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Giugno 2010
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30 giugno 2010
Brancher, Pd presenta mozione di sfiducia, ok da Idv
di Ida Rotano,
Una mozione di sfiducia nei confronti
del ministro per il Decentramento, Aldo
Brancher, verrà presentata alla Camera.
Lo annuncia il presidente del grup po
Pd a Montecitorio, Dario Franceschini, e
giunge subito l'ok dell'Italia dei
valori, con il presidente dei deputati,
Massimo Donadi.
Non ci sarà un documento unitario di
tutte le opposizioni per la riserva
dell'Udv ad una iniziativa parlamentare
assieme a Idv.
La capigruppo di domani mattina deciderà
quando calendarizzare la mozione di
sfiducia che, per essere discussa,
necessita della firma di 63 deputati
Indispensabile, per
Franceschini, una mozione di sfiducia
che consenta di fare chiarezza sulla
vicenda.
Un testo aperto a tutta l'opposizione,
le 63 firme possono essere di chiunque,
ma sul quale è calato il veto dell'Udc,
scettici dopo la rinuncia, da parte di
Brancher, al legittimo impedimento.
Posizione sulla quale ironizza Massimo
Donadi, capogruppo Idv: "Sosteniamo la
mozione anche perché l'avevamo promossa,
è passata la nostra linea. E mi verrebbe
da dire che è una mozione unitaria,
visto che la firmano Pd e Idv, e che ci
sarebbe da interrogarsi sull'effettivo
ruolo di opposizione di altri gruppi".
"In ogni caso - aggiunge - siccome la
mozione riguarda la difesa della dignità
delle istituzioni, è rivolta a tutti i
parlamentari non solo di opposizione ma
anche di maggioranza. E' la cartina di
tornasole per quanti spesso dichiarano
di battersi per la dignità delle
istituzioni per dimostrare che lo fanno
fino in fondo".
Intanto contro il
neoministro scende in campo anche
Famiglia Cristiana che con un durissimo
editoriale, firmato da Beppe Del Colle,
non usa certo giri di parole: "Siamo
arrivati al colmo della nomina di un
'ministro del nulla', in funzione
dell'ennesima legge 'ad personam' per
sottrarre i politici alla giustizia,
mentre si tradisce la Costituzione sui
temi della legge uguale per tutti, della
liberta' di stampa e dei fini sociali in
tema di economia di mercato", scrive Del
Colle. E continua: "Al Parlamento non si
chiede di discutere, ma solo di
approvare le decisioni del governo; la
maggioranza è divisa su tutto, tranne
che sull'ossequio devoto (almeno a
parole) al capo del governo". Che
differenza con la politica di alcuni
anni fa, rimarca il settimanale.
www.spazioamico.it
26 giugno 2010
L'aggressione diventa rissa
di Pietro Ancona
C olpisce
il comportamento della stampa italiana quando si occupa
di questioni riguardanti gli ebrei o Israele. La verità
viene subito manipolata e, quando non si può stravolgere
del tutto, immediatamente si derubrica o si definisce
diversamente il fatto come è accaduto ieri: una
aggressione organizzata da un gruppo appartenente alla
comunità ebraica di Roma è stata riportato come "rissa".
Secondo il nostro Codice Penale la rissa è un reato
punibile dall'art.588 con una multa ed il carcere fino a
cinque anni. Nella rissa le responsabilità sono di tutti
i partecipanti e non può essere invocata la
provocazione. Come nella notte tutti i gatti diventano
neri così, così le responsabilità di quanto è accaduto
ieri a Roma non sono attribuibili soltanto allo
squadrismo di quegli ebrei romani che hanno fatto una
spedizione punitiva contro i pacifisti colpevoli di
voler ricordare accanto al soldato israeliano anche gli
undicimila palestinesi chiusi nelle carceri da anni e
dimenticati dall'opinione pubblica mondiale. Ricordo che
tra queste undicimila persone che soffrono e spesso
vengono torturate nelle carceri di Israele ci sono
centinaia e centinaia di bambini.
Tra i pacifisti aggrediti un giovane è stato ricoverato
all'ospedale per le percorse subite forse non a mani
nude.
La Comunità Ebraica di Roma non è nuova ad episodi di
squadrismo. Nel maggio del 2007 organizzò una spedizione
punitiva a Teramo contro i professori Faurisson e Moffa
. I due professori furono aggrediti in piazza,
insolentiti, strattonati e picchiati. La loro colpa è
stata quella di voler intervenire nel dibattito sui
lagers nazisti e sull'Olocausto.
Sono stati subito criminalizzati dalla lobby ebraica che
è assai influente in Italia. E' stato loro impedito di
parlare e poi sono stati malmenati. L'anziano professore
Faurisson ha subito un colpo al collo infertogli da un
aggressore esperto di arti marziali.
L'episodio di ieri a Roma si inquadra nel clima di
intolleranza e di violenza che si è incrudelito dopo la
elezione di Alemanno a Sindaco. Roma è diventata teatro
di violenze contro rom, omosessuali, extracomunitari.
Insomma contro coloro che da sempre i fascisti
considerano "diversi" da eliminare per ripulire la città
dalla loro presenza. Anche i pacifisti sembrano ora
rientrare nella categorie dei "diversi". Alemanno è
stato recentemente in Israele a ritirare il premio
istituito da un imprenditore di Tel Aviv. Israele non
tollera neppure la più piccola critica del suo operato e
concede alla sua amicizia soltanto a coloro che
accettano senza discutere la sua politica militare.
Quindi Alemanno è engageè e non è una cosa buona nè per
Roma nè per l'Italia che dovrebbero sostenere le ragioni
della pace e del rispetto della integrità fisica e della
dignità umana di tutti. Sopratutto per i milioni di
palestinesi che oggi vivono reclusi e privati di tutto a
cominciare dall'acqua da bere. Israele si è infatti
impossessata dei due terzi dei pozzi esistenti in
Gisgiordania ed a Gaza lasciando a milioni di
palestinesi soltanto quelli peggiori e di acqua
salmastra.
La comunità ebraica dovrebbe riflettere su posizioni
sempre più aggressive ed intolleranti di coloro che ne
monopolizzano la rappresentanza. Ricordo con vero
rammarico la stima ed anche l'affetto che
figure come Toaff e Zevi, che per moltissimi anni ne
furono i portavoce, sapevano suscitare. Ora il tratto
prevalente è l'intolleranza, lo squadrismo. Sono certo
che non tutti gli ebrei italiani condividono la politica
del governo di Israele e la crescente aggressività verso
tutti coloro che si compenetrano nella infelice
condizione dei palestinesi. Ma anche la stampa italiana
che oggi protesta per la legge bavaglio dovrebbe
riflettere sulla propria responsabilità nell'occultare
la verità e nel criminalizzare ed isolare quanti
difendono una popolazione oppressa dal militarismo
colonialista israeliano.
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
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25 giugno 2010
Pomigliano, quanto pesa il Pd su quel 62% di Si
di Stefano Olivieri
A me non interessa giudicare Sacconi. Un ministro del governo di un paese democratico dovrebbe essere terzo, ma da quando Berlusconi è arrivato al governo, fin dal l ontano 1994, la terzietà istituzionale è scomparsa, è diventata un orpello per sfigati. Sacconi è entrato a gamba tesa nella vicenda di Pomigliano e c'era da metterlo in conto, perché lui insegue una precisa strategia, quella dello sgretolamento del fronte unitario sindacale prima di tutto, per avere poi le mani ancora più libere. Logico che Sacconi abbia spianato la strada a Marchionne, che per quanto illuminato imprenditore possa essere, ha colto la palla al balzo. Marchionne illuminato ? Non sono io a dirlo, che ho opinione dell'uomo evidentemente molto diversa, ma lo ha affermato in questi giorni Montezemolo, che aspetta impaziente di scendere in campo ed evidentemente non si accalora tanto se qualcun altro gli sgombra il terreno dai problemi, facendo il cosiddetto "lavoro sporco".
Mi sconcerta invece il cerchiobottismo miope, nella vicenda Pomigliano, del Pd di Bersani, che in queste ultime ore, mentre il referendum era in corso, ha continuato a parteggiare per il sì e al tempo stesso a raccomandare a Marchionne il rispetto degli accordi a prescindere dal risultato. Come a dire che anche se avesse vinto il 51 % dei Sì, con la fabbrica e la catena di montaggio spaccata in due, la linea polacca delle regole ( perché di questo si tratta in fondo: portare la Panda a Pomigliano, ma con le stesse regole a cui sono sottoposti gli operai polacchi) sarebbe dovuta passare ugualmente. Chiedo al PD di chiarire davvero, a questo punto, che cosa significhi essere compagni, condivisori dello stesso pane. Il partito democratico da che parte sta? E' al corrente, è consapevole dell'effetto domino contenuto nell'accordo di Pomigliano? E' altrettanto consapevole che l'alternativa a Berlusconi non potrà mai esserci in un paese che si allontana ogni giorno di più dalla democrazia dei diritti ? E' al corrente dei milioni di piccoli fuochi che stanno per scoppiare nel nostro paese, ora che padroni e padroncini sanno di avere fra le mani un giocattolo mille volte più affascinante della legge Biagi ? E' infine consapevole che al governo da solo non ci arriverà mai senza i voti della sinistra?
Continuo ostinatamente a credere che il partito democratico possa cambiare, ritrovare la strada della gente, della sua gente. Che sta in fabbrica come negli uffici, o nelle suole di una Italia derelitta e frastornata. Continuo a pensare che è un dovere mio e di tutti i democratici ricordare e far ricordare che i diritti non sono mai mercatabili, in particolare quelli che riguardano la dignità e il valore del lavoro. C'è scritto sulla Costituzione, e io ci credo. Con Pomigliano torniamo indietro di almeno 50 anni. Il PD difenda piuttosto quel 36 % che ha detto no, e continuerà a dirlo. E' una frontiera da non superare, per un partito che si chiama democratico.
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24 giugno 2010
La Fiat cerca vendetta
di Mo. Ma.,
I  l
referendum tra i lavoratori dello
stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco
non scioglie i nodi e non convince
l'azienda a confermare l'investimento di
700 milioni di euro, che, secondo il
piano industriale, dovrebbe produrre la
nuova 'Panda' dalla metà del prossimo
anno. Il sì delle tute blu all'accordo
separato di poco superiore al 60%
potrebbe indurre il Lingotto a ripensare
il progetto di trasferimento della
produzione della 'Panda' dalla Polonia a
Pomigliano.
La nota ufficiale della Fiat sull'esito
del voto sembra far tramontare lo
spettro del piano B, cioè l'idea di
prendere la baracca produttiva e
spostarla altrove. Si fa strada, invece,
l'ipotesi del piano C, con la
costituzione di una newco dentro cui far
confluire asset e lavoratori che
sarebbero sottoposti a un contratto
basato su quello previsto dall'accordo
separato. Un modello già sperimentato
nella vicenda Alitalia-Cai. Il Lingotto aveva
chiesto un plebiscito, una percentuale
dei sì intorno all'80%, come condizione
per andare avanti lungo il percorso
tracciato dall'accordo che la Fiom-Cgil
non ha sottoscritto. Una decisione
definitiva sul futuro di Pomigliano
arriverà nei prossimi giorni. Le
decisioni finali dovrebbero riguardare,
secondo indiscrezioni, l'entità
dell'investimento da parte del Lingotto,
che potrebbe essere rivisto rispetto ai
700 milioni di euro inizialmente
previsti. In questo caso il futuro
dell'impianto di Pomigliano diventerebbe
molto incerto.
L'insoddisfazione del
Lingotto si evince anche dal comunicato
ufficiale dell'azienda. "Fiat - si legge
nella nota - ha preso atto della
impossibilità di trovare condivisione da
parte di chi sta ostacolando, con
argomentazioni dal nostro punto di vista
pretestuose, il piano per il rilancio di
Pomigliano. L'azienda - aggiunge la Fiat
- lavorerà con le parti sindacali che si
sono assunte la responsabilità
dell'accordo al fine di individuare e
attuare insieme le condizioni di
governabilità necessarie per la
realizzazione di progetti futuri".
Le incertezze sulla
produzione della Panda a Pomigliano
mettono in allarme i sindacati che hanno
condiviso il piano proposto
dall'amministratore delegato Sergio
Marchionne. E lo stesso Governo, che
chiede all'azienda di confermare
l'investimento. "Fiat deve rispettare
l'accordo - dice il ministro del Welfare,
Maurizio Sacconi - non voglio nemmeno
pensare a un'ipotesi diversa. Non ce ne
sono le ragioni e sarebbe un'ipotesi
assurda, molto grave".
Il presidente di Confindustria, Emma
Marcegaglia, invita l'azienda ad andare
avanti con chi ci sta. "Noi non possiamo
che supportare e apprezzare le posizioni
espresse della Fiat - afferma
Marcegaglia - siamo soddisfatti che
l'azienda voglia andare avanti con la
maggioranza dei sindacati e dei
lavoratori che hanno deciso di sostenere
la Fiat e condividere la sua
iniziativa".
La Fiom prende atto
delle decisioni della Fiat di voler
continuare a lavorare per i "progetti
futuri" su Pomigliano con i soli
sindacati che si sono espressi per il sì
all'accordo ma, di fronte all'inattesa
ampiezza del fronte del "No" all'intesa
separata, chiede al Lingotto di tornare
al tavolo. Da parte dei metalmeccanici
della Cgil, in ogni caso, non ci sarà
alcun boicottaggio volto ad ostacolare
piani Fiat in Campania: "Noi facciamo
gli accordi alla luce del sole e se non
li troviamo scioperiamo: altre cose non
ci appartengono, né nei linguaggi né nei
comportamenti' assicura il segretario
generale, Maurizio Landini che nel primo
pomeriggio convoca una conferenza stampa
"per ringraziare i lavoratori di
Pomigliano che con il loro voto hanno
dimostrato una responsabilità e una
dignità che deve far riflettere tutti".
Innanzitutto la Fiat se, "come dice, ha
a cuore lo sviluppo del Paese" sostiene
il neo leader delle tute blu Fiom che,
mentre parla, apprende del comunicato
della Fiat in cui si annuncia
l'intenzione di voler continuare a
lavorare con le sole controparti che si
sono assunte la responsabilità
dell'accordo.
"Prendiamo atto della decisione della
Fiat, ma non crediamo che sia la
soluzione migliore" commenta Landini che
ribadisce: "gli atti condivisi sono
meglio degli atti di forza" e, dunque,
la soluzione migliore per tutti sarebbe
quella di sedersi di nuovo attorno ad un
tavolo. E, considerata la risposta dei
lavoratori, di sgomberare il campo da
quelle parti dell'accordo che limitano i
diritti e le tutele dei lavoratori,
perché, ripete ormai da settimane, "gli
obiettivi di produzione che si è data
l'azienda si possono raggiungere
applicando il contratto di lavoro e,
dunque, con il consenso di tutti" così
come chiede il Lingotto.
Il risultato del referendum, dunque,
viene accolto con soddisfazione dalla
Fiom che si ricompatta anche con la
linea della Cgil. "La posizione espressa
questa mattina dalla Confederazione
evidenzia che non ci sono distanze'
precisa Landini commentando le
dichiarazioni del vice-segretario
generale, Susanna Camusso, secondo la
quale il voto al referendum 'nella sua
articolazione tra sì e no, dice che ci
vuole una soluzione condivisa' e che ci
sono 'i sì per il lavoro e i no per non
cancellare i diritti". Il segretario
Fiom rivolge invece un appello alle
forze politiche "quelle che parlano
senza sapere di cosa parlano".
Soprattutto, sottolinea, "quando parlano
di assenteismo. E' bene sapere che i
dati che vengono riproposti sono
precedenti al 2005. Ora la fabbrica è
una realtà completamente diversa, fatta
di giovani che vogliono lavorare".
Secondo il leader
della Cisl, Raffaele Bonanni, "mi pare
ci siano tutte le condizioni affinché il
piano possa andare avanti, le condizioni
per questo investimento. La Fiat non
scherzi. Ha un piedistallo importante di
consenso su cui costruire le basi della
produzione qui a Pomigliano". Sulla
stessa lunghezza d'onda il segretario
generale della Uil, Luigi Angeletti:
"Credo che l'opzione che si presenta a
Fiat sia quella di confermare la
validità dell'accordo e, quindi,
l'investimento da realizzare nei
prossimi mesi per trasferire la
produzione della Panda nello
stabilimento di Pomigliano".
Preoccupazione viene espressa dalla
Fismic, secondo cui il risultato del
referendum "non sarà purtroppo
sufficiente a far mantenere l`impegno di
investire in quello stabilimento 700
milioni di euro"; mentre per l'Ugl "la
percentuale dei sì è alta e, quindi,
sufficiente per portare avanti il
progetto della nuova Panda". Il
sindacato polacco si dichiara infine
"stanco" delle voci che alimentano
l'incertezza tra lo stabilimento
italiano di Pomigliano e quello polacco
di Tychy, perché la decisione di
scegliere l'Italia è stata presa "tempo
fa" e ora "si sta giocando".
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23 giugno 2010
Un "particolare" che nasconde molto di più
di Vncenzo Vita
Attenzione.
La recente polemica innestata da un
rilevante, appassionato intervento di
Fabrizio Gifuni alla manifestazione del
Partito democratico tenutasi a Roma
sabato scorso - con il contestato
utilizzo del termine "compagni" - è un
particolare. Sì. Che nasconde, però, il
generale, come si dice; e il diavolo si
nasconde proprio nei frammenti del
discorso. E già, perché è persino ovvio
iniziare gli interventi nei nostri mondi
con l'evocazione di una parola così
intrisa di significati simbolici. E che
c'entra con la antica militanza
comunista, socialista, socialdemocratica
e radicale solo nel senso che queste
ultime ripresero il latino medioevale "cum
panis" - coloro che condividono il pane.
Porre come elemento
discriminante, in un senso o nell'altro,
il dire "compagno" può apparire persino
grottesco. Non da parte dei
giovanissimi, nativi democratici, che
vorrebbero mutare stili e linguaggi.
Proviamoci, superando tanto la retorica,
quanto la antica struttura linguistica.
E' grave se a polemizzare sono più
stagionati esponenti del Pd, che - in
verità - sembrano usare la questione
terminologica per dire tutt'altro: il
partito non può e non deve essere di
sinistra. E qui si sbagliano: si usi
meno il termine "compagno" ma si faccia
definitivamente la scelta unica
possibile per il Pd, quella di un
moderno partito riformista, capace di
integrare e superare le culture
"fondatrici", ma non per rifare qualche
accrocchio neocentrista o neomoderato.
Così la pensa grande parte del nostro
elettorato. O no?
Tra l'altro, si usi
un'altra attenzione. A furia di
distruggere le migliori e più genuine
tradizioni culturali, si tagliano le
radici popolari del nostro soggetto
politico. Eppoi, dire "amici" o è un
puro espediente farisaico o è davvero
troppo impegnativo. "Compagno" evoca
solo una comunità di condivisione. Più
oggettivamente.
Infine, grazie a Gifuni per quello che
ha detto sull'importanza dell'arte e
della cultura. Ma di questo non si
parla? Del genocidio culturale cui si è
riferito nell'epoca della leggerezza
televisiva e dei tagli a scuola,
università, spettacolo, non si dice? E'
troppo da "compagni"? Sono tutti
"compagni" intellettuali e precari della
cultura di massa? Comunque, io mi
ritengo convintamente un compagno. Posso
stare nel Pd o devo chiedere permesso?
www.aprileonline.info
20 giugno 2010
Manovra. Bersani: paghino premier e ricchi
Fischi al premier Silvio Berlusconi e vuvuzelas, il suono simbolo dei mondiali, per segnalare i passaggi clou del segretario Pier Luigi Bersani. Il Pd parte per la "campagna d'estate" con una manifestazione, a Roma, contro la manovra e con l'obiettivo di rilanciare con più forza l'opposizione. "Noi abbiamo un'altra idea dell'Italia, se c'è qualcosa da mandare giù, la si mandi giù tutti ed invece Berlusconi paga zero", affonda il leader Pd che non risparmia la Lega "mollacciona con il miliardario" e tra i petrolieri ed i lavoratori, che sfilano sul palco, fa capire con chiarezza da che parte sta.
Il Pd vuole stare "mani, testa, cuore e piedi", come sintetizza Bersani, nei problemi della gente comune. E sul palco, allestito nel palazzetto dello sport, Mila Spicola, insegnante nel quartiere Brancaccio di Palermo, strappa grandi applausi come il "grido di giustizia in difesa dei deboli", invocato in un videomessaggio dall'ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. Lavoratori, come un operaio dell'Ex Eutelia e un poliziotto, denunciano i danni della manovra e della crisi e si alternano agli amministratori: Sergio Chiamparino snocciola le cifre di un provvedimento che "incide nella carne viva dei cittadini", Vasco Errani denuncia un 'liberismo straccione ma pericoloso' della maggioranza e assicura che le Regioni non alzeranno bandiera bianca.
I Democratici non scendono in piazza perché, assicura il segretario, "il Pd non è un arruffapopolo ma un partito provvisoriamente all'opposizione" che, per tornare al governo, "deve essere piu' forte delle sue debolezze".
La manovra è il fulcro dell'attacco di Bersani che non rinuncia però a dare l'altolà: "O Berlusconi rispetta la Costituzione o, se non gli piace, vada a casa". Ma è il provvedimento economico il paradigma dell'incapacità di Berlusconi di guidare il paese: "Il governo è una macchina tarata per il consenso e non per il governo. Il premier ha risolto i problemi suoi, non quelli degli italiani". E se il Cavaliere è incapace, per il leader Pd anche gli alleati fanno solo la voce grossa: "La Lega è dura con gli inni e le squadre di calcio ma poi con il miliardario è un po' mollacciona", attacca Bersani, che, insieme a Chiamparino e Errani, ha buon gioco a criticare il federalismo "a chiacchiere". Un federalismo "con tanti ministri", dice il sindaco di Torino, ma che poi nella manovra si traduce in tagli agli enti locali."Il governo - è la metafora del capo dei democratici - dà la pistola a Comuni e Regioni perché sparino loro e sparino non alle quaglie ma al popolo".
Per il Pd è il giorno della protesta. Le proposte sono arrivate sotto forma di emendamenti al Senato "perché questa manovra ha 150 pagine, 2380 commi ma non uno straccio di idea, una direzione di marcia". Ed invece la rotta per il Pd deve essere quella che riporta alla crescita. Con investimenti e prima di tutto riequilibrando una "manovra iniqua". I democratici chiedono di toccare le rendite finanziarie ed i poteri forti, di colpire gli evasori ma anche di rivedere opere come il Ponte sullo Stretto e abolendo le province delle città metropolitane ''Ma quante volte dobbiamo dirci liberali prima di toccare un petroliere? Ma quanti turni devono fare gli operai perché si possa toccare un petroliere?", è la domanda con cui Bersani solleva applausi e vuvuzelas e nella quale incarna il suo "partito popolare".
Al Palalottomatica c'è tutto lo stato maggiore del partito, a parte qualche eccezione. Non c'erano Massimo D'Alema, ancora in viaggio in Cina, e non c'era Beppe Fioroni che fin da subito aveva preso le distanze dall'idea di una manifestazione contro la manovra.
In prima fila, la presidente dell'assemblea del partito Rosy Bindi, il vicesegretario Enrico Letta, i capigruppo di Camera e Senato Dario Franceschini e Anna Finocchiaro. E poi ancora gli ex ministri Piero Fassino e Paolo Gentiloni. Il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca. E ancora Filippo Penati, David Sassoli, Nicola Latorre. Sergio Chiamparino, Vasco Errani e Stefania Pezzopane, chiamati sul palco a parlare.
E infine l'ex segretario Walter Veltroni, che si nega ai giornalisti: "Non parlo, oggi è la giornata del segretario", spiega.
L'Unità
10 giugno 2010
Bavaglio liberticida, un problema europeo
di
Jean-Froncois Juillard, Segretario
Generale Reporters sans Frontières,
I senatori italiani sono oggi l’ultimo baluardo
democratico contro il progetto di legge sul divieto
di pubblicazione delle intercettazioni telefoniche o
delle informazioni relative a indagini in corso. Il
testo prevede sanzioni penali ed economiche, multe
che possono raggiungere più di 450mila euro per gli
editori di giornali o per media audiovisivi che
dovess ero
diffondere documenti o registrazioni audio e video
realizzati nel corso di una indagine giudiziaria.
Se il testo fosse ratificato oggi, i senatori
impedirebbero de facto qualunque indagine
giornalistica nel campo giudiziario. Prigioni o
multe sproporzionate, le pene in cui possono
incorrere i contravventori rappresentano in effetti
una vera censura, un ostacolo economico e penale
inammissibile alla libertà di informare su uno
degli aspetti principali di una società
democratica.
Nessuno mette in discussione il principio
dell’indipendenza dei magistrati italiani, unici
titolari del compito di pronunciarsi sui dossier
giudiziari. Ma la storia ci ha dimostrato che la
stampa ha spesso, e molto largamente, contribuito
con le sue inchieste a far progredire dei casi, se
non addirittura impedito che essi cadessero
nell’oblio o nell’impunità. E se è vero ed
evidente che l’Italia non può essere ridotta ai
suoi problemi di corruzione o alle attività
mafiose, è anche certo che questi temi non possono
essere “legalmente” seppelliti da un testo che
legittima il blackout mediatico. I giornalisti
italiani possono sin da ora contare sulla
solidarietà di Reporters sans frontières per
pubblicare simbolicamente sul nostro sito i dati che
dovessero cadere sotto il colpo di questa censura.
Una decina di giornalisti italiani vivono sempre
sotto protezione della polizia per aver indagato su
questi temi giudiziari e per averli pubblicamente
denunciati. Questo unico fatto avrebbe dovuto
convincere da molto tempo i parlamentari ad
abbandonare questo progetto. Non mescoliamo d’altra
parte i ruoli. I giornalisti non sono responsabili
né del contenuto di queste intercettazioni né
degli scandali che esse permettono di mettere in
evidenza. La loro pubblicazione in extenso nei media
non costituisce diffamazione ma è di interesse
pubblico e costituisce, d’altra parte, uno dei
principali vettori che permettono di rinforzare le
indagini pubblicate. Allo stato, il progetto di
legge metterebbe i giornalisti in una posizione
schizofrenica, stretti tra l’esigenza di fornire la
documentazione indispensabile per chiarire ciò che
scrivono e la proibizione legale di fornirle ai
propri lettori.
Noi facciamo appello a ogni senatore perchè non si
renda complice di una legge liberticida e totalmente
incompatibile con gli standard democratici europei
che le assemblee parlamentari devono incarnare e
garantire. La posta in gioco di questa legge supera
d’altra parte l’ambito nazionale.
Se l’Italia, membro fondatore dell’Unione europea,
dovesse approvare questo testo di legge, il segnale
inviato ai paesi extra europei sarebbe catastrofico
e incoraggerebbe un buon numero di dittature a
“ispirarsi” opportunamente a questo testo per
limitare la capacità investigativa della stampa
locale. Secondaria agli occhi di alcuni, questa
dimensione del problema non può, non deve, essere
trascurata.
(traduzione di Marina Fortuna)
il
Fatto quotidiano 8 giugno 2010
Il governo cancella i down
L’assegno per l’assistenza
solo a chi raggiunge l’85% di invalidità. 38mila persone
che soffrono di questa sindrome non avranno più i miseri
256 euro al mese.
Pietro Vittorio Barbieri, presidente
della Federazione Italiana per il Superamento
dell’Handicap, non crede ai suoi occhi. Legge e rilegge
l'articolo 9 della manovra anti sprechi là dove si
spiega che la soglia dell'handicap per cui è previsto il
mantenimento dell'assegno di assistenza passerà dal 74%
all'85%. Quasi tutti i 38mila down italiani
hanno un handicap riconosciuto del 75%, e resteranno
quindi tagliati fuori dal contributo. “Si tratta di 256
euro al mese. La finanziaria li ha cancellati così, in
due righe". Secondo il governo, la misura è un efficace
antidoto contro i falsi invalidi e le truffe allo Stato.
Ma Barbieri scuote la testa: "Qui si mettono in gioco i
diritti fondamentali dell’individuo. I falsi invalidi,
secondo il ministro Tremonti, sarebbero
le persone ai margini della società che - alla faccia
del principio costituzionale della non discriminazione e
del pieno sviluppo della personalità - vengono private
dell’unica misura nazionale capace di incentivare la
permanenza nel contesto familiare. Un aiuto che
restituisce una seppur minima opportunità di inclusione
sociale". Perché, a essere precisi, i 256 euro vanno
solo a chi è iscritto alle liste di collocamento in
quanto disoccupato e dichiara un reddito annuo non
superiore ai 4.408 euro.
Insomma, truffare lo Stato sul punto è pressoché
impossibile, ma la norma pare serenamente avviata a
diventare legge. Il Coordown, coordinamento di
80 associazioni che promuovono i diritti delle persone
down, ha inviato una lettera alle massime
istituzioni perché si possa rivedere la decisione: “Dai
dati in nostro possesso risulta che soltanto il 10%
delle persone con sindrome di Down accede ad un lavoro
retribuito, per cui moltissime rimarrebbero senza alcun
reddito. Si chiede che il Governo possa rivedere quanto
previsto nella manovra finanziaria poiché è fuori
discussione che le persone con sindrome di Down, avendo
un’alterazione di tipo cromosomico, hanno un’invalidità
sulla quale non può essere posto alcun dubbio e la
nostra società ha il dovere di tutelarle, mantenendo i
riconoscimenti fino ad oggi acquisiti”.
Precisa Franca Bruzzo, segretaria del
Coordown: “Chi ha un figlio o un fratello Down
di solito sceglie un lavoro part-time, rinuncia
a una parte della propria attività professionale per
seguire una persona che oggettivamente ha bisogno di un
aiuto in più. I famosi 256 euro al mese compensano
quello sforzo, ma da oggi in poi tutto ricadrà per
intero sulle spalle dei cittadini. Anche perché è chiaro
che i tagli ai bilanci regionali andranno a finire
sempre lì, sulle politiche di sostegno. Così chi ha un
handicap in famiglia sarà stretto a tenaglia. Per
risparmiare cosa poi? Cifre ridicole a fronte degli
sprechi veri dello Stato. Meno male che non si doveva
fare macelleria sociale con questa manovra”.
Letizia Pini lavora per una onlus
milanese e spiega come si vivono queste giornate: “Al
telefono, in ansia. Cerchiamo di capire cosa sta
succedendo, evitando di affrontare il problema coi
ragazzi almeno fino a quando non saremo certi su come
vanno davvero le cose. Se il governo metterà la fiducia
sul provvedimento non ci sarà niente da fare, e allora
dovrò spiegare a mio figlio che lo Stato ha deciso di
non aiutarci più”. L’Italia per l’invalidità civile
spende meno della Polonia, dell’Ungheria, della Francia
e della Germania. Meno di noi spendono solo la Grecia,
l’Estonia, la Bulgaria, l’Irlanda. La nostra spesa media
è inferiore a quella dell’Europa dei 15, e anche a
quella dei 27.
www.aprileonline.info 8 giugno 2010
Pensioni, doccia fredda dall'UE
di Red.
L'Ue
insiste: l'età pensionabile per le donne
nel pubblico impiego deve essere
equiparata a quella degli uomini, ovvero
portata a 65 anni, entro il 2012. Non è
andato a buon fine l'incontro tra il
vicepresidente della Commissione Ue
Viviane Reding e il ministro del Lavoro
e delle politiche sociali Maurizio
Sacconi, recatosi a Lussemburgo per
illustrare la proposta del governo
italiano di far scattare l'innalzamento
dell'età pensionabile per le donne nel
pubblico impiego nel 2015, data di
mediazione tra il 2018 - data prevista
per l'equiparazione - e il 2012 indicato
dall'Europa: "Il cambiamento nella
legislazione italiana potrebbe essere
combinato con le misure di
consolidamento di bilancio" spiega il
portavoce della Reding. "La commissaria
nel corso dell'incontro ha insistito su
un periodo di transizione molto breve,
con la nuova legge che dovrà essere
applicata entro il 2012 - continua il
portavoce -. La commissaria comprende
che l'Italia ha delle difficoltà, ma
deve rispettare la sentenza della Corte
europea di giustizia. E tutti gli Stati
membri devono essere trattati in maniera
uguale".
Prima dell'incontro
con il vicepresidente della Commissione
Ue Sacconi aveva spiegato che dalla Ue
"ci viene contestata una gradualità che
tra l'altro era stata concordata col
precedente commissario europeo",
aggiungendo che "il Consiglio dei
ministri valuterà la posizione della
Commissione europea, che a noi sembra
ancora troppo ancorata alla sentenza
della Corte europea di giustizia".
"Sbaglia il ministro
Sacconi a ridurre la contestazione della
Ue alla questione della gradualità
dell'età pensionabile per uomini e
donne. L'Europa ci contesta un regime di
discriminazione formale a danno degli
uomini e reale a danno delle donne e ci
chiede, giustamente, di affrontare il
problema" afferma Sandro Gozi,
capogruppo del Pd nella Commissione
Politiche dell'Unione europea. Gozi
sottolinea che "l'Italia deve affrontare
questo nodo ma il governo Berlusconi non
sembra intenzionato a farlo. Infatti,
l'unica strada sarebbe quella di
equiparare l'età pensionabile tra uomini
e donne introducendo un sistema
flessibile e volontario di scelta,
insieme all'avvio di politiche in grado
di eliminare le discriminazioni in
materia di lavoro, stipendi e
opportunità, in definitiva un welfare
moderno a favore delle donne al quale
tuttavia l'attuale esecutivo non è
affatto interessato".
Cesare Damiano,
capogruppo democratico in Commissione
lavoro alla Camera, propone: "L'Ue non
ci ha chiesto i 65 anni ma di equiparare
le condizioni di lavoro di uomini e
donne. Meglio sarebbe una misura di base
uguale per tutti, 61 o 62 anni (come
succederà con la riforma Prodi - Damiano
nel 2013) a partire dalla quale inserire
il principio di un'uscita flessibile,
fino ai 70 anni, liberamente scelta da
lavoratrici e lavoratori".
Duro Maurizio
Zipponi, responsabile lavoro dell'Italia
dei Valori: "Riguardo alle pensioni del
pubblico impiego assistiamo a un duetto
tra 'ladri di Pisa' recitato tra Sacconi
e la Comunità europea. Entrambi stanno
operando contro gli interessi delle
lavoratrici italiane, facendo finta di
avere un'opinione diversa",
Zipponi prosegue: "Il
governo italiano, per mantenere con
dignità una posizione, deve mettere le
donne italiane che lavorano, a partire
dagli asili nido fino alla assistenza
agli anziani che non deve essere
caricata sulla donna ma sul sistema
sociale, alla pari di quelle europee e
equiparare il salario per gli uomini e
le donne che svolgono la stessa
professione. Ricordo al ministro Sacconi
- continua - che, a parità di lavoro, le
donne percepiscono il 20% in meno del
salario e questo ha ricadute
pesantissime sul valore della pensione
che risulta molto ridotto".
L'esponente dell'Idv
conclude: "Un governo serio dovrebbe
innanzitutto difendere i propri
lavoratori nell'applicare i criteri che
la Comunità europea afferma. Sarebbe poi
interessante chiedere alla
vicepresidente della Commissione Ue,
Viviane Reding, come la mettiamo con la
Francia - conclude - dove l'età
pensionabile e' di 60 anni sia per
uomini che per donne. Non mi risulta,
infatti, che il governo francese sia
stato particolarmente richiamato
dall'Europa".
www.aprileonline.info 5 giugno 2010
Intercettazioni, tra aperture e polemiche
di Francesco Scommi
"Inviterei a non leggere il dibattito con toni
apocalittici: è un ordinario, intenso,
forte dibattito parlamentare che con il
contributo di tutti, quando i contributi
sono ragionevoli,
porta
anche delle modifiche in corso d'opera,
come sta avvenendo". Alfredo Mantovano
stempera i toni intorno alla riforma
delle intercettazioni, nel tentativo di
distendere un clima ancora incandescente
quando si toccano le questioni della
giustizia. Come dimostra anche l'affondo
del ministro della Giustizia sullo
sciopero annunciato dall'Anm contro la
manovra economica. "Uno sciopero
politico", dice il Guardasigilli che si
dice però "a fianco dei giovani
magistrati, perché su questo aspetto si
chiede un costo individuale troppo
alto".
Ma è dal
centrosinistra, anche se dalla posizione
istituzionale della presidenza del
Copasir, che giunge la voce di Massimo
D'Alema "per dare atto al governo di
avere compiuto una scelta ragionevole
che conclude una tormentata vicenda, nel
corso della quale si sono registrate
anche delle incomprensioni".
"All'origine - ricorda - vi è stata
l'approvazione, da parte della Camera,
di un nuovo testo dell'articolo 28 della
legge n. 124 in materia di
intercettazioni telefoniche sulle
comunicazioni di servizio degli
appartenenti al DIS e alle Agenzie per
la sicurezza. Su tale testo si era
registrato un netto dissenso dei gruppi
di opposizione e non fu possibile
intervenire a causa del voto di fiducia.
Apparve grave, fin da allora, al Copasir,
che si intervenisse con una disposizione
che suscitava così gravi contrarietà e
dissensi su una legge che fu quasi
unanimemente condivisa, come la 124,
all'atto della sua approvazione. Anche
per questo il Governo ha presentato al
Senato un emendamento che, pur se
indubbiamente limitativo della tutela
offerta al personale dei Servizi, ha
suscitato tuttavia perplessità, per cui,
nella mia qualità di Presidente del
Copasir, sin dal mese di aprile avevo
suggerito che la norma fosse stralciata
dal provvedimento sulle
intercettazioni". D'Alema ricorda dunque
che "appare positiva la scelta del
governo di tenere fuori la materia dei
servizi segreti, che per la sua
delicatezza merita di essere affrontata
in uno spirito bipartisan, dalle accese
polemiche che stanno caratterizzando
l'esame di un provvedimento così
discutibile come quello sulle
intercettazioni".
Proprio sulla marcia
indietro della maggioranza sul
provvedimento sulle intercettazioni -
sono state accolte ieri le richieste di
modifica dei finiani che hanno reso più
elastico e prolungabile il limite di 75
giorni e messo al sicuro i procedimenti
dal "bavaglio" - si è acceso oggi il
dibattito politico. L'Italia dei Valori
considera le correzioni insufficienti.
Il leader Antonio Di Pietro ha
dichiarato: "Gli emendamenti presentati
dalla maggioranza sono solo una lavatina
di faccia per raggiungere un obiettivo,
che resta sempre quello: bloccare le
indagini e cancellare il diritto
d'informazione. Ribadiamo la necessità
delle intercettazioni quale questo
strumento investigativo che ha permesso
fino ad oggi di scoprire gravi reati".
La capogruppo del Pd
al Senato, Anna Finocchiaro, rivendica
invece il ruolo svolto dall'opposizione:
"Sono proprio il senso di responsabilità
delle opposizioni, la determinazione con
la quale il gruppo del Pd ha ottenuto
un'ulteriore pausa di riflessione in
commissione Giustizia e le buone ragioni
di merito e politiche che abbiamo
addotto nella discussione che oggi
consentono alla maggioranza di ripensare
il testo sulle intercettazioni".
"Se ci fossimo arresi
alla forza - sottolinea Finocchiaro - il
Senato avrebbe già approvato un testo
del tutto inaccettabile. Io sono
soddisfatta dei risultati che il nostro
impegno in commissione e in Aula ha
sinora prodotto. Mi auguro che la
maggioranza ora sia così lungimirante da
proporre un testo migliore, non per
compiacere l'opposizione ma per
rispondere ai numerosi rilievi critici
che dal Parlamento e dal paese sono
venuti".
"Ora - conclude
Finocchiaro - rimaniamo in attesa di
vedere il testo degli emendamenti e di
valutare i cambiamenti apportati.
Martedì in commissione esprimeremo le
nostre opinioni". La capogruppo del Pd
in commissione Giustizia ed ex
magistrato, Silvia Della Monica, apre
comunque uno spiraglio critico sulle
modifiche anticipate dalla stampa "Non
conosciamo ancora se non attraverso
qualche agenzia di stampa, quali saranno
le proposte. Le dobbiamo vedere. Così
come sono state presentate sono anche un
po' ridicole, perché che si possa
prorogare di 48 ore in 48 ore, con tutti
gli atti che devono andare al tribunale
distrettuale, mi sembra una proposta
fatta da chi forse non conosce le
necessità di una indagine, e il modo di
lavorare dei magistrati". La linea dei
democratici, insomma è improntata alla
prudenza. Si aspettano che gli
emendamenti annunciati vengano
presentati, con la consapevolezza che
nuovi tranelli possono nascondersi nei
dettagli. Per ora è soddisfatto il
procuratore nazionale antimafia Piero
Grasso: "Se come leggiamo sui giornali,
non ci sarà più il vincolo dei 75
giorni, allora il problema sarà
risolto". Critico invece il giudizio
dell'associazione nazionale magistrati:
Resta critico, per
ora, anche il giudizio dell'Associazione
nazionale dei magistrati, che fa sapere
che la marcia indietro sui 75 giorni "va
in linea con quanto più volte l'Anm
aveva sollecitato", ma considera il
termine di 48 previsto per le proroghe
"troppo stringente e comporterà problemi
organizzativi: sappiamo bene cosa vuol
dire attivare ogni 48 ore le segreterie
dei pubblici ministeri per chiedere
queste proroghe, peraltro al tribunale
del capoluogo".
la
Repubblica
2 giugno 2010
Qualche domanda al governo
di Luciano Gallino
Da che mondo è mondo, i miei compagni ed io
abbiamo imparato a scuola, e re-imparato
lavorando - quando il lavoro ce l´avevamo -
che l´economia ha una funzione vitale da
svolgere: deve produrre ricchezza per il
maggior numero di individui, offrire
condizioni di impiego decenti, moltiplicare
i posti di lavoro. Deve, in sostanza, creare
occupazione.
Se invece di creare occupazione la
distrugge, perché la vostra stupefacente
frase significa in fondo questo, l´economia
non va meglio.
Va decisamente peggio. E voi dovreste
smetterla di raccontarci il contrario.
Un´altra domanda che mi verrebbe da fare,
nel caso in cui oltre a essere disoccupato
avessi pure una figlia o un figlio nella
medesima condizione, è se voi tutti,
politici ecc., vi rendete conto di che cosa
significa per un giovane non riuscire, per
anni di seguito, a non trovare nemmeno il
primo lavoro dopo la scuola, quello che non
si scorda mai, la porta di ingresso nella
vita.
Magari pagato poco, ma ragionevolmente
interessante, passabilmente stabile.
Non riuscire a trovare per tempi lunghissimi
il primo lavoro non è soltanto una
umiliazione.
È un logoramento del carattere, un lento
sprofondare nella convinzione che nella
società non c´è più spazio per i nuovi
arrivati, che per qualche oscura ragione si
è venuti al mondo essendo già etichettati
come esuberi.
Sappiamo che nel Mezzogiorno i giovani che
escono dalle superiori si trovano troppo
spesso dinanzi a un bivio semplice e netto:
o si arruolano nella malavita organizzata,
quale che sia la sua denominazione locale, o
imboccano la strada della disoccupazione
permanente.
I pochi che non accettano di prendere
nessuna delle due strade emigrano, al Nord o
all´estero.
Vi rendete conto, tutti voi - è sempre il
disoccupato che parla - che l´Italia intera
sta diventando un paese che ai suoi giovani
non sa offrire niente di meglio di quel
bivio, o l´emigrazione come alternativa?
Infine, se fossi un disoccupato chiederei
come possa mai essere venuto in mente a
tutti voi di elaborare una manovra
finanziaria che non solo vale zero quanto a
stimolo per l´economia, ma produrrà in breve
altre centinaia di migliaia di miei simili,
cioè di disoccupati.
È evidente che i massicci tagli alla scuola,
alla sanità, alla pubblica amministrazione
centrale e locale butteranno fuori dal
mercato del lavoro moltissime persone.
Molte altre perderanno il lavoro poco dopo
perché, come sta scritto nei manuali di
economia delle medie, uno stipendio o un
salario che gira ne crea uno o più in altri
settori.
Perciò uno stipendio in meno non è un
risparmio benefico, come ci raccontate,
bensì una contrazione di attività che si
ripercuote negativamente su altri stipendi.
Se, come avverrà, i comuni riducono il
numero delle maestre d´asilo a causa dei
tagli inflitti ai loro bilanci, un certo
numero di mamme che un lavoro ce l´ha dovrà
lasciarlo per poter badare ai figli.
Se province e regioni costruiscono meno
scuole, strade e ponti non si risparmiano
affatto soldi: si creano altri disoccupati.
Se nelle scuole ci saranno centomila
insegnanti in meno, e meno ore di istruzione
per tutti, questo non vuol dire risparmiare.
Vuol dire costruire per il futuro un altro
reparto della grande fabbrica di lavoratori
disoccupati, sotto-occupati e malpagati in
cui state trasformando l´Italia.
E per concludere: qualcuno vi ha mai
informato che il piano di stimolo
all´economia varato un anno fa dal governo
Obama, comprendente discutibili salvataggi
di istituti finanziari, ma anche notevoli
investimenti, ha fatto sì crescere il debito
pubblico, ma ha tenuto il tasso di
disoccupazione 1,5-2 punti più in basso di
quello che sarebbe stato senza di essi,
evitando quasi sicuramente una catastrofe
sociale?
Buttate lì le domande di cui sopra, se fossi
un disoccupato chiederei una cortesia.
Non venite a dirci, voi tutti politici e
imprenditori, megaconsulenti e top manager,
cose tipo "ce lo chiede l´Europa", "altri
paesi hanno più disoccupati di noi", oppure
"lo esige la globalizzazione".
Altri paesi avranno magari qualche decimo di
punto di disoccupazione in più, ma hanno
sussidi più alti e di maggior durata - il
che permette al disoccupato di continuare a
spendere.
Hanno servizi alle famiglie tali da
permettere alle donne di lavorare senza
problemi.
E di certo non è l´Europa che ci chiede di
pagare i salari più bassi di tutta la Ue a
15.
Quanto alla globalizzazione, siete stati voi
e i vostri colleghi europei a mettere in
concorrenza i nostri salari e i nostri posti
di lavoro con quelli della Cina e dell´India,
del Messico e del Sud Africa. Il
peggioramento delle condizioni di lavoro che
ne è seguito, di cui la disoccupazione è
l´aspetto peggiore ma non il solo, gravano
già sulle nostre vite. Risparmiateci per
favore le spiegazioni che ritorcono su di
noi, disoccupati presenti e futuri, la
responsabilità dell´accaduto.
www.economiapolitica.it
1 giugno 2010
Tempo di falchi a palazzo Koch
«Macelleria sociale è una espressione rozza ma efficace:
io credo che gli evasori fiscali siano i primi
responsabili della macelleria sociale».
Di queste parole non vi è traccia nel testo ufficiale
delle considerazioni del governatore della Banca
d'Italia presentate ieri all'assemblea annuale
dell'istituto.
Draghi infatti le ha pronunciate a braccio, smarcandosi
per un attimo dall'abituale, morigerato linguaggio di
Palazzo Koch. C'è da scommettere che i commentatori
dedicheranno grande attenzione a questo colpo di teatro
del governatore.
A ben guardare tuttavia la dichiarazione si rivela
politicamente vaga, dal momento che Draghi evita di
citare gli interventi che anziché ridurre gli evasori ne
hanno favorito in questi anni la proliferazione. Basti
pensare che egli conferisce al governo Berlusconi il
merito di aver adottato «misure di contrasto
all'evasione fiscale» e non accenna invece agli effetti
d'incentivo all'evasione che sono scaturiti da numerosi
provvedimenti dell'esecutivo, tra i quali spicca il
condono di fatto sui capitali rimpatriati.
Il principale punto critico delle considerazioni del
governatore non risiede però nella paludata valutazione
dell'operato del governo italiano.
Il vero problema verte sulla scelta di assolvere
completamente la Germania riguardo alle cause della
gravissima crisi della zona euro.
A questo riguardo il governatore riconosce che l'attuale
instabilità della Unione monetaria europea è alimentata
dai marcati squilibri nei rapporti di credito e debito
tra i suoi paesi membri. Draghi tuttavia si guarda bene
dal chiarire che questi squilibri sono in larga misura
dovuti alla politica iper-competitiva e
ultra-restrittiva della Germania, da tempo orientata a
schiacciare i salari e la spesa interna in modo da
reprimere le importazioni di merci dall'estero, e a
favorire invece la penetrazione delle merci tedesche nei
mercati dell'eurozona. Attraverso questo sistematico
eccesso di vendite sugli acquisti la Germania accumula
crediti verso l'estero.
Essa quindi non contribuisce allo sviluppo economico
europeo, ma anzi paradossalmente si fa trainare dai
paesi più deboli dell'unione monetaria, tra i quali
spiccano la Grecia, la Spagna, il Portogallo, la stessa
Francia. Persino l'Italia, nonostante una crescita
modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad
acquistare dai tedeschi più di quanto vende, accumulando
per questa via debiti crescenti verso la Germania.
E' significativo che Draghi non accenni a questo enorme
problema, che da tempo mina alle fondamenta l'intero
progetto di unificazione europea.
Quando si tratta di analizzare la crisi a livello
globale, egli dichiara senza mezzi termini che per
uscirne sarebbe necessaria «una forte espansione della
domanda interna da parte dei paesi che hanno accumulato
ampi avanzi esterni», e cioè soprattutto da parte della
Cina[1].
Tuttavia, quando passa ad esaminare il quadro europeo,
il governatore preferisce ripetere diligentemente il
verbo delle autorità tedesche, affermando che tocca solo
ai paesi debitori farsi carico del riequilibrio,
attraverso strette alla spesa pubblica, contenimenti dei
salari, aumenti della età pensionabile e ulteriori
riduzioni delle tutele dei lavoratori. Il governatore
arriva persino a sostenere che «l'impegno a raggiungere
un saldo di bilancio strutturale in pareggio o in avanzo
va reso cogente, introducendo sanzioni, anche politiche,
in caso di inadempienze». In altre parole, chi non si
adegua alla linea indicata dai tedeschi dovrà perdere il
diritto di voto in Europa.
Al pari di Padoa Schioppa e di Bini Smaghi, anche Draghi
sembra dunque improvvisamente desideroso di concorrere
al titolo di banchiere più "falco" dell'Unione.
A voler esser tendenziosi, potremmo avanzare il sospetto
che tutto questo sgomitare a favore della politica
restrittiva si spieghi con la scadenza del mandato di
Trichet, e con la volontà di ingraziarsi i tedeschi in
vista della prossima nomina del nuovo governatore della
Banca centrale europea.
Ma se anche non si volesse cedere alla tentazione di
pensar male, resterebbe da capire in che modo un simile
orientamento possa ritenersi compatibile con i
fondamentali interessi economici dell'Italia, degli
altri paesi periferici e in fin dei conti della intera
Unione europea.
A questo riguardo lo stesso Draghi riconosce che nel
2009 si è verificato un boom dei fallimenti tra le
imprese italiane, pari a un quarto in più rispetto
all'anno precedente. Si tratta di un dato allarmante,
che accomuna l'Italia agli altri paesi deboli
dell'Unione. Esso sta ad indicare che la crisi non solo
colpisce i lavoratori ma mette anche fuori mercato
moltissime imprese situate nelle aree periferiche del
continente. Di certo la notizia verrà accolta con favore
dagli imprenditori tedeschi che contano di uscire
vincenti dalla crisi, con meno sindacato e meno
concorrenza estera a intralciarli.
Le rappresentanze politiche del capitale tedesco
sembrano in sostanza disposte a concepire l'Europa solo
nei termini di una Germania allargata, che basi la sua
strategia di sviluppo esclusivamente sulla competitività
e sulle esportazioni nel resto del mondo. In base a
questa visione, i paesi periferici dell'Unione
dovrebbero progressivamente ridursi al rango di
fornitori di manodopera a basso costo, o al limite di
azionisti di minoranza in uno scacchiere capitalistico a
stretto controllo tedesco.
In effetti, fino a quando c'erano i boom speculativi
della finanza statunitense a trainare l'economia
mondiale l'idea di una "grande Germania" votata
all'export poteva avere una sua pur feroce logica.
Adesso però che la locomotiva americana si è inceppata
tale progetto risulta estremamente azzardato.
Esso infatti crea le condizioni per un avvitamento
generale della crisi, che potrebbe scatenare una
deflazione da debiti paragonabile a quella degli anni
Trenta.
Se ciò avvenisse l'intero progetto dell'unità europea
crollerebbe. E la principale responsabilità di un simile
fallimento sarebbe da imputare non tanto alle spese
eccessive di Grecia e Spagna, quanto piuttosto alla
politica economica tedesca e ai suoi sostenitori, tra
cui purtroppo diversi italiani.
Quasi a volersi difendere da una simile accusa, Draghi
prova a chiudere le sue considerazioni con una nota di
ottimismo sui presunti benefici dell'austerità:
«Nel 1992 affrontammo una crisi di bilancio ben più
seria di quella che hanno oggi davanti alcuni paesi
europei. Il Governo dell'epoca presentò un piano di
rientro che, condiviso dal Paese, fu creduto dai
mercati. Fu una lotta lunga [.] ma fu vinta, perché i
governi che seguirono mantennero la disciplina di
bilancio: la stabilità era entrata nella cultura del
Paese».
Un piano creduto dai mercati? Il governatore non la
racconta giusta.
In realtà le tremende strette ai salari, alle pensioni e
al bilancio pubblico di quell'anno accentuarono la
depressione del reddito nazionale e quindi sollevarono
dubbi crescenti sulla capacità di rimborso dei debiti.
Esse dunque non frenarono la speculazione ma anzi la
alimentarono, favorendo in tal modo l'uscita dell'Italia
dal Sistema monetario europeo e la conseguente
svalutazione della lira.
I lavoratori pagarono così due volte: prima a causa
della politica di austerità e poi a causa della perdita
di potere d'acquisto della lira.
A quanto pare si sta facendo di tutto affinché la storia
si ripeta, in termini forse ancor più violenti che in
passato.
Una resistenza consapevole a questo andazzo si pratica
in primo luogo acquisendo coscienza del fatto che
l'austerità non costituisce un antidoto sicuro contro la
deflazione da debiti e la speculazione, ma anzi potrebbe
a date condizioni favorirle.
[1] In effetti Draghi non è l'unico a sostenere questa
tesi. Tuttavia, per quanto diffusa, l'idea secondo cui
la Cina dovrebbe farsi promotrice della ripresa mondiale
attraverso una espansione della domanda interna non
sembra molto convincente. In assenza di una profonda
riforma del sistema monetario internazionale è difficile
che un paese che non emetta dollari accetti di espandere
la domanda e di collocarsi in posizione di disavanzo
commerciale. Più probabile è l'eventualità di un
parziale "sganciamento" dal regime di accumulazione
mondiale, tramite combinazioni di politica espansiva
interna e protezionismo verso l'esterno. Per un
approfondimento, rinviamo a "Finché dollaro non vi
separi" (in Emiliano Brancaccio, La crisi del pensiero
unico, 2° ed., Franco Angeli, Milano 2010). Sul rapporto
tra la crisi globale e la crisi del sistema monetario
internazionale, si veda Lilia Costabile, "The
international circuit of key currencies and the global
crisis. Is there scope for reform?", in Emiliano
Brancaccio e Giuseppe Fontana, The global economic
crisis: new perspectives on the critique of economic
theory and policy, Routledge, London (di prossima
pubblicazione).
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