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Editoriale                                                                                                                                                                                                                    

 
Gennaio 2011

 

www.paneacqua.eu  29 gennaio 2011

 

 

 Piazze d'Italia

 

di Red

   

 

Piazze d'ItaliaSarebbe quella più clamorosa: il partito del premier e del governo che invoca la piazza contro i giudici. Uno scontro istituzionale tra esecutivo e potere giudiziario senza precedenti nella storia d'Italia. Uno scontro che - anche di fronte all'ennesimo "avvertimento" del Quirinale sembra però allontanarsi. Il premier lo vuole, certo: d'altronde il ricorso alla sua piazza è oramai l'unica arma rimasta ad un primo ministro che le ha provate tutte, financo inaugurando una stagione di incursioni telefoniche nei maggiori talk show televisivi. Ma Bossi ha tirato il freno a mano, troppo preoccupato di gettare benzina sul fuoco delle difficoltà che già costellano il suo federalismo e anche il luogotenente La russa ha optato per la via diplomatica: "meglio la presenza capillare sul territorio che chiudersi due ore in un teatro o scendere in piazza". 
Comunque sia, vera e propria manifestazione, gazebo o semplice iniziativa in piazza Duomo, l'appuntamento di certo si troverà davanti ad una concorrenza spietata.

Ad aprire le proteste, con qualche giorno d'anticipo, Libertà e giustizia che ha convocato per il 5 febbraio, a Milano, una manifestazione dal titolo esplicito 'Dimettiti. Per un'Italia libera e giusta' sulla scia di un appello per le dimissioni del premier firmato da più 80mila cittadini tra cui Umberto Eco, Gustavo Zagrebelsky, Paul Ginsborg e Roberto Saviano.

Ma è il 13 il giorno fatidico. Senza prendere in considerazione il primo congresso di Fli, che si chiude proprio quel giorno a Milano, sempre nel capoluogo lombardo, ma davanti al tribunale, per quella domenica Michele Santoro ha lanciato una mobilitazione "sulla libertà di informazione e sulla situazione in generale dei poteri di controllo" insieme a Barbara Spinelli e Marco Travaglio. "Non ci saranno bandiere né simboli e la manifestazione sarà in difesa dell'indipendenza dei magistrati, della libertà di informazione e dei valori della Costituzione", ha detto ieri il conduttore di 'Annozero'.

A Roma, al circo Massimo, si ritroverà invece il Popolo viola: "Il 13 dovrà essere una manifestazione imponente e democratica, con in mano il tricolore e la Costituzione, aperta a tutti i soggetti che si riconoscono e difendono questi due simboli della coesione italiana", spiega un messaggio sul blog del Popolo viola che si ritroverà al grido di 'Vado al Massimo' e che organizza l'evento insieme ad Articolo 21.

Sempre il 13, ma in tutte le grandi città italiane, si ritroveranno le donne che hanno sottoscritto l'appello (giunto a 60mila firme) de 'l'Unità. "Se non ora quando", è lo slogan della manifestazione che oggi ha un anticipo nell'appuntamento di Milano. Il simbolo della mobilitazione è una sciarpa bianca a testimoniare "il lutto per lo stato in cui versa il Paese".

Iniziativa parallela è quella che si sviluppa, invece, in queste ore su Facebook, dove migliaia di donne hanno cambiato il loro status pubblicando la foto di donne celebri, del mondo della cultura, della politica, della scienza, dell'arte, per dire "no al sistema di compravendita delle donne, allo sfruttamento del corpo femminile". Tra i tanti volti scelti, Nilde Iotti, Rita Levi Montalcini, Dacia Maraini, Oriana Fallaci, Virginia Woolf, Giovanna D'Arco. 

E ancora, il 13 febbraio è anche uno dei tanti giorni della mobilitazione straordinaria che il Pd ha promosso per raggiungere l'obiettivo di raccogliere 10milioni di firme per chiedere a Berlusconi di dimettersi. I gazebo dei democratici sono partiti oggi e la chiusura è prevista per i primi di marzo. Ma "a Milano sarà organizzata il 4 e 5 febbraio una raccolta straordinaria di firme con più di 200 punti di incontro nelle principali piazze della città -ha detto il responsabile dell'organizzazione Nico Stumpo-. Il fine settimana successivo, il 12 e il 13 febbraio, i militanti del Pd saranno in tutte le piazza d'Italia per raccogliere le firme dei cittadini contro Berlusconi e il governo della destra".

E' di oggi, invece, l'appello che Walter Veltroni ha lanciato in una lettera su 'Repubblica': "Sarebbe bello se in uno stesso giorno, in una stessa ora, in tutti gli ottomila comuni italiani, nessuno escluso, i cittadini si riunissero nella piazza centrale per dire 'giriamo pagina, ritroviamo l'Italia", ha scritto l'ex segretario del Pd per promuovere una "manifestazione civile, non di parte. Senza bandiere, senza comizi che possano dividere. Una grande festa della democrazia italiana, in cui sia protagonista l'autorganizzazione civile".

Una lettera/appello che convince la Fondazione di Gianfranco Fini, Fare Futuro, che lo dice apertamente, con un editoriale a firma del direttore di Ffwebmagazine Filippo Rossi: " Ha ragione Walter Veltroni", scrive Rossi, c'è bisogno di "una manifestazione di popolo, non di partito" per "girare pagina" e riaffermare le regole della democrazia. 
"Sì - prosegua l`articolo - non possiamo che essere d`accordo con l`idea lanciata da Veltroni su una manifestazione di popolo in tutte le piazze d`Italia. Manifestazione non di partito ma di quell`Italia 'trasversale' che crede nel lavoro, nelle regole, nella democrazia, nel pluralismo. Una festa - come si legge nella lettera - di autorganizzazione civile contro la deriva rissosa e incapacitante che trova nel premier Berlusconi il suo vertice per nulla pentito. Per questo l`invito a gridare 'giriamo pagina, ritroviamo l`Italia' in tutte le piazze della nostra bella Italia lo raccogliamo con entusiasmo. Solo una cosa ci sentiamo di aggiungere: portiamola in piazza una bandiera, ma che sia il tricolore. Proprio perché questo anniversario dell`Unità si riempia ancora di più di significati. Perché 'l`Italia in piazza' - conclude Rossi - riesca ad archiviare una stagione, e ad aprirne una nuova sotto il segno, di ciò che la unisce".


 

www.facebook.com   Indignati Torino  29 gennaio 2011

 

 

 Indignato/a

 

Dicesi INDIGNATO... Indignàre dal latino indignari, contrario di dignari, "stimardegno" (dall’italiano degnare) e più latamente "dimostrar con gentil maniera d'apprezzare altrui": per cui In-dignare vale precisamente il contrario.Un aggettivo per sintetizzare uno stato d’animo diffuso, non un movimento, non un partito; un aggettivo che accomuna chissà quante migliaia di cittadini della Repubblica Italiana!?

Per questo sentimento, noi torinesi vorremmo scendere in piazza per dimostrare che esiste un’Italia diversa, un’Italia indignata dal degrado in cui è trascinata dal Presidente del Consiglio ed il suo Governo; un Governo che infanga costantemente la nostra Costituzione, violando ad esempio l’art.54, che impone la disciplina e l’onore nell’adempiere le funzioni pubbliche.

Indignazione è un ex partigiano combattente, che a stento si regge in piedi, e che guardandoci negli occhi dice: “Pensavamo di aver compiuto un’impresa…Ed invece guarda ora che schifo!”. Non possiamo far altro che sentirci in colpa, perché probabilmente , a sua volta e a suo modo, anche l’anziano partigiano è INDIGNATO, indignato con noi: con noi, giovani e meno giovani, che non rispettiamo il sangue versato e le vite spese; noi che stiamo permettendo nuovamente al fascismo di rientrare in questo stato, nelle nostre vite, permettendo di violare e cancellare, ancora una volta, i nostri DIRITTI.

Nella Torino del 150° anniversario dell' Unità d'Italia , abbiamo un sogno: in piazza Carignano, sede del primo parlamento italiano, in prima fila accanto a tutti noi indignati la presenza dell’A.N.P.I., per ciò che essa rappresenta: la resistenza, la liberazione, l’uguaglianza, la Costituzione. Uno schiaffo morale per tutti: ancora una volta, dopo quasi settant’anni devono essere nuovamente loro, i nostri partigiani, con i loro cuori ormai affaticati, a darci l’esempio per liberare questo Paese!

Il 5 febbraio può e deve essere la giornata dei cittadini: in tutta Italia, in contemporanea dalle piazze di Torino, Roma, Milano, Bologna, chiunque condivida il senso di indignazione verso la Presidenza del Consiglio, le scelte perpetrate da questo Governo, il Revisionismo continuo di cui siamo vittime e la continua minaccia alla Libertà e all’uguaglianza possa scendere in strada e manifestare liberamente per denunciare il proprio dissenso, portando con sé fischietti, pentole e cucchiai.

L’obiettivo è quello di far rumore, farsi sentire, dimostrare che quella del prossimo 5 febbraio sarà una protesta pacifica e spontanea: E’ ORA DI SCENDERE IN PIAZZA e di riprenderci questo Paese, traghettandolo fuori dal fango in cui si trova… Di lottare per dare ai nostri figli, ai nostri nipoti, l’Italia che vogliamo e che vorremmo vivere.

Rinnovando ancora una volta l’invito per il prossimo 5 febbraio 2011, alle ore 14:00 in piazza Carignano, vi invitiamo inoltre a sottoscrivere la petizione, già nelle mani del Presidente Napolitano, con cui richiedere le dimissioni di chi non è degno di rappresentarci oggi più che mai. Bandiere, colori, simboli di libertà e del lavoro con il solo scopo di unirci tutti in quella che deve essere la nuova Resistenza.

indignatitorino@gmail.com

 

www.micromega.net    26 gennaio 2011

 

 

Grazie Belpietro!

di Paolo Flores d'Arcais

Voglio ringraziare pubblicamente Maurizio Belpietro per il gigantesco spot pubblicitario a MicroMega (per il quale, lo giuro, non ho sborsato né denaro né “altra utilità”) con cui ha riempito per intero le prime tre pagine del suo quotidiano “Libero”.
Se il più efficiente e lesto capo-tifoseria del bunga-totalitario di Arcore ha deciso che il numero di MicroMega dedicato a “Berlusconismo e fascismo” è infinitamente più importante della strage dell’aeroporto di Mosca, della crisi in Albania, delle manovre intorno al “Corriere della Sera”, delle esternazioni della Marcegaglia, anzi di tutto questo messo insieme, vuol dire che forse il lavoro che abbiamo fatto con questo numero speciale non è stato inutile. Ha colpito nel segno.
Belpietro pensa che descrivere uno dei più popolari scrittori italiani nel mondo, Andrea Camilleri, e una delle più lucide e capaci giornaliste (anche rispetto ai colleghi maschi), Natalia Aspesi, come degli “odiatori di professione del Cavaliere” assomigli anche vagamente ad una stroncatura. Buon per lui.
Mi auguro che nessuno dei suoi lettori sia indotto in curiosità e vada a leggersi il numero di MicroMega. Potrebbe infatti scoprire, se è un elettore leghista, le quantità industriali di regali di impunità a “Roma ladrona” e alle cricche di regime, che il quasi centinaio di leggi ad personam (minuziosamente catalogate da Marco Travaglio) ha elargito. E se è un elettore che teme le intercettazioni illegali, il mare di “balletti” intrattenuti dal regime con ogni deviazione e soperchieria di apparati segreti, ricostruiti da Gianni Barbacetto. E se è un fautore della “american way of life”, capire grazie a Marco d’Eramo come Berlusconi abbia preso dagli Usa il peggio del passato e rifiutato il meglio del “nuovo” che lì si sperimenta. E se è un elettore cattolico leggere per intero le parole vere e terribili di un vescovo che prende sul serio il Vangelo, monsignor Nogaro, contro i nuovi “mercanti del Tempio”. E molto altro ancora.
Perciò, di cuore grazie Belpietro!

 

www.paneacqua.eu      25 gennaio 2011

 

 

Rischi e opportunità

 

 

di Sergio Ferrari

L'eccessiva evoluzione del berlusconismo verso la dimensione notturna, se ha sollevato le reazioni anche della Chiesa - determinando una accerchiamento che sembra lasciare poche speranze alle certamente notevoli doti di saltimbanco e di gestore delle prebende e della propaganda del nostro - porta con sé il rischio che lo scontro politico - e si spera anche la vittoria - avvenga all'insegna, di fatto, della scelta tra: escort si/escort no.
Per la verità questa vittoria del centro sinistra sarebbe per vari motivi una mezza sconfitta: in primo luogo perché non sarebbero sconfitte le politiche economiche, sociali, culturali del centro destra ma solo i redditi mal ricavati e peggio spesi del nostro. Ma quelle politiche chi le contrasterebbe se si dovesse ricorrere ad un governo di unità nazionale? Diversa sarebbe la situazione se ci si limitasse alla riforma della attuale legge elettorale che, peraltro, nessuno nel centro sinistra, ma sembrerebbe anche nel terzo polo, avrebbe la faccia di sostenere.

Che quel rischio sia reale potrebbe essere confermato anche dal fatto che se è vero che il centro sinistra accusa il governo di occuparsi dei problemi di una sola persona e non di quelli del paese, è altrettanto vero che su questi problemi del paese lo stesso centro sinistra sembra manifestare una sua presenza più per la capacità di registrare i fatti che avvengono che per essere alla guida delle riforme necessarie. Ma limitarsi a raccontare le nostre crisi, ad assistere agli eventi e a condannare i cattivi, non sono i compiti che spettano ad un partito progressista che aspiri a governare. Certamente le questioni da affrontare sono complesse e ogni giorno se ne aggiungono di nuove, basti vedere cosa succede in Tunisia o in Albania, per non citare le nostre fabbriche che chiudono, le nostre scuole sino alle Università, ridotte dalla Gelmini a dei "modelli" tali da richiedere l'intervento sostitutivo del privato; una condizione giovanile da terzo mondo; una povertà sempre più incompatibile con il vigente sistema della distribuzione delle ricchezza prodotta; una competitività economica sempre più in difficoltà, non da oggi per la verità, nel confronto internazionale; una situazione della gestione del nostro patrimonio culturale e ambientale da ottusi suicidi, ecc., ecc.. Un sistema della disinformazione ormai scientificamente sviluppato e praticamente senza angoli morti... E anche la motivazione secondo la quale con la crisi economica internazionale la mancata crescita ha reso molto scarse le risorse disponibili, non rende certo ragione delle mancate strategie per uscire dall'empasse, che non può essere l'attesa passiva alla Tremonti, e tanto meno quella dei tagli indiscriminati e indifferenziati della finanza pubblica. Su tutte queste questioni non si può dire che abbondino le ricette del centro sinistra.

Tutto questo mentre sullo sfondo, ma in maniera sempre meno incerta, appare l'esigenza di un ripensamento su scala planetaria dei rapporti economici e sociali, delle possibilità e le opportunità di una gestione programmata delle capacità innovative accumulate tali da eliminare da un lato le carenze dei beni primari e, dall'altro l'alienazione del lavoro. Utopia socialista? Può darsi ma prima ancora una opportunità straordinaria che dovrebbe vedere la sinistra in prima fila. 
Gli ultimi trent'anni di mode liberiste hanno certamente convinto molti ad immaginare che ognuno si deve risolvere da solo i propri problemi e che per il resto è meglio adattarsi piuttosto che domandare l'intervento collettivo. I partiti della sinistra in generale non dovrebbero conformarsi a questi modelli, tanto più ora a valle della crisi, ma questo non vuole dire ricorrere a vecchi strumenti, ad armamentari messi a loro volta in crisi, ma a nuove capacità di analisi, di elaborazione, di studio, di partecipazione e di valorizzazione di singole esperienze, tali da prospettare alla domanda sociale il senso di una adesione motivata. Al di fuori di questo circuito l'ambizione di gestire il declino di questo paese non dovrebbe appartenere alla sinistra.

 

 

www.paneacqua.eu      19 gennaio 2011

 

 

Cota e le firme false. Il tribunale di Torino accoglie ricorso di parte civile

 

di Loredana Biffo

 

Cota e le firme false, tribunale di Torino accoglie ricorso di Pannella, Verdi e Bresso in parte civileQuesta mattina il Tribunale di Torino ha accolto la costituzione di parte civile avanzata da Marco Pannella (in rappresentanza della lista Bonino-Pannella) nel processo che vede imputati il consigliere regionale Michele Giovine e suo padre del reato di falsificazione delle firme di alcuni candidati della Lista "Pensionati per Cota". E' stata accolta anche la costituzione di parte civile di Angelo Bonelli per la Federazione dei Verdi e di altri esponenti della coalizione di Mercedes Bresso. Sono state respinte le eccezioni di nullità del decreto di citazione a giudizio e di incompetenza territoriale formulate dai difensori degli imputati, per cui il processo proseguirà davanti al Giudice dott. Santangelo del Tribunale di Torino; la prossima udienza è fissata per il 16 febbraio.

La Lista "Pensionati per Cota", che appoggiava il candidato del centro-destra Roberto Cota, ha raccolto circa 27.000 voti alle scorse elezioni regionali in Piemonte; lo scarto di voti fra Roberto Cota e Mercedes Bresso è stato di circa 9.000 voti. Il 26 gennaio il Consiglio di Stato si riunirà per vagliare il "caso Giovine".

Giulio Manfredi (vice-presidente Comitato nazionale Radicali Italiani) e Alberto Ventrini (avvocato radicale che segue la causa per conto di Marco Pannella, giunta segreteria Associazione Radicale Adelaide Aglietta) hanno dichiarato: "Si tratta di un primo passo sulla lunga e impervia strada della legalità. I radicali in questi anni hanno denunciato da soli il caso di Michele Giovine, che, ricordiamolo, è recidivo, essendo già stato processato in passato per aver raccolto migliaia di firme irregolari a sostegno della sua lista per le elezioni regionali del 2005.
Roberto Cota sapeva con chi si alleava e, quindi, ora deve pagare tutte le conseguenze della sua scelta.
Ricordiamo che "La Stampa" del 10 luglio 2010 ha pubblicato un raffronto fra le firme di alcuni candidati della lista di Giovine, quelle che appaiono sul modulo delle candidature e quelle che appaiono sul verbale di polizia, al termine degli interrogatori degli stessi candidati. Centinaia di migliaia di cittadini piemontesi hanno potuto verificare la netta discordanza fra le due firme; speriamo che altre centinaia di migliaia di cittadini possano verificare con i loro occhi, andando sul sito www.associazioneaglietta.it, dove rimarrà no stop la suddetta pagina de "La Stampa" con le firme contestate."

 

 

www.paneacqua.eu      16 gennaio 2011

 

 

Mirafiori. Il si strappato di misura

 

da Rotano

    A decidere, a mettere a segno l'allungo decisivo per il sì, è stato il seggio 5, quello dei 449 impiegati. Prima, nel count down iniziato con il seggio 9, il no era riuscito non solo a resiste, ma addirittura a segnare un certo vantaggio: i reparti del montaggio, roccaforti della Fiom, avevano risposto. Ancora una volta è il voto di capi, quadri e impiegati a determinare le condizioni di lavoro degli operai alla catena di montaggio



Mirafiori, il
Ha vinto il sì. Ma la notte più lunga di Mirafiori, quella del referendum sul piano-Marchionne, è stata un vero e proprio testa a testa.
Come in una lunga, estenuante partita di poker, i seggi sono stati 'spillati' uno ad uno. A decidere, a mettere a segno l'allungo decisivo per il sì, è stato il seggio 5, quello dei 449 impiegati. Prima, nel count down iniziato con il seggio 9, il no era riuscito non solo a resiste, ma addirittura a segnare un certo vantaggio: i reparti del montaggio, roccaforti della Fiom, avevano risposto.
Al voto, iniziato col turno delle 22.00 di giovedì, hanno partecipato 5.119 lavoratori, oltre il 94,2% degli aventi diritto. E il sì ha vinto con 2.735 voti, pari al 54,05%. A votare no sono stati invece in 2.325 (45,95%), mentre le schede nulle e bianche sono state complessivamente 59. Questi i numeri ufficiali della commissione elettorale, dopo una nottata in cui le cifre diffuse hanno continuato a cambiare.
Un'affluenza record che la dice lunga su quanto il referendum fosse sentito dal 'popolo' di Mirafiori. Il cancello 'due', simbolo di questa 2 giorni di passione per lo stabilimento storico della Fiat, è stato affollato tutta la notte da operai, militanti sindacali degli opposti schieramenti, ex dipendenti, giornalisti, fotografi e troupe televisive.

Il fronte del no ha retto per i primi 4 seggi: il 9, primo del montaggio; l'8, quello della 'riconta'; e il 7 e il 6, sempre del montaggio. Poi il sorpasso del sì, con un plebiscito dei colletti bianchi a favore del piano: 421 voti a favore e solo 20 contrari. In altalena, con lieve predominanza dei sì, lo spoglio dei seggi restanti. Fino all'ultimo, che ha segnato la vittoria ai punti: impossibile per il fronte del no recuperare lo svantaggio. Ma lo scarto, nel voto operaio, è stato solo di 9 punti.

Ancora una volta è il voto di capi, quadri e impiegati a determinare le condizioni di lavoro degli operai alla catena di montaggio, che pagheranno in prima persona il peso dell'accordo. Ma ancor più che a Pomigliano gli operai di Mirafiori hanno resistito al ricatto e hanno dimostrato la loro straordinaria dignità.

Il risultato del referendum a Mirafiori va riconosciuto da tutti e deve far riflettere tutti.
L'accordo viene giudicato dai lavoratori e dalle lavoratrici irrinunciabile, ma regressivo. In particolare, bocciano l'accordo gli operai più esposti all'intensificazione dei ritmi di lavoro. Ora, si devono affrontare i punti più controversi. 
L'azienda faccia la prima mossa: apra un confronto con tutte le rappresentanze sindacali per affrontare un dissenso così ampio ed i tanti "si" così forzati. Non si può governare una grande fabbrica con la logica del comando e della deterrenza. 
Marchionne, gliene va dato atto, in un colpo solo ha rivelato la rozza inconsistenza del governo e della maggioranza, uscendone ha convertito la Confindustria che già non godeva di ottima salute, ha spaccato il fronte sindacale, diviso la sinistra e il Partito democratico.
Il Governo deve smettere di lavorare ad alimentare il conflitto. Prenda un'iniziativa, convochi le parti e offra un contributo a risolvere i problemi aperti.
Ora è tempo dei fatti e della chiarezza: Esiste davvero il piano Italia e vale il sacrificio operaio della nuova organizzazione del lavoro prevista dal World Class Manifacturing? O tutti gli sforzi finanziari saranno destinati ad anticipare la presa del 51% della Chrysler?
La partita non solo non si è chiusa, ma si è riaperta.

 

 

Turci: la Fiat è in una posizione fragile. Governo inetto.


 

Turci: la Fiat � in una posizione fragile. Governo inettoNon è ottimista, l'ex Ds oggi in una posizione riflessiva dopo un'esperienza nella Partito socialista, sulla fine vicina del pensiero mainstream neoliberista. E sulla sinistra italiana nel caso Fiat dice: "deve tornare a dotarsi di un pensiero strutturato e parlare di temi come l'intervento dello Stato in economia, di programmazione economica, la politica industriale, il controllo dei capitali. Sono temi che fanno gridare allo scandalo i corifei del liberismo".

Come giudica il valore dell'accordo di Mirafiori, e più in generale la gestione Marchionne, per la strategia di rilancio della Fiat e il suo futuro in un mercato difficile come quello dell'auto?
Sono molto scettico sull'efficacia del piano Marchionne. Nessuno ancora conosce i contenuti di questa fantomatica "fabbrica Italia" in nome della quale Marchionne ha imposto il suo diktat ai sindacati. La verità è che la Fiat è in una posizione molto fragile in un mercato dell'auto saturo e in via di profonda concentrazione. La scelta di puntare sulla compressione del fattore lavoro mi fa propendere per la prima ipotesi e non è certo la miglior ricetta per la produttività.

Il Governo ha dato appoggio incondizionato alla dirigenza della Fiat, sostenendo l'accordo di Mirafiori cosi come aveva fatto con Pomigliano. L'azione del governo ha perseguito l'interesse del paese nel difendere esclusivamente le ragioni del Lingotto? 
Il governo non ha avuto neanche la dignità di pretendere di vedere le carte della Fiat. Ha ingoiato senza fiatare la cancellazione di Termini Imerese e si è profuso in elogi e ringraziamenti per una impresa che decideva di reinvestire in Italia. Sul piano sindacale il governo ha inoltre colto l'occasione offerta da Marchionne per proseguire nel suo piano di divisione dei sindacati e di isolamento della Fiom e della Cgil. Basta pensare al modo in cui la Merkel si è spesa nella vicenda Opel, o alla mano pesante di Sarkozy sulle imprese francesi dell'auto per farle rientrare da alcune delocalizzazioni per capire quale è l'inettitudine e anche il livello di cottura di questo governo.

Molti sottolineano come l'accordo sia di fatto inevitabile per restare competitivi. Sembra un progetto di sviluppo ancora incentrato sulla grande industria. Qual è la sua opinione in merito? 
Un paese come il nostro ha bisogno di grandi imprese e sono troppe quelle che abbiamo perduto negli anni passati. Anche nell'economia mondo che sta cambiando la sua fisionomia storica sotto i nostri occhi dovremo essere un paese con una industria forte, auspicabilmente adeguata alla rivoluzione verde. Ma un obiettivo di questa portata non è conseguibile con le politiche liberiste e di privatizzazioni seguite in questi anni in Italia e a livello internazionale e che ancora vanno per la maggiore. Occorre riprendere a riflettere su temi come la programmazione, l'intervento dello Stato, la politica industriale, il controllo dei capitali. Sono temi che fanno gridare allo scandalo i corifei del liberismo. Eppure è per me di una evidenza drammatica l'esigenza che la sinistra si doti di un pensiero strutturato, critico verso il capitalismo, autonomo dai dogmi liberisti, o le cose non potranno che peggiorare per il paese e per la sinistra stessa, in particolare per il PD, la cui irrilevanza nella vicenda Fiat è sotto gli occhi di tutti.

L'accordo di Mirafiori, segna la fine del tempo della concertazione, Cosa implicano questi accordi per il futuro ruolo dei sindacati nella tutela dei lavoratori?
Lo sconvolgimento delle relazioni sindacali è enorme ed è stato preparato da anni di discussioni e polemiche contro le rigidità e contro lo "strapotere" sindacale, poi contro lo statuto dei lavoratori e infine contro i contratti nazionali. Nel frattempo è passata in Italia, anche sul piano legislativo, la politica della precarizzazione di massa. Se è vero che c'è una difficoltà nella Cgil e nella Fiom a elaborare una risposta adeguata, anche sul tema della rappresentanza e dei poteri della contrattazione, è anche vero che c'è da parte di Cisl e Uil l'introiezione acritica della cultura e dell'impostazione della controparte, il che apre una faglia che richiederà tempi lunghi per essere sanata.

Il PD non è stato in grado di esprimersi con una voce chiara. Come giudica le mosse dei partiti della sinistra rispetto alla questione Fiat?
Ho già accennato al PD. Al suo interno ci sono state voci discordi, ma la linea prevalente è di accettazione del diktat Marchionne, con alcune riserve fra una parte di provenienza DS circa l'esclusione della Fiom dalla rappresentanza aziendale, cui però non pochi aggiungono, con una certa compiacenza, che in fin dei conti la Fiom se l'è andata a cercare. C'è stato su l'Unità del 7 gennaio un forte intervento critico di Stefano Fassina contro il piano Marchionne e contro "i cascami di una fallita cultura neoliberista"con evidente riferimento a una precedente intervista di Veltroni dai toni apologetici nei confronti di Marchionne. Ma l'articolo di Fassina chiude dicendo che non c'è al momento possibilità di scelte alternative perché la sinistra non ha una analisi dei processi in atto, né una proposta all'altezza. Dunque si salvaguardi l'agibilità sindacale e si cominci a pensare al futuro per "riportare il lavoro a fondamento dell'ordine democratico in Italia e in Europa". Quando cominciamo? E il PD è in grado di farlo? Chi ci sta? Queste sono le domande di verità per il PD, al di là dei politicismi correnti su governi di emergenza, di unità nazionale o di responsabilità repubblicana.

E Sinistra, Ecologia e Libertà, come si è comportata secondo lei in questa vicenda?
Vendola e Sel hanno giustamente appoggiato la Fiom e chiedono al PD di elaborare una piattaforma di opposizione, utile anche per le prossime eventuali elezioni, che interpreti le esigenze dei movimenti di lotta in corso (studenti, precari, operai) per farne il perno dell'alternativa a Berlusconi e di eventuali successive alleanze col centro. Posizione che io ritengo giusta, tanto più se mettesse la sordina alla agitazione strumentale sulle primarie come scorciatoia del confronto politico e si concentrasse di più sui contenuti sui quali sfidare il PD e il sempre più sterile giustizialismo di Di Pietro.

La vicenda della Fiat sembra indicatrice di un cambio di paradigma anche nei rapporti tra Capitale e Lavoro. In quali forme pensi che possa evolversi il conflitto tra capitale e lavoro nel nuovo scenario globale?
Le forze della sinistra non hanno capito per tempo la portata del cambiamento. Anzi le correnti "neoliberali" della socialdemocrazia lo hanno in qualche modo accompagnato e appoggiato, convinte che dalla crescita senza limiti promessa dalla globalizzazione sarebbero derivate ricadute ampiamente compensative anche per i lavoratori e i ceti più poveri. Le cose non sono andate così. Mi sembra però ancora troppo ottimista considerare tramontato l'entusiasmo neoliberista. In Europa qualcosa si nuove nel dibattito interno alle forze socialiste, molto meno in Italia per la peculiarità del PD.. Nel giugno scorso più di 200 professori e ricercatori, che potremmo definire in senso lato di orientamento marxista o keynesiano di sinistra, hanno pubblicato un importante documento contenente una serie di proposte politiche per una risposta alla crisi a partire dal livello europeo. La sintesi del documento la si può leggere nel suo sottotitolo: "La politica restrittiva aggrava la crisi, alimenta la speculazione e può condurre alla deflagrazione della zona euro. Serve una svolta di politica economica per scongiurare una caduta ulteriore dei redditi e dell'occupazione". Ritengo quel documento ancora il contributo più organico, fra quanti mi è capitato di leggere, per una nuova politica della sinistra in Italia e in Europa.


 

 

www.affaritaliani.it      15 gennaio 2011

 

 

Fiat Mirafiori. Vittoria del si con il 54,05 dei voti

 

Passa sul filo di lana il referendum sull'accordo per il rilancio dello stabilimento di Mirafiori firmato il 23 dicembre scorso, da Fim, Fismic, Uilm, Ugl e Associazione quadri. Dopo quasi 10 ore di scrutinio, nei 9 seggi, oltre a quello del turno di notte, il risultato ha assegnato la vittoria al sì con 2.735 voti, pari al 54,05%. Il no si è fermato a 2.325 voti, pari al 45,95%. Per la prima metà dello scrutinio, riguardante i seggi dove hanno votato gli operai addetti al montaggio, si era avuta una predominanza del no, poi con lo scrutinio del quinto seggio, quello degli impiegati, il risultato si è ribaltato. In totale i voti validi sono stati 5.060, mentre le schede bianche o nulle sono state 59. I votanti, quindi, sono stati 5.119, su 5.431 aventi diritto. L'affluenza al voto è stata del 94,2%, inferiore dunque rispetto a quella del referendum di Pomigliano.

Lo scrutinio si è protratto oltre le attese, ed è durato oltre nove ore. Poco dopo l'inizio dello spoglio, il primo intoppo si è verificato relativamente al seggio 8, il secondo ad essere scrutinato, dove all'appello sembrava mancassero una cinquantina di schede. Il successivo riconteggio da parte della commissione elettorale ha pero' verificato la regolarità del voto. Fino alla fine non è mancata suspance: durante lo scrutinio dell'ultimo seggio, si sono verificati momenti di tensione con il malore di un rappresentante della Fiom e la conseguente sospensione dello spoglio terminato oltre le 7 di questa mattina. La prevalenza dei "no" si è avuta nei primi quattro seggi scrutinati relativi al montaggio con 1.576 voti contrari e 1.386 a favore e nel seggio 2, uno dei due relativi alla lastratura, con 218 no e 202 sì. In totale, i "si'" degli operai delle carrozzerie di Mirafiori, senza il seggio relativo al voto degli impiegati, superano i "no" di 9 voti.
 

 

 

www.lernesto.it      12 gennaio 2011

 

 

Marchionne, il nuovo ordine antioperaio

di Nino Frosini*

Alleati anche con il diavolo pur di esserlo contro chi sta con Marchionne.

Con ogni probabilità Marchionne riuscirà a scrivere per l’Italia pagine di fondamentale importanza nella lunga storia dei rapporti fra lavoro salariato e impresa.
Ad oggi infatti ci riesce difficile immaginare chi più di lui abbia la possibilità strutturale di incidere e ridisegnare l’attuale asse portante di questi rapporti.
Nell’insieme dell’accordo – proposto con il colpo in canna – a Mirafiori c’è molto di più di un ampio ventaglio di ottocentesche novità miranti a comprimere il costo del lavoro tramite la penalizzazione economica della malattia, l’abolizione delle pause, il controllo totale dell’impresa su modalità e quantità del ricorso al lavoro straordinario che grazie al lungimirante lascito del governo Prodi, oggi, costa oltre un terzo meno del lavoro ordinario.

Oppure l’abolizione di fatto del diritto di sciopero e insieme a questa l’espulsione del sindacato. Intendendo per sindacato quelle organizzazioni che rifiutano un “destino” volto unicamente alla compilazione della denuncia dei redditi o del calcolo della pensione. Quindi, ora come ora e stando ai fatti, la sola FIOM-CGIL.
No. Oltre a questo c’è di più. C’è l’asportazione chirurgica dell’idea stessa di contrattazione.

In fabbrica, e a caduta poi su tutti i luoghi di lavoro ci saranno – questo è il vero “cor business” dell’impresa storica sulla quale Marchionne si sta misurando – gli operai e senza intermediazione alcuna i padroni con l’incontrastabile capacità di comandare il lavoro secondo tempi, modi e retribuzione confacenti ai loro interessi.
Nemmeno Valletta, che pure contribuì ad infierire colpi durissimi al movimento operaio e ai comunisti, si sarebbe immaginato come un giorno tutta l’opera sua fosse destinata a sembrare poca cosa dinanzi a quanto nel terzo millennio potrebbe fare l’italo-canadese in pullover.
A pensarci (oltre al riconoscimento per le indubbie capacità : un mix di ingredienti per solito antitetici composto da spirito avventuriero e doti da sopraffino calcolatore ) vengono i brividi, con un sol colpo coglie due obiettivi .

Uno è quello fin qui delineato. L’altro, con il vuoto prodotto dalla distruzione del Contratto Nazionale di Lavoro, è l’estromissione della stessa Confindustria da ogni ruolo fin qui svolto. Pertanto anche quest’ultima non sarà mai più come l’abbiamo conosciuta. Anche se siamo ben convinti che i padroni assai rapidamente e in piena letizia d’animo e di interessi si daranno nuove articolazioni organizzative.

Così, dinanzi al più importante fatto accaduto, perlomeno da vent’anni a questa parte, nelle vicende italiane e destinato a produrre storia - quella vera, cioè quella che scaturisce dalle dinamiche legate agli esiti del conflitto fra interessi di classe contrapposti – anche la sinistra non può davvero limitarsi a utilizzare schemi d’analisi incapaci di coglierne la strutturale imponenza.
Fin qui, assai comprensibilmente, abbiamo messo sul tavolo della politica come principale pietanza la necessità di liberare il Paese da Berlusconi . Ora non può più essere questa la priorità.
Oggi l’urgenza assolutamente prioritaria per la sinistra e quindi a maggior ragione per la FDS è quella di costruire una alternativa politica al progetto Marchionne.

Ci resta difficile immaginare come sia possibile sottoporsi a vincoli politici – ci verrebbe da dire a qualsiasi livello ad iniziare da quelli locali – con chi non si schiera contro questo progetto. E che la mancata avversione si esprima per l’ incapacità di coglierne l’autentica portata o perché vi sia comunanza di interessi davvero importa poco.

Quel che davvero conta, a nostro personale parere s’intende, è invece costruire una alleanza politica basata sul discrimine Mirafiori : alleati anche con il diavolo pur di esserlo contro chi sta con Marchionne.

*segretario regionale PdCI - FDS

www.paneacqua.eu      12 gennaio 2011

 

 

Camusso conferma il NO

 

 

di Frida Roy

LCamusso conferma il noa Cgil chiama Cisl e Uil a un confronto serrato sulla democrazia e rappresentanza sindacale con l'obiettivo di realizzare un accordo che possa essere la base per una legge che regoli la materia. Dal palco della seconda assemblea delle Camere del lavoro, il segretario generale Susanna Camusso si è rivolto direttamente a Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti per realizzare un'intesa in tempi brevi ed evitare, così, che quanto sta accadendo in Fiat si possa estendere in altre aziende.
A pochi giorni dal referendum sull'accordo per lo stabilimento Fiat di Mirafiori, il segretario generale della Cgil torna a parlare dei possibili scenari del dopo 13 e 14 gennaio e insiste sulla necessità di non "creare un vuoto" dentro le fabbriche anche se dovesse prevalere il "sì". 
Camusso sottolinea come una vittoria del sì, "che non ci auguriamo ma che non possiamo escludere, porta come conseguenza anche l'esclusione della Fiom e della Cgil da quegli stabilimenti". E "se non siamo dentro le fabbriche - spiega - per costruire tutela, prospettiva e posizioni diventiamo dipendenti da altri, dai loro tempi e dai tempi della magistratura".

Ecco allora il vuoto che Camusso vuole scongiurare e sul quale invita ancora a riflettere la Fiom perché - ribadisce - bisogna domandarsi "se questa è l'unica conclusione possibile". "Il tema - prosegue - è come il giorno dopo vediamo e sosteniamo le conseguenze di quel no. Per noi il cuore della contraddizione sta nei processi produttivi e se non si riparte da lì e si resta fuori non si ricostruiscono le condizioni per ripartire e costruire un'altra storia e condizioni di lavoro".


"Sabato sarà definita al direttivo la nostra proposta - ha detto Camusso - è nostra intenzione aprire una grande campagna nei luoghi di lavoro. Su questo tema tutti siamo chiamati alla responsabilità. Il primo obbiettivo è un accordo su democrazia e rappresentanza per ottenere una legge. Per noi è importante immaginare un accordo che diventi la base per costruire una legge sulla rappresentanza. Questo sarà il segno che vogliamo dare nell'essere in piazza il 28 gennaio con la Fiom. Quello sciopero parla della libertà, della democrazia, della rappresentanza e del diritto alla contrattazione".

Camusso ha ricordato che "il sistema delle relazioni è basato sul riconoscimento reciproco e la libertà di decidere i propri rappresentanti. Senza questi non è credibile fare una discussione".
Il numero uno della Cgil ha sottolineato che "in Confindustria sappiamo che hanno fatto discussioni in questo senso. Vediamo imbarazzi e posizioni ondivaghe alla linea Fiat. Se è vero che il sistema delle imprese crede che bisogna affermare e consolidare l'accordo sulla rappresentanza del '93, allora deve esserci una chiarezza in premessa".

Camusso continua a pensare che l'accordo sul modello contrattuale "sia sbagliato, anche perché regole separate mettono in discussione il sistema e aprono varchi. E poi non ci convince il tema delle sanzioni. Quando ci sono regole tra parti, queste non possono che svolgersi su un piano di parità e riconoscimento reciproco. Le sanzioni da una sola parte ed esigibili dalle aziende non mettono nelle condizioni di parità".

Rivolgendosi a Bonanni ha aggiunto: "Ci ha detto che loro sanno che aver fatto un accordo che rifugge dalla rappresentanza è un problema e che non volevano farlo. Se non lo volevate fare e pensate che è una riduzione dei diritti dei lavoratori, allora facciamo insieme, adesso, qualcosa perché anche questo fa parte dello stare con i lavoratori. La democrazia sindacale è la forma dell'autonomia del sindacato e questa è uno dei fondamenti della democrazia del paese. 
La Camusso si è poi ancora rivolta a Cisl e Uil, chiedendo se, dato che "autonomia del sindacato e rappresentanza sono uno dei fondamenti della democrazia del Paese", sia "autonomia e rappresentanza accettare che qualcuno possa escludere una organizzazione dalla vita di una fabbrica". Quella della Cgil non è una "battaglia di sola bandiera", ha assicurato, ma "una battaglia in difesa del sindacato confederale sui luoghi di lavoro". E a Bonanni che "giustamente ha invocato il pluralismo sindacale come ricchezza", Camusso fa notare che "la prima ricchezza del pluralismo è il rispetto del pluralismo delle singole organizzazioni".
Camusso ha inoltre chiesto a Cisl e Uil "di non inseguire le dichiarazioni di un amministratore delegato, di discutere su cosa facciamo insieme per non diventare caserme o sindacati silenti".

L'assemblea Cgil è calda e non manca un duro botta e risposta tra il segretario Cgil e l'Amministratore delegato Fiat. "Marchionne insulta ogni giorno il Paese".  Camusso punta il dito contro la Fiat accusata di non rendere noti i dettagli del piano "Fabbrica Italia". Immediata la replica di Marchionne: "Non si può confondere il cambiamento con un insulto all'Italia". 
"Se insulto significa introdurre un nuovo modello di lavoro in Italia, mi assumo le mie responsabilità. Ma non lo è. E non si può confondere questo con un insulto all'Italia: anzi, le vogliamo più bene noi - spiega Marchionne - cercando di cambiarla. Il vero affetto è cercare di far crescere le persone e di farle crescere bene. Stiamo cercando di farlo nel nostro mondo, a livello industriale, e ciò non va confuso con un insulto".

Camusso se la prende anche con l'esecutivo: "Se Fiat può tenere nascosto il piano è anche perché c'è un governo che non fa il suo lavoro ma è tifoso e promotore della riduzione dei diritti. E' cosi tifoso che fa finta di non vedere che quando l'ad insulta il nostro paese, non offende solo i cittadini, ma giudica anche della qualità di governare e delle risposte che vengono date".


 

www.micromega.net      10 gennaio 2011

 

 

Con i lavoratori Fiat, contro il ricatto e per i diritti

 

Moltiplichiamo la solidarietà alla Fiom

di Paolo Flores d’Arcais

Cari amici e compagni, ma soprattutto concittadini, siamo molto vicini al giro di boa della cinquantamila firme a difesa dei diritti costituzionali dei metalmeccanici che il diktat di Marchionne vorrebbe cancellare.
Il difficile comincia ora. La settimana che si apre vedrà mercoledì la fiaccolata indetta dalla Fiom a Torino, e immediatamente dopo il referendum che si svolge in condizioni di iniquo ricatto (se votate “No” portiamo via la Fiat da Torino), senza che si possano svolgere assemblee fra gli operai, e con una martellante campagna dei media per demonizzare gli “estremisti” del sindacato di Landini.
Ecco perché è necessario moltiplicare l’impegno per raccogliere le firme di solidarietà, che facciano sentire ai metalmeccanici della Fiom come non siano affatto isolati presso l’opinione pubblica. Contro l’assedio dei media di regime, la tv di verità devi essere tu, facendo circolare l’appello, e le analisi sulla situazione delle altre industrie automobilistiche in Europa, che il regime nasconde.
Con i lavoratori Fiat, contro il ricatto e per i diritti: caro lettore e “navigatore”, impegnati sempre più anche tu.
 

 

www.paneacqua.eu      7 gennaio 2011

 

 

Mirafiori, si vota


 


 

Mirafiori, si votaConto alla rovescia per la consultazione dei lavoratori di Mirafiori: il referendum sull'accordo per il rilancio dello stabilimento Fiat si terrà il 13 e il 14 gennaio. La data è stata decisa oggi e, secondo il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, l'esito del voto si potrà conoscere già nella serata di venerdì. I lavoratori saranno infatti chiamati a votare nel terzo turno di giovedì 13 e nel primo e secondo turno di venerdì 14.

Per il leader della Fiom, Maurizio Landini, è "un fatto grave nel rapporto con i lavoratori". Landini ritiene infatti necessario "convocare le assemblee dei lavoratori prima di andare al voto, anche perché - aggiunge - va ricordato che l'accordo è stato fatto quando i lavoratori stessi erano in cassa integrazione. Gli operai rientreranno in fabbrica il 12 gennaio e credo che sia corretto spiegare loro cosa è stato fatto". Landini ribadisce inoltre che "non ci sarà alcuna firma tecnica sull'accordo di Mirafiori se al referendum dovesse vincere il si". "E' il referendum della paura", secondo Giorgio Airaudo, responsabile del settore auto della Fiom. "La Fiat ha chiaramente premuto per anticipare il referendum - osserva -- dispiace che i sindacati che hanno firmato l'accordo abbiano ceduto a questa pressione". Secondo il segretario del Prc Paolo Ferrero "quello che si svolgerà il 13 e 14 in Fiat non sarà un referendum ma l'ultimo atto di un ricatto di stampo mafioso".

Dal canto suo il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, esorta i lavoratori di Mirafiori a votare per il sì. Per Bonanni a questo punto tocca al segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, "piegare i ribelli" della Fiom. Il segretario generale della Fim Cisl, Giuseppe Farina, invita "la Fiom a tenere conto del risultato del referendum, e in caso di affermazione dei sì, a sottoscrivere l'intesa, esattamente come farà la Fim che nel caso contrario ritirerà la firma dall'accordo". La federazione dei metalmeccanici Cgil, secondo Roberto Di Maulo, segretario generale della Fismic, "è vittima di se stessa, della Cgil (e del suo disegno monopolista) che a suo tempo suggerì al legislatore la modifica dell'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, in seguito al referendum sul consociativismo sindacale". Alla a proposta del leader della Cgil, Susanna Camusso - la "firma tecnica" all'accordo di Mirafiori in caso di vittoria dei sì al referendum - arriva un'altra bordata da uno dei suoi predecessori, l'europarlamentare Sergio Cofferati, che dice che l'ipotesi di firma tecnica "prefigura una lesione gravissima dello statuto Cgil". Cofferati, ora eurodeputato del Pd, fa sapere: il 28 gennaio "sarò in piazza con la Fiom", perché è "uno sciopero legittimo e opportuno".

Intanto il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, conferma che "non ci sarà alcuna legge sul tema della rappresentanza sindacale" perché "sarebbe una sconfitta per le parti sociali, la dimostrazione che non riescono a trovare un'intesa su una cornice di regole". In borsa i titoli Fiat procedono a due velocità. Fiat Industrial, che oggi ha annunciato la nuova struttura organizzativa, perde lo 0,74% a 8,73 euro, mentre resiste Fiat Spa che guadagna il 2,07% a 7,63 euro. L'agenzia internazionale Moody's ha assegnato il rating 'Ba1' a Fiat Industrial spa, con outlook stabile.


 

www.ilmanifesto.it      7 gennaio 2011

 

 

46 economisti su Fiat-Fiom


 
 
  • Ricevo e volentieri rilancio una lettera di 46 economisti che gravitano intorno a Sbilanciamoci! Un buon contributo a una discussione in un paese che non sa più discutere, a partire da un passaggio che  ritengo cruciale:  ”In nessun paese europeo l’industria dell’auto ha tentato di eliminare un sindacato critico della strategia aziendale”. Le adesioni si possono mandare via mail a: redazione@sbilanciamoci.info ( informazioni: tel. 06 8841880)

    7 gennaio. Il conflitto Fiat-Fiom scoppiato a fine 2010 sul progetto per lo stabilimento di Mirafiori a Torino – che segue l’analoga vicenda per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco – è importante per il futuro economico e sociale del paese. Giornali e tv presentano la versione Fiat, sostenuta anche dal governo, per cui con la crescente competizione internazionale nel mercato dell’auto i lavoratori devono accettare condizioni di lavoro peggiori, la perdita di alcuni diritti, fino all’impossibilità di scegliere in modo democratico i propri rappresentanti sindacali.

    Vediamo i fatti. Nel 2009 la Fiat ha prodotto 650 mila auto in Italia, appena un terzo di quelle realizzate nel 1990, mentre le quantità prodotte nei maggiori paesi europei sono cresciute o rimaste stabili. La Fiat spende per investimenti produttivi e per ricerca e sviluppo quote di fatturato significativamente inferiori a quelle dei suoi principali concorrenti europei, ed è poco attiva nel campo delle fonti di propulsione a basso impatto ambientale. A differenza di quanto avvenuto tra il 2004 e il 2008 – quando l’azienda si è ripresa da una crisi che sembrava fatale – negli ultimi anni la Fiat non ha introdotto nuovi modelli. Il risultato è stata una quota di mercato che in Europa è scesa al 6,7%, la caduta più alta registrata nel continente nel corso del 2010.

    Al tempo stesso, tuttavia, nel terzo trimestre del 2010 la Fiat guida la classifica di redditività per gli azionisti, con un ritorno sul capitale del 33%. La recente divisione tra Fiat Auto e Fiat Industrial e l’interesse ad acquisire una quota di maggioranza nella Chrysler segnalano che le priorità della Fiat sono sempre più orientate verso la dimensione finanziaria, a cui potrebbe essere sacrificata in futuro la produzione di auto in Italia e la stessa proprietà degli stabilimenti.

    A dispetto della retorica dell’impresa capace di “stare sul mercato sulle proprie gambe”, va ricordato che la Fiat ha perseguito questa strategia ottenendo a vario titolo, tra la fine degli anni ottanta e i primi anni duemila, contributi pubblici dal governo italiano stimati nell’ordine di 500 milioni di euro l’anno. A fare le spese di questa gestione aziendale sono stati soprattutto i lavoratori. Negli ultimi dieci anni l’occupazione Fiat nel settore auto a livello mondiale è scesa da 74 mila a 54 mila addetti, e di questi appena 22 mila lavorano nelle fabbriche italiane. Le qualifiche dei lavoratori Fiat sono in genere inferiori a quelle dei concorrenti, i salari  medi sono tra i più bassi d’Europa e la distanza dalle remunerazioni degli alti dirigenti non è mai stata così alta: Sergio Marchionne guadagna oltre 250 volte il salario di un operaio.

    Questi dati devono essere al centro della discussione sul futuro della Fiat. L’accordo concluso dalla Fiat con Fim, Uilm e Fimsic per Mirafiori – che la Fiom ha rifiutato di firmare – prevede un vago piano industriale, poco credibile sui livelli produttivi, tanto da rendere improbabile ora ogni valutazione sulla produttività. L’accordo appare inadeguato a rilanciare e qualificare la produzione, e scarica i costi sul peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Sul piano delle relazioni industriali i contenuti dell’accordo sono particolarmente gravi: l’accordo si presenta come sostitutivo del contratto nazionale di lavoro, e cancellerebbe la Fiom dalla presenza nell’azienda e dal suo ruolo di rappresentanza dei lavoratori che vi hanno liberamente aderito. Il referendum del 13-14 gennaio tra i dipendenti sull’accordo, con la minaccia Fiat di cancellare l’investimento nel caso sia respinto, pone i lavoratori di fronte a una scelta impossibile tra diritti e lavoro. In questa prospettiva, la strategia Fiat appare come la gestione di un ridimensionamento produttivo in Italia, scaricando costi e rischi sui lavoratori e imponendo un modello di relazioni industriali ispirato agli aspetti peggiori di quello americano.

    Esistono alternative a una strategia di questo tipo. In Europa la crisi è stata affrontata da imprese come la Volkswagen con accordi sindacali che hanno ridotto l’orario, limitato la perdita di reddito e tutelato capacità produttive e occupazione; in questo modo la produzione sta ora riprendendo insieme alla domanda. Produrre auto in Europa è possibile se c’è un forte impegno di ricerca e sviluppo, innovazione e investimenti attenti alla sostenibilità ambientale; per questo sono necessari lavoratori con più competenze, meno precarietà e salari adeguati; un’organizzazione del lavoro contrattata con i sindacati che assicuri alta qualità, flessibilità delle produzioni e integrazione delle funzioni. E’ necessaria una politica industriale da parte del governo che non si limiti agli incentivi per la rottamazione delle auto, ma definisca la direzione dell’innovazione e degli investimenti verso produzioni sostenibili e di qualità; le condizioni per mercati più efficienti; l’integrazione con le politiche della ricerca, del lavoro, della domanda. Considerando l’eccesso di capacità produttiva nell’auto in Europa, è auspicabile che queste politiche vengano definite in un contesto europeo, evitando competizioni al ribasso su costi e condizioni di lavoro. Su tutti questi temi è necessario un confronto, un negoziato e un accordo con i sindacati che rappresentano i lavoratori dell’azienda.

    In nessun paese europeo l’industria dell’auto ha tentato di eliminare un sindacato critico della strategia aziendale dalla possibilità di negoziare le condizioni di lavoro e di rappresentare i lavoratori. L’accordo Fiat di Mirafiori riduce le libertà e gli spazi di democrazia, aprendo uno scontro che riporterebbe indietro l’economia e il paese.

    Ci auguriamo che la Fiat rinunci a una strada che non porterebbe risultati economici, ma un inasprimento dei conflitti sociali. Ci auguriamo che governo e forze politiche e sindacali contribuiscano a una soluzione di questo conflitto che ristabilisca i diritti dei lavoratori a essere rappresentati in modo democratico e tuteli le condizioni di lavoro. Esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori coinvolti e alla Fiom, sosteniamo lo sciopero nazionale del 28 gennaio 2011 e ci impegniamo ad aprire una discussione sul futuro dell’industria, del lavoro e della democrazia, sui luoghi di lavoro e nella società italiana.

    Margherita Balconi, Università di Pavia

    Paolo Bosi, Università di Modena e Reggio Emilia

    Gian Paolo Caselli, Università di Modena e Reggio Emilia

    Daniele Checchi, Università Statale di Milano

    Tommaso Ciarli, Max Planck Institute of Economics

    Vincenzo Comito, Università di Urbino

    Marcella Corsi, Università di Roma “La Sapienza”

    Pasquale De Muro, Università di Roma Tre

    Giovanni Dosi, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa

    Marco Faillo, Università degli Studi di Trento

    Paolo Figini, Università di Bologna

    Massimo Florio, Università Statale di Milano

    Maurizio Franzini, Università di Roma “La Sapienza”

    Lia Fubini, Università di Torino

    Andrea Fumagalli, Università di Pavia

    Mauro Gallegati, Università Politecnica delle Marche

    Adriano Giannola, Università di Napoli Federico II

    Anna Giunta, Università di Roma Tre

    Andrea Ginzburg, Università di Modena e Reggio Emilia

    Claudio Gnesutta, Università di Roma “La Sapienza”

    Elena Granaglia, Università di Roma Tre

    Simona Iammarino, London School of Economics

    Peter Kammerer, Università di Urbino

    Paolo Leon, Università di Roma Tre

    Stefano Lucarelli, Università di Bergamo

    Luigi Marengo, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa

    Pietro Masina, Università di Napoli “L’Orientale”

    Massimiliano Mazzanti, Università di Ferrara

    Marco Mazzoli, Università Cattolica di Piacenza

    Domenico Mario Nuti, Università di Roma “La Sapienza”

    Paolo Palazzi, Università di Roma “La Sapienza”

    Cosimo Perrotta, Università del Salento

    Mario Pianta, Università di Urbino

    Paolo Pini, Università di Ferrara

    Felice Roberto Pizzuti, Università di Roma “La Sapienza”

    Andrea Ricci, Università di Urbino

    Andrea Roventini, Università di Verona

    Maria Savona, University of Sussex

    Francesco Scacciati, Università di Torino

    Alessandro Sterlacchini, Università Politecnica delle Marche

    Stefano Sylos Labini, Enea

    Giuseppe Tattara, Università di Venezia

    Andrea Vaona, Università di Verona

    Marco Vivarelli, Università Cattolica di Piacenza

    Antonello Zanfei, Università di Urbino

    Adelino Zanini, Università Politecnica delle Marche