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Novembre 2011
www.marx21.it
27 novembre 2011
di Mauro Gemma - Direzione
nazionale PdCI
Mentre
sulle
misure
di
carattere
economico
e
sociale
del
governo
Monti,
impegnato
nelle
faticose
trattative
per
la
nomina
dei
sottosegretari,
continua
a
regnare
il
più
assoluto
riserbo
e
l'unica
cosa
certa
sembrano
essere
le
assicurazioni
che
Monti
ha
dato
ai
suoi
interlocutori
europei
circa
l'intenzione
di
rispettare
le
disposizioni
contenute
nella
lettera
inviata
dalla
BCE
al
governo
italiano
lo
scorso
5
agosto,
gli
unici
ministeri
che
sembrano
muoversi
con
le
idee
chiare
e
con
intenzioni
che
difficilmente
si
prestano
a
molte
interpretazioni,
sono
quelli
incaricati
alla
Difesa
e
agli
Esteri.
Ha
cominciato,
immediatamente
dopo
il
suo
insediamento,
il
neo-ministro
della
Difesa
Giampaolo
Di
Paola
con
una
dichiarazione
dal
carattere
perentorio,
che
non
lascia
alcun
dubbio
sulla
sua
volontà
(evidentemente
condivisa
dal
resto
della
compagine
ministeriale)
di
dare
continuità,
rafforzandoli,
ai
legami
di
fedeltà
alla
NATO,
e di
allineare
senza
tentennamenti
il
nostro
paese
a
quel
“nuovo
concetto
strategico”
dell'alleanza
militare
occidentale,
che
è
stato
definito
nel
corso
degli
ultimi
vertici
politici
e
militari
della
NATO
e
che
estende
il
raggio
d'azione
di
questo
blocco
a
tutti
gli
angoli
del
nostro
pianeta,
sancendo,
in
una
sorta
di
“carta
dei
principi”,
una
pratica
di
politiche
di
aggressione
e
violazione
della
sovranità
e
dell'autodeterminazione
in
atto
ormai
dai
tempi
della
caduta
del
“campo
socialista”.
Di
Paola,
tra
gli
esponenti
di
maggior
rilievo
del
quartier
generale
della
NATO,
che
ha
partecipato
attivamente
all'operazione
militare
in
Libia
e la
cui
nomina
ha
interrotto
la
consuetudine
di
affidare
i
dicasteri
militari
a
personale
civile
(se
si
eccettua
la
nomina
del
generale
Corcione
quale
ministro
del
Governo
Dini
tra
il
1995
e il
1996),
ha
voluto
chiarire
fin
dall'inizio
quali
saranno
le
direttrici
del
suo
operato,
con
una
dichiarazione
che
ha
ribadito
la
volontà
del
nuovo
esecutivo
di
adempiere
fino
in
fondo
agli
obblighi
che
legano
il
nostro
paese
ai
suoi
alleati
della
NATO,
facendo
fronte
a
tutti
gli
impegni
che
vincolano
l'Italia
alla
partecipazione
alle
missioni
militari
attuali
e
future.
A
dissipare
ogni
dubbio
sulle
intenzioni
dell'attuale
titolare
della
Difesa,
al
contrario
di
quanto
avveniva
con
le
pasticciate
esternazioni
del
suo
predecessore
che
doveva
fare
i
conti
con
le
contraddizioni
presenti
all'interno
della
sua
coalizione,
la
dichiarazione
di
Di
Paola
non
fa
alcuna
menzione
della
possibilità
di
un
futuro,
almeno
parziale,
disimpegno
da
alcuni
teatri
di
guerra
che
vedono
impegnate
le
nostre
truppe.
E,
del
resto,
la
cosa
non
sembra
aver
suscitato
scandalo
tra
i
sostenitori
di
“centro-sinistra”
del
nuovo
governo.
Così,
la
presa
di
distanze
dagli
impegni
bellici
italiani
che
aveva
caratterizzato,
fino
alla
caduta
di
Berlusconi,
alcuni
dei
componenti
dello
schieramento
di
opposizione
parlamentare
sembra
essere
un
lontano
ricordo.
Nel
frattempo,
dovrebbe
essere
esaminato
in
Commissione
Difesa
della
Camera
l'ultimo
piano
di
spese
militari
per
il
nostro
Paese
di
500
milioni
da
attuare
entro
l'anno,
uno
stanziamento
che
verrebbe
ad
aggiungersi
agli
oltre
20
miliardi
che
il
precedente
governo
aveva
speso
per
l'acquisto
di
armamenti,
con
un
aumento
di 3
miliardi
rispetto
al
2010.
E
tutto
ciò
avviene
nel
quadro
inquietante
che
caratterizza
le
regioni
a
noi
contigue
del
Nord
Africa
e
del
Medio
Oriente,
in
cui
le
cosiddette
“primavere
arabe”
sembrano
non
avere
nemmeno
superato
la
data
di
inizio
dell’equinozio
d'inverno,
mentre
a
Tunisi
il
potere
è
nelle
mani
di
integralisti
islamici
più
o
meno
“moderati”,
al
Cairo
l’esercito
spara
sul
popolo
in
rivolta
e
uccide
peggio
di
un
anno
fa,
la
Libia
è
stata
distrutta
dai
bombardieri
Nato
e
consegnata
nelle
mani
dei
camaleonti
passati
al
servizio
dei
colonialisti
atlantici,
in
Siria
è in
atto
un
tentativo
di
golpe
armato
contro
il
regime
di
Assad
con
modalità
pressoché
identiche
alla
Libia
e
Israele,
dotata
delle
armi
nucleari,
sta
preparando
un
attacco
militare
contro
l’Iran
che
potrebbe
avere
effetti
devastanti.
In
questo
contesto
assume
un
particolare
e
inquietante
rilievo
anche
la
dichiarazione
rilasciata
a
Istanbul
dall'attuale
ministro
degli
Esteri,
Giulio
Terzi,
in
un
incontro
con
il
suo
omologo
turco
Davudoglu,
in
merito
agli
sviluppi
della
situazione
in
Siria
(http://ansamed.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2011/11/25/visualizza_new.html_14007175.html).
E'
una
dichiarazione
improntata
al
rigido
allineamento
alle
posizioni
più
oltranziste
dello
schieramento
atlantista,
che
sta
premendo
sulla
“comunità
internazionale”
per
ripetere
in
Siria
lo
stesso
identico
copione
che
ha
portato
allo
scatenamento
della
guerra
della
coalizione
occidentale
contro
la
Libia,
con
lo
strascico
di
morte
e di
devastazione
che
l'ha
caratterizzata.
Nel
ribadire
il
proprio
impegno
a
sostenere
completamente
le
“forze
democratiche”
della
Siria
e l'
“opposizione
organizzata”
-
significativamente
nel
giorno
stesso
in
cui
la
Turchia,
spalleggiata
dalle
monarchie
del
Golfo,
lancia
il
suo
“ultimatum”
alla
Siria
– il
ministro
Terzi
esprime
alcune
considerazioni
che
mettono
in
rilievo
la
sua
rigida
adesione
a
tutti
i
postulati
ideologici
che
hanno
giustificato,
in
nome
dell'intervento
umanitario,
la
precedente
operazione
contro
la
Libia.
Innanzitutto,
Terzi
richiama
alla
“responsabilità
di
proteggere
tutte
le
popolazioni
inermi”.
Per
chi
non
l'avesse
notato
o se
lo
fosse
dimenticato,
è
esattamente
la
stessa
formulazione
che
70
rappresentanti
di
una
rete
di
ONG
(tra
cui
alcuni
italiani,
in
particolare
del
Partito
Radicale)
organicamente
in
rapporti
con
lo
statunitense
National
Endowment
for
Democracy
(NED),
impegnato
nelle
attività
di
sovversione
nei
paesi
che
non
si
rassegnano
all'ordine
di
Washington,
avevano
utilizzato
nella
lettera
inviata
al
Segretario
Generale
dell'ONU
e
che
ha
costituito
la
base
della
risoluzione
1977
del
Consiglio
di
Sicurezza
dell'ONU
che
ha
dato
il
via
libera
allo
scatenamento
dell'aggressione
alla
Libia
(http://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/120-la-libia-e-la-grande-menzogna.html).
Come
se
non
bastasse,
lasciata
da
parte
ogni
prudenza
diplomatica,
il
nuovo
ministro
degli
Esteri,
esprimendo
il
suo
“disappunto”,
se
la
prende
con
quei
paesi
che
in
sede
ONU
con
le
loro
“resistenze”
hanno
impedito
l'attuazione
delle
delibere
presentate
dalle
potenze
occidentali.
E'
evidente
come
i
primi
destinatari
del
“disappunto”siano
la
Cina
e,
in
particolare,
la
Russia
che
in
questo
momento
appare
attivamente
impegnata
nel
sostegno
alla
difesa
della
Siria
dalla
minaccia
incombente
di
aggressione
esterna
(http://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/433-la-russia-si-impegna-nella-difesa-militare-della-siria-dalla-sempre-piu-probabile-aggressione-della-nato.html).
In
ultima
analisi,
le
prime
mosse
dei
due
ministri
sembrano
rispondere
pienamente
a
quanto
ci è
capitato
di
leggere
in
una
fonte
non
certo
sospettabile
di
indulgenza
nei
confronti
di
illazioni
ispirate
alle
tesi
del
“complotto
internazionale”
come
il
Sole
24
Ore:
“Secondo
indiscrezioni
l'incarico
all'ammiraglio
Di
Paola,
così
come
quello
dell'ambasciatore
Terzi
alla
Farnesina,
è
stato
caldeggiato
da
Washington
grazie
agli
stretti
rapporti
che
intercorrono
tra
il
Quirinale
e la
Casa
Bianca,
consolidatisi
durante
il
conflitto
libico
e
confermati
anche
nei
giorni
scorsi
da
colloqui
telefonici
tra
Napolitano
e
Obama.”
(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-17/paola-ammiraglio-ministro-dovra-153146.shtml?uuid=AaYPJNME).
Indiscrezioni
che
indicano
eloquentemente
qual
è il
ruolo
svolto
dal
presidente
della
Repubblica
nell'allineamento
dell'Italia
alle
posizioni
filo-atlantiste,
anche
nella
loro
versione
più
oltranzista.
Se
queste
dichiarazioni
di
intenti
non
dovessero
trovare
opposizione
nello
schieramento
eterogeneo
che
sostiene
il
nostro
governo,
se
ne
potrebbe
trarre
l'impressione
che
l'entrata
del
nostro
paese
in
una
nuova
operazione
di
guerra
della
NATO,
che
diversi
analisti
danno
per
molto
probabile,
non
incontrerebbe
neppure
le
iniziali
resistenze
che
si
avvertirono,
da
parte
italiana,
all'inizio
della
guerra
in
Libia.
E,
sapendo
bene
come
l'ideologia
“interventista
umanitaria”
permei
gran
parte
dello
schieramento
di
centro-sinistra,
non
è
certo
il
caso
di
nutrire
soverchie
illusioni.
Del
resto,
anche
tra
ciò
che
resta
in
piedi
del
movimento
pacifista
italiano,
non
sembra
francamente
che
venga
avvertito
il
pericolo
incombente
di
un
nuovo
coinvolgimento
dell'Italia
in
una
nuova
avventura
militare
(questa
volta
con
seri
rischi
di
confronto
tra
le
grandi
potenze).
Basta
dare
uno
sguardo
ai
siti
web
di
alcune
organizzazioni
“pacifiste”,
per
verificare
la
quasi
completa
assenza
di
riferimenti
agli
sviluppi
della
politica
estera
italiana
nel
pericoloso
scacchiere
mediorientale.
Figuriamoci
se
possiamo
attenderci
mobilitazioni.
Spesso,
anche
tra
questi
settori,
si
preferisce
dare
spazio
alle
“ragioni
umanitarie”
dell'opposizione
siriana
sostenuta
apertamente
dall'Occidente,
invitandola
a
marce
e
convegni
o
partecipando
a
presidi
davanti
all'ambasciata
di
Damasco.
Esattamente
come,
prima
dell'attacco
alla
Libia,
si
era
preferito
aderire
alle
iniziative
dei
“ribelli”
di
Bengasi,
unendo,
in
un
connubio
innaturale,
le
bandiere
rosse
a
quelle
dei
monarchici
senussiti.
E'
con
questo
contesto
di
difficoltà
nella
mobilitazione
del
“popolo
della
pace”
che
devono
fare
i
conti
i
comunisti
italiani,
la
Federazione
della
Sinistra,
le
forze
che
fanno
della
lotta
per
la
pace,
per
l'autodeterminazione
dei
popoli
e
contro
l'imperialismo
ragione
essenziale
della
loro
esistenza.
A
queste
forze
spetta
il
difficile
compito
di
unirsi
anche
nel
nostro
paese
allo
sforzo
che
paesi
e
popoli
in
altre
parti
del
mondo
stanno
sostenendo
per
sventare
la
minaccia
imperialista
alla
Siria
e
alle
altre
nazioni
che
non
intendono
cedere
ai
ricatti
dell'impero.
www.paneacqua.eu
27 novembre 2011
di Red
Sullo
sfondo dei frenetici contatti in corso
tra le due sponde dell'Atlantico (Obama
ha ricevuto Barroso e van Rompuy), Mario
Monti completa la sua squadra di
governo. Con qualche difficoltà maggiore
del previsto, a testimonianza che
l'influenza dei partiti sull'esecutivo è
dura a morire, al di là delle
dichiarazioni di circostanza.
Ma il premier, in vista dell'Ecofin e
soprattutto del vertice Ue del 9
dicembre che dovrebbe rappresentare lo
snodo cruciale della controffensiva
europea, ha comunque compiuto qualche
passo avanti. La Camera sta per
approvare l'inserimento della 'regola
aurea' del pareggio di bilancio in
Costituzione (passo molto atteso
dall'Europa e dai mercati come prova
della credibilità italiana) e il
programma di risanamento è quasi pronto
e dovrebbe essere varato dal Consiglio
dei ministri del 5 dicembre.
Anche oggi, Monti è salito al colle per
informare preventivamente il capo dello
Stato sul completamento della squadra di
governo. La nuova strategia del
presidente del Consiglio è ormai chiara:
informare passo passo il Quirinale delle
principali decisioni dell'esecutivo. Una
ritrovata consuetudine, non un obbligo,
che negli ultimi anni si era persa,
delegata soprattutto alla figura del
sottosegretario alla presidenza del
Consiglio.
Comunque, da stasera,
la squadra di governo sembra finalmente
completa. Filippo Patroni Griffi è il
nuovo ministro per la Funzione Pubblica,
il diciottesimo del team governativo del
premier Mario Monti.
Nato a Napoli il 27 agosto 1955,
consigliere di Stato, ha svolto le
funzioni nelle sezioni sia
giurisdizionali che consultive ed è
stato componente dell'Adunanza plenaria.
È stato Capo dell'Ufficio legislativo
dei ministri per la Funzione Pubblica
Cassese, Frattini, Motzo e Bassanini.
Capo di Gabinetto del ministro per le
Riforme Istituzionali Amato, nell'ultimo
Governo Prodi è stato Capo del
Dipartimento per gli Affari giuridici e
legislativi della Presidenza del
Consiglio.
Sono tre i nuovi vice
ministri: Vittorio Grilli all'Economia,
Michael Martone al Lavoro, e Mario
Ciaccia alle Infrastutture.A
testimonianza che anche nell'etica
pubblica qualcosa sta cambiando da oggi
non c'è solo il premier Monti che
viaggia in treno ma anche il
vice-ministro del Tesoro, Vittorio
Grilli. Attuale direttore generale del
Tesoro e nominato dal Cdm viceministro
all'Economia rinuncerà al 70% dello
stipendio. Sarà infatti in aspettativa
come dg e percepirà solo lo stipendio da
viceministro.
Ai rapporti con il
Parlamento i sottosegretari sono
Giampaolo D'Andrea e Antonio Malaschini.
All'editoria Carlo Malinconico,
all'Informazione e comunicazione Paolo
Peluffo, agli Affari Esteri Marta Dassù
e Staffan de Mistura, all'Interno Carlo
de Stefano, Giovanni Ferrara e Saverio
Ruperto.
I sottosegretari alla
Giustizia saranno in due: Salvatore
Mazzamuto e Andrea Zoppini, alla Difesa
Filippo Milone e Gianluigi Magri,
all'Economia Vieri Ceriani e Gianfranco
Polillo.
Allo sviluppo
Economico: Claudio De Vincenti e Massimo
Vari, alle Politiche Agricole Franco
Braga, all'Ambiente Tullio Fanelli, alle
Infrastrutture Guido Improta .
Cecilia Guerra sottosegretario al
lavoro. Alla Salute Adelfio Elio
Cardinale, all' Istruzione Elena Ugolini
e Marco Rossi Doria. Infine ai Beni
Culturali Roberto Cecchi.
www.ilmanifesto.it
22 novembre 2011
di Giorgio
Cremaschi
Mi
dispiace tanto, ma questa volta non sono proprio
d'accordo con il mio amico Marco Revelli. Io non bacio
il rospo e mi preparo a fare tutto quel che mi è
possibile per mandarlo via. Confesso che non sono sceso
in piazza con la bandiera tricolore per festeggiare la
caduta di Berlusconi. Ho passato questi ultimi 17 anni a
combattere Berlusconi, la sua cultura, le sue
prepotenze. Prima ho fatto lo stesso con il suo maestro
Craxi. Eppure la sera del 12 novembre non l'ho sentita
come una liberazione. I paragoni storici che si stanno
facendo mi paiono fuorvianti. Come Revelli non vedo
nessun 25 aprile in atto. Non mi risulta che il governo
di allora fosse di larghe intese tra Cln e Repubblica
sociale. Ma non vedo nemmeno un chiaro 25 luglio, se non
per l'annuncio del governo Badoglio: «La guerra
continua». Se proprio si deve ricorrere ai paragoni
storici, bisogna tornare all'Europa del 1914. Al
suicidio di un continente nel nome della guerra e del
nazionalismo, e alla corrispondente dissoluzione di gran
parte della sinistra socialdemocratica e dei sindacati.
Oggi per fortuna non siamo a quel punto, ma è
sicuramente in atto un suicidio e una dissoluzione
dell'Europa e della sinistra in essa. La guerra del
debito, scatenata in tutto il continente, sta mettendo
in crisi democrazia e conquiste sociali. Tutti i governi
europei sono soggetti alle stesse scelte e agli stessi
indirizzi economici. Poi, benignamente, questa tirannia
finanziaria ci concede la facoltà di accettarla. Ma non
si può dire di no. A me tutto è più chiaro da quando
Marchionne disse agli operai di Pomigliano che se
volevano lavorare, nell'epoca della globalizzazione,
dovevano rinunciare a tutti i loro diritti. E aggiunse
che potevano solo votare sì al referendum sul suo
diktat, perché il no avrebbe comportato la distruzione
dell'azienda. Marchionne, fino a poco tempo prima
incensato come borghese illuminato, così come oggi
Monti, ottenne il consenso pressoché unanime del
parlamento italiano. Il governo Monti è espressione
diretta del grande capitale italiano e internazionale,
con suoi intellettuali organici di valore. È la prima
volta che questo avviene nella storia della nostra
repubblica ed è sicuramente un segno della crisi totale
della classe politica. In questi venti anni il padronato
italiano ha alternato politiche di rottura populista e
politiche di concertazione democratica. L'obiettivo era
sempre lo stesso: contenere il salario ed estendere
flessibilità e precarietà, allargare la sfera del
profitto con le privatizzazioni. Quando le condizioni lo
permettevano e si sentiva particolarmente forte, il
padronato italiano ricorreva a Berlusconi e alla destra.
Se la risposta sociale e politica cresceva, allora si
tornava alla concertazione. Quest'ultima ammorbidiva le
scelte, le rallentava, ma non ne fermava la direzione di
fondo. La novità è che oggi il sistema economico
dominante salta qualsiasi mediazione politica, non si
fida più non solo di Berlusconi, ma anche
dell'opposizione e decide di agire in proprio. Altro che
governo tecnico, questo è uno dei più politici e
ideologici tra i governi della repubblica. È il governo
che più nettamente sposa l'ideologia neoliberale. La
crisi economica mondiale ha travolto la ridicola classe
politica italiana. Sarà un puro caso, ma tutti i paesi
piigs sono stati posti rapidamente sotto controllo. Se
si fossero messi assieme, se avessero fatto una comune
politica del debito, come i paesi dell'America Latina,
banche tedesche e Fmi sarebbero dovuti venire a patti.
Anche a me fa piacere la sobrietà e lo stile del nuovo
governo, contrapposto ai nani e alle ballerine, ai
bordelli, alle barzellette che facevano piangere, al
degrado culturale e civile che ispirava quello
precedente. Tuttavia la mia esperienza sindacale mi ha
insegnato che il padrone per bene può farti molto più
male del padrone sfacciato e impresentabile. Questo
governo ha un mandato chiaro, quello della Bce. È il
mandato di quel capitalismo internazionale che pensa di
affrontare la sua stessa crisi con riforme neoliberali,
come negli ultimi trent'anni. Con la solita ipocrisia
dell'equità e del rigore si mettono in discussione
ancora una volta le pensioni dei lavoratori, la tutela
contro i licenziamenti, i contratti, i diritti punto e
basta. Si risponde al referendum sull'acqua con le
privatizzazioni e si annuncia quella mostruosità
giuridica ed economica del pareggio di bilancio in
Costituzione. Si risponde agli studenti in sciopero
esaltando la riforma Gelmini. Sì, certo, la sobrietà del
governo produrrà dei contentini. Un po' di privilegi di
casta politica verranno tagliati, ma solo per
giustificare i sacrifici sociali. Si annuncia che non ci
sarà massacro sociale. Ma questo è già in atto. Sono la
crisi e la recessione che stanno producendo una
drammatica selezione sociale. Il governo può anche non
volere il massacro, ma se opera con riforme neoliberali
lo agevola e lo accresce. È la ricetta neoliberista che
è destinata a fallire. Perché non si riuscirà, per
quanti sacrifici si impongano, a far ripartire il
meccanismo della globalizzazione. Per questo sarebbe
necessario prendere atto della crisi di sistema, cosa
che Monti nella sua relazione programmatica si è ben
guardato dal fare. E costruire una vera alternativa. Il
debito non può essere pagato da un'economia in
recessione, pretendere di farlo a tutti i costi
significa aggravare la recessione e appesantire il
debito. È successo alla Grecia e succederà all'Italia,
nonostante la professionalità di Monti. Bisogna partire
dall'opposizione al nuovo governo per costruire
un'alternativa economica, sociale e politica al
programma della Bce e del capitalismo internazionale.
Sarà dura, ma si riparte dal no a questo governo.
www.ilmanifesto.it
20 novembre 2011
di Franco Russo
Che
il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sia
persona di cultura, di sagacia politica, convinto
sostenitore dell’Ue fin dagli anni ’60, è fuori
discussione. Così come fuori discussione è la sua
probità. Non si tratta della persona ‘Napolitano’, si
tratta del ruolo e dei connotati che la figura del
Presidente della Repubblica è andata assumendo nel corso
di questi tempi. Il governo Monti non è solo un governo
del Presidente che, in una fase di crisi, va in
Parlamento per ‘cercare una maggioranza’. Il governo
Monti nasce sotto l’alto protettorato del Presidente
della Repubblica. È grazie al Lord Protettore della
democrazia italiana che si è coagulato il consenso della
stragrande maggioranza del Parlamento, sulla base del
sostegno delle organizzazioni sociali – dai sindacati
alla Confindustria – costruito grazie alla
collaborazione dei poteri forti della Confindustria,
delle banche e della Chiesa del cardinal Bertone, che ha
ora benedetto ‘la bella squadra’ di governo. A Todi il
17 ottobre, le organizzazioni cattoliche, agendo da
braccio secolare della Chiesa, hanno costruito il
governo Monti. Non a caso tre nuovi ministri – Passera,
Riccardi e Ornaghi – sono stati lì protagonisti.
Il Presidente della Repubblica non è stato un
‘risolutore della crisi’, è divenuto un ‘reggitore dello
Stato in un periodo di crisi’, per riprendere le
espressioni di Carlo Esposito. Se dovessi trovare un
riferimento istituzionale, direi che siamo dinnanzi a un
semipresidenzialismo francese, dove il presidente regge
lo Stato tramite il suo governo. La maggioranza di
‘impegno nazionale’, a differenza della Francia, non è
il risultato delle urne ma dei diktat dei mercati
finanziari. Questo ruolo di ‘reggitore dello Stato’ si
era già manifestato durante il conflitto in Libia quando
il deciso intervento del Presidente Napolitano, titolare
del ‘comando delle Forze armate’, assicurò l’operativo
sostegno dell’Italia all’Alleanza atlantica.
La crisi finanziaria, che coinvolge banche private e
‘debito sovrano’, ha comportato un accentramento della
governance politica dell’Ue determinando un ulteriore
slittamento della sovranità nel circuito istituzionale
formato da Consiglio europeo, Commissione, Ecofin,
Eurogruppo e vertice euro. Il suo fine è di imporre,
tramite le procedure del ‘semestre europeo’, una rigida
disciplina fiscale in ogni Stato membro. Le tre famose
lettere tra governo italiano e Ue hanno dettato le
scelte di politica economica e sociale: i governi, di
qualsiasi colore siano, non possono che eseguire.
La Presidenza della Repubblica, di fronte alla sfiducia
degli investitori verso l’Italia, è divenuta organo di
garanzia di ‘ultima istanza’ del debito sovrano. A
Bruges, il 26 ottobre, mentre si svolgeva il Vertice
euro, il Presidente Napolitano ha espresso approvazione
piena delle ‘rilevanti innovazioni’ del ‘semestre
europeo’ e del contributo della Bce nella gestione della
crisi del debito pubblico, facendosi convinto
sostenitore dell’esecuzione puntuale delle richieste
dell’Ue all’Italia. A Bruges è stata espressa la linea
che ha poi guidato il Presidente nella soluzione della
crisi di governo: «Nessuna forza politica italiana può
continuare a governare, o può candidarsi a governare,
senza mostrarsi consapevole delle decisioni, anche
impopolari, da prendere ora nell’interesse nazionale e
nell’interesse europeo», dunque le misure dell’Ue vanno
accettate e attuate senza tentennamenti. Si deve agire
in questo modo perché stanno avvenendo «trasferimenti di
sovranità … a livello europeo».
Il Presidente Napolitano
ha individuato nel Patto euro plus uno scavalcamento
della «rigida parete divisoria che si volle sancire nel
vigente Trattato a protezione delle competenze degli
Stati nazionali, contro una progressiva estensione di
quelle dell’Unione». I governi in Italia, come negli
altri paesi membri, devono muoversi, secondo il
Presidente Napolitano, entro i rigidi binari politici
tracciati dall’Ue. Il governo Monti è il frutto di
questa visione: è un governo commissario dell’Ue, sotto
la protezione del Presidente, gestito da esponenti delle
banche e della Chiesa, il cui intreccio va molto più in
là dell’incontro di Todi.
www.paneacqua.eu
12 novembre 2011
di John Weeks*,
L  a
prima cosa da notare è che Mr. Inman ha
fatto intorno all'Italia una scoperta
davvero straordinaria, qualcosa di unico
nel mondo capitalistico: negli ultimi
dieci anni gli operai "hanno pagato se
stessi", invece che essere pagati dal
padrone come in tutti gli altri posti.
Anche comunque mettendo da parte questa
rivoluzionaria modalità di retribuzione,
il messaggio è chiaro.
Noi abbiamo sempre pensato che i
problemi economici italiani dipendessero
da: 1) un Primo Ministro irresponsabile,
sottoposto a procedimenti penali; 2) un
sistema fiscale corrotto per cui i
ricchi pagano le tasse che gli pare; 3)
un sistema politico decisamente spostato
a destra grazie al potere di
neo-fascisti, riccastri e bande
criminali (gli "amici degli amici" che
controllano la Sicilia); 4) banche in
cui il riciclaggio di denaro è prassi
corrente; 5) la perenne debolezza della
sinistra, con tutto quello che ne
consegue. Ebbene se
abbiamo pensato così abbiamo sbagliato
tutto. L'Italia è in crisi per una
ingorda, pigra e superpagata classe
operaia, con l'aggravante che gli
stipendi che riesce a darsi da sola mal
si conciliano con le possibilità del
Paese (e con la sua permanenza nella
UE). Di fronte ad un comportamento così
irresponsabile da parte della classe
operaia, uno si aspetterebbe che le
statistiche rilevino negli ultimi dieci
anni un incremento dei salari più veloce
e superiore rispetto a quelli della
Germania, regno del lavoro duro e
disciplinato.
Ma purtroppo le
statistiche smentiscono. Nel 1997 i
costi per unità di lavoro in Italia
erano circa l'80% di quelli tedeschi,
ebbene dieci anni dopo erano rimasti
allo stesso livello. Se fra i tardi anni
‘90 e i primi 2000 in verità il
differenziale diminuì, presto tornò però
a collocarsi oltre l'80%.
Né il fatto che gli italiani fossero
pagati meno significava che lavorassero
meno. Le statistiche infatti smentiscono
di nuovo, Eurostat (il database della
UE) infatti dimostra che nel 2009-2011 i
pigri italiani in condizione di pieno
impiego hanno lavorato 38 ore a
settimana, contro le 35,7 degli
industriosi tedeschi.
Dato questo quadro
uno si domanda: come è possibile che un
giornalista su un rispettabile giornale
di centro-sinistra possa ricorrere ad un
argomento tanto sfacciatamente falso?
Per certi versi si può spiegare con il
peso di stereotipi nazionali: i
nord-europei sono disciplinati e
industriosi, mentre al sud peccano di
etica del lavoro e preferiscono passare
al bar il tempo che dovrebbero lavorare.
Qualcosa di simile fu detto l'anno
scorso per i lavoratori greci che
invece, come i dirimpettai italiani,
lavorano di più e sono pagati di meno
che in Germania (sempre dati Eurostat).
Ma in verità non è
solo questione di pregiudizi. I problemi
dell'euro, compresa la crisi del debito
italiano, sono diretta conseguenza della
crisi finanziaria internazionale del
2007-2008. Crisi che è dipesa dal
comportamento spericolato di istituzioni
finanziarie private negli Stati Uniti,
dopo tre decenni di irresponsabile
deregulation da parte dei governi tanto
Repubblicani che Democratici. In altre
parole i problemi del debito italiano
risultano dai comportamenti delle banche
e dal fallimento dei leaders europei nel
fare il loro lavoro di controllo di quei
comportamenti. L'ovvio rimedio è dunque
un più stretto controllo del settore
finanziario privato e l'imposizione di
una disciplina che ne limiti la potenza.
Per scongiurare
questa ovvia soluzione le banche e i
loro simpatizzanti nei vari governi,
insieme ai media e ad ambienti
accademici, promuovono una narrazione
alternativa: i problemi che ci troviamo
ad affrontare dipendono da lavoratori
irresponsabili e pigri, che sono pagati
troppo per lavorare poco. Soluzione:
tagliare salari e benefits e con il
‘risparmio' pagare gli interessi ai
banchieri.
Ora questa è una narrazione
potenzialmente vincente in quanto
implica la possibilità di convincere il
99%, come li chiamano gli occupanti di
Wall Street, a rinunciare ad ogni forma
di solidarietà fra i ceti più disagiati.
Il messaggio è infatti: la sorgente
della crisi di debito è il popolo greco,
non le banche. Una posizione
particolarmente forte in Germania dove
il governo tende ad rassicurare la
classe operaia e i ceti medi che non
dilapiderà i loro sudati redditi a
favore della pigra Grecia (e Italia,
Spagna, Irlanda, ecc.).
Una meno volgare ma
più insidiosa versione di questa
ideologia può essere rinvenuta in un
articolo dell'8 novembre sul "New York
Times" (Nella tempesta. In Grecia ed
Italia la crisi precipita) dove si
legge: "In Italia e Grecia non è solo
l'economia ad essere in travaglio, ma
anche la capacità del governo
democratico di fare scelte altamente
impopolari". È vero il contrario:
difficile è per un governo democratico
fare scelte popolari, come si è visto
con la subito ritirata proposta di fare
un referendum in Grecia o con la
scomparsa della proposta di una tassa
sulle transazioni finanziarie in Italia
o di qualunque altra che facesse pagare
per i debiti causati
dall'irresponsabilità della finanza
privata e delle banche. Il punto è che
gli interessi finanziari hanno la forza
per far sì che misure radicali di
austerità possano essere contemplate, ma
mai ai propri danni.
L'austerità e la
cosiddetta riforma del mercato del
lavoro presuppone a sua volta una falsa
narrazione che infanga le vittime e
premia i colpevoli. Noi, il 99% degli
Europei, dobbiamo promuovere una
narrazione vera, che dia le sue colpe al
sistema bancario e promuova la
solidarietà fra le classi contro di
esso. Una narrazione vera è in effetti
in grado di favorire una soluzione
adeguata all'onere del debito per i
paesi europei, che non preveda i soliti
salvataggi a spese dei contribuenti (bailouts).
La soluzione è dunque in uno stretto
controllo di banche e finanza, forse
arrivando sino a prevedere un sistema di
emergenza per una supervisione pubblica
del sistema, capace di anticipare la
fondamentale riforma dell'intero
comparto finanziario. Pessime politiche
americane ed europee hanno devastato il
sistema finanziario, il 99% deve trovare
la forza politica per riformarlo.
A riformulare la domanda del "New York
Times", potrebbe chiedersi: i governi
democratici sono disposti ad
implementare politiche a favore dell'1%
o del 99%?
*
Economista e professore emerito
dell'Università di Londra. Fonte:
"Social Europe Journal" dell'10 novembre
2011; traduzione dall'inglese di Fabio
Vander.
www.paneacqua.eu
9 novembre 2011
di Ida
Rotano
"Entro breve tempo o si
formerà un nuovo governo
che possa con la fiducia
del Parlamento prendere
ogni ulteriore
necessaria decisione o
si scioglierà il
Parlamento per dare
subito inizio a una
campagna elettorale da
svolgere entro i tempi
più ristretti". E'
quanto afferma in una
nota il presidente della
Repubblica, Giorgio
Napolitano. Il livello
di allarme sullo spread
si fa sempre più serrato
e il Presidente della
Repubblica anticipa che
nella crisi il suo sarà
un ruolo di "arbitro"
che gestirà la
situazione "con
responsabilità".
E, per "fugare ogni
equivoco o
incomprensione", "di
fronte alla pressione
dei mercati finanziari
sui titoli del debito
pubblico italiano, che
ha oggi toccato livelli
allarmanti", Napolitano
puntualizza: "Non esiste
alcuna incertezza sulla
scelta del presidente
del Consiglio Silvio
Berlusconi di rassegnare
le dimissioni del
governo da lui
presieduto. Tale
decisione diverrà
operativa con
l'approvazione in
Parlamento della legge
di stabilità per il
2012" e aggiunge che
"sulla base di accordi
tra i presidenti del
Senato e della Camera e
i gruppi parlamentari
sia di maggioranza sia
di opposizione, la legge
sarà approvata nel giro
di alcuni giorni".
Giorgio Napolitano segna
la gravità del momento e
scandisce che "abbiamo
bisogno di decisioni
presto, e via via nei
prossimi anni, che diano
il senso di una
rinnovata responsabilità
e coesione nazionale".
Le
parole del Capo dello
Stato arrivano dopo
quelle di Silvio
Berlusconi che,
proseguendo
nell'offensiva mediatica
lanciata dopo il voto di
ieri alla Camera, spiega
di vedere solo il voto
dopo le sue dimissioni,
agganciate all'iter
della legge di
Stabilità, e ora
subordina alla
candidatura di Angelino
Alfano a Palazzo Chigi,
ma anche il proprio
personale ruolo, alla
decisione degli iscritti
al Pdl. Una sorta di
annuncio di primarie.
Proprio sui tempi
della legge di
Stabilità, cioè della
vecchia Finanziaria, si
gioca la partita tra
maggioranza e
opposizione che chiede
tempi rapidi e
un'accelerazione che
conduca già lunedì, come
dice Enrico Letta, a "un
nuovo governo di unità
nazionale". "I tempi si
stanno stringendo
drammaticamente",
rincara Pier Luigi
Bersani al termine della
riunione del gruppo
Democratico alla Camera:
"Siamo pronti a ogni
soluzione che consenta
un'accelerazione seria
dei tempi".
E
mentre al Senato le
opposizioni danno
battaglia proprio sui
tempi della
presentazione del
provvedimento, ritenendo
"gravissima"
un'eventuale
convocazione dell'Aula
per martedì prossimo,
gli emendamenti del
governo sono stati
oggetto del vertice che
ha portato al Quirinale
il ministro
dell'Economia e Gianni
Letta.
Di
dimissioni dopo il disco
verde di Senato e Camera
alla legge di Stabilità,
come "gesto di
responsabilità nei
confronti del paese, per
evitare che la
diserzione di pochi
irresponsabili possa
danneggiare l'Italia in
modo irreparabile, in un
momento di crisi
mondiale, con la
speculazione che ha
preso di mira l'Italia
per l'alto debito
pubblico ereditato dai
governi del compromesso
storico", parla allora
Silvio Berlusconi. "Vado
avanti fino
all'approvazione di
queste riforme -
aggiunge - perché più di
ogni altra cosa io amo
il mio Paese e sento di
assolvere nel modo più
utile all'Italia il
mandato che mi è stato
affidato con il voto".
"Lunedì ci sarà ancora
in carica il governo
attuale", pronostica
Fabrizio Cicchitto
mentre Antonio
Di Pietro continua a
distinguersi
dall'opposizione pronta
a un rapido via libera
alla Stabilità per
arrivare allo show down
su Palazzo Chigi: "Una
coltellata resta una
coltellata anche se
cambia premier, noi
diciamo no alla
macelleria sociale",
avverte.
Gli
ispettori della Ue sono
intanto a Roma per la
prima missione ufficiale
per monitorare
l'adozione delle misure
anti-crisi sulle quali
il governo si è
impegnato. Bruxelles ha
dato tempo fino a
venerdì per rispondere
al questionario
dettagliatissimo di 39
punti sugli interventi
promessi. Gli ispettori
visiteranno in questi
due giorni i vari
ministeri e le
amministrazioni
pubbliche per redigere
un rapporto che prima
sarà sottoposto
all'Eurogruppo e poi
sarà presentato ai
giornalisti dal
commissario agli Affari
economici e monetari,
Olli Rehn.
Si
attende infine in Senato
il maxiemendamento al
ddl stabilità, che
contiene le risposte
dell'Italia alla Ue. La
sua presentazione era
prevista per stamattina,
ma slitta al pomeriggio
per le limature finali:
stamane il Ministro
dell'Economia Giulio
Tremonti ha illustrato
il contenuto al Capo
dello Stato. Si punta
all'approvazione
definitiva del
provvedimento in Senato
e alla Camera entro il
fine settimana, così da
arrivare a lunedì, alla
riapertura delle borse,
con il provvedimento già
approvato.
Torna in auge
l'ipotesi Monti.
La pressione
dei mercati, la
necessità di accelerare
sul ddl stabilità,
l'obbligo per arginare
l'emergenza di valutare
tutti gli scenari, a
partire dal via libera a
un nuovo esecutivo.
Riprende quota, in
queste ore, l'ipotesi
che al passo indietro di
Silvio Berlusconi segua
un governo guidato da
Mario Monti. Riferiscono
fonti di governo che
stamattina fra il Colle
e i vertici
politico-istituzionali
del centrodestra, da
Letta a Schifani, siano
intercorsi contatti per
valutare gli scenari, a
partire da un esecutivo
Monti. Un governo che
avrebbe il consenso
dell'Udc e del Pd, che
non sarebbe sgradito al
Quirinale e che potrebbe
essere sostenuto in
Parlamento da sempre più
parlamentari, almeno
stando alle
dichiarazioni pubbliche
e agli incontri privati
delle ultime ore. Ma che
per nascere avrebbe
necessità del sostegno
di una parte crescente
della maggioranza.
Un'opzione verso la
quale la Lega, pur non
volendo entrare a farne
parte, non si metterebbe
di traverso, anche
perchè si sta prendendo
atto che l'ipotesi
Alfano sta ormai
tramontando. Ecco allora
che circola la voce di
una nuova presa di
posizione pubblica del
Carroccio - attraverso
un big - che potrebbe
"sfidare" chi ha in
mente un governo tecnico
a farsi avanti e
verificare al più presto
la fattibilità.
Nessuna risposta sarebbe
arrivata per ora da
Berlusconi, che comunque
mai fino a oggi ha
giudicato positivamente
questa soluzione. E se
le Camere si attrezzano
per accelerare sul ddl
stabilità, è chiaro che
fin dai prossimi giorni
(lunedì al massimo) le
forze politiche dovranno
uscire allo scoperto. Il
Pdl valuterà questa e
altre ipotesi con ogni
probabilità già stasera
in un nuovo vertice,
forse allargato agli
alleati leghisti.
Diverse fonti di
maggioranza raccontano
che una parte
consistente del gruppo
della Camera,
soprattutto di
estrazione ex FI,
starebbe consigliando al
premier di accettare la
soluzione Monti.
Alcune resistenze
verrebbero invece da una
parte della componente
ex An e da altri settori
azzurri, anche se la
discussione è in corso e
già da stasera le
posizioni potrebbero
emergere con maggiore
chiarezza.
A quanto si apprende da
fonti della presidenza
della Camera, Gianfranco
Fini proporrà alla
capigruppo, convocata
oggi alle 18, di
approvare il ddl
stabilità entro la
giornata di domenica,
per arrivare lunedì alla
riapertura dei mercati
con i provvedimenti già
varati.
www.italiaoggi.it
4 novembre 2011
Vendola fa il geloso
A rischio il patto di non belligeranza con Idv e Bersani
|
Pronto il veto al
comunista Diliberto
di Antonio
Calitri
Oliviero Diliberto prova ad
avvicinarsi al Partito
democratico, offrendo un
patto di responsabilità
senza se e senza ma. Ma
trova il veto di Nichi
Vendola che lo respinge
fuori dell'alleanza Pd,
Sel, Idv, così da poter
ergersi a rappresentante
di tutta quell'area che
sta a sinistra di Pier
Luigi Bersani e non
dividere l'eventuale
premio di maggioranza
con altri.

I
nuovi problemi intorno
alla possibile alleanza
elettorale continuano a
spuntare come funghi
sulla strada del
segretario del Partito
democratico. Bersani da
un lato affronta
l'ipotesi di un
possibile governo
tecnico e respinge le
insidie lanciategli da
Matteo Renzi lo scorso
week-end, dall'altro
lavora per consolidare
il nocciolo duro della
nuova alleanza
elettorale. Strizza agli
unici di cui si può
fidare perché
consapevoli che senza di
lui rischierebbero di
essere emarginati:
Italia dei valori e
Sinistra ecologia e
libertà. Nel week end
appena trascorso, a
Rimini si è svolto il
congresso dei comunisti
italiani; una scelta non
troppo fortunata vista
la concomitanza con la
Leopolda fiorentina e la
riunione dei giovani del
Sud del Partito
democratico a Napoli.
Nonostante la
concomitanza di
manifestazioni, l'evento
è riuscito a ottenere un
po' di spazio su stampa
e tv anche grazie alla
partecipazione e alle
dichiarazioni
«partigiane» del
procuratore aggiunto di
Palermo, Antonio Ingroia.
Attenzione mediatica
dedicata alle critiche
per la partecipazione
del magistrato, ma
comunque vitale la
piccola formazione dei
comunisti italiani. Il
messaggio più importante
del congresso, comunque,
è stato quello della
richiesta di
apparentamento con il Pd
e l'ingresso nella nuova
coalizione elettorale in
cambio della garanzia di
fedeltà al programma e
alla maggioranza di
centrosinistra. Una
proposta che non farebbe
una piega. Dopo la
traversata nel deserto
di questi anni di vita
politica
extraparlamentare, di
sacrifici e visibilità
ridotta al lumicino,
Diliberto pur di portare
i comunisti di nuovo in
parlamento e di battere
Silvio Berlusconi (se si
dovesse ripresentare) e
il berlusconismo, manda
a dire a Bersani che,
negoziando un accordo su
tre punti come lavoro,
scuola pubblica e fisco,
garantisce «appoggio al
governo per cinque
anni», «non si discute».
Partendo da quel 2,7%,
conquistato dalla
federazione della
sinistra insieme com
rifondazione comunista
di Paolo Ferrero, delle
ultime elezioni
amministrative
(piuttosto che dai più
recenti sondaggi)
Diliberto fa notare che
senza apparentamento
resterebbero fuori dal
Parlamento, con
l'apparentamento al Pd
conquisterebbero 21
parlamentari, 10 dei
quali per i comunisti
italiani. Un discorso
che non farebbe una
piega (anche se il
segretario di
rifondazione non ne è
convinto) e che Bersani,
nonostante il caos di
questi giorni sta
prendendo in
considerazione. Cosa
della quale è venuto a
conoscenza anche il
governatore pugliese,
che ha posto subito il
veto al segretario del
Pd. E così ha puntato
l'indice contro il suo
arcinemico Ferrero e
spiegato a Bersani
(sembra in una
telefonata molto accesa)
che, in caso di apertura
a sinistra, salterebbero
tutti gli accordi
stretti tra i due,
compreso quello di Vasto
e anche l'eventuale
rinuncia a partecipare
alle primarie. Tutto
perché adesso
l'obiettivo di Vendola è
quello di ottenere il
copyright su tutta
l'area che sta a
sinistra del Pd.

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