|
|
Marzo 2010
www.lernesto.it
31 marzo 2010
Dopo le elezioni regionali
di Redazione
E' come sempre alla lucidità politica e di classe degli intellettuali organici della borghesia che occorre in prima battuta affidarsi (filtrandola) per cogliere gli elementi meno congiunturali di situazioni nuove e complesse come quelle che ci consegna il risultato delle elezioni regionali del 28-29 marzo. Tanto più in assenza di un partito comunista solido, rigoroso e credibile nel contesto italiano, di cui si avverte sempre più la mancanza; e a fronte di una serie di situazioni di impasse e logoramenti a sinistra che, in mancanza di un chiarimento e di uno scatto di reni, rischiano di portarci ad un punto di non ritorno.
ASTENSIONISMO RECORD. Non siamo in Francia, perchè da noi si continua a votare di più, oltre dieci punti percentuali in più. Ma identica è la proporzione del crollo: meno sette punti. Ed anche per l'Italia è un record storico (63,6%, contro il 71,4% delle regionali del 2005 e l'80,5% delle politiche del 2008; meno persino delle poco sentite elezioni europee del 2009, col 66,5%). Ma mentre in Francia l'astensionismo punisce soprattutto la maggioranza di governo (anche se nei quartieri operai e popolari della periferia parigina supera in molti casi l'80%...), in Italia si distribuisce più “equamente” sui due versanti. E in molti casi si configura più come un voto di protesta attiva che di generica indifferenza: “un segnale alla cattiva politica”, anche a sinistra. Un segno di insofferenza per un dibattito politico sempre più slegato dai problemi economici ed esistenziali che le persone “normali”, e soprattutto i ceti popolari, vivono quotidianamente. “La stessa riluttanza del sindacato ad offrire uno sbocco conflittuale meno incerto ed episodico al profondo disagio del mondo del lavoro ha finito per rafforzare in tanta gente la convinzione che gli uni e gli altri pari sono e, soprattutto, che le soluzioni o si cercano individualmente o non sono” (Dino Greco).
VITTORIA DEL CENTRODESTRA. “Dopo due anni di legislatura e con una crisi economica molto seria tra le mani, nessuno si sarebbe meravigliato se Berlusconi avesse perso le elezioni. Altrove in Europa accade così. Ne sa qualcosa il francese Sarkozy che in un passaggio elettorale analogo, pochi giorni fa, è rimasto schiacciato sotto l'astensionismo e si è visto scivolare a sinistra l'intera nazione”, sia pure verso una sinistra in massima parte socialdemocratica. Viceversa, il premier italiano “si è destreggiato con la consueta spregiudicatezza in una campagna elettorale pessima nei toni e nei contenuti. Ed è riuscito persino ad evitare le trappole di un'astensione che ha raggiunto livelli senza precedenti per la tradizione italiana. Alla resa dei conti, il PdL esce dalle urne con un'affermazione evidente.
Sei regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Calabria), tutte di notevole rilievo politico ed economico, contro sette del centro-sinistra (Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Puglia, Basilicata), configurano “una mappa geopolitica del paese in cui la forza del centrodestra si conferma e si ramifica, sia pure con varie contraddizioni. Alla luce di questi dati, se si votasse domani per il Parlamento, la maggioranza sarebbe nel complesso confermata. Nonostante la stagnazione, la disoccupazione, la sfiducia diffusa, le risse, la disaffezione verso la politica”, lo scontro duro con Fini, le diffuse ingiustizie sociali e il peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione “e altro ancora, Berlusconi - sedici anni dopo – sa ancora come raccogliere il consenso” (Stefano Folli).
SFONDAMENTO DELLA LEGA. “La concorrenza messa in atto dal Carroccio nel Nord verso il partito berlusconiano ha dato i suoi frutti. Bossi non è mai stato così forte in un arco alpino che va dal Veneto al Piemonte...e la Lega deborda oltre le sue aree di antico insediamento, ottiene risultati a due cifre in Emilia Romagna (13,7%), avanza in Liguria, Toscana e Umbria...incalza la sinistra nei suoi territori storici” (Folli). Ma c'è di più e di peggio: la Lega, dopo una campagna segnata da un messaggio xenofobo e razzista, sfonda soprattutto nelle regioni “a più alta industrializzazione e composizione sociale operaia” (Greco).
“Il suo messaggio a Berlusconi è molto chiaro. La Lega sostiene con lealtà il premier, ma diventa il motore della maggioranza di governo” e oggi può chiedere quello che vuole, o quasi. “In un certo senso Bossi assume la veste di presidente del Consiglio “ombra”...E proprio in virtù della sua grande forza potrebbe essere il mediatore di un nuovo patto politico-istituzionale offerto all'opposizione, a cominciare dal Partito Democratico”, con cui una interlocuzione più o meno carsica non è mai venuta meno. Il che porrebbe “il tema delle riforme al centro di una legislatura davvero costituente. Ma avrebbe riflessi su tutti gli assetti consolidati, prima di tutto all'interno del PdL. Si vedrà. Quel che è certo, la maggioranza ha un po' cambiato la sua natura. Berlusconi ne è il leader e ha appena confermato la sua capacità rabdomantica di orientarsi tra le virtù e i vizi del paese. Ma Bossi, che all'indomani del voto ha detto significativamente che “federalismo e presidenzialismo non si escludono”, ora è più di un partner: è il detentore delle chiavi del Nord più di quanto non sia mai stato in passato. Tutti dovranno fare i conti con lui. Primo fra tutti, Berlusconi”.
E' tragico dover riconoscere che la Lega si impone come l'unico partito italiano che sembra non avere smarrito la lezione del radicamento sociale e territoriale del miglior PCI (certo, con ben altre finalità...), che non a caso si consolida come il primo partito tra gli operai del Nord Italia. Sembra aver raccolto la tradizione del PCI emiliano fatto di radicamento, capacità di governo nei centri urbani e contemporaneamente capace di amalgamare quel consenso dentro un progetto culturale più generale. Che ovviamente in questo caso, e a differenza del PCI, è un blocco di consenso che si avvale di una sub-cultura reazionaria di massa (largamente promossa e incentivata), terreno fertile della propaganda e dell'attivismo popolare della Lega, che le permette di entrare rapidamente in sintonia con il “sentire” di una parte del popolo (un micidiale sentire). Tema questo che richiede da parte dei comunisti un ulteriore sforzo di analisi e di comprensione.
IL PD AL PALO. Il centro-sinistra nel suo insieme perde anche questa volta la prova elettorale, sia sul terreno del governo di buona parte delle principali regioni, sia sul piano politico generale. E si può convenire con Folli quando scrive che “Bersani, nel momento in cui il PD evita il tracollo e conferma la sua solidità, deve prendere atto del successo dell'Italia dei Valori, ma anche delle liste grilline”, in cui si manifestano nuove forme di radicalismo e di qualunquismo “di sinistra” (ovvero capace di ingannare ed attrarre un elettorato di sinistra deluso e confuso). Nel caso delle liste grilline, esso giunge a favorire la vittoria della Lega in Piemonte e si afferma con un inquietante 6% in una regione come l'Emilia Romagna.
UNO SPAZIO PER CASINI. “Il bipolarismo in Italia non è mai stato così in crisi - scrive Il Manifesto – ma l'Udc di Casini per ora non ne coglie i frutti” e si limita a mantenere il suo spazio elettorale attorno al 5/6%. Per ora. Ma, dice Casini, “per noi questa è una tappa”. E lo conforta il sostegno strategico di cui gode in importanti ambienti moderati vaticani (sempre più insofferenti verso Berlusconi e diffidenti verso la Lega e verso Fini); e l'incoraggiamento dell'editorialista del Sole 24 Ore, quando scrive che “ora per Casini comincia un lungo itinerario da compiere senza errori verso le scelte del 2013, sapendo che i suoi voti restano importanti, talvolta decisivi”, ed importante ago della bilancia anche in relazione al futuro del centrosinistra e del PD. Lo spazio politico al centro è enorme nell'Italia di oggi (anche in quella di ieri...). Lì sta una delle basi del successo di Berlusconi. E Casini si prepara ad occuparne credibilmente una bella porzione nella fase del post-berlusconismo, che forse non è dietro l'angolo, ma nemmeno così lontana.
VERSO NUOVI ASSETTI? Forse è ancora presto per parlare di una crisi imminente della leadership di Berlusconi sul centrodestra (l'appuntamento decisivo delle prossime elezioni politiche costringe - con questa legge elettorale - Berlusconi, Bossi e Fini a convivere...). Ma essa è ormai insidiata e/o condizionata, oltre che dall'anagrafe e dalla magistratura, da un numero crescente di fattori (il dissenso di Fini, la forza crescente di Bossi, l'ostilità o la diffidenza di poteri forti che da tempo operano per costruire una alternativa al premier che dia maggiore stabilità e credibilità al sistema: dall'amministrazione USA, ad ambienti vaticani, confindustriali o interni all'establishment dell'Unione europea...). Ma non c'è alcun dubbio che il problema è posto e che i comunisti e le forze di sinistra non possono estraniarsi da una riflessione di questa natura, e dalle diverse scelte tattiche che possono conseguirne, anche in materia di leggi elettorali ed assetti istituzionali: pena una loro marginalità politica anche propositiva. E' del tutto evidente ad esempio che una riforma della legge elettorale in senso proporzionalista (senza sbarramenti assassini né sovvertimenti istituzionali di natura presidenzialistico-autoritaria) potrebbe rendersi necessaria e auspicabile anche per forze moderate interne al sistema, a fronte di un bipolarismo sempre meno bipartitico e in crisi, in cui i due maggiori partiti dei due poli dell'alternanza (PdL e PD) sono oggi più deboli nelle rispettive coalizioni, rispetto alle loro componenti interne più destabilizzanti (Lega da una parte, Italia dei Valori e “grillismo” dall'altra); e che ciò potrebbe convenire ed offrire spazi politici e istituzionali anche ai comunisti e alle sinistre anticapitalistiche, senza rifarsi in modo acritico ad un modello tedesco, il cui sbarramento al 5 (o anche al 4%) potrebbe essere, nel contesto italiano, oltre che ingiusto e costituzionalmente discutibile, anche assai pericoloso.
COMUNISTI E SINISTRA. I risultati delle due liste a sinistra del PD sono senza dubbio modesti, considerati nazionalmente. Mentre esistono risultati regionali di tutto rispetto, pur di significato politico diverso tra loro, ma comunque degni di nota (e di approfondimento), quanto meno sul piano delle dinamiche elettorali: come la tenuta al 5,3% della FdS in Toscana o al 6,5% in Umbria, l’exploit di Vendola in Puglia, il risultato significativo della lista FdS + Vendola nelle Marche (6,5%), presentatasi fuori dalla coalizione di centro-sinistra imperniata sull’asse PD-Casini.
Le liste Vendola, che ancor più di quelle del PdL sono segnate da un personalismo esasperato (senza la figura del popolare governatore pugliese non esisterebbero), ottengono complessivamente il 2,9%, in calo rispetto al 3,2% delle europee del giugno 2009. Ma bisogna considerare, con oggettività, che tale risultato numericamente modesto viene conseguito nonostante un impressionante sostegno mediatico, giunto fino al punto in cui il quotidiano della FIAT, La Stampa, gli ha dedicato – a pochi giorni dalle elezioni – una intera pagina in cui veniva enfatizzata persino nel titolo la dichiarazione di voto di Ingrao (sic) a favore di Vendola... E nonostante il fatto che sulla percentuale nazionale incida un successo – per quanto importante - di politica “locale”, diversamente da quanto accade con le liste della Federazione della Sinistra (FdS).
Quando si ragiona sui risultati dei comunisti e della sinistra in altri paesi europei, è bene non dimenticare che, anche lì come in Italia, pur di penalizzare il voto e le liste comuniste, i grandi media della borghesia dedicano una parte importante delle loro energie a dirottare il voto di sinistra critica che si distacca dalle politiche moderate dei partiti socialdemocratici verso le cosiddette “terze forze” di sinistra radicale, non comuniste, per lo più ostili ai partiti comunisti dei loro paesi, collocate a metà strada tra i PC e le socialdemocrazie: e ciò pur di impedire che questo voto vada a rafforzare le forze comuniste dei rispettivi paesi.
Anche il 2,7% ottenuto dalla FdS è modesto (3,4 alle europee del 2009), e ancor più lo è l'1,6% ottenuto in Campania dalla lista capeggiata dal segretario nazionale del PRC, nonché portavoce della FdS. Esso viene certamente ottenuto in condizioni di totale oscuramento mediatico (vogliono farci chiudere bottega...) e in un contesto generale di enormi difficoltà oggettive ed eredità negative che avrebbero potuto determinare un crollo definitivo; per cui è giusto dire che quel 2,7% striminzito rivela comunque una residua capacità di resistenza che non va disprezzata, ma reinvestita su basi più solide.
Ma il risultato rivela anche una difficoltà espansiva e di attrazione elettorale della FdS, ed anche una crisi ed una impasse più strategica di tale progetto, che è rivelata anche dalla accentuata competitività interna per la conquista di preferenze a questo o quel candidato, di questo o quel partito o tendenza. Una dinamica tragicamente dispersiva di energie positive, ma anche fatale in assenza di un progetto davvero unificante, che tenga insieme – senza farli confliggere – l'esigenza di ricostruzione unitaria di un partito comunista che motivi quelli che ancora ci credono, e l'assoluta necessità tattica di presentarsi alle competizioni elettorali con liste e coalizioni di sinistra, su programmi avanzati e il più possibile attrattive ed espansive. Liste cioè capaci di fronteggiare le peculiari difficoltà che gli appuntamenti elettorali oggi comportano: con le attuali leggi e dinamiche elettorali, con l’attuale contesto mediatico e in presenza di una crisi così profonda, che viene da lontano, del movimento comunista del nostro paese e della sinistra. Non bisogna mai confondere le questioni strategiche (su cui ci vuole il massimo di fermezza e di chiarezza) con quelle di tattica elettorale, su cui ci vuole viceversa il massimo di flessibilità e realismo.
Questa crisi ha tante facce, sulle quali da tempo e più volte ci siamo soffermati (e per l'analisi delle quali rimandiamo all'articolo di Fosco Giannini, pubblicato su questo stesso sito, che conserva intatta la sua pertinenza all'indomani delle elezioni). Siamo ad un punto vitale di questa crisi e se non riusciamo insieme a venirne fuori, saranno guai seri per l’avvenire dei comunisti e della sinistra del nostro paese. Valutiamo insieme se servono subito (o meno) scadenze formali di tipo congressuale. Ma sicuramente serve una discussione che abbia fin da oggi quella portata.
www.unita.it
30 marzo 2010
Regionali, finisce sette a sei
La destra conquista Lazio, Piemonte, Campania e Calabria. Bene Vendola e Burlando. Zaia oltre il 60%
Finisce 7 regioni a 6
per il Pd, ma la vittoria è del
centrodestra e, soprattutto, della Lega.
Cambiano colore quattro delle 11 regioni
governate fino a oggi dal
centrosinistra, portando a casa oltre a
Campania e Calabria anche Lazio e
Piemonte, rimaste in bilico fino
all'ultimo, nonostante l'astensionismo
record (ha votato il 64,2% degli aventi
diritto).
Il centrosinistra si conferma nelle
regioni rosse - Emilia Romagna, Toscana,
Umbria e Marche - conserva la Liguria e
la Basilicata e soprattutto stravince in
Puglia dove il presidente uscente Niki
Vendola conquista un successo importante
anche per i rapporti interni al
centrosinistra. «Il partito avanza,
siamo andati meglio che alle Europee»,
ha commentato il segretario del Pd
Bersani, ammettendo però nelle riunioni
ristrette che bisognerà riflettere per
«capire perché il nostro messaggio non è
arrivato del tutto».
Due regioni vinte per una manciata di
voti
Sono le vittorie di Roberto Cota e
Renata Polverini le più significative
politicamente visto che la riconferma di
Formigoni in Lombardia e la vittoria di
Zaia in Veneto non erano mai state in
discussione. Cota ha battuto il
governatore uscente Mercedes Bresso di
poco più di 10mila voti mentre l'ex
leader dell'Ugl stacca Emma Bonino di
oltre 70mila voti. «Abbiamo fatto un
miracolo», ha urlato la Polverini
festeggiando in piazza del Popolo la
vittoria. Sul voto in Piemonte ha pesato
invece, e non poco, il 4% ottenuto dal
candidato della lista di Beppe Grillo:
un voto di protesta sottratto al
centrosinistra, come ha ammesso la
stessa Bresso, che è costato di fatto la
vittoria.
Berlusconi ha subito messo cappello
sulla vittoria. «Sono sceso in campo e
questa è la mia vittoria», ha gridato ai
suoi, per nulla preoccupato del successo
della Lega. Perché Bossi, ha
sottolineato, è un «alleato fedele», con
il quale «si vince». In effetti, il vero
vincitore è proprio il Senatur, che al
nord ha stravinto: oltre al cappotto in
Veneto (in alcune province il partito di
Bossi doppia il Pdl) con Zaia che
raggiunge il 60% dei consensi, e alla
vittoria di Cota, per nulla scontata, la
Lega cresce in tutto il nord e comincia
a sfondare con numeri importanti anche
in quelle che erano le roccaforti rosse:
prima tra tutte l'Emilia Romagna.
Bossi si smarca dal Cavaliere
Se c'è un vincitore inequivocabile di
queste Regionali, bisogna cercarlo in
via Bellerio, dove il leader della Lega
Umberto Bossi già alle 19 scende in sala
stampa e disegna il paesaggio della
politica italiana dopo il passaggio
dello «tsunami verde»: subito le
riforme, e si parte col federalismo,
perché «sono io l'arbitro della
situazione». All'alleato Silvio
Berlusconi, Bossi riserva parole
d'elogio, si congratula «per la tenuta
del Pdl davanti alla Lega scatenata»,
assicura che «nella maggioranza non
cambia nulla», che col Cavaliere
«troviamo sempre l'accordo», concede che
la riforma della giustizia venga fatta.
Ma poi spiega che «il derby col Pdl
l'abbiamo vinto noi», che le riforme
dovranno necessariamente partire dal
federalismo fiscale, che il federalismo
istituzionale «la gente lo vuole, il più
presto possibile e a qualsiasi costo». E
che la poltrona di sindaco di Milano è
gia ipotecata dal Carroccio, «per ora»
proprio col nome di Umberto Bossi.
Insomma, il leader leghista non ricorre
a eufemismi o giri di parole per
affermare la “golden share” nella
maggioranza e la leadership nel nord.
Per la sinistra, poche battute da Bossi,
e un messaggio che qualcuno nel Pd
leggerà attentamente: «Abbiamo una
sinistra poco sveglia. Poteva spingere
il federalismo», ma ora «anche dalla
destra io sono l'arbitro della
situazione».
www.aprileonline.info 24 marzo 2010
Mascalzoni informatici
Una o più mani ignote ieri hanno cercato di distruggere il nostro giornale: si tratta di criminalità informatica. Se si tratta di "tipini" stressati è meglio che vadano in vacanza. Noi continueremo a scrivere con passione in un giornale che profuma di libertà e prenderemo le necessarie contromisure contro altri, eventuali agguati informatici
Una, o più mani ignote, coprendosi in bui meandri informatici, ieri hanno colpito Aprileonline.info, il nostro piccolo e libero giornale. Distruggendo un duro lavoro giornalistico, poi prontamente ripristinato non senza sforzi. Una firma però l'hanno scritta: "Viva Berlusconi!". E ancora: "La destra è meglio della sinistra".
Non ci sembra un'impresa informaticamente eroica: è semplicemente una mascalzonata dai connotati infantili, liberamente ispiratasi al presidente del Consiglio e alla destra. L'uno e l'altra, che pure non godono delle nostre simpatie, non sembrano meritare tale o tali militanti delle prepotenza. Il Cavaliere ha voluto fondare "un partito liberale di massa" e Gianfranco Fini da tempo si batte per una destra democratica e legalitaria.
Il nostro è un piccolo quotidiano ondine pluralista, autonomo, espressione delle mille anime che agitano la sinistra e il mondo democratico italiano. Scriviamo, discutiamo, a volte anche animatamente, su notizie, proposte, iniziative e idee anche diverse. Ci piace: è la democrazia e la libertà di stampa.
Avanziamo tesi e critichiamo altre posizioni che contestiamo. Si scrive, si discute, si critica, ma sempre in un clima di rispetto e di civiltà anche verso posizioni diverse. Più ci si confronta, più s'impara.
Ma la mano (o le mani) che hanno colpito ieri il nostro giornale, evidentemente, non la pensano così. Devono avere un certo livore contro la libertà d'informazione e così distruggono. Già altre volte, in passato, hanno colpito la nostra testata. Sono losche imprese che non vorremmo mai più rivedere. Ricordano i terribili anni Trenta del secolo scorso, quando in Germania vinsero i nazisti: giornali e libri venivano bruciati nelle piazze.
Siamo un piccolo giornale, ma evidentemente diamo fastidio o mettiamo paura a qualcuno. Se è così ne siamo orgogliosi. Quel qualcuno se ne faccia una ragione: continueremo a fare il nostro giornale senza problemi, inebriati dal profumo di libertà. E attenzione: non fate una bella pubblicità a Silvio Berlusconi e alla destra, innalzati a vostre bandiere.
Negli Stati Uniti, paese nel quale è nato Internet, "tipini" come voi li definiscono hacker o, più esattamente, cracker. Il primo termine sta per "smanettino" e il secondo per "criminale informatico". Nel nostro caso la locuzione giusta è "criminale informatico".
Un consiglio: è meglio che smettete, se siete sotto stress divagatevi, andate in vacanza! Noi andremo avanti nel nostro lavoro fatto con passione e determinazione: continueremo a scrivere. Nel frattempo prenderemo tutte le necessarie contromisure per difendere Aprileonline.info da altre, eventuali, mascalzonate.
"Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto a dirlo". Oltre due secoli fa Francois Marie Arouet, pseudonimo di Voltaire, rese celebre questa affermazione sulla quale l'Illuminismo fondò la democrazia e mandò in pensione la monarchia assoluta. La condividiamo interamente, ma rivendichiamo anche il diritto di dire la nostra senza soprusi e minacce.
L'Espresso 18 marzo 2010
di
Marco Travaglio
Secondo tutti i giuristi degni di questo nome, il
decreto 'salva-liste' con cui il governo ha tentato
di legalizzare ex post le proprie liste illegalmente
presentate nel Lazio era illegale e
incostituzionale. Illegale perché la legge 400/1988
vieta i decreti in materia elettorale e non è mai
stata abrogata. Incostituzionale perché il decreto
sanava solo le irregolarità delle liste Pdl e non
delle altre bocciate in varie parti d'Italia; e
pretendeva di dettare la sentenza al Tar, già
investito del caso, così che - ha confessato il
ministro Ignazio La Russa - "non possa darci torto".
Se il presidente della Repubblica abbia fatto bene o
male a firmare un decreto illegale e
incostituzionale, è questione aperta: rientrava
nella sua discrezionalità farlo o non farlo. La
Costituzione gli consente di rinviare al mittente
una legge se non gli piace o gli ripugna. Che possa
rinviarla solo quando è "manifestamente
incostituzionale", come sostengono alcuni corazzieri
della penna, non sta scritto da nessuna parte. E non
è vero che, se la legge respinta viene riproposta
identica, lui sia obbligato a firmarla.
Che succederebbe se il governo decretasse che i voti
dati al Pdl valgono doppio? È ovvio che rifiuterebbe
di promulgare sia la prima sia la seconda volta,
dopodiché spetterebbe al governo sollevare il
conflitto di attribuzioni alla Consulta e a questa
stabilire chi ha sbagliato. Ma ancora una volta il
malvezzo della 'moral suasion' ha legato le mani a
Napolitano. Il 4 marzo un Berlusconi più minaccioso
del solito gli ha sottoposto informalmente la prima
versione del decreto. Il presidente ha anticipato
che non l'avrebbe firmata e ha indicato i punti
inaccettabili, partecipando così alla stesura della
seconda versione. Che l'indomani, previo intervento
di Gianni Letta, ha promulgato (senz'accorgersi, fra
l'altro, che le elezioni regionali sono regolate da
leggi regionali, immodificabili con norme
nazionali). Il che forse non sarebbe accaduto
seguendo la via maestra: il capo dello Stato
attende, sordo e muto, che il governo vari il
decreto, e solo dopo decide se firmarlo o no.
Tutto ciò premesso: che male c'è a criticare
Napolitano per aver firmato una legge che si ritiene
sbagliata, illegale e incostituzionale? Possibile
che ogni critica venga spacciata per 'attacco', 'aggressione',
'vilipendio'? Il campionato dell'ipocrisia l'ha
vinto il Pd con la manifestazione in piazza del
Popolo. Ridicoli avvertimenti a Di Pietro: "Se
critica il Colle, è fuori dalla coalizione".
Patetici rastrellamenti della piazza per depurarla
da cartelli contro il Quirinale. Ma se il "decreto
del presidente della Repubblica" porta le firme di
Napolitano e Berlusconi, che senso ha attaccare il
secondo e vietare ogni critica al primo? Chi, come
gli ex Pci, chiese l'impeachment per due presidenti
(Leone e Cossiga), è poco credibile quando zittisce
Di Pietro che s'è limitato a evocarlo (senza basi
giuridiche) per Napolitano. A meno che, all'insaputa
dei più, non sia stato ripristinato il delitto di
lesa maestà.
www.aprileonline.info 13 marzo 2010
La festa dell'alternativa
P iazza
del Popolo comincia a riempirsi intorno alle 14, c'è
l'entusiasmo del popolo viola ma anche tante bandiere di
partito, quelle del Pd, dell'Idv, della sinistra. Gli
organizzatori parlano di 200mila persone in piazza (e la
piazza è piena, anche se 200milapersone non
c'entrerebbero mai). Si comincia con la musica, poi
arriva la politica.
La manifestazione riuscita a piazza
del Popolo consacra la linea, e la leadership, di
Bersani e ricostruisce l'unità del centrosinistra. Con
una novità: questavolta c'è più umiltà (ne parlerà
esplicitamente Il leader dell'italia dei Valori) e gli
interventi politici non superano i cinque minuti
ciascuno. A Riccardo Nencini tocca il primo intervento,
il segretario dei socialisti è l'unico che parla di
Napolitano, per difenderlo. In piazza uno striscione
recita: "Repubblica vendesi: rivolgersi a Napoletano" ma
Antonio Di Pietro si dissocia subito e dal palco
garantisce: "State sereni, da oggi in poi Idv parlerà
solo di Berlusconi". Il Pd tira un sospiro di sollievo,
come auspicava la piazza è serena, tranquilla, la
polemica e i fischi sono solo per il governo e per il
premier.
"Oggi l'opposizione è più forte in
Italia e si vedrà alle regionali", dice Massimo D'Alema
che torna a salutare l'ex 'compagno' Paolo Ferrero:
"L'unità delle forze dell'opposizione è molto importante
quando si tratta di valori fondamentali come la
democrazia e lavoro - sottolinea il presidente del
Copasir -, quindi è giusto essere uniti oggi".
La candidata nel Lazio, Emma Bonino, scalda la piazza e
chiede a "cittadini e cittadine" di lavorare insieme in
questi ultimi giorni di campagna elettorale: "Dal voto
delle regionali può partire una riscossa democratica e
civile del Paese" perciò "vi chiedo di essere tutti
militanti, ogni giorno si può fare qualcosa, sentitevi
candidati presidenti, io sono con voi". La leader
Radicale cita i suoi compagni "assenti oggi" perché non
gli è stato consentito di presentare le liste per colpa
"dell'illegalità del sistema" ma si dice "grata ed
emozionata" di essere la candidata di tutto il
centrosinistra.
L'altro leader-candidato a salire sul
palco è Nichi Vendola, governatore uscente della Puglia,
i militanti della sua 'Fabbrica' hanno appeso il primo
striscione all'alba e campeggia al centro della piazza
"Siamo la Puglia migliore", anche per lui c'è molto
entusiasmo quando ammette le colpe del centrosinistra e
lancia un appello per il futuro: "Il centrosinistra oggi
ha ritrovato il colloquio al suo interno e quello con il
suo popolo che aveva smarrito da tanto tempo. Dobbiamo
tornare ad essere credibili, oggi ricomincia il cantiere
dell'alternativa".
Di alternativa da costruire parla
anche Di Pietro con il suo consueto linguaggio diretto:
"La matematica non è un'opinione, per vincere le
elezioni dobbiamo essere uniti", dice rivolto al popolo
della piazza ma anche ai leader dei partiti della
coalizione: "Dobbiamo essere uniti per liberare il paese
dal fascismo di ritorno". Il leader di Idv attacca con
fermezza il "Berlusconi Nerone che ride mentre l'Italia
brucia", rilancia l'accusa di piduismo verso il premier
e invoca una "reazione" dura e "umile" delle forze di
opposizione contro la "deriva democratica e neofascista"
del centrodestra. Tra l'altro, perfettamente in linea
con la 'svolta di governo' impressa al suo partito
all'ultimo congresso, Di Pietro non si limita a
denunciare le scelte 'anti-democratiche' e 'fasciste'
della maggioranza e di Berlusconi, ma insiste sulla
richiesta di responsabilità e unità al centrosinistra.
"Noi dell'Italia dei Valori e i partiti del
centrosinistra - scandisce dal palco dove e' salito
indossando una sciarpa viola - dobbiamo rispondere a
questa piazza dando una alternativa: qui prendo un
impegno prioritario, certo che anche gli altri partiti
del centrosinistra lo sottoscriveranno, dobbiamo tutti
insieme assumere uno sforzo per battere democraticamente
alle urne Berlusconi e per fare questo dobbiamo stare
uniti". Niente colpi di testa, dunque: "ci scusino gli
intransigenti, ma dobbiamo avere la forza di pensare al
Paese e di fare squadra".
Chiude Bersani con un'esortazione: "Berlusconi
è al tramonto, andiamo a vincere". Il leader del Pd
attacca Berlusconi che "fa tutto, perfino il capo del Tg,
fuorchè il suo mestiere di capo del governo" e poi
"distribuisce pillole di propaganda, tutte chiacchiere,
parla di miracoli ma allora perché non porta via le
maceria dall'Aquila?", in realtà, accusa Bersani il
governo sta trascurando i problemi degli italiani per
occuparsi dei suoi interessi: "Un governo la cui agenda
è in mano a un uomo solo che zittisce le forze sociali e
l'informazione" grazie anche ad una legge elettorale con
la quale la maggioranza deve rispondere al governo e non
viceversa, ecco perché la prossima battaglia,
preannuncia il segretario del Pd, deve essere quella per
cambiare la legge elettorale. Intanto però ci sono le
regionali, "vinciamo lista o non lista" assicura
liquidando la polemica sulle liste del Pdl nel Lazio.
La manifestazione suscita reazioni
dure da parte del centrodestra a cui replica il Pd: "Una
piazza straordinaria che ha chiaramente mostrato la
volontà di cambiare l'Italia puntando su parole come
lavoro, serietà, onestà e regole. Parole lontane anni
luce dall'arroganza e dalla presunzione con cui la
destra reagisce a questa bellissima giornata per la
democrazia", dice Stefano Di Traglia, responsabile
comunicazione. "La destra debole mente ma con le bugie
non si ingannano gli italiani", dice Maurizio
Migliavacca.
www.aprileonline.info 12 marzo 2010
Par condicio e Tv. Il Tar
sblocca i talk show
Con
la bocciatura, da parte del Tar, della delibera Agcom
sulla par condicio per le private si riapre la partita
sui talk show, sospesi in Rai dal Cda, a maggioranza, in
applicazione del regolamento della Vigilanza sulla par
condicio. Nella loro richiesta di sospensiva, Sky e
Telecom Italia ricorrevano al Tar contro una delibera
che di fatto limitava l'informazione politica durante la
campagna elettorale. In questo Agcom si era mossa, come
da prassi, in analogia con quanto previsto dal
regolamento per la Rai, che sottoponeva tutti i
programmi di informazione alle regole della
comunicazione politica e prevedeva che i talk show
dovessero ospitare o anche essere sostituiti dalle
tribune politiche. Ed è su questa interpretazione che si
era mosso il Cda Rai decidendo, a maggioranza, di
sospendere Annozero, Ballarò, Porta a Porta e l'Ultima
parola fino al voto.
Con la decisione di oggi il Tar, che
accoglie la richiesta di sospensiva, di fatto dà ragione
alle emittenti private e boccia la delibera Agcom. Con
questo esito, aveva detto il Presidente della Rai Paolo
Garimberti, "si riapre il Cda" sul regolamento.
Il consiglio dovrebbe riunirsi lunedì e in teoria
dovrebbe riammettere i talk show anche per non creare
una disparità con le private. Anche l'Agcom dovrà ora
decidere il da farsi, e il Consiglio dell'Authority
dovrebbe riunirsi all'inizio della prossima settimana.
Soddisfazione viene espressa da Sky
Italia ("ristabilito il principio della libertà di
espressione e del libero mercato"), che - fa notare - ha
scelto "da subito di prescindere dalle regole
irragionevoli e inapplicabili previste dal regolamento"
e continuerà a proporre i "faccia a faccia" tra i
candidati alla presidenza delle regioni.
Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, auspica che ora
possano riprendere i programmi di approfondimento anche
in Rai: "Il Tar ha ripristinato criteri saggi e
assennati mostrando l'assoluta irragionevolezza delle
norme che bloccano i programmi di dibattito politico".
Ora, aggiunge, "ci aspettiamo che tali criteri siano
fatti propri anche dalla commissione parlamentare di
Vigilanza Rai e che tutto il sistema sia messo nelle
stesse condizioni".
"I programmi giornalistici devono riprendere subito
anche in Rai", sottolinea anche Paolo Gentiloni, secondo
cui la decisione di oggi è "una chiara bocciatura della
norma-bavaglio imposta dalla destra in Commissione di
Vigilanza Rai".
Ma promotore ed estensore di quel
regolamento è il radicale Marco Beltrandi, eletto nelle
liste del Pd, per il quale la decisione del Tar non muta
affatto le regole per i talk show. Ad essere sospeso,
infatti, è un solo comma, il 2, dell'articolo 6, della
delibera dell'Agcom, il quale recita testualmente: "Nel
periodo di vigenza della presente delibera, tenuto conto
del servizio di interesse generale dell'attività di
informazione radiotelevisiva, i notiziari diffusi dalle
emittenti televisive e radiofoniche nazionali e tutti
gli altri programmi a contenuto informativo,
riconducibili alla responsabilità di specifiche testate
giornalistiche registrate ai sensi di legge, si
conformano con particolare rigore ai principi di tutela
del pluralismo, dell'imparzialità, dell'indipendenza,
dell'obiettività e dell'apertura alle diverse forze
politiche, nonché al fine di garantire l'osservanza dei
predetti principi, allo specifico criterio della parità
di trattamento tra i soggetti e le diverse forze
politiche individuate ai sensi dell'art. 2, comma 1, del
presente regolamento".
La sospensione del comma 2
dell'articolo 6, fa notare Beltrandi, "non riguarda le
nuove norme approvate per i talk show, che sono soltanto
al comma 5 dell'art. 6 della delibera dell'Agcom" e la
delibera della Vigilanza sulla Rai "è stata invece
pienamente confermata dal Tar del Lazio che ha rigettato
la richiesta di sospensiva avanzata". Il regolamento,
insiste il deputato radicale, non impone affatto la
chiusura delle trasmissioni giornalistiche e dei talk
politici. Infatti, "anche qualora il Tar Lazio avesse
sospeso il comma 5, dell'articolo 6, la motivazione del
Tar sarebbe smentita nel merito dal fatto che
trasmissioni come Matrix e Terra hanno continuato ad
essere messe in onda, anche prima di ogni sospensiva,
dimostrando che non è il regolamento ad aver imposto un
qualunque stop".
"Qualora - prosegue Beltrandi nella sua nota - le tv
private e la Rai stessa ritenessero di voler rivedere
l'assurda decisione di bloccare i talk show per non
voler rispettare le blande, rispetto ad altri Paesi,
norme sulla par condicio nell'ultimo mese della campagna
elettorale, io quale estensore del regolamento e noi
come soggetto politico radicale non potremmo che
compiacercene, essendo esattamente quanto chiediamo con
insistenza da settimane, mentre denunciamo l'incredibile
ulteriore sabotaggio operato dalla Rai tv della campagna
elettorale con le tribune non ancora calendarizzate,
dopo 10 giorni dal giorno in cui sarebbero dovute
cominciare".
Dopo la sospensione della delibera
Agcom sulla par condicio per le emittenti private i talk
show sulla Rai "non possono, devono andare in onda". E'
quanto puntualizza Nino Rizzo Nervo, consigliere di
amministrazione della Rai, a Repubblica Tv. Per Rizzo
Nervo, vista la sentenza della Consulta del 2002 sulla
legittimità costituzionale della legge sulla par
condicio per la sua distinzione tra informazione e
comunicazione politica, il regolamento della Vigilanza
"poteva non essere applicato".
www.aprileonline.info 10 marzo 2010
Regionali: corsi, ricorsi, decorsi
di Monica Maro
L'ufficio elettorale
presso il Tribunale di Roma non ha ammesso
la lista provinciale di Roma presentata
nuovamente dal Pdl, dopo l'approvazione del
decreto legge interpretativo. A questo punto
il Popolo della libertà potrebbe scegliere
la strada del ricorso al Consiglio di Stato
dopo quello bocciato ieri dal Tar.
In ogni caso il tempo stringe e mentre si
allontana l'ipotesi di un rinvio delle
elezioni nel Lazio, chiesto oggi dai
Radicali, Silvio Berlusconi, dopo un vertice
con Renata Polverini e i coordinatori del
Pdl, invita a spingere l'acceleratore sulla
campagna elettorale, evitando di indugiare
su ricorsi e procedure tecniche. In
particolare il premier starebbe pensando a
una grande manifestazione nazionale.
Location e data ancora non sono state
decise, ma la kermesse si potrebbe tenere il
20 marzo, probabilmente a Roma. L'obiettivo
potrebbe essere quello di mettere sullo
stesso palco tutti e 13 i
candidati-governatore.
Aspettare il
pronunciamento di questo o quel tribunale,
sarebbe stato il ragionamento fatto dal
presidente del Consiglio durante il summit
di oggi, disorienta la gente, crea solo
confusione e da' un'immagine della
maggioranza allo sbando. I legali del
partito continueranno a lavorare, perché la
battaglia legale non può finire così, ma il
partito è un'altra cosa. Gli italiani
vogliono sapere cosa è successo e spiegherò
loro come è nato il caos delle liste. E per
farlo potrebbe anche convocare una
conferenza stampa.
Del resto la Lega aveva già fatto sapere che
in caso di conferma dell'esclusione della
lista del Pdl nel Lazio da parte del Tar, la
battaglia si sarebbe dovuta ritenere ormai
circoscritta ai tribunali: fallita la
'soluzione politica' propugnata da Bossi, il
Carroccio non sembra disponibile ad
appoggiare nuove mosse che possano apparire
all'elettorato inaccettabili forzature. Né
la maggioranza ritiene percorribile
l'ipotesi di un rinvio delle elezioni
regionali chiesto dai radicali: è l'unico
punto sul quale Pdl e Pd si trovano
d'accordo.
Il Cavaliere ha tuttavia
un problema: quello di trasmettere
un'immagine di unità del centrodestra,
incrinata dai dissidi interni che sembrano
essere stati alla base del pasticcio delle
liste. Questo è il primo dubbio da
cancellare nell'immaginario dell'elettorato
moderato: da giorni gli uomini del Pdl
ripetono di essere rimasti vittime di abusi
degli uffici elettorali se non di veri e
propri tranelli. Il premier vorrebbe invece
attaccare, come ha già detto, l'eccessivo
fiscalismo dei controlli che autorizza il
sospetto di manipolazioni ai danni del
Popolo della libertà. In altre parole,
rilanciare il concetto della scelta di
campo, della lotta del bene contro il male,
di regole e giustizia da rifondare.
Il tutto si svolge però
su uno sfondo di enormi tensioni. L'attacco
mosso oggi da una commissione del Csm al
presidente del Consiglio, secondo il
centrodestra è senza precedenti e in fondo
si inserisce in questa trama. Per il Csm le
critiche del capo del governo alla
magistratura mettono a rischio la
democrazia: Sandro Bondi replica che è
piuttosto l'organo di autogoverno dei
giudici a ingerirsi in politica e a
picconare i principi del nostro ordinamento
democratico.
Clima ancora più
tempestoso in Senato, dove il governo ha
posto la fiducia sul legittimo impedimento:
una nuova 'legge porcata', denuncia l'Idv,
con evidenti profili di incostituzionalità;
un provvedimento ad personam, dice il Pd, di
cui il Parlamento è costretto ad occuparsi
quando incombono ben più gravi emergenze. E
alla Camera il rallentamento dei lavori sui
decreti legge sugli Enti locali e sui beni
confiscati alla criminalità organizzata,
ritarda l'esame dei provvedimenti in
questione e fa slittare il dibattito sulla
crisi economica previsto per domani alla
presenza del ministro Giulio Tremonti.
In questo panorama sembra impensabile
qualsiasi tipo di futuro dialogo.
L'attenzione resta
puntata naturalmente sulla manifestazione di
sabato prossimo organizzata dal
centrosinistra contro il decreto legge
interpretativo, con il Pd impegnato ad
evitare che l'iniziativa si trasformi in un
attacco al Quirinale e l'Idv, che senza
alzare ulteriormente i toni, non rinuncia
tuttavia a criticare il capo dello Stato.
Ecco perché il Quirinale ha diffuso una nota
per smentire le ricostruzioni giornalistiche
di uno scontro con palazzo Chigi sulla prima
bozza di decreto per sanare la situazione di
Lombardia e Lazio e per escludere
implicitamente che tra governo e presidenza
della Repubblica esista un gioco di
'ricatti' reciproci dopo che il decreto
'interpretativo' si è rivelato di fatto
un'arma spuntata. "Si continuano a leggere
su alcuni giornali e agenzie di stampa, con
ripercussioni anche nel dibattito
politico-istituzionale, ricostruzioni per
tanti aspetti inconsistenti, se non
fantasiose, dell'incontro svoltosi nella
sera del 4 marzo al Quirinale", ribadisce
una nota della presidenza della Repubblica,
con riferimento al colloquio sul Colle fra
il capo dello Stato e il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi circa l'ipotesi
di un decreto del Governo sulle liste
elettorali. La nota prosegue ricordando che
"il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, nella risposta a due cittadini
pubblicata sabato scorso sul sito web del
Quirinale, ha esposto i termini corretti
degli eventi e delle relative problematiche,
proprio per non alterare la serena e
consapevole valutazione della intera
vicenda".
Il fatto è che gli
attacchi al ruolo di garanzia di Giorgio
Napolitano, soprattutto da parte di Antonio
Di Pietro, hanno lasciato una ferita
difficile da sanare. Ufficialmente il leader
dell'Italia dei valori ha stemperato i toni
aggressivi nei confronti del Colle in vista
delle manifestazioni di piazza di sabato
prossimo insieme al Pd: manifestazioni che,
assicura, saranno dirette contro il governo
e non contro il capo dello Stato. Tuttavia i
suoi non sembrano della stessa idea: Luigi
de Magistris accusa Napolitano di avallare
il "piano piduista" di Berlusconi e oggi l'europarlamentare
Sonia Alfano ha portato l' attacco al
presidente della Repubblica fin dentro il
parlamento di Strasburgo, tra le critiche di
Pdl e Pd.
"Quello che denuncio con
più forza -afferma il segretario dei
Democratici Pier Luigi Bersani- è il fatto
che, pasticcio dopo pasticcio, questa
maggioranza e questo Governo stanno
impedendo al Paese di parlare dei problemi
reali. Noi useremo la nostra mobilitazione
per protestare e affermare le priorità del
Paese, che sono democrazia e lavoro".
L'interrogativo è se
davvero queste posizioni oltranziste non
avranno voce nella manifestazioni di piazza:
ciò creerebbe evidente imbarazzo nel Partito
democratico che, fin dal primo momento, ha
tentato di fare una distinzione tra la
posizione del premier e quella del capo
dello Stato sul decreto salva-liste,
snobbando però l'analisi di Oscar Luigi
Scalfaro secondo il quale una soluzione
andava comunque trovata per garantire a
tutti la piena libertà di voto e soprattutto
l'effettiva rappresentatività dei nuovi
consigli regionali, senza la quale si
aprirebbero problemi politici ancora più
gravi. Analisi di un presidente emerito che
coincide con quella di Napolitano.
www.aprileonline.info 7 marzo 2010
Bersani stoppa Di Pietro
" Sarebbe
sbagliato dare occasione al centrodestra di nascondersi
dietro al Quirinale". La frase pronunciata da Pier Luigi
Bersani, rientrando a Roma per la riunione del
coordinamento del Pd, non solo esprime la posizione del
Pd di fronte alle critiche di Antonio Di Pietro al
presidente Napolitano, ma sintetizza anche quanto lo
stesso Bersani ha detto al leader di Idv al telefono. La
manifestazione unitaria di sabato 13 marzo, infatti,
dovrà esser capace di parlare all'elettorato del
centrosinistra, ma anche a una area più vasta.
Bersani, a fine giornata, è rimasto
fedele al proprio impegno di non attaccare mai i propri
alleati. E di fronte ad Antonio Di Pietro, che ancora
oggi ha criticato il Quirinale, il segretario del Pd gli
ha semplicemente voluto ricordare un fondamentale della
politica: "La responsabilità totale del decreto è del
governo - ha affermato - altrimenti, se non teniamo
fermo questo punto, viene meno ogni discorso" in vista
della manifestazione del 13 marzo. Anche perché, insiste
Bersani, la firma di Napolitano è un atto dovuto:
"Sappiamo bene quali sono il mestiere e le prerogative
del presidente della Repubblica".
Domani ci sarà una riunione
organizzativa della manifestazione in cui si comincerà a
decidere la piattaforma comune dell'iniziativa che,
spiega Bersani, "deve fare sintesi non solo del
centrosinistra ma deve andare al di là di questa area".
Questo perché nell'opinione pubblica "c'è un turbamento
in un'area più vasta del nostro elettorato" come
dimostrano i sondaggi pubblicati oggi dai giornali.
Secondo Renato Mannheimer il gradimento del governo ha
perso negli ultimi giorni 4 punti, scendendo al 39%,
rispetto al 50% dei giorni successivi all'aggressione di
Berlusconi a Milano.
Insomma il centrosinistra deve saper "interpretare in
modo combattivo e propositivo" questo turbamento. Il
momento della verità dovranno essere le elezioni
regionali.
Infine Bersani condivide la
preoccupazione espressa oggi da Emma Bonino la quale ha
detto di temere che il centrodestra possa non convertire
in legge il decreto in caso di sconfitta elettorale:
"Ogni trucco è pensabile - ha detto Bersani - avendo già
visto il trucco più vergognoso. Il punto è come reagire.
L'Aventino lascia campo libero agli avversari. La
risposta dirimente deve essere il voto".
A fare eco al segretario Enrico Letta secondo il quale
un'opposizione divisa "sarebbe un regalo che Berlusconi
non merita". Letta ribadisce "mobilitazione massima" e
ostruzionismo al decreto in Parlamento.
Potrebbe essere domani il giorno della verità per la
lista provinciale del Pdl di Roma. Il giorno in cui, con
la possibile consegna della documentazione ai sensi del
cosiddetto decreto salva-liste, potrebbe chiudersi il
cerchio aperto sabato scorso con la bagarre al Tribunale
di Roma culminata con il mancato deposito delle carte
all'Ufficio centrale circoscrizionale. O almeno potrebbe
chiudersi per il momento, perché in serata la giunta
regionale del Lazio ha varato all'unanimità una delibera
con cui si invita il presidente della giunta regionale
del Lazio Esterino Montino a ricorrere alla Corte
costituzionale per conflitto di competenze e in prima
istanza per chiedere la sospensione del decreto legge.
La materia elettorale toccata con il dl, questa la tesi,
non spetta allo Stato ma alla Regione.
Una mossa che secondo il consigliere
Pdl Donato Robilotta è priva di valore giuridico, perché
a suo dire la giunta, sciolta da mesi, dovrebbe
occuparsi solo di ordinaria amministrazione.
Per la Regione Lazio, invece, sussistono i requisiti di
"indifferibilità e di urgenza" che legittima il
provvedimento. "Questa delibera non è una scelta
politica ma istituzionale che riafferma il principio del
rispetto delle prerogative della Regione", replicando
anche alle critiche della candidata del centrodestra
Renata Polverini secondo la quale si vuole "provare a
vincere espellendo una forza politica, la piu'
importante della città di Roma".
Domattina, comunque, anche e
soprattutto alla luce del decreto legge adottato l'altra
sera dal governo, il Tar del Lazio dovrà esprimersi sul
ricorso del Pdl e sul tavolo troverà anche la delibera
della Regione Lazio con il ricorso alla Corte
Costituzionale.
www.aprileonline.info 2 marzo 2010
La Federazione della sinistra tra
accordi e corse solitarie
La
Federazione della sinistra è ottimista
sull'esito delle elezioni regionali
anche perché ha chiuso accordi
elettorali in 10 regioni su 13 con le
coalizioni di centrosinistra e questo
vuol dire che in molte di queste potrà
avere suoi rappresentanti sia nei
Consigli regionali che nelle giunte.
Inoltre i sondaggi mostrano percentuali
che dovrebbero metterla al riparo dagli
sbarramenti previsti dalla legge e che
vanno dall'1,5 al 4%. Paolo Ferrero,
portavoce e segretario del Prc, insieme
a Oliviero Diliberto e Gian Paolo Patta,
hanno presentato alla stampa le liste
della Federazione per le regionali
annunciando che la composizione completa
è disponibile on line in nome della
trasparenza. "Siamo in coalizione con il
centrosinistra in 10 regioni su 13 - ha
detto - e abbiamo lavorato a questi
accordi sulla base di due punti
fondamentali: il profilo morale
ineccepibile dei candidati presidenti e
il contrasto alla crisi economica. Visto
che il governo non fa nulla per le
famiglie e i lavoratori noi pensiamo che
le regioni possano dare un contributo
importante attraverso i servizi sociali
e il mantenimento di beni pubblici come
l'acqua e la sanità".
Ferrero definisce poi un fatto senza
precedenti "il veto anticomunista" da
parte dei candidati del Pd in Lombardia
(Penati) e Marche (Spacca) e "incredulo"
per l'atteggiamento dei vendoliani, che
hanno sempre privilegiato le intese con
il Pd a eccezione delle Marche, e di Di
Pietro, che "con una giravolta in
Campania ha deciso di appoggiare
l'inquisito De Luca".
- ACCORDO
PROGRAMMATICO, in 7 Regioni: Liguria,
Emilia Romagna, Toscana, Calabria,
Umbria, Puglia dove in caso di vittoria
la Federazione entrerà anche nelle
giunte di governo regionale; e Veneto,
dove però il centrosinistra non ha
praticamente possibilità di vittoria.
- ACCORDO ELETTORALE,
la Federazione sostiene il candidato
presidente, ma non entrerà in giunta in
3 Regioni: Piemonte, Basilicata e Lazio,
dove a guidare la lista della
Federazione sarà l'astrofisica
Margherita Hack.
- ACCORDO CON SEL
(Sinistra ecologia e libertà di Vendola),
una Regione: Marche, dove dopo la
rottura con il Pd che ha scelto
l'alleanza con l'Udc, tutta la sinistra
ha candidato alla presidenza Massimo
Rossi, ex presidente della provincia di
Ascoli Piceno, in alternativa al
governatore uscente del centrosinistra,
Gian Mario Spacca.
- CORSA 'SOLITARIA',
2 Regioni: Campania, dove il candidato
presidente - contro la scelta del Pd di
candidare quello che la Federazione
definisce un "uomo di destra", come
Vincenzo De Luca - sarà il portavoce
nazionale della Federazione della
Sinistra e segretario del Prc, Paolo
Ferrero; e Lombardia, dove a sostegno
del candidato governatore, il leader no
global, Vittorio Agnoletto, scendono in
campo figure significative della cultura
come il premio Nobel, Dario Fo, Franca
Rame, Paolo Rossi e l'attore Moni Ovadia.
Regionali, lo psicodramma Pdl
di Red
La
caotica vicenda delle liste Pdl, a cui
si è aggiunta oggi l'esclusione del
listino di Renata Polverini, sta
diventando sempre più un problema
politico per il Popolo delle Libertà. La
parola d'ordine, ovviamente, è quella di
concentrarsi sul voto e rinviare ogni
chiarimento al dopo elezioni.Tuttavia, i
segnali di insofferenza si fanno sempre
più manifesti e lo stesso presidente
della Camera e cofondatore del partito,
Gianfranco Fini, pronuncia parole
pesanti: "Il Pdl così com'è non mi
piace. Non è una caserma, ma non deve
essere neppure un'anarchia".
L'osservazione non è
collegata alla vicenda delle regionali e
ai veleni che si sta trascinando dietro.
Tuttavia, inserita nell'attuale e teso
contesto, suona come una conferma che,
dopo le regionali, al progetto del Pdl
vada fatto il tagliando. Del resto,
proprio nel week end elettorale, il
Popolo delle libertà compie il primo
anno di vita. E i problemi del giovane
partito del premier Silvio Berlusconi
non manca di sottolinearli il segretario
del Pd, Pier Luigi Bersani: "Il
centrodestra dia la colpa a se stesso" e
"si rassegni al fatto che il partito del
predellino alla prima curva ha
sbandato".
'Sbandamenti' a
parte, il presidente del Senato, Renato
Schifani, chiede comunque che sia
garantito a tutti il diritto di voto
come recita la Costituzione: "E mi
auguro che prevalga, sempre nel rispetto
delle regole, la sostanza rispetto alla
forma, quando questa non è essenziale".
Parole giudicate non 'super partes',
come si addice alla seconda carica dello
Stato, da parte del Pd: "Si ricordi
quale ruolo deve avere il Presidente del
Senato", dice Luigi Zanda rivolto a
Schifani intervenendo in Aula.
Aggiunge Leoluca Orlando dell'Idv: "La
seconda carica dello Stato non può
entrare a gamba tesa in vicende sulle
quali giudicherà la magistratura, come
ha saggiamente affermato il Presidente
Napolitano, solo per meri interessi di
bottega".
Anche Bersani interviene sulle
affermazioni del presidente del Senato:
"Chiunque, comprese le alte cariche
dello Stato, devono affidarsi alla legge
e a procedure che hanno cinque o sei
passaggi di garanzia. Il Pdl piuttosto
-aggiunge Bersani parlando con i
cronisti alla Camera- prenda atto degli
errori commessi, e se ha buone ragioni
le faccia valere nelle sedi opportune".
E sul caso Lazio, il segretario del Pd
adombra un problema politico: "Non credo
che improvvisamente siano diventati
tutti dilettanti, credo che ci sia stato
qualche problema".
Domani ci sarà il
pronunciamento della Corte d'appello sul
ricorso per le liste Pdl a Roma e
provincia e se dovesse essere negativo
per il centrodestra non si farà ricorso
a 'leggine' o provvedimenti ad hoc.
Parola del ministro dell'Interno,
Roberto Maroni: "Non c'è spazio per un
provvedimento d'urgenza, non ci sono le
condizioni e non ci sono precedenti
specifici", scandisce.
"Voglio credere che non ci pensino
neanche", diceva stamattina Bersani a
proposito di una 'leggina' ad hoc per il
Lazio. Ipotesi quindi esclusa stasera
dal titolare del Viminale: "L'avevo già
detto tre settimane fa, non si possono
cambiare le regole. Non c'è spazio per
un provvedimento d'urgenza, non ci sono
le condizioni e non ci sono precedenti
specifici. Le valutazioni del caso -dice
il ministro dell'Interno sul caso Lazio-
spettano alla magistratura".
E se Umberto Bossi definisce
dilettanti allo sbaraglio i colleghi del
Pdl, Maroni parla anche del ‘metodo
leghista' per le liste: "noi della Lega
abbiamo qualche esperienza in più, dalla
nostra prima competizione elettorale,
nel 1985, non abbiamo mai sbagliato un
colpo". Il ministro concede però che,
"il diavolo sta nei dettagli" e che
"serve sempre fare molta attenzione".
Renata Polverini (che
ha trascorso l'intero pomeriggio tra una
riunione dei coordinatori delle liste e
a palazzo Grazioli da Berlusconi) da
parte sua si dice "ottimista" su come
finirà la vicenda delle liste laziali.
"Io sono ottimista e anche Berlusconi lo
è. Stiamo facendo tutto quello che serve
e che hanno richiesto dal Tribunale".
Sul listino della Polverini è fiducioso
il coordinatore del Pdl del Lazio,
Vincenzo Piso: "Non siamo
particolarmente preoccupati per la
vicenda legata al listino di Renata
Polverini perché è una questione
risolvibilissima nel giro di pochissimo.
Siamo tranquilli". Una tranquillità solo
fittizia. Il Pdl sembra in preda a una
sorta di psicodramma all'interno del
quale non si riescono più a discernere
le responsabilità individuali. Ma,
soprattutto, appare un partito isolato.
Gli stessi alleati non possono fare a
meno di esprimere, come Umberto Bossi,
lo sconcerto per una storia di
"dilettanti allo sbaraglio" o l'allarme
per le voci di "manipolazioni" dell'
ultimo momento che avrebbero determinato
il ritardo nella presentazione delle
liste (Francesco Storace).
Altro che
burocratico, il dato è tutto politico:
all'inizio dell'anno il partito del
premier era in vantaggio in tutti i
sondaggi e il centrodestra guardava con
un certo ottimismo alla tornata
elettorale. Adesso lo scenario è
rovesciato: la maggioranza subisce
l'assedio del centrosinistra e la
trasformazione delle regionali in test
di medio termine della legislatura da
parte del premier crea più di una
preoccupazione. Non solo per il rischio
che nel Lazio la candidata del Pdl e
dell'Udc Renata Polverini, a dispetto
dell' ottimismo, faccia naufragio (si
trattava di una regione data quasi per
sicura dal centrodestra dopo lo scandalo
Marrazzo), ma soprattutto perché la
coalizione non riesce a dare prova di
compattezza.
Domani ci sarà anche
il 'verdetto' sul listino di Roberto
Formigoni.
Mentre continua a tenere banco in
Campania il caso della candidatura in
caolizione con il Pdl di Roberto Conte,
consigliere regionale uscente,
condannato in primo grado per concorso
esterno in associazione camorristica. Il
candidato alla presidenza delle regione,
Stefano Caldoro, prende le distanze: "La
candidatura di Conte è stata inserita
nottetempo, in maniera sleale, a
tradimento. Da parte mia non c'è stata
nessuna firma alla lista nella quale si
presenta Conte. Io ho firmato solo i
contrassegni elettorali".
 |