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Paesi dell'Est |
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Un punto di vista diverso su Lukashenskodi Fosco Giannini* e Mauro Gemma** su l'Ernesto Online del 28/12/2010
Proponiamo ai nostri lettori questo articolo che "Liberazione" non ha ritenuto
opportuno pubblicare. ** Segreteria provinciale PRC Torino Il Partito Comunista della Polonia sulla messaal bando dei simboli comunisti
L’isteria anticomunista ha da molto tempo superato i limiti della ragionevolezza. Anzi, recentemente ha oltrepassato i limiti dell’assurdo. Jaroslav Kaczynski, ex primo ministro e leader del partito al potere aveva dichiarato pubblicamente che il comunismo era responsabile della morte di decine di miliardi di persone. Se la menzogna ha un carattere anticomunista, non è neppure necessario assumere misure coercitive. Tutto ciò che può attizzare l’odio va bene. Tali dichiarazioni possono essere rilasciate senza subirne le conseguenze. Nessuno si è permesso di chiedergli la cosa più ovvia: se conosce il numero degli abitanti della terra. Le persone vengono trattate come se fossero un branco di idioti che non sanno o non vogliono sapere, o che non contano nulla. Allo stesso tempo, il Presidente Lech Kaczynski, suo fratello gemello, ha firmato una legge ugualmente assurda. Nella sua nuova forma, l’articolo 256 del codice penale prevede che: Art. 256 § 1. Tutti coloro che pubblicamente fanno propaganda per regimi fascisti o per ogni altro regime totalitario o lancino appelli all’odio su basi nazionali, razziali, religiose, sono soggetti a sanzioni, restrizioni e privazioni della libertà, fino a una pena di 2 anni. § 2. La medesima pena deve essere comminata a chi, allo scopo di propagandare, produrre, importare, affittare, immagazzinare, presentare, trasportare o inviare oggetti contenenti simboli descritti nel § 1 o recanti simboli comunisti. § 3. L’autore di tali atti proibiti non commette crimine, solo nel caso in cui la sua azione sia parte di un’attività artistica, educativa o scientifica. § 4. Nel caso di una condanna per un’infrazione descritta nel § 2, la Corte dichiara la confisca degli oggetti in questione, anche se l’autore del delitto non ne era proprietario. L’emendamento alla legge esistente, con l’aggiunta dei § 2-4, entrerà in vigore sei mesi dopo la pubblicazione nella “Gazzetta Ufficiale”. Non è stato ancora pubblicato. Occorre sottolineare che l’interdizione dei simboli comunisti avviene contemporaneamente all’approvazione di altri emendamenti. Tra essi, un emendamento aggrava le sanzioni penali previste per la pedofilia. Si intende in tal modo dare l’impressione che il comunismo è uno dei mali sociali. I due fratelli sono idolatri dell’anticomunismo. Un’ideologia criminale, ben peggiore dei totalitarismi immaginari. Un’ideologia che ha causato la morte di un gran numero di persone. Che è all’origine dell’andata al potere di Hitler e dello scatenamento della guerra in Europa. Di un genocidio organizzato e deliberato. Dell’occupazione giapponese della Cina e di altri paesi asiatici. Della barbara guerra in Corea. Dei piani per l’utilizzo di armi nucleari su grande scala nel corso di quella guerra. Della guerra altrettanto barbara in Vietnam, che ha visto l’uso di armi chimiche e la perpetrazione di crimini contro i civili. Il capitalismo, in quanto formazione sociale, ha lo sfruttamento e l’incarcerazione degli esseri umani scritti nella sua bandiera. Sotto la sua bandiera, i colonialisti inglesi, belgi, francesi hanno saccheggiato le risorse naturali e commesso genocidi. Hanno costretto le popolazioni di paesi interi a lavorare come schiavi per massimizzare i loro profitti. Hanno fatto tutto ciò sia apertamente che segretamente. E’ mai successo che un partito politico che difende l’ideologia anticomunista e il capitalismo abbia ricevuto tali accuse nei suoi confronti? La risposta è no, poiché è solo il capitalismo che può essere apertamente propagandato. Chiunque lo metta in discussione verrà accusato di crimini immaginari, di intenzioni criminali ed anche perseguito e incarcerato per queste ragioni. E mentre ci si riempie la bocca di democrazia. Gli agenti del regime capitalista sono diventati talmente insolenti e arroganti da trasformare il palamento in tribunale, in cui giudicare i loro oppositori politici. Poiché è impossibile provare che i comunisti fanno propaganda per il totalitarismo o che hanno intenzione di commettere qualsivoglia crimine, allora, dopo 20 anni di calunnie, di diffamazioni e di continue menzogne, si è scoperto che l’unico modo di attribuire loro tali intenzioni è scriverlo nella legge. Il Partito Comunista della Polonia è un partito politico registrato presso la Corte Suprema. Non si è mai arrivati a provare che il suo statuto e il suo programma contengano elementi di natura illegale. Il Partito Comunista della Polonia opera nel rispetto della Costituzione polacca e della legge sui partiti politici. Le istituzioni dello Stato sono obbligate a trattare tutti i partiti politici nello stesso modo. Ma esse non adempiono a questo obbligo. Solo i partiti parlamentari hanno accesso ai dibattiti pubblici, mentre il PC della Polonia è sistematicamente discriminato. La sua ideologia è costantemente messa in discussione. Si sono usate delle parole tese a scatenare l’odio. Esistono istituzioni pubbliche, che sono finanziate da fondi pubblici, ma il cui scopo dichiarato è quello di condurre la lotta politica mediante la revisione e l’estrema politicizzazione della storia, mettendo sullo stesso piano comunismo e fascismo, costruendo una vera e propria mitologia e brandendo anche l’arma della repressione. Tale revisione della storia è il risultato delle tendenze revansciste in seno alle classi sociali che avevano perso i loro privilegi quando le forze socialiste-popolari erano arrivate al potere dopo la Seconda Guerra Mondiale: la borghesia e i proprietari terrieri, le classi che hanno ottenuto una posizione privilegiata dopo i cambiamenti di regime nel 1989. L’Istituto per la Memoria Nazionale, ancora prima dell’approvazione dell’emendamento, ha cercato di minacciare amministrazioni locali accusate di indolenza nel cambiamento dei nomi delle vie, in accordo con gli imperativi dell’ideologia ufficiale. Le istituzioni dello Stato non sono state solamente trasformate in portavoce della propaganda dell’odio anticomunista, ma hanno anche in vario modo violato e aggirato la legge. Anche il Parlamento ha apertamente violato i principi fondamentali della legge e dell’ordine, in modo flagrante. Ha approvato un emendamento al Codice Penale che ha per bersaglio un partito politico in particolare. L’aggettivo che descrive il reato nell’emendamento fa riferimento al nome del PC della Polonia. Si provi a immaginare cosa sarebbe successo se il Partito Comunista della Polonia avesse proposto nel suo programma simili metodi nei confronti nei propri avversari politici. Non sarebbe stato accusato di un crimine solo per aver annunciato tali intenzioni? Non si sarebbe utilizzato l’articolo 13 della Costituzione polacca, il quale enuncia che: “i partiti politici e le organizzazioni i cui programmi sono basati sui metodi totalitari e sulle pratiche del nazismo, del fascismo e del comunismo, come pure quelli i cui programmi o attività proclamano l’odio razziale o nazionale, la messa in pratica della violenza allo scopo di conquistare il potere o di pesare nella politica dello Stato, o che coltivano il segreto sulla propria struttura o sui loro aderenti, devono essere interdetti” contro il PC della Polonia al fine di metterlo fuori legge semplicemente perché ha accennato a tali pratiche autoritarie? Questo emendamento è eccezionalmente totalitario. Interviene nella sfera del pensiero e degli strumenti di espressione. Il possesso di certi oggetti che contengano elementi non definiti può essere sottoposto a procedimento penale solamente in virtù di una dichiarazione soggettiva che attesti il suo riferimento a un pensiero politico inappropriato. Dal momento che non è stato definito precisamente che cosa sia o non sia un simbolo comunista. L’emendamento all’articolo 256 del codice penale contraddice la legge sui partiti politici (27 giugno 1997) che sancisce eguale trattamento e protezione per tutti i simboli di partito; la Costituzione polacca, che garantisce la libertà di coscienza, la libertà d’espressione e d’opinione, come pure la libertà di circolazione dell’informazione (art. 53 p. 1 e art. 54 p.1). Palesemente il Parlamento non rispetta più gli accordi internazionali, compresa la Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici (siglata il 16 dicembre 1966 – art. 18 e 19) e la Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo (art. 9 e 10). Il Partito Comunista della Polonia si opporrà fermamente a queste pratiche antidemocratiche con tutti mezzi possibili e si prepara al confronto, smascherando l’assurdità, l’oscurantismo, l’irresponsabilità e le cattive intenzioni dei loro promotori. Il Partito Comunista della Polonia (dicembre 2009)
Le controrivoluzioni dell'89. Niente da festeggiare
di Andrea Catone Paolo
Ferrero scrive che gli eventi dell’89-91 - la dissoluzione dell’URSS
e del socialismo reale nell’Europa centro-orientale e balcanica che
la caduta del muro di Berlino simboleggia - “è stato un fatto
positivo e necessario, da festeggiare”. Anche se poi tale caduta non
ha dato luogo a quel “nuovo inizio” della storia dell’umanità che
gli apologeti capitalisti e la sinistra ad essi subalterna allora
profetizzavano, ma ha aperto la strada alle peggiori infamie del
capitalismo neoliberista: privatizzazioni violente e selvagge;
smantellamento dei sistemi di difesa sociale; colonizzazione
dell’economia, della società e dei corpi stessi, di donne
immiserite, umiliate e offese, in fuga dall’est “liberato” ridotte a
“badanti” e prostitute; il dilagare di aggressioni imperialiste una
volta venuto meno il contrappeso dell’URSS; il peggioramento
generalizzato delle condizioni sociali e politiche dei lavoratori
all’Ovest. Come si può definire l’89 se non una pesantissima
controrivoluzione sociale, politica, culturale?
Un altro mito della guerra freddaLa caduta del Muro di Berlino
di William Blum*
Innanzitutto, prima che il muro fosse costruito, migliaia di tedeschi dell'est facevano i pendolari, andando ogni giorno a lavorare nella Germania occidentale e poi tornando all'est ogni sera. Chiaramente non erano imprigionati nella Germania orientale contro la loro volontà. Il muro è stato costruito principalmente per due motivi: I poteri occidentali assillavano la Germania dell'Est con una vigorosa campagna di reclutamento diretta ai loro professionisti e ai loro lavoratori qualificati, cioè le persone che avevano ricevuto una formazione a spese del governo comunista. A lungo andare ciò ha determinato una grave crisi di mano d'opera e di produzione nella Germania orientale. Il New York Times nel 1963 corrobora questa analisi, scrivendo: "Berlino Ovest ha sofferto economicamente dalla costruzione del muro con la perdita di circa 60.000 operai qualificati, che arrivavano tutti i giorni dalle loro case in Berlino Est verso i loro posti di lavoro a Berlino Ovest". (New York Times, 27 giugno 1963, p.12) Nel corso degli anni Cinquanta, i fautori statunitensi della guerra fredda nella Germania Ovest hanno istituito una rozza campagna di sabotaggio e di sovversione contro la Germania dell'Est, ideata per ostacolare i processi economici e amministrativi del Paese. La CIA e altri servizi segreti e gruppi militari degli Stati Uniti hanno reclutato, attrezzato, addestrato e finanziato individui e gruppi di attivisti tedeschi, dell'ovest e dell'est, in modo che essi potessero compiere azioni che andavano dagli atti di terrorismo alla delinquenza minorile; qualunque cosa per rendere la vita difficile alla popolazione della Germania dell'Est e indebolire il loro sostegno al governo - qualunque cosa che metteva i commies in cattiva luce. È stata un impresa notevole. Gli Stati Uniti e i suoi agenti hanno adoperato l'esplosivo, l'incendio doloso, i cortocircuiti e altri metodi per danneggiare le centrali elettriche, i cantieri navali, i canali, le zone portuali, gli edifici pubblici, le stazioni di benzina, i trasporti pubblici, i ponti, ecc; hanno deragliato treni merci, ferendo gravemente dei lavoratori; hanno bruciato 12 vagoni di un treno e hanno distrutto i manicotti di aria compressa di altri; hanno usato degli acidi per danneggiare le macchine di vitale importanza nelle fabbriche; hanno messo della sabbia nella turbina di una fabbrica in modo che non potesse funzionare; hanno incendiato uno stabilimento dove venivano prodotte tegole; hanno istigato degli scioperi bianchi nelle fabbriche; hanno ucciso 7.000 mucche di un caseificio cooperativo con l'avvelenamento; hanno messo sapone nel latte in polvere destinato alle scuole della Germania dell'Est; alcuni, al momento dell'arresto, erano in possesso di una grande quantità di veleno Cantharidin, che avrebbero usato nella produzione di sigarette per avvelenare personaggi di spicco della Germania dell'Est; hanno fatto esplodere bombette puzzolenti per interrompere riunioni politiche; hanno tentato di bloccare il Festival Mondiale della Gioventù a Berlino Est, con l'invio di inviti falsi, false promesse di vitto e alloggio gratis, false comunicazioni di cancellazione, ecc; hanno aggredito i partecipanti al Festival con esplosivi, bombe incendiarie, hanno forato le gomme delle loro auto; hanno contraffatto e distribuito grandi quantità di tessere per il razionamento del cibo per creare confusione, indurre all'accaparramento di genere alimentari, e provocare risentimento; hanno contraffatto e inviato cartelle d'imposta, hanno falsificato e inviato direttive governative e altri documenti per produrre disorganizzazione e inefficienza all'interno dell'industria e nei sindacati ... tutto questo e molto altro ancora. (Cfr. Killing Hope, p. 400, nota a piè pagina n. 8, per un elenco delle fonti relativi agli atti di sabotaggio e di sovversione.) Durante tutti gli anni Cinquanta, i tedeschi dell'Est e l'Unione Sovietica hanno più volte presentato denunce ai paesi occidentali, che pochi anni prima erano stati alleati dei sovietici, e alle Nazioni Unite contro degli specifici atti di sabotaggio e specifiche attività di spionaggio e hanno chiesto la chiusura degli uffici nella Germania occidentale che ritenevano responsabili, con nomi e indirizzi. Le loro denunce sono rimaste inascoltate. Inevitabilmente, i tedeschi dell'Est hanno istituito più controlli sulle persone provenienti dall'Ovest. Non dimentichiamo che l'Europa dell'Est è diventata comunista perché Hitler, con l'approvazione dei paesi occidentali, l'aveva utilizzata come strada per raggiungere l'Unione Sovietica e distruggere per sempre il bolscevismo. Alla fine della guerra i sovietici erano determinati a chiudere quella strada. Nel 1999, il giornale USA Today ha riferito: "Quando il Muro di Berlino è caduto, i tedeschi dell'Est immaginavano una vita di libertà in cui i beni di consumo sarebbero stati abbondanti e i disagi sarebbero svaniti. Dieci anni più tardi, oltre il 51% degli abitanti sostengono che erano più felici con il comunismo." (USA Today, 11 ottobre 1999, p.1.) All'incirca nello stesso periodo è nato un nuovo proverbio russo: "Se quello che dicevano i comunisti sul comunismo non era vero, tutto quello che hanno detto del capitalismo si è rivelato fondato".
Si può contattarlo all'indirizzo: BBlum6@aol.com (www.lernesto.it 9 novembre 2009)
Secondo un sondaggio del tedesco
Institut Emnid, pubblicato nella
Berliner Zeitung, la maggioranza dei
tedeschi dell’Est rimpiange le conquiste
socialiste e considera che l’ex DDR
aveva “più lati positivi che negativi”.
Il 49% risponde che “c’era qualche
problema, ma nell’insieme vivevamo
bene”. Un altro 8% ritiene che “nella
DDR c’erano soprattutto aspetti positivi
e vivevamo contenti e meglio che nella
Germania riunificata di oggi”.
22 ottobre 2009 a Mosca
La nuova era geopoliticadi Domenico Giovinazzo
I 27 capi di governo europei si sono riuniti il primo settembre a Bruxelles per trovare una linea comune. Osservando la dichiarazione che ne è venuta fuori, credi si sia fatto il giusto passo per «riprendere le misure»? No. Il comunicato dimostra che questa Europa non è ancora in grado di farlo. Il segnale emerso da quel vertice è che questa Europa viene trascinata dalla logica della contrapposizione che ha origine negli Stati Uniti, ma che vede l’Ue compartecipe e corresponsabile. Anche se c’è un’altra parte di Europa, più cosciente, che frena. A Bruxelles Berlusconi era tra quelli che frenavano. La differenza di peso politico tra i suoi “grandi amici”, Bush ormai al capolinea e Putin ancora molto forte, può giustificare il suo sbilanciamento in favore di Mosca? In parte anche questo influisce sulla linea di Berlusconi. Ma non basta a spiegare il suo atteggiamento. Credo che lui abbia un piano più lungimirante. Berlusconi ha capito meglio di molti altri, inclusa buona parte della sinistra, che l’Europa sta andando velocemente verso una grande crisi energetica, quindi si candida come il salvatore dell’Italia, quello che farà arrivare gas e petrolio anche in caso di una crisi più grave di quella attuale. Secondo alcuni la posizione “morbida” espressa dai 27 è segno di una autonomia europea dagli Stati Uniti. Forse, più pragmaticamente, la dipendenza energetica dalla Russia ha controbilanciato, in questo caso, il peso dei legami con Washington. Direi proprio di sì. La seconda ipotesi è molto più aderente alla realtà. Per osservare quanto l’Europa si faccia ancora trascinare da Washington basta confrontare la posizione espressa nella dichiarazione con gli atteggiamenti dei deputati nel Parlamento europeo. Dal confronto la dichiarazione risulta molto moderata, perché l’isteria che caratterizza gran parte degli interventi degli eurodeputati, e soprattutto quella che caratterizza la posizione di quasi tutti i governi est europei, è molto più filo-americana di quanto non sia stato il vertice dei capi di governo. Ma se la guardi con gli occhi di Mosca, non c’è dubbio che la dichiarazione sia considerata come un passo grave che non aiuta la cooperazione, quasi una provocazione. Putin e Medevedev però hanno dichiarato che alla fine è prevalso il buonsenso. Hanno fatto buon viso a cattivo gioco? Esatto. E ciò dimostra che in questo momento i russi sono molto responsabili e non hanno nessuna intenzione di tirare la corda. La dichiarazione di Bruxelles è pesantemente sbilanciata in senso anti-russo – basti osservare che non si è fatto alcun riferimento all’aggressione georgiana che ha scatenato la crisi – però a Mosca fanno buon viso a cattivo gioco, come hai detto, perché hanno tutto l’interesse a dire che la linea più oltranzista, quella delle sanzioni invocate dalla Gran Bretagna e dalla Polonia, è stata respinta. Ma non è che al Cremlino quel documento sia piaciuto molto. Quanto ha pesato nella scelta della “linea morbida” il fatto che la Russia stia nel Quartetto per il Medio Oriente e abbia un ruolo indispensabile nelle trattative sul nucleare iraniano? Questi fattori sono da tenere nel conto. In Europa pesano in modo sostanziale perché una buona parte dei paesi europei non ha nessuna intenzione di andare a uno scontro con l’Iran, di conseguenza cerca una soluzione negoziale. Ovviamente è più facile arrivarci con l’aiuto di Mosca piuttosto che con la sua opposizione. Dopo la vicenda georgiana l’Ue ha mostrato una certa “sensibilità” verso Mosca, diversamente da quanto avvenuto per il Kosovo. Perché? Perché fino al Kosovo la situazione poteva essere gestita sul piano diplomatico. La Russia si era limitata a delle dichiarazioni. Sempre più dure, ma solo dichiarazioni. Invece, nel caso della Georgia la misura è stata superata e Mosca ha reagito. La differenza sta tutta lì. Americani ed europei hanno permesso l’aggressione georgiana all’Ossezia del Sud pensando – stupidamente, perché sono almeno tre anni che Putin li aveva preavvertiti – che la Russia avrebbe ingoiato anche questo. Invece, la mossa di Tbilisi ha costretto Mosca a reagire. Al Cremlino non restava altra alternativa. Ed ecco che l’Europa si trova di fronte a una Russia che risponde colpo su colpo a ogni mossa successiva. Le sanzioni economiche sarebbero state un deterrente per Mosca? La Russia è nella posizione più vantaggiosa, nel medio periodo, rispetto a chiunque altro. Ha in casa propria tutte le risorse strategiche per il futuro: acqua, energia, clima, materie prime, spazi. In questo momento la Russia basta a sé stessa e avanza. Quindi, l’idea delle sanzioni fa ridere. Se si andasse a un confronto del genere Mosca terrebbe botta benissimo. Sfortunatamente per gli Stati Uniti, poi, la Russia è anche una enorme potenza nucleare e tecnologica. Mosca è ridiventata agli occhi di tutti – o dovrebbe essere ridiventata – un partner internazionale con cui bisogna fare i conti guardando esattamente quello che è, non a quello che era un decennio fa. La crisi caucasica si sta allargando. l’Ucraina è in pieno terremoto politico-istituzionale. Cosa comporterebbe un suo ingresso nella Nato? Il Cremlino ha dichiarato che considererà questo atto come un’aggressione nei propri confronti. Sarebbe molto opportuno non stimolare questo tipo di risposta. Un’alleanza serve per aumentare la sicurezza di coloro che la creano. A meno che non si tratti di un’alleanza offensiva, e in questo caso noi saremmo gli aggressori. Ma poniamo pure che la Nato sia un’alleanza difensiva: allora, la fisionomia e la funzione della Nato sono quelle di accrescere la sicurezza dei paesi che ne fanno parte. Quindi, perché dovremmo allargare i confini della Nato all’Ucraina, se questo costituisce un aumento delle minacce nei nostri confronti? Non solo, un ingresso dell’Ucraina nella Nato provocherebbe uno scontro interno al paese che rischia di sfociare in una guerra civile. L’Europa deve chiedersi se ha interesse a una così grave destabilizzazione di un paese alle sue immediate frontiere. A questo però c’è un’alternativa. Quale? Il miglioramento delle relazioni tra Russia, Europa e Ucraina, e di quelle tra Russia, Europa e Georgia in tutte le forme che saranno possibili: aumento di aiuti, riduzione delle difficoltà dei visti, aumento della cooperazione, aumento dell’interscambio economico e culturale. In altre parole: una politica di buon vicinato. Tutto ciò fatto di comune accordo tra Europa e Russia. Questa è l’alternativa praticabile e, soprattutto, europea. Dall’altro lato c’è l’alternativa americana, anch’essa praticabile ma con rischi enormi.(La Rinascita della sinistra 12 settembre 2008)
In attesa dell'inverno
di Astrit Dakli
La Nato sospende i rapporti con la Russia. La
Russia sospende la collaborazione con la Nato. «Non possiamo
lavorare insieme finché le truppe russe stanno in Georgia», dicono a
Bruxelles. «Devono scegliere tra un partner affidabile e serio come
noi e un avventuriero come Saakashvili», rispondono a Mosca. La
guerra delle parole sale di tono, ma una cosa è certa: George Bush e
i suoi recalcitranti alleati europei alle parole possono far seguire
ben pochi fatti, ma Dmitrij Medvedev - con o senza la guida occulta
di Vladimir Putin (chissà perché ci si fissa su questo aspetto, come
se contasse qualcosa) - tende al concreto. E ogni aspetto concreto
del raffreddamento in corso tra Russia e Occidente va a danno di
quest'ultimo. Kosovo, Georgia e cattiva coscienza europea
di Marcello Graziosi
Georgia, il conflitto nell'Ossezia del Sud coinvolge la Russia
Una colonna di mezzi blindati inviata dal Cremlino sta raggiungendo Tskhinvali.
Onore ai partigiani sovietici
VENERDÃŒ 9 MAGGIO "Giorno della Vittoria", data in cui in Russia si festeggia la fine della Seconda Guerra Mondiale, Russkij Mir e l'Associazione dei cittadini russi "ZemljaÄestvo" invitano a RENDERE OMAGGIO AI PARTIGIANI SOVIETICI sepolti al Cimitero Monumentale. Appuntamento h 10.00, ingresso principale, c. Novara 135, Torino.
I partigiani sovietici furono circa 4.500 in tutta Italia,
di cui 717 nel solo Piemonte. Arrivarono al seguito delle truppe
naziste, come prigionieri o arruolati forzosamente, e
combatterono fianco a fianco con i partigiani italiani.
Molti offrirono la propria vita per liberare l'Italia che pure,
insieme alla Germania, aveva invaso la loro Patria portandovi
morte e distruzione.
Due di essi, Fedor Poletaev e Pore Mosulishvili, furono
decorati con la Medaglia d'Oro al Valor Militare dallo Stato
italiano.
Parecchi di questi ragazzi, poco più che ventenni, alcuni
senza nome, sono sepolti insieme ai partigiani italiani al
Sacrario della Resistenza del Cimitero Monumentale di Torino.
La Lettonia ed il crollo dell'UrssIntervista ad Alfred Rubiks
(Alfred Rubiks è l’ex leader del Partito Comunista
della Lettonia.)
PA: Siamo molto interessati alla lotta che stai conducendo in Lettonia. Potresti parlarci del tuo imprigionamento dopo la rottura della Lettonia con l'Unione Sovietica? Alfred Rubiks: Dalla fine del 1990 appariva piuttosto evidente, come poi avvenne, che l'Unione Sovietica non sarebbe durata a lungo. A quei tempi ero membro del Politburo del Partito Comunista Sovietico che era stato eletto molti mesi prima, sotto Gorbachev. La maggior parte della popolazione, me incluso, sentì che la Russia era in uno stato confusionale, cadeva tra due sedie, per così dire, non sapeva bene quello che voleva e diventava piuttosto vaga ed evasiva. Un gruppo di noi effettivamente un giorno chiamò Gorbachev e gli chiese di spiegare, in due o tre frasi, quello che lui voleva e che cosa significava la perestroika alla fine. Leggemmo i suoi lunghi discorsi, ed alcuni condivisero due o tre punti, alcuni, dissero, sette punti, ed alcuni non condivisero proprio nulla. Così gli domandammo l'essenza, l'essenza di quello che lui andava a fare e di quello stava realmente facendo. Ma lui non volle spiegare. Reagì subito bruscamente e ci trattò in modo piuttosto umiliante, dicendo che noi eravamo della persone povere, ignoranti, che non capivano niente e rifiutò semplicemente di spiegare. Poi realizzammo che davvero lui non aveva voluto spiegarsi, non aveva voluto elaborare- e che, dietro alla sua nebbia e dietro alla sua vaghezza, c’erano scopi politici precisi, che erano chiari solamente a lui. Le cose divennero più chiare quando, poco dopo, emerse il così detto Trattato dell’Unione della nuova Unione Sovietica, il trattato per l'unione di stati sovrani indipendenti. Al seguente Congresso dei Deputati del Popolo, noi- ovvero tutti quei deputati che erano sinceramente comunisti e progressisti- insistemmo per avere un referendum sul mantenimento dell'Unione Sovietica. Riuscimmo ad organizzare questo referendum il 17 marzo 1991. Quando il 76% di quelli che presero parte al referendum votarono perché restasse l'Unione Sovietica, noi eravamo incerti su come avrebbe reagito Gorbachev e su quale risposta avrebbe dato. Tuttavia, bisogna notare che prima di questo referendum, il 4 maggio 1990, il Parlamento del Soviet Supremo della Lettonia, secondo la vecchia costituzione, aveva già approvato una dichiarazione di indipendenza. In seguito al referendum, ebbi un’incontro con Gorbachev e gli dissi che questa dichiarazione di indipendenza era incostituzionale. Là, alla presenza di quello che poi divenne presidente del Soviet Supremo della Lettonia, Anatolijs Gorbunovs, Gorbachev disse “Bene, pubblicherò una delibera, e sarà dichiarata priva di valore legale.” La delibera apparve il 14 maggio 1991 ma non produsse alcun movimento e fu inefficace. Questa situazione incoraggiò i nostri nazionalisti ad incalzare ulteriormente. I nazionalisti cominciarono a collocare i loro propri militanti nelle cariche di procuratori pubblici e nelle altre strutture di gestione del potere. Approvarono anche la legislazione che stipulava che le decisioni delle autorità repubblicane locali avevano la priorità sulle decisioni a livello federale o del Soviet. Come Segretario del Partito Comunista della Lettonia, la mia posizione era piuttosto semplice. Dissi, “Si faccia un referendum e si domandi alla popolazione se vuole una secessione dall'Unione o no.” I nazionalisti allora replicarono che nel 1941, quando la Lettonia si era unita all'Unione Sovietica, non c'era stato referendum. Subito dopo questo io, insieme a diversi miei compagni nel Partito Comunista della Lettonia, fui accusato di alto tradimento secondo la legislazione sovietica preesistente, dal momento che allora la legislazione lettone locale non esisteva. L’imputazione era di alto tradimento e la sanzione era la pena capitale. PA: Potresti chiarire che cosa comportano le imputazioni di alto tradimento? AR: Accadde perché noi non volevamo rispettare la nuova legislazione locale, la quale proclamava che la legislazione lettone aveva priorità sulla legislazione sovietica- su ogni legislazione sovietica. Tuttavia i nazionalisti lettoni cambiarono rapidamente la punizione originale prescritta dalla legge- la morte, perché evidentemente, come adesso capisco, avevano paura di poter essere imputati anche loro stessi in base a questo articolo e la loro paura era ben fondata, dal momento che le loro azioni erano davvero di alto tradimento.Poco dopo, alla sessione del Soviet Supremo della Lettonia, il 22 agosto 1991, mi negarono la prerogativa dell’immunità come deputato del Soviet Supremo lettone, anche se allo stesso tempo ero anche deputato del Congresso dei Deputati del Popolo dell'Unione Sovietica. Non ero realmente sconvolto e preoccupato, perché sapevo di avere l'immunità diplomatica. Così divenni uno “straniero” e rimasi sotto la protezione del governo sovietico. Non andai a casa, perché sentivo che se lo avessi fatto era probabile che sarebbero state intraprese azioni illegali contro di me. Quindi me ne restai nei miei quartieri privati nell'edificio del Comitato Centrale. Volevo anche evitare che alla mia famiglia dovesse capitare di vedermi in stato di detenzione.Quella sera i miei due figli vennero a trovarmi. Uno di loro adesso è un deputato Socialista nel Parlamento lettone (denominato Saeima). Ci salutammo come al solito e ci accordammo di incontrarci il giorno seguente, perché era un giorno speciale. Sapevo che questa era un’impresa rischiosa, perché avevo ricevuto diverse telefonate da persone che mi avvertivano di quello che sarebbe accaduto. Altri mi offrirono la loro assistenza, anche la protezione armata. Dalla finestra potevo vedere poliziotti piazzati in diverse postazioni strategiche. L’edificio del Comitato Centrale è situato vicino ad un canale e c'erano molte persone armate in giro, appostate nei punti salienti tutto attorno all'edificio. Forse temevano che io avrei chiamato la polizia all’insurrezione. Durante la notte contattammo tutti i membri del Comitato Centrale e decidemmo di tenere una sessione plenaria del Comitato Centrale alle 12 in punto del giorno seguente. Dopo aver passato tutti una notte insonne, alle 8 del mattino vidi arrivare i principali membri del comitato e ci consltammo sul che fare. C'erano 11 membri presenti. Uno era della Bielorussia, e disse che doveva partire immediatamente per la Bielorussia e tornare a casa. Gli altri dissero semplicemente di voler tornare a casa dalle loro famiglie. Dissi che io non intendevo fuggire perché non ero colpevole di nulla. Decisi di restare. Realizzai che la situazione stava diventando realmente molto, molto seria quando le mie due guardie del corpo non si ripresentarono al lavoro. Gli uomini della sicurezza li avevano rimossi dal loro servizio. A questo punto, precipitò la situazione del personale e dell’apparato del Partito. Il Comitato Centrale decise che in circostanze così estreme, tutti gli impiegati del Partito dovevano ricevere tre mesi di paga e che alcune dei documenti riservati del partito, come gli elenchi degli iscritti, andavano immediatamente distrutti, ma che altre dovevano essere rimosse dal luogo. Dopo di che ognuno fu congedato. Approssimativamente alle 10, arrivarono due deputati del Saeima (il parlamento). Erano armati con pistole e mi intimarono di restare nell'edificio di Comitato Centrale. Non mi permisero di raggiungere il Palazzo del Parlamento. Chiesi loro di permettermi di chiamare la mia famiglia ma rifiutarono. Era già mezzanotte quando chiesi di avere finalmente qualche cosa da mangiare ma non lo permisero. Presto arrivarono persone più armate e con il calcio delle loro pistole spaccarono tutti i telefoni che c’erano. Poi il Vice Procuratore Generale- non del Soviet, ma il Vice Procuratore Generale di recente nomina- venne accompagnato da uomini armati e cominciò ad interrogarmi. Dissi loro quello che dovevo dire. Mi fu chiesto che cosa avessi fatto negli ultimi giorni, quel giorno stesso e uno o due prima. Risultò che sospettavano che io fossi un membro del Comitato Statale per le Situazioni di Emergenza a Mosca, ma non lo ero. Quindi il mio assistente personale, che è un buon avvocato, disse che ora sarebbero arrivate nell’edificio delle altre persone, e che io venivo trattato non come un testimone ma come un sospettato. Presto arrivarono altre persone, che occuparono stanze sul mio piano (il 6° piano), ed il Procuratore Generale, una donna, entrò e cominciò il mio interrogatorio. Quando compresi che era un interrogatorio illegale, mi rifiutai di rispondere ad alcune domande. Quindi lei mi chiese di indicare una persona autorizzata in grado di passare di mano le proprietà del Partito Comunista allo stato. Pretesi un documento legale, così loro mi mostrarono una legge, una delibera passata dal consiglio Supremo della Lettonia che diceva che tutte le proprietà del Partito dovevano essere confiscate. Con ciò, io indicai una persona per fare quello che loro chiedevano. Arrivò il loro rappresentante e stilammo un elenco di quello che dovevamo consegnare al governo. Sull'elenco c’erano l’edificio del Comitato Centrale e gli edifici dei comitati locali e regionali, il parco auto del Partito ed altri cespiti mobili e immobili. Volevano la mia firma ma rifiutai di firmare. Tutto questo durò a lungo. Alle 5 di sera un folto gruppo di uomini armati, con giacche anti-proiettile e casco venne di sopra. Separarono il mio assistente personale da me. Poi il Vice Procuratore Generale mi mostrò un documento legale, una citazione per il mio arresto, ed ordinò che loro mi arrestassero. A questo punto, arrivarono di corsa diversi giornalisti e personale di vari media, inclusa la BBC, e la copertura fu piuttosto estesa. Mostrai loro la mia tessera di identità di deputato nazionale del Congresso del Soviet dei Deputati del Popolo che presumibilmente mi conferiva l’immunità ma loro mi portarono ugualmente via. Rifiutai di essere ammanettato. Dissi loro di portarmi solo via, che non avrei opposto alcuna resistenza. Non mi permisero né di cambiare i vestiti né di prendere degli effetti personali; mi portarono via solo con quello che avevo. Fuori dal mio ufficio c’era una lunga scala a spirale. Fui stretto tra due uomini, presumo della sicurezza. Forse avevano paura che io potessi saltare dalla balaustra, anche se il pensiero non sfiorò mai la mia mente. Mi spingevano avanti con le canne dei loro mitra. Per quanto possa sembrare strano, non avevo paura. Ero amareggiato e adirato. Ad ogni piano potevo vedere gli impiegati del Comitato Centrale che guardavano quello che stava accadendo. Tra le donne molte erano in lacrime e gli uomini se ne stavano là indifesi, mentre procedevo calmo. Vedere la loro preoccupazione e angoscia mi diede molta forza; sentii di dovermi comportare propriamente e con dignità in questa situazione- non solo quando ero in una posizione elevata e chiamavo i pezzi grossi ma anche in circostanze come queste. Lasciando l'edificio, vidi che le porte a vetro e l’insegna del Comitato Centrale del Partito Comunista Lettone erano stati fracassati. Fuori c'era una folla di circa 3.000 persone (conoscendo la piazza, so quante persone contiene). Molte persone stavano ammassate perché i media stavano trasmettendo il fatto e annunciavano che Alfred Rubiks era stato arrestato. Era una folla composita. Alcuni erano contro il Partito Comunista, alcuni erano sostenitori del Partito Comunista. C'erano grida e slogan diversi e molto schiamazzo. A questo punto fui spinto su un minibus da 10 posti e mi portarono da qualche parte. Non sapevo dove stavamo andando, perché le finestre erano chiuse con le tendine tirate. Svoltò in direzione dell’edificio della Polizia Municipale. Nel furgone ero sorvegliato da quattro soldati con mitra e da un ufficiale. L'ufficiale scese ed entrò nell'edificio; si allontanò per circa 25 minuti. Più tardi mi feci l’opinione che avesse cercato di persuadere il capo della polizia urbana di mettermi in una stanza di detenzione nell'edificio, ma il capo della polizia rifiutò risolutamente. Supposi che allora mi avrebbero portato all'ufficio del Procuratore Generale di Riga, non sapendo per certo dove stavamo andando, perché le cortine erano sempre tirate. La mia supposizione si rivelò esatta. Là c’erano dappertutto uomini con Kalashnikov e soldati armati ad ogni piano. Noi dovevamo salire al quarto piano. Fui portato all'ufficio del nuovo Vice Procuratore Generale per un ulteriore interrogatorio. La stanza era piena di soldati, appostati vicino alle finestre e a protezione della porta. Io chiesi di vedere lo statuto, la legge che permetteva tali procedure. Piuttosto cinicamente il Procuratore Generale disse, “Nel tempi di urgenza non vige la legislazione.” Al che, io rifiutai di parlare con lui e dissi che sarei passato allo sciopero della fame. Prese a girarmi attorno cercando di persuadermi ma rifiutai nettamente di dire qualsiasi cosa. Allora mi spinsero di nuovo sul minibus e mi portarono in giro per un po’. Solamente più tardi scoprii dove ero finito. Mi portarono nella malfamata prigione centrale di Riga. Ha un cancello speciale: il secondo cancello si apre solamente se il primo è chiuso e il nuovo arrivato viene messo in custodia delle guardie carcerarie. Il vice direttore della prigione mi portò nel suo ufficio, mi offrì il tè; ma non c'era una cella pronta per me. Passai la notte intera nell'ufficio del capo di questa prigione, sorvegliato da un capitano ed un maggiore. Mi portarono del cibo, ma lo rifiutai perché ero in sciopero della fame. Trovarono una cella- che non era idonea ad essere abitata- e passai là sei giorni. Non c'era nessuna finestra e nessun lavabo, così le guardie mi accompagnavano ai servizi. Poi mi trasferirono in una cella di isolamento. Non c'era nessuna finestra, nessuna luce diurna ma solo luce artificiale durante tutto il giorno- cosa che ha chiaramente effetti molto nocivi ed è molto impattante sui nervi. Ero tenuto a dormire con le mani visibili alle guardie e non mi era permesso di coprire la faccia. Là passai 2 anni. Dopo di che mi trasferirono in un'altra cella di isolamento, così in tutto ho passato 4 anni di segregazione in isolamento. L'inchiesta proseguì per 2 anni e la sentenza preliminare cambiò tre volte, ogni volta espressa in modo differente. Il processo stesso durò due anni e mezzo. Quando venivo portato alle udienze, fingevo con me stesso di essere uno studente che andava a sentire una conferenza. Riuscirono a brigare con un nuovo statuto legale, riguardo ad un “tentativo di colpo di stato.” Era, chiaramente, una parodia di tribunale. Mi imputavano di aver comandato l’insurrezione della polizia e delle truppe del distretto militare, ma questi erano diretti da qualcuno a Mosca ed io non avevo nessun controllo su di loro. Il verdetto finale fu di 8 anni di carcere e la confisca dei beni. Essendo stato un detenuto esemplare, fui rilasciato 20 mesi prima. Nè poterono confiscare nulla, perché in realtà non c'era nulla da confiscare. Non avevo un’automobile o depositi in banca, nessun lusso- nulla. Commisero un grave errore quando non fecero un elenco accurato di tutti i miei effetti personali e proprietà, perché avrebbero potuto confiscare uno dei miei letti o prendersi tutti i libri da casa mia… PA: Ci puoi parlare di quello che sta accadendo oggi in Lettonia? AR: La Lettonia fondamentalmente ora è un paese che obbedisce agli ordini. Prende ordini dall'Unione Europea e dalla Nato. L'agricoltura è stata distrutta. Negli attuali rapporti statistici, la categoria della produzione agricola non esiste più. È inclusa in una categoria più generale, insieme all'estrazione della torba e della calce, o di qualche altra risorsa naturale minore che ha la Lettonia. La produzione industriale ora è solamente il 50% di quello che era nel 1990. Solamente il 10% del prodotto interno lordo (PIL) è relativo ad industrie attualmente impegnate nella produzione. Il resto del PIL della Lettonia è inerente all’edilizia, alle banche (all'erogazione di prestiti) e a servizi vari. All’apparenza sembra che il PIL stia crescendo dell’8% all'anno, ma gli standard di vita non stanno per niente migliorando. In ogni statistica europea la Lettonia detiene l’ultimo o il penultimo posto in ogni categoria- tranne l'inflazione, dove è la prima dell'UE, con il 13%. Una volta la Lettonia coltivava il sogno di diventare una capitale dei servizi bancari, ma banche più grandi e più potenti, specialmente della Scandinavia, hanno inglobato tutte le banche lettoni locali, tanto che oggi è ancora proprietà nazionale solamente la Banca Centrale della Lettonia. Una delle misure per tenere a freno l'inflazione è stata l'introduzione di un tetto nella concessione dei prestiti, ma dal momento che la maggior parte delle banche è straniera, non ricade sotto questa legislazione.Oggi in Lettonia, i pensionati e gli anziani costituiscono approssimativamente il 26% della popolazione ed è triste che il 94% dei pensionati si sostenga con redditi al di sotto del livello di povertà. Molti emigrano nel Regno Unito, in Irlanda e nei paesi nordici. In un sondaggio tra gli studenti liceali, dal 10° al 12° livello, l’82% di loro ha detto di vedere il proprio futuro come lavoratori altrove in Europa. C'è ora un nuovo fenomeno in Lettonia: le persone che si accampano fuori nelle strade chiedendo un trattamento umano e l’aumento di salari e pensioni. Non ci sono dunque speranze. La situazione è piuttosto oscura, perché la nostra gioventù non vede prospettive e nessun futuro qui. Chiaramente, le persone più giovani sognano da avere successo, di diventare dirigenti d'azienda o ministri del governo; io stesso, non divenni un dirigente d'azienda, ma un ministro del governo! Ora le cose sono cambiate; praticamente non ci sono più persone giovani che vivono nelle aree rurali. Sono costretti a fuggire. Ora la situazione è tale che il tasso di natalità è dimezzato mentre è aumentato il tasso di mortalità! È vero che l'UE offre fondi. Eroga fondi, ma i fondi possono essere usati solamente se da parte lettone si mette un 25-50% del capitale e noi non ce lo possiamo permettere. Perciò, tutti questi fondi sono divenuti un grande spreco di tempo e di denaro, dal momento che, da parte lettone, non si è in grado di pareggiare la percentuale. La mia previsione per il futuro è pessimistica. Con il tasso di mortalità così alto e nessun bambino che viene al mondo, non c'è alcun futuro per questo stato, e quelli che ancora ci vivono emigrano. Io credo che la popolazione stia cominciando a rendersi conto di questo ma anche se ci fosse una possibilità di cambiare la situazione, questo sicuramente richiederebbe tempi lunghi. Per esempio, il 30% della terra ora appartiene a stranieri, che comprano la terra coltivabile e su quella piantano degli alberi. Ciò per avere un'idea di quello che dobbiamo affrontare e quanto tempo occorrerà. PA: Il Partito Comunista ora è legale? AR: Il Partito Comunista della Lettonia, che era parte del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), è stato bandito, ed ancora è bandito. Si può fondare qualsiasi altro nuovo partito ma l’attuale legislazione proibisce la propaganda delle idee comuniste. Mette il marxismo e il comunismo allo stesso livello delle idee dei nazisti. La propaganda delle idee comuniste e la propaganda delle idee dei fascisti sono severamente proibite. In capo a questo, gli ex membri del Partito Comunista della Lettonia che erano membri attivi del Partito dopo il 13 gennaio 1990 non possono essere eletti deputati. In tali circostanze, quando i membri del Partito Comunista non possono essere eletti in Parlamento e i cittadini hanno paura di associarsi al partito, non c'è alcun vantaggio a fondare questo tipo di organizzazione. Noi vogliamo che questa legge discriminatoria sia rimossa e poi forse ripristineremo il Partito Comunista della Lettonia. Alcuni mi dicono: “Petrovich (patronimico di Rubiks), potrà succedere solamente quando morirai perché, finché sei vivo, loro non lo permetteranno mai .” Sembra che io sia temuto. Oggi il partito che ci rappresenta, il Partito Socialista della Lettonia ha 4 seggi- mio figlio Arturs è un deputato- e la coalizione della quale siamo parte, denominata Alleanza dell’Armonia, ha 17 seggi nel Saiema. È divertente, ma in questi giorni, quando vado al palazzo del Parlamento e mi imbatto in qualcuno dei nazionalisti, restano pietrificati nel vedermi. Ma finora non sono stato molestato; ancora, non mi è permesso di concorrere per il Parlamento. PA: Che percentuale di appoggio pensi che abbiano il Partito Socialista e l'Alleanza dell’Armonia fra la popolazione? AR: E’ difficile dirlo con precisione ma, a giudicare dai risultati delle elezioni, il Partito Socialista ha ricevuto l’8% del totale dei voti nelle ultime elezioni Parlamentari, mentre la coalizione nell'insieme ha guadagnato il 19-20%.
Traduzione dall’inglese di BF per
www.resistenze.org19/12/2007
Messaggio inviato al segretario del Partito Comunista russo
Le idee della Rivoluzione non muoionoMosca, 7 novembre 2007 - Oliviero Diliberto: «Finché ci sarà sfruttamento degli uomini sugli uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo»
La presa del Palazzo d'Inverno, per Diliberto, «ha rappresentato un grande momento liberatorio in cui i lavoratori sono diventati per la prima volta protagonisti e non più spettatori della storia, conquistando i propri diritti e irrompendo nella scena politica». «Dopo il 1989 capitalismo e imperialismo dicevano che la storia del movimento comunista e operaio era finita, ma è accaduto esattamente il contrario», ha aggiunto, sottolineando come oggi vi siano ancora «guerre, fame, sottosviluppo, forme inedite di sfruttamento, e un saccheggio del pianeta che mette a repentaglio l'esistenza stessa del genere umano». «Il capitalismo ha dimostrato di non essere in grado di risolvere i problemi e le ingiustizie: ecco il senso di questo anniversario che si proietta sulle nuove generazioni», ha continuato il leader del Pdci, ammonendo che «finché ci sarà sfruttamento degli uomini sugli uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo». «Sono passati novant'anni dalla rivoluzione d'ottobre, ma anche settanta dalla morte di Gramsci e quaranta da quella di Ernesto Che Guevara: vittoria e sconfitta, è la nostra storia», ha continuato Diliberto. Il segretario comunista ha poi indicato l'affermazione del socialismo in America Latina: «In quella stessa Bolivia in cui fu ucciso Che Guevara, oggi un indios, Evo Morales, è presidente della Repubblica democraticamente eletto; oggi in America Latina, sull'esempio di Cuba, stanno affermandosi nuovi paesi socialisti, perché le idee della rivoluzione d'ottobre non muoiono ma sopravvivono agli uomini». Dopo aver portato all'inizio del suo intervento «il caloroso saluto di tutti i comunisti italiani», Diliberto ha concluso inneggiando in russo «alla grande rivoluzione socialista d'ottobre», auspicando «pace e fratellanza tra i popoli».(la Rinascita della sinistra 7 novembre 2007)
Continua il
viaggio dei Comunisti italiani in Russia per la commemorazione del 90/mo
anniversario della rivoluzione d'ottobre. Il segretario del Pdci
Oliviero Diliberto ha reso omaggio oggi in piazza Rossa al mausoleo di
Lenin insieme alla delegazione formata da circa cento militanti del
partito e ai numerosi esponenti delle circa 60 delegazioni comuniste
straniere.
Alla memoria dei difensori della Costituzione Sovietica
Ufficio stampa del Comitato Centrale delPartito Comunista della Federazione Russa (ZK KPRF)
Sono già 70 i partiti
che hanno confermato la loro partecipazione all’incontro
internazionale che ci sarà a Mosca e a Minsk per la celebrazione
del 90° della rivoluzione d’ottobre. N Sono già 70 i partiti
che hanno confermato la loro partecipazione all’incontro. Il Partito
Comunista della Bielorussia ha preparato il programma per il soggiorno
dei partecipanti stranieri il quale darà a loro la possibilità di
prendere conoscenza delle realizzazioni della repubblica e delle loro
cultura. Hanno previsto la visita alle industrie e alle aziende
agricole e incontri con i collettivi del lavoro. Dopo l’incontro i
rappresentanti dei partiti stranieri raggiungeranno Mosca per la
partecipazione alla solenne cerimonia organizzata dal Partito Comunista
della Federazione Russa (KPRF) . Alla consultazione hanno preso parte I.I Melnikov primo vice presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa (ZK KPRF) e il secondo segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista della Bielorussia (KPB) I.V. Karpenko. Traduzione dal russo di: Patrizia Bezerédy (29 settembre 2007)
Ungheria. Caccia alle streghe contro il Pc magiaro
Caccia alle streghe nell'est europeo, nel silenzio
assordante della politica italiana e della grande stampa «democratica»,
a cominciare da La Repubblica e il Corriere della Sera
*Leggi la lettera di Gyula Thurmer Presidente del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese pubblicata nella pagina internazionalismo del sito. Il grande freddodi Astrit Dakli
Putin manda in aria i super-bombardieri
«Dalla mezzanotte abbiamo ripreso i voli a
lungo raggio»: contro Washington e il suo scudo, Mosca mostra i
muscoli
di Astrit Dakli
La Russia ha ripreso a tenere le sue
pattuglie di bombardieri strategici «in volo permanente»
sull'oceano Atlantico e su quello Pacifico, a (Il Manifesto 18 agosto 2007) Gli aerei
Il Tupolev «vecchio» è in cielo dal 1952,
quello nuovo è il più potente al mondo
I bombardieri strategici a lungo raggio in
servizio in Russia sono tutti varianti di due modelli-base, entrambi
risalenti ai tempi dell'Urss. Il modello più anziano è il Tu-95MS,
ultimo sviluppo di un progetto risalente addirittura al 1952 (del
resto anche il celebre
Stepanackert, la capitale dello stato che non c'è
di Giulietto Chiesa Per arrivarci – da Erevan, capitale dell'Armenia – ci vogliono 360 chilometri di strada tutta tornanti e in stato precario. Altre vie di accesso non ci sono, niente aeroporti. Tutte le altre strade sono chiuse dal momento della sanguinosa guerra che scoppiò subito dopo quel referendum, che gli armeni di Artsakh vinsero a man bassa, anche perché gli azeri non parteciparono. Una guerra combattuta per quattro anni, con sanguinose perdite da ambo le parti, che si dice abbiano superato i trentamila morti. Uno dei tanti teatri di guerra che si accesero nell'agonia dell'Unione Sovietica. Adesso di azeri non c'è più l'ombra in tutto il Nagorno Karabakh, così come non un solo armeno vive in Azerbajgian. Pulizia etnica reciproca, meticolosa e crudele, cominciata con i pogrom anti armeni di Baku e Sumgait, quando ancora la perestrojka di Gorbaciov lasciava sperare in una riforma democratica dell'Unione Sovietica. Finita l'URSS, per gli armeni di Artsakh, cristiani, non aveva più senso restare dentro i confini di un paese musulmano che li voleva cacciare, o tenere in scacco. La linea di Baku era di ripetere con il Nagorno Karabakh la completa espulsione degli armeni, com'era già avvenuto con successo, da Stalin in avanti, per l'enclave del Nakhicevan, schiacciata tra l'Armenia e i confini iraniano e turco. Stalin l'aveva regalata alla giovane repubblica dell'Azerbajgian per ottenerne la solidarietà con la Russia bolshevica. E gli azeri avevano fatto piazza pulita, sebbene senza massacri, di tutti gli armeni, spingendoli fuori con ogni mezzo, amministrativo, di partito, economico. I villaggi armeni del Nakhicevan, accerchiati da villaggi azeri, senza controllo delle acque, vennero ripuliti in vent'anni. A Stepanakert è dintorni la tattica fu la stessa. Fino alla fine dell'URSS. Torti e ragioni sono difficili da distribuire. Ma pensare oggi che si possa ritornare indietro, quali che siano i percorsi che vengono proposti, appare impresa senza senso. I fantasmi, vivissimi dopo quindici anni, delle migliaia di morti, si aggirano tra quelle montagne. Le case dei villaggi azeri sono ormai occupate da armeni. Quelle che è stato possibile ricostruire. Le altre sono ancora come allora, con le loro finestre vuote, come mille occhi neri bruciati dagl'incendi. . La visita di Sushi, la fortezza medievale che costituiva il centro spirituale di Artsakh, è spettacolo terribile di cosa è una guerra etnica. Di quella guerra non sapemmo quasi nulla. Condomini, ospedali, edifici pubblici sono ancora uno sparso agglomerato di rovine annerite dal fuoco e dalle bombe, crivellate dai proiettili e dalle schegge. Chi mi accompagna racconta che furono gli azeri, fuggendo, a bruciare e distruggere tutto perché il nemico vincitore non potesse gioirne. Forse fu così, ma è certo che le vendette ci furono e tremende. E gli armeni forse non uccisero i civili che fuggivano, ma aprirono i corridoi perché se ne andassero tutti, fino all'ultimo, e non tornassero mai più. Anche la splendida Chiesa del Salvatore ne fece le spese. Adesso l'hanno ricostruita, pietra su pietra, insieme all'altra perla della religione e della tradizione della Chiesa armena, quella intitolata a Giovanni Battista. Mi portano a visitare anche l'unica Moschea di Sushi. In stato penoso. Una targa indica la data di costruzione: 1883. E' in via di restauro, con i due stupendi minareti sbocconcellati dalle granate. Paga il governo di Teheran perché è una moschea persiana, cioè sciita, cioè non azera – mi fanno notare - perché gli azeri sono sunniti. E Sushi è il monumento della vittoria sugli azeri: riassunto in tre feste che, tutte, vi convergono: quella della liberazione della città, avvenuta il 9 maggio 1992, quella della vittoria (sovietica) sul fascismo, e quella della creazione dell'esercito del Nagorno Karabakh.. Sushi, divenuta azera, dominava dall'alto Stepanakert armena, adagiata in fondo a una splendida valle verde. Per due anni i cannoni di Baku, e i cecchini annidati nei villaggi azeri costruiti a cintura attorno alla città, costrinsero gli abitanti della capitale a vivere nei sottoscala. Una grande offensiva, alla quale parteciparono – si dice – circa 30 mila uomini, costrinse alla fuga l'esercito regolare azerbajgiano. E da quel giorno l'avanzata armena fu incessante, fino al 1994, quando fu Baku a chiedere il cessate il fuoco. Che rimane in vigore ancora dopo tredici anni. Ovvio che gli armeni del Nagorno-Karabakh non erano soli. Dietro di loro c'era l'Armenia intera, anche se ufficialmente non fu mai ammesso. Fatto sta che adesso il Nagorno Karabakh non è più quello del 1991, ma molto più grande. Lo stretto corridoio azero di Laci, che lo separava dall'Armenia, è divenuto centinaia di chilometri di montagne confinanti con la repubblica sorella. Qualcosa del vecchio territorio l'hanno perduto, molto hanno conquistato. Chiedo di andare a vedere la linea del fronte, a Agdam, circa 30 chilometri a est. Mi rispondono cortesemente che non è possibile, “per la mia sicurezza”. Non si spara, per ora. A Stepanakert sono arrivato per assistere alla quarta elezione presidenziale di un paese fantasma. Percentuali di voto “sovietiche”, ma procedura ineccepibile. Cinque candidati. Ha vinto Bako Sahakian con l'85% dei voti. E' stato il capo del locale KGB in tutti questi anni. Sulla piazza centrale, di fronte al palazzo presidenziale, in stile sovietico, si erge l'hotel Armenia, a cinque stelle, costruito con capitale armeno e russo. Dirimpetto è in costruzione un altro hotel di lusso, americano-armeno. Il Governo USA regala otto milioni di dollari l'anno, facendo arrabbiare l'amica Baku. Mosca non regala niente, ma è amica e mediatrice. E molto amica di Erevan. Il palazzo nuovo del Parlamento di Artsakh guarda entrambi sulla stessa piazza. La grande diaspora armena nel mondo finanzia la crescita. Nuovi negozi rutilanti di merci sono allineati sulla Azatamartikneri, la via dei combattenti per la lotta di liberazione. Loro stanno, armati, a difendere la loro indipendenza. Per quanto tempo? Nessuno lo può dire. Ma a Stepanakert non vale il principio che i confini degli stati sono intoccabili. Vale solo quello dell'autodeterminazione dei popoli. (Megachip 30 luglio 2007)
La ripresa di Stalingrado. Un sindaco comunistadi Astrit Dakli Roman Grebennikov è un giovane avvocato di
Volgograd - più nota come Stalingrado, anche se questo nome è
stato abolito 46 anni fa - con una brillante carriera politica
nella sua regione, culminata domenica con l'elezione a sindaco
della sua città, una delle più importanti della Russia. Ciò che
lo rende meritevole di grossi titoli sui giornali nazionali,
tuttavia, è il fatto di e La Serbia guarda all'Italia
L'inverno di Praga
Polonia: arcivescovo Wielgus lascia, Vaticano attaccaVARSAVIA (Reuters) - L'arcivescovo di Varsavia Stanislaw Wielgus si è dimesso oggi dall'incarico, dopo aver ammesso venerdì scorso di aver collaborato coi servizi segreti del regime comunista polacco, e le sue dimissioni sono state accettate dal Papa. Lo ha reso noto in un comunicato la Nunziatura apostolica in Polonia. Secondo la nota, Benedetto XVI ha disposto che il cardinale Jozef Glemp, che Wielgus doveva sostituire, resti temporaneamente in carica. Ma nel primo pomeriggio, in una nota, il Vaticano, pur prendendo le distanze dal prelato, ha denunciato "una ondata di attacchi alla Chiesa cattolica in Polonia". "La Nunziatura Apostolica in Polonia comunica che Sua
Eccellenza Mons. Stanislaw Wielgus, Arcivescovo Metropolita di Varsavia,
nel giorno Una "ondata di attacchi", la definisce il portavoce vaticano, che "più che di una sincera ricerca di trasparenza e di verità, ha molti aspetti di una strana alleanza frai persecutori di un tempo e altri suoi avversari e di una vendetta da parte di chi, nel passato, l'aveva perseguitata ed è stato sconfitto dalla fede e dalla voglia di libertà del popolo polacco".Dopo aver inizialmente negato le accuse, l'arcivescovo Stanislaw Wielgus, nominato da Papa Benedetto XVI il 6 dicembre scorso, ha ammesso venerdì scorso di aver collaborato con i servizi segreti durante l'era comunista.La Chiesa cattolica polacca ha confermato il ruolo di Wielgus, aumentando la pressione sul neo-arcivescovo prima della cerimonia di nomina ufficiale che doveva avvenire alle 11 di oggi, ora italiana.Wielgus era stato nominato da Papa in sostituzione del cardinale Glemp - ritiratosi per raggiunti limiti di età e figura chiave nella lunga lotta contro il comunismo - a una delle posizioni più influenti nella gerarchia della Chiesa in Polonia.(Reuters 7.1.2007) E' morto Markus Wolf, capo della StasiLa spia che restò nel freddo. Cuoco e scrittore, dopo il crollo del muro, ma sempre fedele a se stesso e agli ideali che lo avevano spinto a restare capo dei servizi della Ddr pur vedendone la mancanza di senso. E senza mai commettere reati.
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di Tommaso Di Francesco
In una Praga in attesa dell'uscita per la prima volta
presso un editore ceco e con prefazione originale
dell'autore - del romanzo cult di Milan Kundera
«L'insostenibile leggerezza dell'essere», accadono fatti
pesanti e nel pieno di una eterna campagna elettorale
che, invece che disegnare il profilo della nuova
democrazia di Boemia e Moravia, mostrano gli allarmanti
contorni di un autoritarismo da «piccola patria». Dopo
quelle politiche del giugno scorso, si svolgono infatti
in questi giorni le amministrative e quelle per il
rinnovo di un terzo del Senato. Parliamo della messa
fuorilegge dell'organizzazione dei giovani comunisti e
de |
di Enrico Piovesana
La verità sulla strage è venuta a galla. Ma nessuno pagherà
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di Carlo Benedetti
MOSCA. Il Baltico sempre più a destra. Anzi: sempre più filonazista. In
Lettonia erano stati i reduci delle "Ss" a marciare per le strade di
Riga con l'appoggio del nuovo governo. Ora è la volta dell'Estonia che
annuncia la costruzione di alcuni monumenti in onore delle "Ss" e
anticipa l'idea di organizzare un raduno internazionale di tutti gli ex
delle "Ss". E non c'è solo questo. Perché anche l'Estonia segue la
stessa strada: il governo di Tallin - cogliendo l'occasione di questo
processo generale di revisione storica e di riabilitazione dei maggiori
criminali di guerra - concede le più alte onorificenze statali a coloro
che, durante la seconda gue
rra
mondiale, si unirono nella "Ventesima divisione delle SS" per lottare, a
fianco dei nazisti, contro l'Armata Sovietica. E mentre si sviluppa
questa ondata di fascismo si arriva anche a decretare come "giornata di
lutto nazionale" la ricorrenza della liberazione del Baltico.
A Tallin, intanto, giungono delegazioni di nazisti dal Belgio e
dall'Olanda. E da Mosca parte la protesta del ministero degli Esteri con
una precisa sollecitazione nei confronti dell'Unione Europea: Estonia e
Lettonia - dicono i diplomatici russi - sono paesi che fanno parte
dell'Ue. E' giunto il momento di prendere misure serie ed immediate. Ma
la Lettonia (dove alla metà degli anni '80 i fermenti nazionalisti e
anticomunisti portarono alla proclamazione dell'indipendenza del 1990)
risponde con una incredibile azione contro la popolazione locale di
lingua russa.
Viene proibita la registrazione ufficiale di nomi russi nei documenti.
Si sollecitano i cambi di nomi. E una signora intervistata dalla tv di
Mosca in un servizio da Riga dice: "Sono russa, abito qui dal tempo
della guerra. Mi chiamo Julia. Ma ora dovrò cambiare nome se vorrò avere
i miei diritti. Il nome equivalente sarà Giuliege...". Tutto questo
avviene perchè c'è un forte incentivo al cambiamento in favore della
lingua lettone. Non solo, ma attualmente, per ottenere la cittadinanza,
è necessario superare un esame di lingua e cultura lettone. E non è un
problema secondario se si pensa che, dopo l'indipendenza, quasi un
quarto della popolazione non ha la cittadinanza (22,8%). Si tratta
soprattutto di russofoni a cui non è stato riconosciuto questo diritto,
benché residenti da molto tempo o addirittura nati nel paese baltico.
Si annunciano, in segno di protesta, nuove e forti manifestazioni da
parte della minoranza russa che vive in Lettonia e che, comunque, si
sente partecipe della vita di questa nazione. Ma la situazione peggiora
di giorno in giorno. C'è in gestazione, ad esempio, anche una riforma
scolastica finalizzata a diminuire fortemente l'uso della lingua russa
nelle scuole, nel quadro di un progetto di derussificazione ormai già
avanzato. Intanto - riferendosi ai russi - si continua a parlare di
"persone di lingua russa", di "gente che parla russo", o di "sradicati".
Termini usati in modo spregiativo senza che ci si interroghi sulla
realtà socio-politica. Si pone solo l'accento sull'opposizione tra
lettoni e russi lasciando nell'ombra i problemi di integrazione interni.
Ecco perchè in tutta l'area del Baltico si registra sempre più un
processo di umiliazione e di ostracismo nei confronti della minoranza
russa. Ed è il meccanismo più triviale per arginare l'assimilazione.
Ed à ovvio che Mosca segua con sempre maggiore allarme questo spettro
che si aggira per l'Europa dopo la caduta dell'Unione Sovietica: sono 25
milioni, infatti, i russi che vivono in stati ormai sovrani. Stanno
perdendo, a poco a poco, quei diritti che avevano nei tempi dell'Urss
quando il paese era uno stato unitario. Ora "questi" russi sono
considerati cittadini di secondo grado. E il Baltico si trova ad essere
il campione di una xenofobia elevata a politica statale. Non si scorgono
all'orizzonte visioni liberali nel campo dei rapporti sociali. (resistenza_
partigiana@ 25.08.06)
di Gianfranco Brusasco
Per quegli scherzi che la Storia sembra divertirsi un mondo a fare, negli stessi giorni o quasi, si è votato in due paesi molto vicini, con secolari legami e, fino ad una decina d’anni fa o poco più, facenti parte dello stesso stato: Bielorussia ed Ucraina.
La Bielorussia viene guardata in certi ambienti dell’Occidente come l’ultimo esempio del “male” ancora al potere, dove si prevarica la volontà democratica del popolo, mentre invece l’Ucraina era diventata l’esempio di una di quelle abbastanza numerose “rivoluzioni colorate” che erano state capaci di cacciare altri “signori del male” a Belgrado come a Tbilisi ed a Kiev, appunto.
Quindi subito fiumi
d’inchiostro e (magari) di dollari per fare lo stesso a Minsk. Basta che
il risultato elettorale non sia quello gradito, ed ecco che si auspica -
e si agisce – perché il risultato del responso democratico delle urne
venga rovesciato, attraverso
la mobilitazione delle masse, come a Belgrado, a Tbilisi on a Kiev,
appunto. A queste, naturalmente, arrivano immediatamente, a sostegno, le
minacce di sanzioni da parte di Stati Uniti ed Unione Europea, contro i
“cattivi”.
Ma, ecco che, improvvisamente, la cosa sembra un po’ meno facile, sarà perché a Minsk fa ancora parecchio freddo e la rivoluzione, in fondo, deve tener conto del clima, sennò, in piazza ci va ben poca gente ! Soprattutto, succede che anche l’esempio, così spesso citato, anzi, strombazzato, perchè sembrava così a portata di mano, com’era considerata, appunto, l’Ucraina, a sua volta, si inceppa e smette di funzionare.
Come mai ? E’ successo, semplicemente, che i precedenti vincitori della “rivoluzione multicolore” di Kiev, poco dopo aver vinto, hanno cominciato a litigare furiosamente tra loro. Infatti colui che era diventato Capo dello Stato, ha cacciato, dopo mesi di litigi, colei che era diventata Primo Ministro. Poi, era scoppiata anche una lite sulle forniture di gas con il moscovita Gazprom, ma dopo un accordo con la Russia, proprio sulla questione delle forniture di gas, attraverso l’Ucraina, verso l’Europa occidentale, accordo respinto dal Parlamento, erano inevitabilmente seguite le dimissioni del Governo, che aveva sostituito la Signora, e non riuscendo più a controllare la situazione, il Presidente aveva indetto nuove elezioni.
Ma come dicono alcuni vecchi adagi, quasi stucchevoli e banali, se vogliamo, ma, in fondo espressivi di certe situazioni reali, “se l’unione fa la forza, la discordia porta alla rovina” e “tra i due litiganti il terzo gode”.
Ecco quindi che gli eredi dei “cattivi”, da poco cacciati via, riescono, ohibò, a vincerle queste benedette elezioni. Poiché i precedenti vincitori si presentano divisi, anzi contrapposti, spartendosi i voti, e ottenendo, quindi, molto meno di prima, anche perché la gente non è disposta a farsi prendere in giro due volte. Così “loro”, i “cattivi”, appunto risultano il primo partito. In altre parole il Partito pro russo di Victor Ianukovic raggiunge il 31,5%, che, in realtà, è molto di più della percentuale ufficiale dei “russi”, che sarebbero solo il 17%. Ed anche contando come “russi” i cittadini delle altre repubbliche ex sovietiche e, ammettendo che questi abbiano votato compatti per questo partito, risulta pur sempre che ha votato per lui almeno un 10% di elettorato ucraino, formato non tanto da “nostalgici”, ma sostanzialmente da disillusi dalle vicende appena accennate, legate ai “nuovi partiti”. Il cosiddetto Blocco di Giulia Timoscenko, la Premier cacciata, attiene il 22,4% mentre Nostra Ucraina del Presidente Iucenko non va oltre il 14,4%. In altre parole, i due ex alleati, se sommati, supererebbero di appena il 5% Ianukovic.
Oggi si stanno faticosamente sviluppando le trattative tra i Partiti per trovare una soluzione alla formazione del nuovo Governo. Non è escluso, che alla fine, si debba tornare alla situazione di partenza, con una nuova alleanza “arancione” tra i due litiganti, Iucenko e Timoscenko, anche per l’indisponibilità di Ianukovic a far parte di una coalizione senza avere il Primo Ministro.
Ma, non si vorrà sostenere, per caso, che si può far finta di niente e non tener conto del risultato elettorale! Sarebbe un terzo, anzi un quarto esempio negativo, in pochi mesi, e non sarebbe giustificabile di fronte all’opinione pubblica mondiale. Quarto esempio, perché nonostante le strombazzate conquiste della democrazia, né le elezioni in Iraq, né quelle in Afghanistan hanno risolto nulla davvero, nella rispettiva realtà. E perché la vittoria elettorale di Hamas in Palestina ha suscitato reazioni di rifiuto, di non accettazione del verdetto, da parte soprattutto di Bush – oltre che, ma questo era addirittura scontato, d’Israele. Però, come si sta verificando, questo è molto pericoloso, si rischia di mettere in crisi quel po’ di credibilità rimasta all’insistito discorso delle democratizzazione del Medio Oriente. E le reazioni negative in tutti i Paesi arabi sono chiare ed inequivocabili.
Allora, occorre che il
risultato del voto ucraino, piaccia o no, sia accettato come punto di
partenza di ogni ulteriore discorso. O
ltretutto,
non è uno staterello “insignificante” ma un Paese grande due volte
l’Italia e con una cinquantina di milioni di abitanti, anche se con
grandi contraddizioni, etniche, religiose, linguistiche e territoriali,
tra l’Est e l’Ovest, con i russofoni concentrati nelle province
orientali, ma anche contrasti di religione, tra ortodossi, spaccati però
in tre “denominazioni” e cattolici, a loro volta divisi in rito latino e
rito greco, e un po’ tutti contro tutti; se la lingua ufficiale è solo
l’ucraino, ben 13 sono “riconosciute”, prima fra tutte il russo, lingua
madre di 8/10 milioni di persone, maggioritaria nelle zone orientali e,
soprattutto in Crimea.
Questa Penisola, poi, era sempre stata russa, se non fosse stata “ceduta” solo nel quadro delle complicate vicende della II Guerra Mondiale, da Stalin direttamente, alla Sorella Repubblica Ucraina,con malcontento che continua tuttora dei cittadini russofoni, che sono ben due milioni, mentre gli Ucraini sono solo 200.000, addirittura al terzo posto, dopo i 300.000 Tartari. Inoltre, problema non secondario, in questo modo, si è fatto sì che la principale base navale della Flotta russa del Mar Nero, finisca di essere…. un porto straniero !
Il Paese, come detto, è, di fatto, spaccato in due, con una parte, formata prevalentemente da Ucraini, che guardano più all’Occidente che a Mosca, e l’altra, quella orientale, che fa riferimento alla Russia. Allora, perché non prenderne atto ed evitare che questa spaccatura entri nella spirale delle ripicche, dei “dispetti”, delle contrapposizioni sempre più astiose, che, purtroppo, come abbiamo visto, anche da non molti anni, possono mettere in moto una logica perversa, che si autoalimenta e può portare anche a tragedie e lutti, come nei Balcani.
Forse non ha senso continuare con un braccio di ferro tra le due parti in cui, di fatto, è spaccato il Paese. Forse non si deve continuare a votare, senza affrontare i nodi ed avendo, così, una volta un tipo di risultato e l’altra il suo contrario. Forse, i veri amici dell’Ucraina potrebbero aiutarli a cercare una soluzione diversa. Forse si tratta di verificare altre possibilità, con l’aiuto della Comunità internazionale, che dovrebbe impegnarsi a proporre ed agevolare soluzioni, anziché, come talvolta ha fatto, ad approfondire i fossati. Pensiamo all’ipotesi di uno stato federativo, con ampi margini di autonomia tra le sue componenti, riconosciuto e garantito nella sua integrità da un accordo internazionale, che assicuri, appunto, la non ingerenza come l’intangibilità, in cui ogni comunità possa regolare come meglio crede i “suoi” affari. Magari con l’avallo, appunto, di un riconoscimento internazionale. Pensiamo, ad esempio, al quadro dell’autonomia Alto/atesina, qui in Italia, dove le norme che la regolano sono di esclusiva competenza del Parlamento e delle Istituzioni italiane, ma queste sono sottoposte non a ratifica, bensì a presa d’atto (con eventualmente semplici “osservazioni”) da parte del paese a cui, linguisticamente e culturalmente, si riferisca la popolazione, che in questo caso è l’Austria.
Potrebbe funzionare una
soluzione simile ? Potrebbe, forse, consentire di collocare al suo
interno alcune frizioni, retaggio del passato, attualmente esistenti tra
Russia ed Ucraina, magari, ad esempio, qualche modifica delle frontiere,
qualche accorpamento di popolazioni o, specialmente, la questione della
base navale di Odessa, paradossalmente, oggi, come detto, i
n
territorio “straniero”, se riferita alla gestione della base stessa e
della flotta. Può sembrare campata in aria, ma in realtà, non c’è già un
esempio, proprio nell’ex URSS, che riguarda l’antica Konigsbeg, ovvero
Kaliningrad nel Baltico? Al momento della separazione tra Russia e
Repubbliche baltiche, la base rimase sotto sovranità russa, con un
accordo che, contemporaneamente, dava sistemazione anche alle minoranze
etnico/linguistiche. Ciò che funziona nel Baltico, non potrebbe
funzionare nel mar Nero ? E magari contribuire anche ad un regolamento
dei problemi che si porrebbero lì ben presto, con parte significativa
delle sponde di questo mare chiuso appartenenti a Paesi che già oggi, o,
comunque, tra non molto potrebbero appartenere alla NATO e/o all’Unione
Europea.
Può darsi che sia troppo semplice e superficiale, ma se un gruppo di giuristi internazionali esperti di cose simili si mettesse a studiare il problema, immaginiamo che potrebbero trovare soluzioni interessanti.
Il prossimo mese di giugno, la nuova sessione del G 8 avrà luogo a San Pietroburgo, per la prima volta nella storia, in Russia, sotto la Presidenza di Vladimir Putin. Come il solito, le potenze più industrializzate avranno vari argomenti da porre all’O.d.g.
Pur nella scarsa attenzione di un’opinione
pubblica, prima tutta concentrata su una campagna elettorale quanto mai
lunga, aspra e rissosa, e “dopo”, sulle problematiche dell’insediamento
del nuovo Parlamento, della costituzione del nuovo Governo e
dell’elezione
del
Presidente della Repubblica, costellate da continui tentativi di colpi
di coda di un perdente che non sa rassegnarsi alle regole democratiche,
noi riteniamo che occorrerebbe che si cominciasse a pensare ad alcuni
ulteriori temi, che ci sembrano fondamentali, da discutere in quella
sede, almeno in aggiunta ai problemi della macro e micro economia, della
concorrenza più o meno leale da parte delle “tigri asiatiche”,
dell’appoggio allo sviluppo (a parole) dei paesi arretrati ed il loro
debito estero, che, per forza di cose, faranno certamente parte
integrante dell’agenda, visto che sono le motivazioni stesse che hanno
spinto proprio ad “inventare” questo tipo di riunioni. La cronaca di
questi ultimi mesi, infatti, ha portato alla ribalta alcuni problemi, la
cui implicazioni umane e sociali “pretendono” un posto di primo piano,
perché da esse dipendono alternative radicali nella vita che
conduciamo.
Pensiamo, in particolare, a tre temi, di cui uno, probabilmente, sarà presente in ogni caso nell’agenda: quello dell’energia, che tante preoccupazioni ha creato in Paesi come il nostro, l’inverno appena trascorso, quando la contrapposizione Russia/Ucraina ha messo a repentaglio i nostri rifornimenti. Sia chiaro, ci sono serie responsabilità nostre, italiane. Pensiamo al ritardo nell’espansione delle energie alternative, specie l’eolico ed il solare, incomprensibili tanto più in un Paese che di sole e di vento non è certamente carente!
Si è perso tempo prezioso per far sì che non venissero attuati neppure quei piccoli accorgimenti che, in altri Paesi, portano a risparmi significativi sulla bolletta energetica. Forse che la collocazione di Torino o Trento, di Milano od Udine è tanto diversa da quelladi Innsbruck o Zurigo o Chambery, da rendere superflue le tipologie costruttive, i doppi vetri, le intercapedini, gli infissi a tenuta stagna, lassù del tutto normali ?
Molto si era puntato sull’idroelettrico – quello che retoricamente era chiamato “l’oro bianco” - , finché non si è praticamente esaurito il potenziale disponibile, ma, soprattutto, non si è finito di considerare insostenibile il costo umano che, nel frattempo si era pagato, al Vajont, a Tesero, nella vicina Francia a Frejus, ecc. Qualcuno ora, anche per distogliere dalle sue manchevolezze di un modo di governare fatto tutto di squilli di tromba e ben poco di sostanza, torna a parlare di energia nucleare, dimenticando che questa scelta è stata seppellita con il “sarcofago” di Cernobyl (il cui ventesimo anniversario cade proprio in questo periodo – mentre non cessa di creare preoccupazioni, visto che, proprio ora, apprendiamo che si prospetta la necessità di nuovi imponenti, costosi e rischiosi interventi per metterlo “in sicurezza”) e con una valanga di voti popolari al referendum.
Facendo finta di ignorare, poi, che gran parte dei motivi del no di allora, i rischi per la sicurezza, le difficoltà per lo smaltimento delle scorie, il surriscaldamento delle acque reimmesse nei corsi d’acqua circostanti, ecc. rimangono immutati, salvo accettare una lievitazione dei costi che ne rimetterebbe in discussione proprio la convenienza economica. Proprio l’Unione europea, ad esempio, sta accingendosi ad affrontare il problema di ben 26 centrali nucleari obsolete, quindi rischiose, quasi certamente da smantellare, ammesso che si riescano a risolvere proprio le questioni appena dette.
Resterebbero il carbone e gli idrocarburi, di cui, come Italia, non disponiamo in misura significativa. Specie nel secondo caso, abbiamo un bisogno vitale che nulla perturbi il quadro e ciò imporrebbe una politica attiva, propositiva, di cooperazione, in prima persona, non a rimorchio di chi ha altri interessi. L’esatto contrario, appunto, di quanto si è fatto in questi cinque, sciagurati anni, dell’era berlusconiana. Infatti, ce ne siamo stati in disparte, permettendo che altri facessero e disfacessero: l’attacco all’Iraq, le minacce all’Iran, le perturbazioni indotte in Nigeria ed in Sudan, l’ostilità indotta in tutto il mondo arabo/islamico, cioè in gran pare dei paesi esportatori per una politica cieca e sorda. A cui aggiungiamo le incomprensioni nostre o l’indifferenza verso i due Paesi più vicini, Libia ed Algeria. Ed in fondo la crisi del gas Italia/Russia/Ucraina che cos’è se non l’ultima conseguenza della perturbazione di normali, secolari rapporti, che, dopo la dissoluzione dell’URSS ha scatenato la destabilizzazione dell’area, a cavallo delle cosiddette rivoluzioni colorate, che, in realtà, erano colorate soprattutto del verde di un certo biglietto di banca, che è riuscito, appunto, a “perturbare” (se e quando non riusciva a penetrare) l’Ucraina, il Caucaso, l’Asia Centrale. Il discorso si allungherebbe troppo e, magari, lo riprenderemo in altra occasione.
Ma il tema di un “governo collaborativo” del sistema dell’energia mondiale, in tutti i suoi aspetti e riguardando tutte le fonti energetiche, che veda impegnati in uno sforzo comune i Paesi produttori, quelli consumatori e quelli semplicemente di “transito”, è o non è maturo, deve o no essere affrontare, a partire proprio dal prossimo G 8 ?
Del resto, proprio l’intreccio del tema dell’energia idroelettrica ci porta, in modo naturale, al secondo tema, quello dell’acqua. Si è appena svolto a Città del Messico il periodico Forum mondiale, unito alla celebrazione della Giornata mondiale dell’acqua, indetta dall’ONU.I dati emersi sono, a dir poco, sconvolgenti. Ci permettiamo di citare solo quelli essenziali rimandando i nostri affezionati lettori ai materiali del Forum stesso ed a quelle poche notizie, che, modestamente, abbiamo riportato nell’Osservatorio.
Quanto ai dati essenziali, appunto:
- un miliardo di persone non dispone di acqua potabile, solo il 16% della popolazione mondiale ha l’acqua corrente in casa;
- nella sola Africa, 400 milioni di persone non dispongono di acqua corrente a meno di un Km. da casa;
- un Africano dispone di 12/50 litri d’acqua al giorno, un Europeo da 70 a 250 (come un Italiano ad esempio), ma un Americano ne consuma fino a 700 litri;
- due miliardi e mezzo di persone mancano di sistemi di fognature e di smaltimento dei rifiuti organici;
- 22.000 persone al giorno, di cui 4.500 bambini, ogni giorno, 15 al minuto, muoiono per queste carenze.
Secondo l’ONU, queste morti potrebbero essere dimezzate se, semplicemente i Paesi ricchi stanziassero 20/30 miliardi di dollari l’anno, pari a quanto spendono in cosmetici gli Americani od in armamenti convenzionali, in un anno e mezzo/ due anni, tutti i paesi del Terzo Mondo messi assieme, praticamente quasi gli stessi dove il problema acqua è più grave.
Illustri scienziati e politologi, del resto, sostengono che le prossime guerre, mentre attualmente si combattono ancora in nome del petrolio, saranno scatenate dalla questione dell’acqua. Un esempio già abbastanza chiaro è legato al conflitto in Palestina, dove questo argomento è poco citato, ma invece è alla base di molti dei comportamenti israeliani.
Accenniamo appena ad un altro capitolo, che combina inquinamento ed effetto serra con il problema dell’acqua: ma pensiamo solo alle previsioni di illustri scienziati per cui entro qualche decennio il Mediterraneo potrebbe essere morto o, viceversa, i ghiacci sciolti dei Poli potrebbero innalzare i livelli dei mari, con centinaia di grandi città trasformate in cimiteri sottomarini. E non dimentichiamo neppure, visto dove viviamo, che il Bacino Mediterraneo, essendo molto chiuso, è uno dei più vulnerabili all’inquinamento, occorrendo, in pratica un secolo per il ricambio della sua acqua. Così come è, purtroppo, facile la previsione di una prossima scomparsa del Mar Morto, che già è spezzato in due tronconi, come del Caspio, dell’Aral, ecc.
Sembrerebbe facile, trovare soluzioni, ma ancora, ci vuole un impegno di Governo globale, con una visione di ampio respiro dei fenomeni in atto e non l’attuale politica del tirare a campare. E, forse, proprio questo dovrebbe essere il tema fondamentale di un’agenda globale.
Due esempi negativi ci farebbero essere pessimisti: le molte parole fatte ed i pochi atti concreti (a cominciare dal costo dei medicinali) per la lotta contro l’AIDS; l’analoga situazione (guarda caso legata proprio anche ai problemi dell’acqua !) sulla malaria, che in certe zone specie dell’Africa è fattore assolutamente inibitore di qualsiasi sviluppo, specie in molte aree del Sudan, e che sarebbe relativamente facile e poco caro estirpare, bonificando le acque stagnanti e rifornendo le popolazioni di semplici medicinali già esistenti, non quindi da ricercare con enorme spesa economica e di tempo come per altri casi.
Non a caso abbiamo citato due questioni di tipo sanitario. Infatti, una nuova, improvvisa minaccia si addensa su gran parte del Mondo: dal Sud Est asiatico alla Cina ed all’Asia Centrale, dal Mar Nero al Mediterraneo, dal Caucaso alle coste dell’Atlantico, dal Baltico a vaste aree africane, sopra e sotto del Sahara. Parliamo, ovviamente, della cosiddetta influenza aviaria.
Le conseguenze sanitarie non sono (almeno per ora) così drammatiche, con “appena” un centinaio di morti in tutto, esclusivamente di persone venute a contato diretto, specie per ragioni di lavoro, con animali infetti. Ma tutti i presidi sanitari sono in allarme, temendo che, prima a poi, ci sia il salto di qualità ed il virus possa trasformarsi in agente patogeno umano spontaneamente. Per ora, il contagio può avvenire solo in situazioni di mancanza di igiene e promiscuità uomo/animale: così si spiega qualche decina di morti in Vietnam e Thailandia, 23 in Indonesia, qualche altra decina in Nigeria, i casi, per ora isolati, in Medio Oriente, nei Balcani, in alcuni paesi dell’Europa centro settentrionale, come Francia, Germania ed Olanda. Soprattutto, poi si spera nell’efficacia delle misure protettive e profilattiche per contenerli ed isolarli.
In ogni caso, già sono drammatiche le conseguenze sociali. Per restare all’ultima, per ora, area colpita, il Medio Oriente, in Israele, Palestina, Iraq, Egitto, già si parla di milioni di capi di pollame, cibo base di quelle popolazioni, abbattuti. Migliaia di imprese di piccolo allevamento, macellazione, vendita, ma anche i ristoranti, sono in crisi, chiudono, falliscono. Decine di migliaia di persone hanno perso o stanno per perdere il lavoro. Il consumo è ridotto a meno del 10% ed esclusivamente di prodotti congelati che arrivavano da Stati Uniti, Brasile e Francia, prima che quest’ultima, venisse messa fuori gioco, per accertati casi di contagio, così come in Germania, del resto. I rapporti commerciali di intere regioni possono essere sconvolti, ma anche l’inflazione stessa può essere rimessa in moto da questo problema, perché già stanno salendo alle stesse i prezzi di bovini ed ovini.
Nessuno può illudersi non c’è confine che tenga, gli uccelli migratori possono anche andare in posti nuovi, sbagliare strada, o magari un infetto viaggiare prima di essersene accorto (come, ad esempio, l’Egiziano che ha portato il morbo in Giordania). Ci vuole davvero un “governo complessivo” che travalichi barriere di ogni genere: piaccia loro o non piaccia, Israeliani ed Hamas, al Governo in Palestina, almeno su questo problema, devono collaborare da subito. O ci si muove all’unisono, o la catastrofe umanitaria planetaria può davvero arrivare. In sostanza, siamo di fronte a fenomeni altrettanto globali dell’economia di mercato e che devono essere messi al centro dell’attenzione, per decidere rapidamente chi, come, con che mezzi, con che coordinamento affrontarli.
La Russia sembrerebbe intenzionata a porre questi temi sul tavolo del G8 e, magari, a dare la sua disponibilità ad assumersene anche la responsabilità. C’è da augurarsi che questi 8-10 sedicenti “grandi della Terra” sappiano cogliere il significato di queste nuove problematiche e siano disponibili ad affrontarle sul serio. E se qualcuno ha attenzione ed esperienze già compiute, e disponibilità, magari la Russia stessa, appunto, ben venga e le si affidino tutti i mezzi d’intervento necessari.
Occorre che, per una volta, i “Grandi” ragionino non in termini di interesse personale (del proprio Paese), ma nell’interesse dell’umanità tutta.Bisogna, soprattutto, che gli Stati Uniti cessino di boicottare qualsiasi progetto di impegno collettivo, per difendere la “bottega”. Se ben si guarda, è impressionante la lista dei NO di Washington: no alla Convenzione di Kyoto, per essere liberi di inquinare, come no al trattato sull’acqua, ma no alla non proliferazione delle mine per, magari, fare qualche affare, no al Tribunale Penale Internazionale, per paura, anzi, in questo caso, certezza, di dover fare quanto non fanno mai: per quanto riguarda la sola Italia, rispondere sulla morte di Calipari, sulla teleferica del Cermis, sul rapimento dell’Imam di Milano, ecc. E ancora: no all’abbattimento dei diritti sui brevetti produttivi di medicinali detenuti da grandi “multinazionali” (cioè in grandissima percentuale americane) farmaceutiche, che impediscono di fornire i medicinali anti HIV a buon prezzo al terzo mondo. Infine il recentissimo No, a Città del Messico, a considerare l’acqua un bene, anzi un diritto di primaria necessità, non privatizzabile nella mani delle solite multinazionali.
Del resto, proprio gli Stati Uniti scherzano con il fuoco: hanno centinaia di migliaia di uomini sparsi per il mondo, spesso in Paesi a rischio vuoi dell’AIDS/HIV, vuoi, ora, dell’influenza aviaria. Vogliono ripetere l’esperienza tragica, con decine di milioni di morti, della “spagnola”, sparsa per il mondo proprio dai soldati smobilitati alla fine della Prima Guerra Mondiale ?