Home-Page

 

 

Diritti di genere                                                                                                                                                                                                                pagina 3
 

 

 

Donne del mondo

 

Dichiarazione del XV Congresso della Federazione Democratica

 Internazionale delle Donne (FDIF)

Brasília – 12/04/2012 

Noi, delegate al XV Congresso della FDIF, provenienti da 49 paesi, ci si siamo incontrate a Brasilia, in Brasile, l'8 aprile 2012 per proseguire la nostra militanza e la lotta nel segno delle lotte delle donne di tutto il mondo.

Ci troviamo in una situazione di profonda crisi strutturale del sistema capitalistico, che ha un impatto sulla molteplicità degli aspetti della vita delle donne di tutto il mondo, ma in particolar modo per le lavoratrici. Affermiamo che questa non è una crisi dovuta ai debiti o alla gestione, ma una crisi del sistema capitalista stesso, non importa se sotto un governo neoliberista o social-democratico e filo imperialista.

Questa crisi ha portato alla disoccupazione di massa, ha cancellato la sicurezza del lavoro attraverso l’introduzione del lavoro flessibile, il calo di salari,  prestazioni sociali e pensioni delle donne, e ha violato il diritto alla salute, all'istruzione e alla maternità.

Questa crisi sta portando anche alla distruzione dell'ambiente, che produce alterazioni del clima e una grave crisi alimentare mondiale, che si avverte soprattutto in Africa e in Asia.

Esprimiamo la nostra preoccupazione per quanto riguarda l’aggravarsi della crisi, delle contraddizioni imperialiste e delle tendenze guerrafondaie, che aumentano il rischio di guerra. Attualmente, i rischi aumentano dal momento che il diritto internazionale è la legge degli interessi imperialistici. Il nuovo trattato NATO firmato a Lisbona nel 2010, aumenta i rischi di guerra attraverso questo strumento di spargimento di sangue dell’imperialismo. Le donne di tutto il mondo sono le prime vittime delle guerre e delle occupazioni. 

Così,
Esigiamo la rimozione di tutte le basi militari statunitensi o NATO nel mondo e ci opponiamo all'installazione di scudi antimissili in tutto il mondo.

Sosteniamo un mondo di pace senza armi nucleari, e quindi rivendichiamo la fine dell'imperialismo e la sua condanna per la militarizzazione del pianeta.

Chiediamo la cessazione della presenza militare degli Stati Uniti nell’area Asia-Pacifico, che è diventata il perno della nuova strategia di difesa degli Stati Uniti.

Chiediamo la fine di tutte le forme di discriminazione e di violenza contro le donne, di ogni loro esclusione, del traffico di donne e bambini, dello sfruttamento sessuale, della prostituzione, del traffico di droga, così come l'eliminazione di tutti gli ostacoli all'accesso paritario alle risorse e al lavoro, che permetta l’autonomia economica della persona. Prendiamo posizione contro le mutilazioni genitali delle donne, che costituiscono una violazione dei diritti umani. Continueremo a combattere la violenza domestica, che costituisce una violazione dei diritti e mina l'eguaglianza di genere.

Esprimiamo la nostra solidarietà col popolo e le donne palestinesi che subiscono le aggressioni statunitensi e l'occupazione israeliana. Continuiamo la nostra lotta per la fine dell'occupazione e la creazione di uno Stato indipendente con Gerusalemme come sua capitale, per il ritorno dei profughi e la liberazione dei prigionieri palestinesi e la rimozione del muro dell'apartheid.

Condanniamo, inoltre, i piani imperialisti contro Iran, Siria, Libano e l’intero Nord Africa, che costituiscono un pericolo per il sud-est del Mediterraneo e per il Medio Oriente.

Denunciamo tutte le forme di colonialismo e neocolonialismo, tutti i tipi di occupazioni, e sosteniamo l'autodeterminazione di tutti i popoli del mondo, in particolare nel Sahara occidentale e a Puerto Rico. Condanniamo la costruzione di muri che dividono i paesi e separano le famiglie, ad esempio nel Sahara occidentale, in Palestina e in Messico.

Sosteniamo la lotta del popolo cubano perchè il governo degli Stati Uniti ponga fine all’embargo contro Cuba e chiediamo alla presidenza degli Stati Uniti la liberazione e il ritorno dei cinque eroi cubani ingiustamente detenuti in quel paese.

Facciamo appello per una campagna mondiale di solidarietà verso i popoli della Somalia e del Sudan, che hanno vissuto a lungo in uno stato di guerra che ora è aggravato da una crisi alimentare.

Condanniamo, inoltre, tutti i tentativi di colpo di stato  e rivendichiamo la sovranità di tutti i popoli.

Chiediamo il ritiro delle truppe di occupazione turche a Cipro e la creazione di uno Stato indipendente bi-comunitaria e bi-zonale.

Chiediamo che gli Stati Uniti e il presidente della Corea del Sud, Lee Myung Bak, pongano immediatamente fine alle provocazioni di guerra contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea (DPRC), al fine di di assicurare la pace alla penisola coreana. Estendiamo anche il nostro sostegno e la solidarietà al popolo coreano e in particolare alle donne nella loro giusta lotta per ottenere la riunificazione nazionale.

Esprimiamo la nostra solidarietà e il sostegno alle lotte dei popoli europei che affrontano gli attacchi più crudeli e barbari contro i loro diritti da parte del grande capitale, del FMI e dell'Unione europea. Noi condanniamo sia le politiche neoliberiste sia quelle social-democratiche contro il proletariato, e soprattutto contro le donne.

Sosteniamo la rivolta del popolo e delle donne d'Egitto, Tunisia e Yemen, e condanniamo le forze controrivoluzionarie sostenute dagli Stati Uniti e dai regimi reazionari arabi.

Chiediamo un maggiore coordinamento e una migliore cooperazione tra i movimenti anti-monopolisti e anti-imperialisti, a livello nazionale e internazionale, per creare una società senza sfruttamento, dove ci siano uguaglianza ed emancipazione per le donne. È solo attraverso la lotta organizzata e decisa delle donne e dei popoli che potremo raggiungere questo obiettivo.

VIVA LA FDIF! Viva la solidarietà internazionale!Venceremos!

 

A Brasilia il XV congresso della Fdim-Widf

Dichiarazione della Segretaria Nazionale delle donne del Partito Comunista del Brasile

Secretaria da Mulher


A Secretaria Nacional da Mulher tem por atribuição desenvolver simultaneamente duas diretrizes: acompanhar e orientar o trabalho das comunistas à frente do movimento feminista e de mulheres; e transversalizar o debate e as bandeiras acerca da emancipação das mulheres em todas as esferas e frentes de atuação partidárias.

A Secretaria conta ainda com o trabalho do Fórum Nacional Permanente Sobre a Emancipação da Mulher, eleito na 1ª Conferência Nacional Sobre a Questão da Mulher conforme Art.55 do Estatuto partidário e composto pelos seguintes integrantes: Abigail Pereira; Alice Portugal; Ana Carolina Barbosa; Ana Rocha; Augusto Buonicore; Daniele Costa; Eline Jonas; Glauce Medeiros; Jô Moraes; Julieta Palmeira; Leila Márcia; Liège Rocha; Lúcia Antony; Lúcia Rincón; Marta Brandão; Mary Castro; Olívia Rangel; Olívia Santana; Raimunda Leone; Ricardo Abreu; Veruska Carvalho; Walter Sorrentino.

Secretária Nacional da Mulher: Liège Rocha

La Segretaria Nazionale delle donne del PCdoB dovrà attuare simultaneamente due direttive: accompagnare e  orientare il lavoro delle comuniste verso il  movimento femminista e delle donne e trasversalizzare il dibattito e  le sue bandiere nella ricerca dell'emancipazione delle donne in tutte le sfere delle attività del partito. La Segretaria conta ancora sul lavoro del Forum Nazionale Permanente sull'emancipazione femminile eletto nella 1° Conferenza Nazionale delle donne articolo 55 dello Statuto del Partito  composto da:  Abigail Pereira; Alice Portugal; Ana Carolina Barbosa; Ana Rocha; Augusto Buonicore; Daniele Costa; Eline Jonas; Glauce Medeiros; Jô Moraes; Julieta Palmeira; Leila Márcia; Liège Rocha; Lúcia Antony; Lúcia Rincón; Marta Brandão; Mary Castro; Olívia Rangel; Olívia Santana; Raimunda Leone; Ricardo Abreu; Veruska Carvalho; Walter Sorrentino.

Segretaria Nazionale  delle Donne: Liège Rocha (traduzione di Marica Guazzora)

 

A Brasilia il XV congresso della Fdim-Widf

 

         

 

AWMR-Italia   Associazione Donne della Regione MediterraneaSi terrà presso il Centro Convegni Ulysses Guimarães della capitale brasiliana, dall'8 al 12 aprile 2012, il XV congresso della Federazione Democratica Internazionale delle Donne. Delegate provenienti da oltre quaranta paesi di ogni parte del mondo si ritroveranno sotto lo slogan Donne del mondo intero per la costruzione di una pace giusta, per i diritti, l’uguaglianza e lo sviluppo”. Parallelamente al congresso della Widf si svolgeranno in altre sale dello stesso Centro Convegni Ulysses Guimarães:  il Terzo Meeting  Internazionale delle Giovani, il Terzo Festival delle Nazioni e la  Seconda Mostra internazionale del Libro. 

La mattina del 10 aprile le congressiste si uniranno alle altre donne della capitale brasiliana  in una grande Marcia delle donne per la pace, lungo la spettacolare Spianata dei Ministeri.

 Dall’Italia prenderanno parte ai lavori del Congresso Ada Donno e Milena Fiore, delegate dall’ASSOCIAZIONE DONNE DELLA REGIONE MEDITERRANEA..

Nelle sessioni plenarie e nei workshop congressuali le delegate discuteranno sui temi posti all’ordine del giorno: la crisi capitalistica e il suo impatto sulle donne;  le aggressioni imperialiste, le guerre e le sfide alla pace mondiale; cambiamenti climatici e sicurezza alimentare; nuovi approcci ai temi dell’uguaglianza dello sviluppo e della pace; le donne di fronte alle tematiche etniche razziali e culturali.

 

Palestina. Le donne del PdCI e la Giornata della Terra

 

In occasione della Giornata della Terra e della Marcia di Gerusalemme, le donne del Partito dei Comunisti Italiani, consapevoli degli effetti devastanti della guerra e dell'occupazione di territori da parte di altro Stato, aggiungono la loro voce a quelle che già si stanno levando per protestare contro le ulteriori demolizioni di case, appropriazioni di terreni e omicidi (mirati e non) che stanno colpendo il popolo palestinese.

Le donne del PdCI aderiscono quindi alle iniziative di protesta del 30 marzo, e chiedono in particolare che il riconoscimento dello Stato palestinese già ottenuto in sede UNESCO sia fatto proprio dall'ONU e che finalmente si faccia un deciso passo in avanti per l'esistenza di uno Stato che ha dietro di sè un intero popolo. 30 marzo 2012 Gruppo permanente Assemblea donne comuniste

 

 

8 Marzo - Un viaggio tra le lotte delle donne

 

 

 

Messaggio per l'8 marzo - Giornata internazionale della donna

 

In questo 8 marzo, Giornata internazionale della donna, ricevete tutte un saluto caloroso e fraterno. Un saluto a tutte le donne combattenti del mondo, che lottano per una società più giusta e femminile ed egualitaria.

Vorrei salutare, in particolar modo, le delegate, le rappresentanti delle organizzazioni affiliate che parteciperanno al XV Congresso della FDIF, con il motto "Donne di tutto il mondo, per costruire una pace giusta, con diritti, eguaglianza e sviluppo" che si terrà a Brasilia, in Brasile, dall'8 al 12 aprile 2012.

Sono certa che, unite e solidali leveremo molto in alto la nostra voce contro la crisi economica dei paesi centrali che vogliono esportare in tutti i paesi, la violenza dell'Impero, che, acuendosi la loro crisi, vogliono sottomettere ulteriormente i popoli e le nazioni per portare avanti la loro guerra di rapina.

Durante il Congresso lavoreremo compatte per il comune obiettivo di rendere più degna la nostra condizione e far rispettare i nostri diritti e la completa partirà; discuteremo di questioni che saranno volte a rafforzare l’alleanza antimperialista tra i nostri popoli; per trovare un’intesa sull’urgenza di globalizzare la solidarietà; internazionalizzare lo spirito di lotta e globalizzare le azioni delle donne in grado di implementare un'economia sostenibile per superare la fame e la povertà di milioni di persone; per garantire un lavoro dignitoso; combattere tutte le forme di discriminazione contro le donne, difendendo le risorse naturali e la sovranità dei popoli e si impegnarsi a ottimizzare il loro utilizzo per migliorare la propria capacità tecnologica e umana al fine di generare ricchezza e prosperità per i nostri popoli e il pieno rispetto de i nostri diritti.

Ci incontreremo, inoltre, per rafforzare ulteriormente la lotta delle donne di tutto il mondo per l'emancipazione femminile, per l’accesso a un lavoro dignitoso con salario uguale per uguale lavoro: per lottare contro la flessibilizzazione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, con cui si scarica l'onere di una avidità sfrenata sui lavoratori salariati.

In questo giorno, vorrei inoltre felicitarmi per i progressi nella lotta dei palestinesi per il riconoscimento dello Stato di Palestina, che mobilita i popoli e le donne di tutto il mondo; salutare la liberazione dell'eroe cubano, mentre lottiamo perché allo stesso tempo René possa andare a trovare suo fratello Roberto, ammalato a Cuba.

Invitiamo tutte a stare con noi nella grande marcia delle donne, assieme alle delegate internazionali e sl movimento delle donne che lottano per un mondo più giusto, solidale e umano.

In questo 8 marzo, riempiamo le strade in tutti i luoghi, con la fermezza con cui le donne lottano per una pace giusta ogni giorno della nostra vita.

Marcia Campos – Presidente della WIDF

San Paolo (Brasile), Marzo 2012

 

Valentina Tereshkova

Prima donna nello spazio

 

 

Valentina TereshkovaValentina Vladimirovna Tereshkova, astronauta sovietica, nasce il 6 marzo 1937 a Maslennikowo, sul fiume Volga, vicino Jaroslawl.
Oggi non sono poi così poche le donne ad aver lasciato il suolo terrestre per missioni spaziali, ma la russa Tereshkova ha un primato, quello di essere stata la prima donna nello spazio.

Il padre, autista di trattori, cade durante la Seconda guerra mondiale: Valentina deve stringere i denti durante la sua infanzia difficile. Giovane, lavora in una fabbrica di pneumatici, poi in un'impresa produttrice di fili. Per alcuni anni svolge la professione di sarta e stiratrice.
Il carattere di Valentina è determinato e oltre al lavoro frequenta corsi serali per diventare perito tecnico: consegue il diploma nel 1960.

Nel 1955 si appassiona al paracadutismo. Grande ammiratrice di Jurij Gagarin prova a candidarsi diverse volte per accedere alla scuola per aspiranti cosmonauti. Nel 1962 riesce finalmente a partecipare all'esame per essere assunta: supera brillantemente la prova e inizia così l'addestramento per diventare donna cosmonauta. Lo storico evento che lancerà Valentina Tereshkova nella storia arriva il giorno 16 giugno 1963: viene lanciata a bordo del "Vostok 6", dal cosmodromo di Baikonur, per una missione nello spazio che dura tre giorni.
Durante la missione effettua 49 orbite terrestri.
In qualità di comandante di una navicella spaziale Valentina sceglie, per i collegamenti via radio, il nomignolo di Caika ("gabbiano").
Solo pochi giorni prima era stata lanciata la missione "Vostok 5" capitanata dal cosmonauta Valeri Bykovski.

Valentina Tereshkova torna sulla terra il 19 giugno, atterrando nelle vicinanze di Novosibirsk: qui viene accolta e festeggiata calorosamente dalla folla.
Passano pochi giorni e a Mosca le viene conferita l'alta onoreficenza di "Pilota-cosmonauta dell'Unione Sovietica".

A novembre dello stesso anno sposa Andrijan Grigorjevic Nikolajev, astronauta che aveva partecipato alla missione "Vostok 3".
Il matrimonio viene celebrato a Mosca: l'evento verrà utilizzato per scopi propagandistici sovietici. Pare addirittura che anche l'unione fosse stata messa in scena dell'allora Primo segretario del Partito Comunista (PCUS) Nikita Khruscev.

Nel 1964 nasce la figlia Alenka. Successivamente Valentina studia presso l'accademia Ingegneri dell'aeronautica militare sovietica Cukovski.

Nel mese di maggio 1966 viene eletta ed entra a far parte dell'"Alto Soviet dell'Unione Sovietica". Inizia così la sua carriera nei palazzi della politica: due anni più tardi diventerà presidente del comitato donne dell'Unione Sovietica; nel 1971 è membro del Comitato Centrale del PCUS; dal 1974 prende parte al direttivo dell'Alto Soviet e dal 1976 è vicepresidente della commissione per l'educazione, la scienza e la cultura.
Divorzia da Nikolajev nel 1982. Sposa Juri Saposnikov del quale rimarrà poi vedova nel 1999.
Nel 1994 viene nominata direttrice del "Centro russo per collaborazione internazionale culturale e scientifica".

Tra i suoi attestati ufficiali ed onorificenze vi sono due "ordini di Lenin", una Medaglia "Stella d'oro", una Medaglia d'oro Joliot-Curie, un titolo onorario "Eroe dell'Unione Sovietica", un "World connection award" consegnatole ad Amburgo nel 2004 dal premio Nobel per la pace Mikhail Gorbaciov.
Una valle lunare è nominata in suo onore "Valle Tereshkova".

 

Appena sbarcate o da anni in Italia con figli piccoli

I racconti delle donne nel Cie romano

 

Alcune hanno fatto richiesta di protezione umanitaria per avere subito violenza dai propri compagni. Le cinesi ingannano il tempo facendo borsette con le lenzuola dei letti. Dentro anche persone truffate con falsi contratti
ROMA – Capelli corvini e occhi rossi di pianto. Una giovane donna maghrebina, appena ventenne, ha la paura sul viso. Tutto quello che conosce dell’Italia sono sbarre, cancelli, lucchetti e inferriate del Cie di Ponte Galeria. Figura esile, infagottata in una tuta grigia, forse è la povertà che l’ha portata in gabbia in un paese straniero. È sbarcata a Lampedusa a gennaio scorso, portata sull’isola da una motovedetta della guardia costiera che ha soccorso in mare a 40 miglia a sud delle coste lampedusane un gruppo di 72 profughi di cui 18 donne, una incinta e un bambino di pochi mesi, provenienti dalla Libia. Un arrivo di cui pochi si erano accorti. La ragazza parla solo arabo e qualcosa di francese. Troppo poco per ricostruire la sua storia. Di sicuro è strano che una giovane si metta in viaggio da sola. Ha fatto richiesta d’asilo quando ormai era nel Centro di identificazione e di espulsione. Quindi non può andare in un centro d’accoglienza in attesa che la sua domanda venga esaminata. “Sono l’unica qui che non parla e non capisce l’italiano” dice a stento e con un filo di voce in francese. Un avvocato d’ufficio ha potuto incontrarlo solo per la convalida del fermo. Non è chiaro se la giovane sia stata informata prima dell’accesso al Cie sulla legge sull’immigrazione in Italia e sulla possibilità di chiedere asilo. Ma secondo la polizia la richiesta d’asilo in questi casi è un boomerang perché prolunga la detenzione nel Centro.

Le cinesi sono tante e silenziose. La traccia del loro passaggio nel Cie è creatività manuale. Hanno fatto tante borsette intrecciando le lenzuola monouso dei letti. Piccole, a tracolla, sono indossate da quasi tutte le ragazze di ogni nazionalità. Un modo per segnare il lento trascorrere del tempo nelle gabbie di Ponte Galeria. Alcune donne sono state prese dagli agenti mentre si trovavano in casa. Sadya è una marocchina con 2 figli da mantenere in Marocco di 10 e 13 anni, affidati alla sorella. La polizia è andata a prenderla nella sua abitazione ad Avezzano. Racconta di essere entrata con un contratto di lavoro stagionale e di avere pagato per questo 4mila euro a un  mediatore. In realtà ad attenderla non c’era lavoro. “Se denuncia chi l’ha truffata potrebbe avere un permesso per motivi di giustizia” spiega l’avvocato Alessandra Ballerini, dell’Asgi, interpellata da Redattore Sociale.

“Qui al Cie non ci sono né minorenni, né donne incinta, né mamme con i bambini piccoli, a differenza del carcere” sostiene Maurizio Impronta, dirigente dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma. Una signora marocchina però ha una storia che smentisce questa affermazione. Ha affidato a dei lontani parenti che vivono a Firenze la sua figlioletta di un anno e mezzo. Lei è in Italia da sei anni e mai è riuscita a regolarizzarsi, tranne per un permesso di sei mesi quando era incinta. “Non voglio niente, voglio solo vedere la mia bambina” dice trattenendo a stento le lacrime. Non può tornare in Marocco perché una donna che ha avuto una figlia fuori dal matrimonio sarebbe perseguitata a vita. Così spera in un permesso umanitario ma non sa se e quando verrà fuori dalle gabbie del Cie. Ha raccontato di aver subìto maltrattamenti dal padre della piccola, un marocchino anche lui, lasciato per le violenze subite di cui porta ancora i segni. La sua famiglia in Marocco non vuole saperne niente di lei che era già stata sposata con un altro marocchino durante il transito in Libia e dal quale ha avuto un bambino. Una storia resa ancora più complicata dal fatto di avere dovuto affidare il bambino, che ora ha sette anni, al padre e ai nonni paterni, per poter avere il divorzio.  In questo caso, la donna potrebbe chiedere un permesso di soggiorno per stare vicino alla bambina. L’ autorizzazione andrebbe chiesta al tribunale dei minori, se non ha precedenti penali e il suo unico problema è di non avere il permesso di soggiorno. (raffaella cosentino)

Fonte: www.redattoresociale.it 15 febbraio 2012

 

Camila Vallejo e Karol Cariola

 

Esistere è resistere, in Palestina

 

Incontro con due donne di Nabi Saleh, Palestina: Manal al Tamimi e Nariman al Tamimi del Comitato Popolare di Resistenza di Nabi Saleh.
Giovedi' 9 febbraio 2012 - ore 20,30 presso il Salone dell’Antico Macello di Po, via Matteo Pescatore 7 - Torino
 
Il Muro della vergogna, le sorgenti rubate, la repressione…
Guarda il video "Le sorgenti rubate" (http://www.youtube.com/watch?v=jM7GuKpzdvo durata 10 minuti);
scarica il documento "Dimostrazione di forza" (http://casadelledonnetorino.it/images/doc/din/2012/dimostrazione-di-forza.pdf, 652 Kb), preparato da  Bet Selem, organizzazione per i diritti umani israeliani, sul villaggio di Nabi Saleh;
scarica la locandina (http://casadelledonnetorino.it/images/doc/din/2012/2012_02_09_nabi_saleh.pdf, 190 Kb).

 
Organizzato da
Donne in Nero - Torino
Rete Eco - Ebrei contro l'occupazione
Comitato di solidarietà con il Popolo Palestinese - Torino
 

Adolescenti ridotte in schiavitù presto vittime del mercato del sesso

SAdolescenti ridotte in schiavitù presto vittime del mercato del sessoono in prevalenza rumene, albanesi e nordafricane. Le accompagnano fidanzati o persone di fiducia. Cerano lavoro ma diventano facili prede delle organizzazioni che controllano la prostituzione nelle grandi città

Ragazzine di 15, 16 anni. Che spesso arrivano in Italia con persone di cui si fidano. Le vittime della tratta dello sfruttamento sessuale  -  secondo i dati di Save the Children - sono soprattutto adolescenti provenienti dalla Romania (46%) e dalla Nigeria (36%), seguite da ragazze albanesi (11%) e del Nord Africa (7%). Le giovani rumene non posso essere considerate minori non accompagnate, perché arrivano insieme a fidanzati o conoscenti. E questo, spesso, impedisce di identificarle e proteggerle. Inoltre, in quanto cittadine comunitarie (e in possesso di documenti), riescono a viaggiare senza troppe difficoltà.

Le ragazze nigeriane arrivano invece sui barconi, spesso dopo viaggi di mesi. Si calcola (lo dice un rapporto della Nazioni Unite) che il numero di giovani sfruttate sessualmente sia pari al 36% del totale identificato. Inoltre, proprio dalla Nigeria verso l'Italia si spostano giovani donne insieme a minori non accompagnate, poi costrette a prostituirsi. Le connazionali più grandi convincono le ragazzine a prostituirsi anche attraverso riti religiosi tradizionali. E a differenza delle adolescenti rumene, una volta in Italia, il loro guadagno consiste spesso solo nel vitto e nell'alloggio.

La paura di essere fermate e arrestate, le spinge a lavorare in luoghi isolati: questo rende più difficile il lavoro delle associazioni che vogliono aiutarle. I minori maschi sfruttati sessualmente, invece, sono soprattutto adolescenti Rom, tra i 15 e 18 anni. Alcuni, di giorno, fanno i lavavetri ai semafori delle grandi città, come Roma e Napoli, per poi prostituirsi durante la notte. In minor parte sono coinvolti nella prostituzione minorile anche adolescenti maghrebini, rumeni e afghani.  (www.migrantitorino.it 23 gennaio 2012)

 

       

 

Intervista a Tania Nijmeijer guerrigliera della Farc

 

                                                                    

 

Atene: incontro europeo della Fdim-Widf

La crisi economica capitalistica e i suoi effetti

sulla condizione delle donne

 

Intervento di Milena Fiore, delegata dell’AWMR (Donne della Regione Mediterranea) alla Conferenza europea della FDIF-Widf (Federazione democratica mondiale delle donne) sul tema: “La crisi economica capitalistica e i suoi effetti sulla condizione delle donne” (Atene, 10 - 11 settembre 2011).

Il video dell'intervento

 La “liquidità mondiale della moneta (nelle sue forme più varie) ha raggiunto livelli stratosferici superiore di 12 volte il Pil mondiale”. La crisi economica è in realtà un problema di accumulazione di capitali in mano a pochi grandi lobbies finanziarie.

Questa situazione crea  pressioni fortissime sull’Italia che sono sfociate in un duro attacco del governo agli interessi delle grandi masse lavoratrici e democratiche, e delle donne in primo luogo.

la crisi economica attuale è molto diversa dalle precedenti e una delle differenze più marcate è che il peso della recessione risulta maggiormente suddiviso tra donne e uomini, per i cambiamenti intervenuti nel tasso di occupazione femminile, nella composizione del budget familiare, e nella ripartizione dell’impatto della crisi tra i diversi settori dell’economia.

La crisi economica attuale è molto diversa dalle precedenti e una delle differenze più marcate è che il peso della recessione risulta maggiormente suddiviso tra donne e uomini, per i cambiamenti intervenuti nel tasso di occupazione femminile, nella composizione del reddito familiare, e nella ripartizione dell’impatto della crisi tra i diversi settori dell’economia.

Un’accurata analisi di dati statistici relativi al tasso di occupazione smentisce le enfatiche dichiarazioni del Ministero del Lavoro italiano su una sostanziale tenuta dell’occupazione femminile in tempi di crisi.

Sono tre gli aspetti da rilevare.

In primo luogo, il tasso di occupazione femminile a livello nazionale è stato lo scorso anno pari al 46,4%, vale a dire al di sotto di 13,6 punti percentuali rispetto all’obiettivo comunitario, fissato dalla strategia di Lisbona, che prevedeva una percentuale del 60% di donne con un lavoro entro il 2010. Va considerata oltretutto la percentuale di donne meridionali che sono impiegate nel lavoro sommerso, la quale testimonia che le politiche sin qui intraprese per emersione, regolarizzazione, maggiore occupazione, si sono rilevate nella maggior parte dei casi inefficaci.

In secondo luogo, la percentuale delle donne senza un lavoro è stata del 9,3%, con un incremento dello 0,7% rispetto all’anno precedente. Non solo, dunque, il tasso di occupazione femminile è sensibilmente più basso rispetto a quello maschile nel nostro Paese, ma anche il tasso di disoccupazione è maggiore del 2,5% fra le donne nei confronti degli uomini.

Un terzo e ultimo elemento da segnalare riguarda la permanenza delle donne nei contratti atipici, che ha effetti devastanti sia sui salari, sia sulle tutele. Va messo in evidenza che la flessibilità è troppo spesso non voluta, soprattutto pensando che l’utilizzo di più rapporti di lavoro nell’arco di appena tre mesi significa che le donne sono costrette non di rado a passare da un contratto atipico a un altro.

Infine, il Ministero del Lavoro “dimentica” di segnalare un altro dato preoccupante: la crescita del numero di donne inattive. Secondo le cifre rese note dall’Istat relativamente a marzo 2010, oggi in Italia ci sono nove milioni e 679mila donne che non lavorano e non studiano, e il tasso di inattività tra le donne è giunto al 45,8%. La metà delle donne inattive sarebbe disponibile a occuparsi, se fossero loro offerti servizi adeguati di cura e misure efficaci di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Nel corso del 2009, secondo l’Istat, la discesa dell’occupazione femminile ha interessato tutte le figure presenti sul mercato del lavoro: le dipendenti a termine, le collaboratrici, le autonome, fino a coinvolgere le occupate a tempo indeterminato. L’occupazione a termine si riduce costantemente, e a tale discesa si accompagna quella delle collaboratrici.

Non viene messo poi in alcun rilievo il dato sulle povertà : In Italia, su un totale di 8.078.000 individui relativamente poveri nel 2008, 4.208.000 sono rappresentati da donne, e ben il 61,4% delle povere si colloca nella classe di età attiva ed ancora su di 2.893.000 di persone assolutamente povere, 1.550.000 sono rappresentate da donne (il 5,1% del totale delle donne).

Il discorso, però, non riguarda solo l’occupazione. I tagli allo stato sociale, ai servizi pubblici (scuole, asili, sanità, assistenza agli anziani) si ripercuote innanzitutto sulle donne, che vedono accrescersi enormemente il loro carico di lavoro di cura rivolto alla famiglia.

Nel nostro paese, inoltre, a causa del modello culturale imposto da Berlusconi, dalle sue televisioni e dal suo governo, dobbiamo registrare un pesante regresso sul piano culturale per quello che riguarda la concezione della donna e del suo ruolo nella società, sempre più mercificato, spettacolarizzato, strumentalizzato.

Tuttavia negli ultimi mesi si sono avute delle prime risposte di massa, politiche e sociali contro questa involuzione. Il 13 febbraio scorso le donne hanno dato una forte spallata al corrotto regime di Berlusconi, dando vita a una grande manifestazione del movimento “Se non ora, quando?”, nel quale sono impegnate anche molte protagoniste del mondo della cultura.

Quattro mesi più tardi, il 12 e il 13 giugno, dopo i risultati positivi nelle elezioni amministrative (che hanno visto la sinistra e il centrosinistra vincere a Milano, Napoli, Torino e molte altre città), la vittoria del referendum per l’energia pulita, per la difesa dell’acqua come bene pubblico ha rappresentato il sigillo più bello al vento del cambiamento che soffia forte ed è iniziato con le lotte degli operai e dei disoccupati, degli studenti e dei lavoratori precari, con il nuovo protagonismo del movimento delle donne, che stanno tornando a riprendersi la parola e a difendere la propria dignità. Si è rotta cioè quella logica dominante dell’indifferenza e del consenso creato dai grandi mezzi d’informazione pubblici e privati che sembravano regnasse sovrani. Le masse, e le donne e i giovani innanzitutto, non si sono lasciate imbrogliare e hanno reagito con intelligenza e orgoglio.

Si tratta di primi segnali, importanti, di una ripresa di consapevolezza e di mobilitazione che sarà necessario portare avanti e sviluppare nei prossimi mesi. Ci auguriamo quindi che le lavoratrici e le donne del nostro paese riescano a raccordarsi meglio alle lotte delle altre donne nel mondo; e in questo il ruolo della Federazione mondiale delle donne e di iniziative come questa può essere molto importante.

 

DICHIARAZIONE DELL’INCONTRO REGIONALE EUROPEO DELLA WIDF


 

Noi donne delle Organizzazioni Europee aderenti alla WIDF abbiamo tenuto una riunione in Atene nel settembre 10-11/2011 e dopo una discussione svoltasi con amicizia e solidarietà, abbiamo deciso quanto segue.

La crisi capitalistica verificatasi contemporaneamente nei centri imperialisti è attribuita ai profitti in eccesso che non possono essere investiti per produrre profitti ancora maggiori; alla sovrapproduzione di beni che non possono essere venduti in modo tale da garantire un tasso di profitto soddisfacente per i capitalisti. Questo accade perché la legge e la forza trainante del capitalismo è il capitale, il profitto. La crisi porta alla distruzione parziale del capitale e di forza-lavoro. Ciò è dovuto, da un lato, alla chiusura delle aziende e alla usura delle macchine e, dall'altro all'esistenza di migliaia disoccupazione dei lavoratori.

La propaganda sulla "crisi del debito" nasconde deliberatamente la verità circa il carattere della crisi nascondendo la sua reale sostanza.

Nel nostro incontro abbiamo concluso che la strategia dell’Unione Europea è quella di  assicurarsi forza lavoro più economica al fine di sostenere e di rafforzare la competitività del capitale europeo contro le altre potenze imperialiste.

Le donne lavoratrici e appartenenti agli strati popolari sono costituite da forza-lavoro ausiliario, a buon mercato e flessibile. Esse sono obbligate a lavorare fino alla fine della loro vita, e su di loro incombe anche l'onere della cura per i bisogni familiari, e a  pagare per i servizi sociali in settori chiave della loro vita.

L'organizzazione europea WIDF rivendica senza compromessi:

• posti di lavoro permanenti e stabili per tutte le donne.

• nessuna discriminazione salariale nei confronti delle donne.

• l'età pensionabile femminile a 55 anni. Mantenimento di 5 anni di differenza dell'età pensionabile per uomini e donne per il riconoscimento minimo del ruolo sociale della maternità.

• protezione della maternità. Il rispetto dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne per ciascuna di esse e per tutte le generazioni. Gravidanza, maternità e allattamento, servizi sociali, permessi, dovranno essere gli stessi e uguali per le donne che lavorano nel settore pubblico come in quello privato, per le lavoratrici autonome e quelle agricole.

• scuole materne e campi estivi gratuiti per tutti i bambini.

• assistenza sanitaria e stato sociale assolutamente gratuiti.

• istruzione totalmente gratuita per tutti.

Tuttavia, è molto difficile ottenere obiettivi a livello individuale, se la lotta non è rivolta verso cambiamenti “radicali”. Quindi, dobbiamo abbattere le cause che creano tutti i "mali" dei lavoratori, soprattutto delle donne che subiscono lo sfruttamento di classe e l'oppressione doppia; per essere più precisi, al giorno d'oggi la lotta deve essere diretta contro i monopoli e il loro potere in Europa e in tutto il mondo. Oggi una maggiore cooperazione e coordinamento del movimento anti-monopolista e antimperialista a livello nazionale e internazionale è più che mai necessario. La lotta coordinata del movimento delle donne con il movimento dei lavoratori, il movimento antimperialista, per la pace, e ancora con il movimento sindacale, con il movimento giovanile, con i contadini poveri e coi lavoratori autonomi a livello nazionale, nonché il coordinamento della Federazione internazionale democratica delle donne (WIDF), della Federazione sindacale mondiale (FSM), del Consiglio mondiale della pace (WPC) e della Federazione mondiale della gioventù democratica (WFDY) a livello internazionale aprirà la strada alla società del 21° secolo. Una società senza sfruttamento dell'uomo sull'uomo porterà l'uguaglianza per le donne e l'emancipazione della classe lavoratrice e degli strati popolari!

Tutti i partecipanti hanno dichiarato la loro ferma decisione a esercitare ogni possibile sforzo per il successo del 15° Congresso della WIDF.

 

Presa a pugni sull'autobus "Perchè sono donna e nera"

DAVANTI AL MAURIZIANO HA RIPORTATO LA FRATTURA DI UNA COSTOLA, L’UOMO è SCESO ED è SPARITO
Due passeggeri: «L’autista ha lasciato uscire l’aggressore

Torino: Picchiata e insultata su un bus pieno di passeggeri. Tempestata di pugni, ha una costola fratturata, e due settimane di prognosi. Ma ancora più del dolore è forte lo sgomento di Suad Omar, mediatrice culturale italo-somala, per l’aggressione improvvisa e violenta di cui è stata vittima venerdì scorso, sulla linea 63, alla fermata davanti all’ospedale Maurziano. «Voleva che mi scostassi per passare- racconta – gli ho detto che anch’io stavo per scendere, e a quel punto ha iniziato a insultarmi, mi ha detto cose irripetibili. Gli ho risposto indignata, lui ha reagito alzando le mani». Il responsabile è un uomo italiano, di circa 50 anni, di cui non si sa altro: perché alla fermata, l’autista ha aperto le porte e lui si è dileguato. In soccorso della vittima sono intervenuti due ragazzi, un somalo e un marocchino. Un terzo giovane italiano ha inveito contro l’autista per aver permesso che l’aggressore scappasse. Anche i due stranieri si sono indignati: «Se fosse stata aggredita un’italiana da un extracomunitario, nessuno gli avrebbe permesso di allontanarsi», hanno protestato, mentre l’autista obiettava di aver agito secondo il regolamento.

Suad è molto conosciuta a Torino, al suo nome è legato un pezzo importante della storia dell’immigrazione in città. Laureata in Somalia, dal 1989 vive in Italia, dove è arrivata per raggiungere quello che sarebbe diventato suo marito. Ha studiato da mediatrice culturale, lavoro a cui negli anni ha affiancato anche l’impegno politico: consigliera alla Circoscrizione 8 fino alla scorsa primavera e coordinatrice della Commissione giovani e immigrati a San Salvario (quartiere in cui risiede), era già stata candidata alle regionali, alle provinciali e alle europee. è stata tra le fondatrici del centro culturale Alma Mater e del centro Alouan, e una delle voci di «Babalasalà», prima trasmissione radiofonica fatta da e per gli immigrati sulle frequenze di Radio Torino Popolare.

Oggi continua l’attività di mediatrice ed è responsabile per l’Italia degli intellettuali somali emigrati a causa della guerra civile. Madre di cinque figli, una vita divisa tra la famiglia e l’impegno a difesa degli stranieri e delle donne. Sul bus 63, alle quattro e mezza di venerdì pomeriggio, stava andando a prendere una ragazza straniera che sarebbe stata dimessa dal Mauriziano e che aveva bisogno di aiuto. Ed era al telefono, vicino alle porte del mezzo che stavano per aprirsi, quando il l’uomo le ha chiesto di spostarsi. «Mi ha detto “Guarda questa gente”, e poi giù con gli insulti a sfondo sessuale. Ha usato ogni sorta di ingiuria. E poi mi ha colpito ripetutamente, mi ha anche rotto gli occhiali. Quando i carabinieri sono arrivati, si era già allontanato. Ho sporto denuncia, ma quello che mi fa stare ancora peggio delle botte è il fatto che non avrebbe dovuto scappare. Non so se l’autista abbia rispettato il regolamento: se è così, dovrebbero cambiarlo».

«Da quando è successo – dice Suad amareggiata – sono depressa. Non mi era mai accaduto un episodio simile. Gtt mi ha detto che a bordo c’era una telecamera. Spero che sia identificato in fretta, una persona così aggressiva e violenta potrebbe fare del male anche ad altri. E’ un problema di sicurezza soprattutto per le donne».

Fonte: www3.lastampa.it  5 ottobre 2011

 

Lo stato sociale grava sulle donne, lo dice l’Istat

di Annalinda Ricci del  PdCI Alessandria

su altre testate del 30/08/2011

 

Questo governo, con il bene placet di un’opposizione compiacente, per reperire fondi da utilizzare per cercare di tamponare il debito pubblico, fra tante altre “mascalzonate”, innalza l’età pensionabile delle donne lavoratrici del privato a 65 anni, esattamente come aveva fatto in precedenza nel pubblico impiego.
Anche questa volta, non sembra che ci siano particolari rimostranze, né da parte delle Signore Parlamentari (che però si suppone abbiano soldi a sufficienza per ingaggiare babysitter, collaboratrici domestiche e badanti), né da parte del resto delle Sorelle d’Italia, anche di quelle impegnate nel sociale, nel sindacato, nella politica locale, che dovrebbero conoscere “di pancia”, le problematiche della vita reale e l’impatto che cinque anni in più di lavoro fuori casa, possono avere sulla vita femminile in generale.
A 65 anni una donna, in linea di massima, può essere nonna (non contando che essendosi innalzata anche l’età biologica e di scelta in cui si può diventare madri, si possono avere ancora perfino figli piccoli proprii), può avere genitori anziani in casa, magari non autosufficienti, ha sicuramente una casa e un marito, un compagno o anche solo un animale da compagnia cui badare e, non ultimo, può avere un figlio quarantenne precario e mal retribuito, o peggio, disoccupato.
In una qualunque di queste situazioni drammatiche, la donna lavora (quando va bene) 8 ore al giorno in ufficio, in fabbrica,in ospedale, in cooperativa, nel campo dei servizi, dell’artigianato, in agricoltura et cetera e poi, secondo i dati divulgati dall’ISTAT, si dedica ai compiti domestici per ben 3 ore e 36 minuti al giorno in più del suo partner che invece, all’arrivo a casa, trova finalmente il tempo per dedicarsi a se stesso e ai propri svaghi.
A 65 anni, una donna al lavoro, sottrae anche il posto a un’altra donna che invece di anni ne ha la metà, che magari è madre, che magari è laureata e che per avere “la grazia” di un sottopagato posto di lavoro qualsiasi, spesso deve firmare le dimissioni in bianco al momento dell'assunzione.
Le donne si devono accontentare, il più delle volte, di essere sotto-inquadrate, di guadagnare meno dei colleghi uomini, a parità di mansioni e livelli, di accettare il part-time, perché è l'unico modo per essere coinvolte nel mondo del lavoro.
Il Rapporto annuale dell’Istat, presentato nel 2011 a Montecitorio dal Presidente Enrico Giovannini, parla chiaro: l’Italia è il Paese con il minor numero di donne occupate, dopo Malta e l'Ungheria.
Giovannini presenta anche uno scenario, in cui risulta essere inconfutabile che l’Italia è anche il III Paese in Europa, in cui le donne vengono maggiormente sfruttate e sottovalutate.
Sulle loro spalle pesano le mancanze di supporti sociali, che si sono accumulate nel tempo, di governo in governo, nel dopoguerra: carenza di asili nido, insufficienza di luoghi e personale destinati all'assistenza agli anziani.
Le donne supportano tutto il peso della casa, dei bambini e degli anziani e, quando escono dalle mura domestiche, si vedono assegnare come se fosse per benevolenza di chissà quale entità superna, posti di lavoro sempre più umili e prosciuganti: "La catena di solidarietà femminile tra madri e figlie, su cui si è fondata la rete di aiuto informale rischia di spezzarsi", avvisa l'Istat, ribadendo una situazione al limite della rivolta e, Giovannini, ripete il monito: "I giovani e le donne hanno pagato in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più incerte di rientro sul mercato del lavoro, le quali ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più alto livello di istruzione, e le opportunità.
Le donne vivono un’inaccettabile esclusione dal mercato del lavoro.
Per di più, il carico di lavoro familiare e di cura gravante su di loro rende più vulnerabile un sistema di 'welfare familiare' già debole, nel quale esse hanno cercato di supplire alle carenze del sistema pubblico".
Le donne italiane rappresentano l’unico caso europeo di lavoratori, sfruttati in due ambiti diversi: nella sottoccupazione esterna e nella cerchia famigliare.
Il mercato del lavoro le svaluta continuamente, le sfrutta e se ne libera il prima possibile.
D’altro canto, mandandole in pensione in età così avanzata e non provvedendole di servizi sociali d’appoggio, il Governo di fatto le costringe a questo “status unicum”, di persone obbligate a un doppio lavoro legalizzato: per una parte, quella fuori casa, sottopagato e per l’altra, quella casalinga, non pagato affatto; entrambi in alcuni frangenti privi di contribuzione pensionistica.
L’Istat afferma che, nel 2010, si è esasperata la qualità del lavoro femminile: l'occupazione qualificata è scesa a 170.000 unità, mentre è aumentata di 108.000 unità, quella non qualificata.
In sintesi sono state espulse dal mercato del lavoro le donne istruite e si sono moltiplicate o riciclate, badanti e dipendenti nei servizi di pulizia, in agricoltura, straniere o italiane senza titoli di studio e il part-time forzato per le donne, è cresciuto di 104.000 unità.
L’ occupazione femminile nel 2010 è arrivata al 46,1%, cioè 12 punti percentuali in meno di quello europeo.
Il Sud conquista la maglia nera del diritto al lavoro negato alle donne: solo 3 donne su 10 sono occupate, contro le 6 su 10 del Nord e, maggiormente, in posti di bassa manovalanza rispetto agli uomini.
A proposito di tale argomento, di sproporzione salariale e sottoinquadramento, l’Italia si riunisce nella politica e nel mercato, perpetrando senza vergogna e sistematicamente, disparità fra i sessi
Il 23% delle lavoratrici “gode” di un lavoro che richiede una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta, mentre gli uomini si trovano al 31%.
Sembra che invece di evolversi, la situazione torni continuamente indietro a un passato senza diritti dei lavoratori di tipo ottocentesco.
Le donne sono macinate in questo circolo vizioso: nel 2010 si è maggiormente acutizzata la "disparità salariale di genere" e la retribuzione netta mensile delle lavoratrici dipendenti è stata circa di 1077 euro, contro i 1377 dei colleghi uomini, il 20% in meno a parità di mansioni e di qualifiche.
Le donne vengono continuamente citate dalla politica dei centristi (compreso centro-destra e centro-sinistra) come fulcro della famiglia.
In sostanza, essendo procreatrici, come baricentro della “famiglia tradizionale” tanto evocata dai conformisti, fatto salvo che ad esse, proprio in quanto congetturabili madri, il posto di lavoro viene assegnato sempre più spesso dietro la preventiva firma di dimissioni in bianco, per un totale di 800.000 madri senza lavoro, dopo la nascita di un figlio.
Le donne che scelgono di avere bambini, in realtà sono un peso per il mondo del lavoro così come strutturato nel 2011: 800.000 donne licenziate o costrette a dimettersi, rappresentano l’8,7% di tutte quelle che lavorano o sono in pensionate.
I dati sono impressionanti, dacché si evince che, oltre a essere espulse dal posto di lavoro durante la gravidanza, unicamente 4 madri su10 riprende l'attività, ma, anche qui con gran disparità di numeri nel Paese-Italia: 1 su 2 al Nord e circa 1 su 5 al Sud.
Se la donna fuori casa lavora molto, ottenendo poco profitto, poca considerazione e poca realizzazione di sé, in casa lavora moltissimo e gratis.
Il 76,2% del lavoro familiare delle coppie, è svolto dalla donna e quando si parla di “lavoro domestico”, si intende anche la parte sociale di cura dei bambini e degli anziani.
Le donne occupate tra i 45 e i 64 anni lavorano di 1 ora e 33 minuti in più rispetto al proprio partner.
Esse si fanno anche carico degli aiuti cosiddetti informali, quel tipo di assistenza gratuita e affettiva fra persone che non abitano insieme: parenti, amici conoscenti, persone sole sul pianerottolo accanto.
Per tutti questi motivi le donne diminuiscono continuamente il tempo dedicato a se stesse, alla propria persone, agli sport, agli hobbies: perché hanno sempre meno spazi di libertà a disposizione, a differenza degli uomini che, anche in questo frangente, fanno la parte del leone.
Se poi si parla di potere vero, allora si entra in un deserto senza fine, almeno secondo la classifica stilata alla fine del 2010, dal prestigioso giornale “Financial Times”.
L’esigua presenza femminile italiana, capeggiata da Emma Marcegaglia Presidente di Confindustria, erede dell'azienda di famiglia, che si è piazzata al ventinovesimo posto, è rimpolpata solo da 3 donne manager che, pur non ricoprendo incarichi di vertice assoluto, svolgono compiti strategici all'interno delle rispettive Aziende.
Daniela Riccardi, amministratore delegato della Firma di moda Diesel, Monica Mondardini, Ad del gruppo L'Espresso, e Patrizia Grieco, che ricopre il medesimo incarico in Olivetti, sono le uniche a spiccare sul vuoto cosmico del potere femminile italiano.
Fra le prime 50 donne di potere al mondo invece eccellono Manager di paesi emergenti quali Indra Nooyi, indiana della PepsiCola, Andrea Jung canadese della Avon Products, Güler Sabanci turca della Sabanci Group, Irene Rosenfeld americana della Kraft Foods, Dong Mingzhu cinese della Gree Electric Appliances Int. Development, Ursula Burns americana della Xerox, Yoshiko Shinohara giapponese della Temp Holdings, Ellen Kullman americana della DuPont, Cheung Yan cinese della Nine Dragons Paper Cinae, Patricia A. Woertz americana della ADM.
Un’evidente rivincita delle donne americane e di quelle provenienti dai paesi emergenti, che sfidano e vincono società maschiliste e che mi fanno chiedere: a quando da noi?

 

 

L'imprevisto siamo noi

 

di Rosangela Pesenti

Che cosa ci muove, più di mille donne, su una chiamata che non ha ancora un programma e delle mete precise?
Certamente la fiducia, che accordiamo a donne che hanno scelto di usare la propria visibilità, la posizione di piccolo o grande potere già raggiunta, a favore di tutte.
Certamente la speranza, di riuscire ad andare oltre le parole e trovare le azioni per mettere sul tappeto della politica un cambiamento radicale, con un passo per volta, ma radicale.
Certamente la determinazione, perché molte di noi hanno cominciato tanti anni fa e sappiamo che continueremo la nostra lotta, nonviolenta, quotidiana, rivoluzionaria.
Certamente la tenerezza, per le ragazze e i ragazzi che cominciano adesso e noi sappiamo già che ci saranno momenti di scoraggiamento, ma proprio per loro testimoniamo che si può fare.
Certamente la saggezza perché sappiamo che fare rete tra donne migliora comunque la vita, di tutte e tutti.
Certamente la memoria, di tante donne, di tante lotte, di tante storie cercate scoperte ascoltate, di tanti eventi costruiti, e voglio ricordare l’ultimo, per me straordinario, il decennale di Punto G a Genova.
Vorrei che a Siena potessimo dire insieme alcune cose:
1. Che l’economia della riproduzione è quella che tiene in piedi il mondo.
La riproduzione biologica: crescere bambini e bambine; metterli al mondo, accudirli, educarli;
la riproduzione domestica: tutto il lavoro di pulizia e manutenzione della casa e, a partire dalle case, di tutti i luoghi fino all’intera città e territorio. Sono lavori non riducibili, mai interamente meccanizzabili, totalmente indispensabili per vivere; la riproduzione sociale: sanità, scuola, pubblica amministrazione che significa anche assistenza, trasporti, comunicazione, gestione della vita collettiva.
Non a caso tutti questi lavori sono mortificati, mal pagati, addirittura cancellati dalla concezione “forte” del lavoro perché sono svolti per la maggior parte dalle donne.
Rimandiamole a casa, ci dicono, così lavorano lo stesso, ma sono fuori dall’ambito della considerazione economica.
Tutta questa economia non dà profitto, ma qualcosa di molto più importante: il benessere.
L’altra economia, quella che costruisce il profitto appropriandosi del lavoro umano, quella che gioca al massacro sulle risorse dell’ambiente e della specie, quella che stabilisce il valore delle merci non sull’utilità, ma sulla misura del profitto, oggi vuole presentare i conti del suo disastro proprio al mondo del lavoro, tutto.
I personaggi che hanno giocato con la finanza devastando le economie locali oggi vogliono di nuovo l’economia della riproduzione sottomessa gratuitamente alla logica della speculazione e il lavoro umano subalterno alle fantasie feudali di pochi.
Vorrei che insieme potessimo dire: noi donne non ci stiamo e con noi alzassero la voce anche gli uomini che vogliono cambiare strada.
2. Vorrei che tutte le donne che sostengono il patriarcato, che l’hanno sostenuto negandone l’esistenza o perché pensano che la gerarchia sociale, la cooptazione invece della democrazia, il privilegio invece del diritto, siano cose buone e giuste perché salvaguardano la loro vita e quella dei loro figli, le donne che sostengono il patriarcato non solo privatamente, dentro le famiglie, ma nei luoghi pubblici, nei luoghi dove si dovrebbe presidiare la democrazia, vorrei che queste donne facessero un passo indietro.

Non chiedo a nessuna di rinnegare la propria storia, ma semplicemente di non contribuire a sbarrare la strada a un’altra storia.

Non basta essere donne. C’è una donna al ministero per l’istruzione e se avesse bisogno di aiuto le sarei vicina come a qualsiasi altra, ma oggi io la considero venduta al patriarcato, lei è una donna che lavora contro di me, contro la mia intera storia, se lei fosse stata in quel posto quando io ero piccola oggi non sarei qui perché sarei stata tra quelli che non hanno merito.
Conquistare dignità e giustizia per noi significa restituire visibilità anche alle donne che sono state qui prima di noi: ci sono eredità da raccogliere, nomi e volti a cui restituire memoria e ci sono eredità da rifiutare.
Non ci sono eredità innocenti che noi possiamo prendere e usare per la nostra vita senza sapere da chi ci vengono, quali donne soprattutto, quali uomini anche, dove e quando hanno conquistato per noi i benefici di cui godiamo. E chi, dove quando e perché, li ha cancellati o riservati a pochi.
3. Voglio pari diritti e opportunità per tutte le donne, la democrazia paritaria in ogni luogo, l’accesso a tutte le carriere, e per questo è urgente la clausola di non sopraffazione tra i sessi. Ma non tutte le donne possono rappresentarmi, non qualsiasi donna solo perché dichiarata tale all’anagrafe. E non è la carriera di una donna che garantisce anche per me, oggi, se non si accompagna al diritto, di fatto, per tutte e alla garanzia delle procedure democratiche.
Non è una meta vicina, ma voglio almeno vedere la strada.
Se la diversità è ricchezza voglio che abbia rappresentanza tutta quella differenza che non trova nemmeno rappresentazione. Le donne confinate nei lavori più duri e mal pagati: domestiche e operaie, badanti e inservienti, le insegnanti che resistono con il lavoro volontario all’abbrutimento della scuola, le operatrici ospedaliere che resistono al peggioramento del servizio sanitario, le impiegate degli sportelli pubblici mortificate dal nuovo modello aziendalista e tutte quelle che non posso nominare qui, ma che per me sono visibili, sempre.
Voglio le donne competenti, certo, ma anche quelle che hanno saputo dire di no a certe carriere, alle cooptazioni compiacenti, alle complicità sorridenti, che hanno esercitato la competenza per conservare la propria dignità anche nella solitudine, nell’emarginazione senza perdere mai la relazione con le altre donne.
Vorrei che questa nostra lunga storia, quella di chi è stata cancellata, ma ha continuato a vivere, praticando forme di resistenza, le mille forme di resistenza che creativamente immettono nella vita ciò che la politica in Italia ha ferocemente cancellato, fossero finalmente rappresentate.
Sono disponibile al dialogo, com’è stato per tutta la mia vita, ma non sono disposta a tacere se vedo la mistificazione, se ascolto belle parole che contraddicono scelte e pratiche di vita politica. Non sono disposta a tacere perché non ho niente da perdere. Quello che io ho già perso l’abbiamo perso in moltissime e sul piano della dignità è stato sottratto a tutte.
Non posso avere dignità se ci sono donne accanto a me che non hanno nessun diritto.
Molte di noi sanno usare le parole, le ho imparate anch’io, per questo ne conosco il potere deformante, la capacità di manipolazione della realtà, per questo il femminismo è stato prima di tutto un pensiero situato, un pensiero che nasce lì dov’è il mio corpo e lo rende visibile con tutta la sua storia.
Ricordiamoci che le donne non tornano mai a casa, è una menzogna che ha deformato la storia, non sono mai tornate a casa le partigiane e nemmeno noi, generazione del femminismo, la verità è che ci hanno cancellate, ci hanno oscurate, derise, disprezzate, considerate reperti archeologici, ma noi siamo qui, accanto alle donne che si affacciano oggi alla vita e, come noi abbiamo fatto tanti anni fa, si chiedono dove sono le donne che hanno lottato perché il mondo fosse più accogliente anche per loro.
Noi siamo qui perché non ce ne siamo mai andate e possiamo costruire un altro pezzo di strada insieme.
4. Ho già lottato per la parità, ora si tratta di affermarla, ma non basta essere donne per volere un mondo migliore di questo. Io voglio di più, voglio la giustizia, quella che abbiamo chiamato pari opportunità e che deve cominciare con la nascita.
Questo non è un paese per donne perché è un paese per pochi uomini e per le poche donne che ricavano privilegi dal sostenerli.
Tutti gli altri, uomini e donne che li guardano come rappresentanti anche dei loro interessi, sono vittime di un sogno, un brutto sogno venduto dalla disinformazione e dalla rete di piccole grandi complicità che hanno sottratto a questo paese il valore della dignità.
Vorrei da ognuna di noi un gesto, visibile lì dove la sua storia l’ha collocata, che dia un segnale chiaro e inequivocabile della scelta di un libero patto che oggi insieme possiamo cominciare a costruire.
So che è un cammino ancora lungo, ma vorrei prendessimo fiato e questo pezzo potremmo farlo di corsa.
La storia non è un percorso piano e lineare, vorrei che noi oggi segnassimo l’imprevisto.

 

 Giovane, donna, bravissima, è il volto della rivolta cilena

di Fabio Bozzato

 

È il volto della rivolta. Le televisioni e i media cileni e internazionali in queste settimane si contendono una sua intervista. Il governo la teme e l'opposizione la ascolta in silenzio. Camila Vallejo Dowing ha ventidue anni, ha «congelato» una laurea in geografia alla Universidad de Chile per dedicarsi a questo movimento che lei conosce in profondità. Da un anno è la presidente nazionale della Fech, la federazione studentesca nazionale.
Nei commenti degli opinionisti, oltre alla sua stoffa da leader, alcuni si limitano a dire che è bellissima, molti altri che oltretutto è comunista. Lei se la ride: «Non nascondo il fatto di essere un'attivista del Pc, anzi lo rivendico. Ma se qualcuno lo usa per caricaturare il movimento, ridimensionarlo o dividerlo, significa che non capisce ciò che sta succedendo nel paese».
La raggiungiamo telefonicamente a poche ore dall'inizio della marcia, «un altro grande evento dopo quello del 30 giugno. Già siamo soddisfatti perché, dopo un primo rifiuto, abbiamo strappato alla Intendencia il percorso che avevamo scelto». Ci confida anche che la tensione con la polizia sarà inevitabile, «perché continua ad avere un atteggiamento aggressivo», come se anche da quelle parti non avessero bene capito l'onda di popolo che sta scuotendo il Cile.

Questo movimento di studenti è nuovo per il Paese. E' di massa, trasversale, gode di grande consenso e credibilità. Qual è stata la scintilla della rivolta?
Tutto è iniziato quando abbiamo denunciato e dimostrato gli affari enormi che i grandi gruppi privati avevano costruito con questo sistema educativo, mentre le famiglie e tutti noi ci trovavamo indebitati per decenni, letteralmente strozzati. Questo credo sia stato il punto cruciale, perché la maggior parte dei cileni si è identificata. E ha cominciato a chiedersi: perché non possiamo avere un sistema pubblico che non discrimina per classe, non ci indebita e che sia di qualità? Questa domanda ha invaso le strade.

Avete presentato una piattaforma alternativa al piano del presidente e chiedete un referendum, che ricorda l'unico che si svolse qui più di vent'anni fa e che cacciò Pinochet...
Quello dell'educazione è un ambito strategico per un paese e noi chiediamo che sia garantito dalla costituzione come un bene comune. Noi abbiamo proposto un referendum, con cui lasciare scegliere ai cileni il tipo di sistema educativo. Chiediamo sia un affare di popolo, non di pochi. Abbiamo la necessità di costruire uno spazio di espressione aperta a tutti e di mettere a punto uno strumento di consultazione pubblica. Preparare questa proposta e sostenere una campagna nazionale perché si tenga la consultazione, sarà il nostro obiettivo i prossimi mesi.

Pensi che il ministro dell'istruzione Lavín sarà rimosso?
Non so quale sia il suo futuro politico, ma certo molte voci lo danno in uscita. E anche se è un uomo potente, non credo possa sopportare una pressione come quella del movimento studentesco e uscirne indenne.

Cosa farete se il mondo politico non accoglierà le vostre istanze?
Già ora non ascoltano. Tentano in tutti i modi di dividerci, dicono che siamo ideologizzati, tentano di reprimere o di sminuire l'ondata di dissenso sociale. È come se ci trattassero da ragazzetti, dicendoci che la ricreazione è finita. Il ministro Lavín ha anticipato le vacanze invernali e chiuso le scuole superiori, pensando pateticamente di spegnere la rabbia degli studenti. Eppure sono tutti in piazza. L'università di La Serena è occupata da quasi due mesi e quei ragazzi ormai hanno perso l'intero semestre. Una cosa mai vista. Perché sanno che ne è valsa la pena. In gioco ci sono le nostre vite. (Il Manifesto 15 luglio 2011)

 

 Conferenza Mondiale delle Donne

 

Traduzione dal tedesco per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 

Conferenza Mondiale delle Donne – Caracas/Venezuela 4-8 marzo 2011

 Risoluzione finale sul futuro del movimento combattivo delle donne del mondo

 
 

Ci troviamo unite sui principi fondamentali della nostra azione: per la liberazione della donna e la lotta contro l'imperialismo che sfrutta la classe lavoratrice in tutto il mondo; per lotta contro la fame, la disoccupazione di massa e la distruzione dell'ambiente; combattiamo la dipendenza a cui l'imperialismo ci ha sottomesse, sottomettendo popoli e nazioni, così come il neo-colonialismo ed il colonialismo. 

Affermiamo che il cambiamento è una necessità storica, non formale o di persone, ma una trasformazione del sistema capitalista che è causa della crisi e dei gravi problemi dell'umanità. 

Il mondo giusto che vogliamo, necessita di molte forme di lotta, esperienze, organizzazione. 

Molte di noi lavorano per l'alternativa del Socialismo, come risposta all’aspirazione di un mondo migliore. Le idee sul Socialismo sono diverse e per questo consideriamo che il dibattito di prospettiva sia necessario per far si che la lotta delle donne sia in prima linea per la conquista dei nostri diritti; siamo contro lo sfruttamento sessuale, la tratta di donne, bambini/e, giovani; siamo per l’uguaglianza salariale e il diritto al lavoro dignitoso e sicuro; siamo per i diritti sociali, la protezione ambientale, contro il razzismo e la xenofobia, per il diritto alla partecipazione politica in condizioni di uguaglianza, ecc. 

La lezione più importante della Prima Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas / Venezuela 2011, è che questi obiettivi possono essere raggiunti solo se il movimento di donne combattivo coopera strettamente su scala mondiale e se apprende dalle sue esperienze ed azioni. 

La base imprescindibile per raggiungere gli obiettivi dei movimenti combattivi di donne di diversi paesi, è far crescere le donne della classe e dei settori sfruttati, le donne progressiste, democratiche, intellettuali, scienziate, artiste e giovani. 

Abbiamo deciso di realizzare nuovamente la Conferenza Mondiale di donne, che rappresenti il culmine dei processi di sviluppo e rafforzamento del Movimento combattivo delle donne su scala nazionale, regionale, continentale e mondiale. Dovrà realizzarsi ogni 5 anni, alternando le sedi nelle diverse regioni e continenti. 

Ci convocheremo entro un anno, per valutare le molte esperienze di questa prima Conferenza Mondiale delle Donne e per fare un bilancio dell’azione nei nostri paesi ed organizzazioni, per poter misurare i successi e i limiti del processo di preparazione e realizzazione.

Per la preparazione della valutazione e degli incontri nazionali, regionali e continentali di Asia, Africa, Medio Oriente, Europa, America Latina, Nord America, il Comitato Mondiale Promotore che lavorò per la Prima Conferenza Mondiale sarà provvisoriamente in carica fino a che, nel giro di un anno, verrà nominato il comitato mondiale definitivo. Per la sua designazione ogni incontro regionale o continentale, eleggerà le sue rappresentanti: da ogni regione / continente due donne rappresentanti e due donne in qualità di sostitute. Questa configurazione può essere ampliata a seconda delle esigenze di preparazione della seconda conferenza. La regione o continente che ospiterà la seconda conferenza, nominerà due delegate in più per il comitato preparatorio a livello mondiale. 

La nomina delle rappresentanti nel Comitato Mondiale Preparatorio della Seconda Conferenza, deve essere il risultato di un processo democratico, includente e rafforzativo del movimento combattivo delle donne. 

Il Comitato Mondiale Preparatorio della Seconda Conferenza, svolge funzioni di coordinamento. Non risponde a nessuna struttura organizzativa e/o politiche e lavora in modo democratico, orizzontale e con rispetto all'autonomia dei paesi ed organizzazioni partecipanti; lavora sulla base dei Principi e dei documenti approvati nella Prima Conferenza Mondiale delle Donne. 

La prima Conferenza Mondiale delle Donne - Venezuela 2011 stabilisce che il movimento combattivo delle donne in ogni paese deve concentrare gli sforzi su 3 giorni di lotta a livello mondiale, ma anche sviluppare diverse azioni di lotta, di solidarietà e mobilitazione per la promozione degli accordi sanciti dalle donne durante la Conferenza delle Delegate e i lavori tematici dell’Assemblea. 

Ogni anno faremo una campagna per recuperare il significato storico dell'8 marzo come giorno di omaggio e lotta delle donne che combattono nel mondo contro il dominio capitalista, il patriarcato, contro l'imperialismo e per la liberazione dell'umanità. 

Il 1° maggio, giornata di lotta dei lavoratori di tutto il mondo, dobbiamo promuovere in particolare la lotta per la conquista dei diritti delle donne lavoratrici e contro lo sfruttamento del lavoro infantile. 

Il 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne, è importante denunciare le forme di violenza contro le donne, in particolare a causa delle guerre imperialiste contro i popoli, che ne fanno vittime o trofei di guerra. 

Dichiariamo che la lotta del movimento combattivo delle donne del mondo, è una parte insostituibile della lotta dei lavoratori, dei popoli e tutta l'umanità, per la loro emancipazione. 

Organizzare le donne! Sviluppare congiuntamente il sito web per renderlo il sito della Conferenza Mondiale delle Donne. 

Cooperiamo con solidarietà oltre i confini nazionali, le diversità di lingua e le forme di lotta! Approfittiamo della ricchezza e delle potenzialità delle nostre esperienze e culture. Usiamo diverse forme di comunicazione, coordinamento e cooperazione per approfondire ed ampliare il nostro lavoro e rompere l’assedio tecnologico, attraverso forme alternative di comunicazione e di solidarietà tra noi, per rafforzare il Movimento delle Donne che lavora per conquistare la nostra libertà.

 

Paesi partecipanti: 

America Latina

Venezuela/Ecuador/Cile/Repubblica Dominicana/Messico/Perù/Colombia/Argentina /Brasile/Bolivia 

Asia

Filippine/India/Bangladesh/Indonesia 

Africa

Africa del Sud/Marocco/Mali/Eritrea/Egitto 

Medio Oriente

Turchia/Kurdistan/Afghanistan/Iraq/Iran 

Europa

Italia/Francia/PaesiBassi/Germania/Austria/Svizzera/Belgio/Russia/Ucraina/Serbia/Inghilterra/Portogallo/Norvegia/Romania 

America del Nord

Stati Uniti/Canada 

Viva la Conferenza Mondiale del Movimento Combattivo delle Donne! 

Avanti con la liberazione delle donne e dell'umanità! 

E’ l’obiettivo e la sfida del XXI secolo!

 

 

 Le donne nella rivolta delle piazze arabe

 

 

 "Ragazze giovanissime rischiano di essere vendute"

 

 

Eritrei prigionieri. Don Zerai, dell’agenzia Habeshia: “Continuiamo a scoprire nuovi gruppi di profughi prigionieri dei trafficanti di uomini nel deserto del Sinai: questa mattina mi è stata segnalata la presenza di un terzo gruppo. Tra loro c’è anche una quindicenne”

“Continuiamo a scoprire nuovi gruppi di profughi prigionieri dei trafficanti di uomini nel deserto del Sinai: questa mattina mi è stata segnalata la presenza di un terzo gruppo di profughi.

Tra di loro anche alcune ragazze giovanissime, una ha solo 15 anni, che rischiano di essere vendute”, la denuncia arriva da don Mosè Zerai, direttore dell’agenzia Habeshia. Una denuncia che arriva a pochi giorni dalla fiaccolata al Campidoglio per i profughi sequestrati nel Sinai che si svolgerà martedì 1 febbraio alle ore 18.

Il copione è sempre lo stesso: si impone un riscatto ai prigionieri, che vengono massacrati di botte dai trafficanti di uomini per convincerli a contattare i parenti in Occidente e sollecitare l’invio di denaro. Chi non può pagare rischia di essere venduto ad altre bande di trafficanti o di essere trasferito in una clinica clandestina per l’espianto di un rene. “C’è chi chiede molti soldi (fino a 10mila dollari, ndr) e chi si accontenta di cifre inferiori -spiega don Mosé Zerai-. Chi viene venduto più volte da un gruppo all’altro deve pagare un riscatto maggiore”.

Oltre che per i profughi ancora nelle mani dei beduini Rashaida, cresce la preoccupazione per i migranti eritrei ed etiopi che negli ultimi giorni sono stati arrestati dai poliziotti egiziani e condotti in carcere. Qui, oltre a subire sistematiche violenze (il governo del Cairo non li riconosce come richiedenti asilo, ma come migranti illegali) i profughi eritrei ed etiopi vengono consegnati alle ambasciate dei loro Paesi d’origine. “L’Egitto ha autorizzato i rappresentanti delle ambasciate a entrare nelle carceri, ma non ha concesso la stessa possibilità agli operatori delle Nazioni Unite -spiega don Mosé Zerai- in totale violazione della Convenzione di Ginevra”. E non solo: i rappresentanti delle ambasciate entrano in carcere con liste di nomi di persone ricercate. (www.redattoresociale.it 29 gennaio 2011)

 

 

Le spose bambine in Yemen

 

Fawziya Abdullah Youssef, è morta di parto l'11 settembre scorso. La bambina era nata nello Yemen, cresciuta in una famiglia povera e con il padre gravemente malato di reni, era stata costretta a lasciare la scuola e a sposarsi quando aveva 11 anni. Un anno dopo era poi rimasta incinta. Il bambino è nato morto.
La vicenda di Fawzia mette in risalto il dramma di quelle bambine che in molti ormai chiamiamo «le spose della morte», cioè quelle ragazzine che vengono date in spose dalle famiglie con la forza e molte delle volte solo per motivi economici .L’ennesima tragedia quindi di una «sposa bambina» privata della sua infanzia per soddisfare le esigenze della sua famiglia che era in condizioni di estrema indigenza. Lo Yemen è un Paese con una struttura tribale molto forte. Situato nella penisola arabica è da considerare tra i più poveri del mondo. Nelle zone rurali, le spose sono quasi per il 50 percento delle ragazzine.
Un'usanza questa che ha conseguenze drammatiche su di loro. Esse non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Anche se nel 2008 un'altra bambina, sempre nello Yemen, Mohammad Ali Nojoud si è ribellata a tutto questo. Ali Nojoud a 8 anni, era stata costretta a sposare un uomo di 28 anni a cui l’aveva venduto il padre disoccupato.
Ma la piccola a 10 anni ha denunciato il padre e ottenuto il divorzio dal marito.
A seguire il suo caso l'avvocato Chaza Nasser che da allora è stata contattata da altre bambine incoraggiate da questo precedente ed è riuscita ancora una volta ad aiutare un’altra ragazza di 10 anni, Arwa, che ha anch’essa ottenuto il divorzio. Anche in Arabia Saudita un'altra bambina di 8 anni era stata sposata a sua insaputa ad un uomo di 50 anni.

Sua madre però si era rivolta al tribunale e, al termine di una battaglia legale durata 8 mesi, è riuscita lo scorso aprile ad ottenere l'annullamento del matrimonio. Per la maggior parte delle piccole spose come loro però non c’è via d’uscita. Però il problema più forte non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce.
Secondo stime Onu ci sono circa 60 milioni di «spose bambine» nel mondo, e i tassi di maternità e neo-natalità tra di loro sono i più alti del mondo.Le giovani madri di età inferiore a 15 sono quelle più a rischio. Il rischio di morire per complicazioni durante il parto è almeno cinque volte superiore a quello che corrono le donne di età compresa tra 20 e i 30 anni. Questo perché le «spose bambine» non sono fisicamente pronte alla gravidanza. 
Nell’Africa sub-sahariana, inoltre, diversi studi mostrano che le bambine sposate hanno più probabilità di contrarre l’Aids rispetto a altre single e sessualmente attive. Spesso i mariti sono malati e loro non hanno il potere di negarsi o di chiedere loro di usare il preservativo.(ricerca nel web 30settembre 2010)

La resistenza delle donne

  Mercoledì 17 marzo 2010 ore 21 al Caffè Basaglia, Via Mantova 34

 presentazione del volume di NORMA VICTORIA BERTI

 Donne ai tempi dell’oscurità

Voci di detenute politiche nell’Argentina della dittatura militare

Edizioni SEB27

  Partecipa, insieme all'autrice, TATY ALMEIDA, Madres de Plaza de Mayo, Linea Fundadora 

Letture di SILVANA COPPERI e canzoni di LALLI e MIGUEL ACOSTA

 Organizzano:Caffè Basaglia (Circolo Arci) ArDP Archivio delle Donne in Piemonte

Africane abortiscono in casa per paura:

due giovani irregolari salvate in extremis

 

xll25v.pngmessaggeroveneto.gelocal.it
Due giovani africane salvate in extremis
Medici senza frontiere attacca il FVG: maglia nera del welfare

UDINE. Oggi il presidente della giunta regionale di centrodestra del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo, firma il decreto preteso dalla Lega nel quadro del nuovo piano sanitario regionale che farà chiudere i quattro ambulatori, uno per provincia, che finora hanno assicurato le cure necessarie ai tanti immigrati che lavorano in questa reguione, ma non sono in regola con il premesso di soggiorno.

Gli effetti si sono visti subito. La paura di una denuncia da parte dei medici - che comunque hanno assicurato che non denunceranno mai nessuno per clandestinità - ha indotto due giovani africane a scegliere di abortire in casa: per entrambe sono sorte complicazioni e soltanto per fortuna, per la solidarietà di alcuni vicini e per il pronto intervento dei medici sono state salvate in extremis.

Ma a farsi sentire contro questa decisione di stampo razzista è stata anche un’organizzazione che non ha colorazioni poloitiche come Medici senza frontiere che hanno collocato la regione Friuli Venezia Giulia all’ultimo posto nella graduatoria delle regioni italiane per quanto riguarda il welfare e la solidarietà.

Va ricordato che tutte le morganizzazioni dei medici si sono opposte a questo nuovo piano sia perché - dicono con forza - indebolisce le strutture pubbliche favorendo quelle private, sia in quanto il rifiuto di cure agli “irregolari” potrebbe risultare terribilmente pericoloso, in caso di malattie infettive, anche per quelli che dalla nuova legge regionale sono considerati cittadini con maggiori diritti degli altri.

Va ricordato che tutte le morganizzazioni dei medici si sono opposte a questo nuovo piano sia perché - dicono con forza - indebolisce le strutture pubbliche favorendo quelle private, sia in quanto il rifiuto di cure agli “irregolari” potrebbe risultare terribilmente pericoloso, in caso di malattie infettive, anche per quelli che dalla nuova legge regionale sono considerati cittadini con maggiori diritti degli altri.

Bimba cinese muore in fabbrica a Corridonia

 

Bimba cinese muore in fabbricaSono tanti gli interrogativi che accompagnano il decesso della bambina cinese A.K., avvenuto ieri sera vicino ad un casolare nelle campagne di Corridonia (Macerata): tra la cause era stata ipotizzata una folgorazione, per un incidente sul lavoro o un incidente domestico causato da un asciugacapelli. Ma la morte sarebbe stata provocata da esalazioni tossiche, sprigionatesi da sostanze chimiche (solventi) presenti nel laboratorio.
L'autopsia, disposta per domani dalla procura di Macerata, fara' chiarezza sulla cause, ma appare piu' difficile accertare cosa stesse effettivamente facendo A.K. nel laboratorio. Un immobile fatiscente nelle campagne maceratesi, non tanto diverso da tanti altri opifici clandestini cinesi: da un parte le postazioni di lavoro, al piano interrato materassi, fornelletti, tutto il necessario per dare alloggio agli operai, in genere anche loro clandestini. Forse A.K. viveva li, in precarie condizioni igieniche, insieme alla famiglia ed altri connazionali. Alcuni anziani del posto ricordano che la bambina scendeva dallo scuolabus tutti i pomeriggi davanti al casolare.

Secondo l'avv. Daniele Mantella, che rappresenta la famiglia della piccola vittima, A.K. non abitava li', ma a Civitanova Marche, un centro piu' grande sulla costa, insieme ai genitori, lavoratori autonomi, e a due fratellini piu' piccoli, e andava al laboratorio solo per aspettare il padre, che per altro lavorava altrove. Era li' anche ieri sera, quando si e' sentita male: gli altri cinesi non hanno chiamato il 118, perche' non sanno parlare italiano, ma hanno telefonato al padre. Quando i genitori sono arrivati A.K. era agonizzante. Inutile la corsa per strada, con la figlia in braccio avvolta in una coperta. A dare l'allarme e' stato un camionista di passaggio: quando e' arrivata l'ambulanza, l'undicenne era gia' morta. Sulle piccole mani i sanitari non hanno trovato tracce di colla o mastice, ma sul corpo e sul volto c'erano segni di bruciature.

Tragico incidente sul lavoro che ha coinvolto una bambina, o una non meno tragica fatalita': per il segretario provinciale della Cisl Aldo Benfatto si tratta di 'un episodio gravissimo, che dimostra come con queste organizzazioni clandestine si rischia di far tornare all'800 le condizioni di lavoro degli operai'. Il sindacato teme che si crei 'una moderna schiavitù' e chiede alle imprese italiane di non affidare più 'lavoro a chi non rispetta non tutte le regole e sfrutta il lavoro minorile'. Nel laboratorio, nel cuore del distretto calzaturiero marchigiano, si producevano tomaie su commissione, forse anche per marchi famosi.(www.aprileonline.info 3 dicembre 2009)

(fonte agenzia ansa)

Il potere degli uomini contro la libertà e la dignità delle donne:

questo sono le donne afghane, pura merce di scambio

di Le Falci Rosse Donne comuniste di Arezzo

Dopo le elezioni Il mondo politico occidentale si è auto incensato per aver “esportato” la democrazia in Afghanistan. Ma che democrazia è questa, che ancora perseguita le donne e nega loro gli elementari diritti umani?
Il solo vedere donne coraggiose, desiderose di contare in fila per votare affogate nei burka, fa capire che il bearsi della nostra grande bontà è un modo vergognoso per non voler vedere la realtà.
Se poi pensiamo che con il finanziamento europeo è stato costruito un carcere modello, dove fra gli altri sono rinchiuse donne colpevoli, non di omicidi o furti o altre nefandezze, ma unicamente di avere avuto figli fuori del matrimonio …. !
Nulla o quasi è cambiato in questi otto anni dalla caduta dei talibani.
Il presidente Karzai ha usato le donne come carne da macello, solo per assicurasi la vittoria elettorale con l’appoggio degli sciiti. Così il suo governo ha approvato la legge sul diritto di famiglia, che impone alle donne, di non uscire di casa senza il permesso del marito, e consente a quest'ultimo di negare anche il cibo alla consorte se si rifiuta di avere rapporti sessuali. La legge autorizza di fatto lo stupro all’interno del matrimonio, in quanto obbliga la donna a concedersi al marito una volta ogni quattro giorni, mentre l’uomo è obbligato a concedersi una volta ogni quattro mesi.
In più la nuova legge affida i figli ai parenti maschi più vicini e colloca il reato di stupro tra le questioni economiche, non tra i diritti umani: il colpevole potrà chiudere il processo versando alla famiglia della vittima (non a lei) un risarcimento commisurato alle disponibilità finanziarie del clan; la violenza sulla donna sarà grave nella misura in cui la famiglia, il clan saranno ricchi, mentre i poveri, anzi le donne povere, colpite anche in questo, non serviranno neanche per portare a casa il prezzo di uno strupro.
Inoltre viene vietato alla donna di ricevere un’istruzione, di cercare lavoro e di andare dal medico senza il permesso del marito, vengono indeboliti i diritti della madre in caso di divorzio, viene reso impossibile alla moglie ereditare dal marito case e terreni.
I diritti delle donne afghane sono violati per i giochi di potere degli uomini, oggetto di baratto per Karzai, che ha venduto le donne in cambio di voti.
Questo contrasta con la costituzione afghana che sancisce l’uguaglianza fra uomo e donna. Ma ultimamente le costituzioni non sono di moda, neanche in Afghanistan. Del resto che altro potevano portare gli italiani in quel succulento crocevia di interessi leciti ed illeciti?
E tutto, sempre, con la protezione dei governi che da otto anni regalano al governo Karzai soldi, soldati e persino un raro corteo di improvvisate femministe afghane.
Di fronte a questa situazione di ingiustizia e di violazione di ogni principio umanitario, le donne dei Comunisti Italiani e di Rifondazione Comunista chiedono che i paesi presenti in quella realtà, paesi che finanziano questa guerra (sporca e ingiusta al pari delle altre) obblighino quel governo al rispetto delle norme sui diritti umani sanciti dall’ONU e a mettere in atto tutte quelle azioni necessarie a smantellare questo castello di ingiustizie garantendo alle donne spazi di libertà e di crescita, per una reale uguaglianza di diritti e doveri in un Paese, in cui è già difficile vivere la quotidiana lotta contro la guerra, la fame, la paura, la povertà.(facebook  27 agosto 2009)