Home-Page

 

 

Notizie Fiom e Cgil                                                                                                                                                                                      pagina 2
 


 

 

 

La ricchezza passa dal lavoro ai profitti

 

di Loris Campetti

L'inflazione cresce decisamente più dei salari, il che vuol dire che i lavoratori dipendenti si impoveriscono. Ma siccome il Pil nominale cresce oltre l'inflazione, di soldi ne circolano di più. Evidentemente, però, non vanno ai salari bensì al profitti. I dati pubblicati ieri dall'Istat confermano una tendenza che va avanti da diversi anni e le diseguaglianze sono accresciute dalla crisi del sistema contrattuale. Ne parliamo con Francesca Re David, responsabile nazionale dell'organizzazione della Fiom-Cgil.
Cosa raccontano i dati dell'Istat sui primi nove mesi del 2007?
Una storia purtroppo già nota: la ricchezza si sposta dal lavoro alla rendita e al capitale. In dieci anni questo spostamento ha superato i 10 punti, una valanga di danaro. Gli accordi del luglio '93 hanno garantito una forte moderazione salariale, mentre le altre voci che avrebbero dovuto fornire garanzie sul valore d'acquisto dei salari sono rimaste lettera morta. A questo si aggiunge la riduzione del welfare, cioè di tutti quei i servizi sociali senza i quali il valore del salario inevitabilmente si riduce.
E' un fenomeno che riguarda l'insieme dei lavoratori dipendenti. Dunque, mal comune mezzo gaudio?
Non è così. La pretesa di legare sempre più il salario alla redditività d'impresa non fa che aumentare le disparità nel mondo del lavoro, senza più elementi di riequilibrio. Questa pretesa degli imprenditori si spiega in un solo modo: il rifiuto padronale di riconoscere il valore sociale ed economico del lavoro in sé.
C'è un legame tra questa cancellazione e il mancato rinnovo di così tanti contratti?
Naturalmente, nel senso che non viene riconosciuta dalle controparti imprenditoriali la necessità di mediazioni con il lavoro, e così anche il vecchio sistema di regole non certo vantaggiose per i lavoratori si è bloccato. Soltanto con il conflitto sociale si riesce a strappare qualcosa. Se anche legassimo il salario all'inflazione comunque intesa, al massimo riusciremmo a fotografare l'esistente, cioè un insieme di diseguaglianze senza possibilità di riequilibrio. L'idea di ridurre i contratti nazionali al puro recupero dell'inflazione, rinviando gli aumenti alla pura redditività d'impresa non frenerebbe lo spostamento della ricchezza verso la rendita e il capitale, e non riavvierebbe un equilibrio dentro il mondo del lavoro dipendente.
Le ore di sciopero sono crollate, meno 56% negli ultimi nove mesi. Ogni lavoratore ha scioperato in media 5 o 6 minuti nel 2007. Ciò dipende dall'esplosione dell'«esercito di riserva», il precariato in tutte le sue forme, ricattabile e usato contro il sistema dei diritti del lavoro? Oppure dall'effetto «governo amico»?
I precari, i lavoratori a termine, sono costretti a lavorare in condizioni peggiori e hanno un bassissimo peso sindacale, per ragioni evidenti che non dipendono certo dalla loro soggettività. Questo conta, anche nella riduzione di ore di sciopero. Ma è probabile che un ruolo l'abbia avuto anche la forte aspettativa legata al nuovo governo. Resta un dato: le ore di sciopero sono crollate. Noi metalmeccanici abbiamo iniziato la partita contrattuale a settembre e siamo già a 40 ore di sciopero, ma in generale si può dire che i due fattori, uno materiale legato alla condizione di lavoro e uno politico legato al rapporto con il governo Prodi, hanno abbassato il tasso di conflittualità.
C'è un tabù, nella politica e nel sindacato: la scala mobile. Ma se lo stato dei salari è quello che sappiamo non sarebbe il caso di riportarla all'ordine del giorno?
Siamo in una fase diversa, in cui però il tema del sottosalario per i precari, per i lavoratori a termine, per i lavoratori artigiani ci impone di ripensare a forme di recupero del valore d'acquisto dei salari . Sono tanti i lavoratori che guadagnano sotto i minimi.
Un'altro tabù è quello del salario minimo...
E' un punto complesso, ma i tabù non aiutano ad affrontare i problemi. Se persino i metalmeccanici tedeschi si pongono il problema del salario minimo, questo vuol dire che l'interrogativo è legittimo.(Il Manifesto 22 dicembre 2007)

 

 

“Fondo solidarietà Lavoratori Thyssenkrupp”

Le organizzazioni sindacali

FIM/CISL – FIOM/CGIL – UILM/UIL di Torino hanno deciso di istituire un fondo di saolidarietà a favore delle famiglie dei lavoratori della Thyssenkrupp morti e feriti sul lavoro . Invitiamo le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici a contribuire con versamenti individuali o collettivi utilizzando le seguenti coordinate bancarie:

 UNICREDIT BANCA SPA

VIA XX SETTEMBRE 31 – 10121 TORINO 

 COD. IBAN:  IT 26 A 02008 01046 000003552505 

Intestato a FIM - FIOM - UILM Torino

 Torino, 11 dicembre 2007

Lunedì 10 dicembre  2007 ore 9 Piazza Arbarello - Torino - Sciopero e corteo contro le morti sul lavoro in solidarietà con gli operai della ThyssenKrupp.

 

 Blocchi ai cancelli e presidio Bertone
 

Torino - Cielo terso e freddo glaciale. Meno sei alla stessa ora della mattina, davanti all'ex Lancia di Chivasso, quando parte il blocco dei cancelli e delle merci. La giornata di sciopero dei metalmeccanici torinesi è stata fatta tutta da blocchi e presidi; un po' perché la manifestazione era stata fatta in occasione dello sciopero di quindici giorni fa, un po' perché in molte situazioni i lavoratori erano più disposti a partecipare a iniziative che riguardavano da vicino il loro stabilimento.
Il momento clou della giornata è stato davanti alla Bertone, fabbrica in cassa integrazione da tre anni e mezzo senza che si veda luce. «Perché non vogliamo lasciare nessuno indietro: per quella crisi urgono risposte sociali e industriali». Nel pomeriggio c'è stato anche un incontro con il ministro del lavoro Cesare Damiano - che da quelle parti era di casa - per intravedere una via e una prospettiva.
Alla giornata la Fiom, nelle parole del segretario torinese Giorgio Airaudo, dà il significato di «una prova generale». Perché «tutti riconoscono che in Italia c'è una questione salariale che riguarda il lavoro dipendente, ma nessuno si presenta a pagare il conto». Una situazione paradossale, ma che non lascia nessuno spazio ai giochi di parole. «La vita dei lavoratori è reale, non un talk show dove tutti parlano e non succede mai niente». Perciò chi ha partecipato allo sciopero di ieri guarda già all'incontro tra Federmeccanica e sindacati, mercoledì prossimo. «Se non c'è un segnale certo dal tavolo della trattativa, il 21 - spiega Airaudo - il giorno dopo siamo disposti a ricominciare da capo». Insomma: «siamo pronti a fare un Natale metalmeccanico».(Il Manifesto 17 novembre 2007)

 

 

Lettera aperta alla Cgil

 

di Maurizio Musolino

Non capisco, scusatemi ma proprio non capisco. Non riesco assolutamente a comprendere cosa succede dentro la Cgil. Lo dico con passione, con rabbia ma anche con quell’affetto che mi lega alla grande organizzazione sindacale. Provo a riassumere i fatti così come si sono impressi nella mia mente; certamente una visione parziale, forse partigiana, ma assolutamente, credetemi, senza malizia.
Durante le calde giornate estive il governo concerta con le parti sociali due protocolli prima sulle pensioni poi sul welfare. E’ il risultato di una tesissima trattativa e si ha l’impressione che alla fine a spuntarla sia stata essenzialmente la posizione di Confindustria. Il sindacato firma il primo con qualche riserva e il secondo con riserve più ampie, tanto da ritenere necessaria una consultazione dei suoi iscritti. Non tutti condividono la posizione assunta dalla Cgil, ma fin qui siamo nella normale e salutare dialettica. Del resto anche la sinistra su questo non riesce a tenere una posizione unitaria e i compagni della Sinistra democratica si smarcano accettando, anche loro con riserve, quell’accordo che proprio non va giù invece a noi Comunisti italiani e a Rifondazione.
E così mentre il sindacato avvia la consultazione, parte importante della sinistra e dei movimenti si dà appuntamento a Roma il 20 ottobre. Due momenti di alta democrazia. Entrambi.
Alla consultazione sindacale partecipano oltre 5 milioni di uomini e donne, molti, la maggioranza, pensionati, tanti dai luoghi di lavoro. Il dato, per le proporzioni, non lascia spazio a dubbi, vincono coloro che dicono sì all’accordo. Dati in netta controtendenza arrivano però da alcune grandi fabbriche, come ad esempio quelle del gruppo Fiat. Meriterebbero attenzione. Comunque una vittoria schiacciante ripeto, anche se condizionata da un tam tam mediatico dei vertici delle tre organizzazioni, Cgil, Cisl e Uil, che premono in questa direzione. Qualcuno avanza dubbi sulla qualità del risultato, sui condizionamenti, sulle regole della democrazia interna ai sindacati. Dubbi che possono risultare fastidiosi per le orecchie di Epifani e co., ma nessuno mette in discussione il valore di una così ampia partecipazione.
Negli stessi giorni si intensifica però una campagna contro la manifestazione del 20 ottobre. Dalla destra arrivano bordate contro chi, reo di difendere gli interessi dei lavoratori e dei precari, viene definito di volta in volta estremista, radicale e anatema: “comunista”. Ma a sorprendere è la durezza degli attacchi che arrivano anche da importanti settori del centrosinistra e della sinistra. Dal Partito democratico giunge la richiesta di annullare l’iniziativa, è «un attacco al governo», sentenziano. A sinistra, la Sd di Mussi ne prende le distanze definendola residuale e inutile (il giorno dopo il 20 però Mussi farà autocritica sulle colonne del manifesto); i Verdi comunicheranno una loro presenza simbolica al solo fine di raccogliere firme contro gli Ogm. Durissimo il giudizio della Cgil che per bocca del suo segretario generale ne chiede l’annullamento. Epifani arriva a “sconsigliare” ai suoi iscritti la partecipazione e a vietare la presenza di bandiere della sua organizzazione. Una posizione senza precedenti per la Cgil, che considera evidentemente la manifestazione un duro atto contro un governo “amico”.
Come è andata lo sanno oramai tutti. Un milione di persone, di uomini e donne, hanno invaso le strade di Roma, pacificamente, per chiedere al governo Prodi il rispetto degli impegni presi e del programma. Il giorno dopo era lo stesso presidente del Consiglio a ringraziare i partecipanti e a promettere che quelle richieste non sarebbero rimaste inascoltate.
E così è, anche se in minima parte. Due giorni dopo il Consiglio dei ministri realizza un disegno di legge con elementi contraddittori. Vi è qualche miglioramento rispetto al protocollo di luglio, ma ancora insufficienti. Nessuno vuole la caduta del governo e questa volta il disegno passa con le astensioni dei ministri del Pdci e di Rifondazione. Una prova di responsabilità. Ma inspiegabilmente dai sindacati arrivano reazioni furiose. Non contro le cose che ancora non vanno e che ad esempio attenuano la lotta verso la precarietà, bensì verso il fatto stesso che la “sinistra”, o almeno parte di essa, si era macchiata della responsabilità di aver fatto nient’altro che quello per la quale è votata: ovvero legiferare al meglio verso i lavoratori. Si giunge fino alla minaccia di uno sciopero generale, rientrato dopo le rassicurazioni di Prodi e la convocazione di un secondo Consiglio dei ministri. In molti, dentro e fuori dal Palazzo, capiscono cosa stia succedendo. Io sono fra quelli, specie se poi penso che tutto questo accade mentre ci sono milioni di precari, mentre si attaccano i diritti di chi lavora ad iniziare da quello di avere un contratto nazionale, e mentre la questione salariale è sempre più un macigno per tantissime famiglie italiane.
Siamo così all’oggi. Alle manifestazioni della scorsa settimana degli insegnanti e dei lavoratori del pubblico impiego. Due grandi mobilitazioni che chiedevano al governo nient’altro che il rispetto del programma e degli impegni presi. Due manifestazioni che rappresentavano nelle piazze quel disagio di chi lavora e non riesce ad arrivare alla fine del mese. Lo stesso disagio che era stato protagonista a Roma il 20 ottobre. Ma questa volta va tutto bene. Tutto è legittimo.
A questo punto resta davvero difficile capirci qualcosa. Perché quello che non era lecito il 20 ottobre diventa lecito il 26, il 27 o il 29 ottobre? Perché i partiti dovrebbero abdicare al loro diritto di rappresentare gli interessi di classe? Perché? Spiegatecelo! Altrimenti i dubbi aumentano e pensare che qualcuno ha dovuto calare il capo di fronte ad un Partito democratico neo centrista potrebbe non essere solo peccato. (La Rinascita della sinistra 1 novembre 2007)
 

 

 

Punire il dissenso, salvare il governo

 

di Loris Campetti

Quando si vince si ha la forza e la voglia di discutere, quando si stravince può venire invece la tentazione di non fare prigionieri. Avendo voluto e incassato nella consultazione dei lavoratori un consenso sul protocollo del 23 luglio superiore all'80%, la maggioranza della Cgil avrebbe potuto ricucire un rapporto con la categoria dei meccanici e le aree programmatiche contrarie all'accordo. La segreteria nazionale della Cgil, con un'unica eccezione, ha invece scelto di non farlo, e dopo una dura introduzione di Guglielmo Epifani, un dibattito che ha toccato toni anche molto accesi e in qualche caso addirittura insultanti e delle conclusioni più dialoganti del segretario, ha posto in votazione un documento che apre il processo al dissenso a livello nazionale, attraverso una consultazione dei gruppi dirigenti. Un dibattito che non sarà solo sulle questioni politiche ma anche sui «comportamenti».
Il voto nel direttivo della Cgil ha formalizzato la rottura della maggioranza congressuale, con il voto contrario dell'area Lavoro e società coordinata da Nicola Nicolosi, che si somma al voto contrario della Fiom e dell'area 28 aprile guidata da Giorgio Cremaschi. Risultato: 82 voti favorevoli, 31 contrari e 1 astenuto. Dunque, oggi la Cgil ha un'opposizione interna che sfiora il 30%. Quest'opposizione si è allargata proprio grazie alla decisione della segreteria di fare i conti, non solo politicamente, con le aree critiche nei confronti del protocollo. Nicolosi ci tiene a precisare che non è la sua area ad aver messo in discussione la maggioranza uscita dal congresso: chi si è distaccato dalla linea politica congressuale non siamo noi, «poiché il protocollo del 23 luglio non è certo coerente con le scelte programmatiche della Cgil».
Nel dispositivo finale ce n'è per tutti: per Lavoro e società, a cui è stata confermata l'accusa di aver partecipato a una manifestazione fiorentina autoconvocata contro l'accordo; a Giorgio Cremaschi, reo di lesa maestà per le sue accuse di brogli nello svolgimento della consultazione; soprattutto ce n'è per la Fiom, la categoria dei metalmeccanici il cui comitato centrale si era espresso all'80% contro il protocollo. E' straordinario, almeno per chi non fa il sindacalista, comprendere la logica per cui si apre il processo contro una categoria che interpreta fedelmente l'umore dei suoi rappresentati, i lavoratori metalmeccanici che si sono espressi a maggioranza per il no. Sarà poco sindacale, ma a chi scrive viene da pensare che critiche sarebbero semmai state legittime se la Fiom avesse preso posizioni sconfessate dalla sua gente.
Gianni Rinaldini si è detto preoccupato per il clima pesante che ha segnato la due giorni di direttivo. «La ragione principale del mio voto contrario sta in un paradosso: il voto del comitato centrale della Fiom diventa oggetto di discussione in tutti gli organismi dirigenti. Una scelta preoccupante, sospetta. Se la discussione dovesse trasformarsi in un processo alla Fiom e alle aree programmatiche sarebbe un disastro. Ma io voglio coltivare la speranza che alla fine del percorso si possa raggiungere una posizione unitaria». Invece che lanciare accuse di lesa confederalità per un più che legittimo voto contrario, secondo Rinaldini sarebbe decisamente meglio discutere di quale confederalità, cioè di quale sindacato, quale rappresentanza sociale, quale democrazia. Una «discussione a tutto campo prima che i processi politici in corso cadano addosso alla Cgil», in riferimento agli effetti provocati sul sindacato dalla nascita del Partito democratico e dal tentativo di riunificazione delle forze alla sua sinistra. In discussione sono il programma e il percorso della Cgil, la sua autonomia e non il segretario o i gruppi dirigenti: «Se avessi pensato questo avrei chiesto il congresso straordinario».
Nicolosi riconosce la validità e il risultato della consultazione che «dà un mandato alle confederazioni. Resta aperto il problema di come ci si rapporta con opinioni diverse». Anche per il coordinatore di Lavoro e società il percorso deciso dalla maggioranza del direttivo è sbagliato, «assomiglia a un processo su larga scala al dissenso e non apre una discussione sul merito. E rifiuto con nettezza l'accusa, pure emersa in alcuni interventi, secondo cui il dissenso aprirebbe spazi a fascie eversive. E' un nesso intollerabile. Noi non ci distacchiamo dalla linea congressuale, è Epifani che deve spiegare se c'è stato un cambio di paradigma nella Cgil».
Giorgio Cremaschi non va per il sottile e denuncia «la caccia alle streghe»: «Una discussione che conclude una consultazione che ha visto prevalere il sì senza che si sia concessa legittimità politico-sindacale a quella parte dei gruppi dirigenti che avevano scelto o sostenevano il no, si conclude con un processo politico e un rinvio a giudizio per quegli stessi gruppi dirigenti... Solo i lavoratori, è stato detto, avevano il diritto al no». Un intervento fermo ma razionale, quello del leader dell'area 28 aprile, che ha ricordato l'opposizione dei lavoratori metalmeccanici così come in altre categorie. «L'unica cosa che condivido della relazione di Epifani è che non si può usare la categoria del disagio, che è in tutto il mondo del lavoro, per interpretare il no che invece rappresenta un'altra posizione, un altro giudizio sull'accordo». Cremaschi ha duramente criticato il gruppo dirigente della Cgil («la lotta continua per cambiare la Cgil») e ha concluso evocando il grande rimosso del direttivo: la grande manifestazione contro la precarietà.
Sul versante dell'analisi del voto, il documento conclusivo ripercorre la relazione di Epifani e mette l'accento sulla necessità di lavorare sul versante dei salari e delle condizioni di lavoro, impegnandosi nelle scadenze contrattuali. Alla Fiom ha proposto un incontro, volentieri accettato, tra le due segreterie per discutere il difficile contratto dei metalmeccanici. Sul versante politico, resta la priorità della salvezza del governo (priorità che ha avuto un peso decisivo, eccessivo, in tutta la vicenda del protocollo): si ritiene «essenziale per gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati che rappresentiamo, la stabilità del quadro politico. Senza questa verrebbe messa in discussione la stessa traduzione in legge del protocollo». Un protocollo «migliorato» nella scrittura finale e che la maggioranza della Cgil vorrebbe davvero che fosse finale, senza cambiamenti di qualsiasi natura.
La segreteria ha votato in blocco sì, con l'unica eccezione di Paola Agnello Modica, di Lavoro e società. Tra gli interventi che annunciavano il voto contrario quello dell'ex segretario della Cgil di Brescia, Dino Greco. L'unica astensione è firmata dal segretario della Camera del lavoro di Reggio Emilia, Mirto Bassoli, che nel suo intervento ha espresso un aperto disaccordo con la risoluzione finale.
Entro novembre la discussione nei gruppi dirigenti e poi un nuovo direttivo: per sancire la condanna dei reprobi, o per ricercare un cammino comune? Dipende se prevarrà il confronto sulla crisi della rappresentanza, oppure la resa dei conti nella peggiore tradizione terzinternazionalista. E dipende, ahinoi, dalla durata del governo Prodi.(Il Manifesto 24 ottobre 2007)

 

 

Cgil, intervento di Giorgio Cremaschi

al Comitato Direttivo del 23 ottobre 2007

Una discussione che conclude una consultazione che ha visto prevalere il sì senza che, come ha confermato tutto quello detto qui sinora, si sia concessa legittimità politico-sindacale a quella parte dei gruppi dirigenti che avevano scelto o sostenevano il no, si conclude con un processo politico e un rinvio a giudizio per quegli stessi gruppi dirigenti. Solo i lavoratori, è stato detto, avevano il diritto al no, non i gruppi dirigenti e purtroppo un’idea estesa di gruppo dirigente si è diffusa nei territori, visto che in alcune realtà ci sono i segnali dell’avvio di una vera e propria caccia alle streghe nei confronti di delegati e militanti della Cgil che hanno fatto campagna per il no.

Potrei chiudere qui il mio intervento, sottolineando che quello che si compie non è solo un’incredibile ingiustizia politica, ma anche un errore, soprattutto un errore che danneggia e indebolisce l’organizzazione alla vigilia di passaggi politici e sociali durissimi per il mondo del lavoro.

Dopo più di trent’anni di quello che io considero un onorato lavoro dalla parte giusta, essendomi sempre sentito un cittadino e non un suddito di quest’organizzazione, ora però provo il bisogno di rispondere alle offese, alla mancanza di rispetto personale, alle meschinità che qui ho sentito.

Ho fatto campagna per il no e lo rivendico come diritto in una consultazione ove il sì e il no avrebbero dovuto avere pari dignità, essendo il voto quello che alla fine decide. Ho considerato la campagna per il no un modo per rafforzare e valorizzare una consultazione che in tante parti del paese e dei luoghi di lavoro veniva considerata inutile e scontata. Ho contribuito a suscitare partecipazione tra militanti e iscritti alla Cgil con questa consultazione, pensando che questa militanza avrebbe portato nuove energie e forze al sindacalismo confederale e soprattutto tra i giovani.

Ho creduto nella correttezza di una consultazione nella quale, pur con un regolamento che impediva la pari dignità alle due posizioni fosse data piena possibilità ai consultati di esprimersi liberamente.

Ho chiesto agli organi competenti, ben prima che si aprisse una discussione pubblica su questi temi, impegni e garanzie in questa direzione, con una mia lettera il 27 di settembre che non ha ricevuto alcuna risposta. Ho ricevuto decine e decine di denunce di irregolarità da parte di persone perbene, di iscritti e militanti che erano andati fiduciosi al voto e che riscontravano cose che a loro non piacevano e soprattutto non si sarebbero mai aspettate.

Tutti mitomani o provocatori? Anziani pensionati, giovani lavoratori, tutti al soldo di un complotto contro la Cgil? Ma non scherziamo. In ogni caso ho provveduto a girare tutte queste denunce, che sono decine e decine, alla Commissione nazionale. Spetterà ad essa decidere cosa farne. Quello che io ho dato alla stampa è semplicemente la notizia di questo: fatti e chi dice che io ho fatto accuse di brogli non avendo prove mente due volte, perché non ho mai parlato di brogli ma ho esercitato il mio legittimo diritto di iscritto di pretendere la correttezza del voto ovunque e ho fatto pervenire alla Commissione competente denunce firmate con nome e cognome.

Dire o insinuare che Giorgio Cremaschi avrebbe consapevolmente inventato dei brogli inesistenti per danneggiare la Cgil nella consultazione, è una calunnia che respingo al mittente, chiunque esso sia, contro la quale mi difenderò nel nome del diritto al rispetto che viene prima di qualsiasi cosa.

La consultazione ha dato un responso chiaro, tranquillizzo i compagni, possono leggerlo anche sui volantini della Rete, abbiamo detto che ha vinto il sì. E, tuttavia, è un voto che andrebbe letto, studiato, non brandito come una clava contro il dissenso. L’unica cosa che condivido della relazione di Epifani è il fatto che non si può usare la categoria del disagio, che è di tutto il mondo del lavoro, per interpretare il no. Per me il no è semplicemente un’altra posizione, un altro giudizio sull’accordo. Un giudizio difficile da dare visto che, al di là delle condizioni materiali della consultazione, era evidente che essa non era uguale a quella del ’95, ove tutti i consultati perdevano qualcosa, mentre con questo protocollo c’era chi guadagnava, chi perdeva di meno, chi perdeva di più. Occorreva una mediazione culturale e politica, sia per il sì, sia per il no. E io penso che pur essendo minoranza 1.000.000 di no, di cui solo 300.000 dei metalmeccanici e 700.000 nelle altre categorie, visto che tra i pensionati il no è inesistente, dovrebbero far riflettere e non essere considerati davvero solo un disagio o figli di un complotto. Certo il sì ha vinto con 4.000.000 di voti, di cui però sarebbe utile ragionare sul fatto che più di 1/5  si trovano in due sole regioni che, peraltro, assieme hanno anche più di 1/5 di tutti i votanti e hanno raddoppiato la partecipazione al voto rispetto al 1995 quando in gran parte del centro nord essa è calata. Un compagno ha dichiarato che parlare di questo è razzismo antimeridionale. Al contrario, l’organizzazione dovrebbe esaltare le virtù troppo nascoste di una capacità di organizzare una partecipazione al voto là dove il lavoro è disperso, superiore che nei grandi centri industriali. Ricevo ogni tanto dalla Toscana i dati del lavoro minuzioso di un compagno che segue l’artigianato e il piccolo commercio e i suoi successi e le sue difficoltà si contano spesso sulle unità. Così pure scontiamo sempre una grande difficoltà a far partecipare alla vita sindacale le figure professionali più alte. Ebbene, in Campania hanno partecipato al voto più di 40.000 edili e più di 60.000 dipendenti del mondo della scuola e dell’università. Ecco, io credo che la capacità di organizzare le persone di questi compagni dovrebbe essere messa a conoscenza di tutta l’organizzazione e valorizzata, perché abbiamo tutti da imparare da loro.

La segreteria confederale, nella sua relazione, non ha inteso dare dignità di interlocuzione a chi nel gruppo dirigente ha sostenuto il no. Ci sono quelli come me che hanno delegittimato l’organizzazione, quindi finiranno in Commissione di garanzia (consiglierei alla segreteria minor ipocrisia, non siamo alla Camera dei Lord e se la segreteria confederale fa capire che “di Cremaschi si occuperà la Commissione di garanzia”, vuol dire che è la segreteria che vuole che questo accada e quindi se ne deve assumere le responsabilità politiche). C’è il gruppo dirigente della Fiom, che agisce per ragioni politiche esterne all’organizzazione e per questo decide di votare no nel Comitato Centrale, c’è Lavoro Società che, a Firenze, organizza manifestazioni che sono accostate al terrorismo. Mi pare chiaro che questa segreteria e questa maggioranza non ha nessuna voglia di discutere. Se posso dirlo non l’ha mai avuta, dal congresso in poi non ricordo un solo momento nel quale ci si sia potuti fermare davvero a riflettere sulle difficoltà, sugli smacchi, sulle contraddizioni che erano di fronte alla Cgil. Mai una vera analisi della realtà. Eppure stiamo andando alla crisi del sistema politico, all’attacco al sistema contrattuale, all’affermazione brutale da parte Cisl e Uil, come neanche avveniva quando c’era al governo Berlusconi, della validità della legislazione sul lavoro, ma di tutto questo non si discute. Ricordo il dramma della notte del 23 luglio, le parole pesanti, le dichiarazioni di fine della concertazione, il senso di umiliazione che percorreva il gruppo dirigente. Ebbene tutto questo si è scaricato addosso a chi ha sostenuto il no.

No, così non va, così si porta l’organizzazione a drammatiche sconfitte, da parte di un gruppo dirigente che più il tempo passa e meno si mostra all’altezza. Questo almeno è il mio giudizio e su questo pretendo di essere giudicato.

Ieri una delle fabbriche dove il no è stato grande maggioranza, la Same di Bergamo, ha scioperato in massa per il contratto, in aggiunta al pacchetto di ore nazionali, è la prima in Italia. Ecco, io penso che chi ha impostato il direttivo in questo modo non ha valutato le conseguenze che possono avvenire una volta che usciamo da questa sala e il nostro rapporto con una parte dei lavoratori che non considerano anch’essi i loro no un disagio, ma parte di una battaglia politica legittima dentro il loro sindacato. E’ un errore grave, così come è senza senso la discussione sui limiti del dissenso. Il dissenso che non ha il diritto di essere pubblico è un dissenso che non esiste, senza diritti. Le maggioranze hanno già la forza della maggioranza, senza avere bisogno di cancellare l’esistenza pubblica di un’altra posizione. Questo almeno in una democrazia e in una democrazia moderna nella quale, per fortuna, con tutte le sue contraddizioni ci sono i giornali, la televisione, internet e tutto il resto. No, non vedo nulla di positivo nella discussione legge-ordine, nel tentativo di affermare nella Cgil un centralismo democratico che non ha mai fatto parte della storia di questa organizzazione, neppure negli anni Cinquanta. No, non vedo nulla di positivo nel fatto che usciti da questo direttivo comincerà il processo politico a Gianni Rinaldini e quello disciplinare a me, e forse anche ad altri.

Sinceramente, dopo trent’anni verrebbe voglia di rassegnarsi e di pensare a una propria vita migliore. Tuttavia sabato, in una grande manifestazione, ho visto sul palco un comunista di oltre novant’anni dire semplicemente “la lotta continua”, e quindi anche per me, nonostante tutto, la lotta continua dentro la Cgil per cambiare la Cgil.

 

 

Cgil, scoppia la guerra delle bandiere

 

di Carla Ronga

Il vaso è colmo e la rottura tra la Cgil e Giorgio Cremaschi , leader dell'area programmatica "28 aprile" è alle porte. Tra accuse reciproche, i divorzi spesso vengono preceduti dalle carte e dai cavilli giuridici e dall'incattivimento della parte che si reputa lesa. Cose che accadono anche in casa Cgil. La resa dei conti è fissata per il Direttivo del 22 e 23 ottobre prossimi: lì ci sarà modo di fare il bilancio definitivo della spaccatura Fiom sul protocollo e il referendum sindacale. In quell'occasione si conteranno le forze reali e si chiederanno i chiarimenti politici. Sempre in quell'occasione, probabilmente, la leadership dei metalmeccanici dovrà fare i conti con una rappresentanza uscita forse indebolita dalla battaglia referendaria: di fronte ad una leadership di categoria schierata con una maggioranza "quasi bulgara" per il rigetto del protocollo di luglio, infatti, il 51, 8% dei "no" inseriti nell'urna sembra un risultato tutt'altro che roseo (soprattutto se venisse confermato che al nord, nel cuore produttivo, a vincere sono stati i si). Cosa farà Rinaldini? Il segretario della Fiom prenderà le difese del ribelle Cremaschi?

Per avere risposte si deve aspettare lunedì prossimo, ma in mezzo c'è un altro appuntamento che preoccupa: il 20 ottobre. Data in cui una parte della sinistra e due componenti della Cgil ("Lavoro e società" e "Rete 28 aprile") scenderanno in piazza per chiedere gli uni l'applicazione del programma elettorale proposto dal governo Prodi agli elettori del centrosinistra, gli altri per protestare contro un protocollo che probabilmente avrà già raggiunto le aule parlamentari, gli altri ancora per chiedere ai rappresentanti politici l'uscita dal governo, chi per annusare l'aria che tira, chi.... Insomma, non si sa bene cosa accadrà il 20 ottobre e la Cgil non intende correre rischi. Così, per la prima volta nella storia del sindacato dei lavoratori, si è ricorso alle classiche carte da bollo per ribadire: in quella piazza, le nostre bandiere e il nostro logo non s'hanno da vedere.
La carta da bollo ha la forma di una circolare trasmessa a tutte le proprie strutture, precisando che "l'uso dei loghi e i simboli delle strutture è consentito esclusivamente alle segreterie delle strutture stesse". Il documento, firmato dal responsabile dell'organizzazione della confederazione, Marco Di Luccio, reca la data dello scorso 15 ottobre ed è stato diramato a tutte le strutture "dopo la segnalazione di casi di un uso non corretto dei simboli", per ricordare quanto già previsto dallo statuto della Confederazione e dalle delibere regolamentari approvate dallo stesso direttivo: "non è consentito utilizzare a qualsiasi titolo simboli di aree programmatiche dentro e fuori della nostra organizzazione. In particolare, non si possono usare loghi di area programmatica nelle comunicazioni utilizzando apposita carta intestata, o striscioni, bandiere e pettorine nel caso di manifestazioni esterne".

Ma la tempestività dell'informativa, che arriva alla vigilia della manifestazione organizzata da una parte della sinistra contro il protocollo sul Welfare, controfirmato dalla Cgil nazionale ma bocciato da alcune aree programmatiche del sindacato, basta a far insospettire e divampare la "guerra delle bandiere" all'interno della confederazione di Corso Italia.

Contro la circolare si scaglia Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom e rappresentante di Rete 28 aprile della Cgil : "Considero grave e comunque inaccettabile il contenuto della circolare del 15 ottobre tesa a limitare l'iniziativa esterna delle aree programmatiche", dice. L'area programmatica Rete 28 Aprile "ha sempre saputo distinguere tra l'utilizzo dei simboli dell'organizzazione e le prese di posizione pubbliche, assunte in base allo statuto che garantisce la piena libertà e pubblicità al dissenso", aggiunge il leader della Fiom sottolineando come "non spetta al dipartimento organizzazione interpretare le regole statutarie, ma solo al Collegio statutario nazionale".
E si fa sentire anche Lavoro e Società, anch'essa in procinto di sfilare contro l'intesa del luglio scorso. "E' grave il contenuto della circolare del 15 ottobre", commenta il coordinatore dell'area, Nicola Nicolosi. "E' in contrasto con la storia della nostra organizzazione che si è strutturata in questi anni per aree programmatiche, dopo la fine delle componenti di partito e mettendo in discussione le modalità e le consuetudini, consolidate da tempo, che sono alla base del nostro comune agire politico", aggiunge Nicolosi.
In campo scende anche il Pdci, già protagonista di una rovente polemica contro i sindacati confederali in occasione dell'uscita di Rizzo sui "brogli referendari". Questa volta a protestare non è l'eurodeputato ma la capogruppo in Senato, Manuela Palermi, che in una nota insiste: "Alla manifestazione del 20 ci saranno moltissime bandiere della Cgil e sarà un atto del tutto legittimo perché quel simbolo appartiene ai lavoratori, alla loro storia, alle loro lotte". E' l'ultimo strappo?(AprileOnline 18 ottobre 2007)

 

 

Dai No metalmeccanici nascono tante domande

 

di Loris Campetti

Un milione e mezzo di dipendenti, appena un po' di meno del passato. Se si aggiungono i dipendenti delle aziende artigianali si arriva quasi a due milioni di lavoratori.
I metalmeccanici, per dirla in breve, rappresentano il più importante comparto dell'industria italiana. Ma non tutte queste tute blu sono raggiunte dall'azione di Fim, Fiom e Uilm: soltanto un milione di metalmeccanici e metalmeccaniche sono sindacalizzati. Infatti, ai referendum contrattuali di categoria il calcolo della partecipazione al voto viene fatto su un milione di «aventi diritto». Se nella consultazione sul protocollo del 23 luglio si fosse fissata la stessa area di riferimento - le aziende con un sia pur minimo collegamento con i sindacati - la percentuale dei no sarebbe passata dall'attuale 53% a più del 60%.
Nei commenti a caldo si è spesso stabilito un rapporto diretto tra l'indicazione di voto data dalla Fiom e la vittoria, sia pur di misura, del no tra gli oltre 600 mila metalmeccanici che hanno votato. E' una considerazione solo parzialmente vera. Il risultato della consultazione negli stabilimenti Fiat smentisce questa semplificazione, a Mirafiori come a Pomigliano, e soprattutto a Melfi. Ovunque, nelle fabbriche di Marchionne, la bocciatura del protocollo ha percentuali oscillanti tra il 70 e il 90% e i numeri dei «no» sono doppi e in qualche caso tripli dei voti raccolti dalla Fiom alle elezioni per il rinnovo delle Rsu.
Ciò vuol dire che nello stabilimento lucano, per fare l'esempio più eclatante, contro l'accordo si sono espressi anche gli operai che avevano votato Fim, Uilm, Fismic, o addirittura per l'Ugl. Diciamo che quasi tutti, a Melfi, hanno votato «no».
Ciò non vuol dire che l'appartenenza sindacale non conti nulla, ovviamente. Vuol dire che il gruppo dirigente allargato della Fiom ha il polso della situazione ed è in grado di interpretare correttamente i sentimenti di chi cerca di rappresentare. E non è poco, dovrebbero rifletterci in corso d'Italia al momento di aprire un confronto politico con i metalmeccanici.
Nel '95 le cose andarono diversamente: la Fiom si espresse a favore della riforma Dini sulle pensioni, che invece gli operai bocciarono. Fu l'occasione per il sindacato allora diretto da Claudio Sabattini - con l'assemblea nazionale di Maratea - per ridiscutere linea e strategia politica e scegliere la strada dell'indipendenza sindacale, un passo oltre l'autonomia. In sostanza, da quel momento in poi la Fiom ha sempre scelto in relazione ai contenuti, in difesa delle condizioni materiali dei lavoratori, a prescindere dal quadro sindacale generale e dal quadro politico. Perché non ci sono governi amici.
Che nelle grandi fabbriche metalmeccaniche avrebbe stravinto il no era prevedibile, i risultati erano scritti nell'andamento delle assemblee. Semmai, non era prevedibile un isolamento così forte di questa categoria rispetto all'insieme dei votanti. Un dato su cui riflettere. Ha ragione Rinaldini (vedi l'articolo in questa pagina), nel leggere i risultati, a escludere differenze significative per aree territoriali - in Piemonte e in Campania o in Basilicata i «no» oscillano tra il 67 e il 78,65% - o per generazioni: a Mirafiori dove c'è una classe operaia molto anziana e a Cassino dove l'età media è di 28 anni si viaggia tra il 76 e più dell'80% di no. Le differenze semmai riguardano le dimensioni dell'impresa: nelle piccole aziende hanno vinto i sì, nelle piccolissime non sindacalizzate e dove non si sono tenute assemblee i «sì» hanno addirittura stravinto.
Ma cosa c'è dietro quella valanga di no nelle grandi fabbriche? C'è rabbia, prodotta da condizioni di lavoro troppo pesanti, una fatica svenduta perché i salari sono vergognosamente bassi, come ammette persino Montezemolo. C'è l'incazzatura di chi vede confermata la scelta di premiare sempre più le imprese a scapito dei lavoratori, le rendite a detrimento dei salari. C'è la delusione delle aspettative riposte nella fine del regime di Berlusconi e nell'avvento di una stagione «meno antioperaia».
Da qui viene il distacco dalla politica, figlio di una solitudine sempre più amara di chi sente svalorizzato il suo lavoro. Solitudine rispetto alla sinistra, da cui ci si aspettava qualche segnale di inversione di tendenza. E solitudine rispetto allo stesso sindacato che rischia di essere identificato come parte dell'odiato ceto politico. E' la crisi della rappresentanza, vissuta tanto più fortemente quanto più dure sono le condizioni di lavoro. Si incazzano i vecchi operai a cui viene scippata la pensione e si incazzano i giovani a cui, oltre alla pensione futura, vengono scippate la sicurezza e il futuro. Giovani che alla catena di montaggio sono costretti a fare gli straordinari per passare da 1.100 a 1.200 euro al mese: sentono di perdere la gioventù, il senso stesso della loro vita, per un salario da fame. La loro vita e il loro lavoro non trova più albergo nelle politiche di quella che una volta veniva chiamata sinistra e dalla prossima settimana si chiamerà Partito democratico
Sbaglierebbe chi pensasse che dietro ogni «no» si nasconda una protesta di sinistra. Alla resistenza culturale di chi ha alle spalle una lunga esperienza politica e sindacale nella Fiom, o l'ha ereditata dal compagno di lavoro meno giovane, si aggiunge una rabbia generalizzata. Qualcuno ha scritto che al nord, berlusconiani e leghisti avrebbero aiutato il risultato del «no». I dati della consultazione smentiscono questa tesi. E' molto probabile invece che una qualche influenza sia arrivata dal «grillismo» La solitudine non fa bene a nessuno, fa regredire culturalmente prima che politicamente. Gli operai non sono di per sé né di destra né di sinistra, è altro a determinarne la collocazione (qualcuno ricorda Karl Marx?). In una situazione sociale, com'è la fabbrica, gli operai sono disposti a qualsiasi cosa pur di difendere il più debole, il più giovane, l'immigrato. Fuori, in un territorio desertificato dalla crisi della politica, potrebbero anche firmare appelli per cacciare dai loro quartieri gli zingari.
Se queste considerazioni hanno un senso, il voto sul protocollo va preso sul serio, i segnali vanno raccolti, alle domande di tutela e di rappresentanza va data una risposta. Ci rifiutiamo di credere che si tratti di un problema solo per la Fiom.(Il Manifesto 12 settembre 2007)

 

Venti senatori firmano il reintegro del sindacalista licenziato

 

Sono piu' di venti i senatori che hanno risposto finora all'appello lanciato dal vicepresidente del gruppo Prc, Tommaso Sodano, per chiedere il reintegro del sindacalista della Fillea-Cgil, Ciro Crescentini, ''licenziato la scorsa settimana dalla federazione degli edili campani''.  Lo rende noto lo stesso Sodano che promuovera', nei prossimi giorni, la raccolta di nuove firme tra i parlamentari di palazzo Madama. Tra i firmatari del documento ci sono i capigruppo di Sinistra democratica Cesare Salvi, di Rifondazione comunista Giovanni Russo Spena e del Pdci-Verdi Manuela Palermi e ancora i senatori Mauro Bulgarelli, Dino Tibaldi, Raffaele Tecce e Olimpia Vano, Massimo Villone e paolo Brutti. ''Ciro Crescentini, sindacalista della Fillea-Cgil di Napoli e' stato licenziato dopo 25 anni di battaglie sindacali a fianco dei lavoratori della categoria edile - si legge nel documento -  sindacalista sempre in prima linea nel denunciare le gravi e purtroppo frequenti irregolarita' sui cantieri edili in tema di sicurezza, e nella sua attivita' contro il mobbing esercitato nei confronti dei lavoratori, ha profuso il suo impegno sul campo, con grande coerenza civile e morale. Proprio per queste ragioni appare ancora piu' incomprensibile il suo licenziamento''.
E prosegue: ''Se venissero confermate le circostanze, riportate dallo stesso Crescentini, sul tentativo di mettere a tacere le sue denunce nei confronti di alcune aziende, inoltrate all'Ispettorato del Lavoro, da parte della stessa Cgil di Napoli, sarebbe un fatto gravissimo, inaudito per la storia e i principi ispiratori del primo sindacato italiano''. Lo scopo dell'iniziativa e' di chiedere alla Fillea e alla Cgil di rivedere questa decisione e reintegrare mediatamente Crescentini. ''E' una atto di giustizia - conclude la nota - nei confronti del militante e nei confronti di quei lavoratori, appartenenti alla sua categoria, che hanno manifestato ripetutamente sostegno e stima al sindacalista licenziato''(www.comunisti-italiani.it 28 settembre 2007)

Licenziato dalla Fillea-Cgil Campania

 

Licenziato dalla Fillea-Cgil Campania un dirigente sindacale conosciuto e stimato per la sua attivita' a favore dei lavoratori del "difficile" settore edile.

Con motivazioni non verosimili - semplice turn over - Ciro Crescentini, napoletano, 47 anni, una vita spesa al fianco di manovali edili e operai e piu' di recente anche nel centro di assistenza antimobbing, e' stato licenziato.
La vicenda trae origine dai dissidi con la struttura sindacale cittadina per alcuni esposti presentati all'ispettorato del lavoro per i quali dirigenti dello stesso ispettorato lamentavano presso la segreteria l'"eccessiva solerzia" di Ciro Crescentini..
In conseguenza di questo episodio vi sono gia' state numerose prese di posizione da parte di lavoratori iscrtitti, delegati e dirigenti della stessa Fillea contro il provvedimento ed a sostegno di Ciro.
Che un sindacato come la Cgil licenzi un proprio dipendente (non vigono le tutele dell'art. 18) E' doppiamente inaccettabile.
Un licenziamento non e mai un fatto privato, tanto meno se attuato da un sindacato e con motivazioni cosi' torbide
Per questo invito tutti, iscritti e non iscritti alla Cgil, ad aderire all'appello che segue, lanciato da Marco Bazzoni, e farlo rimbalzare su tutte le liste. Dante De Angelis

L'APPELLO

P.S CHI VUOLE ADERIRE ALL'APPELLO, INSERISCA IL SUO NOME, AZIENDA, QUALIFICA, CITTA' E GIRI L'ADESIONE A : bazzoni_m@tin.it

"Caro Segretario Generale Guglielmo Epifani, spett.le Segreteria
Nazionale Cgil,

siamo lavoratori e e cittadini di tutte le estrazioni politiche e sindacali, Vi chiediamo di intervenire a favore di Ciro Crescentini perchè sia reintegrato al più presto al suo posto di lavoro. Non possiamo credere che sia stato licenziato perchè svolgeva il suo dovere, denunciando i cantieri irregolari all'Ispettorato del lavoro.

E' una cosa sconcertante!!! Abbiamo bisogno di sindacalisti come Ciro Crescentini. Stranamente il sindacato (come del resto i partiti politici) non applica l'articolo 18 ai suoi dipendenti. E incredibile che chi lo difende non lo applichi.

Comunque la nostra richiesta rimane: la Fillea Cgil di Napoli DEVE ritirare il licenziamento e reintegrare Ciro Crescentini.

Cordiali saluti.

Marco Bazzoni, Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.  Dante De Angelis, RLS - Trenitalia - Velletri (RM)

ARTICOLO APPARSO SU IL MATTINO DI NAPOLI IERI 25 SETTEMBRE 2007

«E ora chi lo dice ai miei pazienti?»

E adesso chi lo dice ai miei pazienti? Francesco Blasi, responsabile del centro di psicopatologia del lavoro dell'Asl Napoli 1, non sa darsi pace. Da anni lavorava a braccetto con Ciro Crescentini nell'ambito di una convenzione siglata dalla Fillea Cgil con l'unità operativa di salute mentale diretta da Claudio Petrella. E ora teme per i suoi pazienti, già sottoposti a gravi stress dai datori di lavoro. «Tanti lavoratori vessati o licenziati sono in pericolo - spiega - In queste situazioni, infatti, il rischio suicidario è forte. Nel tempo Ciro ha aiutato e sostenuto tutti i pazienti, risolvendo tanti casi spinosi e dimostrando capacità eccezionali. Con il suo allontanamento, i pazienti perdono un punto di riferimento e possono anche pensare che il licenziamento del loro sindacalista sia dovuto ad azioni di ritorsione delle imprese contro i loro procedimenti.
PARLA CIRO CRESCENTINI: HO DECISO DI DIFFONDERE IL TESTO IN MODO CHE SI PONGA FINE ALLE FALSE NOTIZIE E AI GIRI DI PAROLE

(26/09/2007) - Ecco il testo integrale della lettera a firma del segretario generale della Fillea Cgil di Napoli Giovanni Sannino con la quale mi annuncia il licenziamento.

Ho deciso di diffondere il testo in modo che si ponga fine alle false notizie ed ai giri di parole messe in giro ad arte dal segretario generale della Fillea di Napoli e dal segretario regionale della Cgil Michele Gravano che offendono l'intelligenza del sottoscritto, dei lavoratori, di tanti dirigenti sindacali e degli operatori dell'informazione.

Protocollo N. 091401-2007/SG-aa
Napoli 14 Settembre 2007
Oggetto: risoluzione rapporto
A Ciro Crescentini


In relazione alla nostra pregressa corrispondenza ed alla tua ultima del 30 Luglio c.a non posso che richiamarmi alle mie precedenti note ed a quanto con te discusso negli incontri tenutisi presso la Fillea di Napoli con il Dipartimento Organizzazione nei giorni 5 e 6 Luglio u.s nel corso dei quali Ti sono state ampiamente illustrate le disponibilità della nostra Organizzazione a contribuire ad una tua idonea e più che dignitosa collocazione presso un Ente Paritetico, nel quale potrai trasferire tutto il tuo bagaglio di professionalità e d'esperienza acquisito nella ns. organizzazione.

Nel ribadirti, pertanto, ancora una volta, quanto sopra, non essendo rinvenibile alla nostra organizzazione alcuna posizione lavorativa cui poterti destinare per consentire la tua permanenza a qualsiasi titolo, ti comunico che, a far data dal prossimo 24 Settembre c.a decorre la risoluzione del rapporto fin qui intercorso.

Ritieniti esonerato dal prestare attività nel periodo di preavviso, che ti sarà corrisposto unitamente a tutte le competenze maturate.

Nell'eventualità che tu decida di valutare positivamente le soluzioni che ti sono state segnalate nei colloqui intercorsi, è confermata pienamente la disponibilità della nostra organizzazione a poter renderle esecutive, ponendo in essere tutti gli adempimenti necessari.

In tal senso è auspicabile una tua sollecita e positiva risposta per evitare implicazioni con l'esigenze funzionali dell'ente che rischierebbero di vanificare le nostre volontà .

Con l'occasione, distinti saluti.
Il Segretario Generale della Fillea Cgil di Napoli
Giovanni Sannino

(Il Pane e le Rose 28 settembre 2007)

Cgil, a luglio troppi errori

Intervista a Giorgio Airaudo

di Roberto Portolesi

L'adesione c’è già, bisogna avere un po’ di pazienza per qualche polemica eccessiva ma una cosa è certa: quell’accordo tra governo e sindacati siglato a luglio proprio non va. Giorgio Airaudo, segretario della Fiom provinciale di Torino non sembra avere molti dubbi: «Ho già dato la mia adesione alla manifestazione del 20 ottobre, ci sono troppe cose che credo siano sbagliate nel protocollo di luglio».
Cosa vi ha colpito di più?
La questione della precarietà. Era una occasione importante per fare qualcosa, tra i lavoratori c’erano tantissime attese su questo tema. Nei primi famosi 100 giorni sono stati fatti piccoli interventi ma nulla di incisivo…
Nell’accordo di luglio si pone il limite dei 36 mesi per i contratti a tempo determinato e si chiede ai sindacati di intervenire per gestire eventuali contratti che sforino i limiti…
Il protocollo è del tutto generico, anzi, alla fine si inventa una strada che non pone certo limiti chiari ai contratti a tempo, anzi. C’è delusione su quanto è stato firmato a luglio, non si è voluto affrontare l’enorme problema dei precari.
Ma la flessibilità ormai è ovunque, impossibile lasciarla fuori…
E qui è la questione, tu puoi chiedere un sacrificio ai giovani, dire loro che devono avere contratti più deboli ma poi devono finire e devono essere finalizzati. Devi indicare uno scopo per la flessibilità che chiedi, come appunto uno sbocco lavorativo più solido.
Aderisci alla manifestazione di ottobre solo per quanto stabilito sul mercato del lavoro?
Certo che no. Basti pensare alla questione delle pensioni dei lavoratori usurati, che dovrebbero avere il diritto di continuare ad andare in pensione con tempi più corti. Ma l’accordo stabilisce solo 5mila uscite all’anno, così non è più un diritto, è una possibilità…
…e anche piuttosto vaga, sembra una lotteria.
Eppure in passato c’è stata molta attenzione sul tema già con la riforma Dini. E poi il decreto Salvi, che cercò di essere più preciso nel definire i lavoratori usurati.
Le cose sono cambiate, a questo punto…
…applicando il protocollo di luglio vedrò operai metalmeccanici, che lavorano in fabbrica tutta la vita su tre turni, esclusi dai benefici perché non vengono considerati usurati. Bisogna fare la notte fissa per essere preso in considerazione, ad esempio una guardia notturna rientra tra i lavoratori usurati.
Alla riunione del Comitato centrale della Fiom, nei giorni scorsi è stato espresso un parere negativo sull’accordo. Si sono scatenate reazioni molto pesanti in Cgil contro di voi.
Sono stupito per l’enfasi con la quale poi tutto sia stato ricondotto a mere questioni burocratiche. Invece credo che quell’atto sia stato un esempio di grande responsabilità della Fiom, che ha detto cosa pensasse dell’accordo e poi si è sottomessa a quanto diranno i lavoratori. Il tutto nel rispetto totale delle regole della Cgil.
Ti ricordo che siete stati accusati di avere espresso un giudizio negativo solo per questioni di scelte “politiche”.
Non credo che sia un problema che riguardi noi. Tutti hanno ammesso che la trattativa con Prodi per mettere la firma sul protocollo è stata anomala, tutti hanno ammesso che questo ha portato risultati che hanno creato mugugni tra gli stessi vertici del sindacato.
Insomma, è l’esatto opposto rispetto all’accusa che viene rivolta alla Fiom.
E’ stato un vincolo politico che ha pesato su quella trattativa fin dall’inizio. Così, quando Confindustria ha messo sul piatto il suo peso non c’era nulla che potesse controbilanciarlo.
Ti riferisci al fatto che durante le trattative non c’è stata nessuna mobilitazione per far pesare i lavoratori, in modo da non mettere in imbarazzo il governo di centro sinistra?
E come fai a farti sentire senza una mobilitazione? Ripeto, quella trattativa è stata politicizzata fin dall’inizio.
La manifestazione del 20 ottobre arriva tardi rispetto al referendum tra i lavoratori sul protocollo.
Dieci giorni dopo il voto, per l’esattezza, ma non l’abbiamo indetta noi e inoltre con il referendum, comunque vada a finire, si chiude il giudizio sindacale ma non quello politico. Del resto è un accordo complesso, con molte sfaccettature, per cui non mi stupirò se un pensionato troverà più cose positive e voteranno a favore.
Già, ma i pensionati sono la maggioranza e voteranno su un testo che parla di mercato del lavoro, di straordinari detassati, di incentivi al salario variabile…
…non importa, nel senso che è un momento di democrazia e hanno tutto il diritto di votare come gli altri. Ma per questo dico anche che il voto non può chiudere la vicenda politica.
Che cosa pensi della manifestazione del 29 settembre a Firenze, autoconvocata dai delegati Rsu e Rsa?
I delegati sindacali di fabbrica hanno tutto il diritto di manifestare e dire la loro, è libera e uno può aderire o meno a livello personale. Perfino il diritto di sciopero è per legge riconosciuto agli individui.
Ma tu ci andrai?
No, il mio ruolo è diverso. Detto questo rispetto e capisco perché è stata fatta la convocazione. E i vertici del sindacato non possono pensare di ridurre il confronto a provvedimenti disciplinari e anatemi. Quando nel passato la sinistra ha fatto cose così alla fine ha solo indebolito la base che rappresentava. (La Rinascita della sinistra 28 settembre 2007)
 

 

Le ragioni del nostro NO

 

da Lavoro Società – Cambiare Rotta – CGIL Liguria
 

Ci siamo battuti con determinazione e con sacrifici per cambiare la rotta della politica del Paese. Abbiamo partecipato al grande movimento di lotta contro la precarietà e l’attacco ai diritti. Ci siamo spesi in difesa e per estendere l’articolo 18. Ci siamo battuti contro le politiche liberiste del governo Berlusconi, sull’art. 18 sconfitto dalla grande mobilitazione dei lavoratori.

Siamo stanchi di vedere i nostri fratelli, sorelle, figli, talvolta i nostri genitori, condannati all’incertezza della precarietà.
Siamo stanchi di essere ricattati sull’occupazione e di vivere con salari insufficienti.

Siamo preoccupati sapendo che alla fine di una vita di lavoro avremo pensioni da fame.

Il Governo Prodi non mantiene gli impegni programmatici, e prosegue sulla linea liberista del rigore sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici, della subalternità alla volontà di Confindustria e dei poteri forti.

Noi esigiamo il rispetto degli impegni assunti contro la precarietà e per i diritti.

Diamo un giudizio negativo dell’accordo del 23 luglio tra Governo, Confindustria e sindacati. E’ un giudizio di merito. C’è una sproporzione evidente tra la Piattaforma sindacale unitaria e il risultato raggiunto:
-         lo scalone Maroni non viene abolito! Ne vengono soltanto diluiti gli effetti in un tempo breve e il sistema degli scalini, con il requisito rigido dell’età, annulla, di fatto, il meccanismo delle quote ed in alcuni casi risulta addirittura peggiorativo della Maroni;
-          il ripristino delle 4 finestre di uscita con 40 anni di contributi ha come contraltare l’introduzione di 2 finestre di uscita dal lavoro anche per le pensioni di vecchiaia: quest’ultimo è un provvedimento particolarmente odioso nei confronti delle donne che da sempre sono le più penalizzate nel raggiungimento dei requisiti per ottenere la pensione;
-         il provvedimento sui lavori usuranti a nostro avviso è una beffa perché da una parte esclude intere tipologie di lavoratori e lavoratrici e dall’altra introduce un tetto massimo 5000 uscite all’anno, a fronte di una platea di 1.400.000 addetti , rendendo l’obiettivo irraggiungibile per la maggior parte degli stessi;
-         sui coefficienti di trasformazione, a fronte di tante, troppe, promesse aleatorie su una loro rivalutazione, l’unica certezza che abbiamo è la riduzione  del loro valore nei prossimi anni;
-         ancora più negativo è il nostro giudizio sulla parte del protocollo che riguarda il Mercato del Lavoro che mantiene, in pratica, l’impianto della legge 30 contro la quale, ricordiamolo, migliaia di lavoratori hanno scioperato e sono scesi in piazza; 
-         inaccettabile è inoltre la parte che consente la ripetizione illimitata dei contratti a tempo determinato dopo 36 mesi, semplicemente attraverso la conciliazione tra lavoratore e datore di lavoro alla presenza di un sindacalista: è un atto, questo, che elimina qualsiasi possibilità di contenzioso futuro, disarma il lavoratore e snatura il ruolo e la funzione di tutela del sindacato;
-         gravissima la decontribuzione dello straordinario: è un regalo alle imprese, innalzerà nei fatti l’orario di lavoro (ma non la pensione dei lavoratori) e sarà un ulteriore ostacolo alla creazione di nuova occupazione;
-         neanche questa volta si è separata la previdenza dall’assistenza e, dato che non ci sono stati i soldi per superare lo scalone, vorremmo sapere dove sono finiti e dove finiranno nei prossimi anni i miliardi di euro che arriveranno nelle casse dell’Inps
dall’aumento dello 0,3%  sui contributi che i lavoratori pagano dal mese di gennaio.
 
Si doveva superare la legge 30, invece alla fine ne è stata sposata la filosofia.
 

La FIOM CGIL, la più grande organizzazione sindacale dei metalmeccanici, ha espresso con decisione la sua contrarietà all’accordo. Per questo, si è aperta sui mass media una campagna di criminalizzazione della categoria. Dalla Confindustria alla destra liberista, dalla sinistra riformista a i soliti “autorevoli commentatori”, tutti, senza distinzioni, si sono affrettati a difendere l’intesa. Sporge spontanea una domanda: se è così vero che questo accordo “per la prima volta da ai più deboli”, perché i metalmeccanici, gente che guadagna a fatica mille euro al mese, è contraria? E perché Bombassei, Vice Presidente di Confindustria, che forse mille euro li spende al giorno, è invece così a favore?

IN CONCLUSIONE: L’accordo è privo di una prospettiva di cambiamento, di un progetto di società con al centro il lavoro e la lotta alla precarietà: possibile solo se si ridistribuisce la ricchezza, anche con la tassazione delle rendite, la lotta all’evasione fiscale e contributiva e al lavoro nero.

 

I compagni e le compagne di Lavoro Società – Cambiare Rotta – CGIL Liguria (23 settembre 2007)
 

 

Solidarietà ai metalmeccanici



Roma, 14 set. (Apcom) - Calciatori, attori, intellettuali, esponenti politici della sinistra: tutti insieme per difendere la Fiom dopo le critiche piovute sul sindacato dei metalmeccanici Cgil per il giudizio negativo espresso sul protocollo welfare.
Tra i nomi più noti che hanno aderito all'appello, il centravanti della nazionale e dello Shaktar Donetsk Cristiano Lucarelli, il premio Nobel Dario Fo, intellettuali come Pietro Barcellona, Luciano Galllino, Riccardo Bellofiore, Marco Revelli, il vignettista Vauro Senesi, il missionario pacifista Alex Zanotelli, esponenti delle diverse anime dell'ala sinistra dell'Unoine, da Marco Rizzo e Dino Tibaldi (Pdci) a Giulietto Chiesa (Sd), Franca Rame (Idv), Fosco Giannini e Salvatore Cannavò (Prc) e tanti altri.
"La Fiom e i metalmeccanici - si legge nell'appello - hanno sempre rappresentato e ancor più rappresentano - in questi ultimi anni segnati da un duro attacco contro i salari, i diritti e lo stato sociale - un punto di riferimento solido e certo per gli interessi operai, per l'intera classe lavoratrice e per l'ormai vasto mondo della precarizzazione".
"Il loro impegno, non solo sul versante sociale ma anche sui versanti della lotta contro la guerra e in difesa della democrazia, sono stati determinanti - affermano ancora i firmatari - nel creare un argine all'attacco liberista.
Oggi, di fronte al 'no' relativo all'accordo governo-sindacati su pensioni e welfare - un 'no' che riapre una positiva dialettica a favore dei giovani, dei lavoratori e dei pensionati - si è scatenata, contro la Fiom, un'ingiusta e pericolosa critica, proveniente da settori governativi e da settori delle forze sindacali".
"In questo contesto - conclude il documento - riteniamo necessario esprimere la massima solidarietà alla Fiom e ai metalmeccanici".

Ecco l'elenco completo dei "primi firmatari", diffuso dai promotori dell'iniziativa: Fosco Giannini, senatore Prc, direttore dell'Ernesto; Luciano Gallino, professore Emerito Università di Torino; Alex Zanotelli, Mosaico di Pace; Marco Rizzo, europarlamentare, coordinatore segreteria nazionale Pdci; Riccardo Bellofiore, economista; Gianni Minà, giornalista; Paolo Rossi, attore di prosa; Marco Revelli, docente universitario, Torino; Salvatore Cannavò, deputato Prc, Sinistra Critica; Gianluigi Pegolo, deputato Prc; Carla Casalini,giornalista; Emiliano Brancaccio, economista; Vittorio Agnoletto, europarlamentare; Cristiano Lucarelli, attaccante della nazionale italiana calcio; Haidi Gaggio Giuliani, senatrice Prc; Luiz Del Roio, senatore Prc; Alessandro Dal Lago, docente università di Genova; Franca Rame, senatrice Idv; Dario Fo, premio Nobel; Sergio Cesaratto, economista, professore ordinario università di Siena; Mauro Bulgarelli, senatore, Pdci-Verdi; Franco Turigliatto, senatore Sinistra Critica; Domenico Losurdo, filosofo; Giulietto Chiesa, europarlamentare; Gianni Vattimo, filosofo; Dino Tibaldi, senatore Pdci; Leonardo Masella, capogruppo Prc Emilia-Romagna; Massimo Raffaeli, critico letterario del 'manifesto'; Francesco Caruso, deputato Prc; Vauro, vignettista; Marino Severini, musicista , 'Gang'; Gigi Livio, docente di storia del cinema, Università di Torino; Nella Ginatempo, movimento per la pace; Andrea Catone, docente, storico del movimento operaio; Fernando Rossi, senatore; Pietro Barcellona, docente universitario; Maria Rosa Calderoni, giornalista di Liberazione; Alessandra Riccio, condirettrice di LatinoAmerica; Gennaro Carotenuto, storico, docente universitario; Gigi Malabarba, Sinistra Critica; Don Vitaliano Della Sala; Stefano Tassinari, scrittore; Andrea Mingardi, cantautore; Angelo Baracca, fisico.


 

I documenti del Comitato Centrale della Fiom

Federazione Impiegati Operai Metallurgici nazionale

10-11 Settembre 2007

Al termine dei lavori del Comitato Centrale della Fiom sono stati presentati due documenti alternativi che sono stati votati in contrapposizione. Il documento presentato da Gianni Rinaldini è stato approvato con 125 voti a favore. Il documento presentato da Fausto Durante ha raccolto 31 voti a favore. I voti di astensione sono stati 3.

Successivamente, il Comitato Centrale ha approvato, all'unanimità con 2 astensioni, un documento sul fisco, presentato dalla Segreteria nazionale.

Documento presentato da Gianni Rinaldini

Il Comitato Centrale non approva l'intesa del 23 luglio 2007 su Previdenza, lavoro e competitività pur esprimendo un apprezzamento positivo sulle seguenti questioni:

. Incremento delle pensioni basse con il riconoscimento del percorso lavorativo individuale. Il reddito individuale come parametro di accesso permette di riconoscere l'aumento a tante donne pensionate fino ad ora escluse.

. Miglioramento del sistema di rivalutazione delle pensioni dal 90% al 100% della variazione dei prezzi dell'indice Istat, per le fasce compreso tra 3 volte e fino a 5 volte, il minimo attuale (da 1.308,48 a 2.180,70)

. Norme sulla totalizzazione dei contributi previdenziali, il riscatto della laurea, e primi interventi nel sistema degli ammortizzatori, come l'indennità di disoccupazione.

Questi interventi sono finanziati con una parte dell'extra-gettito suddiviso 1/3 per interventi sociali e 2/3 per la riduzione del debito pubblico.

Viceversa sui capitoli dell'intesa relativi al superamento dello scalone del governo Berlusconi, sul mercato del lavoro e competitività esprimiamo le seguenti valutazioni:

Il superamento dello scalone avviene con la condivisione del vincolo finanziario posto dal Governo dell'autofinanziamento di 10 miliardi di euro nell'arco di 10 anni, escludendo in questo modo, gli aumenti contributivi sui lavoratori dipendenti decisi nell'ultima finanziaria, che vengono impropriamente utilizzati per ridurre il debito pubblico. Ci riferiamo ad esempio all'aumento degli oneri previdenziali dello 0,30 equivalente a circa 1 miliardo di euro annuo, cioè 10 miliardi di euro nell'arco di 10 anni.

Questa scelta sbagliata attraversa tutti i diversi aspetti della nuova normativa, dall'incomprensibilemeccanismo delle quote associate alla crescita dell'età minima, che ha la sola funzione di sommare l'aumento dell'età anagrafica con l'elevamento dell'età contributiva da 35 a 36 anni, fino a prevedere una "clausola di salvaguardia" di un eventuale ulteriore aumento contributivo dello 0,09% dal 2011 come elemento di garanzia sui conti generali.

Gli stessi aspetti potenzialmente positivi sono negativamente segnati da questa scelta.

a) Il ripristino delle 4 finestre con 40 anni di contributi, quantificato in un costo di 4 miliardi di euro, viene totalmente finanziato attraverso l'introduzione delle finestre sulle pensioni di vecchiaia, per garantire una operazione a costo zero.

b) I lavori usuranti particolarmente faticosi e pesanti sono definiti sulla base di criteri che hanno un vincolo finanziario di un massimo di 5.000 lavoratori all'anno.

c) Per quanto riguarda la revisione dei coefficienti di trasformazione del sistema contributivo, viene demandato al lavoro di una Commissione la definizione di nuovi e diversi criteri che potrebbero assumere come riferimento il 60% dell'ultima retribuzione. In assenza di nuovi criteri a partire dal 2010 si applicano gli attuali coefficienti con la riduzione del 6-8%. Si tratta di fatto di un rinvio condizionato che richiede da parte del movimento sindacale la costruzione di una proposta precisa che garantisca una copertura pubblica del 60% con 35 anni di contributi.

Su mercato del lavoro e competitività l'intesa prevede scelte sbagliate, giocate esplicitamente contro la Cgil come scelta politica, tanto più evidente, perchè riguarda misure che non hanno particolari costi finanziari.

a) Per i contratti a termine e sullo staff leasing siamo alla conferma della legge del governo precedente sempre osteggiata dalla Cgil. Ciò che viene confermato e per certi aspetti peggiorato non è soltanto la possibilità di proroga oltre i 36 mesi , ma l'assenza di causali specifiche per attivare rapporti di lavoro a tempo determinato. In questo modo il Lavoro Interinale ed il Contratto a Termine mantengono la stessa causale "esigenze tecnico, produttive, organizzative o sostitutive" che sono cumulabili nel tempo

b) Sulla contrattazione l'eliminazione della sovracontribuzione per il lavoro straordinario costituisce un preoccupante incentivo all'aumento dell'orario di lavoro, mentre la detassazione del salario aziendale totalmente variabile indebolisce la contrattazione collettiva e, in particolare, il contratto nazionale.

Il Comitato Centrale della Fiom valuta positivamente la decisione di Cgil, Cisl, Uil di promuovere la consultazione certificata delle lavoratrici, dei lavoratori e dei pensionati ed applicherà rigorosamente le modalità che saranno definite dagli esecutivi Cgil, Cisl, Uil convocati per il 12 settembre.

Il Comitato Centrale della Fiom impegna tutte le strutture ad operare per favorire la più ampia informazione e partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici alla consultazione democratica.
 

I metalmecanici non approvano

di Loris Campetti


Un evento previsto, non per questo meno dirompente. Per la prima volta nella storia della Cgil una categoria, per di più importante come la Fiom che è il maggior sindacato industriale italiano, esprime un voto negativo su un accordo siglato da Cgil, Cisl e Uil. Non è la prima volta che i meccanici assumono posizioni diverse dalla propria confederazione. Come dimenticare la manifestazione contro la precarietà del 4 novembre 2006, in cui sventolavano le bandiere della Fiom e non quelle della Cgil? Oppure, andando indietro nel tempo, quando il segretario dei metalmeccanici era Claudio Sabattini, al G8 di Genova 2001, un giorno dopo l'uccisione di Carlo Giuliani: la Fiom c'era. D'altro canto, lo stesso statuto della Cgil garantisce il diritto d'espressione del dissenso e questo fa dire a Gianni Rinaldini che «sarebbe paradossale interpretare una diversa valutazione di un accordo come una rottura della Cgil. Non sottovaluto il significato politico e sindacale del nostro voto, ma restiamo con i piedi per terra. Nel documento finale votato dalla stragrande maggioranza dei membri del comitato centrale è scritto che applicheremo rigorosamente le modalità definite dagli esecutivi Cgil, Cisl e Uil convocati per domani (oggi per chi legge, ndr). Chi va a fare le assemblee con i lavoratori, a partire dal sottoscritto, ha il dovere di rappresentare il protocollo e la posizione di Cgil, Cisl e Uil», ci dice il segretario generale della Fiom.
Due giorni di dibattito, un'attenzione altissima, decine di interventi e infine le conclusioni di Rinaldini e il voto su due documenti contrapposti: il primo della maggioranza Fiom in cui «non si approva l'intesa» ha raccolto 125 voti favorevoli, il secondo presentato da Fausto Durante e sostenuto dalla minoranza della Fiom che condivide le valutazioni della maggioranza della Cgil ne ha raccolti 31. 3 gli astenuti. I rapporti di forza congressuali sono confermati fino all'ultimo voto, nonostante l'appello del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani che lunedì aveva preso la parola per sostenere nel merito e nel contesto politico («le condizioni date») la validità dell'accordo e chiamare i meccanici alla loro responsabilità. In piene facoltà il gruppo dirigente Fiom ha respinto il protocollo, sia sul versante pensionistico (pur valutando positivamente l'incremento delle pensioni basse) che su quello del mercato del lavoro. La critica riguarda l'assunzione dei vincoli di spesa quasi fossero un dato oggettivo, fatto che neutralizza persino gli aspetti positivi dell'accordo (solo 5 mila lavoratori «usurati» potranno uscire annualmente con le vecchie regole, 35 anni di contributi e 57 anni di età). Poco si salva sotto il titolo welfare-mercato del lavoro: «Per i contratti a termine e sullo staff leasing siamo alla conferma della legge del governo precedente sempre osteggiata dalla Cgil». La riduzione del peso fiscale sugli straordinari «è un preoccupante incentivo all'aumento dell'orario di lavoro, mentre la detassazione del salario aziendale totalmente variabile indebolisce la contrattazione collettiva e, in particolare, il contratto nazionale».
Giorgio Cremaschi, nel chiedere «tantissimi no in tutti i luoghi di lavoro», ha sostenuto che la Cgil con il governo Prodi ha firmato quello contro cui si era battuta durante il governo Berlusconi, e cioè il Patto per l'Italia. Il leader della Rete 28 aprile condivide dunque la scelta del comitato centrale, rivendicando «la difesa dei valori in cui si crede e per cui la Fiom si è sempre battuta». Di parere opposto Durante, il cui documento a favore del protocollo non va oltre il 21%: «Il voto conferma una mia preoccupazione sulla china presa dalla Fiom, dopo l'adesione sbagliata alla manifestazione del 4 novembre sulla precarietà e le tesi alternative al congresso confederale. Una china che può avere conseguenze nel rapporto con la Cgil, insomma rischiamo di diventare un'organizzazione che sempre meno si riconosce nella Cgil». Nel comitato centrale non si è discusso della manifestazione del 20 ottobre, «ma siccome moltissimi dirigenti della Fiom vi hanno aderito io voglio dire che la ritengo sbagliata», ci dice ancora Durante.
Oggi si terrà la riunione degli esecutivi di Cgil, Cisl e Uil per definire le regole che governeranno la consultazione dei lavoratori dipendenti, precari e pensionati. Non dovrebbero emergere novità rispetto a quanto si è già appreso dopo l'incontro tra i segretari generali delle confederazioni: voto segreto e certificato, al termine di una massiccia tornata di assemblee in tutti (si spera) i posti di lavoro. A ogni assemblea un unico relatore per portare la posizione, favorevole al protocollo, di Cgil, Cisl e Uil. L'accordo, ha specificato ieri Epifani, «per la sua ampiezza e complessità, va valutata assumendo una logica di confederalità che non ritrovo nella scelta del comitato centrale Fiom».
La politica ha appreso con atteggiamenti opposti il voto della Fiom. Il presidente Prodi ribadisce l'importanza della firma di Cgil, Cisl e Uil e ritiene legittima quanto scontata una posizione di minoranza. Idem il ministro Cesare Damiano, per il quale quel che conta è la firma delle confederazioni e il voto di milioni di lavoratori e pensionati. Piero Fassino non è toccato dal voto negativo della Fiom e svela una vera passione per la base, i lavoratori, che naturalmente voteranno come confederazioni, buon senso, politica e Pd comandano. Applausi al voto della Fiom arrivano invece da due sponde opposte: Prc e Pdci da un lato, destre dall'altro che colgono l'occasione per attaccare le divisioni e dunque la debolezza del governo.(Il Manifesto 12 settembre 2007).

Lo schiaffo della Fiom

di Andrea Scarchilli

La Fiom ha detto "no", con margine largo e atteso sin dalla vigilia. Il comitato centrale della federazione dei metalmeccanici della Cgil ha approvato il documento del segretario generale Gianni Rinaldini che boccia l'accordo su pensioni e mercato del lavoro, siglato il 23 luglio scorso da governo e sindacati. Un plebiscito, praticamente: i voti raccolti da Rinaldini sono stati 125 su 159, tre gli astenuti, i restanti sono andati al documento di Fausto Durante, vicino alle posizioni "confederali". E' una spaccatura, quella tra la Cgil e una federazione interna che non avveniva addirittura dal 1946.

Il no è su tutta la linea: tra aumenti dei contributi per i lavoratori dipendenti, decontribuzione degli straordinari, peggioramento delle norme sui contratti a termine, l'opposizione del documento di Rinaldini (ma su cui hanno avuto un peso significativo le argomentazioni di Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom, leader della Rete 28 aprile e da sempre fautore della linea più dura possibile contro l'accordo) è totale.
Il documento approvato dal Comitato centrale sottolinea, in riferimento alla riforma del sistema pensionistico, che "il superamento dello scalone avviene sulla base del vincolo finanziario posto dal governo dell'autofinanziamento di dieci miliardi di euro in dieci anni, escludendo così gli aumenti contributivi decisi nell'ultima finanziaria, impropriamente utilizzati per ridurre il debito pubblico: gli oneri previdenziali aumentano infatti dello 0,30%, equivalente a 1 miliardo di euro annui, ovvero 10 miliardi nell'arco di 10 anni". La Fiom considera inoltre "incomprensibile il meccanismo delle quote associate alla crescita dell'età minima, che ha la sola funzione di sommare l'incremento dell'età anagrafica con quello dell'età contributiva da 35 a 36 anni, fino a prevedere una clausola di salvaguardia di un eventuale, ulteriore aumento contributivo dello 0,009% dal 2011".

Il documento sostiene inoltre che "il ripristino delle 4 finestre con 40 anni di contributi, di per sé positivo, viene totalmente finanziato con l'introduzione delle finestre sulle pensioni di vecchiaia". La Fiom contesta anche che "i lavori usuranti vengono definiti sulla base di criteri che hanno un vincolo finanziario di un massimo di 5.000 lavoratori all'anno".
Sotto accusa anche le scelte su mercato del lavoro e competitività, "dirette esplicitamente contro la Cgil, come scelta politica, tanto più evidente, in quanto riguarda misure prive di particolari costi finanziari. In particolare, il documento sottolinea che "sui contratti a termine e lo staff leasing siamo alla conferma, e per certi versi al peggioramento, della legge del Governo precedente, con la possibilità di proroga oltre i 36 mesi e l'assenza di causali specifiche per attivare rapporti a tempo determinato". Secondo la Fiom, inoltre, "l'eliminazione della sovracontribuzione per il lavoro straordinario costituisce un preoccupante incentivo all'aumento dell'orario, mentre la detassazione del salario aziendale totalmente variabile indebolisce la contrattazione collettiva, in particolare il contratto nazionale".

Il documento di Rinaldini, pur bocciando l'accordo sul welfare, ne riconosce alcuni aspetti positivi: "l'incremento delle pensioni basse, con il riconoscimento del percorso lavorativo individuale, che consente di beneficiare dell'aumento a tante donne pensionate, finora escluse; il miglioramento del sistema di rivalutazione delle pensioni dal 90% al 100% della variazione dell'indice Istat dei prezzi, per le fasce comprese tra 3 e 5 volte il minimo attuale; le norme sulla totalizzazione dei contributi, il riscatto della laurea e l'indennità di disoccupazione".
Il Comitato centrale della Fiom giudica positivamente la decisione di Cgil, Cisl e Uil di sottoporre il protocollo a un referendum tra i lavoratori e i pensionati e assicura che "applicherà rigorosamente le modalità" della consultazione, che verranno definite domani (12 settembre) dagli esecutivi dei tre sindacati.

Soddisfatto Giorgio Cremaschi, vero "deus ex machina" dell'accordo: "Il fatto che, per la prima volta nel dopoguerra, il Comitato Centrale della Fiom abbia bocciato un accordo interconfederale è un fatto di grandissima rilevanza che dovrebbe far riflettere tutto il sindacato". Cremaschi ha aggiunto che "il giudizio della Fiom è molto semplice: i danni che vengono da quell'accordo per lavoratori, pensionati e soprattutto per i precari, sono maggiori dei benefici. Per questo l'accordo è stato bocciato, per questo dovrebbe essere profondamente modificato. A questo punto sono necessari tantissimi no in tutti i luoghi di lavoro, per mettere in discussione un accordo ingiusto".

Critico il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, che ritiene l'accordo di luglio "complessivamente buono" e sostiene che "tocca punti molto articolati e complessi ma porta risultati innegabilmente positivi, dall'aumento delle pensioni minime alla riforma degli ammortizzatori sociali. E' un'intesa- ha sottolineato Epifani- che proprio per la sua ampiezza e complessità, va valutata assumendo una logica di confederalità. Logica che non ritrovo nella scelta fatta oggi dal comitato centrale della Fiom". Il segretario generale ha riunito i segretari territoriali e di categoria dell'organizzazione in vista dei direttivi unitari Cgil, Cisl e Uil che nelle prossime ore metteranno a punto le modalità per la consultazione dei lavoratori e dei pensionati sull'accordo del 23 luglio. "Il voto e la consultazione di tutti i lavoratori e pensionati sono un valore in sé, vogliamo che la partecipazione sia più ampia possibile", ha detto Epifani.

E' indubbio che il "no" della Fiom apre un problema politico all'interno della sinistra, impegnata a definire i contenuti e la forma della manifestazioni del 20 ottobre prossimo. Sinistra democratica aveva appoggiato l'accordo sulle pensioni e criticato fortemente quello sul mercato del lavoro, mentre altri partiti, Rifondazione comunista e Pdci in testa, hanno espresso la volontà di emendare anche la parte sulla previdenza. La capogruppo alla Camera di Sd, Titti Di Salvo, ha dichiarato ad aprileonline di essere "dispiaciuta, personalmente la scelta della Fiom mi fa soffrire". Ribadita la posizione di Sinistra democratica sugli accordi del 23 luglio - valutazione complessivamente positiva dell'accordo sulle pensioni, in particolare della garanzia del sessanta per cento della retribuzione ai "pensionati precari", volontà di migliorare quello sul welfare - Titti Di Salvo sottolinea come il vero banco di prova sia il referendum di tutti i lavoratori a dieci giorni dalla manifestazione: "Se il risultato fosse l'approvazione, a quel punto sarebbe curioso protestare contro un accordo a cui i lavoratori hanno dato il via libera". Riguardo forme e piattaforme della manifestazioni, la Di Salvo assicura che Sd "deciderà collegialmente" nella trattativa in corso con gli altri partiti della sinistra.

Giovanni Russo Spena, capogruppo di Rifondazione comunista al Senato, accoglie come uno stimolo il voto contrario della Fiom: ""Il governo deve ora cogliere questo malessere, e ne deve tenere conto in sede parlamentare. La sinistra alternativa non sarà un semplice registratore di voti. Vogliamo una discussione approfondita, e ci batteremo per modificare il testo dell'accordo. Un accordo che contiene poche cose e sbagliate. Non è un caso che Rinaldini e la Fiom figurino tra i dodici soggetti promotori della manifestazione". Più dura Manuela Palermi, capogruppo di Verdi e Pdci al Senato: "Il voto contrario della Fiom Cgil all'accordo raggiunto tra sindacati e governo sul welfare è un segno dirompente della crisi di rapporto tra lavoratori industriali e politica economica del governo".
Cosa si profili ora all'orizzonte, con l'uno - due referendum - manifestazione in programma il mese prossimo, non è ancora del tutto chiaro. Una lettura l'ha data Augusto Rocchi, capogruppo di Rifondazione comunista in Commissione Lavoro alla Camera: "Il dissenso della Fiom è stato totale, il giudizio complessivo critico. Ma la dialettica va vissuta come una risorsa democratica. Aspettiamo il referendum, non solo il voto in sé, ma anche quello che verrà fuori dalle assemblee dei lavoratori. Se verrà fuori, come credo, malcontento, sarà la conferma del taglio che dovremo dare alla manifestazione del 20 ottobre: uno stimolo per migliorare gli accordi e porti il governo ad attuare il programma che ha sottoscritto con gli elettori, valorizzando il lavoro, superando la precarietà e ponendo al centro della sua azione le grandi questioni che riguardano lavoratrici e lavoratori". (AprileOnline 12 settembre 2007)


 
 

20 ottobre - La sinistra Cgil aderisce al corteo


 

L'appello di molti intellettuali apparso su Liberazione e il manifesto raccoglie il malessere di molti elettori di sinistra, così come quello di molti lavoratori e lavoratrici che non hanno ancora trovato una risposta adeguata ai problemi di salario e stato sociale che il «programma» del governo di centrosinistra faceva supporre. Serve veramente una manifestazione «popolare», capace di rimettere al centro le ragioni della vittoria del centrosinistra sulla destra. La proposta di una grande manifestazione per il 20 ottobre è la più bella iniziativa che il paese e il mondo del lavoro possono aspettarsi e noi vi aderiamo. Il Protocollo del 23 luglio non solo non modifica la Legge 30, tanto da far dire alla Cgil che ci sarà solo una adesione formale, ma non affronta i tanti e gravi problemi del paese legati alla competitività, al lavoro precario e la necessità di dare ai giovani di oggi una pensione adeguata domani. Tale Protocollo dovrà essere illustrato per quello che è ai lavoratori. Sono proprio i nostri iscritti alla Cgil e tutti gli altri lavoratori a dare il mandato a sottoscriverlo. Diversamente si farebbe solo un'azione ademocratica che non servirebbe al sindacato e al paese. Si tratta di dare una risposta vera alla precarietà del lavoro che interessa ormai quasi 4 milioni di persone sul complesso degli occupati, mentre il 50% delle nuove assunzioni sono a tempo, cioè senza un orizzonte per i giovani. La precarietà è l'altra faccia della medaglia della distribuzione del reddito da lavoro dipendente. Questo è passato dal 43,7% del pil del '93 al 40,7% del '04, nonostante il numero dei lavoratori dipendenti nel periodo considerato è cresciuto di 1,3 milioni lavoratori (leggi precarietà). Sostanzialmente la crescita dell'occupazione, invero impressionante nel numero ma qualitativamente condizionata dal target del tessuto produttivo, non è coinciso con un incremento del reddito complessivo del lavoro dipendente, mentre nella media dei paesi europei il reddito da lavoro dipendente rimane costantemente intorno al 50% del Pil. (...) L'appello sottolinea 7 punti strategici che erano parte del programma. L'Area programmatica Lavoro Società Cgil farà tutto quanto è possibile per riportare al centro del dibattito del governo, ma anche della Cgil, quanto sottolineato nel documento congressuale della Cgil: la necessità di «Riprogettare il Paese», i temi del lavoro, dei diritti e dell'intervento pubblico. (Il Manifesto 7 settembre 2007)


Coord. naz. area programmatica Lavoro Società-Cgil

 

 

L'addio a Bruno Trentin

Cordoglio dal Pdci: «Una perdita per il Paese e per il movimento dei lavoratori»
 

E' morto ieri, all'età di 80 anni, Bruno Trentin, un protagonista della storia dell'Italia democratica e del sindacalismo del nostro paese.Nato in Francia nel 1926, Trentin combattè nelle file della Resistenza sia nel suo paese natale che in Italia, dove, negli anni quaranta, iniziò il proprio impegno all'interno del sindacato, iscrivendosi alla Cgil, e in politica, nelle fila del Pci. Nel 1962 fu eletto segretario della Fiom per poi diventare, nel 1977, segretario confederale della Cgil nazionale e nel 1988, segretario nazionale, ruolo che ricoprirà fino al 1994, continuando poi a svolgere attività politica e sindacale.
«Un innovatore permanente», lo ricorda così il leader della Cgil, Guglielmo Epifani: «Bruno Trentin è stato un uomo che ha segnato molto anche la storia recente del sindacato. Lascia una lezione di grande rigore morale, coerenza e autonomia, di attenzione ai valori socialitrentin e di difesa del valore della confederalità. A lui deve molto l'insieme del movimento dei lavoratori».
Anche il mondo politico ha ricordato Trentin e Antonino Cuffaro, presidente del Pdci, a nome suo e del partito dei Comunisti italiani, in un telegramma alla famiglia di Bruno Trentin ha espresso il proprio cordoglio per la scomparsa del sindacalista ed intellettuale: «E' una grave perdita per il Paese, per il movimento dei lavoratori e per la cultura europea. La sua eroica partecipazione alla Resistenza, la lunga e appassionata militanza nel Pci, la sua impegnata azione nel sindacato e alla direzione della Fiom e della Cgil, le sue doti morali e intellettuali, la memoria di tante lotte comuni per la democrazia e per lo sviluppo dell'Italia, rendono incancellabile il suo ricordo».
Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci al Senato, afferma: «La scomparsa di Bruno Trentin è per me un grande dolore. È stato uomo del movimento operaio e capo di quella straordinaria impresa del sindacato dei consigli e dell’unità dei lavoratori metalmeccanici. Scompare un intellettuale di prestigio, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla classe operaia, ai più deboli. (La Rinascita della sinistra 24 agosto 2007)


Trentin, leader di lotte e riforme

Redazione

Cinquanta anni nel sindacato, Trentin è stato il protagonista della stagione delle riforme, prima firmando l'intesa che aboliva la scala mobile, poi l'accordo del 93 sulla politica dei redditi fortemente voluta dall'allora presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi.

Nella Cgil era entrato nel 1949 e ne era diventato segretario nel 1988 dopo la contrastata leadership di Pizzinato. La guida dell'organizzazione la abbandonò invece nel 1994, passando il testimone a Cofferati: lo fece dopo essere stato riconfermato alla carica dalla Cgil, nonostante le dimissioni presentate dopo aver firmato il sofferto accordo con il governo Amato che mandò in soffitta la scala mobile e bloccò la contrattazione decentrata. Quella non era la linea della Cgil e Trentin firmò solo per evitare una drammatica crisi di governo.

Una vita divisa tra politica e sindacato, Trentin aveva militato nel Partito d'azione durante la resistenza e poi nel Pc, come deputato. Carica che lasciò nel 1966, ancor prima che il sindacato stabilisse l'incompatibilità tra l'attività sindacale e le cariche politiche.
Figlio di Silvio - giurista antifascista che all'avvento di Mussolini emigrò in Francia - Bruno Trentin si laureò a Padova in giurisprudenza con Norberto Bobbio e poi si specializzò ad Harvard. Nel 1949 cominciò a lavorare nell'ufficio studi della Cgil e ne diventò responsabile alla fine degli anni cinquanta. Nel 1962, quando Lama lasciò la segreteria generale della Fiom, la potente categoria dei metalmeccanici, gli successe Trentin che rimase nell'organizzazione fino alla fine degli anni '70 quando passò invece alla Cgil, di cui divenne segretario generale nel 1988. Restò alla guida del più grande sindacato per cinque anni e sette mesi: anni in cui evitò alla Cgil possibili scissioni dopo il crollo del Muro di Berlino. Nel luglio del '92 si dimise dopo aver firmato il l'accordo con il governo Amato che aboliva la scala mobile. Non era questa la linea della Cgil, ma l'alternativa era una drammatica crisi di governo. Trentin si assunse tutte le responsabilità nei confronti del governo e nei confronti del sindacato. Firmò e poi si dimise. Il Consiglio Generale della Cgil, però, lo riconfermò. Nel luglio del '93 firmò poi l'accordo con il governo Ciampi sulla politica dei redditi e gli assetti contrattuali: il suo "riscatto" rispetto all'intesa del '92.
Nel '94 avvenne il passaggio del testimone a Sergio Cofferati ma Trentin restò in Cgil come responsabile dell'Ufficio di Programma.

Il leader storico della Cgil era caduto durante una gita in bicicletta su una ciclabile in Austria, ad una quindicina di chilometri dal confine con l'Italia. Le sue condizioni apparvero subito gravi. La morte è arrivata per una polmonite legata al grave trauma cranico subito un anno fa.
Di lui l'attuale segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ricorda la "lezione di grande rigore morale, coerenza ed autonomia" e candida la sua figura a "punto di riferimento per le nuove generazioni". La Fiom parla di lui segnalando il "vuoto incolmabile per il movimento operaio italiano, per la democrazia , per le lotte , per i diritti e la libertà".

"Scompare un grande protagonista delle battaglie del mondo del lavoro", ha scritto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio inviato alla famiglia, ricordando anche "le straordinarie risorse della sua intelligenza, del suo impegno civile e sociale e della sua moderna visione degli interessi generali della nazione". Il presidente del Consiglio Romano Prodi ha espresso cordoglio per "'la scomparsa di un grande protagonista della vita del nostro paese, eminente figura di sindacalista rigoroso ed appassionato".
Dal presidente del Senato Franco Marini il ricordo della grande figura intellettuale e del protagonista della storia del movimento sindacale italiano del dopoguerra. "Fu soprattutto un uomo della Cgil e del sindacato" per il presidente della Camera Fausto Bertinotti: "la democrazia partecipata e il rapporto con i lavoratori - ha aggiunto - sono stati la stella polare della sua ricerca".(AprileOnline 24 agosto 2007)

 

 

Giudizio espresso sull’intesa

dal Segretario generale della Fiom nel Direttivo della Cgil

 

Con questo Comitato Direttivo, siamo all’atto conclusivo del confronto con il governo che ha evidenziato con assoluta chiarezza un problema non risolto nella nostra discussione, nella nostra elaborazione, quella del ruolo, dell’iniziativa, dell’operare di un sindacato come la Cgil, autonomo e democratico, tanto più a fronte di un governo di centrosinistra.

Un governo con una maggioranza parlamentare risicata che lo rende fortemente esposto alla crisi politica, ma che fa di questa debolezza, l’elemento di forza e di pressione nei confronti delle organizzazioni sindacali, come avvenuto anche in quest’ultima fase della trattativa.

Sarebbe miope, peraltro, non vedere che la ridefinizione dell’assetto delle forze politiche determina per le organizzazioni sindacali, per la Cgil, una situazione inedita rispetto alla nostra storia, che va affrontata pena il rischio di un processo di balcanizzazione del sindacato.

Essere arrivati alla fine di luglio, al tempo prevedibilmente utile per fare un accordo, per fare una mediazione senza avere messo in campo l’unico strumento a disposizione del sindacato quello della partecipazione e della mobilitazione, ha di fatto consegnato la soluzione di un confronto sindacale al rapporto tra le forze politiche che compongono il governo.

Quando si considera irricevibile la proposta di un governo, il sindacato dichiara iniziative di mobilitazione a sostegno delle proprie posizioni e non risolve la questione cambiando la richiesta da “una proposta condivisa da tutte le forze politiche del governo” nella richiesta di una proposta ultimativa del Presidente del Consiglio, come se si trattasse di un lodo.

I lavoratori e le lavoratrici sono diventati in questo modo semplici spettatori di un confronto sindacale, con una perdita di autonomia del tutto evidente.

Siamo alla conferma di un nodo strategico fondamentale, già emerso con la finanziaria, e che oggi si ripropone come ineludibile per il futuro della nostra organizzazione. Comunque si concluda questa vicenda a mio avviso il problema è posto, non più rinviabile anche rispetto alle scelte congressuali: il futuro della Cgil come sindacato progettuale, democratico, autonomo e indipendente dalle forze politiche, dal governo e dai padroni.

Nel merito dell’accordo ho già avuto modo di esprimere la mia contrarietà sul capitolo relativo alla previdenza e questo giudizio lo confermo sull’insieme dell’accordo in particolare sul mercato del lavoro e sulla contrattazione.

Si apre adesso un percorso di consultazione delle lavoratrici, dei lavoratori e dei pensionati. È mia convinzione che questo deve avvenire con le assemblee e successivamente con il referendum.

La democrazia, il voto certificato sono l’unico strumento perché le posizioni diverse possano esprimersi e misurarsi in un confronto democratico.

Per queste ragioni, il  mio voto di astensione – tanto più a fronte di documenti contrapposti – non è relativo al giudizio sull’accordo, su cui confermo la contrarietà che sosterrò al Comitato centrale della Fiom, ma semplicemente al fatto che adesso la parola e il giudizio passa ai diretti interessati.

 Fiom Nazionale 27 luglio 2007

 

  

Pensioni

L’assemblea dei delegati Cgil di Brescia ha bocciato l’accordo con il governo sulle pensioni.
 
L’assemblea dei delegati della Cgil di Brescia ha bocciato con una netta maggioranza (181 voti contrari, 138 favorevoli, 9 astenuti) l’accordo sulle pensioni e sul mercato del lavoro.
La Rete28Aprile considera questo voto un segnale ulteriore del grande dissenso da parte dei lavoratori sull’accordo, dissenso che emergerà in maniera clamorosa nella consultazione. A questo punto è indispensabile che Cgil, Cisl e Uil decidano il referendum. Roma, 27 luglio 2007

Pensioni: Cremaschi (Fiom), sconfitta del sindacato

"Si tratta di una sconfitta del sindacato e di una vittoria di Padoa-Schioppa". A dirlo è segretario nazionale della Fiom Cgil, Giorgio Cremaschi, commentando l'accordo raggiunto nella notte tra sindacati e governo sulla riforma delle pensioni: "Dico questo perché il sindacato  misura sempre gli accordi rispetto alle richieste e nel documento sindacale  c'era scritto che andava superato lo scalone Maroni. Qui mi pare che si è  fatto altro che il superamento, c'è un rafforzamento dello scalone Maroni. La sostanza è che passa un impianto di aumento dell'età pensionabile da cui  io dissento alla radice". Sottolinea poi Cremaschi: "Siamo di fronte a un  successo di una campagna ideologica condotta con forza dai mezzi di comunicazione di massa e dai centri economico-finanziari che hanno spiegato,  senza un numero in mano, perché i numeri dicevano altre cose, che bisognava assolutamente aumentare l'età pensionabile e questo è il risultato. Si  tratta di un successo delle forze liberiste e di una sconfitta del  sindacato".(Rassegna Online del lavoro, di politica ed economia sociale 20 luglio 2007)


 

Pensioni

Giorgio Cremaschi (segr. FIOM-CGIL): la valanga di scioperi dice no alle proposte del governo. Si sospenda il negoziato, i segretari generali tornino a Mirafiori

Una valanga di scioperi in tutta Italia, scioperi totalmente ignorati dai grandi mezzi di comunicazione e del servizio pubblico, chiarisce il rifiuto da parte dei lavoratori dello scalone, degli scalini, delle quotine. Il governo adotta un gioco delle parti tra rigidità del Ministro del Tesoro e disponibilità al dialogo del Ministro del Lavoro.  

Pare di assistere a quei film americani dove ci sono il poliziotto cattivo e il poliziotto buono. Il sindacato rischia di entrare così in una trattativa che è una trappola, con una conclusione a perdere già segnata. Cgil, Cisl e Uil farebbero bene a sospendere un negoziato impostato in una maniera così negativa per i lavoratori e i pensionati e i segretari generali delle confederazioni farebbero ancor meglio a tornare in questi giorni a Mirafiori per sentire l’aria che tira.  

Forse non è chiaro: i lavoratori dicono no all’accordo che si sta prefigurando perché non ne trovano alcuna giustificazione sociale, dopo tanti anni di sacrifici e in piena ripresa economica e dei profitti.

 
Roma, 21 giugno 2007
 

Su tesoretto lo stesso film

Dichiarazione di Giorgio Cremaschi (segr. FIOM-CGIL)

Sul tesoretto rivediamo lo stesso film dell’anno passato. È in atto una colossale mistificazione, il governo, con un’intensa campagna di stampa, sta strumentalmente facendo credere che il gettito fiscale in più, che deriva in gran parte da tasse sui lavoratori e sui pensionati, sia di 2,5 miliardi di euro. È falso, l’extragettito fiscale supera i 10 miliardi, solo che 7,5 vengono immediatamente, senza discussione, incamerati per abbassare il deficit pubblico. Il resto, la quota minoritaria, sarà poi diviso tra assistenza e impresa. È lo stesso identico schema del dpef e della finanziaria del 2006, prima il risanamento con i sacrifici, poi qualche piccolo compenso qua e la. È bene ricordare che se l’extragettito fiscale fosse speso in maggioranza per fini sociali si potrebbe tranquillamente abolire lo scalone ed intervenire sulla precarietà del lavoro. CGIL-CISL-UIL stanno di nuovo subendo totalmente l’impostazione di Padoa Schioppa invece che contrastarla con lo sciopero generale. È bene ricordare allora che errare è umano, ma rifare sulla finanziaria del 2007 lo stesso errore del 2006 è diabolico.

"Rifondazione e Cgil un anno e mezzo di sbagli"

 

Le "due piazze" di sabato e i "governisti". Parla Cremaschi (Fiom)
 

di Antonio Sciotto.

"Il giudizio sta nei fatti: la politica dell'Unione, la stessa sua ragione di origine, oggi è fallita.
E la crisi non sta solo nell'intera coalizione, ma soprattutto nella sinistra radicale: si è visto sabato scorso, con una piazza vuota e le persone dall'altro lato a sfilare al corteo.
Si vede con l'insoddisfazione sulle politiche sociali, dove Rifondazione e le altre forze subiscono le decisioni di Padoa Schioppa e Prodi: è lì che si è consumata la rottura con i lavoratori, e a questo punto o riescono a invertire il segno, già dal prossimo Dpef, o è meglio che escano dal governo".

Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom, sabato era a sfilare al corteo "no war", e non è tenero neppure con il suo sindacato, la Cgil: "La sindrome del governo amico sta portando la Cgil a fare gli stessi errori dei partiti di sinistra, è un anno e mezzo che sbaglia: il sindacato non ha fatto uno sciopero generale sulla finanziaria, e oggi non è forte come potrebbe essere ai tavoli con il governo.
Così, dopo i tre milioni in piazza per l'articolo 18, la Cgil oggi rischia di firmare un nuovo "Patto per l'Italia" con il centrosinistra e Bonanni, accettando l'aumento dell'età pensionabile, la continuità della legge 30 e magari la detassazione degli straordinari".

Partiamo dalle due piazze di sabato, che segnale danno alla sinistra?

Io credo che dobbiamo essere contenti che con il corteo "no war" sia riemerso un movimento che si pensava in panne. Poi, certo, c'era piazza del Popolo, vuota: lì si è misurata la crisi di una sinistra radicale che ha chiamato alla mobilitazione con un "non detto", una "paura". Intendiamoci, io avevo anche aderito al documento di Piazza del Popolo, come a quello dei "no war" di Piazza Esedra, ma la gente non è andata con i leader politici perché non si può manifestare contro Bush non parlando dell'Afghanistan, della base di Vicenza.
Non puoi chiamare alla mobilitazione con la paura di far male al governo.
Tutto sommato Prodi accoglieva Bush, e non certo per criticarlo. Io non credo che siamo alla Francia, con il paese già in mano alla destra, proprio perché resistono i movimenti e c'è un rifiuto diffuso della destra: ma ripeto, se la politica non riesce a rappresentare, allora sì che si riconsegna il paese in mano a Berlusconi.

Ma a sinistra c'è insoddisfazione solo per la politica internazionale?

No, al contrario: io credo addirittura che ci sia ancora più insoddisfazione per le politiche sociali che questo governo sta facendo.Si era partiti alla pari con Berlusconi, al momento del voto, ma poi con il referendum sul federalismo, a giugno, si era passati a un consenso del 60%: ebbene, era da lì che si doveva partire.
E invece già all'indomani Padoa Schioppa prepara un Dpef di solo rigore, riproponendo quella "politica dei due tempi" che proprio in campagna elettorale si era detto di non voler più applicare.
E cosa succede allora? Che Rifondazione, invece di dare battaglia sulla finanziaria, prepara quei manifesti su "Anche i ricchi piangano", che hanno voluto far passare per una manovra di sinistra una finanziaria che invece era liberista.
Così non si è dato risposta a nulla di quanto è contenuto nel programma dell'Unione: sulla guerra, sulla legge 30, restano in piedi politiche e leggi varate da Berlusconi.
Io non credo certo che tutti gli elettori del centrosinistra siano radicali, ma se ci basiamo solo sui 10 milioni e mezzo di sì all'estensione dell'articolo 18, al referendum, vediamo che almeno una metà dei 19 milioni di votanti dell'Unione vorrebbe riforme sociali radicali.
Ma se queste persone non hanno mai risposte, è chiaro che alla fine abbandonano i politici.

Ma Rifondazione sta facendo autocritica? Si parla di un nuovo partito con Cremaschi, Turigliatto, Cannavò, mentre c'è una forte critica a Bertinotti...

Io non faccio nuovi partiti, credo che il Prc può - se lo vuole - recuperare ancora, ma partendo dal riconoscimento che la linea e i comportamenti di quest'anno e mezzo, compresa la presidenza di Bertinotti alla Camera, non hanno prodotto risultati.

E il sindacato perché sbaglierebbe?

La Cgil si fa carico del "governo amico", non ha voluto indire lo sciopero generale con Cisl e Uil, e adesso rischia di firmare l'allungamento dell'età pensionabile.
Credo che la Cgil si debba liberare da ogni "sindrome del governo amico" e lottare contro la politica di Padoa Schioppa.(Il Manifesto 12 giugno 2007)
 

 

Pensioni, in 200.000 in piazza

di Morena Piccinini*


Tutte le Regioni oggi hanno visto migliaia di pensionati e pensionate in piazza con grandi manifestazioni a sostegno della piattaforma unitaria per la rivalutazione delle pensioni. Piazze piene di gente determinata, ma anche piuttosto arrabbiata, perché la condizione dell'anziano non sembra più essere all'attenzione del governo e della maggioranza, come invece lo era stata nel programma elettorale.
Sono ormai 15 anni che le pensioni perdono pesantemente, di anno in anno, potere d'acquisto, anzi... proprio in anni come questi nei quali riprende ad aumentare la ricchezza prodotta nel paese e il PIL si fa più vigoroso, la perdita sulle pensioni diventa ancora più rilevante, proprio per quel meccanismo che consente l'adeguamento annuo solo sulla base dell'inflazione.
E ai pensionati quando arriverà il beneficio dell'aumento del PIL?
Il governo ha fino ad ora assicurato che parte del "tesoretto" verrà utilizzato per aumentare le pensioni basse, ma non ha ancora avviato la trattativa e non ha mai detto alle parti sociali come e di quanto pensa possa essere questo aumento.Noi abbiamo le idee molto chiare e i pensionati oggi hanno espresso a gran voce le loro richieste.
In primo luogo se tutte le pensioni sono state penalizzate in questi anni, è ovvio che tutte le pensioni debbano essere rivalutate. Per responsabilità anche noi accettiamo che si parta dalle pensioni più basse, ma non ci si deve fermare a queste. Possiamo accettare la gradualità nel tempo che progressivamente arrivi a coinvolgere tutte le pensioni, ma non possiamo accettare l'esclusione delle pensioni superiori al minimo, perché anch'esse hanno subito danni, soprattutto se di più vecchia decorrenza.
Sappiamo bene anche che per fare un'operazione di questo tipo, forse non basta l'entità del "tesoretto" di quest'anno e bisogna trovare altre risorse nel tempo, ma il governo deve sapere che su questa materia, come per la riforma degli ammortizzatori sociali, i problemi sono stati accantonati per tanti anni che ora con si può pensare si cavarsela con risorse risicate. Anzi, proprio perché sono questioni di una certa complessità, è importante che il governo dia attuazione ad una vecchia disposizione che impegna il governo medesimo a trattative periodiche con i sindacati dei pensionati proprio per evitare che si costituiscano continuamente pensioni d'annata.
In secondo luogo, bisogna riparare ai danni prodotti dal governo precedente che promise il famoso milione di lire al mese. In realtà lo diede a pochissimi pensionati e soprattutto lo diede con criteri che privilegiarono pensioni di natura assistenziale e non sorrette da contributi.

Ora, giustamente, le organizzazioni dei pensionati chiedono che la rivalutazione tenga conto in primo luogo delle pensioni sorrette da contributi lavorativi, e che gli aumenti tengano conto anche delle storie lavorative che le persone hanno alle spalle.
Infine, dalle manifestazioni di oggi è emerso chiaramente che i pensionati si battono non solo per le loro pensioni, ma anche per l'equità tra le generazioni, perché la trattativa sulle pensioni sia in grado di tenere in armonia i diritti e i bisogni degli anziani con quelli dei più giovani e di chi si trova penalizzato dallo scalone Maroni in vigore dal prossimo gennaio.
E' sempre stata una importante caratteristica del sindacato dei pensionati quella di volere un sistema previdenziale che sia in equilibrio finanziario, ma anche e soprattutto che sia in grado di tutelare tutte le generazioni, in modo da poter mantenere l'importanza politica e sociale di un sistema a ripartizione. Per questo la battaglia dei pensionati e delle pensionate è la battaglia di tutto il movimento sindacale confederale per la quale è importante arrivi in tempi rapidi una risposta positiva da parte del governo. (AprileOnline 12 giugno 2007)


* Responsabile nazionale welfare Cgil

 

 Il sindacalista Fiom:"Siamo scettici su salari e pensioni"

"Ormai chi lavora si fida poco"


di O. C.

«I lavoratori di Mirafiori non hanno nessuna intenzione di inciampare né in scalini né in scaloni. E l'hanno detto chiaramente con questi scioperi». Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di Torino, sintetizza così gli umori di questi giorni di assemblee a Mirafiori. «Non un grande clima, per la verità - aggiunge - c'è molto disincanto tra i lavoratori. E il rischio era che prevalesse la rassegnazione. Per questo è stato opportuno il lavoro svolto dai delegati sindacali di Fim-FiomUilm-Fismic che hanno unito i lavoratori con questo sciopero contrastando il rischio del disimpegno e della solitudine di fronte a problemi comuni a tutti i lavoratori».

Quello della solitudine è un problema reale e sempre più evidente nelle fabbriche.

Certo, perché ormai i lavoratori sono arrivati al punto di non fidarsi. Non sono pochi quelli che oggi dicono ai sindacati che tanto, «destra e sinistra, sono tutti uguali quando vanno al governo». E ovviamente accusano i sindacati di essere in qualche modo compiacenti. Per questo i delegati hanno fatto bene a convogliare questi sentimenti nell'iniziativa di sciopero.

C'era una certa aspettativa per questo sciopero, soprattutto in altre fabbriche. Mirafiori rimane comunque il simbolo del lavoro.

Del lavoro faticoso, dove ogni operaio compie un'operazione ogni cinquanta secondi e guadagna se gli va bene 1100-1200 euro. Sì, Mirafiori rimane un forte simbolo e ha evidentemente anche un ruolo guida per le altre fabbriche, per gli altri lavoratori. Ma la cosa straordinaria per molti versi è che ancora una volta questi lavoratori e lavoratrici sono riusciti a rimettere al centro la persona. Riproponendo al centro del dibattito la condizione del lavoro stanno costringendo il governo a riconoscere questa condizione. Ma, se si riconosce, allora la riforma delle pensioni non si può fare soltanto con i numeri. Metterla in modo tecnico significa non guardare in faccia le persone.

La persona al centro ma anche una richiesta di consultazione, rivolta al governo ma soprattutto al sindacato.

Ai sindacati i lavoratori chiedono, non da oggi, di essere sempre consultati sulle scelte. Adesso bisogna dare una risposta a questa forte domanda che ci è stata posta nelle assemblee. La risposta può essere una iniziativa a livello confederale oppure una iniziativa di tutti i metalmeccanici. Lo sciopero generale ci è stato esplicitamente chiesto negli ordini del giorno approvati in questi giorni; e non solo a Mirafiori, ma anche in altre fabbriche.

Qualcuno insiste a dire che non è opportuno uno sciopero contro il governo.

 Intanto va detto che non è in corso un referendum sul governo. Quello che invece viene posto in maniera chiara dai lavoratori - lo ripeto perché è importante capire bene di cosa si sta ragionando - è il tema del riconoscimento sociale ed economico del lavoro, della sua visibilità, del miglioramento delle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori. I lavoratori parlano della loro vita. E questo è un tema squisitamente sindacale, che CgilCisl-Uil non possono non rappresentare. L'ipocrisia di questo paese è che chi sta discutendo sulle pensioni, su scaloni e scalini, sull'allungamento dell'età pensionabile, alla catena di montaggio non ci è mai stato e non ci starà mai. Stanno parlando delle pensioni degli altri, non delle loro. E questo è quello che i lavoratori e le lavoratrici non sono davvero più disposti ad accettare. Dal governo di centro sinistra ci si aspettava veramente molto di più. Per questo la delusione è ancora maggiore nei luoghi di lavoro. (Il Manifesto 19 maggio 2007)

 "Dopo lo sciopero a Mirafiori o il governo cambia o sciopero generale"


Dichiarazione di Giorgio Cremaschi

 

Mirafiori si è fermata per due ore con grandi cortei. Lo sciopero, che ha avuto un’eccezionale riuscita, è stato proclamato sulle pensioni da tutte le organizzazioni sindacali. Questo è un segnale inequivocabile per il governo: lo scalone Maroni va semplicemente abolito e le pensioni vanno migliorate, senza tagliare i coefficienti a nessuno.
Adesso il governo è alle strette. Deve solo decidere se dire di sì alla richiesta che viene da tutto il mondo del lavoro oppure subire lo sciopero generale che, inevitabilmente, a giugno ci sarà se il governo continuerà per la sua strada.

La fase delle parole ambigue è finita. Dopo lo sciopero di Mirafiori tanti altri posti di lavoro sciopereranno e il governo sarà costretto a tenerne conto.

Rete28Aprile per l’indipendenza e la democrazia sindacale

Roma, 18 maggio 2007


 

101 motivi per dire basta


di Rosa Pavanelli*

101 euro. Un euro in più dell'aumento conquistato, dopo quattro scioperi generali, per il rinnovo dei contratti dei lavoratori pubblici nel biennio 2004/2005 con il governo Berlusconi.
101 euro che non sono la richiesta del sindacato, bensì l'accordo sottoscritto dai sindacati confederali e dal governo il 6 aprile scorso per dare avvio alle trattative di comparto, in ritardo ormai di 17 mesi dalla scadenza dell'ultimo contratto.
Un accordo che il Ministro dell'Economia Padoa Schioppa nega, rimettendo in discussione l'intesa e assumendosi la responsabilità di una rottura con il sindacato, a due settimane dallo sciopero generale che il 1° giugno porterà a Roma migliaia di lavoratrici e lavoratori pubblici in una grande manifestazione nazionale.
La decisione del Consiglio dei Ministri di rinviare l'incontro, previsto per oggi, a data da destinarsi è un pessimo segnale perché mette in discussione la sua credibilità di controparte affidabile nel momento stesso in cui smentisce un impegno già sottoscritto.
Ed è grave che le notizie diffuse da settori del governo indichino un costo aggiuntivo per i contratti pubblici addirittura doppio rispetto a quello reale.

A meno che non si sbaglino i conti, significa volere aggiungere benzina sul fuoco, frapponendo ulteriori ostacoli ad una trattativa già pesantemente compromessa, non certo per volontà del sindacato.
Il sindacato, anzi, ha saputo mettersi in gioco, accettando la responsabilità della moderazione rivendicativa a fronte di un concreto investimento per il rilancio del Paese; sfidando i pregiudizi dilaganti contro il "pubblico fannullone" con la proposta del "Patto per il lavoro pubblico" che ha portato a sottoscrivere il "Memorandum", una vera occasione per rinnovare e rendere più efficienti le amministrazioni pubbliche, così come più qualificato e motivato il lavoro pubblico, che senza il rinnovo dei contratti resta lettera morta.
Se anche alcuni settori del governo non sono interessati a questa sfida, dovrebbe essere preoccupazione politica di tutto il governo mantenere un rapporto corretto con il milione e mezzo di lavoratori pubblici che, in ogni sondaggio, hanno dichiarato in maggioranza di votare per il centro sinistra, ma, oggi, alla delusione per l'azione di governo aggiungono la sfiducia per una controparte non affidabile. E dovrebbe interessare tutti la qualità dei servizi pubblici che rappresentano, per le persone, il primo indicatore nel giudizio che danno delle istituzioni pubbliche, dello Stato.

C'è da chiedersi, come ha fatto anche oggi Guglielmo Epifani, quale idea della concertazione ha un governo che prima firma un accordo e poi lo smentisce, come può continuare seriamente il confronto sugli altri tavoli.
E'proprio questo il punto, tutto politico, che occorre portare in trasparenza: il dubbio che questa partita sia giocata in un ottica di condizionamento della trattativa generale su produttività e sviluppo, ma soprattutto sulla previdenza.
Vogliamo sperare che non vi sia nel governo chi spinge perché la ricomposizione si realizzi nello scambio tra pensioni e contratti pubblici, perché, ripeto, in gioco non c'è una mediazioni, bensì un accordo firmato.
Ma ancor di più vogliamo sperare che non vi sia chi pensa che, dentro un nuovo equilibrio politico, il ruolo della rappresentanza sociale e, quindi, del lavoro deve essere ridimensionato.
E' stato il vero obiettivo fallito dal governo Berlusconi, siamo certi che anche altri non avranno più successo.
Il sostegno e la partecipazione dei lavoratori sono, prima di tutto, un fatto democratico che non riguarda solo il sindacato, ma tutta la società, le istituzioni.
E noi contiamo di rinnovarlo, a partire dal 1° giugno con lo sciopero dei lavoratori pubblici.(AprileOnline 19.5.2007)

*Segretaria Nazionale Funzione Pubblica CGIL


 

Il giorno dell'ira e della lotta



di C.R.

Sono oltre 15mila i pensionati di Cgil, Cisl e Uil che si sono raccolti a Roma per una manifestazione al Palalottomatica a sostegno di una politica economica orientata agli anziani. I pensionati chiedono in particolare il recupero del potere d'acquisto delle pensioni perso negli ultimi anni e meccanismi strutturali in grado di difendere il loro valore nel tempo. Ma non solo. Chiedono anche una legge sulla "non autosufficienza" e servizi e sostegni adeguati a favore delle persone che non sono autosufficienti e delle loro famiglie.
"Dietro le nostre facce di ex lavoratori e lavoratrici, dietro le nostre bandiere ci sono 17 milioni di persone, ci sono 6 milioni di soci iscritti alle tre grandi confederazioni Cgil, Cisl e Uil - ha urlato dal palco Antonio Uda, segretario generale della FNP Cisl - questa è una giornata di mobilitazione e di rabbia e a chi ha orecchie per intendere dico: attenti alla rabbia dei deboli, temete la forza dei giusti e se vi manca il senso della giustizia abbiate almeno il senso dell'opportunità, persino dell'opportuninismo".

L'intervento di Uda è nelle corde della platea e chiama l'applauso, fragoroso e lunghissimo, dei 15 mila pensionati venuti da tutta Italia, mentre il palco sul quale sedevano i tre leader di Cgil, Cisl e Uil ammutoliva ad ogni passaggio del discorso - inaspettato e inatteso - del segretario generale della FNP Cisl. "La società italiana non sta più in piedi sotto il peso dell'iniqua ripartizione della ricchezza, tra una minoranza di privilegiati che vede crescere i suoi redditi ad un ritmo del 30% annuo e una maggioranza che in 15 anni ha visto inghiottire dall'inflazione un terzo dei suoi redditi - ha proseguito Uda - ed ha pagato il risanamento dei conti pubblici con 332 mld di euro di penalizzazione!". E se il ministro del Lavoro Cesare Damiano, ha mandato un messaggio di auguri al convegno dei pensionati, pare non avere sortito alcun effetto positivo. "Basta al degrado sociale e morale del Paese - ha concluso Uda - Prodi deve passare dalle parole ai fatti, dall'indifferenza alla riparazione" .

"Due campanelli d'allarme hanno suonato per il Governo Prodi: le elezioni siciliane, c'è da augurarsi solo che si tratti di episodio isolato, e la delusione dei lavoratori di Mirafiori manifestata ai leader di Rifondazione Comunista". Betty Leone è il segretario generale dello Spi-Cgil e prima di entrare nel merito della questione pensioni cita i due episodi significativi politicamente. "La politica poi non si fa soltanto con i numeri - aggiunge avendocela coi tecnici dell'Economia e delle Finanze criticati da Gavino Angius per esser le "forche caudine" delle decisioni del Governo - annullando la vita delle persone in carne ed ossa e quanto si muove nella società". E proprio nel momento in cui "i consensi per il Governo - nota ancora Betty Leone riferendosi alle elezioni siciliane - non sono eccelsi". Non solo in Sicilia ha suonato la "campana" per il Governo ma anche a Mirafiori, negli stabilimenti della Fiat che - come fanno notare delegati dello Spi-Cgil del Piemonte - il Ministro Damiano dovrebbe da torinese ed ex-sindacalista Fiom conoscere bene. L'eco della "reprimenda" di Antonio Uda, segretario generale della Fnp-Cisl, che ha definito "reazionarie" le politiche del Governo Prodi, non si è affatto spenta, tutt'altro.

"Rovesciare la linea organica e liberista del Ministro dell'Economia, Padoa-Schioppa, è vitale per non esserne travolti: lo sciopero generale serve a questo ma anche a chiarire ai lavoratori che non si è afflitti dal Governo-Amico", afferma il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi, per il quale "il bilancio di un anno del Governo Prodi è sotto gli occhi di tutti: ha costruito un fossato con il mondo del lavoro che può diventare una voragine sulle pensioni". "Considero Padoa-Schioppa - dice Cremaschi - una persona seria, non è un estremista di passaggio: io lo prendo sul serio per cui rappresenta una linea organica ma di stampo liberista: o il sindacato la rovescia o gli si rovescia contro, ne viene travolto". Duro anche il segretario nazionale della Fiom Gianni Rinaldini: "Il sindacato deve fare il sindacato, come lo farebbe nei confronti di qualsiasi esecutivo. A me pare che il tempo sia arrivato e passate queste giornate di confronto con il governo, se saranno confermate le posizioni espresse, bisogna decidere le necessarie iniziative di mobilitazione e sciopero".

I segni di sofferenza del mondo del lavoro sono tanti e chiari: la rabbia dei delegati sindacali e il "gelo" dei lavoratori di Mirafiori verso addirittura i leader del Prc. I sindacati di categoria non nascondono la loro voglia di piazza e di sciopero generale.
Ma per i leader confederali c'è anche il "dovere" di mediare e di trattare e quindi, prima del bagno di folla al Palalottomatica, in mattinata, i segretari generali Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, si sono incontrati "informalmente" con il presidente del Consiglio Romano Prodi. Un incontro durato - secondo indiscrezioni sindacali - un paio d'ore sui temi più rilevanti del confronto tra parti sociali e governo, riforma del sistema previdenziale, rinnovi dei contratti dei dipendenti pubblici e utilizzo dell'extragettito. "Sono preoccupato per i tempi della trattativa e deve essere preoccupato anche il governo perché così - avverte Bonanni dal palco del Palalottomatica - i problemi restano insoluti". E quindi aggiunge, "è un errore, è sbagliato protrarre questa vicenda: prima si fa (l'accordo ndr) e meglio è". Per il leader della Cgil, Guglielmo Epifani - detto e ribadito che le pensioni più basse vanno decisamente rivalutate e che c'è necessità di riconoscere il loro valore sociale, "è indispensabile che il governo faccia chiarezza e trasparenza sul tesoretto ossia che abbia una linea univoca". "Una cosa deve essere chiara - ha detto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti - non si può trasformare in concessione qualcosa che è un diritto sancito da una legge. Quindi, se chiediamo la rivalutazione delle pensioni non ci state regalando nulla".

Per la politica parla il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero: "Il Governo deve ascoltare la voce dei pensionati che hanno manifestato oggi a Roma". "Si tratta di difendere le pensioni, a partire da quelle più basse che vanno aumentate, ma anche di realizzare interventi precisi a sostegno degli anziani e in particolare dei non autosufficienti.

In serata, i tre leader di Cgil, Cisl e Uil, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, si sono poi incontrati con il segretario dei Ds Piero Fassino e il vice premier Francesco Rutelli e con il segretario di Rifondazione comunista Franco Giordano nella sede di viale del Policlinico. "E' stato uno scambio di opinioni utile: abbiamo espresso le nostre preoccupazioni", ha detto il segretario generale della Cgil Epifani, riferendosi all'incontro con Fassino e Rutelli. Incontro che per il leader della Cisl Bonanni è stato "rassicurante". Da parte sua, il leader della Uil Angeletti ha riconosciuto "apprezzamento" da parte di Fassino e Rutelli, "alle nostre posizioni". I leader sindacali hanno fatto presente "le difficoltà" in cui si trovano le trattative sia per la riforma delle pensioni sia per i contratti del pubblico impiego.(AprileOnline 16.5.2007)
 

 

Non mi arrendo! Non mi arrendo!

Spettacolo teatrale  a cura dello Spi CGIL - Torino

Storie di donne, di diritti conquistati e da riconquistare

si replica il 25 aprile 2007 a Nichelino (To) alle ore 21

Teatro Superga Piazza Macario

ingresso gratuito

 

Pensioni, Cremaschi: con taglio coefficienti sciopero

"Se la posizione del governo il 22 marzo e' quella annunciata dal ministero del Lavoro del taglio dei coefficienti, chiedo a Cgil, Cisl e Uil di non iniziare la trattativa e di tornare a dai lavoratori per uno sciopero generale al piu' presto, altrimenti la trattativa e' gia' compromessa in partenza'". Lo ha detto il segretario nazionale della Fiom e leader della sinistra Cgil 'Rete 28 aprile', Giorgio Cremaschi, commentando le prese di posizione del ministero del Lavoro in materia di pensioni.(17 marzo 2007)

 

TFR modalità adesione   -  TFR valutazione Cgil-Cisl-Uil

 

La nuova questione vaticana

 

di Susanna Camusso Cgil Lombardia

Una piazza gremita di donne e uomini, raccolte tra piazza Farnese e Campo de Fiori, che con passione hanno testimoniato le grandi diseguaglianze nei diritti di cittadinanza che ci sono nel nostro paese.
E' l'ora dei diritti, l'ora del riconoscimento delle persone, delle loro diversità, delle loro ricchezze e delle loro scelte di vita.
Verrebbe da dire se non ora quando, visto che già oggi è tardi, che l'eguaglianza dei diritti di cittadinanza è segno della democrazia e della civiltà di un paese ed ogni ritardo è una colpa, non una condizione oggettiva.
Quella piazza suona, invece, nelle cronache di oltretevere, come carnevalesca, reproba, strumentalizzatrice di bambini, non si osa, ma si pensa, che quelle persone dovrebbero non esserci, o almeno stare nascoste, perchè turbano, evidentemente i "buoni sentimenti" di qualcuno...
Frasi dette dopo la manifestazione che si collegano alle affermazioni sulla devianza, la malattia, alla negazione di sessualità diverse e scelte.
Sono queste frasi che offendono e discriminano, e così irreali perchè immaginano un mondo che non c'è, ma dicono anche perchè non si riesce a parlare di diritti qui ed ora.
Che spiegano perchè bisogna far suonare le sveglie, che spiegano perchè i DICO che in molta Europa sarebbero considerati insufficienti, diventano, da noi, un traguardo lontano.
Il problema è che ancora non si vuole realizzare che nel nostro paese c'è una nuova "questione cattolica" o meglio "vaticana".

Il tema è molto serio e meriterebbe una qualità della discussione politica ben diversa dall'asservimento che invece caratterizza gran parte del dibattito politico. La reazione del quotidiano dello stato del vaticano rivela un'idea misogina, omofoba e sessuofoba. Si trincera dietro un'idea di natura, non solo storicamente falsa, ma piegata sulla negazione di uomini e donne, sulla riduzione di un unico scopo quello della procreazione, non libera e scelta.
Diceva De Andrè:non ho messo al mondo infelici. Lo si è ricordato anche dal palco sabato, ma se questo è il fine perchè la gerarchia ecclesiastica per prima non si sposa e non procrea?
Se tanto importante è la vita, perchè non si apprezzano le tante coppie omosessuali e lesbiche che con tante difficoltà non rinunciano a maternità e paternità?

Sappiamo che a queste domande minime non verranno date risposte, proviamo allora noi a capire quale è il tema vero, perchè la Chiesa Cattolica, in Italia, straccia le intese, interferisce pesantemente nella vita politica, non dimentichiamo il "non possumus".
Perchè rifiuta di guardare e capire la realtà e invoca modelli integralisti e fondamentalisti?
Non è forse che ha scelto lo "scontro di civilta'", ha deciso di competere con l'altra grande religione monoteista sul terreno dei modelli imposti, della procreazione, dei corpi e delle menti delle donne e quindi della libertà delle persone, il rifiuto della libera scelta, dell'autodeterminazione.

Se come penso questo è il punto, serve un vero colpo d'ala della politica, serve ripulire il linguaggio, non confondere diritti civili con questioni etiche.
Non invocare la vita, usandola come una clava, ma difenderla. C'è un tema, quello si eticamente sensibile, che ha attraversato la piazza di sabato e le piazze delle donne, quello della violenza: la violenza che uccide i gay, che stupra le donne, la violenza che cancella negli occhi la voglia di vivere.
Perchè non è questa una questione eticamente sensibile con cui titolare un articolo sull'Osservatore romano? (AprileOnline 13.3.2007)

 

Giorgio Cremaschi: “CGIL, CISL, UIL non ripetano gli errori della Finanziaria, sciopero generale sulle pensioni”

 
 
Se le anticipazioni da parte dei giornali sono veritiere le posizioni del Governo sulle pensioni sono inaccettabili e richiedono immediata mobilitazione dei lavoratori e dei pensionati.
L’innalzamento dell’età pensionabile, subito a 58 anni e poi a livelli ancora superiori, colpisce le condizioni di lavoro e la possibilità di occupazione stabile per i giovani. Né ha senso riproporre l’attenuazione per i lavori usuranti, questione sulla quale tutti i governi sono da sempre inadempienti e che non ha mai risolto nulla. Il taglio dei coefficienti dei calcoli sulle pensioni, poi, colpisce proprio quei giovani che si dichiara di voler tutelare, portando per molti di loro la pensione futura, dopo 35 anni di lavoro, al 45% della retribuzione.
Queste misure sono socialmente inique, oltre che sbagliate, e Cgil, Cisl e Uil devono rispondere ad esse non ripetendo l’errore di acquiescenza fatto con la Finanziaria, errore che ha portato anche alle contestazioni nelle assemblee di Mirafiori. Occorre dire no a queste posizioni del Governo e sostenere questo no con la lotta, promuovendo lo sciopero generale. 
 
Roma, 26 febbraio 2007
 

Pensioni, stop dai sindacati

 

di Carla Ronga

Prende forma la partita sulla riforma delle pensioni e si intravede già un primo match tra governo e sindacati sull'ipotesi di taglio dei coefficienti di calcolo. Mentre Prodi si prepara a ritornare davanti alle Camere, l'esecutivo dimissionario in attesa di reinsediarsi ha già preparato uno schema di lavoro per chiudere, al più presto, la partita.
 

La crisi ha rafforzato la linea del ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che punta a chiudere la partita in tempi rapidi, prima delle elezioni amministrative di maggio. E, dall'altra parte, ha indebolito l'ala sinistra della maggioranza che, sulla previdenza, si apprestava ad adottare una tattica difensiva. Marzo sarà dunque decisivo, anche se la dead-line della fine del mese, prevista dal Memorandum firmato a settembre dello scorso anno tra governo e sindacati, è destinata ad essere superata.

Nel suo dodecalogo il premier Romano Prodi ha fatto riferimento al capitolo Welfare, da riordinare "con grande attenzione alla compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni più basse e i giovani". Così, i punti che si prevedono - secondo indiscrezioni di stampa - sono di fatto tre: età pensionabile, coefficienti di trasformazione e fusione degli enti previdenziali.
Al posto dello "scalone" introdotto con la riforma Tremonti-Maroni, che dal primo gennaio del 2008 porterà l'età minima per l'accesso alla pensione di anzianità da 57 anni a 60, arriveranno gli "scalini" e dal 2008 l'età potrebbe essere fissata a 58 anni per poi salire gradualmente, accompagnata da un meccanismo di incentivi. La soglia a 57 anni più 35 di contributi dovrebbe restare per chi è occupato in un lavoro usurante o faticoso.

Nella riforma delle pensioni sarà poi compresa la revisione dei coefficienti di calcolo senza la quale la Ragioneria generale dello Stato stima un'impennata del rapporto tra spesa previdenziale e Pil fino al picco del 15,8% nel 2050). Nel governo sembra prevalere la linea del ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che propone di escludere dal ritocco dei coefficienti i lavoratori più giovani che hanno una carriera discontinua e, dunque, un ammontare di versamenti troppo basso, tale da non garantire una pensione dignitosa (rischierebbero di ricevere un assegno tra i 400 e i 500 euro mensili). Proprio per questa tipologia di lavoratori si sta ragionando di introdurre i cosiddetti contributi figurativi a carico dello Stato, come già accade per le lavoratrici in maternità.

Per quanto riguarda le pensioni più basse (quelle legate al versamento di contributi diverse dalle minime che hanno natura assistenziale), che attualmente non superano i 400 euro al mese, Prodi vorrebbe rivalutarle. I pensionati interessanti sono tra il milione e mezzo e i due milioni. Le risorse dovrebbero arrivare dal progetto di fusione degli enti previdenziali. I tecnici di Palazzo Chigi hanno stimato che dalla nascita del cosiddetto SuperInps (un unico istituto capace di funzionare con non più di 35mila addetti e creato attraverso la "fusione" di Inps, Inpdap, Enpals, Ipsema e Ipost) si potrebbero ricavare non meno di due miliardi di euro l'anno, escludendo in un primo tempo di coinvolgere nell'accorpamento anche l'Inail.

In vista dell'avvio del confronto con i sindacati, e prima dello scoppio della crisi, Padoa-Schioppa e Damiano avevano anche concordato, per rendere più fluido il negoziato, di gettare subito sul tavolo del welfare il tema degli ammortizzatori sociali. L'ampiezza dell'azione dipenderà molto dalle risorse a disposizione. Ma il buon andamento delle entrate fiscali, il recupero di quelle contributive, e la lotta ai privilegi previdenziali, potrebbero favorire i primi passi per disegnare i nuovi ammortizzatori. L'idea è di introdurre un'indennità di disoccupazione per tutti coloro che perdono il lavoro, fissandola a circa il 60 per cento dell'ultima retribuzione, ma vincolandola alla disponibilità del soggetto a seguire corsi per la sua riqualificazione professionale. Sarebbe la prima tappa per passare ad una concezione attiva dello stato sociale, quello che gli anglosassoni chiamano il welfare to work.

Mentre Romano Prodi è al lavoro nella messa a punto del discorso con il quale mercoledì si presenterà al Senato per chiedere la fiducia al governo, le notizie trapelate sulla stampa hanno riacceso quindi la polemica - seppur ancora soft - sulla riforma previdenziale. Un no secco alla revisione dei coefficienti previdenziali è arrivato dal ministro Paolo Ferrero trovando immediata eco di sostegno tra le forze sindacali.
La rivalutazione delle pensioni in essere, con particolare attenzione agli importi più bassi, è incompatibile, sostiene il ministro della Solidarietà sociale, con il taglio dei coefficienti di trasformazione che finirebbe per colpire proprio le pensioni più basse. Una linea condivisa apertamente dalla Cisl che si dichiara "estremamente in disaccordo" con l'ipotesi di una revisione dei coefficienti di rivalutazione pensionistici e dalla Uil, che attraverso il segretario generale Luigi Angeletti fa sapere di non essere disposta ad accettare "ciò che fino a tre giorni fa consideravamo inaccettabile". "Noi - ha aggiunto Angeletti - non abbiamo il diritto a votare la fiducia al governo ma non abbiamo neanche il dovere di garantirne la stabilità accettando una riforma delle pensioni inaccettabile".
In casa Cisl, a spiegare le ragioni del dissenso è il Segretario nazionale agigunto Pier Paolo Baretta: "Noi sui coefficienti siamo contrari perché tagliarli significa ridurre il valore della pensione, soprattutto delle giovani generazioni, sarebbe un intervento sbagliato socialmente, perché aumenterebbe le difficoltà e il disagio dei giovani ai quali da una parte diamo con la previdenza complementare e dall'altro togliamo con il calcolo dei coefficienti".

Dai sindacati, dunque, arriva un chiaro monito: pronti a lavorare per la stabilità dei governi, il sindacato non è parte di uno schieramento politico e non è il garante degli equilibri politici. "Come Cisl abbiamo detto - e non è cosa da poco - che l'età pensionabile non è un tabù", spiega Baretta. "Siamo disponibili a trovare un accordo, lavoriamo volentieri per dare stabilità ai governi, ma gli accordi si fanno in due: noi dobbiamo stipularlo con il governo, ma il governo lo deve stipulare con noi". (AprileOnline 27.2.2007)

 

Epifani fa muro contro il terrorismo

di Andrea Scarchilli

E' un Guglielmo Epifani deciso quello che ha parlato a un convegno promosso dalla Cgil a Mestre. Linea dura contro le infiltrazioni dei brigatisti nel sindacato, che, ha ricordato il segretario generale della Cgil, vengono condannate e anche perseguite attraverso sospensioni ed espulsioni, perché l'organizzazione è innanzitutto "vittima". La presa di distanza dal fenomeno è stata rimarcata con l'annuncio della costituzione della Cgil in parte civile in caso di processo: "E' la procedura che usiamo, in questo caso è stata una scelta tempestiva e corretta. E' una delle scelte che facciamo per marcare, nei processi, la nostra vicinanza alle vittime e la nostra lontananza verso gli autori di questi fatti".

Sulla strategia adottata dalla Cgil per combattere il terrorismo, il leader del primo sindacato italiano ha ricordato: "Noi abbiamo sempre avuto a che fare, negli ultimi trent'anni, con il fenomeno del terrorismo ad andamenti ciclici e in contesti diversi. Gli Anni '70 sono una cosa, gli Anni '80 e '90 un'altra ancora, e adesso il nuovo secolo che speravamo ci avrebbe risparmiato questa cosa. Di volta in volta - ha sottolineato Epifani - abbiamo adeguato strumenti di controllo e vigilanza perché non tutti i fenomeni che si assomigliano in un punto, però riflettevano contesti diversi. Anche questa volta - ha concluso - è così e sarà così".

Epifani ha poi affrontato la questione dell'opera di pulizia all'interno della Cgil per evitare infiltrazioni terroristiche. "Come prevedono le regole, quando abbiamo trovato qualcuno coinvolto, sia iscritto che delegato, è stato immediatamente sospeso. Qualche altro, sul quale non ci sono dubbi in relazione alle proprie responsabilità, è stato espulso". Il segretario della Cgil ha detto che il sindacato è soprattutto impegnato "a capire le dimensioni del fenomeno e il rapporto tra questa insorgenza del terrorismo e il tentativo di infiltrarsi nel movimento sindacale e, per quello che ci riguarda, in qualche settore e in qualche luogo di lavoro".Dopo aver ricordato che sono stati espulsi dalla Cgil i presunti brigatisti che erano iscritti all'organizzazione, Epifani ha aggiunto che "adesso bisogna operare e vigilare per mettere al sicuro la nostra organizzazione. E chiaro che questi si sono infiltrati, - ha specificato - noi siamo vittime e dobbiamo fare in modo che la Cgil non sia più oggetto di infiltrazioni".

Quanto alle indagini, Epifani ritiene che "stia emergendo una rete non vastissima, come dicono gli stessi inquirenti, però abbastanza strutturata. Bisogna far lavorare la magistratura - ha concluso Epifani - io ho molta fiducia nel suo lavoro e spero che possa fare chiarezza fino in fondo, trovando quello che ancora non è emerso, estirpando tutte le cose che non vanno perché in questo modo il Paese sarà messo al riparo da un ritorno del terrorismo". Per poi aggiungere, sulla città epicentro dell'insorgenza: "Padova è uno degli epicentri, ahinoi, di questa rete di insorgenza ed ha un destino complicato. Se vado indietro nel tempo vedo Padova come capitale di tanti estremismi, di tante forme di violenza, quasi un destino che incombe - sottolinea Epifani -, un destino che non si riesce a schiodare. Questo naturalmente continua a rappresentare un problema, non solo per il sindacato, come normalmente si pensa. Ma sono processi che riguardano tutti: istituzioni, forze politiche, imprenditori, forze della cultura. E' un problema del paese, non solo di una città".

Epifani ha concluso rivendicando l'autorità del suo sindacato, il più importante d'Italia: "Non accetteremo che si indebolisca la Cgil e le sue strutture, su questo non transigiamo". E con un attestato alla Cgil: "Abbiamo ricevuto rispetto dalla Confindustria e dalle proprie strutture: non hanno mai usato questa vicenda contro il sindacato. Le imprese sanno che cosa è e che cosa rappresenta la Cgil. Abbiamo avuto anche confronti duri ma leali. Con Confindustria - han proseguito - ma Confindustria sa che non si può governare senza di noi, la forza produttiva del paese. E' stato un riconoscimento del nostro ruolo".

"Non accetteremo che si indebolisca la Cgil e le sue strutture: su questo non transigiamo". Lo ha detto, con forza, il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, chiudendo, a Mestre, un convegno del sindacato. "Adesso bisogna operare e vigilare per mettere al sicuro la nostra organizzazione ed e' chiaro - ha precisato dal palco, riferendosi ai brigatisti - che questi si sono infiltrati e noi siamo vittime; dobbiamo fare in modo che la Cgil non sia piu' oggetto di infiltrazioni".   (AprileOnline 23.2.2007)

 

 

Pensioni e stato sociale

 

di Betty Leone

 

Da 15 anni il sistema pensionistico italiano viene sottoposto a continui rimaneggiamenti ed ogni volta si parla con grande enfasi di "riforma delle pensioni". In realtà se si esclude la così detta "riforma Dini", che ha cambiato le regole di calcolo per i trattamenti pensionistici ed ha tentato di armonizzare diversi sistemi previdenziali pubblici e privati, non sempre con successo, si è sempre trattato semplicemente di ridurre la spesa pensionistica.

Le istituzioni economiche internazionali considerano infatti la riduzione della spesa pubblica elemento fondamentale per mantenere la competitività e conseguentemente la crescita. Spingono perciò verso il superamento del welfare state, così come lo abbiamo conosciuto in Europa. In questo clima culturale, che negli ultimi anni ha condizionato le scelte politiche di destra e di sinistra, perdono senso anche domande semplici come queste: se l'attesa di vita aumenta e la popolazione anziana cresce, diminuire la spesa pensionistica non porterà ad un impoverimento progressivo di una larga fascia di popolazione? In che modo questo fenomeno inciderà sulla domanda interna e sull'economia in generale?
La sostenibilità economica dei sistemi previdenziali non può essere un problema astratto, separato dalle possibili conseguenze sociali. E' altissimo il rischio che anche il "tavolo" di concertazione di gennaio, che dovrebbe occuparsi di ristabilire l'equità nel sistema previdenziale, sia fortemente condizionato dall'obiettivo di ridurre la spesa pensionistica. Proprio per questo timore il sindacato, giustamente, ha chiesto che non si discutesse di previdenza nella legge finanziaria e si rinviasse a gennaio un confronto sull'insieme del sistema in modo da affrontare non solo la riduzione del così detto scalone, ma anche il rafforzamento della tutela previdenziale pubblica per le giovani generazioni, il ripristino di una flessibilità in uscita dal mercato del lavoro, come previsto dalla legge Dini, la rivalutazione delle pensioni che da 14 anni subiscono una continua erosione.

E' evidente che la concitazione, o piuttosto la confusione, che ha caratterizzato il cammino della legge finanziaria, non avrebbe potuto garantire una discussione seria su una materia così complessa e ricca di implicazioni sociali. La sottoscrizione del "memorandum" è stato perciò un onesto modo per rinviare il problema ad un tempo più favorevole. Ora però questo tempo è arrivato e non è affatto scontato che sarà favorevole se si tiene conto delle differenti opinioni presenti nella coalizione di governo e dell'insistenza della banca Europea sulla necessità di ridurre la spesa pensionistica.
Su tutti i giornali, in particolare sul "Il Sole 24 ore", si pubblicano previsioni disastrose sul futuro degli Enti previdenziali e si indicano due misure inevitabili: l'aumento dell'età pensionabile e la riduzione dei coefficienti di calcolo delle pensioni. In realtà l'aumento dell'età pensionabile a 60 anni per uomini e donne è stato già deciso dal precedente Governo e sarà in vigore dal 2008 se non si interviene con una nuova normativa. Del resto a fronte di un'attesa di vita aumentata può sembrare del tutto ragionevole proporre un allungamento della vita lavorativa se non fosse che in tutta Europa , e anche in Italia, si assiste all'incremento dell'espulsione precoce (50/55 anni) dal mercato del lavoro.

Persino gli Enti pubblici considerano i cinquantenni soggetti sui quali non è utile investire per la formazione o per gli avanzamenti di carriera. Lo stesso avviene nelle imprese private, dove il mito del "giovane intraprendente" è stato alimentato anche dal minor costo dell'occupazione giovanile dovuto sia alle possibilità di applicare i contratti atipici con minori costi contributivi, sia alla politica di incentivazione che ha favorito la sostituzione della manodopera più anziana. In questa situazione è evidente che l'innalzamento legale dell'età pensionabile produrrebbe solo un aumento di soggetti privi di reddito, non più lavoratori e non ancora pensionati, senza intervenire affatto sui fenomeni che impediscono una più lunga permanenza nel mercato del lavoro. La sostenibilità del sistema previdenziale non può essere affrontata solo dal punto di vista contabile, ma necessita di un insieme di politiche capaci di affrontare in maniera organica i problemi posti dall'invecchiamento della popolazione.

Se non si vuole subire passivamente l'idea che l'aumento degli anziani produce una maggiore richiesta di prestazioni sociali e sanitarie, che rende insostenibile la spesa per il welfare universalistico, è necessario affrontare la questione da un altro punto di vista. L'aumento dell'attesa di vita è un fenomeno strutturale delle società avanzate prodotto dall'aumento della ricchezza complessiva ma anche dalla possibilità per tutti di accedere alla forme di protezione sociale (assistenza sanitaria - previdenziale - istruzione ecc.).

Questo spiega perché l'attesa di vita sia maggiore in Europa che negli Stati Uniti dove c'è maggiore ricchezza ma minore protezione sociale. Sarebbe paradossale proporre come soluzione al problema proprio la riduzione di quel welfare state che ha prodotto maggior benessere e quindi allungamento del tempo di vita. Bisogna invece accettare che l'invecchiamento della popolazione richiede una diversa politica sociale ed economica, una diversa redistribuzione della ricchezza, un diverso modello di sviluppo in cui la competizione avvenga più sulla qualità sociale che sulla quantità di beni prodotti.
In questo quadro sarebbe possibile affrontare un'uscita flessibile e graduale dal mercato del lavoro che intrecci lavoro e impegno in attività di coesione sociale, attraverso forme di part-time durante il quale sia possibile usufruire di una quota della pensione maturata in modo che il sistema previdenziale abbia meno costi e il lavoratore mantenga un reddito adeguato. Si potrebbero in tal modo risparmiare risorse pubbliche da utilizzare per il sostegno alla previdenza dei giovani e dei lavoratori discontinui, e nello stesso tempo valorizzare il significato economico di tutte le attività di cura delle persone, dell'ambiente, della memoria che già gli anziani fanno e che potrebbero essere incentivate. Bisogna insomma costruire un nuovo patto intergenerazionale che dia ai giovani più sicurezza e più possibilità di esercitare la propria intelligenza e la propria creatività e agli anziani la possibilità di partecipare attivamente alla costruzione del benessere.
Per gli uni e per gli altri è necessaria innanzitutto la garanzia di un reddito dignitoso. Per tutte le questioni esposte fin qui, io considero fuorviante un dibattito sulle pensioni tutto incentrato sull'aumento legale dell'età pensionabile e sulla diminuzione dei coefficienti di calcolo. Nel primo caso, infatti, si risponde all'estrema flessibilità dei percorsi lavorativi, con una rigidità del sistema pensionistico che non corrisponde affatto alle modificazioni del mercato del lavoro. Ritengo peraltro che sia inadeguato anche il ricorso al correttivo operato in base all'usura provocata dal lavoro svolto, che è un criterio importante, (è indiscutibile che non tutti i lavori sono uguali e non tutti sopportabili per molti anni) ma insufficiente ad affrontare le questioni poste dall'andamento demografico.

Nel secondo caso l'abbassamento dei coefficienti di calcolo peggiora ulteriormente le prospettive previdenziali delle giovani generazioni che già ora non sono brillanti: le vere questioni lasciate aperte dalla riforma Dini sono infatti due. La prima è che nel sistema contributivo in cui l'aumentare della pensione è strettamente correlato con la quantità di contributi cumulati, tutti i lavoratori discontinui e a bassa retribuzione , e in particolar modo le lavoratrici che sono concentrate in queste tipologie di lavoro, rischiano di avere una pensione pubblica inferiore all'assegno sociale. La seconda, è che le pensioni, dal '92 quando si eliminò l'aggancio automatico alla dinamica salariale, non hanno più avuto sistemi efficaci di salvaguardia del loro potere d'acquisto, perdendo dal 10 al 30% del loro valore. E' evidente che questo problema è particolarmente serio dal momento che, fortunatamente, l'attesa di vita continua a crescere. Non ha senso, dunque, pensare che sia possibile stornare risorse dal sistema previdenziale al finanziamento degli ammortizzatori sociali, come auspicano alcuni economisti e anche qualche politico. Se la riorganizzazione della spesa previdenziale permettesse risparmi questi andrebbero necessariamente reinvestiti nella soluzione dei problemi sopra esposti. Se le considerazioni che ho fatto fin qui sono vere, la trattativa di gennaio dovrà assumere come linee guida l'uscita flessibile dal mercato del lavoro, con incentivi per un prolungamento volontario della permanenza al lavoro, e politiche di invecchiamento attivo per includere gli anziani in un progetto di sviluppo sostenibile. La vera domanda, infatti, non è se potremo assicurare sostenibilità economica al sistema previdenziale, ma se sapremo assicurare sviluppo, benessere, speranze per i giovani anche in una società che invecchia.(AprileOnline 12.1.2007)

 


 

Cgil: il ruolo del Forum sindacale

 

di Antonio Canalia *

Siamo di fronte ad una situazione politico-sociale assai complessa e difficile. Ampi settori sociali, che hanno votato per il centro-sinistra e molte lavoratrici e lavoratori, non hanno visto nella Finanziaria il cambiamento sperato rispetto alle proprie condizioni di vita e di lavoro e ora appaiono delusi e sconcertati.
In questo contesto e a fronte dell'imminente apertura del confronto che si avvierà a gennaio su pensioni, Legge 30, ammortizzatori sociali, e sulla cosiddetta «competitività» proposta da Confindustria, con il suo non celato tentativo di imporre la gestione unilaterale degli orari, la riduzione del ruolo delle Rsu ed aumenti salariali collegati alla redditività dell'impresa, c'è la necessità che si apra al più presto in Cgil un ampio confronto sulle scelte, sul percorso democratico ed il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori.
Qui sta il senso della finalità della costituzione del Forum Sindacale in Piemonte.
C'è la necessità per tutti i settori critici e i singoli compagni/e che non sono in sintonia con le scelte della maggioranza della Cgil di fare oggi un passo in avanti oltre le differenze congressuali (senza con questo mettere in forse la valenza delle Aree Programmatiche e il diritto dei compagni/e a farne parte), identificando una sede unitaria di approfondimento, di proposta e di iniziativa a tutti i livelli della nostra organizzazione, che dialoghi con i movimenti, le associazioni e le competenze intellettuali esterne sul merito e sui punti per noi dirimenti, per rinnovare la Cgil.
Questo a partire dalla difesa della centralità del contratto nazionale, dal rilancio della contrattazione integrativa, dalla difesa del ruolo delle Rsu, dal rifiuto delle deroghe ai Ccnl e dello scambio tra limitazione della precarietà e gestione unilaterale da parte delle aziende degli orari, dal superamento della Legge 30 e di tutta la legislazione sul lavoro del governo Berlusconi, dalla difesa e rafforzamento della previdenza pubblica.
Questi sono punti importanti che abbiamo comunemente approfondito anche nel nostro dibattito congressuale, che si è concluso unitariamente.
Oggi dobbiamo rilevare che, con il confronto che si è aperto nel direttivo nazionale della Cgil del 21-22 novembre, si sta determinando una fase nuova, diversa dalla conclusione unitaria dell'ultimo Congresso di Rimini, che porterà nei prossimi mesi ad un ulteriore confronto, anche aspro, interno alla Cgil sempre più in difficoltà.
Le forti pressioni politiche che arrivano da ampi settori «riformisti» del centro-sinistra mettono in luce la non facile gestione del confronto che si aprirà a gennaio, che coinvolgerà la pratica dell'autonomia, la salvaguardia delle scelte congressuali ed il rapporto con le lavoratrici e i lavoratori.
Per questo la discussione sulle questioni di merito è oggi decisiva. Così come è essenziale l'unità di iniziativa e proposta dell'insieme dei settori e soggetti critici della Cgil.
In questo contesto penso non si debba più ripetere quanto è avvenuto al direttivo nazionale della Cgil e al comitato centrale della Fiom quando, di fronte all'attacco della maggioranza della Cgil a coloro che avevano partecipato alla manifestazione del 4 novembre, abbiamo con forte rammarico assistito ad un voto diverso e disgiunto. Spero che la costituzione del Forum piemontese possa evidenziare che una pratica unitaria è necessaria e possibile e che questo possa favorire, anche a livello nazionale, un salto di qualità unitario, che coinvolga l'insieme della cosiddetta «sinistra sindacale». Ne abbiamo particolarmente bisogno.(Il Manifesto 5.1.2006 - Lettere)
* Segreteria Cgil Piemonte