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Gennaio 2011
www.paneacqua.eu
29 gennaio 2011
Piazze
d'Italia
d i
Red
 Sarebbe
quella più clamorosa: il partito del premier e del
governo che invoca la piazza contro i giudici. Uno
scontro istituzionale tra esecutivo e potere giudiziario
senza precedenti nella storia d'Italia. Uno scontro che
- anche di fronte all'ennesimo "avvertimento" del
Quirinale sembra però allontanarsi. Il premier lo vuole,
certo: d'altronde il ricorso alla sua piazza è oramai
l'unica arma rimasta ad un primo ministro che le ha
provate tutte, financo inaugurando una stagione di
incursioni telefoniche nei maggiori talk show
televisivi. Ma Bossi ha tirato il freno a mano, troppo
preoccupato di gettare benzina sul fuoco delle
difficoltà che già costellano il suo federalismo e anche
il luogotenente La russa ha optato per la via
diplomatica: "meglio la presenza capillare sul
territorio che chiudersi due ore in un teatro o scendere
in piazza".
Comunque sia, vera e propria manifestazione, gazebo o
semplice iniziativa in piazza Duomo, l'appuntamento di
certo si troverà davanti ad una concorrenza spietata.
A d aprire le proteste, con qualche giorno
d'anticipo, Libertà e giustizia che ha convocato per il
5 febbraio, a Milano, una manifestazione dal titolo
esplicito 'Dimettiti. Per un'Italia libera e giusta'
sulla scia di un appello per le dimissioni del premier
firmato da più 80mila cittadini tra cui Umberto Eco,
Gustavo Zagrebelsky, Paul Ginsborg e Roberto Saviano.
Ma è il 13 il giorno fatidico. Senza prendere in
considerazione il primo congresso di Fli, che si chiude
proprio quel giorno a Milano, sempre nel capoluogo
lombardo, ma davanti al tribunale, per quella domenica
Michele Santoro ha lanciato una mobilitazione "sulla
libertà di informazione e sulla situazione in generale
dei poteri di controllo" insieme a Barbara Spinelli e
Marco Travaglio. "Non ci saranno bandiere né simboli e
la manifestazione sarà in difesa dell'indipendenza dei
magistrati, della libertà di informazione e dei valori
della Costituzione", ha detto ieri il conduttore di 'Annozero'.
A Roma, al circo Massimo, si ritroverà invece il Popolo
viola: "Il 13 dovrà essere una manifestazione imponente
e democratica, con in mano il tricolore e la
Costituzione, aperta a tutti i soggetti che si
riconoscono e difendono questi due simboli della
coesione italiana", spiega un messaggio sul blog del
Popolo viola che si ritroverà al grido di 'Vado al
Massimo' e che organizza l'evento insieme ad Articolo
21.
Sempre il 13, ma in tutte le grandi città italiane, si
ritroveranno le donne che hanno sottoscritto l'appello
(giunto a 60mila firme) de 'l'Unità. "Se non ora
quando", è lo slogan della manifestazione che oggi ha un
anticipo nell'appuntamento di Milano. Il simbolo della
mobilitazione è una sciarpa bianca a testimoniare "il
lutto per lo stato in cui versa il Paese".
In iziativa
parallela è quella che si sviluppa, invece, in queste
ore su Facebook, dove migliaia di donne hanno cambiato
il loro status pubblicando la foto di donne celebri, del
mondo della cultura, della politica, della scienza,
dell'arte, per dire "no al sistema di compravendita
delle donne, allo sfruttamento del corpo femminile". Tra
i tanti volti scelti, Nilde Iotti, Rita Levi Montalcini,
Dacia Maraini, Oriana Fallaci, Virginia Woolf, Giovanna
D'Arco.
E ancora, il 13 febbraio è anche uno dei tanti giorni
della mobilitazione straordinaria che il Pd ha promosso
per raggiungere l'obiettivo di raccogliere 10milioni di
firme per chiedere a Berlusconi di dimettersi. I gazebo
dei democratici sono partiti oggi e la chiusura è
prevista per i primi di marzo. Ma "a Milano sarà
organizzata il 4 e 5 febbraio una raccolta straordinaria
di firme con più di 200 punti di incontro nelle
principali piazze della città -ha detto il responsabile
dell'organizzazione Nico Stumpo-. Il fine settimana
successivo, il 12 e il 13 febbraio, i militanti del Pd
saranno in tutte le piazza d'Italia per raccogliere le
firme dei cittadini contro Berlusconi e il governo della
destra".
E' di oggi, invece, l'appello che Walter Veltroni ha
lanciato in una lettera su 'Repubblica': "Sarebbe bello
se in uno stesso giorno, in una stessa ora, in tutti gli
ottomila comuni italiani, nessuno escluso, i cittadini
si riunissero nella piazza centrale per dire 'giriamo
pagina, ritroviamo l'Italia", ha scritto l'ex segretario
del Pd per promuovere una "manifestazione civile, non di
parte. Senza bandiere, senza comizi che possano
dividere. Una grande festa della democrazia italiana, in
cui sia protagonista l'autorganizzazione civile".
Una lettera/appello che convince la Fondazione di
Gianfranco Fini, Fare Futuro, che lo dice apertamente,
con un editoriale a firma del direttore di Ffwebmagazine
Filippo Rossi: " Ha ragione Walter Veltroni", scrive
Rossi, c'è bisogno di "una manifestazione di popolo, non
di partito" per "girare pagina" e riaffermare le regole
della democrazia.
"Sì - prosegua l`articolo - non possiamo che essere
d`accordo con l`idea lanciata da Veltroni su una
manifestazione di popolo in tutte le piazze d`Italia.
Manifestazione non di partito ma di quell`Italia
'trasversale' che crede nel lavoro, nelle regole, nella
democrazia, nel pluralismo. Una festa - come si legge
nella lettera - di autorganizzazione civile contro la
deriva rissosa e incapacitante che trova nel premier
Berlusconi il suo vertice per nulla pentito. Per questo
l`invito a gridare 'giriamo pagina, ritroviamo l`Italia'
in tutte le piazze della nostra bella Italia lo
raccogliamo con entusiasmo. Solo una cosa ci sentiamo di
aggiungere: portiamola in piazza una bandiera, ma che
sia il tricolore. Proprio perché questo anniversario
dell`Unità si riempia ancora di più di significati.
Perché 'l`Italia in piazza' - conclude Rossi - riesca ad
archiviare una stagione, e ad aprirne una nuova sotto il
segno, di ciò che la unisce".
www.facebook.com Indignati
Torino
29 gennaio 2011
Indignato/a
Dicesi
INDIGNATO... Indignàre dal latino indignari, contrario
di dignari, "stimardegno" (dall’italiano degnare) e più
latamente "dimostrar con gentil maniera d'apprezzare
altrui": per cui In-dignare vale precisamente il
contrario.Un aggettivo per sintetizzare uno stato
d’animo diffuso, non un movimento, non un partito; un
aggettivo che accomuna chissà quante migliaia di
cittadini della Repubblica Italiana!?
Per questo sentimento, noi torinesi
vorremmo scendere in piazza per dimostrare che esiste
un’Italia diversa, un’Italia indignata dal degrado in
cui è trascinata dal Presidente del Consiglio ed il suo
Governo; un Governo che infanga costantemente la nostra
Costituzione, violando ad esempio l’art.54, che impone
la disciplina e l’onore nell’adempiere le funzioni
pubbliche.
Indignazione è un ex partigiano
combattente, che a stento si regge in piedi, e che
guardandoci negli occhi dice: “Pensavamo di aver
compiuto un’impresa…Ed invece guarda ora che schifo!”.
Non possiamo far altro che sentirci in colpa, perché
probabilmente , a sua volta e a suo modo, anche
l’anziano partigiano è INDIGNATO, indignato con noi: con
noi, giovani e meno giovani, che non rispettiamo il
sangue versato e le vite spese; noi che stiamo
permettendo nuovamente al fascismo di rientrare in
questo stato, nelle nostre vite, permettendo di violare
e cancellare, ancora una volta, i nostri DIRITTI.
Nella Torino del 150° anniversario dell'
Unità d'Italia , abbiamo un sogno: in piazza Carignano,
sede del primo parlamento italiano, in prima fila
accanto a tutti noi indignati la presenza dell’A.N.P.I.,
per ciò che essa rappresenta: la resistenza, la
liberazione, l’uguaglianza, la Costituzione. Uno
schiaffo morale per tutti: ancora una volta, dopo quasi
settant’anni devono essere nuovamente loro, i nostri
partigiani, con i loro cuori ormai affaticati, a darci
l’esempio per liberare questo Paese!
Il 5 febbraio può e deve essere la
giornata dei cittadini: in tutta Italia, in
contemporanea dalle piazze di Torino, Roma, Milano,
Bologna, chiunque condivida il senso di indignazione
verso la Presidenza del Consiglio, le scelte perpetrate
da questo Governo, il Revisionismo continuo di cui siamo
vittime e la continua minaccia alla Libertà e
all’uguaglianza possa scendere in strada e manifestare
liberamente per denunciare il proprio dissenso, portando
con sé fischietti, pentole e cucchiai.
L’obiettivo è quello di far rumore,
farsi sentire, dimostrare che quella del prossimo 5
febbraio sarà una protesta pacifica e spontanea: E’ ORA
DI SCENDERE IN PIAZZA e di riprenderci questo Paese,
traghettandolo fuori dal fango in cui si trova… Di
lottare per dare ai nostri figli, ai nostri nipoti,
l’Italia che vogliamo e che vorremmo vivere.
Rinnovando ancora una volta l’invito
per il prossimo 5 febbraio 2011, alle ore 14:00 in
piazza Carignano, vi invitiamo inoltre a sottoscrivere
la petizione, già nelle mani del Presidente Napolitano,
con cui richiedere le dimissioni di chi non è degno di
rappresentarci oggi più che mai. Bandiere, colori,
simboli di libertà e del lavoro con il solo scopo di
unirci tutti in quella che deve essere la nuova
Resistenza.
indignatitorino@gmail.com
www.micromega.net
26 gennaio 2011
Grazie Belpietro!
di Paolo Flores d'Arcais
Voglio ringraziare
pubblicamente Maurizio Belpietro per il gigantesco spot
pubblicitario a MicroMega (per il quale, lo giuro, non
ho sborsato né denaro né “altra utilità”) con cui ha
riempito per intero le prime tre pagine del suo
quotidiano “Libero”.
Se il più efficiente e lesto capo-tifoseria del
bunga-totalitario di Arcore ha deciso che il numero di
MicroMega dedicato a “Berlusconismo
e fascismo” è infinitamente più importante
della strage dell’aeroporto di Mosca, della crisi in
Albania, delle manovre intorno al “Corriere della Sera”,
delle esternazioni della Marcegaglia, anzi di tutto
questo messo insieme, vuol dire che forse il lavoro che
abbiamo fatto con questo numero speciale non è stato
inutile. Ha colpito nel segno.
Belpietro pensa che descrivere uno dei più popolari
scrittori italiani nel mondo, Andrea Camilleri, e una
delle più lucide e capaci giornaliste (anche rispetto ai
colleghi maschi), Natalia Aspesi, come degli “odiatori
di professione del Cavaliere” assomigli anche vagamente
ad una stroncatura. Buon per lui.
Mi auguro che nessuno dei suoi lettori sia indotto in
curiosità e vada a leggersi il numero di MicroMega.
Potrebbe infatti scoprire, se è un elettore leghista, le
quantità industriali di regali di impunità a “Roma
ladrona” e alle cricche di regime, che il quasi
centinaio di leggi ad personam (minuziosamente
catalogate da Marco Travaglio) ha elargito. E se è un
elettore che teme le intercettazioni illegali, il mare
di “balletti” intrattenuti dal regime con ogni
deviazione e soperchieria di apparati segreti,
ricostruiti da Gianni Barbacetto. E se è un fautore
della “american way of life”, capire grazie a Marco d’Eramo
come Berlusconi abbia preso dagli Usa il peggio del
passato e rifiutato il meglio del “nuovo” che lì si
sperimenta. E se è un elettore cattolico leggere per
intero le parole vere e terribili di un vescovo che
prende sul serio il Vangelo, monsignor Nogaro, contro i
nuovi “mercanti del Tempio”. E molto altro ancora.
Perciò, di cuore grazie Belpietro!
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25 gennaio 2011
Rischi e
opportunità
di Sergio Ferrari
L 'eccessiva
evoluzione del berlusconismo verso la dimensione
notturna, se ha sollevato le reazioni anche della Chiesa
- determinando una accerchiamento che sembra lasciare
poche speranze alle certamente notevoli doti di
saltimbanco e di gestore delle prebende e della
propaganda del nostro - porta con sé il rischio che lo
scontro politico - e si spera anche la vittoria -
avvenga all'insegna, di fatto, della scelta tra: escort
si/escort no.
Per la verità questa vittoria del centro sinistra
sarebbe per vari motivi una mezza sconfitta: in primo
luogo perché non sarebbero sconfitte le politiche
economiche, sociali, culturali del centro destra ma solo
i redditi mal ricavati e peggio spesi del nostro. Ma
quelle politiche chi le contrasterebbe se si dovesse
ricorrere ad un governo di unità nazionale? Diversa
sarebbe la situazione se ci si limitasse alla riforma
della attuale legge elettorale che, peraltro, nessuno
nel centro sinistra, ma sembrerebbe anche nel terzo
polo, avrebbe la faccia di sostenere.
Che quel rischio sia reale potrebbe essere confermato
anche dal fatto che se è vero che il centro sinistra
accusa il governo di occuparsi dei problemi di una sola
persona e non di quelli del paese, è altrettanto vero
che su questi problemi del paese lo stesso centro
sinistra sembra manifestare una sua presenza più per la
capacità di registrare i fatti che avvengono che per
essere alla guida delle riforme necessarie. Ma limitarsi
a raccontare le nostre crisi, ad assistere agli eventi e
a condannare i cattivi, non sono i compiti che spettano
ad un partito progressista che aspiri a governare.
Certamente le questioni da affrontare sono complesse e
ogni giorno se ne aggiungono di nuove, basti vedere cosa
succede in Tunisia o in Albania, per non citare le
nostre fabbriche che chiudono, le nostre scuole sino
alle Università, ridotte dalla Gelmini a dei "modelli"
tali da richiedere l'intervento sostitutivo del privato;
una condizione giovanile da terzo mondo; una povertà
sempre più incompatibile con il vigente sistema della
distribuzione delle ricchezza prodotta; una
competitività economica sempre più in difficoltà, non da
oggi per la verità, nel confronto internazionale; una
situazione della gestione del nostro patrimonio
culturale e ambientale da ottusi suicidi, ecc., ecc.. Un
sistema della disinformazione ormai scientificamente
sviluppato e praticamente senza angoli morti... E anche
la motivazione secondo la quale con la crisi economica
internazionale la mancata crescita ha reso molto scarse
le risorse disponibili, non rende certo ragione delle
mancate strategie per uscire dall'empasse, che non può
essere l'attesa passiva alla Tremonti, e tanto meno
quella dei tagli indiscriminati e indifferenziati della
finanza pubblica. Su tutte queste questioni non si può
dire che abbondino le ricette del centro sinistra.
Tutto questo mentre sullo sfondo, ma in maniera sempre
meno incerta, appare l'esigenza di un ripensamento su
scala planetaria dei rapporti economici e sociali, delle
possibilità e le opportunità di una gestione programmata
delle capacità innovative accumulate tali da eliminare
da un lato le carenze dei beni primari e, dall'altro
l'alienazione del lavoro. Utopia socialista? Può darsi
ma prima ancora una opportunità straordinaria che
dovrebbe vedere la sinistra in prima fila.
Gli ultimi trent'anni di mode liberiste hanno certamente
convinto molti ad immaginare che ognuno si deve
risolvere da solo i propri problemi e che per il resto è
meglio adattarsi piuttosto che domandare l'intervento
collettivo. I partiti della sinistra in generale non
dovrebbero conformarsi a questi modelli, tanto più ora a
valle della crisi, ma questo non vuole dire ricorrere a
vecchi strumenti, ad armamentari messi a loro volta in
crisi, ma a nuove capacità di analisi, di elaborazione,
di studio, di partecipazione e di valorizzazione di
singole esperienze, tali da prospettare alla domanda
sociale il senso di una adesione motivata. Al di fuori
di questo circuito l'ambizione di gestire il declino di
questo paese non dovrebbe appartenere alla sinistra.
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19 gennaio 2011
Cota e le firme
false. Il tribunale di Torino accoglie ricorso di parte
civile
di Loredana Biffo
Questa
mattina il Tribunale di Torino ha
accolto la costituzione di parte civile
avanzata da Marco Pannella (in
rappresentanza della lista
Bonino-Pannella) nel processo che vede
imputati il consigliere regionale
Michele Giovine e suo padre del reato di
falsificazione delle firme di alcuni
candidati della Lista "Pensionati per
Cota". E' stata accolta anche la
costituzione di parte civile di Angelo
Bonelli per la Federazione dei Verdi e
di altri esponenti della coalizione di
Mercedes Bresso. Sono state respinte le
eccezioni di nullità del decreto di
citazione a giudizio e di incompetenza
territoriale formulate dai difensori
degli imputati, per cui il processo
proseguirà davanti al Giudice dott.
Santangelo del Tribunale di Torino; la
prossima udienza è fissata per il 16
febbraio.
La Lista
"Pensionati per Cota", che appoggiava il
candidato del centro-destra Roberto
Cota, ha raccolto circa 27.000 voti alle
scorse elezioni regionali in Piemonte;
lo scarto di voti fra Roberto Cota e
Mercedes Bresso è stato di circa 9.000
voti. Il 26 gennaio il Consiglio di
Stato si riunirà per vagliare il "caso
Giovine".
Giulio Manfredi
(vice-presidente Comitato nazionale
Radicali Italiani) e Alberto Ventrini
(avvocato radicale che segue la causa
per conto di Marco Pannella, giunta
segreteria Associazione Radicale
Adelaide Aglietta) hanno dichiarato: "Si
tratta di un primo passo sulla lunga e
impervia strada della legalità. I
radicali in questi anni hanno denunciato
da soli il caso di Michele Giovine, che,
ricordiamolo, è recidivo, essendo già
stato processato in passato per aver
raccolto migliaia di firme irregolari a
sostegno della sua lista per le elezioni
regionali del 2005.
Roberto Cota sapeva con chi si alleava
e, quindi, ora deve pagare tutte le
conseguenze della sua scelta.
Ricordiamo che "La Stampa" del 10 luglio
2010 ha pubblicato un raffronto fra le
firme di alcuni candidati della lista di
Giovine, quelle che appaiono sul modulo
delle candidature e quelle che appaiono
sul verbale di polizia, al termine degli
interrogatori degli stessi candidati.
Centinaia di migliaia di cittadini
piemontesi hanno potuto verificare la
netta discordanza fra le due firme;
speriamo che altre centinaia di migliaia
di cittadini possano verificare con i
loro occhi, andando sul sito
www.associazioneaglietta.it, dove
rimarrà no stop la suddetta pagina de
"La Stampa" con le firme contestate."
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16 gennaio 2011
Mirafiori.
Il si strappato di misura
da Rotano
A
decidere, a mettere a segno l'allungo decisivo per il
sì, è stato il seggio 5, quello dei 449 impiegati.
Prima, nel count down iniziato con il seggio 9, il no
era riuscito non solo a resiste, ma addirittura a
segnare un certo vantaggio: i reparti del montaggio,
roccaforti della Fiom, avevano risposto. Ancora una
volta è il voto di capi, quadri e impiegati a
determinare le condizioni di lavoro degli operai alla
catena di montaggio
Ha
vinto il sì. Ma la notte più lunga di Mirafiori, quella
del referendum sul piano-Marchionne, è stata un vero e
proprio testa a testa.
Come in una lunga, estenuante partita di poker, i seggi
sono stati 'spillati' uno ad uno. A decidere, a mettere
a segno l'allungo decisivo per il sì, è stato il seggio
5, quello dei 449 impiegati. Prima, nel count down
iniziato con il seggio 9, il no era riuscito non solo a
resiste, ma addirittura a segnare un certo vantaggio: i
reparti del montaggio, roccaforti della Fiom, avevano
risposto.
Al voto, iniziato col turno delle 22.00 di giovedì,
hanno partecipato 5.119 lavoratori, oltre il 94,2% degli
aventi diritto. E il sì ha vinto con 2.735 voti, pari al
54,05%. A votare no sono stati invece in 2.325 (45,95%),
mentre le schede nulle e bianche sono state
complessivamente 59. Questi i numeri ufficiali della
commissione elettorale, dopo una nottata in cui le cifre
diffuse hanno continuato a cambiare.
Un'affluenza record che la dice lunga su quanto il
referendum fosse sentito dal 'popolo' di Mirafiori. Il
cancello 'due', simbolo di questa 2 giorni di passione
per lo stabilimento storico della Fiat, è stato
affollato tutta la notte da operai, militanti sindacali
degli opposti schieramenti, ex dipendenti, giornalisti,
fotografi e troupe televisive.
Il fronte del no ha retto per i primi 4 seggi: il 9,
primo del montaggio; l'8, quello della 'riconta'; e il 7
e il 6, sempre del montaggio. Poi il sorpasso del sì,
con un plebiscito dei colletti bianchi a favore del
piano: 421 voti a favore e solo 20 contrari. In
altalena, con lieve predominanza dei sì, lo spoglio dei
seggi restanti. Fino all'ultimo, che ha segnato la
vittoria ai punti: impossibile per il fronte del no
recuperare lo svantaggio. Ma lo scarto, nel voto
operaio, è stato solo di 9 punti.
Ancora una volta è il voto di capi, quadri e impiegati a
determinare le condizioni di lavoro degli operai alla
catena di montaggio, che pagheranno in prima persona il
peso dell'accordo. Ma ancor più che a Pomigliano gli
operai di Mirafiori hanno resistito al ricatto e hanno
dimostrato la loro straordinaria dignità.
Il risultato del referendum a Mirafiori va riconosciuto
da tutti e deve far riflettere tutti.
L'accordo viene giudicato dai lavoratori e dalle
lavoratrici irrinunciabile, ma regressivo. In
particolare, bocciano l'accordo gli operai più esposti
all'intensificazione dei ritmi di lavoro. Ora, si devono
affrontare i punti più controversi.
L'azienda faccia la prima mossa: apra un confronto con
tutte le rappresentanze sindacali per affrontare un
dissenso così ampio ed i tanti "si" così forzati. Non si
può governare una grande fabbrica con la logica del
comando e della deterrenza.
Marchionne, gliene va dato atto, in un colpo solo ha
rivelato la rozza inconsistenza del governo e della
maggioranza, uscendone ha convertito la Confindustria
che già non godeva di ottima salute, ha spaccato il
fronte sindacale, diviso la sinistra e il Partito
democratico.
Il Governo deve smettere di lavorare ad alimentare il
conflitto. Prenda un'iniziativa, convochi le parti e
offra un contributo a risolvere i problemi aperti.
Ora è tempo dei fatti e della chiarezza: Esiste davvero
il piano Italia e vale il sacrificio operaio della nuova
organizzazione del lavoro prevista dal World Class
Manifacturing? O tutti gli sforzi finanziari saranno
destinati ad anticipare la presa del 51% della Chrysler?
La partita non solo non si è chiusa, ma si è riaperta.
Turci: la Fiat è
in una posizione fragile. Governo inetto.
 Non
è ottimista, l'ex Ds oggi in una posizione riflessiva
dopo un'esperienza nella Partito socialista, sulla fine
vicina del pensiero mainstream neoliberista. E sulla
sinistra italiana nel caso Fiat dice: "deve tornare a
dotarsi di un pensiero strutturato e parlare di temi
come l'intervento dello Stato in economia, di
programmazione economica, la politica industriale, il
controllo dei capitali. Sono temi che fanno gridare allo
scandalo i corifei del liberismo".
Come giudica il valore dell'accordo di
Mirafiori, e più in generale la gestione Marchionne, per
la strategia di rilancio della Fiat e il suo futuro in
un mercato difficile come quello dell'auto?
Sono molto scettico sull'efficacia del piano
Marchionne. Nessuno ancora conosce i contenuti di questa
fantomatica "fabbrica Italia" in nome della quale
Marchionne ha imposto il suo diktat ai sindacati. La
verità è che la Fiat è in una posizione molto fragile in
un mercato dell'auto saturo e in via di profonda
concentrazione. La scelta di puntare sulla compressione
del fattore lavoro mi fa propendere per la prima ipotesi
e non è certo la miglior ricetta per la produttività.
Il Governo ha dato appoggio incondizionato alla
dirigenza della Fiat, sostenendo l'accordo di Mirafiori
cosi come aveva fatto con Pomigliano. L'azione del
governo ha perseguito l'interesse del paese nel
difendere esclusivamente le ragioni del Lingotto?
Il governo non ha avuto neanche la dignità di pretendere
di vedere le carte della Fiat. Ha ingoiato senza fiatare
la cancellazione di Termini Imerese e si è profuso in
elogi e ringraziamenti per una impresa che decideva di
reinvestire in Italia. Sul piano sindacale il governo ha
inoltre colto l'occasione offerta da Marchionne per
proseguire nel suo piano di divisione dei sindacati e di
isolamento della Fiom e della Cgil. Basta pensare al
modo in cui la Merkel si è spesa nella vicenda Opel, o
alla mano pesante di Sarkozy sulle imprese francesi
dell'auto per farle rientrare da alcune delocalizzazioni
per capire quale è l'inettitudine e anche il livello di
cottura di questo governo.
Molti sottolineano come l'accordo sia di fatto
inevitabile per restare competitivi. Sembra un progetto
di sviluppo ancora incentrato sulla grande industria.
Qual è la sua opinione in merito?
Un paese come il nostro ha bisogno di grandi imprese e
sono troppe quelle che abbiamo perduto negli anni
passati. Anche nell'economia mondo che sta cambiando la
sua fisionomia storica sotto i nostri occhi dovremo
essere un paese con una industria forte, auspicabilmente
adeguata alla rivoluzione verde. Ma un obiettivo di
questa portata non è conseguibile con le politiche
liberiste e di privatizzazioni seguite in questi anni in
Italia e a livello internazionale e che ancora vanno per
la maggiore. Occorre riprendere a riflettere su temi
come la programmazione, l'intervento dello Stato, la
politica industriale, il controllo dei capitali. Sono
temi che fanno gridare allo scandalo i corifei del
liberismo. Eppure è per me di una evidenza drammatica
l'esigenza che la sinistra si doti di un pensiero
strutturato, critico verso il capitalismo, autonomo dai
dogmi liberisti, o le cose non potranno che peggiorare
per il paese e per la sinistra stessa, in particolare
per il PD, la cui irrilevanza nella vicenda Fiat è sotto
gli occhi di tutti.
L'accordo di Mirafiori, segna la fine del tempo
della concertazione, Cosa implicano questi accordi per
il futuro ruolo dei sindacati nella tutela dei
lavoratori?
Lo sconvolgimento delle relazioni sindacali è
enorme ed è stato preparato da anni di discussioni e
polemiche contro le rigidità e contro lo "strapotere"
sindacale, poi contro lo statuto dei lavoratori e infine
contro i contratti nazionali. Nel frattempo è passata in
Italia, anche sul piano legislativo, la politica della
precarizzazione di massa. Se è vero che c'è una
difficoltà nella Cgil e nella Fiom a elaborare una
risposta adeguata, anche sul tema della rappresentanza e
dei poteri della contrattazione, è anche vero che c'è da
parte di Cisl e Uil l'introiezione acritica della
cultura e dell'impostazione della controparte, il che
apre una faglia che richiederà tempi lunghi per essere
sanata.
Il PD non è stato in grado di esprimersi con una
voce chiara. Come giudica le mosse dei partiti della
sinistra rispetto alla questione Fiat?
Ho già accennato al PD. Al suo interno ci sono
state voci discordi, ma la linea prevalente è di
accettazione del diktat Marchionne, con alcune riserve
fra una parte di provenienza DS circa l'esclusione della
Fiom dalla rappresentanza aziendale, cui però non pochi
aggiungono, con una certa compiacenza, che in fin dei
conti la Fiom se l'è andata a cercare. C'è stato su
l'Unità del 7 gennaio un forte intervento critico di
Stefano Fassina contro il piano Marchionne e contro "i
cascami di una fallita cultura neoliberista"con evidente
riferimento a una precedente intervista di Veltroni dai
toni apologetici nei confronti di Marchionne. Ma
l'articolo di Fassina chiude dicendo che non c'è al
momento possibilità di scelte alternative perché la
sinistra non ha una analisi dei processi in atto, né una
proposta all'altezza. Dunque si salvaguardi l'agibilità
sindacale e si cominci a pensare al futuro per
"riportare il lavoro a fondamento dell'ordine
democratico in Italia e in Europa". Quando cominciamo? E
il PD è in grado di farlo? Chi ci sta? Queste sono le
domande di verità per il PD, al di là dei politicismi
correnti su governi di emergenza, di unità nazionale o
di responsabilità repubblicana.
E Sinistra, Ecologia e Libertà, come si è
comportata secondo lei in questa vicenda?
Vendola e Sel hanno giustamente appoggiato la
Fiom e chiedono al PD di elaborare una piattaforma di
opposizione, utile anche per le prossime eventuali
elezioni, che interpreti le esigenze dei movimenti di
lotta in corso (studenti, precari, operai) per farne il
perno dell'alternativa a Berlusconi e di eventuali
successive alleanze col centro. Posizione che io ritengo
giusta, tanto più se mettesse la sordina alla agitazione
strumentale sulle primarie come scorciatoia del
confronto politico e si concentrasse di più sui
contenuti sui quali sfidare il PD e il sempre più
sterile giustizialismo di Di Pietro.
La vicenda della Fiat sembra indicatrice di un
cambio di paradigma anche nei rapporti tra Capitale e
Lavoro. In quali forme pensi che possa evolversi il
conflitto tra capitale e lavoro nel nuovo scenario
globale?
Le forze della sinistra non hanno capito per
tempo la portata del cambiamento. Anzi le correnti
"neoliberali" della socialdemocrazia lo hanno in qualche
modo accompagnato e appoggiato, convinte che dalla
crescita senza limiti promessa dalla globalizzazione
sarebbero derivate ricadute ampiamente compensative
anche per i lavoratori e i ceti più poveri. Le cose non
sono andate così. Mi sembra però ancora troppo ottimista
considerare tramontato l'entusiasmo neoliberista. In
Europa qualcosa si nuove nel dibattito interno alle
forze socialiste, molto meno in Italia per la
peculiarità del PD.. Nel giugno scorso più di 200
professori e ricercatori, che potremmo definire in senso
lato di orientamento marxista o keynesiano di sinistra,
hanno pubblicato un importante documento contenente una
serie di proposte politiche per una risposta alla crisi
a partire dal livello europeo. La sintesi del documento
la si può leggere nel suo sottotitolo: "La politica
restrittiva aggrava la crisi, alimenta la speculazione e
può condurre alla deflagrazione della zona euro. Serve
una svolta di politica economica per scongiurare una
caduta ulteriore dei redditi e dell'occupazione".
Ritengo quel documento ancora il contributo più
organico, fra quanti mi è capitato di leggere, per una
nuova politica della sinistra in Italia e in Europa.
www.affaritaliani.it
15 gennaio 2011
Fiat Mirafiori.
Vittoria del si con il 54,05 dei voti
Passa
sul filo di lana il referendum sull'accordo per il
rilancio dello stabilimento di Mirafiori firmato il 23
dicembre scorso, da Fim, Fismic, Uilm, Ugl e
Associazione quadri. Dopo quasi 10 ore di
scrutinio, nei 9 seggi, oltre a quello del turno di
notte, il risultato ha assegnato la vittoria al sì con
2.735 voti, pari al 54,05%. Il no si è fermato a 2.325
voti, pari al 45,95%. Per la prima metà dello
scrutinio, riguardante i seggi dove hanno votato gli
operai addetti al montaggio, si era avuta una
predominanza del no, poi con lo scrutinio del quinto
seggio, quello degli impiegati, il risultato si è
ribaltato. In totale i voti validi sono stati
5.060, mentre le schede bianche
o nulle sono state 59. I votanti, quindi, sono stati
5.119, su 5.431 aventi diritto. L'affluenza al voto è
stata del 94,2%, inferiore dunque rispetto a quella del
referendum di Pomigliano.
Lo scrutinio si è protratto oltre le
attese, ed è durato oltre nove ore. Poco dopo l'inizio
dello spoglio, il primo intoppo si è verificato
relativamente al seggio 8, il secondo ad essere
scrutinato, dove all'appello sembrava mancassero una
cinquantina di schede. Il successivo riconteggio da
parte della commissione elettorale ha pero' verificato
la regolarità del voto. Fino alla fine non è
mancata suspance: durante lo scrutinio dell'ultimo
seggio, si sono verificati momenti di tensione con il
malore di un rappresentante della Fiom e la conseguente
sospensione dello spoglio terminato oltre le 7 di questa
mattina. La prevalenza dei "no" si è avuta nei
primi quattro seggi scrutinati relativi al montaggio con
1.576 voti contrari e 1.386 a favore e nel seggio 2, uno
dei due relativi alla lastratura, con 218 no e 202 sì.
In totale, i "si'" degli operai delle carrozzerie di
Mirafiori, senza il seggio relativo al voto degli
impiegati, superano i "no" di 9 voti.
www.lernesto.it
12 gennaio 2011
Marchionne, il
nuovo ordine antioperaio
di Nino Frosini*
Alleati
anche con il diavolo pur di esserlo contro chi sta con
Marchionne.
Con ogni probabilità Marchionne riuscirà a scrivere per
l’Italia pagine di fondamentale importanza nella lunga
storia dei rapporti fra lavoro salariato e impresa.
Ad oggi infatti ci riesce difficile immaginare chi più
di lui abbia la possibilità strutturale di incidere e
ridisegnare l’attuale asse portante di questi rapporti.
Nell’insieme dell’accordo – proposto con il colpo in
canna – a Mirafiori c’è molto di più di un ampio
ventaglio di ottocentesche novità miranti a comprimere
il costo del lavoro tramite la penalizzazione economica
della malattia, l’abolizione delle pause, il controllo
totale dell’impresa su modalità e quantità del ricorso
al lavoro straordinario che grazie al lungimirante
lascito del governo Prodi, oggi, costa oltre un terzo
meno del lavoro ordinario.
Oppure l’abolizione di fatto del diritto di sciopero e
insieme a questa l’espulsione del sindacato. Intendendo
per sindacato quelle organizzazioni che rifiutano un
“destino” volto unicamente alla compilazione della
denuncia dei redditi o del calcolo della pensione.
Quindi, ora come ora e stando ai fatti, la sola
FIOM-CGIL.
No. Oltre a questo c’è di più. C’è l’asportazione
chirurgica dell’idea stessa di contrattazione.
In fabbrica, e a caduta poi su tutti i luoghi di lavoro
ci saranno – questo è il vero “cor business”
dell’impresa storica sulla quale Marchionne si sta
misurando – gli operai e senza intermediazione alcuna i
padroni con l’incontrastabile capacità di comandare il
lavoro secondo tempi, modi e retribuzione confacenti ai
loro interessi.
Nemmeno Valletta, che pure contribuì ad infierire colpi
durissimi al movimento operaio e ai comunisti, si
sarebbe immaginato come un giorno tutta l’opera sua
fosse destinata a sembrare poca cosa dinanzi a quanto
nel terzo millennio potrebbe fare l’italo-canadese in
pullover.
A pensarci (oltre al riconoscimento per le indubbie
capacità : un mix di ingredienti per solito antitetici
composto da spirito avventuriero e doti da sopraffino
calcolatore ) vengono i brividi, con un sol colpo coglie
due obiettivi .
Uno è quello fin qui delineato. L’altro, con il vuoto
prodotto dalla distruzione del Contratto Nazionale di
Lavoro, è l’estromissione della stessa Confindustria da
ogni ruolo fin qui svolto. Pertanto anche quest’ultima
non sarà mai più come l’abbiamo conosciuta. Anche se
siamo ben convinti che i padroni assai rapidamente e in
piena letizia d’animo e di interessi si daranno nuove
articolazioni organizzative.
Così, dinanzi al più importante fatto accaduto,
perlomeno da vent’anni a questa parte, nelle vicende
italiane e destinato a produrre storia - quella vera,
cioè quella che scaturisce dalle dinamiche legate agli
esiti del conflitto fra interessi di classe contrapposti
– anche la sinistra non può davvero limitarsi a
utilizzare schemi d’analisi incapaci di coglierne la
strutturale imponenza.
Fin qui, assai comprensibilmente, abbiamo messo sul
tavolo della politica come principale pietanza la
necessità di liberare il Paese da Berlusconi . Ora non
può più essere questa la priorità.
Oggi l’urgenza assolutamente prioritaria per la sinistra
e quindi a maggior ragione per la FDS è quella di
costruire una alternativa politica al progetto
Marchionne.
Ci resta difficile immaginare come sia possibile
sottoporsi a vincoli politici – ci verrebbe da dire a
qualsiasi livello ad iniziare da quelli locali – con chi
non si schiera contro questo progetto. E che la mancata
avversione si esprima per l’ incapacità di coglierne
l’autentica portata o perché vi sia comunanza di
interessi davvero importa poco.
Quel che davvero conta, a nostro personale parere
s’intende, è invece costruire una alleanza politica
basata sul discrimine Mirafiori : alleati anche con il
diavolo pur di esserlo contro chi sta con Marchionne.
*segretario regionale PdCI - FDS
www.paneacqua.eu
12 gennaio 2011
Camusso conferma
il NO
di Frida Roy
L a
Cgil chiama Cisl e Uil a un confronto serrato sulla
democrazia e rappresentanza sindacale con l'obiettivo di
realizzare un accordo che possa essere la base per una
legge che regoli la materia. Dal palco della seconda
assemblea delle Camere del lavoro, il segretario
generale Susanna Camusso si è rivolto direttamente a
Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti per realizzare
un'intesa in tempi brevi ed evitare, così, che quanto
sta accadendo in Fiat si possa estendere in altre
aziende.
A pochi giorni dal referendum sull'accordo per lo
stabilimento Fiat di Mirafiori, il segretario generale
della Cgil torna a parlare dei possibili scenari del
dopo 13 e 14 gennaio e insiste sulla necessità di non
"creare un vuoto" dentro le fabbriche anche se dovesse
prevalere il "sì".
Camusso sottolinea come una vittoria del sì, "che non ci
auguriamo ma che non possiamo escludere, porta come
conseguenza anche l'esclusione della Fiom e della Cgil
da quegli stabilimenti". E "se non siamo dentro le
fabbriche - spiega - per costruire tutela, prospettiva e
posizioni diventiamo dipendenti da altri, dai loro tempi
e dai tempi della magistratura".
Ecco allora il vuoto che Camusso vuole scongiurare e sul
quale invita ancora a riflettere la Fiom perché -
ribadisce - bisogna domandarsi "se questa è l'unica
conclusione possibile". "Il tema - prosegue - è come il
giorno dopo vediamo e sosteniamo le conseguenze di quel
no. Per noi il cuore della contraddizione sta nei
processi produttivi e se non si riparte da lì e si resta
fuori non si ricostruiscono le condizioni per ripartire
e costruire un'altra storia e condizioni di lavoro".
"Sabato sarà definita al direttivo la nostra proposta -
ha detto Camusso - è nostra intenzione aprire una grande
campagna nei luoghi di lavoro. Su questo tema tutti
siamo chiamati alla responsabilità. Il primo obbiettivo
è un accordo su democrazia e rappresentanza per ottenere
una legge. Per noi è importante immaginare un accordo
che diventi la base per costruire una legge sulla
rappresentanza. Questo sarà il segno che vogliamo dare
nell'essere in piazza il 28 gennaio con la Fiom. Quello
sciopero parla della libertà, della democrazia, della
rappresentanza e del diritto alla contrattazione".
Camusso ha ricordato che "il sistema delle relazioni è
basato sul riconoscimento reciproco e la libertà di
decidere i propri rappresentanti. Senza questi non è
credibile fare una discussione".
Il numero uno della Cgil ha sottolineato che "in
Confindustria sappiamo che hanno fatto discussioni in
questo senso. Vediamo imbarazzi e posizioni ondivaghe
alla linea Fiat. Se è vero che il sistema delle imprese
crede che bisogna affermare e consolidare l'accordo
sulla rappresentanza del '93, allora deve esserci una
chiarezza in premessa".
Camusso continua a pensare che l'accordo sul modello
contrattuale "sia sbagliato, anche perché regole
separate mettono in discussione il sistema e aprono
varchi. E poi non ci convince il tema delle sanzioni.
Quando ci sono regole tra parti, queste non possono che
svolgersi su un piano di parità e riconoscimento
reciproco. Le sanzioni da una sola parte ed esigibili
dalle aziende non mettono nelle condizioni di parità".
Rivolgendosi a Bonanni ha aggiunto: "Ci ha detto che
loro sanno che aver fatto un accordo che rifugge dalla
rappresentanza è un problema e che non volevano farlo.
Se non lo volevate fare e pensate che è una riduzione
dei diritti dei lavoratori, allora facciamo insieme,
adesso, qualcosa perché anche questo fa parte dello
stare con i lavoratori. La democrazia sindacale è la
forma dell'autonomia del sindacato e questa è uno dei
fondamenti della democrazia del paese.
La Camusso si è poi ancora rivolta a Cisl e Uil,
chiedendo se, dato che "autonomia del sindacato e
rappresentanza sono uno dei fondamenti della democrazia
del Paese", sia "autonomia e rappresentanza accettare
che qualcuno possa escludere una organizzazione dalla
vita di una fabbrica". Quella della Cgil non è una
"battaglia di sola bandiera", ha assicurato, ma "una
battaglia in difesa del sindacato confederale sui luoghi
di lavoro". E a Bonanni che "giustamente ha invocato il
pluralismo sindacale come ricchezza", Camusso fa notare
che "la prima ricchezza del pluralismo è il rispetto del
pluralismo delle singole organizzazioni".
Camusso ha inoltre chiesto a Cisl e Uil "di non
inseguire le dichiarazioni di un amministratore
delegato, di discutere su cosa facciamo insieme per non
diventare caserme o sindacati silenti".
L'assemblea Cgil è calda e non manca un duro botta e
risposta tra il segretario Cgil e l'Amministratore
delegato Fiat. "Marchionne insulta ogni giorno il
Paese". Camusso punta il dito contro la Fiat accusata
di non rendere noti i dettagli del piano "Fabbrica
Italia". Immediata la replica di Marchionne: "Non si può
confondere il cambiamento con un insulto all'Italia".
"Se insulto significa introdurre un nuovo modello di
lavoro in Italia, mi assumo le mie responsabilità. Ma
non lo è. E non si può confondere questo con un insulto
all'Italia: anzi, le vogliamo più bene noi - spiega
Marchionne - cercando di cambiarla. Il vero affetto è
cercare di far crescere le persone e di farle crescere
bene. Stiamo cercando di farlo nel nostro mondo, a
livello industriale, e ciò non va confuso con un
insulto".
Camusso se la prende anche con l'esecutivo: "Se Fiat può
tenere nascosto il piano è anche perché c'è un governo
che non fa il suo lavoro ma è tifoso e promotore della
riduzione dei diritti. E' cosi tifoso che fa finta di
non vedere che quando l'ad insulta il nostro paese, non
offende solo i cittadini, ma giudica anche della qualità
di governare e delle risposte che vengono date".
www.micromega.net
10 gennaio 2011
Con i lavoratori
Fiat, contro il ricatto e per i diritti
Moltiplichiamo
la solidarietà alla Fiom
di Paolo Flores d’Arcais
Cari amici e compagni, ma soprattutto
concittadini, siamo molto vicini al giro di boa della
cinquantamila firme a difesa dei diritti
costituzionali dei metalmeccanici che il diktat di
Marchionne vorrebbe cancellare.
Il difficile comincia ora. La settimana che si apre
vedrà mercoledì la fiaccolata indetta dalla Fiom a
Torino, e immediatamente dopo il referendum che si
svolge in condizioni di iniquo ricatto (se votate “No”
portiamo via la Fiat da Torino), senza che si possano
svolgere assemblee fra gli operai, e con una martellante
campagna dei media per demonizzare gli “estremisti” del
sindacato di Landini.
Ecco perché è necessario moltiplicare l’impegno
per
raccogliere le firme di solidarietà,
che facciano sentire ai metalmeccanici della Fiom come
non siano affatto isolati presso l’opinione pubblica.
Contro l’assedio dei media di regime, la tv di verità
devi essere tu, facendo circolare l’appello, e le
analisi sulla situazione delle altre industrie
automobilistiche in Europa, che il regime nasconde.
Con i lavoratori Fiat, contro il ricatto e per i
diritti: caro lettore e “navigatore”, impegnati sempre
più anche tu.
www.paneacqua.eu
7 gennaio 2011
 Conto
alla rovescia per la consultazione dei lavoratori di
Mirafiori: il referendum sull'accordo per il rilancio
dello stabilimento Fiat si terrà il 13 e il 14 gennaio.
La data è stata decisa oggi e, secondo il segretario
generale della Uilm, Rocco Palombella, l'esito del voto
si potrà conoscere già nella serata di venerdì. I
lavoratori saranno infatti chiamati a votare nel terzo
turno di giovedì 13 e nel primo e secondo turno di
venerdì 14.
Per il leader della Fiom, Maurizio Landini, è "un fatto
grave nel rapporto con i lavoratori". Landini ritiene
infatti necessario "convocare le assemblee dei
lavoratori prima di andare al voto, anche perché -
aggiunge - va ricordato che l'accordo è stato fatto
quando i lavoratori stessi erano in cassa integrazione.
Gli operai rientreranno in fabbrica il 12 gennaio e
credo che sia corretto spiegare loro cosa è stato
fatto". Landini ribadisce inoltre che "non ci sarà
alcuna firma tecnica sull'accordo di Mirafiori se al
referendum dovesse vincere il si". "E' il referendum
della paura", secondo Giorgio Airaudo, responsabile del
settore auto della Fiom. "La Fiat ha chiaramente premuto
per anticipare il referendum - osserva -- dispiace che i
sindacati che hanno firmato l'accordo abbiano ceduto a
questa pressione". Secondo il segretario del Prc Paolo
Ferrero "quello che si svolgerà il 13 e 14 in Fiat non
sarà un referendum ma l'ultimo atto di un ricatto di
stampo mafioso".
Dal canto suo il leader della Cisl, Raffaele Bonanni,
esorta i lavoratori di Mirafiori a votare per il sì. Per
Bonanni a questo punto tocca al segretario generale
della Cgil, Susanna Camusso, "piegare i ribelli" della
Fiom. Il segretario generale della Fim Cisl, Giuseppe
Farina, invita "la Fiom a tenere conto del risultato del
referendum, e in caso di affermazione dei sì, a
sottoscrivere l'intesa, esattamente come farà la Fim che
nel caso contrario ritirerà la firma dall'accordo". La
federazione dei metalmeccanici Cgil, secondo Roberto Di
Maulo, segretario generale della Fismic, "è vittima di
se stessa, della Cgil (e del suo disegno monopolista)
che a suo tempo suggerì al legislatore la modifica
dell'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, in
seguito al referendum sul consociativismo sindacale".
Alla a proposta del leader della Cgil, Susanna Camusso -
la "firma tecnica" all'accordo di Mirafiori in caso di
vittoria dei sì al referendum - arriva un'altra bordata
da uno dei suoi predecessori, l'europarlamentare Sergio
Cofferati, che dice che l'ipotesi di firma tecnica
"prefigura una lesione gravissima dello statuto Cgil".
Cofferati, ora eurodeputato del Pd, fa sapere: il 28
gennaio "sarò in piazza con la Fiom", perché è "uno
sciopero legittimo e opportuno".
Intanto il ministro dello Sviluppo economico, Paolo
Romani, conferma che "non ci sarà alcuna legge sul tema
della rappresentanza sindacale" perché "sarebbe una
sconfitta per le parti sociali, la dimostrazione che non
riescono a trovare un'intesa su una cornice di regole".
In borsa i titoli Fiat procedono a due velocità. Fiat
Industrial, che oggi ha annunciato la nuova struttura
organizzativa, perde lo 0,74% a 8,73 euro, mentre
resiste Fiat Spa che guadagna il 2,07% a 7,63 euro.
L'agenzia internazionale Moody's ha assegnato il rating
'Ba1' a Fiat Industrial spa, con outlook stabile.
www.ilmanifesto.it
7 gennaio 2011
46 economisti su
Fiat-Fiom
-
Ricevo e
volentieri
rilancio
una lettera di
46 economisti
che gravitano
intorno a
Sbilanciamoci! Un
buon contributo
a una
discussione in
un paese che non
sa più
discutere, a
partire da un
passaggio che
ritengo cruciale: ”In
nessun paese
europeo
l’industria
dell’auto ha
tentato di
eliminare un
sindacato
critico della
strategia
aziendale”. Le
adesioni si
possono mandare
via mail a: redazione@sbilanciamoci.info (
informazioni:
tel. 06 8841880)
7
gennaio.
Il conflitto
Fiat-Fiom
scoppiato a fine
2010 sul
progetto per lo
stabilimento di
Mirafiori a
Torino – che
segue l’analoga
vicenda per lo
stabilimento di
Pomigliano
d’Arco – è
importante per
il futuro
economico e
sociale del
paese. Giornali
e tv presentano
la versione
Fiat, sostenuta
anche dal
governo, per cui
con la crescente
competizione
internazionale
nel mercato
dell’auto i
lavoratori
devono accettare
condizioni di
lavoro peggiori,
la perdita di
alcuni diritti,
fino
all’impossibilità
di scegliere in
modo democratico
i propri
rappresentanti
sindacali.
Vediamo
i fatti.
Nel
2009 la Fiat ha
prodotto 650
mila auto in
Italia, appena
un terzo di
quelle
realizzate nel
1990, mentre le
quantità
prodotte nei
maggiori paesi
europei sono
cresciute o
rimaste stabili.
La Fiat spende
per investimenti
produttivi e per
ricerca e
sviluppo quote
di fatturato
significativamente
inferiori a
quelle dei suoi
principali
concorrenti
europei, ed è
poco attiva nel
campo delle
fonti di
propulsione a
basso impatto
ambientale. A
differenza di
quanto avvenuto
tra il 2004 e il
2008 – quando
l’azienda si è
ripresa da una
crisi che
sembrava fatale
– negli ultimi
anni la Fiat non
ha introdotto
nuovi modelli.
Il risultato è
stata una quota
di mercato che
in Europa è
scesa al 6,7%,
la caduta più
alta registrata
nel continente
nel corso del
2010.
Al tempo
stesso,
tuttavia, nel
terzo trimestre
del 2010 la Fiat
guida la
classifica di
redditività per
gli azionisti,
con un ritorno
sul capitale del
33%. La recente
divisione tra
Fiat Auto e Fiat
Industrial e
l’interesse ad
acquisire una
quota di
maggioranza
nella Chrysler
segnalano che le
priorità della
Fiat sono sempre
più orientate
verso la
dimensione
finanziaria, a
cui potrebbe
essere
sacrificata in
futuro la
produzione di
auto in Italia e
la stessa
proprietà degli
stabilimenti.
A
dispetto della
retorica
dell’impresa
capace di “stare
sul mercato
sulle proprie
gambe”, va
ricordato che la
Fiat ha
perseguito
questa strategia
ottenendo a
vario titolo,
tra la fine
degli anni
ottanta e i
primi anni
duemila,
contributi
pubblici dal
governo italiano
stimati
nell’ordine di
500 milioni di
euro l’anno. A
fare le spese di
questa gestione
aziendale sono
stati
soprattutto i
lavoratori.
Negli ultimi
dieci anni
l’occupazione
Fiat nel settore
auto a livello
mondiale è scesa
da 74 mila a 54
mila addetti, e
di questi appena
22 mila lavorano
nelle fabbriche
italiane. Le
qualifiche dei
lavoratori Fiat
sono in genere
inferiori a
quelle dei
concorrenti, i
salari medi
sono tra i più
bassi d’Europa e
la distanza
dalle
remunerazioni
degli alti
dirigenti non è
mai stata così
alta: Sergio
Marchionne
guadagna oltre
250 volte il
salario di un
operaio.
Questi
dati devono
essere al centro
della
discussione sul
futuro della
Fiat.
L’accordo
concluso dalla
Fiat con Fim,
Uilm e Fimsic
per Mirafiori –
che la Fiom ha
rifiutato di
firmare –
prevede un vago
piano
industriale,
poco credibile
sui livelli
produttivi,
tanto da rendere
improbabile ora
ogni valutazione
sulla
produttività.
L’accordo appare
inadeguato a
rilanciare e
qualificare la
produzione, e
scarica i costi
sul
peggioramento
delle condizioni
dei lavoratori.
Sul piano delle
relazioni
industriali i
contenuti
dell’accordo
sono
particolarmente
gravi: l’accordo
si presenta come
sostitutivo del
contratto
nazionale di
lavoro, e
cancellerebbe la
Fiom dalla
presenza
nell’azienda e
dal suo ruolo di
rappresentanza
dei lavoratori
che vi hanno
liberamente
aderito. Il
referendum del
13-14 gennaio
tra i dipendenti
sull’accordo,
con la minaccia
Fiat di
cancellare
l’investimento
nel caso sia
respinto, pone i
lavoratori di
fronte a una
scelta
impossibile tra
diritti e
lavoro. In
questa
prospettiva, la
strategia Fiat
appare come la
gestione di un
ridimensionamento
produttivo in
Italia,
scaricando costi
e rischi sui
lavoratori e
imponendo un
modello di
relazioni
industriali
ispirato agli
aspetti peggiori
di quello
americano.
Esistono
alternative a
una strategia di
questo tipo.
In Europa la
crisi è stata
affrontata da
imprese come la
Volkswagen con
accordi
sindacali che
hanno ridotto
l’orario,
limitato la
perdita di
reddito e
tutelato
capacità
produttive e
occupazione; in
questo modo la
produzione sta
ora riprendendo
insieme alla
domanda.
Produrre auto in
Europa è
possibile se c’è
un forte impegno
di ricerca e
sviluppo,
innovazione e
investimenti
attenti alla
sostenibilità
ambientale; per
questo sono
necessari
lavoratori con
più competenze,
meno precarietà
e salari
adeguati;
un’organizzazione
del lavoro
contrattata con
i sindacati che
assicuri alta
qualità,
flessibilità
delle produzioni
e integrazione
delle funzioni.
E’ necessaria
una politica
industriale da
parte del
governo che non
si limiti agli
incentivi per la
rottamazione
delle auto, ma
definisca la
direzione
dell’innovazione
e degli
investimenti
verso produzioni
sostenibili e di
qualità; le
condizioni per
mercati più
efficienti;
l’integrazione
con le politiche
della ricerca,
del lavoro,
della domanda.
Considerando
l’eccesso di
capacità
produttiva
nell’auto in
Europa, è
auspicabile che
queste politiche
vengano definite
in un contesto
europeo,
evitando
competizioni al
ribasso su costi
e condizioni di
lavoro. Su tutti
questi temi è
necessario un
confronto, un
negoziato e un
accordo con i
sindacati che
rappresentano i
lavoratori
dell’azienda.
In
nessun paese
europeo
l’industria
dell’auto ha
tentato di
eliminare un
sindacato
critico
della strategia
aziendale dalla
possibilità di
negoziare le
condizioni di
lavoro e di
rappresentare i
lavoratori.
L’accordo Fiat
di Mirafiori
riduce le
libertà e gli
spazi di
democrazia,
aprendo uno
scontro che
riporterebbe
indietro
l’economia e il
paese.
Ci
auguriamo che la
Fiat rinunci
a una strada che
non porterebbe
risultati
economici, ma un
inasprimento dei
conflitti
sociali. Ci
auguriamo che
governo e forze
politiche e
sindacali
contribuiscano a
una soluzione di
questo conflitto
che ristabilisca
i diritti dei
lavoratori a
essere
rappresentati in
modo democratico
e tuteli le
condizioni di
lavoro.
Esprimiamo la
nostra
solidarietà ai
lavoratori
coinvolti e alla
Fiom, sosteniamo
lo sciopero
nazionale del 28
gennaio 2011 e
ci impegniamo ad
aprire una
discussione sul
futuro
dell’industria,
del lavoro e
della
democrazia, sui
luoghi di lavoro
e nella società
italiana.
Margherita
Balconi,
Università di
Pavia
Paolo Bosi,
Università di
Modena e Reggio
Emilia
Gian Paolo
Caselli,
Università di
Modena e Reggio
Emilia
Daniele Checchi,
Università
Statale di
Milano
Tommaso Ciarli,
Max Planck
Institute of
Economics
Vincenzo Comito,
Università di
Urbino
Marcella Corsi,
Università di
Roma “La
Sapienza”
Pasquale De
Muro, Università
di Roma Tre
Giovanni Dosi,
Scuola Superiore
Sant’Anna, Pisa
Marco Faillo,
Università degli
Studi di Trento
Paolo Figini,
Università di
Bologna
Massimo Florio,
Università
Statale di
Milano
Maurizio
Franzini,
Università di
Roma “La
Sapienza”
Lia Fubini,
Università di
Torino
Andrea
Fumagalli,
Università di
Pavia
Mauro Gallegati,
Università
Politecnica
delle Marche
Adriano
Giannola,
Università di
Napoli Federico
II
Anna Giunta,
Università di
Roma Tre
Andrea Ginzburg,
Università di
Modena e Reggio
Emilia
Claudio
Gnesutta,
Università di
Roma “La
Sapienza”
Elena Granaglia,
Università di
Roma Tre
Simona
Iammarino,
London School of
Economics
Peter Kammerer,
Università di
Urbino
Paolo Leon,
Università di
Roma Tre
Stefano
Lucarelli,
Università di
Bergamo
Luigi Marengo,
Scuola Superiore
Sant’Anna, Pisa
Pietro Masina,
Università di
Napoli
“L’Orientale”
Massimiliano
Mazzanti,
Università di
Ferrara
Marco Mazzoli,
Università
Cattolica di
Piacenza
Domenico Mario
Nuti, Università
di Roma “La
Sapienza”
Paolo Palazzi,
Università di
Roma “La
Sapienza”
Cosimo Perrotta,
Università del
Salento
Mario Pianta,
Università di
Urbino
Paolo Pini,
Università di
Ferrara
Felice Roberto
Pizzuti,
Università di
Roma “La
Sapienza”
Andrea Ricci,
Università di
Urbino
Andrea Roventini,
Università di
Verona
Maria Savona,
University of
Sussex
Francesco
Scacciati,
Università di
Torino
Alessandro
Sterlacchini,
Università
Politecnica
delle Marche
Stefano Sylos
Labini, Enea
Giuseppe Tattara,
Università di
Venezia
Andrea Vaona,
Università di
Verona
Marco Vivarelli,
Università
Cattolica di
Piacenza
Antonello Zanfei,
Università di
Urbino
Adelino Zanini,
Università
Politecnica
delle Marche
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