Le colpe dei padroni, i
ritardi della sinistra e il ruolo dei comunisti
di Marina
Alfier,
segreteria
Federazione PdCI
Venezia-Mestre
“Pansac”,
triangolo
industriale
lombardo-
veneto-emiliano, 800
lavoratori rischiano
il posto di lavoro
Pansac, Nuova Pansac,
Pansac
International; sono
questi i nomi che
decretano un decorso
inesorabile di una
grande fabbrica, con
più di 800
lavoratori, nel
triangolo
industriale
lombardo-veneto-emiliano,
del settore chimico
della
gomma-plastica.
Una realtà florida,
produttiva, in
ottima salute e con
solide prospettive
per il futuro se non
fosse che, quattro
anni fa, il suo
vivace proprietario
Lori combina più di
qualche pasticcio
finanziario e più di
qualche intrallazzo
con il
“Mantovacalcio” e
non solo; la
fabbrica va in
malora e gli 800
dipendenti, con
rispettive famiglie,
sono per strada.
Comincia il balletto
degli scorpori
societari, dei
finanziamenti
bruciati
all’istante, dei
possibili
compratori, delle
istituzioni
pubbliche incapaci
di assumere un
ruolo, delle troppe
latitanze visibili;
e si arriva all’oggi
con i lavoratori e
le lavoratrici senza
cassa integrazione
da novembre e senza
alcun reddito; con
le banche non più
disponibili a
sborsare quattrini
in assenza di un
piano industriale e
l’azienda che sta
solo aspettando che
sia decretato il
fallimento.
Fine annunciata di
una fabbrica in
buone condizioni e
con notevoli
prospettive di
sviluppo.
E’ una vertenza
sofferta quella
della Pansac,
soprattutto nel
portogruarese, terra
di braccianti e
contadini, ma anche
terra dove si è
vissuto per decenni
uno degli esempi
storici
dell’industria
fordista come la
Marzotto, che ha
forgiato questo
territorio; qui il
rapporto
padrone-operaio è
sempre stato di tipo
paternalistico; qui
ci si è abituati a
pensare che il
padrone si prende
sempre cura dei suoi
dipendenti e non li
lascia al loro
destino…..Ecco
perché la chiusura
della Pansac è stata
un colpo al cuore
per questa terra e
per la sua gente.
L’impatto con quel
muro di gomma
ostentato
dall’azienda decisa
a chiudere i
battenti ad ogni
costo, senza sentire
ragioni, senza
accettare uno
straccio di idea e
di proposta ha
generato sentimenti
di ansia e di
sconforto tra i
protagonisti di
questa vicenda; li
si percepisce tutti
questi sentimenti
parlando con le
donne e gli uomini,
la gran parte non
più giovani, che
hanno passato la
loro vita dentro a
questa fabbrica;
talvolta ci sono
perfino più membri
della stessa
famiglia a
lavorarci.
C’è la donna di
quasi 50 anni, ormai
vecchia per trovare
un altro lavoro ma
troppo giovane per
aver diritto alla
pensione e con
davanti un futuro di
10 anni e più da
disoccupata; c’è il
padre di famiglia,
unico in casa a
lavorare, perché la
moglie il lavoro lo
ha già perso prima,
con i figli ancora a
scuola, uno è
all’università, uno
è già dottore ma non
trova da lavorare
…..e c’è il mutuo da
pagare e tutto il
resto………..E ci sono
i giovani, pochi a
dire il vero, che
per la prima volta
sperimentano, senza
saperlo la
solidarietà di
classe. E ci sono i
delegati sindacali
che non hanno più
risposte e che ti
raccontano i fatti
in sequenza, in una
sorta di notiziario
permanente, ti
dicono di una
cronaca dalla fine
scontata. Ecco
riassunte in breve
le nuove povertà di
un nordest ricco
sfondato fino a poco
tempo fa e dove
l’equilibrio si
rompe di fronte ad
una fabbrica che
chiude e ti manda in
miseria la gente che
vi abita.
Ciò che turba chi
non legge con
attenzione i dati
che la storia
fornisce e lo
snodarsi del sistema
capitalistico,
sottovalutandone il
camaleontismo, la
virulenza e
soprattutto la
capacità di
rigenerarsi sulla
pelle del mondo
intero, è questa
capacità
autodistruttiva
della stessa
proprietà privata;
ovvero i padroni che
uccidono le proprie
creature con le loro
stesse mani.
Pur volendo
considerare la
PANSAC una sorta di
anomalia, per le
modalità in cui ha
inizio la sua crisi,
si nota come il
paese sia pieno di
“floride attività
produttive” che in
poco meno di un
decennio finiscono
la loro esistenza
lasciando un
postmortem carico di
disoccupazione, di
lavoro nero e
clandestino, di nano
produzioni senza
regole, di contratti
atipici, di
caporalato
legalizzato,di
schiavitù.
Parlare di PANSAC
oggi vuol dire
parlare anche di
VINLYS, di
MONTEFIBRE, di
PETROLCHIMICO, delle
RAFFINERIE; vuol
dire parlare di un
polo chimico
industriale che a
Portomarghera è
stato per decenni
l’eccellenza della
produzione italiana.
Ora queste realtà
sono allo stremo
delle forze e ciò
che resta di loro
sono i disoccupati
arrampicati sulle
torri o sopra i
tetti come
dimostrazione
estrema di tutta la
loro impotenza.
Uomini e donne in
carne ed ossa,
tanti, troppi,
sempre di più.
Al di là della crisi
economica attuale il
disegno
capitalistico parte
da lontano e vede
proprio i potentati
economici svolgere
un ruolo
fondamentale nella
sistematica,
graduale
destrutturazione
delle grandi
fabbriche, dei poli
industriali come
Portomarghera, dei
cantieri navali,
cancellando tutto:
dalla produzione
alle
professionalità,
dalle qualificazioni
alla possibilità di
crescita, alle
stesse risorse
materiali ed
“umane”: tabula rasa
di uno sviluppo
industriale durato
un secolo dentro al
quale è nato e
cresciuto un
movimento operaio
forte, cosciente di
sé e delle sue
potenzialità.
Ad onor del vero e
senza remore non
possiamo omettere
che, in questo
contesto, hanno
avuto un ruolo
negativo perfino un
certo ambientalismo
di maniera, affatto
lungimirante e
perfino una certa
sinistra salottiera
incapace di proposta
e di progettualità;
così come un
altrettanto
sindacalismo con
visione puramente
assistenzialista non
si è opposto con
decisione a questo
decorso.
L’impoverimento
della struttura
industriale veneta e
soprattutto
veneziana non appare
dunque casuale.
Pur nella diversità
delle
caratteristiche la
grande e media
produzione vengono
colpite a morte per
mano degli stessi
padroni (privati e
pubblici),
concentrati a
polverizzare tutto
ciò che di
strutturato
esisteva, lasciando
i siti in abbandono
e delocalizzando
prima di tutto “la
testa” della
produzione e poi i
macchinari e le
strumentazioni;
questa scoperta
tutta capitalistica
di portare il lavoro
altrove sfruttando
una manodopera a
basso costo, resa
disponibile dallo
stato di bisogno e
povertà
determinatisi dopo
la caduta del muro
di Berlino e la
brutale penetrazione
capitalistica nei
mercati dell’Est
Europa, ha prodotto
giganteschi
profitti, intascati
tutti, fino
all’ultimo
centesimo, mai
redistribuiti e mai
reinvestiti. A tutto
questo si aggiunga
quella squallida
porcheria che si
chiama esportazione
di capitali
all’estero ben
orchestrata e
garantita dai
mercenari del
potere.
A guardare con
occhio attento,
Marchionne non ha
scoperto proprio
nulla di nuovo!
Le sue mosse sono
perfino prevedibili
se non fosse che si
sta muovendo in un
contesto di
dimensioni più ampie
come la Fiat in
relazione con il
mercato
statunitense.
Questo appare dunque
il quadro e mi viene
da dire,
parafrasando al
contrario il titolo
di un vecchio libro,
che “le stelle non
possono più stare a
guardare”.
E’ quanto mai
urgente uscire dallo
stato di pura
lettura e critica
degli eventi; è
necessario fare un
balzo in avanti sul
piano della proposta
perché la lotta
intesa solo come
dimostrazione e
rituale protesta non
basta più. I padroni
e lo stesso governo
tecnico ci snobbano
e per loro non siamo
più nemmeno
“interessanti”.
Per tornare alla
PANSAC mi chiedo
cosa sarebbe
accaduto se fin da
subito i lavoratori
avessero occupato
gli stabilimenti di
Bergamo, Mira,
Portogruaro,
Ravenna; se avessero
impedito la serrata
dei manufatti e
avessero continuato
la produzione
garantendo le
consegne? Cosa
sarebbe successo se
alla PANSAC fosse
stata garantita una
direzione aziendale
fatta da
specializzati e da
tecnici disponibili
a non farla morire?
E se la classe
operaia provasse a
“rompere” questo
percorso fatto di
modalità di lotta
che ormai usurate,
sono diventate
inconcludenti?
Ho maturato la
convinzione che sia
ora e tempo di
“osare di più”; di
andare oltre; di
pensare
concretamente a
proposte di fase che
rendano possibile
che i lavoratori
diventino padroni
del loro destino e
noi sappiamo bene
che per fare questo
c’è bisogno subito
dei comunisti
organizzati e di un
sindacato di classe.
Siamo già in ritardo
se pensiamo che fra
qualche giorno verrà
varata la seconda
parte della manovra
monti che metterà
mano all’art.18.
Possiamo ancora
stare fermi ad
analizzare la
schiera infinita di
disoccupati, giovani
e vecchi, senza
futuro?
(www.marx21.it 7
gennaio 2011)
Auguri per un 2012 di ... genere
In ricordo di Nori,
valorosa guerriera della 3a Gap
L’estremo
saluto reso in
quella triste
giornata di
novembre, da
centinaia di persone
assiepate dentro e
fuori dalla CdL di
Milano, alla
gappista Onorina
Brambilla Pesce, la
popolare “Nori”,
testimonia quanto
sia ancora radicato
il ricordo di chi
considera la
Resistenza il punto
culminante e più
avanzato tra quelli
che hanno segnato la
storia dei 150 anni
dell’unità
d’Italia.
Non c’è molto da
aggiungere alle
toccanti parole di
commiato ascoltate
in quel triste
pomeriggio. Solo
qualche nota a
margine del suo
bellissimo libro
“Pane bianco”,
pubblicato dalle
edizioni Arterigere,
una manciata di mesi
prima della sua
morte, nel quale
Nori ci ha narrato
la storia della sua
vita con la
disarmante
semplicità di una
donna comunista nata
e vissuta nel 900,
figlia di un secolo
nel quale
l’imperialismo e il
nazifascismo hanno
fatto subire ai
popoli del mondo
intero il massimo
della barbarie. Il
suo libro è stato la
sua ultima sfida
contro un apparato
mediatico impegnato
invece ad archiviare
nel museo degli
orrori la Resistenza
italiana ed europea.
Le pagine più
pregnanti sono
perciò quelle della
lotta partigiana
svolta in quella che
è stata la
formazione di punta
della guerriglia
urbana del Nord
Italia : la 3° GAP,
comandata da colui
che è poi diventato
il compagno della
sua vita, Giovanni
Pesce. Ed è
raccontando agli
studenti i passaggi
salienti del suo
impegno politico e
militare vissuti in
quei giorni di
fuoco, che Nori ha
saputo trasmettere,
ben più dei
reticenti libri di
testo, il
significato della
parola Resistenza.
Dal suo racconto si
avverte come gli
impulsi di un
internazionalismo in
via di formazione
fossero già presenti
nella giovane
comunista Nori.
Prima ancora di
arruolarsi nella 3°
GAP, le appariva
chiaro che la guerra
che stava
dissanguando
l’Europa e il suo
iniziale carattere
imperialista avesse
cambiato natura e
dimensioni dopo che
nel giro di due anni
tutto il continente,
da Capo Nord al
Mediterraneo e dal
Volga alla Manica
giaceva sotto il
tallone di ferro dei
nazisti. Diventata
totale, la guerra
non poteva non
assumere il
carattere di una
lotta di liberazione
comune di Stati e di
popoli, con sistemi
sociali e politici
diversi, saldamente
coalizzati contro il
pericolo mortale
rappresentato dal
nazifascismo. Perciò
una lotta con
profonde motivazioni
universali, la
civiltà contro la
barbarie e la
libertà contro la
schiavitù, che ha
coinvolto non solo
gli eserciti
combattenti ma gli
stessi popoli dei
paesi aggrediti
rendendoli
partecipi, con la
lotta armata, delle
vicende militari che
hanno sconvolto
l’Europa per cinque
lunghissimi anni. Le
sue speranze erano
ovviamente riposte
sull’Unione
Sovietica e sul suo
popolo che stava
pagando il maggior
tributo di sangue
alla liberazione dal
nazismo.
La percezione della
dimensione
internazionale della
guerra che si
apprestava a
combattere Nori la
racconta quando
parla degli scioperi
del marzo 1943 :
“Seguimmo giorno per
giorno, con
preoccupazione e
speranza, la
battaglia di
Stalingrado, dove si
combatteva casa per
casa. Quando
finalmente quel che
restava dell’armata
di Von Paulus si
arrese, fu un giorno
di grande gioia
perché capimmo che
le sorti della
guerra erano
definitivamente
cambiate”.
La Resistenza
italiana è durata
una manciata di
mesi, meno di 20. Il
tempo di un sospiro
rispetto alla lunga
vita che il suo DNA
gli ha preservato.
Ma è in quel breve
lasso di tempo che
una ragazza di 20
anni, piena di sogni
e di speranze come
tutte le sue
coetanee, trova il
coraggio di mettere
in gioco la propria
vita in uno dei
reparti più avanzati
ed esposti dei
moderni conflitti :
la guerra
partigiana.
Come tutte le guerre
anche quella
combattuta nelle
città occupate dai
nazifascisti non è
stata un pranzo di
gala ma una pratica
di lotta estrema che
devi imparare presto
e bene. Sei sola e
circondata da un
nemico che non fa
prigionieri. La
pistola e
l’esplosivo, gli
agguati e gli
attentati erano i
mezzi con cui
combattere
l’invasore che
occupava le città
con la potenza
soverchiante dei
suoi panzer, la
ferocia delle SS e
dei brigatisti neri
al loro servizio.
Sai che sotto quelle
divise ci sono belve
feroci che hanno
torturato, impiccato
i tuoi compagni di
lotta, hanno
incendiato e raso al
suolo villaggi,
massacrato donne,
vecchi e bambini
senza alcuna pietà.
Sai che se cadrai
nelle loro mani non
avrai scampo. Quella
ferocia Nori l’ha
subita quando è
caduta nelle mani
dei torturatori neri
e della Gestapo e
poi inviata incontro
alla morte nel lager
di Bolzano. Ed è
ricordando quel
terribile passaggio
che Nori ha
squadernato senza
ipocrisia lo stato
d’animo di chi, come
lei, ha scelto
giustamente di
combattere il
terrore spietato di
un nemico che non
faceva sconti ai
“soldati senza
uniforme” : “No,
non ho mai avvertito
un sentimento di
pietà nel corso
della lotta”.
“Quando i
nazifascisti
riuscivano a
prenderci ci
massacravano. Noi
non avevamo scampo.
E allora quale
avrebbe dovuto
essere il nostro
sentimento ? Era la
guerra, una guerra
spietata, lunga, a
tratti disperata. Di
qui il mio giudizio
che non è frutto
dell’odio ma di
quella partita
estrema in cui in
gioco c’era la
libertà”.
Nella parte finale
della sua vita Nori
ha dovuto purtroppo
subire quel torbido
processo di
revisionismo e
negazionismo che ha
preso di mira la
Resistenza italiana
declassandola da
“guerra di
liberazione” a
“guerra civile”,
riducendo le gesta
di chi l’ha
combattuta a episodi
di terrorismo e di
cieca violenza.
Snaturando
completamente il
contesto, e perciò
le sacrosante
ragioni, di chi ha
scelto la lotta
armata come sola
opzione possibile
per liberare
l’Italia
dall’invasore.
Ricordo, per inciso,
di avere parlato
dell’argomento nel
1966, con Gillo
Pontecorvo, (vecchio
compagno di lotta
partigiana),
all’uscita del suo
film, “La battaglia
di Algeri”, quando
ad una mia domanda
mi rispose che, tra
le tante ragioni che
lo avevano spinto a
raccontare la
resistenza del
popolo algerino,
aveva il fondato
timore che, prima o
poi, tutte le guerre
di liberazione,
inclusa quella che
avevamo combattuto
insieme, sarebbero
state catalogate
come terrorismo,
criminalizzate e poi
dimenticate.
Parole profetiche.
Il contagio della
rimozione si è
propagato a macchia
d’olio e i suoi
effetti collaterali
sono stati la
condanna della
violenza e
l’assunzione della
“non violenza” come
nuovo orizzonte
ideale, in ogni
luogo e in ogni
tempo, anche da
parte di una certa
“sinistra”. Ricordo
la grande delusione
di Nori quando
lesse, e commentammo
indignati, le parole
pronunciate da
Fausto Bertinotti in
un discorso tenuto a
Venezia nel 2006
quando il leader di
Rifondazione
completò la sua
uscita dal comunismo
novecentesco
annunciando una sua
sorprendente catarsi
e il suo
ripensamento
purificatorio
rispetto alla
violenza sanguinosa
della guerra di
liberazione,
accompagnato da una
severa critica verso
gli storici di
sinistra che
l’avevano
“angelizzata” e
“santificata”.
Ma l’eclettico
personaggio non si
limitò ad annunciare
questa camaleontica
catarsi. Non pago
delle 82 apparizioni
a “Porta a porta”
(record finora
imbattuto), durante
le quali aveva
dissertato su tutto,
da Pasolini a
Tocqueville, dalle
astronavi ai
tostapane, si
improvvisò anche
critico
cinematografico per
stroncare (con
quarant’anni di
ritardo) il
capolavoro di Gillo
Pontecorvo la
“Battaglia di
Algeri”, in quanto
carico di violenza e
di terrorismo.
Nori, anche se
amareggiata da quel
commento, era molto
fiera, pur nelle
debite differenze,
che il suo ruolo di
staffetta della 3°
GAP apparisse simile
a quello delle
ragazze algerine che
rispondevano con i
cestini esplosivi ai
crimini, mille volte
più feroci e letali,
compiuti dai parà di
Massù e dai
terroristi francesi
dell’OAS contro il
loro popolo.
Nori ci lascia
perfettamente
cosciente dei tempi
difficili che stiamo
vivendo e del prezzo
che stiamo pagando
per le sconfitte
subite : la
differenza tra
vincitori e vinti è
stata azzerata, le
accuse di crudeltà e
ferocia equamente
distribuite tra
vittime e carnefici.
Molte delle belve
hitleriane che Nori
ha combattuto sono
state riciclate, dai
loro potenti
protettori di
Langley, nei servizi
segreti della BND di
Berlino e coltivano
rose nei loro
accoglienti
giardini. Nelle
nostre strade e
negli stadi
riappaiono le croci
uncinate, i saluti
fascisti, le camicie
nere, brune e
verdi.
Ma l’impavida
“Sandra”, benché
considerata figlia
di un dio minore per
i suoi trascorsi
guerriglieri, ha
continuato la sua
battaglia, armata
della sua
intelligenza e della
sua cultura
comunista. La sua
vita è stata il
susseguirsi di un
impegno politico e
ideale compiuto
“senza tregua” e con
infinita modestia al
servizio del
movimento operaio
sempre e dovunque.
Anche se i tardivi
riconoscimenti
ufficiali li ha
avuti (obtorto
collo) come valorosa
guerrigliera urbana
della 3° GAP,
nessuno ha
dimenticato anche
quello che Nori ha
fatto dopo il 25
aprile, “quando
cessarono gli
spari”, come
dirigente sindacale
e politica.
Sicuramente tra il
prima, che la vede
impegnata in uno
scontro militare
durissimo, contro un
nemico spietato e
feroce, e il dopo
che impone,
soprattutto a chi ha
combattuto, di
ricostruire in pace
un paese
democratico,
devastato dal
nazifascismo, c’è un
filo conduttore di
solido acciaio che
non si è mai
spezzato. I giovani
studenti ai quali
Nori ha raccontato
la sua vita hanno
sicuramente capito
che la Costituzione
repubblicana è il
risultato di questa
continuità ed è
stata scritta, più
che con
l’inchiostro, col
sangue di 50 mila
partigiani caduti in
battaglia o
massacrati dai
nazifascisti e
grazie all’eroismo
di donne come Nori.
(www.marx21.it 26
dicembre 2011)
Se non le donne, mah?
"Le
Falci Rosse per l'unità delle donne comuniste" hanno deciso di non
aderire alla manifestazione di oggi che non vuole né bandiere né loghi
di partito. Siamo comuniste e vogliamo sfilare con i nostri simboli e le
nostre bandiere. Altrimenti non sfiliamo! Il 13 febbraio scorso abbiamo
sfilato con dei cartelli al collo per farci riconoscere, ma non può
essere sempre così. Le donne non sono tutte uguali, esattamente come gli
uomini non sono tutti uguali. Emma Marcegaglia non ci rappresenta, a
stento ci rappresenta Susanna Camusso, e non sempre!
Le parole d'ordine del manifesto che convoca la
manifestazione di SNOQ, per noi non sono assolutamente sufficienti
in una situazione di crisi come quella attuale, con ciò che Mario Monti
ci sta confezionando, con un governo bipartisan che dal Pdl al Pd.
In Piazza Castello oggi ci possiamo anche andare, con lo spirito di chi
va a farsi una passeggiata in centro.
Marica Guazzora Dipartimento Politiche di Genere PdCI Torino 11
dicembre 2011
Se non le donne, chi?
Pubblico questo articolo per onor di cronaca. (ndr)
È passato ormai quasi un anno
dalla prima domenica del “Se non ora
quando” e per l’11 dicembre è prevista
una nuova mobilitazione “in rosa”. Dal 13
febbraio 2011 questo slogan è ormai abbinato ad
un movimento, diffuso su tutto
il territorio nazionale, che ha fatto parlare di
sé e discutere, toccando la società civile e la
politica, in una battaglia voluta fortemente da
gruppi spontanei di donne, che
si sono uniti e organizzati per manifestare
un’esigenza di cambiamento
riguardo al ruolo e alla dignità del genere
femminile nel nostro Paese. Una rete che
continua ad essere attiva a livello nazionale,
anche e – soprattutto – perché
fortemente radicato nelle realtà locali.
Qualche mese fa, in occasione dell’8
marzo,abbiamo fatto la conoscenza di Laura
Onofri attiva nel movimento torinese ed
esponente dell’Associazione Di Nuovo in prima
fila nella rete nazionale dei tanti soggetti
promotori. In questi mesi sono cambiate
molte cose in Italia, ed è interessante
capire anche se e come sono cambiati i temi che
“Se non ora quando” vuole sollevare. L’abbiamo
quindi ricontattata per chiederle come sta
procedendo questo percorso.
Com’è cambiato il
movimento nazionale in questi mesi, e in
particolare la realtà torinese? «Ha cominciato a strutturarsi, si è
formato un comitato nazionale e sono ormai più
di cento quelli territoriali. I comitati locali
sono nati molto spontaneamente e hanno
cominciato a lavorare insieme. Questo è stato il
bello: in molte città realtà che non si
parlavano hanno iniziato a lavorare insieme,
reti di donne che non c’erano si sono create e
hanno continuato a lavorare. Il discorso per
Torino è un po’ diverso: esisteva già una rete
piuttosto forte. A Siena, il 9 e 10 luglio, si
sono radunati oltre 2.000 rappresentanti dai
comitati di tutta italia. E nel frattempo
abbiamo anche creato un nuovo sito:
senonoraquando.eu».
Il governo
Berlusconi, però, ora è cambiato e non c’è più
la situazione di un anno fa. Perché manifestate
ancora? «Proprio a Siena, si è deciso di
continuare questo percorso non solo come
protesta, ma come movimento propositivo di
un’agenda politica. L’iniziativa dell’11
dicembre vuole affermare ancora una volta che le
donne ci sono: nei movimenti, nel volontariato,
intante parti della società. Non ci sono però
nei luoghi decisionali, sono discriminate nel
mondo del lavoro; queste cose sono acclarate
e vogliamo cambiarle. La manifestazione è stata
lanciata prima della caduta del governo
Berlusconi, e siamo state contente che questo
nuovo governo abbia ingranato un nuovo passo,
abbiamo mandato gli auguri alle tre donne
ministro. Però non ci basta ancora. Vogliamo
proporre un’agenda politica anche a questo
governo. E non faremo sconti a nessuno».
Cosa proponete per le
giovani donne italiane? In che situazione si
trovano? «Le donne hanno competenze, capacità e
nei posti dove sono presenti le cose funzionano
molto meglio. Ci sono più ragazze laureate e con
voti migliori rispetto ai ragazzi, ma poi sono
discriminate sul lavoro. Abbiamo bisogno di
servizi e di welfare per le giovani donne, ad
esempio perché possano avere una maternità e
lasciare il lavoro, e va ripristinata una legge
contro la firma delle dimissioni in bianco.
Queste sono alcune delle nostre proposte, che
vogliono mettere al centro la donna».
Cosa state
organizzando per l’11 dicembre a Torino? «L’appuntamento è alle 14 in piazza
Castello. Ci sarà un presidio, faremo parlare
giovani donne che hanno da raccontare delle
storie, molte sono le vicende di donne precarie
che fanno una vita da saltimbanco per far
quadrare il cerchio. Forniremo dei dati che
illustrino e rendano chiara la situazione. Ma
soprattutto ci saranno tante storie vere: chi
vorrà raccontarle avrà a diposizione un
microfono per farlo di fronte a donne e uomini
che vorranno partecipare. Come sempre senza
bandiere e senza loghi di partito, perché il
nostro è un movimento trasversale e quella
dell’11 non vuole essere una manifestazione
“contro”, ma una manifestazione “per”,
propositiva. Il nuovo slogan è “se non le donne
chi: mai più contro di noi, mai più senza di
noi”. Da oggi in poi le donne devono contare di
più». (www.migrantitorino.it 11 dicembre 2011)
Ondina Peteani alla
Mostra:
"Le
Donne che hanno fatto l'Italia"
Dal 6 dicembre 2011 ospitata all'Altare della
Patria, Vittoriano di Roma.
Prestigioso
riconoscimento tributato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri
La mostra, "Donne che hanno fatto l'Italia", verrà
inaugurata il 6 dicembre p.v. al Complesso del Vittoriano di Roma, dove
resterà aperta, ad ingresso gratuito, fino al 15 gennaio. Organizzata
per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Unità tecnica di
missione e del Comitato dei garanti per la celebrazioni del 150
anniversario dell'Unità d'Italia è una mostra dedicata alle donne.
Ondina Peteani verrà ricordata, nella sezione "Le prime": donne
impegnate nella Resistenza.
Presidenza del Consiglio dei Ministri - Unità Tecnica di
Missione - Comitato dei Garanti per le Celebrazioni dei 150
anni dell’Unità d’Italia
LE DONNE CHE HANNO FATTO L’ITALIA
Complesso del Vittoriano (Ala Brasini – Salone Centrale) 6 dicembre
2011 - 15 gennaio 2012
Dal 1861, anno dell’unificazione nazionale, al 2011, anno in cui si
festeggia il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la visibilità delle
donne, come soggetto sociale, giuridico e politico, è profondamente
cambiata.
La storia della nostra nazione si è fatta per mano anche femminile,
con coraggio, determinazione, passione. Dalle eroine di quegli anni,
alle quali, grazie alla collaborazione dell’Istituto per il Risorgimento
Italiano di Roma, è dedicato il primo segmento della mostra, si dipanerà
una lunga narrazione composta di testimonianze fotografiche, artistiche,
filmiche, documentali che attraversano i diversi momenti storici e
politici vissuti dall’Italia, segnando di volta in volta una
trasformazione e un rinnovamento che appartiene a tutto il Paese.
Le donne che hanno fatto il Paese sono state tante: da sole o unite
in esperienze collettive, le donne hanno saputo affermare
progressivamente le proprie idee, guadagnando posizioni di rilievo e una
rinnovata concezione di sé.
Non c’è ambito, sfera o settore della nostra storia nazionale che non
conosca grandi nomi femminili: ricordare le donne e il loro percorso
politico-sociale porta a tracciare un racconto costellato di grandi e
piccole - ma sempre intense - battaglie, indispensabili all’abbattimento
di disuguaglianze sia nella sfera privata sia in quella pubblica;
raccontare delle donne italiane nella letteratura equivale a riscoprire
pagine di grande spessore stilistico e autentica vocazione letteraria,
con nomi di scrittrici di primo piano; descrivere le donne italiane nel
campo dell’arte conduce, grazie ai nomi di grandi pittrici, a scoprire e
riscoprire immagini fondamentali per l’evoluzione artistica italiana.
Ripercorrendo la storia si scoprono protagoniste eccellenti; alcune
hanno nomi noti, come Grazia Deledda e Rita Levi Montalcini, le due sole
donne italiane premiate con il Nobel, Lina Merlin, Nilde Iotti e Tina
Anselmi, donne di primo piano della scena politica, Bice Lazzari, Carla
Accardi, Marisa Merz, grandi nomi dell’arte italiana; altre invece, dai
nomi meno conosciuti, hanno compiuto scelte in grado di incidere
nell’evoluzione politica e sociale italiana, come Franca Viola, la prima
donna ad aver rifiutato con coraggio un matrimonio riparatore, Alfonsina
Strada, prima donna al Giro d’Italia in gara con corridori uomini, o
Anna Maria Mozzoni, pioniera del femminismo italiano e delle lotte per
la conquista del diritto di voto alle donne.
Obiettivo della mostra Le donne che hanno fatto l’Italia
è dunque costruire un percorso che attesti come le donne
abbiano contribuito al processo di unificazione, ai cambiamenti e alla
crescita del Paese fino ai decenni più recenti.
La mostra si sviluppa in diverse sezioni tematiche:
- Le protagoniste invisibili dell’Unità, in cui trovano
spazio le vicende di donne che con ruoli, posizioni, individualità
diverse, ma idee simili, hanno concorso alla genesi dell’unificazione
nazionale.
- Donne insieme, ovvero le italiane che, partecipi di
esperienze comuni, hanno condiviso con altre la propria storia; per
citare alcuni esempi noti si ricordano le crocerossine, le mondine, le
21 donne dell’assemblea costituente, le emigranti ecc.
- Nella sezione Le Prime si racconta, ripercorrendone le
date, ma soprattutto i nomi e l’operato delle sue protagoniste,
un’insolita cronologia: quella delle prime conquiste femminili in
diversi settori della cultura, della politica, della società, dello
sport, dell’arte.
Ecco allora che viene ricordata la prima laureata in Lettere, la
prima docente universitaria, la prima Presidente della Camera, la prima
donna processata per aborto, e via dicendo.
- La sezione Storie esemplari approfondirà il racconto della
vita e dell’attività di alcune grandi protagoniste del progresso
evolutivo del Paese nei più diversi ambiti, coma Maria Montessori, Anna
Kuliscioff, Matilde Serao, Francesca Cabrini, Luisa Spagnoli, Marisa
Bellisario, Palma Bucarelli e altre.
- Donne e arte vuole rendere omaggio alle principali artiste
del nostro Paese. Una mostra nella mostra, in cui ammirare grandi
capolavori dell’arte italiana. Sono diversi i momenti e le correnti
artistiche che emergono dalla selezione, dall’espressionismo della
Scuola Romana, all’astrattismo, dalle influenze pop sbarcate soprattutto
a Roma e alla nostrana Arte Povera.
La mostra è promossa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri
– Unità Tecnica di Missione e dal Comitato dei Garanti per le
Celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Il progetto è curato da Emanuela Bruni, Direttore per la
Comunicazione e le Relazioni esterne dell’Unità Tecnica di Missione,
con Alessandro Nicosia, Presidente di Comunicare
Organizzando, Marco Pizzo, Vice-Direttore del Museo del
Risorgimento di Roma, e Lea Mattarella.
LE SEZIONI
Le protagoniste invisibili dell’Unità - Donne Insieme - Le
Prime - Storie esemplari - Donne e Arte
-
Exhibit nel percorso Miscellanea di filmati storici
(Cinecittà Luce e Rai Teche)
Donne nello spettacolo, nello sport, nell’arte etc. (Cinecittà Luce e
Rai Teche)
Date storiche
Feminist Blog
Camp Torino 28-29-30 ottobre 2011
A Torino, presso l’Askatasuna,
il 28/29/30 ottobre potrete partecipare al
Feminist Blog Camp (http://feministblogcamp.noblogs.org).
Una tre giorni di condivisione, seminari,
workshop, proiezioni, dibattiti, musica, arte,
spettacoli, reading, cultura, di info tecniche,
confronti sul desiderio e la sessualità,
precarietà, migranti e molto altro. L’iniziativa
è totalmente autofinanziata e sarà realizzata
dalle e dai partecipanti all’insegna
dell’autogestione. Potrete trovare da dormire
presso l’Askatasuna (http://www.csoaskatasuna.org/)
in modo assolutamente gratuito (portate un sacco
a pelo) e potrete contribuire o fruire della
cucina organizzata dalle e dagli stess*
partecipanti. Il Feminist Blog Camp è un evento
che nasce dall’idea di blogger femministe e
blogger disertori (del patriarcato) che
costituiscono già una rete di attivismo
antisessista nel web. E’ aperto a tutti e tutte,
anche a chi non ha un blog. Il Feminist Blog
Camp è immaginato, costruito, programmato in un
confronto aperto e partecipativo attraverso
l’uso di una mailing list di coordinamento delle
e dei blogger. Coinvolge tante persone tutte
egualmente meritevoli di aver assolto la
funzione di aver determinato stimoli culturali
contro la cultura sessista e autoritaria che
costringe in più modi i corpi delle donne e
quelli degli uomini che non vogliono assolvere
ai ruoli imposti.
Se volete contribuire,
proporre, partecipare, chiedere informazioni o
segnalare il numero dei partecipanti per
consentirci di organizzare i luoghi in cui si
dormirà, potete scrivere a
feministblogcamp[chiocciola]grrlz[punto]net
Il Wiki (lo strumento di
elaborazione collettiva e di scrittura
partecipata di costruzione del Feminist Blog
Camp):
http://www.inventati.org/femblogcamp/
Il numero telefonico per contatti con i
giornalisti e le giornaliste: 3425510325
Per dormire scrivi a: leonardi_daniela[chiocciola]hotmail[punto]it
Mandaci un contributo per le spese di
autofinanziamento su conto postepay: Intestare a
Camilla Rebora n° 4023 6006 0997 8681
Leggo
con qualche
inquietudine su
“Repubblica” di oggi
(Le cattive ragazze
del sacco di Roma di
Corrado Zunino) che
tra le componenti di
un centro sociale
bolognese,
l’anarchico
Fuoriluogo, ci
sarebbe una
“attempata”
cinquantacinquenne
ferrarese, Stefania
Carolei…Carneade,
chi era costei?
Eppure, è della mia
generazione, se
ancora anarcheggia
in quel di Bologna,
dovrei ricordarmela…
Zero assoluto. Forse
perché io sono
comunista, penso, e
le mie
frequentazioni
anarchicheggianti
risalgono alla mia
pubertà… Poi
l’occhio, che
velocemente percorre
un articolo che
trovo un po’
scontato, cade su
quel termine:
“neocomuniste”. Eh,
si! Seguendo la più
consolidata
tradizione
disinformativa, che
data almeno dagli
“Album di famiglia”
degli anni 70, il
giornalista fa un
bel calderone tra
“ragazze violente”,
“anarcosituazioniste”,
“donne brigatiste”,
“teoriche
antisistema” e, per
l’appunto,
“neocomuniste”.
Sono, naturalmente ,
indistintamente
“studentesse”,
“precarie” e “figlie
di papà”: quella
innominabile genìa
da poutpourrì
interclassista
accomunata soltanto
dall’essere “le
donne del capo” (pardòn,
oggi si scrive che
“baciano in piazza i
fidanzati”), a cui
ci aveva abituato il
senso comune post
sessantottino
reiterato
stancamente negli
anni 80 e 90 del
secolo scorso…
Possibile che mai
nulla cambi, sotto
il sole? mi chiedo.
Possibile che con
tutto quello che è
successo prima,
durante e dopo il 15
ottobre, certa
stampa ancora veda
soltanto le scenette
da fotoromanzo in
cui ruoli e
situazioni si
ripetono stancamente
come se la storia,
nel frattempo, non
avesse navigato? Mi
chiedo, tra l’altro,
se chi ha scritto
l’articolo
metterebbe tra le
“teoriche
anti-sistema” così
pericolosamente
adiacenti al
terrorismo anche le
tre donne che hanno
appena ricevuto la
nomination per il
Nobel per la pace…
che altro non è, se
non “anti-sistema”,
una che teorizza
addirittura lo
sciopero sessuale di
antica e
classicissima
memoria per indurre
i maschi bellicosi
del suo Paese a
smettere di
ammazzarsi l’un
l’altro? Glisso,
tuttavia, da questa
domanda. Perché quel
che mi è realmente
insopportabile è che
si associ il
comunismo, qui in
Italia, sia pur
quello neo- del XXI
secolo, all’azione
luddista,
all’attentato
anarchico, alla
manifestazione
violenta contro
discutibili
“simboli” del
sistema. Il
Comunismo, in Italia
come altrove, ha
sempre condannato il
luddismo (la
distruzione
materiale delle
cose, le “macchine”
nell’Ottocento, le
“vetrine delle
banche” in questo
confuso inizio di
terzo millennio)
perché lo ha sempre
ritenuto insensato;
il comunismo non è
mai stato, né in
Italia né altrove,
per il “bel gesto”
esemplare, per
l’eliminazione di un
essere umano senza
colpe dirette per il
suo rappresentare un
“simbolo” del
sistema. Certo,
quando la polizia di
Scelba sparava sugli
scioperanti e li
uccideva, anche il
PCI non fu tenero
con quei
rappresentanti delle
forze dell’ordine.
Ma mai rinunciò a
chiederne la
democratizzazione
(io stessa, appena
ventenne, entravo
nelle caserme il 4
novembre per
diffondere di
nascosto volantini
mentre fingevo di
essere la fidanzata
di uno sconosciuto
soldatino comunista
come me) e mai,
soprattutto, smise
di denunciare il
ricorso alla
violenza singola, di
gruppo e di piazza,
che – negli anni del
terrorismo come oggi
– nessun altro
risultato sortiva
che mettere in
discussione la
liceità delle
manifestazioni
operaie,
studentesche,
femminili.
I comunisti italiani
hanno questo nei
loro album di
famiglia.
Per cui, per favore,
le ragazze e le
donne più o meno
“attempate” che
hanno lanciato
sampietrini e menato
bastonate a Roma,
non chiamatele neo-
comuniste…
Il vento cambia anche per le donne
di Daniela Preziosi
«E
alle donne politiche voglio dire una cosa: non camminateci sopra, non
fate di noi un cappellino politico». L'applauso scroscia come una doccia
fresca quando la napoletana Simona Molisso parla dal palco del torrido
Parco Sant'Agostino, davanti a duemila donne in battaglia contro un
paese «che non è per donne». Siamo a Siena, all'appuntamento nazionale
di Se non ora quando, il movimento che da Roma il 13 febbraio ha segnato
l'inizio della primavera italiana. Poi c'è stato tutto il resto,
amministrative, referendum, vento che cambia. Sul palco salgono in
centinaia, donne, vecchie, mature o ragazzine, tutte diverse, tutte in
grado di cantare People have the power di Patti Smith e tutte in grado
di rappresentare questa moltitudine plurale che guarda con diffidenza la
politica e riserva qualche fischio alle politiche «amiche» venute fin
qua. Simona, però, lo rappresenta benissimo, con il suo personale
paradosso: avverte le politiche «non camminateci sopra», eppure lei è
una politica: una delle cinque donne elette nel nuovo consiglio comunale
di Napoli.
Perché è inutile girarci intorno: questo appuntamento ovviamente «è già
politica», ed è la politica al centro di questo appuntamento. Una
politica generalmente intesa, che rappresenta male le donne, dicono in
molte pensando alla corte di Berlusconi, ma anche verso il
centrosinistra non ci sono particolari entusiasmi. «Abbiamo convocato il
paese», rivendicano, «Ora dobbiamo mirare in alto, pensare in grande.
Lavoriamo per noi cioè lavoriamo per l'Italia». Non si farà un partito,
giurano tutte, ma oggi nascerà ufficialmente il movimento, «da ora in
poi continueremo ad allargare la rete e a porre la nostra agenda di temi
alla comunità politica. Nel contempo, continueremo un lavoro importante
sulla coscienza di sé delle donne, sulla loro forza, sulla loro capacità
di dare una svolta al Paese», dice la regista Cristina Comencini, una
delle fondatrici del comitato nazionale, il cui intervento (finale) è
atteso per oggi pomeriggio.
E così le esponenti politiche all'inizio, per riflesso condizionato di
autodifesa, si siedono tutte insieme nelle sedie centrali: una trappola,
lì il sole cuoce. Nel pomeriggio salgono sul palco e parlano, tre minuti
come le altre, ma tutte si prendono la loro dose di fischi: Flavia
Perina (Fli) quando dice di non ridurre tutto allo schema «le veline
sono di destra e l'impegno è di sinistra», Rosy Bindi quando dice
«chiederò al mio partito di venire fra voi», intendeva dire «mettersi in
ascolto» ma la platea è ipersensibile al tema dei «cappellini politici»
e fa una fischiata preventiva. Va molto meglio a Susanna Camusso,
segretaria Cgil, da sempre impegnata in un pezzo del femminismo
milanese. Qualche buuu lo prende anche lei all'inizio, per quell'accordo
indigeribile firmato con Confindustria, ma poi è applaudita quando
propone una legge per la paternità obbligatoria.
Il lavoro è il centro del discorso di tutte, la crisi ha messo a rischio
la stanza tutta per sé dei tempi di Virginia Wolf. Dalle archeologhe che
salgono in venti sul palco, a Linda Laura Sabbadini, dell'Istat, che
scatta una foto sconsolante dell'Italia: «Meno di metà delle donne
lavora, al Sud neanche un terzo. Siamo uno dei fanalini di coda in
Europa. La disoccupazione femminile è più alta di quella maschile e a
parità di titolo di studio le donne guadagnano meno».
L'altro tema fondativo è un concetto la cui definizione è più sfuggente,
quello della dignità femminile. E qui siamo in un terreno complicato,
che un happenig di piazza fatica a mettere a fuoco. Per Francesca
Comencini, «il tema della dignità offesa delle donne non era un problema
di decoro morale ma era contro la creazione di un velo che non
consentiva alle donne di essere considerate cittadine del loro paese».
Per altre è l'idea di una «più degna» rappresentanza femminile. Ma alla
politica basterebbe forse chiedere, o ancor meglio fornire, presenza
femminile, anche libera da inespletabili obblighi di rappresentanza di
genere. Ma appunto, il movimento dovrà camminare. C'è anche il tema
della leadership e della rappresentanza del movimento «che sarà bene
discutere e nominare esplicitamente», dice Nicoletta Dentico, un'altra
delle fondatrici, associazione Filomena. Dovrà camminare anche
parecchio, se ieri fra l'entusiasmo e i palloncini rosa è potuto anche
succedere che a Giovannella che esponeva una bandiera No Tav è stato
chiesto di chiudere la bandiera. Intanto dal 13 febbraio molta strada
già è stata fatta, e si va stemperando (un po'), lo spirito da annozero,
l'idea di una «uscita dal silenzio» iniziale, che finiva per negare il
gran lavoro fatto e scritto dalle molte che mai sono state zitte.
Annozero non è, ma intanto si registra è «una nuova voglia di relazione,
di mettersi insieme, in un noi che non appiattisca le differenze»
(Cecilia D'Elia, assessora alla provincia di Roma) e che riconosca «le
eccellenze come ricchezza e forza» (Francesca Izzo, Orientale di
Napoli).
Il Manifesto 10 luglio 2011
Pride 2011. Sabato 21 maggio Piazza Arbarello ore 15
Anche quest’anno le
donne di Torino per l’autodeterminazioneinsieme con il Coordinamento Torino Pride LGBT, la Consulta Torinese
per la laicità delle istituzioni promuovono il Pride 2011.
Nel 2010 con il Pride
dei diritti per la prima volta, insieme, abbiamo affermato il principio
dell’autodeterminazione come fondamento dei diritti che dovrebbero
appartenere a tutte e tutti non solo entro i confini della nostra
Regione e del nostro Paese.
Siamo convinte che
l’autodeterminazione dei corpi di tutte e di tutti debba accompagnarsi
con la possibilità di autodeterminazione delle proprie vite per
permettere ad ogni persona di esprimere le proprie potenzialità.
Per questo motivo
richiamiamo il contesto giuridico e culturale ma anche socioeconomico,
ad esempio le condizioni di precarietà, come ostacoli all’esercizio
delle libertà personali.
Le differenze, positive
e negative, che emergono da un confronto con l’Europa possono stimolare
un’analisi critica sulla nostra realtà regionale e nazionale, ma anche
rispetto all’Europa sociale che vorremmo: capace di promuovere
l’estensione a tutti i paesi delle buone leggi per l’affermazione dei
diritti e dell’ uguaglianza di tutte le persone.
Torino, 11 maggio 2011
Percorso del TorinoPride:
Piazza Arbarello - Corso Siccardi - Via Cernaia - Via Pietro
Micca - Piazza Castello - Via Po - Piazza Vittorio Veneto -
Lungo Po Diaz - Corso Cairoli)
Le candidate al Consiglio comunale di Torino per la Fds
Donna vota donna
Sono Alessandra
Rizzo candidata a Consiglio Comunale di Torino per la
Federazione della Sinistra.
Ho 21 anni. Sto
frequentando il corso di laurea in filosofia all'Università
di Torino, sono iscritta al Partito dei Comunisti Italiani
dal 2007, milito nella Federazione Giovanile in cui ricopro
l'incarico di responsabile provinciale dei diritti civili e
faccio parte dell'associazione politico-culturale le Falci
Rosse.
Da anni
partecipo alle iniziative e alle mobilitazioni in difesa
delle conquiste del movimento femminista, per
l'emancipazione dal sistema patriarcale-maschilista, contro
il razzismo e le imposizioni clericali. Ho anche
partecipato, lo scorso anno, alla realizzazione del video
Ru486. Libere di scegliere.
Mi
chiamo Suad Omar e sono candidata per il Consiglio Comunale
e per il Consiglio della Circoscrizione 8 nelle liste della
Federazione della Sinistra
Il patto che vi offro nasce dalla persona che sono, da ciò
che ho fatto nei 22 anni che ho vissuto in Italia, a Torino:
dal mio impegno civile come attivista dei diritti umani
nell’accoglienza di profughi e migranti, dalla mia azione
quotidiana di mediatrice e formatrice interculturale contro
ogni forma di razzismo e xenofobia, dai miei interventi in
Africa nell’ambito della cooperazione internazionale, dalla
convinzione che i cittadini torinesi possono uscire dalla
crisi solo se si attuano politiche sociali efficaci capaci
di valorizzare veramente il ruolo delle associazioni, delle
scuole, delle università, della ricerca, dell’ambiente e dei
beni culturali e, soprattutto, di chi ci lavora.
99 partigiane cadute in Piemonte
Sono
99 le partigiane cadute in Piemonte,
pubblichiamo alcune delle loro storie
avvalendoci del prezioso lavoro di recupero
e archiviazione di dati, notizie e testimonianze
portato a definitiva stesura nel 1974 dalla
Commissione Femminile dell’Anpi.
MARIA
AGAZZI, nata a Torino il 29
maggio 1915, residente a Borgone, figlia di
Vincenzo Giuliano e Maria Cugno, operativa nella
Brigata “Walter Fontan” dal 1 agosto 1944 al 28
novembre 1944, cooperò con la squadra volante e
con le sue informazioni permise la cattura di
molti ufficiali e soldati delle Bande Nere. Il
suo comandante, “Pino”, la definì ottima
partigiana, coraggiosa e attiva.
“Maria entrò a far
parte come informatrice della squadra dei
Patrioti di Borgone il 1 novembre 1943.
Sprezzante d’ogni pericolo, ci teneva informati
di tutti i movimenti nazifascisti che avvenivano
nella zona della Valle di Susa e prese anche
parte a diverse azioni di guerra tra cui il
prelevamento di tedeschi e fascisti. Nonostante
il divieto di entrata e uscita da San Giorio
pena la morte, paese in cui era stata collocata
una formazione di artiglieria pesante per
effettuare bombardamenti, riuscì a farsi
condurre dallo stesso comandante a osservare le
batterie: abilmente seppe farlo chiacchierare ed
ebbe il permesso di guardare dal cannocchiale
che era volto verso la montagna di fronte.
Poté in tal modo
vedere in ogni minimo particolare tutto ciò che
facevano i partigiani che là si trovavano,
mentre il comandante continuava a darle
spiegazioni circa il prossimo bombardamento che
preparavano contro i partigiani e quand’essa
obiettò che potevano ritirarsi dietro il costone
della montagna, rispose che altri reparti
fascisti sarebbero saliti da Viù per prenderli
tra due fuochi. Fatta notte, Maria lasciò
inosservata l’accampamento tedesco e due ore
dopo al comandante Negro della 42 Brigata
d’assalto garibaldina “Walter Fontan” arrivava
una staffetta portando notizie esatte sul
prossimo rastrellamento.
Al ponte
ferroviario sulla Dora, tra S. Antonino e
Borgone, riuscì a far prigioniero il comandante
del distaccamento che faceva servizio di guardia
e a far disertare tutti i suoi uomini con tutto
il materiale bellico.
Una sera,
tornando a casa da una missione, scorse un
militare della Folgore e una signorina che
amoreggiavano, seppur stanca, con la scusa della
pioggia e dei partigiani li fece entrare in
casa, riuscì ad avvertire i compagni e fece in
tal modo catturare un altro della Folgore.
Il giorno dopo
veniva arrestata e due giorni dopo cadeva sotto
il piombo fascista, fucilata nei pressi del
cimitero di Borgone.”
MARIA LUISA
ALESSI, nata a Verzuolo (Cuneo)
il 17 maggio 1911 da Giuseppe e Francesca
Martino, residente a Saluzzo. Operativa come
staffetta per la XV Brigata Garibaldi dal 1
gennaio 1944 al 26 novembre 1944.
“Maria Luisa
collaborò con i partigiani fin dall’8 settembre
e fu con le prime squadre che si formarono nella
Valle Varaita. Collaboratrice preziosa, prestò
la sua opera quale staffetta e informatrice,
rendendosi utile ai compagni. Venne arrestata a
Cuneo nel novembre del 1944 quale pericoloso
elemento antifascista e fu portata in carcere
con altri sei partigiani. Maria Luisa conservò
nelle giornate di prigionia la più grande
serenità, infondendo nei compagni coraggio e
fermezza. Le fu proposto di fuggire ma rifiutò.
Ai fascisti che sino all’ultimo le promettevano
la salvezza in cambio di nomi di partigiani
rispondeva soltanto: vigliacchi!
Fu condannata a
morte e venne portata coi sei compagni al luogo
dell’esecuzione, il piazzale antistante la
stazione di Cuneo.
All’ordine di
fuoco nessuna delle camice nere ebbe il coraggio
di mirare a lei. Caddero i compagni e lei sola,
illesa, rimase in piedi. Allora si volse
chiedendo con gesto interrogativo: e a me?
L’ufficiale, esasperato, le sparò.
Per 48 ore i
cadaveri furono lasciati sul luogo
dell’esecuzione, mirabile esempio di sacrificio
ed eroismo, tragica accusa di ferocia e crudeltà
per i nazifascisti.”
FRANCA
ALONGE, nata a Marsala il 22
agosto 1927, da Salvatore e Angelica Angoglia,
studentessa e residente a Torino con la
famiglia. Operativa con una formazione autonoma
dell’VIII Divisione Alpina valle dell’Orco.
“Raccontò la
mamma come la sua figliola, di carattere
riservato e tranquillo e amante dello studio,
fosse indotta a lasciare la famiglia a 17 anni
per raggiungere le formazioni da un discorso
trasmesso per radio in cui Graziani invitava la
popolazione a denunciare e uccidere i “banditi”.
Per sei mesi svolse quindi attività di staffetta
nella zona del lago di Candia e si prodigò in
ogni modo per alleviare la dura vita dei
partigiani.
Alla Liberazione
la mamma la cercò festante fra le colonne di
partigiani che scendevano verso Torino e portava
sul braccio un soprabito perché si potesse
subito cambiare, ma non la vide giungere.
Solo dopo qualche
giorno seppe che era stata uccisa in un agguato
a Montalenghe l’11 gennaio 1945.”
EMMA BISCIA,
nata a Villanova (Cuneo) il 13 aprile 1920, da
Oreste e Rosa Avigliana.
Operativa dal 1
agosto 1944 nella Brigata Ellero, V Divisione
Alpi Mondovì come informatrice e portaordini.
“Sorella di due
partigiani, di cui uno pure fucilato dai
nazifascisti, fu catturata e tenuta un mese come
ostaggio a Roccaforte di Mondovì, presso un
distaccamento delle Brigate Nere al comando del
Tenente Canessa. In seguito a un attacco
partigiano, le brigate sgombrarono Roccaforte e
portarono con loro Emma e altre due compagne
tenute in ostaggio con lei. Tutte e tre furono
assassinate per rappresaglia nei pressi di
Magliano, località Crava, il giorno stesso della
ritirata fascista, il 4 marzo 1945”.
JENNY
CARDON, nata a Torre Pellice
(Torino) l’11 marzo 1917 da Luigi e Margherita
Piastre.
Operativa dal 1
dicembre 1944 al 23 aprile 1945 con la
formazione Val Pellice, V Divisione Alpina Toia,
si segnalava in particolare per le delicate
operazioni di collegamento tra i reparti.
“per lunghi mesi
alimentò con il suo esempio e la sua fede la
lotta partigiana nella Val Pellice. Mentre
infuriava l’ultimo combattimento, dopo essere
tornata in formazione subito dopo il rilascio,
era infatti stata arrestata pochi giorni prima,
si recò a una posizione d’armi partigiana per
portarvi un ordine. Sorpresa dal nemico che
fuggiva, fece scudo col proprio corpo per
impedire ai nazifascisti di sottrarsi al
micidiale concentramento d’armi partigiane.
Cadde per colpo fascista il 23 aprile 1945 in
regione Rio Gros. Proposta per la medaglia di
bronzo al valor militare”
ANNA MARIA DAO,
figlia di Costanzo e Caterina, nata a
Elva (Cuneo), il 25 luglio 1876 e residente a
Stroppo, Cuneo. Operativa dal 1 agosto 1944 al
28 agosto 1944 come informatrice e staffetta
presso la 104 Brigata d’assalto Garibaldini
“Carlo Fissore”. Medaglia di bronzo al Valor
Militare.
Relazione del
comandante di Brigata, Stefano Revelli, Steve:
“ella è
entusiasta e attiva e aiuta sin dai primi giorni
il movimento partigiano. Quando questi occupano
la Valle, nell’aprile del 1944, mette a
disposizione le sue doti d’intelligenza, la sua
posizione di ricevitrice postale per poter
segnalare tutti i movimenti avversari. Aiuta con
tutte le sue possibilità i giovani telefonisti
partigiani e assume essa stessa l’incarico di
dare e ricevere notizie per i comandanti: le
comunicazioni, prima malsicure, divengono in
breve stabili e tutto funziona grazie alla sua
opera continua.
A chi le
prospetta l’eventualità d’essere scoperta e
denunciata, ella serenamente risponde: faccio il
mio dovere di italiana e continuerò a farlo,
perché per me voi ragazzi siete tutti miei figli
e voi sapete che ho due nipoti tra i partigiani.
Il 25 agosto 1944
il nemico attacca in forze la Val Maira dopo la
costituzione del fronte occidentale. La lotta
tra partigiani e tedeschi è accanita, le
intenzioni del nemico sono evidenti: forzare ad
ogni costo la valle e raggiungere il colle di
confine.
Ella intercetta
le comunicazioni e, ferma al suo posto, segnala
ai partigiani i movimenti del nemico fino
all’ultimo momento, fino a che i tedeschi non
giungono nei pressi e anche allora, per quattro
giorni e quattro notti continua nel suo
estenuante lavoro, non si preoccupa di sé o
della sua vita, pensa solo a mantenersi
collegata con i Comandi Partigiani, pensa a
comunicare loro ogni progresso d’avanzata
avversaria. E quando la avvisano che i tedeschi
stanno per entrare in paese e le consigliano di
allontanarsi e mettersi in salvo, risponde: io
qui rimango, ho salvato la vita ai partigiani e
posso essere ancora loro utile e se dovrò morire
morirò contenta perché ho dato i miei ultimi
anni alla salvezza della Patria.
A breve venne
sorpresa dai tedeschi e dopo un giudizio
sommario condannata a morte.
Fu barbaramente
uccisa mediante colpo di pistola alla nuca nella
zona Fornaci di Stroppo il 28 agosto del 1944.”
ELSA
FALERNO, nata a Torino il 17
aprile 1930 da Camillo e Margherita Dezzano.
Operativa dal 15 settembre 1944 presso la
formazione CQ, distaccamento Vernone G.L. con il
grado di vice commissario di Brigata.
Aveva sotto il
suo comando 106 uomini.
“Era studentessa
– ha detto la mamma – e aderì al movimento
avendo lo zio capitano delle formazioni G.L.,
conosciuto come l’Alpino. Cominciò a fare la
staffetta già alla fine di ottobre del ’43:
riceveva messaggi e li portava a destinazione.
Sovente con le armi nella cartella passò il
posto di blocco di Superga. Andava a ritirare le
bombe, saliva sul treno per consegnarle a chi le
stava aspettando.
Il 30 marzo 1945
i repubblichini andarono alla sua scuola per
prelevarla, ma dato che lei era
contemporaneamente impiegata alla Fiat, una
compagna poté correre ad avvertirla, Elsa fuggì
per un’altra porta e riparò in montagna, presso
lo zio.
Ritornò a Torino
il 25 aprile, il 27 andò nell’alloggio di
un’amica in via Alfieri per annunciarle la
vittoria… lì ancora si combatteva, si affacciò a
una finestra e fu colpita da una fascista che
l’aveva individuata e sparava da una finestra
della casa di fronte. Fu colpita alla testa.”
PAOLA
GARELLI, nata a Mondovì il 14
maggio 1916, pettinatrice. Dall’ottobre del 1943
svolge a Savona attività clandestina, entra a
far parte della Brigata Colombo, divisione
Gramsci e svolge compiti di collegamento e di
rifornimento viveri e materiali.
Paola viene
arrestata nella notte tra il 14 e il 15 ottobre
1944 nella propria abitazione di Savona a opera
di militi della Brigata nera, tradotta nella
sede della federazione fascista di Savona,
fucilata il 1 Novembre senza processo, sul
prolungamento a mare della fortezza di Savona,
coi i compagni Franca Lanzone, Stefano Peluffo,
Luigia Comato, Pietro Casari e Giuseppe
Baldassarre.
Questa la sua
ultima lettera alla figlia:
“mimma cara, la
tua mamma se ne va pensandoti e amandoti,
creatura mia adorata, sii buona studia ubbidisci
sempre agli zii che t’allevano, amali come se
fossi io. Io sono tranquilla, tu devi dire a
tutti i nostri cari parenti che mi perdonino il
doloro che do’ loro. Non devi piangere né
vergognarti di me. Quando sarai grande capirai
meglio.
Ti chiedo una
cosa sola, studia, io ti proteggerò dal cielo.
Abbraccio con il pensiero te e tutti,
ricordandovi.
La tua infelice
mamma.”
ELEONORA
GAZZIGNATO, nata a Torino il 16
novembre 1922, formazione D’Agostino, Divisione
Garibaldi.
Fu partigiana
come i suoi quattro fratelli, di cui uno appena
tredicenne. Combattente di grande coraggio e di
sicura fede, secondo le testimonianze dei suoi
compagni, svolgeva servizio informazioni e di
collegamento tra Sassi, Asti, Pinerolo e Torino.
Barbaramente
trucidata dalle Brigate nere in via Asti il 11
ottobre 1944, aveva 22 anni.
MARIA
TERESA GORLIER, nata a Thures di
Cesana, in provincia di Torino, il 21 settembre
1921, dal 1 gennaio 1944 al 27 giugno 1944
staffetta e informatrice nella Val Chisone,
ammazzata nel cortile della caserma Incis a
Cesana dal Sergente Maggiore Basaglia, che le
sparò da una finestra mentre era a terra,
ferita, riversa nel cortile interno del
caseggiato: si era lanciata da una finestra per
sfuggire a un tentativo di violenza da parte di
un gruppo di repubblichini al comando del
capitano Gino Cera.
Questo la
testimonianza di Don Giuseppe Marabotto,
raccolta nel 1953:
“Maria era nata a
Cesana, venne assassinata barbaramente dai
fascisti della G.N.R. mentre era loro
prigioniera a Cesana, rinchiusa nella casa Incis,
dove in quel tempo anche io mi trovavo
prigioniero. L’uccisione avvenne il mercoledì
sera del 4 luglio 1944 per mano del Sergente
Basaglia armato di mitragliatore che scaricò
sulla poveretta tutto un caricatore: trentadue
colpi! La Maria dovè essere esasperata dalle
richieste continue e impudiche dei suoi
guardiani perché a un tratto, dalla cella
vicina, la sentii gridare – preferisco morire! –
poco dopo sentii aprire la finestra e udii,
subito dopo, un tonfo… Maria s’era lanciata dal
secondo piano della casa ed era caduta
rompendosi una gamba. Il dottor Manzon, che ne
constatò il decesso, riferì che i colpi d’arma
da fuoco sparati in seguito erano tutti davanti,
seno, collo, fronte e non dietro come affermato
dai fascisti al processo, che si sono difesi
dicendo che la ragazza stava scappando e hanno
dovuto spararle per fermarla.
Era una staffetta
preziosa e fidatissima, la sua attività
consisteva in controspionaggio, raccolta di armi
da destinare ai partigiani di Marcellin, viveri
e aiuti per i partigiani della Banda Chabaud e
per altri partigiani che spesso ospitò e nutrì
nella propria casa.
Quando venne
arrestata, il 28 giugno 1944, era venuta a
Cesana a ritirare oggetti che erano di un
partigiano che avevo sottratto ai repubblichini
e che portavo a Thures, Teo Minelli.
Maria morì due
volte da martire: della sua purezza e della
Libertà!”
Care tutte, a
seguito della revoca del patrocinio della Regione al Torino Gay &
Lesbian Film Festival e in appoggio al comunicato del presidente
dell'Arci Gay di Torino "Ottavio Mai", anche la Casa delle Donne ha
diffuso questo comunicato stampa:
"La Casa delle Donne di Torino esprime la sua profonda
indignazione per la revoca del patrocinio alla 26° edizione del
Torino Gay & Lesbian Film Festival da parte dell'assessore
regionale alla Cultura Michele Coppola.
Sin dal primo istante del suo
insediamento, la giunta Cota non ha perso nessuna occasione per
dichiarare la sua opposizione oscurantista nei confronti delle
conquiste e dei diritti di libertà e civiltà da sempre rispettati nella
nostra Regione.
Non dimentichiamo che fra le prime
parole proferite dal neo Governatore c'è la famosa dichiarazione: "Per
quanto mi riguarda la RU486 può marcire nei magazzini delle farmacie
degli ospedali.."
Da allora le sue prese di posizione,
dure e pregiudiziali, e i provvedimenti poco rispettosi della libertà
di espressione e di scelta delle donne e degli uomini, non si sono mai
fermati: è toccato alla scuola pubblica, al diritto allo studio, ai
consultori e al diritto all'autodeterminazione delle donne, agli
immigrati, alla recente emergenza profughi, e via elencando. Ora è la
volta del Torino Gay & Lesbian Film Festival.
Il patrocinio al Film Festival è stato
negato da Michele Coppola (candidato sindaco di Torino) nella sua veste
di assessore alla Cultura.
Ma di quale "cultura" stiamo parlando?
Qual è il significato che i componenti di questa giunta danno al
concetto di "cultura"?
Inquanto donne che da sempre ci
battiamo per affermare il diritto all'autodeterminazione delle nostre
scelte, delle nostre vite e dei nostri orientamenti sessuali,
esprimiamo con forza la nostra solidarietà al Glbt Film Festival e
confermiamo il nostro impegno a continuare, insieme, a percorrere la
strada della difesa dei diritti e delle libertà.
Torino, 1/4/2011
Casa delle Donne di Torino"
Mobilitazione del 13 febbraio "Se non ora, quando?"
1) alla Casa delle Donne, via Vanchiglia 3
lunedì dalle ore 16 alle ore 18
martedì dalle 17 alle 19,30
giovedì dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19 (l'8 marzo pomeriggio
saranno disponibili nel salone "Antico Macello", via M. Pescatore)
venerdì dalle 16,30 alle 18,30
2)presso la Camera del Lavoro di Torino, via Pedrotti 5,
tel. 011 24421
Tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle ore 10,30 alle ore 12,30
3)nei prossimi giorni, soprattutto nel centro città, i drappi
saranno disponibili anche ai banchetti per strada.
Se non ora quando? E dopo?
di Marica Guazzora*
“
Leggo
che le organizzatrici del 13 febbraio (che ha visto scendere
in piazza 1 milione di donne ma anche uomini e famiglie, per
rivendicare rispetto e chiedere ledimissioni di
Berlusconi), si sono costituite in comitato per organizzare
anche l'8 marzo ma se pensano di portarci sempre in corteo senza
simboli e bandiere si sbagliano di grosso. Se non si sta nei partiti
e nei sindacati la forza delle donne può essere solo una gran bella
rappresentazione di piazza che non sposta una virgola né nella
nostra vita né tantomeno nelle istituzioni e nel governo. Ce lo
hanno insegnato le donne del dopoguerra. Se non fossero entrate nei
sindacati e nei partiti non avremmo ottenuto nessuna delle conquiste
di quegli anni. I tempi sono molto cambiati, ma i partiti sono la
democrazia che si organizza. La cosidetta "società civile" è quella
che ha prodotto guasti come Berlusconi, un imprenditore che quando
ha deciso di occuparsi di politica ha usato il suo denaro per
comperarsi partito, persone e quasi tutti i mezzi di informazione.
Le organizzatrici del 13 febbraio non sono né apolitiche né
apartitiche. Hanno sigle precise. Non possono arrogarsi il diritto
di scegliere per tutte le donne.
Mi è piaciuto vedere intrecciare i fili
di lana, e tanti complimenti a Margherita Granero della Casa delle
donne di Torino, che ha avuto questa idea, ma c'erano troppo pochi
cartelli e nessuna bandiera, come se il genere ci dovesse collegare
oltre ogni barriera politica. Non è così, tante di noi si sentono
molto più vicine al genere maschile comunista che al genere
femminile del Pd e delle senza partito, (quelle del Fli non le
voglio neanche considerare). Mi è mancato il rosso, mi sono mancate
le bandiere. Si è passati dal colore viola alle sciarpe bianche di
Roma, come se il rosso fosse il male, un colore pericoloso, da
cancellare.
Non deve più succedere. Vogliono
portare tutti i colori dell'iride? Benissimo. Non glielo impedisce
nessuno. Ma il rosso è il nostro colore, la falce e martello il
nostro simbolo. Le nostre madri, i nostri padri hanno combattuto
contro il fascismo anche perché fossimo libere di scegliere.
Nessuna/o ha il diritto di scegliere per me, per noi.” (facebook 14
febbraio 2011)
Alla manifestazione del 13 febbraio si va, ma da comuniste,
non da donne e basta!
di Marica Guazzora*
Torino,
12 febbraio 2011. Vorrei che fosse chiaro che alla
manifestazione del 13 partecipo da comunista, non da donna e
basta, perché, diciamocela tutta, leggendo chi sono le
promotrici e coloro che parleranno sul palco di Roma, è
evidente che si stanno facendo le prove generali della
grande coalizione contro Berlusconi
"da Vendola a Fini". Ancora una volta le donne vengono usate
dai maschi per i loro giochetti di potere. E' questa
l'impressione che ho io, grande evento mediatico, a cui non
ci si può sottrarre visto che l'avversario è Berlusconi, ma
non si creda che le donne comuniste vogliano mischiarsi con
" le donne del capo" anche se ex. Perché le finiane sono
state con il premier fino a ieri, hanno accettato e
condiviso le sue politiche, anche quelle contro le donne,
hanno accettato in silenzio tutte le frasi da caserma e
gli atti che Berlusconi ha detto e fatto contro
la dignità delle donne in tutti questi anni, e adesso?
Adesso basta? E perché basta? Perché l'ha deciso un uomo,
Gianfranco Fini.
No, signore e signorine di stampo fascista,
IO NON CI STO. Non mi mischio con voi. Porterò il fazzoletto
rosso al collo e cartelli che mi contraddistinguano, perché
dopo questa manifestazione ci sarà l'8 marzo e poi il 25
aprile. E se l'8 marzo è il ricordo di donne coraggiose, e
ben diverse da voi, a maggior ragione il 25 aprile è il
ricordo anche di donne morte per la libertà, per liberare
questo paese anche dalle signore e signorine seguaci di
Gianfranco Fini, delfino di Almirante, e non ci sarà nessun
allegro gomitolo di lana che mi potrà far tessere rapporti
con voi e nessun ombrello colorato da aprire tutte insieme.
LE DONNE NON SONO TUTTE UGUALI!
La storia non si dimentica E NON SI
CANCELLA.
* Responsabile diritti Federazione PdCI
Torino
Invito
alle donne italiane a partecipare
ad una giornata nazionale di
mobilitazione domenica 13 febbraio 2011
Se non ora, quando?
A Torino Piazza San Carlo ore 14,30
Prevediamo,
oltre al concentramento in piazza, un percorso colorato, pieno dei
nostri volti e dei nostri contenuti, che si snoderà per via Roma,
piazza Castello, via Verdi - di fronte alla RAI - (dove verrà letto
l'appello), via Montebello, via Po, piazza Vittorio Veneto.
In
Italia la maggioranza delle donne lavora fuori o dentro casa, crea
ricchezza, cerca un lavoro (e una su due non ci riesce), studia, si
sacrifica per affermarsi nella professione che si è scelta, si prende
cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli,
mariti, genitori anziani.
Tante sono impegnate nella vita
pubblica, in tutti i partiti, nei sindacati, nelle imprese, nelle
associazioni e nel volontariato allo scopo di rendere più civile, più
ricca e accogliente la società in cui vivono.Hanno considerazione e rispetto
di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il
contributo di tante generazioni di donne che - va ricordato nel 150esimo
dell’unità d’Italia - hanno costruito la nazione democratica.
Questa ricca e varia esperienza di vita
è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle
donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali,
televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile.
Una cultura diffusa propone alle giovani
generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo
bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a
scambiarle con risorse e ruoli pubblici.
Questa mentalità e i comportamenti che
ne derivano stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui
dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della
nazione.
Così, senza quasi rendercene conto,
abbiamo superato la soglia della decenza.
Il modello di relazione tra donne e
uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide
profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale,
legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle
istituzioni.
Chi vuole continuare a tacere,
sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di
cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte
alla comunità internazionale.
Noi chiediamo a tutte le donne, senza
alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra
dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando? è il tempo di
dimostrare amicizia verso le donne.
L’APPUNTAMENTO E’ PER IL 13 FEBBRAIO
2011 IN OGNI GRANDE CITTA’ ITALIANA
Care tutte,
diffondiamo e invitiamo a diffondere la notizia che
è stata indetta una giornata nazionale di
mobilitazione dal titolo "Se non ora, quando?" per
il 13 febbraio p. v. -
Condividiamo molto
l'appello che promuove la giornata: finalmente
parole che ci appartengono per invitare tutte noi a
mobilitarci contro il degrado morale, civile e
istituzionale che si sta riversando sul corpo e
l'immagine delle donne e sul nostro Paese.
Per questo la Casa
delle Donne ha aderito.
In allegato vi inviamo
il testo dell'appello, l'elenco delle firmatarie e
delle prime adesioni.
Questa scadenza verrà
discussa nella riunione mensile del 1° febbraio,
alle ore 21, nel salone dell'Antico Macello con il
Coordinamento del 19 giugno .
Un caro saluto
Casa delle Donne
Museo
arte donne
28 - 29 - 30 GENNAIO 2011 villa5 PARCO DELLA CERTOSA
DI COLLEGNO
venerdi 28 ore 18,30 inaugurazione
sabato 29 e domenica 30 ore 11-22 apertura ore 18 e 21 eventi MAD
MUSEO ARTE DONNE
LAURA AMBROSI - SANDRA BARUZZI - ZAHIRA BERREZOUGA ROBERTA BIAGIARELLI -
LOUISE BOURGEOIS ELENA CAVALLO - MONA HATOUM - FRIDA KALO - CHEN LI
CLAUDIA LOSI - CATERINA MOCHI SISMONDI - TINA MODOTTI SHIRIN NESHAT -
IRINA NOVARESE - LUCY ORTA - YAEL PLAT FRANCESCA RIZZOTTI - SILVIA
SALCHI - MARGHERITA SETTIMO ANTONELLA USAI - JOANA VASCONCELOS - LES
VIDÉOBSTINÉES
www.artedonne.villa5.it villa5 via Torino 9/6 Collegno
Lettera
aperta del movimento delle donne socialiste
Le
donne socialiste dopo avere espresso l’adesione del Movimento unitamente
alla Federazione Provinciale del Partito Socialista di Torino
all’iniziativa della Casa delle Donne “PRETENDIAMO RISPETTO”,
ribadiscono quanto segue:
1.è
indispensabile che un MEDICO NON OBIETTORE DI COSCIENZA sia presente nei
consultori durante il periodo dedicato alle donne che richiedono
l’interruzione volontaria di gravidanza al fine di evitare l’impatto con
i volontari del Movimento per la vita, voluto dal PDL e da Cota e di
conseguenza: la violazione delle privacy. Soltanto dietro ESPLICITA
RICHIESTA DELLA DONNA, potranno conoscerLa e parlare con Lei.
2.È
INDISPENSABILE ACCORCIARE I TEMPI DI ATTESA per la prima visita in
consultorio e per la certificazione per l’aborto, altrimenti non si
riuscirà mai ad usare la RU 486 entro la 7° settimana di gravidanza e
quindi si deve ricorrere al vecchio sistema: FORSE E’ QUELLO CHE
VOGLIONO!!!.
3.La
piena applicazione della Legge Regionale n.16/2009 (di iniziativa
popolare) per quanto riguarda la creazione dei centri antiviolenza e
relative case rifugio. Le case protette nella nostra città sono
veramente insufficienti per le esigenze delle donne che hanno subito
violenze e che chiedono il ricovero.
E’ indispensabile, pertanto, che nel
programma delle forze politiche in vista delle prossime elezioni
comunali, venga evidenziato tale argomento.
In ogni caso le Donne Socialiste
affermano il proprio dissenso all’introduzione del Movimento per la vita
nei consultori. Occorre ricordare la piena laicità di queste
istituzioni, cosiccome voluta dalla Legge 194, laicità che garantisca in
ogni momento il pieno rispetto delle decisioni della donna per quanto
riguarda la procreazione e la tutela della sua salute.Occorre affermare
la piena e libera espressione di ogni forma di sessualità. (30 dicembre
2010)
Lettera di una mamma alla
ministra Gelmini
Cara
Gelmini l’astensione obbligatoria NON E’ UN PRIVILEGIO,NON E’ UN
DIRITTO, MA UN DOVERE.
Gentile Ministro Gelmini,
l’altro giorno, leggendo la sua intervista sul Corriere della Sera, in
cui dichiarava che l’ASTENSIONE OBBLIGATORIA DOPO IL PARTO è un
privilegio, sono rimasta basita.
Che lei fosse poco ferrata sui problemi dell’educazione, non era
necessaria la laurea in pedagogia, che io possiedo e lei no, o i tre
corsi post laurea, che io possiedo e lei no, visto quello che sta
combinando alla scuola statale.
Ma almeno speravo avesse competenze giuridiche, essendo lei avvocato ed
io no.
Certo, dato che lei, ora paladina della regionalizzazione, si è
abilitata in "zona franca" (quel di Reggio Calabria), perché più facile
(come da lei con un’ingenuità e candore imbarazzante affermato), lo si
poteva supporre.
E allora, prima le faccio una piccola lezione di diritto, e poi parliamo
d’educazione.
L’astensione dopo il parto, sulla quale lei oggi con tanta leggerezza
motteggia, è definita OBBLIGATORIA ed è un diritto inalienabile previsto
da quelle leggi, per cui donne molto più in gamba di lei e di me, hanno
combattuto strenuamente, a tutela delle lavoratrici madri.
Discorso diverso è il congedo parentale, di cui si può fruire, dopo i
tre mesi di vita del bambino, per un totale di 180g, solo in parte
retribuiti integralmente.
Ovviamente per persone come lei, con un reddito di oltre 150.000 euro
l’anno, pari quasi a quello del governatore della California Arnold
Schwarzenegger, discutere di retribuzione, in questo caso più che un
privilegio, è un’eresia.
Ovviamente lei non può immaginare, perché può permettersi tate, tatine,
nido "aziendale" al ministero, ma LA GENTE NORMALE, che lei dice di
comprendere, ha a che fare con file d’attesa interminabili per nidi
insufficienti e costi per babysitter superiori a quelli della propria
retribuzione.
Voglio dirle una cosa però, consapevole che le mie affermazioni
susciteranno più clamore delle sue, DA PEDAGOGISTA E DA ESPERTA, affermo
che fruire dell’astensione OBBLIGATORIA oltre che un DIRITTO è anche un
DOVERE, prima di tutto morale e poi anche sociale.
Come vede ho più volte sottolineato la parola OBBLIGATORIA, che già di
per se dovrebbe suggerirle qualcosa.
Ma preferisco spiegarmi meglio, anche se è necessaria una piccola
premessa doverosa.
Lei come tante donne, crede che l’essere madre, anche se nel suo caso da
pochi giorni, le dia la competenza per parlare e pontificare su
educazione e sviluppo del bambino, ai quali grandi studiosi hanno
dedicato anni e anni di studio.
In realtà, per dibattere sulla pedagogia, oggi chiamata più propriamente
SCIENZE DELL’EDUCAZIONE, bisogna avere competenze specifiche, che dalle
sue dichiarazione lei non sembra possedere.
Le potrei parlare della teoria sull’attaccamento di Bowlby,
dell’imprinting, e di etologia, ma non voglio confonderle le idee e
quindi ricorro ad esempi più accessibili.
Basta guardare il regno animale per rendersi conto come le femmine di
tutte le specie non si allontanano dai cuccioli e dedicano loro
attenzione massima e cura FINO ALLO SVEZZAMENTO Non è una legge
specifica relativa agli umani, ma della natura tutta.
Procreare, infatti, implica delle responsabilità precise, è una scelta
di vita, CHE SE CAMBIA IL COMPORTAMENTO ANIMALE, A MAGGIOR RAGIONE
CAMBIA LA VITA DI UNA DONNA.
Sbaglia chi crede che l’arrivo di un figlio, non comporti cambiamenti
nella propria vita.
Un bambino non chiede di nascere, fare un figlio non è un capriccio da
togliersi, ma una scelta di servizio, di dono di se stessi e anche del
proprio tempo.
Non sono i figli che devono inserirsi nella nostra vita, siamo noi che
dobbiamo cambiarla per renderla a loro misura.
Se non facciamo questo, potremmo fare crescere bambini soli, senza
autostima e con poca sicurezza di sé.
Bambini affamati di attenzioni, perché non gliene è stata data
abbastanza nel momento in cui ne avevano massimo bisogno, cioè i primi
mesi di vita.
L’idea che non capiscono niente, che non percepiscono la differenza ad
esempio tra un seno materna e un biberon della tata, è solo nostra.
Ciò non vuol certo dire che tutti bambini allattati artificialmente o
che tutti bambini con genitori che tornano subito a lavoro, saranno dei
disadattati. Ma bisogna fare del nostro meglio per farli crescere bene,
come quando in gravidanza assumevamo l’acido folico, per prevenire la
"spina bifida".
I bambini hanno nette percezioni, già nel grembo materno.
L’idea, che se piangono non si devono prendere in braccio "perché si
abituano alle braccia", è un luogo comune.
Le "abitudini" arrivano dopo i 6 mesi, fino ad allora è tutto amore.
Non è un caso che studi recenti, riabilitano il cosleeping, (dormire nel
lettone) e i migliori pediatri sostengono la scelta dell’allattamento a
richiesta.
Il volere educare i bambini inquadrandoli come soldati, già dai primi
giorni di vita, non solo é antisociale, perché una generazione cresciuta
senza il rispetto dei suoi ritmi di crescita può essere inevitabilmente
compromessa, ma è un comportamento al di fuori delle più elementari
regole umane e naturali.
Poi è anche vero che per molte donne, tornare a lavorare subito dopo il
parto sia una necessità assoluta.
Ma per questo problema dovrebbe intervenire adeguatamente lo Stato e non
certo con affermazioni come le sue.
Mi rendo conto che il suo lavoro le permette di lasciare la bambina,
rilasciare interviste di questo tipo (di cui noi non sentivamo la
necessità) e tornare con comodo da sua figlia.
Ma ci sono lavori che richiedono tempi e una fatica fisica e mentale che
lei non conosce. Tempo che sarebbe inevitabilmente tolto ad un neonato
che ha bisogno di una mamma "fresca", che gli dedichi la massima
attenzione.
Noi donne infatti, se spesso per necessità ci comportiamo come Wonder
Woman, poi siamo colpite da sindrome di sovraffaticamento.
E non è vero che è importante la qualità e non la quantità:
• perché la qualità del tempo di una mamma da pochi giorni, che rientra
nel tritacarne della routine quotidiana, aggiungendo il carico della
gestione di un neonato, può essere compromessa.
• perché un bambino non dovrebbe scegliere tra qualità e quantità,
almeno nei primi mesi, dovrebbe disporre di entrambe le cose.
Per non parlare poi del fatto, che se un genitore non può permettersi
qualcuno che tenga il bambino nella propria casa, nel corso degli
spostamenti, lo espone, con un bagaglio immunologico ancora carente,
alle intemperie o alle inevitabili possibilità di contagio presenti in
un nido.
Infatti, è scientificamente provato che i bambini, che vanno al Nido
troppo presto, o che non vengono allattati al seno, sono più soggetti ad
ammalarsi, con danno economico sia per le famiglie che per il sistema
sanitario.
Poi per carità, si può obiettare, che ci sono bambini che si ammalano
anche in casa, o come succede anche ai bambini allattati al seno, ma è
come dire ad un medico, che giacché si è avuto un nonno fumatore campato
100 anni, non è vero che il fumo fa male.
Bisogna dunque incentivare i comportamenti da genitore virtuoso, anche
con la consapevolezza che i bambini non sono funzioni matematiche, ma si
può fare molto, per favorire una crescita armoniosa, già dalla prima
infanzia, se non addirittura durante la gravidanza.
E allora le domando Ministro, di svolgere il suo ruolo importante
istituzionale con maggiore serietà, cercando di evitare affermazioni
fuori luogo come questa, o come quella secondo cui "studiare non è poi
così importante", prendendo Renzo Bossi come esempio.
Si dovrebbe impegnare di più nell’analisi dei problemi, per evitare
valutazioni errate e posizioni dannose per lei, per gli altri e per il
paese.
Perché forse qualcuno potrebbe aver pensato che tutto sommato il suo era
un ministero poco importante, che se guidato da un giovane ministro
senza competenze specifiche, "non poteva arrecare grossi danni",
soprattutto obbedendo ciecamente ai dettami del Tesoro, ma lei con la
sua presunzione di voler parlare di cose che non conosce, sta
contribuendo a minare il futuro di un’intera generazione.
Un’ultima cosa, lei che di privilegi se ne intende bene, essendo un
politico, la usi con maggiore pudore questa parola. 05-05-10 Rosalinda Gianguzzi
Interpretare un vantaggio come
una discriminazione per toglierlo ed intimare l'immediata
parificazione dell'età pensionale delle donne a quella degli
uomini è la stupefacente decisione della Corte di Giustizia e
della Commissione Europea che chiede all'Italia di adeguarsi a
tamburo battente e senza aspettare il 2018 previsto. Non c'è
dubbio che mandare le donne in pensione cinque anni prima degli
uomini non è una discriminazione. Lo sarebbe se andassero in
pensione dopo gli uomini! La distinzione uomo-donna nacque in
considerazione dell'idea "manuale", "fisica" del lavoro che era
prevalente quando si fecero le prime leggi pensionistiche. Ora
l'idea e la percezione del lavoro come fatica fisica non c'è più
se non per alcuni segmenti del mondo del lavoro ma questo non
riduce lo stress femminile dal momento che le donne non sono
soltanto lavoratrici sul posto di lavoro ma anche in famiglia.
Quante donne si alzano alle quattro del mattino per stirare,
cucinare, lavare, mettere in ordine la casa..prima di andare in
ufficio o in corsia o altrove ...Da questo punto di vista le
cose non sono cambiate in meglio.
Anche la prestazione
lavorativa della donna è diventata più pesante. Con la riforma
scolastica le classi affidate alle insegnanti sono diventate più
numerose e viene meno l'ausilio di tanti colleghi espulsi dal
processo di ridimensionamento e dequalificazione della scuola.
Lo stesso dicasi del lavoro sanitario di tutto il personale.
L'ossessione aziendalistica e produttivistica che pervade i
reparti ospedalieri, i laboratori, le corsie hanno aumentato lo
stress delle lavoratrici le quali restano sempre anche oberate
dal lavoro casalingo e per i figli che non può essere
cancellato.
La Unione Europea, così
solerte a salvare dalla "discriminazione" del pensionamento a
sessanta anni le nostre donne, non ha mai speso una sola parola,
non è mai intervenuta per intimare l'eliminazione di trattamenti
economici e normativi che relegano il genere femminile a livelli
assai più bassi di quelli maschili.
La tendenza all'innalzamento
progressivo dell'età pensionabile in vista dell'allungamento
delle aspettative di vita deve essere oggetto di attenta
riflessione e riconsiderazione. Non si può accettare come un
dogma l'insostenibilità di pensionati che vivendo più a lungo
costano di più allo Stato. Intanto bisognerebbe disaggregare il
dato. E' vero che in Italia l'aspettativa di vita è all'incirca
di 82 anni ma questa non è l'aspettativa di vita dei lavoratori
ma di tutti. E' diverso! Bisognerebbe verificare categoria per
categoria qual'è la durata della vita e sopratutto la durata di
permanenza in vita in regime pensionistico.
Bisognerebbe anche considerare che se per un
ingegnere quaranta anni di lavoro possono essere anche superati
lo stesso non si può sostenere per un minatore, un operaio di
fonderia, etc...
Anche la questione del
finanziamento della pensione va rivisto. Una parte potrebbe
gravare sulla fiscalità generale e stabilire un minimo eguale
per tutti.Si potrebbero rivedere di contribuzione. Insomma la
questione va discussa e non può essere ridotta ad un rapporto
semplicistico tra aspettativa di vita ed età di collocamento in
pensione. Questa è la tendenza della destra e della
Confindustria la quale non manca di mostrare in occasioni come
questa il suo volto asociale. La Confindustria vorrebbe che lo
Stato spendesse il meno possibile per pensioni, sanità, scuola
ed servizi sociali. Non trova nulla da obiettare per i 31
miliardi che sono stati stanziati e si stanno spendendo per
l'acquisto di micidiali aerei da bombardamento ed elicotteri di
guerra.
La perentoria richiesta della
UE solleva anche un altro problema che è quello della politica
del lavoro e sociale nella comunità e l'incidenza in essa dei
sindacati. L'assenza dei sindacati europei è davvero allarmante
e la legislazione del lavoro comunitaria è orientata dagli
interessi delle confindustrie. Un silenzio assordante accompagna
normative sempre più sbilanciate a favore delle aziende e sempre
più coattive per i lavoratori. Penso all'orientamento verso una
settimana lavorativa di 62 ore. L'ideologia di maastricht domina
sempre di più e sta cancellando la civiltà di una europa
democratica, progressista, socialista.
In memoria di Mariarca
Terracciano
di Gianni Rossi
Gli
occhi profondi e lucidi non risplendono più. Le sue pupille scure non
abbagliano più lo sguardo di chi ha potuto vederla e sentirla per pochi
istanti, distesa su una lettiga mentre il sangue rosso cupo scivolava
via dal braccio verso la sacca trasparente. La sua voce calma e sicura
che scandiva con saggezza le parole della sua protesta solitaria,
dignitosa e con l'incedere antico, musicale, delle donne del Sud, si è
spenta per sempre. Mariarca Terracciano, 45 anni, infermiera, sposa e
madre di due figli fa "scandalo" più da morta che da viva. Scandalo in
senso cristiano, ovvero testimonianza scomoda di un mondo che non sa più
rispondere alle domande semplici e dirette della gente comune, di chi
lavora duramente per sostenere una famiglia e di chi un lavoro l''ha
perso o non lo ha mai avuto davvero.
Mariarca, ovvero la "Maria signora", la "Maria che
domina" come l'etimologia del nome induce a percepire, ha raggiunto la
lunga folla di migliaia e migliaia di altre anime che in Paradiso ogni
anno si aggiungono alla schiera dei morti sul lavoro. Quel lavoro che
nella nostra società fatta ancora di sfruttamento, nonostante le tante
conquiste ottenute nel secolo scorso a costo di sacrifici, lotte e
sangue versato da milioni e milioni di lavoratori, oggi più che mai
distrugge speranze, certezze, voglia di vivere e di realizzarsi. Mentre
tutte le televisioni, le radio, i taccuini e i registratori dei
giornalisti erano distratti dagli effetti spettacolari della crisi delle
borse, del crollo dell'euro, della caduta degli stati europei spazzati
via dalla speculazione mondiale; mentre gli occhi dell'opinione pubblica
venivano inondati dalle macerie del regime berlusconiano, dell'ultimo
"Califfo" di Occidente e della sua "corte dei miracolati", ecco che il
simulacro esile e gentile di una donna del nostro Meridione
svillaneggiato dal leghismo egoista ed imperante ci lanciava un
messaggio di onestà e di fierezza.
Mariarca per alcuni giorni si è tolta il sangue vero
per onorare il suo lavoro, aveva fatto lo sciopero della fame, perché
oltraggiata nell'intimo del suo senso di responsabilità: ogni lavoratore
vale in quanto viene pagato, in quanto il suo valore è riconosciuto
mensilmente dal danaro, appunto il "controvalore" della fatica.Se, a
fronte del lavoro responsabile, diligente, viene meno il controvalore
dello stipendio, ecco che si inceppa il meccanismo vitale che sta alla
base della nostra società capitalistica: si ritorna indietro nel tempo,
alla barbarie dell'epoca pre-industriale, al lavoratore-schiavo, alle
sopraffazioni, alla cancellazione dei diritti umani. In piena crisi
economica e finanziaria, i governi europei, le nazioni più
industrializzate rispolverano ricette antiche, liberiste, che suonano
ancora e sempre come "lacrime e sangue" per le masse popolari, per chi
lavora, chi sta in pensione, chi è in cerca di un'occupazione stabile,
per chi è malato e chi è indigente. "I soldi non ci sono più. Bisogna
fare tutti dei sacrifici!". Tutti, tranne le "cricche" del potere, chi
specula nella finanza internazionale chi evade utlizzando gli "scudi"
fiscali!
Un ritornello monocorde che suona stridulo proprio
per chi è invece orgoglioso del proprio lavoro, anche se scarsamente
retribuito, per chi crede in valori semplici e basilari: la
responsabilità verso gli altri, la famiglia, i figli, la casa, la
solidarietà, la speranza di essere felici. A Mariarca tutto questo è
stato tolto di colpo nelle settimane scorse. E il mondo le è caduto
addosso. Certo, non si è data per vinta, ha resistito e lottato. Era da
esempio per gli altri suoi colleghi di lavoro. Con il pudore di chi è
semplice e di chi non ama le ribalte né i palcoscenici mediatici,
Mariarca ha comunicato la sua battaglia ad una piccola televisione
locale ed ha fatto il giro del mondo su Youtube. Eppure nessun
Telegiornale delle grandi TV pubbliche e private si è interessato del
suo caso.
La sordità e la cecità del giornalismo TV (che poi è
quello che informa l'80% della popolazione) sono fattori preoccupanti
proprio in questo periodo di crisi che da economica e finanziaria sta
diventando sempre più una crisi sociale, che potrebbe sfociare anche in
tensioni e violenze. Ben altro spirito di servizio e di responsabilità
professionale ci si aspetterebbe dal mondo giornalistico per documentare
la realtà drammatica del paese in cui viviamo! Ancora una volta, seppure
in modo diverso, il corpo di una donna è stato violato dalla brutalità
della società egoista e mercantile.
Mariarca non è morta per una violenza sul suo corpo
di donna bella e gentile. Mariarca è stata uccisa dal cortocircuito del
sistema sociale, che lei stessa ha cercato di "bucare", offrendole in
pasto proprio il suo corpo, ultimo baluardo della sua dignità di persona
e di donna. Mariarca oggi è diventata un "titolo" da TG, un'apertura di
prima pagina per i giornali nazionali. Fra pochissimi giorni, anche
Mariarca, purtroppo, scomparirà nel tritacarne dell'informazione
consumistica, come i suoi tanti compagni di strada morti prima di lei
sul lavoro e per il lavoro.
Eppure, ci sentiamo di rivolgere un appello a chi
scrive, a chi si occupa di televisione e di radio: raccontateci ogni
giorno questo mondo che sta soffrendo, che cerca di sopravvivere, che sa
mostrare la dignità e l'onestà di milioni e milioni di cittadini,
impegnati a far vivere una società ormai in declino, senza ricercare
scorciatoie truffaldine per "fregare" gli altri. Allora sì che Mariarca
non sarà morta invano. Allora sì che Mariarca resterà un esempio di vita
e non solo una martire del lavoro: una donna del Sud con il coraggio da
leonessa e l'umiltà della discrezione di un'anima gentile.(18 maggio
2010 www.aprileonline.info)
Congedo di maternità, non
diritto ma privilegio
Parola di Maristella
Gelmini
di Cecilia M. Calamani*,
Forse, cara
ministra, sono poche quelle che possono permettersi di tornare a
lavorare, in quei cinque mesi. Probabilmente Lei non sa neanche cosa
significhi, con uno stipendio da operaia o da impiegata, avere un
figlio. Per Lei, il problema più grande sarà trovare un paio di tate
tuttofare, che La seguano nelle trasferte a Roma portandoLe la Sua bimba
per le poppate. Le notti in bianco, occuparsi della casa e dei figli,
fare la spesa, pulire, cucinare, far quadrare il bilancio familiare,
pagare le bollette e le rette degli asili nido non sono problemi di cui
Lei risentirà, dall'alto della Sua posizione privilegiata. Con quale
coraggio, e soprattutto con quale faccia, chiede alle lavoratrici madri
dei "sacrifici"?
E' la festa dei lavoratori. Delle lotte operaie e
sindacali che hanno permesso il riconoscimento dei loro diritti, ai
quali si attenta quotidianamente con forme di lavoro da strozzinaggio
per eludere proprio quelle conquiste - e il congedo per maternità è una
di esse- pagate a caro prezzo negli anni Settanta con serrate, scioperi
e sacrifici, quelli veri, non quelli di cui Lei si riempie la bocca.
Lei, dal suo scranno ministeriale, parla di madri
lavoratrici senza sapere di cosa stia parlando; legifera sull'istruzione
senza aver mai insegnato; propone la regionalizzazione della scuola
pubblica quando Lei per prima, per passare l'esame da procuratore, si è
trasferita nel profondo Sud, a Reggio Calabria, dove essere bocciata
sarebbe stata, negli anni intorno al 2000, una singolare eccezione. Lei
pontifica, oggi, sul merito, quando non ha disdegnato le scorciatoie dei
furbetti per ottenere il titolo di avvocato di cui si fregia; Lei si
permette di parlare di diritti e sacrifici alle donne che non hanno
avuto un "papi" prima, che potesse permettersi di mantenerle durante il
praticantato in altra città, e un "Papi" dopo, a portarle in palmo di
mano a sedere in Parlamento e poi nel Consiglio dei ministri.
Ma ciò che è veramente triste, ministra Gelmini, è
che Lei, donna, vada contro le donne, quelle "privilegiate" alle quali
un contratto di lavoro a tempo indeterminato - laddove resista ai
licenziamenti in massa derivanti dalla crisi - permette di sostenere
l'onere di una maternità. Alle altre, infatti, le innumerevoli
lavoratrici a contratto o a chiamata è preclusa, anche grazie al Governo
che Lei rappresenta, l'idea stessa di futuro.
*Cronache laiche
Ricordando le donne del
Ponte di ferro
7 Aprile
1944 - 7
Aprile
2010
Costruiamo
insieme
un luogo
dedicato
ad ogni
donna
resistente
di
Antifasciste
romane
Il
7 aprile
del 1944
morivano,
fucilate
dai
nazisti,
dieci
donne.
Clorinda
Falsetti,
Italia
Ferracci,
Esperia
Pellegrini,
Elvira
Ferrante,
Eulalia
Fiorentino,
Elettra
Maria
Giardini,
Concetta
Piazza,
Assunta
Maria
Izzi,
Arialda
Pistolesi,
Silvia
Loggreolo
furono
assassinate
al Ponte
di Ferro
perchè
insieme
ad altri
ed altre
abitanti
dei
quartieri
limitrofi
avevano
assaltato
un
forno.
Volevano
riprendere
per la
famiglia
quella
farina e
quel
pane che
i
fascisti
negavano
alla
popolazione
straziata
dalla
guerra,
riservandolo
ai
tedeschi.
I
loro
corpi
lasciati
esposti
sul
luogo
dell'eccidio
dovevano
scoraggiare
chi
intendeva
ribellarsi,
Ma il
ricordo
del loro
coraggio
è ancora
oggi la
forza di
chi
cerca
giustizia. Sullo
stesso
ponte un
monumento,
per lo
più
sconosciuto
mantiene
il
ricordo
di
quelle
donne.
Attraverso
la
costruzione
di un
percorso
storico,
attraverso
un
continua
e
rinnovata
lettura
dei suoi
contenuti,
e la
loro
discussione
in un
racconto
collettivo
la
memoria
diviene
elemento
costitutivo
del
ragionare
il
presente
e del
costruire
il
futuro
Il 7
aprile
del
2010,
vogliamo
ricordare
su quel
monumento
e su
quel
ponte il
nome di
ogni
donna
che ha
resistito
e
resiste
ai tanti
soprusi
quotidiani
di cui
sono
vittime
le donne
nel
nostro
paese e
nel
mondo.
Quella
storia
di
resistenza
ci
appartiene
ancora,
non è
finita.
La
resistenza
delle
donne è
diventata
pane
quotidiano.
Ricordare
e
Resistere
sarà
parlare
delle
donne
che ogni
giorno
resistono
con i
propri
corpi,
alla
violenza
fuori e
dentro
la
famiglia,
alle
guerre,
alle
privazioni,
alla
negazione
di
libertà
e delle
diverse
forme di
esistenze,
al
razzismo
e ad
ogni
intolleranza.
Ricordarle
sarà
lasciare,
su quel
monumento
e su
quel
ponte,
insieme
a quelli
delle
dieci
donne
scolpite
sulla
pietra,
il nome
di ogni
donna
resistente
7
aprile
2010
ponte di
ferro
ore
16 Via
di Porto
Fluviale
Roma
In
ricordo
delle
dieci
donne
giustiziate
dai
nazifascisti
In
ricordo
di ogni
donna
resistente
...Donne per altre idee di donne....
Il 2009 è stato un anno di scandali, scandali che si sono consumati sul
corpo delle donne, fatti di politica, di soldi, di corruzione, di sesso
usato come merce di scambio. All'improvviso talk show, dibattiti e
conversazioni al bar hanno scoperto ci che a tutti doveva essere chiaro
da tempo: ò il corpo femminile è continuamente privato della sua dignità
da stacchetti televisivi di ballerine seminude e dalla continua
ostentazione della bellezza come unica dote femminile rilevante.
Mentre gli schermi televisivi continuavano a trasmettere immagini di
corpi perfetti e irreali, restava totalmente fuori dalle telecamere ciò
che è la realtà del mondo femminile, con le sue potenzialità e le sue
difficoltà.
Ed è proprio quel mondo reale che oggi 6 Marzo 2010 deve mostrarsi,
farsi sentire e vedere, prendere parola e non lasciarsi raccontare da
altri.
Oggi è il giorno in cui bisogna tornare a credere che sia possibile che
le cose vadano diversamente, affermando che:
Il corpo delle donne non è un oggetto passivo asservito a bisogni non
propri.
Essere fuori dai canoni di bellezza mediatici non è una colpa.
La vecchiaia è una stagione della vita e non un'onta.
La sessualità va vissuta liberamente e il sesso non è una «mazzetta» per
giochi di potere.
Le istituzioni devono promuovere un'immagine di donna nella quale
possiamo dignitosamente riconoscerci.
Le donne esigono un ruolo effettivo nella politica e non sono solo delle
ancelle al servizio di un uomo-capo.
La presenza delle donne nella cultura è la via per aprire nuovi percorsi
del sapere.
Se possiamo essere ottime studentesse possiamo anche essere ottime
docenti.
Il lavoro deve essere uno spazio di libera espressione e non di
umiliazione e compromessi.
Le nostre capacità lavorative non si riducono alla «bella presenza» e
alla «disponibilità».
La busta paga non deve ricordarci ogni mese le discriminazioni
di tutti
i giorni.
La maternità è una gioia e un diritto e non un sacrificio.
La gestione e la cura familiare vanno condivise e non ritenute doti
naturali femminili.
Le rivendicazioni di oggi, le stesse di ieri, non possono attendere un
altro anno.
Per superare gli stereotipi e il pensiero unico maschile,
affermiamo e valorizziamo la differenza.
Scendiamo in piazza per altre idee di donne
sabato 6 marzo 2010 alle ore 15,30
Manifestazione Piazza Castello a Torino
Collettivo AlterEva
Care
tutte, cari tutti,
noi studentesse del
Collettivo AlterEva lanciamo un appello a tutte le realtà del
territorio per scendere in piazza il 06 marzo a difendere e
rivendicare altre idee di donne.
AlterEva è un
collettivo di studentesse del Laboratorio Corsaro e degli
Studenti Indipendenti, provenienti da diverse Facoltà
dell'Ateneo torinese. Nasce dell'esigenza di evidenziare
l'importanza delle tematiche
di genere, in una società che sembra non concedere spazio a
tutte quelle giovani donne che non riescono e non intendono
riconoscersi negli stereotipi di femminilità continuamente messi
in scena dai media e dal mondo politico.
Riteniamo fondamentale che
le tematiche e le rivendicazioni di genere non rimangano
confinate in poche isole felici, ma che invadano e pervadano
l'intera società. Proprio per questo abbiamo deciso di
manifestare per l'8 marzo. Siamo consapevoli che questa è solo
una data simbolica e che il lavoro e le rivendicazioni vanno
portate avanti con impegno 365 giorni l'anno, sia
individualmente che collettivamente. Tuttavia, ci sentiamo anche
di affermare che l'8 marzo rimane una data fondamentale per il
movimento delle donne di ieri, di oggi e di domani ed è
un'occasione da non perdere in un presente che riduce sempre più
la donna a mero oggetto di scambio.
Vediamoci tutte e tutti
il 06 marzo in Piazza Castello alle ore 15.30.
Sarà un'occasione per tutte
le associazioni e le realtà per portare i propri contenuti e la
propria esperienza, e a seguire dar vita a un corteo colorato e
allegorico, ma che al tempo stesso dia voce alle nostre istanze
politiche.
Sappiamo che il tempo
stringe, ma pensiamo che si possa fare e che sia necessario
farlo.
Ho
cercato, con abbastanza cura in rete, segnali femminili
sperandoli persino positivi sulla manifestazione voluta dagli
uomini dell'Associazione Maschile Plurale contro la violenza
maschile alle donne -la prima indetta da maschi contro i maschi
violenti con le donne- e non li ho trovati. C'è un articolo, il
solo che ho trovato, su Il paese delle Donne, tra il
risentito e il contento, di Paola Zaretti e un altro di Marina
Pivetta, sempre sul sito.
Non capisco come mai non notiamo un nuovo che
ci accade intorno? E mi chiedo che succede o se invece sono io
che mi illudo facilmente, ponendomi delle aspettative irreali? O
se abbiamo paura? Da quando ho saputo di questa manifestazione
da Stefano Ciccone, a Roma all'assemblea indetta da Ida
Dominijanni e altre, ho continuato a chiedermi come avrei potuto
andare e come sarei riuscita a farcela. Perché volevo esserci ad
una manifestazione che auspicavo già al ritorno da quella ormai
famosa, a Roma del 2007, contro la violenza maschile alle donne.
Quella che ha fatto discutere per il tentativo del potere
partitico femminile di attribuirsi i vantaggi del suo successo
ma anche quella che ha rifiutato ancora, allora, la
partecipazione di quegli uomini che condividevano il no delle
donne sugli uomini violenti.
Mi ricordo che in corriera con un'amica ci dicevamo, incredule
che potesse accadere, che la prossima manifestazione l'avrebbero
dovuto indire gli uomini per segnare il cambio di passo su di un
tema che aveva come soggetto gli uomini e come oggetto le donne
e che se gli uomini non ne prendevano coscienza non ci si
schiodava dalla situazione, come donne.
Perché il problema era loro. L'ho anche scritto questo nostro
desiderio e da qualche parte, penso al sito Dea Donnealtri, si
trova. Così come si trova anche l'idea che tra di loro,
nell'associazione Maschile Plurale, proprio quella mattina del
2007 incontrandosi per capire che fare a proposito della loro
esclusione dalla manifestazione, ne avevano parlato.
E' vero, non è che in questi due anni ci siano state tante voci
che lo desideravano e lo esprimevano. Ma pensavo che, se ci sono
uomini che rompono il cerchio di omertà maschile e finalmente
non temono di esporsi pubblicamente nei confronti del loro
stesso gruppo di maschi, potessero avere, da parte nostra, una
qualche considerazione maggiore su di un iniziale cambio di
passo simbolico che ci riguardava da vicino.
Se penso poi all'estate bollente dei nostri
politici di destra e di sinistra e al "disordine" che hanno
espresso sulla confusione maschile tra sesso, potere, soldi,
relazione col femminile - produzione riproduzione - mi pareva
proprio che ora questa distinzione tra maschi cadesse a fagiolo
e che finalmente aprisse sul maschile quella contraddizione che
gli uomini in genere, e non solo quelli della politica, fanno
fatica ad esprimere. Quando si fanno bastare il pensiero che
loro sono diversi dai signori Berlusconi e Marrazzo e non hanno
bisogno di dirlo pubblicamente - e non dicendolo continuano a
proteggere quell'omertà silenziosa tra uomini che garantisce la
continuità del loro modello sociale, anche se di crisi perenne.
Se non si riesce a cogliere il nuovo di
questo fare che parte proprio dal dato maschile più eclatante,
l'esercizio della violenza, nella relazione col femminile, non
so proprio come potremo relazionarci, ognuno /ognuna a partire
da sé, sul resto delle profonde contraddizioni che il
patriarcato maschile, ancorché in crisi o finito, ha imposto
alla società e a noi donne.
Come potremo valutare o strutturare una comunicazione sul resto
delle tematiche che ci interessano se non mettiamo in
discussione con loro il modello di base da cui i più prendono le
mosse per definirsi e definirci? Penso al legame tra lavoro e
vita che come donne vorremmo cambiare e al doppio sì nostro su
lavoro e maternità e a come faremo a modificarlo se non cogliamo
i cambiamenti anche minimi che accadono sull'altro versante del
nostro vivere.
Paolozzi e Leiss hanno scritto in "La paura
degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica" che
le donne sono cambiate e gli uomini dovranno farlo. Ma come
faremo ad accorgerci dei cambiamenti che avvengono tra gli
uomini, se ce ne disinteressiamo? Tra l'altro il femminismo ci
ha abituate a leggere tra le pieghe del quotidiano i cambiamenti
anche minuscoli delle donne che la società dei media nasconde o
non riconosce e all'improvviso perdiamo quest'abitudine alla
lettura della realtà se a fare minimi cambiamenti sono gli
uomini? O siamo invece convinte che ce la faremo anche se gli
uomini non cambiano? Ma non possiamo cambiare noi sole e gli
uomini stare fermi. Vorrebbe dire che loro vanno già bene così e
noi sappiamo che non è vero, ma non solo perché lo diciamo noi
che siamo cambiate, lo dice la crisi del mondo che loro hanno
immaginato per tutti/e.
Certo una rondine non fa primavera e molto
abbiamo sopportato nei secoli e nei millenni dal potere
maschile. Ma questo non ci esime dal non vedere quel che accade.
A meno che non ci muoviamo come hanno fatto loro col femminismo
e anche noi scegliamo di non vedere. Ma perchè? Noi, siamo così?
Non lo credo a meno che non vogliamo restare legate alla
condizione di vittime che la violenza maschile ci impone senza
cogliere i profondi cambiamenti che noi stesse abbiamo messo in
atto.
No. Noi non siamo come gli uomini della politica o come le donne
"imitative"anche se la paura di illuderci può farcelo fare: di
non vedere. Ma non ce lo possiamo permettere. C'è troppo
disordine sotto al sole per poterci concedere questo inutile
lusso.
Mi pare di sentirci ripetere che è talmente tanto tempo che gli
uomini non si muovono che non è il caso di stare a preoccuparci
perché hanno indetto per una volta una manifestazione contro la
violenza maschile alle donne...
Ho sperimentato da molto tempo questa sordità maschile alla voce
dissonante e critica delle donne in politica e ho visto la
distruzione a diffusione geometrica che sono riusciti ad attuare
con questa innaturale sordità, più pericolosa perchè voluta. Non
credo che come donne possiamo anche involontariamente percorrere
le loro stesse strade.
Parliamo, parliamone di quello che accade. Come abbiamo sempre
fatto. Indipendentemente da chi lo fa accadere e dai nostri
rancori.
Il silenzio non rafforza i poteri, quello dei maschi sul loro
presunto potere lo sta distruggendo...(www.aprileonline.info 24
novembre 2009)
Sesso e politica nel post-patriarcato
di Maria Luisa Boccia, Ida
Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca
Pomeranzi, Grazia Zuffa
Pubblichiamo
il testo di convocazione di un incontro
nazionale che si terrà il 10 ottobre
alla Casa Internazionale delle donne di
Roma (Via San Francesco di Sales 1, h.
10). L’incontro è pubblico e la
partecipazione è aperta a donne e uomini
interessate/i.
Lo scambio tra sesso,
potere e denaro, nel caso-Berlusconi,
parla del degrado della cosa pubblica.
Dell’uso privato delle istituzioni e del
potere. Dell’asservimento
dell’informazione - non tutta, ma la
maggior parte -, con conseguente
aggressione ai pochi spazi di libertà e
di critica.
Ma resta oscurato,
nella rappresentazione che ne è stata
data, quello che è il cuore della
vicenda: la sessualità maschile e il
rapporto con le donne di un uomo di
potere. Ci troviamo di fronte a una
sessualità e a un potere maschili che si
esercitano su donne ridotte a corpi
rifatti, per essere oggetti compiacenti
di consumo. Nell’harem, a pagamento o
meno, di Berlusconi la virilità è messa
in scena come protesi del mito del capo.
E le donne sono disponibili, perché
subalterne a quella messa in scena. O al
più interessate a uno scambio. Siamo
all’eterno ritorno dei ruoli
tradizionali? L’uomo al centro, da vero
protagonista, le donne intorno,
interscambiabili, accomunate e confuse
in una stessa immagine? Noi pensiamo di
no.
La vicenda sessuale e
politica del premier e della sua corte
ci parla, al contrario, del
dopo-patriarcato: intendendo con questo
termine non la risoluzione, ma una nuova
configurazione del conflitto fra i
sessi. La sessualità maschile è, in
tutta evidenza, in crisi. Non (solo) di
prestazione, con relativo corredo di
protesi tecnologiche e farmacologiche:
bensì di desiderio, e di capacità di
relazione. Gli uomini hanno ancora
potere e lo usano nei rapporti con le
donne. Ma è un potere senza autorità:
nudo, come è nuda la miseria di una
virilità tradizionale che si tenta di
ripristinare contro la destabilizzazione
dei ruoli sessuali provocata da quarant’anni
di femminismo.
Quanto a noi donne.
Siamo davvero tutte accomunate in quell’immagine
del corpo femminile plastificato, privo
di cervello e oggetto del godimento
maschile? O c’è uno scarto tra la
fiction del femminile allestita dal
regime televisivo e politico
berlusconiano e la realtà delle vite e
dei desideri delle donne? Certamente,
quella fiction produce effetti di realtà
e ha un forte potere di colonizzazione
dell’immaginario e delle aspirazioni
femminili. Tuttavia noi crediamo che fra
quella fiction e la realtà uno scarto
resti, e che proprio questo scarto abbia
reso possibili le parole e i gesti di
libertà di alcune donne coinvolte nella
vicenda, prima tra tutte Veronica Lario,
e di quante fra noi hanno dato a quelle
parole e a quei gesti rilevanza
politica.
Si può dunque, e
come, lavorare sullo scarto tra fiction
e realtà? Spetta a noi leggere la
condizione femminile inforcando le lenti
giuste per riconoscere tracce di libertà
e forme di resistenza e dissociazione
che si sviluppano anche laddove la
politica e l’informazione non le vedono.
In donne differenti tra loro, e anche in
quelle in tutto dissimili dalle
femministe di ieri e di oggi. Vistoso è,
nello scambio fra sesso, potere e
denaro, il degrado della politica. Lo si
denuncia sempre oscurandone, però, il
segno sessuato. Certo, non è di oggi la
perfetta continuità fra le
aziende-spettacolo del presidente e il
suo uso privato della cosa pubblica e
delle istituzioni. Ma la novità è che il
premier-imprenditore dispensa, in cambio
di sesso, un provino da velina o un
posto da parlamentare come fossero
equivalenti. E ancora: Berlusconi si
appella al «gradimento degli italiani»,
pubblico (l’audience) e privato (la
complicità sulla sua presunta prestanza
sessuale) per sottrarsi a qualsiasi
regola di democrazia e di trasparenza.
Di più: il «gradimento» legittima la
menzogna, o meglio crea la verità di
regime «della maggioranza».
Ma la politica così
degradata perde ogni residua
autorevolezza. Lo conferma il modo in
cui tutta questa vicenda (non) è stata
affrontata nelle istituzioni politiche.
Per mesi, uomini e donne della
maggioranza, ma anche dell’opposizione,
si sono attestati sulla linea Maginot
della distinzione fra il pubblico e il
sacro «privato dell’alcova». Il
disprezzo verso le donne è stato coperto
con le accuse al «moralismo dei
parrucconi». E la manipolazione della
verità ad opera dei media controllati
dal premier con il rifiuto del gossip.
Anche negli appelli alla mobilitazione
in nome della democrazia e dei diritti,
però, la questione sesso e potere resta
opaca. Perché oggi, come e diversamente
dagli anni ’70, quell’intreccio chiama
in causa una trasformazione radicale
della politica, e un’autocritica ruvida
delle connivenze culturali
dell’opposizione con il berlusconismo.
Ed è troppo scomodo per i partiti di
opposizione, presenti in parlamento e
non, perché mette in questione il patto
a cui tutti si attengono nella selezione
e cooptazione del ceto politico,
femminile e maschile.
Mai come oggi i
rapporti tra i sessi sono il cuore della
politica. Dopo la rivoluzione femminile,
nel disordine del presente, si può e
come riprendere parola su sessualità e
politica? A partire da quali esperienze
di relazione (o non) con gli uomini? Da
quale desiderio? C’è da confrontarsi sui
mutamenti del presente. Sono molte le
donne che oggi si sentono schiacciate
dalla suddetta fiction del femminile, e
invocano una nuova stagione di lotte
femministe. Ma c’è da chiedersi quanto
siamo state disposte a rischiare,
ciascuna nel suo contesto, perché «il
modello dominante» fosse meno visibile o
meno coccolato, e di converso il
pensiero femminista fosse registrato, la
parola femminile diventasse più
autorevole, la bellezza femminile non
venisse colonizzata.
La questione
dirimente è quella delle pratiche
femminili quotidiane di resistenza,
conflitto, secessione, autonomia,
libertà. Sono queste le pratiche che
hanno reso forte il femminismo in Italia
e altrove, e molecolare la
trasformazione dei rapporti fra i sessi
che la fiction berlusconiana combatte e
occulta, ma non vanifica. Come
valorizzare queste pratiche,
sottraendole all’occultamento? Come
rilanciare il senso politico della
libertà femminile, strappandola al suo
stravolgimento in libertà di competere
sul mercato del corpo? Come dare alla
parola femminile una forza più duratura
dell’indignazione?
Di tutto questo
invitiamo a discutere donne e uomini il
10 ottobre, h.10, alla Casa
internazionale delle donne di Roma.
(www.ilmanifesto.it 7 ottobre 2009)
La schizofrenia del potere
di Ida Dominijanni
La
schizofrenia del potere, o forse l'inventiva del più grande
sceneggiatore di Hollywood, ha suggerito al governo italiano di
allestire a Roma un set surreale dove, Mara Carfagna officiante, si
levano alti lai contro la violenza sulle donne, si taglia il nastro
inaugurale di «una nuova epoca di cooperazione internazionale» contro la
violenza sulle donne, si chiamano a raccolta gli uomini giovani contro
la violenza sulle donne, nelle stesse ore in cui piovono pietre
sull'harem a pagamento di un uomo anziano, sui sistemi di reclutamento
di escort e quasi-escort bionde e brune di un imprenditore cinico, sui
mezzi di circolazione di coca e altre sostanze destinate a rendere più
eccitante il «divertimento dell'imperatore» che muove come il sole tutto
il sistema.
Pare di sognare e invece no, è proprio vero. E' proprio lei, Mara
Carfagna, la più favorita fra le favorite di corte, una che in questi
mesi non ha trovato una sola glossa da fare alla mercificazione
femminile praticata per sistema dal suo capo, a pontificare che «ogni
atto di violenza contro le donne è un crimine». Ed è proprio lui, «il
miglior presidente del consiglio in 150 anni di storia», a ghignare per
l'ennesima volta la sua ammirazione per l'altra metà del cielo, il suo
odio per la disinformazione dei giornali, le sue minacce contro le
testimoni dirette e parlanti dei suoi misfatti.
C'è la violenza reale e c'è la violenza simbolica. E se è vero che ogni
atto di violenza contro le donne è un crimine, violento e criminale è il
trattamento - linguistico, mediatico, sessuale - che il premier e i suoi
mezzani, da Tarantini a Ghedini a Feltri a tutti quelli che tacciono e
acconsentono, riservano al gentil sesso. O forse pensano che a tutte noi
sembri di ricevere dei bouquet di rose quando li sentiamo parlare di
utilizzatori finali, veline ingrate, «ragazze e coca come chiave di
accesso al successo»? Riesce, il miglior presidente del consiglio degli
ultimi 150 anni, ad associare la parola «violenza» all'uso e abuso del
corpo femminile nelle sue televisioni, o ritiene che anche quello sia un
sincero omaggio al «genere», come Tarantini chiama il suo parco-escort,
e se non ci riesce può dargli una mano la sua ministra alle pari
opportunità? Potrebbe per cortesia la sottosegretaria Eugenia Roccella
smetterla di bluffare sulla libertà femminile osannandola quando le
conviene, cioè sulle escort che sarebbero «libere di disporre del
proprio corpo traendone dei vantaggi», e calpestandola quando non le
conviene, cioè su aborto, procreazione assistita, RU486 e simili?
Potrebbe l'onorevole Souad Sbai buttare un occhio sul relativismo etico
del suo leader di riferimento invece di farsi ossessionare da quello del
multiculturalismo? Oppure pensano tutti e tutte, il capo e la sua corte
dei miracoli, che «l'altra metà del cielo» sia schizofrenica quanto
loro, pronta a farsi imbonire oggi da una busta con mille euro dentro,
domani da uno spot sullo stalking?(11 settembre 2009)
Donne e media
Quando l’intrattenimento degenera in modalità sessiste e denigratorie
di Claudia Cimini
La distanza tra ciò per cui si è lottato e raggiunto, ciò per cui
generazioni di donne hanno creduto e continuano a credere e a sostenere
lontano dai mezzi di comunicazione di massa italiani e quello che si
vede in televisione, sui giornali, sulle riviste del nostro Paese, è
talmente abissale e inverosimile, che mi è sembrato necessario ricordare
una minima parte di un percorso intrapreso che non deve essere
dimenticato nonostante i continui assalti alla memoria fatti dai gestori
di informazioni che stanno tentando da anni di costruire una nuova
identità della donna-corpo “usa e sostituisci”, “spoglia e gusta”.
Ho voluto riportare la traduzione di una breve parte del materiale
prodotto e pubblicato da donne giornaliste e esperte di comunicazione e
media spagnole facenti parte dell’AMECO, (Asociación Española de Mujeres
Profesionales de los Medios de Comunicaciónes) sul rapporto tra donne e
mezzi di comunicazione e ciò che vediamo e assorbiamo passivamente
quando guardiamo la televisione e la maggioranza dei programmi di
intrattenimento italiani.
«La rappresentazione è una maniera di render visibile con immagini o
parole i fenomeni di una società o di una cultura. Conoscere la ‘realtà’
non è un semplice fatto naturale, ma un artificio, una costruzione. Il
linguaggio è un modo di strutturare la realtà di rappresentarla in un
modo o in un altro. Ciò che definiamo realtà, altro non è che una serie
di categorie che nominano la realtà stessa. Partendo da tale
presupposto, è evidente come parte del pensiero femminista ha dedicato e
dedica un spazio molto vasto sullo studio di tale categorie e alla
critica di tali rappresentazioni, in particolare relativa alle
rappresentazioni delle differenze sessuali così come proposte o create e
alimentate dai media.»
«È necessario analizzare, esaminare, decostruire le rappresentazioni
relative ai generi per svelare come tali costruzioni, spesso pure
creazioni mediatiche asservite ad interessi particolari, influenzano,
strutturano il nostro modo di pensare, interpretare, riproporre la
realtà.»
Corpi gonfiati, tirati, rattoppati, perfetti, irreali, nauseanti,
depilati, abbronzati, pornografici per il loro esser asserviti
all’immaginario di una categoria del maschile universalizzatrice di
desideri e omologatrice dell’ideale di bellezza e di come si pensa o si
vorrebbe il femminile. Le persone sono scomparse, le personalità perdute
in qualche angolo del passato, le differenze eliminate per facilitare la
fruibilità del programma anche ai più distratti… restano corpi, di
donne, ovviamente, da guardare, commentare, desiderare.
Volgare feticismo del corpo irraggiungibile, irreale. Creatori di sogni
vani, di modalità che offuscano la realtà, che innescano la passività
del non-pensiero, stanno cambiando i ruoli sociali, i nostri modelli di
bellezza, il rapporto che le donne hanno con il proprio corpo e che gli
uomini hanno con i loro desideri e i loro oggetti del desiderio.
«In passato si pensava che i mezzi di comunicazione fossero solo un
‘riflesso’ della società, quindi il riflesso degli interessi sociali
dominanti, lo specchio di una società patriarcale che rinforzava una
rappresentazione sessista del mondo. Successivamente i mezzi di
comunicazione hanno assunto il ruolo di agenti socializzatori che
competono con la famiglia, la scuola, nel processo educativo, alla
formazione della soggettività da un lato e nella diffusione dei modelli
che ogni persona deve seguire per poter vivere in una comunità.»
La bellezza ha smesso di esser armonia, diversità, individualità, è
diventata una massa uniforme di rotondità lucide strabordanti,
volgarizzate da inquadrature e movimenti caricaturali che rimandano a
provocatorie accondiscendenze sessuali indirizzate ad un unico tipo di
pubblico… Modello socializzatore, da seguire per poter vivere in una
comunità… ma chi vuole questo modello che ci stanno proponendo da anni?
A quale pubblico è indirizzato? Con quali finalità? Chi ha interesse a
vedere, confondere, sovrapporre, sostituire le donne con queste immagini
irreali del tubo catodico? Risposte che conosciamo, ma che non dobbiamo
dimenticare di porci.
«Anche gli eventi storici costituiscono la base dei paradigmi esistenti
nella società che influenzano i mezzi di comunicazione. Se le donne sono
state invisibilizzate nella storia, i
mezzi di comunicazione faranno altrettanto.
Il processo incosciente che potremmo definire pilota automatico
innescato nelle modalità del pensiero che ha dominato il modo di
raccontare, si può così riassumere: le donne sono sempre state presenti
durante gli eventi storici, ma sono ignorate quando tali eventi vengono
ricordati, analizzati, e organizzati in ciò che conosciamo come storia.
Allo stesso modo le donne sono presenti negli eventi che son riportati
dai media, ma sono escluse dall’esser raccontate come partecipi di
essi.»
Invidiose delle più giovani, rabbiose, pronte a scagliarsi contro le
altre se rischiano di perdere la palma della più bella. Piene di parole
prive di contenuti, guardate mentre fanno spettacolo, numeri da circo
per intrattenere, mai per informare perché sono presenti negli
avvenimenti ma non ne sono artefici, ci sono senza esserci, perché la
loro funzione non deve essere attiva ma di passività subalterna sia
rispetto agli attori principali di cui non sono altro che un
suppellettile facilmente sostituibile che rispetto allo spettatore,
passivo consumatore di immagini artefatte.
Reificazione di corpi ammutoliti, mercificati in nome di leggi di
mercato e numeri che devono salire, attrarre l’attenzione dello
spettatore, di colui che compra, di colui che conta o ha l’illusione di
contare.
«Le donne normalmente, trovano spazio nelle pagine specifiche a loro
dedicate, nelle rubriche per donne, non nelle pagine dedicate
all’informazione generale.
Ciò dovrebbe rientrare nella strategia di segmentazione del pubblico per
cui vien data attenzione agli interessi distinti di ogni gruppo di
lettori. Eppure tutto ciò che rientra nell’ambito dell’informazione
legata alle donne è una soft news, notizie secondarie o di importanza
assai minore.»
Terrorizzate e sottomesse alle ingiurie del tempo che per loro è il più
acerrimo nemico, battaglie durissime, perché anche le donne sono
guerrigliere, per sconfiggere cellulite e zampe di gallina. E ancora
gonfiate, ritoccate, tagliate e ricucite, sempre più tonde, sempre più
snelle. Consigli, diete, regole, dibattiti per esser più seducenti, per
attrarre, per esser guardate e considerate.
Ascoltate, ma sempre prima osservate e giudicate rispetto a canoni di
attrattività. Tollerate se non belle, instabili ed emotive se con
opinioni che vanno al di là del loro esser corpi da guardare.
«Oggi il diritto alla comunicazione ha escluso completamente il
ricettore, trasformandosi nel diritto unilaterale di chi gestisce i
mezzi di comunicazione.
La funzione dei mezzi di comunicazione è dar voce ai distinti settori
della società affinché partecipino realmente allo sviluppo sociale,
economico e culturale del paese. Bisogna dare la possibilità e le
capacità alle maggioranze e alle minoranze affinché possano usare al
meglio e appropriarsi dei mezzi di comunicazione.»
Il sessismo nei programmi, specie in quelli di intrattenimento, ha
raggiunto vette impensabili di degradazione delle donne, inimmaginabili
in altri paesi e in altri periodi storici.
Spettacoli a cui ci stiamo assuefacendo acriticamente, perché pensare
stanca, e l’intrattenimento deve esser il regno del non-pensiero, lo
spegnimento di qualsiasi capacità critica, il modo migliore per subire
una pericolosa realtà prefatta, tossica e asfissiante.
Ricordare infine le modalità per dar voce e visibilità alle donne,
equiparare gli spazi tra i generi e cercare di limitare il sessismo nei
mezzi di comunicazione mi sembra un modo di destarci dalla soporifera
irrealtà mediatica.
È antisessista:
– la denuncia dell’oppressione delle donne nei vari settori lavorativi
che le relegano a salari inferiori rispetto ai colleghi, lavoro
precario, difficoltà di accesso a posizioni decisionali.
– evidenziare e denunciare gli stereotipi e le convenzioni che opprimono
le donne e le riducono a un’uniforme massa acefala, come il terrorismo
della moda, il terrore di invecchiare, la rivalità tra donne, il tabù
del lesbismo, la passività sessuale, il lavoro domestico e la cura dei
figli, l’attività privata del suo valore perché di ambito prettamente
femminile, la mitologia del sacrificio e l’abnegazione.
– la critica alla virilità ridotta a capacità eiaculatoria e al piacere
della gestione del potere. In tal senso viene legittimata l’immagine
dell’uomo divorato dalla necessità di far carriera che provvede a tutti
i beni di cui la famiglia dispone.
– mostrare la partecipazione degli uomini a tutti gli interstizi della
quotidianità, dalla cura dei figli, alle attività domestiche, senza che
ciò diventi un ulteriore omaggio all’uomo che partecipa alla gestione
reale della casa, ma un momento di comune divisione degli stessi
compiti.
– la ridefinizione dei ruoli di genere, mostrare uomini insicuri, con
sensi di colpa e che riflettono prima di agire, e donne forti e
assertive, capaci di creare e costruire e non solo di procreare e
crescere figli.
Perché ciò che sa fare la donna può imparare a farlo anche l’uomo!
(www.aurorainrete.org 5 settembre 2009)
L'onore ferito del premier
di Ida Dominijanni
Concita
De Gregorio, Natalia Lombardo, Federica Fantozzi, Maria Novella Oppo,
Silvia Ballestra. Sono tutte donne le colleghe e amiche dell'Unità
citate per danni dal presidente del consiglio per "lesa dignità". E' un
caso e non lo è. Perché fin dall'inizio dell'affaire che lo sta coprendo
di ridicolo, in Italia e nel mondo, sono soprattutto donne, a partire da
Veronica Lario, quelle che si sono prese la libertà di dire "vedo" di
fronte al poker delle sue performance da "vero uomo". Vedo e non credo.
Basta questo per mandare in briciole il mito del grande seduttore a cui
nessuna resiste. Vediamo, non crediamo, resistiamo. La libertà di stampa
brucia. Se è libertà femminile brucia il doppio, perché per un vero uomo
è doppiamente insopportabile. Lesiva non della sua dignità ma del suo
narcisismo. E va doppiamente punita.
Come è stato per Veronica, data per "nervosa" («capita talvolta alle
donne di essere un po' nervose», commentò suo marito: questione
ormonale), inaffidabile e manipolabile, e triturata dalla stampa del
principe come "velina ingrata" (quel gentiluomo di Feltri) nonché moglie
infedele. Com'è stato per Patrizia D'Addario, manovrata e pagata da
chissà chi. Com'è stato per altre che si sono impicciate di altri affari
del premier, a cominciare da Nicoletta Gandus, giudice sul caso Mills
(qualcuno ricorda la faccia di Ghedini in tv mentre commentava la sua
sentenza?).
Il premier e la sua corte hanno un'idea precisa di dove deve stare una
donna e di come la si possa "utilizzare". Se una, due, cinque,
cinquanta, cinquantamila in quel posto non ci stanno sono guai. Per lui,
perché questo è l'ennesimo segnale di dove sia finito il mitico fiuto di
Silvio Berlusconi che pareva metterlo sempre dalla parte del senso
comune. In quel posto non ci stiamo, il senso comune stavolta dice
questo. Il fiuto del grande comunicatore è svaporato.
Fa davvero piacere vedere il premier riconciliato con le virtù di quella
giustizia che per anni ha denigrato, appellarsi pieno di fiducia a
quegli stessi magistrati per i quali un tempo invocava test attitudinali
e prove di stabilità psicologica. Aveva ragione. Ci vuole effettivamente
molto equilibrio per decidere di questioni tipo questa: Luciana
Littizzetto avrà leso o no l'onore del premier con le sue battute
"sull'utilizzo di speciali accorgimenti contro l'impotenza sessuale"?
Avrà leso o no «la sua identità personale presentando l'onorevole
Berlusconi come soggetto che di certo non è, ossia come una persona con
problemi di erezione»? Non invidiamo i magistrati, e nemmeno i periti di
parte. Neanche per sorridere indagheremmo mai su quel "di certo": non ci
serve. Di certo, quando un "vero uomo" mette sul tavolo l'evidenza
letterale della sua potenza, è perché traballa quella simbolica.
Silvio Berlusconi è di certo un "vero uomo", di quelli che affidano alla
mascherata sessuale la certificazione della loro misura. Altrettanto di
certo è un uomo politico finito: nella miseria, nella rabbia, nella
dismisura.(www.ilmanifesto.it 3 settembre 2009)
La realtà femminile nel regime-reality
di Ida Dominijanni
Ci
dev’essere davvero una qualche diabolica astuzia nella storia se una
vicenda come quella che in Italia ha denudato il re grazie a tre donne
(nell’ordine: Sofia Ventura, Veronica Lario, Patrizia D’Addario), che è
stata subito individuata come politicamente cruciale da altre donne
(mentre gli uomini, anche a sinistra, la sminuivano privatizzandola),
che tutt’ora viene analizzata e discussa soprattutto da donne, prende a
un certo punto la piega della lamentazione sul «silenzio delle donne».
Che stranezza. Ci sarebbe da essere, almeno per un po’, grate a quelle
che hanno parlato, orgogliose che lo abbiano fatto, felici che i germi
della libertà femminile seminati dal femminismo degli anni ’70 siano
cresciuti anche fra le first lady, le donne di destra e le escort.
Invece niente, non si festeggia e il brindisi è rinviato, a quando
saremo tutte in piazza. «Quelle» che hanno parlato sono casi isolati,
«rondini che non fanno primavera», mentre «le donne» (le «vere» donne?)
sono tutte mute, tutte subalterne al modello imperante del velinismo o
del labbro rifatto. Tutte vittime di un incantesimo e tutte colpevoli di
non svegliarsi - come di regola, perché nella storia delle donne è noto
che vittimizzazione e colpevolizzazione vanno sempre a braccetto.
Bianca Pomeranzi, Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa sul manifesto,
(18 e 23/8) e più volte la Libreria delle donne di Milano, Letizia
Paolozzi e Alberto Leiss su www.donnealtri.it, hanno già spiegato
come questa invenzione del silenzio delle donne sia una tecnica sicura
per annullare la parola femminile che c’è, nonché il riflesso
condizionato di uno schema per cui la soggettività politica femminile è
riconoscibile solo se e quando si esprime nei modi canonici (e
oltretutto non corrispondenti al femminismo degli anni 70) di un
movimento di protesta. È una tecnica sperimentata e rodata dagli uomini.
Spiace vederla impugnata, su Repubblica e L’Unità, anche
da donne, amiche o comunque prossime a noi per intenzioni (del resto,
non è la prima volta: anni fa si parlò di uscire dal silenzio anche in
occasione di una bella manifestazione sull’aborto, tema su cui in verità
non si era mai smesso di parlare). Dunque, cerchiamo in amicizia di
capirci meglio.
Nella rappresentazione delle donne tutte subalterne e mute, tutte
vittime e colpevoli c’è a mio avviso un punto molto scivoloso, che ha a
che fare con il nocciolo del berlusconismo e con il rischio di
interiorizzarlo proprio quando e quanto più lo si vorrebbe combattere.
Il nocciolo è quello del rapporto fra fiction e realtà. Sappiamo tutte e
tutti che la sovrapposizione fra fiction e realtà è il dispositivo su
cui il regime berlusconiano si è imposto nell’immaginario prima che
nella politica di questo paese. Ma questa sovrapposizione è davvero
totale, o totalmente riuscita? Per usare una nota formula di Baudrillard,
la tv ha davvero sterminato la realtà? Nel nostro caso: la
fiction che ha ridotto o ricondotto il femminile a labbro rifatto e
oggetto compiacente di consumo ha davvero conformato la vita e i
desideri delle donne reali? Attenzione, perché convincersi che è andata
così significa darla già vinta a Berlusconi, e darla già persa a noi. Se
in un regime-reality una speranza per la politica c’è, e a mio avviso
c’è, sta proprio nello scarto che fra fiction e realtà resta o, meglio,
non smette di prodursi. È solo in quello scarto che possono nascere
gesti imprevisti di ribellione e di libertà, come già hanno dimostrato
Veronica e le altre. Ed è solo a partire da quello scarto che può
rinascere la politica, altrimenti sterminata anch’essa dalla fiction. È
in quello scarto dunque che bisogna saper guardare e cercare. Non si
tratta, spero che sia chiaro, di dividersi fra chi vede il bicchiere
mezzo vuoto o mezzo pieno. Non sto raccomandando soltanto, come ha già
fatto Miriam Mafai (Repubblica, 4/8), di valorizzare, a fronte
del modello di femminilità mercificata dominante, la vita e l’opera di
quante ogni giorno lo tradiscono e lo combattono. Né mi appellerò ad
autorevoli analisi sociologiche, come quelle del Censis che da anni
indica nella crescita di soggettività, lavoro e competenze femminile una
controtendenza alla «mucillagine sociale» italiana, o come quella di
Alain Touraine, che interpreta la trasformazione sociale in corso in
Occidente tutta nel senso della libertà femminile guadagnata (Il
mondo è delle donne, Il Saggiatore). Voglio dire piuttosto che è
compito nostro saper leggere la condizione femminile inforcando le lenti
giuste per riconoscere, ad esempio, tracce di libertà e forme di
resistenza e dissociazione (talvolta silenziose: secondo gli ultimi
sondaggi, dopo i noti fatti Berlusconi ha perso il 15% del consenso
femminile) che si sviluppano anche laddove la politica tradizionale non
le vede, e anche in donne in tutto dissimili da ciò che siamo
state/siamo «le femministe» degli anni ‘70 o da come ci immaginiamo che
dovrebbero essere le nostre figlie. E viceversa, le forme di
conservazione, tacitamento e autocensura che si annidano anche
nell’emancipazione femminile o nelle agenzie deputate della politica
democratica d’opposizione, partiti e informazione al primo posto.
A proposito di tacitamento. Il buono della condizione femminile, mi si
risponderà, non è visibile, è nascosto dal modello dominante. D’accordo,
ma a chi spetta renderlo visibile? Le amiche che lamentano il silenzio
delle donne sono tutte donne impegnate con successo nei media, nelle
università, nella cultura, nei partiti di sinistra. Mi chiedo e chiedo a
loro: quanto siamo state negli ultimi decenni disposte a rischiare,
ciascuna nel suo contesto, perché «il modello dominante» fosse meno
visibile o meno coccolato, e di converso la parola femminile diventasse
più autorevole, il pensiero femminista fosse registrato, la bellezza
femminile non fosse colonizzata? Nei giornali, in Rai, nei partiti,
nelle università, nei festival di filosofia e di letteratura, abbiamo
fatto tutte e sempre la cosa giusta? Prima di evocare l’indignazione,
che del lamento non è l’inverso ma la compagna, non sarebbe il caso di
interrogarsi ruvidamente sulle pratiche quotidiane di resistenza,
conflitto, secessione, autonomia, libertà?
Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e
altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la
fiction berlusconiana attivamente combatte e occulta, ma non vanifica.
Lidia Ravera scrive che la rivoluzione femminista «si è interrotta» e
che bisogna di nuovo «portare i nostri corpi in piazza, contarsi per
contare». «Contarsi per contare», Lidia lo ricorderà meglio di me, era
una di quelle formule dell’antagonismo maschile che a un certo punto noi
donne trovammo inadeguate e inefficaci e da cui ci separammo; e in un
momento in cui il corpo femminile è sbandierato ovunque bisognerebbe che
so, provocazione per provocazione, occupare una moschea col velo
addosso, e chiedere agli uomini una bella manifestazione contro la
«miseria del maschile» (Pitch) al governo. Piazza o no, è sulla
«rivoluzione interrotta» che bisogna intendersi. Intellettuali solitarie
da una parte, donne asservite allo sguardo maschile dall’altra: è questo
il lascito del femminismo? Non sarei proprio d’accordo. Se Veronica
Lario ha trovato un ascolto, se in tante ridono del re nudo, se questo
stesso nostro dibattito oggi può avere luogo, è perché quella
rivoluzione continua a lavorare.
Questo non significa, ovviamente, suonare la fanfara delle sue
magnifiche sorti e progressive. Le rivoluzioni vanno avanti e vanno
indietro, subiscono i contraccolpi delle controrivoluzioni
conservatrici, si inabissano e rispuntano, come si diceva un tempo del
femminismo, carsicamente. Ci sono nuove forme di illibertà femminile? Sì
ci sono, e siamo tutte qui per combatterle. Non a partire dalla retorica
del «siamo tornate indietro» però, ma dalle nuove combinazioni di
oppressione e libertà, omologazione e differenza, asservimento e presa
di parola che in trent’anni sono state generate. Per leggerle non ci
basta il lessico democratico, né tantomeno il mantra dell’uguaglianza
(uguali a chi, in tempi di miseria del maschile?). Ha ragione Mafai, e
anche questo dibattito lo dimostra: «il ’68 ci perseguita» ed è sempre
lì, alla congiuntura 68-femminismo, che bisogna tornare per misurare
l’oggi. A patto però di non farne una riserva immaginaria buona per
tutti gli usi. Né il 68 né il femminismo furono l’anticamera della
teologia democratica oggi imperante: ne furono una critica spietata,
l’indicazione puntuale delle opacità, dei poteri, delle trappole che la
pretesa «trasparenza» democratica occulta. Cerchiamo di non
dimenticarcene: spetta alle donne, oggi, salvare «questa» democrazia?
(Il Manifesto 25 agosto 2009)
Le donne che non vanno in piazza
di Clelia Mori
Dove
sono le donne? Si chiede Nadia Urbinati su L'Unità e
Lidia Ravera il giorno dopo parla di "rivoluzione
interrotta" delle donne. Lo chiedono e lo affermano
intervenendo sulla disastrosa situazione del pubblico
della politica italiana deformata dal tutto privato,
affari e sesso, del suo presidente del governo e sul
silenzio quasi assoluto dell'opposizione, che scambia
per moralistico, per non chiedersi altro, parlare di
sessualità maschile e malattia e potere. Preferendo
invece concentrarsi sul suo prossimo segretario
piuttosto che cercare di essere anche un'alternativa di
governo che sa mettere i piedi nel piatto dell'eros
maschile e parlarne prima che distrugga del tutto il
paese. Qualcun' altr* ha anche invocato una presenza
femminista ritenuta invisibile
Condivido molte motivazioni di
Urbinati e Ravera, ma non riesco a sentirmi in colpa
perché non ho ancora pensato di andare in piazza come
donna e non mi sembra neppure che la rivoluzione
femminile sia così interrotta. Soprattutto quando i
ragionamenti sulle donne le mettono indistintamente
tutte insieme, in un unico fascio e non si fa un po'di
cernita tra donne parlamentari di centro sinistra e
centrodestra e le femministe e le donne che hanno
cercato un posto al sole nel mondo degli uomini
-portandovi dentro così piano la loro differenza, che i
politici non si sono sentiti assolutamente
parzializzati- e quelle che vivono una vita qualunque
come ognuna di noi e le veline e le loro famiglie...
Sembriamo improvvisamente diventati un paese di tutte
veline o tutte escort a qualsiasi età. Notare che abito
in Emilia, ma non conosco neppure una velina, nonostante
ce ne siano così tante a leggere la stampa e a guardare
la TV...
Ma lo sconforto è tale che ragioniamo quasi come
vogliono farci ragionare, guardiamo il dito e non la
luna. E così passa che siamo tutti* uguali, un potere
vale l'altro anche se è patriarcale. Rassicurando in un
colpo solo maschilisti di governo e di parrocchia e
anche quegli uomini dell'opposizione che "non amano" le
loro donne...
Mi rendo conto che invocare le
femministe contiene anche la denuncia di un bisogno di
parola che si ritiene servirebbe, così come ci è servita
in tutti questi anni per andare tranquille per il mondo
senza troppo pensare. Tanto c'erano loro che
continuavano a farlo e noi potevamo badare alle nostre
cose. Ma ho la sensazione che cogliamo anche l'occasione
per pareggiare il conto con queste sessantottine che
dicono di non aver mai mollato e poi quando è ora non si
vedono. O forse non si vogliono ben vedere. Rimane
comunque utile qualcuno da invocare che al momento del
bisogno non c'è a toglierci le castagne dal fuoco,
magari criticandole. Mi sembra un poco da capro
espiatorio la faccenda. Anche se io le trovo le parole
delle femministe, quando voglio, ma i giornali fanno più
fatica e non riesco a capire perché, se ci riesco io.
Comunque, pur camminando sul crinale tra femminismo e
femminile e politica, in piazza ci tornerei anche, ma
non riesco bene a capire per far cosa. L'ultima volta
che ci sono andata, era nel 2007 contro la violenza
maschile alle donne. Subito dopo è stato tutto un
attacco, persino delle giornaliste donne più
accreditate, alle organizzatrici del corteo e sul loro
nostro concetto di democrazia perché le politiche
volevano approfittarsi del successo della manifestazione
e le organizzatrici non l'hanno permesso...Non è servito
a nulla allora, perché i nostri politici hanno letto
solo la querelle e di donne ne muore ancora una ogni tre
giorni, a cosa servirebbe ora con questa opposizione?
Non sarebbe meglio chiarire bene e invece che
prendersela con tutte, chiedere alle politiche del
centro sinistra conto del loro quasi silenzio, stando
nei luoghi di potere?
E poi, credo si sia sottovalutata la
questione che sono state le donne - rappresentando tutto
l'immaginario femminile del maschile con in ordine : una
moglie, una escort, una figlia - a far esplodere quello
che gli uomini della politica tutta e della religione
non riuscivano o volevano far emergere e non credo che
se la rivoluzione femminile - quella più riuscita del
'68 - fosse davvero interrotta, come dice Lidia Ravera,
oggi soprattutto questo tipo di donne, che Nadia
Urbinati chiama private, sarebbero riuscite a far
emergere tanta "malattia" individuale e di potere,
soprattutto maschile.
Basta ascoltare il silenzio, che non è di tutte, degli
uomini all'opposizione -gli strepiti difensivi del
centrodestra sono da copione e dicono solo del desiderio
di potere a tutti i costi- per capire chi è che ha un
problema di gestione della propria sessualità, così ben
evidenziata dal capo del governo e della nostra
democrazia."Malato", l'ha definito la moglie e
nonostante sia stato dimostrato quanto sia vero, da
registrazioni varie, quasi nessuno ci torna su. Perché?
Perché non chiediamo conto come donne, invece che alle
donne e alle femministe, agli uomini come suggeriva
Chiara Saraceno?
A quasi tutti gli uomini, perché in giro alcuni ci sono
che ripensano la loro differenza, ma come le femministe,
non vengono interpellati dai midia. Si preferisce
percorrere la strada che vuole il centro destra e
perpetrare una mai risolta questione sessuale del
maschile.
Ma non la possiamo percorrere anche noi donne,
soprattutto incolpandoci di non andare in piazza e
sentendoci tutte veline e magari non chiedendo a chi è
direttamente coinvolto: gli uomini di segnare la propria
differenza dal premier e da questa idea fallimentare di
maschio.
Non è un problema nostro questo
degrado democratico in cui viviamo.
Noi viviamo gli effetti collaterali di un maschilismo
irrisolto che deve portare gli uomini non malati ad
andare loro e per primi in piazza a prendere le distanze
dal loro nostro capo del governo, massimo rappresentante
pubblico del loro sesso.
Sono loro che dovrebbero indicare ai loro figli
l'esempio della loro differenza da questo uomo, per fare
in modo che in nessuna maniera possano essere
influenzati da un tale inutile modello .
Chiediamo quindi, e io lo faccio nel mio piccolo, a
tutti quelli che pensano di non assomigliare a S.B. di
dircelo pubblicamente.
Solo allora avrà un senso per me tornare in piazza,
magari al loro fianco, per ridefinire uno spazio
pubblico che ci appartiene: la democrazia.
O no? (www.aprileonline.info 23 agosto 2009)
Ragionare
insieme su quali prospettive per l'Italia, l'Europa e il mondo.
Partecipa Paola Pellegrini, responsabile
nazionale cultura PdCI
Organizzano Le
Falci Rosse - Coordinamento donne laiche, comuniste,
anticapitaliste
mercoledì 29 luglio 2009 alle ore 17 ad Arezzo in Piazza
S. Agostino
Pensioni nella PA: e le donne "fanno cassa"
di Ida Rotano
Il governo ha messo a punto
l'emendamento al dl anticrisi che equipara l'età
pensionabile tra uomini e donne nel pubblico impiego,
rispondendo alla condanna della Corte di Giustizia
Europea (lo scorso 13 novembre 2008, ndr). Il requisito
anagrafico viene incrementato gradualmente, a partire
dal 1° gennaio 2010, di un anno ogni due anni, fino al
raggiungimento dei 65 anni. Il no di Vittoria Franco (Pd)
e del Prc. Sul fronte sindacale, ancora sola la Cgil:
"La parità tra uomo e donna deve partire e realizzarsi
dall'accesso al mercato del lavoro e non può partire
dall'ultimo passaggio". Via libera da Cisl, Uil e le
altre organizzazioni sedute al tavolo di palazzo Chigi
L'attuale normativa prevede che le
lavoratrici pubbliche possano andare in pensione di
vecchiaia a 60 anni, cinque anni prima degli uomini. Per
le donne è, comunque, possibile proseguire
volontariamente il lavoro fino ai 65 anni. Uomini e
donne possono ritardare ulteriormente l'uscita di due
anni facendone esplicita richiesta all'amministrazione
di appartenenza. Ora, in risposta alla pronuncia della
Corte di giustizia europea il Governo prevede di
aumentare l'età minima a partire dalla quale le donne
del pubblico impiego maturano il diritto al
pensionamento di vecchiaia. Il requisito anagrafico
viene incrementato gradualmente, a partire dal 1°
gennaio 2010, di un anno ogni due anni, fino al
raggiungimento dei 65 anni.
I nuovi requisiti diventano: 1 gennaio 2010 - 31
dicembre 2011 61 anni; 1 gennaio 2012 - 31 dicembre 2013
62 anni; 1 gennaio 2014 - 31 dicembre 2015 63 anni; 1
gennaio 2016 - 31 dicembre 2017 64 anni; Dal 1 gennaio
2018 65 anni.
I nuovi requisiti non si applicano alle lavoratrici che
al 31.12.2009 hanno già maturato il diritto alla
pensione di vecchiaia. In questo caso si prevede la
certificazione del diritto acquisito da parte delle
amministrazioni di appartenenza.
L'effetto della riforma riguarderà un
numero crescente di lavoratrici, in ragione della
gradualità dell'intervento e dell'effetto del parallelo
aumento dei requisiti necessari per la quiescenza
anticipata. Nei primi anni verrà coinvolta la sola
coorte delle 60enni con anzianità contributive inferiori
a quelle richieste per il pensionamento di anzianità.
Gruppo che secondo l'Inpdap è stimabile in circa 3.500
unità nel 2010, 4.700 nel 2011 e 6.000 dal 2013.
A questa si aggiungeranno le coorti delle 62, 63 e
64enni fino ad arrivare nel 2018 a circa 8.500
lavoratrici. Le simulazioni condotte dall'Inpdap
indicano che la nuova normativa porterebbe a un minor
numero di pensioni nel 2018 pari a 30.041 e a una minore
spesa cumulata tra il 2010 e il 2018 di circa 2.429
milioni di euro.
I risparmi derivanti dall'aumento
dell'età minima per il diritto alla pensione di
vecchiaia confluiranno in un Fondo istituito presso la
Presidenza del Consiglio dei Ministri, per finanziare (
a detta di Tremonti) "interventi dedicati a politiche
sociali e familiari con particolare attenzione alla non
autosufficienza".
Sul fronte politico, è da segnalare
la dura critica espressa dalla responsabile pari
opportunità del partito democratico, Vittoria Franco,
che accusa il governo di "fare cassa sulle donne".
"Prima servono benefici per le lavoratrici", spiega
l'esponente democratica. "E' chiaro che questa mossa con
cui il governo intende innalzare l'età pensionabile per
le lavoratrici del pubblico impiego è finalizzata solo a
fare cassa. Quello che era un risarcimento si tradurrà
per le donne in una doppia penalizzazione, e noi non lo
accetteremo".
"Se non ricordo male - sottolinea Vittoria Franco -
quando espresse la sua volontà di innalzare l'età
pensionabile delle lavoratrici, il ministro Brunetta si
impegnò chiaramente a reinvestire i proventi di questa
operazione in favore delle donne. Cosa dice dunque ora
di il ministro della Pubblica amministrazione di questa
improvvida operazione del governo sul decreto anticrisi?
Le considerazioni da fare sono due - continua -. La
prima è che non si interviene sulle pensioni per
decreto, ma discutendone in Parlamento. La seconda è che
l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne deve
vedere come beneficiarie proprio le donne, perché può
essere accettabile solo a patto di puntare, prima, alla
parità tra i generi lungo tutto l'arco della vita
lavorativa.
E' necessario un welfare moderno, che consenta alle
donne di lavorare, fare carriera ed essere madri. E'
necessario incentivare la crescita dell'occupazione
femminile. E' necessario operare attivamente per la
parità salariale. E tutto questo prima, o al massimo nel
mentre, si innalza in modo graduale e facoltativo l'età
pensionabile delle lavoratrici del pubblico impiego. La
nostra proposta,- spiega infine la parlamentare piddina
- contenuta in un disegno di legge, prevede investimenti
sul lavoro femminile, sulla tutela della maternità, per
rendere i congedi parentali più convenienti per i padri,
per istituire più asili nido e servizi alla persona e
alla famiglia. Se da questa operazione si prevedono
risparmi consistenti, anche scaglionati nel tempo, è
giusto che ne beneficino le donne, è inaccettabile che i
soldi vadano altrove, come invece si ipotizza".
Per Rifondazione comunista è un
governo "vigliacco" quello che aspetta il mese di luglio
per allungare l'età pensionabile delle donne. "E' un
governo vergognoso quello che dopo aver tagliato
pesantemente tutto il sistema di welfare con la manovra
triennale, cioè dopo aver peggiorato ulteriormente la
condizione delle donne su cui ancora si scarica la
maggior parte del lavoro di cura, per soprammercato
vuole allungare l'età pensionabile delle donne,
dichiarano Paolo Ferrero, segretario nazionale del
Prc-Se, e Roberta Fantozzi, esponente della Segreteria
nazionale e responsabile dell'area Lavoro e Welfare. "Il
governo - accusano - mira ad eliminare il solo
riconoscimento del doppio lavoro che le donne
quotidianamente svolgono. Né l'intervento, se si
concretizzerà con un provvedimento legislativo, si
fermerà al solo settore pubblico. La sentenza della
Corte di Giustizia a cui si è giunti a causa delle
risposte lacunose e omissive che il II e III governo
Berlusconi hanno dato ai rilievi avanzati dalla
Commissione Europea, non obbliga affatto ad un
intervento di tale natura. E' la volontà del governo di
scaricare i costi della crisi su lavoratrici e
lavoratori, nel mentre si condonano i grandi evasori, è
il disegno sessista e classista che persegue che stanno
alla base dell'ennesimo attacco ai diritti delle donne.
Le norme introdotte dal governo in
materia previdenziale incassano l'opposizione della Cgil
dopo l'incontro di oggi a Palazzo Chigi ed un
sostanziale via libera dalle altre parti presenti al
tavolo. Per il segretario confederale Cgil Morena
Piccini si tratta di provvedimenti che ci porterranno "a
lavorare di più per prendere di meno. Si tratta di un
sistema iniquo a cui ci opporremo in tutti i modi".
Riguardo all'innalzamento dell'età pensionabile per le
donne che lavorano nella pa per la Piccinini "non si
potà' certo fermare a loro questo innalzamento. Per la
sindacalista della Cgil si deve "ritornare ai criteri di
flessibilità per la parificazione uomo/donna contenuti
nella legge Dini ed avviare una discussione approfondita
sui coefficeinti per i giovani".
D'accordo con le nuove norme invece
la Cisl e la Uil. Per Domenico Proietti della Uil le
norme rappresentano un "utile contributo" per
stabilizzare il sistema previdenziale italiano già di
per sè stabile. "Collegare l'età pensionabile - ha detto
- alle aspettative di vita dà stabilità al sistema.
Quello che abbiamo chiesto è che i risparmi siano
destinati a migliorare il sistema previdenziale,
rivalutando le pensioni in essere. E che ci sia un
intervento sui lavori usuranti".
Per Maurizio Petriccioli della Cisl "questo
provvedimento (ancorare l'età alle aspettative di vita,
ndr.) è molto utile per stabilizzare il sistema
previdenziale. Abbiamo insistito però che si tenga conto
della coesione sociale e delle responsabilità che tutti
i soggetti devono avere nel sistema previdenziale".
Alcuni distinguo dall'Ugl che
sull'età pensionabile delle donne chiede "al governo che
si faccia uno sforzo in più - ha detto Nazareno
Mollicone - per distinguere tra le lavoratrici e le
madri lavoratrici per le quali la cura dei figli si
aggiunge agli altri carichi familiari". L'Ugl ritiene
che si debba valutare un bonus in termini previdenziali
per i periodi di maternità. Quanto poi all'automatismo
tra età pensionabile ed aspettative di vità per l'Ugl si
dovrà "ampliare la discussione per dare stabilità anche
ai futuri pensionati, quindi ai giovani che ad oggi non
hanno non hanno certezza di un futuro previdenziale
dignitoso".(www.aprileonline.it 18 luglio 2009)
Il femminile non si può by-passare
di Clelia Mori
E'
la dimostrazione che il femminile non si può by-passare
come un ornamento del letto o della politica, meno che
mai della democrazia.
Lo sconforto che mi e ci prendeva come donne quando ne
parlavamo pensando alla politica della differenza sta
diventando per la destra un boomerang. Si sta
dimostrando che persino il trattarci come merce non
serve a emarginarci, a rendere invisibile i nostri
desideri e la nostra libertà, a ridurci al silenzio
anche se non ne parliamo tanto, e che non basta a
nessun* che le merci vengano poi nobilitate passandole
al parlamento italiano o europeo. Le donne anche come
merci colpiscono sempre, sono un pericolo se maneggiate
male e persino l'affidabilità politica di un uomo di
governo, che informa de-formando tutta la comunicazione
dell'azione pubblica e politica, può venirne colpita.
Forse, ma potrebbe essere anche una mia ipersensibilità,
scricchiola perfino un modello di comunicazione visto
che il premier deve spingere le industrie a farsi
affidare pubblicità per le sue tv, con la scusa che
certi giornali gli remano contro.
Profondi scricchiolii, non solo legati alla crisi
internazionale, si sentono nel castello mediatico e
politico del sovrano, scuotono alla radice il modello
del sistema di potere e di pensiero che si è andato
affermando in questi ultimi 15 anni: il famoso "ciarpame
politico", di purtroppo antichissima data.
Non si capirebbe altrimenti perché
una donna oggi può prendere per mano pubblicamente,
perfino in Iran, il proprio compagno candidato alle
elezioni presidenziali, scuotendo profondamente
l'immaginario locale che scende in piazza contro il
regime per difenderli spingendo uomini e donne a morire,
e non dovrebbe succedere nulla in Italia se un
presidente del consiglio si fa mandare a palazzo donne a
pagamento come "utilizzatore finale" - da uno che sembra
traffichi con la droga - e se la moglie dice che è
malato e che nessuno ha voluto aiutarlo? Addirittura il
suo avvocato personale afferma per difenderlo, con un
macio colpo di genio, che non ha bisogno di donne a
pagamento perchè potrebbe averne in grande quantità,
gratuitamente.
Quantità non qualità, ha detto...
E' proprio vero, il pubblico e il
privato, finalmente entrambi pubblici hanno proprietà
destabilizzanti se il privato non è garante della
qualità del pubblico, soprattutto nel guidare un paese e
hanno avuto ragione le femministe del ‘68 a pretendere
stessa dignità e visibilità per entrambi, qualsiasi
faccia abbiano. Sono tra loro profondamente intrecciati
anche se illuminati in maniera diversa e la differente
illuminazione mi pare la spia più evidente della loro
non comune importanza. Persino il bisogno del buio e del
silenzio del privato pubblico, fino ad oggi richiesto a
gran voce, racconta la difficoltà del dire apertamente
aspetti di sé che si vogliono velare per le conseguenze
che potrebbero manifestare nell'interpretazione
dell'azione pubblica. E' a questo punto che il privato
diventa una garanzia per il pubblico.
Lo avevo però immaginato arrivare tra
noi in modo meno traumatico e più pulito e mi sentivo
vagamente smarrita dalla qualità del suo arrivo in
piazza. Forse quello che mi prefiguravo era l'aspetto
finale del lavoro del privato sul pubblico e sul singolo
e per questo non ho riconosciuto subito la sua
importanza. Ma giunti a questo punto della narrazione il
privato, presidenziale, mi dà meglio la misura del suo
bisogno nel pubblico per garantire un paese.
E, se il meccanismo non è più sopportabile nemmeno per
la moglie che parla per lui addirittura di malattia,
perché mai dovrebbe esserlo per una intera comunità
nazionale?
Questa questione della malattia che i suoi -per
opportunismo personale e politico, non hanno mai voluto
vedere per quello che è, nell'intento di non dar credito
alle parole dirompenti di una moglie che ha invece
dimostrato il potere, la sincerità, la forza e il dolore
della sua parola- hanno preferito sbandierare come
esibizione di tarda virilità maschilista, sta comunque
distruggendo dall'interno la credibilità del loro
sistema di pensiero e di governo senza nulla togliere
alla pericolosità del suo star male. Anzi, così facendo,
hanno acuito l'inquietudine comune sullo stato di salute
psicologica e fisica del presidente.
Ma il nascondimento della malattia
presidenziale, nel groviglio attuale, inquieta anche per
un altro motivo: è la cosa di cui si parla meno tra gli
uomini, nonostante la sua pericolosità. E allora mi
chiedo se può essere tanto forte anche in politica il
legame maschile sulla virilità, da permettere un
ribaltamento di lettura della malattia del capo del
governo, che comunque non si riesce ad oscurare, senza
rendersi conto del potenziale distruttivo del
ribaltamento stesso? Pesa così tanto il legame oscuro,
difficile da indagare, tra virilità e corpo maschile e
corpo delle donne da nasconderlo dentro come un demone
irrisolto nel legame con la prostituzione? Lo squilibrio
virile con sé stessi e nella relazione con una donna, si
equilibra pagando? Cercando di comprare una virilità da
chi, comunque, non l'ha da vendere? Senza responsabilità
e "false ipocrisie" come diceva Corrado Augias in una
risposta nella sua rubrica, su Repubblica alcuni anni
fa. Può l'irresponsabilità virile malata, elevata a
sistema dal presidente, diventare garanzia di governo
retta da continue improvvisazioni di verità?
Preoccupa questo nascondimento
maschile della malattia del presidente su cui sorvola
persino Vittoria Franco. Sembra le basti chiedergli, con
una qualche studiata furbizia parlamentare su
Aprileonline di sabato 20, che venga a riferire in
Parlamento, giocando sull'impossibilità di dire lì il
falso, per smascherarlo. Mi chiedo se è così difficile
fare un discorso pulito sulla sessualità maschile e
femminile e il potere politico dentro e fuori le
istituzioni parlamentari?
In gioco non c'è solo una questione di ricattabilità del
presidente, ma lo squilibrio di una persona che ci si
rifiuta di vedere psicologicamente molto malata,
incapace di controllo su di sé e capace invece di
condizionare il governo per giustificarlo e che detiene,
pericolosamente per tutt*, pieni poteri nel nostro
paese.
Non si tratta più di disquisire sulla
possibilità di poter parlare o meno del privato, ma di
prenderne atto per le pericolose conseguenze che per noi
potrebbe avere, invece che stendervi su questo pietoso e
pruriginoso silenzio, visto che non si riesce a
chiuderlo neppure tra le pareti dei palazzi governativi
e così profonda è la sua essenza intima da poter portare
a rischio un paese.
Credo sia da ripensare urgentemente la relazione tra
donne uomini e potere in Italia, dagli uomini
soprattutto ma con un occhio attento a quello che le
donne confliggono con loro se non vogliono aggiungere
una ulteriore crisi al paese per la difesa di una
stantia visione maschile.(www.aprileonline.info
22 giugno 2009).
Ospito volentieri in questa pagina, di solito scritta
da donne, quanto scritto da questo compagno, perchè mi
pare davvero interessante e oggetto di riflessione
collettiva.
di Massimo Campus
Leggendo
un interessante articolo di Gad Lerner che compare oggi su Repubblica
sono giunto ad un notevole filmato che compare su
www.ilcorpodelledonne.com e visto che il potere di questo
nuovo Napoleone-Peron-Don Rodrigo che ci governa è stato costruito sul
corpo delle donne, usato come grimaldello per riportare indietro
l'orologio dell'Italia di 60 anni, ad un'Italia da bordello anni '50...
credo che ci sarebbe di che discutere tra di noi. Soprattutto per vedere
se è vero o no che pure tra di noi sta prevalendo nuovamente questo
modello di vita, di donna, di potere. Se non studiamo il potere, la sua
fenomenologia attuale, il modo come viene amministrato e somministrato,
non capiremo mai com'è stato possibile cadere nel baratro dove ci
troviamo. E non basta, per noi, credere che è solo colpa degli
"altri"...non basta pensare che il crollo del Pci abbia innescato la
mina.... privando noi e gli italiani del più formidabile strumento di
critica della società e di formazione collettiva che è stato quel
Partito. Dovremmo, almeno noi maschi, ricominciare un pò di sana
introspezione su cos'è che ci divora, su qual è questo modello di
società e di rapporti umani che da Neanderthal ad oggi non siamo stati
capaci di modificare. La divisione dei ruoli e dei compiti...
Insomma: che diavolo di rivoluzione
vogliamo mai fare se cambiamo soltanto la cornice ma il dipinto poi
rimane sempre lo stesso?
Sarebbe utile confrontarci.
Altrimenti non usciremo mai da questo vicolo cieco. La lotta di classe
deve costruire non solo la critica della contraddizione tra capitale e
lavoro, ma anche il modo in cui questa contraddizione si sviluppa e come
è possibile contrastarla proprio a partire dalle donne. Perchè è appunto
anche sul loro corpo che il capitale e chi lo costruisce e sostiene si
forma e si rafforza. (25 maggio 2009)
Veline, venduti e nani
di Marica Guazzora
Si fa un gran parlare in
questi giorni sui media delle veline indicate dall’imperatore quali
candidate alle elezioni europee per il Pdl. Ci si domanda perché questo
avviene, si colpevolizzano le interessate, insomma l’attenzione viene
distolta da argomenti ben più importanti come la disoccupazione, le
morti sul lavoro, l’aumento dei prezzi, la difficoltà a vivere di gran
parte di lavoratori e pensionati, per portarci invece a discutere di
“nani e ballerine”.
Voglio spezzare una
lancia a difesa della professione più vecchia del mondo, ogni donna è
libera di esercitarla nel modo che più soddisfa i suoi interessi. La
questione di fondo non mi pare questa, ma vogliamo invece parlare dei
“velini” uomini? Perché ci si scandalizza, o si tenta di parlo passare
per scandalo, che alcune donne decidano di utilizzare il percorso più
comodo e veloce per la propria sistemazione personale, e non ci si
scandalizza invece per quegli uomini che cambiano casacca ad ogni
elezione, indossando quella che più li facilita nello stesso identico
percorso di queste donne?
Che differenza c’è tra
queste signorine e quei giornalisti che vendono la propria penna al
potere e la cambiano ogni volta che il potere cambia?
Cosa c’è di nobile nel
piegare la testa di fronte al padrone, nel levarsi non solo il cappello
ma il più delle volte… i pantaloni?
Forse questi atti
diventano nobili nel momento che sono gli uomini a compierli, e se
invece sono le donne a vendersi sono puttane? Gratta gratta,
nonostante i percorsi di emancipazione femminile, per una certa
mentalità comune, la politica rimane cosa da uomini, le donne per lo
più possono scodinzolare intorno. E non deve stupire più di tanto questa
situazione, quali donne, quali uomini possono gravitare attorno al
potere nel bel paese? Abbiamo un governo che agevola il massacro
omofonico e razzista proponendo leggi disgustose e compie atti per
distruggere la scuola pubblica invece di impegnare risorse per lo
sviluppo della cultura della tolleranza e in compenso, si lava la
coscienza facendo vincere l’Isola dei famosi ad un trans e il Grande
fratello ad un rom.
Mi scusino i portatori
di nanismo, non intendo certo insultare loro, ma i nani che ci governano
non sono quelli seduti sulle spalle di giganti, ma invece sono quelli
che, come dice una famosa canzone di Fabrizio De Andrè, hanno davvero il
cuore, molto, troppo, vicino al buco del c…..(30 aprile 2009)
Le falci rosse:
Le donne comuniste chiedono unità
La drammaticità
della situazione mette in evidenza quanto il conflitto di genere sia
paradigma del conflitto di classe: precarietà fa rima con donna da
sempre, e oggi diventa modello di riferimento, processo di parità
inverso, con il quale anche gli uomini sprofondano nell’incubo
dell’incertezza del futuro.
La pratica della
lettera di dimissioni in bianco pensata per noi donne, che questo
governo ha immediatamente reso di nuovo lecita, comincia a riguardare
giovani ragazze/i per dominarli con l‘incubo dell‘incertezza, come sono
le donne straniere il simbolo di precarietà, schiave che legano il
proprio destino alla vita dell’anziana/o.
La riforma del
modello contrattuale, firmata da CISL, UIL e UGL, ci renderà povere ma
anche poveri.
Con i tagli alla
scuola si elimineranno posti di lavoro oggi occupati in prevalenza da
donne, ma la riforma Gelmini renderà più ignoranti e precari
culturalmente e socialmente bambine e bambine.
Precario è anche
il nostro corpo: esibite come carne da macello in televisione o sulle
pubblicità, oggetti da prendere anche con violenza, criminalizzate come
prostitute per salvare i clienti, ci vogliono sempre più contenitori,
delegittimando continuamente la 194 e decidendo con chi, se e quando
accedere alla riproduzione assistita. Si arriva addirittura mettere in
discussione la presidenza della Repubblica e la Costituzione stessa pur
di lasciare che il Governo, questo governo, sia libero di scegliere
della vita e della morte di ogni singola persona, come chiesa comanda
(la chiesa, le donne e gli uomini che credono).
Noi donne
comuniste vogliamo ritornare a decidere della nostra vita, a riprenderci
i nostri diritti, essere protagoniste della difesa della libertà nostra
e di tutti a cominciare da chi è sfruttata/o, da chi non ha speranza per
il futuro. Siamo convinte che solo con una presenza comunista forte e
autorevole nel paese ciò diventi possibile.
Per questo
vogliamo l’unità dei comunisti, di tutti i comunisti
organizzati nei partiti e no, soprattutto in questo momento, in cui si
assiste ad un attacco spietato e senza esclusione di colpi alle forze
comuniste, come dimostra la scelta concordata tra PD e PDL sullo
sbarramento per le elezioni europee.
Chiediamo prima
di tutto al PdCI e al PRC di tornare ad essere uniti nell’opposizione
sociale, nelle lotte, nella costruzione di una moderna identità
comunista, riflettendo sulle forme migliori di lotta e radicamento
sociale. Quale lotta alla precarietà? Quale antifascismo oggi? Quale
solidarietà internazionalista? Quale idea di scuola e lotta per
l’istruzione? Insomma: come e dove si declina il nostro essere
comunisti.
Riteniamo maturo
il tempo per il superamento “sereno e laico” delle ragioni che portarono
alla scissione del ’98, perciò lanciamo una proposta di lavoro comune in
primo luogo a tutte/i le/i compagne/i del PDCI e del PRC, per superare
le indecisioni e le deviazioni che al momento caratterizzano il
movimento comunista, e andare decisi verso la ricostruzione del partito
comunista.
La semplificazione del
quadro politico italiano, tanto invocata dal Pd, porta inevitabilmente
al modello americano: la nascita di due partiti/schieramenti, entrambi
schiavi delle lobbies che li finanziano, non espressione e portatori di
idee di società contrapposte, ma solo “due correnti di uno stesso
partito”: quello della borghesia americana.
Veniamo da oltre
un decennio di smantellamento delle conquiste dei lavoratori e delle
loro rappresentanze politiche, la sinistra è stata sconfitta perché ha
perso la battaglia di egemonia culturale nella società, ha abbandonato e
smarrito il suo corpo sociale. Su questo va aperta la riflessione e
quindi l’invito che rivolgiamo a tutti i compagni, in primis ai gruppi
dirigenti del PRC e del PdCI, è di cominciare a porsi interrogativi e
dare risposte sui temi di fondo, per cominciare a delineare il lavoro
dei prossimi anni nel segno del radicamento nel sindacato e nei luoghi
del lavoro e rispetto alle grandi battaglie per i diritti sociali e
civili.
Siamo convinte
che siano maturi i tempi per una nuova stagione dei comunisti in Italia,
ci vuole, però, maggiore coraggio da parte del PRC e del PdCI in questa
direzione, contro ogni tentennamento che va solo a scapito delle
lavoratrici e dei lavoratori, dei giovani, degli anziani, degli
immigrati e di tutta la nostra classe di riferimento, quella più debole
e devastata dalla crisi economica.
Donne comuniste della
Toscana
Assemblea Regionale
delle donne P.d.C.I. Forum regionale delle donne del P.R.C.
Appello: Donne per una difesa del lavoro delle donne
da Rete28aprile
Per
le adesioni - difesalavorodonne@gmail.com
L'impegno del governo Berlusconi per ridurre
ulteriormente i diritti del lavoro salariato sembra
puntare alle donne con particolare sadismo. La
detassazione dello straordinario è stata finanziata con
i fondi destinati ai progetti e ai centri contro la
violenza. E' stata cancellata la legge contro le
dimissioni in bianco. Si preparano l'abolizione del
diritto alla pensione di vecchiaia a 60 anni, la
riduzione del tempo dei congedi di maternità, un
peggioramento delle condizioni del lavoro notturno.
Il problema riguarda nello stesso tempo movimento
femminista e movimento sindacale, sindacati di base e
CGIL, lavoratrici stabili e precarie, donne giovani e
meno giovani.
Noi proponiamo prima di tutto di unire per un momento le
forze, facendo cadere le obiettive distanze e pensando
iniziative comuni o che vadano nella medesima direzione.
Proponiamo che le manifestazioni per l'8 marzo abbiano
al centro i temi del rapporto tra donne e lavoro,
respingano gli attacchi che si preparano e quelli già
passati.
Non tocca a noi elaborare piattaforme, che del resto
richiedono discussioni più approfondite di quelle che le
nostre diverse appartenenze e i tempi stretti ci abbiano
consentito.
Chiediamo solo a tutte l'impegno di un mese per
discutere, elaborare e propagandare un progetto
femminista di difesa delle donne che lavorano, si
formano, sono in pensione o si preparano ad andarvi.
Avvertiamo l'esigenza di coinvolgere nella resistenza il
numero maggiore possibile di lavoratrici e giovani donne
in formazione. Pensiamo per questo che le sole
manifestazioni dell'8 marzo non siano sufficienti.
Siamo consapevoli delle estreme difficoltà del momento e
non vogliamo fare appelli velleitari per iniziative che
non saremmo in grado di realizzare.
Ricordiamo solo che in altri paesi d'Europa il problema
è stato affrontato (e talvolta anche con successo)
facendo apparire sulla scena politica un soggetto
femminista visibile.
Sono stati fatti presìdi di donne. Sono state
organizzate marce da un luogo di lavoro all'altro e
iniziative di teatro di strada nei principali quartieri
delle città.
Nei primi anni Novanta in Svizzera uno sciopero di sole
donne (in alcuni settori di pochi minuti e quindi
sostanzialmente simbolico) è diventato un evento anche
mediatico e ha garantito la riuscita di una grande
manifestazione.
La costituzione di un soggetto femminile visibile che si
faccia carico anche dei problemi del lavoro delle donne
ci sembra oggi l'assoluta priorità. Per questo ci
proponiamo di evitare due atteggiamenti. Quello di
eccessiva prudenza in un momento in cui a star ferme c'è
tutto da perdere. Quello che coniuga obiettivi di grande
valore e spessore con pratiche settarie che riducono ai
minimi termini la possibilità di praticarli.
Prime firme:
Margherita Napoletano (SDL intercategoriale, RSU San
Raffaele, Milano) Delia Fratucelli (direttivo CGIL
Piemonte) Margherita Recaldini (SDL intercategoriale,
coordinamento nazionale, RSU Comune di Brescia), Eva
Mamini (Direttivo provinciale FIOM Bologna) Donatella
Biancardi (SDL Intercategoriale giunta Regione
Lombardia, delegata RSU) Maxia Zandonai (giornalista,
esecutivo nazionale USIGRAI) Rosella Manganella (SDL
intercategoriale, coordinamento nazionale) Donatella
Benini (operaia RSU, FILCEM, Brescia) Licia Pera (RDB/CUB
ARES 118) 9 Rita Barbieri (RSU ITALTEL) Giuliana Righi
(segreteria regionale FIOM, Emilia Romagna) Eliana Como
(FIOM nazionale) Adriana Marafioti (RDB Università
Statale di Milano) Vilma Gidaro (delegata RSU CGIL ICCU)
Lea Melandri, Maria Grazia Campari, Rosa Calderazzi,
Lidia Cirillo (Collettivo di Porta Nuova, Milano) Danila
Baldo, Laura Coci, Rita Fiorani, Daniela Garibaldi,
Emanuela Garibaldi, Elisabetta Invernizzi, Roberta
Morosini, Danila Verdi (IFE) Sabrina Bagnaschi
(Iniziativa Femminista europea) Nadia De Mond, Paola
Manduca (Marcia Mondiale delle Donne) Chiara Bonfiglioli
(ricercatrice) Giovanna Mancini (giornalista) Carmen Di
Salvo (avvocata femminista) Laura Mulassano (Università
Milano-Bicocca) Marilisa Verti (Associazione Lombarda
Giornalisti) Francesca Zajczyk (Università
Milano-Bicocca) Michela Puritani, Tatiana Montella,
Angelita Castellani, Claudia Lo Presti, Elisa Coccia,
Laura Emiliani, Cristina Giardullo, Sara Farris,
Donatella Coppola (Collettivo femminista La Mela di
Eva), Chiara Fornaro, Anna Maria Tallone, Stephanie
Lugaldo, Iside Dogliani, Martina Riberto (Circolo Aura
de Cor di Caraglio) Irene Sestili, Giulia Paparelli
(Coordinamento dei Collettivi universitari, La Sapienza,
Roma), Enrica Paccoi (Associazione Yakaar Italia-Senegal)
Valentina Scopone, Anna Maria Appiano, Elisa
Scardaccione, Giulia Baraldi, Paola Baronchelli , Luisa
Stendardi, Pina Sardella, Rosalba Casiraghi, Renata
Segalini,Albina Guizzo, Cristina Frongia, Grazia Musella,
Michela Iocca, Clotilde Langella, Eva Marino, Daniela
Loiacono Dolores Morondo (Università di Urbino) Chiara
Siani, Nina Ferrante, Vera Guida, Alessandra Pirera ,
Lia Barillari, Tonia Cioffi(Collettivo Degeneri, Napoli)
Collettivo Le Onde (Salerno) Francesca Feola, Marta
Marsano, Maria Arcucci, Maria Rosaria Fiorentino, Giulia
Marino (Collettivo lgbtq Tiresi@) Carmen Crispino
(Collettivo lgbitq Sui generis, Roma) Roberta Martini,
Valentina Violini (Famiglie Arcobaleno, Pinerolo) Tania
La Tella, Daniela Amato (Centro Donna L.I.S.A.)
Collettivo Primule Rosse (Cuneo) Donne delle Sinistra
(Cuneo) (18 febbraio 2009)
Violenza sessuale, dramma
individuale e speculazione collettiva
Le
cronache di questi giorni ci parlano di violenza e stupri, e l'orrore,
l'indignazione si spande a macchia d'olio tra le città e le coscienze.
Ma spesso ci si dimentica che di stupri e violenze
non parlano solo le cronache di questi giorni, bensì le cronache di una,
molte vite. I dati Istat sono sconvolgenti, e ci parlano di 14 milioni
di donne vittime di violenza e questi dati ci dicono anche che il 69,7%
delle molestie avviene tra le mura domestiche o da persone conosciute e
ancora che la stragrande maggioranza di queste violenze non viene
denunciata. Ci sarebbe di che riflettere, no?
E invece succede che dobbiamo aspettare che siano i grandi titoli sui
giornali, gli strilli al telegiornale a farci gridare all'orrore,
aspettando che altre notizie ritenute più importanti nell'economia delle
nostre vite gli lascino il posto. Troppo spesso ci dimentichiamo, o
diamo per scontato -non so cosa sia peggio- che dietro i dati statistici
e i titoli dei giornali si consuma il dramma fisico e psicologico di
donne in carne ed ossa, vittime offese, tradite, umiliate, a cui una
parte di sé è stata irrimediabilmente uccisa.
In modo sommario nell'immaginario collettivo il violentatore è figlio di
povertà e degrado o, ancora peggio è lo straniero che «invade le nostre
città», «ruba il nostro lavoro», «violenta le nostre donne», anziché
essere un fenomeno drammaticamente trasversale, per età e posizione
sociale. E sempre nell'immaginario collettivo lo stupro diventa più o
meno grave a seconda di chi lo compie. La questione stessa del
linciaggio verso il branco straniero, come abbiamo visto per l'episodio
di Guidonia, e la difesa del ragazzo italiano che ha stuprato una
giovane alla festa di capodanno alla Fiera di Roma, che compiono lo
stesso orribile reato, è un segno dei nostri tempi e della speculazione
mediatica e politica che ancora si fa sul corpo delle donne.
Una cosa è certa: segni indelebili della violenza ricorderanno per
sempre ad una donna il persistente sfruttamento sociale e culturale a
cui il carnefice la vuole ricondotta, la subalternità individuale e
sociale a cui la cultura maschilista la vuole
relegata.(www.larinascita.org 11 febbraio2009)
Ricevo dalla Casa delle donne di Torino
Eluana, varato il decreto
Sfida al Quirinale: "Napolitano firmi o cambio la
Costituzione"
Il Consiglio dei ministri, dopo lunga discussione,
ha varato all'unanimità un decreto che ordina di
proseguire l'alimentazione fino all'approvazione di
una legge su testamento biologico. Berlusconi: "Non
voglio la responsabilità della morte di Eluana".
Scontro con il Quirinale. Napolitano: "Un
provvedimento d'urgenza non si può varare in
contrasto con sentenze passate in giudicato". Ma
Berlusconi replica duro: "Il presidente della
Repubblica firmi o cambieremo la Costituzione sui
decreti d'urgenza. Convocherò il Parlamento per
approvare entro tre giorni una legge che contenga la
norma sull'idratazione e l'alimentazione prevista
dal decreto". Il Vaticano: "Il governo ci ha
ascoltato". Nella clinica "La Quiete" di Udine è
iniziato questa mattina la riduzione graduale
dell'alimentazione e dell'idratazione ad Eluana. ( 6
febbraio 2009)
DOMANI 7 FEBBRAIO DALLE ORE 11
ALLE ORE 13 TROVIAMOCI TUTTI AL PRESIDIOORGANIZZATO A TORINO IN P.ZZA
CASTELLO DI FRONTE ALLA PREFETTURA PER MANIFESTARE TUTTA
LA NOSTRA INDIGNAZIONE CONTRO IL DL VARATO OGGI DAL
C.D.M. SU ELUANA ENGLARO
La violenza che si fa e
non si dice
di Lea Melandri
Tutti
quelli che si sono affrettati a commentare con sdegno
l'uscita di Berlusconi su stupri e misure di sicurezza -
"ci vorrebbero tanti soldati quante sono le belle donne
italiane"- sembrano dimenticare o far finta di non
sapere che in questa, come in altre volgari,
irresponsabili "battute" del presidente del Consiglio,
si esprime quel sentire comune, largamente diffuso,
quanto meno tra gli italiani (e sicuramente anche tante
italiane), che gli ha creato finora un indiscusso -e
altrimenti inspiegabile- consenso.
La sua sfrontatezza e impunità è
evidentemente liberatoria per tutto ciò che si pensa, si
fa, e ipocritamente non si dice. Bisogna allora
riconoscergli, in questo caso, il "merito" di aver
portato allo scoperto, col suo "maschilismo da bar" -l'attribuzione
alle donne della provocazione sessuale- l'aspetto più
evidente e paradossalmente più rimosso dell'aggressione
che ha per oggetto il corpo femminile, e cioè che la
violenza è fatta da uomini, in quanto tali, per cui ogni
tentativo di stornarla su problemi di sicurezza e
immigrazione, è vergognosamente falso.
Se ci indigna che esca dalla bocca di
una delle più alte cariche delle Stato il pregiudizio
antico su cui ancora si regge il dominio maschile -che
le donne sono o "madri" o "puttane"-, non di meno
dovrebbe risultarci intollerabile l'arroganza ipocrita
di parlare d'altro, di mascherare una verità che è sotto
gli occhi di tutti, dimostrata dell'intera classe
politica di questo paese, dei suoi organi di
informazione, dei suoi ceti intellettuali, dei suoi
professionisti della cultura, nonostante per altro siano
stati resi pubblici ormai da anni dati numericamente
impressionanti sulla violenza domestica (che si tratti
di stupri, omicidi o maltrattamenti) e nonostante le
manifestazioni, gli scritti, le prese di posizione di
gran parte del femminismo italiano.
Tor di Quinto non ha insegnato nulla,
la parola "sessismo" non entra nel lessico politico né
della destra né della sinistra, del maschio che
aggredisce, stupra e uccide, non è il sesso che conta ma
l'appartenenza etnica, la patologia, lo statuto della
trasgressione o della delinquenza. Si spinge
l'attenzione pubblica a tener fermo lo sguardo su
strade, città, campagne, ad accanirsi inutilmente su
opzioni sicuritarie di cui si sa già l'inefficienza,
perché a nessuno venga in mente di farsi le domande più
razionali e più semplici: perché gli uomini uccidono?
Perché il luogo primo della violenza maschile, anche di
quella che si manifesta all'esterno delle mura
domestiche, è la famiglia? Quanto conta l'ambigua
"potenza" e "seduzione" che viene attribuita ai corpi
femminili che partoriscono, alimentano, curano figli,
mariti, fratelli, nel perdurare di una "virilità"
confusa col potere, col controllo, o con l'aggressione?
Quanto contribuisce a mantenere l'ignoranza del rapporto
tra i sessi una scuola che ignora corpi, sentimenti,
pulsioni, sogni e incubi ereditati dall'infanzia, dai
primi rapporti col mondo adulto, con la cultura
dominante?
I movimenti che quarant'anni fa hanno
provato ad avviare processi formativi e pratiche di una
politica capace di "andare alle radici dell'umano",
partendo dalla famiglia e dagli asili, sono stati
cancellati persino dalla memoria della sinistra,
moderata e "rivoluzionaria", e non c'è da meravigliarsi
che sia oggi la maggioranza al governo a ricordarsene e
a tentare di eliminarne persino le tracce.
Il fatto che Berlusconi abbia
associato lo stupro alla bellezza, ben sapendo che
purtroppo la violenza sessista non ha queste
premeditazioni estetiche, è un lapsus a cui si può dare
una spiegazione. La cultura di massa, volgare e sbracata
come le sue esternazioni, passa attraverso uno schermo
televisivo che elargisce anatomie femminili in
abbondanza e a ritmo continuo, corpi esposti, offerti,
sia pure virtualmente. Offerti a che cosa? Al desiderio
maschile, all'invidia femminile, all'imitazione o anche,
perché no, al possesso violento, a odi nascosti,
inconsapevoli, di quelli che vediamo "normalmente" come
teneri figli, padri, amanti, mariti?
Alcuni giorni fa, non ricordo più su
quale delle reti di Mediaset, in un grazioso salottino
di composte signore e signori si giocava a uno strano
indovinello: su uno schermo passavano culi, tette e
labbra e i presenti dovevano indovinare a chi
appartenevano. Per essere riconosciuti si dava per
scontato che questi frammenti anatomici fossero stati
più volte esposti, sottolineati dallo stesso sguardo
voyeuristico come parti per l'intero. Perché un bambino,
bersagliato da corpi femminile ammiccanti non dovrebbe
crescere con l'idea che le donne sono essenzialmente
corpo e non persone, oggetti da comprare, consumare come
le merci con cui vengono identificate? La barbarie del
violentatore, dell'assassino di donne, è la stessa che
le ha espulse dalla vita pubblica, che ancora le tiene
lontane dai luoghi in cui si pensa, si discute e si
decide sulla comune convivenza, che le vuole madri o
seduttrici o comunque subalterne al sapere e ai
linguaggi dell'unico sesso che si è fatto protagonista
della storia.
L'emancipazione femminile purtroppo
oggi parla quasi esclusivamente al "neutro", attenta a
quelle "oscure carriere" di cui già si ram