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Diritti di genere                                                                                                                                                                                                                pagina 3
 

 

Donne e politica

 

 

Lettera di una mamma alla ministra Gelmini


 Cara Gelmini l’astensione obbligatoria NON E’ UN PRIVILEGIO,NON E’ UN DIRITTO, MA UN DOVERE.
 
Gentile Ministro Gelmini,
l’altro giorno, leggendo la sua intervista sul Corriere della Sera, in cui dichiarava che l’ASTENSIONE OBBLIGATORIA DOPO IL PARTO è un privilegio, sono rimasta basita.
Che lei fosse poco ferrata sui problemi dell’educazione, non era necessaria la laurea in pedagogia, che io possiedo e lei no, o i tre corsi post laurea, che io possiedo e lei no, visto quello che sta combinando alla scuola statale.
Ma almeno speravo avesse competenze giuridiche, essendo lei avvocato ed io no.
Certo, dato che lei, ora paladina della regionalizzazione, si è abilitata in "zona franca" (quel di Reggio Calabria), perché più facile (come da lei con un’ingenuità e candore imbarazzante affermato), lo si poteva supporre.
E allora, prima le faccio una piccola lezione di diritto, e poi parliamo d’educazione.
L’astensione dopo il parto, sulla quale lei oggi con tanta leggerezza motteggia, è definita OBBLIGATORIA ed è un diritto inalienabile previsto da quelle leggi, per cui donne molto più in gamba di lei e di me, hanno combattuto strenuamente, a tutela delle lavoratrici madri.
Discorso diverso è il congedo parentale, di cui si può fruire, dopo i tre mesi di vita del bambino, per un totale di 180g, solo in parte retribuiti integralmente.
Ovviamente per persone come lei, con un reddito di oltre 150.000 euro l’anno, pari quasi a quello del governatore della California Arnold Schwarzenegger, discutere di retribuzione, in questo caso più che un privilegio, è un’eresia.
Ovviamente lei non può immaginare, perché può permettersi tate, tatine, nido "aziendale" al ministero, ma LA GENTE NORMALE, che lei dice di comprendere, ha a che fare con file d’attesa interminabili per nidi insufficienti e costi per babysitter superiori a quelli della propria retribuzione.
Voglio dirle una cosa però, consapevole che le mie affermazioni susciteranno più clamore delle sue, DA PEDAGOGISTA E DA ESPERTA, affermo che fruire dell’astensione OBBLIGATORIA oltre che un DIRITTO è anche un DOVERE, prima di tutto morale e poi anche sociale.
Come vede ho più volte sottolineato la parola OBBLIGATORIA, che già di per se dovrebbe suggerirle qualcosa.
Ma preferisco spiegarmi meglio, anche se è necessaria una piccola premessa doverosa.
Lei come tante donne, crede che l’essere madre, anche se nel suo caso da pochi giorni, le dia la competenza per parlare e pontificare su educazione e sviluppo del bambino, ai quali grandi studiosi hanno dedicato anni e anni di studio.
In realtà, per dibattere sulla pedagogia, oggi chiamata più propriamente SCIENZE DELL’EDUCAZIONE, bisogna avere competenze specifiche, che dalle sue dichiarazione lei non sembra possedere.
Le potrei parlare della teoria sull’attaccamento di Bowlby, dell’imprinting, e di etologia, ma non voglio confonderle le idee e quindi ricorro ad esempi più accessibili.
Basta guardare il regno animale per rendersi conto come le femmine di tutte le specie non si allontanano dai cuccioli e dedicano loro attenzione massima e cura FINO ALLO SVEZZAMENTO Non è una legge specifica relativa agli umani, ma della natura tutta.
Procreare, infatti, implica delle responsabilità precise, è una scelta di vita, CHE SE CAMBIA IL COMPORTAMENTO ANIMALE, A MAGGIOR RAGIONE CAMBIA LA VITA DI UNA DONNA.
Sbaglia chi crede che l’arrivo di un figlio, non comporti cambiamenti nella propria vita.
Un bambino non chiede di nascere, fare un figlio non è un capriccio da togliersi, ma una scelta di servizio, di dono di se stessi e anche del proprio tempo.
Non sono i figli che devono inserirsi nella nostra vita, siamo noi che dobbiamo cambiarla per renderla a loro misura.
Se non facciamo questo, potremmo fare crescere bambini soli, senza autostima e con poca sicurezza di sé.
Bambini affamati di attenzioni, perché non gliene è stata data abbastanza nel momento in cui ne avevano massimo bisogno, cioè i primi mesi di vita.
L’idea che non capiscono niente, che non percepiscono la differenza ad esempio tra un seno materna e un biberon della tata, è solo nostra.
Ciò non vuol certo dire che tutti bambini allattati artificialmente o che tutti bambini con genitori che tornano subito a lavoro, saranno dei disadattati. Ma bisogna fare del nostro meglio per farli crescere bene, come quando in gravidanza assumevamo l’acido folico, per prevenire la "spina bifida".
I bambini hanno nette percezioni, già nel grembo materno.
L’idea, che se piangono non si devono prendere in braccio "perché si abituano alle braccia", è un luogo comune.
Le "abitudini" arrivano dopo i 6 mesi, fino ad allora è tutto amore.
Non è un caso che studi recenti, riabilitano il cosleeping, (dormire nel lettone) e i migliori pediatri sostengono la scelta dell’allattamento a richiesta.
Il volere educare i bambini inquadrandoli come soldati, già dai primi giorni di vita, non solo é antisociale, perché una generazione cresciuta senza il rispetto dei suoi ritmi di crescita può essere inevitabilmente compromessa, ma è un comportamento al di fuori delle più elementari regole umane e naturali.
Poi è anche vero che per molte donne, tornare a lavorare subito dopo il parto sia una necessità assoluta.
Ma per questo problema dovrebbe intervenire adeguatamente lo Stato e non certo con affermazioni come le sue.
Mi rendo conto che il suo lavoro le permette di lasciare la bambina, rilasciare interviste di questo tipo (di cui noi non sentivamo la necessità) e tornare con comodo da sua figlia.
Ma ci sono lavori che richiedono tempi e una fatica fisica e mentale che lei non conosce. Tempo che sarebbe inevitabilmente tolto ad un neonato che ha bisogno di una mamma "fresca", che gli dedichi la massima attenzione.
Noi donne infatti, se spesso per necessità ci comportiamo come Wonder Woman, poi siamo colpite da sindrome di sovraffaticamento.
E non è vero che è importante la qualità e non la quantità:
• perché la qualità del tempo di una mamma da pochi giorni, che rientra nel tritacarne della routine quotidiana, aggiungendo il carico della gestione di un neonato, può essere compromessa.
• perché un bambino non dovrebbe scegliere tra qualità e quantità,
almeno nei primi mesi, dovrebbe disporre di entrambe le cose.
Per non parlare poi del fatto, che se un genitore non può permettersi qualcuno che tenga il bambino nella propria casa, nel corso degli spostamenti, lo espone, con un bagaglio immunologico ancora carente, alle intemperie o alle inevitabili possibilità di contagio presenti in un nido.
Infatti, è scientificamente provato che i bambini, che vanno al Nido troppo presto, o che non vengono allattati al seno, sono più soggetti ad ammalarsi, con danno economico sia per le famiglie che per il sistema sanitario.
Poi per carità, si può obiettare, che ci sono bambini che si ammalano anche in casa, o come succede anche ai bambini allattati al seno, ma è come dire ad un medico, che giacché si è avuto un nonno fumatore campato 100 anni, non è vero che il fumo fa male.
Bisogna dunque incentivare i comportamenti da genitore virtuoso, anche con la consapevolezza che i bambini non sono funzioni matematiche, ma si può fare molto, per favorire una crescita armoniosa, già dalla prima infanzia, se non addirittura durante la gravidanza.
E allora le domando Ministro, di svolgere il suo ruolo importante istituzionale con maggiore serietà, cercando di evitare affermazioni fuori luogo come questa, o come quella secondo cui "studiare non è poi così importante", prendendo Renzo Bossi come esempio.
Si dovrebbe impegnare di più nell’analisi dei problemi, per evitare valutazioni errate e posizioni dannose per lei, per gli altri e per il paese.
Perché forse qualcuno potrebbe aver pensato che tutto sommato il suo era un ministero poco importante, che se guidato da un giovane ministro senza competenze specifiche, "non poteva arrecare grossi danni", soprattutto obbedendo ciecamente ai dettami del Tesoro, ma lei con la sua presunzione di voler parlare di cose che non conosce, sta contribuendo a minare il futuro di un’intera generazione.
Un’ultima cosa, lei che di privilegi se ne intende bene, essendo un politico, la usi con maggiore pudore questa parola.
05-05-10 Rosalinda Gianguzzi
 

 

I diritti sono il nostro Pride - Le foto

 

 

 

 

Idee in movimento  clicca qui per scaricare il file


 

 

La pensione delle donne

di Pietro Ancona
 

Interpretare un vantaggio come una discriminazione per toglierlo ed intimare l'immediata parificazione dell'età pensionale delle donne a quella degli uomini è la stupefacente decisione della Corte di Giustizia e della Commissione Europea che chiede all'Italia di adeguarsi a tamburo battente e senza aspettare il 2018 previsto. Non c'è dubbio che mandare le donne in pensione cinque anni prima degli uomini non è una discriminazione. Lo sarebbe se andassero in pensione dopo gli uomini! La distinzione uomo-donna nacque in considerazione dell'idea "manuale", "fisica" del lavoro che era prevalente quando si fecero le prime leggi pensionistiche. Ora l'idea e la percezione del lavoro come fatica fisica non c'è più se non per alcuni segmenti del mondo del lavoro ma questo non riduce lo stress femminile dal momento che le donne non sono soltanto lavoratrici sul posto di lavoro ma anche in famiglia. Quante donne si alzano alle quattro del mattino per stirare, cucinare, lavare, mettere in ordine la casa..prima di andare in ufficio o in corsia o altrove ...Da questo punto di vista le cose non sono cambiate in meglio. 

Anche la prestazione lavorativa della donna è diventata più pesante. Con la riforma scolastica le classi affidate alle insegnanti sono diventate più numerose e viene meno l'ausilio di tanti colleghi espulsi dal processo di ridimensionamento e dequalificazione della scuola. Lo stesso dicasi del lavoro sanitario di tutto il personale. L'ossessione aziendalistica e produttivistica che pervade i reparti ospedalieri, i laboratori, le corsie hanno aumentato lo stress delle lavoratrici le quali restano sempre anche oberate dal lavoro casalingo e per i figli che non può essere cancellato. 

La Unione Europea, così solerte a salvare dalla "discriminazione" del pensionamento a sessanta anni le nostre donne, non ha mai speso una sola parola, non è mai intervenuta per intimare l'eliminazione di trattamenti economici e normativi che relegano il genere femminile a livelli assai più bassi di quelli maschili. 

La tendenza all'innalzamento progressivo dell'età pensionabile in vista dell'allungamento delle aspettative di vita deve essere oggetto di attenta riflessione e riconsiderazione. Non si può accettare come un dogma l'insostenibilità di pensionati che vivendo più a lungo costano di più allo Stato. Intanto bisognerebbe disaggregare il dato. E' vero che in Italia l'aspettativa di vita è all'incirca di 82 anni ma questa non è l'aspettativa di vita dei lavoratori ma di tutti. E' diverso! Bisognerebbe verificare categoria per categoria qual'è la durata della vita e sopratutto la durata di permanenza in vita in regime pensionistico. 

Bisognerebbe anche considerare che se per un ingegnere quaranta anni di lavoro possono essere anche superati lo stesso non si può sostenere per un minatore, un operaio di fonderia, etc... 

Anche la questione del finanziamento della pensione va rivisto. Una parte potrebbe gravare sulla fiscalità generale e stabilire un minimo eguale per tutti.Si potrebbero rivedere di contribuzione. Insomma la questione va discussa e non può essere ridotta ad un rapporto semplicistico tra aspettativa di vita ed età di collocamento in pensione. Questa è la tendenza della destra e della Confindustria la quale non manca di mostrare in occasioni come questa il suo volto asociale. La Confindustria vorrebbe che lo Stato spendesse il meno possibile per pensioni, sanità, scuola ed servizi sociali. Non trova nulla da obiettare per i 31 miliardi che sono stati stanziati e si stanno spendendo per l'acquisto di micidiali aerei da bombardamento ed elicotteri di guerra.

La perentoria richiesta della UE solleva anche un altro problema che è quello della politica del lavoro e sociale nella comunità e l'incidenza in essa dei sindacati. L'assenza dei sindacati europei è davvero allarmante e la legislazione del lavoro comunitaria è orientata dagli interessi delle confindustrie. Un silenzio assordante accompagna normative sempre più sbilanciate a favore delle aziende e sempre più coattive per i lavoratori. Penso all'orientamento verso una settimana lavorativa di 62 ore. L'ideologia di maastricht domina sempre di più e sta cancellando la civiltà di una europa democratica, progressista, socialista.


 

In memoria di Mariarca Terracciano


di Gianni Rossi

In memoria di Mariarca TerraccianoGli occhi profondi e lucidi non risplendono più. Le sue pupille scure non abbagliano più lo sguardo di chi ha potuto vederla e sentirla per pochi istanti, distesa su una lettiga mentre il sangue rosso cupo scivolava via dal braccio verso la sacca trasparente. La sua voce calma e sicura che scandiva con saggezza le parole della sua protesta solitaria, dignitosa e con l'incedere antico, musicale, delle donne del Sud, si è spenta per sempre. Mariarca Terracciano, 45 anni, infermiera, sposa e madre di due figli fa "scandalo" più da morta che da viva. Scandalo in senso cristiano, ovvero testimonianza scomoda di un mondo che non sa più rispondere alle domande semplici e dirette della gente comune, di chi lavora duramente per sostenere una famiglia e di chi un lavoro l''ha perso o non lo ha mai avuto davvero.

Mariarca, ovvero la "Maria signora", la "Maria che domina" come l'etimologia del nome induce a percepire, ha raggiunto la lunga folla di migliaia e migliaia di altre anime che in Paradiso ogni anno si aggiungono alla schiera dei morti sul lavoro. Quel lavoro che nella nostra società fatta ancora di sfruttamento, nonostante le tante conquiste ottenute nel secolo scorso a costo di sacrifici, lotte e sangue versato da milioni e milioni di lavoratori, oggi più che mai distrugge speranze, certezze, voglia di vivere e di realizzarsi. Mentre tutte le televisioni, le radio, i taccuini e i registratori dei giornalisti erano distratti dagli effetti spettacolari della crisi delle borse, del crollo dell'euro, della caduta degli stati europei spazzati via dalla speculazione mondiale; mentre gli occhi dell'opinione pubblica venivano inondati dalle macerie del regime berlusconiano, dell'ultimo "Califfo" di Occidente e della sua "corte dei miracolati", ecco che il simulacro esile e gentile di una donna del nostro Meridione svillaneggiato dal leghismo egoista ed imperante ci lanciava un messaggio di onestà e di fierezza.

Mariarca per alcuni giorni si è tolta il sangue vero per onorare il suo lavoro, aveva fatto lo sciopero della fame, perché oltraggiata nell'intimo del suo senso di responsabilità: ogni lavoratore vale in quanto viene pagato, in quanto il suo valore è riconosciuto mensilmente dal danaro, appunto il "controvalore" della fatica.Se, a fronte del lavoro responsabile, diligente, viene meno il controvalore dello stipendio, ecco che si inceppa il meccanismo vitale che sta alla base della nostra società capitalistica: si ritorna indietro nel tempo, alla barbarie dell'epoca pre-industriale, al lavoratore-schiavo, alle sopraffazioni, alla cancellazione dei diritti umani. In piena crisi economica e finanziaria, i governi europei, le nazioni più industrializzate rispolverano ricette antiche, liberiste, che suonano ancora e sempre come "lacrime e sangue" per le masse popolari, per chi lavora, chi sta in pensione, chi è in cerca di un'occupazione stabile, per chi è malato e chi è indigente. "I soldi non ci sono più. Bisogna fare tutti dei sacrifici!". Tutti, tranne le "cricche" del potere, chi specula nella finanza internazionale chi evade utlizzando gli "scudi" fiscali!

Un ritornello monocorde che suona stridulo proprio per chi è invece orgoglioso del proprio lavoro, anche se scarsamente retribuito, per chi crede in valori semplici e basilari: la responsabilità verso gli altri, la famiglia, i figli, la casa, la solidarietà, la speranza di essere felici. A Mariarca tutto questo è stato tolto di colpo nelle settimane scorse. E il mondo le è caduto addosso. Certo, non si è data per vinta, ha resistito e lottato. Era da esempio per gli altri suoi colleghi di lavoro. Con il pudore di chi è semplice e di chi non ama le ribalte né i palcoscenici mediatici, Mariarca ha comunicato la sua battaglia ad una piccola televisione locale ed ha fatto il giro del mondo su Youtube. Eppure nessun Telegiornale delle grandi TV pubbliche e private si è interessato del suo caso.

La sordità e la cecità del giornalismo TV (che poi è quello che informa l'80% della popolazione) sono fattori preoccupanti proprio in questo periodo di crisi che da economica e finanziaria sta diventando sempre più una crisi sociale, che potrebbe sfociare anche in tensioni e violenze. Ben altro spirito di servizio e di responsabilità professionale ci si aspetterebbe dal mondo giornalistico per documentare la realtà drammatica del paese in cui viviamo! Ancora una volta, seppure in modo diverso, il corpo di una donna è stato violato dalla brutalità della società egoista e mercantile.

Mariarca non è morta per una violenza sul suo corpo di donna bella e gentile. Mariarca è stata uccisa dal cortocircuito del sistema sociale, che lei stessa ha cercato di "bucare", offrendole in pasto proprio il suo corpo, ultimo baluardo della sua dignità di persona e di donna. Mariarca oggi è diventata un "titolo" da TG, un'apertura di prima pagina per i giornali nazionali. Fra pochissimi giorni, anche Mariarca, purtroppo, scomparirà nel tritacarne dell'informazione consumistica, come i suoi tanti compagni di strada morti prima di lei sul lavoro e per il lavoro.

Eppure, ci sentiamo di rivolgere un appello a chi scrive, a chi si occupa di televisione e di radio: raccontateci ogni giorno questo mondo che sta soffrendo, che cerca di sopravvivere, che sa mostrare la dignità e l'onestà di milioni e milioni di cittadini, impegnati a far vivere una società ormai in declino, senza ricercare scorciatoie truffaldine per "fregare" gli altri. Allora sì che Mariarca non sarà morta invano. Allora sì che Mariarca resterà un esempio di vita e non solo una martire del lavoro: una donna del Sud con il coraggio da leonessa e l'umiltà della discrezione di un'anima gentile.(18 maggio 2010 www.aprileonline.info)

 

Congedo di maternità, non diritto ma privilegio

Parola di Maristella Gelmini

 

di Cecilia M. Calamani*,  

Congedo di maternit�, non diritto ma privilegio. Parola di 
Mariastella GelminiForse, cara ministra, sono poche quelle che possono permettersi di tornare a lavorare, in quei cinque mesi. Probabilmente Lei non sa neanche cosa significhi, con uno stipendio da operaia o da impiegata, avere un figlio. Per Lei, il problema più grande sarà trovare un paio di tate tuttofare, che La seguano nelle trasferte a Roma portandoLe la Sua bimba per le poppate. Le notti in bianco, occuparsi della casa e dei figli, fare la spesa, pulire, cucinare, far quadrare il bilancio familiare, pagare le bollette e le rette degli asili nido non sono problemi di cui Lei risentirà, dall'alto della Sua posizione privilegiata. Con quale coraggio, e soprattutto con quale faccia, chiede alle lavoratrici madri dei "sacrifici"?

E' la festa dei lavoratori. Delle lotte operaie e sindacali che hanno permesso il riconoscimento dei loro diritti, ai quali si attenta quotidianamente con forme di lavoro da strozzinaggio per eludere proprio quelle conquiste - e il congedo per maternità è una di esse- pagate a caro prezzo negli anni Settanta con serrate, scioperi e sacrifici, quelli veri, non quelli di cui Lei si riempie la bocca.

Lei, dal suo scranno ministeriale, parla di madri lavoratrici senza sapere di cosa stia parlando; legifera sull'istruzione senza aver mai insegnato; propone la regionalizzazione della scuola pubblica quando Lei per prima, per passare l'esame da procuratore, si è trasferita nel profondo Sud, a Reggio Calabria, dove essere bocciata sarebbe stata, negli anni intorno al 2000, una singolare eccezione. Lei pontifica, oggi, sul merito, quando non ha disdegnato le scorciatoie dei furbetti per ottenere il titolo di avvocato di cui si fregia; Lei si permette di parlare di diritti e sacrifici alle donne che non hanno avuto un "papi" prima, che potesse permettersi di mantenerle durante il praticantato in altra città, e un "Papi" dopo, a portarle in palmo di mano a sedere in Parlamento e poi nel Consiglio dei ministri.

Ma ciò che è veramente triste, ministra Gelmini, è che Lei, donna, vada contro le donne, quelle "privilegiate" alle quali un contratto di lavoro a tempo indeterminato - laddove resista ai licenziamenti in massa derivanti dalla crisi - permette di sostenere l'onere di una maternità. Alle altre, infatti, le innumerevoli lavoratrici a contratto o a chiamata è preclusa, anche grazie al Governo che Lei rappresenta, l'idea stessa di futuro.

*Cronache laiche

 

Ricordando le donne del Ponte di ferro

 

7 Aprile 1944 - 7 Aprile 2010

Costruiamo insieme un luogo dedicato ad ogni donna resistente

 di Antifasciste romane

Il 7 aprile del 1944 morivano, fucilate dai nazisti, dieci donne. Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo furono assassinate al Ponte di Ferro perchè insieme ad altri ed altre abitanti dei quartieri limitrofi avevano assaltato un forno. Volevano riprendere per la famiglia quella farina e quel pane che i fascisti negavano alla popolazione straziata dalla guerra, riservandolo ai tedeschi.

I loro corpi lasciati esposti sul luogo dell'eccidio dovevano scoraggiare chi intendeva ribellarsi, Ma il ricordo del loro coraggio è ancora oggi la forza di chi cerca giustizia. Sullo stesso ponte un monumento, per lo più sconosciuto mantiene il ricordo di quelle donne. Attraverso la costruzione di un percorso storico, attraverso un continua e rinnovata lettura dei suoi contenuti, e la loro discussione in un racconto collettivo la memoria diviene elemento costitutivo del ragionare il presente e del costruire il futuro 

Il 7 aprile del 2010, vogliamo ricordare su quel monumento e su quel ponte il nome di ogni donna che ha resistito e resiste ai tanti soprusi quotidiani di cui sono vittime le donne nel nostro paese e nel mondo. Quella storia di resistenza ci appartiene ancora, non è finita. La resistenza delle donne è diventata pane quotidiano. 

Ricordare e Resistere sarà parlare delle donne che ogni giorno resistono con i propri corpi, alla violenza fuori e dentro la famiglia, alle guerre, alle privazioni, alla negazione di libertà e delle diverse forme di esistenze, al razzismo e ad ogni intolleranza. 

Ricordarle sarà lasciare, su quel monumento e su quel ponte, insieme a quelli delle dieci donne scolpite sulla pietra, il nome di ogni donna resistente

 

7 aprile 2010 ponte di ferro ore 16 Via di Porto Fluviale  Roma

In ricordo delle dieci donne giustiziate dai nazifascisti 

In ricordo di ogni donna resistente 

 

 

...Donne per altre idee di donne....

 

Il 2009 è stato un anno di scandali, scandali che si sono consumati sul corpo delle donne, fatti di politica, di soldi, di corruzione, di sesso usato come merce di scambio. All'improvviso talk show, dibattiti e conversazioni al bar hanno scoperto ci che a tutti doveva essere chiaro da tempo: ò il corpo femminile è continuamente privato della sua dignità da stacchetti televisivi di ballerine seminude e dalla continua ostentazione della bellezza come unica dote femminile rilevante.
Mentre gli schermi televisivi continuavano a trasmettere immagini di corpi perfetti e irreali, restava totalmente fuori dalle telecamere ciò che è la realtà del mondo femminile, con le sue potenzialità e le sue difficoltà.
Ed è proprio quel mondo reale che oggi 6 Marzo 2010 deve mostrarsi, farsi sentire e vedere, prendere parola e non lasciarsi raccontare da altri.
Oggi è il giorno in cui bisogna tornare a credere che sia possibile che le cose vadano diversamente, affermando che:
Il corpo delle donne non è un oggetto passivo asservito a bisogni non propri.
Essere fuori dai canoni di bellezza mediatici non è una colpa.
La vecchiaia è una stagione della vita e non un'onta.
La sessualità va vissuta liberamente e il sesso non è una «mazzetta» per giochi di potere.
Le istituzioni devono promuovere un'immagine di donna nella quale possiamo dignitosamente riconoscerci.
Le donne esigono un ruolo effettivo nella politica e non sono solo delle ancelle al servizio di un uomo-capo.
La presenza delle donne nella cultura è la via per aprire nuovi percorsi del sapere.
Se possiamo essere ottime studentesse possiamo anche essere ottime docenti.
Il lavoro deve essere uno spazio di libera espressione e non di umiliazione e compromessi.
Le nostre capacità lavorative non si riducono alla «bella presenza» e alla «disponibilità».
La busta paga non deve ricordarci ogni mese le discriminazioni di tutti i giorni.
La maternità è una gioia e un diritto e non un sacrificio.
La gestione e la cura familiare vanno condivise e non ritenute doti naturali femminili.
Le rivendicazioni di oggi, le stesse di ieri, non possono attendere un altro anno.
Per superare gli stereotipi e il pensiero unico maschile,
affermiamo e valorizziamo la differenza.

Scendiamo in piazza per altre idee di donne

sabato 6 marzo 2010 alle ore 15,30

Manifestazione Piazza Castello a Torino


Collettivo AlterEva

Care tutte, cari tutti,

noi studentesse del Collettivo AlterEva lanciamo un appello a tutte le realtà del territorio per scendere in piazza il 06 marzo a difendere e rivendicare altre idee di donne.

AlterEva è un collettivo di studentesse del Laboratorio Corsaro e degli Studenti Indipendenti, provenienti da diverse Facoltà dell'Ateneo torinese. Nasce dell'esigenza di evidenziare l'importanza delle tematiche di genere, in una società che sembra non concedere spazio a tutte quelle giovani donne che non riescono e non intendono riconoscersi negli stereotipi di femminilità continuamente messi in scena dai media e dal mondo politico.

Riteniamo fondamentale che le tematiche e le rivendicazioni di genere non rimangano confinate in poche isole felici, ma che invadano e pervadano l'intera società. Proprio per questo abbiamo deciso di manifestare per l'8 marzo. Siamo consapevoli che questa è solo una data simbolica e che il lavoro e le rivendicazioni vanno portate avanti con impegno 365 giorni l'anno, sia individualmente che collettivamente. Tuttavia, ci sentiamo anche di affermare che l'8 marzo rimane una data fondamentale per il movimento delle donne di ieri, di oggi e di domani ed è un'occasione da non perdere in un presente che riduce sempre più la donna a mero oggetto di scambio.

Vediamoci tutte e tutti il 06 marzo in Piazza Castello alle ore 15.30.

Sarà un'occasione per tutte le associazioni e le realtà per portare i propri contenuti e la propria esperienza, e a seguire dar vita a un corteo colorato e allegorico, ma che al tempo stesso dia voce alle nostre istanze politiche.

Sappiamo che il tempo stringe, ma pensiamo che si possa fare e che sia necessario farlo.

Un abbraccio

Collettivo AlterEva

Contatti:

e-mail altereva.torino@gmail.com;

telefono: Giulia 380-5123544, Irene 340-8119207, Alice 347-7831589

 

 

 Befanata 2010

 

Giovedì 14 gennaio alle ore 20,30 a Torino in via Vanchiglia 3 arriva la BEFANATA 2010

grande cena per festeggiare l’anno nuovo grande festa per stare insieme in allegria - seguirà la nostra lotteria per vincere, per vincere sempre !!!

VENITE, VENITE, VENITE NUMEROSE: abbiamo voglia di divertirci !!!

Il contributo che le cuoche chiederanno servirà, come sempre, a finanziare la nostra Casa.

E’ gradita la prenotazione telefonica o via e-mail

casadelledonne@tin.it           www.casadelledonnetorino.it

 

 Il silenzio delle donne

 

 
di Clelia Mori

 Il silenzio delle donneHo cercato, con abbastanza cura in rete, segnali femminili sperandoli persino positivi sulla manifestazione voluta dagli uomini dell'Associazione Maschile Plurale contro la violenza maschile alle donne -la prima indetta da maschi contro i maschi violenti con le donne- e non li ho trovati. C'è un articolo, il solo che ho trovato, su Il paese delle Donne, tra il risentito e il contento, di Paola Zaretti e un altro di Marina Pivetta, sempre sul sito.

Non capisco come mai non notiamo un nuovo che ci accade intorno? E mi chiedo che succede o se invece sono io che mi illudo facilmente, ponendomi delle aspettative irreali? O se abbiamo paura? Da quando ho saputo di questa manifestazione da Stefano Ciccone, a Roma all'assemblea indetta da Ida Dominijanni e altre, ho continuato a chiedermi come avrei potuto andare e come sarei riuscita a farcela. Perché volevo esserci ad una manifestazione che auspicavo già al ritorno da quella ormai famosa, a Roma del 2007, contro la violenza maschile alle donne. Quella che ha fatto discutere per il tentativo del potere partitico femminile di attribuirsi i vantaggi del suo successo ma anche quella che ha rifiutato ancora, allora, la partecipazione di quegli uomini che condividevano il no delle donne sugli uomini violenti.
Mi ricordo che in corriera con un'amica ci dicevamo, incredule che potesse accadere, che la prossima manifestazione l'avrebbero dovuto indire gli uomini per segnare il cambio di passo su di un tema che aveva come soggetto gli uomini e come oggetto le donne e che se gli uomini non ne prendevano coscienza non ci si schiodava dalla situazione, come donne.
Perché il problema era loro. L'ho anche scritto questo nostro desiderio e da qualche parte, penso al sito Dea Donnealtri, si trova. Così come si trova anche l'idea che tra di loro, nell'associazione Maschile Plurale, proprio quella mattina del 2007 incontrandosi per capire che fare a proposito della loro esclusione dalla manifestazione, ne avevano parlato.
E' vero, non è che in questi due anni ci siano state tante voci che lo desideravano e lo esprimevano. Ma pensavo che, se ci sono uomini che rompono il cerchio di omertà maschile e finalmente non temono di esporsi pubblicamente nei confronti del loro stesso gruppo di maschi, potessero avere, da parte nostra, una qualche considerazione maggiore su di un iniziale cambio di passo simbolico che ci riguardava da vicino.

Se penso poi all'estate bollente dei nostri politici di destra e di sinistra e al "disordine" che hanno espresso sulla confusione maschile tra sesso, potere, soldi, relazione col femminile - produzione riproduzione - mi pareva proprio che ora questa distinzione tra maschi cadesse a fagiolo e che finalmente aprisse sul maschile quella contraddizione che gli uomini in genere, e non solo quelli della politica, fanno fatica ad esprimere. Quando si fanno bastare il pensiero che loro sono diversi dai signori Berlusconi e Marrazzo e non hanno bisogno di dirlo pubblicamente - e non dicendolo continuano a proteggere quell'omertà silenziosa tra uomini che garantisce la continuità del loro modello sociale, anche se di crisi perenne.

Se non si riesce a cogliere il nuovo di questo fare che parte proprio dal dato maschile più eclatante, l'esercizio della violenza, nella relazione col femminile, non so proprio come potremo relazionarci, ognuno /ognuna a partire da sé, sul resto delle profonde contraddizioni che il patriarcato maschile, ancorché in crisi o finito, ha imposto alla società e a noi donne.
Come potremo valutare o strutturare una comunicazione sul resto delle tematiche che ci interessano se non mettiamo in discussione con loro il modello di base da cui i più prendono le mosse per definirsi e definirci? Penso al legame tra lavoro e vita che come donne vorremmo cambiare e al doppio sì nostro su lavoro e maternità e a come faremo a modificarlo se non cogliamo i cambiamenti anche minimi che accadono sull'altro versante del nostro vivere.

Paolozzi e Leiss hanno scritto in "La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica" che le donne sono cambiate e gli uomini dovranno farlo. Ma come faremo ad accorgerci dei cambiamenti che avvengono tra gli uomini, se ce ne disinteressiamo? Tra l'altro il femminismo ci ha abituate a leggere tra le pieghe del quotidiano i cambiamenti anche minuscoli delle donne che la società dei media nasconde o non riconosce e all'improvviso perdiamo quest'abitudine alla lettura della realtà se a fare minimi cambiamenti sono gli uomini? O siamo invece convinte che ce la faremo anche se gli uomini non cambiano? Ma non possiamo cambiare noi sole e gli uomini stare fermi. Vorrebbe dire che loro vanno già bene così e noi sappiamo che non è vero, ma non solo perché lo diciamo noi che siamo cambiate, lo dice la crisi del mondo che loro hanno immaginato per tutti/e.

Certo una rondine non fa primavera e molto abbiamo sopportato nei secoli e nei millenni dal potere maschile. Ma questo non ci esime dal non vedere quel che accade. A meno che non ci muoviamo come hanno fatto loro col femminismo e anche noi scegliamo di non vedere. Ma perchè? Noi, siamo così? Non lo credo a meno che non vogliamo restare legate alla condizione di vittime che la violenza maschile ci impone senza cogliere i profondi cambiamenti che noi stesse abbiamo messo in atto.
No. Noi non siamo come gli uomini della politica o come le donne "imitative"anche se la paura di illuderci può farcelo fare: di non vedere. Ma non ce lo possiamo permettere. C'è troppo disordine sotto al sole per poterci concedere questo inutile lusso.
Mi pare di sentirci ripetere che è talmente tanto tempo che gli uomini non si muovono che non è il caso di stare a preoccuparci perché hanno indetto per una volta una manifestazione contro la violenza maschile alle donne...
Ho sperimentato da molto tempo questa sordità maschile alla voce dissonante e critica delle donne in politica e ho visto la distruzione a diffusione geometrica che sono riusciti ad attuare con questa innaturale sordità, più pericolosa perchè voluta. Non credo che come donne possiamo anche involontariamente percorrere le loro stesse strade.
Parliamo, parliamone di quello che accade. Come abbiamo sempre fatto. Indipendentemente da chi lo fa accadere e dai nostri rancori.
Il silenzio non rafforza i poteri, quello dei maschi sul loro presunto potere lo sta distruggendo...(www.aprileonline.info 24 novembre 2009)

 Sesso e politica nel post-patriarcato


 
di Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa

Pubblichiamo il testo di convocazione di un incontro nazionale che si terrà il 10 ottobre alla Casa Internazionale delle donne di Roma (Via San Francesco di Sales 1, h. 10). L’incontro è pubblico e la partecipazione è aperta a donne e uomini interessate/i.
 

Lo scambio tra sesso, potere e denaro, nel caso-Berlusconi, parla del degrado della cosa pubblica. Dell’uso privato delle istituzioni e del potere. Dell’asservimento dell’informazione - non tutta, ma la maggior parte -, con conseguente aggressione ai pochi spazi di libertà e di critica.

Ma resta oscurato, nella rappresentazione che ne è stata data, quello che è il cuore della vicenda: la sessualità maschile e il rapporto con le donne di un uomo di potere. Ci troviamo di fronte a una sessualità e a un potere maschili che si esercitano su donne ridotte a corpi rifatti, per essere oggetti compiacenti di consumo. Nell’harem, a pagamento o meno, di Berlusconi la virilità è messa in scena come protesi del mito del capo. E le donne sono disponibili, perché subalterne a quella messa in scena. O al più interessate a uno scambio. Siamo all’eterno ritorno dei ruoli tradizionali? L’uomo al centro, da vero protagonista, le donne intorno, interscambiabili, accomunate e confuse in una stessa immagine? Noi pensiamo di no.

La vicenda sessuale e politica del premier e della sua corte ci parla, al contrario, del dopo-patriarcato: intendendo con questo termine non la risoluzione, ma una nuova configurazione del conflitto fra i sessi. La sessualità maschile è, in tutta evidenza, in crisi. Non (solo) di prestazione, con relativo corredo di protesi tecnologiche e farmacologiche: bensì di desiderio, e di capacità di relazione. Gli uomini hanno ancora potere e lo usano nei rapporti con le donne. Ma è un potere senza autorità: nudo, come è nuda la miseria di una virilità tradizionale che si tenta di ripristinare contro la destabilizzazione dei ruoli sessuali provocata da quarant’anni di femminismo.

Quanto a noi donne. Siamo davvero tutte accomunate in quell’immagine del corpo femminile plastificato, privo di cervello e oggetto del godimento maschile? O c’è uno scarto tra la fiction del femminile allestita dal regime televisivo e politico berlusconiano e la realtà delle vite e dei desideri delle donne? Certamente, quella fiction produce effetti di realtà e ha un forte potere di colonizzazione dell’immaginario e delle aspirazioni femminili. Tuttavia noi crediamo che fra quella fiction e la realtà uno scarto resti, e che proprio questo scarto abbia reso possibili le parole e i gesti di libertà di alcune donne coinvolte nella vicenda, prima tra tutte Veronica Lario, e di quante fra noi hanno dato a quelle parole e a quei gesti rilevanza politica.

Si può dunque, e come, lavorare sullo scarto tra fiction e realtà? Spetta a noi leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione che si sviluppano anche laddove la politica e l’informazione non le vedono. In donne differenti tra loro, e anche in quelle in tutto dissimili dalle femministe di ieri e di oggi. Vistoso è, nello scambio fra sesso, potere e denaro, il degrado della politica. Lo si denuncia sempre oscurandone, però, il segno sessuato. Certo, non è di oggi la perfetta continuità fra le aziende-spettacolo del presidente e il suo uso privato della cosa pubblica e delle istituzioni. Ma la novità è che il premier-imprenditore dispensa, in cambio di sesso, un provino da velina o un posto da parlamentare come fossero equivalenti. E ancora: Berlusconi si appella al «gradimento degli italiani», pubblico (l’audience) e privato (la complicità sulla sua presunta prestanza sessuale) per sottrarsi a qualsiasi regola di democrazia e di trasparenza. Di più: il «gradimento» legittima la menzogna, o meglio crea la verità di regime «della maggioranza».

Ma la politica così degradata perde ogni residua autorevolezza. Lo conferma il modo in cui tutta questa vicenda (non) è stata affrontata nelle istituzioni politiche. Per mesi, uomini e donne della maggioranza, ma anche dell’opposizione, si sono attestati sulla linea Maginot della distinzione fra il pubblico e il sacro «privato dell’alcova». Il disprezzo verso le donne è stato coperto con le accuse al «moralismo dei parrucconi». E la manipolazione della verità ad opera dei media controllati dal premier con il rifiuto del gossip. Anche negli appelli alla mobilitazione in nome della democrazia e dei diritti, però, la questione sesso e potere resta opaca. Perché oggi, come e diversamente dagli anni ’70, quell’intreccio chiama in causa una trasformazione radicale della politica, e un’autocritica ruvida delle connivenze culturali dell’opposizione con il berlusconismo. Ed è troppo scomodo per i partiti di opposizione, presenti in parlamento e non, perché mette in questione il patto a cui tutti si attengono nella selezione e cooptazione del ceto politico, femminile e maschile.

Mai come oggi i rapporti tra i sessi sono il cuore della politica. Dopo la rivoluzione femminile, nel disordine del presente, si può e come riprendere parola su sessualità e politica? A partire da quali esperienze di relazione (o non) con gli uomini? Da quale desiderio? C’è da confrontarsi sui mutamenti del presente. Sono molte le donne che oggi si sentono schiacciate dalla suddetta fiction del femminile, e invocano una nuova stagione di lotte femministe. Ma c’è da chiedersi quanto siamo state disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché «il modello dominante» fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso il pensiero femminista fosse registrato, la parola femminile diventasse più autorevole, la bellezza femminile non venisse colonizzata.

La questione dirimente è quella delle pratiche femminili quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà. Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana combatte e occulta, ma non vanifica. Come valorizzare queste pratiche, sottraendole all’occultamento? Come rilanciare il senso politico della libertà femminile, strappandola al suo stravolgimento in libertà di competere sul mercato del corpo? Come dare alla parola femminile una forza più duratura dell’indignazione?

Di tutto questo invitiamo a discutere donne e uomini il 10 ottobre, h.10, alla Casa internazionale delle donne di Roma. (www.ilmanifesto.it 7 ottobre 2009)

 

 

 La schizofrenia del potere

 

di Ida Dominijanni

La schizofrenia del potere, o forse l'inventiva del più grande sceneggiatore di Hollywood, ha suggerito al governo italiano di allestire a Roma un set surreale dove, Mara Carfagna officiante, si levano alti lai contro la violenza sulle donne, si taglia il nastro inaugurale di «una nuova epoca di cooperazione internazionale» contro la violenza sulle donne, si chiamano a raccolta gli uomini giovani contro la violenza sulle donne, nelle stesse ore in cui piovono pietre sull'harem a pagamento di un uomo anziano, sui sistemi di reclutamento di escort e quasi-escort bionde e brune di un imprenditore cinico, sui mezzi di circolazione di coca e altre sostanze destinate a rendere più eccitante il «divertimento dell'imperatore» che muove come il sole tutto il sistema.
Pare di sognare e invece no, è proprio vero. E' proprio lei, Mara Carfagna, la più favorita fra le favorite di corte, una che in questi mesi non ha trovato una sola glossa da fare alla mercificazione femminile praticata per sistema dal suo capo, a pontificare che «ogni atto di violenza contro le donne è un crimine». Ed è proprio lui, «il miglior presidente del consiglio in 150 anni di storia», a ghignare per l'ennesima volta la sua ammirazione per l'altra metà del cielo, il suo odio per la disinformazione dei giornali, le sue minacce contro le testimoni dirette e parlanti dei suoi misfatti.

C'è la violenza reale e c'è la violenza simbolica. E se è vero che ogni atto di violenza contro le donne è un crimine, violento e criminale è il trattamento - linguistico, mediatico, sessuale - che il premier e i suoi mezzani, da Tarantini a Ghedini a Feltri a tutti quelli che tacciono e acconsentono, riservano al gentil sesso. O forse pensano che a tutte noi sembri di ricevere dei bouquet di rose quando li sentiamo parlare di utilizzatori finali, veline ingrate, «ragazze e coca come chiave di accesso al successo»? Riesce, il miglior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni, ad associare la parola «violenza» all'uso e abuso del corpo femminile nelle sue televisioni, o ritiene che anche quello sia un sincero omaggio al «genere», come Tarantini chiama il suo parco-escort, e se non ci riesce può dargli una mano la sua ministra alle pari opportunità? Potrebbe per cortesia la sottosegretaria Eugenia Roccella smetterla di bluffare sulla libertà femminile osannandola quando le conviene, cioè sulle escort che sarebbero «libere di disporre del proprio corpo traendone dei vantaggi», e calpestandola quando non le conviene, cioè su aborto, procreazione assistita, RU486 e simili? Potrebbe l'onorevole Souad Sbai buttare un occhio sul relativismo etico del suo leader di riferimento invece di farsi ossessionare da quello del multiculturalismo? Oppure pensano tutti e tutte, il capo e la sua corte dei miracoli, che «l'altra metà del cielo» sia schizofrenica quanto loro, pronta a farsi imbonire oggi da una busta con mille euro dentro, domani da uno spot sullo stalking?(11 settembre 2009)

 

 Donne e media

Quando l’intrattenimento degenera in modalità sessiste e denigratorie

di Claudia Cimini

La distanza tra ciò per cui si è lottato e raggiunto, ciò per cui generazioni di donne hanno creduto e continuano a credere e a sostenere lontano dai mezzi di comunicazione di massa italiani e quello che si vede in televisione, sui giornali, sulle riviste del nostro Paese, è talmente abissale e inverosimile, che mi è sembrato necessario ricordare una minima parte di un percorso intrapreso che non deve essere dimenticato nonostante i continui assalti alla memoria fatti dai gestori di informazioni che stanno tentando da anni di costruire una nuova identità della donna-corpo “usa e sostituisci”, “spoglia e gusta”.
Ho voluto riportare la traduzione di una breve parte del materiale prodotto e pubblicato da donne giornaliste e esperte di comunicazione e media spagnole facenti parte dell’AMECO, (Asociación Española de Mujeres Profesionales de los Medios de Comunicaciónes) sul rapporto tra donne e mezzi di comunicazione e ciò che vediamo e assorbiamo passivamente quando guardiamo la televisione e la maggioranza dei programmi di intrattenimento italiani.
«La rappresentazione è una maniera di render visibile con immagini o parole i fenomeni di una società o di una cultura. Conoscere la ‘realtà’ non è un semplice fatto naturale, ma un artificio, una costruzione. Il linguaggio è un modo di strutturare la realtà di rappresentarla in un modo o in un altro. Ciò che definiamo realtà, altro non è che una serie di categorie che nominano la realtà stessa. Partendo da tale presupposto, è evidente come parte del pensiero femminista ha dedicato e dedica un spazio molto vasto sullo studio di tale categorie e alla critica di tali rappresentazioni, in particolare relativa alle rappresentazioni delle differenze sessuali così come proposte o create e alimentate dai media.»
«È necessario analizzare, esaminare, decostruire le rappresentazioni relative ai generi per svelare come tali costruzioni, spesso pure creazioni mediatiche asservite ad interessi particolari, influenzano, strutturano il nostro modo di pensare, interpretare, riproporre la realtà.»
Corpi gonfiati, tirati, rattoppati, perfetti, irreali, nauseanti, depilati, abbronzati, pornografici per il loro esser asserviti all’immaginario di una categoria del maschile universalizzatrice di desideri e omologatrice dell’ideale di bellezza e di come si pensa o si vorrebbe il femminile. Le persone sono scomparse, le personalità perdute in qualche angolo del passato, le differenze eliminate per facilitare la fruibilità del programma anche ai più distratti… restano corpi, di donne, ovviamente, da guardare, commentare, desiderare.
Volgare feticismo del corpo irraggiungibile, irreale. Creatori di sogni vani, di modalità che offuscano la realtà, che innescano la passività del non-pensiero, stanno cambiando i ruoli sociali, i nostri modelli di bellezza, il rapporto che le donne hanno con il proprio corpo e che gli uomini hanno con i loro desideri e i loro oggetti del desiderio.
«In passato si pensava che i mezzi di comunicazione fossero solo un ‘riflesso’ della società, quindi il riflesso degli interessi sociali dominanti, lo specchio di una società patriarcale che rinforzava una rappresentazione sessista del mondo. Successivamente i mezzi di comunicazione hanno assunto il ruolo di agenti socializzatori che competono con la famiglia, la scuola, nel processo educativo, alla formazione della soggettività da un lato e nella diffusione dei modelli che ogni persona deve seguire per poter vivere in una comunità.»

La bellezza ha smesso di esser armonia, diversità, individualità, è diventata una massa uniforme di rotondità lucide strabordanti, volgarizzate da inquadrature e movimenti caricaturali che rimandano a provocatorie accondiscendenze sessuali indirizzate ad un unico tipo di pubblico… Modello socializzatore, da seguire per poter vivere in una
comunità… ma chi vuole questo modello che ci stanno proponendo da anni? A quale pubblico è indirizzato? Con quali finalità? Chi ha interesse a vedere, confondere, sovrapporre, sostituire le donne con queste immagini irreali del tubo catodico? Risposte che conosciamo, ma che non dobbiamo dimenticare di porci.
«Anche gli eventi storici costituiscono la base dei paradigmi esistenti nella società che influenzano i mezzi di comunicazione. Se le donne sono state invisibilizzate nella storia, i mezzi di comunicazione faranno altrettanto. Il processo incosciente che potremmo definire pilota automatico innescato nelle modalità del pensiero che ha dominato il modo di raccontare, si può così riassumere: le donne sono sempre state presenti durante gli eventi storici, ma sono ignorate quando tali eventi vengono ricordati, analizzati, e organizzati in ciò che conosciamo come storia. Allo stesso modo le donne sono presenti negli eventi che son riportati dai media, ma sono escluse dall’esser raccontate come partecipi di essi.»
Invidiose delle più giovani, rabbiose, pronte a scagliarsi contro le altre se rischiano di perdere la palma della più bella. Piene di parole prive di contenuti, guardate mentre fanno spettacolo, numeri da circo per intrattenere, mai per informare perché sono presenti negli avvenimenti ma non ne sono artefici, ci sono senza esserci, perché la loro funzione non deve essere attiva ma di passività subalterna sia rispetto agli attori principali di cui non sono altro che un suppellettile facilmente sostituibile che rispetto allo spettatore, passivo consumatore di immagini artefatte.
Reificazione di corpi ammutoliti, mercificati in nome di leggi di mercato e numeri che devono salire, attrarre l’attenzione dello spettatore, di colui che compra, di colui che conta o ha l’illusione di contare.
«Le donne normalmente, trovano spazio nelle pagine specifiche a loro dedicate, nelle rubriche per donne, non nelle pagine dedicate all’informazione generale.
Ciò dovrebbe rientrare nella strategia di segmentazione del pubblico per cui vien data attenzione agli interessi distinti di ogni gruppo di lettori. Eppure tutto ciò che rientra nell’ambito dell’informazione legata alle donne è una soft news, notizie secondarie o di importanza assai minore.»
Terrorizzate e sottomesse alle ingiurie del tempo che per loro è il più acerrimo nemico, battaglie durissime, perché anche le donne sono guerrigliere, per sconfiggere cellulite e zampe di gallina. E ancora gonfiate, ritoccate, tagliate e ricucite, sempre più tonde, sempre più snelle. Consigli, diete, regole, dibattiti per esser più seducenti, per attrarre, per esser guardate e considerate.
Ascoltate, ma sempre prima osservate e giudicate rispetto a canoni di attrattività. Tollerate se non belle, instabili ed emotive se con opinioni che vanno al di là del loro esser corpi da guardare.
«Oggi il diritto alla comunicazione ha escluso completamente il ricettore, trasformandosi nel diritto unilaterale di chi gestisce i mezzi di comunicazione.
La funzione dei mezzi di comunicazione è dar voce ai distinti settori della società affinché partecipino realmente allo sviluppo sociale, economico e culturale del paese. Bisogna dare la possibilità e le capacità alle maggioranze e alle minoranze affinché possano usare al meglio e appropriarsi dei mezzi di comunicazione.»
Il sessismo nei programmi, specie in quelli di intrattenimento, ha raggiunto vette impensabili di degradazione delle donne, inimmaginabili in altri paesi e in altri periodi storici.
Spettacoli a cui ci stiamo assuefacendo acriticamente, perché pensare stanca, e l’intrattenimento deve esser il regno del non-pensiero, lo spegnimento di qualsiasi capacità critica, il modo migliore per subire una pericolosa realtà prefatta, tossica e asfissiante.
Ricordare infine le modalità per dar voce e visibilità alle donne, equiparare gli spazi tra i generi e cercare di limitare il sessismo nei mezzi di comunicazione mi sembra un modo di destarci dalla soporifera irrealtà mediatica.
È antisessista:
– la denuncia dell’oppressione delle donne nei vari settori lavorativi che le relegano a salari inferiori rispetto ai colleghi, lavoro precario, difficoltà di accesso a posizioni decisionali.
– evidenziare e denunciare gli stereotipi e le convenzioni che opprimono le donne e le riducono a un’uniforme massa acefala, come il terrorismo della moda, il terrore di invecchiare, la rivalità tra donne, il tabù del lesbismo, la passività sessuale, il lavoro domestico e la cura dei figli, l’attività privata del suo valore perché di ambito prettamente femminile, la mitologia del sacrificio e l’abnegazione.
– la critica alla virilità ridotta a capacità eiaculatoria e al piacere della gestione del potere. In tal senso viene legittimata l’immagine dell’uomo divorato dalla necessità di far carriera che provvede a tutti i beni di cui la famiglia dispone.
– mostrare la partecipazione degli uomini a tutti gli interstizi della quotidianità, dalla cura dei figli, alle attività domestiche, senza che ciò diventi un ulteriore omaggio all’uomo che partecipa alla gestione reale della casa, ma un momento di comune divisione degli stessi compiti.
– la ridefinizione dei ruoli di genere, mostrare uomini insicuri, con sensi di colpa e che riflettono prima di agire, e donne forti e assertive, capaci di creare e costruire e non solo di procreare e crescere figli.
Perché ciò che sa fare la donna può imparare a farlo anche l’uomo!
(www.aurorainrete.org 5 settembre 2009)

 

 

 L'onore ferito del premier

 

di Ida Dominijanni

Concita De Gregorio, Natalia Lombardo, Federica Fantozzi, Maria Novella Oppo, Silvia Ballestra. Sono tutte donne le colleghe e amiche dell'Unità citate per danni dal presidente del consiglio per "lesa dignità". E' un caso e non lo è. Perché fin dall'inizio dell'affaire che lo sta coprendo di ridicolo, in Italia e nel mondo, sono soprattutto donne, a partire da Veronica Lario, quelle che si sono prese la libertà di dire "vedo" di fronte al poker delle sue performance da "vero uomo". Vedo e non credo. 
Basta questo per mandare in briciole il mito del grande seduttore a cui nessuna resiste. Vediamo, non crediamo, resistiamo. La libertà di stampa brucia. Se è libertà femminile brucia il doppio, perché per un vero uomo è doppiamente insopportabile. Lesiva non della sua dignità ma del suo narcisismo. E va doppiamente punita. 
Come è stato per Veronica, data per "nervosa" («capita talvolta alle donne di essere un po' nervose», commentò suo marito: questione ormonale), inaffidabile e manipolabile, e triturata dalla stampa del principe come "velina ingrata" (quel gentiluomo di Feltri) nonché moglie infedele. Com'è stato per Patrizia D'Addario, manovrata e pagata da chissà chi. Com'è stato per altre che si sono impicciate di altri affari del premier, a cominciare da Nicoletta Gandus, giudice sul caso Mills (qualcuno ricorda la faccia di Ghedini in tv mentre commentava la sua sentenza?). 
Il premier e la sua corte hanno un'idea precisa di dove deve stare una donna e di come la si possa "utilizzare". Se una, due, cinque, cinquanta, cinquantamila in quel posto non ci stanno sono guai. Per lui, perché questo è l'ennesimo segnale di dove sia finito il mitico fiuto di Silvio Berlusconi che pareva metterlo sempre dalla parte del senso comune. In quel posto non ci stiamo, il senso comune stavolta dice questo. Il fiuto del grande comunicatore è svaporato.
Fa davvero piacere vedere il premier riconciliato con le virtù di quella giustizia che per anni ha denigrato, appellarsi pieno di fiducia a quegli stessi magistrati per i quali un tempo invocava test attitudinali e prove di stabilità psicologica. Aveva ragione. Ci vuole effettivamente molto equilibrio per decidere di questioni tipo questa: Luciana Littizzetto avrà leso o no l'onore del premier con le sue battute "sull'utilizzo di speciali accorgimenti contro l'impotenza sessuale"? Avrà leso o no «la sua identità personale presentando l'onorevole Berlusconi come soggetto che di certo non è, ossia come una persona con problemi di erezione»? Non invidiamo i magistrati, e nemmeno i periti di parte. Neanche per sorridere indagheremmo mai su quel "di certo": non ci serve. Di certo, quando un "vero uomo" mette sul tavolo l'evidenza letterale della sua potenza, è perché traballa quella simbolica. 
Silvio Berlusconi è di certo un "vero uomo", di quelli che affidano alla mascherata sessuale la certificazione della loro misura. Altrettanto di certo è un uomo politico finito: nella miseria, nella rabbia, nella dismisura.(www.ilmanifesto.it 3 settembre 2009)

 

 La realtà femminile nel regime-reality

 
 

di Ida Dominijanni

Ci dev’essere davvero una qualche diabolica astuzia nella storia se una vicenda come quella che in Italia ha denudato il re grazie a tre donne (nell’ordine: Sofia Ventura, Veronica Lario, Patrizia D’Addario), che è stata subito individuata come politicamente cruciale da altre donne (mentre gli uomini, anche a sinistra, la sminuivano privatizzandola), che tutt’ora viene analizzata e discussa soprattutto da donne, prende a un certo punto la piega della lamentazione sul «silenzio delle donne».
Che stranezza. Ci sarebbe da essere, almeno per un po’, grate a quelle che hanno parlato, orgogliose che lo abbiano fatto, felici che i germi della libertà femminile seminati dal femminismo degli anni ’70 siano cresciuti anche fra le first lady, le donne di destra e le escort. Invece niente, non si festeggia e il brindisi è rinviato, a quando saremo tutte in piazza. «Quelle» che hanno parlato sono casi isolati, «rondini che non fanno primavera», mentre «le donne» (le «vere» donne?) sono tutte mute, tutte subalterne al modello imperante del velinismo o del labbro rifatto. Tutte vittime di un incantesimo e tutte colpevoli di non svegliarsi - come di regola, perché nella storia delle donne è noto che vittimizzazione e colpevolizzazione vanno sempre a braccetto.
Bianca Pomeranzi, Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa sul manifesto, (18 e 23/8) e più volte la Libreria delle donne di Milano, Letizia Paolozzi e Alberto Leiss su www.donnealtri.it, hanno già spiegato come questa invenzione del silenzio delle donne sia una tecnica sicura per annullare la parola femminile che c’è, nonché il riflesso condizionato di uno schema per cui la soggettività politica femminile è riconoscibile solo se e quando si esprime nei modi canonici (e oltretutto non corrispondenti al femminismo degli anni 70) di un movimento di protesta. È una tecnica sperimentata e rodata dagli uomini. Spiace vederla impugnata, su Repubblica e L’Unità, anche da donne, amiche o comunque prossime a noi per intenzioni (del resto, non è la prima volta: anni fa si parlò di uscire dal silenzio anche in occasione di una bella manifestazione sull’aborto, tema su cui in verità non si era mai smesso di parlare). Dunque, cerchiamo in amicizia di capirci meglio.
Nella rappresentazione delle donne tutte subalterne e mute, tutte vittime e colpevoli c’è a mio avviso un punto molto scivoloso, che ha a che fare con il nocciolo del berlusconismo e con il rischio di interiorizzarlo proprio quando e quanto più lo si vorrebbe combattere. Il nocciolo è quello del rapporto fra fiction e realtà. Sappiamo tutte e tutti che la sovrapposizione fra fiction e realtà è il dispositivo su cui il regime berlusconiano si è imposto nell’immaginario prima che nella politica di questo paese. Ma questa sovrapposizione è davvero totale, o totalmente riuscita? Per usare una nota formula di Baudrillard, la tv ha davvero sterminato la realtà? Nel nostro caso: la fiction che ha ridotto o ricondotto il femminile a labbro rifatto e oggetto compiacente di consumo ha davvero conformato la vita e i desideri delle donne reali? Attenzione, perché convincersi che è andata così significa darla già vinta a Berlusconi, e darla già persa a noi. Se in un regime-reality una speranza per la politica c’è, e a mio avviso c’è, sta proprio nello scarto che fra fiction e realtà resta o, meglio, non smette di prodursi. È solo in quello scarto che possono nascere gesti imprevisti di ribellione e di libertà, come già hanno dimostrato Veronica e le altre. Ed è solo a partire da quello scarto che può rinascere la politica, altrimenti sterminata anch’essa dalla fiction. È in quello scarto dunque che bisogna saper guardare e cercare. Non si tratta, spero che sia chiaro, di dividersi fra chi vede il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Non sto raccomandando soltanto, come ha già fatto Miriam Mafai (Repubblica, 4/8), di valorizzare, a fronte del modello di femminilità mercificata dominante, la vita e l’opera di quante ogni giorno lo tradiscono e lo combattono. Né mi appellerò ad autorevoli analisi sociologiche, come quelle del Censis che da anni indica nella crescita di soggettività, lavoro e competenze femminile una controtendenza alla «mucillagine sociale» italiana, o come quella di Alain Touraine, che interpreta la trasformazione sociale in corso in Occidente tutta nel senso della libertà femminile guadagnata (Il mondo è delle donne, Il Saggiatore). Voglio dire piuttosto che è compito nostro saper leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere, ad esempio, tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione (talvolta silenziose: secondo gli ultimi sondaggi, dopo i noti fatti Berlusconi ha perso il 15% del consenso femminile) che si sviluppano anche laddove la politica tradizionale non le vede, e anche in donne in tutto dissimili da ciò che siamo state/siamo «le femministe» degli anni ‘70 o da come ci immaginiamo che dovrebbero essere le nostre figlie. E viceversa, le forme di conservazione, tacitamento e autocensura che si annidano anche nell’emancipazione femminile o nelle agenzie deputate della politica democratica d’opposizione, partiti e informazione al primo posto.
A proposito di tacitamento. Il buono della condizione femminile, mi si risponderà, non è visibile, è nascosto dal modello dominante. D’accordo, ma a chi spetta renderlo visibile? Le amiche che lamentano il silenzio delle donne sono tutte donne impegnate con successo nei media, nelle università, nella cultura, nei partiti di sinistra. Mi chiedo e chiedo a loro: quanto siamo state negli ultimi decenni disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché «il modello dominante» fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso la parola femminile diventasse più autorevole, il pensiero femminista fosse registrato, la bellezza femminile non fosse colonizzata? Nei giornali, in Rai, nei partiti, nelle università, nei festival di filosofia e di letteratura, abbiamo fatto tutte e sempre la cosa giusta? Prima di evocare l’indignazione, che del lamento non è l’inverso ma la compagna, non sarebbe il caso di interrogarsi ruvidamente sulle pratiche quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà?
Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana attivamente combatte e occulta, ma non vanifica. Lidia Ravera scrive che la rivoluzione femminista «si è interrotta» e che bisogna di nuovo «portare i nostri corpi in piazza, contarsi per contare». «Contarsi per contare», Lidia lo ricorderà meglio di me, era una di quelle formule dell’antagonismo maschile che a un certo punto noi donne trovammo inadeguate e inefficaci e da cui ci separammo; e in un momento in cui il corpo femminile è sbandierato ovunque bisognerebbe che so, provocazione per provocazione, occupare una moschea col velo addosso, e chiedere agli uomini una bella manifestazione contro la «miseria del maschile» (Pitch) al governo. Piazza o no, è sulla «rivoluzione interrotta» che bisogna intendersi. Intellettuali solitarie da una parte, donne asservite allo sguardo maschile dall’altra: è questo il lascito del femminismo? Non sarei proprio d’accordo. Se Veronica Lario ha trovato un ascolto, se in tante ridono del re nudo, se questo stesso nostro dibattito oggi può avere luogo, è perché quella rivoluzione continua a lavorare.
Questo non significa, ovviamente, suonare la fanfara delle sue magnifiche sorti e progressive. Le rivoluzioni vanno avanti e vanno indietro, subiscono i contraccolpi delle controrivoluzioni conservatrici, si inabissano e rispuntano, come si diceva un tempo del femminismo, carsicamente. Ci sono nuove forme di illibertà femminile? Sì ci sono, e siamo tutte qui per combatterle. Non a partire dalla retorica del «siamo tornate indietro» però, ma dalle nuove combinazioni di oppressione e libertà, omologazione e differenza, asservimento e presa di parola che in trent’anni sono state generate. Per leggerle non ci basta il lessico democratico, né tantomeno il mantra dell’uguaglianza (uguali a chi, in tempi di miseria del maschile?). Ha ragione Mafai, e anche questo dibattito lo dimostra: «il ’68 ci perseguita» ed è sempre lì, alla congiuntura 68-femminismo, che bisogna tornare per misurare l’oggi. A patto però di non farne una riserva immaginaria buona per tutti gli usi. Né il 68 né il femminismo furono l’anticamera della teologia democratica oggi imperante: ne furono una critica spietata, l’indicazione puntuale delle opacità, dei poteri, delle trappole che la pretesa «trasparenza» democratica occulta. Cerchiamo di non dimenticarcene: spetta alle donne, oggi, salvare «questa» democrazia? (Il Manifesto 25 agosto 2009)
 

 Le donne che non vanno in piazza

Le donne che non vanno in piazza di Clelia Mori

 

     Dove sono le donne? Si chiede Nadia Urbinati su L'Unità e Lidia Ravera il giorno dopo parla di "rivoluzione interrotta" delle donne. Lo chiedono e lo affermano intervenendo sulla disastrosa situazione del pubblico della politica italiana deformata dal tutto privato, affari e sesso, del suo presidente del governo e sul silenzio quasi assoluto dell'opposizione, che scambia per moralistico, per non chiedersi altro, parlare di sessualità maschile e malattia e potere. Preferendo invece concentrarsi sul suo prossimo segretario piuttosto che cercare di essere anche un'alternativa di governo che sa mettere i piedi nel piatto dell'eros maschile e parlarne prima che distrugga del tutto il paese. Qualcun' altr* ha anche invocato una presenza femminista ritenuta invisibile

Condivido molte motivazioni di Urbinati e Ravera, ma non riesco a sentirmi in colpa perché non ho ancora pensato di andare in piazza come donna e non mi sembra neppure che la rivoluzione femminile sia così interrotta. Soprattutto quando i ragionamenti sulle donne le mettono indistintamente tutte insieme, in un unico fascio e non si fa un po'di cernita tra donne parlamentari di centro sinistra e centrodestra e le femministe e le donne che hanno cercato un posto al sole nel mondo degli uomini -portandovi dentro così piano la loro differenza, che i politici non si sono sentiti assolutamente parzializzati- e quelle che vivono una vita qualunque come ognuna di noi e le veline e le loro famiglie... Sembriamo improvvisamente diventati un paese di tutte veline o tutte escort a qualsiasi età. Notare che abito in Emilia, ma non conosco neppure una velina, nonostante ce ne siano così tante a leggere la stampa e a guardare la TV...
Ma lo sconforto è tale che ragioniamo quasi come vogliono farci ragionare, guardiamo il dito e non la luna. E così passa che siamo tutti* uguali, un potere vale l'altro anche se è patriarcale. Rassicurando in un colpo solo maschilisti di governo e di parrocchia e anche quegli uomini dell'opposizione che "non amano" le loro donne...

Mi rendo conto che invocare le femministe contiene anche la denuncia di un bisogno di parola che si ritiene servirebbe, così come ci è servita in tutti questi anni per andare tranquille per il mondo senza troppo pensare. Tanto c'erano loro che continuavano a farlo e noi potevamo badare alle nostre cose. Ma ho la sensazione che cogliamo anche l'occasione per pareggiare il conto con queste sessantottine che dicono di non aver mai mollato e poi quando è ora non si vedono. O forse non si vogliono ben vedere. Rimane comunque utile qualcuno da invocare che al momento del bisogno non c'è a toglierci le castagne dal fuoco, magari criticandole. Mi sembra un poco da capro espiatorio la faccenda. Anche se io le trovo le parole delle femministe, quando voglio, ma i giornali fanno più fatica e non riesco a capire perché, se ci riesco io.
Comunque, pur camminando sul crinale tra femminismo e femminile e politica, in piazza ci tornerei anche, ma non riesco bene a capire per far cosa. L'ultima volta che ci sono andata, era nel 2007 contro la violenza maschile alle donne. Subito dopo è stato tutto un attacco, persino delle giornaliste donne più accreditate, alle organizzatrici del corteo e sul loro nostro concetto di democrazia perché le politiche volevano approfittarsi del successo della manifestazione e le organizzatrici non l'hanno permesso...Non è servito a nulla allora, perché i nostri politici hanno letto solo la querelle e di donne ne muore ancora una ogni tre giorni, a cosa servirebbe ora con questa opposizione? Non sarebbe meglio chiarire bene e invece che prendersela con tutte, chiedere alle politiche del centro sinistra conto del loro quasi silenzio, stando nei luoghi di potere?

E poi, credo si sia sottovalutata la questione che sono state le donne - rappresentando tutto l'immaginario femminile del maschile con in ordine : una moglie, una escort, una figlia - a far esplodere quello che gli uomini della politica tutta e della religione non riuscivano o volevano far emergere e non credo che se la rivoluzione femminile - quella più riuscita del '68 - fosse davvero interrotta, come dice Lidia Ravera, oggi soprattutto questo tipo di donne, che Nadia Urbinati chiama private, sarebbero riuscite a far emergere tanta "malattia" individuale e di potere, soprattutto maschile.
Basta ascoltare il silenzio, che non è di tutte, degli uomini all'opposizione -gli strepiti difensivi del centrodestra sono da copione e dicono solo del desiderio di potere a tutti i costi- per capire chi è che ha un problema di gestione della propria sessualità, così ben evidenziata dal capo del governo e della nostra democrazia."Malato", l'ha definito la moglie e nonostante sia stato dimostrato quanto sia vero, da registrazioni varie, quasi nessuno ci torna su. Perché?
Perché non chiediamo conto come donne, invece che alle donne e alle femministe, agli uomini come suggeriva Chiara Saraceno?
A quasi tutti gli uomini, perché in giro alcuni ci sono che ripensano la loro differenza, ma come le femministe, non vengono interpellati dai midia. Si preferisce percorrere la strada che vuole il centro destra e perpetrare una mai risolta questione sessuale del maschile.
Ma non la possiamo percorrere anche noi donne, soprattutto incolpandoci di non andare in piazza e sentendoci tutte veline e magari non chiedendo a chi è direttamente coinvolto: gli uomini di segnare la propria differenza dal premier e da questa idea fallimentare di maschio.

Non è un problema nostro questo degrado democratico in cui viviamo.
Noi viviamo gli effetti collaterali di un maschilismo irrisolto che deve portare gli uomini non malati ad andare loro e per primi in piazza a prendere le distanze dal loro nostro capo del governo, massimo rappresentante pubblico del loro sesso.
Sono loro che dovrebbero indicare ai loro figli l'esempio della loro differenza da questo uomo, per fare in modo che in nessuna maniera possano essere influenzati da un tale inutile modello .
Chiediamo quindi, e io lo faccio nel mio piccolo, a tutti quelli che pensano di non assomigliare a S.B. di dircelo pubblicamente.
Solo allora avrà un senso per me tornare in piazza, magari al loro fianco, per ridefinire uno spazio pubblico che ci appartiene: la democrazia.
O no? (www.aprileonline.info 23 agosto 2009)


 

 

 Il documentario "Il corpo delle donne"

 

 

 Falci energiche per un ottimo raccolto

 

Ragionare insieme su quali prospettive per l'Italia, l'Europa e il mondo.

Partecipa Paola Pellegrini, responsabile  nazionale cultura PdCI

Organizzano Le Falci Rosse - Coordinamento donne laiche, comuniste, anticapitaliste

mercoledì 29 luglio 2009 alle ore  17 ad Arezzo in Piazza S. Agostino

 

 

 Pensioni nella PA: e le donne "fanno cassa"

di  Ida Rotano

 Pensioni nella PA: e le donne     

Il governo ha messo a punto l'emendamento al dl anticrisi che equipara l'età pensionabile tra uomini e donne nel pubblico impiego, rispondendo alla condanna della Corte di Giustizia Europea (lo scorso 13 novembre 2008, ndr). Il requisito anagrafico viene incrementato gradualmente, a partire dal 1° gennaio 2010, di un anno ogni due anni, fino al raggiungimento dei 65 anni. Il no di Vittoria Franco (Pd) e del Prc. Sul fronte sindacale,  ancora sola la Cgil: "La parità tra uomo e donna deve partire e realizzarsi dall'accesso al mercato del lavoro e non può partire dall'ultimo passaggio". Via libera da Cisl, Uil e le altre organizzazioni sedute al tavolo di palazzo Chigi

L'attuale normativa prevede che le lavoratrici pubbliche possano andare in pensione di vecchiaia a 60 anni, cinque anni prima degli uomini. Per le donne è, comunque, possibile proseguire volontariamente il lavoro fino ai 65 anni. Uomini e donne possono ritardare ulteriormente l'uscita di due anni facendone esplicita richiesta all'amministrazione di appartenenza. Ora, in risposta alla pronuncia della Corte di giustizia europea il Governo prevede di aumentare l'età minima a partire dalla quale le donne del pubblico impiego maturano il diritto al pensionamento di vecchiaia. Il requisito anagrafico viene incrementato gradualmente, a partire dal 1° gennaio 2010, di un anno ogni due anni, fino al raggiungimento dei 65 anni.
I nuovi requisiti diventano: 1 gennaio 2010 - 31 dicembre 2011 61 anni; 1 gennaio 2012 - 31 dicembre 2013 62 anni; 1 gennaio 2014 - 31 dicembre 2015 63 anni; 1 gennaio 2016 - 31 dicembre 2017 64 anni; Dal 1 gennaio 2018 65 anni.
I nuovi requisiti non si applicano alle lavoratrici che al 31.12.2009 hanno già maturato il diritto alla pensione di vecchiaia. In questo caso si prevede la certificazione del diritto acquisito da parte delle amministrazioni di appartenenza.

L'effetto della riforma riguarderà un numero crescente di lavoratrici, in ragione della gradualità dell'intervento e dell'effetto del parallelo aumento dei requisiti necessari per la quiescenza anticipata. Nei primi anni verrà coinvolta la sola coorte delle 60enni con anzianità contributive inferiori a quelle richieste per il pensionamento di anzianità. Gruppo che secondo l'Inpdap è stimabile in circa 3.500 unità nel 2010, 4.700 nel 2011 e 6.000 dal 2013.
A questa si aggiungeranno le coorti delle 62, 63 e 64enni fino ad arrivare nel 2018 a circa 8.500 lavoratrici. Le simulazioni condotte dall'Inpdap indicano che la nuova normativa porterebbe a un minor numero di pensioni nel 2018 pari a 30.041 e a una minore spesa cumulata tra il 2010 e il 2018 di circa 2.429 milioni di euro.

I risparmi derivanti dall'aumento dell'età minima per il diritto alla pensione di vecchiaia confluiranno in un Fondo istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, per finanziare ( a detta di Tremonti) "interventi dedicati a politiche sociali e familiari con particolare attenzione alla non autosufficienza".

Sul fronte politico, è da segnalare la dura critica espressa dalla responsabile pari opportunità del partito democratico, Vittoria Franco, che accusa il governo di "fare cassa sulle donne".
"Prima servono benefici per le lavoratrici", spiega l'esponente democratica. "E' chiaro che questa mossa con cui il governo intende innalzare l'età pensionabile per le lavoratrici del pubblico impiego è finalizzata solo a fare cassa. Quello che era un risarcimento si tradurrà per le donne in una doppia penalizzazione, e noi non lo accetteremo".
"Se non ricordo male - sottolinea Vittoria Franco - quando espresse la sua volontà di innalzare l'età pensionabile delle lavoratrici, il ministro Brunetta si impegnò chiaramente a reinvestire i proventi di questa operazione in favore delle donne. Cosa dice dunque ora di il ministro della Pubblica amministrazione di questa improvvida operazione del governo sul decreto anticrisi? Le considerazioni da fare sono due - continua -. La prima è che non si interviene sulle pensioni per decreto, ma discutendone in Parlamento. La seconda è che l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne deve vedere come beneficiarie proprio le donne, perché può essere accettabile solo a patto di puntare, prima, alla parità tra i generi lungo tutto l'arco della vita lavorativa.
E' necessario un welfare moderno, che consenta alle donne di lavorare, fare carriera ed essere madri. E' necessario incentivare la crescita dell'occupazione femminile. E' necessario operare attivamente per la parità salariale. E tutto questo prima, o al massimo nel mentre, si innalza in modo graduale e facoltativo l'età pensionabile delle lavoratrici del pubblico impiego. La nostra proposta,- spiega infine la parlamentare piddina - contenuta in un disegno di legge, prevede investimenti sul lavoro femminile, sulla tutela della maternità, per rendere i congedi parentali più convenienti per i padri, per istituire più asili nido e servizi alla persona e alla famiglia. Se da questa operazione si prevedono risparmi consistenti, anche scaglionati nel tempo, è giusto che ne beneficino le donne, è inaccettabile che i soldi vadano altrove, come invece si ipotizza".

Per Rifondazione comunista è un governo "vigliacco" quello che aspetta il mese di luglio per allungare l'età pensionabile delle donne. "E' un governo vergognoso quello che dopo aver tagliato pesantemente tutto il sistema di welfare con la manovra triennale, cioè dopo aver peggiorato ulteriormente la condizione delle donne su cui ancora si scarica la maggior parte del lavoro di cura, per soprammercato vuole allungare l'età pensionabile delle donne,  dichiarano Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se, e Roberta Fantozzi, esponente della Segreteria nazionale e responsabile dell'area Lavoro e Welfare. "Il governo - accusano - mira ad eliminare il solo riconoscimento del doppio lavoro che le donne quotidianamente svolgono. Né l'intervento, se si concretizzerà con un provvedimento legislativo, si fermerà al solo settore pubblico. La sentenza della Corte di Giustizia a cui si è giunti a causa delle risposte lacunose e omissive che il II e III governo Berlusconi hanno dato ai rilievi avanzati dalla Commissione Europea, non obbliga affatto ad un intervento di tale natura. E' la volontà del governo di scaricare i costi della crisi su lavoratrici e lavoratori, nel mentre si condonano i grandi evasori, è il disegno sessista e classista che persegue che stanno alla base dell'ennesimo attacco ai diritti delle donne.

Le norme introdotte dal governo in materia previdenziale incassano l'opposizione della Cgil dopo l'incontro di oggi a Palazzo Chigi ed un sostanziale via libera dalle altre parti presenti al tavolo. Per il segretario confederale Cgil Morena Piccini si tratta di provvedimenti che ci porterranno "a lavorare di più per prendere di meno. Si tratta di un sistema iniquo a cui ci opporremo in tutti i modi".
Riguardo all'innalzamento dell'età pensionabile per le donne che lavorano nella pa per la Piccinini "non si potà' certo fermare a loro questo innalzamento. Per la sindacalista della Cgil si deve "ritornare ai criteri di flessibilità per la parificazione uomo/donna contenuti nella legge Dini ed avviare una discussione approfondita sui coefficeinti per i giovani".

D'accordo con le nuove norme invece la Cisl e la Uil. Per Domenico Proietti della Uil le norme rappresentano un "utile contributo" per stabilizzare il sistema previdenziale italiano già di per sè stabile. "Collegare l'età pensionabile - ha detto - alle aspettative di vita dà stabilità al sistema. Quello che abbiamo chiesto è che i risparmi siano destinati a migliorare il sistema previdenziale, rivalutando le pensioni in essere. E che ci sia un intervento sui lavori usuranti".
Per Maurizio Petriccioli della Cisl "questo provvedimento (ancorare l'età alle aspettative di vita, ndr.) è molto utile per stabilizzare il sistema previdenziale. Abbiamo insistito però che si tenga conto della coesione sociale e delle responsabilità che tutti i soggetti devono avere nel sistema previdenziale".

Alcuni distinguo dall'Ugl che sull'età pensionabile delle donne chiede "al governo che si faccia uno sforzo in più - ha detto Nazareno Mollicone - per distinguere tra le lavoratrici e le madri lavoratrici per le quali la cura dei figli si aggiunge agli altri carichi familiari". L'Ugl ritiene che si debba valutare un bonus in termini previdenziali per i periodi di maternità. Quanto poi all'automatismo tra età pensionabile ed aspettative di vità per l'Ugl si dovrà "ampliare la discussione per dare stabilità anche ai futuri pensionati, quindi ai giovani che ad oggi non hanno non hanno certezza di un futuro previdenziale dignitoso".(www.aprileonline.it 18 luglio 2009)


 

 Il femminile non si può by-passare

 

di Clelia Mori


Il femminile non si pu� by-passareE' la dimostrazione che il femminile non si può by-passare come un ornamento del letto o della politica, meno che mai della democrazia.
Lo sconforto che mi e ci prendeva come donne quando ne parlavamo pensando alla politica della differenza sta diventando per la destra un boomerang. Si sta dimostrando che persino il trattarci come merce non serve a emarginarci, a rendere invisibile i nostri desideri e la nostra libertà, a ridurci al silenzio anche se non ne parliamo tanto, e che non basta a nessun* che le merci vengano poi nobilitate passandole al parlamento italiano o europeo. Le donne anche come merci colpiscono sempre, sono un pericolo se maneggiate male e persino l'affidabilità politica di un uomo di governo, che informa de-formando tutta la comunicazione dell'azione pubblica e politica, può venirne colpita. Forse, ma potrebbe essere anche una mia ipersensibilità, scricchiola perfino un modello di comunicazione visto che il premier deve spingere le industrie a farsi affidare pubblicità per le sue tv, con la scusa che certi giornali gli remano contro.
Profondi scricchiolii, non solo legati alla crisi internazionale, si sentono nel castello mediatico e politico del sovrano, scuotono alla radice il modello del sistema di potere e di pensiero che si è andato affermando in questi ultimi 15 anni: il famoso "ciarpame politico", di purtroppo antichissima data.

Non si capirebbe altrimenti perché una donna oggi può prendere per mano pubblicamente, perfino in Iran, il proprio compagno candidato alle elezioni presidenziali, scuotendo profondamente l'immaginario locale che scende in piazza contro il regime per difenderli spingendo uomini e donne a morire, e non dovrebbe succedere nulla in Italia se un presidente del consiglio si fa mandare a palazzo donne a pagamento come "utilizzatore finale" - da uno che sembra traffichi con la droga - e se la moglie dice che è malato e che nessuno ha voluto aiutarlo? Addirittura il suo avvocato personale afferma per difenderlo, con un macio colpo di genio, che non ha bisogno di donne a pagamento perchè potrebbe averne in grande quantità, gratuitamente.
Quantità non qualità, ha detto...

E' proprio vero, il pubblico e il privato, finalmente entrambi pubblici hanno proprietà destabilizzanti se il privato non è garante della qualità del pubblico, soprattutto nel guidare un paese e hanno avuto ragione le femministe del ‘68 a pretendere stessa dignità e visibilità per entrambi, qualsiasi faccia abbiano. Sono tra loro profondamente intrecciati anche se illuminati in maniera diversa e la differente illuminazione mi pare la spia più evidente della loro non comune importanza. Persino il bisogno del buio e del silenzio del privato pubblico, fino ad oggi richiesto a gran voce, racconta la difficoltà del dire apertamente aspetti di sé che si vogliono velare per le conseguenze che potrebbero manifestare nell'interpretazione dell'azione pubblica. E' a questo punto che il privato diventa una garanzia per il pubblico.

Lo avevo però immaginato arrivare tra noi in modo meno traumatico e più pulito e mi sentivo vagamente smarrita dalla qualità del suo arrivo in piazza. Forse quello che mi prefiguravo era l'aspetto finale del lavoro del privato sul pubblico e sul singolo e per questo non ho riconosciuto subito la sua importanza. Ma giunti a questo punto della narrazione il privato, presidenziale, mi dà meglio la misura del suo bisogno nel pubblico per garantire un paese.
E, se il meccanismo non è più sopportabile nemmeno per la moglie che parla per lui addirittura di malattia, perché mai dovrebbe esserlo per una intera comunità nazionale?
Questa questione della malattia che i suoi -per opportunismo personale e politico, non hanno mai voluto vedere per quello che è, nell'intento di non dar credito alle parole dirompenti di una moglie che ha invece dimostrato il potere, la sincerità, la forza e il dolore della sua parola- hanno preferito sbandierare come esibizione di tarda virilità maschilista, sta comunque distruggendo dall'interno la credibilità del loro sistema di pensiero e di governo senza nulla togliere alla pericolosità del suo star male. Anzi, così facendo, hanno acuito l'inquietudine comune sullo stato di salute psicologica e fisica del presidente.

Ma il nascondimento della malattia presidenziale, nel groviglio attuale, inquieta anche per un altro motivo: è la cosa di cui si parla meno tra gli uomini, nonostante la sua pericolosità. E allora mi chiedo se può essere tanto forte anche in politica il legame maschile sulla virilità, da permettere un ribaltamento di lettura della malattia del capo del governo, che comunque non si riesce ad oscurare, senza rendersi conto del potenziale distruttivo del ribaltamento stesso? Pesa così tanto il legame oscuro, difficile da indagare, tra virilità e corpo maschile e corpo delle donne da nasconderlo dentro come un demone irrisolto nel legame con la prostituzione? Lo squilibrio virile con sé stessi e nella relazione con una donna, si equilibra pagando? Cercando di comprare una virilità da chi, comunque, non l'ha da vendere? Senza responsabilità e "false ipocrisie" come diceva Corrado Augias in una risposta nella sua rubrica, su Repubblica alcuni anni fa. Può l'irresponsabilità virile malata, elevata a sistema dal presidente, diventare garanzia di governo retta da continue improvvisazioni di verità?

Preoccupa questo nascondimento maschile della malattia del presidente su cui sorvola persino Vittoria Franco. Sembra le basti chiedergli, con una qualche studiata furbizia parlamentare su Aprileonline di sabato 20, che venga a riferire in Parlamento, giocando sull'impossibilità di dire lì il falso, per smascherarlo. Mi chiedo se è così difficile fare un discorso pulito sulla sessualità maschile e femminile e il potere politico dentro e fuori le istituzioni parlamentari?
In gioco non c'è solo una questione di ricattabilità del presidente, ma lo squilibrio di una persona che ci si rifiuta di vedere psicologicamente molto malata, incapace di controllo su di sé e capace invece di condizionare il governo per giustificarlo e che detiene, pericolosamente per tutt*, pieni poteri nel nostro paese.

Non si tratta più di disquisire sulla possibilità di poter parlare o meno del privato, ma di prenderne atto per le pericolose conseguenze che per noi potrebbe avere, invece che stendervi su questo pietoso e pruriginoso silenzio, visto che non si riesce a chiuderlo neppure tra le pareti dei palazzi governativi e così profonda è la sua essenza intima da poter portare a rischio un paese.
Credo sia da ripensare urgentemente la relazione tra donne uomini e potere in Italia, dagli uomini soprattutto ma con un occhio attento a quello che le donne confliggono con loro se non vogliono aggiungere una ulteriore crisi al paese per la difesa di una stantia visione maschile.(www.aprileonline.info 22 giugno 2009).

 

 

 Il corpo della donne

 

mg.red

Ospito volentieri in questa pagina, di solito scritta da donne, quanto scritto da questo compagno, perchè mi pare davvero interessante e oggetto di riflessione collettiva.

di Massimo Campus

Leggendo un interessante articolo di Gad Lerner che compare oggi su Repubblica sono giunto ad un notevole filmato che compare su www.ilcorpodelledonne.com e visto che il potere di questo nuovo Napoleone-Peron-Don Rodrigo che ci governa è stato costruito sul corpo delle donne, usato come grimaldello per riportare indietro l'orologio dell'Italia di 60 anni, ad un'Italia da bordello anni '50... credo che ci sarebbe di che discutere tra di noi. Soprattutto per vedere se è vero o no che pure tra di noi sta prevalendo nuovamente questo modello di vita, di donna, di potere. Se non studiamo il potere, la sua fenomenologia attuale, il modo come viene amministrato e somministrato, non capiremo mai com'è stato possibile cadere nel baratro dove ci troviamo. E non basta, per noi, credere che è solo colpa degli "altri"...non basta pensare che il crollo del Pci abbia innescato la mina.... privando noi e gli italiani del più formidabile strumento di critica della società e di formazione collettiva che è stato quel Partito. Dovremmo, almeno noi maschi, ricominciare un pò di sana introspezione su cos'è che ci divora, su qual è  questo modello di società e di rapporti umani che da Neanderthal ad oggi non siamo stati capaci di modificare. La divisione dei ruoli e dei compiti...

Insomma: che diavolo di rivoluzione vogliamo mai fare se   cambiamo soltanto la cornice ma il dipinto poi rimane sempre lo stesso?

Sarebbe utile confrontarci. Altrimenti non usciremo mai da questo vicolo cieco. La lotta di classe deve costruire non solo la critica della contraddizione tra capitale e lavoro, ma anche il modo in cui questa contraddizione si sviluppa e come è possibile contrastarla proprio a partire dalle donne. Perchè è appunto anche sul loro corpo che il capitale e chi lo costruisce e sostiene si forma e si rafforza. (25 maggio 2009)
 

 

 

 Veline, venduti e nani

di Marica Guazzora 

Si fa un gran parlare in questi giorni sui media  delle veline indicate dall’imperatore quali candidate alle elezioni europee per il Pdl. Ci si domanda perché questo avviene, si colpevolizzano le interessate, insomma l’attenzione viene distolta da argomenti ben più importanti come la disoccupazione, le morti sul lavoro, l’aumento dei prezzi, la difficoltà a vivere  di gran parte di lavoratori e pensionati, per portarci invece a discutere di “nani e ballerine”.

Voglio spezzare una lancia a difesa della professione più vecchia del mondo, ogni donna è libera di esercitarla nel modo che più soddisfa i suoi interessi. La questione di fondo non mi pare questa, ma vogliamo invece parlare dei “velini” uomini? Perché ci si scandalizza, o si tenta di parlo passare per scandalo, che alcune donne decidano di utilizzare il percorso più comodo e veloce per la propria  sistemazione personale,  e non ci si scandalizza invece per quegli uomini che cambiano casacca ad ogni elezione, indossando quella che più li facilita nello stesso identico percorso di queste donne?

Che differenza c’è tra queste signorine e quei giornalisti che vendono la propria penna al potere e la cambiano ogni volta che il potere cambia?

Cosa c’è di nobile nel piegare la testa di fronte al padrone, nel levarsi non solo il cappello ma il più delle volte… i pantaloni?

Forse questi atti diventano nobili nel momento che sono gli uomini a compierli,  e se invece sono le donne a vendersi sono puttane?  Gratta gratta,  nonostante i percorsi di emancipazione femminile, per una certa mentalità comune,  la politica rimane cosa da uomini, le donne per lo più possono scodinzolare intorno. E non deve stupire più di tanto questa situazione, quali donne, quali uomini possono gravitare attorno al potere nel bel paese? Abbiamo un governo che agevola il massacro omofonico e razzista proponendo leggi disgustose e compie atti per distruggere la scuola pubblica invece di impegnare risorse per lo sviluppo della cultura della tolleranza e in compenso, si lava la coscienza facendo vincere l’Isola dei famosi ad un trans e il Grande fratello ad un rom.

Mi scusino i portatori di nanismo, non intendo certo insultare loro, ma i nani che ci governano non sono quelli seduti sulle spalle di giganti, ma invece sono quelli che, come dice una famosa canzone di Fabrizio De Andrè, hanno davvero il cuore, molto, troppo, vicino al buco del  c…..(30 aprile 2009)

 

 

Le falci rosse: Le donne comuniste chiedono unità

 

 La drammaticità della situazione mette in evidenza quanto il conflitto di genere sia paradigma del conflitto di classe:  precarietà fa rima con donna da sempre, e oggi diventa modello di riferimento, processo di parità inverso, con il quale anche gli uomini sprofondano  nell’incubo dell’incertezza del futuro.

La pratica della lettera di dimissioni in bianco pensata per noi donne, che questo governo ha immediatamente reso di nuovo lecita, comincia a riguardare giovani ragazze/i per dominarli con l‘incubo dell‘incertezza, come sono le donne straniere il simbolo di precarietà, schiave che legano il proprio destino alla vita dell’anziana/o.

La riforma del modello contrattuale, firmata da CISL, UIL e UGL, ci renderà povere ma anche poveri.

Con i tagli alla scuola si elimineranno posti di lavoro oggi occupati in prevalenza da donne, ma la riforma Gelmini renderà più ignoranti e precari culturalmente e socialmente bambine e bambine.

Precario è anche il nostro corpo: esibite come carne da macello in televisione o sulle pubblicità, oggetti da prendere anche con violenza, criminalizzate come prostitute per salvare i clienti, ci vogliono sempre più contenitori, delegittimando continuamente la 194 e decidendo con chi, se e quando accedere alla riproduzione assistita. Si arriva addirittura  mettere in discussione la presidenza della Repubblica e la Costituzione stessa pur di lasciare che il Governo, questo governo,  sia libero di scegliere della vita e della morte di ogni singola persona, come chiesa comanda (la chiesa, le donne e gli uomini che credono).

Noi donne comuniste vogliamo ritornare a decidere della nostra vita, a riprenderci i nostri diritti, essere protagoniste della difesa della libertà nostra e di tutti a cominciare da chi è sfruttata/o, da chi non ha speranza per il futuro. Siamo convinte che solo con una presenza comunista forte e autorevole nel paese ciò diventi possibile.

Per questo vogliamo l’unità dei comunisti, di tutti i comunisti organizzati nei partiti e no, soprattutto in questo momento, in cui si assiste ad un attacco spietato e senza esclusione di colpi alle forze comuniste, come dimostra la scelta concordata tra PD e PDL sullo sbarramento per le elezioni europee.

Chiediamo prima di tutto al PdCI e al PRC di tornare ad essere uniti nell’opposizione sociale, nelle lotte, nella costruzione di una moderna identità comunista, riflettendo sulle forme migliori di lotta e radicamento sociale. Quale lotta alla precarietà? Quale antifascismo oggi? Quale solidarietà internazionalista? Quale idea di scuola e lotta per l’istruzione? Insomma: come e dove si declina il nostro essere comunisti.

Riteniamo maturo il tempo per il superamento “sereno e laico” delle ragioni che portarono alla scissione del ’98, perciò lanciamo una proposta di lavoro comune in primo luogo a tutte/i le/i compagne/i del PDCI e del PRC, per superare le indecisioni e le deviazioni che al momento caratterizzano il movimento comunista, e andare decisi verso la ricostruzione del partito comunista.

La semplificazione del quadro politico italiano, tanto invocata dal Pd,  porta inevitabilmente al modello americano: la nascita di due partiti/schieramenti, entrambi schiavi delle lobbies che li finanziano,  non espressione e portatori di idee di società contrapposte, ma solo “due correnti di uno stesso partito”: quello della borghesia americana.

Veniamo da oltre un decennio di smantellamento delle conquiste dei lavoratori e delle loro rappresentanze politiche, la sinistra è stata sconfitta perché ha perso la battaglia di egemonia culturale nella società, ha abbandonato e smarrito il suo corpo sociale. Su questo va aperta la riflessione e quindi l’invito che rivolgiamo a tutti i compagni, in primis ai gruppi dirigenti del PRC e del PdCI, è di cominciare a porsi interrogativi e dare risposte sui temi di fondo, per cominciare a delineare il lavoro dei prossimi anni nel segno del radicamento nel sindacato e nei luoghi del lavoro e rispetto alle grandi battaglie per i diritti sociali e civili.

Siamo convinte che siano maturi i tempi per una nuova stagione dei comunisti in Italia, ci vuole, però, maggiore coraggio da parte del PRC e del PdCI in questa direzione, contro ogni tentennamento che va solo a scapito delle lavoratrici e dei lavoratori, dei giovani, degli anziani, degli immigrati e di tutta la nostra classe di riferimento, quella più debole e devastata dalla crisi economica.

Donne comuniste della Toscana 

Assemblea Regionale delle donne P.d.C.I.    Forum regionale delle donne del P.R.C.

 

Appello: Donne per una difesa del lavoro delle donne


da Rete28aprile

Per le adesioni - difesalavorodonne@gmail.com

L'impegno del governo Berlusconi per ridurre ulteriormente i diritti del lavoro salariato sembra puntare alle donne con particolare sadismo. La detassazione dello straordinario è stata finanziata con i fondi destinati ai progetti e ai centri contro la violenza. E' stata cancellata la legge contro le dimissioni in bianco. Si preparano l'abolizione del diritto alla pensione di vecchiaia a 60 anni, la riduzione del tempo dei congedi di maternità, un peggioramento delle condizioni del lavoro notturno.

Il problema riguarda nello stesso tempo movimento femminista e movimento sindacale, sindacati di base e CGIL, lavoratrici stabili e precarie, donne giovani e meno giovani.

Noi proponiamo prima di tutto di unire per un momento le forze, facendo cadere le obiettive distanze e pensando iniziative comuni o che vadano nella medesima direzione.

Proponiamo che le manifestazioni per l'8 marzo abbiano al centro i temi del rapporto tra donne e lavoro, respingano gli attacchi che si preparano e quelli già passati.

Non tocca a noi elaborare piattaforme, che del resto richiedono discussioni più approfondite di quelle che le nostre diverse appartenenze e i tempi stretti ci abbiano consentito.

Chiediamo solo a tutte l'impegno di un mese per discutere, elaborare e propagandare un progetto femminista di difesa delle donne che lavorano, si formano, sono in pensione o si preparano ad andarvi.

Avvertiamo l'esigenza di coinvolgere nella resistenza il numero maggiore possibile di lavoratrici e giovani donne in formazione. Pensiamo per questo che le sole manifestazioni dell'8 marzo non siano sufficienti.

Siamo consapevoli delle estreme difficoltà del momento e non vogliamo fare appelli velleitari per iniziative che non saremmo in grado di realizzare.

Ricordiamo solo che in altri paesi d'Europa il problema è stato affrontato (e talvolta anche con successo) facendo apparire sulla scena politica un soggetto femminista visibile.

Sono stati fatti presìdi di donne. Sono state organizzate marce da un luogo di lavoro all'altro e iniziative di teatro di strada nei principali quartieri delle città.

Nei primi anni Novanta in Svizzera uno sciopero di sole donne (in alcuni settori di pochi minuti e quindi sostanzialmente simbolico) è diventato un evento anche mediatico e ha garantito la riuscita di una grande manifestazione.

La costituzione di un soggetto femminile visibile che si faccia carico anche dei problemi del lavoro delle donne ci sembra oggi l'assoluta priorità. Per questo ci proponiamo di evitare due atteggiamenti. Quello di eccessiva prudenza in un momento in cui a star ferme c'è tutto da perdere. Quello che coniuga obiettivi di grande valore e spessore con pratiche settarie che riducono ai minimi termini la possibilità di praticarli.

Prime firme:
Margherita Napoletano (SDL intercategoriale, RSU San Raffaele, Milano) Delia Fratucelli (direttivo CGIL Piemonte) Margherita Recaldini (SDL intercategoriale, coordinamento nazionale, RSU Comune di Brescia), Eva Mamini (Direttivo provinciale FIOM Bologna) Donatella Biancardi (SDL Intercategoriale giunta Regione Lombardia, delegata RSU) Maxia Zandonai (giornalista, esecutivo nazionale USIGRAI) Rosella Manganella (SDL intercategoriale, coordinamento nazionale) Donatella Benini (operaia RSU, FILCEM, Brescia) Licia Pera (RDB/CUB ARES 118) 9 Rita Barbieri (RSU ITALTEL) Giuliana Righi (segreteria regionale FIOM, Emilia Romagna) Eliana Como (FIOM nazionale) Adriana Marafioti (RDB Università Statale di Milano) Vilma Gidaro (delegata RSU CGIL ICCU) Lea Melandri, Maria Grazia Campari, Rosa Calderazzi, Lidia Cirillo (Collettivo di Porta Nuova, Milano) Danila Baldo, Laura Coci, Rita Fiorani, Daniela Garibaldi, Emanuela Garibaldi, Elisabetta Invernizzi, Roberta Morosini, Danila Verdi (IFE) Sabrina Bagnaschi (Iniziativa Femminista europea) Nadia De Mond, Paola Manduca (Marcia Mondiale delle Donne) Chiara Bonfiglioli (ricercatrice) Giovanna Mancini (giornalista) Carmen Di Salvo (avvocata femminista) Laura Mulassano (Università Milano-Bicocca) Marilisa Verti (Associazione Lombarda Giornalisti) Francesca Zajczyk (Università Milano-Bicocca) Michela Puritani, Tatiana Montella, Angelita Castellani, Claudia Lo Presti, Elisa Coccia, Laura Emiliani, Cristina Giardullo, Sara Farris, Donatella Coppola (Collettivo femminista La Mela di Eva), Chiara Fornaro, Anna Maria Tallone, Stephanie Lugaldo, Iside Dogliani, Martina Riberto (Circolo Aura de Cor di Caraglio) Irene Sestili, Giulia Paparelli (Coordinamento dei Collettivi universitari, La Sapienza, Roma), Enrica Paccoi (Associazione Yakaar Italia-Senegal) Valentina Scopone, Anna Maria Appiano, Elisa Scardaccione, Giulia Baraldi, Paola Baronchelli , Luisa Stendardi, Pina Sardella, Rosalba Casiraghi, Renata Segalini,Albina Guizzo, Cristina Frongia, Grazia Musella, Michela Iocca, Clotilde Langella, Eva Marino, Daniela Loiacono Dolores Morondo (Università di Urbino) Chiara Siani, Nina Ferrante, Vera Guida, Alessandra Pirera , Lia Barillari, Tonia Cioffi(Collettivo Degeneri, Napoli) Collettivo Le Onde (Salerno) Francesca Feola, Marta Marsano, Maria Arcucci, Maria Rosaria Fiorentino, Giulia Marino (Collettivo lgbtq Tiresi@) Carmen Crispino (Collettivo lgbitq Sui generis, Roma) Roberta Martini, Valentina Violini (Famiglie Arcobaleno, Pinerolo) Tania La Tella, Daniela Amato (Centro Donna L.I.S.A.) Collettivo Primule Rosse (Cuneo) Donne delle Sinistra (Cuneo) (18 febbraio 2009)
 

 

Violenza sessuale, dramma individuale e speculazione collettiva

 

Le cronache di questi giorni ci parlano di violenza e stupri, e l'orrore, l'indignazione si spande a macchia d'olio tra le città e le coscienze.

Ma spesso ci si dimentica che di stupri e violenze non parlano solo le cronache di questi giorni, bensì le cronache di una, molte vite. I dati Istat sono sconvolgenti, e ci parlano di 14 milioni di donne vittime di violenza e questi dati ci dicono anche che il 69,7% delle molestie avviene tra le mura domestiche o da persone conosciute e ancora che la stragrande maggioranza di queste violenze non viene denunciata. Ci sarebbe di che riflettere, no?

E invece succede che dobbiamo aspettare che siano i grandi titoli sui giornali, gli strilli al telegiornale a farci gridare all'orrore, aspettando che altre notizie ritenute più importanti nell'economia delle nostre vite gli lascino il posto. Troppo spesso ci dimentichiamo, o diamo per scontato -non so cosa sia peggio- che dietro i dati statistici e i titoli dei giornali si consuma il dramma fisico e psicologico di donne in carne ed ossa, vittime offese, tradite, umiliate, a cui una parte di sé è stata irrimediabilmente uccisa.

In modo sommario nell'immaginario collettivo il violentatore è figlio di povertà e degrado o, ancora peggio è lo straniero che «invade le nostre città», «ruba il nostro lavoro», «violenta le nostre donne», anziché essere un fenomeno drammaticamente trasversale, per età e posizione sociale. E sempre nell'immaginario collettivo lo stupro diventa più o meno grave a seconda di chi lo compie. La questione stessa del linciaggio verso il branco straniero, come abbiamo visto per l'episodio di Guidonia, e la difesa del ragazzo italiano che ha stuprato una giovane alla festa di capodanno alla Fiera di Roma, che compiono lo stesso orribile reato, è un segno dei nostri tempi e della speculazione mediatica e politica che ancora si fa sul corpo delle donne.

Una cosa è certa: segni indelebili della violenza ricorderanno per sempre ad una donna il persistente sfruttamento sociale e culturale a cui il carnefice la vuole ricondotta, la subalternità individuale e sociale a cui la cultura maschilista la vuole relegata.(www.larinascita.org 11 febbraio2009)

 

 

Ricevo dalla Casa delle donne di Torino

Eluana, varato il decreto


Sfida al Quirinale: "Napolitano firmi o cambio la Costituzione"

Il Consiglio dei ministri, dopo lunga discussione, ha varato all'unanimità un decreto che ordina di proseguire l'alimentazione fino all'approvazione di una legge su testamento biologico. Berlusconi: "Non voglio la responsabilità della morte di Eluana". Scontro con il Quirinale. Napolitano: "Un provvedimento d'urgenza non si può varare in contrasto con sentenze passate in giudicato". Ma Berlusconi replica duro: "Il presidente della Repubblica firmi o cambieremo la Costituzione sui decreti d'urgenza. Convocherò il Parlamento per approvare entro tre giorni una legge che contenga la norma sull'idratazione e l'alimentazione prevista dal decreto". Il Vaticano: "Il governo ci ha ascoltato". Nella clinica "La Quiete" di Udine è iniziato questa mattina la riduzione graduale dell'alimentazione e dell'idratazione ad Eluana. ( 6 febbraio 2009)
 


DOMANI 7 FEBBRAIO DALLE ORE 11 ALLE ORE 13 TROVIAMOCI TUTTI AL PRESIDIO ORGANIZZATO A TORINO IN P.ZZA CASTELLO DI FRONTE ALLA PREFETTURA PER MANIFESTARE TUTTA LA NOSTRA INDIGNAZIONE  CONTRO IL  DL VARATO OGGI DAL C.D.M. SU ELUANA ENGLARO
 

 

La violenza che si fa e non si dice


di Lea Melandri

La violenza che si fa e non si diceTutti quelli che si sono affrettati a commentare con sdegno l'uscita di Berlusconi su stupri e misure di sicurezza - "ci vorrebbero tanti soldati quante sono le belle donne italiane"- sembrano dimenticare o far finta di non sapere che in questa, come in altre volgari, irresponsabili "battute" del presidente del Consiglio, si esprime quel sentire comune, largamente diffuso, quanto meno tra gli italiani (e sicuramente anche tante italiane), che gli ha creato finora un indiscusso -e altrimenti inspiegabile- consenso.

La sua sfrontatezza e impunità è evidentemente liberatoria per tutto ciò che si pensa, si fa, e ipocritamente non si dice. Bisogna allora riconoscergli, in questo caso, il "merito" di aver portato allo scoperto, col suo "maschilismo da bar" -l'attribuzione alle donne della provocazione sessuale- l'aspetto più evidente e paradossalmente più rimosso dell'aggressione che ha per oggetto il corpo femminile, e cioè che la violenza è fatta da uomini, in quanto tali, per cui ogni tentativo di stornarla su problemi di sicurezza e immigrazione, è vergognosamente falso.

Se ci indigna che esca dalla bocca di una delle più alte cariche delle Stato il pregiudizio antico su cui ancora si regge il dominio maschile -che le donne sono o "madri" o "puttane"-, non di meno dovrebbe risultarci intollerabile l'arroganza ipocrita di parlare d'altro, di mascherare una verità che è sotto gli occhi di tutti, dimostrata dell'intera classe politica di questo paese, dei suoi organi di informazione, dei suoi ceti intellettuali, dei suoi professionisti della cultura, nonostante per altro siano stati resi pubblici ormai da anni dati numericamente impressionanti sulla violenza domestica (che si tratti di stupri, omicidi o maltrattamenti) e nonostante le manifestazioni, gli scritti, le prese di posizione di gran parte del femminismo italiano.

Tor di Quinto non ha insegnato nulla, la parola "sessismo" non entra nel lessico politico né della destra né della sinistra, del maschio che aggredisce, stupra e uccide, non è il sesso che conta ma l'appartenenza etnica, la patologia, lo statuto della trasgressione o della delinquenza. Si spinge l'attenzione pubblica a tener fermo lo sguardo su strade, città, campagne, ad accanirsi inutilmente su opzioni sicuritarie di cui si sa già l'inefficienza, perché a nessuno venga in mente di farsi le domande più razionali e più semplici: perché gli uomini uccidono? Perché il luogo primo della violenza maschile, anche di quella che si manifesta all'esterno delle mura domestiche, è la famiglia? Quanto conta l'ambigua "potenza" e "seduzione" che viene attribuita ai corpi femminili che partoriscono, alimentano, curano figli, mariti, fratelli, nel perdurare di una "virilità" confusa col potere, col controllo, o con l'aggressione? Quanto contribuisce a mantenere l'ignoranza del rapporto tra i sessi una scuola che ignora corpi, sentimenti, pulsioni, sogni e incubi ereditati dall'infanzia, dai primi rapporti col mondo adulto, con la cultura dominante?

I movimenti che quarant'anni fa hanno provato ad avviare processi formativi e pratiche di una politica capace di "andare alle radici dell'umano", partendo dalla famiglia e dagli asili, sono stati cancellati persino dalla memoria della sinistra, moderata e "rivoluzionaria", e non c'è da meravigliarsi che sia oggi la maggioranza al governo a ricordarsene e a tentare di eliminarne persino le tracce.

Il fatto che Berlusconi abbia associato lo stupro alla bellezza, ben sapendo che purtroppo la violenza sessista non ha queste premeditazioni estetiche, è un lapsus a cui si può dare una spiegazione. La cultura di massa, volgare e sbracata come le sue esternazioni, passa attraverso uno schermo televisivo che elargisce anatomie femminili in abbondanza e a ritmo continuo, corpi esposti, offerti, sia pure virtualmente. Offerti a che cosa? Al desiderio maschile, all'invidia femminile, all'imitazione o anche, perché no, al possesso violento, a odi nascosti, inconsapevoli, di quelli che vediamo "normalmente" come teneri figli, padri, amanti, mariti?

Alcuni giorni fa, non ricordo più su quale delle reti di Mediaset, in un grazioso salottino di composte signore e signori si giocava a uno strano indovinello: su uno schermo passavano culi, tette e labbra e i presenti dovevano indovinare a chi appartenevano. Per essere riconosciuti si dava per scontato che questi frammenti anatomici fossero stati più volte esposti, sottolineati dallo stesso sguardo voyeuristico come parti per l'intero. Perché un bambino, bersagliato da corpi femminile ammiccanti non dovrebbe crescere con l'idea che le donne sono essenzialmente corpo e non persone, oggetti da comprare, consumare come le merci con cui vengono identificate? La barbarie del violentatore, dell'assassino di donne, è la stessa che le ha espulse dalla vita pubblica, che ancora le tiene lontane dai luoghi in cui si pensa, si discute e si decide sulla comune convivenza, che le vuole madri o seduttrici o comunque subalterne al sapere e ai linguaggi dell'unico sesso che si è fatto protagonista della storia.

L'emancipazione femminile purtroppo oggi parla quasi esclusivamente al "neutro", attenta a quelle "oscure carriere" di cui già si ram