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Diritti di genere                                                                                                                                                                                                                pagina 2
 

 

Donne nel mondo

 

L'Italia finanzia  le violenze contro le donne migranti

 

Autrice: calafuria - 19 Settembre 2009 - www.Leluminarie.it

Sono tante le testimonianze dei soprusi e delle torture subiti dalle persone detenute nei centri di concentramento libici, ma per le donne, oltre alle torture, il trattamento prevede violenze sessuali e stupri di gruppo! L´Italia, finanziando la polizia e le carceri libiche e respingendo donne e uomini verso la Libia, è complice di queste atroci violenze.
Dalla frontiera meridionale libica ogni anno entrano migliaia di migranti e rifugiati sprovvisti didocumenti, alcuni dei quali poi continuano il viaggio verso l´Italia. Anche se uomini e donne africani che arrivano via mare rappresentano una minima parte dei migranti senza documenti presenti in Italia, il governo italiano ha concentrato attenzione e risorse sugli sbarchi, poiché essi rappresentano il simbolo della prospettiva emergenziale costruita da anni sul tema dell´immigrazione: sul regime di paura alimentato dalla menzogna dell´”invasione” si gioca la propaganda razzista e criminalizzante del governo, ormai istituzionalizzata nel pacchetto sicurezza.

In base agli accordi tra il governo italiano e il governo libico e alle nuove politiche migratorie inaugurate dall´Italia, le donne e gli uomini provenienti dalla Libia, anche se quasi mai di nazionalità libica, vengono “respinti” senza avere la possibilità di arrivare in Italia e di presentare richiesta di diritto d´asilo, di cui la maggior parte di loro è a tutti gli effetti titolare. Da quando sono cominciati i respingimenti in mare sono stati finora oltre 1.200 le persone che le autorità italiane hanno riconsegnato alla Libia. Durante la detenzione nelle carceri libiche, uomini e donne subiscono violenze inaudite e vere e proprie torture, “Abusi, vessazioni, maltrattamenti, arresti arbitrari, detenzioni senza processo in condizioni degradanti, torture, violenze fisiche e sessuali, rimpatri di rifugiati e deportazioni in pieno deserto. Crimini che l´Unione europea finge di non vedere…” queste le amare conclusioni di un rapporto curato da Fortress Europe nel 2007.

Le donne in particolare subiscono, oltre alle violenze fisiche e psicologiche, stupri ripetuti e collettivi. In seguito alle violenze sessuali, molte di loro rimangono incinte e sono costrette a ricorrere ad aborti clandestini, che spesso le uccidono.

E non è che le cose in “patria” vadano meglio: nei CPT (oggi CIE) viene applicato lo stesso progetto repressivo e violento. Ne è una prova la protesta al CIE di via Corelli a Milano, soffocata dalla violenza delle Forze dell´Ordine. I processi si svolgeranno il 21 e il 23 settembre e vedono implicato anche l´ispettore capo di servizio al centro, accusato da una partecipante alla protesta di tentata violenza sessuale.

Paradossalmente tutto questo viene fatto al fine di garantire la “sicurezza ” dei cittadini e delle cittadine italiane e anche in nome della violenza contro le donne. La ministra Carfagna ha sostenuto, nell´incontro con Gheddafi dello scorso giugno, di voler aiutare le donne africane, e ha presieduto in questi giorni un G8 contro la violenza alle donne escludendo i centri antiviolenza. Di fatto però l´Italia finanzia attivamente le violenze contro donne e uomini migranti con importanti stanziamenti finanziari e di mezzi alla Libia. Del corpo delle donne viene sempre fatto un uso strumentale, viene data risonanza mediatica solo agli stupri di stranieri su donne italiane, quando le violenze commesse da uomini migranti costituisce solo una minima parte delle violenze agite sulle donne nel nostro paese. La maggior parte della violenza avviene all´interno della famiglia cosiddetta “normale”, promossa e protetta e al centro di tutte le politiche sociali.

Vogliamo che sulla violenza alle donne non venga fatta nessuna strumentalizzazione per avallare leggi razziali!

Vogliamo la libertà di migrazione per tutte/i, sia per le persone che emigrano per necessità, in fuga da guerre, dittature e persecuzioni, sia per le/i migranti economici, e per tutte/i coloro che desiderano migrare.

Vogliamo che vengano interrotti immediatamente i respingimenti, che vengano garantiti il diritto all´esistenza, alla libertà, all´autodeterminazione delle e dei migranti, no al reato di clandestinità, no al pacchetto sicurezza.

Vogliamo che le donne che arrivano nel nostro paese non debbano subire ogni tipo di violenza senza potersi ribellare proprio perché una legge della nostra repubblica le rende ricattabili.

Non possiamo più far finta di non vedere e di non sapere, non possiamo non riconoscere il legame tra violenza contro le donne, sessismo, razzismo, lesbo/trans/omofobia, che porta alla normalizzazione di vecchi e nuovi fascismi, auspichiamo che le voci di dissenso producano nuove forme di resistenza.

Mercoledì 23 Settembre dalle ore 18 PRESIDIO Piazza Nettuno, Bologna

Invitiamo tutte/i/* a partecipare!!

Altra città - Lista civica di donne

 Per adesioni: altracitta@women.it

 

Paese che vai, burkini che trovi...

mg

Ho pensato di pubblicare questo blog del Manifesto perchè certo la discussione è interessante.... Personalmente ritengo che ognuna/o sia libera di vestirsi o svestirsi come meglio crede, io certo preferisco non solo  il modello brasiliano, ma mi spingo oltre,  sono naturista, preferisco il nulla. Comunque non ne farei una tragedia se le donne islamiche fanno il bagno vestite, non mi ritengo offesa, non la considero una questione igienica, perchè si può essere anche molto luridi da svestiti e neppure lo considero esibizionismo come Giuliana Sgrena. Non credo che per esibizionismo ci si possa fiondare in una piscina vestite così, anzi deve essere estremamente imbarazzante quando sei da sola a farlo. Sono  una persona tollerante e ospitale, quindi ben venga il burkini se la donna che ci sta dentro si sente un poco di  più a casa sua e non in un paese intollerante e razzista dove le famiglie sono "spaventate" da questo tipo di costume ma non lo sono da certe trasmissioni televisive che fanno vedere ai loro figli per parecchie ore al giorno, con sparatorie, morti ammazzati e reality a più non posso, quelli sì, estremamente diseducativi.

 

Il burkini, puro esibizionismo

di Giuliana Sgrena

In questi giorni sui giorni  imperversa la foto di donne in burkini. Permettere che entrino in piscina oppure no? Mi sembra che il problema se lo dovrebbero porre loro (le donne in questione) che piacere può provare una donna così vestita dentro una piscina? Non può certo esercitarsi nel nuoto (ci sono altre tute molto caste e più appropriate) e se vuole refrigerarsi meglio nuda sotto la propria doccia, o no? Comunque il burkin non ha nulla a che vedere con il corano che non prescrive esplicitamente nemmeno l’obbligo del velo. Forse tanto esibizionismo è più contrario all’islam di un normale costume da bagno, che molte donne musulmane vestono senza problemi. Dare credibilità (e lo fanno anche femministe di casa nostra) a simili esibizioni di “libertà” non serve alla causa delle donne anche musulmane.(blog del Manifesto  agosto 2009)

Commenti a “Il burkini? Puro esibizionismo”

  1. danilo Scrive:

    Ciao Giuliana,
    se chi mette il burkini si facesse le domande che tu poni, probabilmente avrebbe già dato fuoco al burkini e a chi gliel’ha venduto. Sarebbe la soluzione migliore, ma se penso a quanta acqua sotto i ponti è passata prima che che le donne occidentali bruciassero i reggiseni (perdonami la metafora ardita), credo che chiediamo troppo all’accelerazione culturale.
    Confesso che in un primo momento ho caldeggiato la posizione francese: laicità, cittadinanza e principi uguali per tutti.
    Poi però mi sono chiesto quanto sia utile, a loro e a noi, vietare la frequentazione di spazi sociali a chi, per scelta propria o altrui, segue precetti integralisti. Pragmaticamente mi sono risposto che solo permettendo l’accesso, la mescolanza e il confronto quelle donne possono fare la loro rivoluzione. Purtroppo non in un giorno. E’ questa la bomba a orologeria che gli integralisti (maschi e di ogni religione) temono.
    Poi c’è chi esibisce il burkini come esibirebbe un piercing o un qualsiasi altro segno distintivo, ma questo è un altro tema.
    Questo per quanto riguarda il nostro mondo.
    Ma mi interesserebbe però sapere da te cosa succede nei paesi musulmani. In quelli che ho visitato come turista (marocco, siria, egitto, turchia) ho visto situazioni diverse ma non ho potuto cogliere i movimenti sottopelle.
    grazie

     
  2. gerardo Scrive:

    Vi scrivo dall’Australia dove il burkini e’ sttao inventato e dove il suo uso non ha provocato alcuna polemica. I vostri commenti finora non hanno colto l’aspetto essenziale del problema: il burkini non e’ un abito necessariamente islamico: e’ un indumento che sottrae il corpo delle donne dall’imperialismo fallocratico e mercificante del sistema economico capitalista(per non parlare dei raggi solari cancerogene). Lo scandalo – tutto europeo finora – nasce proprio da questo rifiuto di esporre il proprio corpo in una societa’ (quella ‘occidentale’ anche se su questo termine ci sarebbe da discutere) dove il corpo spogliato e’ diventato strumento di potere per chi guarda e di oppressione per chi si scopre. Ben venga il burkini anche per i maschi!!!!!

     
  3. Antonella Scrive:

    Non mi convince l’ipotesi per cui il burkini, il burka o qualunque indumento che abbia lo scopo di sottrarre allo sguardo altrui il corpo delle “proprie” donne, abbia una ragione, per così dire, antimperialista.
    Non mi convince innanzitutto perché è pensato come esclusivamente femminile. E questo la dice lunga sulla sua natura: rassicurare le paure degli uomini a proposito di un diritto “proprietario” da esercitare sulle donne. Diritto proprietario che, nelle società occidentali, si è affievolito cambiando forma.
    Sicuramente non penso che la mia cultura, quella “occidentale”, sia la migliore di tutti. Anzi…l’Italia è un paese avanzatissimo quanto all’uso delle immagini del corpo femminile come veicolo di messaggi di qualunque tipo. Quando non diventa vero e proprio uso materiale.
    Ma c’è una differenza e sta nella possibilità della scelta che spesso, alle donne di altre culture, è completamente negata.

     
  4. Melania Scrive:

    Approvo totalmente quanto scritto da Danilo nel post scritto prima del mio. Giuliana, mi fa veramente specie quello che scrivi, sul serio, è di una superficialità da Corriere della Padania quanto affermi…disarmante!
    Come fai a sostenere questa storia dell’esibizionismo? Dove la metti la volontà di preservare l’integrità del proprio corpo? perchè pensi che non possa essere una vera scelta o anche un’esigenza legata alla propria cultura? o percezione di sè. Come ti permetti di sostenere queste baggianate? Io vivo in Yemen, il paese più arcaico e tradizionalista di tutti i paesi islamici, e da quando sono qui ho preso coscienza che esiste davvero un altro modo di sentirsi bene o “di percepire piacere” da parte delle donne islamiche differente da come lo IMPONI tu per tutte! Inoltre, dovresti specificare che l’ISLAM non è un tutt’uno ma ci sono varie maniere di viverlo e di intenderlo. Non si può appiattire tutto in questa maniera insulsa. Forse dovresti approfondire l’argomento! Sono disgustata.

     
  5. Gabriella O. Scrive:

    Brava Giuliana!
    Io non mi sento oppressa se espongo il mio corpo dove, quando e con chi voglio, più o meno a seconda delle situazioni. E’ veramente assurdo che la naturalezza del nuoto (abbiamo dimenticato dove passiamo i primi nove mesi della nostra vita?)non possa essere vissuta sulla propria nuda pelle. E’ frutto di ipocrisia cattolica/religiosa/maschilista la mentalità che persino al mare fa sì che le giovani donne indossino costumi (interi, due pezzi, burkini, non fa differenza)guardando con sospetto chi osa togliersi il reggiseno e che gli uomini adoperino dei ridicoli mutandoni penzolanti!
    Se c’è chi vede il male nel corpo umano e delle donne in particolare e lo mercifica questo non deve impedirci di viverlo come preferiamo, altrimenti la partita è persa.
    Il burkini non è perciò mai un segnale di libertà ma il risultato di oppressione!

     

  6. Nibelunga Scrive:

    Quanto si scalda Melania:Giuliana ha solo espresso un’opinione che oltretutto mi sembra molto sensata,non si capisce il perche’ di tanta acidita’ e tanto risentimento.E’ mai possibile che in Italia appena si accenni ad un minimo di dissenso nei confronti di un’usanza musulmana si venga ricoperti di insulti?L’islam e’ una religione che pone la donna in posizione subordinata rispetto all’uomo,se a te Melania va bene cosi’ siamo tutte contente,ma non dare della superficiale a chi dissente.

     
  7. Frank Scrive:

    Vorrei fare un commento per tutti quelli che affermano che il burkini sia un sottrarre il corpo femminile alla mercificazione.
    Quale tipo di mercificazione si potrebbe fare in una piscina o in una spiaggia vedendo una ragazza mussulmana con il normale costume da bagno???
    Non è forse che proprio in quei paesi dove si copre il corpo femminile che le donne ancora vivono in una manifesta inferiorità sociale e culturale???
    E a mio avviso solo il naturale svolgersi del tempo per un cambiamento sociale come da noi è avvenuto,provate a guardare le vecchie foto di donne del sud Italia come erano vestite,gonne lunghissime e fazzoletti a coprire i capelli!!! Siamo stati anche noi talebani!!!!
    Il burkini è solo un’espediente inconscio per rivoluzionare a piccoli passi un modello di pensiero a noi già appartenuto anni e anni addietro.
    Forza per le donne mussulmane !!! Solo loro hanno la possibilità di integrare e di integrarsi appieno nel nuovo mondo in cui ora vivono.
    Si al burkini dunque per la piccola percentuale di donne che vogliono o devono indossarlo per obbligo della famiglia,perche costituisce un passo verso una integrazione tra giovani ragazze altrimenti impossibile ma non tiriamo fuori la storia della mercificazione della donna.

     
  8. Claudio Scrive:

    ciao
    se io andassi in piscina a nuotare indossando una muta da sub, qualcuno avrebbe da ridire qualcosa? che differenza ci sarebbe tra una muta e il burkini? non sono libero di indossare ciò che voglio? le avvertenze dicono in piscina “bisogna fare la doccia prima di entrare e bisogna indossare la cuffia”, non altro mi sembra
    mi fa molto più pensare una bambina di 3 anni con un due pezzi e il pareo, al mare. A 3 anni è già, inconsapevole, una donna che consuma e si adegua alle norme imposte che le sono state propinate

    Claudio

     
  9. mauro Scrive:

    io non mi sento di avere una verità assoluta e credo che nessuno possa averla e scrivo per cercare di porre un altro elemento forse utile alla riflessione: anni fa (era il 1982) in una spiaggia allora perduta del Peloponneso (vicino al paesino di Dimonia) io con la mia compagna avevamo fatto capeggio libero e ci godevamo il sole completamente nudi. Dopo qualche giorno di permanenza in quel paradiso, una mattina mentre facevamo il bagno alcune anziane donne, cristiane ortodosse, vennero a fare il bagno: si immergevano completamente vestite di nero, per trarre refrigerio dalla calura di agosto, ma secondo i loro costumi, senza degnarci di uno sguardo. Noi, imbarazzati, ci siamo vestiti e neanche per un momento mi ha sfiorato l’idea di una nostra superiorità culturale. Un paio di anni fa, girando la Turchia mi sono trovato spesso a fare il bagno in spiagge nelle quali gli unici ’stranieri’ eravamo noi (la mia compagna, mio figlio ed io) e tutte le donne facevano il bagno in birkini. Ho avuto modo di osservarle, assolutamente libere, che parlavano fitto fra loro e dalle loro espressioni in assoluta libertà; così i bambini, lasciati a loro stessi avevano molta più libertà di organizzare giochi e scherzi senza interferenze di adulti.. e così anche gli uomini. Ora, no, non era la società perfetta, ma, accidenti, andiamoci piano coi giudizi dall’alto di una cultura come la nostra!

 

 

Aprile delle donne

 

Il 2 aprile ore 21,00
Latte di Cammella

spettacolo in Prima Nazionale al Teatro Baretti e in replica il 3 aprile ore 21,00

Spettacolo che riflette sulla situazione della Somalia a partire dai rapporti con l'Italia e con la sua passata colonizzazione, e mette in evidenza il ruolo delle donne nel faticoso processo di pacificazione.


Interpreti: Suad Omar, Elena Ruzza, Vesna Scepanovic
Testo: Claudio Canal
Spazio scenico: Christine Chanoux
Montaggio immagini: Murat Cinar
Tecnici luci e suono: Simona Gallo, Agostino Nardella
Regia: Gabriella Bordin
Produzione: Almateatro

Raccontare la Somalia ... dimenticata, tormentata dalla guerra, assediata dagli interessi di forze interne ed esterne al paese, la Somalia conquistata dall' Italia colonizzatrice e quella di oggi, da cui fuggono centinaia di profughi.....
Raccontare la sua destrutturazione, la situazione di inferno e di violenza e al tempo stesso di speranza. Brandelli di memorie vengono accostati ad immagini per evocare situazioni attuali e passate, quasi fosse impossibile parlare del paese con un linguaggio armonico e compiuto.
"Latte di Cammella" nasce dal desiderio di indagare questa realtà complessa da parte di chi, per motivi di guerra, non ha più avuto la possibilità di tornare.
Nasce dal desiderio di ripensare all'antico legame tra Italia e Somalia e al ruolo che ancora oggi il nostro paese svolge in quella zona e vuole essere una testimonianza dell' impegno delle donne che in Somalia e all'estero lavorano per il superamento della situazione di crisi. In scena le tre attrici di volta in volta ricordano, documentano e costruiscono reti di comunicazione, instancabili e moderne tessitrici di pace.
 

Ingresso 8 euro, ridotto 6 euro
Si accettano prenotazioni via mail (info@cineteatrobaretti.it) e telefoniche (011 655187)

 

 

Venerdì 3 aprile dalle ore 9,00 alle ore 13,30 incontro dal titolo
Donne somale:
nuovo soggetto politico per costruire la pace

 

Programma:
Saluti di apertura
Mario Cornelio Levi, Presidente della Circoscrizione 8
Germana Buffetti, Coordinatrice 5° Commissione della Circoscrizione 8
Aurora Tesio, Assessora alle Pari Opportunità e Relazioni Internazionali della Provincia di Torino.
Relatori
Mohamed Aden Sheikh
Presidente Centro Studi Africani
Presidente Associazione Comunità Somala in Piemonte
Presidente Associazione Somalia
"Il ruolo delle donne nella Società Somala: la resistenza, l'istruzione"
Faduma Hasan Dirshe
Vicepresidente della SWA-Somali Women Agenda
"Testimonianza dalla Somalia"
Elisa Pelizzari
Antropologa specialista del Corno d'Africa
"Donne e guerra civile in Somalia - la storia di Istarlin Abdi Arush"
Halima Ismail Ibrahim
Rappresentante Associazione IIDA e SWA
Somali Women Agenda
"Testimonianza dalla Somalia"
Bianca Maria Carcangiu
Storica - Università di Cagliari
"Somaliland al femminile, donne e potere nel Continente Africano"
Hawa Dahir Elmi
Rappresentante della SWA-Somali Women Agenda in Kenia.
"La situazione delle donne rifugiate in Kenia"
Berthin Nzonza
Presidente Associazione Mosaico
"La condizione dei nuovi rifugiati"
Moderatrice: Vesna Scepanovic, giornalista

 

ALMATEATRO
Nel mese di ottobre 1993, un gruppo di donne provenienti da diversi paesi (Marocco, Montenegro, Kenia, Argentina, Somalia, Nigeria, Etiopia, Eritrea, Cile, Perù, Colombia, Filippine, Russia, Italia) diede vita al Progetto Almateatro: uno spazio-laboratorio al femminile dove, attraverso il mezzo teatrale, si mettono in comunicazione realtà culturali diverse e in continua trasformazione, si attivano conoscenze e relazioni.
Da questa esperienza è nato Il Gruppo Almateatro formata dalle attrici - animatrici - ricercatrici: Sonia Aimiumu, Adriana Calero, Enza Levatè, Suad Omar, Vania Rocha, Elena Ruzza, Vesna Scepanovic e Flor Vidaurre con la Direzione Artistica e il Coordinamento di Gabriella Bordin.
Dal 1993 ad oggi ha realizzato 14 produzioni, numerosi laboratori nelle scuole, ricerche, seminari e scambi per mettere in luce la grande ricchezza legata all'incontro tra culture.
ALMATEATRO risponde al bisogno di un fare teatro che promuova la dimensione civile dell'impegno artistico, che crei comunità , spazi di esercizio di cittadinanza.
Un teatro per costruire relazioni e scambi tra differenti appartenenze, per dare spazio ad altre lingue, suoni, modi di essere in scena.
Almateatro nasce all'interno del Centro Interculturale delle donne Alma Mater di Torino-Associazione Almaterra ed è parte della Cooperativa La Talea.

 

Marzo delle donne

Cascina Roccafranca - via Rubino 45 - Torino

31 marzo 2009 ore 18,00

 La parola alle donne d'Africa tra noi

 (a cura di Spazio Donne e associazione Un Progetto al Femminile)

  Testimonianze dirette:

·       ASTOU GUEYE, senegalese, associazione Trait d’Union   ·       SADJIA BENDOU, algerina, mediatrice culturale Gruppo Abele

·       JEMILATU LJIOGBE, nigeriana, studentessa, associazione Mia Africa

  Testimonianze di donne italiane che incontrano e ascoltano donne d'Africa vittime della tratta e rifugiate politiche

·       UMBERTA INCISA, Volontariato Vincenziano ·       CRISTIANA CAVAGNA, Amnesty International

·       BARBARA FERUSSO, Comitato di Solidarietà Rifugiati e Migranti

Testimonianze di studentesse africane

  

·       IOLE AVIDANO, Comitato Istruzione per l’Africa

 

Sguardi di donne in luoghi difficili

 

Sala Colonne Centro Culturale Cascina Marchesa

C.so Vercelli 141 – Torino     27 marzo 2009   - ore 17,30

 

Racconti sulla situazione palestinese/israeliana

Interventi di: -   Franca Balsamo e Chiara Inaudi del “CIRSDe”

-         Margherita Granero delle “Donne in Nero di Torino” 

-   una rappresentante dell’Associazione “Almaterra” di Torino

proiezione di:   

Don't  scare"! 2006, video di  Sandra Assandri e Franca Balsamo
Abir - "profumo" in palestinese - è una giovane ragazza di  Qalandya che sogna un futuro da giornalista per poter sostenere la causa del suo popolo. Sorridente e sicura di sé partecipa, come ogni venerdì, a una manifestazione pacifica nel villaggio di Bil'in contro la costruzione del
muro il cui tracciato sottrarrà agli abitanti il 60% delle terre coltivate a ulivi. ………

 

 

Cantieri di pace 2009

 

CANTIERI  DI  PACE  2009   -   PER   UNA   CIVILTÀ   DELLA   PACE 

mercoledì  25 marzo  2009 alle  ore 17   presso il  Centro Sereno Regis  via Garibaldi 13 – Torino 

Palestina | Israele

Il muro della disinformazione 

seminario  con la partecipazione di  Donne in Nero  

Elvio Arancio  (redazione di Infopal Interventi Civili di Pace – Piemonte 

Comitato di solidarietà con la popolazione palestinese 

Per aprire un varco di conoscenza e riflessione tra ciò che giornali e televisioni hanno o non hanno mostrato, poniamo qualche domanda: 

Sono stati commessi crimini di guerra durante l’operazione “Piombo fuso”? 

Esiste una resistenza nonviolenta all’occupazione? 

Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente?        Diritto alla sicurezza o politiche di apartheid? 

Il fanatismo e l’integralismo stanno impedendo il raggiungimento della pace? 

Quali accordi economici, politici e militari legano l’Italia ad Israele? 

Come possiamo esprimere la volontà di pace come cittadine e cittadini che agiscono nella realtà torinese? 

 

Il massacro di Gaza ci riguarda

Abbiamo deciso di fare una uscita come "Donne in nero e non solo" con il volantino allegato.

ci vediamo Sabato 17 Gennaio 2009

 a Torino  in Piazza Castello angolo Via Garibaldi alle ore 16,30.

saremo presenti in nero e in silenzio

PER MANIFESTARE LA NOSTRA INDIGNAZIONE E IL NOSTRO DOLORE PER LA STRAGE DI GAZA

PER CHIEDERE UN CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO

LA FINE ALL'ASSEDIO NELLA STRISCIA DI GAZA

E CHE SIA GARANTITO IL DIRITTO ALLA VITA DELLA POPOLAZIONE

 

INVITIAMO

ASSOCIAZIONI, GRUPPI, CITTADINE E CITTADINI

A CONDIVIDERE LA NOSTRA INDIGNAZIONE E IL NOSTRO DOLORE

 

 

Il massacro di Gaza ci riguarda

 

Da 41 anni Israele occupa illegalmente i Territori palestinesi, in spregio di tutte le risoluzioni dell’Onu,  “privando tre milioni e mezzo di persone dei diritti alla libertà di movimento, al lavoro, alla salute e all’educazione” (Amnesty International) 

Israele continua a insediare coloni all’interno dei Territori occupati della Cisgiordania, violando la Convenzione di Ginevra, riducendo sempre più la poca acqua e la terra che resta ai Palestinesi (solo il 22% della Palestina storica, e ridotta a brandelli). Israele ha costruito all’interno dei territori palestinesi il Muro dell’apartheid, sottraendo un altro 15% del territorio e violando il diritto internazionale, come ha sentenziato la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja il 9 luglio 2004 (sentenza completamente disattesa da Israele), e rinchiudendo un intero popolo dentro una sola prigione. Nella Striscia di Gaza Israele ha chiuso in una prigione un milione e mezzo di persone, bloccando i valichi, lo spazio aereo e marittimo, non permettendo nemmeno di pescare ai pescatori palestinesi, riducendo la popolazione alla fame, senza acqua, senza elettricità, senza medicine, senza possibilità di uscire per curarsi, studiare e oggi sfuggire ai bombardamenti. 

Ma questo, troppi giornali e telegiornali non lo ricordano; ci dicono invece che Israele ha il diritto di difendersi. Concordiamo piuttosto con Luisa Morgantini, Donna in nero e Vice Presidente del Parlamento europeo, che su il manifesto del 6 gennaio 2009 ha scritto: “Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali e criminali, da condannare. Bisogna fermarli. Ma  basta con l’ impunità  di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti”. L’uso della sola forza non ottiene la sicurezza, ma alimenta violenza e spirito di vendetta; la forza, l’occupazione militare e la repressione violenta, non sono la soluzione del problema ma l’origine e il cuore del problema.  

In particolare l’esercito israeliano continua a compiere crimini di guerra sulla popolazione civile di Gaza, con l’utilizzo di armi come il fosforo bianco e le Dime (Dense inert metal esplosive), bombe termobariche, proiettili all’uranio impoverito e bombe a grappolo, azioni condannate dal Consiglio per i Diritti umani dell’ONU. Fermare il massacro di Gaza non è un problema degli “islamici” o delle donne e degli uomini arabi, ma di tutte e tutti noi, come l’apartheid in Sudafrica non era un problema dei “neri” ma di tutte e tutti noi: infatti in numerose città del mondo molte e molti hanno espresso l’indignazione per queste atrocità in affollate manifestazioni.

È un problema di pace e di giustizia che riguarda la responsabilità personale di ciascuna e ciascuno di noi.  

Il Comune di Torino, gemellato con la città di Gaza, non dovrebbe rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza della popolazione, ma sentire l’obbligo politico e morale di prendere tutte le possibili iniziative per restituire alla città gemella il diritto alla vita e alla libertà. Facciamo nostre le parole delle/dei pacifiste/i israeliane/i che hanno manifestato in questi giorni in Israele: “Vuoi fermare Hamas? Porta a Gaza la speranza, non la guerra”.  

Donne in nero – Casa delle Donne di Torino

 

Pakistan, spose ribelli sepolte vive in Baluchistan


Tre studentesse avevano deciso di sposarsi in Baluchistan, grande provincia pachistana, e di scegliersi un marito contro la volontà della tribù, il potente clan degli Umrani. Volevano sposarsi per amore, con rito civile, cerimonia quasi clandestina, perché la jirga, l'assemblea degli anziani a cui avevano chiesto il permesso, aveva detto no. Il giorno delle nozze arriva a prenderle uno squadrone della morte: Abdul Sattar Umrani, fratello del ministro delle Case del Baluchistan, Sadik Umrani, membro del Partito Popolare guidato dal vedovo di Benazir Bhutto, Asif Ali Zardari, che sabato a Islamabad potrebbe essere eletto Presidente dal Parlamento e dalle quattro Assemblee Provinciali. Portano le tre spose in una località desertica, Nau Abadi. Le picchiano, prima di fare fuoco. Sono ancora vive quando le gettano in una buca. A quel punto procedono alla sepoltura delle ragazze agonizzanti. Cinque donne uccise, le tre spose di 18 anni, 17 e 16 e la madre e la zia di una di loro.(www.larinascita.org 4 settembre 2008)


 

La donna vittima di guerra


di Flavio Ercoli

La Donna vittima di guerraLa risoluzione 1820 intende spedire alla Corte penale internazionale de l'Aja i responsabili, che a margine dei conflitti che li coinvolgono, stuprano in maniera sistematica donne, ragazze e bambine. E' così, con effetto immediato, che la storica risoluzione pone la violenza sessuale tra le armi di guerra, ponendo ai perpetratori di questa barbarica consuetudine lo stop immediato.L'atto epocale, sponsorizzato da trenta paesi, tra i quali l'Italia, è visto con favore ed ottimi auspici dall'organizzazione non governativa Human Rights Watch; l'ong chiede al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon la formulazione di un elenco dove vengano individuati i conflitti nei quali gli stupri siano stati ampiamente diretti contro le civili.

Proprio il Segretario Generale conclude il suo discorso dicendo: "La violenza contro le donne ha raggiunto proporzioni indescrivibili", e aggiunge che " per rispondere alla guerra silenziosa contro le donne è necessaria una leadership a livello nazionale; le Nazioni Unite sono chiamate ad aiutare gli Stati a costruire questa capacità e a sostenere la società civile".Il riconoscimento della violenza sessuale come arma di guerra suscita la soddisfazione delle ong, che spesso si occupano delle vittime e dei loro figli, frutti innocenti di tale ingiustizia. Il generale Patrick Cammaert, ex comandante delle forze di peacekeeping dell'Onu, spiega ciò che sapevamo sin dai conflitti medievali: "Più pericoloso essere donna che essere soldato durante i conflitti armati".

I conflitti dell'era post-moderna, oppure post-civile, stanno per essere passati al microscopio per individuare i colpevoli di stupro tattico. Gli scenari di guerra maggiormente indiziati sembrano essere la ex Jugoslavia, la regione sudanese del Darfur, la Repubblica Democratica del Congo, il Rwanda e la Liberia.

Giudizi positivi in merito alla risoluzione 1820 giungono dal ministro-ombra per le Pari Opportunità Vittoria Franco: " Tale risoluzione segna una svolta nelle relazioni internazionali e nella civiltà dei rapporti tra uomini e donne". La senatrice Franco continua mettendo in luce come da una buona notizia, di ambito sovranazionale, si passi ad una pessima sul fronte interno: " Il governo Berlusconi sospende i processi per violenze e maltrattamenti contro donne e minori e ci conduce, con indicibile leggerezza, verso l'impunità di chi si macchia del reato di stupro e violenza. E' chiaro che sta succedendo qualcosa di paradossale che noi contrasteremo con tutta la nostra forza". (AprileOnline 22 giugno 2008)

 

Iraq, la violenza contro le donne



di Stefano Rizzo

IIraq, la violenza contro le donnen guerra si uccide e si distrugge. Quello è lo scopo principale che, una volta raggiunto, consegna a chi più ha ucciso e distrutto la vittoria. Ma non solo. Da sempre in guerra si esercita una violenza gratuita e senza scopo sulla popolazione civile, sui non combattenti, particolarmente sulle donne. Le donne "nemiche" vengono violentate, ridotte in schiavitù, usate come sollazzo per i soldati. E' sempre successo e nel secolo passato forse in misura maggiore di ogni altra epoca, in tutti i teatri di guerra, in Asia, in Europa, in Indocina, in Darfur, nelle mille altre "piccole guerre" che hanno insanguinato e insanguinano il pianeta.

La guerra irachena, una guerra atipica sotto molti aspetti, lo è anche in questo. Sì, ci sono stati casi orribili di ragazze irachene violentate e uccise da parte dei soldati americani; non sono stati tantissimi, rispetto ai numeri del passato, anche se probabilmente in numero molto maggiore di quelli venuti alla luce. Ma la differenza sta nel fatto che questa volta le violenze maggiori sono state compiute nei confronti delle donne della propria parte.
Il numero delle donne nell'esercito americano è enormemente aumentato negli ultimi anni. Dall'inizio della guerra sono transitate in Iraq, Afghanistan e Medioriente oltre 160.000 donne, circa un settimo del totale; il che vuol dire che attualmente ci sono in Iraq al momento almeno 20.000 soldatesse. Più che il risveglio di particolari inclinazioni belliche il motivo di tanto interesse per il servizio militare è legato, come per i maschi, alle difficoltà economiche e alla mancanza di occupazioni che non siano precarie e sottopagate; e anche alle pressioni e agli incentivi economici offerti dagli "arruolatori" delle forze armate che, in un esercito tutto volontario, trovano sempre maggiori difficoltà a riempire i ranghi. La maggior parte delle donne non sono impiegate direttamente in operazioni di combattimento, ma in una zona di guerra come l'Iraq, che non conosce confini tra prima linea e retrovie, i pericoli sono ugualmente grandi. E così dall'inizio dell'invasione sono morte oltre 70 soldatesse e altre 500 sono rimaste ferite.

Alle ferite provocate dalle bombe e dagli attacchi del nemico si aggiungono le violenze sessuali da parte dei propri commilitoni; i quali, bisogna capirli, trovando molte difficoltà a violentare le indigene, se la prendono con quelle che hanno più vicino - le donne che guidano i camion dei rifornimenti, che vedono tutti i giorni a mensa e che qualche volta vanno anche in pattuglia con loro. Il risultato è che, secondo una indagine in corso da parte del Congresso, ci sono stati negli ultimi due anni 124 casi di violenza sessuale, singola o di gruppo, nei confronti di donne soldato. O meglio, questi sono i casi che sono arrivati a processo da parte di una corte marziale; i casi denunciati per un solo anno, il 2005, sono 2374 e probabilmente (come avviene nella vita civile) sono molti di più quelli non denunciati. Secondo uno studio condotto anni fa sui reduci del Vietnam, almeno il 70 per cento delle soldatesse (ed erano molte di meno allora) riferirono di essere state sottoposte a violenze o molestie sessuali. La situazione nelle basi americani in Medioriente è così grave che gli ufficiali raccomandano alle loro sottoposte di non andare alle latrine o alle docce senza essere accompagnate da almeno un'altra donna, e soprattutto di non girare per il campo la sera.

Se le soldatesse sono continuamente minacciate, la situazione è anche peggiore per le donne civili che lavorano al servizio dei militari e che non dipendono dal Pentagono, ma da società private come la Blackwater o la KBR (già sussidiaria della Halliburton del vicepresidente Cheney). Non ci sono numero esatti, ma si calcola che i civili che lavorano in Iraq sono circa 180.000, di cui almeno 8000 donne. Una parte, circa il 10 per cento, di questi hanno funzioni di "sicurezza", sono in pratica mercenari armati - come quelli della Blackwater che alcuni mesi fa uccisero 17 civili iracheni in una strada di Baghdad. La maggior parte invece svolge tutti quei lavori che sono necessari per far funzionare una macchina da guerra: guidano i camion, cucinano, lavano la biancheria, nel migliore dei casi hanno funzioni impiegatizie. Solo una parte di loro sono americani; almeno la metà provengono dai paesi più poveri della terra -- le Filippine, il Bangladesh, il Pakistan - sono pagati una frazione di quanto ricevono i loro colleghi americani, a differenza di loro sono sottoposti a turni massacranti e, se protestano, vengono rispediti in men che non si dica nei rispettivi paesi di origine.

Ma per le donne va molto peggio, anche se americane. Anche qui non ci sono statistiche ufficiali, ma gli episodi di violenza carnale si contano nelle migliaia; alcuni - quelli che coinvolgono donne americane - sono stati denunciati dalla stampa, ma sulla realtà complessiva regna un silenzio omertoso. Il fatto è che mentre le donne soldato in caso di violenza possono presentare denuncia per via gerarchica in base al codice militare, le donne (e gli uomini) civili in Iraq si trovano in un limbo giuridico. Come si è visto nei ripetuti casi di omicidi e altre violenze da parte degli uomini della Blackwater, a loro non si applicano né le leggi irachene né il codice militare americano, e neppure le leggi civili dal momento che polizia, inquirenti e giudici si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Il risultato è una impunità di fatto per ogni tipo di reato. La massima punizione per chi uccide, stupra, ruba o spaccia droga è il licenziamento.

Non solo sul piano penale, ma anche su quello civile. A tutti i dipendenti della KBR viene fatta firmare una carta in cui rinunciano a rivalersi contro la società per eventuali danni subiti e accettano di sottoporre ogni contenzioso ad un arbitrato organizzato dalla società stessa. Il risultato è che le centinaia di donne violentate o aggredite sessualmente dai loro compagni di lavoro non hanno potuto sporgere denuncia e al massimo hanno ottenuto un risarcimento irrisorio. Di più, poiché il violentatore è spesso il superiore gerarchico della donna, la prima conseguenza se si azzarda a protestare è il licenziamento.(AprileOnline 18 febbraio 2008)

 

Salviamo Sayed Pervez Kambaksh

 

Centinaia di persone hanno manifestato giovedì a Kabul  contro la condanna a morte di Sayed Pervez Kambaksh, 23 anni, lo studente giornalista accusato di blasfemia per aver scaricato da internet un rapporto sui diritti delle donne. La protesta a Kabul è stata accompagnata nel mondo dalla mobilitazione di molteplici organizzazioni per la difesa dei diritti umani e la libertà di stampa, e migliaia di persone che hanno inviato appelli al presidente afghano Karzai chiedendo la revoca dell’infame condanna, comminata da un tribunale religioso, che non ha consentito difesa legale all’imputato, e confermata mercoledì da una mozione approvata dal senato afghano. Il quotidiano inglese The Independent ha promosso una campagna che in poche ore ha raccolto l’adesione di oltre 13mila persone.(Il Manifesto 2 febbraio 2008).

 

Sayed è un giornalista afghano di 23 anni. Come si possa essere giornalisti a quell’età è difficile da comprendere nella nostra Italia, dove a quell’età un ragazzo è raramente laureato. Figurarsi già al lavoro come giornalista. Ma non è questo a renderlo un personaggio singolare.Sayed è stato condannato a morte da un tribunale religioso afghano. Sayed non ha provocato stragi. Sayed non è un terrorista. Sayed non è un pedofilo o un assassino. Non è neppure un ladro. Sayed è un giovane giornalista. Un ragazzo pieno di voglia di cambiare il suo mondo, come lo siamo o siamo stati tutti a quell’età.Sayed ha messo in dubbio l’interpretazione del Corano. Ha messo in dubbio che mai il Corano abbia previsto la sottomissione delle donne.
Il loro stato di inferiorità rispetto al maschio. Che il Corano riservi solo ai maschi il diritto alla poligamia.

Il quotidiano inglese The Indipendent ha organizzato una petizione mondiale per contestare questa condanna. Una condanna confermata ieri anche dalla Camera Alta afghana.I nostri soldati sono in Afghanistan. Giusta o sbagliata che sia stata la scelta di intraprendere quella guerra, sono in Afghanistan per aiutare gli afghani a ricostruire il loro paese, sottraendolo ad anni di tirannia oscurantista dei Taliban.
I nostri soldati sono morti per difendere quel paese da attacchi di terroristi, fondamentalisti e guerriglieri che vorrebbero vedere l’Afghanistan tornare al medioevo in cui viveva sino a pochi anni fa.

Ma di fronte a questa situazione viene da chiedersi: è servito a qualcosa? Quella che poteva essere la sola buona azione conseguente ad una guerra per certi versi assurda - salvare il popolo afghano dal fondamentalismo islamico, le loro donne da una sottomissione oscurantistica, dal burka a vita, dal non aver diritto a guidare una macchina, avere una istruzione, avere diritto di parola in pubblico - viene vanificata da leggi oscurantiste sostenute dal suo nuovo governo.
Quello che senza i nostri soldati non sarebbe mai esistito. Che ancora oggi vive della nostra protezione e sta riacquistando lentamente il controllo del paese grazie ad essi.
Abbiamo forse aiutato gli afghani a sostituire degli scellerati con altri scellerati? Vecchie leggi irrispettose dei seppur basilari principi del rispetto della libertà dell’uomo, con leggi perfettamente identiche?Certo, non lo giustizieranno nel famigerato campo di calcio di Kabul di fronte a folle festanti o costrette dai Taliban ad assistere alle esecuzioni.
Lo faranno nel buio di un carcere. Se così dev’essere, se questo evento non potrà essere scongiurato, se queste leggi non potremo farle abrogare, abbiamo fallito.
Non li abbiamo aiutati. Non è servito a nulla neppure lo sforzo più genuino. Il solo obiettivo ragionevole di una guerra unicamente politica. E’ forse giunto il momento di ritirarci.(http://www.thenovecentospost.com/ 2 febbraio 2008)

 

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