|
|
Regionali, Grillo sommerso
di "vaffa"
 Roma,
30 mar. 2010 – Chi di vaffa ferisce, di vaffa
perisce. L’indignazione degli elettori di
centrosinistra verso Beppe Grillo riempie di
imprecazioni la rete.
Su Facebook, un gruppo che raccoglie oltre 3200
aderenti, si intitola: “Vaffanculo Beppe Grillo!”.
Nato contro le ambizioni politiche di Grillo (“Un
comico fallito che vuole fare politica”), sta
diventando il punto di incontro di quanti vedono in
Grillo un collaborazionista occulto di Silvio
Berlusconi. Una sorta di sfogatoio, che si aggiunge
a quello sul blog del comico genovese e sulla sua
pagina facebook: mandano un sonoro ‘vaffa’ a Grillo
quanti pensano abbia favorito l’ascesa della Lega in
Piemonte.
Peraltro non ci sono solo interventi da sinistra.
Veronica Giordan dice: “Noi piemontesi ti dobbiamo,
ti dobbiamo un grande grazie!! Xché? Xché la tua
lista pagliaccia a qualcosa e’ servita: ha tolto
voti, nella rossissima provincia di Torino, alla
Mercedes Bresso e grazie a te finalmente il Piemonte
avra’ l’occasione di essere liberato!!! sei proprio
un mito!!”.
Ma è sulla sua pagina ufficiale che corrono le
invettive più dure. “Ma che bel movimento-ironizza
Antonio Bonanno- infatti le cose sono cambiate, il
Piemonte alla Lega e il Lazio ai fascisti!”. Alcuni
decidono di lasciare il gruppo di fan. Così Carlo
Gentile: “Volevo ringraziare il Sig. Beppe Grillo
per aver consegnato il Piemonte alla Lega.
Congratulazioni. Adesso posso togliermi da questa
pagina”.
Ed Elena Andolfi: “Complimenti cari Grillini,
consegnare il Piemonte alla destra… Grillo il tuo
amico De Andre’ sarebbe fiero di quello che hai
fatto. Ora, vedrai, la Val di Susa la spianeranno
nel giro di un mese… ben vi sta piemontesi”.
Amar Osmano chiosa senza troppi giri di parole:
“Complimenti, con te abbiamo perso anche il
Piemonte. La destra gongola, Berlusca e’ in erezione
e noi lo prendiamo nel c… anche per colpa vostra.
(www.federazionedellasinistra.it 30 marzo 2010)
Elezioni
regionali 2010
Piemonte

Appello al voto
per la Federazione della Sinistra
Il
nostro Paese attraversa una crisi gravissima. Economica e sociale, innanzi
tutto, ma anche politica, democratica, morale. La destra al governo del
Paese mostra tutto il proprio volto regressivo e anche, propriamente,
eversivo. Non passa giorno senza che se ne abbia la riprova: attacco ai
diritti dei lavoratori, attacco ai diritti sindacali, disprezzo per il più
elementare rispetto delle regole democratiche, xenofobia, attacco alla
magistratura, difesa degli interessi dei più forti.
In Piemonte, poi, si profila
l’eventualità che un candidato della peggior destra, come il leghista
Roberto Cota, diventi Presidente della Regione. Un’eventualità estremamente
preoccupante perché può significare l’affermazione di una cultura segnata in
profondità dal razzismo e dall’intolleranza; e sappiamo bene come
l’intolleranza impedisca di costruire una convivenza civile, laica e
democratica fra le persone e costituisca inevitabilmente un potente motore
per il rafforzamento di politiche reazionarie, contro le lavoratrici e i
lavoratori e i settori sociali più deboli ed esposti alla crisi economica.
Dunque è assolutamente
necessario costruire e sostenere un fronte laico e democratico, il più ampio
possibile, in grado di battere la destra.
La coalizione elettorale che
sostiene la candidatura di Mercedes Bresso ha precisamente questo scopo:
contrastare Berlusconi e Cota unendo forze anche molto eterogenee fra loro
ma accomunate da una sensibilità democratica e antitetica a quella della
destra.
Allo stesso tempo è bene che
per battere la destra non si ripetano gli errori del passato. Quelli cioè di
un progressivo scivolamento verso il centro dello scacchiere politico,
rinunciando alla sinistra e alle sue istanze profonde, trovandosi a
presentare un profilo politico e programmatico nei fatti difficilmente
disinguibile, su alcune questioni fondamentali, da quello del centrodestra.
Perciò è della massima
importanza sostenere una forza come la Federazione della Sinistra, che ha
cercato di farsi carico di questa doppia esigenza (battere la destra e, allo
stesso tempo, rafforzare la sinistra), senza infingimenti e secondo un
principio di trasparenza.
La Federazione
della Sinistra partecipa con un accordo tecnico alla coalizione guidata da
Bresso, mantenendo però una chiara autonomia politica dal resto del centro
sinistra e presentando perciò un proprio distinto programma elettorale. Un
programma caratterizzato fortemente per la difesa del lavoro e per il
rafforzamento di un sistema di servizi pubblici, a partire dai beni
essenziali (acqua, energia, trasporti, salute, formazione), alternativo a un
sistema basato sulla progressiva privatizzazione, più o meno mascherata, dei
servizi essenziali e sulla centralità delle grandi opere inutili e dannose,
come la TAV.
Per battere Cota e per
rafforzare la sinistra, il voto utile in Piemonte è alla Federazione della
Sinistra
Studenti e lavoratori di
tutto il mondo... unitevi!
C'e'
la festa comunista
mercoledì
24 marzo 2010 alle ore 16
nel giardino della palazzina
Einaudi in Corso Regina
Margherita 60
(sede della Facoltà di
scienza politiche e
giurisprudenza
dell'Università di Torino)
Festeggiamo insieme
la fine della campagna elettorale
 Martelli
Vota falce e martello e scrivi
Martelli
piccola.JPG)
Domenica 21 marzo 2010
dalle ore 16,30 in poi A Torino in Piazza Castello angolo Via Garibaldi
Pomeriggio con la
Federazione della Sinistra
Intervento di Vincenzo
Chieppa Consigliere e segretario regionale del PdCI
Intermezzo musicale di
Black Day – musicista brasiliano
Vino e stuzzichini -
Festeggia con noi il primo giorno
di primavera

Federazione della Sinistra Pinerolo
(To)
Sabato 6 marzo ore 21
Salone polivalente di San Pietro Val Lemina (2 km da
Pinerolo)
Concerto
dei gruppi Sesto Senso e Radio Rebelde
Saluto dei
candidati: Salvatore Inhes e Domenico Martelli
Elezioni
regionali 2010
Piemonte

Sabato
27 febbraio 2010 ore 10
Cascina Marchesa, Torino, Corso Vercelli 141
Federazione della Sinistra, il voto che vale doppio.
Battere
la destra, rafforzare la sinistra
con:
Vincenzo Chieppa, Fulvio Perini, Armando Petrini,
Gianpaolo Patta, Paolo Ferrero
Piemonte: Nasce la
Federazione della Sinistra
Torino, 2 dic. - (Adnkronos) - Anche in
Piemonte nasce la Federazione della Sinistra, un nuovo soggetto
politico che mette insieme partiti (Prc, Pdci, Socialismo 2000) e
soggetti sociali (Lavoro e Solidarieta' ed altri). ''Primo obiettivo
della Federazione -spiega Armando Petrini, segretario regionale del
Prc- e' far valere il diritto al lavoro. Per questo saranno
presentate quattro proposte sul reddito di cittadinanza, contro le
delocalizzazioni, per il blocco dei licenziamenti e riguardo un
piano straordinario per l'occupazione ed il lavoro dignitoso''.''La
Federazione -continua Vincenzo Chieppa, segretario regionale del
Pdci- nasce come singole organizzazioni che mantengono la propria
autonomia ed e' una chiara conferma della storia e dell'identita'
dei nostri partiti. Come Federazione ci presenteremo anche alle
elezioni regionali, per le quali chiediamo subito un tavolo di
confronto di coalizione per discutere del programma. Diciamo subito
che non siamo disposti al ritorno al nucleare, ad ampliare gli spazi
di intervento degli imprenditori privati in sanita' e ci batteremo
in ogni modo per la difesa dei diritti civili e della laicita' delle
istituzioni
Organismi dirigenti della
Federazione
Mercoledì, 23 Dicembre 2009

Il
5 dicembre è partita la Federazione della Sinistra, promossa da Prc,
PdCI, Socialismo 2000 e Lavoro e Solidarietà. Di seguito
pubblichiamo gli organismi dirigenti della FdS e la loro
composizione.
Coordinamento Nazionale
PAOLO FERRERO (Portavoce Nazionale
di turno) - CLAUDIO GRASSI - ORAZIO LICANDRO - GIAN PAOLO PATTA
-ALESSANDRO PIGNATIELLO - ROSA RINALDI - CESARE SALVI
Consiglio
Nazionale
VITTORIO AGNOLETTO
FABIO AMATO
NICOLA ATALMI
FRANCESCO BARRA
CLAUDIO BELLOTTI
PIERGIORGIO BERGONZI
IRENE BREGOLA
ALBERTO BURGIO
CESARE CAIAZZA
MARIA CAMPESE
ELENA CARRADORI
VALERIA CASTELLI
ROSALBA CESINI
VINCENZO CHIEPPA
ANNA RITA COPPA
ELISA CORRIDONI
SILVIO CRAPOLICCHIO
ANTONINO CUFFARO
OLIVIERO DILIBERTO
GIANNI FABBRIS
ROBERTA FANTOZZI
GIANNI FERRARA
PAOLO FERRERO
ELEONORA FORENZA
FRANCESCO FRANCESCAGLIA
NINO FROSINI
SILVIA GARAMBOIS
MASSIMO GATTI
CLAUDIO GRASSI
RITA LAVAGGI
ORAZIO LICANDRO
EZIO LOCATELLI
MARIA RITA LODI
MERIDA MADEO
MARIA ROSARIA MARELLA
FRANCESCO MARINGIO'
LEONARDO MASELLA
MARINA MELAPPIONI
RICCARDO MESSINA
LORETTA MUSSI
NICOLA NICOLOSI
ALFIO NICOTRA
LUCA NIVARRA
FABIO NOBILE
GIANNI PAGLIARINI
MANUELA PALERMI
ROBERTO PASSINI
NELLO PATTA
GIAN PAOLO PATTA
GIANLUIGI PEGOLO
PAOLA PELLEGRINI
FULVIO PERINI
TONINO PERNA
CIRO PESACANE
ALESSANDRO PIGNATIELLO
MARILDE PROVERA
ROSA RINALDI
AUGUSTO ROCCHI
SARA ROCUTTO
ROSSANO ROSSI
RAFFAELE SALINARI
CESARE SALVI
ENZA SANSEVERINO
RITA SCAPINELLI
CONCETTO SCIVOLETTO
PINO SGOBIO
TOMMASO SODANO
ROBERTO SOFFRITTI
ANITA SONEGO
BRUNO STERI
LAURA STOCHINO
MARIO TORELLI
MICHELANGELO TRIPODI
JACOPO VENIER
GIOVANNI VIGILANTE
GIUSEPPE VITELLO
STEFANO ZUCCHERINI
Comunicato stampa
Federazione
FEDERAZIONE DELLA SINISTRA: AL VIA UNA CAMPAGNA REFERENDARIA SU LEGGE 30,
NUCLEARE, ACQUA. OGGI IL PRIMO CONSIGLIO NAZIONALE DELLA FEDERAZIONE HA
ELETTO COORDINAMENTO E PORTAVOCE NAZIONALE.
Sarà
una grande campagna refendaria su alcuni elementi-chiave (battaglia per la
pubblicizzazione dell'acqua, richiesta di abrogazione della legge 30, no al
nucleare) a dare il via, da gennaio, alle battaglie sociali della neonata
Federazione della Sinistra, patto federativo che ad oggi comprende Prc-Se,
Pdci, Socialismo 2000 e Lavoro e solidarietà ma che vuole aprirsi il più
possibile a tutte le istanze sociali, sindacali e associative che oggi
compongono l'area della sinistra alternativa del nostro Paese.
Lotta alla precarietà, dunque, attraverso la richiesta di abolizione della
legge 30 e delle leggi ad essa collegata per restituire un futuro di lavoro
stabile e sicuro alle nuove generazioni, lotta al programma di
re-introduzione delle centrali nucleari che vuole impiantare in diverse
regioni italiane il governo Berlusconi e lotta per la difesa dell'acqua ma
anche della sanità e del welfare pubblico contro i tentativi di imporre una
loro gestione privatistica. Questi i punti-chiave della campagna politica e
sociale della Federazione della Sinistra che, a partire da gennaio,
raccoglierà le firme su questi tre fronti per dei referendum popolari.
La Federazione della Sinistra lancia anche un'appello a tutte le forze
politiche e sociali presenti nel nostro Paese per unire le forze, in vista
delle prossime elezioni Regionali, e per ricostruire, tramite un processo
aggregativo, una sinistra d'alternativa unitaria sulla quale possano
convergere i voti e le aspettative di tutta la sinistra diffusa italiana.
Queste, in sintesi, le decisioni prese oggi dal primo Consiglio nazionale
della neonata Federazione della Sinistra (Prc, Pdci, Socialismo 2000 e
Lavoro e solidarietà). Il Consiglio nazionale della Federazione è
composto da 70 membri ed ha anche eletto un coordinamento ristretto di 7
persone (così composto: Paolo Ferrero, Claudio Grassi, Rosa Rinaldi per il
Prc, Alessandro Pignatiello e Orazio Licandro per il Pdci, Cesare Salvi per
Socialismo 2000 e Gianpaolo Patta per Lavoro e solidarietà) e un portavoce
nazionale, che per i primi tre mesi sarà il segretario del Prc Paolo Ferrero.
( !7 dicembre 2009)
Governo, alleanze e conflitto sociale:
l’esigenza di un’autocritica non dimezzata
di Fosco
Giannini
(inviato a Liberazione e non pubblicato)
Per
far sì che l’autocritica sull’esperienza del
governo Prodi non si riduca ad una
transitoria mozione morale e che
l’indicazione per il futuro sia credibile,
occorrerebbe gettare un po’ di luce sul
nostro recentissimo passato, riempiendo di
contenuti più strategici un’autocritica che,
diversamente, risulterebbe un po’ facile e
superficiale.
Il compagno Ferrero, lo
scorso 5 dicembre, al Brancaccio, nel giorno
della Federazione della Sinistra, ha preso
un impegno solenne, che se si concretizzasse
segnerebbe un positivo ed importante punto
di svolta rispetto alla cultura politica e
alla prassi istituzionale del Prc e
dell’intera Federazione di Sinistra. Ferrero
ha affermato – riferendosi ai voti
favorevoli alle missioni di guerra in
Afghanistan espressi dal Prc durante il
governo Prodi - che mai più si dovranno
anteporre le ragioni della difesa di un
governo moderato alle ragioni della lotta
contro la guerra. Nelle parole del
segretario è emersa sia una profonda
autocritica per il ruolo svolto da
Rifondazione durante il governo Prodi che
un’indicazione forte per il futuro: rispetto
alle guerre, alle spese militari e alle
strategie della Nato ( ricordiamo Vicenza?),
nessuna subordinazione sarà più possibile.
Credo che occorra assumere con grande favore
le parole del segretario, tanto più in
questa fase in cui la guerra in Afghanistan
si inasprisce di nuovo, aumentano gli
impegni militari imperialisti – a cominciare
dagli Usa di Obama per finire all’Italia di
Berlusconi – e si riapre la discussione
sulle alleanze con il centro sinistra, sia
per le regionali che per le future elezioni
nazionali.
Da questo punto di vista l’impegno assunto
da Ferrero non vuol forse dire che mai più i
comunisti faranno parte di governi moderati,
segnati da politiche filo Nato, volti alle
guerre e subordinati agli interessi del
grande capitale italiano e dell’Unione
europea di Maastricht e di Lisbona? Sì,vuol
dire proprio questo.
Ma per far sì che l’autocritica non si
riduca ad una transitoria mozione morale e
che l’indicazione per il futuro sia
credibile ( soprattutto per la “classe”, ma
anche per i soggetti sociali esterni al Prc,
per il movimento contro la guerra, per il
nostro stesso elettorato), occorrerebbe
gettare un po’ di luce sul nostro
recentissimo passato, riempiendo di
contenuti un’autocritica che, diversamente,
risulterebbe un po’ facile e superficiale.
Occorrerebbe riformulare a noi stessi alcune
di domande, che mai ci siamo seriamente
posti e le cui risposte potrebbero rivelarsi
lezioni per l’oggi e per il domani: vi erano
le condizioni sufficienti per entrare nel
governo Prodi? Entreremo mai più in un
governo simile? La lotta degli “otto
senatori ribelli ” (quattro del Prc) contro
il rifinanziamento della guerra in
Afghanistan durante il governo Prodi era
solo da ostacolare, irridere, emarginare,
intimorire, come avvenne, o era
un’indicazione - magari solo una disperata
evocazione - di lotta che l’intero partito e
l’intera sinistra parlamentare e sociale
potevano/dovevano assumere, sviluppandola?
Domanda che ne chiama un’altra : come
coniugare – una volta entrati nei governi,
anche locali – la lotta istituzionale a
quella sociale?
Vi fu un momento in cui la battaglia degli
otto sembrò poter avere un minimo di base
sociale e ricucire parzialmente il rapporto
gravemente lacerato tra comunisti e
movimento contro la guerra: in quel momento
scattò con reiterata durezza, da parte
dell’allora segretario Franco Giordano, la
minaccia, contro i quattro senatori,
dell’espulsione ( poi praticata, per il suo
voto contrario, contro il compagno Franco
Turigliatto).
Vi fu un momento in cui, a partire dalla
resistenza degli “otto” e allargando la
lotta sul piano parlamentare e sociale, i
comunisti e la sinistra potevano forzare sul
governo Prodi per ottenere sia un positivo
cambiamento di linea sulla questione
Afghanistan che la ricostruzione dei
rapporti con il movimento pacifista e
l’intero movimento di Genova: questo momento
fu gettato via. Tra gli stessi parlamentari
Prc maturò – assieme alla sofferenza, allo
sconcerto, al disorientamento, alla
passivizzazione – una contrarietà ( persino
una dura ostilità) alla lotta degli “ otto”
e si costituì un’idea prevalente che apparve
più uno spostamento dei problemi ( in senso
politico-psicologico) che una linea
razionale: l’idea secondo la quale “ non era
l’ora della battaglia ”.
La compagna e senatrice Lidia Menapace
sostenne che si doveva attendere,
pazientemente, la vittoria di Obama, che
avrebbe mutato la linea Usa in Afghanistan;
il compagno e deputato Ramon Mantovani (
che, pure, avanza ora una critica serrata
alle inclinazioni e alle deviazioni
istituzionaliste) asseriva che “non era
quello il modo di battersi” ( d’accordo,
Ramon: qual era, dunque, il modo giusto? Uno
doveva essercene. E nessuno ve ne fu…); il
compagno Giovanni Russo Spena ( capogruppo
PRC al Senato e militante segnato da mille
esperienze e lotte pacifiste) controllava,
non proprio bonariamente, i suoi quattro
senatori indisciplinati e guastafeste; la
compagna Vladimir Luxuria, nelle riunioni
congiunte dei gruppi PRC della Camera e del
Senato, si lanciava in attacchi violenti
contro i ribelli, schierandosi decisamente
con la linea della stigmatizzazione e della
repressione e divenendo una paladina del
teorema dell’espulsione, enunciato da
Giordano e fatto proprio da molti di coloro
che, entro breve tempo, sarebbero stati
prima i teorici del superamento
dell’autonomia comunista nell’Arcobaleno e
poi gli scissionisti “vendoliani”.
Il collante che teneva assieme l’ala
governista dura e repressiva con le colombe
interne era di questa natura: non si poteva
lasciare il Paese alle destre; ma ciò senza
considerare che tra il chinare la testa e
far cadere il governo vi era un’altra
possibilità: quella di rilanciare e
sostenere il movimento contro la guerra
legando l’iniziativa sociale a quella
parlamentare. E non si considerò che
abdicando ai loro compiti (si pensi anche
alla Legge 30, alle pensioni, alla base di
Vicenza, allo scudo spaziale USA in Europa,
accettato per vie extraparlamentari,
direttamente attraverso un accordo firmato
da un sottosegretario del governo Prodi alla
Casa Bianca) i comunisti e la sinistra
laceravano i loro legami sociali e
contribuivano a spalancare le porte ad una
vittoria delle destre di carattere
strategico.
La lotta degli otto potrebbe essere oggi
positivamente riconsiderata, sia rispetto
all’esigenza che hanno i comunisti di
focalizzare al meglio la coniugazione tra
conflitto istituzionale e sociale, che in
relazione alla fase attuale. La quale impone
ai comunisti di essere parte di un vasto
fronte politico-elettorale
“costituzionalista” volto a sconfiggere
l’eversione berlusconiana e, insieme, chiede
loro di evitare ogni coinvolgimento in un
eventuale e possibile governo di transizione
liberal-democratica ma ancora vincolato e
subordinato agli Usa, alla Nato, al grande
capitale, al Vaticano e all’Unione europea.
Tratto dall'intervento di
Diliberto del 18 luglio 2009
(...)Ma sento l’esigenza di dire una
cosa esplicita e chiara, affinché non vi siano, poi, fraintendimenti.
Io, sarei insincero se non lo affermassi con
nettezza, intendo – e il mio partito intende –
contribuire a questo processo che oggi si apre,
da
comunisti e comuniste.
Lo dico con infinito, sincero
rispetto per chi non lo è, ma a
mio modo di vedere ancora non è
stata trovata una parola
migliore diversa per indicare il
cambiamento radicale dello stato
di cose presente. Si chiama
comunismo. La scelta, sin
dall’appello che ha promosso
questa iniziativa, di
individuare nella bandiera rossa
e nella falce e il martello il
riferimento simbolico, è scelta
che non può non rallegrarmi:
sono i simboli del lavoro e dei
lavoratori. Lo sono per i
comunisti, ma anche per i
socialisti, e per tutte le donne
e gli uomini di sinistra che non
hanno abbandonato la vocazione
di classe per cui i partiti dei
lavoratori sono nati più di un
secolo fa. (...) (Oliviero Diliberto 18 luglio
2009)
L'intervento di Diliberto
al Teatro Brancaccio il 5
dicembre 2009


clicca su pdcitv per gli altri interventi
Dopo l'assemblea del 5
dicembre
Unità
d’azione a sinistra, ricostruzione del partito comunista: due facce
inscindibili della stessa medaglia
Il successo di partecipazione e di passione ottenuto dall’assemblea della
Federazione della Sinistra svoltosi il 5 dicembre al Teatro Brancaccio, ma
anche una certa genericità o diversità di intendimenti espressisi in alcuni
interventi o commenti successivi, confermano a nostro avviso l’opportunità
di alcune considerazioni essenziali, che avanzavamo attraverso un articolo
del compagno Fosco Giannini su Liberazione proprio alla vigilia
dell’assemblea.
Due grandi questioni, “per molti versi tra loro autonome e per altri in
relazione dialettica” stanno di fronte ai comunisti e alle forze di sinistra
del nostro paese, con bruciante attualità.
“Da una parte, rispetto allo strapotere della destra, alla drammatica
condizione della classe e della sinistra italiana, vi è l’esigenza di unire
le forze comuniste e di sinistra anticapitalista in un progetto di lotta
comune volto sia a riconsegnare un punto di riferimento ai lavoratori e ai
giovani precari che alla ricostruzione di un’opposizione sociale dai
caratteri di massa, oggi totalmente assente”. A ciò dovrebbe servire
innanzitutto la nascente Federazione della Sinistra: a promuovere tale
“immediata unità d’azione” tra tutte le forze disponibili; il che, si
osserva giustamente, è “cosa ben diversa da quell’ennesimo progetto
partitico di riduzione ad uno della sinistra che in molti ancora affidano
alla Federazione”, quando prospettano improprie similitudini con la Linke
tedesca (che non è una federazione, ma un vero e proprio partito socialista
di sinistra, per sua stessa definizione).
”Assieme all’esigenza dell’unità a sinistra vi è però in campo, con tutta la
sua pesantezza, una seconda questione: quella comunista. Per motivi ancora
colpevolmente non indagati siamo di fronte ad una crisi storica del
movimento comunista italiano, che rischia di scomparire per una lunga fase.
Tale crisi può risolversi solo attraverso un rilancio cosciente e
determinato dell’autonomia culturale, politica e organizzativa comunista
(per la quale la Federazione non deve in nessun modo essere d’ostacolo),
della ricerca politica e teorica aperta e della prioritaria collocazione dei
comunisti nel conflitto sociale. Da questo punto di vista la Federazione non
è la risposta alla crisi del movimento comunista: essa – essendo solo la
risposta (un tentativo di risposta) all’esigenza dell’unità a sinistra – può
dialetticamente aiutare a rimettere in campo i comunisti ma non può
assolvere il compito della ridefinizione della loro autonomia di prassi e di
pensiero”. Della loro riorganizzazione unitaria in partito, oltre la
diaspora degli ultimi decenni.
Dovremmo quindi essere capaci, rileva giustamente Giannini, “di costituire
un proficuo rapporto tra il ruolo dei comunisti nella costruzione dell’unità
d’azione e del conflitto con le altre forze della sinistra anticapitalista e
il rilancio dell’autonomia comunista,che proprio in questo movimento
potrebbe trovare nuova linfa. Ben sapendo che i due progetti strategici
(rapporto unitario tra forze della sinistra d’alternativa e autonomia
comunista) sono distinti”, anche se intrecciati. E che non tutte le forze
che possono e devono essere coinvolte nel primo, sono disponibili e
coinvolgibili nel secondo.
”Occorrerebbe da questo punto di vista che, insieme alla costruzione
della Federazione, le due forze comuniste all’interno di essa, Prc e PdCI,
ed altre, iniziassero, abbandonando ogni risibile autoreferenzialità, un
percorso comune – non necessariamente vincolato a immediate soluzioni
organizzativistiche - di ricerca teorica, politica e programmatica per
affrontare insieme - dirigenti, quadri operai e intellettuali di Prc e PdCI,
comunisti senza tessera – l’analisi delle questioni essenziali per una
ripresa del movimento comunista: storia del movimento operaio e comunista
del ‘900, quadro internazionale e internazionalismo, capitalismo e classe in
Italia, sindacato di classe, forma partito, politica delle alleanze; e
insieme con esso un percorso di ricollocazione unitaria dei comunisti nel
conflitto sociale quale forma alta e costituente dell’unità” in un solo
partito.
“E’ sbagliato – sia per chi avversa che per chi sostiene l’unità dei
comunisti –affermare che la Federazione ne sia la matrice primaria. Può
rappresentare sia l’unità d’azione tra forze diverse che una base per
riavvicinare i militanti comunisti di Prc , PdCI ed altri, non così
distanti, culturalmente, come si vuol far credere. Ma la risoluzione
strategica della diaspora comunista” (la ricostruzione unitaria del partito
comunista nell’ Italia di oggi, non certo la meccanica e antistorica
riedizione – in scala minore – del disciolto PCI) e “la definizione di un
profilo politico e teorico comunista all’altezza dei tempi necessita invece
– assieme alla lotta comune - un progetto di consapevole respiro politico e
culturale, non lasciato al moto spontaneo ma progettualmente perseguito”.
Non aiutano a fare la necessaria chiarezza sui due livelli distinti (benché
complementari) del problema, anzi seminano confusione politica e ideologica,
quella valutazioni acritiche e superficiali che abbiamo dovuto ascoltare
anche in questi giorni, espresse da dirigenti che pure si considerano a
pieno titolo dirigenti comunisti, secondo cui si tratterebbe sostanzialmente
di importare in Italia il modello tedesco della Linke.
Anche per questo abbiamo apprezzato, e ne segnaliamo a parte il testo
integrale in italiano, l’intervento di saluto portato all’assemblea del 5
dicembre dal compagno Andros Kyprianou, segretario generale di AKEL (il
partito comunista di Cipro, che oggi vede un suo dirigente storico alla
Presidenza della Repubblica). Un intervento in cui le due facce del problema
(autonomia comunista e unità a sinistra) sono presenti in modo netto ed
inequivoco, senza quelle contorsioni verbali ambigue e
pseudo-opportunistiche con cui siamo ancora costretti spesso a confrontarci
nel dibattito italiano. Un intervento, quello di Andros, in cui il richiamo
esplicito (e certo non casuale, considerato il contesto…) ai principi
rivoluzionari, alle finalità storiche dei comunisti, alla prospettiva del
socialismo, all’ideologia del marxismo e del leninismo, all’esigenza di un
rilancio del movimento comunista internazionale nella lotta contro il
capitalismo e l’imperialismo, non si traduce in alcun settarismo o chiusura
politica e sociale autoreferenziale, ma si accompagna ad una politica
concreta e realistica di grande apertura e cooperazione a sinistra, tra
tutte le forze progressiste e autenticamente democratiche, in Europa e nel
mondo. (www.lernesto.it 7 dicembre 2009)
Federazione comunista e di sinistra:
alcuni nodi irrisolti
Fra
sei giorni ci ritroveremo tutti, quelli che potranno, al Teatro
Brancaccio di Roma per "partecipare" all'Assemblea Nazionale della
Federazione della Sinistra. . In questi giorni come "redazione" de Il
Comunista Quotidiano ci siamo mossi al fine di poter diffondere il più
possibile le informazioni delle varie assemblee territoriali che si sono
tenute propedeudicamente a quella di sabato prossimo.
Tutte le assemblee hanno registrato alta
partecipazione e grande dibattito. Alcuni nodi però non sembrano essere
risolti:
- la doppia tessera (partito +
federazione) per chi è iscritto ai partiti (prc e pdci)
- i circoli della federazione che di
fatto sembrano aggregare e sostituire quelli attuali
- la pariteticità dei soggetti fondatori
e partecipanti alla Federazione della Sinistra
- i tempi lunghi del congresso fondativo
(entro dicembre 2010)
- il nome Federazione della
Sinistra non sembra convincere tutti, esempio ne è il nostro sondaggio
appena chiusosi.
Fermo restando che la Federazione
costruirà la propria identità sui temi che proporrà e che le questioni
sopra poste anche se sembrano solo di forma e "superficiali" sono
entrate in maniera dirompente nel dibattito fra i compagni.
Resta il fatto che per poter veramente
riuscire a decidere qualcosa per ognuno di noi la parola d'ordine è
partecipare.(http://comunistaquotidiano.blogspot.com 30 novembre 2009 )
Federazione comunista e di sinistra: il dibattito
CPN del PRC del 28/29 Novembre 2009 -
Intervento di Gualtiero Alunni
Il
segretario ha esordito affermando che "la storia del PRC
è stata disseminata da scissioni". Io aggiungerei che
tutto ciò è successo per la politica revisionista del
bertinottismo e inoltre, sembra che a nulla siano
servite le pesanti batoste elettorali, dal momento che
abbiamo continuato a lasciare irrisolte molte delle
cause che ci hanno allontanato dai militanti, dal popolo
comunista e posto fuori dalle istituzioni.
Con la bozza di Statuto della Federazione della
Sinistra, si preferisce ridisegnare una forma di
neoarcobalenismo nel quale i comunisti ritornano ad
essere una tendenza. E ancora, le percentuali e il
"diritto di veto" completano il quadro di una rigidità
che rischia la cristallizzazione e quindi aprire la
strada alla costituzione di un nuovo soggetto politico.
Meglio sarebbe partire e dispiegare un lavoro comune
come il Coordinamento unitario, contestualmente con
l´unità dei comunisti, riunendo i Partiti che ancora si
richiamano al comunismo e la diaspora di migliaia di
compagni/e che dal ´91 ad oggi hanno abbandonato il PRC,
il PdCI e non solo. Un altro punto estremamente critico
lo troviamo nella bozza del manifesto: perché si usa il
termine "superamento" del capitalismo e del patriarcato,
della Nato e delle basi americane? Per eliminare
qualunque ambiguità sarebbe stato utile parlare di
abbattimento del capitalismo e di uscita dalla Nato.
Risulta chiaro che queste bozze guardano più ad
accogliere forze sinistre che ha rafforzare un percorso
comunista e anticapitalista. Tra i promotori della
Federazione troviamo "Lavoro e Solidarietà" che sostiene
al congresso della CGIL la mozione Epifani. Tutto ciò
entra in forte
contraddizione con ciò che diciamo e pratichiamo. Perché
il Partito non dà il sostegno esplicito alla mozione
Rinaldini? Dopo la frammentazione dei sindacati e lo
sparpagliamento dei comunisti nelle varie oo.ss., oggi
si arriva a non appoggiare la componente che si batte
per la democrazia sindacale e contro la
neoconcertazione. La spina dorsale per l´unità di classe
e del conflitto passa attraverso la ricostruzione di un
Sindacato di classe e di un Partito Comunista degno di
questo nome perché dalla sua forza potrà determinarsi
anche una sinistra chiaramente anticapitalista. Per
questo necessita rilanciare la formazione dei quadri e
dei militanti in grado di radicarsi nei luoghi di
lavoro, di studio e nel territorio, capace di accumulare
forza e realizzare egemonia. La centralità dell´unità
delle lotte per difesa del posto di lavoro, contro il
precariato, per l´occupazione è un compito centrale per
i comunisti. L´esempio delle vertenze dei
lavoratori contro "la crisi"dell´ALCOA e
dell´EUTELIA-Agile, ci fanno capire la diversità
dell´attacco padronale che in questi casi si esplicita
come una operazione speculativa, banditesca e criminale.
Sull´Eutelia devo fare un appunto, il circolo tlc e
informatica ha seguito l´evolversi della situazione dal
principio. Vorrei ricordare un fatto sgradevole che pesa
nella memoria dei lavoratori. Alcuni anni fa quando una
di queste scatole cinesi si chiamava Getronics, si
arrivò ad un incontro al Ministero con la presenza del
sottosegretario Alfonso Gianni (allora nominato in quota
PRC), ebbene costui per tutta la riunione dormì e
svegliato dalla domanda dei lavoratori su che fare, lui
rispose che non si poteva fare niente, che il suo era un
ruolo da "notaio". All´interno dell´azienda ci sono
diversi compagni iscritti al circolo e sono stati loro
ad animare e organizzare la lotta e la resistenza, che
fino al clamore mediatico scoppiato con l´azione
squadrista dell´AD erano stati dimenticati dai vertici
del partito e quando adesso gli stessi si sono
presentati all´occupazione hanno tranquillamente
scavalcato il circolo. Bell´esempio del partire dal
basso e del rafforzare il partito partendo dai circoli!
Le elezioni regionali si avvicinano e invece di
attrezzarci a costruire una coalizione dei partiti e dei
movimenti di opposizione alle politiche liberiste del
PD/PDL, si aspetta che il PD, a seconda delle necessità,
ci accolga nella sua coalizione.
E indubbio che il ritornare ad essere utili per la
classe, non si concilia con scelte opportuniste
finalizzate soltanto a strappare un consigliere qua e la
e sappiamo quanto la separatezza istituzionale abbia
nuociuto al Partito. L´ennesimo "accordo programmatico"
con il PD si espliciterebbe come un abbraccio mortale
con i poteri forti spesso rappresentati dalla
massoneria, da infiltrazioni mafiose e camorristiche,
dal Vaticano e dalle Banche. Dopo la disastrosa
esperienza governista, sarebbe diabolico e perdente
insistere.
Diverso invece sarebbe la presentazione autonoma di una
coalizione alternativa e unitaria composta anche dai
movimenti che si battono contro i licenziamenti, per la
difesa dei beni comuni, contro le grandi opere, gli
inceneritori, in particolare contro le privatizzazioni
dell´acqua, della sanità e le devastazioni ambientali.
Per concludere, questa Federazione della Sinistra così
come viene enunciata e prospettata rischia di essere un
OGM piuttosto che il seme naturale comunista e
anticapitalista che si dovrebbe piantare per farlo
radicare, crescere e raccogliere i suoi frutti: forza,
consenso e utilità sociale.
Dichiarazione di voto CpN
del 29 novembre 2009
di
Fosco Giannini
La dura condizione materiale
dell’intero mondo del
lavoro; le drammatiche
condizioni sociali in cui
versano milioni di donne,
giovani, anziani, precari,
immigrati; l’attacco ormai
su vasta scala agli assetti
democratici e alla
Costituzione; la mancanza di
un forte punto di
riferimento comunista e di
sinistra e l’assenza di un
sindacato di classe e di
massa ci
mettono di fronte a
due grandi ordini di
problemi.
Da una parte vi è l’esigenza
di unire le forze comuniste
e di sinistra
anticapitalista nella lotta
comune, con gli obiettivi di
riconsegnare alla “classe”
un punto di riferimento
credibile e di ricostruire
un’opposizione sociale e
politica dai caratteri di
massa. Compito al quale la
nascente Federazione di
Sinistra, se concepita come
unità d’azione tra forze
diverse e non come “nuovo
partito di sinistra”, può
contribuire a dare risposta.
D’altra parte siamo di
fronte ad una crisi profonda
del movimento comunista
italiano che può essere
risolta solo rilanciando il
progetto di un Partito
comunista pienamente
autonomo sul piano
culturale, politico e
organizzativo; un Partito
comunista che nasca sia da
un processo di unità dei
comunisti che da una
ridefinizione di un profilo
politico e teorico
antimperialista e
anticapitalista all’altezza
dei tempi e dell’odierna
natura dello scontro
di
classe.
Entro questo
contesto
generale noi ci troviamo
d’accordo a costruire una
unità tra forze comuniste e
di sinistra anticapitalista,
a patto che la Federazione
rappresenti questa unità e
non degeneri in una forma
partitica che infici il
necessario sviluppo
dell’autonomia comunista, o
ancor peggio la sopprima.
Allo stato delle cose la
questione è che, assieme
all’obiettivo positivo di
lavorare
ad una unità tra
forze comuniste e di
sinistra anticapitalista,
emergono alcune questioni
negative.
Critichiamo il fatto che
la Federazione nasca su
documenti politici volti
essenzialmente alla propria
strutturazione
organizzativistica
trascurando proprio i punti
che dovrebbero invece
caratterizzare un’unità
d’azione tra forze diverse,
cioè gli obiettivi di lotta
da condurre sul piano
sociale : contro la Legge 30
e la precarietà; per i
salari, per una nuova scala
mobile, per la
rappresentanza sindacale ed
il contratto nazionale di
lavoro, per la costruzione
di un sindacato di classe e
di massa.
E, d’altra parte,
giudichiamo negativo il
fatto che – assieme alla
costruzione della
Federazione – il nostro
Partito
( dopo
Chianciano) non abbia
lavorato al rilancio
politico e teorico di
un’autonoma progettualità
comunista che poteva e può
trovare nell’unità dei
comunisti una sua base
materiale.
Per questa serie di motivi,
tra loro diversi,
a nome delle compagne
e dei compagni de
l’Ernesto
dichiariamo -oggi - il
nostro voto di astensione.
Una sinistra di alternativa senza un
forte partito comunista non ha futuro
Intervento
di Gianluigi Pegolo del Partito della Rifondazione
Comunista al CPN del 29 Novembre
Che vi sia la necessità di un
polo di sinistra alternativa in grado di contrastare
il bipolarismo non è in discussione fra noi. Quello
che invece ci divide è il come realizzarlo e il
rapporto che deve esistere tra tale polo e il nostro
partito. Il segretario ha liquidato con toni -
diciamo - sprezzanti le contestazioni che sono
emerse nel partito, tacciandole di strumentalismo. A
me pare che esse riflettano invece preoccupazioni
reali che tutti farebbero bene a prendere in
considerazione.
Tali preoccupazioni nascono, in
primo luogo, da un deficit evidente di democrazia.
Mi chiedo. Si può discutere oggi di scelte che
decideranno le sorti del nostro partito e del suo
progetto, senza che gran parte dei compagni nella
base del partito sia effettivamente a conoscenza di
cosa si propone? E mi chiedo ancora: consideriamo
normale che compagni incaricati nei due gruppi di
lavoro sul manifesto politico della federazione e
sul gruppo delle regole hanno proceduto a discutere
con le altre forze senza un mandato della stessa
segreteria e che la stessa segreteria sia venuta a
conoscere i documenti la mattina stesa in cui la
direzione doveva pronunciarsi?
Non vi sono giustificazioni per
un simile modo di procedere che ha, di fatto,
espropriato i gruppi dirigenti, ma che soprattutto
non ha consentito in alcun modo di correggere le
impostazioni che si stavano assumendo. Naturalmente,
come sempre succede, ora il partito viene messo di
fronte al fatto compiuto. Prendere o lasciare si
dice. E’ in gioco la federazione e quindi la nostra
sopravvivenza. Mi spiace, questo modo di procedere
lo conosciamo bene e non mi convince. Siamo chiamati
a confrontarsi con scelte precise e molto delicate e
lo dobbiamo fare razionalmente, senza spade di
Damocle sulla testa.
E vengo ai due punti fondamentali
della nostra discussione, a loro volta oggetto dei
due documenti sottoposti alla nostra attenzione. Mi
riferisco al profilo politico della federazione e al
suo statuto provvisorio. Del documento mi ha colpito
da un lato la scelta del nome. Federazione della
sinistra, non più della sinistra di alternativa. Si
è detto: era un nome troppo lungo o, ancora, non era
gradito agli altri. E perché, mi chiedo è sparito
pure il riferimento anticapitalista. Troppo retrò ha
aggiunto qualcun altro. E ancora, come mai il
riferimento al comunismo non rientra più
nell’orizzonte della federazione? La risposta
puntuale è stata: non vorrete mica imporlo anche a
chi non è comunista. Ma a dire il vero il socialismo
è citato, perché dunque un riferimento anche al
comunismo come orizzonte di una ricerca, elemento di
riferimento di una pratica, ambito di elaborazione
dovrebbe costituire un problema?
Mi rendo conto che potremmo
finire in una disquisizione di tipo lessicale alla
fine poco interessante, ma io non credo che tali
slittamenti semantici siano neutrali. Credo, invece,
che sempre di più questa federazione stia diventando
un contenitore in cui le discriminanti si attenuano.
Posso capire che di fronte alla crisi di Sinistra e
libertà ci si ponga il problema di intervenire, ma
francamente non capisco come si possa porre il
problema di una loro entrata nella Federazione senza
fare i conti con differenza di linea evidenti. Dal
rapporto col PD, al loro orizzonte compatibilista
–esplicitamente dichiarato.
Ma vi è anche un altro aspetto
che nella discussione viene rimosso e sono le
differenze grandi che esistono fra le forze che oggi
compongono la Federazione. Come non vedere che il
principio dell’autonomia dal Pd, che pure figura nel
manifesto, è già oggi messo seriamente in
discussione nel momento in cui ci confrontiamo sulle
regionali e che la presenza di una componente come
Lavoro e solidarietà condiziona non poco le nostre
posizioni in tema di lavoro e sindacato, impedendoci
scelte coerenti? E come non vedere nelle regole
della federazione una visione molto autoreferenziali
dei soci fondatori che impedisce un allargamento
verso significative realtà sociali.
Più in generale, a me pare che
questi limiti già oggi minino le possibilità della
federazione, ne impediscano una seria proiezione
esterna, conducano ad un estenuante equilibrismo per
definire organigrammi, ne enfatizzino gli elementi
politi cisti. E temo che questo stato di cose
depotenzi la nostra iniziativa sociale e ci esponga
alla concorrenza di altre forze politiche a partire
dall’IDV e dallo stesso PD.
Lo stato reale della federazione,
le sue differenze avrebbero dovuto realisticamente
portarci ad una soluzione organizzativa che
valorizzava gli elementi di unità senza operare
eccessive forzature, ponendoci la necessità di far
maturare i processi. Per questo occorreva una
strutturazione organizzativa che attribuisse alla
Federazione compiti delimitati, come la gestione
della partita elettorale e dei gruppi consiliari e
il raccordo su un programma generale di iniziative
articolate in campagne. Queste sì da assumere come
impegno centrale. Una struttura centrale di
coordinamento che poteva prevedere coordinamenti a
livello federale sul piano elettorale. Il modello
che ci viene proposto è del tutto diverso. Esso si
configura, di fatto, come un nuovo partito.
Non vi sono distinzioni fra i
compiti della federazione e quelli dei partiti che
vi fanno capo, inoltre i gruppi dirigenti della
federazione si estendono dal comune al livello
nazionale finendo col sovrapporli a quelli del
partito. Ferrero ci dice è una balla che il partito
si sciolga. Non so se si scioglierà ma so che con
questo modello non può sopravvivere come partito.
Perché è assurdo pensare che in un comune si faccia
prima il direttivo di circolo per discutere di una
scelta e poi la si replichi nel direttivo della
federazione e che la stesa cosa avvenga a livello
provinciale e poi a livello regionale e, infine, a
livello nazionale.
Ferrero ci dice anche che il
partito interverrebbe qualora una proposta non
venisse accolta dalla federazione. Ma è credibile?
Se la federazione vedesse il moltiplicarsi di
dissensi dopo un po' imploderebbe. Ed inoltre quale
dovrebbe essere il ruolo del partito? Una sorta di
camera di compensazione delle inefficienze della
federazione? Non scherziamo. Questi ragionamenti
sono un arrampicarsi sullo specchio rispetto ad un
dato elementare. Con questo schema organizzativo si
gettano le basi per la concentrazione delle
decisioni nella federazione e il superamento del
partito. Quando poi andranno a regime fra un anno i
nuovi principi organizzativi tutto sarà ancora più
chiaro dato che allora il peso dei singoli partiti
nei gruppi dirigenti si ridurrà a vantaggio di
organi eletti direttamente dagli iscritti di tutte
le appartenenze e lì vi sara’ lo scioglimento di
fatto delle rappresentanze di partito.
La verità è che questo modello
ripropone un’idea che è poi quella che a suo tempo
fece tanto scalpore. Mi riferisco alla dichiarazione
di Bertinotti circa la sopravvivenza di Rifondazione
comunista come corrente politico cultuale. Questo è
quello che con ogni probabilità resterebbe ma anche
su questo c’è da interrogarsi. Ho l’impressione,
infatti, che molti che oggi sono così propensi a
sposare questo modello, che gridano alla nostra
insufficienza che ci dicono che bisogna avere
coraggio non vedano male questo approdo anche perché
sono attratti dalle possibilità che il
trasversalismo possa offrire la possibilità di
ricucirsi nuovi spazi, con buona pace dell’unità del
partito.
Ma vi è una considerazione
finale che vorrei fare. Io ho sempre pensato, anche
alla luce delle esperienze fallimentari di tante
aggregazioni tentate a sinistra che l’unico modo per
impedire gli esiti più negativi sia di accettare
l’autonomia dei singoli soggetti all’interno di una
dialettica unitaria ed ho anche pensato che una
sinistra di alternativa senza un forte
partito comunista strutturato e organizzativamente
autonomo alla fine non avrebbe potuto reggere.
Per questo ritengo che lo schema che ci vien
proposto oggi non sia una buona soluzione non solo
per il partito ma per la stessa Federazione.
L’indebolimento di Rifondazione – nessuno si illuda
–recherebbe con sé la fine della Federazione.
“Dividetevi da Turati
e poi alleatevi con lui!”
intervento di Fosco Giannini
al CPN del PRC del
29/11/2009
“Dividetevi
da Turati e poi alleatevi
con lui!”, indicava con
forza Lenin ai comunisti
italiani nella fase della
scissione di Livorno e negli
anni che preannunciavano
l’avvento del fascismo. E
ciò non spingeva nessuno a
definire il capo della
Rivoluzione d’Ottobre un
moderato.
In quelle parole di Lenin vi
è tutto lo spirito che
caratterizza la cultura
comunista dell’autonomia e
dell’unità, valori e
pratiche – autonomia e unità
– che hanno sempre segnato
sia la storia del movimento
comunista mondiale che
quella del Partito comunista
italiano, che chiama
“l’Unità ” il quotidiano
fondato da Antonio Gramsci,
che costruisce l’unità sul
campo in tutte le lotte del
secondo dopoguerra (a
cominciare dalla lotta di
liberazione contro il
nazifascismo) e che nel
contempo non rinuncia mai –
se non nel processo che
porta al suicidio della
Bolognina – alla propria
autonomia politica e
culturale.
E’ da questo punto di vista
che oggi ci stupiscono le
posizioni di quei compagni
che pur provenendo da una
cultura comunista né
massimalista né settaria,
pur avendo completamente
assunto e rappresentato –
per tutto il dibattito
congressuale che ci ha
portati a Chianciano –
l’idea-forza dell’unità dei
comunisti, oggi criticano
aspramente la Federazione
proprio perché in essa sono
oggettivamente presenti
spinte significative
all’unità dei comunisti,
spinte che per la loro
oggettiva razionalità si
vanno estendendo sul piano
generale e che trovano
dunque forma anche
all’interno della
Federazione.
Ci stupisce il fatto
paradossale che per
l’incongruente avversione
all’unità dei comunisti,
questi compagni che poco più
di un anno fa si battevano
per essa, oggi finiscono
meccanicamente per estendere
l’avversione all’unità dei
comunisti allo stesso
progetto unitario che segna
la Federazione di Sinistra.
Occorre dire, inoltre, che
appare davvero tortuosa
l’idea per la quale si
sarebbe contrari all’unità
dei comunisti – e,
conseguentemente, a quella
Federazione che ne sarebbe
il Cavallo di Troia – per
difendere una sorta di
purezza rivoluzionaria del
Prc, che con tutta evidenza
è invece un Partito in cerca
di se stesso e di una sua
più certa identità politica
e culturale.
Vediamo anche noi i pericoli
di una strutturazione troppo
rigida della Federazione;
nel contempo vediamo gli
elementi positivi volti ad
unificare i comunisti – e le
forze anticapitaliste – sin
dalle istanze territoriali.
Per queste ragioni sarebbe
bene, anzi occorre, che
l’intera Federazione – per
non divenire un partito e
nel contempo mantenere la
propria funzione di iniziale
levatrice dell’unità dei
comunisti – si strutturi, in
ogni sua istanza e
articolazione, secondo le
logiche e la natura del
coordinamento, piuttosto che
con le logiche
dell’organizzazione
partitica.
Il punto è che il mondo
complessivo del lavoro –
donne, occupati, precari,
immigrati – vive la fase
materialmente più dura degli
ultimi decenni. La
sottosalarizzazione di
massa; la cancellazione del
meccanismo della “scala
mobile”; una precarizzazione
e flessibilizzazione del
lavoro che giunge ormai a
segnare circa il 30%
dell’intera area lavorativa,
avviandosi – se contro di
essa non si alzerà la
necessaria e sinora
drammaticamente assente
battaglia sociale, politica,
culturale – a divenire la
forma totale del lavoro
futuro; la cancellazione dei
diritti nelle fabbriche e
nei luoghi della produzione,
materiale e immateriale;
l’attacco continuo al
sistema pensionistico; la
distruzione del contratto
nazionale di lavoro: tutto
ciò va costituendosi quale
base materiale di un sempre
più vasto disagio e di una
vera e propria sofferenza
sociale che – in assenza di
un solido e credibile punto
di riferimento sociale e
politico comunista e di
sinistra e nell’ormai
pesante mancanza di un
sindacato di classe e di
massa – corre il rischio di
degenerare nel qualunquismo
e nel populismo o di essere
attratta dalle nefaste
sirene della destra
conservatrice, leghista,
razzista e reazionaria.
Il punto è che, assieme alle
forme globali dell’attuale
sfruttamento capitalistico;
assieme alle politiche
antisociali di un’Unione
europea subordinata ai
Trattati liberisti di
Lisbona e di Maastrich (non
sufficientemente avversati
dalle forze comuniste e di
sinistra italiane), agiscono
negativamente e duramente,
su tanta parte del mondo del
lavoro, quei processi
produttivi ormai affermatisi
su vasta scala e tendenti
alla divisione e alla
parcellizzazione della
produzione, un fenomeno che
divide la classe sin dalla
sua prima sorgente
costitutiva: la modalità di
produzione.
Di fronte a questo cupo
orizzonte sociale, di fronte
agli attacchi virulenti alla
democrazia e alla
Costituzione, di fronte a
questo regime berlusconiano
reazionario e di massa
diventa una necessità
sociale e politica oggettiva
– e non una dubbiosa
possibilità – l’esigenza di
unire le forze comuniste e
di sinistra anticapitalista
in un progetto di lotta
comune volto sia a
riconsegnare un punto di
riferimento all’intero mondo
del lavoro che alla
ricostruzione di
un’opposizione dai caratteri
di massa, oggi totalmente e
colpevolmente assente.
Il compagno Targetti, nel
suo intervento, ha sollevato
una questione: ha affermato
che evocare l’unità dei
comunisti e della sinistra
anticapitalista come “stato
di necessità” potrebbe
essere funzionale allo
snaturamento e al
superamento di Rifondazione
comunista. Credo, compagno
Targetti, che le questioni
non possano porsi in questo
modo: da una parte lo “stato
di necessità” è reale, il
regime di destra si
manifesta innanzitutto sulla
pelle dei lavoratori ed essi
sono i primi a riconoscerlo;
lo riconoscono nelle
migliaia di casi fabbriche
chiuse in tutto il Paese,
nella difficoltà sempre più
grande di tirare avanti sino
alla fine del mese, nella
fatiscenza delle scuole ove
i ragazzi debbono portarsi
ormai anche la carta
igienica… e certo non
capirebbero la ritrosia, da
parte dei comunisti, ad
unirsi con le forze della
sinistra più avanzata nel
tentativo di battersi contro
questi padroni sempre più
aiutati, nella loro durezza
antioperaia, dall’attuale
“spirito dei tempi”.
D’altra parte – caro
compagno Targetti – la
perdita di essenza
comunista, da parte del Prc,
non deriverebbe da un
possibile rapporto unitario
con altre forze, ma essa è
già il prodotto di un
decennio di monarchia
bertinottiana, contro la
quale non tutti – quand’era
tempo – si sono battuti.
L’unità è una necessità
sociale, dunque e la
Federazione di Sinistra che
va nascendo deve rispondere
a questo primo, essenziale,
ordine di problemi e ciò che
dobbiamo eventualmente
rimarcare è che questa
Federazione, rispetto alla
questione sociale, è ancor
priva – come dimostra anche
il documento politico sul
quale nasce – di forti e
mobilitanti obiettivi di
lotta. Su salari, scala
mobile, legge 30, contratto
nazionale di lavoro e
precarietà le indicazioni
sono assenti o deboli, come
se si fosse voluto far
prevalere un precipitoso
disegno organizzativo e
strutturante della
Federazione, piuttosto che
la messa a fuoco delle
brucianti questioni sociali
da affrontare attraverso
un’immediata unità d’azione
(cosa ben diversa ed
efficace di quell’ennesimo,
consunto, progetto partitico
di riduzione ad uno della
sinistra di bertinottiana
memoria che in molti ancora
vorrebbero affidare alla
Federazione).
Ma vi è un punto, per noi
centrale: assieme
all’esigenza dell’unità tra
forze comuniste e di
sinistra anticapitalista vi
è anche in campo, con tutta
la sua pesantezza, una
seconda questione, non
discussa, non
sufficientemente sentita e
anzi spesso colpevolmente
rimossa: la questione
comunista, che in troppi,
anche nel nostro Partito,
tendono a dimenticare o
sminuire.
Il punto è che in virtù di
un lungo e ormai trentennale
attacco all’autonomia
politica e culturale
comunista siamo oggi di
fronte ad una crisi storica
del movimento comunista
italiano, che corre
verosimilmente il rischio di
scomparire per una lunga
fase.
Noi dobbiamo sapere e dirci,
senza balbettii e
diplomatismi, che tale crisi
si può affrontare e
risolvere solo attraverso un
rilancio cosciente e
determinato (del tutto
assente, da Chianciano in
poi) dell’autonomia
culturale, politica e
organizzativa comunista (per
la quale la Federazione non
deve in nessun modo essere
d’intralcio o d’ostacolo);
solo attraverso un rilancio
della ricerca politica e
teorica aperta; solo
attraverso la prioritaria
collocazione dei comunisti
nel conflitto sociale, solo
attraverso il processo di
unità dei comunisti.
Da questo punto di vista la
Federazione non è la
risposta alla crisi del
movimento comunista: essa –
essendo solo la risposta,
giusta e necessaria,
all’esigenza dell’unità
d’azione tra comunisti e
sinistra anticapitalista –
può dialetticamente aiutare
a rimettere in campo i
comunisti ma non può
assolvere il compito della
ridefinizione della loro
autonomia di prassi e di
pensiero.
Dovremmo essere invece
capaci di costituire un
proficuo rapporto tra il
ruolo dei comunisti nella
costruzione dell’unità
d’azione e del conflitto con
le altre forze della
sinistra anticapitalista e
il rilancio dell’autonomia
comunista, che proprio in
questo movimento potrebbe
trovare nuova linfa.
Ben sapendo che i due
progetti strategici
(rapporto unitario tra forze
della sinistra d’alternativa
e autonomia comunista) sono
e debbono rimanere distinti.
Occorrerebbe, da questo
punto di vista, che, insieme
alla costruzione della
Federazione, le due forze
comuniste all’interno di
essa, Prc e Pdci e comunisti
esterni ai due partiti,
iniziassero, abbandonando
ogni risibile
autoreferenzialità, un
percorso comune di ricerca
teorica, politica e
programmatica, non vincolato
a immediate scelte
organizzativistiche, ma
volto a ridefinire
unitariamente un profilo
comunista all’altezza dei
tempi e dell’odierno scontro
di classe. E insieme ad esso
un percorso di
ricollocazione unitaria dei
comunisti nel conflitto
sociale quale forma alta e
costituente dell’unità.
E’ sbagliato – sia per
chi avversa che per chi
sostiene l’unità dei
comunisti – affermare che la
Federazione ne sia la
matrice primaria. Può
rappresentare sia l’unità
d’azione tra forze diverse
che una base per
riavvicinare i militanti Prc
e Pdci, non così distanti,
culturalmente, come si vuol
far credere. Ma il sempre
più necessario progetto
dell’unità dei comunisti e
la definizione di un profilo
politico e teorico comunista
all’altezza dei tempi hanno
invece bisogno – assieme
alla lotta comune – di un
disegno dal consapevole
respiro politico e
culturale, scientemente
sorretto e sviluppato, non
lasciato al moto spontaneo
ma progettualmente
perseguito.
Siamo per l’unità delle
forze comuniste e della
sinistra anticapitalista e
insieme – anzi,
dialetticamente – siamo per
la costruzione di un più
forte, combattivo e
contemporaneo Partito
comunista, da ricostruire
sia attraverso l’unità dei
militanti e dei dirigenti
comunisti, oggi
insensatamente divisi, che
attraverso lo studio senza
sconti della nostra storia e
lo studio scientifico e non
empirico dello stato
presente delle cose.
E diciamo ciò con molta
speranza, poiché questa
linea (questa concezione di
un partito comunista
riunificato e tenuto unito
non dal collante dell’uno o
dell’altro dogma religioso,
ma dalla necessità di una
ricerca aperta e dalla
centralità del conflitto) è
così di buon senso che non
può essere di pochi, ma può
e deve essere di tutti e
tutte. La sua spinta
unitaria oggettiva potrebbe
finalmente riunirci,
potrebbe cancellare aree e
correnti, potrebbe essere
decisiva per costruire tra
di noi un nuovo punto
solidale: quello di un
Partito comunista per la
classe e volto a vaste
costruzioni unitarie.
Fatemelo dire così: una casa
dove si vive insieme e dalla
quale non si vede l’ora di
uscire, uniti, nelle strade,
nelle piazze, dentro e fuori
delle fabbriche, di nuovo a
lottare e riaccendere il
sogno di cambiare il mondo.
Un sogno che da troppo tempo
abbiamo spento.
Federazione della sinistra
di Pietro Ancona
La Federazione della
Sinistra nasce per la spinta
di due fattori: il
fallimento della politica
mediatrice del PD che ha
finito con l'essere di mero
sostegno della Confindustria
e della sua azione di
disarticolazione del diritto
del lavoro e di
impoverimento dei lavoratori
e della esperienza di
governo
della sinistra una
catastrofe politica alla
quale abbiamo assistito
nella situazione allucinante
di
una capitolazione alle
pretese di Prodi di punti
essenziali del programma
concordato mentre tutta la
batteria massmediatica
assordava con accuse di
radicalismo e pretese
inesistenti.
Durante il Governo Prodi fu
stipulata una intesa con i
Sindacati Confederali di
grave nocumento per i
lavoratori in materia di
precariato e pensioni. Con
l'accordo del 13 luglio 2007
in particolare fu sostituito
il cosidetto "scalone" con
scalini nella logica "se non
è zuppa è pan bagnato" che
per molti pensionandi si è
rivelato addirittura
peggiorativo della legge
Maroni. Con questo accordo
non ci saranno mai più
pensioni decenti.
La manifestazione del 20
ottobre 2007 promossa dal
"Manifesto" e da
"Liberazione" fu un grande
momento di partecipazione e
di speranza. Fu, dapprima
devirilizzata dalle
assicurazioni ripetute in
pellegrinaggi dei suoi
promotori al Governo che non
sarebbe stata "contro" e poi
ignorata e subito cancellata
mentre Bertinotti dall'alto
dello scranno di
Montecitorio annunziava la
teoria della "riduzione del
danno", cioè dello stare al
governo per non fare niente
di nuovo e di favorevole per
i lavoratori ma soltanto di
evitare peggioramenti del
loro status.
In Italia è in corso da un
pezzo uno smottamento a
destra delle forze
politiche. Anche quelle
forze
che ritennero di staccarsi
dal PD e costituirono con il
gruppo bertinottiano "
socialismo e libertà " hanno
"moderato" notevolmente le
loro posizioni. Penso che in
parte saranno risucchiate
dal PD.
La Federazione della
Sinistra sarebbe oggi assai
più forte e convincente,
potrebbe fare massa critica
capace di attivare il
processo contrario di
smottamento a sinistra, se
rifondazione comunista non
avesse subito, sempre a
causa della sua relazione
con il centro-sinistra, due
scissioni: la prima che ha
dato vita al gruppo del PDCI
e la seconda capeggiata da
Vendola e Bertinotti.
Entrambe non sono state
originate da una valutazione
obiettiva degli interessi di
"classe" da difendere ma da
una rovinosa lite interna
per la leadership prima da
Cossutta e Bertinotti e poi
tra lo stesso Bertinotti
sostenitore di Vendola e
Ferrero. Il malanimo, i
rancori, le diffidenze, la
disistima tra i gruppi
dirigenti che fanno capo ai
due partiti impregnano
ancora e deprimono
l'atmosfera della
Costituente della
Federazione ma sono
bilanciati da un sincero
sforzo di buona volontà e
dalla necessità di fare
qualcosa per un soccombere
ed essere cancellati dalla
storia.
il manifesto del movimento
parte dalla dichiarazione di
anticapitalismo ed
antipatriarcato che dovrà
essere sviluppata e
specificata in punti
concreti riguardanti il
salario,la precarietà,le
privatizzazioni, le riforme
politiche, la pace.
La Federazione eredita dal
vecchio PCI una scarsa
valutazione dei problemi
relativi ai diritti civili.
Il tema delle carceri, dei
diritti dei malato, la
tutela dei sottoposti al TSO
spesso con metodi feroci,
della tutela legale dei
poveri è sempre stato
relegato in secondo piano
rispetto all'economicismo ed
al parlamentarismo.Oggi
i diritti sociali e civili
sono diventati frontiere
avanzate nella lotta per la
difesa
dell'umanità dalla crudeltà
del liberismo.
Se è vera l'analisi della
crisi a causa dei bassi
salari bisogna avere il
coraggio di proporre una
linea di immediato recupero
generalizzato anche in
conflitto con il
collaborazionismo subalterno
delle Confederazioni
Sindacali.
La Federazione della
Sinistra è l'unico luogo
"politico" di sinistra
rimasto in Italia a parte i
gruppuscoli che purtroppo
disperdono una parte bella e
significativa della
militanza comunista e
socialista. Potrebbe
diventare qualcosa di
importante e decisivo come
la Linke tedesca.
Il ciclo della
colonizzazione liberista
della sinistra si è chiuso
dal momento che una parte
stessa del capitalismo si
rende conto del disastro
sociale culturale umano
delle ricette della Thatcher
e di Reagan e capisce che,
restando fermi i salari e le
pensioni, non ci sarà più
sviluppo ma una mefitica
stagnazione della società e
quasi certamente la
regressione del sistema ed
il suo imbarbarimento.
Andare avanti succhiando il
sangue a cinque milioni di
precari sottopagati e cinque
milioni di immigrati porta
all'inferno. La democrazia
non può reggere a lungo con
dieci milioni di persone in
sofferenza fino alla
denutrizione ed altri dieci
milioni con salari al limite
della sopravvivenza.
Il conflitto sociale che si
sta sviluppando per
l'occupazione deve essere
esteso alla questione del
precariato e del salario. I
salari debbono essere
aumentati assai di più degli
spiccioli richiesti dai
sindacati confederali. la
critica nei confronti della
CGIL deve essere assai più
dura dal momento che si
accinge a fare un Congresso
dentro i limiti tracciati
dagli uomini del PD, i
limiti imposti dalla
Confindustria. Un Congresso
nel quale precariato, bassi
salari, pensioni miserime,
privatizzazioni, non vengono
messi in discussione in nome
di una prospettiva di
sviluppo del Paese
inesistente.
La Federazione della
sinistra non può diventare
la pietra tombale del Prc
Intervento di
Gianluigi Pegolo nella Direzio ne
nazionale del PRC del 18 novembre.
Preliminarmente, vorrei
precisare che non ritengo sia accettabile
che i compagni della Direzione siano
sottoposti ad una sorta di spada di Damocle
all’insegna della necessità di far presto,
pena il dissolvimento del progetto della
Federazione. Attraverso questo metodo si
mettono i compagni di fronte ai fatti
compiuti per poi obbligarli a dare il loro
assenso. In questo modo non c’è alcuna
garanzia democratica.
Il compagno Ferrero ci
chiede di pronunciarci sulla scelta della
Federazione e poi sulle questioni di merito.
Personalmente, come ho più volte detto,
credo sia necessario un processo aggregativo,
ma sappiamo bene come intorno al termine di
Federazione si possano celare soluzioni
politiche ed organizzative molto diverse.
Pertanto il “come” si costituisce la
Federazione non è irrilevante ed anzi questo
“come” può finire con il mettere in
discussione anche il “se”, se le modalità
proposte non fossero accettabili.
Nel merito. Sono critico
sul documento, ma la mia critica è ancora
più significativa sul regolamento che
considero di estrema gravità. Nel documento
politico, il manifesto della federazione, in
generale vi sono contenuti scontati, in
diversi casi vi sono insufficienze. Più in
generale, il profilo è piuttosto modesto. Ma
non vorrei soffermarmi sui singoli dettagli.
Mi soffermerò solo su due questioni,
apparentemente poco rilevanti, ma a mio
avviso assai indicative. La prima è la
scelta di chiamare la federazione
“federazione della sinistra” e non più
“federazione della sinistra di alternativa”.
Far passare questa scelta come una casualità
o presentarla come dettata da esigenza di
sinteticità mi pare davvero poco credibile.
La scelta ha un senso preciso, annacqua
l’identità per consentire altri ingressi.
Non sono pregiudizialmente contrario
all’allargamento della federazione, ma mi
chiedo: quale è il profilo politico che le
si vuole dare?
La seconda
osservazione riguarda l’omissione del
termine comunista nella indicazione della
prospettiva della federazione. Sia ben
chiaro, non sono così ingenuo da non
rendermi conto che una Federazione della
sinistra inevitabilmente ha dentro di sé
anche soggetti non comunisti. Non è questo
il punto. Mi chiedo perché l’unico
riferimento sulla prospettiva sia quello
dell’esperienza latino-americana del
socialismo del XXI secolo. Perché la
prospettiva comunista non è evocata come
orizzonte di una ricerca politica e sociale?
Ho l’impressione che il motivo stia nelle
stesse ragioni di prima e, temo, sia il
preludio di uno scivolamento moderato.
Il problema più serio,
però, è quello relativo alla proposta di
statuto, le regole della Federazione. Qui
davvero il mio dissenso è grande. La
sostanza è chiara. La Federazione tende ad
assumere il profilo organizzativo di un
partito. Non esistono più strutture autonome
delle singole organizzazioni. Dal circolo in
su esiste la Federazione e basta. Chi si
iscrive si iscrive al circolo della
Federazione, questo si dà un direttivo e un
responsabile e ciò vale per i livelli
superiori. Affermare, in questo quadro, che
il Partito della Rifondazione Comunista
resta per l’oggi e per il domani è privo di
ogni ragionevolezza.
Ma anche assumendo che
formalmente lo si volesse fare vi prego di
immaginare la situazione di un circolo in
cui, accanto agli organismi dirigenti della
Federazione previsti in questo statuto, i
compagni di Rifondazione volessero darsi
anche delle proprie strutture. Pensate sia
credibile che in uno stesso circolo si possa
avere questa compresenza? La verità è che
questo modello organizzativo semplicemente
fa sparire il PRC in un nuovo partito. Che
lo si chiami poi "federazione" od altro è
irrilevante.
Le motivazioni con cui il
segretario giustifica queste scelte non sono
credibili. Si sostiene che in questo modo
affluiranno altre forze. È il solito
argomento che si usa quando si vuole
superare una forza politica, ma se qualcuno
immagina che avverrà questo si sbaglia di
grosso. Questa scelta può concretamente
determinare la dissoluzione del nostro
partito, il che a sua volta può segnare la
fine della stessa Federazione.
Vi possono essere
alternative pur restando all’interno di uno
schema federale? Certo che vi sono. Chi ci
impedisce di mantenere i circoli di
Rifondazione e fare riferimento a livello
provinciale ad organismi di direzione
collettiva che comprendano anche le altre
forze della Federazione? Faccio anche
presente che questa scelta è la più
ragionevole nel momento in cui volessero
associarsi altre realtà. Penso a comitati o
quant’altro. Chi ci dice che questi siano
disponibili a confluire nella Federazione se
debbono perdere la loro autonomia entrando
in circoli che sottostanno alle norme
contenute nello statuto per la formazione
dei gruppi dirigenti? Comunque la sia
guardi, questa proposta è devastante e,
pertanto, non è accettabile.
Sulla Federazione della
Sinistra
di Claudio Grassi
Poichè
sono arrivate molte domande riguardanti la
Federazione, ho pensato di scrivere questo post, a
maggior ragione dopo i lavori della Direzione di
ieri, che ha fornito degli elementi di chiarezza e
fissato delle regole che rendono questo percorso
sempre più concreto.
La Direzione nazionale di
Rifondazione Comunista si è riunita giovedì 19
novembre, in discussione la Federazione della
Sinistra, in particolare il manifesto politico e lo
statuto provvisorio.
Valuto molto positivamente le decisioni che sono
state assunte e l’ampia maggioranza che le ha
condivise. Hanno espresso voto contrario soltanto
Bellotti e Giardiello e si sono astenuti Acerbo,
Forenza e Pegolo. Già questo è un primo fatto di
grande rilievo: in continuità con quanto avvenuto
nel Comitato politico nazionale di settembre si sta
consolidando nel partito una ampia maggioranza
politica. Considero questa condizione un “bene
primario” da salvaguardare e consolidare.
E’ impensabile, infatti, cercare di rilanciare
Rifondazione Comunista dopo i colpi durissimi subiti
in questi anni – sia politici che organizzativi – e
costruire una Federazione senza una larga unità del
partito.
Dunque la Federazione della Sinistra comincia a
muovere i primi passi e si cominciano a delineare il
suo progetto politico e le sue forme organizzative.
Quali sono le cose più importanti
contenute nel manifesto e nello statuto provvisorio?
Cerco di riassumere le principali. La Federazione
della Sinistra è promossa da quattro forze
organizzate (Prc, Pdci, Socialismo 2000 e Lavoro e
Solidarietà), ma è un soggetto aperto a tutte le
associazioni, soggetti politici, comitati, movimenti
– locali o nazionali – che vogliono impegnarsi per
il superamento del capitalismo e del patriarcato.
Questo è un primo punto fondamentale: il processo è
aperto, ma non è indistinto. Nessun nuovo Arcobaleno
all’orizzonte o cartelli elettorali come Sinistra e
Libertà (che di fronte alle difficoltà politiche si
sciolgono come neve al sole), ma una aggregazione
con un programma politico comune.
L’obiettivo del superamento del
capitalismo e del patriarcato collocano la
Federazione non su una posizione genericamente di
sinistra e di alternanza, ma su quella della
trasformazione, del conflitto e della alternativa di
società. Infatti nel manifesto si legge che la
Federazione opera nella “piena indipendenza politica
e culturale dal centro sinistra”. Sono parole molto
chiare. Questo significa che con il centro sinistra
si possono fare degli accordi su base programmatica,
ma senza nessuna subalternità e senza nessun
automatismo.
Un altro punto politico importante riguarda la
guerra. Essa viene giustamente collocata nel “nuovo
ordine mondiale fondato sul dominio neocolonialista
e neoimperialista dei paesi ricchi” ed è determinata
principalmente da “l’accaparramento delle materie
prime e dal controllo delle aree strategiche”. Fa
piacere leggere queste parole chiare dopo che, per
parecchi anni, siamo stati sommersi da teorie
confuse e sbagliate quali quella della “spirale
guerra terrorismo” o del superamento di concetto di
imperialismo.
Per quanto riguarda poi le proposte organizzative
siamo di fronte a passaggi altrettanto importanti e
impegnativi.
Cerchiamo di vedere come si
svilupperà la costruzione della Federazione.
Il primo appuntamento è il 5 dicembre al teatro
Brancaccio alle 9.30. Dobbiamo essere tantissimi,
approfittando anche del fatto che nel pomeriggio
saremo tutti a Roma a manifestare contro Berlusconi.
In quella assemble si avvierà la “fase costituente
della Federazione della Sinistra”. Verrà costituito
un consiglio politico nazionale (ampio), un
coordinamento politico nazionale (ristretto) e verrà
nominato un o una portavoce nazionale. Per il primo
anno il portavoce sarà a rotazione tra le quattro
forze politiche promotrici. Subito dopo questa
assemblea partirà anche il tesseramento alla
Federazione della Sinistra. Come funzionerà? Per
quanto riguarda i soggetti organizzati, i loro
iscritti saranno automaticamente iscritti alla
Federazione, per chi invece non è iscritto a nessun
partito potrà iscriversi direttamente alla
Federazione. Il congresso costitutivo si terrà dopo
un anno dall’avvio del tesseramento, quindi alla
fine del 2010. La Federazione si organizzera in
circoli territoriali o di luoghi di lavoro, in
federazioni provinciali e regionali. La scelta dei
circoli territoriali è stata una molto discussa, ma,
io credo, giusta. Infatti se non vogliamo costruire
un Federazione che sia solo cartello elettotale e un
accordo statico tra quattro soggetti politici
organizzati è necessario attivare la più ampia
partecipazione. Questa non può che partire dal
coinvolgimento di tutti gli iscritti in un processo
democratico che parta dal basso a partire dal
concetto una testa un voto.
Io penso che la costruzione della
Federazione colga bene due necessità che oggi
abbiamo.
La prima è quella di dare un segnale di unità alla
nostra gente, di marcare una inversione di tendenza
rispetto le continue scissioni e divisioni che si
sono manifestate in questi anni. La seconda è quella
di non fare pasticci, né nella direzione di un nuovo
Arcobaleno, né nella forzatura di un partito unico
rispetto il quale le condizioni non sono ancora
mature.
Rifondazione quindi resta con la sua piena
autonomia, ma dal 5 dicembre sarà impegnata in un
importante progetto di unità e di rilancio della
sinistra comunista di alternativa del nostro paese!
Le iniziative che sono state fatte in queste
settimane sui territori ( da Milano a Bologna, da
Roma al Veneto e tante altre) ci fanno ben sperare
perché la partecipazione è buona e va al di là dei
soggetti promotori: promuoviamo ovunque assemblee
aperte della Federazione della Sinistra!
Statuto
provvisorio della Federazione in formato pdf
Documento politico della Federazione in formato pdf
  |