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Diritti di genere: autodeterminazione

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Tremate tremate le streghe son tornate!

                                                                                                                             

 

RU486 - Libere di scegliere

Hanno partecipato Le Falci Rosse del PdCI di Torino

 

 

Vero o falso della RU486

 

clicca qui per scaricare il file

Aborto e nozze gay: che orrore

di Pierluigi Giordano Cardone

Si scrive “tutela della vita e della famiglia tradizionale”, si legge “lotta all’aborto e ai matrimoni gay”. L’ennesima svolta “modernista” di papa Benedetto XVI è arrivata ieri durante la messa sulla spianata di Fatima, in Portogallo. Contemporaneamente, però, il Santo Padre non ha voluto rinunciare a una parola chiara sulla pedofilia.
Ma non in un Portogallo dilaniato dalle polemiche a tema, bensì in Germania. In un messaggio inviato ai partecipanti della Giornata ecumenica di Monaco, il papa ha detto che la Chiesa rimane comunque un luogo di speranza. Se non abbiamo letto male, quindi, il vero problema del cattolicesimo non sarebbero i preti che abusano dei ragazzini, bensì gli omosessuali e quelli che praticano l’interruzione di gravidanza. Nulla di nuovo sotto il sole: modernità in bianco e nero.(Il Fatto 14 maggio 2010)
 

 

I diritti sono il nostro Pride - Verso il 19 giugno

Dopo la riunione di martedì 20/4 al Salone dell'Antico Macello - Verso il 19 giugno

Car*,
martedì sera ci siamo ritrovat*,  in numero decisamente inferiore rispetto alla settimana precedente (una quarantina in tutto) ma con grande passione a  ragionare e  costruire insieme la manifestazione di giugno.

La discussione è iniziata a partire da una nuova  proposta che Evelyn di Socialismo Rivoluzionario ha presentato per un'altra manifestazione, nazionale, incentrata sul tema dell'autodeterminazione delle donne, da tenersi l'8 maggio a Torino.
Su questa proposta si è discusso molto animatamente: si  è constata l'impossibilità di organizzare in tempi così brevi e ravvicinati due manifestazioni.

La scelta è perciò rimasta ferma sull'idea di una grande manifestazione a giugno con le  caratteristiche ed i contenuti già proposti dal Coordinamento Torino Pride. 

E' stata anche concordata la data della manifestazione per  sabato 19 giugno.

Il fatto di esserci trovat* tra realtà,  appartenenze e sensibilità così diverse ha fatto sì che la discussione per trovare parole comuni, sentite da tutt*, sia stata molto intensa. La novità di trovarci insieme tra divers* è sicuramente un  valore da spendere, ma nello stesso tempo una scommessa.

Si è sottolineato il grandissimo impegno che ci attende per costruire la rete di adesioni  e la partecipazione. Non possiamo permetterci  di essere in poch*!
Siamo comunque uscit* dalla riunione con un titolo per la manifestazione, indispensabile per cominciare a lanciarla.
"I diritti sono il nostro Pride": questo titolo ci sembra  esprimere i contenuti che vogliamo portare. A noi piace molto.
Considerata la complessità delle posizioni, non lo possiamo ancora ritenere definitivo,  ma  in ogni caso è una base di partenza.

Prim* promotor*  della manifestazione sono le Donne di Torino per l'autodeterminazione e il Coordinamento Torino Pride. 
Si è anche concordato di istituire il "Comitato 19 giugno" per il quale alcune  compagne del Coord. Torino Pride hanno già aperto  un profilo su facebook  http://www.facebook.com/pages/Comitato-19-Giugno/115162501846844?v=wall  .
Ci  si propone anche di aprire un indirizzo di posta elettronica comune dove far pervenire le adesioni.

Donne di Torino per l'autodeterminazione è anche la firma concordata per il volantino, anch'esso già preparato, sulla RU486 per la campagna di controinformazione decisa nell'assemblea del 14/4 (lo trovate in allegato) che promuove anche la nostra manifestazione.

Il volantino è stato letto in assemblea e condiviso.  Cominceremo a diffonderlo sia in occasione della manifestazione di sabato 24/4 pomeriggio in piazza Vittorio Veneto, sia  sabato sera alla fiaccolata per la festa della Liberazione che partirà come al solito alle 20,30 da piazza Arbarello.

LA PROSSIMA RIUNIONE ORGANIZZATIVA  E' FISSATA PER GIOVEDI' 29/4 ALLE ORE 20,30  SEMPRE NEL SALONE DELL'ANTICO MACELLO IN VIA MATTEO PESCATORE 7 - TORINO


SIAMO SICURE  CHE CI  SARETE!

 

 

Sabato 24 aprile in Piazza Vittorio alle ore 15,30

"Nessun patto sulle nostre vite"

Cari tutti/e,
Come ormai saprete, sabato 24 aprile alle ore 15,30 era prevista una manifestazione -già molto pubblicizzata- in Piazza Castello da noi organizzata per reagire al "Patto per la vita e la famiglia" firmato da Cota e per rispondere alle sue esternazioni in merito a  RU486, aborto e Pride. E' di ieri la notizia che la Questura di Torino ha deciso di non permetterci l'utilizzo della centralissima Piazza Castello. L'origine del divieto va ovviamente fatta risalire all'attuale evento che ospita la nostra città: una Torino ostaggio della sindone che non può rischiare di fare "brutta figura" in un momento in cui i riflettori sono puntati su di lei. Meglio allora "nascondere" il dissenso e la critica, far finta che non ci sia una Torino che ha qualcosa di diverso da dire su coloro -in primis politici e chiesa- che usano strumentalmente queste tematiche a vantaggio delle loro politiche omofobe.
Vi invitiamo pertanto a pubblicizzare il nuovo concentramento della manifestazione che sarà  PIAZZA VITTORIO ORE 15.30
Ovviamente, anche alla luce di questo nuovo episodio, rilanciamo l'appuntamento per scendere in piazza a manifestare sabato 24 sperando in una partecipazione il più possibile allargata e di massa!!      

Un saluto a tutt*!

Assemblea "Nessun patto sulle nostre vite"
 


 

Diamo seguito dell'assemblea del 14 aprile 2010

 

Dopo l'assemblea del 14 aprile 2010 (Salone dell'Antico Macello di Po), a seguito del primo attacco frontale di Cota alla libertà delle donne.

Care/i,
all'assemblea  del 14 aprile ci siamo ri-trovate in tante, quasi un centinaio!
Erano presenti anche alcuni uomini.
Gli interventi che si sono succeduti hanno rivelato una grande sintonia tra tutte/i sia nell'analisi e nella consapevolezza della situazione che si prospetta con la vittoria di  Cota, sia nel desiderio di agire in tutti i modi e luoghi possibili. Le arroganti, pretestuose, quanto "puntuali" uscite del neo-eletto presidente della Regione sul Pride e la RU486 non sono che un piccolo assaggio di ciò che potrà riservarci la politica della nuova giunta regionale, che sarà di attacco e messa in discussione, a tutto campo,  non solo della libertà di scelta delle donne, ma delle libertà e dei diritti di autodeterminazione di tutte/i.

A partire dalle informazioni sul funzionamento e le modalità di utilizzo della pillola abortiva RU486 (con particolare riferimento a quanto avviene all'Ospedale S. Anna), abbiamo sottolineato la necessità di un'azione estesa di controinformazione semplice, chiara per far fronte alla disinformazione e alle menzogne spesso diffuse dai grandi mezzi di informazione sull'argomento.
Con la consapevolezza dei pericoli che la nuova amministrazione regionale rappresenta,
come si può constatare dal contenuto del cosiddetto "patto per la vita e la famiglia" sottoscritto da Cota  prima delle elezioni,  abbiamo più volte affermato la necessità di estendere la pratica di relazione che donne e associazioni di donne hanno messo proficuamente in atto anche nella recente campagna elettorale. 
A partire dalle proprie differenze e dai propri ambiti, è vitale riattivare/costruire una rete tra singole/i, associazioni, gruppi, aggregazioni politiche etc. impegnate nella diffusione di una cultura alternativa a quella che stanno instaurando le destre attraverso il monopolio dei grandi mezzi di informazione, dando visibilità e voce in ogni modo ai nostri contenuti.

Altrettanto indispensabile è recuperare la relazione e una comunicazione efficace e durevole con il territorio, con  cittadine e  cittadini, ripensando alle forme e al linguaggio. 
(La perdita di capacità di relazione e di comunicazione dei partiti della sinistra tra di loro, con i propri attivisti e con le/i cittadine/ i è stata indicata, in un intervento, come una delle cause decisive della sconfitta elettorale.)

Ed è cruciale mantenere l'attenzione su ospedali e consultori nei  quali è prevedibile  si possa concentrare l'attivismo del "movimento per la vita", al quale Cota, sempre nel citato patto da lui sottoscritto, ha promesso di dare sostegno e impulso.

Per questo è molto importante riallacciare la rete di relazione fra, e con,  le/i mediche/i e  le/gli operatrici/operatori del servizio sanitario pubblico, per poter disporre di canali di monitoraggio costante sull'impiego della RU486, sull'applicazione della Legge 194, sull'agibilità dell'autodeterminazione.

Le proposte sul "che fare" in tempi brevi hanno evidenziato, da una parte, la  consapevolezza del doverci attrezzare per un lungo periodo di azione e opposizione e la necessità quindi di pensare ad iniziative che abbiano carattere di continuità e diffusione  la più possibile ampia sul territorio; dall'altra è emerso il desiderio di dar vita ad un grosso momento di visibilità collettiva.   
Una prima proposta prevede quindi l'organizzazione di una azione capillare di controinformazione preparando del materiale informativo (per ora un volantino e,  in prospettiva, una brochure, un video e quanto le nostre forze e competenze ci permetteranno .) da diffondere in modo organizzato, continuativo nel tempo e in più ambiti contemporaneamente (luoghi di lavoro, mercati, supermercati,  scuole, ospedali, manifestazioni pubbliche .) 

A questa si è aggiunta la proposta, molto significativa, del Torino Pride (diverse/i  esponenti  del quale partecipavano all'assemblea) di trasformare il Pride annuale di giugno in una grande manifestazione  per affermare i la libertà e i diritti  di autodeterminazione di tutte e tutti, costruendo delle parole d'ordine comuni che esprimano i nostri valori: un grande "Pride della cittadinanza", come è stato detto in un intervento.

Nel corso della serata è stato anche comunicato che per sabato 24/4 pomeriggio in piazza Castello una prima manifestazione è già stata indetta nel corso di una riunione che si è definita "Assemblea nessun patto sulle nostre vite" e che si è  tenuta a Palazzo Nuovo la scorsa settimana.

Abbiamo concordato di ritrovarci per operare concretamente, in tempi brevi, in considerazione anche del fatto che è imminente il 1° maggio, occasione per poter cominciare a diffondere materiali e dare visibilità alle nostre tematiche.

Ci troviamo quindi:

martedì 20 aprile ore 18 Casa delle Donne via Vanchiglia 3, primo piano (ingresso riservato alle donne) per stendere il  volantino e iniziare la progettazione del  materiale informativo

martedì 20 aprile ore 21 Salone dell'Antico Macello di Po via Matteo Pescatore,7
(aperto a tutte e tutti) per iniziare a pensare alla manifestazione di giugno, il "Pride della cittadinanza",  (contenuti  e parole, magari  già uno striscione per il primo maggio. )

Per informazioni e/o comunicazioni
Casa delle Donne via Vanchiglia,3 10124 Torino
Tel 0118122519    e-mail casadelledonne@ tin.it

 

Dopo il primo attacco frontale alla libertà delle donne:

 per continuare a prendere la parola e inventare come uscire insieme dalla palude

Care,

Il comunicato che abbiamo diffuso giovedì scorso (lo tsunami elettorale e Cota ci hanno ridotate di ruote molto veloci!)  ha ricevuto moltissime adesioni ed ha rimesso in moto tante energie di donne singole, di associazioni, di sindacati e  di neo elette nel consiglio regionale.

Vi proponiamo di vederci tutte
 

mercoledì 14 aprile, solito salone dell'Antico Macello in via Matteo Pescatore 7, alle  ore 20,30
 

Abbiamo tantissime cose da condividere, comunicarci, inventare  e programmare.
Siamo sicure che ci vedremo in tante...
 
Casa delle Donne
 

Sulla RU486 l’onorevole Cota ignora il contenuto della legge 194

 

La redazione del sito condivide e sottoscrive questi due comunicati:

Non si può certo dire che Roberto Cota abbia fatto molto per nascondere il proprio vero volto, nelle prime 48 ore del suo mandato di presidente.

I suoi primi due interventi riguardano due temi (la revoca del patrocinio al Gay Pride e il blocco della somministrazione della RU 486), sui quali ha immediatamente adottato un comportamento per nulla istituzionale e profondamente autoritario. L’uscita sul “tenere la RU 486 nei magazzini” non solo contrasta con le norme che prevedono l’accesso ai farmaci registrati dall’AIFA, ma lascia intendere una presunzione istituzionale secondo la quale il Piemonte a guida leghista potrebbe permettersi l’intimidazione ai medici e l’offesa alla determinazione delle persone.

Le modalità per le quali le donne arrivano a decidere un’interruzione di gravidanza attengono alle loro storie e alle loro responsabilità, ben più complesse che le esortazioni immaginate con una diffusa presenza dei comitati per la vita negli atri degli ospedali: l’onorevole Cota ancorché avvocato ignora il contenuto della legge 194 e il ruolo dei consultori.

I primi pensieri del nuovo presidente del Piemonte sono stati esclusivamente mirati ad occupare le pagine nazionali della cronaca, con prese di posizione puramente ideologiche, volte ad accreditarsi presso gli ambienti ecclesiastici e a caratterizzarsi sui valori predicati piuttosto che sulla concreta condizione di vita delle persone.

Che il Cota Presidente ragioni con le stesse logiche del Cota comiziante non può che essere un elemento di forte preoccupazione per la nostra regione.

Eleonora Artesio, Federazione della Sinistra
Monica Cerutti, Sinistra Ecologia Libertà con Vendola  1 aprile 2010

Ru486 Gravissima la dichiarazione del neo Presidente Cota

  

Riteniamo gravissima la dichiarazione del neo Presidente Cota in merito alla sua intenzione di “far marcire” nei magazzini degli ospedali il farmaco RU486. 

Si tratta di un farmaco che, finalmente anche nel nostro Paese, amplia la libertà di scelta della donna e che, dopo un lungo iter di sperimentazione e legislativo, è arrivato nelle farmacie degli ospedali. 

Al  neo eletto Presidente diciamo che pretendiamo  maggiore rispetto per le donne, per le leggi e per il  buon uso del denaro pubblico.  

Sappia inoltre che noi donne della sua Regione siamo molto determinate ad impedire a chiunque di mettere in discussione la nostra libertà, la nostra responsabilità e la nostra dignità e tutte le leggi di civiltà che nel nostro Paese abbiamo conquistato e vogliamo far valere.

Prime adesioni: Casa delle donne di Torino - Associazione Almaterra -Donne CGIL Torino e Piemonte -Scambiaidee  - Donne e futuro - progettarSi -ArDP - Centro Studi e Documentazione Pensiero femminile -Emily - Unione Donne in Italia -Galleria delle Donne - UDI Torino  Unione donne 3° millennio - Telefono Rosa -Donne ai Ferri Corti  di Collegno - Comuniste del Partito dei Comunisti Italiani - Federazione di Torino.

  

 100 anni di lotte per la parità di genere

 

La celebrazione a livello internazionale del “Giorno della Donna” è stata stabilita in occasione della seconda Conferenza Internazionale delle Donne Socialiste a Copenhagen nel 1910. Fu proposta dalla compagna Clara Zetkin.
Le donne decisero di condurre lotte comuni per i diritti delle donne lavoratrici, per la protezione della maternità e dell’infanzia, per il diritto al voto, contro i prezzi elevati a causa dell’avidità dei monopoli in cerca di profitti e contro la corsa agli armamenti.
In questi cent’anni la parità sessuale è stata riconosciuta come diritto fondamentale dell’umanità. La Convenzione delle Nazioni Unite per l’Eliminazione delle Discriminazioni contro le Donne (CEDAW) ne costituisce una solida base a livello internazionale.
Una buona legislazione europea e internazionale è stata creata come risultato di lunghe e dure lotte delle donne e dei movimenti femministi. Naturalmente, è rimasto un gap tra l’eguaglianza giuridica e quella sostanziale.
Oggi, il modello neoliberista che ha causato crisi economiche, sociali e culturali, rischia di eliminare non solo le conquiste delle donne, ma anche i principi su cui tali conquiste si fondano.
Il lavoro delle donne è diventato schiavo di miseri salari e mancanza di sicurezza, spesso è reso difficile dalla violenza, da minacce e molestie sessuali; le donne, inoltre, vengono spesso licenziate in caso di gravidanza, e a volte troviamo condizioni di lavoro che ci costano la vita.
Lo Stato sociale è stato disintegrato mediante la privatizzazione anche di quei settori che costituiscono le basi di una parità effettiva. Questo è l’intero complesso: sanità. Istruzione, sicurezza sociale, cura per i bambini e per gli anziani. Gli obblighi dello Stato sociale sono stati caricati sulle spalle delle donne.
L’età pensionabile è stata assimilata a quella degli uomini spostandola in avanti e tutte le misure positive per le donne sono state eliminate.
La violenza contro le donne è aumentata e spesso assume la forma dell’omicidio. Il diritto all’aborto inoltre è in discussione o è stato eliminato. Il diritto di famiglia è cambiato in una direzione conservatrice.
La politica è sempre dominata dagli uomini.
L’attacco dei neoliberisti contro i diritti sociali e politici delle donne trova la sua espressione anche in una sfera ideologica. C’è una propaganda sistematica per imporre il lavoro part-time, soprattutto per le donne, come unico tipo di lavoro possibile.
I circoli politici consevatori e la Chiesa attaccano i diritti delle donne. La sessualità delle donne, l’autodeterminazione delle loro funzioni riproduttive e l’orientamento sessuale sono sottoposti a un sistemantico attaccato.
Noi, donne della Sinistra europea, non possiamo accettare che le persone paghino le conseguenze della crisi del capitalismo. Noi difendiamo decisamente i nostri diritti acquisiti, e pretendiamo una soluzione alle crisi non a spese del popolo ma a spese dei monopoli, delle imprese e delle banche.
Noi vogliamo la parità di genere nel mercato del lavoro, la parità di retribuzione a parità di lavoro e le stesse opportunità lavorative per donne e uomini.
Vogliamo la possibilità di conciliare lavoro e vita familiare attraverso la riduzione delle ore di lavoro e la creazione di servizi pubblici per la cura di bambini, malati e anziani.
Vogliamo parità di partecipazione e di rappresentanza delle donne in politica e in tutte le istituzioni, compreso il 50% dei seggi.
Chiediamo che i diritti sessuali e riproduttivi delle donne siano garantiti.
Siamo a favore di una legge europea che legalizzi l’aborto.
Chiediamo una legge europea contro la violenza maschile.
Chiediamo gli stessi diritti e le stesse opportunità per le migranti e le donne rifugiate.
Non vogliamo diventare lavoratrici povere.
Il movimento femminista unito al movimento dei lavoratori e al movimento dei diritti civili sta lottando contro i monopoli, le grandi imprese e le banche.
Lo slogan di Dolore Ibarruri “No pasaran!” è ancora il nostro slogan!


Dalla Rete delle donne di Sinistra europea per l'8 marzo
 

 

 

Venerdì 12 marzo: Ciudad Juàrez. Mexico

La Casa delle donne vi invita all'incontro: Ciudad Juárez. Mexico
La violenza infinita, la resistenza delle madri
presentazione del libro Ciudad Juárez.

La violenza sulle donne in America Latina, l’impunità, la resistenza delle Madri
A cura di Silvia Giletti Benso e Laura Sivestri. (Franco Angeli)

con le autrici Silvia Giletti Benso, Patrizia Peinetti, Angela Vitale Negrin e Simona Carnino
letture di Cecilia Rosatelli


Venerdì 12 marzo 2010  ore 20,30 Salone dell’Antico Macello di Po

Via Matteo Pescatore 7 -Torino
www.casadelledonnetorino.it

 

Sabato 13 marzo 2010 : Il corpo indocile

Voci e pratiche femministe per un pensiero laico

Sala polivalente Circoscrizione IV - Via Leoncavallo 25 dalle ore 16 alle ore 20

clicca qui per aprire la locandina

MAREA N. 3/2009

EDITORIALE

Non c’è dubbio che la vicenda Welby prima e quella più recente di Eluana Englaro poi abbiamo riproposto, nonostante le rimozioni operate dalla politica (e in parte anche dalle organizzazioni della società civile e culturale italiane), il tema della scelta sul proprio corpo, in ogni fase della vita e quindi anche nella sua fase terminale.

L’Italia sconta un ritardo, e una endemica tensione rimottiva e censoria su questi temi, non solo grazie alla pervasiva presenza culturale e politica della Chiesa cattolica, ma anche perché da qualche decennio le correnti critiche laiche e dei diversamente credenti hanno cessato di fare pressione su questi argomenti.

Nella generale anestetizzazione della società italiana, iniziata un ventennio or sono, è andata persa la pratica condivisa della messa a fuoco delle priorità secondo il parametro del privato come politico, suggerita e indicata dal movimento delle donne, che ha fatto della centralità del corpo uno dei perni sui quali far girare l’analisi e la conseguente prassi: per questo tutte le tematiche che insistono sulle scelte individuali e sulla libertà di scelta, che poi diventano anche terreno comune della collettività, non possono essere disgiunte da un ragionare che, in primo luogo, parte dalla concretezza della corporeità.

Non è un caso che proprio i movimenti delle donne abbiamo sempre messo in primo piano non solo la necessità di partire dal corpo anche e soprattutto se si parla di vita e di morte, ma anche abbiano sempre perseguito, quando si è percorso il cammino legislativo, la strada normativa più aperta e inclusiva possibile.

I movimenti delle donne non hanno mai chiesto leggi escludenti, né per la regolamentazione dell’interruzione della gravidanza, né per la procreazione assistita. Il principio è sempre stato quello di permettere, laddove ce ne fosse il bisogno, che il soggetto femminile potesse accedere a dei servizi. Anche sulla questione del fine vita le richieste sono sempre state ispirate a questo principio; lo stesso padre di Eluana, Peppino Englaro, ha sempre detto di volere seguire il desiderio della figlia nel non essere tenuta in vita artificialmente, e mai ha sostenuto che questa fosse l’unica visione e scelta possibile.

Da parte delle forze politiche e culturali che sostengono, al contrario, ‘la difesa della vita’ non ci sono spazi per l’interrogazione laica circa l’autodeterminazione su di sé: l’etica è di fatto disincarnata, risponde a principi non umani e non umanizzabili, e risolve ogni auspicabile domanda sui temi dell’etica e della scelta con il dover essere della vita ad ogni costo (sia nel dare la vita come nel finirla) perché essa non è nelle mani delle donne e degli uomini, ma bensì in quelle delle varie declinazioni del divino, in particolare nelle tre religioni rivelate. Parliamo dell'esperienza umana concreta e irripetibile delle vite che si dipanano nei giorni e nelle attese, tra desideri realizzati, timori infondati e speranze deluse, ancorata a relazioni che ne conoscono il senso e le danno significato. Parliamo a partire della nostra esperienza umana incarnata in un corpo di donna, e sappiamo che non è solo questione di integralismo religioso.

Al desiderio consapevolmente espresso da Eluana di non essere mantenuta in uno stato vegetativo attraverso un complesso apparato di tecniche e pratiche mediche invadenti e invasive, a quel corpo femminile indocile, il presidente del consiglio in persona ha opposto che era un corpo capace di generare. Le ha opposto il principio di autorità patriarcale che è all'origine del conflitto tra i sessi e al quale deve conformarsi la vita delle donne: l'autorità del Padre sulla filiazione. La volontà di riaffermare e di imporre a tutte e tutti quella stessa autorità con la forza della legge non è del resto all'origine del divieto di ricorrere a donatori esterni alla coppia per la fecondazione assistita?

Nel silenzio assordante calato dopo la morte di Eluana, rotto raramente da poche voci e gravato comunque dal peso della proposta referendaria, che rischia di essere un boomerang come lo fu, in assenza di un vero dibattito informativo e formativo, quello sulla legge 40, alcune donne e la rivista Marea sentono il bisogno di gettare se possibile un po’ di luce sul buio e sul silenzio pauroso che incombe su argomenti che dovrebbero essere al centro del dibattito perché in realtà sono al centro delle vite di chiunque.

L’intento è quello di offrire la lettura di un numero monotematico, come nella tradizione di Marea, che da una parte racconti in prima persona di donne e uomini che hanno vissuto passaggi cruciali a livello personale sul tema dell’autodeterminazione nella vita e nel fine vita, per dare corpo con le narrazioni ad argomenti che di solito sono incorporei, e rubricati sotto l’astratta voce di ‘etica’. Dall’altra abbiamo chiesto contributi di pensiero di esperte sul terreno della giurisprudenza, dell’etica, della scienza , della medicina e della filosofia, per offrire strumenti a chi legge, rafforzando la presenza di voci femministe autorevoli che aiutino a ridare senso alle battaglie laiche sul corpo e la libertà di scelta.

Oggi, di fatto, qualunque tema che abbia a che fare con il diritto individuale e l’autodeterminazione sul corpo deve fare i conti con un silenzio assordante e un ritardo colpevole da parte delle organizzazioni progressiste.

Potranno essere i movimenti delle donne, gli unici che dagli inizi delle lotte sui temi dei diritti umani e civili femminili hanno preso parola partendo dall’assunto che il privato è politico, a scuotere le coscienze contrastando le derive patriarcali e fondamentaliste?

SOMMARIO

FARO [donne dal mondo]

Afghanistan: Il coraggio di una donna di Glyn Strong

ORCA [il corpo indocile]

Perché indocile è femminile di Monica Lanfranco

Nascere e morire in Italia di Erminia Emprin Gilardini

Il genere nelle decisioni di inizio e di fine vita di Cecilia Cortesi Venturini

La rappresentazione del corpo oltre i propri confini di Marina Mariani

Il coraggio del quotidiano di Rossana Piredda

Morire di stato – intervista a Mina Welby di Monica Lanfranco

La vita agli ultimi giorni: parole, parole, parole, parole di Maddalena Gasparini

Tra singolarità e relazione di Lidia Menapace

Biopolitiche, bioetica: la scienza con parole di donne di Elena Del Grosso

La competenza negata di Sandra Morano

La vera storia di Madri e Provette di Monica Soldano

La pillola della discordia - intervista a Lisa Canitano di Erminia Emprin Gilardini

La vittoria di Miriam di Ileana Alesso

Corpo, Soggettività, Sessualità di Maria Rosaria Marella

Tra scelta e obbligo di Tiziana Valpiana

Perché così fan tutte di Sandra Verda

La prima parola e l’ultima di Giovanna Capelli

Il corpo è l’anima - appunti di una ricerca di Rosangela Pesenti

DELFINO [uomini rari si raccontano]

Un uomo di fronte all’aborto di Carlo Flamigni

CONCHIGLIE [libri e cinema]

 

 

 

Essere donne

 

Lunedì, 8 marzo alle ore 18.30 in aula 4 del Politecnico, c.so Duca degli abruzzi,
 ci sarà la proiezione del film  - ESSERE DONNE - di Cecilia Mangini
.
La proiezione sarà preceduta da un dibattito.
Siete tutte\i benvenuti!

 

Comunicato stampa: "Noi ci saremo"

Aderiamo alla manifestazione del 6 marzo a Torino  “..Donne per altre idee di donne.. “  promossa dal Collettivo AlterEva condividendone le parole e gli intenti.  La manifestazione dello scorso anno ci ha viste tutte impegnate a dar vita ad un corteo contro la violenza sulle donne, possiamo purtroppo dire che nel corso del 2009  nulla è cambiato, anzi, la condizione della donna è peggiorata sia nei luoghi di lavoro  che nella società tutta, permeata da una subcultura dominante che ci offende e ci ferisce.

 L’ 8 marzo è una delle date fondamentali nel percorso della nostra storia. Noi donne comuniste vogliamo ritornare a decidere della nostra vita, a riprenderci i nostri diritti. Essere protagoniste della difesa della libertà nostra e di tutte/i a cominciare da chi è sfruttata/o, da chi non ha speranza per il futuro. Il movimento delle donne, sempre dato per morto, ha irruzioni improvvise e noi, libere e ribelli, marciamo unite a testa alta, in cortei lunghi quanto le strade del mondo.  

Responsabile Diritti Segreteria Federazione PdCI Torino Marica Guazzora

Segretario Provinciale PdCI Torino Mao Calliano

Troviamoci tutte e tutti dietro il nostro striscione "Comuniste/i contro la violenza sulle donne"

 

In Val di Susa manganelli e non mimose


Siamo donne casalinghe, lavoratrici, pensionate, studentesse, disoccupate, contadine, precarie, e al contempo protagoniste attive nella lotta all’Alta Velocità.

Il sistema economico e sociale che impone il TAV in Valsusa è lo stesso che ci impone di essere composte o velate, merce o veline, oppure al potere con arroganza contro altre donne.
Portiamo con noi la foto di Marinella, simbolo della resistenza popolare in cui le donne pagano con la violenza sul proprio corpo il prezzo della disobbedienza civile. Marinella è stata selvaggiamente manganellata la notte del 17 febbraio ’10 a Coldimosso quando, manifestando davanti alle trivelle insieme a centinaia di persone, ha subito la vile e brutale aggressione dei carabinieri. La sua colpa? L’aver scelto di lottare per le proprie idee piuttosto che stare a casa a guardare passivamente la kermesse sabaudo/sanremese. Saremo sempre più determinate nell’opposizione a quest’opera che:· è insostenibile economicamente perché sottrae le già scarse risorse pubbliche ai servizi essenziali ( scuola, sanità, assistenza, trasporti), molti dei quali ottenuti con le lotte delle donne nel corso degli anni· mantiene un modello di sviluppo umanamente non sostenibile che promuove lo sfruttamento infinito del territorio e delle risorse in nome di un progresso che non porta benefici collettivi ma arrichisce i profitti di pochi. IL TAV è bipartisan (ovvero imprenditori di turno sono "amici" dell'una e dell'altra parte), ed è per questo che è disperatamente sponsorizzato come indispensabile. Il coinvolgimento dalla popolazione valsusina nella realizzazione dell’opera, tanto propagandato dalla governatrice Bresso, dall’ Osservatorio e dalle altre istituzioni politiche, in realtà non esiste. Ne è la prova la militarizzazione della Valle, la violenza legalizzata contro chi si oppone , l’agibilità di chi impunemente brucia i presidi, luoghi della vera partecipazione.

Continueremo a resistere con Marinella contro chi antepone gli interessi di pochi al benessere di tutte/i. La nostra determinazione è più forte dei vostri manganelli Resistiamo oggi per esistere domani. (6 marzo 2010)
 

Dita di dama

è lieta di presentare  Chiara Ingrao

Dita di dama   romanzo

Cristina Bracchi, docente di letteratura italiana, ne parlerà con l’autrice

letture di Paola Zoppi  accompagnate all’arpa da Daniela Vendemiati

 

giovedì 26 novembre 2009 ore 18,30  Salone dell’Antico Macello di Po Via Matteo Pescatore 7 Torino - seguirà un aperitivo

 

 

dalla seconda di copertina:

Mi chiamo Francesca, e sono io che racconto questa storia, non so bene se a qualcun altro o a me stessa, che importa? Importa altro: riuscire a trovare le parole giuste, per dire quegli anni. Millenovecentosessantanove, l’autunno caldo. Cosa poteva capirne Maria? Avevamo diciott’anni, non capivamo niente di niente. A lei l’hanno schiaffata in fabbrica, per volere di zio Sergio; a me all’università a studiare Legge, dopo pianti e strepiti, che io volevo fare la veterinaria. Potevo essere io, a dire a Maria di ribellarsi? Mi sentivo esclusa, dal mondo nuovo che se la stava risucchiando, in un vortice di parole oscure: il cottimo, la bolla, la paletta, i marcatempo… Marca-che? ho chiesto. Che roba è? Boh, non lo so, ha detto Maria. Ma dice che sono i più pericolosi di tutti, ‘sti marcatempo. Chi, lo dice? Mi ci perdevo, in quei suoi racconti arruffati su Mammassunta e le sorveglianti, su Ninanana e gli scioperi, e la milanese, e ’Aroscetta… Fioccavano i soprannomi, fra le operaie. E Maria come l’avrebbero chiamata, con le sue dita di dama e il suo seno sfacciato? Per me ti è andata bene, dicevo io. Buttala a ridere, dicevo; mentre le massaggiavo le tempie e le spalle, messe a mollo nel bagnoschiuma, per cercare di togliersi di dosso la puzza di stagno… E la puzza di fumo? E il consiglio di fabbrica? E la Stira? Una cosa pazzesca, incontrare Peppe in quel modo. E ancora più pazzesco innamorarsene. O no? Io non lo so, perché mi assediano la mente quei tempi frenetici, con tutte quelle cose che ci precipitavano addosso: piazza Fontana, i contratti, lo Statuto dei lavoratori, il divorzio, Reggio Calabria… Io non lo so, perché tutti questi ricordi, perché proprio ora. Se è per l’età, o per il casino che ci succede intorno; o invece soltanto per i casini fra Peppe e Maria, che lui non fa che rovesciarmeli addosso. Io non lo so: so che ci ho lasciato una parte di me, in quei giorni caldi di quarant’anni fa. Allegri e feroci, e più veloci della luce.

Dalla quarta di copertina:

"Operaia. Era bastata quella parola, a farle crollare il mondo addosso. Operaia: lacrime calde che mi colavano nel collo, il naso gonfio strofinato sulla camicetta, a sbrodolarmi di moccio. Frasi smozzicate, fra un singhiozzo e l’altro, come una bambina piccola: perché quello ha detto… Ma come fanno a pensare… E la stenodattilo? L’operaia, Francé. L’operaia!!

Digli di no, ho detto io. Rifiutati."

 

 

Lo spettacolo teatrale diventa libro

 Non mi arrendo! Non mi arrendo!

Un teatro di donne, memorie, lotte e diritti


Presentazione del libro  8 ottobre 2009 ore 16,30
Circolo dei Lettori Palazzo Graneri della Roccia Via Bogino 9 - Torino


Presentazione a cura di
Vanna Lorenzoni - Segretaria Generale SPI CGILTorino


Intervengono:
AngelaMigliasso - AssessoreWelfare Regione Piemonte,Giovanna Pentenero - Assessore Istruzione Regione Piemonte
Anna Bravo - storica, Università di Torino,Alberto Pagliarino - studioso di teatro, Università di Torino
Vera Schiavazzi - giornalista de La Repubblica


Saranno presenti:
Carlotta Pedrazzoli e Roberta Gandolfi - curatrici del libro
Eufemia Ribichini - responsabile del progetto
Gabriella Bordin,Mariella Fabbris, Rosanna Rabezzana,Elena Ruzza - ideatrici del progetto teatrale
tutte le protagoniste del progetto
 

 Non mi arrendo! Non mi arrendo!

di Silvia Asoli

Borges lo ha detto forse meglio di tanti altri: senza memoria non c’è il tempo, senza il tempo non c’è la storia. E c’è chi ha davvero dato concretezza alle sue parole: cinquanta donne che hanno scelto di testimoniare la storia personale e collettiva di sessanta anni di lotte per i diritti civili. Cinquanta donne, dai 15 agli 80 anni, dirette dalle attrici Gabriella Bordin, Mariella Fabbris, Rosanna Rabezzana e Elena Ruzza, testimoni sulla scena e nella vita di una memoria che diviene storia.

Se l’emozione facesse notizia, la storia di questo spettacolo riempirebbe pagine e pagine di giornali. Invece probabilmente, purtroppo, le emozioni vive e potentissime che queste donne ci regalano a piene mani, resteranno solo nelle coscienze degli spettatori e dei protagonisti che ad esso hanno creduto. E per questo crediamo sia giusto a nostra volta essere testimoni.

“Non mi arrendo, non mi arrendo: storie di Donne, di diritti conquistati e da conquistare”, è il secondo riuscito appuntamento fortissimamente voluto e realizzato dal coordinamento donne Spi di Torino con il patrocinio della Regione, della Provincia, del Comune e con la collaborazione del Teatro stabile di Torino. Frutto del lavoro condotto attraverso laboratori teatrali che hanno coinvolto le donne di diverse età a Settimo torinese, Pinerolo, Ivrea, Torino città e Collegno, lo spettacolo rappresenta un tributo che le donne dello Spi hanno voluto offrire per celebrare i 60 dalla carta costituzionale.

E davvero il racconto di eventi individuali di vita e di lavoro si intreccia con le tappe delle conquiste per i diritti civili. La prima esperienza in fabbrica, la nascita dei figli, la miseria, gli scioperi, le discriminazioni sessuali, sono raccontate da chi le ha veramente vissute sulla sua pelle, ma nel contempo commentate da immagini e musiche che raccontano le battaglie collettive su questi temi. I bellissimi contributi fotografici di Marilaide Ghigliano, ci ricordano tanti risultati importanti: dal divieto di licenziamento delle donne per matrimonio (1963), all’approvazione della legge di tutela delle lavoratrici madri (1971), al nuovo diritto di famiglia (1978), all’approvazione della legge 194 (1978), fino all’approvazione della legge antistupro che trasforma questo reato da reato contro la morale a reato contro la persona (1996). Così come il coro dei bambini della scuola “Martiri della Libertà” di Settimo Torinese, diretti da Giuliano Contardo, ci dimostra, intonando le stesse canzoni di lotta e di lavoro cantate all’inizio dagli adulti, che perdere la memoria del nostro passato, anche quella musicale,  è un crimine inutile e senza senso.

La cultura si deve fare concretamente, dice una delle protagoniste alla platea.  Mentre un’altra risponde che “conoscere meglio quelle che sono state le nostre conquiste, pagate duramente, qualche volta anche con la vita, renderebbe più forti i nostri figli, nelle nuove lotte che purtroppo sono davanti a loro”. 

Proprio a loro, alle giovani generazioni, quelle “che non fanno assemblee, ma hanno gli ambiti, che non hanno ufficio ma solo un cellulare, che sono flessibili e precari anche se sono nello stesso posto e con lo stesso pseudo contratto da più di dieci anni” è dedicato lo spettacolo. Per far si che la memoria di ieri possa costruire meglio la storia di domani. (Spi-CGIL)

 

 

 Pillola RU486, il vero obiettivo è la 194

 

Dalle informazioni che si possono trovare, ampiamente diffuse e sostanzialmente concordi, la pillola Ru486 appare come un farmaco che permette un intervento per l’interruzione della gravidanza meno invasivo degli altri (che sono di tipo chirurgico) e in applicazione della legge n.194. E’ sostanzialmente una modalità di intervento aggiuntiva a quelle tradizionali, che può essere scelta, se del caso, dai sanitari e dalla donna, debitamente informata, verificate le condizioni concrete di ogni tipo, anche psicologico. La pillola dovrà essere usata sotto rigido controllo medico, è stata ampiamente sperimentata tanto da essere già adottata da 14 paesi europei ed è stata  autorizzata dall’Agenzia europea del farmaco dell’Unione Europea.  

In questo contesto appare comprensibile e giustificata la decisione dell’Aifa sul via libero all’uso anche in Italia di questo farmaco, peraltro dopo un iter lunghissimo e molto contrastato.

Perché allora questa ostilità delle principali gerarchie della Chiesa ? A me sembra che essa  sia solo un aspetto, che le circostanze offrono, della campagna contro la 194, che non è mai stata interrotta, dopo il referendum del 1981. Mi  sembra che la Chiesa, invece che fare campagne sostanzialmente politiche, debba, giustamente e più che legittimamente, continuare a mettere in luce il rilievo fortemente etico, della scelta di non proseguire una gravidanza (ma guardando anche alla situazione concreta della donna coinvolta e senza mai criminalizzare comunque tale difficile decisione).

Il problema vero è quindi la 194, non la Ru486. Sulla 194 i cattolici democratici, di ispirazione conciliare, espressero a suo tempo, dopo approfondite riflessioni, una opinione favorevole, dopo che loro esponenti in Parlamento contribuirono a modificare il testo originario, introducendo cautele e norme sulla educazione e la prevenzione.   Non c’è motivo per cambiare parere. La 194, se non boicottata e applicata integralmente, è una buona legge ed è ormai consolidata nell’opinione pubblica del nostro paese. Se non fosse così, la Conferenza episcopale non esiterebbe a lanciare nuovamente un referendum per la sua abrogazione.(Il Manifesto 3 agosto 2009)

 

 

 Identikit della pillola RU486


 La pillola abortiva Ru486 è già in uso in vari paesi e dal 2005 è inserita nella lista dei farmaci dell'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).

PILLOLA RU486, ECCO COME AGISCE: La pillola RU486 ha un verificato effetto abortivo. A base di mifepristone, è in grado di interrompere la gravidanza già iniziata con l'attecchimento dell'ovulo fecondato. L'aborto farmacologico tramite Ru486 prevede l'assunzione di due farmaci: la Ru486 appunto (che interrompe lo sviluppo della gravidanza) in abbinamento a una prostaglandina che provoca le contrazioni uterine e l'espulsione dei tessuti embrionali. Ogni Paese in cui la pillola abortiva è commercializzata ha delle regole e delle scadenze precise: la pillola può infatti essere assunta entro un certo periodo di tempo, calcolato in settimane. Quindici giorni dopo l'espulsione, che avviene nel 98,5% dei casi, la paziente viene sottoposta a valutazione ecografica e ad una visita di controllo. Cosa diversa è, invece la cosiddetta 'pillola del giorno dopo' Norlevo, con la quale la RU486 è spesso confusa: In questo caso si tratta di un anticoncezionale e non provoca, secondo gli esperti, l'interruzione di una gravidanza, ma impedisce l'eventuale annidamento nell'utero dell'ovulo che potrebbe essere fecondato.

LE ORIGINE DELLA PILLOLA ABORTIVA: Le ricerche per la produzione della pillola abortiva Ru486 iniziarono nel 1970 in Francia, quando un gruppo di chimici ed endocrinologi guidati da Etienne-Emile Baulieu ed Edouard Sakiz cominciarono a sviluppare un programma di ricerca per realizzare una gamma di molecole per il regolamento dell'attività ormonale e anti-ormonale. Nel 1982 Baulieu presentò all'Accademia delle scienze i risultati clinici della nuova sostanza anti-progesterone: il mifepristone. La sostanza, chiamata col codice Ru 38 486, venne denominata in forma abbreviata Ru486 e presentata come un'alternativa all'aborto per aspirazione.

I PAESI DOVE E' GIA' IN COMMERCIO: La Ru486 è commerciabile in Francia dal 1988. Nel 1990 fu autorizzata in Gran Bretagna, e un anno dopo in Svezia. Dal 1999 la pillola viene ufficialmente commercializzata in Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Grecia e Paesi Bassi, Svizzera, Israele, Lussemburgo, Norvegia, Tunisia, Sudafrica, Taiwan, Nuova Zelanda e Federazione russa. Nel 2005 il mifepristone è stato aggiunto alla lista dei farmaci dall'Organizzazione mondiale della sanità, che ha anche definito delle linee guida.(Ansa 30 luglio 2009)

 

La RU486 arriva in Italia. Dura condanna del Vaticano

 

La Ru486 arriva in Italia. Dopo una riunione durata più di quattro ore, è arrivato giovedì in tarda serata il via libera a maggioranza (quattro contro uno) dall'Agenzia italiana del farmaco alla pillola abortiva. Il Consiglio di amministrazione dell'Aifa ha infatti approvato l'immissione in commercio nel nostro Paese del farmaco già commercializzato in diverse altre Nazioni. Nel Cda dell'Aifa hanno votato a favore della pillola il presidente Sergio Pecorelli e i consiglieri Giovanni Bissoni, Claudio De Vincenti e Gloria Saccani Jotti. Ad esprimersi negativamente è stato invece Romano Colozzi, assessore alle Risorse e Finanze della Regione Lombardia. La Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero, così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza. Nelle disposizioni, ha spiegato l'assessore Bissoni, c'è un «richiamo al massimo rispetto della legge 194 e all'utilizzo in ambito ospedaliero. Dopo una lunga istruttoria è stato raccomandato di utilizzare il farmaco - ha aggiunto - entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro la settima settimana». Entro questo termine, infatti, le complicanze per l'uso del farmaco sono sovrapponibili a quelle dell'aborto chirurgico, ha concluso l'assessore.

LA CONDANNA DEL VATICANO - Ancora prima che l'Aifa si pronunciasse, il Vaticano era tornato all'attacco contro la pillola abortiva. L'Osservatore Romano aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486 riportando le preoccupazioni espresse dalla sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella. «La decisione dell’Aifa a favore della commercializzazione - secondo il sottosegretario, non è scontata, alla luce delle 29 morti tra donne in vari Paesi del mondo causate dalla Ru486. Sulla sicurezza della pillola, dunque, "persistono molte ombre"», ha scritto il quotidiano vaticano. È stato poi monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Academia pro Vita, a spiegare che l'uso della pillola in questione comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i medici che l’hanno prescritta perché la sua assunzione è analoga a tutti gli effetti dell’aborto chirurgico. «Dal punto di vista canonico è come un aborto chirurgico» sottolinea il vescovo. «L’assunzione della Ru486 equivale ad un aborto volontario con effetto sicuro, perché se non funziona il farmaco c’è l’obbligo di proseguire con l’aborto chirurgico. Non manca nulla. Cosa diversa è la pillola del giorno dopo, che, pur rivolta ad impedire la gravidanza, non interviene con certezza dopo che c’è stato il concepimento. Per la Ru486, quindi, c’è la scomunica per il medico, per la donna e per tutti coloro che spingono al suo utilizzo». «Rimango allibito dall'atteggiamento dell'Aifa (agenzia italiana per i farmaci)» ha anche detto Sgreccia e « spero - ha aggiunto - che ci sia un intervento da parte del governo e dei ministri competenti» perché la pillola abortiva RU486 «non è un farmaco, ma un veleno letale». (Corriere della sera 30 luglio 2009)

 

 

 Rompere il silenzio: una scelta di forza


di Redazione
Rompere il silenzio sulla deriva ogni giorno più allarmante che sembra caratterizzare in Italia il rapporto donne e politica/donne in politica è divenuto urgente. Così come è urgente denunciare l’impoverimento e la strumentalizzazione dei linguaggi della politica e il degrado delle sue pratiche, per* *non soggiacere inerti alla trivialità di cui è permeata gran parte della scena pubblica, così intrisa di una “idea di donna” che era lecito sperare superata da tempo.

La Società Italiana delle Storiche lancia un appello a tutte le donne e gli uomini di questo paese che avvertono la necessità di un immediato ritorno alla responsabilità della politica, per denunciare la quotidiana offesa alla dignità delle donne e alla loro presenza pubblica.
Questa ha rappresentato e rappresenta infatti una delle più significative battaglie del mondo contemporaneo e la condizione perché le donne possano affermare una nuova visione della politica, frutto degli spazi che esse si sono faticosamente conquistate nella vita economica, sociale e culturale.

Giorno dopo giorno, l’immagine che ci viene rinviata dai media è invece essenzialmente quella di giovani donne disposte a tutto pur di calcare, in alternativa ai palcoscenici dei teatri di posa, le aule di consigli e parlamenti; di donne dal bel corpo pronte ad offrirlo ad affaristi e uomini politici di successo pur di garantirsi vantaggi diretti e indiretti: un incarico istituzionale, un ruolo di spicco in una società mista, un finanziamento in bilancio, un comma di legge utile. Il silenzio di ministre della Repubblica che tacciono su tutto questo è assordante.

Siamo ben coscienti che quell’immagine ritrae solo una scheggia della realtà, anche se ha dalla sua la forza di corpi che occupano ossessivamente le pagine dei periodici di successo e gli schermi delle trasmissioni più seguite. Ma è una raffigurazione che non rende giustizia alle migliaia di donne che si dedicano alla politica con passione e autorevolezza.

Denunciamo quindi il degrado dei metodi della politica, in particolare dei meccanismi di selezione della classe dirigente. Tuttavia non ci nascondiamo che nel costruire e alimentare questo stato di cose molte donne sono soggetti attivi e propulsivi, partecipi della stessa cultura di cui quel degrado è frutto ed espressione e dunque complici della costruzione di stereotipi pronti a ritorcersi contro tutte le donne che credono nella politica come luogo di progettazione e mutamento reale.

Di qui la necessità di dire con forza:

che è urgente porre mano a una vera e propria rifondazione democratica della cultura politica italiana;

che il tema della parità e dignità delle donne non può non costituirne un tratto fondamentale;

che di tale processo vogliamo e dobbiamo essere protagoniste non estemporanee.

Siamo infatti donne coscienti della nostra forza, dei nostri diritti e delle nostre responsabilità civili e intellettuali consapevoli delle competenze e delle esperienze che possiamo mettere in campo.

Abbiamo bisogno di interlocutori - e molte in questi giorni sono state le testimonianze del disagio di essere costrette/i a vivere questo clima politico - ma vogliamo anche essere interlocutrici attive. Il nostro, infatti, non è solo un segnale di allarme; è un invito a progettare e promuovere incontri e iniziative a breve e medio termine con altre associazioni.
È altresì un impegno a ripensare parole e linguaggi, ruoli e identità, strumenti e progetti che permettano di lasciarsi alle spalle la tristezza morale e politica di questo presente, fuori da ogni incongruo ottimismo, ma anche da ogni tendenza a chiudersi nell’orizzonte dello sdegno impotente e della resistenza individuale fine a se stessa.

Per adesioni: direttivo@societadellestoriche.it

 

 Ronde o branco?

di Marica Guazzora*

Leggo questa nota dell’Ansa sul decreto antistupro e la notizia è da far gelare il sangue nelle vene:

 “Il Consiglio dei ministri ha dato via libera al decreto legge contenente misure urgenti in materia di sicurezza e contrasto alla violenza sessuale. Tra le misure del decreto legge in materia di sicurezza e contrasto alla violenza sessuale, approvato dal Consiglio dei ministri, è presente anche una norma che consente ai sindaci di avvalersi di associazioni di cittadini non armati, in coordinamento con i prefetti. Gli ex appartenenti alle forze di polizia e alle forze armate avranno un ruolo "prevalente" nelle ronde di cittadini. Lo ha annunciato il ministro della Difesa Ignazio La Russa lasciando palazzo Chigi al termine della discussione in consiglio dei ministri che ha dato il via libera al decreto anti-stupri. La Russa ha poi sottolineato che la proposta di dare agli ex appartenenti ai corpi di polizia e ai militari un ruolo "rilevante" nelle ronde è stata portata al tavolo da An e, al termine della discussione, condivisa da tutto il Consiglio dei ministri.” 

Di bene in meglio. C'è’è la logica del branco anche in questo bel provvedimento, altrimenti come si spiega il piacere di “passeggiare” in gruppo di queste persone?

Non saranno armati. E chi vieterà loro di menare le mani? E’ per questo che non  girano da soli ma in branco, che è l'intesa tra maschi, la creazione del gruppo che esclude i più deboli, è l'esaltazione collettiva,  magari incitandosi l’uno con l’altro, magari alla ricerca dello “sporco immigrato” a cui dare una bella lezione di vita, magari divertendosi a molestare un barbone che dorme, magari accettando la “provocazione” del corpo di quella donna lì, che merita di essere castigata, perché gira di notte, da sola, e non è neanche brutta. 

No, le ronde non evocano né legalità, né giustizia, né diritti, ma solo altra violenza, altro dolore, altre umiliazioni, altre botte, però questa volta, legalmente, in nome del governo in carica. Sai che bellezza per un migrante  essere magari pestato da un ex militare o da un ex poliziotto o da un cittadino qualunque,  piuttosto  che da un poliziotto o da un vigile urbano  nell’atto delle loro dis-funzioni?! C’è tutto un altro gusto.

Sabato 28 febbraio ci sarà un corteo contro il pacchetto sicurezza, organizzato dalla Rete Migranti di Torino,  è già una prima occasione per andare a gridare che noi No le ronde non le vogliamo. 

Noi donne non vogliano la protezione delle ronde, come non vogliamo quella dei militari, che per noi hanno sempre significato solo violenza. 

E poi  chi ci dice che non avremo bisogno di  proteggerci  proprio dalle ronde? Il rischio c'è e si vede.

Per l'8 marzo in tutta Italia ci saranno cortei di donne, a Torino lo faremo il 7 marzo. Propongo di aggiungere alle  parole  d’ordine che ogni corteo lancerà  anche parole contro le ronde. E che siano parole di fuoco!

* Responsabile Diritti Federazione Torino e provincia

 

 Stupri. Il governo verso un decreto urgente

 

Niente domiciliari per i responsabili. E intanto a Roma spedizioni punitive contro i rom. L'orrore della violenza sessuale è senza fine, ce lo ricordano i fatti di cronaca di questi ultimi giorni: a Roma, Milano, Bologna giovani donne vittime di questa barbarie

E allora il governo decide di varare un provvedimento d'urgenza che anticipi il disegno di legge sulla sicurezza già passato la scorsa settimana in Senato ed ora in discussione alla Camera. Diversi i punti del decreto che vanno dal patrocinio gratuito alle vittime all'aumento degli organici di polizia, fino al divieto di concessione degli arresti domiciliari a chi è accusato di violenza sessuale. E non è tutto perché il ministro degli Interni, il leghista Maroni, vorrebbe inserire nel decreto una norma già bocciata a Palazzo Madama: portare da 60 giorni a 18 mesi la permanenza dei clandestini nei Centri di identificazione ed espulsione -Cie-. Questo perché, sostiene il titolare del Viminale, il tempo previsto attualmente è insufficiente per completare l'iter di identificazione dei clandestini e per ottenere il via libera al loro rimpatrio dalle autorità dei Paesi originari.

Quest'ultimo punto diventerà oggetto di una trattativa tra Maroni ed il Quirinale al fine di evitare che il Presidente della Repubblica non controfirmi il decreto; per questo c'è la possibilità che in sede di conversione il periodo di tempo sia portato a 6 mesi. Un altro punto controverso da inserire nel decreto riguarda sempre una norma voluta dalla Lega, ovvero l'istituzione, o meglio l'istituzionalizzazione delle ronde cittadine: «gli enti locali saranno legittimati ad avvalersi della collaborazione di associazioni di associazioni tra cittadini al fine di segnalare agli organi di polizia locale eventi che possano arrecare danno alla sicurezza». Chissà se hanno deciso anche il colore delle camice di questi cittadini...

E tutto questo mentre sempre la Lega annuncia una raccolta di firme per la castrazione chimica degli stupratori, anche se preferirebbe chirurgica, come specifica il ministro - giustappunto - per la Semplificazione Calderoli. Non c'è che dire, molta carne al fuoco, ma che porterebbe a quali risultati? Nulla, nelle parole e negli atti del governo che provi ad incidere realmente nella società, che cerchi di invertire o perlomeno di rallentare la spirale di odio e violenza, di degrado urbano e sociale che genera sacche di povertà economica e culturale. Per cui assistiamo all'orrore nell'orrore, spedizioni punitive, caccia al clandestino, caccia al rom, caccia a tutto ciò che è altro da noi. Ma il punto di partenza rimane sempre lo stesso, le donne continuano ad essere violentate.

Non una parola sulle violenze subite dalle donne tra le mura domestiche, da padri, mariti, fratelli, conviventi, non una parola sulle violenza subite dalle donne all'interno della cerchia delle conoscenze più intime, nonostante le statistiche siano esplicite e ormai stranote. Se da un lato non ci sono dubbi su quanto siano fitte e ben ordite le maglie di un retaggio culturale che porta ancora oggi le donne a subire ciò che subiscono, dall'altro non vediamo niente di concreto su temi come la certezza della pena, sulla reale possibilità di intervenire anche giuridicamente, soprattutto in una fase in cui quello stesso governo che grida all'indignazione per le violenza e invoca strette autoritarie di dubbio gusto costituzionale, lavora contemporaneamente ad riforma della giustizia che, come fa notare il presidente dell'Anm Luca Palamara, «con i disegni di legge sulle intercettazioni e la riforma del processo penale si rende quantomai difficoltosi l'accertamento dei reati e la celebrazione dei processi».(www.larinascita.org 16 febbraio 2009)

 

 

Il Vaticano lo vieta

di Marica Guazzora*

«L’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita»: lo dice l’Istruzione “Dignitatis Personae”, a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede, presentata in Vaticano il 12 dicembre scorso. .

Mi piacerebbe tanto capire, perché qualche dubbio mi viene, se i divieti sarebbero  diversi o inesistenti se a portare in grembo il frutto del concepimento fosse un essere umano di genere maschile anziché femminile, perché tutto ciò che riguarda la donna, compresi i tanti divieti di cui la Chiesa ci fa oggetto, partono già dal cosiddetto  “peccato originale”. Per la Chiesa la donna era, e continua  ad essere, un essere impuro, così impuro che non può nemmeno diventarne sacerdote, può diventare suora, cioè sposa di Cristo, ma non può celebrarne i sacramenti, sarebbe troppo onore!

Questo dovrebbe già far riflettere.

Ci sarebbe  poi da obiettare quanto si può definire essere umano quel grumo formatosi dal concepimento, ma se proprio si volesse considerare, per alcuni secondi,  che quel grumo ha il diritto di persona, allora possiamo analizzare quanto questi diritti sono rispettati dalla donna che se lo porta in grembo e quanto dal Vaticano che invece decide di imporre le sue leggi su tutto. Il primo diritto di questo grumo è innanzitutto quello di non esserci affatto perché usando metodi di contraccezione, il problema è già risolto a monte. Ma naturalmente il Vaticano vieta l’uso di anticoncezionali, neppure in caso di trasmissione di malattie quali l’Aids.  

Il diritto di questo grumo è innanzitutto di formarsi in modo sano per far crescere  un corpo sano, la legge 194 consente alla donna di scegliere, il Vaticano lo vieta.

Il diritto di questo embrione è in secondo luogo di formarsi e crescere e poi nascere in un ambiente sicuro, accettato, amato, desiderato, voluto dalla donna che lo porta in grembo. Riferendosi alle questioni legate alla procreazione umana e alle forme di fecondazione artificiale, il documento afferma che «l’origine della vita umana… ha il suo autentico contesto nel matrimonio e nella famiglia, in cui viene generata attraverso un atto che esprime l’amore reciproco tra l’uomo e la donna. Una procreazione veramente responsabile nei confronti del nascituro deve essere il frutto del matrimonio”

La donna deve scegliere e può scegliere cosa è meglio e giusto, innanzitutto per lei,  e non è una scelta facile, mai, anzi spesso è una scelta dolorosissima. Il corpo è mio e lo gestisco io. Il Vaticano lo vieta. 

 La pillola del giorno dopo, la RU486, è sicuramente il mezzo che consente alla donna di non subire il trauma di questa scelta. Il Vaticano lo vieta. “Si deve notare che in colui che vuol impedire l’impianto dell’embrione eventualmente concepito, e pertanto chiede o prescrive tali farmaci, l’intenzionalità abortiva è generalmente presente”, sostiene il documento vaticano, sancendo di fatto l’obiezione di coscienza anche per i contraccettivi di emergenza. La contragestazione comporta “aborto di un embrione appena annidato” ed è quindi “gravemente immorale”. Anche la clonazione viene condannata come “intrinsecamente illecita, in quanto intende dare origine ad un nuovo essere umano senza connessione con l’atto di reciproca donazione tra due coniugi e, più radicalmente, senza legame alcuno con la sessualità. Tale circostanza dà luogo ad abusi e a manipolazioni gravemente lesive della dignità umana”  

Io lo so, le donne lo sanno, che non a quel  grumo spetta la dignità di persona ma  questa spetta innanzitutto a noi, alle donne.

Il Vaticano vuole che un grumo di nulla  abbia dignità di persona ma non vuole che le donne abbiano questa dignità, vuole decidere le scelte sulla nostra pelle, è storia antica ormai, e  non ci stiamo a far decidere la nostra vita da altri,  sono anni che non ci stiamo più, e  scendiamo in piazza a continuiamo ovunque le nostre lotte contro i divieti del Vaticano e contro i governi di destra, (ma non solo quelli di destra) che non rispettano  mai la dignità della persona, non ne rispettano i diritti umani, a cominciare dal diritto al lavoro, a vivere una vita dignitosa, al diritto alla propria religione, etnia, cultura, orientamento sessuale, però poi, ipocritamente,  concordano con il Vaticano quando stra-parla di famiglia. Ma da che pulpito! (17 dicembre 2008)

* responsabile Diritti  Federazione Torino 

 

 No di Vaticano e governo alla pillola RU486

Ma il via libera definitivo dell'Aifa dovrebbe arrivare questa settimana

 Il probabile arrivo in Italia - ultima insieme ad Irlanda e Portogallo in tutta Europa a renderla accessibile - della pillola abortiva Ru486 sta suscitando il solito putiferio politico-ecclesiastico.A partire dall'anno prossimo infatti potrebbe finalmente entrare in commercio l'Ru486 e proprio nel giro di questa settimana l’Aifa, l’Agenzia del farmaco, esaminerà il dossier per darne il via libera definitivo. Netta la condanna del Vaticano che per bocca del cardinale Javier Lozano Barragan si scaglia contro l'aborto «in qualsiasi forma esso venga praticato a casa o in clinica, perché si uccide un essere innocente». E ancora la pillola RU486 «non è innocente per la salute delle donne». Ma a ben vedere non è solo la Chiesa a rivoltarsi contro una pratica farmacologica che eviterebbe un intervento chirurgico a colei che decide, espletando un suo diritto sancito da una legge dello Stato, di abortire.

Anche la politica, ormai sempre più influenzata dai moniti d'Oltretevere, lancia subdoli appelli contro l'utilizzo della pillola abortiva in nome non dell'etica cattolica ma della salute stessa. Così la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella ribadisce i suoi dubbi sulla pericolosità del farmaco per le donne e un'altra esponente del governo, il ministro Giorgia Meloni, afferma che «sempre di aborto si tratta. La Ru486 è l'interruzione di una gravidanza già iniziata, ed è un farmaco che presenta gravi rischi per le donne che lo assumono».

Un “attenzione donne fa male” per un farmaco invece la cui efficacia e sicurezza è ritenuta ampiamente testata; proprio quest'anno l’Emea, l’Agenzia Europea del controllo sui farmaci, ha ribadito la sicurezza della pillola. Inoltre il medicinale dovrà essere somministrato in ospedale con l’obbligo di almeno un giorno di ricovero, in coerenza con la Legge 194 che regola l’aborto. L'ennesimo tentativo questa volta non di bloccarla, dato che l'iter è ormai arrivato a conclusione, ma di delegittimarla, d'altronde dove non arriva la politica arriva la fede...(www.larinascita.org  15 dicembre 2008)

 

Le sorelline dell'onda travolgono il corteo


di Daniela Preziosi

«Lesbica? No..., ma ci attraversano tanti desideri diversi, tanti sentimenti diversi....». Femminista? «Femminista». Separatista? «No. Ehm: un conto è dire che questa manifestazione è solo di donne, che ci siamo prese uno spazio pubblico solo per noi. Ma queste donne poi fanno tante altre cose in luoghi dove ci sono anche gli uomini». Vuoi dire che il separatismo è una scelta datata? «No. Che è rispettabile». Va bene, ma i vostri compagni all'università come l'hanno presa, un corteo di movimento alla quale non erano invitati? «Alcuni bene, altri se ne fregano». Donatella, 27 anni, capello corto, studente di Lettere un tantino fuori corso (le mancano dieci moduli, dice, tradotto in esami sono 4 o 5 dice, con aria comprensiva come spiegasse alla nonna) è una ragazza dagli occhi grandi e appena meno che abbaglianti per via di un'apposita frangetta, piazzata là per smorzare quella sua luce salentina. E' di Miggiano, culla di taranta, in molte mappe neanche un punto sulla cartina. Ama la scrittrice Goliarda Sapienza, le piace Madonna «icona gay e lesbo, massì, ma qui ci contaminiamo, e può succedere che con le altre ci scambiamo le icone». Collettivo La mela di Eva, Donatella c'era anche l'anno scorso. E' è una delle migliaia di ragazze che sfilano a chiusura del corteo «contro la violenza maschile». Universitarie, soprattutto, ma ci sono anche le sorelline minori dei licei. Un corteo nel corteo, in pratica, quelle che «la crisi non la paghiamo». Per come sono vestite, per come si muovono, perché fanno manifestazioni da un mese, perché ballano, ballano e ballano per tutto il corteo. Per come si salutano, intraducibile a parole, ma ci proviamo: se i ragazzi dell'Onda lo fanno alla maniera dei surfisti, loro raddoppiano, uniscono i mignoli e i pollici. E' una citazione del femminismo anni '70, indici e pollici uniti, simbolo di autodeterminazione del corpo.
Di quel femminismo sanno quello che basta per portare rispetto e segnalare distanze. Va bene la definizione 'femministe e lesbiche' perché le seconde pretendono di essere visibili e nominate, il linguaggio dice ma anche cancella. Antonella, anche lei di Lettere, 22 anni: «La nostra non è una manifestazione separatista, è 'non mista'. E del resto viene da mesi di mobilitazioni all'università. Un mese fa, il salto, così si agganciano alle 'sommosse' che organizzano il corteo nazionale: «Abbiamo deciso di fare un'assemblea di sole donne, e poi di aderire a questo corteo». Perché, spiega Marta, di Fisica - una delle dj del camioncino e passa tutto il pomeriggio a far ondeggiare le altre - «le donne sono le prime a pagare la crisi e le politiche della destra: fra le disoccupate le ultime a trovare lavoro, fra le precarie le prime a perderlo, come mamme a stare a casa perché a scuola i figli non hanno il tempo pieno». E le ministre contestate, Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, vittime o carnefici?: «Carnefici... ma vittime pure loro, poverine, non riescono ad a andare oltre». Ma gli slogan, tutti, anche i più duri, quelli che suonano sulle rime vecchie dell'autonimia operaia, stanno alla larga dalle ministre. L'anno scorso hanno assaltato il palco con le ministre del centrosinistra - che davano le spalle alla manifestazione e parlavano alle telecamere - quest'anno le ragazze attaccano il governo Berlusconi e non vanno leggeri su Veltroni e sulla Cgil (presenti in piazza le metalmeccaniche della Fiom). Quest'anno di parlamentari non ce n'è, qualche ex passeggia con loro, di politiche neanche (qualche amministratrice, ma sta compostamente negli striscioni dei centri antiviolenza), telecamere quasi zero. Il Palazzo è a una distanza siderale.
Loro la politica la fanno senza deleghe, ma persino questa espressione è datata, se applicata a loro: occupano, manifestano, organizzano assemblee e discutono con i loro compagni. Che capiscono? «Mica sempre, ma neanche le donne capiscono sempre. Io per esempio sto in questa parte del corteo perché qui si respira, non si parla solo di violenze e di stupri». Serena, Antropologia di Bologna (ma lei è di Trento) porta uno striscione con Marta, di Scienze Politiche (ma lei è di Mantova) e Mauro (di Padova). Slogan polemico «Femminist* non separatist*». Mauro, soprattutto, è polemico: «Sulla violenza contro le donne il maschile è metà della problematica, e deve fare la sua parte, anche in un corteo come questo». Vuole 'aggiungere la sua sfumatura', fa parte di «inversamente proporzionale», uno dei tanti gruppi che si stanno cominciando a vedere all'interno degli studenti in movimento di tutta Italia. «Piccoli gruppi di autocoscienza», spiegano. Già sentito, obiettiamo, con l'idea un po' disarmante che non c'è altra strada che ricominciare sempre d'accapo, con il piccolo gruppo. Disarmante. No, replicano, non l'hai mai sentito. «Sono gruppi Lgbtqe». Per gli amanti del genere significa lesbo-gender-bisex-trans-queer. Bontà loro, stavolta ci hanno aggiunto anche la 'E' di etero.(Il Manifesto 23 novembre 2008)

 

 

Roma 22 novembre 2008:

 Con le “Sommosse” in piazza contro la violenza alle donne

Sovversive, gioiose, rabbiose, le Sommosse femministe e lesbiche - questo il nome che si sono date dallo scorso gennaio - oggi scenderanno nelle strade della capitale per la manifestazione nazionale contro la violenza alle donne. Sarà una manifestazione che in continuità con quella del 25 novembre scorso rifiuta ogni tipo di compromesso, simbolo, bandiera o partito politico; sarà completamente auto- organizzata dal basso, da collettivi, realtà e  associazioni che compongono la rete nazionale della FLAT, l’assemblea nazionale di femministe e lesbiche nata in seguito alla manifestazione dello scorso anno che aveva portato in piazza più di 150 mila donne.  Sono militanti instancabili e intransigenti alle prese con un lavoro e politico permanente che non merita mai il dovere delle cronache ma che pone come centralità la libertà e l’ autodeterminazione della donna e dei soggetti G.B.L.T (gay, bisessuali, lesbiche, trans)

Libertà è una parola che non delega - si legge nei loro blog, volantini, comunicati - scomoda per una società che continua ancora a mantenere il suo ordine simbolico sul disequilibrio di genere e sull’essenzialismo   biologico dei sessi; è un’azione politica che sfida il contrattacco maschile, all’autonomia delle donne agito da norme, politiche repressive e securitarie, da attacchi provenienti dalle forze neo-cons; una pratica politica che non compromette mai la sua autenticità anche all’interno di contesti rivoluzionari, come quello attualissimo dell’onda studentesca, in cui le universitarie hanno deciso di rivendicare e far valere la propria autonomia dando una lettura di genere della “neo- riforma”. In nome di questa libertà, le femministe e lesbiche scendono in piazza, a ridosso  della giornata internazionale contro la violenza alla donna, per denunciare ancora una volta la matrice sessista della violenza, che si origina nel privato, nella relazione tra i generi, nella famiglia ove si consuma il primo atto di dominio politico dell’uomo sulla donna e si dispiega nel sociale, assumendo molti volti: istituzionale, xenofobo, omofoba.  Il patriarcato ha tanti volti e modalità di attacco, ma un’unica mossa inconfondibile, quella che nel definire ciò che è normale perchè naturale, non solo stabilisce il dominio maschile nel posizionamento gerarchico tra i due sessi ma rigetta come abietti, chi eccede il suo sistema eterosessuale-sessista, chi non è conforme al suo ordine simbolico come le  soggettività g.b.l.t.  Corpi e voci inessenziali cu si nega lo statuto di soggetti e cui si impongono modalità disciplinatorie  e normalizzanti di esistenza “come pretende- dicono le Sommosse-  di fare il DDL Carfagna,  criminalizzando le prostitute e imponendo regole di condotta per tutte, dividendoci in buone e cattive, in sante e puttane, in vittime e colpevoli;  come il pacchetto sicurezza che individua nel migrante l'unico colpevole delle violenze”. La guerra delle Sommosse è stata annunciata  anche nei confronti della “riforma Gelmini” che impone alle donne un diktat permanente:  quello di sostituire il welfare del paese. Come risposta alla crisi finanziaria attraverso i tagli del corpo insegnanti e la soppressione del tempo pieno, si sta ordinando alle donne di ritornare a casa a svolgere il lavoro di cura, alle ricercatrici di fare largo e di sgomberare l’ambito universitario ancora tropo segnato dal sapere maschile e su cui gli Studi di genere a causa soprattutto di ostacoli istituzionali sono ancora scarsamente incisivi.

Tutto questo ha lo scopo di annullare la soggettività delle donne come differenza. Una differenza che rifiuta sia l’assimilazione all’universale neutro maschile per conquistare lo statuto di individuo-cittadino sia una politica di identità che riconosce esclusivamente nel ruolo materno e nelle sue virtù l’unica specificità dell’essere donna. Il desiderio di essere riconosciute come piena soggettività morale, civile e politica, senza essere incasellate in ruoli finalizzati alla conservazione dell’ordine sociale, la resistenza a un simbolico che il patriarcato continua a perpetuare, è rigettata semplicemente come indecoroso, termine che le manifestanti si riappropriano per rivendicare la loro libertà e autodeterminazione.

Libere, dunque indecorose, contro i pregiudizi, contro la falsa retorica e l’ipocrisia morale del decoro pubblico in nome del quale i diversi governi riducono la questione della sicurezza e della precarietà delle vite umane a un mero problema di sicurezza urbana. Vite precarie, - come insegna Giudy Butler- sono vite non rispettate, non riconosciute  nella loro identità tanto da essere derealizzate e da essere definite come altro rispetto all’umano. Vite precarie sono quelle delle donne che si spengono per mano di mariti/padri violenti, di compagni che amano fino ad ammazzare. La violenza maschile è la prima causa di morte e di invalidità permanente delle donne in Italia come nel resto del mondo. Prima del cancro, dell’anoressia, degli  incidenti stradali, è la violenza a uccidere le donne.  Il Femminicidio, termine che stenta a essere incluso nell’agenda politico istituzionale espone il corpo delle donne alla vulnerabilità e alla morte, non solo quella fisica, ma anche quella psicologica, politica, economica e sociale. Il femminicidio è ogni atto teso a reprimere la soggettività delle donne. In Italia ogni anno una donna muore per violenza ogni tre giorni. Dei loro uxoricidi, conosciamo l’identikit: compagni, mariti, fratelli, amici, non stranieri, dunque e nemmeno malati patologici. Semplicemente normali, semplicemente uomini. Sono loro che la perpetrano e in quanto agenti dovrebbero, interrogarsi e spiegare le ragioni. Ancora nessuna risposta è giunta se non quella del gruppo di “Maschile Plurale” e del “Fiocco Bianco”. Ancora troppo pochi, per mettere in discussione la pratica separatista criticata da più parti anche lo scorso anno. Fin quando, non ci sarà questa presa di coscienza, fin quando gli uomini, anche quelli che non la compiono, non si interrogano pubblicamente, non si impegnano a riconoscersi come parzialità, fin quando si delega la violenza esclusivamente a una questione femminile, fin quando non si sottrarrà questo evento all’ineluttabilità, le donne continueranno a lottare da sole. La violenza alle donne non è un destino delle donne  ma è una scelta degli uomini.  Non basta che gli uomini si spendano in campagne di solidarietà e sensibilizzazione, è necessario che anche loro inizino a  scardinare la cultura patriarcale.L’appuntamento è alle 14.00 a Piazza Repubblica a Roma. La speranza è che tutte numerose vi partecipano per dare un segnale forte che insieme tutto può cambiare.(www.deltanews.it 21novembre 2008)

 

In piazza per le donne

di Valeria Ajovalasit*,  

Mancano due giorni alla giornata mondiale contro la violenza sulle donne e Forza Nuova ha pensato bene di avvicinarsi a questo appuntamento con un gesto macabro e raccapricciante. Mercoledì mattina, il referente palermitano di questa organizzazione di estrema destra, tale Giuseppe Provenzale, ha inviato ai principali organi d'informazione della città un pacco contenente un bambola sporca di sangue e interiora di animali per protestare contro la legge sull'aborto. Un gesto di pessimo gusto e dai foschi rimandi ai metodi mafiosi, il cui messaggio offende profondamente le donne.

Non stupisce certo che Forza Nuova abbia scelto di esprimersi con i simboli usuali dell'integralismo fascista, né colpiscono più di tanto, i meri contenuti della loro rivendicazione. Ciò che mi ha lasciato basita sono state le pronte repliche di alcuni esponenti di quel movimento teocon o teodem, a seconda della collocazione partitica, che per primi nei mesi scorsi hanno sollevato dubbi sulla legittimità delle norme sull'aborto.

Il loro voler prendere subito le distanze dal gesto di Forza Nuova rivela più di quanto si possa percepire a una fugace lettura.
Rivela, infatti, il loro timore di essere tacciati d'integralismo.
Le immagini della bambola insanguinata rimbalzate su tv e web, invece, hanno reso chiaramente il lato oscuro e oscurantista degli attacchi alla 194, della pretesa, cioè, di impedire alle donne di scegliere liberamente, di prendere delle decisioni sul proprio corpo e sulla propria salute. Paradossalmente, a Forza Nuova va il merito di aver svelato i lupi che si nascondono dietro gli agnelli del blaterante "movimento per la vita" (tra l'altro sonoramente ignorato dagli italiani alle ultime elezioni, visto lo 0,5 per cento di voti raccolti da Ferrara e dalla sua lista).

Duole ribadirlo continuamente: quella sull'aborto è una legge di civiltà e libertà, frutto anche del pronunciamento referendario del popolo italiano, che va salvaguardata per il bene delle donne e, più in generale, dei diritti individuali e della democrazia nel nostro paese.

Altri sono i problemi su cui concentrarsi, soprattutto in questi giorni che precedono il 25 novembre, la giornata mondiale contro la violenza di genere. Un'emergenza sociale, questa, che ogni anno in Italia provoca una mattanza impressionante, per lo più sottaciuta dalla stampa o nascosta da una coltre di sterili polemiche sulla sicurezza.

Eppure i dati fanno paura: nei primi sei mesi del 2007 ben 141 donne sono state vittime di tentato omicidio e ben 126 sono state uccise dal gennaio 2007 al gennaio 2008. Solo la camorra ha prodotto una mattanza delle stesse proporzioni. Ma nessuno lo dice. Perché a venire messi in difficoltà sarebbero gli esponenti di una larga fetta di potere di questo paese, quei difensori dei "sani valori della famiglia", in unione con i fomentatori del "pericolo immigrati".

Dei 126 femminicidi, infatti, ben 95 sono stati commessi da familiari della vittima (e nel 58,9 per cento dei casi si tratta di mariti e fidanzati). La famiglia, insomma, come luogo privilegiato della violenza di genere.

Discorso simile va fatto per la nazionalità degli assassini, che nell'81,6 per cento dei casi è italiana: altro che emergenza migranti.

Per il resto, l'anagrafe delle donne uccise rivela che il fenomenodella violenza riguarda tutte le calssi sociali e tutte le fascie d'età in egual modo. Sintomo di un grave ritardo culturale e di un preoccupante disagio sociale su cui bisogna agire al più presto: da un lato, promuovendo adeguate azioni di informazione e formazione rivolte alle scuole e alle famiglie, come la recente campagna contro gli stereotipi di genere lanciata da Arcidonna (www.nonpensareasessounico.it); dall'altro attraverso una legge sistemica contro le violenze di genere che agisca al contempo sulla prevenzione e sulla certezza della pena.(AprileOnline 21 novembre 2008)

*Presidente ArciDonna

 

Alla ricerca della pillola del giorno dopo

di Claudia

da riscossarossa@ 11 luglio 2008

Che fare l'amore sia un peccato mortale lo sappiamo tutti. La Madonna, del resto, ha fatto un figlio restando vergine, ed a fare certe cose si diventa ciechi. Ho accettato la miopia prendendola come inconfutabile punizione divina, ed al paradiso extraterrestre rinuncio facilmente, soprattutto se considero la noia mortale delle cantilene eterne delle voci bianche. Detto questo, credevo di avere la libertà di scegliere di confondermi nel dolore e nella bellezza dei sensi umani, visto che non siamo "teste d'angelo", ma abbiamo un corpo che ha tanto da dire.
Non sapevo che fare l'amore fosse diventato un reato. Me ne sono accorta due giorni fa, quando mi sono trovata a girare come un frullino impazzito con il mio ragazzo alla ricerca di una fantomatica pillola del giorno dopo.

Padova. Quaranta gradi all'ombra. Guardo sull'elenco i numeri di telefono dei vari consultori, consapevole che in Italia il diritto all'obiezione di coscienza è concesso per legge solo nell' interruzione volontaria di gravidanza (e già qui ci sarebbe da aprire una parentesi infinita). Le risposte sono le seguenti:
"certe cose neanche si devono chiedere"
"noi certe cose non le facciamo"
"ma per l'amor didddio"
E lascio per ultima la perla del mezzogiorno:
"il danno l'ha fatto lei ed è lei che deve rimediare, io non c'entro niente".
Il messaggio implicito (ma neanche troppo implicito) mi sembra che restasse uno solo, e cioè "sei una gran puttana". Cerco su google "Padova pillola del giorno dopo" e trovo una serie lunghissima di articoli dove leggo che per la maggior parte la boicottano.
Ospedale di Sant'Antonio (il principale ospedale di Padova): TUTTI obbiettori.
Vorrei sottolineare che per la pillola del giorno dopo, PER LEGGE, non ci può essere un rifiuto del genere, visto che è considerata un contraccettivo di emergenza e non un aborto. La domanda che credo sia giusto porsi è: perché la fuori legge, quella additata e trattata come una criminale devo essere io, e non chi si rifiuta di garantirmi un diritto?
Bologna. Presi dallo sconforto andiamo nella città rossa, entrambi convinti del fatto che lì siano indubbiamente più progressisti. Eppure ci scontriamo con problemi organizzativi abbastanza pesanti. Chiediamo informazioni ad un farmacista, che ci invia ad un presunto consultorio lì vicino. qui ci dicono che per ottenere l'irraggiungibile pillola dobbiamo recarci da un'altra parte, dove non dovremmo avere problemi.
Consultorio di Via Tiarini 10/12. Ci "accoglie" la segretaria, dicendoci che la dottoressa "riceve solamente per appuntamento"
. Restiamo senza parole. Come può un urgenza essere fissata per appuntamento? Con quale criterio? Evidentemente Vanna Marchi aveva capito tutto. Forse i medici ed i veggenti ormai fanno parte dello stesso ordine.
Ho seriamente pensato di chiedere ad una chiromante quando si romperà il prossimo preservativo, così da fissare un appuntamento con largo anticipo ed essere più tranquilla.
Ci spediscono da un'altra parte, a chilometri di distanza dal posto precedente. Bisogna tenere presente che l'effetto della pillola è massimo entro le ventiquattro ore. In questo paese direi che sono pochissime.
Dopo 2008 anni di dominio culturale della chiesa cattolica è quasi difficile stupirsi. Io invece, personalmente continuo a farlo, mi chiedo come sia possibile che nel 2008 la chiesa stia ancora là a dettare leggi su questo mondo e pure sull'oltremondo, sulla mia vita e sulla mia morte.
Via Sant'Isaia numero 94. Nell'ultimo posto, alle 17 e 30, finalmente incontriamo persone competenti e rispettose, che ci forniscono spiegazioni e che si mostrano sinceramente scandalizzate della nostra epopea. Ho detto al personale lì presente che non mi sarei scordata di loro, bisogna valorizzare quelle persone che purtroppo restano una minoranza.
Ogni giorno si leggono manifesti volti alla prevenzione dei rapporti a rischio. In farmacia una scatola di dodici preservativi costa dodici euro. A cosa serve invitare all'acquisto di un contraccettivo se, soprattutto per i ragazzi, significa dimezzare drasticamente la propria paghetta? Non sarebbe meglio agire a monte e, per dirne una, utilizzare i soldi dei manifesti per distribuire i contraccettivi a prezzi ragionevoli?
Sembra che fare sesso a pagamento, essere stuprate e fare l'amore siano peccati che non presentano significative differenze. Credo che solo la pelle e il cuore di chi li prova possano parlare. In mezzo ci sono degli abissi che non possono essere trascurati.
La donna, nel 2008, da molti viene considerata come persona (e forse anche su questo qualcuno vorrebbe discuterne) che ha il DOVERE di procreare. Credo che fare figli non sia un dovere ma un diritto, così come è un diritto garantire a questi ultimi un ampio margine di serenità che certamente la società non contribuisce a costruire, vista la carenza delle strutture di sostegno.

Certamente queste sono parole, ma intanto credo sia importante una maggiore consapevolezza su certe dinamiche medievali purtroppo ancora attualissime. Ma dopotutto, se un pluridivorziato puttaniere che sta a capo del governo riposa beato sotto l'ascella benedetta di Ratzinger, cosa posso pretendere?


 

Donne, tutte a casa

di Maurizio Musolino

Donne? “Tutte a casa”. Parafrasando il famoso film di Luigi Comencini il governo Berlusconi nel suo primo consiglio dei ministri ha approvato una serie di provvedimenti che, fra il repressivo e il populista, hanno anche un forte sapore sessista. Tutt’altra aria rispetto alle “donne... in cerca di guai” che aveva caratterizzato l’era del centrosinistra. Infatti, se da una parte si cerca di compiacere un’opinione pubblica che vede corrodere la sua posizione sociale da un potere d’acquisto sempre più basso e risponde con una richiesta di sicurezza a volte schizofrenica e piena di contraddizioni; dall’altra, con la detassazione del lavoro straordinario, si assecondano quanti vorrebbero un ritorno della donna fra le mura domestiche e comunque in posizione subordinata rispetto all’uomo.
Detassare il lavoro straordinario ha una serie di conseguenze sicuramente sottovalutate nei commenti di questi giorni, ad iniziare da una più diffusa insicurezza. E’ statisticamente dimostrato che il maggior numero di incidenti sul lavoro avvengono in presenza di un elevato monte ore lavorate. Un paradosso, visto che nel momento in cui tutti non fanno altro che parlare di sicurezza si accettano misure che mettono ancora di più a rischio la vita di quanti di lavoro dovrebbero vivere e non morire. Ma le ripercussioni non si fermano qui. Sono infatti pesanti quelle sulle donne.
Le donne da sempre hanno maggiore difficoltà ad accedere agli straordinari perché gravate dal peso di un lavoro domestico, mai pienamente riconosciuto, che gli impedisce di stare più ore lontane dalla casa: figli, genitori anziani, mariti e altro, assorbono gran parte delle giornate. In questo modo lo straordinario finirà per concentrarsi sulla parte maschile della famiglia con una seconda conseguenza: i salari degli uomini saranno più elevati di quelli delle loro colleghe donne e quindi gli uomini avranno un peso sociale maggiore. Alle donne non resterà che rimanere chiuse fra le “sicure” mura domestiche, con buona pace della ministra Carfagna, che fra una caduta di stile su uomini e donne non etero e una dichiarazione sulle coppie di fatto, porta a casa il primo grande regalo ad uno dei principali tifosi di questo esecutivo: papa Ratzinger.(La Rinascita della sinistra 30 maggio 2008)


 

La destra rilancia la cultura della vita contro la 194

 

 Progressivo svilimento del valore della vita, questo secondo Benedetto XVI è avvenuto negli ultimi tre decenni.  Ma non lo afferma riferendosi alla precarietà del mondo del lavoro, alle difficoltà sempre maggiori di vivere dignitosamente con salari e stipendi inadeguati al costo reale della vita, o alle guerre per il predominio occidentale di intere aree geopolitiche del pianeta.
La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza «ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società» ha sostenuto il pontefice nel corso dell'udienza ai membri del Movimento per la vita, riaprendo così nuovamente il ciclico dibattito politico sull'aborto. Secondo la Santa sede la legge 194 che regola l'aborto in Italia non risolve i problemi delle donne ma costituisce anzi una nuova ferita per la società ed esorta, quindi, le istituzioni a intervenire in difesa della vita «in tutte le sue fasi».
Sono riprese le ingerenze d'oltretevere, indirizzate a minare la laicità dello Stato, guarda caso ancora partendo dal corpo delle donne.

Nulla di nuovo sotto il sole, come le reazioni incrociate che si sono scatenate. Duri i commenti del leader storico dei Radicali, Marco Pannella, e accorata la difesa della legge e dei suoi frutti dell'ex ministro della Salute Livia Turco, a cui si aggiunge la capogruppo al Senato del Pd Anna Finocchiaro.
Di tutt'altro tono le dichiarazioni del Pdl, con Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, che chiede di non lasciar cadere nel vuoto l'appello di Benedetto XVI ad Isabella Bertolini che parla di un «tagliando per la legge». Nel dibattito è intervenuta anche Mara Carfagna, neoministra per le pari opportunità: «Il problema non è discutere la 194, ma applicare la cultura della vita che in questi trent'anni, come dice giustamente il Papa, è stata svilita. Serve una normativa a favore della famiglia che incentivi le nascite e a favore delle donne affinché rinuncino ad abortire».

Levata di scudi invece dai Comunisti italiani. «Di fronte alle ingerenze della Chiesa e alle pressioni politiche di certa destra, occorre che il mondo laico e democratico alzi la voce e si faccia sentire»: questo l'intervento di Pino Sgobio, della segreteria nazionale del Pdci. «I valori laici, su cui si fonda la cultura politica del nostro Paese - prosegue Sgobio - non possono essere messi in discussione. Dal governo, tra le cui fila ci sono molti esponenti abituati a guardare “Oltre Tevere” con particolare attenzione, già si levano parole di positivo accoglimento: loro signori sappiano che la legge 194, che è una legge di civiltà, non si tocca».
«Come volevasi dimostrare - conclude Rosalba Cesini, ex parlamentare del Pdci alla Camera - la sciagurata scelta del Pd di far fuori la sinistra dal Parlamento impedirà che una voce laica si levi dalle Camere. Per parte nostra continueremo a batterci affinché la 194 non si tocchi».(la Rinascita online 13 maggio 2008)

 

 

Nè figlie nè nipoti vi daranno i voti!

Alle sottoscrittrici e ai sottoscrittori dell'appello

 "8marzox13aprile"

 

Come promotrici dell'appello abbiamo chiesto alle candidate e ai candidati dei partiti di sinistra e centrosinistra di rispondere alle questioni poste su

 

contraccezione, aborto, fecondazione assistita,

ricerca sulle cellule staminali embrionali, riconoscimento delle coppie di fatto

 

in un incontro pubblico

 che si terrà  

 lunedì 7 aprile, ore 18,30

 presso la Sala dell'Antico Macello di Po, via Matteo Pescatore 7

angolo via Vanchiglia

 

A coloro che interverranno chiederemo di concentrarsi esclusivamente sulle questioni poste e di assumere impegni precisi in caso di elezione.

 

Hanno comunicato la propria partecipazione:

 

DANIELA ALFONZI rifondazione comunista- sinistra arcobaleno
CIRO ARGENTINO pdci – sinistra arcobaleno

MONICA CERUTTI - sinistra democratica – sinistra arcobaleno

                                      GRAZIA FRANCESCATO - verdi- sinistra arcobaleno                                    

MAGDA NEGRI - partito democratico
ALBERTO NIGRA - partito socialista

   ANNA ROSSOMANDO - partito democratico

                                       ANTONIO SOGGIA – sinistra arcobaleno

                                      GIANNA TANGOLO- sinistra critica

 

 

Sperando di vederti in quella occasione, ti preghiamo nel frattempo di contribuire a diffondere ulteriormente l'appello, e di sollecitare l'adesione via mail a forumdonnepolitica@gmail.com, in modo da dare un maggiore peso alle nostre richieste.

 

Un cordiale saluto,

 

Forum Donne e Politica Torino

 

 "8marzox13aprile"

Per adesioni specificare: aderisco all'iniziative "8marzox13aprile"  indicando nome, cognome, indirizzo e cellulare

forumdonnepolitica@gmail.com

 "Io lotto marzo"  diecimila in corteo per la 194

di Mariangela Maturi

 

Milano.E chi se l'aspettava un corteo così. Ma quando si tratta di diritti delle donne Milano non si fa pregare. Anche ieri per la 194 la città si è svegliata. Diecimila persone, e di questi tempi sono davvero tante. Nel 1979, la studiosa Anne Firor Scott disse provocatoriamente che «il posto della donna è nei libri di storia». La manifestazione di ieri richiamava proprio quest'immagine, inserendo queste donne e questi uomini in una strada molto più lunga, che non è iniziata in piazza Cairoli e non finirà in piazza della Scala. L'iconografia dell'8 marzo è rispolverata con nuovi volti e nuovi contenuti, e se la versione ufficiale è che siamo nel centenario della giornata della donna (in realtà la data storica è incerta), ciò che colpisce di questo marasma di colori e suoni è la complessa eterogeneità del corteo.
Assunta Sarlo, madre fondatrice del movimento «Usciamo dal silenzio» che da quell'indimenticabile manifestazione del 14 gennaio 2006 si impegna a difesa della 194, dice che l'aspetto che più la colpisce è «il passaggio di testimone tra due generazioni, la risposta dei giovani che parevano lontani da questi temi». Giulia, neanche 20 anni, occhi azzurri e sorriso pulito, ne è la conferma: «siamo in piazza a lottare tutte insieme». Ci sono le mamme, determinate e rigorose, e lo slogan dal sapore familiare «Giù le mani dal nostro corpo», le figlie, cariche e dirette - «Giuliano Ferrara..un aborto mancato» oppure «Più famolo, meno family». E poi le nipotine, così piccole che la loro vocina è interrotta dagli applausi entusiasti mentre cantano «Siamo bambine e siamo qua per la libertà».
E non è solo questione di età: c'è l'Arci lesbica e l'irriducibile da centro sociale. Urla «vergogna» al gazebo della Lega che per l'occasione si è messa a distribuire bombolette spray al peperoncino. Vergogna. C'è la donna di partito e quella del sindacato. Patrizia Quartieri, consigliere comunale di Prc e animatrice della rete «194 ragioni» che ha organizzato questo 8 marzo, è emozionata nel vedere in piazza realtà cosi lontane, «senza bandiere in piena campagna elettorale». Si parla anche dei programmi politici: da un lato il Pd sconta le tasse alle lavoratrici ma aggiunge una specificazione nelle spese di cura e favorisce così solo le donne madri (e per giunta di figli piccoli), dall'altro il Pdl è fermo al quoziente familiare. Molte sfoggiano l'adesivo "Io non faccio la spesa all'Esselunga", e non dimenticano la lavoratrice picchiata al supermercato.
Su tutte e tutti la difesa della 194. Ma questo è un giorno di festa. E di uno striscione un po' particolare: "Quo usque tandem Iuliane abutere patentia nostra?" (Fino a quando, Giuliano, abuserai della nostra pazienza?).(Il Manifesto 9 marzo 2008)

 

Un 8 marzo di lotta delle donne

scendiamo in piazza

portiamo le nostre idee non le bandiere

Donne di Torino per l'autodeterminazione

    

 

 Si alla pillola Ru-486

L'Aifa muove il primo passo verso la commercializzazione

Sono già 21 i paesi dove è possibile utilizzare la pillola Ru-486, e attualmente è in uso in tutti i paesi della Comunità Europea ad eccezione di Italia, Irlanda e Portogallo

Ieri l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha dato il via libera alla pillola abortiva, compiendo il primo passo verso la sua commercializzazione, il cui utilizzo però rimarrebbe legato solo all'ospedale. Ora la pillola, che rispetto ai metodi abortivi tradizionali ha il vantaggio di non richiedere l'ospedalizzazione della donna né interventi chirurgici provocando minori traumi fisici e psicologici oltre che minori costi per il servizio sanitario, viene importata in singole confezioni dietro richiesta degli ospedali che devono indicare nel modulo d'ordine, il nome della paziente cui sono di volta in volta destinate.

Il prossimo passo prevede che il Comitato tecnico scientifico (Chmp) dell'Agenzia europea del farmaco (Emea) dia il via libera al mutuo riconoscimento. Dopo questo passaggio, la pratica tornerà alla Commissione tecnica dell'Aifa che, a sua volta, darà mandato al Comitato prezzi e rimborsi dell'agenzia del farmaco per la negoziazione del prezzo per il Servizio sanitario nazionale. La procedura terminerà con la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta ufficiale, non prima di maggio.

La sperimentazione della Ru-486 è stata iniziata dalla Regione Piemonte nel 2005, e l'Ospedale ginecologico S.Anna di Torino è stato il primo ad avviarla.
Dopo la sua introduzione è nato un intenso dibattito tra la giunta regionale e l'allora ministro della Salute Francesco Storace, poiché quest'ultimo considerava illegale l'inizio della sperimentazione senza l'autorizzazione del Ministero stesso. In seguito la pillola Ru-486 è stata sperimentata anche in Liguria, Toscana e dal 2006 in Puglia.(La Rinascita online 27 febbraio 2008)

Corteo 14 febbraio 2008  a difesa della legge 194 clicca

 

 Gravissimo attacco ai nostri diritti

mg.Redazione

Bologna, Milano, Roma, Firenze, Venezia, Torino, Padova, Palermo, Brescia, Bari. Le donne sono scese nuovamente in piazza rispondendo in tutta Italia all’ennesimo gravissimo attacco ai loro diritti. Sorprendente l’adesione delle donne numerosissima e appassionata a manifestazioni indette solo il giorno prima. Una risposta determinata e furente alla guerra che ci hanno dichiarato.

Gli slogan gridati dalle donne sono significativi del nostro  furore:

"Tremate, tremate le streghe son tornate. Nè figlie nè nipoti  vi daranno i voti" "Giù le mani dal corpo delle donne" "L'aborto non è reato" "Fuori i preti dai consultori" "Siamo in lotta per la liberazione, rifiutiamo la vostra normalizzazione".

 Una lotta quella delle donne che si unisce alle iniziative in difesa della laicità dello Stato e che rappresenta secondo la senatrice dei Comunisti Italiani Maria Pellegatta «una sfida culturale per la Sinistra. Oggi siamo di fronte ad un'offensiva politica, culturale e mediatica che merita una risposta forte e coerente. Il tentativo, quanto mai esplicito nell'enciclica Spe Salvi, di mettere tra parentesi i fondamenti della cultura europea, dall'illuminismo al positivismo, è palese, ponendosi l'obiettivo di definire i valori di una sola parte religiosa come il perimetro morale dell'intera comunità nazionale. Di fronte a questa sfida la Sinistra deve saper dare una risposta netta, e fare della laicità – conclude - uno dei tasselli fondanti dell'identità dell'alleanza unitaria e plurale che si ritroverà sotto le insegne della Sinistra Arcobaleno nella prossima campagna elettorale». (15 febbraio 2008)
 

 

 Roma, la rabbia delle donne


di Marina Forti

Comincia davanti al ministero della salute con lo slogan più vecchio e più attuale, «giù le mani dal corpo delle donne». E finisce con momenti di tensione tra le manifestanti e la polizia.
Alcune migliaia di persone, femministe storiche ma anche tante giovani, hanno partecipato ieri a una manifestazione di protesta contro l'incredibile irruzione di polizia nel Secondo Policlinico di Napoli dove si stava svolgendo una interruzione di gravidanza. Ora tutta Italia disquisisce della malformazione di un certo feto e della moralità della scelta compiuta da una certa donna. Insomma, l'intrusione di agenti in uniforme tra medici e paziente chiama in causa molto più della legge 194: c'è la violazione della privacy di una donna, c'è un'idea delle libertà civili, c'è il desiderio di reagire a un clima che criminalizza le scelte femminili.
C'è un po' di tutto questo nelle centinaia di donne che ieri hanno risposto all'appello lanciato durante un'assemblea giovedì presso la Casa internazionale delle donne. Eccole, sul lungotevere romano su cui affaccia il ministero della salute. Decine di cartelli dicono «Silvana siamo con te», con la donna di Napoli che ha subìto l'incredibile inquisizione. Altri dicono: «Scelgono le donne». Non ci sono solo donne, del resto. Il senatore Pd Massimo Brutti dichiara (all'agenzia Ansa) «piena adesione alla manifestazione delle donne, è giusto dire basta all'oscurantismo».
Alla protesta si è unita la ministra della salute Livia Turco. «Che la polizia entri in una sala operatoria è stato un fatto inaudito, mi ha indignato», ripete: «Inoltre trovo inquietante che questo sia successo in seguito a una denuncia anonima. Spero che la magistratura faccia chiarezza».
Il sit-in intanto cresce, circolano commenti un po' increduli: un «chi l'avrebbe immaginato di ritrovarsi in piazza». In piazza c'è anche la ministra Livia Turco. Le rivolgiamo alcune domande. La libertà delle donne è sotto attacco, princìpi che sembravano acquisiti sono in pericolo? «Dobbiamo renderci conto che non c'è nulla di scontato. Forse dobbiamo tornare a spiegarci: il valore dell'autonomia delle donne è rimasto incompreso». In che senso? «Dobbiamo sconfiggere l'idea che l'autonomia delle donne sia egoismo femminile. Io credo invece che la nostra autonomia sia fatta di cura, di relazioni: l'autonomia delle donne è ciò che rende la nostra società più umana e più democratica». Walter Veltroni ha chiesto di lasciare l'aborto fuori dalla campagna elettorale: cosa ne pensa? «Vorrei che durante la campagna elettorale la politica ascolti le donne, invece di usarle in modo strumentale nel teatrino della politica. La politica prenda la parola ad esempio quando si tratta di stanziare fondi per gli asili nido o i consultori, o a sostegno del lavoro delle donne».
Infine il sit-in si trasforma in corteo: si dirige verso l'altro ministero direttamente interessato, quello della giustizia (poche centinaia di metri più a monte, oltre il Tevere). Ci sono volti giovani, ma forse prevalgono le età di mezzo - sarà che l'intrusione dello stato in una scelta privata come è l'aborto fa particolarmente impressione a chi ricorda le passate battaglie per la libertà delle donne. Lo striscione più grande infatti recita «giù le mani dal corpo delle donne», ed è firmato dal coordinamento donne di Cgil, Cisl e Uil. Vecchi slogans, «l'aborto non è reato»: «Lo dicevo trentacinque anni fa, a Padova quando ci autodenunciammo per avere abortito, e allora era un reato. Non credevo più di dover scendere in piazza a favore di un diritto che credevo acquisito», dice Edda Billi. Per molte delle manifestanti la parola chiave è «diritto: l'aborto è un diritto», qualcuno lo ha scritto sul marciapiede davanti al ministero di giustizia.
La tensione è salita quando il corteo è arrivato in largo Argentina, o meglio: quando ha cercato di forzare i cordoni della polizia e proseguire verso Piazza Venezia e la prefettura. La tensione ha toccato il massimo quando gli agenti hanno fermato due ragazze in «prima fila» nel tentativo di sfondamento. Le manifestanti hanno deciso di occupare Largo Argentina - finché l'intervento delle senatrici Franca Rame e Elettra Deiana, di Massimo Brutti e di Imma Battaglia (presidente di Di'Gay project) ha permesso di far rilasciare la giovane manifestante e di allentare la tensione, e la manifestazione si è sciolta.(Il Manifesto 15 gennaio 2008)

 

 Atto vigliacco

Avrete sicuramente letto la terribile notizia del blitz della polizia al Policlinico di Napoli dovuto, dicono, alla segnalazione anonima di un infanticidio in flagranza , (Art. 578 Infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale), risoltosi nell'ammissione di un normale aborto terapeutico, dopo lunghi e illegittimi interrogatori e sequestro del materiale biologico espulso (previo riconoscimento della 'vittima' da parte della madre) Chi ci dice che quella telefonata sia mai arrivata? Chi può dire se non fosse invece in atto un'indagine ambientale, se non vi fosse tra le corsie un poliziotto in borghese in attesa di poter punire quei pochi medici che non obiettano all'IVG? Viviamo in questi giorni un accanimento generalizzato (disumano e rabbioso) contro la libertà di scelta delle donne che si sta traducendo sempre più in violenze e ingiurie. In stigmatizzazioni senza senso e ora, addirittura, in un tentato arresto! Questo atto vigliacco risuona nella testa di tutte come un temibile avvertimento: vi puniremo, assassine! Ma noi non siamo assassine e tanto meno abbiamo paura. Siamo soltanto sempre più indignate e pronte a difendere le nostre vite, la nostra dignità di donne libere di scegliere.
E' chiaro come il protocollo firmato dai ginecologi cattolici romani sulla rianimazione del feto sia colpevole di aver creato un clima di criminalizzazione delle donne che vogliono o che sono costrette ad abortire. E' chiaro che la proposta di moratoria sull'aborto di Ferrara ha avuto echi straordinari tra gli integralisti che siedono e siederanno nel nostro parlamento. E' chiaro il servilismo del nostro ceto politico ai diktat vaticani così come pare chiaro che non possiamo accettare una campagna elettorale tutta incentrata su come stigmatizzare i nostri corpi e come limitare la nostra libertà di autodeterminazione.(wwc.controviolenzadonne.org)

Le donne in tutta la nazione stanno organizzando presidi in concomitanza con quello napoletano.
Le compagne di Torino saranno giovedì 14/02/2008 alle 17.30 a Palazzo Nuovo

 

 Aborto. Ma dove sono le donne Erode

che descrivono i cattolici?

 

di Gennaro Carotenuto

Il documento delle cliniche di Ostetricia e Ginecologia delle quattro facoltà di Medicina delle università romane, La Sapienza, Tor Vergata, Cattolica e Campus Biomedico che prescrive, nel caso in cui un feto nasca vivo dopo un’interruzione di gravidanza, che il neonatologo debba intervenire per rianimarlo, “anche se la madre è contraria, perché prevale l’interesse del neonato” è del tutto pleonastico per almeno tre motivi.

In primo luogo è pleonastico perché sta parlando di pochissimi casi di scuola, estremi. L’aborto oltre i tre mesi viene affettuato solo per gravi malformazioni o per gravi rischi per la salute della madre. Ma dai tre ai cinque mesi, quando se ne concentrano la gran maggioranza, non c’è alcuna possibilità di sopravvivenza del feto. L’aborto oltre la ventunesima settimana di gravidanza riguarda di per sé un numero molto limitato di casi l’anno, e un numero limitatissimo di casi di sopravvivenza del feto che non è rappresentativo di alcun comportamento sociale.In secondo luogo il documento è pleonastico perché è del tutto evidente che se il feto sopravvive all’aborto viene a trovarsi in una condizione del tutto diversa il che rende più che scontato, anzi del tutto ovvio quello che prescrivono i ginecologi romani. Ovvero hanno del tutto ragione, ma con questo avere ragione non spostano di una virgola i termini del problema.

Le gravidanze delle quali parlano (è il terzo punto) non sono “gravidanze indesiderate”. Anzi, sono gravidanze desiderate ma a grave rischio alle quali si sottopongono per esempio molte primipare ultraquarantenni. Sono donne che desiderano il figlio e riscontrano malformazioni attraverso esami complessi come l’amniocentesi. La decisione dell’aborto è in questi casi sempre una scelta nella quale il parere del medico è decisivo.

Dove sono allora queste donne sulle quali indugia il documento? Dove sono le donne che sapendo che il feto è nato vivo pretendono che non venga rianimato? Dove sono queste donne Erode che di fronte ad un bambino nato vivo esigono espressamente di non rianimarlo?

Se esistono davvero se ne pubblichi la casistica. Ma semplicemente non esistono. Sono un parto della fervida e fervente fantasia della pubblicistica anti-194 che riesce a far giungere in prima pagina documenti che non aggiungono nulla come quello di oggi.
La donna-Erode è una parte fondamentale della pubblicistica anti-194. E quella donna che esprime “parere contrario” alla rianimazione dell’a quel punto neonato, calzerebbe a pennello -se esistesse- con l’immagine dell’infanticida voluta da Giuliano Ferrara e chi per lui. Ma quella  donna non esiste.

Al contrario la pubblicistica cattolica nel tempo ha esaltato i casi di donne in odore di santità che hanno portato a termine gravidanze per lasciare poi uno o molti orfani nelle mani della divina provvidenza.
Se l’immagine dev’essere da una parte quella della donna-Erode che esige l’infanticidio e dall’altro della santa che preferisce morire pur di non abortire, è evidente che si è compiuta una scelta violenta. Una scelta dove non si vuole il dibattito ma uno scontro aspro che inquinerà -come se non lo fosse già abbastanza- tutta la campagna elettorale.(www.gennarocarotenuto.it 5 febbraio2008)

 

 Il documento dei medici  fa discutere

 "Feto prematuro va rianimato"

 

 ROMA - Rianimare i neonati prematuri 'estremi' o astenersi dalle cure perché la sopravvivenza è molto ridotta? E quale è il limite definito dai ginecologi e neonatologi per intervenire? Partono da queste domande le diverse posizioni sulle cure intensive da praticare di fronte l'aumento dei parti prematuri ma anche per i feti esiti di aborti che presentano qualche forma di vitalità. E l'iniziativa presa in un documento da un gruppo di cattedratici delle facoltà di medicina romane (due cattoliche) secondo il quale "un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio ed assistito adeguatamente", indica una strada non condivisa da tutto il mondo scientifico. Il convegno promosso in occasione della giornata della vita appare come una risposta alle numerose richieste dei vescovi italiani che hanno invitato a più riprese di rivedere la legge 194 e dare più attenzione alle cure neonatali.

 - IL DOCUMENTO: "Un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio ed assistito adeguatamente. "L'attività rianimatoria esercitata alla nascita dà il tempo necessario per una migliore valutazione delle condizioni cliniche, della risposta alla terapia intensiva e delle possibilità di sopravvivenza, e permette di discutere il caso con il personale dell'Unità ed i genitori. Se ci si rendesse conto dell'inutilità degli sforzi terapeutici, bisogna evitare ad ogni costo che le cure intensive possano trasformarsi in accanimento terapeutico".

- FETO 23 SETTIMANE HA 30% CHANCES SOPRAVVIVENZA: Oggi un feto nato alla 23/ma settimana di gestazione ha il 30% di possibilità di sopravvivere. Lo conferma un recente monitoraggio effettuato su 45.000 neonati sotto il chilo e mezzo di circa 600 terapie intensive neonatali a livello mondiale (13 quelle italiane): La mortalità sotto le 22 settimane, rilevano gli esperti, è del 96%, ma i casi di sopravvivenza sono vere eccezioni; alla 23/ma è del 70%; alla 24/ma del 45% e alla 25/ma del 28%. Questo significa che un feto di 23 settimane il 30% di possibilità di sopravvivere.

- IL PARERE DEGLI GLI ESPERTI DEL MINISTERO: Solo cure compassionevoli per i feti molto prematuri nati alla 22/a settimana; "adeguata assistenza" dalla 23/a settimana, mentre dalla 24/a settimana il "trattamento intensivo è sempre indicato". Sono queste le indicazioni per le cure ai nati molto pre-termine elaborate dal gruppo di esperti riuniti dal ministro Livia Turco, che hanno terminato i propri lavori con un documento in cui sono appunto indicate le cure e l'assistenza appropriate nelle diverse età gestazionali dalla 22ma alla 25ma settimana di gravidanza.

 - 'NODO' E' LIMITE ABORTO TERAPEUTICO: Il problema, dunque, diventa sempre di più quello del limite per effettuare l'aborto terapeutico. La legge 194, precisano i ginecologi, non indica alcun limite di età gestazionale per l'effettuazione dell'aborto terapeutico, ma afferma che non è possibile abortire ad età gestazionali compatibili con la sopravvivenza del feto. Il limite consigliato è oggi a 24 settimane, anche se alcuni ospedali si orientano diversamente. Come nel caso del Mangiagalli di Milano: Nel 2004, la Clinica ha emanato una 'raccomandazione' interna affinché si evitino gli aborti terapeutici a partire dalla 22/a settimana, proprio perché dalla 23/a settimana un feto ha molte chances di nascere vivo.

 - SE FETO SOPRAVVIVE ABORTO? DOCUMENTI ESPERTI PER CASI LIMITE: Cosa fare quando un feto, dopo un intervento di interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), nasce vivo? La legge 194 afferma che in presenza di segni vitali il piccolo va rianimato. In alcuni documenti sono espressi gli orientamenti degli esperti. L'indicazione contenuta ad esempio nel documento messo a punto nel 2006 da nove società scientifiche, l'ordine dei medici della toscana e il comitato di bioetica regionale, prevede l'astensione dalle cure intensive per i nati troppo prematuri, ovvero dalla 22/ma alla 24/ma settimana, per i quali le chances di sopravvivenza sono bassissime ed i trattamenti si configurerebbero come un accanimento terapeutico. (www.ansa.it 4 febbraio 2008)

 

 

 La legge 194: ancora a discutere

del e sul corpo delle donne tra anatemi e ipocrisie

 

di Alberta Xodo

 

Ancora una volta a discutere del corpo delle donne. Ancora una volta a discutere sul corpo delle donne. Ancora una volta a trattarlo come se fosse merce di scambio. Ancora una volta a dire al Vaticano chi tra i partiti è il suo migliore amico. Ancora una volta a stringere amicizie passando sopra al nostro corpo e alla sua straordinaria capacità di dare la vita. Talmente favoloso questo corpo, che tutti cercano di metterci le mani sopra, di imporci di nasconderlo, mostrarlo, di infilarci a forza tre embrioni dopo averlo bombardato chimicamente, violentarlo impunemente per ragioni culturali, picchiarlo, ucciderlo. Nel caso specifico imporgli una gravidanza. Si dimentica sempre che quel corpo appartiene ad una persona, che è corpo cuore e mente. Che è donna. E da donna decide – finalmente – come gestire quel corpo, liberamente e consapevolmente, nonostante i tentativi mitraglianti di controllo che il patriarcato ha scatenato. Non si sono rassegnati ad aver perso. Noi non ci siamo stufate di aver vinto. E per “noi” non intendo “noi donne”, ma noi persone laiche e democratiche. La legge 194/78 è stata davvero una conquista di civiltà, e non è retorica continuare ad affermarlo e a difenderla. C’è da rabbrividire di fronte alle dichiarazioni di Ferrara, Ruini e Bondi: equiparare l’aborto alla pena di morte, equiparare le donne a delle assassine è un atto vile, così come sostenere che l’interruzione volontaria di gravidanza abbia una qualche somiglianza con l’eugenetica o con la pianificazione famigliare. C’è da rabbrividire sì, ma perché provare stupore? Perché rimanere indignati dalle esaltazioni della sacerdotessa Binetti, non possiamo davvero aspettarci nulla di diverso da chi sostiene che si debbano curare gli omosessuali (che a me suona tale e quale a “bruciamo le streghe” o “la terra è piatta”). Chiariamolo una volta per tutte, a noi donne l’aborto non piace, non lo facciamo per leggerezza o perché siamo “inconsapevoli del dono della vita che nasce in noi”… siamo assolutamente coscienti di questo così come lo siamo del fatto che il nostro corpo è l’unico modo in cui quella vita potrà svilupparsi, il nostro “sì” è l’unico intermediario tra la vita in potenza e la sua realizzazione. Il nostro “sì” è l’inizio di una relazione. Per questo quel “sì” non può esserci estorto. Ancor meno facendo entrare movimenti paravaticani nei nostri consultori, con licenza di violentarci psicologicamente mostrandoci foto di feti morti, recitare rosari o parlarci per convincerci a non abortire… per renderci “consapevoli”, dicono… beh, noi donne siamo consapevoli da un pezzo. E soprattutto, noi non possiamo accettare che possa essere messo in discussione il ruolo o la professionalità delle operatrici e degli operatori che ogni giorno lavorano per garantire che i consultori rimangano degli spazi laici, efficienti, nonostante l’indebolimento delle risorse ad essi destinate. Ma se sostenessimo che la legge 194/78 ha davvero eliminato l’aborto clandestino diremmo una fesseria. L’aborto clandestino sopravvive in diverse forme, specie al sud, nelle città dove i medici obiettori si rifiutano di uscire allo scoperto negli ospedali pubblici (ma sono pronti ad invitarti dove operano privatamente), tra le donne straniere che non conoscono i loro diritti, e tra le giovani. I nuovi ferri da calza si chiamano Cytotec, un farmaco di successo grazie al passaparola ed internet dove sui siti le giovani ragazze adolescenti (ma non solo) si scambiano consigli su quante pastiglie utilizzare per provocare l’aborto, senza finire emorragiche negli ospedali dove i molti ricoveri non sono che la punta dell’iceberg di una terribile consuetudine sulla quale abbiamo il dovere di intervenire, e soprattutto di non nascondere. Di nuovo una questione di genere, di nuovo una questione di classe, mica tanto diversa da quando le signorine della buona borghesia partivano per certi viaggi all’estero… Quindi siamo pronte, parliamo pure di riprendere in mano la Legge 194/78, ma per favore asteniamoci da derive confessionali, così come da controproducenti alzate di scudi che non rendono giustizia alla realtà. Eccome se vogliamo discutere! Discutiamo di come potenziare i nostri consultori, perché possano davvero dare risposte efficienti, a partire dal sostegno psicologico prima e dopo l’intervento. Interveniamo perché si possa interrompere la gravidanza in tutte le strutture. Perché le donne straniere possano essere adeguatamente informate sui loro diritti. E soprattutto sbrighiamoci a realizzare in tutte le scuole dei veri programmi di educazione sessuale. Applichiamo l’articolo 15 della legge e quindi riapriamo la discussione sulla possibilità di abortire chimicamente. Siamo pronti a parlare di interruzione di gravidanza. Siamo pronte a parlarne, con tutto il nostro corpo, la nostra mente e il nostro cuore. Con tutta la nostra consapevolezza. (www.comunisti-italiani.it 8 gennaio 2008)

 Ma quale moratoria

Pdci: «La 194 non si tocca. Giù le mani dai diritti delle donne»
 

 La provocazione di Giuliano Ferrara per una moratoria sull'aborto, l'interrogazione parlamentare di Sandro Bondi contro la 194, le dichiarazioni del cardinal Ruini, hanno scatenato un dibattito, vecchio di anni, sulla legislazione circa l'interruzione di gravidanza .Dal mondo della politica arrivano commenti contrastanti e trasversali.
Da un lato il ministro della Salute Livia Turco e il ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini definiscono la 194 una buona legge, che non va toccata.
Dall'altro lato il più grande partito di maggioranza, il Pd, si trova spaccato, con i teodem, capeggiati da Paola Binetti, che si dicono pronti ad appoggiare l'interrogazione del forzista Bondi.
Nel fronte dei cattolici oltranzisti non poteva poi mancare Rocco Buttiglione che appoggia in pieno la proposta di una moratoria sull'aborto, «perché l'Udc è sempre stata all'avanguardia nella lotta in difesa della vita».
Ci si chiede come mai chi, nell'opposizione ma anche in parte della maggioranza, si preoccupa della “vita” di un embrione che non è ancora feto poi non si preoccupi di votare a favore delle missioni militari all'estero o non si impegni a fondo contro la piaga delle morti sul lavoro.
È invece da sinistra che si alzano le barricate a difesa dei diritti della persona, della libertà di scelta sul proprio corpo e della laicità dello Stato.
Per il capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena, «l'attacco alla 194 è un grave atto di arretratezza culturale che non è neppure condiviso nel mondo cattolico, che su questo tema è molto “laico”».
Ricordiamo tra l'altro che la legge sull'interruzione di gravidanza fu varata trent'anni fa anche con l'appoggio dei cattolici dell'allora Dc.
«Toccare la 194? E' intollerabile. Lo dico come politico, come donna, come essere umano», tuona il capogruppo Verdi-Pdci al Senato, Manuela Palermi.
«Nessuno può capire la maternità come la capisce una qualsiasi donna né la drammaticità di una scelta come quella di un aborto», aggiunge l'esponente dei Comunisti italiani ribadendo: «Giù le mani dai diritti delle donne. Bisogna riaffermare il principio di laicità dello Stato, contro una visione integralista, talebana della religione».
Anche Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, sottolinea la necessità di tutelare la 194 «da prese di posizioni oscurantiste e da visioni fondamentaliste».
Rosalba Cesini, deputata del Pdci, spiega come «la campagna di delegittimazione della normativa sull'aborto da parte dei settori più conservatori del panorama politico italiano e delle alte sfere dell'autorità ecclesiastica» muove da intenti puramente ideologici e fuori dalla realtà.
Per la parlamentare comunista «la 194 non si tocca e chi, come la Binetti, ipotizza alleanze trasversali si pone oggettivamente in una logica extra coalizionale, assumendosi una responsabilità grave nei confronti degli elettori del centrosinistra, in maggioranza a favore della legge 194».(la Rinascita della sinistra online 4 gennaio 2008)
 

 Aborto. Livia Turco: la legge non si cambia

 

Dopo l'annuncio del coordinatore di Fi, Sandro Bondi, che propone una mozione parlamentare per rivedere le linee guida della legge 194, si apre un nuovo fronte polemico tra le forze politiche, e all'interno del Pd, sulle norme che regolano l'interruzione di gravidanza. La senatrice teodem del Pd, Paola Binetti, si dice pronta a votare con Fi. Ma la Turco taglia corto: la legge non si tocca.

"Legge inapplicata? No, è una legge applicatissima. Ridiscutere dell'aborto? Dibattito pubblico sì ma nessuna modifica della legge 194", precisa il ministro della Salute. "La nostra legge sull'interruzione volontaria di gravidanza, infatti - spiega il ministro in una nota - ha fatto sì che dal 1982 ad oggi gli aborti si siano praticamente dimezzati, riducendosi del 45 per cento, e sia stato cancellato l'aborto clandestino e la conseguente altissima mortalità materna. Una legge che ha come suo primario obiettivo quello della tutela sociale della maternità e della prevenzione dell'aborto attraverso la rete dei consultori familiari. Un obiettivo - conclude - che intendiamo ulteriormente perseguire nell'ambito delle politiche di tutela della salute delle donne, per le quali abbiamo già vincolato 10 milioni di euro nel fondo sanitario 2007 e stanziato specifici fondi nell'ambito degli interventi per la riorganizzazione dei consultori previsti dalla precedente Finanziaria, d'intesa con il Ministero della Famiglia".

La legge 194 sull'aborto, per il ministro dei Diritti e delle Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, a trent'anni dalla promulgazione, mantiene intatto il suo valore. Per questo, aggiunge la ministra, "sono contraria alla revisione della legge 194 e a ogni volontà strumentale di colpire autonomia e responsabilità delle donne". Il valore della norma, d'altra parte, è confermato anche nella diminuzione del numero di interruzioni volontarie di gravidanza: "ha fatto diminuire il numero degli aborti - prosegue la Pollastrini - e ha cancellato la vergogna del mercato clandestino. Ora vi ricorrono in misura significativa donne immigrate o di condizioni sociali critiche".

Applicare integralmente la 194, oggi, "significa dunque puntare ancora di più sulla dignità delle donne e sulla scienza. E questo vuole dire investire su informazione sessuale e contraccettiva, sulla rete dei consultori (per i quali sono stati stanziati fondi specifici), sull'accoglienza delle migranti, sulla tutela per la maternità e i diritti nel lavoro e al lavoro. Ma vuol dire anche guardare con spirito laico a tutti i progressi della medicina, anche sul versante delle modalità della fecondazione assistita, delle analisi preimpianto e prenatale e dell'uso della RU486". "Ciò che invece è irricevibile - conclude Barbara Pollastrini - è l'utilizzo di questi temi con finalità ideologiche che, in realtà, mirano a una modifica radicale della 194, con lo scopo di fare arretrare l'autonomia delle donne e il clima culturale dell'intero Paese".

La  Binetti pronta a votare con Forza Italia. "La 194 è datata, ha trent'anni e per rivedere le linee guida della legge sono disponibile a dare il mio contributo alla formazione di una maggioranza trasversale". La senatrice 'teodem' del Pd, Paola Binetti, apre così, in un'intervista a La Stampa, alla possibilità di rivedere la legge sull'interruzione di gravidanza. Per Binetti "la mozione di Sandro Bondi è un grande passo nella direzione giusta, cioè la difesa della dignità della persona e del valore sacro della vita". La proposta del coordinatore nazionale di Fi "è un'apertura positiva, da non lasciar cadere: favorisce una sensibilità trasversale, quindi è ben accetta. Non dimentico che in Finanziaria il mio emendamento sui fondi alla terapia intensiva neonatale ha incontrato il favore dell'opposizione alla commissione Sanità del Senato".(www.libero.it 2 gennaio 2008)