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Editoriale                                                                                                                                                                                                                    

 
Novembre 2011

www.marx21.it 27 novembre 2011

 

 

L'Italia sarà coinvolta in una nuova guerra di aggressione?

 

di Mauro Gemma - Direzione nazionale PdCI

 

Mentre sulle misure di carattere economico e sociale del governo Monti, impegnato nelle faticose trattative per la nomina dei sottosegretari, continua a regnare il più assoluto riserbo e l'unica cosa certa sembrano essere le assicurazioni che Monti ha dato ai suoi interlocutori europei circa l'intenzione di rispettare le disposizioni contenute nella lettera inviata dalla BCE al governo italiano lo scorso 5 agosto, gli unici ministeri che sembrano muoversi con le idee chiare e con intenzioni che difficilmente si prestano a molte interpretazioni, sono quelli incaricati alla Difesa e agli Esteri. 

Ha cominciato, immediatamente dopo il suo insediamento, il neo-ministro della Difesa Giampaolo Di Paola con una dichiarazione dal carattere perentorio, che non lascia alcun dubbio sulla sua volontà (evidentemente condivisa dal resto della compagine ministeriale) di dare continuità, rafforzandoli, ai legami di fedeltà alla NATO, e di allineare senza tentennamenti il nostro paese a quel “nuovo concetto strategico” dell'alleanza militare occidentale, che è stato definito nel corso degli ultimi vertici politici e militari della NATO e che estende il raggio d'azione di questo blocco a tutti gli angoli del nostro pianeta, sancendo, in una sorta di “carta dei principi”, una pratica di politiche di aggressione e violazione della sovranità e dell'autodeterminazione in atto ormai dai tempi della caduta del “campo socialista”. 

Di Paola, tra gli esponenti di maggior rilievo del quartier generale della NATO, che ha partecipato attivamente all'operazione militare in Libia e la cui nomina ha interrotto la consuetudine di affidare i dicasteri militari a personale civile (se si eccettua la nomina del generale Corcione quale ministro del Governo Dini tra il 1995 e il 1996), ha voluto chiarire fin dall'inizio quali saranno le direttrici del suo operato, con una dichiarazione che ha ribadito la volontà del nuovo esecutivo di adempiere fino in fondo agli obblighi che legano il nostro paese ai suoi alleati della NATO, facendo fronte a tutti gli impegni che vincolano l'Italia alla partecipazione alle missioni militari attuali e future. A dissipare ogni dubbio sulle intenzioni dell'attuale titolare della Difesa, al contrario di quanto avveniva con le pasticciate esternazioni del suo predecessore che doveva fare i conti con le contraddizioni presenti all'interno della sua coalizione, la dichiarazione di Di Paola non fa alcuna menzione della possibilità di un futuro, almeno parziale, disimpegno da alcuni teatri di guerra che vedono impegnate le nostre truppe. E, del resto, la cosa non sembra aver suscitato scandalo tra i sostenitori di “centro-sinistra” del nuovo governo. Così, la presa di distanze dagli impegni bellici italiani che aveva caratterizzato, fino alla caduta di Berlusconi, alcuni dei componenti dello schieramento di opposizione parlamentare sembra essere un lontano ricordo. 

Nel frattempo, dovrebbe essere esaminato in Commissione Difesa della Camera l'ultimo piano di spese militari per il nostro Paese di 500 milioni da attuare entro l'anno, uno stanziamento che verrebbe ad aggiungersi agli oltre 20 miliardi che il precedente governo aveva speso per l'acquisto di armamenti, con un aumento di 3 miliardi rispetto al 2010.

E tutto ciò avviene nel quadro inquietante che caratterizza le regioni a noi contigue del Nord Africa e del Medio Oriente, in cui le cosiddette “primavere arabe” sembrano non avere nemmeno superato la data di inizio dell’equinozio d'inverno, mentre a Tunisi il potere è nelle mani di integralisti islamici più o meno “moderati”, al Cairo l’esercito spara sul popolo in rivolta e uccide peggio di un anno fa, la Libia è stata distrutta dai bombardieri Nato e consegnata nelle mani dei camaleonti passati al servizio dei colonialisti atlantici, in Siria è in atto un tentativo di golpe armato contro il regime di Assad con modalità pressoché identiche alla Libia e Israele, dotata delle armi nucleari, sta preparando un attacco militare contro l’Iran che potrebbe avere effetti devastanti.

In questo contesto assume un particolare e inquietante rilievo anche la dichiarazione rilasciata a Istanbul dall'attuale ministro degli Esteri, Giulio Terzi, in un incontro con il suo omologo turco Davudoglu, in merito agli sviluppi della situazione in Siria (http://ansamed.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2011/11/25/visualizza_new.html_14007175.html). E' una dichiarazione improntata al rigido allineamento alle posizioni più oltranziste dello schieramento atlantista, che sta premendo sulla “comunità internazionale” per ripetere in Siria lo stesso identico copione che ha portato allo scatenamento della guerra della coalizione occidentale contro la Libia, con lo strascico di morte e di devastazione che l'ha caratterizzata.
Nel ribadire il proprio impegno a sostenere completamente le “forze democratiche” della Siria e l' “opposizione organizzata” - significativamente nel giorno stesso in cui la Turchia, spalleggiata dalle monarchie del Golfo, lancia il suo “ultimatum” alla Siria – il ministro Terzi esprime alcune considerazioni che mettono in rilievo la sua rigida adesione a tutti i postulati ideologici che hanno giustificato, in nome dell'intervento umanitario, la precedente operazione contro la Libia. 

Innanzitutto, Terzi richiama alla “responsabilità di proteggere tutte le popolazioni inermi”. Per chi non l'avesse notato o se lo fosse dimenticato, è esattamente la stessa formulazione che 70 rappresentanti di una rete di ONG (tra cui alcuni italiani, in particolare del Partito Radicale) organicamente in rapporti con lo statunitense National Endowment for Democracy (NED), impegnato nelle attività di sovversione nei paesi che non si rassegnano all'ordine di Washington, avevano utilizzato nella lettera inviata al Segretario Generale dell'ONU e che ha costituito la base della risoluzione 1977 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che ha dato il via libera allo scatenamento dell'aggressione alla Libia (http://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/120-la-libia-e-la-grande-menzogna.html). 

Come se non bastasse, lasciata da parte ogni prudenza diplomatica, il nuovo ministro degli Esteri, esprimendo il suo “disappunto”, se la prende con quei paesi che in sede ONU con le loro “resistenze” hanno impedito l'attuazione delle delibere presentate dalle potenze occidentali. E' evidente come i primi destinatari del “disappunto”siano la Cina e, in particolare, la Russia che in questo momento appare attivamente impegnata nel sostegno alla difesa della Siria dalla minaccia incombente di aggressione esterna (http://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/433-la-russia-si-impegna-nella-difesa-militare-della-siria-dalla-sempre-piu-probabile-aggressione-della-nato.html). 

In ultima analisi, le prime mosse dei due ministri sembrano rispondere pienamente a quanto ci è capitato di leggere in una fonte non certo sospettabile di indulgenza nei confronti di illazioni ispirate alle tesi del “complotto internazionale” come il Sole 24 Ore: “Secondo indiscrezioni l'incarico all'ammiraglio Di Paola, così come quello dell'ambasciatore Terzi alla Farnesina, è stato caldeggiato da Washington grazie agli stretti rapporti che intercorrono tra il Quirinale e la Casa Bianca, consolidatisi durante il conflitto libico e confermati anche nei giorni scorsi da colloqui telefonici tra Napolitano e Obama.” (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-17/paola-ammiraglio-ministro-dovra-153146.shtml?uuid=AaYPJNME). Indiscrezioni che indicano eloquentemente qual è il ruolo svolto dal presidente della Repubblica nell'allineamento dell'Italia alle posizioni filo-atlantiste, anche nella loro versione più oltranzista. 

Se queste dichiarazioni di intenti non dovessero trovare opposizione nello schieramento eterogeneo che sostiene il nostro governo, se ne potrebbe trarre l'impressione che l'entrata del nostro paese in una nuova operazione di guerra della NATO, che diversi analisti danno per molto probabile, non incontrerebbe neppure le iniziali resistenze che si avvertirono, da parte italiana, all'inizio della guerra in Libia. E, sapendo bene come l'ideologia “interventista umanitaria” permei gran parte dello schieramento di centro-sinistra, non è certo il caso di nutrire soverchie illusioni. 

Del resto, anche tra ciò che resta in piedi del movimento pacifista italiano, non sembra francamente che venga avvertito il pericolo incombente di un nuovo coinvolgimento dell'Italia in una nuova avventura militare (questa volta con seri rischi di confronto tra le grandi potenze). Basta dare uno sguardo ai siti web di alcune organizzazioni “pacifiste”, per verificare la quasi completa assenza di riferimenti agli sviluppi della politica estera italiana nel pericoloso scacchiere mediorientale. Figuriamoci se possiamo attenderci mobilitazioni. 

Spesso, anche tra questi settori, si preferisce dare spazio alle “ragioni umanitarie” dell'opposizione siriana sostenuta apertamente dall'Occidente, invitandola a marce e convegni o partecipando a presidi davanti all'ambasciata di Damasco. Esattamente come, prima dell'attacco alla Libia, si era preferito aderire alle iniziative dei “ribelli” di Bengasi, unendo, in un connubio innaturale, le bandiere rosse a quelle dei monarchici senussiti. 

E' con questo contesto di difficoltà nella mobilitazione del “popolo della pace” che devono fare i conti i comunisti italiani, la Federazione della Sinistra, le forze che fanno della lotta per la pace, per l'autodeterminazione dei popoli e contro l'imperialismo ragione essenziale della loro esistenza. A queste forze spetta il difficile compito di unirsi anche nel nostro paese allo sforzo che paesi e popoli in altre parti del mondo stanno sostenendo per sventare la minaccia imperialista alla Siria e alle altre nazioni che non intendono cedere ai ricatti dell'impero.

 

www.paneacqua.eu 27 novembre 2011

   

 

Monti chiude l'intera squadra

 

di Red



Monti chiude l'intera squadraSullo sfondo dei frenetici contatti in corso tra le due sponde dell'Atlantico (Obama ha ricevuto Barroso e van Rompuy), Mario Monti completa la sua squadra di governo. Con qualche difficoltà maggiore del previsto, a testimonianza che l'influenza dei partiti sull'esecutivo è dura a morire, al di là delle dichiarazioni di circostanza.
Ma il premier, in vista dell'Ecofin e soprattutto del vertice Ue del 9 dicembre che dovrebbe rappresentare lo snodo cruciale della controffensiva europea, ha comunque compiuto qualche passo avanti. La Camera sta per approvare l'inserimento della 'regola aurea' del pareggio di bilancio in Costituzione (passo molto atteso dall'Europa e dai mercati come prova della credibilità italiana) e il programma di risanamento è quasi pronto e dovrebbe essere varato dal Consiglio dei ministri del 5 dicembre.
Anche oggi, Monti è salito al colle per informare preventivamente il capo dello Stato sul completamento della squadra di governo. La nuova strategia del presidente del Consiglio è ormai chiara: informare passo passo il Quirinale delle principali decisioni dell'esecutivo. Una ritrovata consuetudine, non un obbligo, che negli ultimi anni si era persa, delegata soprattutto alla figura del sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Comunque, da stasera, la squadra di governo sembra finalmente completa. Filippo Patroni Griffi è il nuovo ministro per la Funzione Pubblica, il diciottesimo del team governativo del premier Mario Monti.
Nato a Napoli il 27 agosto 1955, consigliere di Stato, ha svolto le funzioni nelle sezioni sia giurisdizionali che consultive ed è stato componente dell'Adunanza plenaria. È stato Capo dell'Ufficio legislativo dei ministri per la Funzione Pubblica Cassese, Frattini, Motzo e Bassanini. Capo di Gabinetto del ministro per le Riforme Istituzionali Amato, nell'ultimo Governo Prodi è stato Capo del Dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio.

Sono tre i nuovi vice ministri: Vittorio Grilli all'Economia, Michael Martone al Lavoro, e Mario Ciaccia alle Infrastutture.A testimonianza che anche nell'etica pubblica qualcosa sta cambiando da oggi non c'è solo il premier Monti che viaggia in treno ma anche il vice-ministro del Tesoro, Vittorio Grilli. Attuale direttore generale del Tesoro e nominato dal Cdm viceministro all'Economia rinuncerà al 70% dello stipendio. Sarà infatti in aspettativa come dg e percepirà solo lo stipendio da viceministro.

Ai rapporti con il Parlamento i sottosegretari sono Giampaolo D'Andrea e Antonio Malaschini. All'editoria Carlo Malinconico, all'Informazione e comunicazione Paolo Peluffo, agli Affari Esteri Marta Dassù e Staffan de Mistura, all'Interno Carlo de Stefano, Giovanni Ferrara e Saverio Ruperto.

I sottosegretari alla Giustizia saranno in due: Salvatore Mazzamuto e Andrea Zoppini, alla Difesa Filippo Milone e Gianluigi Magri, all'Economia Vieri Ceriani e Gianfranco Polillo.

Allo sviluppo Economico: Claudio De Vincenti e Massimo Vari, alle Politiche Agricole Franco Braga, all'Ambiente Tullio Fanelli, alle Infrastrutture Guido Improta .
Cecilia Guerra sottosegretario al lavoro. Alla Salute Adelfio Elio Cardinale, all' Istruzione Elena Ugolini e Marco Rossi Doria. Infine ai Beni Culturali Roberto Cecchi.


 

 

www.ilmanifesto.it 22 novembre 2011

   

 

Ripartiamo dal "No" a Monti

di Giorgio Cremaschi

cremaschiMi dispiace tanto, ma questa volta non sono proprio d'accordo con il mio amico Marco Revelli. Io non bacio il rospo e mi preparo a fare tutto quel che mi è possibile per mandarlo via. Confesso che non sono sceso in piazza con la bandiera tricolore per festeggiare la caduta di Berlusconi. Ho passato questi ultimi 17 anni a combattere Berlusconi, la sua cultura, le sue prepotenze. Prima ho fatto lo stesso con il suo maestro Craxi. Eppure la sera del 12 novembre non l'ho sentita come una liberazione. I paragoni storici che si stanno facendo mi paiono fuorvianti. Come Revelli non vedo nessun 25 aprile in atto. Non mi risulta che il governo di allora fosse di larghe intese tra Cln e Repubblica sociale. Ma non vedo nemmeno un chiaro 25 luglio, se non per l'annuncio del governo Badoglio: «La guerra continua». Se proprio si deve ricorrere ai paragoni storici, bisogna tornare all'Europa del 1914. Al suicidio di un continente nel nome della guerra e del nazionalismo, e alla corrispondente dissoluzione di gran parte della sinistra socialdemocratica e dei sindacati. Oggi per fortuna non siamo a quel punto, ma è sicuramente in atto un suicidio e una dissoluzione dell'Europa e della sinistra in essa. La guerra del debito, scatenata in tutto il continente, sta mettendo in crisi democrazia e conquiste sociali. Tutti i governi europei sono soggetti alle stesse scelte e agli stessi indirizzi economici. Poi, benignamente, questa tirannia finanziaria ci concede la facoltà di accettarla. Ma non si può dire di no. A me tutto è più chiaro da quando Marchionne disse agli operai di Pomigliano che se volevano lavorare, nell'epoca della globalizzazione, dovevano rinunciare a tutti i loro diritti. E aggiunse che potevano solo votare sì al referendum sul suo diktat, perché il no avrebbe comportato la distruzione dell'azienda. Marchionne, fino a poco tempo prima incensato come borghese illuminato, così come oggi Monti, ottenne il consenso pressoché unanime del parlamento italiano. Il governo Monti è espressione diretta del grande capitale italiano e internazionale, con suoi intellettuali organici di valore. È la prima volta che questo avviene nella storia della nostra repubblica ed è sicuramente un segno della crisi totale della classe politica. In questi venti anni il padronato italiano ha alternato politiche di rottura populista e politiche di concertazione democratica. L'obiettivo era sempre lo stesso: contenere il salario ed estendere flessibilità e precarietà, allargare la sfera del profitto con le privatizzazioni. Quando le condizioni lo permettevano e si sentiva particolarmente forte, il padronato italiano ricorreva a Berlusconi e alla destra. Se la risposta sociale e politica cresceva, allora si tornava alla concertazione. Quest'ultima ammorbidiva le scelte, le rallentava, ma non ne fermava la direzione di fondo. La novità è che oggi il sistema economico dominante salta qualsiasi mediazione politica, non si fida più non solo di Berlusconi, ma anche dell'opposizione e decide di agire in proprio. Altro che governo tecnico, questo è uno dei più politici e ideologici tra i governi della repubblica. È il governo che più nettamente sposa l'ideologia neoliberale. La crisi economica mondiale ha travolto la ridicola classe politica italiana. Sarà un puro caso, ma tutti i paesi piigs sono stati posti rapidamente sotto controllo. Se si fossero messi assieme, se avessero fatto una comune politica del debito, come i paesi dell'America Latina, banche tedesche e Fmi sarebbero dovuti venire a patti. Anche a me fa piacere la sobrietà e lo stile del nuovo governo, contrapposto ai nani e alle ballerine, ai bordelli, alle barzellette che facevano piangere, al degrado culturale e civile che ispirava quello precedente. Tuttavia la mia esperienza sindacale mi ha insegnato che il padrone per bene può farti molto più male del padrone sfacciato e impresentabile. Questo governo ha un mandato chiaro, quello della Bce. È il mandato di quel capitalismo internazionale che pensa di affrontare la sua stessa crisi con riforme neoliberali, come negli ultimi trent'anni. Con la solita ipocrisia dell'equità e del rigore si mettono in discussione ancora una volta le pensioni dei lavoratori, la tutela contro i licenziamenti, i contratti, i diritti punto e basta. Si risponde al referendum sull'acqua con le privatizzazioni e si annuncia quella mostruosità giuridica ed economica del pareggio di bilancio in Costituzione. Si risponde agli studenti in sciopero esaltando la riforma Gelmini. Sì, certo, la sobrietà del governo produrrà dei contentini. Un po' di privilegi di casta politica verranno tagliati, ma solo per giustificare i sacrifici sociali. Si annuncia che non ci sarà massacro sociale. Ma questo è già in atto. Sono la crisi e la recessione che stanno producendo una drammatica selezione sociale. Il governo può anche non volere il massacro, ma se opera con riforme neoliberali lo agevola e lo accresce. È la ricetta neoliberista che è destinata a fallire. Perché non si riuscirà, per quanti sacrifici si impongano, a far ripartire il meccanismo della globalizzazione. Per questo sarebbe necessario prendere atto della crisi di sistema, cosa che Monti nella sua relazione programmatica si è ben guardato dal fare. E costruire una vera alternativa. Il debito non può essere pagato da un'economia in recessione, pretendere di farlo a tutti i costi significa aggravare la recessione e appesantire il debito. È successo alla Grecia e succederà all'Italia, nonostante la professionalità di Monti. Bisogna partire dall'opposizione al nuovo governo per costruire un'alternativa economica, sociale e politica al programma della Bce e del capitalismo internazionale. Sarà dura, ma si riparte dal no a questo governo.

 

www.ilmanifesto.it 20 novembre 2011

   

 

Il governo del lord protettore

 

di Franco Russo

napolitano01-w350Che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sia persona di cultura, di sagacia politica, convinto sostenitore dell’Ue fin dagli anni ’60, è fuori discussione. Così come fuori discussione è la sua probità. Non si tratta della persona ‘Napolitano’, si tratta del ruolo e dei connotati che la figura del Presidente della Repubblica è andata assumendo nel corso di questi tempi. Il governo Monti non è solo un governo del Presidente che, in una fase di crisi, va in Parlamento per ‘cercare una maggioranza’. Il governo Monti nasce sotto l’alto protettorato del Presidente della Repubblica. È grazie al Lord Protettore della democrazia italiana che si è coagulato il consenso della stragrande maggioranza del Parlamento, sulla base del sostegno delle organizzazioni sociali – dai sindacati alla Confindustria – costruito grazie alla collaborazione dei poteri forti della Confindustria, delle banche e della Chiesa del cardinal Bertone, che ha ora benedetto ‘la bella squadra’ di governo. A Todi il 17 ottobre, le organizzazioni cattoliche, agendo da braccio secolare della Chiesa, hanno costruito il governo Monti. Non a caso tre nuovi ministri – Passera, Riccardi e Ornaghi – sono stati lì protagonisti.


Il Presidente della Repubblica non è stato un ‘risolutore della crisi’, è divenuto un ‘reggitore dello Stato in un periodo di crisi’, per riprendere le espressioni di Carlo Esposito. Se dovessi trovare un riferimento istituzionale, direi che siamo dinnanzi a un semipresidenzialismo francese, dove il presidente regge lo Stato tramite il suo governo. La maggioranza di ‘impegno nazionale’, a differenza della Francia, non è il risultato delle urne ma dei diktat dei mercati finanziari. Questo ruolo di ‘reggitore dello Stato’ si era già manifestato durante il conflitto in Libia quando il deciso intervento del Presidente Napolitano, titolare del ‘comando delle Forze armate’, assicurò l’operativo sostegno dell’Italia all’Alleanza atlantica.


La crisi finanziaria, che coinvolge banche private e ‘debito sovrano’, ha comportato un accentramento della governance politica dell’Ue determinando un ulteriore slittamento della sovranità nel circuito istituzionale formato da Consiglio europeo, Commissione, Ecofin, Eurogruppo e vertice euro. Il suo fine è di imporre, tramite le procedure del ‘semestre europeo’, una rigida disciplina fiscale in ogni Stato membro. Le tre famose lettere tra governo italiano e Ue hanno dettato le scelte di politica economica e sociale: i governi, di qualsiasi colore siano, non possono che eseguire.


La Presidenza della Repubblica, di fronte alla sfiducia degli investitori verso l’Italia, è divenuta organo di garanzia di ‘ultima istanza’ del debito sovrano. A Bruges, il 26 ottobre, mentre si svolgeva il Vertice euro, il Presidente Napolitano ha espresso approvazione piena delle ‘rilevanti innovazioni’ del ‘semestre europeo’ e del contributo della Bce nella gestione della crisi del debito pubblico, facendosi convinto sostenitore dell’esecuzione puntuale delle richieste dell’Ue all’Italia. A Bruges è stata espressa la linea che ha poi guidato il Presidente nella soluzione della crisi di governo: «Nessuna forza politica italiana può continuare a governare, o può candidarsi a governare, senza mostrarsi consapevole delle decisioni, anche impopolari, da prendere ora nell’interesse nazionale e nell’interesse europeo», dunque le misure dell’Ue vanno accettate e attuate senza tentennamenti. Si deve agire in questo modo perché stanno avvenendo «trasferimenti di sovranità … a livello europeo».

Il Presidente Napolitano ha individuato nel Patto euro plus uno scavalcamento della «rigida parete divisoria che si volle sancire nel vigente Trattato a protezione delle competenze degli Stati nazionali, contro una progressiva estensione di quelle dell’Unione». I governi in Italia, come negli altri paesi membri, devono muoversi, secondo il Presidente Napolitano, entro i rigidi binari politici tracciati dall’Ue. Il governo Monti è il frutto di questa visione: è un governo commissario dell’Ue, sotto la protezione del Presidente, gestito da esponenti delle banche e della Chiesa, il cui intreccio va molto più in là dell’incontro di Todi.

 

 

www.paneacqua.eu 12 novembre 2011

   

 

 di  John Weeks*,  

   


LUltime notizie: la crisi italiana � colpa della classe operaiaa prima cosa da notare è che Mr. Inman ha fatto intorno all'Italia una scoperta davvero straordinaria, qualcosa di unico nel mondo capitalistico: negli ultimi dieci anni gli operai "hanno pagato se stessi", invece che essere pagati dal padrone come in tutti gli altri posti.
Anche comunque mettendo da parte questa rivoluzionaria modalità di retribuzione, il messaggio è chiaro.
Noi abbiamo sempre pensato che i problemi economici italiani dipendessero da: 1) un Primo Ministro irresponsabile, sottoposto a procedimenti penali; 2) un sistema fiscale corrotto per cui i ricchi pagano le tasse che gli pare; 3) un sistema politico decisamente spostato a destra grazie al potere di neo-fascisti, riccastri e bande criminali (gli "amici degli amici" che controllano la Sicilia); 4) banche in cui il riciclaggio di denaro è prassi corrente; 5) la perenne debolezza della sinistra, con tutto quello che ne consegue.

Ebbene se abbiamo pensato così abbiamo sbagliato tutto. L'Italia è in crisi per una ingorda, pigra e superpagata classe operaia, con l'aggravante che gli stipendi che riesce a darsi da sola mal si conciliano con le possibilità del Paese (e con la sua permanenza nella UE). Di fronte ad un comportamento così irresponsabile da parte della classe operaia, uno si aspetterebbe che le statistiche rilevino negli ultimi dieci anni un incremento dei salari più veloce e superiore rispetto a quelli della Germania, regno del lavoro duro e disciplinato.

Ma purtroppo le statistiche smentiscono. Nel 1997 i costi per unità di lavoro in Italia erano circa l'80% di quelli tedeschi, ebbene dieci anni dopo erano rimasti allo stesso livello. Se fra i tardi anni ‘90 e i primi 2000 in verità il differenziale diminuì, presto tornò però a collocarsi oltre l'80%.
Né il fatto che gli italiani fossero pagati meno significava che lavorassero meno. Le statistiche infatti smentiscono di nuovo, Eurostat (il database della UE) infatti dimostra che nel 2009-2011 i pigri italiani in condizione di pieno impiego hanno lavorato 38 ore a settimana, contro le 35,7 degli industriosi tedeschi.

Dato questo quadro uno si domanda: come è possibile che un giornalista su un rispettabile giornale di centro-sinistra possa ricorrere ad un argomento tanto sfacciatamente falso? Per certi versi si può spiegare con il peso di stereotipi nazionali: i nord-europei sono disciplinati e industriosi, mentre al sud peccano di etica del lavoro e preferiscono passare al bar il tempo che dovrebbero lavorare. Qualcosa di simile fu detto l'anno scorso per i lavoratori greci che invece, come i dirimpettai italiani, lavorano di più e sono pagati di meno che in Germania (sempre dati Eurostat).

Ma in verità non è solo questione di pregiudizi. I problemi dell'euro, compresa la crisi del debito italiano, sono diretta conseguenza della crisi finanziaria internazionale del 2007-2008. Crisi che è dipesa dal comportamento spericolato di istituzioni finanziarie private negli Stati Uniti, dopo tre decenni di irresponsabile deregulation da parte dei governi tanto Repubblicani che Democratici. In altre parole i problemi del debito italiano risultano dai comportamenti delle banche e dal fallimento dei leaders europei nel fare il loro lavoro di controllo di quei comportamenti. L'ovvio rimedio è dunque un più stretto controllo del settore finanziario privato e l'imposizione di una disciplina che ne limiti la potenza.

Per scongiurare questa ovvia soluzione le banche e i loro simpatizzanti nei vari governi, insieme ai media e ad ambienti accademici, promuovono una narrazione alternativa: i problemi che ci troviamo ad affrontare dipendono da lavoratori irresponsabili e pigri, che sono pagati troppo per lavorare poco. Soluzione: tagliare salari e benefits e con il ‘risparmio' pagare gli interessi ai banchieri.
Ora questa è una narrazione potenzialmente vincente in quanto implica la possibilità di convincere il 99%, come li chiamano gli occupanti di Wall Street, a rinunciare ad ogni forma di solidarietà fra i ceti più disagiati. Il messaggio è infatti: la sorgente della crisi di debito è il popolo greco, non le banche. Una posizione particolarmente forte in Germania dove il governo tende ad rassicurare la classe operaia e i ceti medi che non dilapiderà i loro sudati redditi a favore della pigra Grecia (e Italia, Spagna, Irlanda, ecc.).

Una meno volgare ma più insidiosa versione di questa ideologia può essere rinvenuta in un articolo dell'8 novembre sul "New York Times" (Nella tempesta. In Grecia ed Italia la crisi precipita) dove si legge: "In Italia e Grecia non è solo l'economia ad essere in travaglio, ma anche la capacità del governo democratico di fare scelte altamente impopolari". È vero il contrario: difficile è per un governo democratico fare scelte popolari, come si è visto con la subito ritirata proposta di fare un referendum in Grecia o con la scomparsa della proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie in Italia o di qualunque altra che facesse pagare per i debiti causati dall'irresponsabilità della finanza privata e delle banche. Il punto è che gli interessi finanziari hanno la forza per far sì che misure radicali di austerità possano essere contemplate, ma mai ai propri danni.

L'austerità e la cosiddetta riforma del mercato del lavoro presuppone a sua volta una falsa narrazione che infanga le vittime e premia i colpevoli. Noi, il 99% degli Europei, dobbiamo promuovere una narrazione vera, che dia le sue colpe al sistema bancario e promuova la solidarietà fra le classi contro di esso. Una narrazione vera è in effetti in grado di favorire una soluzione adeguata all'onere del debito per i paesi europei, che non preveda i soliti salvataggi a spese dei contribuenti (bailouts). La soluzione è dunque in uno stretto controllo di banche e finanza, forse arrivando sino a prevedere un sistema di emergenza per una supervisione pubblica del sistema, capace di anticipare la fondamentale riforma dell'intero comparto finanziario. Pessime politiche americane ed europee hanno devastato il sistema finanziario, il 99% deve trovare la forza politica per riformarlo.
A riformulare la domanda del "New York Times", potrebbe chiedersi: i governi democratici sono disposti ad implementare politiche a favore dell'1% o del 99%?

* Economista e professore emerito dell'Università di Londra. Fonte: "Social Europe Journal" dell'10 novembre 2011; traduzione dall'inglese di Fabio Vander.
 


 

www.paneacqua.eu 9 novembre 2011

   


 

Napolitano: a breve nuovo governo o urne

 di Ida Rotano

"Entro breve tempo o si formerà un nuovo governo che possa con la fiducia del Parlamento prendere ogni ulteriore necessaria decisione o si scioglierà il Parlamento per dare subito inizio a una campagna elettorale da svolgere entro i tempi più ristretti". E' quanto afferma in una nota il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il livello di allarme sullo spread si fa sempre più serrato e il Presidente della Repubblica anticipa che nella crisi il suo sarà un ruolo di "arbitro" che gestirà la situazione "con responsabilità".
E, per "fugare ogni equivoco o incomprensione", "di fronte alla pressione dei mercati finanziari sui titoli del debito pubblico italiano, che ha oggi toccato livelli allarmanti", Napolitano puntualizza: "Non esiste alcuna incertezza sulla scelta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di rassegnare le dimissioni del governo da lui presieduto. Tale decisione diverrà operativa con l'approvazione in Parlamento della legge di stabilità per il 2012" e aggiunge che "sulla base di accordi tra i presidenti del Senato e della Camera e i gruppi parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione, la legge sarà approvata nel giro di alcuni giorni".
Giorgio Napolitano segna la gravità del momento e scandisce che "abbiamo bisogno di decisioni presto, e via via nei prossimi anni, che diano il senso di una rinnovata responsabilità e coesione nazionale".

Le parole del Capo dello Stato arrivano dopo quelle di Silvio Berlusconi che, proseguendo nell'offensiva mediatica lanciata dopo il voto di ieri alla Camera, spiega di vedere solo il voto dopo le sue dimissioni, agganciate all'iter della legge di Stabilità, e ora subordina alla candidatura di Angelino Alfano a Palazzo Chigi, ma anche il proprio personale ruolo, alla decisione degli iscritti al Pdl. Una sorta di annuncio di primarie.

Proprio sui tempi della legge di Stabilità, cioè della vecchia Finanziaria, si gioca la partita tra maggioranza e opposizione che chiede tempi rapidi e un'accelerazione che conduca già lunedì, come dice Enrico Letta, a "un nuovo governo di unità nazionale". "I tempi si stanno stringendo drammaticamente", rincara Pier Luigi Bersani al termine della riunione del gruppo Democratico alla Camera: "Siamo pronti a ogni soluzione che consenta un'accelerazione seria dei tempi".

E mentre al Senato le opposizioni danno battaglia proprio sui tempi della presentazione del provvedimento, ritenendo "gravissima" un'eventuale convocazione dell'Aula per martedì prossimo, gli emendamenti del governo sono stati oggetto del vertice che ha portato al Quirinale il ministro dell'Economia e Gianni Letta.

Di dimissioni dopo il disco verde di Senato e Camera alla legge di Stabilità, come "gesto di responsabilità nei confronti del paese, per evitare che la diserzione di pochi irresponsabili possa danneggiare l'Italia in modo irreparabile, in un momento di crisi mondiale, con la speculazione che ha preso di mira l'Italia per l'alto debito pubblico ereditato dai governi del compromesso storico", parla allora Silvio Berlusconi. "Vado avanti fino all'approvazione di queste riforme - aggiunge - perché più di ogni altra cosa io amo il mio Paese e sento di assolvere nel modo più utile all'Italia il mandato che mi è stato affidato con il voto".
"Lunedì ci sarà ancora in carica il governo attuale", pronostica Fabrizio Cicchitto mentre Antonio
Di Pietro continua a distinguersi dall'opposizione pronta a un rapido via libera alla Stabilità per arrivare allo show down su Palazzo Chigi: "Una coltellata resta una coltellata anche se cambia premier, noi diciamo no alla macelleria sociale", avverte.

Gli ispettori della Ue sono intanto a Roma per la prima missione ufficiale per monitorare l'adozione delle misure anti-crisi sulle quali il governo si è impegnato. Bruxelles ha dato tempo fino a venerdì per rispondere al questionario dettagliatissimo di 39 punti sugli interventi promessi. Gli ispettori visiteranno in questi due giorni i vari ministeri e le amministrazioni pubbliche per redigere un rapporto che prima sarà sottoposto all'Eurogruppo e poi sarà presentato ai giornalisti dal commissario agli Affari economici e monetari, Olli Rehn.

Si attende infine in Senato il maxiemendamento al ddl stabilità, che contiene le risposte dell'Italia alla Ue. La sua presentazione era prevista per stamattina, ma slitta al pomeriggio per le limature finali: stamane il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha illustrato il contenuto al Capo dello Stato. Si punta all'approvazione definitiva del provvedimento in Senato e alla Camera entro il fine settimana, così da arrivare a lunedì, alla riapertura delle borse, con il provvedimento già approvato.

Torna in auge l'ipotesi Monti. La pressione dei mercati, la necessità di accelerare sul ddl stabilità, l'obbligo per arginare l'emergenza di valutare tutti gli scenari, a partire dal via libera a un nuovo esecutivo. Riprende quota, in queste ore, l'ipotesi che al passo indietro di Silvio Berlusconi segua un governo guidato da Mario Monti. Riferiscono fonti di governo che stamattina fra il Colle e i vertici politico-istituzionali del centrodestra, da Letta a Schifani, siano intercorsi contatti per valutare gli scenari, a partire da un esecutivo Monti. Un governo che avrebbe il consenso dell'Udc e del Pd, che non sarebbe sgradito al Quirinale e che potrebbe essere sostenuto in Parlamento da sempre più parlamentari, almeno stando alle dichiarazioni pubbliche e agli incontri privati delle ultime ore. Ma che per nascere avrebbe necessità del sostegno di una parte crescente della maggioranza. Un'opzione verso la quale la Lega, pur non volendo entrare a farne parte, non si metterebbe di traverso, anche perchè si sta prendendo atto che l'ipotesi Alfano sta ormai tramontando. Ecco allora che circola la voce di una nuova presa di posizione pubblica del Carroccio - attraverso un big - che potrebbe "sfidare" chi ha in mente un governo tecnico a farsi avanti e verificare al più presto la fattibilità.

Nessuna risposta sarebbe arrivata per ora da Berlusconi, che comunque mai fino a oggi ha giudicato positivamente questa soluzione. E se le Camere si attrezzano per accelerare sul ddl stabilità, è chiaro che fin dai prossimi giorni (lunedì al massimo) le forze politiche dovranno uscire allo scoperto. Il Pdl valuterà questa e altre ipotesi con ogni probabilità già stasera in un nuovo vertice, forse allargato agli alleati leghisti.
Diverse fonti di maggioranza raccontano che una parte consistente del gruppo della Camera, soprattutto di estrazione ex FI, starebbe consigliando al premier di accettare la soluzione Monti.
Alcune resistenze verrebbero invece da una parte della componente ex An e da altri settori azzurri, anche se la discussione è in corso e già da stasera le posizioni potrebbero emergere con maggiore chiarezza.
A quanto si apprende da fonti della presidenza della Camera, Gianfranco Fini proporrà alla capigruppo, convocata oggi alle 18, di approvare il ddl stabilità entro la giornata di domenica, per arrivare lunedì alla riapertura dei mercati con i provvedimenti già varati.

www.italiaoggi.it 4 novembre 2011

   

 

Vendola fa il geloso

 

A rischio il patto di non belligeranza con Idv e Bersani
 
Pronto il veto al comunista Diliberto
 
 di Antonio Calitri  

 

Oliviero Diliberto prova ad avvicinarsi al Partito democratico, offrendo un patto di responsabilità senza se e senza ma. Ma trova il veto di Nichi Vendola che lo respinge fuori dell'alleanza Pd, Sel, Idv, così da poter ergersi a rappresentante di tutta quell'area che sta a sinistra di Pier Luigi Bersani e non dividere l'eventuale premio di maggioranza con altri.

I nuovi problemi intorno alla possibile alleanza elettorale continuano a spuntare come funghi sulla strada del segretario del Partito democratico. Bersani da un lato affronta l'ipotesi di un possibile governo tecnico e respinge le insidie lanciategli da Matteo Renzi lo scorso week-end, dall'altro lavora per consolidare il nocciolo duro della nuova alleanza elettorale. Strizza agli unici di cui si può fidare perché consapevoli che senza di lui rischierebbero di essere emarginati: Italia dei valori e Sinistra ecologia e libertà. Nel week end appena trascorso, a Rimini si è svolto il congresso dei comunisti italiani; una scelta non troppo fortunata vista la concomitanza con la Leopolda fiorentina e la riunione dei giovani del Sud del Partito democratico a Napoli. Nonostante la concomitanza di manifestazioni, l'evento è riuscito a ottenere un po' di spazio su stampa e tv anche grazie alla partecipazione e alle dichiarazioni «partigiane» del procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia. Attenzione mediatica dedicata alle critiche per la partecipazione del magistrato, ma comunque vitale la piccola formazione dei comunisti italiani. Il messaggio più importante del congresso, comunque, è stato quello della richiesta di apparentamento con il Pd e l'ingresso nella nuova coalizione elettorale in cambio della garanzia di fedeltà al programma e alla maggioranza di centrosinistra. Una proposta che non farebbe una piega. Dopo la traversata nel deserto di questi anni di vita politica extraparlamentare, di sacrifici e visibilità ridotta al lumicino, Diliberto pur di portare i comunisti di nuovo in parlamento e di battere Silvio Berlusconi (se si dovesse ripresentare) e il berlusconismo, manda a dire a Bersani che, negoziando un accordo su tre punti come lavoro, scuola pubblica e fisco, garantisce «appoggio al governo per cinque anni», «non si discute». Partendo da quel 2,7%, conquistato dalla federazione della sinistra insieme com rifondazione comunista di Paolo Ferrero, delle ultime elezioni amministrative (piuttosto che dai più recenti sondaggi) Diliberto fa notare che senza apparentamento resterebbero fuori dal Parlamento, con l'apparentamento al Pd conquisterebbero 21 parlamentari, 10 dei quali per i comunisti italiani. Un discorso che non farebbe una piega (anche se il segretario di rifondazione non ne è convinto) e che Bersani, nonostante il caos di questi giorni sta prendendo in considerazione. Cosa della quale è venuto a conoscenza anche il governatore pugliese, che ha posto subito il veto al segretario del Pd. E così ha puntato l'indice contro il suo arcinemico Ferrero e spiegato a Bersani (sembra in una telefonata molto accesa) che, in caso di apertura a sinistra, salterebbero tutti gli accordi stretti tra i due, compreso quello di Vasto e anche l'eventuale rinuncia a partecipare alle primarie. Tutto perché adesso l'obiettivo di Vendola è quello di ottenere il copyright su tutta l'area che sta a sinistra del Pd.