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 PdCI in Europa e Parlamento  europeo              

 

 

 

 

 

 

 

 

A Strasburgo, dicembre 2008

 

Foto di gruppo con "onorevole"

 

Georgia, ovvero il perchè del neocolonialismo mondiale Usa

di Marco Rizzo, europarlamentare PdCI


Nel nostro triste paese, dove la quasi totalità dei mass media eterodiretti dal capitalismo nostrano, a sua volta asservito a quello statunitense, la vicenda della Georgia è stata raccontata a "senso unico". Le colpe sarebbero unicamente da ascrivere alla rinnovata volontà di potenza dell' "orso russo", si rispolvera addirittura il pericolo di una nuova "guerra fredda", e via di questo passo. Pochi, anche a sinistra, dove la voglia di omologazione è sempre più forte, hanno il coraggio non tanto di esprimere un parere contrario, quanto almeno di raccontare la realtà.
Cosa è successo? La notte del 7 agosto, nelle stesse ore di apertura dei giochi olimpici a Pechino (volutamente per coprire il rischio di un'eccessiva attenzione mediatica), il presidente della Goergia, Saakashvili, ordinava di bombardare la capitale dell'Ossezia meridionale, Tskhinvali, provocando circa 1500 vittime civili ed una dozzina di peace-keapers russi, con attacchi particolarmente intensi nelle zone residenziali, sugli ospedali e all'univerisità, provocando un vero e proprio esodo (oltre 30.000 persone in fuga verso la Russia). Una risposta dalla Russia era facilmente prevedibile. Peraltro Mosca, a differenza di quanto raccontato dai giornalisti-pinocchio nostrani, si aspettava l'aggressione. In quei giorni le forze russe erano in stato di allerta avanzata. La reazione è stata quasi istantanea. Una grande dimostrazione di forza ha colpito duramente le forze armate georgiane: centinaia di carri armati, migliaia di fanti hanno rapidamente riconquistato l'Ossezia meridionale e, con i paracadutisti delle divisioni aerotrasportate da Pskov, da Ivanovo e da Mosca, sono entrati profondamente nel territorio georgiano. L'aviazione russa ha colpito con forza gli impianti militari da cui erano partiti gli attacchi ed in particolare la base militare georgiana di Gori. Ora cosa accadrà? La Georgia è un avamposto americano in Asia centrale, alle frontiere della Federazione Russa, militarmente vicina al Medioriente, ma anche centro strategico dell'itinerario di importanti oleogasdotti. Inoltre ha un importante collegamento con Israele, che è partner nell'oleogasdotto Bakov-Tbilissi-Ceylan (BTC) che porta petrolio e gas nella parte orientale del Mediterraneo. Oltre il 20% del petrolio israeliano è importato infatti dall'Azerbaijian, in larghissima parte trasportato appunto con l'impianto BTC. Questo oleogasdotto, diretto dalla British Petroleum, ha considerevolmente mutato lo status dei paesi dell'area e ampliamente foraggiato una nuova alleanza pro-occidentale costituita appunto da Azerbaijan, Georgia, Turchia, Israele e Usa.


Gli obiettivi di Israele però non si limitano solo all'impossessarsi del petrolio del Mar Caspio per i propri consumi, ma anche di svolgere un ruolo preminente nella riesportazione di questo petrolio verso i mercati asiatici, dal Porto di Eilat, attraverso il Mar Rosso, da cui si possono intuire anche le implicazioni strategiche della guerra israeliana contro il Libano. Il progetto di Gerusalemme è quello di collegare l'oleogasdotto BTC a quello transisraeliano di Eilat e Ashkelon. Il Jerusalem Post ha evidenziato la negoziazione tra Turchia e Israele per la costruzione di un progetto di trasferimento di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio grazie a quattro condutture subacquee. Il petrolio di Baku, dall'Azerbaijan può essere trasportato fino a Ashkelon per via di questo nuovo oleodotto e poi verso l'India e l'Estremo Oriente. A questo punto Israele risulterebbe svolgere il ruolo strategico principale di tale trasporto, nonchè all'aiuto e alla formazione militare della stessa Georgia e Azerbaijan. Non è un caso infatti che la Georgia, già oggi appartenente ad un'alleanza militare della NATO (GUAM), sin dall'aprile del'99 (inizio della guerra contro la Yugoslavia) ha anche un accordo di cooperazione militare con gli Stati Uniti. Accordi che sono serviti sino ad ora a proteggere gli interessi petroliferi occidentali in quella regione.
Nell'ultimo periodo la Georgia ha ricevuto da Usa, NATO e Israele, 206 carri armati, 186 veicoli blindati, 79 cannoni, 25 elicotteri, 70 mortai, 10 sistemi di missili terra-area, 8 aerei senza pilota di produzione israeliana, mentre sono in procinto di arrivare altri 145 veicoli blindati, 262 cannoni e mortai, 14 aerei da combattimento, 15 elicotteri black-hawk, 6 sistemi missilistici terra-area.

Quello che è successo è frutto quindi della follia di Saakashvili oppure invece c'è dell'altro? Parrebbe ovvio che gli attacchi siano stati coordinati accuratamente dall'esercito statunitense e dalla NATO, in quanto proprio nei giorni scorsi vicino a Gori, vi è stato il ritrovamento da parte russa di un convoglio di 6 hummer, i grossi veicoli militari americani, con all'interno un vero e proprio arsenale di guerra elettronica, in grado di mettere in collegamento le rampe di missili anti-aerei con le informazioni satellitari, senza passare attraverso i rintracciabilissimi radar. Questi sarebbero stati il vero centro di comando delle forze militari georgiane nei primi giorni di guerra ed avrebbero anche consentito l'abbattimento di qualche aereo russo. Risulterebbe a questo punto evidente che i militari americani non hanno solo istigato i Georgiani alla guerra, ma hanno partecipato anche e direttamente ai combattimenti. Così come erano presenti numerosi consulenti militari israeliani. Non è un caso che uno degli obiettivi dell'aviazione da guerra russa sia stata la fabbrica di aerei militari vicino a Tbilissi che produce la nuova versione dell'aereo da combattimento Sukoj-25, con l'appoggio tecnico di Israele. Cosa c'è dietro? Qual è il vero obiettivo di questa escalation militare? Gli Usa e la NATO esaminano da sempre diversi scenari prima di proporre un'operazione militare. Ed in questo caso l'attacco georgiano diretto principalmente contro obiettivi civili, con l'esplicito scopo di causare vittime civili, sarà stato ben compreso dai pianificatori militari occidentali.

Perchè scegliere una catastrofe umanitaria piuttosto che una vittoria militare? Se l'obiettivo infatti fosse stato quello di ristabilire il controllo politico georgiano sul governo indipendentista, l'operazione avrebbe avuto modalità diverse, con truppe speciali che occupavano i principali luoghi del potere politico, i luoghi dei mass media e le istituzioni principali, piuttosto che con un bombardamento a tappeto sulle zone residenziali e sugli ospedali. La questione pare essere una provocazione deliberata destinata ad iniziare una risposta militare russa per arrivare ad un confronto militare con la Georgia che, guarda caso, sta facendo rientrare il suo contingente militare dall'Iraq (circa 2000 uomini, il terzo dopo Usa e Gran Bretagna) eventualmente per combattere di nuovo le forze russe. Una decisione questa che fa capire come gli Usa hanno intenzione di peggiorare il conflitto usando altre truppe georgiane come carne da cannone per un eventuale processo di escalation e di confronto con la Russia.

 C'è quindi il rischio che questo atto di provocazione dell'Occidente sia l'inizio per attivare un conflitto ancora più ampio che vedrebbe prodursi la più grave crisi nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia dalla crisi dei missili di Cuba del 1962.
Questi sono i fatti e le più probabili motivazioni geopolitiche ed economiche di quello che sta accadendo in quella parte del mondo. Sarebbe utile che quelli che ancora si definiscono di sinistra, o ancora di più comunisti, evitassero quindi quella sorta di equidistanza che sempre di più ha indebolito le forze anti-imperialiste e anti-capitaliste presenti nel nostro paese.(www.pdcitorino.it 1 settembre 2008)

 

 

 Dichiarazione di voto di Marco Rizzo

 


Comitato Centrale del 11 maggio 2008

La relazione introduttiva e le conclusioni del segretario Diliberto, così come tutti gli interventi saranno pubblicati su La Rinascita in edicola il 16 maggio.
Nella relazione, parlando del documento congressuale, il segretario Diliberto ne ha proposto l'inemendabilità. Durante il corso del dibattito questa impostazione ha ricevuto consensi ma anche numerose contrarietà, essendo a questo punto il terzo congresso in cui si presenterebbero alla discussione documenti "bloccati". Per evitare una spaccatura su questo punto Diliberto ha accettato di spostare questa scelta alla prossima riunione del Comitato Centrale in cui verrà presentato il documento congressuale ed in cui si deciderà appunto su emendamenti o eventuali documenti alternativi.

Di seguito, l'intervento e la dichiarazione di voto di Marco Rizzo:
Ricordate quante volte si è detto "bisogna far così perchè sennò arriva Berlusconi", "dobbiamo accettare queste scelte del governo Prodi altrimenti vince di nuovo Berlusconi". Con questa linea del "meno peggio" alla fine Berlusconi è arrivato e ha stravinto! Inoltre mentre Berlusconi non si era ancora neanche seduto sulla poltrona di Palazzo Chigi già la Cgil accettava la cancellazione della contratto nazionale! Ora che la "nave" della sinistra è stata portata al naufragio, stiamo cercando di ricostruire una "zattera". Per riuscire a farle prendere il mare credo bisogna fare una vera analisi su cosa è successo in questi ultimi vent'anni in cui si è tentato di tenere aperta la "questione comunista" in una dinamica (rivelatasi poi inadeguata e compromissoria) nei confronti dei governi di centrosinistra, in particolar modo con quello di Prodi. Non sono d'accordo col compagno Diliberto quando, nella scorsa riunione di direzione, ha evidenziato che l'Arcobaleno era "l'unica scelta possibile". Certo, a pochi giorni dalla presentazione delle liste, sarebbe stato molto difficile ottenere un qualche risultato con la sola "falce e martello", ma altra cosa sarebbe stata se, ad esempio, durante la vicenda dell'Afghanistan, del TFR o delle pensioni e del welfare, avessimo "sfilato" la nostra compagine dal governo. Lì la nostra "base sociale" avrebbe capito. Invece si è finito per scegliere di applaudire Mastella e, per non fare polemica non dico nomi, ancora dirigenti del nostro partito lo hanno definito "uomo di stato con alto senso delle istituzioni". Poi Mastella se n'è andato e tutto quel "castello di carte" è crollato mentre la nostra gente ci voltava, non proprio a torto, le spalle. Ora serve un congresso vero, aperto alla discussione. In tal senso sarebbe un profondo errore presentare un documento "blindato" senza la possibilità di emendamenti. Nel caso fosse invece così, il gruppo dirigente del partito si assumerebbe l'alto e arduo impegno di un documento davvero unitario che sappia, ad esempio, puntualizzare la nostra totale alternatività al partito Democratico e sappia avere come linea strategica la costituente dei comunisti, la cui percezione all'esterno potrà verificarsi appieno solo evitando, ad esempio, di fare gruppi dirigenti classicamente definiti e definitivi (segreteria, direzione, comitato centrale, ecc.), ma invece gruppi di direzione nazionali e locali "transitori" per chiarire, senza incertezze, la disponibilità a costruire assieme a tutte le comuniste ed i comunisti, ovunque collocati, un nuovo partito, condizione anch'essa indispensabile per ricostruire in Italia una sinistra anticapitalista.
Dichiarazione di voto:
Voto favorevolmente e con soddisfazione la proposta del segretario Diliberto di rinviare le modalità del documento congressuale (inemendabilità o meno, documento unico o alternativi) al prossimo comitato centrale quando lo stesso verrò presentato, anche perchè le questioni procedurali e organizzative sono le questioni della politica e della democrazia della politica. Sono inoltre positavamente colpito dalla discussione che Diliberto ha aperto nelle sue conclusioni sulla futura forma partito, anche in merito al "centralismo democratico" per verificare le questioni spesso citate di eventuali tendenze od anche di possibili "frazionismi di maggioranza".
 

 Intervista a Marco Rizzo

di  Gian Guido Vecchi

Milano- Conservo nel portafoglio un ritaglio, aspetti un pò, l’ho letto così tanto che quasi non si distingue più, ecco…”E’ essenziale la sfera delle connessioni problematiche, che sola può rompere la staticità delle culture politiche di appartenenza“…

Eh?

Appunto: ma che diavolo vuol dire?! E l’ha scritto Franco Giordano sulla prima del Manifesto. Ci credo che i giovani proletari delle periferie diventano fascisti! I comunisti sono questa roba qua?

Marco Rizzo, eurodeputato del PdCI, ha passato il I Maggio a maltrattare (verbalmente) l’intero Arcobaleno: da Bertinotti, “basta con la sinistra al cachemire!”, al “poeta del nulla” Vendola. E ora lancia la “costituente comunista” per “superare” Prc e PdCI. Ma cos’ha contro Bertinotti?

E’ il concentrato di ciò che negli ultimi vent’anni ha distrutto la sinistra.

Addirittura?

Ma si, la critica indifferenziata al Novecento, al comunismo e non ai suoi errori, il disastro delle periferie, la perdita dell’identità proletaria…

E lei vuole recuperarla?

Certo! Il conflitto capitale-lavoro, seppure aggiornato e arricchito. Io mi sono laureato ma non dimentico d’essere nato in un ingresso, di aver avuto un papà operaio. Bertinotti poteva rivendicare le sue esperienze…

E invece?

Stavo male a vederlo, una nuance al mattino, un’altra la sera, pareva la collezione autunno-inverno. No, non se ne può più. Io voglio spaventarle, le principesse! Voglio fare loro paura!

Quindi che succederà?

Che abbiamo ottenuto dai governi dal ‘94 ad oggi? Zero. Basta dire che Veltroni non ci vuole: siamo noi a non volere lui. Essere totalmente alternativi al Pd.

Per fare cosa?

Superare i partiti attuali che si sono mostrati fallimentari. E ripartire dalla falce e martello, dai conflitti di classe, da un nuovo partito comunista fatto di tutti i comunisti che vogliono superare radicalmente questa società. Un partito collegiale e senza leadership, perchè la leadership è di destra.(Il Corriere della sera 3 maggio 2008)

 

L'arcobaleno è una boiata e Fausto fa solo cinema


di Gianluca Roselli

Marco Rizzo (parlamentare europeo ndr) non esce dai Comunisti italiani. Non fonda nessun nuovo partito. E, almeno per ora, entra nella federazione della "cosa rossa", la Sinistra Arcobaleno. E già questa è una notizia. Ma niente paura: l'esponente comunista dell'ala più dura del Pdci non abbandona la sua battaglia. A cominciare dal simbolo. Che, «senza falce e martello è una boiata pazzesca».

Onorevole Rizzo, cosa si prova a veder sparire la falce e martello dal panora­ma della sinistra italiana?
«Faccio due considerazioni. Uno. L'elettorato di questa federazione è formato per il 70-80 per cento da comunisti. Trovo dunque bizzarro abbandonare il simbolo della lotta del mondo del lavoro. E non va bene nemmeno metterlo in un angolino: falce e martello deve essere centrale nel simbolo».

Due?
«Senza i comunisti non c'è la sinistra. Infatti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, paese dove non ci sono veri partiti comunisti, la sinistra è assente».

Quindi lei è contrario alla nascita della "cosa rossa"?
«Attenzione. In linea di principio sono favorevole all'inizio di un processo unitario a sinistra purché si resti alla federazione. Ma con due premesse: essere alternativi al partito democratico e valorizzare la presenza dei comunisti. Mi sembra che non vi sia né l'una, né l'altra. Se avessero coraggio, agli stati generali dovrebbero annunciare la presentazione di liste alternative al Pd fin dalle prossime amministrative».

Quindi il Pd potrà cercarsi nuovi alleati, magari centro?
«lo dico solo che stare nella coalizione per influenzare da sinistra la politica del governo è una barzelletta che ci raccontiamo da dieci anni. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. E poi mi chiedo una cosa».

Prego.
«Quali sono le basi per la nascita della "cosa rossa"? Quali gli ideali? Quale la missione? Manca il cuore, la linfa vitale. Manca l'anima. Se si vuole costruire una grande forza a sinistra bisogna partire da un'ottica fortemente anticapitalistica, partendo dalle cose concrete che interessano i lavoratori».

Come il welfare?
«Certo, Ma non solo. Vede, i quattro partiti della "cosa rossa" possono vantare 142 parlamentari. E cosa abbiamo ottenuto finora dal governo Prodi? Nulla. Tav, base di Vicenza, missione in Afghanistan, Finanziaria, aumento delle spese militari, Tfr. Poi pensioni e welfare, che sono i nodi centrali. Non abbiamo portato a casa niente. Abbiamo sempre abbassato la testa».

Il protocollo è ancora in Parlamento.
«Se alla fine del percorso in Senato il protocollo non verrà cambiato, allora da parte del Pdci bisognerà pensare al ritiro dei ministri e all'appoggio esterno al governo Prodi».

Ecco Rizzo, il comunista.
«Prendo atto del fallimento della presenza della sinistra in questo esecuti­o».

Quindi concorda con Bertinotti...?
«Conoscendo il personaggio, secondo me lo scontro di Bertinotti con Prodi è strumentale ai suoi fini personali e politici».

Ovvero?
«Bertinotti è pronto a fare salti mortali per due obbiettivi. Diventare premier di un governo istituzionale e realizzare una legge elettorale che ci obblighi a unirci nella "cosa rossa". Con Rifondazione in crisi verticale di consensi, Bertinotti pensa di spalmare i debiti anche sugli altri. E i sondaggi che danno la cosa rossa al 5 per cento sono allar­manti».

Quindi, secondo lei, non aleggia il fan­tasma del '98?
«Fausto sta facendo un po' di cinema, anche per recuperare elettori. E a sinistra vedo tante persone attaccate alla poltrona che sarebbero pronti a votare anche una guerra contro Cuba pur di restare al governo. Del resto, se l'esecutivo non è caduto sul welfare, vuoi dire che sono disposti a ingoiare tutto».

Ma la base comunista è pronta per la Sinistra Arcobaleno?
«I nostri elettori vogliono rimanere comunisti, sono unitari, ma vogliono vedere risultati, fatti concreti. E non chiacchiere».

Alcuni sostengono che lei sia pronto a uscire e a fondare un nuovo partito. Con la falce e martello. E' vero?
«Non ho ancora iniziato la mia battaglia e già mi danno da un'altra parte. lo rimango nel mio partito e cercherò di portare Diliberto sulle mie posizioni. Condurrò la mia lotta da dentro. Partendo proprio dal simbolo. Che va cambiato. Una forza veramente di sinistra deve avere come suo fulcro i comunisti e non l'eclettismo occhettiano. Altrimenti tanto valeva rimanere nel Pds».

Ma lei domani e domenica agli stati generali della Sinistra Arcobaleno ci sarà?
«Non so. Non ho ancora deciso. Devo valutare. Vedremo». (Libero, 7/12/2007)

 

Svizzera: rinasce il Partito Comunista

A quasi settant'anni dalla sua messa al bando, nel 1940, torna il il partito comunista in Svizzera, nel canton Ticino, 325mila abitanti di lingua italiana .Domenica 16 settembre infatti il congresso straordinario del Partito del Lavoro (Pdl), tenutosi a Locarno, ha votato a larga maggioranza una mozione per cui il partito riprenderà il nome proibito durante la Seconda guerra Mondiale. 43 voti a favore, 8 contrari e un astenuto hanno approvato la proposta lanciata dai “Giovani progressisti” del partito guidati dal neo-segretario del Pdl Gianluca Bianchi, elettricista di 25 anni.
Una svolta promossa quindi dall'ala giovane del partito per i quali “comunista” «è il nome che i compagni pionieri hanno liberamente scelto»; inoltre oggi, come si legge nella mozione di maggioranza la gente «chiede chiarezza anche nelle denominazioni».
Di nuovo Partito comunista quindi, rinascendo in Ticino, parte di una Svizzera profondamente e storicamente borghese.
Ospite al Congresso anche Marco Rizzo, europarlamentare del Pdci, secondo cui proprio il fatto che i comunisti risorgano in Svizzera, paese simbolo della sviluppo capitalista, «è un segnale che indica un'inversione di tendenza forte».
Una svolta che il segretario Bianchi ritiene possa far del bene a tutta la sinistra: «Da parte di tutte le forze della sinistra ticinese è stata confermata e ribadita la disponibilità al dialogo e all'intesa. Sono convinto che si può vivere soltanto positivamente questo nuovo corso».
E prendendo in prestito lo slogan scelto dai Comunisti italiani nell'ultimo congresso: «Più forti i comunisti, più forte la sinistra».(la Rinascita della sinistra 18 settembre 2007)

 

Care compagne Cari compagni,

ho il piacere di comunicarvi che oggi pomeriggio a Locarno (Cantone Ticino, Svizzera) la sezione della Svizzera Italiana del Partito del Lavoro ha deciso di modificare la propria denominazione in Partito Comunista! Dopo l'interdizione da una parte, e il liquidazionismo ideologico più tardi dall'altra, si torna a parlare di comunismo anche alle nostre latitudini.

Al Congresso erano presenti la rappresentanza della Federazione Svizzera del PdCI compagna Antonella Montesi e l'eurodeputato Marco Rizzo.

Saluti comunisti. Max (riscossa_rossa 16 settembre 2007)


 

Accertamenti Ue per sgravi alla Chiesa

 Marco Rizzo: Assurda la levata di scudi del centrodestra

 

Ichiesettan questi giorni la Commissione Ue ha rinnovato al governo italiano la richiesta di «informazioni supplementari su certi vantaggi fiscali delle Chiese italiane», ma non ha ancora deciso se aprire un'indagine per aiuti di Stato illegali che, nel caso ci fosse, sarebbe la prima inchiesta svolta dall'Antitrust nei confronti della Chiesa cattolica. Ad attirare l'attenzione della Commissione europea sarebbe stata in particolare una norma contenuta nella Finanziaria del 2006, l'ultima varata dal governo Berlusconi, che prevede l'esenzione dall'Ici degli immobili di proprietà della Chiesa adibiti a finalità commerciali ma non solo. Significa che basta, ad esempio, dare lezioni di catechismo in un negozio per essere esenti.
I dubbi europei sugli aiuti statali sembrano più che legittimi se si guarda agli sgravi su Ici, Ires, Irap e Irpef che riguardano le numerose attività economiche collegate alla Chiesa, una vera e propria azienda, leader in Italia nei settori immobiliare, turistico, sanitario e scolastico. L'immenso patrimoni immobiliare ecclesiastico è difficile da stimare, si parla di 100mila fabbricati per 8-9 miliardi di valore; il turismo religioso, solo a Roma, genera un fatturato di 5 miliardi l'anno con 40 milioni di presenze e in tutta Italia preti e suore gestiscono 250 mila posti letto. E poiché tale attività è ritenuta meritoria il governo ha stanziato 10 milioni di euro per la promozione degli itinerari della fede.

Sgravi fiscali concessi alla Chiesa:

 Ici

Tutte le istituzioni religiose sono esenti purché non siano adibite esclusivamente ad attività commerciali 

 Ires

Tagli del 50% per associazioni di assistenza e beneficenza

 Irap

I compensi ai sacerdoti non vanno conteggiati nell'imponibile Irap

 Irpef

I dipendenti del Vaticano non pagano l'Irpef su stipendi e pensioni. Gli immobili pontifici sono esenti da tributi

 No profit
 

Le Onlus religiose non devono presentare annualmente bilanci che rispettino i criteri di legge sul no profit 

 
 

 

 

 

Le richieste dell'Unione europea non piacciono al centrodestra che nega i benefici fiscali alla Chiesa, con Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Forza Italia, che addirittura parla di «una assurdo e ridicolo laicismo anticlericale dell'Europa».
Di tutt'altro avviso il coordinatore nazionale del Pdci, Marco Rizzo: «L'Europa non si cita a corrente alternata. O si fa riferimento alla Ue sempre, o non lo si fa. Trovo assurda la levata di scudi del centrodestra contro la Ue, colpevole, secondo diversi esponenti dell'opposizione, di avere chiesto delucidazioni sul pagamento Ici della Chiesa. Se lo Stato è laico, deve esserlo anche nell'applicare le norme».(La Rinascita della sinistra 30 agosto 2007)

 

Festa dei Comunisti Italiani e Sloveni

 

Si apre domani, venerdì 27 luglio 2007 , a Mattonaia, in comune di Dolina (TS), la Festa provinciale de La Rinascita, organizzata dai Comunisti Italiani e Sloveni, con lo slogan " Per una sinistra unita – zaenotno levico" che contrassegna la determinazione dei comunisti ad insistere nella proposta della Confederazione delle forze della Sinistra.

Dice la segretaria provinciale Giuliana Zagabria:

"Al di là delle polemiche sulla stampa nei confronti di una sinistra irresponsabile, intendiamo invece lavorare a sostegno di Prodi, contrastando la deriva liberista di questi mesi: è indispensabile riequilibrare a sinistra l'azione del governo, per riacquistare il consenso dei lavoratori e del popolo di sinistra che si è dimostrato deluso e fiduciato. Parimenti è necessario lavorare assieme in provincia e nella regione"

Pertanto per segnare il nuovo clima politico, alla Festa dei Comunisti Italiani e Sloveni, assieme al segretario regionale del PdCI Stojan Spetic  porteranno un saluto il sindaco di Dolina Fulvia Premolin, il consigliere regionale di Rc Igor Kocijan, Fulvio Vallon per SD e Rossano Bibalo per i Verdi.

La Festa prosegue sabato 28, domenica 29 e si chiude lunedì 30 luglio 2007.(resistenza_partigiana 26 luglio 2007)

"Accordo indigeribile, peggio della riforma Maroni"

 Marco Rizzo, stronca l'accordo


di Andrea Palombi

ROMA - «Peggio della riforma Maroni, assolutamente indigeribile». Il giudizio di Marco Rizzo sull'accordosulle pensioni non lascia spazio a equivoci. La stroncatura è totale. Il coordinatore nazionale del Pdci boccia l'accordo, il sindacato che l'ha sottoscritto, il governo e la sua «svolta moderata» e perfino quella parte della sinistra (Verdi e Sinistra democratica) che l'hanno approvato. Anzi avverte che questo potrebbe affossare qualsiasi riunificazione a sinistra. E non esclude che il Pdci possa votar contro in Parlamento, anche a costo di far cadere il governo Prodi.
Innanzitutto: perché dite di no all'accordo?
«Perché diluisce in un breve tempo quello che era la riforma Maroni, ma per alcuni aspetti la peggiora.Tanto per cominciare: la riforma di Maroni introduceva la soglia dei 62 anni nel 2014 (e dopo una verifica), l'accordo attuale prevede "quota 97" nel 2013. E cioè l'innalzamento a 62 anni un anno prima della riforma Maroni, a meno che non si aumentino gli anni di contributi a 36, ma il discorso ovviamente non cambia.
E lo stesso succederà nel 2011 con la "quota 96".
Altro punto grave è quello relativo ai coefficienti che servono per il calcolo della pensione. Si introduce la triennalizzazione della revisione che prima non c'era. Una vera e propria scala mobile al contrario per le pensioni. E per cominciare si parla di una riduzione dei coefficienti dal 6 all'8 per cento. Poi hanno ridotto le finestre da 4 a 2 per chi ha 40 anni di contributi, e questo ora varrà anche per le donne che prima erano escluse».
Però l'accordo esclude una vasta platea di lavoratori impegnati nei cosiddetti lavori usuranti.
«Anche su questo punto "Repubblica" ha svelato l'inganno. E' vero che i lavoratori impegnati nei lavori usuranti sono un milione e 400mila, ma quelli che effettivamente usufruiranno dell'esclusione saranno appena 5 mila l'anno ed è una cosa che andrà ad esaurirsi. Insomma, l'età pensionabile aumenta per tutti prima della riforma Maroni!».
Perché il sindacato avrebbe sottoscritto l'accordo?
«Non lo so, ma di certo sarà un disastro per la rappresentatività sociale e per il sindacato. Una capitolazione. Una sconfitta epocale».
Diliberto sostiene che Epifani è stato costretto a firmare sotto il ricatto della caduta del governo.
«E questo la dice lunga sull'autonomia del sindacato dalla politica».
Problemi anche per la maggioranza di governo?
«Per il centrosinistra è la consacrazione di una svolta definitivamente moderata che vuole schiacciare la sinistra radicale, che d'altra parte si trova dimezzata».
(Libertà On Line 21 luglio 2007)
 

Comunisti svizzeri

La sezione ticinese (svizzeroitaliana) del Partito Svizzero del Lavoro decide di tornare a chiamarsi Partito Comunista

BELLINZONA - In vista delle prossime elezioni nazioni, alle quali il Partito del lavoro parteciperà con una propria lista per il Consiglio nazionale molto probabilmente congiunta con il Partito Socialista e i Verdi, il partito si riunirà in Congresso a Locarno domenica 16 settembre 2007.
Tra le altre cose, comunica il Partito, si discuterà una proposta formale presentata dal movimento giovanile del PdL Giovani progressisti, "intesa a chiedere il cambiamento del nome del Partito del Lavoro in Partito comunista".
Alla presenza dell'ospite d'onore, l'onorevole Marco Rizzo, esponenente di spicco del Partito dei Comunisti italiani (PdCI), verrà discussa la trattanda che pone una questione di estrema rilevanza simbolica. Questo cambiamento riporterebbe il partito ad avere il nome originale, "nome che - secondo i promotori - durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale era stato messo al bando".
Finora, dalle prime consultazioni sul territorio sembra che il parere tra i compagni di partito sia sostanzialmente positivo. La proposta verrà discussa e messa ai voti.(riscossarossa 17 luglio 2007)

E anticomunismo svizzero

 

Non è passato neanche un giorno dalla comunicazione della volontà del Partito del Lavoro della Svizzera Italiana di assumere il nome di Partito Comunista, che ecco la violenta reazione del segretariopolitico dell'Unione Democratica di Centro (partito ultra-nazionalista svizzero).

Mellini: "Comunisti come nazisti, basta con la disparità di trattamento" Eros Mellini, segretario cantonale dell'UDC ci parla a titolo personale sui fatti storici che hanno diviso in due l'Europa durante il dopo guerra. Dopo guerra che, secondo il segretario, è ormai superato.

BELLINZONA - Eros Mellini, segretario cantonale dell'UDC ribadisce la necessità di tagliare definitivamente con il passato e di quindi abbandonare le vecchie contrapposizioni novecentesche che vedevano sinistra e destra schierate una contro l'altra. Insomma, è il momento di guardare avanti e di ristabilire nuovi ordini che prevedano, anche secondo il punto di vista storico, il riconoscimento dei crimini a opera dei regimi comunisti alla stessa stregua di quelli nazifascisti.

Il problema è storico. Paragonare comunismo e nazismo non è azzardato? L'Armata Rossa ha liberato l'Europa dal nazifascismo. "Hanno vinto la guerra? E se avessero perso? Sarebbero stati sul libro
nero? A noi non vanno bene nè gli uni nè gli altri. E la "parità di trattamento" non è mai successa e mai succederà nonostante i comunisti abbiano provocato dalle 60 alle 80 milioni di vittime. Di più di quelle del nazismo. E perché i comunisti continuano a essere osannati?"

I comunisti peggio dei nazisti?
"No, e lo ribadisco: a titolo personale, sono uguali".


Il passato è passato...
"Sono passati oltre 60 anni - continua Mellini - "bisogna piantarla con la storia dell'olocausto. Appartiene al passato, basta. Ma si continua a parlarne perché gli ebrei hanno in mano la finanza mondiale e di conseguenza hanno i soldi per continuare a ricordarlo. Io in parlamento, quando si discuteva la giornata della memoria e si era
ventilata la possibilità di farla, io mi sono opposto perchè questa giornata deve ricordare tutti i genocidi. L'olocausto è stata una cosa atroce, ma gli ebrei non hanno l'esclusiva alla sofferenza".

Proibire la svastica e la falce e martello...
"Ritengo inopportuno rifondare il Partito comunista - continua Mellini - perché il termine rievoca milioni di vittime. Come si vuole proibire la svastica, bisogna proibire anche la falce e martello. Per la stampa svizzera poi, stranamente, esiste solo l'estremismo di destra. Però quando escono le statistiche risulta che sono quelli di estrema
sinistra a fare più danni. Ma in tutti i casi, gli uni e gli altri sono criminali comuni e devono essere "presi a legnate" dalla giustizia ordinaria".

 

"Senza comunisti, niente sinistra"

L'eurodeputato Rizzo: avanti con la Confederazione


di Mauro Giacon


«Vorrei sapere quale sarà il riferimento sindacale del Partito democratico, la Cgil o la Cisl? Perché la Fiom è già con noi... Che siano il partito dei moderati, d'accordo. Ma non pretendano di rappresentare anche la sinistra». Comincia bene, vista dal Partito dei comunisti italiani, l'avventura del Pd. Così lo ha salutato ieri a Padova il confermato neo segretario regionale Nicola Atalmi. Ai lavori del congresso del Pdci ha partecipato anche l'eurodeputato Marco Rizzo.

Onorevole Rizzo, adesso tocca a voi aprire il cantiere. Giordano, Prc, dice che anticapitalismo, pacifismo, antiliberalismo sono i tre cardini della nuova sinistra...
«Sono d'accordo ma chiederò alla gente di valutarci non per quello che si dice ma per quello che si fa. Noi proponiamo la Confederazione della sinistra. Ogni partito mantiene la sua idealità e la sua autonomia e ci si mette assieme per risolvere i problemi».

Insomma Berlusconi se la potrà ancora prendere con i comunisti?
«Io sono comunista e resto comunista. L'idea che ci sia la scomparsa dei comunisti credo che sia un errore anche per la sinistra perchè nei Paesi dove non ci sono, come Gran Bretagna e Stati Uniti, non c'è neanche più la sinistra»

Chi ci ha perso di più fra Margherita e Ds?
«L'idealità dei Ds ci ha perso di più, i dirigenti no perchè continueranno ad avere poltrone, poltroncine e strapuntini».

Dimenticando i problemi?
«Che sono i bisogni sociali dei lavoratori. C'è una proletarizzazione dei ceti medi e una ricchezza che non viene contestata dalla politica. Serve una svolta».

E come svoltiamo?
«Con una politica che sappia mettere al centro le questioni vere. Non si dice che i manager delle società quotate in borsa negli ultimi tre anni hanno avuto l'80 per cento di aumento di stipendio. Non si dice che non siamo ancora riusciti a tassare le rendite finanziarie oltre il 12 per cento, quando anche gli interinali hanno una tassazione superiore al 20 per cento. Non si dice che sui pensionati pesa il 70 per cento della tassazione, come a dire che a pagare sono sempre loro».

I soliti discorsi...
«No, perché le stesse parole non sono più usate allo stesso modo. Oggi fai la guerra e la chiami "peace keeping", fai i licenziamenti e li chiami "mobilità in uscita". Ci sono i padroni ma li chiami "parte datoriale". Ristabiliamo il valore e il nome delle cose. È l'unica modalità per legare insieme i problemi alla lotta».(Il Gazzettino, 23/4/2007)

 

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Congresso Federazione PdCI Svizzera Enrico Berlinguer

 

 di Antonio Aversa

Anche il Partito dei Comunisti Italiani ha tenuto il suo primo congresso federale. I delegati delle  8 sezioni della Svizzera hanno parlato tanto del governo Prodi ma sempre con l’attenzione alle ricadute delle sue attività per la comunitä italiana.  E’ stata espressa fiducia, per esempio, nella rapida attuazione della norma prevista dalla legge finanziaria che permette ai consolati di rilasciare le carte di identità già dalla fine di giugno. “Forse bisognerà aspettare ancora alcuni mesi – ha tra l’altro dichiarato nel suo intervento il segretario della federazione Europa, e membro della Direzione del PdCI, Roberto Galtieri – perché ancora non è stato promulgato il decreto di attuazione ”. L’importante, pero’, è che il governo Prodi, dopo la clamorosa “svista” dei tagli alle pensioni degli italiani all’estero, prontamente corretto, continui a lavorare per migliorare le nostre condizioni di vita. La questione del governo pero’ non deve essere considerata solo quella del governo nazionale, dobbiamo iniziare dai Comites a coinvolgere i nostri connazionali. Certo il PdCI chiede e vuole Comites con piu’ poteri, ma prima dei poteri conta la partecipazione, la consapevolezza del lavoro svolto da questi organismi votati dai cittadini. Le liste dei Comites sono sempre piu’ liste elettorali. Dobbiamo interrompere questo processo degenerativo della politica che allontana i cittadini dalla gestione della cosa pubblica. Dobbiamo iniziare da ora, e non tre mesi prima delle elezioni, a formare programmi, e poi, dopo le liste. Programma che deve avere al centro la trasparenza e l’onestà dell’agire istituzionale”.

Il congresso si è svolto in armonia anche se il dibattito non è stato affatto sopito. Unico elemento che interrompe questa armonia è stato il momentaneo rifiuto di Gennaro Viteritti, iscritto al PCI dal 1946, di accettare la carica di Presidente della Federazione Svizzera del PdCI, per discrezione. Ma alla fine ha accettato. Un altro tema molto discusso, forse il piu’ discusso, è stato quello dell’unità delle sinistre per far avanzare le ragioni dei lavoratori. “Io non so se la Confederazione si farà, ma so che si può fare, che si deve fare” ha detto Giovanni Urracci, segretario federale del PdCI Svizzera, nella sua relazione introduttiva al congresso. “L’unità delle sinistre, con la coerenza” è stato un altro elemento – introdotto dall’intervento di Vincenzo – che ha arricchito il dibattito. L’unità si fa con tutti, non con spezzoni di partiti. L’appello che il Pdci rivolge all’unità è rivolto a Rifondazione,  “con la quale proprio qui in Europa abbiamo iniziato a lavorare insieme per una petizione che raccolga tante di quelle firme da far smettere la Rai di oscurare i programmi che  manda via satellite in Europa -  ha affermato Galtieri” -, ai Verdi, con i quali stiamo aprendo insieme una sezione laddove non eravamo ancora presenti, ed infine, ma non da ultimo a tutti i Ds, non solo al correntone”. Tema quest’ultimo molto sentito dai presenti. Dagli interventi è emersa, infatti, una sfiducia, una critica alla scelta dei Ds di sciogliere il loro partito per creare il partito democratico. “Un partito anonimo” afferma Glauco dal fondo della sala; “un partito dove ormai è sparita la “S”, della sinistra” afferma Andrea, davanti al tavolo della presidenza. “I Ds, anche qui in Svizzera, possono anche esercitarsi in questa forma di autolesionismo, di autodistruzione, noi no. – questa volta è Urracci a parlare. Insomma unità e diversità: con il popolo e con il governo”. “Non possiamo permetterci né uno slittamento ipergovernista, né uno slittamento antigovernista. Dobbiamo continuare in questo crinale difficilissimo, declinando unità e diversità. Se non fossimo diversi, perché dovremmo esistere come partito? E se non fossimo unitari, ci troveremmo rinchiusi in una sezione o cellula a sventolare la bandiera rossa e non conteremmo nulla per i lavoratori, per il Paese. Le cose, unità e diversità, si tengono. Ma una cosa deve essere a tutti chiara: il nostro partito resta, con la sua autonomia. Sarebbe strano quel segretario di partito che chiedesse la fine del partito che dirigono! Mica sono Fassino” si scalda definitivamente Urracci. (30 marzo 2007)

Federazione PdCI Svizzera Enrico Berlinguer

Oberdorfstrasse 11, 5242 Birr - Tel/ Fax 056 444 11 07—056 444 11 12

 

"Il Partito Democratico? Non è di sinistra

sarà uguale a quello del centrodestra"


L'europarlamentare dei comunisti italiani Marco Rizzo ci parla dell'ipotesi alternativa alla nascita del Pd



di Federico De Cesare

ROMA - Mentre si insiste da più parti per dare un'accelerazione alla nascita del Partito democratico, la sinistra radicale inizia a fare le prime mosse. Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, ha proposto a Fausto Bertinotti di riunire le forze per tornare al vecchio Pci. Ma il presidente della Camera nicchia. Abbiamo sentito cosa ne pensa Marco Rizzo, europarlamentare dei Comunisti italiani.

Onorevole, probabilmente si avvicina la nascita del Pd. Cosa ne pensa?
E' la chiusura del cerchio cominciato con la Bolognina, dove si è sciolto il partito Comunista per creare il partito dei Democratici di sinistra, che adesso diventerà semplicemente il partito dei Democratici. E' la fine della sinistra nel nostro Paese.

In questo modo non si apre così uno spazio?
Sì, però come sempre lo scivolamento della sinistra verso il centro, porterà a un ulteriore imborghesimento di quello che resta della sinistra. Da questo punto di vista sono abbastanza preoccupato.

Quindi la sinistra radicale è destinata a sparire?
La mia paura è che tra dieci anni ci saranno solo due partiti, del tutto simili. Uno conservatore, l'altro, tra virgolette, democratico. Entrambi molto vicini e molto simili, con metà degli elettori che non andranno più a votare perchè non crederanno più né nell'uno né nell'altro.

Oliviero Diliberto ha proposto al presidente Bertinotti di creare un partito dalla fusione del Pdci con Rifondazione. E' d'accordo?
Sembra che adesso Rifondazione sia più disponibile. Chiaramente poi ci dovremo misurare su alcune questioni.

Anche se ultimamente il presidente della Camera è accusato dai suoi stessi compagni di essersi un po' troppo "istituzionalizzato".
Questo è un dato di fatto. D'altronde quando si fanno certe scelte.

Questo nuovo partito di sinistra sarebbe aperto anche ad altre forze politiche?
Assolutamente, anche perché non sarebbe un partito ma una confederazione.

Perché il centrosinistra ha voluto a tutti i costi il Partito democratico?
Ormai c'è un meccanismo di gruppi dirigenti che si sono messi in discussione (la Discussione (organo della DCA di Rotondi), 16/3/2007)

 

 

Su governo e conflitto:

 l'azione dei comunisti dopo la crisi del 21 febbraio

di Marco Rizzo

Per interpretare meglio quello che è accaduto nei giorni di questa crisi di governo serve un’analisi che racconti la realtà per quella che è, e non per quella che appare o, peggio, per quello che ci vogliono fare apparire.
Come ha più volte giustamente osservato Oliviero Diliberto, questo governo è il punto di quadro politico più avanzato. Aggiungo io, in tutta la sua prima fase fino al fatidico 21 febbraio, veniva indicato (erroneamente) come fortemente condizionato dalla cosiddetta sinistra radicale, al punto tale che una pesantissima finanziaria con luci ed ombre è stata definita addirittura con l’aggettivo di “sovietica”, in modo tale da prefigurare successivamente una sorta di “fase 2” in cui ci sarebbe stata una riscossa delle forze moderate della coalizione. Oggi, dopo aver evitato il rischio di riconsegnare il Paese a Berlusconi, siamo agli ormai famosi 12 punti del nuovo governo Prodi. Per questo è utile rimarcare la giustezza di una scelta che ha evitato di farci percepire dal nostro popolo come “inguaribili guastatori” che consegnavano le sorti della nazione a una delle peggiori destre reazionarie, così come è giusto evidenziare che quei 12 punti, pur essendo generali, indicano uno spostamento a destra rispetto al programma dell’Unione.
L’ingresso di Follini nella maggioranza, se da un lato rappresenta una condizione per andare avanti, dall’altro è una pericolosa evidenza della virata moderata voluta dai poteri forti. A questo punto tutto si può fare tranne che accettare questa condizione come il male minore e traccheggiare sperando in tempi migliori che di certo non arriveranno. In tal senso la proposta unitaria di Diliberto, in primo luogo a Rifondazione e alle altre forze della sinistra, è un passo importante perché ci può consentire di avere un forza di pressione maggiore sui nodi da affrontare proprio nei confronti del governo Prodi. In questo processo, che io considero urgente, dobbiamo insistere sui contenuti, perché nei confronti del ripiegamento al centro della maggioranza occorre più movimento, più partecipazione e più conflitto sociale. Aggiungerei addirittura che quest’anno, il 2007, sarà l’anno cruciale per capire se questa scommessa aveva e avrà un senso.
Sostenere il nuovo governo in termini non subordinati e, al tempo stesso, riannodare i fili con i movimenti prendendo in mano l’agenda del conflitto sociale, sono le condizioni essenziali per andare avanti. Sara difficile? Sarà difficilissimo, anche perché dobbiamo scontrarci con il pensiero unico della globalizzazione capitalistica, secondo cui chi appoggia una qualunque azione di conflitto sociale o contro la guerra, si colloca automaticamente contro l’interesse generale. I lavoratori della Wind di Milano che lottano contro i licenziamenti non avranno di fronte solo gli interessi di quella multinazionale ma si dovranno battere contro il “senso comune” delle “compatibilità”. Chi lotta contro la nuova base Usa a Vicenza non si confronterà solo contro il potere dell’imperialismo americano, ma si dovrà confrontare (sic!) con la follia logica di chi ci racconta che non si possono disattendere trattati internazionali, siglati quando il mondo era diviso in due, oppure che non si possono ribaltare gli accordi dei governi precedenti.
Altro che non fare più cortei, come abbiamo sentito dire anche da qualche compagno! Dobbiamo combattere spalla a spalla assieme ai compagni di Rifondazione, della Fiom, della sinistra sociale e ambientalista al fine di premere anche sul governo. Qualcuno può dire: oggi non è possibile. Bene, bisogna fare come se ciò fosse possibile. Non rompere il legame con il governo, cosi come vuole la grande maggioranza della nostra gente, e , al tempo stesso, essere con i movimenti in lotta. Dare cioè sostanza alla nostra partecipazione al centro-sinistra attraverso l’organizzazione del conflitto. Dalle manifestazioni per i Dico alla Val di Susa e allo Stretto di Messina, dal blocco delle ruspe di Vicenza alle lotte contro la precarietà.
Infine, fare della battaglia sulle pensioni, la “cartina di tornasole” di questa intera strategia: altro che i vecchi contro i giovani! Dobbiamo dire a chiare lettere che la previdenza deve essere pagata con i contributi e che l’assistenza va pagata con le tasse. E che quindi le spese per l’assistenza vanno derubricate da quelle per la previdenza, scoprendo così che il bilancio dell’Inps sarebbe in attivo per ancora vent’anni; e che le pensioni per i giovani si avranno non a discapito di chi ha lavorato una vita, ma solo combattendo realmente la precarietà del lavoro. E, ancora, che la previdenza privata è la più grossa “porcheria” che si sta preparando, anche con l’aiuto di qualche pezzo del sindacato più interessato al business che agli interessi dei lavoratori che dovrebbe tutelare. E, in ultimo, che la “riforma” adombrata finora si differenzierebbe da quella di Maroni solo per i tre “scalini” al posto dello “scalone” di tre anni nel 2008, ma che prevederebbe lo stesso i 61 anni di pensione d’anzianità nel 2012 ed i 62 anni nel 2014, addirittura con coefficienti ridotti del 6-8%. Queste sono le battaglie che dobbiamo fare.
Per concludere questa riflessione, non ci si può nascondere che queste giornate hanno pesato come macigni ed hanno portato alla luce il problema della rappresentanza reale, che per un partito comunista al passo con i tempi è la condizione stessa dell’esistere. Non è infatti un caso che Rutelli abbia più volte sottolineato che «si può anche cercare il cambiamento ma non la rappresentanza». Non siamo d’accordo, il “passaggio sarà stretto” , ma saranno proprio i legami di massa che ci daranno la forza per continuare la nostra lotta. (la Rinascira della sinistra 9.3.2007)
 

 

"Riunifichiamo la sinistra di classe"

Marco Rizzo, parlamentare europeo del PdCI

 

Tra Pdci e Rifondazione segnali di disgelo

di Andrea Cangini

Roma - Di Fausto  Bertinotti aveva detto: «Per lui la rinascita della sinistra è una pura questione di cachemire», «partecipando alla parata del 2 giugno ha mostrato la solita incoerenza», «ha rinnegato il messaggio di Marx per entrare definitivamente nell'agone del pensiero unico capitalista», «trovo incomprensibile la sua leggerezza nello scivolare al centro», «ha infranto il valore dell'antifascismo», «su Vicenza è stato ipocrita, ma non è una novità»...
Poi, lunedì scorso, il «nemico del popolo» Bertinotti ha aperto uno spiraglio all'ipotesi di Confederazione col Pdci. Poi, ieri, a nove anni dal loro divorzio politico, il leader del suo partito, Diliberto, alla Camera è andato a congratularsi con l'ex segretario del Prc. «Disgelo», hanno titolato le agenzie.

Marco Rizzo, spiazzato?
«No, perché? La politica non è mai un fatto personale...».

Ma a volte può sembrarlo.
«Non è così. Fossi cattolico, direi che dal male nasce il bene».

Bertinotti era il male?
«Il male è ormai alle nostre spalle, preferisco parlare, del bene».

Sarebbe?
«Il fatto che, dopo molti anni, finalmente Bertinotti mostra di non credere più all'autosufficienza del Prc ed ha rinunciato al progetto della Sinistra europea».

Per la verità, i suoi dicono che quel progetto é sempre attuale.
«Sarà, ma nell'intervista a Liberazione non ne ha fatto cenno».

Dunque?
«Dunque, vuol dire che ha accettato la nostra proposta».

Quale?
«Quella di dar vita a una Confederazione della sinistra. E, aggiungerei io, della sinistra di classe».

Di classe?
«Beh, sì, non bisogna ver paura delle parole ed è sempre meglio individuare chiaramente i propri interlocutori».

Come dovrà svilupparsi questo progetto federativo?
«Dobbiamo insistere sui contenuti, perché contro il ripiegamento al centro della maggioranza occorre più movimento, più partecipazione e più conflitto».

Più conflitto?
«Certo, non basta dare una sponda istituzionale ai movimenti, ma bisogna strarci dentro».

Al governo ma anche in piazza.
«Sia dentro le istituzioni che fuori».

Confederazione o partito unico?
«Meglio non impiccarsi con le formule, ma, per quanto mi riguarda, sarebbe opportuno mantenere l'autonomia di ciascun soggetto».

Che senso hanno due partitini comunisti entrambi di governo?
«Non voglio fare polemiche, mi limito a dire che, per noi, la parola comunista è imprescindibile».

Divisi, dunque, eppure uniti.
«E' una questione di volumi: dobbiamo confrontarci con avversari interni ed esterni l'Unione che pesano molto più di noi, e se vogliamo difendere le nostre idee dobbiamo combattere spalla a spalla».

Secondo lei, che intenzione ha, per esempio, D'Alema?
«Vuole tagliare le ali e marginalizzare la sinistra antagonista. E' per questo che occorre un surplus di protagonismo e di antagonismo».

Concretamente?
«Dobbiamo prendere in mano l'agenda dei conflitti sociali e spingerla nel programma. Del resto, se non lo facciamo, che siamo andati a fare al governo?».

Sarà dura.
«Sarà durissima. Anche perché dobbiamo confrontarci con il pensiero unico della globalizzazione capitalistica, per cui qualunque opzione di conflitto viene messa in campo ti viene regolarmente detto che l'interesse generale è solo dalla parte del capitale».

Che tempi prevede?
«Bisogna partire subito e partire da cose concrete».

Tipo?
«Dare risposte alla militarizzazione del Paese, combattere la legge 30, difendere le pensioni...».

Ora che può parlarne bene, cosa pensa di Bertinotti?
«E' uno che ha fiuto, ha capito che il cosiddetto partito della Sinistra europea aveva uno sbocco difficile ed ha cambiato strada...».(Quotidiano Nazionale 3.3.2007)
 

 

 

"Dopo la Camera vuole scalare il Colle"

Rizzo stronca il Bertinotti non violento


di Luca Telese

L'intervista di Fausto Bertinotti a La Repubblica in cui il presidente della Camera ribadisce la sua scelta per la «non violenza integrale» e sostiene con toni autocritici che «la sinistra non ha fatto abbastanza sulla lotta al terrorismo»? Raccoglie una montagna di elogi e una stroncatura controcorrente. Quella di Marco Rizzo, numero due Pdci, «storico» avversario del leader di Rifondazione.

Rizzo, ci siamo stupiti di non vedere in agenzia sue dichiarazioni polemiche.
«Ehhh...».

Oggi Bertinotti la convince?
«No, il contrario, direi! Ormai le sue dichiarazioni vanno corredate dalla didascalia: Senza parole».

Perché mai?
«Non servono commenti, no?».

Servono, invece.
«Mi pare che quello che sta accadendo sia abbastanza chiaro».

Lo spieghi anche a noi, allora.
«Semplicissimo! Bertinotti è in fase di ricollocamento rapido».

Da dove a dove, di grazia?
«Diciamo pure che è un trasloco, dall'area antagonista, non spendibile, a quella moderata, e integrabile».

Bertinotti «moderato»?
«Ma sì, non ci sarebbe nemmeno da stupirsene: è vero che non è mai stato comunista, questo ormai lo sanno anche i sassi...».

Guardi che si potrebbe prendere una querela, Bertinotti al suo comunismo ci tiene...
«Ma va là! Qui il problema non è più comunismo sì o no, da tempo: ormai lui è dentro il conformismo del pensiero unico».

Ma se è la sua bestia nera!
«... Senta, bisogna capirlo: è una torsione per certi versi legittima, di uno che vuol far carriera».

Scusi, prima di tutto mi dica cosa non condivide.
«Ma dico, adesso, a settant'anni, Fausto scopre Gandhi?».

Non c'è nulla di male.
«Certo, Gandhi è un mito. Ma siamo davvero sicuri che sia più attuale di Marx? Più di Lenin?».

Me lo dica lei.
«Ma vaaa!!».

Lei non è d'accordo sul valore assoluto non violenza, scusi?
«C'è la democrazia, quindi siamo democratici. Ma se l'Italia fosse invasa, non sarebbe giusto prendere le armi? Non vorrei che si arrivasse a condannare la Resistenza, di questo passo».

Non lo prende sul serio?
«Un leader ha un tempo massimo per fare le sue scoperte».

Bertinotti dice che l'antiamericanismo «è datato».
«Allora - viste le sue esternazioni dell'ultimo decennio in materia - anche Bertinotti è datato».

Da tempo non ne fa più.
«Mi faccia indovinare. Per caso da quando è stato eletto a Montecitorio?».

Però continua a dare battaglia sulla base di Vicenza.
«Mi creda, nulla di serio. Come tutti sanno, sulle questioni parlamentari, il suo partito è allineato. Allineatissimo, direi».

Ma quale sarebbe il motivo, scusi?
«Come, non si è capito? Bertinotti è convinto di giocare una partita da presidente della Repubblica».

Lei si immagina sul Colle il leader di un partito antagonista?
«Perché qualcuno se lo immaginava a Montecitorio, prima?».

Non glielo permetteranno.
«E infatti lui è pronto a barattare la sua Sinistra europea, o quel che è oggi, con il partito democratico e il nulla osta istituzionale».

Sinistra europea è solo la famiglia internazionale di Rifondazione.
«Si sbaglia. È una piccola Bolognina celebrata in incognito».

Non hanno cambiato né nome né simbolo.
«Solo finchè c'è un altro partito comunista, finché ci siamo noi. Vedrà, vedrà...».(Il Giornale 21.2.2007)


"Il Pci le ignorò per anni? Comprensibile"

 

Foibe. Il Corriere intervista  Marco Rizzo, parlamentare europeo del PdCI

sulle dichiarazioni di  Giorgio Napolitano

di Monica Guerzoni

Onorevole Marco Rizzo, con quale animo un politico "orgogliosamente comunista" come lei ha ascoltato Napolitano sulle foibe?  Un fatto di storia certamente terribile, ma tutte queste vicende sono contestualizzate dal punto di vista storico. Come si fa a parlare di foibe senza ricordare le stragi fasciste contro le popolazioni slave?

Qualcuno potrebbe accusarla di giustificazionismo... Io non giustifico nulla, tanto che la mia prima osservazione riguarda l'atrocità delle foibe, però osservo che nel mondo, in Europa e sopratutto in Italia, c'è una vulgata revisionistica che tende a far apparire ragioni e torti allo stesso modo.

Napolitano parla di congiura del silenzio. Non condivide? E' anche per volere della DC, che era al governo, se l'Italia ha dimenticato.

E il Pci? Ora è lei che dimentica, onorevole. Anche qui bisogna ricordare il contesto. Il mondo era diviso in blocchi e pur nella drammaticitàè comprensibile che la sinistra, come la destra, abbia ignorato quegli orrori.

Cecità politica, accusa il capo dello Stato. Comprendo il ruolo del presidente. Quel che contesto è l'ipocrisia in base alla quale si ricordano alcune cose e ne se scordano altre. Se sono comunisti indonesiani o greci massacrati, non importa nulla, se sono i paladini della libertà ungherese invece vanno celebrati.

Napolitano rese omaggio ai martiri della rivolta. Eh già. Ma perchè devo fare le pulci a Napolitano quando è tutta la sinistra che fa questo? Basta vedere Bertinotti che va alla festa di AN. Lo scorso anno si celebrò il '56 ungherese Bene, nel 2007 si commemori lo sterminio di 30 mila algerini e nel 2008 quello di un milione di comunisti greci. Ma no, queste3 celebrazioni non ci saranno.

Perchè? Lo spettro dell'anticomunismo si aggira per l'Europa.

Non vorrà accusare Napolitano di anticomunismo?No, ma le tragedie della storia si commemorano tutte.Non addosso al capo dello Stato una responsabilità storica che non può avere, me la prendo piuttosto con i tanti tromboni che a destra come a sinistra, non si indignano nemmeno più e riscrivono questa storia a proprio uso e consumo.

Tra Trieste e Fiume fu pulizia etcnica o no? C'è anche quella cosa lì. Eci sono stati, come ha detto  puntualmente Napolitano, calcoli diplomatici in base ai quali si è finto di non vedere. Bisogna smetterla di rappresentare questa storia come lo scontro tra il comunista buono e il comunista cattivo e dunque Tito, che sterminava la gente, essendo nemico di Stalin, poteva fare quello che voleva... (Corriere della Sera 11.2.2007)

 

 

La guerra preventiva nello spazio

 

di Umberto Guidoni

 La dottrina di Bush approda tra le stelle. E' il senso del documento firmato dal Presidente americano, e passato sotto silenzio, nel quale si stabilisce il principio della supremazia spaziale degli Stati Uniti
 

  La dottrina Bush della guerra preventiva è destinata ad andare oltre i confini della Terra per raggiungere le profondità dello spazio. Questo potrebbe essere il senso del documento firmato dal Presidente americano, e passato sotto silenzio, nel quale si stabilisce il principio della supremazia spaziale degli Stati Uniti.

In verità, alcuni documenti dell'Air Force statunitense avevano da tempo messo in risalto la necessità di estendere anche all'orbita terrestre il principio della supremazia aerea e navale, tanto caro ai militari del secolo scorso. Si tratta di una strategia che fa perno sull'idea di utilizzare le orbite basse (quelle tra 500 e 2000 chilometri) per scopi militari. Qualcuno potrebbe pensare che questa non sia una grande novità, in fondo da sempre ci sono satelliti spia che costantemente osservano la superficie terrestre svolgendo un'accurata funzione di sorveglianza. Ma proprio questa è la sostanziale novità: si passa da una funzione di intelligence ad una di deterrenza armata. Un'escalation che rischia di aprire nei fatti una militarizzazione dello spazio che fino ad adesso era stata evitata grazie ai trattati internazionali e alla specifica convenzione ONU che sanciva il divieto di collocare armamenti nello spazio.

Da parte americana, si tenta di aggirare il problema facendo riferimento alla necessità di impedire ad alcuni Stati l'accesso allo spazio; facendo cioè leva sul piano della prevenzione, una ricetta il cui tragico fallimento è sotto gli occhi di tutti in Iraq ed in Afghanistan, ma che adesso l'amministrazione Bush vorrebbe applicare anche allo spazio.

E' interessante, poi, osservare quali sono i nemici cui bisognerebbe impedire l'accesso allo spazio. Non si tratta di Al Quaeda o Hezbollah, i quali ovviamente non sono in grado di rappresentare una minaccia spaziale, ma sono, almeno secondo i documenti militari, i cosiddetti paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Paesi che possiedono, o sono pronti a sviluppare, quelle tecnologie spaziali che possono rappresentare una minaccia per la supremazia militare degli Stati Uniti.

Anche se non esplicitamente menzionata, l'Europa è nella lista dei potenziali avversari, in quanto i razzi Arianne (veicoli commerciali sviluppati dall'ESA - Agenzia Spaziale Europea) sono percepiti come vettori capaci di utilizzo militare. Ecco dunque che Bush rivendica la politica delle mani libere, non più legate da trattati internazionali che limitino fortemente la possibilità di sviluppare tecnologie militari in campo spaziale. Lo stesso annuncio di qualche anno fa, con cui il Presidente americano proclamava il ritorno all'esplorazione della Luna, può avere una differente lettura alla luce del documento appena divulgato. Infatti, impegnare la NASA in un progetto a lungo termine nello spazio interplanetario per lasciare al Pentagono piena libertà di agire nello spazio vicino alla Terra, può essere il primo passo per poter sviluppare quelle tecnologie offensive necessarie per attaccare e neutralizzare satelliti o veicoli abitati potenzialmente ostili.

Con questa ennesima decisione unilaterale gli USA sembrano invertire la tendenza alla collaborazione in materia di spazio che ha contraddistinto quest'ultimo decennio, una volontà comune di cooperazione, di cui la Stazione Spaziale Internazionale (progetto che accomuna Usa, Canada, Europa, Russia, Giappone e Brasile) è l'esempio più evidente, e rilanciare, invece, quel clima da guerra fredda che è stato il "peccato originale" della corsa allo spazio.(AprileOnline 19.10.06)

 

Il Manifesto intervista Umberto Guidoni,

 Missione luna senza complotti

 

di Giulia Sbarigia
«Vi sorprenderebbe scoprire che il più grande momento della nostra storia recente potrebbe non essere mai accaduto?», così recitava l'invito all'anteprima di Capricorn one. Il film di Peter Hyams, con la Nasa intenta  a simulare la missione su Marte in uno studio televisivo, traduceva in  pellicola i dubbi dell'immaginario. I dubbi sullo  spazio, ancestrali o teorie del complotto, non sono mai sopiti, tornano a manifestarsi tutte le volte che si parla dello sbarco sulla Luna e ora che la Nasa si è persa i nastri originali dell'atterraggio di Neil Armstrong, la questione si riaccende.
Ne abbiamo parlato con Umberto Guidoni, astronauta e europarlamentare dei comunisti italiani, che a bordo dello Space Shuttle Columbia ha compiuto il giro del mondo in 80 minuti (come recita il titolo del suo libro pubblicato da Di Renzo editore).

La perdita dei nastri ad alta definizone della Nasa ha dato nuova linfa alla querelle intorno all'atterraggio dell'Apollo 11 sulla Luna. Com'è possibile che l'agenzia spaziale americana abbia commesso un errore tanto grossolana?
Credo che questa storia sia venuta fuori per caso. La Nasa già da tempo sta riversando su supporto digitale tutto il suo archivio, a partire dalle missioni più recenti e fino a quelle più antiche. Arrivati al 1969 si sono accorti di aver smarrito le immagini originali. Ma io non penso che siano andate perdute, piuttosto saranno chissà dove nell'archivio, come ha spiegato la Nasa stessa. È materiale che nel corso degli anni è passato da una mano all'altra, le persone che se ne sono occupate saranno in pensione o addirittura morte. Certo questa vicenda dà nuovo slancio alle persone che speculando sul filone della dietrologia, che in America è fiorente. Ma in realtà le teorie del complotto si possono confutare in vario modo.
L'argomento più forte a sostegno della veridicità dell'atterraggio è il clima della guerra fredda in cui tutto questo è avvenuto. Se i russi avessero avuto dei dubbi sulla missione americana penso che avrebbero tirato fuori tutta la documentazione per demolirli.

È dall'inizio del '70 che l'uomo non mette piede sulla Luna, e l'esplorazione dello spazio si limita a lunghe o brevi permanenze sulla stazione internazionale. Perché?
La risposta è proprio nell'origine delle missioni lunari nate nel clima della guerra fredda. Sono state un grandissimo risultato tecnologico, ma si portavano dietro un peccato originale: l'affermazione politica, prima ancora che scientifica e tecnologica. Per questo si investì moltissimo e si ottennero risultati in breve tempo, in meno di dieci anni si arrivò dai primi voli nello spazio all'atterraggio sulla Luna, tant'è che allora si pensava che saremmo arrivati su Marte per la fine del secolo. Così non è stato, una volta che è venuto meno il motivo principale sono mancate le risorse economiche e le motivazioni. Oggi andare sulla Luna ha sicuramente un carattere di prestigio, ma sono soprattutto le spinte scientifiche a motivare una nuova missione. Se ne parlerà tra 12 anni, ma a quel punto il viaggio sulla Luna sarà diventato di routine, non sarà più una cosa eccezionale.

Ci sono programmi per lo sfruttamento della Luna, dal radiotelescopio sul lato oscuro della Luna al combustibile Elio 3. Sono progetti sostenibili?

Penso che siano progetti ragionevoli che servono anche a giustificare gli enormi costi della tecnologia necessaria a tornare sulla Luna.

Si può parlare di rispetto dell'ambiente quando ci riferiamo Luna?
La definizione è al limite, ma è un modo ragionevole di porsi il problema, dobbiamo darci delle regole generali. Tutto quello che è sotto l'orbita terrestre è regolato da accordi internazionali: non si può possedere un territorio fuori dalla Terra. Non ci saranno nuove colonie nello spazio, mi auguro. Sarà piuttosto una situazione simile a quella dell'Antartide con basi esplorative, speriamo internazionali, e lavoro d'equipe nell'interesse della scienza.

Oggi lei siede al parlamento europeo, ha lavorato all'Agenzia spaziale europea (Esa), ente che ha rappresentato volando due volte nello spazio. L'Esa e l'Europa possono competere con gli Usa?
Non siamo ancora in grado di essere un'alternativa agli Usa, ma il ruolo dell'Europa è cresciuto da un punto di vista scientifico, per quanto riguarda la tecnologia spaziale: satelliti automatici, sonde.. pensiamo alle diverse missioni su Marte con il Marx Express, o alla nuova sonda che andrà su Venere. Ma per quanto riguarda il volo umano non possiamo reggere il  confronto con gli Stati uniti, anche perché non abbiamo un veicolo. Gli  astronauti europei utilizzano il veicolo americano o quello russo.

E la Cina a che punto è?
Ha bruciato le tappe con un grande impegno, anche economico. La Cina è arrivata terza dopo russi e americani per quanto riguarda il veicolo per il trasporto di astronauti. Lo ha fatto in maniera intelligente, sfruttando la tecnologia russa. Ora cominciano a parlare della costruzione di una stazione spaziale in orbita e di una base sulla Luna. C'è un aspetto politico e uno scientifico che muove i cinesi, ma c'è anche il tentativo di fomentare il senso di appartenenza alla nazione.

Può spiegare questo strano effetto del rallentamento del pensiero cui sono soggetti gli astronauti nello spazio?
In assenza di peso il nostro organismo si trova in una situazione completamente nuova: cambiano le coordinate, i punti di riferimento, nello spazio alto e basso non significano nulla per il corpo. In volo quindi bisogna abituarsi alla nuova realtà, ricalibrare il sistema, il 90% dei sensori, che si basano sul peso del nostro corpo, non funzionano più. Una parte del cervello tenta allora di risolvere il conflitto fra le informazioni che arrivano dal sistema dell'equilibrio, nell'orecchio, e le immagini fornite dagli occhi; questo fenomeno tiene impeganto il cervello e rende quindi più lente le altre attività.

Ma com'è il cibo spaziale?
Le pasticche che si usavano sull'Apollo, o il cibo nel tubetto da dentifricio delle prime missioni, non esistono più. Ora il cibo viene preparato sulla Terra, è cotto e disidratato, in volo basta aggiungere un po' d'acqua e stare attenti che non voli in giro per la navetta. Il catering si è evoluto, ma certo non si tratta di pasti appetitosi (19 agosto 2006)

 

 Intervista a Marco Rizzo:

E' come quello di Berlusconi, non votiamo questo decreto



di Luca Telese

Allora onorevole Rizzo: sembrava che il Pdci dovesse fare sfracelli, e invece alla fine sull'Afghanistan voterete anche voi con Prodi?
«E a lei chi glielo ha detto, scusi?».

Voi avete detto che non farete cadere il governo, che significa?
«Stiamo dicendo che questo è il nostro governo. Ma che il decreto così com'è non ci piace. Inviterei a non sottovalutarci».

Ma i giochi sono già fatti. Oggi voi avete una direzione che stabilirà il sì alla fiducia!
«Affatto. Il decreto può e deve cambiare, e noi oggi non daremo nessun lasciapassare. Così com'è non ci va bene».

Ma alla fine, dopo Rifondazione, anche voi troverete un accordo.
«Non facciamo paragoni, per carità! Loro, ormai, hanno dei dirigenti che accettano qualunque cosa. Noi siamo liberi».

Perché voi dovreste essere più liberi di loro, scusi?
«Perché Rifondazione è prigioniera di una sindrome, beve tutto, ormai. E sa perché? Perché deve farsi perdonare il peccato capitale del '98, e perché i suoi dirigenti hanno posto altre priorità».

Quali?
«Ma dài! Pare che la presidenza della Camera conti più di ogni cosa. Un discorso che ormai hanno capito anche i militanti: è un partito in via di disfacimento, e a me dispiace».

Ancora non ho capito la differenza fra come voteranno loro e come voterete noi.
«È semplice. Così com'è il decreto di Prodi è identico a quello di Berlusconi. E se resta identico, noi non votiamo. È chiaro?».

Ci sono 471 militari in meno, non le basta?
«Senta, non dico che siamo esperti bellici, ma qualche carta abbiamo imparato a maneggiarla pure noi. I militari sono diminuiti solo per un fattore contingente, per il normale turn over delle truppe. È solo un caso, dunque, potrebbero essere di più».

Allora qual è il discrimine?
«Il mandato e il finanziamento. E il finanziamento è rimasto invariato».

Tanto ora eviteranno che si voti di semestre in semestre.
«Se provano a infilare questa cosa in Finanziaria noi facciamo le barricate».

Perché volete ricattare il governo volta per volta?
«Perché queste "missioni di pace"sono già ai limiti del mandato costituzionale, e non accetteremo che il Parlamento ne perda il controllo».

Perché è così importante che cambi qualcosa?
«Perché non possiamo accettare l'idea che ce ne andiamo dall'Irak, ma puntelliamo gli americani da un'altra parte. Sono giochi illusionistici che non cambiano la sostanza della politica estera, il nostro giudizio è negativo».

Però, al contrario dell'Afghanistan questa è una missione Nato?
«E allora? Io, personalmente, la Nato la vorrei abolire, si figuri. Non lo posso ottenere? Che almeno Prodi ci stia diversamente da come ci stava il centrodestra: se non c'è discontinuità noi diciamo no».

Allora voterete anche no?
«Come voteremo adesso non lo dico».

Ah, vede?
«Non lo dico perché non ora lo posso dire: mancano venti giorni. Per ora ci separa un abisso, ma in mezzo ci può essere la politica».

Ma se voterete la fiducia comunque?
«Per ora non sappiamo nemmeno se ci sarà la fiducia!».

Il problema della fiducia è che in quel caso i voti dell'Udc diventano pericolosi per l'Unione.
«I voti dell'Udc per noi sono la cosa peggiore che potrebbe capitare a questo governo».

Addirittura.
«Prodi deve saperlo: per lui sarebbero il bacio della morte».

Nientemeno? Il centrosinistra, ha già ottenuto «aiutini».
«Stavolta no. Perché se la geometria del governo diventa variabile sulla guerra, vuol dire che può diventarlo su tutto: leggi sociali, economia... ».

A volte capita.
«No, stavolta no».

Se è in gioco la sopravvivenza del governo...
«Lo sta dicendo all'unico partito che non ha portato i suoi leader nella stanza dei bottoni. Diliberto sarebbe un ottimo ministro, ma ha rifiutato. Anche io sono rimasto al mio posto, a costruire il partito».

E per questo Prodi dovrebbe rifiutare i voti centristi?
Prodi dovrebbe farlo per il suo bene: e non deve sottovalutare le nostre preoccupazioni. I voti di Casini sarebbero un colpo durissimo, un pasticcio enorme». (Il Giornale 01.07.06)



 

 Marco Rizzo: sia il premier a smentire.

 I comunisti non sono folklore




Non credo che Prodi, nell'intervista al settimanale tedesco Die Zeit, riportata oggi su La Repubblica, abbia  definito i comunisti "innocui", "folklore" perché, se fosse vero, avrebbe realmente offeso gli oltre 3 milioni di persone che, votando per Rifondazione Comunista ed i Comunisti italiani, hanno consentito alla coalizione di centrosinistra di vincere e a lui di governare. Il suo ufficio stampa ha già smentito, ma il direttore di Die Zeit conferma tutto: sarà utile, suggerisco umilmente, una diretta smentita di Prodi.  Il senso di lealtà alla coalizione non può essere in nessun modo ridicolizzato, tanto più che sui temi della pace e del lavoro, la nostra pazienza viene messa costantemente a dura prova.

Roma, 8 giugno 2006

 



Ecco il testo dell'intervista al presidente del Consiglio Romano Prodi che il settimanale tedesco Die Zeit pubblica oggi.

Onorevole Prodi, a pochi giorni dalla sua imminente visita a Berlino la politica italiana, il suo nuovo governo, sono un enigma per la maggior parte dei tedeschi.
"I tedeschi hanno sempre dell'Italia un'immagine di grande confusione. E' difficile per loro capire la mia politica e capiscono a fatica anche me".

A partire dal fatto che non sappiamo neanche a quale partito effettivamente appartenga.
"Siamo in procinto di fondare il Partito Democratico e non è affatto un'utopia. Vi confluiranno i due maggiori partiti della mia coalizione, i Democratici di sinistra e la Margherita. Già oggi costituiscono un gruppo parlamentare su cui posso contare in entrambe le camere. Non mi sento parte invece di nessun partito tradizionale".

Una volta fondato il nuovo Partito Democratico avrà finalmente una tessera di partito?
"Ma certo! La tessera numero uno è già in preparazione".

La nostra cancelliera fa già a volte fatica a guidare una coalizione di due soli partner. Ci spieghi come farà a tenerne insieme nove.
"All'interno dei vostri due partiti di coalizione esistono quaranta diverse correnti, non solo nove! I tedeschi, mi perdoni la franchezza, hanno impiegato molto più tempo a stringere il patto di coalizione rispetto a noi. Ci hanno messo due mesi! In un mese io ho fatto eleggere i presidenti delle due Camere, un presidente della repubblica, formato il governo e superato il voto di fiducia. Siamo italiani, ma mi sembra che da voi il tutto proceda con molta più fatica. Noi abbiamo solo più folklore, Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani. Ma a confronto di Lafontaine, è qualcosa di abbastanza innocuo".

Lo scetticismo non si limita ai nomi dei due partiti comunisti irriducibili che fanno parte della sua coalizione di governo ma riguarda soprattutto la loro impostazione statalista. Come intende portare avanti contro queste forze le riforme e i tagli al bilancio necessari?
"Il mio programma di riforma è stato sottoscritto da tutti. Tutti e in tutti i punti fatta eccezione per le coppie di fatto e il sostegno alle scuole private. Che ci si creda o no faremo politica sulla base di questo programma. Tutti hanno chiara la situazione: via io, via il governo. Se il governo cade resteremo i prossimi sessant'anni all'opposizione".

Che cosa ha detto ai suoi 25 ministri lo scorso fine settimana in Umbria?
"Ho illustrato innanzitutto la situazione finanziaria".

E sarebbe?
"Beh... un po' peggiore di quella tedesca. Ma solo un po'. A parte gli scherzi: il nostro debito si aggira intorno al 4,6 per cento del PIL. Sappiamo ovviamente di dover rispettare i parametri di Maastricht e sappiamo anche che per noi non si chiuderà un occhio come è stato fatto a suo tempo per la Germania, perché allora a Bruxelles c'era un presidente benevolo...".

Le riforme comporteranno però un qualche costo. Ogni anno la giustizia italiana viene richiamata per la sua lentezza dalla corte europea per i diritti dell'uomo. Invece di lavorare con più efficacia il tribunale di Roma ha lamentato di non avere più carta per le sentenze, con 700.000 cause civili pendenti.
"Forse lì manca anche la carta igienica. E' questa la situazione che ci ha lasciato il governo Berlusconi. Non ha diminuito le imposte e al contempo ha ridotto gli investimenti. Le spese statali sono comunque aumentate vertiginosamente. C'è stato uno spreco incredibile. Ho ridotto la mia scorta dalle 51 persone ingaggiate da Berlusconi a 32 e la considero ancora un'esagerazione. Il nuovo leader dell'opposizione impiega attualmente 31 guardie del corpo a spese dello stato".

E' vero che in Umbria ha ordinato ai suoi ministri di non attingere al minibar della stanza d'albergo?
"Era per scherzare. Anche noi però dobbiamo dare il buon esempio per arginare anche l'impressionante spreco nelle regioni. Risparmiare sull'armata delle auto blu è importante a livello psicologico per la gente. Già nel 1996 ho preso la guida di un paese dalle finanze disastrate. Le ho rimesse in ordine allora e ci riuscirò anche questa volta. So fare il mio mestiere. E me lo lasci dire: questo paese è stato in passato schiavizzato. Il precedente premier poteva fare e disfare a suo piacimento".

Come definirebbe il berlusconismo? Una forma di governo postdemocratica?
"Sì, postdemocratica. Il berlusconismo ha sistematicamente cambiato il popolo italiano, la mentalità della gente, i loro valori".

Una volta ha definito il movimento politico di Berlusconi, Forza Italia, come il partito di quelli che parcheggiano sempre in seconda fila. Che cosa intendeva dire?
"E' stata proprio questa la sua propaganda: non c'è nulla di male a frodare il fisco, non c'è nulla di male a parcheggiare in seconda fila. Lo stato è l'antagonista, il nemico. E attraverso i suoi media ha sempre diffuso questa propaganda".

Il giornalista Alexander Stille scrive che Berlusconi si è creato un elettorato con le sue emittenti.
"Proprio così. E' questa la caratteristica postdemocratica di Berlusconi, convincere la gente non solo parlando di politica ma soprattutto non parlando di politica. In queste elezioni circa il 70 per cento dei laureati hanno votato per me. Il 70 per cento! Tra le donne di età compresa tra i 35 e i 55 anni ho ottenuto meno voti, forse (ride) perché non sono molto sexy. Ma in questa fascia d'età ho ottenuto l'11 per cento dei voti in più tra le donne che lavorano rispetto alle casalinghe".

Che evidentemente guardano di più la TV di Berlusconi.
"Meno ore le persone trascorrono davanti alla TV più sono propense a votare centrosinistra. E' la legge matematica della postdemocrazia".

Il suo governo avanzerà una legge antitrust che cambierà realmente la situazione in Italia arginando il monopolio di Berlusconi?
"Non voglio punire Berlusconi, ma consentire la libera concorrenza sul mercato italiano dei media".

Anche se lei non ha intenzioni punitive, a seguito di questa legge Berlusconi finirà per veder ridotte le sue proprietà?
"Ha denaro a sufficienza per diversificare".

Una cosa è la legge antitrust, un'altra la legge per regolamentare il conflitto d'interessi. Che genere di regolamentazione ha in mente?
"Esistono numerosi esempi. L'incompatibilità della carica di parlamentare o di membro del governo con determinate professioni, ad esempio".

Sarà una priorità del suo governo?
"Certamente, ma la vera priorità è l'equità sociale. Dobbiamo legare l'imprenditorialità alla giustizia sociale e aiutare coloro che negli ultimi anni si sono impoveriti. Sono tantissimi! Famiglie che ultimamente vivono in condizioni di povertà. E' chiaro che dobbiamo realizzare l'equità sociale".

Ha in mente anche un'addizionale Irpef per i più ricchi, come in Germania?
"Per ora non ho norme concrete in vista. Ma dato che parliamo di equità: se riusciremo ad arginare l'enorme evasione fiscale saremo già un passo avanti. Quando andai la prima volta al governo, dieci anni fa, il mio ministro delle finanze mi comunicava ogni trimestre un gettito fiscale maggiore senza che avessimo aumentato le imposte. Era solo che la gente pagava regolarmente le tasse perché l'atmosfera generale del paese era cambiata. Su questo serve fermezza. Niente paradisi fiscali. Niente condoni. Semplicemente riscuotere le tasse che spettano allo stato. L'importante è prendere subito le decisioni, se no siamo finiti. Non bisogna indugiare come voi in Germania con l'aumento dell'Iva.. L'Italia non può tollerare altre promesse mancate. O offriamo qualcosa di nuovo o perdiamo la fiducia della gente ".

Nei confronti del governo americano lei ha scelto ultimamente un linguaggio diverso rispetto alla Cancelliera. Ha definito la guerra in Iraq un grave errore e le truppe Usa in Iraq truppe di occupazione.
"Da tedesco anch'io userei un linguaggio diverso. Non avremmo truppe in Iraq. I concetti che ho usato sono stati impiegati a suo tempo anche da una maggioranza di politici americani. Inoltre ho sempre definito un errore la guerra in Iraq pur attribuendo grande valore alla stretta collaborazione con il governo USA. Da parte mia non c'è traccia di antiamericanismo".

Anche il governo Berlusconi voleva il ritiro dei soldati italiani dall'Iraq. Dove sta la differenza?
"Berlusconi auspicava una strana soluzione, una soluzione all'italiana: ritiriamo le truppe, ma lasciamo 800 uomini per proteggere 30 operatori che assistono nella ricostruzione. Noi invece vogliamo un ritiro in piena trasparenza. Deve essere attuato entro l'anno. Ma non faremo come Zapatero, niente annunci a sorpresa".

L'arresto del padrino della mafia Provenzano e il crollo del sistema calcistico corrotto in Italia... è un caso che si siano entrambi verificati dopo la sua vittoria elettorale?
"Lei non sa da quanto tempo ci rifletto sopra. In tutta sincerità , non lo so. Ma quanto alla Juventus sono otto, nove o dieci anni che sento questa barzelletta, la scriva pure: Il calciatore brasiliano Ronaldo, che allora giocava nell'Inter, prega sempre la Madonna. All'improvviso la Madonna gli appare e dice: 'Dato che sei così pio, ti faccio una grazia, puoi esprimere un desiderio e io lo esaudirò'. Ronaldo risponde: 'Va bene, vorrei un'autostrada diretta da Milano al Brasile'. La madonna molto imbarazzata esclama: 'Ronaldo, chiedi troppo! Scatenerei le ire degli ambientalisti. Pensa a qualcos'altro, torno domani mattina'. Il giorno dopo Ronaldo torna a pregare la Madonna, che, come promesso, riappare. 'Hai pensato a un'altra grazia Ronaldo?' Ronaldo esprime il suo desiderio: 'Vorrei una partita contro la Juve con un arbitro imparziale' . E la Madonna risponde: 'Ronaldo, a quante corsie la vuoi l'autostrada per il Brasile?'". (La Repubblica 08.06.06)

 

 

L'Unione proclami una grande manifestazione

 per la democrazia il 25 aprile


Al direttore dell'Unità
di Marco Rizzo

Berlusconi ha perso: non è ancora detto, però, che il berlusconismo sia stato del tutto sconfitto. Non dobbiamo, infatti, nasconderci dietro ad un dito e negare che, secondo il parere di molti, il responso delle urne  - trasformatosi anche a seguito di una campagna elettorale impostata su di una contrapposizione frontale tra centrosinistra e centrodestra in un vero e proprio plebiscito pro o contro Berlusconi - avrebbe sancito una vittoria netta di Romano Prodi e dell'Unione. Così non stato: si sono indubbiamente verificati errori anche importanti da parte del nostro schieramento - è necessario riconoscerlo - sia di comunicazione che di contenuti, primo fra tutti la timidezza e l'indecisione nell'affrontare il tema tasse, quasi si andasse a rimorchio di un'agenda elettorale e di un modus dettati dal Cavaliere.
Il fatto che la parte più netta dell'Unione - fra cui modestamente ci siamo anche noi Comunisti italiani - abbia aumentato i propri consensi è un segnale difficilmente smentibile del fatto che gli elettori hanno preferito la chiarezza e la discontinuità rispetto a Berlusconi, segnale che, a dire il vero, si poteva già registrare, traendone il debito insegnamento, a fronte dell'elevatissimo numero di persone che si recarono alle primarie. Rebus sic stantibus, con una vittoria di misura, perché perseverare nell'errore? Di fronte a cinque anni di malgoverno che hanno dequalificato il nostro Paese pressoché in ogni settore, sprofondandolo nei meandri della finanza creativa foriera di recessione e stagnazione economica, di fronte ad un centrodestra che, ad una settimana dal voto, ancora non si è rassegnato ad accettare la realtà e ad ammettere la sua sconfitta, di fronte all'atteggiamento di alcuni esponenti della Cdl, spesse volte arrogante e beffardo, come è possibile avere anche solo in mente l'idea di governare in un "inciucione", una Grosse Koalition all'italiana il Paese?
Stanno, inoltre, accadendo fatti gravissimi: il premier uscente tenta di gettare la popolazione nell'allarme - ed è solo grazie alla maturità degli italiani che il giochetto non gli riesce - urlando immotivatamente ai brogli elettorali, nel becero tentativo di aumentare il livello di tensione e di evitare che si svelenisca il clima.
Cui prodest? Si tratta di un atteggiamento irresponsabile che mette volutamente a rischio l'agibilità democratica del Paese perché ne pone in discussione i fondamenti ed il suo momento più alto di espressione della volontà e del libero pensiero dei cittadini: le elezioni. Sulla Costituzione e sulla democrazia, non si può e non si deve scherzare, soprattutto in Italia, perchè ha vissuto l'orrore di un ventennio di dittatura. Il centrosinistra non può dunque accettare di aprire nessuna discussione con chi ha tentato in tutti i modi di "picconare" la Costituzione nata dalla  Resistenza; Romano Prodi non deve avere nulla a che spartire con chi si è reso responsabile di scardinare con la devolution lo Stato in cambio dei voti di una forza come la Lega che inneggia all'egoismo sociale, alla xenofobia ed al razzismo, con chi ha promulgato leggi ad personam, privilegiando gli affari di famiglia agli interessi generali del Paese. 
C'è, invece, urgenza in Italia di un governo di centrosinistra radicalmente alternativo a quello di Berlusconi, di un governo che non si mostri e non sia affatto ancillare rispetto ai desideri dei poteri forti e della Confindustria e che non ceda alla potestas Ecclesiae in temporalibus, un governo che abbia il coraggio delle proprie idee e del proprio programma, che difenda la laicità dello Stato, la libertà degli individui e che pretenda il rispetto delle leggi e delle regole, per tutti, altrimenti avremo un berlusconismo senza Berlusconi.
Per i motivi qui sopra esposti, sarebbe bene che tutte le forze che compongono il centrosinistra fossero d'accordo nel proclamare una grande manifestazione "per la democrazia"  proprio il 25 aprile, data simbolo della Resistenza.
Sarebbe, a nostro parere, il modo migliore per rendere attuali gli insegnamenti ed i valori di chi ha liberato il nostro Paese.

L'autore è Presidente della Delegazione dei Comunisti italiani al Parlamento Europeo

 

Lo spazio ha bisogno di una strategia europeista

dichiarazione stampa dell'europarlamentare Umberto Guidoni del PdCI

In questi giorni stiamo assistendo ad una riorganizzazione fra i gruppi europei nel settore spaziale con Alcatel - che ha appena annunciato la fusione con Lucent nelle infrastrutture Telecom -  che porterà la sua partecipazione in Thales dal 9,5% al 21,6%, avvicinandosi alla quota dello Stato francese, che resta il primo azionista con una partecipazione del 27,1%.
Questa riorganizzazione vede interessata anche Finmeccanica che ha due joint venture con  Alcatel: la prima, Alcatel Alenia Space, è controllata al 67% da Alcatel e per il 33% da Finmeccanica, mentre la  seconda, Telespazio, vede Finmeccanica al 67% e Alcatel al 33%.Secondo Umberto Guidoni, europarlamentare dei Comunisti Italiani, "dopo il caso energia c’è il rischio di un nuovo scontro con la Francia, questa volta sul fronte spaziale". Ciò in quanto fonti politiche riportano che il Presidente francese Jacques Chirac, il quale tramite lo Stato controlla il 27% di Thales, sta cercando di convincere il management che sarebbe meglio stringere un accordo con il consorzio franco-tedesco Eads piuttosto che con gli italiani. "Ancora una volta - ha proseguito Guidoni - la nostra industria nazionale rischia di pagare un prezzo alto alle politiche di questo governo che hanno isolato l’Italia dal resto dell’Europa". 

"Oggi - ha spiegato l'europarlamentare - l’industria aerospaziale rappresenta, per l’Italia, uno dei pochi settori strategici rimasti, per questo il nuovo governo dell’Unione dovrà mettere il tema dello spazio fra le priorità della politica della ricerca e delle politiche industriale.  Questo - ha concluso - è particolarmente urgente perché, agli elementi di strategia industriale e tecnologica, le attività aerospaziali aggiungono una funzione essenziale per le politiche di difesa e sicurezza e per l’autonomia nei rapporti internazionali".(6 aprile 2006)