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Editoriale                                                                                                                                                                                                                    
 

 
Giugno 2010

 

www.paneacqua.eu 30 giugno 2010

 

 

Brancher, Pd presenta mozione di sfiducia, ok da Idv

di Ida Rotano,  

Una mozione di sfiducia nei confronti del ministro per il Decentramento, Aldo Brancher, verrà presentata alla Camera. Lo annuncia il presidente del grupBrancher, Pd presenta mozione di sfiducia, ok da Idvpo Pd a Montecitorio, Dario Franceschini, e giunge subito l'ok dell'Italia dei valori, con il presidente dei deputati, Massimo Donadi.
Non ci sarà un documento unitario di tutte le opposizioni per la riserva dell'Udv ad una iniziativa parlamentare assieme a Idv.
La capigruppo di domani mattina deciderà quando calendarizzare la mozione di sfiducia che, per essere discussa, necessita della firma di 63 deputati

Indispensabile, per Franceschini, una mozione di sfiducia che consenta di fare chiarezza sulla vicenda.
Un testo aperto a tutta l'opposizione, le 63 firme possono essere di chiunque, ma sul quale è calato il veto dell'Udc, scettici dopo la rinuncia, da parte di Brancher, al legittimo impedimento.
Posizione sulla quale ironizza Massimo Donadi, capogruppo Idv: "Sosteniamo la mozione anche perché l'avevamo promossa, è passata la nostra linea. E mi verrebbe da dire che è una mozione unitaria, visto che la firmano Pd e Idv, e che ci sarebbe da interrogarsi sull'effettivo ruolo di opposizione di altri gruppi". "In ogni caso - aggiunge - siccome la mozione riguarda la difesa della dignità delle istituzioni, è rivolta a tutti i parlamentari non solo di opposizione ma anche di maggioranza. E' la cartina di tornasole per quanti spesso dichiarano di battersi per la dignità delle istituzioni per dimostrare che lo fanno fino in fondo".

Intanto contro il neoministro scende in campo anche Famiglia Cristiana che con un durissimo editoriale, firmato da Beppe Del Colle, non usa certo giri di parole: "Siamo arrivati al colmo della nomina di un 'ministro del nulla', in funzione dell'ennesima legge 'ad personam' per sottrarre i politici alla giustizia, mentre si tradisce la Costituzione sui temi della legge uguale per tutti, della liberta' di stampa e dei fini sociali in tema di economia di mercato", scrive Del Colle. E continua: "Al Parlamento non si chiede di discutere, ma solo di approvare le decisioni del governo; la maggioranza è divisa su tutto, tranne che sull'ossequio devoto (almeno a parole) al capo del governo". Che differenza con la politica di alcuni anni fa, rimarca il settimanale.


 

www.spazioamico.it 26 giugno 2010

 

 

L'aggressione diventa rissa

 

di Pietro Ancona


Colpisce il comportamento della stampa italiana quando si occupa di questioni riguardanti gli ebrei o Israele. La verità viene subito manipolata e, quando non si può stravolgere del tutto, immediatamente si derubrica o si definisce diversamente il fatto come è accaduto ieri: una aggressione organizzata da un gruppo appartenente alla comunità ebraica di Roma è stata riportato come "rissa".
Secondo il nostro Codice Penale la rissa è un reato punibile dall'art.588 con una multa ed il carcere fino a cinque anni. Nella rissa le responsabilità sono di tutti i partecipanti e non può essere invocata la provocazione. Come nella notte tutti i gatti diventano neri così, così le responsabilità di quanto è accaduto ieri a Roma non sono attribuibili soltanto allo squadrismo di quegli ebrei romani che hanno fatto una spedizione punitiva contro i pacifisti colpevoli di voler ricordare accanto al soldato israeliano anche gli undicimila palestinesi chiusi nelle carceri da anni e dimenticati dall'opinione pubblica mondiale. Ricordo che tra queste undicimila persone che soffrono e spesso vengono torturate nelle carceri di Israele ci sono centinaia e centinaia di bambini.
Tra i pacifisti aggrediti un giovane è stato ricoverato all'ospedale per le percorse subite forse non a mani nude.
La Comunità Ebraica di Roma non è nuova ad episodi di squadrismo. Nel maggio del 2007 organizzò una spedizione punitiva a Teramo contro i professori Faurisson e Moffa . I due professori furono aggrediti in piazza, insolentiti, strattonati e picchiati. La loro colpa è stata quella di voler intervenire nel dibattito sui lagers nazisti e sull'Olocausto.
Sono stati subito criminalizzati dalla lobby ebraica che è assai influente in Italia. E' stato loro impedito di parlare e poi sono stati malmenati. L'anziano professore Faurisson ha subito un colpo al collo infertogli da un aggressore esperto di arti marziali.
L'episodio di ieri a Roma si inquadra nel clima di intolleranza e di violenza che si è incrudelito dopo la elezione di Alemanno a Sindaco. Roma è diventata teatro di violenze contro rom, omosessuali, extracomunitari. Insomma contro coloro che da sempre i fascisti considerano "diversi" da eliminare per ripulire la città dalla loro presenza. Anche i pacifisti sembrano ora rientrare nella categorie dei "diversi". Alemanno è stato recentemente in Israele a ritirare il premio istituito da un imprenditore di Tel Aviv. Israele non tollera neppure la più piccola critica del suo operato e concede alla sua amicizia soltanto a coloro che accettano senza discutere la sua politica militare. Quindi Alemanno è engageè e non è una cosa buona nè per Roma nè per l'Italia che dovrebbero sostenere le ragioni della pace e del rispetto della integrità fisica e della dignità umana di tutti. Sopratutto per i milioni di palestinesi che oggi vivono reclusi e privati di tutto a cominciare dall'acqua da bere. Israele si è infatti impossessata dei due terzi dei pozzi esistenti in Gisgiordania ed a Gaza lasciando a milioni di palestinesi soltanto quelli peggiori e di acqua salmastra.
La comunità ebraica dovrebbe riflettere su posizioni sempre più aggressive ed intolleranti di coloro che ne monopolizzano la rappresentanza. Ricordo con vero rammarico la stima ed anche l'affetto che
figure come Toaff e Zevi, che per moltissimi anni ne furono i portavoce, sapevano suscitare. Ora il tratto prevalente è l'intolleranza, lo squadrismo. Sono certo che non tutti gli ebrei italiani condividono la politica del governo di Israele e la crescente aggressività verso tutti coloro che si compenetrano nella infelice condizione dei palestinesi. Ma anche la stampa italiana che oggi protesta per la legge bavaglio dovrebbe riflettere sulla propria responsabilità nell'occultare la verità e nel criminalizzare ed isolare quanti difendono una popolazione oppressa dal militarismo colonialista israeliano.

http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/

 

www.paneacqua.eu 25 giugno 2010

 

 

Pomigliano, quanto pesa il Pd su quel 62% di Si

di Stefano Olivieri
 

A me non interessa giudicare Sacconi. Un ministro del governo di un paese democratico dovrebbe essere terzo, ma da quando Berlusconi è arrivato al governo, fin dal lPomigliano, quanto pesa il PD su quel 62% di S�ontano 1994, la terzietà istituzionale è scomparsa, è diventata un orpello per sfigati. Sacconi è entrato a gamba tesa nella vicenda di Pomigliano e c'era da metterlo in conto, perché lui insegue una precisa strategia, quella dello sgretolamento del fronte unitario sindacale prima di tutto, per avere poi le mani ancora più libere. Logico che Sacconi abbia spianato la strada a Marchionne, che per quanto illuminato imprenditore possa essere, ha colto la palla al balzo. Marchionne illuminato ? Non sono io a dirlo, che ho opinione dell'uomo evidentemente molto diversa, ma lo ha affermato in questi giorni Montezemolo, che aspetta impaziente di scendere in campo ed evidentemente non si accalora tanto se qualcun altro gli sgombra il terreno dai problemi, facendo il cosiddetto "lavoro sporco".

Mi sconcerta invece il cerchiobottismo miope, nella vicenda Pomigliano, del Pd di Bersani, che in queste ultime ore, mentre il referendum era in corso, ha continuato a parteggiare per il sì e al tempo stesso a raccomandare a Marchionne il rispetto degli accordi a prescindere dal risultato. Come a dire che anche se avesse vinto il 51 % dei Sì, con la fabbrica e la catena di montaggio spaccata in due, la linea polacca delle regole ( perché di questo si tratta in fondo: portare la Panda a Pomigliano, ma con le stesse regole a cui sono sottoposti gli operai polacchi) sarebbe dovuta passare ugualmente. Chiedo al PD di chiarire davvero, a questo punto, che cosa significhi essere compagni, condivisori dello stesso pane. Il partito democratico da che parte sta? E' al corrente, è consapevole dell'effetto domino contenuto nell'accordo di Pomigliano? E' altrettanto consapevole che l'alternativa a Berlusconi non potrà mai esserci in un paese che si allontana ogni giorno di più dalla democrazia dei diritti ? E' al corrente dei milioni di piccoli fuochi che stanno per scoppiare nel nostro paese, ora che padroni e padroncini sanno di avere fra le mani un giocattolo mille volte più affascinante della legge Biagi ? E' infine consapevole che al governo da solo non ci arriverà mai senza i voti della sinistra?

Continuo ostinatamente a credere che il partito democratico possa cambiare, ritrovare la strada della gente, della sua gente. Che sta in fabbrica come negli uffici, o nelle suole di una Italia derelitta e frastornata. Continuo a pensare che è un dovere mio e di tutti i democratici ricordare e far ricordare che i diritti non sono mai mercatabili, in particolare quelli che riguardano la dignità e il valore del lavoro. C'è scritto sulla Costituzione, e io ci credo. Con Pomigliano torniamo indietro di almeno 50 anni. Il PD difenda piuttosto quel 36 % che ha detto no, e continuerà a dirlo. E' una frontiera da non superare, per un partito che si chiama democratico.

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

 

www.paneacqua.eu 24 giugno 2010

 

La Fiat cerca vendetta

 

di Mo. Ma.,  

ILa Fiat cerca vendettal referendum tra i lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco non scioglie i nodi e non convince l'azienda a confermare l'investimento di 700 milioni di euro, che, secondo il piano industriale, dovrebbe produrre la nuova 'Panda' dalla metà del prossimo anno. Il sì delle tute blu all'accordo separato di poco superiore al 60% potrebbe indurre il Lingotto a ripensare il progetto di trasferimento della produzione della 'Panda' dalla Polonia a Pomigliano.
La nota ufficiale della Fiat sull'esito del voto sembra far tramontare lo spettro del piano B, cioè l'idea di prendere la baracca produttiva e spostarla altrove. Si fa strada, invece, l'ipotesi del piano C, con la costituzione di una newco dentro cui far confluire asset e lavoratori che sarebbero sottoposti a un contratto basato su quello previsto dall'accordo separato. Un modello già sperimentato nella vicenda Alitalia-Cai.

Il Lingotto aveva chiesto un plebiscito, una percentuale dei sì intorno all'80%, come condizione per andare avanti lungo il percorso tracciato dall'accordo che la Fiom-Cgil non ha sottoscritto. Una decisione definitiva sul futuro di Pomigliano arriverà nei prossimi giorni. Le decisioni finali dovrebbero riguardare, secondo indiscrezioni, l'entità dell'investimento da parte del Lingotto, che potrebbe essere rivisto rispetto ai 700 milioni di euro inizialmente previsti. In questo caso il futuro dell'impianto di Pomigliano diventerebbe molto incerto.

L'insoddisfazione del Lingotto si evince anche dal comunicato ufficiale dell'azienda. "Fiat - si legge nella nota - ha preso atto della impossibilità di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando, con argomentazioni dal nostro punto di vista pretestuose, il piano per il rilancio di Pomigliano. L'azienda - aggiunge la Fiat - lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell'accordo al fine di individuare e attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri".

Le incertezze sulla produzione della Panda a Pomigliano mettono in allarme i sindacati che hanno condiviso il piano proposto dall'amministratore delegato Sergio Marchionne. E lo stesso Governo, che chiede all'azienda di confermare l'investimento. "Fiat deve rispettare l'accordo - dice il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi - non voglio nemmeno pensare a un'ipotesi diversa. Non ce ne sono le ragioni e sarebbe un'ipotesi assurda, molto grave".
Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, invita l'azienda ad andare avanti con chi ci sta. "Noi non possiamo che supportare e apprezzare le posizioni espresse della Fiat - afferma Marcegaglia - siamo soddisfatti che l'azienda voglia andare avanti con la maggioranza dei sindacati e dei lavoratori che hanno deciso di sostenere la Fiat e condividere la sua iniziativa".

La Fiom prende atto delle decisioni della Fiat di voler continuare a lavorare per i "progetti futuri" su Pomigliano con i soli sindacati che si sono espressi per il sì all'accordo ma, di fronte all'inattesa ampiezza del fronte del "No" all'intesa separata, chiede al Lingotto di tornare al tavolo. Da parte dei metalmeccanici della Cgil, in ogni caso, non ci sarà alcun boicottaggio volto ad ostacolare piani Fiat in Campania: "Noi facciamo gli accordi alla luce del sole e se non li troviamo scioperiamo: altre cose non ci appartengono, né nei linguaggi né nei comportamenti' assicura il segretario generale, Maurizio Landini che nel primo pomeriggio convoca una conferenza stampa "per ringraziare i lavoratori di Pomigliano che con il loro voto hanno dimostrato una responsabilità e una dignità che deve far riflettere tutti". Innanzitutto la Fiat se, "come dice, ha a cuore lo sviluppo del Paese" sostiene il neo leader delle tute blu Fiom che, mentre parla, apprende del comunicato della Fiat in cui si annuncia l'intenzione di voler continuare a lavorare con le sole controparti che si sono assunte la responsabilità dell'accordo.
"Prendiamo atto della decisione della Fiat, ma non crediamo che sia la soluzione migliore" commenta Landini che ribadisce: "gli atti condivisi sono meglio degli atti di forza" e, dunque, la soluzione migliore per tutti sarebbe quella di sedersi di nuovo attorno ad un tavolo. E, considerata la risposta dei lavoratori, di sgomberare il campo da quelle parti dell'accordo che limitano i diritti e le tutele dei lavoratori, perché, ripete ormai da settimane, "gli obiettivi di produzione che si è data l'azienda si possono raggiungere applicando il contratto di lavoro e, dunque, con il consenso di tutti" così come chiede il Lingotto.
Il risultato del referendum, dunque, viene accolto con soddisfazione dalla Fiom che si ricompatta anche con la linea della Cgil. "La posizione espressa questa mattina dalla Confederazione evidenzia che non ci sono distanze' precisa Landini commentando le dichiarazioni del vice-segretario generale, Susanna Camusso, secondo la quale il voto al referendum 'nella sua articolazione tra sì e no, dice che ci vuole una soluzione condivisa' e che ci sono 'i sì per il lavoro e i no per non cancellare i diritti". Il segretario Fiom rivolge invece un appello alle forze politiche "quelle che parlano senza sapere di cosa parlano". Soprattutto, sottolinea, "quando parlano di assenteismo. E' bene sapere che i dati che vengono riproposti sono precedenti al 2005. Ora la fabbrica è una realtà completamente diversa, fatta di giovani che vogliono lavorare".

Secondo il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, "mi pare ci siano tutte le condizioni affinché il piano possa andare avanti, le condizioni per questo investimento. La Fiat non scherzi. Ha un piedistallo importante di consenso su cui costruire le basi della produzione qui a Pomigliano". Sulla stessa lunghezza d'onda il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti: "Credo che l'opzione che si presenta a Fiat sia quella di confermare la validità dell'accordo e, quindi, l'investimento da realizzare nei prossimi mesi per trasferire la produzione della Panda nello stabilimento di Pomigliano".
Preoccupazione viene espressa dalla Fismic, secondo cui il risultato del referendum "non sarà purtroppo sufficiente a far mantenere l`impegno di investire in quello stabilimento 700 milioni di euro"; mentre per l'Ugl "la percentuale dei sì è alta e, quindi, sufficiente per portare avanti il progetto della nuova Panda". Il sindacato polacco si dichiara infine "stanco" delle voci che alimentano l'incertezza tra lo stabilimento italiano di Pomigliano e quello polacco di Tychy, perché la decisione di scegliere l'Italia è stata presa "tempo fa" e ora "si sta giocando".

 

 

 

www.paneacqua.eu 23 giugno 2010

 

 

Un "particolare" che nasconde molto di più

 

di Vncenzo Vita

Un Attenzione. La recente polemica innestata da un rilevante, appassionato intervento di Fabrizio Gifuni alla manifestazione del Partito democratico tenutasi a Roma sabato scorso - con il contestato utilizzo del termine "compagni" - è un particolare. Sì. Che nasconde, però, il generale, come si dice; e il diavolo si nasconde proprio nei frammenti del discorso. E già, perché è persino ovvio iniziare gli interventi nei nostri mondi con l'evocazione di una parola così intrisa di significati simbolici. E che c'entra con la antica militanza comunista, socialista, socialdemocratica e radicale solo nel senso che queste ultime ripresero il latino medioevale "cum panis" - coloro che condividono il pane.

Porre come elemento discriminante, in un senso o nell'altro, il dire "compagno" può apparire persino grottesco. Non da parte dei giovanissimi, nativi democratici, che vorrebbero mutare stili e linguaggi. Proviamoci, superando tanto la retorica, quanto la antica struttura linguistica.
E' grave se a polemizzare sono più stagionati esponenti del Pd, che - in verità - sembrano usare la questione terminologica per dire tutt'altro: il partito non può e non deve essere di sinistra. E qui si sbagliano: si usi meno il termine "compagno" ma si faccia definitivamente la scelta unica possibile per il Pd, quella di un moderno partito riformista, capace di integrare e superare le culture "fondatrici", ma non per rifare qualche accrocchio neocentrista o neomoderato. Così la pensa grande parte del nostro elettorato. O no?

Tra l'altro, si usi un'altra attenzione. A furia di distruggere le migliori e più genuine tradizioni culturali, si tagliano le radici popolari del nostro soggetto politico. Eppoi, dire "amici" o è un puro espediente farisaico o è davvero troppo impegnativo. "Compagno" evoca solo una comunità di condivisione. Più oggettivamente.
Infine, grazie a Gifuni per quello che ha detto sull'importanza dell'arte e della cultura. Ma di questo non si parla? Del genocidio culturale cui si è riferito nell'epoca della leggerezza televisiva e dei tagli a scuola, università, spettacolo, non si dice? E' troppo da "compagni"? Sono tutti "compagni" intellettuali e precari della cultura di massa? Comunque, io mi ritengo convintamente un compagno. Posso stare nel Pd o devo chiedere permesso?

 

www.aprileonline.info 20 giugno 2010

 

 

Manovra. Bersani: paghino premier e ricchi

 

Manovra, Bersani: paghino premier e ricchi Fischi al premier Silvio Berlusconi e vuvuzelas, il suono simbolo dei mondiali, per segnalare i passaggi clou del segretario Pier Luigi Bersani. Il Pd parte per la "campagna d'estate" con una manifestazione, a Roma, contro la manovra e con l'obiettivo di rilanciare con più forza l'opposizione. "Noi abbiamo un'altra idea dell'Italia, se c'è qualcosa da mandare giù, la si mandi giù tutti ed invece Berlusconi paga zero", affonda il leader Pd che non risparmia la Lega "mollacciona con il miliardario" e tra i petrolieri ed i lavoratori, che sfilano sul palco, fa capire con chiarezza da che parte sta.

Il Pd vuole stare "mani, testa, cuore e piedi", come sintetizza Bersani, nei problemi della gente comune. E sul palco, allestito nel palazzetto dello sport, Mila Spicola, insegnante nel quartiere Brancaccio di Palermo, strappa grandi applausi come il "grido di giustizia in difesa dei deboli", invocato in un videomessaggio dall'ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. Lavoratori, come un operaio dell'Ex Eutelia e un poliziotto, denunciano i danni della manovra e della crisi e si alternano agli amministratori: Sergio Chiamparino snocciola le cifre di un provvedimento che "incide nella carne viva dei cittadini", Vasco Errani denuncia un 'liberismo straccione ma pericoloso' della maggioranza e assicura che le Regioni non alzeranno bandiera bianca.

I Democratici non scendono in piazza perché, assicura il segretario, "il Pd non è un arruffapopolo ma un partito provvisoriamente all'opposizione" che, per tornare al governo, "deve essere piu' forte delle sue debolezze".
La manovra è il fulcro dell'attacco di Bersani che non rinuncia però a dare l'altolà: "O Berlusconi rispetta la Costituzione o, se non gli piace, vada a casa". Ma è il provvedimento economico il paradigma dell'incapacità di Berlusconi di guidare il paese: "Il governo è una macchina tarata per il consenso e non per il governo. Il premier ha risolto i problemi suoi, non quelli degli italiani". E se il Cavaliere è incapace, per il leader Pd anche gli alleati fanno solo la voce grossa: "La Lega è dura con gli inni e le squadre di calcio ma poi con il miliardario è un po' mollacciona", attacca Bersani, che, insieme a Chiamparino e Errani, ha buon gioco a criticare il federalismo "a chiacchiere". Un federalismo "con tanti ministri", dice il sindaco di Torino, ma che poi nella manovra si traduce in tagli agli enti locali."Il governo - è la metafora del capo dei democratici - dà la pistola a Comuni e Regioni perché sparino loro e sparino non alle quaglie ma al popolo".

Per il Pd è il giorno della protesta. Le proposte sono arrivate sotto forma di emendamenti al Senato "perché questa manovra ha 150 pagine, 2380 commi ma non uno straccio di idea, una direzione di marcia". Ed invece la rotta per il Pd deve essere quella che riporta alla crescita. Con investimenti e prima di tutto riequilibrando una "manovra iniqua". I democratici chiedono di toccare le rendite finanziarie ed i poteri forti, di colpire gli evasori ma anche di rivedere opere come il Ponte sullo Stretto e abolendo le province delle città metropolitane ''Ma quante volte dobbiamo dirci liberali prima di toccare un petroliere? Ma quanti turni devono fare gli operai perché si possa toccare un petroliere?", è la domanda con cui Bersani solleva applausi e vuvuzelas e nella quale incarna il suo "partito popolare".

Al Palalottomatica c'è tutto lo stato maggiore del partito, a parte qualche eccezione. Non c'erano Massimo D'Alema, ancora in viaggio in Cina, e non c'era Beppe Fioroni che fin da subito aveva preso le distanze dall'idea di una manifestazione contro la manovra.
In prima fila, la presidente dell'assemblea del partito Rosy Bindi, il vicesegretario Enrico Letta, i capigruppo di Camera e Senato Dario Franceschini e Anna Finocchiaro. E poi ancora gli ex ministri Piero Fassino e Paolo Gentiloni. Il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca. E ancora Filippo Penati, David Sassoli, Nicola Latorre. Sergio Chiamparino, Vasco Errani e Stefania Pezzopane, chiamati sul palco a parlare.
E infine l'ex segretario Walter Veltroni, che si nega ai giornalisti: "Non parlo, oggi è la giornata del segretario", spiega.

 

L'Unità 10 giugno 2010

 

Bavaglio liberticida, un problema europeo

di Jean-Froncois Juillard, Segretario Generale Reporters sans Frontières,

I senatori italiani sono oggi l’ultimo baluardo democratico contro il progetto di legge sul divieto di pubblicazione delle intercettazioni telefoniche o delle informazioni relative a indagini in corso. Il testo prevede sanzioni penali ed economiche, multe che possono raggiungere più di 450mila euro per gli editori di giornali o per media audiovisivi che dovessero diffondere documenti o registrazioni audio e video realizzati nel corso di una indagine giudiziaria.

Se il testo fosse ratificato oggi, i senatori impedirebbero de facto qualunque indagine giornalistica nel campo giudiziario. Prigioni o multe sproporzionate, le pene in cui possono incorrere i contravventori rappresentano in effetti una vera censura, un ostacolo economico e penale inammissibile alla libertà di informare su uno degli aspetti principali di una società democratica.

Nessuno mette in discussione il principio dell’indipendenza dei magistrati italiani, unici titolari del compito di pronunciarsi sui dossier giudiziari. Ma la storia ci ha dimostrato che la stampa ha spesso, e molto largamente, contribuito con le sue inchieste a far progredire dei casi, se non addirittura impedito che essi cadessero nell’oblio o nell’impunità. E se è vero ed evidente che l’Italia non può essere ridotta ai suoi problemi di corruzione o alle attività mafiose, è anche certo che questi temi non possono essere “legalmente” seppelliti da un testo che legittima il blackout mediatico. I giornalisti italiani possono sin da ora contare sulla solidarietà di Reporters sans frontières per pubblicare simbolicamente sul nostro sito i dati che dovessero cadere sotto il colpo di questa censura.

Una decina di giornalisti italiani vivono sempre sotto protezione della polizia per aver indagato su questi temi giudiziari e per averli pubblicamente denunciati. Questo unico fatto avrebbe dovuto convincere da molto tempo i parlamentari ad abbandonare questo progetto. Non mescoliamo d’altra parte i ruoli. I giornalisti non sono responsabili né del contenuto di queste intercettazioni né degli scandali che esse permettono di mettere in evidenza. La loro pubblicazione in extenso nei media non costituisce diffamazione ma è di interesse pubblico e costituisce, d’altra parte, uno dei principali vettori che permettono di rinforzare le indagini pubblicate. Allo stato, il progetto di legge metterebbe i giornalisti in una posizione schizofrenica, stretti tra l’esigenza di fornire la documentazione indispensabile per chiarire ciò che scrivono e la proibizione legale di fornirle ai propri lettori.

Noi facciamo appello a ogni senatore perchè non si renda complice di una legge liberticida e totalmente incompatibile con gli standard democratici europei che le assemblee parlamentari devono incarnare e garantire. La posta in gioco di questa legge supera d’altra parte l’ambito nazionale.

Se l’Italia, membro fondatore dell’Unione europea, dovesse approvare questo testo di legge, il segnale inviato ai paesi extra europei sarebbe catastrofico e incoraggerebbe un buon numero di dittature a “ispirarsi” opportunamente a questo testo per limitare la capacità investigativa della stampa locale. Secondaria agli occhi di alcuni, questa dimensione del problema non può, non deve, essere trascurata.

(traduzione di Marina Fortuna)

 

il Fatto quotidiano 8 giugno 2010

 

Il governo cancella i down

 

L’assegno per l’assistenza solo a chi raggiunge l’85% di invalidità. 38mila persone che soffrono di questa sindrome non avranno più i miseri 256 euro al mese.

Pietro Vittorio Barbieri, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, non crede ai suoi occhi. Legge e rilegge l'articolo 9 della manovra anti sprechi là dove si spiega che la soglia dell'handicap per cui è previsto il mantenimento dell'assegno di assistenza passerà dal 74% all'85%. Quasi tutti i 38mila down italiani hanno un handicap riconosciuto del 75%, e resteranno quindi tagliati fuori dal contributo. “Si tratta di 256 euro al mese. La finanziaria li ha cancellati così, in due righe". Secondo il governo, la misura è un efficace antidoto contro i falsi invalidi e le truffe allo Stato. Ma Barbieri scuote la testa: "Qui si mettono in gioco i diritti fondamentali dell’individuo. I falsi invalidi, secondo il ministro Tremonti, sarebbero le persone ai margini della società che - alla faccia del principio costituzionale della non discriminazione e del pieno sviluppo della personalità - vengono private dell’unica misura nazionale capace di incentivare la permanenza nel contesto familiare. Un aiuto che restituisce una seppur minima opportunità di inclusione sociale". Perché, a essere precisi, i 256 euro vanno solo a chi è iscritto alle liste di collocamento in quanto disoccupato e dichiara un reddito annuo non superiore ai 4.408 euro.

Insomma, truffare lo Stato sul punto è pressoché impossibile, ma la norma pare serenamente avviata a diventare legge. Il Coordown, coordinamento di 80 associazioni che promuovono i diritti delle persone down, ha inviato una lettera alle massime istituzioni perché si possa rivedere la decisione: “Dai dati in nostro possesso risulta che soltanto il 10% delle persone con sindrome di Down accede ad un lavoro retribuito, per cui moltissime rimarrebbero senza alcun reddito. Si chiede che il Governo possa rivedere quanto previsto nella manovra finanziaria poiché è fuori discussione che le persone con sindrome di Down, avendo un’alterazione di tipo cromosomico, hanno un’invalidità sulla quale non può essere posto alcun dubbio e la nostra società ha il dovere di tutelarle, mantenendo i riconoscimenti fino ad oggi acquisiti”.

Precisa Franca Bruzzo, segretaria del Coordown: “Chi ha un figlio o un fratello Down di solito sceglie un lavoro part-time, rinuncia a una parte della propria attività professionale per seguire una persona che oggettivamente ha bisogno di un aiuto in più. I famosi 256 euro al mese compensano quello sforzo, ma da oggi in poi tutto ricadrà per intero sulle spalle dei cittadini. Anche perché è chiaro che i tagli ai bilanci regionali andranno a finire sempre lì, sulle politiche di sostegno. Così chi ha un handicap in famiglia sarà stretto a tenaglia. Per risparmiare cosa poi? Cifre ridicole a fronte degli sprechi veri dello Stato. Meno male che non si doveva fare macelleria sociale con questa manovra”.

Letizia Pini lavora per una onlus milanese e spiega come si vivono queste giornate: “Al telefono, in ansia. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo, evitando di affrontare il problema coi ragazzi almeno fino a quando non saremo certi su come vanno davvero le cose. Se il governo metterà la fiducia sul provvedimento non ci sarà niente da fare, e allora dovrò spiegare a mio figlio che lo Stato ha deciso di non aiutarci più”. L’Italia per l’invalidità civile spende meno della Polonia, dell’Ungheria, della Francia e della Germania. Meno di noi spendono solo la Grecia, l’Estonia, la Bulgaria, l’Irlanda. La nostra spesa media è inferiore a quella dell’Europa dei 15, e anche a quella dei 27.

 

 

www.aprileonline.info 8 giugno 2010

 

Pensioni, doccia fredda dall'UE

 

 

di Red.

 

Pensioni, doccia fredda dall'Ue L'Ue insiste: l'età pensionabile per le donne nel pubblico impiego deve essere equiparata a quella degli uomini, ovvero portata a 65 anni, entro il 2012. Non è andato a buon fine l'incontro tra il vicepresidente della Commissione Ue Viviane Reding e il ministro del Lavoro e delle politiche sociali Maurizio Sacconi, recatosi a Lussemburgo per illustrare la proposta del governo italiano di far scattare l'innalzamento dell'età pensionabile per le donne nel pubblico impiego nel 2015, data di mediazione tra il 2018 - data prevista per l'equiparazione - e il 2012 indicato dall'Europa: "Il cambiamento nella legislazione italiana potrebbe essere combinato con le misure di consolidamento di bilancio" spiega il portavoce della Reding. "La commissaria nel corso dell'incontro ha insistito su un periodo di transizione molto breve, con la nuova legge che dovrà essere applicata entro il 2012 - continua il portavoce -. La commissaria comprende che l'Italia ha delle difficoltà, ma deve rispettare la sentenza della Corte europea di giustizia. E tutti gli Stati membri devono essere trattati in maniera uguale".

Prima dell'incontro con il vicepresidente della Commissione Ue Sacconi aveva spiegato che dalla Ue "ci viene contestata una gradualità che tra l'altro era stata concordata col precedente commissario europeo", aggiungendo che "il Consiglio dei ministri valuterà la posizione della Commissione europea, che a noi sembra ancora troppo ancorata alla sentenza della Corte europea di giustizia".

"Sbaglia il ministro Sacconi a ridurre la contestazione della Ue alla questione della gradualità dell'età pensionabile per uomini e donne. L'Europa ci contesta un regime di discriminazione formale a danno degli uomini e reale a danno delle donne e ci chiede, giustamente, di affrontare il problema" afferma Sandro Gozi, capogruppo del Pd nella Commissione Politiche dell'Unione europea. Gozi sottolinea che "l'Italia deve affrontare questo nodo ma il governo Berlusconi non sembra intenzionato a farlo. Infatti, l'unica strada sarebbe quella di equiparare l'età pensionabile tra uomini e donne introducendo un sistema flessibile e volontario di scelta, insieme all'avvio di politiche in grado di eliminare le discriminazioni in materia di lavoro, stipendi e opportunità, in definitiva un welfare moderno a favore delle donne al quale tuttavia l'attuale esecutivo non è affatto interessato".

Cesare Damiano, capogruppo democratico in Commissione lavoro alla Camera, propone: "L'Ue non ci ha chiesto i 65 anni ma di equiparare le condizioni di lavoro di uomini e donne. Meglio sarebbe una misura di base uguale per tutti, 61 o 62 anni (come succederà con la riforma Prodi - Damiano nel 2013) a partire dalla quale inserire il principio di un'uscita flessibile, fino ai 70 anni, liberamente scelta da lavoratrici e lavoratori".

Duro Maurizio Zipponi, responsabile lavoro dell'Italia dei Valori: "Riguardo alle pensioni del pubblico impiego assistiamo a un duetto tra 'ladri di Pisa' recitato tra Sacconi e la Comunità europea. Entrambi stanno operando contro gli interessi delle lavoratrici italiane, facendo finta di avere un'opinione diversa",

Zipponi prosegue: "Il governo italiano, per mantenere con dignità una posizione, deve mettere le donne italiane che lavorano, a partire dagli asili nido fino alla assistenza agli anziani che non deve essere caricata sulla donna ma sul sistema sociale, alla pari di quelle europee e equiparare il salario per gli uomini e le donne che svolgono la stessa professione. Ricordo al ministro Sacconi - continua - che, a parità di lavoro, le donne percepiscono il 20% in meno del salario e questo ha ricadute pesantissime sul valore della pensione che risulta molto ridotto".

L'esponente dell'Idv conclude: "Un governo serio dovrebbe innanzitutto difendere i propri lavoratori nell'applicare i criteri che la Comunità europea afferma. Sarebbe poi interessante chiedere alla vicepresidente della Commissione Ue, Viviane Reding, come la mettiamo con la Francia - conclude - dove l'età pensionabile e' di 60 anni sia per uomini che per donne. Non mi risulta, infatti, che il governo francese sia stato particolarmente richiamato dall'Europa".


 

 

www.aprileonline.info 5 giugno 2010

 

Intercettazioni, tra aperture e polemiche

 

di Francesco Scommi
 

"Inviterei a non leggere il dibattito con toni apocalittici: è un ordinario, intenso, forte dibattito parlamentare che con il contributo di tutti, quando i contributi sono ragionevoli, Intercettazioni, tra aperture e polemicheporta anche delle modifiche in corso d'opera, come sta avvenendo". Alfredo Mantovano stempera i toni intorno alla riforma delle intercettazioni, nel tentativo di distendere un clima ancora incandescente quando si toccano le questioni della giustizia. Come dimostra anche l'affondo del ministro della Giustizia sullo sciopero annunciato dall'Anm contro la manovra economica. "Uno sciopero politico", dice il Guardasigilli che si dice però "a fianco dei giovani magistrati, perché su questo aspetto si chiede un costo individuale troppo alto".

Ma è dal centrosinistra, anche se dalla posizione istituzionale della presidenza del Copasir, che giunge la voce di Massimo D'Alema "per dare atto al governo di avere compiuto una scelta ragionevole che conclude una tormentata vicenda, nel corso della quale si sono registrate anche delle incomprensioni". "All'origine - ricorda - vi è stata l'approvazione, da parte della Camera, di un nuovo testo dell'articolo 28 della legge n. 124 in materia di intercettazioni telefoniche sulle comunicazioni di servizio degli appartenenti al DIS e alle Agenzie per la sicurezza. Su tale testo si era registrato un netto dissenso dei gruppi di opposizione e non fu possibile intervenire a causa del voto di fiducia. Apparve grave, fin da allora, al Copasir, che si intervenisse con una disposizione che suscitava così gravi contrarietà e dissensi su una legge che fu quasi unanimemente condivisa, come la 124, all'atto della sua approvazione. Anche per questo il Governo ha presentato al Senato un emendamento che, pur se indubbiamente limitativo della tutela offerta al personale dei Servizi, ha suscitato tuttavia perplessità, per cui, nella mia qualità di Presidente del Copasir, sin dal mese di aprile avevo suggerito che la norma fosse stralciata dal provvedimento sulle intercettazioni". D'Alema ricorda dunque che "appare positiva la scelta del governo di tenere fuori la materia dei servizi segreti, che per la sua delicatezza merita di essere affrontata in uno spirito bipartisan, dalle accese polemiche che stanno caratterizzando l'esame di un provvedimento così discutibile come quello sulle intercettazioni".

Proprio sulla marcia indietro della maggioranza sul provvedimento sulle intercettazioni - sono state accolte ieri le richieste di modifica dei finiani che hanno reso più elastico e prolungabile il limite di 75 giorni e messo al sicuro i procedimenti dal "bavaglio" - si è acceso oggi il dibattito politico. L'Italia dei Valori considera le correzioni insufficienti. Il leader Antonio Di Pietro ha dichiarato: "Gli emendamenti presentati dalla maggioranza sono solo una lavatina di faccia per raggiungere un obiettivo, che resta sempre quello: bloccare le indagini e cancellare il diritto d'informazione. Ribadiamo la necessità delle intercettazioni quale questo strumento investigativo che ha permesso fino ad oggi di scoprire gravi reati".

La capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro, rivendica invece il ruolo svolto dall'opposizione: "Sono proprio il senso di responsabilità delle opposizioni, la determinazione con la quale il gruppo del Pd ha ottenuto un'ulteriore pausa di riflessione in commissione Giustizia e le buone ragioni di merito e politiche che abbiamo addotto nella discussione che oggi consentono alla maggioranza di ripensare il testo sulle intercettazioni".

"Se ci fossimo arresi alla forza - sottolinea Finocchiaro - il Senato avrebbe già approvato un testo del tutto inaccettabile. Io sono soddisfatta dei risultati che il nostro impegno in commissione e in Aula ha sinora prodotto. Mi auguro che la maggioranza ora sia così lungimirante da proporre un testo migliore, non per compiacere l'opposizione ma per rispondere ai numerosi rilievi critici che dal Parlamento e dal paese sono venuti".

"Ora - conclude Finocchiaro - rimaniamo in attesa di vedere il testo degli emendamenti e di valutare i cambiamenti apportati. Martedì in commissione esprimeremo le nostre opinioni". La capogruppo del Pd in commissione Giustizia ed ex magistrato, Silvia Della Monica, apre comunque uno spiraglio critico sulle modifiche anticipate dalla stampa "Non conosciamo ancora se non attraverso qualche agenzia di stampa, quali saranno le proposte. Le dobbiamo vedere. Così come sono state presentate sono anche un po' ridicole, perché che si possa prorogare di 48 ore in 48 ore, con tutti gli atti che devono andare al tribunale distrettuale, mi sembra una proposta fatta da chi forse non conosce le necessità di una indagine, e il modo di lavorare dei magistrati". La linea dei democratici, insomma è improntata alla prudenza. Si aspettano che gli emendamenti annunciati vengano presentati, con la consapevolezza che nuovi tranelli possono nascondersi nei dettagli. Per ora è soddisfatto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: "Se come leggiamo sui giornali, non ci sarà più il vincolo dei 75 giorni, allora il problema sarà risolto". Critico invece il giudizio dell'associazione nazionale magistrati:

Resta critico, per ora, anche il giudizio dell'Associazione nazionale dei magistrati, che fa sapere che la marcia indietro sui 75 giorni "va in linea con quanto più volte l'Anm aveva sollecitato", ma considera il termine di 48 previsto per le proroghe "troppo stringente e comporterà problemi organizzativi: sappiamo bene cosa vuol dire attivare ogni 48 ore le segreterie dei pubblici ministeri per chiedere queste proroghe, peraltro al tribunale del capoluogo".


 

 

 

la Repubblica 2 giugno 2010

 

Qualche domanda al governo

 

di Luciano Gallino


Da che mondo è mondo, i miei compagni ed io abbiamo imparato a scuola, e re-imparato lavorando - quando il lavoro ce l´avevamo - che l´economia ha una funzione vitale da svolgere: deve produrre ricchezza per il maggior numero di individui, offrire condizioni di impiego decenti, moltiplicare i posti di lavoro. Deve, in sostanza, creare occupazione.

Se invece di creare occupazione la distrugge, perché la vostra stupefacente frase significa in fondo questo, l´economia non va meglio.

Va decisamente peggio. E voi dovreste smetterla di raccontarci il contrario.

Un´altra domanda che mi verrebbe da fare, nel caso in cui oltre a essere disoccupato avessi pure una figlia o un figlio nella medesima condizione, è se voi tutti, politici ecc., vi rendete conto di che cosa significa per un giovane non riuscire, per anni di seguito, a non trovare nemmeno il primo lavoro dopo la scuola, quello che non si scorda mai, la porta di ingresso nella vita.

Magari pagato poco, ma ragionevolmente interessante, passabilmente stabile.

Non riuscire a trovare per tempi lunghissimi il primo lavoro non è soltanto una umiliazione.

È un logoramento del carattere, un lento sprofondare nella convinzione che nella società non c´è più spazio per i nuovi arrivati, che per qualche oscura ragione si è venuti al mondo essendo già etichettati come esuberi.

Sappiamo che nel Mezzogiorno i giovani che escono dalle superiori si trovano troppo spesso dinanzi a un bivio semplice e netto: o si arruolano nella malavita organizzata, quale che sia la sua denominazione locale, o imboccano la strada della disoccupazione permanente.

I pochi che non accettano di prendere nessuna delle due strade emigrano, al Nord o all´estero.

Vi rendete conto, tutti voi - è sempre il disoccupato che parla - che l´Italia intera sta diventando un paese che ai suoi giovani non sa offrire niente di meglio di quel bivio, o l´emigrazione come alternativa?

Infine, se fossi un disoccupato chiederei come possa mai essere venuto in mente a tutti voi di elaborare una manovra finanziaria che non solo vale zero quanto a stimolo per l´economia, ma produrrà in breve altre centinaia di migliaia di miei simili, cioè di disoccupati.

È evidente che i massicci tagli alla scuola, alla sanità, alla pubblica amministrazione centrale e locale butteranno fuori dal mercato del lavoro moltissime persone.

Molte altre perderanno il lavoro poco dopo perché, come sta scritto nei manuali di economia delle medie, uno stipendio o un salario che gira ne crea uno o più in altri settori.

Perciò uno stipendio in meno non è un risparmio benefico, come ci raccontate, bensì una contrazione di attività che si ripercuote negativamente su altri stipendi.

Se, come avverrà, i comuni riducono il numero delle maestre d´asilo a causa dei tagli inflitti ai loro bilanci, un certo numero di mamme che un lavoro ce l´ha dovrà lasciarlo per poter badare ai figli.

Se province e regioni costruiscono meno scuole, strade e ponti non si risparmiano affatto soldi: si creano altri disoccupati.

Se nelle scuole ci saranno centomila insegnanti in meno, e meno ore di istruzione per tutti, questo non vuol dire risparmiare. Vuol dire costruire per il futuro un altro reparto della grande fabbrica di lavoratori disoccupati, sotto-occupati e malpagati in cui state trasformando l´Italia.

E per concludere: qualcuno vi ha mai informato che il piano di stimolo all´economia varato un anno fa dal governo Obama, comprendente discutibili salvataggi di istituti finanziari, ma anche notevoli investimenti, ha fatto sì crescere il debito pubblico, ma ha tenuto il tasso di disoccupazione 1,5-2 punti più in basso di quello che sarebbe stato senza di essi, evitando quasi sicuramente una catastrofe sociale?

Buttate lì le domande di cui sopra, se fossi un disoccupato chiederei una cortesia.

Non venite a dirci, voi tutti politici e imprenditori, megaconsulenti e top manager, cose tipo "ce lo chiede l´Europa", "altri paesi hanno più disoccupati di noi", oppure "lo esige la globalizzazione".

Altri paesi avranno magari qualche decimo di punto di disoccupazione in più, ma hanno sussidi più alti e di maggior durata - il che permette al disoccupato di continuare a spendere.

Hanno servizi alle famiglie tali da permettere alle donne di lavorare senza problemi.

E di certo non è l´Europa che ci chiede di pagare i salari più bassi di tutta la Ue a 15.

Quanto alla globalizzazione, siete stati voi e i vostri colleghi europei a mettere in concorrenza i nostri salari e i nostri posti di lavoro con quelli della Cina e dell´India, del Messico e del Sud Africa. Il peggioramento delle condizioni di lavoro che ne è seguito, di cui la disoccupazione è l´aspetto peggiore ma non il solo, gravano già sulle nostre vite. Risparmiateci per favore le spiegazioni che ritorcono su di noi, disoccupati presenti e futuri, la responsabilità dell´accaduto.

 

www.economiapolitica.it  1 giugno 2010

 

Tempo di falchi a palazzo Koch


«Macelleria sociale è una espressione rozza ma efficace: io credo che gli evasori fiscali siano i primi responsabili della macelleria sociale».
Di queste parole non vi è traccia nel testo ufficiale delle considerazioni del governatore della Banca d'Italia presentate ieri all'assemblea annuale dell'istituto.
Draghi infatti le ha pronunciate a braccio, smarcandosi per un attimo dall'abituale, morigerato linguaggio di Palazzo Koch. C'è da scommettere che i commentatori dedicheranno grande attenzione a questo colpo di teatro del governatore.
A ben guardare tuttavia la dichiarazione si rivela politicamente vaga, dal momento che Draghi evita di citare gli interventi che anziché ridurre gli evasori ne hanno favorito in questi anni la proliferazione. Basti pensare che egli conferisce al governo Berlusconi il merito di aver adottato «misure di contrasto all'evasione fiscale» e non accenna invece agli effetti d'incentivo all'evasione che sono scaturiti da numerosi provvedimenti dell'esecutivo, tra i quali spicca il condono di fatto sui capitali rimpatriati.

Il principale punto critico delle considerazioni del governatore non risiede però nella paludata valutazione dell'operato del governo italiano.
Il vero problema verte sulla scelta di assolvere completamente la Germania riguardo alle cause della gravissima crisi della zona euro.
A questo riguardo il governatore riconosce che l'attuale instabilità della Unione monetaria europea è alimentata dai marcati squilibri nei rapporti di credito e debito tra i suoi paesi membri. Draghi tuttavia si guarda bene dal chiarire che questi squilibri sono in larga misura dovuti alla politica iper-competitiva e ultra-restrittiva della Germania, da tempo orientata a schiacciare i salari e la spesa interna in modo da reprimere le importazioni di merci dall'estero, e a favorire invece la penetrazione delle merci tedesche nei mercati dell'eurozona. Attraverso questo sistematico eccesso di vendite sugli acquisti la Germania accumula crediti verso l'estero.
Essa quindi non contribuisce allo sviluppo economico europeo, ma anzi paradossalmente si fa trainare dai paesi più deboli dell'unione monetaria, tra i quali spiccano la Grecia, la Spagna, il Portogallo, la stessa Francia. Persino l'Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dai tedeschi più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti verso la Germania.

E' significativo che Draghi non accenni a questo enorme problema, che da tempo mina alle fondamenta l'intero progetto di unificazione europea.
Quando si tratta di analizzare la crisi a livello globale, egli dichiara senza mezzi termini che per uscirne sarebbe necessaria «una forte espansione della domanda interna da parte dei paesi che hanno accumulato ampi avanzi esterni», e cioè soprattutto da parte della Cina[1].
Tuttavia, quando passa ad esaminare il quadro europeo, il governatore preferisce ripetere diligentemente il verbo delle autorità tedesche, affermando che tocca solo ai paesi debitori farsi carico del riequilibrio, attraverso strette alla spesa pubblica, contenimenti dei salari, aumenti della età pensionabile e ulteriori riduzioni delle tutele dei lavoratori. Il governatore arriva persino a sostenere che «l'impegno a raggiungere un saldo di bilancio strutturale in pareggio o in avanzo va reso cogente, introducendo sanzioni, anche politiche, in caso di inadempienze». In altre parole, chi non si adegua alla linea indicata dai tedeschi dovrà perdere il diritto di voto in Europa.
Al pari di Padoa Schioppa e di Bini Smaghi, anche Draghi sembra dunque improvvisamente desideroso di concorrere al titolo di banchiere più "falco" dell'Unione.
A voler esser tendenziosi, potremmo avanzare il sospetto che tutto questo sgomitare a favore della politica restrittiva si spieghi con la scadenza del mandato di Trichet, e con la volontà di ingraziarsi i tedeschi in vista della prossima nomina del nuovo governatore della Banca centrale europea.
Ma se anche non si volesse cedere alla tentazione di pensar male, resterebbe da capire in che modo un simile orientamento possa ritenersi compatibile con i fondamentali interessi economici dell'Italia, degli altri paesi periferici e in fin dei conti della intera Unione europea.

A questo riguardo lo stesso Draghi riconosce che nel 2009 si è verificato un boom dei fallimenti tra le imprese italiane, pari a un quarto in più rispetto all'anno precedente. Si tratta di un dato allarmante, che accomuna l'Italia agli altri paesi deboli dell'Unione. Esso sta ad indicare che la crisi non solo colpisce i lavoratori ma mette anche fuori mercato moltissime imprese situate nelle aree periferiche del continente. Di certo la notizia verrà accolta con favore dagli imprenditori tedeschi che contano di uscire vincenti dalla crisi, con meno sindacato e meno concorrenza estera a intralciarli.
Le rappresentanze politiche del capitale tedesco sembrano in sostanza disposte a concepire l'Europa solo nei termini di una Germania allargata, che basi la sua strategia di sviluppo esclusivamente sulla competitività e sulle esportazioni nel resto del mondo. In base a questa visione, i paesi periferici dell'Unione dovrebbero progressivamente ridursi al rango di fornitori di manodopera a basso costo, o al limite di azionisti di minoranza in uno scacchiere capitalistico a stretto controllo tedesco.
In effetti, fino a quando c'erano i boom speculativi della finanza statunitense a trainare l'economia mondiale l'idea di una "grande Germania" votata all'export poteva avere una sua pur feroce logica.
Adesso però che la locomotiva americana si è inceppata tale progetto risulta estremamente azzardato.
Esso infatti crea le condizioni per un avvitamento generale della crisi, che potrebbe scatenare una deflazione da debiti paragonabile a quella degli anni Trenta.
Se ciò avvenisse l'intero progetto dell'unità europea crollerebbe. E la principale responsabilità di un simile fallimento sarebbe da imputare non tanto alle spese eccessive di Grecia e Spagna, quanto piuttosto alla politica economica tedesca e ai suoi sostenitori, tra cui purtroppo diversi italiani.

Quasi a volersi difendere da una simile accusa, Draghi prova a chiudere le sue considerazioni con una nota di ottimismo sui presunti benefici dell'austerità:
«Nel 1992 affrontammo una crisi di bilancio ben più seria di quella che hanno oggi davanti alcuni paesi europei. Il Governo dell'epoca presentò un piano di rientro che, condiviso dal Paese, fu creduto dai mercati. Fu una lotta lunga [.] ma fu vinta, perché i governi che seguirono mantennero la disciplina di bilancio: la stabilità era entrata nella cultura del Paese».

Un piano creduto dai mercati? Il governatore non la racconta giusta.
In realtà le tremende strette ai salari, alle pensioni e al bilancio pubblico di quell'anno accentuarono la depressione del reddito nazionale e quindi sollevarono dubbi crescenti sulla capacità di rimborso dei debiti. Esse dunque non frenarono la speculazione ma anzi la alimentarono, favorendo in tal modo l'uscita dell'Italia dal Sistema monetario europeo e la conseguente svalutazione della lira.
I lavoratori pagarono così due volte: prima a causa della politica di austerità e poi a causa della perdita di potere d'acquisto della lira.
A quanto pare si sta facendo di tutto affinché la storia si ripeta, in termini forse ancor più violenti che in passato.
Una resistenza consapevole a questo andazzo si pratica in primo luogo acquisendo coscienza del fatto che l'austerità non costituisce un antidoto sicuro contro la deflazione da debiti e la speculazione, ma anzi potrebbe a date condizioni favorirle.

[1] In effetti Draghi non è l'unico a sostenere questa tesi. Tuttavia, per quanto diffusa, l'idea secondo cui la Cina dovrebbe farsi promotrice della ripresa mondiale attraverso una espansione della domanda interna non sembra molto convincente. In assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale è difficile che un paese che non emetta dollari accetti di espandere la domanda e di collocarsi in posizione di disavanzo commerciale. Più probabile è l'eventualità di un parziale "sganciamento" dal regime di accumulazione mondiale, tramite combinazioni di politica espansiva interna e protezionismo verso l'esterno. Per un approfondimento, rinviamo a "Finché dollaro non vi separi" (in Emiliano Brancaccio, La crisi del pensiero unico, 2° ed., Franco Angeli, Milano 2010). Sul rapporto tra la crisi globale e la crisi del sistema monetario internazionale, si veda Lilia Costabile, "The international circuit of key currencies and the global crisis. Is there scope for reform?", in Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana, The global economic crisis: new perspectives on the critique of economic theory and policy, Routledge, London (di prossima pubblicazione).