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Torino
– Piazza Adriano 9 - tel 0114124534-535-537
 fgci@comunistipiemonte.it
clicca
sito Fgci Piemonte
"Ogni giovane che sente quanto sia pesante
il fardello della sua schiavitù di classe, deve compiere l'atto
iniziale della sua liberazione iscrivendosi alla Federazione
Giovanile Comunista Italiana". Antonio Gramsci
La Fgci si
mobilita per Ru486
ovvero
la "pillola del
giorno dopo"
di Flavio Arzarello *

"La legge 194 compie 30 anni, ma molto resta da fare sul
terreno delle conquiste civili. Ieri sera in tutta
Italia diverse compagne della Fgci si sono recate presso
ASL e Consultori per richiedere la prescrizione della
pillola del giorno dopo, che come è noto non rientra nel
caso di obiezione di coscienza.
In particolare a Torino al Giovanni Bosco e alla Guardia
medica di Via Servais 92 int 44 ci è stato risposto che
la pillola del giorno dopo non si prescrive perché è in
fase sperimentale. Tutto questo è gravissimo. Noi non
crediamo che la pillola del giorno dopo sia un
anticoncezionale come la pillola o il preservativo, ma
la legge dice che su richiesta va prescritta, per
evitare gravidanze indesiderate e tra l'altro eventuali
interruzioni di gravidanza.
Chiediamo un intervento chiaro e netto della Regione
Piemonte affinché faccia rispettare la legge in tutti i
presidi medici della Regione, ed in particolare in
difesa dell'autodeterminazione della donna." . (Torino
23 maggio 2008)
* esecutivo nazionale
Fgci
Video
Manifestazione
antifascista - Nicola è uno di noi

Video
manifestazione Verona Fgci-PdCI

Comunicato
stampa Fgci Veneto
Aggressione
Verona: alla destra violenta è stato permesso di
radicarsi. Basta lassismo e tutti si prendano le proprie
responsabilità.
Ed infine è successo: hanno cercato il morto in tutte le
maniere e ci sono andati vicini. Sono stati liberi di
agire, di fare agguati, pestaggi, intimidazioni. Grazie
all'inerzia delle istituzioni e al lassismo di alcune
forze democratiche che non hanno svolto il loro ruolo di
sorveglianza e prevenzione.
Il clima di impunità e di legittimazione politica a
Verona ha instillato nell'estrema destra una boria e una
sfacciataggine sempre maggiori, aggravando ogni giorno
di più una cancrena sociale che non poteva che portarci
fino a questo punto.
Questi delinquenti andavano fermati prima che agissero,
doveva essere impedito loro di agire, soprattutto il
loro ambiente politico non andava spalleggiato.
Ci dispiace aver avuto ragione, da mesi avevamo chiesto
quasi inascoltati alle forze democratiche della nostra
città di organizzare una grande manifestazione
antifascista per creare un argine pratico e culturale ai
gruppi neofascisti.
Questi a dicembre avevano trovato il sostegno del
sindaco Tosi e di alcuni consiglieri della giunta che
avevano partecipato a una manifestazione i cui slogan
erano a dir poco profetici "non risponderemo di schegge
impazzite".
Le schegge impazzite sono arrivate e hanno quasi ucciso
un ragazzo!
L'ambiente in cui questa violenza prolifera è ben noto
alle forze dell'ordine. Come ci annunciano ora, troppo
tardi, erano noti anche gli aggressori.
Allora perché sono stati liberi di agire? Perché questi
ricettacoli di violenza che si chiamano Veneto Fronte
Skinhead, Forza Nuova, Fiamma Tricolore non sono stati
perseguiti e resi illegali - nel rispetto della giusta
interpretazione della legge Mancino e della XII
disposizione transitoria e finale della Costituzione -
come da anni ormai stiamo chiedendo?
Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità:
Tosi per quella manifestazione nefasta ha legittimato la
destra violenta; la questura, che è stata pressoché
inerte alle nostre continue denunce permettendo alle
squadracce nere di radicarsi; quelle organizzazioni che
si sono opposte all'organizzazione della manifestazione
nazionale antifascista perchè non era "necessaria" e ora
chiosano contro il fascismo.
Una cosa ci sentiamo di affermare, se c'è qualcuno che
ancora crede che ci si possa ritirare sull'Avventino
sappia che la FGCI combatterà a viso aperto ogni
rigurgito fascista, razzista, autoritario per difendere
la libertà e la democrazia. Sempre disponibili a
collaborare con tutti gli antifascisti veronesi.
le nostre speranze e i nostri pensieri sono rivolte a
Nicola, non ti conosciamo ma speriamo con tutto il cuore
che ti possa riprendere.
Oggi (lunedì 5 maggio) saremo in piazza anche noi al sit
in antifascista in via Leoni alle ore 20, invitiamo
tutti a partecipare.
per la Federazione Giovanile Comunisti Italiani del
Veneto e di Verona Alessandro Squizzato, coordinatore
regionale FGCI Nicolò GIacopuzzi, coordinatore FGCI
Verona
5 maggio 2008
Troppo tardi,
cari "democratici"
Neonazisti dietro aggressione a Verona.

Da qualche giorno i tg parlano del ragazzo accoltellato
a Verona da un gruppo di giovani perché non aveva dato
loro una sigaretta.
Il "dettaglio", chiamiamolo così, che tutti da queste
parti già sospettavano è che i gruppo degli aggressori
fa parte dell'estrema destra cittadina. Nello specifico,
pare, del Vento Fronte Skinhead che - stranamente -
nega.
Ora Nicola Tomasoli, 29 anni, è in coma e da oggi
comincia per lui il periodo di osservazione per
l'eventuale dichiarazione di morte cerebrale.
Uno dei tre aggressori si è costituito, gli altri due
sono fuggiti all'estero. I solerti tutori dell'ordine
fanno i magnifici e parlano di "azioni di
accerchiamento".
Sull'Unità leggo gli stralci di dichiarazioni ufficiali
delle forze dell'ordine in merito al lavoro della DIGOS
«che già lo scorso anno si era occupata proficuamente
del fenomeno delle aggressioni nel centro storico
veronese»
Già.
Davvero, la mancanza del senso del ridicolo non ha
confini. "Occupata proficuamente".
Eccolo il profitto: la destra violenta più boriosa e
sfrenata che mai, le "schegge impazzite" a cui
inneggiava l'ultima manifestazione neonazista di pochi
mesi fa, con alla testa il sindaco Flavio Tosi ed
esponenti della Giunta, che accoltellano quasi a morte
un ragazzo.
Finiamola davvero, non se ne può più. Non è più
sopportabile l'ipocrisia delle forze dell'ordine,
questura e DIGOS, che sproloquiano sulla loro geniale
azione di sicurezza pubblica. Non è vero, sono lassisti
e incompetenti, non hanno VOLUTO affrontare il problema
che in Veneto e a Verona in particolare sta assumento il
carattere della cancrena sociale.
Leggo che Veltroni ritiene il fatto "inquietante".
Fa bene ad "inquietarsi" Veltroni, si inquieti della
schifosa ambiguità con cui il PD sta annacquando il
valore dell'antifascismo e in città non ha detto
assolutamente NULLA - con la muta compagnia di buona
parte del sindacato - in nessuna delle moltissime e
gravi occasioni in cui i fatti del primo maggio erano
stati preannunciati.
Ancora dovremo sentirci propinare la stupida e vigliacca
argomentazione che l'antifascismo non deve essere
politicizzato? Ancora le litanie marce sulla Resistenza
che deve unire e non dividere?
Da tempo lo diciamo, continueremo a dirlo. Soprattutto a
quelli che in questi mesi a Verona ci hanno lasciati
soli e hanno fatto crollare l'organizzazione di una
manifestazione nazionale antifascista che potesse dare
l'avvio ad un lavoro di controllo e prevenzione
democratica contro il proliferare del neofascismo.
Non era utile, non serviva, dicevano.
Il problema va preso in esame in modo freddo e
razionale.
Come al solito per far alzare qualche voce, per far
mettere dentro un delinquente, è dovuta accadere la
tragedia.
Oltre la rabbia, oltre il senso triste e ormai troppo
noto di schifo, che riempie me e come me credo molti
compagni e compagne, ora c'è da proseguire con fermezza
e serietà nel lavoro di comprensione, contenimento,
resistenza, aggressione della cancrena di fascismo e
violenza che sta avvelenando i nostri centri cittadini.
Quelli a cui serve la tragedia per muovere di qualche
centimetro il culo spero siano un po' più presenti, un
po' più consapevoli, un po' più in buona fede. Dico che
lo spero ma lo dico e basta ovviamente, perchè certe
malattie sono croniche. (http://settoredemokratico.ilcannocchiale.it) 5 maggio 2008
25 aprile. Ad
Alghero messa all'indice Bella ciao
Nell’Italia revisionista
che oggi si trova al Governo del Paese un inciucio
razionario che probabilmente riuscirà anche a smontare
la Carta Costituzionale, può succedere davvero di tutto.
Ed infatti è successo davvero molti di noi potevano
attendersi ma che non può essere in alcun modo
tollerato: ad Alghero, cittadina di 40 mila abitanti in
provincia di Sassari, il signor Sindaco Marco Tedde,
Forza Italia, ha deciso che per le prossime celebrazioni
del 25 aprile non potrà essere intonato dalla banda
musicale del paese il canto partigiano Bella Ciao. La
motivazione, secondo il signor Sindaco, scandalizzato da
chi manifesta “con il pugno chiuso rivolto al cielo” è
quella di “non alimentare ulteriori divisioni”. Sembra
davvero che qualcuno stia da subito iniziando a mettere
in scena il copione che noi paventavamo. Prove tecniche
di regime? Revisionismo, becero, della peggiore specie,
che mette in discussione anche le origini stesse della
nostra Repubblica, la lotta di liberazione dal
nazifascismo, condotta in primo luogo dai comunisti, ma
di sicuro anche da tutte le forze democratiche che poi
hanno scritto la Costituzione di questo Paese, fondando
l’Italia democratica e antifascista che oggi è messa in
discussione. Nella fase attuale, anche quelle culture,
cosi diverse da quella comunista, che comunque tenevano
a rispettare le fondamenta costituzionali e l’alto senso
civico della politica nei confronti delle istituzioni e
del popolo sovrano, sembrano essere scomparse. Ci
troviamo di fronte invece un nemico davvero pericoloso,
che si insinua negli anfratti culturali, sociali ed
economici della nostra vita, che mira a destrutturare
non solo la cultura e la prassi comunista, ma anche
qualsiasi barlume di socialità e di conflitto, in nome
del pensiero unico neoliberista reazionario.
Faremo una ferma
opposizione contro tutto questo, oggi più che mai che le
istanze antifasciste che sono proprie del nostro popolo
non sono adeguatamente rappresentate in Parlamento.
Solidarizzeremo con la cittadinanza di Alghero,
ricordando i compagni partigiani morti nella Resistenza
per dare all’Italia un futuro democratico, cantando il
25 aprile, su tutte le piazze del nostro paese, gli inni
partigiani che costituivano il tessuto culturale di
Resistenza che è riuscito a liberarci dal nazifascismo e
che oggi rappresentano un baluardo identitario contro
chi ha deciso di cancellare il passato ed allo stesso
tempo il futuro del nostro Paese.
Stefano Perri,
Coordinamento Nazionale FGCI 20 aprile 2008
Donne
ieri...oggi...domani?
di mg Redazione
Torino
27 marzo 2008 - "Quello che vedete in questa sala è il
risultato di alcuni mesi di riflessioni e di dibattito
che hanno coinvolto le iscritte alla Fgci...." Così
inizia il primo cartello della mostra realizzata dalle
ragazze della Fgci, una mostra davvero significativa che
percorre, attraverso gli anni, con pannelli e
fotografie la storia delle lotte delle donne, dai
diritti ottenuti con la Rivoluzione d'ottobre e dopo
dalle donne della Russia sovietica alle lotte di quelle
italiane. Prima di tutte le donne partigiane e poi
le lavoratrici e quindi il movimento dei diritti delle
donne, il divorzio, l'aborto, la parità tra sessi,
fino ad oggi, con la difesa delle conquiste delle donne
di questi anni che sono ritornate a riempire le
pagine dei media con gli attacchi alla legge 194 e
quindi alla laicità dello stato e contro la
violenza sulle donne. Alessandra Rizzo e Alisia Griffa,
ce l'hanno raccontata, ci hanno spiegato cosa le
ha spinte in questa avventura e poi abbiamo visto la
proiezione di un filmato amatoriale che partendo
dai cortei delle donne del 1973, in bianco e nero,
si concludeva con il coloratissimo corteo dell'8 marzo a
Torino. Questa distinzione tra bianco e nero e colore ci
ha fatto riflettere che le compagne della mia
generazione hanno lottato in bianco e nero con cartelli
e slogan, le nostre giovani, le ragazze di oggi, lottano
a colori e con il sottofondo musicale sparato a palla,
ma le lotte sono ancora le stesse. E brave le nostre
ragazze! A loro tutti i miei complimenti, di cuore, e
anche un grazie ai compagni maschietti che hanno
contribuito con il lavoro "manuale" alla realizzazione
della serata che ha visto presenti un bel numero di
giovani e meno giovani. Alla prossima, compagne!
Le
foto della serata
La Fgci
organizza a Torino
mg.Redazione
Non si può davvero mancare a questa
bella iniziativa pensata e organizzata dalle ragazze
della Fgci, meno male che ci sono loro, perchè le donne
del partito di Torino e dintorni, su questi argomenti,
latitano parecchio e da sempre. E' anche una
autocritica? Si. Lo è. Le giovani si sono impegnate
parecchio, hanno organizzato la loro prima mostra e per
farla si sono dovute attivare, fare ricerche, spendere
tempo e fatica. Non lasciamole sole! Ma si sa che
appena si legge "donne" gli uomini pensano che non sono
affari loro e le donne.... Beh! Le donne pensano di
sapere già tutto su se stesse, ma non è mai così. Ci
vediamo stasera. Tutte e tutti. Ci conto.
Giovedi'
27 marzo 2008 alle ore 20.30 presso il locale
Hiroshima Mon Amour via Bossoli 83 Torino,
iniziativa organizzata dalle ragazze della FGCI sul
tema "Le donne ieri...oggi...domani?". Proiezione di
un filmato "Il movimento femminista ieri e oggi" e
mostra fotografica costruita dalle ragazze della
FGCI della Federazione di Torino. Introducono
l'iniziativa le compagne Alessandra Rizzo e Alisia
Griffa.
Ancora una volta a discutere del corpo delle donne.
Ancora una volta a discutere sul corpo delle donne.
Ancora una volta a trattarlo come se fosse merce di
scambio.
Ancora una volta a dire al Vaticano chi tra i partiti è il suo migliore
amico.

La Federazione Giovanile Comunisti
Italiani organizza presidi davanti ai
consultori/ospedali
delle città piemontesi:
Vercelli: sabato ore 10:00 C.so M.Abbiate 21
Torino: lunedì ore 10:00 Via S.Secondo 29
Novara: lunedì ore 10:00 Via M.Greppi 9
Verbania: lunedì ore 14:30 Via Crocetta
Cuneo martedì ore 10:00 Via Silvio Pellico 5

La Fgci membro
ufficiale del WFDY
La
FGCI è ufficialmente membro del WFDY (Federazione
Mondiale della Gioventù Democratica)! Finalmente il
percorso di affiliazione a quella che, per certi versi,
può ritenersi l'Internazionale delle giovanili comuniste
e di sinistra di tutto il mondo si è concluso. Ciò
testimonia la serietà delle relazioni internazionali
della nostra Organizzazione; relazioni che vanno dalle
realtà di lotta sud americane a quelle dell'est europeo
e dell'Europa in genere, a quelle africane,
medio-orientali. Il primo appuntamento da membri
ufficiali del WFDY per la FGCI sarà la partecipazione,
nel 2009, al Festival Mondiale della Gioventù e degli
Studenti. Abbiamo, dunque, un possibile strumento in più
nella battaglia che ci aspetta da qui ai prossimi mesi
per la Sinistra e per i Comunisti in
Italia.(Riscossarossa_9 febbraio 2008)
Militante Fgci
aggredito e malmenato a Palermo
(AGI) - Palermo, 26 gen. - Un militante della Fgci
(Federazione giovanile Comunisti Italiani) di Bagheria
e' stato aggredito e malmenato oggi pomeriggio a Palermo
mentre si recava alla manifestazione per festeggiare le
dimissioni di Cuffaro. Lo denunciano i segretari
regionali del Pdci e della Fgci, Salvatore Petrucci e
Otello Marilli, spiegando che il giovane, ora ricoverato
al pronto soccorso Villa Sofia del capoluogo, era in
coda al corteo e dunque isolato, ma riconoscibile
perche' portava con
se' una bandiera rossa, quando e' stato accerchiato e
picchiato da un gruppo di 15 o 20 persone. "La cosa piu'
agghiacciante - dice Marilli - e' che hanno tentato di
strappargli la bandiera per bruciarla al grido di 'Viva
la mafia' ed e' significativo che nel giorno in cui la
Sicilia prova a rialzare la testa con le dimissioni di
un presidente della regione condannato per
favoreggiamento accada un fatto di questo tipo". Marilli
aggiunge quindi che "la risposta sara' di impegna rci di
piu', come giovani come comunisti e come democratici di
quest'Isola, per combattere la mentalita' mafiosa che
c'e' in Sicilia". "Piena solidarieta'" esprime
anche Petrucci, che parla di "manifestazione di violenza
di tipo fascistoide che vorrebbe trascinarci, da questo
momento di speranza, nel buio della violenza. Violenza
che assolutamente respingiamo, mentre siamo determinati
nel percorso di riscatto pacifico di rinascita della
Sicilia, che coinvolga tutti i siciliani".
Chi li adotterà?
Il Vaticano?
di Alessandra Rizzo
I
bambini che le donne non potevano o non volevano avere
chi li adotterà? Il Vaticano? Ruini? O forse ci
penseranno certi "generosi" onorevoli del centro
sinistra? I quali, pur di accaparrarsi i favori dei
paponi, sono disposti a mettere in discussione il
fondamentale diritto all'essere padrone del proprio
corpo, frutto di innumerevoli mobilitazioni e lotte,
portate avanti da generazioni di donne che con fatica e
impegno hanno ottenuto conquiste di grandissimo rilievo,
come l'approvazione della legge 194.
Una legge d'importanza sostanziale che è stata in grado
di ridurre del 44% gli aborti, di garantire assistenza
psicologica a madri e famigliari, consultori nelle Asl e
strutture sanitarie pubbliche in grado di evitare
tragiche morti dovute per lo più alla setticemia o al
dissanguamento che in passato, ricordiamo a lor signori,
erano drammaticamente all'ordine del giorno, soprattutto
tra le donne più povere poiché costrette per
interrompere le gravidanze ad affidarsi alle mani
inesperte delle mammane; a differenza delle ricche
signore borghesi che potevano permettersi le lussuose
cliniche private d'oltre Manica. Oggi il livello di
autodeterminazione ed emancipazione delle donne è quanto
meno accettabile, ma in modo evidente il progetto
restauratore della destra e dei loro amici pretonzi (
meno male che lo Stato avrebbe dovuto essere laico…) che
in primis vuole attaccare il lavoro e le sue conquiste,
è volto anche, come purtroppo sempre accade, a minare il
ruolo e la condizione della donna che per la loro
prospettiva sarebbe nuovamente sottomessa, sfruttata e
privata dei suoi diritti, fra cui la possibilità di
scegliere se portare avanti o meno una gravidanza, se
affrontare una maternità e se mettere al mondo figli
potendogli garantire un futuro, cosa che visti i tempi
che corrono non è affatto scontata. La FGCI si impegna
dunque per la difesa dei diritti delle donne e dice NO
alla modifica della legge sull'aborto!
Nei prossimi giorni i/le compagni/e della nostra
organizzazione giovanile si confronteranno per preparare
iniziative in merito. (www.pdcitorino.it 13 gennaio
2008)
La Fgci del
Veneto ci scrive
La crescente violenza
legata alle organizzazioni di destra e la deriva
reazionaria che sta minando i diritti sociali e civili,
la democraticità delle istituzioni e il processo di
integrazione culturale con gli immigrati sono le due
facce della stessa medaglia. Verona, Cittadella, Treviso
e molti altri esempi di amministrazioni leghiste sono i
luoghi simbolo della "questione settentrionale" che si
fa nera.
Rilanciamo subito l'azione della sinistra per la
costruzione di una alternativa al pensiero unico
neoliberista che, come sempre, ci sta portando alla
barbarie.
Questo il documento che lancia la nostra campagna.
La questione settentrionale si fa nera
Da
tempo denunciamo la recrudescenza dello
scenario sociale e politico del Nord
Italia.
Una "questione settentrionale" che
unisce la rapida perdita di stabilità
nel presente e di prospettive per il
futuro per le nuove generazioni con
l'ondata reazionaria della politica. Il
tutto si lega come un cancro ad un grave
logoramento culturale, al degrado delle
pratiche democratiche e all'abruttimento
feroce del dibattito politico.
Un cancro che tra individualismo e
incoscienza sta divorando gran parte
della nostra società riservando i canali
di sfogo del disagio e i fuochi della
protesta ai peggiori istinti che le
forze reazionarie cavalcano con
classismo e xenofobia.
Ora, ed era prevedibile, la questione
settentrionale si fa nera.
Il revisionismo storico e politico
operato contro il collegamento tra
Costituzione, istituzioni e i valori
democratici derivanti dalla Resistenza
come temevamo non si è limitato ad un
mero fatto culturale ma ha invaso la
sfera sociale e amministrativa.
Le tetre affermazioni filo-naziste di
esponenti politici di Lega e dell'ormai
defunto PNE non sono le solite
espressioni isolate ma si collegano a
iniziative politiche marcatamente
razziste che le forze politiche al
potere nei centri del nord spesso
cercano di mettere in atto.
Provvedimenti come quello tentato dal
sindaco di Cittadella Bitonci o la
chiusura di un luogo di preghiera
musulmano sotto le feste di natale su
ordine del sindaco di Treviso Gentilini
sono azioni molto concrete che hanno
come orizzonte quello dell'apartheid.
Spesso in queste realtà il piano
istituzionale si dimostra non solo
benevolo ma anche protettivo verso
l'estrema destra tradizionalmente
violenta e in molti casi legata anche
alla criminalità comune. La conseguenza
di questo si sta dimostrando con
particolare violenza in quest'ultimo
periodo.
A Treviso le aggressioni da parte di
gruppi organizzati o cani sciolti di
ispirazione neo-fascista sono una
costante che si rafforza nei fine
settimana.
A Verona a questo si è aggiunto un uso
intimidatorio e mirato dell'aggressione,
rivolto anche alla stampa e al
consigliere comunale comunista, che ha
tutte le caratteristiche dello
squadrismo.
Forza Nuova a Treviso e Fiamma Tricolore
a Verona -nel secondo caso è addirittura
in giunta- hanno trovato terreno fertile
e ampi appoggi istituzionali. Una
situazione che in questi casi assume in
modo inquietante le connotazione del
fascismo classico.
La connivenza tra istituzioni e destra
squadrista non è un semplice
inasprimento della violenza politica ma
un altro livello di gravità del problema
a cui va messo fine in modo tempestivo e
un grossa responsabilità in questo
compito lo hanno le questure.
Siamo giusti a questa situazione in una
posizione di ritardo dopo anni di
lassismo generalizzato e di inettitudine
della parte moderata del centro-sinistra
che per forza numerica e di risorse si è
sempre imposta come unico traino dello
schieramento politico nell'area.
DS e Margherita prima e PD adesso invece
di lavorare per una alternativa nelle
pratiche e nell'elaborazione politica
che potesse sfidare la deriva
distruttiva in cui Lega e Forza Italia
ci hanno gettato non ha fatto altro che
assumerne i paradigmi e le prospettive,
attribuendo stupidamente (o in modo
interessato) il successo di quella parte
politica alla natura della società
sedimentata al nord. Di quella parte di
società -minoritaria, meglio dirlo-
legata all'affarismo e agli interessi
sicuramente.
Una linea politica peraltro fallimentare
che non ha avuto l'unico esito di
regalare ancora di più il Nord Italia al
controllo del centro-destra.
Per questo è quanto mai fondamentale
portare avanti un serio lavoro di
costruzione di una alternativa totale
all'estremismo neoliberista imposto al
nord che, come suo solito, lo sta
portando alla barbarie.
Una alternativa che partendo dai bisogni
materiali, dalla rappresentanza sociale
e dalle questioni del territorio sia in
grado di intrecciare un tessuto sociale
che faccia da rete di sicurezza per il
nostro futuro. Questo lavoro è
cominciato da alcuni mesi con il
percorso territoriale del Forum della
Sinistra Veneta e va proseguito con
rinnovata forza e modalità aggreganti.
Ora sappiamo che è anche con la violenza
nera e con il razzismo
istituzionalizzato che abbiamo a che
fare. Deve essere lanciata, anche da
luoghi simbolo come Verona, una forte
azione politica unitaria che possa
fronteggiare questa deriva
antidemocratica e reazionaria aggredendo
i temi sociali ma riprendendo in modo
concreto quell'antifascismo che nel
nostro contesto si è ri-caricato del
significato originario di costruzione e
difesa della democrazia unendolo
all'antirazzismo e al rispetto dei
diritti civili universali.
Federazione Giovanile Comunisti Italiani
- Federazione del Veneto
veneto@fgci.it Indirizzo e-mail protetto dal bots
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vederlo
Per un contatto diretto:
tel: 3388753835
e-mail:
alessandro.squizzato@alice.itGennaio 2008
Esattamente
quarant’anni fa, il 27 novembre 1967,
gli studenti universitari torinesi
occupavano Palazzo Campana.
Aveva così
inizio il cosiddetto “Sessantotto”.
Il Centro Gobetti, che conserva uno dei
fondi documentali più rilevanti a
livello nazionale sui movimenti nati
attorno al Sessantotto, organizza un
incontro pubblico per ricordare quegli
avvenimenti e illustrare brevemente il
Fondo Marcello Vitale
QUARANTANNI DOPO. DALL’OCCUPAZIONE
DI PALAZZO CAMPANA
ALLE FONTI PER LA STORIA DEI MOVIMENTI SOCIALI DEGLI
ANNI ’60-’70
Lunedì 26 novembre 2007 Ore 17,00
Palazzo Campana
Via Carlo Alberto 10 (Aula 5 - primo piano) Torino,
interverranno:
MARCO REVELLI
(Università del Piemonte orientale)
FABIO LEVI
(Università di Torino)
SILVANA BARBALATO e MARCO SCAVINO
(Centro studi Piero Gobetti)
Parigi. Nelle
università la lotta si fa dura
di Anna Maria Merlo
Tra gli studenti sta succedendo
quello che è già avvenuto tra i ferrovieri: la base
sta sconfessando le intese raggiunte dai dirigenti
dei sindacati. E q uesti
dirigenti sono obbligati a seguire la base, per non
perdere terreno. Bruno Julliard, presidente dell'Unef,
il principale sindacato degli studenti che aveva
dialogato con la ministra della ricerca Valérie
Pécresse e approvato le grandi linee della riforma
ora contestata negli atenei, ha lanciato un appello
per «ampliare il movimento» di protesta e afferma
che la mobilitazione «è in una fase ascendente».
Nel fine settimana, si riunirà a Tours il
Coordinamento degli studenti, per vedere come
proseguire la prossima settimana. L'obbiettivo è la
confluenza con la giornata di sciopero dei pubblici
dipendenti di martedì, anche se questi ultimi non
hanno nessuna voglia di avere accanto gli studenti
(e neppure i ferrovieri). Ieri, 46 università erano
in agitazione, cioè più della metà delle 85
università francesi.
La protesta è dura. Gli studenti sono divisi e il
governo gioca su questo tasto dolente, spingendo chi
è contrario all'occupazione a farsi sentire. I
rettori delle università, che a differenza di quello
che era successo con il Cpe ora approvano la riforma
Pécresse, non esitano a chiedere i rinforzi della
polizia per sgomberare le università occupate. È
successo nella notte di giovedì alla Sorbona, a
Lione II e, ieri mattina, a Montpellier II, sempre
senza incidenti.
Giovedì sera era stata evacuata dalle forze
dell'ordine anche l'università di Nantes, ma ieri
gli studenti l'hanno rioccupata. Giovedì sera il
rettore, Yves Lecointe, aveva chiamato le forze
dell'ordine per sgomberare le facoltà di Lettere e
Scienze umane e aveva deciso la chiusura
amministrativa di tutto l'ateneo, fino a martedì
prossimo. Ma ieri alle ore 14 gli studenti avevano
convocato un'assemblea generale. Che in effetti ha
avuto inizio sui gradini dell'Unità di formazione e
di ricerca di Lettere e Scienze umane. Verso le ore
16, però più di 300 studenti hanno deciso di entrare
nei locali. «C'è stato scasso» sostiene la
presidenza dell'università.
Ieri mattina, anche il rettore di Montpellier III ha
deciso di chiudere l'università, «perché la
sicurezza non è più garantita». Secondo il rettore,
Jean-Marie Miossec, i ragazzi che occupavano «erano
i più radicali» del movimento che vuole il blocco
degli atenei.
La radicalizzazione imbarazza i sindacati degli
studenti. Per Bruno Juillard, «ci sono elementi di
radicalità da cui bisogna prendere le distanze». Ma,
aggiunge, delle ragioni ci sono per protestare:
«Dopo il Cpe, nessuna promessa fatta allora è stata
mantenuta». Ieri, l'Unef ha invitato gli studenti a
raggiungere il sit-in organizzato
dall'intersindacale dell'insegnamento superiore
sotto le finestre dell'Assemblea nazonale, dove i
deputati hanno cominciato a discutere il
finanziamento delle università per il 2008. Non sono
stati molto numerosi a farlo. Appena 300, tra
studenti e ricercatori. Il cordone di polizia era
serrato, per proteggere i deputati che devono però
aver sentito la parola d'ordine ripresa dal
movimento del 2006 contro il Cpe : «Resistenza!».
Giovedì, tutti i sindacati degli studenti erano
stati ricevuti da Valérie Pécresse. Ma la ministra
non ha fatto nessuna nuova proposta. Ha ribadito che
ci saranno dei miliardi in più, per far fronte al
problema della casa per i fuori sede e che aumenterà
il numero dei borsisti (oggi il 30%, il movimento
chiede di arrivare al 50%). Il primo ministro,
François Fillon, sul suo blog ha invitato gli
studenti «a esaminare serenamente i fatti per non
cedere alle approssimazioni e agli slogan» e ha
ricordato che il governo ha attribuito «5 miliardi
in più per l'università su 5 anni», e che «nessuna
maggioranza di destra né di sinistra ha mai fatto
tanto sul piano finanziario da vent'anni». Valérie
Pécresse ha semplicemente cercato di rassicurare gli
studenti sui punti che li preoccupano: «Lo stato non
si disimpegnerà - ha detto - non verrà introdotta la
selezione, non ci saranno aumenti dei costi
d'iscrizione». In termini più generali, «non ci sarà
una privatizzazione». Ma gli studenti temono le
conseguenze della riforma Pécresse.
La legge prevede l'autonomia delle università in
materia di gestione e di governance. I consigli di
amministrazione saranno meno affollati di quelli
attuali (da 60 a 20-30 membri), ma vi parteciperanno
anche dei rappresentanti del mondo dell'impresa.
Invece, gli studenti non avranno più di 3 delegati
in questa sede. Il presidente dell'università
diventerà una specie di manager d'azienda: potrà
reclutare i professori che vuole, pagandoli come
vuole e potrà opporsi alla nomina di insegnanti che
non gradisce. Inoltre, diventa istituzionale quello
che già succede in alcune facoltà: le imprese,
attraverso delle fondazioni, potranno finanziare
direttamente delle cattedre e delle ricerche. Le
università hanno cinque anni per accedere
all'autonomia di gestione dei bilanci e delle
risorse umane. I sindacati degli studenti avevano
chiesto garanzie, per evitare una privatizzazione di
fatto e la creazione di università di serie A - le
più prestigiose che possono raccogliere maggiori
finanziamenti privati - e di serie B, quelle di
periferia, sempre più marginalizzate e con diplomi
devalorizzati. Uno dei punti principali delle
richieste dell'Unef era difatti stato di avere la
garanzia che i diplomi rimarranno «nazionali» (anche
se è evidente che i datori di lavoro guarderanno,
come fanno già adesso, dove è stato conseguito
questo diploma).
Il malessere nelle università dura da anni e ogni
tanto esplode. I maggiori problemi sono nel primo
ciclo, quello della licenza, che registra un
altissmo tasso di abbandoni. Molti
studenti-lavoratori che si perdono per strada e che
i presidenti di università giudicano male, come
«demotivati». Oggi, la contestazione è concentrata
nelle facoltà di scienze umane, dove gli studenti
sono più esposti a un futuro incerto sul fronte del
lavoro.
Gli scontri tra studenti che partecipano al
movimento e chi vuole seguire i corsi sono più
frequenti nelle facoltà di legge o economia e
commercio, dove è più forte il sindacato di destra,
l'Uni. Il governo ha giocato a fondo la carta della
divisione. Valérie Pécresse ha invitato a più
riprese chi è contro lo sciopero a partecipare alle
assemblee per votare contro il blocco degli atenei.
Anche da questo dipende la radicalizzazione del
movimento. In molte assemblee c'è chi ha rifiutato
il voto con schede segrete. Perché in alcuni casi -
come a Tolbiac, peraltro un bastione del movimento -
il rettorato ha organizzato giovedì sera un voto
elettronico, a cui ha partecipato il 25% dei circa
30mila iscritti: il risultato è stata una bocciatura
al 75% del blocco dei corsi (anche perché il rettore
ha minacciato di sospendere gli esami, col rischio
di far perdere un anno). L'ala più radicale vede in
queste forme di voto un imbroglio dei rettori. Nelle
assemblee molto spesso i giornalisti non sono
graditi. La polemica è strisciante anche con i
sindacati degli studenti, come l'Unef (vicino al Ps)
o la Confederazione studentesca (vicina alla Cfdt).
La presidente della Confederazione, Julie Coudry
(che era stata una dei leader della lotta contro il
Cpe) denuncia «l'antisindacalismo primario» di
alcune frange del movimento. Nelle assemblee sono
molto presenti i rappresentanti della sinistra
radicale in tutte le sue declinazioni.(Il Manifesto
17 novembre 2007)
Il 17 novembre
giornata di mobilitazione nazionale

Per il diritto allo studio e la verità
per Genova. La battaglia della FGCI continua:
Da sempre contrari a qualunque
meccanismo atto
a impedire il libero accesso al sapere, lottiamo
contro quella logica aziendalistica, penetrata negli
atenei italiani a partire dall’Autonomia, in base alla
quale l’università fornisce i propri servizi allo
studente-cliente solo nella misura in cui quest’ultimo
è in grado di permetterseli pagando.
Appuntamento di mobilitazione studentesca, ma
non solo, il 17 novembre di quest’anno è indispensabile
solidarizzare, appoggiandole, con le ragioni
di chi scende di nuovo per le vie di Genova
dopo 6 anni dal G8 del 2001, all’indomani delle
recenti sentenze unidirezionali su quelle giornate,
tese, da un lato, a punire 25 imputati e con loro,
simbolicamente, centinaia di migliaia di manifestanti;
dall’altro, a lasciare impuniti chi questi manifestanti
aveva deciso di fermare con la forza.
Quella del
17 novembre è diventata da anni la giornata mondiale di mobilitazione
studentesca per l’accesso libero e universale al sapere e alla conoscenza.
La FGCI scende in piazza a fianco delle altre giovanili di partito e delle
organizzazioni studentesche per ribadire che il sapere non è una merce, e che
l’accesso ad esso non può essere una corsa a ostacoli in cui sono destinati a
spuntarla non, come vorrebbe il senso comune, i più bravi e i più meritevoli,
bensì solo coloro i quali dispongono di strumenti che altri non hanno.
Ancora oggi, troppo spesso, l’istruzione e la conoscenza non vengono messe a
disposizione di tutte e a tutti in modo uguale, ma sulla base di una selezione
di classe: test d’ingresso sempre più numerosi alle varie facoltà e ai corsi di
studio, per non parlare delle lauree magistrali, e il possibile aumento
generalizzato delle tasse universitarie, auspicato dai ministeri dell’Università
e dell’Economia nel “Patto per l’Università e la Ricerca”, segno
incontrovertibile di come lo Stato abbia abdicato in favore delle leggi del
mercato, sono solo la riprova di quanto ancora oggi è l’origine sociale a
determinare la scelta dei percorsi di studio.
Per quel che concerne, inoltre, la realtà dell’università italiana nell’era del
Governo
Prodi, insufficienti sonostati, dal suo insediamento a oggi, i provvedimenti
adottati da Mussi: dal ministro ci si aspettava una reale messa in discussione
della 270, oltre che della 509, e invece si sono ottenuti solo decreti attuativi
che, lungi dal fare i conti con lo spezzettamento dei percorsi formativi, con il
sistema dei crediti, e con il basso livello
che la didattica ha raggiunto, confermano l’impianto della controriforma Moratti,
oltre che la bontà dei principi dell’Autonomia e della riforma Zecchino.
Il 17 novembre è la
giornata mondiale di mobilitazione studentesca. Quest'anno
più che mai la data del 17 si rivela importantissima per
gli studenti italiani. La Fgci sarà in piazza in tutte
le città, organizzando e partecipando insieme a
Resistenza Studentesca e alle altre organizzazioni
studentesche ai cortei, le assemblee e le iniziative che
avranno luogo su tutti i territori. Il 17 novembre di
quest'anno assume una rilevanza particolare perche
abbiamo deciso di caratterizzarlo con una rivendicazione
fondamentale per lo sviluppo dei diritti democratici nel
nostro Paese. Parteciperemo infatti alla grande
mobilitazione di Genova "LA STORIA SIAMO NOI" indetta
per riportare a galla la verità sui tragici fatti del
2001 in occasione del G8.
Liberazione (giornale
comunista?) revisionismo anche su Lenin
di Otello Marilli, Responsabile
Esteri FGCI
Di
rientro da Mosca, per le celebrazioni del novantesimo
anniversario dell’Ottobre,...abbiamo avidamente guardato
le rassegne stampa curiosi di leggere i commenti
sull’avvenimento ridendo per i consueti sproloqui dei
quotidiani "liberalberlusconiani" e per lo sguardo
distaccato dei "veltrodemocratici". Poi lo sguardo è
caduto sul giornale di Rifondazione Comunista e sugli
articoli relativi all’Ottobre, tra questi un titolo ha
immediatamente catturato la nostra attenzione: "la
depressione di Vladimir Il’ich" di Franco Berardi Bifo.
In esso si arriva dire che sarebbe stato molto meglio
per il movimento operaio se Lenin non fosse mai
esistito, e invita a domandarsi se veramente la scelta
giusta fosse quella dei bolscevichi e non quella di
Martov e dei "bianchi". La prima reazione è stata
allibita, poi l’occhio è caduto sulla "solita" Nocioni
che ci spiega come in realtà la riforma costituzionale
voluta da Chavez sia un colpo di Stato. A distanza di
qualche pagina, prima si cercava di demolire la
rivoluzione d’ottobre poi quella bolivariana. Forse
oltre al ‘900 dovremmo abbandonare anche il socialismo
del XXI secolo del continente latino americano? Ad ogni
modo la domanda posta, anche se si spera sia solo una
provocazione, da Bifo merita una risposta. Il XX secolo
sarebbe davvero stato migliore senza Lenin, il leninismo
e l’URSS? Pensiamo di NO! Il nostro non è, però, un
diniego ideologico fondato solo su una mera difesa della
propria storia. Al contrario, pensiamo che la scelta
della presa del Palazzo d’Inverno non solo sia stata
giusta, ma anche l’unica possibile per consentire alle
masse dei lavoratori, operai e contadini, di irrompere
con rinnovato vigore nella Storia, ai soldati di potere
obiettare la guerra ottenendo la pace, all’uomo per
dimostrare che lo sfruttamento e il capitalismo non sono
l’unica realtà possibile. Noi non riteniamo possibile in
alcun modo costruire il socialismo del XXI secolo senza
Lenin perché come ci hanno ricordato i compagni della
gioventù comunista russa il leninismo non è un dogma è
uno strumento per comprendere la realtà e quindi come
tale va continuamente aggiornato nella realtà in cui si
vive. Sinceramente, poi, dipingere l’intelligenza di
Vladimir Il’ich e la sua tenace determinazione nel
dimostrare come il capitale generi solo barbarie e
guerra, figlie della depressione sembra degno del
peggior TG2 di Mazza piuttosto del giornale di un
partito comunista. Per chi è comunista, oggi come ieri e
domani, Lenin sarà e resterà punto di riferimento perché
simbolo di una vittoria tangibile degli ultimi sui
padroni e perché pensatore in grado di dare strumenti di
interpretazione delle contraddizioni che capitalismo e
neo liberismo generano nel mondo primo fra tutti il
concetto di imperialismo. Ai compagni che pensano di non
avere una storia cui fare riferimento per costruire il
proprio orizzonte politico auguriamo di uscire in fretta
dal guado, noi preferiamo guardare al futuro sapendo da
dove veniamo e sapendo cosa vogliamo: il socialismo del
XXI secolo. (sito
www.comunisti-italiani-messina.it 11 novembre 2007)
Il vergognoso articolo
apparso su Liberazione
La depressione di Vladimir Il’ich di
Franco Berardi Bifo
Il
XXI secolo sarebbe stato migliore senza di lui,
soprattutto la sua conclusione.
Vi prego di domandarvi sinceramente, a proposito del
1917: ebbe ragione Lenin a precipitare la crisi russa
per realizzare la sua rivoluzione contro Das Kapital,
oppure avevano ragione Martov e gli altri menscevichi a
respingere il soggettivismo di quella rottura? Dal punto
di vista della storia del movimento operaio
novecentesco, dal punto di vista dell’autonomia
strategica della società dal capitale, sono convinto che
il ventesimo secolo sarebbe stato un secolo migliore se
Lenin non fosse esistito. Soprattutto migliore sarebbe
stata la sua conclusione e la sua eredità. Dal punto di
vista intellettuale e umano, c’è una distanza abissale
tra Lenin e il suo successore, ciononostante occorre
riconoscere la tragedia totalitaria dell’epoca
staliniana è conseguenza lineare del culto paranoico del
partito elevato da Lenin a incarnazione del logico
destino della Storia. Lenin ha modellato la storia
politica del Novecento (non solo la storia del movimento
operaio, ma della forma-Stato in generale). Non avrebbe
potuto farlo se la sua visione della politica non avesse
interpretato una corrente profonda della psichismo
maschile moderno. Il narcisismo maschile si scontra con
la potenza infinita del Capitale e ne esce frastornato,
umiliato, fino alla depressione. A mio parere la
depressione di Lenin è un tema centrale per comprendere
la sua parabola esistenziale, ma anche per comprendere
il ruolo che ha potuto svolgere nella formazione della
politica tardo-moderna. E’ Lenin come uomo, e come
maschio, che occorre analizzare se vogliamo ripensare la
soggettività comunista novecentesca. Per liberarcene
forse, o per rifondarla non so.Ho letto Lenin, (1998,
Fayard, Paris), la biografia scritta da Hélène Carrère
D’Encausse, una studiosa di origine georgiana autrice
fra l’altro del libro L’empire en miettes che a metà
degli anni ’80 anticipò il collasso dell’impero
sovietico attribuendone la causa all’insorgenza
integralista islamica. Quel che mi ha interessato di
questo libro non è tanto la storia dell’azione politica
di Lenin, ma la vita personale, il fragile equilibrio
psichico, il rapporto affettuoso e intellettuale con le
donne della sua vita. La madre, la sorella, e la
Krupskaia, naturalmente, la compagna e moglie che si
occupava di lui proprio nei momenti di crisi psichica
acuta. E infine Ines Armand, il perturbante, l’uneimlich,
che Lenin decide di neutralizzare, rimuovere. Come la
musica, sembra. Il quadro psichico che descrive
l’autrice del libro è di tipo depressivo, ma quel che mi
interessa sottolineare è il fatto che le crisi
depressive più acute coincidono con le svolte politiche
decisive impresse da Lenin al movimento rivoluzionario.Dice
Carrère D’Encausse: “Lenin metteva in tutto ciò che
faceva una tenacia e una concentrazione assolutamente
eccezionale: questa costanza in ogni sforzo che
giudicava necessario gli conferiva una grande
superiorità su coloro che lo circondavano… a più riprese
questa caratteristica del suo carattere ebbe però anche
degli effetti nefasti. Gli sforzi troppo intensi lo
spossavano, logorando un sistema nervoso senza dubbio
fragile. La prima crisi risale al 1902…” (ed it. pag.
78) Sono gli anni della svolta bolscevica, gli anni del
“Che fare?”. La Krupskaia ha un ruolo essenziale, nelle
crisi del compagno, interviene per filtrare i suoi
rapporti con il resto del mondo, per provvedere alle
terapie, all’isolamento, alla clinica svizzera o
finlandese. Dalla crisi nel 1902 Lenin esce scrivendo il
Che Fare?, impegnandosi nella costruzione di un “nucleo
d’acciaio”, un blocco di volontà capace di “rompere”
l’anello debole della catena. Una crisi nel 1914, quando
matura la rottura internazionale del movimento comunista
dalla Seconda internazionale, e Lenin afferma che il
proletariato non ha nazione. La terza crisi nella
primavera del 1917, quando la Krupskaia trova un rifugio
sicuro in Finlandia. Lì nascono le Tesi di aprile, lì
nasce la decisione di imporre la volontà
sull’intelligenza, di imporre una rottura che non
rispetta la dinamica profonda della lotta di classe, ma
le impone un disegno esterno. Perché l’intelligenza è
depressiva, e la volontà è la sola cura che permetta di
ignorare l’abisso. Ignorare, non togliere. L’abisso
rimane, e gli anni successivi lo scoperchieranno, e il
secolo intero ventesimo ci finisce dentro.
A prescindere dalla qualità politica delle scelte
fondamentali compiute da Lenin, alcune delle quali si
sono rivelate catastrofiche nella storia del ‘900,
mentre quella del 1914 rimane a mio parere una lezione
attualissima, quel che mi sembra importante è
l’incapacità maschile di accettare la depressione, di
elaborare la depressione dall’interno. Qui sta la
radice del volontarismo soggettivista rivoluzionario che
ha prodotto lo scacco dell’autonomia sociale nel corso
del Novecento.
Le scelte intellettuali del leninismo sono state così
potenti perché hanno saputo interpretare l’ossessione
volontaristica del maschio di fronte alla depressione.
La concezione leninista del partito (che nasce proprio
nel corso della prima crisi acuta) contiene un’idea
paranoica di purezza, che risente del nucleo filosofico
del cristianesimo ortodosso. Lenin non ebbe mai
propensioni religiose, ma nell’ambiente dell’intelligentzia
di fine ottocento l’influsso dell’ortodossia è
importante. In apertura del suo “Che fare?” Lenin cita
una lettera di Lassalle in cui si dice che “epurandosi
il partito si rafforza”.L’idea dell’epurazione non va
banalizzata. Presuppone una purezza da restaurare. “La
classe operaia è in grado di elaborare solo una
coscienza sindacale, ma non giunge a considerarsi in
alternativa a tutto il sistema, lotta sì contro il
capitale ma sentendovisi legata.”Questa impurità della
classe operaia va superata, attraverso l’epurazione,
perché la società si adegui infine alla sua pura idea. E
solo un partito che sia portatore del Verbo, e non
aggregato carnale di corpi sociali impuri, può essere il
portatore di questo superamento, di questa rivoluzione.La
storia reale dell’autonomia operaia nel corso del
Novecento non ha avuto nulla a che fare con questa
purezza. E’ stata piuttosto rifiuto e motore dinamico,
si è posta fuori dalla logica del capitale senza
interrompere il rapporto con l’innovazione che il
capitale subisce e agisce. L’autonomia presuppone una
elaborazione “morbida” della depressione, la
disponibilità ad accettare la propria finitezza,
l’impotenza a cambiare demiurgicamente il mondo, la
necessità di confrontarsi col capitalismo rifiutando di
subirne il dominio, ma sfruttandone la capacità
innovativa.La rifondazione del mondo, l’abolizione
dialettica è un falso storico. L’abolizione non si è mai
data nella storia. Ci sono stratificazioni, ritorni,
risacche, convivenze, estraneità. Ma non abolizioni. E
l’idea di purezza, l’imposizione della volontà
sull’intelligenza (depressiva) non può che preparare il
collasso
Studenti occupano
Lettere alla Sapienza
Anche
a Roma ieri è stata occupata la facoltà di Lettere
dell'università La Sapienza, dopo che nei giorni
scorsi era stata occupata un'aula. L'occupazione,
temporanea, è stata compiuta in vista dello sciopero
generalizzato di oggi indetto dai sindacati di base
e al quale parteciperanno anche collettivi
universitari e movimenti. Il preside ha chiesto
l'intervento della polizia, che è entrata
nell'ateneo ma fortunatamente non è intervenuta. In
diverse facoltà sono state bloccate le lezioni. La
protesta degli universitari è indirizzata contro «il
processo di precarizzazione presente nei luoghi
della formazione» che «ci vede schiacciati in
meccanismi perversi di un'università fabbrica... e
fabbrica di precari», spiegano gli studenti. Che per
questa mattina promettono di bloccare la città
universitaria e alcune strade di Roma, prima di
partecipare al corteo dei sindacati di base.(Il
Manifesto 9 novembre 2007)
Scuola. Fioroni come
la Moratti?
In arrivo altri regali
per le private
di Simone Verde
Scuole
dell'obbligo di tendenza? Cattoliche o islamiche, con
alunni selezionati secondo criteri sociali o identitari?
Forse domani si potrà. Grazie a un regolamento allo
studio del ministero della Pubblica istruzione di cui il
manifesto è riuscito a ottenere una bozza. Un
regolamento che, se approvato da Palazzo Chigi,
permetterà al ministro Giuseppe Fioroni di rendere
esecutivo un altro importante tassello della riforma
Moratti.
Come sempre, quando si parla di scuola la materia
giuridica è ricca di insidie e invita a fare qualche
passo indietro. Fino all'arrivo del centrodestra, le
private erano suddivise in paritarie e non paritarie.
Paritarie, quelle che seguivano nel dettaglio i
programmi ministeriali e permettevano di assolvere
all'obbligo scolastico pur non rilasciando diplomi (gli
studenti iscritti dovevano superare esami di stato per
vedere riconosciuto il proprio percorso formativo). Non
paritari, invece, tutti gli altri istituti privati di
qualsiasi materia o orientamento che, a causa della
propria libertà didattica non potevano fare le veci
della scuola dell'obbligo. Così fu, fino all'arrivo di
Letizia Moratti, la quale permise alle paritarie di
organizzare esami e rilasciare diplomi. Ed elevò lo
status delle non paritarie, suggerendo che potessero
permettere l'assolvimento dell'obbligo purché avessero
«un'offerta formativa conforme ai principi della
Costituzione».
Ad accelerare l'attuazione della riforma, è oggi il
ministro Fioroni, nonostante il programma dell'Unione
promettesse di «abrogare, in radicale discontinuità con
gli indirizzi e le scelte di centro-destra, la
legislazione vigente in contrasto con le nostre scelte».
Nello «Schema di regolamento» che riguarda le scuole non
paritarie attualmente allo studio, infatti, non soltanto
vengono conservati i punti chiave della legge del
febbraio 2006, ma vengono addirittura ampliati,
esplicitando principi finora introdotti
surrettiziamente. Tanto per cominciare, il ministero
scrive per la prima volta che «la regolare frequenza
della scuola non paritaria da parte degli alunni
costituisce assolvimento degli obblighi di istruzione».
Una scelta che, se confermata, avrà risultati
preoccupanti: basterà iscrivere il proprio figlio a una
scuola il cui programma sia genericamente «in armonia
con i principi costituzionali», per essere a posto con
la legge. Poco importa se si tratterà di istituti con
programmi a forte intensità confessionale o centri di
indottrinamento, purché seguano un vago «piano
dell'offerta formativa elaborato in conformità agli
ordinamenti vigenti». Quanto al riconoscimento dei
diplomi, nessun problema, ci aveva già pensato la
Moratti: gli esami verranno svolti in qualche scuola
paritaria.
Ma non basta. Uno degli aspetti che permetteva il
riconoscimento della parificazione era l'apertura a
qualsiasi cittadino senza alcuna forma di
discriminazione, per arginare fenomeni di ghettizzazione
e promuovere nella scuola dell'obbligo - statale o
privata che fosse - il più ampio pluralismo possibile.
Un principio domani facilmente aggirabile, grazie a
istituti non paritari e dell'obbligo che continueranno a
poter scegliere come meglio preferiscono i propri
iscritti. Con la nascita di scuole ghetto in cui sarà
impossibile promuovere dialogo, conoscenza reciproca e
pluralismo culturale. Ma gli effetti negativi del
regolamento non finirebbero qui: grazie al cambiamento
di statuto, le scuole non paritarie potrebbero
beneficiare dei finanziamenti destinati alle scuole
private dell'obbligo. E non solo. Le non parificate
potranno assumere insegnanti in possesso di laurea ma
privi di abilitazione, cui non verranno applicati i
contratti nazionali. Insomma un pasticcio di cui
trarranno particolare beneficio molti operatori che
negli ultimi anni attraversano una dura crisi
finanziaria.
L'idea fissa che anima l'attuazione di una riforma del
centro-destra da parte di un ministro di
centro-sinistra, è quella di un sistema di istruzione
misto dove i privati svolgano un ruolo complementare a
quello dello stato. Un ruolo che promuova forme di
cultura elitista e lobbistica in una società sempre più
divisa tra minoranze, dove la secolarizzazione richiede
ai cattolici una presenza ideologica più aggressiva e
militante. Anche a costo di gettare nel caos l'intero
sistema scolastico nazionale.(Il Manifesto 9 ottobre
2007)
20 ottobre. Saremo in
piazza per il "bene comune"
Le
studentesse e gli studenti del nostro paese
lanciano un appello alla mobilitazione contro
ogni forma di precarietà e sfruttamento
esistenziale nella vita e nella formazione.
Nelle scuole e nelle università luoghi
profondamente colpiti dai processi globali di
privatizzazione del sapere, le esistenze e le
conoscenze sono ridotte a merce.
Gli anni di Berlusconi hanno accelerato il
processo di costruzione di scuole e università
funzionali al mercato e asservite al
neoliberismo; le risorse pubbliche sono state
ridotte al minimo, le politiche di investimento
in innovazione e ricerca pubblica sono ormai
state azzerate. Scendiamo in piazza per chiedere
una decisa inversione di tendenza, segnali di
forte discontinuità che mettano la conoscenza e
il libero accesso ad essa al centro dell'azione
di governo. Crediamo che questo possa avvenire
solo se in Italia si riescano a sviluppare degli
strumenti che garantiscano realmente la
partecipazione di studenti e precari.
Reclamiamo il sacrosanto diritto a essere
consultati sulle scelte che riguardano il nostro
presente e il nostro futuro!
Chiediamo l'abrogazione delle riforme Moratti,
l'istituzione di una legge nazionale per il
diritto allo studio per tutti/e e l'abolizione
del numero chiuso nelle università, per
garantire il diritto costituzionale all'accesso
ai saperi a prescindere dalla propria condizione
sociale, per assicurare il diritto primario e
inalienabile alla formazione come principale
elemento del pieno sviluppo della persona umana.
La precarietà esistenziale ci condanna a una
vita di insicurezza sociale, di incertezze per
il proprio presente e futuro, ci relega a essere
cittadini di serie B senza né voce né dignità.
Scenderemo in piazza perché riteniamo che sia
del tutto prioritaria una revisione delle norme
che regolamentano il mondo del lavoro e del
welfare, a partire dal superamento della legge
30 e dall'introduzione di nuovi strumenti di
tutela sociale per chi è in formazione. Crediamo
in un modello che garantisca sicurezza sociale a
partire dal reddito, che ci renda realmente
liberi di scegliere e che ci permetta di
formarci lungo tutto l'arco della vita; per
questo chiediamo al governo l'istituzione di un
reddito di formazione che garantisca l'accesso
al sapere in tutte le sue forme, che assicuri
servizi e autonomia del proprio percorso
formativo, a partire da un'immediata copertura
finanziaria di tutte le borse di studio.
Vogliamo che si ponga fine allo scandalo tutto
italiano degli idonei non assegnatari.
Giudichiamo vergognoso il tentativo di costruire
in questo paese una finta contrapposizione tra
diritti dei giovani e dei pensionati. Crediamo
infatti che la precarietà non si sconfigga né
togliendo i diritti ai nostri genitori né
attaccando strumentalmente coloro che questi
diritti continuano a difendere.
Vogliamo quindi rilanciare un dibattito pubblico
che attraversi scuole, università e territori,
capace di rendere il 20 ottobre la data di
tutti/e, dove si esprima realmente un bisogno
sociale di cambiamento e trasformazione
dell'intera società.
Le studentesse e gli studenti esprimeranno la
loro soggettività con un percorso partecipato
nelle scuole e nelle università che ha
l'obiettivo di costruire uno spezzone unitario
caratterizzante di tutte quelle realtà e dei
singoli che aderiranno a questo appello; una
soggettività autonoma dai processi politici in
atto, che rifiuta ogni tipo di
strumentalizzazione, che chiede a gran voce un
sapere libero come motore della trasformazione
per una vera società della conoscenza, dei
diritti e della pace... Il sapere non è una
merce ma un bene comune.(il Manifesto 22
settembre 2007)
Comitato studentesco per il 20 ottobre
Roma 18 settembre 2007
- ore 14,30 Via Napoli 38

Tagli, scuola
azzoppata
di Domenico Giovinazzo
A settembre i sorrisi sui volti dei
fanciulli e degli adolescenti cominciano
a farsi più sfumati, e tra i loro
pensieri ce n’è uno che inizia a
presentarsi sempre più frequente quanto
indesiderato: la ripresa della scuola.
Ma in che condizione si trova la scuola
italiana che si appresta a riaprire i
battenti? Enrico Panini, segretario
generale della Federazione lavoratori
della conoscenza (Flc-Cgil), non sembra
troppo ottimista: «L’anno scolastico non
riparte benissimo – spiega – perché a
fianco ad alcuni fatti positivi
convivono degli aspetti preoccupanti».
Cosa dovremo aspettarci dal
nuovo anno?
Questo è l’anno dell’obbligo di
istruzione, a scuola per non meno di 10
anni. E’ anche l’anno in cui si apre la
discussione, per la prima volta dopo
tanto tempo, sulle indicazioni nazionali
e quindi sui nuovi programmi
d’insegnamento. Inoltre, 20.000 bambini
tra i 2 e i 3 anni frequenteranno le
cosiddette “sezioni primavera”
appositamente istituite per loro (cosa
ben diversa dall’anticipo che voleva la
Moratti). Tuttavia questo è anche l’anno
che parte con una
riduzione consistente di insegnanti –
frutto della Legge finanziaria per il
2007 – il che è paradossale perché si
continua a tagliare mentre crescono le
iscrizioni di alunni nelle scuole.
Inoltre, la situazione risulta ancor più
grave dal momento che questi tagli si
stanno concentrando sugli alunni
disabili, perché non si dà loro
un’adeguata copertura con insegnanti di
sostegno; sul tempo pieno, che viene sì
autorizzato ma secondo il modello
Moratti, cioé senza la compresenza;
sull’educazione degli adulti, con la
riduzione dei cosiddetti “corsi di 150
ore”. Poi ci sono altri aspetti negativi
quali l’aumento degli alunni per classe,
le soppressioni o gli accorpamenti di
classi. Il tutto risponde a una pura
logica ragionieristica che non considera
alcuna forma di programmazione: se tu
chiedi al ministero dell’Istruzione cosa
succederà tra 5 anni sul versante
demografico non è in grado di
rispondere.
Manca un’analisi delle necessità
in base alle quali strutturare un
sistema scolastico che risponda alle
esigenze del paese?
Esatto. Se si facesse questa analisi si
scoprirebbe che gli alunni stanno
aumentando e aumenteranno ancora. Si
comprenderebbe che tagliare il numero di
insegnanti a fronte di un aumento di
iscrizioni vuol dire, anziché
risparmiare, spalmare un costo sociale
sul paese per un lunghissimo periodo di
anni: per esempio, quegli alunni
disabili avranno maggiori difficoltà di
integrazione, e il tempo pieno non avrà
una qualità adeguata. In poche parole,
non esistono dei tagli indolore, e
questi sono particolarmente pesanti.
Altro aspetto critico, come ogni
anno, è il caro-libri...
La denuncia è assolutamente giusta, ma
sono molto deboli le risposte. La
fornitura dei libri scolastici
rappresenta un servizio di pubblica
utilità: il libro di testo non è un
accessorio griffato ma un qualcosa di
indispensabile. Per questo motivo i
libri di testo non possono essere
assoggettati a una logica di mercato.
Invece, checché ne dicano le case
editrici, il loro prezzo fluttua sulla
base di pure considerazioni di carattere
economico.
I tetti di spesa imposti a
livello ministeriale non sono una
risposta adeguata?
I tetti di spesa definiti dal ministero
dell’Istruzione non possono essere un
qualcosa che serve a sgravarsi l’anima
da un peso, pensando di aver stabilito
dei limiti senza verificarne poi
l’effettivo rispetto. Oltretutto non
esiste un tetto di spesa per le scuole
superiori.
Il ministro Fioroni ha
incaricato una commissione di esperti
per arrivare all’introduzione, per
l’anno prossimo, di un tetto anche per
le superiori. Basterà?
Questo è un fatto che giudico positivo.
Tuttavia il problema vero in relazione
ai tetti di spesa è la formazione del
prezzo: non si può chiedere a dirigenti
scolastici e docenti di trasformarsi in
contabili per capire se sono dentro o
fuori dal tetto, il tetto va garantito a
monte, nella fase dell’offerta
dell’editoria scolastica.
In base alla situazione che hai
descritto, la scuola pubblica ha bisogno
di investimenti. Qual è allora l’utilità
di proporre un aumento di finanziamenti
agli istituti privati?
E’ solo un’operazione di marketing
politico. La proposta fatta dal ministro
Fioroni davanti alla platea del Meeting
di Comunione e liberazione non ha nessun
senso se non quello della ricerca di
consenso rispetto a quel mondo. E’
inaccettabile il finanziamento alle
scuole private, come è inaccettabile che
all’attenzione che si riversa sulle
scuole private corrisponda il pugno di
ferro sulla scuola statale (insegnanti
minacciati di sanzioni disciplinari,
tanto per dirne una). Ma poi, anche a
voler osservare con animo meno
“critico”, trovo oltre che illegittimo
anche provocatorio che si dica “diamo
soldi alle scuole senza fini di lucro” e
che poi si lasci alla scuola stessa il
compito di stabilire se appartiene a
questa categoria o no.
Con la riapertura delle scuole
si riapre anche il dibattito sulla
Finanziaria. Quali sono le tue
richieste?
Alla fine del mese di giugno, quattro
ministri della Repubblica – Padoa
Schioppa, Mussi, Fioroni e Nicolais –
hanno firmato con Epifani, Bonanni e
Angeletti l’Intesa sulla conoscenza.
Questo documento è sostanzialmente un
programma di legislatura, in cui c’è
scritto basta con la politica dei tagli,
occorrono investimenti; c’è scritto che
esiste un’emergenza insegnanti alla
quale va data una risposta; e c’è
scritto che c’è un problema di diritto
allo studio nel nostro paese, per cui
bisogna far sì che un numero maggiore di
studenti si diplomi e si laurei. Bene,
io chiedo una Finanziaria coerente con
questa Intesa che il Governo ha firmato
coi sindacati confederali. Mi basta
questo. Perché su quel documento trovo
tutte le risposte ai problemi che fino
ad oggi sono rimasti insoluti.(la
Rinascita della sinistra 6 settembre
2007)
Contro la
politica della tolleranza zero
Torino, 7 set. - (Adnkronos) - Una decina, 'armati' di
detersivo e spazzole contro la politica della
'tolleranza zero'. Si sono trasformati in lavavetri per
un giorno i ragazzi dei Giovani comunisti di Torino che
questa mattina in corso San Maurizio, davanti alla sede
delle facolta' umanistiche, hanno inscenato una
iniziativa simbolica per dire no a quanto emerso in
questi giorni nel dibattito sulla questione di
lavavetri.
"Abbiamo deciso di fare questa iniziativa simbolica
-spiega Flavio Arzarello dell'esecutivo nazionale della
Fgci- come provocazione perche' quanto sta accadendo e'
molto grave. Il dibattito che si e' scatenato sui
lavavetri e' sintomatico di una questione piu' grave
perche' si scambiano vittima e carnefice. Per noi
-prosegue- il lavavetri e' la vittima, vittima del
racket, che e' il vero nemico da combattere". Il
discorso si fa poi piu' ampio e affronta il tema del
piano della sicurezza dell'attuale governo. Un piano,
prosegue Arzarello, "che ci preoccupa perche' in questi
giorni e' stato detto che una delle linee guida da
seguire e' il modello Giuliani della 'tolleranza zero',
che non ha nulla a che fare con la difesa dei piu'
deboli".
All'iniziativa, che ha provocato negli automobilisti
reazioni diverse, le stesse che si provano nei confronti
dei veri lavavetri, da chi azionava il tergicristalli
per non farsi detergere il lunotto a chi ha dato un euro
ai ragazzi, hanno partecipato anche il coordinatore
provinciale della Fgci Alessandro Palma e la consigliera
provinciale dei Comunisti italiani Chiara Giorgetti
Prato. Secondo la Consigliera Provinciale del PdCI, che
è anche esponente della FGCI torinese che afferma "Il
far west lasciamolo al cinema americano! E’
inaccettabile dover assistere a bagarre e boutade sulle
prime pagine dei giornali che vedono come filo rosso una
serie di provvedimenti repressivi contro cittadine e
cittadini che non hanno altra colpa al di là di quella
di vivere in prima persona una condizione di forte
povertà, disagio e isolamento sociale.
Non ci stiamo come Federazione Giovanile dei comunisti
Italiani a vedere pagine dedicate a chi, nei giorni
scorsi, ha voluto male interpretare il termine della
legalità, volendo attaccare e ghettizzare ulteriormente
delle persone che, non avendo altri mezzi, si trovano a
dover lavare i vetri ai semafori, addirittura arrivando
a citare ad esempio una sorta di pulizia della città
stile quella adottata da Giuliani a New York.
Non è questo il modo di porre la questione e per questo
motivo oggi la FGCI è scesa simbolicamente in strada a
manifestare dalla parte dei più deboli, lavando i vetri
delle macchine in c.so San Maurizio a Torino,
distribuendo volantini e parlando con la gente. Siamo
stufi di questo stato di allarmismo e consideriamo grave
il continuo e fasullo appello alla sicurezza sociale
attraverso la criminalizzazione dei deboli. Quello della
sicurezza sociale è un tema che affonda radici ben più
profonde e che dovrebbe vedere nella politica non un
diffusore di paura ma una concreta risposta a tematiche
quali integrazione, precarietà e servizi pubblici."
Comunicato
stampa FGCI Torino
Venerdì
6 sett. i ragazzi della Fgci lavavetri per un giorno
Dichiarazione di Flavio
Arzarello, Esecutivo nazionale Federazione Giovanile
Comunisti Italiani
" Venerdì
alle ore 11 all'angolo tra Corso S. Maurizio e Via
S. Ottavio laveremo simbolicamente i vetri degli
automobilisti fermi al semaforo
e distribuiremo
materiale esplicativo della nostra posizione. Si
tratta di una provocazione che vuole evidenziare la
nostra totale contrarietà a chi vuole punire con il
carcere fino a tre anni i lavavetri; si tratta nella
stragrande maggioranza dei casi di donne e uomini
disperati contro i quali è stupido e sbagliato
accanirsi.
La giusta battaglia è
da combattere contro i racket che li sfruttano, che
sono il vero nemico della legalità.
Inoltre ci
preoccupa estremamente il fatto che il Ministro
degli Interni di un Governo di centrosinistra usi
espressioni come tolleranza zero e si rifaccia
esplicitamente a modelli come Rudolph Giuliani, che
certamente nulla hanno a che spartire con la cultura
delle forze di centro e di sinistra italiane.
Venerdì dunque saremo
in strada a lavare i vetri, perché siamo come sempre
sempre dalla parte dei più deboli." ( 6 settembre
2007)
Intervista a
Riccardo Messina
Campeggio
nazionale della Fgci a Roccella Jonica. Giovani compagne
e compagni che hanno convissuto 24 ore su 24 facendo
attività politica, giocando, divertendosi conoscendosi.Ce
lo facciamo raccontare da Riccardo Messina, coordinatore
nazionale della Fgci.
Perché proprio Roccella Jonica?
Questo è il terzo campeggio nazionale della Fgci. Il
primo si è svolto a Catania nel 2005 e il secondo a
Livorno. Quest'anno abbiamo deciso di tornare al sud
perché crediamo sia importante vivere da dentro le
contraddizioni del Mezzogiorno in Italia. E' importante
che i compagni capiscano cosa significa vivere in una
terra in parte dalla criminalità organizzata. Ed è anche
importante che si conoscano le grandi risorse ed energia
presenti in questa parte d'Italia. La Calabria è una
regione dove il partito e la Fgci sono particolarmente
forti.
Campeggio tradizione storica delle
organizzazioni giovanili di sinistra. Qual è
l'importanza di una forma aggregativa di questo tipo,
sicuramente diversa da quella che può essere una festa?
Quanto serve al radicamento dell'organizzazione nei
territori?
E' fondamentale innanzitutto perché i compagni, vivendo
assieme otto giorni, litigando, confrontandosi sulle
questioni politiche che sono all'ordine del giorno ma
anche sulle grandi questioni ideologiche e di sistema
riescono innanzitutto a crescere e verificano che non
sono soli. Ci sono compagni che dopo i campeggi
nazionali tornano sui territori più forti, perché
capiscono di essere parte di un grande progetto e di una
grande battaglia che si svolge ugualmente, anche se con
metodi, strumenti e problematiche diverse all'interno
del nostro paese e quindi riescono a comprendere certe
questioni. E' anche un momento importante perché col
vicino di tenda ci si confronta su quale siano gli
strumenti più adatti per affrontare una determinata
questione, sulle iniziative svolte, si scambiano nomi di
possibili relatori, di possibili battaglie e vertenze
affrontate. Si cresce davvero tutti insieme.
Progetti per l'anno prossimo?
Sono tante le organizzazioni di sinistra che fanno il
campeggio nazionale. Io credo che ci siano le condizioni
per organizzare l'anno prossimo un grande campeggio
unitario della sinistra, che costituisca un vero evento
unitario e che riesca a portare insieme circa cinque
mila persone in un luogo a discutere di politica, per
praticare l'unità a sinistra tra i giovani.
Unità a sinistra anche tra i giovani. Quanto le
organizzazioni giovani possano essere volano di questo
progetto?
Io credo che l'unità a sinistra fra i giovani sia più
facile perché non ci sono gli attriti che ci possono
essere tra gli adulti, perché non ci sono liste da
comporre e perché spesso un giovane di 15 anni che si
avvicina a noi, o a Rifondazione comunista, lo fa perché
ci incontra e capisce che quello può essere un modo di
incidere sulla società, al di là delle diversità che ci
possono essere tra i nostri partiti. Possiamo essere un
laboratorio e siamo già partiti. Abbiamo fatto diversi
incontri con Gc, Sinistra democratica, i sindacati
studenteschi con cui abbiamo un rapporto solido.
Ovviamente l'unità è un processo difficile ma anche
irreversibile per cui credo che da qui ad ottobre ci
saranno grandi novità e potremo realizzare una massa
critica che sposti l'asse della società più a sinistra.
Coordinatore da due mesi. A livello politico è
successo di tutto. Sulle pensioni è stato agitato lo
spettro dello scontro generazionale da chi questo
accordo lo voleva a tutti i costi, mentendo e in questo
modo creandolo. Come si può contrastare?
L'operazione che hanno fatto è stata veramente sporca.
Hanno fatto passare un attacco ai diritti dei
lavoratori, giovani o anziani che fossero, come uno
strumento per liberare risorse. Questo inganno è stato
svelato subito. Le vicenda della revisione della legge
30 e la decontribuzione degli straordinari sono
emblematiche.
Inoltre questo governo non ha fatto nulla sulla lotta al
lavoro nero, lotta che sarebbe a costo zero e
produrrebbe una serie di risorse che potrebbero far
aumentare la capacità dell'erario statale di far fronte
al necessario aumento della spesa per i servizi sociali.
I giovani italiani hanno la necessità di uscire da
questa emergenza. Per questa noi della Fgci lanceremo
sulle questioni di scuola, Università e lavoro una
grande mobilitazione di massa. Il prossimo autunno sarà
veramente caldo. Il governo deve ascoltare le esigenze
dei lavoratori e dei giovani italiani.
Gli obiettivi sono chiari. Rispetto agli
strumenti di cui vi doterete, Resistenza Attiva, il
vostro giornale, è già una realtà interessante. A
cos'altro state lavorando?
Innanzitutto ringrazio i compagni di Rinascita con cui
si sta ragionando sull'opportunità di far uscire un
inserto mensile di Resistenza attiva all'interno del
settimanale.Esiste l'esigenza di fare un giornale che
sia non solo scritto dai giovani, ma soprattutto che
parli all'universo giovanile e che possa costituire un
momento importante di dibattito sia interno, tra i
compagni e all'esterno nella sinistra in generale.Inoltre
c'è la necessità, affrontata durante questo campeggio
nel corso di un workshop sull'informazione con Gianni
Montesano, di aprirci a nuovi metodi di comunicazione.
Dobbiamo potenziare anche la nostra piattaforma internet
e credo ci siano le condizioni per lanciare, nei
prossimi mesi una radio via internet, che ha dei costi
bassissimi ma un'ampia capacità di raggiungere i
giovani. Il mondo sta cambiando e quindi dobbiamo
cambiare anche il modo di raggiungere i giovani
italiani. Su questo al Fgci farà sicuramente un grande
lavoro.
Comunque questo campeggio è stata una
faticaccia...
Sicuramente, ma abbiamo avuto la soddisfazione di
portare in Calabria più di 300 giovani provenienti da
ogni parte d'Italia. Ci siamo divertiti un mondo, la
sera abbiamo organizzato concerti... una bellissima
esperienza.Voglio ringraziare tutti, a partire dai
compagni del coordinamento nazionale e tutti i compagni
del Pdci di Roccella Jonica, in particolare Carlo
Iannuzzi ma soprattutto i giovani della Fgci per
l'egregio lavoro che hanno svolto. Non è stato facile ma
ne è sicuramente valsa la pena. (la Rinascita della
sinistra 7 agosto 2007)
Resistenza
Attiva chiude con l'assemblea nazionale organizzativa
(6.7.07) - Sabato pomeriggio si è chiuso a Roccella Jonica il Terzo
campeggio nazionale della Fgci al quale hanno
partecipato 300 giovani da tutta Italia L’ultimo
appuntamento è stato l’assemblea nazionale organizzativa
che ha messo in campo i progetti per il prossimo anno
della Fgci.
Nella relazione introduttiva Flavio Arzarello,
responsabile nazionale organizzazione della Fgci, ha
segnalato come la federazione giovanile sia radicata
meno al centro-nord e tra i lavoratori, per questo
nell’autunno prossimo, anche in vista della campagna per
il No al referendum la Fgci sarà davanti a diverse
fabbriche e luoghi di lavoro.
Il giudizio sull’operato del governo è stato molto
netto: ha deluso i giovani e con questi ultimi passi su
welfare e pensioni dimostra di guardare più a
Confindustria che ai lavoratori.
Arzarello ha annunciato che nel prossimo anno la Fgci
lancerà diverse campagne: quella sull'antifascismo,
partendo dalle grandi città, un decalogo per gli
amministratori sull’antimafia, una campagna contro il
precariato integrata con la campagna contro il
referendum sulle pensioni ed una seria mobilitazione per
i diritti delle coppie di fatto.
Il rafforzamento organizzativo della Fgci è tanto più
importante oggi vista la prospettiva reale di costruire
l’unità a sinistra, un’unità di cui i giovani possono
essere il motore.
In quasi tre ore di dibattito si sono succeduti una
trentina di interventi di compagne e compagni delle
diverse realtà territoriali, che hanno spiegato le lo ro
esperienze, ma che si sono anche espressi sul futuro
dell’organizzazione giovanile del Pdci:
un’organizzazione che dovrà saper essere impegnata a
tutto campo sul terreno unitario, ma che dovrà affermare
con forza la propria diversità comunista.
L’assemblea è stata conclusa da Riccardo Messina,
coordinatore nazionale Fgci che ha ricordato il percorso
unitario che l’organizzazione sta intraprendendo con
Giovani comunisti, Sinistra democratica giovani e
giovani Verdi.
Messina ha riaffermato che l’essere comunisti, il
riaffermare la nostra identità è fondamentale oggi
mentre viviamo il processo unitario; un’identità che
però non deve essere agitata come un gagliardetto ma
fatta vivere nel presente e guardando al futuro.
Anche Messina sul governo è netto e promette
mobilitazioni senza sconti in autunno, concludendo
infine con un annuncio davvero importante: «l’anno
prossimo saranno preparate le tessere della Federazione
Giovanile Comunisti Italiani».(La Rinascita della
sinistra 5 agosto 2007)
Ma per fortuna
che c'è Riccardo
Pensioni: Giovani comunisti a Governo,
no scontro generazioni
(AGI) - Roma, 10 lug - Il Governo sprona i giovani:
"Sulle pensioni fatevi sentire...". I giovani non
sembrano pero' entusiasti. Riccardo Messina, un giovane
comunista, non si e' fatto intimorire dai saloni di
Palazzo Chigi. "Noi - ha detto Messina in faccia a Letta
e Padoa Schioppa - siamo contrari a far passare l'idea
di uno scontro generazionale in atto. Sullo scalone
siamo solidali con i diritti dei lavoratori. Se proprio
volete lasciare lo scalone, allora abolite la legge 30 e
date piu' soldi alla scuola pubblica".
Piu' disponibili i giovani Democratici (Pina Picerno e
Francesco Di Nacci) favorevoli "all'aumento dell'eta'
pensionabile". I giovani Democratici non
sosterranno pero' l'iniziativa di Giachetti per una
fiaccolata di protesta sotto la sede dei sindacati.
All'incontro di questa sera con il Governo non erano
presenti le associazioni giovanili della Cdl ne' quelle
di Confindustria e Confcommercio. Per il Governo
presenti Enrico Letta, Tommaso Padoa Schioppa e Giovanna
Melandri.
Iniziativa della
Fgci di Torino rimandata al 22
giugno

Intervista al
nuovo coordinatore nazionale della Fgci
Riccardo Messina 26 anni, di
Catania, è stato eletto, al termine della seconda
Conferenza nazionale della Fgci, coordinatore nazionale
Succede a Francesco Francescaglia, 28
anni di Perugia, che lascia la Fgci per dedicarsi al
Partito dei comunisti italiani. Con Messina parliamo dei
grandi temi affrontati, e
che
continuerà ad affrontare, la Fgci in questi anni.
Appena eletto nuovo coordinatore, emozionato?
Si, sono contento. Ora ci aspettano tre anni di lavoro
per l'organizzazione nazionale ma soprattutto per tutte
le Fgci territoriali. I giovani italiani si trovano in
una situazione difficile, abbiamo giovani donne e
giovani uomini che lavorano nei call center vendendo dei
contratti telefonici che non potranno mai permettersi,
giovani che lavorano in agenzie immobiliari vendendo
case che non potranno mai comprarsi. Questi sono i
giovani italiani a cui ci rivolgiamo e dobbiamo
elaborare delle politiche serie per dare loro delle
risposte. Perché per noi della Fgci fare politica
significa dare risposte alle persone che sono la nostra
classe di riferimento, ovvero i lavoratori.
Anche il presidente Cuffaro, nel suo intervento
alla conferenza, ha fatto un richiamo alla lotta contro
la mafia, lotta in cui la Fgci si è spesa molto.
E' un lavoro che finora abbiamo portato avanti su due
direttrici: da un lato lo studio, penso al Convegno di
Gela del settembre scorso a cui hanno preso parte Don
Ciotti, Rosario Crocetta, Tano Grasso e tanti altri
esponenti di quel mondo dell'antimafia che non sta sotto
i riflettori, ma che produce duri colpi alla criminalità
organizzata. Dall'altro lo abbiamo fatto cercando di far
aumentare il consenso intorno alla lotta contro la
mafia. E' un periodo difficile, noi siamo convinti che
la questione della lotta alla mafia e quella sociale
siano in fondo due facce della stessa medaglia. Non
potremo mai lottare contro la mafia se non togliamo
prima l'humus di sfruttamento, di precarietà in cui la
mafia prolifera e recluta; dall'altro lato non potremo
lottare per la giustizia sociale se non eliminiamo la
mafia. Il meridione sarebbe sviluppato se non esistesse
la mafia e, negli anni, è cambiato il volto di questa.
Prima era costituita da boss che giravano con marranzano
e coppola, ora invece la mafia è quella delle grandi
multinazionali, una mafia capitalista che ha un giro di
affari che vale da solo diverse finanziarie.
La settimana prossima si svolgerà il G8, come si
pone la Fgci nei confronti dei problemi che la
globalizzazione sta suscitando.
Il capitalismo mondiale lavora a tutto campo, sfruttando
ogni giorno milioni di persone. Poi ci sono dei momenti
in cui questo capitalismo plasticamente si riunisce per
concordare e portare avanti le politiche da cui
conseguono gli effetti devastanti che vediamo. Noi
saremo alla manifestazione organizzata contro il G8 di
Rodstock, ci sarà una delegazione autorevole della Fgci.
La necessità di raccordarsi con le varie organizzazioni
internazionali che lavorano contro la globalizzazione e
l'imperialismo è un tema che ci vedrà, come ci ha visto
in questi anni, al primo posto.
Fgci e unità a sinistra, anche tra i giovani è
iniziato questo processo?
Un giovane di 15 anni che decide di aderire alla
Federazione giovanile dei Comunisti italiani piuttosto
che ai Giovani comunisti non lo fa perché legge il
nostro documento politico. Vi aderisce perché
probabilmente in classe o per strada incontra un giovane
della Fgci piuttosto che uno dei Giovani comunisti. E vi
aderisce perché ci sono grandi temi da affrontare che
sente sulla propria pelle, perché prova disagio per lo
sfruttamento, per la precarietà, per le ingiustizie
sociali che vede ogni giorno intorno a sé. Noi a questi
giovani dobbiamo dare delle risposte e l'unità a
sinistra deve essere una risposta, perché l'unità della
sinistra fatta a livello giovanile può aiutare a
raggiungere tutti quanti quei giovani che non fanno
politica. Inoltre il processo di unità è più facile fra
i giovani perché abbiamo grandi questioni
sociali da
affrontare ma anche perché non abbiamo liste elettorali
da proporre. Tra noi non esistono vecchie ruggini che
invece esistono tra i compagni più grandi e che possono
costituire un ostacolo a lavorare insieme per far pesare
i diritti dei lavoratori e degli studenti in questo
paese.
Precarietà e università sono due dei temi su cui
la Fgci si è spesa, come proseguirà il vostro lavoro?
Il nuovo coordinamento nazionale, come tutti i compagni
nei territori, continueranno a lavorare nelle
università, nei sindacati studenteschi ed universitari,
come nei collettivi. Così come cercheremo di rafforzare
la nostra presenza nei luoghi di lavoro, un punto che
deve essere la vera sfida che ci dobbiamo porre.
L'università è un settore fondamentale: creare
un'università più forte, più libera, aperta a tutti a
prescindere da quanto i propri genitori portano a casa a
fine mese, servirà ad avere persone più colte, che
meglio potranno stare nel mondo del lavoro, ma anche
persone che avranno più consapevolezza dei propri
diritti. Perché chi ha più consapevolezza dei propri
diritti può meglio sfuggire le logiche del precariato e
dello sfruttamento. Precariato, un settore su cui
dovremmo lavorare molto e che vorremmo sparisse come
struttura fondante del mercato del lavoro di oggi. Un
altro problema, spesso sottaciuto, è quello del lavoro
nero. Chi ha un contratto precario è uno sfruttato ma ha
comunque un contratto, invece esistono milioni di
persone, soprattutto giovani, che lavorano in nero
rischiando anche la vita. Questo fenomeno potrebbe
essere facilmente combattuto facendo funzionare gli
strumenti che già abbiamo: controlli e ispettori del
lavoro. Questo sarà un terreno su cui la Fgci si
spenderà incalzando il governo anche con durezza, come
abbiamo fatto per altri campi. Perché su questi terreni
si possono portare a casa risultati per gli italiani e
per i giovani italiani.(La Rinascita della sinistra 4
giugno 2007)
Fanno
parte del nuovo Coordinamento nazionale:
Messina Riccardo
Arzarello Flavio
Iome Lucia
Marilli Otello
Mariotti Elisa
Nicolosi Valerio
Perri Stefano
Ricci Francesca
Scarpato Francesca
I giovani e la
droga, non repressione ma educazione
di Alba Sasso
L'emergenza droga
nelle scuole è reale, ma l'utilità di
partire dai giovani, l'ultimo anello
della catena, lascia perplessi. L'azione
deve essere diretta agli spacciatori e a
chi sta sopra di loro. Quanto ai
ragazzi, bisogna riportare valori e
principi alla loro giusta dimensione
Certo
che esiste un'emergenza droga nelle
scuole. Come esiste un'emergenza
violenza, un'emergenza incultura, e una
generalizzata caduta di autorità e
prestigio dell'istituzione. Per non
parlare della crisi della famiglia, a
dispetto di tutte le celebrazioni di
piazza. E allora? Da che cosa partiamo
per affrontare tutto questo? Dai
ragazzi, dal fumatore, dall'ultimo
anello della catena? La proposta del
ministro Turco lascia francamente
perplessi, a dir poco. È come se, in
Campania, di fronte all'emergenza
rifiuti, si appostassero i carabinieri
dietro l'uscio delle case, e fermassero
tutti quelli che con il loro bravo
sacchetto vanno ad alimentare la
crescita delle montagne di rifiuti per
le strade. E chi doveva provvedere, e
non lo ha fatto? E la camorra, che sta
dietro a tutto quel gigantesco business?
Troppo facile, troppo semplice, partire
dagli ultimi, come sempre. "quod non
fecerunt barbari...." Ora, che il
consumo di droghe nelle scuole sia
diffuso a tutti i livelli è una non
notizia. Come non lo è quella che il
consumo di droghe cosiddette leggere sia
diffuso ovunque. Basta scorrere le
cronache dei giornali,che peraltro
riportano quotidianamente gli sforzi
generosi di tanta parte del mondo della
scuola per contrastare questo fenomeno.
Ma c'è un nemico più forte.
Modelli di vita,
come dire, del fast e dell'easy
non ostacolati da famiglia, scuola,
società in una gara alla permissività
che rinuncia ad ogni approccio
mediamente educativo, tema la paura di
apparire antiquati o, peggio,
repressivi. Perciò, proporre la presenza
dei nas nelle scuole è semplicemente
insensato. E poi con quali uomini,
viste le migliaia di scuole diffuse in
tutta Italia? E per quanto tempo? Dopo
la prima ondata, come insegnano i bliz
fatti ad uso e consumo delle telecamere,
tutto ritorna come prima, "business as
usual". Perché non si può pensare
seriamente che una ripulita agli zaini e
alle cartelle dei ragazzi risolva il
problema. E se i presidi possono già
chiamare quando e dove vogliono le forze
dell'ordine,quale sarebbe la novità?
Un'azione che andasse nella direzione di
bloccare gli spacciatori, sì che lo
sarebbe. Fuori dalle scuole, nei loro
covi, con una azione di intelligence, di
quelle che non portano servizi nei tg,
ma qualche delinquente in galera. Le
telecamere intorno alle scuole, certo. E
una rete di sostegno a ragazzi e
famiglie, che riporti tutti alla
consapevolezza dei ruoli, e
all'importanza del rispetto delle
regole. Ad avere presente che la
questione delle droghe è problema che
riguarda un mercato mondiale forse
secondo solo al petrolio, e dunque le
trovate da neofiti del rigorismo
lasciano il tempo che trovano.
Il contrario della
repressione non è il permissivismo, chè
anzi è cosa altrettanto dannosa. Il
contrario è educazione dei ragazzi,
valori e principi riportati alla loro
giusta dimensione, educazione civica che
sia consapevolezza anche di cosa
rappresenti il mercato della droga a
livello mondiale. La famiglia non può
più abdicare ai suoi compiti. Un family
day della responsabilità sì che
servirebbe. (AprileOnline 28 maggio
2007)
La Sinistra
giovanile senza guida e senza ruolo nel Pd
di Giuliano Girlando*
Come
scrissero qualche tempo fa in un articolo a firma congiunta
Francesco Mosca, segretario nazionale della Fgs, e Antonio
Pataffio, primo firmatario della seconda mozione della Sinistra
Giovanile, la Sg con l'elezione di Filibeck alla presidenza
dell'Ecosy avrebbe dovuto difendere l'ortodossia dei giovani
socialisti europei anche in Italia. Chissà cosa hanno pensato i
nostri coetanei compagni europei quando, all' invito fatto
giustamente dallo stesso Francesco Mosca al segretario nazionale
della Sinistra Giovanile Fausto Raciti a partecipare alla
manifestazione del Coraggio Laico di Piazza Navona, quest'ultimo ha
risposto negativamente motivando il rifiuto con la volontà di
non alimentare uno scontro frontale fra fazioni opposte che
rischiano di non far avanzare i diritti civili. Una risposta che
poteva essere del tutto legittima se fosse venuta da Pina
Picierno, presidentessa dei Giovani DL; direi invece il
contrario nel caso di Raciti poiché deriva da chi è diventato
segretario della Sinistra Giovanile con una tesi che sosteneva
che all'interno del nuovo soggetto politico, il Pd, ci possono
essere le condizioni per tenere a sinistra il nascente partito e
per far prevalere all'interno di esso le idee di una sinistra
nuova e riformista.
Ci duole dire al caro compagno Raciti e a tutti quei compagni
che lo hanno sostenuto che noi giovani della Sinistra
Democratica per il Socialismo Europeo, forti della tesi di
Antonio Pataffio che abbiamo appoggiato nell'ultimo congresso
nazionale della Sg, ci siamo ritrovati sabato scorso a Piazza
Navona. Come abbiamo già detto, e oggi più che mai ne siamo
convinti, l'attuale gestione Raciti-Speranza si sta
spostando verso una forte convergenza a destra affievolendo
sempre più la volontà di continuare la battaglia sui grandi temi
della Ecosy, dei diritti civili e sociali nel nostro paese,
della identità di sinistra all'interno del Pd, ma soprattutto
della reale volontà di continuare un'appartenenza alla Ecosy.
Se state già pensando ed agendo come se la Sg sia già di fatto
sciolta o reinventata in un nuovo soggetto giovanile per il Pd,
beh ci sembra che siate sulla buona strada. Noi notiamo con
piacere come quella autonomia che distingueva la Sg dal gruppo
maggioritario dirigenziale Ds sia stata messa da parte. Oggi più
che mai vorremmo invitare quei compagni indecisi che votarono la
tesi Raciti-Speranza, e gli stessi segretario e presidente
nazionale, ad una serena riflessione sulla direzione che ha
intrapreso la Sinistra Giovanile, se mai davvero ne abbia presa
una chiara.
Questa maldestra mentalità giovanile dimostra il precoce
invecchiamento della direzione nazionale della Sg, rispecchiando
lo stato d'animo che si vive oggi all'interno del costituendo (o
precostituito) Pd. Come i Ds non c'erano a Piazza Navona così
non c'era la Sinistra Giovanile. E oggi la cosa che ci appare
più evidente è che Sg non è nemmeno nel comitato del Pd per la
costituente di ottobre. Né il nome del segretario Fausto Raciti,
né il nome del presidente Roberto Speranza. Chi c'è al loro
posto? Ottaviano del Turco e Marco Follini. Beh, come inizio per
il Pd non c'è male. (AprileOnline 25 maggio 2007)
Ma noi ve lo avevamo detto.
*Sinistra Democratica
Completamente
fuori di test
Un
kit-anti cazzate non l'ha ancora inventato
nessuno. Meglio così. Perché altrimenti il
ministro Livia Turco, dopo il test, si dovrebbe
dimettere. Ma non buttiamola in politica con la
storia dell'Unione che rincorre la destra per
arrivare sempre ultima, il punto è un altro: il
ministro è mamma. Ce lo ha ripetuto lei stessa
in tv parlando di droga e di suo figlio, che è
bravo e non fuma anche perché si prenderebbe un
sano ceffone. L'idea, ammettiamolo, è più
originale del kit-anti droga che la Moratti
vorrebbe distribuire alle mamme per sfracellare
la pazienza dei giovani devianti in erba. Eppure
a Livia piace anche il kit, «interessante». Ma
la sua competenza in materia di salute non
conosce confini, ecco perché dà per scontato che
lo studente morto a scuola sia stato ucciso da
uno spinello, primo caso mondiale della storia
della medicina: «Questi fatti non avvengono dove
c'è una legge liberalizzatrice» (?). E
l'affermazione, priva di senso, è stata
pronunciata a margine di una conferenza per la
lotta contro i tumori: 80 mila morti all'anno
uccisi dalle sigarette.(Il Manifesto 19.5.2007)
Giovani
comunisti fuorilegge "Aiutateci"
di Claudio Buttazzo
Conferenza a Roma del Prc. Radim Gonda (Ksm):
"Colpiscono noi anche per fermare la protesta contro il
radar Usa".
Basi americane e autoritarismo. L'Est europeo sempre
meno europeo e sempre più laboratorio delle guerre
preventive e di un neoliberismo che assume i caratteri
di un nuovo fascismo e che, tanto per cominciare, mette
fuori legge i comunisti.
L'allarme su quanto avviene nella Repubblica ceca, è
stato lanciato a Roma in una conferenza stampa al Senato
su iniziat iva
del senatore di Rifondazione Comunista, Fosco Giannini,
dal vicepresidente dell' Unione della gioventù comunista
ceca (Ksm), Radim Gonda.
Presenti i senatori Prc, Giovanni Russo Spena, il
responsabile Esteri di Rifondazione, Fabio Amato, e
Francesco Maringiò per i Giovani comunisti. "La messa
fuori legge della Ksm - ci spiega Radim Gonda - con un
provvedimento antidemocratico e anticostituzionale del
ministero dell'Interno nel novembre scorso è solo il
primo atto della deriva autoritaria, il cui obiettivo
finale è quello di reprimere ogni forma di dissenso, in
una fase di stretta sul piano economico-sociale e di
politiche di crescente militarizzazione del terrirorio,
proprio mentre cresce un sempre più vasto malcontento e
la protesta popolare".
Perchè proprio i giovani comunisti?
In Cechia esiste una strana legge, senza precedenti al
mondo, neppure nella Germania hitleriana: è la legge che
vieta la propaganda della lotta di classe. E non è
diretta semplicemente contro l'ideologia comunista e
marxista, ma contro qualsiasi manifestazione di
scontento popolare.
Col pretesto di questa legge, qualsiasi sciopero o
qualsiasi lotta per la difesa di diritti o per la
conquista di migliori condizioni di vita o di lavoro
potrebbero essere interpretati come "propaganda della
lotta di classe" e, come tali, vietati e repressi.
E' quello che sta, di fatto, avvevendo. Già alcune
manifestazioni indette dal movimento contro
l'installazione del radar antimissile Usa sul nostro
terrirorio sono state vietate. Si è iniziato dai giovani
comunisti, perché rappresentiamo l'elemento più
sconveniete per uno Stato che ha abbracciato
l'anticomunismo come ideologia ufficiale.
Il passo successivo potrebbe essere la messa fuori legge
anche del partito comunista, cioè la terza forza
politica del paese, l'unico grande partito comunista
oggi esistente nel paesi dell'est europeo. Un'anomalia
da normalizzare. E nei piani americani c'è la necessità
di controllare ogni processo democratico interno
all'Unione europea.
Come intendete rispondere?
Contro la decisione del ministero dell'interno abbiamo
fatto ricorso alla magistratura. Ci prepariamo al
processo.
Ma, indipendentemente dalla decisione che prenderà il
tribunale, i giovani comunisti sono determinati a non
sciogliere il proprio movimento e a proseguire
l'attività politica, quali che siano le condizioni nelle
quali fossero costretti a muoversi.
Anche a costo di subire incriminazioni individuali. Ma è
chiaro che la partita che si gioca non la si vince solo
a Praga.
Decisiva è la mobilitazione in Europa e nel mondo per la
difesa dei diritti civili e democratici nel nostro paese
e in tutto l'Est europeo. Basta pensare a quello che in
queste settimane sta avvenendo in Polonia ed Estonia,
con liste di proscrizione e sanguinose repressioni ai
danni degli antifascisti.
Nessuna resa, dunque..?
Al contrario, la messa fuori legge ha accresciuto la
nostra determinazione. Sono nati nuovi circoli di
giovani comunisti.
Stiamo conducendo con grande successo la campagna contro
l'installazione del sistema antimissile Usa,
raccogliendo da soli già circa 100 mila firme di
cittadini che si oppongono alla presenza militare
americana.
La nostra determinazione è stata ancora di più
rafforzata dalla solidarietà che in tutto il mondo si è
espressa nei nostri confronti, in particolare
dall'Italia, con personalità come il premio Nobel, Dario
Fo, o come Pietro Ingrao.Come nel '68, non è la prima
volta che i comunisti italiani ci aiutano. Non lo
dimentichiamo. E' per questo che li ringrazio
profondamente, così come ringrazio il manifesto, sempre
attento alle vicende di Praga.
Il messaggio, per nulla di circostanza, fattoci
pervenire da una personalità come Luciana Castellina,
con la sua denuncia del silenzio delle istituzioni
europee e la sollecitazione alle autorità di governo
italiane ad assumere adeguate iniziative, è un messaggio
che considero di grandissima importanza (Riscossa_rossa@
13 maggio 2007)
I giovani del PdCI
«L'unità ci piace ma non rinunciamo alla nostra
identità»
Al congresso di Rimini gli under 30
aprono al cantiere della sinistra
di Castalda Musacchio
«Noi ci crediamo che un altro mondo è possibile». La
parola in questa seconda giornata di congresso del Pdci
passa a loro: ai giovani. Giovani a cui lo stesso
segretario Diliberto ha dedicato l'ultima parte della
relazione e sui quali questo partito sembra voler
investire. Anche perché, dati alla mano, il tesseramento
al Pdci del 2006 ha segnato una forte crescita superando
quota 40mila e di questi ben il 40% è rappresentato da
ragazzi al di sotto dei 35 anni. Una presenza del Pdci -
rende noto un comunicato della segreteria -
sostanzialmente spalmata su tutto il territorio
nazionale e in modo abbastanza omogeneo: 16,9% nel Nord
ovest, 13,1% nel nord est; 26,1% al centro; 33,4% al sud
e 9,5% nelle isole. Ma è come dicevamo un altro dato su
cui si appunta l'attenzione: dei 40mila iscritti il 40%
è rappresentato da giovani. Ragazzi e ragazze dunque che
hanno compiuto una precisa scelta politica. E a parlare
con loro, questi giovani questa appartenenza la
rivendicano.
Sono studenti, impiegati, operai, disoccupati. Quasi
tutti hanno compiuto questo passo dopo un'esperienza che
dicono «importante e fondamentale» nel movimento nato
subito dopo Genova, formatisi nei collettivi
studenteschi, poi approdati al Pdci. E alla domanda
perché questo approdo la risposta è quasi unanime:
«Crediamo nella possibilità - ci dice Elisa,
studentessa-lavoratrice di Civitavecchia - di dare
così il nostro contributo alla politica con una scelta
responsabile. Perché crediamo in alcuni ideali precisi».
Il richiamo a questi valori è presto detto: no alla
guerra senza se e senza ma, no al precariato, no alla
mafia, sì al rispetto della Costituzione. Fulvio, 23
anni, senatore accademico dei collettivi universitari,
studente in Scienze politiche nota: «Penso che la forza
vera della politica sia nell'azione sui territori. E a
livello di enti locali collaboriamo a tutto campo sia
con gli altri ragazzi che appartengono al movimento sia
con i giovani di Rifondazione, insomma noi questa
frattura con il Prc che i dirigenti più "anziani" del
partito avvertono non la sentiamo. Anche perché su
alcune battaglie dobbiamo fare fronte comune.
Certo, le differenze politiche ci sono, ma se non si
perde l'identità è auspicabile che nasca questo nuovo
soggetto politico anche perché per quanto ci riguarda
con tutti gli altri già lavoriamo su progetti comuni».
Ivana viene da Catania, 22 anni, anche lei studentessa,
fa politica da quando ha 14 anni. «Sì ho cominciato
prestissimo, dal liceo. Poi ho continuato e ho scoperto
che nel momento in cui cominci "a fare sul serio" il
riscontro vero nelle tue battaglie ce l'hai sul
territorio. Le persone hanno bisogno di comunicare, si
interrogano, ed è a queste che bisogna parlare. E come
siciliana - sottolinea - credo che sia l'unico modo per
contrastare la mafia a tutti i livelli». Alessandro, 29
anni è di Palermo ed aggiunge: «Per noi la questione
morale è molto sentita. Corrisponde ad una
sensibilizzazione precisa e quando si parla di questione
meridionale intendiamo proprio questo: creare una rete
di relazioni contro la politica della mafia. Ma per
farlo dobbiamo stare dentro la politica».
Michele Tripodi ha 28 anni, calabrese di Polistena, è
ormai svezzato alla politica essendo un consigliere
provinciale del Pdci di Reggio Calabria. Ma anche lui
non ha dubbi: «I protagonisti debbono essere i giovani.
Ed è auspicabile che nasca una sinistra senza aggettivi
puntando proprio su di loro». Daniele di Padova, 26
anni, lavora alla Vodafone e ancora dichiara senza mezzi
termini: «Ho scelto il Pdci perché credo sia il più
coerente con la traduzione decennale comunista
mantenendo un'unità chiara e una forte visione
progettuale. L'idea, secondo me, che sta alla base di
una nuova sinistra non è quella di costruire un vecchio
Pci, ma che si arrivi ad un'aggregazione politica di
sostanza».
Giorgio invece ha 31 anni e qui al congresso fa il
servizio d'ordine. E' di Pisa, operaio e studente: «Mio
nonno mi ha sempre raccomandato di stare dalla parte del
popolo. E io ci sto a modo mio», chiosa. Andrea Falbo,
invece, ha solo 15 anni ed è il più giovane delegato del
Pdci, di Rogliano (Cosenza) a lui lasciamo l'ultimo
commento: «Penso che la politica in genere deve essere
in grado di determinare una svolta nella società. Ed io
è a questo che credo». Un altro mondo sarà
possibile?(Liberazione, 29/4/2007)
L'orrore visto da
lontano
di Nicole Coffineau *
Tragedie come quella avvenuta
alla Virginia Tech sono diventate parte della
realtà americana d'oggi. Studenti che massacrano
i loro coetanei ,
i loro professori e se stessi sono cose che
tutti noi difficilmente riusciamo a capire ma
con le quali stiamo convivendo ormai da 50 anni
a questa parte. Questa volta quando il sangue si
è sparso sui muri della Virginia Tech sono stata
colpita personalmente e sono stata costretta ad
affrontare quello che è successo come qualcosa
che riguarda anche me. Nonostante sia lontana
cinquemila miglia, nonostante i miei amici, mio
fratello e le mie compagne della squadra di
rugby non siano tra le vittime, è comunque la
mia scuola. E' dove tornerò a giugno, finito il
programma che sto seguendo in Italia a Cortona
con l'università della Georgia.
Ho frequentato molti corsi nell'edificio di
Norris hall, quello in cui c'era il professore
che ha perso la vita dopo aver coraggiosamente
bloccato la porta per permettere ai suoi
studenti di scappare dalla finestra. Ho vissuto
per un anno nel campus, in un dormitorio proprio
come quello di West Aj dove lo studente coreano
ha cominciato a sparare.
Anche da qui in Italia la mia distanza
dall'orrore mi è sembrata davvero breve. Mi sono
sentita persa solo a pensare che questo sarebbe
potuto succedere anche a me. Eventi come questo
fanno pensare a come sia fragile la vita anche
in posti che sembrano lontani dalla violenza
come i college della Virginia Tech.
Come ogni altra persona, anch'io mi sto facendo
domande sul comportamento dei responsabili per
la sicurezza dell'università dopo la prima
sparatoria. Le autorità dell'università non
hanno preso misure adeguate rispetto a quello
che era successo, non hanno allertato il campus
e questo suona molto strano se si pensa che sono
passati soltanto pochi mesi da un altro analogo
«incidente». Non riesco a capire come i
responsabili della sicurezza possano essere
stati così negligenti, ma questo spero faccia
riflettere su com'è amministrata la sicurezza
nel campus.
Ma ancora più preoccupante è stata la
dichiarazione del presidente George W. Bush
immediatamente dopo quello che era successo. Fra
le prime cose che ha detto c'è stata la difesa
del diritto a portare armi, come se quello che è
successo fosse stato un atto d'accusa alla legge
che lo permette. Certamente le armi non sparano
da sole, ma questa presa di posizione di Bush
suona davvero fuori luogo, soprattutto
immediatamente dopo una tragedia simile. Sembra
una sorta di atto preventivo rispetto alla
sicura presa di posizione contro le armi di gran
parte dell'opinione pubblica americana dopo il
massacro. Sembra insomma che per Bush e tutti
coloro che sono a favore della libertà di
portare armi senza restrizioni questo sia un
mettere le mani avanti che ha poco di
compassionevole. Un argomento che spesso questo
genere di persone usa.
* Studentessa alla Virginia Tech, in Italia all'universtià
di Cortona per un programma di studi con
l'università della Georgia(Il Manifesto
19.4.2007)
(traduzione di Marco Pacioni)
Ma la vera crisi è
quella della scuola
di Gianfranco Bettin
Hanno cantato invano, i Clash, per
Tony Blair e i suoi ministri, che pure si piccano di
essere moderni e perfino amanti del rock. Quand'erano
giovani, negli anni Settanta così profetici e così
incompresi, l'avranno sentita e forse canticchiata «White
Riot», scritta pensando alle rivolte dei giovani neri
che «hanno un sacco di problemi, ma non si fanno
problemi a lanciare un mattone. / I bianchi vanno a
scuola e imparano a essere scemi». Anche i bianchi, con
la Thatcher e poi con certe politiche di Blair, hanno
avuto «un sacco di problemi». La violenza, lo
smarrimento, hanno questa radice: la dissoluzione di una
adeguata qualità sociale nelle periferie, delle reti
educative e di sostegno dei soggetti in difficoltà.
Quando Blair pensa di usare un'arma efficace contro la
violenza delle giovani gang mettendo sotto accusa la
Rete, e You Tube in particolare, perché di queste
imprese si fanno teatro globale, si illude e mistifica.
La Rete, come la tv, non è certo solo un «contenitore».
E' un diretto protagonista che produce comportamenti,
stili di vita, valori. Definire regole e sistemi
condivisi di controllo e autocontrollo nella Rete è
perciò una necessità delle società contemporanee. Ma
pare ben altro l'intento politico e culturale che
sottende l'attuale offensiva del governo inglese, un
intento presente anche altrove, a cominciare dalla
Francia delle elezioni presidenziali così segnate dal
tema della sicurezza e delle rivolte giovanili delle
banlieues, e dalla stessa Italia delle grandi
chiacchiere sul «bullismo» in Rete. Il vero obiettivo
sembra quello di spostare l'attenzione soprattutto su
certi effetti - il teppismo, le bravate - facendo
dimenticare da cosa nascano. In Inghilterra, nelle
banlieues francesi, nelle periferie e nelle province
italiane, la radice è la medesima e va cercata nei
mutamenti dei sistemi educativi e formativi dei paesi
che hanno in comune una caduta di investimento politico,
economico e culturale in favore di una concretamente
perseguita centralità e valenza anche educativa del
mercato e delle sue leggi. «La società non esiste,
esistono gli individui», sosteneva la Thatcher. Lo
ricorda Marco Paolini nel suo nuovo e forte spettacolo
Miserabili. Io e Margaret Thatcher. Blair, nella
pratica, ha solo un po' mitigato le politiche della
«Lady di ferro», aggiungendovi un accanimento repressivo
verso gli stessi minori, rendendosi così incapace di
ricostruire quel tessuto di servizi socio-educativi, di
legami di comunità, che la Thatcher aveva colpito, cosa
accaduta anche, con tratti peculiari, nella Francia
delle banlieues, dove le rivolte e le bravate non sono
finite solo in Rete ma direttamente nelle tv di tutto il
mondo.
In Italia, se consideriamo, forse ingiustamente, come un
caso a parte il precocissimo arruolamento in certe
regioni del paese di migliaia di giovani nelle file
della criminalità organizzata (come ha raccontato
Roberto Saviano in Gomorra, anche per questo il libro
italiano più importante degli ultimi anni), ciò che
davvero limita ancora il diffondersi di questi episodi è
il fatto che, malgrado tutto, il sistema di welfare, il
sistema scolastico e i legami sociali costruiti nei
decenni scorsi resistono ancora, insieme a un ancor vivo
tessuto di partecipazione (alla cosa pubblica, ai beni
sentiti come comuni, compreso il bene della sicurezza).
Ancora uno sforzo, tuttavia, e si potrà dire di averli
smontati, demotivati gli insegnanti, bruciati gli
operatori sociali, depresso il tessuto partecipativo,
creando un terreno ancora più fertile alle gesta di
bulli, teppisti e compagnia bella. Gesta, però,
debitamente precedute e favorite, da quelle di
legislatori, governanti e amministratori. Gli stessi che
poi, contemplando in Rete gli effetti delle loro
politiche, se la prenderanno con You Tube. London
Calling, e speriamo che qualcuno risponda bene.(Il
Manifesto 11 aprile 2007)
Lacrime di coccodrillo
di Gianni Rossi Barilli
Uno studente di 16 anni si
suicida perché non ne può più dei compagni che gli
danno del finocchio. Ma la preside della scuola che
frequentava, intervistata dal Corriere della sera,
sostiene che nei confronti del ragazzo «non c'era
alcun bullismo né l'intenzione di far male, solo
degli sciocchi scherzi involontariamente crudeli».
La parola «bullismo», carica di questi tempi di
sfumature efferate, le sarà sembrata un po'
eccessiva per definire i normali comportamenti di un
gruppo di normalissimi ragazzini del tutto
inconsapevoli del male che stavano facendo. In
fondo, i cattivi di questa storia non spacciavano
droga in classe, né avevano organizzato un r acket
di estorsioni sulle merendine o inviato su You Tube
il pestaggio di un compagno disabile. Si limitavano
a fare ciò che moltissimi loro coetanei maschi fanno
abitualmente: dare del frocio a qualcun altro per
confermare così sul campo la propria discutibile
virilità. Se questo fosse considerato bullismo,
andrebbe a finire che la maggioranza dei ragazzi
sono bulli.
E in effetti è così. La selezione «naturale»
adolescenziale ha le sue regole e la conquista di
un'identità sessuale normale non è un pranzo di
gala. Che ci sia qualche morto e ferito è
inevitabile, così come è certo che i deboli e i non
adatti sono destinati a soccombere. Sbaglierebbe
però chi pensasse che tutto questo non abbia nulla a
che vedere con l'ufficialità della pedagogia
scolastica, come capita a parecchi insegnanti che
cadono dalle nuvole quando scoppia il caso.
L'istituzione scuola è anzi doppiamente responsabile
del bullismo d'ordinaria amministrazione. In primo
luogo perché non lo sa prevenire, stigmatizzandolo
culturalmente e suggerendo modelli di comportamento
alternativi. E in secondo luogo perché fornisce ai
bulli in erba i chiodi per crocifiggere le loro
vittime, dando del tutto per scontata la cornice
dell'eterosessualità normativa con i suoi
caricaturali cliché di mascolinità e femminilità.
Ragazzi e ragazze che stanno sui banchi devono
diventare veri uomini e vere donne come i rispettivi
babbi e mamme, per questo vengono educati a non
sospettare neppure che dietro gli stereotipi di
genere esista una realtà più complessa e piena di
sfumature espunte di proposito dal processo di
apprendimento. Perbenisti di centrodestra e
centrosinistra convergono d'altro canto sull'idea
che fino al raggiungimento dell'età adulta i ragazzi
debbano essere considerati tutti eterosessuali
d'ufficio.
Ci sono gruppi di volontariato che cercano di
combattere questa mentalità andando a parlare nelle
scuole. E che spesso vengono tenuti alla larga in
nome della decenza da presidi e genitori tutti d'un
pezzo, o magari invitati a intervenire «in
contraddittorio» con preti e/o psicologi reazionari
in grado di opinare che chi non è sessualmente
conforme è malato. Stupiscono perciò le lacrime di
coccodrillo del ministro dell'istruzione Fioroni per
il suicidio di un ragazzo sedicenne. Il ministro,
che è un cattolico convinto in procinto di andare al
family day, dovrebbe sapere che l'omofobia
propagandata dalla chiesa ha i suoi prezzi.(Il
Manifesto 6.4.2007)
Vittima dell'omofobia
di Andrea Benedino e Anna Paola
Concia*,
La violenta campagna
d'odio che è stata condotta in queste
ultime settimane contro gli omosessuali
dalle gerarchie ecclesiastiche, in
stretta alleanza con molti esponenti
politici e del mondo culturale di questo
paese, sta iniziando purtroppo a mietere
le sue prime vittime.

A Torino, come
racconta il "Corriere della Sera",
Matteo, un ragazzo sedicenne, si è tolto
la vita, non sopportando più gli insulti
e le violenze omofobiche che gli
venivano rivolte dai compagni di scuola,
che lo accusavano, come se fosse una
colpa, di essere gay.
Matteo, stando a
quanto di lui raccontano le cronache,
era un ragazzo di origine filippina,
estremamente sensibile e tra i primi
della sua classe per bravura. Da molto
tempo, però, denunciava una situazione
di discriminazione, fatta di insulti e
di scherni, e di un successivo
isolamento dal resto dei compagni di
classe.
E' chiaro che se nel
dibattito politico, come spesso è
avvenuto in questi ultimi giorni, si
arriva a difendere il diritto di
insultare gli omosessuali, se li si
definisce per settimane come dei malati
o dei deviati, se li si paragona ai
pedofili o agli incestuosi, poi alla
fine sono i più deboli che ne pagano le
conseguenze. E i più deboli, come in
questo caso, spesso sono anche i più
giovani, i più indifesi.Per questo,
sarebbe quanto mai opportuno che nelle
prossime ore tutte le forze politiche, i
vertici della CEI, il mondo
dell'informazione si fermassero a
riflettere per un secondo su quanto è
avvenuto, e valutassero in coscienza se
le espressioni di intolleranza contro
gli omosessuali che sono state
utilizzate ripetutamente nel dibattito
politico più recente abbiano o meno un
qualche nesso con quanto è accaduto.
Riteniamo grave che il TG1 abbia
trasmesso nell'edizione delle 13.30 un
servizio in cui il giornalista ha tenuto
a rimarcare come Matteo in realtà non
fosse gay, presentandolo come "un
ragazzo normale cresciuto in una
famiglia normale", definendo l'epiteto
"sei un gay" ricevuto dal ragazzo come
uno dei più gravi insulti che di cui si
possa essere vittima.
Noi non sappiamo se
Matteo fosse o meno omosessuale, né ci
interessa, ma quel che è certo è che il
brodo di coltura in cui è maturato
questo episodio è senz'altro quello
dell'omofobia e riteniamo che
un'informazione che vuol mettere il
silenziatore su questo aspetto non sia
altro che una "cattiva informazione".
Sarebbe anche
opportuno a questo punto, a parer
nostro, che gli organizzatori del Family
Day, che si riempiono spesso a
sproposito la bocca col valore della
famiglia, facessero arrivare alla madre
di questo povero ragazzo, che aveva
fatto di tutto per prevenire quello che
poi tragicamente è successo, la loro
piena solidarietà, nonché la presa di
distanze netta dall'omofobia. Se
vogliamo davvero difendere le famiglie
italiane è in momenti come questo che lo
si deve fare. E non lo si può che fare
denunciando apertamente questi fenomeni
per quello che sono: frutto della troppa
intolleranza alle diversità presenti
nella nostra società.
*Portavoce
nazionali GAYLEFT - consulta lgbt DS
Credo che una visita
psichiatrica ed un controllo antidoping oltre che del
tasso alcolico, siano indispensabili..... (ndr marica7)
Interrogazioni .... in fumo
di Pancho Pardi
Si resta increduli
di fronte alla notizia dell'ultima
proposta del ministro Amato. Già alla
vigilia della manifestazione di Vicenza
aveva paventato una saldatura tra le
nuove
Brigate
rosse e i movimenti e, subito dopo la
perfetta riuscita di quella giornata più
che pacifica, aveva concluso che il
merito principale era tutto suo, poi
della polizia. Solo in terza battuta,
nel suo elenco di "meritevoli" venivano
annoverati i partiti e, ovviamente
ultimi, i manifestanti.
Ora prende di
petto la questione della droga tra gli
studenti e propone "test antidoping"
dopo le interrogazioni. Lo studente
trovato positivo - ci spiega il ministro
Amato - verrebbe punito e il suo voto
annullato.
Nasce, non
possiamo negarlo, qualche curiosità:
perché l'antidoping dopo e non prima
dell'interrogazione?
E se l'annullamento riguarda i voti
sopra la sufficienza, quale destino sarà
riservato a quelli insufficienti?
Saranno abbassati d'autorità di qualche
punto? E, in questo caso, a far fede
saranno le indicazioni dei consigli
d'istituto o quelle di una consulta
ministeriale, magari creata
appositamente allo scopo?
Oppure l'esame toccherà solo agli
interrogati sufficienti?
E questa discriminazione sospettosa sul
merito non esprimerà un'ideologia
consolatoria per gli studenti asini?
Si vorrà stilare poi una statistica
sull'influenza della droga sul profitto
scolastico?
Ma la domanda più
pratica è: si fisseranno in ogni scuola
laboratori d'analisi o si penserà a un
pronto intervento medico in corsa da una
scuola all'altra con tanto di psicologo
al seguito e provette reagenti?
E quale norma regolerà questo nuovo
lavoro?
Sembrerebbe fatale il contratto a
progetto. E se per evitare la loro
voglia di battere la fiacca si
obbligherà le pattuglie di
controllori/infermieri al cottimo, non
si correrà il rischio che queste
diffondano la droga per aumentare il
numero dei loro interventi?
Un ultima considerazione: il ministro
passa per essere la testa più lucida del
Centrosinistra, che il cielo ce lo
conservi e gli risparmi un esame
antidoping prima o dopo il question
time.(AprileOnline 13.3.2007)
Da Torino a Roma: "Non tagliate quelle classi"
di Giulio Benedetti
La
protesta è già esplosa a Bologna. Nelle
scuole di Torino si susseguono riunioni.
A Milano il 23 si svolgerà un' assemblea
cittadina di prof e genitori. In Veneto
sono attesi per il 13 i leader dei
sindacati confederali dei docenti. A
Modena e a Roma Cgil Cisl e Uil hanno
proclamato lo stato di agitazione. Il
governatore Bassolino tempesta di
telefonate il ministro dell' Istruzione
Fioroni. Nelle grandi città del Nord, ma
anche a Roma e a Napoli è iniziata la
battaglia per il tempo pieno. Con l'
obiettivo di rivedere la manovra
economica perché l' economia va meglio e
quindi le risorse ci sono. I tagli di
posti nella scuola previsti dalla
Finanziaria, ovvero 7 mila insegnanti
subito e altri 4 mila a settembre e un
imprevisto aumento di alunni potrebbero
danneggiare seriamente l' offerta
didattica che i genitori dei bambini
delle elementari apprezzano di più: 40
ore, due docenti con 4 ore in
compresenza, laboratori, insomma un'
offerta ricca, di qualità, «made in
Emilia». E che ora, secondo i sindacati,
rischia di ridursi per poi scomparire.
L' aumento inatteso delle iscrizioni -
che si sono chiuse a gennaio - e la
maggiore richiesta di tempo pieno da
parte delle famiglie hanno infatti
mandato in tilt le previsioni del
ministero dell' Istruzione. E la prima
risposta degli uffici, costretti dalla
manovra a tagliare 11 mila posti, è
stata quella di risparmiare proprio sul
tempo pieno, l' offerta di lusso della
nostra scuola, bloccando tutte le nuove
richieste. O di offrire, nella migliore
delle ipotesi, un orario lungo
abbastanza simile ad un parcheggio. «Non
è possibile che sia un governo di centro
sinistra a chiudere il tempo pieno -
dice Enrico Panini, leader della Cgil
scuola -. Dietro c' è anche un' idea di
scuola e di società». «L' offerta
didattica non può essere messa in
discussione», dichiara Francesco Scrima,
capo dei prof della Cisl. Delusione. La
stessa che avvertono in queste ore i
sindacalisti dopo gli incontri con i
dirigenti del ministero, dalla Sicilia
al Veneto. La battaglia per il tempo
pieno è in pieno svolgimento a Bologna.
Nelle elementari della provincia a
settembre ci saranno come minimo 926
bambini in più e 73 maestri in meno.
Secondo i sindacati nelle elementari
mancheranno 150 insegnanti e 600 in
tutta la regione. Risultato: può essere
garantita solo l' offerta storica del
tempo pieno. Vietato aggiungere nuove
classi. Nelle scuole di Modena a
settembre ci saranno oltre 1000 studenti
in più. Ma i prof resteranno gli stessi.
A Milano e provincia, secondo un calcolo
della Cisl, a settembre potrebbero
mancare oltre 100 classi di tempo pieno.
Circa 12 mila bambini delle elementari -
473 classi - potrebbero restare esclusi
dal tempo pieno a Roma. Cinquemila solo
in prima. La Finanziaria riserva i tagli
più pesanti al Sud: al primo posto la
Campania, con 1426 posti in meno, di cui
725 nella sola scuola primaria, seguita
da Sicilia e Calabria. Sono le regioni
con la minor domanda di tempo pieno e
col minor incremento demografico. «Posso
garantire l' offerta dello scorso anno -
afferma il direttore generale Alberto
Bottino - solo perché c' è stato un calo
di 5000 alunni. Ma come la mettiamo con
le emergenze della nostra regione? Più
tempo pieno vuol dire meno bambini nella
strada. La scuola sottrae tempo alla
strada, mi ricordano i sindacati e non
posso dar loro torto».(Il Manifesto
10.3.2007)
8 marzo, auguri per tutto quello che c'è ancora da
fare
di Alberta Xodo
Mi è
stato chiesto di scrivere anche quest’anno un articolo
sull’8 marzo; mi sono presa qualche giorno per pensare a
quello che avrei voluto dire in queste righe, a quale
messaggio far passare alle comp agne
e ai compagni, ai curiosi che incappano sul nostro sito.
Rimango interdetta nello scoprire che scriverei tale e
quale – ad un anno di distanza – l’articolo scritto per
l’8 marzo 2006, forse non con la stessa rabbia, ma certo
con una delusione ed un’amarezza che mi vengono date dal
sapere che questo governo ha sinora fatto ben poco per
permettermi di pensare che oggi sia davvero una festa, e
che quest’Italia ha ancora un gran bisogno di essere
scossa. La situazione non è
affatto migliorata: l’anno scorso abbiamo dato prova
tangibile del fatto che il movimento delle donne ha un
andamento carsico e riemerge sempre quando i nostri
diritti vengono messi in discussione. L’attacco che
veniva portato a noi donne, al nostro corpo e alla sua
capacità generatrice, era continuo, ossessivo,
martellante, e la nostra risposta è stata dirompente
contro coloro che hanno solo osato pronunciarsi contro
le libertà acquisite al fine di ottenere un pacchetto di
voti dalle gerarchie ecclesiastiche. Oggi tutte le voci
sembrano essere in attesa: le loro e le nostre. Possiamo
forse dire che i contenuti che le assemblee e le
manifestazioni hanno portato all’attenzione pubblica,
hanno trovato una risposta anche solo minimamente
sufficiente? Siamo in grado di affermare che il governo
non stia facendo una politica sessista? Che nelle liste
del centro sinistra sia stata eletta una percentuale di
donne ragguardevole? Abbiamo ottenuto delle tutele per
la maternità di noi lavoratrici precarie? Sono diminuite
le violenze contro le donne?
Sappiamo tutte
e tutti che le cose stanno
ben diversamente e che l’attacco contro i nostri diritti
sta solo lasciando spazio all’offensiva contro i diritti
degli e delle omosessuali. Riemergerà il nodo del nostro
corpo, è solo questione di tempi e di opportunità
politica. Lo dico sconsolata: andate a rileggere l’articolo
che ho scritto l’anno scorso. Politicamente la mia
posizione non è minimamente cambiata.
Bene, allora di cosa posso scrivere quest’anno? Ho
deciso di lasciare spazio a considerazioni che in
apparenza possono apparire poco politiche, ma d’altra
parte credo davvero che il privato debba ancora
irrompere nella scena, e che sia nuovamente compito di
noi donne aprirgli la strada. Me ne hanno convinta le
compagne della Fgci quest’anno, quando ad un dibattito
sulla presunta contrapposizione tra diritti civili e
sociali, raccontavano le loro esperienze personali,
portando alla conoscenza dei compagni – alcuni
francamente sbigottiti nello scoprire un mondo del
quale non erano consapevoli – certe discutibili pratiche
dei consultori, della famiglia, della relazione tra
partner. Io ho 25 anni e molte compagne ne hanno ancora
meno. Dei cortei femministi, dell’autocoscienza, delle
lotte delle donne per il divorzio e l’aborto ne abbiamo
solo letto o sentito parlare, o vediamo le protagoniste
di allora nei manifesti di oggi, ma siamo noi tutti i
giorni le attuali protagoniste della discriminazione,
dell’offerta mai neutra rispetto al genere, della
diversa retribuzione a parità di mansione con i nostri
colleghi maschi. Della violenza. Della difficoltà di
essere impegnate in un partito. Delle pressioni sessuali
sui luoghi di lavoro, de “del rinnovo del tuo contratto
ne discutiamo a cena”, de “sei qui solo perché l’hai
data a…”. Delle molestie incessanti quando si lascia un
fidanzato o un marito che non si sa rassegnare e del
fatto che la cronaca ci racconta come questo possa
sfociare nell’omicidio. Ci siamo ancora dannatamente in
mezzo e c’è chi si ostina impunemente a negarlo
asserendo che è ormai raggiunta la parità tra donne e
uomini.
Balle.
Sembra essere invischiante, acquisito. Fa più scalpore
una pubblicità di Dolce e Gabbana che i rapporti dell’Oms
o dell’Istat sulla condizione femminile, che documentano
come la violenza sulle donne sia un problema mondiale
che ci riguarda tutte e tutti (ed è ora che di questa
violenza inizino a parlare anche gli uomini!). La
dignità di una donna viene misurata dall’opportunità o
meno di chiedere le scuse pubbliche del proprio marito
dalle colonne di un quotidiano piuttosto che
dall’immagine veicolata dalla cultura dominante, dalle
intenzioni dei legislatori. C’è un lavoro immenso da
fare e noi ragazze e giovani donne dobbiamo farcene
carico. Non credete che si stia davvero così meglio. I
padri che ci avete dato ci hanno colpevolizzate,
ignorate, hanno provato imbarazzo e sgomento di fronte
alla nostra femminilità nascente. I nostri fidanzati
sono convinti – come molte di noi – che noi giovani
donne siamo più libere perché possiamo comparire nude
sulla copertina di un giornale (ORRORE!), ma
contemporaneamente ci chiedono maggiore morigeratezza.
Le nostre bambine giocano con le Bratz e sognano di
diventare veline. Alcuni giovani politici (anche di
sinistra) sono pronti a discutere della possibilità di
concedere l’infibulazione in ospedale in nome della
necessità di accettare e convivere con culture
differenti, barattando le nostre conquiste con la
bandiera del relativismo culturale. Le minorenni e le
ragazze straniere abortiscono utilizzando il Cytotec:
non molto diverso davvero dai ferri da calza che ormai
fanno parte dell’immaginario collettivo. Bene, dicevo,
io ho 25 anni. E non mi sento tutelata come donna. Vedo
le bambine e le adolescenti che stanno crescendo e so
che come voi avete consegnato a noi giovani un mondo
ancora tutto da costruire, noi lo consegneremo a loro,
già vittime dei programmi scolastici, della cultura
dominante, delle consuetudini sociali, di alcuni
discutibili programmi televisivi. Quale sarà questo
mondo e quanto riusciremo a cambiarlo, per noi per voi
per loro, è ancora tutto da decidere. Io sinceramente mi
sento nel guado: da una parte percepisco la gratitudine
per un’eredità straordinaria che però sento sfuggirmi
tra le mani, dall’altra mi sento responsabile per quello
che stiamo insegnando alle nostre figlie e i nostri
figli. In mezzo ci stiamo noi, con tutte le
problematiche che credo di aver esplicitato bene l’anno
scorso e che sono purtroppo e drammaticamente ancora
tutte valide. Il fatto che da un po’ non si sentano
sparate misogine da parte di Buttiglione, Casini,
Rutelli, Mastella e il resto del club, non significa
certo che noi donne stiamo meglio, solo che
mediaticamente i nostri problemi hanno meno risonanza.
Oggi è di nuovo l’8 marzo. Ed io ci credo ancora.
Cogliamo l’occasione per guardarci negli occhi, oggi,
generazioni a confronto. Donne e uomini. Italian* e
stranier*. Riappropriamoci davvero di questo giorno. In
particolare auguro buon 8 marzo a coloro che credono di
potersene sbarazzare, di adempiere ai propri doveri
formali con un mazzo di fiori, di pervertire il
significato di questa festa. Signora Binetti, buon 8
marzo anche a Lei. (www.comunisti-italiani.it 8 marzo
2007)
Squadrismo a Fano
Esprimiamo tutta la nostra
solidarietà antifascista a questi
compagni
Nella
notte tra giovedì e venerdì Samuele
Mascarin e Luca Serafini,
rispettivamente membro dell'Esecutivo
nazionale Sinistra giovanile e
segretario comunale dei Democratici di
Sinistra di Fano, sono stati aggrediti
in maniera violenta da un gruppo di
neofascisti. A denunciarlo è la Sinistra
Giovanile di Fano, in provincia di
Pesaro. In particolare la Sg di Fano
denuncia come Luca Serafini, dopo essere
stato identificato quale Segretario Ds,
sia stato picchiato e colpito
ripetutamente dal gruppo di neofascisti.
Prima dell'aggressione - si legge in un
comunicato - i due esponenti della
Quercia erano intenti ad affiggere dei
manifesti di denuncia "contro
un'imminente e provocatoria
manifestazione indetta a Fano da Forza
Nuova".
"Nell'esprimere a
questi compagni la nostra massima
solidarietà - fanno sapere i giovani
della Quercia di Fano - condanniamo con
forza questo atto squadrista e il clima
di tensione e di continue provocazioni
alimentato dai neofascisti che, ormai da
mesi, hanno fatto di Fano il loro
palcoscenico regionale e nazionale. Le
scritte, i manifesti, le iniziative di
carattere xenofobo e nazionalista e la
più becera propaganda dell'estrema
destra - denunciano dalla Sinistra
Giovanile - ha ora lasciato il posto
all'intimidazione e alla violenza
organizzata".
"La colpa di tutto
questo è anche di chi in questi mesi ha
- a partire dal Sindaco Aguzzi -
colpevolmente sottovalutato l'attività
provocatorie dei neofascisti,
tollerandone l'ingresso nella vita
democratica della nostra comunità",
dicono ancora dal circolo 'Salvator
Allende' di Fano.
In risposta a questa aggressione la Sg
di Fano lancia un appello per una
manifestazione pacifica e antifascista.
"Oggi come ieri la Sinistra giovanile
ribadisce il proprio impegno a
contrastare in ogni scuola, in ogni
quartiere, in ogni città le forze
neofasciste, la loro propaganda e le
loro pratiche politiche.
La Sinistra giovanile - concludono -
invita tutte le compagne e i compagni e
tutti i sinceri democratici ad una
grande mobilitazione antifascista,
partecipando numerosi domani alla
manifestazione straordinaria indetta
dall'ANPI, vigilando attivamente
affinché questi episodi di squadrismo
non abbiano mai più a ripetersi,
impegnandosi affinché i fascisti siano
spazzati via dalla nostra città".(AprileOnline
3.2.2007)
Vergogna a Grugliasco: La scuola educhi alla
tolleranza, non all'omofobia
di Flavio Arzarello, Coordinatore Regionale FGCI del
Piemonte

"La preside dellIstituto Marie Curie di Grugliasco ha enunciato una
curiosa teoria secondo la quale ad un dibattito organizzato nella
scuola con il presidente dell'Arcigay di Torino ed alcuni operatori
del Consultorio di Collegno che sarebbe seguito alla proiezione del
film "Le fate ignoranti" avrebbe dovuto partecipare anche un prete,
pena la soppressione dell'assemblea.
Come se per parlare del tema dell'omosessualità fosse necessaria la
presenza di qualcuno che teorizza la discriminazione. Il ruolo della
scuola è l'opposto, educare alla tolleranza ed alla valorizzazione
delle differenze, non alla paura del diverso.
Quale sarà la prossima trovata: che per parlare di olocausto è
necessaria la presenza di qualche neonazista, o che per parlare di
diritti delle minoranze è necessario qualche sostenitore
dell'apartheid? Lunedì mattina saremo davanti al Marie Curie dove si
sarebbe dovuta svolgere l'assemblea con materiale informativo
insieme ad UdS e Sinistra Giovanile.".(www.pdcitorino.it)
La scuola del
domani
di Alba Sasso
Da Caserta sono state ribadite le linee guida per il
programma di governo dei prossimi anni, con una
condivisione di fondo che dovrà poi misurarsi con le
scelte concrete da fare.  L'albero del programma disegnato in quella sede
riproduce, anche per l'istruzione, i punti fermi del
programma elettorale e di governo, ma rimangono,
quei punti, enunciazioni di principio se non si
individuano priorità e tempi, una sorta di master
plan su cui avviare al più presto una verifica della
maggioranza.
Perché su troppe questioni in
questi ultimi tempi è mancata chiarezza e
condivisione. E faccio alcuni esempi.
1. Una cosa è dire che le scuole
autonome, a cui sono stati devoluti i fondi dalla
legge finanziaria, hanno bisogno di organi esecutivi
che affianchino nella loro gestione i dirigenti
scolastici, così come è senz'altro utile permettere
a chi fa donazioni a soggetti pubblici come le
scuole di godere di detrazioni fiscali. Altra cosa è
pensare le scuole come fondazioni. Su questo, se
qualcuno lo pensa, forse sarebbe necessario un bel
ragionamento per capire dove, come e perché.2. E'
senz'altro condivisibile un'attenzione per l'area
tecnico professionale nelle scuole superiori e
interessante la proposta di Fioroni su l'istituzione
di poli tecnico-professionali. Ma questa
prospettiva- di rafforzamento dell'area tecnico
professionale si parlava nel programma dell'Unione-
come si collega all'elevamento dell'obbligo di
istruzione previsto dalla finanziaria e alla riforma
dell'intero settore degli studi secondari? Ne
vogliamo parlare?
3. Nel programma di governo si
parlava di eliminazione degli anticipi, di
ripristino del tempo pieno e dell'orario per la
scuola primaria e secondaria di primo grado
(elementare e media per capirci). Nella circolare
per le prossime iscrizioni emanata dal ministero
della pubblica istruzione, che pure poteva
intervenire a smontare alcune cose, tutto sembra
restare com'è. Il tempo pieno con l'orario
spezzatino della Moratti, la riduzione di orario, e,
forzando persino quanto scritto in finanziaria, la
possibilità di spendere l'obbligo nella formazione
professionale.
Certo, siamo una coalizione di
governo larga e complessa. Con idee spesso
profondamente diverse. Anche sul ruolo e finalità
della scuola. Sulla sua natura ‘pubblica'. Sui suoi
operatori, sul loro reclutamento. Sul rapporto
pubblico privato. Sulla sua cultura. Sulla sua
autoreferenzialità. E sui tanti ‘non detti' credo
che vada aperta una discussione molto franca e
concreta. Per non finire anche noi nel gorgo delle
più improduttive divisioni. Radicali e riformisti.
Liberalizzatori e statalisti. E per non finire in un
altro gorgo ancora più pericoloso. Quello in cui
ognuno si contenta di qualcosa, della serie a me va
bene il primo paragrafo- è un esempio- della legge
sul prolungamento dell'obbligo- a te il secondo. E
ognuno porta a casa il bottino. Ma la scuola intanto
che fa, come si regola su prolungamento
dell'obbligo, o per fare altri esempi, sulle
morattiane indicazioni nazionali o sugli strumenti
di valutazione?
Forse possiamo partire da un'idea
semplice. Quella che ha permesso di stilare un
programma comune. Che la scuola com'è oggi non aiuta
il paese a crescere. E che alla scuola stessa vada
restituita fiducia e credibilità. Intervenire su un
corpo così complesso non è facile. E lo abbiamo
visto. Si assumono, e ne diamo atto al Ministro
Fioroni i precari (si badi bene gente con titoli ed
esperienza, ) e si grida alla sanatoria. Addirittura
si scopre ora, solo ora, che l'età media dei docenti
è alta, troppo alta. Dimenticando che per i giovani
nel nostro paese si è allungato a dismisura il tempo
della formazione e allontanato nel tempo il momento
dell'ingresso nel lavoro. Per questo come per altri
settori. Beppe Fioroni si propone di ascoltare la
scuola. Insieme, io vorrei proporre una riunione (o
verifica, come volete) della maggioranza di governo
in cui stabilire insieme un percorso del governo
della scuola. Quel master plan di cui prima parlavo.
Forse non raggiungeremo l'unanimità su tutto, ma
potremo incominciare ad ascoltarci.(AprileOnline
15.1.2007)
 
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