marino,
continuano a morire centinaia di
esseri umani che cercano di
raggiungere le nostre coste.
La proposta
antirazzista
Una
prima assemblea
nazionale si è svolta il
25 luglio a Roma.
Un'altra è prevista il 5
settembre. La proposta è
di scendere in piazza
con una manifestazione
nazionale, che coinvolga
il maggior numero di
persone e "sensibilità"
possibili, per dire un
forte no contro i
provvedimenti razzisti
del governo Berlusconi.
Il giorno scelto per
manifestare è il 17
ottobre. La città è
Roma. I promotori
chiedono adesioni. Di
seguito il testo
dell'appello - che verrà
pubblicato anche sul
giornale di domani - e
le firme delle prime
adesioni.
Manifestazione Nazionale
Antirazzista
Roma 17 ottobre 2009 –
ore 14.00 Piazza
Repubblica
L’assemblea nazionale
antirazzista del 25
luglio riunitasi a Roma,
rivolge un forte appello
a mobilitarsi contro i
provvedimenti razzisti
del governo Berlusconi
che alimentano odio,
divisioni e violenza
nella società.
Perciò decide di
convocare dal 20 al 30
settembre iniziative
locali, per la
regolarizzazione di
tutti gli immigrati e
preparare la
manifestazione
antirazzista nazionale
del 17 ottobre 2009 a
Roma.
Sulla base di questa
piattaforma:
No al
razzismo
per la
regolarizzazione
generalizzata per tutti
ritiro
del pacchetto sicurezza
accoglienza per tutti
no ai
respingimenti e agli accordi
bilaterali che li prevedono
per la
rottura netta del legame tra
il permesso di soggiorno e
il contratto di lavoro
diritto
di asilo per i rifugiati e
profughi
per la
chiusura definitiva dei
Centri di Identificazione ed
Espulsioni (CIE)
no alle
divisioni tra italiani e
stranieri
diritto
al lavoro, alla salute, alla
casa e all’istruzione per
tutti
mantenimento del permesso di
soggiorno per chi ha perso
il lavoro
L’assemblea decide di
convocare una
manifestazione nazionale
antirazzista il 17
ottobre 2009 a Roma.
Per tanto facciamo
appello a tutte le
associazioni laiche e
religiose, le
organizzazioni
sindacali, la società
civile e a tutti i
movimenti ad appoggiare
e sostenere questo
percorso.
A tale fine il comitato
promotore, costituitosi
in questa assemblea, si
adopera per incontrare
tali forze entro il 31
luglio.
Il comitato promotore si
riunirà il 5 settembre a
Roma dalle ore 10.00
alle 15.00 in via
Giolitti 231.
Roma, 25 luglio 2009
COMITATO PROMOTORE 17
OTTOBRE :
Per adesioni:
comitatoroma17ottobre@gmail.com
Unione Cittadini
Immigrati Roma -
Comitato Immigrati in
Italia (Roma) - Centro
sociale Ex Canapificio
Caserta - Movimento
Migranti e Rifugiati
Caserta - Migrantes Y
Familiares MFAM -
Comitato Immigrati in
Italia (Napoli) -
Collettivo Immigrati
Auto-Organizzati Torino
- Ass. Dhuumcatu - Lega
Albanesi Illiria - Ass.
Filippini Roma - Ass.
Sunugal Milano - Ass
Insieme per la Pace -
Ass Mosaico
Interculturale (Monza-Brianza)
- Federazione Senegalesi
della Toscana - Ass.
FOCSI (Roma) - Ass.
Bangladesh (Roma) -
Ass. Pakistan (Roma)
Ass. Indiani (Roma) - El
Condor (Roma) - Uai
(Como) - Centro delle
culture (Milano) - Ass.
Punto di partenza
(Milano) - Movimento
lotta per la casa
(Firenze) - Ass. El
Mastaba (Firenze) - Ass.
Arcobaleno (Riccione) -
FAT (Firenze) - Ass.
Interculturale Todo
Cambia (Milano) - Studio
3R di mediazione
(Milano) - Centro delle
culture (Firenze) -
Federazione Nazionale
RdB-CUB - SdL
intercategoriale -
Confederazione Cobas -
Naga - Coordinamento
Migranti Verona -
Sportello Immigrati RdB
Pisa - Missionari
Comboniani Castelvoturno
- PRC - Ass.ne Razzismo
Stop e ADL-Cobas -
Federazione delle chiese
Evangeliche in Italia -
Sinistra Critica - Rete
Antirazzista Catanese -
Coordinamento Stop
razzismo - Ass.
antirazzista e
interetnica `3 febbraio´
- Centro delle Culture
(Roma) - Partito
Umanista - Partito di
Alternativa comunista -
Socialismo
Rivoluzionario -
Unicobas - Socialismo
Libertario - Centro
delle Culture -
Ass.Umanista Help To
Change - Comitato
antirazzista Abba (Fi) -
Comitato Antirazzista
(Vi) - Donne in Nero
(Italia) - Clan Destino
Doc, medici e operatori
della salute dalla parte
dei migranti; Ass.LibLab,
libero laboratorio -
Associazione Culturale
Musicale illimitarte (Villaricca
- Na) - Cipax-Centro
interconfessionale per
la pace - Sud Pontino
Social Forum -
Cooperativa
Immigrazionisti (Mi) -
Gruppo Every One -
Rifugiati di piazza
Oberdan Milano - Gruppo
Watching the Sky, Ass.
culturale molisana " Il
bene comune" -
Associazione Utopia
Rossa - Punto pace di
Napoli movimento Pax
Christi - Ass. Donne e
colori ( Rm) Marenia
(gruppo musicale) -
Bidonvillarik (gruppo
musicale) - Associazione
Peppino Impastato - Casa
Memoria (Cinisi) - Slai
Cobas Nazionale - Action
(Roma) - Associazione "Kamilla"
(Cassino) - collettivo
Teatri OFFesi di pescara
- Associazione Arrakkè -
centro per la tutela dei
diritti umani (Siracusa)
- USI AIT Nazionale -
Associazione Yakaar
Italia-Senegal -
Corrispondenze
Metropolitane (Roma) -
RETELEGALE (Torino) -
ASIA-RdB (Bologna) -
L'associazione
Solidarietà Proletaria
(Napoli) -
Coordinamento Diversi
Uguali (Arezzo) -
Periodico Bianco e Nero
- PCL - Rivista CARTA -
Associazione "Romano
pala tetehara" Rom per
il futuro -
Associazione Nazionale
USICONS - Associazione
cittadini del mondo -
COLLETTIVO " IQBAQL
MASIH" DI LECCE -
Associazione
interculturale Grammelot
(Napoli) - Emergency -
Casa Internazionale
delle Donne (Roma) -
Piattaforma Comunista -
Associazione-centro
interculturale delle
donne trama di terre
(Imola) - Libreria la
locomotiva (Savona) -
perUnaltracittà
(Firenze), Centro Open
Mind GLBT (Catania),
Mondo senza Guerre -
PdCI Torino
Il
giorno dopo gli scontri di Massa, dove due gruppi di
ragazzi si sono scontrati causando il ferimento di
cinque agenti di polizia, è viva la polemica e il
dibattito politico attorno al provvedimento sulle
ronde, contenuto nella legge sulla sicurezza.
Nonostante da più parti - dai sindacati di polizia
ai partiti d'opposizione - al ministro dell'Interno
Roberto Maroni sia giunta la richiesta di sospendere
l'istituzione dei gruppi dei "volontari per la
sicurezza", questi sta tirando dritto.
A quanto si apprende, è questione di
giorni: il decreto attuativo sulle ronde entrerà in
vigore il prossimo otto agosto. Il provvedimento, già
pronto, stabilisce i requisiti di chi vuole partecipare
alle ronde: potranno agire al massimo in tre, avere non
meno di 25 anni, non dovranno far parte di associazioni,
movimenti, o gruppi organizzati, essere disarmati ed
andare in giro con una divisa gialla fluorescente.
Saranno i prefetti a tenere l'Albo delle associazioni
dei volontari.
Maroni aveva promesso, anche al
Presidente della Repubblica, che il regolamento
attuativo sarebbe stato rigido, improntato alla massima
cautela. A leggere le anticipazioni, così è. Tuttavia,
non si può non classificare come ennesima ipocrisia
quanto detto oggi dal capogruppo alla Camera del Popolo
della libertà, Fabrizio Cicchitto: "Le cosiddette ronde
di opposto colore, entrambe portatrici di messaggi
eversivi e violenti, che si sono scontrate a Massa, non
hanno nulla a che fare con le pacifiche associazioni di
cittadini di cui parla il decreto sicurezza". Cicchitto
ha proseguito: "Allora, chi, per polemizzare contro le
nuove misure per la sicurezza, usa questo grave
incidente, che ripete la dinamica di tanti altri
avvenuti nel passato anche quando questa legge non era
in vigore, lo fa solo per ragioni propagandistiche".
Cicchitto apparentemente ha ragione,
perché le ronde che hanno causato la serie di scontri di
Massa non fanno parte della specie autorizzata
dall'esecutivo. Per il semplice fatto che quell'istituto
deve ancora entrare in vigore.
La schematica giustificazione di
Cicchitto, tuttavia, non è esauriente. Già, perché gli
scontri nella città toscana sono nati come "reazione"
alle "ronde nere" messe in piedi da un consigliere
comunale de "La Destra". Avevano già debuttato da
qualche giorno, con un acronimo sinistro, volutamente
ambiguo: "Sss" che sta ufficialmente per "Servizio
sociale di sicurezza" ma non può che richiamare la
memoria storica di altre, terribili, "SS".
Per continuare sulla falsariga di
Cicchitto, quindi, assume importanza secondaria il fatto
che le ronde nere di Massa non sono di quelle
autorizzate, di più, istituite dal governo Berlusconi su
iniziativa della Lega nord. E' evidente che il solo
fatto di parlarne e di volerle, di chiamarle così,
"ronde", ha attizzato qualche fuoco pericoloso. Che il
nostro Paese dovrebbe, magari pensando a solo una
trentina di anni fa, maneggiare con molta più cautela.
Non è stato fatto, ed è - né più né meno - la prova di
una spaventosa superficialità nell'azione di governo.
Che ronde siano, anche se pericolose: vanno bene pur di
dare un contentino e consolidare una certa base
elettorale.
Nemmeno va dimenticato il fatto che
l'episodio di Massa non è il primo nel suo genere. Fatti
analoghi, sebbene meno gravi dal punto di vista dei
feriti e degli arrestati, si svolsero a Padova qualche
mese fa. Per non parlare del caso di Milano, dove poche
settimane or sono il Comune ha tentato - perché poi ha
fatto marcia indietro - di finanziare una ronda guidata
da iscritti alla "Destra nazionale Msi".
Al pericolo sociale e alla
superficialità nell'azione amministrativa, si aggiungono
i costi per la collettività. A tutto quello di sbagliato
che faranno le ronde, infatti, dovranno mettere una
pezza le forze dell'ordine. I cui sindacati, non a caso
e da subito, si sono detti contrari al provvedimento.
Oggi lo ha ribadito il segretario del sindacato di
polizia Silp - Cgil, Claudio Giardullo: "Le ronde
renderanno più difficile il lavoro degli operatori di
polizia senza garanzie per il cittadino". Giardullo
ritiene che "le cose più sbagliate e pericolose del ddl
approvato al Senato sono quelle che mancano nel
provvedimento e cioè la mancanza di un progetto sulla
sicurezza e di un piano di rafforzamento delle forze di
polizia". Più ronde, meno soldi. (www.aprileonline.info
28 luglio 2009)
Una voce contro pacchetto sicurezza e
discriminazioni
Con una evidente sinergia, tanto in Italia che in Grecia, la guerra ai
migranti si intensifica sul fronte interno con provvedimenti come i
pacchetti sicurezza che criminalizzano i migranti in situazione di
irregolarità e creano le premesse per gli arresti, la detenzione
generalizzata, anche ai danni dei minori, e le deportazioni violente
verso paesi nei quali i migranti sono a rischio di subire trattamenti
inumani e degradanti vietati dall’articolo 3 della Convenzione europea a
salvaguardia dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione delle Nazioni
Unite per la prevenzione della tortura”: lo scrive in un ampio articolo
pubblicato dal sito ‘Meltingpot’, Fulvio Vassallo Paleologo, giurista,
docente dell’Università di Palermo e tra i principali esperti italiani
in materia di immigrazione. Facendo riferimento al recente sgombero
violento di campi che ospitavano profughi di varia nazionalità nei
pressi della città greca di Patrasso, Vassallo traccia un parallelo tra
i respingimenti in mare operati dalla marina italiana nel canale di
Sicilia e le iniziative della polizia greca ai danni di afghani e altri
immigrati che avrebbero diritto all’asilo perché provenienti da paesi in
guerra o in estrema povertà. Il rischio è quello di uno spostamento di
alcuni paesi europei da posizioni tendenti all’accoglienza a posizioni
che vanno nella direzione opposta. “Tollerare passivamente la logica
dell’internamento e delle deportazioni dei migranti, una logica che sta
prevalendo sia in Italia che in Grecia, come in Spagna o a Malta, come
alle tante frontiere orientali delle quali in Italia nessuno parla – è
la conclusione del docente siciliano - significa tollerare
l’imbarbarimento della nostra convivenza civile e contribuire al
dilagare di quella guerra interna ‘permanente’ che costituisce una
condizione per il mantenimento dello sfruttamento e della divisione dei
ceti più deboli della popolazione italiana a scapito degli ultimi
arrivati, e anche a scapito di quelli che neppure sono riusciti ad
entrare nella ‘civile’ Europa”.[GB
www.misna.org 17 luglio 2009]
Presidio contro il pacchetto sicurezza organizzato
da CGIL-CISL-UIL
di Torino giovedì 23 luglio 2009 alle ore 18
davanti alla Prefettura
L'Italia ora è più sicura?
di Ida Rotano
Malgrado
i richiami da parte dell'Alto commissariato delle
Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e di Thomas
Hammarberg, commissario del Consiglio d'Europa sui
diritti umani, a rispettare il diritto d'asilo sui
respingimenti dei clandestini provenienti dalle coste
libiche (un invito a differenziare tra immigrazione
clandestina e altri tipi di immigrazione), il governo
conferma la linea della fermezza.
Da qui i tre maxi-emendamenti, approvati oggi a
maggioranza, nei quali è stato racchiuso il
provvedimento sulla sicurezza e sul quale ci sono stati
altrettanti pronunciamenti di fiducia da parte dell'Aula
di Montecitorio.
Rispetto alla versione originale del
disegno di legge sono state cancellate solo le norme che
il presidente della Camera Gianfranco Fini aveva
ritenuto incostituzionali (l'obbligo per medici e
presidi della scuola dell'obbligo di denunciare gli
immigrati clandestini). Norme che però rientrano dalla
finestra, avendo lasciato l'obbligo di denuncia per i
pubblici ufficiali ed essendo i medici dei presidi
sanitari e i presidi scolastici, nello svolgimento delle
loro funzioni, in tutto e per tutto equiparati a
pubblici ufficiali.
Farhan Haq, portavoce del segretario
generale dell'Onu Ban Ki-moon, ha intanto confermato che
le Nazioni Unite sono d'accordo con le preoccupazioni
espresse dall'Unhcr: "I rapporti con Roma su questo tema
saranno gestiti dallo stesso commissariato, nella
persona del suo alto rappresentante Antonio Guterres".
La posizione del governo era stata confermata da Silvio
Berlusconi, a margine del vertice italo-egiziano: "Su
questi barconi, come dicono le statistiche, persone che
hanno diritto d'asilo non ce n'è praticamente nessuna.
Solo casi eccezionalissimi". Per il premier, sulle
imbarcazioni di fortuna che cercano di approdare in
Italia "ci sono persone che hanno pagato un biglietto,
non sono persone spinte da una loro speciale situazione
all'interno di paesi dove sarebbero vittime di
ingiustizie, ma sono reclutate dal mondo del lavoro o
del non lavoro in maniera scientifica dalle
organizzazioni criminali". Berlusconi viene però
smentito, coi numeri, dal direttore del Comitato
italiano per i rifugiati, Cristopher Hein: "Delle 37
mila persone arrivate in Italia nel 2008 sui barconi, il
70 per cento ha chiesto asilo politico, e un terzo del
totale ha ottenuto il riconoscimento dello status di
rifugiato, essendone stati verificati i requisiti".
Hein ha poi denunciato il sistema europeo di accesso:
"Il fatto che tanti africani paghino organizzazioni
criminali per venire in Europa - ha osservato - è la
conseguenza di una politica non solo italiana ma
dell'Unione europea, anche attraverso il sistema di
Schengen, che fa sì che nessun cittadino di un paese
terzo, in particolare africano, riesca ad entrare sul
territorio italiano o comunitario in modo regolare
perché nessuno gli da' il visto".
Il Pd punta l'indice contro alcuni
contenuti del disegno di legge e sulla scelta
procedurale del governo. "Questi tre voti di fiducia
disattendono le sollecitazioni del capo dello Stato e
del presidente della Camera e violano la logica su cui
si basa il voto segreto", dice Antonello Soro,
capogruppo a Montecitorio. Il riferimento è all'uso
eccessivo del voto di fiducia a cui farebbe ricorso
l'esecutivo.
Il Pd aveva chiesto in particolare al presidente della
Camera uno stralcio delle norme più contestate del
provvedimento, quelle sul reato di immigrazione
clandestina e sulle ronde.
Donatella Ferranti, capogruppo piddino nella Commissione
Giustizia, ha rivolto ieri un inusuale attacco a Fini
che ha respinto la richiesta del suo partito: "Privando
il Parlamento della possibilità di votare separatamente
e con voto segreto quelle parti del provvedimento che
incidono sulle libertà e sui diritti fondamentali, Fini
ha di fatto avallato norme razziste e contribuito a
mettere in sicurezza la maggioranza". Infine Marco
Minniti ha parlato di "un sonno mostruoso della
ragione", e di "una fiducia posta contro la libertà
della stessa maggioranza".
Il capogruppo dell'Idv Massimo Donadi
afferma che "non c'è un briciolo di sicurezza in questo
testo, solo demagogia. Si finanziano le ronde, che sono
l'anticamera della polizia di partito, e si tolgono
soldi - aggiunge Donadi - alle forze di polizia, le
uniche in grado di garantire davvero il controllo delle
nostre città e di agire efficacemente contro i
criminali. L'introduzione del reato di clandestinità,
poi, è controproducente e pericoloso perché
paralizzerebbe l'attività dei tribunali".
Molto critica anche la posizione di
Udc, mentre Sinistra e libertà - la formazione guidata
da Nichi Vendola che si presenta per la prima volta alle
elezioni europee - ha organizzato oggi pomeriggio una
manifestazione 'no stop' in piazza Montecitorio contro
il pacchetto sicurezza. Stessa piazza, ma questa volta
in tarda mattinata, presa d'assalto da Prc - Pdci. Per
Paolo Ferrero, il ddl sicurezza blindato dal governo con
una triplice fiducia, è "incivile e razzista" e non
risolverà ma accentuerà il problema dell'immigrazione
clandestina: "Aumenterà di decine di migliaia il numero
degli ingressi irregolari e a renderli più invisibili".
Bossi commenta in Transatlantico:
"chi la dura la vince", e replica a Gianfranco Fini che
oggi ha invitato nuovamente "a non fare propaganda
elettorale su questi temi": "se la propaganda non la fai
quando ci sono le elezioni, quando la fai?" ha
commentato il Senatur.
Intanto il ministro dell'Interno Maroni definisce
"destituita di fondamento" una norma del pacchetto che
prevede di 'strappare' i bambini ai loro genitori
naturali solo perché clandestini. "E' una "panzana",
taglia corto il ministro leghista. Ma il Pd non demorde
e presenta un ordine del giorno in cui si chiede un
impegno scritto del governo per fare chiarezza sulla
questione della registrazione all'anagrafe dei neonati
degli immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno.
Sul fronte delle polemiche
internazionali che non si placano certo dopo
l'approvazione del pacchetto, c'è da segnalare che il
ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha annunciato
una sua visita a Tripoli la prossima settimana: "La
Libia fa parte dell'Onu, in Libia è presente l'alto
commissariato per i rifugiati della nazione Unite (Unhcr)
che può fare gli accertamenti delle persone che chiedono
asilo".
Per quanto riguarda gli eventuali immigrati che hanno
diritto all'asilo, Maroni ha chiesto a Jacques Barrot,
commissario europeo sui temi della giustizia, di
affrontare la questione con gli altri paesi dell'Unione
europea e di non fare gravare tale responsabilità solo
sull'Italia. L'obiettivo del ministro degli Interni è
quello di internazionalizzare le misure da adottare nei
confronti delle imbarcazioni di fortuna che cercano di
approdare in Italia.
Sicurezza: le principali
norme sull'immigrazione
Reato di clandestinità:
è punito con un'ammenda che va dai 5mila ai 10mila euro
lo straniero che, violando la legge, "fa ingresso o si
trattiene nel territorio dello stato".
Carcere per chi affitta a
clandestini: "Chiunque, a titolo oneroso, al
fine di trarre ingiusto profitto, da' alloggio ovvero
cede, anche in locazione, un immobile ad uno straniero
che sia privo di titolo di soggiorno al momento della
stipula o del rinnovo del contratto di locazione, è
punito con la reclusione da 6 mesi a tre anni".
Cie: "Salta" il
tetto previsto dalla Bossi Fini dei 60 giorni di
permanenza dei clandestini nei centri di identificazione
ed espulsione In caso di mancata cooperazione al
rimpatrio da parte del Paese terzo interessato o nel
caso di ritardi per ottenere la documentazione
necessaria il questore può chiedere una prima proroga di
60 giorni di questo periodo, cui se ne può aggiungere
una seconda. Fino ad un massimo di 180 giorni.
Fondo rimpatri:
Viene istituito presso il ministero dell'interno un
fondo rimpatri per finanziare le spese per il rimpatrio
degli stranieri verso i paesi di origine.
Obolo per il permesso di
soggiorno: La richiesta di rilascio e di
rinnovo del permesso di soggiorno è sottoposta al
versamento di un contributo il cui importo è fissato da
un minimo di 80 a un massimo di 200 euro con decreto del
ministro dell'Economia di concerto con il ministro
dell'Interno che stabilirà anche le modalità del
versamento.
Il rinnovo del permesso deve essere chiesto dallo
straniero al questore della provincia in cui dimora,
almeno 60 giorni prima della scadenza. Per l'acquisto
della cittadinanza il contributo da versare allo Stato è
di 200 euro. Il coniuge straniero di un cittadino
italiano può acquisire la cittadinanza quando, dopo il
matrimonio, risieda legalmente da almeno due anni nel
territorio della Repubblica, oppure dopo tre anni dalla
data del matrimonio se risiede all'estero.
Accordo di integrazione:
Entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della
legge vengono stabiliti con regolamento - su proposta
del presidente del consiglio e del ministro
dell'interno, di concerto con il ministro
dell'istruzione e del welfare - i criteri e le modalità
per la sottoscrizione, da parte dello straniero,
contestualmente alla presentazione della domanda di
rilascio del premesso di soggiorno, di un accordo di
integrazione, articolato per crediti, con l'impegno a
sottoscrivere specifici obiettivi di integrazione, da
conseguire nel periodo di validità del permesso di
soggiorno. La firma dell'accordo è condizione necessaria
per il rilascio, la perdita totale dei crediti determina
la revoca del soggiorno e l'espulsione dello straniero;
per integrazione si intende "quel processo finalizzato a
promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di
quelli stranieri, con il reciproco impegno a partecipare
alla vita economica, sociale e culturale della società"
nel rispetto dei valori della Costituzione.
Money transfer: Si
intensificano i controlli sul trasferimento di valuta
per contrastare il riciclaggio anche ai fini di
finanziamento al terrorismo. Gli agenti di attività
finanziaria che prestano servizi di pagamento nella
forma dell'incasso e del trasferimento fondi
acquisiscono e conservano per 10 anni copia del titolo
di soggiorno se il soggetto che ordina l'operazione è
cittadino extracomunitario.
La cancellazione dall'elenco degli agenti è la sanzione
per chi non ottempera a quest'obbligo.
Carcere per chi rifiuta
espulsione: Lo straniero che, raggiunto da
provvedimento di espulsione, continua a rimanere
illegalmente in Italia, nonostante il provvedimento del
questore, viene sanzionato con la reclusione. La pena va
da sei mesi a un anno se l'espulsione è stata disposta
perché il permesso di soggiorno è scaduto da più di 60
giorni e non ne è stato chiesto il rinnovo o se la
domanda di titolo di soggiorno è stata rifiutata.
La pena va da uno a quattro anni se lo straniero è
raggiunto da un provvedimento di espulsione perché è
entrato in Italia illegalmente o non ha chiesto il
permesso di soggiorno nel termine prescritto, in assenza
di cause di forza maggiore.
La pena aumenta da uno a cinque anni se lo straniero
destinatario dell'ordine di espulsione e di un nuovo
ordine di allontanamento continua a rimanere
illegalmente in Italia.
Sicurezza: le principali
norme contro la criminalità
41 Bis: aumenta a
quattro anni la durata del carcere duro per chi è
accusato di mafia e si sposta la competenza funzionale
per i ricorsi al tribunale di sorveglianza di Roma in
modo da garantire omogeneità di giudizio su tutto il
territorio nazionale. I detenuti sottoposti a regime
speciale saranno ristretti all'interno di istituti a
loro esclusivamente dedicati, per lo più sulle isole. I
colloqui con i familiari saranno sempre registrati;
quelli telefonici saranno possibili solo se non vi
saranno colloqui personali. Saranno ridotti a tre gli
incontri settimanali con i difensori e a maggiori
restrizioni sarà sottoposta anche la permanenza
all'aperto. Infine, viene punito con il carcere da uno a
quattro anni chiunque consenta ad un detenuto sottoposto
al 41 bis di comunicare con altri.
Obbligo di denuncia del pizzo:
gli imprenditori devono denunciare le richieste di pizzo
che subiscono. Se non lo fanno vengono esclusi dalla
possibilità di partecipare alle gare di appalto (a meno
che non ricorrano le cause di esclusione di
responsabilità previste dalla legge del 1981). La
responsabilità dell'imprenditore omertoso "deve emergere
dagli indizi a base della richiesta di rinvio a giudizio
formulata nei confronti dell'imputato nei tre anni
antecedenti alla pubblicazione del bando e deve esser
comunicata, unitamente alle generalità del soggetto che
ha omesso la predetta denuncia, dal procuratore della
Repubblica procedente all'autorità" per la vigilanza sui
contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, che
deve curare la pubblicazione della comunicazione sul
sito dell'osservatorio.
Poteri procuratore antimafia:
il procuratore nazionale antimafia manterrà i poteri di
intervento nei procedimenti, che la legge attualmente
gli attribuisce. Dal ddl è stata soppressa la norma
(comma 2 articolo 2) che di fatto ne prevedeva una sorta
di limitazione e che lo stesso procuratore nazionale
antimafia aveva criticato durante la sua audizione in
commissione giustizia.
Enti locali e infiltrazioni
mafiose: a fianco della responsabilità degli
organi elettivi si introduce quella degli organi
amministrativi e si stabilisce anche che con decreto del
ministro dell'Interno, su proposta del prefetto, può
essere sospeso dall'incarico chiunque, direttore
generale, segretario comunale o provinciale, funzionario
o dipendente a qualsiasi titolo dell'ente locale abbia
collegamenti con la criminalità organizzata, anche
quando non si proceda allo scioglimento del consiglio
comunale o provinciale.
Appalti. Accesso del prefetto
ai cantieri: per prevenire infiltrazioni
mafiose nei pubblici appalti il prefetto può disporre
accessi e accertamenti nei cantieri delle imprese
interessate.
Amministratori giudiziari:
nasce l'albo nazionale degli amministratori giudiziari
per l'amministrazione dei beni sequestrati alla
criminalità.
Norme antiterrorismo:
Si estende la legge Mancino ai centri sospettati di fare
attività o propaganda terroristica. Associazioni,
gruppi, organizzazioni o movimenti sospettati potranno
essere sciolte in via cautelativa con l'ok previo della
magistratura. Se i reati saranno accertati il ministro
dell'interno disporrà lo scioglimento definitivo.
Le principali norme sulla
sicurezza urbana
Via libera alle ronde.
Il provvedimento scomparso al Senato "riappare" come
promesso dal ministro Maroni nel ddl alla Camera. Gli
enti locali possono avvalersi della collaborazione delle
associazioni di cittadini al fine di segnalare agli
organi di polizia locale eventi che possono arrecare
danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio
sociale.
Oltraggio a pubblico
ufficiale. Il ddl reintroduce il reato abrogato
con la legge 25 giugno 1999. La pena è la reclusione
fino a tre anni.
Bombolette spray. Sì
all'uso delle bombolette spray al peperoncino da
utilizzare per autodifesa. Un regolamento del ministro
dell'interno di concerto con il ministro del lavoro,
salute e politiche sociali disciplina le caratteristiche
tecniche e il contenuto dei dispositivi di autodifesa.
Albo dei buttafuori.
Nasce l'albo degli addetti alla sicurezza dei locali
pubblici che dovranno rispondere ai requisiti stabiliti
da un decreto del ministro dell'Interno. L'elenco è
tenuto dal prefetto competente per territorio.
Registro dei clochards.
Nasce il registro dei senza fissa dimora presso il
ministero dell'interno.
Stragi del sabato sera.
Più rigore per chi si mette alla guida ubriaco o
drogato. Viene istituito un fondo contro 'l'incidentalità
notturna' che servirà all'acquisto di materiali,
attrezzature e mezzi per le forze di polizia e per
campagne di sensibilizzazione e formazione degli utenti
della strada.
Autisti di mezzi pubblici
drogati. Scatta la revoca della patente e la
sospensione del certificato di abilitazione
professionale per la guida di motoveicoli e del
certificato di idoneità alla guida di ciclomotori o
divieto di conseguirli, per un periodo fino a tre
anni.(www.aprileonfine.info 14 maggio 2009)
I medici che non vogliono denunciare i clandestini
Medici-obiettori
che per rendersi riconoscibili in corsia lo scrivono sul camice: «Io non
ti denuncio». Associazioni di categoria che inviano petizioni al governo
per rafforzare il proprio «no»: «Quel provvedimento va contro il nostro
codice deontologico». Regioni che rivendicano la propria autonomia in
fatto di sanità, ribadiscono le norme in vigore, ne varano di nuove: «Le
cure devono essere garantite a tutti nel pieno rispetto della
Costituzione e della privacy». La battaglia contro il provvedimento che
prevede la denuncia da parte dei medici dei clandestini è trasversale.
Politica e di categoria. Un rincorrersi di iniziative per fermare il
disegno di legge. Per interrompere le denunce: tre quelle registrate
prima che la norma sia entrata in vigore. Ma anche per contenere il
crollo di richieste di cure da parte degli stranieri: dei cittadini
sprovvisti di permesso di soggiorno ma anche degli immigrati in regola. Da Milano a Roma. Da Torino a Genova. Pur senza nomi e cognomi le
statistiche parlano chiaro. «Il numero di immigrati che nei primi tre
mesi dell’anno hanno chiesto cure è calato del 10-20% rispetto al 2008»,
denuncia Massimo Cozza, responsabile dei medici della Cgil. Il crollo a
febbraio: «Nel pieno del dibattito e dell’approvazione del ddl al
Senato». Ora, spiega il presidente nazionale della Società italiana
medicina d’emergenza-urgenza Anna Maria Ferrari, «gli accessi registrati
nelle principali strutture di emergenza sono tornati quasi nella norma».
«Ma non appena si ricomincerà a parlare di medici-spia ci sarà un nuovo
calo», avvertono gli addetti ai lavori. Del resto le denunce sono state
più veloci dell’entrata in vigore della legge: i primi di marzo,
all’ospedale Fatebenefratelli di Napoli, Kante, 25 anni, ivoriana in
attesa del riconoscimento di asilo politico, è stata segnalata dopo aver
dato alla luce un bimbo; un mese dopo, agli Spedali Riuniti di Brescia,
Maccan Ba, 32 anni, senegalese, è stato raggiunto da un ordine di
espulsione dopo aver richiesto cure per un mal di denti; negli stessi
giorni, al Santa Maria dei Battuti di Conegliano (Treviso), una
nigeriana di 20 anni è stata registrata al pronto soccorso come
«paziente ignota » e dimessa con un foglio di via. Spiega Massimo Cozza: «La paura è la fuga degli immigrati dagli
ospedali». Con un doppio rischio: «Per la salute dei cittadini
stranieri, il cui diritto alle cure è sancito dalla Costituzione, e per
la salute pubblica». Parole che ricalcano storie di Carlos e Joy: lui,
20 anni, sudamericano trapiantato nel Pavese, per paura di essere
denunciato ha rischiato di morire di peritonite; lei, 24 anni,
nigeriana, prostituta, è morta di tubercolosi avanzata. «Il 50% degli
ospiti del Cara di Bari, il centro di accoglienza dove era stata, è
risultato positivo alla malattia». Al San Paolo di Milano, punto di riferimento per i suoi ambulatori
dedicati agli immigrati, i medici lavorano con la spilla «Io non ti
denuncio». Qui il calo dei cosiddetti «stranieri temporaneamente
presenti» è stato del 40%, la media dei tre mesi registra un meno 22.
Richieste di intervento in discesa anche al Niguarda e al
Fatebenefratelli (-10). A capo dell’assessorato regionale alla Sanità
c’è il leghista Luciano Bresciani, ma già lo scorso febbraio la
direzione generale ha inviato una circolare per ribadire che i
clandestini hanno diritto a cure gratuite. Cure che, stando ai primi
risultati dell’indagine pilota avviata dall’Asl (guidata dalla leghista
Cristina Cantù), ammonterebbero a 15 milioni l’anno. Anche il
governatore Piero Marrazzo ha inviato una circolare ai medici del Lazio,
ma per ribadire che non devono ottemperare alla denuncia. Una norma
sulla quale ha espresso preoccupazione anche il consiglio di facoltà di
Medicina del Gemelli. Da inizio anno a metà aprile gli accessi degli
stranieri nei 39 principali ospedali del Lazio, dicono i dati
dell’Agenzia sanità pubblica, sono stati 4.789 rispetto ai 6.433 del
2008. Al San Camillo sono passati da 748 a 573, al Tor Vergata da 239 a
63. Al Casilino da 1.640 a 1.589. Ma qui — dove il responsabile del
dipartimento di emergenza Adolfo Pagnanelli ha fatto firmare ai «suoi»
medici una dichiarazione in cui si impegnano a non denunciare e per
comunicarlo ai pazienti ha fatto affiggere cartelli in sette lingue — è
la «fuga » di romeni che colpisce: meno 18%. Cartelli in più lingue sono stati affissi su richiesta dei governi
regionali anche in Emilia Romagna, Puglia, Sicilia. In Liguria il
debutto è atteso a ore. In Piemonte i manifesti sono in fase di
ideazione. Tutte Regioni che hanno inviato anche circolari ad hoc per
ribadire che l’unica norma in vigore è quella contenuta nel testo unico
sull’immigrazione che prevede il divieto di denunciare i pazienti.
«Faremo ricorso alla Consulta perché quella norma è incostituzionale
», annuncia l’assessore alla Sanità della Toscana Enrico Rossi. Al
Careggi di Firenze gli irregolari sono passati da 145 a 122, preoccupa
la diserzione del consultorio femminile. Per la Puglia il governatore
Niki Vendola ha annunciato una «norma speciale » contro quella
nazionale. Tutti obiettori i medici del Simeu. Il cartello al San Paolo
di Bari: «Qui non denunciamo nessuno». E non sono solo i governatori di
centrosinistra a portare avanti la battaglia. Il presidente della
Sicilia Raffaele Lombardo ha voluto che all’interno della legge di
riordino del sistema sanitario fosse introdotto un emendamento: «A tutti
le cure ambulatoriali e urgenti senza che ciò implichi alcun tipo di
segnalazione all’autorità». Sicilia in controtendenza, come la Calabria,
anche in fatto di numeri: nei centri per immigrati dove i medici
indossano la maglietta «non vi denunciamo» gli accessi sono quasi
raddoppiati.(Il
Corriere della Sera 22 aprile 2009)
Comunicato stampa PdCI di Torino:
il razzismo contro i lavoratori
Torino, 15 aprile 2009
Oggi la compagna Sofia Arena, finite le sue ore di lavoro precario, è
stata aggredita, malmenata e insultata al grido di "sporca negra". Sofia
è una donna italiana, di papà italiano e mamma somala. L'aggressione le
è costata una prognosi di 10 giorni per le ferite fisiche, ma è facile
immaginare un periodo di molto più lungo per le ferite morali. Questo
non deve essere considerato un semplice fatto di cronaca, quanto il
frutto di un'azione delle forze reazionarie che alimentano
quotidianamente un clima di odio razziale, volto a dividere i lavoratori
per ridurre il costo e i diritti della forza lavoro.
Berlusconi, Sacconi, ora date un letto a chi vuol
vivere e non morire
Sabato 14/3 e domenica 15/3 presidio
con tenda a Torino in Piazza Castello: mostre,
volantinaggio, musica, dibattito.
Da lunedì 16/3 a venerdì 20/3 presidi davanti agli
ospedali. già stabilito presidio zona ospedali (Molinette,
S. Anna, CTO, Regina Margherita) ore 7:30- 13:30.
Segnalare disponibilità e giorni per altri presidi
Organizzano: PdCI, PRC, SD, Uniti a sinistra, Emergency,
Rete migranti Torino, Askatasuna, Gabrio, ASGI, CSRP.
Dopo il clamore della vicenda Eluana, sarebbe ora di
occuparsi di tutti quei poveretti che non trovano un letto in ospedale,
a causa di tutti i tagli alla sanità che ne hanno ridotto drasticamente
il numero. Ammassare gente nei pronto soccorsi è anche un attentato alla
vita.
Sarebbe ora di occuparsi di tutti quei poveri anziani che finiscono per
morire su delle barelle, o vengono dimessi dagli ospedali in condizioni
precarie, con assistenze domiciliari inadeguate (per dirla con un
eufemismo).
Sarebbe ora di occuparsi di portare all'onore del mondo strutture
ospedaliere vetuste, spesso cadenti. Essere costretti a fare i degenti
in condizioni umilianti è anche un attentato alla vita.
Sarebbe ora di occuparsi di adeguare gli organici, sempre più risicati
dopo continue finanziarie con blocchi delle assunzioni. Anche
un'assistenza non dignitosa è un attentato alla vita.
Sarebbe ore di accogliere extracomunitari e zingari, assicurando loro
pari dignità (per quanto scarsa possa essere quella riservata ai nostri
stessi cittadini). La nuova legge sulla sicurezza è anche un attentato
alla vita nei loro confronti.
Il governo risponde alle accuse dell'Europa su
Lampedusa
"Mai a Lampedusa sono state interrotte le
procedure di asilo, sempre, coloro che hanno richiesto la protezione
internazionale sono stati immediatamente trasferiti dal Centro di
identificazione ed espulsione dell'isola ed a loro viene garantito
uno degli standard piu' trasparenti ed elevati tra i Paesi
dell'Unione Europea. Lo stesso vale per i minori e per le persone
vulnerabili". Cosi' il replica alle dichiarazioni del commissario ai
diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg che oggi a
Bruxelles parlando di Lampedusa ha ricordato: "Maroni ha
annunciato che la politica sarebbe cambiata, che sarebbero state
interrotte le procedure di asilo e rimandate indietro le persone".
"Leggo con rammarico - dice Morcone - le dichiarazioni di Hammarberg".
"Comprendo, e mi astengo da ogni interferenza sulle ragioni e la
legittimita' di un dibattito politico anche forte sulle misure
assunte dal governo e dal Ministro dell'interno in materia di
immigrazione, ma - aggiunge il prefetto - trovo sgradevole che, chi
ricopre posizioni
istituzionali, peraltro di altissimo rilievo, possa dire nei
confronti del mio Paese cose non vere e del tutto infondate".
"Spero che il sig. Hammarberg voglia verificare -
dice Morcone - le cose che dichiara con l'Alto Commissariato per i
Rifugiati che e' presente, non solo nei Centri di Lampedusa, ma
anche in tutte le Commissioni territoriali che in Italia si occupano
delle persone bisognose di protezione internazionale".
"Spero, infine - conclude - che su questi temi il mio Paese voglia
garantire la mia dignita' di cittadino elettore, prima ancora che di
responsabile del settore immigrazione e asilo del Ministero
dell'interno".(RaiNews24 22 febbraio 2009)
STRASBURGO (26 gennaio) - «Sono particolarmente
preoccupato per i rapporti che mi giungono da Lampedusa. È cruciale che
le autorità assicurino condizioni di vita decenti nel centro, continuino
a ridurre il sovraffollamento spostando i richiedenti asilo in altri
centri e garantiscano una analisi dettagliata delle richieste d'asilo».
Ad affermarlo Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del
Consiglio d'Europa, commentando la situazione che si è venuta a creare
sull'isola.
Il testo della direttiva Maroni sulle
manifestazioni
1. Premessa
Si susseguono quotidianamente, nelle città, iniziative e manifestazioni
pubbliche con cortei che percorrono i centri storici per dare voce e
forma organizzata a dissensi e proteste o comunque per rappresentare e
richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni su
problemi e proposte.Il diritto costituzionalmente garantito di riunirsi
e manifestare liberamente in luogo pubblico costituisce espressione
fondamentale della vita democratica e come tale va preservato e tutelato.L’esercizio
di tale diritto deve tuttavia svolgersi nel rispetto di altri diritti
costituzionalmente garantiti e delle norme che disciplinano l’ordinato
svolgimento della convivenza civile.La frequenza di manifestazioni
determina non di rado, nella complessa realtà dei centri urbani di
maggiori dimensioni, criticità nell’ordinato svolgersi della vita
cittadina tali da limitare, condizionandoli, i più comuni diritti dei
cittadini come ad esempio il diritto allo studio, il diritto al lavoro e
il diritto alla mobilità.E’ necessario quindi intervenire sulla
disciplina esistente, adeguandola alle nuove esigenze.La necessità di un
tale intervento è ancor più evidente in ragione del fatto che le
iniziative si ripetono e si concentrano, per ricercare la massima
visibilità, nelle maggiori città, luoghi privilegiati della
rappresentanza istituzionale e politica.In ogni caso è importante che la
tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza siano sempre resi
compatibili con il diritto di riunione e con la libertà di
manifestazione del pensiero
2. Centri urbani
La necessità di individuare percorsi e di prevedere altre indicazioni
finalizzate alla regolamentazione delle manifestazioni, nasce anche
dall’esigenza di evitare diseconomie e, ove sussistano forme di garanzia
per assicurare la mobilità territoriale, di non vanificarne gli effetti.
Ad esempio, laddove normativa ed accordi hanno reso effettive “le fasce
di garanzia” del trasporto pubblico (senza per questo ledere
l’altrettanto fondamentale diritto di sciopero) una manifestazione che
si svolga in quegli stessi orari garantiti potrebbe causare, anche
involontariamente, il blocco del traffico cittadino e ledere il diritto
alla libera circolazione.L’adozione di nuovi criteri nella
regolamentazione di percorsi delle manifestazioni può costituire un
equilibrato punto di approdo nel contemperamento dei diversi diritti da
tutelare. In tal senso, l’esclusione di aree nevralgiche per la mobilità
territoriale o di luoghi d’arte (si pensi ad esempio ai siti
riconosciuti dall’UNESCO patrimonio dell’umanità), o ancora delle aree
“particolarmente protette” sotto il profilo dell’inquinamento acustico,
come gli ospedali, potrebbe rappresentare la scelta più confacente alla
risoluzione delle problematiche descritte.Ulteriore elemento da
considerare è il patrimonio urbano, pubblico e privato, per la cui
tutela potranno prevedersi forme di garanzia a carico dei promotori e
degli organizzatori.
3. Aree sensibili
L’art. 17 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di
riunione, purché sia pacifico e senza armi. Per le riunioni in luogo
pubblico è previsto l’obbligo di preavviso alle autorità che possono
vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità
pubblica.Coerente alla norma costituzionale è il disposto dell’art. 18
del TULPS che sancisce l’obbligo, in capo ai promotori, di preavviso al
Questore almeno tre giorni prima. Il quarto comma prevede che il
Questore possa, in caso di omesso avviso o per ragioni di ordine
pubblico, di moralità o di sanità pubblica, impedire che la riunione
abbia luogo o prescrivere modalità di tempo e di luogo della riunione.Analoga
previsione è contenuta nell’articolo 26 dello stesso TULPS per quel che
concerne le funzioni, le cerimonie, le pratiche religiose e le
processioni ecclesiastiche o civili: il Questore può, per ragioni di
ordine pubblico o di sanità pubblica, vietarle o prescrivere
l’osservanza di determinate modalità, dandone avviso ai promotori almeno
ventiquattro ore prima. L’articolo 30 del regolamento di esecuzione del
TULPS prevede inoltre che, in tali casi, possa essere richiesto il
consenso scritto dell’Autorità competente, per percorrere determinate
aree pubbliche.Il Questore può di volta in volta valutare
discrezionalmente la conformità della manifestazione alle esigenze di
tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, in ragione di
considerazioni fattuali, di tempo e di luogo.In particolare, tale
valutazione troverà applicazione con riferimento alle aree nelle quali
siano collocati obiettivi critici in relazione ai quali sarà opportuno
disporre le necessarie limitazioni all’accesso.
4. Direttiva
In relazione a tanto, si rende opportuna la definizione di criteri che
orientino le decisione dei competenti Prefetti e Questori, ferme
restando le valutazioni necessarie in relazione a casi specifici.Fra
questi criteri si evidenzia la necessità di limitare l’accesso ad alcune
aree particolarmente sensibili, specialmente quando la manifestazione
coinvolga un numero di partecipanti elevato.Tali aree sensibili saranno
individuate in zone a forte caratterizzazione simbolica per motivi
sociali, culturali o religiosi (ad esempio cattedrali, basiliche o altri
importanti luoghi di culto) o che siano caratterizzate – anche in
condizioni normali – da un notevole afflusso di persone o nelle aree
nelle quali siano collocati obiettivi critici.Tali limiti potranno
operare specialmente quando ci siano state precedenti manifestazioni,
con stesso oggetto e organizzazione, che abbiano turbato l’ordine e la
sicurezza pubblica.Ai sensi dell’articolo 1, della Legge n. 121, del 1°
aprile 1981, si emana la presente direttiva generale per le pubbliche
manifestazioni, con l’invito ai Prefetti a stabilire regole – d’intesa
con i Sindaci – e sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la
sicurezza pubblica, per:1. sottrarre alcune aree alle manifestazioni;2.
prevedere, ove necessario, forme di garanzia per gli eventuali danni;3.
prevedere altre indicazioni per lo svolgimento delle manifestazioni.Tali
determinazioni (da condividere il più possibile con le forze politiche e
sociali) troveranno forma in un apposito provvedimento del Prefetto,
inizialmente anche in forma sperimentale.
IL MINISTRO
Roma, 26 gennaio 2009
Medici
di Giorgio Forti
Il
recentissimo decreto del governo Berlusconi intendeva richiedere
tassativamente ai medici di denunciare alle autorità di polizia i loro
pazienti immigranti in Italia, con o senza permesso di soggiorno, quando
si presentano ai loro ambulatori. Grazie ad un emendamento passato in
extremis i medici sono autorizzati, e non
obbligati, a tale denuncia; che comunque è contro la legge,
contro la Costituzione e contro la comune morale ed umanità del nostro
Paese. E’ questo il provvedimento più grave, tra i molti, preso dal
governo Berlusconi contro le leggi ancora esistenti in Italia, in questo
caso la legge sulla riservatezza del medico nei riguardi dei suoi
pazienti, e che ne fanno un Paese civile. Questo decreto è un passo
decisivo verso l’instaurazione di un regime fascista-razzista.
La
associazione Ebrei Contro L’Occupazione prende posizione contro questo
decreto che ci riporta alla barbarie razzista del fascismo, ed esprime
il suo appoggio alla legge regionale che il Parlamento della Regione
Puglia ha approvato, che richiede ai medici di rimanere fedeli al loro
giuramento professionale, alla tutela sanitaria e morale dei loro
pazienti, di qualunque origine essi siano. Non possiamo permettere che
Berlusconi ed i suoi complici dettino per decreto l'azione di
magistrati, polizia giudiziaria, medici, docenti e... l'esercito
potrebbe essere l'atto finale. Il capo dell'esercito è il Presidente
della Repubblica, ma l’attuale presidente del consiglio non sembra
accettare questa realtà costituzionale. (Rete Eco contro
l'Occupazione 15 febbraio 2009)
Medico poliziotto, c'è chi dice no
di Stefano Milani
E
adesso: obiezione di coscienza. Con l’emendamento del medico-poliziotto
passato ieri al Senato, quella del rifiuto di assolvere a un obbligo di
legge rimane l’unica strada percorribile in nome della civiltà. Partiti
dell’opposizione, sindacati, associazioni, mondo cattolico, sono in
tanti a chiederla a gran voce. A cominciare da Medici senza frontiere,
tra i primi a parlare di una «legge contro la Costituzione». Fortemente
contraria alla norma anche la Cei. «Alla Chiesa competerà sempre di
aiutare le persone in pericolo di vita. Le leggi sono votate secondo le
regole della democrazia, ma noi continueremo ad aiutare poveri immigrati
non regolari», dice monsignor Domenico Segalini, segretario della
commissione Cei per le migrazioni.
D’accordo la stragrande maggioranza dei camici bianchi. Tutti, cattolici
e non, in nome di quel diritto universale alla salute sancito dalla
costituzione, e minato ora dal furore leghista. «Ribadiamo il nostro
rispettoso ma fermo dissenso», spiega il presidente della federazione
degli ordini dei medici (Fnomceo) Amedeo Bianco, «per una norma che va
contro l’etica e la deontologia, e si potrebbe rivelare un boomerang sul
piano della salute pubblica». E spiega come il provvedimento vada contro
il principio base della tutela della salute pubblica, «cioè il libero
accesso alle strutture e anzi l’incoraggiamento a recarvisi in caso di
problemi di salute». Sul profilo etico, ribadisce Bianco, «l’immagine
che ne esce è quella di un sistema che forse perde colpi sul piano
dell’accoglienza». Il rischio è che si crei una sanità clandestina
parallela, gestita da gruppi etnici e religiosi, in cui le competenze
mediche, le strutture e le funzioni igienico-sanitarie siano precarie e
dannose per il malato.
Per una «disobbedienza civile» si schiera anche la Cgil che valuterà
«quali siano le iniziative più efficaci per scongiurare l’applicazione
della norma». Come spiega Carlo Podda, segretario generale Funzione
pubblica Cgil, «l’emendamento rappresenta il degrado culturale,
valoriale e politico che attraversa la maggioranza di centrodestra sul
tema dell’immigrazione». Oltre che, aggiunge, «una grave lesione del
principio di universalità del diritto alla salute». Sulla stessa linea
Rifondazione comunista, con Paolo Ferrero che giudica il provvedimento
«razzista, di chiaro stampo neo-nazista» e, soprattutto, «dannoso e
stupido». La salute «è un diritto di tutti, anche degli immigrati
clandestini», aggiunge il segretario del Prc, «ed è un diritto che o
funziona per tutti o semplicemente non esiste». Duro anche Nichi Vendola
secondo il quale nel ddl sicurezza «vi sono gravissimi cedimenti alle
pulsioni razziste e xenofobe» che fa emergere «una legislazione
para-fascista fondata sulla criminalizzazione dei poveri e sulla
legittimazione di una idea di giustizia intesa come vendetta e come
affare privato».
Ma è anche tutto il mondo dell’associazionismo a
gridare allo scandalo. Per l’Arci ciò che è passato al Senato così come
l’incitamento del ministro Maroni ad essere «cattivi con i clandestini»,
prefigurano in Italia l’apartheid. «Spero che i medici, cui viene
chiesto di denunciare gli immigrati clandestini, rifiutino questa
delazione», commenta Filippo Miraglia responsabile immigrazione Arci. E
lancia una proposta: «Fuori da ogni ambulatorio medico da oggi campeggi
il cartello "qui non si denuncia nessuno"». D’accordo anche le Acli, che
giudicano la norma come un «gravissimo passo indietro sul piano dei
diritti e dell’integrazione». Per il presidente Andrea Olivero così «non
si favorisce la sicurezza e la legalità producendo leggi ingiuste e
inapplicabili» che anzi rischiano di provocare «un’emarginazione
sanitaria degli stranieri irregolari presenti in Italia con un grave
rischio per la loro salute ma anche per la sicurezza della popolazione
italiana in termini di diffusione delle malattie».
Disappunto e preoccupazione esprime Save the Children perché le nuove
norme avranno «un impatto negativo sulla tutela e sulla promozione dei
diritti dell’infanzia, peggiorando le condizioni di vita di moltissimi
bambini stranieri nel nostro paese». L’unica speranza, resta dunque
l’obiezione di coscienza. Ne è convito pure Gino Strada, fondatore di
Emergency, sicuro che «anche di fronte all’inciviltà sollecitata da una
norma stolta prima ancora che perversa», i medici italiani agiranno «nel
rispetto del giuramento di Ippocrate, nel rispetto della Costituzione e
della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani». Speriamo.(Il
Manifesto 7 febbraio 2009)
Preghiera a corteo, serve dialogo con i musulmani
"Chi si scandalizza proponga
proibizione processioni cristiane"
Roma, 18 gen. (Apcom) - Dialogo con i
musulmani che abitano in Italia: è questa la strada da
percorrere, secondo Jacopo Venier, responsabile Esteri dei
Comunisti italiani, che interviene in una nota per commentare le
polemiche sorte a causa della preghiera islamica officiata nel
corso della manifestazione pro-Gaza di sabato scorso a Roma. "Da
laici - dice l'esponente comunista - non ci piacciono le
espressioni religiose connesse con fatti politici ma ciò vale
per le preghiere musulmane come per gli interventi delle
gerarchie cattoliche alle dimostrazioni di ogni genere e
colore".
Venier ricorda che "ieri, alla grande
manifestazione per la Palestina, una parte dei cittadini hanno
scelto di onorare un vincolo che la loro religione impone". E
aggiunge: "Chi, come Gasparri o Parisi, si scandalizza dovrebbe
allora proporre anche la proibizione delle processioni cristiane
che attraversano le nostre città".
"In realtà - osserva il dirigente del Pdci -
il futuro ci pone di fronte ad una sfida inedita e, come nel
primo dopoguerra Togliatti aprì ad un dialogo con i cattolici,
oggi serve aprire un rapporto con i mussulmani che vivono in
Italia. La chiesa cattolica degli anni 50 - conclude - non era
più arretrata sul terreno dei diritti civili di molte
espressioni attuali della fede mussulmana".
Manifesto contro il razzismo e la xenofobia
Manifesto contro
il razzismo e la xenofobia da Facoltà di
Lettere e Filosofia di Modena
Di fronte al verificarsi
di numerosi e gravi episodi di razzismo e di
xenofobia nel nostro paese e alla frequenza
di reazioni minimizzatrici e
giustificazionistiche anche a livello
istituzionale, il Consiglio di Facoltà di
Lettere e Filosofia considera necessario
affermare alcuni principi generali e farne
derivare le relative indicazioni pratiche:
1.Il rispetto della persona e la
disponibilità al dialogo vanno garantiti a
tutti i soggetti migranti presenti sul
territorio italiano, indipendentemente dal
loro status civile e politico (migranti,
rifugiati politici, asilanti, sans papiers o
altro) e dal possesso o meno della
cittadinanza italiana. I soggetti vanno
anzitutto considerati come cittadini del
mondo.
2.Va usata una oculata pianificazione
linguistica nel denominare, descrivere e
riferire fatti e persone in cui sono
coinvolti soggetti migranti. Si denuncia e
si rifiuta l’uso e l’abuso della parola
“straniero”, offensiva e inadeguata per
intendere con un unico termine di
derivazione fascista un’ampia tipologia di
soggetti che non hanno l’italiano come
lingua materna. Si propone una dizione più
aderente alla realtà come quella di
“Migrante”.
3.Va diffuso e incrementao il valore della
diversità linguistica e culturale e il suo
pianificato intervento formativo per il
raggiungimento di una sviluppata competenza
interculturale cui dovrebbe essere educata
tutta la popolazione autoctona.
4.Va sollecitata la diffusione della “Carta
di Roma” come codice etico contro la
xenofobia e il razzismo. Ad essa dovrebbero
attenersi tutti gli organi e le istituzioni
preposti sia alla diffusione
dell’informazione (giornali e diffusori
massmediatici) che alla formazione dei
cittadini. Va ugualmente promossa la
diffusione e la discussione della recente
Decisione quadro dei ministri della
Giustizia della UE, che colpisce “coloro che
incitano pubblicamente e intenzionalmente
alla violenza e all’odio … contro un gruppo
di persone o un membro di tale gruppo
definito in base alla razza, al colore, alla
religione, discendenza, origini nazionali o
etniche”, ricordando che i governi nazionali
sono tenuti a recepire entro due anni tale
Decisione nei rispettivi ordinamenti.
5.Va favorito e pubblicizzato il contatto
con le istituzioni che si occupano
statutariamente dei soggetti migranti,
soprattutto con il “Forum Sociale Europeo
delle Migrazioni”. Ciò per progettare e
coordinare campagne a tutto raggio in favore
dei diritti dei migranti e contro le
politiche repressive e securitarie.
6.Va sollecitata la denuncia pubblica di
tutte quelle campagne di criminalizzazione
dello “straniero” che, ostacolando lo
sviluppo della competenza interculturale,
vanno invece a costruire la “sindrome
dell’invasione” come risultato di una
irrazionale immagine negativa dei migranti.
7.Vanno documentati gli episodi di razzismo
e di xenofobia e vanno segnalate e
appoggiate le più significative forme di
contrasto e di denuncia di tali episodi,
allo scopo di superare atteggiamenti non
solo di complicità, ma anche di indifferenza
e di acquiescenza.
8.Va promossa e approfondita – nella normale
attività didattica e attraverso specifiche
iniziative culturali concordate con gli
studenti – la comprensione delle radici del
razzismo nella storia del nostro paese:
dalle “imprese” coloniali alle leggi del
1938, dall’affermarsi di personalità e
indirizzi razzistici nelle varie scienze e
discipline (eugenetica, demografia,
antropologia, storia romana, storia
coloniale, ecc.) ai progetti ideologici di
creazione dell’uomo nuovo o di
trasformazione guerriera del carattere degli
italiani. La profondità di tali radici
significa anche la possibilità di
persistenza e di riadattamento a nuove
situazioni e dimostra la inconsistenza e
soprattutto la pericolosità del mito e delle
rappresentazioni del “bravo italiano”.
9.Va ricordato che la “costruzione” del
migrante come “nemico” diventa funzionale a
nascondere la questione politica della
sicurezza, della coesione e della giustizia
sociale per tutta la popolazione.
10.Va infine tenuto presente che il razzismo
e la xenofobia non sono futili e casuali
esternazioni individuali, bensì segni di un
profondo e pervasivo degrado sociale.
Restare in silenzio significa contribuire a
legittimare e a sviluppare gravi forme di
intolleranza collettiva.
Sulla base dei punti sopra enunciati il
Consiglio della Facoltà di Lettere e
Filosofia si impegna a pubblicizzare in
tempi brevi un calendario di iniziative a
partire dal mese di gennaio 2009 e segnala
già da ora l’interesse per la mostra
“L’offesa della razza. Razzismo e
antisemitismo dell’Italia fascista”, curata
dall’Istituto per i Beni Artistici,
Culturali e Naturali – Soprintendenza per i
beni librari e documentari della Regione
Emilia Romagna e allestita presso il Liceo
Venturi di Modena.(www.ilmanifesto.it 22
dicembre 2008)
Sessanta anni dalla Dichiarazione universale dei
diritti umani
10.12.1948-10.12.2008
Era
il 10 dicembre 1948 e alla vigilia della fine della guerra la comunità
internazionale, riunita nell'Onu, votò un codice etico, in trenta
articoli, valido per l'intera umanità ispirato ai principi di
uguaglianza, libertà e inalienabilità dei diritti. Nacque la
Dichiarazione universale dei diritti umani che celebra così i suoi 60
anni. «E’ arrivato il momento che i governi riparino a sei decenni di
fallimenti nel campo dei diritti umani e diano seguito alle loro
promesse», ha affermato la segretaria generale di Amnesty International,
Irene Khan.(www.larinascita.org)
Il
10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e
proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo
completo è stampato di seguito. Dopo questa solenne deliberazione,
l'Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale
di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal
fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque
lingue ufficiali dell'Organizzazione internazionale, ma anche in quante
altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il
testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali
delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.
Dichiarazione universale dei diritti umani
Preambolo
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i
membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili,
costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace
nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani
hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza
dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano
della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal
bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da
norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a
ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e
l'oppressione;
Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti
amichevoli tra le Nazioni;
Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello
Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel
valore della persona
umana,
nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di
promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una
maggiore libertà;
Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in
cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale
dei diritti umani e delle libertà fondamentali;
Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa
libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi
impegni;
L'ASSEMBLEA GENERALE proclama
la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale
comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine
che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente
presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con
l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste
libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere
nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e
rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli
dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso
gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 2
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate
nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di
razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione
politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di
ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà
inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o
internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene,
sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non
autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.
Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza
della propria persona.
Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù;
la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi
forma.
Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a
punizione crudeli, inumani o degradanti.
Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua
personalità giuridica.
Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna
discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno
diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la
presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale
discriminazione.
Articolo
8
Ogni
individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti
tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui
riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.
Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o
esiliato.
Articolo
10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una
equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e
imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi
doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga
rivolta.
Articolo
11
1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che
la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico
processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la
sua difesa.
2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od
omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse
reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale.
Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella
applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.
Articolo
12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie
nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua
corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni
individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali
interferenze o lesioni.
Articolo
13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza
entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il
proprio, e di ritornare nel proprio paese.
Articolo
14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi
asilo dalle persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia
realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai
fini e ai principi delle Nazioni Unite.
Articolo
15
1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua
cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.
Articolo
16
1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di
fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o
religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il
matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno
consenso dei futuri coniugi.
3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha
diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.
Articolo
17
1. Ogni
individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune
con altri.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua
proprietà.
Articolo
18
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di
religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di
credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in
pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo
nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.
Articolo
19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione
incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e
quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso
ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Articolo
20
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione
pacifica.
2. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.
Articolo
21
1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio
paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente
scelti.
2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai
pubblici impieghi del proprio paese.
3. La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale
volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni,
effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o
secondo una procedura equivalente di libera votazione.
Articolo
22
Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla
sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo
nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con
l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici,
sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero
sviluppo della sua personalità.
Articolo
23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego,
a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro
la disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale
retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e
soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una
esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da
altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per
la difesa dei propri interessi.
Articolo
24
Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò
una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche
retribuite.
Articolo
25
1. Ogni
individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la
salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare
riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure
mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in
caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in
altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze
indipendenti dalla sua volontà.
2. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed
assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono
godere della stessa protezione sociale.
Articolo
26
1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere
gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali.
L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e
professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione
superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del
merito.
2. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della
personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e
delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la
tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e
religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il
mantenimento della pace.
3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di
istruzione da impartire ai loro figli.
Articolo
27
1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita
culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al
progresso scientifico ed ai suoi benefici.
2. Ogni
individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali
derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui
egli sia autore.
Articolo
28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel
quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano
essere pienamente realizzati.
Articolo
29
1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto
è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
2. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve
essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla
legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle
libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale,
dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società
democratica.
3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere
esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.
Articolo
30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di
implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di
esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di
alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.
Razzismo di Stato
Lega blocca-moschee
di C.L.
La Lega nord torna all'attacco delle moschee.
Questa volta il pretesto è l'arresto avvenuto a Milano dei due
marocchini accusati di progettare attentati nel nostro paese e
subito utilizzato dal Carroccio per tornare a chiedere lo stop alla
costruzione di nuovi luoghi di culto per i musulmani. «Chiediamo una
moratoria a tempo indeterminato sulla costruzione di nuovo moschee e
presunti centri culturali finché il parlamento non approverà una
legge che regolamenti l'edificazione di luoghi di culto che non
abbiano sottoscritto intese con lo Stato italiano», ha detto il
capogruppo della Lega alla Camera Roberto Cota annunciando una
mozione parlamentare in tal senso. Prima di lui, una richiesta
analoga era stata avanzata dalla parlamentare del Pdl Isabella
Bertolini, per la quale «la proliferazione incontrollata di centri
culturali islamici e di moschee va bloccata fino a che non ci
saranno garanzie di trasparenza sulle loro attività».
Parole che se da una parte provocano la reazione indignata di Pd,
Rifondazione comunista e Pdci, dall'altra trovano la solidarietà
della teodem Paola Binetti e del presidente della Federazione dei
cristiano popolari Mario Baccini. E a difesa della proposta di Cota
si schiera subito anche Roberto Maroni: «Il parlamento farà le sue
valutazioni - mette le mani avanti il ministro leghista degli
Interni - ma dire no pregiudizialmente solo perché la proposta
arriva dalla Lega è il solito balletto dettato dal pregiudizio
ideologico».
Saranno anche pregiudizi, ma l'avversione dei leghisti verso le
moschee e chi le frequenta è più che nota. Così come le iniziative,
a dir poco discutibili, messe in campo di volta in volta per
bloccarne la costruzione: dalle «passeggiate» con un maiale al
guinzaglio fatte a Lodi dall'attuale ministro per la Semplificazione
Roberto Calderoli su un terreno destinato alla costruzione di una
moschea, agli emendamenti presentati al disegno di legge sulla
sicurezza in cui si subordina la realizzazione di ogni nuova moschea
all'esito di un referendum tra i cittadini. Fino alla proposta della
moratoria avanzata ieri da Cota che ha ricordato come la Lega abbia
già presentato un disegno di legge in cui, oltre al referendum , si
impone il via libera delle regioni alla costruzioni delle mosche e a
patto che vengano edificate ad almeno un chilometro di distanza da
chiese e sinagoghe. «Il ministero degli Interni ha fatto una
ricognizione completa sulle moschee esistenti in Italia - ha
spiegato maroni -. Purtroppo non è mai agevole distinguere tra
luoghi di culto e luoghi in cui si svolgono altre attività, come
anche il reclutamento e la raccolta di fondi per finanziare il
terrorismo e la preparazione di attentati».
Il giro di vite annunciato dal Carroccio viene duramente criticato
dall'opposizione. «Si tratta di una proposta rozza, sommaria e che
manifesta l'ossessione dell'Islam del partito di Umberto Bossi»,
commentano i parlamentari del Pd Sesa Amici e Roberto Zaccaria. Non
la pensa così Paola Binetti, anche del Pd ma di opinione
radicalmente diversa. «Se la moratoria va intesa come momento di
riflessione per decidere il da farsi - dice infatti la parlamentare
teodem - può essere una buona soluzione. Se invece deve essere solo
un modo per impedire a qualcuno di professare la propria fede,
allora no».
Dura, invece, la posizione espressa da Rifondazione comunista e Pdci:.
per il segretario del Pdci Paolo Ferrero, la proposta leghista «è
soltanto l'ennesimo, disgustoso e vergognoso atto di una campagna
becera e folle come quella che i più ciechi e feroci integralisti
nostrani,i leghisti, stanno portando avanti da molto tempo». Per
Maurizio Musolino, responsabile immigrazione del Pdci, la Lega,
utilizzando «l'assioma islamico uguale terrorista», non fa altro
«che assecondare i progetti di chi dividere il mondo in un'assurda
guerra di civiltà».(Il Manifesto 4 dicembre 2008)
Basta! Mai più!
15 Novembre 2008
Mobilitazione mondiale contro il vertice di Washington
Torino - Piazza San Carlo ore 15-18
Si
riuniscono oggi a Washington i governi dei 20 paesi più forti del mondo,
convocati dal Presidente uscente degli Stati Uniti George Bush e dagli
altri leader del G8 per far fronte alla crisi della finanza
internazionale.
È un vertice viziato alla radice. Esclude molti paesi i cui abitanti
saranno anch’essi colpiti dalla crisi e non prevede alcuna apertura a
proposte dei cittadini, gruppi, movimenti,
organizzazioni collettive e altre formazioni della società civile.
I miliardi di dollari stanziati dai governi dei paesi ricchi per salvare
le banche e società finanziarie private in crisi, è in stridente
contrasto con il loro fallimento nel rispondere efficacemente alla
perdurante crisi di povertà, emarginazione e privazioni che da lungo
tempo affligge gran parte delle popolazioni del mondo. Un solo esempio:
negli ultimi dodici anni di iniziative per la “riduzione del debito” dei
paesi poveri si è arrivati a cancellare solo 100 miliardi di dollari,
con costi pesantissimi per i “beneficiari” ai quali è stata imposta la
pre-condizione di mettere in atto politiche di libero mercato .
Con il vertice del 15 novembre, quella ristretta cerchia di capi di
governo mira soltanto a stabilizzare il sistema e a conservare il suo
carattere di fondo. È un sistema basato sulla concentrazione della
ricchezza e sul controllo dell’economia nelle mani di pochi,
sull’esasperato e irresponsabile spreco delle risorse della terra, sullo
sfruttamento della
fatica e del sudore delle moltitudini, proseguendo e aggravando
l’impoverimento dei più. Le riforme che verranno proposte a Washington
consistono in altri salvataggi finanziari, maggior potere e
legittimazione a istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la
Banca Mondiale che sono tra i maggiori responsabili della crisi
finanziaria attuale e della crisi ambientale, alimentare e energetica. E
ancora una volta i popoli saranno chiamati a pagare il conto con
ulteriori sacrifici per lavoratori, contadini, impiegati, famiglie a
basso reddito, donne e bambini, pensionati, comunità rurali e urbane
indigenti, popolazioni indigene come pure per il clima e l’ambiente, se
non si cambia strada, ora.
Diciamo: MAI PIU ! Ci vuole un cambiamento strutturale profondo che
trasformi l’economia globale e il sistema finanziario in modo che crisi
come questa non si ripetano più, BASTA ! Ci vogliono strutture
economiche globali e scelte politiche che pongano in primo piano i
bisogni delle popolazioni, che rispettino e sostengano i diritti umani e
la giustizia sociale e ambientale: lavoro decente, modi di vita
sostenibili, garanzia di servizi essenziali come sanità, istruzione,
casa, acqua e energia pulita DEMOCRAZIA ! Dare al popolo maggior
potere di controllo sulle risorse e sulle decisioni che incidono sul
tenore di vita. BASTA! Non ne possiamo più. Questo sistema può e deve essere
cambiato.
il 15 novembre sia l’inizio di molte altre iniziative di lotta per i
nostri diritti e per un mondo giusto, equo, democratico e sostenibile
_____________________________________________________________________________
ATTAC - Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e
l’Aiuto ai Cittadini -Comitato Locale – via Mantova 34 - 10153 Torino -
www.attactorino.org – www.attac.org
Morto come Pinelli
Immigrato vola dalla finestra di una
caserma dei cc.
di
Alessandra
Fava
Gli arabi invocano Allah perché riceva Aufi Farid nel suo paradiso,
schierati tutti, uomini e donne, dietro uno striscione con «un altro
morto di stato» che attraversa le strade e i vicoli del centro storico.
Poi allo stesso megafono gli italiani spiegano alla folla: «Ieri è
volato un algerino dalla finestra di una stazione dei carabinieri. Dopo
quarant'anni un altro omicidio di Stato».
Aufi è stato arrestato l'altro ieri pomeriggio dopo un borseggio. La
versione ufficiale è che si è lanciato dalla finestra della stazione dei
carabinieri della Maddalena, di fronte al porto Antico, a un passo da
via del Campo, per sfuggire all'arresto non per suicidarsi e che ha
precedenti anche per omicidio. Soccorso da un'ambulanza, è morto in
rianimazione al Galliera quattro ore dopo. Secondo gli amici algerini è
andato tutto diversamente: «All'una era con sua moglie a mangiare in una
trattoria. Alle 14,30 è stato fermato e alle 19,30 l'ho visto qui a
terra - racconta un amico algerino - era sotto una delle ultime finestre
verso Caricamento, aveva una maglietta rossa marca Puma, una giacchetta
gialla, una cintura nera e un paio di jeans. Ma che cosa è successo tra
le due e mezza e le sette e mezza. Perché lo hanno tenuto dentro così
tanto?».
La moglie italiana di Farid, detto Fabio, morto a 46 anni, Sandra,
ancora non si capacita di quello che è successo. Tiene in braccio un
bambino di poco più di un anno. Il 12 di novembre cadeva il giorno del
loro secondo anno di matrimonio: «Sono venuta qui alle 18 - dice sotto
la stazione dei carabinieri della Maddalena in mezzo a una folla di
italiani, nordafricani e tanti senegalesi che hanno dato vita a un
presidio per tutto il pomeriggio sino a sera - non hanno voluto farmelo
vedere, mi hanno solo detto di presentarmi il giorno dopo per il
processo in direttissima. Farid comunque per un furto non si sarebbe mai
buttato da una finestra. Voglio sapere la verità».
Quando arriva da Marsiglia la madre di Farid, Luisa, accompagnata da sua
figlia, Sandra crolla, quasi sviene. Un gruppo di manifestanti, le
associazioni del centro storico, quelle antirazziste, ambientalisti,
pacifisti, rappresentanti dei comitati e anarchici intanto occupano
piazza Caricamento bloccando il traffico: vogliono che i familiari siano
ricevuti dai carabinieri e abbiano delle spiegazioni. Intanto in strada
uno spray rosso sull'asfalto dice «muore Farid, repressione, razzismo,
la sicurezza uccidono». Sulla caserma un cartello con scritto a
pennarello «davanti a questa caserma è morto Farid Aoufi, volato dalla
finestra 39 anni dopo Pinelli. Chiediamo verità e giustizia». E accanto
alla porta e a un «si prega di richiudere il portone verde» qualcuno ha
applicato un altro foglio con scritto «Servitevi pure della finestra».
Finalmente arriva il comandante della stazione di Portoria che fa salire
la madre, la figlia, il capogruppo di Rifondazione in consiglio
regionale Marco Nesci e il responsabile del circolo del centro storico
Rehal Oudghough, che parla arabo. Ai parenti i carabinieri, visitando
con loro la stanza dalla quale è precipitato Farid, hanno spiegato che
l'uomo era ammanettato con le mani dietro, per fargli compilare un
modulo multilingue gli avrebbero messo le manette davanti e mentre uno
dei carabinieri riponeva il modulo su una scrivania, Farid si è
divincolato, la finestra era aperta ed è precipitato. «L'unica cosa che
ho capito - dice Sandra, la moglie - è che avrebbe avuto tutte e due le
mani legate, ma mentre cadeva una manetta si sarebbe sfilata da una
mano». Sull'episodio il pm Francesca Nanni ha aperto un fascicolo contro
ignoti. Secondo i carabinieri era risultato positivo ai test della
cocaina. Farid viveva a Genova da 25 anni.(Il Manifesto 8 novembre 2008)
Razzismo in cattedra
di
Annamaria
Rivera
In una collettività nazionale che non ha mai brillato per spirito e
rigore «repubblicani», la scuola pubblica è uno dei rari luoghi in cui
si pratica un certo rispetto dei principi costituzionali, in primis il
diritto all'istruzione e alla non-discriminazione. È anche una delle
poche istituzioni che non hanno chiuso gli occhi di fronte alla
pluralizzazione culturale crescente della società italiana,
attrezzandosi per affrontarla sul piano educativo e culturale. Oggi
tutto questo appare lontano come la luna, di fronte al radicale salto di
paradigma costituito dalla mozione approvata dalla Camera. La norma che
istituisce le classi differenziali per gli alunni stranieri che non
superino test e prove varie è certo la ciliegina sulla torta di una
«riforma» dell'istruzione di squisita marca reazionaria.
Discriminare alunni di origine «non autoctona» (e chi di noi lo è?) in
base al criterio dell'imperfetta conoscenza della lingua italiana non è
solo disconoscere la primaria funzione integrativa della scuola. È un
gesto revisionista che cancella la storia che ha fondato la scuola
pubblica in Italia: storia d'integrazione e di emancipazione
d'innumerevoli generazioni «native» di ragazzi poveri, ignoranti,
non-parlanti l'italiano; una storia che tuttora garantisce il diritto
all'istruzione anche al ragazzo che parla solo il dialetto di Cassano
Magnago o di Vittorio Veneto. In realtà, l'allontanamento, simbolico e
reale, dalla scuola pubblica dei figli degli altri è qualcosa di più di
una ciliegina sulla torta: è un tassello pesante nella costruzione di un
paese del razzismo reale.
Un paese che non corre solo il rischio d'essere percorso da un'endemica
e disseminata guerra fra poveri. Questa formula può finire per diventare
luogo comune frusto e consolatorio: le guerre fra poveri si ricompongono
lavorando «per l'unità della classe», come recita la vulgata marxista, e
per un processo così lungo c'è sempre tempo... Può ridursi a luogo
comune, se non si comprende che si è già compiuta la saldatura fra il
razzismo di Stato e il razzismo popolare. Essa è stata resa possibile
non solo dal ruolo svolto dai media, ma soprattutto dagli apprendisti
stregoni che, trastullandosi con il paradigma securitario, hanno
spalancato le porte dell'inferno del razzismo istituzional-popolare.
Continuiamo a confidare nella capacità di ravvedimento della sinistra
politica, benché il corteo nazionale dell'«orgoglio comunista», per
quanto imponente, non lasci intravedere l'elaborazione di contenuti, né
una massiccia inclusione nei suoi ranghi delle vittime reali e
potenziali del razzismo. E dunque speriamo che, di fronte a norme che
mirano a stravolgere il senso e la funzione di istituzioni-pilastro
della democrazia, qualcuno a sinistra cominci a comprendere il senso
strategico della battaglia contro il razzismo e per i diritti dei
migranti. Va detto chiaro a chi ancora si attarda a fare distinguo:
l'Italia governata dispoticamente da Berlusconi e pervertita
dall'ideologia nazistoide della Lega Nord, resa più temibile dal culto
dell'ignoranza, sta per diventare un paese strutturalmente razzista: un
paese del razzismo reale, appunto. (Il Manifesto 16 ottobre 2008)
Senegalese ammanettato dai vigili
mentre accompagna il figlio a scuola
Rabbia degli altri genitori
Il Vaticano invita all'accoglienza verso i
migranti e condanna le politiche di immigrazione repressive «espressione
di razzismo»
«I vigili mi hanno detto di stendermi a terra, mi hanno ammanettato
dietro la schiena tenendomi un piede in mezzo alle spalle», è il
racconto di Moussa Diop, senegalese di 43 anni, regolarmente in Italia
da 16, operaio in una ditta di materie plastiche e sposato con una donna
italiana. A far rabbrividire non è solo l'intervento a dir poco duro dei
vigili, ma il fatto che ciò sia accaduto mentre Moussa Diop stava
accompagnando il figlio di 6 anni a scuola. Il tutto è accaduto infatti
proprio davanti al bambino, all'ingresso della scuola, di fronte a tutti
gli altri giovanissimi alunni e i loro genitori, che mentre l'uomo
fermato dai vigili era tenuto a terra, si sono occupati di accompagnare
il figlio di Moussa, rimasto da solo e spaventato, e hanno vivamente
protestato contro il comportamento dei vigili.
Ma facciamo ordine, alla base dell'episodio ci sarebbe il fatto che
Moussa avrebbe parcheggiato sul marciapiede di fronte alla scuola
materna di via Mantegna, Milano, per accompagnare il figlio all'entrata.
«Mentre attraversavo – racconta Moussa - il vigile mi ha fatto segno con
la mano di fermarmi. Io ho tardato qualche secondo, il vigile ha
cominciato a minacciare di farmi la multa perché il bambino, secondo
lui, era senza cintura, cosa non vera». L'uomo senegalese viene fermato,
i vigili gli chiedono le chiavi della macchina per sequestrarla e gli
chiedono di seguirli al comando, Moussa non fa resistenza ma chiede di
poter prima accompagnare il figlio nella scuola, di tutta risposta viene
buttato a terra e ammanettato.
L'ennesimo caso in cui le forze dell'ordine manifestano comportamenti
eccessivi e violenti, l'ennesimo episodio in cui non parlare di razzismo
sembra difficile, soprattutto in un momento in cui nel nostro Paese la
xenofobia sembra in crescita ed anche il Vaticano invoca più tolleranza.
Benedetto XVI ha lanciato l'appello ad accogliere i migranti, coloro
che, «in particolare rifugiati e profughi, si trovano in condizioni
difficili e disagiate». L'arcivescovo Agostino Marchetto ha denunciano
l'escalation di episodi di razzismo in Italia, criticando le politiche
di immigrazione repressive attuate da vari governi, misure «non
cristiane perché espressione di razzismo e xenofobia addirittura
esasperati». Immediata la replica del ministro Maroni che mentre afferma
di non sottovalutare i recenti episodi di razzismo, invita anche a non
creare «allarmismi». Ora però lo spieghi a tutti gli stranieri che nelle
nostre città si trovano a dover temere il prossimo e spesso anche i
pubblici ufficiali delle forze dell'ordine. (www.larinascita.org 9
ottobre 2008)
Tra Roma e Milano ancora episodi di
razzismo
Pignatiello (PdCI) , «è ora che le forze
democratiche si mobilitino per isolare la cultura fascista. Noi saremo
in piazza sabato prossimo»
Proprio nel giorno della manifestazione per Emmanuel
Bonsu, il ragazzo di Parma picchiato dai vigili ed insultato in quanto
«negro» un altro fatto gravissimo è accaduto a Roma.Nella zona di Tor
Bella Monaca sette minorenni hanno insultato, accerchiato e pestato un
uomo cinese di 36 anni che è stato ricoverato con il setto nasale
rotto, grave trauma cranico, una profonda ferita alla testa e tagli al
volto. Gli aggressori sono stati tutti fermati, hanno fra i 14 e i 17
anni e ora dovranno rispondere delle accuse di lesioni personali dolose
con l'aggravante dello sfondo razziale. Il gruppo ha picchiato l'uomo
dopo averlo insultato ed avergli gridato «cinese di merda», lo stesso
gruppo che, secondo gli inquirenti, sarebbe responsabile
dell'aggressione, avvenuta nei giorni scorsi, di due uomini della Costa
d'Avorio.
Insomma, non siamo davanti ad un semplice episodio di
teppismo, è evidente la matrice razzista, la violenza motivata
dall'intolleranza, da ideologie pericolose. A far riflettere è
soprattutto la giovane età degli aggressori, ma anche il ripetersi di
aggressioni xenofobe verso stranieri o cittadini italiani di origine
straniera, rei solo di esistere, picchiati ed insultati senza motivo.
Tutto questo mentre nelle città vediamo l'esercito, mentre il governo ci
parla di sicurezza. Sì, certo, ma sicurezza per chi?
Proprio ieri anche Milano è stata teatro di un'altra aggressione ai
danni di un ragazzo senegalese, “colpevole” di vendere borse accanto
alla bancarella di un fruttivendolo al mercato di via Calvi, in centro.
Arrivano le critiche del Pd e la solidarietà del sindaco Alemanno
all'uomo aggredito a Tor Bella Monaca, ma cosa si fa in concreto per
fermare questo rigurgito di intolleranza e discriminazione, mai così
forte e violenta nel nostro Paese in cui si respira ormai un clima di
“caccia al diverso”, spesso incoraggiato dalle politiche del governo?
«Ancora un episodio di razzismo, giovani contro giovani, questa volta
contro la comunità cinese di Roma. Il vento di destra ormai non
risparmia nessuno. Una caccia all’immigrato figlia del clima di
intolleranza che questo governo e questo sindaco hanno portato a livelli
che hanno superato da tempo il livello di guardia». Per Alessandro
Pignatiello, dell’Ufficio di Segreteria del Pdci, viviamo in «un clima
avvelenato che non può essere più sottovalutato. Cosa dirà ora la
Meloni? Insisterà con la sua miopia? Dirà ancora che a Roma e nel paese
non sta accadendo nulla? E poi, non era stato schierato l’esercito per
riportare l’ordine e la sicurezza tra i cittadini?»
Per Pignatiello «è ora che le forze democratiche, tutte,
si mobilitino per isolare la cultura fascista che sta prendendo sempre
più piede e che il governo faccia anche qualcosa di concreto e non si
limiti agli annunci di bandiera. Noi saremo in piazza sabato prossimo
nella manifestazione antirazzista nella capitale».(
www.larinascita.org 3 ottobre
2008)
Basta! Stop al razzismo
di Mg. redazione - 2 ottobre 2008
E'
di poco fa la notizia data dal TG3 che a Roma si è verificato l'ennesimo
episodio di razzismo. Cinque ragazzi italiani, minorenni, hanno
aggredito e picchiato un giovane cinese che è stato ricoverato in
ospedale. e operato al naso .Sono gli stessi ragazzi che giorni fa avevano aggredito
e picchiato un africano. Quando si vorrà ammettere che in Italia c'è una
emergenza razzismo? Che questo clima di intolleranza è alimentato giorno
dopo giorno dalle dichiarazioni e dalle connivenze di questo
governo? O assisteremo anche questa volta alla solita giustificazione
della "rissa tra balordi"? E' evidente da quale parte stanno i
balordi ed è ora di dire basta!
Il "negro" quotidiano
di Ma.Bo
Nel giorno in cui Famiglia Cristiana lancia l'allarme sulle politiche del governo in materia di immigrazione, stigmatizzandole nell'editoriale della settimana con l'argomentazione che "calpestare i diritti umani non serve a niente ed è soltanto un boomerang", e mentre l'Arci esorta la società ad un moto di ribellione verso un atteggiamento inaccettabile di discriminazione da parte dell'esecutivo, ad infiammare la politica arriva la notizia di Parma, pubblicata sul sito on line de La Repubblica e su cui già si è aperta una verifica da parte delle autorità. Uno studente ghanese di 22 anni, Emmanuel Bonsu Foster, ha infatti denunciato di essere stato inseguito e poi picchiato davanti alla sua scuola da sette agenti della polizia municipale durante un controllo antidroga.
Il caso arriva anche a Bruxelles. Una notizia italiana che ben presto arriva oltralpe, a Bruxelles, dove il deputato del Prc Giusto Catania presenta un' interrogazione alle autorità europee denunciando un "clima di intolleranza ormai diffuso nel nostro Paese", "l'ennesimo atto di razzismo" che, secondo l'europarlamentare di Rifondazione, testimonia come "l'Italia ha smesso di essere un paese accogliente" per causa di una "destra al governo che, ogni giorno, incita all'intolleranza e alla xenofobia".
L'allarme della Chiesa. Parole non molto distanti da quelle scelte dal settimanale cattolico e dal segretario Pontificio monsignor Marchetto, il quale pochi giorni fa criticava la "tendenza al ribasso" nelle politiche confezionate dal governo sul tema dell'immigrazione. Un allarme condiviso, e lo ricorda anche il settimanale paolino oggi, dal presidente della Caritas Don Nozza che, intervenendo nei giorni scorsi sull'Osservatore Romano, esortava la politica ad operare "affinchè si determinino cambiamenti nell'opinione pubblica imperante", per poi evidenziare come, al contrario, "è accaduto che la politica intercetti e manipoli gli umori della gente, finendo per amplificare paure e insicurezze".
La denuncia. Un occhio visibilmente pesto (ma il referto medico, a quanto si apprende, parla anche di una gamba dolorante e di altre lesioni), il giovane ha raccontato che poco prima delle 18.30 di ieri si è trovato coinvolto suo malgrado in un'operazione della polizia municipale che ha portato all'arresto di un pusher. Alcuni uomini in borghese avrebbero accerchiato il ragazzo che, spaventato, ha tentato di scappare. Bonsu ha dichiarato di essere stato pestato con pugni e manganelli, mentre un agente gli avrebbe schiacciato con un piede la testa e gli altri colleghi lo avrebbero ammanettato dandogli del "negro". Lo stesso, ignobile insulto che il ragazzo si sarebbe ritrovato scritto sulla cartella del Comune di Parma che conteneva i suoi verbali: su quella busta, infatti, l'intestazione recita "Emmanuel negro". Perquisito, spogliato completamente e sbattuto in cella, il ventiduenne sarebbe stato rilasciato solo poco dopo le 23 all'arrivo del padre, con il quale non sarebbe riuscito a parlare nonostante le continue richieste avanzate di poterlo contattare. E' solo con l'arrivo del genitore che il ragazzo riesce così a tornare a casa, non prima di passare in ospedale per essere refertato e, poi, dai carabinieri per denunciare l'accaduto. Il Comune ha già aperto una inchiesta per accertare le eventuali responsabilità e la dinamica dei fatti.
La politica. Governata da una amministrazione di centrodestra, sotto le insegne dello slogan "più potere ai sindaci e alla polizia municipale", Parma non sarebbe nuova ad episodi di questo tipo. Sono infatti ancora vivide le immagini di qualche settimana fa che ritraevano una giovane prostituta nigeriana rinchiusa in una cella della centrale dei vigili urbani e fotografata mentre era stesa a terra, piangente, con le mani incrociate dietro la schiena e con indosso solo una maglietta rossa.
"Il ministro dell'Interno Maroni deve chiarire al più presto", ha dichiarato il vicepresidente dei deputati democratici Marina Serenti, manifestanto la volontà del suo partito di presentare una interrogazione parlamentare perché "è importante che i chiarimenti arrivino subito, che nessuno minimizzi e che non tornino a ripetersi simili episodi". Per Fabio Evangelisti, presidente vicario dei deputati di Italia dei Valori, "i pogrom sono cominciati sempre così", cioè "prima avvengono atti di violenza a sfondo razzista, isolati e apparentemente senza alcun legame se non lo stesso carattere xenofobo, poi si sviluppano in maniera più sistemica e radicata finchè non esplodono". Sotto accusa, per il dipietrista, "i rischi che comporta l'istituzionalizzazione della paura dello straniero". Di una "istantanea impietosa di cosa sia diventato questo paese" ha parlato il coordinatore nazionale di Sd Claudio Fava, che ha condannato senza appello il comportamento delle forze dell'ordine che se verificato, sarebbe comunque un "atto di inqualificabile teppismo razzista" anche qualora "il ragazzo fosse un pusher, come si giustificano in modo maldestro i vigili". Anche per lui la responsabilità è della politica: perché Parma potrebbe testimoniare "quali conseguenze stiano producendo le bravate dei sindaci sceriffi e le loro ridicole ordinanze e le fiammate xenofobe di molti, troppi esponenti della destra governativa".(AprileOnline 1 ottobre 2008)
Abdoul, la città in marcia per
ricordarlo
di Davide Carlucci
«Abbiamo fame - urlavano - vogliamo anche noi i biscotti, andiamo a prenderceli dal bar dove hanno ucciso Abba». E a questo grido decine di ragazzi ghanesi, nigeriani e senegalesi hanno sfondato il cordone della polizia in via Mengoni, a due passi da piazza Duomo, e si sono lanciati in corsa verso lo Shining, il bar di Fausto e Daniele Cristofoli, in carcere per l´assassinio di Abdoul Guiebre, finito con una sprangata domenica scorsa per aver rubato due pacchi di Ringo e i cui funerali saranno celebrati martedì a Cernusco sul Naviglio.
Lungo il tragitto cestini dell´immondizia, motorini e specchietti delle auto, presi a calci, cadevano giù. E per tre chilometri, sono stati rincorsi da polizia e carabinieri, con i quali in diversi momenti si è arrivati a un pelo dallo scontro. Finché non sono arrivati in via Zurini, il luogo dell´omicidio. Alla fine, dopo qualche lancio di bottiglie e una trattativa con gli agenti, tre amici intimi di Abdoul ottengono una concessione: accompagnati dagli agenti, lasciano tre pacchi di biscotti davanti al bar e si mettono a pregare. «È un gesto - dice Randi - vogliamo che la gente capisca. Non dovevano ammazzarlo così».
È la coda rabbiosa e drammatica di una manifestazione che ieri voleva dire che c´è un´altra Milano che non vive gli immigrati come un pericolo per la sicurezza, ma al razzismo reagisce. Settemila persone in corteo da porta Venezia al Duomo, tra loro anche gli attori Moni Ovadia e Ottavia Piccolo e Vittorio Agnoletto, eurodeputato di Rifondazione comunista. Sindacalisti, rappresentanti di associazioni di volontariato, le bandiere dei partiti della sinistra non più parlamentare. Ma soprattutto molti ragazzi. Come Giulia Temin, diciottenne, del movimento giovanile ebraico. «Abbiamo anche realizzato uno spettacolo teatrale per sostenere il popolo rom che sta subendo l´umiliazione della raccolta delle impronte».
Un senegalese improvvisa un rap: «Mi sento italiano anche se sono nero/ ma tu mi guardi la carta d´identità...». Qualcuno rievoca la strage di Castelvolturno. Ma moltissimi indossano la maglia con la scritta: "Abba". «È meglio essere uno sporco negro che un bianco assassino bastardo come quelli che hanno fatto fuori Abdoul». Jordan, 28 anni, addetto alla sicurezza in un negozio Zara: «Abbiamo sempre più paura». Ma per Tina Cristofoli, madre e moglie dei due baristi - alla quale il marito ha detto di essere contento di ritrovarsi in cella con detenuti italiani - «è tutta una cosa politica. Il dispiacere per la morte di quel ragazzo non c´entra niente».
(La Repubblica 20 settembre 2008)
Milano, migliaia in corteo per Abba
Davanti alle saracinesche depositati dei biscotti: "Non vogliamo violenza ma solo giustizia"
In migliaia hanno percorso le strade del centro di Milano per gridare "no" al razzismo. Da Porta Venezia a Piazza del Duomo insieme alla sorella di Abdul Guibre, il 19enne originario del Burkina Faso ucciso domenica scorsa da padre e figlio, proprietari del bar Shining, che lo accusavano di aver rubato due confezioni di snack dal locale. La manifestazione si è conclusa dopo un gesto simbolico da parte di due amici del ragazzo che hanno lasciato dei biscotti davanti al locale. "Ecco per cosa lo hanno ucciso. Per un biscotto".
All'inizio sembrava un corteo pacifico, ma poi sono volati schiaffi e spintoni, e in piazza della Scala l'atmosfera di protesta si è trasformata in una scorribanda teppistica. Sfondato il cordone della polizia, i giovani hanno divelto la segnaletica e tentato di infrangere i finestrini delle auto.
Una parte del corteo ha puntato verso il luogo in cui è stato ucciso il ragazzo nei pressi della stazione Centrale, fermato solo da decine di poliziotti in assetto antisommossa. Lungo il percorso alcuni giovani hanno rovesciato i bidoni della spazzatura al grido di: "Abba vive" e, "Vogliamo giustizia". In piazza della Scala altri manifestanti hanno scritto "Abba vive" su un tram fermo mentre lo zio di Abdul cercava di placare gli animi implorando di fermarsi. "Così rovinate tutto", gridava ma nessuno l'ha ascoltato.
Tanti i motorini che sono stati buttati a terra dai manifestanti. Molti ragazzi indossavano la maglietta stampata in ricordo di Abdul con la foto e la scritta "riposati fratello". Presenti numerosi esponenti dei centri sociali che ripetevano a gran voce lo slogan "Giustizia per Abba" sollevando cartelli con sopra scritto "Siamo africani, non siamo animali".
Lungo il corteo, in prima fila, a reggere lo striscione che recitava "Perché non succeda più. No al razzismo", c'era la sorella del ragazzo ucciso, Adia Guibre, accanto a decine di giovani di colore. "Oggi è il giorno del silenzio", ha detto prima che scoppiassero i disordini. "Abbiamo nel cuore un grande dolore e vogliamo dire che in questa città e in questo paese c'è ancora troppo razzismo".
Dopo alcuni momenti di tensione tra manifestanti e forze dell'ordine, una delegazione composta di tre persone è stata autorizzata a superare il cordone di polizia per lasciare dei biscotti simbolici di fronte al bar. Uno di loro si è inginocchiato per pregare. "Ecco per cosa lo hanno ucciso. Per un biscotto", hanno detto gli amici.
Pochi minuti prima vi sono stati alcuni attimi di tensione, quando un gruppo di manifestanti ha provato a sfondare il cordone di polizia e carabinieri che presidiano ancora via Zuretti, e alcune bottiglie di vetro sono state lanciate contro le forze dell'ordine. Una di queste ha colpito al ventre un cameramen, che non ha riportato conseguenze.
Dopo aver parlato con i funzionari delle forze dell'ordine, i due amici di Abdoul, accompagnati dallo zio di John, uno dei ragazzi che era con Abdoul quella mattina, hanno potuto lasciare i biscotti davanti al bar. "Noi non cerchiamo la violenza - hanno spiegato, inginocchiandosi e pregando davanti alle saracinesche - ma vogliamo solo giustizia, perché il nostro sangue è uguale a quello dei bianchi. Abba era un ragazzo gentile, che è cresciuto con noi. Pensate cosa sarebbe successo se un nero avesse ucciso un bianco di 19 anni".
Disordini erano scoppiati anche pochi giorni fa, sempre a Milano, durante il corteo di 200 studenti "per esprimere affetto ad Abba". Della vernice bianca e una bottiglia di vetro erano stati gettati contro le saracinesche del bar Shining i cui titolari sono in prigione imputati dell'omicidio. (La Repubblica.it 20 settembre 2008)
Murales per Abba
Sabato 20 settembre a Milano in
piazza contro il razzismo
L'omicidio di Abdul è l'ultimo
segnale di un'escalation xenofoba che va arrestata.
Una manifestazione contro il razzismo, per ricordare Abdul Guibre il
giovane ucciso domenica scorsa, si svolgerà sabato 20 settembre a Milano
L'appuntamento è per le 14.30, dai Bastioni di Porta
Venezia a Piazza Duomo, perché «chi ha preso la spranga non l'ha fatto
per paura o per legittima difesa, ha commesso un delitto a sfondo
razzista, mosso da odio e rancore, considerandosi legittimato dal
sentire intollerante, sciaguratamente diffuso» scrivono i firmatari
dell'appello da Don Gino Rigoldi a Moni Ovadia passando per Renato Sarti
e Nico Colonna.
«Questa Milano non ci appartiene. Non ci appartengono la violenza e il
razzismo che si manifestano sempre più apertamente, in uno stillicidio
di episodi quotidiani di intolleranza di cui sono vittime donne e
uomini, quasi sempre inermi. La dilagante campagna razzista e la
costruzione del nemico 'altro' diventano funzionali a nascondere la
questione politica della sicurezza sociale, della coesione e della
giustizia sociale per tutti. L'altro e il diverso vengono additati quali
cause del malessere sociale ed esistenziale. Il potere e lo sfruttamento
si alimentano anche in questo modo» prosegue l'appello.
«Per questo - conclude l'appello - per ragioni etiche, culturali e
politiche, gridiamo con forza che non ci appartiene l'ideologia
sicuritaria, incentrata sulla repressione e sulla costruzione di alibi
culturali che autorizzano le ronde e la violenza privata. L'omicidio di
Abdul è l'ultimo segnale di un'escalation xenofoba, che va arrestata. La
Milano democratica e antirazzista deve reagire. Milano deve reagire».
Intanto il gip Micaela Curami ha deciso che Fausto e Daniele Cristofoli,
padre e figlio, accusati di omicidio volontario aggravato dai futili
motivi resteranno in carcere, spiegando che c'è pericolo di fuga, di
reiterazione del reato e di inquinamento delle prove.
E sicurezza la chiede il padre del ragazzo ucciso, «Milano non è una
città sicura se dei ragazzi di diciannove anni vengono abbattuti come
animali. Bianchi o neri non importa, quello che importa è che in questa
città si possa vivere. Chiedo allo Stato, a Berlusconi, a Bossi di
spiegare agli italiani che gli stranieri non sono delinquenti, perché
qualcuno fa presto a prendersela con noi».
«Mio figlio - afferma l'uomo - era bravo, lo dico io, ma chiedete in
giro, a chiunque. Anche l'ultimo mio bambino sarà educato come ho
educato gli altri, come ho fatto con Abba. Gli dicevo di non avere
paura. “Non farti spaventare, sei italiano”».
«Per la prima volta ci siamo accorti di essere negri» aggiunge una
sorella.(www.larinascita.org 17 settembre 2008)
Massacrato a colpi di spranga un
giovane nero italiano
Era
un cittadino italiano. Nero. Originario del Burkina Faso
ma residente a Milano, cresciuto con i genitori a
Cernusco sul Naviglio. Si chiamava Abdoul William Guibre.
È morto per i colpi alla testa ricevuti che hanno
provocato l’emorragia celebrale. È stato aggredito da due persone, padre
e figlio, di 51 e 31 anni, al grido di «lurido negro» con una spranga di
ferro e una di legno. Il fatto è accaduto alla periferia nord di Milano
intorno alle 6 di mattina, poco lontano dalla stazione centrale, a
conclusione di un inseguimento da parte dei proprietari di un furgone
bar. A seguito di un diverbio, i due, armati di bastoni e urlando
insulti razzisti, hanno rincorso Abdul Salam G. e i suoi amici - un
ruandese e un italiano - per colpirli e per punirli. Forse per la
presunta sottrazione di un pacco di biscotti. Concorso in omicidio
volontario è l’accusa con cui Fausto e Daniele Cristofoli sono stati
arrestati. Entrambi sono pregiudicati: il papà s’è fatto dieci anni per
rapina, il ragazzo s’è fermato ai furti.
«Un delitto è un delitto al di là di chi lo commette ma in Italia non
sta funzionando così», sottolinea il segretario del Pdci Oliverio
Diliberto, che sottolinea come le reazioni sarebbero state ben diverse
se l’aggressione fosse stata compiuta da stranieri. E continua,
«l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge non c’è più e, cosa
ancor più grave, non indigna più nessuno». Sta pericolosamente venendo
meno qualsiasi proporzionalità nel rapporto tra azione e reazione, tra
danno e punizione perché il clima di razzismo e xenofobia che vige oggi
in Italia legittima comportamenti «di offensiva difesa» individuali e di
gruppo. Peggio, certi atti rivendicano avvallo sociale e purtroppo,
troppo spesso, lo ottengono. Ci sono cittadini di serie A, bravi
lavoratori italiani, e cittadini di serie B, immigrati nullafacenti o
rubalavoro.
Non si tratta di essere «political correct». E lo diciamo al
Giornale, che definisce il massacro di un ragazzo come «duello
rusticano» e si sofferma strumentalmente nel ricostruire la sua storia
personale e familiare. Non esistono giustificazioni né attenuanti. Ma
esistono responsabilità giudiziarie, sociali e politiche. Non si può
morire a 19 anni per aver rubato dei dolciumi. Men che mai in un Paese
civile, facente parte di quell’Occidente che va in giro per il mondo
insegnando le regole della democrazia. (www.larinascita.org 15 settembre
2008)
Leggi razziali e Lega Nord. Cosa succede
a Treviso?
di Alessandro Squizzato
"A
Treviso ed in provincia per commemorare adeguatamente i 70 anni dalla
promulgazione delle leggi razziali di Mussolini contro gli ebrei le si
ripristinano contro i mussulmani.
Ai cittadini musulmani di Treviso da oggi è fatto divieto riunirsi per
pregare in occasione del Ramadan, i cittadini italiani che affittano
loro immobili per riunirsi vengono perseguitati dall'Amministrazione,
partono le lettere con minacce di morte e compaiono scritte razziste di
minaccia sotto la regia del prosindaco Gentilini."
Questa la nota stampa diffusa due giorni fa dai Comunisti Italiani di
Treviso tramite il consigliere comunale Nicola Atalmi.
Una denuncia chiara, che fino ad ora mancava, di quanto sta accadendo a
Treviso e che non ha certo mancato di suscitare reazioni. Ma cosa sta succedendo a Treviso?
Da mesi si trascina l'atteggiamento persecutorio dell'amministrazione
leghista guidata dal fantoccio Gobbo e dal molto più famoso Gentilini
verso la comunità islamica locale. L
Alcuni mesi fa i musulmani acquistano un capannone a Villorba, paesino
poco a nord di Treviso, per svolgerci la preghiera. Cosa che viene
negata loro tramite la non concessione della destinazione d'uso.
La comunità quindi inizia autonomamente a cercare un altro stabile da
acquistare vendendo il precedente e a trovare soluzioni provvisorie per
la preghiera.
Recentemente trovano e comprano da un trevigiano un negozio in quartiere
San Liberale, a Treviso città. Lì si sarebbe costituita la sede
dell'associazione "Seconda Generazione" e, durante le feste comandate,
si sarebbe potuto pregare.
A questo punto scatta la reazione durissima.
Tuona Gentilini:
"Ho dato ordine all'assessore Andrea De Checchi e al comandante della
polizia municipale Federica Franzoso di intervenire: locali adibiti a
negozio non possono essere utilizzati per incontri religiosi. Ho detto
inoltre di denunciare immediatamente il proprietario dell'immobile
perché non ha notiziato nessuno della sua decisione. Questo fatto
rientra nella legge Maroni, che prevede la reclusione fino a quattro
anni». Adesso adopero il pugno d'acciaio e voglio sapere
chi è questo personaggio. Lo faccio passare ai raggi X. Se posso
lo mando in galera com'è vero Dio».
Queste le dichiarazioni del vice-sindaco e massima autorità di fatto
della città contro un cittadino "reo" di aver venduto una sua proprietà
a persone di fede islamica.
Rincara il senatore Stiffoni: «Mi meraviglio di
certi concittadini che per una manciata di euro svendono la loro dignità
di cristiani»
L'esecuzione non si fa attendere e la notte stessa vengono fatte sulla
serranda dello stabile delle scritte minacciose contro la comunità
islamica legati al fondamentalismo cattolico. Versetti de "L'Apocalisse"
e la sigla Allah = Satana.
Per ora, che sia chiaro, l'unico fondamentalismo religioso emerso in
tutta la vicenda.
Ovviamente lo stabile è stato bloccato ed è stato impedito l'accesso da
parte degli acquirenti.
La comunità islamica di Treviso e provincia è da sempre integrata nella
società e moderata nell'affermazione della propria identità culturale,
concepita una cultura di appartenenza al pari delle altre.
La protesta di fronte a questi atti apertamente persecutori è stata
blanda e si è perfino divisa. Un'ala più combattiva ha deciso di
allestire una moschea "provvisoria" in città per celebrare comunque il
Ramadan, importantissima festa religiosa che cade in questi giorni.
Un altra componente definita dalla stampa di "colombe" è mitemente
migrata a Villorba, chiedendo un colloquio con la sindaco e riunendosi a
pregare nel parcheggio di un'altro stabile che in passato era stato loro
negato.
La Lega ordina lo sgombero di entrambi, senza alcuna trattativa Una
esplicita mossa di totale chiusura di ogni forma di dialogo, anche con
le compoenti più moderate.
Un messaggio chiarissimo e pericolosissimo: ad essere rispettabile e
dialoganti non ci si guadagna niente.
Immaginate quali potrebbe essere le naturali conclusioni che una
comunità che si sente minacciata potrebbe trarne.
La sera del 2 settembre l'ultimo fatto.
Il consigliere comunale leghista Pier Antonio Fanton, falco
anti-musulmano arcinoto, afferma di essere stato assalito da alcuni
musulmani nei pressi della moschea "provvisoria" a Treviso dove stava
passeggiando.
Gli aggressori, che a loro volta vogliono sporgere denuncia, affermano
di essere stati aggrediti verbalmente e "sputati".
Ora, soprattutto considerando che la Lega trevigiana e la Lega in genere
non è certo nuova a spedizioni "dimostrative", che ci faceva Fanton nei
pressi del luogo di ritrovo del suo bersaglio preferito degli ultimi
giorni? In piena bufera e il giorno stesso della comparsa delle scritte
intimidatorie?
Il buon senso porta a risposte piuttosto semplici.
Il coretto preconfezionato di solidarietà al povero aggredito non mi
convince per niente, mi associo alla dichiarazione di Nicola Atalmi: «Voglio portare tutta la mia solidarietà umana e politica ai
musulmani. Fanton non è nuovo a queste provocazioni. Spero che le forze
dell'ordine indaghino: se è vero che è andato lì a insultare e sputare è
giusto che vengano presi provvedimenti nei suoi confronti. Io
probabilmente avrei reagito allo stesso modo».
In questa sporca storia di populismo opportunista e razzismo la
religione c'entra poco. C'entra il fondamentalismo ottuso di esponenti
leghisti e sgherri proto-squadristi che urlano alla Reconquista
sventolando crocifissi e spadoni e inneggiando ad una identità cristiana
di cui loro stessi sanno ben poco.
C'entra una psicosi tutta indotta, tipicamente da propaganda di guerra,
che vorrebbe vedere nel musulmano una minaccia alla nostra cultura.
Fesserie. Fesserie su tutti i fronti.
Su quello della cultura locale, dato che io trevigiano, veneto, italiano
ho una cultura che non ha niente a che spartire con quella di Gentilini
e Fanton. I miei nonni mi parlavano in modo diverso, sto ben distante
dalla loro fede religiosa e i miei valori non hanno niente a che
spartire con i loro.
Fesserie sul fronte della logistica. Sono innumerevoli i gruppi di
preghiera cristiani che in modo spesso anche molesto per i residenti si
riuniscono per celebrazioni di ogni genere presso le madonne nei
cortili, sul ciglio delle strade o con processioni per le strade stesse.
Quelli non sono fuori norma?
Sul fronte della pura e semplice verità. Perché è pura malafede
voler convincere la gente che nell'Europa della nuova destra,
nell'Italia dei CPT, dei crocifissi in ogni ufficio pubblico, degli
insegnanti di religione imposti per legge dal clero, dell'otto per mille
regalato al Vaticano, dell'incontestabile ideologia capitalista e
turbo-liberista, la nostra identità sia sotto minaccia di comunità che
non hanno potere politico, sono ben distante dal potere economico e sono
pure sotto attacco dal punto di vista dei diritti. (www.barricate.it
Fgci Veneto 5 settembre 2008)
Gli sfruttati del XXI secolo
di Maurizio Musolino
Sono passati quasi dieci giorni dalla notizia dell’affondamento di un barcone
con il suo drammatico carico di vite umane, centocinquanta persone sparite,
inghiottite da un mare crudele che per molti rappresenta un ostacolo – spesso
mortale – verso la terra promessa. Quell’occidente che dall’altra sponda del
Mediterraneo appare come terra di latte e miele, dove tutto è possibile, perfino
vivere.Già, perché le migliaia di persone che dai più sperduti villaggi africani
e asiatici intraprendono il lungo
viaggio verso le nostre coste non pensano di potersi arricchire, non sognano paillettes colorate belle macchine o vestiti nuovi; l’obiettivo è solo la
sopravvivenza, loro e dei loro familiari. Drammaticamente solo questo: vivere.
E, per questo, si parte mettendo nel conto anche la morte.
Sono passati dieci giorni e di quel fatto non si parla più. Silenzio assoluto.
Questa volta neanche l’entità della cifra dei morti ha scalfito il muro di gomma
dei media, dove se sei immigrato puoi finire in prima pagina solo se compi un
atto illegale. Uno di quelli che ti portano diritto in galera senza passare da
processi lunghi dieci anni, da assoluzioni dubbie o da provvedimenti ad hoc. Un
silenzio che sembra aiutare le nostre coscienze a liberarsi di quel dramma, dei
volti di uomini donne e bambini che aggrappati a qualche pezzo di legno
guardavano il cielo implorando il passaggio di una nave. Questi poveri esseri,
vittime cento volte, evidentemente non sapevano che altri loro fratelli erano
stati soccorsi in altre occasioni da marinai di passaggio e che questi ultimi
erano incorsi in denunce e processi per quel loro gesto di generosità. Non
sapevano che seppur fossero riusciti a toccare terra, avrebbero trovato uno
stato che li considera nemici, invasori. Un governo che sulla loro pelle specula
e costruisce consenso fra quanti terrorizzati dal loro futuro incerto non
vogliono vedere in faccia l’altra parte del mondo, quello che potrebbe essere il
loro domani.
Per queste ragioni, forse poco politiche, certamente poco foriere di voti, noi
dopo dieci giorni abbiamo voluto con queste pagine rendere omaggio a quelle
vittime, nuovi sfruttati del XXI secolo.
I diritti dell'etnia Tamil. Il presidio
Presidio antimperialista sabato 21 giugno 2008 h.
18.30
Piazza Castello fronte prefettura
solidarieta' al popolo Tamil
Per il rispetto del diritto all'autodeterminazione
del popolo Tamil ed il riconoscimento da parte della
comunita' internazionale del Tamil Eelam
Per la cancellazione
dellL'TTE dalla lista delle organizzazioni
terroristiche per rilanciare bilateralmente il
processo di pace.
Per esprimere
solidarieta' con i rappresentanti della comunita'
Tamil colpiti dalla repressione.
Per sensibilizzare la
cittadinanza sulla guerra in Sri Lanka che dal 1983
ha causato oltre 70 mila morti e centinaia di
migliaia di profughi.
Aderiscono; Comunita
Tamil Piemonte- PdCI Torino- FGCI Torino- PRC area
Ernesto
I diritti dell'etnia Tamil. La lettera
di Dott. Kugathasan Thanushan
Sono un cittadino italiano di etnia tamil.Scrivo questa lettera, come
rappresentante dei giovani tamil, in seguito ai fermi effettuati dalla
polizia nei confronti di una trentina di tamil nel territorio italiano.
L'accusa è di estorsione per scopi terroristici.
Conosco benissimo la comunità tamil in Italia perché lavoro con loro
quotidianamente per denunciare le violazioni dei diritti umani in Sri
Lanka, e posso affermare con assoluta certezza che non ci sono mai stati
casi di estorsione. Altrimenti non si spiegherebbe il successo della
nostra manifestazione a Milano, tenutasi domenica scorsa. La storia
delle estorsioni è solo propaganda del governo dello Sri Lanka. Se
veramente l'Italia è dalla parte della democrazia, invece di arrestare i
tamil dovrebbe indagare sulla reale situazione in Sri Lanka, dove
l'unica organizzazione terroristica è il governo che sta continuando il
massacro di civili da ormai venticinque anni, con operazioni di pulizia
etnica e di distruzione della cultura tamil. Gli arrestati sono tutti
membri delle varie associazioni locali dei tamil, che hanno sempre
svolto le loro attività con il permesso delle forze dell'ordine e
organizzato eventi con l'appoggio delle autorità locali. Il mandato di
arresto arriva non a caso dalla città di Napoli, dove c'è una forte
presenza di singalesi sostenitori del governo. Non ci stupiamo di questo
fatto: in Sri Lanka la libertà di stampa non esiste, e gli oppositori
del governo hanno vita breve, l'inflazione è al 20% a causa delle
spese militari.
La mia opinione rappresenta il pensiero di tutto il popolo tamil e
chiedo gentilmente ai giornalisti italiani di darmi un'opportunità per
far conoscere la situazione del nostro popolo agli italiani. Vi
ringrazio dell'attenzione, cordiali saluti.(19 giugno 2008)
Prima di tutto
vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano
antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano
fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero
comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare.
Bertolt Brecht
Marià Pere: Sono scelte da fascisti
di
Domenico
Giovinazzo
«La
maggioranza
degli
spagnoli
crede
che
sia
razzista
e
xenofoba
la
criminalizzazione
dell’immigrazione
clandestina».
Marià
Pere,
segretario
generale
del
Partito
comunista
catalano
(Pcc),
descrive
così
la
reazione
dell’opinione
pubblica
iberica
ai
provvedimenti
adottati
nel
primo
Consiglio
dei
ministri
del
IV
governo
Berlusconi
riunito
a
Napoli.
Le
aspre
critiche
formulate
da
due
ministri
dell’esecutivo
Zapatero,
bollate
dagli
esponenti
del
Pdl
e
della
Lega
come
“opposizioni
ideologiche”,
sono
condivise
dalla
maggioranza
della
popolazione
spagnola
abituata,
da
tempo
come
noi
italiani,
a
convivere
con
flussi
migratori
provenienti
dai
paesi
del
Nord
Africa.
Secondo
Pere,
che
non
usa
mezzi
termini,
istituire
il
reato
di
immigrazione
clandestina
vuol
dire
schierarsi
su
«posizioni
di
ultradestra
e
fasciste».
Poi
specifica
che
«noi
non
pensiamo
che
gli
italiani
siano
xenofobi.
Tuttavia,
in
un
periodo
di
crisi,
la
paura
generalizzata
può
determinare
una
attrazione
verso
un
discorso
“chiaro”,
semplicista
e
che
esprime
forza:
un
discorso
fascista.
Tanto
più
in
un
contesto
come
quello
attuale,
in
cui
la
sinistra
è
debole
e fa
discorsi
confusi
o
sottovaluta
il
problema
dell’immigrazione.
Come
viene
gestita
l’immigrazione
in
Spagna?
Avete
anche
voi
i
Cpt?
Sono
esistiti
per
un
breve
periodo
di
tempo
durante
il
governo
di
destra.
Però
la
pressione
dei
cittadini
ha
costretto
il
governo
a
cambiare
strada.
La
legge
italiana
costringe
un
immigrato
che
voglia
ottenere
il
permesso
di
soggiorno
a
una
lunga
trafila
burocratica.
Inoltre,
c’è
il
paradosso
che
non
si
può
avere
un
permesso
di
soggiorno
se
non
si
ha
un
lavoro,
ma
non
si
può
avere
un
lavoro
senza
permesso
di
soggiorno.
Anche
in
Spagna
è
così
complicato?
Sì,
anche
in
Spagna
il
procedimento
è
complesso.
Ma
la
mobilitazione
dei
sindacati
e
delle
forze
democratiche
e di
sinistra
è
andata
modificando
positivamente,
in
senso
progressista,
le
diverse
leggi
sull’immigrazione.
Così
si è
reso
possibile
il
rilascio
del
permesso
di
soggiorno
a
chi
non
l’aveva.
E’
stato
un
risultato
delle
negoziazioni
sindacali
e
delle
pressioni
dei
partiti
di
sinistra.
Qual
è la
posizione
del
tuo
partito
sull’immigrazione
clandestina?
L’immigrazione
clandestina
risponde
a
necessità
di
sopravvivenza.
Il
Pcc
fa
una
netta
distinzione
tra
le
mafie
che
gestiscono
i
traffici
e le
persone
che,
disperate
dalle
condizioni
di
vita
nei
loro
paesi
di
origine,
si
rivolgono
a
quelle
mafie.
Sono
proprio
queste
ultime
che
devono
essere
criminalizzate,
non
i
clandestini
che
cercano
una
alternativa
di
sopravvivenza,
e
che
vengono
nei
nostri
paesi
a
cercar
lavoro.
Le
forze
ultrareazionarie
tentano
di
confondere
i
cittadini
spiegando
che
clandestini
e
trafficanti
sono
la
stessa
cosa.
Recentemente
Mario
Borghezio,
europarlamentare
leghista,
ha
parlato
a
Strasburgo
di
una
proposta
di
legge
del
Governo
regionale
catalano
per
porre
un
tetto
al
numero
di
studenti
immigrati.
Conosci
questa
proposta?
Non
c’è
nessuna
legge
del
genere,
né
approvata
ne
in
fase
di
discussione.
Anzi,
mentre
prima
solo
le
scuole
pubbliche
accoglievano
studenti
immigrati,
che
venivano
ripartiti
tra
i
vari
istituti,
oggi
il
governo
di
sinistra
ha
esteso
quest’obbligo
anche
alle
scuole
private
che
ricevono
finanziamenti
pubblici.
Quanto
riportato
da
Borghezio
quindi
è
falso.
Non
solo
il
governo
catalano
non
ha
posto
limiti,
ma
al
contrario
ha
esteso
agli
istituti
privati
l’obbligo
di
scolarizzare
lo
stesso
numero
di
studenti
immigrati
rispetto
alla
scuola
pubblica.
Tutti
i
bambini
e le
bambine
hanno
il
diritto
a
ricevere
una
istruzione
nel
paese
in
cui
risiedono,
a
prescindere
dalla
loro
nazionalità.
Quali
sono
le
battaglie
che
la
sinistra
spagnola
sta
combattendo
sul
tema
dell’immigrazione?
Stiamo
lottando
perché
gli
immigrati
e le
immigrate
abbiano
gli
stessi
diritti
e
doveri
di
qualunque
cittadino
Spagnolo.
Lottiamo
per
ottenere
l’integrazione
degli
immigrati
e
perché
non
si
consolidino
i
ghetti,
le
emarginazioni,
le
discriminazioni
e le
esclusioni.
Lottiamo
contro
il
razzismo
e la
xenofobia.
Facciamo
proposte
perché
il
migrante
o la
migrante
si
stabiliscano
nel
paese,
perché
non
siano
di
passaggio.
Ora,
nel
governo
catalano
di
sinistra
sono
state
approvate
alcune
leggi
in
questo
senso.
E in
particolare,
adesso
stiamo
dibattendo
un
Patto
nazionale
per
l’immigrazione,
e
ovviamente
pretendiamo
che
sia
progressista.(La
Rinascita
della
sinistra
30
maggio
2008)
Il caso di Angelica è una
montatura
La ragazza rom sedicenne accusata di aver rapito una bimba a Napoli è
innocente
Il caso di Angelica, ragazza Rom accusata del tentato
rapimento di una bambina di sei mesi avvenuto a Napoli, nel quartiere
Ponticelli, è una montatura. La testimonianza di Flora Martinelli, la
madre della bambina, del padre di lei Ciro e dei loro vicini di casa è
falsa. Il Gruppo EveryOne ha indagato accuratamente sull'evento che ha
scatenato una vera e propria "caccia al Rom", che da Napoli si è diffusa
a macchia d'olio in tutta Italia. "Fin dall'inizio le dinamiche del
rapimento non ci hanno convinto, perché chi conosce la palazzina in cui
sarebbe avvenuto il reato sa che è praticamente inaccessibile, sia per
il cancello che per l'attenta sorveglianza degli inquilini," affermano i
leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario
Picciau. "Vi sono poi discordanze fra le testimonianze della Martinelli,
di suo padre e dei vicini. La donna in un primo momento ha dichiarato
che la porta del suo appartamento sarebbe stata forzata, poi ha
ricordato di averla lasciata aperta. Dopo aver notato la porta aperta,
la madre
sarebbe
andata a controllare la culla, quindi sarebbe tornata verso il
pianerottolo dove avrebbe sorpreso - passati almeno venti secondi - la
ragazzina Rom con la sua piccola in braccio. Non solo: avrebbe avuto
ancora il tempo di raggiungerla e strapparle la bambina. Quindi la Rom
si sarebbe mossa al rallentatore, consentendo a nonno Ciro di
raggiungerla, afferrarla e schiaffeggiarla al piano di sotto. Alcuni dei
vicini hanno riferito alle autorità che Angelica aveva ancora la bambina
in braccio, quando l'hanno fermata. Ma non basta, perché nei giorni
precedenti al fatto, gli inquilini della palazzina si erano riuniti più
volte, con un solo ordine del giorno: come ottenere lo sgombero delle
famiglie Rom accampate a Ponticelli". Dopo queste analisi di massima, il
Gruppo EveryOne - che può contare su attivisti e organizzazioni locali -
ha effettuato ulteriori accertamenti, sia presso il carcere, dove un
funzionario, dopo aver ascoltato le ipotesi che scagionavano la presunta
rapitrice, ammetteva: "Avete ragione, anche noi siamo in difficoltà,
perché questo non è un evento diverso da tanti altri, ma qualcuno ha
voluto trasformarlo in un caso nazionale". Gli inquilini di Ponticelli
fanno blocco: i Rom non li vogliono più. Qualcuno però, mostra qualche
scrupolo di coscienza, ma ha paura, perché le pressioni sono forti e
mettersi contro il "comitato" di Ponticelli è pericoloso. "Angelica, in
realtà, conosceva una delle famiglie che abitano in via Principe di
Napoli, dove è avvenuto l'episodio," continuano gli attivisti del Gruppo
EveryOne, "ha suonato al citofono ed è stata notata da alcune inquiline.
Pochi istanti dopo è scattata la trappola e la furia dei condomini si è
scatenata contro di lei, che è stata raggiunta in strada, afferrata,
schiaffeggiata e consegnata alla polizia. Vi sono testimoni che
conoscono la verità e due di loro sono disposte a parlare al giudice.
E' importante che l'avvocato Rosa Mazzei, che difende la
ragazza Rom, non si faccia intimidire e sostenga la verità in tribunale. Un
attivista di Napoli suppone che la linea di difesa potrebbe essere, invece,
quella di ammettere il furto, ma non il tentato rapimento". Le conseguenze del
caso di Ponticelli, con l'eco mediatica promossa da quotidiani e network, sono
state gravissime e sono un indice evidente di come sia necessario abbandonare
razzismo e xenofobia per riscoprire la strada dei diritti umani. "Adesso è
importante che le organizzazioni locali per i diritti dell'uomo vigilino sulla
serenità di Angelica, che subisce pressioni gravi e intollerabili. Salvaguardare
la tranquillità della ragazza significa salvaguardare la verità sul caso di
Ponticelli, che è la tragica verità di un'altra ingiustizia, di un'altra
calunnia, di altre disumane violenze subite dal popolo Rom in Italia, già
colpito da emarginazione e segregazione, vessato da provvedimenti iniqui". Gli
attivisti del Gruppo EveryOne concludono con alcune considerazioni che
dovrebbero far riflettere: "Da anni lanciamo l'allarme riguardo alla campagna
razziale in corso in Italia. Grazie all'appoggio di forze politiche
transnazionali attive nel campo dei diritti umani e civili, abbiamo ottenuto
Risoluzioni europee e documenti-guida da parte delle Nazioni Unite, che
ammoniscono l'Italia contro le sue politiche razziali. I Rom in Italia non sono
criminali, ma famiglie in difficoltà. Su 150 mila 'zingari' presenti nel nostro
Paese, 90 mila sono bambini. La speranza di vita media dei Rom, qui da noi, è di
soli 35 anni, contro gli 80 degli altri cittadini. La mortalità dei bimbi Rom è
15 volte superiore a quella degli altri bambini. Sono numeri che esprimono una
persecuzione. Riguardo alla criminalità Rom, essa non ha un'incidenza rilevante,
come dimostrano i dati del Ministero degli Interni e le aggressioni nei
confronti di italiani sono praticamente inesistenti. Il caso di Giovanna
Reggiani fu un'altro grande inganno, perché il presunto omicida, Romulus Mailat,
non è Rom, ma un romeno di etnia Bunjas, che non ha nulla a che vedere con i
popoli 'zingari'. L'abbiamo documentato, a suo tempo, agli inquirenti e alla
stampa, ma il nostro dossier scientifico non fu preso in considerazione. Il
razzismo fa comodo a uno stuolo di persone, a partiti politici e media, alla
criminalità organizzata, che muove miliardi di euro ogni anno. A questo
proposito, ricordiamo che i Rom coinvolti in delitti agiscono quasi sempre per
ordine di criminali mafiosi italiani, i quali - a causa dell'emarginazione e
della segregazione in cui versano i 'nomadi' - li hanno ridotti in schiavitù. Lo
sanno le autorità, lo sanno i politici e sarebbe ora che lo sapessero tutti i
cittadini italiani".(awww.annesdoor.com 23 maggio 2008 )(Nella foto: Rom
di Ponticelli)
Unión Romani scende in campo contro il razzismo che colpisce i Rom in Italia
Unión Romani, la storica organizzazione per i diritti
dei Rom si affianca alle nostre istanze e alle nostre battaglie
internazionali.
"Vederndo i gravissimi avvenimenti in Italia, che hanno viste quali
vittime i cittadini Rom residenti Ponticelli (Napoli), la Unión Romani
ha deciso di iniziare una serie di denunce dirette a difendere i diritti
delle persone che, essendo le più deboli in Italia, stanno soffrendo le
conseguenze del più cieco razzismo che impera attualmente in Italia. Nel
documento allegato si spiega la posizione di Unión Romani e si
ettagliano le azioni che stiamo preparando a livello spagnolo ed
europeo.
RACISMO SALVAJE EN ITALIA
Siempre nos toca perder a los mismos
Los gitanos italianos especialmente, y muchos otros grupos
gitanos del resto del mundo, se están dirigiendo a nosotros pidiéndonos ayuda.
La mayoría son mensajes angustiados de una comunidad asustada ante el triunfo
aplastante de la coalición política --alguno de los partidos que la integran son
de extrema derecha-- liderada por Silvio Berlusconi. Unos días antes de que se
produjeran las incalificables agresiones que han sufrido los gitanos de
Ponticelli (Nápoles), a manos de unos desalmados que han prendido fuego a sus
humildes chabolas, una organización gitana italiana nos decía: "Los gitanos
estamos en peligro en Italia. Tenemos miedo a las deportaciones de gitanos en
Italia. Por favor -me dice- envíe usted un comunicado al Gobierno italiano para
que respete las Directivas comunitarias".
A nuestro parecer el miedo que expresa nuestro comunicante no
es infundado. Las últimas declaraciones de los nuevos gobernantes italianos
presagian todo tipo de precariedades. Juzguen ustedes si no es así: El nuevo
alcalde de Roma, el post-fascista Gianni Alemanno, anunció el pasado lunes que
su primera medida como alcalde será derribar los campamentos gitanos. "Procederemos
a desmantelar los campamentos nómadas que en Roma son 25". Pero los napolitanos
de Ponticelli se han adelantado. Nada de desmantelar. ¡Fuego purificador que es
más rápido que montar cámaras de gas al estilo nazi" Humberto Bosi, el lider de
la Liga Norte, está eufórico. Este sujeto habla de "caza". "Debemos cazar a los
clandestinos", ha dicho, provocando a la derrotada izquierda italiana. Como
cualquier chulo de barrio ha lanzado su proclama de guerra: ""No sé qué querrá
hacer la izquierda, nosotros estamos listos. Si quieren pelea, los fusiles están
calientes. Tenemos 300.000 hombres, 300.000 mártires, listos para combatir. Y no
bromeamos. No somos cuatro gatos".
Pero lo más triste es que Silvio Berlusconi, el reelegido
presidente del Gobierno italiano, al ver a sus juventudes exultantes saludando
al estilo fascista, ha confesado: "Al verlos, he pensado: la nueva falange
romana somos nosotros"
A la vista de la gravedad de los hechos la UNION ROMANI,
recogiendo el sentir mayoritario de los gitanos españoles y por la
representación que ostenta en la UNION ROMANI INTERNACIONAL, se propone iniciar
las siguientes acciones:
Primero. Denunciar públicamente la gravedad de los
atentados sufridos por los gitanos europeos residentes en Italia y pedir la
solidaridad de los ciudadanos de cualquier país frente a la violencia ciega y
asesina de los racistas. Para ello pedimos que se escriban cartas
dirigidas al Presidente del Gobierno italiano, bien enviándolas directamente a
su residencia en el Quirinal (Roma) o a las embajadas de Italia en cada país.
(La dirección de la Embajada italiana en España es la siguiente: Calle Lagasca,
98. Código postal 28006 Madrid)
Segundo: Solicitar del Ministro de Asuntos Exteriores
de España que se interese por la situación de los gitanos residentes en Italia
, expresando la preocupación de la comunidad gitana española por la
situación en que puedan quedar los gitanos expulsados de sus viviendas
incendiadas. Nuestro Gobierno está legitimado para hacer esta consulta en base a
lo preceptuado por la Directiva 2004/38/CE DEL Parlamento Europeo y del Consejo
relativa al derecho de los ciudadanos de la Unión y de los miembros de sus
familias a circular y residir libremente en el territorio de los Estados
miembros. Efectivamente, tratándose de una Directiva y no olvidando que cada
Estado miembro puede determinar la mejor forma de aplicar las disposiciones del
Derecho comunitario, es obligado ejercer una labor crítica y de vigilancia de
los Gobiernos para que las medidas adoptadas en los distintos Estados miembros
conduzcan a una aplicación del Derecho comunitario con la misma eficacia y rigor
con que aplican las normas internas de sus respectivos Derechos nacionales.
Tercero: Formular ante la Comisión de Peticiones del
Parlamento Europeo que, con carácter de urgencia, inicie una investigación sobre
la situación que ha llevado a la comunidad italiana de Ponticelli (Nápoles)
al estado de enfrentamiento que padecen los gitanos que viven en aquel lugar.
Cuarto: Solicitar a los Grupos Parlamentarios del
Parlamento Europeo que formulen, con carácter de urgencia, las iniciativas
parlamentarias precisas que obliguen al Consejo a contestar en el Pleno
de Estraburgo y Bruselas a las medidas que el Gobierno italiano haya podido
tomar para poner freno a estas agresiones y para castigar a los culpables de las
mismas.
Quinto: La Unión Romaní está convencida de
que la inmensa mayoría de los ciudadanos italianos --incluidos los votantes del
Sr. Berlusconi-- rechaza la violencia, venga de donde venga. Por esa razón, a
través de la Unión Romaní Internacional, se propone establecer, con las
organizaciones gitanas italianas, un programa de mutua colaboración con el fin
de arbitrar las medidas adecuadas que garanticen la defensa de estos ciudadanos
europeos que no han cometido más delito que el de ser "pobres y gitanos".
Sexto: Hoy mismo hemos tenido noticia de que el
Gobierno italiano se propone endurecer las medidas contra la inmigración de tal
manera que el ser "clandestino" será un delito tipificado en el Código Penal. En
este sentido, Roberto Calderoli, nuevo Ministro italiano procedente de la Liga
Norte, ha declarado que para no ser "clandestino": "Hay que demostrar que se es
honesto; si no, se le expulsa de Italia".
Desde la Unión Romaní vamos a iniciar los trámites
previos para interponer una denuncia contra el Gobierno italiano por
incumplimiento de la Directiva 2004/38/CE del Parlamento Europeo y
del Consejo relativa al derecho de los ciudadanos de la Unión y de los miembros
de sus familias a circular y residir libremente en el territorio de los Estados
miembros. Cuando se promulgó en Maastricht, en el año 1992, el Tratado que lleva
el nombre de la famosa ciudad holandesa, los Jefes de Estado y de Gobierno
aprobaron la Declaración 19 con el fin de despejar incertidumbres sobre la
aplicación del Derecho comunitario. Los máximos dirigentes europeos no tenían la
menor duda de que "para la coherencia y la unidad del proceso de construcción
europea, es esencial que todos los Estados miembros transpongan íntegra y
fielmente a su Derecho nacional las directivas comunitarias de las que sean
destinatarios dentro de los plazos dispuestos por las mismas".
Las Directivas son el instrumento armonizador por excelencia
del Derecho Comunitario porque mediante ellas se realiza, dice el art. 94 del
Tratado, la aproximación de las disposiciones legales, reglamentarias y
administrativas de los Estados miembros que incidan directamente en el
establecimiento o funcionamiento de la Unión Europea.
Séptimo: Finalmente nos proponemos
elevar nuestra preocupación por la magnitud y gravedad de estos acontecimientos
ante las instancias internacionales más representativas. Así lo haremos
ante el Consejo de Europa, ante la Organización para la Seguridad y la
Cooperación en Europa (OSCE) y ante la Comisión de Derechos Humanos de las
Naciones Unidas.
Una vez más reclamamos la solidaridad de todos los demócratas
de España y de Europa. Nadie puede tomarse la justicia por su mano porque cuando
esto acontece siempre nos toca perder a los mismos: los más pobres, los más
indefensos, aquellos para quienes los derechos no pasan, en la mayoría de las
ocasiones, de ser letras impresas sobre papel mojado. Necesitamos del calor
humano de la sociedad, por eso recabamos el apoyo de todos los demócratas
europeos en la defensa de los Derechos Humanos de quienes, siendo inocentes, se
ven agredidos, vilipendiados y estigmatizados por delitos que no han cometido.
Al fin y al cabo, como la propia Comisión reconoce, cada expulsión "debe estar
motivada por la situación individual" de personas específicas, y "no debe
significar una expulsión en grupo" de colectivos en atención a su origen
geográfico.
Ojalá que el fuego de Ponticelli purifique y elimine el odio y la
intolerancia que tantas veces ha sido el germen de las más graves tragedias en
la historia de Europa.
JUAN DE DIOS RAMÍREZ HEREDIA
Presidente de la Unión Romaní
Manuel García Rondón
Secretario General de la Unión Romaní
Tel. 607496202
UNION ROMANI
Dirección Postal/Postal Address:
Apartado de Correos 202
E-08080 BARCELONA (Spain)
E-mail:
u-romani@pangea.org
Madrid all'Italia: Siete
xenofobi
di Alberto D'Argenzio
«Il governo spagnolo rigetta la violenza, il razzismo e la xenofobia e
pertanto non può condividere ciò che sta succedendo in Italia». Maria Teresa
Fernandez de la Vega, la vice di Zapatero, mette da parte la diplomazia e
attacca senza mezzi termini la politica sulla sicurezza del governo Berlusconi,
dal suo punto di vista assolutamente sbilanciata. «La Spagna - ha detto
Fernandez de la Vega stirando un parallelismo Madrid- Roma - lavora per una
politica di immigrazione legale ed ordinata che permetta di riconoscere diritti
ed obblighi». Parole che pesano e che segnano una prima decisa presa di distanza
da quanto sta compiendo il governo italiano. E dire che ultimamente Zapatero ha
assai indurito la sua politica migratoria, procedendo a numerose espulsioni.
Se dalla capitale spagnola arriva una chiara censura, dalla capitale comunitaria
arrivano smentite a un tassello importante del Berlusconi III, a quel Franco
Frattini fino all'altro ieri commissario europeo alla giustizia ed interni. In
pratica uno che dovrebbe sapere di cosa parla, soprattutto quando si tratta
dell'accordo di Schengen. Frattini, in un'intervista uscita ieri mattina su Il
Messaggero, ha detto che l'Europa avrebbe presto rivisto il regolamento di
Schengen per il controllo delle frontiere e che dal 2009 sarebbe diventato
obbligatorio l'uso dei visti con i dati biometrici: «Chi non appartiene all'area
Schengen deve farsi prendere le impronte, anche se europeo», diceva l'ex
commissario alludendo a bulgari e soprattutto rumeni. Peccato che Bruxelles la
pensi in maniera diversa.
«La Commissione non ha intenzione in questo momento di prendere alcuna
iniziativa né proporre nessuno studio relativo all'accordo di Schengen - ha
affermato senza tentennamenti Pietro Petrucci, portavoce comunitario - né a
quelle parti dell'accordo di Schengen che regolano l'abolizione dei controlli
nelle frontiere interne o la reintroduzione temporanea di questi controlli». Il
portavoce parla di possibile «malinteso» sulle parole di Frattini, riferendosi a
quei visti biometrici che verranno introdotti nel 2009 in ossequio all'entrata
in funzione di Schengen 2, la seconda generazione del sistema di controllo
informatico, che però - precisa Bruxelles - «non è una modifica dell'accordo in
vigore». In serata, lo stesso Frattini ha precisato le sue parole: «È necessaria
una verifica sul trattato di Schengen, non una sua revisione». «Quando uno parla
della verifica delle regole di Schengen - ha dichiarato il capo della diplomazia
italiana - non significa negoziare la revisione del trattato, ma verificare se
il trattato, venti anni dopo, funziona o non funziona». Frattini ha poi
confermato che nell'agenda della Commissione Europea c'è un documento che serve
per fare il «tagliando» a Schengen. «È un documento in cui si analizza come (il
trattato, ndr) è stato applicato in questi venti anni, un documento di analisi e
verifica», ha spiegato il capo della Farnesina.
Al di là dei malintesi, Frattini sbaglia comunque. I visti biometrici, oltre a
non implicare una revisione di Schengen (che al momento, con buona pace
dell'Italia, nessuno appoggia), varranno solo per i paesi terzi, non certo per
rumeni e bulgari che come britannici ed irlandesi sono cittadini comunitari pur
non appartenendo all'area Schengen. «Le impronte digitali - afferma una fonte
comunitaria - verranno prese ai cittadini per i quali è richiesto il visto
all'ingresso nell'Ue». E così, insiste la fonte «la raccolta dei dati biometrici
(contenuti in un chip che accompagna il visto, ndr) riguarda solo i paesi, anche
europei ma non dell'Ue, per i cui cittadini è richiesto il visto». In sostanza
per indiani e angolani, ma non per rumeni e bulgari, che sono nella Ue, pur non
aderendo ancora a Schengen (dovrebbero farcela per il 2010).(Il Manifesto 17
maggio 2008)
Zingari
di Pino de Luca
E
finalmente è fatta l’Italia. Anche gli Italiani. Nei momenti più bui le italiche
genti sanno trovare le ragioni profonde del loro stare insieme. E ora bisogna
stringersi per difendersi dagli Zingari.
Chi sono gli Zingari? Gente sporca e cattiva, ladri, stupratori, vagabondi.
Gente con il crimine nel DNA. Gente che non ha una casa, non ha una storia, non
ha una lingua. Sanno solo chiedere l’elemosina, rubare e uccidere. A Roma, a Tor
di Quinto, uno di loro ha stuprato e ucciso una povera madre di famiglia. È
accaduto ieri.
Certo ancora non si è fatto il processo né vi è stata una sentenza, ma
sicuramente è stato quello zingaro, Rom Rumeno. Lui nega perché è un criminale
senza cuore. Alla televisione hanno detto che non aveva alcuna emozione sul viso
nell’interrogatorio. Da puro assassino.
E adesso si spianino le baracche dei suoi familiari e si caccino via tutti i Rom
e i Rumeni. E anche tutti quelli che non sono Rom Rumeni ma non hanno un lavoro
ha detto Fini. Troppo buono Presidente Fini. Anche lei trafitto dalla
parzialità.
Lo sapete vero che cacciandoli da Roma si sposteranno da un’altra parte e
torneranno a rubare, stuprare e dare fastidio alla gente per bene? Lo sapete che
continuano a figliare come conigli? E i bambini Rom nascono già ladri? Ormai è
chiaro a tutti, i Rom sono geneticamente una razza criminale, un po’ come i
negri che sono geneticamente meno intelligenti, come dice pure un Nobel.
E allora diciamolo con chiarezza: l’Europa non può tollerare popoli di questa
genie, bisogna trovare la soluzione definitiva. Devono integrarsi assolutamente
e i governi devono fare di tutto per integrarli, se necessario anche con la
forza. Per queste rimasuglie di un tempo remoto non vi è più lo spazio fisico.
Una grande democrazia deve dare loro l’opportunità di diventare come gli altri.
Avere un lavoro, un mutuo, fare la spesa ai Centri commerciali, iscriversi al
sindacato e votare per gli Illuminati che garantiscono la normalità e la
sicurezza a tutti.
E tutti hanno diritto ad essere sicuri, ovvero a non avere tra i piedi bambini
che fanno l’elemosina, scippatori, lavavetri, ladri, spacciatori, zingari e
puttane. Si costruiscano allora grandi aree dove questi signori possano essere
rinchiusi e resi inoffensivi, dove possano stare con la loro stirpe senza
insozzare le nostre strade con la loro sudicia e pericolosa presenza.
Quando impareranno a comportarsi civilmente potranno chiedere di essere inseriti
nella società civile e democratica, sicura e garantista.
La sicurezza non è né di destra né di sinistra, la sicurezza passa attraverso
l’eliminazione degli zingari, lo diceva e faceva anche il compagno Ceausescu,
nella Repubblica Socialista di Romania.
Lo faceva Adolf Hitler nei suoi forni crematori di Auschwitz-Birkenau. Gli anni
sono passati e non possiamo più immaginare questi metodi barbari e inefficienti
per risolvere il problema. Noi siamo democratici e garantisti, ma anche molto
più efficienti: gli zingari siano tenuti lontani dalle città, chiusi vicino alle
discariche e, possibilmente, sterilizzati. Considerato che in Italia ci sono
meno di 200.000 zingari, una politica in questo senso, decisa e bipartisan,
elimina gli adulti in meno di due anni, e, in due generazioni, non ne resterà
più alcuna traccia.
Lo so che potevo azzardare qualcosa un po’ più di sinistra, ad esempio sui DICO
fra Zingari omosessuali oppure della differenza tra i Rom Kalderasha,
assimilabili a metalmeccanici, e Sinti giostrai, storici imprenditori dello
spettacolo ai quali i Comuni, giustamente, impediscono il lavoro.
Ma l’emergenza è emergenza, lo dice anche Veltroni, e quando è emergenza non c’è
tempo per le distinzioni, bisogna agire subito.
Noi che facciamo politica però dobbiamo essere di ampie vedute. Bisogna
preparare il dopo-zingari. Nigeriani, senegalesi, pakistani, curdi o vietnamiti?
Faremo le primarie! Evviva l’Italia, Evviva la democrazia!!!(Il cannocchiale 2
novembre 2007)
Chi ci sarà e chi no. Ma senza spaccature
di ci. gu.
C'è chi critica la scarsa
partecipazione messa in campo in vista del 20, chi
pensa che - comunque sia - in questo momento è
prioritario mobilitarsi, e chi non ci sarà per non
fare la «stampella» ai partiti di sinistra del
governo. Ma, in ogni caso, tutti si augurano che
quella di sabato sia una piazza piena di persone e
di proposte. Perché il quadro politico è in rapido
cambiamento e su un fatto ci sono pochi dubbi: urge
dire qualcosa di sinistra. Anche,
e soprattutto, sul fronte immigrazione. Nonostante
le tante belle parole - per la verità travolte,
nelle ultime settimane, da una vera e propria
campagna razzista a cui il governo risponde
balbettando quando non facendo da sponda - di
concreto fino ad ora si è visto ben poco. Anzi, il
centrosinistra si è trovato a ereditare alcuni
provvedimenti gestendoli malissimo - in primis il
contratto con le Poste che ha reso il permesso di
soggiorno a pagamento, senza neanche rendere più
veloce l'iter per il rinnovo dei documenti. Cosicché
la quotidianità degli immigrati in Italia è
addirittura peggiorata, dopo i cinque durissimi anni
del governo Berlusconi. A sottolinearlo è, ad
esempio, Filippo Miraglia il responsabile
immigrazione dell'Arci che sabato ci sarà,
nonostante la sua organizzazione sia una di quelle
che manca alla conta delle adesioni. «Io sono stato
tra quelli che si è opposto all'adesione dell'Arci -
dice Miraglia - perché questa manifestazione è stata
organizzata senza un confronto. Tuttavia ritengo che
in questo momento le ragioni di quelli che si sono
fidati del governo e hanno creduto alla "svolta"
devono avere una loro visibilità».
Ma tutto ciò che si muove a sinistra del Pd soffre
della febbre da frammentazione. E la manifestazione
del 20 ne porta tutte le conseguenze. Tanto più che
il mondo antirazzista sta provando faticosamente a
rialzare la testa e in calendario ci sono già degli
appuntamenti che potrebbero riservare delle belle
sorprese. Si comincia proprio con il 20 quando a
Caserta scenderanno in piazza immigrati e rifugiati
che quella stessa notte si metteranno in marcia
verso Napoli, dove il giorno dopo è attesa la visita
di papa Ratzinger: «Ma comunque il coordinamento di
Caserta ha deciso di aderire alla manifestazione di
Roma - spiega Fabio Basile del centro sociale ex
Canapificio - perché siamo perfettamente d'accordo
con le parole d'ordine sull'appello antirazzista.
Sono le nostre stesse istanze. Speriamo che tra le
due piazze ci sia un ponte. Certo, qualche dubbio
sulla costruzione del percorso ce l'ho anche io. Ma
spero che tutti insieme si riesca a fare pressione».
Sabato prossimo, il 27, saranno invece gli immigrati
e gli antirazzisti di Brescia a mobilitarsi. Da
loro, nessuna adesione alla manifestazione romana:
«E mi dispiace - dice Ibrahim Djallo, del
coordinamento immigrati della Cgil bresciana -
perché io sono stato uno dei pochi a spingere perché
si inviasse almeno una delegazione. Credo che
ovunque si manifesti contro la precarietà gli
immigrati ci debbano essere. Ma come mai nessuno ci
ha coinvolto? Dove sta la partecipazione?». Alla
giornata del 27 aderisce e partecipa il Comitato
Immigrati, che il giorno seguente - domenica 28 -
scende in piazza anche a Roma. Ma il Comitato sabato
non ci sarà: «Ma chi dice che ci sia
contrapposizione mette in giro voci infondate -
assicura Aboubakar Soumahoro da Napoli - noi stiamo
organizzando mobilitazioni specifiche contro le
politiche fatte dal governo Berlusconi e quelle
attuali. Siamo concentrati su questo, del 20 non
abbiamo neanche discusso, ma speriamo vada bene».
Chi invece non ci sarà con argomentazioni meditate è
tutta l'area del movimento ex-Disobbediente. La
piazza di sabato dovrà fare a meno ad esempio dei
bolognesi e dintorni, che lo scorso 3 marzo hanno
realizzato l'unica manifestazione nazionale
sull'immigrazione da quando il centrosinistra è al
governo: «Non la vediamo inutile, ma non ci riguarda
- spiega Daniele Codeluppi del Laboratorio Aq16 di
Reggio Emilia - è chiaramente una manifestazione
lanciata dai partiti nell'ottica di una
ricomposizione istituzionale. Assomiglia molto a
quella contro la precarietà del 4 novembre scorso.
C'era parecchia gente, ma a cosa è servita? E poi
per quanto riguarda l'immigrazione - continua - noi
la riforma Amato-Ferrero la contestiamo e lo diciamo
chiaro. Dopodiché l'autonomia dei movimenti per noi
è la questione principale e in piazza ci andiamo il
9 con il sindacato di base, per costruire uno
sciopero sociale generalizzato».(Il Manifesto 17
ottobre 2007)
"No tolleranza zero" in piazza la Pavia
antirazzista
di Clelia Cirvilleri
«È
la prima buona notizia che arriva da Pavia
nell'ultimo mese». Erano da poco passate le
cinque di ieri pomeriggio quando Luciano
Muhlbauer, consigliere comunale del Prc,
commentava così la piazza della Vittoria
gremita di gente e di bandiere rosse. Il
corteo della «manifestazione regionale
contro il razzismo e l'intolleranza» aveva
cominciato a formarsi lentamente, attorno
alle due, davanti alla stazione ferroviaria.
Qualche decina di studenti, che il mattino
si erano già organizzati in un presidio di
protesta e discussione, le bandiere di
Rifondazione, Pdci e Cgil, i ragazzi del
centro sociale «Il Barattolo», spina dorsale
dell'evento. La polizia intervenuta in forze
osservava con scarso stupore quella che
sembrava la ripetizione del classico copione
locale: la sinistra mobilita poca gente da
queste parti, dove ad andare per la maggiore
è il gazebo padano.
Pavia è una città austera e sonnolenta. Che
si desta un po' solo il sabato pomeriggio,
quando nel suo bel centro storico si
riversano avidi gli acquirenti delle
eleganti boutique. Anche per questo, il
corteo denso e festoso che ieri si è visto
sfilare sui ciottoli e sul pavé ha stupito
tutti. La gente è poi arrivata, tanta:
duemila o qualcuno in più. Da Milano, da
Lecco, da Varese. Ma c'erano tanti pavesi,
«facce che non si vedevano in giro da molto
tempo», garantiscono i militanti storici.
Cittadini stufi della politica, che qualche
anno fa avevano creduto nei girotondi e poi
sperato in un centrosinistra decente. Ma
dopo «le cose gravissime che si sono viste e
sentite durante la gestione dello sgombero
dei rom» non ce l'hanno fatta più, e hanno
ripreso la via della piazza.
«Capitelli, razzista, sindaco leghista»: è
lei, la «Signora tolleranza-zero», a mettere
tutti d'accordo. E non solo fra gli eterni
scontenti della sinistra radicale. Alla
manifestazione hanno aderito la Sinistra
democratica cittadina (presente con bandiere
e camioncino), le associazioni cattoliche, e
persino la segreteria provinciale
dell'Italia dei Valori. Il corteo fa tappa
davanti a palazzo Mezzabarba, sede del
comune. Due settimane fa, qui si è rischiata
la crisi di governo, con il Prc fuoriuscito
dalla maggioranza e le dure critiche dei
consiglieri dell'Udeur. Sotto le finestre
sbarrate una voce circola insistente:
ufficialmente in vacanza, o forse
abbandonato il campo travolta dalla
scandalo, lunedì il sindaco Ds rassegnerà le
dimissioni.
«Il caso di Pavia è emblematico», spiega il
segretario regionale del Prc, Alfio Nicotra.
«Con il pretesto della sicurezza, anche in
Lombardia si stanno sperimentando geometrie
variabili molto pericolose». Penati apprezza
la politica sociale di Formigoni come
Veltroni loda Letizia Moratti.
Gli fa eco Franco Vanzati, responsabile
immigrazione e politiche sociali della Cgil
pavese. Da anni alla ricerca di soluzioni
concrete per i rom della ex-Snia, Vanzati
guarda il lungo corteo e parla della
necessità della sinistra di «ripartire dal
sociale»: «La via securitaria ha un'impronta
classista, che ha sdoganato nella sinistra
un sentimento di disumanizzazione nei
confronti degli ultimi della fila». Bisogna
tornare alla gente in carne e ossa: scendere
in piazza, anche il 20 ottobre, per «colmare
la distanza fra la sinistra istituzionale, i
suoi temi di fondo, la sua base».(Il
Manifesto 30 settembre 2007)
Il vero sogno di Martin Luther King
di Gordon Poole
Il 28 agosto 1963 Martin Luther King, durante
un comizio a Washington di fronte al Lincoln Memorial, proclamò
il proprio sogno di liberazione per gli afro-americani: «Cento
anni fa un grande americano, sotto la cui ombra simbolica ci
troviamo oggi, firmò il Proclama di Emancipazione». Luogo e data
erano
stati scelti con cura dagli organizzatori, non solo per dare il
massimo risalto al discorso ma anche per sacralizzare la lotta
di liberazione dei neri, legandola all'opera di emancipazione di
Lincoln. In ogni discorso politico è anche questione di
retorica: per indicare i «cento anni» passati
dall'Emancipazione, King usò una espressione piuttosto desueta:
«five score» (cinque ventine) che ricordava agli ascoltatori il
breve ma famoso discorso commemorativo di Lincoln pronunciato a
Gettysburg il 19 novembre 1863 e imparato a memoria da
generazioni di scolaretti, che inizia: «Four score and seven
years ago, i nostri padri fondarono una nuova nazione, dedicata
al principio che tutti gli uomini sono creati uguali...». Il
richiamo di Lincoln, a sua volta, andava a documenti
fondamentali della repubblica come la Dichiarazione di
Indipendenza, la Costituzione, il Bill of Rights, ispirati
all'illuminismo. Quindi la retorica di King radicava la lotta
dei neri nella migliore tradizione libertaria del suo paese. I riferimenti alla Bibbia
Il suo discorso, oltre ai contenuti, si arricchiva di
abbellimenti retorici, metafore, ripetizioni, anafore. King
attingeva frasi e concetti alla Bibbia nonché al quotidiano dei
suoi ascoltatori. Così riferimenti al Vecchio e Nuovo Testamento
o a Shakespeare si alternavano con richiami al presidente
Abraham Lincoln e al mondo della finanza. Espressioni barocche
come «bruciato nelle fiamme di devastanti ingiustizie» e «la
solida rocca della fratellanza» sono frammiste ad altre
colloquiali come «blow off steam» (sfogarsi), «cooling off»
(darsi una calmata) o «il farmaco tranquillizzante del
gradualismo». È da notare però che, sebbene Lincoln fosse
ricordato da King come il grande Liberatore degli schiavi negli
stati ribelli, come Presidente egli non aveva mai avuto sogni di
liberazione come quello di King, quando questi auspicava che «un
giorno proprio lì in Alabama ragazzini e ragazzine nere potranno
stare mano in mano con ragazzini e ragazzine bianche come
sorelle e fratelli» e frequentare le stesse scuole.
Emancipare gli schiavi era una cosa, integrarli nella società
americana era un'altra. In verità, Lincoln aveva inteso il
Proclama di Emancipazione, promulgato il 1 gennaio 1863, in
piena guerra, principalmente come un'arma per dare agli schiavi
un motivo, se non per ribellarsi, comunque per sperare in una
vittoria del Nord e per agire in vari modi per favorirla, nonché
per incoraggiare neri liberi del Nord e quelli delle zone del
Sud conquistate dal Nord ad arruolarsi nell'esercito
dell'Unione, che ne aveva un disperato bisogno. Il Proclama
serviva anche per suscitare preoccupazioni fra i sudisti bianchi
i quali, memori di sanguinose rivolte di schiavi, come quella
del gruppo capeggiato da Nat Turner nel 1831, potevano temere
che qualcosa di analogo succedesse mentre tutti gli uomini
bianchi validi erano impegnati al fronte. Tuttavia, Lincoln non
poteva non intuire che quel proclama avrebbe dato forza a una
lotta per la libertà con conseguenze sconvolgenti per la società
degli Stati Uniti a guerra finita Gli ideali dell'Illuminismo
Neanche i padri fondatori della repubblica, che King cita,
insieme a Lincoln, a sostegno del suo programma di liberazione,
concepirono mai una società nella quale i neri sarebbero stati
alla pari coi bianchi: per farlo, avrebbero dovuto accettare
fino in fondo gli ideali dell'Illuminismo a cui si richiamavano.
Eppure l'implicazione che le parole «All men are created equal»,
non potessero essere limitate ai soli maschi bianchi ma,
potenzialmente, dovessero estendersi fino da comprendere tutti e
tutte era, a lungo andare, inevitabile. Questa possibilità si
manifesta con forza nelle parole di King, quando dice che «Tutti
i figli di Dio» devono essere liberi. La reinterpretazione
forzata dei documenti storici della repubblica che King fece
quel giorno sotto il sole di agosto nella capitale, e che aveva
e avrebbe perseguito risolutamente durante la sua vita, non si
sarebbe potuta imporre se non grazie alle lotte di massa dei
neri, con la solidarietà militante di moltissimi bianchi.
King era per religione e ideologia rigorosamente avverso alla
violenza, ma ben sapeva che ci era voluta una guerra civile per
ottenere l'emancipazione degli schiavi e il XIII e XV
emendamento della Costituzione. Egli sapeva anche che le lotte
risolute, talvolta violente contro il razzismo e l'oppressione
poliziesca, condotte da gruppi di liberazione neri, come gli
islamici di Malcolm X, gli attivisti di Potere nero di Stokely
Carmichael e le Pantere Nere, erano parte importante del
movimento.