Dichiarazione del XV Congresso
della Federazione Democratica
Internazionale delle Donne
(FDIF)
Brasília – 12/04/2012
Noi,
delegate al XV Congresso della FDIF, provenienti da 49 paesi, ci si
siamo incontrate a Brasilia, in Brasile, l'8 aprile 2012 per proseguire
la nostra militanza e la lotta nel segno delle lotte delle donne di
tutto il mondo.
Ci
troviamo in una situazione di profonda crisi strutturale del sistema
capitalistico, che ha un impatto sulla molteplicità degli aspetti della
vita delle donne di tutto il mondo, ma in particolar modo per le
lavoratrici. Affermiamo che questa non è una crisi dovuta ai debiti o
alla gestione, ma una crisi del sistema capitalista stesso, non importa
se sotto un governo neoliberista o social-democratico e filo
imperialista.
Questa crisi ha portato alla disoccupazione di massa, ha cancellato la
sicurezza del lavoro attraverso l’introduzione del lavoro flessibile, il
calo di salari, prestazioni sociali e pensioni delle donne, e ha
violato il diritto alla salute, all'istruzione e alla maternità.
Questa crisi sta portando anche alla distruzione dell'ambiente, che
produce alterazioni del clima e una grave crisi alimentare mondiale, che
si avverte soprattutto in Africa e in Asia.
Esprimiamo la nostra preoccupazione per quanto riguarda l’aggravarsi
della crisi, delle contraddizioni imperialiste e delle tendenze
guerrafondaie, che aumentano il rischio di guerra. Attualmente, i rischi
aumentano dal momento che il diritto internazionale è la legge degli
interessi imperialistici. Il nuovo trattato NATO firmato a Lisbona nel
2010, aumenta i rischi di guerra attraverso questo strumento di
spargimento di sangue dell’imperialismo. Le donne di tutto il mondo sono
le prime vittime delle guerre e delle occupazioni.
Così,
Esigiamo la rimozione di tutte le basi militari statunitensi o NATO nel
mondo e ci opponiamo all'installazione di scudi antimissili in tutto il
mondo.
Sosteniamo un mondo di pace senza armi nucleari, e quindi rivendichiamo
la fine dell'imperialismo e la sua condanna per la militarizzazione del
pianeta.
Chiediamo la cessazione della presenza militare degli Stati Uniti
nell’area Asia-Pacifico, che è diventata il perno della nuova strategia
di difesa degli Stati Uniti.
Chiediamo la fine di tutte le forme di discriminazione e di violenza
contro le donne, di ogni loro esclusione, del traffico di donne e
bambini, dello sfruttamento sessuale, della prostituzione, del traffico
di droga, così come l'eliminazione di tutti gli ostacoli all'accesso
paritario alle risorse e al lavoro, che permetta l’autonomia economica
della persona. Prendiamo posizione contro le mutilazioni genitali delle
donne, che costituiscono una violazione dei diritti umani. Continueremo
a combattere la violenza domestica, che costituisce una violazione dei
diritti e mina l'eguaglianza di genere.
Esprimiamo la nostra solidarietà col popolo e le donne palestinesi che
subiscono le aggressioni statunitensi e l'occupazione israeliana.
Continuiamo la nostra lotta per la fine dell'occupazione e la creazione
di uno Stato indipendente con Gerusalemme come sua capitale, per il
ritorno dei profughi e la liberazione dei prigionieri palestinesi e la
rimozione del muro dell'apartheid.
Condanniamo, inoltre, i piani imperialisti contro Iran, Siria, Libano e
l’intero Nord Africa, che costituiscono un pericolo per il sud-est del
Mediterraneo e per il Medio Oriente.
Denunciamo tutte le forme di colonialismo e neocolonialismo, tutti i
tipi di occupazioni, e sosteniamo l'autodeterminazione di tutti i popoli
del mondo, in particolare nel Sahara occidentale e a Puerto Rico.
Condanniamo la costruzione di muri che dividono i paesi e separano le
famiglie, ad esempio nel Sahara occidentale, in Palestina e in Messico.
Sosteniamo la lotta del popolo cubano perchè il governo degli Stati
Uniti ponga fine all’embargo contro Cuba e chiediamo alla presidenza
degli Stati Uniti la liberazione e il ritorno dei cinque eroi cubani
ingiustamente detenuti in quel paese.
Facciamo appello per una campagna mondiale di solidarietà verso i popoli
della Somalia e del Sudan, che hanno vissuto a lungo in uno stato di
guerra che ora è aggravato da una crisi alimentare.
Condanniamo, inoltre, tutti i tentativi di colpo di stato e
rivendichiamo la sovranità di tutti i popoli.
Chiediamo il ritiro delle truppe di occupazione turche a Cipro e la
creazione di uno Stato indipendente bi-comunitaria e bi-zonale.
Chiediamo che gli Stati Uniti e il presidente della Corea del Sud, Lee
Myung Bak, pongano immediatamente fine alle provocazioni di guerra
contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea (DPRC), al fine di di
assicurare la pace alla penisola coreana. Estendiamo anche il nostro
sostegno e la solidarietà al popolo coreano e in particolare alle donne
nella loro giusta lotta per ottenere la riunificazione nazionale.
Esprimiamo la nostra solidarietà e il sostegno alle lotte dei popoli
europei che affrontano gli attacchi più crudeli e barbari contro i loro
diritti da parte del grande capitale, del FMI e dell'Unione europea. Noi
condanniamo sia le politiche neoliberiste sia quelle social-democratiche
contro il proletariato, e soprattutto contro le donne.
Sosteniamo la rivolta del popolo e delle donne d'Egitto, Tunisia e
Yemen, e condanniamo le forze controrivoluzionarie sostenute dagli Stati
Uniti e dai regimi reazionari arabi.
Chiediamo un maggiore coordinamento e una migliore cooperazione tra i
movimenti anti-monopolisti e anti-imperialisti, a livello nazionale e
internazionale, per creare una società senza sfruttamento, dove ci siano
uguaglianza ed emancipazione per le donne. È solo attraverso la lotta
organizzata e decisa delle donne e dei popoli che potremo raggiungere
questo obiettivo.
VIVA LA FDIF! Viva la
solidarietà internazionale!Venceremos!
A Brasilia il XV congresso
della Fdim-Widf
Dichiarazione della Segretaria Nazionale delle donne
del Partito Comunista del Brasile
A Secretaria Nacional da Mulher tem por atribuição
desenvolver simultaneamente duas diretrizes: acompanhar e
orientar o trabalho das comunistas à frente do movimento
feminista e de mulheres; e transversalizar o debate e as
bandeiras acerca da emancipação das mulheres em todas as
esferas e frentes de atuação partidárias.
A Secretaria conta ainda com o trabalho do Fórum Nacional
Permanente Sobre a Emancipação da Mulher, eleito na 1ª
Conferência Nacional Sobre a Questão da Mulher conforme
Art.55 do Estatuto partidário e composto pelos seguintes
integrantes: Abigail Pereira; Alice Portugal; Ana Carolina
Barbosa; Ana Rocha; Augusto Buonicore; Daniele Costa; Eline
Jonas; Glauce Medeiros; Jô Moraes; Julieta Palmeira; Leila
Márcia; Liège Rocha; Lúcia Antony; Lúcia Rincón; Marta
Brandão; Mary Castro; Olívia Rangel; Olívia Santana;
Raimunda Leone; Ricardo Abreu; Veruska Carvalho; Walter
Sorrentino.
Secretária Nacional da Mulher: Liège Rocha
La Segretaria Nazionale delle donne del
PCdoB dovrà attuare simultaneamente due direttive:
accompagnare e orientare il lavoro delle comuniste
verso il movimento femminista e delle donne e
trasversalizzare il dibattito e le sue bandiere nella
ricerca dell'emancipazione delle donne in tutte le sfere
delle attività del partito. La Segretaria conta ancora sul
lavoro del Forum Nazionale Permanente sull'emancipazione
femminile eletto nella 1° Conferenza Nazionale delle donne
articolo 55 dello Statuto del Partito composto da:
Abigail Pereira; Alice Portugal; Ana Carolina Barbosa; Ana
Rocha; Augusto Buonicore; Daniele Costa; Eline Jonas; Glauce
Medeiros; Jô Moraes; Julieta Palmeira; Leila Márcia; Liège
Rocha; Lúcia Antony; Lúcia Rincón; Marta Brandão; Mary
Castro; Olívia Rangel; Olívia Santana; Raimunda Leone;
Ricardo Abreu; Veruska Carvalho; Walter Sorrentino.
Segretaria Nazionale delle Donne: Liège Rocha
(traduzione di Marica Guazzora)
A Brasilia il XV congresso
della Fdim-Widf
Si
terrà presso il Centro Convegni Ulysses Guimarães della
capitale brasiliana, dall'8 al 12 aprile 2012, il XV
congresso della Federazione Democratica Internazionale delle
Donne.
Delegate provenienti da oltre quaranta paesi di ogni parte del
mondo si ritroveranno sotto lo slogan “Donne
del mondo intero per la costruzione di una pace giusta, per i
diritti, l’uguaglianza e lo sviluppo”.
Parallelamente al congresso della Widf si svolgeranno in altre
sale dello stesso
Centro Convegni Ulysses Guimarães:
il Terzo Meeting Internazionale delle Giovani, il
Terzo Festival delle
Nazioni e la Seconda Mostra internazionale del Libro.
La mattina
del 10 aprile le congressiste si uniranno alle altre donne della
capitale brasiliana in una
grande Marcia delle donne per la pace, lungo la
spettacolare Spianata dei Ministeri.
Dall’Italia prenderanno parte ai lavori del
Congresso Ada Donno e Milena Fiore, delegate dall’ASSOCIAZIONE
DONNE DELLA REGIONE MEDITERRANEA..
Nelle sessioni plenarie e
nei workshop congressuali le delegate discuteranno sui temi
posti all’ordine del giorno: la crisi
capitalistica e il suo impatto sulle donne; le aggressioni
imperialiste, le guerre e le sfide alla pace mondiale;
cambiamenti climatici e sicurezza alimentare; nuovi approcci ai
temi dell’uguaglianza dello sviluppo e della pace; le donne di
fronte alle tematiche etniche razziali e culturali.
Palestina. Le donne del PdCI e la
Giornata della Terra
In
occasione della Giornata della Terra e della Marcia di Gerusalemme, le
donne del Partito dei Comunisti Italiani, consapevoli degli effetti
devastanti della guerra e dell'occupazione di territori da parte di
altro Stato, aggiungono la loro voce a quelle che già si stanno levando
per protestare contro le ulteriori demolizioni di case, appropriazioni
di terreni e omicidi (mirati e non) che stanno colpendo il popolo
palestinese.
Le donne del PdCI aderiscono quindi alle iniziative
di protesta del 30 marzo, e chiedono in particolare che il
riconoscimento dello Stato palestinese già ottenuto in sede UNESCO sia
fatto proprio dall'ONU e che finalmente si faccia un deciso passo in
avanti per l'esistenza di uno Stato che ha dietro di sè un intero
popolo. 30 marzo 2012 Gruppo permanente Assemblea donne comuniste
8 Marzo - Un viaggio tra le lotte
delle donne
Messaggio per l'8 marzo - Giornata
internazionale della donna
In
questo 8 marzo, Giornata internazionale della donna, ricevete tutte un
saluto caloroso e fraterno. Un saluto a tutte le donne combattenti del
mondo, che lottano per una società più giusta e femminile ed
egualitaria.
Vorrei salutare, in particolar modo, le delegate, le
rappresentanti delle organizzazioni affiliate che parteciperanno al XV
Congresso della FDIF, con il motto "Donne di tutto il mondo, per
costruire una pace giusta, con diritti, eguaglianza e sviluppo" che si
terrà a Brasilia, in Brasile, dall'8 al 12 aprile 2012.
Sono certa che, unite e solidali leveremo molto in
alto la nostra voce contro la crisi economica dei paesi centrali che
vogliono esportare in tutti i paesi, la violenza dell'Impero, che,
acuendosi la loro crisi, vogliono sottomettere ulteriormente i popoli e
le nazioni per portare avanti la loro guerra di rapina.
Durante il Congresso lavoreremo compatte per il
comune obiettivo di rendere più degna la nostra condizione e far
rispettare i nostri diritti e la completa partirà; discuteremo di
questioni che saranno volte a rafforzare l’alleanza antimperialista tra
i nostri popoli; per trovare un’intesa sull’urgenza di globalizzare la
solidarietà; internazionalizzare lo spirito di lotta e globalizzare le
azioni delle donne in grado di implementare un'economia sostenibile per
superare la fame e la povertà di milioni di persone; per garantire un
lavoro dignitoso; combattere tutte le forme di discriminazione contro le
donne, difendendo le risorse naturali e la sovranità dei popoli e si
impegnarsi a ottimizzare il loro utilizzo per migliorare la propria
capacità tecnologica e umana al fine di generare ricchezza e prosperità
per i nostri popoli e il pieno rispetto de i nostri diritti.
Ci incontreremo, inoltre, per rafforzare ulteriormente la lotta
delle donne di tutto il mondo per l'emancipazione femminile, per
l’accesso a un lavoro dignitoso con salario uguale per uguale
lavoro: per lottare contro la flessibilizzazione dei diritti dei
lavoratori e delle lavoratrici, con cui si scarica l'onere di una
avidità sfrenata sui lavoratori salariati.
In questo giorno, vorrei inoltre felicitarmi per i progressi nella
lotta dei palestinesi per il riconoscimento dello Stato di Palestina,
che mobilita i popoli e le donne di tutto il mondo; salutare la
liberazione dell'eroe cubano, mentre lottiamo perché allo stesso tempo
René possa andare a trovare suo fratello Roberto, ammalato a Cuba.
Invitiamo tutte a stare con noi nella grande marcia delle donne,
assieme alle delegate internazionali e sl movimento delle donne che
lottano per un mondo più giusto, solidale e umano.
In questo 8 marzo, riempiamo le strade in tutti i luoghi, con la
fermezza con cui le donne lottano per una pace giusta ogni giorno della
nostra vita.
Marcia Campos – Presidente della WIDF
San Paolo (Brasile), Marzo 2012
Valentina
Tereshkova
Prima donna nello spazio
Valentina
Vladimirovna Tereshkova, astronauta sovietica, nasce il
6 marzo 1937 a Maslennikowo, sul fiume Volga, vicino
Jaroslawl.
Oggi non sono poi così poche le donne ad aver lasciato
il suolo terrestre per missioni spaziali, ma la russa
Tereshkova ha un primato, quello di essere stata la
prima donna nello spazio.
Il padre, autista di trattori, cade durante la Seconda
guerra mondiale: Valentina deve stringere i denti
durante la sua infanzia difficile. Giovane, lavora in
una fabbrica di pneumatici, poi in un'impresa
produttrice di fili. Per alcuni anni svolge la
professione di sarta e stiratrice.
Il carattere di Valentina è determinato e oltre al
lavoro frequenta corsi serali per diventare perito
tecnico: consegue il diploma nel 1960.
Nel 1955 si appassiona al paracadutismo. Grande
ammiratrice di
Jurij Gagarin prova a candidarsi diverse volte per
accedere alla scuola per aspiranti cosmonauti. Nel 1962
riesce finalmente a partecipare all'esame per essere
assunta: supera brillantemente la prova e inizia così
l'addestramento per diventare donna cosmonauta. Lo
storico evento che lancerà Valentina Tereshkova nella
storia arriva il giorno 16 giugno 1963: viene lanciata a
bordo del "Vostok 6", dal cosmodromo di Baikonur, per
una missione nello spazio che dura tre giorni.
Durante la missione effettua 49 orbite terrestri.
In qualità di comandante di una navicella spaziale
Valentina sceglie, per i collegamenti via radio, il
nomignolo di Caika ("gabbiano").
Solo pochi giorni prima era stata lanciata la missione "Vostok
5" capitanata dal cosmonauta Valeri Bykovski.
Valentina Tereshkova torna sulla terra il 19 giugno,
atterrando nelle vicinanze di Novosibirsk: qui viene
accolta e festeggiata calorosamente dalla folla.
Passano pochi giorni e a Mosca le viene conferita l'alta
onoreficenza di "Pilota-cosmonauta dell'Unione
Sovietica".
A novembre dello stesso anno sposa Andrijan Grigorjevic
Nikolajev, astronauta che aveva partecipato alla
missione "Vostok 3".
Il matrimonio viene celebrato a Mosca: l'evento verrà
utilizzato per scopi propagandistici sovietici. Pare
addirittura che anche l'unione fosse stata messa in
scena dell'allora Primo segretario del Partito Comunista
(PCUS) Nikita Khruscev.
Nel 1964 nasce la figlia Alenka. Successivamente
Valentina studia presso l'accademia Ingegneri
dell'aeronautica militare sovietica Cukovski.
Nel mese di maggio
1966 viene eletta ed entra a far parte
dell'"Alto Soviet dell'Unione
Sovietica". Inizia così la sua carriera
nei palazzi della politica: due anni più
tardi diventerà presidente del comitato
donne dell'Unione Sovietica; nel 1971 è
membro del Comitato Centrale del PCUS;
dal 1974 prende parte al direttivo
dell'Alto Soviet e dal 1976 è
vicepresidente della commissione per
l'educazione, la scienza e la cultura.
Divorzia da Nikolajev nel 1982. Sposa
Juri Saposnikov del quale rimarrà poi
vedova nel 1999.
Nel 1994 viene nominata direttrice del
"Centro russo per collaborazione
internazionale culturale e scientifica".
Tra i suoi attestati ufficiali ed
onorificenze vi sono due "ordini di
Lenin", una Medaglia "Stella d'oro",
una Medaglia d'oro Joliot-Curie,
un titolo onorario "Eroe dell'Unione
Sovietica", un "World connection award"
consegnatole ad Amburgo nel 2004 dal
premio
Nobel per la pace
Mikhail Gorbaciov.
Una valle lunare è nominata in suo onore
"Valle Tereshkova".
Appena sbarcate o da anni in Italia con figli piccoli
I racconti
delle donne nel Cie romano
Alcune
hanno fatto richiesta di protezione umanitaria
per avere subito violenza dai propri compagni.
Le cinesi ingannano il tempo facendo borsette
con le lenzuola dei letti. Dentro anche persone
truffate con falsi contratti
ROMA – Capelli corvini e occhi rossi di pianto.
Una giovane donna maghrebina, appena ventenne,
ha la paura sul viso. Tutto quello che conosce
dell’Italia sono sbarre, cancelli, lucchetti e
inferriate del Cie di Ponte Galeria. Figura
esile, infagottata in una tuta grigia, forse è
la povertà che l’ha portata in gabbia in un
paese straniero. È sbarcata a Lampedusa a
gennaio scorso, portata sull’isola da una
motovedetta della guardia costiera che ha
soccorso in mare a 40 miglia a sud delle coste
lampedusane un gruppo di 72 profughi di cui 18
donne, una incinta e un bambino di pochi mesi,
provenienti dalla Libia. Un arrivo di cui pochi
si erano accorti.
La ragazza parla solo arabo e qualcosa di
francese. Troppo poco per ricostruire la sua
storia. Di sicuro è strano che una giovane si
metta in viaggio da sola. Ha fatto richiesta
d’asilo quando ormai era nel Centro di
identificazione e di espulsione. Quindi non può
andare in un centro d’accoglienza in attesa che
la sua domanda venga esaminata. “Sono l’unica
qui che non parla e non capisce l’italiano” dice
a stento e con un filo di voce in francese. Un
avvocato d’ufficio ha potuto incontrarlo solo
per la convalida del fermo. Non è chiaro se la
giovane sia stata informata prima dell’accesso
al Cie sulla legge sull’immigrazione in Italia e
sulla possibilità di chiedere asilo. Ma secondo
la polizia la richiesta d’asilo in questi casi è
un boomerang perché prolunga la detenzione nel
Centro.
Le cinesi sono tante e
silenziose. La traccia del loro passaggio nel
Cie è creatività manuale. Hanno fatto tante
borsette intrecciando le lenzuola monouso dei
letti. Piccole, a tracolla, sono indossate da
quasi tutte le ragazze di ogni nazionalità. Un
modo per segnare il lento trascorrere del tempo
nelle gabbie di Ponte Galeria. Alcune donne sono
state prese dagli agenti mentre si trovavano in
casa. Sadya è una marocchina con 2 figli da
mantenere in Marocco di 10 e 13 anni, affidati
alla sorella. La polizia è andata a prenderla
nella sua abitazione ad Avezzano. Racconta di
essere entrata con un contratto di lavoro
stagionale e di avere pagato per questo 4mila
euro a un mediatore. In realtà ad attenderla
non c’era lavoro. “Se denuncia chi l’ha truffata
potrebbe avere un permesso per motivi di
giustizia” spiega l’avvocato Alessandra
Ballerini, dell’Asgi, interpellata da
Redattore Sociale.
“Qui al Cie non ci sono né
minorenni, né donne incinta, né mamme con i
bambini piccoli, a differenza del carcere”
sostiene Maurizio Impronta, dirigente
dell’Ufficio Immigrazione della Questura di
Roma. Una signora marocchina però ha una storia
che smentisce questa affermazione. Ha affidato a
dei lontani parenti che vivono a Firenze la sua
figlioletta di un anno e mezzo. Lei è in Italia
da sei anni e mai è riuscita a regolarizzarsi,
tranne per un permesso di sei mesi quando era
incinta. “Non voglio niente, voglio solo vedere
la mia bambina” dice trattenendo a stento le
lacrime. Non può tornare in Marocco perché una
donna che ha avuto una figlia fuori dal
matrimonio sarebbe perseguitata a vita. Così
spera in un permesso umanitario ma non sa se e
quando verrà fuori dalle gabbie del Cie. Ha
raccontato di aver subìto maltrattamenti dal
padre della piccola, un marocchino anche lui,
lasciato per le violenze subite di cui porta
ancora i segni. La sua famiglia in Marocco non
vuole saperne niente di lei che era già stata
sposata con un altro marocchino durante il
transito in Libia e dal quale ha avuto un
bambino. Una storia resa ancora più complicata
dal fatto di avere dovuto affidare il bambino,
che ora ha sette anni, al padre e ai nonni
paterni, per poter avere il divorzio. In questo
caso, la donna potrebbe chiedere un permesso di
soggiorno per stare vicino alla bambina. L’
autorizzazione andrebbe chiesta al tribunale dei
minori, se non ha precedenti penali e il suo
unico problema è di non avere il permesso di
soggiorno. (raffaella cosentino)
Incontro con due donne di Nabi Saleh, Palestina:
Manal al Tamimi e Nariman al Tamimi del Comitato
Popolare di Resistenza di Nabi Saleh. Giovedi' 9 febbraio 2012 - ore 20,30 presso il
Salone dell’Antico Macello di Po, via Matteo Pescatore 7 - Torino
Organizzato da
Donne in Nero - Torino
Rete Eco - Ebrei contro l'occupazione
Comitato di solidarietà con il Popolo Palestinese - Torino
Adolescenti ridotte in schiavitù presto vittime del
mercato del sesso
di Valeria Teodonio
Sono
in prevalenza rumene, albanesi e nordafricane. Le
accompagnano fidanzati o persone di fiducia. Cerano lavoro
ma diventano facili prede delle organizzazioni che
controllano la prostituzione nelle grandi città
Ragazzine di 15, 16
anni. Che spesso arrivano in Italia con persone di cui si
fidano. Le vittime della tratta dello sfruttamento sessuale
- secondo i dati di Save the Children - sono soprattutto
adolescenti provenienti dalla Romania (46%) e dalla Nigeria
(36%), seguite da ragazze albanesi (11%) e del Nord Africa
(7%). Le giovani rumene non posso essere considerate minori
non accompagnate, perché arrivano insieme a fidanzati o
conoscenti. E questo, spesso, impedisce di identificarle e
proteggerle. Inoltre, in quanto cittadine comunitarie (e in
possesso di documenti), riescono a viaggiare senza troppe
difficoltà.
Le ragazze nigeriane arrivano invece sui barconi, spesso
dopo viaggi di mesi. Si calcola (lo dice un rapporto della
Nazioni Unite) che il numero di giovani sfruttate
sessualmente sia pari al 36% del totale identificato.
Inoltre, proprio dalla Nigeria verso l'Italia si spostano
giovani donne insieme a minori non accompagnate, poi
costrette a prostituirsi. Le connazionali più grandi
convincono le ragazzine a prostituirsi anche attraverso riti
religiosi tradizionali. E a differenza delle adolescenti
rumene, una volta in Italia, il loro guadagno consiste
spesso solo nel vitto e nell'alloggio.
La paura di essere fermate e arrestate, le spinge a lavorare
in luoghi isolati: questo rende più difficile il lavoro
delle associazioni che vogliono aiutarle. I minori maschi
sfruttati sessualmente, invece, sono soprattutto adolescenti
Rom, tra i 15 e 18 anni. Alcuni, di giorno, fanno i
lavavetri ai semafori delle grandi città, come Roma e
Napoli, per poi prostituirsi durante la notte. In minor
parte sono coinvolti nella prostituzione minorile anche
adolescenti maghrebini, rumeni e afghani.
(www.migrantitorino.it 23 gennaio 2012)
Intervista a Tania Nijmeijer guerrigliera della Farc
Atene: incontro europeo della Fdim-Widf
La crisi
economica capitalistica e i suoi effetti
sulla condizione delle donne
Intervento di Milena Fiore, delegata dell’AWMR
(Donne della Regione Mediterranea) alla Conferenza europea della
FDIF-Widf (Federazione democratica mondiale delle donne) sul tema: “La
crisi economica capitalistica e i suoi effetti sulla condizione delle
donne” (Atene, 10 - 11 settembre 2011).
La “liquidità mondiale della moneta
(nelle sue forme più varie) ha raggiunto livelli stratosferici superiore
di 12 volte il Pil mondiale”. La crisi economica è in realtà un problema
di accumulazione di capitali in mano a pochi grandi lobbies finanziarie.
Questa situazione crea pressioni fortissime sull’Italia che sono
sfociate in un duro attacco del governo agli interessi delle grandi
masse lavoratrici e democratiche, e delle donne in primo luogo.
la
crisi economica attuale è molto diversa dalle precedenti e una delle
differenze più marcate è che il peso della recessione risulta
maggiormente suddiviso tra donne e uomini, per i cambiamenti intervenuti
nel tasso di occupazione femminile, nella composizione del budget
familiare, e nella ripartizione dell’impatto della crisi tra i diversi
settori dell’economia.
La
crisi economica attuale è molto diversa dalle precedenti e una delle
differenze più marcate è che il peso della recessione risulta
maggiormente suddiviso tra donne e uomini, per i cambiamenti intervenuti
nel tasso di occupazione femminile, nella composizione del reddito
familiare, e nella ripartizione dell’impatto della crisi tra i diversi
settori dell’economia.
Un’accurata analisi di dati statistici relativi al tasso di occupazione
smentisce le enfatiche dichiarazioni del Ministero del Lavoro italiano
su una sostanziale tenuta dell’occupazione femminile in tempi di crisi.
Sono
tre gli aspetti da rilevare.
In
primo luogo, il tasso di occupazione femminile a livello nazionale è
stato lo scorso anno pari al 46,4%, vale a dire al di sotto di 13,6
punti percentuali rispetto all’obiettivo comunitario, fissato dalla
strategia di Lisbona, che prevedeva una percentuale del 60% di donne con
un lavoro entro il 2010. Va considerata oltretutto la percentuale di
donne meridionali che sono impiegate nel lavoro sommerso, la quale
testimonia che le politiche sin qui intraprese per emersione,
regolarizzazione, maggiore occupazione, si sono rilevate nella maggior
parte dei casi inefficaci.
In
secondo luogo, la percentuale delle donne senza un lavoro è stata del
9,3%, con un incremento dello 0,7% rispetto all’anno precedente. Non
solo, dunque, il tasso di occupazione femminile è sensibilmente più
basso rispetto a quello maschile nel nostro Paese, ma anche il tasso di
disoccupazione è maggiore del 2,5% fra le donne nei confronti degli
uomini.
Un
terzo e ultimo elemento da segnalare riguarda la permanenza delle donne
nei contratti atipici, che ha effetti devastanti sia sui salari, sia
sulle tutele. Va messo in evidenza che la flessibilità è troppo spesso
non voluta, soprattutto pensando che l’utilizzo di più rapporti di
lavoro nell’arco di appena tre mesi significa che le donne sono
costrette non di rado a passare da un contratto atipico a un altro.
Infine, il Ministero del Lavoro “dimentica” di segnalare un altro dato
preoccupante: la crescita del numero di donne inattive. Secondo le cifre
rese note dall’Istat relativamente a marzo 2010, oggi in Italia ci sono
nove milioni e 679mila donne che non lavorano e non studiano, e il tasso
di inattività tra le donne è giunto al 45,8%. La metà delle donne
inattive sarebbe disponibile a occuparsi, se fossero loro offerti
servizi adeguati di cura e misure efficaci di conciliazione dei tempi di
vita e di lavoro.
Nel
corso del 2009, secondo l’Istat, la discesa dell’occupazione femminile
ha interessato tutte le figure presenti sul mercato del lavoro: le
dipendenti a termine, le collaboratrici, le autonome, fino a coinvolgere
le occupate a tempo indeterminato. L’occupazione a termine si riduce
costantemente, e a tale discesa si accompagna quella delle
collaboratrici.
Non
viene messo poi in alcun rilievo il dato sulle povertà : In Italia, su
un totale di 8.078.000 individui relativamente poveri nel 2008,
4.208.000 sono rappresentati da donne, e ben il 61,4% delle povere si
colloca nella classe di età attiva ed ancora su di 2.893.000 di persone
assolutamente povere, 1.550.000 sono rappresentate da donne (il 5,1% del
totale delle donne).
Il
discorso, però, non riguarda solo l’occupazione. I tagli allo stato
sociale, ai servizi pubblici (scuole, asili, sanità, assistenza agli
anziani) si ripercuote innanzitutto sulle donne, che vedono accrescersi
enormemente il loro carico di lavoro di cura rivolto alla famiglia.
Nel
nostro paese, inoltre, a causa del modello culturale imposto da
Berlusconi, dalle sue televisioni e dal suo governo, dobbiamo registrare
un pesante regresso sul piano culturale per quello che riguarda la
concezione della donna e del suo ruolo nella società, sempre più
mercificato, spettacolarizzato, strumentalizzato.
Tuttavia negli ultimi mesi si sono avute delle prime risposte di massa,
politiche e sociali contro questa involuzione. Il 13 febbraio scorso le
donne hanno dato una forte spallata al corrotto regime di Berlusconi,
dando vita a una grande manifestazione del movimento “Se non ora,
quando?”, nel quale sono impegnate anche molte protagoniste del mondo
della cultura.
Quattro mesi più tardi, il 12 e il 13 giugno, dopo i risultati positivi
nelle elezioni amministrative (che hanno visto la sinistra e il
centrosinistra vincere a Milano, Napoli, Torino e molte altre città), la
vittoria del referendum per l’energia pulita, per la difesa dell’acqua
come bene pubblico ha rappresentato il sigillo più bello al vento del
cambiamento che soffia forte ed è iniziato con le lotte degli operai e
dei disoccupati, degli studenti e dei lavoratori precari, con il nuovo
protagonismo del movimento delle donne, che stanno tornando a
riprendersi la parola e a difendere la propria dignità. Si è rotta cioè
quella logica dominante dell’indifferenza e del consenso creato dai
grandi mezzi d’informazione pubblici e privati che sembravano regnasse
sovrani. Le masse, e le donne e i giovani innanzitutto, non si sono
lasciate imbrogliare e hanno reagito con intelligenza e orgoglio.
Si
tratta di primi segnali, importanti, di una ripresa di consapevolezza e
di mobilitazione che sarà necessario portare avanti e sviluppare nei
prossimi mesi. Ci auguriamo quindi che le lavoratrici e le donne del
nostro paese riescano a raccordarsi meglio alle lotte delle altre donne
nel mondo; e in questo il ruolo della Federazione mondiale delle donne e
di iniziative come questa può essere molto importante.
DICHIARAZIONE DELL’INCONTRO REGIONALE EUROPEO DELLA WIDF
Noi
donne delle Organizzazioni Europee aderenti alla WIDF abbiamo tenuto una
riunione in Atene nel settembre 10-11/2011 e dopo una discussione
svoltasi con amicizia e solidarietà, abbiamo deciso quanto segue.
La
crisi capitalistica verificatasi contemporaneamente nei centri
imperialisti è attribuita ai profitti in eccesso che non possono essere
investiti per produrre profitti ancora maggiori; alla sovrapproduzione
di beni che non possono essere venduti in modo tale da garantire un
tasso di profitto soddisfacente per i capitalisti. Questo accade perché
la legge e la forza trainante del capitalismo è il capitale, il
profitto. La crisi porta alla distruzione parziale del capitale e di
forza-lavoro. Ciò è dovuto, da un lato, alla chiusura delle aziende e
alla usura delle macchine e, dall'altro all'esistenza di migliaia
disoccupazione dei lavoratori.
La
propaganda sulla "crisi del debito" nasconde deliberatamente la verità
circa il carattere della crisi nascondendo la sua reale sostanza.
Nel
nostro incontro abbiamo concluso che la strategia dell’Unione Europea è
quella di assicurarsi forza lavoro più economica al fine di sostenere e
di rafforzare la competitività del capitale europeo contro le altre
potenze imperialiste.
Le
donne lavoratrici e appartenenti agli strati popolari sono costituite da
forza-lavoro ausiliario, a buon mercato e flessibile. Esse sono
obbligate a lavorare fino alla fine della loro vita, e su di loro
incombe anche l'onere della cura per i bisogni familiari, e a pagare
per i servizi sociali in settori chiave della loro vita.
L'organizzazione europea WIDF rivendica senza compromessi:
•
posti di lavoro permanenti e stabili per tutte le donne.
•
nessuna discriminazione salariale nei confronti delle donne.
•
l'età pensionabile femminile a 55 anni. Mantenimento di 5 anni di
differenza dell'età pensionabile per uomini e donne per il
riconoscimento minimo del ruolo sociale della maternità.
•
protezione della maternità. Il rispetto dei diritti sessuali e
riproduttivi delle donne per ciascuna di esse e per tutte le
generazioni. Gravidanza, maternità e allattamento, servizi sociali,
permessi, dovranno essere gli stessi e uguali per le donne che lavorano
nel settore pubblico come in quello privato, per le lavoratrici autonome
e quelle agricole.
•
scuole materne e campi estivi gratuiti per tutti i bambini.
•
assistenza sanitaria e stato sociale assolutamente gratuiti.
•
istruzione totalmente gratuita per tutti.
Tuttavia, è molto difficile ottenere obiettivi a livello individuale, se
la lotta non è rivolta verso cambiamenti “radicali”. Quindi, dobbiamo
abbattere le cause che creano tutti i "mali" dei lavoratori, soprattutto
delle donne che subiscono lo sfruttamento di classe e l'oppressione
doppia; per essere più precisi, al giorno d'oggi la lotta deve essere
diretta contro i monopoli e il loro potere in Europa e in tutto il
mondo. Oggi una maggiore cooperazione e coordinamento del movimento
anti-monopolista e antimperialista a livello nazionale e internazionale
è più che mai necessario. La lotta coordinata del movimento delle donne
con il movimento dei lavoratori, il movimento antimperialista, per la
pace, e ancora con il movimento sindacale, con il movimento giovanile,
con i contadini poveri e coi lavoratori autonomi a livello nazionale,
nonché il coordinamento della Federazione internazionale democratica
delle donne (WIDF), della Federazione sindacale mondiale (FSM), del
Consiglio mondiale della pace (WPC) e della Federazione mondiale della
gioventù democratica (WFDY) a livello internazionale aprirà la strada
alla società del 21° secolo. Una società senza sfruttamento dell'uomo
sull'uomo porterà l'uguaglianza per le donne e l'emancipazione della
classe lavoratrice e degli strati popolari!
Tutti i partecipanti hanno dichiarato la loro ferma decisione a
esercitare ogni possibile sforzo per il successo del 15° Congresso della
WIDF.
Presa a pugni sull'autobus "Perchè sono donna e nera"
DAVANTI
AL MAURIZIANO HA RIPORTATO LA
FRATTURA DI UNA COSTOLA, L’UOMO
è SCESO ED è SPARITO
Due passeggeri: «L’autista ha
lasciato uscire l’aggressore
Torino: Picchiata e insultata su
un bus pieno di passeggeri.
Tempestata di pugni, ha una
costola fratturata, e due
settimane di prognosi. Ma ancora
più del dolore è forte lo
sgomento di Suad Omar,
mediatrice culturale
italo-somala, per l’aggressione
improvvisa e violenta di cui è
stata vittima venerdì scorso,
sulla linea 63, alla fermata
davanti all’ospedale Maurziano.
«Voleva che mi scostassi per
passare- racconta – gli ho detto
che anch’io stavo per scendere,
e a quel punto ha iniziato a
insultarmi, mi ha detto cose
irripetibili. Gli ho risposto
indignata, lui ha reagito
alzando le mani». Il
responsabile è un uomo italiano,
di circa 50 anni, di cui non si
sa altro: perché alla fermata,
l’autista ha aperto le porte e
lui si è dileguato.
In soccorso della vittima sono
intervenuti due ragazzi, un
somalo e un marocchino. Un terzo
giovane italiano ha inveito
contro l’autista per aver
permesso che l’aggressore
scappasse. Anche i due stranieri
si sono indignati: «Se fosse
stata aggredita un’italiana da
un extracomunitario, nessuno gli
avrebbe permesso di
allontanarsi», hanno protestato,
mentre l’autista obiettava di
aver agito secondo il
regolamento.
Suad è molto
conosciuta a Torino, al suo nome
è legato un pezzo importante
della storia dell’immigrazione
in città. Laureata in Somalia,
dal 1989 vive in Italia, dove è
arrivata per raggiungere quello
che sarebbe diventato suo
marito. Ha studiato da
mediatrice culturale, lavoro a
cui negli anni ha affiancato
anche l’impegno politico:
consigliera alla Circoscrizione
8 fino alla scorsa primavera e
coordinatrice della Commissione
giovani e immigrati a San
Salvario (quartiere in cui
risiede), era già stata
candidata alle regionali, alle
provinciali e alle europee. è
stata tra le fondatrici del
centro culturale Alma Mater e
del centro Alouan, e una delle
voci di «Babalasalà», prima
trasmissione radiofonica fatta
da e per gli immigrati sulle
frequenze di Radio Torino
Popolare.
Oggi continua
l’attività di mediatrice ed è
responsabile per l’Italia degli
intellettuali somali emigrati a
causa della guerra civile. Madre
di cinque figli, una vita divisa
tra la famiglia e l’impegno a
difesa degli stranieri e delle
donne. Sul bus 63, alle quattro
e mezza di venerdì pomeriggio,
stava andando a prendere una
ragazza straniera che sarebbe
stata dimessa dal Mauriziano e
che aveva bisogno di aiuto. Ed
era al telefono, vicino alle
porte del mezzo che stavano per
aprirsi, quando il l’uomo le ha
chiesto di spostarsi. «Mi ha
detto “Guarda questa gente”, e
poi giù con gli insulti a sfondo
sessuale. Ha usato ogni sorta di
ingiuria. E poi mi ha colpito
ripetutamente, mi ha anche rotto
gli occhiali. Quando i
carabinieri sono arrivati, si
era già allontanato. Ho sporto
denuncia, ma quello che mi fa
stare ancora peggio delle botte
è il fatto che non avrebbe
dovuto scappare. Non so se
l’autista abbia rispettato il
regolamento: se è così,
dovrebbero cambiarlo».
«Da quando è
successo – dice Suad amareggiata
– sono depressa. Non mi era mai
accaduto un episodio simile. Gtt
mi ha detto che a bordo c’era
una telecamera. Spero che sia
identificato in fretta, una
persona così aggressiva e
violenta potrebbe fare del male
anche ad altri. E’ un problema
di sicurezza soprattutto per le
donne».
Fonte: www3.lastampa.it
5 ottobre 2011
Lo stato
sociale grava sulle donne, lo dice l’Istat
di Annalinda Ricci del
PdCI Alessandria
su altre testate del
30/08/2011
Questo governo, con il bene placet di un’opposizione compiacente, per
reperire fondi da utilizzare per cercare di tamponare il debito
pubblico, fra tante altre “mascalzonate”, innalza l’età pensionabile
delle donne lavoratrici del privato a 65 anni, esattamente
come aveva fatto in precedenza nel pubblico impiego.
Anche questa volta, non sembra che ci siano particolari rimostranze, né
da parte delle Signore Parlamentari (che però si suppone abbiano soldi a
sufficienza per ingaggiare babysitter, collaboratrici domestiche e
badanti), né da parte del resto delle Sorelle d’Italia, anche di quelle
impegnate nel sociale, nel sindacato, nella politica locale, che
dovrebbero conoscere “di pancia”, le problematiche della vita reale e
l’impatto che cinque anni in più di lavoro fuori casa, possono avere
sulla vita femminile in generale.
A 65 anni una donna, in linea di massima, può essere nonna (non contando
che essendosi innalzata anche l’età biologica e di scelta in cui si può
diventare madri, si possono avere ancora perfino figli piccoli proprii),
può avere genitori anziani in casa, magari non autosufficienti, ha
sicuramente una casa e un marito, un compagno o anche solo un animale da
compagnia cui badare e, non ultimo, può avere un figlio quarantenne
precario e mal retribuito, o peggio, disoccupato.
In una qualunque di queste situazioni drammatiche, la donna lavora
(quando va bene) 8 ore al giorno in ufficio, in fabbrica,in ospedale, in
cooperativa, nel campo dei servizi, dell’artigianato, in agricoltura et
cetera e poi, secondo i dati divulgati dall’ISTAT, si dedica ai compiti
domestici per ben 3 ore e 36 minuti al giorno in più del suo partner che
invece, all’arrivo a casa, trova finalmente il tempo per dedicarsi a se
stesso e ai propri svaghi.
A 65 anni, una donna al lavoro, sottrae anche il posto a un’altra donna
che invece di anni ne ha la metà, che magari è madre, che magari è
laureata e che per avere “la grazia” di un sottopagato posto di lavoro
qualsiasi, spesso deve firmare le dimissioni in bianco al momento
dell'assunzione.
Le donne si devono accontentare, il più delle volte, di essere
sotto-inquadrate, di guadagnare meno dei colleghi uomini, a parità di
mansioni e livelli, di accettare il part-time, perché è l'unico modo per
essere coinvolte nel mondo del lavoro.
Il Rapporto annuale dell’Istat, presentato nel 2011 a Montecitorio dal
Presidente Enrico Giovannini, parla chiaro: l’Italia è il Paese con il
minor numero di donne occupate, dopo Malta e l'Ungheria.
Giovannini presenta anche uno scenario, in cui risulta essere
inconfutabile che l’Italia è anche il III Paese in Europa, in cui le
donne vengono maggiormente sfruttate e sottovalutate.
Sulle loro spalle pesano le mancanze di supporti sociali, che si sono
accumulate nel tempo, di governo in governo, nel dopoguerra: carenza di
asili nido, insufficienza di luoghi e personale destinati all'assistenza
agli anziani.
Le donne supportano tutto il peso della casa, dei bambini e degli
anziani e, quando escono dalle mura domestiche, si vedono assegnare come
se fosse per benevolenza di chissà quale entità superna, posti di lavoro
sempre più umili e prosciuganti: "La catena di solidarietà femminile tra
madri e figlie, su cui si è fondata la rete di aiuto informale rischia
di spezzarsi", avvisa l'Istat, ribadendo una situazione al limite della
rivolta e, Giovannini, ripete il monito: "I giovani e le donne hanno
pagato in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più
incerte di rientro sul mercato del lavoro, le quali ampliano
ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più
alto livello di istruzione, e le opportunità.
Le donne vivono un’inaccettabile esclusione dal mercato del lavoro.
Per di più, il carico di lavoro familiare e di cura gravante su di loro
rende più vulnerabile un sistema di 'welfare familiare' già debole, nel
quale esse hanno cercato di supplire alle carenze del sistema pubblico".
Le donne italiane rappresentano l’unico caso europeo di lavoratori,
sfruttati in due ambiti diversi: nella sottoccupazione esterna e nella
cerchia famigliare.
Il mercato del lavoro le svaluta continuamente, le sfrutta e se ne
libera il prima possibile.
D’altro canto, mandandole in pensione in età così avanzata e non
provvedendole di servizi sociali d’appoggio, il Governo di fatto le
costringe a questo “status unicum”, di persone obbligate a un doppio
lavoro legalizzato: per una parte, quella fuori casa, sottopagato e per
l’altra, quella casalinga, non pagato affatto; entrambi in alcuni
frangenti privi di contribuzione pensionistica.
L’Istat afferma che, nel 2010, si è esasperata la qualità del lavoro
femminile: l'occupazione qualificata è scesa a 170.000 unità, mentre è
aumentata di 108.000 unità, quella non qualificata.
In sintesi sono state espulse dal mercato del lavoro le donne istruite e
si sono moltiplicate o riciclate, badanti e dipendenti nei servizi di
pulizia, in agricoltura, straniere o italiane senza titoli di studio e
il part-time forzato per le donne, è cresciuto di 104.000 unità.
L’ occupazione femminile nel 2010 è arrivata al 46,1%, cioè 12 punti
percentuali in meno di quello europeo.
Il Sud conquista la maglia nera del diritto al lavoro negato alle donne:
solo 3 donne su 10 sono occupate, contro le 6 su 10 del Nord e,
maggiormente, in posti di bassa manovalanza rispetto agli uomini.
A proposito di tale argomento, di sproporzione salariale e
sottoinquadramento, l’Italia si riunisce nella politica e nel mercato,
perpetrando senza vergogna e sistematicamente, disparità fra i sessi
Il 23% delle lavoratrici “gode” di un lavoro che richiede una qualifica
più bassa rispetto a quella posseduta, mentre gli uomini si trovano al
31%.
Sembra che invece di evolversi, la situazione torni continuamente
indietro a un passato senza diritti dei lavoratori di tipo ottocentesco.
Le donne sono macinate in questo circolo vizioso: nel 2010 si è
maggiormente acutizzata la "disparità salariale di genere" e la
retribuzione netta mensile delle lavoratrici dipendenti è stata circa di
1077 euro, contro i 1377 dei colleghi uomini, il 20% in meno a parità di
mansioni e di qualifiche.
Le donne vengono continuamente citate dalla politica dei centristi
(compreso centro-destra e centro-sinistra) come fulcro della famiglia.
In sostanza, essendo procreatrici, come baricentro della “famiglia
tradizionale” tanto evocata dai conformisti, fatto salvo che ad esse,
proprio in quanto congetturabili madri, il posto di lavoro viene
assegnato sempre più spesso dietro la preventiva firma di dimissioni in
bianco, per un totale di 800.000 madri senza lavoro, dopo la nascita di
un figlio.
Le donne che scelgono di avere bambini, in realtà sono un peso per il
mondo del lavoro così come strutturato nel 2011: 800.000 donne
licenziate o costrette a dimettersi, rappresentano l’8,7% di tutte
quelle che lavorano o sono in pensionate.
I dati sono impressionanti, dacché si evince che, oltre a essere espulse
dal posto di lavoro durante la gravidanza, unicamente 4 madri su10
riprende l'attività, ma, anche qui con gran disparità di numeri nel
Paese-Italia: 1 su 2 al Nord e circa 1 su 5 al Sud.
Se la donna fuori casa lavora molto, ottenendo poco profitto, poca
considerazione e poca realizzazione di sé, in casa lavora moltissimo e
gratis.
Il 76,2% del lavoro familiare delle coppie, è svolto dalla donna e
quando si parla di “lavoro domestico”, si intende anche la parte sociale
di cura dei bambini e degli anziani.
Le donne occupate tra i 45 e i 64 anni lavorano di 1 ora e 33 minuti in
più rispetto al proprio partner.
Esse si fanno anche carico degli aiuti cosiddetti informali, quel tipo
di assistenza gratuita e affettiva fra persone che non abitano insieme:
parenti, amici conoscenti, persone sole sul pianerottolo accanto.
Per tutti questi motivi le donne diminuiscono continuamente il tempo
dedicato a se stesse, alla propria persone, agli sport, agli hobbies:
perché hanno sempre meno spazi di libertà a disposizione, a differenza
degli uomini che, anche in questo frangente, fanno la parte del leone.
Se poi si parla di potere vero, allora si entra in un deserto senza
fine, almeno secondo la classifica stilata alla fine del 2010, dal
prestigioso giornale “Financial Times”.
L’esigua presenza femminile italiana, capeggiata da Emma Marcegaglia
Presidente di Confindustria, erede dell'azienda di famiglia, che si è
piazzata al ventinovesimo posto, è rimpolpata solo da 3 donne manager
che, pur non ricoprendo incarichi di vertice assoluto, svolgono compiti
strategici all'interno delle rispettive Aziende.
Daniela Riccardi, amministratore delegato della Firma di moda Diesel,
Monica Mondardini, Ad del gruppo L'Espresso, e Patrizia Grieco, che
ricopre il medesimo incarico in Olivetti, sono le uniche a spiccare sul
vuoto cosmico del potere femminile italiano.
Fra le prime 50 donne di potere al mondo invece eccellono Manager di
paesi emergenti quali Indra Nooyi, indiana della PepsiCola, Andrea Jung
canadese della Avon Products, Güler Sabanci turca della Sabanci Group,
Irene Rosenfeld americana della Kraft Foods, Dong Mingzhu cinese della
Gree Electric Appliances Int. Development, Ursula Burns americana della
Xerox, Yoshiko Shinohara giapponese della Temp Holdings, Ellen Kullman
americana della DuPont, Cheung Yan cinese della Nine Dragons Paper Cinae,
Patricia A. Woertz americana della ADM.
Un’evidente rivincita delle donne americane e di quelle provenienti dai
paesi emergenti, che sfidano e vincono società maschiliste e che mi
fanno chiedere: a quando da noi?
L'imprevisto siamo noi
di Rosangela
Pesenti
Che cosa ci muove,
più di mille donne, su una chiamata che non ha
ancora un programma e delle mete precise?
Certamente la fiducia, che accordiamo a donne che
hanno scelto di usare la propria visibilità, la
posizione di piccolo o grande potere già raggiunta,
a favore di tutte.
Certamente la speranza, di riuscire ad andare oltre
le parole e trovare le azioni per mettere sul
tappeto della politica un cambiamento radicale, con
un passo per volta, ma radicale.
Certamente la determinazione, perché molte di noi
hanno cominciato tanti anni fa e sappiamo che
continueremo la nostra lotta, nonviolenta,
quotidiana, rivoluzionaria.
Certamente la tenerezza, per le ragazze e i ragazzi
che cominciano adesso e noi sappiamo già che ci
saranno momenti di scoraggiamento, ma proprio per
loro testimoniamo che si può fare.
Certamente la saggezza perché sappiamo che fare rete
tra donne migliora comunque la vita, di tutte e
tutti.
Certamente la memoria, di tante donne, di tante
lotte, di tante storie cercate scoperte ascoltate,
di tanti eventi costruiti, e voglio ricordare
l’ultimo, per me straordinario, il decennale di
Punto G a Genova.
Vorrei che a Siena potessimo dire insieme alcune
cose:
1. Che l’economia della riproduzione è quella che
tiene in piedi il mondo.
La riproduzione biologica: crescere bambini e
bambine; metterli al mondo, accudirli, educarli;
la riproduzione domestica: tutto il lavoro di
pulizia e manutenzione della casa e, a partire dalle
case, di tutti i luoghi fino all’intera città e
territorio. Sono lavori non riducibili, mai
interamente meccanizzabili, totalmente
indispensabili per vivere; la riproduzione sociale:
sanità, scuola, pubblica amministrazione che
significa anche assistenza, trasporti,
comunicazione, gestione della vita collettiva.
Non a caso tutti questi lavori sono mortificati, mal
pagati, addirittura cancellati dalla concezione
“forte” del lavoro perché sono svolti per la maggior
parte dalle donne.
Rimandiamole a casa, ci dicono, così lavorano lo
stesso, ma sono fuori dall’ambito della
considerazione economica.
Tutta questa economia non dà profitto, ma qualcosa
di molto più importante: il benessere.
L’altra economia, quella che costruisce il profitto
appropriandosi del lavoro umano, quella che gioca al
massacro sulle risorse dell’ambiente e della specie,
quella che stabilisce il valore delle merci non
sull’utilità, ma sulla misura del profitto, oggi
vuole presentare i conti del suo disastro proprio al
mondo del lavoro, tutto.
I personaggi che hanno giocato con la finanza
devastando le economie locali oggi vogliono di nuovo
l’economia della riproduzione sottomessa
gratuitamente alla logica della speculazione e il
lavoro umano subalterno alle fantasie feudali di
pochi.
Vorrei che insieme potessimo dire: noi donne non ci
stiamo e con noi alzassero la voce anche gli uomini
che vogliono cambiare strada.
2. Vorrei che tutte le donne che sostengono il
patriarcato, che l’hanno sostenuto negandone
l’esistenza o perché pensano che la gerarchia
sociale, la cooptazione invece della democrazia, il
privilegio invece del diritto, siano cose buone e
giuste perché salvaguardano la loro vita e quella
dei loro figli, le donne che sostengono il
patriarcato non solo privatamente, dentro le
famiglie, ma nei luoghi pubblici, nei luoghi dove si
dovrebbe presidiare la democrazia, vorrei che queste
donne facessero un passo indietro.
Non chiedo a nessuna
di rinnegare la propria storia, ma semplicemente di
non contribuire a sbarrare la strada a un’altra
storia.
Non basta essere
donne. C’è una donna al ministero per l’istruzione e
se avesse bisogno di aiuto le sarei vicina come a
qualsiasi altra, ma oggi io la considero venduta al
patriarcato, lei è una donna che lavora contro di
me, contro la mia intera storia, se lei fosse stata
in quel posto quando io ero piccola oggi non sarei
qui perché sarei stata tra quelli che non hanno
merito.
Conquistare dignità e giustizia per noi significa
restituire visibilità anche alle donne che sono
state qui prima di noi: ci sono eredità da
raccogliere, nomi e volti a cui restituire memoria e
ci sono eredità da rifiutare.
Non ci sono eredità innocenti che noi possiamo
prendere e usare per la nostra vita senza sapere da
chi ci vengono, quali donne soprattutto, quali
uomini anche, dove e quando hanno conquistato per
noi i benefici di cui godiamo. E chi, dove quando e
perché, li ha cancellati o riservati a pochi.
3. Voglio pari diritti e opportunità per tutte le
donne, la democrazia paritaria in ogni luogo,
l’accesso a tutte le carriere, e per questo è
urgente la clausola di non sopraffazione tra i
sessi. Ma non tutte le donne possono rappresentarmi,
non qualsiasi donna solo perché dichiarata tale
all’anagrafe. E non è la carriera di una donna che
garantisce anche per me, oggi, se non si accompagna
al diritto, di fatto, per tutte e alla garanzia
delle procedure democratiche.
Non è una meta vicina, ma voglio almeno vedere la
strada.
Se la diversità è ricchezza voglio che abbia
rappresentanza tutta quella differenza che non trova
nemmeno rappresentazione. Le donne confinate nei
lavori più duri e mal pagati: domestiche e operaie,
badanti e inservienti, le insegnanti che resistono
con il lavoro volontario all’abbrutimento della
scuola, le operatrici ospedaliere che resistono al
peggioramento del servizio sanitario, le impiegate
degli sportelli pubblici mortificate dal nuovo
modello aziendalista e tutte quelle che non posso
nominare qui, ma che per me sono visibili, sempre.
Voglio le donne competenti, certo, ma anche quelle
che hanno saputo dire di no a certe carriere, alle
cooptazioni compiacenti, alle complicità sorridenti,
che hanno esercitato la competenza per conservare la
propria dignità anche nella solitudine,
nell’emarginazione senza perdere mai la relazione
con le altre donne.
Vorrei che questa nostra lunga storia, quella di chi
è stata cancellata, ma ha continuato a vivere,
praticando forme di resistenza, le mille forme di
resistenza che creativamente immettono nella vita
ciò che la politica in Italia ha ferocemente
cancellato, fossero finalmente rappresentate.
Sono disponibile al dialogo, com’è stato per tutta
la mia vita, ma non sono disposta a tacere se vedo
la mistificazione, se ascolto belle parole che
contraddicono scelte e pratiche di vita politica.
Non sono disposta a tacere perché non ho niente da
perdere. Quello che io ho già perso l’abbiamo perso
in moltissime e sul piano della dignità è stato
sottratto a tutte.
Non posso avere dignità se ci sono donne accanto a
me che non hanno nessun diritto.
Molte di noi sanno usare le parole, le ho imparate
anch’io, per questo ne conosco il potere deformante,
la capacità di manipolazione della realtà, per
questo il femminismo è stato prima di tutto un
pensiero situato, un pensiero che nasce lì dov’è il
mio corpo e lo rende visibile con tutta la sua
storia.
Ricordiamoci che le donne non tornano mai a casa, è
una menzogna che ha deformato la storia, non sono
mai tornate a casa le partigiane e nemmeno noi,
generazione del femminismo, la verità è che ci hanno
cancellate, ci hanno oscurate, derise, disprezzate,
considerate reperti archeologici, ma noi siamo qui,
accanto alle donne che si affacciano oggi alla vita
e, come noi abbiamo fatto tanti anni fa, si chiedono
dove sono le donne che hanno lottato perché il mondo
fosse più accogliente anche per loro. Noi siamo qui perché non ce ne siamo mai andate e
possiamo costruire un altro pezzo di strada insieme.
4. Ho già lottato per la parità, ora si tratta di
affermarla, ma non basta essere donne per volere un
mondo migliore di questo. Io voglio di più, voglio
la giustizia, quella che abbiamo chiamato pari
opportunità e che deve cominciare con la nascita.
Questo non è un paese per donne perché è un paese
per pochi uomini e per le poche donne che ricavano
privilegi dal sostenerli.
Tutti gli altri, uomini e donne che li guardano come
rappresentanti anche dei loro interessi, sono
vittime di un sogno, un brutto sogno venduto dalla
disinformazione e dalla rete di piccole grandi
complicità che hanno sottratto a questo paese il
valore della dignità.
Vorrei da ognuna di noi un gesto, visibile lì dove
la sua storia l’ha collocata, che dia un segnale
chiaro e inequivocabile della scelta di un libero
patto che oggi insieme possiamo cominciare a
costruire. So che è un cammino ancora lungo, ma vorrei
prendessimo fiato e questo pezzo potremmo farlo di
corsa.
La storia non è un percorso piano e lineare, vorrei
che noi oggi segnassimo l’imprevisto.
Giovane,
donna, bravissima, è il volto della rivolta cilena
di Fabio Bozzato
È
il volto della rivolta. Le televisioni e i media cileni e internazionali
in queste settimane si contendono una sua intervista. Il governo la teme
e l'opposizione la ascolta in silenzio. Camila Vallejo Dowing ha
ventidue anni, ha «congelato» una laurea in geografia alla Universidad
de Chile per dedicarsi a questo movimento che lei conosce in profondità.
Da un anno è la presidente nazionale della Fech, la federazione
studentesca nazionale.
Nei commenti degli opinionisti, oltre alla sua stoffa da leader, alcuni
si limitano a dire che è bellissima, molti altri che oltretutto è
comunista. Lei se la ride: «Non nascondo il fatto di essere un'attivista
del Pc, anzi lo rivendico. Ma se qualcuno lo usa per caricaturare il
movimento, ridimensionarlo o dividerlo, significa che non capisce ciò
che sta succedendo nel paese».
La raggiungiamo telefonicamente a poche ore dall'inizio della marcia,
«un altro grande evento dopo quello del 30 giugno. Già siamo soddisfatti
perché, dopo un primo rifiuto, abbiamo strappato alla Intendencia il
percorso che avevamo scelto». Ci confida anche che la tensione con la
polizia sarà inevitabile, «perché continua ad avere un atteggiamento
aggressivo», come se anche da quelle parti non avessero bene capito
l'onda di popolo che sta scuotendo il Cile.
Questo movimento di studenti è nuovo per il Paese. E' di massa,
trasversale, gode di grande consenso e credibilità. Qual è stata la
scintilla della rivolta? Tutto è iniziato quando abbiamo denunciato e dimostrato gli affari
enormi che i grandi gruppi privati avevano costruito con questo sistema
educativo, mentre le famiglie e tutti noi ci trovavamo indebitati per
decenni, letteralmente strozzati. Questo credo sia stato il punto
cruciale, perché la maggior parte dei cileni si è identificata. E ha
cominciato a chiedersi: perché non possiamo avere un sistema pubblico
che non discrimina per classe, non ci indebita e che sia di qualità?
Questa domanda ha invaso le strade.
Avete presentato una piattaforma alternativa al piano del presidente
e chiedete un referendum, che ricorda l'unico che si svolse qui più di
vent'anni fa e che cacciò Pinochet... Quello dell'educazione è un ambito strategico per un paese e noi
chiediamo che sia garantito dalla costituzione come un bene comune. Noi
abbiamo proposto un referendum, con cui lasciare scegliere ai cileni il
tipo di sistema educativo. Chiediamo sia un affare di popolo, non di
pochi. Abbiamo la necessità di costruire uno spazio di espressione
aperta a tutti e di mettere a punto uno strumento di consultazione
pubblica. Preparare questa proposta e sostenere una campagna nazionale
perché si tenga la consultazione, sarà il nostro obiettivo i prossimi
mesi.
Pensi che il ministro dell'istruzione Lavín sarà rimosso? Non so quale sia il suo futuro politico, ma certo molte voci lo
danno in uscita. E anche se è un uomo potente, non credo possa
sopportare una pressione come quella del movimento studentesco e uscirne
indenne.
Cosa farete se il mondo politico non accoglierà le vostre istanze?
Già ora non ascoltano. Tentano in tutti i modi di dividerci, dicono
che siamo ideologizzati, tentano di reprimere o di sminuire l'ondata di
dissenso sociale. È come se ci trattassero da ragazzetti, dicendoci che
la ricreazione è finita. Il ministro Lavín ha anticipato le vacanze
invernali e chiuso le scuole superiori, pensando pateticamente di
spegnere la rabbia degli studenti. Eppure sono tutti in piazza.
L'università di La Serena è occupata da quasi due mesi e quei ragazzi
ormai hanno perso l'intero semestre. Una cosa mai vista. Perché sanno
che ne è valsa la pena. In gioco ci sono le nostre vite. (Il Manifesto
15 luglio 2011)
Traduzione dal tedesco per
www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione
Popolare
Conferenza Mondiale delle
Donne – Caracas/Venezuela 4-8 marzo 2011
Risoluzione
finale sul futuro del movimento combattivo delle donne del mondo
Ci
troviamo unite sui principi fondamentali della nostra azione: per la
liberazione della donna e la lotta contro l'imperialismo che sfrutta
la classe lavoratrice in tutto il mondo; per lotta contro la fame,
la disoccupazione di massa e la distruzione dell'ambiente;
combattiamo la dipendenza a cui l'imperialismo ci ha sottomesse,
sottomettendo popoli e nazioni, così come il neo-colonialismo ed il
colonialismo.
Affermiamo che il cambiamento è
una necessità storica, non formale o di persone, ma una
trasformazione del sistema capitalista che è causa della crisi e dei
gravi problemi dell'umanità.
Il mondo giusto che vogliamo,
necessita di molte forme di lotta, esperienze, organizzazione.
Molte di noi lavorano per
l'alternativa del Socialismo, come risposta all’aspirazione di un
mondo migliore. Le idee sul Socialismo sono diverse e per questo
consideriamo che il dibattito di prospettiva sia necessario per far
si che la lotta delle donne sia in prima linea per la conquista dei
nostri diritti; siamo contro lo sfruttamento sessuale, la tratta di
donne, bambini/e, giovani; siamo per l’uguaglianza salariale e il
diritto al lavoro dignitoso e sicuro; siamo per i diritti sociali,
la protezione ambientale, contro il razzismo e la xenofobia, per il
diritto alla partecipazione politica in condizioni di uguaglianza,
ecc.
La lezione più importante della
Prima Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas / Venezuela 2011, è
che questi obiettivi possono essere raggiunti solo se il movimento
di donne combattivo coopera strettamente su scala mondiale e se
apprende dalle sue esperienze ed azioni.
La base imprescindibile per
raggiungere gli obiettivi dei movimenti combattivi di donne di
diversi paesi, è far crescere le donne della classe e dei settori
sfruttati, le donne progressiste, democratiche, intellettuali,
scienziate, artiste e giovani.
Abbiamo deciso di realizzare
nuovamente la Conferenza Mondiale di donne, che rappresenti il
culmine dei processi di sviluppo e rafforzamento del Movimento
combattivo delle donne su scala nazionale, regionale, continentale e
mondiale. Dovrà realizzarsi ogni 5 anni, alternando le sedi nelle
diverse regioni e continenti.
Ci convocheremo entro un anno, per
valutare le molte esperienze di questa prima Conferenza Mondiale
delle Donne e per fare un bilancio dell’azione nei nostri paesi ed
organizzazioni, per poter misurare i successi e i limiti del
processo di preparazione e realizzazione.
Per la preparazione della
valutazione e degli incontri nazionali, regionali e continentali di
Asia, Africa, Medio Oriente, Europa, America Latina, Nord America,
il Comitato Mondiale Promotore che lavorò per la Prima Conferenza
Mondiale sarà provvisoriamente in carica fino a che, nel giro di un
anno, verrà nominato il comitato mondiale definitivo. Per la sua
designazione ogni incontro regionale o continentale, eleggerà le sue
rappresentanti: da ogni regione / continente due donne
rappresentanti e due donne in qualità di sostitute. Questa
configurazione può essere ampliata a seconda delle esigenze di
preparazione della seconda conferenza. La regione o continente che
ospiterà la seconda conferenza, nominerà due delegate in più per il
comitato preparatorio a livello mondiale.
La nomina delle rappresentanti nel
Comitato Mondiale Preparatorio della Seconda Conferenza, deve essere
il risultato di un processo democratico, includente e rafforzativo
del movimento combattivo delle donne.
Il Comitato Mondiale Preparatorio
della Seconda Conferenza, svolge funzioni di coordinamento. Non
risponde a nessuna struttura organizzativa e/o politiche e lavora in
modo democratico, orizzontale e con rispetto all'autonomia dei paesi
ed organizzazioni partecipanti; lavora sulla base dei Principi e dei
documenti approvati nella Prima Conferenza Mondiale delle Donne.
La prima Conferenza Mondiale delle
Donne - Venezuela 2011 stabilisce che il movimento combattivo delle
donne in ogni paese deve concentrare gli sforzi su 3 giorni di lotta
a livello mondiale, ma anche sviluppare diverse azioni di lotta, di
solidarietà e mobilitazione per la promozione degli accordi sanciti
dalle donne durante la Conferenza delle Delegate e i lavori tematici
dell’Assemblea.
Ogni anno faremo una campagna per
recuperare il significato storico dell'8 marzo come giorno di
omaggio e lotta delle donne che combattono nel mondo contro il
dominio capitalista, il patriarcato, contro l'imperialismo e per la
liberazione dell'umanità.
Il 1° maggio, giornata di lotta
dei lavoratori di tutto il mondo, dobbiamo promuovere in particolare
la lotta per la conquista dei diritti delle donne lavoratrici e
contro lo sfruttamento del lavoro infantile.
Il 25 novembre, giornata contro la
violenza sulle donne, è importante denunciare le forme di violenza
contro le donne, in particolare a causa delle guerre imperialiste
contro i popoli, che ne fanno vittime o trofei di guerra.
Dichiariamo che la lotta del
movimento combattivo delle donne del mondo, è una parte
insostituibile della lotta dei lavoratori, dei popoli e tutta
l'umanità, per la loro emancipazione.
Organizzare le donne! Sviluppare
congiuntamente il sito web per renderlo il sito della Conferenza
Mondiale delle Donne.
Cooperiamo con solidarietà oltre i
confini nazionali, le diversità di lingua e le forme di lotta!
Approfittiamo della ricchezza e delle potenzialità delle nostre
esperienze e culture. Usiamo diverse forme di comunicazione,
coordinamento e cooperazione per approfondire ed ampliare il nostro
lavoro e rompere l’assedio tecnologico, attraverso forme alternative
di comunicazione e di solidarietà tra noi, per rafforzare il
Movimento delle Donne che lavora per conquistare la nostra libertà.
Viva la Conferenza
Mondiale del Movimento Combattivo delle Donne!
Avanti con la liberazione
delle donne e dell'umanità!
E’ l’obiettivo e la sfida
del XXI secolo!
Le donne
nella rivolta delle piazze arabe
"Ragazze
giovanissime rischiano di essere vendute"
Eritrei
prigionieri. Don Zerai, dell’agenzia Habeshia: “Continuiamo a scoprire
nuovi gruppi di profughi prigionieri dei trafficanti di uomini nel
deserto del Sinai: questa mattina mi è stata segnalata la presenza di un
terzo gruppo. Tra loro c’è anche una quindicenne”
“Continuiamo a
scoprire nuovi gruppi di profughi prigionieri dei trafficanti di uomini
nel deserto del Sinai: questa mattina mi è stata segnalata la presenza
di un terzo gruppo di profughi.
Tra di loro anche alcune ragazze
giovanissime, una ha solo 15 anni, che rischiano di essere vendute”,
la denuncia arriva da don Mosè Zerai, direttore dell’agenzia
Habeshia. Una denuncia che arriva a pochi giorni dalla fiaccolata al
Campidoglio per i profughi sequestrati nel Sinai che si svolgerà
martedì 1 febbraio alle ore 18.
Il copione è sempre lo stesso: si
impone un riscatto ai prigionieri, che vengono massacrati di botte
dai trafficanti di uomini per convincerli a contattare i parenti in
Occidente e sollecitare l’invio di denaro. Chi non può pagare
rischia di essere venduto ad altre bande di trafficanti o di essere
trasferito in una clinica clandestina per l’espianto di un rene.
“C’è chi chiede molti soldi (fino a 10mila dollari, ndr) e chi si
accontenta di cifre inferiori -spiega don Mosé Zerai-. Chi viene
venduto più volte da un gruppo all’altro deve pagare un riscatto
maggiore”.
Oltre che per i profughi ancora nelle mani dei beduini Rashaida,
cresce la preoccupazione per i migranti eritrei ed etiopi che negli
ultimi giorni sono stati arrestati dai poliziotti egiziani e
condotti in carcere. Qui, oltre a subire sistematiche violenze (il
governo del Cairo non li riconosce come richiedenti asilo, ma come
migranti illegali) i profughi eritrei ed etiopi vengono consegnati
alle ambasciate dei loro Paesi d’origine. “L’Egitto ha autorizzato i
rappresentanti delle ambasciate a entrare nelle carceri, ma non ha
concesso la stessa possibilità agli operatori delle Nazioni Unite
-spiega don Mosé Zerai- in totale violazione della Convenzione di
Ginevra”. E non solo: i rappresentanti delle ambasciate entrano in
carcere con liste di nomi di persone ricercate.
(www.redattoresociale.it 29 gennaio 2011)
Le spose bambine in Yemen
Fawziya
Abdullah Youssef, è morta di parto l'11 settembre scorso. La bambina era
nata nello Yemen, cresciuta in una famiglia povera e con il padre
gravemente malato di reni, era stata costretta a lasciare la scuola e a
sposarsi quando aveva 11 anni. Un anno dopo era poi rimasta incinta. Il
bambino è nato morto.
La vicenda di Fawzia mette in risalto il dramma di quelle bambine che in
molti ormai chiamiamo «le spose della morte», cioè quelle ragazzine che
vengono date in spose dalle famiglie con la forza e molte delle volte
solo per motivi economici .L’ennesima tragedia quindi di una «sposa
bambina» privata della sua infanzia per soddisfare le esigenze della sua
famiglia che era in condizioni di estrema indigenza. Lo Yemen è un Paese
con una struttura tribale molto forte. Situato nella penisola arabica è
da considerare tra i più poveri del mondo. Nelle zone rurali, le spose
sono quasi per il 50 percento delle ragazzine.
Un'usanza questa che ha conseguenze drammatiche su di loro. Esse non
possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la
dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Anche se nel
2008 un'altra bambina, sempre nello Yemen, Mohammad Ali Nojoud si è
ribellata a tutto questo. Ali Nojoud a 8 anni, era stata costretta a
sposare un uomo di 28 anni a cui l’aveva venduto il padre disoccupato.
Ma la piccola a 10 anni ha denunciato il padre e ottenuto il divorzio
dal marito.
A seguire il suo caso l'avvocato Chaza Nasser che da allora è stata
contattata da altre bambine incoraggiate da questo precedente ed è
riuscita ancora una volta ad aiutare un’altra ragazza di 10 anni, Arwa,
che ha anch’essa ottenuto il divorzio. Anche in Arabia Saudita un'altra
bambina di 8 anni era stata sposata a sua insaputa ad un uomo di 50
anni.
Sua madre però si
era rivolta al tribunale e, al termine di una battaglia legale durata 8
mesi, è riuscita lo scorso aprile ad ottenere l'annullamento del
matrimonio. Per la maggior parte delle piccole spose come loro però non
c’è via d’uscita. Però il problema più forte non è solo il matrimonio
precoce, ma anche il parto precoce.
Secondo stime Onu ci sono circa 60 milioni di «spose bambine» nel mondo,
e i tassi di maternità e neo-natalità tra di loro sono i più alti del
mondo.Le giovani madri di età inferiore a 15 sono quelle più a rischio.
Il rischio di morire per complicazioni durante il parto è almeno cinque
volte superiore a quello che corrono le donne di età compresa tra 20 e i
30 anni. Questo perché le «spose bambine» non sono fisicamente pronte
alla gravidanza.
Nell’Africa sub-sahariana, inoltre, diversi studi mostrano che le
bambine sposate hanno più probabilità di contrarre l’Aids rispetto a
altre single e sessualmente attive. Spesso i mariti sono malati e loro
non hanno il potere di negarsi o di chiedere loro di usare il
preservativo.(ricerca nel web 30settembre 2010)
La resistenza delle donne
Mercoledì
17 marzo 2010 ore 21
al Caffè Basaglia, Via Mantova 34
presentazione
del volume di
NORMA VICTORIA BERTI
Donne
ai tempi dell’oscurità
Voci di
detenute politiche nell’Argentina della
dittatura militare
Edizioni SEB27
Partecipa,
insieme all'autrice,
TATY ALMEIDA, Madres de Plaza de Mayo,
Linea FundadoraLetture di
SILVANA COPPERI e canzoni di
LALLI e
MIGUEL ACOSTA
Organizzano:Caffè
Basaglia (Circolo Arci) ArDP Archivio
delle Donne in Piemonte
Africane abortiscono in casa per paura:
due
giovani irregolari salvate in extremis
messaggeroveneto.gelocal.it
Due giovani africane salvate in extremis
Medici senza frontiere attacca il FVG: maglia nera
del welfare
UDINE. Oggi il presidente della giunta regionale di
centrodestra del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo,
firma il decreto preteso dalla Lega nel quadro del
nuovo piano sanitario regionale che farà chiudere i
quattro ambulatori, uno per provincia, che finora
hanno assicurato le cure necessarie ai tanti
immigrati che lavorano in questa reguione, ma non
sono in regola con il premesso di soggiorno.
Gli effetti si sono visti subito.
La paura di una denuncia da parte dei medici - che
comunque hanno assicurato che non denunceranno mai
nessuno per clandestinità - ha indotto due giovani
africane a scegliere di abortire in casa: per
entrambe sono sorte complicazioni e soltanto per
fortuna, per la solidarietà di alcuni vicini e per
il pronto intervento dei medici sono state salvate
in extremis.
Ma a farsi sentire contro questa
decisione di stampo razzista è stata anche
un’organizzazione che non ha colorazioni poloitiche
come Medici senza frontiere che hanno collocato la
regione Friuli Venezia Giulia all’ultimo posto nella
graduatoria delle regioni italiane per quanto
riguarda il welfare e la solidarietà.
Va ricordato che tutte le
morganizzazioni dei medici si sono opposte a questo
nuovo piano sia perché - dicono con forza -
indebolisce le strutture pubbliche favorendo quelle
private, sia in quanto il rifiuto di cure agli
“irregolari” potrebbe risultare terribilmente
pericoloso, in caso di malattie infettive, anche per
quelli che dalla nuova legge regionale sono
considerati cittadini con maggiori diritti degli
altri.
Va ricordato che tutte le
morganizzazioni dei medici si sono opposte a questo
nuovo piano sia perché - dicono con forza -
indebolisce le strutture pubbliche favorendo quelle
private, sia in quanto il rifiuto di cure agli
“irregolari” potrebbe risultare terribilmente
pericoloso, in caso di malattie infettive, anche per
quelli che dalla nuova legge regionale sono
considerati cittadini con maggiori diritti degli
altri.
Bimba
cinese muore in fabbrica a Corridonia
Sono
tanti gli interrogativi che accompagnano il decesso della bambina cinese
A.K., avvenuto ieri sera vicino ad un casolare nelle campagne di
Corridonia (Macerata): tra la cause era stata ipotizzata una
folgorazione, per un incidente sul lavoro o un incidente domestico
causato da un asciugacapelli. Ma la morte sarebbe stata provocata da
esalazioni tossiche, sprigionatesi da sostanze chimiche (solventi)
presenti nel laboratorio.
L'autopsia, disposta per domani dalla procura di Macerata, fara'
chiarezza sulla cause, ma appare piu' difficile accertare cosa stesse
effettivamente facendo A.K. nel laboratorio. Un immobile fatiscente
nelle campagne maceratesi, non tanto diverso da tanti altri opifici
clandestini cinesi: da un parte le postazioni di lavoro, al piano
interrato materassi, fornelletti, tutto il necessario per dare alloggio
agli operai, in genere anche loro clandestini. Forse A.K. viveva li, in
precarie condizioni igieniche, insieme alla famiglia ed altri
connazionali. Alcuni anziani del posto ricordano che la bambina scendeva
dallo scuolabus tutti i pomeriggi davanti al casolare.
Secondo l'avv. Daniele Mantella, che rappresenta la
famiglia della piccola vittima, A.K. non abitava li', ma a Civitanova
Marche, un centro piu' grande sulla costa, insieme ai genitori,
lavoratori autonomi, e a due fratellini piu' piccoli, e andava al
laboratorio solo per aspettare il padre, che per altro lavorava altrove.
Era li' anche ieri sera, quando si e' sentita male: gli altri cinesi non
hanno chiamato il 118, perche' non sanno parlare italiano, ma hanno
telefonato al padre. Quando i genitori sono arrivati A.K. era
agonizzante. Inutile la corsa per strada, con la figlia in braccio
avvolta in una coperta. A dare l'allarme e' stato un camionista di
passaggio: quando e' arrivata l'ambulanza, l'undicenne era gia' morta.
Sulle piccole mani i sanitari non hanno trovato tracce di colla o
mastice, ma sul corpo e sul volto c'erano segni di bruciature.
Tragico incidente sul lavoro che ha coinvolto una
bambina, o una non meno tragica fatalita': per il segretario provinciale
della Cisl Aldo Benfatto si tratta di 'un episodio gravissimo, che
dimostra come con queste organizzazioni clandestine si rischia di far
tornare all'800 le condizioni di lavoro degli operai'. Il sindacato teme
che si crei 'una moderna schiavitù' e chiede alle imprese italiane di
non affidare più 'lavoro a chi non rispetta non tutte le regole e
sfrutta il lavoro minorile'. Nel laboratorio, nel cuore del distretto
calzaturiero marchigiano, si producevano tomaie su commissione, forse
anche per marchi famosi.(www.aprileonline.info 3 dicembre 2009)
(fonte agenzia ansa)
Il
potere degli uomini contro la libertà e la dignità delle donne:
questo sono le donne afghane,
pura merce di scambio
di Le Falci Rosse Donne
comuniste di Arezzo
Dopo
le elezioni Il mondo politico occidentale si è auto incensato per aver
“esportato” la democrazia in Afghanistan. Ma che democrazia è questa,
che ancora perseguita le donne e nega loro gli elementari diritti umani?
Il solo vedere donne coraggiose, desiderose di contare in fila per
votare affogate nei burka, fa capire che il bearsi della nostra grande
bontà è un modo vergognoso per non voler vedere la realtà.
Se poi pensiamo che con il finanziamento europeo è stato costruito un
carcere modello, dove fra gli altri sono rinchiuse donne colpevoli, non
di omicidi o furti o altre nefandezze, ma unicamente di avere avuto
figli fuori del matrimonio …. !
Nulla o quasi è cambiato in questi otto anni dalla caduta dei talibani.
Il presidente Karzai ha usato le donne come carne da macello, solo per
assicurasi la vittoria elettorale con l’appoggio degli sciiti. Così il
suo governo ha approvato la legge sul diritto di famiglia, che impone
alle donne, di non uscire di casa senza il permesso del marito, e
consente a quest'ultimo di negare anche il cibo alla consorte se si
rifiuta di avere rapporti sessuali. La legge autorizza di fatto lo
stupro all’interno del matrimonio, in quanto obbliga la donna a
concedersi al marito una volta ogni quattro giorni, mentre l’uomo è
obbligato a concedersi una volta ogni quattro mesi.
In più la nuova legge affida i figli ai parenti maschi più vicini e
colloca il reato di stupro tra le questioni economiche, non tra i
diritti umani: il colpevole potrà chiudere il processo versando alla
famiglia della vittima (non a lei) un risarcimento commisurato alle
disponibilità finanziarie del clan; la violenza sulla donna sarà grave
nella misura in cui la famiglia, il clan saranno ricchi, mentre i
poveri, anzi le donne povere, colpite anche in questo, non serviranno
neanche per portare a casa il prezzo di uno strupro.
Inoltre viene vietato alla donna di ricevere un’istruzione, di cercare
lavoro e di andare dal medico senza il permesso del marito, vengono
indeboliti i diritti della madre in caso di divorzio, viene reso
impossibile alla moglie ereditare dal marito case e terreni.
I diritti delle donne afghane sono violati per i giochi di potere degli
uomini, oggetto di baratto per Karzai, che ha venduto le donne in cambio
di voti.
Questo contrasta con la costituzione afghana che sancisce l’uguaglianza
fra uomo e donna. Ma ultimamente le costituzioni non sono di moda,
neanche in Afghanistan. Del resto che altro potevano portare gli
italiani in quel succulento crocevia di interessi leciti ed illeciti?
E tutto, sempre, con la protezione dei governi che da otto anni regalano
al governo Karzai soldi, soldati e persino un raro corteo di
improvvisate femministe afghane.
Di fronte a questa situazione di ingiustizia e di violazione di ogni
principio umanitario, le donne dei Comunisti Italiani e di Rifondazione
Comunista chiedono che i paesi presenti in quella realtà, paesi che
finanziano questa guerra (sporca e ingiusta al pari delle altre)
obblighino quel governo al rispetto delle norme sui diritti umani
sanciti dall’ONU e a mettere in atto tutte quelle azioni necessarie a
smantellare questo castello di ingiustizie garantendo alle donne spazi
di libertà e di crescita, per una reale uguaglianza di diritti e doveri
in un Paese, in cui è già difficile vivere la quotidiana lotta contro la
guerra, la fame, la paura, la povertà.(facebook 27 agosto 2009)