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Diritti di genere - Diritti dei bambini                                                                                                                                                                                                                

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

Violenza contro le donne e i bimbi

   Comunicato Udi Nazionale 2 marzo 2008

 

Intimidazione e e abusi anche a Bologna

Sabato pomeriggio a Bologna tre ragazze stavano distribuendo in zona universitaria un volantino per informare le cittadine e i cittadini che si stava organizzando un presidio per solidarietà a Mara e a tutte le donne che hanno avuto il coraggio e la forza di denunciare il loro aggressore, rompendo così il silenzio della violenza quotidiana che le donne subiscono. Il volantino esprime la volontà delle donne di volerci essere davanti al Tribunale di Bologna, dove il 4 marzo si svolge il processo contro il violentatore di Mara, STUPRATA al Parco Nord della città il 26 agosto 2006 (lo ricorderete tutte!).
Ebbene le tre donne sono state bloccate da un'auto. Sono scesi tre uomini. In strada non c'era nessuno in quel momento.

Le ragazze hanno avuto paura e si sono strette tra loro mentre questi uomini si avvicinavano gridando "Dateci i documenti".
La più coraggiosa ha esclamato "Ma chi siete?" solo dopo si qualificavano come Digos.
Le ragazze cercavano di capire perché questo succedesse. Una di loro ha chiesto aiuto ai passanti, dato il comportamento palesemente o intenzionalmente aggressivo, idoneo a generare timore e a limitare la loro libertà morale.
Un'altra aggiungeva "Scusate, non mi fido. Voi siete in tre, ho paura". Sono state chiamate ben tre pattuglie della polizia, e mentre una ragazza contattava un'avvocata dell'UDI che le diceva di dare le generalità, un poliziotto le sequestrava il cellulare impedendole di parlare con l'avvocata e rifiutandosi di spiegare la situazione.
Le ragazze sono state portate in Questura nonostante che, dopo la telefonata all'avvocata avessero dichiarato di voler dare le generalità. Con arroganza e fare autoritario, le hanno afferrate per un braccio e per la testa pretendendo di condurle con la forza e infilatele in macchina come delinquenti le hanno portate in Questura, fotografate e hanno preso le impronte digitali.
Trattenute per quattro ore senza motivo. C'era anche una poliziotta, che è stata allontanata dai colleghi perchè non era d'accordo con quei metodi. Questi i fatti.

Oggi viviamo un paradosso!
Le forze dell'ordine che dovrebbero garantire l'ordine pubblico e la serenità sociale, con modi sconvenienti e inurbani hanno letteralmente terrorizzato delle ragazze che legittimamente manifestavo il loro sostegno a quelle donne che hanno subito violenza.

Lo sanno o dobbiamo spiegarlo noi a questi uomini che una ragazza oggi ha paura? Quando degli uomini si avvicinano ad una donna in una strada buia e poco frequentata dovrebbero sapere che la reazione della donna è comunque di timore, PERCHE' UNA DONNA SA QUELLO CHE PUO' SUCCEDERLE!

E QUESTI UOMINI, QUESTI POLIZIOTTI, NON POSSONO nell'occasione del compimento di un'attività seppur legittima, DISTRUGGERE IL RISPETTO CHE L'AUTORITÀ DEVE TRARRE, NON DALLA DIVISA CHE I SUOI RAPPRESENTANTI PORTANO, MA DALLA LEGGE CHE ESSI RAPPRESENTANO
Questo tipo di atteggiamento è riprovevole nei confronti di CHIUNQUE , ma in particolar modo nei confronti delle donne che nell'occasione difendevano in maniera civile i propri diritti e dignità.
Le donne oggi sono oggetto di soprusi e di violenza che non è solo quella fisica.
Questo stato di intimidazione in cui vengono poste le donne che non stanno alle "regole" non è giustificabile, nè sopportabile.
Le nostre nonne venivano arrestate nel 1946 perchè vendevano le mimose l'8 marzo, altre venivano arrestate perchè distribuivano volantini per sostenere il diritto al voto delle donne.
STIAMO RITORNANDO BRUSCAMENTE AL PASSATO?

UDI - UNIONE DONNE IN ITALIA
Sede nazionale, via dell'Arco di Parma 15 ROMA tel. 06.6865884
udinazionale@gmail.com www.udinazionale.org

Per info:
Marta Tricarico UDI donne e giustizia 333 5869355

 

Identità nazionale e corpo delle donne

 

di Francesca Scarpato

Da quanto riportano i giornali in questi giorni, si evince che lo stupratore italiano 29enne, condannato un anno fa in Germania per avere violentato ripetutamente e tenuto segregata per tre settimane la propria compagna, ha potuto godere di uno sconto della pena perché "come cittadino italiano che deve vivere separato dalla sua famiglia e dalla sua cerchia di amici è particolarmente sensibile alla reclusione (…); i reati sono stati un efflusso di un esagerato pensiero di gelosia (…); [il condannato] è un sardo. Il quadro dell'uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusa, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante". Se la certezza della pena per il carnefice può tradursi, per la vittima del sopruso, nella possibilità di un recupero della propria incolumità fisica, nonché psicologica, in questo caso le modalità con cui i giudici sono giunti all’attribuzione della pena rischiano di lasciare, a dir poco, l’amaro in bocca. Ancora, dai giornali, si apprende che in Italia l’indignazione nei confronti della sentenza è diffusa tra tutti gli schieramenti politici: un po’ tutti, infatti, si sono frettolosamente scagliati "contro l’attenuante culturale", contro quello che sarebbe un "esempio di razzismo contemporaneo" (Manconi), contro quella che è parsa a molti "un’offesa per la giustizia e la Sardegna" (Segni).

Insomma, saranno contenti, per una volta, i propugnatori delle intese bipartisan, croce e delizia del più avanzato dibattito politico italiano recente: quanto non hanno potuto altri argomenti, lo ha potuto la difesa dell’onor patrio e delle specificità culturali nazionali. Ma se ancora nel 2007 si è disposti a mobilitarsi in nome della difesa dell’identità italiana, di quelle tradizioni, di quegli usi e costumi che le sarebbero propri e che si distinguerebbero addirittura lungo la linea dell’origine regionale, perché tanto stupore se la decisione circa la condanna da attribuire a un nostro compatriota ha visto impegnati i giudici tedeschi nel tentativo di prendere in considerazione proprio quella specificità culturale anche a noi, evidentemente, così cara?

La sentenza tedesca è l’ennesima conferma, come dice bene Alund, di quanto "il culturale abbia colonizzato il sociale". Fintanto che si continuerà a pensare al mondo come a un insieme di "culture" monolitiche, dotate ciascuna di una propria specificità, non dovrà stupire se l’integrità personale, ben lungi dall’essere una prerogativa garantita indistintamente a tutte e a tutti, sarà invece oggetto di una continua negoziazione giocata, per l’appunto, sulla linea dell’appartenenza nazionale innanzitutto. E non occorre guardare troppo oltre i confini del nostro paese per accorgersi che è ancora la legge del più forte – da un punto di vista militare, sociale, culturale – a dettare, troppo spesso, le regole della convivenza quotidiana: in un contesto come quello occidentale in cui non già la liberazione, ma l’emancipazione delle donne è ancora un risultato di là da venire, è del tutto normale che siano proprio le donne le vittime più abituali di questa rinegoziazione perpetua, poiché considerate sempre meno attori e soggetti politici, e sempre più simboli potenti dello scontro tra potenze.

Non certo l’origine nazional-regionale dello stupratore, e lo sconto di pena a quest’ultima collegato, avrebbe dovuto destare sconcerto in questa triste vicenda, ma la doppia umiliazione subita dalla donna vittima e della violenza del giovane italico, e della crudeltà di una legge che non l’ha tutelata fino in fondo. Evidentemente lo stupro come sopraffazione e annichilimento dell’altro preoccupa meno i garanti del multiculturalismo a ogni costo e sopra ogni cosa, fosse anche il corpo delle donne.

Per quanto ancora dovremo accontentarci? (www.fgci.it ottobre 2007)

 

 

No alla violenza di genere del piano Amato

 

di Barbara Spinelli*

 

La violenza di genere nel pacchetto sicurezza non ci sta, non ci può stare: sono almeno otto anni che le periodiche raccomandazioni del Comitato per l'Applicazione della CEDAW indicano ai Governi italiani di volta in volta avvicendatisi, di destra e di sinistra, qual è la
strada da prendere per eliminare le discriminazioni di genere, in ogni possibile forma e manifestazione, a chiare parole è stato detto infatti, e con preoccupazione, che in Italia "manca una strategia globale per combattere tutte le forme di violenza contro le donne".

Di questo monito è necessario prendere atto per aprire una seria discussione su cosa si vuole intendere per discriminazioni e violenza di genere, e sul come le Istituzioni intendono agire per porre fine alle vessazioni cui, in maniera più o meno evidente e più o meno violenta, una donna su tre e la quasi totalità della comunità LGBTQ è costretta a fare i conti nella vita.
E' chiara la difficoltà politica di addivenire in tempi brevi a una definizione giuridica di violenza di genere che includa ogni forma di discriminazione e violenza rivolta contro una Persona in ragione della propria identità di genere od orientamento sessuale, tuttavia tale
definizione normativa rappresenterebbe il punto di partenza per affermare che il rispetto della dignità della Persona, aldilà della sua identità sessuata e delle sue scelte sessuali, è un imprescindibile diritto fondamentale, e che di questo lo Stato deve farsi garante attraverso politiche di sensibilizzazione, promozione, repressione criminale degli episodi discriminatori ove necessaria.

Il silenzio istituzionale sul punto, le ambiguità in tal senso del disegno di legge governativo in esame alla Commissione Giustizia, lasciano perplessi sul fatto che ci sia qualcuno all'interno della maggioranza che poi tanto convinto non è che la discriminazione
basata sul genere sia così lesiva dei diritti fondamentali quanto quella basata sul razzismo o sul credo religioso, e che possa passare tranquillamente in secondo piano la denuncia di due ragazzi per un bacio in pubblico, la difficoltà di donne che in alcune regioni non riescono a scappare di casa dalle mani di partner violenti perché non sanno cosa fare e dove andare, perché mancano case rifugio e la polizia se non la picchiano non ci può fare niente e la giustizia ha i suoi tempi...

Crediamo che sia giunto il tempo di porre fine a questa ambiguità: anche noi, come il Comitato per l'applicazione della CEDAW nella raccomandazione 19/2005, siamo preoccupati che la mancata previsione di una nozione di discriminazione contro le donne "possa contribuire a far ritenere di limitata applicazione il concetto di parità sostanziale, come evidente nello Stato membro (l'Italia), anche tra i pubblici funzionari e la magistratura".
Certo è più facile aggiungere lampioni alle strade buie, aggiungere vigilantes per accompagnare di notte le donne sole... ma tutto questo forse non rimarcherebbe ancora di più che lo spazio pubblico è uno spazio maschile, dove la donna, alla stregua di minori, disabili e anziani, entra solo se "assistita", alle condizioni anche queste dettate dagli uomini (non da sola in quel quartiere, gira con la borsetta sempre dal lato del muro, mai di notte con la
minigonna ... altrimenti "te la sei cercata" ) ?

Sappiamo che è difficile fare conti con quelle Raccomandazioni del Comitato per l'applicazione della CEDAW, quelle che si ha avuto timore di tradurre e diffondere, quelle in cui si sottolinea nel nostro Paese "la persistenza e pervasività dell'atteggiamento patriarcale"
e il "profondo radicamento di stereotipi inerenti i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini in famiglia e nella società", stereotipi che "minano alla base la condizione sociale delle donne, e sono all'origine della posizione di svantaggio occupata dalle donne in vari settori, compreso il mercato del lavoro e la vita politica e pubblica".
Forse è giunta l'ora, secondo quanto richiesto dal Comitato, di "adottare un programma su larga scala, onnicomprensivo e coordinato, per combattere la diffusa accettazione di ruoli stereotipati di uomini e donne" e "promuovere una uniformità legislativa e omogeneità di risultati nella attuazione della Convenzione per l'Eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne in tutto il Paese" e " accordare un'attenzione prioritaria all'adozione di misure onnicomprensive per affrontare la violenza contro donne e bambine" e, aggiungiamo noi, lesbiche, gay, bisessuali, transessuali.

Tutto questo rappresenterebbe un grande passo avanti nella Tutela dei Diritti Fondamentali della Persona, apprezzabile a livello europeo ed internazionale almeno quanto la moratoria per l'abolizione della pena di morte.
A mio avviso addirittura sarebbe ancor più apprezzabile di tale impegno, di carattere perlopiù diplomatico, per la fatica e per il coraggio che richiede attivarsi concretamente (e quindi prevedendo anche un adeguato appoggio finanziario, così come avvenuto in Spagna ) per mettere davvero in discussione la struttura di disparità nei rapporti tra generi, che ha connotato per secoli la storia di intere nazioni, popoli, generazioni, un gesto questo profondamente simbolico per sollecitare una nuova cultura di uguaglianza e di rifiorire dei Diritti Umani della Persona, un patto di condivisione tra i generi delle responsabilità sociali.

Non cancelliamo questa possibilità con un pacchetto sicurezza all inclusive, voluto peraltro da chi fa di tutte le erbe un fascio e della violenza sulle donne una tradizione siculo - pakistana: le donne al Governo e in Parlamento hanno il dovere di impedire che a livello
istituzionale vengano riprodotti stereotipi discriminatori e che venga riproposta, attraverso l'inclusione delle misure in materia di violenza (di genere? sulle donne?) nel pacchetto sicurezza, la pregiudizievole idea che la violenza di genere sia un problema di ordine pubblico
risolvibile a prescindere dal rispetto della dignità delle Persone in quanto tali, rispetto che neanche numerosi esponenti maschili delle Istituzioni in più occasioni hanno dimostrato avere nei confronti di donne, lesbiche, gay , transessuali.
Vogliamo mobilitarci tutte e tutti perché le Istituzioni promuovano il rispetto della dignità dei generi, oggi?(AprileOnline 12 settembre 2007)
 

*Gruppo di lavoro sulla violenza di genere, Giuristi Democratici

Ossigeno: una campagna contro la violenza alle donne

 

Inferno di famiglia

 

di Marco D'Eramo

Meglio sola che male accompagnata, è la morale che si trae dall'ultimo rapporto del Viminale sulla sicurezza in Italia. Perché le cifre che fanno più impressione riguardano le donne: nel 2006 hanno subito violenza ben un milione 150.000 donne. E le donne che nel corso della loro vita hanno subito violenze sono 6 milioni 743.000 (una su tre italiane), di cui 5 milioni di violenze sessuali. Il numero più sconvolgente è che il 62,4% di tutte le violenze sulle donne è stato commesso dal loro partner, e la percentuale sale al 68,3% per le violenze sessuali e al 69,7% per gli stupri. È il marito l'aggressore più frequente ed è l'ambito familiare quello in cui si annida il pericolo maggiore. Altro che famiglia culla dei valori civili! La famiglia genera lividi, ematomi, lacerazioni, quando non decessi.
Eppure non è stata lanciata nessuna campagna di «pubblicità-progresso», nessuna serie di spot per mettere in guardia le mogli dai loro mariti, le donne dai loro conviventi. Mentre al contrario ci iniettano fleboclisi d'insicurezza: ogni istante ci ripetono che la città è pericolosa (ma anche le ville isolate del nord non sono poi così tranquille), ci spiegano che la criminalità è in aumento. Tutti siamo certi al 100% di vivere in una società molto più minacciosa e violenta di venti anni fa. Ebbene, ci sbagliamo: l'indicatore principale della violenza è il tasso di omicidi. Nel 1991 furono uccisi 1.901 italiani con un tasso di 3 omicidi ogni 100.000 abitanti. L'anno scorso gli omicidi sono stati solo 621, uno ogni 100.000 abitanti, un terzo di 16 anni fa! Ma la cosa più stupefacente, è che se si guardano le statistiche di un secolo fa, ebbene allora il tasso di omicidi era 10 volte tanto! Uscire di casa era infinitamente più pericoloso.
Allora come succede che la violenza reale sia diminuita, mentre la percezione della violenza è cresciuta? In gran parte è dovuto alla diffusione di radio e tv: nel 1910 un omicidio in un paesetto lucano o una strage negli Stati uniti venivano riferiti solo da una notizia di giornale e con ritardo. Ora l'eccidio più remoto ci arriva in diretta, entra nella nostra casa: ceniamo con i cadaveri sul piccolo schermo, ci svegliamo con corpi inceneriti, teste mozzate. Viviamo in un film dell'orrore e la società ci pare un horror essa stessa.
Ma la deriva sanguinosa dei media non è innocente, né ineluttabile: la demagogia fa di tutto per attizzare l'ansia «securitaria». Ovunque al mondo la politica di destra (a volte il fascismo) sobilla le peggiori paure dei propri elettori, come hanno fatto Bush negli Usa, Sarkozy in Francia e i leghisti in Padania, ovunque invocando ricette di «legge e ordine»: più repressione, più controlli sugli immigrati, più discriminazioni, «tolleranza zero» (cioè intolleranza infinita), che di fatto alimentano la violenza in una spirale di barbarie. Nessuno di questi accorati paladini della nostra incolumità si sogna però di porre un freno allo scempio che avviene al riparo delle mura domestiche, da cui la donna esce dicendo ai vicini che è «scivolata per le scale».(Il Manifesto 21 giugno 2007)


 

 

 

Non si può relegare la violenza sulle donne a cronaca nera

di Katia Bellillo

Un efferato delitto quello di Marsciano che si annunciava come l’ennesima occasione per bombardare l’opinione pubblica con titoli cubitali sui giornali, con interviste ai politici, con esilaranti talk show  su come questo paese sia in mano agli “stranieri” che sputano sul piatto in cui mangiano e rendono insicure le nostre vite. Davanti alla villetta di Compignano, quando le accuse ricadevano sui rumeni barbari e feroci, abbiamo visto il sindaco,che invocava i blocchi di polizia, l’assessore provinciale e perfino il Vescovo della diocesi perugina che aveva annunciato che proprio lui avrebbe officiato la messa funebre.
Ma l’assassino non è l’altro, il diverso da noi, ma è il marito, il padre! Sappiamo che Barbara era entrata a far parte di un clan familiare potente, di forti radici cattoliche, e sappiamo che quella sua famiglia è il modello riconosciuto in Italia: eterosessuale, vincolata con il matrimonio concordatario e prolifica. Ora si scopre che le violenze che ha subito insieme ai suoi figli erano anche quelle conosciute: tutti sapevano, anzi il delitto era annunciato. Ed ora che sappiamo, ora che l’assassino si è finalmente svelato e il funerale si è concluso senza l’annunciata presenza del potente vescovo di Perugia, l’evento esce dall’ordine del giorno della politica per diventare un semplice fatto di cronaca nera. I dati ci dicono che la famiglia uccide più della mafia: tra il 2000 e il 2005 in Italia ci sono state più di 1200 vittime, in questi giorni, mentre le indagini della magistratura cercavano il vero colpevole dell’omicidio di Barbara e della sua bambina, si sono consumati altri cinque delitti tutti in famiglia! Non si può accettare il silenzio assordante della politica, questi delitti non possono essere relegati alle cronache di nera.
La violenza familiare e la violenza contro le donne è una questione politica nazionale. Sarebbe un segnale di grande novità se almeno un segretario nazionale di partito intervenisse per denunciare che la violenza alla donne si presenta come la manifestazione più feroce di un insieme di fenomeni che contrassegnano una condizione che è la sintesi di tutte le discriminazioni e le aggressioni subite dalle donne a seguito dei condizionamenti sociali e culturali che agiscono sui due sessi in ogni loro relazione sia pubblica che privata. La politica deve scoprire ed assumere tale fenomeno perché esso non riguarda solo la sfera privata ma la violenza si manifesta come simbolo più brutale delle disuguaglianze esistenti nella società ed è rivolta alle donne in quanto tali, poiché i loro aggressori sono convinti che esse abbiano meno diritti semplicemente perché di sesso femminile.
Il Parlamento, le regioni, gli enti locali, ogni tipo di istituzione, dalla scuola alla sanità alla magistratura alle forze dell’ordine, devono mettere al primo posto dell’agenda gli obiettivi per sconfiggere la violenza contro le donne.
Il Consiglio d’ Europa il 27 novembre 2006 a Madrid ha presentato la campagna per sconfiggere la violenza dentro e fuori le famiglie, gli obiettivi sono, da un lato, quello di sensibilizzare l’opinione pubblica di ogni stato membro che la violenza contro le donne è una violazione dei diritti della persona e tutti devono essere spinti a combatterla. Dall’altro si esortano gli stati membri ad impegnare risorse finanziarie adeguate per raggiungere risultati concreti atti a sconfiggere la violenza contro le donne e promuovere misure efficaci per prevenire e combattere la violenza contro le donne nella legislazione e nei piani d’azione nazionale per attuare la raccomandazione n.5/2002. L’Italia deve fare la sua parte, non c’è più tempo e molti sono i progetti di legge presentati per prevenire e combattere la violenza dentro e fuori le famiglie, il Parlamento approvi al più presto una legge che, nel ribadire la salvaguardia dei diritti di uguaglianza, dia omogeneità al diritto, per superare l’attuale parzialità e garantire una visione unitaria. C’è bisogno di una legge integrale e multidisciplinare che regoli tutto il processo di socializzazione e dell’educazione di tutti i cittadini, in particolare dei giovani. (la Rinascita della sinistra.org 30 maggio 2007)

 

L'Eritrea mette al bando l'infibulazione

Multe e carcere per chi promuove o non denuncia le mutilazioni genitali femminili. Una pratica che riguarda ancora il 90 per cento delle eritree, 140 milioni di donne e 2 milioni di bambine. Una vittoria per tutte.

 

di Giuliana Sgrena

Il governo eritreo ha messo al bando le mutilazioni genitali femminili con un provvedimento che è entrato in vigore il 31 marzo scorso. Chiunque «richieda, inciti o promuova la circoncisione femminile fornendo attrezzi o qualunque altro mezzo, e chiunque, sapendo che una circoncisione avrà luogo o ha avuto luogo, senza giusta causa non ne informi o avverta prontamente le autorità» sarà punibile con una multa o con la prigione. Finalmente una buona notizia da L'Asmara, da dove, negli ultimi tempi, ci giungevano spesso denunce di violazioni dei diritti umani e di persecuzione di oppositori del governo. Proprio la messa al bando della circoncisione femminile «per l'Unione europea non può che essere un primo passo affinché il pieno rispetto dei diritti umani e della donna in Eritrea non rimanga lettera morta», ha dichiarato Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento europeo.
Una buona notizie innanzitutto per le donne che si battevano contro una pratica disumana che riguarda, secondo l'Unione nazionale delle donne eritree, il 90 per cento delle bambine. Prima che il divieto delle mutilazioni genitali femminili diventasse legge era stata oggetto di campagne diffuse sul territorio fin dai tempi della guerra di liberazione. L'infibulazione oltre a imporre uno stretto controllo sulla vita sessuale della donna rappresenta un grosso rischio per la sua salute (fistole, prolassi, parti dolorosi, etc .).
Il problema che si pone ora è quello dell'applicazione della legge. Infatti, nonostante l'infibulazione sia stata messa al bando da quattordici paesi africani - tra i quali Etiopia, Uganda, Ghana e Togo -, ai quali si aggiunge ora l'Eritrea, la pratica è ancora molto diffusa, soprattutto nel Corno d'Africa. In tutto il mondo - 28 paesi africani, alcune zone del Medioriente e dell'Asia - sono 140 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali, più o meno gravi, e 2 milioni di bambine sono a rischio di infibulazione ogni anno.
La pratica «è una violazione dei diritti delle donne e delle bambine e un attacco alla loro dignità umana. Non trova nessun fondamento nella religione», si legge nel Protocollo dei diritti delle donne in Africa, adottato alla conferenza di Nairobi nel luglio del 2003. Lo stesso documento sottolinea la necessità per i paesi dove esiste già una legge contro le mutilazioni «di strategie appropriate per assucurare l'effettiva applicazione».
Anche per Emma Bonino, ministra per il Commercio internazionale e per le politiche europee e da anni impegnata in una campagna contro le mutilazioni, la decisione del governo eritreo è «una grande notizia». E, come riconoscimento, proprio L'Asmara potrebbe essere scelta come nuova sede della Conferenza regionale (tra uno o due mesi) di «Non c'è pace senza giustizia», di cui Emma Bonino è fondatrice, che sta portando avanti una campagna per i diritti delle donne africane. Il problema, per la ministra, è ora quello di far sapere alla gente che la legge esiste e promuoverne l'applicazione e una conferenza internazionale può essere d'aiuto.
E, aggiungiamo noi, l'attenzione internazionale di politici e media può essere d'aiuto anche per quella parte di Eritrea che più soffre l'isolamento del paese.(Il Manifesto 6 aprile 2007)

 

Turismo sessuale: condannato Giorgio Sampec

 

8 marzo 2007 - Prima condanna per turismo sessuale in Italia. Il tribunale di Milano ha condannato a 14 anni di carcere Giorgio Sampec, 56enne veronese accusato di aver sfruttato e di aver abusato di decine di minorenni thailandesi e cambogiane. Sampec era stato arrestato nel 2005. L'uomo doveva rispondere delle accuse di atti sessuali all'estero compiuti su minori di 18 anni, violenza sessuale, induzione alla prostituzione minorile e detenzione di materiale pedo-pornografico. Il pm Gianluca Prisco aveva chiesto la pena di 13 anni, ma per il collegio giudicante si trattava di una pena troppo "lieve". Oltre al carcere, Sampec dovra' pagare una multa di 65mila euro. (Agr)

Violenze: a subirle è una donna su tre


di Jacopo Matano

Una donna su tre in Italia ha subìto violenza. I dati provengono dall'Istat e sono stati presentati questa mattina nella sala stampa di Palazzo Chigi dal ministro per le pari Opportunità Barbara Pollastrini e dal presidente dell'Istituto di statistica Luigi Biggeri, poche ore prima che la politica e i media italiani venissero ingoiati dallo squarcio della maggioranza al Senato e che gli uffici di piazza Colonna si trasformassero in un unità di crisi.

Normale, dunque, che alla notizia non venga data la rilevanza che merita. Eppure, tra le mani di chi legge le agenzie, restano le ferite lasciate dai dati. In primis, da quel 31,9% delle donne tra i 16 e 70 anni che si dichiara vittima di violenza. L'indagine, condotta su un campione (25mila interviste su tutto il territorio nazionale), se accuratamente proiettata a livello statistico lascia intravedere uno scenario inquietante. Sarebbero infatti sei milioni 743 mila le donne che hanno subito violenze fisiche o sessuali. Cinque milioni hanno dovuto sopportare molestie, tre milioni 961 mila violenze fisiche, circa un milione ha subìto stupri o tentati stupri, e ancora circa un milione comportamenti persecutori, o "stalking". Solo negli ultimi 12 mesi, il numero delle violenze sulle donne ammonta a 1.150.000.

Ma cosa si intende per "violenza"? In primis spinte, strattoni, schiaffi, calci, pugni e morsi, ovvero la violenza fisica. In molti, moltissimi casi, accompagnata da minacce. Tra i casi denunciati nell'ultimo anno, ad una donna su 4 è stato lanciato addosso un oggetto, mentre una piccola percentuale ha subito ustioni, o intimidazioni di usare una pistola o un coltello, ed il 2,6% e' stata vittima di un tentativo di strangolamento o soffocamento. C'è poi la violenza sessuale, dove la casistica va dalle molestie fisiche allo stupro e tentato stupro, passando per l'obbligo di avere rapporti sessuali con terze persone, e subire rapporti degradanti e umilianti (negli ultimi 12 mesi il 4,2%). Alta la percentuale dei rapporti indesiderati vissuti come violenza: circa il 21,9% delle donne intervistate ha confessato questo tipo di abuso.

Il titolo che campeggia sulla relazione Istat, è: "La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia". Ed è quel "dentro la famiglia" a preoccupare di più, perché uno stupro su tre è compiuto dal partner e nel 93 per cento dei casi gli abusi ad opera del compagno non vengono denunciati alle autorità: spesso non si considerano neanche come violenza, ma semplicemente come "qualcosa che è accaduto"(nel 36 % dei casi). Come prevedibile, le violenze dei partner sono reiterate: se la violenza viene ripetuta, nel 67,1% il colpevole dorme nell'altra metà del letto. I mariti, compagni o partner che siano possono essere al sicuro da orecchie indiscrete: una donna su tre decide di non parlare con nessuno, neanche con un/una confidente, dell'abuso, se esso viene compiuto tra le mura di casa. E al di là delle mura, ma restando in famiglia o tra amici, la statistica rimane preoccupante: un quarto delle donne ha segnalato come autore della violenza un conoscente (anche di vista), un altro quarto un parente, il 9,7% un amico di famiglia, il 5,3% un amico. Nella hit parade dei violenti, tra i parenti emergono in graduatoria gli "altri parenti" (12,2%) e gli zii (7,0%), seguiti dal padre, dal fratello/fratellastro, dal nonno e dal patrigno.

Non sono esenti da questa carrellata della vergogna né i rapporti di buon vicinato né l'educazione scolastica, e neppure i sacri insegnamenti della Chiesa: Il 3,8% delle donne ha subito violenza sessuale da vicini e il 3,7% da compagni di scuola, mentre l'1,7% da insegnanti o bidelli e l'1,6% da un religioso.

Dal punto di vista della stratificazione per categorie socioculturali, sono le donne separate e divorziate le principali vittime della violenza. Valori superiori alla media emergono anche per le nubili, le laureate e le diplomate, le dirigenti, libere professioniste e imprenditrici, le direttive, quadro ed impiegate, le donne in cerca di occupazione, le studentesse. Un milione 400 mila le ragazze al di sotto dei 16 anni. E se si considera la distribuzione territoriale, valori piu' elevati si evidenziano per le residenti nel Nord-est, nel Nord-ovest e nel Centro e per quelle dei centri metropolitani (42,0%). Guida la classifica regionale l'Emilia Romagna, seguita a ruota dal Lazio, dalla Lombardia e dalla Liguria. Calabria e Sicilia in fondo alla classifica.

"In Italia come in Europa" ha affermato Barbara Pollastrini "le donne muoiono di più per cause di violenza che per malattia e incidenti stradali". Il Ministro ha presentato uno spot che andrà in onda nei prossimi giorni sulle principali reti televisive, ed ha lanciato un appello affinchè il Parlamento discuta in tempi brevi la proposta di legge presentata dal governo. Nel frattempo un passo avanti è stato fatto in tal senso, dato che prima della bagarre sulla politica estera il pomeriggio di Montecitorio è stato impegnato sulla votazione delle mozioni dell'Unione sulla discriminazione sessuale. Il testo, come approvato, impegna il governo "a porre in essere provvedimenti e politiche volti all'effettiva eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, raggiungendo una piena e sostanziale uguaglianza fra donne e uomini, provvedendo a promuovere iniziative in tal senso anche da parte degli organi di rappresentanza dei cittadini immigrati nel nostro Paese; a promuovere un programma di educazione e formazione ai diritti umani per tutti gli ordini di scuole; a lanciare iniziative pubbliche di sensibilizzazione e ad istituire una rete di centri d'ascolto per le donne che vivono in realtà di sopraffazione e violenza"

Ma per proseguire nella lotta contro la discriminazione, il governo delle pari opportunità ha ora bisogno di un'altra opportunità (AprileOnline 21.2.2007)

 

Un gioco da bambini


di Ida Dominijanni


Sergio Pelico aveva dieci anni, abitava a Houston in Texas con la sua famiglia e lo scorso weekend aveva visto in tv le immagini dell'impiccagione di Saddam. Domenica è stato trovato morto, appeso a un letto a castello con uno slip attorno al collo a mo' di cappio; ha fatto tutto da solo mentre i genitori erano nel tinello. Mubashar Ali aveva nove anni, abitava nel distretto di Rahim Yar Khan in Pakistan con la sua famiglia e lo scorso weekend aveva visto in tv le immagini dell'impiccagione di Saddam. Domenica è stato trovato morto, appeso al soffitto con un pezzo di stoffa attorno al collo a mo' di cappio; l'ha aiutato la sorella, dieci anni, mentre i genitori erano nel tinello.
Stessa età, stessa scena, stessa sequenza, stesso mondo globale alla faccia dello scontro di civiltà: la forca e la tv sono transculturali e funzionano nel Texas occidentale e cristiano quanto nel Pakistan orientale e islamico. Solo che in Pakistan la polizia se la prende con la negligenza dei genitori, in Texas lo psicologo di turno se la prende con l'effetto imitativo della televisione. E nessuno dei due con l'evento in sé e per sé, che invece è innocente, neutrale e spettacolare come ormai ogni evento che capita.
Interrogato dal piccolo Sergio sul perché di quella forca, uno zio gli aveva spiegato che Saddam era un uomo cattivo, con ciò ritenendo esauriti i suoi compiti pedagogici. Un altro zio non capisce come sia potuta finire così: «Non credo che pensasse che quello che stava vedendo in tv fosse vero». Tanto siamo abituati a goderci la fiction e i reality-show, da non percepire più la differenza che fa quando non è la fiction a esserci somministrata come fosse realtà, bensì la realtà a esserci somministrata come fosse fiction. Un bambino invece lo percepisce. Il piccolo Sergio doveva essersene accorto, che non stava guardando l'Isola dei famosi ma una impiccagione in diretta, e che se quel cappio funzionava in tv doveva funzionare anche nella sua stanza. E' stato l'evento, non la sua rappresentazione, ad autorizzarlo a rifarlo. Forse dovremmo smettere di fare tutti come Alice nel paese delle meraviglie, che per non vedere la realtà chiedeva agli specchi di riflettere un attimo prima di rifletterla.(Il Manifesto 6.1.2006)

 

La violenza contro le donne
dalla Piattaforma d'Azione della IV Conferenza Mondiale sulle Donne
Iniziative per la Parità, lo Sviluppo e la Pace (Beijing 1995)

 

Pedopornografia, saranno puniti siti e provider

 

È contro il fenomeno della pedopornografia in rete una delle prime battaglie del 2007 indette dal governo. Il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, ha firmato un decreto che colpisce i siti «che diffondano, distribuiscano o facciano commercio di immagini pedopornografiche». La novità è che il decreto presuppone un ruolo per la prima volta attivo degli stessi fornitori di connettività, i cosiddetti «internet provider» che si assumono l´onere di intervenire direttamente contro i siti incriminati. Entro i prossimi sessanta giorni, che precedono l´entrata in vigore del decreto, i provider dovranno infatti dotarsi di sistemi che siano in grado di oscurare entro 6 ore dalla comunicazione ricevuta i siti incriminati. Pedofilia ANSA

Il decreto nasce dalla collaborazione con il ministero per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amminstrazione, la polizia postale e le stesse associazioni degli internet provider. È una tappa importante lungo il percorso delineato ormai quasi dieci anni fa, con la legge 269 del 1998, «contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù», successivamente integrata dalla legge 38 del 2006. Questa legge prevedeva in particolare l´istituzione, da parte del ministero degli Interni, di un centro nazionale per il contrasto della pedopornografia su internet, sotto la responsabilità della polizia postale e delle comunicazioni, con il compito di raccogliere tutte le segnalazioni, provenienti anche dagli organi di polizia stranieri e da soggetti pubblici e privati impegnati nella lotta alla pornografia minorile, riguardanti siti che diffondono, avvalendosi della rete, materiale concernente l´utilizzo sessuale dei minori.

Soddisfatto il ministro Gentiloni: «Internet è una straordinaria fonte di informazione e un motore dell'innovazione. Per difendere la libertà contro ogni tentazione di censura preventiva e generalizzata, peraltro impraticabile, occorre colpire in modo certo ed efficace chi ne fa un uso criminoso contro i bambini. Sono soddisfatto perché saranno proprio gli internet provider a collaborare con la polizia postale e delle comunicazioni per oscurare i siti illegali». Ma il decreto potrebbe essere insufficiente, dal momento che il problema della pedopornografia su Internet non riguarderebbe i siti italiani, ma quelli stranieri. Questo almeno è quanto sostiene don Fortunato Di Noto, fondatore dell´associazione Meter e famoso per aver oscurato migliaia di siti pedofili, e autore con il giornalista Mario Campanella di un libro sulla pedofilia che sarà pubblicato entro l´anno.Commentando il decreto Gentiloni di questa mattina, Campanella e Di Noto sostengono che «gli Internet provider italiani sono sempre stati disponibili e collaborativi nel contrastare le immagini pedopornografiche, mentre il vero problema sono i provider esteri. Bisogna invece agire in sede Onu sensibilizzando i Paesi che hanno aderito alla convenzione di Ginevra sui diritti dell'infanzia e chiedere loro comportamenti simili in difesa dei bambini vittime di questo orrendo crimine». Da qui la denuncia ad alcuni paesi europei, notoriamente colpevoli, secondo Di Noto di «atteggiamenti di tolleranza pseudo-culturale nei confronti del fenomeno, atteggiamenti pericolosi anche se osteggiati dalla maggioranza dei cittadini».(L'Unità.it 2.01.07)

Il velo degli uomini


di Ida Dominijanni


Ne uccide e ne mutila più la violenza maschile che l'infarto, o il cancro, o la oggi tanto esecrata anoressia. Prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne di tutto il mondo, così dicono i dati ufficiali. La mobilitazione e le manifestazioni di oggi non serviranno certo a eliminarla, come si propongono negli slogan, ma a imporla al discorso pubblico forse sì. Anche se a parlare, ancora una volta, sono le vittime, nel silenzio e nella latitanza dei carnefici. Le piazze ci accolgono, i giornali ci chiedono di scriverne, le radio di parlarne, i salotti televisivi non mancheranno di tingersi di rosa.
Proviamo a immaginare una scena rovesciata: che sia un uomo a scrivere questo editoriale, uomini a prendere il microfono, uomini a scendere in piazza e ad esporsi in tv. A dirci perché loro, o un loro amico o un loro nemico o un loro vicino di casa, sentono di tanto in tanto l'incontenibile impulso a far male a una donna, a possederla violentemente, o a eliminarla dal creato; a chiudere una storia d'amore infilando l'ex amata in un cassonetto, o a costringere ad amarli una che non vuol saperne, o più semplicemente a malmenare la moglie o la figlia al riparo delle mura domestiche, nel regno di una privacy delinquenziale che nessuna intercettazione infrange. Perché?
La domanda resta senza risposta. E la sessualità maschile, a onta delle sue manifestazioni così eclatantemente visibili, resta avvolta nel velo di una omertà autorizzante e assolvente. Conosciamo l'obiezione: non tutti gli uomini sono così. Certo che no, infatti sono gli altri quelli che amiamo. Ma quelli che amiamo dovrebbero impegnarsi almeno loro a togliere quel velo, non dal viso delle donne islamiche, ma dal corpo degli uomini violenti. Solo alcuni, pochi, cominciano a farlo; i più si fanno scudo della sociologia, o dell'ideologia: è colpa della guerra, è colpa dei neocons, è colpa del sabato in discoteca, è colpa dei fondamentalismi, è colpa dell'Islam, è colpa dei barbari che ci invadono. C'è sempre un altro su cui proiettare la colpa e scaricare la responsabilità, negando l'evidenza e sfocando il problema.
L'evidenza, quella cruda dei numeri, mostra che la violenza sulle donne è trasversale e globale, sconfina fra civiltà, razze e continenti e non risparmia affatto l'Occidente opulento e democratico, al contrario. Il problema infatti non regredisce, ma al contrario si ripresenta, come un sintomo ritornante e irrisolto e inasprito, laddove più solida è la libertà guadagnata dalle donne. I libri, pochi e preziosi, che tracciano la storia della maschilità occidentale lo spiegano bene: c'è regressione e reazione maschile, dall'Ottocento in poi, ogni volta che c'è uno scatto di libertà femminile. Ogni volta, l'insicurezza e lo spaesamento maschile per «la donna nuova» si arma di violenza e si traveste di virilismo; e appena può (anche oggi) va al fronte, o inventa fronti inesistenti (come oggi, con lo scontro di civiltà e le guerre culturali). E' questo il prezzo che dobbiamo pagare? Non vogliamo pagarlo. Non vogliamo che lo paghino né le più deboli né le più forti. Toglietevi quel velo.(Il Manifesto 25.11.06)

 

 Un esercito di vittime

 

di Matilde Giovenale

Sarebbero dieci milioni le donne che tra i 14 e i 59 anni hanno subìto nel corso della vita violenze, molestie o ricatti sessuali. Una cifra drammatica che è stata rilevata dall'Istat nel rapporto presentato questa mattina in occasione della Giornata parlamentare contro la violenza alle donne, organizzata a Montecitorio in vista della Giornata europea contro la violenza alle donne che ricorre il 25 novembre. Dallo studio (che ha preso in esame i dati dal 1997 al 2002) emerge un quadro inquietante, che tratteggia anche i luoghi in cui la donna si sente oggi più a rischio. Ebbene, per lei, il luogo percepito come maggiormente insicuro non sarebbe il classico vicolo buio o il parco di notte, ma il posto di lavoro e soprattutto le pareti domestiche.
Nonostante la proporzione numerica dell'abuso e della violenza sia di per sé preoccupante, come ha ricordato la direttrice dell'Istituto statistico Linda Laura Sabbadini, che ha presentato i dati del dossier, il sommerso in questo fenomeno non è ancora stimabile. Un terzo delle donne infatti non parla e non comunica con nessuno sull'accaduto.

A breve, l'Istat fornirà nuovi dati in materia, ma l'ultima rilevazione risalente al 2002 parla di oltre 3 milioni e mezzo di donne che hanno subito molestie fisiche, 4 milioni subiscono atti di esibizionismo ed altrettanti pedinamenti, quasi 4.5 milioni telefonate oscene, 4.6 milioni molestie verbali.

Per quel che riguarda le molestie fisiche sessuali, il rapporto sottolinea che esse avvengono solitamente ad opera di estranei (58,2%), per la strada (19%), sui mezzi di trasporto pubblici (31,6%) sul posto di lavoro (12,1%), in pub o in discoteca (10,5%). Mentre gli stupri e i tentati stupri sono commessi da estranei in assoluta minoranza (3,5%), più frequentemente da amici (23,8%), conoscenti (12,3%), fidanzati o ex fidanzati (17,4%), mariti o ex mariti (20,2%). Solo il 21% delle violenze sessuali avviene per strada e il 14% in auto; per il resto, a casa propria o di amici e parenti.

Secondo l'Istituto di statistica poi ben 900 mila donne hanno subito ricatti sessuali per essere assunte o per avanzare di carriera, in generale comunque nei momenti di massima difficoltà occupazionale, tanto che sono soprattutto le disoccupate oggetto di pressione e molestia sessuale. Mentre sono 500 mila le vittime che denunciano di aver subito stupri o i tentativi di violenza carnale. Un dato in aumento, ma, come ha spiegato la direttrice dell'Istat, "la crescita delle denunce non è necessariamente indice di crescita di violenza: le denunce possono aumentare perché le donne scelgono di denunciare di più rispetto al passato". Dallo studio emerge anzi un segnale positivo: "Dal 1997 al 2002 - ha spiegato ancora la Sabbadini - c'è stata una diminuzione delle molestie fisiche sessuali e dei tentati stupri, soprattutto grazie ai profondi cambiamenti legislativi, alla rottura dell'omertà su questo tema e all'intensa attività dei centri antiviolenza".
In 100 mila hanno poi dovuto patire entrambe le tipologie di violenza.

Un importante deterrente nei cinque anni presi in esame dalla ricerca è stata la crescita dell'occupazione femminile che ha reso più problematico il tentativo di ricatti sessuali al momento dell'assunzione, facendoli diminuire. In soccorso delle donne negli ultimi anni è intervenuta anche la tecnologia. Nel caso delle telefonate oscene, ha sottolineato ancora la Sabbadini, "la possibilità di indentificare il chiamante ha avuto un effetto deterrente".

Malgrado questi segnali positivi, nel complesso i dati rimangono però preoccupanti, soprattutto per quanto riguarda la violenza carnale vera e propria. "Per gli stupri - ha spiegato ancora la direttrice centrale dell'Istat - ci troviamo davanti ad uno zoccolo duro. Fatta eccezione per quello commesso da estranei (un'assoluta minoranza, solo il 3,5%), quello 'classico', perpetrato da amici, conoscenti o ex fidanzati, si ripete nel tempo e con una frequenza elevata, spesso più che settimanale, in luoghi familiari alla vittima".

Alla presentazione del rapporto era presente anche il presidente della Camera Fausto Bertinotti, che nella sala della Lupa di Montecitorio ha aperto i lavori della giornata parlamentare. "E' necessario intervenire fin dalla scuola, nelle famiglie, in tutti i luoghi della formazione civile e sociale dei ragazzi - ha osservato Bertinotti - per prevenire inciviltà e degrado e per costruire nei giovani il rispetto ed il riconoscimento della diversità, il rifiuto della intolleranza e della prevaricazione fisica, il controllo dell'emotività superando lo squilibrio relazionale tra uomini e donne e i pregiudizi che alimentano discriminazioni e prevaricazioni a danno di queste ultime".

Alla cerimonia di Montecitorio - dove fra l'altro è stato ricordato che le violenze sono la causa di morte più frequente in Italia, in Europa e nel mondo per le donne fra i 15 e 44 anni - è stata organizzata dal Comitato per le pari opportunità della Camera. Fra le partecipanti, anche Maria Grazia Giammarinaro, esperta della Commissione europea sui temi della tratta, che ha sottolineato come l'attuazione della legge sull'allontanamento del coniuge violento "non è adeguatamente monitorata. E' essenziale - ha osservato - che nella finanziaria sia approvato il fondo per realizzare l'osservatorio sulla violenza domestica, da molti anni richiesto dalle associazioni di tutela delle donne vittime di violenza".
L'esperta ha anche sollecitato interventi per una maggiore formazione su questo tema delle forze di polizia. Sylvie Matheron, avvocato dell'infanzia del Foro di Marsiglia, ha affermato che in Francia ogni quattro giorni una donna muore per le percosse subite dal suo compagno. Ogni anno ci sono circa 25 mila stupri; solo il 13% delle donne denuncia il fatto. Per Maura Misiti, ricercatrice del Cnr, "la violenza non può essere sconfitta se non diviene una priorità a tutti i livelli. La volontà politica si esprime attraverso leggi, piani nazionali di azione, allocazione di risorse in differenti settori di intervento dalla giustizia alle politiche sociali ai servizi".(AprileOnline 24.11.06)

 

 Crimini di massa o milioni di casi singoli?

di Maria Grazia Donno*, 

Perché è così difficile parlare di un argomento come la violenza contro il genere femminile anche con gli uomini più disponibili e "illuminati"? Perché è così complicato attivare interventi e servizi a favore delle donne costrette a subire maltrattamenti e abusi anche quando gli interlocutori sono amministrazioni "amiche" e progressiste? Perché la violenza contro le donne è considerata tutt'al più un'emergenza sociale frutto di devianza e sottocultura, da delegare alle forze dell'ordine, agli operatori sociali, agli esperti e consentire ai più di dire "non mi riguarda"?

Eppure la recente cronaca italiana ci offre casi drammatici di accanimento sul corpo e sulla mente femminile. In Veneto una giovane donna incinta al nono mese viene picchiata e seppellita ancora viva dall'amante che non vuole affrontare lo scandalo e le sue responsabilità. Un immigrato pakistano, aiutato da altri parenti maschi, uccide la figlia rea di volersi sottrarre ai costumi sessuali e religiosi della comunità. Vicino Roma una ragazza lesbica viene stuprata da un branco di giovani italiani. A Macerata una donna viene duramente picchiata e buttata nel cassonetto. A Parma una ragazza viene uccisa con otto coltellate dall'ex fidanzato che la perseguitava da anni. In tre diverse città italiane tre ragazzine sono state stuprate da un gruppo di ragazzi altrettanto minorenni che hanno filmato la scena col videofonino e l'hanno diffuso in rete. Un numero imprecisato e altissimo di giovanissime ragazze immigrate, clandestine e invisibili, costrette a prostituirsi sulle strade delle nostre città, brutalizzate prima dagli sfruttatori e dopo dai clienti. Una mattanza insomma.

Esempi di una lunga scia di delitti commessi in Italia da uomini contro le ex mogli o fidanzate, contro amiche o compagne di scuola, contro ignare passanti o passeggiatrici. Una ricerca dell'EU.R.E.S. rivela che un omicidio su quattro avviene in ambito domestico e la principale vittima è la coniuge. Ben 187 vittime nel 2004, in una fascia d'età compresa tra i 26 ed i 45 anni. Cioè una persona ogni due giorni ed il 70% sono donne, uccise quasi unicamente per ragioni passionali o durante un litigio da partner abituali o passati, da familiari o da clienti e sfruttatori. Del resto ammazzare la "propria donna" per motivi passionali è considerato generalmente meno grave che uccidere un commerciante!
Le ricerche basate sull'esperienza dei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio, organizzati in Italia negli ultimi 15-20 anni da varie associazioni di donne, hanno dimostrato come l'uso della forza e delle violenze da parte degli uomini sulle donne costituiscano uno "stile relazionale" molto diffuso e trasversale a tutte le classi sociali. Un modo per assicurarsi potere e controllo sulla partner e sui figli. Un modo per ridurre la donna al silenzio ed alla sottomissione. Ed i figli, indipendentemente dall'essere solo spettatori o dall'esserne vittime dirette, ne subiscono pesanti conseguenze. E purtroppo per ogni donna uccisa ce ne sono tante altre che rischiano di morire lentamente nella solitudine della loro quotidiana sofferenza.

La forma più eclatante della violenza è certamente quella che lascia segni ben visibili sul corpo: lividi, costole rotte, denti spezzati, tagli, cicatrici, bruciature. Ma ce n'è un'altra molto più subdola e difficilissima da rilevare, da denunciare: quella psicologica. Quella che destruttura l'immagine di se, che alimenta sensi di colpa per non sentirsi mai all'altezza delle aspettative, che produce vergogna e consegna al silenzio. Quella che è causa di depressione, di ansia, di attacchi di panico, che produce malattie psicosomatiche, che annienta le difese immunitarie. Non sono esagerazioni purtroppo e anche la medicina ufficiale, interpretando i sintomi da una prospettiva "di genere", ha cominciato ad avvertire l'esigenza di indagare di più sugli effetti che la violenza produce non solo in quanto negazione della libertà e della dignità ma anche in quanto negazione del benessere e dell'incolumità psico-fisica della persona.

L'"Osservatorio criminologico e multidisciplinare sulla violenza di genere" del Consiglio d'Europa ha condotto una ricerca i cui dati inquietanti dimostrano che prima del cancro, degli incidenti stradali e della guerra, ad uccidere le donne o a causarne l'invalidità permanente è la violenza subita dall'uomo.
L'UDI di Ferrara ha coniato il termine femminicidio per definire l'uccisione di una donna. Dietro e dentro questa parola c'è una valenza simbolica fortissima, alternativa a quella dominante e prevaricante, e perciò da promuovere.
I dati tuttavia sono solo la punta dell'iceberg in quanto si basano sulle denunce di quelle donne che hanno trovato il coraggio di reagire. Moltissime non ci riescono. E non è solo la paura ad impedirlo. Lo fanno per proteggere e difendere se stesse da una realtà che altrimenti le distruggerebbe. Si chiama "sindrome da adattamento" e agisce nella stessa maniera di quella di Stoccolma, riscontrata nelle vittime dei sequestri di persona.
E allora, non si tratta di colpevolizzare indistintamente gli uomini, quanto di chiedere una precisa assunzione di responsabilità alla parte maschile della nostra società. Perché anche quella migliore fa fatica a riconoscere nella violenza contro le donne un enorme crimine di massa: è più propensa a pensare a qualche milione di casi singoli.
Spostare lo sguardo dalle vittime agli autori significa chiedere loro una riflessione sulla propria sessualità, sugli stereotopi identitari maschili, sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini. Stefano Ciccone ed altri uomini provenienti dai più disparati percorsi politici hanno scritto un appello: "Violenza sulle donne, un problema maschile", nel quale chiedono di riflettere sul fenomeno, di fare un salto di qualità collettivo, perchè solo una forte presenza pubblica maschile, al fianco delle donne, contro la violenza degli uomini, potrebbe assumere un potente valore simbolico e culturale, potrebbe aprire nuovi spazi di libertà anche per gli uomini. Nessuno si senta escluso: dal mondo della cultura, dell'arte, dell'informazione, dell'associazionismo, del sindacato, della politica, tutti impegnati in azioni e proposizioni capaci di determinare una svolta nei comportamenti concreti di ciascuno, tutti coinvolti in un'unica e variegata forza di cambiamento.
Sabato 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza alle donne, ricorrenza votata all'unanimità e resa ufficiale nel 1999 dall'ONU. Facciamola diventare una giornata di mobilitazione locale e nazionale di donne e di uomini per affermare che senza il riconoscimento della libertà, dell'autodeterminazione e della dignità delle donne nessuna società può ritenersi civile e democratica.(AprileOnline 24.11.06)

*Responsabile Politiche Sociali
Federazione Provinciale DS Bari

 

 Violenza sulle donne, un problema maschile

 Appello

 

Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da uomini sulle donne. Con dati allarmanti anche nei paesi «evoluti» dell'Occidente democratico. Violenze che vanno dalle forme più barbare dell'omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla negazione della libertà negli ambiti familiari, sino alle manifestazioni di disprezzo del corpo femminile. Una recente ricerca del Consiglio d'Europa afferma che l'aggressività maschile è la prima causa di morte violenta e di invalidità permanente per le donne in tutto il mondo. E tale violenza si consuma soprattutto tra le pareti domestiche.
Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze? Oppure a un aumento delle denunce da parte delle donne? Resta il fatto che esiste ormai un'opinione pubblica e un senso comune, che non tollera più queste manifestazioni estreme della sessualità e della prevaricazione maschile. Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali sul territorio denuncia poi una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti maschi, più inclini delle loro coetanee femmine a comportamenti violenti, individuali e di gruppo.
Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di autocoscienza, una ricerca sulle dinamiche della propria sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.
La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del secolo scorso ha cambiato radicalmente il mondo. Sono mutate prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari, l'amicizia e l'amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.
L'affermarsi della libertà femminile non è una realtà delle sole società occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle donne si è esteso, con molte forme, modalità e sensibilità diverse, in tutto il mondo..
La condizione della donna torna in modo frequente nelle polemiche sullo «scontro di civiltà» che sarebbe in atto nel mondo. Noi pensiamo che la logica della guerra e dello «scontro di civiltà» può essere vinta solo con un «cambio di civiltà» fondato in tutto il mondo su una nuova qualità del rapporto tra gli uomini e le donne.
Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi una larga e violenta «reazione» contraria al mutamento prodotto dalla rivoluzione femminile. La violenza contro le donne può essere interpretata in termini di continuità, come il permanere di un'attitudine maschile che forse per la prima volta viene sottoposta a una critica sociale così alta, ma anche in termini di novità, come una «risposta» nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.
Un altro sintomo inquietante è il proliferare di mentalità e comportamenti ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa, etnica e politica, che si accompagnano sistematicamente a una visione autoritaria e maschilista del ruolo della donna. Queste stesse tendenze sono però attualmente sottoposte a una critica sempre più vasta, soprattutto - ma non esclusivamente - da parte femminile.
La recente cronaca italiana ci ha offerto alcuni casi drammatici, eclatanti che rivelano anche modi diversi di accanirsi sul corpo e sulla mente femminile. Una ragazza incinta viene seppellita viva dall'amante, che non vuole affrontare il probabile scandalo. Un fratello insegue e uccide la sorella, rea di non aver obbedito al diktat matrimoniale della famiglia. Un immigrato pakistano uccide la figlia, aiutato da altri parenti maschi, perché non segue i costumi sessuali etnici e religiosi della comunità. In alcune città si susseguono episodi di stupro da parte di giovani immigrati ma anche di maschi italiani. Sono italiani gli stupratori di una ragazza lesbica a Torre del Lago. Italiano l'assassino che a Parma ha ucciso con otto coltellate la ex fidanzata, che perseguitava da qualche anno. Ultimo caso di una lunga scia di delitti commessi in questi ultimi anni in Italia da uomini contro le ex mogli o fidanzate, o contro compagne in procinto di lasciarli.
Il clamore e lo scandalo sono alti. In un contesto di insicurezza (in parte reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della politica, di continua emergenza e paura per le azioni del terrorismo di matrice islamica e per le contraddizioni prodotte dalla nuova dimensione dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la matrice della violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita a culture e religioni diverse dalla nostra. Molte voci però hanno insistito giustamente sul fatto che anche la nostra società occidentale non è stata e non è a tutt'oggi immune da questo tipo di violenza. E' anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla violenza sessuale che viene dallo «straniero» risponda a un meccanismo inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto all'esistenza di questo stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei comportamenti di noi maschi occidentali.
Si è parlato dell'esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli enti locali e dello stato nei processi per violenze contro le donne. Si è persino messo sotto accusa un ipotetico «silenzio del femminismo» di fronte alla moltiplicazione dei casi di violenza.
Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell'ordine patriarcale. Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di coscienza collettiva. La violenza è l'emergenza più drammatica. Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche convocando nelle città manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto reale.
Siamo poi convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di significare e di agire la loro nuova libertà. Il corpo femminile è negato con la violenza. Ma viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.).Viene rimosso da ambiti decisivi per il potere: nella politica, nell'accademia, nell'informazione, nell'impresa. Lo sguardo maschile - pensiamo anche alle organizzazioni sindacali - non vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro.
Chiediamo che si apra finalmente una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell'informazione, nel mondo del lavoro. Una riflessione comune capace di determinare una sempre più riconoscibile svolta nei comportamenti concreti di ciascuno di noi.
Sandro Bellassai, Stefano Ciccone, Marco Deriu, Massimo Michele Greco, Alberto Leiss, Jones Mannino, Claudio Vedovati. (
Il Manifesto 19 settembre 2006)

 

 

 Noi, Hina e le altre. Stiamo facendo finta?


di Susanna Camusso - Usciamodalsilenzio
 

Passata l'ondata di orrore, spese tante parole che suonano rituali di fronte all'orrenda morte di una giovane che cercava la sua strada nel mondo, perché non riconoscere che la morte di Hina apre questioni difficili da dipanare? Il ministro Amato ha messo i piedi nel piatto dicendo più o meno: il riconoscimento della libertà femminile deve accompagnare il giuramento sulla Costituzione per l'ottenimento della cittadinanza italiana. Qualcuna di noi ha pensato: ma ai nostri connazionali viene mai fatto un esame sui diritti universali delle donne? Sono scorsi davanti agli occhi recentissimi e italianissimi atti di violenza contro le donne e i ricordi non così lontani nel tempo dei delitti d'onore o dei matrimoni riparatori. Insieme, la consapevolezza che i passi avanti sono figli delle lotte delle donne e che la nostra libertà, il riconoscimento del nostro essere persone sono traguardi non ancora raggiunti.

Tutto uguale, quindi? Si tratta solo di accorciare anche per altre culture i tempi di maturazione e di acquisizione dei diritti delle donne? Per chi sostiene il rispetto delle altre culture e l'integrazione come obiettivo del futuro multietnico del nostro paese, la risposta parrebbe obbligata, come obbligato è distinguere il gesto della famiglia di Hina dall'idea che possa riguardare tutti i musulmani, o tutti i pachistani. Tutto politically correct!

Poi si leggono le cronache, le interviste nella comunità pachistana, le storie di altre donne e le domande si affollano: non stiamo facendo finta? Non siamo sempre condizionate dall'idea che il solo porre il problema sfoci rapidamente nel razzismo? Non abbiamo detto noi, in tutte le piazze, che la democrazia non si esporta, meno che mai con la guerra? Che agitare le guerre di religione o la superiorità della cultura occidentale è la culla del terrorismo? Allora come affrontare il tema del rapporto tra noi e gli altri? Che si possa morire per avere scelto il proprio amore, che si possa vivere senza documenti perché vengono «custoditi» dal padre o dal marito, che si possa essere picchiate a sangue per l'abbigliamento, per il trucco o per uno sguardo, e che tutto ciò avvenga nelle nostre strade, nella casa accanto, nel silenzio o nell'indifferenza fino a quando non esplode la cronaca, è troppo. Forse urge sfatare il mito che per essere «all'altezza» del processo di integrazione sperato sia d'obbligo rispettare le altre culture a tal punto da non criticare, da non giudicare, da non discutere.

Vorrei provare a dire che nel moralismo che attraversa tanta parte della sinistra e del pacifismo non mi trovo più; mi ricorda antiche discussioni, quando in nome della rivoluzione khomeinista che cacciava lo scià sanguinario ci si rifiutava di vedere che i primi provvedimenti furono quelli di far tornare le donne dietro il velo, sottomesse di nuovo al dominio maschile. La libertà femminile non era considerata né un parametro di democrazia, né di civiltà. Adesso molti negherebbero, ma non è una storia così lontana nel tempo da non poter essere consultata; scrittrici iraniane ce l'hanno recentemente riproposta.

È forse allora per una sorta di falsa coscienza che critichiamo quotidianamente e giustamente le ingerenze papali sulla nostra libertà ma taciamo su altre religioni e mentalità? Dobbiamo dare per scontato che possa esserci nel nostro paese un doppio diritto, quello ricomposto dalle lotte delle donne, e quello degli altri che vivono nel nostro paese ignorando diritti fondamentali? C'è una distanza abissale tra l'enormità di questo problema e la polemichetta strumentale sul numero di anni per ottenere la cittadinanza.

Servono, piuttosto, iniziative che guardino alle nuove cittadinanze ma anche al maschilismo di casa nostra. Ne elenco alcune. Aggiornare la legge sulla violenza sessuale (in Francia è considerata a un'aggravante il fatto che lo stupro si svolga nelle mura di casa). Creare o consolidare servizi come i telefoni verdi, i centri di ascolto, le case per le donne maltrattate. Garantire sostegno economico, protezione e riconsegna dei documenti alle donne cui venissero sottratti, considerandone il sequestro ciò che realmente è: un reato per traffico di persone. Forse così si darebbe anche un contributo alla lotta al traffico finalizzato alla prostituzione, che spesso si realizza con dinamiche molto simili. C'è poi la questione centrale della scuola e della formazione; non si tratta solo di far rispettare l'obbligo scolastico ma di garantire, anche a chi è già adulto, l'accesso alla scuola nazionale pubblica e laica, magari attraverso una sorta di corsi «150 ore» per l'apprendimento della lingua e per la formazione alla cittadinanza. Infine - e anche qui ci possono aiutare le esperienze fatte in altri paesi europei - credo si debba pensare a norme che garantiscano alle donne che rifiutino matrimoni combinati il diritto allo scioglimento del vincolo e alla protezione.

Altrettanto importante è farsi delle domande su noi e le altre. Come singole e come movimento dobbiamo provare a entrare in relazione con le donne delle comunità, perché la contaminazione, il confronto, la crescita collettiva sono il sale dei processi di integrazione, perché non bisogna peccare di superiorità e indagare, invece, su cosa è repressione e cosa cultura differente, perché abbiamo bisogno di capire, ma anche di discutere e affermare la libertà femminile. Non so se sia vero che il Corano nega il possesso dell'uomo sui destini della donna. So che fa parte della mia libertà dire che se la predicazione di una religione, o la cultura di una comunità, permette di uccidere Hina, voglio contrastare quella cultura. Perché ogni giorno uccide anche un po' della mia, della nostra libertà.(da il manifesto 24 agosto 2006)

 

Hina Saleem, sgozzata perchè non seguiva le regole del patriarcato fondamentalista

Alle volte i maschi di famiglia decidono che il prezzo della libertà di una donna è la vita

di Monica Lanfranco
Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi, presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali.

E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini.

In questi giorni di ansia per il Libano, per l’Iraq e per chissà quante altre guerre e pericoli che incombono rischia di passare come secondaria, o solo come fatto di ordinaria cronaca nera, la morte atroce, in luogo e tempo di relativa pace quale è la provincia bresciana, della giovane Hina Saleem, di origine pakistana, trovata uccisa e seppellita nel giardino della casa paterna. Dopo due giorni di inutili ricerche, innescate dall’allarme lanciato dal fidanzato italiano con il quale la ragazza viveva da poco, il ritrovamento del corpo ha dato il via alle indagini, dalle quali emergono inquietanti risvolti. Sembrerebbe infatti che l’esecuzione di Hina sia stata decisa da un consiglio di famiglia, che preferiva la sua morte piuttosto che il disonore di una convivenza con un uomo di diversa religione: la giovane si sarebbe sottratta ad un matrimonio combinato, trasgredendo al punto da osare convivere. Il padre, che si è costituito ieri pomeriggio insieme a un cognato, si rifiuta di rispondere agli inquirenti, mentre il fidanzato italiano sarebbe ancora sotto protezione, in un luogo segreto, per timore di eventuali ritorsioni da parte di altri familiari di Hina. La foto della ragazza pubblicata dai giornali la ritrae bella, profondi occhi scuri, il sorriso aperto e pieno di vita che ogni ragazza dovrebbe avere nell’affrontare le promesse dell’amore, del futuro, della costruzione della propria esistenza, che invece è stata fermata per sempre dal coltello che le ha tagliato la gola. L’orrore della sua morte ci ricorda che ancora troppi sono i pericoli che le donne corrono, solo perché sono donne: pericoli che hanno le sembianze non di maniaci sconosciuti, di uomini folli o spietati che ti aggrediscono per strada, ma che hanno il volto, lo sguardo e le mani di tuo marito, del tuo compagno, di un tuo parente, di tuo fratello, di tuo padre. Uomini vicini, vicinissimi, che hai amato, spesso che ti sei scelta, con i quali hai progettato la vita, o percorsi di esistenza. Ci rammenta che fino a quando la libertà di scelta delle donne di vivere pienamente e senza vincoli, terreni e ultraterreni, non verrà considerata indicatore prioritario per la realizzazione della civiltà, della cultura e della politica di un paese e di un popolo nessuna donna e nessun uomo saranno al sicuro. (Liberazione agosto 2006)

 

 

 

Ci risiamo!

Violenza sessuale, sentenza a Cagliari

Cagliari, la Corte d'Appello riduce la pena comminata ad un uomo condannato a 4 anni e 8 mesi per violenza sessuale sulla moglie. Lo stupro è un reato più lieve se il responsabile è il marito. Ridotta la pena a 2 anni perchè:

"Il danno psicologico di una aggressione subita dal coniuge è minore rispetto a quello provocato da un estraneo"

Donne, due passi avanti e uno indietro

di Francesca Koch
Come se non fosse già abbastanza orribile il susseguirsi di omicidi nelle ultime settimane e negli ultimi mesi, come se non avessimo già gridato che la violenza sessista è crimine politico, in pace e in guerra (giacché fondamento originario della convivenza e della politica sono proprio le relazioni tra i sessi) ora la Corte d’Appello di Cagliari aggiunge al perpetuarsi di violenze anche l’oltraggio di una riconsiderazione della loro gravità: se compiute dal coniuge vengono derubricate a molestie e a fatti di "lieve entità". Ritorna l’indignazione, la rabbia che già avevamo espresso poche settimane fa, quando la terza sezione penale aveva alleggerito, con criteri analoghi, la pena per il patrigno violentatore della figlia minorenne.

Queste sentenze aberranti rappresentano una ulteriore gravissima violenza simbolica; esprimono un immaginario perverso e inquietante sulle relazioni tra i sessi e sulle donne, ricondotte a puro oggetto del potere maschile.
La violenza, effetto delle relazioni umane di potere, rinvia piuttosto all’autore (agli autori); è legata alla perdita di senso, alla incapacità di agire la relazione, alla crisi del legame politico e sociale. Una tale perversione del desiderio di possedere si fonda esattamente sulla negazione della donna come soggetto e sulla disumanizzazione dell’altro-a; se non è frenata da limiti istituzionali o psicologici, tende all’affermazione della propria potenza principalmente attraverso l’atto sessuale.

La vittima può ritrovare riparazione quando la giustizia, a nome della collettività e pubblicamente, mette un nome alla sua sofferenza e punisce il suo carnefice ( e questo è vero per i genocidi, per le stragi, e per gli stupri); sono le istituzioni che devono circoscrivere la dialettica della violenza e restituire alle vittime l’integrità della loro umanità e dignità personale.
Per questo è tanto più grave che la corte di Cagliari si sia sottratta a questa doverosa azione di risarcimento etico e di sanzione giuridica e simbolica, e abbia invece praticato la strada omertosa del potere maschile, lubrificata come d’abitudine dalle nauseanti liturgie sui legami familiari e dall’occultamento della realtà degli abusi e delle violenze che proprio in famiglia vengono compiute, ancora oggi,impunemente.
*Casa Internazionale delle donne, Roma

 

Ricordate la sentenza "con i jeans" del 1999? La ragazza non si era opposta "con tutte le forze". A seguire il mese scorso "la ragazza non era vergine" e oggi "le attenuanti agli stupratori: l'ambiente era degradato"                                             

Violenza sessuale, sentenza a Roma

L'hanno stuprata per due anni consecutivi, lei era minorenne
Il tribunale ha concesso le attenuanti: contesto precario
"Meno grave se ambiente degradato"

 

Se l'ambiente nel quale viene commesso è degradato, il reato di stupro, anche se su minore, è considerato meno grave. Così ha deciso la corte d'appello di Roma, che ha concesso le attenuanti generiche, applicando anche uno sconto di pena, a due imputati accusati di aver ripetutamente violentato tra il '98 e il '99 una ragazzina prima e dopo il compimento del suo quattordicesimo anno d'età.
I due stupratori, all'epoca dei fatti convivente della madre di lei G. N., e marito di un'amica a cui l'adolescente si era rivolta, G.C., sono stati condannati rispettivamente a un anno e mezzo e due anni.
Nelle motivazioni della sentenza, il collegio presieduto da Afro Maisto, ha ricordato che "le degradatissime condizioni di vita nell'ambiente in cui i fatti sono maturati non coinvolgono, evidentemente, soltanto la parte offesa e sua madre ma anche gli stessi imputati, ai quali non possono essere negate le attenuanti generiche".
Una valutazione che non era stata fatta nella prima sentenza emessa dal tribunale nel 2003 che aveva inflitto sei mesi di carcere in più a G.N, e un anno supplementare a G.C. Nel rideterminare la pena la corte d'appello ha voluto fare esplicito riferimento alle "degradatissime condizioni di vita nell'ambiente in cui i fatti sono maturati".
L'argomentazione non è piaciuta al difensore di parte civile: "Colpisce che l'unico parametro usato dai giudici per la concessione delle attenuanti generiche sia stato quello del contesto degradato che può essere anche un elemento di valutazione della gravità del reato, come previsto dall'articolo 133 del codice penale, ma non può essere certo quello assoluto, specie in un caso di violenza sessuale. Se ogni volta un reato viene commesso in un contesto di difficoltà economica - riflette l'avvocato Domenico Battista - può sembrare quasi che l'ambiente degradato giustifichi le condotte illegittime. In questa vicenda, non ci sono dubbi sul fatto che le violenze denunciate dalla ragazzina siano avvenute in un ambiente precario, dove più persone sono costrette a vivere in casolari, uno accanto all'altro anche privi di servizi igienici. Ma è sbagliato 'usare' solo tale realtà per concedere le attenuanti generiche e garantire uno sconto di pena agli imputati" (1 aprile 2006 - Repubblica.it)


10 febbraio 1999

La Cassazione ha annullato una condanna per violenza sessuale: la ragazza non si era opposta con tutte le forze

Con i jeans lo stupro diventa "consenziente"


Secondo i giudici "l'indumento non è sfilabile senza la fattiva collaborazione di chi lo indossa"


ROMA - Si era opposta o no con tutte le sue forze al violentatore? Evidentemente no, visto che lo stupratore era riuscito a sfilarle i jeans - indumento che, come tutti sanno, non è sfilabile "senza la fattiva collaborazione di chi lo porta". Dunque la ragazza "ci stava", era "consenziente". Dunque non è stata stuprata. Erano decenni che un concetto come questo non circolava più nelle aule di giustizia. Ci ha pensato la Cassazione a rinverdire il vecchio concetto del "ci stava" in una sentenza con cui ha annullato la condanna a due anni e dieci mesi decisa dalla corte d'Appello di Potenza contro Carmine C., 45 anni, istruttore di guida, portato in tribunale da una ragazza di 18 anni, Rosa.

Rosa, quando il suo istruttore di guida la portò in una stradina di campagna e la violentò, indossava i jeans. Un indumento che, come scrivono i giudici della Suprema Corte, "non si può sfilare nemmeno in parte senza la fattiva collaborazione di chi lo porta". Lo sanno tutti, scrivono ancora i giudici, è un "dato di comune esperienza": è impossibile sfilare i jeans se la vittime si oppone "con tutte le sue forze". Per cui, evidentemente, Rosa non si è opposta con tutte le sue forze. E infatti, scrivono i giudici della Cassazione, "è illogico affermare che una ragazza possa subire uno stupro, che è una grave offesa alla persona, nel timore di patire altre ipotetiche e non certo più gravi offese alla propria incolumità fisica".

Ah, Rosa. Ma perché non hai pensato a opporti con tutte le tue forze all'istruttore di guida? Perché non ti sei fermata a riflettere che se ti lasciavi sfilare i jeans i giudici della Cassazione non avrebbero creduto alle tue parole? Eppure la legge, la numero 66 del 15 febbraio 1996, parla chiaro: "Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni". Nessun articolo della nuova legge sulla violenza sessuale fa alcun cenno all'obbligo, per la donna violentata, di "difendersi con tutte le forze"; nessun comma ritiene che, in un processo per stupro, si possano usare termini come "logico" o "illogico" per giudicare l'eventuale atteggiamento passivo di una vittima di violenza sessuale.

E' immaginabile, e anche augurabile, che questa sentenza numero 1636 della Cassazione provochi qualche reazione non del tutto benevola. Il passo indietro, dal punto di vista della giurisprudenza, è evidente. E stupisce che una passo indietro così clamoroso sia stato fatto proprio dai giudici della Suprema Corte, quegli stessi che in questi anni si sono distinti - e hanno guadagnato titoli da prima pagina - per sentenze di volta in volta giudicate "rivoluzionarie" e "innovative per il costume": su famiglia, adozione, educazione dei figli, adulterio, droga... su tutto, ma non ancora sullo stupro.


 

 

Sempre colpa delle donne          

Manifestazione a Torino 25 marzo 2006

 

Contro la “cultura” dello stupro

 contro ogni violenza sulle donne

Credevate che non sarebbe mai più accaduto?

 

  • Che in un processo per violenza sessuale la vittima fosse trasformata in imputata
  • Che le abitudini personali e la condotta sessuale della vittima fossero oggetto di pubblico dibattimento
  • Che l’onore (o il disonore) di una donna dipendessero dallo stato dei suoi genitali: “o vergini o puttane”
  • Che uno stupro o qualsiasi atto di violenza contro le donne potesse trovare giustificazione

Sbagliavate!

E’ inaccettabile la sentenza della Terza Sezione Penale della Cassazione che ha diminuito la gravità dell’abuso ai danni di una minore sulla base del fatto che aveva già avuto rapporti sessuali. Va ribadito con forza che non è consentita alcuna indagine di tipo comportamentale sulla pregressa vita sessuale della persona offesa né tanto meno sono consentite valutazioni moralistiche sulla stessa. E’ questo il senso più profondo della riforma attuata con la Legge n.66/96  contro la violenza sessuale.   

Denunciamo “l’esibizione delle atrocità” diffusa dai mass media che hanno usato in maniera voyeristica e superficiale questo ennesimo episodio di violenza contro le donne, alimentando la “cultura” dello stupro.

E’ inaccettabile la sentenza del tribunale di Vicenza del novembre 2005, che ha considerato meno grave lo stupro  e le sevizie commesse da un militare americano reduce dalla guerra in Iraq contro una donna nigeriana. Secondo la sentenza, il militare sarebbe stato vittima delle dure e logoranti prove “subite” durante la guerra.

Nessuna giustificazione alla violenza sulle donne

Il disprezzo nei confronti delle donne non è ancora stato sradicato: anche in questo momento, in ogni parte del mondo, milioni di donne continuano a subire violenze fuori e dentro casa, spesso in silenzio e in solitudine.

Non si tratta solo dei fatti eclatanti che finiscono sui giornali con frequenza preoccupante (stupri o omicidi di mogli, fidanzate, ex…), ma di tutti quegli episodi che colpiscono noi donne  quotidianamente, in famiglia, sul posto di lavoro, a scuola, per strada.

Urliamo forte il nostro sdegno! Richiamiamo tutte alla solidarietà tra donne!  Costruiamo insieme la cultura del rispetto,

 manifestiamo 

Sabato 25 marzo 2006 alle ore 15,00

 Piazza Castello angolo Via Garibaldi - Torino

 

Il 5 marzo 2006, all'interno dell'iniziativa legata all'8  marzo e proposta dal Comune di Torino, che vede una  grande partecipazione della cittadinanza e  dell'Associazionismo torinese, verranno raccolte le  firme per sottoscrivere un appello contro la sentenza  da presentare in Tribunale a Torino l'8 marzo,  inoltre  raccogliendo l'appello della Casa Internazionale delle  donne e incoraggiate dal presidio di CGIL CISL e UIL a Milano intendiamo mobilitarci per costruire una manifestazione cittadina il 25 marzo contro la violenza alle donne. Chiediamo a tutte e tutti di mobilitarsi insieme, il 25 marzo, ognuno nella propria città, con le proprie forze.
Ci rendiamo conto che non c'è molto tempo e che fra pochi giorni la scena politica sarà oscurata dalle elezioni. Riteniamo fondamentale però far sentire la nostra protesta subito e farlo insieme darà più forza a tutt*.

Fra i punti più importanti del nostro incontro vi era  quello di non lasciar cadere l'invito a rimanere unit* e a non tornare nel silenzio, lanciato nelle piazze del 14 gennaio e dell'11 febbraio. E' con questo invito che veniamo a voi. Fateci sapere se riuscite ad accoglierlo.

Carissime,  ci siamo incontrate giovedì scorso, sempre in tante  e...con tante differenze! Dunque, operativamente: abbiamo mandato richiesta in Questura per una "manifestazione itinerante" che dovrebbe partire da piazza Castello angelo via Garibaldi, passare per via Po sino alla Rai in Via Verdi. Naturalmente se siamo meno di un tot, non si parte e si rimane a presidiare colorate e rumorose.Abbiamo pensato di rivedere un po' il volantino per  renderlo il più efficace possibile,dovrebbe arrivare  una bozza via mail o comunque mercoledì 15 alle ore 21 alla Casa delle Donne ci si  ritrova per proseguire con i lavori:  dovremo pensare a qualche volantinaggio e a come  pubblicizzare il più possibile la manifestazione entro mercoledì verrà preparata anche la mail da  inviare ognuna ai propri indirizzari per invitare alla  manifestazione.

Clicca e scarica il volantino per la manifestazione

Il volto globale della violenza sulle donne

8 marzo. La festa della donna è un fenomeno mondiale celebrato anche in America latina.

 Ma nel mondo la violenza di genere rimane ancora una piaga aperta

di Marzia Bonacci
In questo giorno dedicato alla celebrazione della donna e in un’epoca sempre più chiaramente globalizzata sarebbe giusto ricordare la trasversalità e l'universalità della mobilitazione a sostegno delle donne, che viene ormai portata avanti in tutto il mondo anche in occasioni diverse da quella dell’8 marzo. In modo particolare un esempio di questo impegno femminile internazionale giunge proprio dal continente latino-americano, dove la battaglia rosa viene celebrata nel periodo autunnale in occasione di una ricorrenza molto particolare: l’anniversario dell’uccisione delle sorelle Mirabal.

Maria Teresa, Minerva e Patria Mirabal non avevano certo la speranza di diventare un simbolo della lotta femminile mondiale quando nel 1960 decisero di sfidare il governo dittatoriale di Truijillo, tentando di visitare i prigionieri politici che questo deteneva nelle proprie carceri. La loro vicenda, snodatasi attraverso l’esperienza della deportazione, dello stupro e infine della morte, inflitta punitivamente dal satrapo di Santo Domingo, è stata infatti ereditata dalla coscienza del movimento femminile internazionale. Già dal 1981 le donne del continente latino-americano e caraibico ricordavano ogni 25 novembre, data della morte delle sorelle Mirabal, il loro sacrificio e rilanciavano il tema della condizione femminile nel mondo. Nel 1999 anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha finalmente deciso di riconoscere il 25 novembre come data ufficiale, facendone il riferimento simbolico della lotta contro la violenza subita dalle donne. Così anche nel novembre scorso, ancora una volta, si è celebrata la ricorrenza e si è proposta la necessità di una politica internazionale di tutela della donna, che a tutt’oggi rimane, insieme alla realtà dell’infanzia, la vittima principale del maltrattamento e dell’abuso.

In proposito, vera novità del fenomeno della violenza sulle donne, che andrebbe ricordata anche in questa giornata di festa, è sicuramente il carattere di democratizzazione e globalizzazione che questo ha assunto negli ultimi anni. Se per decenni infatti l’occidente ha sempre circoscritto la vessazione femminile nei confini geografici e sociali dei paesi in via di sviluppo e della povertà, ora deve fare i conti con una nuova verità storica, che lo vede comparire sul banco degli imputati con l’accusa di non esserne esente. Anche nell’altra faccia del mondo, fatta di ricchezza e istruzione, di beni di consumo e politiche democratiche, la piaga della violenza verso il “secondo sesso” non solo è presente, ma si è trasformata in una vera emergenza politico-sociale. Così, non più l’indigenza economica o l’assenza di istruzione possono essere considerate l’humus di generazione dell’abuso e del maltrattamento femminile. Un nuovo soggetto, istruito e benestante, spesso professionista o dirigente ne è ormai il protagonista.

L’ottobre scorso il Consiglio d’Europa, in occasione della presentazione dell’ “Osservatorio criminologico e multidisciplinare sulla violenza di genere”, che in Italia si occupa dell’ assistenza alle vittime, ha pubblicizzato i dati emersi da uno studio condotto a riguardo della condizione femminile nel mondo occidentale. Non il cancro o l’ipertensione e nemmeno gli incidenti stradali sono da considerarsi la causa prima di morte o invalidità permanente delle donne fra i 14 e i 44 anni, bensì il maltrattamento e la violenza da queste subita da parte di mariti, partner o padri.
Fin dal 2001 il ministero della salute francese, Amnesty International e l’Organizzazione Mondiale della Sanità denunciavano l’urgenza della situazione femminile nella società moderna e “civile”.

A seconda dei paesi, la percentuale di mogli, figlie, compagne vittime di sevizie e abusi varierebbe dal 25 al 50%. In Portogallo la percentuale delle donne che dichiarano di aver subito violenza si attesta al 52,8%. In Germania ogni anno quasi trecento donne sono assassinate dai loro conviventi: tre vittime ogni quattro giorni. Nel Regno Unito ne è uccisa una ogni tre giorni; in Spagna una ogni quattro, cioè quasi cento all’anno. In Francia mensilmente sei donne – una ogni cinque giorni - muoiono per violenza domestica: un terzo accoltellate, un altro terzo uccise con armi da fuoco, il 20% strangolate e il 10% pestate a morte. E nel nord-Europa, da sempre considerato emblema di libertà ed emancipazione femminile, i dati non subiscono una grande modificazione. In Finlandia annualmente 8,65 donne sono assassinate tra le pareti di casa; in Norvegia 6,58; in Danimarca 5,42 e in Svezia 4,59.
L’Italia compare agli ultimi posti, ma un recente studio promosso dalla sezione italiana di Amnesty e dall’Istat dipinge comunque un’immagine desolante, fatta di violenza domestica capace di provocare in chi ne è vittima conseguenze psico-fisiche importanti.
La responsabile del settore formazione dell’associazione “Differenza donna”, Gabriella Paparazzo, sintetizza emblematicamente l’allarmante dato occidentale, rendendo un esempio concreto della sua portata: “In Russia ogni anno sono morte 13.000 donne, il 75% delle quali uccise dal marito. Il conflitto Urss-Afghanistan nell’arco di dieci anni ha mietuto 14.000 vittime”. Poi aggiunge: “Anche negli Stati Uniti e in Svezia i dati sulla violenza femminile sono alti: ogni quattro minuti una donna viene violentata in America, mentre in Svezia ogni dieci giorni una donna viene uccisa”.

I dati, già di per sé agghiaccianti, risultano però piuttosto approssimativi. Rintracciare con certezza le proporzioni del fenomeno della violenza subita dalle donne non è ancora possibile per via della tendenza, da queste dimostrata, a non denunciare la propria condizione. Il meccanismo psicologico di autodifesa, che porta la donna a nascondere per prima a se stessa la più drammatica verità, quella che la vede vittima di un legame affettivo tramutatosi in abuso e maltrattamento, rimane ancora un tabù inviolato.
Responsabili di aver abbandonato le vittime della violenza familiare alla solitudine casalinga e al silenzio, che ha reso ormai il fenomeno una vera emergenza socio-sanitaria, sono certamente i governi occidentali, per troppo tempo trinceratisi dietro alla scusa della non ingerenza nella sfera privata.
Medea si è ribellata per molto meno. (AprileOnline 08-03-06)


 

La pubblicità contro la violenza sessuale

di Lazzaro Pietrangeli da Londra
Il governo inglese ha lanciato un massiccio attacco contro la violenza sessuale, investendo 500 mila sterline in una campagna di comunicazione.
Nei prossimi giorni, i bar dei pub e delle discoteche saranno tappezzati di nuovi manifesti in cui si vedono i fianchi e le gambe di una giovane ragazza che indossa solo un paio di slip bianchi, con riprodotto nel mezzo il segnale stradale del divieto di accesso. La scritta in basso a sinistra rende ancora più chiaro il messaggio: “Se fai sesso con una persona che non ti ha detto sì, il prossimo posto dove vai è in prigione”.
Un’altra immagine, che sarà affissa nelle toilette e pubblicata sulle pagine delle riviste maschili, mostra invece un carcerato seduto su un letto a castello all’interno di una cella e la scritta ammonisce che “se fai sesso senza un sì prima, questo sarà il tuo prossimo compagno di letto”.
Il messaggio è esplicito, il linguaggio scelto è diretto, il target della campagna definito: i giovani maschi non devono confondere il silenzio o l’imbarazzo delle loro partner come un invito esplicito ad avere un rapporto sessuale.

La campagna mira, infatti, a rendere consapevoli tutti i cittadini delle nuove norme contenute nella legge sulla violenza sessuale approvata dal Parlamento lo scorso anno, che prevede una nuova definizione legale di consenso sessuale, proprio per prevenire quei casi in cui gli uomini pretendono di avere interpretato la presunta volontà della donna.
Secondo la legge inglese, ora, può considerarsi consenso all’atto sessuale solo quello “manifestato esplicitamente” e che sia il risultato di una “scelta libera e consapevole” da parte della donna. Questo renderà più facile per le giurie esprimersi in modo equo e bilanciato sulla questione del consenso e toglierà ogni protezione per gli uomini che provassero a difendersi con la semplice giustificazione della “supposizione”.
“Il consenso deve essere attivo, non passivo” spiega la vice ministro degli interni Fiona Mactaggart, che ha promosso la riformulazione della legge e che ha lanciato questa campagna “come governo siamo disposti ad usare immagini provocanti ed un linguaggio estremamente diretto per rendere le persone consapevoli delle conseguenze delle loro azioni”.

I dati sulle offese sessuali degli ultimi anni mostrano chiaramente che questo tipo di crimini sono ancora molto problematici da individuare e da punire, a causa dell’atteggiamento di vittime e aggressori, che molto spesso risulta invertito. “Le vittime sembrano sentirsi in qualche modo responsabili – spiega la vice ministro – mentre gli aggressori si considerano vittime: per questo abbiamo pensato necessario una campagna di prevenzione, che sfidi l’atteggiamento comune degli uomini e che spinga le donne a capire che la legge è dalla loro parte”.

La vice ministra Mactaggart, che ha preso davvero a cuore la questione, spiega che “negli anni scorsi abbiamo fatto tutto il possibile per aiutare le vittime di stupri, cercando di incoraggiare le donne ad avere un atteggiamento diverso nei riguardi di questo reato, a sentirsi più sicure e a denunciarlo, oltre che aprire specifici centri di assistenza. Alcuni dati, però, mostrano che non abbiamo fatto abbastanza e che dobbiamo intervenire anche sul comportamento degli uomini: se questi pensano che si stanno solo divertendo, senza avere ricevuto un esplicito sì, devono essere consapevoli delle conseguenze cui vanno incontro”.Nel corso del 2004, infatti, secondo un analisi del Ministero degli Interni, solo 655 casi di stupro, su un totale di più di undicimila denunce, si sono trasformati in una condanna (con una percentuale di poco superiore al 5,5%), mentre un sondaggio promosso da Amnesty International mostra chiaramente che più di un quarto degli intervistati ritiene che una donna sia comunque parzialmente responsabile di ciò che le è accaduto, se indossa indumenti provocanti, se ha avuto atteggiamenti equivoci e anche se si è lasciata prendere dall’alcool.

La legge sulla violenza sessuale, che è stata approvata nel 2003 e che è entrata in vigore lo scorso anno, probabilmente verrà ulteriormente modificata, per aggiungere una nuova fattispecie di reato, specificamente disegnata per stupri commessi su donne in stato di ubriachezza: anche se il dibattito giuridico in materia è ancora aperto, il governo inglese sembra intenzionato a dare alle donne la possibilità di denunciare quale stupro un atto sessuale il cui consenso sia stato carpito ad una donna che aveva ecceduto nel bere. La mattina dopo, passati gli effetti dell’alcool, la donna potrà rivolgersi al giudice.

In fondo si tratta di rendere esplicito quello che la legge inglese di fondo dice già: non vengono considerati stupro soltanto gli atti sessuali perpetrati con la violenza, ma anche quelli che, attraverso intimidazioni, pressioni psicologiche o uso alcool e sostanze stupefacenti, spingono la vittima ad agire in modo contrario alla sua reale volontà.
Se questa nuova proposta venisse approvata, ci sarebbero davvero poche possibilità per gli aggressori di mascherarsi dietro ad un timido diniego, come forma di consenso. “Stiamo studiando alcune modifiche ma lo spirito della legge in vigore è già assolutamente chiaro – spiega in conclusione la vice ministro – se una donna non ha detto esplicitamente e liberamente si, allora ha detto no”.(AprileOnLine 16.03.06)
 

 
 di Lidia Ravera
 Essere oggetto di violenza sessuale è peggio che essere prese a bastonate, a coltellate, a colpi d'arma da fuoco. Oltre al dolore e al disgusto, c'è quel supplizio addizionale di non essere mai considerate del tutto, senza se e senza ma, vittime. C'è sempre qualcuno che guarda se avevi la minigonna, se eri troppo provocante, se sei il tipo a cui piace essere guardata.
C'è un sottotesto atavico difficile da superare: la donna è tentazione, l'uomo è cacciatore.
Lo sappiamo. Cerchiamo di reagire positivamente, senza perdere la pazienza. Educare al rispetto, si sa, non è semplice. Non è stato semplice neppure ottenere che la violenza sessuale fosse considerata un reato contro la persona, e non contro la morale. Siamo preparate, non ci facciamo soverchie illusioni, siamo pronte a continuare la lotta, a ripetere le stesse cose anno dopo anno, decennio dopo decennio, sentendoci banali.
Eppure la decisione della Terza Sezione Penale delle Cassazione, nemmeno le più pessimiste se l'aspettavano. È stata una vera sorpresa: sì, hanno detto i massimi magistrati, il signore che ha violentato la sua figliastra quattordicenne, ha diritto ad una attenuazione della pena, la formalizzazione legale della comprensione. Ohibò: siamo alle solite? La ragazzina aveva la minigonna, un seno particolarmente arrapante, l'ombelico di fuori? Macchè, non siamo di fronte vecchio deprecabile sottotesto («e su, dai, ma quella è zoccola!»), siamo ancora più in basso: la piccola non era illibata. Cioè: non era nuova.
Non era, come ci si aspetta che sia un esemplare così fresco di femmina umana, in possesso di un imene intatto. Il patrigno, quindi, essendosi servito dopo un ipotetico altro, non è autore di uno stupro, ma soltanto di violenza carnale. La piccola era «già esperta». Ah davvero: e allora?
Allora pare che il peccato da mortale si faccia veniale. Violentare una persona diventa meno grave in misura simpaticamemte proporzionale allo stato di conservazione dell'organo sessuale della persona aggredita. Se, non sia mai, un disgraziato violenta una madre, allora, che cosa succede? Ha uno sconto di pena perché da quel pertugio lì c'è addirittura passato un bambino? Ci sarebbe da ridere, se la vicenda non fosse così triste.
Nessuno ha preso in considerazione l'ipotesi che l'illibatezza la ragazzina l'avesse persa col patrigno. Sarebbe potuto accadere no? Magari la puntava fin da quando era piccola. Aspettava il momento della fioritura per servirsi. Dov'è l'attenuante? È stato così gentile da violentarla di nuovo anche se non era più tecnicamente stupro? Si è voluto disturbare? Se, invece, la ragazzina, e lo speriamo per lei, aveva già il ragazzo, l'attenuante sarebbe che era un tipetto navigato, una che ne aveva già viste tante... e allora, una più una meno... Che cos'è? Un po' meno minorenne delle altre perché ha già avuto una relazione? Fosse anche una professionista dell'adescamento resta il fatto che quel rapporto lì, con l'uomo di sua madre, lei non lo voleva. E le è stato imposto. A 14 anni può essere bello fare l'amore, con il ragazzo che hai scelto, se lo volete tutti e due, e cercate insieme e scoprite qualcosa di intenso, la vicinanza forte dei corpi. Forse, dopo essere passata per le mani del patrigno, questa ragazza non riuscirà, per anni, ad avere un rapporto sereno, gioioso con la sua sessualità. Forse non ci riuscirà mai più.
Ci hanno pensato, i giudici della Corte di Cassazione, prima di accogliere il ricorso dell'uomo che ha abusato della sua debolezza? L' hanno pensato che questa quattordicenne «esperta» diventerà una donna infelice?

 

Appello della Casa Internazionale delle Donne di Roma: Sindrome di Lolita

Una sentenza tanto orribile da essere ripudiata dalla stessa corte di Cassazione è un sintomo importante del degrado italiano in materia di relazioni tra uomini e donne. La sentenza è quella della terza sezione penale della Cassazione ha concesso le attenuanti generiche allo stupratore di una tredicenne.
Noi donne della Casa Internazionale di Roma, esprimiamo la più forte indignazione per questa vergogna. La violenza contro una minorenne rappresenta semmai una pesante aggravante di un atto che offende non solo la singola donna, ma tutte noi: da sempre infatti sappiamo che lo stupro è un crimine politico con il quale un sesso egemone afferma la sua volontà di possesso e di conquista del corpo femminile. Questa sentenza è l’ultimo atto di una serie impressionante di aggressioni alla libertà e alla dignità delle donne, sintomo inquietante del clima di volgarità e di incultura che si è accentuato nel nostro paese negli ultimi anni. L’autonomia delle donne è conquista preziosa e irrinunciabile; non possiamo permettere che uomini colpiti da “sindrome di Lolita” si ricompattino in una fratellanza malata. Non siamo disposte, e lo abbiamo dimostrato, a tacere di fronte a queste prevaricazioni; metteremo in atto tutta la nostra intelligenza e passione perché, nonostante il degrado e lo squallore di questi tempi, si affermi anche nel nostro paese la possibilità di una convivenza finalmente degna di questo nome, tra donne e uomini..
La Casa, in rete con le altre donne a livello nazionale, è mobilitata per iniziative; saranno comunicati i prossimi appuntamenti.

Medioevo in Cassazione

 

di Carla Ronga
E' meno grave lo stupro di una minorenne - anche se si tratta di una ragazzina di appena quattordici anni - se la vittima ha già "avuto rapporti sessuali". Perché "é lecito ritenere" che siano più "lievi" i danni che la violenza sessuale provoca in chi ha già avuto rapporti, con altri uomini, prima dell'incontro con il violentatore. E' questa l'opinione della Terza sezione penale della Cassazione. In sostanza i supremi giudici pensano - anzi ne sono più che sicuri, tanto che hanno accolto questo punto di vista (sostenuto dall'autore delle stupro) - che sia di più modeste proporzioni l'impatto devastante della violenza sessuale quando a subirlo è una adolescente non più vergine.
Questo perché - spiegano gli "ermellini' - "la sua personalità, dal punto di vista sessuale" è "molto più sviluppata di quanto ci si può normalmente aspettare da una ragazza della sua età".
Così chi violenta una minorenne - come quella del caso affrontato dalla Cassazione - vissuta in un ambiente socialmente degradato e difficile, e della quale abusa essendo per di più il convivente della madre, può ottenere il riconoscimento della "attenuante" del "fatto di minore gravità" invocato in nome della perduta illibatezza della vittima.
Una decisione shock,che torna a giudicare le vittime piuttosto che gli aggressori. I più colpiti sono coloro che lavorano con le donne e i minori. "Ho pensato di essere tornata indietro di 50 anni e come se mi fosse arrivato un pugno nello stomaco", ha detto Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, " E' inconcepibile che un reato contro la persona così grave, possa avere due pesi e due misure, se la ragazza è vergine o non lo e''. Anche perché, proprio i dati confermano che la violenza contro le donne è in crescita, specialmente nelle fasce più giovani. Elisabetta Canitano, medico, presidente dell'Associazione "Vita di donne" è fuori di se. " La cosa che più colpisce è il fatto che si faccia confusione fra il danno e la colpa. Se noi possiamo parlare in termini di risarcimento del danno – spiega Canitano - allora possiamo dire che una ragazza che non ha mai avuto rapporti ha diritto a un risarcimento maggiore, ma questo non si capisce come possa essere un attenuante per chi commette il reato".

Tra le forze politiche lo sdegno è trasversale, mettendo per una volta tutti dalla stessa parte. Se Alessandra Mussolini la definisce una " sentenza vergognosa e devastante", di "sentenza di sapore medievale, fuori dal tempo" ha parlato Gloria Buffo (Ds) con Livia Turco che ne chiede la cancellazione, mentre per Giovanna Melandri si fa un "balzo indietro di decenni". "Lo stupro è sempre inaccettabile. Non c'è giustificazione, mai, a un gesto così odioso e questa verità è ancora più vera e forte se quel gesto viene rivolto contro una minorenne. Perché la violenza è un modo per annullare la soggettività di una persona e le soggettività meno formate ricevono un danno doppio". Così commenta il pronunciamento della Cassazione Anna Serafini, responsabile del dipartimento Infanzia e Adolescenza della direzione nazionale dei Ds. Dorina Bianchi (Margherita) non vorrebbe mai trovarsi "nei panni delle mogli o delle figlie di quei supremi giudici". Per Elettra Deiana (Prc) "l'inviolabilità' del corpo femminile non è ancora diventato principio vincolante per la magistratura italiana", di una "sorta di incitazione allo stupro, seguita dall'impunità" ha parlato Andrea Gibelli (Lega).

Una sentenza "errata tecnicamente e moralmente" è stata definita dal presidente nazionale degli avvocati per i minori e le famiglie, Manuela Maccaroni. Un errore "tecnico", prima di tutto: l'articolo 609 quater, comma due, del codice penale prevede la reclusione da cinque a dieci anni per chi compie atti sessuali con una persona che al momento del fatto non ha compiuto sedici anni, come la ragazza di cui parla la sentenza, quando il colpevole sia l'ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore o altra persona cui per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia il minore è affidato, o che abbia con quest'ultimo "una relazione di convivenza". Un articolo sufficiente a comminare una pena grave senza alcuna necessità di approfondire le abitudini della ragazza o il suo sviluppo fisico.

Dure le prese di posizione anche in ambito governativo, con il ministro per le Pari opportunità Stefania Prestigiacomo: una sentenza "che ci lascia interdetti, in un momento in cui il nostro paese ha varato nuove normative su pedofilia e mutilazioni genitali" ribadendo la "posizione di estremo rigore nei confronti di tutti gli atti che scalfiscano l'inviolabilità fisica della persona, soprattutto se minore".(AprileOnline 18-02-06)

 

 

      La violenza sulle donne 

   nel mondo     

 

 Stupratori in missione di pace


Liberia. Ragazze e bambine sfruttate sessualmente nei campi profughi: i loro aguzzini sono talvolta lavoratori di organizzazioni umanitarie. La denuncia di ''Save the Children''
 

 

di Vittorio Strampelli

Cibo, vestiti o qualche soldo. Ma se sei fortunato te la cavi anche con un misero giro in auto o una birra. Le bambine dei campi profughi, in Liberia costano veramente poco. E tra quanti approfittano della loro disperazione ci sono gli operatori delle organizzazione umanitarie e delle forze di pace che dovrebbero proteggerle. A denunciarlo é Save the children, l'organizzazione non governativa che si occupa della protezione dell'infanzia, in un documento reso pubblico ieri. Sulla base della testimonianza di 315 persone residenti o che hanno risieduto nei campi profughi del paese africano, é stato evidenziato come operatori umanitari, caschi blu in missione di pace e uomini di affari locali si stiano dividendo la fetta delle minorenni da cui comprare sesso in cambio di cibo o denaro. Le vittime, che a volte hanno solo otto anni, per supportare la famiglia o pagarsi la scuola cedono allo sfruttamento sessuale spesso intrattenendo rapporti stabili con gli aguzzini. Tutte le persone interpellate dall'organizzazione hanno affermato che riguarderebbero oltre la metà delle bambine ospitate nei campi. Save the children punta il dito anche contro funzionari governativi e insegnanti, accusati di chiedere rapporti sessuali in cambio della retta scolastica o anche soltanto di buoni voti.

Tutto ciò, ha commentato la responsabile dell'ufficio di Londra dell'organizzazione, Jasmine Whitbread, “non può continuare. Deve essere fermato. Gli uomini che usano le proprie posizioni di potere per sfruttare bambini vulnerabili devono essere denunciati e licenziati. Bisogna fare di più per aiutare i bambini e le loro famiglie”. Whitbread ha poi lanciato un appello al nuovo governo liberiano, guidato dalla presidentessa Ellen Johnson-Sirleaf, che ha fatto della lotta allo sfruttamento e alla prostituzione una delle sue bandiere. “La nostra esperienza – ha concluso – dimostra che senza pressioni dall'alto nulla cambierà”.

Negli ultimi quindici anni, la Liberia ha vissuto in uno stato di eterno conflitto. Più di 250 mila persone, soprattutto nella popolazione civile, sono rimaste uccise, mentre si calcola che i profughi ammontino ad oltre un milione e 300 mila. Save the Children opera in Liberia dal 1991, e ha a più riprese potuto constatare una situazione cui è esposto ogni minore liberiano, a causa delle dure condizioni di vita, della povertà, della mancanza, in moltissimi casi, di un riferimento familiare o della lontananza dai genitori. Ma la situazione è nettamente peggiorata da quando, nel 1999, la rivolta della popolazione civile al regime repressivo e autocratico del signore della guerra Charles Taylor ha spinto le Nazioni Unite ad un nuovo intervento umanitario. Dal rapporto dell'Ong, emerge che solo una piccola parte di minori era coinvolta nel giro della prostituzione prima della guerra, e che questo avveniva solo nelle città più grandi, non nei villaggi o nelle campagne. Ma, con la nascita dei campi profughi e in particolare dal 2002, prostituzione e abusi sessuali su minori hanno avuto un'impennata. E l'aspetto più triste è che molte delle persone ascoltate si sono mostrate rassegnate all'idea che concedere prestazioni sessuali in cambio di cibo o altro sia ormai solo un modo come un altro per “tirare a campare”.

Ad ogni modo, lo scandalo degli “stupri umanitari” in Liberia rappresenta solo un tassello del puzzle composto dalle reiterate violenze perpetrate sotto lo scudo delle missioni di pace nei paesi vittime delle guerre civili. Basta ricordare i casi più recenti: Congo, Bosnia, Sierra Leone, Rwanda e Kosovo, che hanno sollevato ondate di indignazione a livello internazionale, dando finalmente il via alla discussione interna alle Nazioni Unite sulle violenze sessuali "ordinarie" compiute dai peacekeepers. E' infatti del marzo 2005 il rapporto dell'ambasciatore della Giordania all'Onu, il Principe al-Hussein, che denuncia: “La realtà della prostituzione e degli abusi sessuali nei contesti di peacekeepers è specialmente inquietante e sconcertante perché le Nazioni Unite hanno avuto il mandato di entrare a far parte di una società devastata dalla guerra per aiutarla e non per abusare della fiducia riposta dalle popolazioni locali”. Questo rapporto, dal titolo “Una strategia comprensiva per eliminare futuri abusi e sfruttamenti sessuali nelle operazioni di peacekeepers dell'Onu”, ha per la prima volta condannato questi atti vergognosi come una gravissima “violazione del dovere fondamentale della custodia e difesa dei popoli in guerra”. Il documento, confermato dal Segretario generale dell'Onu Kofi Annan, era stato commissionato per riformare il comportamento delle truppe nelle missioni e per mettere a punto una nuova strategia investigativa per determinare e impedire ai sodati di abusare di donne e minori che sono spesso rifugiati.

Susan Brownmiller, nel 1976, in “Contro la nostra volontà” – testo considerato il “manifesto” della teoria femminista sullo stupro – dedicava un intero capitolo agli stupri commessi in guerra, scrivendo che in guerra violentare le donne dei nemici non solo è tollerato, ma autorizzato e suggerito in quanto lo stupro, oltre a permettere ai soldati di sfogare sadismi repressi, colpisce gli avversari nella “proprietà” allo stesso modo che il saccheggio e la distruzione. Pensavamo che non fosse più così, che queste fossero solo brutalità appartenenti ad un vecchio passato. Ma ci sbagliavamo. Anche perché lo stupro commesso in guerra è stato riconosciuto come “crimine” per la prima volta nel 1998, quando il Tribunale penale internazionale dell'Aia per la ex Yugoslavia ha condannato un miliziano croato.
“Quando l'uccidere è visto come un comportamento non solo ammissibile ma addirittura eroico, sanzionato dal proprio governo o dalla propria causa, la sottile distinzione fra la soppressione di una vita umana e altre forme di intollerabile violenza va perduta, e lo stupro diventa una deplorevole ma inevitabile conseguenza secondaria del necessario gioco chiamato guerra” (Susan Brownmiller, “Contro la nostra volontà”, 1976). ( 2006 AprileOnLine)

 

 


Non è il cancro, né la guerra o gli incidenti stradali la causa dell'invalidità e della morte delle donne nel mondo. Ben più potente è la violenza che queste subiscono da partner, mariti o fidanzati. Lo rivela il Consiglio d'Europa alla presentazione dell' "Osservatorio criminologico e multidisciplinare sulla violenza di genere", incaricato di assistere in Italia le vittime della violenza domestica. La geografia occidentale della condizione femminile risulta tragicamente uniforme. "In Russia sono morte 13 mila donne, il 75% delle quali uccise dal proprio marito, dato preoccupante se si tiene conto che il conflitto decennale Urss-Afghanistan ha mietuto 14 mila vittime" dichiara Gabriella Paparazzo, responsabile dell'associazione "Differenza donna". E negli altri paesi, spesso considerati esempi di civiltà e modernizzazione, le cose non vanno meglio: "In America o in Svezia, dove l'emancipazione femminile ha raggiunto massimi livelli di sviluppo, ogni dieci giorni una donna viene uccisa" sostiene la criminologa Noemi Novelli. E se la condizione di vessazione delle donne non conosce limiti geografici, allo stesso modo non ne conosce di sociali. Il fenomeno, infatti, non è circoscritto alle realtà più disagiate, ma riguarda tutte le componenti della comunità: dalle famiglie più ricche e inserite a quelle straniere, povere ed emarginate. Dato ancor più allarmante è che mogli, madri e fidanzate nella maggioranza dei casi non hanno la consapevolezza di essere vittime e risultano perciò incapaci di denunciare le violenze subite. Dalla Francia arriva l'ultimo caso. Fathia, ribellatasi al matrimonio combinato, è stata picchiata da suoi familiari, che però ha avuto il coraggio di denunciare. In Francia sarebbero 70.000 i matrimonio stabiliti dalle famiglie, vittime soprattutto ragazze dell'Africa del Sud e dell'India.
Vedi anche l'articolo della pagina Pace in Iraq di questo sito.

"Noi compriamo le nostre mogli, sono un nostro possesso e possiamo batterle quando ci pare”.
(Ministro del Governo della Papua Nuova Guinea - 1987)

Sono vittime di violenze, dentro e fuori le mura domestiche; pagano il prezzo della flessibilità del lavoro che contribuisce a rendere sempre più al femminile la povertà; vengono ancora mutilate o muoiono di parto, lasciando milioni di orfani soprattutto nei paesi poveri. Le donne hanno tuttora molto da conquistare per ottenere pari dignità dell’uomo cominciando dall’imparare ad avere maggiore stima di sé e dal neutralizzare l’idea, diffusa in diversi paesi, di valere meno dell’uomo. L'educazione si è dimostrata la strada verso l'uguaglianza di genere. Ma non basta. Fondamentali sono anche la partecipazione della donna alla vita sociale e politica di ogni paese. La valorizzazione della capacità femminile di tessere relazioni, abilità essenziale non solo nella vita quotidiana ma anche nei momenti di crisi.

L'altra faccia della luna

lunedì, 17 ottobre, 2005


 

La Marcia in Korea del Sud

La Marcia in Korea del Sud

Scenderanno nelle strade, oggi, a mezzogiorno e si metteranno in cammino seguendo il tragitto del sole. Cominceranno le donne dell'Asia, poi quelle mediorientali, europee, africane ed insieme - creando un ponte immaginario sugli oceani - si congiungeranno alle loro compagne provenienti dalle Americhe. Sono le attiviste della "Marcia mondiale delle donne" che, partita l'8 marzo di quest'anno dal Brasile, arriverà oggi in Burkina Faso.

Hanno attraversato 60 stati per ricordare al mondo l'"altra faccia della luna": quella fatta di discriminazione e sopruso che la terra non vorrebbe mai vedere. Ma che c'è. Il 70% di loro e dei loro bambini vive in povertà assoluta ed anche se forniscono i due terzi del lavoro mondiale ricevono solo un decimo dei redditi. Alimentano il mondo intero, ma solo il 2% delle terre fertili appartiene a loro. Alla disuguaglianza vedono sommarsi la violenza: una su tre ne è vittima e "all'inizio del XXI secolo, tra la popolazione femminile di età compresa fra i 15 e 44 anni, la violenza miete lo stesso numero di morti del cancro" - dice il rapporto pubblicato nei giorni scorsi dall'Unfpa, l'agenzia dell'Onu che fornisce dati sulla popolazione mondiale. Un fenomeno che non riguarda solo i "Paesi sottosviluppati": "in Australia, Canada, Israele, Sudafrica e Stati Uniti tra il 40 e il 70% degli omicidi femminili sono compiuti dal partner" - sottolinea il rapporto. Fra l'altro, una donna su quattro subisce abusi durante la gravidanza, una su tre è picchiata, costretta a rapporti sessuali, abusata.

Anche per questo scenderanno in strada le donne della "Marcia mondiale". Dieci anni fa centinaia delle loro rappresentanti si erano incontrate a Pechino per la "Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne". Fu l'occasione per esprimere il punto di vista femminile su diverse questioni - dalle discriminazioni sociali alla rappresentanza politica, dalla dipendenza economica alle problematiche culturali e familiari - e stimolò nuove iniziative per promuovere la parità tra donne e uomini. Ne nacque la "Piattaforma di Azione", un programma di iniziative per l'eguaglianza, lo sviluppo, la pace. E per rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla partecipazione e all'attribuzione di poteri e responsabilità alle donne. I governi presenti a Pechino, si impegnarono ad adottare la Piattaforma, assicurarono adeguate risorse economiche soprattutto per i paesi del Sud del mondo.

A dieci anni di distanza il bilancio è deludente: solo qualche timido passo è stato fatto, mentre persistono profonde le disuguaglianze di genere. Con l'azione politica della Marcia mondiale, le donne hanno voluto denunciare il fallimento degli impegni dei governi. Ma anche rilanciare la speranza, raccogliendo le loro attese in un nuovo documento: la "Carta mondiale delle donne per l'umanità". Approvata a Kigali (Rwanda) il 10 dicembre scorso, la Carta propone cinque valori: uguaglianza, libertà, solidarietà, pace e giustizia. Intrecciati da una convinzione: la differenza è una ricchezza. L'hanno voluta rappresentare anche in un "patchwork" della solidarietà mondiale: al passaggio della staffetta, ogni rappresentanza del Paese ha aggiunto un pezzo di tessuto per esprimere la propria identità.

Le donne dell'America Latina hanno così rivendicato il diritto alla terra e richiamato l'attenzione sulle violenze che subiscono; in Giappone hanno chiesto al governo di non emendare l'articolo 9 della Costituzione che prevede la non-militarizzazione del paese; nella piccola Cipro le donne delle due parti si sono incontrate sulla linea di demarcazione per chiedere la riunificazione dell'isola; in Italia, il Coordinamento Nazionale della Marcia ha puntato l'indice contro la precarizzazione del lavoro. In India il patchwork è arrivato alla fine di giugno, nella stagione dei monsoni; ma le piogge non hanno impedito alle donne indiane di festeggiare l'approvazione del disegno di legge contro le violenze familiari approvato dopo dieci anni di lotte.

Ora la Carta mondiale delle donne per l'umanità sta terminando il suo viaggio, insieme al patchwork "in progress". Dopo aver toccato numerosi Paesi africani arriva oggi, 17 ottobre, Giornata contro la fame nel mondo, in Burkina Faso. Le donne hanno scelto di testimoniare la loro solidarietà con le burkinabé finanziando una borsa di studio per una studentessa in giornalismo. Un piccolo segno, per contrastare l'immagine stereotipata che i media continuano a dare delle donne africane. Ancor più significativo nel Paese dove il tasso di analfabetismo femminile (il 92%) è il più alto al mondo.
di Roberta Bertoldi


Who/Chi:
Secondo il rapporto sullo "Stato della popolazione nel mondo 2005" dell'Unfpa (United Nations Population Fund), la violenza domestica è quella che maggiormente colpisce le donne: una percentuale dal 10% al 69%, a seconda dei paesi, ne è vittima. Le bambine scomparse, oggetto di infanticidio e di abbandono sono almeno 60 milioni, mentre ogni anno su 800mila vittime di traffici di persone l'80% è rappresentato da donne e bambine.

What/Cosa:
La povertà nel mondo ha il volto di una donna dell'Africa sub-sahariana. Ma, nota l'Unpfa, anche la ricetta per sconfiggere il sottosviluppo ha i lineamenti di una donna: istruzione femminile e assistenza sanitaria garantirebbero ai paesi del Sud del mondo di ridurre del 14% il tasso di povertà in una quindicina d'anni. Sarebbe un investimento, anche poco costoso: basterebbero meno di 35 centesimi di euro al giorno per ogni donna del Sud del pianeta.

When/Quando:
Nel 1995 la Federazione delle donne del Quebec organizzò la prima Marcia per chiedere "pane e rose": 200 chilometri di cammino contro la povertà e le violenze sulle donne. Nel 2000 la Federazione decise di proporre la Marcia a livello mondiale: vi parteciparono oltre 4000 gruppi di donne di 153 paesi. La "Marcia mondiale delle donne 2005", alla quale hanno aderito quest'anno 6200 organizzazioni di 161 paesi, ha voluto rendere nota la "Carta mondiale delle donne per l'umanità" che chiede di eliminare la violenza (una su tre al mondo ne è vittima), lo sfruttamento, l'intolleranza e l'esclusione sociale.

Where/Dove:
Le donne si raduneranno oggi in Burkina Faso, ma anche in diverse città d'Italia che hanno aderito alla Marcia tra cui Roma, Milano, Firenze, Brescia, Livorno, Genova. A Brindisi, l'Associazione "Io Donna" con l'Assessorato ai Servizi Sociali della Provincia di Brindisi organizza oggi una giornata di riflessione sulle tematiche inerenti la Carta dei Diritti delle donne.

 

 

 

 
 
 
 

100 frustate in pubblico

L’Associazione delle Donne democratiche iraniane in Italia denuncia l’inasprirsi dei provvedimenti contro le donne dopo le elezioni di giugno, che hanno condotto alla presidenza l’integralista Ahmadinejad. Si comincia con l’imposizione di pesanti sanzioni applicate a quante violino il rigoroso codice islamico sull’abbigliamento .

L’ufficio del procuratore dello Stato del centro provinciale dell’Iran martedì ha annunciato che quante risulteranno "malvelate" saranno frustate immediatamente.

Il procuratore della città dell’Iran centrale di Shahin-Shahr ha fatto affiggere enormi tabelloni, anche sulle vetrine dei negozi, i quali avvertono che, in caso di violazione del codice sull’abbigliamento, le donne compariranno davanti di un giudice islamico subito dopo dell’arresto per ricevere la condanna: normalmente 100 frustate in pubblico.

Le affissioni avvertono che il procuratore richiederà le pene massime, e prosegue: "I fazzoletti (foulards o sciarpe) che non coprono i capelli ed il collo", "i soprabiti o i cappotti stretti e quelli corti sopra il ginocchio e di cui le maniche non coprano il polso, i pantaloni stretti che non coprano le caviglie" e "il trucco delle donne" sono tutti proibiti. Le donne i cui fazzoletti (foulards o sciarpe) non coprono correttamente i capelli affronteranno da 10 giorni a 10 mesi di prigione, aggiunge la dichiarazione. Pochi giorni prima il comandante delle forze di sicurezza di Stato in Iran nella città d’Orumieh, a nord-ovest dell’Iran, aveva minacciato un’azione decisiva contro le donne che non rispettano il codice d’abbigliamento.

Parlando ai giornalisti, il colonnello Rasoul Khorshidi-Far ha detto: "l’obiettivo principale delle forze di sicurezza dello stato è quello di contrastare l’abitudine delle donne non velate e di sviluppare la cuoltura islamica nella società".

Il colonnello Khorshidi-Far ha aggiunto che qualunque donna rifiuti di obbedire alle istruzioni della polizia sul modo di indossare il velo, dovrà essere preparata ad apparire in un tribunale per affrontare un processo.

In agosto, il responsabile della giustizia iraniano aveva annunciato che le donne "mal velate" saranno trattate come se non avessero il velo islamico affatto.