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Editoriale                                                                                                                                                                                                                    
 

 
Marzo 2010

 

 

www.lernesto.it 31 marzo  2010

 

 

Dopo le elezioni regionali

di Redazione

 

E' come sempre alla lucidità politica e di classe degli intellettuali organici della borghesia che occorre in prima battuta affidarsi (filtrandola) per cogliere gli elementi meno congiunturali di situazioni nuove e complesse come quelle che ci consegna il risultato delle elezioni regionali del 28-29 marzo. Tanto più in assenza di un partito comunista solido, rigoroso e credibile nel contesto italiano, di cui si avverte sempre più la mancanza; e a fronte di una serie di situazioni di impasse e logoramenti a sinistra che, in mancanza di un chiarimento e di uno scatto di reni, rischiano di portarci ad un punto di non ritorno.

ASTENSIONISMO RECORD. Non siamo in Francia, perchè da noi si continua a votare di più, oltre dieci punti percentuali in più. Ma identica è la proporzione del crollo: meno sette punti. Ed anche per l'Italia è un record storico (63,6%, contro il 71,4% delle regionali del 2005 e l'80,5% delle politiche del 2008; meno persino delle poco sentite elezioni europee del 2009, col 66,5%). Ma mentre in Francia l'astensionismo punisce soprattutto la maggioranza di governo (anche se nei quartieri operai e popolari della periferia parigina supera in molti casi l'80%...), in Italia si distribuisce più “equamente” sui due versanti. E in molti casi si configura più come un voto di protesta attiva che di generica indifferenza: “un segnale alla cattiva politica”, anche a sinistra. Un segno di insofferenza per un dibattito politico sempre più slegato dai problemi economici ed esistenziali che le persone “normali”, e soprattutto i ceti popolari, vivono quotidianamente. “La stessa riluttanza del sindacato ad offrire uno sbocco conflittuale meno incerto ed episodico al profondo disagio del mondo del lavoro ha finito per rafforzare in tanta gente la convinzione che gli uni e gli altri pari sono e, soprattutto, che le soluzioni o si cercano individualmente o non sono” (Dino Greco).

VITTORIA DEL CENTRODESTRA. “Dopo due anni di legislatura e con una crisi economica molto seria tra le mani, nessuno si sarebbe meravigliato se Berlusconi avesse perso le elezioni. Altrove in Europa accade così. Ne sa qualcosa il francese Sarkozy che in un passaggio elettorale analogo, pochi giorni fa, è rimasto schiacciato sotto l'astensionismo e si è visto scivolare a sinistra l'intera nazione”, sia pure verso una sinistra in massima parte socialdemocratica. Viceversa, il premier italiano “si è destreggiato con la consueta spregiudicatezza in una campagna elettorale pessima nei toni e nei contenuti. Ed è riuscito persino ad evitare le trappole di un'astensione che ha raggiunto livelli senza precedenti per la tradizione italiana. Alla resa dei conti, il PdL esce dalle urne con un'affermazione evidente.
Sei regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Calabria), tutte di notevole rilievo politico ed economico, contro sette del centro-sinistra (Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Puglia, Basilicata), configurano “una mappa geopolitica del paese in cui la forza del centrodestra si conferma e si ramifica, sia pure con varie contraddizioni. Alla luce di questi dati, se si votasse domani per il Parlamento, la maggioranza sarebbe nel complesso confermata. Nonostante la stagnazione, la disoccupazione, la sfiducia diffusa, le risse, la disaffezione verso la politica”, lo scontro duro con Fini, le diffuse ingiustizie sociali e il peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione “e altro ancora, Berlusconi - sedici anni dopo – sa ancora come raccogliere il consenso” (Stefano Folli).

SFONDAMENTO DELLA LEGA. “La concorrenza messa in atto dal Carroccio nel Nord verso il partito berlusconiano ha dato i suoi frutti. Bossi non è mai stato così forte in un arco alpino che va dal Veneto al Piemonte...e la Lega deborda oltre le sue aree di antico insediamento, ottiene risultati a due cifre in Emilia Romagna (13,7%), avanza in Liguria, Toscana e Umbria...incalza la sinistra nei suoi territori storici” (Folli). Ma c'è di più e di peggio: la Lega, dopo una campagna segnata da un messaggio xenofobo e razzista, sfonda soprattutto nelle regioni “a più alta industrializzazione e composizione sociale operaia” (Greco).
“Il suo messaggio a Berlusconi è molto chiaro. La Lega sostiene con lealtà il premier, ma diventa il motore della maggioranza di governo” e oggi può chiedere quello che vuole, o quasi. “In un certo senso Bossi assume la veste di presidente del Consiglio “ombra”...E proprio in virtù della sua grande forza potrebbe essere il mediatore di un nuovo patto politico-istituzionale offerto all'opposizione, a cominciare dal Partito Democratico”, con cui una interlocuzione più o meno carsica non è mai venuta meno. Il che porrebbe “il tema delle riforme al centro di una legislatura davvero costituente. Ma avrebbe riflessi su tutti gli assetti consolidati, prima di tutto all'interno del PdL. Si vedrà. Quel che è certo, la maggioranza ha un po' cambiato la sua natura. Berlusconi ne è il leader e ha appena confermato la sua capacità rabdomantica di orientarsi tra le virtù e i vizi del paese. Ma Bossi, che all'indomani del voto ha detto significativamente che “federalismo e presidenzialismo non si escludono”, ora è più di un partner: è il detentore delle chiavi del Nord più di quanto non sia mai stato in passato. Tutti dovranno fare i conti con lui. Primo fra tutti, Berlusconi”.
E' tragico dover riconoscere che la Lega si impone come l'unico partito italiano che sembra non avere smarrito la lezione del radicamento sociale e territoriale del miglior PCI (certo, con ben altre finalità...), che non a caso si consolida come il primo partito tra gli operai del Nord Italia. Sembra aver raccolto la tradizione del PCI emiliano fatto di radicamento, capacità di governo nei centri urbani e contemporaneamente capace di amalgamare quel consenso dentro un progetto culturale più generale. Che ovviamente in questo caso, e a differenza del PCI, è un blocco di consenso che si avvale di una sub-cultura reazionaria di massa (largamente promossa e incentivata), terreno fertile della propaganda e dell'attivismo popolare della Lega, che le permette di entrare rapidamente in sintonia con il “sentire” di una parte del popolo (un micidiale sentire). Tema questo che richiede da parte dei comunisti un ulteriore sforzo di analisi e di comprensione.


IL PD AL PALO. Il centro-sinistra nel suo insieme perde anche questa volta la prova elettorale, sia sul terreno del governo di buona parte delle principali regioni, sia sul piano politico generale. E si può convenire con Folli quando scrive che “Bersani, nel momento in cui il PD evita il tracollo e conferma la sua solidità, deve prendere atto del successo dell'Italia dei Valori, ma anche delle liste grilline”, in cui si manifestano nuove forme di radicalismo e di qualunquismo “di sinistra” (ovvero capace di ingannare ed attrarre un elettorato di sinistra deluso e confuso). Nel caso delle liste grilline, esso giunge a favorire la vittoria della Lega in Piemonte e si afferma con un inquietante 6% in una regione come l'Emilia Romagna.

UNO SPAZIO PER CASINI. “Il bipolarismo in Italia non è mai stato così in crisi - scrive Il Manifesto – ma l'Udc di Casini per ora non ne coglie i frutti” e si limita a mantenere il suo spazio elettorale attorno al 5/6%. Per ora. Ma, dice Casini, “per noi questa è una tappa”. E lo conforta il sostegno strategico di cui gode in importanti ambienti moderati vaticani (sempre più insofferenti verso Berlusconi e diffidenti verso la Lega e verso Fini); e l'incoraggiamento dell'editorialista del Sole 24 Ore, quando scrive che “ora per Casini comincia un lungo itinerario da compiere senza errori verso le scelte del 2013, sapendo che i suoi voti restano importanti, talvolta decisivi”, ed importante ago della bilancia anche in relazione al futuro del centrosinistra e del PD. Lo spazio politico al centro è enorme nell'Italia di oggi (anche in quella di ieri...). Lì sta una delle basi del successo di Berlusconi. E Casini si prepara ad occuparne credibilmente una bella porzione nella fase del post-berlusconismo, che forse non è dietro l'angolo, ma nemmeno così lontana.

VERSO NUOVI ASSETTI? Forse è ancora presto per parlare di una crisi imminente della leadership di Berlusconi sul centrodestra (l'appuntamento decisivo delle prossime elezioni politiche costringe - con questa legge elettorale - Berlusconi, Bossi e Fini a convivere...). Ma essa è ormai insidiata e/o condizionata, oltre che dall'anagrafe e dalla magistratura, da un numero crescente di fattori (il dissenso di Fini, la forza crescente di Bossi, l'ostilità o la diffidenza di poteri forti che da tempo operano per costruire una alternativa al premier che dia maggiore stabilità e credibilità al sistema: dall'amministrazione USA, ad ambienti vaticani, confindustriali o interni all'establishment dell'Unione europea...). Ma non c'è alcun dubbio che il problema è posto e che i comunisti e le forze di sinistra non possono estraniarsi da una riflessione di questa natura, e dalle diverse scelte tattiche che possono conseguirne, anche in materia di leggi elettorali ed assetti istituzionali: pena una loro marginalità politica anche propositiva. E' del tutto evidente ad esempio che una riforma della legge elettorale in senso proporzionalista (senza sbarramenti assassini né sovvertimenti istituzionali di natura presidenzialistico-autoritaria) potrebbe rendersi necessaria e auspicabile anche per forze moderate interne al sistema, a fronte di un bipolarismo sempre meno bipartitico e in crisi, in cui i due maggiori partiti dei due poli dell'alternanza (PdL e PD) sono oggi più deboli nelle rispettive coalizioni, rispetto alle loro componenti interne più destabilizzanti (Lega da una parte, Italia dei Valori e “grillismo” dall'altra); e che ciò potrebbe convenire ed offrire spazi politici e istituzionali anche ai comunisti e alle sinistre anticapitalistiche, senza rifarsi in modo acritico ad un modello tedesco, il cui sbarramento al 5 (o anche al 4%) potrebbe essere, nel contesto italiano, oltre che ingiusto e costituzionalmente discutibile, anche assai pericoloso.

COMUNISTI E SINISTRA. I risultati delle due liste a sinistra del PD sono senza dubbio modesti, considerati nazionalmente. Mentre esistono risultati regionali di tutto rispetto, pur di significato politico diverso tra loro, ma comunque degni di nota (e di approfondimento), quanto meno sul piano delle dinamiche elettorali: come la tenuta al 5,3% della FdS in Toscana o al 6,5% in Umbria, l’exploit di Vendola in Puglia, il risultato significativo della lista FdS + Vendola nelle Marche (6,5%), presentatasi fuori dalla coalizione di centro-sinistra imperniata sull’asse PD-Casini.
Le liste Vendola, che ancor più di quelle del PdL sono segnate da un personalismo esasperato (senza la figura del popolare governatore pugliese non esisterebbero), ottengono complessivamente il 2,9%, in calo rispetto al 3,2% delle europee del giugno 2009. Ma bisogna considerare, con oggettività, che tale risultato numericamente modesto viene conseguito nonostante un impressionante sostegno mediatico, giunto fino al punto in cui il quotidiano della FIAT, La Stampa, gli ha dedicato – a pochi giorni dalle elezioni – una intera pagina in cui veniva enfatizzata persino nel titolo la dichiarazione di voto di Ingrao (sic) a favore di Vendola... E nonostante il fatto che sulla percentuale nazionale incida un successo – per quanto importante - di politica “locale”, diversamente da quanto accade con le liste della Federazione della Sinistra (FdS).
Quando si ragiona sui risultati dei comunisti e della sinistra in altri paesi europei, è bene non dimenticare che, anche lì come in Italia, pur di penalizzare il voto e le liste comuniste, i grandi media della borghesia dedicano una parte importante delle loro energie a dirottare il voto di sinistra critica che si distacca dalle politiche moderate dei partiti socialdemocratici verso le cosiddette “terze forze” di sinistra radicale, non comuniste, per lo più ostili ai partiti comunisti dei loro paesi, collocate a metà strada tra i PC e le socialdemocrazie: e ciò pur di impedire che questo voto vada a rafforzare le forze comuniste dei rispettivi paesi.
Anche il 2,7% ottenuto dalla FdS è modesto (3,4 alle europee del 2009), e ancor più lo è l'1,6% ottenuto in Campania dalla lista capeggiata dal segretario nazionale del PRC, nonché portavoce della FdS. Esso viene certamente ottenuto in condizioni di totale oscuramento mediatico (vogliono farci chiudere bottega...) e in un contesto generale di enormi difficoltà oggettive ed eredità negative che avrebbero potuto determinare un crollo definitivo; per cui è giusto dire che quel 2,7% striminzito rivela comunque una residua capacità di resistenza che non va disprezzata, ma reinvestita su basi più solide.
Ma il risultato rivela anche una difficoltà espansiva e di attrazione elettorale della FdS, ed anche una crisi ed una impasse più strategica di tale progetto, che è rivelata anche dalla accentuata competitività interna per la conquista di preferenze a questo o quel candidato, di questo o quel partito o tendenza. Una dinamica tragicamente dispersiva di energie positive, ma anche fatale in assenza di un progetto davvero unificante, che tenga insieme – senza farli confliggere – l'esigenza di ricostruzione unitaria di un partito comunista che motivi quelli che ancora ci credono, e l'assoluta necessità tattica di presentarsi alle competizioni elettorali con liste e coalizioni di sinistra, su programmi avanzati e il più possibile attrattive ed espansive. Liste cioè capaci di fronteggiare le peculiari difficoltà che gli appuntamenti elettorali oggi comportano: con le attuali leggi e dinamiche elettorali, con l’attuale contesto mediatico e in presenza di una crisi così profonda, che viene da lontano, del movimento comunista del nostro paese e della sinistra. Non bisogna mai confondere le questioni strategiche (su cui ci vuole il massimo di fermezza e di chiarezza) con quelle di tattica elettorale, su cui ci vuole viceversa il massimo di flessibilità e realismo.
Questa crisi ha tante facce, sulle quali da tempo e più volte ci siamo soffermati (e per l'analisi delle quali rimandiamo all'articolo di Fosco Giannini, pubblicato su questo stesso sito, che conserva intatta la sua pertinenza all'indomani delle elezioni). Siamo ad un punto vitale di questa crisi e se non riusciamo insieme a venirne fuori, saranno guai seri per l’avvenire dei comunisti e della sinistra del nostro paese. Valutiamo insieme se servono subito (o meno) scadenze formali di tipo congressuale. Ma sicuramente serve una discussione che abbia fin da oggi quella portata.


 

www.unita.it  30 marzo  2010

 

Regionali, finisce sette a sei

La destra conquista Lazio, Piemonte, Campania e Calabria. Bene Vendola e Burlando. Zaia oltre il 60%

Finisce 7 regioni a 6 per il Pd, ma la vittoria è del centrodestra e, soprattutto, della Lega. Cambiano colore quattro delle 11 regioni governate fino a oggi dal centrosinistra, portando a casa oltre a Campania e Calabria anche Lazio e Piemonte, rimaste in bilico fino all'ultimo, nonostante l'astensionismo record (ha votato il 64,2% degli aventi diritto).

Il centrosinistra si conferma nelle regioni rosse - Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche - conserva la Liguria e la Basilicata e soprattutto stravince in Puglia dove il presidente uscente Niki Vendola conquista un successo importante anche per i rapporti interni al centrosinistra. «Il partito avanza, siamo andati meglio che alle Europee», ha commentato il segretario del Pd Bersani, ammettendo però nelle riunioni ristrette che bisognerà riflettere per «capire perché il nostro messaggio non è arrivato del tutto».

Due regioni vinte per una manciata di voti
Sono le vittorie di Roberto Cota e Renata Polverini le più significative politicamente visto che la riconferma di Formigoni in Lombardia e la vittoria di Zaia in Veneto non erano mai state in discussione. Cota ha battuto il governatore uscente Mercedes Bresso di poco più di 10mila voti mentre l'ex leader dell'Ugl stacca Emma Bonino di oltre 70mila voti. «Abbiamo fatto un miracolo», ha urlato la Polverini festeggiando in piazza del Popolo la vittoria. Sul voto in Piemonte ha pesato invece, e non poco, il 4% ottenuto dal candidato della lista di Beppe Grillo: un voto di protesta sottratto al centrosinistra, come ha ammesso la stessa Bresso, che è costato di fatto la vittoria.

Berlusconi ha subito messo cappello sulla vittoria. «Sono sceso in campo e questa è la mia vittoria», ha gridato ai suoi, per nulla preoccupato del successo della Lega. Perché Bossi, ha sottolineato, è un «alleato fedele», con il quale «si vince». In effetti, il vero vincitore è proprio il Senatur, che al nord ha stravinto: oltre al cappotto in Veneto (in alcune province il partito di Bossi doppia il Pdl) con Zaia che raggiunge il 60% dei consensi, e alla vittoria di Cota, per nulla scontata, la Lega cresce in tutto il nord e comincia a sfondare con numeri importanti anche in quelle che erano le roccaforti rosse: prima tra tutte l'Emilia Romagna.

Bossi si smarca dal Cavaliere
Se c'è un vincitore inequivocabile di queste Regionali, bisogna cercarlo in via Bellerio, dove il leader della Lega Umberto Bossi già alle 19 scende in sala stampa e disegna il paesaggio della politica italiana dopo il passaggio dello «tsunami verde»: subito le riforme, e si parte col federalismo, perché «sono io l'arbitro della situazione». All'alleato Silvio Berlusconi, Bossi riserva parole d'elogio, si congratula «per la tenuta del Pdl davanti alla Lega scatenata», assicura che «nella maggioranza non cambia nulla», che col Cavaliere «troviamo sempre l'accordo», concede che la riforma della giustizia venga fatta. Ma poi spiega che «il derby col Pdl l'abbiamo vinto noi», che le riforme dovranno necessariamente partire dal federalismo fiscale, che il federalismo istituzionale «la gente lo vuole, il più presto possibile e a qualsiasi costo». E che la poltrona di sindaco di Milano è gia ipotecata dal Carroccio, «per ora» proprio col nome di Umberto Bossi.

Insomma, il leader leghista non ricorre a eufemismi o giri di parole per affermare la “golden share” nella maggioranza e la leadership nel nord. Per la sinistra, poche battute da Bossi, e un messaggio che qualcuno nel Pd leggerà attentamente: «Abbiamo una sinistra poco sveglia. Poteva spingere il federalismo», ma ora «anche dalla destra io sono l'arbitro della situazione».

 

 


www.aprileonline.info  24 marzo  2010

 

Mascalzoni informatici

 

Mascalzoni informatici  Una o più mani ignote ieri hanno cercato di distruggere il nostro giornale: si tratta di criminalità informatica. Se si tratta di "tipini" stressati è meglio che vadano in vacanza. Noi continueremo a scrivere con passione in un giornale che profuma di libertà e prenderemo le necessarie contromisure contro altri, eventuali agguati informatici



Una, o più mani ignote, coprendosi in bui meandri informatici, ieri hanno colpito Aprileonline.info, il nostro piccolo e libero giornale. Distruggendo un duro lavoro giornalistico, poi prontamente ripristinato non senza sforzi. Una firma però l'hanno scritta: "Viva Berlusconi!". E ancora: "La destra è meglio della sinistra".
Non ci sembra un'impresa informaticamente eroica: è semplicemente una mascalzonata dai connotati infantili, liberamente ispiratasi al presidente del Consiglio e alla destra. L'uno e l'altra, che pure non godono delle nostre simpatie, non sembrano meritare tale o tali militanti delle prepotenza. Il Cavaliere ha voluto fondare "un partito liberale di massa" e Gianfranco Fini da tempo si batte per una destra democratica e legalitaria.
Il nostro è un piccolo quotidiano ondine pluralista, autonomo, espressione delle mille anime che agitano la sinistra e il mondo democratico italiano. Scriviamo, discutiamo, a volte anche animatamente, su notizie, proposte, iniziative e idee anche diverse. Ci piace: è la democrazia e la libertà di stampa.
Avanziamo tesi e critichiamo altre posizioni che contestiamo. Si scrive, si discute, si critica, ma sempre in un clima di rispetto e di civiltà anche verso posizioni diverse. Più ci si confronta, più s'impara.
Ma la mano (o le mani) che hanno colpito ieri il nostro giornale, evidentemente, non la pensano così. Devono avere un certo livore contro la libertà d'informazione e così distruggono. Già altre volte, in passato, hanno colpito la nostra testata. Sono losche imprese che non vorremmo mai più rivedere. Ricordano i terribili anni Trenta del secolo scorso, quando in Germania vinsero i nazisti: giornali e libri venivano bruciati nelle piazze.
Siamo un piccolo giornale, ma evidentemente diamo fastidio o mettiamo paura a qualcuno. Se è così ne siamo orgogliosi. Quel qualcuno se ne faccia una ragione: continueremo a fare il nostro giornale senza problemi, inebriati dal profumo di libertà. E attenzione: non fate una bella pubblicità a Silvio Berlusconi e alla destra, innalzati a vostre bandiere.
Negli Stati Uniti, paese nel quale è nato Internet, "tipini" come voi li definiscono hacker o, più esattamente, cracker. Il primo termine sta per "smanettino" e il secondo per "criminale informatico". Nel nostro caso la locuzione giusta è "criminale informatico".
Un consiglio: è meglio che smettete, se siete sotto stress divagatevi, andate in vacanza! Noi andremo avanti nel nostro lavoro fatto con passione e determinazione: continueremo a scrivere. Nel frattempo prenderemo tutte le necessarie contromisure per difendere Aprileonline.info da altre, eventuali, mascalzonate.
"Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto a dirlo". Oltre due secoli fa Francois Marie Arouet, pseudonimo di Voltaire, rese celebre questa affermazione sulla quale l'Illuminismo fondò la democrazia e mandò in pensione la monarchia assoluta. La condividiamo interamente, ma rivendichiamo anche il diritto di dire la nostra senza soprusi e minacce.

L'Espresso  18 marzo  2010

 

 

 

di Marco Travaglio

Secondo tutti i giuristi degni di questo nome, il decreto 'salva-liste' con cui il governo ha tentato di legalizzare ex post le proprie liste illegalmente presentate nel Lazio era illegale e incostituzionale. Illegale perché la legge 400/1988 vieta i decreti in materia elettorale e non è mai stata abrogata. Incostituzionale perché il decreto sanava solo le irregolarità delle liste Pdl e non delle altre bocciate in varie parti d'Italia; e pretendeva di dettare la sentenza al Tar, già investito del caso, così che - ha confessato il ministro Ignazio La Russa - "non possa darci torto". Se il presidente della Repubblica abbia fatto bene o male a firmare un decreto illegale e incostituzionale, è questione aperta: rientrava nella sua discrezionalità farlo o non farlo. La Costituzione gli consente di rinviare al mittente una legge se non gli piace o gli ripugna. Che possa rinviarla solo quando è "manifestamente incostituzionale", come sostengono alcuni corazzieri della penna, non sta scritto da nessuna parte. E non è vero che, se la legge respinta viene riproposta identica, lui sia obbligato a firmarla.

Che succederebbe se il governo decretasse che i voti dati al Pdl valgono doppio? È ovvio che rifiuterebbe di promulgare sia la prima sia la seconda volta, dopodiché spetterebbe al governo sollevare il conflitto di attribuzioni alla Consulta e a questa stabilire chi ha sbagliato. Ma ancora una volta il malvezzo della 'moral suasion' ha legato le mani a Napolitano. Il 4 marzo un Berlusconi più minaccioso del solito gli ha sottoposto informalmente la prima versione del decreto. Il presidente ha anticipato che non l'avrebbe firmata e ha indicato i punti inaccettabili, partecipando così alla stesura della seconda versione. Che l'indomani, previo intervento di Gianni Letta, ha promulgato (senz'accorgersi, fra l'altro, che le elezioni regionali sono regolate da leggi regionali, immodificabili con norme nazionali). Il che forse non sarebbe accaduto seguendo la via maestra: il capo dello Stato attende, sordo e muto, che il governo vari il decreto, e solo dopo decide se firmarlo o no.

Tutto ciò premesso: che male c'è a criticare Napolitano per aver firmato una legge che si ritiene sbagliata, illegale e incostituzionale? Possibile che ogni critica venga spacciata per 'attacco', 'aggressione', 'vilipendio'? Il campionato dell'ipocrisia l'ha vinto il Pd con la manifestazione in piazza del Popolo. Ridicoli avvertimenti a Di Pietro: "Se critica il Colle, è fuori dalla coalizione". Patetici rastrellamenti della piazza per depurarla da cartelli contro il Quirinale. Ma se il "decreto del presidente della Repubblica" porta le firme di Napolitano e Berlusconi, che senso ha attaccare il secondo e vietare ogni critica al primo? Chi, come gli ex Pci, chiese l'impeachment per due presidenti (Leone e Cossiga), è poco credibile quando zittisce Di Pietro che s'è limitato a evocarlo (senza basi giuridiche) per Napolitano. A meno che, all'insaputa dei più, non sia stato ripristinato il delitto di lesa maestà.
 

 

www.aprileonline.info  13 marzo  2010

 

 

La festa dell'alternativa



 

PLa festa dell'alternativaiazza del Popolo comincia a riempirsi intorno alle 14, c'è l'entusiasmo del popolo viola ma anche tante bandiere di partito, quelle del Pd, dell'Idv, della sinistra. Gli organizzatori parlano di 200mila persone in piazza (e la piazza è piena, anche se 200milapersone non c'entrerebbero mai). Si comincia con la musica, poi arriva la politica.

La manifestazione riuscita a piazza del Popolo consacra la linea, e la leadership, di Bersani e ricostruisce l'unità del centrosinistra. Con una novità: questavolta c'è più umiltà (ne parlerà esplicitamente Il leader dell'italia dei Valori) e gli interventi politici non superano i cinque minuti ciascuno. A Riccardo Nencini tocca il primo intervento, il segretario dei socialisti è l'unico che parla di Napolitano, per difenderlo. In piazza uno striscione recita: "Repubblica vendesi: rivolgersi a Napoletano" ma Antonio Di Pietro si dissocia subito e dal palco garantisce: "State sereni, da oggi in poi Idv parlerà solo di Berlusconi". Il Pd tira un sospiro di sollievo, come auspicava la piazza è serena, tranquilla, la polemica e i fischi sono solo per il governo e per il premier.

"Oggi l'opposizione è più forte in Italia e si vedrà alle regionali", dice Massimo D'Alema che torna a salutare l'ex 'compagno' Paolo Ferrero: "L'unità delle forze dell'opposizione è molto importante quando si tratta di valori fondamentali come la democrazia e lavoro - sottolinea il presidente del Copasir -, quindi è giusto essere uniti oggi".
La candidata nel Lazio, Emma Bonino, scalda la piazza e chiede a "cittadini e cittadine" di lavorare insieme in questi ultimi giorni di campagna elettorale: "Dal voto delle regionali può partire una riscossa democratica e civile del Paese" perciò "vi chiedo di essere tutti militanti, ogni giorno si può fare qualcosa, sentitevi candidati presidenti, io sono con voi". La leader Radicale cita i suoi compagni "assenti oggi" perché non gli è stato consentito di presentare le liste per colpa "dell'illegalità del sistema" ma si dice "grata ed emozionata" di essere la candidata di tutto il centrosinistra.

L'altro leader-candidato a salire sul palco è Nichi Vendola, governatore uscente della Puglia, i militanti della sua 'Fabbrica' hanno appeso il primo striscione all'alba e campeggia al centro della piazza "Siamo la Puglia migliore", anche per lui c'è molto entusiasmo quando ammette le colpe del centrosinistra e lancia un appello per il futuro: "Il centrosinistra oggi ha ritrovato il colloquio al suo interno e quello con il suo popolo che aveva smarrito da tanto tempo. Dobbiamo tornare ad essere credibili, oggi ricomincia il cantiere dell'alternativa".

Di alternativa da costruire parla anche Di Pietro con il suo consueto linguaggio diretto: "La matematica non è un'opinione, per vincere le elezioni dobbiamo essere uniti", dice rivolto al popolo della piazza ma anche ai leader dei partiti della coalizione: "Dobbiamo essere uniti per liberare il paese dal fascismo di ritorno". Il leader di Idv attacca con fermezza il "Berlusconi Nerone che ride mentre l'Italia brucia", rilancia l'accusa di piduismo verso il premier e invoca una "reazione" dura e "umile" delle forze di opposizione contro la "deriva democratica e neofascista" del centrodestra. Tra l'altro, perfettamente in linea con la 'svolta di governo' impressa al suo partito all'ultimo congresso, Di Pietro non si limita a denunciare le scelte 'anti-democratiche' e 'fasciste' della maggioranza e di Berlusconi, ma insiste sulla richiesta di responsabilità e unità al centrosinistra. "Noi dell'Italia dei Valori e i partiti del centrosinistra - scandisce dal palco dove e' salito indossando una sciarpa viola - dobbiamo rispondere a questa piazza dando una alternativa: qui prendo un impegno prioritario, certo che anche gli altri partiti del centrosinistra lo sottoscriveranno, dobbiamo tutti insieme assumere uno sforzo per battere democraticamente alle urne Berlusconi e per fare questo dobbiamo stare uniti". Niente colpi di testa, dunque: "ci scusino gli intransigenti, ma dobbiamo avere la forza di pensare al Paese e di fare squadra".

Chiude Bersani con un'esortazione: "Berlusconi è al tramonto, andiamo a vincere". Il leader del Pd attacca Berlusconi che "fa tutto, perfino il capo del Tg, fuorchè il suo mestiere di capo del governo" e poi "distribuisce pillole di propaganda, tutte chiacchiere, parla di miracoli ma allora perché non porta via le maceria dall'Aquila?", in realtà, accusa Bersani il governo sta trascurando i problemi degli italiani per occuparsi dei suoi interessi: "Un governo la cui agenda è in mano a un uomo solo che zittisce le forze sociali e l'informazione" grazie anche ad una legge elettorale con la quale la maggioranza deve rispondere al governo e non viceversa, ecco perché la prossima battaglia, preannuncia il segretario del Pd, deve essere quella per cambiare la legge elettorale. Intanto però ci sono le regionali, "vinciamo lista o non lista" assicura liquidando la polemica sulle liste del Pdl nel Lazio.

La manifestazione suscita reazioni dure da parte del centrodestra a cui replica il Pd: "Una piazza straordinaria che ha chiaramente mostrato la volontà di cambiare l'Italia puntando su parole come lavoro, serietà, onestà e regole. Parole lontane anni luce dall'arroganza e dalla presunzione con cui la destra reagisce a questa bellissima giornata per la democrazia", dice Stefano Di Traglia, responsabile comunicazione. "La destra debole mente ma con le bugie non si ingannano gli italiani", dice Maurizio Migliavacca.

 

www.aprileonline.info  12 marzo  2010

 

 

Par condicio e Tv. Il Tar sblocca i talk show

 

Par condicio e TV, il Tar sblocca i talk show Con la bocciatura, da parte del Tar, della delibera Agcom sulla par condicio per le private si riapre la partita sui talk show, sospesi in Rai dal Cda, a maggioranza, in applicazione del regolamento della Vigilanza sulla par condicio. Nella loro richiesta di sospensiva, Sky e Telecom Italia ricorrevano al Tar contro una delibera che di fatto limitava l'informazione politica durante la campagna elettorale. In questo Agcom si era mossa, come da prassi, in analogia con quanto previsto dal regolamento per la Rai, che sottoponeva tutti i programmi di informazione alle regole della comunicazione politica e prevedeva che i talk show dovessero ospitare o anche essere sostituiti dalle tribune politiche. Ed è su questa interpretazione che si era mosso il Cda Rai decidendo, a maggioranza, di sospendere Annozero, Ballarò, Porta a Porta e l'Ultima parola fino al voto.

Con la decisione di oggi il Tar, che accoglie la richiesta di sospensiva, di fatto dà ragione alle emittenti private e boccia la delibera Agcom. Con questo esito, aveva detto il Presidente della Rai Paolo Garimberti, "si riapre il Cda" sul regolamento.
Il consiglio dovrebbe riunirsi lunedì e in teoria dovrebbe riammettere i talk show anche per non creare una disparità con le private. Anche l'Agcom dovrà ora decidere il da farsi, e il Consiglio dell'Authority dovrebbe riunirsi all'inizio della prossima settimana.

Soddisfazione viene espressa da Sky Italia ("ristabilito il principio della libertà di espressione e del libero mercato"), che - fa notare - ha scelto "da subito di prescindere dalle regole irragionevoli e inapplicabili previste dal regolamento" e continuerà a proporre i "faccia a faccia" tra i candidati alla presidenza delle regioni.
Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, auspica che ora possano riprendere i programmi di approfondimento anche in Rai: "Il Tar ha ripristinato criteri saggi e assennati mostrando l'assoluta irragionevolezza delle norme che bloccano i programmi di dibattito politico". Ora, aggiunge, "ci aspettiamo che tali criteri siano fatti propri anche dalla commissione parlamentare di Vigilanza Rai e che tutto il sistema sia messo nelle stesse condizioni".
"I programmi giornalistici devono riprendere subito anche in Rai", sottolinea anche Paolo Gentiloni, secondo cui la decisione di oggi è "una chiara bocciatura della norma-bavaglio imposta dalla destra in Commissione di Vigilanza Rai".

Ma promotore ed estensore di quel regolamento è il radicale Marco Beltrandi, eletto nelle liste del Pd, per il quale la decisione del Tar non muta affatto le regole per i talk show. Ad essere sospeso, infatti, è un solo comma, il 2, dell'articolo 6, della delibera dell'Agcom, il quale recita testualmente: "Nel periodo di vigenza della presente delibera, tenuto conto del servizio di interesse generale dell'attività di informazione radiotelevisiva, i notiziari diffusi dalle emittenti televisive e radiofoniche nazionali e tutti gli altri programmi a contenuto informativo, riconducibili alla responsabilità di specifiche testate giornalistiche registrate ai sensi di legge, si conformano con particolare rigore ai principi di tutela del pluralismo, dell'imparzialità, dell'indipendenza, dell'obiettività e dell'apertura alle diverse forze politiche, nonché al fine di garantire l'osservanza dei predetti principi, allo specifico criterio della parità di trattamento tra i soggetti e le diverse forze politiche individuate ai sensi dell'art. 2, comma 1, del presente regolamento".

La sospensione del comma 2 dell'articolo 6, fa notare Beltrandi, "non riguarda le nuove norme approvate per i talk show, che sono soltanto al comma 5 dell'art. 6 della delibera dell'Agcom" e la delibera della Vigilanza sulla Rai "è stata invece pienamente confermata dal Tar del Lazio che ha rigettato la richiesta di sospensiva avanzata". Il regolamento, insiste il deputato radicale, non impone affatto la chiusura delle trasmissioni giornalistiche e dei talk politici. Infatti, "anche qualora il Tar Lazio avesse sospeso il comma 5, dell'articolo 6, la motivazione del Tar sarebbe smentita nel merito dal fatto che trasmissioni come Matrix e Terra hanno continuato ad essere messe in onda, anche prima di ogni sospensiva, dimostrando che non è il regolamento ad aver imposto un qualunque stop".
"Qualora - prosegue Beltrandi nella sua nota - le tv private e la Rai stessa ritenessero di voler rivedere l'assurda decisione di bloccare i talk show per non voler rispettare le blande, rispetto ad altri Paesi, norme sulla par condicio nell'ultimo mese della campagna elettorale, io quale estensore del regolamento e noi come soggetto politico radicale non potremmo che compiacercene, essendo esattamente quanto chiediamo con insistenza da settimane, mentre denunciamo l'incredibile ulteriore sabotaggio operato dalla Rai tv della campagna elettorale con le tribune non ancora calendarizzate, dopo 10 giorni dal giorno in cui sarebbero dovute cominciare".

Dopo la sospensione della delibera Agcom sulla par condicio per le emittenti private i talk show sulla Rai "non possono, devono andare in onda". E' quanto puntualizza Nino Rizzo Nervo, consigliere di amministrazione della Rai, a Repubblica Tv. Per Rizzo Nervo, vista la sentenza della Consulta del 2002 sulla legittimità costituzionale della legge sulla par condicio per la sua distinzione tra informazione e comunicazione politica, il regolamento della Vigilanza "poteva non essere applicato".

 

 

www.aprileonline.info  10 marzo  2010

 

 

Regionali: corsi, ricorsi, decorsi

 

di  Monica Maro
 

L'ufficio elettorale presso il Tribunale di Roma non ha ammesso la lista provinciale di Roma presentata nuovamente dal Pdl, dopo l'approvazione del decreto legge interpretativo. A questo punto il Popolo della libertà potrebbe scegliere la strada del ricorso al Consiglio di Stato dopo quello bocciato ieri dal Tar.
In ogni caso il tempo stringe e mentre si allontana l'ipotesi di un rinvio delle elezioni nel Lazio, chiesto oggi dai Radicali, Silvio Berlusconi, dopo un vertice con Renata Polverini e i coordinatori del Pdl, invita a spingere l'acceleratore sulla campagna elettorale, evitando di indugiare su ricorsi e procedure tecniche. In particolare il premier starebbe pensando a una grande manifestazione nazionale.
Location e data ancora non sono state decise, ma la kermesse si potrebbe tenere il 20 marzo, probabilmente a Roma. L'obiettivo potrebbe essere quello di mettere sullo stesso palco tutti e 13 i candidati-governatore.

Aspettare il pronunciamento di questo o quel tribunale, sarebbe stato il ragionamento fatto dal presidente del Consiglio durante il summit di oggi, disorienta la gente, crea solo confusione e da' un'immagine della maggioranza allo sbando. I legali del partito continueranno a lavorare, perché la battaglia legale non può finire così, ma il partito è un'altra cosa. Gli italiani vogliono sapere cosa è successo e spiegherò loro come è nato il caos delle liste. E per farlo potrebbe anche convocare una conferenza stampa.
Del resto la Lega aveva già fatto sapere che in caso di conferma dell'esclusione della lista del Pdl nel Lazio da parte del Tar, la battaglia si sarebbe dovuta ritenere ormai circoscritta ai tribunali: fallita la 'soluzione politica' propugnata da Bossi, il Carroccio non sembra disponibile ad appoggiare nuove mosse che possano apparire all'elettorato inaccettabili forzature. Né la maggioranza ritiene percorribile l'ipotesi di un rinvio delle elezioni regionali chiesto dai radicali: è l'unico punto sul quale Pdl e Pd si trovano d'accordo.

Il Cavaliere ha tuttavia un problema: quello di trasmettere un'immagine di unità del centrodestra, incrinata dai dissidi interni che sembrano essere stati alla base del pasticcio delle liste. Questo è il primo dubbio da cancellare nell'immaginario dell'elettorato moderato: da giorni gli uomini del Pdl ripetono di essere rimasti vittime di abusi degli uffici elettorali se non di veri e propri tranelli. Il premier vorrebbe invece attaccare, come ha già detto, l'eccessivo fiscalismo dei controlli che autorizza il sospetto di manipolazioni ai danni del Popolo della libertà. In altre parole, rilanciare il concetto della scelta di campo, della lotta del bene contro il male, di regole e giustizia da rifondare.

Il tutto si svolge però su uno sfondo di enormi tensioni. L'attacco mosso oggi da una commissione del Csm al presidente del Consiglio, secondo il centrodestra è senza precedenti e in fondo si inserisce in questa trama. Per il Csm le critiche del capo del governo alla magistratura mettono a rischio la democrazia: Sandro Bondi replica che è piuttosto l'organo di autogoverno dei giudici a ingerirsi in politica e a picconare i principi del nostro ordinamento democratico.

Clima ancora più tempestoso in Senato, dove il governo ha posto la fiducia sul legittimo impedimento: una nuova 'legge porcata', denuncia l'Idv, con evidenti profili di incostituzionalità; un provvedimento ad personam, dice il Pd, di cui il Parlamento è costretto ad occuparsi quando incombono ben più gravi emergenze. E alla Camera il rallentamento dei lavori sui decreti legge sugli Enti locali e sui beni confiscati alla criminalità organizzata, ritarda l'esame dei provvedimenti in questione e fa slittare il dibattito sulla crisi economica previsto per domani alla presenza del ministro Giulio Tremonti.
In questo panorama sembra impensabile qualsiasi tipo di futuro dialogo.

L'attenzione resta puntata naturalmente sulla manifestazione di sabato prossimo organizzata dal centrosinistra contro il decreto legge interpretativo, con il Pd impegnato ad evitare che l'iniziativa si trasformi in un attacco al Quirinale e l'Idv, che senza alzare ulteriormente i toni, non rinuncia tuttavia a criticare il capo dello Stato. Ecco perché il Quirinale ha diffuso una nota per smentire le ricostruzioni giornalistiche di uno scontro con palazzo Chigi sulla prima bozza di decreto per sanare la situazione di Lombardia e Lazio e per escludere implicitamente che tra governo e presidenza della Repubblica esista un gioco di 'ricatti' reciproci dopo che il decreto 'interpretativo' si è rivelato di fatto un'arma spuntata. "Si continuano a leggere su alcuni giornali e agenzie di stampa, con ripercussioni anche nel dibattito politico-istituzionale, ricostruzioni per tanti aspetti inconsistenti, se non fantasiose, dell'incontro svoltosi nella sera del 4 marzo al Quirinale", ribadisce una nota della presidenza della Repubblica, con riferimento al colloquio sul Colle fra il capo dello Stato e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi circa l'ipotesi di un decreto del Governo sulle liste elettorali. La nota prosegue ricordando che "il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella risposta a due cittadini pubblicata sabato scorso sul sito web del Quirinale, ha esposto i termini corretti degli eventi e delle relative problematiche, proprio per non alterare la serena e consapevole valutazione della intera vicenda".

Il fatto è che gli attacchi al ruolo di garanzia di Giorgio Napolitano, soprattutto da parte di Antonio Di Pietro, hanno lasciato una ferita difficile da sanare. Ufficialmente il leader dell'Italia dei valori ha stemperato i toni aggressivi nei confronti del Colle in vista delle manifestazioni di piazza di sabato prossimo insieme al Pd: manifestazioni che, assicura, saranno dirette contro il governo e non contro il capo dello Stato. Tuttavia i suoi non sembrano della stessa idea: Luigi de Magistris accusa Napolitano di avallare il "piano piduista" di Berlusconi e oggi l'europarlamentare Sonia Alfano ha portato l' attacco al presidente della Repubblica fin dentro il parlamento di Strasburgo, tra le critiche di Pdl e Pd.

"Quello che denuncio con più forza -afferma il segretario dei Democratici Pier Luigi Bersani- è il fatto che, pasticcio dopo pasticcio, questa maggioranza e questo Governo stanno impedendo al Paese di parlare dei problemi reali. Noi useremo la nostra mobilitazione per protestare e affermare le priorità del Paese, che sono democrazia e lavoro".

L'interrogativo è se davvero queste posizioni oltranziste non avranno voce nella manifestazioni di piazza: ciò creerebbe evidente imbarazzo nel Partito democratico che, fin dal primo momento, ha tentato di fare una distinzione tra la posizione del premier e quella del capo dello Stato sul decreto salva-liste, snobbando però l'analisi di Oscar Luigi Scalfaro secondo il quale una soluzione andava comunque trovata per garantire a tutti la piena libertà di voto e soprattutto l'effettiva rappresentatività dei nuovi consigli regionali, senza la quale si aprirebbero problemi politici ancora più gravi. Analisi di un presidente emerito che coincide con quella di Napolitano.

 

www.aprileonline.info  7 marzo  2010

 

Bersani stoppa Di Pietro



"Bersani stoppa Di PietroSarebbe sbagliato dare occasione al centrodestra di nascondersi dietro al Quirinale". La frase pronunciata da Pier Luigi Bersani, rientrando a Roma per la riunione del coordinamento del Pd, non solo esprime la posizione del Pd di fronte alle critiche di Antonio Di Pietro al presidente Napolitano, ma sintetizza anche quanto lo stesso Bersani ha detto al leader di Idv al telefono. La manifestazione unitaria di sabato 13 marzo, infatti, dovrà esser capace di parlare all'elettorato del centrosinistra, ma anche a una area più vasta.

Bersani, a fine giornata, è rimasto fedele al proprio impegno di non attaccare mai i propri alleati. E di fronte ad Antonio Di Pietro, che ancora oggi ha criticato il Quirinale, il segretario del Pd gli ha semplicemente voluto ricordare un fondamentale della politica: "La responsabilità totale del decreto è del governo - ha affermato - altrimenti, se non teniamo fermo questo punto, viene meno ogni discorso" in vista della manifestazione del 13 marzo. Anche perché, insiste Bersani, la firma di Napolitano è un atto dovuto: "Sappiamo bene quali sono il mestiere e le prerogative del presidente della Repubblica".

Domani ci sarà una riunione organizzativa della manifestazione in cui si comincerà a decidere la piattaforma comune dell'iniziativa che, spiega Bersani, "deve fare sintesi non solo del centrosinistra ma deve andare al di là di questa area". Questo perché nell'opinione pubblica "c'è un turbamento in un'area più vasta del nostro elettorato" come dimostrano i sondaggi pubblicati oggi dai giornali.
Secondo Renato Mannheimer il gradimento del governo ha perso negli ultimi giorni 4 punti, scendendo al 39%, rispetto al 50% dei giorni successivi all'aggressione di Berlusconi a Milano.
Insomma il centrosinistra deve saper "interpretare in modo combattivo e propositivo" questo turbamento. Il momento della verità dovranno essere le elezioni regionali.

Infine Bersani condivide la preoccupazione espressa oggi da Emma Bonino la quale ha detto di temere che il centrodestra possa non convertire in legge il decreto in caso di sconfitta elettorale: "Ogni trucco è pensabile - ha detto Bersani - avendo già visto il trucco più vergognoso. Il punto è come reagire. L'Aventino lascia campo libero agli avversari. La risposta dirimente deve essere il voto".
A fare eco al segretario Enrico Letta secondo il quale un'opposizione divisa "sarebbe un regalo che Berlusconi non merita". Letta ribadisce "mobilitazione massima" e ostruzionismo al decreto in Parlamento.

Potrebbe essere domani il giorno della verità per la lista provinciale del Pdl di Roma. Il giorno in cui, con la possibile consegna della documentazione ai sensi del cosiddetto decreto salva-liste, potrebbe chiudersi il cerchio aperto sabato scorso con la bagarre al Tribunale di Roma culminata con il mancato deposito delle carte all'Ufficio centrale circoscrizionale. O almeno potrebbe chiudersi per il momento, perché in serata la giunta regionale del Lazio ha varato all'unanimità una delibera con cui si invita il presidente della giunta regionale del Lazio Esterino Montino a ricorrere alla Corte costituzionale per conflitto di competenze e in prima istanza per chiedere la sospensione del decreto legge.
La materia elettorale toccata con il dl, questa la tesi, non spetta allo Stato ma alla Regione.

Una mossa che secondo il consigliere Pdl Donato Robilotta è priva di valore giuridico, perché a suo dire la giunta, sciolta da mesi, dovrebbe occuparsi solo di ordinaria amministrazione.
Per la Regione Lazio, invece, sussistono i requisiti di "indifferibilità e di urgenza" che legittima il provvedimento. "Questa delibera non è una scelta politica ma istituzionale che riafferma il principio del rispetto delle prerogative della Regione", replicando anche alle critiche della candidata del centrodestra Renata Polverini secondo la quale si vuole "provare a vincere espellendo una forza politica, la piu' importante della città di Roma".

Domattina, comunque, anche e soprattutto alla luce del decreto legge adottato l'altra sera dal governo, il Tar del Lazio dovrà esprimersi sul ricorso del Pdl e sul tavolo troverà anche la delibera della Regione Lazio con il ricorso alla Corte Costituzionale.

 

 

www.aprileonline.info  2 marzo  2010

 

 

La Federazione della sinistra tra accordi e corse solitarie

 

La Federazione della Sinistra tra accordi e corse solitarieLa Federazione della sinistra è ottimista sull'esito delle elezioni regionali anche perché ha chiuso accordi elettorali in 10 regioni su 13 con le coalizioni di centrosinistra e questo vuol dire che in molte di queste potrà avere suoi rappresentanti sia nei Consigli regionali che nelle giunte. Inoltre i sondaggi mostrano percentuali che dovrebbero metterla al riparo dagli sbarramenti previsti dalla legge e che vanno dall'1,5 al 4%. Paolo Ferrero, portavoce e segretario del Prc, insieme a Oliviero Diliberto e Gian Paolo Patta, hanno presentato alla stampa le liste della Federazione per le regionali annunciando che la composizione completa è disponibile on line in nome della trasparenza. "Siamo in coalizione con il centrosinistra in 10 regioni su 13 - ha detto - e abbiamo lavorato a questi accordi sulla base di due punti fondamentali: il profilo morale ineccepibile dei candidati presidenti e il contrasto alla crisi economica. Visto che il governo non fa nulla per le famiglie e i lavoratori noi pensiamo che le regioni possano dare un contributo importante attraverso i servizi sociali e il mantenimento di beni pubblici come l'acqua e la sanità".
Ferrero definisce poi un fatto senza precedenti "il veto anticomunista" da parte dei candidati del Pd in Lombardia (Penati) e Marche (Spacca) e "incredulo" per l'atteggiamento dei vendoliani, che hanno sempre privilegiato le intese con il Pd a eccezione delle Marche, e di Di Pietro, che "con una giravolta in Campania ha deciso di appoggiare l'inquisito De Luca".

- ACCORDO PROGRAMMATICO, in 7 Regioni: Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Calabria, Umbria, Puglia dove in caso di vittoria la Federazione entrerà anche nelle giunte di governo regionale; e Veneto, dove però il centrosinistra non ha praticamente possibilità di vittoria.

- ACCORDO ELETTORALE, la Federazione sostiene il candidato presidente, ma non entrerà in giunta in 3 Regioni: Piemonte, Basilicata e Lazio, dove a guidare la lista della Federazione sarà l'astrofisica Margherita Hack.

- ACCORDO CON SEL (Sinistra ecologia e libertà di Vendola), una Regione: Marche, dove dopo la rottura con il Pd che ha scelto l'alleanza con l'Udc, tutta la sinistra ha candidato alla presidenza Massimo Rossi, ex presidente della provincia di Ascoli Piceno, in alternativa al governatore uscente del centrosinistra, Gian Mario Spacca.

- CORSA 'SOLITARIA', 2 Regioni: Campania, dove il candidato presidente - contro la scelta del Pd di candidare quello che la Federazione definisce un "uomo di destra", come Vincenzo De Luca - sarà il portavoce nazionale della Federazione della Sinistra e segretario del Prc, Paolo Ferrero; e Lombardia, dove a sostegno del candidato governatore, il leader no global, Vittorio Agnoletto, scendono in campo figure significative della cultura come il premio Nobel, Dario Fo, Franca Rame, Paolo Rossi e l'attore Moni Ovadia.

 

Regionali, lo psicodramma Pdl

 

di Red

Regionali, lo psicodramma PdLLa caotica vicenda delle liste Pdl, a cui si è aggiunta oggi l'esclusione del listino di Renata Polverini, sta diventando sempre più un problema politico per il Popolo delle Libertà. La parola d'ordine, ovviamente, è quella di concentrarsi sul voto e rinviare ogni chiarimento al dopo elezioni.Tuttavia, i segnali di insofferenza si fanno sempre più manifesti e lo stesso presidente della Camera e cofondatore del partito, Gianfranco Fini, pronuncia parole pesanti: "Il Pdl così com'è non mi piace. Non è una caserma, ma non deve essere neppure un'anarchia".

L'osservazione non è collegata alla vicenda delle regionali e ai veleni che si sta trascinando dietro. Tuttavia, inserita nell'attuale e teso contesto, suona come una conferma che, dopo le regionali, al progetto del Pdl vada fatto il tagliando. Del resto, proprio nel week end elettorale, il Popolo delle libertà compie il primo anno di vita. E i problemi del giovane partito del premier Silvio Berlusconi non manca di sottolinearli il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: "Il centrodestra dia la colpa a se stesso" e "si rassegni al fatto che il partito del predellino alla prima curva ha sbandato".

'Sbandamenti' a parte, il presidente del Senato, Renato Schifani, chiede comunque che sia garantito a tutti il diritto di voto come recita la Costituzione: "E mi auguro che prevalga, sempre nel rispetto delle regole, la sostanza rispetto alla forma, quando questa non è essenziale".
Parole giudicate non 'super partes', come si addice alla seconda carica dello Stato, da parte del Pd: "Si ricordi quale ruolo deve avere il Presidente del Senato", dice Luigi Zanda rivolto a Schifani intervenendo in Aula.
Aggiunge Leoluca Orlando dell'Idv: "La seconda carica dello Stato non può entrare a gamba tesa in vicende sulle quali giudicherà la magistratura, come ha saggiamente affermato il Presidente Napolitano, solo per meri interessi di bottega".
Anche Bersani interviene sulle affermazioni del presidente del Senato: "Chiunque, comprese le alte cariche dello Stato, devono affidarsi alla legge e a procedure che hanno cinque o sei passaggi di garanzia. Il Pdl piuttosto -aggiunge Bersani parlando con i cronisti alla Camera- prenda atto degli errori commessi, e se ha buone ragioni le faccia valere nelle sedi opportune".
E sul caso Lazio, il segretario del Pd adombra un problema politico: "Non credo che improvvisamente siano diventati tutti dilettanti, credo che ci sia stato qualche problema".

Domani ci sarà il pronunciamento della Corte d'appello sul ricorso per le liste Pdl a Roma e provincia e se dovesse essere negativo per il centrodestra non si farà ricorso a 'leggine' o provvedimenti ad hoc. Parola del ministro dell'Interno, Roberto Maroni: "Non c'è spazio per un provvedimento d'urgenza, non ci sono le condizioni e non ci sono precedenti specifici", scandisce.
"Voglio credere che non ci pensino neanche", diceva stamattina Bersani a proposito di una 'leggina' ad hoc per il Lazio. Ipotesi quindi esclusa stasera dal titolare del Viminale: "L'avevo già detto tre settimane fa, non si possono cambiare le regole. Non c'è spazio per un provvedimento d'urgenza, non ci sono le condizioni e non ci sono precedenti specifici. Le valutazioni del caso -dice il ministro dell'Interno sul caso Lazio- spettano alla magistratura".

E se Umberto Bossi definisce dilettanti allo sbaraglio i colleghi del Pdl, Maroni parla anche del ‘metodo leghista' per le liste: "noi della Lega abbiamo qualche esperienza in più, dalla nostra prima competizione elettorale, nel 1985, non abbiamo mai sbagliato un colpo". Il ministro concede però che, "il diavolo sta nei dettagli" e che "serve sempre fare molta attenzione".

Renata Polverini (che ha trascorso l'intero pomeriggio tra una riunione dei coordinatori delle liste e a palazzo Grazioli da Berlusconi) da parte sua si dice "ottimista" su come finirà la vicenda delle liste laziali. "Io sono ottimista e anche Berlusconi lo è. Stiamo facendo tutto quello che serve e che hanno richiesto dal Tribunale". Sul listino della Polverini è fiducioso il coordinatore del Pdl del Lazio, Vincenzo Piso: "Non siamo particolarmente preoccupati per la vicenda legata al listino di Renata Polverini perché è una questione risolvibilissima nel giro di pochissimo. Siamo tranquilli". Una tranquillità solo fittizia. Il Pdl sembra in preda a una sorta di psicodramma all'interno del quale non si riescono più a discernere le responsabilità individuali. Ma, soprattutto, appare un partito isolato. Gli stessi alleati non possono fare a meno di esprimere, come Umberto Bossi, lo sconcerto per una storia di "dilettanti allo sbaraglio" o l'allarme per le voci di "manipolazioni" dell' ultimo momento che avrebbero determinato il ritardo nella presentazione delle liste (Francesco Storace).

Altro che burocratico, il dato è tutto politico: all'inizio dell'anno il partito del premier era in vantaggio in tutti i sondaggi e il centrodestra guardava con un certo ottimismo alla tornata elettorale. Adesso lo scenario è rovesciato: la maggioranza subisce l'assedio del centrosinistra e la trasformazione delle regionali in test di medio termine della legislatura da parte del premier crea più di una preoccupazione. Non solo per il rischio che nel Lazio la candidata del Pdl e dell'Udc Renata Polverini, a dispetto dell' ottimismo, faccia naufragio (si trattava di una regione data quasi per sicura dal centrodestra dopo lo scandalo Marrazzo), ma soprattutto perché la coalizione non riesce a dare prova di compattezza.

Domani ci sarà anche il 'verdetto' sul listino di Roberto Formigoni.
Mentre continua a tenere banco in Campania il caso della candidatura in caolizione con il Pdl di Roberto Conte, consigliere regionale uscente, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica. Il candidato alla presidenza delle regione, Stefano Caldoro, prende le distanze: "La candidatura di Conte è stata inserita nottetempo, in maniera sleale, a tradimento. Da parte mia non c'è stata nessuna firma alla lista nella quale si presenta Conte. Io ho firmato solo i contrassegni elettorali".