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Editoriale                                                                                                                                                                                                                    
 

 
Luglio 2010

www.paneacqua.eu 31 luglio 2010

 

 

I pilastri del sindacato

di Franco Astengo

 

I pilastri del sindacato
Anche in questa occasione intendiamo, come ci è capitato il altre occasioni, di apparire ostinati custodi della memoria, incapaci di vedere il "nuovo che avanza": ma intendiamo rammentare, prima di tutto a noi stessi e poi a qualcuno che può mantenere viva la stessa memoria, quali erano i pilastri di quel sindacato unitario che abbiamo, in altri tempi, cercare di definire come "soggetto politico" a tutto tondo.
Non sviluppiamo in questa sede la storia del sindacato italiano, la sua nascita parallela (a differenza di altre situazioni in Europa) alla formazione dei grandi partiti socialisti di massa, al fatto che accanto alle rivendicazioni puramente sindacali si situassero, sullo stesso terreno di lotta, la rivendicazioni di tipo politico: la libertà d'associazione, la libertà di stampa, l'allargamento del suffragio (quanti ricordano che, al momento della proclamazione del Regno d'Italia il diritto di voto era riservato a meno del 2% dei cittadini, in un paese con l'analfabetismo all'80% ?).
Poi, nel secondo dopoguerra, le diverse fasi della rottura e del recupero dell'unità sindacale, le grandi battaglie degli anni '50 in difesa delle fabbriche nella tormentata temperie della riconversione dell'industria bellica e dell'intervento pubblico, poi il "boom", il consumismo (elemento sul quale andrebbe aperta una riflessione sincera e spregiudicata), la migrazione biblica dal Nord al Sud, l'avanzamento sociale, l'allargamento del terreno dei diritti.
Quale può essere, allora, il senso di questa estrema sintesi di ricostruzione storica?
Appunto, quello, di ricordare i pilastri su cui poggiava il sindacato italiano: non perché oggi si possa recuperare quella realtà, ma come punto di riferimento, nozione di idea-guida, tentativo di mostrare, partendo dal passato, un possibile campo di scelta.

Il primo elemento che è necessario sottolineare è quello dei collegamenti internazionali: oggi sono richiamate "convenzioni internazionali" sui diritti, strumenti sicuramente importanti ma nella maggior parte disattesi. Il punto risiede, invece, nella necessità di ripresa e sviluppo di organizzazioni sindacali che , attorno al nodo della realtà economica e produttiva dell'Europa di fronte alla crisi, si muovano unitariamente in una dimensione transanazionale. Chiediamo, allora, a quanti sicuramente conoscono la situazione meglio di noi: come sta la CISL internazionale (cui anche la CGIL italiana aderì nel momento della chiusura dell'esperienza della FSM) e sta operando, ad esempio, nei paesi dell'Est europeo, dove pare concentrarsi l'obiettivo della delocalizzazione patrocinata dal potentato FIAT?

Posta questa domanda, passiamo ad elencare quelli che abbiamo definito " i tre pilastri":
1) Il Contratto Collettivo nazionale di categoria: lo smantellamento di questo istituto ha rappresentato, prima ancora che sul piano normativo ed economico, il punto esiziale per il riconoscimento di un sindacato nazionale che ha, sempre e comunque, la sua ragion d'essere; il decentramento sotto questo aspetto, che pure poteva rappresentare parzialmente un momento di grande interesse nello sviluppo di vertenze d'azienda e territoriali, non doveva sostituire il momento fondamentale di un sindacato unitario come quello rappresentato dal contratto collettivo nazionale di categoria;
2) La scala mobile. Oggi, a distanza di tanti anni, credo si comprenda meglio il valore di quella battaglia perduta e ci permettiamo di non aggiungere altro;
3) La rappresentanza di tipo "consiliare" all'interno dei luoghi di lavoro. Senza alcun accento nostalgico (di cui pure ci potrebbe essere ragione) è necessario ricordare come l'unità sindacale possa poggiare soltanto su di una unità di base che i "consigli" erano in grado di assicurare, pur dentro ad un dibattito acceso, non unanimistico, che rifiutava - ed è questo un altro punto decisivo- il neo corporativismo e lo straccio della "concertazione" ( Concertazione da distinguere bene dalla politica dei redditi).

Potremmo ricordare, ancora, come la presenza contemporanea di questi tre elementi ( il contratto collettivo garantito dallo Statuto dei Lavoratori; la scala mobile, ricordando l'accordo Lama-Agnelli; il sindacato dei consigli emerso dalla grande stagione del 68-69) coincise con il momento più forte e più alto della presenza sindacale nel nostro Paese, e di avanzamento delle ragioni dei diritti e del miglioramento della qualità della vita per tutti, non soltanto per i lavoratori dipendenti.
Qualcuno obietterà: c'era la classe operaia.
Giustissimo, e la classe operaia era legata ad una idea di sviluppo industriale che il nostro Paese, a differenza di altri partner europei, ha abbandonato da tempo: siamo privi, per diverse ragioni, di chimica, elettronica, agroalimentare.
Abbiamo puntato su di una visione sbagliata del ciclo liberista: oggi la crisi reclama nuovi indirizzi, all'interno dei quali si recuperano concetti quali quelli della programmazione e dell'intervento pubblico in economia che apparivano superati ed obsoleti.
Superati ed obsoleti quasi come quei "pilastri del sindacato" che ci siamo permessi di ricordare in questa occasione.


 

www.paneacqua.eu 30 luglio 2010

 

 

Tremonti attacca Vendola. Il governatore: è sabotaggio

     

"Tremonti attacca Vendola. Il governatore: E' sabotaggioLa Puglia - ha avvertito Tremonti - è su una via pericolosa di amministrazione non responsabile e non vogliamo che finisca come la Grecia. Noi siamo convinti che in questa fase storica per il bene dei cittadini prima vengono i numeri e poi viene la politica e non la politica prima dei numeri. Ieri - ha aggiunto - abbiamo dato al presidente della Regione Puglia un messaggio di serietà molto chiaro: prima i numeri e poi se vuole fare la politica, ma se vuole fare la politica che trasforma la Puglia nella nuova Grecia non sarà consentito da questo governo, non sarà consentito da nessuno".

Immediata la risposta del presidente Vendola: "Considero gravissima la dichiarazione fatta dal ministro dell`Economia che, per motivare la mancata firma del governo al piano pugliese di rientro del deficit sanitario, ha paragonato la Puglia alla Grecia. Una dichiarazione, quella di Tremonti, che è un sabotaggio politico, economico e sociale nei confronti della Puglia". Secondo il governatore della Puglia "paragonare la Puglia alla Grecia significa dare, da parte di un ministro dell'Economia, indicazioni alle agenzie di rating e dare così un colpo mortale alla Puglia".

Vendola ha annunciato che chiederà l'intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per riportare il corretto equilibrio tra poteri, regionale e dello Stato, informandolo della mancata firma del ministro al piano di rientro della Puglia.
"Racconterò al presidente della Repubblica tutto ciò che è accaduto" dichiara il presidente della Regione Puglia durante la conferenza stampa convocata nel pomeriggio per commentare la mancata firma del piano di rientro da parte del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti.
"Chiediamo a Napolitano - ha detto Vendola - di condividere la conoscenza di tutti i documenti: vogliamo un difensore degli interessi di 4,2 milioni di pugliesi: non e' giusto che per combattere una persona sola, Nichi Vendola, stiano strangolando 4,2 milioni di persone". Ripercorrendo quello che è successo nelle ultime 24 ore, carte alla mano il governatore della Puglia ha sostenuto che dietro la scelta di Tremonti c'è un "atto politico" che viola "il rispetto delle prerogative che la Costituzione affida alle Regioni".
Tremonti - ha riferito Vendola - "ha chiesto tempo per approfondire un piano che è stato prodotto dai suoi stessi tecnici, di cui mi auguro si fidi (io ne ho una grande stima) e dai tecnici del ministero della Salute". "Abbiamo i conti in ordine - ha aggiunto - e parametri di assoluta virtuosita'" e se "i numeri vengono prima della politica, io sono d'accordo con Tremonti e sono disponibile a guardarli insieme".

Secondo il governatore il comportamento del ministro "corrisponde al disegno vigliacco" di un "esercito di Franceschiello che è qui in Puglia e in parte a Roma", perché è "come se ci fosse un suggeritore qua, dal territorio", ha rilevato Vendola, definendo "traditori della Puglia" il capogruppo del Pdl in Consiglio regionale, Rocco Palese, e il ministro pugliese, Raffaele Fitto. "Voglio sapere - ha detto ancora - che cosa intendono fare i parlamentari pugliesi di centrosinistra e di centrodestra di fronte all'illegittimo scippo di 500 milioni di euro ai danni di questa Regione" (la quota di risorse statali per la sanità che verrebbero tagliate in mancanza del varo di un piano di rientro, ndr).
Quello che Tremonti sta compiendo, per Vendola, è un "atto di discriminazione e violenza nei confronti della Puglia, un fatto senza precedenti", che fa "della Puglia un territorio sotto occupazione militare", e per questo - ha proseguito - "faccio appello anche a tutti coloro che in questo momento vivono come collaborazionisti di un occupante straniero". "Quello che si sta compiendo - ha scandito - è un vulnus senza precedenti nei confronti della Puglia: e io mi ribello alla indecenza, al sopruso e alla violenza". "Non posso neppure sospettare - ha concluso Vendola con un filo di ironia - che la decisione del ministro sia l'effetto della mia candidatura alle primarie, perché la spregevolezza sarebbe maggiore di quanto io possa immaginare".


 

 

 

Fiat. Pomigliano fa scuola

 

di Red

Fiat, Pomigliano fa scuolaUn incontro "utile" e "costruttivo". Dal ministro Maurizio Sacconi così come da parte dei "padroni di casa" Roberto Cota e Sergio Chiamparino il giudizio che arriva sul tavolo che si è tenuto oggi a Torino con la Fiat è positivo. Meno unitaria la posizione dei sindacati, che rispondono in maniera non univoca all'ultimatum di Marchionne sul piano "Fabbrica Italia": se Cisl e Uil (e Fim e Uilm) si dicono pronte ad accettare la sfida - ma restando nel perimetro delle regole del nuovo modello contrattuale - Cgil e Fiom si ritengono "insoddisfatte" dell'esito della riunione. E anche l'Ugl resta critico.

Ma per Sacconi, che ha rappresentato il governo al tavolo di oggi, si è trattato di una riunione "utile" che "ci consente di procedere lungo la via dell'ulteriore consolidamento e sviluppo della capacità produttiva degli impianti Fiat in Italia con conseguenti garanzie sui livelli occupazionali". Il ministro in particolare ha posto l'accento su come proseguiranno i negoziati a partire dai prossimi giorni: "Verranno messi a punto singoli tavoli bilaterali per affrontare stabilimento per stabilimento le questioni industriali - ha annunciato - e l'esecutivo farà da coordinatore". In questa nuova tabella di marcia rientra l'incontro di domani all'Unione industriali di Torino per lo stabilimento campano, ma anche quello per il "sito storico" di Mirafiori previsto a breve e quello sul futuro di Termini Imerese "entro il 15 settembre" dove "verranno esaminate tutte le opzioni e le proposte sul tavolo".
Secondo Sacconi, dunque, l'idea è quella di "realizzare accordi di stabilimento, sul modello di Pomigliano. Questo non significa lo stesso accordo, ma verificare la convergenza delle parti sugli investimenti e l'organizzazione del lavoro" con l'obiettivo della "saturazione degli impianti e la piena efficienza degli stessi". E per non pregiudicare i negoziati tra Fiat e sindacati "il governo - ha concluso il ministro - ha sollecitato le parti a restare nell'alveo delle tradizionali relazioni industriali, che hanno dimostrato un'ampia capacità di rigenerazione. Atti unilaterali nel sistema delle relazioni industriali sarebbero inopportuni. Per questo le parti sono state invitate a trovare modalità con le quali adattare le relazioni industriali ad esigenze attuali".

Soddisfatti anche il governatore della Regione Piemonte e il sindaco di Torino. "E' stato un incontro positivo nel quale Marchionne ha riaffermato le previsioni contenute nel piano 'Fabbrica Italia' e ha ribadito che il futuro del nostro territorio è un futuro industriale", ha affermato Cota, facendo un appello "a tutte le forze economiche e sociali" affinché ora "si remi tutti in questa direzione". Anche Chiamparino ha osservato come dall'incontro di oggi "si è avuta una conferma di obiettivi raggiungibili per Mirafiori" con la "possibilità di avere altre piattaforme e altri modelli e arrivare a raggiungere le stesse dimensioni produttive e occupazionali previste dal piano Fiat quando si è parlato della monovolume L0. Questo è un punto importante" così come "gli incontri stabilimento per stabilimento".

Quanto al fronte sindacale, Raffaele Bonanni è per il "sì, senza se e senza ma, e questo vale anche per l'accordo su Pomigliano". Ma, ha aggiunto il leader della Cisl, "vogliamo che Marchionne faccia chiarezza sul fatto che le modalità dell'investimento rimarranno nel perimetro delle regole del nuovo sistema contrattuale che abbiamo costruito". Infatti "vedremo come un attentato se si dovessero mettere in discussione le regole contrattuali". Anche il segretario della Uil Luigi Angeletti si è detto pronto "ad accettare e a praticare le sfide necessarie", chiedendo a Marchionne di confermare l'impegno a incrementare la produzione negli stabilimenti italiani ma rimanendo nella cornice del contratto nazionale di categoria.In particolare Angeletti ha dato il suo ok all'ipotesi di accordi ad hoc per i singoli impianti Fiat in Italia, però "bisogna far sì che gli accordi siano calibrati per le tipicità delle realtà industriali degli stabilimenti Fiat" anche perché "non tutti gli stabilimenti sono uguali". Giovanni Centrella, segretario generale dell'Ugl, ha invece espresso perplessità sull'ultimatum di Marchionne: "Non è giusto che pretenda da noi oggi un sì o un no. Ci dica prima con chiarezza entro quale sistema di regole la Fiat intende far funzionare tutti i suoi progetti".
Il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani si è detto invece "insoddisfatto". Oggi, ha affermato, "ho sentito troppo ottimismo, la verità è che non ci sono patti nuovi. L'azienda ha riconfermato gli obiettivi del piano 'Fabbrica Italia', che la Cgil condivide. Il problema è trovare gli strumenti contrattuali per raggiungerli". Per questo Epifani ha fatto un appello ai vertici del Lingotto: "La Cgil è convinta che si possa riaprire il confronto a partire da Pomigliano per trovare una soluzione condivisa. Siamo disponibili a fare questo passo ma chiediamo alla Fiat di fare lo stesso". Corso d'Italia infatti "non ha interesse a portare avanti una conflittualità permanente".
Quanto al caso Mirafiori, secondo Epifani spostare la monovolume L0 in Serbia è una scelta dettata solo da "convenienza economica" perché per il leader Cgil "non c'è problema di gestione dell'azienda".

Le stesse "divisioni" tra Cgil e Cisl e Uil si sono riscontrate nelle dichiarazioni di Fiom e Fim e Uilm.
Per Giuseppe Farina della Fim il piano 'Fabbrica Italia' prevede un investimento che ha "qualcosa di miracoloso", e "in questa partita ci giochiamo molto, questa è una sfida troppo importante per disperderla in beghe sindacali". Quanto al numero uno della Uilm, Rocco Palombella si è detto soddisfatto dalla conferma del piano e degli impegni su Mirafiori.
Secondo il leader dei metalmeccanici di corso d'Italia, Maurizio Landini, l'ipotesi di disdettare il ccnl di categoria aprirebbe "un quadro pericoloso" quando invece "è possibile trovare soluzioni anche all'interno di contratti nazionali". La Fiom, ha aggiunto, è pronta "a trattare per rendere efficienti gli stabilimenti, ma all'interno delle leggi che ci sono", ecco perché - come già chiesto da Epifani - occorrerebbe che la Fiat "tornasse a riaprire il confronto e la trattativa sindacale". A preoccupare il sindacalista sono soprattutto le dichiarazioni di oggi dell'ad del Lingotto: "Marchionne ci ha detto che il piano 'Fabbrica Italia' non è un accordo ma un progetto dell'azienda, e come tale si può modificare in modo unilaterale". Quanto all'idea dei tavoli bilaterali sito per sito "non vorremmo - ha chiosato Landini - che si ripeta la stessa storia, si tratta con tutti, ma alla fine si firma il contratto solo con i sindacati che lo accettano".

 

www.micromega.it 22 luglio 2010

 

 

Per il Csm il Pd scelga nomi esemplari

 

"Per il Csm il Pd scelga nomi esemplari". Firma l'appello a Bersani di Camilleri, Hack e Flores d'Arcais

Stimato onorevole Bersani, sull’elezione del Csm lei e il suo partito potete rendere un servizio a tutto il paese. I magistrati hanno già eletto i loro sedici rappresentanti. Il Parlamento non si mette d’accordo sugli otto che deve esprimere. Cinque spettano alla maggioranza, tre alla minoranza.
Marco Travaglio ha fatto notare che sarebbe un ennesimo scandalo se, in forza di una lottizzazione, la scelta cadesse su personalità partitiche (per la minoranza si parlava di un esponente Pd, uno Idv, uno Udc) anziché su personalità di alta statura giuridica la cui estraneità alle cariche politiche costituirebbe garanzia di imparzialità.
L’onorevole Di Pietro ha accolto l’invito di Travaglio e ha proposto all’opposizione di scegliere tra cinque nomi: Borrelli, Cordero, Zagrebelsky, Grevi, Tinti. Sono nomi che onorano il paese. L’opposizione ha la forza di imporne tre. Il meccanismo del quorum è tale che un terzo dei parlamentari è sufficiente a bloccare ogni nomina. Berlusconi, i cui rappresentanti erano tre e ora saliranno a cinque, ha interesse a che le otto nomine vengano fatte.
Lei e il suo partito avete dunque, e in modo tecnicamente facile, la possibilità di imporre che almeno tre degli otto membri di nomina parlamentare rappresentino quella ipoteca di serietà e di moralità di cui l’Italia onesta e civile avverte un improcrastinabile bisogno.
Non tradisca queste aspettative, che sono anche di molti dei suoi elettori.

Andrea Camilleri
Margherita Hack
Paolo Flores d’Arcais

 

www.paneacqua.eu 8 luglio 2010

 

 

La giornata del rumoroso silenzio

 

Redazione

     

La giornata del rumoroso silenzio Giornalisti, ma anche gli editori e migliaia di cittadini, da mesi denunciano le mostruosità giuridiche del "ddl intercettazioni". Sono state anche avanzate proposte serie per rendere ancora più severa e responsabile l'informazione nel rispetto della verità dei fatti e dei diritti delle persone: udienza filtro per stralciare dagli atti conoscibili le parti relative a persone estranee e soprattutto alla dignità dei loro beni più cari protetti dalla privacy; giurì per la lealtà dell'informazione che si pronunci in tempi brevi su eventuali errori o abusi in materia di riservatezza delle persone; tempi limitati del segreto giudiziario; accessibilità alle fonti dell'informazione contro ogni dossieraggio pilotato.
Nessuna risposta di merito. Lo sciopero, con la giornata del silenzio, è espressione di indignazione, di partecipazione, di richiamo responsabile a principi e valori che debbono valere in ogni stagione. Lo sciopero è un momento della protesta e dell'azione incessante che proseguirà, fino al ricorso della Corte europea di Strasburgo per i diritti dell'uomo, qualora la legge fosse approvata così com'è. Lo sciopero è anche segnalazione di un allarme per una ferita che si aggiungerebbe ad un sistema informativo che patisce già situazioni di oggettiva difficoltà e precarietà non solo per la crisi economica, ma anche per una politica di soli tagli che rischiano di allargare bavagli oggi altrimenti invisibili. L'informazione è un bene pubblico, non è un privilegio dei giornalisti, né una proprietà dei padroni dei giornali e delle televisioni, né una disponibilità dei Governi. E per i giornalisti non è uno sciopero tradizionale contro le aziende, ma un atto di partecipazione e di sacrifico della risorsa professionale per la difesa di un bene prezioso, dei cittadini, proclamato con un silenzio che vuol parlare a tutti.

I giornalisti degli uffici stampa si asterranno dal lavoro per l'intera giornata di domani; i giornalisti dell'emittenza radiotelevisiva pubblica e privata analogica e digitale, nazionale e locale, dei giornali telematici, dei siti web, dei portali internet e dei canali tematici satellitari legati o no a network terrestri si asterranno dal lavoro a partire dalle ore 06.00 di domani alle ore 06.00 di sabato. Nel corso della manifestazione del silenzio, nelle emittenti radiotelevisive saranno assicurati soltanto i notiziari in forma ridotta previsti da eventuali accordi aziendali. Pertanto, si prevede che non vada in onda nessuna trasmissione o rubrica giornalistica, né andranno in onda trasmissioni registrate in giornate precedenti, che abbiano come conduttori o protagonisti giornalisti, né avvenimenti sportivi con la cronaca di giornalisti. In ogni caso sarà assicurata la presenza dei comitati di redazione in tutte le redazioni al fine di predisporre notiziari straordinari in presenza di eventi di particolare gravità e interesse per l'utenza. Quanto ai periodici, i giornalisti parteciperanno alla giornata del silenzio con astensione domani dalle prestazioni e sospensione dell'aggiornamento degli eventuali siti web della loro testata. I comitati e fiduciari di redazione delle testate periodiche sono altresì chiamati a richiedere la pubblicazione sul primo numero utile della loro testata di comunicati sulle motivazioni della giornata del silenzio e a sollecitare le rispettive direzioni perché siano fatti conoscere ai lettori i motivi della protesta.

 

 

www.ansa.it 7 luglio 2010

 

 

Marcia di aquilani su Roma, tensione e tafferugli


 
ROMA  - Hanno invaso piazza Venezia e la vicina via dei Fori Imperiali, gli aquilani che marciano su Roma lanciando un "S.o.s. L'Aquila", chiedendo sospensione delle tasse, occupazione e sostegno all'economia. Sono circa 5 mila le persone arrivate dal 'cratere', oltre al comune dell'Aquila paesi limitrofi come San Demetrio, Fossa, Torre dei Passeri, in provincia di Pescara, e Sulmona, che pur non essendo stata inserita nell'area dell'epicentro del sisma del 6 aprile 2009 ha subito danni. I manifestanti, arrivati con 40 autobus e in auto, sfilano lungo via del Corso diretti a Montecitorio e nel pomeriggio si concentreranno in piazza Navona. Alla manifestazione, organizzata dal Popolo delle carriole del presidio di piazza del Duomo, hanno aderito tra gli altri i comitati '3 e 32', 'Rete Aq', 'Eva' (Eco villaggio autocostruito), 'Cittadini per i cittadini' e gli universitari che abitavano la Casa dello studente. I manifestanti vestono magliette con su scritto "forti e gentili", come diceva D'Annunzio, "ma non fessi", e portano bandiere nere e verdi, i colori della città.

TAFFERUGLI A MANIFESTAZIONE AQUILANI, FERITI - I manifestanti dell'Aquila hanno raggiunto Piazza Colonna, e hanno bloccato il traffico a via del Corso. Ai megafoni, a cento metri da Palazzo Chigi, gli aquilani gridano "vergogna". In mattinata, in via del Corso, a qualche decina di metri, la polizia aveva bloccato l'avanzata del corteo proveniente da Piazza Venezia e ne sono seguiti alcuni tafferugli.

Due i feriti. Un giovane presente alla manifestazione dei terremotati aquilani e' stato ferito alla testa. Il ragazzo racconta di aver ricevuto due manganellate e presenta lesioni sanguinanti. ''Guardate il sangue di un aquilano - ha detto dopo essersi rifugiato nella sede di una banca in via del Corso - La mia unica colpa e' essere un terremotato''. Un altro manifestante e' stato raggiunto da alcune manganellate.

SINDACO CIALENTE CALPESTATO IN TAFFERUGLI - "Non ci è bastato il terremoto abbiamo preso anche le botte". Così il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente commenta gli scontri di oggi alla manifestazione dei terremotati a Roma. "Sono stato calpestato nei tafferugli a piazza Venezia mentre cercavo di calmare gli animi", ha rassicurato Cialente, dopo che si era sparsa la voce che fosse stato colpito da una manganellata. Il sindaco dell'Aquila accusa dolore a una caviglia e dice:"non mi aspettavo il blocco da parte delle Forse dell'ordine, abbiamo fatto sempre manifestazioni pacifiche", ma spiega di non essere a conoscenza del percorso autorizzato per la manifestazione.
 

www.paneacqua.eu 2 luglio 2010

 

 

Occupazione. Allarme dell'Istat

 

di Francesco Scommi

 
Occupazione, l'allarme dell'Istat A maggio il tasso di disoccupazione si è mantenuto stabile, per il terzo mese consecutivo, all'8,7%. Secondo i dati Istat, risulta però in aumento rispetto a maggio 2009 (7,5%) di 1,2 punti percentuali. In calo anche il numero di occupati che a maggio 2010 segna il -0,2% su base mensile e il -1,1% rispetto a maggio 2009. Il tasso di occupazione è pari al 56,9 per cento, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile e di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Preoccupa la disoccupazione giovanile, che non è mai stata così alta da gennaio 2004, da quando cioè sono iniziate le serie storiche dell'Istat: il livello del 29,2 segnato a maggio scorso, infatti, non è mai stato toccato precedentemente. Il 29,2% supera anche il dato del 2009, anno nero della crisi, quando il tasso di disoccupazione giovanile registrò la percentuale del 27,1%. Rispetto ai mesi precedenti, inoltre, il dato del 29,2% mostra peraltro un trend in forte aumento: la disoccupazione giovanile ha segnato infatti il 29,1% ad aprile, ma a marzo fu decisamente più contenuto (27,6%) e a febbraio invece si registrò il 28,2%. Rispetto al maggio del 2009, l'aumento è addirittura del 4,7 per cento.

Dati negativi anche per le donne,con tasso di disoccupazione femminile pari al 10,1 per cento, in aumento rispetto ad aprile (0,1 punti percentuali) e rispetto al mese di maggio 2009 (+1,2 punti percentuali). Migliora invece il rapport deficit - Pil: Nel primo trimestre 2010, l'indebitamento netto delle amministrazione pubbliche in rapporto al Pil (dati grezzi) si è ridotto di 0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2009 (8,7 per cento e 9,2 rispettivamente).

Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi "i dati Istat sono molto incoraggianti perché ci dicono che il tasso di disoccupazione si è bloccato". Sacconi sottolinea che il tasso di disoccupazione "è per il terzo mese consecutivo all'8,7% contro una media europea del 10%", ricordando come i dati dell'Istituto di statistica "vanno letti in comparazione con i mesi precedenti". Quanto ai giovani "il dato non è una novità", e per Sacconi "non c'è una risposta che sia quella di investire, da parte delle regioni, su formazione e apprendistato". Ad ogni modo, conclude Sacconi, "stiamo lavorando a un intesa quadro fra stato, regioni e parti sociali".

Non è d'accordo l'opposizione. Marina Sereni del Partito democratico attacca: "Il Paese affronta una crisi senza precedenti come oggi ci confermano i dati assolutamente allarmanti della disoccupazione tra i giovani che raggiunge la cifra record del 29,2%. Se non si metteranno al centro della politica il lavoro, la crescita, la possibilità per le nuove generazioni di avere un futuro dignitoso e non precario, l'Italia sarà destinata al declino e sarà impossibile anche risanare i conti pubblici".

Secondo Maurizio Zipponi, responsabile lavoro dell'Italia dei Valori "i dati diffusi oggi dall'Istat sulla disoccupazione sono uno schiaffo a questo governo che non riconosce la profondità della crisi e dei processi sociali che stanno mettendo ai margini i lavoratori, soprattutto i precari, i giovani e le donne, le piccole e medie imprese e gli artigiani. Inoltre - spiega l'esponente dell'IdV - sarebbe interessante conoscere una proiezione fino a dicembre 2010, quando la disoccupazione reale arriverà abbondantemente oltre il 10 per cento, visto che andranno in scadenza una serie di strumenti di protezione sociali come la cassa integrazione ordinaria e in deroga".

Zipponi conclude: "A questo quadro va aggiunto poi il numero di aziende individuali che, a causa della stretta creditizia delle banche, sono sull'orlo del fallimento o con i libri in tribunale. Il governo però sembra non rendersi conto di tutto questo".