Si scrive “tutela della vita e della famiglia
tradizionale”, si legge “lotta all’aborto e ai matrimoni gay”.
L’ennesima svolta “modernista” di papa Benedetto XVI è arrivata ieri
durante la messa sulla spianata di Fatima, in Portogallo.
Contemporaneamente, però, il Santo Padre non ha voluto rinunciare a una
parola chiara sulla pedofilia.
Ma non in un Portogallo dilaniato dalle polemiche a tema, bensì in
Germania. In un messaggio inviato ai partecipanti della Giornata
ecumenica di Monaco, il papa ha detto che la Chiesa rimane comunque un
luogo di speranza. Se non abbiamo letto male, quindi, il vero problema
del cattolicesimo non sarebbero i preti che abusano dei ragazzini, bensì
gli omosessuali e quelli che praticano l’interruzione di gravidanza.
Nulla di nuovo sotto il sole: modernità in bianco e nero.(Il Fatto 14
maggio 2010)
I diritti sono il nostro Pride -
Verso il 19 giugno
Dopo la riunione di martedì 20/4 al Salone dell'Antico Macello -
Verso il 19 giugno
Car*,
martedì sera ci siamo ritrovat*, in numero decisamente inferiore
rispetto alla settimana precedente (una quarantina in tutto) ma con
grande passione a ragionare e costruire insieme la manifestazione
di giugno.
La discussione è iniziata a partire da una nuova proposta che
Evelyn di Socialismo Rivoluzionario ha presentato per un'altra
manifestazione, nazionale, incentrata sul tema
dell'autodeterminazione delle donne, da tenersi l'8 maggio a Torino.
Su questa proposta si è discusso molto animatamente: si è constata
l'impossibilità di organizzare in tempi così brevi e ravvicinati due
manifestazioni.
La scelta è perciò rimasta ferma sull'idea di una grande
manifestazione a giugno con le caratteristiche ed i contenuti già
proposti dal Coordinamento Torino Pride.
E' stata anche concordata la data della manifestazione per sabato
19 giugno.
Il fatto di esserci trovat* tra realtà, appartenenze e sensibilità
così diverse ha fatto sì che la discussione per trovare parole
comuni, sentite da tutt*, sia stata molto intensa. La novità di
trovarci insieme tra divers* è sicuramente un valore da spendere,
ma nello stesso tempo una scommessa.
Si è sottolineato il grandissimo impegno che ci attende per
costruire la rete di adesioni e la partecipazione. Non possiamo
permetterci di essere in poch*!
Siamo comunque uscit* dalla riunione con un titolo per la
manifestazione, indispensabile per cominciare a lanciarla.
"I diritti sono il nostro Pride": questo titolo ci sembra esprimere
i contenuti che vogliamo portare. A noi piace molto.
Considerata la complessità delle posizioni, non lo possiamo ancora
ritenere definitivo, ma in ogni caso è una base di partenza.
Prim* promotor* della manifestazione sono le Donne di Torino per
l'autodeterminazione e il Coordinamento Torino Pride.
Si è anche concordato di istituire il "Comitato 19 giugno" per il
quale alcune compagne del Coord. Torino Pride hanno già aperto un
profilo su facebook
http://www.facebook.com/pages/Comitato-19-Giugno/115162501846844?v=wall
.
Ci si propone anche di aprire un indirizzo di posta elettronica
comune dove far pervenire le adesioni.
Donne di Torino per l'autodeterminazione è anche la firma concordata
per il volantino, anch'esso già preparato, sulla RU486 per la
campagna di controinformazione decisa nell'assemblea del 14/4 (lo
trovate in allegato) che promuove anche la nostra manifestazione.
Il volantino è stato letto in assemblea e condiviso. Cominceremo a
diffonderlo sia in occasione della manifestazione di sabato 24/4
pomeriggio in piazza Vittorio Veneto, sia sabato sera alla
fiaccolata per la festa della Liberazione che partirà come al solito
alle 20,30 da piazza Arbarello.
LA PROSSIMA RIUNIONE ORGANIZZATIVA E' FISSATA PER GIOVEDI' 29/4
ALLE ORE 20,30 SEMPRE NEL SALONE DELL'ANTICO MACELLO IN VIA MATTEO
PESCATORE 7 - TORINO
SIAMO SICURE CHE CI SARETE!
Sabato 24 aprile in Piazza Vittorio
alle ore 15,30
"Nessun patto sulle nostre vite"
Cari
tutti/e,
Come ormai saprete, sabato 24 aprile alle ore 15,30 era
prevista una manifestazione -già molto pubblicizzata- in
Piazza Castello da noi organizzata per reagire al "Patto
per la vita e la famiglia" firmato da Cota e per
rispondere alle sue esternazioni in merito a RU486,
aborto e Pride. E' di ieri la notizia che la Questura di
Torino ha deciso di non permetterci l'utilizzo della
centralissima Piazza Castello. L'origine del divieto va
ovviamente fatta risalire all'attuale evento che ospita
la nostra città: una Torino ostaggio della sindone che
non può rischiare di fare "brutta figura" in un momento
in cui i riflettori sono puntati su di lei. Meglio
allora "nascondere" il dissenso e la critica, far finta
che non ci sia una Torino che ha qualcosa di diverso da
dire su coloro -in primis politici e chiesa- che usano
strumentalmente queste tematiche a vantaggio delle loro
politiche omofobe.
Vi invitiamo pertanto a pubblicizzare il nuovo
concentramento della manifestazione che sarà PIAZZA
VITTORIO ORE 15.30
Ovviamente, anche alla luce di questo nuovo episodio,
rilanciamo l'appuntamento per scendere in piazza a
manifestare sabato 24 sperando in una partecipazione il
più possibile allargata e di massa!!
Un saluto a tutt*!
Assemblea "Nessun patto sulle nostre vite"
Diamo seguito dell'assemblea del 14
aprile 2010
Dopo l'assemblea del 14 aprile 2010 (Salone dell'Antico Macello di Po),
a seguito del primo attacco frontale di Cota alla libertà delle donne.
Care/i,
all'assemblea del 14 aprile ci siamo ri-trovate in tante, quasi un
centinaio!
Erano presenti anche alcuni uomini.
Gli
interventi che si sono succeduti hanno rivelato una grande sintonia tra
tutte/i sia nell'analisi e nella consapevolezza della situazione che si
prospetta con la vittoria di Cota, sia nel desiderio di agire in tutti
i modi e luoghi possibili. Le arroganti, pretestuose, quanto "puntuali"
uscite del neo-eletto presidente della Regione sul Pride e la RU486 non
sono che un piccolo assaggio di ciò che potrà riservarci la politica
della nuova giunta regionale, che sarà di attacco e messa in
discussione, a tutto campo, non solo della libertà di scelta delle
donne, ma delle libertà e dei diritti di autodeterminazione di tutte/i.
A partire dalle informazioni sul funzionamento e le modalità di utilizzo
della pillola abortiva RU486 (con particolare riferimento a quanto
avviene all'Ospedale S. Anna), abbiamo sottolineato la necessità di
un'azione estesa di controinformazione semplice, chiara per far fronte
alla disinformazione e alle menzogne spesso diffuse dai grandi mezzi di
informazione sull'argomento.
Con la consapevolezza dei pericoli che la nuova amministrazione
regionale rappresenta,
come si può constatare dal contenuto del cosiddetto "patto per la vita e
la famiglia" sottoscritto da Cota prima delle elezioni, abbiamo più
volte affermato la necessità di estendere la pratica di relazione che
donne e associazioni di donne hanno messo proficuamente in atto anche
nella recente campagna elettorale.
A partire dalle proprie differenze e dai propri ambiti, è vitale
riattivare/costruire una rete tra singole/i, associazioni, gruppi,
aggregazioni politiche etc. impegnate nella diffusione di una cultura
alternativa a quella che stanno instaurando le destre attraverso il
monopolio dei grandi mezzi di informazione, dando visibilità e voce in
ogni modo ai nostri contenuti.
Altrettanto indispensabile è recuperare la relazione e una comunicazione
efficace e durevole con il territorio, con cittadine e cittadini,
ripensando alle forme e al linguaggio.
(La perdita di capacità di relazione e di comunicazione dei partiti
della sinistra tra di loro, con i propri attivisti e con le/i cittadine/
i è stata indicata, in un intervento, come una delle cause decisive
della sconfitta elettorale.)
Ed è cruciale mantenere l'attenzione su ospedali e consultori nei quali
è prevedibile si possa concentrare l'attivismo del "movimento per la
vita", al quale Cota, sempre nel citato patto da lui sottoscritto, ha
promesso di dare sostegno e impulso.
Per questo è molto importante riallacciare la rete di relazione fra, e
con, le/i mediche/i e le/gli operatrici/operatori del servizio
sanitario pubblico, per poter disporre di canali di monitoraggio
costante sull'impiego della RU486, sull'applicazione della Legge 194,
sull'agibilità dell'autodeterminazione.
Le proposte sul "che fare" in tempi brevi hanno evidenziato, da una
parte, la consapevolezza del doverci attrezzare per un lungo periodo di
azione e opposizione e la necessità quindi di pensare ad iniziative che
abbiano carattere di continuità e diffusione la più possibile ampia sul
territorio; dall'altra è emerso il desiderio di dar vita ad un grosso
momento di visibilità collettiva.
Una prima proposta prevede quindi l'organizzazione di una azione
capillare di controinformazione preparando del materiale informativo
(per ora un volantino e, in prospettiva, una brochure, un video e
quanto le nostre forze e competenze ci permetteranno .) da diffondere in
modo organizzato, continuativo nel tempo e in più ambiti
contemporaneamente (luoghi di lavoro, mercati, supermercati, scuole,
ospedali, manifestazioni pubbliche .)
A questa si è aggiunta la proposta, molto significativa, del Torino
Pride (diverse/i esponenti del quale partecipavano all'assemblea) di
trasformare il Pride annuale di giugno in una grande manifestazione per
affermare i la libertà e i diritti di autodeterminazione di tutte e
tutti, costruendo delle parole d'ordine comuni che esprimano i nostri
valori: un grande "Pride della cittadinanza", come è stato detto in un
intervento.
Nel corso della serata è stato anche comunicato che per sabato 24/4
pomeriggio in piazza Castello una prima manifestazione è già stata
indetta nel corso di una riunione che si è definita "Assemblea nessun
patto sulle nostre vite" e che si è tenuta a Palazzo Nuovo la scorsa
settimana.
Abbiamo concordato di ritrovarci per operare concretamente, in tempi
brevi, in considerazione anche del fatto che è imminente il 1° maggio,
occasione per poter cominciare a diffondere materiali e dare visibilità
alle nostre tematiche.
Ci troviamo quindi:
martedì 20 aprile ore 18 Casa delle Donne via Vanchiglia 3, primo
piano (ingresso riservato alle donne) per stendere
il volantino e iniziare la progettazione del materiale informativo
martedì 20 aprile ore 21 Salone dell'Antico Macello di Po via Matteo
Pescatore,7 (aperto a tutte e tutti) per iniziare a pensare
alla manifestazione di giugno, il "Pride della cittadinanza",
(contenuti e parole, magari già uno striscione per il primo maggio. )
Per informazioni e/o comunicazioni
Casa delle Donne via Vanchiglia,3 10124 Torino
Tel 0118122519 e-mail casadelledonne@ tin.it
Dopo il primo attacco frontale alla libertà delle donne:
per continuare
a prendere la parola e inventare come uscire insieme dalla palude
Care,
Il comunicato che abbiamo diffuso giovedì scorso (lo tsunami
elettorale e Cota ci hanno ridotate di ruote molto veloci!) ha
ricevuto moltissime adesioni ed ha rimesso in moto tante energie di
donne singole, di associazioni, di sindacati e di neo elette nel
consiglio regionale.
Vi proponiamo di vederci tutte
mercoledì 14 aprile, solito salone
dell'Antico Macello in via Matteo Pescatore 7, alle ore 20,30
Abbiamo tantissime cose da condividere, comunicarci, inventare e
programmare.
Siamo sicure che ci vedremo in tante...
Casa delle Donne
Sulla RU486 l’onorevole Cota ignora
il contenuto della legge 194
La redazione del sito condivide e sottoscrive questi
due
comunicati:
Non
si può
certo
dire che
Roberto
Cota
abbia
fatto
molto
per
nascondere
il
proprio
vero
volto,
nelle
prime 48
ore del
suo
mandato
di
presidente.
I suoi
primi
due
interventi
riguardano
due temi
(la
revoca
del
patrocinio
al Gay
Pride e
il
blocco
della
somministrazione
della RU
486),
sui
quali ha
immediatamente
adottato
un
comportamento
per
nulla
istituzionale
e
profondamente
autoritario.
L’uscita
sul
“tenere
la RU
486 nei
magazzini”
non solo
contrasta
con le
norme
che
prevedono
l’accesso
ai
farmaci
registrati
dall’AIFA,
ma
lascia
intendere
una
presunzione
istituzionale
secondo
la quale
il
Piemonte
a guida
leghista
potrebbe
permettersi
l’intimidazione
ai
medici e
l’offesa
alla
determinazione
delle
persone.
Le
modalità
per le
quali le
donne
arrivano
a
decidere
un’interruzione
di
gravidanza
attengono
alle
loro
storie e
alle
loro
responsabilità,
ben più
complesse
che le
esortazioni
immaginate
con una
diffusa
presenza
dei
comitati
per la
vita
negli
atri
degli
ospedali:
l’onorevole
Cota
ancorché
avvocato
ignora
il
contenuto
della
legge
194 e il
ruolo
dei
consultori.
I primi
pensieri
del
nuovo
presidente
del
Piemonte
sono
stati
esclusivamente
mirati
ad
occupare
le
pagine
nazionali
della
cronaca,
con
prese di
posizione
puramente
ideologiche,
volte ad
accreditarsi
presso
gli
ambienti
ecclesiastici
e a
caratterizzarsi
sui
valori
predicati
piuttosto
che
sulla
concreta
condizione
di vita
delle
persone.
Che il
Cota
Presidente
ragioni
con le
stesse
logiche
del Cota
comiziante
non può
che
essere
un
elemento
di forte
preoccupazione
per la
nostra
regione.
Eleonora
Artesio,
Federazione
della
Sinistra
Monica
Cerutti,
Sinistra
Ecologia
Libertà
con
Vendola
1 aprile
2010
Ru486 Gravissima la dichiarazione del neo Presidente
Cota
Riteniamo gravissima la
dichiarazione del neo Presidente Cota in merito alla sua intenzione di
“far marcire” nei magazzini degli ospedali il farmaco RU486.
Si tratta di un farmaco
che, finalmente anche nel nostro Paese, amplia la libertà di scelta
della donna e che, dopo un lungo iter di sperimentazione e legislativo,
è arrivato nelle farmacie degli ospedali.
Al neo eletto
Presidente diciamo che pretendiamo maggiore rispetto per le donne, per
le leggi e per il buon uso del denaro pubblico.
Sappia inoltre che noi
donne della sua Regione siamo molto determinate ad impedire a chiunque
di mettere in discussione la nostra libertà, la nostra responsabilità e
la nostra dignità e tutte le leggi di civiltà che nel nostro Paese
abbiamo conquistato e vogliamo far valere.
Prime adesioni: Casa delle donne di Torino -
Associazione Almaterra -Donne CGIL Torino e Piemonte -Scambiaidee
- Donne e futuro - progettarSi -ArDP -
Centro Studi e Documentazione Pensiero femminile -Emily
- Unione Donne in Italia -Galleria delle Donne -
UDI Torino Unione donne 3° millennio - Telefono Rosa -Donne ai Ferri
Corti di Collegno - Comuniste del Partito dei Comunisti Italiani -
Federazione di Torino.
100 anni di lotte per la parità di genere
La
celebrazione a livello internazionale del “Giorno della Donna” è stata
stabilita in occasione della seconda Conferenza Internazionale delle
Donne Socialiste a Copenhagen nel 1910. Fu proposta dalla compagna Clara
Zetkin.
Le donne decisero di condurre lotte comuni per i diritti delle donne
lavoratrici, per la protezione della maternità e dell’infanzia, per il
diritto al voto, contro i prezzi elevati a causa dell’avidità dei
monopoli in cerca di profitti e contro la corsa agli armamenti.
In questi cent’anni la parità sessuale è stata riconosciuta come diritto
fondamentale dell’umanità. La Convenzione delle Nazioni Unite per
l’Eliminazione delle Discriminazioni contro le Donne (CEDAW) ne
costituisce una solida base a livello internazionale.
Una buona legislazione europea e internazionale è stata creata come
risultato di lunghe e dure lotte delle donne e dei movimenti femministi.
Naturalmente, è rimasto un gap tra l’eguaglianza giuridica e quella
sostanziale.
Oggi, il modello neoliberista che ha causato crisi economiche, sociali e
culturali, rischia di eliminare non solo le conquiste delle donne, ma
anche i principi su cui tali conquiste si fondano.
Il lavoro delle donne è diventato schiavo di miseri salari e mancanza di
sicurezza, spesso è reso difficile dalla violenza, da minacce e molestie
sessuali; le donne, inoltre, vengono spesso licenziate in caso di
gravidanza, e a volte troviamo condizioni di lavoro che ci costano la
vita.
Lo Stato sociale è stato disintegrato mediante la privatizzazione anche
di quei settori che costituiscono le basi di una parità effettiva.
Questo è l’intero complesso: sanità. Istruzione, sicurezza sociale, cura
per i bambini e per gli anziani. Gli obblighi dello Stato sociale sono
stati caricati sulle spalle delle donne.
L’età pensionabile è stata assimilata a quella degli uomini spostandola
in avanti e tutte le misure positive per le donne sono state eliminate.
La violenza contro le donne è aumentata e spesso assume la forma
dell’omicidio. Il diritto all’aborto inoltre è in discussione o è stato
eliminato. Il diritto di famiglia è cambiato in una direzione
conservatrice.
La politica è sempre dominata dagli uomini.
L’attacco dei neoliberisti contro i diritti sociali e politici delle
donne trova la sua espressione anche in una sfera ideologica. C’è una
propaganda sistematica per imporre il lavoro part-time, soprattutto per
le donne, come unico tipo di lavoro possibile.
I circoli politici consevatori e la Chiesa attaccano i diritti delle
donne. La sessualità delle donne, l’autodeterminazione delle loro
funzioni riproduttive e l’orientamento sessuale sono sottoposti a un
sistemantico attaccato.
Noi, donne della Sinistra europea, non possiamo accettare che le persone
paghino le conseguenze della crisi del capitalismo. Noi difendiamo
decisamente i nostri diritti acquisiti, e pretendiamo una soluzione alle
crisi non a spese del popolo ma a spese dei monopoli, delle imprese e
delle banche.
Noi vogliamo la parità di genere nel mercato del lavoro, la parità di
retribuzione a parità di lavoro e le stesse opportunità lavorative per
donne e uomini.
Vogliamo la possibilità di conciliare lavoro e vita familiare attraverso
la riduzione delle ore di lavoro e la creazione di servizi pubblici per
la cura di bambini, malati e anziani.
Vogliamo parità di partecipazione e di rappresentanza delle donne in
politica e in tutte le istituzioni, compreso il 50% dei seggi.
Chiediamo che i diritti sessuali e riproduttivi delle donne siano
garantiti.
Siamo a favore di una legge europea che legalizzi l’aborto.
Chiediamo una legge europea contro la violenza maschile.
Chiediamo gli stessi diritti e le stesse opportunità per le migranti e
le donne rifugiate.
Non vogliamo diventare lavoratrici povere.
Il movimento femminista unito al movimento dei lavoratori e al movimento
dei diritti civili sta lottando contro i monopoli, le grandi imprese e
le banche.
Lo slogan di Dolore Ibarruri “No pasaran!” è ancora il nostro slogan!
Dalla Rete delle donne di Sinistra europea per l'8 marzo
Venerdì 12 marzo: Ciudad
Juàrez. Mexico
La Casa delle donne vi invita
all'incontro: Ciudad Juárez. Mexico
La violenza infinita, la resistenza delle madri
presentazione del libro Ciudad Juárez.
La violenza sulle donne in America
Latina, l’impunità, la resistenza delle Madri
A cura di Silvia Giletti Benso e Laura Sivestri. (Franco Angeli)
con le autrici Silvia Giletti Benso,
Patrizia Peinetti, Angela Vitale Negrin e Simona Carnino
letture di Cecilia Rosatelli
Venerdì 12 marzo 2010 ore 20,30 Salone dell’Antico Macello di Po
Via Matteo Pescatore 7 -Torino
www.casadelledonnetorino.it
Sabato 13 marzo 2010 : Il
corpo indocile
Voci e pratiche
femministe per un pensiero
laico
Sala polivalente Circoscrizione IV - Via Leoncavallo 25 dalle ore 16
alle ore 20
Non c’è dubbio che la vicenda Welby prima e quella
più recente di Eluana Englaro poi abbiamo riproposto, nonostante le
rimozioni operate dalla politica (e in parte anche dalle organizzazioni
della società civile e culturale italiane), il tema della scelta sul
proprio corpo, in ogni fase della vita e quindi anche nella sua fase
terminale.
L’Italia sconta un ritardo, e una endemica tensione
rimottiva e censoria su questi temi, non solo grazie alla pervasiva
presenza culturale e politica della Chiesa cattolica, ma anche perché da
qualche decennio le correnti critiche laiche e dei diversamente credenti
hanno cessato di fare pressione su questi argomenti.
Nella generale anestetizzazione della società
italiana, iniziata un ventennio or sono, è andata persa la pratica
condivisa della messa a fuoco delle priorità secondo il parametro del
privato come politico, suggerita e indicata dal movimento delle donne,
che ha fatto della centralità del corpo uno dei perni sui quali far
girare l’analisi e la conseguente prassi: per questo tutte le tematiche
che insistono sulle scelte individuali e sulla libertà di scelta, che
poi diventano anche terreno comune della collettività, non possono
essere disgiunte da un ragionare che, in primo luogo, parte dalla
concretezza della corporeità.
Non è un caso che proprio i movimenti delle donne
abbiamo sempre messo in primo piano non solo la necessità di partire dal
corpo anche e soprattutto se si parla di vita e di morte, ma anche
abbiano sempre perseguito, quando si è percorso il cammino legislativo,
la strada normativa più aperta e inclusiva possibile.
I movimenti delle donne non hanno mai chiesto leggi
escludenti, né per la regolamentazione dell’interruzione della
gravidanza, né per la procreazione assistita. Il principio è sempre
stato quello di permettere, laddove ce ne fosse il bisogno, che il
soggetto femminile potesse accedere a dei servizi. Anche sulla questione
del fine vita le richieste sono sempre state ispirate a questo
principio; lo stesso padre di Eluana, Peppino Englaro, ha sempre detto
di volere seguire il desiderio della figlia nel non essere tenuta in
vita artificialmente, e mai ha sostenuto che questa fosse l’unica
visione e scelta possibile.
Da parte delle forze politiche e culturali che
sostengono, al contrario, ‘la difesa della vita’ non ci sono spazi per
l’interrogazione laica circa l’autodeterminazione su di sé: l’etica è di
fatto disincarnata, risponde a principi non umani e non umanizzabili, e
risolve ogni auspicabile domanda sui temi dell’etica e della scelta con
il dover essere della vita ad ogni costo (sia nel dare la vita come nel
finirla) perché essa non è nelle mani delle donne e degli uomini, ma
bensì in quelle delle varie declinazioni del divino, in particolare
nelle tre religioni rivelate. Parliamo dell'esperienza umana concreta e
irripetibile delle vite che si dipanano nei giorni e nelle attese, tra
desideri realizzati, timori infondati e speranze deluse, ancorata a
relazioni che ne conoscono il senso e le danno significato. Parliamo a
partire della nostra esperienza umana incarnata in un corpo di donna, e
sappiamo che non è solo questione di integralismo religioso.
Al desiderio consapevolmente espresso da Eluana di
non essere mantenuta in uno stato vegetativo attraverso un complesso
apparato di tecniche e pratiche mediche invadenti e invasive, a quel
corpo femminile indocile, il presidente del consiglio in persona ha
opposto che era un corpo capace di generare. Le ha opposto il principio
di autorità patriarcale che è all'origine del conflitto tra i sessi e al
quale deve conformarsi la vita delle donne: l'autorità del Padre sulla
filiazione. La volontà di riaffermare e di imporre a tutte e tutti
quella stessa autorità con la forza della legge non è del resto
all'origine del divieto di ricorrere a donatori esterni alla coppia per
la fecondazione assistita?
Nel silenzio assordante calato dopo la morte di
Eluana, rotto raramente da poche voci e gravato comunque dal peso della
proposta referendaria, che rischia di essere un boomerang come lo fu, in
assenza di un vero dibattito informativo e formativo, quello sulla legge
40, alcune donne e la rivista Marea sentono il bisogno di gettare se
possibile un po’ di luce sul buio e sul silenzio pauroso che incombe su
argomenti che dovrebbero essere al centro del dibattito perché in realtà
sono al centro delle vite di chiunque.
L’intento è quello di offrire la lettura di un numero
monotematico, come nella tradizione di Marea, che da una parte racconti
in prima persona di donne e uomini che hanno vissuto passaggi cruciali a
livello personale sul tema dell’autodeterminazione nella vita e nel fine
vita, per dare corpo con le narrazioni ad argomenti che di solito sono
incorporei, e rubricati sotto l’astratta voce di ‘etica’. Dall’altra
abbiamo chiesto contributi di pensiero di esperte sul terreno della
giurisprudenza, dell’etica, della scienza , della medicina e della
filosofia, per offrire strumenti a chi legge, rafforzando la presenza di
voci femministe autorevoli che aiutino a ridare senso alle battaglie
laiche sul corpo e la libertà di scelta.
Oggi, di fatto, qualunque tema che abbia a che fare
con il diritto individuale e l’autodeterminazione sul corpo deve fare i
conti con un silenzio assordante e un ritardo colpevole da parte delle
organizzazioni progressiste.
Potranno essere i movimenti delle donne, gli unici
che dagli inizi delle lotte sui temi dei diritti umani e civili
femminili hanno preso parola partendo dall’assunto che il privato è
politico, a scuotere le coscienze contrastando le derive patriarcali e
fondamentaliste?
SOMMARIO
FARO [donne dal mondo]
Afghanistan: Il coraggio di una donna di Glyn Strong
ORCA [il corpo indocile]
Perché indocile è femminile di Monica Lanfranco
Nascere e morire in Italia di Erminia Emprin Gilardini
Il genere nelle decisioni di inizio e di fine vita di Cecilia
Cortesi Venturini
La rappresentazione del corpo oltre i propri confini di Marina
Mariani
Il coraggio del quotidiano di Rossana Piredda
Morire di stato – intervista a Mina Welby di Monica Lanfranco
La vita agli ultimi giorni: parole, parole, parole, parole di
Maddalena Gasparini
Tra singolarità e relazione di Lidia Menapace
Biopolitiche, bioetica: la scienza con parole di donne di Elena
Del Grosso
La competenza negata di Sandra Morano
La vera storia di Madri e Provette di Monica Soldano
La pillola della discordia - intervista a Lisa Canitano di
Erminia Emprin Gilardini
La vittoria di Miriam di Ileana Alesso
Corpo, Soggettività, Sessualità di Maria Rosaria Marella
Tra scelta e obbligo di Tiziana Valpiana
Perché così fan tuttedi Sandra Verda
La prima parola e l’ultima di Giovanna Capelli
Il corpo è l’anima - appunti di una ricerca di Rosangela Pesenti
DELFINO [uomini rari si raccontano]
Un uomo di fronte all’aborto di Carlo Flamigni
CONCHIGLIE [libri e cinema]
Essere donne
Lunedì, 8 marzo alle ore 18.30 in aula
4 del Politecnico, c.so Duca degli abruzzi,
ci sarà la proiezione del film
- ESSERE DONNE -
di Cecilia Mangini.
La proiezione sarà preceduta da un dibattito.
Siete tutte\i benvenuti!
Comunicato stampa: "Noi ci
saremo"
Aderiamo alla manifestazione del 6
marzo a Torino “..Donne per altre idee di donne.. “ promossa dal
Collettivo AlterEva condividendone le parole e gli intenti. La
manifestazione dello scorso anno ci ha viste tutte impegnate a dar
vita ad un corteo contro la violenza sulle donne, possiamo purtroppo dire che nel corso del 2009 nulla è cambiato, anzi, la condizione
della donna è peggiorata sia nei luoghi di lavoro che nella società
tutta, permeata da una subcultura dominante che ci offende e ci
ferisce.
L’ 8 marzo è una delle date
fondamentali nel percorso della nostra storia.
Noi
donne comuniste vogliamo ritornare a decidere della nostra vita, a
riprenderci i nostri diritti. Essere protagoniste della difesa della
libertà nostra e di tutte/i a cominciare da chi è sfruttata/o, da
chi non ha speranza per il futuro. Il movimento delle donne, sempre
dato per morto, ha irruzioni improvvise e noi, libere e ribelli,
marciamo unite a testa alta, in cortei lunghi quanto le strade del
mondo.
Responsabile Diritti Segreteria Federazione PdCI Torino Marica
Guazzora
Segretario Provinciale PdCI Torino Mao Calliano
Troviamoci tutte e tutti
dietro il nostro striscione "Comuniste/i contro la violenza
sulle donne"
In Val di Susa manganelli e
non mimose
Siamo
donne casalinghe, lavoratrici, pensionate, studentesse, disoccupate,
contadine, precarie, e al contempo protagoniste attive nella lotta
all’Alta Velocità.
Il sistema economico e sociale che impone il TAV in Valsusa è lo stesso
che ci impone di essere composte o velate, merce o veline, oppure al
potere con arroganza contro altre donne.
Portiamo con noi la foto di Marinella, simbolo della resistenza popolare
in cui le donne pagano con la violenza sul proprio corpo il prezzo della
disobbedienza civile. Marinella è stata selvaggiamente manganellata la
notte del 17 febbraio ’10 a Coldimosso quando, manifestando davanti alle
trivelle insieme a centinaia di persone, ha subito la vile e brutale
aggressione dei carabinieri. La sua colpa? L’aver scelto di lottare per
le proprie idee piuttosto che stare a casa a guardare passivamente la
kermesse sabaudo/sanremese. Saremo sempre più determinate
nell’opposizione a quest’opera che:· è insostenibile economicamente
perché sottrae le già scarse risorse pubbliche ai servizi essenziali (
scuola, sanità, assistenza, trasporti), molti dei quali ottenuti con le
lotte delle donne nel corso degli anni· mantiene un modello di sviluppo
umanamente non sostenibile che promuove lo sfruttamento infinito del
territorio e delle risorse in nome di un progresso che non porta
benefici collettivi ma arrichisce i profitti di pochi. IL TAV è
bipartisan (ovvero imprenditori di turno sono "amici" dell'una e
dell'altra parte), ed è per questo che è disperatamente sponsorizzato
come indispensabile. Il coinvolgimento dalla popolazione valsusina nella
realizzazione dell’opera, tanto propagandato dalla governatrice Bresso,
dall’ Osservatorio e dalle altre istituzioni politiche, in realtà non
esiste. Ne è la prova la militarizzazione della Valle, la violenza
legalizzata contro chi si oppone , l’agibilità di chi impunemente brucia
i presidi, luoghi della vera partecipazione.
Continueremo a resistere con Marinella contro chi antepone gli interessi
di pochi al benessere di tutte/i. La nostra determinazione è più forte
dei vostri manganelli Resistiamo oggi per esistere domani. (6 marzo
2010)
Cristina Bracchi, docente di letteratura italiana, ne parlerà
con l’autrice
letture di
Paola Zoppiaccompagnate all’arpa
da Daniela Vendemiati
giovedì 26 novembre 2009 ore 18,30
Salone dell’Antico Macello di Po Via
Matteo Pescatore 7 Torino - seguirà un aperitivo
dalla seconda di copertina:
Mi
chiamo Francesca, e sono io che racconto questa storia, non so bene se a
qualcun altro o a me stessa, che importa? Importa altro: riuscire a trovare
le parole giuste, per dire quegli anni. Millenovecentosessantanove,
l’autunno caldo. Cosa poteva capirne Maria? Avevamo diciott’anni, non
capivamo niente di niente. A lei l’hanno schiaffata in fabbrica, per volere
di zio Sergio; a me all’università a studiare Legge, dopo pianti e strepiti,
che io volevo fare la veterinaria. Potevo essere io, a dire a Maria di
ribellarsi? Mi sentivo esclusa, dal mondo nuovo che se la stava
risucchiando, in un vortice di parole oscure: il cottimo, la bolla, la
paletta, i marcatempo… Marca-che? ho chiesto. Che roba è? Boh, non lo so, ha
detto Maria. Ma dice che sono i più pericolosi di tutti, ‘sti marcatempo.
Chi, lo dice? Mi ci perdevo, in quei suoi racconti arruffati su Mammassunta
e le sorveglianti, su Ninanana e gli scioperi, e la milanese, e ’Aroscetta…
Fioccavano i soprannomi, fra le operaie. E Maria come l’avrebbero chiamata,
con le sue dita di dama e il suo seno sfacciato? Per me ti è andata bene,
dicevo io. Buttala a ridere, dicevo; mentre le massaggiavo le tempie e le
spalle, messe a mollo nel bagnoschiuma, per cercare di togliersi di dosso la
puzza di stagno… E la puzza di fumo? E il consiglio di fabbrica? E la Stira?
Una cosa pazzesca, incontrare Peppe in quel modo. E ancora più pazzesco
innamorarsene. O no? Io non lo so, perché mi assediano la mente quei tempi
frenetici, con tutte quelle cose che ci precipitavano addosso: piazza
Fontana, i contratti, lo Statuto dei lavoratori, il divorzio, Reggio
Calabria… Io non lo so, perché tutti questi ricordi, perché proprio ora. Se
è per l’età, o per il casino che ci succede intorno; o invece soltanto per i
casini fra Peppe e Maria, che lui non fa che rovesciarmeli addosso. Io non
lo so: so che ci ho lasciato una parte di me, in quei giorni caldi di
quarant’anni fa. Allegri e feroci, e più veloci della luce.
Dalla quarta di copertina:
"Operaia. Era bastata quella parola, a farle crollare il
mondo addosso. Operaia: lacrime calde che mi colavano nel collo, il
naso gonfio strofinato sulla camicetta, a sbrodolarmi di moccio. Frasi
smozzicate, fra un singhiozzo e l’altro, come una bambina piccola: perché
quello ha detto… Ma come fanno a pensare… E la stenodattilo? L’operaia,
Francé. L’operaia!!
Digli di no, ho detto io. Rifiutati."
Lo spettacolo teatrale diventa libro
Non mi arrendo! Non
mi arrendo!
Un teatro di donne, memorie, lotte e diritti
Presentazione del libro
8 ottobre 2009 ore 16,30
Circolo dei Lettori Palazzo Graneri della Roccia Via Bogino 9 - Torino
Presentazione a cura di
Vanna Lorenzoni - Segretaria Generale SPI CGILTorino
Intervengono:
AngelaMigliasso - AssessoreWelfare Regione Piemonte,Giovanna Pentenero -
Assessore Istruzione Regione Piemonte
Anna Bravo - storica, Università di Torino,Alberto Pagliarino - studioso
di teatro, Università di Torino
Vera Schiavazzi - giornalista de La Repubblica
Saranno presenti:
Carlotta Pedrazzoli e Roberta Gandolfi -
curatrici del libro
Eufemia Ribichini - responsabile del progetto
Gabriella Bordin,Mariella Fabbris, Rosanna Rabezzana,Elena Ruzza -
ideatrici del progetto teatrale tutte le protagoniste del progetto
Non mi arrendo! Non
mi arrendo!
di Silvia Asoli
Borges
lo ha detto forse meglio di tanti altri:
senza memoria non c’è il tempo, senza il
tempo non c’è la storia. E c’è chi ha
davvero dato concretezza alle sue
parole: cinquanta donne che hanno scelto
di testimoniare la storia personale e
collettiva di sessanta anni di lotte per
i diritti civili. Cinquanta donne, dai
15 agli 80 anni, dirette dalle attrici
Gabriella Bordin, Mariella Fabbris,
Rosanna Rabezzana e Elena Ruzza,
testimoni sulla scena e nella vita di
una memoria che diviene storia.
Se l’emozione facesse notizia, la storia
di questo spettacolo riempirebbe pagine
e pagine di giornali. Invece
probabilmente, purtroppo, le emozioni
vive e potentissime che queste donne ci
regalano a piene mani, resteranno solo
nelle coscienze degli spettatori e dei
protagonisti che ad esso hanno creduto.
E per questo crediamo sia giusto a
nostra volta essere testimoni.
“Non mi arrendo, non mi arrendo: storie
di Donne, di diritti conquistati e da
conquistare”, è il secondo riuscito
appuntamento fortissimamente voluto e
realizzato dal coordinamento donne Spi
di Torino con il patrocinio della
Regione, della Provincia, del Comune e
con la collaborazione del Teatro stabile
di Torino. Frutto del lavoro condotto
attraverso laboratori teatrali che hanno
coinvolto le donne di diverse età a
Settimo torinese, Pinerolo, Ivrea,
Torino città e Collegno, lo spettacolo
rappresenta un tributo che le donne
dello Spi hanno voluto offrire per
celebrare i 60 dalla carta
costituzionale.
E davvero il racconto
di eventi individuali di vita e di
lavoro si intreccia con le tappe delle
conquiste per i diritti civili. La prima
esperienza in fabbrica, la nascita dei
figli, la miseria, gli scioperi, le
discriminazioni sessuali, sono
raccontate da chi le ha veramente
vissute sulla sua pelle, ma nel contempo
commentate da immagini e musiche che
raccontano le battaglie collettive su
questi temi. I bellissimi contributi
fotografici di Marilaide Ghigliano, ci
ricordano tanti risultati importanti:
dal divieto di licenziamento delle donne
per matrimonio (1963), all’approvazione
della legge di tutela delle lavoratrici
madri (1971), al nuovo diritto di
famiglia (1978), all’approvazione della
legge 194 (1978), fino all’approvazione
della legge antistupro che trasforma
questo reato da reato contro la morale a
reato contro la persona (1996). Così
come il coro dei bambini della scuola
“Martiri della Libertà” di Settimo
Torinese, diretti da Giuliano Contardo,
ci dimostra, intonando le stesse canzoni
di lotta e di lavoro cantate all’inizio
dagli adulti, che perdere la memoria del
nostro passato, anche quella musicale,
è un crimine inutile e senza senso.
La cultura si deve
fare concretamente, dice una delle
protagoniste alla platea. Mentre
un’altra risponde che “conoscere meglio
quelle che sono state le nostre
conquiste, pagate duramente, qualche
volta anche con la vita, renderebbe più
forti i nostri figli, nelle nuove lotte
che purtroppo sono davanti a loro”.
Proprio a loro, alle
giovani generazioni, quelle “che non
fanno assemblee, ma hanno gli ambiti,
che non hanno ufficio ma solo un
cellulare, che sono flessibili e precari
anche se sono nello stesso posto e con
lo stesso pseudo contratto da più di
dieci anni” è dedicato lo spettacolo.
Per far si che la memoria di ieri possa
costruire meglio la storia di domani. (Spi-CGIL)
Pillola
RU486, il vero obiettivo è la 194
Dalle informazioni che si possono trovare,
ampiamente diffuse e sostanzialmente concordi, la pillola Ru486
appare come un farmaco che permette un intervento per
l’interruzione della gravidanza meno invasivo degli altri (che
sono di tipo chirurgico) e in applicazione della legge n.194. E’
sostanzialmente una modalità di intervento aggiuntiva a quelle
tradizionali, che può essere scelta, se del caso, dai sanitari e
dalla donna, debitamente informata, verificate le condizioni
concrete di ogni tipo, anche psicologico. La pillola dovrà
essere usata sotto rigido controllo medico, è stata ampiamente
sperimentata tanto da essere già adottata da 14 paesi europei ed
è stata autorizzata dall’Agenzia europea del farmaco
dell’Unione Europea.
In questo contesto appare comprensibile e
giustificata la decisione dell’Aifa sul via libero all’uso anche
in Italia di questo farmaco, peraltro dopo un iter lunghissimo e
molto contrastato.
Perché allora questa ostilità delle principali gerarchie della
Chiesa ? A me sembra che essa sia solo un aspetto, che le
circostanze offrono, della campagna contro la 194, che non è mai
stata interrotta, dopo il referendum del 1981. Mi sembra che la
Chiesa, invece che fare campagne sostanzialmente politiche,
debba, giustamente e più che legittimamente, continuare a
mettere in luce il rilievo fortemente etico, della scelta di non
proseguire una gravidanza (ma guardando anche alla situazione
concreta della donna coinvolta e senza mai criminalizzare
comunque tale difficile decisione).
Il problema vero è quindi la 194, non la Ru486. Sulla 194 i
cattolici democratici, di ispirazione conciliare, espressero a
suo tempo, dopo approfondite riflessioni, una opinione
favorevole, dopo che loro esponenti in Parlamento contribuirono
a modificare il testo originario, introducendo cautele e norme
sulla educazione e la prevenzione. Non c’è motivo per cambiare
parere. La 194, se non boicottata e applicata integralmente, è
una buona legge ed è ormai consolidata nell’opinione pubblica
del nostro paese. Se non fosse così, la Conferenza episcopale
non esiterebbe a lanciare nuovamente un referendum per la sua
abrogazione.(Il Manifesto 3 agosto 2009)
Identikit della pillola
RU486
La pillola abortiva Ru486 è già in uso in vari paesi e dal 2005 è inserita
nella lista dei farmaci dell'Organizzazione mondiale
della Sanità (Oms).
PILLOLA
RU486, ECCO COME AGISCE: La pillola RU486 ha un
verificato effetto abortivo. A base di mifepristone, è
in grado di interrompere la gravidanza già iniziata con
l'attecchimento dell'ovulo fecondato. L'aborto
farmacologico tramite Ru486 prevede l'assunzione di due
farmaci: la Ru486 appunto (che interrompe lo sviluppo
della gravidanza) in abbinamento a una prostaglandina
che provoca le contrazioni uterine e l'espulsione dei
tessuti embrionali. Ogni Paese in cui la pillola
abortiva è commercializzata ha delle regole e delle
scadenze precise: la pillola può infatti essere assunta
entro un certo periodo di tempo, calcolato in settimane.
Quindici giorni dopo l'espulsione, che avviene nel 98,5%
dei casi, la paziente viene sottoposta a valutazione
ecografica e ad una visita di controllo. Cosa diversa è,
invece la cosiddetta 'pillola del giorno dopo' Norlevo,
con la quale la RU486 è spesso confusa: In questo caso
si tratta di un anticoncezionale e non provoca, secondo
gli esperti, l'interruzione di una gravidanza, ma
impedisce l'eventuale annidamento nell'utero dell'ovulo
che potrebbe essere fecondato.
LE ORIGINE DELLA PILLOLA
ABORTIVA: Le ricerche per la produzione della
pillola abortiva Ru486 iniziarono nel 1970 in Francia,
quando un gruppo di chimici ed endocrinologi guidati da
Etienne-Emile Baulieu ed Edouard Sakiz cominciarono a
sviluppare un programma di ricerca per realizzare una
gamma di molecole per il regolamento dell'attività
ormonale e anti-ormonale. Nel 1982 Baulieu presentò
all'Accademia delle scienze i risultati clinici della
nuova sostanza anti-progesterone: il mifepristone. La
sostanza, chiamata col codice Ru 38 486, venne
denominata in forma abbreviata Ru486 e presentata come
un'alternativa all'aborto per aspirazione.
I PAESI DOVE E' GIA' IN
COMMERCIO: La Ru486 è commerciabile in Francia
dal 1988. Nel 1990 fu autorizzata in Gran Bretagna, e un
anno dopo in Svezia. Dal 1999 la pillola viene
ufficialmente commercializzata in Germania, Austria,
Belgio, Danimarca, Finlandia, Grecia e Paesi Bassi,
Svizzera, Israele, Lussemburgo, Norvegia, Tunisia,
Sudafrica, Taiwan, Nuova Zelanda e Federazione russa.
Nel 2005 il mifepristone è stato aggiunto alla lista dei
farmaci dall'Organizzazione mondiale della sanità, che
ha anche definito delle linee guida.(Ansa 30 luglio
2009)
La RU486 arriva in
Italia. Dura condanna del Vaticano
La Ru486 arriva in Italia. Dopo una riunione durata più
di quattro ore, è arrivato giovedì in tarda serata il via
libera a maggioranza (quattro contro uno) dall'Agenzia
italiana del farmaco alla pillola abortiva. Il Consiglio di
amministrazione dell'Aifa ha infatti approvato l'immissione
in commercio nel nostro Paese del farmaco già
commercializzato in diverse altre Nazioni. Nel Cda dell'Aifa
hanno votato a favore della pillola il presidente Sergio
Pecorelli e i consiglieri Giovanni Bissoni, Claudio De
Vincenti e Gloria Saccani Jotti. Ad esprimersi negativamente
è stato invece Romano Colozzi, assessore alle Risorse e
Finanze della Regione Lombardia. La Ru486 potrà essere
utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero, così come
la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di
gravidanza. Nelle disposizioni, ha spiegato l'assessore
Bissoni, c'è un «richiamo al massimo rispetto della legge
194 e all'utilizzo in ambito ospedaliero. Dopo una lunga
istruttoria è stato raccomandato di utilizzare il farmaco -
ha aggiunto - entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro
la settima settimana». Entro questo termine, infatti, le
complicanze per l'uso del farmaco sono sovrapponibili a
quelle dell'aborto chirurgico, ha concluso l'assessore.
LA CONDANNA DEL VATICANO - Ancora
prima che l'Aifa si pronunciasse, il Vaticano era tornato
all'attacco contro la pillola abortiva. L'Osservatore
Romano aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486
riportando le preoccupazioni espresse dalla sottosegretario
al Welfare Eugenia Roccella. «La decisione dell’Aifa a
favore della commercializzazione - secondo il
sottosegretario, non è scontata, alla luce delle 29 morti
tra donne in vari Paesi del mondo causate dalla Ru486. Sulla
sicurezza della pillola, dunque, "persistono molte ombre"»,
ha scritto il quotidiano vaticano. È stato poi monsignor
Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia
Academia pro Vita, a spiegare che l'uso della pillola in
questione comporta la scomunica per le donne che vi fanno
ricorso così come per i medici che l’hanno prescritta perché
la sua assunzione è analoga a tutti gli effetti dell’aborto
chirurgico. «Dal punto di vista canonico è come un aborto
chirurgico» sottolinea il vescovo. «L’assunzione della Ru486
equivale ad un aborto volontario con effetto sicuro, perché
se non funziona il farmaco c’è l’obbligo di proseguire con
l’aborto chirurgico. Non manca nulla. Cosa diversa è la
pillola del giorno dopo, che, pur rivolta ad impedire la
gravidanza, non interviene con certezza dopo che c’è stato
il concepimento. Per la Ru486, quindi, c’è la scomunica per
il medico, per la donna e per tutti coloro che spingono al
suo utilizzo». «Rimango allibito dall'atteggiamento dell'Aifa
(agenzia italiana per i farmaci)» ha anche detto Sgreccia e
« spero - ha aggiunto - che ci sia un intervento da parte
del governo e dei ministri competenti» perché la pillola
abortiva RU486 «non è un farmaco, ma un veleno letale».
(Corriere della sera 30 luglio 2009)
Rompere il silenzio: una
scelta di forza
di Redazione Rompere
il silenzio sulla deriva ogni giorno più allarmante che sembra
caratterizzare in Italia il rapporto donne e politica/donne in politica
è divenuto urgente. Così come è urgente denunciare l’impoverimento e la
strumentalizzazione dei linguaggi della politica e il degrado delle sue
pratiche, per* *non soggiacere inerti alla trivialità di cui è permeata
gran parte della scena pubblica, così intrisa di una “idea di donna” che
era lecito sperare superata da tempo.
La Società Italiana delle Storiche lancia un appello a tutte le donne e
gli uomini di questo paese che avvertono la necessità di un immediato
ritorno alla responsabilità della politica, per denunciare la quotidiana
offesa alla dignità delle donne e alla loro presenza pubblica.
Questa ha rappresentato e rappresenta infatti una delle più
significative battaglie del mondo contemporaneo e la condizione perché
le donne possano affermare una nuova visione della politica, frutto
degli spazi che esse si sono faticosamente conquistate nella vita
economica, sociale e culturale.
Giorno dopo giorno, l’immagine che ci viene rinviata dai media è invece
essenzialmente quella di giovani donne disposte a tutto pur di calcare,
in alternativa ai palcoscenici dei teatri di posa, le aule di consigli e
parlamenti; di donne dal bel corpo pronte ad offrirlo ad affaristi e
uomini politici di successo pur di garantirsi vantaggi diretti e
indiretti: un incarico istituzionale, un ruolo di spicco in una società
mista, un finanziamento in bilancio, un comma di legge utile. Il
silenzio di ministre della Repubblica che tacciono su tutto questo è
assordante.
Siamo ben coscienti che quell’immagine ritrae solo una scheggia della
realtà, anche se ha dalla sua la forza di corpi che occupano
ossessivamente le pagine dei periodici di successo e gli schermi delle
trasmissioni più seguite. Ma è una raffigurazione che non rende
giustizia alle migliaia di donne che si dedicano alla politica con
passione e autorevolezza.
Denunciamo quindi il degrado dei metodi della politica, in particolare
dei meccanismi di selezione della classe dirigente. Tuttavia non ci
nascondiamo che nel costruire e alimentare questo stato di cose molte
donne sono soggetti attivi e propulsivi, partecipi della stessa cultura
di cui quel degrado è frutto ed espressione e dunque complici della
costruzione di stereotipi pronti a ritorcersi contro tutte le donne che
credono nella politica come luogo di progettazione e mutamento reale.
Di qui la necessità di dire con forza:
che è urgente porre mano a una vera e propria rifondazione
democratica della cultura politica italiana;
che il tema della parità e dignità delle donne non può non
costituirne un tratto fondamentale;
che di tale processo vogliamo e dobbiamo essere protagoniste non
estemporanee.
Siamo infatti donne coscienti della nostra forza, dei nostri diritti e
delle nostre responsabilità civili e intellettuali consapevoli delle
competenze e delle esperienze che possiamo mettere in campo.
Abbiamo bisogno di interlocutori - e molte in questi giorni sono state
le testimonianze del disagio di essere costrette/i a vivere questo clima
politico - ma vogliamo anche essere interlocutrici attive. Il nostro,
infatti, non è solo un segnale di allarme; è un invito a progettare e
promuovere incontri e iniziative a breve e medio termine con altre
associazioni.
È altresì un impegno a ripensare parole e linguaggi, ruoli e identità,
strumenti e progetti che permettano di lasciarsi alle spalle la
tristezza morale e politica di questo presente, fuori da ogni incongruo
ottimismo, ma anche da ogni tendenza a chiudersi nell’orizzonte dello
sdegno impotente e della resistenza individuale fine a se stessa.
Per adesioni: direttivo@societadellestoriche.it
Ronde o branco?
di Marica Guazzora*
Leggo questa nota dell’Ansa sul decreto antistupro
e la notizia è da far gelare il sangue nelle vene:
“Il Consiglio dei ministri ha dato via libera al
decreto legge contenente misure urgenti in materia di sicurezza e
contrasto alla violenza sessuale. Tra le misure del decreto legge in
materia di sicurezza e contrasto alla violenza sessuale, approvato dal
Consiglio dei ministri, è presente anche una norma che consente ai
sindaci di avvalersi di associazioni di cittadini non armati, in
coordinamento con i prefetti. Gli ex appartenenti alle forze di
polizia e alle forze armate avranno un ruolo "prevalente" nelle ronde di
cittadini. Lo ha annunciato il ministro della Difesa Ignazio La Russa
lasciando palazzo Chigi al termine della discussione in consiglio dei
ministri che ha dato il via libera al decreto anti-stupri. La Russa ha
poi sottolineato che la proposta di dare agli ex appartenenti ai corpi
di polizia e ai militari un ruolo "rilevante" nelle ronde è stata
portata al tavolo da An e, al termine della discussione, condivisa da
tutto il Consiglio dei ministri.”
Di bene in meglio. C'è’è
la logica del branco anche in questo bel provvedimento, altrimenti come
si
spiega il piacere di “passeggiare” in gruppo di queste persone?
Non saranno armati. E chi vieterà
loro di menare le mani? E’ per questo che non girano da soli ma in
branco, che è l'intesa tra maschi, la creazione del gruppo che esclude i
più deboli, è l'esaltazione collettiva,
magari
incitandosi l’uno con l’altro, magari alla ricerca dello “sporco
immigrato” a cui dare una bella lezione di vita, magari divertendosi a
molestare un barbone che dorme, magari accettando la “provocazione” del
corpo di quella donna lì, che merita di essere castigata, perché gira di
notte, da sola, e non è neanche brutta.
No, le ronde non evocano
né legalità, né giustizia, né diritti, ma solo altra violenza, altro dolore, altre
umiliazioni, altre botte, però questa volta, legalmente, in nome del
governo in carica. Sai che bellezza per un migrante essere magari
pestato da un ex militare o da un ex poliziotto o da un cittadino
qualunque, piuttosto che da un poliziotto o da un vigile
urbano nell’atto delle loro dis-funzioni?! C’è tutto un altro gusto.
Sabato 28
febbraio ci sarà un corteo contro il pacchetto sicurezza, organizzato
dalla Rete Migranti di Torino, è già una prima occasione per andare a gridare che
noi No le ronde non le vogliamo.
Noi donne non vogliano
la protezione delle ronde, come non vogliamo quella dei militari, che
per noi hanno sempre significato solo violenza.
E poi chi ci dice che non avremo bisogno di
proteggerci proprio dalle ronde? Il rischio c'è e si vede.
Per l'8 marzo in tutta
Italia ci saranno cortei di donne, a Torino lo faremo il 7 marzo.
Propongo di aggiungere alle parole
d’ordine che ogni corteo lancerà anche parole contro le ronde. E
che siano parole di fuoco!
* Responsabile
Diritti Federazione Torino e provincia
Stupri. Il governo verso un
decreto urgente
Niente
domiciliari per i responsabili. E intanto a Roma
spedizioni punitive contro i rom.
L'orrore della violenza sessuale è senza fine, ce lo
ricordano i fatti di cronaca di questi ultimi giorni: a
Roma, Milano, Bologna giovani donne vittime di questa
barbarie
E allora il governo decide di varare
un provvedimento d'urgenza che anticipi il disegno di
legge sulla sicurezza già passato la scorsa settimana in
Senato ed ora in discussione alla Camera. Diversi i
punti del decreto che vanno dal patrocinio gratuito alle
vittime all'aumento degli organici di polizia, fino al
divieto di concessione degli arresti domiciliari a chi è
accusato di violenza sessuale. E non è tutto perché il
ministro degli Interni, il leghista Maroni, vorrebbe
inserire nel decreto una norma già bocciata a Palazzo
Madama: portare da 60 giorni a 18 mesi la permanenza dei
clandestini nei Centri di identificazione ed espulsione
-Cie-. Questo perché, sostiene il titolare del Viminale,
il tempo previsto attualmente è insufficiente per
completare l'iter di identificazione dei clandestini e
per ottenere il via libera al loro rimpatrio dalle
autorità dei Paesi originari.
Quest'ultimo punto diventerà oggetto di una trattativa
tra Maroni ed il Quirinale al fine di evitare che il
Presidente della Repubblica non controfirmi il decreto;
per questo c'è la possibilità che in sede di conversione
il periodo di tempo sia portato a 6 mesi. Un altro punto
controverso da inserire nel decreto riguarda sempre una
norma voluta dalla Lega, ovvero l'istituzione, o meglio
l'istituzionalizzazione delle ronde cittadine: «gli enti
locali saranno legittimati ad avvalersi della
collaborazione di associazioni di associazioni tra
cittadini al fine di segnalare agli organi di polizia
locale eventi che possano arrecare danno alla
sicurezza». Chissà se hanno deciso anche il colore delle
camice di questi cittadini...
E tutto questo mentre sempre la Lega annuncia una
raccolta di firme per la castrazione chimica degli
stupratori, anche se preferirebbe chirurgica, come
specifica il ministro - giustappunto - per la
Semplificazione Calderoli. Non c'è che dire, molta carne
al fuoco, ma che porterebbe a quali risultati? Nulla,
nelle parole e negli atti del governo che provi ad
incidere realmente nella società, che cerchi di
invertire o perlomeno di rallentare la spirale di odio e
violenza, di degrado urbano e sociale che genera sacche
di povertà economica e culturale. Per cui assistiamo
all'orrore nell'orrore, spedizioni punitive, caccia al
clandestino, caccia al rom, caccia a tutto ciò che è
altro da noi. Ma il punto di partenza rimane sempre lo
stesso, le donne continuano ad essere violentate.
Non una parola sulle violenze subite dalle donne tra le
mura domestiche, da padri, mariti, fratelli, conviventi,
non una parola sulle violenza subite dalle donne
all'interno della cerchia delle conoscenze più intime,
nonostante le statistiche siano esplicite e ormai
stranote. Se da un lato non ci sono dubbi su quanto
siano fitte e ben ordite le maglie di un retaggio
culturale che porta ancora oggi le donne a subire ciò
che subiscono, dall'altro non vediamo niente di concreto
su temi come la certezza della pena, sulla reale
possibilità di intervenire anche giuridicamente,
soprattutto in una fase in cui quello stesso governo che
grida all'indignazione per le violenza e invoca strette
autoritarie di dubbio gusto costituzionale, lavora
contemporaneamente ad riforma della giustizia che, come
fa notare il presidente dell'Anm Luca Palamara, «con i
disegni di legge sulle intercettazioni e la riforma del
processo penale si rende quantomai difficoltosi
l'accertamento dei reati e la celebrazione dei
processi».(www.larinascita.org 16 febbraio 2009)
Il Vaticano lo vieta
di Marica
Guazzora*
«L’essere umano va
rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e,
pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti
della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni
essere umano innocente alla vita»: lo dice l’Istruzione “Dignitatis
Personae”, a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede,
presentata in Vaticano il 12
dicembre scorso. .
Mi piacerebbe tanto capire, perché
qualche dubbio mi viene, se i divieti sarebbero diversi o inesistenti
se a portare in grembo il frutto del concepimento fosse un essere umano
di genere maschile anziché femminile, perché tutto ciò che riguarda la
donna, compresi i tanti divieti di cui la Chiesa ci fa oggetto, partono
già dal cosiddetto “peccato originale”. Per la Chiesa la donna era, e
continua ad essere, un essere impuro, così impuro che non può nemmeno
diventarne sacerdote, può diventare suora, cioè sposa di Cristo, ma non
può celebrarne i sacramenti, sarebbe troppo onore!
Questo dovrebbe già far riflettere.
Ci sarebbe poi da obiettare quanto si
può definire essere umano quel grumo formatosi dal concepimento, ma se
proprio si volesse considerare, per alcuni secondi, che quel grumo ha
il diritto di persona, allora possiamo analizzare quanto questi diritti
sono rispettati dalla donna che se lo porta in grembo e quanto dal
Vaticano che invece decide di imporre le sue leggi su tutto. Il primo
diritto di questo grumo è innanzitutto quello di non esserci affatto
perché usando metodi di contraccezione, il problema è già risolto a
monte. Ma naturalmente il Vaticano vieta l’uso di anticoncezionali,
neppure in caso di trasmissione di malattie quali l’Aids.
Il diritto di questo grumo è
innanzitutto di formarsi in modo sano per far crescere un corpo sano,
la legge 194 consente alla donna di scegliere, il Vaticano lo vieta.
Il diritto di questo embrione è in
secondo luogo di formarsi e crescere e poi nascere in un ambiente
sicuro, accettato, amato, desiderato, voluto dalla donna che lo porta in
grembo. Riferendosi alle questioni legate alla
procreazione umana e alle forme di fecondazione artificiale, il
documento afferma che «l’origine della vita umana… ha il suo autentico
contesto nel matrimonio e nella famiglia, in cui viene generata
attraverso un atto che esprime l’amore reciproco tra l’uomo e la donna.
Una procreazione veramente responsabile nei confronti del nascituro deve
essere il frutto del matrimonio”
La donna deve scegliere e può
scegliere cosa è meglio e giusto, innanzitutto per lei, e non è una
scelta facile, mai, anzi spesso è una scelta dolorosissima. Il corpo è
mio e lo gestisco io. Il Vaticano lo vieta.
La pillola del giorno dopo, la RU486,
è sicuramente il mezzo che consente alla donna di non subire il trauma
di questa scelta. Il Vaticano lo vieta. “Si deve notare
che in colui che vuol impedire l’impianto dell’embrione eventualmente
concepito, e pertanto chiede o prescrive tali farmaci, l’intenzionalità
abortiva è generalmente presente”, sostiene il documento vaticano,
sancendo di fatto l’obiezione di coscienza anche per i contraccettivi di
emergenza. La contragestazione comporta “aborto di un embrione appena
annidato” ed è quindi “gravemente immorale”. Anche la clonazione viene
condannata come “intrinsecamente illecita, in quanto intende dare
origine ad un nuovo essere umano senza connessione con l’atto di
reciproca donazione tra due coniugi e, più radicalmente, senza legame
alcuno con la sessualità. Tale circostanza dà luogo ad abusi e a
manipolazioni gravemente lesive della dignità umana”
Io lo so, le donne lo sanno, che non a
quel grumo spetta la dignità di persona ma questa spetta innanzitutto
a noi, alle donne.
Il Vaticano vuole che un grumo di
nulla abbia dignità di persona ma non vuole che le donne abbiano questa
dignità, vuole decidere le scelte sulla nostra pelle, è storia antica
ormai, e non ci stiamo a far decidere la nostra vita da altri, sono
anni che non ci stiamo più, e scendiamo in piazza a continuiamo ovunque
le nostre lotte contro i divieti del Vaticano e contro i governi di
destra, (ma non solo quelli di destra) che non rispettano mai la
dignità della persona, non ne rispettano i diritti umani, a cominciare
dal diritto al lavoro, a vivere una vita dignitosa, al diritto alla
propria religione, etnia, cultura, orientamento sessuale, però poi,
ipocritamente, concordano con il Vaticano quando stra-parla di
famiglia. Ma da che pulpito! (17 dicembre 2008)
* responsabile
Diritti Federazione Torino
No di Vaticano e governo alla pillola
RU486
Ma il via libera definitivo dell'Aifa
dovrebbe arrivare questa settimana
Il probabile arrivo in Italia - ultima insieme ad Irlanda e Portogallo
in tutta Europa a renderla accessibile - della pillola abortiva Ru486
sta suscitando il solito putiferio politico-ecclesiastico.A partire
dall'anno prossimo infatti potrebbe finalmente entrare in commercio
l'Ru486 e proprio nel giro di questa settimana l’Aifa, l’Agenzia del
farmaco, esaminerà il dossier per darne il via libera definitivo. Netta
la condanna del Vaticano che per bocca del cardinale Javier Lozano
Barragan si scaglia contro l'aborto «in qualsiasi forma esso venga
praticato a casa o in clinica, perché si uccide un essere innocente». E
ancora la pillola RU486 «non è innocente per la salute delle donne». Ma
a ben vedere non è solo la Chiesa a rivoltarsi contro una pratica
farmacologica che eviterebbe un intervento chirurgico a colei che
decide, espletando un suo diritto sancito da una legge dello Stato, di
abortire.
Anche la politica, ormai sempre più influenzata dai moniti d'Oltretevere,
lancia subdoli appelli contro l'utilizzo della pillola abortiva in nome
non dell'etica cattolica ma della salute stessa. Così la sottosegretaria
al Welfare Eugenia Roccella ribadisce i suoi dubbi sulla pericolosità
del farmaco per le donne e un'altra esponente del governo, il ministro
Giorgia Meloni, afferma che «sempre di aborto si tratta. La Ru486 è
l'interruzione di una gravidanza già iniziata, ed è un farmaco che
presenta gravi rischi per le donne che lo assumono».
Un “attenzione donne fa male” per un farmaco invece la cui efficacia e
sicurezza è ritenuta ampiamente testata; proprio quest'anno l’Emea,
l’Agenzia Europea del controllo sui farmaci, ha ribadito la sicurezza
della pillola. Inoltre il medicinale dovrà essere somministrato in
ospedale con l’obbligo di almeno un giorno di ricovero, in coerenza con
la Legge 194 che regola l’aborto. L'ennesimo tentativo questa volta non
di bloccarla, dato che l'iter è ormai arrivato a conclusione, ma di
delegittimarla, d'altronde dove non arriva la politica arriva la
fede...(www.larinascita.org 15 dicembre 2008)
Le sorelline dell'onda travolgono il
corteo
di Daniela Preziosi
«Lesbica?
No..., ma ci attraversano tanti desideri diversi, tanti sentimenti
diversi....». Femminista? «Femminista». Separatista? «No. Ehm: un
conto è dire che questa manifestazione è solo di donne, che ci siamo
prese uno spazio pubblico solo per noi. Ma queste donne poi fanno
tante altre cose in luoghi dove ci sono anche gli uomini». Vuoi dire
che il separatismo è una scelta datata? «No. Che è rispettabile». Va
bene, ma i vostri compagni all'università come l'hanno presa, un
corteo di movimento alla quale non erano invitati? «Alcuni bene,
altri se ne fregano». Donatella, 27 anni, capello corto, studente di
Lettere un tantino fuori corso (le mancano dieci moduli, dice,
tradotto in esami sono 4 o 5 dice, con aria comprensiva come
spiegasse alla nonna) è una ragazza dagli occhi grandi e appena meno
che abbaglianti per via di un'apposita frangetta, piazzata là per
smorzare quella sua luce salentina. E' di Miggiano, culla di taranta,
in molte mappe neanche un punto sulla cartina. Ama la scrittrice
Goliarda Sapienza, le piace Madonna «icona gay e lesbo, massì, ma
qui ci contaminiamo, e può succedere che con le altre ci scambiamo
le icone». Collettivo La mela di Eva, Donatella c'era anche l'anno
scorso. E' è una delle migliaia di ragazze che sfilano a chiusura
del corteo «contro la violenza maschile». Universitarie,
soprattutto, ma ci sono anche le sorelline minori dei licei. Un
corteo nel corteo, in pratica, quelle che «la crisi non la
paghiamo». Per come sono vestite, per come si muovono, perché fanno
manifestazioni da un mese, perché ballano, ballano e ballano per
tutto il corteo. Per come si salutano, intraducibile a parole, ma ci
proviamo: se i ragazzi dell'Onda lo fanno alla maniera dei surfisti,
loro raddoppiano, uniscono i mignoli e i pollici. E' una citazione
del femminismo anni '70, indici e pollici uniti, simbolo di
autodeterminazione del corpo.
Di quel femminismo sanno quello che basta per portare rispetto e
segnalare distanze. Va bene la definizione 'femministe e lesbiche'
perché le seconde pretendono di essere visibili e nominate, il
linguaggio dice ma anche cancella. Antonella, anche lei di Lettere,
22 anni: «La nostra non è una manifestazione separatista, è 'non
mista'. E del resto viene da mesi di mobilitazioni all'università.
Un mese fa, il salto, così si agganciano alle 'sommosse' che
organizzano il corteo nazionale: «Abbiamo deciso di fare
un'assemblea di sole donne, e poi di aderire a questo corteo».
Perché, spiega Marta, di Fisica - una delle dj del camioncino e
passa tutto il pomeriggio a far ondeggiare le altre - «le donne sono
le prime a pagare la crisi e le politiche della destra: fra le
disoccupate le ultime a trovare lavoro, fra le precarie le prime a
perderlo, come mamme a stare a casa perché a scuola i figli non
hanno il tempo pieno». E le ministre contestate, Mara Carfagna e
Maria Stella Gelmini, vittime o carnefici?: «Carnefici... ma vittime
pure loro, poverine, non riescono ad a andare oltre». Ma gli slogan,
tutti, anche i più duri, quelli che suonano sulle rime vecchie dell'autonimia
operaia, stanno alla larga dalle ministre. L'anno scorso hanno
assaltato il palco con le ministre del centrosinistra - che davano
le spalle alla manifestazione e parlavano alle telecamere - quest'anno
le ragazze attaccano il governo Berlusconi e non vanno leggeri su
Veltroni e sulla Cgil (presenti in piazza le metalmeccaniche della
Fiom). Quest'anno di parlamentari non ce n'è, qualche ex passeggia
con loro, di politiche neanche (qualche amministratrice, ma sta
compostamente negli striscioni dei centri antiviolenza), telecamere
quasi zero. Il Palazzo è a una distanza siderale.
Loro la politica la fanno senza deleghe, ma persino questa
espressione è datata, se applicata a loro: occupano, manifestano,
organizzano assemblee e discutono con i loro compagni. Che
capiscono? «Mica sempre, ma neanche le donne capiscono sempre. Io
per esempio sto in questa parte del corteo perché qui si respira,
non si parla solo di violenze e di stupri». Serena, Antropologia di
Bologna (ma lei è di Trento) porta uno striscione con Marta, di
Scienze Politiche (ma lei è di Mantova) e Mauro (di Padova). Slogan
polemico «Femminist* non separatist*». Mauro, soprattutto, è
polemico: «Sulla violenza contro le donne il maschile è metà della
problematica, e deve fare la sua parte, anche in un corteo come
questo». Vuole 'aggiungere la sua sfumatura', fa parte di
«inversamente proporzionale», uno dei tanti gruppi che si stanno
cominciando a vedere all'interno degli studenti in movimento di
tutta Italia. «Piccoli gruppi di autocoscienza», spiegano. Già
sentito, obiettiamo, con l'idea un po' disarmante che non c'è altra
strada che ricominciare sempre d'accapo, con il piccolo gruppo.
Disarmante. No, replicano, non l'hai mai sentito. «Sono gruppi
Lgbtqe». Per gli amanti del genere significa
lesbo-gender-bisex-trans-queer. Bontà loro, stavolta ci hanno
aggiunto anche la 'E' di etero.(Il Manifesto 23 novembre 2008)
Roma 22 novembre 2008:
Con le “Sommosse” in piazza contro
la violenza alle donne
Sovversive,
gioiose, rabbiose, le Sommosse femministe e lesbiche - questo il
nome che si sono date dallo scorso gennaio - oggi scenderanno nelle
strade della capitale per la manifestazione nazionale contro la violenza
alle donne. Sarà una manifestazione che in continuità con quella del 25
novembre scorso rifiuta ogni tipo di compromesso, simbolo, bandiera o
partito politico; sarà completamente auto- organizzata dal basso, da
collettivi, realtà e associazioni che compongono la rete nazionale
della FLAT, l’assemblea nazionale di femministe e lesbiche nata
in seguito alla manifestazione dello scorso anno che aveva portato in
piazza più di 150 mila donne. Sono militanti instancabili e
intransigenti alle prese con un lavoro e politico permanente che non
merita mai il dovere delle cronache ma che pone come centralità la
libertà e l’ autodeterminazione della donna e dei soggetti G.B.L.T (gay,
bisessuali, lesbiche, trans)
Libertà è una parola che non delega
- si legge nei loro blog, volantini, comunicati - scomoda per una
società che continua ancora a mantenere il suo ordine simbolico sul
disequilibrio di genere e sull’essenzialismo biologico dei sessi; è
un’azione politica che sfida il contrattacco maschile, all’autonomia
delle donne agito da norme, politiche repressive e securitarie, da
attacchi provenienti dalle forze neo-cons; una pratica politica che non
compromette mai la sua autenticità anche all’interno di contesti
rivoluzionari, come quello attualissimo dell’onda studentesca, in cui le
universitarie hanno deciso di rivendicare e far valere la propria
autonomia dando una lettura di genere della “neo- riforma”. In nome di
questa libertà, le femministe e lesbiche scendono in piazza, a ridosso
della giornata internazionale contro la violenza alla donna, per
denunciare ancora una volta la matrice sessista della violenza, che si
origina nel privato, nella relazione tra i generi, nella famiglia ove si
consuma il primo atto di dominio politico dell’uomo sulla donna e si
dispiega nel sociale, assumendo molti volti: istituzionale, xenofobo,
omofoba. Il patriarcato ha tanti volti e modalità di attacco, ma
un’unica mossa inconfondibile, quella che nel definire ciò che è normale
perchè naturale, non solo stabilisce il dominio maschile nel
posizionamento gerarchico tra i due sessi ma rigetta come abietti, chi
eccede il suo sistema eterosessuale-sessista, chi non è conforme al suo
ordine simbolico come le soggettività g.b.l.t. Corpi e voci
inessenziali cu si nega lo statuto di soggetti e cui si impongono
modalità disciplinatorie e normalizzanti di esistenza “come pretende-
dicono le Sommosse- di fare il DDL Carfagna, criminalizzando le
prostitute e imponendo regole di condotta per tutte, dividendoci in
buone e cattive, in sante e puttane, in vittime e colpevoli; come il
pacchetto sicurezza che individua nel migrante l'unico colpevole delle
violenze”. La guerra delle Sommosse è stata annunciata anche nei
confronti della “riforma Gelmini” che impone alle donne un diktat
permanente: quello di sostituire il welfare del paese. Come risposta
alla crisi finanziaria attraverso i tagli del corpo insegnanti e la
soppressione del tempo pieno, si sta ordinando alle donne di ritornare a
casa a svolgere il lavoro di cura, alle ricercatrici di fare largo e di
sgomberare l’ambito universitario ancora tropo segnato dal sapere
maschile e su cui gli Studi di genere a causa soprattutto di ostacoli
istituzionali sono ancora scarsamente incisivi.
Tutto questo ha lo scopo di
annullare la soggettività delle donne come differenza. Una differenza
che rifiuta sia l’assimilazione all’universale neutro maschile per
conquistare lo statuto di individuo-cittadino sia una politica di
identità che riconosce esclusivamente nel ruolo materno e nelle sue
virtù l’unica specificità dell’essere donna. Il desiderio di essere
riconosciute come piena soggettività morale, civile e politica, senza
essere incasellate in ruoli finalizzati alla conservazione dell’ordine
sociale, la resistenza a un simbolico che il patriarcato continua a
perpetuare, è rigettata semplicemente come indecoroso, termine che le
manifestanti si riappropriano per rivendicare la loro libertà e
autodeterminazione.
Libere, dunque indecorose, contro i
pregiudizi, contro la falsa retorica e l’ipocrisia morale del decoro
pubblico in nome del quale i diversi governi
riducono la questione della sicurezza e della precarietà delle vite
umane a un mero problema di sicurezza urbana. Vite precarie, - come
insegna Giudy Butler- sono vite non rispettate, non riconosciute nella
loro identità tanto da essere derealizzate e da essere definite come
altro rispetto all’umano. Vite precarie sono quelle delle donne che si
spengono per mano di mariti/padri violenti, di compagni che amano fino
ad ammazzare. La violenza maschile è la prima causa di morte e di
invalidità permanente delle donne in Italia come nel resto del mondo.
Prima del cancro, dell’anoressia, degli incidenti stradali, è la
violenza a uccidere le donne. Il Femminicidio, termine che stenta a
essere incluso nell’agenda politico istituzionale espone il corpo delle
donne alla vulnerabilità e alla morte, non solo quella fisica, ma anche
quella psicologica, politica, economica e sociale. Il femminicidio è
ogni atto teso a reprimere la soggettività delle donne. In Italia ogni
anno una donna muore per violenza ogni tre giorni. Dei loro uxoricidi,
conosciamo l’identikit: compagni, mariti, fratelli, amici, non
stranieri, dunque e nemmeno malati patologici. Semplicemente normali,
semplicemente uomini. Sono loro che la perpetrano e in quanto agenti
dovrebbero, interrogarsi e spiegare le ragioni. Ancora nessuna risposta
è giunta se non quella del gruppo di “Maschile Plurale” e del “Fiocco
Bianco”. Ancora troppo pochi, per mettere in discussione la pratica
separatista criticata da più parti anche lo scorso anno. Fin quando, non
ci sarà questa presa di coscienza, fin quando gli uomini, anche quelli
che non la compiono, non si interrogano pubblicamente, non si impegnano
a riconoscersi come parzialità, fin quando si delega la violenza
esclusivamente a una questione femminile, fin quando non si sottrarrà
questo evento all’ineluttabilità, le donne continueranno a lottare da
sole. La violenza alle donne non è un destino delle donne ma è una
scelta degli uomini. Non basta che gli uomini si spendano in campagne
di solidarietà e sensibilizzazione, è necessario che anche loro inizino
a scardinare la cultura patriarcale.L’appuntamento è alle 14.00 a
Piazza Repubblica a Roma. La speranza è che tutte numerose vi
partecipano per dare un segnale forte che insieme tutto può cambiare
.(www.deltanews.it
21novembre 2008)
In piazza per le donne
di Valeria Ajovalasit*,
Mancano
due giorni alla giornata mondiale contro la violenza
sulle donne e Forza Nuova ha pensato bene di avvicinarsi
a questo appuntamento con un gesto macabro e
raccapricciante. Mercoledì mattina, il referente
palermitano di questa organizzazione di estrema destra,
tale Giuseppe Provenzale, ha inviato ai principali
organi d'informazione della città un pacco contenente un
bambola sporca di sangue e interiora di animali per
protestare contro la legge sull'aborto. Un gesto di
pessimo gusto e dai foschi rimandi ai metodi mafiosi, il
cui messaggio offende profondamente le donne.
Non stupisce certo che Forza Nuova
abbia scelto di esprimersi con i simboli usuali
dell'integralismo fascista, né colpiscono più di tanto,
i meri contenuti della loro rivendicazione. Ciò che mi
ha lasciato basita sono state le pronte repliche di
alcuni esponenti di quel movimento teocon o teodem, a
seconda della collocazione partitica, che per primi nei
mesi scorsi hanno sollevato dubbi sulla legittimità
delle norme sull'aborto.
Il loro voler prendere subito le
distanze dal gesto di Forza Nuova rivela più di quanto
si possa percepire a una fugace lettura.
Rivela, infatti, il loro timore di essere tacciati
d'integralismo.
Le immagini della bambola insanguinata rimbalzate su tv
e web, invece, hanno reso chiaramente il lato oscuro e
oscurantista degli attacchi alla 194, della pretesa,
cioè, di impedire alle donne di scegliere liberamente,
di prendere delle decisioni sul proprio corpo e sulla
propria salute. Paradossalmente, a Forza Nuova va il
merito di aver svelato i lupi che si nascondono dietro
gli agnelli del blaterante "movimento per la vita" (tra
l'altro sonoramente ignorato dagli italiani alle ultime
elezioni, visto lo 0,5 per cento di voti raccolti da
Ferrara e dalla sua lista).
Duole ribadirlo continuamente: quella
sull'aborto è una legge di civiltà e libertà, frutto
anche del pronunciamento referendario del popolo
italiano, che va salvaguardata per il bene delle donne
e, più in generale, dei diritti individuali e della
democrazia nel nostro paese.
Altri sono i problemi su cui
concentrarsi, soprattutto in questi giorni che precedono
il 25 novembre, la giornata mondiale contro la violenza
di genere. Un'emergenza sociale, questa, che ogni anno
in Italia provoca una mattanza impressionante, per lo
più sottaciuta dalla stampa o nascosta da una coltre di
sterili polemiche sulla sicurezza.
Eppure i dati fanno paura: nei primi
sei mesi del 2007 ben 141 donne sono state vittime di
tentato omicidio e ben 126 sono state uccise dal gennaio
2007 al gennaio 2008. Solo la camorra ha prodotto una
mattanza delle stesse proporzioni. Ma nessuno lo dice.
Perché a venire messi in difficoltà sarebbero gli
esponenti di una larga fetta di potere di questo paese,
quei difensori dei "sani valori della famiglia", in
unione con i fomentatori del "pericolo immigrati".
Dei 126 femminicidi, infatti, ben 95
sono stati commessi da familiari della vittima (e nel
58,9 per cento dei casi si tratta di mariti e
fidanzati). La famiglia, insomma, come luogo
privilegiato della violenza di genere.
Discorso simile va fatto per la
nazionalità degli assassini, che nell'81,6 per cento dei
casi è italiana: altro che emergenza migranti.
Per il resto, l'anagrafe delle donne
uccise rivela che il fenomenodella violenza riguarda
tutte le calssi sociali e tutte le fascie d'età in egual
modo. Sintomo di un grave ritardo culturale e di un
preoccupante disagio sociale su cui bisogna agire al più
presto: da un lato, promuovendo adeguate azioni di
informazione e formazione rivolte alle scuole e alle
famiglie, come la recente campagna contro gli stereotipi
di genere lanciata da Arcidonna
(www.nonpensareasessounico.it); dall'altro attraverso
una legge sistemica contro le violenze di genere che
agisca al contempo sulla prevenzione e sulla certezza
della pena.(AprileOnline 21 novembre 2008)
*Presidente ArciDonna
Alla ricerca della pillola del giorno
dopo
di Claudia
da riscossarossa@ 11 luglio 2008
Che fare l'amore sia un peccato mortale lo sappiamo tutti. La Madonna,
del resto, ha fatto un figlio restando vergine, ed a fare certe cose si
diventa ciechi. Ho accettato la miopia prendendola come inconfutabile
punizione divina, ed al paradiso extraterrestre rinuncio facilmente,
soprattutto se considero la noia mortale delle cantilene eterne delle
voci bianche. Detto questo, credevo di avere la libertà di scegliere di
confondermi nel dolore e nella bellezza dei sensi umani, visto che non
siamo "teste d'angelo", ma abbiamo un corpo che ha tanto da dire.
Non sapevo che fare l'amore fosse diventato un reato. Me ne sono accorta
due giorni fa, quando mi sono trovata a girare come un frullino
impazzito con il mio ragazzo alla ricerca di una fantomatica pillola del
giorno dopo.
Padova. Quaranta gradi all'ombra. Guardo sull'elenco i numeri di
telefono dei vari consultori, consapevole che in Italia il diritto
all'obiezione di coscienza è concesso per legge solo nell' interruzione
volontaria di gravidanza (e già qui ci sarebbe da aprire una parentesi
infinita). Le risposte sono le seguenti:
"certe cose neanche si devono chiedere"
"noi certe cose non le facciamo"
"ma per l'amor didddio"
E lascio per ultima la perla del mezzogiorno:
"il danno l'ha fatto lei ed è lei che deve rimediare, io non c'entro
niente".
Il messaggio implicito (ma neanche troppo implicito) mi sembra che
restasse uno solo, e cioè "sei una gran puttana". Cerco su google
"Padova pillola del giorno dopo" e trovo una serie lunghissima di
articoli dove leggo che per la maggior parte la boicottano.
Ospedale di Sant'Antonio (il principale ospedale di Padova): TUTTI
obbiettori.
Vorrei sottolineare che per la pillola del giorno dopo, PER LEGGE, non
ci può essere un rifiuto del genere, visto che è considerata un
contraccettivo di emergenza e non un aborto. La domanda che credo sia
giusto porsi è: perché la fuori legge, quella additata e trattata come
una criminale devo essere io, e non chi si rifiuta di garantirmi un
diritto?
Bologna. Presi dallo sconforto andiamo nella città rossa, entrambi
convinti del fatto che lì siano indubbiamente più progressisti. Eppure
ci scontriamo con problemi organizzativi abbastanza pesanti. Chiediamo
informazioni ad un farmacista, che ci invia ad un presunto consultorio
lì vicino. qui ci dicono che per ottenere l'irraggiungibile pillola
dobbiamo recarci da un'altra parte, dove non dovremmo avere problemi.
Consultorio di Via Tiarini 10/12. Ci "accoglie" la segretaria, dicendoci
che la dottoressa "riceve solamente per appuntamento"
. Restiamo senza parole. Come può un urgenza essere fissata per
appuntamento? Con quale criterio? Evidentemente Vanna Marchi aveva
capito tutto. Forse i medici ed i veggenti ormai fanno parte dello
stesso ordine.
Ho seriamente pensato di chiedere ad una chiromante quando si romperà il
prossimo preservativo, così da fissare un appuntamento con largo
anticipo ed essere più tranquilla.
Ci spediscono da un'altra parte, a chilometri di distanza dal posto
precedente. Bisogna tenere presente che l'effetto della pillola è
massimo entro le ventiquattro ore. In questo paese direi che sono
pochissime.
Dopo 2008 anni di dominio culturale della chiesa cattolica è quasi
difficile stupirsi. Io invece, personalmente continuo a farlo, mi chiedo
come sia possibile che nel 2008 la chiesa stia ancora là a dettare leggi
su questo mondo e pure sull'oltremondo, sulla mia vita e sulla mia
morte.
Via Sant'Isaia numero 94. Nell'ultimo posto, alle 17 e 30, finalmente
incontriamo persone competenti e rispettose, che ci forniscono
spiegazioni e che si mostrano sinceramente scandalizzate della nostra
epopea. Ho detto al personale lì presente che non mi sarei scordata di
loro, bisogna valorizzare quelle persone che purtroppo restano una
minoranza.
Ogni giorno si leggono manifesti volti alla prevenzione dei rapporti a
rischio. In farmacia una scatola di dodici preservativi costa dodici
euro. A cosa serve invitare all'acquisto di un contraccettivo se,
soprattutto per i ragazzi, significa dimezzare drasticamente la propria
paghetta? Non sarebbe meglio agire a monte e, per dirne una, utilizzare
i soldi dei manifesti per distribuire i contraccettivi a prezzi
ragionevoli?
Sembra che fare sesso a pagamento, essere stuprate e fare l'amore siano
peccati che non presentano significative differenze. Credo che solo la
pelle e il cuore di chi li prova possano parlare. In mezzo ci sono degli
abissi che non possono essere trascurati.
La donna, nel 2008, da molti viene considerata come persona (e forse
anche su questo qualcuno vorrebbe discuterne) che ha il DOVERE di
procreare. Credo che fare figli non sia un dovere ma un diritto, così
come è un diritto garantire a questi ultimi un ampio margine di serenità
che certamente la società non contribuisce a costruire, vista la carenza
delle strutture di sostegno.
Certamente queste sono parole, ma intanto credo sia importante una
maggiore consapevolezza su certe dinamiche medievali purtroppo ancora
attualissime. Ma dopotutto, se un pluridivorziato puttaniere che sta a
capo del governo riposa beato sotto l'ascella benedetta di Ratzinger,
cosa posso pretendere?
Donne, tutte a casa
di Maurizio Musolino
Donne? “Tutte a casa”. Parafrasando il famoso film di Luigi Comencini il
governo Berlusconi nel suo primo consiglio dei ministri ha approvato una
serie di provvedimenti che, fra il repressivo e il populista, hanno
anche un forte sapore sessista. Tutt’altra aria rispetto alle “donne...
in cerca di guai” che aveva caratterizzato l’era del centrosinistra.
Infatti, se da una parte si cerca di compiacere un’opinione pubblica che
vede corrodere la sua posizione sociale da un potere d’acquisto sempre
più basso e risponde con una richiesta di sicurezza a volte
schizofrenica e piena di contraddizioni; dall’altra, con la detassazione
del lavoro straordinario, si assecondano quanti vorrebbero un ritorno
della donna fra le mura domestiche e comunque in posizione subordinata
rispetto all’uomo.
Detassare il lavoro straordinario ha una serie di conseguenze
sicuramente sottovalutate nei commenti di questi giorni, ad iniziare da
una più diffusa insicurezza. E’ statisticamente dimostrato che il
maggior numero di incidenti sul lavoro avvengono in presenza di un
elevato monte ore lavorate. Un paradosso, visto che nel momento in cui
tutti non fanno altro che parlare di sicurezza si accettano misure che
mettono ancora di più a rischio la vita di quanti di lavoro dovrebbero
vivere e non morire. Ma le ripercussioni non si fermano qui. Sono
infatti pesanti quelle sulle donne.
Le donne da sempre hanno maggiore difficoltà ad accedere agli
straordinari perché gravate dal peso di un lavoro domestico, mai
pienamente riconosciuto, che gli impedisce di stare più ore lontane
dalla casa: figli, genitori anziani, mariti e altro, assorbono gran
parte delle giornate. In questo modo lo straordinario finirà per
concentrarsi sulla parte maschile della famiglia con una seconda
conseguenza: i salari degli uomini saranno più elevati di quelli delle
loro colleghe donne e quindi gli uomini avranno un peso sociale
maggiore. Alle donne non resterà che rimanere chiuse fra le “sicure”
mura domestiche, con buona pace della ministra Carfagna, che fra una
caduta di stile su uomini e donne non etero e una dichiarazione sulle
coppie di fatto, porta a casa il primo grande regalo ad uno dei
principali tifosi di questo esecutivo: papa Ratzinger.(La Rinascita
della sinistra 30 maggio 2008)
La destra rilancia la cultura della vita
contro la 194
Progressivo svilimento del valore della vita, questo secondo Benedetto
XVI è avvenuto negli ultimi tre decenni. Ma non lo afferma
riferendosi alla precarietà del mondo del lavoro, alle difficoltà sempre
maggiori di vivere dignitosamente con salari e stipendi inadeguati al
costo reale della vita, o alle guerre per il predominio occidentale di
intere aree geopolitiche del pianeta.
La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza «ha aperto una
ulteriore ferita nelle nostre società» ha sostenuto il pontefice nel
corso dell'udienza ai membri del Movimento per la vita, riaprendo così
nuovamente il ciclico dibattito politico sull'aborto. Secondo la Santa
sede la legge 194 che regola l'aborto in Italia non risolve i problemi
delle donne ma costituisce anzi una nuova ferita per la società ed
esorta, quindi, le istituzioni a intervenire in difesa della vita «in
tutte le sue fasi».
Sono riprese le ingerenze d'oltretevere, indirizzate a minare la laicità
dello Stato, guarda caso ancora partendo dal corpo delle donne.
Nulla di nuovo sotto il sole, come le reazioni incrociate che si sono
scatenate. Duri i commenti del leader storico dei Radicali, Marco
Pannella, e accorata la difesa della legge e dei suoi frutti dell'ex
ministro della Salute Livia Turco, a cui si aggiunge la capogruppo al
Senato del Pd Anna Finocchiaro.
Di tutt'altro tono le dichiarazioni del Pdl, con Maurizio Lupi,
vicepresidente della Camera, che chiede di non lasciar cadere nel vuoto
l'appello di Benedetto XVI ad Isabella Bertolini che parla di un
«tagliando per la legge». Nel dibattito è intervenuta anche Mara
Carfagna, neoministra per le pari opportunità: «Il problema non è
discutere la 194, ma applicare la cultura della vita che in questi
trent'anni, come dice giustamente il Papa, è stata svilita. Serve una
normativa a favore della famiglia che incentivi le nascite e a favore
delle donne affinché rinuncino ad abortire».
Levata di scudi invece dai Comunisti italiani. «Di fronte alle ingerenze
della Chiesa e alle pressioni politiche di certa destra, occorre che il
mondo laico e democratico alzi la voce e si faccia sentire»: questo
l'intervento di Pino Sgobio, della segreteria nazionale del Pdci. «I
valori laici, su cui si fonda la cultura politica del nostro Paese -
prosegue Sgobio - non possono essere messi in discussione. Dal governo,
tra le cui fila ci sono molti esponenti abituati a guardare “Oltre
Tevere” con particolare attenzione, già si levano parole di positivo
accoglimento: loro signori sappiano che la legge 194, che è una legge di
civiltà, non si tocca».
«Come volevasi dimostrare - conclude Rosalba Cesini, ex parlamentare del
Pdci alla Camera - la sciagurata scelta del Pd di far fuori la sinistra
dal Parlamento impedirà che una voce laica si levi dalle Camere. Per
parte nostra continueremo a batterci affinché la 194 non si tocchi».(la
Rinascita online 13 maggio 2008)
Nè figlie nè nipoti vi daranno i voti!
Alle sottoscrittrici e ai
sottoscrittori dell'appello
"8marzox13aprile"
Come
promotrici dell'appello abbiamo chiesto alle candidate e ai
candidati dei partiti di sinistra e centrosinistra di rispondere alle questioni poste su
contraccezione, aborto, fecondazione assistita,
ricerca sulle
cellule staminali embrionali, riconoscimento delle coppie di fatto
in un incontro pubblico
che si terrà
lunedì
7 aprile, ore 18,30
presso la Sala dell'Antico Macello di Po, via Matteo Pescatore
7
angolo via Vanchiglia
A coloro
che interverranno chiederemo di concentrarsi esclusivamente sulle
questioni poste e di assumere impegni precisi in caso di elezione.
MONICA CERUTTI - sinistra
democratica – sinistra arcobaleno
GRAZIA FRANCESCATO - verdi-
sinistra arcobaleno
MAGDA NEGRI - partito democratico ALBERTO NIGRA - partito socialista
ANNA ROSSOMANDO - partito democratico
ANTONIO SOGGIA – sinistra arcobaleno
GIANNA TANGOLO- sinistra critica
Sperando di vederti in quella occasione,
ti preghiamo nel frattempo di contribuire a diffondere ulteriormente
l'appello, e di sollecitare l'adesione via mail a
forumdonnepolitica@gmail.com, in modo da dare un maggiore
peso alle nostre richieste.
Un cordiale saluto,
Forum Donne e Politica Torino
"8marzox13aprile"
Per adesioni specificare: aderisco all'iniziative "8marzox13aprile"
indicando nome, cognome, indirizzo e cellulare
Milano.E chi se l'aspettava
un corteo così. Ma quando si tratta di diritti delle donne Milano
non si fa pregare. Anche ieri per la 194 la città si è svegliata.
Diecimila persone, e di questi tempi sono davvero tante. Nel 1979,
la studiosa Anne Firor Scott disse provocatoriamente che «il posto
della donna è nei libri di storia». La manifestazione di ieri
richiamava proprio quest'immagine, inserendo queste donne e questi
uomini in una strada molto più lunga, che non è iniziata in piazza
Cairoli e non finirà in piazza della Scala. L'iconografia dell'8
marzo è rispolverata con nuovi volti e nuovi contenuti, e se la
versione ufficiale è che siamo nel centenario della giornata della
donna (in realtà la data storica è incerta), ciò che colpisce di
questo marasma di colori e suoni è la complessa eterogeneità del
corteo.
Assunta Sarlo, madre fondatrice del movimento «Usciamo dal silenzio»
che da quell'indimenticabile manifestazione del 14 gennaio 2006 si
impegna a difesa della 194, dice che l'aspetto che più la colpisce è
«il passaggio di testimone tra due generazioni, la risposta dei
giovani che parevano lontani da questi temi». Giulia, neanche 20
anni, occhi azzurri e sorriso pulito, ne è la conferma: «siamo in
piazza a lottare tutte insieme». Ci sono le mamme, determinate e
rigorose, e lo slogan dal sapore familiare «Giù le mani dal nostro
corpo», le figlie, cariche e dirette - «Giuliano Ferrara..un aborto
mancato» oppure «Più famolo, meno family». E poi le nipotine, così
piccole che la loro vocina è interrotta dagli applausi entusiasti
mentre cantano «Siamo bambine e siamo qua per la libertà».
E non è solo questione di età: c'è l'Arci lesbica e l'irriducibile
da centro sociale. Urla «vergogna» al gazebo della Lega che per
l'occasione si è messa a distribuire bombolette spray al
peperoncino. Vergogna. C'è la donna di partito e quella del
sindacato. Patrizia Quartieri, consigliere comunale di Prc e
animatrice della rete «194 ragioni» che ha organizzato questo 8
marzo, è emozionata nel vedere in piazza realtà cosi lontane, «senza
bandiere in piena campagna elettorale». Si parla anche dei programmi
politici: da un lato il Pd sconta le tasse alle lavoratrici ma
aggiunge una specificazione nelle spese di cura e favorisce così
solo le donne madri (e per giunta di figli piccoli), dall'altro il
Pdl è fermo al quoziente familiare. Molte sfoggiano l'adesivo "Io
non faccio la spesa all'Esselunga", e non dimenticano la lavoratrice
picchiata al supermercato.
Su tutte e tutti la difesa della 194. Ma questo è un giorno di
festa. E di uno striscione un po' particolare: "Quo usque tandem
Iuliane abutere patentia nostra?" (Fino a quando, Giuliano, abuserai
della nostra pazienza?).(Il Manifesto 9 marzo 2008)
L'Aifa muove il primo passo verso la commercializzazione
Sono
già 21 i paesi dove è possibile utilizzare la pillola Ru-486, e
attualmente è in uso in tutti i paesi della Comunità Europea ad
eccezione di Italia, Irlanda e Portogallo
Ieri l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha dato il
via libera alla pillola abortiva, compiendo il primo passo verso la sua
commercializzazione, il cui utilizzo però rimarrebbe legato solo
all'ospedale. Ora la pillola, che rispetto ai metodi abortivi
tradizionali ha il vantaggio di non richiedere l'ospedalizzazione della
donna né interventi chirurgici provocando minori traumi fisici e
psicologici oltre che minori costi per il servizio sanitario, viene
importata in singole confezioni dietro richiesta degli ospedali che
devono indicare nel modulo d'ordine, il nome della paziente cui sono di
volta in volta destinate.
Il prossimo passo prevede che il Comitato tecnico scientifico (Chmp)
dell'Agenzia europea del farmaco (Emea) dia il via libera al mutuo
riconoscimento. Dopo questo passaggio, la pratica tornerà alla
Commissione tecnica dell'Aifa che, a sua volta, darà mandato al Comitato
prezzi e rimborsi dell'agenzia del farmaco per la negoziazione del
prezzo per il Servizio sanitario nazionale. La procedura terminerà con
la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta ufficiale, non prima di
maggio.
La sperimentazione della Ru-486 è stata iniziata dalla Regione Piemonte
nel 2005, e l'Ospedale ginecologico S.Anna di Torino è stato il primo ad
avviarla.
Dopo la sua introduzione è nato un intenso dibattito tra la giunta
regionale e l'allora ministro della Salute Francesco Storace, poiché
quest'ultimo considerava illegale l'inizio della sperimentazione senza
l'autorizzazione del Ministero stesso. In seguito la pillola Ru-486 è
stata sperimentata anche in Liguria, Toscana e dal 2006 in Puglia.(La
Rinascita online 27 febbraio 2008)
Bologna,
Milano, Roma, Firenze, Venezia, Torino, Padova, Palermo,
Brescia, Bari. Le donne sono scese nuovamente in piazza
rispondendo in tutta Italia all’ennesimo gravissimo
attacco ai loro diritti. Sorprendente l’adesione delle
donne numerosissima e appassionata a manifestazioni
indette solo il giorno prima. Una risposta determinata e
furente alla guerra che ci hanno dichiarato.
Gli slogan gridati dalle donne sono significativi del
nostro furore:
"Tremate,
tremate le streghe son tornate. Nè figlie nè nipoti
vi daranno i voti" "Giù le mani dal corpo delle
donne" "L'aborto non è reato" "Fuori i preti dai consultori" "Siamo in lotta per la
liberazione, rifiutiamo la vostra normalizzazione".
Una lotta
quella delle donne che si unisce alle iniziative in
difesa della laicità dello Stato e che rappresenta
secondo la senatrice dei Comunisti Italiani Maria Pellegatta «una sfida culturale per la Sinistra. Oggi
siamo di fronte ad un'offensiva politica, culturale e
mediatica che merita una risposta forte e coerente. Il
tentativo, quanto mai esplicito nell'enciclica Spe
Salvi, di mettere tra parentesi i fondamenti della
cultura europea, dall'illuminismo al positivismo, è
palese, ponendosi l'obiettivo di definire i valori di
una sola parte religiosa come il perimetro morale
dell'intera comunità nazionale. Di fronte a questa sfida
la Sinistra deve saper dare una risposta netta, e fare
della laicità – conclude - uno dei tasselli fondanti
dell'identità dell'alleanza unitaria e plurale che si
ritroverà sotto le insegne della Sinistra Arcobaleno
nella prossima campagna elettorale». (15 febbraio 2008)
Roma, la rabbia delle donne
di Marina Forti
Comincia
davanti al ministero della salute con lo slogan più vecchio e più
attuale, «giù le mani dal corpo delle donne». E finisce con momenti
di tensione tra le manifestanti e la polizia.
Alcune migliaia di persone, femministe storiche ma anche tante
giovani, hanno partecipato ieri a una manifestazione di protesta
contro l'incredibile irruzione di polizia nel Secondo Policlinico di
Napoli dove si stava svolgendo una interruzione di gravidanza. Ora
tutta Italia disquisisce della malformazione di un certo feto e
della moralità della scelta compiuta da una certa donna. Insomma,
l'intrusione di agenti in uniforme tra medici e paziente chiama in
causa molto più della legge 194: c'è la violazione della privacy di
una donna, c'è un'idea delle libertà civili, c'è il desiderio di
reagire a un clima che criminalizza le scelte femminili.
C'è un po' di tutto questo nelle centinaia di donne che ieri hanno
risposto all'appello lanciato durante un'assemblea giovedì presso la
Casa internazionale delle donne. Eccole, sul lungotevere romano su
cui affaccia il ministero della salute. Decine di cartelli dicono
«Silvana siamo con te», con la donna di Napoli che ha subìto
l'incredibile inquisizione. Altri dicono: «Scelgono le donne». Non
ci sono solo donne, del resto. Il senatore Pd Massimo Brutti
dichiara (all'agenzia Ansa) «piena adesione alla manifestazione
delle donne, è giusto dire basta all'oscurantismo».
Alla protesta si è unita la ministra della salute Livia Turco. «Che
la polizia entri in una sala operatoria è stato un fatto inaudito,
mi ha indignato», ripete: «Inoltre trovo inquietante che questo sia
successo in seguito a una denuncia anonima. Spero che la
magistratura faccia chiarezza».
Il sit-in intanto cresce, circolano commenti un po' increduli: un
«chi l'avrebbe immaginato di ritrovarsi in piazza». In piazza c'è
anche la ministra Livia Turco. Le rivolgiamo alcune domande. La
libertà delle donne è sotto attacco, princìpi che sembravano
acquisiti sono in pericolo? «Dobbiamo renderci conto che non c'è
nulla di scontato. Forse dobbiamo tornare a spiegarci: il valore
dell'autonomia delle donne è rimasto incompreso». In che senso?
«Dobbiamo sconfiggere l'idea che l'autonomia delle donne sia egoismo
femminile. Io credo invece che la nostra autonomia sia fatta di
cura, di relazioni: l'autonomia delle donne è ciò che rende la
nostra società più umana e più democratica». Walter Veltroni ha
chiesto di lasciare l'aborto fuori dalla campagna elettorale: cosa
ne pensa? «Vorrei che durante la campagna elettorale la politica
ascolti le donne, invece di usarle in modo strumentale nel teatrino
della politica. La politica prenda la parola ad esempio quando si
tratta di stanziare fondi per gli asili nido o i consultori, o a
sostegno del lavoro delle donne».
Infine il sit-in si trasforma in corteo: si dirige verso l'altro
ministero direttamente interessato, quello della giustizia (poche
centinaia di metri più a monte, oltre il Tevere). Ci sono volti
giovani, ma forse prevalgono le età di mezzo - sarà che l'intrusione
dello stato in una scelta privata come è l'aborto fa particolarmente
impressione a chi ricorda le passate battaglie per la libertà delle
donne. Lo striscione più grande infatti recita «giù le mani dal
corpo delle donne», ed è firmato dal coordinamento donne di Cgil,
Cisl e Uil. Vecchi slogans, «l'aborto non è reato»: «Lo dicevo
trentacinque anni fa, a Padova quando ci autodenunciammo per avere
abortito, e allora era un reato. Non credevo più di dover scendere
in piazza a favore di un diritto che credevo acquisito», dice Edda
Billi. Per molte delle manifestanti la parola chiave è «diritto:
l'aborto è un diritto», qualcuno lo ha scritto sul marciapiede
davanti al ministero di giustizia.
La tensione è salita quando il corteo è arrivato in largo Argentina,
o meglio: quando ha cercato di forzare i cordoni della polizia e
proseguire verso Piazza Venezia e la prefettura. La tensione ha
toccato il massimo quando gli agenti hanno fermato due ragazze in
«prima fila» nel tentativo di sfondamento. Le manifestanti hanno
deciso di occupare Largo Argentina - finché l'intervento delle
senatrici Franca Rame e Elettra Deiana, di Massimo Brutti e di Imma
Battaglia (presidente di Di'Gay project) ha permesso di far
rilasciare la giovane manifestante e di allentare la tensione, e la
manifestazione si è sciolta.(Il Manifesto 15 gennaio 2008)
Atto vigliacco
Avrete sicuramente letto la terribile notizia del blitz della
polizia al Policlinico di Napoli dovuto, dicono, alla
segnalazione anonima di un infanticidio in flagranza , (Art. 578
Infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale),
risoltosi nell'ammissione di un normale aborto terapeutico, dopo
lunghi e illegittimi interrogatori e sequestro del materiale
biologico espulso (previo riconoscimento della 'vittima' da
parte della madre) Chi ci dice che quella telefonata sia mai
arrivata? Chi può dire se non fosse invece in atto un'indagine
ambientale, se non vi fosse tra le corsie un poliziotto in
borghese in attesa di poter punire quei pochi medici che non
obiettano all'IVG? Viviamo in questi giorni un accanimento
generalizzato (disumano e rabbioso) contro la libertà di scelta
delle donne che si sta traducendo sempre più in violenze e
ingiurie. In stigmatizzazioni senza senso e ora, addirittura, in
un tentato arresto! Questo atto vigliacco risuona nella testa di
tutte come un temibile avvertimento: vi puniremo, assassine! Ma
noi non siamo assassine e tanto meno abbiamo paura. Siamo
soltanto sempre più indignate e pronte a difendere le nostre
vite, la nostra dignità di donne libere di scegliere.
E' chiaro come il protocollo firmato dai ginecologi cattolici
romani sulla rianimazione del feto sia colpevole di aver creato
un clima di criminalizzazione delle donne che vogliono o che
sono costrette ad abortire. E' chiaro che la proposta di
moratoria sull'aborto di Ferrara ha avuto echi straordinari tra
gli integralisti che siedono e siederanno nel nostro parlamento.
E' chiaro il servilismo del nostro ceto politico ai diktat
vaticani così come pare chiaro che non possiamo accettare una
campagna elettorale tutta incentrata su come stigmatizzare i
nostri corpi e come limitare la nostra libertà di
autodeterminazione.(wwc.controviolenzadonne.org)
Le donne in tutta la nazione
stanno organizzando presidi in concomitanza con quello
napoletano.
Le compagne di Torino saranno giovedì 14/02/2008 alle
17.30 a Palazzo Nuovo
Aborto. Ma dove sono le
donne Erode
che descrivono i cattolici?
di Gennaro Carotenuto
Il documento delle cliniche di Ostetricia e Ginecologia delle
quattro facoltà di Medicina delle università romane, La
Sapienza, Tor Vergata, Cattolica e Campus Biomedico che
prescrive, nel caso in cui un feto nasca vivo dopo
un’interruzione di gravidanza, che il neonatologo debba
intervenire per rianimarlo, “anche se la madre è contraria,
perché prevale l’interesse del neonato” è del tutto pleonastico
per almeno tre motivi.
In primo luogo è pleonastico perché sta parlando di pochissimi
casi di scuola, estremi. L’aborto oltre i tre mesi viene
affettuato solo per gravi malformazioni o per gravi rischi per
la salute della madre. Ma dai tre ai cinque mesi, quando se ne
concentrano la gran maggioranza, non c’è alcuna possibilità di
sopravvivenza del feto. L’aborto oltre la ventunesima settimana
di gravidanza riguarda di per sé un numero molto limitato di
casi l’anno, e un numero limitatissimo di casi di sopravvivenza
del feto che non è rappresentativo di alcun comportamento
sociale.In secondo luogo il documento è pleonastico perché è del
tutto evidente che se il feto sopravvive all’aborto viene a
trovarsi in una condizione del tutto diversa il che rende più
che scontato, anzi del tutto ovvio quello che prescrivono i
ginecologi romani. Ovvero hanno del tutto ragione, ma con questo
avere ragione non spostano di una virgola i termini del
problema.
Le gravidanze delle quali parlano (è il terzo punto) non sono
“gravidanze indesiderate”. Anzi, sono gravidanze desiderate ma a
grave rischio alle quali si sottopongono per esempio molte
primipare ultraquarantenni. Sono donne che desiderano il figlio
e riscontrano malformazioni attraverso esami complessi come l’amniocentesi.
La decisione dell’aborto è in questi casi sempre una scelta
nella quale il parere del medico è decisivo.
Dove sono allora queste donne sulle quali indugia il documento?
Dove sono le donne che sapendo che il feto è nato vivo
pretendono che non venga rianimato? Dove sono queste donne Erode
che di fronte ad un bambino nato vivo esigono espressamente di
non rianimarlo?
Se esistono davvero se ne pubblichi la casistica. Ma
semplicemente non esistono. Sono un parto della fervida e
fervente fantasia della pubblicistica anti-194 che riesce a far
giungere in prima pagina documenti che non aggiungono nulla come
quello di oggi.
La donna-Erode è una parte fondamentale della pubblicistica
anti-194. E quella donna che esprime “parere contrario” alla
rianimazione dell’a quel punto neonato, calzerebbe a pennello
-se esistesse- con l’immagine dell’infanticida voluta da
Giuliano Ferrara e chi per lui. Ma quella donna non
esiste.
Al contrario la pubblicistica cattolica nel tempo ha esaltato i
casi di donne in odore di santità che hanno portato a termine
gravidanze per lasciare poi uno o molti orfani nelle mani della
divina provvidenza.
Se l’immagine dev’essere da una parte quella della donna-Erode
che esige l’infanticidio e dall’altro della santa che preferisce
morire pur di non abortire, è evidente che si è compiuta una
scelta violenta. Una scelta dove non si vuole il dibattito ma
uno scontro aspro che inquinerà -come se non lo fosse già
abbastanza- tutta la campagna elettorale.(www.gennarocarotenuto.it
5 febbraio2008)
Il documento dei medici
fa discutere
"Feto
prematuro va rianimato"
ROMA -
Rianimare
i neonati prematuri 'estremi' o astenersi dalle cure perché la
sopravvivenza è molto ridotta? E quale è il limite definito dai
ginecologi e neonatologi per intervenire? Partono da queste
domande le diverse posizioni sulle cure intensive da praticare
di fronte l'aumento dei parti prematuri ma anche per i feti
esiti di aborti che presentano qualche forma di vitalità. E
l'iniziativa presa in un documento da un gruppo di cattedratici
delle facoltà di medicina romane (due cattoliche) secondo il
quale "un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato
come qualsiasi persona in condizioni di rischio ed assistito
adeguatamente", indica una strada non condivisa da tutto il
mondo scientifico. Il convegno promosso in occasione della
giornata della vita appare come una risposta alle numerose
richieste dei vescovi italiani che hanno invitato a più riprese
di rivedere la legge 194 e dare più attenzione alle cure
neonatali.
- IL DOCUMENTO: "Un neonato vitale, in estrema prematurità, va
trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio ed
assistito adeguatamente. "L'attività rianimatoria esercitata
alla nascita dà il tempo necessario per una migliore valutazione
delle condizioni cliniche, della risposta alla terapia intensiva
e delle possibilità di sopravvivenza, e permette di discutere il
caso con il personale dell'Unità ed i genitori. Se ci si
rendesse conto dell'inutilità degli sforzi terapeutici, bisogna
evitare ad ogni costo che le cure intensive possano trasformarsi
in accanimento terapeutico".
- FETO 23 SETTIMANE HA 30% CHANCES SOPRAVVIVENZA: Oggi un feto
nato alla 23/ma settimana di gestazione ha il 30% di possibilità
di sopravvivere. Lo conferma un recente monitoraggio effettuato
su 45.000 neonati sotto il chilo e mezzo di circa 600 terapie
intensive neonatali a livello mondiale (13 quelle italiane): La
mortalità sotto le 22 settimane, rilevano gli esperti, è del
96%, ma i casi di sopravvivenza sono vere eccezioni; alla 23/ma
è del 70%; alla 24/ma del 45% e alla 25/ma del 28%. Questo
significa che un feto di 23 settimane il 30% di possibilità di
sopravvivere.
- IL PARERE DEGLI GLI ESPERTI DEL MINISTERO: Solo cure
compassionevoli per i feti molto prematuri nati alla 22/a
settimana; "adeguata assistenza" dalla 23/a settimana, mentre
dalla 24/a settimana il "trattamento intensivo è sempre
indicato". Sono queste le indicazioni per le cure ai nati molto
pre-termine elaborate dal gruppo di esperti riuniti dal ministro
Livia Turco, che hanno terminato i propri lavori con un
documento in cui sono appunto indicate le cure e l'assistenza
appropriate nelle diverse età gestazionali dalla 22ma alla 25ma
settimana di gravidanza.
- 'NODO' E' LIMITE ABORTO TERAPEUTICO: Il problema, dunque,
diventa sempre di più quello del limite per effettuare l'aborto
terapeutico. La legge 194, precisano i ginecologi, non indica
alcun limite di età gestazionale per l'effettuazione dell'aborto
terapeutico, ma afferma che non è possibile abortire ad età
gestazionali compatibili con la sopravvivenza del feto. Il
limite consigliato è oggi a 24 settimane, anche se alcuni
ospedali si orientano diversamente. Come nel caso del
Mangiagalli di Milano: Nel 2004, la Clinica ha emanato una
'raccomandazione' interna affinché si evitino gli aborti
terapeutici a partire dalla 22/a settimana, proprio perché dalla
23/a settimana un feto ha molte chances di nascere vivo.
- SE FETO SOPRAVVIVE ABORTO? DOCUMENTI ESPERTI PER CASI LIMITE:
Cosa fare quando un feto, dopo un intervento di interruzione
volontaria di gravidanza (Ivg), nasce vivo? La legge 194 afferma
che in presenza di segni vitali il piccolo va rianimato. In
alcuni documenti sono espressi gli orientamenti degli esperti.
L'indicazione contenuta ad esempio nel documento messo a punto
nel 2006 da nove società scientifiche, l'ordine dei medici della
toscana e il comitato di bioetica regionale, prevede
l'astensione dalle cure intensive per i nati troppo prematuri,
ovvero dalla 22/ma alla 24/ma settimana, per i quali le chances
di sopravvivenza sono bassissime ed i trattamenti si
configurerebbero come un accanimento terapeutico. (www.ansa.it 4
febbraio 2008)
La
legge 194: ancora a discutere
del e sul corpo delle donne tra
anatemi e ipocrisie
di Alberta Xodo
Ancora
una volta a discutere del corpo delle donne. Ancora una volta a
discutere sul corpo delle donne. Ancora una volta a trattarlo come se
fosse merce di scambio. Ancora una volta a dire al Vaticano chi tra i
partiti è il suo migliore amico. Ancora una volta a stringere amicizie
passando sopra al nostro corpo e alla sua straordinaria capacità di dare
la vita. Talmente favoloso questo corpo, che tutti cercano di metterci
le mani sopra, di imporci di nasconderlo, mostrarlo, di infilarci a
forza tre embrioni dopo averlo bombardato chimicamente, violentarlo
impunemente per ragioni culturali, picchiarlo, ucciderlo. Nel caso
specifico imporgli una gravidanza.
Si dimentica sempre
che quel corpo appartiene ad una persona, che è corpo cuore e mente. Che
è donna. E da donna decide – finalmente – come gestire quel corpo,
liberamente e consapevolmente, nonostante i tentativi mitraglianti di
controllo che il patriarcato ha scatenato. Non si sono rassegnati ad
aver perso. Noi non ci siamo stufate di aver vinto. E per “noi” non
intendo “noi donne”, ma noi persone laiche e democratiche. La legge
194/78 è stata davvero una conquista di civiltà, e non è retorica
continuare ad affermarlo e a difenderla. C’è da rabbrividire di fronte
alle dichiarazioni di Ferrara, Ruini e Bondi: equiparare l’aborto alla
pena di morte, equiparare le donne a delle assassine è un atto vile,
così come sostenere che l’interruzione volontaria di gravidanza abbia
una qualche somiglianza con l’eugenetica o con la pianificazione
famigliare. C’è da rabbrividire sì, ma perché provare stupore? Perché
rimanere indignati dalle esaltazioni della sacerdotessa Binetti, non
possiamo davvero aspettarci nulla di diverso da chi sostiene che si
debbano curare gli omosessuali (che a me suona tale e quale a “bruciamo
le streghe” o “la terra è piatta”). Chiariamolo
una volta per tutte, a noi donne l’aborto non piace, non lo facciamo per
leggerezza o perché siamo “inconsapevoli del dono della vita che nasce
in noi”… siamo assolutamente coscienti di questo così come lo siamo del
fatto che il nostro corpo è l’unico modo in cui quella vita potrà
svilupparsi, il nostro “sì” è l’unico intermediario tra la vita in
potenza e la sua realizzazione. Il nostro “sì” è l’inizio di una
relazione. Per questo quel “sì” non può esserci estorto. Ancor meno
facendo entrare movimenti paravaticani nei nostri consultori, con
licenza di violentarci psicologicamente mostrandoci foto di feti morti,
recitare rosari o parlarci per convincerci a non abortire… per renderci
“consapevoli”, dicono… beh, noi donne siamo consapevoli da un pezzo. E
soprattutto, noi non possiamo accettare che possa essere messo in
discussione il ruolo o la professionalità delle operatrici e degli
operatori che ogni giorno lavorano per garantire che i consultori
rimangano degli spazi laici, efficienti, nonostante l’indebolimento
delle risorse ad essi destinate. Ma se sostenessimo che la legge 194/78
ha davvero eliminato l’aborto clandestino diremmo una fesseria. L’aborto
clandestino sopravvive in diverse forme, specie al sud, nelle città dove
i medici obiettori si rifiutano di uscire allo scoperto negli ospedali
pubblici (ma sono pronti ad invitarti dove operano privatamente), tra le
donne straniere che non conoscono i loro diritti, e tra le giovani. I
nuovi ferri da calza si chiamano Cytotec, un farmaco di successo grazie
al passaparola ed internet dove sui siti le giovani ragazze adolescenti
(ma non solo) si scambiano consigli su quante pastiglie utilizzare per
provocare l’aborto, senza finire emorragiche negli ospedali dove i molti
ricoveri non sono che la punta dell’iceberg di una terribile
consuetudine sulla quale abbiamo il dovere di intervenire, e soprattutto
di non nascondere. Di nuovo una questione di genere, di nuovo una
questione di classe, mica tanto diversa da quando le signorine della
buona borghesia partivano per certi viaggi all’estero… Quindi siamo
pronte, parliamo pure di riprendere in mano la Legge 194/78, ma per
favore asteniamoci da derive confessionali, così come da
controproducenti alzate di scudi che non rendono giustizia alla realtà.
Eccome se vogliamo discutere! Discutiamo di come potenziare i nostri
consultori, perché possano davvero dare risposte efficienti, a partire
dal sostegno psicologico prima e dopo l’intervento. Interveniamo perché
si possa interrompere la gravidanza in tutte le strutture. Perché le
donne straniere possano essere adeguatamente informate sui loro diritti.
E soprattutto sbrighiamoci a realizzare in tutte le scuole dei veri
programmi di educazione sessuale. Applichiamo l’articolo 15 della legge
e quindi riapriamo la discussione sulla possibilità di abortire
chimicamente. Siamo pronti a parlare di interruzione di gravidanza.
Siamo pronte a parlarne, con tutto il nostro corpo, la nostra mente e il
nostro cuore. Con tutta la nostra consapevolezza.
(www.comunisti-italiani.it 8 gennaio 2008)
Ma
quale moratoria
Pdci: «La 194 non si tocca. Giù
le mani dai diritti delle donne»
La
provocazione di Giuliano Ferrara per una moratoria sull'aborto,
l'interrogazione parlamentare di Sandro Bondi contro la 194, le
dichiarazioni del cardinal Ruini, hanno scatenato un dibattito, vecchio
di anni, sulla legislazione circa l'interruzione di gravidanza .Dal
mondo della politica arrivano commenti contrastanti e trasversali.
Da un lato il ministro della Salute Livia Turco e il ministro per le
Pari opportunità Barbara Pollastrini definiscono la 194 una buona legge,
che non va toccata.
Dall'altro lato il più grande partito di maggioranza, il Pd, si trova
spaccato, con i teodem, capeggiati da Paola Binetti, che si dicono
pronti ad appoggiare l'interrogazione del forzista Bondi.
Nel fronte dei cattolici oltranzisti non poteva poi mancare Rocco
Buttiglione che appoggia in pieno la proposta di una moratoria
sull'aborto, «perché l'Udc è sempre stata all'avanguardia nella lotta in
difesa della vita».
Ci si chiede come mai chi, nell'opposizione ma anche in parte della
maggioranza, si preoccupa della “vita” di un embrione che non è ancora
feto poi non si preoccupi di votare a favore delle missioni militari
all'estero o non si impegni a fondo contro la piaga delle morti sul
lavoro.
È invece da sinistra che si alzano le barricate a difesa dei diritti
della persona, della libertà di scelta sul proprio corpo e della laicità
dello Stato.
Per il capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena, «l'attacco
alla 194 è un grave atto di arretratezza culturale che non è neppure
condiviso nel mondo cattolico, che su questo tema è molto “laico”».
Ricordiamo tra l'altro che la legge sull'interruzione di gravidanza fu
varata trent'anni fa anche con l'appoggio dei cattolici dell'allora Dc.
«Toccare la 194? E' intollerabile. Lo dico come politico, come donna,
come essere umano», tuona il capogruppo Verdi-Pdci al Senato, Manuela
Palermi.
«Nessuno può capire la maternità come la capisce una qualsiasi donna né
la drammaticità di una scelta come quella di un aborto», aggiunge
l'esponente dei Comunisti italiani ribadendo: «Giù le mani dai diritti
delle donne. Bisogna riaffermare il principio di laicità dello Stato,
contro una visione integralista, talebana della religione».
Anche Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, sottolinea la
necessità di tutelare la 194 «da prese di posizioni oscurantiste e da
visioni fondamentaliste».
Rosalba Cesini, deputata del Pdci, spiega come «la campagna di
delegittimazione della normativa sull'aborto da parte dei settori più
conservatori del panorama politico italiano e delle alte sfere
dell'autorità ecclesiastica» muove da intenti puramente ideologici e
fuori dalla realtà.
Per la parlamentare comunista «la 194 non si tocca e chi, come la
Binetti, ipotizza alleanze trasversali si pone oggettivamente in una
logica extra coalizionale, assumendosi una responsabilità grave nei
confronti degli elettori del centrosinistra, in maggioranza a favore
della legge 194».(la Rinascita della sinistra online 4 gennaio 2008)
Aborto.
Livia Turco: la legge non si cambia
Dopo
l'annuncio del coordinatore di Fi, Sandro Bondi, che propone
una mozione parlamentare per rivedere
le linee guida della legge 194, si apre un nuovo fronte
polemico tra le forze politiche, e all'interno del Pd, sulle norme che
regolano l'interruzione di gravidanza. La senatrice teodem del Pd, Paola
Binetti, si dice pronta a votare con Fi. Ma la Turco taglia corto: la
legge non si tocca.
"Legge inapplicata? No, è una legge applicatissima.
Ridiscutere dell'aborto? Dibattito
pubblico sì ma nessuna modifica della legge 194", precisa il
ministro della Salute. "La nostra legge sull'interruzione volontaria di
gravidanza, infatti - spiega il ministro in una nota - ha fatto sì che
dal 1982 ad oggi gli aborti si siano praticamente dimezzati, riducendosi
del 45 per cento, e sia stato cancellato l'aborto clandestino e la
conseguente altissima mortalità materna. Una legge che ha come suo
primario obiettivo quello della tutela sociale della maternità e della
prevenzione dell'aborto attraverso la rete dei consultori familiari. Un
obiettivo - conclude - che intendiamo ulteriormente perseguire
nell'ambito delle politiche di tutela della salute delle donne, per le
quali abbiamo già vincolato 10 milioni di euro nel fondo sanitario 2007
e stanziato specifici fondi nell'ambito degli interventi per la
riorganizzazione dei consultori previsti dalla precedente Finanziaria,
d'intesa con il Ministero della Famiglia".
La legge 194 sull'aborto, per il ministro dei Diritti
e delle Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, a trent'anni dalla
promulgazione, mantiene intatto il suo valore. Per questo, aggiunge la
ministra, "sono contraria alla revisione della legge 194 e a ogni
volontà strumentale di colpire autonomia e responsabilità delle donne".
Il valore della norma, d'altra parte, è confermato anche nella
diminuzione del numero di interruzioni volontarie di gravidanza: "ha
fatto diminuire il numero degli aborti - prosegue la Pollastrini - e ha
cancellato la vergogna del mercato clandestino. Ora vi ricorrono in
misura significativa donne immigrate o di condizioni sociali critiche".
Applicare
integralmente la 194, oggi, "significa dunque puntare ancora di più
sulla dignità delle donne e sulla scienza. E questo vuole dire
investire su informazione sessuale e contraccettiva, sulla rete dei
consultori (per i quali sono stati stanziati fondi specifici),
sull'accoglienza delle migranti, sulla tutela per la maternità e i
diritti nel lavoro e al lavoro. Ma vuol dire anche guardare con spirito
laico a tutti i progressi della medicina, anche sul versante delle
modalità della fecondazione assistita, delle analisi preimpianto e
prenatale e dell'uso della RU486". "Ciò che invece è irricevibile -
conclude Barbara Pollastrini - è l'utilizzo di questi temi con finalità
ideologiche che, in realtà, mirano a una modifica radicale della 194,
con lo scopo di fare arretrare l'autonomia delle donne e il clima
culturale dell'intero Paese".
La Binetti pronta a votare con Forza Italia.
"La 194 è datata, ha trent'anni e per rivedere le linee guida della
legge sono disponibile a dare il mio contributo alla formazione di una
maggioranza trasversale". La senatrice 'teodem' del Pd, Paola Binetti,
apre così, in un'intervista a La Stampa, alla possibilità di
rivedere la legge sull'interruzione di gravidanza. Per
Binetti "la mozione di Sandro Bondi è un grande passo nella direzione
giusta, cioè la difesa della dignità della persona e del valore
sacro della vita". La proposta del coordinatore nazionale di Fi "è
un'apertura positiva, da non lasciar cadere: favorisce una sensibilità
trasversale, quindi è ben accetta. Non dimentico che in Finanziaria il
mio emendamento sui fondi alla terapia intensiva neonatale ha incontrato
il favore dell'opposizione alla commissione Sanità del
Senato".(www.libero.it 2 gennaio 2008)