Donne nel mondo



L'Italia finanzia le violenze contro le donne migranti
Autrice: calafuria
- 19 Settembre 2009 - www.Leluminarie.it
Sono
tante le testimonianze dei soprusi e
delle torture subiti dalle persone
detenute nei centri di concentramento
libici, ma per le donne, oltre alle
torture, il trattamento prevede violenze
sessuali e stupri di gruppo!
L´Italia,
finanziando la polizia e le carceri
libiche e respingendo donne e uomini
verso la Libia, è complice di queste
atroci violenze.
Dalla frontiera meridionale libica ogni
anno entrano migliaia di migranti e
rifugiati sprovvisti didocumenti, alcuni
dei quali poi continuano il viaggio
verso l´Italia. Anche se uomini e donne
africani che arrivano via mare
rappresentano una minima parte dei
migranti senza documenti presenti in
Italia, il governo italiano ha
concentrato attenzione e risorse sugli
sbarchi, poiché essi rappresentano il
simbolo della prospettiva emergenziale
costruita da anni sul tema
dell´immigrazione: sul regime di paura
alimentato dalla menzogna dell´”invasione”
si gioca la propaganda razzista e
criminalizzante del governo, ormai
istituzionalizzata nel pacchetto
sicurezza.
In base agli accordi
tra il governo italiano e il governo
libico e alle nuove politiche migratorie
inaugurate dall´Italia, le donne e gli
uomini provenienti dalla Libia, anche se
quasi mai di nazionalità libica, vengono
“respinti” senza avere la possibilità di
arrivare in Italia e di presentare
richiesta di diritto d´asilo, di cui la
maggior parte di loro è a tutti gli
effetti titolare. Da quando sono
cominciati i respingimenti in mare sono
stati finora oltre 1.200 le persone che
le autorità italiane hanno riconsegnato
alla Libia. Durante la detenzione nelle
carceri libiche, uomini e donne
subiscono violenze inaudite e vere e
proprie torture, “Abusi, vessazioni,
maltrattamenti, arresti arbitrari,
detenzioni senza processo in condizioni
degradanti, torture, violenze fisiche e
sessuali, rimpatri di rifugiati e
deportazioni in pieno deserto. Crimini
che l´Unione europea finge di non
vedere…” queste le amare conclusioni di
un rapporto curato da Fortress Europe
nel 2007.
Le donne in particolare subiscono,
oltre alle violenze fisiche e
psicologiche, stupri ripetuti e
collettivi. In seguito alle violenze
sessuali, molte di loro rimangono
incinte e sono costrette a ricorrere ad
aborti clandestini, che spesso le
uccidono.
E non è che le cose in “patria”
vadano meglio: nei CPT (oggi CIE) viene
applicato lo stesso progetto repressivo
e violento. Ne è una prova la protesta
al CIE di via Corelli a Milano,
soffocata dalla violenza delle Forze
dell´Ordine. I processi si svolgeranno
il 21 e il 23 settembre e vedono
implicato anche l´ispettore capo di
servizio al centro, accusato da una
partecipante alla protesta di tentata
violenza sessuale.
Paradossalmente tutto
questo viene fatto al fine di garantire
la “sicurezza ” dei cittadini e delle
cittadine italiane e anche in nome della
violenza contro le donne. La ministra
Carfagna ha sostenuto, nell´incontro con
Gheddafi dello scorso giugno, di voler
aiutare le donne africane, e ha
presieduto in questi giorni un G8 contro
la violenza alle donne escludendo i
centri antiviolenza. Di fatto però
l´Italia finanzia attivamente le
violenze contro donne e uomini migranti
con importanti stanziamenti finanziari e
di mezzi alla Libia. Del corpo delle
donne viene sempre fatto un uso
strumentale, viene data risonanza
mediatica solo agli stupri di stranieri
su donne italiane, quando le violenze
commesse da uomini migranti costituisce
solo una minima parte delle violenze
agite sulle donne nel nostro paese. La
maggior parte della violenza avviene
all´interno della famiglia cosiddetta
“normale”, promossa e protetta e al
centro di tutte le politiche sociali.
Vogliamo che sulla violenza alle
donne non venga fatta nessuna
strumentalizzazione per avallare leggi
razziali!
Vogliamo la libertà
di migrazione per tutte/i, sia per le
persone che emigrano per necessità, in
fuga da guerre, dittature e
persecuzioni, sia per le/i migranti
economici, e per tutte/i coloro che
desiderano migrare.
Vogliamo che vengano
interrotti immediatamente i
respingimenti, che vengano garantiti il
diritto all´esistenza, alla libertà,
all´autodeterminazione delle e dei
migranti, no al reato di clandestinità,
no al pacchetto sicurezza.
Vogliamo che le donne
che arrivano nel nostro paese non
debbano subire ogni tipo di violenza
senza potersi ribellare proprio perché
una legge della nostra repubblica le
rende ricattabili.
Non possiamo più far
finta di non vedere e di non sapere, non
possiamo non riconoscere il legame tra
violenza contro le donne, sessismo,
razzismo, lesbo/trans/omofobia, che
porta alla normalizzazione di vecchi e
nuovi fascismi, auspichiamo che le voci
di dissenso producano nuove forme di
resistenza.
Mercoledì 23 Settembre dalle ore
18 PRESIDIO Piazza Nettuno, Bologna
Invitiamo tutte/i/* a partecipare!!
Altra città - Lista civica di donne
Per adesioni:
altracitta@women.it
Paese che vai, burkini che
trovi...

mg
Ho pensato di pubblicare questo blog del Manifesto
perchè certo la discussione è interessante.... Personalmente ritengo che
ognuna/o sia libera di vestirsi o svestirsi come meglio crede, io certo
preferisco non solo il modello brasiliano, ma mi spingo oltre,
sono naturista, preferisco il nulla. Comunque non ne farei una tragedia
se le donne islamiche fanno il bagno vestite, non mi ritengo offesa, non
la considero una questione igienica, perchè si può essere anche molto
luridi da svestiti e neppure lo considero esibizionismo come Giuliana
Sgrena. Non credo che per esibizionismo ci si possa fiondare in una
piscina vestite così, anzi deve essere estremamente imbarazzante quando
sei da sola a farlo. Sono una persona tollerante e ospitale,
quindi ben venga il burkini se la donna che ci sta dentro si sente un
poco di più a casa sua e non in un paese intollerante e razzista
dove le famiglie sono "spaventate" da questo tipo di costume ma non lo
sono da certe trasmissioni televisive che fanno vedere ai loro figli per
parecchie ore al giorno, con sparatorie, morti ammazzati e reality a più
non posso, quelli sì, estremamente diseducativi.
Il burkini, puro esibizionismo
di Giuliana Sgrena
I
n
questi giorni sui giorni imperversa la foto di donne in burkini.
Permettere che entrino in piscina oppure no? Mi sembra che il problema
se lo dovrebbero porre loro (le donne in questione) che piacere può
provare una donna così vestita dentro una piscina? Non può certo
esercitarsi nel nuoto (ci sono altre tute molto caste e più appropriate)
e se vuole refrigerarsi meglio nuda sotto la propria doccia, o no?
Comunque il burkin non ha nulla a che vedere con il corano che non
prescrive esplicitamente nemmeno l’obbligo del velo. Forse tanto
esibizionismo è più contrario all’islam di un normale costume da bagno,
che molte donne musulmane vestono senza problemi. Dare credibilità (e lo
fanno anche femministe di casa nostra) a simili esibizioni di “libertà”
non serve alla causa delle donne anche musulmane.(blog del Manifesto
agosto 2009)
Aprile delle donne

Il 2 aprile ore 21,00
Latte di Cammella
spettacolo in Prima Nazionale al Teatro Baretti e in replica il
3 aprile ore 21,00
Spettacolo che riflette sulla situazione della Somalia a
partire dai rapporti con l'Italia e con la sua passata colonizzazione, e
mette in evidenza il ruolo delle donne nel faticoso processo di
pacificazione.
Interpreti: Suad Omar, Elena Ruzza, Vesna Scepanovic
Testo: Claudio Canal
Spazio scenico: Christine Chanoux
Montaggio immagini: Murat Cinar
Tecnici luci e suono: Simona Gallo, Agostino Nardella
Regia: Gabriella Bordin
Produzione: Almateatro
Raccontare la Somalia ... dimenticata, tormentata
dalla guerra, assediata dagli interessi di forze interne ed esterne al
paese, la Somalia conquistata dall' Italia colonizzatrice e quella di
oggi, da cui fuggono centinaia di profughi.....
Raccontare la sua destrutturazione, la situazione di inferno e di
violenza e al tempo stesso di speranza. Brandelli di memorie vengono
accostati ad immagini per evocare situazioni attuali e passate, quasi
fosse impossibile parlare del paese con un linguaggio armonico e
compiuto.
"Latte di Cammella" nasce dal desiderio di indagare questa realtà
complessa da parte di chi, per motivi di guerra, non ha più avuto la
possibilità di tornare.
Nasce dal desiderio di ripensare all'antico legame tra Italia e Somalia
e al ruolo che ancora oggi il nostro paese svolge in quella zona e vuole
essere una testimonianza dell' impegno delle donne che in Somalia e
all'estero lavorano per il superamento della situazione di crisi. In
scena le tre attrici di volta in volta ricordano, documentano e
costruiscono reti di comunicazione, instancabili e moderne tessitrici di
pace.
Ingresso 8 euro, ridotto 6 euro
Si accettano prenotazioni via mail (info@cineteatrobaretti.it) e
telefoniche (011 655187)

Venerdì 3 aprile dalle ore 9,00 alle ore 13,30
incontro dal titolo
Donne somale:
nuovo soggetto politico per costruire la pace
Programma:
Saluti di apertura
Mario Cornelio Levi, Presidente della Circoscrizione 8
Germana Buffetti, Coordinatrice 5° Commissione della Circoscrizione 8
Aurora Tesio, Assessora alle Pari Opportunità e Relazioni Internazionali
della Provincia di Torino.
Relatori
Mohamed Aden Sheikh
Presidente Centro Studi Africani
Presidente Associazione Comunità Somala in Piemonte
Presidente Associazione Somalia
"Il ruolo delle donne nella Società Somala: la resistenza, l'istruzione"
Faduma Hasan Dirshe
Vicepresidente della SWA-Somali Women Agenda
"Testimonianza dalla Somalia"
Elisa Pelizzari
Antropologa specialista del Corno d'Africa
"Donne e guerra civile in Somalia - la storia di Istarlin Abdi Arush"
Halima Ismail Ibrahim
Rappresentante Associazione IIDA e SWA
Somali Women Agenda
"Testimonianza dalla Somalia"
Bianca Maria Carcangiu
Storica - Università di Cagliari
"Somaliland al femminile, donne e potere nel Continente Africano"
Hawa Dahir Elmi
Rappresentante della SWA-Somali Women Agenda in Kenia.
"La situazione delle donne rifugiate in Kenia"
Berthin Nzonza
Presidente Associazione Mosaico
"La condizione dei nuovi rifugiati"
Moderatrice: Vesna
Scepanovic, giornalista

ALMATEATRO
Nel mese di ottobre 1993, un gruppo di donne provenienti da diversi
paesi (Marocco, Montenegro, Kenia, Argentina, Somalia, Nigeria, Etiopia,
Eritrea, Cile, Perù, Colombia, Filippine, Russia, Italia) diede vita al
Progetto Almateatro: uno spazio-laboratorio al femminile dove,
attraverso il mezzo teatrale, si mettono in comunicazione realtà
culturali diverse e in continua trasformazione, si attivano conoscenze e
relazioni.
Da questa esperienza è nato Il Gruppo Almateatro formata dalle attrici -
animatrici - ricercatrici: Sonia Aimiumu, Adriana Calero, Enza Levatè,
Suad Omar, Vania Rocha, Elena Ruzza, Vesna Scepanovic e Flor Vidaurre
con la Direzione Artistica e il Coordinamento di Gabriella Bordin.
Dal 1993 ad oggi ha realizzato 14 produzioni, numerosi laboratori nelle
scuole, ricerche, seminari e scambi per mettere in luce la grande
ricchezza legata all'incontro tra culture.
ALMATEATRO risponde al bisogno di un fare teatro che promuova la
dimensione civile dell'impegno artistico, che crei comunità , spazi di
esercizio di cittadinanza.
Un teatro per costruire relazioni e scambi tra differenti appartenenze,
per dare spazio ad altre lingue, suoni, modi di essere in scena.
Almateatro nasce all'interno del Centro Interculturale delle donne Alma
Mater di Torino-Associazione Almaterra ed è parte della Cooperativa La
Talea.
Marzo delle donne

Cascina Roccafranca - via Rubino 45 - Torino
31 marzo 2009 ore 18,00
La parola alle
donne d'Africa tra noi
(a
cura di Spazio Donne e associazione Un Progetto al Femminile)
Testimonianze
dirette:
·
ASTOU GUEYE, senegalese,
associazione Trait d’Union ·
SADJIA BENDOU, algerina,
mediatrice culturale Gruppo Abele
·
JEMILATU LJIOGBE, nigeriana,
studentessa, associazione Mia Africa
Testimonianze di donne italiane che
incontrano e ascoltano donne d'Africa vittime della tratta e rifugiate
politiche
·
UMBERTA INCISA, Volontariato
Vincenziano ·
CRISTIANA CAVAGNA, Amnesty
International
·
BARBARA FERUSSO, Comitato di
Solidarietà Rifugiati e Migranti
Testimonianze di studentesse
africane
·
IOLE AVIDANO, Comitato Istruzione per l’Africa


Sguardi di donne in luoghi difficili
Sala Colonne Centro Culturale Cascina Marchesa
C.so Vercelli
141 – Torino
27 marzo 2009 - ore 17,30

Racconti sulla situazione palestinese/israeliana
Interventi di: - Franca Balsamo e Chiara Inaudi del “CIRSDe”
-
Margherita Granero delle “Donne in Nero di Torino”
- una rappresentante
dell’Associazione “Almaterra” di Torino
proiezione di:
Don't scare"! 2006, video di
Sandra Assandri e Franca Balsamo
Abir - "profumo" in palestinese - è una giovane ragazza di Qalandya che
sogna un futuro da giornalista per poter sostenere la causa del suo
popolo. Sorridente e sicura di sé partecipa, come ogni venerdì, a una
manifestazione pacifica nel villaggio di Bil'in contro la costruzione
del
muro il cui tracciato sottrarrà agli abitanti il 60% delle terre
coltivate a ulivi. ………
Cantieri di pace 2009
CANTIERI
DI PACE
2009 -
PER UNA
CIVILTÀ
DELLA PACE
mercoledì 25 marzo
2009 alle
ore 17
presso il
Centro Sereno Regis
via Garibaldi 13 – Torino
Palestina | Israele
Il muro della
disinformazione
seminario
con la partecipazione di Donne
in Nero
Elvio Arancio
(redazione di Infopal) Interventi
Civili di Pace
– Piemonte
Comitato di solidarietà con la popolazione
palestinese
Per aprire
un varco di conoscenza e riflessione
tra ciò che giornali e televisioni hanno o non hanno mostrato, poniamo
qualche domanda:
Sono stati commessi
crimini di guerra durante l’operazione “Piombo fuso”?
Esiste una resistenza nonviolenta
all’occupazione?
Israele è l’unica
democrazia del Medio Oriente?
Diritto alla
sicurezza o politiche di
apartheid?
Il fanatismo e l’integralismo
stanno impedendo il raggiungimento della pace?
Quali accordi economici,
politici e militari legano l’Italia ad Israele?
Come possiamo esprimere la
volontà di pace come cittadine e cittadini che agiscono
nella realtà torinese?
Il massacro di Gaza ci riguarda
Abbiamo deciso di fare una uscita come "Donne
in nero e non solo" con il volantino allegato.
ci vediamo Sabato 17 Gennaio 2009
a Torino
in Piazza Castello angolo Via Garibaldi alle
ore 16,30.
saremo presenti in
nero e in silenzio
PER
MANIFESTARE LA NOSTRA INDIGNAZIONE E IL NOSTRO DOLORE PER LA STRAGE
DI GAZA
PER
CHIEDERE UN CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO
LA FINE
ALL'ASSEDIO NELLA STRISCIA DI GAZA
E CHE
SIA GARANTITO IL DIRITTO ALLA VITA DELLA POPOLAZIONE
INVITIAMO
ASSOCIAZIONI, GRUPPI, CITTADINE E CITTADINI
A
CONDIVIDERE LA NOSTRA INDIGNAZIONE E IL NOSTRO DOLORE
Il massacro di Gaza ci riguarda
Da
41 anni Israele occupa illegalmente i Territori palestinesi, in spregio
di tutte le risoluzioni dell’Onu, “privando tre milioni e mezzo di
persone dei diritti alla libertà di movimento, al lavoro, alla salute e
all’educazione” (Amnesty International)
Israele continua a
insediare coloni all’interno dei Territori occupati della
Cisgiordania, violando la Convenzione di Ginevra, riducendo
sempre più la poca acqua e la terra che resta ai Palestinesi (solo il
22% della Palestina storica, e ridotta a brandelli). Israele ha
costruito all’interno dei territori palestinesi il Muro dell’apartheid,
sottraendo un altro 15% del territorio e violando il diritto
internazionale, come ha sentenziato la Corte Internazionale di Giustizia
dell’Aja il 9 luglio 2004 (sentenza completamente disattesa da Israele),
e rinchiudendo un intero popolo dentro una sola prigione. Nella
Striscia di Gaza Israele ha chiuso in una prigione un milione e mezzo di
persone, bloccando i valichi, lo spazio aereo e marittimo, non
permettendo nemmeno di pescare ai pescatori palestinesi, riducendo la
popolazione alla fame, senza acqua, senza elettricità, senza medicine,
senza possibilità di uscire per curarsi, studiare e oggi sfuggire ai
bombardamenti.
Ma questo, troppi
giornali e telegiornali non lo ricordano; ci dicono invece che Israele
ha il diritto di difendersi. Concordiamo piuttosto con Luisa Morgantini,
Donna in nero e Vice Presidente del Parlamento europeo, che su il
manifesto del 6 gennaio 2009 ha scritto: “Certo Hamas con il
lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione
civile israeliana, azioni illegali e criminali, da condannare. Bisogna
fermarli. Ma basta con l’ impunità di Israele e dei ricatti dei loro
gruppi dirigenti”. L’uso della sola forza non ottiene la sicurezza,
ma alimenta violenza e spirito di vendetta; la forza, l’occupazione
militare e la repressione violenta, non sono la soluzione del problema
ma l’origine e il cuore del problema.
In particolare
l’esercito israeliano continua a compiere crimini di guerra sulla
popolazione civile di Gaza, con l’utilizzo di armi come il
fosforo bianco e le Dime (Dense inert metal esplosive), bombe
termobariche, proiettili all’uranio impoverito e bombe a grappolo,
azioni condannate dal Consiglio per i Diritti umani dell’ONU. Fermare il
massacro di Gaza non è un problema degli “islamici” o delle donne e
degli uomini arabi, ma di tutte e tutti noi, come l’apartheid in
Sudafrica non era un problema dei “neri” ma di tutte e tutti noi:
infatti in numerose città del mondo molte e molti hanno espresso
l’indignazione per queste atrocità in affollate manifestazioni.
È un problema di pace
e di giustizia che riguarda la responsabilità personale di ciascuna
e ciascuno di noi.
Il Comune di Torino,
gemellato con la città di Gaza, non dovrebbe rimanere in silenzio di
fronte alla sofferenza della popolazione, ma sentire l’obbligo politico
e morale di prendere tutte le possibili iniziative per restituire alla
città gemella il diritto alla vita e alla libertà. Facciamo nostre le
parole delle/dei pacifiste/i israeliane/i che hanno manifestato in
questi giorni in Israele: “Vuoi fermare Hamas? Porta a Gaza la
speranza, non la guerra”.
Donne in nero – Casa delle Donne di Torino
Pakistan, spose ribelli sepolte vive
in Baluchistan
Tre studentesse avevano deciso di sposarsi in
Baluchistan, grande provincia pachistana, e di
scegliersi un marito contro la volontà della tribù, il
potente clan degli Umrani. Volevano sposarsi per amore,
con rito civile, cerimonia quasi clandestina, perché la
jirga, l'assemblea degli anziani a cui avevano chiesto
il permesso, aveva detto no. Il giorno delle nozze
arriva a prenderle uno squadrone della morte: Abdul
Sattar Umrani, fratello del ministro delle Case del
Baluchistan, Sadik Umrani, membro del Partito Popolare
guidato dal vedovo di Benazir Bhutto, Asif Ali Zardari,
che sabato a Islamabad potrebbe essere eletto Presidente
dal Parlamento e dalle quattro Assemblee Provinciali.
Portano le tre spose in una località desertica, Nau
Abadi. Le picchiano, prima di fare fuoco. Sono ancora
vive quando le gettano in una buca. A quel punto
procedono alla sepoltura delle ragazze agonizzanti.
Cinque donne uccise, le tre spose di 18 anni, 17 e 16 e
la madre e la zia di una di loro.(www.larinascita.org 4
settembre 2008)
La donna vittima di guerra
di Flavio Ercoli
La
risoluzione 1820 intende spedire alla Corte penale
internazionale de l'Aja i responsabili, che a margine
dei conflitti che li coinvolgono, stuprano in maniera
sistematica donne, ragazze e bambine. E' così, con
effetto immediato, che la storica risoluzione pone la
violenza sessuale tra le armi di guerra, ponendo ai
perpetratori di questa barbarica consuetudine lo stop
immediato.L'atto epocale, sponsorizzato da trenta paesi,
tra i quali l'Italia, è visto con favore ed ottimi
auspici dall'organizzazione non governativa Human Rights
Watch; l'ong chiede al segretario generale dell'Onu Ban
Ki-moon la formulazione di un elenco dove vengano
individuati i conflitti nei quali gli stupri siano stati
ampiamente diretti contro le civili.
Proprio il Segretario Generale
conclude il suo discorso dicendo: "La violenza contro le
donne ha raggiunto proporzioni indescrivibili", e
aggiunge che " per rispondere alla guerra silenziosa
contro le donne è necessaria una leadership a livello
nazionale; le Nazioni Unite sono chiamate ad aiutare gli
Stati a costruire questa capacità e a sostenere la
società civile".Il riconoscimento della violenza
sessuale come arma di guerra suscita la soddisfazione
delle ong, che spesso si occupano delle vittime e dei
loro figli, frutti innocenti di tale ingiustizia. Il
generale Patrick Cammaert, ex comandante delle forze di
peacekeeping dell'Onu, spiega ciò che sapevamo sin dai
conflitti medievali: "Più pericoloso essere donna che
essere soldato durante i conflitti armati".
I conflitti dell'era post-moderna,
oppure post-civile, stanno per essere passati al
microscopio per individuare i colpevoli di stupro
tattico. Gli scenari di guerra maggiormente indiziati
sembrano essere la ex Jugoslavia, la regione sudanese
del Darfur, la Repubblica Democratica del Congo, il
Rwanda e la Liberia.
Giudizi positivi in merito alla
risoluzione 1820 giungono dal ministro-ombra per le Pari
Opportunità Vittoria Franco: " Tale risoluzione segna
una svolta nelle relazioni internazionali e nella
civiltà dei rapporti tra uomini e donne". La senatrice
Franco continua mettendo in luce come da una buona
notizia, di ambito sovranazionale, si passi ad una
pessima sul fronte interno: " Il governo Berlusconi
sospende i processi per violenze e maltrattamenti contro
donne e minori e ci conduce, con indicibile leggerezza,
verso l'impunità di chi si macchia del reato di stupro e
violenza. E' chiaro che sta succedendo qualcosa di
paradossale che noi contrasteremo con tutta la nostra
forza". (AprileOnline 22 giugno 2008)
Iraq, la violenza contro le donne
di Stefano RizzoI
n
guerra si uccide e si distrugge. Quello è lo scopo
principale che, una volta raggiunto, consegna a chi più
ha ucciso e distrutto la vittoria. Ma non solo. Da
sempre in guerra si esercita una violenza gratuita e
senza scopo sulla popolazione civile, sui non
combattenti, particolarmente sulle donne. Le donne
"nemiche" vengono violentate, ridotte in schiavitù,
usate come sollazzo per i soldati. E' sempre successo e
nel secolo passato forse in misura maggiore di ogni
altra epoca, in tutti i teatri di guerra, in Asia, in
Europa, in Indocina, in Darfur, nelle mille altre
"piccole guerre" che hanno insanguinato e insanguinano
il pianeta.
La guerra irachena, una guerra
atipica sotto molti aspetti, lo è anche in questo. Sì,
ci sono stati casi orribili di ragazze irachene
violentate e uccise da parte dei soldati americani; non
sono stati tantissimi, rispetto ai numeri del passato,
anche se probabilmente in numero molto maggiore di
quelli venuti alla luce. Ma la differenza sta nel fatto
che questa volta le violenze maggiori sono state
compiute nei confronti delle donne della propria parte.
Il numero delle donne nell'esercito americano è
enormemente aumentato negli ultimi anni. Dall'inizio
della guerra sono transitate in Iraq, Afghanistan e
Medioriente oltre 160.000 donne, circa un settimo del
totale; il che vuol dire che attualmente ci sono in Iraq
al momento almeno 20.000 soldatesse. Più che il
risveglio di particolari inclinazioni belliche il motivo
di tanto interesse per il servizio militare è legato,
come per i maschi, alle difficoltà economiche e alla
mancanza di occupazioni che non siano precarie e
sottopagate; e anche alle pressioni e agli incentivi
economici offerti dagli "arruolatori" delle forze armate
che, in un esercito tutto volontario, trovano sempre
maggiori difficoltà a riempire i ranghi. La maggior
parte delle donne non sono impiegate direttamente in
operazioni di combattimento, ma in una zona di guerra
come l'Iraq, che non conosce confini tra prima linea e
retrovie, i pericoli sono ugualmente grandi. E così
dall'inizio dell'invasione sono morte oltre 70
soldatesse e altre 500 sono rimaste ferite.
Alle ferite provocate dalle bombe e
dagli attacchi del nemico si aggiungono le violenze
sessuali da parte dei propri commilitoni; i quali,
bisogna capirli, trovando molte difficoltà a violentare
le indigene, se la prendono con quelle che hanno più
vicino - le donne che guidano i camion dei rifornimenti,
che vedono tutti i giorni a mensa e che qualche volta
vanno anche in pattuglia con loro. Il risultato è che,
secondo una indagine in corso da parte del Congresso, ci
sono stati negli ultimi due anni 124 casi di violenza
sessuale, singola o di gruppo, nei confronti di donne
soldato. O meglio, questi sono i casi che sono arrivati
a processo da parte di una corte marziale; i casi
denunciati per un solo anno, il 2005, sono 2374 e
probabilmente (come avviene nella vita civile) sono
molti di più quelli non denunciati. Secondo uno studio
condotto anni fa sui reduci del Vietnam, almeno il 70
per cento delle soldatesse (ed erano molte di meno
allora) riferirono di essere state sottoposte a violenze
o molestie sessuali. La situazione nelle basi americani
in Medioriente è così grave che gli ufficiali
raccomandano alle loro sottoposte di non andare alle
latrine o alle docce senza essere accompagnate da almeno
un'altra donna, e soprattutto di non girare per il campo
la sera.
Se le soldatesse sono continuamente minacciate, la
situazione è anche peggiore per le donne civili che
lavorano al servizio dei militari e che non dipendono
dal Pentagono, ma da società private come la Blackwater
o la KBR (già sussidiaria della Halliburton del
vicepresidente Cheney). Non ci sono numero esatti, ma si
calcola che i civili che lavorano in Iraq sono circa
180.000, di cui almeno 8000 donne. Una parte, circa il
10 per cento, di questi hanno funzioni di "sicurezza",
sono in pratica mercenari armati - come quelli della
Blackwater che alcuni mesi fa uccisero 17 civili
iracheni in una strada di Baghdad. La maggior parte
invece svolge tutti quei lavori che sono necessari per
far funzionare una macchina da guerra: guidano i camion,
cucinano, lavano la biancheria, nel migliore dei casi
hanno funzioni impiegatizie. Solo una parte di loro sono
americani; almeno la metà provengono dai paesi più
poveri della terra -- le Filippine, il Bangladesh, il
Pakistan - sono pagati una frazione di quanto ricevono i
loro colleghi americani, a differenza di loro sono
sottoposti a turni massacranti e, se protestano, vengono
rispediti in men che non si dica nei rispettivi paesi di
origine.
Ma per le donne va molto peggio,
anche se americane. Anche qui non ci sono statistiche
ufficiali, ma gli episodi di violenza carnale si contano
nelle migliaia; alcuni - quelli che coinvolgono donne
americane - sono stati denunciati dalla stampa, ma sulla
realtà complessiva regna un silenzio omertoso. Il fatto
è che mentre le donne soldato in caso di violenza
possono presentare denuncia per via gerarchica in base
al codice militare, le donne (e gli uomini) civili in
Iraq si trovano in un limbo giuridico. Come si è visto
nei ripetuti casi di omicidi e altre violenze da parte
degli uomini della Blackwater, a loro non si applicano
né le leggi irachene né il codice militare americano, e
neppure le leggi civili dal momento che polizia,
inquirenti e giudici si trovano a migliaia di chilometri
di distanza. Il risultato è una impunità di fatto per
ogni tipo di reato. La massima punizione per chi uccide,
stupra, ruba o spaccia droga è il licenziamento.
Non solo sul piano penale, ma anche
su quello civile. A tutti i dipendenti della KBR viene
fatta firmare una carta in cui rinunciano a rivalersi
contro la società per eventuali danni subiti e accettano
di sottoporre ogni contenzioso ad un arbitrato
organizzato dalla società stessa. Il risultato è che le
centinaia di donne violentate o aggredite sessualmente
dai loro compagni di lavoro non hanno potuto sporgere
denuncia e al massimo hanno ottenuto un risarcimento
irrisorio. Di più, poiché il violentatore è spesso il
superiore gerarchico della donna, la prima conseguenza
se si azzarda a protestare è il licenziamento.(AprileOnline
18 febbraio 2008)
Salviamo Sayed Pervez Kambaksh
Centinaia
di persone hanno manifestato giovedì a Kabul
contro la condanna a morte di Sayed Pervez Kambaksh, 23
anni, lo studente giornalista accusato di blasfemia per
aver scaricato da internet un rapporto sui diritti delle
donne. La protesta a Kabul è stata accompagnata nel
mondo dalla mobilitazione di molteplici organizzazioni
per la difesa dei diritti umani e la libertà di stampa,
e migliaia di persone che hanno inviato appelli al
presidente afghano Karzai chiedendo la revoca
dell’infame condanna, comminata da un tribunale
religioso, che non ha consentito difesa legale
all’imputato, e confermata mercoledì da una mozione
approvata dal senato afghano. Il quotidiano inglese The
Independent ha promosso una campagna che in poche ore ha
raccolto l’adesione di oltre 13mila persone.(Il
Manifesto 2 febbraio 2008).
Sayed
è un giornalista afghano di 23 anni.
Come si possa essere giornalisti a quell’età è difficile
da comprendere nella nostra Italia, dove a quell’età un
ragazzo è raramente laureato. Figurarsi già al lavoro
come giornalista. Ma non è questo a renderlo un
personaggio singolare.Sayed è stato condannato a morte
da un tribunale religioso afghano. Sayed non ha
provocato stragi. Sayed non è un terrorista. Sayed non è
un pedofilo o un assassino. Non è neppure un ladro.
Sayed è un giovane giornalista. Un ragazzo pieno di
voglia di cambiare il suo mondo, come lo siamo o siamo
stati tutti a quell’età.Sayed ha messo in dubbio
l’interpretazione del Corano. Ha messo in dubbio che mai
il Corano abbia previsto la sottomissione delle donne.
Il loro stato di inferiorità rispetto al maschio. Che il
Corano riservi solo ai maschi il diritto alla poligamia.
Il quotidiano inglese The Indipendent ha
organizzato una
petizione mondiale per contestare questa condanna.
Una condanna confermata ieri anche dalla Camera Alta
afghana.I nostri soldati sono in Afghanistan. Giusta o
sbagliata che sia stata la scelta di intraprendere
quella guerra, sono in Afghanistan per aiutare gli
afghani a ricostruire il loro paese, sottraendolo ad
anni di tirannia oscurantista dei Taliban.
I nostri soldati sono morti per difendere quel paese da
attacchi di terroristi, fondamentalisti e guerriglieri
che vorrebbero vedere l’Afghanistan tornare al medioevo
in cui viveva sino a pochi anni fa.
Ma di fronte a questa situazione
viene da chiedersi: è servito a qualcosa? Quella che
poteva essere la sola buona azione conseguente ad una
guerra per certi versi assurda - salvare il popolo
afghano dal fondamentalismo islamico, le loro donne da
una sottomissione oscurantistica, dal burka a vita, dal
non aver diritto a guidare una macchina, avere una
istruzione, avere diritto di parola in pubblico - viene
vanificata da leggi oscurantiste sostenute dal suo nuovo
governo.
Quello che senza i nostri soldati non sarebbe mai
esistito. Che ancora oggi vive della nostra protezione e
sta riacquistando lentamente il controllo del paese
grazie ad essi.
Abbiamo forse aiutato gli afghani a sostituire degli
scellerati con altri scellerati? Vecchie leggi
irrispettose dei seppur basilari principi del rispetto
della libertà dell’uomo, con leggi perfettamente
identiche?Certo, non lo giustizieranno nel famigerato
campo di calcio di Kabul di fronte a folle festanti o
costrette dai Taliban ad assistere alle esecuzioni.
Lo faranno nel buio di un carcere. Se così dev’essere,
se questo evento non potrà essere scongiurato, se queste
leggi non potremo farle abrogare, abbiamo fallito.
Non li abbiamo aiutati. Non è servito a nulla neppure lo
sforzo più genuino. Il solo obiettivo ragionevole di una
guerra unicamente politica.
E’ forse giunto il momento di ritirarci.(http://www.thenovecentospost.com/
2 febbraio 2008)
(


19 agosto 2009 alle 10:36
Ciao Giuliana,
se chi mette il burkini si facesse le domande che tu poni, probabilmente avrebbe già dato fuoco al burkini e a chi gliel’ha venduto. Sarebbe la soluzione migliore, ma se penso a quanta acqua sotto i ponti è passata prima che che le donne occidentali bruciassero i reggiseni (perdonami la metafora ardita), credo che chiediamo troppo all’accelerazione culturale.
Confesso che in un primo momento ho caldeggiato la posizione francese: laicità, cittadinanza e principi uguali per tutti.
Poi però mi sono chiesto quanto sia utile, a loro e a noi, vietare la frequentazione di spazi sociali a chi, per scelta propria o altrui, segue precetti integralisti. Pragmaticamente mi sono risposto che solo permettendo l’accesso, la mescolanza e il confronto quelle donne possono fare la loro rivoluzione. Purtroppo non in un giorno. E’ questa la bomba a orologeria che gli integralisti (maschi e di ogni religione) temono.
Poi c’è chi esibisce il burkini come esibirebbe un piercing o un qualsiasi altro segno distintivo, ma questo è un altro tema.
Questo per quanto riguarda il nostro mondo.
Ma mi interesserebbe però sapere da te cosa succede nei paesi musulmani. In quelli che ho visitato come turista (marocco, siria, egitto, turchia) ho visto situazioni diverse ma non ho potuto cogliere i movimenti sottopelle.
grazie
21 agosto 2009 alle 03:45
Vi scrivo dall’Australia dove il burkini e’ sttao inventato e dove il suo uso non ha provocato alcuna polemica. I vostri commenti finora non hanno colto l’aspetto essenziale del problema: il burkini non e’ un abito necessariamente islamico: e’ un indumento che sottrae il corpo delle donne dall’imperialismo fallocratico e mercificante del sistema economico capitalista(per non parlare dei raggi solari cancerogene). Lo scandalo – tutto europeo finora – nasce proprio da questo rifiuto di esporre il proprio corpo in una societa’ (quella ‘occidentale’ anche se su questo termine ci sarebbe da discutere) dove il corpo spogliato e’ diventato strumento di potere per chi guarda e di oppressione per chi si scopre. Ben venga il burkini anche per i maschi!!!!!
21 agosto 2009 alle 15:33
Non mi convince l’ipotesi per cui il burkini, il burka o qualunque indumento che abbia lo scopo di sottrarre allo sguardo altrui il corpo delle “proprie” donne, abbia una ragione, per così dire, antimperialista.
Non mi convince innanzitutto perché è pensato come esclusivamente femminile. E questo la dice lunga sulla sua natura: rassicurare le paure degli uomini a proposito di un diritto “proprietario” da esercitare sulle donne. Diritto proprietario che, nelle società occidentali, si è affievolito cambiando forma.
Sicuramente non penso che la mia cultura, quella “occidentale”, sia la migliore di tutti. Anzi…l’Italia è un paese avanzatissimo quanto all’uso delle immagini del corpo femminile come veicolo di messaggi di qualunque tipo. Quando non diventa vero e proprio uso materiale.
Ma c’è una differenza e sta nella possibilità della scelta che spesso, alle donne di altre culture, è completamente negata.
21 agosto 2009 alle 18:38
Approvo totalmente quanto scritto da Danilo nel post scritto prima del mio. Giuliana, mi fa veramente specie quello che scrivi, sul serio, è di una superficialità da Corriere della Padania quanto affermi…disarmante!
Come fai a sostenere questa storia dell’esibizionismo? Dove la metti la volontà di preservare l’integrità del proprio corpo? perchè pensi che non possa essere una vera scelta o anche un’esigenza legata alla propria cultura? o percezione di sè. Come ti permetti di sostenere queste baggianate? Io vivo in Yemen, il paese più arcaico e tradizionalista di tutti i paesi islamici, e da quando sono qui ho preso coscienza che esiste davvero un altro modo di sentirsi bene o “di percepire piacere” da parte delle donne islamiche differente da come lo IMPONI tu per tutte! Inoltre, dovresti specificare che l’ISLAM non è un tutt’uno ma ci sono varie maniere di viverlo e di intenderlo. Non si può appiattire tutto in questa maniera insulsa. Forse dovresti approfondire l’argomento! Sono disgustata.
21 agosto 2009 alle 19:13
Brava Giuliana!
Io non mi sento oppressa se espongo il mio corpo dove, quando e con chi voglio, più o meno a seconda delle situazioni. E’ veramente assurdo che la naturalezza del nuoto (abbiamo dimenticato dove passiamo i primi nove mesi della nostra vita?)non possa essere vissuta sulla propria nuda pelle. E’ frutto di ipocrisia cattolica/religiosa/maschilista la mentalità che persino al mare fa sì che le giovani donne indossino costumi (interi, due pezzi, burkini, non fa differenza)guardando con sospetto chi osa togliersi il reggiseno e che gli uomini adoperino dei ridicoli mutandoni penzolanti!
Se c’è chi vede il male nel corpo umano e delle donne in particolare e lo mercifica questo non deve impedirci di viverlo come preferiamo, altrimenti la partita è persa.
Il burkini non è perciò mai un segnale di libertà ma il risultato di oppressione!
23 agosto 2009 alle 03:15
Quanto si scalda Melania:Giuliana ha solo espresso un’opinione che oltretutto mi sembra molto sensata,non si capisce il perche’ di tanta acidita’ e tanto risentimento.E’ mai possibile che in Italia appena si accenni ad un minimo di dissenso nei confronti di un’usanza musulmana si venga ricoperti di insulti?L’islam e’ una religione che pone la donna in posizione subordinata rispetto all’uomo,se a te Melania va bene cosi’ siamo tutte contente,ma non dare della superficiale a chi dissente.
23 agosto 2009 alle 12:04
Vorrei fare un commento per tutti quelli che affermano che il burkini sia un sottrarre il corpo femminile alla mercificazione.
Quale tipo di mercificazione si potrebbe fare in una piscina o in una spiaggia vedendo una ragazza mussulmana con il normale costume da bagno???
Non è forse che proprio in quei paesi dove si copre il corpo femminile che le donne ancora vivono in una manifesta inferiorità sociale e culturale???
E a mio avviso solo il naturale svolgersi del tempo per un cambiamento sociale come da noi è avvenuto,provate a guardare le vecchie foto di donne del sud Italia come erano vestite,gonne lunghissime e fazzoletti a coprire i capelli!!! Siamo stati anche noi talebani!!!!
Il burkini è solo un’espediente inconscio per rivoluzionare a piccoli passi un modello di pensiero a noi già appartenuto anni e anni addietro.
Forza per le donne mussulmane !!! Solo loro hanno la possibilità di integrare e di integrarsi appieno nel nuovo mondo in cui ora vivono.
Si al burkini dunque per la piccola percentuale di donne che vogliono o devono indossarlo per obbligo della famiglia,perche costituisce un passo verso una integrazione tra giovani ragazze altrimenti impossibile ma non tiriamo fuori la storia della mercificazione della donna.
24 agosto 2009 alle 15:55
ciao
se io andassi in piscina a nuotare indossando una muta da sub, qualcuno avrebbe da ridire qualcosa? che differenza ci sarebbe tra una muta e il burkini? non sono libero di indossare ciò che voglio? le avvertenze dicono in piscina “bisogna fare la doccia prima di entrare e bisogna indossare la cuffia”, non altro mi sembra
mi fa molto più pensare una bambina di 3 anni con un due pezzi e il pareo, al mare. A 3 anni è già, inconsapevole, una donna che consuma e si adegua alle norme imposte che le sono state propinate
Claudio
24 agosto 2009 alle 17:55
io non mi sento di avere una verità assoluta e credo che nessuno possa averla e scrivo per cercare di porre un altro elemento forse utile alla riflessione: anni fa (era il 1982) in una spiaggia allora perduta del Peloponneso (vicino al paesino di Dimonia) io con la mia compagna avevamo fatto capeggio libero e ci godevamo il sole completamente nudi. Dopo qualche giorno di permanenza in quel paradiso, una mattina mentre facevamo il bagno alcune anziane donne, cristiane ortodosse, vennero a fare il bagno: si immergevano completamente vestite di nero, per trarre refrigerio dalla calura di agosto, ma secondo i loro costumi, senza degnarci di uno sguardo. Noi, imbarazzati, ci siamo vestiti e neanche per un momento mi ha sfiorato l’idea di una nostra superiorità culturale. Un paio di anni fa, girando la Turchia mi sono trovato spesso a fare il bagno in spiagge nelle quali gli unici ’stranieri’ eravamo noi (la mia compagna, mio figlio ed io) e tutte le donne facevano il bagno in birkini. Ho avuto modo di osservarle, assolutamente libere, che parlavano fitto fra loro e dalle loro espressioni in assoluta libertà; così i bambini, lasciati a loro stessi avevano molta più libertà di organizzare giochi e scherzi senza interferenze di adulti.. e così anche gli uomini. Ora, no, non era la società perfetta, ma, accidenti, andiamoci piano coi giudizi dall’alto di una cultura come la nostra!