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La ricchezza passa dal lavoro ai profitti
di Loris Campetti
L'inflazione
cresce decisamente più dei salari, il che vuol dire
che i lavoratori dipendenti si impoveriscono. Ma
siccome il Pil nominale cresce oltre l'inflazione,
di soldi ne circolano di più. Evidentemente, però,
non vanno ai salari bensì al profitti. I dati
pubblicati ieri dall'Istat confermano una tendenza
che va avanti da diversi anni e le diseguaglianze
sono accresciute dalla crisi del sistema
contrattuale. Ne parliamo con Francesca Re David,
responsabile nazionale dell'organizzazione della
Fiom-Cgil.
Cosa raccontano i dati dell'Istat sui primi
nove mesi del 2007?
Una storia purtroppo già nota: la ricchezza
si sposta dal lavoro alla rendita e al capitale. In
dieci anni questo spostamento ha superato i 10
punti, una valanga di danaro. Gli accordi del luglio
'93 hanno garantito una forte moderazione salariale,
mentre le altre voci che avrebbero dovuto fornire
garanzie sul valore d'acquisto dei salari sono
rimaste lettera morta. A questo si aggiunge la
riduzione del welfare, cioè di tutti quei i servizi
sociali senza i quali il valore del salario
inevitabilmente si riduce.
E' un fenomeno che riguarda l'insieme dei
lavoratori dipendenti. Dunque, mal comune mezzo
gaudio?
Non è così. La pretesa di legare sempre più
il salario alla redditività d'impresa non fa che
aumentare le disparità nel mondo del lavoro, senza
più elementi di riequilibrio. Questa pretesa degli
imprenditori si spiega in un solo modo: il rifiuto
padronale di riconoscere il valore sociale ed
economico del lavoro in sé.
C'è un legame tra questa cancellazione e il
mancato rinnovo di così tanti contratti?
Naturalmente, nel senso che non viene
riconosciuta dalle controparti imprenditoriali la
necessità di mediazioni con il lavoro, e così anche
il vecchio sistema di regole non certo vantaggiose
per i lavoratori si è bloccato. Soltanto con il
conflitto sociale si riesce a strappare qualcosa. Se
anche legassimo il salario all'inflazione comunque
intesa, al massimo riusciremmo a fotografare
l'esistente, cioè un insieme di diseguaglianze senza
possibilità di riequilibrio. L'idea di ridurre i
contratti nazionali al puro recupero
dell'inflazione, rinviando gli aumenti alla pura
redditività d'impresa non frenerebbe lo spostamento
della ricchezza verso la rendita e il capitale, e
non riavvierebbe un equilibrio dentro il mondo del
lavoro dipendente.
Le ore di sciopero sono crollate, meno 56%
negli ultimi nove mesi. Ogni lavoratore ha
scioperato in media 5 o 6 minuti nel 2007. Ciò
dipende dall'esplosione dell'«esercito di riserva»,
il precariato in tutte le sue forme, ricattabile e
usato contro il sistema dei diritti del lavoro?
Oppure dall'effetto «governo amico»?
I precari, i lavoratori a termine, sono
costretti a lavorare in condizioni peggiori e hanno
un bassissimo peso sindacale, per ragioni evidenti
che non dipendono certo dalla loro soggettività.
Questo conta, anche nella riduzione di ore di
sciopero. Ma è probabile che un ruolo l'abbia avuto
anche la forte aspettativa legata al nuovo governo.
Resta un dato: le ore di sciopero sono crollate. Noi
metalmeccanici abbiamo iniziato la partita
contrattuale a settembre e siamo già a 40 ore di
sciopero, ma in generale si può dire che i due
fattori, uno materiale legato alla condizione di
lavoro e uno politico legato al rapporto con il
governo Prodi, hanno abbassato il tasso di
conflittualità.
C'è un tabù, nella politica e nel sindacato:
la scala mobile. Ma se lo stato dei salari è quello
che sappiamo non sarebbe il caso di riportarla
all'ordine del giorno?
Siamo in una fase diversa, in cui però il
tema del sottosalario per i precari, per i
lavoratori a termine, per i lavoratori artigiani ci
impone di ripensare a forme di recupero del valore
d'acquisto dei salari . Sono tanti i lavoratori che
guadagnano sotto i minimi.
Un'altro tabù è quello del salario minimo...
E' un punto complesso, ma i tabù non
aiutano ad affrontare i problemi. Se persino i
metalmeccanici tedeschi si pongono il problema del
salario minimo, questo vuol dire che l'interrogativo
è legittimo.(Il Manifesto 22 dicembre 2007)
“Fondo solidarietà Lavoratori Thyssenkrupp”
Le organizzazioni sindacali
FIM/CISL –
FIOM/CGIL – UILM/UIL di Torino hanno deciso di
istituire un fondo di saolidarietà a favore delle
famiglie dei lavoratori della Thyssenkrupp morti e
feriti sul lavoro . Invitiamo le lavoratrici e i
lavoratori metalmeccanici a contribuire con versamenti
individuali o collettivi utilizzando le seguenti
coordinate bancarie:
UNICREDIT
BANCA SPA
VIA XX SETTEMBRE 31 – 10121 TORINO
COD. IBAN: IT 26 A 02008 01046
000003552505
Intestato a FIM - FIOM - UILM Torino
Torino,
11 dicembre 2007
Lunedì 10 dicembre 2007 ore 9 Piazza Arbarello -
Torino - Sciopero e corteo contro le morti sul lavoro in solidarietà con
gli operai della ThyssenKrupp.
Blocchi
ai cancelli e presidio Bertone
Torino - Cielo terso e freddo
glaciale. Meno sei alla stessa ora della mattina,
davanti all'ex Lancia di Chivasso, quando parte il
blocco dei can celli
e delle merci. La giornata di sciopero dei
metalmeccanici torinesi è stata fatta tutta da
blocchi e presidi; un po' perché la manifestazione
era stata fatta in occasione dello sciopero di
quindici giorni fa, un po' perché in molte
situazioni i lavoratori erano più disposti a
partecipare a iniziative che riguardavano da vicino
il loro stabilimento.
Il momento clou della giornata è stato davanti alla
Bertone, fabbrica in cassa integrazione da tre anni
e mezzo senza che si veda luce. «Perché non vogliamo
lasciare nessuno indietro: per quella crisi urgono
risposte sociali e industriali». Nel pomeriggio c'è
stato anche un incontro con il ministro del lavoro
Cesare Damiano - che da quelle parti era di casa -
per intravedere una via e una prospettiva.
Alla giornata la Fiom, nelle parole del segretario
torinese Giorgio Airaudo, dà il significato di «una
prova generale». Perché «tutti riconoscono che in
Italia c'è una questione salariale che riguarda il
lavoro dipendente, ma nessuno si presenta a pagare
il conto». Una situazione paradossale, ma che non
lascia nessuno spazio ai giochi di parole. «La vita
dei lavoratori è reale, non un talk show dove tutti
parlano e non succede mai niente». Perciò chi ha
partecipato allo sciopero di ieri guarda già
all'incontro tra Federmeccanica e sindacati,
mercoledì prossimo. «Se non c'è un segnale certo dal
tavolo della trattativa, il 21 - spiega Airaudo - il
giorno dopo siamo disposti a ricominciare da capo».
Insomma: «siamo pronti a fare un Natale
metalmeccanico».(Il Manifesto 17 novembre 2007)
Lettera aperta alla Cgil
di Maurizio Musolino
Non
capisco, scusatemi ma proprio non capisco. Non riesco
assolutamente a comprendere cosa succede dentro la Cgil.
Lo dico con passione, con rabbia ma anche con quell’affetto
che mi lega alla grande organizzazione sindacale. Provo
a riassumere i fatti così come si sono impressi nella
mia mente; certamente una visione parziale, forse
partigiana, ma assolutamente, credetemi, senza malizia.
Durante le calde giornate estive il governo concerta con
le parti sociali due protocolli prima sulle pensioni poi
sul welfare. E’ il risultato di una tesissima trattativa
e si ha l’impressione che alla fine a spuntarla sia
stata essenzialmente la posizione di Confindustria. Il
sindacato firma il primo con qualche riserva e il
secondo con riserve più ampie, tanto da ritenere
necessaria una consultazione dei suoi iscritti. Non
tutti condividono la posizione assunta dalla Cgil, ma
fin qui siamo nella normale e salutare dialettica. Del
resto anche la sinistra su questo non riesce a tenere
una posizione unitaria e i compagni della Sinistra
democratica si smarcano accettando, anche loro con
riserve, quell’accordo che proprio non va giù invece a
noi Comunisti italiani e a Rifondazione.
E così mentre il sindacato avvia la consultazione, parte
importante della sinistra e dei movimenti si dà
appuntamento a Roma il 20 ottobre. Due momenti di alta
democrazia. Entrambi.
Alla consultazione sindacale partecipano oltre 5 milioni
di uomini e donne, molti, la maggioranza, pensionati,
tanti dai luoghi di lavoro. Il dato, per le proporzioni,
non lascia spazio a dubbi, vincono coloro che dicono sì
all’accordo. Dati in netta controtendenza arrivano però
da alcune grandi fabbriche, come ad esempio quelle del
gruppo Fiat. Meriterebbero attenzione. Comunque una
vittoria schiacciante ripeto, anche se condizionata da
un tam tam mediatico dei vertici delle tre
organizzazioni, Cgil, Cisl e Uil, che premono in questa
direzione. Qualcuno avanza dubbi sulla qualità del
risultato, sui condizionamenti, sulle regole della
democrazia interna ai sindacati. Dubbi che possono
risultare fastidiosi per le orecchie di Epifani e co.,
ma nessuno mette in discussione il valore di una così
ampia partecipazione.
Negli stessi giorni si intensifica però una campagna
contro la manifestazione del 20 ottobre. Dalla destra
arrivano bordate contro chi, reo di difendere gli
interessi dei lavoratori e dei precari, viene definito
di volta in volta estremista, radicale e anatema:
“comunista”. Ma a sorprendere è la durezza degli
attacchi che arrivano anche da importanti settori del
centrosinistra e della sinistra. Dal Partito democratico
giunge la richiesta di annullare l’iniziativa, è «un
attacco al governo», sentenziano. A sinistra, la Sd di
Mussi ne prende le distanze definendola residuale e
inutile (il giorno dopo il 20 però Mussi farà
autocritica sulle colonne del manifesto); i Verdi
comunicheranno una loro presenza simbolica al solo fine
di raccogliere firme contro gli Ogm. Durissimo il
giudizio della Cgil che per bocca del suo segretario
generale ne chiede l’annullamento. Epifani arriva a
“sconsigliare” ai suoi iscritti la partecipazione e a
vietare la presenza di bandiere della sua
organizzazione. Una posizione senza precedenti per la
Cgil, che considera evidentemente la manifestazione un
duro atto contro un governo “amico”.
Come è andata lo sanno oramai tutti. Un milione di
persone, di uomini e donne, hanno invaso le strade di
Roma, pacificamente, per chiedere al governo Prodi il
rispetto degli impegni presi e del programma. Il giorno
dopo era lo stesso presidente del Consiglio a
ringraziare i partecipanti e a promettere che quelle
richieste non sarebbero rimaste inascoltate.
E così è, anche se in minima parte. Due giorni dopo il
Consiglio dei ministri realizza un disegno di legge con
elementi contraddittori. Vi è qualche miglioramento
rispetto al protocollo di luglio, ma ancora
insufficienti. Nessuno vuole la caduta del governo e
questa volta il disegno passa con le astensioni dei
ministri del Pdci e di Rifondazione. Una prova di
responsabilità. Ma inspiegabilmente dai sindacati
arrivano reazioni furiose. Non contro le cose che ancora
non vanno e che ad esempio attenuano la lotta verso la
precarietà, bensì verso il fatto stesso che la
“sinistra”, o almeno parte di essa, si era macchiata
della responsabilità di aver fatto nient’altro che
quello per la quale è votata: ovvero legiferare al
meglio verso i lavoratori. Si giunge fino alla minaccia
di uno sciopero generale, rientrato dopo le
rassicurazioni di Prodi e la convocazione di un secondo
Consiglio dei ministri. In molti, dentro e fuori dal
Palazzo, capiscono cosa stia succedendo. Io sono fra
quelli, specie se poi penso che tutto questo accade
mentre ci sono milioni di precari, mentre si attaccano i
diritti di chi lavora ad iniziare da quello di avere un
contratto nazionale, e mentre la questione salariale è
sempre più un macigno per tantissime famiglie italiane.
Siamo così all’oggi. Alle manifestazioni della scorsa
settimana degli insegnanti e dei lavoratori del pubblico
impiego. Due grandi mobilitazioni che chiedevano al
governo nient’altro che il rispetto del programma e
degli impegni presi. Due manifestazioni che
rappresentavano nelle piazze quel disagio di chi lavora
e non riesce ad arrivare alla fine del mese. Lo stesso
disagio che era stato protagonista a Roma il 20 ottobre.
Ma questa volta va tutto bene. Tutto è legittimo.
A questo punto resta davvero difficile capirci qualcosa.
Perché quello che non era lecito il 20 ottobre diventa
lecito il 26, il 27 o il 29 ottobre? Perché i partiti
dovrebbero abdicare al loro diritto di rappresentare gli
interessi di classe? Perché? Spiegatecelo! Altrimenti i
dubbi aumentano e pensare che qualcuno ha dovuto calare
il capo di fronte ad un Partito democratico neo
centrista potrebbe non essere solo peccato. (La
Rinascita della sinistra 1 novembre 2007)
Punire il dissenso, salvare il
governo
di Loris Campetti
Quando si vince si ha la forza e la voglia di discutere, quando si
stravince può venire invece la tentazione di non fare prigionieri.
Avendo voluto e incassato nella consultazione dei lavoratori un consenso
sul protocollo del 23 luglio superiore all'80%, la maggioranza della
Cgil avrebbe potuto ricucire un rapporto con la categoria dei meccanici
e le aree programmatiche contrarie all'accordo. La segreteria nazionale
della Cgil, con un'unica eccezione, ha invece scelto di non farlo, e
dopo una dura introduzione di Guglielmo Epifani, un dibattito che ha
toccato toni anche molto accesi e in qualche caso addirittura insultanti
e delle conclusioni più dialoganti del segretario, ha posto in votazione
un documento che apre il processo al dissenso a livello nazionale,
attraverso una consultazione dei gruppi dirigenti. Un dibattito che non
sarà s olo
sulle questioni politiche ma anche sui «comportamenti».
Il voto nel direttivo della Cgil ha formalizzato la rottura della
maggioranza congressuale, con il voto contrario dell'area Lavoro e
società coordinata da Nicola Nicolosi, che si somma al voto contrario
della Fiom e dell'area 28 aprile guidata da Giorgio Cremaschi.
Risultato: 82 voti favorevoli, 31 contrari e 1 astenuto. Dunque, oggi la
Cgil ha un'opposizione interna che sfiora il 30%. Quest'opposizione si è
allargata proprio grazie alla decisione della segreteria di fare i
conti, non solo politicamente, con le aree critiche nei confronti del
protocollo. Nicolosi ci tiene a precisare che non è la sua area ad aver
messo in discussione la maggioranza uscita dal congresso: chi si è
distaccato dalla linea politica congressuale non siamo noi, «poiché il
protocollo del 23 luglio non è certo coerente con le scelte
programmatiche della Cgil».
Nel dispositivo finale ce n'è per tutti: per Lavoro e società, a cui è
stata confermata l'accusa di aver partecipato a una manifestazione
fiorentina autoconvocata contro l'accordo; a Giorgio Cremaschi, reo di
lesa maestà per le sue accuse di brogli nello svolgimento della
consultazione; soprattutto ce n'è per la Fiom, la categoria dei
metalmeccanici il cui comitato centrale si era espresso all'80% contro
il protocollo. E' straordinario, almeno per chi non fa il sindacalista,
comprendere la logica per cui si apre il processo contro una categoria
che interpreta fedelmente l'umore dei suoi rappresentati, i lavoratori
metalmeccanici che si sono espressi a maggioranza per il no. Sarà poco
sindacale, ma a chi scrive viene da pensare che critiche sarebbero
semmai state legittime se la Fiom avesse preso posizioni sconfessate
dalla sua gente.
Gianni Rinaldini si è detto preoccupato per il clima pesante che ha
segnato la due giorni di direttivo. «La ragione principale del mio voto
contrario sta in un paradosso: il voto del comitato centrale della Fiom
diventa oggetto di discussione in tutti gli organismi dirigenti. Una
scelta preoccupante, sospetta. Se la discussione dovesse trasformarsi in
un processo alla Fiom e alle aree programmatiche sarebbe un disastro. Ma
io voglio coltivare la speranza che alla fine del percorso si possa
raggiungere una posizione unitaria». Invece che lanciare accuse di lesa
confederalità per un più che legittimo voto contrario, secondo Rinaldini
sarebbe decisamente meglio discutere di quale confederalità, cioè di
quale sindacato, quale rappresentanza sociale, quale democrazia. Una
«discussione a tutto campo prima che i processi politici in corso cadano
addosso alla Cgil», in riferimento agli effetti provocati sul sindacato
dalla nascita del Partito democratico e dal tentativo di riunificazione
delle forze alla sua sinistra. In discussione sono il programma e il
percorso della Cgil, la sua autonomia e non il segretario o i gruppi
dirigenti: «Se avessi pensato questo avrei chiesto il congresso
straordinario».
Nicolosi riconosce la validità e il risultato della consultazione che
«dà un mandato alle confederazioni. Resta aperto il problema di come ci
si rapporta con opinioni diverse». Anche per il coordinatore di Lavoro e
società il percorso deciso dalla maggioranza del direttivo è sbagliato,
«assomiglia a un processo su larga scala al dissenso e non apre una
discussione sul merito. E rifiuto con nettezza l'accusa, pure emersa in
alcuni interventi, secondo cui il dissenso aprirebbe spazi a fascie
eversive. E' un nesso intollerabile. Noi non ci distacchiamo dalla linea
congressuale, è Epifani che deve spiegare se c'è stato un cambio di
paradigma nella Cgil».
Giorgio Cremaschi non va per il sottile e denuncia «la caccia alle
streghe»: «Una discussione che conclude una consultazione che ha visto
prevalere il sì senza che si sia concessa legittimità politico-sindacale
a quella parte dei gruppi dirigenti che avevano scelto o sostenevano il
no, si conclude con un processo politico e un rinvio a giudizio per
quegli stessi gruppi dirigenti... Solo i lavoratori, è stato detto,
avevano il diritto al no». Un intervento fermo ma razionale, quello del
leader dell'area 28 aprile, che ha ricordato l'opposizione dei
lavoratori metalmeccanici così come in altre categorie. «L'unica cosa
che condivido della relazione di Epifani è che non si può usare la
categoria del disagio, che è in tutto il mondo del lavoro, per
interpretare il no che invece rappresenta un'altra posizione, un altro
giudizio sull'accordo». Cremaschi ha duramente criticato il gruppo
dirigente della Cgil («la lotta continua per cambiare la Cgil») e ha
concluso evocando il grande rimosso del direttivo: la grande
manifestazione contro la precarietà.
Sul versante dell'analisi del voto, il documento conclusivo ripercorre
la relazione di Epifani e mette l'accento sulla necessità di lavorare
sul versante dei salari e delle condizioni di lavoro, impegnandosi nelle
scadenze contrattuali. Alla Fiom ha proposto un incontro, volentieri
accettato, tra le due segreterie per discutere il difficile contratto
dei metalmeccanici. Sul versante politico, resta la priorità della
salvezza del governo (priorità che ha avuto un peso decisivo, eccessivo,
in tutta la vicenda del protocollo): si ritiene «essenziale per gli
interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei
pensionati che rappresentiamo, la stabilità del quadro politico. Senza
questa verrebbe messa in discussione la stessa traduzione in legge del
protocollo». Un protocollo «migliorato» nella scrittura finale e che la
maggioranza della Cgil vorrebbe davvero che fosse finale, senza
cambiamenti di qualsiasi natura.
La segreteria ha votato in blocco sì, con l'unica eccezione di Paola
Agnello Modica, di Lavoro e società. Tra gli interventi che annunciavano
il voto contrario quello dell'ex segretario della Cgil di Brescia, Dino
Greco. L'unica astensione è firmata dal segretario della Camera del
lavoro di Reggio Emilia, Mirto Bassoli, che nel suo intervento ha
espresso un aperto disaccordo con la risoluzione finale.
Entro novembre la discussione nei gruppi dirigenti e poi un nuovo
direttivo: per sancire la condanna dei reprobi, o per ricercare un
cammino comune? Dipende se prevarrà il confronto sulla crisi della
rappresentanza, oppure la resa dei conti nella peggiore tradizione
terzinternazionalista. E dipende, ahinoi, dalla durata del governo
Prodi.(Il Manifesto 24 ottobre 2007)
Cgil, intervento di Giorgio Cremaschi
al Comitato Direttivo del
23 ottobre 2007
Una
discussione che conclude una consultazione che ha visto
prevalere il sì senza che, come ha confermato tutto
quello detto qui sinora, si sia concessa legittimità
politico-sindacale a quella parte dei gruppi dirigenti
che avevano scelto o sostenevano il no, si conclude con
un processo politico e un rinvio a giudizio per quegli
stessi gruppi dirigenti. Solo i lavoratori, è stato
detto, avevano il diritto al no, non i gruppi dirigenti
e purtroppo un’idea estesa di gruppo dirigente si è
diffusa nei territori, visto che in alcune realtà ci
sono i segnali dell’avvio di una vera e propria caccia
alle streghe nei confronti di delegati e militanti della
Cgil che hanno fatto campagna per il no.
Potrei
chiudere qui il mio intervento, sottolineando che quello
che si compie non è solo un’incredibile ingiustizia
politica, ma anche un errore, soprattutto un errore che
danneggia e indebolisce l’organizzazione alla vigilia di
passaggi politici e sociali durissimi per il mondo del
lavoro.
Dopo più di
trent’anni di quello che io considero un onorato lavoro
dalla parte giusta, essendomi sempre sentito un
cittadino e non un suddito di quest’organizzazione, ora
però provo il bisogno di rispondere alle offese, alla
mancanza di rispetto personale, alle meschinità che qui
ho sentito.
Ho fatto
campagna per il no e lo rivendico come diritto in una
consultazione ove il sì e il no avrebbero dovuto avere
pari dignità, essendo il voto quello che alla fine
decide. Ho considerato la campagna per il no un modo per
rafforzare e valorizzare una consultazione che in tante
parti del paese e dei luoghi di lavoro veniva
considerata inutile e scontata. Ho contribuito a
suscitare partecipazione tra militanti e iscritti alla
Cgil con questa consultazione, pensando che questa
militanza avrebbe portato nuove energie e forze al
sindacalismo confederale e soprattutto tra i giovani.
Ho creduto
nella correttezza di una consultazione nella quale, pur
con un regolamento che impediva la pari dignità alle due
posizioni fosse data piena possibilità ai consultati di
esprimersi liberamente.
Ho chiesto
agli organi competenti, ben prima che si aprisse una
discussione pubblica su questi temi, impegni e garanzie
in questa direzione, con una mia lettera il 27 di
settembre che non ha ricevuto alcuna risposta. Ho
ricevuto decine e decine di denunce di irregolarità da
parte di persone perbene, di iscritti e militanti che
erano andati fiduciosi al voto e che riscontravano cose
che a loro non piacevano e soprattutto non si sarebbero
mai aspettate.
Tutti
mitomani o provocatori? Anziani pensionati, giovani
lavoratori, tutti al soldo di un complotto contro la
Cgil? Ma non scherziamo. In ogni caso ho provveduto a
girare tutte queste denunce, che sono decine e decine,
alla Commissione nazionale. Spetterà ad essa decidere
cosa farne. Quello che io ho dato alla stampa è
semplicemente la notizia di questo: fatti e chi dice che
io ho fatto accuse di brogli non avendo prove mente due
volte, perché non ho mai parlato di brogli ma ho
esercitato il mio legittimo diritto di iscritto di
pretendere la correttezza del voto ovunque e ho fatto
pervenire alla Commissione competente denunce firmate
con nome e cognome.
Dire o
insinuare che Giorgio Cremaschi avrebbe consapevolmente
inventato dei brogli inesistenti per danneggiare la Cgil
nella consultazione, è una calunnia che respingo al
mittente, chiunque esso sia, contro la quale mi
difenderò nel nome del diritto al rispetto che viene
prima di qualsiasi cosa.
La
consultazione ha dato un responso chiaro, tranquillizzo
i compagni, possono leggerlo anche sui volantini della
Rete, abbiamo detto che ha vinto il sì. E, tuttavia, è
un voto che andrebbe letto, studiato, non brandito come
una clava contro il dissenso. L’unica cosa che condivido
della relazione di Epifani è il fatto che non si può
usare la categoria del disagio, che è di tutto il mondo
del lavoro, per interpretare il no. Per me il no è
semplicemente un’altra posizione, un altro giudizio
sull’accordo. Un giudizio difficile da dare visto che,
al di là delle condizioni materiali della consultazione,
era evidente che essa non era uguale a quella del ’95,
ove tutti i consultati perdevano qualcosa, mentre con
questo protocollo c’era chi guadagnava, chi perdeva di
meno, chi perdeva di più. Occorreva una mediazione
culturale e politica, sia per il sì, sia per il no. E io
penso che pur essendo minoranza 1.000.000 di no, di cui
solo 300.000 dei metalmeccanici e 700.000 nelle altre
categorie, visto che tra i pensionati il no è
inesistente, dovrebbero far riflettere e non essere
considerati davvero solo un disagio o figli di un
complotto. Certo il sì ha vinto con 4.000.000 di voti,
di cui però sarebbe utile ragionare sul fatto che più di
1/5 si trovano in due sole regioni che, peraltro,
assieme hanno anche più di 1/5 di tutti i votanti e
hanno raddoppiato la partecipazione al voto rispetto al
1995 quando in gran parte del centro nord essa è calata.
Un compagno ha dichiarato che parlare di questo è
razzismo antimeridionale. Al contrario, l’organizzazione
dovrebbe esaltare le virtù troppo nascoste di una
capacità di organizzare una partecipazione al voto là
dove il lavoro è disperso, superiore che nei grandi
centri industriali. Ricevo ogni tanto dalla Toscana i
dati del lavoro minuzioso di un compagno che segue
l’artigianato e il piccolo commercio e i suoi successi e
le sue difficoltà si contano spesso sulle unità. Così
pure scontiamo sempre una grande difficoltà a far
partecipare alla vita sindacale le figure professionali
più alte. Ebbene, in Campania hanno partecipato al voto
più di 40.000 edili e più di 60.000 dipendenti del mondo
della scuola e dell’università. Ecco, io credo che la
capacità di organizzare le persone di questi compagni
dovrebbe essere messa a conoscenza di tutta
l’organizzazione e valorizzata, perché abbiamo tutti da
imparare da loro.
La segreteria
confederale, nella sua relazione, non ha inteso dare
dignità di interlocuzione a chi nel gruppo dirigente ha
sostenuto il no. Ci sono quelli come me che hanno
delegittimato l’organizzazione, quindi finiranno in
Commissione di garanzia (consiglierei alla segreteria
minor ipocrisia, non siamo alla Camera dei Lord e se la
segreteria confederale fa capire che “di Cremaschi si
occuperà la Commissione di garanzia”, vuol dire che è la
segreteria che vuole che questo accada e quindi se ne
deve assumere le responsabilità politiche). C’è il
gruppo dirigente della Fiom, che agisce per ragioni
politiche esterne all’organizzazione e per questo decide
di votare no nel Comitato Centrale, c’è Lavoro Società
che, a Firenze, organizza manifestazioni che sono
accostate al terrorismo. Mi pare chiaro che questa
segreteria e questa maggioranza non ha nessuna voglia di
discutere. Se posso dirlo non l’ha mai avuta, dal
congresso in poi non ricordo un solo momento nel quale
ci si sia potuti fermare davvero a riflettere sulle
difficoltà, sugli smacchi, sulle contraddizioni che
erano di fronte alla Cgil. Mai una vera analisi della
realtà. Eppure stiamo andando alla crisi del sistema
politico, all’attacco al sistema contrattuale,
all’affermazione brutale da parte Cisl e Uil, come
neanche avveniva quando c’era al governo Berlusconi,
della validità della legislazione sul lavoro, ma di
tutto questo non si discute. Ricordo il dramma della
notte del 23 luglio, le parole pesanti, le dichiarazioni
di fine della concertazione, il senso di umiliazione che
percorreva il gruppo dirigente. Ebbene tutto questo si è
scaricato addosso a chi ha sostenuto il no.
No, così non
va, così si porta l’organizzazione a drammatiche
sconfitte, da parte di un gruppo dirigente che più il
tempo passa e meno si mostra all’altezza. Questo almeno
è il mio giudizio e su questo pretendo di essere
giudicato.
Ieri una
delle fabbriche dove il no è stato grande maggioranza,
la Same di Bergamo, ha scioperato in massa per il
contratto, in aggiunta al pacchetto di ore nazionali, è
la prima in Italia. Ecco, io penso che chi ha impostato
il direttivo in questo modo non ha valutato le
conseguenze che possono avvenire una volta che usciamo
da questa sala e il nostro rapporto con una parte dei
lavoratori che non considerano anch’essi i loro no un
disagio, ma parte di una battaglia politica legittima
dentro il loro sindacato. E’ un errore grave, così come
è senza senso la discussione sui limiti del dissenso. Il
dissenso che non ha il diritto di essere pubblico è un
dissenso che non esiste, senza diritti. Le maggioranze
hanno già la forza della maggioranza, senza avere
bisogno di cancellare l’esistenza pubblica di un’altra
posizione. Questo almeno in una democrazia e in una
democrazia moderna nella quale, per fortuna, con tutte
le sue contraddizioni ci sono i giornali, la
televisione, internet e tutto il resto. No, non vedo
nulla di positivo nella discussione legge-ordine, nel
tentativo di affermare nella Cgil un centralismo
democratico che non ha mai fatto parte della storia di
questa organizzazione, neppure negli anni Cinquanta. No,
non vedo nulla di positivo nel fatto che usciti da
questo direttivo comincerà il processo politico a Gianni
Rinaldini e quello disciplinare a me, e forse anche ad
altri.
Sinceramente,
dopo trent’anni verrebbe voglia di rassegnarsi e di
pensare a una propria vita migliore. Tuttavia sabato, in
una grande manifestazione, ho visto sul palco un
comunista di oltre novant’anni dire semplicemente “la
lotta continua”, e quindi anche per me, nonostante
tutto, la lotta continua dentro la Cgil per cambiare la
Cgil.
Cgil, scoppia la guerra delle
bandiere
di Carla Ronga
I l
vaso è colmo e la rottura tra la Cgil e
Giorgio Cremaschi , leader dell'area
programmatica "28 aprile" è alle porte.
Tra accuse reciproche, i divorzi spesso
vengono preceduti dalle carte e dai
cavilli giuridici e dall'incattivimento
della parte che si reputa lesa. Cose che
accadono anche in casa Cgil. La resa dei
conti è fissata per il Direttivo del 22
e 23 ottobre prossimi: lì ci sarà modo
di fare il bilancio definitivo della
spaccatura Fiom sul protocollo e il
referendum sindacale. In quell'occasione
si conteranno le forze reali e si
chiederanno i chiarimenti politici.
Sempre in quell'occasione,
probabilmente, la leadership dei
metalmeccanici dovrà fare i conti con
una rappresentanza uscita forse
indebolita dalla battaglia referendaria:
di fronte ad una leadership di categoria
schierata con una maggioranza "quasi
bulgara" per il rigetto del protocollo
di luglio, infatti, il 51, 8% dei "no"
inseriti nell'urna sembra un risultato
tutt'altro che roseo (soprattutto se
venisse confermato che al nord, nel
cuore produttivo, a vincere sono stati i
si). Cosa farà Rinaldini? Il segretario
della Fiom prenderà le difese del
ribelle Cremaschi?
Per avere risposte si
deve aspettare lunedì prossimo, ma in
mezzo c'è un altro appuntamento che
preoccupa: il 20 ottobre. Data in cui
una parte della sinistra e due
componenti della Cgil ("Lavoro e
società" e "Rete 28 aprile") scenderanno
in piazza per chiedere gli uni
l'applicazione del programma elettorale
proposto dal governo Prodi agli elettori
del centrosinistra, gli altri per
protestare contro un protocollo che
probabilmente avrà già raggiunto le aule
parlamentari, gli altri ancora per
chiedere ai rappresentanti politici
l'uscita dal governo, chi per annusare
l'aria che tira, chi.... Insomma, non si
sa bene cosa accadrà il 20 ottobre e la
Cgil non intende correre rischi. Così, per la prima
volta nella storia del sindacato dei
lavoratori, si è ricorso alle classiche
carte da bollo per ribadire: in quella
piazza, le nostre bandiere e il nostro
logo non s'hanno da vedere.
La carta da bollo ha la forma di una
circolare trasmessa a tutte le proprie
strutture, precisando che "l'uso dei
loghi e i simboli delle strutture è
consentito esclusivamente alle
segreterie delle strutture stesse". Il
documento, firmato dal responsabile
dell'organizzazione della
confederazione, Marco Di Luccio, reca la
data dello scorso 15 ottobre ed è stato
diramato a tutte le strutture "dopo la
segnalazione di casi di un uso non
corretto dei simboli", per ricordare
quanto già previsto dallo statuto della
Confederazione e dalle delibere
regolamentari approvate dallo stesso
direttivo: "non è consentito utilizzare
a qualsiasi titolo simboli di aree
programmatiche dentro e fuori della
nostra organizzazione. In particolare,
non si possono usare loghi di area
programmatica nelle comunicazioni
utilizzando apposita carta intestata, o
striscioni, bandiere e pettorine nel
caso di manifestazioni esterne".
Ma la tempestività
dell'informativa, che arriva alla
vigilia della manifestazione organizzata
da una parte della sinistra contro il
protocollo sul Welfare, controfirmato
dalla Cgil nazionale ma bocciato da
alcune aree programmatiche del
sindacato, basta a far insospettire e
divampare la "guerra delle bandiere"
all'interno della confederazione di
Corso Italia.
Contro la circolare si scaglia
Giorgio Cremaschi, segretario nazionale
della Fiom e rappresentante di Rete 28
aprile della Cgil : "Considero grave e
comunque inaccettabile il contenuto
della circolare del 15 ottobre tesa a
limitare l'iniziativa esterna delle aree
programmatiche", dice. L'area
programmatica Rete 28 Aprile "ha sempre
saputo distinguere tra l'utilizzo dei
simboli dell'organizzazione e le prese
di posizione pubbliche, assunte in base
allo statuto che garantisce la piena
libertà e pubblicità al dissenso",
aggiunge il leader della Fiom
sottolineando come "non spetta al
dipartimento organizzazione interpretare
le regole statutarie, ma solo al
Collegio statutario nazionale".
E si fa sentire anche Lavoro e Società,
anch'essa in procinto di sfilare contro
l'intesa del luglio scorso. "E' grave il
contenuto della circolare del 15
ottobre", commenta il coordinatore
dell'area, Nicola Nicolosi. "E' in
contrasto con la storia della nostra
organizzazione che si è strutturata in
questi anni per aree programmatiche,
dopo la fine delle componenti di partito
e mettendo in discussione le modalità e
le consuetudini, consolidate da tempo,
che sono alla base del nostro comune
agire politico", aggiunge Nicolosi.
In campo scende anche il Pdci, già
protagonista di una rovente polemica
contro i sindacati confederali in
occasione dell'uscita di Rizzo sui
"brogli referendari". Questa volta a
protestare non è l'eurodeputato ma la
capogruppo in Senato, Manuela Palermi,
che in una nota insiste: "Alla
manifestazione del 20 ci saranno
moltissime bandiere della Cgil e sarà un
atto del tutto legittimo perché quel
simbolo appartiene ai lavoratori, alla
loro storia, alle loro lotte". E'
l'ultimo strappo?(AprileOnline 18
ottobre 2007)
Dai No metalmeccanici nascono tante
domande
di Loris Campetti
Un
milione e mezzo di dipendenti, appena un po' di
meno del passato. Se si aggiungono i dipendenti
delle aziende artigianali si arriva quasi a due
milioni di lavoratori.
I metalmeccanici, per dirla in breve,
rappresentano il più importante comparto
dell'industria italiana. Ma non tutte queste
tute blu sono raggiunte dall'azione di Fim, Fiom
e Uilm: soltanto un milione di metalmeccanici e
metalmeccaniche sono sindacalizzati. Infatti, ai
referendum contrattuali di categoria il calcolo
della partecipazione al voto viene fatto su un
milione di «aventi diritto». Se nella
consultazione sul protocollo del 23 luglio si
fosse fissata la stessa area di riferimento - le
aziende con un sia pur minimo collegamento con i
sindacati - la percentuale dei no sarebbe
passata dall'attuale 53% a più del 60%.
Nei commenti a caldo si è spesso stabilito un
rapporto diretto tra l'indicazione di voto data
dalla Fiom e la vittoria, sia pur di misura, del
no tra gli oltre 600 mila metalmeccanici che
hanno votato. E' una considerazione solo
parzialmente vera. Il risultato della
consultazione negli stabilimenti Fiat smentisce
questa semplificazione, a Mirafiori come a
Pomigliano, e soprattutto a Melfi. Ovunque,
nelle fabbriche di Marchionne, la bocciatura del
protocollo ha percentuali oscillanti tra il 70 e
il 90% e i numeri dei «no» sono doppi e in
qualche caso tripli dei voti raccolti dalla Fiom
alle elezioni per il rinnovo delle Rsu.
Ciò vuol dire che nello stabilimento lucano, per
fare l'esempio più eclatante, contro l'accordo
si sono espressi anche gli operai che avevano
votato Fim, Uilm, Fismic, o addirittura per l'Ugl.
Diciamo che quasi tutti, a Melfi, hanno votato
«no».
Ciò non vuol dire che l'appartenenza sindacale
non conti nulla, ovviamente. Vuol dire che il
gruppo dirigente allargato della Fiom ha il
polso della situazione ed è in grado di
interpretare correttamente i sentimenti di chi
cerca di rappresentare. E non è poco, dovrebbero
rifletterci in corso d'Italia al momento di
aprire un confronto politico con i
metalmeccanici.
Nel '95 le cose andarono diversamente: la Fiom
si espresse a favore della riforma Dini sulle
pensioni, che invece gli operai bocciarono. Fu
l'occasione per il sindacato allora diretto da
Claudio Sabattini - con l'assemblea nazionale di
Maratea - per ridiscutere linea e strategia
politica e scegliere la strada dell'indipendenza
sindacale, un passo oltre l'autonomia. In
sostanza, da quel momento in poi la Fiom ha
sempre scelto in relazione ai contenuti, in
difesa delle condizioni materiali dei
lavoratori, a prescindere dal quadro sindacale
generale e dal quadro politico. Perché non ci
sono governi amici.
Che nelle grandi fabbriche metalmeccaniche
avrebbe stravinto il no era prevedibile, i
risultati erano scritti nell'andamento delle
assemblee. Semmai, non era prevedibile un
isolamento così forte di questa categoria
rispetto all'insieme dei votanti. Un dato su cui
riflettere. Ha ragione Rinaldini (vedi
l'articolo in questa pagina), nel leggere i
risultati, a escludere differenze significative
per aree territoriali - in Piemonte e in
Campania o in Basilicata i «no» oscillano tra il
67 e il 78,65% - o per generazioni: a Mirafiori
dove c'è una classe operaia molto anziana e a
Cassino dove l'età media è di 28 anni si viaggia
tra il 76 e più dell'80% di no. Le differenze
semmai riguardano le dimensioni dell'impresa:
nelle piccole aziende hanno vinto i sì, nelle
piccolissime non sindacalizzate e dove non si
sono tenute assemblee i «sì» hanno addirittura
stravinto.
Ma cosa c'è dietro quella valanga di no nelle
grandi fabbriche? C'è rabbia, prodotta da
condizioni di lavoro troppo pesanti, una fatica
svenduta perché i salari sono vergognosamente
bassi, come ammette persino Montezemolo. C'è l'incazzatura
di chi vede confermata la scelta di premiare
sempre più le imprese a scapito dei lavoratori,
le rendite a detrimento dei salari. C'è la
delusione delle aspettative riposte nella fine
del regime di Berlusconi e nell'avvento di una
stagione «meno antioperaia».
Da qui viene il distacco dalla politica, figlio
di una solitudine sempre più amara di chi sente
svalorizzato il suo lavoro. Solitudine rispetto
alla sinistra, da cui ci si aspettava qualche
segnale di inversione di tendenza. E solitudine
rispetto allo stesso sindacato che rischia di
essere identificato come parte dell'odiato ceto
politico. E' la crisi della rappresentanza,
vissuta tanto più fortemente quanto più dure
sono le condizioni di lavoro. Si incazzano i
vecchi operai a cui viene scippata la pensione e
si incazzano i giovani a cui, oltre alla
pensione futura, vengono scippate la sicurezza e
il futuro. Giovani che alla catena di montaggio
sono costretti a fare gli straordinari per
passare da 1.100 a 1.200 euro al mese: sentono
di perdere la gioventù, il senso stesso della
loro vita, per un salario da fame. La loro vita
e il loro lavoro non trova più albergo nelle
politiche di quella che una volta veniva
chiamata sinistra e dalla prossima settimana si
chiamerà Partito democratico
Sbaglierebbe chi pensasse che dietro ogni «no»
si nasconda una protesta di sinistra. Alla
resistenza culturale di chi ha alle spalle una
lunga esperienza politica e sindacale nella Fiom,
o l'ha ereditata dal compagno di lavoro meno
giovane, si aggiunge una rabbia generalizzata.
Qualcuno ha scritto che al nord, berlusconiani e
leghisti avrebbero aiutato il risultato del
«no». I dati della consultazione smentiscono
questa tesi. E' molto probabile invece che una
qualche influenza sia arrivata dal «grillismo»
La solitudine non fa bene a nessuno, fa
regredire culturalmente prima che politicamente.
Gli operai non sono di per sé né di destra né di
sinistra, è altro a determinarne la collocazione
(qualcuno ricorda Karl Marx?). In una situazione
sociale, com'è la fabbrica, gli operai sono
disposti a qualsiasi cosa pur di difendere il
più debole, il più giovane, l'immigrato. Fuori,
in un territorio desertificato dalla crisi della
politica, potrebbero anche firmare appelli per
cacciare dai loro quartieri gli zingari.
Se queste considerazioni hanno un senso, il voto
sul protocollo va preso sul serio, i segnali
vanno raccolti, alle domande di tutela e di
rappresentanza va data una risposta. Ci
rifiutiamo di credere che si tratti di un
problema solo per la Fiom.(Il Manifesto 12
settembre 2007)
Venti senatori firmano il reintegro
del sindacalista licenziato
Sono
piu' di venti i senatori che hanno risposto finora all'appello lanciato
dal vicepresidente del gruppo Prc, Tommaso Sodano, per chiedere il
reintegro del sindacalista della Fillea-Cgil, Ciro Crescentini,
''licenziato la scorsa settimana dalla federazione degli edili campani''.
Lo rende noto lo stesso Sodano che promuovera', nei prossimi giorni, la
raccolta di nuove firme tra i parlamentari di palazzo Madama. Tra i
firmatari del documento ci sono i capigruppo di Sinistra democratica
Cesare Salvi, di Rifondazione comunista Giovanni Russo Spena e del
Pdci-Verdi Manuela Palermi e ancora i senatori Mauro Bulgarelli, Dino
Tibaldi, Raffaele Tecce e Olimpia Vano, Massimo Villone e paolo
Brutti. ''Ciro Crescentini, sindacalista della Fillea-Cgil di Napoli e'
stato licenziato dopo 25 anni di battaglie sindacali a fianco dei
lavoratori della categoria edile - si legge nel documento -
sindacalista sempre in prima linea nel denunciare le gravi e purtroppo
frequenti irregolarita' sui cantieri edili in tema di sicurezza, e nella
sua attivita' contro il mobbing esercitato nei confronti dei lavoratori,
ha profuso il suo impegno sul campo, con grande coerenza civile e
morale. Proprio per queste ragioni appare ancora piu' incomprensibile il
suo licenziamento''.
E prosegue: ''Se venissero confermate le circostanze, riportate dallo
stesso Crescentini, sul tentativo di mettere a tacere le sue denunce nei
confronti di alcune aziende, inoltrate all'Ispettorato del Lavoro, da
parte della stessa Cgil di Napoli, sarebbe un fatto gravissimo, inaudito
per la storia e i principi ispiratori del primo sindacato italiano''. Lo
scopo dell'iniziativa e' di chiedere alla Fillea e alla Cgil di rivedere
questa decisione e reintegrare mediatamente Crescentini. ''E' una atto
di giustizia - conclude la nota - nei confronti del militante e nei
confronti di quei lavoratori, appartenenti alla sua categoria, che hanno
manifestato ripetutamente sostegno e stima al sindacalista licenziato''(www.comunisti-italiani.it
28 settembre 2007)
Licenziato dalla Fillea-Cgil Campania
Licenziato
dalla Fillea-Cgil Campania un dirigente sindacale conosciuto e stimato
per la sua attivita' a favore dei lavoratori del "difficile" settore
edile.
Con motivazioni non verosimili - semplice turn over - Ciro Crescentini,
napoletano, 47 anni, una vita spesa al fianco di manovali edili e operai
e piu' di recente anche nel centro di assistenza antimobbing, e' stato
licenziato.
La vicenda trae origine dai dissidi con la struttura sindacale cittadina
per alcuni esposti presentati all'ispettorato del lavoro per i quali
dirigenti dello stesso ispettorato lamentavano presso la segreteria
l'"eccessiva solerzia" di Ciro Crescentini..
In conseguenza di questo episodio vi sono gia' state numerose prese di
posizione da parte di lavoratori iscrtitti, delegati e dirigenti della
stessa Fillea contro il provvedimento ed a sostegno di Ciro.
Che un sindacato come la Cgil licenzi un proprio dipendente (non vigono
le tutele dell'art. 18) E' doppiamente inaccettabile.
Un licenziamento non e mai un fatto privato, tanto meno se attuato da un
sindacato e con motivazioni cosi' torbide
Per questo invito tutti, iscritti e non iscritti alla Cgil, ad aderire
all'appello che segue, lanciato da Marco Bazzoni, e farlo rimbalzare su
tutte le liste. Dante De Angelis
L'APPELLO
P.S CHI VUOLE ADERIRE ALL'APPELLO, INSERISCA IL SUO NOME, AZIENDA,
QUALIFICA, CITTA' E GIRI L'ADESIONE A :
bazzoni_m@tin.it
"Caro Segretario Generale Guglielmo Epifani, spett.le Segreteria
Nazionale Cgil,
siamo lavoratori e e cittadini di tutte le estrazioni politiche e
sindacali, Vi chiediamo di intervenire a favore di Ciro Crescentini
perchè sia reintegrato al più presto al suo posto di lavoro. Non
possiamo credere che sia stato licenziato perchè svolgeva il suo dovere,
denunciando i cantieri irregolari all'Ispettorato del lavoro.
E' una cosa sconcertante!!! Abbiamo bisogno di sindacalisti come Ciro
Crescentini. Stranamente il sindacato (come del resto i partiti
politici) non applica l'articolo 18 ai suoi dipendenti. E incredibile
che chi lo difende non lo applichi.
Comunque la nostra richiesta rimane: la Fillea Cgil di Napoli DEVE
ritirare il licenziamento e reintegrare Ciro Crescentini.
Cordiali saluti.
Marco Bazzoni, Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.
Dante De Angelis, RLS - Trenitalia - Velletri (RM)
ARTICOLO APPARSO SU IL MATTINO DI NAPOLI IERI 25 SETTEMBRE 2007
«E ora chi lo dice ai miei pazienti?»
E adesso chi lo dice ai miei pazienti? Francesco Blasi, responsabile del
centro di psicopatologia del lavoro dell'Asl Napoli 1, non sa darsi
pace. Da anni lavorava a braccetto con Ciro Crescentini nell'ambito di
una convenzione siglata dalla Fillea Cgil con l'unità operativa di
salute mentale diretta da Claudio Petrella. E ora teme per i suoi
pazienti, già sottoposti a gravi stress dai datori di lavoro. «Tanti
lavoratori vessati o licenziati sono in pericolo - spiega - In queste
situazioni, infatti, il rischio suicidario è forte. Nel tempo Ciro ha
aiutato e sostenuto tutti i pazienti, risolvendo tanti casi spinosi e
dimostrando capacità eccezionali. Con il suo allontanamento, i pazienti
perdono un punto di riferimento e possono anche pensare che il
licenziamento del loro sindacalista sia dovuto ad azioni di ritorsione
delle imprese contro i loro procedimenti.
PARLA CIRO CRESCENTINI: HO DECISO DI DIFFONDERE IL TESTO IN MODO
CHE SI PONGA FINE ALLE FALSE NOTIZIE E AI GIRI DI PAROLE
(26/09/2007) - Ecco il testo integrale della lettera a firma del
segretario generale della Fillea Cgil di Napoli Giovanni Sannino con la
quale mi annuncia il licenziamento.
Ho deciso di diffondere il testo in modo che si ponga fine alle false
notizie ed ai giri di parole messe in giro ad arte dal segretario
generale della Fillea di Napoli e dal segretario regionale della Cgil
Michele Gravano che offendono l'intelligenza del sottoscritto, dei
lavoratori, di tanti dirigenti sindacali e degli operatori
dell'informazione.
Protocollo N. 091401-2007/SG-aa
Napoli 14 Settembre 2007
Oggetto: risoluzione rapporto
A Ciro Crescentini
In relazione alla nostra pregressa corrispondenza ed alla tua ultima del
30 Luglio c.a non posso che richiamarmi alle mie precedenti note ed a
quanto con te discusso negli incontri tenutisi presso la Fillea di
Napoli con il Dipartimento Organizzazione nei giorni 5 e 6 Luglio u.s
nel corso dei quali Ti sono state ampiamente illustrate le disponibilità
della nostra Organizzazione a contribuire ad una tua idonea e più che
dignitosa collocazione presso un Ente Paritetico, nel quale potrai
trasferire tutto il tuo bagaglio di professionalità e d'esperienza
acquisito nella ns. organizzazione.
Nel ribadirti, pertanto, ancora una volta, quanto sopra, non essendo
rinvenibile alla nostra organizzazione alcuna posizione lavorativa cui
poterti destinare per consentire la tua permanenza a qualsiasi titolo,
ti comunico che, a far data dal prossimo 24 Settembre c.a decorre la
risoluzione del rapporto fin qui intercorso.
Ritieniti esonerato dal prestare attività nel periodo di preavviso, che
ti sarà corrisposto unitamente a tutte le competenze maturate.
Nell'eventualità che tu decida di valutare positivamente le soluzioni
che ti sono state segnalate nei colloqui intercorsi, è confermata
pienamente la disponibilità della nostra organizzazione a poter renderle
esecutive, ponendo in essere tutti gli adempimenti necessari.
In tal senso è auspicabile una tua sollecita e positiva risposta per
evitare implicazioni con l'esigenze funzionali dell'ente che
rischierebbero di vanificare le nostre volontà .
Con l'occasione, distinti saluti.
Il Segretario Generale della Fillea Cgil di Napoli
Giovanni Sannino
(Il Pane e le Rose 28 settembre 2007)
Cgil, a luglio troppi errori
Intervista a Giorgio Airaudo
di Roberto Portolesi
 L'adesione c’è già, bisogna avere un po’ di pazienza
per qualche polemica eccessiva ma una cosa è certa:
quell’accordo tra governo e sindacati siglato a
luglio proprio non va. Giorgio Airaudo, segretario
della Fiom provinciale di Torino non sembra avere
molti dubbi: «Ho già dato la mia adesione alla
manifestazione del 20 ottobre, ci sono troppe cose
che credo siano sbagliate nel protocollo di luglio».
Cosa vi ha colpito di più?
La questione della precarietà. Era una occasione
importante per fare qualcosa, tra i lavoratori
c’erano tantissime attese su questo tema. Nei primi
famosi 100 giorni sono stati fatti piccoli
interventi ma nulla di incisivo…
Nell’accordo di luglio si pone il limite dei
36 mesi per i contratti a tempo determinato e si
chiede ai sindacati di intervenire per gestire
eventuali contratti che sforino i limiti…
Il protocollo è del tutto generico, anzi, alla fine
si inventa una strada che non pone certo limiti
chiari ai contratti a tempo, anzi. C’è delusione su
quanto è stato firmato a luglio, non si è voluto
affrontare l’enorme problema dei precari.
Ma la flessibilità ormai è ovunque,
impossibile lasciarla fuori…
E qui è la questione, tu puoi chiedere un sacrificio
ai giovani, dire loro che devono avere contratti più
deboli ma poi devono finire e devono essere
finalizzati. Devi indicare uno scopo per la
flessibilità che chiedi, come appunto uno sbocco
lavorativo più solido.
Aderisci alla manifestazione di ottobre solo
per quanto stabilito sul mercato del lavoro?
Certo che no. Basti pensare alla questione delle
pensioni dei lavoratori usurati, che dovrebbero
avere il diritto di continuare ad andare in pensione
con tempi più corti. Ma l’accordo stabilisce solo
5mila uscite all’anno, così non è più un diritto, è
una possibilità…
…e anche piuttosto vaga, sembra una
lotteria.
Eppure in passato c’è stata molta attenzione sul
tema già con la riforma Dini. E poi il decreto
Salvi, che cercò di essere più preciso nel definire
i lavoratori usurati.
Le cose sono cambiate, a questo punto…
…applicando il protocollo di luglio vedrò operai
metalmeccanici, che lavorano in fabbrica tutta la
vita su tre turni, esclusi dai benefici perché non
vengono considerati usurati. Bisogna fare la notte
fissa per essere preso in considerazione, ad esempio
una guardia notturna rientra tra i lavoratori
usurati.
Alla riunione del Comitato centrale della
Fiom, nei giorni scorsi è stato espresso un parere
negativo sull’accordo. Si sono scatenate reazioni
molto pesanti in Cgil contro di voi.
Sono stupito per l’enfasi con la quale poi tutto sia
stato ricondotto a mere questioni burocratiche.
Invece credo che quell’atto sia stato un esempio di
grande responsabilità della Fiom, che ha detto cosa
pensasse dell’accordo e poi si è sottomessa a quanto
diranno i lavoratori. Il tutto nel rispetto totale
delle regole della Cgil.
Ti ricordo che siete stati accusati di avere
espresso un giudizio negativo solo per questioni di
scelte “politiche”.
Non credo che sia un problema che riguardi noi.
Tutti hanno ammesso che la trattativa con Prodi per
mettere la firma sul protocollo è stata anomala,
tutti hanno ammesso che questo ha portato risultati
che hanno creato mugugni tra gli stessi vertici del
sindacato.
Insomma, è l’esatto opposto rispetto
all’accusa che viene rivolta alla Fiom.
E’ stato un vincolo politico che ha pesato su quella
trattativa fin dall’inizio. Così, quando
Confindustria ha messo sul piatto il suo peso non
c’era nulla che potesse controbilanciarlo.
Ti riferisci al fatto che durante le
trattative non c’è stata nessuna mobilitazione per
far pesare i lavoratori, in modo da non mettere in
imbarazzo il governo di centro sinistra?
E come fai a farti sentire senza una mobilitazione?
Ripeto, quella trattativa è stata politicizzata fin
dall’inizio.
La manifestazione del 20 ottobre arriva
tardi rispetto al referendum tra i lavoratori sul
protocollo.
Dieci giorni dopo il voto, per l’esattezza, ma non
l’abbiamo indetta noi e inoltre con il referendum,
comunque vada a finire, si chiude il giudizio
sindacale ma non quello politico. Del resto è un
accordo complesso, con molte sfaccettature, per cui
non mi stupirò se un pensionato troverà più cose
positive e voteranno a favore.
Già, ma i pensionati sono la maggioranza e
voteranno su un testo che parla di mercato del
lavoro, di straordinari detassati, di incentivi al
salario variabile…
…non importa, nel senso che è un momento di
democrazia e hanno tutto il diritto di votare come
gli altri. Ma per questo dico anche che il voto non
può chiudere la vicenda politica.
Che cosa pensi della manifestazione del 29
settembre a Firenze, autoconvocata dai delegati Rsu
e Rsa?
I delegati sindacali di fabbrica hanno tutto il
diritto di manifestare e dire la loro, è libera e
uno può aderire o meno a livello personale. Perfino
il diritto di sciopero è per legge riconosciuto agli
individui.
Ma tu ci andrai?
No, il mio ruolo è diverso. Detto questo rispetto e
capisco perché è stata fatta la convocazione. E i
vertici del sindacato non possono pensare di ridurre
il confronto a provvedimenti disciplinari e anatemi.
Quando nel passato la sinistra ha fatto cose così
alla fine ha solo indebolito la base che
rappresentava. (La Rinascita della sinistra 28
settembre 2007)

Le ragioni del nostro NO
da Lavoro Società –
Cambiare Rotta – CGIL Liguria
Ci siamo
battuti con determinazione e con sacrifici per
cambiare la rotta della politica del Paese. Abbiamo
partecipato al grande movimento di lotta contro la
precarietà e l’attacco ai diritti. Ci siamo spesi in
difesa e per estendere l’articolo 18. Ci siamo
battuti contro le politiche liberiste del gover no
Berlusconi, sull’art. 18 sconfitto dalla grande
mobilitazione dei lavoratori.
Siamo stanchi di vedere i nostri
fratelli, sorelle, figli, talvolta i nostri
genitori, condannati all’incertezza della
precarietà.
Siamo stanchi di essere ricattati
sull’occupazione e di vivere con salari
insufficienti.
Siamo
preoccupati sapendo che alla fine di una vita di
lavoro avremo pensioni da fame.
Il Governo
Prodi non mantiene gli impegni programmatici, e
prosegue sulla linea liberista del rigore sulle
spalle dei lavoratori
e delle lavoratrici, della subalternità alla volontà
di Confindustria e dei poteri forti.
Noi esigiamo il rispetto degli
impegni assunti contro la precarietà e per i
diritti.
Diamo un
giudizio negativo dell’accordo del 23 luglio tra
Governo, Confindustria e sindacati.
E’ un giudizio di merito. C’è una sproporzione
evidente tra la Piattaforma sindacale unitaria e il
risultato raggiunto:
-
lo
scalone Maroni non viene abolito!
Ne vengono soltanto diluiti gli effetti in un tempo
breve e il sistema degli scalini, con il requisito
rigido dell’età, annulla, di fatto, il meccanismo
delle quote ed in alcuni casi risulta addirittura
peggiorativo della Maroni;
-
il ripristino delle 4 finestre
di uscita con 40 anni di contributi ha come
contraltare l’introduzione di 2 finestre di
uscita dal lavoro anche per le pensioni di
vecchiaia: quest’ultimo è un provvedimento
particolarmente odioso nei confronti delle donne che
da sempre sono le più penalizzate nel raggiungimento
dei requisiti per ottenere la pensione;
-
il
provvedimento sui lavori usuranti a nostro avviso è
una beffa
perché da una parte esclude intere tipologie di
lavoratori e lavoratrici e dall’altra introduce un
tetto massimo 5000 uscite all’anno, a fronte di una
platea di 1.400.000 addetti , rendendo l’obiettivo
irraggiungibile per la maggior parte degli stessi;
-
sui
coefficienti di trasformazione,
a fronte di tante, troppe, promesse aleatorie su una
loro rivalutazione, l’unica certezza che
abbiamo è la riduzione del loro valore nei
prossimi anni;
-
ancora
più negativo è il nostro giudizio sulla parte del
protocollo che riguarda il Mercato del Lavoro
che mantiene, in pratica, l’impianto della legge 30
contro la quale, ricordiamolo, migliaia di
lavoratori hanno scioperato e sono scesi in piazza;
-
inaccettabile è inoltre la parte che consente la
ripetizione illimitata dei contratti a tempo
determinato
dopo 36 mesi, semplicemente attraverso la
conciliazione tra lavoratore e datore di lavoro alla
presenza di un sindacalista: è un atto, questo, che
elimina qualsiasi possibilità di contenzioso futuro,
disarma il lavoratore e snatura il ruolo e la
funzione di tutela del sindacato;
-
gravissima la decontribuzione dello straordinario:
è un regalo alle imprese, innalzerà nei fatti
l’orario di lavoro (ma non la pensione dei
lavoratori) e sarà un ulteriore ostacolo alla
creazione di nuova occupazione;
-
neanche
questa volta si è separata la previdenza
dall’assistenza
e, dato che non ci sono stati i soldi per superare
lo scalone, vorremmo sapere dove sono finiti e dove
finiranno nei prossimi anni i miliardi di euro che
arriveranno nelle casse dell’Inps
dall’aumento dello 0,3% sui
contributi che i lavoratori pagano dal mese di
gennaio.
Si
doveva superare la legge 30, invece alla fine ne è
stata sposata la filosofia.
La FIOM
CGIL, la più grande organizzazione sindacale
dei metalmeccanici, ha espresso con decisione
la sua contrarietà all’accordo. Per questo,
si è aperta sui mass media una campagna di
criminalizzazione della categoria. Dalla
Confindustria alla destra liberista, dalla sinistra
riformista a i soliti “autorevoli commentatori”,
tutti, senza distinzioni, si sono affrettati a
difendere l’intesa. Sporge spontanea una domanda: se
è così vero che questo accordo “per la prima volta
da ai più deboli”, perché i metalmeccanici, gente
che guadagna a fatica mille euro al mese, è
contraria? E perché Bombassei, Vice Presidente di
Confindustria, che forse mille euro li spende al
giorno, è invece così a favore?
IN
CONCLUSIONE: L’accordo è privo di una
prospettiva di cambiamento, di un progetto di
società con al centro il lavoro e la lotta alla
precarietà: possibile solo se si ridistribuisce la
ricchezza, anche con la tassazione delle rendite, la
lotta all’evasione fiscale e contributiva e al
lavoro nero.
I
compagni e le compagne di Lavoro Società – Cambiare
Rotta – CGIL Liguria (23 settembre 2007)
Solidarietà ai metalmeccanici
Roma, 14 set. (Apcom) - Calciatori, attori, intellettuali,
esponenti politici della sinistra: tutti insieme per
difendere l a
Fiom dopo le critiche piovute sul sindacato dei
metalmeccanici Cgil per il giudizio negativo espresso sul
protocollo welfare.
Tra i nomi più noti che hanno aderito all'appello, il
centravanti della nazionale e dello Shaktar Donetsk
Cristiano Lucarelli, il premio Nobel Dario Fo, intellettuali
come Pietro Barcellona, Luciano Galllino, Riccardo
Bellofiore, Marco Revelli, il vignettista Vauro Senesi, il
missionario pacifista Alex Zanotelli, esponenti delle
diverse anime dell'ala sinistra dell'Unoine, da Marco Rizzo
e Dino Tibaldi (Pdci) a Giulietto Chiesa (Sd), Franca Rame (Idv),
Fosco Giannini e Salvatore Cannavò (Prc) e tanti altri.
"La Fiom e i metalmeccanici - si legge nell'appello - hanno
sempre rappresentato e ancor più rappresentano - in questi
ultimi anni segnati da un duro attacco contro i salari, i
diritti e lo stato sociale - un punto di riferimento solido
e certo per gli interessi operai, per l'intera classe
lavoratrice e per l'ormai vasto mondo della precarizzazione".
"Il loro impegno, non solo sul versante sociale ma anche sui
versanti della lotta contro la guerra e in difesa della
democrazia, sono stati determinanti - affermano ancora i
firmatari - nel creare un argine all'attacco liberista.
Oggi, di fronte al 'no' relativo all'accordo
governo-sindacati su pensioni e welfare - un 'no' che riapre
una positiva dialettica a favore dei giovani, dei lavoratori
e dei pensionati - si è scatenata, contro la Fiom,
un'ingiusta e pericolosa critica, proveniente da settori
governativi e da settori delle forze sindacali".
"In questo contesto - conclude il documento - riteniamo
necessario esprimere la massima solidarietà alla Fiom e ai
metalmeccanici".
Ecco l'elenco completo dei "primi firmatari", diffuso dai
promotori dell'iniziativa: Fosco Giannini, senatore Prc,
direttore dell'Ernesto; Luciano Gallino, professore Emerito
Università di Torino; Alex Zanotelli, Mosaico di Pace; Marco
Rizzo, europarlamentare, coordinatore segreteria nazionale
Pdci; Riccardo Bellofiore, economista; Gianni Minà,
giornalista; Paolo Rossi, attore di prosa; Marco Revelli,
docente universitario, Torino; Salvatore Cannavò, deputato
Prc, Sinistra Critica; Gianluigi Pegolo, deputato Prc; Carla
Casalini,giornalista; Emiliano Brancaccio, economista;
Vittorio Agnoletto, europarlamentare; Cristiano Lucarelli,
attaccante della nazionale italiana calcio; Haidi Gaggio
Giuliani, senatrice Prc; Luiz Del Roio, senatore Prc;
Alessandro Dal Lago, docente università di Genova; Franca
Rame, senatrice Idv; Dario Fo, premio Nobel; Sergio
Cesaratto, economista, professore ordinario università di
Siena; Mauro Bulgarelli, senatore, Pdci-Verdi; Franco
Turigliatto, senatore Sinistra Critica; Domenico Losurdo,
filosofo; Giulietto Chiesa, europarlamentare; Gianni Vattimo,
filosofo; Dino Tibaldi, senatore Pdci; Leonardo Masella,
capogruppo Prc Emilia-Romagna; Massimo Raffaeli, critico
letterario del 'manifesto'; Francesco Caruso, deputato Prc;
Vauro, vignettista; Marino Severini, musicista , 'Gang';
Gigi Livio, docente di storia del cinema, Università di
Torino; Nella Ginatempo, movimento per la pace; Andrea
Catone, docente, storico del movimento operaio; Fernando
Rossi, senatore; Pietro Barcellona, docente universitario;
Maria Rosa Calderoni, giornalista di Liberazione; Alessandra
Riccio, condirettrice di LatinoAmerica; Gennaro Carotenuto,
storico, docente universitario; Gigi Malabarba, Sinistra
Critica; Don Vitaliano Della Sala; Stefano Tassinari,
scrittore; Andrea Mingardi, cantautore; Angelo Baracca,
fisico.
I documenti del Comitato Centrale
della Fiom
Federazione Impiegati Operai Metallurgici
nazionale
10-11 Settembre 2007
Al termine dei lavori del Comitato Centrale della Fiom sono
stati presentati due documenti alternativi che sono stati
votati in contrapposizione. Il documento presentato da
Gianni Rinaldini è stato approvato con 125 voti a favore. Il
documento presentato da Fausto Durante ha raccolto 31 voti a
favore. I voti di astensione sono stati 3.
Successivamente, il Comitato Centrale ha approvato,
all'unanimità con 2 astensioni, un documento sul fisco,
presentato dalla Segreteria nazionale.
Documento presentato da Gianni Rinaldini
Il Comitato Centrale non approva l'intesa del 23 luglio 2007
su Previdenza, lavoro e competitività pur esprimendo un
apprezzamento positivo sulle seguenti questioni:
. Incremento delle pensioni basse con il riconoscimento del
percorso lavorativo individuale. Il reddito individuale come
parametro di accesso permette di riconoscere l'aumento a
tante donne pensionate fino ad ora escluse.
. Miglioramento del sistema di rivalutazione delle pensioni
dal 90% al 100% della variazione dei prezzi dell'indice
Istat, per le fasce compreso tra 3 volte e fino a 5 volte,
il minimo attuale (da 1.308,48 a 2.180,70)
. Norme sulla totalizzazione dei contributi previdenziali,
il riscatto della laurea, e primi interventi nel sistema
degli ammortizzatori, come l'indennità di disoccupazione.
Questi interventi sono finanziati con una parte
dell'extra-gettito suddiviso 1/3 per interventi sociali e
2/3 per la riduzione del debito pubblico.
Viceversa sui capitoli dell'intesa relativi al superamento
dello scalone del governo Berlusconi, sul mercato del lavoro
e competitività esprimiamo le seguenti valutazioni:
Il superamento dello scalone avviene con la condivisione del
vincolo finanziario posto dal Governo dell'autofinanziamento
di 10 miliardi di euro nell'arco di 10 anni, escludendo in
questo modo, gli aumenti contributivi sui lavoratori
dipendenti decisi nell'ultima finanziaria, che vengono
impropriamente utilizzati per ridurre il debito pubblico. Ci
riferiamo ad esempio all'aumento degli oneri previdenziali
dello 0,30 equivalente a circa 1 miliardo di euro annuo,
cioè 10 miliardi di euro nell'arco di 10 anni.
Questa scelta sbagliata attraversa tutti i diversi aspetti
della nuova normativa, dall'incomprensibilemeccanismo
delle quote associate alla crescita dell'età minima, che ha
la sola funzione di sommare l'aumento dell'età anagrafica
con l'elevamento dell'età contributiva da 35 a 36 anni, fino
a prevedere una "clausola di salvaguardia" di un eventuale
ulteriore aumento contributivo dello 0,09% dal 2011 come
elemento di garanzia sui conti generali.
Gli stessi aspetti potenzialmente positivi sono
negativamente segnati da questa scelta.
a) Il ripristino delle 4 finestre con 40 anni di contributi,
quantificato in un costo di 4 miliardi di euro, viene
totalmente finanziato attraverso l'introduzione delle
finestre sulle pensioni di vecchiaia, per garantire una
operazione a costo zero.
b) I lavori usuranti particolarmente faticosi e pesanti sono
definiti sulla base di criteri che hanno un vincolo
finanziario di un massimo di 5.000 lavoratori all'anno.
c) Per quanto riguarda la revisione dei coefficienti di
trasformazione del sistema contributivo, viene demandato al
lavoro di una Commissione la definizione di nuovi e diversi
criteri che potrebbero assumere come riferimento il 60%
dell'ultima retribuzione. In assenza di nuovi criteri a
partire dal 2010 si applicano gli attuali coefficienti con
la riduzione del 6-8%. Si tratta di fatto di un rinvio
condizionato che richiede da parte del movimento sindacale
la costruzione di una proposta precisa che garantisca una
copertura pubblica del 60% con 35 anni di contributi.
Su mercato del lavoro e competitività l'intesa prevede
scelte sbagliate, giocate esplicitamente contro la Cgil come
scelta politica, tanto più evidente, perchè riguarda misure
che non hanno particolari costi finanziari.
a) Per i contratti a termine e sullo staff leasing siamo
alla conferma della legge del governo precedente sempre
osteggiata dalla Cgil. Ciò che viene confermato e per certi
aspetti peggiorato non è soltanto la possibilità di proroga
oltre i 36 mesi , ma l'assenza di causali specifiche per
attivare rapporti di lavoro a tempo determinato. In questo
modo il Lavoro Interinale ed il Contratto a Termine
mantengono la stessa causale "esigenze tecnico, produttive,
organizzative o sostitutive" che sono cumulabili nel tempo
b) Sulla contrattazione l'eliminazione della
sovracontribuzione per il lavoro straordinario costituisce
un preoccupante incentivo all'aumento dell'orario di lavoro,
mentre la detassazione del salario aziendale totalmente
variabile indebolisce la contrattazione collettiva e, in
particolare, il contratto nazionale.
Il Comitato Centrale della Fiom valuta positivamente la
decisione di Cgil, Cisl, Uil di promuovere la consultazione
certificata delle lavoratrici, dei lavoratori e dei
pensionati ed applicherà rigorosamente le modalità che
saranno definite dagli esecutivi Cgil, Cisl, Uil convocati
per il 12 settembre.
Il Comitato Centrale della Fiom impegna tutte le strutture
ad operare per favorire la più ampia informazione e
partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori
metalmeccanici alla consultazione democratica.
I metalmecanici non approvano
di Loris Campetti
Un evento previsto, non per questo meno dirompente. Per la prima
volta nella storia della Cgil una categoria, per di più
importante come la Fiom che è il maggior sindacato industriale
italiano, esprime un voto negativo su un accordo siglato da Cgil,
Cisl e Uil. Non è la prima volta che i meccan ici
assumono posizioni diverse dalla propria confederazione. Come
dimenticare la manifestazione contro la precarietà del 4
novembre 2006, in cui sventolavano le bandiere della Fiom e non
quelle della Cgil? Oppure, andando indietro nel tempo, quando il
segretario dei metalmeccanici era Claudio Sabattini, al G8 di
Genova 2001, un giorno dopo l'uccisione di Carlo Giuliani: la
Fiom c'era. D'altro canto, lo stesso statuto della Cgil
garantisce il diritto d'espressione del dissenso e questo fa
dire a Gianni Rinaldini che «sarebbe paradossale interpretare
una diversa valutazione di un accordo come una rottura della
Cgil. Non sottovaluto il significato politico e sindacale del
nostro voto, ma restiamo con i piedi per terra. Nel documento
finale votato dalla stragrande maggioranza dei membri del
comitato centrale è scritto che applicheremo rigorosamente le
modalità definite dagli esecutivi Cgil, Cisl e Uil convocati per
domani (oggi per chi legge, ndr). Chi va a fare le assemblee con
i lavoratori, a partire dal sottoscritto, ha il dovere di
rappresentare il protocollo e la posizione di Cgil, Cisl e Uil»,
ci dice il segretario generale della Fiom.
Due giorni di dibattito, un'attenzione altissima, decine di
interventi e infine le conclusioni di Rinaldini e il voto su due
documenti contrapposti: il primo della maggioranza Fiom in cui
«non si approva l'intesa» ha raccolto 125 voti favorevoli, il
secondo presentato da Fausto Durante e sostenuto dalla minoranza
della Fiom che condivide le valutazioni della maggioranza della
Cgil ne ha raccolti 31. 3 gli astenuti. I rapporti di forza
congressuali sono confermati fino all'ultimo voto, nonostante
l'appello del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani
che lunedì aveva preso la parola per sostenere nel merito e nel
contesto politico («le condizioni date») la validità
dell'accordo e chiamare i meccanici alla loro responsabilità. In
piene facoltà il gruppo dirigente Fiom ha respinto il
protocollo, sia sul versante pensionistico (pur valutando
positivamente l'incremento delle pensioni basse) che su quello
del mercato del lavoro. La critica riguarda l'assunzione dei
vincoli di spesa quasi fossero un dato oggettivo, fatto che
neutralizza persino gli aspetti positivi dell'accordo (solo 5
mila lavoratori «usurati» potranno uscire annualmente con le
vecchie regole, 35 anni di contributi e 57 anni di età). Poco si
salva sotto il titolo welfare-mercato del lavoro: «Per i
contratti a termine e sullo staff leasing siamo alla conferma
della legge del governo precedente sempre osteggiata dalla Cgil».
La riduzione del peso fiscale sugli straordinari «è un
preoccupante incentivo all'aumento dell'orario di lavoro, mentre
la detassazione del salario aziendale totalmente variabile
indebolisce la contrattazione collettiva e, in particolare, il
contratto nazionale».
Giorgio Cremaschi, nel chiedere «tantissimi no in tutti i luoghi
di lavoro», ha sostenuto che la Cgil con il governo Prodi ha
firmato quello contro cui si era battuta durante il governo
Berlusconi, e cioè il Patto per l'Italia. Il leader della Rete
28 aprile condivide dunque la scelta del comitato centrale,
rivendicando «la difesa dei valori in cui si crede e per cui la
Fiom si è sempre battuta». Di parere opposto Durante, il cui
documento a favore del protocollo non va oltre il 21%: «Il voto
conferma una mia preoccupazione sulla china presa dalla Fiom,
dopo l'adesione sbagliata alla manifestazione del 4 novembre
sulla precarietà e le tesi alternative al congresso confederale.
Una china che può avere conseguenze nel rapporto con la Cgil,
insomma rischiamo di diventare un'organizzazione che sempre meno
si riconosce nella Cgil». Nel comitato centrale non si è
discusso della manifestazione del 20 ottobre, «ma siccome
moltissimi dirigenti della Fiom vi hanno aderito io voglio dire
che la ritengo sbagliata», ci dice ancora Durante.
Oggi si terrà la riunione degli esecutivi di Cgil, Cisl e Uil
per definire le regole che governeranno la consultazione dei
lavoratori dipendenti, precari e pensionati. Non dovrebbero
emergere novità rispetto a quanto si è già appreso dopo
l'incontro tra i segretari generali delle confederazioni: voto
segreto e certificato, al termine di una massiccia tornata di
assemblee in tutti (si spera) i posti di lavoro. A ogni
assemblea un unico relatore per portare la posizione, favorevole
al protocollo, di Cgil, Cisl e Uil. L'accordo, ha specificato
ieri Epifani, «per la sua ampiezza e complessità, va valutata
assumendo una logica di confederalità che non ritrovo nella
scelta del comitato centrale Fiom».
La politica ha appreso con atteggiamenti opposti il voto della
Fiom. Il presidente Prodi ribadisce l'importanza della firma di
Cgil, Cisl e Uil e ritiene legittima quanto scontata una
posizione di minoranza. Idem il ministro Cesare Damiano, per il
quale quel che conta è la firma delle confederazioni e il voto
di milioni di lavoratori e pensionati. Piero Fassino non è
toccato dal voto negativo della Fiom e svela una vera passione
per la base, i lavoratori, che naturalmente voteranno come
confederazioni, buon senso, politica e Pd comandano. Applausi al
voto della Fiom arrivano invece da due sponde opposte: Prc e
Pdci da un lato, destre dall'altro che colgono l'occasione per
attaccare le divisioni e dunque la debolezza del governo.(Il
Manifesto 12 settembre 2007).
Lo schiaffo della Fiom
di Andrea Scarchilli
La Fiom ha detto "no", con margine largo e
atteso sin dalla vigilia. Il comitato centrale della federazione
dei metalmeccanici della Cgil ha approvato il documento del
segretario generale Gianni Rinaldini che boccia l'accordo su
pensioni e mercato del lavoro, siglato il 23 luglio scorso da
governo e sindacati. Un plebiscito, praticamente: i voti
raccolti da Rinaldini sono stati 125 su 159, tre gli astenuti, i
restanti sono andati al documento di Fausto Durante, vicino alle
posizioni "confederali". E' una spaccatura, quella tra la Cgil e
una federazione interna che non avveniva addirittura dal 1946.

Il no è su tutta la linea: tra aumenti dei
contributi per i lavoratori dipendenti, decontribuzione degli
straordinari, peggioramento delle norme sui contratti a termine,
l'opposizione del documento di Rinaldini (ma su cui hanno avuto
un peso significativo le argomentazioni di Giorgio Cremaschi,
segretario nazionale della Fiom, leader della Rete 28 aprile e
da sempre fautore della linea più dura possibile contro
l'accordo) è totale.
Il documento approvato dal Comitato centrale sottolinea, in
riferimento alla riforma del sistema pensionistico, che "il
superamento dello scalone avviene sulla base del vincolo
finanziario posto dal governo dell'autofinanziamento di dieci
miliardi di euro in dieci anni, escludendo così gli aumenti
contributivi decisi nell'ultima finanziaria, impropriamente
utilizzati per ridurre il debito pubblico: gli oneri
previdenziali aumentano infatti dello 0,30%, equivalente a 1
miliardo di euro annui, ovvero 10 miliardi nell'arco di 10
anni". La Fiom considera inoltre "incomprensibile il meccanismo
delle quote associate alla crescita dell'età minima, che ha la
sola funzione di sommare l'incremento dell'età anagrafica con
quello dell'età contributiva da 35 a 36 anni, fino a prevedere
una clausola di salvaguardia di un eventuale, ulteriore aumento
contributivo dello 0,009% dal 2011".
Il documento sostiene inoltre che "il
ripristino delle 4 finestre con 40 anni di contributi, di per sé
positivo, viene totalmente finanziato con l'introduzione delle
finestre sulle pensioni di vecchiaia". La Fiom contesta anche
che "i lavori usuranti vengono definiti sulla base di criteri
che hanno un vincolo finanziario di un massimo di 5.000
lavoratori all'anno".
Sotto accusa anche le scelte su mercato del lavoro e
competitività, "dirette esplicitamente contro la Cgil, come
scelta politica, tanto più evidente, in quanto riguarda misure
prive di particolari costi finanziari. In particolare, il
documento sottolinea che "sui contratti a termine e lo staff
leasing siamo alla conferma, e per certi versi al peggioramento,
della legge del Governo precedente, con la possibilità di
proroga oltre i 36 mesi e l'assenza di causali specifiche per
attivare rapporti a tempo determinato". Secondo la Fiom,
inoltre, "l'eliminazione della sovracontribuzione per il lavoro
straordinario costituisce un preoccupante incentivo all'aumento
dell'orario, mentre la detassazione del salario aziendale
totalmente variabile indebolisce la contrattazione collettiva,
in particolare il contratto nazionale".
Il documento di Rinaldini, pur bocciando l'accordo sul welfare,
ne riconosce alcuni aspetti positivi: "l'incremento delle
pensioni basse, con il riconoscimento del percorso lavorativo
individuale, che consente di beneficiare dell'aumento a tante
donne pensionate, finora escluse; il miglioramento del sistema
di rivalutazione delle pensioni dal 90% al 100% della variazione
dell'indice Istat dei prezzi, per le fasce comprese tra 3 e 5
volte il minimo attuale; le norme sulla totalizzazione dei
contributi, il riscatto della laurea e l'indennità di
disoccupazione".
Il Comitato centrale della Fiom giudica positivamente la
decisione di Cgil, Cisl e Uil di sottoporre il protocollo a un
referendum tra i lavoratori e i pensionati e assicura che
"applicherà rigorosamente le modalità" della consultazione, che
verranno definite domani (12 settembre) dagli esecutivi dei tre
sindacati.
Soddisfatto Giorgio Cremaschi, vero "deus ex
machina" dell'accordo: "Il fatto che, per la prima volta nel
dopoguerra, il Comitato Centrale della Fiom abbia bocciato un
accordo interconfederale è un fatto di grandissima rilevanza che
dovrebbe far riflettere tutto il sindacato". Cremaschi ha
aggiunto che "il giudizio della Fiom è molto semplice: i danni
che vengono da quell'accordo per lavoratori, pensionati e
soprattutto per i precari, sono maggiori dei benefici. Per
questo l'accordo è stato bocciato, per questo dovrebbe essere
profondamente modificato. A questo punto sono necessari
tantissimi no in tutti i luoghi di lavoro, per mettere in
discussione un accordo ingiusto".
Critico il segretario generale della Cgil
Guglielmo Epifani, che ritiene l'accordo di luglio
"complessivamente buono" e sostiene che "tocca punti molto
articolati e complessi ma porta risultati innegabilmente
positivi, dall'aumento delle pensioni minime alla riforma degli
ammortizzatori sociali. E' un'intesa- ha sottolineato Epifani-
che proprio per la sua ampiezza e complessità, va valutata
assumendo una logica di confederalità. Logica che non ritrovo
nella scelta fatta oggi dal comitato centrale della Fiom". Il
segretario generale ha riunito i segretari territoriali e di
categoria dell'organizzazione in vista dei direttivi unitari
Cgil, Cisl e Uil che nelle prossime ore metteranno a punto le
modalità per la consultazione dei lavoratori e dei pensionati
sull'accordo del 23 luglio. "Il voto e la consultazione di tutti
i lavoratori e pensionati sono un valore in sé, vogliamo che la
partecipazione sia più ampia possibile", ha detto Epifani.
E' indubbio che il "no" della Fiom apre un
problema politico all'interno della sinistra, impegnata a
definire i contenuti e la forma della manifestazioni del 20
ottobre prossimo. Sinistra democratica aveva appoggiato
l'accordo sulle pensioni e criticato fortemente quello sul
mercato del lavoro, mentre altri partiti, Rifondazione comunista
e Pdci in testa, hanno espresso la volontà di emendare anche la
parte sulla previdenza. La capogruppo alla Camera di Sd, Titti
Di Salvo, ha dichiarato ad aprileonline di essere "dispiaciuta,
personalmente la scelta della Fiom mi fa soffrire". Ribadita la
posizione di Sinistra democratica sugli accordi del 23 luglio -
valutazione complessivamente positiva dell'accordo sulle
pensioni, in particolare della garanzia del sessanta per cento
della retribuzione ai "pensionati precari", volontà di
migliorare quello sul welfare - Titti Di Salvo sottolinea come
il vero banco di prova sia il referendum di tutti i lavoratori a
dieci giorni dalla manifestazione: "Se il risultato fosse
l'approvazione, a quel punto sarebbe curioso protestare contro
un accordo a cui i lavoratori hanno dato il via libera".
Riguardo forme e piattaforme della manifestazioni, la Di Salvo
assicura che Sd "deciderà collegialmente" nella trattativa in
corso con gli altri partiti della sinistra.
Giovanni Russo Spena, capogruppo di
Rifondazione comunista al Senato, accoglie come uno stimolo il
voto contrario della Fiom: ""Il governo deve ora cogliere questo
malessere, e ne deve tenere conto in sede parlamentare. La
sinistra alternativa non sarà un semplice registratore di voti.
Vogliamo una discussione approfondita, e ci batteremo per
modificare il testo dell'accordo. Un accordo che contiene poche
cose e sbagliate. Non è un caso che Rinaldini e la Fiom figurino
tra i dodici soggetti promotori della manifestazione". Più dura
Manuela Palermi, capogruppo di Verdi e Pdci al Senato: "Il voto
contrario della Fiom Cgil all'accordo raggiunto tra sindacati e
governo sul welfare è un segno dirompente della crisi di
rapporto tra lavoratori industriali e politica economica del
governo".
Cosa si profili ora all'orizzonte, con l'uno - due referendum -
manifestazione in programma il mese prossimo, non è ancora del
tutto chiaro. Una lettura l'ha data Augusto Rocchi, capogruppo
di Rifondazione comunista in Commissione Lavoro alla Camera: "Il
dissenso della Fiom è stato totale, il giudizio complessivo
critico. Ma la dialettica va vissuta come una risorsa
democratica. Aspettiamo il referendum, non solo il voto in sé,
ma anche quello che verrà fuori dalle assemblee dei lavoratori.
Se verrà fuori, come credo, malcontento, sarà la conferma del
taglio che dovremo dare alla manifestazione del 20 ottobre: uno
stimolo per migliorare gli accordi e porti il governo ad attuare
il programma che ha sottoscritto con gli elettori, valorizzando
il lavoro, superando la precarietà e ponendo al centro della sua
azione le grandi questioni che riguardano lavoratrici e
lavoratori". (AprileOnline 12 settembre 2007)
20 ottobre - La sinistra Cgil
aderisce al corteo
L'appello di molti intellettuali
apparso su Liberazione e il manifesto raccoglie il
malessere di molti elettori di sinistra, così come
quello di molti lavoratori e lavoratrici che non
hanno ancora trovato una risposta adeguata ai
problemi di salario e stato sociale che il
«programma» del governo di centrosinistra faceva
supporre. Serve veramente una manifestazione
«popolare», capace di rimettere al centro le ragioni
della vittoria del centrosinistra sulla destra. La
proposta di una grande manifestazione per il 20
ottobre è la più bella iniziativa che il paese e il
mondo del lavoro possono aspettarsi e noi vi
aderiamo. Il Protocollo del 23 luglio non solo non
modifica la Legge 30, tanto da far
dire
alla Cgil che ci sarà solo una adesione formale, ma
non affronta i tanti e gravi problemi del paese
legati alla competitività, al lavoro precario e la
necessità di dare ai giovani di oggi una pensione
adeguata domani. Tale Protocollo dovrà essere
illustrato per quello che è ai lavoratori. Sono
proprio i nostri iscritti alla Cgil e tutti gli
altri lavoratori a dare il mandato a sottoscriverlo.
Diversamente si farebbe solo un'azione ademocratica
che non servirebbe al sindacato e al paese. Si
tratta di dare una risposta vera alla precarietà del
lavoro che interessa ormai quasi 4 milioni di
persone sul complesso degli occupati, mentre il 50%
delle nuove assunzioni sono a tempo, cioè senza un
orizzonte per i giovani. La precarietà è l'altra
faccia della medaglia della distribuzione del
reddito da lavoro dipendente. Questo è passato dal
43,7% del pil del '93 al 40,7% del '04, nonostante
il numero dei lavoratori dipendenti nel periodo
considerato è cresciuto di 1,3 milioni lavoratori
(leggi precarietà). Sostanzialmente la crescita
dell'occupazione, invero impressionante nel numero
ma qualitativamente condizionata dal target del
tessuto produttivo, non è coinciso con un incremento
del reddito complessivo del lavoro dipendente,
mentre nella media dei paesi europei il reddito da
lavoro dipendente rimane costantemente intorno al
50% del Pil. (...) L'appello sottolinea 7 punti
strategici che erano parte del programma. L'Area
programmatica Lavoro Società Cgil farà tutto quanto
è possibile per riportare al centro del dibattito
del governo, ma anche della Cgil, quanto
sottolineato nel documento congressuale della Cgil:
la necessità di «Riprogettare il Paese», i temi del
lavoro, dei diritti e dell'intervento pubblico. (Il
Manifesto 7 settembre 2007)
Coord. naz. area programmatica Lavoro
Società-Cgil
L'addio a Bruno Trentin
Cordoglio dal
Pdci: «Una perdita per il Paese e per il movimento dei
lavoratori»
E' morto ieri, all'età di 80 anni,
Bruno Trentin, un protagonista della storia dell'Italia
democratica e del sindacalismo del nostro paese.Nato in
Francia nel 1926, Trentin combattè nelle file della
Resistenza sia nel suo paese natale che in Italia, dove,
negli anni quaranta, iniziò il proprio impegno
all'interno del sindacato, iscrivendosi alla Cgil, e in
politica, nelle fila del Pci. Nel 1962 fu eletto
segretario della Fiom per poi diventare, nel 1977,
segretario confederale della Cgil nazionale e nel 1988,
segretario nazionale, ruolo che ricoprirà fino al 1994,
continuando poi a svolgere attività politica e
sindacale.
«Un innovatore permanente», lo ricorda così il leader
della Cgil, Guglielmo Epifani: «Bruno Trentin è stato un
uomo che ha segnato molto anche la storia recente del
sindacato. Lascia una lezione di grande rigore morale,
coerenza e autonomia, di attenzione ai valori sociali
e di difesa del valore della confederalità. A lui deve
molto l'insieme del movimento dei lavoratori».
Anche il mondo politico ha ricordato Trentin e Antonino
Cuffaro, presidente del Pdci, a nome suo e del partito
dei Comunisti italiani, in un telegramma alla famiglia
di Bruno Trentin ha espresso il proprio cordoglio per la
scomparsa del sindacalista ed intellettuale: «E' una
grave perdita per il Paese, per il movimento dei
lavoratori e per la cultura europea. La sua eroica
partecipazione alla Resistenza, la lunga e appassionata
militanza nel Pci, la sua impegnata azione nel sindacato
e alla direzione della Fiom e della Cgil, le sue doti
morali e intellettuali, la memoria di tante lotte comuni
per la democrazia e per lo sviluppo dell'Italia, rendono
incancellabile il suo ricordo».
Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci al Senato,
afferma: «La scomparsa di Bruno Trentin è per me un
grande dolore. È stato uomo del movimento operaio e capo
di quella straordinaria impresa del sindacato dei
consigli e dell’unità dei lavoratori metalmeccanici.
Scompare un intellettuale di prestigio, un uomo che ha
dedicato tutta la sua vita alla classe operaia, ai più
deboli. (La Rinascita della sinistra 24 agosto 2007)
Trentin, leader di lotte e riforme
Redazione
Cinquanta
anni nel sindacato, Trentin è stato il
protagonista della stagione delle
riforme, prima firmando l'intesa che
aboliva la scala mobile, poi l'accordo
del 93 sulla politica dei redditi
fortemente voluta dall'allora presidente
del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi.
Nella Cgil era
entrato nel 1949 e ne era diventato
segretario nel 1988 dopo la contrastata
leadership di Pizzinato. La guida
dell'organizzazione la abbandonò invece
nel 1994, passando il testimone a
Cofferati: lo fece dopo essere stato
riconfermato alla carica dalla Cgil,
nonostante le dimissioni presentate dopo
aver firmato il sofferto accordo con il
governo Amato che mandò in soffitta la
scala mobile e bloccò la contrattazione
decentrata. Quella non era la linea
della Cgil e Trentin firmò solo per
evitare una drammatica crisi di governo.
Una vita divisa tra
politica e sindacato, Trentin aveva
militato nel Partito d'azione durante la
resistenza e poi nel Pc, come deputato.
Carica che lasciò nel 1966, ancor prima
che il sindacato stabilisse
l'incompatibilità tra l'attività
sindacale e le cariche politiche.
Figlio di Silvio - giurista antifascista
che all'avvento di Mussolini emigrò in
Francia - Bruno Trentin si laureò a
Padova in giurisprudenza con Norberto
Bobbio e poi si specializzò ad Harvard.
Nel 1949 cominciò a lavorare
nell'ufficio studi della Cgil e ne
diventò responsabile alla fine degli
anni cinquanta. Nel 1962, quando Lama
lasciò la segreteria generale della Fiom,
la potente categoria dei metalmeccanici,
gli successe Trentin che rimase
nell'organizzazione fino alla fine degli
anni '70 quando passò invece alla Cgil,
di cui divenne segretario generale nel
1988. Restò alla guida del più grande
sindacato per cinque anni e sette mesi:
anni in cui evitò alla Cgil possibili
scissioni dopo il crollo del Muro di
Berlino. Nel luglio del '92 si dimise
dopo aver firmato il l'accordo con il
governo Amato che aboliva la scala
mobile. Non era questa la linea della
Cgil, ma l'alternativa era una
drammatica crisi di governo. Trentin si
assunse tutte le responsabilità nei
confronti del governo e nei confronti
del sindacato. Firmò e poi si dimise. Il
Consiglio Generale della Cgil, però, lo
riconfermò. Nel luglio del '93 firmò poi
l'accordo con il governo Ciampi sulla
politica dei redditi e gli assetti
contrattuali: il suo "riscatto" rispetto
all'intesa del '92.
Nel '94 avvenne il passaggio del
testimone a Sergio Cofferati ma Trentin
restò in Cgil come responsabile
dell'Ufficio di Programma.
Il leader storico
della Cgil era caduto durante una gita
in bicicletta su una ciclabile in
Austria, ad una quindicina di chilometri
dal confine con l'Italia. Le sue
condizioni apparvero subito gravi. La
morte è arrivata per una polmonite
legata al grave trauma cranico subito un
anno fa.
Di lui l'attuale segretario della Cgil,
Guglielmo Epifani, ricorda la "lezione
di grande rigore morale, coerenza ed
autonomia" e candida la sua figura a
"punto di riferimento per le nuove
generazioni". La Fiom parla di lui
segnalando il "vuoto incolmabile per il
movimento operaio italiano, per la
democrazia , per le lotte , per i
diritti e la libertà".
"Scompare un grande
protagonista delle battaglie del mondo
del lavoro", ha scritto il presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano in
un messaggio inviato alla famiglia,
ricordando anche "le straordinarie
risorse della sua intelligenza, del suo
impegno civile e sociale e della sua
moderna visione degli interessi generali
della nazione". Il presidente del
Consiglio Romano Prodi ha espresso
cordoglio per "'la scomparsa di un
grande protagonista della vita del
nostro paese, eminente figura di
sindacalista rigoroso ed appassionato".
Dal presidente del Senato Franco Marini
il ricordo della grande figura
intellettuale e del protagonista della
storia del movimento sindacale italiano
del dopoguerra. "Fu soprattutto un uomo
della Cgil e del sindacato" per il
presidente della Camera Fausto
Bertinotti: "la democrazia partecipata e
il rapporto con i lavoratori - ha
aggiunto - sono stati la stella polare
della sua ricerca".(AprileOnline 24
agosto 2007)
Giudizio espresso sull’intesa
dal Segretario generale della Fiom nel
Direttivo della Cgil
Con questo Comitato Direttivo, siamo all’atto conclusivo
del confronto con il governo che ha evidenziato con
assoluta chiarezza un problema non risolto nella nostra
discussione, nella nostra elaborazione, quella del
ruolo, dell’iniziativa, dell’operare di un sindacato
come la Cgil, autonomo e democratico, tanto più a fronte
di un governo di centrosinistra.
Un governo con una maggioranza parlamentare risicata che
lo rende fortemente esposto alla crisi politica, ma che
fa di questa debolezza, l’elemento di forza e di
pressione nei confronti delle organizzazioni sindacali,
come avvenuto anche in quest’ultima fase della
trattativa.
Sarebbe miope, peraltro, non vedere che la ridefinizione
dell’assetto delle forze politiche determina per le
organizzazioni sindaca li, per la Cgil, una situazione
inedita rispetto alla nostra storia, che va affrontata
pena il rischio di un processo di balcanizzazione del
sindacato.
Essere arrivati alla fine di luglio, al tempo
prevedibilmente utile per fare un accordo, per fare una
mediazione senza avere messo in campo l’unico strumento
a disposizione del sindacato quello della partecipazione
e della mobilitazione, ha di fatto consegnato la
soluzione di un confronto sindacale al rapporto tra le
forze politiche che compongono il governo.
Quando si considera irricevibile la proposta di un
governo, il sindacato dichiara iniziative di
mobilitazione a sostegno delle proprie posizioni e non
risolve la questione cambiando la richiesta da “una
proposta condivisa da tutte le forze politiche del
governo” nella richiesta di una proposta ultimativa del
Presidente del Consiglio, come se si trattasse di un
lodo.
I lavoratori e le lavoratrici sono diventati in questo
modo semplici spettatori di un confronto sindacale, con
una perdita di autonomia del tutto evidente.
Siamo alla conferma di un nodo strategico fondamentale,
già emerso con la finanziaria, e che oggi si ripropone
come ineludibile per il futuro della nostra
organizzazione. Comunque si concluda questa vicenda a
mio avviso il problema è posto, non più rinviabile anche
rispetto alle scelte congressuali: il futuro della Cgil
come sindacato progettuale, democratico, autonomo e
indipendente dalle forze politiche, dal governo e dai
padroni.
Nel merito dell’accordo ho già avuto modo di esprimere
la mia contrarietà sul capitolo relativo alla previdenza
e questo giudizio lo confermo sull’insieme dell’accordo
in particolare sul mercato del lavoro e sulla
contrattazione.
Si apre adesso un percorso di consultazione delle
lavoratrici, dei lavoratori e dei pensionati. È mia
convinzione che questo deve avvenire con le assemblee e
successivamente con il referendum.
La democrazia, il voto certificato sono l’unico
strumento perché le posizioni diverse possano esprimersi
e misurarsi in un confronto democratico.
Per queste ragioni, il mio voto di astensione – tanto
più a fronte di documenti contrapposti – non è relativo
al giudizio sull’accordo, su cui confermo la contrarietà
che sosterrò al Comitato centrale della Fiom, ma
semplicemente al fatto che adesso la parola e il
giudizio passa ai diretti interessati.
Fiom Nazionale 27 luglio 2007
Pensioni
L’assemblea dei delegati Cgil di Brescia ha
bocciato l’accordo con il governo sulle
pensioni.
L’assemblea dei delegati della
Cgil di Brescia ha bocciato con una netta
maggioranza (181 voti contrari, 138 favorevoli,
9 astenuti) l’accordo sulle pensioni e sul
mercato del lavoro.
La Rete28Aprile considera questo
voto un segnale ulteriore del grande dissenso da
parte dei lavoratori sull’accordo, dissenso che
emergerà in maniera clamorosa nella
consultazione. A questo punto è indispensabile
che Cgil, Cisl e Uil decidano il referendum.
Roma, 27 luglio 2007
Pensioni: Cremaschi (Fiom),
sconfitta del sindacato
"Si tratta di una sconfitta del sindacato e di
una vittoria di Padoa-Schioppa". A dirlo è
segretario nazionale della Fiom Cgil, Giorgio
Cremaschi, commentando l'accordo raggiunto nella
notte tra sindacati e governo sulla riforma
delle pensioni: "Dico questo perché il sindacato
misura sempre gli accordi rispetto alle
richieste e nel documento sindacale c'era
scritto che andava superato lo scalone Maroni.
Qui mi pare che si è fatto altro che il
superamento, c'è un rafforzamento dello scalone
Maroni. La sostanza è che passa un impianto di
aumento dell'età pensionabile da cui io
dissento alla radice". Sottolinea poi Cremaschi:
"Siamo di fronte a un successo di una
campagna ideologica condotta con forza dai mezzi
di comunicazione di massa e dai centri
economico-finanziari che hanno spiegato,
senza un numero in mano, perché i numeri
dicevano altre cose, che bisognava assolutamente
aumentare l'età pensionabile e questo è il
risultato. Si tratta di un successo delle
forze liberiste e di una sconfitta del
sindacato".(Rassegna Online del lavoro, di
politica ed economia sociale 20 luglio 2007)
Pensioni
Giorgio Cremaschi (segr.
FIOM-CGIL): la valanga di scioperi dice no alle
proposte del governo. Si sospenda il negoziato,
i segretari generali tornino a Mirafiori
Una valanga di
scioperi in tutta Italia, scioperi totalmente
ignorati dai grandi mezzi di comunicazione e del
servizio pubblico, chiarisce il rifiuto da parte dei
lavoratori dello scalone, degli scalini, delle
quotine. Il governo adotta un gioco delle parti tra
rigidità del Ministro del Tesoro e disponibilità al
dialogo del Ministro del Lavoro.
Pare di
assistere a quei film americani dove ci sono il
poliziotto cattivo e il poliziotto buono. Il
sindacato rischia di entrare così in una trattativa
che è una trappola, con una conclusione a perdere
già segnata. Cgil, Cisl e Uil farebbero bene a
sospendere un negoziato impostato in una maniera
così negativa per i lavoratori e i pensionati e i
segretari generali delle confederazioni farebbero
ancor meglio a tornare in questi giorni a Mirafiori
per sentire l’aria che tira.
Forse non è
chiaro: i lavoratori dicono no all’accordo che si
sta prefigurando perché non ne trovano alcuna
giustificazione sociale, dopo tanti anni di
sacrifici e in piena ripresa economica e dei
profitti.
Roma, 21
giugno 2007
Su tesoretto
lo stesso film
Dichiarazione di Giorgio
Cremaschi (segr. FIOM-CGIL)
Sul tesoretto
rivediamo lo stesso film dell’anno passato. È in atto
una colossale mistificazione, il governo, con un’intensa
campagna di stampa, sta strumentalmente facendo credere
che il gettito fiscale in più, che deriva in gran parte
da tasse sui lavoratori e sui pensionati, sia di 2,5
miliardi di euro. È falso, l’extragettito fiscale supera
i 10 miliardi, solo che 7,5 vengono immediatamente,
senza discussione, incamerati per abbassare il deficit
pubblico. Il resto, la quota minoritaria, sarà poi
diviso tra assistenza e impresa. È lo stesso identico
schema del dpef e della finanziaria del 2006, prima il
risanamento con i sacrifici, poi qualche piccolo
compenso qua e la. È bene ricordare che se
l’extragettito fiscale fosse speso in maggioranza per
fini sociali si potrebbe tranquillamente abolire lo
scalone ed intervenire sulla precarietà del lavoro.
CGIL-CISL-UIL stanno di nuovo subendo totalmente
l’impostazione di Padoa Schioppa invece che contrastarla
con lo sciopero generale. È bene ricordare allora che
errare è umano, ma rifare sulla finanziaria del 2007 lo
stesso errore del 2006 è diabolico.
"Rifondazione
e Cgil un anno e mezzo di sbagli"
Le "due piazze"
di sabato e i "governisti". Parla Cremaschi (Fiom)
di Antonio Sciotto.
" Il giudizio sta nei fatti: la politica dell'Unione, la
stessa sua ragione di origine, oggi è fallita.
E la crisi non sta solo nell'intera coalizione, ma
soprattutto nella sinistra radicale: si è visto sabato
scorso, con una piazza vuota e le persone dall'altro
lato a sfilare al corteo.
Si vede con l'insoddisfazione sulle politiche sociali,
dove Rifondazione e le altre forze subiscono le
decisioni di Padoa Schioppa e Prodi: è lì che si è
consumata la rottura con i lavoratori, e a questo punto
o riescono a invertire il segno, già dal prossimo Dpef,
o è meglio che escano dal governo".
Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom, sabato era
a sfilare al corteo "no war", e non è tenero neppure con
il suo sindacato, la Cgil: "La sindrome del governo
amico sta portando la Cgil a fare gli stessi errori dei
partiti di sinistra, è un anno e mezzo che sbaglia: il
sindacato non ha fatto uno sciopero generale sulla
finanziaria, e oggi non è forte come potrebbe essere ai
tavoli con il governo.
Così, dopo i tre milioni in piazza per l'articolo 18, la
Cgil oggi rischia di firmare un nuovo "Patto per
l'Italia" con il centrosinistra e Bonanni, accettando
l'aumento dell'età pensionabile, la continuità della
legge 30 e magari la detassazione degli straordinari".
Partiamo dalle due piazze di sabato, che segnale danno
alla sinistra?
Io credo che dobbiamo essere contenti che con il corteo
"no war" sia riemerso un movimento che si pensava in
panne. Poi, certo, c'era piazza del Popolo, vuota: lì si
è misurata la crisi di una sinistra radicale che ha
chiamato alla mobilitazione con un "non detto", una
"paura". Intendiamoci, io avevo anche aderito al
documento di Piazza del Popolo, come a quello dei "no
war" di Piazza Esedra, ma la gente non è andata con i
leader politici perché non si può manifestare contro Bush non parlando dell'Afghanistan, della base di
Vicenza.
Non puoi chiamare alla mobilitazione con la paura di far
male al governo.
Tutto sommato Prodi accoglieva Bush, e non certo per
criticarlo. Io non credo che siamo alla Francia, con il
paese già in mano alla destra, proprio perché resistono
i movimenti e c'è un rifiuto diffuso della destra: ma
ripeto, se la politica non riesce a rappresentare,
allora sì che si riconsegna il paese in mano a
Berlusconi.
Ma a sinistra c'è insoddisfazione solo per la politica
internazionale?
No, al contrario: io credo addirittura che ci sia ancora
più insoddisfazione per le politiche sociali che questo
governo sta facendo.Si era partiti alla pari con
Berlusconi, al momento del voto, ma poi con il
referendum sul federalismo, a giugno, si era passati a
un consenso del 60%: ebbene, era da lì che si doveva
partire.
E invece già all'indomani Padoa Schioppa prepara un Dpef
di solo rigore, riproponendo quella "politica dei due
tempi" che proprio in campagna elettorale si era detto
di non voler più applicare.
E cosa succede allora? Che Rifondazione, invece di dare
battaglia sulla finanziaria, prepara quei manifesti su
"Anche i ricchi piangano", che hanno voluto far passare
per una manovra di sinistra una finanziaria che invece
era liberista.
Così non si è dato risposta a nulla di quanto è
contenuto nel programma dell'Unione: sulla guerra, sulla
legge 30, restano in piedi politiche e leggi varate da
Berlusconi.
Io non credo certo che tutti gli elettori del
centrosinistra siano radicali, ma se ci basiamo solo sui
10 milioni e mezzo di sì all'estensione dell'articolo
18, al referendum, vediamo che almeno una metà dei 19
milioni di votanti dell'Unione vorrebbe riforme sociali
radicali.
Ma se queste persone non hanno mai risposte, è chiaro
che alla fine abbandonano i politici.
Ma Rifondazione sta facendo autocritica? Si parla di un
nuovo partito con Cremaschi, Turigliatto, Cannavò,
mentre c'è una forte critica a Bertinotti...
Io non faccio nuovi partiti, credo che il Prc può - se
lo vuole - recuperare ancora, ma partendo dal
riconoscimento che la linea e i comportamenti di quest'anno
e mezzo, compresa la presidenza di Bertinotti alla
Camera, non hanno prodotto risultati.
E il sindacato perché sbaglierebbe?
La Cgil si fa carico del "governo amico", non ha voluto
indire lo sciopero generale con Cisl e Uil, e adesso
rischia di firmare l'allungamento dell'età pensionabile.
Credo che la Cgil si debba liberare da ogni "sindrome
del governo amico" e lottare contro la politica di Padoa
Schioppa.(Il Manifesto 12 giugno 2007)
Pensioni, in
200.000 in piazza
di Morena Piccinini*
Tutte
le Regioni oggi hanno visto migliaia di pensionati e pensionate
in piazza con grandi manifestazioni a sostegno della piattaforma
unitaria per la rivalutazione delle pensioni. Piazze piene di
gente determinata, ma anche piuttosto arrabbiata, perché la
condizione dell'anziano non sembra più essere all'attenzione del
governo e della maggioranza, come invece lo era stata nel
programma elettorale.
Sono ormai 15 anni che le pensioni perdono pesantemente, di anno
in anno, potere d'acquisto, anzi... proprio in anni come questi
nei quali riprende ad aumentare la ricchezza prodotta nel paese
e il PIL si fa più vigoroso, la perdita sulle pensioni diventa
ancora più rilevante, proprio per quel meccanismo che consente
l'adeguamento annuo solo sulla base dell'inflazione.
E ai pensionati quando arriverà il beneficio dell'aumento del
PIL?
Il governo ha fino ad ora assicurato che parte del "tesoretto"
verrà utilizzato per aumentare le pensioni basse, ma non ha
ancora avviato la trattativa e non ha mai detto alle parti
sociali come e di quanto pensa possa essere questo aumento.Noi
abbiamo le idee molto chiare e i pensionati oggi hanno espresso
a gran voce le loro richieste.
In primo luogo se tutte le pensioni sono state penalizzate in
questi anni, è ovvio che tutte le pensioni debbano essere
rivalutate. Per responsabilità anche noi accettiamo che si parta
dalle pensioni più basse, ma non ci si deve fermare a queste.
Possiamo accettare la gradualità nel tempo che progressivamente
arrivi a coinvolgere tutte le pensioni, ma non possiamo
accettare l'esclusione delle pensioni superiori al minimo,
perché anch'esse hanno subito danni, soprattutto se di più
vecchia decorrenza.
Sappiamo bene anche che per fare un'operazione di questo tipo,
forse non basta l'entità del "tesoretto" di quest'anno e bisogna
trovare altre risorse nel tempo, ma il governo deve sapere che
su questa materia, come per la riforma degli ammortizzatori
sociali, i problemi sono stati accantonati per tanti anni che
ora con si può pensare si cavarsela con risorse risicate. Anzi,
proprio perché sono questioni di una certa complessità, è
importante che il governo dia attuazione ad una vecchia
disposizione che impegna il governo medesimo a trattative
periodiche con i sindacati dei pensionati proprio per evitare
che si costituiscano continuamente pensioni d'annata.
In secondo luogo, bisogna riparare ai danni prodotti dal governo
precedente che promise il famoso milione di lire al mese. In
realtà lo diede a pochissimi pensionati e soprattutto lo diede
con criteri che privilegiarono pensioni di natura assistenziale
e non sorrette da contributi.
Ora, giustamente, le organizzazioni dei
pensionati chiedono che la rivalutazione tenga conto in primo
luogo delle pensioni sorrette da contributi lavorativi, e che
gli aumenti tengano conto anche delle storie lavorative che le
persone hanno alle spalle.
Infine, dalle manifestazioni di oggi è emerso chiaramente che i
pensionati si battono non solo per le loro pensioni, ma anche
per l'equità tra le generazioni, perché la trattativa sulle
pensioni sia in grado di tenere in armonia i diritti e i bisogni
degli anziani con quelli dei più giovani e di chi si trova
penalizzato dallo scalone Maroni in vigore dal prossimo gennaio.
E' sempre stata una importante caratteristica del sindacato dei
pensionati quella di volere un sistema previdenziale che sia in
equilibrio finanziario, ma anche e soprattutto che sia in grado
di tutelare tutte le generazioni, in modo da poter mantenere
l'importanza politica e sociale di un sistema a ripartizione.
Per questo la battaglia dei pensionati e delle pensionate è la
battaglia di tutto il movimento sindacale confederale per la
quale è importante arrivi in tempi rapidi una risposta positiva
da parte del governo. (AprileOnline 12 giugno 2007)
* Responsabile nazionale welfare Cgil
Il
sindacalista Fiom:"Siamo scettici su salari e
pensioni"
"Ormai chi
lavora si fida poco"
di O. C.
«I lavoratori di Mirafiori non
hanno nessuna intenzione di inciampare né in scalini
né in scaloni. E l'hanno detto chiaramente con
questi scioperi». Giorgio Airaudo, segretario della
Fiom di Torino, sintetizza così gli umori di questi
giorni di assemblee a Mirafiori. «Non un grande
clima, per la verità - aggiunge - c'è m olto
disincanto tra i lavoratori. E il rischio era che
prevalesse la rassegnazione. Per questo è stato
opportuno il lavoro svolto dai delegati sindacali di
Fim-FiomUilm-Fismic che hanno unito i lavoratori con
questo sciopero contrastando il rischio del
disimpegno e della solitudine di fronte a problemi
comuni a tutti i lavoratori».
Quello della solitudine è
un problema reale e sempre più evidente nelle
fabbriche.
Certo, perché ormai i lavoratori
sono arrivati al punto di non fidarsi. Non sono
pochi quelli che oggi dicono ai sindacati che tanto,
«destra e sinistra, sono tutti uguali quando vanno
al governo». E ovviamente accusano i sindacati di
essere in qualche modo compiacenti. Per questo i
delegati hanno fatto bene a convogliare questi
sentimenti nell'iniziativa di sciopero.
C'era una certa
aspettativa per questo sciopero, soprattutto in
altre fabbriche. Mirafiori rimane comunque il
simbolo del lavoro.
Del lavoro faticoso, dove ogni
operaio compie un'operazione ogni cinquanta secondi
e guadagna se gli va bene 1100-1200 euro. Sì,
Mirafiori rimane un forte simbolo e ha evidentemente
anche un ruolo guida per le altre fabbriche, per gli
altri lavoratori. Ma la cosa straordinaria per molti
versi è che ancora una volta questi lavoratori e
lavoratrici sono riusciti a rimettere al centro la
persona. Riproponendo al centro del dibattito la
condizione del lavoro stanno costringendo il governo
a riconoscere questa condizione. Ma, se si
riconosce, allora la riforma delle pensioni non si
può fare soltanto con i numeri. Metterla in modo
tecnico significa non guardare in faccia le persone.
La persona al centro ma
anche una richiesta di consultazione, rivolta al
governo ma soprattutto al sindacato.
Ai sindacati i lavoratori
chiedono, non da oggi, di essere sempre consultati
sulle scelte. Adesso bisogna dare una risposta a
questa forte domanda che ci è stata posta nelle
assemblee. La risposta può essere una iniziativa a
livello confederale oppure una iniziativa di tutti i
metalmeccanici. Lo sciopero generale ci è stato
esplicitamente chiesto negli ordini del giorno
approvati in questi giorni; e non solo a Mirafiori,
ma anche in altre fabbriche.
Qualcuno insiste a dire
che non è opportuno uno sciopero contro il governo.
Intanto va detto che non è in
corso un referendum sul governo. Quello che invece
viene posto in maniera chiara dai lavoratori - lo
ripeto perché è importante capire bene di cosa si
sta ragionando - è il tema del riconoscimento
sociale ed economico del lavoro, della sua
visibilità, del miglioramento delle condizioni di
vita delle lavoratrici e dei lavoratori. I
lavoratori parlano della loro vita. E questo è un
tema squisitamente sindacale, che CgilCisl-Uil non
possono non rappresentare. L'ipocrisia di questo
paese è che chi sta discutendo sulle pensioni, su
scaloni e scalini, sull'allungamento dell'età
pensionabile, alla catena di montaggio non ci è mai
stato e non ci starà mai. Stanno parlando delle
pensioni degli altri, non delle loro. E questo è
quello che i lavoratori e le lavoratrici non sono
davvero più disposti ad accettare. Dal governo di
centro sinistra ci si aspettava veramente molto di
più. Per questo la delusione è ancora maggiore nei
luoghi di lavoro. (Il Manifesto 19 maggio 2007)
"Dopo lo
sciopero a Mirafiori o il governo cambia o
sciopero generale"
Dichiarazione di
Giorgio Cremaschi
Mirafiori si è fermata
per due ore con grandi
cortei. Lo sciopero, che
ha avuto un’eccezionale
riuscita, è stato
proclamato sulle
pensioni da tutte le
organizzazioni
sindacali. Questo è un
segnale inequivocabile
per il governo: lo
scalone Maroni va
semplicemente abolito e
le pensioni vanno
migliorate, senza
tagliare i coefficienti
a nessuno.
Adesso il governo è alle
strette. Deve solo
decidere se dire di sì
alla richiesta che viene
da tutto il mondo del
lavoro oppure subire lo
sciopero generale che,
inevitabilmente, a
giugno ci sarà se il
governo continuerà per
la sua strada.
La fase delle parole
ambigue è finita. Dopo
lo sciopero di Mirafiori
tanti altri posti di
lavoro sciopereranno e
il governo sarà
costretto a tenerne
conto.
Rete28Aprile per
l’indipendenza e la
democrazia sindacale
Roma, 18 maggio 2007
101 motivi per
dire basta
di Rosa Pavanelli*
101 euro. Un euro in
più dell'aumento conquistato, dopo
quattro scioperi generali, per il
rinnovo dei contratti dei lavoratori
pubblici nel biennio 2004/2005 con il
governo Berlusconi.
101 euro che non sono la richiesta del
sindacato, bensì l'accordo sottoscritto
dai sindacati confederali e dal governo
il 6 aprile scorso per dare avvio alle
trattative di comparto, in ritardo ormai
di 17 mesi dalla scadenza dell'ultimo
contratto.
Un accordo che il Ministro dell'Economia
Padoa Schioppa nega, rimettendo i n
discussione l'intesa e assumendosi la
responsabilità di una rottura con il
sindacato, a due settimane dallo
sciopero generale che il 1° giugno
porterà a Roma migliaia di lavoratrici e
lavoratori pubblici in una grande
manifestazione nazionale.
La decisione del Consiglio dei Ministri
di rinviare l'incontro, previsto per
oggi, a data da destinarsi è un pessimo
segnale perché mette in discussione la
sua credibilità di controparte
affidabile nel momento stesso in cui
smentisce un impegno già sottoscritto.
Ed è grave che le notizie diffuse da
settori del governo indichino un costo
aggiuntivo per i contratti pubblici
addirittura doppio rispetto a quello
reale.
A meno che non si
sbaglino i conti, significa volere
aggiungere benzina sul fuoco,
frapponendo ulteriori ostacoli ad una
trattativa già pesantemente compromessa,
non certo per volontà del sindacato.
Il sindacato, anzi, ha saputo mettersi
in gioco, accettando la responsabilità
della moderazione rivendicativa a fronte
di un concreto investimento per il
rilancio del Paese; sfidando i
pregiudizi dilaganti contro il "pubblico
fannullone" con la proposta del "Patto
per il lavoro pubblico" che ha portato a
sottoscrivere il "Memorandum", una vera
occasione per rinnovare e rendere più
efficienti le amministrazioni pubbliche,
così come più qualificato e motivato il
lavoro pubblico, che senza il rinnovo
dei contratti resta lettera morta.
Se anche alcuni settori del governo non
sono interessati a questa sfida,
dovrebbe essere preoccupazione politica
di tutto il governo mantenere un
rapporto corretto con il milione e mezzo
di lavoratori pubblici che, in ogni
sondaggio, hanno dichiarato in
maggioranza di votare per il centro
sinistra, ma, oggi, alla delusione per
l'azione di governo aggiungono la
sfiducia per una controparte non
affidabile. E dovrebbe interessare tutti
la qualità dei servizi pubblici che
rappresentano, per le persone, il primo
indicatore nel giudizio che danno delle
istituzioni pubbliche, dello Stato.
C'è da chiedersi,
come ha fatto anche oggi Guglielmo
Epifani, quale idea della concertazione
ha un governo che prima firma un accordo
e poi lo smentisce, come può continuare
seriamente il confronto sugli altri
tavoli.
E'proprio questo il punto, tutto
politico, che occorre portare in
trasparenza: il dubbio che questa
partita sia giocata in un ottica di
condizionamento della trattativa
generale su produttività e sviluppo, ma
soprattutto sulla previdenza.
Vogliamo sperare che non vi sia nel
governo chi spinge perché la
ricomposizione si realizzi nello scambio
tra pensioni e contratti pubblici,
perché, ripeto, in gioco non c'è una
mediazioni, bensì un accordo firmato.
Ma ancor di più vogliamo sperare che non
vi sia chi pensa che, dentro un nuovo
equilibrio politico, il ruolo della
rappresentanza sociale e, quindi, del
lavoro deve essere ridimensionato.
E' stato il vero obiettivo fallito dal
governo Berlusconi, siamo certi che
anche altri non avranno più successo.
Il sostegno e la partecipazione dei
lavoratori sono, prima di tutto, un
fatto democratico che non riguarda solo
il sindacato, ma tutta la società, le
istituzioni.
E noi contiamo di rinnovarlo, a partire
dal 1° giugno con lo sciopero dei
lavoratori pubblici.(AprileOnline
19.5.2007)
*Segretaria Nazionale
Funzione Pubblica CGIL
Il giorno
dell'ira e della lotta
di C.R.
Sono
oltre 15mila i
pensionati di
Cgil, Cisl e Uil
che si sono
raccolti a Roma
per una
manifestazione
al
Palalottomatica
a sostegno di
una politica
economica
orientata agli
anziani. I
pensionati
chiedono in
particolare il
recupero del
potere
d'acquisto delle
pensioni perso
negli ultimi
anni e
meccanismi
strutturali in
grado di
difendere il
loro valore nel
tempo. Ma non
solo. Chiedono
anche una legge
sulla "non
autosufficienza"
e servizi e
sostegni
adeguati a
favore delle
persone che non
sono
autosufficienti
e delle loro
famiglie.
"Dietro le
nostre facce di
ex lavoratori e
lavoratrici,
dietro le nostre
bandiere ci sono
17 milioni di
persone, ci sono
6 milioni di
soci iscritti
alle tre grandi
confederazioni
Cgil, Cisl e Uil
- ha urlato dal
palco Antonio
Uda, segretario
generale della
FNP Cisl -
questa è una
giornata di
mobilitazione e
di rabbia e a
chi ha orecchie
per intendere
dico: attenti
alla rabbia dei
deboli, temete
la forza dei
giusti e se vi
manca il senso
della giustizia
abbiate almeno
il senso
dell'opportunità,
persino dell'opportuninismo".
L'intervento di
Uda è nelle
corde della
platea e chiama
l'applauso,
fragoroso e
lunghissimo, dei
15 mila
pensionati
venuti da tutta
Italia, mentre
il palco sul
quale sedevano i
tre leader di
Cgil, Cisl e Uil
ammutoliva ad
ogni passaggio
del discorso -
inaspettato e
inatteso - del
segretario
generale della
FNP Cisl. "La
società italiana
non sta più in
piedi sotto il
peso dell'iniqua
ripartizione
della ricchezza,
tra una
minoranza di
privilegiati che
vede crescere i
suoi redditi ad
un ritmo del 30%
annuo e una
maggioranza che
in 15 anni ha
visto
inghiottire
dall'inflazione
un terzo dei
suoi redditi -
ha proseguito
Uda - ed ha
pagato il
risanamento dei
conti pubblici
con 332 mld di
euro di
penalizzazione!".
E se il ministro
del Lavoro
Cesare Damiano,
ha mandato un
messaggio di
auguri al
convegno dei
pensionati, pare
non avere
sortito alcun
effetto
positivo. "Basta
al degrado
sociale e morale
del Paese - ha
concluso Uda -
Prodi deve
passare dalle
parole ai fatti,
dall'indifferenza
alla
riparazione" .
"Due campanelli
d'allarme hanno
suonato per il
Governo Prodi:
le elezioni
siciliane, c'è
da augurarsi
solo che si
tratti di
episodio
isolato, e la
delusione dei
lavoratori di
Mirafiori
manifestata ai
leader di
Rifondazione
Comunista".
Betty Leone è il
segretario
generale dello
Spi-Cgil e prima
di entrare nel
merito della
questione
pensioni cita i
due episodi
significativi
politicamente.
"La politica poi
non si fa
soltanto con i
numeri -
aggiunge
avendocela coi
tecnici
dell'Economia e
delle Finanze
criticati da
Gavino Angius
per esser le
"forche caudine"
delle decisioni
del Governo -
annullando la
vita delle
persone in carne
ed ossa e quanto
si muove nella
società". E
proprio nel
momento in cui
"i consensi per
il Governo -
nota ancora
Betty Leone
riferendosi alle
elezioni
siciliane - non
sono eccelsi".
Non solo in
Sicilia ha
suonato la
"campana" per il
Governo ma anche
a Mirafiori,
negli
stabilimenti
della Fiat che -
come fanno
notare delegati
dello Spi-Cgil
del Piemonte -
il Ministro
Damiano dovrebbe
da torinese ed
ex-sindacalista
Fiom conoscere
bene. L'eco
della
"reprimenda" di
Antonio Uda,
segretario
generale della
Fnp-Cisl, che ha
definito
"reazionarie" le
politiche del
Governo Prodi,
non si è affatto
spenta, tutt'altro.
"Rovesciare la
linea organica e
liberista del
Ministro
dell'Economia,
Padoa-Schioppa,
è vitale per non
esserne
travolti: lo
sciopero
generale serve a
questo ma anche
a chiarire ai
lavoratori che
non si è
afflitti dal
Governo-Amico",
afferma il
segretario
nazionale della
Fiom, Giorgio
Cremaschi, per
il quale "il
bilancio di un
anno del Governo
Prodi è sotto
gli occhi di
tutti: ha
costruito un
fossato con il
mondo del lavoro
che può
diventare una
voragine sulle
pensioni".
"Considero
Padoa-Schioppa -
dice Cremaschi -
una persona
seria, non è un
estremista di
passaggio: io lo
prendo sul serio
per cui
rappresenta una
linea organica
ma di stampo
liberista: o il
sindacato la
rovescia o gli
si rovescia
contro, ne viene
travolto". Duro
anche il
segretario
nazionale della
Fiom Gianni
Rinaldini: "Il
sindacato deve
fare il
sindacato, come
lo farebbe nei
confronti di
qualsiasi
esecutivo. A me
pare che il
tempo sia
arrivato e
passate queste
giornate di
confronto con il
governo, se
saranno
confermate le
posizioni
espresse,
bisogna decidere
le necessarie
iniziative di
mobilitazione e
sciopero".
I segni di
sofferenza del
mondo del lavoro
sono tanti e
chiari: la
rabbia dei
delegati
sindacali e il
"gelo" dei
lavoratori di
Mirafiori verso
addirittura i
leader del Prc.
I sindacati di
categoria non
nascondono la
loro voglia di
piazza e di
sciopero
generale.
Ma per i leader
confederali c'è
anche il
"dovere" di
mediare e di
trattare e
quindi, prima
del bagno di
folla al
Palalottomatica,
in mattinata, i
segretari
generali
Guglielmo
Epifani,
Raffaele Bonanni,
Luigi Angeletti,
si sono
incontrati
"informalmente"
con il
presidente del
Consiglio Romano
Prodi. Un
incontro durato
- secondo
indiscrezioni
sindacali - un
paio d'ore sui
temi più
rilevanti del
confronto tra
parti sociali e
governo, riforma
del sistema
previdenziale,
rinnovi dei
contratti dei
dipendenti
pubblici e
utilizzo
dell'extragettito.
"Sono
preoccupato per
i tempi della
trattativa e
deve essere
preoccupato
anche il governo
perché così -
avverte Bonanni
dal palco del
Palalottomatica
- i problemi
restano
insoluti". E
quindi aggiunge,
"è un errore, è
sbagliato
protrarre questa
vicenda: prima
si fa (l'accordo
ndr) e meglio
è". Per il
leader della
Cgil, Guglielmo
Epifani - detto
e ribadito che
le pensioni più
basse vanno
decisamente
rivalutate e che
c'è necessità di
riconoscere il
loro valore
sociale, "è
indispensabile
che il governo
faccia chiarezza
e trasparenza
sul tesoretto
ossia che abbia
una linea
univoca". "Una
cosa deve essere
chiara - ha
detto il
segretario
generale della
Uil, Luigi
Angeletti - non
si può
trasformare in
concessione
qualcosa che è
un diritto
sancito da una
legge. Quindi,
se chiediamo la
rivalutazione
delle pensioni
non ci state
regalando
nulla".
Per la politica
parla il
ministro della
Solidarietà
sociale, Paolo
Ferrero: "Il
Governo deve
ascoltare la
voce dei
pensionati che
hanno
manifestato oggi
a Roma". "Si
tratta di
difendere le
pensioni, a
partire da
quelle più basse
che vanno
aumentate, ma
anche di
realizzare
interventi
precisi a
sostegno degli
anziani e in
particolare dei
non
autosufficienti.
In serata, i tre
leader di Cgil,
Cisl e Uil,
Guglielmo
Epifani,
Raffaele Bonanni
e Luigi
Angeletti, si
sono poi
incontrati con
il segretario
dei Ds Piero
Fassino e il
vice premier
Francesco
Rutelli e con il
segretario di
Rifondazione
comunista Franco
Giordano nella
sede di viale
del Policlinico.
"E' stato uno
scambio di
opinioni utile:
abbiamo espresso
le nostre
preoccupazioni",
ha detto il
segretario
generale della
Cgil Epifani,
riferendosi
all'incontro con
Fassino e
Rutelli.
Incontro che per
il leader della
Cisl Bonanni è
stato
"rassicurante".
Da parte sua, il
leader della Uil
Angeletti ha
riconosciuto
"apprezzamento"
da parte di
Fassino e
Rutelli, "alle
nostre
posizioni". I
leader sindacali
hanno fatto
presente "le
difficoltà" in
cui si trovano
le trattative
sia per la
riforma delle
pensioni sia per
i contratti del
pubblico
impiego.(AprileOnline
16.5.2007)
Non mi arrendo! Non mi arrendo!
Spettacolo teatrale a cura dello Spi CGIL - Torino

Storie di donne, di diritti
conquistati e da riconquistare
si replica il
25 aprile 2007 a Nichelino (To) alle ore 21
Teatro Superga Piazza Macario
ingresso
gratuito
Pensioni,
Cremaschi: con taglio coefficienti sciopero
"Se la
posizione del governo il 22 marzo e' quella
annunciata dal ministero del Lavoro del taglio
dei coefficienti, chiedo a Cgil, Cisl e Uil di
non iniziare la trattativa e di tornare a dai
lavoratori per uno sciopero generale al piu'
presto, altrimenti la trattativa e' gia'
compromessa in partenza'". Lo ha detto il
segretario nazionale della Fiom e leader della
sinistra Cgil 'Rete 28 aprile', Giorgio
Cremaschi, commentando le prese di posizione del
ministero del Lavoro in materia di pensioni.(17
marzo 2007)
TFR modalità adesione
- TFR valutazione
Cgil-Cisl-Uil
La nuova
questione vaticana
di Susanna Camusso Cgil Lombardia
Una piazza gremita di donne e uomini, raccolte tra piazza
Farnese e Campo de Fiori, che con passione hanno testimoniato le
grandi diseguaglianze nei diritti di cittadinanza che ci sono
nel nostro paese.
E' l'ora dei diritti, l'ora del riconoscimento delle persone,
delle loro diversità, delle loro ricchezze e delle loro scelte
di vita.
Ver rebbe da dire se non ora quando, visto che già oggi è tardi,
che l'eguaglianza dei diritti di cittadinanza è segno della
democrazia e della civiltà di un paese ed ogni ritardo è una
colpa, non una condizione oggettiva.
Quella piazza suona, invece, nelle cronache di oltretevere, come
carnevalesca, reproba, strumentalizzatrice di bambini, non si
osa, ma si pensa, che quelle persone dovrebbero non esserci, o
almeno stare nascoste, perchè turbano, evidentemente i "buoni
sentimenti" di qualcuno...
Frasi dette dopo la manifestazione che si collegano alle
affermazioni sulla devianza, la malattia, alla negazione di
sessualità diverse e scelte.
Sono queste frasi che offendono e discriminano, e così irreali
perchè immaginano un mondo che non c'è, ma dicono anche perchè
non si riesce a parlare di diritti qui ed ora.
Che spiegano perchè bisogna far suonare le sveglie, che spiegano
perchè i DICO che in molta Europa sarebbero considerati
insufficienti, diventano, da noi, un traguardo lontano.
Il problema è che ancora non si vuole realizzare che nel nostro
paese c'è una nuova "questione cattolica" o meglio "vaticana".
Il tema è molto serio e meriterebbe una qualità della
discussione politica ben diversa dall'asservimento che invece
caratterizza gran parte del dibattito politico. La reazione del
quotidiano dello stato del vaticano rivela un'idea misogina,
omofoba e sessuofoba. Si trincera dietro un'idea di natura, non
solo storicamente falsa, ma piegata sulla negazione di uomini e
donne, sulla riduzione di un unico scopo quello della
procreazione, non libera e scelta.
Diceva De Andrè:non ho messo al mondo infelici. Lo si è
ricordato anche dal palco sabato, ma se questo è il fine perchè
la gerarchia ecclesiastica per prima non si sposa e non procrea?
Se tanto importante è la vita, perchè non si apprezzano le tante
coppie omosessuali e lesbiche che con tante difficoltà non
rinunciano a maternità e paternità?
Sappiamo che a queste domande minime non verranno date
risposte, proviamo allora noi a capire quale è il tema vero,
perchè la Chiesa Cattolica, in Italia, straccia le intese,
interferisce pesantemente nella vita politica, non dimentichiamo
il "non possumus".
Perchè rifiuta di guardare e capire la realtà e invoca modelli
integralisti e fondamentalisti?
Non è forse che ha scelto lo "scontro di civilta'", ha deciso di
competere con l'altra grande religione monoteista sul terreno
dei modelli imposti, della procreazione, dei corpi e delle menti
delle donne e quindi della libertà delle persone, il rifiuto
della libera scelta, dell'autodeterminazione.
Se come penso questo è il punto, serve un vero colpo d'ala
della politica, serve ripulire il linguaggio, non confondere
diritti civili con questioni etiche.
Non invocare la vita, usandola come una clava, ma
difenderla. C'è un tema, quello si eticamente sensibile, che ha
attraversato la piazza di sabato e le piazze delle donne, quello
della violenza: la violenza che uccide i gay, che stupra le
donne, la violenza che cancella negli occhi la voglia di vivere.
Perchè non è questa una questione eticamente sensibile con cui
titolare un articolo sull'Osservatore romano? (AprileOnline
13.3.2007)
Giorgio Cremaschi:
“CGIL, CISL, UIL non ripetano gli errori della Finanziaria,
sciopero generale sulle pensioni”
Se le anticipazioni da
parte dei giornali sono veritiere le posizioni del Governo sulle
pensioni sono inaccettabili e richiedono immediata mobilitazione
dei lavoratori e dei pensionati.
L’innalzamento dell’età
pensionabile, subito a 58 anni e poi a livelli ancora superiori,
colpisce le condizioni di lavoro e la possibilità di occupazione
stabile per i giovani. Né ha senso riproporre l’attenuazione per
i lavori usuranti, questione sulla quale tutti i governi sono da
sempre inadempienti e che non ha mai risolto nulla. Il taglio
dei coefficienti dei calcoli sulle pensioni, poi, colpisce
proprio quei giovani che si dichiara di voler tutelare, portando
per molti di loro la pensione futura, dopo 35 anni di lavoro, al
45% della retribuzione.
Queste misure sono
socialmente inique, oltre che sbagliate, e Cgil, Cisl e Uil
devono rispondere ad esse non ripetendo l’errore di acquiescenza
fatto con la Finanziaria, errore che ha portato anche alle
contestazioni nelle assemblee di Mirafiori. Occorre dire no a
queste posizioni del Governo e sostenere questo no con la lotta,
promuovendo lo sciopero generale.
Roma, 26 febbraio 2007
Pensioni, stop
dai sindacati
di Carla Ronga
Prende
forma la partita sulla riforma
delle pensioni e si intravede
già un primo match tra governo e
sindacati sull'ipotesi di taglio
dei coefficienti di calcolo.
Mentre Prodi si prepara a
ritornare davanti alle Camere,
l'esecutivo dimissionario in
attesa di reinsediarsi ha già
preparato uno schema di lavoro
per chiudere, al più presto, la
partita.
La crisi ha rafforzato la
linea del ministro
dell'Economia, Tommaso
Padoa-Schioppa, che punta a
chiudere la partita in tempi
rapidi, prima delle elezioni
amministrative di maggio. E,
dall'altra parte, ha indebolito
l'ala sinistra della maggioranza
che, sulla previdenza, si
apprestava ad adottare una
tattica difensiva. Marzo sarà
dunque decisivo, anche se la
dead-line della fine del mese,
prevista dal Memorandum firmato
a settembre dello scorso anno
tra governo e sindacati, è
destinata ad essere superata.
Nel suo dodecalogo il premier
Romano Prodi ha fatto
riferimento al capitolo Welfare,
da riordinare "con grande
attenzione alla compatibilità
finanziarie e privilegiando le
pensioni più basse e i giovani".
Così, i punti che si prevedono -
secondo indiscrezioni di stampa
- sono di fatto tre: età
pensionabile, coefficienti di
trasformazione e fusione degli
enti previdenziali.
Al posto dello "scalone"
introdotto con la riforma
Tremonti-Maroni, che dal primo
gennaio del 2008 porterà l'età
minima per l'accesso alla
pensione di anzianità da 57 anni
a 60, arriveranno gli "scalini"
e dal 2008 l'età potrebbe essere
fissata a 58 anni per poi salire
gradualmente, accompagnata da un
meccanismo di incentivi. La
soglia a 57 anni più 35 di
contributi dovrebbe restare per
chi è occupato in un lavoro
usurante o faticoso.
Nella riforma delle pensioni
sarà poi compresa la revisione
dei coefficienti di calcolo
senza la quale la Ragioneria
generale dello Stato stima
un'impennata del rapporto tra
spesa previdenziale e Pil fino
al picco del 15,8% nel 2050).
Nel governo sembra prevalere la
linea del ministro del Lavoro,
Cesare Damiano, che propone di
escludere dal ritocco dei
coefficienti i lavoratori più
giovani che hanno una carriera
discontinua e, dunque, un
ammontare di versamenti troppo
basso, tale da non garantire una
pensione dignitosa
(rischierebbero di ricevere un
assegno tra i 400 e i 500 euro
mensili). Proprio per questa
tipologia di lavoratori si sta
ragionando di introdurre i
cosiddetti contributi figurativi
a carico dello Stato, come già
accade per le lavoratrici in
maternità.
Per quanto riguarda le
pensioni più basse (quelle
legate al versamento di
contributi diverse dalle minime
che hanno natura assistenziale),
che attualmente non superano i
400 euro al mese, Prodi vorrebbe
rivalutarle. I pensionati
interessanti sono tra il milione
e mezzo e i due milioni. Le
risorse dovrebbero arrivare dal
progetto di fusione degli enti
previdenziali. I tecnici di
Palazzo Chigi hanno stimato che
dalla nascita del cosiddetto
SuperInps (un unico istituto
capace di funzionare con non più
di 35mila addetti e creato
attraverso la "fusione" di Inps,
Inpdap, Enpals, Ipsema e Ipost)
si potrebbero ricavare non meno
di due miliardi di euro l'anno,
escludendo in un primo tempo di
coinvolgere nell'accorpamento
anche l'Inail.
In vista dell'avvio del
confronto con i sindacati, e
prima dello scoppio della crisi,
Padoa-Schioppa e Damiano avevano
anche concordato, per rendere
più fluido il negoziato, di
gettare subito sul tavolo del
welfare il tema degli
ammortizzatori sociali.
L'ampiezza dell'azione dipenderà
molto dalle risorse a
disposizione. Ma il buon
andamento delle entrate fiscali,
il recupero di quelle
contributive, e la lotta ai
privilegi previdenziali,
potrebbero favorire i primi
passi per disegnare i nuovi
ammortizzatori. L'idea è di
introdurre un'indennità di
disoccupazione per tutti coloro
che perdono il lavoro,
fissandola a circa il 60 per
cento dell'ultima retribuzione,
ma vincolandola alla
disponibilità del soggetto a
seguire corsi per la sua
riqualificazione professionale.
Sarebbe la prima tappa per
passare ad una concezione attiva
dello stato sociale, quello che
gli anglosassoni chiamano il
welfare to work.
Mentre Romano Prodi è al
lavoro nella messa a punto del
discorso con il quale mercoledì
si presenterà al Senato per
chiedere la fiducia al governo,
le notizie trapelate sulla
stampa hanno riacceso quindi la
polemica - seppur ancora soft -
sulla riforma previdenziale. Un
no secco alla revisione dei
coefficienti previdenziali è
arrivato dal ministro Paolo
Ferrero trovando immediata eco
di sostegno tra le forze
sindacali.
La rivalutazione delle pensioni
in essere, con particolare
attenzione agli importi più
bassi, è incompatibile, sostiene
il ministro della Solidarietà
sociale, con il taglio dei
coefficienti di trasformazione
che finirebbe per colpire
proprio le pensioni più basse.
Una linea condivisa apertamente
dalla Cisl che si dichiara
"estremamente in disaccordo" con
l'ipotesi di una revisione dei
coefficienti di rivalutazione
pensionistici e dalla Uil, che
attraverso il segretario
generale Luigi Angeletti fa
sapere di non essere disposta ad
accettare "ciò che fino a tre
giorni fa consideravamo
inaccettabile". "Noi - ha
aggiunto Angeletti - non abbiamo
il diritto a votare la fiducia
al governo ma non abbiamo
neanche il dovere di garantirne
la stabilità accettando una
riforma delle pensioni
inaccettabile".
In casa Cisl, a spiegare le
ragioni del dissenso è il
Segretario nazionale agigunto
Pier Paolo Baretta: "Noi sui
coefficienti siamo contrari
perché tagliarli significa
ridurre il valore della
pensione, soprattutto delle
giovani generazioni, sarebbe un
intervento sbagliato
socialmente, perché aumenterebbe
le difficoltà e il disagio dei
giovani ai quali da una parte
diamo con la previdenza
complementare e dall'altro
togliamo con il calcolo dei
coefficienti".
Dai sindacati, dunque, arriva
un chiaro monito: pronti a
lavorare per la stabilità dei
governi, il sindacato non è
parte di uno schieramento
politico e non è il garante
degli equilibri politici. "Come
Cisl abbiamo detto - e non è
cosa da poco - che l'età
pensionabile non è un tabù",
spiega Baretta. "Siamo
disponibili a trovare un
accordo, lavoriamo volentieri
per dare stabilità ai governi,
ma gli accordi si fanno in due:
noi dobbiamo stipularlo con il
governo, ma il governo lo deve
stipulare con noi". (AprileOnline
27.2.2007)
Epifani fa
muro contro il terrorismo
di Andrea Scarchilli
E'
un Guglielmo Epifani deciso
quello che ha parlato a un
convegno promosso dalla Cgil a
Mestre. Linea dura contro le
infiltrazioni dei brigatisti nel
sindacato, che, ha ricordato il
segretario generale della Cgil, vengono
condannate e anche perseguite
attraverso sospensioni ed
espulsioni, perché
l'organizzazione è
innanzitutto "vittima". La presa
di distanza dal fenomeno è
stata rimarcata con
l'annuncio della costituzione
della Cgil in parte civile in
caso di processo: "E' la
procedura che usiamo, in questo
caso è stata una scelta
tempestiva e corretta. E' una
delle scelte che facciamo per
marcare, nei processi, la nostra
vicinanza alle vittime e la
nostra lontananza verso gli
autori di questi fatti".
Sulla
strategia adottata dalla Cgil
per combattere il terrorismo, il
leader del primo sindacato
italiano ha ricordato: "Noi
abbiamo sempre avuto a che fare,
negli ultimi trent'anni, con il
fenomeno del terrorismo ad
andamenti ciclici e in contesti
diversi. Gli Anni '70 sono una
cosa, gli Anni '80 e '90
un'altra ancora, e adesso il
nuovo secolo che speravamo ci
avrebbe risparmiato questa cosa.
Di volta in volta - ha
sottolineato Epifani - abbiamo
adeguato strumenti di controllo
e vigilanza perché non tutti i
fenomeni che si assomigliano in
un punto, però riflettevano
contesti diversi. Anche questa
volta - ha concluso - è così e
sarà così".
Epifani ha
poi affrontato la questione
dell'opera di pulizia
all'interno della Cgil per
evitare infiltrazioni
terroristiche. "Come prevedono
le regole, quando abbiamo
trovato qualcuno coinvolto, sia
iscritto che delegato, è stato
immediatamente sospeso. Qualche
altro, sul quale non ci sono
dubbi in relazione alle proprie
responsabilità, è stato
espulso". Il segretario della
Cgil ha detto che il sindacato è
soprattutto impegnato "a capire
le dimensioni del fenomeno e il
rapporto tra questa insorgenza
del terrorismo e il tentativo di
infiltrarsi nel movimento
sindacale e, per quello che ci
riguarda, in qualche settore e
in qualche luogo di lavoro".Dopo
aver ricordato che sono stati
espulsi dalla Cgil i presunti
brigatisti che erano iscritti
all'organizzazione, Epifani ha
aggiunto che "adesso bisogna
operare e vigilare per mettere
al sicuro la nostra
organizzazione. E chiaro che
questi si sono infiltrati, - ha
specificato - noi siamo vittime
e dobbiamo fare in modo che la
Cgil non sia più oggetto di
infiltrazioni".
Quanto alle indagini, Epifani
ritiene che "stia emergendo una
rete non vastissima, come dicono
gli stessi inquirenti, però
abbastanza strutturata. Bisogna
far lavorare la magistratura -
ha concluso Epifani - io ho
molta fiducia nel suo lavoro e
spero che possa fare chiarezza
fino in fondo, trovando quello
che ancora non è emerso,
estirpando tutte le cose che non
vanno perché in questo modo il
Paese sarà messo al riparo da un
ritorno del terrorismo". Per poi
aggiungere, sulla città
epicentro dell'insorgenza:
"Padova è uno degli epicentri,
ahinoi, di questa rete di
insorgenza ed ha un destino
complicato. Se vado indietro nel
tempo vedo Padova come capitale
di tanti estremismi, di tante
forme di violenza, quasi un
destino che incombe - sottolinea
Epifani -, un destino che non si
riesce a schiodare. Questo
naturalmente continua a
rappresentare un problema, non
solo per il sindacato, come
normalmente si pensa. Ma sono
processi che riguardano tutti:
istituzioni, forze politiche,
imprenditori, forze della
cultura. E' un problema del
paese, non solo di una città".
Epifani ha
concluso rivendicando l'autorità
del suo sindacato, il più
importante d'Italia: "Non
accetteremo che si indebolisca
la Cgil e le sue strutture, su
questo non transigiamo". E con
un attestato alla Cgil: "Abbiamo
ricevuto rispetto dalla
Confindustria e dalle proprie
strutture: non hanno mai usato
questa vicenda contro il
sindacato. Le imprese sanno che
cosa è e che cosa rappresenta la
Cgil. Abbiamo avuto anche
confronti duri ma leali. Con
Confindustria - han proseguito -
ma Confindustria sa che non si
può governare senza di noi, la
forza produttiva del paese. E'
stato un riconoscimento del
nostro ruolo".
"Non accetteremo che si
indebolisca la Cgil e le sue
strutture: su questo non
transigiamo". Lo ha detto, con
forza, il segretario generale
della Cgil, Guglielmo Epifani,
chiudendo, a Mestre, un convegno
del sindacato. "Adesso bisogna
operare e vigilare per mettere
al sicuro la nostra
organizzazione ed e' chiaro - ha
precisato dal palco, riferendosi
ai brigatisti - che questi si
sono infiltrati e noi siamo
vittime; dobbiamo fare in modo
che la Cgil non sia piu' oggetto
di infiltrazioni". (AprileOnline
23.2.2007)
Pensioni e
stato sociale
di Betty Leone
Da 15 anni il
sistema pensionistico italiano
viene sottoposto a continui
rimaneggiamenti ed ogni volta si
parla con grande enfasi di
"riforma delle pensioni". In
realtà se si esclude la così
detta "riforma Dini", che ha
cambiato le regole di calcolo
per i trattamenti pensionistici
ed ha tentato di armonizzare
diversi sistemi previdenziali
pubblici e privati, non sempre
con successo, si è sempre
trattato semplicemente di
ridurre la spesa pensionistica. 
Le
istituzioni economiche
internazionali considerano
infatti la riduzione della spesa
pubblica elemento fondamentale
per mantenere la competitività e
conseguentemente la crescita.
Spingono perciò verso il
superamento del welfare state,
così come lo abbiamo conosciuto
in Europa. In questo clima
culturale, che negli ultimi anni
ha condizionato le scelte
politiche di destra e di
sinistra, perdono senso anche
domande semplici come queste: se
l'attesa di vita aumenta e la
popolazione anziana cresce,
diminuire la spesa pensionistica
non porterà ad un impoverimento
progressivo di una larga fascia
di popolazione? In che modo
questo fenomeno inciderà sulla
domanda interna e sull'economia
in generale?
La sostenibilità economica dei
sistemi previdenziali non può
essere un problema astratto,
separato dalle possibili
conseguenze sociali. E'
altissimo il rischio che anche
il "tavolo" di concertazione di
gennaio, che dovrebbe occuparsi
di ristabilire l'equità nel
sistema previdenziale, sia
fortemente condizionato
dall'obiettivo di ridurre la
spesa pensionistica. Proprio per
questo timore il sindacato,
giustamente, ha chiesto che non
si discutesse di previdenza
nella legge finanziaria e si
rinviasse a gennaio un confronto
sull'insieme del sistema in modo
da affrontare non solo la
riduzione del così detto
scalone, ma anche il
rafforzamento della tutela
previdenziale pubblica per le
giovani generazioni, il
ripristino di una flessibilità
in uscita dal mercato del
lavoro, come previsto dalla
legge Dini, la rivalutazione
delle pensioni che da 14 anni
subiscono una continua erosione.
E' evidente che la concitazione,
o piuttosto la confusione, che
ha caratterizzato il cammino
della legge finanziaria, non
avrebbe potuto garantire una
discussione seria su una materia
così complessa e ricca di
implicazioni sociali. La
sottoscrizione del "memorandum"
è stato perciò un onesto modo
per rinviare il problema ad un
tempo più favorevole. Ora però
questo tempo è arrivato e non è
affatto scontato che sarà
favorevole se si tiene conto
delle differenti opinioni
presenti nella coalizione di
governo e dell'insistenza della
banca Europea sulla necessità di
ridurre la spesa pensionistica.
Su tutti i giornali, in
particolare sul "Il Sole 24
ore", si pubblicano previsioni
disastrose sul futuro degli Enti
previdenziali e si indicano due
misure inevitabili: l'aumento
dell'età pensionabile e la
riduzione dei coefficienti di
calcolo delle pensioni. In
realtà l'aumento dell'età
pensionabile a 60 anni per
uomini e donne è stato già
deciso dal precedente Governo e
sarà in vigore dal 2008 se non
si interviene con una nuova
normativa. Del resto a fronte di
un'attesa di vita aumentata può
sembrare del tutto ragionevole
proporre un allungamento della
vita lavorativa se non fosse che
in tutta Europa , e anche in
Italia, si assiste
all'incremento dell'espulsione
precoce (50/55 anni) dal mercato
del lavoro.
Persino gli Enti pubblici
considerano i cinquantenni
soggetti sui quali non è utile
investire per la formazione o
per gli avanzamenti di carriera.
Lo stesso avviene nelle imprese
private, dove il mito del
"giovane intraprendente" è stato
alimentato anche dal minor costo
dell'occupazione giovanile
dovuto sia alle possibilità di
applicare i contratti atipici
con minori costi contributivi,
sia alla politica di
incentivazione che ha favorito
la sostituzione della manodopera
più anziana. In questa
situazione è evidente che
l'innalzamento legale dell'età
pensionabile produrrebbe solo un
aumento di soggetti privi di
reddito, non più lavoratori e
non ancora pensionati, senza
intervenire affatto sui fenomeni
che impediscono una più lunga
permanenza nel mercato del
lavoro. La sostenibilità del
sistema previdenziale non può
essere affrontata solo dal punto
di vista contabile, ma necessita
di un insieme di politiche
capaci di affrontare in maniera
organica i problemi posti
dall'invecchiamento della
popolazione.
Se non si vuole subire
passivamente l'idea che
l'aumento degli anziani produce
una maggiore richiesta di
prestazioni sociali e sanitarie,
che rende insostenibile la spesa
per il welfare universalistico,
è necessario affrontare la
questione da un altro punto di
vista. L'aumento dell'attesa di
vita è un fenomeno strutturale
delle società avanzate prodotto
dall'aumento della ricchezza
complessiva ma anche dalla
possibilità per tutti di
accedere alla forme di
protezione sociale (assistenza
sanitaria - previdenziale -
istruzione ecc.).
Questo spiega perché l'attesa di
vita sia maggiore in Europa che
negli Stati Uniti dove c'è
maggiore ricchezza ma minore
protezione sociale. Sarebbe
paradossale proporre come
soluzione al problema proprio la
riduzione di quel welfare state
che ha prodotto maggior
benessere e quindi allungamento
del tempo di vita. Bisogna
invece accettare che
l'invecchiamento della
popolazione richiede una diversa
politica sociale ed economica,
una diversa redistribuzione
della ricchezza, un diverso
modello di sviluppo in cui la
competizione avvenga più sulla
qualità sociale che sulla
quantità di beni prodotti.
In questo quadro sarebbe
possibile affrontare un'uscita
flessibile e graduale dal
mercato del lavoro che intrecci
lavoro e impegno in attività di
coesione sociale, attraverso
forme di part-time durante il
quale sia possibile usufruire di
una quota della pensione
maturata in modo che il sistema
previdenziale abbia meno costi e
il lavoratore mantenga un
reddito adeguato. Si potrebbero
in tal modo risparmiare risorse
pubbliche da utilizzare per il
sostegno alla previdenza dei
giovani e dei lavoratori
discontinui, e nello stesso
tempo valorizzare il significato
economico di tutte le attività
di cura delle persone,
dell'ambiente, della memoria che
già gli anziani fanno e che
potrebbero essere incentivate.
Bisogna insomma costruire un
nuovo patto intergenerazionale
che dia ai giovani più sicurezza
e più possibilità di esercitare
la propria intelligenza e la
propria creatività e agli
anziani la possibilità di
partecipare attivamente alla
costruzione del benessere.
Per gli uni e per gli altri è
necessaria innanzitutto la
garanzia di un reddito
dignitoso. Per tutte le
questioni esposte fin qui, io
considero fuorviante un
dibattito sulle pensioni tutto
incentrato sull'aumento legale
dell'età pensionabile e sulla
diminuzione dei coefficienti di
calcolo. Nel primo caso,
infatti, si risponde all'estrema
flessibilità dei percorsi
lavorativi, con una rigidità del
sistema pensionistico che non
corrisponde affatto alle
modificazioni del mercato del
lavoro. Ritengo peraltro che sia
inadeguato anche il ricorso al
correttivo operato in base
all'usura provocata dal lavoro
svolto, che è un criterio
importante, (è indiscutibile che
non tutti i lavori sono uguali e
non tutti sopportabili per molti
anni) ma insufficiente ad
affrontare le questioni poste
dall'andamento demografico.
Nel secondo caso l'abbassamento
dei coefficienti di calcolo
peggiora ulteriormente le
prospettive previdenziali delle
giovani generazioni che già ora
non sono brillanti: le vere
questioni lasciate aperte dalla
riforma Dini sono infatti due.
La prima è che nel sistema
contributivo in cui l'aumentare
della pensione è strettamente
correlato con la quantità di
contributi cumulati, tutti i
lavoratori discontinui e a bassa
retribuzione , e in particolar
modo le lavoratrici che sono
concentrate in queste tipologie
di lavoro, rischiano di avere
una pensione pubblica inferiore
all'assegno sociale. La seconda,
è che le pensioni, dal '92
quando si eliminò l'aggancio
automatico alla dinamica
salariale, non hanno più avuto
sistemi efficaci di salvaguardia
del loro potere d'acquisto,
perdendo dal 10 al 30% del loro
valore. E' evidente che questo
problema è particolarmente serio
dal momento che, fortunatamente,
l'attesa di vita continua a
crescere. Non ha senso, dunque,
pensare che sia possibile
stornare risorse dal sistema
previdenziale al finanziamento
degli ammortizzatori sociali,
come auspicano alcuni economisti
e anche qualche politico. Se la
riorganizzazione della spesa
previdenziale permettesse
risparmi questi andrebbero
necessariamente reinvestiti
nella soluzione dei problemi
sopra esposti. Se le
considerazioni che ho fatto fin
qui sono vere, la trattativa di
gennaio dovrà assumere come
linee guida l'uscita flessibile
dal mercato del lavoro, con
incentivi per un prolungamento
volontario della permanenza al
lavoro, e politiche di
invecchiamento attivo per
includere gli anziani in un
progetto di sviluppo
sostenibile. La vera domanda,
infatti, non è se potremo
assicurare sostenibilità
economica al sistema
previdenziale, ma se sapremo
assicurare sviluppo, benessere,
speranze per i giovani anche in
una società che invecchia.(AprileOnline
12.1.2007)
Cgil: il ruolo
del Forum sindacale
di Antonio Canalia *
Siamo di fronte ad una
situazione politico-sociale
assai complessa e difficile.
Ampi settori sociali, che hanno
votato per il centro-sinistra e
molte lavoratrici e lavoratori,
non hanno visto nella
Finanziaria il cambiamento
sperato rispetto alle proprie
condizioni di vita e di lavoro e
ora appaiono delusi e sconcertati. In questo contesto e a fronte
dell'imminente apertura del
confronto che si avvierà a
gennaio su pensioni, Legge 30,
ammortizzatori sociali, e sulla
cosiddetta «competitività»
proposta da Confindustria, con
il suo non celato tentativo di
imporre la gestione unilaterale
degli orari, la riduzione del
ruolo delle Rsu ed aumenti
salariali collegati alla
redditività dell'impresa, c'è la
necessità che si apra al più
presto in Cgil un ampio
confronto sulle scelte, sul
percorso democratico ed il
coinvolgimento delle lavoratrici
e dei lavoratori. Qui sta il senso della finalità
della costituzione del Forum
Sindacale in Piemonte. C'è la necessità per tutti i
settori critici e i singoli
compagni/e che non sono in
sintonia con le scelte della
maggioranza della Cgil di fare
oggi un passo in avanti oltre le
differenze congressuali (senza
con questo mettere in forse la
valenza delle Aree
Programmatiche e il diritto dei
compagni/e a farne parte),
identificando una sede unitaria
di approfondimento, di proposta
e di iniziativa a tutti i
livelli della nostra
organizzazione, che dialoghi con
i movimenti, le associazioni e
le competenze intellettuali
esterne sul merito e sui punti
per noi dirimenti, per rinnovare
la Cgil. Questo a partire dalla difesa
della centralità del contratto
nazionale, dal rilancio della
contrattazione integrativa,
dalla difesa del ruolo delle Rsu,
dal rifiuto delle deroghe ai
Ccnl e dello scambio tra
limitazione della precarietà e
gestione unilaterale da parte
delle aziende degli orari, dal
superamento della Legge 30 e di
tutta la legislazione sul lavoro
del governo Berlusconi, dalla
difesa e rafforzamento della
previdenza pubblica. Questi sono punti importanti che
abbiamo comunemente approfondito
anche nel nostro dibattito
congressuale, che si è concluso
unitariamente. Oggi dobbiamo rilevare che, con
il confronto che si è aperto nel
direttivo nazionale della Cgil
del 21-22 novembre, si sta
determinando una fase nuova,
diversa dalla conclusione
unitaria dell'ultimo Congresso
di Rimini, che porterà nei
prossimi mesi ad un ulteriore
confronto, anche aspro, interno
alla Cgil sempre più in
difficoltà. Le forti pressioni politiche che
arrivano da ampi settori
«riformisti» del centro-sinistra
mettono in luce la non facile
gestione del confronto che si
aprirà a gennaio, che
coinvolgerà la pratica
dell'autonomia, la salvaguardia
delle scelte congressuali ed il
rapporto con le lavoratrici e i
lavoratori. Per questo la discussione sulle
questioni di merito è oggi
decisiva. Così come è essenziale
l'unità di iniziativa e proposta
dell'insieme dei settori e
soggetti critici della Cgil. In questo contesto penso non si
debba più ripetere quanto è
avvenuto al direttivo nazionale
della Cgil e al comitato
centrale della Fiom quando, di
fronte all'attacco della
maggioranza della Cgil a coloro
che avevano partecipato alla
manifestazione del 4 novembre,
abbiamo con forte rammarico
assistito ad un voto diverso e
disgiunto. Spero che la
costituzione del Forum
piemontese possa evidenziare che
una pratica unitaria è
necessaria e possibile e che
questo possa favorire, anche a
livello nazionale, un salto di
qualità unitario, che coinvolga
l'insieme della cosiddetta
«sinistra sindacale». Ne abbiamo
particolarmente bisogno.(Il
Manifesto 5.1.2006 - Lettere) * Segreteria Cgil Piemonte
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