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Paesi dell'Est

 

 

 

 

 

 

Un punto di vista diverso su Lukashensko

 

di Fosco Giannini* e Mauro Gemma**

su l'Ernesto Online del 28/12/2010

Proponiamo ai nostri lettori questo articolo che "Liberazione" non ha ritenuto opportuno pubblicare

Caro direttore, cari compagni/e, cari lettori e lettrici, in questo articolo vi è un punto di vista diverso da quello espresso giorni fa da Liberazione, ma siamo convinti che tale punto di vista sarà sopportato, ai fini del dibattito, dal nostro quotidiano.

Il punto è questo: lo scorso 21 dicembre, su Liberazione, abbiamo letto con stupore un articolo di Massimo Alviti sulle elezioni presidenziali in Bielorussia, articolo che riprende, senza porsi il minimo dubbio, la versione fornita dall’apparato mediatico dominante e riassume tutti i luoghi comuni di quella propaganda che si propone di demonizzare la figura dell'attuale capo dello Stato bielorusso, Aleksandr Lukashenko. E' un articolo che abbiamo trovato non rispondente in nulla alla realtà dei fatti e

qualche parola va spesa allora su quella che, senza esagerazione, può essere definita una resistenza antimperialista avviata dal leader bielorusso.

Chi è, dunque, Lukashenko, considerato dal potere economico e militare nordamericano come uno dei più fastidiosi ostacoli ai processi di mondializzazione e normalizzazione capitalistica; definito da Bush come l’ “ultimo dittatore d’Europa” e misurato a volte con gli stessi metri delle più reazionarie e guerrafondaie aree imperialiste USA anche da settori della “sinistra alternativa” ?

Lukashenko, innanzitutto, fu uno dei pochi, coraggiosi, parlamentari del Soviet a pronunciarsi, nel dicembre 1991, contro la dissoluzione dell’URSS, divenendo poi popolarissimo per il rigore nella lotta contro la corruzione che dilagò nel nuovo regime post sovietico. Ciò gli permise di sbaragliare, nelle elezioni presidenziali del 1994, nelle quali ottenne l’81,7% dei voti, il suo avversario, il primo ministro Viaceslau Kiebic, nazionalista e fautore di un rapido avvicinamento alla NATO.

Il nuovo presidente indicò sin da allora quello che sarebbe stato il proprio obiettivo strategico, perseguito poi con coerenza e ribadito nella sua ultima conferenza stampa: la ricomposizione dell’unità politica ed economica almeno delle repubbliche europee dell’ex Unione Sovietica, fino alla creazione di uno Stato unitario delle repubbliche dell’ex URSS, a cominciare dalla Russia.

Lukashenko, che ha collocato il proprio Paese, con un ruolo da protagonista, all’interno del grande movimento dei non allineati, sviluppando rapporti privilegiati con paesi come Cuba e il Venezuela, non si è limitato a pronunciarsi apertamente contro il processo di allargamento della NATO ad Est, ma ha denunciato con grande forza e risonanza internazionale il carattere aggressivo di tale alleanza, i suoi tentativi di prevaricare la volontà dei popoli e degli stati che non intendono assoggettarsi al nuovo ordine mondiale e l’intenzione, non mascherata, di attentare all’integrità territoriale non solo della Bielorussia, ma della stessa Federazione Russa.

Nel 1995 e 1996, un vero e proprio plebiscito ha ratificato alcuni quesiti referendari da Lukashenko proposti, nei quali venivano fissati i capisaldi programmatici della nuova amministrazione.

L’80% dei bielorussi si pronunciava allora positivamente sulle richieste di unione economica con la Russia e di ripristino dei simboli sovietici e rivoluzionari.

Il presidente bielorusso, nonostante i ripetuti tentativi, ( scientemente ed ostinatamente organizzati,) di precostituire scenari simili a quelli che hanno caratterizzato il successo delle “rivoluzioni colorate” in altre repubbliche ex sovietiche, attraverso violenti disordini provocati da gruppi di destra lautamente finanziati anche dalle istituzioni governative americane, è stato ripetutamente rieletto alla presidenza della Repubblica, a furor di popolo, in consultazioni di cui solo la malafede dei suoi denigratori ha potuto contestare la legittimità. I disordini successivi all'ultima consultazione elettorale, provocati da poche centinaia di persone che inalberavano anche le bandiere dei gruppi fascisti bielorussi che collaborarono con l'aggressione hitleriana, hanno seguito lo stesso copione e ci dispiace che il compagno Alviti non se ne sia accorto- spingendosi anche oltre il quadro fornito dalle agenzie - con le sue critiche all'Occidente (che nei confronti della Bielorussia attua una politica di vero e proprio “cordone sanitario”), reo – per Alviti – di avere avanzato nei confronti di Lukashenko solo critiche e richieste “timide e formali”. Ma cosa si augura Alviti: che carri armati con la benzina americana avanzino su Minsk? 

Occorre informarsi delle vere ragioni di questa ostilità imperialista verso la Bielorussia. Ragioni che risiedono nella determinazione con cui Lukashenko ha rifiutato di genuflettersi ai diktat che gli sono giunti quotidianamente dall'Occidente. Unico tra i leader dell'Europa Orientale emersa dalla fine del “socialismo reale”, sin dall’inizio del suo mandato, Lukashenko si è imposto di mantenere sotto il controllo dello Stato le risorse strategiche ereditate dall’URSS, cercando allo stesso tempo di rilanciare e rafforzare gli storici legami con il mercato dei paesi eredi dell’Unione Sovietica, tradizionale sbocco delle produzioni bielorusse.

Tale politica, che gode dell'appoggio del Partito Comunista di Bielorussia (KPB), che partecipa all’amministrazione del Paese con una propria rappresentanza parlamentare, ha permesso di contenere i costi sociali derivanti dal crollo economico successivo alle ricette di liberalizzazione e privatizzazione applicate nel resto dello spazio post-sovietico, e in particolare nelle vicine Russia e Ucraina.

La posizione dei comunisti bielorussi è stata illustrata in una dichiarazione rilasciata, prima delle ultime elezioni, alle agenzie di stampa da Igor Karpenko, dirigente del KPB.

Ha affermato Karpenko che il partito comunista ha assunto la decisione di appoggiare Lukashenko partendo dalla convinzione che, con la sua presidenza, la Bielorussia è stata in grado “di far fronte alla crisi economica, garantendo uno sviluppo sostenibile e moderno del Paese, di rafforzare la sua capacità di difesa, di mantenere legalità e unità del Paese e, soprattutto, di evitare la disparità nella distribuzione del reddito”.

L'esponente comunista, mettendo in guardia dal tentativo di alcune forze liberali e ultra-nazionaliste di “gettare il Paese nella tempesta”, ha invitato tutti i bielorussi ad appoggiare Lukashenko e la sua politica “indirizzata al rafforzamento del modello di sviluppo sociale ed economico bielorusso, che ha permesso il miglioramento del livello di vita della popolazione”. “Le posizioni del Partito Comunista di Belarus sono simili a quelle dell'attuale governo, sia per quanto riguarda la politica interna che quella internazionale, che mira a proteggere gli interessi dell'assoluta maggioranza del nostro popolo”, ha aggiunto Karpenko.

Del resto, se solo si avesse la volontà di approfondire l'argomento, si noterebbe che anche diversi degli osservatori più ostili all’esperienza bielorussa sono costretti a riconoscere che la Bielorussia non ha mai conosciuto gli stessi livelli di degradazione dei servizi sociali, sanitari, educativi, di previdenza raggiunti nei paesi emersi dalla scomparsa dell’URSS e del “sistema socialista” dei paesi dell’Europa dell’Est.

Ed è’ sicuramente un dato di fatto che della devastazione prodotta dal modello adottato dai paesi ex sovietici vicini ed anche dei drammatici costi sociali dell’esperimento attuato, è cosciente la grande maggioranza della popolazione bielorussa, in misura ben più rilevante di quanto si sia indotti a credere in Europa occidentale. E questa è la base materiale sulla quale può poggiare la politica non subordinata agli Usa del governo di Minsk; è la base per far fronte alla massiccia pressione propagandistica che viene esercitata dall’Occidente, pressione respinta nonostante i milioni di dollari che vengono “donati” alle forze di opposizione.

* Direzione nazionale PRC
** Segreteria provinciale PRC Torino 

Il Partito Comunista della Polonia sulla messa

al bando dei simboli comunisti

L’isteria anticomunista ha da molto tempo superato i limiti della ragionevolezza. Anzi, recentemente ha oltrepassato i limiti dell’assurdo.

Jaroslav Kaczynski, ex primo ministro e leader del partito al potere aveva dichiarato pubblicamente che il comunismo era responsabile della morte di decine di miliardi di persone. Se la menzogna ha un carattere anticomunista, non è neppure necessario assumere misure coercitive. Tutto ciò che può attizzare l’odio va bene. Tali dichiarazioni possono essere rilasciate senza subirne le conseguenze. Nessuno si è permesso di chiedergli la cosa più ovvia: se conosce il numero degli abitanti della terra.

Le persone vengono trattate come se fossero un branco di idioti che non sanno o non vogliono sapere, o che non contano nulla.

Allo stesso tempo, il Presidente Lech Kaczynski, suo fratello gemello, ha firmato una legge ugualmente assurda. Nella sua nuova forma, l’articolo 256 del codice penale prevede che:

Art. 256 § 1. Tutti coloro che pubblicamente fanno propaganda per regimi fascisti o per ogni altro regime totalitario o lancino appelli all’odio su basi nazionali, razziali, religiose, sono soggetti a sanzioni, restrizioni e privazioni della libertà, fino a una pena di 2 anni.

§ 2. La medesima pena deve essere comminata a chi, allo scopo di propagandare, produrre, importare, affittare, immagazzinare, presentare, trasportare o inviare oggetti contenenti simboli descritti nel § 1 o recanti simboli comunisti.

§ 3. L’autore di tali atti proibiti non commette crimine, solo nel caso in cui la sua azione sia parte di un’attività artistica, educativa o scientifica.

§ 4. Nel caso di una condanna per un’infrazione descritta nel § 2, la Corte dichiara la confisca degli oggetti in questione, anche se l’autore del delitto non ne era proprietario.

L’emendamento alla legge esistente, con l’aggiunta dei § 2-4, entrerà in vigore sei mesi dopo la pubblicazione nella “Gazzetta Ufficiale”. Non è stato ancora pubblicato. Occorre sottolineare che l’interdizione dei simboli comunisti avviene contemporaneamente all’approvazione di altri emendamenti. Tra essi, un emendamento aggrava le sanzioni penali previste per la pedofilia. Si intende in tal modo dare l’impressione che il comunismo è uno dei mali sociali.

I due fratelli sono idolatri dell’anticomunismo. Un’ideologia criminale, ben peggiore dei totalitarismi immaginari. Un’ideologia che ha causato la morte di un gran numero di persone. Che è all’origine dell’andata al potere di Hitler e dello scatenamento della guerra in Europa. Di un genocidio organizzato e deliberato. Dell’occupazione giapponese della Cina e di altri paesi asiatici. Della barbara guerra in Corea. Dei piani per l’utilizzo di armi nucleari su grande scala nel corso di quella guerra. Della guerra altrettanto barbara in Vietnam, che ha visto l’uso di armi chimiche e la perpetrazione di crimini contro i civili.

Il capitalismo, in quanto formazione sociale, ha lo sfruttamento e l’incarcerazione degli esseri umani scritti nella sua bandiera. Sotto la sua bandiera, i colonialisti inglesi, belgi, francesi hanno saccheggiato le risorse naturali e commesso genocidi. Hanno costretto le popolazioni di paesi interi a lavorare come schiavi per massimizzare i loro profitti. Hanno fatto tutto ciò sia apertamente che segretamente.

E’ mai successo che un partito politico che difende l’ideologia anticomunista e il capitalismo abbia ricevuto tali accuse nei suoi confronti? La risposta è no, poiché è solo il capitalismo che può essere apertamente propagandato. Chiunque lo metta in discussione verrà accusato di crimini immaginari, di intenzioni criminali ed anche perseguito e incarcerato per queste ragioni. E mentre ci si riempie la bocca di democrazia.

Gli agenti del regime capitalista sono diventati talmente insolenti e arroganti da trasformare il palamento in tribunale, in cui giudicare i loro oppositori politici. Poiché è impossibile provare che i comunisti fanno propaganda per il totalitarismo o che hanno intenzione di commettere qualsivoglia crimine, allora, dopo 20 anni di calunnie, di diffamazioni e di continue menzogne, si è scoperto che l’unico modo di attribuire loro tali intenzioni è scriverlo nella legge.

Il Partito Comunista della Polonia è un partito politico registrato presso la Corte Suprema. Non si è mai arrivati a provare che il suo statuto e il suo programma contengano elementi di natura illegale. Il Partito Comunista della Polonia opera nel rispetto della Costituzione polacca e della legge sui partiti politici. Le istituzioni dello Stato sono obbligate a trattare tutti i partiti politici nello stesso modo.

Ma esse non adempiono a questo obbligo. Solo i partiti parlamentari hanno accesso ai dibattiti pubblici, mentre il PC della Polonia è sistematicamente discriminato. La sua ideologia è costantemente messa in discussione. Si sono usate delle parole tese a scatenare l’odio. Esistono istituzioni pubbliche, che sono finanziate da fondi pubblici, ma il cui scopo dichiarato è quello di condurre la lotta politica mediante la revisione e l’estrema politicizzazione della storia, mettendo sullo stesso piano comunismo e fascismo, costruendo una vera e propria mitologia e brandendo anche l’arma della repressione. Tale revisione della storia è il risultato delle tendenze revansciste in seno alle classi sociali che avevano perso i loro privilegi quando le forze socialiste-popolari erano arrivate al potere dopo la Seconda Guerra Mondiale: la borghesia e i proprietari terrieri, le classi che hanno ottenuto una posizione privilegiata dopo i cambiamenti di regime nel 1989.

L’Istituto per la Memoria Nazionale, ancora prima dell’approvazione dell’emendamento, ha cercato di minacciare amministrazioni locali accusate di indolenza nel cambiamento dei nomi delle vie, in accordo con gli imperativi dell’ideologia ufficiale. Le istituzioni dello Stato non sono state solamente trasformate in portavoce della propaganda dell’odio anticomunista, ma hanno anche in vario modo violato e aggirato la legge.

Anche il Parlamento ha apertamente violato i principi fondamentali della legge e dell’ordine, in modo flagrante. Ha approvato un emendamento al Codice Penale che ha per bersaglio un partito politico in particolare. L’aggettivo che descrive il reato nell’emendamento fa riferimento al nome del PC della Polonia.

Si provi a immaginare cosa sarebbe successo se il Partito Comunista della Polonia avesse proposto nel suo programma simili metodi nei confronti nei propri avversari politici. Non sarebbe stato accusato di un crimine solo per aver annunciato tali intenzioni? Non si sarebbe utilizzato l’articolo 13 della Costituzione polacca, il quale enuncia che: “i partiti politici e le organizzazioni i cui programmi sono basati sui metodi totalitari e sulle pratiche del nazismo, del fascismo e del comunismo, come pure quelli i cui programmi o attività proclamano l’odio razziale o nazionale, la messa in pratica della violenza allo scopo di conquistare il potere o di pesare nella politica dello Stato, o che coltivano il segreto sulla propria struttura o sui loro aderenti, devono essere interdetti” contro il PC della Polonia al fine di metterlo fuori legge semplicemente perché ha accennato a tali pratiche autoritarie?

Questo emendamento è eccezionalmente totalitario. Interviene nella sfera del pensiero e degli strumenti di espressione. Il possesso di certi oggetti che contengano elementi non definiti può essere sottoposto a procedimento penale solamente in virtù di una dichiarazione soggettiva che attesti il suo riferimento a un pensiero politico inappropriato. Dal momento che non è stato definito precisamente che cosa sia o non sia un simbolo comunista.

L’emendamento all’articolo 256 del codice penale contraddice la legge sui partiti politici (27 giugno 1997) che sancisce eguale trattamento e protezione per tutti i simboli di partito; la Costituzione polacca, che garantisce la libertà di coscienza, la libertà d’espressione e d’opinione, come pure la libertà di circolazione dell’informazione (art. 53 p. 1 e art. 54 p.1). Palesemente il Parlamento non rispetta più gli accordi internazionali, compresa la Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici (siglata il 16 dicembre 1966 – art. 18 e 19) e la Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo (art. 9 e 10).

Il Partito Comunista della Polonia si opporrà fermamente a queste pratiche antidemocratiche con tutti mezzi possibili e si prepara al confronto, smascherando l’assurdità, l’oscurantismo, l’irresponsabilità e le cattive intenzioni dei loro promotori.

Il Partito Comunista della Polonia

Traduzione di Mauro Gemma da http://www.solidnet.org

(dicembre 2009)

 

Le controrivoluzioni dell'89. Niente da festeggiare

 

Per l’ennesima volta la direzione di Liberazione ha rifiutato di pubblicare un intervento di uno degli intellettuali ed esponenti più rappresentativi de l’Ernesto, nonché nuovo direttore della rivista. Questa volta il pretesto addotto è che il giornale, dopo l’intervento del segretario Ferrero, non intende aprire un dibattito sul ventennale della caduta del Muro di Berlino: il che ci è stato comunicato proprio il giorno in cui Liberazione dedica una pagina intera ad un intervento di Luciana Castellina sull’argomento… Non c’è bisogno di commento, le cose si commentano da sole. Ma c’è bisogno di una riflessione approfondita per capire in quale direzione stiamo andando di nuovo, nel merito e nelle modalità di gestione della democrazia interna. E’ un film che abbiamo già visto e non abbiamo alcuna intenzione di rivederlo.

di Andrea Catone

Paolo Ferrero scrive che gli eventi dell’89-91 - la dissoluzione dell’URSS e del socialismo reale nell’Europa centro-orientale e balcanica che la caduta del muro di Berlino simboleggia - “è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare”. Anche se poi tale caduta non ha dato luogo a quel “nuovo inizio” della storia dell’umanità che gli apologeti capitalisti e la sinistra ad essi subalterna allora profetizzavano, ma ha aperto la strada alle peggiori infamie del capitalismo neoliberista: privatizzazioni violente e selvagge; smantellamento dei sistemi di difesa sociale; colonizzazione dell’economia, della società e dei corpi stessi, di donne immiserite, umiliate e offese, in fuga dall’est “liberato” ridotte a “badanti” e prostitute; il dilagare di aggressioni imperialiste una volta venuto meno il contrappeso dell’URSS; il peggioramento generalizzato delle condizioni sociali e politiche dei lavoratori all’Ovest. Come si può definire l’89 se non una pesantissima controrivoluzione sociale, politica, culturale?

Per questo, non possiamo assolutamente associarci ai festeggiamenti del 9 novembre. L’89 non è una nostra festa, è la festa della controrivoluzione capitalista nella sua espressione più crudele del neoliberismo, è la festa dei vincitori occidentali della guerra fredda.

L’89 è una chiara, durissima sconfitta del movimento operaio e comunista e più in generale del movimento di emancipazione dei popoli. Che va apertamente riconosciuta e indagata in tutti i suoi aspetti. Da quando in qua masochisticamente si è presa l’abitudine di festeggiare le sconfitte?

Ma, dice Ferrero, quella sconfitta era necessaria e inevitabile, il “socialismo reale” “così non poteva andare avanti e così non si andava da nessuna parte”.

In questo approccio vi è molto determinismo e giustificazionismo storico: non poteva che andare così, ed era giusto che andasse così (e quindi festeggiamo che sia così...). Se accettiamo questa impostazione dovremmo “festeggiare” allora anche lo sfascio della II Internazionale i cui principali partiti nel 1914 votarono i crediti di guerra, e ritenere la guerra inevitabile?

Ci fa fare un passo avanti questo approccio nell’elaborazione di una strategia comunista per il XXI secolo? Ci aiuta a comprendere cioè quali processi portano alla sconfitta dell’89 per poter apprendere da essi come movimento operaio organizzato?

Il limite maggiore dell’impostazione dell’articolo di Ferrero è nella sua parziale subalternità all’impostazione borghese, nell’accogliere in modo semplificatorio la tesi che quei regimi hanno fallito per mancanza di libertà, una libertà sans phrase, senza specificazioni e determinazioni storiche. Privilegiando in termini assoluti la questione della “libertà”, si rimuovono le diverse altre questioni che sono alla base della sconfitta della transizione socialista: si rinuncia ad indagare in termini marxisti sulla struttura socio-economica e sulla sovrastruttura politica delle società del “socialismo reale”, sul ritardo nello sviluppo delle forze produttive, l’organizzazione del lavoro, sul ruolo della direzione politica dei partiti comunisti, sulle ragioni del distacco dirigenti/diretti, sulle ideologie politiche e la cultura delle masse.

E si fa di tutt’erba un fascio, si buttano in un unico calderone tutti i paesi dell’est come fossero un blocco indifferenziato: a Praga non c’erano le stesse condizioni di Budapest o di Varsavia. Occorrerebbe sapere ad esempio che la crisi economica polacca negli anni 70-80 (che crea il terreno favorevole per la propaganda di Solidarnosc lautamente finanziata dai centri occidentali, dalla Cisl al Vaticano), è dovuta alla crescente dipendenza dai prestiti occidentali e l’Ungheria cade nella spirale del debito e deve adottare le dure ricette antisociali del FMI, che erodono fortemente il consenso sociale della popolazione (Chossudovski, Globalizzazione della povertà).

Occorrerebbe fare i conti con la storia di queste società, con i processi reali che ivi intervengono, con le contraddizioni che comporta un processo di profonda e radicale trasformazione sociale (per diverse società si trattò di passare da un regime semifeudale ad una società industriale), al modo in cui vennero affrontate o ignorate o non risolte.

Tutto invece viene terribilmente semplificato dietro l’ideologia – in senso marxiano qui di falsa coscienza – della “libertà”. Ritorniamo al Croce degli anni 30, così articolatamente criticato da Gramsci nei Quaderni, alla storia d’Europa come storia della libertà, un Croce tutt’al più corretto dalla sua ala sinistra liberalsocialista di “Giustizia e libertà” (ma è un caso che questo binomio ricorra più volte nello stesso articolo?) che certo fu un alleato importante nella lotta antifascista, ma era cosa profondamente diversa dal comunismo, che pensa in termini di rivoluzione nei rapporti sociali di produzione e di proprietà,.

Erano inevitabili, segnate indelebilmente dal percorso della storia. le controrivoluzioni dell’89? O il loro sviluppo ed esito non dipese molto, in maniera forse – forse, perché è una ricerca ancora aperta - dalla direzione politica dei partiti comunisti? Ferrero è tranchant, non si pone neppure una simile questione. Ma in altri continenti del pianeta, a Cuba, nella Repubblica popolare cinese (che al gorbaciovismo resistette al prezzo di una dura e tragica prova di forza a piazza Tien an men), il movimento dell’89 non ebbe l’esito catastrofico della controrivoluzione. Il PC cubano non si fa allettare dalle sirene gorbacioviane e sa resistere ai loro ricatti, non smobilita, non si dissolve, affronta un durissimo periodo speciale di riconversione e ristrutturazione della economia, e grazie a questa eroica resistenza, Cuba è ancora lì, una bandiera della rivoluzione piantata nel centro dell’impero USA, a fare da battistrada e retrovia ad un tempo per uno straordinario processo di emancipazione sociale e politica in America Latina, dal Venezuela di Chavez alla Bolivia di Morales.

Se proprio un 89 vogliamo festeggiare, festeggiamo la resistenza dell’Avana e non la caduta di Berlino! (www.lernesto.it 11 novembre 2009)

 

 

Un altro mito della guerra fredda

La caduta del Muro di Berlino

 

di William Blum*

C'è da aspettarsi che entro poche settimane molti dei media occidentali mettano in moto le loro macchine propagandistiche per commemorare il 20° anniversario della caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Tutti i luoghi comuni della guerra fredda sul Mondo Libero contro la tirannia comunista verranno rispolverati e sentiremo per l'ennesima volta la favola del muro e di come è caduto: nel 1961, i comunisti di Berlino Est avevano costruito un muro per impedire ai propri cittadini oppressi di fuggire a Berlino Ovest e verso la libertà. Perché? Perché ai commies (gli sporchi comunisti) non piace che la gente sia libera, ai commies non piace che il popolo apprenda la "verità". Quale altra ragione poteva esserci?

Innanzitutto, prima che il muro fosse costruito, migliaia di tedeschi dell'est facevano i pendolari, andando ogni giorno a lavorare nella Germania occidentale e poi tornando all'est ogni sera. Chiaramente non erano imprigionati nella Germania orientale contro la loro volontà. Il muro è stato costruito principalmente per due motivi:

I poteri occidentali assillavano la Germania dell'Est con una vigorosa campagna di reclutamento diretta ai loro professionisti e ai loro lavoratori qualificati, cioè le persone che avevano ricevuto una formazione a spese del governo comunista. A lungo andare ciò ha determinato una grave crisi di mano d'opera e di produzione nella Germania orientale. Il New York Times nel 1963 corrobora questa analisi, scrivendo: "Berlino Ovest ha sofferto economicamente dalla costruzione del muro con la perdita di circa 60.000 operai qualificati, che arrivavano tutti i giorni dalle loro case in Berlino Est verso i loro posti di lavoro a Berlino Ovest". (New York Times, 27 giugno 1963, p.12)

Nel corso degli anni Cinquanta, i fautori statunitensi della guerra fredda nella Germania Ovest hanno istituito una rozza campagna di sabotaggio e di sovversione contro la Germania dell'Est, ideata per ostacolare i processi economici e amministrativi del Paese. La CIA e altri servizi segreti e gruppi militari degli Stati Uniti hanno reclutato, attrezzato, addestrato e finanziato individui e gruppi di attivisti tedeschi, dell'ovest e dell'est, in modo che essi potessero compiere azioni che andavano dagli atti di terrorismo alla delinquenza minorile; qualunque cosa per rendere la vita difficile alla popolazione della Germania dell'Est e indebolire il loro sostegno al governo - qualunque cosa che metteva i commies in cattiva luce.

È stata un impresa notevole. Gli Stati Uniti e i suoi agenti hanno adoperato l'esplosivo, l'incendio doloso, i cortocircuiti e altri metodi per danneggiare le centrali elettriche, i cantieri navali, i canali, le zone portuali, gli edifici pubblici, le stazioni di benzina, i trasporti pubblici, i ponti, ecc; hanno deragliato treni merci, ferendo gravemente dei lavoratori; hanno bruciato 12 vagoni di un treno e hanno distrutto i manicotti di aria compressa di altri; hanno usato degli acidi per danneggiare le macchine di vitale importanza nelle fabbriche; hanno messo della sabbia nella turbina di una fabbrica in modo che non potesse funzionare; hanno incendiato uno stabilimento dove venivano prodotte tegole; hanno istigato degli scioperi bianchi nelle fabbriche; hanno ucciso 7.000 mucche di un caseificio cooperativo con l'avvelenamento; hanno messo sapone nel latte in polvere destinato alle scuole della Germania dell'Est; alcuni, al momento dell'arresto, erano in possesso di una grande quantità di veleno Cantharidin, che avrebbero usato nella produzione di sigarette per avvelenare personaggi di spicco della Germania dell'Est; hanno fatto esplodere bombette puzzolenti per interrompere riunioni politiche; hanno tentato di bloccare il Festival Mondiale della Gioventù a Berlino Est, con l'invio di inviti falsi, false promesse di vitto e alloggio gratis, false comunicazioni di cancellazione, ecc; hanno aggredito i partecipanti al Festival con esplosivi, bombe incendiarie, hanno forato le gomme delle loro auto; hanno contraffatto e distribuito grandi quantità di tessere per il razionamento del cibo per creare confusione, indurre all'accaparramento di genere alimentari, e provocare risentimento; hanno contraffatto e inviato cartelle d'imposta, hanno falsificato e inviato direttive governative e altri documenti per produrre disorganizzazione e inefficienza all'interno dell'industria e nei sindacati ... tutto questo e molto altro ancora. (Cfr. Killing Hope, p. 400, nota a piè pagina n. 8, per un elenco delle fonti relativi agli atti di sabotaggio e di sovversione.)

Durante tutti gli anni Cinquanta, i tedeschi dell'Est e l'Unione Sovietica hanno più volte presentato denunce ai paesi occidentali, che pochi anni prima erano stati alleati dei sovietici, e alle Nazioni Unite contro degli specifici atti di sabotaggio e specifiche attività di spionaggio e hanno chiesto la chiusura degli uffici nella Germania occidentale che ritenevano responsabili, con nomi e indirizzi. Le loro denunce sono rimaste inascoltate. Inevitabilmente, i tedeschi dell'Est hanno istituito più controlli sulle persone provenienti dall'Ovest.

Non dimentichiamo che l'Europa dell'Est è diventata comunista perché Hitler, con l'approvazione dei paesi occidentali, l'aveva utilizzata come strada per raggiungere l'Unione Sovietica e distruggere per sempre il bolscevismo. Alla fine della guerra i sovietici erano determinati a chiudere quella strada.

Nel 1999, il giornale USA Today ha riferito: "Quando il Muro di Berlino è caduto, i tedeschi dell'Est immaginavano una vita di libertà in cui i beni di consumo sarebbero stati abbondanti e i disagi sarebbero svaniti. Dieci anni più tardi, oltre il 51% degli abitanti sostengono che erano più felici con il comunismo." (USA Today, 11 ottobre 1999, p.1.)

All'incirca nello stesso periodo è nato un nuovo proverbio russo: "Se quello che dicevano i comunisti sul comunismo non era vero, tutto quello che hanno detto del capitalismo si è rivelato fondato".


* William Blum è l'autore di Killing Hope: US Military and CIA Interventions Since World War II (Uccidere la Speranza: gli Interventi Statunitensi Militari e Spionistici Dalla Fine della Seconda Guerra Mondiale); di Rogue State: a Guide to the World's Only Super Power (Stato Canaglia: una Guida all'Unica Superpotenza del Mondo); e di West-Bloc Dissident: a Cold War Political Memoir (Un Dissidente del Blocco Ovest: una Biografia Politica della Guerra Fredda).

Si può contattarlo all'indirizzo: BBlum6@aol.com (www.lernesto.it 9 novembre 2009)

     

Nostalgia o senso della realtà?

Secondo un sondaggio del tedesco Institut Emnid, pubblicato nella Berliner Zeitung, la maggioranza dei tedeschi dell’Est rimpiange le conquiste socialiste e considera che l’ex DDR aveva “più lati positivi che negativi”. Il 49% risponde che “c’era qualche problema, ma nell’insieme vivevamo bene”. Un altro 8% ritiene che “nella DDR c’erano soprattutto aspetti positivi e vivevamo contenti e meglio che nella Germania riunificata di oggi”.

In Ungheria, secondo l’istituto tedesco GFK-Hungaria, il 62% dei cittadini considera che l’epoca di Kadar (1957-1989) è stata “la migliore di tutta la storia ungherese” (era il 53% nell’analogo sondaggio del 2001); mentre il 60% considera i due ultimi decenni, dopo il 1989, “il periodo più infelice di tutto il XX secolo” (erano il 48% nel 2001) (www.lernesto.it 9 novembre 2009)

 

22 ottobre 2009 a Mosca

http://www.rian.ru

 

La nuova era geopolitica

di Domenico Giovinazzo

«Saakashvili, senza volerlo, ha dimostrato al mondo che la Russia ha smesso di ritirarsi». Giulietto Chiesa pronuncia queste parole dal suo ufficio di europarlamentare, a Bruxelles. La frase racchiude l’essenza dello stravolgimento che ha radicalmente mutato lo scenario geopolitico. L’aggressione georgiana contro l’Ossezia del Sud è uno spartiacque: da un lato il mondo di ieri, in cui la Russia, dopo il crollo dell’Unione sovietica, è stata costretta a indietreggiare di fronte alle crescenti pressioni occidentali; dall’altro il mondo di oggi, in cui il Cremlino ha definitivamente smesso i panni del gigante ferito ed è tornato a mostrare i muscoli. In sostanza, come osserva Chiesa, «è cambiato un quadro e ora l’Europa deve riprendere tutte le misure».

I 27 capi di governo europei si sono riuniti il primo settembre a Bruxelles per trovare una linea comune. Osservando la dichiarazione che ne è venuta fuori, credi si sia fatto il giusto passo per «riprendere le misure»?

No. Il comunicato dimostra che questa Europa non è ancora in grado di farlo. Il segnale emerso da quel vertice è che questa Europa viene trascinata dalla logica della contrapposizione che ha origine negli Stati Uniti, ma che vede l’Ue compartecipe e corresponsabile. Anche se c’è un’altra parte di Europa, più cosciente, che frena.

A Bruxelles Berlusconi era tra quelli che frenavano. La differenza di peso politico tra i suoi “grandi amici”, Bush ormai al capolinea e Putin ancora molto forte, può giustificare il suo sbilanciamento in favore di Mosca?

In parte anche questo influisce sulla linea di Berlusconi. Ma non basta a spiegare il suo atteggiamento. Credo che lui abbia un piano più lungimirante. Berlusconi ha capito meglio di molti altri, inclusa buona parte della sinistra, che l’Europa sta andando velocemente verso una grande crisi energetica, quindi si candida come il salvatore dell’Italia, quello che farà arrivare gas e petrolio anche in caso di una crisi più grave di quella attuale.

Secondo alcuni la posizione “morbida” espressa dai 27 è segno di una autonomia europea dagli Stati Uniti. Forse, più pragmaticamente, la dipendenza energetica dalla Russia ha controbilanciato, in questo caso, il peso dei legami con Washington.

Direi proprio di sì. La seconda ipotesi è molto più aderente alla realtà. Per osservare quanto l’Europa si faccia ancora trascinare da Washington basta confrontare la posizione espressa nella dichiarazione con gli atteggiamenti dei deputati nel Parlamento europeo. Dal confronto la dichiarazione risulta molto moderata, perché l’isteria che caratterizza gran parte degli interventi degli eurodeputati, e soprattutto quella che caratterizza la posizione di quasi tutti i governi est europei, è molto più filo-americana di quanto non sia stato il vertice dei capi di governo. Ma se la guardi con gli occhi di Mosca, non c’è dubbio che la dichiarazione sia considerata come un passo grave che non aiuta la cooperazione, quasi una provocazione.

Putin e Medevedev però hanno dichiarato che alla fine è prevalso il buonsenso. Hanno fatto buon viso a cattivo gioco?

Esatto. E ciò dimostra che in questo momento i russi sono molto responsabili e non hanno nessuna intenzione di tirare la corda. La dichiarazione di Bruxelles è pesantemente sbilanciata in senso anti-russo – basti osservare che non si è fatto alcun riferimento all’aggressione georgiana che ha scatenato la crisi – però a Mosca fanno buon viso a cattivo gioco, come hai detto, perché hanno tutto l’interesse a dire che la linea più oltranzista, quella delle sanzioni invocate dalla Gran Bretagna e dalla Polonia, è stata respinta. Ma non è che al Cremlino quel documento sia piaciuto molto.

Quanto ha pesato nella scelta della “linea morbida” il fatto che la Russia stia nel Quartetto per il Medio Oriente e abbia un ruolo indispensabile nelle trattative sul nucleare iraniano?

Questi fattori sono da tenere nel conto. In Europa pesano in modo sostanziale perché una buona parte dei paesi europei non ha nessuna intenzione di andare a uno scontro con l’Iran, di conseguenza cerca una soluzione negoziale. Ovviamente è più facile arrivarci con l’aiuto di Mosca piuttosto che con la sua opposizione.

Dopo la vicenda georgiana l’Ue ha mostrato una certa “sensibilità” verso Mosca, diversamente da quanto avvenuto per il Kosovo. Perché?

Perché fino al Kosovo la situazione poteva essere gestita sul piano diplomatico. La Russia si era limitata a delle dichiarazioni. Sempre più dure, ma solo dichiarazioni. Invece, nel caso della Georgia la misura è stata superata e Mosca ha reagito. La differenza sta tutta lì. Americani ed europei hanno permesso l’aggressione georgiana all’Ossezia del Sud pensando – stupidamente, perché sono almeno tre anni che Putin li aveva preavvertiti – che la Russia avrebbe ingoiato anche questo. Invece, la mossa di Tbilisi ha costretto Mosca a reagire. Al Cremlino non restava altra alternativa. Ed ecco che l’Europa si trova di fronte a una Russia che risponde colpo su colpo a ogni mossa successiva.

Le sanzioni economiche sarebbero state un deterrente per Mosca?

La Russia è nella posizione più vantaggiosa, nel medio periodo, rispetto a chiunque altro. Ha in casa propria tutte le risorse strategiche per il futuro: acqua, energia, clima, materie prime, spazi. In questo momento la Russia basta a sé stessa e avanza. Quindi, l’idea delle sanzioni fa ridere. Se si andasse a un confronto del genere Mosca terrebbe botta benissimo. Sfortunatamente per gli Stati Uniti, poi, la Russia è anche una enorme potenza nucleare e tecnologica. Mosca è ridiventata agli occhi di tutti – o dovrebbe essere ridiventata – un partner internazionale con cui bisogna fare i conti guardando esattamente quello che è, non a quello che era un decennio fa.

La crisi caucasica si sta allargando. l’Ucraina è in pieno terremoto politico-istituzionale. Cosa comporterebbe un suo ingresso nella Nato?

Il Cremlino ha dichiarato che considererà questo atto come un’aggressione nei propri confronti. Sarebbe molto opportuno non stimolare questo tipo di risposta. Un’alleanza serve per aumentare la sicurezza di coloro che la creano. A meno che non si tratti di un’alleanza offensiva, e in questo caso noi saremmo gli aggressori. Ma poniamo pure che la Nato sia un’alleanza difensiva: allora, la fisionomia e la funzione della Nato sono quelle di accrescere la sicurezza dei paesi che ne fanno parte. Quindi, perché dovremmo allargare i confini della Nato all’Ucraina, se questo costituisce un aumento delle minacce nei nostri confronti? Non solo, un ingresso dell’Ucraina nella Nato provocherebbe uno scontro interno al paese che rischia di sfociare in una guerra civile. L’Europa deve chiedersi se ha interesse a una così grave destabilizzazione di un paese alle sue immediate frontiere. A questo però c’è un’alternativa.

Quale?

Il miglioramento delle relazioni tra Russia, Europa e Ucraina, e di quelle tra Russia, Europa e Georgia in tutte le forme che saranno possibili: aumento di aiuti, riduzione delle difficoltà dei visti, aumento della cooperazione, aumento dell’interscambio economico e culturale. In altre parole: una politica di buon vicinato. Tutto ciò fatto di comune accordo tra Europa e Russia. Questa è l’alternativa praticabile e, soprattutto, europea. Dall’altro lato c’è l’alternativa americana, anch’essa praticabile ma con rischi enormi.(La Rinascita della sinistra 12 settembre 2008)

 

In attesa dell'inverno

 
di Astrit Dakli
 

La Nato sospende i rapporti con la Russia. La Russia sospende la collaborazione con la Nato. «Non possiamo lavorare insieme finché le truppe russe stanno in Georgia», dicono a Bruxelles. «Devono scegliere tra un partner affidabile e serio come noi e un avventuriero come Saakashvili», rispondono a Mosca. La guerra delle parole sale di tono, ma una cosa è certa: George Bush e i suoi recalcitranti alleati europei alle parole possono far seguire ben pochi fatti, ma Dmitrij Medvedev - con o senza la guida occulta di Vladimir Putin (chissà perché ci si fissa su questo aspetto, come se contasse qualcosa) - tende al concreto. E ogni aspetto concreto del raffreddamento in corso tra Russia e Occidente va a danno di quest'ultimo.
Perché la realtà è che negli ultimi quindici anni il «disgelo» con la Russia era fatto solo di concessioni di Mosca, di cui l'Occidente volentieri approfittava senza dare in cambio null'altro che un benevolo «bravi, continuate così». Ora queste concessioni sono a rischio. Ieri agli strateghi della Nato è corso un brivido per la schiena all'idea di dover ripensare i corridoi aerei attraverso i quali rifornire le proprie truppe in Afghanistan, visto che Mosca negherà l'uso del proprio spazio aereo; al governo israeliano è venuto il mal di testa pensando ai nuovi sistemi antiaerei che la Siria ha acquistato sempre ieri dal Cremlino. E che faremo quest'inverno tutti noi europei, quando il Cremlino deciderà che è meglio vendere il suo gas ai cinesi piuttosto che a occidentali ingrati che armano e sostengono i suoi nemici? Allora davvero si capirà cosa vuol dire «congelamento» dei rapporti.(Il Manifesto 22 agosto 2008)

Kosovo, Georgia e cattiva coscienza europea

 

di Marcello Graziosi


Più trascorrono i giorni, più la crisi apertasi tra Stati Uniti e Russia pare approfondirsi, con conseguenze sul medio e lungo periodo oggi difficilmente calcolabili o anche solo immaginabili. Da diversi mesi Mosca aveva manifestato una crescente insofferenza di fronte alle mire egemoniche di Washington, con particolare riferimento ad un ulteriore allargamento ad est della NATO, al coinvolgimento di Polonia e Repubblica Ceca nel progetto di scudo antimissile, all'indipendenza unilaterale del Kosovo dalla Serbia e alle minacce di intervento militare contro l'Iran. Su tutti questi terreni l'Unione Europea si è rivelata non tanto succube, quanto complice – persino al di là dei propri interessi economici e geopolitici - degli USA. Elemento, questo, che conferma la debolezza politica di Bruxelles, con buona pace di quello che è stato l'asse franco-tedesco della primavera 2003, in occasione dell'aggressione USA all'Iraq. Più l'Europa si allarga, più la subalternità a Washington si rafforza. Tragico destino davvero, quello dell'UE, che da una politica di coinvolgimento e di buon vicinato con la Russia avrebbe davvero tutto da guadagnarci.
La miccia della crisi tra USA e Russia è stata innescata dal presidente georgiano Saakashvili, fido alleato di Washington, che ha aggredito militarmente l'Ossezia del Sud – territorio formalmente georgiano, ma a maggioranza russa - con l'obiettivo di schiacciare le forze indipendentiste, intervento che è costato la vita a 1.500 persone, in maggioranza civili. La reazione di Mosca non si è fatta attendere e l'esercito georgiano ha subito una dura lezione, con il temerario Saakashvili in fuga precipitosa allo scoppio del primo petardo. Reazione, quella russa, giudicata da Mosca e Washington "sproporzionata". Vale la pena ricordare che, per molto, molto meno, nel marzo 1999 le forze USA, UE e NATO hanno aggredito militarmente la Repubblica Federale Jugoslava, distruggendo un intero paese, hanno favorito un colpo di stato e sostenuto poi l'occupazione militare e la secessione unilaterale di una parte del territorio serbo, il Kosovo a maggioranza albanese, oggi formalmente indipendente. Se Milosevic è stato paragonato addirittura ad Hitler dalla sempre più patetica propaganda occidentale, che cosa si dovrebbe dire oggi di questo Saakashvili, al potere grazie ad un colpo di mano sostenuto dagli USA? Se Milosevic ha subito un processo iniquo e illegale all'Aia, cosa dovrebbe subire il presidente georgiano? Se il governo di centro-sinistra allora in carica in Italia, tra i protagonisti dell'aggressione, ha parlato di "guerra umanitaria", quale prezzo dovrebbero pagare allora Saakashvili e il popolo georgiano per l'aggressione ad osseti e abkhazi? La reazione russa è stata assai "proporzionata" rispetto a quella di Clinton, D'Alema e soci della primavera del 1999.
Al contrario, gli stessi che allora sostenevano l'intervento militare contro Milosevic e appoggiavano le forze paramilitari fasciste e secessioniste in Kosovo, oggi con un cinismo degno di miglior causa si fanno paladini dell'"integrità territoriale" della Georgia. Gli stessi che hanno favorito con ogni mezzo la disintegrazione violenta dei territori della ex-Jugoslavia per tutti gli anni '90 dello scorso secolo, gli stessi che hanno sostenuto e sostengono le forze reazionarie in Tibet contro l'integrità territoriale della Cina, gli stessi che hanno aggredito e balcanizzato l'Iraq, gli stessi che hanno utilizzato come una clava la Cecenia contro la Russia, gli stessi che fino all'ultimo hanno giocato la carta della strategia della tensione in Libano, gli stessi, ancora, che hanno orchestrato le "rivoluzioni di velluto" (colpi di stato filo-occidentali) in Bulgaria e Jugoslavia, in Ucraina e Georgia e, pur se con esiti fallimentari, in Uzbekistan, Kyrghyzstan e Libano. USA e UE hanno parlato con lingua biforcuta. Con quale credibilità lo ha chiarito il ministro degli esteri russo, Lavrov, definendo "chiacchiere" i riferimenti di questi ultimi all'integrità territoriale georgiana. Effettivamente, alla luce delle dinamiche sopra ricordate, quelle statunitensi ed euopree sono chiacchiere, chiacchiere interessate. Il principio dell'integrità territoriale o vale per tutti, o per nessuno. Pochi mesi addietro, l'allora presidente russo Putin aveva messo in guardia Washington e Bruxelles sul pericoloso precedente costituito dal riconoscimento del Kosovo secessionista, "etnicamente pulito" sotto gli occhi di USA, UE e NATO con la forza non dai serbi contro la maggioranza albanese, ma dagli albanesi irredentisti a danno di tutte le altre etnie e dei loro compatrioti "collaborazionisti", ma, evidentemente, non era stato preso sul serio. Sulla base di quale ragionamento il Kosovo a maggioranza albanese può essere indipendente e due regioni contese tra Russia e Georgia ma con la popolazione che si sente assai più vicina a Mosca che a Tbilisi no? I kosovari hanno diritto all'indipendenza perché docile strumento dell'Occidente, mentre ad osseti ed abkhazi, evidentemente, dovrebbero essere riservati la schiavitù e l'apartheid.
Sull'onda forse dell'emozione provocata dall'intervento russo, il fronte interno georgiano parrebbe essersi unito, ma il fallimento di Saakashvili è evidente e non tarderà ad emergere. Anche questo aspetto, forse, preoccupa e irrita non poco Washington. Il parlamento georgiano ha votato per l'uscita del proprio paese dalla Comunità degli Stati Indipendenti, facendo un accorato appello anche al governo ucraino, con il senso di responsabilità di chi lavora forse ad aggravare ulteriormente la crisi. Kiev, al contrario, avrebbe tutto l'interesse a non peggiorare ulteriormente le relazioni già difficili ma comunque costruttive con Mosca, anche per salvaguardare l'unità del paese, profondamente diviso tra la parte occidentale e le regioni orientali e la Crimea, tradizionalmente ostili alla NATO e vicine alla Russia. Su questo terreno, ovviamente, la scelta finale spetta in prima battuta al presidente Yushenko.
Se la risposta di Washington all'intervento russo è stato l'accordo bilaterale – alla faccia delle istituzioni UE, completamente tagliate fuori dalla trattativa, a dimostrazione della debolezza politica di Bruxelles – con la Polonia per l'istallazione dello scudo antimissile, chiarendo così definitivamente le finalità dello stesso e togliendo di mezzo ogni riferimento chiaramente pretestuoso all'Iran, nubi nere si addensano all'orizzonte, e a farne le spese potrebbe essere la stessa Europa, con la sua falsa coscienza. Una nemesi rispetto alle scelte guerrafondaie degli ultimi anni con la sola, e peraltro parziale, parentesi dell'Iraq.(L'Ernesto 15 agosto 2008)

 

 


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Georgia, il conflitto nell'Ossezia del Sud coinvolge la Russia

 

Una colonna di mezzi blindati inviata dal Cremlino sta raggiungendo Tskhinvali.

Image Dopo la giornata di ieri, in cui si sono registrati pesanti scontri armati tra l'esercito di Tblisi e le truppe dell'autoproclamata Repubblica dell'Ossezia del Sud, seguiti nella notte da bombardamenti georgiani su alcuni villaggi e sul capoluogo della regione indipendentista, Tskhinvali, anche oggi si assiste a uno scenario di guerra che sembra complicarsi col passare delle ore.
Infatti, il conflitto ha ormai coinvolto anche Mosca. «La situazione – ha dichiarato il presidente russo Dimitri Medvedev – è arrivata a un punto tale che i soldati georgiani della forza di pace hanno sparato sui colleghi russi, coi quali dovevano compiere la missione per il mantenimento della pace nella regione». Le autorità di Tblisi hanno sostenuto di aver abbattuto due caccia russi che sorvolavano la capitale georgiana, ma da Mosca non sono arrivate conferme e, al contrario, il comandante delle truppe di interposizione russe, Marat Kulakhmetov, accusa Tblisi di aver «quasi completamente distrutto» la capitale sudosseta.

A Pechino, dove Putin si è recato per assistere all'apertura dei giochi olimpici, il portavoce del primo ministro russo ha fatto sapere che Bush è stato informato dallo stesso Putin che volontari russi sono pronti ad andare a combattere in Ossezia del Sud ed «è difficile trattenerli». Intano, una colonna di mezzi blindati inviata dal Cremlino sta raggiungendo Tskhinvali, provocando una dura risposta di Tblisi che minaccia: «Se dovesse essere vero che Mosca ha inviato i propri soldati e i propri armamenti in Georgia, significherebbe che siamo in uno stato di guerra con la Russia».

Sul piano internazionale, gli inviti a cessare le ostilità sono stati molteplici. Per tutta la giornata di ieri si sono susseguiti appelli da parte dell'Onu, dell'Ue, degli Usa e di altri paesi. Oggi la Finlandia, presidente di turno dell'Osce, ha fatto sapere che che manderà subito il suo inviato speciale Heikki Talvitie per tentare di far tornare la calma nell'Ossezia del Sud, dove nel frattempo è crisi umanitaria: data la drammatica e continua evoluzione degli eventi è impossibile calcolare con precisione vittime e feriti, ma le stime parlano già di centinaia di morti e migliaia di feriti tra i civili.

La storia della regione è travagliata dal 1991. Prima di allora l'Ossezia del Nord e quella del Sud erano unite in un'unica provincia autonoma dell'Unione sovietica. Dopo lo scioglimento dell'Urss la parte settentrionale è rimasta sotto l'autorità di Mosca, mentre quella meridionale (una regione di 3.900 chilometri quadrati con una popolazione di 70mila abitanti, a maggioranza di lingua russa) entrò a far parte della Repubblica di Georgia. Nel 1991 Tblisi abolì il bilinguismo dichiarando il georgiano unica lingua ufficiale, alimentando così la spinte secessioniste che portarono, lo stesso anno, a un referendum con il quale le autorità sudossete autoproclamarono l'indipendenza, riconosciuta solo dalla Russia. In seguito scoppiò un conflitto fermato solo nel 1992, quando si raggiunse un cessate il fuoco tra Tskhinvali e Tblisi. Nel novembre 2006 un secondo referendum, approvato in maniera plebiscitaria e riconosciuto però solo dalla Russia, ha ribadito la scelta indipendentista degli osseti.(La Rinascita online 8 agosto 2008)

 

Onore ai partigiani sovietici

 

VENERDÃŒ 9 MAGGIO "Giorno della Vittoria", data in cui in Russia si festeggia la fine della Seconda Guerra Mondiale, Russkij Mir e l'Associazione dei cittadini russi "ZemljaÄestvo" invitano a RENDERE OMAGGIO AI PARTIGIANI SOVIETICI sepolti al Cimitero Monumentale.

Appuntamento h 10.00, ingresso principale, c. Novara 135, Torino.

I partigiani sovietici furono circa 4.500 in tutta Italia, di cui 717 nel solo Piemonte. Arrivarono al seguito delle truppe naziste, come prigionieri o arruolati forzosamente, e combatterono fianco a fianco con i partigiani italiani. Molti offrirono la propria vita per liberare l'Italia che pure, insieme alla Germania, aveva invaso la loro Patria portandovi morte e distruzione.
Due di essi, Fedor Poletaev e Pore Mosulishvili, furono decorati con la Medaglia d'Oro al Valor Militare dallo Stato italiano.
Parecchi di questi ragazzi, poco più che ventenni, alcuni senza nome, sono sepolti insieme ai partigiani italiani al Sacrario della Resistenza del Cimitero Monumentale di Torino.

 

 

La Lettonia ed il crollo dell'Urss

Intervista ad Alfred Rubiks

 
 
 
(Alfred Rubiks è l’ex leader del Partito Comunista della Lettonia.)
 

Quando nel 1991 la Lettonia si distaccò dall'Unione sovietica, i leader politici nazionalisti proibirono unilateralmente il Partito Comunista ed imprigionarono Rubiks. Questa è la sua storia di quegli eventi. L'intervista è stata fatta a novembre da John Bachtell, un membro dell'ufficio nazionale del Partito Comunista degli Stati Uniti, durante la riunione internazionale dei partiti comunisti e operai per la celebrazione del 90° anniversario della Rivoluzione del 1917 in Russia. 

PA: Siamo molto interessati alla lotta che stai conducendo in Lettonia. Potresti parlarci del tuo imprigionamento dopo la rottura della Lettonia con l'Unione Sovietica? 

Alfred Rubiks: Dalla fine del 1990 appariva piuttosto evidente, come poi avvenne, che l'Unione Sovietica non sarebbe durata a lungo. A quei tempi ero membro del Politburo del Partito Comunista Sovietico che era stato eletto molti mesi prima, sotto Gorbachev. La maggior parte della popolazione, me incluso, sentì che la Russia era in uno stato confusionale, cadeva tra due sedie, per così dire, non sapeva bene quello che voleva e diventava piuttosto vaga ed evasiva. Un gruppo di noi effettivamente un giorno chiamò Gorbachev e gli chiese di spiegare, in due o tre frasi, quello che lui voleva e che cosa significava la perestroika alla fine. Leggemmo i suoi lunghi discorsi, ed alcuni condivisero due o tre punti, alcuni, dissero, sette punti, ed alcuni non condivisero proprio nulla. Così gli domandammo l'essenza, l'essenza di quello che lui andava a fare e di quello stava realmente facendo. Ma lui non volle spiegare. Reagì subito bruscamente e ci trattò in modo piuttosto umiliante, dicendo che noi eravamo della persone povere, ignoranti, che non capivano niente e rifiutò semplicemente di spiegare. Poi realizzammo che davvero lui non aveva voluto spiegarsi, non aveva voluto elaborare- e che, dietro alla sua nebbia e dietro alla sua vaghezza, c’erano scopi politici precisi, che erano chiari solamente a lui.

Le cose divennero più chiare quando, poco dopo, emerse il così detto Trattato dell’Unione della nuova Unione Sovietica, il trattato per l'unione di stati sovrani indipendenti. Al seguente Congresso dei Deputati del Popolo, noi- ovvero tutti quei deputati che erano sinceramente comunisti e progressisti- insistemmo per avere un referendum sul mantenimento dell'Unione Sovietica. Riuscimmo ad organizzare questo referendum il 17 marzo 1991. Quando il 76% di quelli che presero parte al referendum votarono perché restasse l'Unione Sovietica, noi eravamo incerti su come avrebbe reagito Gorbachev e su quale risposta avrebbe dato. Tuttavia, bisogna notare che prima di questo referendum, il 4 maggio 1990, il Parlamento del Soviet Supremo della Lettonia, secondo la vecchia costituzione, aveva già approvato una dichiarazione di indipendenza.

In seguito al referendum, ebbi un’incontro con Gorbachev e gli dissi che questa dichiarazione di indipendenza era incostituzionale. Là, alla presenza di quello che poi divenne presidente del Soviet Supremo della Lettonia, Anatolijs Gorbunovs, Gorbachev disse “Bene, pubblicherò una delibera, e sarà dichiarata priva di valore legale.” La delibera apparve il 14 maggio 1991 ma non produsse alcun movimento e fu inefficace. Questa situazione incoraggiò i nostri nazionalisti ad incalzare ulteriormente. I nazionalisti cominciarono a collocare i loro propri militanti nelle cariche di procuratori pubblici e nelle altre strutture di gestione del potere. Approvarono anche la legislazione che stipulava che le decisioni delle autorità repubblicane locali avevano la priorità sulle decisioni a livello federale o del Soviet. 

Come Segretario del Partito Comunista della Lettonia, la mia posizione era piuttosto semplice. Dissi, “Si faccia un referendum e si domandi alla popolazione se vuole una secessione dall'Unione o no.” I nazionalisti allora replicarono che nel 1941, quando la Lettonia si era unita all'Unione Sovietica, non c'era stato referendum. Subito dopo questo io, insieme a diversi miei compagni nel Partito Comunista della Lettonia, fui accusato di alto tradimento secondo la legislazione sovietica preesistente, dal momento che allora la legislazione lettone locale non esisteva. L’imputazione era di alto tradimento e la sanzione era la pena capitale. 

PA: Potresti chiarire che cosa comportano le imputazioni di alto tradimento? 

AR: Accadde perché noi non volevamo rispettare la nuova legislazione locale, la quale proclamava che la legislazione lettone aveva priorità sulla legislazione sovietica- su ogni legislazione sovietica. Tuttavia i nazionalisti lettoni cambiarono rapidamente la punizione originale prescritta dalla legge- la morte, perché evidentemente, come adesso capisco, avevano paura di poter essere imputati anche loro stessi in base a questo articolo e la loro paura era ben fondata, dal momento che le loro azioni erano davvero di alto tradimento.Poco dopo, alla sessione del Soviet Supremo della Lettonia, il 22 agosto 1991, mi negarono la prerogativa dell’immunità come deputato del Soviet Supremo lettone, anche se allo stesso tempo ero anche deputato del Congresso dei Deputati del Popolo dell'Unione Sovietica. Non ero realmente sconvolto e preoccupato, perché sapevo di avere l'immunità diplomatica. Così divenni uno “straniero” e rimasi sotto la protezione del governo sovietico. Non andai a casa, perché sentivo che se lo avessi fatto era probabile che sarebbero state intraprese azioni illegali contro di me. Quindi me ne restai nei miei quartieri privati nell'edificio del Comitato Centrale. Volevo anche evitare che alla mia famiglia dovesse capitare di vedermi in stato di detenzione.Quella sera i miei due figli vennero a trovarmi. Uno di loro adesso è un deputato Socialista nel Parlamento lettone (denominato Saeima). Ci salutammo come al solito e ci accordammo di incontrarci il giorno seguente, perché era un giorno speciale. Sapevo che questa era un’impresa rischiosa, perché avevo ricevuto diverse telefonate da persone che mi avvertivano di quello che sarebbe accaduto. Altri mi offrirono la loro assistenza, anche la protezione armata. Dalla finestra potevo vedere poliziotti piazzati in diverse postazioni strategiche. L’edificio del Comitato Centrale è situato vicino ad un canale e c'erano molte persone armate in giro, appostate nei punti salienti tutto attorno all'edificio. Forse temevano che io avrei chiamato la polizia all’insurrezione. Durante la notte contattammo tutti i membri del Comitato Centrale e decidemmo di tenere una sessione plenaria del Comitato Centrale alle 12 in punto del giorno seguente. 

Dopo aver passato tutti una notte insonne, alle 8 del mattino vidi arrivare i principali membri del comitato e ci consltammo sul che fare. C'erano 11 membri presenti. Uno era della Bielorussia, e disse che doveva partire immediatamente per la Bielorussia e tornare a casa. Gli altri dissero semplicemente di voler tornare a casa dalle loro famiglie. Dissi che io non intendevo fuggire perché non ero colpevole di nulla. Decisi di restare. Realizzai che la situazione stava diventando realmente molto, molto seria quando le mie due guardie del corpo non si ripresentarono al lavoro. Gli uomini della sicurezza li avevano rimossi dal loro servizio. A questo punto, precipitò la situazione del personale e dell’apparato del Partito. Il Comitato Centrale decise che in circostanze così estreme, tutti gli impiegati del Partito dovevano ricevere tre mesi di paga e che alcune dei documenti riservati del partito, come gli elenchi degli iscritti, andavano immediatamente distrutti, ma che altre dovevano essere rimosse dal luogo. Dopo di che ognuno fu congedato.

Approssimativamente alle 10, arrivarono due deputati del Saeima (il parlamento). Erano armati con pistole e mi intimarono di restare nell'edificio di Comitato Centrale. Non mi permisero di raggiungere il Palazzo del Parlamento. Chiesi loro di permettermi di chiamare la mia famiglia ma rifiutarono. Era già mezzanotte quando chiesi di avere finalmente qualche cosa da mangiare ma non lo permisero. Presto arrivarono persone più armate e con il calcio delle loro pistole spaccarono tutti i telefoni che c’erano. Poi il Vice Procuratore Generale- non del Soviet, ma il Vice Procuratore Generale di recente nomina- venne accompagnato da uomini armati e cominciò ad interrogarmi. Dissi loro quello che dovevo dire. Mi fu chiesto che cosa avessi fatto negli ultimi giorni, quel giorno stesso e uno o due prima. Risultò che sospettavano che io fossi un membro del Comitato Statale per le Situazioni di Emergenza a Mosca, ma non lo ero. Quindi il mio assistente personale, che è un buon avvocato, disse che ora sarebbero arrivate nell’edificio delle altre persone, e che io venivo trattato non come un testimone ma come un sospettato. 

Presto arrivarono altre persone, che occuparono stanze sul mio piano (il 6° piano), ed il Procuratore Generale, una donna, entrò e cominciò il mio interrogatorio. Quando compresi che era un interrogatorio illegale, mi rifiutai di rispondere ad alcune domande. Quindi lei mi chiese di indicare una persona autorizzata in grado di passare di mano le proprietà del Partito Comunista allo stato. Pretesi un documento legale, così loro mi mostrarono una legge, una delibera passata dal consiglio Supremo della Lettonia che diceva che tutte le proprietà del Partito dovevano essere confiscate. Con ciò, io indicai una persona per fare quello che loro chiedevano. Arrivò il loro rappresentante e stilammo un elenco di quello che dovevamo consegnare al governo. Sull'elenco c’erano l’edificio del Comitato Centrale e gli edifici dei comitati locali e regionali, il parco auto del Partito ed altri cespiti mobili e immobili. Volevano la mia firma ma rifiutai di firmare. Tutto questo durò a lungo. Alle 5 di sera un folto gruppo di uomini armati, con giacche anti-proiettile e casco venne di sopra. Separarono il mio assistente personale da me. Poi il Vice Procuratore Generale mi mostrò un documento legale, una citazione per il mio arresto, ed ordinò che loro mi arrestassero. 

A questo punto, arrivarono di corsa diversi giornalisti e personale di vari media, inclusa la BBC, e la copertura fu piuttosto estesa. Mostrai loro la mia tessera di identità di deputato nazionale del Congresso del Soviet dei Deputati del Popolo che presumibilmente mi conferiva l’immunità ma loro mi portarono ugualmente via. Rifiutai di essere ammanettato. Dissi loro di portarmi solo via, che non avrei opposto alcuna resistenza. Non mi permisero né di cambiare i vestiti né di prendere degli effetti personali; mi portarono via solo con quello che avevo. Fuori dal mio ufficio c’era una lunga scala a spirale. Fui stretto tra due uomini, presumo della sicurezza. Forse avevano paura che io potessi saltare dalla balaustra, anche se il pensiero non sfiorò mai la mia mente. Mi spingevano avanti con le canne dei loro mitra. Per quanto possa sembrare strano, non avevo paura. Ero amareggiato e adirato. Ad ogni piano potevo vedere gli impiegati del Comitato Centrale che guardavano quello che stava accadendo. Tra le donne molte erano in lacrime e gli uomini se ne stavano là indifesi, mentre procedevo calmo. Vedere la loro preoccupazione e angoscia mi diede molta forza; sentii di dovermi comportare propriamente e con dignità in questa situazione- non solo quando ero in una posizione elevata e chiamavo i pezzi grossi ma anche in circostanze come queste.

 Lasciando l'edificio, vidi che le porte a vetro e l’insegna del Comitato Centrale del Partito Comunista Lettone erano stati fracassati. Fuori c'era una folla di circa 3.000 persone (conoscendo la piazza, so quante persone contiene). Molte persone stavano ammassate perché i media stavano trasmettendo il fatto e annunciavano che Alfred Rubiks era stato arrestato. Era una folla composita. Alcuni erano contro il Partito Comunista, alcuni erano sostenitori del Partito Comunista. C'erano grida e slogan diversi e molto schiamazzo. 

A questo punto fui spinto su un minibus da 10 posti e mi portarono da qualche parte. Non sapevo dove stavamo andando, perché le finestre erano chiuse con le tendine tirate. Svoltò in direzione dell’edificio della Polizia Municipale. Nel furgone ero sorvegliato da quattro soldati con mitra e da un ufficiale. L'ufficiale scese ed entrò nell'edificio; si allontanò per circa 25 minuti. Più tardi mi feci l’opinione che avesse cercato di persuadere il capo della polizia urbana di mettermi in una stanza di detenzione nell'edificio, ma il capo della polizia rifiutò risolutamente. 

Supposi che allora mi avrebbero portato all'ufficio del Procuratore Generale di Riga, non sapendo per certo dove stavamo andando, perché le cortine erano sempre tirate. La mia supposizione si rivelò esatta. Là c’erano dappertutto uomini con Kalashnikov e soldati armati ad ogni piano. Noi dovevamo salire al quarto piano. Fui portato all'ufficio del nuovo Vice Procuratore Generale per un ulteriore interrogatorio. La stanza era piena di soldati, appostati vicino alle finestre e a protezione della porta. Io chiesi di vedere lo statuto, la legge che permetteva tali procedure. Piuttosto cinicamente il Procuratore Generale disse, “Nel tempi di urgenza non vige la legislazione.” Al che, io rifiutai di parlare con lui e dissi che sarei passato allo sciopero della fame. Prese a girarmi attorno cercando di persuadermi ma rifiutai nettamente di dire qualsiasi cosa.

 Allora mi spinsero di nuovo sul minibus e mi portarono in giro per un po’. Solamente più tardi scoprii dove ero finito. Mi portarono nella malfamata prigione centrale di Riga. Ha un cancello speciale: il secondo cancello si apre solamente se il primo è chiuso e il nuovo arrivato viene messo in custodia delle guardie carcerarie. Il vice direttore della prigione mi portò nel suo ufficio, mi offrì il tè; ma non c'era una cella pronta per me. Passai la notte intera nell'ufficio del capo di questa prigione, sorvegliato da un capitano ed un maggiore. Mi portarono del cibo, ma lo rifiutai perché ero in sciopero della fame. Trovarono una cella- che non era idonea ad essere abitata- e passai là sei giorni. Non c'era nessuna finestra e nessun lavabo, così le guardie mi accompagnavano ai servizi. Poi mi trasferirono in una cella di isolamento. Non c'era nessuna finestra, nessuna luce diurna ma solo luce artificiale durante tutto il giorno- cosa che ha chiaramente effetti molto nocivi ed è molto impattante sui nervi. Ero tenuto a dormire con le mani visibili alle guardie e non mi era permesso di coprire la faccia. Là passai 2 anni. Dopo di che mi trasferirono in un'altra cella di isolamento, così in tutto ho passato 4 anni di segregazione in isolamento. L'inchiesta proseguì per 2 anni e la sentenza preliminare cambiò tre volte, ogni volta espressa in modo differente. Il processo stesso durò due anni e mezzo. 

Quando venivo portato alle udienze, fingevo con me stesso di essere uno studente che andava a sentire una conferenza. Riuscirono a brigare con un nuovo statuto legale, riguardo ad un “tentativo di colpo di stato.” Era, chiaramente, una parodia di tribunale. Mi imputavano di aver comandato l’insurrezione della polizia e delle truppe del distretto militare, ma questi erano diretti da qualcuno a Mosca ed io non avevo nessun controllo su di loro. Il verdetto finale fu di 8 anni di carcere e la confisca dei beni. Essendo stato un detenuto esemplare, fui rilasciato 20 mesi prima. Nè poterono confiscare nulla, perché in realtà non c'era nulla da confiscare. Non avevo un’automobile o depositi in banca, nessun lusso- nulla. Commisero un grave errore quando non fecero un elenco accurato di tutti i miei effetti personali e proprietà, perché avrebbero potuto confiscare uno dei miei letti o prendersi tutti i libri da casa mia… 

PA: Ci puoi parlare di quello che sta accadendo oggi in Lettonia? 

AR: La Lettonia fondamentalmente ora è un paese che obbedisce agli ordini. Prende ordini dall'Unione Europea e dalla Nato. L'agricoltura è stata distrutta. Negli attuali rapporti statistici, la categoria della produzione agricola non esiste più. È inclusa in una categoria più generale, insieme all'estrazione della torba e della calce, o di qualche altra risorsa naturale minore che ha la Lettonia. La produzione industriale ora è solamente il 50% di quello che era nel 1990. Solamente il 10% del prodotto interno lordo (PIL) è relativo ad industrie attualmente impegnate nella produzione. Il resto del PIL della Lettonia è inerente all’edilizia, alle banche (all'erogazione di prestiti) e a servizi vari. All’apparenza sembra che il PIL stia crescendo dell’8% all'anno, ma gli standard di vita non stanno per niente migliorando. In ogni statistica europea la Lettonia detiene l’ultimo o il penultimo posto in ogni categoria- tranne l'inflazione, dove è la prima dell'UE, con il 13%. 

Una volta la Lettonia coltivava il sogno di diventare una capitale dei servizi bancari, ma banche più grandi e più potenti, specialmente della Scandinavia, hanno inglobato tutte le banche lettoni locali, tanto che oggi è ancora proprietà nazionale solamente la Banca Centrale della Lettonia. Una delle misure per tenere a freno l'inflazione è stata l'introduzione di un tetto nella concessione dei prestiti, ma dal momento che la maggior parte delle banche è straniera, non ricade sotto questa legislazione.Oggi in Lettonia, i pensionati e gli anziani costituiscono approssimativamente il 26% della popolazione ed è triste che il 94% dei pensionati si sostenga con redditi al di sotto del livello di povertà. Molti emigrano nel Regno Unito, in Irlanda e nei paesi nordici. In un sondaggio tra gli studenti liceali, dal 10° al 12° livello, l’82% di loro ha detto di vedere il proprio futuro come lavoratori altrove in Europa. C'è ora un nuovo fenomeno in Lettonia: le persone che si accampano fuori nelle strade chiedendo un trattamento umano e l’aumento di salari e pensioni.

Non ci sono dunque speranze. La situazione è piuttosto oscura, perché la nostra gioventù non vede prospettive e nessun futuro qui. Chiaramente, le persone più giovani sognano da avere successo, di diventare dirigenti d'azienda o ministri del governo; io stesso, non divenni un dirigente d'azienda, ma un ministro del governo! Ora le cose sono cambiate; praticamente non ci sono più persone giovani che vivono nelle aree rurali. Sono costretti a fuggire. Ora la situazione è tale che il tasso di natalità è dimezzato mentre è aumentato il tasso di mortalità! È vero che l'UE offre fondi. Eroga fondi, ma i fondi possono essere usati solamente se da parte lettone si mette un 25-50% del capitale e noi non ce lo possiamo permettere. Perciò, tutti questi fondi sono divenuti un grande spreco di tempo e di denaro, dal momento che, da parte lettone, non si è in grado di pareggiare la percentuale. 

La mia previsione per il futuro è pessimistica. Con il tasso di mortalità così alto e nessun bambino che viene al mondo, non c'è alcun futuro per questo stato, e quelli che ancora ci vivono emigrano. Io credo che la popolazione stia cominciando a rendersi conto di questo ma anche se ci fosse una possibilità di cambiare la situazione, questo sicuramente richiederebbe tempi lunghi. Per esempio, il 30% della terra ora appartiene a stranieri, che comprano la terra coltivabile e su quella piantano degli alberi. Ciò per avere un'idea di quello che dobbiamo affrontare e quanto tempo occorrerà. 

PA: Il Partito Comunista ora è legale? 

AR: Il Partito Comunista della Lettonia, che era parte del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), è stato bandito, ed ancora è bandito. Si può fondare qualsiasi altro nuovo partito ma l’attuale legislazione proibisce la propaganda delle idee comuniste. Mette il marxismo e il comunismo allo stesso livello delle idee dei nazisti. La propaganda delle idee comuniste e la propaganda delle idee dei fascisti sono severamente proibite. In capo a questo, gli ex membri del Partito Comunista della Lettonia che erano membri attivi del Partito dopo il 13 gennaio 1990 non possono essere eletti deputati. In tali circostanze, quando i membri del Partito Comunista non possono essere eletti in Parlamento e i cittadini hanno paura di associarsi al partito, non c'è alcun vantaggio a fondare questo tipo di organizzazione. Noi vogliamo che questa legge discriminatoria sia rimossa e poi forse ripristineremo il Partito Comunista della Lettonia. Alcuni mi dicono: “Petrovich (patronimico di Rubiks), potrà succedere solamente quando morirai perché, finché sei vivo, loro non lo permetteranno mai .” Sembra che io sia temuto. Oggi il partito che ci rappresenta, il Partito Socialista della Lettonia ha 4 seggi- mio figlio Arturs è un deputato- e la coalizione della quale siamo parte, denominata Alleanza dell’Armonia, ha 17 seggi nel Saiema. È divertente, ma in questi giorni, quando vado al palazzo del Parlamento e mi imbatto in qualcuno dei nazionalisti, restano pietrificati nel vedermi. Ma finora non sono stato molestato; ancora, non mi è permesso di concorrere per il Parlamento. 

PA: Che percentuale di appoggio pensi che abbiano il Partito Socialista e l'Alleanza dell’Armonia fra la popolazione? 

AR: E’ difficile dirlo con precisione ma, a giudicare dai risultati delle elezioni, il Partito Socialista ha ricevuto l’8% del totale dei voti nelle ultime elezioni Parlamentari, mentre la coalizione nell'insieme ha guadagnato il 19-20%.

 
Traduzione dall’inglese di BF per www.resistenze.org19/12/2007

 

Messaggio inviato al segretario del Partito Comunista russo



Roma, 3 dic. (APCom) - "Voglio esprimere ai compagni del Partito Comunista della federazione russa le mie felicitazioni ed il sostegno fraterno del Pdci alla loro lotta contro ogni oligarchia e per i diritti dei lavoratori e degli strati popolari."
Inizia così il messaggio di felicitazioni ed auguri che il segretario dei Comunisti Italiani ha inviato a Ziuganov per il risultato del Partito Comunista alle elezioni russe. "La consultazione elettorale di ieri ha segnato una svolta nazionalista che nasce anche dalla reazione popolare agli attacchi, alle sfide ed alle provocazioni che gli USA, la Nato e l'Europa hanno lanciato negli ultimi anni contro la Russia. Il plebiscito a Putin ci dice che la Russia vuole tornare a pieno titolo tra i grandi del mondo. Inquieta però il profilo nazionalista e repressivo della Russia di Putin. Di fronte al totale controllo dei media, alle pressioni palesi ed occulte, alle gravi irregolarità elettorali denunciate - osserva Diliberto - il risultato del partito comunista russo assume i contorni di una importante affermazione. Il partito di Ziuganov - conclude - si conferma come grande forza nel paese e rappresenta l'unica opposizione democratica e di sinistra allo strapotere di Putin".
 

 

PdCI

Le idee della Rivoluzione non muoiono

Mosca, 7 novembre 2007 - Oliviero Diliberto: «Finché ci sarà sfruttamento degli uomini sugli uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo»

«Nessuna nostalgia, nessuno sguardo rivolto al passato perché la rivoluzione d'ottobre parla all'oggi e al domani». Con q-1917queste parole il segretario nazionale dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, ha aperto il suo intervento, pronunciato questa sera a Mosca dal palco in piazza Teatralnaia, vicino alla Piazza Rossa per celebrare insieme ai comunisti russi, il 90/mo anniversario della Rivoluzione bolscevica.
La presa del Palazzo d'Inverno, per Diliberto, «ha rappresentato un grande momento liberatorio in cui i lavoratori sono diventati per la prima volta protagonisti e non più spettatori della storia, conquistando i propri diritti e irrompendo nella scena politica».
«Dopo il 1989 capitalismo e imperialismo dicevano che la storia del movimento comunista e operaio era finita, ma è accaduto esattamente il contrario», ha aggiunto, sottolineando come oggi vi siano ancora «guerre, fame, sottosviluppo, forme inedite di sfruttamento, e un saccheggio del pianeta che mette a repentaglio l'esistenza stessa del genere umano».
«Il capitalismo ha dimostrato di non essere in grado di risolvere i problemi e le ingiustizie: ecco il senso di questo anniversario che si proietta sulle nuove
generazioni», ha continuato il leader del Pdci, ammonendo che «finché ci sarà sfruttamento degli uomini sugli uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo».
«Sono passati novant'anni dalla rivoluzione d'ottobre, ma anche settanta dalla morte di Gramsci e quaranta da quella di Ernesto Che Guevara: vittoria e sconfitta, è la nostra storia», ha continuato Diliberto. Il segretario comunista ha poi indicato l'affermazione del socialismo in America Latina: «In quella stessa Bolivia in cui fu ucciso Che Guevara, oggi un indios, Evo Morales, è presidente della Repubblica democraticamente eletto; oggi in America Latina, sull'esempio di Cuba, stanno affermandosi nuovi paesi socialisti, perché le idee della rivoluzione d'ottobre non muoiono ma sopravvivono agli uomini».
Dopo aver portato all'inizio del suo intervento «il caloroso saluto di tutti i comunisti italiani», Diliberto ha concluso inneggiando in russo «alla grande rivoluzione socialista d'ottobre», auspicando «pace e fratellanza tra i popoli».(la Rinascita della sinistra 7 novembre 2007)

 

q-lenin6 novembre 2007 - Oliviero Diliberto oggi si trova a Mosca  e  alla notizia che i russi vogliono disfarsi della salma di Lenin ha commentato:"Potremmo ospitarla noi a Roma." -

Continua il viaggio dei Comunisti italiani in Russia per la commemorazione del 90/mo anniversario della rivoluzione d'ottobre. Il segretario del Pdci Oliviero Diliberto ha reso omaggio oggi in piazza Rossa al mausoleo di Lenin insieme alla delegazione formata da circa cento militanti del  partito e ai numerosi esponenti delle circa 60 delegazioni comuniste straniere.
Domani è prevista una marcia con comizio finale in piazza del Maneggio, sulla soglia della Piazza Rossa, dove Diliberto salirà sul palco insieme a Ziuganov, leader dei comunisti russi.
Diliberto ha auspicato oggi a Mosca una partnership molto forte tra Ue e Russia per evitare che l'Europa resti del tutto ininfluente rispetto ai due grandi assi che si vanno profilando, con gli Usa da un lato e Russia-India-Cina dall'altro.
«Per capire l'evoluzione della Russia putiniana bisognerà verificare lo scacchiere internazionale: se la Russia diventerà un competitore degli Usa o se andrà verso una sostanziale alleanza, come si svilupperà la crisi iraniana», ha osservato Diliberto, secondo il quale «molto dipenderà anche da una potenza che si è già imposta nel mondo, la Cina, perché la Russia ha già un accordo strategico con l'India».
Diliberto sostiene che se si creerà un polo Russia-Cina-India «sarà un problema per tutti. Per questo a mio avviso la Ue ha tutto l'interesse a rimanere saldamente legata alla Russia, altrimenti in futuro l'Europa potrebbe non avere alcun peso rispetto a due nuovi assi». Il segretario dei Comunisti italiani ha detto poi di credere fermamente nel multipolarismo, perseguito anche dal presidente russo Vladimir Putin:  «L'unilateralismo finora ha causato solo guai e disastri incalcolabili: la guerra permanente e, simmetricamente, il terrorismo permanente e globale».
L'attenzione di Diliberto si è soffermata anche sul controllo dell'informazione da parte della Duma in Russia «che da quel poco che ho visto sembra sia totale» e ha parlato quindi di «preoccupazioni abbastanza fondate» per «una dialettica democratica molto ridotta», tuttavia ha anche osservato che i comunisti russi hanno tutte le carte in regola per diventare il secondo partito dopo la dominante Russia Unita di Vladimir Putin.
In Italia è scoppiata la polemica ma non, come si potrebbe pensare, sull'analisi di politica internazionale di Diliberto, bensì su una sua battuta.
La mummia di Lenin, ha affermato il segretario del Pdci, «potremmo portarla a Roma» se, nella Russia postsovietica di Vladimir Putin, il Cremlino decidesse di rimuoverla. Apriti cielo!
Il primo a saltare sulla poltrona è stato il noto “fine umorista” Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera: «Se Diliberto vuole portare a casa sua o nella sede del suo partito la mummia di Lenin, faccia pure. L'Italia non può certo permettersi di diventare un ricettacolo di emuli dei genocidi comunisti d'Europa. Forse quella di Diliberto è stata solo una battuta, magari dovuta al freddo polare e corroborata con qualche bicchierino di vodka locale...».Come poteva, a questo punto, Diliberto non ricordare l'hotel Flora, dove tra cocktail e droga di cose bizzarre ne sono uscite veramente, e aggiunge: «La salma di Lenin rimarrà come è ovvio a Mosca e solo un buontempone come Volontè poteva immaginare che io pensi veramente di chiedere lo spostamento a Roma».
Da qui si è scatenato un imbarazzante fuoco di fila da parte del centrodestra italiano che, in fondo in fondo,non delude mai (La Rinascita Online 6.11.2007)

 

Il Segretario Nazionale Oliviero Diliberto parlerà a Mosca in occasione del 90esimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre.

La mummia di Lenin? Se la Russia postsovietica di Vladimir Putin decidesse di rimuoverla dal mausoleo sulla Piazza Rossa "potremmo portarla a Roma". Il segretario del PDCI, Oliviero Diliberto lancia l'idea-provocazione dopo aver visitato questa mattina lo storico mausoleo a ridosso delle mura del Cremlino. Nell'inverno polare russo Diliberto ha lasciato da poco il mausoleo insieme ad una delegazione di circa un centinaio di militanti del suo partito e di esponenti di delegazioni di partiti comunisti arrivati a Mosca per commemorare domani i 90 anni della Rivoluzione d'ottobre. Con Oliviero Diliberto, Ghennagi Zhiuganov, leader dei comunisti russi. Il segretario del PDCI ha deposto un garofono rosso all'esterno del mausoleo e ha sostato per alcuni istanti ai piedi del corpo mummificato del padre della rivoluzione.(La Repubblica)

 

Alla memoria dei difensori della Costituzione Sovietica


La manifestazione ALLA MEMORIA dei difensori della Costituzione Sovietica

Migliaia di moscoviti hanno partecipato alla manifestazione, organizzata dal Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), in Memoria delle vittime del colpo di Stato FASCISTA dI Boris Eltsin DEL 4 ottobre 1993 nei confronti del Soviet Supremo, legittima sede del potere legislativo in Russia. Un massacro DOVE 158 difensori del Parlamento SOVIETICO DIEDERO LA VITA PER LA SUA DIFESA, e A COLORO CHE SOPRAVVISSERO COSTO' l'imprigionamento E la tortura di migliaia di persone, COMPRESI APPARTENENTI ALLA CHIESA ORTODOSSA RUSSA COME TESTIMONIA (VEDERE VIDEO) LA PARTECIPAZIONE DI UN POPE ALLA CERIMONIA .

Giornata in ricordo dei difensori della Costituzione Sovietica. Migliaia di Moscoviti hanno raggiunto la manifestazione popolare davanti alla Casa DEL CONSIGLIO

Circa 5.000 moscoviti sono giunti davanti alla casa del Consiglio per onorare il ricordo dei difensori della Costituzione Sovietica. I partecipanti del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) nella giornata del ricordo, il 4 ottobre, sono passati davanti al monumento dedicato agli eroi della prima rivoluzione russa in piazza 1905 attraverso la Krasnaja Presnja per raggiungere la manifestazione popolare in via Druzhinnikovskaja.

Prima dell'inizio del comizio si è svolta la messa funebre ortodossa in ricordo dei morti durante l'assalto delle truppe di Elzin al soviet supremo poi è intervenuto il presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa (ZK KPRF) G.A. Zjuganov.


Discorso di G.A. Zjuganov

Stimati compagni! Siamo venuti in questo luogo di memoria per portare omaggio ai gloriosi difensori del potere sovietico, veri eroi. Eroi, i quali hanno difeso con il loro petto la dignità e l'onestà dello Stato.

Loro ci hanno aiutato a sopravvivere per tutti questi anni. Noi siamo venuti qui per dire a loro grazie. Grazie, ai loro genitori, ai loro cari perché li hanno educati ad essere dei veri cittadini del grande Stato sovietico. Quel Stato Sovietico che è stato sbranato e oggi, il suo corpo continua a far nutrire fede e speranza in tutti noi. Sono sicuro che noi ripristineremo il paese sovietico.

Su diciamo: " Noi siamo fedeli alla bandiera dell'Ottobre! Siamo fedeli al potere sovietico! Noi siamo fedeli alla bandiera rossa della vittoria!

Nei nostri ricordi e nei nostri cuori vivranno per sempre gli eroi dell'ottobre del '93.

Voglio portare omaggio alla loro memoria, ringraziare i loro genitori e voi, perché siamo sempre insieme a salvaguardare gli ideali, per i quali loro hanno dato le loro vite.

Ora commemoriamo con un minuto di raccoglimento la loro memoria. Grazie  (Mosca 4 ottobre 2007)
 

Ufficio stampa del Comitato Centrale del

Partito Comunista della Federazione Russa (ZK KPRF)

Sono già 70 i partiti che hanno confermato la loro partecipazione all’incontro internazionale che ci sarà a  Mosca e a Minsk per la celebrazione del 90° della rivoluzione d’ottobre.

Nell’ambito dei preparativi per l’incontro internazionale dei partiti comunisti e operai, che ci sarà nella città di Minsk il 3 e il 5 novembre 2007 e con le manifestazioni per le consacrazioni del 90° della grande rivoluzione d’ottobre, a Mosca hanno avuto luogo le consultazioni tra il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) e il Partito Comunista della Bielorussia. 

Sono già 70 i partiti che hanno confermato la loro partecipazione all’incontro. Il Partito Comunista della Bielorussia ha preparato il programma per il soggiorno dei partecipanti stranieri  il  quale darà a loro la possibilità di prendere conoscenza delle realizzazioni della repubblica e delle loro cultura. Hanno previsto la visita  alle industrie e alle aziende agricole e incontri con i collettivi del lavoro.  

Dopo l’incontro i rappresentanti dei partiti stranieri  raggiungeranno Mosca per la partecipazione alla solenne cerimonia organizzata dal Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) . 

Alla consultazione hanno preso parte I.I Melnikov  primo vice presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della  Federazione Russa (ZK KPRF)  e il secondo segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista della  Bielorussia (KPB)   I.V. Karpenko.

Traduzione dal russo di: Patrizia Bezerédy (29 settembre 2007)

 

Ungheria. Caccia alle streghe contro il Pc magiaro

 

Caccia alle streghe nell'est europeo, nel silenzio assordante della politica italiana e della grande stampa «democratica», a cominciare da La Repubblica e il Corriere della Sera sempre così attenti contro gli attentati alla libertà. Dopo il Ksm, l'organizzazione dei giovani comunisti della Repubblica Ceca, messa fuorilegge a Praga in quanto colpevole di sostenere la «abolizione dei mezzi di produzione privata», ora tocca al Munkaspart, il Partito comunista dei lavoratori d'Ungheria, che fa parte a titolo pieno della Sinistra europea, accusato di «diffamazione pubblica».
Secondo il codice penale ungherese il presidente del partito Gyula Thürmer (che ha spedito una lettera di denuncia a tutti i Pc del mondo*) e altri sei membri della direzione del Munkaspart rischiano fino a due anni di carcere.
Anche in questo caso, stupefacenti i capi d'accusa: la «diffamazione pubblica» consiste nell'affermazione del gruppo dirigente del Munkaspart, durante una conferenza stampa, secondo cui la decisione del tribunale di Budapest di invalidare l'espulsione (discutibile finché si vuole) di alcuni membri dal partito somigliava più ad una sentenza politica che giuridica.
Tanto è bastato per far partire una causa intentata a tutto il gruppo dirigente magiaro che rischia così l'arresto.

In aperta violazione con la costituzione ungherese e con la democrazia che - si dice - si è instaurata nel cuore dell'Europa dopo la caduta del muro di Berlino.
Di cui l'illegalizzazione dei giovani comunisti nella Repubblica Ceca, la profanazione della tomba dell'ex leader comunista Janos Kadar a Budapest, la rimozione del monumento ai soldati sovietici a Tallin che liberarono l'Estonia dal nazismo hitleriano e la risoluzione anti-comunista presentata nel Consiglio d'Europa lo scorso anno sono solo alcuni esempi.
Con l'obiettivo dichiarato dell'oscena equiparazione del comunismo (pur con tutti i suoi errori ed orrori) al nazismo.

È assai sorprendente la concomitanza tra i partiti comunisti oggetto di indagini giudiziarie in un est-europeo divenuto il bastione dell'America di Bush con il fatto che essi si battano - come nel caso del Ksm e del Pc ceco-moravo - contro l'istallazione di una base radar Usa proprio territorio o, come nel caso del Munkaspart ungherese, contro la privatizzazione del sistema sanitario voluta dal governo di Budapest.

I grandi mezzi di informazione italiani - come La Repubblica e il Corsera -, pur così attenti, non sembrano interessati a questo tipo di notizie provenienti dall'est europeo e neanche ai loro ricaschi italiani. Come l'iniziativa del senatore Fosco Giannini, capogruppo Prc-Se alla Commissione difesa del senato, che con altri 31 senatori ha presentato un'interrogazione parlamentare a Prodi e D'Alema in cui, oltre ad informare il governo sui fatti ungheresi di cui forse non è a conoscenza, gli chiede di prendere posizione con il governo magiaro perché siano garantititi i più elementari diritti civili e democratici. Fra i firmatari non ci sono solo i senatori del Prc (da Russo Spena a Haidi Giuliani, da Lidia Menapace e Rina Gagliardi)) ma tutta la sinistra italiana: da Manuela Palermi del PdCI-Verdi a Silvana Pisa e Piero di Siena di Sinistra democratica, da Silvana Amati
dell'Ulivo a Mauro Bulgarelli dei Verdi, fino a Franca Rame.

Forse è stato anche grazie a questa iniziativa che il processo di Budapest è stato rinviato dal 21 settembre al 6 novembre. Ma il caso non è chiuso, solo rinviato. (Il Manifesto 23 settembre 2007)

*Leggi la lettera di Gyula Thurmer  Presidente del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese pubblicata nella pagina internazionalismo del sito.

 

Il grande freddo

di Astrit Dakli

L'annuncio fatto ieri dal presidente russo Vladimir Putin sulla ripresa dei voli di pattugliamento remoto da parte dei suoi bombardieri strategici nucleari è un passo forse solo simbolico ma importante. I voli erano stati interrotti quindici anni fa da Boris Eltsin, come segno - fra i tanti - di disarmo psicologico della nuova Russia di fronte a quelli che erano stati i nemici dell'Urss, ora passati nel novero degli amici.
«Purtroppo altri paesi non hanno seguito questo esempio», ha detto ieri Putin con evidente riferimento ai comportamenti degli Stati uniti e della Nato, e ne è derivato «un danno strategico per la Russia». Non fa una grinza, anche se si potrebbe discutere parecchio su quel che veramente serve alla difesa di quel grande paese, se far volare qualche bombardiere armato di missili atomici nel sud dell'oceano Pacifico o trovare una via d'uscita pacifica dal pantano ceceno.
Sul piano della geopolitica, in effetti, Putin ha tutte le ragioni: di fronte al crescendo di aggressività americana - l'ormai famigerato «scudo» antimissile è solo un esempio di questa protervia imperiale - un paese come la Russia non può non prendere delle contromisure, mostrando al mondo e ai suoi propri cittadini di voler usare ogni mezzo per mantenere la propria indipendenza e il controllo sul proprio spazio economico. Ha talmente ragione e reagisce in modo talmente lineare che si potrebbe addirittura pensare che stia facendo proprio quel che gli americani vogliono: ridiventare un nemico a tutti gli effetti e giustificare così - più di quanto non facciano i mullah iraniani - la spaventosa e accelerata militarizzazione della società americana e dell'intero mondo occidentale al suo seguito.
Su un altro piano, tuttavia, è lecito porsi delle domande sul senso - all'interno della Russia - di questo ritorno progressivo all'epoca della guerra fredda. Sappiamo che una vasta parte dell'opinione pubblica russa (che esiste, eccome) è fortemente antiamericana e nostalgica dei tempi brezneviani, in cui i russi erano cittadini di una superpotenza planetaria. Sappiamo peraltro che moltissimi russi vivono attanagliati da un senso di insicurezza e timore anche maggiore di quello che attraversa le opinioni dei paesi occidentali - e con forse più ragioni: alle difficoltà economiche di molti si sommano quotidianamente attentati, crolli, incendi, disastri di tutti i generi, per evitare i quali occorrerebbe un fortissimo consolidamento delle strutture sociali e civili dello stato.
È difficile pensare che una risposta formale alla prima questione - sì, torniamo ad essere una superpotenza, sfidiamo gli americani in tutto il mondo - possa rispondere seriamente alla seconda; al contrario, ogni rublo investito nei bombardieri strategici è un rublo tolto alla sicurezza vera dei cittadini, al loro benessere e, in ultima analisi, alla capacità del paese di essere davvero un'alternativa al «modello» occidentale - e a quello cinese, diventato nel frattempo altrettanto minaccioso.(Il  Manifesto 18 agosto 2007)

Putin manda in aria i super-bombardieri

 
«Dalla mezzanotte abbiamo ripreso i voli a lungo raggio»: contro Washington e il suo scudo, Mosca mostra i muscoli

 

di Astrit Dakli

La Russia ha ripreso a tenere le sue pattuglie di bombardieri strategici «in volo permanente» sull'oceano Atlantico e su quello Pacifico, a grande distanza dalle proprie basi e lungo rotte che consentono loro di colpire in pochissimi minuti, con dei missili a testata nucleare aria-terra, i propri obiettivi strategici - ipoteticamente, basi avanzate statunitensi. L'annuncio era stato dato in modo informale dalla stampa moscovita la settimana scorsa, quando erano apparsi dei servizi sui «giovani piloti» dei bombardieri Tu-95M e Tu-160 che «avevano scambiato sorrisi» con i piloti dei jet intercettori americani nei pressi della grande base Usa sull'isola di Guam, nel Pacifico: era la prima volta dai tempi della guerra fredda che i lanciamissili volanti con la stella rossa (la portano ancora) andavano a volare vicino a Guam e così lontano dalle proprie basi in Siberia. Un annuncio più formale - e per certi versi più esplicitamente minaccioso - è stato dato ieri dal presidente Putin in persona: il leader del Cremlino ha detto che dal 15 agosto le missioni di pattugliamento remoto sono riprese su base permanente, e coinvolgono per il momento una ventina di aerei tra bombardieri strategici (14), aerei cisterna e aerei appoggio di altro tipo. Putin ha affermato che la sospensione di questi voli di pattugliamento, decisa da Eltsin nel '92, ha «portato un danno alla sicurezza nazionale» perché «purtroppo altri paesi non hanno seguito il nostro esempio». Dunque, dice Putin, occorre rimettersi in carreggiata e «ridare vita alla nostra aviazione strategica», sia mantenendo piloti e aerei in esercizio e pronti all'uso, sia riprendendo a finanziare lo sviluppo e la costruzione di nuovi aerei.
La mossa di Putin segue di pochissimo infatti un altro annuncio, fatto qualche giorno fa, circa i massicci programmi che si è data la nuova super-holding statale che raggruppa tutti i costruttori di aeroplani russi, civili o militari che siano: questa nuova super-azienda - in cui sono confluiti Tupolev, Ilyushin, Sukhoi, MiG, Yakovlev e altri costruttori minori - intende arrivare a produrre 4.500 nuovi aerei all'anno di qui al 2025, destinati sia alle aviolinee civili sia alle forze armate sia alle esportazioni; una cifra da cui oggi la Russia è lontanissima, ma che potrebbe diventare plausibile a fronte dei grossi finanziamenti che il governo intende riversare sul settore. Qualche nuovo progetto per l'aviazione militare già c'è, anche se solo a livello di prototipi: nei prossimi giorni gli esperti dovrebbero poter vedere qualcosa di concreto al salone aeronautico di Mosca, dove da molti anni ormai la Russia presenta sempre gli stessi velivoli, salvo qualche piccola novità nei settori minori come velivoli di servizio o elicotteri.
Per intanto, però, la ripresa dei voli di pattuglia sembra avere una funzione essenzialmente simbolica e rivolta all'interno della Russia, per confortare i comandi strategici da una parte e per ricercare una dose supplementare di consenso dell'opinione pubblica dall'altra. Non va dimenticato che, anche se i media occidentali preferiscono non vedere questa realtà, in Russia c'è oggi un forte, palpabile sentimento antiamericano, legato a un desiderio di vedere il proprio paese tornare ad essere una superpotenza globale. Sentimenti che stampa e tv esaltano quotidianamente, sulla spinta dettata dal Cremlimo, ma che sarebbero molto forti in ogni caso. Oltre a tutto su queste vicende influisce anche l'incombente campagna elettorale per le presidenziali di marzo: uno dei due candidati più probabili, il vicepremier ed ex ministro della difesa Sergei Ivanov, non fa mistero del suo deciso antiamericanismo mentre l'altro, il più «liberal» vicepremier Dmitrij Medvedev, da un po' di tempo sembra meno presente sulla scena.
Ad accentuare la natura simbolica e antiamericana del messaggio, Putin lo ha lanciato da un palcoscenico particolarmente antipatico per Washington: la conclusione delle grandi esercitazioni congiunte che per giorni, nel poligono semidesertico di Aktyubinsk, hanno visto insieme truppe russe e cinesi, e reparti di Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizstan e Tagikistan. Esercitazioni formalmente antiterrorismo ma a tutti gli effetti simulatrici di un massiccio intervento bellico in zone calde.
Sul piano prettamente militare, comunque, la novità introdotta da Mosca non dovrebbe invece preoccupare molto i comandi statunitensi. E' dubbio infatti che le pattuglie di bombardieri possano alterare significativamente gli equilibri attuali, sia perché non è ancora chiaro se gli aerei porteranno effettivamente con sé i missili a testata nucleare, sia perché aerei e eventuali missili sono di vecchia generazione, presumibilmente non in grado di violare le difese avanzate americane. Fastidio psicologico, questo sì, potrebbero darne anche parecchio.

(Il  Manifesto 18 agosto 2007)

Gli aerei

 
Il Tupolev «vecchio» è in cielo dal 1952, quello nuovo è il più potente al mondo
 

I bombardieri strategici a lungo raggio in servizio in Russia sono tutti varianti di due modelli-base, entrambi risalenti ai tempi dell'Urss. Il modello più anziano è il Tu-95MS, ultimo sviluppo di un progetto risalente addirittura al 1952 (del resto anche il celebre B-52 statunitense ha la stessa età), su cui si sono formate generazioni di piloti russi. Si tratta di un grande velivolo spinto da quattro turbopropulsori a elica molto potenti (11.000 Kw ciascuno), capace di raggiungere una velocità straordinaria per un aereo a elica, superiore ai 900 kmh, con una grande affidabilità e maneggevolezza. Può portare un carico di 15 tonnellate di bombe o missili, tra cui i missili da crociera a testata nucleare Kh-55 (testata da 200 kilotoni, portata 3.000 km), con un raggio d'azione senza rifornimento di 15.000 chilometri. Molto più moderno è il Tu-160 supersonico, costruito a partire dal 1981 per rivaleggiare con l'americano B-1 ma di questo più grosso e potente: è spinto da quattro jet e può raggiungere i 2.200 kmh e un'altezza di ben 15mila metri, portando per 12.000 chilometri oltre 40 tonnellate di missili. Anche il Tu-160 è armato con i Kh-55 a testata nucleare, e può lanciarne fino a 12. E' tuttora considerato il bombardiere pesante più potente del mondo.(Il  Manifesto 18 agosto 2007)

 

 

Stepanackert, la capitale dello stato che non c'è

 

di Giulietto Chiesa

Capitale di uno stato che giuridicamente non esiste, ma che è abitata da 146 mila armeni in carne ed ossa che della giurisprudenza internazionale fanno a meno. Da quel tremendo 12 dicembre 1991 in cui proclamarono l'indipendenza dall'Azerbajgian dell'ex membro del Politburò, buonanima, Gheidar Aliev. Se dici Nagorno Karabakh nessuno sa dove si trovi. Loro, del resto, amano chiamare il loro paese Artsakh. Una Svizzera straordinariamente bella in mezzo alle montagne del Caucaso che, in quel punto terminale, spiovente verso il Mar Caspio, s'ingentilisce e si copre di verde e di un clima mite, dove i terremoti non si sono mai sentiti e visti.

Per arrivarci – da Erevan, capitale dell'Armenia – ci vogliono 360 chilometri di strada tutta tornanti e in stato precario. Altre vie di accesso non ci sono, niente aeroporti. Tutte le altre strade sono chiuse dal momento della sanguinosa guerra che scoppiò subito dopo quel referendum, che gli armeni di Artsakh vinsero a man bassa, anche perché gli azeri non parteciparono. Una guerra combattuta per quattro anni, con sanguinose perdite da ambo le parti, che si dice abbiano superato i trentamila morti.

Uno dei tanti teatri di guerra che si accesero nell'agonia dell'Unione Sovietica. Adesso di azeri non c'è più l'ombra in tutto il Nagorno Karabakh, così come non un solo armeno vive in Azerbajgian. Pulizia etnica reciproca, meticolosa e crudele, cominciata con i pogrom anti armeni di Baku e Sumgait, quando ancora la perestrojka di Gorbaciov lasciava sperare in una riforma democratica dell'Unione Sovietica.

Finita l'URSS, per gli armeni di Artsakh, cristiani, non aveva più senso restare dentro i confini di un paese musulmano che li voleva cacciare, o tenere in scacco. La linea di Baku era di ripetere con il Nagorno Karabakh la completa espulsione degli armeni, com'era già avvenuto con successo, da Stalin in avanti, per l'enclave del Nakhicevan, schiacciata tra l'Armenia e i confini iraniano e turco. Stalin l'aveva regalata alla giovane repubblica dell'Azerbajgian per ottenerne la solidarietà con la Russia bolshevica. E gli azeri avevano fatto piazza pulita, sebbene senza massacri, di tutti gli armeni, spingendoli fuori con ogni mezzo, amministrativo, di partito, economico.

I villaggi armeni del Nakhicevan, accerchiati da villaggi azeri, senza controllo delle acque, vennero ripuliti in vent'anni. A Stepanakert è dintorni la tattica fu la stessa. Fino alla fine dell'URSS. Torti e ragioni sono difficili da distribuire. Ma pensare oggi che si possa ritornare indietro, quali che siano i percorsi che vengono proposti, appare impresa senza senso. I fantasmi, vivissimi dopo quindici anni, delle migliaia di morti, si aggirano tra quelle montagne. Le case dei villaggi azeri sono ormai occupate da armeni. Quelle che è stato possibile ricostruire. Le altre sono ancora come allora, con le loro finestre vuote, come mille occhi neri bruciati dagl'incendi. .

La visita di Sushi, la fortezza medievale che costituiva il centro spirituale di Artsakh, è spettacolo terribile di cosa è una guerra etnica. Di quella guerra non sapemmo quasi nulla. Condomini, ospedali, edifici pubblici sono ancora uno sparso agglomerato di rovine annerite dal fuoco e dalle bombe, crivellate dai proiettili e dalle schegge. Chi mi accompagna racconta che furono gli azeri, fuggendo, a bruciare e distruggere tutto perché il nemico vincitore non potesse gioirne. Forse fu così, ma è certo che le vendette ci furono e tremende. E gli armeni forse non uccisero i civili che fuggivano, ma aprirono i corridoi perché se ne andassero tutti, fino all'ultimo, e non tornassero mai più. Anche la splendida Chiesa del Salvatore ne fece le spese. Adesso l'hanno ricostruita, pietra su pietra, insieme all'altra perla della religione e della tradizione della Chiesa armena, quella intitolata a Giovanni Battista. Mi portano a visitare anche l'unica Moschea di Sushi. In stato penoso. Una targa indica la data di costruzione: 1883. E' in via di restauro, con i due stupendi minareti sbocconcellati dalle granate. Paga il governo di Teheran perché è una moschea persiana, cioè sciita, cioè non azera – mi fanno notare - perché gli azeri sono sunniti.

E Sushi è il monumento della vittoria sugli azeri: riassunto in tre feste che, tutte, vi convergono: quella della liberazione della città, avvenuta il 9 maggio 1992, quella della vittoria (sovietica) sul fascismo, e quella della creazione dell'esercito del Nagorno Karabakh.. Sushi, divenuta azera, dominava dall'alto Stepanakert armena, adagiata in fondo a una splendida valle verde. Per due anni i cannoni di Baku, e i cecchini annidati nei villaggi azeri costruiti a cintura attorno alla città, costrinsero gli abitanti della capitale a vivere nei sottoscala. Una grande offensiva, alla quale parteciparono – si dice – circa 30 mila uomini, costrinse alla fuga l'esercito regolare azerbajgiano. E da quel giorno l'avanzata armena fu incessante, fino al 1994, quando fu Baku a chiedere il cessate il fuoco.

Che rimane in vigore ancora dopo tredici anni. Ovvio che gli armeni del Nagorno-Karabakh non erano soli. Dietro di loro c'era l'Armenia intera, anche se ufficialmente non fu mai ammesso.

Fatto sta che adesso il Nagorno Karabakh non è più quello del 1991, ma molto più grande. Lo stretto corridoio azero di Laci, che lo separava dall'Armenia, è divenuto centinaia di chilometri di montagne confinanti con la repubblica sorella. Qualcosa del vecchio territorio l'hanno perduto, molto hanno conquistato.

Chiedo di andare a vedere la linea del fronte, a Agdam, circa 30 chilometri a est. Mi rispondono cortesemente che non è possibile, “per la mia sicurezza”. Non si spara, per ora. A Stepanakert sono arrivato per assistere alla quarta elezione presidenziale di un paese fantasma. Percentuali di voto “sovietiche”, ma procedura ineccepibile. Cinque candidati. Ha vinto Bako Sahakian con l'85% dei voti. E' stato il capo del locale KGB in tutti questi anni.

Sulla piazza centrale, di fronte al palazzo presidenziale, in stile sovietico, si erge l'hotel Armenia, a cinque stelle, costruito con capitale armeno e russo. Dirimpetto è in costruzione un altro hotel di lusso, americano-armeno. Il Governo USA regala otto milioni di dollari l'anno, facendo arrabbiare l'amica Baku. Mosca non regala niente, ma è amica e mediatrice. E molto amica di Erevan. Il palazzo nuovo del Parlamento di Artsakh guarda entrambi sulla stessa piazza. La grande diaspora armena nel mondo finanzia la crescita. Nuovi negozi rutilanti di merci sono allineati sulla Azatamartikneri, la via dei combattenti per la lotta di liberazione. Loro stanno, armati, a difendere la loro indipendenza. Per quanto tempo? Nessuno lo può dire. Ma a Stepanakert non vale il principio che i confini degli stati sono intoccabili. Vale solo quello dell'autodeterminazione dei popoli. (Megachip 30 luglio 2007)

 

La ripresa di Stalingrado. Un sindaco comunista


di Astrit Dakli

Roman Grebennikov è un giovane avvocato di Volgograd - più nota come Stalingrado, anche se questo nome è stato abolito 46 anni fa - con una brillante carriera politica nella sua regione, culminata domenica con l'elezione a sindaco della sua città, una delle più importanti della Russia. Ciò che lo rende meritevole di grossi titoli sui giornali nazionali, tuttavia, è il fatto di essere iscritto al Partito comunista russo: il primo sindaco comunista di «Stalingrado» dal 1989, l'unico sindaco comunista di una grande città da molti anni a questa parte, l'unico ad aver battuto - e largamente, con il 32,5 per cento dei voti contro il 20,3 - il favoritissimo candidato di Russia Unita, il partito del presidente.
Un improvviso vento di sinistra sta scuotendo la provincia russa? Non esageriamo. Roman Grebennikov non è certo un rivoluzionario; le linee di condotta degli amministratori comunisti, dove sono al potere, e dei deputati comunisti alla Duma non divergono quasi in nulla da quelle di Putin e del suo partito (anzi, dei suoi partiti, perché ormai sono diverse le formazioni scaturite dalla programmazione degli ingegneri del Cremlino, calibrate in modo da raccogliere lo spettro politico più ampio possibile). In più, tanto per essere chiari, lo stesso Grebennikov nelle sue prime dichiarazioni dopo esser stato eletto ha voluto rassicurare Russia Unita, definendolo «un partito importante, che ha la maggioranza nelle istituzioni statali, e con cui collaboreremo pienamente».
Però qualcosa di importante è successo davvero. L'indomani del voto, quando la maggior parte dei giornali riportava solo indicazioni molto vaghe sui primissimi risultati, le Izvestija riportavano con un grande titolo la vittoria di Russia Unita: «Gli Orsi conquistano Volgograd» (l'orso è il simbolo del partito putiniano). Evidentemente il giornale era così certo dell'esito da non aspettare nemmeno i risultati - del resto, è quel che accade di regola in tutte le elezioni locali in Russia: vince sempre comunque il candidato del Cremlino. A Volgograd però le condizioni sono un po' particolari: tanto per cominciare il governatore regionale - cioè l'uomo che controlla la polizia e altre strutture importanti - è a sua volta un comunista (sia pur fedelissimo di Putin, che lo ha nominato), Nikolai Maksyuta; inoltre nella vasta regione centro-meridionale in cui si trova la città (la cosiddetta «cintura rossa») il Partito comunista di Gennady Zyuganov è tradizionalmente più forte che altrove; si aggiunga che il sindaco uscente (di Russia Unita) Evgeny Ishchenko è stato arrestato per malversazioni finanziarie (per questo si è dovuto votare) e diventerà chiaro perché Grebennikov abbia potuto vincere.
«Questo dimostra che il nostro sostegno popolare è grande quando i voti non vengono rubati», ha dichiarato con qualche ragione il leader del Pcr; una portavoce del partito ha parlato di «sfondamento», paragonando la vittoria di Grebennikov a quella dell'Armata rossa sulla Wehrmacht, nella stessa città, 64 anni fa. Forse sono dichiarazioni un po' troppo ottimiste. Ma resta il fatto: ed è tanto più rilevante in quanto ad imporsi non è stato un vecchio dirigente molto conosciuto e con una tradizione di controllo sulle reti di potere locale, come finora è quasi sempre stato dove delle elezioni sono state vinte da candidati del Pc, ma un politico di nuova generazione, che nel 1991 aveva sedici anni e che è andato controcorrente entrando nel partito quando esso sembrava ormai ridotto a un partito di pensionati, destinato a una lenta ma inevitabile agonia.
Rilevante comunque è soprattutto il fatto che, per un motivo o per l'altro, Russia Unita abbia perso, nonostante il notevole impegno profuso a sostegno dei suoi uomini. Un passo falso che si somma ad altri segnali poco entusiasmanti per il leader del Cremlino, in vista delle elezioni politiche per la Duma di stato, in dicembre, e soprattutto in vista delle presidenziali di primavera: come la sconfitta subìta in ottobre alle elezioni per il posto di sindaco di Samara (un'altra città molto importante sul Volga: lì a vincere è stato il candidato di un partito sempre pro-Putin ma in teoria «orientato a sinistra», che nei piani avrebbe dovuto togliere voti ai comunisti ma perdere) e i non entusiasmanti risultati delle elezioni per i parlamenti di 14 regioni, due mesi fa. In sintesi, dovunque la macchina presidenziale ha un po' allentato il controllo (o rubato meno voti, come dicono gli altri partiti) gli elettori si sono mostrati assai meno teneri e bendisposti verso il Cremlino di quel che dicono i sondaggi.
Nonostante il ferreo centralismo imposto da Vladimir Putin nei sette anni del suo doppio mandato, insomma, la politica russa non sembra ancora davvero «normalizzata». Una Stalingrado perduta non significa certamente una ritirata su tutta la linea, ma dei problemi li indica; se la prossima Duma - che in fondo è una macchina per costruire fedeltà elettorale - dovesse risultare divisa e incerta, alle successive presidenziali potrebbe accadere di tutto: Putin non ha ancora scelto un successore, e non si può escludere che alla fine cerchi di succedere a se stesso per evitare un disastro. Un tentativo è già in corso, basato proprio su un appello alle assemblee legislative regionali perché impongano un cambiamento della costituzione (che prevede questa possibilità, quando i 2/3 delle regioni lo chiedono) che permetta al presidente di correre per un terzo mandato.(Il Manifesto 23.5.2007)


 

La Serbia guarda all'Italia




Lavora per uno dei quotidiani principali in Serbia, Politika. E' esperta di allargamento Ue e cooperazione regionale ed economica. Un'intervista a Aleksandra Mijalkovic

Scrive: Luka Zanoni, Osservatorio sui Balcani/

*Negli ultimi anni in Serbia la presenza internazionale legata all'attività di cooperazione si è notevolmente ridotta. Il caso italiano, per certi versi, sembra andare in controtendenza, molti Enti Locali e Regioni italiane hanno aperto uffici di rappresentanza a Belgrado e hanno avviato rapporti di cooperazione a vari livelli nel paese. Ci spiegheresti questo fenomeno?*

Negli ultimi anni, diciamo negli ultimi tre anni, è notevolmente migliorata la collaborazione economica tra Italia e Serbia. Quella politica è sempre stata buona, ma adesso in particolare sono migliorati gli investimenti. Quasi tutte le banche italiane sono ormai presenti in Serbia. Inoltre il governo italiano ha messo a disposizione in due riprese crediti per la piccola e media impresa in Serbia, la prima tranche è sui 300 milioni di euro.

Le stesse regioni italiane hanno dimostrato interesse a investire in Serbia, ad aiutare la piccola e media impresa locale e aiutare le piccole e medie imprese italiane ad investire in Serbia. E' molto significativo per la Serbia, perché questo settore è quello che più di tutti attira, oltre ovviamente ai grandi investimenti.

La collaborazione economica è andata molto avanti in questi anni, ricordo ad esempio le due manifestazioni di "Italia a Belgrado", dove sono stati avviati molti nuovi progetti. Poi occorre ricordare la collaborazione tra la FIAT e la Zastava e la nuova "Punto serba" che ha riscosso un certo successo tra il pubblico locale.

*Mentre per quel che riguarda l'ambito culturale?*

Per quanto riguarda la cultura si tratta di una cosa che per tutti questi anni non ha mai cessato di funzionare. L'Italia ha sempre avuto una certa influenza sulla cultura artistica serba, anche nei momenti più difficili è sempre esistita questa relazione. È sempre esistito un certo interesse che inizialmente era più che altro rivolto da parte nostra verso l'Italia ma che adesso è anche dell'Italia verso il nostro paese.
Citerei il nuovo ambasciatore italiano a Belgrado, il signor Alessandro Merola che svariate volte si è rivolto ai nostri giornalisti dicendo di avere una missione personale nel cercare di rinforzare e migliorare le relazioni culturali tra i due paesi, di presentare al pubblico italiano gli artisti serbi, di presentare ovviamente l'arte moderna ma anche ciò che compone la tradizione e l'identità culturale della Serbia. Non solo:
anche riportare in patria quegli artisti che sono andati via dalla Serbia e che hanno trovato successo in Italia, per far vedere all'opinione pubblica locale cosa sono stati in grado di fare i loro connazionali in giro per il mondo.

*Come viene rappresentato dai media serbi questo rapporto privilegiato con l'Italia?*

Io penso che ci siano pochi paesi come l'Italia ad aver ricevuto una tale pubblicità presso la nostra opinione pubblica. Innanzitutto perché sono molto buone le relazioni a livello governativo, per esempio l'ex ministro degli Esteri Gianfranco Fini è venuto due volte a Belgrado nell'arco di un anno, alla fine dello scorso anno è venuto il ministro D'Alema per inaugurare "Palazzo Italia". Quest'ultimo è un progetto che nessun altro paese ha a Belgrado. Palazzo Italia è un luogo che soprattutto è di bell'aspetto, che contribuisce alla bellezza di Belgrado, ma che allo stesso tempo è il luogo in cui si raccolgono tutte le istituzioni italiane presenti in Serbia, dove la gente può andare per incontrarsi, dove si può sapere cosa l'Italia rappresenta sul piano economico, culturale e politico, dove si possono trovare pubblicazioni, riviste ecc.

*C'è quindi un grande interesse per l'Italia?*

Sì, c'è un interesse molto forte. Ma questo ancora prima che l'Italia firmasse l'accordo per la liberalizzazione dei visti. Ci sono stati parecchi studenti che studiavano italiano e questo numero aumenta col passare degli anni. Per quanto ne so l'Italia non ha avuto una forte immigrazione dalla Serbia, direi che sono circa 100.000 i serbi in Italia. Quindi questo forte interessamento non riguarda qualche motivo particolare e non è solo dettato da motivi prettamente economici. La gente è interessata alla cultura, desidera conoscere la lingua, il paese, viaggiare in Italia.

*Di recente l'Italia si è impegnata non solo per la liberalizzazione del regime dei visti ma anche nel cercare di promuovere la Serbia all'interno dell'Unione europea. Quale impatto ha tutto ciò sulla politica interna della Serbia?*

Presso la nostra opinione pubblica ha avuto un grande impatto la proposta di Romano Prodi di ammorbidire la pressione sulla Serbia e di far ripartire i negoziati per l'Accordo di associazione e stabilizzazione, a prescindere dal rispetto della rigida condizione della consegna di Ratko Mladic all'Aja. L'idea dell'Italia era di consentire che la Serbia, nel momento in cui il governo serbo dimostri l'intenzione di collaborare, di continuare con l'Accordo di associazione e stabilizzazione e che alla Serbia si consenta formalmente la continuazione del suo avvicinamento all'Unione europea. Questa idea che è partita da Prodi e che poi è stata appoggiata anche da altri paesi è stata interpretata come un grande gesto di amicizia nei confronti della Serbia. Grazie a questa posizione si è potuto vedere che altri paesi, che erano piuttosto duri nei confronti della Serbia, si sono ammorbiditi, tanto che la Serbia è giunta all'ingresso della "Partnership for Peace".

Penso che comunque l'Italia a più riprese abbia dimostrato a livello politico e negli incontri di Prodi a Bruxelles che ha una grande fiducia in una Serbia democratica, che ha fiducia nell'orientamento europeo della Serbia. Per noi è molto importante che un paese così importante nell'Unione europea creda in noi, che esprima un sentimento di amicizia e che desidera appoggiarci.

*Quindi come cittadina della Serbia potresti dire che l'Italia rappresenta quel fattore internazionale che è in grado di spingere la Serbia verso il suo percorso europeo?*

Assolutamente sì. Proprio in questo modo noi vediamo il ruolo dell'Italia, come un paese amico che ci aiuta e ci sostiene nell'avvicinamento all'Unione europea. Innanzitutto con la collaborazione bilaterale ci aiuta a raggiungere gli standard europei e a capire i processi che si svolgono in Europa. Dall'altra parte a livello internazionale, a Bruxelles e fra gli altri membri dell'Unione europea, potremmo dire che fa un'azione di lobbying per la Serbia, e questa è un'ottima cosa.

*Possiamo individuare una caratteristica comune e prevalente nel modo di fare cooperazione dell'Italia in Serbia? In cosa risiede la cooperazione maggiore tra i due paesi?*

Diciamo che la cooperazione maggiore è sul versante economico. Nello scambio economico è uno dei partner più importanti. L'anno scorso era in cima alla lista dei paesi dell'Unione europea ai quali esportavamo.
Quindi direi che come partner commerciale è al primo posto. Non è sempre stato così. Tempo fa era al quarto o quinto posto, dietro la Germania, la Russia, ecc. Un altro indicatore è che ci sono sempre più persone che viaggiano dalla Serbia all'Italia, non solo grazie alla liberalizzazione dei visti, anche se questo ha di sicuro contribuito. C'è un grande interesse per l'Italia, ci sono parecchi studenti serbi che studiano in Italia e che usufruiscono di brevi borse di studio.

*Per quanto riguarda le associazioni, le organizzazioni e le regioni italiane, ti sembra che ci sia una strategia comune di cooperazione oppure ognuno segue una sua linea?*

Io direi che esiste una qualche sorta di strategia comune di cooperazione verso la Serbia. Ovviamente ci sono alcune regioni che sono più presenti, come l'Emilia Romagna, il Veneto, ecc. che sono quelle che si vedono più di frequente e che sono più impegnate nel far vedere cosa possono offrire alle nostre aziende. Molte di queste regioni hanno organizzato seminari a Belgrado, molti dei rappresentanti delle nostre aziende hanno partecipato alle fiere. Inoltre è importante per i piccoli centri, dove la gente ha meno possibilità di viaggiare per vedere cosa offrono per esempio le industrie meccaniche italiane, o la meccanizzazione agricola italiana, ecc.

*Quali sono i settori dell'economia serba che dovrebbero essere maggiormente sviluppati e che sono di maggiore interesse?*

Direi la meccanizzazione agricola, il tessile, il settore automobilistico, ecc. Un'altra cosa che ha riscontrato un certo successo è il fatto che alcune regioni sono pronte a richiedere al governo italiano di ottenere una quota maggiore di lavoratori serbi per l'Italia. Lavoratori che lavoreranno con contratti stagionali in Italia.
Ciò indica ancora una volta che l'Italia ha fiducia in noi, nel nostro modo di lavorare.

*Questi sono tutti segnali che promuovono un'immagine positiva dell'Italia in Serbia?*

Ovviamente. Ma non si tratta solo dell'immagine dell'Italia in Serbia, si tratta anche dell'immagine della Serbia in Italia. Che gli italiani finalmente riscoprano chi sono i serbi. Scoprire che i serbi non sono solo quelli che distruggono e fanno guerre ma che si ritorni all'immagine che c'era dei serbi, diciamo durante il periodo della ex Jugoslavia, di buoni lavoratori, di gente con cui si può collaborare e lavorare bene. Spero che questa immagine dei serbi ritorni tra l'opinione pubblica italiana.(17.1.2007)

 

L'inverno di Praga


di Claudio Canal


A Praga verrà eretto, pare, un monumento a Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti dal 1981 al 1989, morto a 93 anni nel 2004. Per onorarlo in questo ruolo, si suppone, e non in quello di attore di film di cowboys. La vulgata est-europea vede Reagan come colui che, insieme a papa Wojtyla, ha smontato il sistema sovietico e relativi satelliti. Ad essere seri bisognerebbe innalzare un monumento anche a Toto Cotugno e ad Alvaro Vitali, il Pierino dei film barzelletta, che in quel decennio andavano forte a Praga e rappresentavano un contr'altare al pervasivo grigiore del regime.
Se il buon soldato Svejk fosse ancora in servizio approverebbe: «Sì, Eccellenza, erigiamo un bel monumento, che a Praga ce ne sono solo 5.890, ma che sia un monumento al monumento». Pronto per tutte le future evenienze, a tutti i cambi di regime e di autorità. Una scritta ritoccata, un cambio di pennacchio e i nuovi padroni saranno accontentati. Come già è successo per molte strade praghesi, che hanno cambiato tre, quattro volte nome.
E' la lustrace, bellezza, che come dice il nome, intende lustrare, purgare, purificare. Già inserita nella costituzione ceca, la lustrace dichiara il passato comunista «illegittimo e criminale». Oplà, in un colpo solo. E se erano criminali i comunisti e affini, saranno illustri gli anticomunisti e affini. E Reagan beatificato. A monumento costruito chi lo sfiorerà con la mano ne riceverà favori e grazie, come a Lourdes. Se ne facciano una ragione quelle migliaia di operai e operaie, artisti, scrittori e scrittrici, attori di teatro, di cabaret, burattinai e saltimbanchi, professori e filologhe, poeti e musiciste, idraulici e sarte, che giorno dopo giorno alle oppressioni del regime, alle panzane della nomenklatura, al fiato sul collo degli sbirri, opponevano intelligenza, controcultura, resistenza spirituale, contrasto vitale. Questi e queste un monumento ce l'hanno nella loro anima e in quella di coloro che sanno che la storia non si cancella per le manie di qualcuno in carenza di audience. Un monumento ce l'hanno perfino nelle ceneri di Jan Palach che nel 1969 si bruciò in piazza Venceslao per protestare contro l'invasione dei carri armati russi e contro la guerra americana in Vietnam.( Il Manifesto 17.1.2007)

 

Polonia: arcivescovo Wielgus lascia, Vaticano attacca

VARSAVIA (Reuters) - L'arcivescovo di Varsavia Stanislaw Wielgus si è dimesso oggi dall'incarico, dopo aver ammesso venerdì scorso di aver collaborato coi servizi segreti del regime comunista polacco, e le sue dimissioni sono state accettate dal Papa. Lo ha reso noto in un comunicato la Nunziatura apostolica in Polonia.

Secondo la nota, Benedetto XVI ha disposto che il cardinale Jozef Glemp, che Wielgus doveva sostituire, resti temporaneamente in carica. Ma nel primo pomeriggio, in una nota, il Vaticano, pur prendendo le distanze dal prelato, ha denunciato "una ondata di attacchi alla Chiesa cattolica in Polonia".

"La Nunziatura Apostolica in Polonia comunica che Sua Eccellenza Mons. Stanislaw Wielgus, Arcivescovo Metropolita di Varsavia, nel giorno in cui era previsto l'ingresso nella basilica cattedrale, per dare inizio al suo ministero pastorale nella Chiesa di Varsavia, ha rassegnato a Sua Santità Benedetto XVI le dimissioni dall'ufficio canonico a norma del can. 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico", dice la nota della Nunziatura.La norma richiamata è quella relativa all'impedimento dovuto a malattia o altro grave motivo nel mantenere l'incarico.In una successiva nota il portavoce del Papa, padre Federico Lombardi, pur sottolineando che il comportamento del prelato "ha compromesso gravemente la sua autorevolezza, anche presso i fedeli", e che "la Chiesa non ha paura della verità", ha spiegato che "il caso di Mons. Wielgus non è il primo e probabilmente non sarà l'ultimo caso di attacco a personalità della Chiesa in base alla documentazione dei servizi segreti del passato regime".

Una "ondata di attacchi", la definisce il portavoce vaticano, che "più che di una sincera ricerca di trasparenza e di verità, ha molti aspetti di una strana alleanza frai persecutori di un tempo e altri suoi avversari e di una vendetta da parte di chi, nel passato, l'aveva perseguitata ed è stato sconfitto dalla fede e dalla voglia di libertà del popolo polacco".Dopo aver inizialmente negato le accuse, l'arcivescovo Stanislaw Wielgus, nominato da Papa Benedetto XVI il 6 dicembre scorso, ha ammesso venerdì scorso di aver collaborato con i servizi segreti durante l'era comunista.La Chiesa cattolica polacca ha confermato il ruolo di Wielgus, aumentando la pressione sul neo-arcivescovo prima della cerimonia di nomina ufficiale che doveva avvenire alle 11 di oggi, ora italiana.Wielgus era stato nominato da Papa in sostituzione del cardinale Glemp - ritiratosi per raggiunti limiti di età e figura chiave nella lunga lotta contro il comunismo - a una delle posizioni più influenti nella gerarchia della Chiesa in Polonia.(Reuters 7.1.2007)

 

E' morto Markus Wolf, capo della Stasi

 

La spia che restò nel freddo. Cuoco e scrittore, dopo il crollo del muro, ma sempre fedele a se stesso e agli ideali che lo avevano spinto a restare capo dei servizi della Ddr pur vedendone la mancanza di senso. E senza mai commettere reati.


di Livio Zanotti*

Lo vedevo di tanto in tanto in un ristorante italiano della Marburgerstrasse, al centro di Berlino ovest. Nella saletta dei clienti  abituali, non passava certo inosservato. Più d'un metro e ottanta, con la faccia di Paul Newman. Diritto malgrado i capelli bianchi, lo sguardo ironico e sicuro. Assaporava con gusto ogni pietanza, lentamente. Al proprietario, Massimo Mannozzi, chiedeva puntuali spiegazioni sulle ricette.
E annotava tutto su un piccolo taccuino. «Sono cuoco anch'io e adoro la cucina italiana...», mi disse una sera in cui l'osservavo incuriosito. E alla mia espressione incredula, replicò promettendomi in regalo per la prima occasione in cui ci fossimo incontrati di nuovo, un libro di cucina che aveva appena pubblicato.
Aveva un fare insolitamente disinvolto dietro la gentilezza formale dei vecchi prussiani. Lasciò che gli presentassi mia moglie, poi ci presentò la sua. All'andarsene salutarono con aperta simpatia.
- Uno scrittore?, domandai al proprietario.
- Markus Wolf... rispose.
- Vuoi dire «La Talpa»?
- Lui, in carne ed ossa...
Erano stati appena aperti i primi varchi nel muro, a picconate e con le mani. Il popolo delle Trabant aveva invaso Kurfürsterdamm e tutte le strade adiacenti degli opulenti quartieri occidentali, si affacciava sulle vetrine luccicanti del KaDeVe. Ma in teoria la Ddr, la Germania est, esisteva ancora e il suo personaggio più misterioso, il leggendario capo del suo spionaggio cenava accanto a noi come un borghese qualsiasi. Senza conoscerlo, ma informato della sua esistenza dai vecchi conoscenti dell'Mi5, i servizi d' informazione britannici, John Le Carrè gli aveva conferito da anni dignità letteraria nella più famosa delle sue spy-stories, «La Talpa», appunto.
Quando tornammo a incontrarci, per prima cosa cavò il suo libro di ricette dalla tasca del soprabito e ce lo diede: già con dedica... Centocinquanta pagine di doppi sensi, in cui ogni ingrediente, ogni pietanza, tutti i piatti suggerivano anche una divertita lettura in chiave politica. Mentre le sfogliavamo, lui ci riservava occhiate compiaciute (soprattutto a mia moglie), io stentavo a convincermi d'avere davanti il diabolico guerriero della notte, rimasto invitto pur nella disfatta della sua patria.
- Dunque, ha deciso di cambiare mestiere: d'ora in avanti, cuoco e scrittore, complimenti!
- Eh si, finalmente ho potuto scegliere...
- Vuol dire che per trent' anni ha fatto la spia perché obbligato, e da chi?
- Da chi, dalla vita! Ma attenzione: non sono un pentito!
Gli avi ebrei dei Wolf cacciati dalla cattolicissima Spagna di Isabella e Ferdinando; quattrocento anni dopo lui e suo fratello Konrad ancora ragazzi, la madre scrittrice e il padre noto commediografo, tutti militanti comunisti, fuggono dalla Germania conquistata da Hitler. Wolf racconta che in un primo momento trovarono rifugio in Svizzera. Con loro numerosi altri ebrei tedeschi, comunisti e non, la maggioranza dei quali si trasferì poi in Messico.
«Se fossimo anche noi andati in America, la mia vita, la nostra vita sarebbe stata probabilmente del tutto diversa. E anche le scelte che ho fatto. Ma l'Unione sovietica era la trincea principale della battaglia antifascista e noi eravamo comunisti, dunque la scelta era fatta...».
Soltanto negli anni Settanta Markus Wolf aveva sentito il bisogno di guardarsi attorno, di guardarsi dentro, per scoprire che tutto era troppo diverso da come se lo era immaginato. I tentativi compiuti per collegare socialismo e libertà erano drammaticamente falliti. Ne aveva visto anche con i propri occhi alcune delle vittime. Il suo stesso lavoro di capo dei servizi d'informazione della Ddr non serviva a migliorare le cose. Ma c'era impigliato dentro. Né aveva mai pensato di uscirne da solo.
«Non ho mai pensato che la mia famiglia e io stesso avevamo sbagliato. I nostri ideali di giustizia, fraternità e libertà restavano; e li sento ancora oggi immutati. Ma io sono una persona leale. Non ho tradito e non tradirò».
Le cene italiane furono bruscamente interrotte dal carcere: la riunificazione tedesca pretendeva qualche sacrificio e Markus Wolf venne accusato proprio di tradimento dalla nuova Germania. Il tribunale di Düsseldorf lo processò e condannò per aver introdotto spie nel cuore della Repubblica federale: per aver ingannato il cancelliere Willy Brandt con l'agente Günther Guillaume e una dozzina di giovani donne impiegate nel governo di Bonn attraverso falsi matrimoni. Ma ai giudici non fu possibile trovare testimoni e prove che accusassero l'ormai settantenne Wolf di altri reati. Anzi, il suo omologo dell'ovest, il capo dello spionaggio federale, dichiarò che per quanto ne sapeva «La Talpa» odiava la violenza e non aveva mai ordinato l'assassinio di nessuno.
Markus Wolf, da parte sua, sostenne di non aver mai tradito, visto e considerato che aveva lavorato agli ordini del suo paese, la Repubblica democratica tedesca, riconosciuta da mezzo mondo. E ottenne infine che la sentenza di colpevolezza venisse parzialmente annullata.
L'ultima volta che l'ho visto diceva che fare lo scrittore l'aveva messo in pace con se stesso. Abitava e lavorava in un piccolo ma assai grazioso appartamento sull'Isola dei Musei, nel centro storico di una Berlino resa irriconoscibile dalla ricostruzione. I nuovi grattacieli gli chiudevano la vista sul Glienicker Brücke, quel «ponte delle spie» che noi abbiamo visto tante volte al cinema e per lui era la frontiera della guerra fredda, su cui giocava la sua battaglia talvolta mortale.
La sua armata della notte aveva migliaia di uomini, ma nessuno lo ha mai denunciato; né lui ha mai fatto alcun nome. E' morto nel silenzio della notte berlinese, dopo essere andato a dormire convinto che l'indomani avrebbe scritto ancora.
Era rimasto fuori dalla politica attiva, malgrado le sollecitazioni dei vecchi amici. Più che parlare loro, ormai li ascoltava. Ma a 83 anni, il cuoco aveva finto di dimenticare la spia e scelto la tavola come ultimo campo di battaglia.(il Manifesto 10.11.06)


* ex corrispondente del Tg2 da Berlino

 

L'eredità


di Tommaso Di Francesco


Parafrasando l'editoriale «Praga è sola» della rivista il manifesto del 1969 che costò all'intero gruppo che l'aveva promossa la radiazione dal Pci, oggi possiamo dire che l'Est non suscita più vera emozione.
Così nel disastro di una Ungheria che dopo 50 anni si ritrova divisa tra cerimonie ufficiali senza popolo e neofascisti in piazza, senza più lo spirito unitario di quella decisiva rivolta, facilmente leggiamo il riproporsi di quella tragedia in farsa. Ma non vediamo che questa parodia ormai ci precipita addosso. Così il movimento Jobbik, con la solidarietà della nostrana Forza nuova, sventola a Budapest bandiere con il buco in mezzo come se esistessero ancora simboli ufficiali del comunismo, e l'estrema destra italiana presidia l'ambasciata ungherese evocando «i carri armati dell'Urss». Mentre un fragile potere, quello del governo Gyurcsany costretto alla menzogna per sopravvivere, celebra lontano dalla gente che o chiede le sue dimissioni, o reclama il vecchio regime o, peggio, sceglie di non sapere preferendo il vuoto di un consumismo per altro impossibile.
L'Est non fa notizia. Che importa se il nuovo potere è mutuato dal vecchio, riciclato con le privatizzazioni nei nuovi padroni delle aziende di stato. Se l'autoritarismo forte del nazionalismo alla Putin o della religione, come in Polonia, ha preso il posto di una ideologia - in senso marxiano: falsa coscienza - autoritaria e gerarchica. Che importa se a Praga ieri nelle elezioni comunali ha votato solo il 30%. Non sono nate società civili ma piccole patrie xenofobe e «cristiane», e tante mafie, pronte alle guerre etniche intestine come alle avventure dell'Occidente imperiale. Nel vuoto c'è l'omologazione delle coscienze. Che si estende e ci pervade come un abisso.
E invece dovremmo riconoscere che questo abisso ci riguarda. Di più. Che noi, che ancora pensiamo possibile e necessaria una società di liberi ed eguali, ne siamo responsabili. Il silenzio di Togliatti alla lettera del comunista Imre Nagy - che pure chiedeva soccorso per non sbagliare - corrispose sciaguratamente al suo consenso epistolare alla repressione del Patto di Varsavia. I carri armati che reprimevano i consigli degli operai e degli studenti ungheresi altro non erano che l'anticipazione sanguinosa dei tank che avrebbero cancellato la Primavera di Praga tredici anni dopo. Ha poco senso sottolineare l'inevitabilità degli accadimenti perché il mondo «era diviso in due blocchi» come anche, giustamente, il contesto storico dei massacri occidentali in Grecia, Medioriente (crisi di Suez) e Asia. L'accettazione di questa categoria fu devastante non solo a est ma anche in Occidente. Non ne trassero certo vantaggio i comunisti greci abbandonati da Stalin, né i popoli del Terzo mondo costretti a rimandare e a corrompere i processi di liberazione dal colonialismo. Non ne trasse vantaggio la classe operaia occidentale sempre più inscritta nella logica regressiva, produttiva e nazionale, dei vari capitalismi europei. Mentre proprio sulla rivolta di Budapest si era levata alta la voce della Cgil: «Il progresso sociale e la costruzione di una società nella quale il lavoro umano sia liberato dallo sfruttamento capitalistico, sono possibili soltanto con il consenso e con la partecipazione attiva della classe operaia e delle masse popolari, garanzia della più ampia affermazione dei diritti di libertà...».
Dobbiamo sentire il peso di questa responsabilità. E' colpa nostra. Perché più rinunciamo a chiamarci in causa per la tabula rasa che c'è a Est, più rinunciamo qui e ora a proporre i contenuti di un cambiamento profondo della politica, della sua rappresentanza, del modo di vivere, produrre e amare per tutta l'umanità ma a partire da noi. Contribuendo così solo alla profondità dell'abisso di società ora appese ad un pericoloso limbo senza memoria.(Il Manifesto 24.10.06)

 

Praga, pesantezza dell'anticomunismo

 

di Tommaso Di Francesco

In una Praga in attesa dell'uscita per la prima volta presso un editore ceco e con prefazione originale dell'autore - del romanzo cult di Milan Kundera «L'insostenibile leggerezza dell'essere», accadono fatti pesanti e nel pieno di una eterna campagna elettorale che, invece che disegnare il profilo della nuova democrazia di Boemia e Moravia, mostrano gli allarmanti contorni di un autoritarismo da «piccola patria». Dopo quelle politiche del giugno scorso, si svolgono infatti in questi giorni le amministrative e quelle per il rinnovo di un terzo del Senato. Parliamo della messa fuorilegge dell'organizzazione dei giovani comunisti e dello strapotere di Vaclav Klaus, il presidente della repubblica del partito di destra Ods. Nonostante una diffusa campagna di mobilitazione in tutta Europa e anche nelle sedi istituzionali come il Parlamento europeo, è scattata la più volte minacciata messa fuorilegge della Ksm (Unione dei giovani comunisti) affiliata al partito comunista di Boemia e Moravia (Kscm). Un partito tutt'altro che marginale se nelle recenti elezioni parlamentari ha avuto quasi il 13%. Ma non è bastato nemmeno questo. La commissione del ministero degli interni che finora aveva rimandato ogni decisione immediata anche per il forte movimento di protesta che si era sviluppato, ha deciso martedì scorso l'esclusione della Ksm dalla lista delle organizzazioni «legali». La portavoce del ministero degli interni Marie Masarikova ha dichiarato che la motivazione è che «la Ksm nel suo programma si prefigge di abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione sostituendola con la proprietà collettiva. Per il Ministero degli interni ciò è in contrasto con la costituzione e con l'allegato sui diritti e le libertà». Il segretario della Ksm, Milan Krajca, accusa: «Non è un caso che la decisione sia stata presa proprio quando la campagna dei giovani comunisti contro la proposta governativa di accogliere nella Repubblica ceca le basi missilistiche degli Usa sta incontrando successo». E anche il partito comunista, più interno ai gioci politici di Praga e spesso in disaccordo con i giovani, ha protestato. La sentenza deriva dal duro neoministro degli interni Ivan Langer, eppure il governo eletto solo a giugno è dimissionario dopo che il parlamento gli ha negato la fiducia. La decisione contro la Ksm si inscrive dentro lo stallo autoritario gestito dall'onnipresente presidente della repubblica Vaclav Klaus. Che ha aspettato due mesi a nominare il suo premier Mirek Topolanek, già dimissionario. E che tiene in scacco la crisi non convocando i partiti e lasciando mano libera ai ministeri dimissionari. Una partita di giro che si gioca tutta a destra per non turbare il voto di oggi, dice Klaus, in realtà aspettando le amministrative dove i socialdemocratici di Jiri Paroubek sono meno favoriti. Con l'obiettivo di imporre una grande coalizione. Un risultato già c'è: la partecipazione degli elettori è crollata al 30%. Sullo sfondo una litania di scandali e omicidi politici intorno agli ingenti fondi europei. Come l'assassinio di un incorrotto architetto per il quale è sotto accusa un alto funzionario governativo (Il Manifesto del 22/10/2006)

 

Beslan, due anni dopo

di Enrico Piovesana

La verità sulla strage è venuta a galla. Ma nessuno pagherà

La scuola di BeslanAlle 9:30 di mattina del primo settembre di due anni fa, 60 terroristi ceceni – non 32 com’è stato sempre detto –  presero in ostaggio 1.200 persone, tra alunni, maestre e genitori, nella scuola numero 1 di Beslan, nella repubblica russa dell’Ossezia del Nord.
La polizia locale era a conoscenza del piano fin dalle 6:30, ma, corrotta dai terroristi, non mosse un dito per fermarlo.
Dopo due giorni di stallo, il tragico epilogo: 331 ostaggi uccisi, di cui 172 bambini.
La maggior parte di loro, oltre duecento, trovò la morte nel crollo del tetto della palestra, avvenuto a causa della prima esplosione, alle 13:03 del 3 settembre. Si disse che a causarla fu una bomba piazzata dai terroristi, e che il blitz delle forze speciali russe scattò solo dopo.
 
I lanciagranate usati dalle forze russeLa verità è venuta a galla. Ma fin dall’inizio, sopravvissuti e testimoni raccontarono un’altra verità, oggi confermata da un rapporto di 700 pagine stilato da Yuri Saveliev, scienziato russo esperto di esplosivi interpellato della commissione d’inchiesta della Duma russa. Secondo lo studio di Saveliev – basato su centinia di interviste, fotografie e filmati, e pubblicato pochi giorni fa – a sparare per primi furono i militari russi: due granate incendiarie termobariche ‘RPO-A’ lanciate sul tetto della palestra, che collassò provocando il primo massacro. Gli altri ostaggi, oltre cento, vennero trucidati dai colpi dell’artiglieria russa, che impiegò carri armati ed elicotteri da guerra. Pochissimi furono quindi gli ostaggi uccisi dai terroristi.
 
Madri di Beslan protestano a MoscaMa Putin continua a negare. Il Cremlino, che in questi due anni ha sempre censurato ogni versione dei fatti diversa dalla verità ufficiale, ha definito il rapporto “una deliberata falsificazione dei fatti”.
Putin non ha mai voluto un’inchiesta indipendente su Beslan, chiesta a gran voce sia dai parenti delle vittime – fortemente critiche verso il governo russo – sia dalla comunità internazionale. Il processo sulla strage, condotto in Russia, ha escluso errori da parte delle forze armate russe e si è concluso pochi mesi fa con la condanna all’ergastolo del venticinquenne Nurpashi Kulayev, il solo superstite del commando terroristico.
 
Soldati russi in CeceniaIntanto la guerra in Cecenia continua. Nel frattempo, la mente del sequestro, il leader ceceno Shamil Basayev, è stato ucciso il 10 luglio dalle forze russe. Ma la guerra in Cecenia tra indipendentisti islamici e truppe russe – che prosegue da ormai 12 anni e che ha ucciso 300 mila ceceni e almeno 25 mila soldati russi – non è finita. Bombardamenti aerei, scontri a fuoco, agguati, rappresaglie contro i civili, rastrellamenti, rapimenti, torture, esecuzioni extragiudiziali sono l’infernale realtà in cui la Cecenia continua a vivere ogni giorno ( PeaceReporter 1.09.06)

 

Estonia: "SS" di tutto il mondo, unitevi



di Carlo Benedetti

MOSCA. Il Baltico sempre più a destra. Anzi: sempre più filonazista. In Lettonia erano stati i reduci delle "Ss" a marciare per le strade di Riga con l'appoggio del nuovo governo. Ora è la volta dell'Estonia che annuncia la costruzione di alcuni monumenti in onore delle "Ss" e anticipa l'idea di organizzare un raduno internazionale di tutti gli ex delle "Ss". E non c'è solo questo. Perché anche l'Estonia segue la stessa strada: il governo di Tallin - cogliendo l'occasione di questo processo generale di revisione storica e di riabilitazione dei maggiori criminali di guerra - concede le più alte onorificenze statali a coloro che, durante la seconda guerra mondiale, si unirono nella "Ventesima divisione delle SS" per lottare, a fianco dei nazisti, contro l'Armata Sovietica. E mentre si sviluppa questa ondata di fascismo si arriva anche a decretare come "giornata di lutto nazionale" la ricorrenza della liberazione del Baltico.

A Tallin, intanto, giungono delegazioni di nazisti dal Belgio e dall'Olanda. E da Mosca parte la protesta del ministero degli Esteri con una precisa sollecitazione nei confronti dell'Unione Europea: Estonia e Lettonia - dicono i diplomatici russi - sono paesi che fanno parte dell'Ue. E' giunto il momento di prendere misure serie ed immediate. Ma la Lettonia (dove alla metà degli anni '80 i fermenti nazionalisti e anticomunisti portarono alla proclamazione dell'indipendenza del 1990) risponde con una incredibile azione contro la popolazione locale di lingua russa.
Viene proibita la registrazione ufficiale di nomi russi nei documenti. Si sollecitano i cambi di nomi. E una signora intervistata dalla tv di Mosca in un servizio da Riga dice: "Sono russa, abito qui dal tempo della guerra. Mi chiamo Julia. Ma ora dovrò cambiare nome se vorrò avere i miei diritti. Il nome equivalente sarà Giuliege...". Tutto questo avviene perchè c'è un forte incentivo al cambiamento in favore della lingua lettone. Non solo, ma attualmente, per ottenere la cittadinanza, è necessario superare un esame di lingua e cultura lettone. E non è un problema secondario se si pensa che, dopo l'indipendenza, quasi un quarto della popolazione non ha la cittadinanza (22,8%). Si tratta soprattutto di russofoni a cui non è stato riconosciuto questo diritto, benché residenti da molto tempo o addirittura nati nel paese baltico.

Si annunciano, in segno di protesta, nuove e forti manifestazioni da parte della minoranza russa che vive in Lettonia e che, comunque, si sente partecipe della vita di questa nazione. Ma la situazione peggiora di giorno in giorno. C'è in gestazione, ad esempio, anche una riforma scolastica finalizzata a diminuire fortemente l'uso della lingua russa
nelle scuole, nel quadro di un progetto di derussificazione ormai già avanzato. Intanto - riferendosi ai russi - si continua a parlare di "persone di lingua russa", di "gente che parla russo", o di "sradicati".
Termini usati in modo spregiativo senza che ci si interroghi sulla realtà socio-politica. Si pone solo l'accento sull'opposizione tra lettoni e russi lasciando nell'ombra i problemi di integrazione interni. Ecco perchè in tutta l'area del Baltico si registra sempre più un processo di umiliazione e di ostracismo nei confronti della minoranza russa. Ed è il meccanismo più triviale per arginare l'assimilazione.

Ed à ovvio che Mosca segua con sempre maggiore allarme questo spettro che si aggira per l'Europa dopo la caduta dell'Unione Sovietica: sono 25 milioni, infatti, i russi che vivono in stati ormai sovrani. Stanno perdendo, a poco a poco, quei diritti che avevano nei tempi dell'Urss quando il paese era uno stato unitario. Ora "questi" russi sono considerati cittadini di secondo grado. E il Baltico si trova ad essere il campione di una xenofobia elevata a politica statale. Non si scorgono all'orizzonte visioni liberali nel campo dei rapporti sociali. (resistenza_ partigiana@ 25.08.06)

 

 

Ucraina e dintorni

 

di Gianfranco Brusasco

Per quegli scherzi che la Storia sembra divertirsi un mondo a fare, negli stessi giorni o quasi, si è votato in due paesi molto vicini, con secolari legami e, fino ad una decina d’anni fa o poco più, facenti parte dello stesso stato: Bielorussia ed Ucraina. 

La Bielorussia viene guardata in certi ambienti dell’Occidente come l’ultimo esempio del “male” ancora al potere, dove si prevarica la volontà democratica del popolo, mentre invece l’Ucraina era diventata l’esempio di una di quelle abbastanza numerose “rivoluzioni colorate” che erano state capaci di cacciare altri “signori del male” a Belgrado come a Tbilisi ed a Kiev, appunto. 

Quindi subito fiumi d’inchiostro e (magari) di dollari per fare lo stesso a Minsk. Basta che il risultato elettorale non sia quello gradito, ed ecco che si auspica - e si agisce – perché il risultato del responso democratico delle urne venga rovesciato, attraverso la mobilitazione delle masse, come a Belgrado, a Tbilisi on a Kiev, appunto. A queste, naturalmente, arrivano immediatamente, a sostegno, le minacce di sanzioni da parte di Stati Uniti ed Unione Europea, contro i “cattivi”.  

Ma, ecco che, improvvisamente, la cosa sembra un po’ meno facile, sarà perché a Minsk fa ancora parecchio freddo e la rivoluzione, in fondo, deve tener conto del clima, sennò, in piazza ci va ben poca gente ! Soprattutto, succede che anche l’esempio, così spesso citato, anzi, strombazzato, perchè sembrava così a portata di mano, com’era considerata, appunto, l’Ucraina, a sua volta, si  inceppa e smette di funzionare. 

Come mai ? E’ successo, semplicemente, che i precedenti vincitori della “rivoluzione multicolore” di Kiev, poco dopo aver vinto, hanno cominciato a litigare furiosamente tra loro. Infatti colui che era diventato Capo dello Stato, ha cacciato, dopo mesi di litigi, colei che era diventata Primo Ministro. Poi, era scoppiata anche una lite sulle forniture di gas con il moscovita Gazprom, ma dopo un accordo con la Russia, proprio sulla questione delle forniture di gas, attraverso l’Ucraina, verso l’Europa occidentale, accordo respinto dal Parlamento, erano inevitabilmente seguite le dimissioni del Governo, che aveva sostituito la Signora, e non riuscendo più a controllare la situazione, il Presidente aveva indetto nuove elezioni.  

Ma come dicono alcuni vecchi adagi, quasi stucchevoli e banali, se vogliamo, ma, in fondo espressivi di certe situazioni reali, “se l’unione fa la forza, la discordia porta alla rovina” e “tra i due litiganti il terzo gode”. 

Ecco quindi che gli eredi dei “cattivi”, da poco cacciati via, riescono, ohibò, a vincerle queste benedette elezioni. Poiché i precedenti vincitori si presentano divisi, anzi contrapposti, spartendosi i voti, e ottenendo, quindi, molto meno di prima, anche perché la gente non è disposta a farsi prendere in giro due volte. Così “loro”, i “cattivi”, appunto risultano il primo partito. In altre parole il Partito pro russo di Victor Ianukovic raggiunge il 31,5%, che, in realtà, è molto di più della percentuale ufficiale dei “russi”, che sarebbero solo il 17%. Ed anche contando come “russi” i cittadini delle altre repubbliche ex sovietiche e, ammettendo che questi abbiano votato compatti per questo partito, risulta pur sempre che ha votato per lui almeno un 10% di elettorato ucraino, formato non tanto da “nostalgici”, ma sostanzialmente da disillusi dalle vicende appena accennate, legate ai “nuovi partiti”. Il cosiddetto Blocco di Giulia Timoscenko, la Premier cacciata, attiene il 22,4% mentre Nostra Ucraina  del Presidente Iucenko non va oltre il 14,4%. In altre parole, i due ex alleati, se sommati, supererebbero di appena il 5% Ianukovic. 

Oggi si stanno faticosamente sviluppando le trattative tra i Partiti per trovare una soluzione alla formazione del nuovo Governo. Non è escluso, che alla fine, si debba tornare alla situazione di partenza, con una nuova alleanza “arancione” tra i due litiganti, Iucenko e Timoscenko, anche per l’indisponibilità di Ianukovic a far parte di una coalizione senza avere il Primo Ministro.  

Ma, non si vorrà sostenere, per caso, che si può far finta di niente e non tener conto del risultato elettorale! Sarebbe un terzo, anzi un quarto esempio negativo, in pochi mesi, e non sarebbe giustificabile di fronte all’opinione pubblica mondiale. Quarto esempio, perché nonostante le strombazzate conquiste della democrazia, né le elezioni in Iraq, né quelle in Afghanistan hanno risolto nulla davvero, nella rispettiva realtà. E perché la vittoria elettorale di Hamas in Palestina ha suscitato reazioni di rifiuto, di non accettazione del verdetto, da parte soprattutto di Bush – oltre che, ma questo era addirittura scontato, d’Israele. Però, come si sta verificando, questo è molto pericoloso, si rischia di mettere in crisi quel po’ di credibilità rimasta all’insistito discorso delle democratizzazione del Medio Oriente. E le reazioni negative in tutti i Paesi arabi sono chiare ed inequivocabili. 

Allora, occorre che il risultato del voto ucraino, piaccia o no, sia accettato come punto di partenza di ogni ulteriore discorso. Oltretutto, non è uno staterello “insignificante” ma un Paese grande due volte l’Italia e con una cinquantina di milioni di abitanti, anche se con grandi contraddizioni, etniche, religiose, linguistiche e territoriali, tra l’Est e l’Ovest, con i russofoni concentrati nelle province orientali, ma anche contrasti di religione, tra ortodossi, spaccati però in tre “denominazioni” e cattolici, a loro volta divisi in rito latino e rito greco, e un po’ tutti contro tutti; se la lingua ufficiale è solo l’ucraino, ben 13 sono “riconosciute”, prima fra tutte il russo, lingua madre di 8/10 milioni di persone, maggioritaria nelle zone orientali e, soprattutto in Crimea.  

Questa Penisola, poi, era sempre stata russa, se non fosse stata “ceduta” solo nel quadro delle complicate vicende della II Guerra Mondiale, da Stalin direttamente, alla Sorella Repubblica Ucraina,con malcontento che continua tuttora dei cittadini russofoni, che sono ben due milioni, mentre gli Ucraini sono solo 200.000, addirittura al terzo posto, dopo i 300.000 Tartari. Inoltre, problema non secondario, in questo modo, si è fatto sì che la principale base navale della Flotta russa del Mar Nero, finisca di essere…. un porto straniero !

Il Paese, come detto, è, di fatto, spaccato in due, con una parte, formata prevalentemente da Ucraini, che guardano più all’Occidente che a Mosca, e l’altra, quella orientale, che fa riferimento alla Russia. Allora, perché non prenderne atto ed evitare che questa spaccatura entri nella spirale delle ripicche, dei “dispetti”, delle contrapposizioni sempre più astiose, che, purtroppo, come abbiamo visto, anche da non molti anni, possono mettere in moto una logica perversa, che si autoalimenta e può portare anche a tragedie e lutti, come nei Balcani.

Forse non ha senso continuare con un braccio di ferro tra le due parti in cui, di fatto, è spaccato il Paese. Forse non si deve continuare a votare, senza affrontare i nodi ed avendo, così, una volta un tipo di risultato e l’altra il suo contrario. Forse, i veri amici dell’Ucraina potrebbero aiutarli a cercare una soluzione diversa. Forse si tratta di verificare altre possibilità, con l’aiuto della Comunità internazionale, che dovrebbe impegnarsi a proporre ed agevolare soluzioni, anziché, come talvolta ha fatto, ad approfondire i fossati. Pensiamo all’ipotesi di uno stato federativo, con ampi margini di autonomia tra le sue componenti, riconosciuto e garantito nella sua integrità da un accordo internazionale, che assicuri, appunto, la non ingerenza come l’intangibilità, in cui ogni comunità possa regolare come meglio crede i “suoi” affari. Magari con  l’avallo, appunto, di un riconoscimento internazionale. Pensiamo, ad esempio, al quadro dell’autonomia Alto/atesina, qui in Italia, dove le norme che la regolano sono di esclusiva competenza del Parlamento e delle Istituzioni italiane, ma queste sono sottoposte non a ratifica, bensì a presa d’atto (con eventualmente semplici “osservazioni”) da parte del paese a cui, linguisticamente e culturalmente, si riferisca la popolazione, che in questo caso è l’Austria. 

Potrebbe funzionare una soluzione simile ? Potrebbe, forse, consentire di collocare al suo interno alcune frizioni, retaggio del passato, attualmente esistenti tra Russia ed Ucraina, magari, ad esempio, qualche modifica delle frontiere, qualche accorpamento di popolazioni o, specialmente, la questione della base navale di Odessa, paradossalmente, oggi, come detto, in territorio “straniero”, se riferita alla gestione della base stessa e della flotta. Può sembrare campata in aria, ma in realtà, non c’è già un esempio, proprio nell’ex URSS, che riguarda l’antica Konigsbeg, ovvero Kaliningrad nel Baltico? Al momento della separazione tra Russia e Repubbliche baltiche, la base rimase sotto sovranità russa, con un accordo che, contemporaneamente, dava sistemazione anche alle minoranze etnico/linguistiche. Ciò che funziona nel Baltico, non potrebbe funzionare nel mar Nero ? E magari contribuire anche ad un regolamento dei problemi che si porrebbero lì ben presto, con parte significativa delle sponde di questo mare chiuso appartenenti a Paesi che già oggi, o, comunque, tra non molto potrebbero appartenere alla NATO e/o all’Unione Europea. 

Può darsi che sia troppo semplice e superficiale, ma se un gruppo di giuristi internazionali esperti di cose simili si mettesse a studiare il problema, immaginiamo che potrebbero trovare soluzioni interessanti.

                                           

Promemoria per il prossimo G 8

 

Il prossimo mese di giugno, la nuova sessione del G 8 avrà luogo a San Pietroburgo, per la prima volta nella storia, in Russia, sotto la Presidenza di Vladimir Putin. Come il solito, le potenze più industrializzate avranno vari argomenti da porre all’O.d.g.

Pur nella scarsa attenzione di un’opinione pubblica, prima tutta concentrata su una campagna elettorale quanto mai lunga, aspra e rissosa, e “dopo”, sulle problematiche dell’insediamento del nuovo Parlamento, della costituzione del nuovo Governo e dell’elezione del Presidente della Repubblica, costellate da continui tentativi di colpi di coda di un perdente che non sa rassegnarsi alle regole democratiche, noi riteniamo che occorrerebbe che si cominciasse a pensare ad alcuni ulteriori temi, che ci sembrano fondamentali, da discutere in quella sede, almeno in aggiunta ai problemi della macro e micro economia, della concorrenza più o meno leale da parte delle “tigri asiatiche”, dell’appoggio allo sviluppo (a parole) dei paesi arretrati ed il loro debito estero, che, per forza di cose, faranno certamente parte integrante dell’agenda, visto che sono le motivazioni stesse che hanno spinto proprio ad “inventare” questo tipo di riunioni. La cronaca di questi ultimi mesi, infatti, ha portato alla ribalta alcuni problemi, la cui implicazioni umane e sociali “pretendono” un posto di primo piano, perché da esse dipendono alternative radicali nella vita che conduciamo. 

Pensiamo, in particolare, a tre temi, di cui uno, probabilmente, sarà presente in ogni caso nell’agenda: quello dell’energia, che tante preoccupazioni ha creato in Paesi come il nostro, l’inverno appena trascorso, quando la contrapposizione Russia/Ucraina ha messo a repentaglio i nostri rifornimenti. Sia chiaro, ci sono serie responsabilità nostre, italiane. Pensiamo al ritardo nell’espansione delle energie alternative, specie l’eolico ed il solare, incomprensibili tanto più in un Paese che di sole e di vento non è certamente carente!

Si è perso tempo prezioso per far sì che non venissero attuati neppure quei piccoli accorgimenti che, in altri Paesi, portano a risparmi significativi sulla bolletta energetica. Forse che la collocazione di Torino o Trento, di Milano od Udine è tanto diversa da quella

di Innsbruck o Zurigo o Chambery, da rendere superflue le tipologie costruttive, i doppi vetri, le intercapedini, gli infissi a tenuta stagna, lassù del tutto normali ?

Molto si era puntato sull’idroelettrico – quello che retoricamente era chiamato “l’oro bianco” - , finché non si è praticamente esaurito il potenziale disponibile, ma, soprattutto, non si è finito di considerare insostenibile il costo umano che, nel frattempo si era pagato, al Vajont, a Tesero, nella vicina Francia a Frejus, ecc. Qualcuno ora, anche per distogliere dalle sue manchevolezze di un modo di governare fatto tutto di squilli di tromba e ben poco di sostanza, torna a parlare di energia nucleare, dimenticando che questa scelta è stata seppellita con il “sarcofago” di Cernobyl (il cui ventesimo anniversario cade proprio in questo periodo – mentre non cessa di creare preoccupazioni, visto che, proprio ora, apprendiamo che si prospetta la necessità di nuovi imponenti, costosi e rischiosi interventi per metterlo “in sicurezza”) e con una valanga di voti popolari al referendum.

Facendo finta di ignorare, poi, che gran parte dei motivi del no di allora, i rischi per la sicurezza, le difficoltà per lo smaltimento delle scorie, il surriscaldamento delle acque reimmesse nei corsi d’acqua circostanti, ecc. rimangono immutati, salvo accettare una lievitazione dei costi che ne rimetterebbe in discussione proprio la convenienza economica. Proprio l’Unione europea, ad esempio, sta accingendosi ad affrontare il problema di ben 26 centrali nucleari obsolete, quindi rischiose, quasi certamente da smantellare, ammesso che si riescano a risolvere proprio le questioni appena dette. 

Resterebbero il carbone e gli idrocarburi, di cui, come Italia, non disponiamo in misura significativa. Specie nel secondo caso, abbiamo un bisogno vitale che nulla perturbi il quadro e ciò imporrebbe una politica attiva, propositiva, di cooperazione, in prima persona, non a rimorchio di chi ha altri interessi. L’esatto contrario, appunto, di quanto si è fatto in questi cinque, sciagurati anni, dell’era berlusconiana. Infatti, ce ne siamo stati in disparte, permettendo che altri facessero e disfacessero: l’attacco all’Iraq, le minacce all’Iran, le perturbazioni indotte in Nigeria ed in Sudan, l’ostilità indotta in tutto il mondo arabo/islamico, cioè in gran pare dei paesi esportatori per una politica cieca e sorda. A cui aggiungiamo le incomprensioni nostre o l’indifferenza verso i due Paesi più vicini, Libia ed Algeria. Ed in fondo la crisi del gas Italia/Russia/Ucraina che cos’è se non l’ultima conseguenza della perturbazione di normali, secolari rapporti, che, dopo la dissoluzione dell’URSS ha scatenato la destabilizzazione dell’area, a cavallo delle cosiddette rivoluzioni colorate, che, in realtà, erano colorate soprattutto del verde di un certo biglietto di banca, che è riuscito, appunto, a “perturbare” (se e quando non riusciva a penetrare) l’Ucraina, il Caucaso, l’Asia Centrale. Il discorso si allungherebbe troppo e, magari, lo riprenderemo in altra occasione. 

Ma il tema di un “governo collaborativo” del sistema dell’energia mondiale, in tutti i suoi aspetti e riguardando tutte le fonti energetiche, che veda impegnati in uno sforzo comune i Paesi produttori, quelli consumatori e quelli semplicemente di “transito”, è o non è maturo, deve o no essere affrontare, a partire proprio dal prossimo G 8 ? 

Del resto, proprio l’intreccio del tema dell’energia idroelettrica ci porta, in modo naturale, al secondo tema, quello dell’acqua. Si è appena svolto a Città del Messico il periodico Forum mondiale, unito alla celebrazione della Giornata mondiale dell’acqua, indetta dall’ONU.I dati emersi sono, a dir poco, sconvolgenti. Ci permettiamo di citare solo quelli essenziali rimandando i nostri affezionati lettori ai materiali del Forum stesso ed a quelle poche notizie, che, modestamente, abbiamo riportato nell’Osservatorio.

Quanto ai dati essenziali, appunto:

-         un miliardo di persone non dispone di acqua potabile, solo il 16% della popolazione mondiale ha l’acqua corrente in casa;

-          nella sola Africa, 400 milioni di persone non dispongono di acqua corrente a meno di un Km. da casa;

-         un Africano dispone di 12/50 litri d’acqua al giorno, un Europeo da 70 a 250 (come un Italiano ad esempio), ma un Americano ne consuma fino a 700 litri;

-         due miliardi e mezzo di persone mancano di sistemi di fognature e di smaltimento dei rifiuti organici;

-         22.000 persone al giorno, di cui 4.500 bambini, ogni giorno, 15 al minuto, muoiono per queste carenze. 

Secondo l’ONU, queste morti potrebbero essere dimezzate se, semplicemente i Paesi ricchi stanziassero  20/30 miliardi di dollari l’anno, pari a quanto spendono in cosmetici gli Americani od  in armamenti convenzionali, in un anno e mezzo/ due anni, tutti i paesi del Terzo Mondo messi assieme, praticamente quasi gli stessi dove il problema acqua è più grave. 

Illustri scienziati e politologi, del resto, sostengono che le prossime guerre, mentre attualmente si combattono ancora in nome del petrolio, saranno scatenate dalla questione dell’acqua. Un esempio già abbastanza chiaro è legato al conflitto in Palestina, dove questo argomento è poco citato, ma invece è alla base di molti dei comportamenti israeliani. 

Accenniamo appena ad un altro capitolo, che combina inquinamento ed effetto serra con il problema dell’acqua: ma pensiamo solo alle previsioni di illustri scienziati per cui entro qualche decennio il Mediterraneo potrebbe essere morto o, viceversa, i ghiacci sciolti dei Poli potrebbero innalzare i livelli dei mari, con centinaia di grandi città trasformate in cimiteri sottomarini. E non dimentichiamo neppure, visto dove viviamo, che il Bacino Mediterraneo, essendo molto chiuso, è uno dei più vulnerabili all’inquinamento, occorrendo, in pratica un secolo per il ricambio della sua acqua. Così come è, purtroppo, facile la previsione di una prossima scomparsa del Mar Morto, che già è spezzato in due tronconi, come del Caspio, dell’Aral, ecc. 

Sembrerebbe facile, trovare soluzioni, ma ancora, ci vuole un impegno di Governo globale, con una visione di ampio respiro dei fenomeni in atto e non l’attuale politica del tirare a campare. E, forse, proprio questo dovrebbe essere il tema fondamentale di un’agenda globale. 

Due esempi negativi ci farebbero essere pessimisti: le molte parole fatte ed i pochi atti concreti (a cominciare dal costo dei medicinali) per la lotta contro l’AIDS; l’analoga situazione (guarda caso legata proprio anche ai problemi dell’acqua !) sulla malaria, che in certe zone specie dell’Africa è fattore assolutamente inibitore di qualsiasi sviluppo, specie in molte aree del Sudan, e che sarebbe relativamente facile e poco caro estirpare, bonificando le acque stagnanti e rifornendo le popolazioni di semplici medicinali già esistenti, non quindi da ricercare con enorme spesa economica e di tempo come per altri casi. 

Non a caso abbiamo citato due questioni di tipo sanitario. Infatti, una nuova, improvvisa minaccia si addensa su gran parte del Mondo: dal Sud Est asiatico alla Cina ed all’Asia Centrale, dal Mar Nero al Mediterraneo, dal Caucaso alle coste dell’Atlantico, dal Baltico a vaste aree africane, sopra e sotto del Sahara. Parliamo, ovviamente, della cosiddetta influenza aviaria

Le conseguenze sanitarie non sono (almeno per ora) così drammatiche, con “appena” un centinaio di morti in tutto, esclusivamente di persone venute a contato diretto, specie per ragioni di lavoro, con animali infetti. Ma tutti i presidi sanitari sono in allarme, temendo che, prima a poi, ci sia il salto di qualità ed il virus possa trasformarsi in agente patogeno umano spontaneamente. Per ora, il contagio può avvenire solo in situazioni di mancanza di igiene e promiscuità uomo/animale: così si spiega qualche decina di morti in Vietnam e Thailandia, 23 in Indonesia, qualche altra decina in Nigeria, i casi, per ora isolati, in Medio Oriente, nei Balcani, in alcuni paesi dell’Europa centro settentrionale, come Francia, Germania ed Olanda. Soprattutto, poi si spera nell’efficacia delle misure protettive e profilattiche per contenerli ed isolarli. 

In ogni caso, già sono drammatiche le conseguenze sociali. Per restare all’ultima, per ora, area colpita, il Medio Oriente, in Israele, Palestina, Iraq, Egitto, già si parla di milioni di capi di pollame, cibo base di quelle popolazioni, abbattuti. Migliaia di imprese di piccolo allevamento, macellazione, vendita, ma anche i ristoranti, sono in crisi, chiudono, falliscono. Decine di migliaia di persone hanno perso o stanno per perdere il lavoro. Il consumo è ridotto a meno del 10% ed esclusivamente di prodotti congelati che arrivavano da Stati Uniti, Brasile e Francia, prima che quest’ultima, venisse messa fuori gioco, per accertati casi di contagio, così come in Germania, del resto. I rapporti commerciali di intere regioni possono essere sconvolti, ma anche l’inflazione stessa può essere rimessa in moto da questo problema, perché già stanno salendo alle stesse i prezzi di bovini ed ovini. 

Nessuno può illudersi non c’è confine che tenga, gli uccelli migratori possono anche andare in posti nuovi, sbagliare strada, o magari un infetto viaggiare prima di essersene accorto (come, ad esempio, l’Egiziano che ha portato il morbo in Giordania). Ci vuole davvero un “governo complessivo” che travalichi barriere di ogni genere: piaccia loro o non piaccia, Israeliani ed Hamas, al Governo in Palestina, almeno su questo problema, devono collaborare da subito. O ci si muove all’unisono, o la catastrofe umanitaria planetaria può davvero arrivare. In sostanza, siamo di fronte a fenomeni altrettanto globali dell’economia di mercato e che devono essere messi al centro dell’attenzione, per decidere rapidamente chi, come, con che mezzi, con che coordinamento affrontarli. 

La Russia sembrerebbe intenzionata a porre questi temi sul tavolo del G8 e, magari, a dare la sua disponibilità ad assumersene anche la responsabilità. C’è da augurarsi che questi 8-10 sedicenti “grandi della Terra” sappiano cogliere il significato di queste nuove problematiche e siano disponibili ad affrontarle sul serio. E se qualcuno ha attenzione ed esperienze già compiute, e disponibilità, magari la Russia stessa, appunto, ben venga e le si affidino tutti i mezzi d’intervento necessari. 

Occorre che, per una volta, i “Grandi” ragionino non in termini di interesse personale (del proprio Paese), ma nell’interesse dell’umanità tutta.Bisogna, soprattutto, che gli Stati Uniti cessino di boicottare qualsiasi progetto di impegno collettivo, per difendere la “bottega”. Se ben si guarda, è impressionante la lista dei NO di Washington: no alla Convenzione di Kyoto, per essere liberi di inquinare, come no al trattato sull’acqua, ma no alla non proliferazione delle mine per, magari, fare qualche affare, no al Tribunale Penale Internazionale, per paura, anzi, in questo caso, certezza, di dover fare quanto non fanno mai: per quanto riguarda la sola Italia, rispondere sulla morte di Calipari, sulla teleferica del Cermis, sul rapimento dell’Imam di Milano, ecc. E ancora: no all’abbattimento dei diritti sui brevetti produttivi di medicinali detenuti da grandi “multinazionali” (cioè in grandissima percentuale americane) farmaceutiche, che impediscono di fornire i medicinali anti HIV a buon prezzo al terzo mondo. Infine il recentissimo No, a Città del Messico,  a considerare l’acqua un bene, anzi un diritto di primaria necessità, non privatizzabile nella mani delle solite multinazionali. 

Del resto, proprio gli Stati Uniti scherzano con il fuoco: hanno centinaia di migliaia di uomini sparsi per il mondo, spesso in Paesi a rischio vuoi dell’AIDS/HIV, vuoi, ora, dell’influenza aviaria. Vogliono ripetere l’esperienza tragica, con decine di milioni di morti, della “spagnola”, sparsa per il mondo proprio dai soldati smobilitati alla fine della Prima Guerra Mondiale ?