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 "Ogni giovane che sente quanto sia pesante il fardello della sua schiavitù di classe, deve compiere l'atto iniziale della sua liberazione iscrivendosi alla Federazione Giovanile Comunista Italiana". Antonio Gramsci

 

La Fgci si mobilita per Ru486

ovvero la "pillola del giorno dopo"

 

di Flavio Arzarello *

"La legge 194 compie 30 anni, ma molto resta da fare sul terreno delle conquiste civili. Ieri sera in tutta Italia diverse compagne della Fgci si sono recate presso ASL e Consultori per richiedere la prescrizione della pillola del giorno dopo, che come è noto non rientra nel caso di obiezione di coscienza.
In particolare a Torino al Giovanni Bosco e alla Guardia medica di Via Servais 92 int 44 ci è stato risposto che la pillola del giorno dopo non si prescrive perché è in fase sperimentale. Tutto questo è gravissimo. Noi non crediamo che la pillola del giorno dopo sia un anticoncezionale come la pillola o il preservativo, ma la legge dice che su richiesta va prescritta, per evitare gravidanze indesiderate e tra l'altro eventuali interruzioni di gravidanza.
Chiediamo un intervento chiaro e netto della Regione Piemonte affinché faccia rispettare la legge in tutti i presidi medici della Regione, ed in particolare in difesa dell'autodeterminazione della donna." . (Torino 23 maggio 2008)

* esecutivo nazionale Fgci

 

 

Video Manifestazione antifascista - Nicola è uno di noi

 

Video manifestazione Verona Fgci-PdCI

 

 

Comunicato stampa Fgci Veneto

 

Aggressione Verona: alla destra violenta è stato permesso di radicarsi. Basta lassismo e tutti si prendano le proprie responsabilità.

Ed infine è successo: hanno cercato il morto in tutte le maniere e ci sono andati vicini. Sono stati liberi di agire, di fare agguati, pestaggi, intimidazioni. Grazie all'inerzia delle istituzioni e al lassismo di alcune forze democratiche che non hanno svolto il loro ruolo di sorveglianza e prevenzione.
Il clima di impunità e di legittimazione politica a Verona ha instillato nell'estrema destra una boria e una sfacciataggine sempre maggiori, aggravando ogni giorno di più una cancrena sociale che non poteva che portarci fino a questo punto.

Questi delinquenti andavano fermati prima che agissero, doveva essere impedito loro di agire, soprattutto il loro ambiente politico non andava spalleggiato.
Ci dispiace aver avuto ragione, da mesi avevamo chiesto quasi inascoltati alle forze democratiche della nostra città di organizzare una grande manifestazione antifascista per creare un argine pratico e culturale ai gruppi neofascisti.
Questi a dicembre avevano trovato il sostegno del sindaco Tosi e di alcuni consiglieri della giunta che avevano partecipato a una manifestazione i cui slogan erano a dir poco profetici "non risponderemo di schegge impazzite".
Le schegge impazzite sono arrivate e hanno quasi ucciso un ragazzo!

L'ambiente in cui questa violenza prolifera è ben noto alle forze dell'ordine. Come ci annunciano ora, troppo tardi, erano noti anche gli aggressori.
Allora perché sono stati liberi di agire? Perché questi ricettacoli di violenza che si chiamano Veneto Fronte Skinhead, Forza Nuova, Fiamma Tricolore non sono stati perseguiti e resi illegali - nel rispetto della giusta interpretazione della legge Mancino e della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione - come da anni ormai stiamo chiedendo?

Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità: Tosi per quella manifestazione nefasta ha legittimato la destra violenta; la questura, che è stata pressoché inerte alle nostre continue denunce permettendo alle squadracce nere di radicarsi; quelle organizzazioni che si sono opposte all'organizzazione della manifestazione nazionale antifascista perchè non era "necessaria" e ora chiosano contro il fascismo.
Una cosa ci sentiamo di affermare, se c'è qualcuno che ancora crede che ci si possa ritirare sull'Avventino sappia che la FGCI combatterà a viso aperto ogni rigurgito fascista, razzista, autoritario per difendere la libertà e la democrazia. Sempre disponibili a collaborare con tutti gli antifascisti veronesi.

le nostre speranze e i nostri pensieri sono rivolte a Nicola, non ti conosciamo ma speriamo con tutto il cuore che ti possa riprendere.
Oggi (lunedì 5 maggio) saremo in piazza anche noi al sit in antifascista in via Leoni alle ore 20, invitiamo tutti a partecipare.

per la Federazione Giovanile Comunisti Italiani del Veneto e di Verona Alessandro Squizzato, coordinatore regionale FGCI Nicolò GIacopuzzi, coordinatore FGCI Verona

5 maggio 2008

 

Troppo tardi, cari "democratici"


Neonazisti dietro aggressione a Verona.


Da qualche giorno i tg parlano del ragazzo accoltellato a Verona da un gruppo di giovani perché non aveva dato loro una sigaretta.
Il "dettaglio", chiamiamolo così, che tutti da queste parti già sospettavano è che i gruppo degli aggressori fa parte dell'estrema destra cittadina. Nello specifico, pare, del Vento Fronte Skinhead che - stranamente - nega.

Ora Nicola Tomasoli, 29 anni, è in coma e da oggi comincia per lui il periodo di osservazione per l'eventuale dichiarazione di morte cerebrale.

Uno dei tre aggressori si è costituito, gli altri due sono fuggiti all'estero. I solerti tutori dell'ordine fanno i magnifici e parlano di "azioni di accerchiamento".

Sull'Unità leggo gli stralci di dichiarazioni ufficiali delle forze dell'ordine in merito al lavoro della DIGOS «che già lo scorso anno si era occupata proficuamente del fenomeno delle aggressioni nel centro storico veronese»

Già.
Davvero, la mancanza del senso del ridicolo non ha confini. "Occupata proficuamente".
Eccolo il profitto: la destra violenta più boriosa e sfrenata che mai, le "schegge impazzite" a cui inneggiava l'ultima manifestazione neonazista di pochi mesi fa, con alla testa il sindaco Flavio Tosi ed esponenti della Giunta, che accoltellano quasi a morte un ragazzo.

Finiamola davvero, non se ne può più. Non è più sopportabile l'ipocrisia delle forze dell'ordine, questura e DIGOS, che sproloquiano sulla loro geniale azione di sicurezza pubblica. Non è vero, sono lassisti e incompetenti, non hanno VOLUTO affrontare il problema che in Veneto e a Verona in particolare sta assumento il carattere della cancrena sociale.

Leggo che Veltroni ritiene il fatto "inquietante". Fa bene ad "inquietarsi" Veltroni, si inquieti della schifosa ambiguità con cui il PD sta annacquando il valore dell'antifascismo e in città non ha detto assolutamente NULLA - con la muta compagnia di buona parte del sindacato - in nessuna delle moltissime e gravi occasioni in cui i fatti del primo maggio erano stati preannunciati.

Ancora dovremo sentirci propinare la stupida e vigliacca argomentazione che l'antifascismo non deve essere politicizzato? Ancora le litanie marce sulla Resistenza che deve unire e non dividere?
Da tempo lo diciamo, continueremo a dirlo. Soprattutto a quelli che in questi mesi a Verona ci hanno lasciati soli e hanno fatto crollare l'organizzazione di una manifestazione nazionale antifascista che potesse dare l'avvio ad un lavoro di controllo e prevenzione democratica contro il proliferare del neofascismo.
Non era utile, non serviva, dicevano.

Il problema va preso in esame in modo freddo e razionale.
Come al solito per far alzare qualche voce, per far mettere dentro un delinquente, è dovuta accadere la tragedia.
Oltre la rabbia, oltre il senso triste e ormai troppo noto di schifo, che riempie me e come me credo molti compagni e compagne, ora c'è da proseguire con fermezza e serietà nel lavoro di comprensione, contenimento, resistenza, aggressione della cancrena di fascismo e violenza che sta avvelenando i nostri centri cittadini.
Quelli a cui serve la tragedia per muovere di qualche centimetro il culo spero siano un po' più presenti, un po' più consapevoli, un po' più in buona fede. Dico che lo spero ma lo dico e basta ovviamente, perchè certe malattie sono croniche.  (http://settoredemokratico.ilcannocchiale.it) 5 maggio 2008

 

 

25 aprile. Ad Alghero messa all'indice Bella ciao

 

Nell’Italia revisionista che oggi si trova al Governo del Paese un inciucio razionario che probabilmente riuscirà anche a smontare la Carta Costituzionale, può succedere davvero di tutto. Ed infatti è successo davvero molti di noi potevano attendersi ma che non può essere in alcun modo tollerato: ad Alghero, cittadina di 40 mila abitanti in provincia di Sassari, il signor Sindaco Marco Tedde, Forza Italia, ha deciso che per le prossime celebrazioni del 25 aprile non potrà essere intonato dalla banda musicale del paese il canto partigiano Bella Ciao. La motivazione, secondo il signor Sindaco, scandalizzato da chi manifesta “con il pugno chiuso rivolto al cielo” è quella di “non alimentare ulteriori divisioni”. Sembra davvero che qualcuno stia da subito iniziando a mettere in scena il copione che noi paventavamo. Prove tecniche di regime? Revisionismo, becero, della peggiore specie, che mette in discussione anche le origini stesse della nostra Repubblica, la lotta di liberazione dal nazifascismo, condotta in primo luogo dai comunisti, ma di sicuro anche da tutte le forze democratiche che poi hanno scritto la Costituzione di questo Paese, fondando l’Italia democratica e antifascista che oggi è messa in discussione. Nella fase attuale, anche quelle culture, cosi diverse da quella comunista, che comunque tenevano a rispettare le fondamenta costituzionali e l’alto senso civico della politica nei confronti delle istituzioni e del popolo sovrano, sembrano essere scomparse. Ci troviamo di fronte invece un nemico davvero pericoloso, che si insinua negli anfratti culturali, sociali ed economici della nostra vita, che mira a destrutturare non solo la cultura e la prassi comunista, ma anche qualsiasi barlume di socialità e di conflitto, in nome del pensiero unico neoliberista reazionario.

Faremo una ferma opposizione contro tutto questo, oggi più che mai che le istanze antifasciste che sono proprie del nostro popolo non sono adeguatamente rappresentate in Parlamento. Solidarizzeremo con la cittadinanza di Alghero, ricordando i compagni partigiani morti nella Resistenza per dare all’Italia un futuro democratico, cantando il 25 aprile, su tutte le piazze del nostro paese, gli inni partigiani che costituivano il tessuto culturale di Resistenza che è riuscito a liberarci dal nazifascismo e che oggi rappresentano un baluardo identitario contro chi ha deciso di cancellare il passato ed allo stesso tempo il futuro del nostro Paese.

Stefano Perri, Coordinamento Nazionale FGCI  20 aprile 2008

 

Donne ieri...oggi...domani?

 

di mg Redazione

Torino 27 marzo 2008 - "Quello che vedete in questa sala è il risultato di alcuni mesi di riflessioni e di dibattito che hanno coinvolto le iscritte alla Fgci...." Così inizia il primo cartello della mostra realizzata dalle ragazze della Fgci, una mostra davvero significativa che percorre, attraverso gli anni,  con pannelli e fotografie la storia delle lotte delle donne, dai diritti ottenuti con la Rivoluzione d'ottobre e dopo dalle donne della Russia sovietica alle lotte di quelle italiane. Prima di tutte le donne  partigiane e poi le lavoratrici e quindi il movimento dei diritti delle donne, il divorzio, l'aborto, la parità tra sessi,  fino ad oggi, con la difesa delle conquiste delle donne di questi anni  che sono ritornate a riempire le pagine dei media con gli attacchi alla legge 194 e quindi alla laicità dello stato  e contro la violenza sulle donne. Alessandra Rizzo e Alisia Griffa, ce l'hanno raccontata, ci  hanno spiegato cosa le ha spinte in questa avventura e poi abbiamo visto la proiezione di  un filmato amatoriale che partendo dai cortei delle donne del 1973, in bianco e nero,  si concludeva con il coloratissimo corteo dell'8 marzo a Torino. Questa distinzione tra bianco e nero e colore ci ha fatto riflettere che le compagne della mia generazione hanno lottato in bianco e nero con cartelli e slogan, le nostre giovani, le ragazze di oggi, lottano a colori e con il sottofondo musicale sparato a palla,  ma le lotte sono ancora le stesse. E brave le nostre  ragazze! A loro tutti i miei complimenti, di cuore, e anche un grazie ai compagni maschietti che hanno contribuito con il lavoro "manuale" alla realizzazione della serata che ha visto presenti un bel numero di giovani e meno giovani. Alla prossima, compagne!

Le foto della serata

 

La Fgci organizza a Torino

mg.Redazione

Non si può davvero mancare a questa bella iniziativa pensata e organizzata dalle ragazze della Fgci, meno male che ci sono loro, perchè le donne del partito di Torino e dintorni, su questi argomenti, latitano parecchio e da sempre. E' anche una autocritica? Si. Lo è. Le giovani si sono impegnate parecchio, hanno organizzato la loro prima mostra e per farla si sono dovute attivare, fare ricerche, spendere tempo e fatica. Non lasciamole sole!  Ma si sa che appena si legge "donne" gli uomini pensano che non sono affari loro e le donne.... Beh! Le donne pensano di sapere già tutto su se stesse, ma non è mai così. Ci vediamo stasera. Tutte e tutti. Ci conto.

Giovedi' 27 marzo 2008 alle ore 20.30 presso il locale Hiroshima Mon Amour via Bossoli 83 Torino, iniziativa organizzata dalle ragazze della FGCI sul tema "Le donne ieri...oggi...domani?". Proiezione di un filmato "Il movimento femminista ieri e oggi" e mostra fotografica costruita dalle ragazze della FGCI della Federazione di Torino. Introducono l'iniziativa le compagne Alessandra Rizzo e Alisia Griffa.

 

 

 

Ancora una volta a discutere del corpo delle donne. Ancora una volta a discutere sul corpo delle donne.

Ancora una volta a trattarlo come se fosse merce di scambio.

Ancora una volta a dire al Vaticano chi tra i partiti è il suo migliore amico.

 

 

 

La Federazione Giovanile Comunisti Italiani organizza presidi davanti ai consultori/ospedali

delle città piemontesi:

Vercelli: sabato ore 10:00 C.so M.Abbiate 21
Torino: lunedì ore 10:00 Via S.Secondo 29
Novara: lunedì ore 10:00 Via M.Greppi 9
                                                                                           Verbania: lunedì ore 14:30 Via Crocetta
                                                                                                Cuneo martedì ore 10:00 Via Silvio Pellico 5

La Fgci membro ufficiale del WFDY

 

 

La FGCI è ufficialmente membro del WFDY (Federazione Mondiale della Gioventù Democratica)! Finalmente il percorso di affiliazione a quella che, per certi versi, può ritenersi l'Internazionale delle giovanili comuniste e di sinistra di tutto il mondo si è concluso. Ciò testimonia la serietà delle relazioni internazionali della nostra Organizzazione; relazioni che vanno dalle realtà di lotta sud americane a quelle dell'est europeo e dell'Europa in genere, a quelle africane, medio-orientali. Il primo appuntamento da membri ufficiali del WFDY per la FGCI sarà la partecipazione, nel 2009, al Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti. Abbiamo, dunque, un possibile strumento in più nella battaglia che ci aspetta da qui ai prossimi mesi per la Sinistra e per i Comunisti in Italia.(Riscossarossa_9 febbraio 2008)

 


 

Militante Fgci aggredito e malmenato a Palermo



(AGI) - Palermo, 26 gen. - Un militante della Fgci (Federazione giovanile Comunisti Italiani) di Bagheria e' stato aggredito e malmenato oggi pomeriggio a Palermo mentre si recava alla manifestazione per festeggiare le dimissioni di Cuffaro. Lo denunciano i segretari regionali del Pdci e della Fgci, Salvatore Petrucci e Otello Marilli, spiegando che il giovane, ora ricoverato al pronto soccorso Villa Sofia del capoluogo, era in coda al corteo e dunque isolato, ma riconoscibile perche' portava con se' una bandiera rossa, quando e' stato accerchiato e picchiato da un gruppo di 15 o 20 persone. "La cosa piu' agghiacciante - dice Marilli - e' che hanno tentato di strappargli la bandiera per bruciarla al grido di 'Viva la mafia' ed e' significativo che nel giorno in cui la Sicilia prova a rialzare la testa con le dimissioni di un presidente della regione condannato per favoreggiamento accada un fatto di questo tipo". Marilli aggiunge quindi che "la risposta sara' di impegna rci di piu', come giovani come comunisti e come democratici di quest'Isola, per combattere la mentalita' mafiosa che c'e' in Sicilia". "Piena solidarieta'" esprime anche Petrucci, che parla di "manifestazione di violenza di tipo fascistoide che vorrebbe trascinarci, da questo momento di speranza, nel buio della violenza. Violenza che assolutamente respingiamo, mentre siamo determinati nel percorso di riscatto pacifico di rinascita della Sicilia, che coinvolga tutti i siciliani".

 

Chi li adotterà? Il Vaticano?

 

di Alessandra Rizzo

I bambini che le donne non potevano o non volevano avere chi li adotterà? Il Vaticano? Ruini? O forse ci penseranno certi "generosi" onorevoli del centro sinistra? I quali, pur di accaparrarsi i favori dei paponi, sono disposti a mettere in discussione il fondamentale diritto all'essere padrone del proprio corpo, frutto di innumerevoli mobilitazioni e lotte, portate avanti da generazioni di donne che con fatica e impegno hanno ottenuto conquiste di grandissimo rilievo, come l'approvazione della legge 194.
Una legge d'importanza sostanziale che è stata in grado di ridurre del 44% gli aborti, di garantire assistenza psicologica a madri e famigliari, consultori nelle Asl e strutture sanitarie pubbliche in grado di evitare tragiche morti dovute per lo più alla setticemia o al dissanguamento che in passato, ricordiamo a lor signori, erano drammaticamente all'ordine del giorno, soprattutto tra le donne più povere poiché costrette per interrompere le gravidanze ad affidarsi alle mani inesperte delle mammane; a differenza delle ricche signore borghesi che potevano permettersi le lussuose cliniche private d'oltre Manica. Oggi il livello di autodeterminazione ed emancipazione delle donne è quanto meno accettabile, ma in modo evidente il progetto restauratore della destra e dei loro amici pretonzi ( meno male che lo Stato avrebbe dovuto essere laico…) che in primis vuole attaccare il lavoro e le sue conquiste, è volto anche, come purtroppo sempre accade, a minare il ruolo e la condizione della donna che per la loro prospettiva sarebbe nuovamente sottomessa, sfruttata e privata dei suoi diritti, fra cui la possibilità di scegliere se portare avanti o meno una gravidanza, se affrontare una maternità e se mettere al mondo figli potendogli garantire un futuro, cosa che visti i tempi che corrono non è affatto scontata. La FGCI si impegna dunque per la difesa dei diritti delle donne e dice NO alla modifica della legge sull'aborto!
Nei prossimi giorni i/le compagni/e della nostra organizzazione giovanile si confronteranno per preparare iniziative in merito. (www.pdcitorino.it 13 gennaio 2008)

 

La Fgci del Veneto ci scrive

 

La crescente violenza legata alle organizzazioni di destra e la deriva reazionaria che sta minando i diritti sociali e civili, la democraticità delle istituzioni e il processo di integrazione culturale con gli immigrati sono le due facce della stessa medaglia. Verona, Cittadella, Treviso e molti altri esempi di amministrazioni leghiste sono i luoghi simbolo della "questione settentrionale" che si fa nera.
Rilanciamo subito l'azione della sinistra per la costruzione di una alternativa al pensiero unico neoliberista che, come sempre, ci sta portando alla barbarie.
Questo il documento che lancia la nostra campagna.

 


La questione settentrionale si fa nera


Da tempo denunciamo la recrudescenza dello scenario sociale e politico del Nord Italia.
Una "questione settentrionale" che unisce la rapida perdita di stabilità nel presente e di prospettive per il futuro per le nuove generazioni con l'ondata reazionaria della politica. Il tutto si lega come un cancro ad un grave logoramento culturale, al degrado delle pratiche democratiche e all'abruttimento feroce del dibattito politico.
Un cancro che tra individualismo e incoscienza sta divorando gran parte della nostra società riservando i canali di sfogo del disagio e i fuochi della protesta ai peggiori istinti che le forze reazionarie cavalcano con classismo e xenofobia.

Ora, ed era prevedibile, la questione settentrionale si fa nera.
Il revisionismo storico e politico operato contro il collegamento tra Costituzione, istituzioni e i valori democratici derivanti dalla Resistenza come temevamo non si è limitato ad un mero fatto culturale ma ha invaso la sfera sociale e amministrativa.
Le tetre affermazioni filo-naziste di esponenti politici di Lega e dell'ormai defunto PNE non sono le solite espressioni isolate ma si collegano a iniziative politiche marcatamente razziste che le forze politiche al potere nei centri del nord spesso cercano di mettere in atto. Provvedimenti come quello tentato dal sindaco di Cittadella Bitonci o la chiusura di un luogo di preghiera musulmano sotto le feste di natale su ordine del sindaco di Treviso Gentilini sono azioni molto concrete che hanno come orizzonte quello dell'apartheid.
Spesso in queste realtà il piano istituzionale si dimostra non solo benevolo ma anche protettivo verso l'estrema destra tradizionalmente violenta e in molti casi legata anche alla criminalità comune. La conseguenza di questo si sta dimostrando con particolare violenza in quest'ultimo periodo.
A Treviso le aggressioni da parte di gruppi organizzati o cani sciolti di ispirazione neo-fascista sono una costante che si rafforza nei fine settimana.
A Verona a questo si è aggiunto un uso intimidatorio e mirato dell'aggressione, rivolto anche alla stampa e al consigliere comunale comunista, che ha tutte le caratteristiche dello squadrismo.
Forza Nuova a Treviso e Fiamma Tricolore a Verona -nel secondo caso è addirittura in giunta- hanno trovato terreno fertile e ampi appoggi istituzionali. Una situazione che in questi casi assume in modo inquietante le connotazione del fascismo classico.
La connivenza tra istituzioni e destra squadrista non è un semplice inasprimento della violenza politica ma un altro livello di gravità del problema a cui va messo fine in modo tempestivo e un grossa responsabilità in questo compito lo hanno le questure.

Siamo giusti a questa situazione in una posizione di ritardo dopo anni di lassismo generalizzato e di inettitudine della parte moderata del centro-sinistra che per forza numerica e di risorse si è sempre imposta come unico traino dello schieramento politico nell'area.
DS e Margherita prima e PD adesso invece di lavorare per una alternativa nelle pratiche e nell'elaborazione politica che potesse sfidare la deriva distruttiva in cui Lega e Forza Italia ci hanno gettato non ha fatto altro che assumerne i paradigmi e le prospettive, attribuendo stupidamente (o in modo interessato) il successo di quella parte politica alla natura della società sedimentata al nord. Di quella parte di società -minoritaria, meglio dirlo- legata all'affarismo e agli interessi sicuramente.
Una linea politica peraltro fallimentare che non ha avuto l'unico esito di regalare ancora di più il Nord Italia al controllo del centro-destra.

Per questo è quanto mai fondamentale portare avanti un serio lavoro di costruzione di una alternativa totale all'estremismo neoliberista imposto al nord che, come suo solito, lo sta portando alla barbarie.
Una alternativa che partendo dai bisogni materiali, dalla rappresentanza sociale e dalle questioni del territorio sia in grado di intrecciare un tessuto sociale che faccia da rete di sicurezza per il nostro futuro. Questo lavoro è cominciato da alcuni mesi con il percorso territoriale del Forum della Sinistra Veneta e va proseguito con rinnovata forza e modalità aggreganti.

Ora sappiamo che è anche con la violenza nera e con il razzismo istituzionalizzato che abbiamo a che fare. Deve essere lanciata, anche da luoghi simbolo come Verona, una forte azione politica unitaria che possa fronteggiare questa deriva antidemocratica e reazionaria aggredendo i temi sociali ma riprendendo in modo concreto quell'antifascismo che nel nostro contesto si è ri-caricato del significato originario di costruzione e difesa della democrazia unendolo all'antirazzismo e al rispetto dei diritti civili universali.

Federazione Giovanile Comunisti Italiani - Federazione del Veneto
veneto@fgci.it Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo 

Per un contatto diretto:
tel: 3388753835
e-mail: alessandro.squizzato@alice.itGennaio 2008

 


Esattamente quarant’anni fa, il 27 novembre 1967,  gli studenti universitari torinesi occupavano Palazzo Campana.   Aveva così inizio il cosiddetto “Sessantotto”.

Il Centro Gobetti, che conserva uno dei fondi documentali più rilevanti a livello nazionale sui movimenti nati attorno al Sessantotto, organizza un incontro pubblico per ricordare quegli avvenimenti e illustrare brevemente il Fondo Marcello Vitale

QUARANTANNI DOPO. DALL’OCCUPAZIONE DI PALAZZO CAMPANA
ALLE FONTI PER LA STORIA DEI MOVIMENTI SOCIALI DEGLI ANNI ’60-’70

Lunedì 26 novembre 2007 Ore 17,00
Palazzo Campana
Via Carlo Alberto 10 (Aula 5 - primo piano) Torino, interverranno:

MARCO REVELLI
(Università del Piemonte orientale)
FABIO LEVI
(Università di Torino)
SILVANA BARBALATO e MARCO SCAVINO
(Centro studi Piero Gobetti)

 

 

Parigi. Nelle università la lotta si fa dura

 

di Anna Maria Merlo
 

Tra gli studenti sta succedendo quello che è già avvenuto tra i ferrovieri: la base sta sconfessando le intese raggiunte dai dirigenti dei sindacati. E questi dirigenti sono obbligati a seguire la base, per non perdere terreno. Bruno Julliard, presidente dell'Unef, il principale sindacato degli studenti che aveva dialogato con la ministra della ricerca Valérie Pécresse e approvato le grandi linee della riforma ora contestata negli atenei, ha lanciato un appello per «ampliare il movimento» di protesta e afferma che la mobilitazione «è in una fase ascendente».
Nel fine settimana, si riunirà a Tours il Coordinamento degli studenti, per vedere come proseguire la prossima settimana. L'obbiettivo è la confluenza con la giornata di sciopero dei pubblici dipendenti di martedì, anche se questi ultimi non hanno nessuna voglia di avere accanto gli studenti (e neppure i ferrovieri). Ieri, 46 università erano in agitazione, cioè più della metà delle 85 università francesi.
La protesta è dura. Gli studenti sono divisi e il governo gioca su questo tasto dolente, spingendo chi è contrario all'occupazione a farsi sentire. I rettori delle università, che a differenza di quello che era successo con il Cpe ora approvano la riforma Pécresse, non esitano a chiedere i rinforzi della polizia per sgomberare le università occupate. È successo nella notte di giovedì alla Sorbona, a Lione II e, ieri mattina, a Montpellier II, sempre senza incidenti.
Giovedì sera era stata evacuata dalle forze dell'ordine anche l'università di Nantes, ma ieri gli studenti l'hanno rioccupata. Giovedì sera il rettore, Yves Lecointe, aveva chiamato le forze dell'ordine per sgomberare le facoltà di Lettere e Scienze umane e aveva deciso la chiusura amministrativa di tutto l'ateneo, fino a martedì prossimo. Ma ieri alle ore 14 gli studenti avevano convocato un'assemblea generale. Che in effetti ha avuto inizio sui gradini dell'Unità di formazione e di ricerca di Lettere e Scienze umane. Verso le ore 16, però più di 300 studenti hanno deciso di entrare nei locali. «C'è stato scasso» sostiene la presidenza dell'università.
Ieri mattina, anche il rettore di Montpellier III ha deciso di chiudere l'università, «perché la sicurezza non è più garantita». Secondo il rettore, Jean-Marie Miossec, i ragazzi che occupavano «erano i più radicali» del movimento che vuole il blocco degli atenei.
La radicalizzazione imbarazza i sindacati degli studenti. Per Bruno Juillard, «ci sono elementi di radicalità da cui bisogna prendere le distanze». Ma, aggiunge, delle ragioni ci sono per protestare: «Dopo il Cpe, nessuna promessa fatta allora è stata mantenuta». Ieri, l'Unef ha invitato gli studenti a raggiungere il sit-in organizzato dall'intersindacale dell'insegnamento superiore sotto le finestre dell'Assemblea nazonale, dove i deputati hanno cominciato a discutere il finanziamento delle università per il 2008. Non sono stati molto numerosi a farlo. Appena 300, tra studenti e ricercatori. Il cordone di polizia era serrato, per proteggere i deputati che devono però aver sentito la parola d'ordine ripresa dal movimento del 2006 contro il Cpe : «Resistenza!».
Giovedì, tutti i sindacati degli studenti erano stati ricevuti da Valérie Pécresse. Ma la ministra non ha fatto nessuna nuova proposta. Ha ribadito che ci saranno dei miliardi in più, per far fronte al problema della casa per i fuori sede e che aumenterà il numero dei borsisti (oggi il 30%, il movimento chiede di arrivare al 50%). Il primo ministro, François Fillon, sul suo blog ha invitato gli studenti «a esaminare serenamente i fatti per non cedere alle approssimazioni e agli slogan» e ha ricordato che il governo ha attribuito «5 miliardi in più per l'università su 5 anni», e che «nessuna maggioranza di destra né di sinistra ha mai fatto tanto sul piano finanziario da vent'anni». Valérie Pécresse ha semplicemente cercato di rassicurare gli studenti sui punti che li preoccupano: «Lo stato non si disimpegnerà - ha detto - non verrà introdotta la selezione, non ci saranno aumenti dei costi d'iscrizione». In termini più generali, «non ci sarà una privatizzazione». Ma gli studenti temono le conseguenze della riforma Pécresse.
La legge prevede l'autonomia delle università in materia di gestione e di governance. I consigli di amministrazione saranno meno affollati di quelli attuali (da 60 a 20-30 membri), ma vi parteciperanno anche dei rappresentanti del mondo dell'impresa. Invece, gli studenti non avranno più di 3 delegati in questa sede. Il presidente dell'università diventerà una specie di manager d'azienda: potrà reclutare i professori che vuole, pagandoli come vuole e potrà opporsi alla nomina di insegnanti che non gradisce. Inoltre, diventa istituzionale quello che già succede in alcune facoltà: le imprese, attraverso delle fondazioni, potranno finanziare direttamente delle cattedre e delle ricerche. Le università hanno cinque anni per accedere all'autonomia di gestione dei bilanci e delle risorse umane. I sindacati degli studenti avevano chiesto garanzie, per evitare una privatizzazione di fatto e la creazione di università di serie A - le più prestigiose che possono raccogliere maggiori finanziamenti privati - e di serie B, quelle di periferia, sempre più marginalizzate e con diplomi devalorizzati. Uno dei punti principali delle richieste dell'Unef era difatti stato di avere la garanzia che i diplomi rimarranno «nazionali» (anche se è evidente che i datori di lavoro guarderanno, come fanno già adesso, dove è stato conseguito questo diploma).
Il malessere nelle università dura da anni e ogni tanto esplode. I maggiori problemi sono nel primo ciclo, quello della licenza, che registra un altissmo tasso di abbandoni. Molti studenti-lavoratori che si perdono per strada e che i presidenti di università giudicano male, come «demotivati». Oggi, la contestazione è concentrata nelle facoltà di scienze umane, dove gli studenti sono più esposti a un futuro incerto sul fronte del lavoro.
Gli scontri tra studenti che partecipano al movimento e chi vuole seguire i corsi sono più frequenti nelle facoltà di legge o economia e commercio, dove è più forte il sindacato di destra, l'Uni. Il governo ha giocato a fondo la carta della divisione. Valérie Pécresse ha invitato a più riprese chi è contro lo sciopero a partecipare alle assemblee per votare contro il blocco degli atenei. Anche da questo dipende la radicalizzazione del movimento. In molte assemblee c'è chi ha rifiutato il voto con schede segrete. Perché in alcuni casi - come a Tolbiac, peraltro un bastione del movimento - il rettorato ha organizzato giovedì sera un voto elettronico, a cui ha partecipato il 25% dei circa 30mila iscritti: il risultato è stata una bocciatura al 75% del blocco dei corsi (anche perché il rettore ha minacciato di sospendere gli esami, col rischio di far perdere un anno). L'ala più radicale vede in queste forme di voto un imbroglio dei rettori. Nelle assemblee molto spesso i giornalisti non sono graditi. La polemica è strisciante anche con i sindacati degli studenti, come l'Unef (vicino al Ps) o la Confederazione studentesca (vicina alla Cfdt). La presidente della Confederazione, Julie Coudry (che era stata una dei leader della lotta contro il Cpe) denuncia «l'antisindacalismo primario» di alcune frange del movimento. Nelle assemblee sono molto presenti i rappresentanti della sinistra radicale in tutte le sue declinazioni.(Il Manifesto 17 novembre 2007)

 

 

Il 17 novembre giornata di mobilitazione nazionale

 

 

Per il diritto allo studio e la verità per Genova. La battaglia della FGCI continua:


 

Da sempre contrari a qualunque meccanismo atto a impedire il libero accesso al sapere, lottiamo contro quella logica aziendalistica, penetrata negli atenei italiani a partire dall’Autonomia, in base alla quale l’università fornisce i propri servizi allo
studente-cliente solo nella misura in cui quest’ultimo è in grado di permetterseli pagando.
Appuntamento di mobilitazione studentesca, ma non solo, il 17 novembre di quest’anno è indispensabile solidarizzare, appoggiandole, con le ragioni
di chi scende di nuovo per le vie di Genova dopo 6 anni dal G8 del 2001, all’indomani delle recenti sentenze unidirezionali su quelle giornate, tese, da un lato, a punire 25 imputati e con loro, simbolicamente, centinaia di migliaia di manifestanti; dall’altro, a lasciare impuniti chi questi manifestanti aveva deciso di fermare con la forza.

Quella del 17 novembre è diventata da anni la giornata mondiale di mobilitazione studentesca per l’accesso libero e universale al sapere e alla conoscenza.
La FGCI scende in piazza a fianco delle altre giovanili di partito e delle organizzazioni studentesche per ribadire che il sapere non è una merce, e che l’accesso ad esso non può essere una corsa a ostacoli in cui sono destinati a spuntarla non, come vorrebbe il senso comune, i più bravi e i più meritevoli, bensì solo coloro i quali dispongono di strumenti che altri non hanno.
Ancora oggi, troppo spesso, l’istruzione e la conoscenza non vengono messe a disposizione di tutte e a tutti in modo uguale, ma sulla base di una selezione di classe: test d’ingresso sempre più numerosi alle varie facoltà e ai corsi di studio, per non parlare delle lauree magistrali, e il possibile  aumento generalizzato delle tasse universitarie, auspicato dai ministeri dell’Università e dell’Economia nel “Patto per l’Università e la Ricerca”, segno incontrovertibile di come lo Stato abbia abdicato in favore delle leggi del mercato, sono solo la riprova di quanto ancora oggi è l’origine sociale a determinare la scelta dei percorsi di studio.
Per quel che concerne, inoltre, la realtà dell’università italiana nell’era del Governo
Prodi, insufficienti sonostati, dal suo insediamento a oggi, i provvedimenti adottati da Mussi: dal ministro ci si aspettava una reale messa in discussione della 270, oltre che della 509, e invece si sono ottenuti solo decreti attuativi che, lungi dal fare i conti con lo spezzettamento dei percorsi formativi, con il sistema dei crediti, e con il basso livello
che la didattica ha raggiunto, confermano l’impianto della controriforma Moratti, oltre che la bontà dei principi dell’Autonomia e della riforma Zecchino.
 

Il 17 novembre è la giornata mondiale di mobilitazione studentesca. Quest'anno più che mai la data del 17 si rivela importantissima per gli studenti italiani. La Fgci sarà in piazza in tutte le città, organizzando e partecipando insieme a Resistenza Studentesca e alle altre organizzazioni studentesche ai cortei, le assemblee e le iniziative che avranno luogo su tutti i territori. Il 17 novembre di quest'anno assume una rilevanza particolare perche abbiamo deciso di caratterizzarlo con una rivendicazione fondamentale per lo sviluppo dei diritti democratici nel nostro Paese. Parteciperemo infatti alla grande mobilitazione di Genova "LA STORIA SIAMO NOI" indetta per riportare a galla la verità sui tragici fatti del 2001 in occasione del G8.

 

Liberazione (giornale comunista?) revisionismo anche su Lenin

 

di Otello Marilli, Responsabile Esteri FGCI

Di rientro da Mosca, per le celebrazioni del novantesimo anniversario dell’Ottobre,...abbiamo avidamente guardato le rassegne stampa curiosi di leggere i commenti sull’avvenimento ridendo per i consueti sproloqui dei quotidiani "liberalberlusconiani" e per lo sguardo distaccato dei "veltrodemocratici". Poi lo sguardo è caduto sul giornale di Rifondazione Comunista e sugli articoli relativi all’Ottobre, tra questi un titolo ha immediatamente catturato la nostra attenzione: "la depressione di Vladimir Il’ich" di Franco Berardi Bifo.
In esso si arriva dire che sarebbe stato molto meglio per il movimento operaio se Lenin non fosse mai esistito, e invita a domandarsi se veramente la scelta giusta fosse quella dei bolscevichi e non quella di Martov e dei "bianchi". La prima reazione è stata allibita, poi l’occhio è caduto sulla "solita" Nocioni che ci spiega come in realtà la riforma costituzionale voluta da Chavez sia un colpo di Stato. A distanza di qualche pagina, prima si cercava di demolire la rivoluzione d’ottobre poi quella bolivariana. Forse oltre al ‘900 dovremmo abbandonare anche il socialismo del XXI secolo del continente latino americano? Ad ogni modo la domanda posta, anche se si spera sia solo una provocazione, da Bifo merita una risposta. Il XX secolo sarebbe davvero stato migliore senza Lenin, il leninismo e l’URSS? Pensiamo di NO! Il nostro non è, però, un diniego ideologico fondato solo su una mera difesa della propria storia. Al contrario, pensiamo che la scelta della presa del Palazzo d’Inverno non solo sia stata giusta, ma anche l’unica possibile per consentire alle masse dei lavoratori, operai e contadini, di irrompere con rinnovato vigore nella Storia, ai soldati di potere obiettare la guerra ottenendo la pace, all’uomo per dimostrare che lo sfruttamento e il capitalismo non sono l’unica realtà possibile. Noi non riteniamo possibile in alcun modo costruire il socialismo del XXI secolo senza Lenin perché come ci hanno ricordato i compagni della gioventù comunista russa il leninismo non è un dogma è uno strumento per comprendere la realtà e quindi come tale va continuamente aggiornato nella realtà in cui si vive. Sinceramente, poi, dipingere l’intelligenza di Vladimir Il’ich e la sua tenace determinazione nel dimostrare come il capitale generi solo barbarie e guerra, figlie della depressione sembra degno del peggior TG2 di Mazza piuttosto del giornale di un partito comunista. Per chi è comunista, oggi come ieri e domani, Lenin sarà e resterà punto di riferimento perché simbolo di una vittoria tangibile degli ultimi sui padroni e perché pensatore in grado di dare strumenti di interpretazione delle contraddizioni che capitalismo e neo liberismo generano nel mondo primo fra tutti il concetto di imperialismo. Ai compagni che pensano di non avere una storia cui fare riferimento per costruire il proprio orizzonte politico auguriamo di uscire in fretta dal guado, noi preferiamo guardare al futuro sapendo da dove veniamo e sapendo cosa vogliamo: il socialismo del XXI secolo. (sito www.comunisti-italiani-messina.it 11 novembre 2007)

Il vergognoso articolo apparso su Liberazione

La depressione di Vladimir Il’ich di Franco Berardi Bifo

Il XXI secolo sarebbe stato migliore senza di lui, soprattutto la sua conclusione.
Vi prego di domandarvi sinceramente, a proposito del 1917: ebbe ragione Lenin a precipitare la crisi russa per realizzare la sua rivoluzione contro Das Kapital, oppure avevano ragione Martov e gli altri menscevichi a respingere il soggettivismo di quella rottura? Dal punto di vista della storia del movimento operaio novecentesco, dal punto di vista dell’autonomia strategica della società dal capitale, sono convinto che il ventesimo secolo sarebbe stato un secolo migliore se Lenin non fosse esistito. Soprattutto migliore sarebbe stata la sua conclusione e la sua eredità. Dal punto di vista intellettuale e umano, c’è una distanza abissale tra Lenin e il suo successore, ciononostante occorre riconoscere la tragedia totalitaria dell’epoca staliniana è conseguenza lineare del culto paranoico del partito elevato da Lenin a incarnazione del logico destino della Storia. Lenin ha modellato la storia politica del Novecento (non solo la storia del movimento operaio, ma  della forma-Stato in generale). Non avrebbe potuto farlo se la sua visione della politica non avesse interpretato una corrente profonda della psichismo maschile moderno. Il narcisismo maschile si scontra con la potenza infinita del Capitale e ne esce frastornato, umiliato, fino alla depressione. A mio parere la depressione di Lenin è un tema centrale per comprendere la sua parabola esistenziale, ma anche per comprendere il ruolo che ha potuto svolgere nella formazione della politica tardo-moderna. E’ Lenin come uomo, e come maschio, che occorre analizzare se vogliamo ripensare la soggettività comunista novecentesca. Per liberarcene forse, o per rifondarla non so.Ho letto Lenin, (1998, Fayard, Paris), la biografia scritta da Hélène Carrère D’Encausse, una studiosa di origine georgiana autrice fra l’altro del libro L’empire en miettes che a metà degli anni ’80 anticipò il collasso dell’impero sovietico attribuendone la causa all’insorgenza integralista islamica.  Quel che mi ha interessato di questo libro non è tanto la storia dell’azione politica di Lenin, ma la vita personale, il fragile equilibrio psichico, il rapporto affettuoso e intellettuale con le donne della sua vita. La madre, la sorella, e la Krupskaia, naturalmente, la compagna e moglie che si occupava di lui proprio nei momenti di crisi psichica acuta. E infine Ines Armand, il perturbante, l’uneimlich, che Lenin decide di neutralizzare, rimuovere. Come la musica, sembra. Il quadro psichico che descrive l’autrice del libro è di tipo depressivo, ma quel che mi interessa sottolineare è il fatto che le crisi depressive più acute coincidono con le svolte politiche decisive impresse da Lenin al movimento rivoluzionario.Dice Carrère D’Encausse: “Lenin metteva in tutto ciò che faceva una tenacia e una concentrazione assolutamente eccezionale: questa costanza in ogni sforzo che giudicava necessario gli conferiva una grande superiorità su coloro che lo circondavano… a più riprese questa caratteristica del suo carattere ebbe però anche degli effetti nefasti. Gli sforzi troppo intensi lo spossavano, logorando un sistema nervoso senza dubbio fragile. La prima crisi risale al 1902…” (ed it. pag. 78) Sono gli anni della svolta bolscevica, gli anni del “Che fare?”. La Krupskaia ha un ruolo essenziale, nelle crisi del compagno, interviene per filtrare i suoi rapporti con il resto del mondo, per provvedere alle terapie, all’isolamento, alla clinica svizzera o finlandese. Dalla crisi nel 1902 Lenin esce scrivendo il Che Fare?, impegnandosi nella costruzione di un “nucleo d’acciaio”, un blocco di volontà capace di “rompere” l’anello debole della catena. Una crisi nel 1914, quando matura la rottura internazionale del movimento comunista dalla Seconda internazionale, e Lenin afferma che il proletariato non ha nazione. La terza crisi nella primavera del 1917, quando la Krupskaia trova un rifugio sicuro in Finlandia. Lì nascono le Tesi di aprile, lì nasce la decisione di imporre la volontà sull’intelligenza, di imporre una rottura che non rispetta la dinamica profonda della lotta di classe, ma le impone un disegno esterno. Perché l’intelligenza  è depressiva, e la volontà è la sola cura che permetta di ignorare l’abisso. Ignorare, non togliere. L’abisso rimane, e gli anni successivi lo scoperchieranno, e il secolo intero ventesimo ci finisce dentro.
A prescindere dalla qualità politica delle scelte fondamentali compiute da Lenin, alcune delle quali si sono rivelate catastrofiche nella storia del ‘900, mentre quella del 1914 rimane a mio parere una lezione attualissima, quel che mi sembra importante è l’incapacità maschile di accettare la depressione, di elaborare la depressione dall’interno. Qui sta  la radice del volontarismo soggettivista rivoluzionario che ha prodotto lo scacco dell’autonomia sociale nel corso del Novecento.
Le scelte intellettuali del leninismo sono state così potenti perché hanno saputo interpretare l’ossessione volontaristica del maschio di fronte alla depressione. La concezione leninista del partito (che nasce proprio nel corso della prima crisi acuta) contiene un’idea paranoica di purezza, che risente del nucleo filosofico del cristianesimo ortodosso. Lenin non ebbe mai propensioni religiose, ma nell’ambiente dell’intelligentzia di fine ottocento l’influsso dell’ortodossia è importante. In apertura del suo “Che fare?” Lenin cita una lettera di Lassalle in cui si dice che “epurandosi il partito si rafforza”.L’idea dell’epurazione non va banalizzata. Presuppone una purezza da restaurare. “La classe operaia è in grado di elaborare solo una coscienza sindacale, ma non giunge a considerarsi in alternativa a tutto il sistema, lotta sì contro il capitale ma sentendovisi legata.”Questa impurità della classe operaia va superata, attraverso l’epurazione, perché la società si adegui infine alla sua pura idea. E solo un partito che sia portatore del Verbo, e non aggregato carnale di corpi sociali impuri, può essere il portatore di questo superamento, di questa rivoluzione.La storia reale dell’autonomia operaia nel corso del Novecento non ha avuto nulla a che fare con questa purezza. E’ stata piuttosto rifiuto e motore dinamico, si è posta fuori dalla logica del capitale senza interrompere il rapporto con l’innovazione che il capitale subisce e agisce. L’autonomia presuppone una elaborazione “morbida” della depressione, la disponibilità ad accettare la propria finitezza, l’impotenza a cambiare demiurgicamente il mondo, la necessità di confrontarsi col capitalismo rifiutando di subirne il dominio, ma sfruttandone la capacità  innovativa.La rifondazione del mondo, l’abolizione dialettica è un falso storico. L’abolizione non si è mai data nella storia. Ci sono stratificazioni, ritorni, risacche, convivenze, estraneità. Ma non abolizioni. E l’idea di purezza, l’imposizione della volontà sull’intelligenza (depressiva) non può che preparare il collasso

Studenti occupano Lettere alla Sapienza

Anche a Roma ieri è stata occupata la facoltà di Lettere dell'università La Sapienza, dopo che nei giorni scorsi era stata occupata un'aula. L'occupazione, temporanea, è stata compiuta in vista dello sciopero generalizzato di oggi indetto dai sindacati di base e al quale parteciperanno anche collettivi universitari e movimenti. Il preside ha chiesto l'intervento della polizia, che è entrata nell'ateneo ma fortunatamente non è intervenuta. In diverse facoltà sono state bloccate le lezioni. La protesta degli universitari è indirizzata contro «il processo di precarizzazione presente nei luoghi della formazione» che «ci vede schiacciati in meccanismi perversi di un'università fabbrica... e fabbrica di precari», spiegano gli studenti. Che per questa mattina promettono di bloccare la città universitaria e alcune strade di Roma, prima di partecipare al corteo dei sindacati di base.(Il Manifesto 9 novembre 2007)

 

 

Scuola. Fioroni come la Moratti?

In arrivo altri regali per le private

 

di Simone Verde

Scuole dell'obbligo di tendenza? Cattoliche o islamiche, con alunni selezionati secondo criteri sociali o identitari? Forse domani si potrà. Grazie a un regolamento allo studio del ministero della Pubblica istruzione di cui il manifesto è riuscito a ottenere una bozza. Un regolamento che, se approvato da Palazzo Chigi, permetterà al ministro Giuseppe Fioroni di rendere esecutivo un altro importante tassello della riforma Moratti.
Come sempre, quando si parla di scuola la materia giuridica è ricca di insidie e invita a fare qualche passo indietro. Fino all'arrivo del centrodestra, le private erano suddivise in paritarie e non paritarie. Paritarie, quelle che seguivano nel dettaglio i programmi ministeriali e permettevano di assolvere all'obbligo scolastico pur non rilasciando diplomi (gli studenti iscritti dovevano superare esami di stato per vedere riconosciuto il proprio percorso formativo). Non paritari, invece, tutti gli altri istituti privati di qualsiasi materia o orientamento che, a causa della propria libertà didattica non potevano fare le veci della scuola dell'obbligo. Così fu, fino all'arrivo di Letizia Moratti, la quale permise alle paritarie di organizzare esami e rilasciare diplomi. Ed elevò lo status delle non paritarie, suggerendo che potessero permettere l'assolvimento dell'obbligo purché avessero «un'offerta formativa conforme ai principi della Costituzione».
Ad accelerare l'attuazione della riforma, è oggi il ministro Fioroni, nonostante il programma dell'Unione promettesse di «abrogare, in radicale discontinuità con gli indirizzi e le scelte di centro-destra, la legislazione vigente in contrasto con le nostre scelte». Nello «Schema di regolamento» che riguarda le scuole non paritarie attualmente allo studio, infatti, non soltanto vengono conservati i punti chiave della legge del febbraio 2006, ma vengono addirittura ampliati, esplicitando principi finora introdotti surrettiziamente. Tanto per cominciare, il ministero scrive per la prima volta che «la regolare frequenza della scuola non paritaria da parte degli alunni costituisce assolvimento degli obblighi di istruzione». Una scelta che, se confermata, avrà risultati preoccupanti: basterà iscrivere il proprio figlio a una scuola il cui programma sia genericamente «in armonia con i principi costituzionali», per essere a posto con la legge. Poco importa se si tratterà di istituti con programmi a forte intensità confessionale o centri di indottrinamento, purché seguano un vago «piano dell'offerta formativa elaborato in conformità agli ordinamenti vigenti». Quanto al riconoscimento dei diplomi, nessun problema, ci aveva già pensato la Moratti: gli esami verranno svolti in qualche scuola paritaria.
Ma non basta. Uno degli aspetti che permetteva il riconoscimento della parificazione era l'apertura a qualsiasi cittadino senza alcuna forma di discriminazione, per arginare fenomeni di ghettizzazione e promuovere nella scuola dell'obbligo - statale o privata che fosse - il più ampio pluralismo possibile. Un principio domani facilmente aggirabile, grazie a istituti non paritari e dell'obbligo che continueranno a poter scegliere come meglio preferiscono i propri iscritti. Con la nascita di scuole ghetto in cui sarà impossibile promuovere dialogo, conoscenza reciproca e pluralismo culturale. Ma gli effetti negativi del regolamento non finirebbero qui: grazie al cambiamento di statuto, le scuole non paritarie potrebbero beneficiare dei finanziamenti destinati alle scuole private dell'obbligo. E non solo. Le non parificate potranno assumere insegnanti in possesso di laurea ma privi di abilitazione, cui non verranno applicati i contratti nazionali. Insomma un pasticcio di cui trarranno particolare beneficio molti operatori che negli ultimi anni attraversano una dura crisi finanziaria.
L'idea fissa che anima l'attuazione di una riforma del centro-destra da parte di un ministro di centro-sinistra, è quella di un sistema di istruzione misto dove i privati svolgano un ruolo complementare a quello dello stato. Un ruolo che promuova forme di cultura elitista e lobbistica in una società sempre più divisa tra minoranze, dove la secolarizzazione richiede ai cattolici una presenza ideologica più aggressiva e militante. Anche a costo di gettare nel caos l'intero sistema scolastico nazionale.(Il Manifesto 9 ottobre 2007)

 

20 ottobre. Saremo in piazza per il "bene comune"

 

Le studentesse e gli studenti del nostro paese lanciano un appello alla mobilitazione contro ogni forma di precarietà e sfruttamento esistenziale nella vita e nella formazione.
Nelle scuole e nelle università luoghi profondamente colpiti dai processi globali di privatizzazione del sapere, le esistenze e le conoscenze sono ridotte a merce.
Gli anni di Berlusconi hanno accelerato il processo di costruzione di scuole e università funzionali al mercato e asservite al neoliberismo; le risorse pubbliche sono state ridotte al minimo, le politiche di investimento in innovazione e ricerca pubblica sono ormai state azzerate. Scendiamo in piazza per chiedere una decisa inversione di tendenza, segnali di forte discontinuità che mettano la conoscenza e il libero accesso ad essa al centro dell'azione di governo. Crediamo che questo possa avvenire solo se in Italia si riescano a sviluppare degli strumenti che garantiscano realmente la partecipazione di studenti e precari.
Reclamiamo il sacrosanto diritto a essere consultati sulle scelte che riguardano il nostro presente e il nostro futuro!
Chiediamo l'abrogazione delle riforme Moratti, l'istituzione di una legge nazionale per il diritto allo studio per tutti/e e l'abolizione del numero chiuso nelle università, per garantire il diritto costituzionale all'accesso ai saperi a prescindere dalla propria condizione sociale, per assicurare il diritto primario e inalienabile alla formazione come principale elemento del pieno sviluppo della persona umana.
La precarietà esistenziale ci condanna a una vita di insicurezza sociale, di incertezze per il proprio presente e futuro, ci relega a essere cittadini di serie B senza né voce né dignità. Scenderemo in piazza perché riteniamo che sia del tutto prioritaria una revisione delle norme che regolamentano il mondo del lavoro e del welfare, a partire dal superamento della legge 30 e dall'introduzione di nuovi strumenti di tutela sociale per chi è in formazione. Crediamo in un modello che garantisca sicurezza sociale a partire dal reddito, che ci renda realmente liberi di scegliere e che ci permetta di formarci lungo tutto l'arco della vita; per questo chiediamo al governo l'istituzione di un reddito di formazione che garantisca l'accesso al sapere in tutte le sue forme, che assicuri servizi e autonomia del proprio percorso formativo, a partire da un'immediata copertura finanziaria di tutte le borse di studio. Vogliamo che si ponga fine allo scandalo tutto italiano degli idonei non assegnatari.
Giudichiamo vergognoso il tentativo di costruire in questo paese una finta contrapposizione tra diritti dei giovani e dei pensionati. Crediamo infatti che la precarietà non si sconfigga né togliendo i diritti ai nostri genitori né attaccando strumentalmente coloro che questi diritti continuano a difendere.
Vogliamo quindi rilanciare un dibattito pubblico che attraversi scuole, università e territori, capace di rendere il 20 ottobre la data di tutti/e, dove si esprima realmente un bisogno sociale di cambiamento e trasformazione dell'intera società.
Le studentesse e gli studenti esprimeranno la loro soggettività con un percorso partecipato nelle scuole e nelle università che ha l'obiettivo di costruire uno spezzone unitario caratterizzante di tutte quelle realtà e dei singoli che aderiranno a questo appello; una soggettività autonoma dai processi politici in atto, che rifiuta ogni tipo di strumentalizzazione, che chiede a gran voce un sapere libero come motore della trasformazione per una vera società della conoscenza, dei diritti e della pace... Il sapere non è una merce ma un bene comune.(il Manifesto 22 settembre 2007)
Comitato studentesco per il 20 ottobre


 

Roma 18 settembre 2007 - ore 14,30 Via Napoli 38

Tagli, scuola azzoppata

 

di Domenico Giovinazzo

A settembre i sorrisi sui volti dei fanciulli e degli adolescenti cominciano a farsi più sfumati, e tra i loro pensieri ce n’è uno che inizia a presentarsi sempre più frequente quanto indesiderato: la ripresa della scuola. Ma in che condizione si trova la scuola italiana che si appresta a riaprire i battenti? Enrico Panini, segretario generale della Federazione lavoratori della conoscenza (Flc-Cgil), non sembra troppo ottimista: «L’anno scolastico non riparte benissimo – spiega – perché a fianco ad alcuni fatti positivi convivono degli aspetti preoccupanti».
Cosa dovremo aspettarci dal nuovo anno?
Questo è l’anno dell’obbligo di istruzione, a scuola per non meno di 10 anni. E’ anche l’anno in cui si apre la discussione, per la prima volta dopo tanto tempo, sulle indicazioni nazionali e quindi sui nuovi programmi d’insegnamento. Inoltre, 20.000 bambini tra i 2 e i 3 anni frequenteranno le cosiddette “sezioni primavera” appositamente istituite per loro (cosa ben diversa dall’anticipo che voleva la Moratti). Tuttavia questo è anche l’anno che parte con una riduzione consistente di insegnanti – frutto della Legge finanziaria per il 2007 – il che è paradossale perché si continua a tagliare mentre crescono le iscrizioni di alunni nelle scuole. Inoltre, la situazione risulta ancor più grave dal momento che questi tagli si stanno concentrando sugli alunni disabili, perché non si dà loro un’adeguata copertura con insegnanti di sostegno; sul tempo pieno, che viene sì autorizzato ma secondo il modello Moratti, cioé senza la compresenza; sull’educazione degli adulti, con la riduzione dei cosiddetti “corsi di 150 ore”. Poi ci sono altri aspetti negativi quali l’aumento degli alunni per classe, le soppressioni o gli accorpamenti di classi. Il tutto risponde a una pura logica ragionieristica che non considera alcuna forma di programmazione: se tu chiedi al ministero dell’Istruzione cosa succederà tra 5 anni sul versante demografico non è in grado di rispondere.
Manca un’analisi delle necessità in base alle quali strutturare un sistema scolastico che risponda alle esigenze del paese?
Esatto. Se si facesse questa analisi si scoprirebbe che gli alunni stanno aumentando e aumenteranno ancora. Si comprenderebbe che tagliare il numero di insegnanti a fronte di un aumento di iscrizioni vuol dire, anziché risparmiare, spalmare un costo sociale sul paese per un lunghissimo periodo di anni: per esempio, quegli alunni disabili avranno maggiori difficoltà di integrazione, e il tempo pieno non avrà una qualità adeguata. In poche parole, non esistono dei tagli indolore, e questi sono particolarmente pesanti.
Altro aspetto critico, come ogni anno, è il caro-libri...
La denuncia è assolutamente giusta, ma sono molto deboli le risposte. La fornitura dei libri scolastici rappresenta un servizio di pubblica utilità: il libro di testo non è un accessorio griffato ma un qualcosa di indispensabile. Per questo motivo i libri di testo non possono essere assoggettati a una logica di mercato. Invece, checché ne dicano le case editrici, il loro prezzo fluttua sulla base di pure considerazioni di carattere economico.
I tetti di spesa imposti a livello ministeriale non sono una risposta adeguata?
I tetti di spesa definiti dal ministero dell’Istruzione non possono essere un qualcosa che serve a sgravarsi l’anima da un peso, pensando di aver stabilito dei limiti senza verificarne poi l’effettivo rispetto. Oltretutto non esiste un tetto di spesa per le scuole superiori.
Il ministro Fioroni ha incaricato una commissione di esperti per arrivare all’introduzione, per l’anno prossimo, di un tetto anche per le superiori. Basterà?
Questo è un fatto che giudico positivo. Tuttavia il problema vero in relazione ai tetti di spesa è la formazione del prezzo: non si può chiedere a dirigenti scolastici e docenti di trasformarsi in contabili per capire se sono dentro o fuori dal tetto, il tetto va garantito a monte, nella fase dell’offerta dell’editoria scolastica.
In base alla situazione che hai descritto, la scuola pubblica ha bisogno di investimenti. Qual è allora l’utilità di proporre un aumento di finanziamenti agli istituti privati?
E’ solo un’operazione di marketing politico. La proposta fatta dal ministro Fioroni davanti alla platea del Meeting di Comunione e liberazione non ha nessun senso se non quello della ricerca di consenso rispetto a quel mondo. E’ inaccettabile il finanziamento alle scuole private, come è inaccettabile che all’attenzione che si riversa sulle scuole private corrisponda il pugno di ferro sulla scuola statale (insegnanti minacciati di sanzioni disciplinari, tanto per dirne una). Ma poi, anche a voler osservare con animo meno “critico”, trovo oltre che illegittimo anche provocatorio che si dica “diamo soldi alle scuole senza fini di lucro” e che poi si lasci alla scuola stessa il compito di stabilire se appartiene a questa categoria o no.
Con la riapertura delle scuole si riapre anche il dibattito sulla Finanziaria. Quali sono le tue richieste?
Alla fine del mese di giugno, quattro ministri della Repubblica – Padoa Schioppa, Mussi, Fioroni e Nicolais – hanno firmato con Epifani, Bonanni e Angeletti l’Intesa sulla conoscenza. Questo documento è sostanzialmente un programma di legislatura, in cui c’è scritto basta con la politica dei tagli, occorrono investimenti; c’è scritto che esiste un’emergenza insegnanti alla quale va data una risposta; e c’è scritto che c’è un problema di diritto allo studio nel nostro paese, per cui bisogna far sì che un numero maggiore di studenti si diplomi e si laurei. Bene, io chiedo una Finanziaria coerente con questa Intesa che il Governo ha firmato coi sindacati confederali. Mi basta questo. Perché su quel documento trovo tutte le risposte ai problemi che fino ad oggi sono rimasti insoluti.(la Rinascita della sinistra 6 settembre 2007)

Contro la politica della tolleranza zero

Torino, 7 set. - (Adnkronos) - Una decina, 'armati' di detersivo e spazzole contro la politica della 'tolleranza zero'. Si sono trasformati in lavavetri per un giorno i ragazzi dei Giovani comunisti di Torino che questa mattina in corso San Maurizio, davanti alla sede delle facolta' umanistiche, hanno inscenato una iniziativa simbolica per dire no a quanto emerso in questi giorni nel dibattito sulla questione di lavavetri.
"Abbiamo deciso di fare questa iniziativa simbolica -spiega Flavio Arzarello dell'esecutivo nazionale della Fgci- come provocazione perche' quanto sta accadendo e' molto grave. Il dibattito che si e' scatenato sui lavavetri e' sintomatico di una questione piu' grave perche' si scambiano vittima e carnefice. Per noi -prosegue- il lavavetri e' la vittima, vittima del racket, che e' il vero nemico da combattere". Il discorso si fa poi piu' ampio e affronta il tema del piano della sicurezza dell'attuale governo. Un piano, prosegue Arzarello, "che ci preoccupa perche' in questi giorni e' stato detto che una delle linee guida da seguire e' il modello Giuliani della 'tolleranza zero', che non ha nulla a che fare con la difesa dei piu' deboli".
All'iniziativa, che ha provocato negli automobilisti reazioni diverse, le stesse che si provano nei confronti dei veri lavavetri, da chi azionava il tergicristalli per non farsi detergere il lunotto a chi ha dato un euro ai ragazzi, hanno partecipato anche il coordinatore provinciale della Fgci Alessandro Palma e la consigliera provinciale dei Comunisti italiani Chiara Giorgetti Prato. Secondo la Consigliera Provinciale del PdCI, che è anche esponente della FGCI torinese che afferma "Il far west lasciamolo al cinema americano! E’ inaccettabile dover assistere a bagarre e boutade sulle prime pagine dei giornali che vedono come filo rosso una serie di provvedimenti repressivi contro cittadine e cittadini che non hanno altra colpa al di là di quella di vivere in prima persona una condizione di forte povertà, disagio e isolamento sociale.
Non ci stiamo come Federazione Giovanile dei comunisti Italiani a vedere pagine dedicate a chi, nei giorni scorsi, ha voluto male interpretare il termine della legalità, volendo attaccare e ghettizzare ulteriormente delle persone che, non avendo altri mezzi, si trovano a dover lavare i vetri ai semafori, addirittura arrivando a citare ad esempio una sorta di pulizia della città stile quella adottata da Giuliani a New York.
Non è questo il modo di porre la questione e per questo motivo oggi la FGCI è scesa simbolicamente in strada a manifestare dalla parte dei più deboli, lavando i vetri delle macchine in c.so San Maurizio a Torino, distribuendo volantini e parlando con la gente. Siamo stufi di questo stato di allarmismo e consideriamo grave il continuo e fasullo appello alla sicurezza sociale attraverso la criminalizzazione dei deboli. Quello della sicurezza sociale è un tema che affonda radici ben più profonde e che dovrebbe vedere nella politica non un diffusore di paura ma una concreta risposta a tematiche quali integrazione, precarietà e servizi pubblici."

Comunicato stampa FGCI Torino

 

 Venerdì 6 sett. i ragazzi della Fgci lavavetri per un giorno

 

 

Dichiarazione di Flavio Arzarello, Esecutivo nazionale Federazione Giovanile Comunisti Italiani

 

"Venerdì alle ore 11 all'angolo tra Corso S. Maurizio e Via S. Ottavio laveremo simbolicamente i vetri degli automobilisti fermi al semaforo e distribuiremo materiale esplicativo della nostra posizione. Si tratta di una provocazione che vuole evidenziare la nostra totale contrarietà a chi vuole punire con il carcere fino a tre anni i lavavetri; si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di donne e uomini disperati contro i quali è stupido e sbagliato accanirsi.
La giusta battaglia è da combattere contro i racket che li sfruttano, che sono il vero nemico della legalità.
Inoltre ci preoccupa estremamente il fatto che il Ministro degli Interni di un Governo di centrosinistra usi espressioni come tolleranza zero e si rifaccia esplicitamente a modelli come Rudolph Giuliani, che certamente nulla hanno a che spartire con la cultura delle forze di centro e di sinistra italiane.
Venerdì dunque saremo in strada a lavare i vetri, perché siamo come sempre sempre dalla parte dei più deboli." ( 6 settembre 2007)

 

 

 

Intervista a Riccardo Messina

Campeggio nazionale della Fgci a Roccella Jonica. Giovani compagne e compagni che hanno convissuto 24 ore su 24 facendo attività politica, giocando, divertendosi conoscendosi.Ce lo facciamo raccontare da Riccardo Messina, coordinatore nazionale della Fgci.
Perché proprio Roccella Jonica?
Questo è il terzo campeggio nazionale della Fgci. Il primo si è svolto a Catania nel 2005 e il secondo a Livorno. Quest'anno abbiamo deciso di tornare al sud perché crediamo sia importante vivere da dentro le contraddizioni del Mezzogiorno in Italia. E' importante che i compagni capiscano cosa significa vivere in una terra in parte dalla criminalità organizzata. Ed è anche importante che si conoscano le grandi risorse ed energia presenti in questa parte d'Italia. La Calabria è una regione dove il partito e la Fgci sono particolarmente forti.
Campeggio tradizione storica delle organizzazioni giovanili di sinistra. Qual è l'importanza di una forma aggregativa di questo tipo, sicuramente diversa da quella che può essere una festa? Quanto serve al radicamento dell'organizzazione nei territori?
E' fondamentale innanzitutto perché i compagni, vivendo assieme otto giorni, litigando, confrontandosi sulle questioni politiche che sono all'ordine del giorno ma anche sulle grandi questioni ideologiche e di sistema riescono innanzitutto a crescere e verificano che non sono soli. Ci sono compagni che dopo i campeggi nazionali tornano sui territori più forti, perché capiscono di essere parte di un grande progetto e di una grande battaglia che si svolge ugualmente, anche se con metodi, strumenti e problematiche diverse all'interno del nostro paese e quindi riescono a comprendere certe questioni. E' anche un momento importante perché col vicino di tenda ci si confronta su quale siano gli strumenti più adatti per affrontare una determinata questione, sulle iniziative svolte, si scambiano nomi di possibili relatori, di possibili battaglie e vertenze affrontate. Si cresce davvero tutti insieme.
Progetti per l'anno prossimo?
Sono tante le organizzazioni di sinistra che fanno il campeggio nazionale. Io credo che ci siano le condizioni per organizzare l'anno prossimo un grande campeggio unitario della sinistra, che costituisca un vero evento unitario e che riesca a portare insieme circa cinque mila persone in un luogo a discutere di politica, per praticare l'unità a sinistra tra i giovani.
Unità a sinistra anche tra i giovani. Quanto le organizzazioni giovani possano essere volano di questo progetto?
Io credo che l'unità a sinistra fra i giovani sia più facile perché non ci sono gli attriti che ci possono essere tra gli adulti, perché non ci sono liste da comporre e perché spesso un giovane di 15 anni che si avvicina a noi, o a Rifondazione comunista, lo fa perché ci incontra e capisce che quello può essere un modo di incidere sulla società, al di là delle diversità che ci possono essere tra i nostri partiti. Possiamo essere un laboratorio e siamo già partiti. Abbiamo fatto diversi incontri con Gc, Sinistra democratica, i sindacati studenteschi con cui abbiamo un rapporto solido. Ovviamente l'unità è un processo difficile ma anche irreversibile per cui credo che da qui ad ottobre ci saranno grandi novità e potremo realizzare una massa critica che sposti l'asse della società più a sinistra.
Coordinatore da due mesi. A livello politico è successo di tutto. Sulle pensioni è stato agitato lo spettro dello scontro generazionale da chi questo accordo lo voleva a tutti i costi, mentendo e in questo modo creandolo. Come si può contrastare?
L'operazione che hanno fatto è stata veramente sporca. Hanno fatto passare un attacco ai diritti dei lavoratori, giovani o anziani che fossero, come uno strumento per liberare risorse. Questo inganno è stato svelato subito. Le vicenda della revisione della legge 30 e la decontribuzione degli straordinari sono emblematiche.
Inoltre questo governo non ha fatto nulla sulla lotta al lavoro nero, lotta che sarebbe a costo zero e produrrebbe una serie di risorse che potrebbero far aumentare la capacità dell'erario statale di far fronte al necessario aumento della spesa per i servizi sociali.
I giovani italiani hanno la necessità di uscire da questa emergenza. Per questa noi della Fgci lanceremo sulle questioni di scuola, Università e lavoro una grande mobilitazione di massa. Il prossimo autunno sarà veramente caldo. Il governo deve ascoltare le esigenze dei lavoratori e dei giovani italiani.
Gli obiettivi sono chiari. Rispetto agli strumenti di cui vi doterete, Resistenza Attiva, il vostro giornale, è già una realtà interessante. A cos'altro state lavorando?
Innanzitutto ringrazio i compagni di Rinascita con cui si sta ragionando sull'opportunità di far uscire un inserto mensile di Resistenza attiva all'interno del settimanale.Esiste l'esigenza di fare un giornale che sia non solo scritto dai giovani, ma soprattutto che parli all'universo giovanile e che possa costituire un momento importante di dibattito sia interno, tra i compagni e all'esterno nella sinistra in generale.Inoltre c'è la necessità, affrontata durante questo campeggio nel corso di un workshop sull'informazione con Gianni Montesano, di aprirci a nuovi metodi di comunicazione. Dobbiamo potenziare anche la nostra piattaforma internet e credo ci siano le condizioni per lanciare, nei prossimi mesi una radio via internet, che ha dei costi bassissimi ma un'ampia capacità di raggiungere i giovani. Il mondo sta cambiando e quindi dobbiamo cambiare anche il modo di raggiungere i giovani italiani. Su questo al Fgci farà sicuramente un grande lavoro.
Comunque questo campeggio è stata una faticaccia...
Sicuramente, ma abbiamo avuto la soddisfazione di portare in Calabria più di 300 giovani provenienti da ogni parte d'Italia. Ci siamo divertiti un mondo, la sera abbiamo organizzato concerti... una bellissima esperienza.Voglio ringraziare tutti, a partire dai compagni del coordinamento nazionale e tutti i compagni del Pdci di Roccella Jonica, in particolare Carlo Iannuzzi ma soprattutto i giovani della Fgci per l'egregio lavoro che hanno svolto. Non è stato facile ma ne è sicuramente valsa la pena. (la Rinascita della sinistra 7 agosto 2007)

 

Resistenza Attiva chiude con l'assemblea nazionale organizzativa

(6.7.07) - Sabato pomeriggio si è chiuso a Roccella Jonica il Terzo campeggio nazionale della Fgci al quale hanno partecipato 300 giovani da tutta Italia L’ultimo appuntamento è stato l’assemblea nazionale organizzativa che ha messo in campo i progetti per il prossimo anno della Fgci.
Nella relazione introduttiva Flavio Arzarello, responsabile nazionale organizzazione della Fgci, ha segnalato come la federazione giovanile sia radicata meno al centro-nord e tra i lavoratori, per questo nell’autunno prossimo, anche in vista della campagna per il No al referendum la Fgci sarà davanti a diverse fabbriche e luoghi di lavoro.
Il giudizio sull’operato del governo è stato molto netto: ha deluso i giovani e con questi ultimi passi su welfare e pensioni dimostra di guardare più a Confindustria che ai lavoratori.
Arzarello ha annunciato che nel prossimo anno la Fgci lancerà diverse campagne: quella sull'antifascismo, partendo dalle grandi città, un decalogo per gli amministratori sull’antimafia, una campagna contro il precariato integrata con la campagna contro il referendum sulle pensioni ed una seria mobilitazione per i diritti delle coppie di fatto.
Il rafforzamento organizzativo della Fgci è tanto più importante oggi vista la prospettiva reale di costruire l’unità a sinistra, un’unità di cui i giovani possono essere il motore.
In quasi tre ore di dibattito si sono succeduti una trentina di interventi di compagne e compagni delle diverse realtà territoriali, che hanno spiegato le loro esperienze, ma che si sono anche espressi sul futuro dell’organizzazione giovanile del Pdci: un’organizzazione che dovrà saper essere impegnata a tutto campo sul terreno unitario, ma che dovrà affermare con forza la propria diversità comunista.
L’assemblea è stata conclusa da Riccardo Messina, coordinatore nazionale Fgci che ha ricordato il percorso unitario che l’organizzazione sta intraprendendo con Giovani comunisti, Sinistra democratica giovani e giovani Verdi.
Messina ha riaffermato che l’essere comunisti, il riaffermare la nostra identità è fondamentale oggi mentre viviamo il processo unitario; un’identità che però non deve essere agitata come un gagliardetto ma fatta vivere nel presente e guardando al futuro.
Anche Messina sul governo è netto e promette mobilitazioni senza sconti in autunno, concludendo infine con un annuncio davvero importante: «l’anno prossimo saranno preparate le tessere della Federazione Giovanile Comunisti Italiani».(La Rinascita della sinistra 5 agosto 2007)
 

 

Ma per fortuna che c'è Riccardo

Pensioni: Giovani comunisti a Governo, no scontro generazioni


(AGI) - Roma, 10 lug - Il Governo sprona i giovani: "Sulle pensioni fatevi sentire...". I giovani non sembrano pero' entusiasti. Riccardo Messina, un giovane comunista, non si e' fatto intimorire dai saloni di Palazzo Chigi. "Noi - ha detto Messina in faccia a Letta e Padoa Schioppa - siamo contrari a far passare l'idea di uno scontro generazionale in atto. Sullo scalone siamo solidali con i diritti dei lavoratori. Se proprio volete lasciare lo scalone, allora abolite la legge 30 e date piu' soldi alla scuola pubblica".
Piu' disponibili i giovani Democratici (Pina Picerno e Francesco Di Nacci) favorevoli "all'aumento dell'eta' pensionabile". I giovani Democratici non sosterranno pero' l'iniziativa di Giachetti per una fiaccolata di protesta sotto la sede dei sindacati.
All'incontro di questa sera con il Governo non erano presenti le associazioni giovanili della Cdl ne' quelle di Confindustria e Confcommercio. Per il Governo presenti Enrico Letta, Tommaso Padoa Schioppa e Giovanna Melandri.

 

Iniziativa della Fgci di Torino rimandata al 22 giugno

 

 

Intervista al nuovo coordinatore nazionale della Fgci

 

Riccardo Messina 26 anni, di Catania, è stato eletto, al termine della seconda Conferenza nazionale della Fgci, coordinatore nazionale

Succede a Francesco Francescaglia, 28 anni di Perugia, che lascia la Fgci per dedicarsi al Partito dei comunisti italiani. Con Messina parliamo dei grandi temi affrontati, e che continuerà ad affrontare, la Fgci in questi anni.
Appena eletto nuovo coordinatore, emozionato?
Si, sono contento. Ora ci aspettano tre anni di lavoro per l'organizzazione nazionale ma soprattutto per tutte le Fgci territoriali. I giovani italiani si trovano in una situazione difficile, abbiamo giovani donne e giovani uomini che lavorano nei call center vendendo dei contratti telefonici che non potranno mai permettersi, giovani che lavorano in agenzie immobiliari vendendo case che non potranno mai comprarsi. Questi sono i giovani italiani a cui ci rivolgiamo e dobbiamo elaborare delle politiche serie per dare loro delle risposte. Perché per noi della Fgci fare politica significa dare  risposte alle persone che sono la nostra classe di riferimento, ovvero i lavoratori.
Anche il presidente Cuffaro, nel suo intervento alla conferenza, ha fatto un richiamo alla lotta contro la mafia, lotta in cui la Fgci si è spesa molto.
E' un lavoro che finora abbiamo portato avanti su due direttrici: da un lato lo studio, penso al Convegno di Gela del settembre scorso a cui hanno preso parte Don Ciotti, Rosario Crocetta, Tano Grasso e tanti altri esponenti di quel mondo dell'antimafia che non sta sotto i riflettori, ma che produce duri colpi alla criminalità organizzata. Dall'altro lo abbiamo fatto cercando di far aumentare il consenso intorno alla lotta contro la mafia. E' un periodo difficile, noi siamo convinti che la questione della lotta alla mafia e quella sociale siano in fondo due facce della stessa medaglia. Non potremo mai lottare contro la mafia se non togliamo prima l'humus di sfruttamento, di precarietà in cui la mafia prolifera e recluta; dall'altro lato non potremo lottare per la giustizia sociale se non eliminiamo la mafia. Il meridione sarebbe sviluppato se non esistesse la mafia e, negli anni, è cambiato il volto di questa. Prima era costituita da boss che giravano con marranzano e coppola, ora invece la mafia è quella delle grandi multinazionali, una mafia capitalista che ha un giro di affari che vale da solo diverse finanziarie.
La settimana prossima si svolgerà il G8, come si pone la Fgci nei confronti dei problemi che la globalizzazione sta suscitando.
Il capitalismo mondiale lavora a tutto campo, sfruttando ogni giorno milioni di persone. Poi ci sono dei momenti in cui questo capitalismo plasticamente si riunisce per concordare e portare avanti le politiche da cui conseguono gli effetti devastanti che vediamo. Noi saremo alla manifestazione organizzata contro il G8 di Rodstock, ci sarà una delegazione autorevole della Fgci. La necessità di raccordarsi con le varie organizzazioni internazionali che lavorano contro la globalizzazione e l'imperialismo è un tema che ci vedrà, come ci ha visto in questi anni, al primo posto.
Fgci e unità a sinistra, anche tra i giovani è iniziato questo processo?
Un giovane di 15 anni che decide di aderire alla Federazione giovanile dei Comunisti italiani piuttosto che ai Giovani comunisti non lo fa perché legge il nostro documento politico. Vi aderisce perché probabilmente in classe o per strada incontra un giovane della Fgci piuttosto che uno dei Giovani comunisti. E vi aderisce perché ci sono grandi temi da affrontare che sente sulla propria pelle, perché prova disagio per lo sfruttamento, per la precarietà, per le ingiustizie sociali che vede ogni giorno intorno a sé. Noi a questi giovani dobbiamo dare delle risposte e l'unità a sinistra deve essere una risposta, perché l'unità della sinistra fatta a livello giovanile può aiutare a raggiungere tutti quanti quei giovani che non fanno politica. Inoltre il processo di unità è più facile fra i giovani perché abbiamo grandi questioni sociali da affrontare  ma anche perché non abbiamo liste elettorali da proporre. Tra noi non esistono vecchie ruggini che invece esistono tra i compagni più grandi e che possono costituire un ostacolo a lavorare insieme per far pesare i diritti dei lavoratori e degli studenti in questo paese.
Precarietà e università sono due dei temi su cui la Fgci si è spesa, come proseguirà il vostro lavoro?
Il nuovo coordinamento nazionale, come tutti i compagni nei territori, continueranno a lavorare nelle università, nei sindacati studenteschi ed universitari, come nei collettivi. Così come cercheremo di rafforzare la nostra presenza nei luoghi di lavoro, un punto che deve essere la vera sfida che ci dobbiamo porre. L'università è un settore fondamentale: creare un'università più forte, più libera, aperta a tutti a prescindere da quanto i propri genitori portano a casa a fine mese, servirà ad avere  persone più colte, che meglio potranno stare nel mondo del lavoro, ma anche persone che avranno più consapevolezza dei propri diritti. Perché chi ha più consapevolezza dei propri diritti può meglio sfuggire le logiche del precariato e dello sfruttamento. Precariato, un settore su cui dovremmo lavorare molto e che vorremmo sparisse come struttura fondante del mercato del lavoro di oggi. Un altro problema, spesso sottaciuto, è quello del lavoro nero. Chi ha un contratto precario è uno sfruttato ma ha comunque un contratto, invece esistono milioni di persone, soprattutto giovani, che lavorano in nero rischiando anche la vita. Questo fenomeno potrebbe essere facilmente combattuto facendo funzionare gli strumenti che già abbiamo: controlli e ispettori del lavoro. Questo sarà un terreno su cui la Fgci si spenderà incalzando il governo anche con durezza, come abbiamo fatto per altri campi. Perché su questi terreni si possono portare a casa risultati per gli italiani e per i giovani italiani.(La Rinascita della sinistra 4 giugno 2007)

 Fanno parte del nuovo Coordinamento nazionale:

Messina Riccardo
Arzarello Flavio
Iome Lucia
Marilli Otello
Mariotti Elisa
Nicolosi Valerio
Perri Stefano
Ricci Francesca
Scarpato Francesca

 

I giovani e la droga, non repressione ma educazione

di Alba Sasso

L'emergenza droga nelle scuole è reale, ma l'utilità di partire dai giovani, l'ultimo anello della catena, lascia perplessi. L'azione deve essere diretta agli spacciatori e a chi sta sopra di loro. Quanto ai ragazzi, bisogna riportare valori e principi alla loro giusta dimensione

Certo che esiste un'emergenza droga nelle scuole. Come esiste un'emergenza violenza, un'emergenza incultura, e una generalizzata caduta di autorità e prestigio dell'istituzione. Per non parlare della crisi della famiglia, a dispetto di tutte le celebrazioni di piazza. E allora? Da che cosa partiamo per affrontare tutto questo? Dai ragazzi, dal fumatore, dall'ultimo anello della catena? La proposta del ministro Turco lascia francamente perplessi, a dir poco. È come se, in Campania, di fronte all'emergenza rifiuti, si appostassero i carabinieri dietro l'uscio delle case, e fermassero tutti quelli che con il loro bravo sacchetto vanno ad alimentare la crescita delle montagne di rifiuti per le strade. E  chi doveva provvedere, e non lo ha fatto? E la camorra, che sta dietro a tutto quel gigantesco business? Troppo facile, troppo semplice, partire dagli ultimi, come sempre. "quod non fecerunt barbari...." Ora, che il consumo di droghe nelle scuole sia diffuso a tutti i livelli è una non notizia. Come non lo è quella che il consumo di droghe cosiddette leggere sia diffuso ovunque. Basta scorrere le cronache dei giornali,che peraltro riportano quotidianamente gli sforzi generosi di  tanta parte del mondo della scuola per contrastare questo fenomeno. Ma c'è un nemico più forte.

Modelli di vita, come  dire, del fast e dell'easy non ostacolati da famiglia, scuola, società  in una gara alla permissività che rinuncia ad ogni approccio mediamente educativo, tema la paura di apparire antiquati o, peggio, repressivi. Perciò, proporre la presenza dei nas nelle scuole è semplicemente insensato.  E poi con quali uomini, viste le migliaia di scuole diffuse in tutta Italia? E per quanto tempo? Dopo la prima ondata, come insegnano i bliz fatti ad uso e consumo delle telecamere, tutto ritorna come prima, "business as usual". Perché non si può pensare seriamente che una ripulita agli zaini e alle cartelle dei ragazzi risolva il problema. E se i presidi possono già chiamare quando e dove vogliono le forze dell'ordine,quale sarebbe la novità? Un'azione che andasse nella direzione di bloccare gli spacciatori, sì che lo sarebbe. Fuori dalle scuole, nei loro covi, con una azione di intelligence, di quelle che non portano servizi nei tg, ma qualche delinquente in galera. Le telecamere intorno alle scuole, certo. E una rete di sostegno a ragazzi e famiglie, che riporti tutti alla consapevolezza dei ruoli, e all'importanza del rispetto delle regole. Ad avere presente che la questione delle droghe è problema che riguarda un mercato mondiale forse secondo solo al petrolio, e dunque le trovate da neofiti del  rigorismo lasciano il tempo che trovano.

Il contrario della repressione non è il permissivismo, chè anzi è cosa altrettanto dannosa. Il contrario è educazione dei ragazzi, valori e principi riportati alla loro giusta dimensione, educazione civica che sia consapevolezza anche di cosa rappresenti il mercato della droga a livello mondiale. La famiglia non può più abdicare ai suoi compiti. Un family day della responsabilità sì che servirebbe. (AprileOnline 28 maggio 2007)

 

 

La Sinistra giovanile senza guida e senza ruolo nel Pd

 

di Giuliano Girlando*

 Come scrissero qualche tempo fa in un articolo a firma congiunta Francesco Mosca, segretario nazionale della Fgs, e Antonio Pataffio, primo firmatario della seconda mozione della Sinistra Giovanile, la Sg con l'elezione di Filibeck alla presidenza dell'Ecosy avrebbe dovuto difendere l'ortodossia dei giovani socialisti europei anche in Italia. Chissà cosa hanno pensato i nostri coetanei compagni europei quando, all' invito fatto giustamente dallo stesso Francesco Mosca al segretario nazionale della Sinistra Giovanile Fausto Raciti a partecipare alla manifestazione del Coraggio Laico di Piazza Navona, quest'ultimo ha risposto negativamente motivando il rifiuto con la  volontà di non alimentare uno scontro frontale fra fazioni opposte che rischiano di non far avanzare i diritti civili. Una risposta che poteva essere del tutto legittima se fosse venuta da Pina Picierno, presidentessa dei Giovani DL; direi invece il contrario nel caso di Raciti poiché deriva da chi è diventato segretario della Sinistra Giovanile con una tesi che sosteneva che all'interno del nuovo soggetto politico, il Pd, ci possono essere le condizioni per tenere a sinistra il nascente partito e per far prevalere all'interno di esso le idee di una sinistra nuova e riformista.

Ci duole dire al caro compagno Raciti e a tutti quei compagni che lo hanno sostenuto che noi giovani della Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo, forti della tesi di Antonio Pataffio che abbiamo appoggiato nell'ultimo congresso nazionale della Sg, ci siamo ritrovati sabato scorso a Piazza Navona. Come abbiamo già detto, e oggi più che mai ne siamo convinti, l'attuale gestione Raciti-Speranza si sta spostando verso una forte convergenza a destra affievolendo sempre più la volontà di continuare la battaglia sui grandi temi della Ecosy, dei diritti civili e sociali nel nostro paese, della identità di sinistra all'interno del Pd, ma soprattutto della reale volontà di continuare un'appartenenza alla Ecosy.

Se state già pensando ed agendo come se la Sg sia già di fatto sciolta o reinventata in un nuovo soggetto giovanile per il Pd, beh ci sembra che siate sulla buona strada. Noi notiamo con piacere come quella autonomia che distingueva la Sg dal gruppo maggioritario dirigenziale Ds sia stata messa da parte. Oggi più che mai vorremmo invitare quei compagni indecisi che votarono la tesi Raciti-Speranza, e gli stessi segretario e presidente nazionale, ad una serena riflessione sulla direzione che ha intrapreso la Sinistra Giovanile, se mai davvero ne abbia presa una chiara.

Questa maldestra mentalità giovanile dimostra il precoce invecchiamento della direzione nazionale della Sg, rispecchiando lo stato d'animo che si vive oggi all'interno del costituendo (o precostituito) Pd. Come i Ds non c'erano a Piazza Navona così non c'era la Sinistra Giovanile. E oggi la cosa che ci appare più evidente è che Sg non è nemmeno nel comitato del Pd per la costituente di ottobre. Né il nome del segretario Fausto Raciti, né il nome del presidente Roberto Speranza. Chi c'è al loro posto? Ottaviano del Turco e Marco Follini. Beh, come inizio per il Pd non c'è male.  (AprileOnline 25 maggio 2007)
Ma noi ve lo avevamo detto.

*Sinistra Democratica

 

Completamente fuori di test


 

Un kit-anti cazzate non l'ha ancora inventato nessuno. Meglio così. Perché altrimenti il ministro Livia Turco, dopo il test, si dovrebbe dimettere. Ma non buttiamola in politica con la storia dell'Unione che rincorre la destra per arrivare sempre ultima, il punto è un altro: il ministro è mamma. Ce lo ha ripetuto lei stessa in tv parlando di droga e di suo figlio, che è bravo e non fuma anche perché si prenderebbe un sano ceffone. L'idea, ammettiamolo, è più originale del kit-anti droga che la Moratti vorrebbe distribuire alle mamme per sfracellare la pazienza dei giovani devianti in erba. Eppure a Livia piace anche il kit, «interessante». Ma la sua competenza in materia di salute non conosce confini, ecco perché dà per scontato che lo studente morto a scuola sia stato ucciso da uno spinello, primo caso mondiale della storia della medicina: «Questi fatti non avvengono dove c'è una legge liberalizzatrice» (?). E l'affermazione, priva di senso, è stata pronunciata a margine di una conferenza per la lotta contro i tumori: 80 mila morti all'anno uccisi dalle sigarette.(Il Manifesto 19.5.2007)


 

 

 

Giovani comunisti fuorilegge "Aiutateci"

 

di Claudio Buttazzo

Conferenza a Roma del Prc. Radim Gonda (Ksm): "Colpiscono noi anche per fermare la protesta contro il radar Usa".
Basi americane e autoritarismo. L'Est europeo sempre meno europeo e sempre più laboratorio delle guerre preventive e di un neoliberismo che assume i caratteri di un nuovo fascismo e che, tanto per cominciare, mette fuori legge i comunisti.

L'allarme su quanto avviene nella Repubblica ceca, è stato lanciato a Roma in una conferenza stampa al Senato su iniziativa del senatore di Rifondazione Comunista, Fosco Giannini, dal vicepresidente dell' Unione della gioventù comunista ceca (Ksm), Radim Gonda.
Presenti i senatori Prc, Giovanni Russo Spena, il responsabile Esteri di Rifondazione, Fabio Amato, e Francesco Maringiò per i Giovani comunisti. "La messa fuori legge della Ksm - ci spiega Radim Gonda - con un provvedimento antidemocratico e anticostituzionale del ministero dell'Interno nel novembre scorso è solo il primo atto della deriva autoritaria, il cui obiettivo finale è quello di reprimere ogni forma di dissenso, in una fase di stretta sul piano economico-sociale e di politiche di crescente militarizzazione del terrirorio, proprio mentre cresce un sempre più vasto malcontento e la protesta popolare".
Perchè proprio i giovani comunisti?

In Cechia esiste una strana legge, senza precedenti al mondo, neppure nella Germania hitleriana: è la legge che vieta la propaganda della lotta di classe. E non è diretta semplicemente contro l'ideologia comunista e marxista, ma contro qualsiasi manifestazione di scontento popolare.
Col pretesto di questa legge, qualsiasi sciopero o qualsiasi lotta per la difesa di diritti o per la conquista di migliori condizioni di vita o di lavoro potrebbero essere interpretati come "propaganda della lotta di classe" e, come tali, vietati e repressi.
E' quello che sta, di fatto, avvevendo. Già alcune manifestazioni indette dal movimento contro l'installazione del radar antimissile Usa sul nostro terrirorio sono state vietate. Si è iniziato dai giovani comunisti, perché rappresentiamo l'elemento più sconveniete per uno Stato che ha abbracciato l'anticomunismo come ideologia ufficiale.

Il passo successivo potrebbe essere la messa fuori legge anche del partito comunista, cioè la terza forza politica del paese, l'unico grande partito comunista oggi esistente nel paesi dell'est europeo. Un'anomalia da normalizzare. E nei piani americani c'è la necessità di controllare ogni processo democratico interno all'Unione europea.

Come intendete rispondere?

Contro la decisione del ministero dell'interno abbiamo fatto ricorso alla magistratura. Ci prepariamo al processo.
Ma, indipendentemente dalla decisione che prenderà il tribunale, i giovani comunisti sono determinati a non sciogliere il proprio movimento e a proseguire l'attività politica, quali che siano le condizioni nelle quali fossero costretti a muoversi.
Anche a costo di subire incriminazioni individuali. Ma è chiaro che la partita che si gioca non la si vince solo a Praga.

Decisiva è la mobilitazione in Europa e nel mondo per la difesa dei diritti civili e democratici nel nostro paese e in tutto l'Est europeo. Basta pensare a quello che in queste settimane sta avvenendo in Polonia ed Estonia, con liste di proscrizione e sanguinose repressioni ai danni degli antifascisti.

Nessuna resa, dunque..?

Al contrario, la messa fuori legge ha accresciuto la nostra determinazione. Sono nati nuovi circoli di giovani comunisti.
Stiamo conducendo con grande successo la campagna contro l'installazione del sistema antimissile Usa, raccogliendo da soli già circa 100 mila firme di cittadini che si oppongono alla presenza militare americana.
La nostra determinazione è stata ancora di più rafforzata dalla solidarietà che in tutto il mondo si è espressa nei nostri confronti, in particolare dall'Italia, con personalità come il premio Nobel, Dario Fo, o come Pietro Ingrao.Come nel '68, non è la prima volta che i comunisti italiani ci aiutano. Non lo dimentichiamo. E' per questo che li ringrazio profondamente, così come ringrazio il manifesto, sempre attento alle vicende di Praga.

Il messaggio, per nulla di circostanza, fattoci pervenire da una personalità come Luciana Castellina, con la sua denuncia del silenzio delle istituzioni europee e la sollecitazione alle autorità di governo italiane ad assumere adeguate iniziative, è un messaggio che considero di grandissima importanza (Riscossa_rossa@ 13 maggio 2007)

I giovani del PdCI


 «L'unità ci piace ma non rinunciamo alla nostra identità»

Al congresso di Rimini gli under 30 aprono al cantiere della sinistra



di Castalda Musacchio

«Noi ci crediamo che un altro mondo è possibile». La parola in questa seconda giornata di congresso del Pdci passa a loro: ai giovani. Giovani a cui lo stesso segretario Diliberto ha dedicato l'ultima parte della relazione e sui quali questo partito sembra voler investire. Anche perché, dati alla mano, il tesseramento al Pdci del 2006 ha segnato una forte crescita superando quota 40mila e di questi ben il 40% è rappresentato da ragazzi al di sotto dei 35 anni. Una presenza del Pdci - rende noto un comunicato della segreteria - sostanzialmente spalmata su tutto il territorio nazionale e in modo abbastanza omogeneo: 16,9% nel Nord ovest, 13,1% nel nord est; 26,1% al centro; 33,4% al sud e 9,5% nelle isole. Ma è come dicevamo un altro dato su cui si appunta l'attenzione: dei 40mila iscritti il 40% è rappresentato da giovani. Ragazzi e ragazze dunque che hanno compiuto una precisa scelta politica. E a parlare con loro, questi giovani questa appartenenza la rivendicano.
Sono studenti, impiegati, operai, disoccupati. Quasi tutti hanno compiuto questo passo dopo un'esperienza che dicono «importante e fondamentale» nel movimento nato subito dopo Genova, formatisi nei collettivi studenteschi, poi approdati al Pdci. E alla domanda perché questo approdo la risposta è quasi unanime: «Crediamo nella possibilità - ci dice Elisa, studentessa-lavoratrice di Civitavecchia - di dare così il nostro contributo alla politica con una scelta responsabile. Perché crediamo in alcuni ideali precisi». Il richiamo a questi valori è presto detto: no alla guerra senza se e senza ma, no al precariato, no alla mafia, sì al rispetto della Costituzione. Fulvio, 23 anni, senatore accademico dei collettivi universitari, studente in Scienze politiche nota: «Penso che la forza vera della politica sia nell'azione sui territori. E a livello di enti locali collaboriamo a tutto campo sia con gli altri ragazzi che appartengono al movimento sia con i giovani di Rifondazione, insomma noi questa frattura con il Prc che i dirigenti più "anziani" del partito avvertono non la sentiamo. Anche perché su alcune battaglie dobbiamo fare fronte comune.
Certo, le differenze politiche ci sono, ma se non si perde l'identità è auspicabile che nasca questo nuovo soggetto politico anche perché per quanto ci riguarda con tutti gli altri già lavoriamo su progetti comuni». Ivana viene da Catania, 22 anni, anche lei studentessa, fa politica da quando ha 14 anni. «Sì ho cominciato prestissimo, dal liceo. Poi ho continuato e ho scoperto che nel momento in cui cominci "a fare sul serio" il riscontro vero nelle tue battaglie ce l'hai sul territorio. Le persone hanno bisogno di comunicare, si interrogano, ed è a queste che bisogna parlare. E come siciliana - sottolinea - credo che sia l'unico modo per contrastare la mafia a tutti i livelli». Alessandro, 29 anni è di Palermo ed aggiunge: «Per noi la questione morale è molto sentita. Corrisponde ad una sensibilizzazione precisa e quando si parla di questione meridionale intendiamo proprio questo: creare una rete di relazioni contro la politica della mafia. Ma per farlo dobbiamo stare dentro la politica».
Michele Tripodi ha 28 anni, calabrese di Polistena, è ormai svezzato alla politica essendo un consigliere provinciale del Pdci di Reggio Calabria. Ma anche lui non ha dubbi: «I protagonisti debbono essere i giovani. Ed è auspicabile che nasca una sinistra senza aggettivi puntando proprio su di loro». Daniele di Padova, 26 anni, lavora alla Vodafone e ancora dichiara senza mezzi termini: «Ho scelto il Pdci perché credo sia il più coerente con la traduzione decennale comunista mantenendo un'unità chiara e una forte visione progettuale. L'idea, secondo me, che sta alla base di una nuova sinistra non è quella di costruire un vecchio Pci, ma che si arrivi ad un'aggregazione politica di sostanza».
Giorgio invece ha 31 anni e qui al congresso fa il servizio d'ordine. E' di Pisa, operaio e studente: «Mio nonno mi ha sempre raccomandato di stare dalla parte del popolo. E io ci sto a modo mio», chiosa. Andrea Falbo, invece, ha solo 15 anni ed è il più giovane delegato del Pdci, di Rogliano (Cosenza) a lui lasciamo l'ultimo commento: «Penso che la politica in genere deve essere in grado di determinare una svolta nella società. Ed io è a questo che credo». Un altro mondo sarà possibile?(Liberazione, 29/4/2007)


 

L'orrore visto da lontano

 
di Nicole Coffineau *

Tragedie come quella avvenuta alla Virginia Tech sono diventate parte della realtà americana d'oggi. Studenti che massacrano i loro coetanei, i loro professori e se stessi sono cose che tutti noi difficilmente riusciamo a capire ma con le quali stiamo convivendo ormai da 50 anni a questa parte. Questa volta quando il sangue si è sparso sui muri della Virginia Tech sono stata colpita personalmente e sono stata costretta ad affrontare quello che è successo come qualcosa che riguarda anche me. Nonostante sia lontana cinquemila miglia, nonostante i miei amici, mio fratello e le mie compagne della squadra di rugby non siano tra le vittime, è comunque la mia scuola. E' dove tornerò a giugno, finito il programma che sto seguendo in Italia a Cortona con l'università della Georgia.
Ho frequentato molti corsi nell'edificio di Norris hall, quello in cui c'era il professore che ha perso la vita dopo aver coraggiosamente bloccato la porta per permettere ai suoi studenti di scappare dalla finestra. Ho vissuto per un anno nel campus, in un dormitorio proprio come quello di West Aj dove lo studente coreano ha cominciato a sparare.
Anche da qui in Italia la mia distanza dall'orrore mi è sembrata davvero breve. Mi sono sentita persa solo a pensare che questo sarebbe potuto succedere anche a me. Eventi come questo fanno pensare a come sia fragile la vita anche in posti che sembrano lontani dalla violenza come i college della Virginia Tech.
Come ogni altra persona, anch'io mi sto facendo domande sul comportamento dei responsabili per la sicurezza dell'università dopo la prima sparatoria. Le autorità dell'università non hanno preso misure adeguate rispetto a quello che era successo, non hanno allertato il campus e questo suona molto strano se si pensa che sono passati soltanto pochi mesi da un altro analogo «incidente». Non riesco a capire come i responsabili della sicurezza possano essere stati così negligenti, ma questo spero faccia riflettere su com'è amministrata la sicurezza nel campus.
Ma ancora più preoccupante è stata la dichiarazione del presidente George W. Bush immediatamente dopo quello che era successo. Fra le prime cose che ha detto c'è stata la difesa del diritto a portare armi, come se quello che è successo fosse stato un atto d'accusa alla legge che lo permette. Certamente le armi non sparano da sole, ma questa presa di posizione di Bush suona davvero fuori luogo, soprattutto immediatamente dopo una tragedia simile. Sembra una sorta di atto preventivo rispetto alla sicura presa di posizione contro le armi di gran parte dell'opinione pubblica americana dopo il massacro. Sembra insomma che per Bush e tutti coloro che sono a favore della libertà di portare armi senza restrizioni questo sia un mettere le mani avanti che ha poco di compassionevole. Un argomento che spesso questo genere di persone usa.
* Studentessa alla Virginia Tech, in Italia all'universtià di Cortona per un programma di studi con l'università della Georgia(Il Manifesto 19.4.2007)
(traduzione di Marco Pacioni)


 

Ma la vera crisi è quella della scuola

di Gianfranco Bettin

Hanno cantato invano, i Clash, per Tony Blair e i suoi ministri, che pure si piccano di essere moderni e perfino amanti del rock. Quand'erano giovani, negli anni Settanta così profetici e così incompresi, l'avranno sentita e forse canticchiata «White Riot», scritta pensando alle rivolte dei giovani neri che «hanno un sacco di problemi, ma non si fanno problemi a lanciare un mattone. / I bianchi vanno a scuola e imparano a essere scemi». Anche i bianchi, con la Thatcher e poi con certe politiche di Blair, hanno avuto «un sacco di problemi». La violenza, lo smarrimento, hanno questa radice: la dissoluzione di una adeguata qualità sociale nelle periferie, delle reti educative e di sostegno dei soggetti in difficoltà.
Quando Blair pensa di usare un'arma efficace contro la violenza delle giovani gang mettendo sotto accusa la Rete, e You Tube in particolare, perché di queste imprese si fanno teatro globale, si illude e mistifica.
La Rete, come la tv, non è certo solo un «contenitore». E' un diretto protagonista che produce comportamenti, stili di vita, valori. Definire regole e sistemi condivisi di controllo e autocontrollo nella Rete è perciò una necessità delle società contemporanee. Ma pare ben altro l'intento politico e culturale che sottende l'attuale offensiva del governo inglese, un intento presente anche altrove, a cominciare dalla Francia delle elezioni presidenziali così segnate dal tema della sicurezza e delle rivolte giovanili delle banlieues, e dalla stessa Italia delle grandi chiacchiere sul «bullismo» in Rete. Il vero obiettivo sembra quello di spostare l'attenzione soprattutto su certi effetti - il teppismo, le bravate - facendo dimenticare da cosa nascano. In Inghilterra, nelle banlieues francesi, nelle periferie e nelle province italiane, la radice è la medesima e va cercata nei mutamenti dei sistemi educativi e formativi dei paesi che hanno in comune una caduta di investimento politico, economico e culturale in favore di una concretamente perseguita centralità e valenza anche educativa del mercato e delle sue leggi. «La società non esiste, esistono gli individui», sosteneva la Thatcher. Lo ricorda Marco Paolini nel suo nuovo e forte spettacolo Miserabili. Io e Margaret Thatcher. Blair, nella pratica, ha solo un po' mitigato le politiche della «Lady di ferro», aggiungendovi un accanimento repressivo verso gli stessi minori, rendendosi così incapace di ricostruire quel tessuto di servizi socio-educativi, di legami di comunità, che la Thatcher aveva colpito, cosa accaduta anche, con tratti peculiari, nella Francia delle banlieues, dove le rivolte e le bravate non sono finite solo in Rete ma direttamente nelle tv di tutto il mondo.
In Italia, se consideriamo, forse ingiustamente, come un caso a parte il precocissimo arruolamento in certe regioni del paese di migliaia di giovani nelle file della criminalità organizzata (come ha raccontato Roberto Saviano in Gomorra, anche per questo il libro italiano più importante degli ultimi anni), ciò che davvero limita ancora il diffondersi di questi episodi è il fatto che, malgrado tutto, il sistema di welfare, il sistema scolastico e i legami sociali costruiti nei decenni scorsi resistono ancora, insieme a un ancor vivo tessuto di partecipazione (alla cosa pubblica, ai beni sentiti come comuni, compreso il bene della sicurezza). Ancora uno sforzo, tuttavia, e si potrà dire di averli smontati, demotivati gli insegnanti, bruciati gli operatori sociali, depresso il tessuto partecipativo, creando un terreno ancora più fertile alle gesta di bulli, teppisti e compagnia bella. Gesta, però, debitamente precedute e favorite, da quelle di legislatori, governanti e amministratori. Gli stessi che poi, contemplando in Rete gli effetti delle loro politiche, se la prenderanno con You Tube. London Calling, e speriamo che qualcuno risponda bene.(Il Manifesto 11 aprile 2007)

 

Lacrime di coccodrillo


di Gianni Rossi Barilli

Uno studente di 16 anni si suicida perché non ne può più dei compagni che gli danno del finocchio. Ma la preside della scuola che frequentava, intervistata dal Corriere della sera, sostiene che nei confronti del ragazzo «non c'era alcun bullismo né l'intenzione di far male, solo degli sciocchi scherzi involontariamente crudeli». La parola «bullismo», carica di questi tempi di sfumature efferate, le sarà sembrata un po' eccessiva per definire i normali comportamenti di un gruppo di normalissimi ragazzini del tutto inconsapevoli del male che stavano facendo. In fondo, i cattivi di questa storia non spacciavano droga in classe, né avevano organizzato un racket di estorsioni sulle merendine o inviato su You Tube il pestaggio di un compagno disabile. Si limitavano a fare ciò che moltissimi loro coetanei maschi fanno abitualmente: dare del frocio a qualcun altro per confermare così sul campo la propria discutibile virilità. Se questo fosse considerato bullismo, andrebbe a finire che la maggioranza dei ragazzi sono bulli.
E in effetti è così. La selezione «naturale» adolescenziale ha le sue regole e la conquista di un'identità sessuale normale non è un pranzo di gala. Che ci sia qualche morto e ferito è inevitabile, così come è certo che i deboli e i non adatti sono destinati a soccombere. Sbaglierebbe però chi pensasse che tutto questo non abbia nulla a che vedere con l'ufficialità della pedagogia scolastica, come capita a parecchi insegnanti che cadono dalle nuvole quando scoppia il caso. L'istituzione scuola è anzi doppiamente responsabile del bullismo d'ordinaria amministrazione. In primo luogo perché non lo sa prevenire, stigmatizzandolo culturalmente e suggerendo modelli di comportamento alternativi. E in secondo luogo perché fornisce ai bulli in erba i chiodi per crocifiggere le loro vittime, dando del tutto per scontata la cornice dell'eterosessualità normativa con i suoi caricaturali cliché di mascolinità e femminilità. Ragazzi e ragazze che stanno sui banchi devono diventare veri uomini e vere donne come i rispettivi babbi e mamme, per questo vengono educati a non sospettare neppure che dietro gli stereotipi di genere esista una realtà più complessa e piena di sfumature espunte di proposito dal processo di apprendimento. Perbenisti di centrodestra e centrosinistra convergono d'altro canto sull'idea che fino al raggiungimento dell'età adulta i ragazzi debbano essere considerati tutti eterosessuali d'ufficio.
Ci sono gruppi di volontariato che cercano di combattere questa mentalità andando a parlare nelle scuole. E che spesso vengono tenuti alla larga in nome della decenza da presidi e genitori tutti d'un pezzo, o magari invitati a intervenire «in contraddittorio» con preti e/o psicologi reazionari in grado di opinare che chi non è sessualmente conforme è malato. Stupiscono perciò le lacrime di coccodrillo del ministro dell'istruzione Fioroni per il suicidio di un ragazzo sedicenne. Il ministro, che è un cattolico convinto in procinto di andare al family day, dovrebbe sapere che l'omofobia propagandata dalla chiesa ha i suoi prezzi.(Il Manifesto 6.4.2007)

 

Vittima dell'omofobia

di Andrea Benedino e Anna Paola Concia*, 

La violenta campagna d'odio che è stata condotta in queste ultime settimane contro gli omosessuali dalle gerarchie ecclesiastiche, in stretta alleanza con molti esponenti politici e del mondo culturale di questo paese, sta iniziando purtroppo a mietere le sue prime vittime.

A Torino, come racconta il "Corriere della Sera", Matteo, un ragazzo sedicenne, si è tolto la vita, non sopportando più gli insulti e le violenze omofobiche che gli venivano rivolte dai compagni di scuola, che lo accusavano, come se fosse una colpa, di essere gay.

Matteo, stando a quanto di lui raccontano le cronache, era un ragazzo di origine filippina, estremamente sensibile e tra i primi della sua classe per bravura. Da molto tempo, però, denunciava una situazione di discriminazione, fatta di insulti e di scherni, e di un successivo isolamento dal resto dei compagni di classe.

E' chiaro che se nel dibattito politico, come spesso è avvenuto in questi ultimi giorni, si arriva a difendere il diritto di insultare gli omosessuali, se li si definisce per settimane come dei malati o dei deviati, se li si paragona ai pedofili o agli incestuosi, poi alla fine sono i più deboli che ne pagano le conseguenze. E i più deboli, come in questo caso, spesso sono anche i più giovani, i più indifesi.Per questo, sarebbe quanto mai opportuno che nelle prossime ore tutte le forze politiche, i vertici della CEI, il mondo dell'informazione si fermassero a riflettere per un secondo su quanto è avvenuto, e valutassero in coscienza se le espressioni di intolleranza contro gli omosessuali che sono state utilizzate ripetutamente nel dibattito politico più recente abbiano o meno un qualche nesso con quanto è accaduto.
Riteniamo grave che il TG1 abbia trasmesso nell'edizione delle 13.30 un servizio in cui il giornalista ha tenuto a rimarcare come Matteo in realtà non fosse gay, presentandolo come "un ragazzo normale cresciuto in una famiglia normale", definendo l'epiteto "sei un gay" ricevuto dal ragazzo come uno dei più gravi insulti che di cui si possa essere vittima.

Noi non sappiamo se Matteo fosse o meno omosessuale, né ci interessa, ma quel che è certo è che il brodo di coltura in cui è maturato questo episodio è senz'altro quello dell'omofobia e riteniamo che un'informazione che vuol mettere il silenziatore su questo aspetto non sia altro che una "cattiva informazione".

Sarebbe anche opportuno a questo punto, a parer nostro, che gli organizzatori del Family Day, che si riempiono spesso a sproposito la bocca col valore della famiglia, facessero arrivare alla madre di questo povero ragazzo, che aveva fatto di tutto per prevenire quello che poi tragicamente è successo, la loro piena solidarietà, nonché la presa di distanze netta dall'omofobia. Se vogliamo davvero difendere le famiglie italiane è in momenti come questo che lo si deve fare. E non lo si può che fare denunciando apertamente questi fenomeni per quello che sono: frutto della troppa intolleranza alle diversità presenti nella nostra società.

*Portavoce nazionali GAYLEFT - consulta lgbt DS

 

Credo che una visita psichiatrica ed un controllo antidoping oltre che del tasso alcolico, siano indispensabili..... (ndr marica7)

Interrogazioni .... in fumo

di Pancho Pardi

Si resta increduli di fronte alla notizia dell'ultima proposta del ministro Amato. Già alla vigilia della manifestazione di Vicenza aveva paventato una saldatura tra le nuove Brigate rosse e i movimenti e, subito dopo la perfetta riuscita di quella giornata più che pacifica, aveva concluso che il merito principale era tutto suo, poi della polizia. Solo in terza battuta, nel suo elenco di "meritevoli" venivano annoverati i partiti e, ovviamente ultimi, i manifestanti.

Ora prende di petto la questione della droga tra gli studenti e propone "test antidoping" dopo le interrogazioni. Lo studente trovato positivo - ci spiega il ministro Amato - verrebbe punito e il suo voto annullato.

Nasce, non possiamo negarlo, qualche curiosità: perché l'antidoping dopo e non prima dell'interrogazione?
E se l'annullamento riguarda i voti sopra la sufficienza, quale destino sarà riservato a quelli insufficienti? Saranno abbassati d'autorità di qualche punto? E, in questo caso, a far fede saranno le indicazioni dei consigli d'istituto o quelle di una consulta ministeriale, magari creata appositamente allo scopo?
Oppure l'esame toccherà solo agli interrogati sufficienti?
E questa discriminazione sospettosa sul merito non esprimerà un'ideologia consolatoria per gli studenti asini?
Si vorrà stilare poi una statistica sull'influenza della droga sul profitto scolastico?

Ma la domanda più pratica è: si fisseranno in ogni scuola laboratori d'analisi o si penserà a un pronto intervento medico in corsa da una scuola all'altra con tanto di psicologo al seguito e provette reagenti?
E quale norma regolerà questo nuovo lavoro?
Sembrerebbe fatale il contratto a progetto. E se per evitare la loro voglia di battere la fiacca si obbligherà le pattuglie di controllori/infermieri al cottimo, non si correrà il rischio che queste diffondano la droga per aumentare il numero dei loro interventi?
Un ultima considerazione: il ministro passa per essere la testa più lucida del Centrosinistra, che il cielo ce lo conservi e gli risparmi un esame antidoping prima o dopo il question time.(AprileOnline 13.3.2007)

Da Torino a Roma: "Non tagliate quelle classi"

di Giulio Benedetti

La protesta è già esplosa a Bologna. Nelle scuole di Torino si susseguono riunioni. A Milano il 23 si svolgerà un' assemblea cittadina di prof e genitori. In Veneto sono attesi per il 13 i leader dei sindacati confederali dei docenti. A Modena e a Roma Cgil Cisl e Uil hanno proclamato lo stato di agitazione. Il governatore Bassolino tempesta di telefonate il ministro dell' Istruzione Fioroni. Nelle grandi città del Nord, ma anche a Roma e a Napoli è iniziata la battaglia per il tempo pieno. Con l' obiettivo di rivedere la manovra economica perché l' economia va meglio e quindi le risorse ci sono. I tagli di posti nella scuola previsti dalla Finanziaria, ovvero 7 mila insegnanti subito e altri 4 mila a settembre e un imprevisto aumento di alunni potrebbero danneggiare seriamente l' offerta didattica che i genitori dei bambini delle elementari apprezzano di più: 40 ore, due docenti con 4 ore in compresenza, laboratori, insomma un' offerta ricca, di qualità, «made in Emilia». E che ora, secondo i sindacati, rischia di ridursi per poi scomparire. L' aumento inatteso delle iscrizioni - che si sono chiuse a gennaio - e la maggiore richiesta di tempo pieno da parte delle famiglie hanno infatti mandato in tilt le previsioni del ministero dell' Istruzione. E la prima risposta degli uffici, costretti dalla manovra a tagliare 11 mila posti, è stata quella di risparmiare proprio sul tempo pieno, l' offerta di lusso della nostra scuola, bloccando tutte le nuove richieste. O di offrire, nella migliore delle ipotesi, un orario lungo abbastanza simile ad un parcheggio. «Non è possibile che sia un governo di centro sinistra a chiudere il tempo pieno - dice Enrico Panini, leader della Cgil scuola -. Dietro c' è anche un' idea di scuola e di società». «L' offerta didattica non può essere messa in discussione», dichiara Francesco Scrima, capo dei prof della Cisl. Delusione. La stessa che avvertono in queste ore i sindacalisti dopo gli incontri con i dirigenti del ministero, dalla Sicilia al Veneto. La battaglia per il tempo pieno è in pieno svolgimento a Bologna. Nelle elementari della provincia a settembre ci saranno come minimo 926 bambini in più e 73 maestri in meno. Secondo i sindacati nelle elementari mancheranno 150 insegnanti e 600 in tutta la regione. Risultato: può essere garantita solo l' offerta storica del tempo pieno. Vietato aggiungere nuove classi. Nelle scuole di Modena a settembre ci saranno oltre 1000 studenti in più. Ma i prof resteranno gli stessi. A Milano e provincia, secondo un calcolo della Cisl, a settembre potrebbero mancare oltre 100 classi di tempo pieno. Circa 12 mila bambini delle elementari - 473 classi - potrebbero restare esclusi dal tempo pieno a Roma. Cinquemila solo in prima. La Finanziaria riserva i tagli più pesanti al Sud: al primo posto la Campania, con 1426 posti in meno, di cui 725 nella sola scuola primaria, seguita da Sicilia e Calabria. Sono le regioni con la minor domanda di tempo pieno e col minor incremento demografico. «Posso garantire l' offerta dello scorso anno - afferma il direttore generale Alberto Bottino - solo perché c' è stato un calo di 5000 alunni. Ma come la mettiamo con le emergenze della nostra regione? Più tempo pieno vuol dire meno bambini nella strada. La scuola sottrae tempo alla strada, mi ricordano i sindacati e non posso dar loro torto».(Il Manifesto 10.3.2007)

 

 

8 marzo, auguri per tutto quello che c'è ancora da fare

di Alberta Xodo

Mi è stato chiesto di scrivere anche quest’anno un articolo sull’8 marzo; mi sono presa qualche giorno per pensare a quello che avrei voluto dire in queste righe, a quale messaggio far passare alle compagne e ai compagni, ai curiosi che incappano sul nostro sito. Rimango interdetta nello scoprire che scriverei tale e quale – ad un anno di distanza – l’articolo scritto per l’8 marzo 2006, forse non con la stessa rabbia, ma certo con una delusione ed un’amarezza che mi vengono date dal sapere che questo governo ha sinora fatto ben poco per permettermi di pensare che oggi sia davvero una festa, e che quest’Italia ha ancora un gran bisogno di essere scossa. La situazione non è affatto migliorata: l’anno scorso abbiamo dato prova tangibile del fatto che il movimento delle donne ha un andamento carsico e riemerge sempre quando i nostri diritti vengono messi in discussione. L’attacco che veniva portato a noi donne, al nostro corpo e alla sua capacità generatrice, era continuo, ossessivo, martellante, e la nostra risposta è stata dirompente contro coloro che hanno solo osato pronunciarsi contro le libertà acquisite al fine di ottenere un pacchetto di voti dalle gerarchie ecclesiastiche. Oggi tutte le voci sembrano essere in attesa: le loro e le nostre. Possiamo forse dire che i contenuti che le assemblee e le manifestazioni hanno portato all’attenzione pubblica, hanno trovato una risposta anche solo minimamente sufficiente? Siamo in grado di affermare che il governo non stia facendo una politica sessista? Che nelle liste del centro sinistra sia stata eletta una percentuale di donne ragguardevole? Abbiamo ottenuto delle tutele per la maternità di noi lavoratrici precarie? Sono diminuite le violenze contro le donne?

Sappiamo tutte e tutti che le cose stanno ben diversamente e che l’attacco contro i nostri diritti sta solo lasciando spazio all’offensiva contro i diritti degli e delle omosessuali. Riemergerà il nodo del nostro corpo, è solo questione di tempi e di opportunità politica. Lo dico sconsolata: andate a rileggere l’articolo che ho scritto l’anno scorso. Politicamente la mia posizione non è minimamente cambiata. Bene, allora di cosa posso scrivere quest’anno? Ho deciso di lasciare spazio a considerazioni che in apparenza possono apparire poco politiche, ma d’altra parte credo davvero che il privato debba ancora irrompere nella scena, e che sia nuovamente compito di noi donne aprirgli la strada. Me ne hanno convinta le compagne della Fgci quest’anno, quando ad un dibattito sulla presunta contrapposizione tra diritti civili e sociali, raccontavano le loro esperienze personali, portando alla conoscenza dei compagni – alcuni francamente sbigottiti  nello scoprire un mondo del quale non erano consapevoli – certe discutibili pratiche dei consultori, della famiglia, della relazione tra partner. Io ho 25 anni e molte compagne ne hanno ancora meno. Dei cortei femministi, dell’autocoscienza, delle lotte delle donne per il divorzio e l’aborto ne abbiamo solo letto o sentito parlare, o vediamo le protagoniste di allora nei manifesti di oggi, ma siamo noi tutti i giorni le attuali protagoniste della discriminazione, dell’offerta mai neutra rispetto al genere, della diversa retribuzione a parità di mansione con i nostri colleghi maschi. Della violenza. Della difficoltà di essere impegnate in un partito. Delle pressioni sessuali sui luoghi di lavoro, de “del rinnovo del tuo contratto ne discutiamo a cena”, de “sei qui solo perché l’hai data a…”. Delle molestie incessanti quando si lascia un fidanzato o un marito che non si sa rassegnare e del fatto che la cronaca ci racconta come questo possa sfociare nell’omicidio. Ci siamo ancora dannatamente in mezzo e c’è chi si ostina impunemente a negarlo asserendo che è ormai raggiunta la parità tra donne e uomini.

Balle. Sembra essere invischiante, acquisito. Fa più scalpore una pubblicità di Dolce e Gabbana che i rapporti dell’Oms o dell’Istat sulla condizione femminile, che documentano come la violenza sulle donne sia un problema mondiale che ci riguarda tutte e tutti (ed è ora che di questa violenza inizino a parlare anche gli uomini!). La dignità di una donna viene misurata dall’opportunità o meno di chiedere le scuse pubbliche del proprio marito dalle colonne di un quotidiano piuttosto che dall’immagine veicolata dalla cultura dominante, dalle intenzioni dei legislatori.   C’è un lavoro immenso da fare e noi ragazze e giovani donne dobbiamo farcene carico.  Non credete che si stia davvero così meglio. I padri che ci avete dato ci hanno colpevolizzate, ignorate, hanno provato imbarazzo e sgomento di fronte alla nostra femminilità nascente. I nostri fidanzati sono convinti – come molte di noi – che noi giovani donne siamo più libere perché possiamo comparire nude sulla copertina di un giornale (ORRORE!), ma contemporaneamente ci chiedono maggiore morigeratezza. Le nostre bambine giocano con le Bratz e sognano di diventare veline. Alcuni giovani politici (anche di sinistra) sono pronti a discutere della possibilità di concedere l’infibulazione in ospedale in nome della necessità di accettare e convivere con culture differenti, barattando le nostre conquiste con la bandiera del relativismo culturale. Le minorenni e le ragazze straniere abortiscono utilizzando il Cytotec: non molto diverso davvero dai ferri da calza che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo.  Bene, dicevo, io ho 25 anni. E non mi sento tutelata come donna. Vedo le bambine e le adolescenti che stanno crescendo e so che come voi avete consegnato a noi giovani un mondo ancora tutto da costruire, noi lo consegneremo a loro, già vittime dei programmi scolastici, della cultura dominante, delle consuetudini sociali, di alcuni discutibili programmi televisivi.  Quale sarà questo mondo e quanto riusciremo a cambiarlo, per noi per voi per loro, è ancora tutto da decidere. Io sinceramente mi sento nel guado: da una parte percepisco la gratitudine per un’eredità straordinaria che però sento sfuggirmi tra le mani, dall’altra mi sento responsabile per quello che stiamo insegnando alle nostre figlie e i nostri figli. In mezzo ci stiamo noi, con tutte le problematiche che credo di aver esplicitato bene l’anno scorso e che sono purtroppo e drammaticamente ancora tutte valide. Il fatto che da un po’ non si sentano sparate misogine da parte di Buttiglione, Casini, Rutelli, Mastella e il resto del club, non significa certo che noi donne stiamo meglio, solo che mediaticamente i nostri problemi hanno meno risonanza. Oggi è di nuovo l’8 marzo. Ed io ci credo ancora. Cogliamo l’occasione per guardarci negli occhi, oggi, generazioni a confronto. Donne e uomini. Italian* e stranier*. Riappropriamoci davvero di questo giorno. In particolare auguro buon 8 marzo a coloro che credono di potersene sbarazzare, di adempiere ai propri doveri formali con un mazzo di fiori, di pervertire il significato di questa festa. Signora Binetti, buon 8 marzo anche a Lei. (www.comunisti-italiani.it 8 marzo 2007)

 

 

Squadrismo a Fano

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà antifascista a questi compagni

 

Nella notte tra giovedì e venerdì Samuele Mascarin e Luca Serafini, rispettivamente membro dell'Esecutivo nazionale Sinistra giovanile e segretario comunale dei Democratici di Sinistra di Fano, sono stati aggrediti in maniera violenta da un gruppo di neofascisti. A denunciarlo è la Sinistra Giovanile di Fano, in provincia di Pesaro. In particolare la Sg di Fano denuncia come Luca Serafini, dopo essere stato identificato quale Segretario Ds, sia stato picchiato e colpito ripetutamente dal gruppo di neofascisti. Prima dell'aggressione - si legge in un comunicato - i due esponenti della Quercia erano intenti ad affiggere dei manifesti di denuncia "contro un'imminente e provocatoria manifestazione indetta a Fano da Forza Nuova".

"Nell'esprimere a questi compagni la nostra massima solidarietà - fanno sapere i giovani della Quercia di Fano - condanniamo con forza questo atto squadrista e il clima di tensione e di continue provocazioni alimentato dai neofascisti che, ormai da mesi, hanno fatto di Fano il loro palcoscenico regionale e nazionale. Le scritte, i manifesti, le iniziative di carattere xenofobo e nazionalista e la più becera propaganda dell'estrema destra - denunciano dalla Sinistra Giovanile - ha ora lasciato il posto all'intimidazione e alla violenza organizzata".

"La colpa di tutto questo è anche di chi in questi mesi ha - a partire dal Sindaco Aguzzi - colpevolmente sottovalutato l'attività provocatorie dei neofascisti, tollerandone l'ingresso nella vita democratica della nostra comunità", dicono ancora dal circolo 'Salvator Allende' di Fano.
In risposta a questa aggressione la Sg di Fano lancia un appello per una manifestazione pacifica e antifascista. "Oggi come ieri la Sinistra giovanile ribadisce il proprio impegno a contrastare in ogni scuola, in ogni quartiere, in ogni città le forze neofasciste, la loro propaganda e le loro pratiche politiche.
La Sinistra giovanile - concludono - invita tutte le compagne e i compagni e tutti i sinceri democratici ad una grande mobilitazione antifascista, partecipando numerosi domani alla manifestazione straordinaria indetta dall'ANPI, vigilando attivamente affinché questi episodi di squadrismo non abbiano mai più a ripetersi, impegnandosi affinché i fascisti siano spazzati via dalla nostra città".(AprileOnline 3.2.2007)

 

Vergogna a Grugliasco: La scuola educhi alla tolleranza, non all'omofobia

 

di Flavio Arzarello, Coordinatore Regionale FGCI del Piemonte


"La preside dellIstituto Marie Curie di Grugliasco ha enunciato una curiosa teoria secondo la quale ad un dibattito organizzato nella scuola con il presidente dell'Arcigay di Torino ed alcuni operatori del Consultorio di Collegno che sarebbe seguito alla proiezione del film "Le fate ignoranti" avrebbe dovuto partecipare anche un prete, pena la soppressione dell'assemblea.
Come se per parlare del tema dell'omosessualità fosse necessaria la presenza di qualcuno che teorizza la discriminazione. Il ruolo della scuola è l'opposto, educare alla tolleranza ed alla valorizzazione delle differenze, non alla paura del diverso.
Quale sarà la prossima trovata: che per parlare di olocausto è necessaria la presenza di qualche neonazista, o che per parlare di diritti delle minoranze è necessario qualche sostenitore dell'apartheid? Lunedì mattina saremo davanti al Marie Curie dove si sarebbe dovuta svolgere l'assemblea con materiale informativo insieme ad UdS e Sinistra Giovanile.".(www.pdcitorino.it)

 

La scuola del domani

 

di Alba Sasso

Da Caserta sono state ribadite le linee guida per il programma di governo dei prossimi anni, con una condivisione di fondo che dovrà poi misurarsi con le scelte concrete da fare.

L'albero del programma disegnato in quella sede riproduce, anche per l'istruzione, i punti fermi del programma elettorale e di governo, ma rimangono, quei punti, enunciazioni di principio se non si individuano priorità e tempi, una sorta di master plan su cui avviare al più presto una verifica della maggioranza.

Perché su troppe questioni in questi ultimi tempi è mancata chiarezza e condivisione. E faccio alcuni esempi.

1. Una cosa è dire che le scuole autonome, a cui sono stati devoluti i fondi dalla legge finanziaria, hanno bisogno di organi esecutivi che affianchino nella loro gestione i dirigenti scolastici, così come è senz'altro utile permettere a chi fa donazioni a soggetti pubblici come le scuole di godere di detrazioni fiscali. Altra cosa è pensare le scuole come fondazioni. Su questo, se qualcuno lo pensa, forse sarebbe necessario un bel ragionamento per capire dove, come e perché.2. E' senz'altro condivisibile un'attenzione per l'area tecnico professionale nelle scuole superiori e interessante la proposta di Fioroni su l'istituzione di poli tecnico-professionali. Ma questa prospettiva- di rafforzamento dell'area tecnico professionale si parlava nel programma dell'Unione- come si collega all'elevamento dell'obbligo di istruzione previsto dalla finanziaria e alla riforma dell'intero settore degli studi secondari? Ne vogliamo parlare?

3. Nel programma di governo si parlava di eliminazione degli anticipi, di ripristino del tempo pieno e dell'orario per la scuola primaria e secondaria di primo grado (elementare e media per capirci). Nella circolare per le prossime iscrizioni emanata dal ministero della pubblica istruzione, che pure poteva intervenire a smontare alcune cose, tutto sembra restare com'è. Il tempo pieno con l'orario spezzatino della Moratti, la riduzione di orario, e, forzando persino quanto scritto in finanziaria, la possibilità di spendere l'obbligo nella formazione professionale.

Certo, siamo una coalizione di governo larga e complessa. Con idee spesso profondamente diverse. Anche sul ruolo e finalità della scuola. Sulla sua natura ‘pubblica'. Sui suoi operatori, sul loro reclutamento. Sul rapporto pubblico privato. Sulla sua cultura. Sulla sua autoreferenzialità. E sui tanti ‘non detti' credo che vada aperta una discussione molto franca e concreta. Per non finire anche noi nel gorgo delle più improduttive divisioni. Radicali e riformisti. Liberalizzatori e statalisti. E per non finire in un altro gorgo ancora più pericoloso. Quello in cui ognuno si contenta di qualcosa, della serie a me va bene il primo paragrafo- è un esempio- della legge sul prolungamento dell'obbligo- a te il secondo. E ognuno porta a casa il bottino. Ma la scuola intanto che fa, come si regola su prolungamento dell'obbligo, o per fare altri esempi, sulle morattiane indicazioni nazionali o sugli strumenti di valutazione?

Forse possiamo partire da un'idea semplice. Quella che ha permesso di stilare un programma comune. Che la scuola com'è oggi non aiuta il paese a crescere. E che alla scuola stessa vada restituita fiducia e credibilità. Intervenire su un corpo così complesso non è facile. E lo abbiamo visto. Si assumono, e ne diamo atto al Ministro Fioroni i precari (si badi bene gente con titoli ed esperienza, ) e si grida alla sanatoria. Addirittura si scopre ora, solo ora, che l'età media dei docenti è alta, troppo alta. Dimenticando che per i giovani nel nostro paese si è allungato a dismisura il tempo della formazione e allontanato nel tempo il momento dell'ingresso nel lavoro. Per questo come per altri settori. Beppe Fioroni si propone di ascoltare la scuola. Insieme, io vorrei proporre una riunione (o verifica, come volete) della maggioranza di governo in cui stabilire insieme un percorso del governo della scuola. Quel master plan di cui prima parlavo. Forse non raggiungeremo l'unanimità su tutto, ma potremo incominciare ad ascoltarci.(AprileOnline 15.1.2007)