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Diritti dei popoli                                                                                                                                                                                                                  pagina 3
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Il diritto degli stranieri

L'Italia sono anch'io

 

Roma – Sono stati centinaia i cittadini che ieri, in poche ore, al gazebo allestito in Piazza del Pantheon a Roma hanno sottoscritto le due proposte di legge di iniziativa popolare promosse dalla campagna “L’Italia sono anch’io”.
Molti i politici e gli uomini della cultura che hanno deciso di firmare per modificare l’attuale normativa sulla cittadinanza e introdurre il diritto di voto alle amministrative per le persone di origine straniera.

La raccolta proseguirà nei prossimi giorni con tanti appuntamenti locali e nazionali: l’obiettivo è  raggiungere nei prossimi sei mesi le 50.000 firme necessarie per ciascuna delle due proposte di legge.

Banchetti saranno allestiti il 25 settembre, in occasione della Marcia della Pace, ai punti di partenza dei pullman che raggiungeranno Perugia, mentre lungo il percorso del corteo verranno allestiti dei punti informativi.

Sabato 1 ottobre i promotori hanno previsto una giornata nazionale di raccolta firme. Banchetti verranno allestiti in decine di città. L’elenco degli appuntamenti sarà pubblicato sul sito www.litaliasonoanchio.it.

La campagna L’Italia sono anch’io è promossa da 19 organizzazioni della società civile (Acli, Arci, Asgi-Associazione studi giuridici sull’immigrazione, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cnca-Coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza,  Comitato 1° Marzo, Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, Emmaus Italia, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia, Rete G2 – Seconde Generazioni, Sei Ugl, Tavola della Pace, Terra del Fuoco) e dall’editore Carlo  Feltrinelli. Presidente del Comitato promotore è  il Sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio.

Fonte: www.migrantesonline.it settembre 2011

 

Diritto all'assistenza sanitaria per i cittadini stranieri

 e modalità di accesso

Fonte: www.comune.torino.it 23 agosto 2011
Venerdì 15 Luglio presso il Polo della Salute in via San Marino 4 a Torino si è tenuto l’incontro formativo “Diritto all’assistenza sanitaria per i cittadini stranieri e modalità di accesso”. Un momento dedicato ad analizzare le difficoltà che i cittadini stranieri, soprattutto non regolari, riscontrano nell’accesso all’assistenza medica. Hanno partecipato all’incontro: Piergiorgio Maggiorotti del gruppo di coordinamento dei centri ISI, Margherita Busso infettivologa presso l’Amedeo di Savoia, Luisa Mondo specialista in Igiene e Medicina Preventiva, epidemiologia, Luca Fossarello, sociologo ed Estela Robledo, in qualità di moderatrice ed operatrice dello Sportello Prisma per la relazioni di aiuto.Ad introdurre il dibattito, Estela Robledo che fa parte del Progetto Prisma, all’interno della rete del GrIS (Gruppo di immigrazione e Salute). Il punto di vista di Estela è quello di una persona che non si occupa di medicina, ma di tematiche sociali. Il suo, però, è un punto di vista condiviso anche da chi normalmente lavora in ambito sanitario, come la Dottoressa Luisa Mondo, epidemiologa, e la Dottoressa Margherita Busso, infettivologa, che sono intervenute nel corso del convegno, dando il loro contributo ai temi trattati. “Bisogna conoscere il GrIS e farlo conoscere – ha sostenuto Luisa Mondo – perché non ha mai lasciato nessuno senza risposta”.

Il GrIS è un’unità territoriale della SIMM (Società Italiana Medicina delle Migrazioni), ed è nato per favorire la conoscenza e la collaborazione tra coloro – in ambito istituzionale e di volontariato – che si impegnano per assicurare diritto, accesso e fruibilità all’assistenza sanitaria degli immigrati. E naturalmente ad impegnarsi per assicurare un’adeguata assistenza sanitaria ai cittadini stranieri ci sono i Centri I.S.I. Lo hanno ribadito Luisa Mondo e Margherita Busso. Quest’ultima ha posto l’accento sull’importanza dell’opera di prevenzione. “Quanto costa prevenire un tumore e quanto costa curarlo?” È importante abbattere il muro che c’è tra gli immigrati e le strutture sanitarie. Se il figlio di un immigrato nasce con una malattia, a causa dei tanti problemi che i Centri I.S.I. si impegnano a risolvere, e decide di rimanere in Italia, prima o poi il medico dovrà farsene carico.

Ha preso parte al convegno, infine, Luca Fossarello, ricercatore, sociologo, che ha invitato a riflettere sull’effettiva parità di diritti dei cittadini stranieri rispetto ai cittadini italiani.

Dall’incontro è emerso quanto oggi sia importante le figura del mediatore, indispensabile nei rapporti di comunicazione e mediazione fra le comunità straniere e gli operatori sociali e i medici. Inoltre, sul territorio piemontese per usufruire delle prestazioni sanitarie, i cittadini stranieri oltre a fare riferimento alle strutture sanitarie alle quali si rivolgono i cittadini italiani  hanno a disposizione i Centri ISI (Informa Salute Immigrati). I centri ISI, oltre alla prestazione di cure ambulatoriali ed ospedaliere, svolgono anche attività di informazione ed educazione sanitaria. Sul territorio torinese i centri ISI sono 3, a livello regionale i centri sono 13 distribuiti in 36 punti.

Un argomento molto delicato, a cui si è dedicato parte dell’incontro è l’introduzione  del ticket di 25 euro sui codici bianchi al Pronto Soccorso. Questa nuova introduzione, con conseguente registrazione e “schedazione” di chi usufruisce del servizio rischia di allontanare gli stranieri, soprattutto non regolari, dal pronto soccorso. Questo ticket oltre ad essere un peso non irrilevante anche per i cittadini italiani, soprattutto anziani o disoccupati che a stento arrivano a fine mese, è una paura in più per chi ha già difficoltà ad accedere all’assistenza medica. La salute rischia di passare al secondo posto e le cure alternative messe in atto all’interno delle comunità, senza formazione professionale, rischiano di peggiorare la situazione.

Le barriere all’accesso e ai servizi sono dunque di tre tipi; barriere di tipo burocratico con iter lunghissimi, barriere culturali causate da pregiudizi, ed infine barriere di tipo comunicativo, a cui i mediatori cercano di porre rimedio.

Per informazioni è possibile visitare il sito della SIMM http://www.simmweb.it/index.php?id=296&no_cache=1

o scrivere all’indirizzo e- mail:  gris.piemonte@simmweb.it

Per Volonwrite Stefania Granata e Lucia Franco

 

Ancora e sempre: no alla guerra !

 

Comunicato dell'Associazione per la Pace

L’operazione “Odissea all’alba” è cominciata, con le solite litanie sulla necessità degli attacchi aerei per difendere la popolazione civile dagli attacchi delle forze mercenarie e non solo, del colonnello Gheddafi.
Lo hanno deciso a Parigi, e il governo italiano ed opposizione che insieme, a parte alcune lodevoli eccezioni, avevano votato a favore del Trattato di partenariato con la Libia, hanno aderito ed offerto piena disponibilità. Intanto quello che vediamo sono enormi file di popolazione civile che se ne va anche da Bengasi per paura dei bombardamenti, non solo quelli di Gheddafi ma anche delle forze autorizzate dalle Nazioni Unite.

Ad operazione terminata e successivamente  nella transizione, vedremo quanti civili per “effetti collaterali” saranno stati uccisi e quanti ne moriranno dopo per azioni terroriste.

Abbiamo già visto i risultati degli interventi militari e le menzogne che ci sono state raccontate sull’ Iraq e l’ Afghanistan, migliaia e migliaia di  civili uccisi e dopo tanti anni, la pace e la giustizia non stanno certo di casa in quei paesi. Lo ripetono le organizzazioni democratiche afghane: “Con il costo di un giorno di guerra, avremmo potuto costruire tutte le scuole e tutti gli ospedali di cui abbiamo bisogno ed uscire dal sottosviluppo”. Noi dell’Associazione per la Pace continuiamo a dire che la guerra non si deve fare e che si può evitare se si mettono in gioco tutte le capacità di pressione diplomatica.

La strada che noi indichiamo non è stata ancora praticata perché i nostri governi hanno sempre scelto la guerra.  
In questo senso ci auguriamo che l’ Unione Africana, che non ha partecipato al summit di Parigi, possa svolgere un ruolo determinante nei colloqui che avrà con le parti libiche in conflitto perché via sia un cessate il fuoco immediato  rispettato da tutte le parti.

In Libia la situazione non è come in Egitto e Tunisia, dove la rivolta di un intera popolazione si è manifestata in modo pacifico e nonviolento per liberarsi da un regime dittatoriale,  ma vi è anche una rivolta armata  e scontro  fra i diversi settori del potere libico.
Anchese  in Barhein, nello Yemen ed in Palestina si uccidono persone che manifestano in modo pacifico e nonviolento,  nessun governo occidentale chiede interventi per proteggere la popolazione civile. Ma nel Barhein vi è una base militare USA e allora là possono anche intervenire le truppe dell'Arabia Saudita, noto paese dove vige la più ampia "democrazia" e Israele, che solo con i bombardamenti su Gaza uccide 1400 persone, è un alleato che non si può toccare.  

Dire questo non diminuisce minimamente il fatto che Gheddafi  sia un dittatore che deve andarsene e che il nostro sostegno al popolo libico perché possa vivere in libertà sia indispensabile. Ci auguriamo che non vi siano però vendette e che non succeda a Gheddafi quello che è successo a Saddam Hussein, perché crediamo nella giustizia e nella legalità e siamo sempre contro la pena di morte.

Ci dicono che siamo “anime belle” ed irresponsabili. 

Noi consideriamo irresponsabile chi invece di aiutare forze democratiche a crescere porta solo bombe in nome della difesa dei dritti umani e invece di difendere i diritti umani per tutte e tutti difende i propri interessi, siano essi economici o geopolitici, e mentre parte con dispiego di aerei e missili per difendere diritti umani calpestati, respinge dalle sue coste popolazioni civili in fuga dalla povertà, dalle dittature e dalle guerre.

Mobilitiamoci per affermare il nostro no alla guerra, il nostro sì alla pace con giustizia.

Mettiamo le bandiere della pace ai nostri balconi e alle nostre finestre.

Aiutiamo i profughi e le forze democratiche in Libia

Associazione per la Pace

www.assopace.org

Info:
Luisa Morgantini, Portavoce Associazione per la Pace
luisamorgantini@gmail.com

 

 L'8 aprile Giornata internazionale della nazione rom

 

Fonte: www.immigrazioneoggi.it
Per l’Associazione Italiana Zingari Oggi si tratta di “un importante passo avanti verso il riconoscimento dei diritti e l’integrazione dei rom”.

Il Consiglio comunale di Torino ha approvato, a larga maggioranza, una mozione in cui riconosce l’8 aprile come Giornata internazionale della nazione rom. A darne notizia, “rallegrandosi” per la decisione, è stata l’AIZO, Associazione Italiana Zingari Oggi.
In una nota, l’organizzazione ricorda che in tutto il mondo, in tale giornata, viene celebrato il Romano Dives, in occorrenza dell’anniversario del primo Congresso internazionale del popolo rom, riunitosi a Londra l’8 aprile del 1971 e da cui si è costituita la Romani Union, la prima organizzazione internazionale rom riconosciuta dall’Onu nel 1979.
Per AIZO la mozione è un importante passo avanti verso il riconoscimento dei diritti e l’integrazione di rom e sinti presenti sul territorio torinese. L’associazione, inoltre, si augura che i propositi del Comune non rimangano solo sulla carta scritta ma che effettivamente l’8 aprile si trasformi in un’occasione per avvicinare maggiormente la cittadinanza alla storia e alla cultura rom, favorendo un incontro reciproco. 20 marzo 2011

 

Sbarchi, Save the Children, identificare i minori, una corsa contro il tempo

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Fonte: www.redattoresociale.it 15 febbraio
S
ono almeno 200 quelli già intercettati tra le migliaia di migranti giunti sull’isola tra il 10 febbraio e oggi. L’obiettivo: garantire accoglienza e presa in carico
ROMA – Oggi nel centro di Lampedusa, il team di Save the Children ha identificato altri 40 minori, di cui 20 sono già partiti verso Porto Empedocle. Circa altri 10 minori sono presenti sull’Isola. Altri 100 minori erano già stati intercettati da Save the Children sull’isola, trasferiti in Sicilia lo scorso giovedì e venerdì e collocati nelle comunità per minori. Inoltre, almeno altri 16 presunti minori sono attualmente presenti nei centri per migranti di Caltanisetta, Trapani e Pozzallo, in attesa di essere identificati formalmente.

In Puglia il team di Save the Children ha incontrato quasi 30 minori arrivati a Bari con il ponte aereo organizzato negli scorsi giorni, ma ritiene che molti siano i presunti minori presenti ad oggi nei Centri di Brindisi e Foggia che verranno visitati con urgenza dagli operatori dell’organizzazione. I team di Save the Children presenti a Lampedusa, Sicilia e Puglia stanno operando in emergenza per intercettare i presunti minori e garantire loro supporto. “E’ una corsa contro il tempo. E’ fondamentale riconoscere i minori non accompagnati e collocarli in comunità per minori del territorio il prima possibile o, perlomeno, all’interno dei Centri per migranti su tutto il territorio, garantire che trovino alloggio temporaneo in strutture separate dagli adulti. Da Lampedusa è altrettanto importante che venga data priorità al loro trasferimento verso il territorio nazionale” dice Carlotta Bellini, responsabile protezione dei minori di Save the Children.

Save the Children sottolinea la necessità di assicurare il rispetto di standard di protezione e di accoglienza per i migranti e, in particolare, per i minori presenti nelle aree di sbarco e nei Centri di prima accoglienza e di attivare tutta la rete dei servizi di pronta accoglienza per i minori, per assicurare la loro immediata presa in carico. Save the Children è attualmente presente sull’isola di Lampedusa, in Puglia e in Sicilia nell’ambito del progetto Praesidium del Ministero dell’Interno, in coordinamento con le organizzazioni partner del progetto, Unhcr e Oim, in un’ottica di supporto alla pianificazione di un’efficace risposta alla crisi umanitaria in corso.

 

 

Rosarno, i migranti tornano in piazza

 



 

Prima a Rosarno e poi a Reggio Calabria, in centinaia hanno manifestato per sollecitare condizioni di vita dignitose e un lavoro onesto che sfugga al controllo dei caporali, spesso immigrati Rosarno, i migranti tornano in piazzastessi, che non di rado rispondono alla 'ndrangheta.
Una richiesta partita da Rosarno, dove, sin dalle prime ore della mattina, centinaia di africani si sono radunati nella piazza intitolata a Giuseppe Valarioti, segretario della locale sezione del Pci, ucciso dalla 'ndrangheta nel 1980. Tanti i 'neri', ma assenti i bianchi. Ad eccezione di una rappresentanza del liceo scientifico, gli abitanti di Rosarno assistono al corteo senza parteciparvi. Neanche quando i migranti si fermano davanti alla casa di Valarioti ed incontrano l'anziana madre dell'esponente comunista posando per una foto con lei che risponde agli applausi sussurrando 'non dovete ringraziarmi, siamo tutti uguali'.
Chi dai balconi delle case, chi stando davanti ai negozi, i rosarnesi vedono sfilare la manifestazione in silenzio. Solo un uomo sulla cinquantina, rivolto ai sindacalisti della Cgil, promotori dell'iniziativa insieme alla rete Radici, esclama: 'siete la rovina dell'Italia. Non siamo razzisti. Qui facciamo la fame anche noi'.
Una voce isolata che pero' tradisce quella che e' la situazione di questo lembo di Calabria, attanagliato dalla crisi del settore agrumicolo che colpisce non solo i lavoratori stagionali, ma anche i coltivatori. Non e' un caso che alcuni migranti lavorino appena due volte la settimana, con una paga di poco superiore ai 20 euro giornalieri.
Ed e' anche per sollecitare una soluzione a questo problema che in contemporanea alle iniziative calabresi, la protesta si svolge anche a Roma, davanti al ministero dell'Agricoltura, al grido di 'basta lavoro in nero', 'non vogliamo essere clandestini'. Una delegazione viene ricevuta da un funzionario, mentre il ministro Giancarlo Galan commenta: 'e' indispensabile compiere per davvero un'opera di pulizia politica ed etica contro il lavoro nero, contro il persistente fenomeno del caporalato, contro chiunque sfrutti uomini e donne che spesso si trovano a vivere e a lavorare nel nostro Paese indifesi contro tutti e contro tutto'.
E di queste persone, a Rosarno, ce ne sono tante. E quello che chiedono in coro e' la possibilita' di avere il permesso di soggiorno. Molti di loro, infatti, sono richiedenti asilo. Cio', spiegano alla rete Radici, significa che possono stare in Italia ma non hanno i documenti per trovare lavoro o una casa in affitto. E poi, aggiunge il segretario generale della Cgil Calabrese, Sergio Genco, c'e' il problema della lentezza burocratica nel rilascio dei documenti. 'Alcuni di questi ragazzi - spiega - attendono da 12 mesi'.
Richiesta che una delegazione di migranti, accompagnata dai sindacalisti e dalle associazioni, ribadisce al vice prefetto di Reggio Calabria, dove la protesta si sposta in tarda mattinata.
Accompagnata da un'altra sollecitazione: l'apertura di un tavolo regionale di concertazione su tutti i problemi connessi all'agricoltura. Per liberare i migranti dalla morsa dei caporali, assicuragli un lavoro e dare loro la possibilita' di una sistemazione dignitosa, spiegono i partecipanti all'incontro, e' necessario un piano che rilanci il settore agrumicolo della piana di Gioia Tauro. Solo cosi' gli imprenditori torneranno a trovare conveniente raccogliere il prodotto che adesso viene lasciato a marcire perche' pagato appena cinque centesimi al chilo.
Ma per i migranti, quella di oggi non e' solo una giornata di rivendicazione. E' anche l'occasione di incontri insperati. Come quello avuto da due ragazzi, uno del Burkina Faso ed uno della Nigeria, con un loro conterraneo certamente piu' fortunato, il difensore nigeriano della Reggina Calcio Daniel Adejo e con l'allenatore degli amaranto Gianluca Atzori, che regalano loro una maglietta da gioco con la scritta 'rete Radici 2011'.
L'integrazione, e' la convinzione della societa', passa anche dallo sport. E domani una delegazione di migranti di Rosarno sara' sugli spalti dello stadio Granillo, ospiti della Reggina, per assistere alla partita col Sassuolo e fare il tifo per il loro 'fratello' piu' famoso.
 (Ansa 7 gennaio 2011)

 

L'Italia non è un paese per rifugiati

 

 

di Carlo Ruggiero

Non è un paese per rifugiati (foto di Attilio Cristini) (immagini di di Attilio Cristini)

I dati dell'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, parlano chiaro: l'Italia non è un paese per rifugiati. E non solo per le terribili condizioni di vita in cui molto spesso profughi e richiedenti asilo sono costretti a vivere nel nostro paese (condizioni che rassegna.it ha testimoniato, sia per quanto riguarda i somali dell'ex ambasciata di Roma, sia per quanto riguarda gli afghani del quartiere Ostiense). Ma soprattutto perché il nostro paese sembra aver deciso di abdicare ai suoi doveri internazionali, almeno per quanto riguarda i forzati della migrazione. 

Secondo l'agenzia Onu, infatti, mentre il numero delle richieste di asilo politico risulta in sensibile aumento a livello globale, le richieste pervenute allo Stato italiano sono clamorosamente crollate, diminuendo di più del 42 per cento tra il 2008 e il 2009. Scorrendo i dati dell'Alto commissariato, si scopre così che le persone costrette alla migrazione involontaria sono state più di 43 milioni nel 2009. L’Unhcr ha addirittura registrato nel corso dello scorso anno il numero più alto di migranti dalla metà degli anni 1990. 

Rispetto al 2008, l’universo dei migranti involontari è poi aumentato del 3 per cento a livello globale. Tra questi, il numero complessivo dei richiedenti asilo è cresciuto rispetto all’anno precedente di oltre 150mila unità (da 827.323 a 983mila), dando continuità ad un trend che da un triennio caratterizza questo segmento.

Nel nostro paese, invece, si registra una tendenza esattamente opposta. I rifugiati in Italia, alla fine del 2009, erano circa 55mila, mentre il numero delle nuove istanze di asilo presentate alle Commissioni territoriali sono state 17.603, quasi la metà in meno rispetto al 2008 (-42,3 per cento). 

Cos'è successo, allora? Ebbene, il crollo delle cifre è sostanzialmente iniziato con l'approvazione da parte del Parlamento, nel febbraio 2009, della ratifica del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” con la Libia, che ha sdoganato i respingimenti in mare di tutti i migranti, profughi o meno senza distinzione di sorta. Il controllo alle frontiere libiche, infatti, ha di fatto compromesso il rispetto del principio di “non respingimento” e la concreta possibilità, per ogni richiedente asilo di avanzare la propria domanda. In sostanza, i probabili rifugiati politici non fanno richiesta di asilo, perché vengono respinti prima di avere la possibilità di presentare una domanda.

La stessa tendenza, tra l'altro, si riflette sui dati relativi ai primi 6 mesi dell’anno in corso. Le domande di protezione internazionale presentate in Italia fino a giugno 2010, sono state solamente 6.163, ovvero circa la metà di quelle presentate al settembre del 2009 (12.857). 

"Il crollo delle domande non è certo dovuto al fatto che non ci sono più richiedenti asilo – conferma Gianfranco Schiavone, consigliere nazionale dell'Asgi, l'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione – lo dimostra il fatto che il dato è in aumento in tutto il mondo, e specialmente nel Nord Europa". II problema – afferma il giurista - è che a causa dei respingimenti ci sono migliaia di richiedenti asilo che non riescono più a raggiungere l'Italia e vengono tenuti lontano da un loro diritto". "Questo è uno scandalo nazionale" – conclude. 

A riprova di questa tesi, in effetti, c'è il fatto che rispetto al 2008 sono significativamente diminuite le istanze avanzate dai migranti in fuga dall’Afghanistan e dall’Africa, ed in particolare coloro che provengono dalla Nigeria, Somalia, Eritrea, Costa d’Avorio e Ghana, mentre al contrario sono lievemente aumentate quelle dei cittadini del Bangladesh. Quest'ultimi, infatti, seguono rotte diverse che non li costringono a passare dalla Libia. 

Così, se alla fine del decennio scorso, la maggior parte delle domande di asilo erano presentate da cittadini provenienti dalla ex-Jugoslavia o curdi provenienti dall’Iraq e dalla Turchia, che giungevano via mare in Puglia e in Calabria, o via terra attraverso il confine italo-sloveno, nell’ultimo biennio la maggior parte delle istanze è stata avanzata da cittadini in fuga dall’Africa e dall’Asia. Ora anche a questi disperati non è più permesso arrivare sulle coste italiane per chiedere rifugio.

Non è un caso se recentemente l’Unhcr abbia affidato ad una nota ufficiale un allarme. L'agenzia Onu afferma infatti di "riconoscere la necessità della gestione delle frontiere, ma questo non può prescindere dalla protezione dei rifugiati". "Le politiche di controllo dei confini che bloccano indiscriminatamente gli arrivi - si legge - non fanno che spingere i richiedenti asilo a percorrere vie ancora più rischiose e disperate per cercare salvezza. Questa è la ragione per la quale oggi sempre più richiedenti asilo si trovano nelle mani dei trafficanti". (www.rassegna.it 30 dicembre 2010)
 


 

"Voi neri non salite sul treno"

 

fonte: immigrazione.aduc.it 23 novembre 2010


E’ costata una condanna (patteggiata) a quattro mesi di reclusione la frase razzista rivolta ad alcuni immigrati da un capotreno delle Ferrovie dello Stato: ‘buttate fuori questi neri qua, altrimenti non faccio partire il treno’. Un’offesa che l’uomo, un 56enne originario di Catania ma residente a Verona, aveva rivolto a due passeggeri nigeriani, saliti alla stazione di Padova, e alla fine costretti a scendere dal convoglio. La vicenda risale al novembre 2009.

Il capotreno – riferiscono i quotidiani locali – era stato per questo denunciato per discriminazione a sfondo razziale. Erano stati i due nigeriani a segnalare l’episodio alal polizia ferroviaria.
L’uomo, guiudicato dal gip di Padova, ha ottenuto la sospensione della pena. I due immigrati, stipati con altri passeggeri nel treno regionale Brescia-Padova, avevano entrambi il biglietto, regolamerte vidimato. L’aggressione verbale da parte del funzionario delle Ferrovie sarebbe stata del tutto immotivata. ‘Voi neri non salite sul treno – sono le frasi attribuite al capotreno – non salite sul treno’.

 

 

Prodotti autoctoni, manodopera immigrata

 

Fonte: www.cinformi.it
I lavoratori immigrati sono strutturali e determinanti per l’economia agricola del Paese
Nelle stalle dove si munge il latte per il Parmigiano reggiano quasi un lavoratore su tre è indiano, mentre in Abruzzo il 90 per cento dei pastori è macedone. Ma i lavoratori immigrati sono fra i protagonisti anche della raccolta delle mele della Val di Non, nella produzione del prosciutto di Parma, della mozzarella di bufala o nella raccolta delle uve destinate al Brunello di Montalcino. 
E’ quanto afferma la Coldiretti, che ha collaborato alla realizzazione del rapporto annuale sull’immigrazione della Caritas Italiana e della Fondazione Migrantes, nel sottolineare che in agricoltura si rileva la presenza di circa 95mila rapporti di lavoro con cittadini non comunitari. Le nazionalità maggiormente rappresentate – sottolinea la Coldiretti – sono quella albanese, marocchina, indiana e tunisina che, complessivamente, raggiungono oltre il 50 per cento del totale dei rapporti instaurati. Sono molti i “distretti agricoli” – aggiunge la Coldiretti – dove i lavoratori immigrati sono una componente bene integrata nel tessuto economico e sociale, come nel caso della raccolta delle fragole nel veronese, della preparazione delle barbatelle in Friuli, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva in Piemonte fino agli allevamenti in Lombardia. I lavoratori stranieri – conclude la Coldiretti – contribuiscono in modo strutturale e determinante all’economia agricola del Paese e rappresentano una componente indispensabile per garantire i primati del Made in Italy alimentare nel mondo.11 novembre 2010

 

A Torino un bambino su 4 è straniero

 

 

Fonte: www3.lastampa.it
In Piemonte gli immigrati residenti sono oltre 350mila

Torino: Più di un bambino su quattro (26,4%), nella fascia d’età fino a quattro anni, a Torino è straniero, la percentuale è del 19,4% per quelli da 5 a 9 anni. I dati sono stati diffusi oggi dall’Osservatorio interistituzionale sugli stranieri, coordinato dalla Prefettura di Torino. I cittadini provenienti da altre nazioni residenti in Piemonte a fine 2009 hanno raggiunto quota 351.112, 40.569 in più dell’anno precedente e un’incidenza sulla popolazione totale che ha raggiunto il 7,9%.

Al primo posto per nazionalità di provenienza, sulle 140 etnie rilevate, si confermano ancora i romeni, che in provincia di Torino hanno superato le 23 mila presenze e rappresentano il 54% del totale degli immigrati, distaccando notevolmente i marocchini in seconda posizione (4.700), gli albanesi in terza (3.000) e i moldavi (900).

Nel 2009 gli stranieri che risiedono nel torinese sono 185 mila e rappresentano l’8% della popolazione, con un aumento di 20 mila unità rispetto all’anno precedente. Nonostante il fenomeno migratorio riguardi ormai tutti i 315 comuni della provincia di Torino, il 50% degli stranieri risiede in centri con più di 10 mila abitanti. Nel capoluogo sono 115.800, pari a una percentuale del 12,6% della popolazione complessiva (che arriva a 910 mila abitanti) e un incremento di 11.789 unità nel confronto con il 2008. Anche a Torino sono i romeni a confermarsi primi per nazionalità di provenienza: sono complessivamente 51.215, sono cresciuti del 7,2% in un anno e rappresentano il 91,5% degli stranieri che provengono dall’Ue e il 41,2% di tutti gli abitanti provenienti dall’estero.

A Torino è cambiata intanto la composizione della popolazione nelle fasce di età più basse: sono stranieri il 17% dei ragazzi da 15 a 19 anni e il 24,7% dei giovani tra 20 e 24 anni. Di rilievo anche la presenza degli stranieri nelle fasce attive della popolazione torinese: sono il 29,6% nella classe 25-29 anni e il 27,7% in quella 30-34 anni.

 

 

Il fallimento di un decennio di politiche sull'immigrazione

 

Fonte: www.meltingpot.org
Dal Veneto alla Calabria, da Latina al casertano la fotografia dell’attualità

Il Prefetto di Roma visita un CIE e ne esce “provato”. Si lascia sfuggire alcune parole non di poco peso:”Ponte Galeria non rispetta la dignità umana” bisogna c
hiuderlo dice. Per la verità il problema di Giuseppe Pecoraro è quello di risolvere un nodo che in questi anni, con diverse intensità, ha messo sotto processo i CIE (un tempo Cpt) italiani.Ovviamente non tanto per riconoscere l’ingiustizia della detenzione a cui sono sottoposti alcuni essere umani per il solo fatto di non possedere un permesso di soggiorno, il problema del Prefetto, come quello di molti altri, è quello di poter rinchiudere i migranti senza che su questa questione vi siano contestazioni, scandali e tensioni ingestibili prodotte dalle vergognose condizioni di vita a cui sono sottoposti i detenuti dei centri. Non serviva però la visita del prefetto romano per scoprire che i CIE fanno schifo. Numerosi, ormai innumerevoli, rapporti e documenti lo avevano più volte ribadito. Più o meno nelle stesse ore, qua e là, sparsi per la nostra penisola, possiamo registrare alcuni altri spunti che possono aiutarci a fare un po’ il punto della situazione. Nessun bilancio ovvio, questo è semmai il tempo di guardare l’orizzonte di fronte a noi.

Le coste del Sud, o meglio, con lo sbarco di Latina, del centro-sud, ci dimostrano come le rotte dei profughi in fuga si ridisegnino anche di fronte alla più grande e spettacolare operazione di violenza che i nostri mari abbiano mai ospitato (c’è da risalire alle guerre puniche). All’estremo Nord Est intanto riprende l’ormai caratteristico e francamente un po’ patetico leit motiv della politica immigrazione-sicurezza. A Padova, due omicidi di cittadini stranieri hanno scatenato una nuova operazione spettacolare di Polizia e Carabinieri in città. Controlli a tappeto, posti di blocco. Vecchia ricetta.

E’ curioso che quando gli omicidi avvengono tra autoctoni (familiari delle vittime o non) si interroghino psichiatri, sociologi ed educatori, mentre quando la violenza ha un “colore” diverso, si punta il dito sulla clandestinità, sull’immigrazione, sulla sicurezza.
Gli omicidi sono maturati all’interno di ambienti clandestini dicono le autorità impegnate nella ricerca degli assassini, salvo poi scoprire che uno dei ricercati aveva l’obbligo di firma due volte al giorno presso il posto di Polizia locale. Si tratta di un problema legato alla presenza o meno del titolo di soggiorno questo?
Intanto anche il governatore del Veneto Zaia ci mette del suo: “chi assiste i clandestini compie un reato”. Piccoli grandi abbozzi di campagna elettorale insomma.
Ma il segnale è chiaro. Sulla clandestinità, senza questa volta interrogare sociologi, psichiatri o pedagogisti, e neppure interrogandosi sull’impianto della normativa sull’immigrazione, si gioca la guerra della politica contro i migranti, ovviamente travolgendoli tutti.
Eppure nell’ultimo decennio la sicurezza è stata al centro dell’azione politica dei diversi governi che si sono succeduti. Insieme ad essa l’equazione criminalità-immigrazione ha dominato il dibattito pubblico. Intanto i quartieri esplodono, la violenza si consuma, fuori e dentro le mura domestiche, fuori e dentro gli ambienti dell’”immigrazione”.
Forse qualcosina nella capacità di costruire una nuova cittadinanza comune è andato storto?

Intanto nel casertano però i braccianti agricoli ed edili che la politica dopo gli scandali di Rosarno sembra ricordare solo quando è il momento delle retate, organizzano il primo sciopero delle rotonde. Non si lavora a meno di 50 euro.

I movimenti nel mentre si preparano. Il 14 e 15 ottobre saranno a Roma per un presidio sotto il Viminale, e poi il 16 per dare vita al grande corteo contro la crisi, tutti uniti. Per un nuovo orizzonte di movimento, per i diritti dei migranti e non, in questo paese.

 

 

 

Clandestino Day, a Bologna in Via del Pratello

 

 

Fonte: www.redattoresociale.it
Venerdì 24, per la giornata indetta da Carta, le associazioni che lavorano con gli immigrati si incontrano in una delle strade più simboliche della città. In programma dibattiti e la proiezione del documentario “In betweeen”

BOLOGNA – Anche quest’anno Bologna partecipa alla seconda edizione di Clandestino Day, evento a carattere nazionale di riflessione e integrazione proposto dal settimanale Carta che, nella sua prima edizione, aveva unito 60 città e 500 organizzazioni.
 
I motivi e le modalità che portarono alla sua riuscita sono ancora validi. L’edizione 2010 riporta l’attenzione sugli avvenimenti degli ultimi 12 mesi: la rivolta di Rosarno, le ribellioni nei Centri di identificazione ed espulsione, la legge Bossi-fini e il permesso di soggiorno vincolato al contratto di lavoro.

Bologna ha scelto come slogan della giornata “Noi non respingiamo!” e come luogo via del Pratello, strada centrale della città, nota per il suo essere multietnica. L’appuntamento è per le 19 nella Sala Walter Benjamin con approfondimenti e dibattiti organizzati dalle associazioni che lavorano con i migranti e difendono i loro diritti. Il momento più importante della serata sarà la proiezione del documentario “In between – nove sguardi sulla scena europea”. La serata si concluderà in musica con Tam Tam Clandestino – percussioni dall’Africa dell’Ovest.00

Il documentario racconta l’esperienza di alcuni giovani, figli di migranti che vivono in 9 città di 6 diversi Paesi europei. Nonostante le diversità tutti i protagonisti del video si raccontano in una situazione che li accomuna: sono tutte persone che si trovano nel mezzo, portatori di un’identità di confine che li colloca a metà tra il Paese da cui provengono i loro genitori o parenti e quello in cui vivono e in cui, comunque, continuano a essere riconosciuti solo a partire dalla loro provenienza. “Mentre i miei genitori hanno dovuto lottare per avere un posto di lavoro qui, noi dobbiamo lottare per vivere qui” dice uno dei protagonisti. “In between” è un’occasione per tentare di superare gli stereotipi sull’immigrazione, uno strumento utile anche per ripensare i linguaggi di chi si oppone al razzismo. (vincenzo bottiglioni)

 

Lampedusa. Il sindaco  "distruggere le barche dgli immigrati"

Associazioni furiose

 

 

 

fonte: www.redattoresociale.it 1 settembre 2010
Nell’isola, accanto alla discarica comunale, le decine di imbarcazioni rinvenute negli anni sono ammassate alla rinfusa. Dentro ci sono ancora vestiti, coperte e materassi. Per il primo cittadino è tempo di smantellare tutto
Lampedusa, vestiti, coperte e materassi contenuti nelle barche degli immigrati
LAMPEDUSA (AG) – “Le barche degli immigrati saranno distrutte entro breve”. Il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis (Mpa), annuncia che le imbarcazioni dei migranti rinvenute nel’isola – e attualmente depositate accanto alla discarica comunale – saranno prelevate da una ditta specializzata che, dopo averle trasferite fuori dall’isola, provvederà al loro smantellamento.
Una decisione che fa infuriare l’associazionismo locale e, per certi aspetti, rischia di cancellare la memoria, quella con la ‘M’ maiuscola, quella degli immigrati affondati tra le onde del Mediterraneo, il ricordo dei quali sopravvive anche grazie alle tante barche ritrovate nel corso degli ultimi anni a ridosso della costa lampedusana. Il sindaco promette che “un paio di barche saranno salvate ed esposte come monumento ai caduti”. Una quantità minima, forse insufficiente per rievocare il “colossale sterminio” del Mediterraneo.

Oggi le barche sono tutte ammassate accanto alla discarica comunale. E’ un luogo spettrale, situato al centro dell’isola, a poche decine di metri dal Cie, oggi praticamente inattivo visto il drastico calo degli sbarchi. Le spiagge dei turisti sono lontane, così come i centri abitati. Intorno alle barche soltanto silenzio. Ce ne sono di ogni tipo. La più grande è lunga almeno venti metri, alta otto. Domina la visuale. E’ adagiata su un fianco, come fosse incagliata in fondo al mare. Probabilmente i pescatori isolani l’hanno ritrovata così. La sua pancia, sventrata, evoca miserabili tragedie. Dentro, sopravvivono brandelli di umanità: un paio di pantaloni accartocciati, due coperte sdrucite e sfilacciate, un materasso senza colore, un succo di frutta con scritte arabe. Accanto a questa, tante altre decine. Tutte insieme, formano delle vere e proprie montagne di legno. Molte hanno ancora le scritte arabe dipinte esternamente. Poco distanti dalle barche, giacciono l’uno sull’altro decine di materassi ingialliti dal sole e dal passare delle stagioni. Erano i letti dei migranti in marcia verso l’Europa: alcuni piccoli e stretti, altri di taglia matrimoniale. (js)

 

In Basilicata un'altra Rosarno

 

Fonte: www.redattoresociale.it
Emergenza umanitaria per un migliaio di africani che tra agosto e settembre raccolgono i pomodori e si rifugiano in un’ex fabbrica abbandonata simile alla famigerata “Cartiera” della Piana di Gioia Tauro
ROMA – Un’emergenza umanitaria come quella di Rosarno. E’ nel cuore della Basilicata, a Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, che da oltre dieci anni, un ex capannone industriale è diventato il rifugio di oltre mille braccianti agricoli africani.
A lanciare l’allarme sono stati alcuni giornali e attivisti locali. Palazzo San Gervasio è la tappa intermedia tra le raccolte stagionali del foggiano e quella delle arance a ottobre nella Piana di Gioia Tauro. Tra agosto e settembre la produzione di pomodori e ortaggi richiede braccia da impiegare nei campi lucani. Arrivano così lavoratori magrebini e dell’Africa subsahariana, ma anche braccianti europei, romeni e bulgari. Questi ultimi riescono a prendere case in affitto, seppur in condizioni di sovraffollamento, e a percepire una paga che si aggira sui 35 euro a giornata. Per gli africani il guadagno è più misero, intorno ai 20 euro al giorno e le condizioni abitative molto precarie. Nell’ex fabbrica in disuso c’è carenza di servizi igienici e di condizioni sanitarie adeguate per accogliere un numero così vasto di braccianti. Il fenomeno è monitorato da volontari di associazioni locali.
Anche a Palazzo San Gervasio come a Rosarno, si ripetono i meccanismi dello sfruttamento di manodopera immigrata. I piccoli proprietari terrieri non contattano direttamente i lavoratori, si rivolgono a dei ‘mediatori’ che forniscono la squadra di lavoro. Una situazione che dà origine al caporalato. In questo caso i caporali sono spesso stranieri e intascano circa 10 euro della paga giornaliera del bracciante. 30 luglio 2010

 

L'estate torrida dei Cie italiani

 

fonte: www.meltingpot.org
Rivolte, scioperi, violenze aggravate dai sei mesi di trattenimento

Che “ospiti” ingrati quelli dei Cie italiani.
Il Governo ha prolungato la loro possibile permanenza nei Cie fino a sei mesi perchè loro non collaborano a farsi espellere verso i paesi da cui sono partiti (o altri come è avvenuto in passato) e loro tentano di scappare. I sei mesi di trattenimento nei Cie, così come prolungati dal pacchetto sicurezza, cominciano a far sentire i loro effetti più dirompenti proprio da dentro l’inferno dei centri.

Maroni, che aveva previsto di trattenere più a lungo i reclusi, proprio per permetterne “di realizzare veramente le espulsioni”, diceva, si è visto costretto negli scorsi giorni, alla scadenza dei 6 mesi di proroghe per molti dei trattenuti, una operazione estesa di espulsioni collettive e giornaliere dei detenuti in procinto di essere liberati, con un telegramma urgente inviato a prefetti e questori.

Così in questi giorni i Cie italiani sono tornati (anche se per la verità mai hanno smesso) ad essere animati da rivolte e fughe, a cui come spesso avviene, sono seguite violenze, denunce, deportazioni.

Eppure dal 1998 ad oggi, l’evoluzione dei centri non si è mai arrestata.
Prima i centri di detenzione sono proliferati su tutto il territorio nazionale. Poi, ai CPT sono stati affiancati i centri di prima accoglienza, quelli di accoglienza per richiedenti asilo, quelli di identificazione componendo un quadro formale di divisione delle competenze che spesso si esauriva in una commistione di luoghi, tempi e modalità brutale e pericolosa. Nel 2007, con il Governo targato Prodi, l’indignazione per l’esistenza dei cpt e le battaglie che l’anno segnata hanno portato il Governo Prodi ad immaginare la via di fuga dell’umanizzazione, dopo che anche la Commissione De Mistura aveva prodotto una relazione sullo stato drammatico dei diritti al loro interno: dobbiamo “superare i Cpt” ci dicevano e a modo loro, ci sono riusciti.
Con il primo decreto sicurezza (Amato 2007) i centri di detenzione avrebbero dovuto “accogliere” anche i cittadini comunitari (leggasi rumeni) che dal circuito della detenzione erano usciti solo pochi mesi prima con l’allargamento a 27 stati del’Ue. Solo l’intervento europeo ha cassato questa possibilità
Poi, con il nuovo Governo Berlusconi ed il Ministero dell’Interno affidato a Maroni, è stata inaugurata (o portata alle estreme conseguenze) la politica securitaria in formato pacchetto (un decreto del maggio 2008, due decreti legislativi dell’ottobre 2008, un disegno di legge del luglio 2009) che hanno portato al prolungamento dei tempi di detenzione nei Cie (centri di identificazione ed espulsione il loro nuovo nome) fino a 6 mesi.

Così oggi ci ritroviamo con il prodotto della Turco Napolitano del 1998, a dodici anni di distanza, sempre più strutturale nella gestione delle migrazioni e del loro sfruttamento.
Non senza contraddizioni.
Molte Regioni, grazie alle pressioni dei movimenti, hanno rifiutato la costruzione dei Cie nel loro territorio, anche dopo che il Ministro Maroni ne aveva annunciato la costruzione di uno almeno per ogni regione.
La battaglia degli abitanti di Lampedusa poi aveva sottolineato la possibilità di rivendicare territori liberi da questi luoghi disumani anche a partire dalla cittadinanza che li abita.

In questi giorni Gradisca, Vulpitta, Brunelleschi, Corelli, sono stati teatro di rivolte e fughe, di repressione e scioperi.
L’operazione Maroni insomma ha trovato la sua resistenza ovvia e legittima proprio da parte di chi come un oggetto, impotente, sarebbe dovuto salire su un aereo per essere consegnato ad un destino che non aveva scelto.

Cio che oggi risulta però necessario è ritessere un filo del discorso e della lotta contro i Cie che possa trovare un modo di percorrere le strade insidiose della società nella crisi.
Perchè contro i Cie puoi urlare il dissenso, puoi sperare nella rivolta di chi vi è rinchiuso, oppure insieme, in tanti, potremmo immaginare di ricostruire le condizione per dire no! A quelli vecchi come a quelli in costruzione, alla detenzione ed all’espulsione.

Le lettere dai Cie in solidarietà ad Habib, il tunisino salito sul tetto del Cie di Corso Brunelleschi, a Torino, contro la sua espulsione.

Caro Habib,

siamo tutti con te e facciamo tutto il possibile da Gradisca. Stiamo lottando per combattere questa legge che non deve esistere, e facciamo il possibile. Molti di noi siamo in sciopero della fame, non vogliamo avere niente a che fare col direttore e le guardie, noi non vogliamo niente da loro. In tanti ci tagliamo ogni giorno come forma di protesta perché i Cie devono essere rasi al suolo. Sappiamo che sei li da più di trenta ore; non ti preoccupare, tieni duro perché siamo molto vicino a te e sappiamo che la tua lotta è anche la nostra lotta. Sappiamo che il Cie di Brunelleschi è un Cie che fa schifo. Il tuo gesto è molto coraggioso, tieni duro, stiamo tutti lottando e pregando per te, speriamo che non ti succeda niente, non sei da solo. Vogliamo anche ringraziare tutti quelli che da fuori ci stanno sostenendo per distruggere questi campi di concentramento. È molto importante sentirvi vicini. Ci aiutiamo a vicenda dando una mano a questo ragazzo.

I reclusi di Gradisca – Sezione rossa

Ti auguriamo di resistere Libertà per tutti e siamo tutti con te Habib e contiamo su di te. Grazie mille per questo tuo gesto ti auguriamo al più presto la libertà, a te e a tutti noi.

I reclusi di Gradisca – Sezione blu

Caro fratello tunisino,

ti chiediamo di resistere e non mollare finché ottieni la libertà. Quello che stai facendo tu lo stai facendo anche per tutti noi extracomunitari, sopratutto x gli algerini e i tunisini che stanno subendo questo nuovo decreto per facilitare le deportazione. Siamo sicuri che puoi resistere ancora, solo così potrai ottenere la libertà. Siamo tutti con te nel bene e nel male. Anche noi abbiamo lottato e stiamo lottando per te e per tutti noi. Sabato abbiamo fatto la protesta e tre di noi sono già in libertà. Noi non ci fermeremo qua finché non otterremo i nostri diritti di esseri umani e finché non distruggeremo questi lager. Ringraziamo tutti i solidali che li sotto stanno lottando per lui e per tutti noi. Libertà per tutti.

I reclusi di via Corelli – sezione C maschile e settore femminile

[ giovedì 22 luglio 2010 ]

 

Razzismo  nel Veneto

 

A Treviso un bambino napoletano per un anno intero è stato offeso, insultato, umiliato quotidianamente e continuamente; oltre a insulti del tipo “sei un camorrista”, “terrone”, e coretti vari contro i napoletani, (gli stessi intonati da Salvini, per intenderci) veniva accusato di puzzare, e i ragazzi disinfettavano pure le penne che lui toccava
La mamma del ragazzo si era rivolta alle insegnanti per avere delle spiegazioni, e queste rovesciando il problema le hanno detto che era il suo ragazzo ad essere problematico.

Il Preside e i genitori sono indignati, secondo loro la madre del bambino dovrebbe scusarsi per le infondate accuse.

L’Assessore regionale alle Politiche dell’istruzione e formazione Elena Donazzan afferma: “So trattarsi di un caso difficile, che crea sofferenza e irrequietezza in un ragazzo che ha dimostrato una difficoltà di inserimento che non credo vada attribuita né ai compagni di classe né agli insegnanti”.

Maria Giuliana Bigardi provveditore di Treviso spiega che invece si atterrà al protocollo, che prevede l’invio di una relazione al Direttore scolastico regionale e anche al Ministero dell’istruzione, in questa relazione ci saranno anche le testimonianze dei docenti, del preside e dei genitori.

L’Assesore comunale Mauro Michielion si preoccupa invece di chi pagherà i danni per aver compromesso l’immagine della scuola degli insegnanti e sopratutto della città di Treviso.

Il Sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo tende a ridimensionare l’intera vicenda: “La nostra città non è razzista. Alcuni dei personaggi più illustri di Treviso provengono dal sud Italia. Bisogna controllare in maniera maggiore i ragazzi e le dinamiche che si creano fra compagni.Sono state scaramucce fra bambini, situazioni che si verificano in ogni scuola. Ricordo che accadeva anche quand’ero piccolo io, ci si prendeva spesso in giro. Ora bisogna capire perché è successo”.

Il problematico, alla fine di tutto, è il bambino napoletano insieme alla sua famiglia che si è permessa di denunciare il caso.

Un altro caso di razzismo è avvenuto a Solesino in provincia di Padova, una studentessa romena ha tentato di suicidarsi piuttosto che andare a scuola.

”Nostra figlia – racconta il papà – è stata isolata dai compagni. Le dicevano che “puzzava di romena” e che non era vestita alla moda. Ne aveva parlato con la mamma: il compito in classe ha colmato la sua paura”.

Il preside della scuola di Solesino invece spiega: “Le accuse di razzismo sono infondate , noi approfondiremo la vicenda con la classe e gli insegnanti. Ed è certo che se vi fosse anche un minimo riscontro, prenderemo dei severi provvedimenti con chi ha discriminato una propria compagna di classe. Ma io credo che si tratti di un fatto infondato così come viene esposto. Nella nostra scuola c’è l’8 per cento di studenti stranieri e lavoriamo costantemente con progetti per l’integrazione”.

Il sindaco di Solesino Walter Barin invece racconta: ”Non eravamo a conoscenza del fatto … incontreremo il dirigente scolastico e cercheremo di andare a fondo sulla vicenda. Nessuno sembra essere a conoscenza di questi episodi, anzi mi dicono che la ragazza era ben integrata, certo è che si tratterebbe di un grave caso di discriminazione se le parole dei compagni di classe fossero vere. I docenti mi hanno assicurato che non c’è stata mancanza di solidarietà: i compagni di classe della ragazza sono stati i primi ad andare a trovarla in ospedale. A Solesino non abbiamo mai avuto episodi di razzismo, sarebbe il primo e sarebbe da condannare”.

Adrian Todureschu portavoce della comunità romena ha dichiarato: ”Presenteremo un esposto al dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Solesino perché venga aperta un’inchiesta interna al fine di individuare eventuali responsabili e che possano essere presi i provvedimenti adeguati. Inoltre, valuteremo di seguito insieme ai genitori se presentare un esposto anche alla procura per discriminazione razziale. Come comunità siamo delusi e amareggiati: quello che è successo è un fatto gravissimo che poteva degenerare in una strage familiare”.Ormai episodi del genere avvengono tutti i giorni, sempre con le stesse dinamiche ,e il danneggiato diventa poi l’elemento che non si integra, come se per integrarsi si debba diventare delle bestie. Poi tutti compatti a difendere il branco: politici, genitori, docenti, tutti bravi ragazzi; offendere, insultare, mancare di rispetto sono cose normali. Il bello è che la scuola dovrebbe educare alla convivenza, ma insegnanti educatori ci sono ancora? E le regole e i valori cosa sono un optional per i fessi? (www.migranti.it 8 luglio 2010)

 

 

Rifugiati di via Asti

Prefetto Padoi convoca i rappsentanti dei comuni di Torino e Settimo

Fonte: www3.lastampa.it
Sono i rifugiati più fragili ospiti nella struttura della Protezione civile
Emanuela Minucci, Andrea Rossi

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Torino: Non ci sarà nessun rompete le righe, almeno per ora. Solo un esodo lento, e probabilmente carico di tensione, per lasciare forse spazio a nuovi arrivi. Da ieri mattina per i profughi di via Asti è cominciato l’ennesimo trasloco. Gradualmente si spargeranno in decine di rivoli per tutto il Piemonte, ma a settembre è possibile che l’ex caserma Lamarmora riapra i battenti per ospitare altri rifugiati, i 50 che ancora sono alloggiati nel quartiere generale della Croce Rossa militare e della Protezione civile di Settimo. Via Asti non smobiliterà. Letti a castello e cucine non verranno portati via.

Il quadro è confuso. Ieri mattina il prefetto Paolo Padoin ha convocato un vertice con le forze dell’ordine, i City Angels – che da un mese sorvegliano la caserma – e i rappresentanti dei comuni di Torino e Settimo. Ha confermato che il 30 giugno il ministero dell’Interno ha chiuso i rubinetti: basta fondi per i rifugiati, tocca arrangiarsi. In via Asti, dopo una serie di proroghe, per gli oltre cento etiopi e somali è arrivata l’ora di fare le valigie. I primi gruppi sono stati convocati dall’Ufficio stranieri del Comune per vedersi assegnare le nuove destinazioni che li accoglieranno e daranno vita a percorsi di inserimento lavorativo. Una procedura che finora ha coinvolto 50 persone. Dieci hanno rifiutato la nuova destinazione e hanno provato a tornare in via Asti. Nulla da fare: gli addetti alla sorveglianza li hanno respinti, non senza momenti di tensione e una piccola rissa.

Il meccanismo si ripeterà per i cinquanta che restano: «A ciascuno sarà assegnata una nuova struttura», spiega l’assessore ai Servizi sociali Marco Borgione. «Se qualcuno la rifiuterà sarà libero di cercarsi un’altra destinazione, ma non potrà tornare in via Asti». Già, via Asti va liberata e messa a disposizione per nuovi arrivi, perché ora che il ministero ha chiuso i cordoni della borsa a Settimo si deve sbaraccare.

La scorsa estate il centro di Protezione civile e Cri, che è proprietà del Comune, si era piegato alla richiesta del prefetto: Torino non era in grado di reggere i 400 profughi ammassati nell’ex clinica San Paolo in corso Peschiera. Il sindaco Corgiat aveva accettato di farsi carico di quasi 200 rifugiati, soprattutto donne, bambini e «soggetti deboli». Ne sono rimasti 50, ma i fondi sono finiti e il Comune non intende mettere mano al portafogli dopo essersi già sacrificato per risolvere un problema di Torino.

Fino a settembre Croce Rossa e Banco alimentare si occuperanno dei profughi. Dopo, se non arriverà altro denaro o non si troverà una soluzione, toccherà a Torino occuparsene. E l’unica alternativa – si è detto ieri in Prefettura – è via Asti. Al cibo provvederà il Banco alimentare, alla vigilanza i City Angels. Al resto penseranno i rifugiati: modello autogestione, come quello sperimentato nell’ultimo mese – non senza un bel po’ di turbolenze – in via Asti

Almeno i giudici contro il razzismo

 

di Raffaele Ferraro

E' di ieri (giovedì) la notizia che la Corte Costituzionale ha stabilito l'incostituzionalità dell'aggravante legata alla clandestinità del reo prevista dal cosiddetto pacchetto sicurezza varato dal governo nel 2008. Chi scrive era stato da queste colonne, a riguardo, facile profeta. Ancora non si conoscono le motivazioni di tale decisione, ma c'è solo l'imbarazzo della scelta nell'individuare possibili profili di incostituzionalità.

Secondo alcune indiscrezioni che trapelano in queste ore sembra che una delle cause della pronuncia sia dovuta all'entrata in vigore, l'anno scorso, del reato di clandestinità; la clandestinità sarebbe stata quindi -nel contempo- fattispecie autonoma di reato e aggravante specifica per qualsiasi altro tipo di reato. C'è da augurarsi che la ragione principale della decisione non sia questa in quanto, in tal caso, al reato di clandestinità che -per dirla con un eufemismo- presenta diversi profili dubbi a propria volta, sarebbe dato dalla Consulta il via libera. Trattasi di reato introdotto pretestuosamente per poter dare esecuzione alle espulsioni, unico caso nel nostro ordinamento in cui la pena sostitutiva (l'espulsione) è più grave della pena principale di natura pecuniaria.

Tornando al merito dell'aggravante in oggetto, tuttavia, è bene evidenziare che un aumento di pena previsto non in base ad un determinato modus operandi da parte dell'autore nell'ambito di un'azione criminosa o ad un giudizio di pericolosità legato, ad esempio, alla recidiva dello stesso, bensì ad un mero status, cioè quello di essere presente irregolarmente sul territorio nazionale, sarebbe stato (era) cosa del tutto avulsa dalle altre aggravanti previste dal nostro Codice Penale.

Giova evidenziare inoltre che il suddetto status di clandestino oggetto dell'aggravante di cui si parla (ma anche dell'autonoma fattispecie di reato) riguarda solo una determinata categoria di potenziali individui, vale a dire i non cittadini italiani, in barba al principio dell'uguaglianza di ciascuno di fronte alla legge.

Tale sentenza segue di una manciata di giorni un'altra importantissima pronuncia, questa volta della Cassazione, che ha stabilito un importante principio antirazzista in materia di adozioni. In sostanza si afferma che una coppia che abbia specificato di voler adottare un bambino solo se di una determinata etnia non è adatta all'adozione.

E' di martedì un editoriale su Il Riformista in cui, a tal proposito, l'autrice sosteneva a spada tratta la legittimità da parte degli aspiranti genitori nel pretendere un figlio di etnia indoeuropea (cioè bianco!!!) e tacciava la suddetta pronuncia di voler affermare un principio in astratto corretto, ma in concreto deleterio. Seguiva uno stucchevole paragone con la possibilità data alle coppie di ricorrere ad interruzione terapeutica della gravidanza in caso di feto con malformazioni o gravi malattie, contrapposta all'impossibilità di scegliere l'etnia dell'adottando figlio. Se avessi rinvenuto tali argomentazioni in un quotidiano di destra come Libero o Il Giornale non ci avrei dato peso, ma, dal momento che si trovavano in prima pagina di un quotidiano di sinistra liberal, ritengo opportuno mettere un po' d'ordine.

In primo luogo si rileva che l'etnia di provenienza non è una malformazione o una malattia.
In seconda battuta si sottolinea che l'adozione è concepita a favore dei bambini e non dei genitori. Una coppia che concepisce un figlio non sceglie i tratti somatici che lo stesso avrà e non si capisce bene perchè questo non dovrebbe valere in caso di adozione. Vorrei che fosse chiaro che non è come andare al canile a scegliere un cucciolo. Ciò che si valuta è la capacità della coppia di accogliere un bimbo in astratto prima e nel caso concreto poi. Mi pare piuttosto evidente che degli aspiranti genitori che in fase preliminare pongano già dei paletti e accampino delle pretese "particolari" non siano i più adatti.

Dopo queste due sentenze il nostro Paese è un po' meno xenofobo e razzista. C'è da chiedersi per quanto ancora sarà necessario l'intervento correttivo dei giudici (in punta di diritto e non politico come qualcuno sostiene) a correggere gli orrori della politica.(www.aprileonline.info 12 giugno 2010)

 

Il nuovo volto del razzismo

 

Aiutarli a superare i pregiudizi
ROMA (Migranti-press 23) - Il nostro è un “Paese accogliente per definizione, con alle spalle una storia fatta di confronti, scambi, non certo di chiusure”. Eppure “gli atti violenti contro gli extracomunitari, le manifestazioni di xenofobia sono in aumento. Siamo un po’ sospesi tra paura e solidarietà. Che cosa sta accadendo in Italia?”. È l’interrogativo posto da Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), intervenuta il 24 maggio scorso all’incontro “Uguaglianza e discriminazione”, promosso a Roma dall’Associazione Athenaeum Nae nell’ambito del Progetto “Quale Europa per i giovani?”, ospitato dalla Luiss e dedicato agli studenti delle scuole superiori della capitale.
A narrare storie di “disuguaglianze e discriminazioni” è Eraldo Affinati, scrittore e insegnante di italiano e storia presso la “Città dei ragazzi”, centro di accoglienza per minori extracomunitari. Storie raccolte in un libro intitolato, appunto, “La Città dei ragazzi”. “Fanne buon uso, professore”: con queste parole, ricorda, i suoi allievi gli hanno affidato “il racconto delle proprie vite, dei tormentati viaggi nelle stive di navi e aerei per fuggire e arrivare in Italia”.
“Imparare l’italiano per questi ragazzi, spesso analfabeti nella propria lingua, ha voluto dire trovare per la prima volta delle parole per narrarsi, per spiegare come la fuga dai loro Paesi fosse l’unica strada possibile”, spiega lo scrittore: “e in questa narrazione la lingua nativa è rimasta mescolata alla nuova, come un relitto, una testimonianza”.
“Sono ragazzi che vestono come voi - ha detto ai giovani presenti - frequentano le discoteche, ma dentro sono lacerati, anche perché sanno che a diciotto anni dovranno lasciare la Città e andare a vivere in quella vera: Roma. Che ne sarà di loro? Tanti vengono sconfitti”. Ma altri sono vincenti: “Omar adesso fa il cameriere in un ristorante vicino alla Luiss. C’è chi lavora in un’officina di Ponte Galeria ed è felice perché lo considera un successo. È comunque una sfida, una scommessa, non solo per loro ma anche per l’Italia: ogni loro fallimento è un fallimento per tutti noi”.
“Tanto diversi? Non direi - conclude Affinati - i loro valori interiori sono come i nostri, si interrogano sul bene, sul male questioni universali che ci accomunano tutti”.
La vicenda raccontata - e rappresentata anche in una pièce teatrale - dal regista Giorgio Barberio Corsetti, è invece quella del naufragio di Portopalo, la notte tra Natale e S. Stefano del 1996, quando trecento emigranti - provenienti soprattutto dal Pakistan e dallo Sri Lanka - naufragano nel mare in tempesta tra Malta e Portopalo.
“Pochi si salvano e vengono costretti a rimpatriare. Comincia il rimpallo delle responsabilità. La mafia, che organizza questi viaggi-truffa in clandestinità, non fa sapere nulla alle famiglie per tutelare i propri traffici. Dopo dieci anni - spiega il regista - c’è chi è ancora convinto di parlare al telefono con il proprio figlio. In realtà dall’altra parte del filo c’è qualcuno pagato per fingere. Anche i pescatori, quando riaffiorano i cadaveri, fanno finta di nulla, temendo che il proprio pesce, pescato in quelle acque, possa essere rifiutato”.
“I media - commenta Boldrini - non ci hanno aiutato a capire tutto questo. Non sappiamo nemmeno la differenza tra un emigrato e un rifugiato. Non ci è chiaro che un rifugiato è qualcuno che non pensava di venire da noi; stava a casa sua ma è dovuto fuggire, terrorizzato, per salvarsi la vita durante un conflitto improvviso”. Secondo la portavoce UNHCR, “i media hanno anzi contribuito a rafforzare i pregiudizi: uno stupro commesso da un italiano è a pagina 32 di un giornale, uno commesso da uno straniero è in prima pagina. Si parla di immigrazione solo in relazione al tema della sicurezza” ma, ammonisce, “una società fondata sul diritto non può rimandare indietro i rifugiati; l’immigrazione non può essere bloccata ma solo regolata”.
Per Aldo Morrone, medico dell’ospedale san Gallicano di Roma, che ha scelto di curare immigrati clandestini e senzatetto, “è un privilegio occuparsi di chi non conta nulla”. Ma “la vera contrapposizione - precisa - non è tanto tra italiani e non, quanto piuttosto tra garantiti e non: i giocatori dell’Inter sono quasi tutti stranieri ma non hanno certo bisogno di venirsi a curare da me”. Sulla stessa linea l’artista Moni Ovadia, secondo il quale “oggi la discriminazione è soprattutto sociale ed economica. I finanzieri, e chi guida le grandi società o le multinazionali, si arricchiscono per posizione e ruolo pur se conducono la propria società alla rovina. Si auto-compensano e si riconoscono valore per autocertificazione”. Anche il razzismo ha un nuovo volto: “Formalmente siamo tutti antirazzisti e favorevoli all’uguaglianza ma di fatto - ammonisce Ovadia - siamo immersi nell’ipocrisia perché chi discrimina e ha il potere di farlo utilizza e conferma i medesimi valori e ribadisce le stesse parole. Non le contraddice, ma come un virus vi si introduce e le svuota rendendole prive di senso”.

 

Permesso di soggiorno a punti: i crediti per rimanere

in Italia

 

www.immigrazione.biz
Approvato dal Consiglio dei Ministri

Come previsto dalla legge n. 94 del 2009 (pacchetto sicurezza) , il permesso di soggiorno a punti approvato ieri dal Consiglio dei ministri, adesso passa per il parere di competenza al Consiglio di Stato e alla Conferenza unificata poi andrà alla firma del Presidente della Repubblica e sarà pubblicato sulla gazzetta ufficiale che entrerà in vigore dopo 120 giorni dalla sua pubblicazione.

L’accordo di integrazione dovrà essere sottoscritto dai cittadini extracomunitari che faranno ingresso in Italia e chiederanno il primo permesso di soggiorno e sarà articolato per crediti, da conseguire nel periodo di validità dello stesso permesso. Sono esclusi dal sottoscrive l’accordo di integrazione gli stranieri con età inferiore agli anni 16 ed i maggiori di anni 65, tutti quelli già presenti in Italia, prima dell’entrata in vigore l’accordo, gli stranieri affetti da patologie o disabilità tali da comportare gravi difficoltà di apprendimento e vittime della tratta di esseri umani.
Le altre categorie di stranieri che non sono tenuti a sottoscrivere il patto sono: gli stagionali e i titolari di visto per affari o per lavoro autonomo con soggiorno inferiore ad un anno.

L’immigrato entrato regolarmente in Italia per la prima volta avrà a disposizione un minimo di punti base, (16) e nell’arco di due anni successivi dovrà conseguire altri crediti dimostrando di aver frequentato corsi per l’apprendimento della lingua italiana e di cultura civica per raggiungere la quota massima di 30 punti.
Alcuni esempi per acquisire punti: chi conosce la sola lingua parlata ha diritto a 10 punti, la sottoscrizione di un contratto di locazione vale 6 punti, la frequenza di un anno scolastico 30.

Chi non raggiunge la soglia dei 30 punti avrà un altro anno per recuperare, invece, chi si trova a zero crediti al termine del biennio perchè ha subito condanne o commesso illeciti amministrativi o tributari particolarmente gravi, o non ha raggiunto il tetto massimo dei punti (30) neppure al terzo anno, gli sarà revocato il permesso di soggiorno e conseguentemente sarà espulso dal territorio italiano.(25 maggio 2010)

 

 

 Viaggiatori rom schedati sui treni. I controllori si ribellano: è razzismo

 

073607508-66bbf54f-9182-4fc2-8e78-d585bb35ca5e.jpg Fonte: www.repubblica.it
Polemica per il modulo da compilare sulla Roma Tiburtina-Avezzano. I ferrovieri scrivono alla Carfagna Ma Trenitalia dichiara: quella carta mai usata


di Eleonora Capelli

 Segnalare e contare “eventuali passeggeri di etnia rom” che salgono e scendono dal treno alla fermata di Salone, tra Roma Tiburtina e Avezzano. La “selezione” è affidata a controllori e capotreni alle prese con un modulo prestampato di Trenitalia, secondo l’azienda però mai in pratica utilizzato, che non menziona passeggeri senza biglietto o molesti, ma semplicemente gli appartenenti all’etnia rom.
Un asterisco tra voci burocratiche, proprio sopra la casella “annotazioni”, che ha scatenato la denuncia dei ferrovieri del sindacato autonomo Fast Ferrovie, che conta 3mila iscritti soprattutto tra i macchinisti. Con un piccolo giallo: Ferrovie dello Stato sostiene che il modulo non è mai stato impiegato, ma evidentemente ha circolato abbastanza per provocare la reazione di capotreni e addetti, scandalizzati dalla prospettiva di dover compilare quelle caselle.

Con una lettera indirizzata al ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna chiedono di correggere il modulo “dall’evidente intento discriminatorio”. “La richiesta ai capotreni di indicare viaggiatori di etnia rom, meramente in quanto tali e senza alcun’altra motivazione, non può avere altra lettura che la discriminazione - scrive al ministro il segretario di Fast, Piero Serbassi - Noi crediamo che tutto ciò non possa essere tollerato. Per questo siamo a chiederle un intervento”. Intervento che però, secondo Ferrovie dello Stato non è necessario, perché il modulo non è stato poi “attivato”. “E comunque tutto quello che facciamo è per la sicurezza dei viaggiatori - spiegano dall’azienda - la fermata di Salone è nei pressi di un enorme campo nomadi, è stata chiusa nel 2002 per ragioni di sicurezza e riaperta solo dal primo aprile. La questione è molto seria, in passato ci sono state minacce ai viaggiatori, nessuno voleva più prendere il treno in quella stazione. La riapertura è stata concessa solo a patto di controlli molto rigidi sulla sicurezza, con tanto di telecamere. La questione di quell’area è nota a tutte le amministrazioni”.

Gli addetti si pongono però anche problemi pratici. “Come fa il personale a stabilire che il cliente in questione sia inequivocabilmente di etnia rom? - chiede Serbassi nella lettera - il viaggiatore di etnia rom va segnalato anche se regolarmente in possesso di biglietto?”. La questione finisce su un blog di ferrovieri che citano Bertolt Brecht: “Vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubacchiavano. Quando presero me non c’era rimasto nessuno a protestare”.

 

 Alunni stranieri. Il tetto è solo una indicazione

ts.jpgFonte: www.stranieriinitalia.it
L’avvocatura dello Stato ‘depotenzia’ la circolare Gelmini. L’avvocato Guariso: “Situazione fumosa”

Roma – 12 aprile 2010 -Il tetto del 30% per gli alunni stranieri è solo un’indicazione. Più precisamente, la circolare del ministro Gelmini è un “documento che non ha un’efficacia normativa generale ed esterna, non può essere considerato atto regolamentare”. Quindi, non sarebbe vincolante per le scuole.

Lo dice l’avvocatura generale dello Stato, in una memoria presentata durante la causa avviata a Milano contro le indicazioni del ministro dell’Istruzione e dell’ufficio scolastico regionale per combattere il fenomeno delle classi ghetto.
Se nella stragrande maggioranza delle scuole la circolare non ha avuto alcun impatto, ha scatenato il caos in quelle dove la quota del 30% viene normalmente superata (appena 3 su 100, secondo i dati del ministero). Che fare delle iscrizioni eccedenti il tetto? Vanno respinte? Per ora sono state accolte con riserva in attesa delle indicazioni degli uffici scolastici regionali, ai quali sono state chieste delle deroghe.

Parallelamente, sono partite due azioni giudiziarie. A Milano una coppia di mamme straniere, assistite dall’Associazione Studi giuridici sull’immigrazione e da Avvocati per niente onlus, hanno iniziato in tribunale un’azione civile antidiscriminazione, mentre a Roma l’associazione Progetto Diritti onlus ha scelto la strada del ricorso al Tar.

Venerdì’ scorso c’è stata la prima udienza del processo di Milano. Il giudice har inviato tutto all’11 maggio, ma intanto è saltato fuori il parere dell’avvocatura che depotenzia drasticamente la circolare Gelmini.

“Un parere che però non risolve affatto la questione” nota l’avvocato Alberto Guariso, che con il collega Livio Neri ha curato l’azione antidiscriminazione. “Che valore ha allora il tetto indicato dalla circolare? Bisogna chiedere o no una deroga per superarlo? Se l’ufficio scolastico regionale non la concede? Se scuole non la chiedono? Si può respingere una domanda di iscrizione?” chiede il legale.

“La situazione è ancora fumosa, ci sono tante voci e nessuna certezza. A questo punto dobbiamo aspettare l’11 maggio, quando il direttore scolastico regionale spiegherà come viene applicata la circolare in Lombardia. Noi rimaniamo dell’idea – conclude Guariso – che questo sistema viola la parità di trattamento tra alunni stranieri e italiani garantita dalla legge”.

 

 

Lettera aperta ai bimbi ricchi di Montecchio Maggiore

 

bambini_stranieri1.jpg25 marzo 2010 - Tonio Dell’Olio
Cari bambini della Scuola Materna Piaget di Montecchio Maggiore (Vicenza), vi scrivo due righe con la presunzione che voi possiate tenerle nel cassetto del tavolo da cucina per rileggerle anche in futuro ad ogni cambio di stagione. Le scrivo non ai bambini che sono stati lasciati a pane e acqua per la sola colpa dei loro genitori di non aver soldi a sufficienza per pagare la retta della mensa scolastica, quanto agli altri. Ai figli dei ricchi. A quelli che, secondo quanto si è appreso dalla stampa, hanno condiviso le proprie vivande. Voi siete il solo esempio che emerge pulito e trasparente da questa vicenda. Siete l’unico modello che vogliamo consegnare al futuro. Per questo, a nome del mondo degli adulti, voglio ringraziarvi. Vi chiedo scusa della nostra cialtrona schiavitù alla ferrea legge del mercato secondo la quale la retta vale più dell’educazione da impartire e i soldi più delle persone. Finché siete in tempo, imparate altro da noi che non sia questa pessima lezione di vita.
Grazie per aver fatto comprendere - con un gesto piccolo e semplice - che se nel mondo tutti facessero come voi, non ci sarebbe più chi muore di fame.
Grazie perché avete restituito a tutti il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
“A chi sa fare la divisione, riesce bene anche la moltiplicazione” (don Tonino Bello). ”

Con preghiera di diffondere il più possibile, se pensate sia una cosa utile.
Vi segnalo l’indirizzo email del sindaco di Montecchio Maggiore, sindaco@comune.montecchio-maggiore.vi.it per inondare il suo computer di proteste, di pareri, di indignazione per la decisione di non offrire il pasto normale ai bambini, non colpevoli se i loro genitori non pagano la quota prevista per la mensa. Grazie e ciao a tutti

 

Raid contro Internet Point di bengalesi:

"Quindici italiani coi bastoni"

 

Fonte: www.repubblica.it
L’assalto al locale, ora distrutto, è durato solo pochi minuti. Gli uomini avevano il volto coperto In ospedale quattro clienti. All’interno c’
jpg_1888503.jpgerano anche degli italiani che sono stati lievemente feriti. Ancora sconosciuta la matrice del gesto. La dinamica è simile a quella del 2008 al Pigneto
ROMA - Il locale distrutto a colpi di bastone, quattro clienti feriti e portati in ospedale. Questo il racconto del titolare di un Internet Point della Magliana, con un piccolo bar, una specie di fast food, gestito da bengalesi a Roma.
Il raid, secondo quanto ha denunciato Mohamed Masumia, è durato solo qualche minuto, poco prima delle venti di questa sera. Il tempo servito al gruppo per entrare e colpire tavolini, vetrine e i pochi clienti che si trovavano nel locale.

I quindici che hanno assaltato il locale di via Murlo, secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, erano persone italiane, con i volti parzialmente coperti da sciarpe. Feriti, con lievi contusioni, anche alcuni clienti italiani e un dipendente bengalese che sono stati trasportati all’ospedale San Camillo.

Il titolare del negozio e i feriti sono stati ascoltati dai carabinieri della stazione di Villa Bonelli per cercare di capire la matrice del raid. Che però al momento non ha una vera e propria connotazione politica o razzista. Gli assalitori, sono scappati con la cassa. Al momento nessuna ipotesi è prevalente rispetto ad altre anche perché i quindici non hanno detto nulla durante l’assalto.

Il raid di questa sera, comunque, ha riaperto vecchie ferite. Il ricordo dell’assalto di natura chiaramente razzista e xenefoba avvenuto nel maggio del 2008 nella zona del Pigneto, uno dei quartieri più multietnici della città. Quel giorno un gruppo di giovani incappucciati, armato di bastoni, al grido di “sporchi stranieri” e “bastardi”, devastò tre negozi di immigrati asiatici nel quartiere. Distruggendo completamente un bar, un phone center-lavanderia e un negozio di alimentari.(15 marzo 2010)

 

 

I politici in moschea. La Lega contro tutti

 

fonte: www3.lastampa.it
Carossa rifiuta anche il tè: “No grazie, è di Bin Laden”
Beppe Minello

Torino: La paura, l’arroganza, il cattivo gusto ma anche il buonsenso, la carità, il senso civico. Ieri mattina, tutti gli stati d’animo che si agitano attorno al simbolo frettolosamente ed erroneamente definito «prima moschea di Torino» si sono materializzati nell’ex-mobilificio di via Urbino 5 dove la comunità aderente all’Umi, l’Unione musulmani italiani, intende aprire un centro culturale e di preghiera che ha scatenato l’ira dei residenti e della destra, soprattutto della Lega.

Anzi, il capogruppo Mario Carossa già annuncia di voler ricorrere alle vie legali perché l’iter amministrativo adottato per poter realizzare la «manutenzione straordinaria» necessaria ad accogliere negli ampi saloni i fedeli e chiunque, «anche e soprattutto i torinesi che vorranno conoscerci» ripete all’infinito il padrone di casa Abdelaziz Khounati, sarebbe scorretta. «Qui si tratta di variante al piano regolatore e come tale deve passare dal Consiglio comunale per l’approvazione» spiega Carossa che sa di cosa parla perché nella vita fa il geometra in quel di Cavoretto ed è una persona amabile anche se ogni tanto si fa travolgere dalla passione politica.

Ieri, ad esempio, ha buttato lì il sospetto, in quella che era una sede ufficiale perché nell’ex-mobilificio c’era la Commissione urbanistica riunita dalla presidente Piera Levi Montalcini su istanza della Lega («Da quattro mesi la chiedevamo: era ora» chiosa il leghista Angeleri), che gli uffici comunale abbiano avuto e continuino ad avere un occhio di riguardo, di privilegio rispetto agli altri cittadini per le istanze degli islamici e dei loro tecnici, l’architetto Gimignani e l’avvocato Riba.

Parole che hanno scatenato l’ira dell’assessore Ilda Curti («Come si permette?») e fatto fare una precipitosa retromarcia a Carossa il quale, sia pur con tono scherzoso, ha ritenuto di non bere «il the di Bin Laden» offerto alla fine della visita da Khounati e dagli altri esponenti islamici. «Signor Carossa» lo chiamava Khounati, ben consapevole di chi è il vero avversario del suo centro di preghiera che si realizzerà grazie ai contributi dei fedeli e del governo Marocchino e una volta che l’iter burocratico, salvo sorprese legali e certamente dopo le elezioni, si concluderà positivamente.

«Che i soldi arrivano dal governo marocchino lo può dimostrare?» gli hanno chiesto il consigliere Fi-Pdl, Tronzano, e il capogruppo di An-Pdl, Ravello. «A un italiano che avvia una pratica edilizia gli chiediamo forse di dirci dove ha trovato i soldi per i lavori?» l’hanno rimbeccato Cassiani, Lorusso e Cugusi del Pd. In ogni caso, sui circa 650 metriquadrati dei due saloni al pianterreno di via Urbino 5, potranno starci almeno 500 persone. «E con i parcheggi come la mettiamo?» hanno chiesto i consiglieri del centrodestra. «Come attorno al Duomo» ha risposto provocatoriamente Cassiani.

L’unico a cercare di smorzare i toni e a dispendare buonsenso («Tutti santi oggi, eh?» battuteggiava il solito Carossa) era Khounati: «Non credo che ci saranno particolari problemi, tranne il venerdì tra le 13 e le 14. Anche noi abbiamo cerimonie più affollate di altre. E saranno in arabo e in italiano, perché molti di noi nemmeno lo capiscono più l’arabo». Khounati a più riprese ha battuto sul concetto che il centro di preghiera sarà una soluzione «di dignità e civiltà» per tutti, arabi e torinesi: «Non è giusto dover pregare in cantine e garage». «Vero - gli ha fatto eco il presidente della Circoscrizione, Ramasso (Pd) - e devo dare atto della correttezza dimostrata fino ad oggi dalla comunità islamica».

Una visita utile per Khounati e soci. «Questi qui (i leghisti, ndr) non sentono ragioni e il mio elettorato se dicessi qualcosa di diverso mi mangerebbe - diceva un esponente del centrodestra all’assessore Curti - ma un centro di preghiera come questo impedirebbe di sparpagliare ‘sta gente per la città e la si potrebbe persino controllare meglio».

 

Mantovano rivela: ecco come funziona il permesso a punti

 

fonte: www.meltingpot.org
da lagazzettadelmezzogiorno.it del 7 febbraio 2010

Si chiama «accordo di integrazione»: è un patto che un immigrato regolare dovrà firmare in questura o in prefettura al suo arrivo in Italia per ottenere un permesso di soggiorno a punti. Un impegno formale a rispettare una serie di condizioni, che implicano anche il livello di istruzione, per garantirsi il rinnovo del permesso alla scadenza biennale: nell’ottica del legislatore, è un incentivo all’integrazione sociale. Per i critici è un modo per trasformare la cultura in un nuovo muro contro l’immigrato.
L’«accordo di integrazione» introduce questo sistema a punti, da aggiungere o sottrarre al punteggio base di 30 punti che verrà riconosciuto a tutti i nuovi immigrati con il permesso di soggiorno. A coordinare il lavoro dei vari dipartimenti dei ministeri dell’Interno e del Welfare intorno a questo provvedimento è il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, che difende la filosofia di fondo di questa disciplina, già contestata non solo dalle opposizioni ma anche all’in - terno dello stesso governo.

«Si tratta di misure - spiega Mantovano alla Gazzetta - volute perché lo straniero abbia supporti per non sentirsi un pesce fuor d’acqua quando arriva in Italia e possa capire come si vive qui. La prospettiva non è penalizzare l’extracomunitario con un percorso a ostacoli, ma al contrario permettergli un percorso di integrazione».

Onorevole, già circolano alcune anticipazioni del provvedimento che hanno sollevato le prime critiche.
«Lasciamo perdere…».

Appunto. Allora ci spieghi come funzionerà.
«Lo straniero con la firma di questo accordo si impegna a conoscere la lingua italiana, a conoscere i valori fondamentali della Repubblica, a conoscere come funziona la vita civile nel nostro Paese. Non si tratta di prendere la laurea in diritto pubblico, ma di avere le minime cognizioni per uscire di casa e sapere dove andare. La lingua, per esempio: è previsto il livello minimo essenziale per farsi capire, solo i primissimi elementi».

E sui valori della Repubblica?
«Per esempio l’uguale dignità tra uomo e donna e in generale tra ogni essere umano, cosa non sempre scontata. Così come per la vita civile, noi insistiamo sugli aspetti sociali, cioé sapere cos’è la Asl, come ottenere un medicinale in farmacia, oppure l’obbligo scolastico per i figli minorenni, in genere come fruire del servizio sociale. Tutto è funzionale a rendere migliore la vita, non a danneggiarla. Prevediamo perciò una formazione civica: un corso di cinque o dieci ore promosso da prefettura e enti territoriali».

Questo nella prima fase. E poi?
«Così funziona sino alla prima scadenza del permesso. Per il rinnovo scatta il sistema del punteggio: i 30 punti iniziali possono crescere o diminuire in base ad alcuni indici prestabiliti».

Quali sono i criteri di decurtazione?
«Sono molteplici: le condanne penali, le misure di prevenzione, o anche l’inadempimento dell’obbli - go scolastico. Vengono sottratti 3 punti per condanne fino a tre mesi, 5 punti per condanne da 3 mesi a un anno, 10 punti da uno a due anni, 15 punti da due a tre anni e venti punti per condanne a più di tre anni di reclusione».

Alla scadenza di questo biennio di permesso, che succede con i punti?
«Si fa una verifica sul rispetto dell’accordo: se i punti sono diminuiti, la proroga del permesso vale solo per un altro anno con un ulteriore impegno formale da parte dell’immigrato; se invece nel punteggio si scende sotto lo zero, allora il permesso è revocato e lo straniero viene espulso».

E i punti in aumento, invece, come funzionano?
«Il punteggio è differenziato a seconda della conoscenza della lingua: se è parlata 8 punti, il doppio se è anche scritta; se il livello di conoscenza è superiore l’oscillazione sale tra i 22 e i 26 punti. Chi frequenta corsi di cultura civica acquisisce sei, nove o dodici punti a seconda del livello del corso, altri 4 punti per i corsi di istruzione, 20 punti per il diploma professionale e così via».

Cioé la cultura premia molto più di quanto penalizzi un reato?
«Sì, il punteggio in positivo è più generoso di ciò che viene tolto, perché l’intento non è punitivo ma punta a favorire l’integrazione. Qui si parla di elementi fondamentali finalizzati all’integrazione».

Nelle stesse condizioni di un immigrato, quanti punti secondo lei guadagnerebbe un cittadino italiano nato in Italia da genitori italiani se interrogato su domande di educazione civica?
«Un qualsiasi ragazzo italiano di 14 anni, cioé nella fascia dell’obbligoscolastico, riconoscerebbe ad esempio la stessa dignità all’uomo e alla donna. E tranne qualche pazzo, sarebbe difficile per noi dare una risposta sbagliata a proposito di differenze razziali o sul colore della pelle».

Non trova singolare imporre queste regole a punti alle stesse persone costrette a lavorare in nero, senza tutele previdenziali, senza assistenza sanitaria?
«Un datore di lavoro compie illeciti penali e amministrativi in certi casi, dunque lo Stato interviene anche su questo fronte. E la legge garantisce l’assistenza sanitaria anche a un clandestino; certo, se il clandestino necessita di lungodegenza o di fisioterapia è diverso, viene espulso. Ma la sua salute è salvaguardata dalla legge, non c’è obbligo di denuncia a carico dei medici».

Eppure queste misure non piacciono anche a esponenti del centrodestra, come il ministro Giovanardi.
«Questa è una norma di buonsenso, in attuazione del pacchetto sicurezza che è una legge già approvata. Le eccezioni sollevate dipendono solo da un difetto di informazione perché il provvedimento non è ancora pubblicato». Crede che i vescovi accetteranno che un immigrato possa essere espulso per demeriti culturali?
«Ogni critica è di sprone a fare meglio e di più, purché sia basata sugli atti. Al momento ogni valutazione non può essere basata sugli atti perché gli atti non sono ancora stati pubblicati. E comunque questo meccanismo già vige in altri Paesi, per esempio nel Regno Unito. Per noi comporterà uno sforzo organizzativo notevole perché si tratta di valorizzare ciò che già esiste per l’integrazione degli extracomunitari. E forse eviteremo pure qualche spreco di risorse…».

Che tempi prevede per l’entrata in vigore di questa nuova norma?
«La procedura prevede l’acquisizione di vari pareri. Ora siamo al Consiglio di Stato. Credo che nel giro di qualche settimana il ministro dell’Interno potrà firmare il decreto attuativo della legge».

 

Licenziamenti, il conto più caro è degli immigrati

 


di Marina Cassi


Torino: È stata durissima e non è finita. La crisi ha travolto i lavoratori stranieri con violenza maggiore rispetto agli italiani e in una regione come il Piemonte, dove molto forte è ancora l’industria, la batosta è arrivata pesantissima a infrangere certezze di vita, azzerare progetti, cancellare speranze. Sono spariti muratori e carpentieri, fresatori e addetti alle pulizie, magazzinieri e tornitori.

Solo le donne straniere se la sono cavata leggermente meglio, persino delle italiane, perché occupate in maggioranza nelle famiglie o comunque nell’assistenza settori che hanno retto seppur con fatica. Prima di licenziare la badante dei genitori anziani, infatti, le famiglie tagliano tutto il resto. E, infatti, nel settore della sanità e assistenza il calo degli avviamenti è stato risibile: meno 1,8 - che poi significa 68 posti assoluti in un anno per gli stranieri e un meno 3,1 per gli italiani, cioè 3134 posti. Dai dati forniti dall’Agenzia Piemonte Lavoro della Regione, diretta da Aldo Dutto, emerge una realtà impressionante. Soprattutto nelle piccole e medie imprese i primi a essere licenziati sono stati gli stranieri. Tra chi è iscritto nelle liste di mobilità, ma non percepisce l’indennità perché l’azienda dove lavorava non ne dà diritto, i non italiani sono passati in Piemonte dai 2541 di gennaio ai 4730 di dicembre con un incremento dell’86%, a Torino da 1407 a 2582. Nello stesso periodo gli italiani sono lievitati da 24.748 a 33.043 con un aumento «solo» del 33,5%.

Significa che dove si è potuto si sono «salvati» i piemontesi e «sommersi» gli stranieri. Perdere il posto in questa crisi è stato ed è particolarmente drammatico perché è difficilissimo ritrovarne un altro; gli stranieri poi svolgevano massicciamente lavori precari con contratti che improvvisamente, già nell’ottobre del 2008, si sono inchiodati.

Gli avviamenti al lavoro sono crollati in molti settori, ma in agricoltura gli stranieri sono passati dai 17.158 del gennaio-settembre 2008 ai 19.019 dello stesso periodo del 2009 con una crescita addirittura del 10,8% mentre per gli italiani il calo è stato del 7%. È l’unica eccezione. Non che per gli italiani sia andata tanto meglio: gli avviamenti sono precipitati nell’insieme del 24%.

Il vero blocco è stato nell’industria con una flessione abnorme del 52% che per gli stranieri è salito al 55,4. In nove mesi del 2008 gli avviati non italiani erano stati 28.758, nel 2009 sono stati 12.812. Numeri che danno l’idea della portata della recessione soprattutto se associati a quelli degli italiani: da 100.037 a 48.612 avviamenti.

Ci sono poi i profondi rossi della metalmeccanica con flessioni del 65% per gli stranieri e del 61 per gli italiani. E anche l’edilizia è andata male: meno 25,5% per i muratori stranieri a fronte di un meno 20,9 per gli altri. Il calo degli avviamenti è stato costante; l’unico mese in cui si è quasi bloccato è stato agosto con solo un meno 1,4 per gli stranieri a fronte di un meno 21,3 per gli italiani. La spiegazione è semplice: si tratta - come in agricoltura - di lavori che altri non vogliono fare come le stagionali pulizie industriali fatte mentre gli italiani sono in ferie.

Con un quadro come questo è ovvio che siano lievitati i disoccupati. Ma questa volta la disgrazia ha accomunato tutti: gli iscritti italiani alle liste erano 42.426 tra gennaio e settembre del 2008 saliti a 66.924 nello stesso periodo del 2009 con un incremento del 57,7%; gli stranieri erano 13.681 diventati 20.641 con un più 50,9%. Ma in questo caso gioca la componente di genere: come spiega Aldo Dutto sono le donne straniere a essersi iscritte meno delle italiane perché molte sono rientrate, anche se solo a tempo, nei propri Paesi in attesa che la crisi passi. Anche la cassa in deroga è stata più spietata con gli stranieri: erano 3.256 a settembre con un incremento del 48% rispetto a gennaio; per gli italiani l’aumento è stato del 37. (www.lastampa.it 20 gennaio 2010)

 

Contro il razzismo e lo sfruttamento:

Presidio sotto la Prefettura il 19 gennaio a Roma

Comunità migranti e associazioni antirazziste di Roma.
Esplode una tragedia annunciata a Rosarno, uno dei ghetti del profondo Sud d’Italia, una delle zone grigie senza diritti del paese. Migliaia di migranti sfruttati nei campi, ridotti in schiavitù e infine perseguitati e deportati. È una tragedia annunciata perché si ripete, dopo la rivolta di Castelvolturno, una rivolta provocata dall’odio razzista. Abbiamo assistito agli spari sugli africani che provano ad affermare i propri diritti più
elementari. A Rosarno negli ultimi dieci anni la situazione è peggiorata, nell’assno-razz.jpgenza quasi totale delle istituzioni locali e nazionali, mentre le denunce delle associazioni, dei movimenti, dei rosarnesi e calabresi sensibili sono state ignorate.

Ma quello che è accaduto sulla Piana di Gioia Tauro è soltanto l’ennesimo segnale del disagio profondo dei cittadini immigrati in Italia. A pochi mesi dall’approvazione del Pacchetto sicurezza, si determina sempre più concretamente un contesto sociale dove i più deboli, gli invisibili sono
merce da sfruttare. Sono le politiche securitarie del governo a determinare la clandestinità di centinaia di migliaia di persone, alimentando il lavoro nero nei campi, nei cantieri nelle fabbriche, in tutto il paese.
Ciò è ancor più vero nel Sud del Paese. In Campania, in Sicilia, in Puglia e in Calabria l’economia agricola si basa essenzialmente sulla manodopera straniera a basso costo. Ed è lì che si negano i diritti più elementari: lavorano e vivono come fantasmi, senza vie di fuga. Seguono le rotte stagionali dei campi che vanno dal Tavoliere a Castel Volturno, da Sibari a Rosarno fino a Cassibile, lavorando per pochi spiccioli e vivendo in condizioni inaccettabili.
Ed è qui che si inserisce la questione mafiosa. Sono le mafie a gestire i traffici di esseri umani, sono le mafie a controllare le campagne. Lo dicono le tante inchieste che colpiscono la manovalanza criminale, senza però individuare il livello superiore. Nel Sud del Paese, le politiche securitarie giocano a favore delle organizzazioni mafiose: un salto indietro di oltre 60 anni, quando il caporalato era la forma tipica di organizzazione del lavoro agricolo.
Sono gravi e non possono passare sotto silenzio le parole pronunciate dal commissario prefettizio di Rosarno, che è Comune sciolto per mafia: la rivolta come diversivo voluto dalla ‘ndrangheta per distogliere l’attenzione da Reggio Calabria, dopo l’allarme bomba in procura. Parole ancora più gravi quelle di Maroni, che invoca il pugno duro contro i clandestini mentre è in corso la «caccia al nero» a colpi di fucile. Si profila in questo modo un vero e proprio «modello Rosarno», uno schema di deportazione brutale delle tante aree di degrado e sfruttamento che ha già avuto un precedente a San Nicola Varco. E che adesso il governo intende applicare a tappeto.
Per questi motivi siamo solidali coi migranti di Rosarno e con tutti coloro nel nostro paese non ricevono un’accoglienza dignitosa e a cui non sono garantiti i diritti elementari: Per i diritti e la dignità ribellarsi è giusto.

Il caso Rosarno è dunque un caso nazionale. Perché è un prodotto delle politiche sulla sicurezza e un episodio del generale clima di intolleranza che si respira in Italia, perché è un caso umanitario, perché è un episodio dello sfruttamento comune nelle campagne del Sud, perché è un prodotto della questione meridionale, perché si interseca con la questione mafiosa, perché occorre ripristinare l’agibilità politica e democratica in Calabria.
Ci appelliamo alla società civile rosarnese, a quelle fasce di disagio sociale che vengono sottomesse dal governo clientelarmafioso del territorio, affinché riconoscano nei lavoratori immigrati un alleato nella lotta per il riscatto da questo sistema soffocante. La solidarietà verticale che si è espressa a Rosarno è tipica: con la crisi, è utile a padronato e governo indirizzare il disagio sociale contro l’anello più debole in una guerra tra poveri che impedisce di riconoscersi come ugualmente sfruttati. Per questo è importante capire che la lotta per la regolarizzazione dei lavoratori immigrati è la stessa lotta di tutti i lavoratori italiani costretti al lavoro nero e alla crescente precarietà sociale.

E’ importante dunque sostenere una mobilitazione nazionale, che coinvolga le associazioni e i partiti, i sindacati e le organizzazioni di massa, le realtà territoriali, la chiesa, i movimenti, i cittadini e le cittadine che dicono no al razzismo. Costruiamo una rete nazionale di solidarietà che supporti gli africani prima sfruttati e poi deportati. E mobilitiamoci sui territori, per costruire un movimento capace di dare un segnale forte sul caso Rosarno, radicare il dissenso, progettare l’accoglienza.
e di regole c’è bisogno, si tratta di leggi che tutelino i diritti dei migranti, contro il lavoro nero, e politiche di accoglienza degne di questo nome. Per questo motivo chiediamo la concessione del permesso di soggiorno a tutti i migranti di Rosarno. Lanciamo una vertenza per la regolarizzazione degli stranieri che lavorano in agricoltura. E chiediamo una sanatoria generalizzata che salvaguardi la vita di migliaia di cittadini sfruttati e soggiogati dalle mafie che gestiscono la compravendita di forza lavoro.

Dopo la protesta e il corteo del 9 gennaio, dopo il sit-in con le arance insanguinate del 12 gennaio al Senato, dopo le tante iniziative che si sono svolte nel paese, la mobilitazione non si ferma, ma cresce.
Il 19 gennaio a Roma, a Caserta e in tante altre città italiane si terranno dei presidi sotto le prefetture, per far sentire la nostra voce e portare al governo le nostre proposte.

A Roma l’appuntamento è alle 16 in piazza Santi Apostoli, davanti alla prefettura. Il 24 gennaio a, sempre a Roma, si terrà l’assemblea nazionale sulle migrazioni, che segue alla grande iniziativa del 17 ottobre, Via De Lollis, n. 6 Roma [vicino Metro Termini].

 

 

Contro razzismo e xenofobia 24 ore di protesta su Facebook  Sabato 16 gennaio 2010.

 

 

Una manifestazione contro il razzismo, la xenofobia e l'omofobia. Il gruppo No Lega Nord Day sta promuovendo su Facebook una simbolica  forma di protesta contro il razzismo - NO.R.D, ovvero No Racism Day - prevista per sabato 16 gennaio. Gli organizzatori invitano gli utenti del socialnetwork a inserire  per 24 ore il seguente messaggio:" Diverso... Perché? Straniero...dove? Altro...quando? Siamo tutti parte del medesimo respiro. Smettiamo di accettare, per ignavia, l'esclusione e l'invenzione di nuove differenze. Non respingere, Accogli!"

"In  meno di 24 ore, 25mila persone hanno aderito pubblicamente e 120.000 utenti si sono scambiati l'invito a partecipare" spiegano i promotori in un comunicato, dove si legge che il nome dato all'evento "non  nasconde certo un intento apertamente ostile alla politica sostenuta dalla Lega Nord e dal governo in tema d'immigrazione". Alla protesta virtuale seguirà una manifestazione di piazza in  programma
a Milano per il prossimo 6 marzo.

 

(11 gennaio 2010)

Rosarno sconosciuta. Disperazione, esasperazione e 'ndrine nella cronaca degli ultimi tre giorni

7 gennaio 2010 sarà una data da ricordare per la Calabria e per l’Italia intera. E sarà bene ricordare a lungo questa pagina “nera”, è il caso di sottolinearlo, della storia italiana che ancora in queste ore si sta scrivendo. Immigrati in fuga da una terra, dalla quale forse, a volte, anche gli autoctoni vorrebbero fuggire. E chissà se infondo non siano più fortunati proprio loro, quegli immigrati vilipesi, sfruttati, privati della dignità di esseri umani perché costretti a vivere come animali, ma che, adesso, la Calabria, la stanno lasciando.

Persino la BBC se ne occupò un anno fa, realizzando un reportage; poi il tg1 ne parlò una volta, e adesso, nel dare la nuova notizia, il conduttore ha tenuto a precisare che già se ne erano occupati tempo fa, da bravi giornalisti. Certo, forse una volta, in un servizio di un minuto e mezzo. Ma sta di fatto che il 7 gennaio tutta l’Italia e stavolta proprio tutta, ha scoperto dell’esistenza di un paese della piana di Gioia Tauro, Rosarno, divenuto suo malgrado famoso.

Paese di agrumi, di lavoro stagionale e di ‘ndrangheta. 25 euro al giorno, e nemmeno a volte, guadagna un immigrato che va a spaccarsi la schiena negli aranceti dove per la stessa cifra i ragazzi italiani non andrebbero mai. D'altronde la cifra quella deve essere, perché il mercato è in crisi e gli agricoltori non ce la fanno. E va bene, sono immigrati: la vita del migrante è fatta di sfruttamento e stenti, almeno all’inizio. E questo gli Italiani lo sanno bene, e i calabresi poi, non ne parliamo.

Va bene sottopagati, va bene sfruttati, e va bene anche ridotti ad abitare in capannoni dismessi dell’era postindustriale calabrese - se mai ce n’è stata una industriale - dove i bravi giornalisti del tg1, sempre loro, ci dicono che è impossibile anche solo tentare di descrivere il cattivo odore emanato da quei divisori di cartone, dai panni sporchi, dalla fanghiglia che si crea sul pavimento quando piove e l’acqua entra dal tetto semicrollato e insomma, dal mescolarsi di tutte queste cose maleodoranti insieme. Miasmi che esalano da cumuli di rifiuti e sporcizia, dai corpi stessi di quei lavoratori – perché è quasi impossibile, e forse anche inutile, lavarsi lì - dalle centinaia di vite immigrate costrette a convivere e a dividere quello che non è cattivo odore ma puzza nauseante, l’umidità di quelle mura di cartone impregnato del vapore prodotto dalla cottura del povero cibo e che tentano disperatamente di offrire un’ultima, desolante parvenza di riservatezza.

Ma a un certo punto qualcosa va storto: la goccia che fa casualmente traboccare il vaso, o lo studiato e riuscito tentativo di sollevare proteste feroci da ogni lato.

Il 7 gennaio a Rosarno scoppia la rivolta degli immigrati, sono 1.500. Centinaia le vetture distrutte, i cassonetti ribaltati e gli esterni delle abitazioni danneggiati. La guerriglia urbana ad opera di immigrati non è un fatto che l’Italia conosce, è il primo caso questo. Lavoratori extracomunitari utilizzati nella raccolta stagionale di agrumi e “alloggiati” nell’ex Opera Sila e in altri capannoni in disuso o in casolari abbandonati, hanno dato il via alla feroce protesta a seguito del ferimento da parte di ignoti di due loro compagni con un’arma ad aria compressa e pallini da caccia. Armati di spranghe e bastoni hanno cominciato a seminare il terrore nel paese ferendo alcuni cittadini.

Nulla ha potuto contro la rabbia che esplodeva la polizia in assetto antisommossa. Nel pomeriggio, dopo alcuni tentativi di mediazione e all’arrivo dei rinforzi è salita nuovamente la tensione e la polizia ha dovuto caricare. 5 persone fermate e alcuni contusi a causa della carica di alleggerimento della polizia quando dal gruppo di immigrati era partita una sassaiola. Sul posto nel tentativo di mediare è poi arrivato il commissario prefettizio Francesco Bagnato, che regge il comune dalla fine del 2008 in seguito al suo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Ed era proprio con lui che agli immigrati premeva parlare, per tentare di risolvere una volta per tutte la loro disperata situazione.

Di ieri la notizia di altri tre agguati ai danni di extracomunitari: un giovane di 29 anni del Burkina Faso, colpito con un fucile a pallini e altri tre presi a sassate mentre erano in macchina; un casolare bruciato da una decina di italiani, ma fortunatamente, gli occupanti sono riusciti a dare l’allarme e a fuggire. E poi la rabbia legittima e la paura ovvia dei cittadini di Rosarno, che a causa di un atto, sconsiderato o meditato che sia, del tutto incolpevoli, si sono visti un paese messo a ferro e fuoco, uomini, donne, bambini aggrediti e colpiti gravemente. Per anni, dicono in molti, la popolazione rosarnese si è distinta per accoglienza e solidarietà, ma la paura ha fatto scattare la reazione alla violenza degli immigrati, reazione dura ed esasperata. E forse sapientemente manovrata da qualcuno.

In tutto sono 50 i feriti: 21 immigrati di cui 8 in ospedale, 14 italiani che hanno voluto solo farsi medicare e 18 tra poliziotti e carabinieri. 5 gli immigrati fermati e tre i Rosarnesi, tutti con precedenti penali. Uno è il figlio di un esponente di spicco della cosca Bellocco che insieme a un’altra ‘ndrina si divide il territorio di Rosarno. 

Le cosche, sembra ci siano loro dietro tutto questo, a quanto risulta dalle indiscrezioni provenienti da fonti investigative. Ma il procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo non conferma questa che è solo una delle ipotesi cui stanno lavorando gli inquirenti, e cioè che le cosche abbiano “cavalcato” le proteste per fini ancora tutti da chiarire.

Intervistata da Art. 21 ci pensa però Angela Napoli a dare una sua spiegazione ai vari fatti che recentemente hanno portato la Calabria ad aprire tutti i telegiornali nazionali e che la deputata del Pdl e membro della commissione Antimafia crede essere intimamente collegati: «La provocazione di Rosarno è stata fatta di proposito per deviare l’attenzione dai fatti di Reggio Calabria. Per quanto riguarda la bomba a Reggio Calabria e la vicenda di Rosarno, intravedo la mano della 'ndrangheta, è molto strano che tali reazioni siano state suscitate in un giorno particolare e proprio mentre era in corso a Reggio Calabria il vertice del Consiglio Nazionale sull'Ordine Pubblico e la Sicurezza. Non dimentichiamo che le reazioni di Rosarno sono nate a seguito di un attentato, anche se non propriamente tale, ad opera di giovinastri a bordo di una macchina, dei quali non si sa se appartengono al gruppo dei rosarnesi arrestati tra i quali c'è un certo Andrea Fortugno, già noto alle forze dell’Ordine e già arrestato, nei confronti della cui liberazione abbiamo visto gli striscioni in bella mostra davanti alle telecamere, ma che è legato ad una delle più importanti cosche di Rosarno».

Il presidente della regione Calabria Agazio Loiero fortemente preoccupato al primo esplodere delle proteste ha infatti dichiarato: «Quello che sta avvenendo è il frutto di un clima di intolleranza xenofoba e mafiosa che non riguarda ovviamente la popolazione di Rosarno, giustamente allarmata per la situazione di tensione che si è determinata con la rivolta degli extracomunitari sfruttati, derisi, insultati e ora, due di loro, feriti con un'arma ad aria compressa. Auspico che dal ministero dell'Interno arrivi una forte iniziativa che tutelando i cittadini di Rosarno tuteli anche quei tanti disperati contro cui per la seconda volta si è indirizzata la violenza criminale».

E a queste dichiarazioni sono da aggiungere quelle di Casini intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”: «Lo Stato in Calabria non c'è. Lo stato è morto e la 'ndrangheta regola i rapporti sociali. Non possiamo non farci carico dell’indignazione della gente ma dobbiamo anche denunciare che tanti italiani trattano queste persone come delle bestie. La Lega – ha aggiunto il leader dell’Udc - interpreta umori reali ma la politica non deve ingigantire i problemi ma risolverli. Hanno parlato delle ronde che sembrava dovessero risolvere i problemi. Dove sono le ronde? In Calabria non aspettavano le ronde ma i carabinieri e la polizia che sono arrivati dopo 48 ore».

Intanto il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha istituito una task force, insediata a Reggio Calabria e incaricata di individuare una soluzione alla tensione tra i cittadini italiani e gli stranieri che vivono a Rosarno. 1 milione e 900mila euro sono stati messi a disposizione dal Governo per l'emergenza. Sono soldi provenienti dalle confische alla 'ndragheta e immediatamente utilizzabili. La cifra è a disposizione della task force composta dai ministeri dell'Interno e del Welfare e della Regione Calabria per interventi, a breve e medio termine, finalizzati all'organizzazione di centri di aggregazione sociale, alla bonifica di zone disagiate e all'investimento in opportunità di sviluppo. Il ministro aveva imputato i gravi fatti di violenza alla troppa tolleranza nei confronti di un’immigrazione clandestina che «da una parte ha alimentato la criminalità e dall'altra ha generato una situazione di forte degrado come quella di Rosarno».

Ma il leader del Pd Bersani ha così replicato alle parole del ministro: «Mi dispiace molto che il ministro dell'Interno Roberto Maroni non abbia perso l'occasione anche stavolta di fare lo scaricabarile sull'immigrazione clandestina. Vorrei ricordagli che subiamo anche danni, in vigenza, di una legge che si chiama Bossi-Fini. E' ora che se lo ricordi anche il ministro».

Tensioni anche a Roma durante un sit-in di protesta e di solidarietà agli immigrati tenutosi diananzi al Viminale: scontri con la polizia e qualche ferito.

Il Vaticano infine col Cardinal Bertone esprime tutta la sua preoccupazione per «le gravi condizioni di lavoro cui sono sottoposti gli immigrati», tuttavia «lo strumento della violenza è da bandire». Gli immigrati «offrono un servizio prezioso all'agricoltura e alla comunità locale» e la soluzione per il segretario di Stato Vaticano dimorerebbe in «un riscatto di vita secondo giustizia».

Intanto circa 709 immigrati, alcuni regolari, altri clandestini o rifugiati politici hanno preso la decisione di andarsene da Rosarno. Saranno accolti nei centri di prima accoglienza di Crotone e Bari, altri con mezzi di fortuna, autonomamente, hanno deciso di partire. Via da Rosarno, via dalla Calabria, verranno a Napoli, a raccogliere pomodori nelle campagne campane o nell’agro pontino, o andranno più su al nord, chissà.

Il popolo di internet già si mobilita e organizza per il 1 marzo "lo sciopero dell’immigrato" ispirandosi a un movimento francese nato per lo stesso motivo. Il colore scelto sarà il giallo, già usato per altri eventi antirazzisti. La manifestazione, come tengono a specificare gli organizzatori, ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza, anche economica, degli immigrati nel nostro paese. Già in diverse città italiane, tra cui Napoli, sono sorti comitati organizzativi.

Il nuovo anno è cominciato da soli dieci giorni. A tutti i migranti che l’Italia, malgrado  tutto, accoglie, ancora non è troppo tardi e d’altronde non lo è mai, per augurare, in questi giorni tristi, un futuro migliore nel nostro Paese. (www.illevanteonline.net 7 gennaio 2010)

 

Lombardia. Lega e Pdl a caccia di clandestini

 

Fonte:www.stranieriinitalia.it
A Milano le camicie verdi vogliono controlli a domicilio. La Regione chiede aiuto agli amministratori di condominio

Roma – 7 gennaio 2010 – Verifiche casa per casa, guidate anche dalle soffiate di vicini e amministratori di condominio. È la ricetta anticlandestini cucinata in Lombardia da Lega Nord e Popolo delle Libertà, a meno di tre mesi (conterà qualcosa?) dalle elezioni amministrative.

Si comincia con una mozione presentata il mese scorso dalla Lega nei nove consigli di Zona di Milano, che verrà discussa nei prossimi giorni. Il testo (qui la versione integrale ) è indirizzato al sindaco e chiede “controlli riguardanti la clandestinità” e “verifica della residenza degli stranieri”.

Dopo aver elencato le novità introdotte dal pacchetto sicurezza, i leghisti citano le verifiche tra gli stranieri residenti già avviate in altri comuni, come la famigerata “operazione White Christmas” di Coccaglio. A Letizia Moratti chiedono quindi di “far partire una politica di maggior rigore di fronte al reato di immigrazione clandestina”, “combattere attraverso controlli sui luoghi di lavoro lo sfruttamento di stranieri irregolari” ma anche “una politica di controllo delle residenze degli stranieri, delle condizione igienico-sanitarie e di verifica dei contratti di affitto stipulati”.

Certo per il Comune non sarà facile scovare tutti gli irregolari, e allora a dare una mano ai vigili urbani potrebbero essere i comuni cittadini, chiamati a raccolta dall’ assessore regionale leghista al Territorio Davide Boni. “Invitiamo i milanesi – ha detto Boni qualche giorno fa - a segnalare a Palazzo Marino la presenza di stranieri irregolari, denunciando chi li sfrutta o affitta loro alloggi”.

La lotta ai clandestini non è un’esclusiva leghista. Stefano Maullu, assessore regionale alla Polizia Locale ed esponente del Popolo delle Libertà, sta lavorando a un’intesa con gli amministratori di condominio, che dovrebbero segnalare ai vigili urbani alloggi sovraffollati, flussi di persone estranee, contratti di affitto in nero e attività commerciali irregolari.

Maullu respinge l’idea di una caccia ai clandestini, l’intesa è piuttosto uno strumento “per rimuovere tutti gli elementi di degrado”. “Certo - ammette però l’assessore - la presenza di stranieri irregolari stipati in dieci per stanza è uno dei problemi maggiori”.

 

 

1 marzo 2010 - Sciopero degli stranieri

 

T’immagini la faccia che farebbero se da domani davvero, davvero tutti quanti smettessimo", cantava Vasco nel 1985. Più di venti anni dopo, torna la stessa domanda. Ma cambia il soggetto: e se davvero gli immigrati smettessero? Smettessero di lavorare, di fare la spesa, di prendere autobus e metropolitane. Che faccia farebbe chi pensa che siano solo «una massa informe di parassiti e opportunisti», chi li discrimina o ne ostacola l’integrazione? Forse inizierebbe a rendersi conto che gli immigrati lavorano «in Italia e per l’Italia, spesso in condizioni durissime e in violazione dei più elementari diritti umani». Inizierebbe forse ad «apprezzarne e riconoscerne la funzione nella società». Ed è proprio il risultato cui mira lo “Sciopero degli stranieri”, indetto per il primo marzo 2010.

Una giornata senza immigrati. “24 ore senza di noi”. Senza colf e badanti, operai e raccoglitori di pomodori, saldatori e addetti alle pulizie, ma anche mediatori culturali, infermieri e medici. L’idea è nata in Francia. Stefania Ragusa, Daimarely Quintero e Cristina Seynabou Sebastiani, tre amiche impegnate nel sociale, hanno deciso di farla propria e rilanciarla in Italia, attraverso un blog e Facebook. Il risultato sono circa seimila adesioni raccolte in un solo mese, mentre ancora si sta organizzando il “collettivo” dei promotori, che «nasce già meticcio ed è orgoglioso – si legge nella bozza di manifesto - di riunire al proprio interno italiani, stranieri, G2 (seconde generazioni) e chiunque ne voglia far parte».

Una iniziativa della società civile, insomma. Che il primo marzo vuole far sentire la voce degli immigrati (4 milioni e mezzo solo quelli regolari, secondo la Caritas) attraverso l’astensione dal lavoro («per chi se la può permettere»), ma anche con lo sciopero degli acquisti e degli spostamenti sui mezzi pubblici, e con iniziative di piazza.

Parte tutto da Internet, come per il No B Day. Ma dalla Rete gli organizzatori puntano a uscire, con la creazione di comitati cittadini, per un più largo coinvolgimento degli immigrati. Il manifesto, che sarà presentato ufficialmente a gennaio, verrà tradotto in numerose lingue (dal rumeno al bengali, dall’arabo al cinese). Lo sciopero, però, sarà non solo “degli immigrati”, ma di tutti quegli italiani che si sentono “stranieri”, in quanto «estranei al clima di razzismo e intolleranza che sta ammorbando l’Italia», spiega Stefania Ragusa.

«Siamo indignati dalle campagne denigratorie che hanno investito gli stranieri in questo Paese, determinando un clima di barbaro razzismo e portando all’approvazione di leggi discriminatorie», si legge nella bozza di manifesto. Che potrebbe incontrare, come il No B Day, il sostegno di partiti e sindacati. A titolo personale ha già aderito Giuseppe Civati, del Pd. Mentre Emma Bonino si è detta da subito favorevole a replicare l’iniziativa francese in Italia.

Quello del primo marzo 2010 sarà il primo sciopero nazionale “degli stranieri”. Ma vanta un significativo precedente a livello locale: 20 settembre 1989, dopo l’omicidio di Jerry Essan Masslo, gli immigrati scioperano a Villa Literno, contro il caporalato e la camorra. ( facebook 6 gennaio 2010)


 

Clandestinità: per i minori non  c'è reato

Fonte: www.stranieriinitalia.it
Archiviate le accuse contro un diciassettenne a Bologna. La Procura: “Niente espulsione, va tutelato”

Roma – 24 dicembre 2009 - Il reato di “ingresso e soggiorno illegale”, introdotto lo scorso agosto dalla legge sulla sicurezza, non può essere applicato ai minori stranieri. Lo ha sancito il Giudice per le indagini preliminari del tribunale dei minori di Bologna, archiviando un procedimento a carico di un diciassettenne albanese. Il giovane, sorpreso senza permesso di soggiorno, era accusato di ingresso e soggiorno illegale, ma era stato lo stesso procuratore dei minorenni di Bologna Ugo Pastore a chiedere che non fosse condannato.Pastore ha sottolineato che i minori stranieri non possono essere espulsi, come prevede il testo unico sull’immigrazione, e vanno tutelati anche in base alle convenzioni internazionali sull’infanzia, compresa quella di New York dell’89. Inoltre, non sarebbe sempre facile per un minorenne comprendere i suoi doveri, come quelli relativi ai documenti di soggiorno.

 

Cittadinanza, la riforma arriva in Aula


In Parlamento si riscrivono le regole per diventare italiani. Posizioni distanti, ma si potrebbe arrivare a un accordo almeno sui minori.


La riforma della cittadinanza arriverà domani in Aula alla Camera dei Deputati per la discussione generale.

Il testo di partenza licenziato dalla commissione Affari costituzionali i deputati è stato scritto da Isabella Bertolini, del Pdl, e rispecchia le posizioni più conservatrici del centro-destra. Mantiene infatti invariati i termini attuali, introducendo ulteriori verifiche.

Gli immigrati dovrebbero comunque risiedere regolarmente per almeno dieci anni in Italia prima di diventare italiani, ma anche frequentare corsi obbligatori di storia e cultura italiana ed europea, educazione civica e Costituzione. I loro figli nati nel nostro Paese potrebbero ancora chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni, ma a patto di aver frequentato con profitto tutta la scuola dell’obbligo.

Di segno opposto le posizioni del centrosinistra e di quella parte del centro-destra più vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini. Erano contenute nella proposta di legge firmata dal deputato Pd Andrea Sarubbi e dal collega del Pdl Fabio Granata, un testo fermato in commissione i cui punti principali potrebbero però riapparire come emendamenti durante la discussione in Aula.

Secondo la Sarubbi-Granata, sarebbe subito italiano chi nasce qui se la madre o il padre è legalmente in Italia da almeno cinque anni, e diventerebbe italiano il minore che completa almeno un ciclo di studi in Italia. Cittadinanza anche per chi è arrivato in Italia quando aveva al massimo cinque anni e vi ha risieduto legalmente fino alla maggiore età.

Gli stranieri adulti potrebbero invece acquistare la cittadinanza dopo cinque anni di residenza legale. Dovrebbero però avere un reddito non inferiore a quello richiesto per il permesso da lungo soggiornanti (poco più di 5mila euro), una conoscenza di base dell’italiano parlato e una conoscenza soddisfacente della vita civile e della costituzione italiana.

Non sarà facile trovare una sintesi tra queste posizioni. Difficilmente si abbasseranno gli anni per le naturalizzazioni, al massimo si interverrà sui tempi burocratici che passano dalla domanda al riconoscimento della cittadinanza. È invece più probabile una mediazione per facilitare le cose alle seconde generazioni: circa 800 mila figli di immigrati nati o arrivati qui giovanissimi.

La discussione, comunque, durerà ancora qualche mese. E con ogni probabilità la riforma verrà varata solo dopo le elezioni regionali di marzo, quando, terminata la campagna elettorale, anche la Lega sarà un po’ meno interessata a fare la voce sempre e comunque grossa contro gli immigrati (Fronte del popolo  facebook 23 dicembre 2009))

 

Reato clandestinità, un altro giudice solleva questione di legittimità costituzionale


Il giudice di pace di Agrigento, accogliendo la richiesta della Procura e della Difesa ha trasmesso gli atti di un processo per immigrazione clandestina alla Corte costituzionale sollevando la legittimita’ della norma introdotta con il cosiddetto pacchetto sicurezza approvato quest’anno.
L’atto era stato depositato dal procuratore capo Renato Di Natale, dall’aggiunto Ignazio Fonzo, e dal vice procuratore onorario Francesco Battaglia, al processo a carico di 21 migranti sbarcati nella Sicilia meridionale che si celebra davanti al giudice di pace di Agrigento. La Procura ha chiesto e ottenuto la sospensione del procedimento e la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale.
Luigi Manconi presidente di ‘A Buon Diritto’ ha commentato: ‘Il giudice ha accolto anche le diverse eccezioni di costituzionalita’ sollevate dai legali Ernesto Maria Ruffini e Danika La Loggia per conto dell’associazione A Buon Diritto.
In particolare, secondo il giudice, la norma presenta profili di incostituzionalita’ per la sua irragionevolezza e per la lesione del principio di uguaglianza previsto dall’art. 3 della Costituzione e delle norme internazionali sulla tutela dello straniero. Si tratta di un primo, circoscritto ma assi importante, risultato positivo per arrivare alla pronuncia di incostituzionalita’ di una legge che lede un diritto fondamentale della persona’.

(Fonte: immigrazione.aduc.it 17 dicembre 2009)

 

 

La Camera approva i respingimenti

intanto il decreto sicurezza inizia a colpire

 


di Fulvio Vassallo Paleologo, Palermo e Alessandra Ballerini, Genova

  1. Nella seduta del 24 novembre 2009 la Camera dei deputati ha approvato luna mozione concernente le iniziative in materia di contrasto dell’immigrazione clandestina e con particolare riferimento al “rispetto” delle norme costituzionali e internazionali. Questo il testo dell’Atto della Camera dei deputati

“Con la mozione, presentata dai gruppi di maggioranza a prima firma Cicchitto e accettata dal Governo, approvata dopo un lungo dibattito con 267 sì e 250 no, la Camera impegna il Governo :

  •   “a proseguire nell’azione di controllo e regolamentazione dei flussi migratori, al fine di contrastare con determinazione ogni forma di immigrazione clandestina, con lo scopo di attuare politiche attive capaci di contemperare i diritti dei popoli migranti con i diritti dei popoli residenti;

  • a proseguire nella lotta alla criminalità organizzata che regola e gestisce i flussi di immigrati clandestini;

  • a proseguire nell’azione di difesa e garanzia dei necessari livelli di sicurezza nel nostro Paese, contrastando a questo fine l’immigrazione clandestina e promuovendo l’immigrazione legale;

  • ad intervenire nei confronti dell’Unione europea affinché si definisca una politica comune di gestione e controllo dei flussi migratori a difesa degli equilibri sociali ed economici delle popolazioni europee ed affinché l’Europa possa diventare la meta di un’immigrazione effettivamente sostenibile, la sola capace di determinare sviluppo e progresso;

  • a proseguire nell’azione di riconsegna alla Libia degli immigrati irregolari, così come delineatasi in questi ultimi mesi, che ha drasticamente ridotto i rischi di tragedie in mare”.

Respinte, invece, le proposte di mozioni presentate dai gruppi di minoranza, con le quali si impegnava il Governo a limitare i respingimenti al rispetto del diritto d’asilo e delle norme nazionali e comunitarie.
Prima delle votazioni il rappresentante del Governo (Sottosegretario di Stato alla Giustizia) era intervenuto nella discussione tentando di confutare ogni critica dei gruppi delle opposizioni e delle organizzazioni umanitarie ed internazionali (inclusa la Commissione europea) circa la legalità dei respingimenti, illustrando le norme internazionali applicate - smentendo ogni tipo di violazione - e i rapporti italo-libici e affermando, tra l’altro, che nel corso delle operazioni di respingimento effettuate dalle unità militari navali italiane verso la Libia “si è sempre agito in conformità del principio del non-refoulement poiché non è stata negata ad alcuno dei clandestini intercettati la possibilità di chiedere asilo, né alcuno tra gli stranieri intercettati e soccorsi, una volta saliti a bordo delle navi italiane, ha manifestato la volontà di chiedere asilo” e che “i responsabili delle forze intervenute hanno riferito che durante l’operazione di soccorso in alto mare, durata in media dieci ore, gli stranieri intercettati non hanno chiesto alcuna forma di protezione internazionale, né fatto sapere di essere perseguitati nel loro Paese. Nessuno straniero intercettato risulta essere stato sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti.”

Quanto approvato dalla Camera dei deputati è di una gravità inaudita perché si basa sulla falsificazione dei fatti e contrasta con tutti i rapporti internazionali che da anni denunciano la violazione dei diritti dei migranti e dei potenziali richiedenti asilo in Libia e nelle acque del Canale di Sicilia. La Camera si è basata soltanto sulle verità ufficiali desunte dai rapporti delle autorità di polizia senza dare il minimo ascolto alle istanze documentate delle associazioni antirazziste e delle organizzazioni internazionali. Quanto deciso dalla Camera si commenta da solo e non potrà che suscitare sdegno e riprovazione in chiunque conosca la tragica sorte destinata ai migranti tutti, in Libia e nei paesi di transito, per effetto degli accordi bilaterali del 2008 e dei protocolli operativi firmati tra Italia e Libia nel 2007.

2.-Ma la guerra ai migranti prosegue anche in Italia. La legge 94/2009 entrata in vigore l’8 agosto, si aggiunge ad altri provvedimenti, adottati dal Governo in precedenza, che hanno già compresso i diritti fondamentali dei migranti e che presto potranno compromettere i diritti di noi tutti.

Con questa legge viene l’introdotto il “reato di clandestinità”, che comporta l’obbligo a carico dei pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio, richiesti di un qualsiasi atto, di denunciare la persona che commette questo reato, ovvero il migrante colpevole di non possedere (suo malgrado) un permesso di soggiorno. Il reato di clandestinità è palesemente incostituzionale perchè di fatto punisce i migranti non per quello che fanno ma per quello che sono in aperta violazione dell’art. 3 della Costituzione. Secondo la nuova normativa le forze dell’ordine, i magistrati, i medici e direttori scolastici, gli insegnanti e assistenti sociali, in quanto pubblici ufficiali, dovrebbero procedere in ogni caso alla denuncia del migrante irregolare. Questi non potrà neppure adire un tribunale come testimone o denunciare un reato. Le conseguenze dell’introduzione del reato di clandestinità saranno devastanti anche se in diverse regioni, come in Liguria ed in Sicilia, gli assessori alla sanità hanno emesso alcune circolari in cui si ritiene prevalente il diritto costituzionalmente protetto alla salute e si indica a medici e infermieri di curare comunque gli stranieri irregolari bisognosi di cure essenziali ed urgenti senza procedere alla loro denuncia. Nei primi mesi di attuazione della legge 94 del 2009 , tuttavia, si registra una fuga dei migranti irregolari dalle strutture di assistenza medica per la paura di essere comunque segnalati, e non sono mancati episodi di medici che malgrado le direttive ministeriali, hanno consegnato alla polizia un immigrato irregolare che si era rivolto loro per ricevere cure.
Ancora più discriminatoria la nuova normativa che prevede per i migranti il possesso del permesso di soggiorno come condizione obbligatoria per ottenere gli atti di stato civile. Così il migrante irregolare non potrà ottenere un certificato di morte di un congiunto (necessario anche solo per il rimpatrio della salma) nè contrarre matrimonio. Tutto questo configura un’evidente lesione dei diritti fondamentali della persona, di tutte le persone, compreso quegli italiani decisi a contrarre un matrimonio cd “misto”. Il manifesto della razza del 1938 prevedeva il divieto di matrimoni tra ariani e non ariani, oggi questa legge sulla sicurezza vieta il matrimonio per tutti i moderni “non ariani” ovvero per gli irregolari che non potranno quindi più sposarsi con nessuno (neppure unirsi in matrimonio con un altro clandestino)

3. La legge, nella sua stesura originale, prevedeva anche l’impossibilità per i cittadini irregolari di riconoscere i propri figli non potendo ottenere il certificato di nascita (che è un atto dello stato civile). L’applicazione rigorosa di tale norma avrebbe comportato di fatto la dichiarazione di stato di abbandono del minore che non poteva essere riconosciuto dai genitori irregolari. Una circolare del Ministero degli Interni ha però ridotto la portata di tale norma prevedendo esplicitamente che “per lo svolgimento di attività riguardanti dichiarazioni di nascita e riconoscimento di filiazione non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese anche a tutela del minore”.

Come risulta evidente a chiunque conosca la gerarchia delle fonti è tuttavia possibile che qualche zelante funzionario o sindaco rilevi come una circolare ministeriale, al di fuori dei casi espressamente previsti, non possa prevalere rispetto ad una legge di portata generale approvata dal Parlamento (essendo peraltro prevista una riserva di legge dalla nostra costituzione in materia di immigrazione). Nè comunque questa circolare prevede deroghe rispetto all’obbligo di denuncia in capo ai pubblici ufficiali nei confronti dei responsabili del reato di clandestinità .
Qualunque immigrato irregolare che dovesse oggi recarsi all’ufficio nascite di un comune per riconoscere il proprio figlio rischia di trovarsi di fronte un impiegato (pubblico ufficiale) pignolo e magari un pò razzista che potrebbe ritenere prevalente il disposto della legge 94/2009 rispetto alla Circolare Maroni e quindi rifiutarsi di certificare la filiazione del minore procedendo magari alla denuncia dell’immigrato irregolare.

Anche i diritti degli italiani vengono compromessi dalle disposizioni del pacchetto sicurezza, laddove si stabilisce che le istanze di iscrizione o di variazione della residenza anagrafica potranno discrezionalmente dar luogo alla verifica, da parte del Comune, delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile e subordinando ipoteticamente la possibilità di ottenere o mantenere la residenza. Controllare la residenza delle persone (tutte) è un modo per controllarne i diritti. Si profilano inediti casi di discriminazione istituzionale.

Viene poi reintrodotto il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, che era stato abrogato, in una versione punitiva intensificata rispetto alla precedente: è prevista ora la reclusione fino a tre anni. Sarà “un’arma” che potrà essere utilizzata facilmente contro chiunque, italiano o migrante, all’interno di contesti di conflittualità sociale o di dissenso esprima troppo animatamente le proprie idee. Anche le prossime manifestazioni davanti ai CIE o per difendere spazi sociali occupati potranno produrre centinaia di procedimenti penali aperti sulla base di quanto affermato discrezionalmente nei rapporti delle autorità di polizia. E poi qualcuno si ostina a parlare ancora di 2giusto processo”. Giusto processo per chi? Non certo per i migranti e per tutti quegli italiani che non si possono permettere neppure la spesa di un avvocato o che abitano in luoghi nei quali non è facile procurarsi una efficiente difesa legale.
Oltre ad istituire le ronde, con effetti devastanti come confermato dalle cronache di questi giorni, che segnalano l’aumento dei casi di violenza sui migranti a sfondo razzista, la legge prolunga i tempi di detenzione nei Centri di Identificazione ed Espulsione fino a un massimo di 180 giorni (nelle condizioni inumane che già ben si conoscono anche grazie ai rapporti di diverse organizzazioni non governative e al libro bianco del Comitato diritti umani presso il senato). In queste prime settimane la situazione dei CIE è diventata esplosiva proprio per il prolungamento della detenzione amministrativa a sei mesi, mentre non è aumentato il numero di persone che l’Italia riesce effettivamente ad allontanare dal proprio territorio ( secondo dati dello stesso ministero dell’interno si tratterebbe di poche decine a settimana). Egitto e Tunisia, partner da tempo nelle pratiche di espulsione disposte dalle autorità italiane, limitano in questo modo il numero dei migranti irregolari che l’Italia può rimpatriare, per gli altri rimane solo la prospettiva di una condizione di clandestnità, macchiata dalla commissione di un reato. E i posti nei centri di identificazione ed espulsione sono sempre meno. Dopo un incendio seguito ad un tentativo di fuga, è stato chiuso il CIE di Caltanissetta, come nel mese di febbraio era stato chiuso per lo stesso motivo il CIE di Lampedusa..

4. La legge 94/2009 è zeppa di meccanismi ideati, si potrebbe dire, per estorcere denaro dagli immigrati, compresa la tassa per il rinnovo del permesso di soggiorno (da ottanta a duecento euro oltre i costi già previsti di 72 euro per la presentazione dell’istanza in posta).

Vengono inasprite le sanzioni e le pene anche per chi favoreggia l’immigrazione clandestina, ed è previsto il carcere fino a tre anni oltre che la confisca dell’immobile per chi offre alloggio in cambio di denaro ad un irregolare. Queste disposizioni non riguardano solo i migranti, per quanto i media cerchino di farcelo credere. Di fatto, viene messo in discussione e calpestato il principio di uguaglianza (art. 3 della Costituzione), che non varrà più per nessuno. E i diritti fondamentali o sono di tutti e lo Stato si impegna a tutelarli, o non sono più di nessuno.

Oggi i diversi sono i migranti, ma anche i loro parenti, o chi vive in una casa considerata “inidonea” o chi manifesta in maniera “appassionata” il proprio dissenso, come è successo di recente a Venezia dove la polizia ha caricato pacifici manifestanti all’interno di una manifestazione autorizzata solo perché all’interno del corteo venivano portati avanti tre manichini che il ministro Maroni non sopportava perché ricordavano le tante vittime delle stragi in mare. Quelle vittime che non si riconoscono quando chiamano soccorso o che si abbandonano ai libici una volta che vengono localizzati. Domani, purtroppo la storia ci insegna, non potrà che andare peggio. Il distacco dell’Italia dal diritto internazionale e comunitario, e quindi la rottura sostanziale del principio di eguaglianza, costituisce una ferita gravissima per il sistema costituzionale e per quella coesione sociale che tutti invocano a parole, salvo poi ad ideare ed applicare normative che producono esclusione ed odio.(30 dicembre 2009Fonte: www.meltingpot.org)

 

Sciopero degli immigrati. La sfida dell'altra Francia


Martedì l’annuncio: un giorno senza di noi. Il paese rischia la paralisi


di Domenico Quirico


PARIGI: Provate francesi! Una giornata senza di noi: senza la bambinaia che tiene a bada i figli raccontando loro le storie dell’Africa o delle Antille, senza la domestica, senza gli spazzini che portano via la vostra immondizia di ricchi, senza i manovali che fanno quello che voi non volete più fare, senza i lavapiatti nei ristoranti, senza i fattorini, gli uomini della sicurezza. E ancora: provate una giornata senza di noi nei McDonalds, nei cinema, ne060516immigrants.jpgi supermercati, con i posti vuoti, gli incassi ridotti. Perché anche noi consumiamo e mettiamo in movimento l’economia: ventiquattro ore non cambieranno la Francia ma serviranno per accorgersi quanto sia complicato e difficile per la République tirare avanti.

L’iniziativa è originale e potenzialmente micidiale, destinata a suscitare accalorate controversie. Perché coincide polemicamente con il momento in cui il presidente Sarkozy schiaccia di nuovo il pedale dell’identità francese. Si mette in sciopero l’altra Francia, quella che non ha i documenti e quella che ce l’ha ma è come se… Vuole incrociare le braccia e chiudersi in casa la Francia che popola la metropolitana e i treni di banlieue alle cinque del mattino quando non ci salgono ancora quelli che il ministro per l’immigrazione Besson invita ad andare in prefettura per dichiararsi orgogliosi di essere francesi; e che arriva negli uffici dopo le cinque ma per pulire e lucidare. Gli spettacolari argomenti sono branditi in un manifesto, titolo «24 heures sans nous»: basta chiacchiere, basta con i simboli, semplicemente senza di noi il paese non va avanti. Perché ci sono settori interi dell’economia, domestica e non (ad esempio l’edilizia) che occupano ormai quasi soltanto immigrati. E’ il proclama fondatore della belligeranza etnica, quanto basta per smantellare le cartilaginose ipocrisie di un paese che si vanta di saper realizzare l’integrazione.

«L’idea ci è venuta dagli Stati Uniti - spiega Nadir Dendouane uno dei portavoce del comitato organizzatore - nel maggio 2006 un gruppo di ispanici organizzò una protesta analoga. Volevano contestare un progetto di legge che intendeva criminalizzare l’immigrazione clandestina. Hanno detto: ok, ci considerate dei criminali, però senza di noi, questo paese non funziona. Noi ci siamo ispirati a questa giornata durante la quale non sono andati a lavorare, e neanche a consumare, sono rimasti a casa. Ecco: una giornata morta. Tutti quelli che si sentono o sono considerati immigrati, anche se come me sono nati in Francia - e sono in tanti questi francesi che vengono considerati male da un’altra gran parte della popolazione, insieme a tutti quelli che si sentono solidali e coscienti del loro contributo si mobilitino. Il nostro collettivo raduna tutti, bianchi, neri, magrebini, uniti nel rifiuto di essere un capro espiatorio. Settanta anni fa eravate voi italiani a ricevere in faccia del “sale rital”. Oggi è il nero o l’arabo. Ci siamo stufati. Sarà una giornata della dignità». Presentazione martedì prossimo all’assemblea nazionale. Data prevista per lo sciopero, il primo marzo prossimo. Perché è l’anniversario dell’entrata in vigore, nel 2005, del «codice per l’ingresso e il diritto di asilo», detto codice degli stranieri. Il consumo è il motore della crescita, un’idea che Sarkozy trova adorabile, usata come arma contro di lui.

Ma sarà difficile mettere in piedi uno sciopero degli immigrati? «No, quelli che hanno un lavoro non andranno a lavorare quelli senza si asterranno dal consumare. Picchiamo dove fa male per sottolineare con forza l’importanza dell’immigrazione. Vogliamo più rispetto, niente altro. Essere francese? Vuol dire vivere in Francia, pagare le tasse in Francia, parlare, leggere e vivere in francese. Cosa di più? Quelli che ci considerano degli immigrati vorebbero che fossimo tutti uguali, mangiare maiale e bere birra e vino. Mettono sempre avanti le loro differenze, però vogliono gli altri francesi uguali a loro. Ci sono dei francesi ebrei, altri cattolici, altri che non credono in Dio, altri che sono musulmani, buddisti, etc… Fino a quando uno paga le tasse e riceve il rispetto dalla République, non vedo cosa si dovrebbe fare di più. Se devo anche schiarirmi la pelle o cantare la Marsigliese per essere più francese, non ci sto! Noi partecipiamo alla vita economica e per me è anche questo essere francese. Io che ho la pelle scura, se mi metto a criticare la Francia, diventa un problema d’integrazione. Invece il bianco può dire tutto quello che gli pare, nessuno gli dirà mai nulla. Questa è la differenza».(Fonte: www.lastampa.it 19 novembre 2009)

 

Operazione da Gestapo

 

Lo sgombero, una vera e propria operazione militare, di San Nicola Varco grida vendetta. Invece di reprimere il caporalato, che organizza lo sfruttamento di migliaia di lavoratori immigrati nell’agricoltura della piana del Sele, si vanno a colpire le vittime.
E’ la storia di questa Italia: forte con i deboli e debole con i forti. Chiediamo adesso alle istituzioni, locali e nazionali, che fine faranno adesso le centinaia di esseri umani privati anche dei loro fatiscenti ricoveri e buttati in mezzo al strada, verranno ospitati nei nuovi centri commerciali a cui si vuole fare posto con questi metodi oppure verranno consegnati ancora di più nelle mani dei loro aguzzini?”. E’ quanto afferma Maurizio Musolino, responsabile Immigrazione del PdCI, a commento dello sgombero di cittadini extracomunitari da parte delle forze dell'ordine avvenuto a San Nicola Varco.(www.comunisti-italiani.it  11 novembre 2009)

Omissione di soccorso come politica di contrasto all'immigrazione clandestina


di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo


Nel giorno della visita del ministro Maroni in Libia ancora un episodio di omissione di soccorso nelle acque del Canale di Sicilia. Come riferisce l’agenzia APCOM, “due barconi con un centinaio di migranti a bordo hanno lanciato la notte scorsa un sos mentre si trovavano nel Canale di Sicilia. I barconi, secondo quanto riferisce il portavoce delle Forze armate maltesi, il maggiore Ivan Consiglio, sono ancora in acque di competenza libica e non risultano essere entrati ancora in quelle di competenza dell’autorità dell’Isola dei Cavalieri. Le autorità italiane sono state allertate e monitorano la situazione”.
Secondo il GR 1 di oggi, lunedì mattina, le autorità italiane non stanno intervenendo perché le imbarcazioni si troverebbero in acque di competenza maltese, anche se le Convenzioni internazionali imporrebbero comunque a qualunque stato rivierasco ne abbia notizia un intervento immediato per salvare vite umane in pericolo. Probabilmente le autorità italiane stanno “monitorando” la situazione per consentire alle motovedette regalate ai libici di raggiungere prima i barconi carichi di migranti. Infatti, sia i maltesi che il governo italiano sono in attesa che le motovedette libiche riescano a bloccare la navigazione delle imbarcazioni cariche di migranti e li riconducano verso i porti di partenza.

Per raggiungere questo risultato, magari proprio nel giorno della visita di Maroni in Libia, le autorità politiche e militari coinvolte in questa vicenda si stanno macchiando di un reato gravissimo, a terra, ed ancora di più a mare: l’omissione di soccorso. Le condizioni del mare stanno infatti peggiorando ed è fondato ritenere che con il passare delle ore, nella stagione fredda e con il mare in burrasca, queste scelte politiche e militari produrranno altra morte. Esattamente come si è verificato ad agosto nel caso del gommone carico di eritrei abbandonato per giorni in mare al punto di negarne l’esistenza , ed ancora poche settimane fa con il peschereccio carico di somali e di eritrei che alla fine è stato fatto entrare nelle acque italiane, con un morto a bordo e numerose altre persone in fin di vita.
Appare evidente come ormai le autorità italiane e maltesi non si “sporchino” più le mani con i respingimenti collettivi, per i quali sono aperti procedimenti penali davanti ai tribunali italiani ed alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, ma preferiscano delegare al mare, o ai libici, il compito di arrestare la fuga dei migranti verso l’Europa. Anche nel caso dell’eventuale riconduzione in un porto libico la sorte di queste persone appare segnata, perché, come si è verificato negli ultimi tempi in casi analoghi, si tratterà di migranti che non appena sbarcati in Libia saranno rinchiusi per mesi nei centri di detenzione ancora vittime di abusi di ogni genere. Abusi la cui responsabilità incombe direttamente su quei governi europei che hanno concluso accordi con la Libia, ed adesso anche sulla Commissione Europea e sul Consiglio dell’Unione Europeo che vorrebbero intensificare i rapporti di collaborazione tra l’agenzia per il controllo delle frontiere esterne (FRONTEX) ed il governo libico.
Auspichiamo che i parlamentari europei sappiano bloccare questa politica di collaborazione dell’Unione Europea con i regimi dittatoriali dei paesi della sponda sud del mediterraneo, una politica che per contrastare l’immigrazione irregolare cancella i diritti fondamentali della persona umana, a partire dal diritto di asilo. Una politica che agevola oggettivamente le mafie che a parole tutti dichiarano di combattere. Attendiamo anche che finalmente la magistratura italiana e la Corte Europea dei diritti dell’uomo condannino le pratiche congiunte dell’omissione di soccorso e dei respingimenti collettivi.
Chiamiamo tutte le associazioni antirazziste ad una mobilitazione immediata per fare conoscere la disumanità di queste nuove prassi di cooperazione di polizia tra l’Italia, la Libia e Malta, una cooperazione che passa attraverso la sistematica omissione di soccorso nei confronti dei naufraghi che avrebbero diritto di essere condotti verso un porto sicuro, e che invece vengono abbandonati in mare, magari per essere riconsegnati ai loro aguzzini libici. Ancora una volta, sempre di più, il silenzio costituisce una forma gravissima di complicità con gli abusi e con le violazioni reiterate del diritto internazionale del mare e del diritto di asilo. Per questo chiunque tace oggi su quanto sta accadendo nelle acque del Canale di Sicilia, sarà responsabile della sorte di quei disperati che in queste ore sono abbandonati nel mare in burrasca.(Fonte: www.meltingpot.org 9 novembre 2009)

 

 

Allo spuntar del giorno, ai cancelli della Questura di Corso Verona 4

Lettera delle Sorelle di Porta Palazzo - Torino
“Long1/2 Rif.Assicurata 050741528024,Rif.Istanza 519736899917: Comunichiamo convocazione il 04/11/2009 alle 08:30 per integrazione pratica. Per dettagli col Remetente:MININTERNO”…
In un SMS si concentra tutta l’assurdità di un “pacchetto sicurezza”… che racchiude anche noi! Ovvero, sr Julieta da tre anni ormai in Italia, mozambicana di Porta Palazzo, nella più totale gratuità di servizio alla “Torino Plurale”, è convocata nuovamente in Corso Verona, all’alba del 4 novembre 2009, per non chiarita integrazione pratica… che sarà?!…
… Dopo una vigilia che ci ha viste, previdenti, presso l’ingessata Cancelleria della Curia arcivescovile, a raccogliere firme e timbri, garanti di autenticità, da parte di un “pianeta ecclesiastico” piuttosto griffato, che poco ci appartiene, ma che – tuttavia – nelle ridondanze burocratiche ci è necessario… ci portiamo, allo spuntar del giorno ai cancelli della Questura, di Corso Verona 4, sezione immigrazione.
Veramente se ne vedono “di tutti i colori”, fino al colore della vergogna, che è quello della pelle di chi è italiano e quasi non vorrebbe più esserlo, di fronte a certe espressioni di volgare disumanità, di stupidità abissale, di negazione ostinata di evidenze, di orgoglio di razza che richiama altri tempi…
Nel silenzio oscillante tra rabbia e sgomento, nell’umido di un’alba resa più fredda dallo scenario circostante, dai toni espressionisti, abbiamo visto e fotografato con gli occhi, con il cuore e con l’adrenalina a mille!
Una fiumana muta, in tensione tra rassegnazione e rivolta… inquietante, forse pericolosa?!
Giovani mamme nigeriane e marocchine con piccoli intirizziti in carrozzina, fermi ai cancelli dalle 4 del mattino, marocchini e albanesi che vivono di espedienti, fino alla “vendita del posto in coda” a 50 euro, cinesi assorti dentro il loro PC portatile, che ingannano l’attesa ignari del mondo circostante seguendo film sottotitolati dai colori taglienti, anziani di ogni lingua, pazienti e rassegnati, come vecchi cani da caccia, fieri nei ricordi…giovani coppie dell’est che si scaldano reciprocamente fra baci e massaggi ai polpacci…
Poliziotti che sembrano usciti dalle tele di Grosz, con manganello in mano e forti dei segni di un potere, contro la fiumana inerme e congelata, che ha il potere del segno… sbrodolano minacce ironiche sulle espressioni sgomente di una giovane moglie filippina, appellandola “signorina” di fronte al marito italiano, che si vergogna d’esser tale…
… Tra una coppia albanese e il cinese videodipendente, due suore, di cui una “straniera”, che da tre anni lavora giorno e notte, gratuitamente, per costruire integrazione con e per la Chiesa, con e per il Comune “sta”, sospesa nel mistero di una “integrazione burocratica”: ancora le viene richiesto di “lasciare le impronte”… come se non bastassero tutti i segni seminati in tre anni di strada, in mezzo alla gente…ma le “impronte” danno più garanzia dell’impronta!… della caparbia, costante, quotidiana volontà di costruire un meglio per tutti…
E si tratta di “impronte per la Scientifica”…perché presunta potenziale delinquente…tutto fa pensare…
Che dire?!…oltre la rabbia, l’indignazione, l’impotenza di fronte alla stupidità?…
Contro i cattivi, ammesso che ce ne siano, si può combattere, ma contro gli stupidi, di cui l’esistenza è certa…che fare?!…
Non vogliamo cercare soluzioni preferenziali per le religiose o per la chiesa, che ben più potrebbe fare e dire al riguardo del pacchetto sicurezza, ma si vorrebbe semplicemente dar voce a chi non ha voce, denunciare la disumanità delle procedure burocratiche e la disorganizzazione, mista a frustrazione inacidita, dei nostri “sportelli amici”…dove si viene accolti da operatrici che maneggiano il tuo passaporto munite di guanti usa e getta, come tu fossi appestato e non si curano che tu, in coda magari da tre ore al freddo, se ti scappa la pipì sei costretto a farla in “cessi” assolutamente allucinanti…eppure ci siamo chieste: “qual è il luogo più infetto?”…le turche della Questura o il cuore umano!?…
…Dobbiamo poter raccontare questi flashes, perché è ora che se ne parli… anche noi…
le polemiche sui crocifissi tolti dai muri non servono… le radici cristiane dovrebbero spingerci a togliere i crocifissi dalle strade!… perché Gesù Cristo…dicono, “passasse risanando”…

Con affetto e tutta la forza di un magnificat che vorrebbe realmente “abbattere i potenti dai troni e risollevare gli umili”

 

Il leghista Gentilini condannato per razzismo

 

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Venezia, 26 ott. (Adnkronos/Ign) - Il pagamento di una pena pecuniaria di 4mila euro ma soprattutto il divieto di partecipazione a pubbliche manifestazioni per 3 anni. E’ la condanna inflitta al vicesindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, in seguito al processo, con rito abbreviato, apertosi a suo carico per istigazione all’odio razziale.

Il fatto risale allo scorso anno quando Gentilini intervenne duramente contro gli immigrati dal palco della Festa dei Popoli Padani a Venezia. Già quest’anno comunque lo ’sceriffo’, con il rammarico di molti esponenenti trevigiani del movimento, non era stato inserito nella scaletta degli interventi della festa leghista a Venezia.

Gentilini è noto alle cronache per le sue prese di posizione, a partire dall’attacco contro i gay nel 2007, in cui auspicò la ”pulizia etnica dei culattoni”, dichiarazioni che spinsero le associazioni omosessuali a organizzare la protesta del bacio davanti al Comune.

E poi, ancora, l’attacco contro i cani di razza straniera, la guerra ai cigni lungo i corsi d’acqua della città, la rimozione delle panchine perché occupate dagli extracomunitari, gli immigrati da vestire da leprotti e da impallinare. Da anni il governo della Lega a Treviso, gradito ai cittadini con percentuali di voto ‘bulgare’, è un feudo inespugnabile a qualsivoglia altra forza politica.Fonte: it.notizie.yahoo.com

 

 

In duecentomila invadono Roma

per la manifestazione nazionale antirazzista

 

Una giornata straordinaria quella che abbiamo vissuto, costruito e attraversato oggi: centinaia di migliaia di migranti, studenti, precari, cittadini che hanno scelto di attraversare la giornata antirazzista con un corteo che ha invaso le strade di Roma.

Una giornata che disegna nuove possibilità a partire dalla sperimentazione di un percorso comune da inventare assieme, a partire dalle ottime premesse di oggi. Dalla Sapienza è partito uno spezzone, ricchissimo e molto vasto, che ha scelto di rilanciare da un luogo simbolo dell’Onda un percorso che intrecci le lotte dei migranti e quelle degli studenti, dei precari.

La manifestazione di oggi non è stata una semplice testimonianza contro il razzismo, ma una giornata di conflitto che dà inizio alla sperimentazione di una forma reale di ricomposizione sociale per contratsare il razzismo, lo sfruttamento, la precarizzazione che come studenti, come migranti, come precari, come lavoratori viviamo, nelle differenze, in maniera comune.

Oggi scendere in piazza contro lo smantellamento dell’università e per un nuovo welfare, per la sanatoria e per la chiusura dei CIE, è una battaglia che riguarda la questione della ridefinizione della cittadinanza: i diritti di cittadinanza non sono questioni semplicemente formali, ma riguardano la qualità della vita e la dignità delle persone che vivono questo paese, che rifiutano il modello di governo della crisi che Maroni e Berlusconi tentano di applicare.

Se dal Veneto è giunta l’intuizione del “Veneto libero dal razzismo e dalla paura”, intuizione che diventa conflitto e composizione larga, non identitaria e non chiusa, attraverso cui costruire l’opposizione al razzismo e alle politiche securitarie, la scommessa è oggi dichiarare tutti i nostri territori e l’intera Europa libera dal razzismo, a partire dalla battaglia contro la gestione delle migrazioni, il ricatto che sui migranti si abbatte.
La mobilitazione non finisce con il corteo di oggi, perché oggi i migranti hanno lanciato una mobilitazione ad oltranza per l’allargamento della sanatoria a tutti.

E’ quello il tema, ribadire e rivendicare non solo la libertà di movimento, ma anche la libertà di decidere dove rimanere, quanto rimanere, dove costruire la propria vita in base ai propri desideri.

La lotta dei migranti contro il pacchetto sicurezza è una lotta di tutti, perché le restrizioni delle libertà, il ricatto e la gerarchizzazione sociale imposta dal capitale colpisce tutti, riguarda in prima persona tutti quanti. Da questo si può e si deve ripartire, per far si che la grande giornata di oggi sia solo l’inizio di un percorso di libertà che riguardi tutti quanti, che sfida i governi per ribadire che noi la crisi non solo non la paghiamo ma la vogliamo creare ai governi, respingendo il razzismo e la precarietà.

Combattere il razzismo è oggi una battaglia culturale nel paese delle aggressioni e dei respingimenti, ma è soprattutto lotta di classe contro il ricatto capitalistico. E’ ribellione alla crisi e ridefinizione della cittadinanza, a partire dal protagonismo di tutti. (17 ottobre 2009 www.globalprojet.info)

 

In piazza il 17 ottobre a Roma

Comitato Promotore Torino comunica: Partenza da Torino venerdì 16 ottobre 2009 ore 24 Porta Susa

per informazioni  e biglietti ( costo 15 euro) tel 3771870977/3479713796/0116554547/3201183631

Sede: Corso Marconi 34 www. immigrati.organizzati.over-blog-org

Il PdCI aderisce alla manifestazione

 

 

 

 

Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo.
A 20 anni di distanza, il razzismo non è stato sconfitto, continua a provocare vittime e viene alimentato dalle politiche del governo Berlusconi. Il pacchetto sicurezza approvato dalla maggioranza di centro destra risponde ad un intento persecutorio, introducendo il reato d'immigrazione clandestina e un complesso di norme che peggiorano le condizioni di vita dei migranti, ne ledono la dignità umana e i diritti fondamentali.
Questa drammatica situazione sta pericolosamente incoraggiando e legittimando nella società la paura e la violenza nei confronti di ogni diversità.
Intanto, nel canale di Sicilia, ormai diventato un vero e proprio cimitero marino, continuano a morire centinaia di esseri umani che cercano di raggiungere le nostre coste.

 

 La proposta antirazzista

 

Una prima assemblea nazionale si è svolta il 25 luglio a Roma. Un'altra è prevista il 5 settembre. La proposta è di scendere in piazza con una manifestazione nazionale, che coinvolga il maggior numero di persone e "sensibilità" possibili, per dire un forte no contro i provvedimenti razzisti del governo Berlusconi. Il giorno scelto per manifestare è il 17 ottobre. La città è Roma. I promotori chiedono adesioni. Di seguito il testo dell'appello - che verrà pubblicato anche sul giornale di domani - e le firme delle prime adesioni.

 

Manifestazione Nazionale Antirazzista
Roma 17 ottobre 2009 – ore 14.00 Piazza Repubblica

L’assemblea nazionale antirazzista del 25 luglio riunitasi a Roma, rivolge un forte appello a mobilitarsi contro i provvedimenti razzisti del governo Berlusconi che alimentano odio, divisioni e violenza nella società.

Perciò decide di convocare dal 20 al 30 settembre iniziative locali, per la regolarizzazione di tutti gli immigrati e preparare la manifestazione antirazzista nazionale del 17 ottobre 2009 a Roma.

Sulla base di questa piattaforma:

 

  • No al razzismo

  • per la regolarizzazione generalizzata per tutti

  • ritiro del pacchetto sicurezza

  • accoglienza per tutti

  • no ai respingimenti e agli accordi bilaterali che li prevedono

  • per la rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro

  • diritto di asilo per i rifugiati e profughi

  • per la chiusura definitiva dei Centri di Identificazione ed Espulsioni (CIE)

  • no alle divisioni tra italiani e stranieri

  • diritto al lavoro, alla salute, alla casa e all’istruzione per tutti

  • mantenimento del permesso di soggiorno per chi ha perso il lavoro


L’assemblea decide di convocare una manifestazione nazionale antirazzista il 17 ottobre 2009 a Roma.

Per tanto facciamo appello a tutte le associazioni laiche e religiose, le organizzazioni sindacali,  la società civile e a tutti i movimenti ad appoggiare e sostenere questo percorso.

A tale fine il comitato promotore, costituitosi in questa assemblea, si adopera per incontrare tali forze entro il 31 luglio.


Il comitato promotore si riunirà il 5 settembre a Roma dalle ore 10.00 alle 15.00 in via Giolitti 231.

Roma, 25 luglio 2009

COMITATO PROMOTORE 17 OTTOBRE :


Per adesioni:
comitatoroma17ottobre@gmail.com
 

Unione Cittadini Immigrati Roma - Comitato Immigrati in Italia (Roma) - Centro sociale Ex Canapificio Caserta - Movimento Migranti e Rifugiati Caserta - Migrantes Y Familiares MFAM - Comitato Immigrati in Italia (Napoli) - Collettivo Immigrati Auto-Organizzati Torino - Ass. Dhuumcatu - Lega Albanesi Illiria - Ass. Filippini Roma -  Ass. Sunugal Milano - Ass Insieme per la Pace - Ass Mosaico Interculturale (Monza-Brianza) - Federazione Senegalesi della Toscana - Ass. FOCSI (Roma) - Ass. Bangladesh (Roma) -  Ass. Pakistan (Roma) Ass. Indiani (Roma) - El Condor (Roma) - Uai (Como) - Centro delle culture (Milano) - Ass. Punto di partenza (Milano) - Movimento lotta per la casa (Firenze) - Ass. El Mastaba (Firenze) - Ass. Arcobaleno (Riccione) - FAT (Firenze) - Ass. Interculturale Todo Cambia (Milano) - Studio 3R di mediazione (Milano) - Centro delle culture (Firenze) - Federazione Nazionale RdB-CUB - SdL intercategoriale - Confederazione Cobas - Naga - Coordinamento Migranti Verona - Sportello Immigrati RdB Pisa - Missionari Comboniani Castelvoturno - PRC - Ass.ne Razzismo Stop e ADL-Cobas - Federazione delle chiese Evangeliche in Italia - Sinistra Critica - Rete Antirazzista Catanese - Coordinamento Stop razzismo - Ass. antirazzista e interetnica `3 febbraio´ - Centro delle Culture (Roma) - Partito Umanista - Partito di Alternativa comunista - Socialismo Rivoluzionario - Unicobas - Socialismo Libertario - Centro delle Culture - Ass.Umanista Help To Change - Comitato antirazzista Abba (Fi) - Comitato Antirazzista (Vi) - Donne in Nero (Italia) - Clan Destino Doc, medici e operatori della salute dalla parte dei migranti; Ass.LibLab, libero laboratorio - Associazione Culturale Musicale illimitarte (Villaricca - Na) - Cipax-Centro interconfessionale per la pace - Sud Pontino Social Forum - Cooperativa Immigrazionisti (Mi) - Gruppo Every One - Rifugiati di piazza Oberdan Milano - Gruppo Watching the Sky, Ass. culturale molisana " Il bene comune" - Associazione Utopia Rossa  - Punto pace di Napoli movimento Pax Christi - Ass. Donne e colori ( Rm) Marenia (gruppo musicale) - Bidonvillarik (gruppo musicale) - Associazione Peppino Impastato - Casa Memoria (Cinisi) - Slai Cobas Nazionale - Action (Roma) - Associazione "Kamilla" (Cassino) - collettivo Teatri OFFesi di pescara - Associazione Arrakkè - centro per la tutela dei diritti umani (Siracusa) - USI AIT Nazionale - Associazione Yakaar Italia-Senegal - Corrispondenze Metropolitane (Roma) - RETELEGALE (Torino) - ASIA-RdB (Bologna) - L'associazione Solidarietà Proletaria (Napoli) -  Coordinamento Diversi Uguali (Arezzo) - Periodico Bianco e Nero - PCL - Rivista CARTA - Associazione  "Romano pala tetehara" Rom per il futuro -  Associazione Nazionale USICONS - Associazione cittadini del mondo - COLLETTIVO " IQBAQL MASIH" DI LECCE - Associazione interculturale Grammelot (Napoli) - Emergency - Casa Internazionale delle Donne (Roma) - Piattaforma Comunista - Associazione-centro interculturale delle donne trama di terre (Imola) - Libreria la locomotiva (Savona) - perUnaltracittà (Firenze), Centro Open Mind GLBT (Catania), Mondo senza Guerre - PdCI Torino

Per adesioni: comitatoroma17ottobre@gmail.com

 

Mal di ronde

di Andrea Scarchilli

 
Mal di ronde Il giorno dopo gli scontri di Massa, dove due gruppi di ragazzi si sono scontrati causando il ferimento di cinque agenti di polizia, è viva la polemica e il dibattito politico attorno al provvedimento sulle ronde, contenuto nella legge sulla sicurezza. Nonostante da più parti - dai sindacati di polizia ai partiti d'opposizione - al ministro dell'Interno Roberto Maroni sia giunta la richiesta di sospendere l'istituzione dei gruppi dei "volontari per la sicurezza", questi sta tirando dritto.

A quanto si apprende, è questione di giorni: il decreto attuativo sulle ronde entrerà in vigore il prossimo otto agosto. Il provvedimento, già pronto, stabilisce i requisiti di chi vuole partecipare alle ronde: potranno agire al massimo in tre, avere non meno di 25 anni, non dovranno far parte di associazioni, movimenti, o gruppi organizzati, essere disarmati ed andare in giro con una divisa gialla fluorescente. Saranno i prefetti a tenere l'Albo delle associazioni dei volontari.

Maroni aveva promesso, anche al Presidente della Repubblica, che il regolamento attuativo sarebbe stato rigido, improntato alla massima cautela. A leggere le anticipazioni, così è. Tuttavia, non si può non classificare come ennesima ipocrisia quanto detto oggi dal capogruppo alla Camera del Popolo della libertà, Fabrizio Cicchitto: "Le cosiddette ronde di opposto colore, entrambe portatrici di messaggi eversivi e violenti, che si sono scontrate a Massa, non hanno nulla a che fare con le pacifiche associazioni di cittadini di cui parla il decreto sicurezza". Cicchitto ha proseguito: "Allora, chi, per polemizzare contro le nuove misure per la sicurezza, usa questo grave incidente, che ripete la dinamica di tanti altri avvenuti nel passato anche quando questa legge non era in vigore, lo fa solo per ragioni propagandistiche".

Cicchitto apparentemente ha ragione, perché le ronde che hanno causato la serie di scontri di Massa non fanno parte della specie autorizzata dall'esecutivo. Per il semplice fatto che quell'istituto deve ancora entrare in vigore.

La schematica giustificazione di Cicchitto, tuttavia, non è esauriente. Già, perché gli scontri nella città toscana sono nati come "reazione" alle "ronde nere" messe in piedi da un consigliere comunale de "La Destra". Avevano già debuttato da qualche giorno, con un acronimo sinistro, volutamente ambiguo: "Sss" che sta ufficialmente per "Servizio sociale di sicurezza" ma non può che richiamare la memoria storica di altre, terribili, "SS".

Per continuare sulla falsariga di Cicchitto, quindi, assume importanza secondaria il fatto che le ronde nere di Massa non sono di quelle autorizzate, di più, istituite dal governo Berlusconi su iniziativa della Lega nord. E' evidente che il solo fatto di parlarne e di volerle, di chiamarle così, "ronde", ha attizzato qualche fuoco pericoloso. Che il nostro Paese dovrebbe, magari pensando a solo una trentina di anni fa, maneggiare con molta più cautela. Non è stato fatto, ed è - né più né meno - la prova di una spaventosa superficialità nell'azione di governo. Che ronde siano, anche se pericolose: vanno bene pur di dare un contentino e consolidare una certa base elettorale.

Nemmeno va dimenticato il fatto che l'episodio di Massa non è il primo nel suo genere. Fatti analoghi, sebbene meno gravi dal punto di vista dei feriti e degli arrestati, si svolsero a Padova qualche mese fa. Per non parlare del caso di Milano, dove poche settimane or sono il Comune ha tentato - perché poi ha fatto marcia indietro - di finanziare una ronda guidata da iscritti alla "Destra nazionale Msi".

Al pericolo sociale e alla superficialità nell'azione amministrativa, si aggiungono i costi per la collettività. A tutto quello di sbagliato che faranno le ronde, infatti, dovranno mettere una pezza le forze dell'ordine. I cui sindacati, non a caso e da subito, si sono detti contrari al provvedimento. Oggi lo ha ribadito il segretario del sindacato di polizia Silp - Cgil, Claudio Giardullo: "Le ronde renderanno più difficile il lavoro degli operatori di polizia senza garanzie per il cittadino". Giardullo ritiene che "le cose più sbagliate e pericolose del ddl approvato al Senato sono quelle che mancano nel provvedimento e cioè la mancanza di un progetto sulla sicurezza e di un piano di rafforzamento delle forze di polizia". Più ronde, meno soldi. (www.aprileonline.info 28 luglio 2009)

 

Una voce contro pacchetto sicurezza e discriminazioni

 

Con una evidente sinergia, tanto in Italia che in Grecia, la guerra ai migranti si intensifica sul fronte interno con provvedimenti come i pacchetti sicurezza che criminalizzano i migranti in situazione di irregolarità e creano le premesse per gli arresti, la detenzione generalizzata, anche ai danni dei minori, e le deportazioni violente verso paesi nei quali i migranti sono a rischio di subire trattamenti inumani e degradanti vietati dall’articolo 3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura”: lo scrive in un ampio articolo pubblicato dal sito ‘Meltingpot’, Fulvio Vassallo Paleologo, giurista, docente dell’Università di Palermo e tra i principali esperti italiani in materia di immigrazione. Facendo riferimento al recente sgombero violento di campi che ospitavano profughi di varia nazionalità nei pressi della città greca di Patrasso, Vassallo traccia un parallelo tra i respingimenti in mare operati dalla marina italiana nel canale di Sicilia e le iniziative della polizia greca ai danni di afghani e altri immigrati che avrebbero diritto all’asilo perché provenienti da paesi in guerra o in estrema povertà. Il rischio è quello di uno spostamento di alcuni paesi europei da posizioni tendenti all’accoglienza a posizioni che vanno nella direzione opposta. “Tollerare passivamente la logica dell’internamento e delle deportazioni dei migranti, una logica che sta prevalendo sia in Italia che in Grecia, come in Spagna o a Malta, come alle tante frontiere orientali delle quali in Italia nessuno parla – è la conclusione del docente siciliano - significa tollerare l’imbarbarimento della nostra convivenza civile e contribuire al dilagare di quella guerra interna ‘permanente’ che costituisce una condizione per il mantenimento dello sfruttamento e della divisione dei ceti più deboli della popolazione italiana a scapito degli ultimi arrivati, e anche a scapito di quelli che neppure sono riusciti ad entrare nella ‘civile’ Europa”.[GB www.misna.org 17 luglio 2009]

Presidio contro il pacchetto sicurezza organizzato da CGIL-CISL-UIL

di Torino giovedì 23 luglio 2009 alle ore 18 davanti alla Prefettura

 

L'Italia ora è più sicura?


di Ida Rotano

L'Italia ora � pi� sicura?Malgrado i richiami da parte dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e di Thomas Hammarberg, commissario del Consiglio d'Europa sui diritti umani, a rispettare il diritto d'asilo sui respingimenti dei clandestini provenienti dalle coste libiche (un invito a differenziare tra immigrazione clandestina e altri tipi di immigrazione), il governo conferma la linea della fermezza.
Da qui i tre maxi-emendamenti, approvati oggi a maggioranza, nei quali è stato racchiuso il provvedimento sulla sicurezza e sul quale ci sono stati altrettanti pronunciamenti di fiducia da parte dell'Aula di Montecitorio.

Rispetto alla versione originale del disegno di legge sono state cancellate solo le norme che il presidente della Camera Gianfranco Fini aveva ritenuto incostituzionali (l'obbligo per medici e presidi della scuola dell'obbligo di denunciare gli immigrati clandestini). Norme che però rientrano dalla finestra, avendo lasciato l'obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali ed essendo i medici dei presidi sanitari e i presidi scolastici, nello svolgimento delle loro funzioni, in tutto e per tutto equiparati a pubblici ufficiali.

Farhan Haq, portavoce del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, ha intanto confermato che le Nazioni Unite sono d'accordo con le preoccupazioni espresse dall'Unhcr: "I rapporti con Roma su questo tema saranno gestiti dallo stesso commissariato, nella persona del suo alto rappresentante Antonio Guterres".
La posizione del governo era stata confermata da Silvio Berlusconi, a margine del vertice italo-egiziano: "Su questi barconi, come dicono le statistiche, persone che hanno diritto d'asilo non ce n'è praticamente nessuna. Solo casi eccezionalissimi". Per il premier, sulle imbarcazioni di fortuna che cercano di approdare in Italia "ci sono persone che hanno pagato un biglietto, non sono persone spinte da una loro speciale situazione all'interno di paesi dove sarebbero vittime di ingiustizie, ma sono reclutate dal mondo del lavoro o del non lavoro in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali". Berlusconi viene però smentito, coi numeri, dal direttore del Comitato italiano per i rifugiati, Cristopher Hein: "Delle 37 mila persone arrivate in Italia nel 2008 sui barconi, il 70 per cento ha chiesto asilo politico, e un terzo del totale ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato, essendone stati verificati i requisiti".
Hein ha poi denunciato il sistema europeo di accesso: "Il fatto che tanti africani paghino organizzazioni criminali per venire in Europa - ha osservato - è la conseguenza di una politica non solo italiana ma dell'Unione europea, anche attraverso il sistema di Schengen, che fa sì che nessun cittadino di un paese terzo, in particolare africano, riesca ad entrare sul territorio italiano o comunitario in modo regolare perché nessuno gli da' il visto".

Il Pd punta l'indice contro alcuni contenuti del disegno di legge e sulla scelta procedurale del governo. "Questi tre voti di fiducia disattendono le sollecitazioni del capo dello Stato e del presidente della Camera e violano la logica su cui si basa il voto segreto", dice Antonello Soro, capogruppo a Montecitorio. Il riferimento è all'uso eccessivo del voto di fiducia a cui farebbe ricorso l'esecutivo.
Il Pd aveva chiesto in particolare al presidente della Camera uno stralcio delle norme più contestate del provvedimento, quelle sul reato di immigrazione clandestina e sulle ronde.
Donatella Ferranti, capogruppo piddino nella Commissione Giustizia, ha rivolto ieri un inusuale attacco a Fini che ha respinto la richiesta del suo partito: "Privando il Parlamento della possibilità di votare separatamente e con voto segreto quelle parti del provvedimento che incidono sulle libertà e sui diritti fondamentali, Fini ha di fatto avallato norme razziste e contribuito a mettere in sicurezza la maggioranza". Infine Marco Minniti ha parlato di "un sonno mostruoso della ragione", e di "una fiducia posta contro la libertà della stessa maggioranza".

Il capogruppo dell'Idv Massimo Donadi afferma che "non c'è un briciolo di sicurezza in questo testo, solo demagogia. Si finanziano le ronde, che sono l'anticamera della polizia di partito, e si tolgono soldi - aggiunge Donadi - alle forze di polizia, le uniche in grado di garantire davvero il controllo delle nostre città e di agire efficacemente contro i criminali. L'introduzione del reato di clandestinità, poi, è controproducente e pericoloso perché paralizzerebbe l'attività dei tribunali".

Molto critica anche la posizione di Udc, mentre Sinistra e libertà - la formazione guidata da Nichi Vendola che si presenta per la prima volta alle elezioni europee - ha organizzato oggi pomeriggio una manifestazione 'no stop' in piazza Montecitorio contro il pacchetto sicurezza. Stessa piazza, ma questa volta in tarda mattinata, presa d'assalto da Prc - Pdci. Per Paolo Ferrero, il ddl sicurezza blindato dal governo con una triplice fiducia, è "incivile e razzista" e non risolverà ma accentuerà il problema dell'immigrazione clandestina: "Aumenterà di decine di migliaia il numero degli ingressi irregolari e a renderli più invisibili".

Bossi commenta in Transatlantico: "chi la dura la vince", e replica a Gianfranco Fini che oggi ha invitato nuovamente "a non fare propaganda elettorale su questi temi": "se la propaganda non la fai quando ci sono le elezioni, quando la fai?" ha commentato il Senatur.
Intanto il ministro dell'Interno Maroni definisce "destituita di fondamento" una norma del pacchetto che prevede di 'strappare' i bambini ai loro genitori naturali solo perché clandestini. "E' una "panzana", taglia corto il ministro leghista. Ma il Pd non demorde e presenta un ordine del giorno in cui si chiede un impegno scritto del governo per fare chiarezza sulla questione della registrazione all'anagrafe dei neonati degli immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno.

Sul fronte delle polemiche internazionali che non si placano certo dopo l'approvazione del pacchetto, c'è da segnalare che il ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha annunciato una sua visita a Tripoli la prossima settimana: "La Libia fa parte dell'Onu, in Libia è presente l'alto commissariato per i rifugiati della nazione Unite (Unhcr) che può fare gli accertamenti delle persone che chiedono asilo".
Per quanto riguarda gli eventuali immigrati che hanno diritto all'asilo, Maroni ha chiesto a Jacques Barrot, commissario europeo sui temi della giustizia, di affrontare la questione con gli altri paesi dell'Unione europea e di non fare gravare tale responsabilità solo sull'Italia. L'obiettivo del ministro degli Interni è quello di internazionalizzare le misure da adottare nei confronti delle imbarcazioni di fortuna che cercano di approdare in Italia.

Sicurezza: le principali norme sull'immigrazione

Reato di clandestinità: è punito con un'ammenda che va dai 5mila ai 10mila euro lo straniero che, violando la legge, "fa ingresso o si trattiene nel territorio dello stato".

Carcere per chi affitta a clandestini: "Chiunque, a titolo oneroso, al fine di trarre ingiusto profitto, da' alloggio ovvero cede, anche in locazione, un immobile ad uno straniero che sia privo di titolo di soggiorno al momento della stipula o del rinnovo del contratto di locazione, è punito con la reclusione da 6 mesi a tre anni".

Cie: "Salta" il tetto previsto dalla Bossi Fini dei 60 giorni di permanenza dei clandestini nei centri di identificazione ed espulsione In caso di mancata cooperazione al rimpatrio da parte del Paese terzo interessato o nel caso di ritardi per ottenere la documentazione necessaria il questore può chiedere una prima proroga di 60 giorni di questo periodo, cui se ne può aggiungere una seconda. Fino ad un massimo di 180 giorni.

Fondo rimpatri: Viene istituito presso il ministero dell'interno un fondo rimpatri per finanziare le spese per il rimpatrio degli stranieri verso i paesi di origine.

Obolo per il permesso di soggiorno: La richiesta di rilascio e di rinnovo del permesso di soggiorno è sottoposta al versamento di un contributo il cui importo è fissato da un minimo di 80 a un massimo di 200 euro con decreto del ministro dell'Economia di concerto con il ministro dell'Interno che stabilirà anche le modalità del versamento.
Il rinnovo del permesso deve essere chiesto dallo straniero al questore della provincia in cui dimora, almeno 60 giorni prima della scadenza. Per l'acquisto della cittadinanza il contributo da versare allo Stato è di 200 euro. Il coniuge straniero di un cittadino italiano può acquisire la cittadinanza quando, dopo il matrimonio, risieda legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica, oppure dopo tre anni dalla data del matrimonio se risiede all'estero.

Accordo di integrazione: Entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della legge vengono stabiliti con regolamento - su proposta del presidente del consiglio e del ministro dell'interno, di concerto con il ministro dell'istruzione e del welfare - i criteri e le modalità per la sottoscrizione, da parte dello straniero, contestualmente alla presentazione della domanda di rilascio del premesso di soggiorno, di un accordo di integrazione, articolato per crediti, con l'impegno a sottoscrivere specifici obiettivi di integrazione, da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno. La firma dell'accordo è condizione necessaria per il rilascio, la perdita totale dei crediti determina la revoca del soggiorno e l'espulsione dello straniero; per integrazione si intende "quel processo finalizzato a promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri, con il reciproco impegno a partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società" nel rispetto dei valori della Costituzione.

Money transfer: Si intensificano i controlli sul trasferimento di valuta per contrastare il riciclaggio anche ai fini di finanziamento al terrorismo. Gli agenti di attività finanziaria che prestano servizi di pagamento nella forma dell'incasso e del trasferimento fondi acquisiscono e conservano per 10 anni copia del titolo di soggiorno se il soggetto che ordina l'operazione è cittadino extracomunitario.
La cancellazione dall'elenco degli agenti è la sanzione per chi non ottempera a quest'obbligo.

Carcere per chi rifiuta espulsione: Lo straniero che, raggiunto da provvedimento di espulsione, continua a rimanere illegalmente in Italia, nonostante il provvedimento del questore, viene sanzionato con la reclusione. La pena va da sei mesi a un anno se l'espulsione è stata disposta perché il permesso di soggiorno è scaduto da più di 60 giorni e non ne è stato chiesto il rinnovo o se la domanda di titolo di soggiorno è stata rifiutata.
La pena va da uno a quattro anni se lo straniero è raggiunto da un provvedimento di espulsione perché è entrato in Italia illegalmente o non ha chiesto il permesso di soggiorno nel termine prescritto, in assenza di cause di forza maggiore.
La pena aumenta da uno a cinque anni se lo straniero destinatario dell'ordine di espulsione e di un nuovo ordine di allontanamento continua a rimanere illegalmente in Italia.

Sicurezza: le principali norme contro la criminalità

41 Bis: aumenta a quattro anni la durata del carcere duro per chi è accusato di mafia e si sposta la competenza funzionale per i ricorsi al tribunale di sorveglianza di Roma in modo da garantire omogeneità di giudizio su tutto il territorio nazionale. I detenuti sottoposti a regime speciale saranno ristretti all'interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, per lo più sulle isole. I colloqui con i familiari saranno sempre registrati; quelli telefonici saranno possibili solo se non vi saranno colloqui personali. Saranno ridotti a tre gli incontri settimanali con i difensori e a maggiori restrizioni sarà sottoposta anche la permanenza all'aperto. Infine, viene punito con il carcere da uno a quattro anni chiunque consenta ad un detenuto sottoposto al 41 bis di comunicare con altri.

Obbligo di denuncia del pizzo: gli imprenditori devono denunciare le richieste di pizzo che subiscono. Se non lo fanno vengono esclusi dalla possibilità di partecipare alle gare di appalto (a meno che non ricorrano le cause di esclusione di responsabilità previste dalla legge del 1981). La responsabilità dell'imprenditore omertoso "deve emergere dagli indizi a base della richiesta di rinvio a giudizio formulata nei confronti dell'imputato nei tre anni antecedenti alla pubblicazione del bando e deve esser comunicata, unitamente alle generalità del soggetto che ha omesso la predetta denuncia, dal procuratore della Repubblica procedente all'autorità" per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, che deve curare la pubblicazione della comunicazione sul sito dell'osservatorio.

Poteri procuratore antimafia: il procuratore nazionale antimafia manterrà i poteri di intervento nei procedimenti, che la legge attualmente gli attribuisce. Dal ddl è stata soppressa la norma (comma 2 articolo 2) che di fatto ne prevedeva una sorta di limitazione e che lo stesso procuratore nazionale antimafia aveva criticato durante la sua audizione in commissione giustizia.

Enti locali e infiltrazioni mafiose: a fianco della responsabilità degli organi elettivi si introduce quella degli organi amministrativi e si stabilisce anche che con decreto del ministro dell'Interno, su proposta del prefetto, può essere sospeso dall'incarico chiunque, direttore generale, segretario comunale o provinciale, funzionario o dipendente a qualsiasi titolo dell'ente locale abbia collegamenti con la criminalità organizzata, anche quando non si proceda allo scioglimento del consiglio comunale o provinciale.

Appalti. Accesso del prefetto ai cantieri: per prevenire infiltrazioni mafiose nei pubblici appalti il prefetto può disporre accessi e accertamenti nei cantieri delle imprese interessate.

Amministratori giudiziari: nasce l'albo nazionale degli amministratori giudiziari per l'amministrazione dei beni sequestrati alla criminalità.

Norme antiterrorismo: Si estende la legge Mancino ai centri sospettati di fare attività o propaganda terroristica. Associazioni, gruppi, organizzazioni o movimenti sospettati potranno essere sciolte in via cautelativa con l'ok previo della magistratura. Se i reati saranno accertati il ministro dell'interno disporrà lo scioglimento definitivo.

Le principali norme sulla sicurezza urbana

Via libera alle ronde. Il provvedimento scomparso al Senato "riappare" come promesso dal ministro Maroni nel ddl alla Camera. Gli enti locali possono avvalersi della collaborazione delle associazioni di cittadini al fine di segnalare agli organi di polizia locale eventi che possono arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale.

Oltraggio a pubblico ufficiale. Il ddl reintroduce il reato abrogato con la legge 25 giugno 1999. La pena è la reclusione fino a tre anni.

Bombolette spray. Sì all'uso delle bombolette spray al peperoncino da utilizzare per autodifesa. Un regolamento del ministro dell'interno di concerto con il ministro del lavoro, salute e politiche sociali disciplina le caratteristiche tecniche e il contenuto dei dispositivi di autodifesa.

Albo dei buttafuori. Nasce l'albo degli addetti alla sicurezza dei locali pubblici che dovranno rispondere ai requisiti stabiliti da un decreto del ministro dell'Interno. L'elenco è tenuto dal prefetto competente per territorio.

Registro dei clochards. Nasce il registro dei senza fissa dimora presso il ministero dell'interno.

Stragi del sabato sera. Più rigore per chi si mette alla guida ubriaco o drogato. Viene istituito un fondo contro 'l'incidentalità notturna' che servirà all'acquisto di materiali, attrezzature e mezzi per le forze di polizia e per campagne di sensibilizzazione e formazione degli utenti della strada.

Autisti di mezzi pubblici drogati. Scatta la revoca della patente e la sospensione del certificato di abilitazione professionale per la guida di motoveicoli e del certificato di idoneità alla guida di ciclomotori o divieto di conseguirli, per un periodo fino a tre anni.(www.aprileonfine.info 14 maggio 2009)

 

I medici che non vogliono denunciare i clandestini

 

Medici-obiettori che per rendersi riconoscibili in corsia lo scrivono sul camice: «Io non ti denuncio». Associazioni di categoria che inviano petizioni al governo per rafforzare il proprio «no»: «Quel provvedimento va contro il nostro codice deontologi­co». Regioni che rivendicano la pro­pria autonomia in fatto di sanità, ribadiscono le norme in vigore, ne varano di nuove: «Le cure devono essere garantite a tutti nel pieno rispetto della Costituzione e della privacy». La battaglia contro il provvedimento che prevede la denuncia da parte dei medici dei clandestini è trasversale. Politica e di categoria. Un rincorrersi di iniziative per fermare il disegno di legge. Per interrompere le denunce: tre quelle re­gistrate prima che la norma sia entrata in vigore. Ma anche per contenere il crollo di richieste di cure da parte degli stranieri: dei cittadini sprovvisti di permesso di soggiorno ma anche degli immigrati in regola.
Da Milano a Roma. Da Torino a Genova. Pur senza nomi e cognomi le sta­tistiche parlano chiaro. «Il numero di immigrati che nei primi tre mesi dell’anno hanno chiesto cure è calato del 10-20% rispetto al 2008», denuncia Massimo Cozza, responsabile dei me­dici della Cgil. Il crollo a febbraio: «Nel pieno del dibattito e dell’approvazione del ddl al Senato». Ora, spiega il presidente nazionale della Società italiana medicina d’emergenza-urgenza Anna Maria Ferrari, «gli accessi registrati nelle principali strutture di emergenza sono tornati quasi nella norma». «Ma non appena si ricomincerà a parlare di medici-spia ci sarà un nuovo calo», avvertono gli addetti ai lavori. Del resto le denunce sono state più veloci dell’entrata in vigore della legge: i primi di marzo, all’ospedale Fatebenefratelli di Napoli, Kante, 25 anni, ivoriana in attesa del riconoscimento di asilo politico, è stata segnalata dopo aver dato alla luce un bimbo; un mese dopo, agli Spedali Riuniti di Brescia, Maccan Ba, 32 anni, senegalese, è stato raggiunto da un ordine di espulsione dopo aver richiesto cure per un mal di denti; negli stessi giorni, al Santa Maria dei Battuti di Conegliano (Treviso), una nigeriana di 20 anni è stata registrata al pronto soccorso come «paziente ignota » e dimessa con un foglio di via.
Spiega Massimo Cozza: «La paura è la fuga degli immigrati dagli ospeda­li». Con un doppio rischio: «Per la salu­te dei cittadini stranieri, il cui diritto alle cure è sancito dalla Costituzione, e per la salute pubblica». Parole che ricalcano storie di Carlos e Joy: lui, 20 anni, sudamericano trapiantato nel Pavese, per paura di essere denunciato ha rischiato di morire di peritonite; lei, 24 anni, nigeriana, prostituta, è morta di tubercolosi avanzata. «Il 50% degli ospiti del Cara di Bari, il centro di acco­glienza dove era stata, è risultato positivo alla malattia».
Al San Paolo di Milano, punto di ri­ferimento per i suoi ambulatori dedicati agli immigrati, i medici lavorano con la spilla «Io non ti denuncio». Qui il calo dei cosiddetti «stranieri tempo­raneamente presenti» è stato del 40%, la media dei tre mesi registra un meno 22. Richieste di intervento in discesa anche al Niguarda e al Fatebenefratelli (-10). A capo dell’assessorato regionale alla Sanità c’è il leghista Luciano Bresciani, ma già lo scorso febbraio la direzione generale ha inviato una circolare per ribadire che i clandestini hanno diritto a cure gratuite. Cure che, stando ai primi risultati dell’indagine pilota avviata dall’Asl (guidata dalla leghista Cristina Cantù), ammonterebbero a 15 milioni l’anno. Anche il governatore Piero Marrazzo ha inviato una circolare ai medici del Lazio, ma per ribadire che non devono ottemperare alla denuncia. Una norma sulla quale ha espresso preoccupazione anche il con­siglio di facoltà di Medicina del Gemel­li. Da inizio anno a metà aprile gli accessi degli stranieri nei 39 principali ospedali del Lazio, dicono i dati dell’Agenzia sanità pubblica, sono stati 4.789 rispetto ai 6.433 del 2008. Al San Camillo sono passati da 748 a 573, al Tor Vergata da 239 a 63. Al Casilino da 1.640 a 1.589. Ma qui — dove il responsabile del dipartimento di emergenza Adolfo Pagnanelli ha fatto firmare ai «suoi» medici una dichiarazione in cui si impegnano a non denunciare e per comunicarlo ai pazienti ha fatto affig­gere cartelli in sette lingue — è la «fuga » di romeni che colpisce: meno 18%.
Cartelli in più lingue sono stati affis­si su richiesta dei governi regionali an­che in Emilia Romagna, Puglia, Sicilia. In Liguria il debutto è atteso a ore. In Piemonte i manifesti sono in fase di ideazione. Tutte Regioni che hanno in­viato anche circolari ad hoc per ribadi­re che l’unica norma in vigore è quella contenuta nel testo unico sull’immi­grazione che prevede il divieto di de­nunciare i pazienti. «Faremo ricorso al­la Consulta perché quella norma è in­costituzionale », annuncia l’assessore alla Sanità della Toscana Enrico Rossi. Al Careggi di Firenze gli irregolari so­no passati da 145 a 122, preoccupa la diserzione del consultorio femminile. Per la Puglia il governatore Niki Vendola ha annunciato una «norma speciale » contro quella nazionale. Tutti obiettori i medici del Simeu. Il cartello al San Paolo di Bari: «Qui non denun­ciamo nessuno». E non sono solo i governatori di centrosinistra a portare avanti la battaglia. Il presidente della Sicilia Raffaele Lombardo ha voluto che all’interno della legge di riordino del sistema sanitario fosse introdotto un emendamento: «A tutti le cure ambulatoriali e urgenti senza che ciò implichi alcun tipo di segnalazione all’autorità». Sicilia in controtendenza, come la Calabria, anche in fatto di numeri: nei centri per immigrati dove i medici indossano la maglietta «non vi denunciamo» gli accessi sono quasi raddoppiati
.(Il Corriere della Sera  22 aprile 2009)

 

Comunicato stampa PdCI di Torino:

 

il razzismo contro i lavoratori



Torino, 15 aprile 2009
Oggi la compagna Sofia Arena, finite le sue ore di lavoro precario, è stata aggredita, malmenata e insultata al grido di "sporca negra". Sofia è una donna italiana, di papà italiano e mamma somala. L'aggressione le è costata una prognosi di 10 giorni per le ferite fisiche, ma è facile immaginare un periodo di molto più lungo per le ferite morali. Questo non deve essere considerato un semplice fatto di cronaca, quanto il frutto di un'azione delle forze reazionarie che alimentano quotidianamente un clima di odio razziale, volto a dividere i lavoratori per ridurre il costo e i diritti della forza lavoro.


 

 

Berlusconi, Sacconi, ora date un letto a chi vuol vivere e non morire

 

Sabato 14/3 e domenica 15/3 presidio con tenda  a Torino in Piazza Castello: mostre, volantinaggio, musica, dibattito.
Da lunedì 16/3 a venerdì 20/3 presidi davanti agli ospedali. già stabilito presidio zona ospedali (Molinette, S. Anna, CTO, Regina Margherita) ore 7:30- 13:30.
Segnalare disponibilità e giorni per altri presidi
Organizzano: PdCI, PRC, SD, Uniti a sinistra, Emergency, Rete migranti Torino, Askatasuna, Gabrio, ASGI, CSRP.
 

Dopo il clamore della vicenda Eluana, sarebbe ora di occuparsi di tutti quei poveretti che non trovano un letto in ospedale, a causa di tutti i tagli alla sanità che ne hanno ridotto drasticamente il numero. Ammassare gente nei pronto soccorsi è anche un attentato alla vita.
Sarebbe ora di occuparsi di tutti quei poveri anziani che finiscono per morire su delle barelle, o vengono dimessi dagli ospedali in condizioni precarie, con assistenze domiciliari inadeguate (per dirla con un eufemismo).
Sarebbe ora di occuparsi di portare all'onore del mondo strutture ospedaliere vetuste, spesso cadenti. Essere costretti a fare i degenti in condizioni umilianti è anche un attentato alla vita.
Sarebbe ora di occuparsi di adeguare gli organici, sempre più risicati dopo continue finanziarie con blocchi delle assunzioni. Anche un'assistenza non dignitosa è un attentato alla vita.
Sarebbe ore di accogliere extracomunitari e zingari, assicurando loro pari dignità (per quanto scarsa possa essere quella riservata ai nostri stessi cittadini). La nuova legge sulla sicurezza è anche un attentato alla vita nei loro confronti.

Il governo risponde alle accuse dell'Europa su Lampedusa

 
 
Una protesta dei migranti nell'isola

"Mai a Lampedusa sono state interrotte le procedure di asilo, sempre, coloro che hanno richiesto la protezione internazionale sono stati immediatamente trasferiti dal Centro di identificazione ed espulsione dell'isola ed a loro viene garantito uno degli standard piu' trasparenti ed elevati tra i Paesi dell'Unione Europea. Lo stesso vale per i minori e per le persone vulnerabili". Cosi' il replica alle dichiarazioni del commissario ai diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg che oggi a Bruxelles parlando di Lampedusa ha ricordato: "Maroni ha annunciato che la politica sarebbe cambiata, che sarebbero state interrotte le procedure di asilo e rimandate indietro le persone".
"Leggo con rammarico - dice Morcone - le dichiarazioni di Hammarberg". "Comprendo, e mi astengo da ogni interferenza sulle ragioni e la legittimita' di un dibattito politico anche forte sulle misure assunte dal governo e dal Ministro dell'interno in materia di immigrazione, ma - aggiunge il prefetto - trovo sgradevole che, chi ricopre posizioni
istituzionali, peraltro di altissimo rilievo, possa dire nei confronti del mio Paese cose non vere e del tutto infondate".

"Spero che il sig. Hammarberg voglia verificare - dice Morcone - le cose che dichiara con l'Alto Commissariato per i Rifugiati che e' presente, non solo nei Centri di Lampedusa, ma anche in tutte le Commissioni territoriali che in Italia si occupano
delle persone bisognose di protezione internazionale".
"Spero, infine - conclude - che su questi temi il mio Paese voglia garantire la mia dignita' di cittadino elettore, prima ancora che di responsabile del settore immigrazione e asilo del Ministero dell'interno".(RaiNews24 22 febbraio 2009)

STRASBURGO (26 gennaio) - «Sono particolarmente preoccupato per i rapporti che mi giungono da Lampedusa. È cruciale che le autorità assicurino condizioni di vita decenti nel centro, continuino a ridurre il sovraffollamento spostando i richiedenti asilo in altri centri e garantiscano una analisi dettagliata delle richieste d'asilo». Ad affermarlo Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, commentando la situazione che si è venuta a creare sull'isola.

Il testo della direttiva Maroni sulle manifestazioni


1. Premessa
Si susseguono quotidianamente, nelle città, iniziative e manifestazioni pubbliche con cortei che percorrono i centri storici per dare voce e forma organizzata a dissensi e proteste o comunque per rappresentare e richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni su problemi e proposte.Il diritto costituzionalmente garantito di riunirsi e manifestare liberamente in luogo pubblico costituisce espressione fondamentale della vita democratica e come tale va preservato e tutelato.L’esercizio di tale diritto deve tuttavia svolgersi nel rispetto di altri diritti costituzionalmente garantiti e delle norme che disciplinano l’ordinato svolgimento della convivenza civile.La frequenza di manifestazioni determina non di rado, nella complessa realtà dei centri urbani di maggiori dimensioni, criticità nell’ordinato svolgersi della vita cittadina tali da limitare, condizionandoli, i più comuni diritti dei cittadini come ad esempio il diritto allo studio, il diritto al lavoro e il diritto alla mobilità.E’ necessario quindi intervenire sulla disciplina esistente, adeguandola alle nuove esigenze.La necessità di un tale intervento è ancor più evidente in ragione del fatto che le iniziative si ripetono e si concentrano, per ricercare la massima visibilità, nelle maggiori città, luoghi privilegiati della rappresentanza istituzionale e politica.In ogni caso è importante che la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza siano sempre resi compatibili con il diritto di riunione e con la libertà di manifestazione del pensiero
2. Centri urbani
La necessità di individuare percorsi e di prevedere altre indicazioni finalizzate alla regolamentazione delle manifestazioni, nasce anche dall’esigenza di evitare diseconomie e, ove sussistano forme di garanzia per assicurare la mobilità territoriale, di non vanificarne gli effetti. Ad esempio, laddove normativa ed accordi hanno reso effettive “le fasce di garanzia” del trasporto pubblico (senza per questo ledere l’altrettanto fondamentale diritto di sciopero) una manifestazione che si svolga in quegli stessi orari garantiti potrebbe causare, anche involontariamente, il blocco del traffico cittadino e ledere il diritto alla libera circolazione.L’adozione di nuovi criteri nella regolamentazione di percorsi delle manifestazioni può costituire un equilibrato punto di approdo nel contemperamento dei diversi diritti da tutelare. In tal senso, l’esclusione di aree nevralgiche per la mobilità territoriale o di luoghi d’arte (si pensi ad esempio ai siti riconosciuti dall’UNESCO patrimonio dell’umanità), o ancora delle aree “particolarmente protette” sotto il profilo dell’inquinamento acustico, come gli ospedali, potrebbe rappresentare la scelta più confacente alla risoluzione delle problematiche descritte.Ulteriore elemento da considerare è il patrimonio urbano, pubblico e privato, per la cui tutela potranno prevedersi forme di garanzia a carico dei promotori e degli organizzatori.
3. Aree sensibili
L’art. 17 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di riunione, purché sia pacifico e senza armi. Per le riunioni in luogo pubblico è previsto l’obbligo di preavviso alle autorità che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.Coerente alla norma costituzionale è il disposto dell’art. 18 del TULPS che sancisce l’obbligo, in capo ai promotori, di preavviso al Questore almeno tre giorni prima. Il quarto comma prevede che il Questore possa, in caso di omesso avviso o per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, impedire che la riunione abbia luogo o prescrivere modalità di tempo e di luogo della riunione.Analoga previsione è contenuta nell’articolo 26 dello stesso TULPS per quel che concerne le funzioni, le cerimonie, le pratiche religiose e le processioni ecclesiastiche o civili: il Questore può, per ragioni di ordine pubblico o di sanità pubblica, vietarle o prescrivere l’osservanza di determinate modalità, dandone avviso ai promotori almeno ventiquattro ore prima. L’articolo 30 del regolamento di esecuzione del TULPS prevede inoltre che, in tali casi, possa essere richiesto il consenso scritto dell’Autorità competente, per percorrere determinate aree pubbliche.Il Questore può di volta in volta valutare discrezionalmente la conformità della manifestazione alle esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, in ragione di considerazioni fattuali, di tempo e di luogo.In particolare, tale valutazione troverà applicazione con riferimento alle aree nelle quali siano collocati obiettivi critici in relazione ai quali sarà opportuno disporre le necessarie limitazioni all’accesso.
4. Direttiva
In relazione a tanto, si rende opportuna la definizione di criteri che orientino le decisione dei competenti Prefetti e Questori, ferme restando le valutazioni necessarie in relazione a casi specifici.Fra questi criteri si evidenzia la necessità di limitare l’accesso ad alcune aree particolarmente sensibili, specialmente quando la manifestazione coinvolga un numero di partecipanti elevato.Tali aree sensibili saranno individuate in zone a forte caratterizzazione simbolica per motivi sociali, culturali o religiosi (ad esempio cattedrali, basiliche o altri importanti luoghi di culto) o che siano caratterizzate – anche in condizioni normali – da un notevole afflusso di persone o nelle aree nelle quali siano collocati obiettivi critici.Tali limiti potranno operare specialmente quando ci siano state precedenti manifestazioni, con stesso oggetto e organizzazione, che abbiano turbato l’ordine e la sicurezza pubblica.Ai sensi dell’articolo 1, della Legge n. 121, del 1° aprile 1981, si emana la presente direttiva generale per le pubbliche manifestazioni, con l’invito ai Prefetti a stabilire regole – d’intesa con i Sindaci – e sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, per:1. sottrarre alcune aree alle manifestazioni;2. prevedere, ove necessario, forme di garanzia per gli eventuali danni;3. prevedere altre indicazioni per lo svolgimento delle manifestazioni.Tali determinazioni (da condividere il più possibile con le forze politiche e sociali) troveranno forma in un apposito provvedimento del Prefetto, inizialmente anche in forma sperimentale.
IL MINISTRO
Roma, 26 gennaio 2009

 

Medici

di Giorgio Forti

Il recentissimo decreto del governo Berlusconi intendeva richiedere tassativamente ai medici di denunciare alle autorità di polizia i loro pazienti immigranti in Italia, con o senza permesso di soggiorno, quando si presentano ai loro ambulatori. Grazie ad un emendamento passato in extremis i medici sono autorizzati, e non obbligati, a tale denuncia; che comunque è contro la legge, contro la Costituzione e contro la comune morale ed umanità del nostro Paese. E’ questo il provvedimento più grave, tra i molti, preso dal governo Berlusconi contro le leggi ancora esistenti in Italia, in questo caso la legge sulla riservatezza del medico nei riguardi dei suoi pazienti, e che ne fanno un Paese civile. Questo decreto è un passo decisivo verso l’instaurazione di un regime fascista-razzista.

La associazione Ebrei Contro L’Occupazione prende posizione contro questo decreto che ci riporta alla barbarie razzista del fascismo, ed esprime il suo appoggio alla legge regionale che il Parlamento della Regione Puglia ha approvato, che richiede ai medici di rimanere fedeli al loro giuramento professionale, alla tutela sanitaria e morale dei loro pazienti, di qualunque origine essi siano. Non possiamo permettere che Berlusconi ed i suoi complici dettino per decreto l'azione di magistrati, polizia giudiziaria, medici, docenti e... l'esercito potrebbe essere l'atto finale. Il capo dell'esercito è il Presidente della Repubblica, ma l’attuale presidente del consiglio non sembra accettare questa realtà costituzionale. (Rete Eco contro l'Occupazione 15 febbraio 2009)

 

 

Medico poliziotto, c'è chi dice no

 

di Stefano Milani

E adesso: obiezione di coscienza. Con l’emendamento del medico-poliziotto passato ieri al Senato, quella del rifiuto di assolvere a un obbligo di legge rimane l’unica strada percorribile in nome della civiltà. Partiti dell’opposizione, sindacati, associazioni, mondo cattolico, sono in tanti a chiederla a gran voce. A cominciare da Medici senza frontiere, tra i primi a parlare di una «legge contro la Costituzione». Fortemente contraria alla norma anche la Cei. «Alla Chiesa competerà sempre di aiutare le persone in pericolo di vita. Le leggi sono votate secondo le regole della democrazia, ma noi continueremo ad aiutare poveri immigrati non regolari», dice monsignor Domenico Segalini, segretario della commissione Cei per le migrazioni.
D’accordo la stragrande maggioranza dei camici bianchi. Tutti, cattolici e non, in nome di quel diritto universale alla salute sancito dalla costituzione, e minato ora dal furore leghista. «Ribadiamo il nostro rispettoso ma fermo dissenso», spiega il presidente della federazione degli ordini dei medici (Fnomceo) Amedeo Bianco, «per una norma che va contro l’etica e la deontologia, e si potrebbe rivelare un boomerang sul piano della salute pubblica». E spiega come il provvedimento vada contro il principio base della tutela della salute pubblica, «cioè il libero accesso alle strutture e anzi l’incoraggiamento a recarvisi in caso di problemi di salute». Sul profilo etico, ribadisce Bianco, «l’immagine che ne esce è quella di un sistema che forse perde colpi sul piano dell’accoglienza». Il rischio è che si crei una sanità clandestina parallela, gestita da gruppi etnici e religiosi, in cui le competenze mediche, le strutture e le funzioni igienico-sanitarie siano precarie e dannose per il malato.
Per una «disobbedienza civile» si schiera anche la Cgil che valuterà «quali siano le iniziative più efficaci per scongiurare l’applicazione della norma». Come spiega Carlo Podda, segretario generale Funzione pubblica Cgil, «l’emendamento rappresenta il degrado culturale, valoriale e politico che attraversa la maggioranza di centrodestra sul tema dell’immigrazione». Oltre che, aggiunge, «una grave lesione del principio di universalità del diritto alla salute». Sulla stessa linea Rifondazione comunista, con Paolo Ferrero che giudica il provvedimento «razzista, di chiaro stampo neo-nazista» e, soprattutto, «dannoso e stupido». La salute «è un diritto di tutti, anche degli immigrati clandestini», aggiunge il segretario del Prc, «ed è un diritto che o funziona per tutti o semplicemente non esiste». Duro anche Nichi Vendola secondo il quale nel ddl sicurezza «vi sono gravissimi cedimenti alle pulsioni razziste e xenofobe» che fa emergere «una legislazione para-fascista fondata sulla criminalizzazione dei poveri e sulla legittimazione di una idea di giustizia intesa come vendetta e come affare privato».

Ma è anche tutto il mondo dell’associazionismo a gridare allo scandalo. Per l’Arci ciò che è passato al Senato così come l’incitamento del ministro Maroni ad essere «cattivi con i clandestini», prefigurano in Italia l’apartheid. «Spero che i medici, cui viene chiesto di denunciare gli immigrati clandestini, rifiutino questa delazione», commenta Filippo Miraglia responsabile immigrazione Arci. E lancia una proposta: «Fuori da ogni ambulatorio medico da oggi campeggi il cartello "qui non si denuncia nessuno"». D’accordo anche le Acli, che giudicano la norma come un «gravissimo passo indietro sul piano dei diritti e dell’integrazione». Per il presidente Andrea Olivero così «non si favorisce la sicurezza e la legalità producendo leggi ingiuste e inapplicabili» che anzi rischiano di provocare «un’emarginazione sanitaria degli stranieri irregolari presenti in Italia con un grave rischio per la loro salute ma anche per la sicurezza della popolazione italiana in termini di diffusione delle malattie».
Disappunto e preoccupazione esprime Save the Children perché le nuove norme avranno «un impatto negativo sulla tutela e sulla promozione dei diritti dell’infanzia, peggiorando le condizioni di vita di moltissimi bambini stranieri nel nostro paese». L’unica speranza, resta dunque l’obiezione di coscienza. Ne è convito pure Gino Strada, fondatore di Emergency, sicuro che «anche di fronte all’inciviltà sollecitata da una norma stolta prima ancora che perversa», i medici italiani agiranno «nel rispetto del giuramento di Ippocrate, nel rispetto della Costituzione e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani». Speriamo.(Il Manifesto 7 febbraio 2009)

 

 

Preghiera a corteo, serve dialogo con i musulmani

"Chi si scandalizza proponga proibizione processioni cristiane"

 

Roma, 18 gen. (Apcom) - Dialogo con i musulmani che abitano in Italia: è questa la strada da percorrere, secondo Jacopo Venier, responsabile Esteri dei Comunisti italiani, che interviene in una nota per commentare le polemiche sorte a causa della preghiera islamica officiata nel corso della manifestazione pro-Gaza di sabato scorso a Roma. "Da laici - dice l'esponente comunista - non ci piacciono le espressioni religiose connesse con fatti politici ma ciò vale per le preghiere musulmane come per gli interventi delle gerarchie cattoliche alle dimostrazioni di ogni genere e colore".

Venier ricorda che "ieri, alla grande manifestazione per la Palestina, una parte dei cittadini hanno scelto di onorare un vincolo che la loro religione impone". E aggiunge: "Chi, come Gasparri o Parisi, si scandalizza dovrebbe allora proporre anche la proibizione delle processioni cristiane che attraversano le nostre città".

"In realtà - osserva il dirigente del Pdci - il futuro ci pone di fronte ad una sfida inedita e, come nel primo dopoguerra Togliatti aprì ad un dialogo con i cattolici, oggi serve aprire un rapporto con i mussulmani che vivono in Italia. La chiesa cattolica degli anni 50 - conclude - non era più arretrata sul terreno dei diritti civili di molte espressioni attuali della fede mussulmana".

 

Manifesto contro il razzismo e la xenofobia

 

  • Manifesto contro il razzismo e la xenofobia da Facoltà di Lettere e Filosofia di Modena
     
     

    Di fronte al verificarsi di numerosi e gravi episodi di razzismo e di xenofobia nel nostro paese e alla frequenza di reazioni minimizzatrici e giustificazionistiche anche a livello istituzionale, il Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia considera necessario affermare alcuni principi generali e farne derivare le relative indicazioni pratiche:

    1.Il rispetto della persona e la disponibilità al dialogo vanno garantiti a tutti i soggetti migranti presenti sul territorio italiano, indipendentemente dal loro status civile e politico (migranti, rifugiati politici, asilanti, sans papiers o altro) e dal possesso o meno della cittadinanza italiana. I soggetti vanno anzitutto considerati come cittadini del mondo.

    2.Va usata una oculata pianificazione linguistica nel denominare, descrivere e riferire fatti e persone in cui sono coinvolti soggetti migranti. Si denuncia e si rifiuta l’uso e l’abuso della parola “straniero”, offensiva e inadeguata per intendere con un unico termine di derivazione fascista un’ampia tipologia di soggetti che non hanno l’italiano come lingua materna. Si propone una dizione più aderente alla realtà come quella di “Migrante”.

    3.Va diffuso e incrementao il valore della diversità linguistica e culturale e il suo pianificato intervento formativo per il raggiungimento di una sviluppata competenza interculturale cui dovrebbe essere educata tutta la popolazione autoctona.
    4.Va sollecitata la diffusione della “Carta di Roma” come codice etico contro la xenofobia e il razzismo. Ad essa dovrebbero attenersi tutti gli organi e le istituzioni preposti sia alla diffusione dell’informazione (giornali e diffusori massmediatici) che alla formazione dei cittadini. Va ugualmente promossa la diffusione e la discussione della recente Decisione quadro dei ministri della Giustizia della UE, che colpisce “coloro che incitano pubblicamente e intenzionalmente alla violenza e all’odio … contro un gruppo di persone o un membro di tale gruppo definito in base alla razza, al colore, alla religione, discendenza, origini nazionali o etniche”, ricordando che i governi nazionali sono tenuti a recepire entro due anni tale Decisione nei rispettivi ordinamenti.

    5.Va favorito e pubblicizzato il contatto con le istituzioni che si occupano statutariamente dei soggetti migranti, soprattutto con il “Forum Sociale Europeo delle Migrazioni”. Ciò per progettare e coordinare campagne a tutto raggio in favore dei diritti dei migranti e contro le politiche repressive e securitarie.

    6.Va sollecitata la denuncia pubblica di tutte quelle campagne di criminalizzazione dello “straniero” che, ostacolando lo sviluppo della competenza interculturale, vanno invece a costruire la “sindrome dell’invasione” come risultato di una irrazionale immagine negativa dei migranti.

    7.Vanno documentati gli episodi di razzismo e di xenofobia e vanno segnalate e appoggiate le più significative forme di contrasto e di denuncia di tali episodi, allo scopo di superare atteggiamenti non solo di complicità, ma anche di indifferenza e di acquiescenza.

    8.Va promossa e approfondita – nella normale attività didattica e attraverso specifiche iniziative culturali concordate con gli studenti – la comprensione delle radici del razzismo nella storia del nostro paese: dalle “imprese” coloniali alle leggi del 1938, dall’affermarsi di personalità e indirizzi razzistici nelle varie scienze e discipline (eugenetica, demografia, antropologia, storia romana, storia coloniale, ecc.) ai progetti ideologici di creazione dell’uomo nuovo o di trasformazione guerriera del carattere degli italiani. La profondità di tali radici significa anche la possibilità di persistenza e di riadattamento a nuove situazioni e dimostra la inconsistenza e soprattutto la pericolosità del mito e delle rappresentazioni del “bravo italiano”.

    9.Va ricordato che la “costruzione” del migrante come “nemico” diventa funzionale a nascondere la questione politica della sicurezza, della coesione e della giustizia sociale per tutta la popolazione.

    10.Va infine tenuto presente che il razzismo e la xenofobia non sono futili e casuali esternazioni individuali, bensì segni di un profondo e pervasivo degrado sociale. Restare in silenzio significa contribuire a legittimare e a sviluppare gravi forme di intolleranza collettiva.
    Sulla base dei punti sopra enunciati il Consiglio della Facoltà di Lettere e Filosofia si impegna a pubblicizzare in tempi brevi un calendario di iniziative a partire dal mese di gennaio 2009 e segnala già da ora l’interesse per la mostra “L’offesa della razza. Razzismo e antisemitismo dell’Italia fascista”, curata dall’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali – Soprintendenza per i beni librari e documentari della Regione Emilia Romagna e allestita presso il Liceo Venturi di Modena.(www.ilmanifesto.it 22 dicembre 2008)
     

 

 

 

Sessanta anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani

10.12.1948-10.12.2008


Era il 10 dicembre 1948 e alla vigilia della fine della guerra la comunità internazionale, riunita nell'Onu, votò un codice etico, in trenta articoli, valido per l'intera umanità ispirato ai principi di uguaglianza, libertà e inalienabilità dei diritti. Nacque la Dichiarazione universale dei diritti umani che celebra così i suoi 60 anni. «E’ arrivato il momento che i governi riparino a sei decenni di fallimenti nel campo dei diritti umani e diano seguito alle loro promesse», ha affermato la segretaria generale di Amnesty International, Irene Khan.(www.larinascita.org)

Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato di seguito. Dopo questa solenne deliberazione, l'Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell'Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

 Dichiarazione universale dei diritti umani

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo; 

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo; 

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione; 

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni; 

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona

umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà; 

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali; 

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L'ASSEMBLEA GENERALE proclama
la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del    paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8 

Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11
1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa. 
2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni. 

Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. 
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15
1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. 
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16
1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento. 
2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi. 
3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17 

1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.

Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica. 
2. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.

Articolo 21
1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti. 
2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese. 
3. La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate  a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale. 
4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24
Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25 

1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà. 
2. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito. 
2. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace. 
3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27
1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici. 

2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29
1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità. 
2. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica. 
3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati. 

 

Razzismo di Stato

Lega blocca-moschee

 

di C.L.
 

La Lega nord torna all'attacco delle moschee. Questa volta il pretesto è l'arresto avvenuto a Milano dei due marocchini accusati di progettare attentati nel nostro paese e subito utilizzato dal Carroccio per tornare a chiedere lo stop alla costruzione di nuovi luoghi di culto per i musulmani. «Chiediamo una moratoria a tempo indeterminato sulla costruzione di nuovo moschee e presunti centri culturali finché il parlamento non approverà una legge che regolamenti l'edificazione di luoghi di culto che non abbiano sottoscritto intese con lo Stato italiano», ha detto il capogruppo della Lega alla Camera Roberto Cota annunciando una mozione parlamentare in tal senso. Prima di lui, una richiesta analoga era stata avanzata dalla parlamentare del Pdl Isabella Bertolini, per la quale «la proliferazione incontrollata di centri culturali islamici e di moschee va bloccata fino a che non ci saranno garanzie di trasparenza sulle loro attività».
Parole che se da una parte provocano la reazione indignata di Pd, Rifondazione comunista e Pdci, dall'altra trovano la solidarietà della teodem Paola Binetti e del presidente della Federazione dei cristiano popolari Mario Baccini. E a difesa della proposta di Cota si schiera subito anche Roberto Maroni: «Il parlamento farà le sue valutazioni - mette le mani avanti il ministro leghista degli Interni - ma dire no pregiudizialmente solo perché la proposta arriva dalla Lega è il solito balletto dettato dal pregiudizio ideologico».
Saranno anche pregiudizi, ma l'avversione dei leghisti verso le moschee e chi le frequenta è più che nota. Così come le iniziative, a dir poco discutibili, messe in campo di volta in volta per bloccarne la costruzione: dalle «passeggiate» con un maiale al guinzaglio fatte a Lodi dall'attuale ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli su un terreno destinato alla costruzione di una moschea, agli emendamenti presentati al disegno di legge sulla sicurezza in cui si subordina la realizzazione di ogni nuova moschea all'esito di un referendum tra i cittadini. Fino alla proposta della moratoria avanzata ieri da Cota che ha ricordato come la Lega abbia già presentato un disegno di legge in cui, oltre al referendum , si impone il via libera delle regioni alla costruzioni delle mosche e a patto che vengano edificate ad almeno un chilometro di distanza da chiese e sinagoghe. «Il ministero degli Interni ha fatto una ricognizione completa sulle moschee esistenti in Italia - ha spiegato maroni -. Purtroppo non è mai agevole distinguere tra luoghi di culto e luoghi in cui si svolgono altre attività, come anche il reclutamento e la raccolta di fondi per finanziare il terrorismo e la preparazione di attentati».
Il giro di vite annunciato dal Carroccio viene duramente criticato dall'opposizione. «Si tratta di una proposta rozza, sommaria e che manifesta l'ossessione dell'Islam del partito di Umberto Bossi», commentano i parlamentari del Pd Sesa Amici e Roberto Zaccaria. Non la pensa così Paola Binetti, anche del Pd ma di opinione radicalmente diversa. «Se la moratoria va intesa come momento di riflessione per decidere il da farsi - dice infatti la parlamentare teodem - può essere una buona soluzione. Se invece deve essere solo un modo per impedire a qualcuno di professare la propria fede, allora no».
Dura, invece, la posizione espressa da Rifondazione comunista e Pdci:. per il segretario del Pdci Paolo Ferrero, la proposta leghista «è soltanto l'ennesimo, disgustoso e vergognoso atto di una campagna becera e folle come quella che i più ciechi e feroci integralisti nostrani,i leghisti, stanno portando avanti da molto tempo». Per Maurizio Musolino, responsabile immigrazione del Pdci, la Lega, utilizzando «l'assioma islamico uguale terrorista», non fa altro «che assecondare i progetti di chi dividere il mondo in un'assurda guerra di civiltà».(Il Manifesto 4 dicembre 2008)

 

Basta! Mai più!

15 Novembre 2008
Mobilitazione mondiale contro il vertice di Washington

Torino - Piazza San Carlo ore 15-18

Si riuniscono oggi a Washington i governi dei 20 paesi più forti del mondo, convocati dal Presidente uscente degli Stati Uniti George Bush e dagli altri leader del G8 per far fronte alla crisi della finanza internazionale.
È un vertice viziato alla radice. Esclude molti paesi i cui abitanti saranno anch’essi colpiti dalla crisi e non prevede alcuna apertura a proposte dei cittadini, gruppi, movimenti,
organizzazioni collettive e altre formazioni della società civile.
I miliardi di dollari stanziati dai governi dei paesi ricchi per salvare le banche e società finanziarie private in crisi, è in stridente contrasto con il loro fallimento nel rispondere efficacemente alla perdurante crisi di povertà, emarginazione e privazioni che da lungo tempo affligge gran parte delle popolazioni del mondo. Un solo esempio: negli ultimi dodici anni di iniziative per la “riduzione del debito” dei paesi poveri si è arrivati a cancellare solo 100 miliardi di dollari, con costi pesantissimi per i “beneficiari” ai quali è stata imposta la pre-condizione di mettere in atto politiche di libero mercato .
Con il vertice del 15 novembre, quella ristretta cerchia di capi di governo mira soltanto a stabilizzare il sistema e a conservare il suo carattere di fondo. È un sistema basato sulla concentrazione della ricchezza e sul controllo dell’economia nelle mani di pochi, sull’esasperato e irresponsabile spreco delle risorse della terra, sullo sfruttamento della
fatica e del sudore delle moltitudini, proseguendo e aggravando l’impoverimento dei più. Le riforme che verranno proposte a Washington consistono in altri salvataggi finanziari, maggior potere e legittimazione a istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che sono tra i maggiori responsabili della crisi finanziaria attuale e della crisi ambientale, alimentare e energetica. E ancora una volta i popoli saranno chiamati a pagare il conto con ulteriori sacrifici per lavoratori, contadini, impiegati, famiglie a basso reddito, donne e bambini, pensionati, comunità rurali e urbane indigenti, popolazioni indigene come pure per il clima e l’ambiente, se non si cambia strada, ora.
Diciamo:
MAI PIU ! Ci vuole un cambiamento strutturale profondo che trasformi l’economia globale e il sistema finanziario in modo che crisi come questa non si ripetano più, BASTA ! Ci vogliono strutture economiche globali e scelte politiche che pongano in primo piano i bisogni delle popolazioni, che rispettino e sostengano i diritti umani e la giustizia sociale e ambientale: lavoro decente, modi di vita sostenibili, garanzia di servizi essenziali come sanità, istruzione, casa, acqua e energia pulita DEMOCRAZIA ! Dare al popolo maggior potere di controllo sulle risorse e sulle decisioni che incidono sul tenore di vita.
BASTA! Non ne possiamo più. Questo sistema può e deve essere cambiato.
il 15 novembre sia l’inizio di molte altre iniziative di lotta per i nostri diritti e per un mondo giusto, equo, democratico e sostenibile
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ATTAC - Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto ai Cittadini -Comitato Locale – via Mantova 34 - 10153 Torino - www.attactorino.org – www.attac.org
 

Morto come Pinelli

Immigrato vola dalla finestra di una caserma dei cc.

di Alessandra Fava

Gli arabi invocano Allah perché riceva Aufi Farid nel suo paradiso, schierati tutti, uomini e donne, dietro uno striscione con «un altro morto di stato» che attraversa le strade e i vicoli del centro storico. Poi allo stesso megafono gli italiani spiegano alla folla: «Ieri è volato un algerino dalla finestra di una stazione dei carabinieri. Dopo quarant'anni un altro omicidio di Stato».
Aufi è stato arrestato l'altro ieri pomeriggio dopo un borseggio. La versione ufficiale è che si è lanciato dalla finestra della stazione dei carabinieri della Maddalena, di fronte al porto Antico, a un passo da via del Campo, per sfuggire all'arresto non per suicidarsi e che ha precedenti anche per omicidio. Soccorso da un'ambulanza, è morto in rianimazione al Galliera quattro ore dopo. Secondo gli amici algerini è andato tutto diversamente: «All'una era con sua moglie a mangiare in una trattoria. Alle 14,30 è stato fermato e alle 19,30 l'ho visto qui a terra - racconta un amico algerino - era sotto una delle ultime finestre verso Caricamento, aveva una maglietta rossa marca Puma, una giacchetta gialla, una cintura nera e un paio di jeans. Ma che cosa è successo tra le due e mezza e le sette e mezza. Perché lo hanno tenuto dentro così tanto?».
La moglie italiana di Farid, detto Fabio, morto a 46 anni, Sandra, ancora non si capacita di quello che è successo. Tiene in braccio un bambino di poco più di un anno. Il 12 di novembre cadeva il giorno del loro secondo anno di matrimonio: «Sono venuta qui alle 18 - dice sotto la stazione dei carabinieri della Maddalena in mezzo a una folla di italiani, nordafricani e tanti senegalesi che hanno dato vita a un presidio per tutto il pomeriggio sino a sera - non hanno voluto farmelo vedere, mi hanno solo detto di presentarmi il giorno dopo per il processo in direttissima. Farid comunque per un furto non si sarebbe mai buttato da una finestra. Voglio sapere la verità».
Quando arriva da Marsiglia la madre di Farid, Luisa, accompagnata da sua figlia, Sandra crolla, quasi sviene. Un gruppo di manifestanti, le associazioni del centro storico, quelle antirazziste, ambientalisti, pacifisti, rappresentanti dei comitati e anarchici intanto occupano piazza Caricamento bloccando il traffico: vogliono che i familiari siano ricevuti dai carabinieri e abbiano delle spiegazioni. Intanto in strada uno spray rosso sull'asfalto dice «muore Farid, repressione, razzismo, la sicurezza uccidono». Sulla caserma un cartello con scritto a pennarello «davanti a questa caserma è morto Farid Aoufi, volato dalla finestra 39 anni dopo Pinelli. Chiediamo verità e giustizia». E accanto alla porta e a un «si prega di richiudere il portone verde» qualcuno ha applicato un altro foglio con scritto «Servitevi pure della finestra». Finalmente arriva il comandante della stazione di Portoria che fa salire la madre, la figlia, il capogruppo di Rifondazione in consiglio regionale Marco Nesci e il responsabile del circolo del centro storico Rehal Oudghough, che parla arabo. Ai parenti i carabinieri, visitando con loro la stanza dalla quale è precipitato Farid, hanno spiegato che l'uomo era ammanettato con le mani dietro, per fargli compilare un modulo multilingue gli avrebbero messo le manette davanti e mentre uno dei carabinieri riponeva il modulo su una scrivania, Farid si è divincolato, la finestra era aperta ed è precipitato. «L'unica cosa che ho capito - dice Sandra, la moglie - è che avrebbe avuto tutte e due le mani legate, ma mentre cadeva una manetta si sarebbe sfilata da una mano». Sull'episodio il pm Francesca Nanni ha aperto un fascicolo contro ignoti. Secondo i carabinieri era risultato positivo ai test della cocaina. Farid viveva a Genova da 25 anni.(Il Manifesto 8 novembre 2008)

Razzismo in cattedra

di Annamaria Rivera

In una collettività nazionale che non ha mai brillato per spirito e rigore «repubblicani», la scuola pubblica è uno dei rari luoghi in cui si pratica un certo rispetto dei principi costituzionali, in primis il diritto all'istruzione e alla non-discriminazione. È anche una delle poche istituzioni che non hanno chiuso gli occhi di fronte alla pluralizzazione culturale crescente della società italiana, attrezzandosi per affrontarla sul piano educativo e culturale. Oggi tutto questo appare lontano come la luna, di fronte al radicale salto di paradigma costituito dalla mozione approvata dalla Camera. La norma che istituisce le classi differenziali per gli alunni stranieri che non superino test e prove varie è certo la ciliegina sulla torta di una «riforma» dell'istruzione di squisita marca reazionaria.
Discriminare alunni di origine «non autoctona» (e chi di noi lo è?) in base al criterio dell'imperfetta conoscenza della lingua italiana non è solo disconoscere la primaria funzione integrativa della scuola. È un gesto revisionista che cancella la storia che ha fondato la scuola pubblica in Italia: storia d'integrazione e di emancipazione d'innumerevoli generazioni «native» di ragazzi poveri, ignoranti, non-parlanti l'italiano; una storia che tuttora garantisce il diritto all'istruzione anche al ragazzo che parla solo il dialetto di Cassano Magnago o di Vittorio Veneto. In realtà, l'allontanamento, simbolico e reale, dalla scuola pubblica dei figli degli altri è qualcosa di più di una ciliegina sulla torta: è un tassello pesante nella costruzione di un paese del razzismo reale.
Un paese che non corre solo il rischio d'essere percorso da un'endemica e disseminata guerra fra poveri. Questa formula può finire per diventare luogo comune frusto e consolatorio: le guerre fra poveri si ricompongono lavorando «per l'unità della classe», come recita la vulgata marxista, e per un processo così lungo c'è sempre tempo... Può ridursi a luogo comune, se non si comprende che si è già compiuta la saldatura fra il razzismo di Stato e il razzismo popolare. Essa è stata resa possibile non solo dal ruolo svolto dai media, ma soprattutto dagli apprendisti stregoni che, trastullandosi con il paradigma securitario, hanno spalancato le porte dell'inferno del razzismo istituzional-popolare. Continuiamo a confidare nella capacità di ravvedimento della sinistra politica, benché il corteo nazionale dell'«orgoglio comunista», per quanto imponente, non lasci intravedere l'elaborazione di contenuti, né una massiccia inclusione nei suoi ranghi delle vittime reali e potenziali del razzismo. E dunque speriamo che, di fronte a norme che mirano a stravolgere il senso e la funzione di istituzioni-pilastro della democrazia, qualcuno a sinistra cominci a comprendere il senso strategico della battaglia contro il razzismo e per i diritti dei migranti. Va detto chiaro a chi ancora si attarda a fare distinguo: l'Italia governata dispoticamente da Berlusconi e pervertita dall'ideologia nazistoide della Lega Nord, resa più temibile dal culto dell'ignoranza, sta per diventare un paese strutturalmente razzista: un paese del razzismo reale, appunto. (Il Manifesto 16 ottobre 2008)

 

Senegalese ammanettato dai vigili mentre accompagna il figlio a scuola

Rabbia degli altri genitori

 

Il Vaticano invita all'accoglienza verso i migranti e condanna le politiche di immigrazione repressive «espressione di razzismo»

Image «I vigili mi hanno detto di stendermi a terra, mi hanno ammanettato dietro la schiena tenendomi un piede in mezzo alle spalle», è il racconto di Moussa Diop, senegalese di 43 anni, regolarmente in Italia da 16, operaio in una ditta di materie plastiche e sposato con una donna italiana. A far rabbrividire non è solo l'intervento a dir poco duro dei vigili, ma il fatto che ciò sia accaduto mentre Moussa Diop stava accompagnando il figlio di 6 anni a scuola. Il tutto è accaduto infatti proprio davanti al bambino, all'ingresso della scuola, di fronte a tutti gli altri giovanissimi alunni e i loro genitori, che mentre l'uomo fermato dai vigili era tenuto a terra, si sono occupati di accompagnare il figlio di Moussa, rimasto da solo e spaventato, e hanno vivamente protestato contro il comportamento dei vigili.

Ma facciamo ordine, alla base dell'episodio ci sarebbe il fatto che Moussa avrebbe parcheggiato sul marciapiede di fronte alla scuola materna di via Mantegna, Milano, per accompagnare il figlio all'entrata. «Mentre attraversavo – racconta Moussa - il vigile mi ha fatto segno con la mano di fermarmi. Io ho tardato qualche secondo, il vigile ha cominciato a minacciare di farmi la multa perché il bambino, secondo lui, era senza cintura, cosa non vera». L'uomo senegalese viene fermato, i vigili gli chiedono le chiavi della macchina per sequestrarla e gli chiedono di seguirli al comando, Moussa non fa resistenza ma chiede di poter prima accompagnare il figlio nella scuola, di tutta risposta viene buttato a terra e ammanettato.

L'ennesimo caso in cui le forze dell'ordine manifestano comportamenti eccessivi e violenti, l'ennesimo episodio in cui non parlare di razzismo sembra difficile, soprattutto in un momento in cui nel nostro Paese la xenofobia sembra in crescita ed anche il Vaticano invoca più tolleranza.
Benedetto XVI ha lanciato l'appello ad accogliere i migranti, coloro che, «in particolare rifugiati e profughi, si trovano in condizioni difficili e disagiate». L'arcivescovo Agostino Marchetto ha denunciano l'escalation di episodi di razzismo in Italia, criticando le politiche di immigrazione repressive attuate da vari governi, misure «non cristiane perché espressione di razzismo e xenofobia addirittura esasperati». Immediata la replica del ministro Maroni che mentre afferma di non sottovalutare i recenti episodi di razzismo, invita anche a non creare «allarmismi». Ora però lo spieghi a tutti gli stranieri che nelle nostre città si trovano a dover temere il prossimo e spesso anche i pubblici ufficiali delle forze dell'ordine. (www.larinascita.org 9 ottobre 2008)

 

Tra Roma e Milano ancora episodi di razzismo

Pignatiello (PdCI) , «è ora che le forze democratiche si mobilitino per isolare la cultura fascista. Noi saremo in piazza sabato prossimo»

Proprio nel giorno della manifestazione per Emmanuel Bonsu, il ragazzo di Parma picchiato dai vigili ed insultato in quanto «negro» un altro fatto gravissimo è accaduto a Roma.Nella zona di Tor Bella Monaca sette minorenni hanno insultato, accerchiato e pestato un uomo cinese di 36 anni che è stato ricoverato con il setto nasale rotto, grave trauma cranico, una profonda ferita alla testa e tagli al volto. Gli aggressori sono stati tutti fermati, hanno fra i 14 e i 17 anni e ora dovranno rispondere delle accuse di lesioni personali dolose con l'aggravante dello sfondo razziale. Il gruppo ha picchiato l'uomo dopo averlo insultato ed avergli gridato «cinese di merda», lo stesso gruppo che, secondo gli inquirenti, sarebbe responsabile dell'aggressione, avvenuta nei giorni scorsi, di due uomini della Costa d'Avorio.
Insomma, non siamo davanti ad un semplice episodio di teppismo, è evidente la matrice razzista, la violenza motivata dall'intolleranza, da ideologie pericolose. A far riflettere è soprattutto la giovane età degli aggressori, ma anche il ripetersi di aggressioni xenofobe verso stranieri o cittadini italiani di origine straniera, rei solo di esistere, picchiati ed insultati senza motivo. Tutto questo mentre nelle città vediamo l'esercito, mentre il governo ci parla di sicurezza. Sì, certo, ma sicurezza per chi?
Proprio ieri anche Milano è stata teatro di un'altra aggressione ai danni di un ragazzo senegalese, “colpevole” di vendere borse accanto alla bancarella di un fruttivendolo al mercato di via Calvi, in centro. Arrivano le critiche del Pd e la solidarietà del sindaco Alemanno all'uomo aggredito a Tor Bella Monaca, ma cosa si fa in concreto per fermare questo rigurgito di intolleranza e discriminazione, mai così forte e violenta nel nostro Paese in cui si respira ormai un clima di “caccia al diverso”, spesso incoraggiato dalle politiche del governo?
«Ancora un episodio di razzismo, giovani contro giovani, questa volta contro la comunità cinese di Roma. Il vento di destra ormai non risparmia nessuno. Una caccia all’immigrato figlia del clima di intolleranza che questo governo e questo sindaco hanno portato a livelli che hanno superato da tempo il livello di guardia». Per Alessandro Pignatiello, dell’Ufficio di Segreteria del Pdci, viviamo in «un clima avvelenato che non può essere più sottovalutato. Cosa dirà ora la Meloni? Insisterà con la sua miopia? Dirà ancora che a Roma e nel paese non sta accadendo nulla? E poi, non era stato schierato l’esercito per riportare l’ordine e la sicurezza tra i cittadini?»

Per Pignatiello «è ora che le forze democratiche, tutte, si mobilitino per isolare la cultura fascista che sta prendendo sempre più piede e che il governo faccia anche qualcosa di concreto e non si limiti agli annunci di bandiera. Noi saremo in piazza sabato prossimo nella manifestazione antirazzista nella capitale».( www.larinascita.org 3 ottobre 2008)

Basta! Stop al razzismo

di Mg. redazione - 2 ottobre 2008

E' di poco fa la notizia data dal TG3 che a Roma si è verificato l'ennesimo episodio di razzismo. Cinque ragazzi italiani, minorenni, hanno aggredito e picchiato un giovane cinese che è stato  ricoverato in ospedale. e operato al naso .Sono gli stessi ragazzi che giorni fa avevano aggredito e picchiato un africano. Quando si vorrà ammettere che in Italia c'è una emergenza razzismo? Che questo clima di intolleranza è alimentato giorno dopo giorno dalle dichiarazioni  e dalle connivenze di questo governo? O assisteremo anche questa volta alla solita giustificazione della "rissa tra balordi"? E'  evidente da quale parte stanno i balordi ed  è ora di dire basta!

 

 

 

Il "negro" quotidiano


di Ma.Bo

Il Nel giorno in cui Famiglia Cristiana lancia l'allarme sulle politiche del governo in materia di immigrazione, stigmatizzandole nell'editoriale della settimana con l'argomentazione che "calpestare i diritti umani non serve a niente ed è soltanto un boomerang", e mentre l'Arci esorta la società ad un moto di ribellione verso un atteggiamento inaccettabile di discriminazione da parte dell'esecutivo, ad infiammare la politica arriva la notizia di Parma, pubblicata sul sito on line de La Repubblica e su cui già si è aperta una verifica da parte delle autorità. Uno studente ghanese di 22 anni, Emmanuel Bonsu Foster, ha infatti denunciato di essere stato inseguito e poi picchiato davanti alla sua scuola da sette agenti della polizia municipale durante un controllo antidroga.

Il caso arriva anche a Bruxelles. Una notizia italiana che ben presto arriva oltralpe, a Bruxelles, dove il deputato del Prc Giusto Catania presenta un' interrogazione alle autorità europee denunciando un "clima di intolleranza ormai diffuso nel nostro Paese", "l'ennesimo atto di razzismo" che, secondo l'europarlamentare di Rifondazione, testimonia come "l'Italia ha smesso di essere un paese accogliente" per causa di una "destra al governo che, ogni giorno, incita all'intolleranza e alla xenofobia".

L'allarme della Chiesa. Parole non molto distanti da quelle scelte dal settimanale cattolico e dal segretario Pontificio monsignor Marchetto, il quale pochi giorni fa criticava la "tendenza al ribasso" nelle politiche confezionate dal governo sul tema dell'immigrazione. Un allarme condiviso, e lo ricorda anche il settimanale paolino oggi, dal presidente della Caritas Don Nozza che, intervenendo nei giorni scorsi sull'Osservatore Romano, esortava la politica ad operare "affinchè si determinino cambiamenti nell'opinione pubblica imperante", per poi evidenziare come, al contrario, "è accaduto che la politica intercetti e manipoli gli umori della gente, finendo per amplificare paure e insicurezze".

La denuncia. Un occhio visibilmente pesto (ma il referto medico, a quanto si apprende, parla anche di una gamba dolorante e di altre lesioni), il giovane ha raccontato che poco prima delle 18.30 di ieri si è trovato coinvolto suo malgrado in un'operazione della polizia municipale che ha portato all'arresto di un pusher. Alcuni uomini in borghese avrebbero accerchiato il ragazzo che, spaventato, ha tentato di scappare. Bonsu ha dichiarato di essere stato pestato con pugni e manganelli, mentre un agente gli avrebbe schiacciato con un piede la testa e gli altri colleghi lo avrebbero ammanettato dandogli del "negro". Lo stesso, ignobile insulto che il ragazzo si sarebbe ritrovato scritto sulla cartella del Comune di Parma che conteneva i suoi verbali: su quella busta, infatti, l'intestazione recita "Emmanuel negro". Perquisito, spogliato completamente e sbattuto in cella, il ventiduenne sarebbe stato rilasciato solo poco dopo le 23 all'arrivo del padre, con il quale non sarebbe riuscito a parlare nonostante le continue richieste avanzate di poterlo contattare. E' solo con l'arrivo del genitore che il ragazzo riesce così a tornare a casa, non prima di passare in ospedale per essere refertato e, poi, dai carabinieri per denunciare l'accaduto. Il Comune ha già aperto una inchiesta per accertare le eventuali responsabilità e la dinamica dei fatti.

La politica. Governata da una amministrazione di centrodestra, sotto le insegne dello slogan "più potere ai sindaci e alla polizia municipale", Parma non sarebbe nuova ad episodi di questo tipo. Sono infatti ancora vivide le immagini di qualche settimana fa che ritraevano una giovane prostituta nigeriana rinchiusa in una cella della centrale dei vigili urbani e fotografata mentre era stesa a terra, piangente, con le mani incrociate dietro la schiena e con indosso solo una maglietta rossa.

"Il ministro dell'Interno Maroni deve chiarire al più presto", ha dichiarato il vicepresidente dei deputati democratici Marina Serenti, manifestanto la volontà del suo partito di presentare una interrogazione parlamentare perché "è importante che i chiarimenti arrivino subito, che nessuno minimizzi e che non tornino a ripetersi simili episodi". Per Fabio Evangelisti, presidente vicario dei deputati di Italia dei Valori, "i pogrom sono cominciati sempre così", cioè "prima avvengono atti di violenza a sfondo razzista, isolati e apparentemente senza alcun legame se non lo stesso carattere xenofobo, poi si sviluppano in maniera più sistemica e radicata finchè non esplodono". Sotto accusa, per il dipietrista, "i rischi che comporta l'istituzionalizzazione della paura dello straniero". Di una "istantanea impietosa di cosa sia diventato questo paese" ha parlato il coordinatore nazionale di Sd Claudio Fava, che ha condannato senza appello il comportamento delle forze dell'ordine che se verificato, sarebbe comunque un "atto di inqualificabile teppismo razzista" anche qualora "il ragazzo fosse un pusher, come si giustificano in modo maldestro i vigili". Anche per lui la responsabilità è della politica: perché Parma potrebbe testimoniare "quali conseguenze stiano producendo le bravate dei sindaci sceriffi e le loro ridicole ordinanze e le fiammate xenofobe di molti, troppi esponenti della destra governativa".(AprileOnline 1 ottobre 2008)

 

 

Abdoul, la città in marcia per ricordarlo

di Davide Carlucci
 

«Abbiamo fame - urlavano - vogliamo anche noi i biscotti, andiamo a prenderceli dal bar dove hanno ucciso Abba». E a questo grido decine di ragazzi ghanesi, nigeriani e senegalesi hanno sfondato il cordone della polizia in via Mengoni, a due passi da piazza Duomo, e si sono lanciati in corsa verso lo Shining, il bar di Fausto e Daniele Cristofoli, in carcere per l´assassinio di Abdoul Guiebre, finito con una sprangata domenica scorsa per aver rubato due pacchi di Ringo e i cui funerali saranno celebrati martedì a Cernusco sul Naviglio.

Lungo il tragitto cestini dell´immondizia, motorini e specchietti delle auto, presi a calci, cadevano giù. E per tre chilometri, sono stati rincorsi da polizia e carabinieri, con i quali in diversi momenti si è arrivati a un pelo dallo scontro. Finché non sono arrivati in via Zurini, il luogo dell´omicidio. Alla fine, dopo qualche lancio di bottiglie e una trattativa con gli agenti, tre amici intimi di Abdoul ottengono una concessione: accompagnati dagli agenti, lasciano tre pacchi di biscotti davanti al bar e si mettono a pregare. «È un gesto - dice Randi - vogliamo che la gente capisca. Non dovevano ammazzarlo così».

È la coda rabbiosa e drammatica di una manifestazione che ieri voleva dire che c´è un´altra Milano che non vive gli immigrati come un pericolo per la sicurezza, ma al razzismo reagisce. Settemila persone in corteo da porta Venezia al Duomo, tra loro anche gli attori Moni Ovadia e Ottavia Piccolo e Vittorio Agnoletto, eurodeputato di Rifondazione comunista. Sindacalisti, rappresentanti di associazioni di volontariato, le bandiere dei partiti della sinistra non più parlamentare. Ma soprattutto molti ragazzi. Come Giulia Temin, diciottenne, del movimento giovanile ebraico. «Abbiamo anche realizzato uno spettacolo teatrale per sostenere il popolo rom che sta subendo l´umiliazione della raccolta delle impronte».

Un senegalese improvvisa un rap: «Mi sento italiano anche se sono nero/ ma tu mi guardi la carta d´identità...». Qualcuno rievoca la strage di Castelvolturno. Ma moltissimi indossano la maglia con la scritta: "Abba". «È meglio essere uno sporco negro che un bianco assassino bastardo come quelli che hanno fatto fuori Abdoul». Jordan, 28 anni, addetto alla sicurezza in un negozio Zara: «Abbiamo sempre più paura». Ma per Tina Cristofoli, madre e moglie dei due baristi - alla quale il marito ha detto di essere contento di ritrovarsi in cella con detenuti italiani - «è tutta una cosa politica. Il dispiacere per la morte di quel ragazzo non c´entra niente».

(La Repubblica 20 settembre 2008)
 

     

 

Milano, migliaia in corteo per Abba

Davanti alle saracinesche depositati dei biscotti: "Non vogliamo violenza ma solo giustizia"

 

 IMilano, migliaia in corteo per Abba Disordini e scontri con la polizian migliaia hanno percorso le strade del centro di Milano per gridare "no" al razzismo. Da Porta Venezia a Piazza del Duomo insieme alla sorella di Abdul Guibre, il 19enne originario del Burkina Faso ucciso domenica scorsa da padre e figlio, proprietari del bar Shining, che lo accusavano di aver rubato due confezioni di snack dal locale. La manifestazione si è conclusa dopo un gesto simbolico da parte di due amici del ragazzo che hanno lasciato dei biscotti davanti al locale. "Ecco per cosa lo hanno ucciso. Per un biscotto".

All'inizio sembrava un corteo pacifico, ma poi sono volati schiaffi e spintoni, e in piazza della Scala l'atmosfera di protesta si è trasformata in una scorribanda teppistica. Sfondato il cordone della polizia, i giovani hanno divelto la segnaletica e tentato di infrangere i finestrini delle auto.

Una parte del corteo ha puntato verso il luogo in cui è stato ucciso il ragazzo nei pressi della stazione Centrale, fermato solo da decine di poliziotti in assetto antisommossa. Lungo il percorso alcuni giovani hanno rovesciato i bidoni della spazzatura al grido di: "Abba vive" e, "Vogliamo giustizia". In piazza della Scala altri manifestanti hanno scritto "Abba vive" su un tram fermo mentre lo zio di Abdul cercava di placare gli animi implorando di fermarsi. "Così rovinate tutto", gridava ma nessuno l'ha ascoltato.

Tanti i motorini che sono stati buttati a terra dai manifestanti. Molti ragazzi indossavano la maglietta stampata in ricordo di Abdul con la foto e la scritta "riposati fratello". Presenti numerosi esponenti dei centri sociali che ripetevano a gran voce lo slogan "Giustizia per Abba" sollevando cartelli con sopra scritto "Siamo africani, non siamo animali".

Lungo il corteo, in prima fila, a reggere lo striscione che recitava "Perché non succeda più. No al razzismo", c'era la sorella del ragazzo ucciso, Adia Guibre, accanto a decine di giovani di colore. "Oggi è il giorno del silenzio", ha detto prima che scoppiassero i disordini. "Abbiamo nel cuore un grande dolore e vogliamo dire che in questa città e in questo paese c'è ancora troppo razzismo".

Dopo alcuni momenti di tensione tra manifestanti e forze dell'ordine, una delegazione composta di tre persone è stata autorizzata a superare il cordone di polizia per lasciare dei biscotti simbolici di fronte al bar. Uno di loro si è inginocchiato per pregare. "Ecco per cosa lo hanno ucciso. Per un biscotto", hanno detto gli amici.

Pochi minuti prima vi sono stati alcuni attimi di tensione, quando un gruppo di manifestanti ha provato a sfondare il cordone di polizia e carabinieri che presidiano ancora via Zuretti, e alcune bottiglie di vetro sono state lanciate contro le forze dell'ordine. Una di queste ha colpito al ventre un cameramen, che non ha riportato conseguenze.

Dopo aver parlato con i funzionari delle forze dell'ordine, i due amici di Abdoul, accompagnati dallo zio di John, uno dei ragazzi che era con Abdoul quella mattina, hanno potuto lasciare i biscotti davanti al bar. "Noi non cerchiamo la violenza - hanno spiegato, inginocchiandosi e pregando davanti alle saracinesche - ma vogliamo solo giustizia, perché il nostro sangue è uguale a quello dei bianchi. Abba era un ragazzo gentile, che è cresciuto con noi. Pensate cosa sarebbe successo se un nero avesse ucciso un bianco di 19 anni".

Disordini erano scoppiati anche pochi giorni fa, sempre a Milano, durante il corteo di 200 studenti "per esprimere affetto ad Abba". Della vernice bianca e una bottiglia di vetro erano stati gettati contro le saracinesche del bar Shining i cui titolari sono in prigione imputati dell'omicidio. (La Repubblica.it 20 settembre 2008)

Murales per Abba

 

 

Sabato 20 settembre a Milano in piazza contro il razzismo

 

L'omicidio di Abdul è l'ultimo segnale di un'escalation xenofoba che va arrestata.Image Una manifestazione contro il razzismo, per ricordare Abdul Guibre il giovane ucciso domenica scorsa, si svolgerà sabato 20 settembre a Milano

L'appuntamento è per le 14.30, dai Bastioni di Porta Venezia a Piazza Duomo, perché «chi ha preso la spranga non l'ha fatto per paura o per legittima difesa, ha commesso un delitto a sfondo razzista, mosso da odio e rancore, considerandosi legittimato dal sentire intollerante, sciaguratamente diffuso» scrivono i firmatari dell'appello da Don Gino Rigoldi a Moni Ovadia passando per Renato Sarti e Nico Colonna.

«Questa Milano non ci appartiene. Non ci appartengono la violenza e il razzismo che si manifestano sempre più apertamente, in uno stillicidio di episodi quotidiani di intolleranza di cui sono vittime donne e uomini, quasi sempre inermi. La dilagante campagna razzista e la costruzione del nemico 'altro' diventano funzionali a nascondere la questione politica della sicurezza sociale, della coesione e della giustizia sociale per tutti. L'altro e il diverso vengono additati quali cause del malessere sociale ed esistenziale. Il potere e lo sfruttamento si alimentano anche in questo modo» prosegue l'appello.

«Per questo - conclude l'appello - per ragioni etiche, culturali e politiche, gridiamo con forza che non ci appartiene l'ideologia sicuritaria, incentrata sulla repressione e sulla costruzione di alibi culturali che autorizzano le ronde e la violenza privata. L'omicidio di Abdul è l'ultimo segnale di un'escalation xenofoba, che va arrestata. La Milano democratica e antirazzista deve reagire. Milano deve reagire». Intanto il gip Micaela Curami ha deciso che Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio, accusati di omicidio volontario aggravato dai futili motivi resteranno in carcere, spiegando che c'è pericolo di fuga, di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove.

E sicurezza la chiede il padre del ragazzo ucciso, «Milano non è una città sicura se dei ragazzi di diciannove anni vengono abbattuti come animali. Bianchi o neri non importa, quello che importa è che in questa città si possa vivere. Chiedo allo Stato, a Berlusconi, a Bossi di spiegare agli italiani che gli stranieri non sono delinquenti, perché qualcuno fa presto a prendersela con noi».
«Mio figlio - afferma l'uomo - era bravo, lo dico io, ma chiedete in giro, a chiunque. Anche l'ultimo mio bambino sarà educato come ho educato gli altri, come ho fatto con Abba. Gli dicevo di non avere paura. “Non farti spaventare, sei italiano”».
«Per la prima volta ci siamo accorti di essere negri» aggiunge una sorella.(www.larinascita.org 17 settembre 2008)

 

 

Massacrato a colpi di spranga un giovane nero italiano

 

Era un cittadino italiano. Nero. Originario del Burkina Faso ma residente a Milano, cresciuto con i genitori a Cernusco sul Naviglio. Si chiamava Abdoul William Guibre.

È morto per i colpi alla testa ricevuti che hanno provocato l’emorragia celebrale. È stato aggredito da due persone, padre e figlio, di 51 e 31 anni, al grido di «lurido negro» con una spranga di ferro e una di legno. Il fatto è accaduto alla periferia nord di Milano intorno alle 6 di mattina, poco lontano dalla stazione centrale, a conclusione di un inseguimento da parte dei proprietari di un furgone bar. A seguito di un diverbio, i due, armati di bastoni e urlando insulti razzisti, hanno rincorso Abdul Salam G. e i suoi amici - un ruandese e un italiano - per colpirli e per punirli. Forse per la presunta sottrazione di un pacco di biscotti. Concorso in omicidio volontario è l’accusa con cui Fausto e Daniele Cristofoli sono stati arrestati. Entrambi sono pregiudicati: il papà s’è fatto dieci anni per rapina, il ragazzo s’è fermato ai furti.

«Un delitto è un delitto al di là di chi lo commette ma in Italia non sta funzionando così», sottolinea il segretario del Pdci Oliverio Diliberto, che sottolinea come le reazioni sarebbero state ben diverse se l’aggressione fosse stata compiuta da stranieri. E continua, «l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge non c’è più e, cosa ancor più grave, non indigna più nessuno». Sta pericolosamente venendo meno qualsiasi proporzionalità nel rapporto tra azione e reazione, tra danno e punizione perché il clima di razzismo e xenofobia che vige oggi in Italia legittima comportamenti «di offensiva difesa» individuali e di gruppo. Peggio, certi atti rivendicano avvallo sociale e purtroppo, troppo spesso, lo ottengono. Ci sono cittadini di serie A, bravi lavoratori italiani, e cittadini di serie B, immigrati nullafacenti o rubalavoro.

Non si tratta di essere «political correct». E lo diciamo al Giornale, che definisce il massacro di un ragazzo come «duello rusticano» e si sofferma strumentalmente nel ricostruire la sua storia personale e familiare. Non esistono giustificazioni né attenuanti. Ma esistono responsabilità giudiziarie, sociali e politiche. Non si può morire a 19 anni per aver rubato dei dolciumi. Men che mai in un Paese civile, facente parte di quell’Occidente che va in giro per il mondo insegnando le regole della democrazia. (www.larinascita.org 15 settembre 2008)

 

Leggi razziali e Lega Nord. Cosa succede a Treviso?

di Alessandro Squizzato

"A Treviso ed in provincia per commemorare adeguatamente i 70 anni dalla promulgazione delle leggi razziali di Mussolini contro gli ebrei le si ripristinano contro i mussulmani.
Ai cittadini musulmani di Treviso da oggi è fatto divieto riunirsi per pregare in occasione del Ramadan, i cittadini italiani che affittano loro immobili per riunirsi vengono perseguitati dall'Amministrazione, partono le lettere con minacce di morte e compaiono scritte razziste di minaccia sotto la regia del prosindaco Gentilini."


Questa la nota stampa diffusa due giorni fa dai Comunisti Italiani di Treviso tramite il consigliere comunale Nicola Atalmi.
Una denuncia chiara, che fino ad ora mancava, di quanto sta accadendo a Treviso e che non ha certo mancato di suscitare reazioni.
Ma cosa sta succedendo a Treviso?
Da mesi si trascina l'atteggiamento persecutorio dell'amministrazione leghista guidata dal fantoccio Gobbo e dal molto più famoso Gentilini verso la comunità islamica locale. L
Alcuni mesi fa i musulmani acquistano un capannone a Villorba, paesino poco a nord di Treviso, per svolgerci la preghiera. Cosa che viene negata loro tramite la non concessione della destinazione d'uso.
La comunità quindi inizia autonomamente a cercare un altro stabile da acquistare vendendo il precedente e a trovare soluzioni provvisorie per la preghiera.
Recentemente trovano e comprano da un trevigiano un negozio in quartiere San Liberale, a Treviso città. Lì si sarebbe costituita la sede dell'associazione "Seconda Generazione" e, durante le feste comandate, si sarebbe potuto pregare.
A questo punto scatta la reazione durissima.

Tuona Gentilini: "Ho dato ordine all'assessore Andrea De Checchi e al comandante della polizia municipale Federica Franzoso di intervenire: locali adibiti a negozio non possono essere utilizzati per incontri religiosi. Ho detto inoltre di denunciare immediatamente il proprietario dell'immobile perché non ha notiziato nessuno della sua decisione. Questo fatto rientra nella legge Maroni, che prevede la reclusione fino a quattro anni». Adesso adopero il pugno d'acciaio e voglio sapere chi è questo personaggio. Lo faccio passare ai raggi X. Se posso lo mando in galera com'è vero Dio».
Queste le dichiarazioni del vice-sindaco e massima autorità di fatto della città contro un cittadino "reo" di aver venduto una sua proprietà a persone di fede islamica.
Rincara il senatore Stiffoni: «Mi meraviglio di certi concittadini che per una manciata di euro svendono la loro dignità di cristiani»
L'esecuzione non si fa attendere e la notte stessa vengono fatte sulla serranda dello stabile delle scritte minacciose contro la comunità islamica legati al fondamentalismo cattolico. Versetti de "L'Apocalisse" e la sigla Allah = Satana.
Per ora, che sia chiaro, l'unico fondamentalismo religioso emerso in tutta la vicenda.
Ovviamente lo stabile è stato bloccato ed è stato impedito l'accesso da parte degli acquirenti.

 La comunità islamica di Treviso e provincia è da sempre integrata nella società e moderata nell'affermazione della propria identità culturale, concepita una cultura di appartenenza al pari delle altre.
La protesta di fronte a questi atti apertamente persecutori è stata blanda e si è perfino divisa. Un'ala più combattiva ha deciso di allestire una moschea "provvisoria" in città per celebrare comunque il Ramadan, importantissima festa religiosa che cade in questi giorni.
Un altra componente definita dalla stampa di "colombe" è mitemente migrata a Villorba, chiedendo un colloquio con la sindaco e riunendosi a pregare nel parcheggio di un'altro stabile che in passato era stato loro negato.

La Lega ordina lo sgombero di entrambi, senza alcuna trattativa Una esplicita mossa di totale chiusura di ogni forma di dialogo, anche con le compoenti più moderate.
Un messaggio chiarissimo e pericolosissimo: ad essere rispettabile e dialoganti non ci si guadagna niente.
Immaginate quali potrebbe essere le naturali conclusioni che una comunità che si sente minacciata potrebbe trarne.

La sera del 2 settembre l'ultimo fatto.
Il consigliere comunale leghista Pier Antonio Fanton, falco anti-musulmano arcinoto, afferma di essere stato assalito da alcuni musulmani nei pressi della moschea "provvisoria" a Treviso dove stava passeggiando.
Gli aggressori, che a loro volta vogliono sporgere denuncia, affermano di essere stati aggrediti verbalmente e "sputati".
Ora, soprattutto considerando che la Lega trevigiana e la Lega in genere non è certo nuova a spedizioni "dimostrative", che ci faceva Fanton nei pressi del luogo di ritrovo del suo bersaglio preferito degli ultimi giorni? In piena bufera e il giorno stesso della comparsa delle scritte intimidatorie?

Il buon senso porta a risposte piuttosto semplici.

Il coretto preconfezionato di solidarietà al povero aggredito non mi convince per niente, mi associo alla dichiarazione di Nicola Atalmi: «Voglio portare tutta la mia solidarietà umana e politica ai musulmani. Fanton non è nuovo a queste provocazioni. Spero che le forze dell'ordine indaghino: se è vero che è andato lì a insultare e sputare è giusto che vengano presi provvedimenti nei suoi confronti. Io probabilmente avrei reagito allo stesso modo».

In questa sporca storia di populismo opportunista e razzismo la religione c'entra poco. C'entra il fondamentalismo ottuso di esponenti leghisti e sgherri proto-squadristi che urlano alla Reconquista sventolando crocifissi e spadoni e inneggiando ad una identità cristiana di cui loro stessi sanno ben poco.
C'entra una psicosi tutta indotta, tipicamente da propaganda di guerra, che vorrebbe vedere nel musulmano una minaccia alla nostra cultura.
Fesserie. Fesserie su tutti i fronti.

Su quello della cultura locale, dato che io trevigiano, veneto, italiano  ho una cultura che non ha niente a che spartire con quella di Gentilini e Fanton. I miei nonni mi parlavano in modo diverso, sto ben distante dalla loro fede religiosa e i miei valori non hanno niente a che spartire con i loro.

Fesserie sul fronte della logistica. Sono innumerevoli i gruppi di preghiera cristiani che in modo spesso anche molesto per i residenti si riuniscono per celebrazioni di ogni genere presso le madonne nei cortili, sul ciglio delle strade o con processioni per le strade stesse. Quelli non sono fuori norma?

Sul fronte della pura e semplice verità. Perché è pura malafede voler convincere la gente che nell'Europa della nuova destra, nell'Italia dei CPT, dei crocifissi in ogni ufficio pubblico, degli insegnanti di religione imposti per legge dal clero, dell'otto per mille regalato al Vaticano, dell'incontestabile ideologia capitalista e turbo-liberista, la nostra identità sia sotto minaccia di comunità che non hanno potere politico, sono ben distante dal potere economico e sono pure sotto attacco dal punto di vista dei diritti. (www.barricate.it  Fgci Veneto 5 settembre 2008)

 

 

Gli sfruttati del XXI secolo

di Maurizio Musolino

Sono passati quasi dieci giorni dalla notizia dell’affondamento di un barcone con il suo drammatico carico di vite umane, centocinquanta persone sparite, inghiottite da un mare crudele che per molti rappresenta un ostacolo – spesso mortale – verso la terra promessa. Quell’occidente che dall’altra sponda del Mediterraneo appare come terra di latte e miele, dove tutto è possibile, perfino vivere.Già, perché le migliaia di persone che dai più sperduti villaggi africani e asiatici intraprendono il lungo viaggio verso le nostre coste non pensano di potersi arricchire, non sognano paillettes colorate belle macchine o vestiti nuovi; l’obiettivo è solo la sopravvivenza, loro e dei loro familiari. Drammaticamente solo questo: vivere. E, per questo, si parte mettendo nel conto anche la morte.
Sono passati dieci giorni e di quel fatto non si parla più. Silenzio assoluto. Questa volta neanche l’entità della cifra dei morti ha scalfito il muro di gomma dei media, dove se sei immigrato puoi finire in prima pagina solo se compi un atto illegale. Uno di quelli che ti portano diritto in galera senza passare da processi lunghi dieci anni, da assoluzioni dubbie o da provvedimenti ad hoc. Un silenzio che sembra aiutare le nostre coscienze a liberarsi di quel dramma, dei volti di uomini donne e bambini che aggrappati a qualche pezzo di legno guardavano il cielo implorando il passaggio di una nave. Questi poveri esseri, vittime cento volte, evidentemente non sapevano che altri loro fratelli erano stati soccorsi in altre occasioni da marinai di passaggio e che questi ultimi erano incorsi in denunce e processi per quel loro gesto di generosità. Non sapevano che seppur fossero riusciti a toccare terra, avrebbero trovato uno stato che li considera nemici, invasori. Un governo che sulla loro pelle specula e costruisce consenso fra quanti terrorizzati dal loro futuro incerto non vogliono vedere in faccia l’altra parte del mondo, quello che potrebbe essere il loro domani.
Per queste ragioni, forse poco politiche, certamente poco foriere di voti, noi dopo dieci giorni abbiamo voluto con queste pagine rendere omaggio a quelle vittime, nuovi sfruttati del XXI secolo.
 

I diritti dell'etnia Tamil. Il presidio

Presidio antimperialista sabato 21 giugno 2008 h. 18.30

 

Piazza Castello fronte prefettura solidarieta' al popolo Tamil

 

 
Per il rispetto del diritto all'autodeterminazione del popolo Tamil ed il riconoscimento da parte della comunita' internazionale del Tamil Eelam
 
Per la cancellazione dellL'TTE dalla lista delle organizzazioni terroristiche per rilanciare bilateralmente il processo di pace.
 
Per esprimere solidarieta' con i rappresentanti della comunita' Tamil colpiti dalla repressione.
 
Per sensibilizzare la cittadinanza sulla guerra in Sri Lanka che dal 1983 ha causato oltre 70 mila morti e centinaia di migliaia di profughi.
 
Aderiscono; Comunita Tamil Piemonte- PdCI Torino- FGCI Torino- PRC area Ernesto

 

I diritti dell'etnia Tamil. La lettera

 

di Dott. Kugathasan Thanushan

Sono un cittadino italiano di etnia tamil.Scrivo questa lettera, come rappresentante dei giovani tamil, in seguito ai fermi effettuati dalla polizia nei confronti di una trentina di tamil nel territorio italiano. L'accusa è di estorsione per scopi terroristici.
Conosco benissimo la comunità tamil in Italia perché lavoro con loro quotidianamente per denunciare le violazioni dei diritti umani in Sri Lanka, e posso affermare con assoluta certezza che non ci sono mai stati casi di estorsione. Altrimenti non si spiegherebbe il successo della nostra manifestazione a Milano, tenutasi domenica scorsa. La storia delle estorsioni è solo propaganda del governo dello Sri Lanka. Se veramente l'Italia è dalla parte della democrazia, invece di arrestare i tamil dovrebbe indagare sulla reale situazione in Sri Lanka, dove l'unica organizzazione terroristica è il governo che sta continuando il massacro di civili da ormai venticinque anni, con operazioni di pulizia etnica e di distruzione della cultura tamil. Gli arrestati sono tutti membri delle varie associazioni locali dei tamil, che hanno sempre svolto le loro attività con il permesso delle forze dell'ordine e organizzato eventi con l'appoggio delle autorità locali. Il mandato di arresto arriva non a caso dalla città di Napoli, dove c'è una forte presenza di singalesi sostenitori del governo. Non ci stupiamo di questo fatto: in Sri Lanka la libertà di stampa non esiste, e gli oppositori del governo hanno  vita breve, l'inflazione è al 20% a causa delle spese militari.
La mia opinione rappresenta il pensiero di tutto il popolo tamil e chiedo gentilmente ai giornalisti italiani di darmi un'opportunità per far conoscere la situazione del nostro popolo agli italiani. Vi ringrazio dell'attenzione, cordiali saluti.(19 giugno 2008)
 

 

 

 

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare. Bertolt Brecht

Marià Pere: Sono scelte da fascisti

di Domenico Giovinazzo

«La maggioranza degli spagnoli crede che sia razzista e xenofoba la criminalizzazione dell’immigrazione clandestina». Marià Pere, segretario generale del Partito comunista catalano (Pcc), descrive così la reazione dell’opinione pubblica iberica ai provvedimenti adottati nel primo Consiglio dei ministri del IV governo Berlusconi riunito a Napoli. Le aspre critiche formulate da due ministri dell’esecutivo Zapatero, bollate dagli esponenti del Pdl e della Lega come “opposizioni ideologiche”, sono condivise dalla maggioranza della popolazione spagnola abituata, da tempo come noi italiani, a convivere con flussi migratori provenienti dai paesi del Nord Africa. Secondo Pere, che non usa mezzi termini, istituire il reato di immigrazione clandestina vuol dire schierarsi su «posizioni di ultradestra e fasciste». Poi specifica che «noi non pensiamo che gli italiani siano xenofobi. Tuttavia, in un periodo di crisi, la paura generalizzata può determinare una attrazione verso un discorso “chiaro”, semplicista e che esprime forza: un discorso fascista. Tanto più in un contesto come quello attuale, in cui la sinistra è debole e fa discorsi confusi o sottovaluta il problema dell’immigrazione.
Come viene gestita l’immigrazione in Spagna? Avete anche voi i Cpt?
Sono esistiti per un breve periodo di tempo durante il governo di destra. Però la pressione dei cittadini ha costretto il governo a cambiare strada.
La legge italiana costringe un immigrato che voglia ottenere il permesso di soggiorno a una lunga trafila burocratica. Inoltre, c’è il paradosso che non si può avere un permesso di soggiorno se non si ha un lavoro, ma non si può avere un lavoro senza permesso di soggiorno. Anche in Spagna è così complicato?
Sì, anche in Spagna il procedimento è complesso. Ma la mobilitazione dei sindacati e delle forze democratiche e di sinistra è andata modificando positivamente, in senso progressista, le diverse leggi sull’immigrazione. Così si è reso possibile il rilascio del permesso di soggiorno a chi non l’aveva. E’ stato un risultato delle negoziazioni sindacali e delle pressioni dei partiti di sinistra.
Qual è la posizione del tuo partito sull’immigrazione clandestina?
L’immigrazione clandestina risponde a necessità di sopravvivenza. Il Pcc fa una netta distinzione tra le mafie che gestiscono i traffici e le persone che, disperate dalle condizioni di vita nei loro paesi di origine, si rivolgono a quelle mafie. Sono proprio queste ultime che devono essere criminalizzate, non i clandestini che cercano una alternativa di sopravvivenza, e che vengono nei nostri paesi a cercar lavoro. Le forze ultrareazionarie tentano di confondere i cittadini spiegando che clandestini e trafficanti sono la stessa cosa.
Recentemente Mario Borghezio, europarlamentare leghista, ha parlato a Strasburgo di una proposta di legge del Governo regionale catalano per porre un tetto al numero di studenti immigrati. Conosci questa proposta?
Non c’è nessuna legge del genere, né approvata ne in fase di discussione. Anzi, mentre prima solo le scuole pubbliche accoglievano studenti immigrati, che venivano ripartiti tra i vari istituti, oggi il governo di sinistra ha esteso quest’obbligo anche alle scuole private che ricevono finanziamenti pubblici. Quanto riportato da Borghezio quindi è falso. Non solo il governo catalano non ha posto limiti, ma al contrario ha esteso agli istituti privati l’obbligo di scolarizzare lo stesso numero di studenti immigrati rispetto alla scuola pubblica. Tutti i bambini e le bambine hanno il diritto a ricevere una istruzione nel paese in cui risiedono, a prescindere dalla loro nazionalità.
Quali sono le battaglie che la sinistra spagnola sta combattendo sul tema dell’immigrazione?
Stiamo lottando perché gli immigrati e le immigrate abbiano gli stessi diritti e doveri di qualunque cittadino Spagnolo. Lottiamo per ottenere l’integrazione degli immigrati e perché non si consolidino i ghetti, le emarginazioni, le discriminazioni e le esclusioni. Lottiamo contro il razzismo e la xenofobia. Facciamo proposte perché il migrante o la migrante si stabiliscano nel paese, perché non siano di passaggio. Ora, nel governo catalano di sinistra sono state approvate alcune leggi in questo senso. E in particolare, adesso stiamo dibattendo un Patto nazionale per l’immigrazione, e ovviamente pretendiamo che sia progressista.(La Rinascita della sinistra 30 maggio 2008)
 

 

Il caso di Angelica è una montatura

La ragazza rom sedicenne accusata di aver rapito una bimba a Napoli è innocente

Il caso di Angelica, ragazza Rom accusata del tentato rapimento di una bambina di sei mesi avvenuto a Napoli, nel quartiere Ponticelli, è una montatura. La testimonianza di Flora Martinelli, la madre della bambina, del padre di lei Ciro e dei loro vicini di casa è falsa. Il Gruppo EveryOne ha indagato accuratamente sull'evento che ha scatenato una vera e propria "caccia al Rom", che da Napoli si è diffusa a macchia d'olio in tutta Italia. "Fin dall'inizio le dinamiche del rapimento non ci hanno convinto, perché chi conosce la palazzina in cui sarebbe avvenuto il reato sa che è praticamente inaccessibile, sia per il cancello che per l'attenta sorveglianza degli inquilini," affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. "Vi sono poi discordanze fra le testimonianze della Martinelli, di suo padre e dei vicini. La donna in un primo momento ha dichiarato che la porta del suo appartamento sarebbe stata forzata, poi ha ricordato di averla lasciata aperta. Dopo aver notato la porta aperta, la madre sarebbe andata a controllare la culla, quindi sarebbe tornata verso il pianerottolo dove avrebbe sorpreso - passati almeno venti secondi - la ragazzina Rom con la sua piccola in braccio. Non solo: avrebbe avuto ancora il tempo di raggiungerla e strapparle la bambina. Quindi la Rom si sarebbe mossa al rallentatore, consentendo a nonno Ciro di raggiungerla, afferrarla e schiaffeggiarla al piano di sotto. Alcuni dei vicini hanno riferito alle autorità che Angelica aveva ancora la bambina in braccio, quando l'hanno fermata. Ma non basta, perché nei giorni precedenti al fatto, gli inquilini della palazzina si erano riuniti più volte, con un solo ordine del giorno: come ottenere lo sgombero delle famiglie Rom accampate a Ponticelli". Dopo queste analisi di massima, il Gruppo EveryOne - che può contare su attivisti e organizzazioni locali - ha effettuato ulteriori accertamenti, sia presso il carcere, dove un funzionario, dopo aver ascoltato le ipotesi che scagionavano la presunta rapitrice, ammetteva: "Avete ragione, anche noi siamo in difficoltà, perché questo non è un evento diverso da tanti altri, ma qualcuno ha voluto trasformarlo in un caso nazionale". Gli inquilini di Ponticelli fanno blocco: i Rom non li vogliono più. Qualcuno però, mostra qualche scrupolo di coscienza, ma ha paura, perché le pressioni sono forti e mettersi contro il "comitato" di Ponticelli è pericoloso. "Angelica, in realtà, conosceva una delle famiglie che abitano in via Principe di Napoli, dove è avvenuto l'episodio," continuano gli attivisti del Gruppo EveryOne, "ha suonato al citofono ed è stata notata da alcune inquiline. Pochi istanti dopo è scattata la trappola e la furia dei condomini si è scatenata contro di lei, che è stata raggiunta in strada, afferrata, schiaffeggiata e consegnata alla polizia. Vi sono testimoni che conoscono la verità e due di loro sono disposte a parlare al giudice.

E' importante che l'avvocato Rosa Mazzei, che difende la ragazza Rom, non si faccia intimidire e sostenga la verità in tribunale. Un attivista di Napoli suppone che la linea di difesa potrebbe essere, invece, quella di ammettere il furto, ma non il tentato rapimento". Le conseguenze del caso di Ponticelli, con l'eco mediatica promossa da quotidiani e network, sono state gravissime e sono un indice evidente di come sia necessario abbandonare razzismo e xenofobia per riscoprire la strada dei diritti umani. "Adesso è importante che le organizzazioni locali per i diritti dell'uomo vigilino sulla serenità di Angelica, che subisce pressioni gravi e intollerabili. Salvaguardare la tranquillità della ragazza significa salvaguardare la verità sul caso di Ponticelli, che è la tragica verità di un'altra ingiustizia, di un'altra calunnia, di altre disumane violenze subite dal popolo Rom in Italia, già colpito da emarginazione e segregazione, vessato da provvedimenti iniqui". Gli attivisti del Gruppo EveryOne concludono con alcune considerazioni che dovrebbero far riflettere: "Da anni lanciamo l'allarme riguardo alla campagna razziale in corso in Italia. Grazie all'appoggio di forze politiche transnazionali attive nel campo dei diritti umani e civili, abbiamo ottenuto Risoluzioni europee e documenti-guida da parte delle Nazioni Unite, che ammoniscono l'Italia contro le sue politiche razziali. I Rom in Italia non sono criminali, ma famiglie in difficoltà. Su 150 mila 'zingari' presenti nel nostro Paese, 90 mila sono bambini. La speranza di vita media dei Rom, qui da noi, è di soli 35 anni, contro gli 80 degli altri cittadini. La mortalità dei bimbi Rom è 15 volte superiore a quella degli altri bambini. Sono numeri che esprimono una persecuzione. Riguardo alla criminalità Rom, essa non ha un'incidenza rilevante, come dimostrano i dati del Ministero degli Interni e le aggressioni nei confronti di italiani sono praticamente inesistenti. Il caso di Giovanna Reggiani fu un'altro grande inganno, perché il presunto omicida, Romulus Mailat, non è Rom, ma un romeno di etnia Bunjas, che non ha nulla a che vedere con i popoli 'zingari'. L'abbiamo documentato, a suo tempo, agli inquirenti e alla stampa, ma il nostro dossier scientifico non fu preso in considerazione. Il razzismo fa comodo a uno stuolo di persone, a partiti politici e media, alla criminalità organizzata, che muove miliardi di euro ogni anno. A questo proposito, ricordiamo che i Rom coinvolti in delitti agiscono quasi sempre per ordine di criminali mafiosi italiani, i quali - a causa dell'emarginazione e della segregazione in cui versano i 'nomadi' - li hanno ridotti in schiavitù. Lo sanno le autorità, lo sanno i politici e sarebbe ora che lo sapessero tutti i cittadini italiani".(awww.annesdoor.com 23  maggio 2008 )(Nella foto: Rom di Ponticelli)

Unión Romani scende in campo contro il razzismo che colpisce i Rom in Italia

Unión Romani, la storica organizzazione per i diritti dei Rom si affianca alle nostre istanze e alle nostre battaglie internazionali.
"Vederndo i gravissimi avvenimenti in Italia, che hanno viste quali vittime i cittadini Rom residenti Ponticelli (Napoli), la Unión Romani ha deciso di iniziare una serie di denunce dirette a difendere i diritti delle persone che, essendo le più deboli in Italia, stanno soffrendo le conseguenze del più cieco razzismo che impera attualmente in Italia. Nel documento allegato si spiega la posizione di Unión Romani e si ettagliano le azioni che stiamo preparando a livello spagnolo ed europeo.

RACISMO SALVAJE EN ITALIA

Siempre nos toca perder a los mismos

Los gitanos italianos especialmente, y muchos otros grupos gitanos del resto del mundo, se están dirigiendo a nosotros pidiéndonos ayuda. La mayoría son mensajes angustiados de una comunidad asustada ante el triunfo aplastante de la coalición política --alguno de los partidos que la integran son de extrema derecha-- liderada por Silvio Berlusconi. Unos días antes de que se produjeran las incalificables agresiones que han sufrido los gitanos de Ponticelli (Nápoles), a manos de unos desalmados que han prendido fuego a sus humildes chabolas, una organización gitana italiana nos decía: "Los gitanos estamos en peligro en Italia. Tenemos miedo a las deportaciones de gitanos en Italia. Por favor -me dice- envíe usted un comunicado al Gobierno italiano para que respete las Directivas comunitarias".

A nuestro parecer el miedo que expresa nuestro comunicante no es infundado. Las últimas declaraciones de los nuevos gobernantes italianos presagian todo tipo de precariedades. Juzguen ustedes si no es así:   El nuevo alcalde de Roma, el post-fascista Gianni Alemanno, anunció el pasado lunes que su primera medida como alcalde será derribar los campamentos gitanos. "Procederemos a desmantelar los campamentos nómadas que en Roma son 25". Pero los napolitanos de Ponticelli se han adelantado. Nada de desmantelar. ¡Fuego purificador que es más rápido que montar cámaras de gas al estilo nazi" Humberto Bosi, el lider de la Liga Norte, está eufórico. Este sujeto habla de "caza". "Debemos cazar a los clandestinos", ha dicho, provocando a la derrotada izquierda italiana. Como cualquier chulo de barrio ha lanzado su proclama de guerra: ""No sé qué querrá hacer la izquierda, nosotros estamos listos. Si quieren pelea, los fusiles están calientes. Tenemos 300.000 hombres, 300.000 mártires, listos para combatir. Y no bromeamos. No somos cuatro gatos".

Pero lo más triste es que Silvio Berlusconi, el reelegido presidente del Gobierno italiano, al ver a sus juventudes exultantes saludando al estilo fascista, ha confesado: "Al verlos, he pensado: la nueva falange romana somos nosotros"

A la vista de la gravedad de los hechos la UNION ROMANI, recogiendo el sentir mayoritario de los gitanos españoles y por la representación que ostenta en la UNION ROMANI INTERNACIONAL, se propone iniciar las siguientes acciones:

Primero. Denunciar públicamente la gravedad de los atentados sufridos por los gitanos europeos residentes en Italia y pedir la solidaridad de los ciudadanos de cualquier país frente a la violencia ciega y asesina de los racistas. Para ello pedimos que se escriban cartas dirigidas al Presidente del Gobierno italiano, bien enviándolas directamente a su residencia en el Quirinal (Roma) o a las embajadas de Italia en cada país.   (La dirección de la Embajada italiana en España es la siguiente: Calle Lagasca, 98. Código postal 28006 Madrid)

Segundo: Solicitar del Ministro de Asuntos Exteriores de España que se interese por la situación de los gitanos residentes en Italia , expresando la preocupación de la comunidad gitana española por la situación en que puedan quedar los gitanos expulsados de sus viviendas incendiadas. Nuestro Gobierno está legitimado para hacer esta consulta en base a lo preceptuado por la Directiva 2004/38/CE DEL Parlamento Europeo y del Consejo relativa al derecho de los ciudadanos de la Unión y de los miembros de sus familias a circular y residir libremente en el territorio de los Estados miembros. Efectivamente, tratándose de una Directiva y no olvidando que cada Estado miembro puede determinar la mejor forma de aplicar las disposiciones del Derecho comunitario, es obligado ejercer una labor crítica y de vigilancia de los Gobiernos para que las medidas adoptadas en los distintos Estados miembros conduzcan a una aplicación del Derecho comunitario con la misma eficacia y rigor con que aplican las normas internas de sus respectivos Derechos nacionales.

Tercero: Formular ante la Comisión de Peticiones del Parlamento Europeo que, con carácter de urgencia, inicie una investigación sobre la situación que ha llevado a   la comunidad italiana de Ponticelli (Nápoles) al estado de enfrentamiento que padecen los gitanos que viven en aquel lugar.

Cuarto: Solicitar a los Grupos Parlamentarios del Parlamento Europeo que formulen, con carácter de urgencia, las iniciativas parlamentarias precisas que obliguen al Consejo a contestar en el Pleno de Estraburgo y Bruselas a las medidas que el Gobierno italiano haya podido tomar para poner freno a estas agresiones y para castigar a los culpables de las mismas.

Quinto: La Unión Romaní está convencida de que la inmensa mayoría de los ciudadanos italianos --incluidos los votantes del Sr. Berlusconi-- rechaza la violencia, venga de donde venga. Por esa razón, a través de la Unión Romaní Internacional, se propone establecer, con las organizaciones gitanas italianas, un programa de mutua colaboración con el fin de arbitrar las medidas adecuadas que garanticen la defensa de estos ciudadanos europeos que no han cometido más delito que el de ser "pobres y gitanos".

Sexto: Hoy mismo hemos tenido noticia de que el Gobierno italiano se propone endurecer las medidas contra la inmigración de tal manera que el ser "clandestino" será un delito tipificado en el Código Penal. En este sentido, Roberto Calderoli, nuevo Ministro italiano procedente de la Liga Norte, ha declarado que para no ser "clandestino": "Hay que demostrar que se es honesto; si no, se le expulsa de Italia".

Desde la Unión Romaní vamos a iniciar los trámites previos para interponer una denuncia contra el Gobierno italiano por incumplimiento de la Directiva   2004/38/CE del Parlamento Europeo y del Consejo relativa al derecho de los ciudadanos de la Unión y de los miembros de sus familias a circular y residir libremente en el territorio de los Estados miembros. Cuando se promulgó en Maastricht, en el año 1992, el Tratado que lleva el nombre de la famosa ciudad holandesa, los Jefes de Estado y de Gobierno aprobaron la Declaración 19 con el fin de despejar incertidumbres sobre la aplicación del Derecho comunitario. Los máximos dirigentes europeos no tenían la menor duda de que "para la coherencia y la unidad del proceso de construcción europea, es esencial que todos los Estados miembros transpongan íntegra y fielmente a su Derecho nacional las directivas comunitarias de las que sean destinatarios dentro de los plazos dispuestos por las mismas".

Las Directivas son el instrumento armonizador por excelencia del Derecho Comunitario porque mediante ellas se realiza, dice el art. 94 del Tratado, la aproximación de las disposiciones legales, reglamentarias y administrativas de los Estados miembros que incidan directamente en el establecimiento o funcionamiento de la Unión Europea.

Séptimo: Finalmente nos proponemos elevar nuestra preocupación por la magnitud y gravedad de estos acontecimientos ante las instancias internacionales más representativas. Así lo haremos ante el Consejo de Europa, ante la Organización para la Seguridad y la Cooperación en Europa (OSCE) y ante la Comisión de Derechos Humanos de las Naciones Unidas.

Una vez más reclamamos la solidaridad de todos los demócratas de España y de Europa. Nadie puede tomarse la justicia por su mano porque cuando esto acontece siempre nos toca perder a los mismos: los más pobres, los más indefensos, aquellos para quienes los derechos no pasan, en la mayoría de las ocasiones, de ser letras impresas sobre papel mojado. Necesitamos del calor humano de la sociedad, por eso recabamos el apoyo de todos los demócratas europeos en la defensa de los Derechos Humanos de quienes, siendo inocentes, se ven agredidos, vilipendiados y estigmatizados por delitos que no han cometido. Al fin y al cabo, como la propia Comisión reconoce, cada expulsión "debe estar motivada por la situación individual" de personas específicas, y "no debe significar una expulsión en grupo" de colectivos en atención a su origen geográfico.

Ojalá que el fuego de Ponticelli purifique y elimine el odio y la intolerancia que tantas veces ha sido el germen de las más graves tragedias en la historia de Europa.

JUAN DE DIOS RAMÍREZ HEREDIA

Presidente de la Unión Romaní


Manuel García Rondón
Secretario General de la Unión Romaní
Tel. 607496202

UNION ROMANI
Dirección Postal/Postal Address:
Apartado de Correos 202
E-08080 BARCELONA (Spain)
E-mail: u-romani@pangea.org

 

Madrid all'Italia: Siete xenofobi

di Alberto D'Argenzio

«Il governo spagnolo rigetta la violenza, il razzismo e la xenofobia e pertanto non può condividere ciò che sta succedendo in Italia». Maria Teresa Fernandez de la Vega, la vice di Zapatero, mette da parte la diplomazia e attacca senza mezzi termini la politica sulla sicurezza del governo Berlusconi, dal suo punto di vista assolutamente sbilanciata. «La Spagna - ha detto Fernandez de la Vega stirando un parallelismo Madrid- Roma - lavora per una politica di immigrazione legale ed ordinata che permetta di riconoscere diritti ed obblighi». Parole che pesano e che segnano una prima decisa presa di distanza da quanto sta compiendo il governo italiano. E dire che ultimamente Zapatero ha assai indurito la sua politica migratoria, procedendo a numerose espulsioni.
Se dalla capitale spagnola arriva una chiara censura, dalla capitale comunitaria arrivano smentite a un tassello importante del Berlusconi III, a quel Franco Frattini fino all'altro ieri commissario europeo alla giustizia ed interni. In pratica uno che dovrebbe sapere di cosa parla, soprattutto quando si tratta dell'accordo di Schengen. Frattini, in un'intervista uscita ieri mattina su Il Messaggero, ha detto che l'Europa avrebbe presto rivisto il regolamento di Schengen per il controllo delle frontiere e che dal 2009 sarebbe diventato obbligatorio l'uso dei visti con i dati biometrici: «Chi non appartiene all'area Schengen deve farsi prendere le impronte, anche se europeo», diceva l'ex commissario alludendo a bulgari e soprattutto rumeni. Peccato che Bruxelles la pensi in maniera diversa.
«La Commissione non ha intenzione in questo momento di prendere alcuna iniziativa né proporre nessuno studio relativo all'accordo di Schengen - ha affermato senza tentennamenti Pietro Petrucci, portavoce comunitario - né a quelle parti dell'accordo di Schengen che regolano l'abolizione dei controlli nelle frontiere interne o la reintroduzione temporanea di questi controlli». Il portavoce parla di possibile «malinteso» sulle parole di Frattini, riferendosi a quei visti biometrici che verranno introdotti nel 2009 in ossequio all'entrata in funzione di Schengen 2, la seconda generazione del sistema di controllo informatico, che però - precisa Bruxelles - «non è una modifica dell'accordo in vigore». In serata, lo stesso Frattini ha precisato le sue parole: «È necessaria una verifica sul trattato di Schengen, non una sua revisione». «Quando uno parla della verifica delle regole di Schengen - ha dichiarato il capo della diplomazia italiana - non significa negoziare la revisione del trattato, ma verificare se il trattato, venti anni dopo, funziona o non funziona». Frattini ha poi confermato che nell'agenda della Commissione Europea c'è un documento che serve per fare il «tagliando» a Schengen. «È un documento in cui si analizza come (il trattato, ndr) è stato applicato in questi venti anni, un documento di analisi e verifica», ha spiegato il capo della Farnesina.
Al di là dei malintesi, Frattini sbaglia comunque. I visti biometrici, oltre a non implicare una revisione di Schengen (che al momento, con buona pace dell'Italia, nessuno appoggia), varranno solo per i paesi terzi, non certo per rumeni e bulgari che come britannici ed irlandesi sono cittadini comunitari pur non appartenendo all'area Schengen. «Le impronte digitali - afferma una fonte comunitaria - verranno prese ai cittadini per i quali è richiesto il visto all'ingresso nell'Ue». E così, insiste la fonte «la raccolta dei dati biometrici (contenuti in un chip che accompagna il visto, ndr) riguarda solo i paesi, anche europei ma non dell'Ue, per i cui cittadini è richiesto il visto». In sostanza per indiani e angolani, ma non per rumeni e bulgari, che sono nella Ue, pur non aderendo ancora a Schengen (dovrebbero farcela per il 2010).(Il Manifesto 17 maggio 2008)

Zingari

 

di Pino de Luca

E finalmente è fatta l’Italia. Anche gli Italiani. Nei momenti più bui le italiche genti sanno trovare le ragioni profonde del loro stare insieme. E ora bisogna stringersi per difendersi dagli Zingari.
Chi sono gli Zingari? Gente sporca e cattiva, ladri, stupratori, vagabondi. Gente con il crimine nel DNA. Gente che non ha una casa, non ha una storia, non ha una lingua. Sanno solo chiedere l’elemosina, rubare e uccidere. A Roma, a Tor di Quinto, uno di loro ha stuprato e ucciso una povera madre di famiglia. È accaduto ieri.
Certo ancora non si è fatto il processo né vi è stata una sentenza, ma sicuramente è stato quello zingaro, Rom Rumeno. Lui nega perché è un criminale senza cuore. Alla televisione hanno detto che non aveva alcuna emozione sul viso nell’interrogatorio. Da puro assassino.
E adesso si spianino le baracche dei suoi familiari e si caccino via tutti i Rom e i Rumeni. E anche tutti quelli che non sono Rom Rumeni ma non hanno un lavoro ha detto Fini. Troppo buono Presidente Fini. Anche lei trafitto dalla parzialità.
Lo sapete vero che cacciandoli da Roma si sposteranno da un’altra parte e torneranno a rubare, stuprare e dare fastidio alla gente per bene? Lo sapete che continuano a figliare come conigli? E i bambini Rom nascono già ladri? Ormai è chiaro a tutti, i Rom sono geneticamente una razza criminale, un po’ come i negri che sono geneticamente meno intelligenti, come dice pure un Nobel.
E allora diciamolo con chiarezza: l’Europa non può tollerare popoli di questa genie, bisogna trovare la soluzione definitiva. Devono integrarsi assolutamente e i governi devono fare di tutto per integrarli, se necessario anche con la forza. Per queste rimasuglie di un tempo remoto non vi è più lo spazio fisico. Una grande democrazia deve dare loro l’opportunità di diventare come gli altri. Avere un lavoro, un mutuo, fare la spesa ai Centri commerciali, iscriversi al sindacato e votare per gli Illuminati che garantiscono la normalità e la sicurezza a tutti.
E tutti hanno diritto ad essere sicuri, ovvero a non avere tra i piedi bambini che fanno l’elemosina, scippatori, lavavetri, ladri, spacciatori, zingari e puttane. Si costruiscano allora grandi aree dove questi signori possano essere rinchiusi e resi inoffensivi, dove possano stare con la loro stirpe senza insozzare le nostre strade con la loro sudicia e pericolosa presenza.

Quando impareranno a comportarsi civilmente potranno chiedere di essere inseriti nella società civile e democratica, sicura e garantista.
La sicurezza non è né di destra né di sinistra, la sicurezza passa attraverso l’eliminazione degli zingari, lo diceva e faceva anche il compagno Ceausescu, nella Repubblica Socialista di Romania.
Lo faceva Adolf Hitler nei suoi forni crematori di Auschwitz-Birkenau. Gli anni sono passati e non possiamo più immaginare questi metodi barbari e inefficienti per risolvere il problema. Noi siamo democratici e garantisti, ma anche molto più efficienti: gli zingari siano tenuti lontani dalle città, chiusi vicino alle discariche e, possibilmente, sterilizzati. Considerato che in Italia ci sono meno di 200.000 zingari, una politica in questo senso, decisa e bipartisan, elimina gli adulti in meno di due anni, e, in due generazioni, non ne resterà più alcuna traccia.
Lo so che potevo azzardare qualcosa un po’ più di sinistra, ad esempio sui DICO fra Zingari omosessuali oppure della differenza tra i Rom Kalderasha, assimilabili a metalmeccanici, e Sinti giostrai, storici imprenditori dello spettacolo ai quali i Comuni, giustamente, impediscono il lavoro.
Ma l’emergenza è emergenza, lo dice anche Veltroni, e quando è emergenza non c’è tempo per le distinzioni, bisogna agire subito.
Noi che facciamo politica però dobbiamo essere di ampie vedute. Bisogna preparare il dopo-zingari. Nigeriani, senegalesi, pakistani, curdi o vietnamiti? Faremo le primarie! Evviva l’Italia, Evviva la democrazia!!!(Il cannocchiale 2 novembre 2007)

 

 

Chi ci sarà e chi no. Ma senza spaccature

di ci. gu.

C'è chi critica la scarsa partecipazione messa in campo in vista del 20, chi pensa che - comunque sia - in questo momento è prioritario mobilitarsi, e chi non ci sarà per non fare la «stampella» ai partiti di sinistra del governo. Ma, in ogni caso, tutti si augurano che quella di sabato sia una piazza piena di persone e di proposte. Perché il quadro politico è in rapido cambiamento e su un fatto ci sono pochi dubbi: urge dire qualcosa di sinistra. Anche, e soprattutto, sul fronte immigrazione. Nonostante le tante belle parole - per la verità travolte, nelle ultime settimane, da una vera e propria campagna razzista a cui il governo risponde balbettando quando non facendo da sponda - di concreto fino ad ora si è visto ben poco. Anzi, il centrosinistra si è trovato a ereditare alcuni provvedimenti gestendoli malissimo - in primis il contratto con le Poste che ha reso il permesso di soggiorno a pagamento, senza neanche rendere più veloce l'iter per il rinnovo dei documenti. Cosicché la quotidianità degli immigrati in Italia è addirittura peggiorata, dopo i cinque durissimi anni del governo Berlusconi. A sottolinearlo è, ad esempio, Filippo Miraglia il responsabile immigrazione dell'Arci che sabato ci sarà, nonostante la sua organizzazione sia una di quelle che manca alla conta delle adesioni. «Io sono stato tra quelli che si è opposto all'adesione dell'Arci - dice Miraglia - perché questa manifestazione è stata organizzata senza un confronto. Tuttavia ritengo che in questo momento le ragioni di quelli che si sono fidati del governo e hanno creduto alla "svolta" devono avere una loro visibilità».
Ma tutto ciò che si muove a sinistra del Pd soffre della febbre da frammentazione. E la manifestazione del 20 ne porta tutte le conseguenze. Tanto più che il mondo antirazzista sta provando faticosamente a rialzare la testa e in calendario ci sono già degli appuntamenti che potrebbero riservare delle belle sorprese. Si comincia proprio con il 20 quando a Caserta scenderanno in piazza immigrati e rifugiati che quella stessa notte si metteranno in marcia verso Napoli, dove il giorno dopo è attesa la visita di papa Ratzinger: «Ma comunque il coordinamento di Caserta ha deciso di aderire alla manifestazione di Roma - spiega Fabio Basile del centro sociale ex Canapificio - perché siamo perfettamente d'accordo con le parole d'ordine sull'appello antirazzista. Sono le nostre stesse istanze. Speriamo che tra le due piazze ci sia un ponte. Certo, qualche dubbio sulla costruzione del percorso ce l'ho anche io. Ma spero che tutti insieme si riesca a fare pressione».
Sabato prossimo, il 27, saranno invece gli immigrati e gli antirazzisti di Brescia a mobilitarsi. Da loro, nessuna adesione alla manifestazione romana: «E mi dispiace - dice Ibrahim Djallo, del coordinamento immigrati della Cgil bresciana - perché io sono stato uno dei pochi a spingere perché si inviasse almeno una delegazione. Credo che ovunque si manifesti contro la precarietà gli immigrati ci debbano essere. Ma come mai nessuno ci ha coinvolto? Dove sta la partecipazione?». Alla giornata del 27 aderisce e partecipa il Comitato Immigrati, che il giorno seguente - domenica 28 - scende in piazza anche a Roma. Ma il Comitato sabato non ci sarà: «Ma chi dice che ci sia contrapposizione mette in giro voci infondate - assicura Aboubakar Soumahoro da Napoli - noi stiamo organizzando mobilitazioni specifiche contro le politiche fatte dal governo Berlusconi e quelle attuali. Siamo concentrati su questo, del 20 non abbiamo neanche discusso, ma speriamo vada bene».
Chi invece non ci sarà con argomentazioni meditate è tutta l'area del movimento ex-Disobbediente. La piazza di sabato dovrà fare a meno ad esempio dei bolognesi e dintorni, che lo scorso 3 marzo hanno realizzato l'unica manifestazione nazionale sull'immigrazione da quando il centrosinistra è al governo: «Non la vediamo inutile, ma non ci riguarda - spiega Daniele Codeluppi del Laboratorio Aq16 di Reggio Emilia - è chiaramente una manifestazione lanciata dai partiti nell'ottica di una ricomposizione istituzionale. Assomiglia molto a quella contro la precarietà del 4 novembre scorso. C'era parecchia gente, ma a cosa è servita? E poi per quanto riguarda l'immigrazione - continua - noi la riforma Amato-Ferrero la contestiamo e lo diciamo chiaro. Dopodiché l'autonomia dei movimenti per noi è la questione principale e in piazza ci andiamo il 9 con il sindacato di base, per costruire uno sciopero sociale generalizzato».(Il Manifesto 17 ottobre 2007)


 

"No tolleranza zero" in piazza la Pavia antirazzista

di Clelia Cirvilleri

«È la prima buona notizia che arriva da Pavia nell'ultimo mese». Erano da poco passate le cinque di ieri pomeriggio quando Luciano Muhlbauer, consigliere comunale del Prc, commentava così la piazza della Vittoria gremita di gente e di bandiere rosse. Il corteo della «manifestazione regionale contro il razzismo e l'intolleranza» aveva cominciato a formarsi lentamente, attorno alle due, davanti alla stazione ferroviaria. Qualche decina di studenti, che il mattino si erano già organizzati in un presidio di protesta e discussione, le bandiere di Rifondazione, Pdci e Cgil, i ragazzi del centro sociale «Il Barattolo», spina dorsale dell'evento. La polizia intervenuta in forze osservava con scarso stupore quella che sembrava la ripetizione del classico copione locale: la sinistra mobilita poca gente da queste parti, dove ad andare per la maggiore è il gazebo padano.
Pavia è una città austera e sonnolenta. Che si desta un po' solo il sabato pomeriggio, quando nel suo bel centro storico si riversano avidi gli acquirenti delle eleganti boutique. Anche per questo, il corteo denso e festoso che ieri si è visto sfilare sui ciottoli e sul pavé ha stupito tutti. La gente è poi arrivata, tanta: duemila o qualcuno in più. Da Milano, da Lecco, da Varese. Ma c'erano tanti pavesi, «facce che non si vedevano in giro da molto tempo», garantiscono i militanti storici. Cittadini stufi della politica, che qualche anno fa avevano creduto nei girotondi e poi sperato in un centrosinistra decente. Ma dopo «le cose gravissime che si sono viste e sentite durante la gestione dello sgombero dei rom» non ce l'hanno fatta più, e hanno ripreso la via della piazza.
«Capitelli, razzista, sindaco leghista»: è lei, la «Signora tolleranza-zero», a mettere tutti d'accordo. E non solo fra gli eterni scontenti della sinistra radicale. Alla manifestazione hanno aderito la Sinistra democratica cittadina (presente con bandiere e camioncino), le associazioni cattoliche, e persino la segreteria provinciale dell'Italia dei Valori. Il corteo fa tappa davanti a palazzo Mezzabarba, sede del comune. Due settimane fa, qui si è rischiata la crisi di governo, con il Prc fuoriuscito dalla maggioranza e le dure critiche dei consiglieri dell'Udeur. Sotto le finestre sbarrate una voce circola insistente: ufficialmente in vacanza, o forse abbandonato il campo travolta dalla scandalo, lunedì il sindaco Ds rassegnerà le dimissioni.
«Il caso di Pavia è emblematico», spiega il segretario regionale del Prc, Alfio Nicotra. «Con il pretesto della sicurezza, anche in Lombardia si stanno sperimentando geometrie variabili molto pericolose». Penati apprezza la politica sociale di Formigoni come Veltroni loda Letizia Moratti.
Gli fa eco Franco Vanzati, responsabile immigrazione e politiche sociali della Cgil pavese. Da anni alla ricerca di soluzioni concrete per i rom della ex-Snia, Vanzati guarda il lungo corteo e parla della necessità della sinistra di «ripartire dal sociale»: «La via securitaria ha un'impronta classista, che ha sdoganato nella sinistra un sentimento di disumanizzazione nei confronti degli ultimi della fila». Bisogna tornare alla gente in carne e ossa: scendere in piazza, anche il 20 ottobre, per «colmare la distanza fra la sinistra istituzionale, i suoi temi di fondo, la sua base».(Il Manifesto 30 settembre 2007)

Il vero sogno di Martin Luther King

 

di Gordon Poole

Il 28 agosto 1963 Martin Luther King, durante un comizio a Washington di fronte al Lincoln Memorial, proclamò il proprio sogno di liberazione per gli afro-americani: «Cento anni fa un grande americano, sotto la cui ombra simbolica ci troviamo oggi, firmò il Proclama di Emancipazione». Luogo e data erano stati scelti con cura dagli organizzatori, non solo per dare il massimo risalto al discorso ma anche per sacralizzare la lotta di liberazione dei neri, legandola all'opera di emancipazione di Lincoln. In ogni discorso politico è anche questione di retorica: per indicare i «cento anni» passati dall'Emancipazione, King usò una espressione piuttosto desueta: «five score» (cinque ventine) che ricordava agli ascoltatori il breve ma famoso discorso commemorativo di Lincoln pronunciato a Gettysburg il 19 novembre 1863 e imparato a memoria da generazioni di scolaretti, che inizia: «Four score and seven years ago, i nostri padri fondarono una nuova nazione, dedicata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali...». Il richiamo di Lincoln, a sua volta, andava a documenti fondamentali della repubblica come la Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione, il Bill of Rights, ispirati all'illuminismo. Quindi la retorica di King radicava la lotta dei neri nella migliore tradizione libertaria del suo paese.
I riferimenti alla Bibbia
Il suo discorso, oltre ai contenuti, si arricchiva di abbellimenti retorici, metafore, ripetizioni, anafore. King attingeva frasi e concetti alla Bibbia nonché al quotidiano dei suoi ascoltatori. Così riferimenti al Vecchio e Nuovo Testamento o a Shakespeare si alternavano con richiami al presidente Abraham Lincoln e al mondo della finanza. Espressioni barocche come «bruciato nelle fiamme di devastanti ingiustizie» e «la solida rocca della fratellanza» sono frammiste ad altre colloquiali come «blow off steam» (sfogarsi), «cooling off» (darsi una calmata) o «il farmaco tranquillizzante del gradualismo». È da notare però che, sebbene Lincoln fosse ricordato da King come il grande Liberatore degli schiavi negli stati ribelli, come Presidente egli non aveva mai avuto sogni di liberazione come quello di King, quando questi auspicava che «un giorno proprio lì in Alabama ragazzini e ragazzine nere potranno stare mano in mano con ragazzini e ragazzine bianche come sorelle e fratelli» e frequentare le stesse scuole.
Emancipare gli schiavi era una cosa, integrarli nella società americana era un'altra. In verità, Lincoln aveva inteso il Proclama di Emancipazione, promulgato il 1 gennaio 1863, in piena guerra, principalmente come un'arma per dare agli schiavi un motivo, se non per ribellarsi, comunque per sperare in una vittoria del Nord e per agire in vari modi per favorirla, nonché per incoraggiare neri liberi del Nord e quelli delle zone del Sud conquistate dal Nord ad arruolarsi nell'esercito dell'Unione, che ne aveva un disperato bisogno. Il Proclama serviva anche per suscitare preoccupazioni fra i sudisti bianchi i quali, memori di sanguinose rivolte di schiavi, come quella del gruppo capeggiato da Nat Turner nel 1831, potevano temere che qualcosa di analogo succedesse mentre tutti gli uomini bianchi validi erano impegnati al fronte. Tuttavia, Lincoln non poteva non intuire che quel proclama avrebbe dato forza a una lotta per la libertà con conseguenze sconvolgenti per la società degli Stati Uniti a guerra finita
Gli ideali dell'Illuminismo
Neanche i padri fondatori della repubblica, che King cita, insieme a Lincoln, a sostegno del suo programma di liberazione, concepirono mai una società nella quale i neri sarebbero stati alla pari coi bianchi: per farlo, avrebbero dovuto accettare fino in fondo gli ideali dell'Illuminismo a cui si richiamavano. Eppure l'implicazione che le parole «All men are created equal», non potessero essere limitate ai soli maschi bianchi ma, potenzialmente, dovessero estendersi fino da comprendere tutti e tutte era, a lungo andare, inevitabile. Questa possibilità si manifesta con forza nelle parole di King, quando dice che «Tutti i figli di Dio» devono essere liberi. La reinterpretazione forzata dei documenti storici della repubblica che King fece quel giorno sotto il sole di agosto nella capitale, e che aveva e avrebbe perseguito risolutamente durante la sua vita, non si sarebbe potuta imporre se non grazie alle lotte di massa dei neri, con la solidarietà militante di moltissimi bianchi.
King era per religione e ideologia rigorosamente avverso alla violenza, ma ben sapeva che ci era voluta una guerra civile per ottenere l'emancipazione degli schiavi e il XIII e XV emendamento della Costituzione. Egli sapeva anche che le lotte risolute, talvolta violente contro il razzismo e l'oppressione poliziesca, condotte da gruppi di liberazione neri, come gli islamici di Malcolm X, gli attivisti di Potere nero di Stokely Carmichael e le Pantere Nere, erano parte importante del movimento.