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Violenza
contro le
donne e i bimbi
Comunicato Udi Nazionale 2
marzo 2008
Intimidazione e e abusi anche a Bologna
Sabato
pomeriggio a Bologna tre ragazze stavano
distribuendo in zona universitaria un
volantino per informare le cittadine e i
cittadini che si stava organizzando un
presidio per solidarietà a Mara e a
tutte le donne che hanno avuto il
coraggio e la forza di denunciare il
loro aggressore, rompendo così il
silenzio della violenza quotidiana che
le donne subiscono. Il volantino esprime
la volontà delle donne di volerci essere
davanti al Tribunale di Bologna, dove il
4 marzo si svolge il processo contro il
violentatore di Mara, STUPRATA al Parco
Nord della città il 26 agosto 2006 (lo
ricorderete tutte!).
Ebbene le tre donne sono state bloccate
da un'auto. Sono scesi tre uomini. In
strada non c'era nessuno in quel
momento.
Le ragazze hanno avuto paura e si sono
strette tra loro mentre questi uomini si
avvicinavano gridando "Dateci i
documenti".
La più coraggiosa ha esclamato "Ma chi
siete?" solo dopo si qualificavano come
Digos.
Le ragazze cercavano di capire perché
questo succedesse. Una di loro ha
chiesto aiuto ai passanti, dato il
comportamento palesemente o
intenzionalmente aggressivo, idoneo a
generare timore e a limitare la loro
libertà morale.
Un'altra aggiungeva "Scusate, non mi
fido. Voi siete in tre, ho paura". Sono
state chiamate ben tre pattuglie della
polizia, e mentre una ragazza contattava
un'avvocata dell'UDI che le diceva di
dare le generalità, un poliziotto le
sequestrava il cellulare impedendole di
parlare con l'avvocata e rifiutandosi di
spiegare la situazione.
Le ragazze sono state portate in
Questura nonostante che, dopo la
telefonata all'avvocata avessero
dichiarato di voler dare le generalità.
Con arroganza e fare autoritario, le
hanno afferrate per un braccio e per la
testa pretendendo di condurle con la
forza e infilatele in macchina come
delinquenti le hanno portate in
Questura, fotografate e hanno preso le
impronte digitali.
Trattenute per quattro ore senza motivo.
C'era anche una poliziotta, che è stata
allontanata dai colleghi perchè non era
d'accordo con quei metodi. Questi i
fatti.
Oggi viviamo un paradosso!
Le forze dell'ordine che dovrebbero
garantire l'ordine pubblico e la
serenità sociale, con modi sconvenienti
e inurbani hanno letteralmente
terrorizzato delle ragazze che
legittimamente manifestavo il loro
sostegno a quelle donne che hanno subito
violenza.
Lo sanno o dobbiamo spiegarlo noi a
questi uomini che una ragazza oggi ha
paura? Quando degli uomini si avvicinano
ad una donna in una strada buia e poco
frequentata dovrebbero sapere che la
reazione della donna è comunque di
timore, PERCHE' UNA DONNA SA QUELLO CHE
PUO' SUCCEDERLE!
E QUESTI UOMINI, QUESTI POLIZIOTTI, NON
POSSONO nell'occasione del compimento di
un'attività seppur legittima,
DISTRUGGERE IL RISPETTO CHE L'AUTORITÀ
DEVE TRARRE, NON DALLA DIVISA CHE I SUOI
RAPPRESENTANTI PORTANO, MA DALLA LEGGE
CHE ESSI RAPPRESENTANO
Questo tipo di atteggiamento è
riprovevole nei confronti di CHIUNQUE ,
ma in particolar modo nei confronti
delle donne che nell'occasione
difendevano in maniera civile i propri
diritti e dignità.
Le donne oggi sono oggetto di soprusi e
di violenza che non è solo quella
fisica.
Questo stato di intimidazione in cui
vengono poste le donne che non stanno
alle "regole" non è giustificabile, nè
sopportabile.
Le nostre nonne venivano arrestate nel
1946 perchè vendevano le mimose l'8
marzo, altre venivano arrestate perchè
distribuivano volantini per sostenere il
diritto al voto delle donne.
STIAMO RITORNANDO BRUSCAMENTE AL
PASSATO?
UDI - UNIONE DONNE IN ITALIA
Sede nazionale, via dell'Arco di Parma
15 ROMA tel. 06.6865884
udinazionale@gmail.com
www.udinazionale.org
Per info:
Marta Tricarico UDI donne e giustizia
333 5869355
Identità nazionale e corpo delle donne
di Francesca Scarpato
Da
quanto riportano i giornali in questi
giorni, si evince che lo stupratore italiano
29enne, condannato un anno fa in Germania
per avere violentato ripetutamente e tenuto
segregata per tre settimane la propria
compagna, ha potuto godere di uno sconto
della pena perché "come cittadino italiano
che deve vivere separato dalla sua famiglia
e dalla sua cerchia di amici è
particolarmente sensibile alla reclusione
(…); i reati sono stati un efflusso di un
esagerato pensiero di gelosia (…); [il
condannato] è un sardo. Il quadro dell'uomo
e della donna, esistente nella sua patria,
non può certo valere come scusa, ma deve
essere tenuto in considerazione come
attenuante". Se la certezza della pena per
il carnefice può tradursi, per la vittima
del sopruso, nella possibilità di un
recupero della propria incolumità fisica,
nonché psicologica, in questo caso le
modalità con cui i giudici sono giunti
all’attribuzione della pena rischiano di
lasciare, a dir poco, l’amaro in bocca.
Ancora, dai giornali, si apprende che in
Italia l’indignazione nei confronti della
sentenza è diffusa tra tutti gli
schieramenti politici: un po’ tutti,
infatti, si sono frettolosamente scagliati
"contro l’attenuante culturale", contro
quello che sarebbe un "esempio di razzismo
contemporaneo" (Manconi), contro quella che
è parsa a molti "un’offesa per la giustizia
e la Sardegna" (Segni).
Insomma,
saranno contenti, per una volta, i
propugnatori delle intese bipartisan, croce
e delizia del più avanzato dibattito
politico italiano recente: quanto non hanno
potuto altri argomenti, lo ha potuto la
difesa dell’onor patrio e delle specificità
culturali nazionali. Ma se ancora nel 2007
si è disposti a mobilitarsi in nome della
difesa dell’identità italiana, di quelle
tradizioni, di quegli usi e costumi che le
sarebbero propri e che si distinguerebbero
addirittura lungo la linea dell’origine
regionale, perché tanto stupore se la
decisione circa la condanna da attribuire a
un nostro compatriota ha visto impegnati i
giudici tedeschi nel tentativo di prendere
in considerazione proprio quella specificità
culturale anche a noi, evidentemente, così
cara?
La sentenza
tedesca è l’ennesima conferma, come dice
bene Alund, di quanto "il culturale abbia
colonizzato il sociale". Fintanto che si
continuerà a pensare al mondo come a un
insieme di "culture" monolitiche, dotate
ciascuna di una propria specificità, non
dovrà stupire se l’integrità personale, ben
lungi dall’essere una prerogativa garantita
indistintamente a tutte e a tutti, sarà
invece oggetto di una continua negoziazione
giocata, per l’appunto, sulla linea
dell’appartenenza nazionale innanzitutto. E
non occorre guardare troppo oltre i confini
del nostro paese per accorgersi che è ancora
la legge del più forte – da un punto di
vista militare, sociale, culturale – a
dettare, troppo spesso, le regole della
convivenza quotidiana: in un contesto come
quello occidentale in cui non già la
liberazione, ma l’emancipazione delle donne
è ancora un risultato di là da venire, è del
tutto normale che siano proprio le donne le
vittime più abituali di questa
rinegoziazione perpetua, poiché considerate
sempre meno attori e soggetti politici, e
sempre più simboli potenti dello scontro tra
potenze.
Non certo
l’origine nazional-regionale dello
stupratore, e lo sconto di pena a quest’ultima
collegato, avrebbe dovuto destare sconcerto
in questa triste vicenda, ma la doppia
umiliazione subita dalla donna vittima e
della violenza del giovane italico, e della
crudeltà di una legge che non l’ha tutelata
fino in fondo. Evidentemente lo stupro come
sopraffazione e annichilimento dell’altro
preoccupa meno i garanti del
multiculturalismo a ogni costo e sopra ogni
cosa, fosse anche il corpo delle donne.
Per quanto
ancora dovremo accontentarci? (www.fgci.it
ottobre 2007)
No alla violenza di genere del piano Amato
di Barbara Spinelli*
La
violenza di genere nel
pacchetto sicurezza non ci
sta, non ci può stare: sono
almeno otto anni che le
periodiche raccomandazioni
del Comitato per
l'Applicazione della CEDAW
indicano ai Governi italiani
di volta in volta
avvicendatisi, di destra e
di sinistra, qual è la
strada da prendere per
eliminare le discriminazioni
di genere, in ogni possibile
forma e manifestazione, a
chiare parole è stato detto
infatti, e con
preoccupazione, che in
Italia "manca una strategia
globale per combattere tutte
le forme di violenza contro
le donne".
Di questo
monito è necessario prendere
atto per aprire una seria
discussione su cosa si vuole
intendere per
discriminazioni e violenza
di genere, e sul come le
Istituzioni intendono agire
per porre fine alle
vessazioni cui, in maniera
più o meno evidente e più o
meno violenta, una donna su
tre e la quasi totalità
della comunità LGBTQ è
costretta a fare i conti
nella vita.
E' chiara la difficoltà
politica di addivenire in
tempi brevi a una
definizione giuridica di
violenza di genere che
includa ogni forma di
discriminazione e violenza
rivolta contro una Persona
in ragione della propria
identità di genere od
orientamento sessuale,
tuttavia tale
definizione normativa
rappresenterebbe il punto di
partenza per affermare che
il rispetto della dignità
della Persona, aldilà della
sua identità sessuata e
delle sue scelte sessuali, è
un imprescindibile diritto
fondamentale, e che di
questo lo Stato deve farsi
garante attraverso politiche
di sensibilizzazione,
promozione, repressione
criminale degli episodi
discriminatori ove
necessaria.
Il
silenzio istituzionale sul
punto, le ambiguità in tal
senso del disegno di legge
governativo in esame alla
Commissione Giustizia,
lasciano perplessi sul fatto
che ci sia qualcuno
all'interno della
maggioranza che poi tanto
convinto non è che la
discriminazione
basata sul genere sia così
lesiva dei diritti
fondamentali quanto quella
basata sul razzismo o sul
credo religioso, e che possa
passare tranquillamente in
secondo piano la denuncia di
due ragazzi per un bacio in
pubblico, la difficoltà di
donne che in alcune regioni
non riescono a scappare di
casa dalle mani di partner
violenti perché non sanno
cosa fare e dove andare,
perché mancano case rifugio
e la polizia se non la
picchiano non ci può fare
niente e la giustizia ha i
suoi tempi...
Crediamo
che sia giunto il tempo di
porre fine a questa
ambiguità: anche noi, come
il Comitato per
l'applicazione della CEDAW
nella raccomandazione
19/2005, siamo preoccupati
che la mancata previsione di
una nozione di
discriminazione contro le
donne "possa contribuire a
far ritenere di limitata
applicazione il concetto di
parità sostanziale, come
evidente nello Stato membro
(l'Italia), anche tra i
pubblici funzionari e la
magistratura".
Certo è più facile
aggiungere lampioni alle
strade buie, aggiungere
vigilantes per accompagnare
di notte le donne sole... ma
tutto questo forse non
rimarcherebbe ancora di più
che lo spazio pubblico è uno
spazio maschile, dove la
donna, alla stregua di
minori, disabili e anziani,
entra solo se "assistita",
alle condizioni anche queste
dettate dagli uomini (non da
sola in quel quartiere, gira
con la borsetta sempre dal
lato del muro, mai di notte
con la
minigonna ... altrimenti "te
la sei cercata" ) ?
Sappiamo
che è difficile fare conti
con quelle Raccomandazioni
del Comitato per
l'applicazione della CEDAW,
quelle che si ha avuto
timore di tradurre e
diffondere, quelle in cui si
sottolinea nel nostro Paese
"la persistenza e
pervasività
dell'atteggiamento
patriarcale"
e il "profondo radicamento
di stereotipi inerenti i
ruoli e le responsabilità
delle donne e degli uomini
in famiglia e nella
società", stereotipi che
"minano alla base la
condizione sociale delle
donne, e sono all'origine
della posizione di
svantaggio occupata dalle
donne in vari settori,
compreso il mercato del
lavoro e la vita politica e
pubblica".
Forse è giunta l'ora,
secondo quanto richiesto dal
Comitato, di "adottare un
programma su larga scala,
onnicomprensivo e
coordinato, per combattere
la diffusa accettazione di
ruoli stereotipati di uomini
e donne" e "promuovere una
uniformità legislativa e
omogeneità di risultati
nella attuazione della
Convenzione per
l'Eliminazione di tutte le
forme di discriminazione
contro le donne in tutto il
Paese" e " accordare
un'attenzione prioritaria
all'adozione di misure
onnicomprensive per
affrontare la violenza
contro donne e bambine" e,
aggiungiamo noi, lesbiche,
gay, bisessuali,
transessuali.
Tutto
questo rappresenterebbe un
grande passo avanti nella
Tutela dei Diritti
Fondamentali della Persona,
apprezzabile a livello
europeo ed internazionale
almeno quanto la moratoria
per l'abolizione della pena
di morte.
A mio avviso addirittura
sarebbe ancor più
apprezzabile di tale
impegno, di carattere
perlopiù diplomatico, per la
fatica e per il coraggio che
richiede attivarsi
concretamente (e quindi
prevedendo anche un adeguato
appoggio finanziario, così
come avvenuto in Spagna )
per mettere davvero in
discussione la struttura di
disparità nei rapporti tra
generi, che ha connotato per
secoli la storia di intere
nazioni, popoli,
generazioni, un gesto questo
profondamente simbolico per
sollecitare una nuova
cultura di uguaglianza e di
rifiorire dei Diritti Umani
della Persona, un patto di
condivisione tra i generi
delle responsabilità
sociali.
Non
cancelliamo questa
possibilità con un pacchetto
sicurezza all inclusive,
voluto peraltro da chi fa di
tutte le erbe un fascio e
della violenza sulle donne
una tradizione siculo -
pakistana: le donne al
Governo e in Parlamento
hanno il dovere di impedire
che a livello
istituzionale vengano
riprodotti stereotipi
discriminatori e che venga
riproposta, attraverso
l'inclusione delle misure in
materia di violenza (di
genere? sulle donne?) nel
pacchetto sicurezza, la
pregiudizievole idea che la
violenza di genere sia un
problema di ordine pubblico
risolvibile a prescindere
dal rispetto della dignità
delle Persone in quanto
tali, rispetto che neanche
numerosi esponenti maschili
delle Istituzioni in più
occasioni hanno dimostrato
avere nei confronti di
donne, lesbiche, gay ,
transessuali.
Vogliamo mobilitarci tutte e
tutti perché le Istituzioni
promuovano il rispetto della
dignità dei generi, oggi?(AprileOnline
12 settembre 2007)
*Gruppo di lavoro
sulla violenza di genere,
Giuristi Democratici
Ossigeno: una campagna contro la violenza
alle donne

 
Inferno di famiglia
di Marco
D'Eramo
Meglio sola che
male accompagnata, è la morale che
si trae dall'ultimo rapporto del
Viminale sulla sicurezza in Italia.
Perché le cifre che fanno più
impressione riguardano le donne: nel
2006 hanno subito violenza ben un
milione 150.000 donne. E le donne
che nel corso della loro vita hanno
subito violenze sono 6 milioni
743.000 (una su tre italiane), di
cui 5 milioni di violenze sessuali.
Il numero più sconvolgente è che il
62,4% di tutte le violenze sulle
donne è stato commesso dal loro
partner, e la percentuale sale al
68,3% per le violenze sessuali e al
69,7% per gli stupri. È il marito
l'aggressore più frequente ed è
l'ambito familiare quello in cui si
annida il pericolo maggiore. Altro
che famiglia culla dei valori
civili! La famiglia genera lividi,
ematomi, lacerazioni, quando non
decessi.
Eppure non è stata lanciata nessuna
campagna di «pubblicità-progresso»,
nessuna serie di spot per mettere in
guardia le mogli dai loro mariti, le
donne dai loro conviventi. Mentre al
contrario ci iniettano fleboclisi
d'insicurezza: ogni istante ci
ripetono che la città è pericolosa
(ma anche le ville isolate del nord
non sono poi così tranquille), ci
spiegano che la criminalità è in
aumento. Tutti siamo certi al 100%
di vivere in una società molto più
minacciosa e violenta di venti anni
fa. Ebbene, ci sbagliamo:
l'indicatore principale della
violenza è il tasso di omicidi. Nel
1991 furono uccisi 1.901 italiani
con un tasso di 3 omicidi ogni
100.000 abitanti. L'anno scorso gli
omicidi sono stati solo 621, uno
ogni 100.000 abitanti, un terzo di
16 anni fa! Ma la cosa più
stupefacente, è che se si guardano
le statistiche di un secolo fa,
ebbene allora il tasso di omicidi
era 10 volte tanto! Uscire di casa
era infinitamente più pericoloso.
Allora come succede che la violenza
reale sia diminuita, mentre la
percezione della violenza è
cresciuta? In gran parte è dovuto
alla diffusione di radio e tv: nel
1910 un omicidio in un paesetto
lucano o una strage negli Stati
uniti venivano riferiti solo da una
notizia di giornale e con ritardo.
Ora l'eccidio più remoto ci arriva
in diretta, entra nella nostra casa:
ceniamo con i cadaveri sul piccolo
schermo, ci svegliamo con corpi
inceneriti, teste mozzate. Viviamo
in un film dell'orrore e la società
ci pare un horror essa stessa.
Ma la deriva sanguinosa dei media
non è innocente, né ineluttabile: la
demagogia fa di tutto per attizzare
l'ansia «securitaria». Ovunque al
mondo la politica di destra (a volte
il fascismo) sobilla le peggiori
paure dei propri elettori, come
hanno fatto Bush negli Usa, Sarkozy
in Francia e i leghisti in Padania,
ovunque invocando ricette di «legge
e ordine»: più repressione, più
controlli sugli immigrati, più
discriminazioni, «tolleranza zero»
(cioè intolleranza infinita), che di
fatto alimentano la violenza in una
spirale di barbarie. Nessuno di
questi accorati paladini della
nostra incolumità si sogna però di
porre un freno allo scempio che
avviene al riparo delle mura
domestiche, da cui la donna esce
dicendo ai vicini che è «scivolata
per le scale».(Il Manifesto 21
giugno 2007)
Non si può relegare la violenza sulle donne
a cronaca nera
di Katia
Bellillo
Un efferato delitto
quello di Marsciano che si annunciava come
l’ennesima occasione per bombardare
l’opinione pubblica con titoli cubitali sui
giornali, con interviste ai politici, con
esilaranti talk show su come questo paese
sia in mano agli “stranieri” che sputano sul
piatto in cui mangiano e rendono insicure le
nostre vite. Davanti alla villetta di
Compignano, quando le accuse ricadevano sui
rumeni barbari e feroci, abbiamo visto il
sindaco,che invocava i blocchi di polizia,
l’assessore provinciale e perfino il Vescovo
della diocesi perugina che aveva annunciato
che proprio lui avrebbe officiato la messa
funebre.
Ma l’assassino non è l’altro, il diverso da
noi, ma è il marito, il padre! Sappiamo che
Barbara era entrata a far parte di un clan
familiare potente, di forti radici
cattoliche, e sappiamo che quella sua
famiglia è il modello riconosciuto in
Italia: eterosessuale, vincolata con il
matrimonio concordatario e prolifica. Ora si
scopre che le violenze che ha subito insieme
ai suoi figli erano anche quelle conosciute:
tutti sapevano, anzi il delitto era
annunciato. Ed ora che sappiamo, ora che
l’assassino si è finalmente svelato e il
funerale si è concluso senza l’annunciata
presenza del potente vescovo di Perugia,
l’evento esce dall’ordine del giorno della
politica per diventare un semplice fatto di
cronaca nera. I dati ci dicono che la
famiglia uccide più della mafia: tra il 2000
e il 2005 in Italia ci sono state più di
1200 vittime, in questi giorni, mentre le
indagini della magistratura cercavano il
vero colpevole dell’omicidio di Barbara e
della sua bambina, si sono consumati altri
cinque delitti tutti in famiglia! Non si può
accettare il silenzio assordante della
politica, questi delitti non possono essere
relegati alle cronache di nera.
La violenza familiare e la violenza contro
le donne è una questione politica nazionale.
Sarebbe un segnale di grande novità se
almeno un segretario nazionale di partito
intervenisse per denunciare che la violenza
alla donne si presenta come la
manifestazione più feroce di un insieme di
fenomeni che contrassegnano una condizione
che è la sintesi di tutte le discriminazioni
e le aggressioni subite dalle donne a
seguito dei condizionamenti sociali e
culturali che agiscono sui due sessi in ogni
loro relazione sia pubblica che privata. La
politica deve scoprire ed assumere tale
fenomeno perché esso non riguarda solo la
sfera privata ma la violenza si manifesta
come simbolo più brutale delle
disuguaglianze esistenti nella società ed è
rivolta alle donne in quanto tali, poiché i
loro aggressori sono convinti che esse
abbiano meno diritti semplicemente perché di
sesso femminile.
Il Parlamento, le regioni, gli enti locali,
ogni tipo di istituzione, dalla scuola alla
sanità alla magistratura alle forze
dell’ordine, devono mettere al primo posto
dell’agenda gli obiettivi per sconfiggere la
violenza contro le donne.
Il Consiglio d’ Europa il 27 novembre 2006 a
Madrid ha presentato la campagna per
sconfiggere la violenza dentro e fuori le
famiglie, gli obiettivi sono, da un lato,
quello di sensibilizzare l’opinione pubblica
di ogni stato membro che la violenza contro
le donne è una violazione dei diritti della
persona e tutti devono essere spinti a
combatterla. Dall’altro si esortano gli
stati membri ad impegnare risorse
finanziarie adeguate per raggiungere
risultati concreti atti a sconfiggere la
violenza contro le donne e promuovere misure
efficaci per prevenire e combattere la
violenza contro le donne nella legislazione
e nei piani d’azione nazionale per attuare
la raccomandazione n.5/2002. L’Italia deve
fare la sua parte, non c’è più tempo e molti
sono i progetti di legge presentati per
prevenire e combattere la violenza dentro e
fuori le famiglie, il Parlamento approvi al
più presto una legge che, nel ribadire la
salvaguardia dei diritti di uguaglianza, dia
omogeneità al diritto, per superare
l’attuale parzialità e garantire una visione
unitaria. C’è bisogno di una legge integrale
e multidisciplinare che regoli tutto il
processo di socializzazione e
dell’educazione di tutti i cittadini, in
particolare dei giovani. (la Rinascita della
sinistra.org 30 maggio 2007)
L'Eritrea mette al bando l'infibulazione
Multe e carcere
per chi promuove o non denuncia le
mutilazioni genitali femminili. Una
pratica che riguarda ancora il 90 per
cento delle eritree, 140 milioni di
donne e 2 milioni di bambine. Una
vittoria per tutte.
di Giuliana Sgrena
Il
governo eritreo ha messo al bando le
mutilazioni genitali femminili con un
provvedimento che è entrato in vigore il
31 marzo scorso. Chiunque «richieda,
inciti o promuova la circoncisione
femminile fornendo attrezzi o qualunque
altro mezzo, e chiunque, sapendo che una
circoncisione avrà luogo o ha avuto
luogo, senza giusta causa non ne informi
o avverta prontamente le autorità» sarà
punibile con una multa o con la
prigione. Finalmente una buona notizia
da L'Asmara, da dove, negli ultimi
tempi, ci giungevano spesso denunce di
violazioni dei diritti umani e di
persecuzione di oppositori del governo.
Proprio la messa al bando della
circoncisione femminile «per l'Unione
europea non può che essere un primo
passo affinché il pieno rispetto dei
diritti umani e della donna in Eritrea
non rimanga lettera morta», ha
dichiarato Luisa Morgantini,
vicepresidente del Parlamento europeo.
Una buona notizie innanzitutto per le
donne che si battevano contro una
pratica disumana che riguarda, secondo
l'Unione nazionale delle donne eritree,
il 90 per cento delle bambine. Prima che
il divieto delle mutilazioni genitali
femminili diventasse legge era stata
oggetto di campagne diffuse sul
territorio fin dai tempi della guerra di
liberazione. L'infibulazione oltre a
imporre uno stretto controllo sulla vita
sessuale della donna rappresenta un
grosso rischio per la sua salute
(fistole, prolassi, parti dolorosi, etc
.).
Il problema che si pone ora è quello
dell'applicazione della legge. Infatti,
nonostante l'infibulazione sia stata
messa al bando da quattordici paesi
africani - tra i quali Etiopia, Uganda,
Ghana e Togo -, ai quali si aggiunge ora
l'Eritrea, la pratica è ancora molto
diffusa, soprattutto nel Corno d'Africa.
In tutto il mondo - 28 paesi africani,
alcune zone del Medioriente e dell'Asia
- sono 140 milioni le donne che hanno
subito mutilazioni genitali, più o meno
gravi, e 2 milioni di bambine sono a
rischio di infibulazione ogni anno.
La pratica «è una violazione dei diritti
delle donne e delle bambine e un attacco
alla loro dignità umana. Non trova
nessun fondamento nella religione», si
legge nel Protocollo dei diritti delle
donne in Africa, adottato alla
conferenza di Nairobi nel luglio del
2003. Lo stesso documento sottolinea la
necessità per i paesi dove esiste già
una legge contro le mutilazioni «di
strategie appropriate per assucurare
l'effettiva applicazione».
Anche per Emma Bonino, ministra per il
Commercio internazionale e per le
politiche europee e da anni impegnata in
una campagna contro le mutilazioni, la
decisione del governo eritreo è «una
grande notizia». E, come riconoscimento,
proprio L'Asmara potrebbe essere scelta
come nuova sede della Conferenza
regionale (tra uno o due mesi) di «Non
c'è pace senza giustizia», di cui Emma
Bonino è fondatrice, che sta portando
avanti una campagna per i diritti delle
donne africane. Il problema, per la
ministra, è ora quello di far sapere
alla gente che la legge esiste e
promuoverne l'applicazione e una
conferenza internazionale può essere
d'aiuto.
E, aggiungiamo noi, l'attenzione
internazionale di politici e media può
essere d'aiuto anche per quella parte di
Eritrea che più soffre l'isolamento del
paese.(Il Manifesto 6 aprile 2007)
Turismo sessuale: condannato Giorgio Sampec
8 marzo 2007 -
Prima condanna per turismo sessuale in
Italia. Il tribunale di Milano ha condannato
a 14 anni di carcere Giorgio Sampec, 56enne
veronese accusato di aver sfruttato e di
aver abusato di decine di minorenni
thailandesi e cambogiane. Sampec era stato
arrestato nel 2005. L'uomo doveva rispondere
delle accuse di atti sessuali all'estero
compiuti su minori di 18 anni, violenza
sessuale, induzione alla prostituzione
minorile e detenzione di materiale
pedo-pornografico. Il pm Gianluca Prisco
aveva chiesto la pena di 13 anni, ma per il
collegio giudicante si trattava di una pena
troppo "lieve". Oltre al carcere, Sampec
dovra' pagare una multa di 65mila euro. (Agr)
Violenze: a subirle è una donna su tre
di Jacopo Matano
Una donna
su tre in Italia ha subìto
violenza. I dati provengono
dall'Istat e sono stati
presentati questa mattina
nella sala stampa di Palazzo
Chigi dal ministro per le
pari Opportunità Barbara
Pollastrini e dal presidente
dell'Istituto di statistica
Luigi Biggeri, poche ore
prima che la politica e i
media italiani venissero
ingoiati dallo squarcio
della maggioranza al Senato
e che gli uffici di piazza
Colonna si trasformassero in
un unità di crisi.

Normale,
dunque, che alla notizia non
venga data la rilevanza che
merita. Eppure, tra le mani
di chi legge le agenzie,
restano le ferite lasciate
dai dati. In primis, da quel
31,9% delle donne tra i 16 e
70 anni che si dichiara
vittima di violenza.
L'indagine, condotta su un
campione (25mila interviste
su tutto il territorio
nazionale), se accuratamente
proiettata a livello
statistico lascia
intravedere uno scenario
inquietante. Sarebbero
infatti sei milioni 743 mila
le donne che hanno subito
violenze fisiche o sessuali.
Cinque milioni hanno dovuto
sopportare molestie, tre
milioni 961 mila violenze
fisiche, circa un milione ha
subìto stupri o tentati
stupri, e ancora circa un
milione comportamenti
persecutori, o "stalking".
Solo negli ultimi 12 mesi,
il numero delle violenze
sulle donne ammonta a
1.150.000.
Ma cosa
si intende per "violenza"?
In primis spinte, strattoni,
schiaffi, calci, pugni e
morsi, ovvero la violenza
fisica. In molti, moltissimi
casi, accompagnata da
minacce. Tra i casi
denunciati nell'ultimo anno,
ad una donna su 4 è stato
lanciato addosso un oggetto,
mentre una piccola
percentuale ha subito
ustioni, o intimidazioni di
usare una pistola o un
coltello, ed il 2,6% e'
stata vittima di un
tentativo di strangolamento
o soffocamento. C'è poi
la violenza sessuale, dove
la casistica va dalle
molestie fisiche allo stupro
e tentato stupro, passando
per l'obbligo di avere
rapporti sessuali con terze
persone, e subire rapporti
degradanti e umilianti
(negli ultimi 12 mesi il
4,2%). Alta la percentuale
dei rapporti indesiderati
vissuti come violenza: circa
il 21,9% delle donne
intervistate ha confessato
questo tipo di abuso.
Il titolo che campeggia
sulla relazione Istat, è:
"La violenza e i
maltrattamenti contro le
donne dentro e fuori la
famiglia". Ed è quel "dentro
la famiglia" a preoccupare
di più, perché uno stupro su
tre è compiuto dal partner e
nel 93 per cento dei casi
gli abusi ad opera del
compagno non vengono
denunciati alle autorità:
spesso non si considerano
neanche come violenza, ma
semplicemente come "qualcosa
che è accaduto"(nel 36 % dei
casi). Come prevedibile, le
violenze dei partner sono
reiterate: se la violenza
viene ripetuta, nel 67,1% il
colpevole dorme nell'altra
metà del letto. I mariti,
compagni o partner che siano
possono essere al sicuro da
orecchie indiscrete: una
donna su tre decide di non
parlare con nessuno, neanche
con un/una confidente,
dell'abuso, se esso
viene compiuto tra le mura
di casa. E al di là delle
mura, ma restando in
famiglia o tra amici, la
statistica rimane
preoccupante: un quarto
delle donne ha segnalato
come autore della violenza
un conoscente (anche di
vista), un altro quarto un
parente, il 9,7% un amico di
famiglia, il 5,3% un amico.
Nella hit parade dei
violenti, tra i parenti
emergono in graduatoria gli
"altri parenti" (12,2%) e
gli zii (7,0%), seguiti dal
padre, dal
fratello/fratellastro, dal
nonno e dal patrigno.
Non sono
esenti da questa carrellata
della vergogna né i rapporti
di buon vicinato né
l'educazione scolastica, e
neppure i sacri insegnamenti
della Chiesa: Il 3,8% delle
donne ha subito violenza
sessuale da vicini e il 3,7%
da compagni di scuola,
mentre l'1,7% da insegnanti
o bidelli e l'1,6% da un
religioso.
Dal punto di vista della
stratificazione per
categorie socioculturali,
sono le donne separate e
divorziate le principali
vittime della violenza.
Valori superiori alla media
emergono anche per le
nubili, le laureate e le
diplomate, le dirigenti,
libere professioniste e
imprenditrici, le direttive,
quadro ed impiegate, le
donne in cerca di
occupazione, le studentesse.
Un milione 400 mila le
ragazze al di sotto dei 16
anni. E se si considera la
distribuzione territoriale,
valori piu' elevati si
evidenziano per le residenti
nel Nord-est, nel Nord-ovest
e nel Centro e per quelle
dei centri metropolitani
(42,0%). Guida la classifica
regionale l'Emilia Romagna,
seguita a ruota dal Lazio,
dalla Lombardia e dalla
Liguria. Calabria e Sicilia
in fondo alla classifica.
"In Italia come in Europa"
ha affermato Barbara
Pollastrini "le donne
muoiono di più per cause di
violenza che per malattia e
incidenti stradali". Il
Ministro ha presentato uno
spot che andrà in onda nei
prossimi giorni sulle
principali reti televisive,
ed ha lanciato un appello
affinchè il Parlamento
discuta in tempi brevi la
proposta di legge presentata
dal governo. Nel frattempo
un passo avanti è stato
fatto in tal senso, dato che
prima della bagarre sulla
politica estera il
pomeriggio di Montecitorio è
stato impegnato sulla
votazione delle mozioni
dell'Unione sulla
discriminazione sessuale. Il
testo, come approvato,
impegna il governo "a porre
in essere provvedimenti e
politiche volti
all'effettiva eliminazione
di ogni forma di
discriminazione nei
confronti delle donne,
raggiungendo una piena e
sostanziale uguaglianza fra
donne e uomini, provvedendo
a promuovere iniziative in
tal senso anche da parte
degli organi di
rappresentanza dei cittadini
immigrati nel nostro Paese;
a promuovere un programma di
educazione e formazione ai
diritti umani per tutti gli
ordini di scuole; a lanciare
iniziative pubbliche di
sensibilizzazione e ad
istituire una rete di centri
d'ascolto per le donne che
vivono in realtà di
sopraffazione e violenza"
Ma per
proseguire nella lotta
contro la
discriminazione, il governo
delle pari opportunità ha
ora bisogno di un'altra
opportunità (AprileOnline
21.2.2007)
Un gioco da bambini
di Ida Dominijanni
Sergio Pelico
aveva dieci anni, abitava a Houston in Texas
con la sua famiglia e lo scorso weekend
aveva visto in tv le immagini
dell'impiccagione di Saddam. Domenica è
stato trovato morto, appeso a un letto a
castello con uno slip attorno al collo a mo'
di cappio; ha fatto tutto da solo mentre i
genitori erano nel tinello. Mubashar Ali
aveva nove anni, abitava nel distretto di
Rahim Yar Khan in Pakistan con la sua
famiglia e lo scorso weekend aveva visto in
tv le immagini dell'impiccagione di Saddam.
Domenica è stato trovato morto, appeso al
soffitto con un pezzo di stoffa attorno al
collo a mo' di cappio; l'ha aiutato la
sorella, dieci anni, mentre i genitori erano
nel tinello.
Stessa età, stessa scena, stessa sequenza,
stesso mondo globale alla faccia dello
scontro di civiltà: la forca e la tv sono
transculturali e funzionano nel Texas
occidentale e cristiano quanto nel Pakistan
orientale e islamico. Solo che in Pakistan
la polizia se la prende con la negligenza
dei genitori, in Texas lo psicologo di turno
se la prende con l'effetto imitativo della
televisione. E nessuno dei due con l'evento
in sé e per sé, che invece è innocente,
neutrale e spettacolare come ormai ogni
evento che capita.
Interrogato dal piccolo Sergio sul perché di
quella forca, uno zio gli aveva spiegato che
Saddam era un uomo cattivo, con ciò
ritenendo esauriti i suoi compiti
pedagogici. Un altro zio non capisce come
sia potuta finire così: «Non credo che
pensasse che quello che stava vedendo in tv
fosse vero». Tanto siamo abituati a goderci
la fiction e i reality-show, da non
percepire più la differenza che fa quando
non è la fiction a esserci somministrata
come fosse realtà, bensì la realtà a esserci
somministrata come fosse fiction. Un bambino
invece lo percepisce. Il piccolo Sergio
doveva essersene accorto, che non stava
guardando l'Isola dei famosi ma una
impiccagione in diretta, e che se quel
cappio funzionava in tv doveva funzionare
anche nella sua stanza. E' stato l'evento,
non la sua rappresentazione, ad autorizzarlo
a rifarlo. Forse dovremmo smettere di fare
tutti come Alice nel paese delle meraviglie,
che per non vedere la realtà chiedeva agli
specchi di riflettere un attimo prima di
rifletterla.(Il Manifesto 6.1.2006)
La
violenza contro le donne
dalla Piattaforma d'Azione della IV
Conferenza Mondiale sulle Donne
Iniziative per la Parità, lo
Sviluppo e la Pace (Beijing 1995)
Pedopornografia, saranno puniti siti e
provider
È contro il
fenomeno della
pedopornografia
in rete una
delle prime
battaglie del
2007 indette dal
governo. Il
ministro delle
Comunicazioni,
Paolo Gentiloni,
ha firmato un
decreto che
colpisce i siti
«che diffondano,
distribuiscano o
facciano
commercio di
immagini
pedopornografiche».
La novità è che
il decreto
presuppone un
ruolo per la
prima volta
attivo degli
stessi fornitori
di connettività,
i cosiddetti
«internet
provider» che si
assumono l´onere
di intervenire
direttamente
contro i siti
incriminati.
Entro i prossimi
sessanta giorni,
che precedono
l´entrata in
vigore del
decreto, i
provider
dovranno infatti
dotarsi di
sistemi che
siano in grado
di oscurare
entro 6 ore
dalla
comunicazione
ricevuta i siti
incriminati.

Il decreto nasce
dalla
collaborazione
con il ministero
per le Riforme e
le Innovazioni
nella Pubblica
Amminstrazione,
la polizia
postale e le
stesse
associazioni
degli internet
provider. È una
tappa importante
lungo il
percorso
delineato ormai
quasi dieci anni
fa, con la legge
269 del 1998,
«contro lo
sfruttamento
della
prostituzione,
della
pornografia, del
turismo sessuale
in danno di
minori, quali
nuove forme di
riduzione in
schiavitù»,
successivamente
integrata dalla
legge 38 del
2006. Questa
legge prevedeva
in particolare
l´istituzione,
da parte del
ministero degli
Interni, di un
centro nazionale
per il contrasto
della
pedopornografia
su internet,
sotto la
responsabilità
della polizia
postale e delle
comunicazioni,
con il compito
di raccogliere
tutte le
segnalazioni,
provenienti
anche dagli
organi di
polizia
stranieri e da
soggetti
pubblici e
privati
impegnati nella
lotta alla
pornografia
minorile,
riguardanti siti
che diffondono,
avvalendosi
della rete,
materiale
concernente
l´utilizzo
sessuale dei
minori.
Soddisfatto il
ministro
Gentiloni:
«Internet è una
straordinaria
fonte di
informazione e
un motore
dell'innovazione.
Per difendere la
libertà contro
ogni tentazione
di censura
preventiva e
generalizzata,
peraltro
impraticabile,
occorre colpire
in modo certo ed
efficace chi ne
fa un uso
criminoso contro
i bambini. Sono
soddisfatto
perché saranno
proprio gli
internet
provider a
collaborare con
la polizia
postale e delle
comunicazioni
per oscurare i
siti illegali».
Ma il decreto
potrebbe essere
insufficiente,
dal momento che
il problema
della
pedopornografia
su Internet non
riguarderebbe i
siti italiani,
ma quelli
stranieri.
Questo almeno è
quanto sostiene
don Fortunato Di
Noto, fondatore
dell´associazione
Meter e
famoso per aver
oscurato
migliaia di siti
pedofili, e
autore con il
giornalista
Mario Campanella
di un libro
sulla pedofilia
che sarà
pubblicato entro
l´anno.Commentando
il decreto
Gentiloni di
questa mattina,
Campanella e Di
Noto sostengono
che «gli
Internet
provider
italiani sono
sempre stati
disponibili e
collaborativi
nel contrastare
le immagini
pedopornografiche,
mentre il vero
problema sono i
provider esteri.
Bisogna invece
agire in sede
Onu
sensibilizzando
i Paesi che
hanno aderito
alla convenzione
di Ginevra sui
diritti
dell'infanzia e
chiedere loro
comportamenti
simili in difesa
dei bambini
vittime di
questo orrendo
crimine». Da qui
la denuncia ad
alcuni paesi
europei,
notoriamente
colpevoli,
secondo Di Noto
di
«atteggiamenti
di tolleranza
pseudo-culturale
nei confronti
del fenomeno,
atteggiamenti
pericolosi anche
se osteggiati
dalla
maggioranza dei
cittadini».(L'Unità.it
2.01.07)
Il velo degli uomini
di Ida Dominijanni
 Ne
uccide e ne mutila più la violenza maschile
che l'infarto, o il cancro, o la oggi tanto
esecrata anoressia. Prima causa di morte e
di invalidità permanente per le donne di
tutto il mondo, così dicono i dati
ufficiali. La mobilitazione e le
manifestazioni di oggi non serviranno certo
a eliminarla, come si propongono negli
slogan, ma a imporla al discorso pubblico
forse sì. Anche se a parlare, ancora una
volta, sono le vittime, nel silenzio e nella
latitanza dei carnefici. Le piazze ci
accolgono, i giornali ci chiedono di
scriverne, le radio di parlarne, i salotti
televisivi non mancheranno di tingersi di
rosa.
Proviamo a immaginare una scena rovesciata:
che sia un uomo a scrivere questo
editoriale, uomini a prendere il microfono,
uomini a scendere in piazza e ad esporsi in
tv. A dirci perché loro, o un loro amico o
un loro nemico o un loro vicino di casa,
sentono di tanto in tanto l'incontenibile
impulso a far male a una donna, a possederla
violentemente, o a eliminarla dal creato; a
chiudere una storia d'amore infilando l'ex
amata in un cassonetto, o a costringere ad
amarli una che non vuol saperne, o più
semplicemente a malmenare la moglie o la
figlia al riparo delle mura domestiche, nel
regno di una privacy delinquenziale che
nessuna intercettazione infrange. Perché?
La domanda resta senza risposta. E la
sessualità maschile, a onta delle sue
manifestazioni così eclatantemente visibili,
resta avvolta nel velo di una omertà
autorizzante e assolvente. Conosciamo
l'obiezione: non tutti gli uomini sono così.
Certo che no, infatti sono gli altri quelli
che amiamo. Ma quelli che amiamo dovrebbero
impegnarsi almeno loro a togliere quel velo,
non dal viso delle donne islamiche, ma dal
corpo degli uomini violenti. Solo alcuni,
pochi, cominciano a farlo; i più si fanno
scudo della sociologia, o dell'ideologia: è
colpa della guerra, è colpa dei neocons, è
colpa del sabato in discoteca, è colpa dei
fondamentalismi, è colpa dell'Islam, è colpa
dei barbari che ci invadono. C'è sempre un
altro su cui proiettare la colpa e scaricare
la responsabilità, negando l'evidenza e
sfocando il problema.
L'evidenza, quella cruda dei numeri, mostra
che la violenza sulle donne è trasversale e
globale, sconfina fra civiltà, razze e
continenti e non risparmia affatto
l'Occidente opulento e democratico, al
contrario. Il problema infatti non
regredisce, ma al contrario si ripresenta,
come un sintomo ritornante e irrisolto e
inasprito, laddove più solida è la libertà
guadagnata dalle donne. I libri, pochi e
preziosi, che tracciano la storia della
maschilità occidentale lo spiegano bene: c'è
regressione e reazione maschile,
dall'Ottocento in poi, ogni volta che c'è
uno scatto di libertà femminile. Ogni volta,
l'insicurezza e lo spaesamento maschile per
«la donna nuova» si arma di violenza e si
traveste di virilismo; e appena può (anche
oggi) va al fronte, o inventa fronti
inesistenti (come oggi, con lo scontro di
civiltà e le guerre culturali). E' questo il
prezzo che dobbiamo pagare? Non vogliamo
pagarlo. Non vogliamo che lo paghino né le
più deboli né le più forti. Toglietevi quel
velo.(Il Manifesto 25.11.06)
Un esercito di vittime
di
Matilde Giovenale
S arebbero
dieci milioni le donne che
tra i 14 e i 59 anni hanno subìto nel corso della vita
violenze, molestie o ricatti
sessuali. Una cifra
drammatica che è stata
rilevata dall'Istat nel
rapporto presentato questa
mattina in occasione della
Giornata parlamentare contro
la violenza alle donne,
organizzata a Montecitorio
in vista della Giornata
europea contro la violenza
alle donne che ricorre il 25
novembre. Dallo studio (che
ha preso in esame i dati dal
1997 al 2002) emerge un
quadro inquietante, che
tratteggia anche i luoghi in
cui la donna si sente oggi
più a rischio. Ebbene, per lei,
il luogo percepito come
maggiormente insicuro non
sarebbe il classico vicolo
buio o il parco di notte, ma
il posto di lavoro e
soprattutto le pareti
domestiche.
Nonostante la proporzione
numerica dell'abuso e della
violenza sia di per sé
preoccupante, come ha
ricordato la direttrice
dell'Istituto statistico
Linda Laura Sabbadini, che
ha presentato i dati del
dossier, il sommerso in
questo fenomeno non è ancora
stimabile. Un terzo delle
donne infatti non parla e
non comunica con nessuno
sull'accaduto.
A breve,
l'Istat fornirà nuovi dati
in materia, ma l'ultima
rilevazione risalente al
2002 parla di oltre 3
milioni e mezzo di donne che
hanno subito molestie
fisiche, 4 milioni subiscono
atti di esibizionismo ed
altrettanti pedinamenti,
quasi 4.5 milioni telefonate
oscene, 4.6 milioni molestie
verbali.
Per quel
che riguarda le molestie
fisiche sessuali, il
rapporto sottolinea che esse
avvengono solitamente ad
opera di estranei (58,2%),
per la strada (19%), sui
mezzi di trasporto pubblici
(31,6%) sul posto di lavoro
(12,1%), in pub o in
discoteca (10,5%). Mentre
gli stupri e i tentati
stupri sono commessi da
estranei in assoluta
minoranza (3,5%), più
frequentemente da amici
(23,8%), conoscenti (12,3%),
fidanzati o ex fidanzati
(17,4%), mariti o ex mariti
(20,2%). Solo il 21% delle
violenze sessuali avviene
per strada e il 14% in auto;
per il resto, a casa propria
o di amici e parenti.
Secondo
l'Istituto di statistica poi
ben 900 mila donne hanno
subito ricatti sessuali per
essere assunte o per
avanzare di carriera, in
generale comunque nei
momenti di massima
difficoltà occupazionale,
tanto che sono soprattutto
le disoccupate oggetto di
pressione e molestia
sessuale. Mentre sono 500
mila le vittime che
denunciano di aver subito
stupri o i tentativi di
violenza carnale. Un dato in
aumento, ma, come ha
spiegato la direttrice dell'Istat,
"la crescita delle denunce
non è necessariamente indice
di crescita di violenza: le
denunce possono aumentare
perché le donne scelgono di
denunciare di più rispetto
al passato". Dallo studio
emerge anzi un segnale
positivo: "Dal 1997 al 2002
- ha spiegato ancora la
Sabbadini - c'è stata una
diminuzione delle molestie
fisiche sessuali e dei
tentati stupri, soprattutto
grazie ai profondi
cambiamenti legislativi,
alla rottura dell'omertà su
questo tema e all'intensa
attività dei centri
antiviolenza".
In 100 mila hanno poi dovuto
patire entrambe le tipologie
di violenza.
Un
importante deterrente nei
cinque anni presi in esame
dalla ricerca è stata la
crescita dell'occupazione
femminile che ha reso più
problematico il tentativo di
ricatti sessuali al momento
dell'assunzione, facendoli
diminuire. In soccorso delle
donne negli ultimi anni è
intervenuta anche la
tecnologia. Nel caso delle
telefonate oscene, ha
sottolineato ancora la
Sabbadini, "la possibilità
di indentificare il
chiamante ha avuto un
effetto deterrente".
Malgrado
questi segnali positivi, nel
complesso i dati rimangono
però preoccupanti,
soprattutto per quanto
riguarda la violenza carnale
vera e propria. "Per gli
stupri - ha spiegato ancora
la direttrice centrale dell'Istat
- ci troviamo davanti ad uno
zoccolo duro. Fatta
eccezione per quello
commesso da estranei
(un'assoluta minoranza, solo
il 3,5%), quello 'classico',
perpetrato da amici,
conoscenti o ex fidanzati,
si ripete nel tempo e con
una frequenza elevata,
spesso più che settimanale,
in luoghi familiari alla
vittima".
Alla
presentazione del rapporto
era presente anche il
presidente della Camera
Fausto Bertinotti, che nella
sala della Lupa di
Montecitorio ha aperto i
lavori della giornata
parlamentare. "E' necessario
intervenire fin dalla
scuola, nelle famiglie, in
tutti i luoghi della
formazione civile e sociale
dei ragazzi - ha osservato
Bertinotti - per prevenire
inciviltà e degrado e per
costruire nei giovani il
rispetto ed il
riconoscimento della
diversità, il rifiuto della
intolleranza e della
prevaricazione fisica, il
controllo dell'emotività
superando lo squilibrio
relazionale tra uomini e
donne e i pregiudizi che
alimentano discriminazioni e
prevaricazioni a danno di
queste ultime".
Alla
cerimonia di Montecitorio -
dove fra l'altro è stato
ricordato che le violenze
sono la causa di morte più
frequente in Italia, in
Europa e nel mondo per le
donne fra i 15 e 44 anni - è
stata organizzata dal
Comitato per le pari
opportunità della Camera.
Fra le partecipanti, anche Maria Grazia Giammarinaro,
esperta della Commissione
europea sui temi della
tratta, che ha sottolineato
come l'attuazione della
legge sull'allontanamento
del coniuge violento "non è
adeguatamente monitorata. E'
essenziale - ha osservato -
che nella finanziaria sia
approvato il fondo per
realizzare l'osservatorio
sulla violenza domestica, da
molti anni richiesto dalle
associazioni di tutela delle
donne vittime di violenza".
L'esperta ha anche
sollecitato interventi per
una maggiore formazione su
questo tema delle forze di
polizia. Sylvie Matheron,
avvocato dell'infanzia del
Foro di Marsiglia, ha
affermato che in Francia
ogni quattro giorni una
donna muore per le percosse
subite dal suo compagno.
Ogni anno ci sono circa 25
mila stupri; solo il 13%
delle donne denuncia il
fatto. Per Maura Misiti,
ricercatrice del Cnr, "la
violenza non può essere
sconfitta se non diviene una
priorità a tutti i livelli.
La volontà politica si
esprime attraverso leggi,
piani nazionali di azione,
allocazione di risorse in
differenti settori di
intervento dalla giustizia
alle politiche sociali ai
servizi".(AprileOnline
24.11.06)
Crimini di massa o milioni di casi singoli?
di Maria Grazia Donno*,
Perché è
così difficile parlare di un
argomento come la violenza
contro il genere femminile
anche con gli uomini più
disponibili e "illuminati"?
Perché è così complicato
attivare interventi e
servizi a favore delle donne
costrette a subire
maltrattamenti e abusi anche
quando gli interlocutori
sono am ministrazioni
"amiche" e progressiste?
Perché la violenza contro le
donne è considerata tutt'al
più un'emergenza sociale
frutto di devianza e
sottocultura, da delegare
alle forze dell'ordine, agli
operatori sociali, agli
esperti e consentire ai più
di dire "non mi riguarda"?
Eppure la
recente cronaca italiana ci
offre casi drammatici di
accanimento sul corpo e
sulla mente femminile. In
Veneto
una giovane donna incinta al
nono mese viene picchiata e
seppellita ancora viva
dall'amante che non vuole
affrontare lo scandalo e le
sue responsabilità. Un
immigrato pakistano, aiutato
da altri parenti maschi,
uccide la figlia rea di
volersi sottrarre ai costumi
sessuali e religiosi della
comunità. Vicino Roma una
ragazza lesbica viene
stuprata da un branco di
giovani italiani. A Macerata
una donna viene duramente
picchiata e buttata nel
cassonetto. A Parma una
ragazza viene uccisa con
otto coltellate dall'ex
fidanzato che la
perseguitava da anni. In tre
diverse città italiane tre
ragazzine sono state
stuprate da un gruppo di
ragazzi altrettanto
minorenni che hanno filmato
la scena col videofonino e
l'hanno diffuso in rete. Un
numero imprecisato e
altissimo di giovanissime
ragazze immigrate,
clandestine e invisibili,
costrette a prostituirsi
sulle strade delle nostre
città, brutalizzate prima
dagli sfruttatori e dopo dai
clienti. Una mattanza
insomma.
Esempi di
una lunga scia di delitti
commessi in Italia da uomini
contro le ex mogli o
fidanzate, contro amiche o
compagne di scuola, contro
ignare passanti o
passeggiatrici. Una ricerca
dell'EU.R.E.S. rivela che un
omicidio su quattro avviene
in ambito domestico e la
principale vittima è la
coniuge. Ben 187 vittime nel
2004, in una fascia d'età
compresa tra i 26 ed i 45
anni. Cioè una persona ogni
due giorni ed il 70% sono
donne, uccise quasi
unicamente per ragioni
passionali o durante un
litigio da partner abituali
o passati, da familiari o da
clienti e sfruttatori. Del
resto ammazzare la "propria
donna" per motivi passionali
è considerato generalmente
meno grave che uccidere un
commerciante!
Le ricerche basate
sull'esperienza dei Centri
Antiviolenza e delle Case
Rifugio, organizzati in
Italia negli ultimi 15-20
anni da varie associazioni
di donne, hanno dimostrato
come l'uso della forza e
delle violenze da parte
degli uomini sulle donne
costituiscano uno "stile
relazionale" molto diffuso e
trasversale a tutte le
classi sociali. Un modo per
assicurarsi potere e
controllo sulla partner e
sui figli. Un modo per
ridurre la donna al silenzio
ed alla sottomissione. Ed i
figli, indipendentemente
dall'essere solo spettatori
o dall'esserne vittime
dirette, ne subiscono
pesanti conseguenze. E
purtroppo per ogni donna
uccisa ce ne sono tante
altre che rischiano di
morire lentamente nella
solitudine della loro
quotidiana sofferenza.
La forma
più eclatante della violenza
è certamente quella che
lascia segni ben visibili
sul corpo: lividi, costole
rotte, denti spezzati,
tagli, cicatrici,
bruciature. Ma ce n'è
un'altra molto più subdola e
difficilissima da rilevare,
da denunciare: quella
psicologica. Quella che
destruttura l'immagine di
se, che alimenta sensi di
colpa per non sentirsi mai
all'altezza delle
aspettative, che produce
vergogna e consegna al
silenzio. Quella che è causa
di depressione, di ansia, di
attacchi di panico, che
produce malattie
psicosomatiche, che annienta
le difese immunitarie. Non
sono esagerazioni purtroppo
e anche la medicina
ufficiale, interpretando i
sintomi da una prospettiva
"di genere", ha cominciato
ad avvertire l'esigenza di
indagare di più sugli
effetti che la violenza
produce non solo in quanto
negazione della libertà e
della dignità ma anche in
quanto negazione del
benessere e dell'incolumità
psico-fisica della persona.
L'"Osservatorio
criminologico e
multidisciplinare sulla
violenza di genere" del
Consiglio d'Europa ha
condotto una ricerca i cui
dati inquietanti dimostrano
che prima del cancro, degli
incidenti stradali e della
guerra, ad uccidere le donne
o a causarne l'invalidità
permanente è la violenza
subita dall'uomo.
L'UDI di Ferrara ha coniato
il termine femminicidio per
definire l'uccisione di una
donna. Dietro e dentro
questa parola c'è una
valenza simbolica
fortissima, alternativa a
quella dominante e
prevaricante, e perciò da
promuovere.
I dati tuttavia sono solo la
punta dell'iceberg in quanto
si basano sulle denunce di
quelle donne che hanno
trovato il coraggio di
reagire. Moltissime non ci
riescono. E non è solo la
paura ad impedirlo. Lo fanno
per proteggere e difendere
se stesse da una realtà che
altrimenti le
distruggerebbe. Si chiama
"sindrome da adattamento" e
agisce nella stessa maniera
di quella di Stoccolma,
riscontrata nelle vittime
dei sequestri di persona.
E allora, non si tratta di
colpevolizzare
indistintamente gli uomini,
quanto di chiedere una
precisa assunzione di
responsabilità alla parte
maschile della nostra
società. Perché anche quella
migliore fa fatica a
riconoscere nella violenza
contro le donne un enorme
crimine di massa: è più
propensa a pensare a qualche
milione di casi singoli.
Spostare lo sguardo dalle
vittime agli autori
significa chiedere loro una
riflessione sulla propria
sessualità, sugli stereotopi
identitari maschili, sulla
natura delle relazioni con
le donne e con gli altri
uomini. Stefano Ciccone ed
altri uomini provenienti dai
più disparati percorsi
politici hanno scritto un
appello: "Violenza sulle
donne, un problema
maschile", nel quale
chiedono di riflettere sul
fenomeno, di fare un salto
di qualità collettivo,
perchè solo una forte
presenza pubblica maschile,
al fianco delle donne,
contro la violenza degli
uomini, potrebbe assumere un
potente valore simbolico e
culturale, potrebbe aprire
nuovi spazi di libertà anche
per gli uomini. Nessuno si
senta escluso: dal mondo
della cultura, dell'arte,
dell'informazione,
dell'associazionismo, del
sindacato, della politica,
tutti impegnati in azioni e
proposizioni capaci di
determinare una svolta nei
comportamenti concreti di
ciascuno, tutti coinvolti in
un'unica e variegata forza
di cambiamento.
Sabato 25 novembre è la
giornata internazionale
contro la violenza alle
donne, ricorrenza votata
all'unanimità e resa
ufficiale nel 1999 dall'ONU.
Facciamola diventare una
giornata di mobilitazione
locale e nazionale di donne
e di uomini per affermare
che senza il riconoscimento
della libertà,
dell'autodeterminazione e
della dignità delle donne
nessuna società può
ritenersi civile e
democratica.(AprileOnline
24.11.06)
*Responsabile
Politiche Sociali
Federazione Provinciale DS
Bari
Violenza sulle donne, un problema maschile
Appello
Assistiamo
a un ritorno quotidiano della violenza
esercitata da uomini sulle donne. Con dati
allarmanti anche nei paesi «evoluti»
dell'Occidente democratico. Violenze
che
vanno dalle forme più barbare dell'omicidio
e dello stupro, delle percosse, alla
costrizione e alla negazione della libertà
negli ambiti familiari, sino alle
manifestazioni di disprezzo del corpo
femminile. Una recente ricerca del Consiglio
d'Europa afferma che l'aggressività maschile
è la prima causa di morte violenta e di
invalidità permanente per le donne in tutto
il mondo. E tale violenza si consuma
soprattutto tra le pareti domestiche.
Siamo di fronte a una recrudescenza
quantitativa di queste violenze? Oppure a un
aumento delle denunce da parte delle donne?
Resta il fatto che esiste ormai un'opinione
pubblica e un senso comune, che non tollera
più queste manifestazioni estreme della
sessualità e della prevaricazione maschile.
Chi lavora nella scuola e nei servizi
sociali sul territorio denuncia poi una
situazione spesso molto critica nei
comportamenti degli adolescenti maschi, più
inclini delle loro coetanee femmine a
comportamenti violenti, individuali e di
gruppo.
Forse il tramonto delle vecchie relazioni
tra i sessi basate su una indiscussa
supremazia maschile provoca una crisi e uno
spaesamento negli uomini che richiedono una
nuova capacità di riflessione, di
autocoscienza, una ricerca sulle dinamiche
della propria sessualità e sulla natura
delle relazioni con le donne e con gli altri
uomini.
La rivoluzione femminile che abbiamo
conosciuto dalla seconda metà del secolo
scorso ha cambiato radicalmente il mondo.
Sono mutate prima di tutto le nostre vite,
le relazioni familiari, l'amicizia e l'amore
tra uomini e donne, il rapporto con figlie e
figli. Sono cambiate consuetudini e modi di
sentire. Anche le norme scritte della nostra
convivenza registrano, sia pure a fatica,
questo cambiamento.
L'affermarsi della libertà femminile non è
una realtà delle sole società occidentali.
Il moto di emancipazione e liberazione delle
donne si è esteso, con molte forme, modalità
e sensibilità diverse, in tutto il mondo..
La condizione della donna torna in modo
frequente nelle polemiche sullo «scontro di
civiltà» che sarebbe in atto nel mondo. Noi
pensiamo che la logica della guerra e dello
«scontro di civiltà» può essere vinta solo
con un «cambio di civiltà» fondato in tutto
il mondo su una nuova qualità del rapporto
tra gli uomini e le donne.
Oggi attraversiamo una fase contraddittoria,
in cui sembra manifestarsi una larga e
violenta «reazione» contraria al mutamento
prodotto dalla rivoluzione femminile. La
violenza contro le donne può essere
interpretata in termini di continuità, come
il permanere di un'attitudine maschile che
forse per la prima volta viene sottoposta a
una critica sociale così alta, ma anche in
termini di novità, come una «risposta» nel
quotidiano alle mutate relazioni tra i
sessi.
Un altro sintomo inquietante è il
proliferare di mentalità e comportamenti
ispirati da fondamentalismi di varia natura
religiosa, etnica e politica, che si
accompagnano sistematicamente a una visione
autoritaria e maschilista del ruolo della
donna. Queste stesse tendenze sono però
attualmente sottoposte a una critica sempre
più vasta, soprattutto - ma non
esclusivamente - da parte femminile.
La recente cronaca italiana ci ha offerto
alcuni casi drammatici, eclatanti che
rivelano anche modi diversi di
accanirsi sul corpo e sulla mente femminile.
Una ragazza incinta viene seppellita viva
dall'amante, che non vuole affrontare il
probabile scandalo. Un fratello insegue e
uccide la sorella, rea di non aver obbedito
al diktat matrimoniale della famiglia. Un
immigrato pakistano uccide la figlia,
aiutato da altri parenti maschi, perché non
segue i costumi sessuali etnici e religiosi
della comunità. In alcune città si
susseguono episodi di stupro da parte di
giovani immigrati ma anche di maschi
italiani. Sono italiani gli stupratori di
una ragazza lesbica a Torre del Lago.
Italiano l'assassino che a Parma ha ucciso
con otto coltellate la ex fidanzata, che
perseguitava da qualche anno. Ultimo caso di
una lunga scia di delitti commessi in questi
ultimi anni in Italia da uomini contro le ex
mogli o fidanzate, o contro compagne in
procinto di lasciarli.
Il clamore e lo scandalo sono alti. In un
contesto di insicurezza (in parte reale, in
parte enfatizzata dai media e da settori
della politica, di continua emergenza e
paura per le azioni del terrorismo di
matrice islamica e per le contraddizioni
prodotte dalla nuova dimensione dei flussi
di immigrazione, nel dibattito pubblico la
matrice della violenza patriarcale e
sessuale è stata spesso riferita a culture e
religioni diverse dalla nostra. Molte voci
però hanno insistito giustamente sul fatto
che anche la nostra società occidentale non
è stata e non è a tutt'oggi immune da questo
tipo di violenza. E' anzi possibile che il
rilievo mediatico attribuito alla violenza
sessuale che viene dallo «straniero»
risponda a un meccanismo inconscio di
rimozione e di falsa coscienza rispetto
all'esistenza di questo stesso tipo di
violenza, anche se in diversi contesti
culturali, nei comportamenti di noi maschi
occidentali.
Si è parlato dell'esigenza di un maggiore
ruolo delle istituzioni pubbliche, sino alla
costituzione come parti civili degli enti
locali e dello stato nei processi per
violenze contro le donne. Si è persino messo
sotto accusa un ipotetico «silenzio del
femminismo» di fronte alla moltiplicazione
dei casi di violenza.
Noi pensiamo che sia giunto il momento,
prima di tutto, di una chiara presa di
parola pubblica e di assunzione di
responsabilità da parte maschile. In questi
anni non sono mancati singoli uomini e
gruppi maschili che hanno cercato di
riflettere sulla crisi dell'ordine
patriarcale. Ma oggi è necessario un salto
di qualità, una presa di coscienza
collettiva. La violenza è l'emergenza più
drammatica. Una forte presenza pubblica
maschile contro la violenza degli uomini
potrebbe assumere valore simbolico
rilevante. Anche convocando nelle città
manifestazioni, incontri, assemblee, per
provocare un confronto reale.
Siamo poi convinti che un filo unico leghi
fenomeni anche molto distanti tra loro ma
riconducibili alla sempre più insopportabile
resistenza con cui la parte maschile della
società reagisce alla volontà che le donne
hanno di decidere della propria vita, di
significare e di agire la loro nuova
libertà. Il corpo femminile è negato con la
violenza. Ma viene anche disprezzato e
considerato un mero oggetto di scambio (come
ha dimostrato il recente scandalo sulle
prestazioni sessuali chieste da uomini di
potere in cambio di apparizioni in programmi
tv ecc.).Viene rimosso da ambiti decisivi
per il potere: nella politica,
nell'accademia, nell'informazione,
nell'impresa. Lo sguardo maschile - pensiamo
anche alle organizzazioni sindacali - non
vede ancora adeguatamente la grande
trasformazione delle nostre società prodotta
negli ultimi decenni dal massiccio ingresso
delle donne nel mercato del lavoro.
Chiediamo che si apra finalmente una
riflessione pubblica tra gli uomini, nelle
famiglie, nelle scuole e nelle università,
nei luoghi della politica e
dell'informazione, nel mondo del lavoro. Una
riflessione comune capace di determinare una
sempre più riconoscibile svolta nei
comportamenti concreti di ciascuno di noi.
Sandro Bellassai, Stefano Ciccone, Marco
Deriu, Massimo Michele Greco, Alberto Leiss,
Jones Mannino, Claudio Vedovati. (Il
Manifesto 19 settembre 2006)
Noi, Hina e le altre. Stiamo facendo finta?
di Susanna Camusso -
Usciamodalsilenzio
Passata
l'ondata di orrore, spese tante parole che
suonano rituali di fronte all'orrenda morte
di una giovane che cercava la sua strada nel
mondo, perché non riconoscere che la morte
di Hina apre questioni difficili da
dipanare? Il ministro Amato ha messo i piedi
nel piatto dicendo più o meno: il
riconoscimento della libertà femminile deve
accompagnare il giuramento sulla
Costituzione per l'ottenimento della
cittadinanza italiana. Qualcuna di noi ha
pensato: ma ai nostri connazionali viene mai
fatto un esame sui diritti universali delle
donne? Sono scorsi davanti agli occhi
recentissimi e italianissimi atti di
violenza contro le donne e i ricordi non
così lontani nel tempo dei delitti d'onore o
dei matrimoni riparatori. Insieme, la
consapevolezza che i passi avanti sono figli
delle lotte delle donne e che la nostra
libertà, il riconoscimento del nostro essere
persone sono traguardi non ancora raggiunti.
Tutto uguale, quindi? Si
tratta solo di accorciare anche per altre
culture i tempi di maturazione e di
acquisizione dei diritti delle donne? Per
chi sostiene il rispetto delle altre culture
e l'integrazione come obiettivo del futuro
multietnico del nostro paese, la risposta
parrebbe obbligata, come obbligato è
distinguere il gesto della famiglia di Hina
dall'idea che possa riguardare tutti i
musulmani, o tutti i pachistani. Tutto
politically correct!
Poi si leggono le
cronache, le interviste nella comunità
pachistana, le storie di altre donne e le
domande si affollano: non stiamo facendo
finta? Non siamo sempre condizionate
dall'idea che il solo porre il problema
sfoci rapidamente nel razzismo? Non abbiamo
detto noi, in tutte le piazze, che la
democrazia non si esporta, meno che mai con
la guerra? Che agitare le guerre di
religione o la superiorità della cultura
occidentale è la culla del terrorismo?
Allora come affrontare il tema del rapporto
tra noi e gli altri? Che si possa morire per
avere scelto il proprio amore, che si possa
vivere senza documenti perché vengono
«custoditi» dal padre o dal marito, che si
possa essere picchiate a sangue per
l'abbigliamento, per il trucco o per uno
sguardo, e che tutto ciò avvenga nelle
nostre strade, nella casa accanto, nel
silenzio o nell'indifferenza fino a quando
non esplode la cronaca, è troppo. Forse urge
sfatare il mito che per essere «all'altezza»
del processo di integrazione sperato sia
d'obbligo rispettare le altre culture a tal
punto da non criticare, da non giudicare, da
non discutere.
Vorrei provare a dire che
nel moralismo che attraversa tanta parte
della sinistra e del pacifismo non mi trovo
più; mi ricorda antiche discussioni, quando
in nome della rivoluzione khomeinista che
cacciava lo scià sanguinario ci si rifiutava
di vedere che i primi provvedimenti furono
quelli di far tornare le donne dietro il
velo, sottomesse di nuovo al dominio
maschile. La libertà femminile non era
considerata né un parametro di democrazia,
né di civiltà. Adesso molti negherebbero, ma
non è una storia così lontana nel tempo da
non poter essere consultata; scrittrici
iraniane ce l'hanno recentemente riproposta.
È forse allora per una
sorta di falsa coscienza che critichiamo
quotidianamente e giustamente le ingerenze
papali sulla nostra libertà ma taciamo su
altre religioni e mentalità? Dobbiamo dare
per scontato che possa esserci nel nostro
paese un doppio diritto, quello ricomposto
dalle lotte delle donne, e quello degli
altri che vivono nel nostro paese ignorando
diritti fondamentali? C'è una distanza
abissale tra l'enormità di questo problema e
la polemichetta strumentale sul numero di
anni per ottenere la cittadinanza.
Servono, piuttosto,
iniziative che guardino alle nuove
cittadinanze ma anche al maschilismo di casa
nostra. Ne elenco alcune. Aggiornare la
legge sulla violenza sessuale (in Francia è
considerata a un'aggravante il fatto che lo
stupro si svolga nelle mura di casa). Creare
o consolidare servizi come i telefoni verdi,
i centri di ascolto, le case per le donne
maltrattate. Garantire sostegno economico,
protezione e riconsegna dei documenti alle
donne cui venissero sottratti,
considerandone il sequestro ciò che
realmente è: un reato per traffico di
persone. Forse così si darebbe anche un
contributo alla lotta al traffico
finalizzato alla prostituzione, che spesso
si realizza con dinamiche molto simili. C'è
poi la questione centrale della scuola e
della formazione; non si tratta solo di far
rispettare l'obbligo scolastico ma di
garantire, anche a chi è già adulto,
l'accesso alla scuola nazionale pubblica e
laica, magari attraverso una sorta di corsi
«150 ore» per l'apprendimento della lingua e
per la formazione alla cittadinanza. Infine
- e anche qui ci possono aiutare le
esperienze fatte in altri paesi europei -
credo si debba pensare a norme che
garantiscano alle donne che rifiutino
matrimoni combinati il diritto allo
scioglimento del vincolo e alla protezione.
Altrettanto importante è
farsi delle domande su noi e le altre. Come
singole e come movimento dobbiamo provare a
entrare in relazione con le donne delle
comunità, perché la contaminazione, il
confronto, la crescita collettiva sono il
sale dei processi di integrazione, perché
non bisogna peccare di superiorità e
indagare, invece, su cosa è repressione e
cosa cultura differente, perché abbiamo
bisogno di capire, ma anche di discutere e
affermare la libertà femminile. Non so se
sia vero che il Corano nega il possesso
dell'uomo sui destini della donna. So che fa
parte della mia libertà dire che se la
predicazione di una religione, o la cultura
di una comunità, permette di uccidere Hina,
voglio contrastare quella cultura. Perché
ogni giorno uccide anche un po' della mia,
della nostra libertà.(da il manifesto 24
agosto 2006)
Hina Saleem, sgozzata perchè non seguiva le regole del patriarcato
fondamentalista
Alle
volte i maschi di famiglia decidono che il prezzo della libertà di una
donna è la vita
di Monica
Lanfranco
Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi
misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi,
presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi
tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di
governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al
bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della
sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e
giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate
attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta
del diavolo (significato chiaro, affermazione variam ente
presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui,
rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è
raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali.
E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di
ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge
patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra
contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e
luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia,
schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le
sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini.
In questi giorni di ansia per il Libano, per l’Iraq e per chissà
quante altre guerre e pericoli che incombono rischia di passare come
secondaria, o solo come fatto di ordinaria cronaca nera, la morte
atroce, in luogo e tempo di relativa pace quale è la provincia bresciana,
della giovane Hina Saleem, di origine pakistana, trovata uccisa e
seppellita nel giardino della casa paterna. Dopo due giorni di inutili
ricerche, innescate dall’allarme lanciato dal fidanzato italiano con il
quale la ragazza viveva da poco, il ritrovamento del corpo ha dato il
via alle indagini, dalle quali emergono inquietanti risvolti.
Sembrerebbe infatti che l’esecuzione di Hina sia stata decisa da un
consiglio di famiglia, che preferiva la sua morte piuttosto che il
disonore di una convivenza con un uomo di diversa religione: la giovane
si sarebbe sottratta ad un matrimonio combinato, trasgredendo al punto
da osare convivere. Il padre, che si è costituito ieri pomeriggio
insieme a un cognato, si rifiuta di rispondere agli inquirenti, mentre
il fidanzato italiano sarebbe ancora sotto protezione, in un luogo
segreto, per timore di eventuali ritorsioni da parte di altri familiari
di Hina.
La foto della ragazza pubblicata dai giornali la ritrae bella,
profondi occhi scuri, il sorriso aperto e pieno di vita che ogni ragazza
dovrebbe avere nell’affrontare le promesse dell’amore, del futuro, della
costruzione della propria esistenza, che invece è stata fermata per
sempre dal coltello che le ha tagliato la gola. L’orrore della sua morte
ci ricorda che ancora troppi sono i pericoli che le donne corrono, solo
perché sono donne: pericoli che hanno le sembianze non di maniaci
sconosciuti, di uomini folli o spietati che ti aggrediscono per strada,
ma che hanno il volto, lo sguardo e le mani di tuo marito, del tuo
compagno, di un tuo parente, di tuo fratello, di tuo padre. Uomini
vicini, vicinissimi, che hai amato, spesso che ti sei scelta, con i
quali hai progettato la vita, o percorsi di esistenza. Ci rammenta che
fino a quando la libertà di scelta delle donne di vivere pienamente e
senza vincoli, terreni e ultraterreni, non verrà considerata indicatore
prioritario per la realizzazione della civiltà, della cultura e della
politica di un paese e di un popolo nessuna donna e nessun uomo saranno
al sicuro. (Liberazione agosto 2006)
Ci
risiamo!
Violenza sessuale,
sentenza a Cagliari
Cagliari,
la Corte d'Appello riduce la pena comminata
ad un uomo condannato a 4 anni e 8 mesi per
violenza sessuale sulla moglie. Lo stupro è
un reato più lieve se il responsabile è il
marito. Ridotta la pena a 2 anni perchè:
"Il danno
psicologico di una aggressione subita dal
coniuge è minore rispetto a quello provocato
da un estraneo"
Donne, due passi avanti e uno indietro
|
di Francesca Koch
Come
se non fosse già abbastanza orribile
il susseguirsi di omicidi nelle
ultime settimane e negli ultimi
mesi, come se non avessimo già
gridato che la violenza sessista è
crimine politico, in pace e in
guerra (giacché fondamento
originario della convivenza e della
politica sono proprio le relazioni
tra i sessi) ora la Corte d’Appello
di Cagliari aggiunge al perpetuarsi
di violenze anche l’oltraggio di una
riconsiderazione della loro gravità:
se compiute dal coniuge vengono
derubricate a molestie e a fatti di
"lieve entità". Ritorna
l’indignazione, la rabbia che già
avevamo espresso poche settimane fa,
quando la terza sezione penale aveva
alleggerito, con criteri analoghi,
la pena per il patrigno violentatore
della figlia minorenne.
Queste sentenze aberranti
rappresentano una ulteriore
gravissima violenza simbolica;
esprimono un immaginario perverso e
inquietante sulle relazioni tra i
sessi e sulle donne, ricondotte a
puro oggetto del potere maschile.
La violenza, effetto delle relazioni
umane di potere, rinvia piuttosto
all’autore (agli autori); è legata
alla perdita di senso, alla
incapacità di agire la relazione,
alla crisi del legame politico e
sociale. Una tale perversione del
desiderio di possedere si fonda
esattamente sulla negazione della
donna come soggetto e sulla
disumanizzazione dell’altro-a; se
non è frenata da limiti
istituzionali o psicologici, tende
all’affermazione della propria
potenza principalmente attraverso
l’atto sessuale.
La vittima può ritrovare riparazione
quando la giustizia, a nome della
collettività e pubblicamente, mette
un nome alla sua sofferenza e
punisce il suo carnefice ( e questo
è vero per i genocidi, per le
stragi, e per gli stupri); sono le
istituzioni che devono circoscrivere
la dialettica della violenza e
restituire alle vittime l’integrità
della loro umanità e dignità
personale.
Per questo è tanto più grave che la
corte di Cagliari si sia sottratta a
questa doverosa azione di
risarcimento etico e di sanzione
giuridica e simbolica, e abbia
invece praticato la strada omertosa
del potere maschile, lubrificata
come d’abitudine dalle nauseanti
liturgie sui legami familiari e
dall’occultamento della realtà degli
abusi e delle violenze che proprio
in famiglia vengono compiute, ancora
oggi,impunemente.
*Casa Internazionale delle donne,
Roma |
Ricordate
la sentenza "con i jeans" del 1999?
La ragazza
non si era opposta "con tutte le forze". A
seguire il mese scorso "la ragazza non era
vergine" e oggi "le attenuanti agli
stupratori: l'ambiente era degradato"
Violenza sessuale,
sentenza a Roma
L'hanno stuprata per due anni
consecutivi, lei era minorenne
Il tribunale ha
concesso le attenuanti: contesto
precario
"Meno grave
se ambiente degradato"
Se l'ambiente nel
quale viene commesso è degradato, il
reato di stupro, anche se su minore, è
considerato meno grave. Così ha deciso
la corte d'appello di Roma, che ha
concesso le attenuanti generiche,
applicando anche uno sconto di pena, a
due imputati accusati di aver
ripetutamente violentato tra il '98 e il
'99 una ragazzina prima e dopo il
compimento del suo quattordicesimo anno
d'età.
I due stupratori,
all'epoca dei fatti convivente della
madre di lei G. N., e marito di un'amica
a cui l'adolescente si era rivolta, G.C.,
sono stati condannati rispettivamente a
un anno e mezzo e due anni.
Nelle motivazioni
della sentenza, il collegio presieduto
da Afro Maisto, ha ricordato che "le
degradatissime condizioni di vita
nell'ambiente in cui i fatti sono
maturati non coinvolgono, evidentemente,
soltanto la parte offesa e sua madre ma
anche gli stessi imputati, ai quali non
possono essere negate le attenuanti
generiche".
Una valutazione che
non era stata fatta nella prima sentenza
emessa dal tribunale nel 2003 che aveva
inflitto sei mesi di carcere in più a
G.N, e un anno supplementare a G.C. Nel
rideterminare la pena la corte d'appello
ha voluto fare esplicito riferimento
alle "degradatissime condizioni di vita
nell'ambiente in cui i fatti sono
maturati".
L'argomentazione non
è piaciuta al difensore di parte civile:
"Colpisce che l'unico parametro usato
dai giudici per la concessione delle
attenuanti generiche sia stato quello
del contesto degradato che può essere
anche un elemento di valutazione della
gravità del reato, come previsto
dall'articolo 133 del codice penale, ma
non può essere certo quello assoluto,
specie in un caso di violenza sessuale.
Se ogni volta un reato viene commesso in
un contesto di difficoltà economica -
riflette l'avvocato Domenico Battista -
può sembrare quasi che l'ambiente
degradato giustifichi le condotte
illegittime. In questa vicenda, non ci
sono dubbi sul fatto che le violenze
denunciate dalla ragazzina siano
avvenute in un ambiente precario, dove
più persone sono costrette a vivere in
casolari, uno accanto all'altro anche
privi di servizi igienici. Ma è
sbagliato 'usare' solo tale realtà per
concedere le attenuanti generiche e
garantire uno sconto di pena agli
imputati" (1 aprile
2006 - Repubblica.it)
10
febbraio 1999
La
Cassazione ha annullato una condanna per
violenza sessuale: la ragazza non si era
opposta con tutte le forze
Con i jeans lo stupro diventa
"consenziente"
Secondo i
giudici "l'indumento non è sfilabile
senza la fattiva collaborazione di chi
lo indossa"
ROMA
- Si era opposta o no con tutte le sue
forze al violentatore? Evidentemente no,
visto che lo stupratore era riuscito a
sfilarle i jeans - indumento che, come
tutti sanno, non è sfilabile "senza la
fattiva collaborazione di chi lo porta".
Dunque la ragazza "ci stava", era
"consenziente". Dunque non è stata
stuprata. Erano decenni che un concetto
come questo non circolava più nelle aule
di giustizia. Ci ha pensato la
Cassazione a rinverdire il vecchio
concetto del "ci stava" in una sentenza
con cui ha annullato la condanna a due
anni e dieci mesi decisa dalla corte
d'Appello di Potenza contro Carmine C.,
45 anni, istruttore di guida, portato in
tribunale da una ragazza di 18 anni,
Rosa.
Rosa, quando il suo istruttore di guida
la portò in una stradina di campagna e
la violentò, indossava i jeans. Un
indumento che, come scrivono i giudici
della Suprema Corte, "non si può sfilare
nemmeno in parte senza la fattiva
collaborazione di chi lo porta". Lo
sanno tutti, scrivono ancora i giudici,
è un "dato di comune esperienza": è
impossibile sfilare i jeans se la
vittime si oppone "con tutte le sue
forze". Per cui, evidentemente, Rosa non
si è opposta con tutte le sue forze. E
infatti, scrivono i giudici della
Cassazione, "è illogico affermare che
una ragazza possa subire uno stupro, che
è una grave offesa alla persona, nel
timore di patire altre ipotetiche e non
certo più gravi offese alla propria
incolumità fisica".
Ah, Rosa. Ma perché non hai pensato a
opporti con tutte le tue forze
all'istruttore di guida? Perché non ti
sei fermata a riflettere che se ti
lasciavi sfilare i jeans i giudici della
Cassazione non avrebbero creduto alle
tue parole? Eppure la legge, la numero
66 del 15 febbraio 1996, parla chiaro:
"Chiunque, con violenza o minaccia o
mediante abuso di autorità, costringe
taluno a compiere o subire atti sessuali
è punito con la reclusione da cinque a
dieci anni". Nessun articolo della nuova
legge sulla violenza sessuale fa alcun
cenno all'obbligo, per la donna
violentata, di "difendersi con tutte le
forze"; nessun comma ritiene che, in un
processo per stupro, si possano usare
termini come "logico" o "illogico" per
giudicare l'eventuale atteggiamento
passivo di una vittima di violenza
sessuale.
E' immaginabile, e anche augurabile, che
questa sentenza numero 1636 della
Cassazione provochi qualche reazione non
del tutto benevola. Il passo indietro,
dal punto di vista della giurisprudenza,
è evidente. E stupisce che una passo
indietro così clamoroso sia stato fatto
proprio dai giudici della Suprema Corte,
quegli stessi che in questi anni si sono
distinti - e hanno guadagnato titoli da
prima pagina - per sentenze di volta in
volta giudicate "rivoluzionarie" e
"innovative per il costume": su
famiglia, adozione, educazione dei
figli, adulterio, droga... su tutto, ma
non ancora sullo stupro.
Sempre colpa
delle
donne
Manifestazione a Torino 25 marzo 2006
Contro la “cultura” dello stupro
contro ogni violenza sulle donne
Credevate che non sarebbe mai più accaduto?
-
Che in un processo per violenza sessuale
la vittima fosse trasformata in imputata
-
Che le abitudini personali e la condotta
sessuale della vittima fossero oggetto
di pubblico dibattimento
-
Che l’onore (o il disonore) di una donna
dipendessero dallo stato dei suoi
genitali: “o vergini o puttane”
-
Che uno stupro o qualsiasi atto di
violenza contro le donne potesse trovare
giustificazione
Sbagliavate!
E’ inaccettabile la sentenza
della Terza Sezione Penale della Cassazione
che ha diminuito la gravità dell’abuso ai
danni di una minore sulla base del fatto che
aveva già avuto rapporti sessuali.
Va ribadito con forza che non è consentita
alcuna indagine di tipo comportamentale
sulla pregressa vita sessuale della persona
offesa né tanto meno sono consentite
valutazioni moralistiche sulla stessa.
E’ questo il senso più profondo della
riforma attuata con la Legge n.66/96 contro
la violenza sessuale.
Denunciamo “l’esibizione delle atrocità”
diffusa dai mass media che hanno usato in
maniera voyeristica e superficiale questo
ennesimo episodio di violenza contro le
donne, alimentando la “cultura” dello
stupro.
E’ inaccettabile la sentenza
del tribunale di Vicenza del novembre 2005,
che ha considerato meno grave lo stupro e
le sevizie commesse da un militare americano
reduce dalla guerra in Iraq contro una donna
nigeriana. Secondo la sentenza, il militare
sarebbe stato vittima delle dure e logoranti
prove “subite” durante la guerra.

Nessuna giustificazione alla violenza sulle
donne
Il disprezzo nei confronti delle donne non è
ancora stato sradicato: anche in questo
momento, in ogni parte del mondo, milioni di
donne continuano a subire violenze fuori e
dentro casa, spesso in silenzio e in
solitudine.
Non si tratta solo dei fatti eclatanti che
finiscono sui giornali con frequenza
preoccupante (stupri o omicidi di mogli,
fidanzate, ex…), ma di tutti quegli episodi
che colpiscono noi donne quotidianamente,
in famiglia, sul posto di lavoro, a scuola,
per strada.
Urliamo forte il nostro sdegno! Richiamiamo
tutte alla solidarietà tra donne!
Costruiamo
insieme la cultura del rispetto,
manifestiamo
Sabato 25 marzo 2006 alle ore 15,00
Piazza Castello angolo Via Garibaldi -
Torino
Il 5 marzo 2006, all'interno
dell'iniziativa legata all'8
marzo e proposta dal Comune di
Torino, che vede una
grande partecipazione della
cittadinanza e
dell'Associazionismo torinese,
verranno raccolte le firme
per sottoscrivere un appello
contro la sentenza
da
presentare in Tribunale a Torino
l'8 marzo, inoltre
raccogliendo l'appello della
Casa Internazionale delle
donne e incoraggiate dal
presidio di CGIL CISL e UIL a
Milano intendiamo mobilitarci
per costruire una manifestazione
cittadina il 25 marzo contro la
violenza alle donne.
Chiediamo a tutte e tutti di
mobilitarsi insieme, il 25
marzo, ognuno nella
propria città,
con le proprie forze.
Ci rendiamo conto che non c'è
molto tempo e che fra pochi
giorni la scena politica sarà
oscurata dalle elezioni.
Riteniamo fondamentale però far
sentire la nostra protesta
subito e farlo insieme darà più
forza a tutt*.
Fra i punti più importanti del nostro
incontro vi era quello di non lasciar
cadere l'invito a rimanere unit* e a non
tornare nel silenzio, lanciato nelle piazze
del 14 gennaio e dell'11 febbraio. E' con
questo invito che veniamo a voi. Fateci
sapere se riuscite ad accoglierlo.
Carissime, ci siamo incontrate giovedì
scorso, sempre in tante e...con tante
differenze! Dunque, operativamente: abbiamo
mandato richiesta in Questura per una
"manifestazione itinerante" che dovrebbe
partire da piazza Castello angelo via
Garibaldi, passare per via Po sino alla Rai
in Via Verdi.
Naturalmente se siamo meno di un tot, non si
parte e si rimane a presidiare colorate e
rumorose.Abbiamo pensato di rivedere un po'
il volantino per renderlo il più
efficace possibile,dovrebbe arrivare
una bozza via mail o comunque
mercoledì 15 alle ore 21
alla
Casa delle Donne ci si
ritrova per proseguire con i lavori: dovremo
pensare a qualche volantinaggio e a come
pubblicizzare il più possibile la
manifestazione entro mercoledì verrà
preparata anche la mail da inviare
ognuna ai propri indirizzari per invitare
alla manifestazione.
Clicca e scarica il
volantino per la manifestazione
Il volto globale della violenza sulle donne
8 marzo. La festa della donna è un fenomeno mondiale celebrato
anche in America latina.
Ma
nel mondo la violenza di genere rimane ancora una piaga aperta
|
di Marzia Bonacci
In questo giorno dedicato
alla celebrazione della donna e in un’epoca sempre più
chiaramente globalizzata sarebbe giusto ricordare la
trasversalità e l'universalità della mobilitazione a sostegno
delle donne, che viene ormai portata avanti in tutto il mondo
anche in occasioni diverse da quella dell’8 marzo. In modo
particolare un esempio di questo impegno femminile
internazionale giunge proprio dal continente latino-americano,
dove la battaglia rosa viene celebrata nel periodo autunnale in
occasione di una ricorrenza molto particola re:
l’anniversario dell’uccisione delle sorelle Mirabal.
Maria Teresa, Minerva e Patria Mirabal non avevano certo la
speranza di diventare un simbolo della lotta femminile mondiale
quando nel 1960 decisero di sfidare il governo dittatoriale di
Truijillo, tentando di visitare i prigionieri politici che
questo deteneva nelle proprie carceri. La loro vicenda,
snodatasi attraverso l’esperienza della deportazione, dello
stupro e infine della morte, inflitta punitivamente dal satrapo
di Santo Domingo, è stata infatti ereditata dalla coscienza del
movimento femminile internazionale. Già dal 1981 le donne del
continente latino-americano e caraibico ricordavano ogni 25
novembre, data della morte delle sorelle Mirabal, il loro
sacrificio e rilanciavano il tema della condizione femminile nel
mondo. Nel 1999 anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha
finalmente deciso di riconoscere il 25 novembre come data
ufficiale, facendone il riferimento simbolico della lotta contro
la violenza subita dalle donne. Così anche nel novembre scorso,
ancora una volta, si è celebrata la ricorrenza e si è proposta
la necessità di una politica internazionale di tutela della
donna, che a tutt’oggi rimane, insieme alla realtà
dell’infanzia, la vittima principale del maltrattamento e
dell’abuso.
In proposito, vera novità del fenomeno della violenza sulle
donne, che andrebbe ricordata anche in questa giornata di festa,
è sicuramente il carattere di democratizzazione e
globalizzazione che questo ha assunto negli ultimi anni. Se per
decenni infatti l’occidente ha sempre circoscritto la vessazione
femminile nei confini geografici e sociali dei paesi in via di
sviluppo e della povertà, ora deve fare i conti con una nuova
verità storica, che lo vede comparire sul banco degli imputati
con l’accusa di non esserne esente. Anche nell’altra faccia del
mondo, fatta di ricchezza e istruzione, di beni di consumo e
politiche democratiche, la piaga della violenza verso il
“secondo sesso” non solo è presente, ma si è trasformata in una
vera emergenza politico-sociale. Così, non più l’indigenza
economica o l’assenza di istruzione possono essere considerate
l’humus di generazione dell’abuso e del maltrattamento
femminile. Un nuovo soggetto, istruito e benestante, spesso
professionista o dirigente ne è ormai il protagonista.
L’ottobre scorso il Consiglio d’Europa, in occasione della
presentazione dell’ “Osservatorio criminologico e
multidisciplinare sulla violenza di genere”, che in Italia si
occupa dell’ assistenza alle vittime, ha pubblicizzato i dati
emersi da uno studio condotto a riguardo della condizione
femminile nel mondo occidentale. Non il cancro o l’ipertensione
e nemmeno gli incidenti stradali sono da considerarsi la causa
prima di morte o invalidità permanente delle donne fra i 14 e i
44 anni, bensì il maltrattamento e la violenza da queste subita
da parte di mariti, partner o padri.
Fin dal 2001 il ministero della salute francese, Amnesty
International e l’Organizzazione Mondiale della Sanità
denunciavano l’urgenza della situazione femminile nella società
moderna e “civile”.
A seconda dei paesi, la percentuale di mogli, figlie, compagne
vittime di sevizie e abusi varierebbe dal 25 al 50%. In
Portogallo la percentuale delle donne che dichiarano di aver
subito violenza si attesta al 52,8%. In Germania ogni anno quasi
trecento donne sono assassinate dai loro conviventi: tre vittime
ogni quattro giorni. Nel Regno Unito ne è uccisa una ogni tre
giorni; in Spagna una ogni quattro, cioè quasi cento all’anno.
In Francia mensilmente sei donne – una ogni cinque giorni -
muoiono per violenza domestica: un terzo accoltellate, un altro
terzo uccise con armi da fuoco, il 20% strangolate e il 10%
pestate a morte. E nel nord-Europa, da sempre considerato
emblema di libertà ed emancipazione femminile, i dati non
subiscono una grande modificazione. In Finlandia annualmente
8,65 donne sono assassinate tra le pareti di casa; in Norvegia
6,58; in Danimarca 5,42 e in Svezia 4,59.
L’Italia compare agli ultimi posti, ma un recente studio
promosso dalla sezione italiana di Amnesty e dall’Istat dipinge
comunque un’immagine desolante, fatta di violenza domestica
capace di provocare in chi ne è vittima conseguenze
psico-fisiche importanti.
La responsabile del settore formazione dell’associazione
“Differenza donna”, Gabriella Paparazzo, sintetizza
emblematicamente l’allarmante dato occidentale, rendendo un
esempio concreto della sua portata: “In Russia ogni anno sono
morte 13.000 donne, il 75% delle quali uccise dal marito. Il
conflitto Urss-Afghanistan nell’arco di dieci anni ha mietuto
14.000 vittime”. Poi aggiunge: “Anche negli Stati Uniti e in
Svezia i dati sulla violenza femminile sono alti: ogni quattro
minuti una donna viene violentata in America, mentre in Svezia
ogni dieci giorni una donna viene uccisa”.
I dati, già di per sé agghiaccianti, risultano però piuttosto
approssimativi. Rintracciare con certezza le proporzioni del
fenomeno della violenza subita dalle donne non è ancora
possibile per via della tendenza, da queste dimostrata, a non
denunciare la propria condizione. Il meccanismo psicologico di
autodifesa, che porta la donna a nascondere per prima a se
stessa la più drammatica verità, quella che la vede vittima di
un legame affettivo tramutatosi in abuso e maltrattamento,
rimane ancora un tabù inviolato.
Responsabili di aver abbandonato le vittime della violenza
familiare alla solitudine casalinga e al silenzio, che ha reso
ormai il fenomeno una vera emergenza socio-sanitaria, sono
certamente i governi occidentali, per troppo tempo trinceratisi
dietro alla scusa della non ingerenza nella sfera privata.
Medea si è ribellata per molto meno. (AprileOnline 08-03-06) |

La pubblicità contro la violenza sessuale
|
di Lazzaro Pietrangeli da Londra
Il governo inglese ha
lanciato un massiccio attacco contro la violenza sessuale,
investendo 500 mila sterline in una campagna di comunicazione.
Nei prossimi giorni, i bar dei pub e delle discoteche saranno
tappezzati di nuovi manifesti in cui si vedono i fianchi e le
gambe di una giovane ragazza che indossa solo un paio di slip
bianchi, con riprodotto nel mezzo il segnale stradale del
divieto di accesso. La scritta in basso a sinistra rende ancora
più chiaro il messaggio: “Se fai sesso con una persona che non
ti ha detto sì, il prossimo posto dove vai è in prigione”.
Un’altra immagine, che sarà affissa nelle toilette e pubblicata
sulle pagine delle riviste maschili, mostra invece un carcerato
seduto su un letto a castello all’interno di una cella e la
scritta ammonisce che “se fai sesso senza un sì prima, questo
sarà il tuo prossimo compagno di letto”.
Il messaggio è esplicito, il linguaggio scelto è diretto, il
target della campagna definito: i giovani maschi non devono
confondere il silenzio o l’imbarazzo delle loro partner come un
invito esplicito ad avere un rapporto sessuale.
La campagna mira, infatti, a rendere consapevoli tutti i
cittadini delle nuove norme contenute nella legge sulla violenza
sessuale approvata dal Parlamento lo scorso anno, che prevede
una nuova definizione legale di consenso sessuale, proprio per
prevenire quei casi in cui gli uomini pretendono di avere
interpretato la presunta volontà della donna.
Secondo la legge inglese, ora, può considerarsi consenso
all’atto sessuale solo quello “manifestato esplicitamente” e che
sia il risultato di una “scelta libera e consapevole” da parte
della donna. Questo renderà più facile per le giurie esprimersi
in modo equo e bilanciato sulla questione del consenso e
toglierà ogni protezione per gli uomini che provassero a
difendersi con la semplice giustificazione della “supposizione”.
“Il consenso deve essere attivo, non passivo” spiega la vice
ministro degli interni Fiona Mactaggart, che ha promosso la
riformulazione della legge e che ha lanciato questa campagna
“come governo siamo disposti ad usare immagini provocanti ed un
linguaggio estremamente diretto per rendere le persone
consapevoli delle conseguenze delle loro azioni”.
I dati sulle offese sessuali degli ultimi anni mostrano
chiaramente che questo tipo di crimini sono ancora molto
problematici da individuare e da punire, a causa
dell’atteggiamento di vittime e aggressori, che molto spesso
risulta invertito. “Le vittime sembrano sentirsi in qualche modo
responsabili – spiega la vice ministro – mentre gli aggressori
si considerano vittime: per questo abbiamo pensato necessario
una campagna di prevenzione, che sfidi l’atteggiamento comune
degli uomini e che spinga le donne a capire che la legge è dalla
loro parte”.
La vice ministra Mactaggart, che ha preso davvero a cuore la
questione, spiega che “negli anni scorsi abbiamo fatto tutto il
possibile per aiutare le vittime di stupri, cercando di
incoraggiare le donne ad avere un atteggiamento diverso nei
riguardi di questo reato, a sentirsi più sicure e a denunciarlo,
oltre che aprire specifici centri di assistenza. Alcuni dati,
però, mostrano che non abbiamo fatto abbastanza e che dobbiamo
intervenire anche sul comportamento degli uomini: se questi
pensano che si stanno solo divertendo, senza avere ricevuto un
esplicito sì, devono essere consapevoli delle conseguenze cui
vanno incontro”.Nel corso del 2004, infatti, secondo un analisi
del Ministero degli Interni, solo 655 casi di stupro, su un
totale di più di undicimila denunce, si sono trasformati in una
condanna (con una percentuale di poco superiore al 5,5%), mentre
un sondaggio promosso da Amnesty International mostra
chiaramente che più di un quarto degli intervistati ritiene che
una donna sia comunque parzialmente responsabile di ciò che le è
accaduto, se indossa indumenti provocanti, se ha avuto
atteggiamenti equivoci e anche se si è lasciata prendere
dall’alcool.
La legge sulla violenza sessuale, che è stata approvata nel 2003
e che è entrata in vigore lo scorso anno, probabilmente verrà
ulteriormente modificata, per aggiungere una nuova fattispecie
di reato, specificamente disegnata per stupri commessi su donne
in stato di ubriachezza: anche se il dibattito giuridico in
materia è ancora aperto, il governo inglese sembra intenzionato
a dare alle donne la possibilità di denunciare quale stupro un
atto sessuale il cui consenso sia stato carpito ad una donna che
aveva ecceduto nel bere. La mattina dopo, passati gli effetti
dell’alcool, la donna potrà rivolgersi al giudice.
In fondo si tratta di rendere esplicito quello che la legge
inglese di fondo dice già: non vengono considerati stupro
soltanto gli atti sessuali perpetrati con la violenza, ma anche
quelli che, attraverso intimidazioni, pressioni psicologiche o
uso alcool e sostanze stupefacenti, spingono la vittima ad agire
in modo contrario alla sua reale volontà.
Se questa nuova proposta venisse approvata, ci sarebbero davvero
poche possibilità per gli aggressori di mascherarsi dietro ad un
timido diniego, come forma di consenso. “Stiamo studiando alcune
modifiche ma lo spirito della legge in vigore è già
assolutamente chiaro – spiega in conclusione la vice ministro –
se una donna non ha detto esplicitamente e liberamente si,
allora ha detto no”.(AprileOnLine 16.03.06)
|
di
Lidia Ravera
Essere
oggetto di violenza sessuale è
peggio che essere prese a
bastonate, a coltellate, a colpi
d'arma da fuoco. Oltre al dolore
e al disgusto, c'è quel
supplizio addizionale di non
essere mai considerate del
tutto, senza se e senza ma,
vittime. C'è sempre qualcuno che
guarda se avevi la minigonna, se
eri troppo provocante, se sei il
tipo a cui piace essere
guardata.
C'è un sottotesto atavico
difficile da superare: la donna
è tentazione, l'uomo è
cacciatore.
Lo sappiamo. Cerchiamo di
reagire positivamente, senza
perdere la pazienza. Educare al
rispetto, si sa, non 
è semplice. Non è stato semplice
neppure ottenere che la violenza
sessuale fosse considerata un
reato contro la persona, e non
contro la morale. Siamo
preparate, non ci facciamo
soverchie illusioni, siamo
pronte a continuare la lotta, a
ripetere le stesse cose anno
dopo anno, decennio dopo
decennio, sentendoci banali.
Eppure la decisione della Terza
Sezione Penale delle Cassazione,
nemmeno le più pessimiste se
l'aspettavano. È stata una vera
sorpresa: sì, hanno detto i
massimi magistrati, il signore
che ha violentato la sua
figliastra quattordicenne, ha
diritto ad una attenuazione
della pena, la formalizzazione
legale della comprensione.
Ohibò: siamo alle solite? La
ragazzina aveva la minigonna, un
seno particolarmente arrapante,
l'ombelico di fuori? Macchè, non
siamo di fronte vecchio
deprecabile sottotesto («e su,
dai, ma quella è zoccola!»),
siamo ancora più in basso: la
piccola non era illibata. Cioè:
non era nuova.
Non era, come ci si aspetta che
sia un esemplare così fresco di
femmina umana, in possesso di un
imene intatto. Il patrigno,
quindi, essendosi servito dopo
un ipotetico altro, non è autore
di uno stupro, ma soltanto di
violenza carnale. La piccola era
«già esperta». Ah davvero: e
allora?
Allora pare che il peccato da
mortale si faccia veniale.
Violentare una persona diventa
meno grave in misura
simpaticamemte proporzionale
allo stato di conservazione
dell'organo sessuale della
persona aggredita. Se, non sia
mai, un disgraziato violenta una
madre, allora, che cosa succede?
Ha uno sconto di pena perché da
quel pertugio lì c'è addirittura
passato un bambino? Ci sarebbe
da ridere, se la vicenda non
fosse così triste.
Nessuno ha preso in
considerazione l'ipotesi che
l'illibatezza la ragazzina
l'avesse persa col patrigno.
Sarebbe potuto accadere no?
Magari la puntava fin da quando
era piccola. Aspettava il
momento della fioritura per
servirsi. Dov'è l'attenuante? È
stato così gentile da
violentarla di nuovo anche se
non era più tecnicamente stupro?
Si è voluto disturbare? Se,
invece, la ragazzina, e lo
speriamo per lei, aveva già il
ragazzo, l'attenuante sarebbe
che era un tipetto navigato, una
che ne aveva già viste tante...
e allora, una più una meno...
Che cos'è? Un po' meno minorenne
delle altre perché ha già avuto
una relazione? Fosse anche una
professionista dell'adescamento
resta il fatto che quel rapporto
lì, con l'uomo di sua madre, lei
non lo voleva. E le è stato
imposto. A 14 anni può essere
bello fare l'amore, con il
ragazzo che hai scelto, se lo
volete tutti e due, e cercate
insieme e scoprite qualcosa di
intenso, la vicinanza forte dei
corpi. Forse, dopo essere
passata per le mani del
patrigno, questa ragazza non
riuscirà, per anni, ad avere un
rapporto sereno, gioioso con la
sua sessualità. Forse non ci
riuscirà mai più.
Ci hanno pensato, i giudici
della Corte di Cassazione, prima
di accogliere il ricorso
dell'uomo che ha abusato della
sua debolezza? L' hanno pensato
che questa quattordicenne
«esperta» diventerà una donna
infelice?
Appello della Casa
Internazionale delle Donne di
Roma: Sindrome di Lolita
Una
sentenza tanto orribile da
essere ripudiata dalla stessa
corte di Cassazione è un sintomo
importante del degrado italiano
in materia di relazioni tra
uomini e donne. La sentenza è
quella della terza sezione
penale della Cassazione ha
concesso le attenuanti generiche
allo stupratore di una
tredicenne.
Noi donne della Casa
Internazionale di Roma,
esprimiamo la più forte
indignazione per questa
vergogna. La violenza contro una
minorenne rappresenta semmai una
pesante aggravante di un atto
che offende non solo la singola
donna, ma tutte noi: da sempre
infatti sappiamo che lo stupro è
un crimine politico con il quale
un sesso egemone afferma la sua
volontà di possesso e di
conquista del corpo femminile.
Questa sentenza è l’ultimo atto
di una serie impressionante di
aggressioni alla libertà e alla
dignità delle donne, sintomo
inquietante del clima di
volgarità e di incultura che si
è accentuato nel nostro paese
negli ultimi anni. L’autonomia
delle donne è conquista preziosa
e irrinunciabile; non possiamo
permettere che uomini colpiti da
“sindrome di Lolita” si
ricompattino in una fratellanza
malata. Non siamo disposte, e lo
abbiamo dimostrato, a tacere di
fronte a queste prevaricazioni;
metteremo in atto tutta la
nostra intelligenza e passione
perché, nonostante il degrado e
lo squallore di questi tempi, si
affermi anche nel nostro paese
la possibilità di una convivenza
finalmente degna di questo nome,
tra donne e uomini..
La Casa, in rete con
le altre donne a livello
nazionale, è mobilitata per
iniziative; saranno comunicati i
prossimi appuntamenti.
Medioevo in
Cassazione
di Carla Ronga
 E'
meno grave lo stupro di una minorenne - anche se si tratta di una ragazzina
di appena quattordici anni - se la vittima ha già "avuto rapporti sessuali".
Perché "é lecito ritenere" che siano più "lievi" i danni che la violenza
sessuale provoca in chi ha già avuto rapporti, con altri uomini, prima
dell'incontro con il violentatore. E' questa l'opinione della Terza sezione
penale della Cassazione. In sostanza i supremi giudici pensano - anzi ne
sono più che sicuri, tanto che hanno accolto questo punto di vista
(sostenuto dall'autore delle stupro) - che sia di più modeste proporzioni
l'impatto devastante della violenza sessuale quando a subirlo è una
adolescente non più vergine.
Questo perché - spiegano gli "ermellini'
- "la sua personalità, dal punto di vista sessuale" è "molto più sviluppata
di quanto ci si può normalmente aspettare da una ragazza della sua età".
Così chi violenta una minorenne
- come quella del caso affrontato dalla Cassazione - vissuta in un ambiente
socialmente degradato e difficile, e della quale abusa essendo per di più il
convivente della madre, può ottenere il riconoscimento della "attenuante"
del "fatto di minore gravità" invocato in nome della perduta illibatezza
della vittima.
Una decisione shock,che torna a
giudicare le vittime piuttosto che gli aggressori. I più colpiti sono coloro
che 
lavorano con le donne e i
minori. "Ho pensato di essere tornata indietro di 50 anni e come se mi fosse
arrivato un pugno nello stomaco", ha detto Maria Gabriella Carnieri
Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, " E' inconcepibile che un reato
contro la persona così grave, possa avere due pesi e due misure, se la
ragazza è vergine o non lo e''. Anche perché, proprio i dati confermano che
la violenza contro le donne è in crescita, specialmente nelle fasce più
giovani. Elisabetta Canitano, medico, presidente dell'Associazione "Vita di
donne" è fuori di se. " La cosa che più colpisce è il fatto che si faccia
confusione fra il danno e la colpa. Se noi possiamo parlare in termini di
risarcimento del danno – spiega Canitano - allora possiamo dire che una
ragazza che non ha mai avuto rapporti ha diritto a un risarcimento maggiore,
ma questo non si capisce come possa essere un attenuante per chi commette il
reato".
Tra le forze politiche lo sdegno
è trasversale, mettendo per una volta tutti dalla stessa parte. Se
Alessandra Mussolini la definisce una " sentenza vergognosa e devastante",
di "sentenza di sapore medievale, fuori dal tempo" ha parlato Gloria Buffo (Ds)
con Livia Turco che ne chiede la cancellazione, mentre per Giovanna Melandri
si fa un "balzo indietro di decenni". "Lo stupro è sempre inaccettabile. Non
c'è giustificazione, mai, a un gesto così odioso e questa verità è ancora
più vera e forte se quel gesto viene rivolto contro una minorenne. Perché la
violenza è un modo per annullare la soggettività di una persona e le
soggettività meno formate ricevono un danno doppio". Così commenta il
pronunciamento della Cassazione Anna Serafini, responsabile del dipartimento
Infanzia e Adolescenza della direzione nazionale dei Ds. Dorina Bianchi
(Margherita) non vorrebbe mai trovarsi "nei panni delle mogli o delle figlie
di quei supremi giudici". Per Elettra Deiana (Prc) "l'inviolabilità' del
corpo femminile non è ancora diventato principio vincolante per la
magistratura italiana", di una "sorta di incitazione allo stupro, seguita
dall'impunità" ha parlato Andrea Gibelli (Lega).
Una sentenza "errata
tecnicamente e moralmente" è stata definita dal presidente nazionale degli
avvocati per i minori e le famiglie, Manuela Maccaroni. Un errore "tecnico",
prima di tutto: l'articolo 609 quater, comma due, del codice penale prevede
la reclusione da cinque a dieci anni per chi compie atti sessuali con una
persona che al momento del fatto non ha compiuto sedici anni, come la
ragazza di cui parla la sentenza, quando il colpevole sia l'ascendente, il
genitore anche adottivo, il tutore o altra persona cui per ragioni di cura,
educazione, istruzione, vigilanza o custodia il minore è affidato, o che
abbia con quest'ultimo "una relazione di convivenza". Un articolo
sufficiente a comminare una pena grave senza alcuna necessità di
approfondire le abitudini della ragazza o il suo sviluppo fisico.
Dure le prese di posizione anche
in ambito governativo, con il ministro per le Pari opportunità Stefania
Prestigiacomo: una sentenza "che ci lascia interdetti, in un momento in cui
il nostro paese ha varato nuove normative su pedofilia e mutilazioni
genitali" ribadendo la "posizione di estremo rigore nei confronti di tutti
gli atti che scalfiscano l'inviolabilità fisica della persona, soprattutto
se minore".(AprileOnline 18-02-06)
|
La violenza
sulle donne
nel
mondo
Stupratori
in missione di pace
Liberia. Ragazze e bambine sfruttate sessualmente nei campi
profughi: i loro aguzzini sono talvolta lavoratori di organizzazioni
umanitarie. La denuncia di ''Save the Children''
di Vittorio Strampelli
 Cibo, vestiti o qualche soldo. Ma se sei fortunato te la cavi
anche con un misero giro in auto o una birra. Le bambine dei ca mpi
profughi, in Liberia costano veramente poco. E tra quanti
approfittano della loro disperazione ci sono gli operatori delle
organizzazione umanitarie e delle forze di pace che dovrebbero
proteggerle. A denunciarlo é Save the children,
l'organizzazione non governativa che si occupa della protezione
dell'infanzia, in un documento reso pubblico ieri. Sulla base della
testimonianza di 315 persone residenti o che hanno risieduto nei
campi profughi del paese africano, é stato evidenziato come
operatori umanitari, caschi blu in missione di pace e uomini di
affari locali si stiano dividendo la fetta delle minorenni da cui
comprare sesso in cambio di cibo o denaro. Le vittime, che a volte
hanno solo otto anni, per supportare la famiglia o pagarsi la scuola
cedono allo sfruttamento sessuale spesso intrattenendo rapporti
stabili con gli aguzzini. Tutte le persone interpellate
dall'organizzazione hanno affermato che riguarderebbero oltre la
metà delle bambine ospitate nei campi. Save the children punta il
dito anche contro funzionari governativi e insegnanti, accusati di
chiedere rapporti sessuali in cambio della retta scolastica o anche
soltanto di buoni voti.
Tutto ciò, ha commentato la responsabile dell'ufficio di Londra
dell'organizzazione, Jasmine Whitbread, “non può continuare. Deve
essere fermato. Gli uomini che usano le proprie posizioni di potere
per sfruttare bambini vulnerabili devono essere denunciati e
licenziati. Bisogna fare di più per aiutare i bambini e le loro
famiglie”. Whitbread ha poi lanciato un appello al nuovo governo
liberiano, guidato dalla presidentessa Ellen Johnson-Sirleaf, che ha
fatto della lotta allo sfruttamento e alla prostituzione una delle
sue bandiere. “La nostra esperienza – ha concluso – dimostra che
senza pressioni dall'alto nulla cambierà”.
Negli ultimi quindici anni, la Liberia ha vissuto in uno stato di
eterno conflitto. Più di 250 mila persone, soprattutto nella
popolazione civile, sono rimaste uccise, mentre si calcola che i
profughi ammontino ad oltre un milione e 300 mila. Save the Children
opera in Liberia dal 1 991,
e ha a più riprese potuto constatare una situazione cui è esposto
ogni minore liberiano, a causa delle dure condizioni di vita, della
povertà, della mancanza, in moltissimi casi, di un riferimento
familiare o della lontananza dai genitori. Ma la situazione è
nettamente peggiorata da quando, nel 1999, la rivolta della
popolazione civile al regime repressivo e autocratico del signore
della guerra Charles Taylor ha spinto le Nazioni Unite ad un nuovo
intervento umanitario. Dal rapporto dell'Ong, emerge che solo una
piccola parte di minori era coinvolta nel giro della prostituzione
prima della guerra, e che questo avveniva solo nelle città più
grandi, non nei villaggi o nelle campagne. Ma, con la nascita dei
campi profughi e in particolare dal 2002, prostituzione e abusi
sessuali su minori hanno avuto un'impennata. E l'aspetto più triste
è che molte delle persone ascoltate si sono mostrate rassegnate
all'idea che concedere prestazioni sessuali in cambio di cibo o
altro sia ormai solo un modo come un altro per “tirare a campare”.
Ad ogni modo, lo scandalo degli “stupri umanitari” in Liberia
rappresenta solo un tassello del puzzle composto dalle reiterate
violenze perpetrate sotto lo scudo delle missioni di pace nei paesi
vittime delle guerre civili. Basta ricordare i casi più recenti:
Congo, Bosnia, Sierra Leone, Rwanda e Kosovo, che hanno sollevato
ondate di indignazione a livello internazionale, dando finalmente il
via alla discussione interna alle Nazioni Unite sulle violenze
sessuali "ordinarie" compiute dai peacekeepers. E' infatti
del marzo 2005 il rapporto dell'ambasciatore della Giordania all'Onu,
il Principe al-Hussein, che denuncia: “La realtà della prostituzione
e degli a busi
sessuali nei contesti di peacekeepers è specialmente inquietante e
sconcertante perché le Nazioni Unite hanno avuto il mandato di
entrare a far parte di una società devastata dalla guerra per
aiutarla e non per abusare della fiducia riposta dalle popolazioni
locali”. Questo rapporto, dal titolo “Una strategia comprensiva per
eliminare futuri abusi e sfruttamenti sessuali nelle operazioni di
peacekeepers dell'Onu”, ha per la prima volta condannato questi atti
vergognosi come una gravissima “violazione del dovere fondamentale
della custodia e difesa dei popoli in guerra”. Il documento,
confermato dal Segretario generale dell'Onu Kofi Annan, era stato
commissionato per riformare il comportamento delle truppe nelle
missioni e per mettere a punto una nuova strategia investigativa per
determinare e impedire ai sodati di abusare di donne e minori che
sono spesso rifugiati.
Susan Brownmiller, nel 1976, in “Contro la nostra volontà” – testo
considerato il “manifesto” della teoria femminista sullo stupro –
dedicava un intero capitolo agli stupri commessi in guerra,
scrivendo che in guerra violentare le donne dei nemici non solo è
tollerato, ma autorizzato e suggerito in quanto lo stupro, oltre a
permettere ai soldati di sfogare sadismi repressi, colpisce gli
avversari nella “proprietà” allo stesso modo che il saccheggio e la
distruzione. Pensavamo che non fosse più così, che queste fossero
solo brutalità appartenenti ad un vecchio passato. Ma ci
sbagliavamo. Anche perché lo stupro commesso in guerra è stato
riconosciuto come “crimine” per la prima volta nel 1998, quando il
Tribunale penale internazionale dell'Aia per la ex Yugoslavia ha
condannato un miliziano croato.
“Quando l'uccidere è visto come un comportamento non solo
ammissibile ma addirittura eroico, sanzionato dal proprio governo o
dalla propria causa, la sottile distinzione fra la soppressione di
una vita umana e altre forme di intollerabile violenza va perduta, e
lo stupro diventa una deplorevole ma inevitabile conseguenza
secondaria del necessario gioco chiamato guerra” (Susan
Brownmiller, “Contro la nostra volontà”, 1976). ( 2006 AprileOnLine)
Non
è il cancro, né la guerra o gli incidenti
stradali la causa dell'invalidità e della
morte delle donne nel mondo. Ben più potente
è la violenza che queste subiscono da
partner, mariti o fidanzati. Lo rivela il
Consiglio d'Europa alla presentazione dell'
"Osservatorio
criminologico e multidisciplinare sulla
violenza di genere", incaricato di assistere
in Italia le vittime della violenza
domestica. La geografia occidentale della
condizione femminile risulta tragicamente
uniforme. "In Russia sono morte 13 mila
donne, il 75% delle quali uccise dal proprio
marito, dato preoccupante se si tiene conto
che il conflitto decennale Urss-Afghanistan
ha mietuto 14 mila vittime" dichiara
Gabriella Paparazzo, responsabile
dell'associazione "Differenza donna". E
negli altri paesi, spesso considerati esempi
di civiltà e modernizzazione, le cose non
vanno meglio: "In America o in Svezia, dove
l'emancipazione femminile ha raggiunto massimi
livelli di sviluppo, ogni dieci giorni una
donna viene uccisa" sostiene la criminologa
Noemi Novelli. E se la condizione di
vessazione delle donne non conosce limiti
geografici, allo stesso modo non ne conosce
di sociali. Il fenomeno, infatti, non è
circoscritto alle realtà più disagiate, ma
riguarda tutte le componenti della comunità:
dalle famiglie più ricche e inserite a
quelle straniere, povere ed emarginate. Dato
ancor più allarmante è che mogli, madri e
fidanzate nella maggioranza dei casi non
hanno la consapevolezza di essere vittime e
risultano perciò incapaci di denunciare le
violenze subite. Dalla Francia arriva
l'ultimo caso. Fathia, ribellatasi al
matrimonio combinato, è stata picchiata da
suoi familiari, che però ha avuto il
coraggio di denunciare. In Francia sarebbero
70.000 i matrimonio stabiliti dalle
famiglie, vittime soprattutto ragazze
dell'Africa del Sud e dell'India.
Vedi anche l'articolo della pagina
Pace in Iraq di
questo sito.
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"Noi compriamo le
nostre mogli, sono un nostro possesso e
possiamo batterle quando ci pare”.
(Ministro del Governo della Papua Nuova
Guinea - 1987)
Sono vittime di violenze, dentro e fuori le
mura domestiche; pagano il prezzo della
flessibilità del lavoro che contribuisce a
rendere sempre più al femminile la povertà;
vengono ancora mutilate o muoiono di parto,
lasciando milioni di orfani soprattutto nei
paesi poveri. Le donne hanno tuttora molto
da conquistare per ottenere pari dignità
dell’uomo cominciando dall’imparare ad avere
maggiore stima di sé e dal neutralizzare
l’idea, diffusa in diversi paesi, di valere
meno dell’uomo. L'educazione si è dimostrata
la strada verso l'uguaglianza di genere. Ma
non basta. Fondamentali sono anche la
partecipazione della donna alla vita sociale
e politica di ogni paese. La valorizzazione
della capacità femminile di tessere
relazioni, abilità essenziale non solo nella
vita quotidiana ma anche nei momenti di
crisi.
L'altra faccia della
luna
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La
Marcia
in Korea
del Sud
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Scenderanno
nelle strade,
oggi, a
mezzogiorno e si
metteranno in
cammino seguendo
il tragitto del
sole.
Cominceranno le
donne dell'Asia,
poi quelle
mediorientali,
europee,
africane ed
insieme -
creando un ponte
immaginario
sugli oceani -
si
congiungeranno
alle loro
compagne
provenienti
dalle Americhe.
Sono le
attiviste della
"Marcia mondiale
delle donne"
che, partita l'8
marzo di
quest'anno dal
Brasile,
arriverà oggi in
Burkina Faso.
Hanno
attraversato 60
stati per
ricordare al
mondo l'"altra
faccia della
luna": quella
fatta di
discriminazione
e sopruso che la
terra non
vorrebbe mai
vedere. Ma che
c'è. Il 70% di
loro e dei loro
bambini vive in
povertà assoluta
ed anche se
forniscono i due
terzi del lavoro
mondiale
ricevono solo un
decimo dei
redditi.
Alimentano il
mondo intero, ma
solo il 2% delle
terre fertili
appartiene a
loro. Alla
disuguaglianza
vedono sommarsi
la violenza: una
su tre ne è
vittima e
"all'inizio del
XXI secolo, tra
la popolazione
femminile di età
compresa fra i
15 e 44 anni, la
violenza miete
lo stesso numero
di morti del
cancro" - dice
il rapporto
pubblicato nei
giorni scorsi
dall'Unfpa,
l'agenzia dell'Onu
che fornisce
dati sulla
popolazione
mondiale. Un
fenomeno che non
riguarda solo i
"Paesi
sottosviluppati":
"in Australia,
Canada, Israele,
Sudafrica e
Stati Uniti tra
il 40 e il 70%
degli omicidi
femminili sono
compiuti dal
partner" -
sottolinea il
rapporto. Fra
l'altro, una
donna su quattro
subisce abusi
durante la
gravidanza, una
su tre è
picchiata,
costretta a
rapporti
sessuali,
abusata.
Anche per questo
scenderanno in
strada le donne
della "Marcia
mondiale". Dieci
anni fa
centinaia delle
loro
rappresentanti
si erano
incontrate a
Pechino per la
"Quarta
Conferenza
Mondiale sulle
Donne". Fu
l'occasione per
esprimere il
punto di vista
femminile su
diverse
questioni -
dalle
discriminazioni
sociali alla
rappresentanza
politica, dalla
dipendenza
economica alle
problematiche
culturali e
familiari - e
stimolò nuove
iniziative per
promuovere la
parità tra donne
e uomini. Ne
nacque la
"Piattaforma di
Azione", un
programma di
iniziative per
l'eguaglianza,
lo sviluppo, la
pace. E per
rimuovere gli
ostacoli che si
frappongono alla
partecipazione e
all'attribuzione
di poteri e
responsabilità
alle donne. I
governi presenti
a Pechino, si
impegnarono ad
adottare la
Piattaforma,
assicurarono
adeguate risorse
economiche
soprattutto per
i paesi del Sud
del mondo.
A dieci anni di
distanza il
bilancio è
deludente: solo
qualche timido
passo è stato
fatto, mentre
persistono
profonde le
disuguaglianze
di genere. Con
l'azione
politica della
Marcia mondiale,
le donne hanno
voluto
denunciare il
fallimento degli
impegni dei
governi. Ma
anche rilanciare
la speranza,
raccogliendo le
loro attese in
un nuovo
documento: la
"Carta mondiale
delle donne per
l'umanità".
Approvata a
Kigali (Rwanda)
il 10 dicembre
scorso, la Carta
propone cinque
valori:
uguaglianza,
libertà,
solidarietà,
pace e
giustizia.
Intrecciati da
una convinzione:
la differenza è
una ricchezza.
L'hanno voluta
rappresentare
anche in un "patchwork"
della
solidarietà
mondiale: al
passaggio della
staffetta, ogni
rappresentanza
del Paese ha
aggiunto un
pezzo di tessuto
per esprimere la
propria
identità.
Le donne
dell'America
Latina hanno
così rivendicato
il diritto alla
terra e
richiamato
l'attenzione
sulle violenze
che subiscono;
in Giappone
hanno chiesto al
governo di non
emendare
l'articolo 9
della
Costituzione che
prevede la
non-militarizzazione
del paese; nella
piccola Cipro le
donne delle due
parti si sono
incontrate sulla
linea di
demarcazione per
chiedere la
riunificazione
dell'isola; in
Italia, il
Coordinamento
Nazionale della
Marcia ha
puntato l'indice
contro la
precarizzazione
del lavoro. In
India il
patchwork è
arrivato alla
fine di giugno,
nella stagione
dei monsoni; ma
le piogge non
hanno impedito
alle donne
indiane di
festeggiare
l'approvazione
del disegno di
legge contro le
violenze
familiari
approvato dopo
dieci anni di
lotte.
Ora la Carta
mondiale delle
donne per
l'umanità sta
terminando il
suo viaggio,
insieme al
patchwork "in
progress". Dopo
aver toccato
numerosi Paesi
africani arriva
oggi, 17
ottobre,
Giornata contro
la fame nel
mondo, in
Burkina Faso. Le
donne hanno
scelto di
testimoniare la
loro solidarietà
con le burkinabé
finanziando una
borsa di studio
per una
studentessa in
giornalismo. Un
piccolo segno,
per contrastare
l'immagine
stereotipata che
i media
continuano a
dare delle donne
africane. Ancor
più
significativo
nel Paese dove
il tasso di
analfabetismo
femminile (il
92%) è il più
alto al mondo.
di Roberta
Bertoldi
Who/Chi:
Secondo il
rapporto sullo
"Stato della
popolazione nel
mondo 2005"
dell'Unfpa (United
Nations
Population Fund),
la violenza
domestica è
quella che
maggiormente
colpisce le
donne: una
percentuale dal
10% al 69%, a
seconda dei
paesi, ne è
vittima. Le
bambine
scomparse,
oggetto di
infanticidio e
di abbandono
sono almeno 60
milioni, mentre
ogni anno su
800mila vittime
di traffici di
persone l'80% è
rappresentato da
donne e bambine.
What/Cosa:
La povertà nel
mondo ha il
volto di una
donna
dell'Africa
sub-sahariana.
Ma, nota l'Unpfa,
anche la ricetta
per sconfiggere
il sottosviluppo
ha i lineamenti
di una donna:
istruzione
femminile e
assistenza
sanitaria
garantirebbero
ai paesi del Sud
del mondo di
ridurre del 14%
il tasso di
povertà in una
quindicina
d'anni. Sarebbe
un investimento,
anche poco
costoso:
basterebbero
meno di 35
centesimi di
euro al giorno
per ogni donna
del Sud del
pianeta.
When/Quando:
Nel 1995 la
Federazione
delle donne del
Quebec organizzò
la prima Marcia
per chiedere
"pane e rose":
200 chilometri
di cammino
contro la
povertà e le
violenze sulle
donne. Nel 2000
la Federazione
decise di
proporre la
Marcia a livello
mondiale: vi
parteciparono
oltre 4000
gruppi di donne
di 153 paesi. La
"Marcia mondiale
delle donne
2005", alla
quale hanno
aderito
quest'anno 6200
organizzazioni
di 161 paesi, ha
voluto rendere
nota la "Carta
mondiale delle
donne per
l'umanità" che
chiede di
eliminare la
violenza (una su
tre al mondo ne
è vittima), lo
sfruttamento,
l'intolleranza e
l'esclusione
sociale.
Where/Dove:
Le donne si
raduneranno oggi
in Burkina Faso,
ma anche in
diverse città
d'Italia che
hanno aderito
alla Marcia tra
cui Roma,
Milano, Firenze,
Brescia,
Livorno, Genova.
A Brindisi,
l'Associazione
"Io Donna" con
l'Assessorato ai
Servizi Sociali
della Provincia
di Brindisi
organizza oggi
una giornata di
riflessione
sulle tematiche
inerenti la
Carta dei
Diritti delle
donne.
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100 frustate in pubblico
L’Associazione
delle Donne democratiche iraniane in
Italia denuncia l’inasprirsi dei
provvedimenti contro le donne dopo le
elezioni di giugno, che hanno condotto
alla presidenza l’integralista
Ahmadinejad. Si comincia con
l’imposizion e di pesanti sanzioni
applicate a quante violino il rigoroso
codice islamico sull’abbigliamento .
L’ufficio del procuratore dello Stato
del centro provinciale dell’Iran martedì
ha annunciato che quante risulteranno "malvelate"
saranno frustate immediatamente.
Il
procuratore della città dell’Iran
centrale di Shahin-Shahr ha fatto
affiggere enormi tabelloni, anche sulle
vetrine dei negozi, i quali avvertono
che, in caso di violazione del codice
sull’abbigliamento, le donne
compariranno davanti di un giudice
islamico subito dopo dell’arresto per
ricevere la condanna: normalmente
100 frustate in
pubblico.
Le
affissioni avvertono che il procuratore
richiederà le pene massime, e prosegue:
"I fazzoletti (foulards o sciarpe) che
non coprono i capelli ed il collo", "i
soprabiti o i cappotti stretti e quelli
corti sopra il ginocchio e di cui le
maniche non coprano il polso, i
pantaloni stretti che non coprano le
caviglie" e "il trucco delle donne" sono
tutti proibiti. Le donne i cui
fazzoletti (foulards o sciarpe) non
coprono correttamente i capelli
affronteranno da 10
giorni a 10 mesi di prigione,
aggiunge la dichiarazione. Pochi giorni
prima il comandante delle forze di
sicurezza di Stato in Iran nella città
d’Orumieh, a nord-ovest dell’Iran, aveva
minacciato un’azione decisiva contro le
donne che non rispettano il codice
d’abbigliamento.
Parlando ai giornalisti,
il colonnello Rasoul Khorshidi-Far ha
detto: "l’obiettivo principale delle
forze di sicurezza dello stato è quello
di contrastare l’abitudine delle donne
non velate e di sviluppare la cuoltura
islamica nella società".
Il colonnello
Khorshidi-Far ha aggiunto che qualunque
donna rifiuti di obbedire alle
istruzioni della polizia sul modo di
indossare il velo, dovrà essere
preparata ad apparire in un tribunale
per affrontare un processo.
In agosto, il
responsabile della giustizia iraniano
aveva annunciato che le donne "mal
velate" saranno trattate come se non
avessero il velo islamico affatto.
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