Melfi. La Fiat condannata per
comportamento antisindacale
Melfi: Sentenza del tribunale condanna la Fiat
per comportamento antisindacale. Immediato reintegro al lavoro per i tre
lavoratori (di cui due delegati della Fiom) ingiustamente licenziati con
l'accusa di sabotaggio.
Dichiarazione di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom
E'
con grande soddisfazione che apprendiamo della sentenza del tribunale di
Melfi, che condanna la Fiat per comportamento antisindacale, che ordina
l'immediato reintegro al lavoro per i tre lavoratori (di cui due
delegati della Fiom) ingiustamente licenziati con l'accusa di
sabotaggio. Giustizia è fatta applicando lo Statuto dei diritti dei
lavoratori e grazie ad una Magistratura indipendente che si è basata sui
fatti realmente accaduti.
Ci auguriamo che la Fiat valuti tutto ciò con molta attenzione, perché
pensare di uscire dalla crisi cancellando il Contratto nazionale, le
Leggi e la Costituzione porta solo fuori strada e non risolve nessun
problema. La Fiom conferma la disponibilità a riaprire un vero negoziato
su tutti i temi aperti con la Fiat, che ricerchi le soluzioni nel
rispetto del Contratto nazionale, delle Leggi e della Costituzione.
E' fuorviante pensare che i problemi si possono risolvere con la
cosiddetta "Newco" a Pomigliano e con le deroghe al Contratto nazionale,
sarebbe utile che anche Fim e Uilm se ne rendessero conto.
La contrattazione collettiva è una risorsa anche per ricercare soluzioni
innovative tra le parti, se diventa una reale mediazione tra i diversi
interessi del lavoro e dell'impresa. Per uscire dalla crisi il lavoro
deve diventare interesse generale per il Paese, ricercando un nuovo e
ambientalmente sostenibile modello di sviluppo.
Per questo essere a Roma il 16 ottobre alla Manifestazione nazionale dei
metalmeccanici per il lavoro, la democrazia, la legalità ed un vero
contratto nazionale significa essere dalla parte giusta: quella del
Lavoro e della Giustizia sociale.
Fiom nazionale
Melfi, 10 agosto 2010
Da Rete 28 aprile
Giorgio Cremaschi: "No all'intervista di Epifani
su Il Corriere della Sera"
"Considero l'intervista di Guglielmo Epifani su Il
Corriere della Sera di oggi contraddittoria,
sbagliata e dannosa." (...)
"Contraddittoria perché il segretario generale della
Cgil non può contemporaneamente dichiarare che
l'accordo ha degli aspetti di incostituzionalità e
poi proporne piccoli aggiustamenti. Se l'accordo è
incostituzionale bisogna dire di no, senza
tentennamenti che ne sminuiscono la gravità."
"L'intervista è sbagliata perché legittima un
referendum che, come è stato detto da più parti, non
può essere ammesso né per il clima di intimidazione
nei confronti dei lavoratori, né per i suoi
contenuti. Non si può considerare legittimo e valido
un referendum nel quale sono in gioco diritti
costituzionali."
"L'intervista è dannosa perché con queste posizioni
confuse e contraddittorie il segretario generale
della Cgil rischia di non cogliere la sostanza del
problema.
Già in queste ore ci sono aziende, come la Indesit,
che stanno chiedendo di estendere l'accordo Fiat. Il
governo si prepara a trasformare l'accordo Fiat in
legge."
"Proprio per questo tutti i lavoratori del gruppo
Fiat sono in rivolta.
Stare in mezzo, in questa situazione, senza prendere
alcuna chiara posizione significa subire l'offensiva
sui diritti e favorire le posizioni più arroganti
del padronato e del governo. Ancora una volta
l'intervista di Epifani ha espresso lo stato di
crisi del gruppo dirigente della Cgil, di fronte
alla realtà del paese e dei suoi conflitti sociali."
Roma, 18 giugno 2010
Cgil. La linea uscita dal Congresso è già
morta
intervista a Giorgio Cremaschi
di Fabio Sebastiani
La Cgil torna a dichiarare lo sciopero. Fatto così, però, servirà a ben
poco.
Innanzitutto va detto che dopo un mese la linea del congresso non c'è
più. Lo sciopero è in totale contraddizione con la linea politica uscita
vincente. Voglio ricordare che quel congresso è stato fatto all'insegna
del dialogo con Cisl e Uil e della riapertura del confronto con Governo
e Confindustria. In questo mese come hanno riconosciuto Epifani e tanti
altri, anche nella maggioranza Cgil, la manovra economica è stata
concordata dal Governo con Confindustria, Cisl e Uil. Come ha detto
Eifani i dirigenti di Cisl e Uil sono gli unici dirigenti sindacali
d'Europa che approvano una manovra di tagli del Governo. In tutta Europa
il movimento sindacale comincia a lottare. Gli unici assenti sono Cisl e
Uil, smentendo così la linea uscita dal congresso Cgil. E' la realtà che
agisce su di noi. Pensiamo alla gravità e alla brutalità che la Fiat ha
scatenato a Pomigliamo. (....)
Ecco appunto la Fiat. Sembra che ancora abbia in mano le redini del
paese. La reazione della Marcegaglia lo dimostra ampiamente.
La questione Fiat è la questione Confindustria. E' uno dei punti che
avevamo posto al congresso. Non c'è una Confindustria buona e un Governo
cattivo.
Entrambi sono protagonisti di un disegno che vuole affrontare la crisi
scardinando le basi della nostra Costituzione. La Fiat a sua volta
pratica l'obiettivo. Il documento consegnato dall'azienda è un atto di
autentico autoritarismo, di moderno fascismo aziendalistico. La Fiat non
vuole semplicemente la flessibilità, vuole la rinuncia al diritto di
sciopero, al contratto nazionale, al ricorso alla magistratura, nella
tutela dei diritti individuali.
Vuole, nella sostanza che i lavoratori di Pomigliano quando varcano i
cancelli della fabbrica si dimentichino di essere cittadini della
Repubblica italiana.
Il documento consegnato ai sindacati è di una gravità senza precedenti.
E la dice lunga sullo stato della democrazia nel paese. Tutti quei
grandi giornali che stanno giustamente combattendo contro il bavaglio
alla stampa non capiscono e non vedono il bavaglio che la Fiat vuol
mettere al sindacato e ai lavoratori. D'altra parte Marcegaglia è stata
esplicita, hai ragione, nel pretendere che la Fiom tratti e ceda alle
richieste dell'azienda. Del resto questo è lo stesso segno della manovra
economica del Governo, che scarica tutto sul lavoro, oggi pubblico,
domani su quello privato. Questa è la realtà di una manovra economica
che propone di liquidare lo Stato sociale come prezzo da pagare per
essere competitivi.
Cosi come la Fiat chiede di cancellare la Costituzione in fabbrica come
prezzo per avere l'occupazione. E' lo stesso disegno autoritario e
liberista estremo.
E, come spesso è avvenuto nella storia d'Italia la Fiat dopo un periodo
di incertezze prende in mano la bandiera delle posizioni più estreme e
più autoritarie.
Dicevamo dello sciopero senza qualità...
Siamo in presenza del fatto che la Cgil continua ad essere in mezzo al
guado. Il congresso ha tentato una svolta moderata, Cisl Uil
Confindustria e Governo hanno chiuso la porta in faccia alla Cgil. Ora è
chiaro che questo sciopero ha senso se diventa un elemento di
consapevolezza. In questa fase bisogna fare prima di tutto opposizione
sociale, mentre i gruppi dirigenti di Cisl e Uil sono la voce del
Governo. Occorre costruire una lunga fase di lotta e iniziativa e una
piattaforma di lotta sulla crisi oppure non conti niente. La
radicalizzazione della Cgil è un fatto positivo ma avviene finora senza
la consapevolezza del perché.
Mi sembra che in Europa la situazione non muti più di tanto...
I Governi europei scelgono tutti la stessa ricetta liberista e si
preparano a rinunciare all'unico vero patrimonio che l'Europa possiede e
può estendere al mondo, lo Stato sociale. La gestione della crisi da
parte dei governi europei grida vendetta agli occhi di tutti i principi
costituzionali del continente.
In questo la Cgil come tanti altri sindacati è costretta a scegliere.
Bonanni e Angeletti hanno scelto di stare con i governi e con gli
industriali.
Gli altri sindacati europei sono allo stesso passaggio e molti si stanno
radicalizzando.
La Cgil ha scelto la lotta ma a questa lotta deve seguire la coscienza
di essere alternativi a quello che si sta facendo oggi.
Per questo abbiamo deciso che la "mozione due" il 6 luglio si costituirà
in area programmatica.
Le ragioni sono proprio nel fatto che non basta più semplicemente ogni
tanto proclamare uno sciopero ma bisogna dare continuità e coerenza alla
scelta di lottare.
Se dopo un mese esatto dal congresso, da tutti presentato come il
congresso del dialogo, ridiventa il sindacato del conflitto.
Conviene alla Cgil, se non vuole apparire come semplicemente
ondeggiante, fare tesoro di questa scelta e capire che solo quel
conflitto, che Angeletti ha detto non servire a niente, diffuso e
intelligente può fermare la deriva dei diritti e, a questo punto, della
stessa democrazia italiana.
Al congresso della Cigl le parole resistenza e opposizione furono
considerate sterili oggi devono diventare pratica.
Non vi spaventa una segreteria tutta in mano alla maggioranza?
Mi pare evidente che la linea politica del congresso si sia già
conclusa. Mi interessa che ci sia la consapevolezza che si stanno
facendo delle cose diverse da quelle discusse dal congresso.
(Liberazione 10 giugno 2010)
Vertenza scuola Piemonte 2010
CONTRO LA RIDUZIONE DI
RISORSE E ORGANICI
CHE IMPOVERISCE LA
QUALITA’ DELLA SCUOLA E L’OFFERTA FORMATIVA
A
fronte di :
- riduzione di
organico docenti(-1648 in Piemonte)
- riduzione di
organico Ata (- 965 in Piemonte)
- “ licenziamento” di
migliaia di precari, docenti e ata
- gravissima carenza di
fondi per il funzionamento delle scuole, per la sostituzione del
personale assente e per il pagamento di tutte le attività svolte e non
ancora pagate
chiediamo :
·
più organico per sostenere la qualità della
scuola piemontese
·
stabilizzazione del personale precario su tutti i
posti liberi disponibili e la conferma dei finanziamenti per il bando
regionale “salvaprecari”
·
finanziamenti certi e rapidi per garantire
l’ordinario funzionamento e la sostituzione del personale assente
·
recupero di tutte le somme dovute alle scuole del
Piemonte (più di 100 ML di Euro)
con l’obiettivo di:
-
tutelare il personale
-
rivedere i regolamenti attuativi della scuola
superiore
-
rispettare i tempi, le modalità e lo stanziamento
delle risorse
necessarie per il rinnovo del CCNL scaduto a dicembre 2009
-
attuare una vera riforma fiscale e la diminuzione
della pressione fiscale
Manifestazione Regionale Unitaria Torino - Sabato 29 maggio 2010
ore 15 - ritrovo in P.za
Solferino
(corteo
fino in P.za Castello e comizio finale)
L’Ufficio Scolastico Regionale,
la Regione e il Governo
aprano tavoli di
confronto serio e reale
Nasce l'Unione Sindacale di Base USB
Connetti le tue lotte
Roma - Teatro Capranica,
Piazza Capranica 101 – Ore 9.30
“CONNETTI LE TUE LOTTE”, è
l’energico ed inequivocabile slogan che accompagna la nascita di USB,
Unione Sindacale di Base, la nuova confederazione sindacale che sarà
varata nel congresso di fondazione del 21-23 maggio 2010.
644 delegati, in rappresentanza
dei circa 250.000 iscritti a RdB, SdL ed a consistenti realtà
categoriali e territoriali provenienti dalla CUB, si riuniranno per
dare vita al “sindacato che serve ai lavoratori”: un’organizzazione
generale, indipendente e conflittuale, già diffusa in tutti i
settori del mondo del lavoro e in tutto il territorio nazionale, che
intende costruire l’alternativa concreta, radicata e di massa, al
sindacato concertativo storico.
Alla giornata conclusiva del
congresso, che si terrà il 23 maggio a Roma presso il Teatro
Capranica, parteciperanno soggetti sindacali particolarmente
interessati al percorso unitario, tra i quali SNATER, Or.S.A. e Slai
Cobas. Hanno inoltre assicurato la loro presenza rappresentanti
delle forze politiche e sociali. La nuova confederazione nasce forte
della storia, del radicamento e della rappresentatività delle
organizzazioni che in essa confluiranno, già firmatarie di numerosi
contratti collettivi nazionali di lavoro. USB è frutto di un
percorso, avviato già con la prima assemblea milanese del maggio
2008, durante il quale sono stati verificati i tratti comuni e
rimossi quegli impedimenti che hanno fin qui ostacolato
l’unificazione del sindacalismo di base.
USB avrà una struttura confederale
articolata sul territorio nazionale, regionale e provinciale ed una
forma snella e pratica, prevedendo due macro-aree intercategoriali
(il settore pubblico e il settore privato) sulla scia di quanto già
avvenuto in molti paesi europei come Germania e Grecia.
Al contempo, USB intende mantenere
e rafforzare il suo radicamento nei luoghi di lavoro e predisporrà
la sua presenza nei territori in modo da rispondere adeguatamente
alle istanze di “Uguaglianza, Solidarietà, Bisogni” provenienti non
più solo dai segmenti classici del mondo del lavoro, ma anche da
quelli di “nuova generazione”: i precari, i migranti, i disoccupati
e coloro che non hanno un reddito o sono senza casa. Alla
confederazione aderiscono in forma associativa l’AS.I.A.
associazione per il diritto alla casa, e l’organizzazione dei
pensionati. Grande importanza sarà data anche ai servizi, attraverso
efficienti servizi fiscali, di patronato, uffici vertenze e legali,
sportelli migranti.
La
Cgil chiude il suo XVI congresso senza l'unanimità ma il segretario
generale, Guglielmo Epifani, termina il suo mandato con una risposta
netta alla seconda anima della Cgil. La maggioranza dell'organizzazione
ha approvato con largo consenso la linea riformista e la maggioranza
della Fiom viene messa all'angolo, anche grazie ad una modifica
statutaria che il sindacato dei metalmeccanici guidato da Gianni
Rinaldini non ha per niente gradito
Nel corso dei suoi lavori l'organizzazione ha votato
una modifica allo statuto che affida al solo comitato direttivo il
pronunciamento sulle piattaforme e gli accordi interconfederali.
Un modo per chiarire definitivamente la linea di intervento
dell'organizzazione nei casi come quello emerso in occasione del
protocollo sul welfare, quando la Fiom nell'autunno 2007, si espresse in
modo contrario rispetto alla confederazione. Un punto su cui, ha
annunciato oggi il leader della Fiom, Gianni Rinaldini, i rappresentanti
della seconda mozione intendono continuare la battaglia in seno al
direttivo. Come, tuttavia, la minoranza, che rappresenta una larga parte
della Fiom e che si è' organizzata attorno alla mozione due 'La Cgil che
vogliamo', si organizzerà per far sentire il suo peso ancora non è
deciso: secondo l'attuale segretario della Fiom, non con una cosiddetta
area programmatica formalmente costituita.
Oggi l'assemblea della Cgil ha invece dato mandato al
rieletto segretario Epifani di portare avanti una linea politica votata
dall'82,04% dei congressisti. Anche se non mancherà lo sforzo per
cercare di ricomporre le divergenze e 'governarle', 'l'esito del
congresso è chiaro, il voto degli iscritti ci consegna la linea della
Cgil e va rispettato', si legge nel documento politico conclusivo.
La Cgil parla di un vero e proprio 'manifesto', nel quale le proposte
per la democrazia 'sono l'orizzonte in cui costruire un'ampia stagione
di mobilitazione, alleanze più vaste'. Anche laddove si parla dei
rapporti con il governo la Cgil ritiene che 'comunque sia sua
responsabilità indicare i terreni su cui provare a ricostruire un lavoro
comune'. Sul modello contrattuale chiede di trovare 'un accordo
condiviso sulle regole della democrazia' e si dice 'pronta a riprendere
il confronto unitario'. Quindi la Cgil andrà avanti nel suo proposito di
riportare l'organizzazione ai tavoli delle trattative perché, sostiene
Epifani, 'il conflitto da solo non porta a nulla'.
Al Congresso intanto sono state sostanzialmente confermate le
percentuali ottenute dalle due mozioni congressuali, che erano state
rispettivamente l'82,92% ed il 17,08%.
La Cgil sceglie di dare ascolto all'apertura della
Cisl a ritrovare il terreno per una confronto unitario e, di fronte al
dilagare della crisi economica, invita il governo a mostrare
'responsabilità sociale', fermando il proposito di modificare l'impianto
dei diritti del lavoro.
Per Epifani il dialogo con Cisl e Uil deve ripartire proprio per fare
fronte alle difficoltà poste a lavoratori e pensionati dalla difficoltà
di questo momento. 'Avevamo detto che sarebbe stato il congresso della
crisi e nella crisi. E guardate quello che è successo: prima lo sciopero
e la tragedia in Grecia, oggi una nottata drammatica in cui i capi di
governo dell'Unione si sono riuniti d'urgenza'.
Il dialogo, dunque, 'ripartirà dai punti su cui è possibile ripartire.
Abbiamo tante divisioni che restano, possiamo provare a lavorare su
alcune questioni: la democrazia, la rappresentanza, la condizione del
Mezzogiorno, il fisco'. Su questi terreni 'bisogna provare a dare non
solo una prova di buona volontà ma provare a fare qualcosa di utile per
i lavoratori'.
Alla Cisl e alla Uil 'va il rispetto della Cgil perché rappresentano
milioni di lavoratori. Pretendiamo però analogo rispetto per le scelte
che abbiamo fatto'; allo stesso modo, chiarisce il segretario, rieletto
sulla contrattazione la Cgil non vuole stare nell'angolo. 'Per una forza
troppo grande e troppo orgogliosa per essere subalterna, non restava
altra strada che la riconquista immediata di ciò che l'accordo separato
aveva provato a negarci'.
Intanto, lo stesso atto di responsabilità che spinge l'organizzazione
a ricercare il dialogo con gli atri sindacati per il bene dei
lavoratori, Epifani lo chiede al governo che, fino ad ora ha 'usato la
crisi per indebolire i diritti dei lavoratori'. Di fronte a questo
'secondo tempo della crisi, dobbiamo usare intelligenza e responsabilità
nazionale. E, prima della nostra, che comunque c'è e ci sarà, ci
vorrebbe però un atto di responsabilità e saggezza da parte del governo.
Fermi- conclude Epifani - questa costruzione legislativa che prova a
smontare i diritti' dei lavoratori.(www.aprileonline.info 8 maggio 2010)
La pochade e lo Statuto
di Pietro Ancona
La questione dei fischi a Bonanni, Angeletti e Sacconi è ritornata più
volte nelle scuse della CGIL. Sacconi addirittura si aspetta un sms di
Epifani! Non dico che Epifani avrebbe dovuto fare come Craxi al
Congresso di Verona che
dichiarò che se fosse stato presente si sarebbe unito ai fischi a
Berlinguer, ma le scuse a Cisl ed Uil ripetute più volte hanno assunto
un significato politico discutibile.
Credo che i fischi fossero giustificati dalle scelte della Cisl e della
Uil che considerano l'unità con la CGIL una mera adesione agli accordi
da loro stipulati con Confindustria e Governo. Non dimentichiamo i gravi
attacchi anche di carattere personale rivolti ad Epifani e la
discriminazione della Fiom isolata alla stregua dei palestinesi di Hamas.
La Confindustria e Sacconi, al di là delle schermaglie diplomatiche,
escono dal Congresso con un ricco carniere: portano a casa non soltanto
una CGIL che non ha alcuna piattaforma rivendicativa da presentare a
chicchesia, un sindacato muto sulla condizione salariale, sul precariato
e sui diritti, ma anche un semaforo verde all'apertura del cantiere di
demolizione dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Lo Statuto ha
quaranta anni e come la Costituzione viene considerato obsoleto non solo
dalla destra politica ma anche dal PD. Al suo posto ci sarà lo Statuto
dei Lavori, cioè delle Imprese. Il capovolgimento è copernicano: dalla
difesa dei lavoratori alla primazia dei diritti delle Imprese a
cominciare dal diritto di non essere impacciate la "lacci e lacciuoli".
Infatti è in corso una radicale delegiferazione del diritto del lavoro
e, laddove questo non è possibile, alla invenzione di enormi ragnatele
giuridiche dentro le quali imbrigliare ogni velleità di difesa di una
parte che Sacconi non considera minus habent!
Basta leggere in controluce, tenendo conto dei precedenti immediati, la
dichiarazione di Epifani. Dopo aver ribadito che lo Statuto dei
Lavoratori è una "pietra miliare" (il linguaggio è freudiano: si sa che
dopo una pietra miliare ne esistono tante altre..) e ricordato che i
suoi contenuti sono ancora validi, non esclude una partecipazione al
negoziato sullo Statuto dei Diritti per verificare che cosa può essere
accettato e respinto dalle proposte che verranno fatte. Come si vede
l'agenda è scritta sempre o dalla Confindustria o dal Governo. La CGIL
si limita a vedere, a verificare, a tentare una spesso impossibile
riduzione del danno.
Questo atteggiamento della dirigenza della CGIL, seppur corroborato
dall'appoggio del PD che teme l'orror vacui e di essere allontanato
dalla cucina dove si preparano le polpette avvelenate della
"modernizzazione", è suicida o simula una opposizione inesistente.
Due recenti eventi danno una idea di come si comporterà la CGIL per lo
Statuto che Sacconi ha dichiarato di liquidare entro il mese di maggio:
l'accordo separato sulla riforma del contratto e la legge 1167.
Nel primo caso, la CGIL non ha firmato ma ha preteso di essere presente
all'atto della firma.
Poi ha fatto filtrare nel tempo e nei mesi il nuovo contratto nei
rinnovi dei contratti di categoria.
L'accordo separato Cisl UIL non c'è più come ha rimarcato, assai
soddisfatta, la signora Marcegaglia. In quanto all'art.18 ha lasciato
lavorare in pace per due anni il Parlamento senza una sola ora di
sciopero. A seguito dei rilievi del Presidente della Repubblica per dare
in qualche modo una qualche soddisfazione alla sua base inquieta,
irritata e terrorizzata di perdere una garanzia che ha finora evitato la
macelleria dei lavoratori a tempo indeterminato, ha fatto qualcosina. Ma
niente di più di una spolveratina di movimentismo, tanto per poter dire:
l'hanno fatto ma noi siamo stati contrari.
Lo stesso copione comincia a recitarsi per lo Statuto dei Diritti. E dal
momento che la crisi incombe ed é assai minacciosa, e l'ombra della
Grecia si allunga sull'Italia, si giocherà molto sulla emotività di una
svolta epocale disastrosa per chiudere la bocca a quanti vorrebbero
continuare a difendere la loro condizione. Ma come? Come quello che
bolle in pentola voi indugiate ancora a difendere diritti "obsoleti"?
Questa storia della crisi è già costata molto ai lavoratori italiani. La
Grecia ha avuto tre giorni di insurrezione per un blocco di salari e
pensioni che in Italia è in vigore da quasi venti anni! Venti anni di
collaborazionismo che hanno impoverito la classe lavoratrice ed
arricchito a dismisura di privilegi e grossi emolumenti i managers ed i
politici!!
Insomma, come in una pochade di Feydeau la CGIL di Epifani farà come
quella signora che finge di resistere strenuamente agli attacchi del suo
spasimante ma gli facilita l'amplesso continuando a strillare: "no!, non
voglio, no!!
Il copione della prossima cessione è già scritto! Uniche al mondo, le
confederazioni sindacali italiane negoziano soltanto la cessione di
diritti. Mi domando che cosa negozieranno quando non ci sarà niente più
da cedere!
Sono convinto che la questione dello Statuto non riguardi soltanto le
forze sindacali. Riguarda le forze politiche. Tutte le forze politiche
comprese quelle che sono state escluse dal Parlamento hanno diritto di
intervenire. Lo Statuto è parte della Costituzione realizzata.
Cremaschi. La mozione 2 diventi
area. Mi candido segretario Fiom
di. Fabio Sebastiani
-Non è la prima volta che uno sciopero generale della Cgil debba poi
essere "aggiornato" ai temi del momento, come in questi giorni con
l'attacco all'articolo 18. Che succede?
Succede che siamo in presenza di scioperi come grandi contenitori. Non è
un modo giusto per gestire le lotte. Questo sciopero ha un senso se è
una risposta immediata sulla questione dell'articolo 18. Del resto, sta
andando sempre peggio. Confindustria e Governo cercano una resa dei
conti finali, ma questo da un bel po',
non da ieri. La gente lo sa e o si rassegna o, quando può, si ribella.
La Cgil non si è fatta sentire a sufficienza non per debolezza, ma per
contraddizioni politiche. Come dopo l'accordo del 22 gennaio, si è fatto
finta di non sapere che c'è il consenso totale di Cisl e Uil. O si alza
la polemica nei loro confronti oppure perdi. Se anche una personalità
come Gallino rimprovera in modo durissimo alla Cgil di non essersi mossa
a sufficienza, è chiaro che qualche problema c'è. (...)
-Mi sembra che dopo la querelle sullapartecipazione al voto, "La Cgil
che vogliamo" abbia di fronte il nodo,
passami il termine, "continuità della discontinuità".
La "mozione due" è di fronte a un doppio problema.
Che giudizio dare sui risultati dei congressi di base e come, e se,
andare avanti.
Sul primo è chiaro che il risultato è inferiore alle aspettative e alla
portata dello schieramento.
Su questo non c'è dubbio. Non si può negare che la mozione abbia subito
dei colpi.
E' venuto meno con il risultato finale del congresso il punto di
partenza
e cioè l'alleanza di tre categorie e di alcune Camere del lavoro che
potevano
costituire un polo dialettico nuovo dentro la Cgil.
D'altra parte questo risultato non rappresenta neanche la disfatta che
vuol far sembrare il
gruppo dirigente. Il correntone non ha sfondato.
Tuttavia si vuole trasformare questo in una disfatta e lo si fa con i
voti "non credibili".
Un risultato più credibile, ovvero il 25%, non cambierebbe la tendenza
di fondo.
La forzatura in atto sui voti tende ad annichilire la mozione. E a
questo bisogna rispondere.
-Come proponi di rispondere?
Penso che la non certificazione dei dati decisa dalla mozione se non
vuol essere una questione legale
deve portare a risultati politici e a dei comportamenti coerenti.
Ovvero, non si chiude unitariamente se non c'è una svolta nei
comportamenti della
maggioranza, e se la maggioranza non riconosce le ragioni della
minoranza. Questo è il punto.
Penso che abbiamo avuto un mandato non per sistemare un po' di posti ma
per fare una battaglia politica duratura dentro la Cgil.
E' la crisi stessa che lo impone.
-Parli di un'area programmatica?
Sì. Bisogna che si discuta sul fatto che la mozione continui
costituendosi come area programmatica.
Un'area di dissenso e in alcuni casi anche di opposizione nella Cgil.
Podda e Rinaldini hanno sempre ripetuto di non voler costituire un'area
programmatica.
Penso che sia Podda che Rinaldini si debbano rendere conto che la
situazione è cambiata.
Questo implica una scelta per la maggioranza della Fiom. Il fatto che in
Fiom ci sia una maggioranza diversa da
quella che c'è in Cgil è un fatto nuovo.
Questo apre una dialettica che non può più essere solo quella tra
strutture ma tra pratiche e linee sindacali.
La Fiom deve farsi carico di essere l'architrave dell'area del dissenso
in Cgil.
Questo è quello su cui dovrà discutere il congresso nazionale della Fiom.
E si sceglie il gruppo dirigente sulla base del mandato politico.
In questo c'è la mia disponibilità, ma solo in questo contesto.
-Ti candidi a segretario nazionale della Fiom?
Non capisco perché dovrei essere escluso a priori da questa discussione.
Il punto che la Fiom deve scegliere è se continua fino in fondo sulla
base della posizione che si è affermata
come maggioranza o accetta, anche senza dirlo, di rientrare nei ranghi.
Credo che la Cgil abbia bisogno che la dialettica continui. E ne abbia
bisogno anche il paese.
Da questo punto di vista mi auguro che la Cgil scenda in piazza anche
contro il decreto sulle elezioni.
In fondo fa parte della sua tradizione, da Tambroni in poi.
L'attacco all'articolo 18 nasce in un momento in cui c'è il decreto
salva-lista. E' l'idea di sopraffazione del diritto.
E purtroppo, la Cisl e la Uil sono parte integrante dell'Italia di
Berlusocni .
-E la Confindustria?
Il potere di Berlusconi si fonda anche su un patto di concertazione e
complicità con la Confindustria, la Cisl e la Uil.
Senza questi sostegni, la maggioranza di Governo sarebbe già in crisi a
causa del disastro economico-sociale che c'è nel paese.
La Cgil è fuori da questo sistema di potere ma non sempre è contro. A
volte è sull'uscio.
Per questo al di là delle mozioni c'è il peso della realtà che
continuerà ad incombere sulle scelte della Cgil.
E c'è per questo bisogno di una forte dialettica di posizioni.
-Scusa se insisto sulla tua candidatura...
Ogni tanto bisogna anche mettersi in discussione sul piano personale.
Ho una grandissima stima di Maurizio Landini, pensò però che ci sono
momenti in cui le organizzazioni devono scegliere.
Come mi è spesso capitato accetterò le scelte e ne subirò le
conseguenze.
La situazione è troppo grave perché venga affrontata come un fisiologico
ricambio di gruppi dirigenti.
Sulla Fiom si concentrano tante speranze di resistenza del mondo del
lavoro e non solo di esso.(Intervista a
Liberazione, 9 marzo 2010)
La Fiom non può diventare un corpo
estraneo
Intervista a Fausto Durante
«Quanto ancora è tollerabile una Fiom in netta opposizione alla Cgil?
Dove vuole andare la maggioranza del sindacato? (...)
Perché di questo passo, alla lunga, si porrà il problema di capire a
quali condizioni la Fiom può ancora stare dentro la Cgil. Prima o poi
questo precario equilibrio corre il rischio di spezzarsi ».
Sono riflessioni e parole dure quelle di Fausto Durante, che delle tute
blu di Corso Italia è segretario nazionale.
Arrivano a poco più di un mese dal congresso dei metalmeccanici (14-16
aprile), un appuntamento che servirà anche ad eleggere il successore di
Gianni Rinaldini.
Durante, in vista del congresso Cgil ha sostenuto la mozione di Epifani
mentre Rinaldini e altri si sono opposti con una mozione alternativa che
ha riscosso successo solo nella Fiom.
Alla luce diquesto risultato cosa si auspica dal vostro congresso?
«Che la Fiom sia in grado di fare un passo in avanti, che in autonomia
riconosca e trovi una collocazione in linea con la Cgil. Perché dal 2004
ad oggi nel nostro sindacato ha sempre prevalso un'anomalia: siamo la
più grande categoria industriale della Cgil ma siamo in distonia con la
Confederazione. Io credo che il tema del nostro congresso sia questo:
come rientrare nella politica generale della Cgil».
La mozione minoritaria sostenuta da Rinaldini in Cgil ha perso il
confronto con quella di Epifani,ma havinto dentro la Fiom. Come non
tenerne conto?
«E come non tenere conto dell'83 per cento dei consensi che ha ottenuto
la mozione sostenuta dal segretario Epifani? È un problema che va tenuto
in conto. Noi (Durante aderisce al documento Epifani) siamo cresciuti
dentro la Fiom, passando dal 18 al 27 per cento. Rappresentiamo la
maggioranza in 35-40 strutture territoriali su 120. Siamo un nucleo che
si consolida sempre di più. Per questo dico che il congresso deve
diventare l'occasione per costruire una nuova geografia interna al
sindacato, isolando le ali estreme».
A proposito: il favorito alla successione di Rinaldini è Maurizio
Landini. Ora però è spuntata l'autocandidatura di Giorgio Cremaschi, che
dice: «Se Fiom vuole restare in forte opposizione nella Cgil io sono il
candidato ideale».
«È proprio questo il punto. La Fiom può restare ancora in netta
opposizione alla Cgil? È questo il suo ruolo o deve trovare un
equilibrio con la confederazione?
Il rischio è di isolarsi sempre di più e diventare un corpo estraneo.
Interroghiamoci invece su come fare un passo in avanti e trovare
l'equilibrio.
Spero che il congresso sia la prima tappa di questo percorso di
riavvicinamento, in discontinuità con il recente passato».(L'Unità,
9 marzo 2010)
Il corteo
degli studenti partirà da Piazza Arbarello alle
ore 9 per toccare i presidi
Per
Airaudo anche l'ipotesi di un ruolo nazionale, anche se
il sindacalista 50enne sembra volere privilegiare la
vicinanza alla famiglia: "Ho tre figli piccoli - dice -
questi anni sono stati molto faticosi". Per il suo posto
una sfida a due tra Federico Bellono, leader del
Canavese, ex Pci, e Vittorio De Martino, curriculum di
fabbrica e segretario della V Lega, quella di Mirafiori.
"Per fortuna, dopo otto anni, nel sindacato si cambia, e
sarebbe bene che le stesse regole le applicasse la
politica - dice Airaudo -. Sapevo di scadere come uno
yogurt, è un fatto naturale. E' stata un'esperienza
straordinaria e intensa, che a partire dalle situazioni
più difficili come Mirafiori e Bertone ha fatto nascere
una solidarietà straordinaria anche all'interno del
gruppo dirigente. Non sono stato un uomo solo al
comando".
Otto anni durante i quali, anche per
effetto della crisi, il lavoro è tornato sotto i
riflettori: "Per anni abbiamo cercato di spiegare che a
Torino gli operai c'erano, che la città non era solo
servizi e lustrini. Per non perdere Mirafiori siamo
ricomparsi. Le imprese si sono salvate perché abbiamo
scongiurato la rimozione del lavoro. Sulla Bertone ad
esempio, la soluzione è stata trovata grazie al coraggio
e alla tenacia dei lavoratori che hanno continuato,
sfilando per la città con i loro striscioni, a tener
desta l'attenzione". Un periodo quello di Airaudo
segnato anche da quella che definisce "la strage della
Thyssenkrupp". "Che giunge proprio - osserva il
sindacalista - alla fine di un lungo periodo di
svalutazione del lavoro. Quando i lavoratori diventano
soltanto numeri sui bilanci si trasformano in una merce,
si disumanizzano, l'economia prevale sull'umanità e
questo è il problema etico dei nostri giorni".
Nel corso del congresso verrà esposto anche un grande
manifesto di Marx, lo stesso che campeggiò davanti a
Mirafiori durante lo sciopero dei 35 giorni del 1980:
"Ce lo ha dato Bruno Perotti, l'autore, ex operaio Fiat
e ora documentarista, uno dei tanti che dopo quella
sconfitta si dovette reinventare un mestiere", dice
Airaudo.
Il manifesto dovrà servire proprio, spiega il leader
della Fiom torinese, a recuperare la memoria sindacale
su quei giorni: "Il 1980 è stato rimosso in fretta e
furia dal sindacato. E il nostro declino comincia di lì.
Il punto non è quello di riprendere la discussione su
cosa poteva essere fatto, ma come ripartire. Si poteva
resistere meglio al declino. Gli unici che hanno portato
addosso la vergogna di quella sconfitta sono stati i
lavoratori della Fiat. E il sindacato debole e diviso di
oggi è anche figlio di quella sconfitta".
"Recuperare si può - continua Airaudo - ampliando gli
spazi di democrazia nei luoghi di lavoro. Rivedendo un
sistema di deleghe troppo lunghe e antistoriche proprio
in un momento in cui, fuori dai cancelli il cittadino e
il consumatore contano sempre di più. Uno strabismo, un
sacrificio del diritto di partecipare alle decisioni,
che è anche colpa della politica".
Alla politica, alle istituzioni,
Airaudo nel suo congedo chiederà un patto per sviluppare
a Torino prodotti e lavoro. In tutto questo un ruolo
fondamentale lo avrà la Fiat, con cui si è un po'
raffreddato il feeling dopo le nozze con la Chrysler.
Torino rischia meno del resto d'Italia, ammette Airaudo
ma resta incerta la produzione di auto e non arriva
quella di un nuovo motore ecologico. "Se non difendi
Mirafiori come puoi difendere l'officina Pautasso?",
conclude il sindacalista.
(apcom)
L'accordo separato. E dimenticato
di Tiziano Rinaldini*
È trascorso un anno dall'accordo quadro sulla struttura delle relazioni
sindacali, con cui l'attività contrattuale viene vincolata a regole,
periodicità e contenuti e vengono di fatto ridefinite le funzioni delle
organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori e delle lavoratrici. Un
accordo «separato» - tra governo, Confindustria, Cisl, Ugl e Uil - non
sottoscritto dalla Cgil. Che da allora è stata sottoposta al ricatto
dell'esclusione dalla contrattazione e dai diritti di acquisizione
contrattuale se non piega la testa o comunque si oppone al sistema
stabilito.
Con l'Accordo Quadro, le organizzazioni sindacali, nell'esercizio di un
potere che interviene sulle condizioni di tutti i lavoratori, rinunciano
a un vincolo prioritario a cui riferirsi, cioè la volontà dei lavoratori
e delle lavoratrici. Questo in una fase che - se non altro per
l'esaurimento della credibilità (visti i risultati) della concertazione
e per le caratteristiche della crisi economica - richiederebbe un pieno
recupero dell'autonomia negoziale e di una libera capacità del sindacato
di ricercare con il consenso dei lavoratori la ripresa di protagonismo
del mondo del lavoro a partire dalla condizione sociale.
Altresì con l'accordo separato non siamo di fronte a un qualsiasi più o
meno buon accordo sindacale, ma a un accordo di sistema, per alcuni
versi costituzionale, i cui contenuti si riflettono strutturalmente sul
tema più generale del rapporto tra problemi sociali, lotta e democrazia,
al di là dello stesso movimento sindacale, nel cuore della questione
democratica e della sua crisi attuale. Poiché, a un anno di distanza,
tutti i nodi di quell'intesa rimangono aperti sarà bene richiamare qui
alcune delle tante situazioni che si sono e si stanno producendo.
La periodicità della contrattazione nazionale del salario nel privato,
nei vari contratti di categoria, viene portata dalla precedente scadenza
biennale e triennale (con riferimento all'inflazione in tutto o in parte
depurata da quella importata) mentre si è proceduto con accordo separato
- negando il voto ai lavoratori e alle lavoratrici - nei confronti di
chi (la Fiom) si è rifiutato di applicare l'accordo quadro chiedendone
almeno la sospensione. Contrattare inoltre a livello aziendale è ammesso
solo su ciò che viene esplicitamente concesso a livello nazionale e sul
salario solo se variabile, nel senso cioè di legato ai successi di volta
in volta e alle fortune dell'impresa (oltre che alla presenza) e solo a
queste condizioni di variabilità continuativa è prevista la
defiscalizzazione della quota corrispondente.
Il tutto mentre ci spiegano che un pilastro fondamentale nel costruire
l'equilibrio economico che è alla base di questa gravissima crisi di
sistema è fondato sui bassi salari, oltre che sulla precarietà, e mentre
in Italia il calo dei salari ci ha portato agli ultimi posti in Europa.
A fronte di questo scandalo il problema viene tutto spostato sul fisco,
dove peraltro vi sarebbe molto da fare, ma con un'impostazione che
finisce per lasciare campo aperto a un ulteriore riduzione
dell'intervento pubblico sul sociale e su una politica per uno sviluppo
alternativo.
A questo punto dilaga sugli ammortizzatori, sul mercato del lavoro e sui
servizi sociali una risposta di frammentata privatizzazione
neocorporativa di sistema, in un abbraccio per settori o per aziende o
per territorio, tra sindacato, associazioni imprenditoriali e imprese,
con lo Stato che, da un lato, si ritira, dall'altro mette a disposizione
sgravi fiscali.
Tutti i più recenti contratti di categoria confermano ed espandono la
formazione di enti bilaterali dedicati ai vari terreni sociali, con
persino la beffa di fare apparire come generose elargizioni dell'impresa
quote di salario se obbligatoriamente devolute a finanziare enti
bilaterali. E nel recente contratto dei chimici si avvia la
privatizzazione persino della cassa integrazione, mentre Sacconi spiega
il punto di arrivo a cui portare il futuro degli ammortizzatori sociali:
allo stato il sussidio assistenziale per i disoccupati e tutto il resto
agli enti bilaterali.
Ancora, sul piano della legislazione del lavoro si è proceduto a
espandere ulteriormente la possibilità di utilizzo dei più svariati
rapporti di lavoro e forme della precarietà dalla reintroduzione dello
staff leasing alla dequalificazione ulteriore dell'apprendistato alla
pratica dei voucher come forma di retribuzione. Presenta poi particolare
significatività l'intervento legislativo con cui si apre la strada
all'aggiramento del diritto sancito dall'articolo 18 dello Statuto dei
lavoratori sulla non licenziabilità senza giustificato motivo.
L'elencazione potrebbe continuare, ma mi fermo qui. Mi pare sia
sufficiente per chiarire ciò che sta accadendo come rapido e organico
sviluppo di un sistema finalizzato a mettere il lavoro, ed una sua
autonoma centralità, fuori da ogni possibile dialettica democratica
riconosciuta.
Ciò che colpisce è il silenzio che ha accompagnato trasformazioni così
rilevanti delle relazioni sindacali e di lavoro. Quanto accade è al
centro dell'attenzione e della riflessione sul che fare in questa fase?
La risposta da ricostruire è partita da questa discriminante,
considerandola fondamentale per riaffermare una presenza da sinistra e
mettere davvero in campo una opposizione? A me non pare, e se è così,
perché?
È evidente che vi è stata e vi è una sottovalutazione, quasi una
negazione che ha attraversato in grande misura i vari campi del nostro
impegno, da quello politico a quello sindacale agli altri ancora. Lo
dimostra l'assenza di una riflessione e una risposta all'altezza della
portata dell'accordo quadro e la stessa distanza, prudenza, imbarazzo
con cui viene seguito il dibattito congressuale della Cgil al centro del
quale c'è se scegliere una strada per rientrare con qualche modifica
nell'accordo quadro, o puntare a farlo saltare recuperando l'autonomia
negoziale del sindacato e il vincolo del consenso democratico dei
lavoratori.
L'attualità della domanda prima posta si fonda sulla consapevolezza che
i giochi non sono fatti, e quindi non è possibile estraniarsene, o anche
solo cavarsela richiamando responsabilità fuori da sé. Troppo spesso si
ha l'impressione che si pensi alla realtà come se tutto fosse già
accaduto o rinviando a scenari di recupero futuro come se ciò fosse
possibile a prescindere dalle cose che accadono. Forse è questa
l'interpretazione da dare allo «svegliatevi, datevi una mossa» con cui
Rossanda chiudeva una breve amara riflessione sul manifesto di alcune
settimane fa.
Forse a questo si può contribuire rimettendo al centro l'attualità della
questione sociale e della questione democratica a un anno dall'accordo
quadro.
*Cgil, Emilia Romagna
Immigrazione. Comunicato stampa Fiom
Calabria
Le
immagini che da Rosarno sono rimbalzati sui Media di tutto il mondo
raccontano una storia fatta di sfruttamento, disperazione, umiliazioni e
violenza che noi "popolo democratico e civile" abbiamo consumato nei
confronti di migliaia di persone colpevoli soltanto di essersi rifugiati
nelle nostre terre con la speranza di poter trovare un futuro migliore,
una vita più dignitosa, un reddito anche minimo, per poter sostenere se
stessi e le proprie famiglie.
Quasi sempre sono scappati da Paesi lontani per sfuggire a guerre
sanguinose, persecuzioni, fame e miseria.
Sono approdati sulle nostre coste carichi di speranza, convinti di
segnare una svolta alla loro esistenza, inserirsi in una società che
poteva assicurare loro più rispetto della dignità della persona, più
solidarietà, più diritti. Altri invece sono arrivati dalle regioni del
Nord, dove hanno perso il lavoro e qualunque prospettiva di futuro a
causa della crisi.
Hanno ricevuto un trattamento disumano, sono stati sfruttati peggio
delle bestie, hanno fatto i lavori più umili e faticosi senza diritti e
senza tutela.
Prigionieri di caporali e mafiosi, costretti a lavorare al nero per
15/18 ore per venti euro al giorno, compresa la mazzetta per i caporali,
senza possibilità di rivendicare nessun diritto.
Quali responsabilità sono stati perseguite? Quanti agrari sono stati
denunciati per questo sfruttamento bestiale?
Quanti caporali o mafiosi sono stati arrestati per riduzione a
schiavitù?
Zero, nemmeno uno.
Eppure siamo una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Esistono leggi e contratti per tutelare i diritti dei lavoratori.
Leggi che di fatto vengono annullate dalla attuale legislazione sulla
immigrazione, dato che allo stato attuale, chi denuncia situazioni di
sfruttamento, se privo di permesso di soggiorno, invece di ricevere
tutela, rischia l'espulsione e l'incriminazione per il "reato di
clandestinità".
"Siamo democratici, non siamo razzisti, abbiamo a volte raccolto viveri,
gli abbiamo regalato qualche capo di abbigliamento dimesso cosa
pretendono di più"?
Quanta ipocrisia, questa carità pelosa, quante false coscienze
democratiche.
Ci basta poco per metterci a posto la coscienza, pensiamo che i diritti
si possono barattare con un vecchio cappotto, la dignità il rispetto
della persona con qualche minestra calda.
Ma questo non è uno Stato di Diritto.
Dove era lo Stato di Diritto a Rosarno?
Cosa hanno fatto il Governo, la Regione, gli Enti Locali per evitare
questa vergogna?
Perché sono state lasciate sole le Associazioni, il Sindacato, la Chiesa
che hanno tentato in tutti i modi di mettere una pezza a questo sfascio?
L'assenza di fatto dello Stato non può essere compensata da azioni di
solidarietà più o meno isolate.
Se non c'è lo Stato vince l'Antistato.
Vince la 'Ndrangheta che ha ordinato via gli africani da Rosarno perché
hanno osato ribellarsi si stanno già attrezzando per sostituirli con
altri migranti appena arrivati o provenienti da altri paesi con la pelle
di un colore meno diverso e ricominciare da capo perché gli affari vanno
avanti, lo sfruttamento e il lavoro nero deve continuare, perché il loro
potere e il loro "prestigio" non può essere intaccato da rivolte ne
tanto meno da rivendicazioni di diritti sociali ed economici.
Di tutto questo ci parlano i fatti di Rosarno, non comprenderlo
significa creare le condizioni, perché accada di nuovo.
Ieri a Villa Literno e Castelvolturno oggi a Rosarno, domani dove?
Questa spirale deve essere spezzata.
Occorre una mobilitazione democratica e popolare.
Bisogna tornare in piazza per rivendicare diritti, democrazia e libertà
per tutti, immigrati e nativi. Libertà dalla mafia, dal bisogno, dallo
sfruttamento e del razzismo.
E' necessario costruire da subito momenti di mobilitazione a livello
regionale e nazionale, per porre esplicitamente il problema del presidio
democratico del territorio e chiedere con forza un provvedimento di
regolarizzazione generalizzata a partire dalle persone allontanate da
Rosarno.
E' importante che associazioni, movimenti e sindacati promuovano in
Calabria una grande giornata di mobilitazione come abbiamo fatto ad
Amantea e Villa S.Giovanni in questi ultimi mesi.
Bisogna farla adesso, subito. Noi come Fiom siamo pronti e disponibili a
mobilitarci.
La posta è alta, in questa partita è in gioco la libertà di tutti.
Dobbiamo scegliere tra la Calabria di Rosarno o quella di Riace.
Noi scegliamo quest'ultima.
Catanzaro, 11/1/2010 - Il Segretario Generale, FIOM-CGIL Calabria,
Mario Sinopoli
Immigrazione. Fiom: “Dopo i fatti di
Rosarno è urgente ottenere concrete
garanzie dei diritti dei migranti sia
come lavoratori che come cittadini”
La
Segreteria nazionale della Fiom-Cgil ha diffuso oggi il seguente
comunicato.
“Gli
eventi che si sono succeduti a Rosarno nei giorni scorsi denunciano,
ancora una volta, la gravità della condizione di sfruttamento cui
vengono sottoposti i lavoratori migranti, costretti a sopravvivere in
situazioni subumane.”
“Quello che oggi si è
verificato a Rosarno è già successo a Villa Literno, nel Foggiano, nel
Casertano. Ancora una volta, Istituzioni e Forze dell’ordine fingono di
scoprire situazioni che invece sono note da tempo.”
“In nome della tolleranza zero,
lo stesso impianto legislativo e le politiche vecchie e nuove
sull’immigrazione generano condizioni di <<clandestinità>> e di
irregolarità lavorativa. Non esiste nessuna norma che garantisca e
tuteli concretamente chi denuncia lo sfruttamento del lavoro nero. Anzi,
chi denuncia rischia di essere perseguito per il <<reato di
clandestinità>> ed espulso.”
“I fatti di Rosarno riportano
in primo piano anche la necessità di affrontare la generale
deregolamentazione del mercato del lavoro che riduce a merce le
lavoratrici e i lavoratori e che, nel caso dei migranti, diventa
negazione degli stessi diritti umani.”
“A Rosarno, come in altri
luoghi, dove tutto questo si intreccia con l’assenza di legalità e con
gli interessi criminali nell’economia e nella gestione del territorio, è
a rischio la vita stessa dell’intera comunità dei migranti.”
“È urgente una ferma risposta
della società civile e democratica, delle organizzazioni sociali e
sindacali, con l’obiettivo di ottenere una concreta garanzia dei diritti
delle donne e degli uomini migranti come lavoratrici e lavoratori e come
cittadine e cittadini.”
Fiom-Cgil/Ufficio
Stampa 11 gennaio 2010
La rivolta
degli schiavi. La caccia al negro
A
pochi mesi dall'approvazione del pacchetto sicurezza, i fatti di Rosarno
sono l'ennesimo atto di intolleranza e di inciviltà di un paese che sta
scivolando nel razzismo e nella barbarie. La protesta dei migranti a
Rosarno - avvenuta dopo che due braccianti sono stati feriti dai colpi
di una carabina ad aria compressa - è il sintomo delle gravissime
condizioni di malessere e di totale mancanza di diritti dei
cittadini migranti in Italia, in particolare in un contesto sociale come
quello di Rosarno, dove il caporalato e la mafia utilizzano la
condizione di clandestinità di migliaia di uomini e donne migranti per
imporre loro condizioni di lavoro e di vita inaccettabili, riducendoli a
merce da sfruttare e corpi da schiavizzare.
La rivolta degli schiavi di Rosarno nasce da condizioni di vita inumane
e umilianti, dove chi lavora non ha nessun diritto, percepisce paghe da
fame e può aspettarsi, da un momento all'altro, che qualcuno gli spari
contro. Per questo riteniamo la loro rivolta giusta e esprimiamo loro la
nostra più totale solidarietà.
Ribellarsi a una condizione di schiavitù è non soltanto giusto. E' un
diritto. Che a Rosarno, poi, alla protesta dei migranti sia seguita una vera e
propria guerra civile contro di loro da parte della popolazione locale è
il segno dell'intolleranza di un paese in crisi.
La guerra tra poveri di Rosarno - dove, lo ricordiamo, il Comune è stato
sciolto per mafia - è l'effetto di un paese in mano a un governo
razzista e di un territorio in mano alla andrangheta. Quanto è accaduto
a Rosarno riguarda tutte e tutti. C'è una Calabria migliore di quella di
Rosarno.
Come c'è un Nord migliore di quello della Lega. Noi apparteniamo a
quella Calabria e a quel Nord.
E siamo da una parte sola, dalla parte di chi si ribella al razzismo.
Rete28Aprile 9 gennaio 2009
La Cgil
condanna l'aggressione agli immigrati di Rosarno
La
CGIL condanna l'attentato in cui sono stati oggetto di
aggressione gli immigrati di Rosarno, esprime la propria
solidarietà alle vittime della violenza e ribadisce la
necessità di ristabilire l'ordine pubblico per garantire un
clima di civile convivenza tra la popolazione di Rosarno e
gli immigrati. (...)Siamo di fronte ad una situazione
esplosiva che rischia di degenerare ulteriormente. Le
istituzioni, nelle varie articolazioni, in questi anni,
nulla hanno fatto per prospettare soluzioni accettabili da
tutti, anzi, hanno abbandonato a se stessi gli immigrati,
ignorandone l'esistenza come se non affrontare il problema
significasse disconoscerne la presenza. Tutto ciò ha avuto
drammatiche conseguenze sia sulle condizioni di vita e di
lavoro degli immigrati, sia nei confronti della civile
convivenza con la popolazione di Rosarno. La Cgil ribadisce
la gravità di quanto accaduto ed afferma la necessità di
ripristinare, da subito, l''''ordine pubblico per la
sicurezza e la tranquillità della popolazione e dei
migranti. Occorrono atti improntati sul senso di
responsabilità e di civiltà e certe dichiarazioni,come
quelle del Ministro Maroni si traducono, nei fatti, in un
avallo alla violenza contro gli extracomunitari: sono
dichiarazioni che non favoriscono la tolleranza e la civile
convivenza. Si tratta di una vera e propria emergenza
umanitaria che coinvolge direttamente gli immigrati ma
che investe anche la civile convivenza, la sicurezza e la
tranquillità dell'intera popolazione di Rosarno. Occorre
impegnarsi da subito coinvolgendo tutti quei soggetti che in
questi anni hanno operato nel territorio come la Chiesa, le
associazioni di base, Medici senza frontiere e i sindacati
confederali per programmare un intervento che,da subito,
affronti e prospetti soluzioni da presentare alle
istituzioni locali. La CGIL esprime la richiesta di un
tavolo per discutere ed affrontare complessivamente la
situazione che si è venuta a creare.Un tavolo che veda la
partecipazione attiva dei responsabili della Prefettura, del
Comune, della Provincia,della Regione, delle associazioni
rappresentative e delle associazioni sindacali per
predisporre un piano di intervento immediato e per
ricomporre la frattura che si è creata tra la popolazione
residente e i migranti predisponendo interventi non solo di
carattere politico ma anche umanitario e bloccare
l'escalation di violenza che fa perno sulla xenofobia e
sulle situazioni di degrado culturale,sociale ed economico.
Sergio Genco Segretario Generale Cgil
Calabria 9 gennaio 2010
Nei chimici la
Cgil accetta l'accordo separato, la confederazione che dice?
di Giorgio Cremaschi
- L'accordo per il rinnovo del contratto dei chimici è profondamente
negativo e divide il fronte dei lavoratori che si oppongono all'accordo
separato sul sistema contrattuale.
Il contratto firmato accetta totalmente lo schema della riforma
contrattuale sottoscritto da Cisl e Uil. Compresa la conferma, di un
istituto, che nei chimici già c'era ma che assume nuovo valore negativo
con l'accordo separato, e cioè la possibilità di deroga normativa al
contratto nazionale.
Il testo dell'accordo poi rappresenta una concessione senza precedenti
negli ultimi anni sulla flessibilità del salario e nel controllo
dall'alto sulla contrattazione. Il premio di risultato diventa
totalmente variabile e legato alle assenze sul lavoro. Non solo quelle
individuali, ma anche quelle collettive.
La contrattazione aziendale viene sottoposta a un rigido controllo e ci
si impegna a istituire la conciliazione e l'arbitrato, la stessa che il
Governo sta istituendo per legge e sulla quale importanti personalità
democratiche hanno sollevato profonde obiezioni.
L'incremento salariale non fa esplicito riferimento all'Ipca ma, nella
sostanza, accetta la logica salariale dell'accordo separato aggiungendo
ad esso la pura soppressione dell'istituto storico degli scatti
d'anzianità, in questo modo creando per il futuro una totale disparità
di trattamento tra vecchi e nuovi assunti.
Si aumenta la flessibilità del lavoro nei contratti a termine e negli
orari.
(...)
L'accordo dei chimici è stato raggiunto senza neanche un minuto di
sciopero, segno evidente di una piena condivisione da parte della
categoria della Cgil di questa impostazione.
Delle due l'una: o Guglielmo Epifani e la segreteria confederale non
condividono questo accordo, e allora bisogna dirlo perché esso
contraddice totalmente quello che altre categorie e altri lavoratori
stanno facendo.
Oppure lo condivide, e allora questo vuol dire che si accetta l'accordo
separato sulla contrattazione che formalmente si è rifiutato.
L'accordo dei chimici è la dimostrazione, comunque, di una gestione
inaccettabile della contrattazione da parte della confederazione, di una
vera e propria caduta di confederalità, nella quale si può fare
tutto e il contrario di tutto, subendo le scelte della Confindustria e
del Governo.
Il contratto dei chimici è un segno di crisi della Cgil, che rischia di
scivolare verso una condizione di declino e irrilevanza.
(Roma, 21 dicembre 2009 Rete28aprile)
Perchè la
Rete28Aprile sostiene "La Cgil che vogliamo"
La
Rete28Aprile ha deciso di sostenere il documento "La Cgil che vogliamo"
sulla base di una scelta meditata e costruita con una larga
consultazione.
Dopo il direttivo nazionale della Cgil, ove la maggioranza ha rifiutato
di mettere all'ordine del giorno lo sciopero generale entro la fine
dell'anno, dovrebbe essere chiaro quali sono le differenze reali tra le
diverse posizioni. Tuttavia è giusto ribadire le ragioni di fondo di
questa scelta, che sono almeno quattro: (...)
1. Il documento alternativo a quello di Guglielmo Epifani chiede un
profondo cambiamento nelle scelte e nei comportamenti della Cgil. E'
quello che la Rete rivendica da quando si è costituita. I no della Cgil
alla controriforma del sistema contrattuale e alle scelte economiche e
sociali del governo non possono rimanere casi a sé stanti. Essi invece
devono produrre una politica comune di tutta la confederazione e questo
è proprio quello che sinora non è avvenuto.
Il documento alternativo dichiara con chiarezza che la Cgil deve
considerare conclusa la lunga fase della concertazione e deve
ricostruire una libera capacità di contrattazione, senza vincoli né a
livello nazionale né a livello aziendale. Una scelta di autonomia che ha
lo scopo di far crescere il salario reale senza scambi sulla
produttività. Di estendere i diritti, e lottare contro la precarietà,
per migliori condizioni di lavoro e di vita. La scelta del superamento
della concertazione è l'asse strategico sul quale sinora ci siamo mossi
e sul quale, invece, non si attesta l'attuale maggioranza della Cgil.
Questo sia nei comportamenti concreti di diverse categorie e strutture,
che nei fatti si muovono in una logica parallela e subalterna
all'accordo separato sul sistema contrattuale preparandosi ad accettarlo
o a subirlo; sia perché la Cgil continua in una linea che esclude dal
conflitto la Confindustria e il sistema delle imprese, concentrando
unicamente sul governo le proprie critiche. E' questo un punto di
profondo disaccordo. E' giusto lottare contro la politica economica del
governo Berlusconi, ma è un errore gravissimo ignorare che essa è
ispirata dalla Confindustria e dal sistema delle imprese e, quando viene
da esse criticata, ciò accade perché si vuole una politica ancora più
contraria agli interessi del mondo del lavoro. Così come è sbagliato
dimenticare che i danni che il liberismo ha fatto al mondo del lavoro in
Italia si sono accumulati in più di vent'anni di politiche di
concertazione.
Per questo la scelta della contrattazione e del conflitto e la
conseguente richiesta alla Cgil di cambiare rispetto al modello
concertativo, rappresentano un punto di partenza fondamentale per
superare la crisi attuale del sindacato e fronteggiare l offensiva del
padronato.
2. Il documento alternativo sceglie con chiarezza, senza ambiguità o
contraddizioni del testo di maggioranza, la democrazia sindacale fondata
sul referendum per le piattaforme e gli accordi, e sulla partecipazione
reale delle lavoratrici e dei lavoratori alle scelte sindacali. A parole
tutta la Cgil condivide questa scelta, nei fatti non è così. E il rigore
democratico della mozione alternativa rappresenta un punto fermo
indispensabile per costruire una nuova fase di contrattazione e. La
priorità data alla democrazia chiarisce anche, senza equivoci, la
questione dell'unità sindacale. Il documento alternativo considera la
democrazia condizione vincolante per l'unità sindacale e così supera
definitivamente incertezze e confusioni che ancora oggi fanno sì che la
Cgil abbia comportamenti assolutamente contraddittori e a volte
subalterni a Cisl e Uil.
3. Il documento "La Cgil che vogliamo" reclama con nettezza la
sburocratizzazione dell'organizzazione. Il che significa il
decentramento delle risorse verso il territorio, l'accorpamento dei
sindacati di categoria, maggiori spazi di potere e consultazione, anche
in forme nuove, per i delegati e gli iscritti.
Si deve ricostruire, accanto alla democrazia di tutti i lavoratori sulle
piattaforme e sugli accordi, la democrazia degli iscritti nella vita
interna dell'organizzazione.
E' necessaria una Cgil davvero vicina in ogni momento alle sofferenze,
ai problemi, alle lotte concrete delle lavoratrici e dei lavoratori, dei
disoccupati e dei precari, delle pensionate e dei pensionati. Questa
scelta deve fondare la totale indipendenza della Cgil dagli schieramenti
politici e ancor di più dai partiti. La Cgil che vogliamo non è
indifferente alla politica e alle scelte dei governi, ma non fiancheggia
nessuno, né concorre alla formazione di partiti e movimenti, magari per
collocare in essi i propri dirigenti.
4. "La Cgil che vogliamo" sceglie in modo chiaro e deciso la pace e il
ripudio della guerra, secondo l'articolo 11 della nostra Costituzione.
Questo significa oggi, in primo luogo, il ritiro delle truppe italiane
dalla guerra dell'Afghanistan. Al contrario il documento della
maggioranza compie pesanti arretramenti anche rispetto alle posizioni
comuni dell'ultimo congresso e vorrebbe schierare la Cgil a favore del
multilateralismo militare.
Questi punti costituiscono l'asse dell'impegno della Rete28Aprile in
questi anni in Cgil. Che essi siano contenuti chiaramente nel documento
alternativo rappresenta anche un risultato della nostra iniziativa.
Naturalmente il documento nasce dall'incontro di forze ed esperienze
molto diverse. Per questo in esso non sono contenute tutte le scelte per
le quali ci siamo battuti.
Poi continuiamo a rivendicare un meccanismo che garantisca
automaticamente il recupero salariale di fronte all'inflazione,
posizioni più nette sulla riduzione dell'orario e sul reddito sociale,
una critica di fondo al capitalismo liberista, alle privatizzazioni, ai
fondi pensione e ai fondi sanità. Su questi e altri punti le posizioni
all'interno del documento alternativo non sono complessivamente uguali
alle nostre. Tuttavia già ora il documento alternativo apre la via a
piattaforme più avanzate. Se esso si affermasse in Cgil, allora ci
sarebbe spazio anche per far avanzare tutte le nostre posizioni.
E' comunque decisivo che una delle forze portanti dello schieramento
alternativo a quello guidato da Guglielmo Epifani, sia costituita dalla
maggioranza della Fiom.
Che la Fiom in questi anni abbia costituito in Cgil il polo del
conflitto e della democrazia non può essere negato in buona fede da
nessuno. Che a questa esperienza si affianchino oggi quella della
Funzione pubblica, quella dei bancari, quelle di territori e gruppi
dirigenti diversi, dovrebbe essere considerato un segnale positivo di
rinnovamento che viene proposto a tutta la confederazione.
E' invece stupefacente che forze e gruppi dirigenti, che in tutti questi
anni hanno criticato la Cgil della concertazione, si schierino ancora a
difesa della continuità con il passato. E' stupefacente che, vista
l'esperienza sindacale reale di questi anni e di oggi, si preferisca
difendere la Cgil più istituzionale e moderata invece che diffondere le
esperienze più avanzate. Se si esce dal mondo chiuso delle dinamiche
burocratiche e autoconservative dei gruppi dirigenti, diventa lampante
che il successo del documento alternativo e delle forze che lo
sostengono darebbe un segnale di speranza, forza e combattività a tutto
il mondo del lavoro.
Per queste ragioni, con la nostra cultura e le nostre scelte, sicuri di
partecipare a un processo di rinnovamento della Cgil che serve a tutto
il mondo del lavoro, noi sosteniamo con convinzione, a partire da tutti
i luoghi di lavoro, il documento "La Cgil che vogliamo".
RETE28APRILE - Roma, 2 dicembre 2009
Non aver paura
Donne che non si sono arrese
Un documentario di Cristina Monti - Presentazione e
proiezione Sabato 28 Novembre 2009 ore 18,15 Sottodiciotto Filmfestival
Cinema Massimo, Sala 1 Via Verdi 18, Torino - Ingresso gratuito - Ospiti: Caterina Costa Giacometti, Michelina Marietta Aleina,
Bianca Secondo (protagoniste),
E ufemia Ribichini (responsabile progetto), Cristina Monti, Rosanna
Rabezzana (autrice teatrale)
Conduce l’incontro: Vanna Lorenzoni (Segretaria Generale SPI-CGIL
Torino)
Intervengono: Gianni Oliva (Assessore alla Cultura della Regione
Piemonte)Claudio Della Valle (Presidente Istituto Storico della
Resistenza di Torino)
Proiezione speciale organizzata da Sottodiciotto Filmfestival in
collaborazione con
Museo Diffuso della Resistenza, SPI-CGIL Torino, Film Commission Torino
Piemonte Racconta il lavoro del progetto teatrale sulla Memoria “Non mi
arrendo, Non mi arrendo!” promosso da SPI-CGIL Torino e che ha coinvolto oltre 50 donne.
Lettera aperta
alla Fiom-Cgil di Bologna
Porretta Terme (Bologna) - Cara Fiom...
Giovedì 19 Novembre 2009
A Porretta Terme, in provincia di Bologna, gli operai e le operaie
manifestano pacificamente davanti alla sede della Cisl...
Soltanto la Fiom li difende mentre Pd e Cgil si dissociano.
Pubblichiamo una lettera apera alla Fiom del compagno Giuliano Bugani.
(...)
Lettera aperta alla FIOM- CGIL di Bologna
BOLOGNA, 18 novembre 2009
Cara FIOM,
chi ti scrive questa lettera aperta è Giuliano Bugani, ex delegato FIOM
CGIL negli anni ottanta e novanta.
Leggo con tristezza e rabbia, oggi 18 novembre 2009, a seguito della
manifestazione FIOM, davanti alla sede CISL di Porretta Terme, ( colline
di Bologna, per chi non è emiliano), di ieri, della successiva protesta
dei dirigenti ( ? ) CISL. Chiariamo per chi non è metalmeccanico, che la
FIM CISL, e la UILM UIL, hanno firmato un contratto nazionale separato
con la Federmeccanica, con gravi cancellazioni dei diritti dei
lavoratori metalmeccanici e gravi perdite di poteri d'acquisto.
Fino qui niente di strano. ( Ci provavano da decenni). Tranne l'accusa
del segretario provinciale CISL che paragona questa manifestazione della
FIOM alle manifestazioni fasciste. ( ? ). Va chiarito anche che FIM e
UILM, pur rappresentando una minoranza dei metalmeccanici, non hanno
nemmeno sottoposto a referendum l'accordo firmato.
Tralascio a chi dovrebbe essere rivolta l'accusa di fascismo.
Ma ciò che vorrei mettere in evidenza sono alcune cose:
- inquietante che il segretario CGIL di Bologna prenda le distanze dalla
manifestazione della FIOM;
- inquietante che diversi dirigenti ( ? ) del Partito Democratico
condannino questa manifestazione della FIOM.
Da qui alcune osservazioni:
- è chiaro che il Partito Democratico non può permettersi di avere come
rappresentanti dei lavoratori un sindacato che è più a sinistra del PD
stesso. Soprattutto un sindacato che si schiera contro la Confindustria
o una parte di essa, così tenacemente.
- E' chiaro che il Partito Democratico ha paura di sé stesso, e della
svolta padronale del suo ultimo segretario nazionale.
- E' chiaro che un sindacato così tenace potrebbe chiedere e lottare per
la cancellazione delle leggi che hanno creato il precariato, quindi
leggi del PD e del PDL;
- è chiaro che i dirigenti della CGIL che condannano questa
manifestazione o cercheranno di evitare simili situazioni, o che
addirittura offriranno la exit strategy di CISL e UIL, con un unità
sindacale falsa e comprata, in realtà aspirano poi a diventare
parlamentari PD o acquisire poltrone importanti, esibendosi quindi come
serbatoi elettorali.
Concludo ringraziandoti per quello che stai facendo. Ma non tradire mai
lo spirito che ti ha portato fino qui. Sarebbe la fine. La tua fine.
Perderesti ogni futura credibilità, e soprattutto uccideresti ciò che da
anni, PD e PDL o loro precursori, stanno tentando di toglierci: il
Futuro.
Per sempre un tuo metalmeccanico
Giuliano Bugani
operaio, giornalista, poeta
(fonte: rete 28 aprile)
Congresso Cgil,
lettera aperta a Nicola Nicolosi
di Giuliano Garavini
caro Nicolosi,
mi
permetto di scriverti perché sono uno di quei "giovani"
che aspetta proprio l'esito del prossimo congresso della
Cgil per iscriversi, la prima volta, al sindacato. E
spero che saranno sempre di più i giovani, in special
modo non iscritti e "precari" che, proprio attraverso la
dialettica congressuale, saranno portati ad avvicinarsi
con curiosità e sete di partecipazione alla vita del
maggiore sindacato italiano: l'unico a mettersi in
discussione.
Ho vissuto in prima persona il
disagio nei confronti di un'organizzazione che mi
sembrava prendere molte decisioni sbagliate che hanno
contribuito ad accentuare in Italia, più ancora che
negli altri Paesi europei, una tendenza diffusa allo
spostamento del reddito nazionale in direzione di
rendite e profitti e un indebolimento del salario reale
dei lavoratori. Ricordo un giorno del 2006 in cui,
fiducioso, sono andato a Corso Italia a sentire un
attuale membro del Segreteria confederale tirare le fila
del ragionamento della Cgil sui precari: secondo i dati
che egli, e il suo gruppo di esperti avevano radunato, i
giovani si sarebbero dichiarati favorevoli ad un aumento
delle loro aliquote previdenziali come principale
strumento di lotta contro il precariato. Quel dirigente
non aveva capito nulla, non aveva fatto alcun sondaggio
e non aveva aperto le orecchie, nel qual caso avrebbe
facilmente scoperto che i giovani vogliono salari più
alti, pari dignità con gli altri lavoratori e
prospettive di futuro, non un maledetto aumento della
loro aliquota previdenziale.
L'allontanamento dal mondo del lavoro
e dalle sue esigenze è inesorabilmente partito con la
firma degli accordi del luglio 1993 in cui proprio ai
lavoratori dipendenti si faceva carico per intero della
partecipazione italiana all´avventura dell'euro. Gli
errori sono proseguiti quando, a cospetto di un costante
arretramento nella capacità d'azione nei luoghi di
lavoro, si è voluto continuare ad enfatizzare il tema
dei diritti. La strada delle peggiori dittature è
lastricata di costituzioni latinoamericane stracolme di
diritti: ma questi diritti non hanno alcun valore se non
si hanno dalla propria adeguati rapporti di forza
nell´economia, nella società, nei luoghi di lavoro. Ed è
per questo che la grande manifestazione voluta da
Cofferati nel 2002 sul tema della articolo 18, per
quanto abbia garantito un sussulto di dignità e
accreditato un gruppo dirigente, si è risolta in un
sostanziale fallimento: gli imprenditori, sia privati
che pubblici, hanno semplicemente sfruttato il potere
che detenevano nei luoghi di lavoro per promuovere un
dilagante sistema di precariato giovanile, che non è
protetto né da articolo 18 né da nessuno dei diritti di
base del lavoratore. E a conferma di questa sostanziale
inadeguatezza, c'è stata la stagione disastrosa del
governo Prodi, quando la Cgil rivendicò un protocollo
che non faceva nulla contro il precariato, quando prima
delle elezioni aveva promesso mari e monti. Per il
sindacato non esistono governi amici, mentre la Cgil
sembrava e sembra ancora oggi vivere nel dogma
dell'attesa del prossimo governo amico.
Mi rivolgo a te perché Lavoro e
Società l'ho sempre vista con le sue pettorine
dalla parte giusta, quella della critica al sistema
della concertazione, quella di chi è sceso in piazza il
20 ottobre del 2007 contro il protocollo, per la dignità
del mondo del lavoro precario e quindi contro la linea
di Guglielmo Epifani.
Oggi, tu che sei il coordinatore di Lavoro e Società,
hai scelto la strada di aderire al documento
dell'attuale Segretario della Cgil: "I diritti e il
lavoro oltre la crisi". E hai motivato questa scelta con
accuse di non poco conto all'indirizzo di coloro che
hanno steso un documento alternativo dal nome "la Cgil
che vogliamo: lavoro, democrazia, diritti".
Con tutta franchezza ti dico che le
tue accuse mi convincono solo parzialmente e che non
capisco perché Lavoro e Società nel suo insieme
non contribuisca al tentativo di formulare una diversa
impostazione strategica per la Cgil. E non dico questo
solo perché mi sembra che i metalmeccanici abbiano
dimostrato sul campo di non essere semplicemente
interessati, come tu dici, a uno "scontro tra
oligarchie", né lo dico perché ho visto il lavoro spesso
ingrato dei compagni della Rete28Aprile, lo
dico perché, al di là dei singoli commi contenuti nei
due documenti che si prestano entrambi ad
interpretazioni faziose, non mi sembri aver capito tutta
la portata politica generale del prossimo congresso.
Non si tratta infatti di spostare più a "destra" o più a
"sinistra" il principale sindacato italiano, ma di far
si che muti per intero il suo orizzonte strategico: da
"sindacato dei diritti" a "sindacato del lavoro", da
"sindacato della concertazione" a "sindacato della
partecipazione e del conflitto", da "sindacato degli
iscritti" a "sindacato di tutti i lavoratori". Così
facendo la Cgil ritroverebbe un rapporto più sano con la
sua storia e la possibilità di restare un punto di
riferimento per gli altri sindacati europei. Perché ciò
accada occorre anche che cambino le leadership che più
hanno rappresentato l'orizzonte strategico della Cgil
nell'ultimo ventennio, dall'ultimo Trentin a Cofferati,
fino oggi a Epifani; peraltro tutte persone degne e
appassionate.
In una tua lettera, (in cui criticavi
il documento "La cgil che vogliamo", hai citato questo
passo ivi contenuto come dimostrazione del fatto che i
suoi estensori abbiano rinunciato al conflitto per
abbracciare una prospettiva partecipativa alla tedesca
(diciamo di "cogestione") estranea alla tradizione
italiana: "Bisogna prevedere forme di partecipazione
delle rappresentanze dei lavoratori e dei consumatori,
attraverso le forme duali di governo del diritto
societario". Nel far questo però hai dimenticato di
citare questa righe a p.14 del documento che tu stesso
hai sottoscritto: "Bisogna prevedere forme di
partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori e dei
consumatori, attraverso le forme duali di governo del
diritto societario". Dov'è la differenza?
Ma il problema è un altro. Nel
documento di Epifani il termine "partecipazione" figura
per ben 23 volte in 29 pagine, ma in termini talmente
vaghi da essere svuotato di contenuto concreti. Ne
emerge una visione riduttiva della partecipazione, che
sembrerebbe limitata alla possibile ratifica o meno
degli accordi confederali da parte dei lavoratori. E
invece la partecipazione (non certo quella azionaria che
è semplicemente "corresponsabilità") è la chiave di ogni
futuro cambiamento, sia in ambito sociale che politico,
e deve significare un contributo diretto alla gestione
e, in prospettiva, una trasformazione in senso
socialista della società. Su questo punto permettimi di
citare un passo di Sergio Garavini, che difficilmente
può essere collocato fra coloro interessati agli
"scontri fra oligarchie", se non nel senso della lotta
all'oligarchia fascista, e poi a quelle finanziarie e
industriali; passo contenuto in un testo pubblicato nel
1999 che, con il nome di "Rispensare l'illusione",
ritengo anche il suo testamento politico:
"La partecipazione va proposta in forme concrete e nuove
perché è la vera alternativa egalitaria e solidaristica,
efficace e non solo efficiente, al ripiegamento nel
mercato, dunque nella discriminazione sociale [...]
D'altra parte i processi di partecipazione non si
possono improvvisare, né inventare, si tratti di scuola,
di sanità, di previdenza, e, più avanti, di
partecipazione alla gestione di servizi, di
coinvolgimento dei lavoratori e degli utenti nella
gestione delle imprese. La partecipazione,
l'autogoverno, la gestione sociale è tale in quanto
interpreta gli interessi generali. La scuola è degli
insegnanti, degli studenti e delle famiglie come della
intera comunità cui si rivolge la preparazione che
fornisce. L´ospedale e le strutture sanitarie sono dei
sanitari come dei malati e della comunità di cui la
salute testimonia il benessere. E via dicendo. Quindi la
partecipazione è problema complesso, ma attuale e
urgente".
Nella speranza che questo importante appuntamento
della Cgil si svolga con regole chiare, alla luce del
sole e che ad esso prestino attenzione e si appassionino
anche tanti che finora si erano tenuti distanti dalle
organizzazioni confederali, ti saluto cordialmente.
(www.aprileonline.info 21 novembre 2009)
Assemblea di Presentazione della Mozione
Congressuale “La Cgil che vogliamo”
Sabato 21 Novembre 2009 ore 10:00 Teatro Valle, Roma
Sabato 21 Novembre 2009, presso il Teatro Valle (Via del Teatro Valle,
23, Roma), a partire dalle ore 10:00, si terrà un'assemblea pubblica di
presentazione della seconda mozione congressuale “La Cgil che vogliamo”,
in vista del XVI Congresso Nazionale della Cgil.
All'iniziativa, introdotta e coordinata dal portavoce della mozione,
Domenico Moccia, Segretario Generale Fisac-Cgil, interverranno dirigenti
firmatari della mozione (tra cui Giorgio Cremaschi, Marigia Maulucci,
Carlo Podda, Gianni Rinaldini, Nicoletta Rocchi), delegati sindacali,
lavoratori.
Gli organi di stampa sono invitati a partecipare.
Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@lacgilchevogliamo.it,
Eutelia Agile. Fiom: Gravissima aggressione all'alba
contro
il presidio sindacale alla sede romana del gruppo
La
Segreteria nazionale della Fiom ha diffuso questa mattina il seguente
comunicato.
“Questa mattina alle 5.20 una
squadraccia di una quindicina di uomini capitanata dall’ex
amministratore delegato di Eutelia, Samuele Landi, ha fatto irruzione
nella sede romana di Eutelia presidiata all’interno dai lavoratori.”
“Con piedi di porco hanno
divelto le porte degli uffici, hanno svegliato i lavoratori che
presidiavano la sede puntando loro negli occhi le torce elettriche,
spacciandosi per poliziotti, chiedendo i documenti, minacciando gli
stessi lavoratori e impedendo loro di muoversi.”
“L’immediato arrivo delle forze
dell’ordine, chiamate dai lavoratori, ha evitato il peggio visto
l’atteggiamento violento e arrogante di questi loschi personaggi.”
“La Fiom nazionale ritiene
gravissimo l’atto di aggressione compiuto con metodi squadristici e
ritiene intollerabile il ritardo del Governo nell’affrontare una
situazione che, da diversi giorni, denunciamo come drammatica e
pericolosa. Ci aspettiamo l’immediata convocazione del tavolo Eutelia
Agile alla Presidenza del Consiglio.”
Fiom-Cgil/Ufficio Stampa
Roma, 10 novembre
2009
Congresso CGIL . "Così non va. Serve un nuovo
progetto"
Parla
Moccia (Fisac)
di Sara Farolfi
Con
quelle di Gianni Rinaldini, Giorgio Cremaschi e Carlo
Podda, c'è anche la firma di Domenico Moccia, segretario
dei bancari della Fisac Cgil, in calce al testo diffuso
nei giorni scorsi, «La Cgil che vogliamo».
Una sorta di anticipazione delle linee guida che
informeranno, nell'assise congressuale che sta per
aprirsi, il documento alternativo a quello della
maggioranza di Epifani.
Il sedicesimo congresso della Cgil vedrà infatti
contrapporsi due idee di sindacato, e il segretario dei
bancari Cgil è tra coloro che chiedono discontinuità,
«un congresso di svolta».
- Vedere la tua firma tra quelle che solitamente vengono
associate alla sinistra sindacale ha suscitato lo
stupore di molti...
"Ma quale stupore: concordo su un obiettivo di
trasformazione della società e sulla necessità di un
cambiamento della Cgil, e quindi sottoscrivo un
documento. È una questione politica, non antropologica."
- Qual'è il minimo comune denominatore tra la categoria
che tu rappresenti, i bancari, e quella dei
metalmeccanici, o dei dipendenti pubblici?
"Come si esce dalla crisi, e con quale modello
economico, come si arresta oggi l'emorragia di posti di
lavoro, come si valorizza il lavoro e lo si riporta al
centro della società... Questo ci tiene insieme.
Il settore del credito non è immune dalla crisi
economica: le banche non rinnovano i contratti a
termine, fanno pressione sui dipendenti affinchè vendano
i prodotti finanziari che loro propongono, mentre i
ritmi di lavoro si fanno sempre più pressanti."
- C'è chi è convinto che in una fase come questa meglio
sarebbe stato restare «uniti». Cosa ne pensi?
"Un'unità formale è fittizia. Tanto più per
un'organizzazione come la Cgil, che ha una sua
dialettica interna e anche la possibilità di trovare
delle sintesi: laddove non si trovano, si affida al
congresso la risposta.
Il fatto che oggi ci siano due idee sul ruolo che deve
avere la Cgil, due idee su come affrontare i rapporti
con Cisl e Uil, due idee su come valorizzare il lavoro,
mi sembra una ricchezza e un valore per tutti.
La mia adesione nasce da un atto di autentico amore
verso la Cgil, perchè torni ad essere un soggetto di
cambiamento e si faccia promotrice di un'idea di futuro
per i giovani.
Questo è mancato in questi anni: una visione del mondo,
e di conseguenza una strategia."
- Due sono i nodi sostanziali al centro del congresso:
quello della democrazia e quindi dei rapporti con Cisl e
Uil, e quello della contrattazione, dopo l'accordo
separato. La Fisac Cgil cosa ne pensa?
"La democrazia, sia in entrata che in uscita, è
irrinunciabile e sta alla base della possibilità di
costruire rapporti unitari con Cisl e Uil. Altrimenti ci
si trova con il contratto dei metalmeccanici, firmato da
due sigle che rappresentano la minoranza dei lavoratori,
senza che ai lavoratori stessi sia data la possibilità
di esprimersi.
Quanto al modello contrattuale, a quello tutto il
direttivo Cgil ha detto «no», no a un modello che non
consente recupero salariale, abbassa le tutele e
precarizza ulteriormente, con le deroghe, il lavoro."
- Sulla precarietà: cosa pensi del contratto unico?
"Non mi appassiona, ma per risollevare il problema di
centinaia di migliaia di giovani si può vedere come
fare.
Preferisco comunque il salario sociale, il reddito di
cittadinanza."(www.ilmanifesto.it 4 novembre 2009)
Epifani: "Se il governo non fa nulla CGIL in campo"
di Frida Roy
La Cgil va al contrattacco, per salvare la stessa
organizzazione dal tritacarne concentrico dell'esecutivo
e dei sindacati "gialli", per dare una spallata sulla
crisi di fronte ad un governo incapace di prendere
iniziative a favore dei ceti più deboli.
Per rispondere alla crisi il segretario della
Confederazione non
si
stanca di spiegare la sua ricetta: intervenire "con una
riduzione del carico fiscale sui redditi da lavoro e da
pensione. Bisogna che il governo faccia qualcosa perché
salari e pensioni sono arrivate ad un livello troppo
basso. La cosa che non va bene - ha spiegato Epifani
riferendosi ad un'eventuale riduzione dell'Irap - è dare
ancora una volta una riduzione alle imprese. Credo sia
arrivato il momento di dare una riduzione ai lavoratori;
poi si può pensare alle imprese anche perché i
lavoratori dipendenti pagano sempre più tasse e le
imprese ne pagano meno. L'Iva da un gettito più basso
mentre l'Irpef continua a salire". A Silvio Berlusconi
il quale aveva parlato di segni di ripresa nella
congiuntura economica il leader della Cgil ha risposto
che "forse il presidente del Consiglio si riferiva al
fatto che le borse dall'inizio dell'anno hanno
recuperato quasi il 100% del valore perso; ma se ci si
riferisce all'occupazione e alle prospettive del lavoro,
non solo la crisi non è finita ma il peggio l'avremo da
qui alla fine dell'anno prossimo". Perché questo è il
momento "più duro per l'occupazione e la prospettiva del
lavoro, il governo fino ad oggi non ha fatto
praticamente nulla".
Ma è anche "il punto più basso nei
rapporti tra il suo sindacato e le altre due
organizzazioni confederali. "Sicuramente questa vicenda
dei metalmeccanici - ha detto il leader della Cgil
durante l'assemblea nazionale, a Bologna, dei delegati
della Fiom - è uno dei punti più bassi da decenni a
questa parte, perché poi avviene al di fuori di regole
condivise. E' un punto molto delicato e lo sciopero
della Fiom è fatto per riconquistare un contratto, per
avere una procedura democratica e non è contro gli
altri". Epifani ha poi sottolineato che la
partecipazione dei segretari di Cisl e Uil il prossimo 6
novembre a Bergamo in occasione dell'assemblea nazionale
dei delegati di Fim e Uilm apre un nuovo problema per la
Cgil. "Non era mai accaduto - ha sottolineato - che di
fronte a un accordo separato si facesse una riunione di
delegati congiunta alla presenza degli altri due
segretari generali. E' la prima volta che questo
avviene. Fiom e Cgil devono tenere una linea di unità
quando gli altri fanno una cosa che non avevano mai
fatto".
"L'indignazione vera - ha scandito
Epifani - è che noi non possiamo tollerare che in un
settore fondamentale del lavoro, come quello dei
metalmeccanici, avvenga ancora una volta dopo 4 anni,
che le conclusioni di un contratto si facciano senza la
forza più rappresentativa del lavoro metalmeccanico.
Dobbiamo metterci nelle condizioni in cui senza la Fiom
non possa concludersi un contratto nazionale del
lavoro".
Il segretario nazionale della
Fiom-Cgil, di fronte ai delegati delle tute blu giunti a
Bologna per l'assemblea generale sul contratto non
lascia spazio a incertezze. "Non si illudano che
pensiamo di rientrare in questo contratto", scandisce
nel suo intervento sottolineato da numerosi applausi.
L'accordo separato firmato da Fim e Uilm, sentenzia, "è
un atto di sopruso nei confronti dei lavoratori perché
viene tolta loro voce e dignità". A questo punto,
sottolinea Rinaldini, "mantenere in essere rapporti
unitari diventa un fatto di ipocrisia".
La strada è segnata e passa dunque
per la disdetta del patto di solidarietà per l'elezione
delle Rsu, il patto che permette alle sigle sindacali
meno radicate nelle aziende di ottenere comunque dei
propri delegati nella Rsu. Un modo netto e
inequivocabile per andare a contare il peso dei
sindacati nelle fabbriche, a cominciare dal referendum
sull'accordo separato che, riferisce Rinaldini, "Fim e
Uilm hanno fatto sapere di voler far votare solo i
propri iscritti". Dunque "questa è l'indicazione che
diamo ai delegati delle Rsu", spiega il segretario,
"facendo tutto in trasparenza: chiediamo, azienda per
azienda, di convocare come Rsu unitariamente le
assemblee per discutere il contratto. Azienda per
azienda, diremo i delegati che ci diranno di 'si' e i
delegati che ci diranno di no. E dove non ci saranno le
condizioni per convocare le assemblee come Rsu
procederemo come organizzazioni".
E' la linea sponsorizzata due
settimane fa dai dirigenti della Fiom bolognese: "E
adesso li facciamo sparire dalle fabbriche". E così che
ha preso corpo l'idea di far decadere e rieleggere i
delegati aziendali, stavolta però senza la 'clausola'
che consente ai sindacati meno radicati di avere
comunque un proprio rappresentante. "Se ne facciamo una
questione di democrazia, allora contiamoci per davvero",
disse Papignani che poi propose la cosa al Comitato
centrale della Fiom.
A Bologna, la Fiom conta 20.000
iscritti, "mentre Fim e Uilm assieme credo che ne
mettano insieme 5.000 in tutto", dà l'idea dei rapporti
di forza Papignani. In molte fabbriche la Fiom fa
incetta di delegati (alla Lamborghini ha il 90% dei
consensi), ma il patto di 'desistenza' permette a Fim e
Uilm di eleggerne dei propri; e sono figure importanti:
tengono i rapporti con l'azienda e trattano per
l'integrativo. L'idea di Papignani era di lanciare una
nuova tornata di elezioni delle Rsu, "così ci contiamo e
vediamo chi ha il consenso". Senza il 'patto', Fim e
Uilm potrebbero perdere molti delegati.
(www.aprileonline.info 2 novembre 2009)
Posto fisso e Tremonti: la sinistra dov'è?
di Giorgio Cremaschi
Quando
era ministro dell'Economia del Governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa
rilasciò un'intervista nella quale esaltava la virtù del lavoro
flessibile e condannava senza appello il posto fisso. Ora Giulio
Tremonti, ministro dell'Economia del Governo Berlusconi, afferma
l'esatto contrario. Basterebbe questo per capire perché in Italia la
destra, nonostante i disastri che combina, continua a governare mentre
la sinistra continua ad essere ininfluente. (...)
Le affermazioni di Tremonti sono di un'astuta banalità. E' evidente che
nella crisi attuale il precariato non è più in alcun modo difendibile,
almeno sul piano dell'ideologia. Diventa chiaro anche ad occhi appannati
che la flessibilità non è una maggiore libertà di scelta per chi lavora.
Ma, al contrario, è il potere del padrone di scegliersi, per quanto
vuole, il lavoratore più disponibile. Precarietà e flessibilità hanno
accresciuto il potere delle imprese nella stessa identica misura con la
quale hanno abbattuto la libertà dei lavoratori. Il rischio di impresa è
stato trasferito dall'azienda ai suoi dipendenti.
La crisi finanziaria globale ha svelato il marcio e i trucchi dei
mercati mondiali dei capitali. La crisi industriale svela il trucco
della flessibilità.
Tremonti è semplicemente un conservatore che prende atto della realtà,
mentre i figli del passato sono Brunetta, Sacconi, Marcegaglia, Ichino e
tutti coloro che continuano a sostenere un'ideologia della flessibilità
che la crisi ha smascherato.
Il guaio è che la dialettica politica del Paese pare ridursi tutta a
questo confronto.
Da un lato chi dice che il posto fisso aiuta a metter su famiglia e,
dall'altro, chi sostiene che indietro non si torna.
L'Italia è messa tanto male anche perché la dialettica della sua elite è
ridotta a questi miseri termini.
Il Corriere della Sera e la Repubblica, seppure con toni diversi,
considerano Tremonti troppo di sinistra.
L'opposizione democratica spera sempre in un'alleanza con la
Confindustria, con la quale superare Berlusconi. Cisl e Uil sono
ovviamente spiazzate, perché non possono che condividere le parole di
Tremonti, ma con Sacconi e Marcegaglia fanno accordi separati che
esaltano la flessibilità.
La Cgil per l'ennesima volta chiede un tavolo che non avrà.
E' solo grazie a questo contesto che l'ovvietà di Tremonti, che non
corrisponde ad alcuna scelta concreta e anzi accompagna una politica
economica e fiscale che incrementa precarietà e flessibilità, riesce a
conquistare il centro dello scenario politico e le prime pagine di tutti
i giornali.
Il messaggio di Tremonti allude a qualcosa di indefinito, per il quale
non si sta facendo nulla, ma che proprio per questo diventa un mito su
cui si può disquisire e magari fantasticare. Come la lotteria che
assegna 4mila euro al mese, il posto fisso diventa il miraggio a cui
aspirare.
Non sia ipocrita la signora Marcegaglia. La presidente di Confindustria
sa benissimo che tutte le imprese, nella loro politica del personale,
mettono al centro il posto fisso. Lo promettono ai più fedeli e lo
rendono di diversa accessibilità per tutti gli altri. Il lavoro precario
è prima di tutto uno stato di attesa permanente nel quale le aziende
agiscono per comandare sul lavoro. Sono i padroni, gli amministratori
pubblici, i banchieri, i finanzieri che valorizzano il posto fisso.
Essi sanno benissimo che nessuna impresa, nessuna economia funzionano
con tutti precari e flessibili. Il posto fisso non è mai stato superato,
è semplicemente diventato il premio che spetta a coloro che, dopo un
lungo percorso di precarietà, hanno mostrato sufficienti disponibilità e
fedeltà.
Tremonti non ha mica detto che vuole i lavoratori più liberi.
Anzi ha esaltato la figura del ragionier Fantozzi, spiegando giustamente
che anche con il posto fisso si può essere fedeli e obbedienti.
Se la sinistra avesse più orecchie per i lavoratori che salgono sui
tetti, piuttosto che per gli slogan degli intellettuali bocconiani, non
avrebbe difficoltà a chiarire che anche il posto fisso di Tremonti è di
destra.
Perché è solo un'aspirazione che premia i "meritevoli", invece che
un diritto universale da garantire a tutte e a tutti.
Se la sinistra credesse ancora all'uguaglianza, non avrebbe difficoltà a
cogliere in Tremonti le contraddizioni e anche il disagio di una destra
che non sa cosa fare davvero di fronte a questa crisi.
Invece, rimane spiazzata perché continua a seguire l'ideologia di
Tommaso Padoa Schioppa, quella che ha portato alla catastrofe il governo
Prodi.
(Rete28aprile 22 ottobre 2009)
Sciopero generale il 23 ottobre 2009
Torino ore 10 via Verdi di
fronte alla Rai
Cub,
Cobas e SdL hanno indetto uno sciopero
generale di 24 ore di tutti i lavoratori
pubblici e privati per il 23 ottobre. Le
organizzazioni di base ritengono
indispensabile una forte risposta alla
valanga di licenziamenti in corso, ai
massicci tagli alla scuola pubblica con
l'espulsione in massa dei precari, alla
chiusura di aziende, alla ipotesi di
gabbie salariali e all’attacco al
contratto nazionale che, nella ritrovata
unità dei sindacati concertativi, lascia
solo il sindacalismo di base a
difenderne il carattere unitario e
solidaristico; al tentativo in corso di
rendere i lavoratori subordinati ai
destini delle aziende, alla xenofobia e
al razzismo che il governo sta spargendo
a piene mani.
Generalizzare ed unificare le lotte in
corso nella scuola, nelle fabbriche,
nelle aziende e negli uffici, sono
quindi gli obbiettivi immediati dello
sciopero generale che si preannuncia già
grande e partecipato. La articolata
piattaforma dello sciopero rappresenta
un ampio ed esauriente programma sul
quale costruire mobilitazione, lotta,
organizzazione e consenso, fornendo un
alternativo e concreto strumento in mano
ai lavoratori/trici, richiedendo il
blocco dei licenziamenti e la riduzione
dell'orario di lavoro a parità di
salario; aumenti consistenti di salari e
pensioni, introduzione di un reddito
minimo garantito per tutti/e; aggancio
dei salari e pensioni al reale costo
della vita; cassa integrazione almeno
all'80% del salario e reddito per i
lavoratori '' atipici'', con
mantenimento del permesso di soggiorno
per gli immigrati/e; abrogazione della
Bossi-Fini e del pacchetto sicurezza;
sostegno delle energie rinnovabili, del
risparmio energetico, del riassetto
idrogeologico e contro il nucleare, la
privatizzazione dell'acqua e
l'incenerimento dei rifiuti;messa in
sicurezza dei luoghi di lavoro, delle
scuole, dei trasporti, rifiutando la
riduzione delle sanzioni per chi causa
morti del lavoro, gravi infortuni,
malattie professionali; contro i tagli
di posti, classi e orari nella scuola
pubblica e contro la legge Aprea;
assunzione a tempo indeterminato dei
precari e reinternalizzazione dei
servizi;investimenti in un milione di
alloggi popolari, tramite utilizzo di
case sfitte e ristrutturazione e
requisizioni del patrimonio immobiliare,
blocco degli sfratti, canone sociale per
i bassi redditi; diritto di uscita
immediata per gli iscritti/e ai
fondi-pensione chiusi; contro l’aumento
dell’età pensionabile per le lavoratrici
della P.A.; ritiro della riforma
Brunetta; difesa del diritto di
sciopero; fine del monopolio oligarchico
di Cgil-Cisl-Uil sulla rappresentanza e
i diritti sindacali, contro la pretesa
padronale di scegliere le organizzazioni
con cui trattare; pari diritti per tutte
le organizzazioni dei lavoratori,
rappresentanza elettiva democratica sui
posti di lavoro e a livello
regionale/nazionale.(11 ottobre 2009 Cub)
Le organizzazioni sindacali aderenti al
patto di base COBAS, CUB e SdL hanno
indetto per il giorno 23 ottobre uno
sciopero generale di 24 ore.
Gravissimo attacco al diritto di sciopero
Alla Thyssenkrupp – Acciai Speciali
Terni dopo il volantinaggio
dell’iniziativa di lotta e la
condivisione da parte di molti operai
l’offensiva antisciopero si è scatenata
tra martedì e mercoledì: delegati
sindacali sono scesi nei reparti
dichiarando il falso e cioè che lo
sciopero non è legale né c’è la
“copertura” per chi aderirà, mentre
l’azienda ha inviato capi turno e
responsabili del personale a dissuadere
i lavoratori ad aderire allo sciopero,
con minacce di assenza ingiustificata e
licenziamento.
Questa reazione ci conferma l’importanza
dello sciopero, non si spiega altrimenti
l’attacco senza precedenti ad un diritto
riconosciuto dalla Costituzione e
riaffermato dallo Statuto dei
lavoratori.
La confederazione Cobas di Terni
denuncia l’attacco pesantissimo al
diritto di sciopero portato
congiuntamente da sindacati concertativi
e padronato.
Ribadiamo l’assoluto diritto per tutti i
lavoratori di tutti i turni di
partecipare allo sciopero del 23
ottobre, convocato rispettando la
normativa vigente.
Chiediamo ai lavoratori di aderire anche
per difendere i propri diritti e le
forme di lotta e lanciamo un appello per
un’adesione di massa allo sciopero del
23.
Alziamo la testa, per i nostri diritti,
per il nostro futuro 23 ottobre sciopero
generale! (facebook 22 ottobre 2009)
Sciopero Fiom. PdCI: In piazza il paese reale
La
crisi, i licenziamenti, le fabbriche che chiudono, la
sempre meno democrazia negli stabilimenti, l’accordo
separato tra le organizzazioni sindacali voluto da
Governo e Confindustria per fare carne da macello dei
diritti dei lavoratori e il silenzio assoluto dei media,
in primis del servizio pubblico, fanno di questa
mobilitazione una giornata fondamentale per dire che in
Italia chi tira la carretta, metalmeccanici in prima
fila, non ci sta più a questo nuovo imperante servilismo
e schiavismo da lavoro. In questo sciopero protesta il
Paese reale e Governo e Confindustria non possono non
tenerne conto". E’ quanto afferma Gianni Pagliarini,
responsabile Lavoro del PdCI, che sta partecipando al
corteo della Fiom di Roma.
METALMECCANICI: RINALDINI, IN PIAZZA A MILANO PER
CHIEDERE BLOCCO LICENZIAMENTI =
Milano, 9 ott. (Adnkronos) - "Chiediamo il blocco dei
licenziamenti, l'estensione degli ammortizzatori sociali
e l'apertura di un confronto con il governo". Sono
queste le 'richieste' del segretario generale della
Fiom-Cgil Gianni Rinaldini, presente al corteo del
metalmeccanici di Milano contro i tagli che le aziende
lombarde stanno effettuando in tempo di crisi. "Non
siamo disponibili -spiega- a fornire accordi sindacali
senza il consenso dei lavoratori". Secondo Rinaldini
questo e' "l'inizio della fase difficile dell'autunno e
il governo non fa nulla".
Nel mirino del segretario generale della Fiom-Cgil anche
"le due sigle minoritarie che stanno operando un sopruso
inaccettabile".
Rinaldini e' in piazza, sottolinea, "per difendere
l'occupazione.
Tutti i giorni abbiamo nuove comunicazioni dalle imprese
di licenziamenti". Per il sindacalista il governo non da
"risposte positive e fa solo lo scudo fiscale che e' una
amnistia per chi porta il denaro all'estero". I
manifestanti, secondo gli organizzatori almeno 80 mila,
stanno per raggiungere piazza San Babila, prima di
terminare il corteo in piazza del Duomo.
SCIOPERO: FIOM; 250.000 METALMECCANICI NELLE
PIAZZE
(ANSA) - ROMA, 9 OTT - I lavoratori metalmeccanici che stanno sfilando
nelle piazze italiane a sostegno della vertenza contrattuale e contro
l'accordo separato sono - secondo la Fiom - 250.000. I metalmeccanici
Cgil riferiscono che a Milano i partecipanti al corteo sono 100.000, a
Firenze 60.000 e a Napoli 50.000, mentre alle manifestazioni di Roma e
Palermo partecipano rispettivamente 30.000 e 10.000 persone.
I dati sulle adesioni allo sciopero di oggi arriveranno solo nel
pomeriggio ma il sindacato fa sapere che le prime cifre mostrano una
'larga adesione'. (ANSA).
Sciopero
generale di 8 ore per tutti i metalmeccanici. La
mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori
metalmeccanici è lo strumento necessario per:
- impedire la realizzazione di un accordo separato che
snatura il ruolo del Ccnl, produce divisione, peggiora
le condizioni e i diritti delle lavoratrici e dei
lavoratori;
- ottenere il blocco dei licenziamenti a difesa
dell’occupazione, qualificando ed innovando il nostro
sistema industriale, impedendo così che la crisi ricada
solo sulla testa delle lavoratrici e dei lavoratori;
- estendere gli ammortizzatori sociali a tutte le forme
di lavoro e realizzare un piano straordinario di
formazione professionale e per la sicurezza sul lavoro;
- sospendere l’applicazione dell’accordo separato sulle
regole contrattuali;
- ottenere un adeguato incremento salariale e richiedere
la detassazione degli aumenti del Ccnl;
- conquistare il diritto democratico per rendere validi
gli accordi e le piattaforme solo se approvati tramite
referendum dalla maggioranza delle lavoratrici e dei
lavoratori interessati FAR DECIDERE I LAVORATORI, IN PRESENZA DI DIVERSE
POSIZIONI SINDACALI, È L’UNICO MODO PER EVITARE LA
PRATICA DEGLI ACCORDI SEPARATI ED IMPEDIRE CHE SIA LA
FEDERMECCANICA AD IMPORRE L’ACCORDO PIÙ CONVENIENTE PER
GLI IMPRENDITORI. LA DEMOCRAZIA È LA CONDIZIONE PER
REALIZZARE IL SACROSANTO DIRITTO DEI LAVORATORI
ALL’UNITÀ SINDACALE.
La fiaccolata dei precari della scuola
Venerdì
11 settembre 2009
dalle
ore 19.30 alle ore 22.00
davanti alla Rai Via
Verdi 16 Torino
fiaccolata
organizzata da FLC CGIL,
CISL SCUOLA, UIL SCUOLA
per chiedere:
- Più organici
- Più risorse
finanziarie alle scuole
Scuola: Torino, precari dormono in piazza
contro i tagli
"Traslocheranno"
in piazza Carlo Alberto, a Torino,
per un'intera settimana, giorno e notte,
dandosi il cambio e dormendo sotto le
stelle: è questa la nuova ed originale forma
di protestai scelta dai precari della scuola
di Torino, coordinati dal sindacato
Flc-Cgil,
contro i tagli che, denunciano, "solo in
Piemonte sono circa 2500".
Dormiranno stesi per terra,
sulla strada, perché "i precari non hanno un
volto né una storia, e tutti li possono
calpestare", come spiega Igor Piotto,
segretario torinese di Flc. "La nostra -
dice - è un'iniziativa per sostenere il
diritto al lavoro, inalienabile per tutti, e
il diritto del lavoro, cioè a un modo di
lavorare che non implichi sfruttamento,
soprattutto per i precari che spesso sono
costretti a dare disponibilità per impieghi
che svolgeranno per un compenso più basso
del 25% rispetto a un collega di ruolo".
Sempre a Torino, lunedì 14
settembre, primo giorno di scuola, i precari
piemontesi hanno annunciato una
manifestazione di fronte all'ufficio
scolastico regionale, insieme ai sindacati e
alle associazioni di genitori. (7 settembre
2009)
La regolarizzazione vigliacca
di Piero Soldini
Dal
1° settembre fino al 30 settembre si presenteranno le
domande di regolarizzazione per colf e badanti. Si
tratta di una "regolarizzazione vigliacca" perché arriva
dopo una legge razzista (pacchetto sicurezza) che
trasforma tutti gli immigrati irregolari in criminali,
salvo accorgersi che in questa condizione si trovano
centinaia di migliaia, lavoratrici e lavoratori colf e
badanti che lavorano sulle nostre case e che se non ci
fossero metterebbero in ginocchio le nostre famiglie. E
siccome la famiglia è sacra e "la serva serve" allora
per loro scatta la regolarizzazione. Ben venga,
comunque, questa regolarizzazione e noi come Cgil
c'impegneremo perché sia fatta al meglio. Questo non è
affatto scontato perché, come al solito il governo cerca
di gestirla con procedure restrittive e disagevoli; e
fornendo informazioni volutamente confuse. Per esempio,
occorre fare chiarezza sul pagamento dei 500 euro,
questa somma deve essere pagata esclusivamente e
tassativamente dal datore di lavoro e se il datore di
lavoro si rifiuta di pagare e quindi di accedere alla
procedura di regolarizzazione, il lavoratore e la
lavoratrice che si trovano nel diritto di accedere
dovranno rivolgersi al sindacato per impostare una
vertenza.
La seconda cosa che occorre chiarire
è che tutti quei lavoratori che perderanno il datore di
lavoro, o perché muore o perché li licenzia, dopo aver
fatto domanda, dovranno avere la possibilità di cercarne
un altro con il quale presentarsi alla convocazione. Se
non lo troveranno nello spazio temporale che precede la
convocazione, dovranno avere diritto ad un permesso di
soggiorno di 6 mesi per attesa occupazione, così come
avviene di prassi sia per il decreto flussi che per le
regolarizzazioni precedenti a questa.
Il terzo aspetto da sottolineare
riguarda il fatto che se il governo ha davvero capito
che il lavoro delle assistenti familiari è socialmente
utile per le famiglie italiane, per il nostro welfare e
per il funzionamento del nostro sistema socio-economico,
così come provano da ultimo i dati della Banca d'Italia,
e così come è stato enfaticamente affermato da tutti,
ministri compresi, allora non basta la regolarizzazione,
ma occorrono provvedimenti che defiscalizzino gli oneri
di questo lavoro dal reddito delle famiglie, che
generalizzino la formazione degli addetti e
l'acquisizione di un più elevato standard professionale
e riconoscano a questi lavoratori e lavoratrici diritti
contrattuali essenziali: giusto salario, orario, riposi,
ferie, malattia ecc., diritti che oggi non sono
esigibili nella stragrande maggioranza di rapporti di
lavoro anomali, fatti di sottosalari e semiconvivenza,
convivenza e spesso privazioni di libertà personale. Se
non si interviene con provvedimenti strutturali che
stabilizzino e qualifichino questo lavoro, che oggi è in
assoluto il più precario e sregolato che c'è, la
regolarizzazione sarà solo momentanea e in poco tempo
queste lavoratrici rischieranno di ritrovarsi di nuovo
irregolari e passibili di criminalizzazione.
La quarta cosa che è bene chiarire
come Cgil è che noi continuiamo a chiedere con forza una
regolarizzazione generalizzata di tutti gli immigrati,
comunitari ed italiani che lavorano in nero in tutti gli
altri settori: edilizia, agricoltura, industria,
commercio e servizi. Secondo le nostre stime ce n'è una
quantità analoga a quella di colf e badanti e chi
potrebbe affermare che il loro lavoro è meno utile,
socialmente ed economicamente, meno necessario? Oppure
chi potrebbe sostenere che loro possano continuare a
lavorare in nero? Come si potrebbe ipotizzare per loro
una criminalizzazione di massa? Questi lavoratori, anche
se venissero accusati di reato di clandestinità ed
espulsi, cosa concretamente impossibile, avrebbero
comunque diritto ad avere riconosciute tutte le loro
spettanze salariali e contributive secondo una Direttiva
Ce (la n. 52 in vigore dal 30/6/2009). Per queste
ragioni e per cambiare profondamente la politica
xenofoba e razzista di questo governo che produce
discriminazioni inaccettabili sul nostro territorio e
tragedie sul mare con i respingimenti, la Cgil non
mancherà di mobilitarsi in questo caldo autunno che sta
per cominciare.
*articolo pubblicato sull'ultimo numero di
Rassegna Sindacale (5 settembre 2009)
INNSE - Comunicato stampa Fiom e Cgil Milano e Lombardia
Fiom
e Cgil: "Una dichiarazione di interesse all'acquisto e
al rilancio dell'Azienda è stata formalizzata anche alle
Istituzioni locali di Milano e della Lombardia" (...)
I Segretari generali della Fiom-Cgil, Gianni Rinaldini,
della Fiom di Milano, Maria Sciancati, della Cgil
Lombardia, Nino Baseotto, e della Camera del lavoro
metropolitana di Milano, Onorio Rosati, hanno rilasciato
oggi la seguente dichiarazione congiunta.
"La situazione all'Innse ha del paradossale e del
grottesco, ma rischia di divenire ancor più drammatica
di quanto già sia. Vogliamo, una volta di più, esprimere
solidarietà, vicinanza e sostegno ai lavoratori Innse e,
in modo particolare, a coloro che da giorni sono sul
carroponte."
"Un imprenditore del settore ha avanzato una formale
dichiarazione di interesse all'acquisto ed al rilancio
dell'attività produttiva, con la richiesta di un tempo
congruo per lo svolgimento della trattativa. Tale
dichiarazione è stata formalizzata per iscritto al
Comune, alla Provincia di Milano e alla Regione
Lombardia che ne hanno dato riscontro."
"Questa è di per sé una novità molto importante e tale
dovrebbe essere anche per le Istituzioni ad ogni livello
e per i responsabili dell'ordine pubblico, anche perché,
in questa situazione nuova, la rottamazione di
un'azienda della quale può riprendere l'attività
produttiva configurerebbe non solo un danno sociale ed
economico, ma persino una violazione di interessi
legalmente tutelati."
"Troviamo dunque irresponsabile che si faccia finta di
nulla."
"A nome della Fiom e della Cgil, chiediamo che venga
sospesa ogni attività di sgombero e smontaggio e che sia
lasciato spazio alla trattativa tra l'attuale proprietà
e questo nuovo soggetto imprenditoriale che ha richiesto
60 giorni per lo svolgimento di tale trattativa."
"Occorre che siano definiti, con il concorso del
Sindacato e delle Istituzioni preposte, meccanismi di
verifica circa l'effettivo e serio svolgimento della
trattativa."
"La Fiom e la Cgil ribadiscono, infine, il proprio
impegno per la salvaguardia del sito produttivo e
dell'intera occupazione e confermano che non lasceranno
nulla di intentato, né sul piano sindacale né sul piano
legale, per tutelare i diritti del lavoro".
Fiom-Cgil/Ufficio stampa
Roma, 7 agosto 2009
Appello per il presidio contro il pacchetto sicurezza
Le Associazioni proponenti il presidio valutano
negativamente le norme del cosiddetto “Pacchetto
sicurezza” approvato definitivamente dal Senato il
2/7/2009, relative al fenomeno dell’immigrazione
straniera, perché cambia le regole per chi è immigrato
nel nostro Paese, alla ricerca di una vita migliore per
sé e per la propria famiglia.
Ricordiamo che l’emigrazione italiana all’interno del
nostro Paese e all’estero ha rappresentato per molte
famiglie una scelta dura e obbligata per ricercare
condizioni di vita più favorevoli di quelle che
lasciavano.
Per questo ci pare inaccettabile che l’immigrazione di
altri esseri umani verso la nostra nazione sia
considerata e combattuta come una questione e un
problema essenzialmente di ordine pubblico, acuendo la
separazione normativa tra le condizioni degli immigrati
e quelle degli italiani.
Pensiamo che tutti i lavoratori debbano avere uguali
diritti e doveri, indipendentemente dalla razza, dalla
etnia, dalla religione, a tutte le latitudini del nostro
Paese.
La legge Bossi-Fini ha mostrato evidenti limiti nel
regolarizzare la presenza dei lavoratori stranieri
tramite i decreti flussi che segnano pesanti ritardi
nell’applicazione.
Non possiamo restare indifferenti in particolare alla
introduzione della norma sul “reato di clandestinità”,
che prevede, nel nostro ordinamento giuridico, di punire
una persona non per avere commesso un reato, ma
semplicemente per lo “status” in cui si trova.
Questa disposizione pone purtroppo alla stessa stregua
coloro che tentano di integrarsi anche accettando di
lavorare “irregolarmente”, con coloro che nella
clandestinità operano per delinquere.
Una norma che persegue le famiglie italiane che si
avvalgono della necessaria collaborazione di straniere/i
irregolari nei lavori domestici o di cura familiare,
anche per la manifesta mancanza di adeguati servizi
pubblici, spingendole al loro licenziamento per non
incorrere in sanzioni penali.
Una legge che impedisce, di fatto, alle famiglie
immigrate presenti nel nostro Paese, considerate
clandestine, di accedere ai servizi sanitari, sociali e
alla scuola.
Accanto a queste disposizioni figurano altre misure più
restrittive in materia di riconoscimento dello status di
rifugiato politico, di ricongiungimenti familiari, di
costo economico per il permesso di soggiorno e la
cittadinanza, che ostacolano oltremodo gli immigrati che
intendono restare nel nostro Paese rispettando le leggi,
a loro volta rispettati, anche sul piano dei più
elementari diritti umani.
In ultimo, desta viva preoccupazione e contrarietà che
nei nostri quartieri possano circolare ronde di
cittadini “volontari”, mentre non si sostengono con
adeguati mezzi i presidi delle forze di polizia deputate
a vigilare e reprimere il crimine vero e proprio, anche
straniero. Si ha, inoltre, l’impressione che si stia
allentando, complessivamente, la rete dei servizi
sociali per le fasce deboli della popolazione, compresi
i lavoratori immigrati.
Il nostro obiettivo è dare dignità alla persona,
costruire la solidarietà e l’unità fra lavoratori,
continuando l’impegno a migliorare la legislazione in
materia di immigrazione, a partire dalla Bossi-Fini, per
evitare che l’illegalità nel lavoro e nella vita possa
diventare “normale” per molti lavoratori stranieri. Chiediamo che chiunque oggi lavori e viva onestamente
possa uscire dalla trappola della clandestinità.
Proponiamo a tutti coloro che condividono questi
obiettivi di aderire al
PRESIDIO previsto per GIOVEDI 23 LUGLIO 2009 alle ore
18.00 in piazza Castello (davanti alla Prefettura) CGIL
CISL UIL Torino
Torino, luglio 2009
Assemblea nazionale della Cub a Riccione
Il sindacalismo di base discute
"cosa" diventare
di Fabio Sebastiani
Il sindacalismo di base di fronte alla "cosa". Cosa
farà? Un sindacato-sindacato o un sindacato-partito? Una
confederazione di organizzazioni o un soggetto
organizzato in confederazione? La Camera del lavoro
metropolitana o una Camera dei redditi? Quello che una
volta era chiamato il movimento sindacale
extraconfederale si appresta al salto di qualità. E pure
in tempi brevi, in autunno l'assemblea costituente e poi
il soggetto unico o unitario che sia, giusto in tempo
per non presentarsi del tutto sguarniti a due scadenze
centrali per il movimento sindacale italiano in questa
fase: il congresso della Cgil del 2010 e la nuova legge
sulla rappresentanza che investirà sia il settore
pubblico che quello privato.
Insomma, l'unico punto chiaro è che Cobas, Usi, Sdl, Rdb
e parte della Cub, non hanno più spazi per tergiversare.
A loro questa volta potrebbe unirsi anche lo Slai-Cobas,
per il quale ieri all'assemblea nazionale della Cub è
intervenuto Corrado Delle Donne sottolineando la
necessità di «un cambio di marcia». L'orizzonte per lo
Slai-Cobas e per tanti altri, è quello del sindacato di
classe. Già, ma quale classe? Uno dei temi affrontati
dai delegati, e che presumibilmente diventerà uno dei
nodi centrali del soggetto futuro, è stato proprio
quello dell'identità sociale del nuovo sindacato. Anzi,
della «cosa nuova», come l'ha definita Guido Lutrario di
"Blocchi Precari Metropolitani". Un radicamento nel
mondo del lavoro per progredire via via fino ad
includere il non-lavoro, o una struttura trasversale che
da subito si ponga il problema del "sociale" e affronti
dentro un nuovo sistema di alleanze i temi della
cosiddetta confederalità?
Comunque sia, dalla base la spinta a fare presto che gà
si era manifestata a Milano un anno fa, è sempre più
netta e urgente. Il gruppo dirigente del sindacalismo di
base è stato invitato a mettere da parte gli "orticelli
personali" per lanciarsi «senza paura» (Fabrizio
Tommaselli, Sdl) verso un nuovo percorso di conflitti e
di vertenze.
Dovrà necessariamente tenere il timone della politica,
come vuole Piero Bernocchi, o potrà confrontarsi senza
rete con il magma che viene fuori dalla nuova
composizione di classe rischiando di avere tra gli
iscritti il lavoratore leghista che smessa la tuta blu
la sera va a picchiare l'extracomunitario? «Lo vogliamo
decidere noi», reclamano a gran voce singoli
rappresentanti sindacali, «basta che ci diate
l'opportunità senza indugiare oltre». Dalla platea di
Riccione si capisce che il tempo delle "autocelebrazioni"
e di identità fondate sulla diversità da Cigl Cisl e Uil
è finito. Ora è il momento di un sindacato che nel
conflitto trovi la via «dell'efficacia» (Laura Bergamini,
Parma).
L'interlocuzione con la Cgil? «Certo, con Cremaschi si
parla», dice Delle Donne, «ma va rimosso lo scoglio del
33%». «Siamo coscienti delle differenze dice Mauro
Casadio - ma dobbiamo trovare forme per andare avanti».
Lo spazio potenziale che si sta aprendo, del resto, è
grande. E non solo perché il sindacato nell'epoca del
centrodestra diventerà la "cosa chiusa" di Bonanni&Co.,
che si baserà sempre di più sugli affari e sempre di
meno sul conflitto, ma perché ormai la tendenza del
capitalismo, come chiarisce il professor Luciano
Vasapollo, punta sempre più verso la distruzione «del
lavoro e delle merci, della ricchezza e dello Stato».
Quindi, in poche parole, il conflitto sociale può solo
consegnarci il "paradigma della costruzione". Sta
al sindacalismo di base percorrerlo senza cedere da un
lato al riflesso condizionato dell'irriducibilità e,
dall'altro, accogliendo democrazia e confronto interno
come elemento costitutivo dell'identità.
Ora l'alchimia è affidata più che agli apprendisti
stregoni e all'ottimismo della volontà, alla creatività
e alla capacità di inventare nuove formule. Formule che
aiutino in questa fase la moltitudine di modelli
organizzativi in una "cosa" che sappia fare della
diversità la sua eccellenza. «Quale sindacato serve
nell'epoca in cui il "tanto peggio tanto meglio" non
vale più?» si chiede Tommaselli. Per Paolo Leonardi, che
ha tenuto la relazione introduttiva, è indispensabile
«superare le divisioni che pure esistono, soprattutto a
livello di categoria e di territorio, e le diversità che
pure ci sono, per arrivare quanto prima alla costruzione
di un nuovo soggetto sindacale in cui far confluire,
perché siano esaltate, tutte le nostre diversità e le
nostre esperienze». «Ma sappiamo che molte volte "il
meglio è nemico del bene" e che - ha concluso - se la
sostanziale unificazione delle varie organizzazioni
rappresenterebbe senz'altro il traguardo migliore,
sappiamo anche che tali condizioni devono maturare senza
forzature, se vogliamo davvero che siano durature e
positive».
(24/05/2009)
Attacco al palco confederale
Militanti dello Slai Cobas aggrediscono Rinaldini. Ma
lui riprende a parlare
di Maurizio Pagliassotti
Primo:
anche i padroni si azzuffano ma non lo fanno mai in
pubblico.
Secondo: è vero, ieri è successo qualcosa di grave a
Torino, sotto la sede del Lingotto, proprio faccia ai
manager gongolanti che guardavano di sotto quel misero
popolo di poveri che si scannava per un pezzo di pane.
Gianni Rinaldini è stato abbattuto da un gruppo di
scalmanati dello Slai Cobas di Nola mentre stava dicendo
«... il gioco della Fiat è quello di dividerci in questa
manifestazione. Con questo corteo e con i lavoratori
venuti anche da Napoli e Palermo abbiamo voluto
affermare l'unità dei degli uomini e delle donne della
Fiat che se si dividono verranno schiacciati....».
Poi il delirio, la deriva. Urla, spinte, pugni. I poveri
che si picchiano sotto gli occhi dei loro padroni sono
un'immagine raccapricciante, misera e triste.
Ci sono due letture che si possono dare di ciò che è
accaduto ieri.
La prima è che i sindacati sono divisi e le solite
menate.
La seconda, che riguarda i signori in giacca a cravatta
che guardavano da dietro i vetri oscurati del Lingotto è
che la situazione Fiat è una polveriera su cui è seduto
tutto il paese. Vedano un po' loro fin dove vogliono
arrivare.
«E' accaduto, non accadrà mai più» dirà due ore dopo
Giorgio Airaudo a mente fredda.
Ma ormai il disastro è compiuto, i fotografi come
avvoltoi inchiodano Rinaldini che vola e Airaudo che
agita le mani verso alcuni invasati che danno l'assalto
al palco. Una signora sotto il palco con la bandiera
della Cisl strepita come un'ossessa "Unità! Unità!" e
allora sembra di vivere in una commedia dell'assurdo.
La Fiom contestata, Cisl e Uil che si defilano
silenziose con i loro militanti che invocano l'unità.
Pazzesco. Fino a quel momento era stato un corteo
determinato e arrabbiato e l'unica cosa che si poteva
capire era che questa volta i lavoratori Fiat non
scherzavano per nulla.
Poi, giunti su via Nizza tutti si sono fermati ad
ascoltare le voci dei leader. Nessun servizio d'ordine
era previsto. Fortunatamente perché sarebbe stato un
massacro.
Attacca Airaudo quando ancora i quindicimila stanno
arrivando: «Ringraziamo tutti coloro che si stanno
impegnando per salvare il lavoro alla Fiat: i partiti
politici, i movimenti, i coordinamenti del pride,
pensionati e studenti. Qui noi oggi stiamo difendendo le
fabbriche da nord a sud e senza questa difesa oggi noi
non avremmo la Fiat di successo dei manager che ricevono
gli applausi grazie ai sacrifici dei lavoratori. Nessuno
può pensare che un solo stabilimento venga sacrificato.
Non ci faremo dividere! Non si possono salvare le banche
e lasciare gli operai per strada! Non accetteremo che i
lavoratori vengano separati come non accetteremo che
possano esserci straordinari in uno stabilimento e
licenziamenti in un altro».
Dopo Airaudo, il segretario della Fismic Roberto Di
Maulo: «La manifestazione nazionale dei lavoratori del
gruppo Fiat in corso a Torino è soprattutto per avere
risposte dal governo che finora è il grande assente
dello scenario internazionale».
Poi aggiunge: «assolutamente grave perché la stretta
creditizia collegata all'assenza di una politica
industriale sta portando alla chiusura di centinaia di
piccole e medie industrie. Il governo Berlusconi deve
dare soldi veri per l'occupazione, non annunci. Ci
dicono che la crisi è finita e che il peggio è passato.
Sono tutte balle!!».
Eros Panicali, responsabile nazionale del settore Auto
per la Uilm: «La Fiat ci spieghi le prospettive
industriali e occupazionali del nostro Paese. È bene che
allarghi la sua sfera a livello internazionale, ma non a
scapito degli stabilimenti italiani. L'apertura di
Marchionne va bene, ma noi vogliamo un tavolo di
confronto, non un tavolo informativo. Il governo e la
Fiat s'impegnino affinchè nessuno stabilimento in Italia
venga chiuso».
Poi è salito Rinaldini e in quel momento i cobas, che
già in precedenza avevano contestato un po' tutti, anche
Ferrero, attaccano.
Rinaldini: «Un favore alla Fiat è dividerci in questa
manifestazione. Adesso parlo io! Chiaro?! Dopo parlate
voi. Con questo corteo e con i lavoratori venuti da
Napoli e Palermo abbiamo voluto affermare l'unità dei
dipendenti della Fiat che se si dividono verranno
schiacciati....».
Non lo fanno finire e viene disarcionato dal palco da un
gruppetto di teppisti che si impadroniscono con una
violenza inaudita del palco.
Sono operai di Nola, un reparto confino creato dalla
Fiat dove far germinare la protesta violenta fine a se
stessa, da utilizzare poi per distruggere, con manovre
tipo quella di ieri, il fronte sindacale.
«Purtroppo nessuna novità. La storia si ripete» è
l'amaro commento di Giorgio Cremaschi.
Rinaldini comunque dopo quattro minuti risale sul palco,
molto scosso da quanto accaduto, e riprende il
microfono.
A questo punto sembra non parlare più a chi gli sta di
fronte ma a chi sta alle sue spalle, a quelli chiusi
negli uffici del Lingotto. La voce è tirata. Airaudo
inferocito a momenti mena un ragazzotto milanese col
cappello nero in testa che ancora insiste a voler
portare via il microfono al segretario della Fiom.
Chiude con queste parole Rinaldini: «Noi con questa
manifestazioni diciamo che le dichiarazioni di
Marchionne sono una beffa. Noi non accettiammo questo
modo di procedere e chiediamo il tavolo negoiziale che
coinvolga Governo e Fiat. Per questo abbiamo deciso che
proclamiamo a livello nazionale lo stato di agitazione
con il blocco di tutti gli straordinari e della
flessibilità e proporremo nei prossimi giorni ai
sindacati europie una giornata di lotta comune. Se la
Fiat intende chiudere qualsiasi stabilimento si assume
la responsabilità di far crescere la tensione nel paese.
La Fiat senza fare incontri fa quello che le pare,
compreso il fatto dei lavoratori trasferiti a Nola. Con
questa manifestazione diciamo che non si chiude nessun
stabilimento e affermiamo la solidarietà di tutti i
lavoratori Fiat!».
Rinaldini finisce e scende dal palco. Salgono i cobas.(Liberazione
17 maggio 2009)
Da nord a sud la Fiat cresce solo con noi
Torino 16 maggio 2009
Manifestazione nazionale delle lavoratrici e dei
lavoratori del Gruppo FIAT e della componentistica
ore 9,30 Porta 5 Fiat Mirafiori - Corso Agnelli n.200
ore 12.30 comizio conclusivo Direzione Gruppo Fiat - Via
Nizza n.250
Il 1 maggio a Torino
Ore 9.00 Piazza Vittorio
Veneto - Partenza corteo
Ore 11.00 Piazza S. Carlo - Comizio di Nanni Tosco a
nome di Cgil-Cisl-Uil Torino
Ore12.00 Piazza S. Carlo - Spettacolo: Un naso rosso
contro l'indifferenza, i ragazzi di Bucarest a Torino
(Fondazione Parada) a cura della Gioc:
Ore 14.30: Piazza V. Veneto - “Protagonisti nella
crisi”, dibattito pubblico.
Ore 21.00 Piazza V. Veneto - Hidden Clover Band in
concerto
La Cub: "pronti alla mobilitazione contro l'accordo"
«La riforma del modello contrattuale è soprattutto un
modo per dare ai padroni una mano per uscire dalla
crisi».
Anche i sindacati di base scendono in campo contro la
normativa derivante dagli accordi attuativi siglati
ieri.
Pierpaolo Leonardi, coordinatore nazionale Cub, nota che
«dall'accordo quadro scompare ogni riferimento
all'emergenza salariale; si parla solo di efficiente
dinamica retributiva, che sottintende lo stretto
rapporto con le necessità competitive delle aziende,
mentre nell'ambito della contrattazione di secondo
livello si rendono possibili deroghe in pejus».
Gli stessi obiettivi per cui, nel '92/'93, furono
siglati gli accordi di luglio «che hanno garantito
benefici e profitti alle imprese, ma dai quali è partita
la destrutturazione del potere contrattuale dei
lavoratori».
«Questo accordo vorrebbe mettere fine all'esistenza di
un sindacato che ha come scopo la difesa dei diritti dei
lavoratori. Ai sindacati di base e ai lavoratori spetta
ora mobilitarsi, per respingere questa riforma, e
impedire che essa trovi applicazione negli accordi di
categoria, aziendale e territoriali». (Il Manifesto
16 aprile 2009)
Lettera di Guglielmo Epifani
Con la firma di stasera dell’intesa di attuazione
dell’accordo quadro separato del 22 gennaio, per quanto
ne sia un atto conseguente, si conferma la scelta di un
modello di
assetti contrattuali non condiviso dal sindacato più
rappresentativo.
La posizione della Cgil è stata portata alla discussione
e valutazione in 59.337 assemblee di tutti i comparti.
Dopo quattro settimane di assemblee si sono espresse col
voto 3.643.836
persone e sottraendo al totale i pensionati, su
2.827.561, sono 2.665.205 (pari al 97%) i lavoratori e
le lavoratrici che si sono dichiarati contrari
all’accordo quadro separato.
Come si evince si tratta di una verifica democratica
molto significativa, tanto più perché svolta senza la
Cisl e la Uil che non hanno voluto aderire a nessuna
verifica democratica.
La nostra contrarietà all’intesa è già nota, e si basa,
per la parte fondamentale, sulla convinzione che il
modello definito separatamente riduce la qualità e
l’estensione della contrattazione nazionale e di secondo
livello. Il limite negativo di tale scelta è reso ancor
più evidente dalla dimensione e vastità della crisi.
Questa fase e i problemi che ne
scaturiscono, a partire dalla occupazione e dalla
sicurezza, richiederebbero una grande iniziativa
contrattuale, ed una reale flessibilità settoriale anche
in relazione alle diverse
profondità e caratteristiche con cui la crisi attraversa
i settori. Servirebbe una contrattazione correlata
qualitativamente alla effettiva situazione dei comparti.
Viene invece introdotto un modello rigido, secondo uno
schema per il contratto nazionale che sottrae spazi
negoziali diretti alle categorie, confermato da una
norma sul secondo livello che si limita a riconfermare
la prassi in atto, come già previsto dal protocollo del
23 luglio 1993, modalità che non ha certamente favorito
il dispiegarsi della contrattazione.
Nello specifico sul contratto nazionale va sottolineato
che, preso alla lettera, il meccanismo previsto non
raggiunge mai neanche la copertura dei salari dalla
inflazione reale; inoltre, date le caratteristiche di
questa crisi, è possibile prevedere che se ne uscirà con
una ripresa dell’inflazione. Tutto ciò è reso ancor più
negativo dall’assenza di risposte alle rivendicazioni di
una politica fiscale attenta al lavoro dipendente ed
alle pensioni.
Nel modello, le deroghe sono funzionali ad un ulteriore
irrigidimento dello schema, determinando per lavoratrici
e lavoratori l’incertezza delle regole, delle norme e
delle tutele
contrattuali, ma anche espliciti rischi di competizione
sleale tra le imprese, in particolare in alcuni
comparti, con quegli effetti di dumping sociale che
imputiamo, come limite,
all’Europa per l’assenza di regole generali. La Cgil non
ha mai fatto mancare la sua disponibilità e l’iniziativa
contrattuale nei casi di crisi a salvaguardia
dell’occupazione. In
ragione e in coerenza di questa storia ci pare
ulteriormente sbagliata una norma generale di
indebolimento dei contratti nazionali.
Per quanto riguarda la Cgil, lavoreremo con impegno per
rinnovare i contratti nazionali di lavoro – oltreché per
la contrattazione di secondo livello - elaborando e
proponendo
piattaforme che tengano conto di queste valutazioni che,
vogliamo assicurarvi, sono stare
ponderate con grande attenzione.
Infine confermiamo l’esigenza di un avviso comune che
condividendo l’allungamento della durata della cassa
integrazione ordinaria a 104 settimane, porti alla
realizzazione dell’impegno a non ricorrere ai
licenziamenti di lavoratori e lavoratrici. Tale
soluzione è giudicata da tutti essenziale per il governo
della crisi e pertanto vi chiediamo formalmente di
assumere un orientamento in questa direzione.
Guglielmo Epifani
Roma, 15 aprile 2009
I video della manifestazione nazionale della
CGIL
Roma, Circo Massimo 4 aprile 2009
Il PdCI aderisce alla manifestazione nazionale della
CGIL
iscriversi presso le sedi sindacali
Andate a votare presso le sedi CGIL contro l'accordo
separato voluto da CISL e UIL , ultima settimana (dal 23
al 27 marzo 2009)
28 febbraio 2009 70.000 a Torino alla Marcia per il
lavoro
Oltre 700 mila per il lavoro e i salari
Roma invasa dalle bandiere rosse Fiom e Fp
Lo
sciopero della Cgil è «un errore» e l'organizzazione
sindacale dovrebbe «riflettere sull'isolamento» in cui
si è cacciata, afferma il ministro del Lavoro Maurizio
Sacconi. Quale migliore conferma alle ragioni della
protesta dei lavoratori di Fiom e Funzione pubblica
della Cgil?
Questa mattina, per la prima volta,
le due categorie si sono unite in uno sciopero congiunto
ed in una grande, motivata e partecipata manifestazione
a Roma contro le politiche anticrisi del governo
Berlusconi, per l'unità tra lavoratori pubblici e
privati e contro gli accordi separati. Uno dei motivi
dello sciopero è infatti l'accordo tra governo e parti
sociali del 23 Gennaio scorso, firmato solo da Cisl Uil
e Ugl, oltre che per la difesa del diritto allo sciopero
e della Costituzione.
Nella capitale i tre cortei, partiti da piazza della
Repubblica e dalle stazioni ferroviarie di Tiburtina e
Ostiense, sono confluiti in piazza San Giovanni, per i
comizi dei segretari Gianni Rinaldini, Carlo Podda e
Guglielmo Epifani. Per il segretario dei metalmeccanici
Gianni Rinaldini, l'aggregazione delle due categorie
nasce da «obiettivi unificanti», al contrario del
tentativo di contrapporre i lavoratori pubblici ai
lavoratori privati con la campagna partita da Brunetta
già qualche mese fa». E infatti lo striscione d'apertura
recita: «La dignità del lavoro è un bene pubblico, basta
precarietà, più salario, più diritti e legalità».
Anche il segretario generale Cgil, Guglielmo Epifani,
nel corso della manifestazione, ha sottolineato l'unità
tra tute blu ed impiegati: «I lavoratori non si fanno
dividere». Sul merito della protesta, Epifani critica il
«profilo molto basso» con cui il governo sta affrontando
una crisi che «per i metalmeccanici è la più devastante
da sempre e per il pubblico impiego il rischio è che i
tagli ai precari e contrattazioni al di sotto del tasso
di inflazione pregiudichino la qualità dei servizi
offerti». L'auspicio del leader di Corso Italia è quindi
che arrivi «il via libera immediato del Cdm» al
rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, mettendo
«da subito» in pratica l'intesa raggiunta tra governo e
regioni la scorsa notte poiché «il fattore tempo è
decisivo».Presente anche la sinistra politica in piazza,
a fianco dei lavoratori. «Oggi a Roma – ha dichiarato
Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del Pdci, alla
manifestazione insieme ad una delegazione del partito -
sfila la dignità degli operai e dei lavoratori pubblici.
Scioperano e protestano coloro che rappresentano il
motore di questo Paese e che pretendono il
riconoscimento dei loro diritti. Noi Comunisti italiani
manifestiamo con la Fiom, la Funzione Pubblica Cgil e le
centinaia di migliaia di persone in corteo che inviano
al governo un messaggio limpido: non abbassiamo lo
sguardo, non chiniamo la testa davanti ad alcun padrone
e difendiamo con le unghie e con i denti le condizioni
di lavoro conquistate in sessant’anni. E’ un messaggio
che oggi stesso arriverà forte e chiaro dalle parti di
palazzo Chigi, dove Berlusconi non ha la minima idea di
come affrontare la crisi e vorrebbe perciò farla pagare
ai lavoratori dipendenti, a chi davvero crea la
ricchezza in questo Paese».
Da piazza San Giovanni il segretario generale della
Fp-Cgil, Carlo Podda ha annunciato: «Siamo oltre
700mila». 700mila e più lavoratrici e lavoratori pronti
a ritrovarsi in occasione della grande manifestazione
già annunciata da Guglielmo Epifani, che si terrà il 4
aprile al Circo Massimo a Roma. Al lavoro, alla
lotta.(www.larinascita.org 13 febbraio 2008)
per il lavoro, per i
diritti, per la dignità contro l'accordo della
complicità che distrugge il CCNL, riduce i salari,
aumenta lo sfruttamento
Tutte
e tutti con le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici
e pubblici
Venerdì 13 febbraio, sciopero nazionale di 8 ore di
Fiom e Funzione Pubblica Cgil
con manifestazione a Roma.
Siamo nel pieno di una enorme crisi economica mondiale,
prodotta dal sistema finanziario e liberista, una crisi
che coincide con la ripresa della guerra, come dimostra
il massacro dei palestinesi a Gaza, nell'impotenza e con
la complicità di tutti i principali governi. Precarietà,
bassi salari, concorrenza tra i lavoratori e distruzione
dei diritti sono i capisaldi della politica economica.
Di fronte a fabbriche che chiudono, con centinaia di
migliaia di lavoratrici e lavoratori in cassa
integrazione e di precari licenziati, le misure del
Governo sono del tutto inadeguate. L'intervento
pubblico, invece di sostenere il reddito dei lavoratori,
alimentare la ripresa dei consumi e avviare un nuovo
modello di sviluppo, serve soltanto a finanziare chi
questa crisi l'ha prodotta e continua ad alimentarla.
Il Governo taglia la spesa pubblica e sociale (la
scuola, l'università, la sanità, le pensioni); prova a
mettere uno contro l'altro lavoratori del settore
privato e pubblico; rimette in discussione il Testo
Unico sulla sicurezza; propone l'ennesimo innalzamento
dell'età pensionabile, attaccando le donne, già oggi
fortemente discriminate sui salari e sulle condizioni di
lavoro.
La Confindustria, con la complicità di Cisl e Uil,
approfitta della crisi per portare fino in fondo
l'attacco al contratto nazionale di lavoro. L'accordo
separato sul sistema contrattuale apre la via alla
totale flessibilità del salario; minaccia ancora di più
la salute dei lavoratori con il vincolo della produttiva
del salario; estende la precarietà e l'incertezza dei
diritti; mette in discussione i principi fondamentali
dell'iniziativa sindacale e dei diritti delle
lavoratrici e dei lavoratori.
La gravità della crisi e dell'attacco ai diritti apre
una fase nuova e dà spazio e valore a una linea
sindacale conflittuale e antagonista. Vogliono eliminare
il conflitto sociale, ma dovranno raccoglierne una
quantità tale da sconfiggere il loro disegno: quello di
far pagare a noi la loro crisi.
CONTRO:
* le scelte del Governo;
* l'accordo separato sulla riforma contrattuale, che
distrugge il contratto nazionale e taglia il salario;
* i tagli alla spesa sociale, lo smantellamento di
scuola, università e sanità pubblica;
* l'attacco ai diritti delle donne e ogni ipotesi di
innalzamento dell'età pensionabile;
* la chiusura delle fabbriche e i licenziamenti;
* la precarietà.
PER:
* il contratto nazionale di lavoro;
* l'aumento dei salari e delle pensioni;
* un nuovo modello di sviluppo che investa sulla
ricerca, sull'ambiente e sul Mezzogiorno;
* la sicurezza di chi lavora;
* la democrazia;
* i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
Lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti,
pensionate e pensionati venerdì 13 febbraio, tutte e
tutti a Roma!
Indesit annunciata la chiusura: pronti ad occupare
Il giorno dopo l´annuncio della chiusura, i 650
dipendenti della Indesit di None, alle porte di Torino,
escono in strada, bloccano il traffico e chiedono che
gli incentivi del governo per l´elettrodomestico «siano
subordinati al mantenimento delle produzioni in Italia».
Ma mentre sale la protesta, trapela l´indiscrezione su
una «proposta indecente», così la definiscono i
sindacalisti: per la prima volta in Italia si
applicherebbe una sorta di cassa integrazione fai da te
offerta dall´azienda al tavolo sindacale di martedì
scorso a Roma.
In sostanza ciascuno dei lavoratori otterrebbe una cifra
consistente (compresa, si dice tra i 20 e i 30 mila
euro) come indennità per la perdita del posto e
l´impegno dell´azienda a cercare altri posti di lavoro.
«La proposta - dice Giorgio Airaudo della Fiom torinese
- non è accettabile perché in questo modo si favorisce
il trasferimento delle produzioni fuori dall´Italia. Le
aziende pagano e si sottraggono alle loro responsabilità
verso un territorio».
«Invece di lanciare allarmi sarebbe il caso di
cominciare ad agire», dice il sindaco di Torino Sergio
Chiamparino. Anche se non pochi, a cominciare dal primo
cittadino torinese, pensano che dietro l´annuncio sulla
chiusura possa esserci anche l´intenzione di premere sul
governo per ottenere incentivi a favore del settore. Una
condotta aziendale che sarebbe certamente spregiudicata.
«Quel che chiederemo - dice il segretario della Fim
torinese, Nanni Tosco - è che per l´elettrodomestico
come per l´auto la concessione degli incentivi al
mercato sia vincolata a impegni precisi delle aziende
per mantenere il lavoro negli stabilimenti italiani».
Come del resto stanno chiedendo le organizzazioni
sindacali in tutti i paesi in cui i governi stanno
scendendo in campo per salvare l´economia.
«In questo paese la Indesit è come la Fiat a Torino.
Chiuderla significa provocare un disastro sociale»,
ricorda il sindaco di None, Maria Luisa Simeoni.
Ufficialmente la Indesit non ha ancora comunicato la
data della chiusura di None, dove si producono
lavastoviglie di ultima generazione a basso impatto
ambientale. Ma nell´incontro di martedì a Roma i
rappresentanti del gruppo hanno fatto capire che la
chiusura dello stabilimento torinese sarebbe compensata
dall´aumento della produzione nello stabilimento gemello
in Polonia. «Il paradosso - facevano osservare ieri i
sindacalisti - è che il trasloco avverrebbe proprio
mentre il governo italiano sta per varare gli incentivi
anche al mercato degli elettrodomestici».
Dietro la decisione di chiudere la fabbrica di None ci
sarebbero i contraccolpi del calo di commesse sul
mercato russo - dove la Indesit è leader - ma anche la
necessità di fare cassa per far fronte a una crisi di
liquidità. Difficilmente la questione verrà affrontata
nel prossimo cda dell´azienda in programma l´11
febbraio: «Prima intendiamo discutere l´argomento con le
organizzazioni sindacali», facevano osservare ieri fonti
del gruppo. Il futuro della Indesit di None si conoscerà
dunque a fine mese. Il 24 febbraio è stato infatti messo
in calendario un incontro tra azienda e sindacati
all´Unione industriale di Torino.
Indossano magliette blu marchiate Indesit e una scritta
sul petto. "Io lavoro sicuro". Un motto che suona come
uno sblerleffo per i 650 dipendenti di None, ora che
l´azienda ha comunicato l´idea di chiudere lo
stabilimento. Basiti, oltre che arrabbiati, gli operai
Indesit. «L´ho saputo dal telegiornale all´ora di cena,
stavo scolando la pasta. Ma si può essere trattati
così?» sbotta Franco, 11 anni in azienda. Delusi da un
gruppo che credevano più serio. «L´Indesit non è in
difficoltà, ma usa la crisi come alibi per andare a fare
lavastoviglie in Polonia, dove costa meno», dicono un
po´ tutti. E per risposta loro, i potenziali futuri
licenziati, hanno bloccato il traffico sulla strada
regionale 23 che collega Torino al Sestriere, per due
volte, dalle 9 alle 11 e alle 14 alle 16, costringendo
automobilisti e camionisti a qualche chilometro di
deviazione per bypassare il presidio di None.
Un´ipotesi, quella della chiusura, confermata anche da
Gaetano Casalaina, direttore dello stabilimento di
Fabriano, arrivato ieri mattina a None. Ieri i sindacati
hanno proclamato due ore di sciopero per turno, adesione
al 90 per cento, durante le quali i dipendenti hanno
manifestato davanti ai cancelli dell´azienda. «Se sarà
necessario occuperemo lo stabilimento», minacciano. Nei
prossimi giorni si continuerà con alcune ore di sciopero
ogni giorno, ma già dalla prossima settimana l´azienda
aveva fissato 10 giorni di cassa integrazione. Martedì
saranno in presidio in piazza Castello, dove ci sarà un
incontro tra sindacati ed enti locali e già pensano di
organizzare un pullman per mercoledì, per andare a
manifestare a Fabriano durante il cda del gruppo
Merloni, proprietario della Indesit. Tutte scadenze che
scandiscono il tempo di un´altra data, il 24 febbraio,
quando l´azienda incontrerà i sindacati.
Al picchetto ieri pomeriggio sono arrivati il sindaco di
None, Maria Luigia Simeone, il presidente del consiglio
provinciale, Sergio Vallero, con l´assessore provinciale
alle Attività produttive, Carlo Chiama, e l´assessore
regionale al Lavoro, Angela Migliasso, che ha cercato di
tranquillizzare gli animi: «Se si tratta di una crisi
industriale è un conto, ma forse è solo di una manovra
per ottenere gli incentivi». Incalza il presidente della
Provincia, Antonio Saitta: «Se il governo approverà
incentivi per il settore degli elettrodomestici,
l´azienda di None non ha nessun alibi per chiudere».
D´altra parte che sia un problema industriale, i
lavoratori non ci credono. Dentro la fabbrica ci sono
quattro linee di lavastoviglie di ultima generazione,
eco-compatibili e una sola, che occupa 50 addetti, del
vecchio modello. In tutto 3.900 pezzi al giorno, 900
mila in un anno. Ora che i consumi sono in calo, anche
l´azienda pensa di ridurre la produzione a 640 mila
pezzi. E per quelli è sufficiente lo stabilimento
polacco. «Quando hanno deciso di aprirlo dicevano che
era per i nuovi mercati dell´Est - ricorda un altro
lavoratore, Beppe - Abbiamo scioperato, ci siamo
opposti, ma non immaginavamo che l´avrebbero usato per
farci fuori». Anche Gianfranco Morgando, segretario
piemontese del Pd, sollecita il gruppo dirigente: «Gli
imprenditori si ricordino della responsabilità sociale
che hanno nei confronti dei territori dove producono e
dei lavoratori che impiegano». E gli operai rilanciano:
«È una delle poche multinazionali italiane che abbiamo.
Che prendano gli incentivi per investirli all´estero è
una beffa».
Sventolano bandiere dei sindacati e soffiano nei
fischietti tutta la loro preoccupazione. In azienda sono
pochi quelli che potrebbero approfittare di qualche
incentivo alla pensione. L´età media è bassa, 32 anni,
la metà dei lavoratori sono donne. E se perdere il
lavoro è una tragedia per chiunque, per qualcuno lo è
ancora di più. Perché non sono poche le famiglie in cui
marito e moglie sono anche colleghi e ora entrambi in
bilico. Come Antonio Maccarone e Roberta Stoppa, 43 e 38
anni, un mutuo e due figli. «Ho già vissuto la chiusura
dello stabilimento della Iarsital, dieci anni fa -
racconta lui - Non voglio crederci che siamo daccapo».
Ma in un´infelice classifica c´è anche chi sta peggio.
Giovanna Bratzu, 56 anni, è stata la prima della
famiglia ad essere assunta, 36 anni fa. «Ho già passato
la crisi degli anni 80 - dice - quando tutti gli
stabilimenti in quest´area erano dell´Indesit. Con il
tempo ci siamo ridotti a 650 addetti, ma non si stava
male». Così ha convinto la figlia Letizia, 28 anni, che
appena finita la scuola, nove anni fa, è entrata in
stabilimento. Lì ha conosciuto un collega, Luigi, 35
anni, si sono sposati e hanno un figlio. E visto che
tutto sommato l´azienda sembrava un posto più sicuro di
tanti altri, anche il marito di Giovanna, Rocco Sestito,
61 anni, sette anni fa ha deciso di lasciare il lavoro
da camionista per unirsi al resto della famiglia. E ora
sono in quattro, a scongiurare il peggio: «Chiudere
sarebbe una tragedia».
Un fulmine a ciel sereno, dicono tutti. Tranne Anna, che
pochi giorni fa si è rivolta alla sua banca per un
piccolo prestito. Mai un ritardo nel mutuo, mai un
problema con il conto. Eppure improvvisamente la sua
busta paga da 1.600 euro al mese non valeva niente: «Il
responso è stato Ko, bollino rosso - racconta - Il
prestito mi è stato negato. Nemmeno l´impiegato si
spiegava perché, ma ora tutto mi è chiaro: noi siamo
sempre gli ultimi a sapere le cose, ma le banche
sapevano con anticipo che un posto fisso alla Indesit
Company non era più una garanzia». (Repubblica, 5
febbraio 2008)
Solo briciole ai lavoratori
Ne parliamo con Fausto
Durante della Fiom
Il
governo incontra parti sociali e
protagonisti del settore per definire
gli interventi da mettere in campo in
risposta alla crisi che investe il mondo
della produzione automobilistica,
puntando sul sostegno alla rottamazione
e sull'investimento di una cifra fra i
300-400 milioni di euro. La crisi
continua, con cig a pioggia ma anche
con scarsa copertura economica da parte
dello Stato, mentre i posti di lavoro
nel futuro non potranno che contrarsi,
in ogni settore. Nonostante sia stato
approvato un pacchetto di misure di
risposta. Per completare il tragico
quadro: Cisl, Uil e Confindustria, con
la regia dell'esecutivo, sottoscrivono
una riforma del contratto nazionale di
lavoro che vede sfilarsi la Cgil e che
spacca, fra contrari e sostenitori, il
Pd. Di tutto questo abbiamo discusso con
Fausto Durante
della Fiom, che insieme alla Fp sarà in
piazza il 13 febbraio per contestare le
misure prese da Berlusconi in merito
alla crisi economica.
In
queste ore il governo italiano e le
rappresentanze del settore auto stanno
cercando di confezionare un piano di
sostegno per rispondere alla crisi. Il
pianeta automobilistico non attraversa
un momento felice a livello mondiale... L'auto sta attraversando la
fase più difficile degli ultimi 30 anni.
Di fronte alla crisi che il settore sta
vivendo a livello mondiale, paesi
europei e Usa si stanno muovendo verso
una politica di sostegno
all'occupazione, per tutelare posti di
lavoro, e di ripensamento nella
produzione automobilistica.
Quando parli
di ripensamento della produzione
automobilistica pensi alla riconversione
verde del neo presidente degli Usa? Certo anche ad Obama che ha
tracciato la strada del sostegni a
progetti di innovazione tecnologica eco
sostenibili, ma anche ad altri paesi
dove gli aiuti monetari sono legati all'
innovazione e all'ammodernamento
tecnologico del settore automobilistica.
In Italia invece si procede con
interventi tradizionali, vecchi, che si
sintetizzano nell'attribuzione di denaro
per la rottamazione.
E' solo
questo che preoccupati la Cgil? No, c'è anche la questione
della quantità economica investita dal
governo nel settore auto: i 300-400
milioni di euro promessi dall'esecutivo
sono ben poca cosa rispetto, in
proporzione, ai 17 miliardi di dollari
che hanno investito gli Usa per i tre
grandi colossi del polo di Detroit, Gm,
Ford e Chrysler. Una distanza siderale
dunque fra il nostro paese e gli States,
che occulta quanto il settore dell'auto
abbia bisogno di risorse.
Ma l'Italia è lontana anche dagli
standard europei: la Germania e la
Francia, per esempio, stanno investendo
molto di più.
Insomma, il governo costringe il nostro
paese ad essere privo di vere politiche
industriali oltre che di sostegni
economici.
Pochi soldi,
dunque, per un settore che, come quello
delle vetture, non solo è scosso
pesantemente dalla crisi, ma ha
proporzioni vaste... Si perché in Italia si dice
settore auto e si pensa automaticamente
solo alla Fiat. Ma questa logica è
riduttiva perché il settore è molto più
ampio. Perciò anche gli interventi di
aiuto confezionati dallo Stato lo devono
riguardare nella sua interezza.
Certamente gli stabilimenti e i
lavoratori Fiat vanno tutelati, ma
all'interno di una azione governativa
che coinvolga tutto l'intero comparto,
indotto compreso. La componentistica,
per esempio, è un settore che lavora nel
nostro paese non solo per gli Agnelli ma
anche per altri soggetti industriali. Se
non si offre sostegno all'intera filiera
dell'auto, oltre che a tutte le realtà
che gravitano intorno a questa
produzione, si rischia di compromette il
sistema globale con conseguenze
occupazionali tragiche.
Il governo
quindi dimostra di avere una visione
miope sulla crisi del settore
automobilistico? Si perché le misure fin qui
preannunciate riguardano solo l'acquisto
di nuove vetture, il che significa
colpire quell'intera filiera produttiva
che gravita intorno all'auto di cui
parlavo prima.
Dunque, gli interventi vanno indirizzati
all'insieme della produzione legata
all'auto e a tutti i soggetti coinvolti.
La Cgil
boccia dunque l'esecutivo sulle
politiche di sostegno alla realtà
dell'automobile. Non diversamente in
merito all'intero pacchetto anticrisi.
Perché? Le misure anticrisi del governo
sono ridicole. Rispetto al disagio
socio-economico si propone la social
card e il bonus famiglie, per il
finanziamento degli ammortizzatori
sociali si stornano i soldi previsti per
il Fas e Fondo sociale europeo,
sottraendo così risorse destinate allo
sviluppo e alla politica industriale.
Non c'è risposta al fatto che ci sono
milioni di lavoratori -precari, atipici,
impiegati delle piccole imprese,
soprattutto donne e immigrati- che non
hanno diritto agli ammortizzatori
sociali. Non a caso uno dei punti
centrali della piattaforma che sostiene
lo sciopero che Fiom e Fp della Cgil
hanno indetto per il 13 febbraio propone
l' estensione della cassa integrazione a
coloro che ne sono privi.
Ma
l'esecutivo si è impegnato ad estendere
gli ammortizzatori sociali? Si è impegnato tante volte e su
tante cose, per poi invece...Dispiace
che Cisl e Uil continuino a credergli.
Già nel 2002 col patto per l'Italia, il
governo Berlusconi di allora aveva
promesso una riforma degli
ammortizzatori sociali in senso di una
loro estensione e qualificazione, per
poi fare marcia indietro perché senza
risorse. Ed era un momento dove non si
registrava la crisi che domina
attualmente.
Tu parli di
una cambiamento del sistema degli
ammortizzatori sociali. Allora non siete
il sindacato della conservazione?
Veltroni dunque si sbaglia quando vi
sprona ad "accettare le sfide
dell'innovazione riformista"? Veltroni sbaglia obiettivo, ha
semplicemente confermato la confusione
in materia che caratterizza il Pd. In
merito al contratto di lavoro e alla sua
riforma il Pd ha almeno 4 opinioni
diverse. Non vedo in questo accordo,
siglato senza la Cgil, quella grande
ispirazione riformista a cui pure
Veltroni richiama il nostro sindacato.
Al contrario si propone la vecchia
aspirazione del governo di centrodestra
e Confindustria a dividere i sindacati e
isolare la Cgil. O almeno questo è ciò
che sperano di realizzare. Non è certo
un afflato modernizzatore e riformatore.
Il segretario
del Pd critica l'accordo per il metodo
(esclusione della Cgil) ma non nel
merito. Come valuti questa
diversificazione democratica? Il fatto che Veltroni non abbia
contestato i contenuti dell'accordo che
non abbiamo, come Cgil, sottoscritto, mi
sorprende. Rosi Bindi, Carlo Azelio
Ciampi, addirittura Tito Boeri
(certamente non accusabili di complicità
con la Cgil) hanno contestato quell'accordo
nel merito. In presenza di questi
giudizi critici come fa Veltroni a veder
elementi positivi? Una valutazione che
desta preoccupazione anche circa la
capacità del partito di Veltroni di
radicarsi nel mondo del lavoro: lo dico
da persona che ha creduto alla
potenzialità innovativa del Pd.
In cosa
quell'accordo, al contrario firmato da
Cisl e Uil, non vi convince? Non c'è più nell'idea di
contratto nazionale che sottende questo
accordo il ruolo di incremento del
potere d'acquisto dei salari che questo
contratto ha garantito e che è stato al
centro della storia delle battaglia
sindacale. Anzi, viene ridotta la
capacità del Ccnl di garantire la
crescita del potere di acquisto dei
salari perché si prevede, per esempio,
che i lavoratori paghino due volte il
costo dell'energia. Oltre a pagare le
bollette, infatti, non si tiene più in
considerazione la crescita del costo
dell'energia. Insomma si riduce la forza
del salario.
Solo questo
aspetto? No, poi c'è l'ingabbiatura
sindacale: la contrattazione di secondo
livello viene depressa, perché nelle
aziende i sindacati potranno chiedere
solo un premio di risultato legato agli
andamenti economici dell'azienda e non
potranno contrattare gli aspetti che da
sempre hanno contrattato a livello
aziendale (organizzazione del lavoro,
qualificazione professionale, ambiente e
sicurezza solo per fare qualche
esempio). Ed infine un terzo elemento.
Quale? Che per la prima volta in
Italia le imprese possono derogare in
peggio rispetto al Ccnl sul fronte sia
salariale che normativo. Cosa accadrà mi
chiedo ai lavoratori del Sud? Le imprese
potranno infatti dire loro che
trovandosi in un contesto economico più
sfavorevole del resto d'Italia non
potranno che abbassare i loro salari. Si
ritorna alle gabbie salariali e al
dumping salariale.
Un altro
aspetto riguarda il diritto allo
sciopero. Cosa contesta la Cgil? Che il diritto allo sciopero
sia stato fatto oggetto di una forzatura
senza precedenti, contestabile anche sul
piano costituzionale. Tutto questo
ratificato senza l'assenso della nostra
organizzazione. E' uno stravolgimento
della costituzione materiale del lavoro
gravissima.
Se dovessi
sintetizzare il pericolo che si annida
nell'intesa che vi vede contrari, come
lo faresti? Indicherei la pericolosità
generale dell'intesa nello snaturamento
della funzione del sindacato che essa
determina. Si prevede un proliferare di
enti bilaterali (che si potranno
occupare di sanità, previdenza, mercato,
ammortizzatori sociali) che trasformano
o meglio riducono il sindacato ad una
emanazione impropria per perseguire
compiti che non gli competono. (AprileOnline
29 gennaio 2009)
Rete
28 Aprile nella Cgil, per la democrazia e l'indipendenza
sindacale
Pensioni : Nota stampa - Giorgio
Cremaschi: "Alzare l'età pensionabile? Fesserie.
Bisognerebbe abbassarla"
L'idea di alzare l'età pensionabile, con il trucco della
volontarietà, dimostra solo che c'è chi, comprese
autorità economiche importanti, non ha capito nulla
della lezione della crisi e continua a disfare con una
mano quello che pasticcia con l'altra.
Si parla di settimana corta: che senso avrebbe per gli
stessi lavoratori alzare l'età pensionabile? E'
un'autentica fesseria, che serve solo a parlare d'altro.
E si vuole usare le pensioni per la crisi c'è una sola
manovra da fare: rendere più agevoli i pensionamenti
anticipati per tutte le attività dure e faticose e per i
settori industriali
più a rischio.
Solo così si potranno creare posti di lavoro per i
precari.
Far lavorare di più chi già lavora tanto per trovare i
soldi per assistere i disoccupati, che invece potrebbero
trovare un posto di lavoro rimpiazzando i pensionati, è
un non senso che spiega più di altri perché tanti
economisti non sono stati capaci di prevenire ma, anzi,
con le loro ricette hanno aggravato la crisi.
Roma, 7 gennaio 2009
Il 12 dicembre sciopero generale
Facciamo il punto
E' cominciata la grande pressione.
Il Partito Democratico, la Confindustria e, più
rancorosamente, Cisl e Uil, chiedono alla Cgil di
tornare a casa. Di concludere l'autunno delle lotte e di
riprendere i tavoli dove si fanno accordi a tutti i
costi.
Il modello è quello dell'Alitalia. Lì, all'inizio, la
Cgil ha avuto una posizione diversa dalle altre
confederazioni, poi però alla fine ha accettato quello
che veniva imposto, anche a prezzo di drammatiche
rotture con una parte dei lavoratori.
Lo sciopero generale viene così derubricato e
ridimensionato. Esso deve diventare l'ultimo sventolio
di bandiere, a cui poi seguiranno gli accordi. Il primo
passo dovrebbe essere il modello contrattuale proposto
dagli artigiani, già condiviso da Cisl e Uil. Quel
modello è perfino peggiorativo di quello proposto dalla
Confindustria, ma nella Cgil, per ragioni di realpolitic,
ci sarebbe un interesse a sottoscriverlo. Se questo
avvenisse, in realtà, il no al modello proposto dalla
Confindustria sarebbe molto più debole sul piano dei
contenuti e diventerebbe, quindi, più difficile da
sostenere.
Per questo il partito del rientro a casa della Cgil, più
che puntare al rinvio dello sciopero investe su ciò che
avverrà dopo il 12 dicembre: la firma degli artigiani
aprirebbe inevitabilmente la via al rientro
dell'organizzazione nel quadro proposto da governo e
Confindustria.
Resta il fatto che lo sciopero generale c'è e saranno il
suo andamento, il consenso e la mobilitazione dei
lavoratori, pur nelle difficoltà della crisi, che
faranno la differenza.
Nelle assemblee che si stanno svolgendo in tanti luoghi
di lavoro sicuramente emergono dubbi e paure, ma esse
non significano certo il consenso al governo, alla
Confindustria e alla linea di accordo a tutti i costi di
Cisl e Uil. Anzi, se c'è una domanda sullo sciopero, non
è perché la Cgil sciopera, ma perché non scioperano
tutti.
La rabbia e la delusione tra i lavoratori sono enormi e
lo sciopero dà ad esse una prima risposta. Una Cgil che
dopo lo sciopero si accontentasse della mobilitazione e
firmasse ciò che finora è stato respinto porterebbe a
una catastrofe nel rapporto tra lavoratori e sindacati.
Per questo il partito del ritorno a casa della Cgil può
essere sconfitto.
RETE28APRILE Roma, 1° dicembre 2008
Cub - Confederazione Cobas - Sdl intercategoriale
Non pagheremo noi
la vostra crisi
12 dicembre sciopero
generale per l'intera giornata indetto da Cub, Cobas e SdL intercategoriale
Dopo il grande successo dello sciopero generale e l'enorme numero di
manifestanti (500 mila secondo quasi tutti i mezzi d'informazione) in piazza il
17 ottobre scorso, Cub, Cobas e SdL intercategoriale, le tre organizzazioni del
sindacalismo di base e alternativo che hanno stipulato il Patto di Consultazione
permanente, ritengono indispensabile che si giunga ad una seconda giornata di
sciopero generale che esprima la più ampia protesta dei lavoratori dipendenti
pubblici e privati contro la Finanziaria e l'intera politica economica e sociale
del governo Berlusconi.
Cub, Cobas e Sdl intercategoriale intendono anche rispondere positivamente alla
corale richiesta proveniente dall'intero popolo della scuola pubblica (studenti,
docenti, Ata, ricercatori, genitori e cittadini in difesa della scuola) per uno
sciopero generale che sappia raccogliere la spinta del possente movimento in
difesa della scuola e dell'Università pubbliche che oramai da settimane è
incessantemente mobilitato.
Perciò, Cub, Cobas e SdL intercategoriale convocano congiuntamente per la
giornata del 12 dicembre lo sciopero generale di tutte le categorie per l'intera
giornata contro la Finanziaria, i tagli e la privatizzazione di scuola e
Università, per la cancellazione della legge 133 e della 169 (ex-decreto Gelmini),
per usare il denaro pubblico per forti aumenti salariali e pensionistici, per
scuola, sanità e servizi sociali e non per salvare banche fraudolente e
speculatori, contro la precarietà e per l'abolizione delle leggi Treu e 30, per
la sicurezza nei posti di lavoro, per la difesa del diritto di sciopero e il
recupero dei diritti sindacali sequestrati dai sindacati concertativi.
Nella giornata del 12 dicembre le tre organizzazioni manifesteranno a livello
regionale e provinciale, cercando la massima unità con le mobilitazioni degli
studenti e del popolo della scuola pubblica che sarà in piazza in tutta Italia.
Roma, 17 novembre 2008
firma
l'appello a sostegno dei lavoratori
Alitalia in lotta
Le divisioni tra Cgil da una parte e Cisl e Uil
dall'altra non sono ideologiche, ma di contenuto. Cisl e
Uil hanno firmato contratti vergognosi per il Pubblico
Impiego e per il Commercio. Si riempiono la bocca della
necessità di aumentare i salari, ma per i pubblici
dipendenti hanno concordato circa 45 euro di aumento
mensile, che sarebbe più consono chiamare "mancia"; si
riempiono la bocca di diritti e concordano la domenica
lavorativa obbligatoria per il commercio, un settore a
grande manodopera femminile. Sono loro che hanno deciso
di salire sul carro di Berlusconi, cercando un consenso
istituzionale che non viene loro dai lavoratori. La Cgil
si limita a fare il sindacato dei lavoratori e le si
deve rispetto. Sono certa che lo sciopero del 12
dicembre avrà un'adesione massiccia e saranno molti i
lavoratori iscritti alla Cisl e alla Uil che vi
aderiranno.
(15 novembre 2008)
Cgil Funzione Pubblica
«In gennaio sciopero con la
Fiom»
Un nuovo sciopero per i lavoratori del pubblico
impiego in gennaio, e questa volta accoppiato a uno
stop della Fiom, con manifestazione congiunta a
Roma. Lo ha deciso ieri il comitato direttivo della
Funzione pubblica Cgil, che in conclusione ha
comunicato di aver «dato mandato alla segreteria
nazionale della Fp, sulla base dei risultati che
saranno raggiunti dalla vertenza prima della fine
dell'anno, di proclamare all'inizio del prossimo
anno un nuovo sciopero generale della categoria con
manifestazione a Roma, che si svolga, sulla base
della proposta della Fiom, mettendo insieme
lavoratori pubblici e metalmeccanici, sconfiggendo
anche per questa via, il tentativo evidente del
governo di isolare i lavoratori pubblici».
Quanto allo sciopero generale proclamato per il 12
dicembre dalla Cgil, il comitato direttivo della Fp
ha deciso di «aderire e sostenerlo, oltre che per le
ragioni della piattaforma confederale, anche come
tappa della vertenza della categoria»; il tutto,
«secondo le modalità decise e richieste dalle
strutture regionali e territoriali della Cgil».
Per sostenere la complessa vertenza della categoria,
la Funzione pubblica Cgil ha inoltre deciso una
duplice campagna: «Una per la raccolta di 600.000
firme certificate - circa più del doppio degli
iscritti alla Funzione pubblica nei settori pubblici
- per chiedere il referendum sull'accordo
sottoscritto da Cisl e Uil; l'altra per dare
visibilità alla diffusione del lavoro precario nei
servizi pubblici».
Infine, la Fp ha espresso «soddisfazione» per gli
scioperi interregionali svolti nelle giornate del 3,
7 e 14 novembre (Il Manifesto 19 novembre 2008)
Cgil, lotta tra le divisioni
di Andrea Scarchilli
Il
direttivo della Cgil ha accolto la
proposta del segretario Guglielmo
Epifani e proclamato lo sciopero
generale per il dodici dicembre
prossimo. Lunedì la segreteria deciderà
i dettagli organizzativi della protesta,
che sarà comunque di almeno quattro ore.
Sempre lunedì si riunirà anche il
comitato centrale della Fiom che dovrà
decidere se far confluire il proprio
sciopero, fissato per lo stesso giorno,
in quello deciso dalla Confederazione.
All'interno dello stop generale deciso
da Corso Italia anche la mobilitazione
annunciata ma non ancora proclamata
degli statali. La protesta è contro la
manovra finanziaria del governo, la
mancanza di interventi a supporto di
salari e pensioni per fronteggiare la
crisi e a sostegno delle richieste della
Cgil.
A facilitarla, di
sicuro, l'atteggiamento del governo che
organizza incontri con i leader degli
altri sindacati escludendo quello di
Corso Italia. A proposito e in
riferimento al vertice "segreto" di
Palazzo Grazioli tra il governo, la
Confindustria e i segretari di Cisl e
UIl, Epifani ha dichiarato che "il
presidente Berlusconi dimostra così di
non avere alcun rispetto nei confronti
dei suoi interlocutori, quando esprimono
opinioni diverse dalle sue". Sul tema
della crisi, ha proseguito Epifani, "il
governo non prevede momenti formali di
confronto con tutte le parti sociali,
mentre quelli 'riservati' li tiene solo
con alcuni soggetti, escludendo la Cgil,
l'Ugl e tutte le altre rappresentanze di
impresa. Nei confronti della Cgil è un
comportamento particolarmente grave
perché abbiamo inviato al governo e alle
altre parti sociali una piattaforma con
le proprie proposte per affrontare la
crisi . Con questo atteggiamento il
governo esprime, così, la volontà di non
aprire un confronto con la Cgil".
Il dodici dicembre
prossimo, quindi, il sindacato di Corso
Italia combatterà una battaglia
sindacale priva dell'adesione dei due
"cugini" confederali. Ma anche sul
fronte specifico della scuola e
dell'università la triade perde pezzi.
Oggi federazioni ricerca e università
della Cisl hanno revocato lo sciopero
del comparto già fissato per venerdì,
facendo sapere di considerare la
riunione di ieri con il ministro
dell'Istruzione Mariastella Gelmini un
"passo in avanti" che potrebbe aprire
una nuova fase nel confronto con il
governo. "Abbiamo deciso la revoca dello
sciopero indetto per il 14 novembre - ha
affermato Antonio Marsilia, segretario
generale della Federazione Cisl
Università - perché il ministro con il
documento sottoscritto ieri si è
impegnato a modificare alcuni passaggi
importanti della manovra governativa
sull'università e a dare risposte
concrete alle richieste contenute nella
piattaforma per lo sciopero del 14
novembre".
A convincere la Cisl
un documento di impegni (respinto dalla
Cgil) che promette l'individuazione
delle risorse contrattuali per il
biennio economico 2008/2009 (per tutti i
settori); la restituzione dei tagli al
fondo per il trattamento accessorio
(Università/Ricerca); la stabilizzazione
dei precari, l'utilizzo del turn over e
l'ampliamento delle dotazioni organiche
(Ricerca); il reperimento di risorse
aggiuntive per il contratto AFAM (Alta
Formazione artistica e musicale)
2006/2009 e la stabilizzazione per
docenti e tecnici amministrativi precari
del comparto; l'apertura immediata di
specifici tavoli di confronto per
università, AFAM e ricerca per definire
le linee di riforma dei comparti. In
pratica, quanto partorito dalla riunione
governativa di giovedì scorso, quella
che ha partorito il decreto che
anticipa, su alcuni punti, la
discussione generale sull'università,
per la cui riforma l'esecutivo intende
utilizzare lo strumento del disegno di
legge.
La Flc Cgil, invece,
ritiene "del tutto insufficienti" le
proposte fatte dal ministro rispetto ai
comparti dell'Università, della Ricerca
e dell'Afam. Il segretario nazionale
Marco Broccati aveva definito, al
termine dell'incontro avuto con il
ministro, il documento "un insieme
disordinato e assolutamente monco di
questioni che riguardano i contratti di
lavoro, gli organici della ricerca e
poco altro. E' assolutamente vietato
parlare del tema '133' e noi Cgil non lo
sottoscriviamo". Il "133" è il decreto
di fine agosto, quella che ha riformato
le scuole primaria e secondaria e
accolto i tagli stabiliti dalla
Finanziaria. Oggi il segretario generale
Mimmo Pantaleo ha preso rispettosa
distanza dalla scelta dei colleghi della
Cisl: "Ho sempre rispetto delle opinioni
altri ma con la Cisl avevamo definito
una piattaforma: ieri siamo stati
all'incontro con il ministro Gelmini, ne
abbiamo apprezzato la disponibilità al
confronto, ma non ci sono state date
risposte sufficienti per revocare lo
sciopero".
"Per discutere - ha
detto il dirigente della Cgil - bisogna
creare le condizioni necessarie, cioè
togliere di mezzo i provvedimenti
capestro del governo". Ed il fatto che
il Ministero della Funzione Pubblica
oggi abbia fatto sapere che non intende
incontrare i sindacati di Università e
Ricerca per Pantaleo è la conferma che
"il verbale fatto ieri all'incontro con
Gelmini è pura finzione: si confermano
le nostre ragioni dello sciopero". Il
segretario della Flc - Cgil ha accennato
anche all'incontro avvenuto ieri sera
tra il premier Silvio Berlusconi e i
segretari generali di Cisl e Uil: "E'
evidente che il clima generale influisce
anche sulle nostre vicende. Ieri sera è
stata una pagina nera: quella cena aveva
naturalmente il significato di stimolare
spaccatura dei sindacati".
Con la Cgil sta, per
il momento, anche la UIl. Come Pantaleo
anche Alberto Civica, segretario
generale della UIl università, ritiene
insufficienti le garanzie date dalla
Gelmini ai sindacati: "Prendo atto dello
sforzo fatto dal ministro Gelmini ma
purtroppo non è stata in grado di darci
sufficienti garanzie. Lo sciopero non si
fa per motivi ideologici, si fa sul
merito e alla luce dei fatti. Al momento
non ci sono ragioni per revocarlo". (AprileOnline
13 novembre 2008)
Perchè sciopero con la
Cgil
di Remo Rosati
Il
sottoscritto, fannullone del pubblico impiego, ha
scioperato con la Cgil. Il segretario della Uil
Angeletti ha sostenuto che gli accordi vanno fatti.
Aggiungerei "a prescindere", come dice un noto comico
napoletano.
Ora che gli accordi vadano fatti non
ci piove, ma è altrettanto vero che non si può scambiare
un buono accordo per un piatto di lenticchie. La
Pubblica Amministrazione, come la scuola, ha bisogno di
una profonda trasformazione ma, proprio per questo, si
dovrebbe privilegiare l'uso del bisturi a quello della
mannaia.
Come in altri settori, il governo ha
invece scelto la rozzezza e la semplificazione
nell'approccio alle problematiche del lavoro del
pubblico impiego, anticipato da una grande
concentrazione di fuoco sugli operatori del settore
additati come su un postribolo al ludibrio della
collettività.
ll protocollo, siglato dalle altre
sigle sindacali e che fissa la cornice economica
finanziaria entro cui l'ARAN ha il mandato dal governo
di stipulare il contratto vero e proprio comporta in
sintesi quanto segue:
-AL 1 GENNAIO 2009 CI SARA' IL TAGLIO
PREVISTO DELLE RETRIBUZIONI DA 80 A 250 EURO MENSILI PER
I LAVORATORI E LE LAVORATRICI DI TUTTI I COMPARTI
PUBBLICI.
-A GIUGNO, SOLO PER LE FUNZIONI
CENTRALI, CI SARA' IL RECUPERO DEL 10% DEL FUA MA SENZA
CHIAREZZA SULLA DECORRENZA.
-PER IL 2009 E' PREVISTO UN GENERICO
IMPEGNO PER IL RECUPERO DELLE LEGGI SPECIALI SOLO PER LE
FUNZIONI CENTRALI, MENTRE RIMANE STRUTTURALE IL TAGLIO
DEL 20% DAL 01/01/2010.
-NESSUNA RISPOSTA PER I 57.000
LAVORATORI PRECARI CHE AL 1 LUGLIO 2009 SARANNO
LICENZIATI.
-L'AUMENTO DI 70 EURO LORDI IN BUSTA
PAGA, UNA CIFRA MOLTO INFERIORE ALL'INFLAZIONE REALE.
Come si può facilmente capire vi è
una grande contraddizione tra quanto si sta cercando di
fare con la modifica dell''impianto contrattuale, in cui
si propone di privilegiare la contrattazione
integrativa-aziendale rispetto a quella nazionale per
legare gli aumenti retributivi alla produttività, e
l'accordo suddetto in cui la riduzione in maniera
massiccia delle risorse del fondo di amministrazione,
viene simulata con un generico impegno di recupero di
tali somme.
La Cisl, la Uil e la Ucgl, che hanno
sottoscritto l'accordo, anche nella trattativa Alitalia
si erano svincolate dall'unità con la Cgil dimostrando
che non avevano allora un piano di rilancio della
compagnia come ora non hanno un piano di rilancio della
Pubblica amministrazione. In quel contesto ritenevano
che la Cai potesse volare senza un accordo con i piloti
e gli stewart; ora ritengono che la Pa può essere
rinnovata attraverso tagli economici e mancata
stabilizzazione dei precari.
Tutto ciò a fronte di discrasie
organizzative e responsabilità dirigenziali per cui
pagano sempre gli stessi come nel caso della compagnia
di bandiera che ha assistito negli ultimi anni a
scorribande di famelici manager assecondati in tutto e
per tutto da governi compiacenti che non hanno lesinato
vergognose liquidazioni.
Anzichè cominciare dalla riduzione
delle varie e troppe direzioni generali dei Ministeri,
che oltre a creare problemi di coordinamento aggravano
le casse dello Stato per la miriade di dirigenti e
segretari che queste comportano, addossano alla classe
impiegatizia e ai precari -che il Governo Prodi aveva
iniziato a stabilizzare-, i mali e l'inefficienze della
Pa.
Anche questo protocollo d'intesa
dissimula il piano strategico di questo governo che
consiste nel vestire con l'abito di presunte riforme il
tentativo, non tanto celato, di impoverire sempre più il
ceto medio-basso, il quale ha la sua maggiore
rappresentanza nella classe impiegatizia. La stessa
classe che viene ridotta a vero e proprio serbatoio
fiscale a cui ricorrere per garantire entrate certe e
che diventa, con l'accordo, anche l'ammortizzatore su
cui scaricare il deficit pubblico negando un aumento
salariale che almeno tuteli dall'inflazione reale.
Questo mentre si agevola l'evasione fiscale del privato
che approfitta dei tempi per arricchirsi e scaricare sul
consumatore l'onere dell'aumento dei costi, si
colpiscono le categorie del reddito fisso che devono
ricorrere sempre più al credito al consumo per arrivare
alla fine del mese.
Con questo accordo si rinuncia,
anche, all'adozione di lungimiranti politiche economiche
adeguate a contrastare l'incombente recessione del
nostro paese che ha bisogno di incremento della domanda
aggregata anziché di tagli salariali. Purtroppo non solo
è assente una giusta politica redistributiva, come
sarebbe logico aspettarsi da un ministro che si professa
di sinistra, ma addirittura si incrementa il divario tra
classe benestante e classe impiegatizia che occupa i
gradini bassi della condizione sociale. Si aiutano le
banche, si promettono interventi a favore delle imprese,
come vuole la Marcegaglia, anche quelle che hanno
investito negli HUDGE FUND; si parla di detassare gli
utili reinvestiti nelle imprese e non si accenna
minimamente alla produttività del capitale nell'impresa
e i benefici da accordare esulano dall'impiego dello
stesso, quando un basso salario, di converso, ha bisogno
di essere ancorato alla produttività della forza lavoro.
Caro Brunetta io, per quanto mi
riguarda, non condivido assolutamente, per i motivi su
esposti, il suo accordo, tanto meno la sua frase "si va
avanti con chi ci stà", perché denota scarso rispetto
per i corpi intermedi di un democrazia, come d'altronde
ha ampiamente dimostrato il Presidente del Consiglio.
Oggi siamo scesi in piazza con la Cgil per contrastare
il suo disegno
Cgil e Fiom unità ritrovata
da Rotano
La
Cgil non ha rotto l'unità sindacale sulla vicenda del
rinnovo del contratto degli statali e si dice a posto
con la propria coscienza, dopo aver pensato di fare del
tutto per arrivare ad una soluzione condivisa. Il
segretario generale della confederazione, Guglielmo
Epifani, torna sulla firma separata dell'accordo sui
contratti del pubblico impiego. "Non è vero che la Cgil
- ha detto - ha rotto l'unità, è vero esattamente il
contrario. Fino all'ultimo la Cgil si è battuta perché
tutte le organizzazioni tenessero lo stesso
orientamento".
A proposito di Cisl e Uil, Epifani ha sottolineato come
la Cgil non risponderà a tutti gli insulti che le
vengono rivolti perché ha il solo obbligo "di dire la
verità" e di evitare che "questa rottura ci consegni una
logica identitaria. Siamo orgogliosi di noi - ha
spiegato - ma dobbiamo andare oltre noi. Non vogliamo
chiuderci ma rinnovarci. Non abbiamo nemici, non li
avremo e non li vogliamo avere. Se qualcuno fa scelte
diverse dalle nostre lo contrasteremo, ma non è un
nemico". Poi, il segretario generale di Corso Italia ha
ribadito che nel firmare il protocollo, Cisl e Uil hanno
commesso un "errore" perché anche la piazza di ieri
"chiedeva unità". "Noi abbiamo - ha continuato - la
coscienza davvero pulita. Saremmo stati disponibili a
tutti i punti di compromesso per mantenere l'Unità. Ma
non possiamo - ha concluso - accettare una manovra con
cui i dipendenti del pubblico impiego per il prossimo
biennio prenderanno meno della metà dell'inflazione
reale".
Mentre si consuma la frattura tra
Cgil, Cisl e Uil, un'altra si ricompone ed è tutta
interna al sindacato di Corso Italia. Già, perché la
linea scelta dalla Confederazione (dalla riforma del
modello contrattuale alla vicenda Alitalia passando per
il pubblico impiego) ha contribuito a far rientrare la
crisi scoppiata con la Fiom, la federazione dei
metalmeccanici interna alla Cgil da sempre contraria ad
"avvicinamenti" a Confindustria e governo. Il luogo
della "riconciliazione" è stata l'assemblea nazionale
della Fiom organizzata oggi a Roma.
"Fiom e Cgil sono la stessa cosa - ha
detto Epifani ai cinquemila delegati presenti in
assemblea - senza annullare la dialettica staremo in
campo con un disegno condiviso". Il sindacato
confederale, ha continuato il leader della Cgil
rispondendo alle critiche piovutegli addosso da Cisl e
Uil, "non è un sindacato che non fa gli accordi, ma è un
sindacato che ha un'idea e a questa resta attaccato, ha
dei valori a cui resta affezionato". Sulla stessa linea
il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, che
ha aggiunto: "La Cgil, pur con i nostri litigi, pur con
i nostri problemi, rimane l'unica organizzazione di
massa".
Lunedì sciopero generale della
Funzione pubblica del centro Italia, l'assemblea della
Fiom è stata l'occasione per i metalmeccanici della Cgil
di proclamare lo sciopero generale delle tute blu per il
12 dicembre. Una mobilitazione decisa per dire no sia
alla politica economica del governo sulla crisi
industriale in atto che al nuovo modello contrattuale
proposto da Confindustria. "Va respinta la scelta del
governo di indebolire gli ammortizzatori sociali,
privando i lavoratori a rischio disoccupazione
dell'essenziale sostegno al reddito", ha spiegato
Rinaldini, e alla stessa maniera "va respinto l'attacco
degli industriali ai contratti nazionali e alla
contrattazione aziendale, che ha l'obiettivo di
programmare un'ulteriore riduzione dei salari".
Ma è sulla crisi finanziaria che si è
concentrata maggiormente l'attenzione del numero uno
della Fiom. "È una crisi più profonda di quella del
2002-2003, e non sarà breve - ha avvertito Rinaldini. È
in arrivo una marea di Cassa integrazione". Si tratta
quindi "di una vera emergenza sociale che corre il
rischio di essere scaricata per intero sui precari e sui
lavoratori", perciò per affrontarla occorrono strumenti
specifici come l'estensione degli ammortizzatori sociali
a tutto il lavoro dipendente e per tutti i tipi di
contratto. "Non è possibile negare il futuro ai
lavoratori - ha proseguito il leader della Fiom-Cgil -.
Le risorse pubbliche utilizzate per le banche devono
essere utilizzate anche per questo".
Sul fronte fiscale, invece, la Fiom torna a bocciare la
detassazione degli straordinari e dei premi di
produttività concessi dal governo: "È una beffa, una
presa in giro - ha osservato Rinaldini -. Quello che noi
chiediamo piuttosto è l'immediata detassazione della
tredicesima per il biennio 2008-2009 in qualità di
misura straordinaria" nonché "la restituzione del fiscal
drag e la messa a punto di un meccanismo automatico di
definizione delle aliquote per impedire questa truffa
non dichiarata". Sempre sul fronte finanziario, ha
concluso il segretario generale della Fiom, "chiediamo
un'aliquota del 40 per cento sulle stock option, che
sono una truffa legalizzata, l'aumento della tassazione
sulle rendite finanziarie al 20 per cento perché quella
attuale è indecorosa" e anche "un aumento delle risorse
per la Cassa integrazione in deroga per i prossimi due
anni".
D'accordo con Rinaldini il leader
della Cgil: "Lo Stato non è quello a cui le imprese
chiedono un po' di aiuto pubblico per poco tempo e poi
chiedono di continuare a fare da sole" (esplicito il
riferimento al presidente di Confindustria Emma
Marcegaglia), quindi "se Stato deve tornare a essere,
deve essere per tutti, non solo per qualcuno". Ma "lo
Stato deve intervenire per sostenere in modo selettivo
la nostra impresa - ha aggiunto il dirigente sindacale
-. Non chiederemo dei soldi a pioggia", ugualmente però
"lo Stato non può mettere i soldi e coprire le
responsabilità di chi le ha compiute", soprattutto in
questo momento di crisi finanziaria.
"Siamo di fronte alla più grande crisi del dopoguerra e
probabilmente di sempre, in grado di produrre effetti
che non possiamo ancora capire - ha ribadito Epifani -.
Una crisi che non si fermerà al sistema bancario e
finanziario, ma riguarderà anche noi. E i primi a pagare
saranno i precari, poi ci sarà la Cassa integrazione, la
mobilità e la chiusura degli stabilimenti".
Dunque, "per fronteggiare una crisi eccezionale - ha
osservato il numero uno della Cgil - servono misure
altrettanto eccezionali". A questo proposito "ci siamo
accorti che nel primo semestre 2008 l'Irpef è aumentato
di 8,5 miliardi rispetto allo stesso semestre dell'anno
precedente - ha osservato Epifani - e il 70 per cento
del gettito Irpef lo pagano i lavoratori dipendenti e
pensionati". Quindi "noi chiediamo che questo sia usato
per dare una riduzione fiscale sulle tredicesime - ha
annunciato il sindacalista - e allargare la platea dei
pensionati che beneficiano della quattordicesima,
previsto dall'accordo sul welfare". Una misura del
genere, infatti, ha chiosato Epifani, "ridarebbe
ossigeno alle famiglie e restituirebbe ai lavoratori ciò
che è stato pagato in più senza vantaggio".(AprileOnline
3 novembre 2008)
Intervista a Bernocchi- Cobas
Nonostante
la pioggia battente che ha inondato le strade di Roma,
la manifestazione organizzata dai sindacati di base Cub,
Cobas e Sdl nel giorno dello sciopero generale ha avuto
un gran successo. Il corteo che ha sfilato per le vie
della Capitale, partito da piazza della Repubblica alla
volta di piazza San Giovanni, è stato aperto da uno
striscione con la scritta «Tremonti e Gelmini
distruttori della scuola». A sfilare, oltre alle varie
categorie di lavoratori aderenti ai sindacanti di base,
anche i coordinamenti degli studenti universitari e
delle scuole superiori con striscioni e slogan «No alla
distruzione della scuola» e «Il futuro dei bambini non
fa rima con Gelmini». Tra i manifestanti anche una folta
rappresentanza di lavoratori precari, tra cui molti
operatori sanitari
«Uno sciopero riuscitissimo: più della metà delle scuole
sono chiuse contro la politica Tremonti-Gelmini, contro
una filosofia della scuola che appartiene all'800,
contro provvedimenti razzisti di separazione tra
italiani e stranieri, contro un'idea di distruzione di
un'istituzione fondante del paese» afferma Pietro
Bernocchi, segretario nazionale Cobas. Gli organizzatori
parlano di 300 mila manifestanti scesi in piazza, ma al
di là delle cifre, il segnale politico è stato dato,
forte e chiaro: sarà un autunno caldo di lotte.
A sfilare anche i Comunisti italiani, con Gianni
Pagliarini, Manuela Palermi, Fabio Nobile, Marco Rizzo e
Jacopo Venier dell’Ufficio politico del Pdci ed
esponenti della Fgci. «Per contrastare l'attacco ai
diritti e alle tutele del lavoro - afferma Gianni
Pagliarini, responsabile del dipartimento Lavoro del
Pdci - a partire dal diritto alla contrattazione
collettiva, ad una scuola pubblica e ad uno stato
sociale adeguato ed efficace. Per respingere questo
attacco serve una mobilitazione straordinaria che sappia
sviluppare un conflitto sociale in grado di rimettere al
centro la questione del lavoro e della sua dignità, del
salario, della lotta alla precarietà».
Presente al corteo anche Manuela Palermi, direttore del
settimanale rinascita: «Una giornata
importante, il primo sciopero generale contro la
politica di un governo reazionario e che adotta misure
contro i lavoratori con una violenza inedita anche
rispetto al passato. Stare in piazza oggi è anche una
risposta all'aggressione di Sacconi ad un diritto come
quello di sciopero, che dà il senso della civiltà di un
Paese. Un diritto conquistato con le lotte dei
lavoratori, un diritto che ci ha resi liberi e che
nessuno si può permettere impunemente di mettere in
discussione».(www.larinascita.org 17 ottobre 2008)
17 ottobre - Non è che l'inizio
comunicato stampa
ORA DOBBIAMO OTTENERE QUELLO CHE LA PIAZZA HA CHIESTO A
GRAN VOCE!
dichiarazione di Fabrizio Tomaselli coordinatore
nazionale SdL intercategoriale
Una giornata straordinaria quella del 17 ottobre. Un
corteo enorme è sfilato per ben 4 ore per le vie della
capitale sotto una pioggia incessante che non ha
tuttavia smorzato la carica e l’entusiasmo delle
centinaia di migliaia di manifestanti.
E se è difficile dare la cifra esatta dei partecipanti,
ancora più difficile è dare conto della variegata e
ricca presenza di lavoratrici e lavoratori dei tanti
settori del lavoro pubblico, in particolare della
scuola, ma anche di quello privato arrivati a Roma con
pullman, treni e mezzi privati da ogni parte d’Italia.
Una partecipazione che è andata ben oltre i confini
delle organizzazioni (SdL intercategoriale, Cub-Rdb e
Conf. Cobas) che l’hanno promossa.
Un fatto sociale e politico di enorme portata con cui
fare i conti e che non a caso è stato minimizzato dai
mezzi di informazione.
Una marea umana ha travolto e smentito le previsioni di
chi voleva rappresentare lo sciopero del 17 ottobre come
un evento minoritario: una partecipazione corale, una
sintonia di voci e di obiettivi, una straordinaria
partecipazione che ha travolto confini e steccati
incomprensibili di fronte al decisionismo del governo e
ad una crisi economica che si sta per abbattere
inesorabilmente su salari e stipendi già dissanguati
dall’inflazione e dalla mancanza di contratti veri.
Al nostro striscione "Le nostre vite valgono più dei
loro profitti" risponde la piazza degli studenti con
«Non pagheremo noi la vostra crisi».
Un segnale preciso per tutti, compresi i sindacati di
base, che da questa mobilitazione devono trarre una
importante indicazione: superare la frammentazione è
ormai un imperativo categorico, serve ora dare vita
rapidamente ad un soggetto sindacale unitario che
diventi uno strumento aperto, democratico,
intercategoriale che permetta la riaggregazione dal
basso di un mondo del lavoro che le politiche di
Cgil-Cisl-Uil hanno frantumato, deluso e reso
inoffensivo.
La giornata del 17 ottobre ci dice che le condizioni per
provare a risalire al china ci sono! Non è che l’inizio!
Una giornata di sciopero messa a disposizione che in
moltissimi (a partire da studenti, docenti e genitori
impegnati contro il decreto che vuole la morte della
scuola pubblica) hanno utilizzato e fatto - giustamente
- propria. Per rispondere alla ministra Gelmini che non
capisce “il perchè della protesta”, SdL Intercategoriale
è impegnato - e invita tutti ad impegnarsi attivamente -
nel sostenere tutte le mobilitazioni in programma a
livello locale e nazionale.
E’ il momento di rispondere insieme ai provvedimenti del
governo e travolgere le posizioni attendiste e moderate
di chi vuole far rientrare nei ranghi della normalità
una protesta di massa che ha tutti i presupposti per
riuscire a vincere.
Roma, 20 ottobre 2008
contatti: 393.9915844 - 349.4565968
SdL Intercategoriale
via Laurentina 185 - 00142 Roma / tel 06 59640004 - fax
06 54070448
info@sdlintercategoriale.it - www.sdlintercategoriale.it
Sciopero del 17 ottobre - Ufficio stampa PdCI
Oggi è stata un’altra grande giornata di lotta e
mobilitazione contro le sciagurate politiche del governo
e contro i disegni di Confindustria, a dimostrazione dal
fatto che le lavoratrici ed i lavoratori italiani non si
rassegnano al modello di società razzista ed egoista di
questo esecutivo”. E’ quanto afferma Gianni Pagliarini,
responsabile Lavoro del PdCI, che stamane, insieme a
Manuela Palermi, Fabio Nobile, Marco Rizzo e Jacopo
Venier dell’Ufficio politico del PdCI, ha partecipato
alla manifestazione di protesta promossa dal
sindacalismo di base.
“Oggi più che mai - sottolinea Pagliarini - c’è bisogno
di mobilitazione e lotta: da parte di questo governo
classista e autoritario c’è un attacco ai diritti e alle
tutele del lavoro che non ha precedenti e che rischia di
mandare al macero anni e anni di conquiste sociali. C’è
bisogno di lotta e di conflitto sociale - conclude
Pagliarini - a difesa del diritto alla contrattazione
collettiva, ad una scuola pubblica e ad uno stato
sociale adeguato ed efficace, in grado di rimettere al
centro la questione del lavoro e della sua dignità, del
salario, della lotta alla precarietà”.
(www.comunisti-italiani.it 17 ottobre 2008)
Sciopero del 17 ottobre - Anche la Fgci aderisce
La
Fgci aderisce alla piattaforma proposta dai sindacati di
base per la manifestazione del 17 ottobre e sarà in
piazza, a Roma e a Milano, a fianco ai lavoratori
italiani.
Saremo
anche noi in piazza per:
- forti aumenti per salari e
pensioni, introduzione di un meccanismo automatico di
adeguamento salariale legato agli aumenti dei prezzi e
difesa della pensione pubblica - rilancio del contratto
nazionale - difesa e potenziamento dei servizi pubblici,
dei beni comuni, del diritto a prestazioni sanitarie,
del diritto alla casa e all'istruzione;
- abolizione delle leggi Treu e 30 -
continuità del reddito e lotta alla precarietà
lavorativa e sociale;
- sicurezza nei luoghi di lavoro e
sanzioni penali per chi provoca infortuni gravi o
mortali;
- lotta al razzismo che nega diritti
uguali e scarica sui migranti il maggior peso sociale;
- restituire ai lavoratori il diritto
di decidere: no alla pretesa padronale di scegliere le
organizzazioni con cui trattare - pari diritti per tutte
le organizzazioni dei lavoratori - difesa del diritto di
sciopero. (www.fgci.it 15 ottobre 2008)
Lo sciopero del 17 sarà il più partecipato
Bernocchi, «va
costruita una grande alleanza anticapitalista di
soggetti sindacali, politici e sociali»
Per Piero Bernocchi, leader storico dei Cobas, lo
sciopero del 17 ottobre «sarà il più partecipato di
quelli che nella nostra storia abbiamo organizzato e
quella di Roma sarà la manifestazione più grande che noi
abbiamo mai messo in campo. Questo per un convergere di
vari motivi che poi sono legati anche agli obiettivi. Il
primo è la grande mobilitazione della scuola tutta, che
secondo me non ha precedenti per intensità. Mentre con
la lotta alla Moratti si trattò in prevalenza di una
mobilitazione di organizzazione di sindacati, di
associazioni e anche di partiti, stavolta c’è davvero
una risposta popolare perché l’attacco è a tutto campo.
Non è soltanto un attacco di tipo strutturale-economico,
quindi tagli senza precedenti, ma è un attacco proprio a
tutta l’idea di scuola degli anni ‘60 e ‘70. Oserei dire
che vogliono attaccare quarant’anni di lotte e
antagonismo passando per la scuola». Che ne pensi del provvedimento di classi
separate per gli immigrati?
Nessuno ci aveva mai pensato seriamente e dal punto di
vista didattico è una catastrofe: un ragazzo impara
l’italiano solo se sta con gli italiani. In realtà si
vuole dare un segnale di discriminazione, separazione,
disciplinamento generale minaccioso. È un po’ se
vogliamo la trasformazione dei provvedimenti securitari
sull’ordine pubblico trasferito alla scuola. Questo sta
provocando una risposta che va al di là degli addetti ai
lavori, e quindi anche se nella piattaforma dello
sciopero c’è detto no ai tagli, alla maestra unica - al
femminile perché la quasi totalità sono donne, i maschi
sono rarissimi - c’è un qualcosa di più, un rifiuto di
tutta l’impostazione generale, che poi è un impostazione
anche culturale. Si vuole davvero cancellare quarant’anni
di storia, il terrore del ’68 è ancora vivo e credo che
usino la scuola per cambiare e andare verso la deriva
separatista, securitaria, degli ultimi che lottano
contro gli ultimi. Sarà uno sciopero di tutto il mondo della
scuola insieme, dei docenti e degli studenti dalle
elementari all’università?
Sarà una risposta generalizzata. Ci sono i lavoratori
della scuola ma ci saranno in massa gli studenti, ci
saranno gli universitari ma anche i medi. Questa
unificazione non ce l’avevamo mai avuta perché in
effetti si recepisce che l’attacco è globale,
sociale-politico-culturale. Quindi, al di là dei temi
specifici della piattaforma, è proprio tutto il mondo
della scuola che vedremo in piazza il 17. Ma sarà anche lo sciopero di tutto il mondo del
lavoro?
Naturalmente, c’è un elemento che fa sì che questo sia
davvero uno sciopero generale, anche se la scuola sarà
la più presente. È il mutamento di faccia incredibile
che il capitalismo ci offre nel giro di una settimana.
Fino a ieri erano i mercati onnipotenti, e non si poteva
fare niente, non si poteva intervenire sul ruolo dello
Stato, non si poteva contrastare, non si potevano
discutere i contratti né tanto meno Maastricht. Insomma
era tutto etichettato e chiuso, improvvisamente ora nel
giro di una settimana lo Stato diventa addirittura
onnipotente, interviene su tutta l’economia, salva
banche e banchieri ma soprattutto decide tempi e
modalità. Allora il discorso è se i soldi ci sono, se si
possono mobilitare da un giorno all’altro 300, 400, 500
milioni… Si poteva benissimo nazionalizzare l’Alitalia...
Certo. Costava un milione di parti in meno rispetto a
quello che si sta spendendo sul piano internazionale. Ma
allora se si può bloccare Maastricht, se si può sforare
il debito pubblico, se si possono tirar fuori somme che
sono difficili da immaginare fisicamente, com’è
possibile che si distrugge la scuola ulterioremente, si
tagliano ancora i salari e le pensioni, si tagliano i
servizi pubblici. Tutte cose che costerebbero
infinitamente meno. Per fare un paragone, con quello che
hanno investito negli Stati Uniti per intervenire sulle
banche ci si dava lavoro a tutti i cittadini
statunitensi per sette anni. Quindi, quando fai questi
confronti anche chi non segue, chi non fa politica
capisce che si può intervenire, che niente è obbligato.
E, secondo me, questo porta in piazza un sacco di gente,
perché si riapre il discorso su tutto. Banche o non
banche, la questione fondamentale è che i salari sono
allo stremo, oggi la Caritas ci dice che il 25% degli
italiani sono in condizioni di povertà. Lo stanno
dicendo loro, non i Cobas, gli estremisti. E poi c’è la
questione della distruzione dei servizi pubblici. Viene
da chiedersi perché se con una cifra infinitamente
minore di quella con cui salvi le banche puoi rimettere
in piedi la sanità, non si fa. Nella nostra piattaforma
diciamo no alla distruzione della contrattazione
nazionale, diciamo basta con il precariato che non è un
obbligo di mercato, c’è la riapertura del discorso delle
pensioni. I poveracci che sono stati ingannati con i
fondi pensione, oggi si rendono conto della trappola in
cui si sono cacciati e la gente può ricominciare a dire
vogliamo le pensioni come c’erano una volta, quelle
garantite.
Ma anche vogliamo la scala mobile?
Ovviamente la scala mobile. Noi abbiamo raccolto, per
quello che servono con un Parlamento così, le 50 mila
firme per la legge d’iniziativa popolare. Oggi l’idea
che sei protetto a livello di decisioni governative
dalla scala mobile ridiventa attualissima. È un
pacchetto che ieri poteva sembrare il libro dei sogni e
oggi è maledettamente realistico. Sarà uno sciopero per
scuola, la sanità, i salari, le pensioni, la sicurezza
sul lavoro, la precarietà. Lo sciopero sarà un’iniezione
di fiducia sulla possibilità di invertire e contrastare
la tendenza liberista che ha dominato per più di trent’anni.
Come rispondete all’attacco al diritto di sciopero,
lanciato alla vigilia del vostro sciopero generale ma
anche a quello indetto sulla scuola dalla Cgil il
prossimo 30 ottobre? Un attacco ad un diritto
soggettivo, seppur collettivo nell’esercizio, e che
quindi che non riguarda solo i sindacati ma investe
tutta la sinistra.
L’attacco alle libertà sindacali non è un attacco ai
sindacati, ma ai singoli diritti dei singoli lavoratori.
Sono diciotto anni che noi subiamo la completa
trasformazione del diritto sindacale e del diritto di
sciopero. Ricordo che la legge 146 venne fatta nel giro
di un anno dal funzionarato dei sindacati confederali,
dopo la nascita dei Cobas. Nel 1987-88 i Cobas
esplodono, proseguono la lotta nell’ 89 e dimostrano che
si può fare un sindacalismo di non professionisti,
dimostrano che si può usare la lotta e lo sciopero in un
altro modo, con forme di sciopero innovative.
Oggi improvvisamente, dopo quarant’anni in cui se tu
solo parlavi di regolamentazione dei diritti e dei
doveri dei sindacati, tutti gridavano al fascismo,
cambia tutto. E si stabilisce nel giro di pochissimo
tempo che si può fare una legge antisciopero che nei
servizi pubblici toglie l’80-90% delle carte da giocare.
Perché nei servizi pubblici la stragrande maggioranza
degli scioperi che funzionavano e facevano effetto c’è
stata tolta. Possiamo fare solo lo sciopero di un
giorno, al massimo di due giorni consecutivi, poi devi
aspettare altri venti giorni per proclamarlo perché devi
fare tutta la trafila. Il diritto di sciopero è gia
stato ingabbiato. Poi è arrivata la regolamentazione
brutale dei diritti sindacali, la sottrazione dei
diritti veri. I Cobas non hanno neanche il diritto di
assemblea, noi siamo dal punto di vista dei diritti un
sindacato clandestino. Possiamo comparire tutti i giorni
sui giornali ma dal punto di vista strutturale non
abbiamo alcun diritto. Ma in questa partita i principali
protagonisti non sono stati solo i governi, i quali - di
destra o di sinistra - hanno proceduto nella stessa
direzione, stretta regolamentazione del diritto di
sciopero e riduzione drastica dei diritti trasferiti sui
sindacati cosiddetti maggiormente rappresentativi.
Nei fatti cosa significa il ricorso al
referendum? Il disconoscimento del diritto soggettivo di
sciopero?
Quando si dice che per fare uno sciopero bisogna fare un
referendum e avere la maggioranza dei lavoratori dalla
tua parte, sancisci definitivamente che è un diritto dei
sindacati. Diecimila lavoratori di un comparto che non
sono la maggioranza, non possono scioperare.
Il Pdci ha aderito allo sciopero del 17 ed è
stato al tempo stesso tra i protagonisti della
manifestazione dell’11 ottobre. Con la mobilitazione
dell’11 si è messo in moto processo politico, si può
partire da qui per costruire un percorso positivo ed
unitario sul terreno di lotta dei salari, delle pensioni
e del welfare, fermo restando l’autonomia e le
specificità delle diverse realtà sociali, politiche e
sindacali.
Lo sciopero del 17 sarà un evento politico, sociale e
sindacale significativo per la capacità che ha avuto di
mobilitare gente che va al di là di noi. Noi crediamo
che va costruita una grande alleanza anticapitalista in
questo Paese e non distinguiamo in questa alleanza
elementi sindacali, politici e sociali.
Dell’11 ottobre ci sono due elementi qualitativi che
continuano a preoccuparmi anche rispetto al passato. Il
primo è lo sforzo prevalentemente identitario, cioè la
difficoltà a mostrare i luoghi di conflitto e invece
l'insistenza sulla parte più identitaria. Ad esempio, mi
colpisce che Bertinotti sia stato contestato perché ha
detto che il comunismo è superato piuttosto che per la
catastrofe che ha provocato partecipando al governo
Prodi. Quello che mi impressiona è poi che oggi
qualsiasi prospettiva anticapitalista o conflittuale
possa ancora essere legata all'idea di un recupero del
rapporto col Pd. Per noi il Pd è parte integrante della
gestione dell'esistente, non vediamo una differenza
sostanziale fra la politica del Pd e quella del governo.
Oggi possiamo considerare un discorso di forme di
alleanze in chiave non solo anti-berlusconiana ma anche
anti sistema solo con chi ha rotto i ponti col
berlusconismo ma anche con la variante buonista del Pd.
Staremo a guardare cosa fanno i partiti che hanno fatto
la sinistra arcobaleno.(www.larinascita.org 16 ottobre
2008)
RdB Cub - Alziamo la testa, è ora di lottare
venerdì 17 Ottobre
2008 SCIOPERO GENERALE
MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA
ore 9.30 corteo da Piazza della Repubblica a S. Giovanni
Il
governo Berlusconi, in totale assenza di
opposizione ed in sostanziale continuità
con quanto prodotto da Prodi, ha deciso
di sostenere senza riserve le pretese di
Confindustria e del liberismo e sta
pesantemente attaccando i diritti e i
salari dei lavoratori e delle famiglie.
Il carovita non cresceva come oggi da
anni! I prezzi dei principali generi
alimentari di largo consumo sono
aumentati anche del 30%, i continui
aumenti del petrolio hanno fatto
aumentare a dismisura il prezzo delle
bollette e della benzina, mettendo in
ginocchio le famiglie dei lavoratori i
cui salari e stipendi perdono ogni
giorno di più la propria capacità di
acquisto.
Invece di mettere mano a questa vera e
propria emergenza governo e
confindustria – con il sostanziale
assenso di Cgil, Cisl, Uil, Ugl – hanno
avviato una stagione di ulteriore
attacco al salario, al contratto
nazionale, ai diritti e alle speranze
dei precari, ai pubblici dipendenti con
lo scopo di smantellare definitivamente
scuola, sanità, previdenza pubblica, ai
diritti dei migranti e dei senza casa,
di repressione del conflitto sindacale,
di privatizzazioni e svendite di
importanti aziende strategiche per il
Paese.
E’ IN ATTO UN EVIDENTE TENTATIVO
DI CANCELLARE LE CONQUISTE OTTENUTE DAL
MOVIMENTO DEI LAVORATORI NEGLI SCORSI
DECENNI, GRAZIE A LOTTE STRAORDINARIE ED
ENORMI SACRIFICI, E DI AFFERMARE LA
SUPREMAZIA DEGLI INTERESSI DEI PADRONI
RISPETTO A QUELLI DEL MONDO DEL LAVORO
NON POSSIAMO PERMETTERLO!
Nella Assemblea
Nazionale del 17 maggio scorso a Milano
promossa da tutto il sindacalismo di
base, cui hanno partecipato circa 2000
delegati, RSU, lavoratrici e lavoratori,
è stata varata una PIATTAFORMA DI LOTTA
che va sostenuta e imposta ai padroni e
al governo e che sinteticamente propone:
■ forti aumenti generalizzati per salari
e pensioni, introduzione di un
meccanismo automatico di adeguamento
salariale legato agli aumenti dei prezzi
e difesa della pensione pubblica -
rilancio del ruolo del contratto
nazionale come strumento di
redistribuzione del reddito - difesa e
potenziamento dei servizi pubblici, dei
beni comuni, del diritto a prestazioni
sanitarie, del diritto alla casa e
all’istruzione;
■ abolizione delle leggi Treu e 30 -
continuità del reddito e lotta alla
precarietà lavorativa e sociale, con
forme di reddito legate al diritto alla
casa, allo studio, alla formazione e
alla mobilità;
■ sicurezza nei luoghi di lavoro e
sanzioni penali per chi provoca
infortuni gravi o mortali;
■ eguaglianza di diritti per tutti
indipendentemente dalla razza e dalla
religione;
■ restituire ai lavoratori il diritto di
decidere: no alla pretesa padronale di
scegliere le organizzazioni con cui
trattare – pari diritti per tutte le
organizzazioni dei lavoratori – difesa
del diritto di sciopero.
(RdB Cub
Nazionale 24 settembre 2008)
Verso
la sciopero della scuola
Anche Cisl e Uil dicono si
di Andrea Gangemi
La Cgil rompe gli indugi e mentre
avvia le procedure per proclamare lo sciopero
generale, annunciato la settimana scorsa, entro la
fine di ottobre (probabilmente il 31), incassa la
convergenza di Cisl e Uil. La scuola ricompatta il
fronte sindacale. «Nei prossimi giorni cercheremo
tutte le intese unitarie possibili - afferma il
segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo -
per dare voce alle centinaia di iniziative in corso
in tutte le province». «È una decisione opportuna ed
è molto positivo che si sia stata presa
unitariamente» gli fa eco Guglielmo Epifani, leader
della Cgil.
«Se non si vuole questo - annuncia dal canto suo il
segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni
durante la manifestazione dei quadri e dei dirigenti
a Roma - il governo si faccia sentire con un nuovo
programma per la scuola che non è un'azienda, ma che
deve essere un'istituzione al servizio di tutti». La
proclamazione dello sciopero da parte di Bonanni,
aggiunge il leader della Cisl scuola, Francesco
Scrima, «costituisce lo sbocco inevitabile di tutte
le iniziative dei nostri territori per contrastare
l'odiosa manovra del governo». Una manovra che,
sottolinea il sindacalista, «destruttura la scuola
pubblica e mette a rischio il diritto allo studio e
la qualità dell'istruzione; il lavoro e il grande
patrimonio professionale del personale; il futuro
delle giovani generazioni e di tutto il paese». Per
questo anche la Cisl, conclude Scrima, «si adopererà
per raggiungere la più ampia convergenza possibile».
Discorso solo in parte simile quello della più
ritardataria Uil, ultima ad annunciare un percorso
di mobilitazione che «si concluderà, in assenza di
risposte, con lo sciopero generale», avverte il
segretario generale Massimo Di Menna. Il quale,
però, confida ancora nella «verifica che ci sarà
nella prossima settimana con il tentativo di
conciliazione» con l'esecutivo, e aggiunge: «Non si
tratta di una protesta politica ma dell'esigenza di
negoziare».
Proprio quest'ultima posizione sembra corrispondere
meglio agli umori della ministra Mariastella Gelmini,
che agli annunci di sciopero dichiara che «il
governo è pronto e aperto al dialogo con le forze
più riformiste del sindacato», precisando subito che
«certo, su alcune scelte questo esecutivo, che
decide, ha le idee chiare e le vuole mettere in
pratica, ma il confronto per noi - assicura - è
ancora aperto». Anche se sugli 87mila tagli, tema
che sembra stare a cuore anche alla Uil,Gelmini
puntualizza che sono un intervento «indispensabile
per fare quadrare i conti», e aggiunge che «non si
torna indietro perché oggi il decreto è
all'attenzione del Parlamento». La Cisl, invece, per
la ministra deve andare dietro la lavagna «a
riflettere» sulla sua colpa di essersi aggiunta alle
«frange che preferiscono la protesta alla proposta»,
e dunque sull'opportunità di «evitare lo sciopero
generale».
Circa la possibile data del 31 ottobre, la proposta
non viene però dai confederali ma dalla Gilda degli
insegnanti, anch'essa favorevole a una
manifestazione unitaria. «I tempi stringono e ormai
riteniamo che sia l'unico giorno disponibile - fa
notare il coordinatore nazionale Rino Di Meglio -
Non è possibile individuare una data precedente a
causa degli scioperi proclamati da organizzazioni
minori» aggiunge il sindacalista lanciando una
frecciata ai Cobas, che su sciopero generale e data
- il 17 - le idee le hanno chiare già da un pezzo.
«Ma - conclude Di Meglio - non si può in alcun modo
procrastinare ulteriormente un'iniziativa resasi
indispensabile anche alla luce delle ultime
dichiarazioni del presidente del consiglio, Silvio
Berlusconi. La posizione del Governo - chiarisce - è
di totale chiusura nei confronti dei sindacati e, in
queste condizioni, i margini per il dialogo e la
contrattazione sono inesistenti».
Al coro sindacale si aggiunge anche la voce del
segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero,
per il quale il progetto del ministro Mariastella
Gelmini «imbarbarisce il Paese». «Tagliare i soldi
per gli insegnanti di sostegno e per il tempo pieno
- spiega Ferrero - vuol dire distruggere le cose
buone della scuola italiana che è riuscita a essere
un luogo di integrazione per bambini e ragazzi».(Il
Manifesto 5 ottobre 2008)
Orgoglio e intransigenza
di A.S.
E'
stata un successo la prima mobilitazione
della Cgil contro la politica economica
del governo Berlusconi. I primi dati,
diffusi dal sindacato, parlano di una
risposta positiva nei grandi centri:
trentamila manifestanti a Milano e a
Napoli, ventimila a Palermo, diecimila a
Genova. Si tratta ovviamente di numeri
parziali, visto che l'iniziativa
"Diritti in piazza" ha toccato 150
piazze sparse in tutta la penisola e
prosegue nel pomeriggio. L'epicentro
della mobilitazione è la romana piazza
Farnese, dove in mattinata, davanti a
quindicimila persone, ha parlato il
segretario generale Guglielmo Epifani.
Il discorso del leader della Cgil è
capitato in un momento cruciale, a poche
ore dall'esito positivo della trattativa
su Alitalia (in cui il suo sindacato ha
giocato un ruolo chiave) e nel pieno
della battaglia sulla riforma del
sistema contrattuale. In questa partita,
la Cgil si è schierata decisamente
contro la Confindustria, al contrario di
Cisl e UIl che appaiono più orientate a
sostenere la piattaforma presentata
dall'associazione degli industriali, che
sterza decisamente verso la
contrattazione di secondo livello a
discapito del modello nazionale.
ALITALIA
- Non ha proprio resistito,
Epifani, e il sassolino dalla scarpa se
l'è tolto prima di salire sul palco, con
i giornalisti. Dopo giorni di attacchi,
condotti soprattutto dal ministro del
Lavoro Maurizio Sacconi e dal presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi, la
vicenda della compagnia di bandiera si
avvia a concludersi positivamente. A
sbloccare tutto è stato il suo sì,
subordinato alla garanzia di maggiori
tutele per i precari e gli stipendi più
bassi: solo allora la Compagnia aerea
italiana si è rifatta avanti. Lo sfogo:
"Hanno cercato di mettere la Cgil
all'angolo ma non ci sono riusciti".
Adesso Epifani si aspetta qualcosa di
più, qualcosa che giudica legittimo:
"Che chi più ha inveito contro di noi
alla fine riconosca la nostra azione.
Sarebbe un atto di onestà". Il
messaggio, evidentemente, è rivolto
anzitutto a Sacconi, il ministro che,
quando la cordata sembrava aver
rinunciato all'offerta, già dava la
colpa al sindacato di Corso Italia e
alla sua opposizione alla versione
iniziale del piano Fenice. Ma la Cgil,
dice il segretario generale, "in una
situazione di quasi fallimento, ha
dimostrato un atto di responsabilità e
di salvaguardia della dignità dei
lavoratori". Più tardi, dal palco,
avrebbe criticato la latitanza di Gianni
Alemanno dal tavolo delle trattative:
"Avrei voluto un ruolo più deciso da
parte del sindaco di Roma. Che si fosse
battuto con più forza e invece non l'ho
visto". Eppure, a pagare di più il
fallimento di Alitalia sarebbe stata la
città che amministra, visto che
l'indotto dell'aeroporto di Fiumicino
rappresenta uno dei bacini di
occupazione più importanti della
capitale.
SCUOLA
- Presa di mira subito, all'inizio
dell'intervento, la politica del
ministro dell'Istruzione Mariastella
Gelmini. Epifani ha detto, con
decisione: "E' chiaro, io spero che ci
andremo unitariamente, ma se anche così
non fosse, se le cose non cambiano
andremo allo sciopero generale di tutta
la scuola". L'astensione avrebbe lo
scopo di "contrastare le politiche dei
tagli e la controriforma del governo".
L'esecutivo porta avanti una politica
sulla scuola che è sbagliata, a partire
dalla filosofia che la ispira. "Come si
fa - si chiede il leader della Cgil - a
dire che i bambini meno stanno a scuola
e più imparano? Capirei per i liceali e
per gli universitari ma in quale testo
di pedagogia e' stato prelevato questo
concetto? E' questa la funzione della
scuola primaria? Perché distruggerla?".
Già, perché ora come ora "paghiamo di
più per avere di meno e favorire la
sanità e la scuola privata".
PUBBLICA
AMMINISTRAZIONE - Al ministro
Renato Brunetta Epifani chiede anzitutto
rispetto: "Deve avere rispetto per i
suoi interlocutori, per le
organizzazioni dei lavoratori perché,
non sono mance quelle che i lavoratori
chiedono ma diritti e contratti". E poi,
si chiede il segretario , "cos'è questa
idea di Brunetta di voler dare i soldi
da solo, come dice lui? Vuole fare nello
stesso tempo sia il ministro sia il
sindacalista?". Sulla sanità, invito
accorato al governo: "O dai alla Regione
Lazio ciò che hai pattuito sul ripiano
del deficit della sanità, perché sono
cinque i miliardi di euro che mancano
all'appello, oppure qui nel Lazio la
situazione precipita".
EMERGENZA ECONOMICA -
Il segretario generale della Cgil si
appella a Palazzo Chigi, perché metta in
campo un radicale mutamento delle
politiche fiscali e sociali: "Governo
svegliati, perché il Paese sta perdendo
colpi e l'occupazione sta andando
indietro". Due i punti critici:
"Occupazione e crisi industriale".
Epifani ricorda che "con questa
inflazione, a parità di salario, un
lavoratore dipendente pagherà quest'anno
300 euro in più di imposta Irpef. Altro
che abbassare le tasse, qui pensionati e
lavoratori pagano più tasse dello scorso
anno. Cosa aspetta il governo a dare una
risposta? Perché non restituisce il
drenaggio fiscale e aumenta il potere
d'acquisto dei salari?". Certo, aggiunge
Epifani, possono ancora dire "abbiamo
detassato gli straordinari. Ma che
risposta è questa quando nella realtà le
persone perdono il posto di lavoro e
vanno in cassa integrazione? Che
politica industriale è? Che politica
sociale è?". Oggi "chi sta peggio paga
più tasse mentre coloro che stanno
meglio continuano a fare sempre meglio".
CONTRATTI
- Conclusa la battaglia su Alitalia, è
appena cominciata la trattativa con
Confindustria per la riforma del sistema
contrattuale. Dal palco Epifani torna a
puntare il dito contro la proposta
dell'associazione di Emma Marcegaglia
perché, dice, determinerebbe per i
lavoratori una perdita di salario reale
dello 0,5% l'anno, che equivale all'8%
in 15 anni.
Il leader della Cgil annuncia che "un
accordo adesso è più difficile". Il
documento di Confindustria, aggiunge,
"per noi proprio non va bene, gli
ultimatum si sono rivelati fino ad ora
inefficaci" . L'opposizione è motivata
così: "E' un documento un po' pieno di
sanzioni e di divieti, un documento che
potremo definire con una parola forte un
po' sovietico. Io ho sempre immaginato
diritti e doveri nella contrattazione",
mentre adottando la proposta di
Confindustria sulla base dell'inflazione
programmata "il risultato sarebbe stato
che i lavoratori avrebbero perso di più
di oggi, mentre per noi devono
guadagnare di più. Siamo d'accordo su
tutto - conclude Epifani - purché il
risultato finale sia di segno più per
tutti. Altrimenti la riforma dei
contratti non funziona".(AprileOnline 28
settembre 2008)
Le piazze della Cgil
di Lorenzo Mazzoli*
Le
piazze della CGIL e la mobilitazione
unitaria del Pubblico Impiego non sono
in contraddizione. Diciamolo con
chiarezza: il Governo sta mettendo il
Paese con le spalle al muro e per questa
via tenta di indebolire l'iniziativa ed
il ruolo sindacale oltre che a
delegittimare qualsiasi alito di
opposizione.
Siamo di fronte ad una realtà che
scivola, che frana, per meglio dire,
verso una società divisa,
corporativizzata, in cui chi governa
comanda e chi non condivide le scelte e
l'arroganza con cui le stesse vengono
assunte deve tacere. Non si deve
disturbare il grande manovratore.
Il punto
drammaticamente prioritario, dunque, è
proprio questo: ripristinare la
dialettica democratica, il confronto,
fare dell'azione dei corpi sociali il
sangue vitale della vita democratica. Un
Paese in cui le voci vengono represse,
tranne quelle che inneggiano il
vincitore, è destinato a regredire nei
suoi valori, nel senso comune.
Indebolisce i legami, impoverisce le
soggettività generose per trasformarle
in individualismo che guarda il proprio
ombelico e lo scambia per il mondo.
Non è capitato per
disgrazia, ci sono delle responsabilità
politiche enormi del centro sinistra,
per aver smarrito nel tempo la bussola
riformatrice per il lavoro buono, per
uno stato sociale inclusivo, per
l'universalità dei diritti, per un'equa
redistribuzione della ricchezza. Si è
abbandonata la strada dei valori chiari
e delle priorità conseguenti per
incanalarsi in una via in cui è venuta
ad affermarsi una modernità ideologica,
tanto ideologica che ci sta portando ad
un regime aristocratico.
Bisogna avere la
forza per ridefinire i fondamentali, per
indicare una strategia credibile ed
unificante anche per contrastare nel
merito le scelte di Governo e
maggioranza. Non rassegnarsi
all'esaltazione istituzionale del chi
vince governa fin quando non cambia
maggioranza e nel mezzo non c'è nulla.
Le persone devono partecipare alla vita
democratica sempre, non a fasi alterne.
Non ci può essere torpore, perché al
risveglio si rischia di non trovare più
la democrazia.
Ecco perché è importante l'iniziativa
sindacale di queste settimane.
Bisogna essere
consapevoli delle difficoltà tra CGIL
CISL UIL perché ci sono opzioni diverse
su questioni specifiche, ma anche una
visione più articolata su materie di
fondo. Alitalia e soprattutto il Modello
contrattuale rappresentano questioni
sulle quali si confronteranno visioni
non omogenee tra le organizzazioni
sindacali ed il confronto dirà se sarà
possibile la sintesi, ovvero si
registreranno opinioni diverse.
Abbiamo il dovere di tentare tutte le
strade per evitare la divisione perché
il mondo del lavoro è più forte quando
CGIL CISL UIL sono unite, ma a nessuno
si può chiedere di rinunciare alla
propria storia ed alla propria
strategia. Le ragioni della CGIL sono
note su Alitalia, sul modello
contrattuale, sulle decisioni del
Governo in tema di economia, finanza,
stato sociale. Sono per ciò
inaccettabili i tentativi di isolare la
CGIL.
Il 27 settembre la
CGIL sarà in 100 piazze per dire no alla
manovra economica e finanziaria del
Governo perché sbagliata per lo sviluppo
del paese e negativa per i cittadini ed
il mondo del lavoro. La riuscita di
queste manifestazioni è
straordinariamente importante perché è
necessario dare un segnale forte al
Governo ed allo stesso tempo infondere
fiducia a quei milioni di persone che
guardano la CGIL come baluardo in difesa
dei diritti, soprattutto di quelli più
deboli. Così come è importante quanto si
sta facendo sul terreno unitario per ciò
che riguarda il lavoro pubblico.
A luglio ed agosto oltre duecentomila
persone si sono mobilitate contro
l'attacco del Governo al mondo del
lavoro che opera nelle pubbliche
amministrazioni. Dal 22 settembre al 17
ottobre, quando si svolgerà un grande
attivo nazionale di quadri sindacali ed
RSU l'iniziativa continua perché è
necessario arginare l'ondata con la
quale si intende sommergere i servizi
pubblici ed indebolire il sindacalismo
confederale.
L'ultimo Consiglio
dei Ministri ha aggravato le norme già
contenute nel DL 112/08 (ora Legge
133/08) ed ha radicalmente messo in
discussione le relazioni sindacali a
fronte di decisioni unilaterali
addirittura in materia di erogazione di
risorse alle lavoratrici ed ai
lavoratori. Si nega il contratto e si
somministra elemosina. Un bel passo
indietro... verso il baratro. E non
possiamo biblicamente perdonarli perché
sanno quello che fanno!
*Segretario Nazionale FP CGIL (AprileOnline
26 settembre 2008)
Alitalia, capitani in fuga
di Andrea Scarchilli
Alitalia,
pesante buco nell'acqua. La Compagnia
aerea italiana, lanciato l'ultimatum di
ieri e avuta in risposta una
controproposta sindacale unitaria
(esclusi Cisl, Uil e Ugl che hanno
accettato senza riserve il piano
industriale nel corso dell'incontro di
ieri) si è tirata indietro all'istante.
Non un parere contrario da parte da
parte dell'assemblea dei soci. Per la
compagnia di bandiera adesso si apre un
futuro immediato incertissimo.
La Cgil, alla fine,
ha scelto di fare fronte comune con i
cinque sindacati autonomi (Anpac, Anpav,
Unione piloti, Sdl e Avia) e
all'ultimatum lanciato da Roberto
Colaninno ha risposto con una
"controproposta" a sei. Punti salienti.
Richiesta di dilazione, anche di "tempi
brevissimi", per risolvere la questione
contrattuale, che le sei sigle
propongono di affrontare singolarmente
per ognuna delle tre categorie: piloti,
assistenti di volo e lavoratori di
terra. Cgil e autonomi si sono da subito
dichiarati a favore di un accordo
contrattuale sul modello di quelli di
Lufthansa, Air France e Iberia. Ci
vuole, comunque, più tempo e voce in
capitolo, come prevede il quadro posto
come riferimento, la contrattazione
tradizionale in cui Confindustria e
sindacati negoziano costi e condizioni.
No di fatto alla bozza messa a punto
dalla Cai, del quale si condivide solo
l'impostazione a compartimenti stagni,
suddivisa in tre settori sulla base
delle professionalità. Le sei sigle
chiedono poi che si parli di esuberi
solo dopo la messa a punto di un accordo
complessivo (che comprenda, ovviamente,
anche i contratti). Richiesta che è
suffragata dal "favorevole trend del
prezzo del carburante", che dal giorno
della prima stesura del piano Fenice a
oggi è diminuito del trenta per cento.
L'assemblea della Cai
(accolta da fischi e contestazioni) si è
aperta subito con l'ipotesi del ritiro
dell'offerta, a cui tutti i soci,
evidentemente, erano pronti.
L'ufficialità sarebbe arrivata solo in
seguito, ma il segretario generale della
Cgil Gugliemo Epifani aveva già mandato
(alle 14) una lettera a Colaninno,
chiedendo la prosecuzione della
trattativa (la scadenza ufficiale
dell'offerta Cai è alla fine del mese) e
confermando "la nostra adesione e la
nostra firma all'accordo quadro concluso
nella notte di domenica. Ritengo che
l'adesione pressoché generale che oggi
si registra su quel testo sia anche il
segno di come un confronto serio sul
merito avrebbe potuto e potrebbe ancora
allargare l'area del consenso". Un modo
per smarcarsi dalla difficile situazione
in cui il leader della Cgil si è
trovato. Come a dire, il mio no non è
come quello dei piloti, chiedo più tempo
per mettere dentro quanti più lavoratori
possibile e non creare un precedente
pericoloso sul versante della
contrattazione nazionale, proprio nel
momento in cui è sul tavolo di
Confindustria e sindacati la riforma del
sistema. Il presidente del Consiglio,
nel frattempo, già sparava a palle
incatenate parlando di "responsabilità
dei piloti e della Cgil" e di "baratro"
ancor prima che Colaninno e i suoi si
tirassero indietro. Epifani ha invitato
Silvio Berlusconi "ad assumersi le
proprie responsabilità, invece di
cercare capri espiatori". Il comunicato
della Cai, con il ritiro ufficiale
dell'offerta, è arrivato nel bel mezzo
del botta e risposta, intorno alle 17 e
30, con l'unanimità dei consensi da
parte dei soci: si sapeva che Colaninno
non era disposto a proseguire senza il
sì della Cgil. I piloti e gli autonomi
già avevano cominciato ad organizzarsi
per garantire la continuità del
servizio.
Le agenzie hanno
diffuso, subito dopo il ritiro ufficiale
della cordata, le dichiarazioni
infuocate dei leader sindacali che si
erano schierati da subito con governo e
cordata. Prima il segretario della UIl
Luigi Angeletti: "Siamo di fronte ad una
catastrofe sociale per i lavoratori di
Alitalia, per i quali nei prossimi
giorni non si parlerà più di condizioni
di lavoro ma di posto di lavoro". E', ha
aggiunto Angeletti, anche una catastrofe
sindacale: "Mi ricorda la vicenda Fiat
di trent'anni fa". Il settore piloti del
suo sindacato (400 iscritti
complessivi), subito dopo, ha accusato i
colleghi di Anpac e Up: "Il buon senso è
certamente mancato nei vertici di Anpac
ed Unione piloti i quali, dopo aver
scatenato una guerra fratricida tra i
piloti, ora dovranno assumersi il peso
di una situazione che li vede fortemente
responsabili". La leader dell'Ugl,
Renata Polverini, ha cominciato a
parlare di fallimento, distribuendo
anch'ella, implicitamente, gli alibi e
le colpe: "E' chiaro chi ha operato
nell'esclusivo interesse dei lavoratori
di Alitalia e chi invece ha preferito
sottostare ad altre logiche, mettendo
una pietra tombale sull'ultima
possibilità concreta di salvare
l'azienda". Sulla stessa linea il
segretario della Cisl, Raffaele Bonanni:
"Sono costernato. Si è voluto giocare
alla roulette russa e ogni volta che si
gioca alla roulette russa è previsto che
parta un colpo. Il colpo è partito. Ora
per la responsabilità di pochi
pagheranno in molti".
Dettagli sul futuro
del gruppo Alitalia e dei suoi
dipendenti li ha forniti il ministro del
Lavoro. Non è certo allegro, lo scenario
prospettato da Maurizio Sacconi: "Per i
lavoratori interessati e per il Paese,
si apre la strada che porta al
fallimento di tutte le società del
gruppo Alitalia, perché il commissario
ha una limitata liquidità ed ha il
vincolo della migliore tutela dei
creditori per cui è probabile sarà
obbligato ad avviare le procedure per la
messa in mobilità dei dipendenti.
Purtroppo, ancora", ha concluso il
ministro, "il venir meno degli accordi
fa cadere il rifinanziamento dello
speciale fondo per i lavoratori del
trasporto aereo (che integra gli
ammortizzatori sociali fino all'80% del
loro reddito), che allo stato delle cose
è risultato avere una modestissima
capienza". Dunque, si concretizza la
recente minaccia berlusconiana: O
accordo, o niente tutele. Qualcuno,
tuttavia, continua ad auspicare
l'entrata in campo di un investitor
straniero, ma allo stato attuale si
registra solo il "no comment" di
Lufthansa. I Cub chiedono la
nazionalizzazione.
Ad alto tasso di
polemica il confronto politico. Tra i
primi a sferrare l'attacco, il
presidente del Consiglio in persona. "Ci
sono responsabilità della Cgil e dei
piloti. E ci sono anche responsabilità
politiche", ha detto. A fargli eco, lo
stesso Sacconi: "il ritiro - ha accusato
- è la logica conseguenza dell'assurda
posizione ostruzionistica assunta dalla
Cgil in alleanza con le sigle autonome
di piloti e assistenti". Ricostruzioni
che in serata, in una conferenza stampa,
il segretario del maggiore sindacato
italiano ha tentato di scardinare, nel
merito e nel metodo, un negoziato per
certi aspetti storico e senza
precedenti. "Non ho mai visto - ha detto
Epifani- una trattativa in cui ogni
giorno c'è un ultimatum e tra un
ultimatum e l'altro non si lavora sui
problemi". Anche sul merito c'è poi un
dissenso radicale. La Cgil, ha
ricordato, ha espresso sul piano di
salvataggio di Alitalia "una
sottoscrizione inequivoca per le parti
di sua rappresentatività", ma per quanto
riguarda piloti e assistenti di volo,
non poteva prendere una posizione "per
un problema di democrazia sindacale"
perchè "decide il 51% dei lavoratori" e
le sigle confederali, tutte insieme,
"hanno una rappresentatività di gran
lunga al di sotto di questa
soglia". Scaricare sulla Cgil il
fallimento dell'intesa, ha concluso
Epifani, "sa di ideologia e di non
rispetto della verità".(AprileOnline 19
settembre 2008)
Clicca e firma la petizione
La cura Sacconi al Welfare che fu
Sindacati. Sul modello contrattuale si giocano l’unità
Anche
a leggerlo in pillole il libro verde del ministro
Sacconi non fa una buona impressione e ancora peggio la
fanno le notizie di questo ultimo scorcio d’estate: dal
pesante ricorso alla cassa integrazione degli ultimi
mesi rilevato dalla Cgil, agli ammortizzatori sociali in
casa Fiat, agli esuberi in Alitalia fino alle picconate
di Raffaele Bonanni al sindacato unitario.
Cominciamo dal libro verde, quello
che tra tre mesi, una volta terminate le consultazioni
con istituzioni e cittadini, darà la stura al futuro
modello sociale. A pagina 9 si legge: «Per incrementare
drasticamente i tassi di occupazione regolare,
soprattutto dei gruppi più svantaggiati, è ancora
plausibile sviluppare una onerosa politica di pura
incentivazione economica che non tiene conto dei
penetranti disincentivi normativi e burocratici che
tanto incidono sulla vitalità di un mercato del lavoro
che, oramai, è diventato adulto e che non tollera più
una visione repressiva incentrata sulla patologia come
regola? Per creare maggiori e migliori posti di lavoro
non serve piuttosto, e prima di tutto, una robusta
semplificazione e de-regolazione delle regole di
gestione dei rapporti di lavoro?» Questa è una delle
numerose domande strutturate in modo da ottenere una
risposta affermativa. Piccole trappole del marketing,
che l’attuale governo conosce molto bene, ma la domanda
chiarisce il futuro: siccome il mercato del lavoro è
adulto e non tollera più le regole, per incentivare il
lavoro regolare bisogna de-regolarizzare la gestione dei
rapporti di lavoro ormai patologici. La sostanza è
sempre la stessa flessibilità, precarietà.
A maggio i sindacati confederali
avevano approvato le linee guida per un nuovo modello
contrattuale che dovrà sostituire quello del ‘93. In
Cgil il dibattito fu complesso e non mancarono gli
strappi. La settimana scorsa al meeting di Comunione e
liberazione il ministro, in conferenza stampa con il
leader della Cisl, ha affermato: «L’accordo (sul nuovo
modello contrattuale) dovrà essere raggiunto entro
settembre in quanto è la premessa per confermare per il
prossimo anno la detassazione al 10% del salario di
produttività» e il leader della Cisl, Raffaele Bonanni,
ha citato un dato dell’ufficio studi del suo sindacato
che quantifica le facilitazioni in 2,7 miliardi all’anno
e quindi, «La Cisl vuole chiudere a tutti i costi entro
settembre. Voglio proprio vedere - ha aggiunto - chi si
metterà contro. Chi lo farà si prenderebbe una grave
responsabilità di fronte al paese». Per la Cgil ha
replicato Susanna Camusso neo segretaria confederale:
«E’ stata una operazione di pura impronta mediatica che
danneggia il negoziato. Ci siamo lasciati il 31 luglio
con l’idea di studiare un indicatore previsionale
dell’inflazione che recuperasse potere d’acquisto senza
alimentare inflazione e su cui Confindustria si è
impegnata a presentare una nuova proposta. Mi sembra
dunque difficile ora - ha commentato la sindacalista -
giudicare a priori positiva una cosa che non si conosce
e non si conoscerà fino al 2 settembre». Confindustria
si gode lo spettacolo e Tremonti intanto ha fissato
l’inflazione programmata all’1,7% mentre quella reale
galoppa oltre il 4.
Uno studio del dipartimento settori
produttivi della Cgil ha riguardato il trend del ricorso
alla cassa integrazione. Nel mese di maggio si è
registrata una forte impennata: sono state infatti oltre
16 milioni di ore (+ 4milioni rispetto ad aprile)
equivalenti a circa 2 milioni di giornate lavorative. Le
regioni più colpite sono la Lombardia, il Veneto, il
Friuli, le Marche, la Puglia (dove l’incremento è stato
superiore al milione di ore). Secondo i calcoli
dell’osservatorio, le ore perdute corrispondono a
383.498 persone che non lavorano per un mese intero alle
quali sarà corrisposto solo l’80 per cento dello
stipendio. Rispetto a maggio dello scorso anno l’aumento
delle ore di cig è di quasi 3 milioni.
Anche Fiat non si smentisce nel
ricorso alla cassa integrazione. Nonostante i risultati
nettamente positivi del gruppo nel secondo trimestre
presentati pomposamente a luglio, la sta utilizzando in
quasi tutti gli stabilimenti. A Mirafiori ad esempio,
quattromila dipendenti sono in cig per 4 settimane (una
al mese) e lo stabilimento riaprirà l’8 settembre invece
che l’1. La “cura” Marchionne prevede anche un’eventuale
sospensione del rinnovo dei contratti a termine e uno
stop temporaneo della produzione in alcuni impianti
qualora ciò fosse “richiesto dalle condizioni di
mercato”.
E’ anche peggiore la situazione dei
lavoratori di Alitalia che presto sapranno se davvero è
realizzabile l’assorbimento degli esuberi incentivato da
un bonus fiscale alle imprese, come ventilato dal
governo, oppure se si prospetta anche per loro un futuro
di ammortizzatori sociali.
A completare il panorama poco roseo
del lavoro in Italia ci ha pensato anche l’Istat che ha
fatto il punto sulla demografia delle nuove imprese nate
nel Belpaese. Il tasso di natalità, cioè il rapporto tra
il numero di nuove nate e il totale delle imprese
attive, è stato pari al 7,1%, il valore più basso degli
ultimi sei anni (nel 2005 era al 7,8%). Imprese quindi
che soffrono e industria che approfitta a piene mani del
soccorso di Stato. A quanto pare nonostante la
redistribuzione del reddito (Pil) in Italia sia di 10
punti inferiore al resto d’Europa, nonostante le
elargizioni del governo Prodi col cuneo fiscale e la
detassazione degli straordinari ad opera del governo
Berlusconi, il nostro capitalismo fatica ad arrivare
alla quarta settimana. E allora quale strada migliore
che smantellare lo stato sociale?(La Rinascita della
sinistra 5 settembre 2008)
Il bivio della Cgil
di Loris Campetti
Il
12 settembre la Confindustria presenterà a Cgil,
Cisl e Uil la sua proposta per un nuovo sistema
contrattuale, quattro giorni prima si riuniranno i
segretari generali delle categorie della Cgil e il 9
sarà la volta del direttivo Cgil. La piattaforma
delle tre confederazioni, dice Gianni Rinaldini, «ha
come obiettivo un accordo unico per un modello
contrattuale valido per tutti i lavoratori, il che
presuppone una trattativa che metta allo stesso
tavolo tutte le organizzazioni padronali, i
sindacati e il governo. La presenza del governo è
centrale perché la revisione della struttura
contrattuale definita nel '93 non può che procedere
di pari passo con le politiche pubbliche su fisco,
prezzi e tariffe». Infine, nella piattaforma Cgil,
Cisl e Uil che pure ha aperto problemi in corso
d'Italia per il metodo poco democratico in cui è
stata costruita e per il merito, si chiede «una
riduzione della pressione fiscale su lavoratori
dipendenti e pensionati». Il segretario generale
della Fiom è molto preoccupato per la piega che sta
prendendo la trattativa e per quel che è già
avvenuto sul versante del governo negli ultimi due
mesi.
Certo il governo non è
rimasto neutrale, né può essere accusato di inedia.
Cos'è cambiato, Rinaldini?
Il governo ha attuato unilateralmente la
deregulation totale del lavoro peggiorando la legge
30 che prevede un massimale di 13 ore giornaliere e
almeno un riposo settimanale di 24 ore. Per non
parlare della precarietà, o della detassazione degli
straordinari e dell'intervento unilaterale sui premi
di risultato in cui il salario lo si vuole vincolato
alla produttività e redditività dell'impresa. Il
governo sta poi smantellando la normativa sulla
sicurezza e vuole ridurre da tre a un anno i
benefici pensionistici per i lavoratori «usurati».
Infine, dopo aver montato la canea contro i
lavoratori pubblici fannulloni, pretende di fissare
l'inflazione programmata tra 1,5 e 1,7%, quando
quella reale viaggia sopra il 4%. E intanto cala la
mannaia sullo stato sociale, scuola e sanità in
primis , e viene rispolverato lo strumento odioso
dei licenziamenti come è avvenuto a Genova per i
ferrovieri o ai danni dell'Rls Dante De Angelis. Ti
basta?
Eppure Cgil, Cisl e Uil
continuano a trattare soltanto con Confindustria,
come se le controriforme del governo non fossero
organiche al nuovo sistema contrattuale...
Nonostante questo contesto inquietante abbiamo
proseguito gli incontri, e ora dobbiamo sapere che
la trattativa sta entrando in una fase stringente.
Ho l'impressione che Cgil, Cisl e Uil intendano
arrivare ad un accordo con la sola Confindustria,
altrimenti sarebbe stato già dichiarato lo stato di
crisi del confronto. Non sarebbe accettabile un
«accordo minimo» con quest'unico soggetto, su
livelli inflattivi inaccettabili e sulla durata dei
contratti che si vorrebbe triennale. Sarebbe come
stracciare la piattaforma confederale su cui pure ci
sarebbe molto da dire, e qualcosa abbiamo detto.
Che significato avrebbe
un accordo solo con una parte dei padroni privati?
Sancirebbe la fine del sistema universale che era
l'obiettivo della piattaforma, sostituito da sistemi
contrattuali differenziati dei pubblici, dei
privati, degli artigiani, del commercio. Si
determinerebbe una situazione rovesciata rispetto
agli accordi del '93, che comunque avevano anche il
governo come attore attraverso interventi su fisco e
tariffe finalizzati. Una scelta come quella che si
ventila ora lederebbe l'autonomia del sindacato.
In che senso? Il governo potrebbe far diventare
strutturali gli interventi su strordinari e premi di
produzione, in ossequio al noto principio secondo
cui per guadagnare di più bisognerà lavorare più
ore, magari attraverso un accordo con parte dei
sindacati, mentre la Cgil, firmato unitariamente
l'accordo con Confindustria, potrebbe esercitare
un'opposizione solo politica, senza alcuna
conseguenza pratica. Così cambierebbe la natura del
mio sindacato.
E alle categorie della
Cgil che ruolo resterebbe?
E' incredibile e fuori dalla storia della Cgil che
si porti avanti una trattativa di questo genere
senza coinvolgere le categorie. E' inconcepibile che
si discuta di fatto dei contratti dei metalmeccanici
senza coinvolgere i metalmeccanici. Ma sia chiaro
che, se si vorrà procedere su questa strada, nessuno
potrà pensare di sfilare i contratti dalle mani
delle categorie. Sarebbe inevitabile un referendum,
garantito democraticamente e con l'espressione
libera delle diverse posizioni. E non ci si venga a
parlare di rispetto delle regole della Cgil, dato
che si tratta su una piattaforma che i
metalmeccanici non hanno potuto votare e che oggi,
peraltro, non esiste più.
Cosa dovrebbe fare la Cgil?
Proporre subito l'apertura di un tavolo con tutti i
soggetti contrattuali e, al tempo stesso, stabilire
i livelli di mobilitazione contro il governo e
contro la Confindustria.
In poche parole dici che l'accordo minimo
con la Marcegaglia sarebbe una truffa?
Chi sostiene in Cgil le sue tesi sulla base
dell'importanza della confederalità, dovrebbe
rendersi conto che una scelta come quella che sto
paventando liquiderebbe la confederalità, nel
momento stesso in cui si fosse deciso di cancellare
il sistema contrattuale universale.
Entrando nel merito
dell'unica trattativa esistente, quali sono gli
orientamenti padronali?
Confindustria propone che il calcolo dell'inflazione
venga fatto sulla media degli ultimi tre anni. Nel
meccanismo di calcolo, sembra di capire, si potrebbe
depurare dello 0,5-0,6% la componente inflattiva
importata, cioè quella determinata dai costi delle
materie prime. Facendo un calcolo a spanne, ciò
comporterebbe una perdita salariale anche di 400
euro al mese. Stiamo andando verso una recessione
paurosa, con un governo che interviene solo con la
pressione sul mercato del lavoro, sulla sicurezza,
con il federalismo fiscale. E' in atto una politica
contro il lavoro dipendente che ha due protagonisti,
il governo e una Confindustria che marcia alla
conquista di un obiettivo dichiarato: la
personalizzazione dei contratti. Il combinato
disposto, accompagnato dai tagli su scuola e sanità,
determinerà un salasso nella vita della gente. Lo
sai che già oggi il 20-25% dei metalmeccanici ha il
salario impegnato dai debiti? La Fiat ha già
annunciato che nel 2009 prevede un calo di 350 mila
vetture, cresce di altre due settimane la cassa
integrazione a Termini Imerese e la busta paga
scenderà dagli 800 euro al mese attuali, a 600 euro.
Non ce n'è abbastanza per
indire uno sciopero generale? Dirimente è il merito, la definizione di
una posizione netta e autonoma della Cgil. Il
pubblico impiego va verso uno sciopero generale
unitario, la confederazione deve definire linea,
percorso, mobilitazioni di massa. In quest'ordine.
(Il Manifesto 5 settembre 2008)
Contratti - La trattativa
La trattativa tra sindacati
confederali e Confindustria sulla riforma del modello
contrattuale è partita a giugno scorso. Sulla base della
piattaforma siglata unitariamente dai leader dei tre
sindacati confederali (Epifani, Bonanni e Angeletti) -
contratto nazionale minimo e aumenti salariali legati
alla produttività e redditività d impresa e approvata in
fretta e furia, e senza discussione, dai direttivi delle
confederazioni. Le parti hanno iniziato a discutere a
partire dal nodo dell indice inflattivo a cui ancorare
il rinnovi dei contratti nazionali. Proprio sull
inflazione la trattativa si è ben presto arenata, di
fronte alla pretesa degli industriali di depurare l
inflazione stessa dalla sua componente «importata», e
determinata dai prezzi di energia e materie prime. Cisl,
Uil e Confindustria premono per una conclusione della
trattativa entro il 30 settembre.
Venerdì prossimo Confindustria presenterà, al tavolo, la
sua piattaforma. Nel frattempo, il governo ha
confermato, per quanto riguarda i dipendenti pubblici,
un indice di inflazione all 1,7% quest anno e all 1,5%
nel 2009 (quando quella certificata dall Istat viaggia
attualmente al 4%). Mentre per quanto riguarda il
commercio (tra sindacati e Confcommercio si sarebbe
dovuta aprire una trattativa analoga a quella in corso
con Confindustria) a luglio scorso c è stato l accordo
separato: il rinnovo del contratto nazionale è stato
siglato da Cisl, Uil e Confcommercio, senza la firma
della Cgil.(Il Manifesto 5 settembre 2008)
Festa nazionale dlla Rete28Aprile a Sala Baganza
Festa nazionale della Rete28Aprile
Sala Baganza (Parma) 5
- 6 - 7 settembre - Programma
Venerdì 5
Ore 18.00 - Apertura della festa (sarà presente un
componente della segreteria nazionale della Cgil).
Commemorazione della sciopero delle lavoratrici e dei
lavoratori della terra di Parma del 1908, intervengono
Roberto Spocci (ricercatore) e Paolo Bertoletti
(segretario generale della CGIL di Parma).
Ore 19.00 - Presentazione del libro di Luciano Gallino
"Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità" -
sarà presente l'autore
Cena
In apertura dello spettacolo una testimonianza dalla
ThyssenKrupp di Torino
"Resistenza. La Banda Tom e altre Storie Partigiane",
concerto, recital di canzoni e spettacolo di lettura
scenica dedicato alla Resistenza. Suonano gli YO YO
MUNDI, recita Fabrizio Pagella
Sabato 6
Ore 9.00 - seminario della Rete28Aprile a Corte Giarola,
Strada Giarola 11 (Collecchio - Parco del Taro)
Ore 18.00 - dibattito: Le scelte economiche e sociali
dell'Europa
Intervengono Sabina Petrucci (resp. ufficio Europa -
Fiom nazionale), Orsola Casagrande (Il Manifesto), Attac
- coordina Sergio Bellavita (segr. gen. Fiom di Parma)
Cena
Ore 20:45 - Incontro di solidarietà con Dante De Angelis
(Rls delle ferrovie licenziato)
Ore 21.15 - dibattito (21.00): Dove va la CGIL?
Intervengono Giorgio Cremaschi (R28A), Gianni Rinaldini
(segr. gen. FIOM), Nicola Nicolosi (coord. naz. LS),
Dino Greco (Camera del Lavoro di Brescia) - coordina
Valentino Parlato (Il Manifesto)
Domenica 7
Pranzo
Ore 17.00 - incontro: Donne, lavoro e sindacato...
esperienze a confronto
Ore 19.00 - dibattito: Una legge sulla democrazia
sindacale
Intervengono Giorgio Cremaschi (R28A), Fabrizio
Tomaselli (SdL), Paolo Leonardi (RdB), Piero Bernocchi
(COBAS) - coordina Pier Giovanni Alleva (giurista)
Cena
Rete 28 aprile Filt-Cgil su Dante De Angelis
Tornano i licenziamenti politici per
intimidire i lavoratori: le ferrovie devono ritirare il
licenziamento di Dante De Angelis, rappresentante dei
lavoratori per la sicurezza reo di aver fatto il compito
per il quale è stato eletto: controllare sollevare dubbi
e chiedere verifiche sulle condizioni di sicurezza!
Tocca al sindacato adesso chiamare i lavoratori ad una
reazione immediata.
Mentre esprimiamo tutta la nostra solidarietà, non
possiamo che constatare come la dirigenza delle ferrovie
abbia deciso di coprire le proprie incapacità a fornire
un servizio pubblico di qualità dedicandosi ad un
giochetto oggi molto di moda: imputare ai lavoratori,
che non "collaborano" tutte le inefficienze e magagne
delle aziende. Non dobbiamo accettare passivamente
questa filosofia aziendale che pretenderebbe che ai
lavoratori sia tolto il diritto di disturbare il
"manovratore", che per definizione ha sempre
ragione, che non sbaglia mai e bontà sua sa quali
lavoratori sono meritevoli e quali sono un ostacolo (e
quindi da licenziare come in altri casi recenti...).
L'attacco ai lavoratori dei trasporti mira a creare il
clima di paura favorevole per l'azienda in vista della
annunciata introduzione del macchinista unico, obiettivo
aziendale prossimo per tagliare personale. Noi pensiamo
invece che questa scelta produca un maggiore rischio per
la mole di lavoro a cui sarebbero sottoposti i
macchinisti, con inevitabile aumento dei rischi per la
sicurezza (propria e dei passeggeri...)
Tocca al nostro sindacato in primis abbandonare la
logica concertativa per riprendere l'indipendenza di
giudizio e di azione per poter rappresentare gli intessi
dei ferrovieri, che hanno sempre coinciso con gli
interessi degli utenti, ad avere un servizio adeguato in
tutta sicurezza ed in condizioni confortevoli.
Chiediamo il reintegro immediato di Dante De Angelis,
chiediamo al sindacato di unire i lavoratori per reagire
con energia contro questa scelta aziendale.
Rete28Aprile nella Filt-Cgil Roma, 20/08/2008
Petizione per il ripristino della scala mobile in Italia
La "Rete 28 Aprile nella CGIL propone
che in Italia si organizzi una petizione da far
sottoscrivere ai cittadini e lavoratori per il
ripristino della scala mobile.
Ecco il testo proposto. Diffondetelo.
Nella storia del nostro paese, dal 1945 al 1992, il
contratto nazionale ha svolto la funzione di tutelare la
redistribuzione della ricchezza prodotta promuovendo
reali aumenti salariali, mentre la tutela del potere
d'acquisto delle retribuzioni da lavoro dipendente era
garantita dal meccanismo della scala mobile che
implicava l'adeguamento automatico dei salari
all'inflazione.
L'indennità di contingenza rappresentava un elemento
delle retribuzione corrispondente all'aumento
retributivo periodicamente erogato in conseguenza
dell'aumento del costo della vita.
L'abolizione della scala mobile nel 1992, seguita dalla
adozione, con l'accordo del 23 luglio 1993, di una
regolamentazione della contrattazione basata su una
politica di moderazione salariale, ha di fatto
ridefinito il ruolo del contratto nazionale vincolandone
i rinnovi all'inflazione programmata ed al recupero
successivo del differenziale tra inflazione reale e
programmata.
Proprio a partire dalla fase di avvio della politica
concertativa si è verificata una progressiva erosione
della quota dei redditi da lavoro a vantaggio del
profitto e della rendita sino ad arrivare al quadro
attuale caratterizzato da una drammatica ed
universalmente riconosciuta riduzione del potere
d'acquisto dei salari. L'aumento dei profitti del resto
è andato prevalentemente ad alimentare la rendita
finanziaria piuttosto che essere destinato ad un aumento
degli investimenti, contribuendo, insieme alla riduzione
dei salari, al rallentamento dello sviluppo economico
complessivo del paese.
Da questi elementi occorre trarre alcune considerazioni
utili per orientare le posizioni relative alla politiche
contrattuali del sindacato.
1) Innanzitutto è necessario avviare un processo di
redistribuzione che inverta la tendenza in atto e lo
strumento più adeguato per conseguire tale obiettivo non
può che essere il rafforzamento del contratto nazionale.
2) In particolare, è necessario che il contratto
nazionale recuperi la sua funzione di strumento atto a
conseguire reali incrementi salariali non limitandosi a
rincorrere l'inflazione.
3) Per liberare il contratto nazionale dai vincoli che
attualmente ne limitano le potenzialità, è necessario
reintrodurre un meccanismo di adeguamento automatico dei
salari e delle pensioni all'inflazione.
La proposta di reintrodurre un sistema analogo a quello
della Scala Mobile è destinata ad incontrare una
notevole resistenza nel mondo politico ed economico ed
anche all'interno del mondo sindacale.
Per questo è indispensabile che essa possa raccogliere
la più ampia condivisione possibile tra le lavoratrici
ed i lavoratori nel contesto di una mobilitazione che
appare sempre più indispensabile per sostenere
rivendicazioni utili ad affrontare la questione
salariale.
Come disse Giuseppe Di Vittorio in occasione del IV
congresso della CGIL (1956): "Ma tutta l'esperienza
della classe operaia italiana ed internazionale insegna
che, in generale, la legislazione che tutela i diritti
del lavoro non precede ma segue le conquiste dirette che
realizzano i lavoratori nelle fabbriche e nel Paese." (5
luglio 2008)
Contratto, la Fiom in assemblea il 23 luglio a Roma
Contrattazione : Il
23 luglio a Roma ci sarà un'assemblea di sindacalisti
della Cgil in dissenso con il documento di Cgil, Cisl,
Uil sulla riforma della contrattazione.
Nota informativa
Nel corso dell'Assemblea nazionale di Lavoro Società, in
corso di svolgimento a Roma, il segretario generale
della Fiom, Gianni Rinaldini, portando il proprio
saluto, ha annunciato che il 23 luglio a Roma ci sarà
un'assemblea di sindacalisti della Cgil in dissenso con
il documento di Cgil, Cisl, Uil sulla riforma della
contrattazione.
Tra i promotori di tale assemblea, che rappresenta un
fatto senza precedenti nella storia della Cgil, ci sono
Giorgio Cremaschi e Nicola Nicolosi, e decine di
dirigenti nazionali e territoriali della Cgil.
Giorgio Cremaschi, portando il saluto della Rete28Aprile
ai lavori dell'Assemblea di Lavoro Società, ha
sottolineato come l'assemblea del 23 luglio segni un
momento di grande rilevanza nella lotta per la difesa
del contratto nazionale.
Roma, 27 giugno 2008 Rete28Aprile
Contratto, la Fiom vota contro
Red.
Sindacale
Con il 75,5% dei voti la
Federazione metalmeccanici ha accolto il
documento Rinaldini - appoggiato da
Cremaschi e da Lavoro e Società -
critico con il testo approvato dalle
segreterie dei direttivi unitari. Su 413
delegati, 312 hanno approvato il
documento Rinaldini (75,5%), 70 hanno
votato il documento Durante (17%) e 31
(pari a 7,5%) hanno espresso voto
bianco.
Il
segretario della Cgil Guglielmo Epifani
aveva detto alla Fiom che questo non è
il momento delle divisioni. Il sindacato
dei metalmeccanici gli ha sbattuto la
porta in faccia, bocciando, nella
conferenza organizzativa, la bozza di
riforma del modello contrattuale
elaborata da Cgil-Cisl-Uil. Una
bocciatura che segna un ulteriore
allontanamento, dopo la spaccatura sul
protocollo sul welfare, fra la Fiom e la
Cgil.
La conferenza organizzativa ha infatti
approvato con una larghissima
maggioranza (75,5%, 312 delegati su 413
votanti), il
documento presentato dal segretario
Gianni Rinaldini che sottolineava le
divergenze di vedute sulla bozza di
riforma contrattuale. Per la Fiom, in
estrema sintesi, è indispensabile che la
contrattazione nazionale abbia maggior
peso su quella di secondo livello.
In realtà la
bocciatura della bozza è la foglia di
fico che nasconde un rapporto molto più
logorato. L'ultimo tentativo di
mediazione, dopo l'appello di ieri del
segretario generale Guglielmo Epifani,
era venuto da Mauro Guzzonato,
segretario confederale della Cgil e
responsabile industria: "Abbiamo bisogno
della Fiom per portare insieme tutti
quanti la nostra proposta in una
trattativa che sarà difficile,
durissima. Non vedo nel documento
approvato dai direttivi unitari e dalle
segreterie - ha continuato Guzzonato -
un indebolimento del contratto nazionale
ma devo anche dirvi che sono convinto
che il futuro del sindacato nei prossimi
quindici anni si giocherà sulla nostra
capacità di essere protagonisti della
contrattazione di secondo livello. Se
non torniamo nelle fabbriche a
negoziare, a discutere, cosa che già
facciamo ma che dobbiamo rafforzare,
avremo delle difficoltà con i
lavoratori. Dobbiamo andare nei
distretti, nelle filiere, nelle aziende
per discutere dei processi di
cambiamento della produzione".
Nel suo intervento conclusivo Rinaldini
ha lasciato poco spazio ai malintesi,
rispondendo in maniera precisa
all'appello all'unità lanciato ieri alla
platea dei delegati da Epifani,
spostando i riflettori dal merito della
questione (la Cgil non ha mai detto di
voler indebolire il contratto nazionale)
al metodo con cui si è arrivati alla
decisione. E che dovrà essere preso come
paradigma dei rapporti fra la Cgil e la
Fiom.
"E' inaccettabile - ha detto Rinaldini -
che una partita così rilevante possa
aprirsi e chiudersi in un comitato
direttivo della Cgil. Questo, dal punto
di vista della democrazia interna, è un
problema delicato. Il comitato direttivo
della Cgil deve decidere. Ma prima ci
deve essere un percorso. Non esiste
nessun problema di carattere personale,
i problemi sono relativi alla
prospettiva sindacale. Ma non accetto,
dopo questo percorso, un richiamo al
senso di responsabilità. Non deve essere
ogni volta un dramma se ci sono
posizioni differenti. Io rivendico il
diritto al dissenso, perché la
democrazia è il bene più prezioso per la
Cgil".
Detto questo, il segretario ha
assicurato che quando ci sarà da lottare
contro Confindustria e Governo, la Fiom,
come sempre, ci sarà. Ma non rinuncerà a
dire la propria quando emergeranno punti
di disaccordo. Come, ad esempio, nel
caso della sospensione dei vertici della
Fiom milanese, accusati di aver fatto
parlare in un'assemblea un iscritto
sospeso. "Di questo fatto - ha detto
Rinaldini - mi ritengo il responsabile
politico, eventuali provvedimenti
riguarderanno anche il sottoscritto".
Che il problema
principale, più che la riforma dei
contratti, siano i rapporti con la Cgil
ha cercato di evidenziarlo anche Fausto
Durante, leader della minoranza
filo-Epifani (che ha raccolto il 17% dei
consensi) e che ha scritto nelle prime
tre righe del suo
documento la sottoscrizione del
testo preparatorio della Cgil e la
condivisione dell'intervento di Epifani
alla conferenza organizzativa della Fiom.
Lunedì è in programma
un incontro fra le segreterie della Fiom
e della Cgil, per formalizzare i
risultati della conferenza di Cervia.
Dalla quale il principale sindacato
delle tute blu esce con un messaggio
preciso: nessuna esitazione nella lotta
comune per la difesa dei salari, ma
ognuno per la sua strada nelle scelte
politiche e nella definizione delle
linee strategiche. (AprileOnline 16
maggio 2008)
Nota informativa Rete28aprile
Il Gruppo nazionale di continuità della Rete propone una
mobilitazione e un'iniziativa diffusa in tutta la Cgil
sul documento confederale unitario di riforma della
contrattazione.
Il Gruppo di continuità ha confermato il giudizio
complessivamente negativo sul documento che, anche oltre
le stesse intenzioni dei proponenti, apre la via allo
smantellamento della funzione del contratto nazionale.
Inoltre, ancora una volta, si avvia un negoziato su
questioni fondamentali, in questo caso la funzione dei
contratti nazionali e aziendali, senza una piattaforma
votata dai lavoratori.
Quella che si svolgerà in questi giorni è semplicemente
una campagna di informazione e propaganda e non una
consultazione. D'altra parte il documento è stato
concepito unicamente per sedersi al tavolo. Un tavolo
ove si presenterà un mondo delle imprese e un governo
che hanno già esplicitamente detto che bisogna
ridimensionare il contratto nazionale, legare
rigidamente il salario alla produttività, ridurre la
contrattazione collettiva a favore del salario
individuale, realizzare una nuova forma di gabbie
salariali.
Di fronte a tutto questo Cgil, Cisl e Uil si presentano
al tavolo senza avere alle spalle né un mandato né un
vero consenso, e quindi nella massima condizione di
debolezza. E' quindi prevedibile che se si arriverà
all'accordo, esso sarà unicamente a perdere,
peggiorativo della situazione esistente e, soprattutto
premiante per l'arroganza della Confindustria.
La Rete28Aprile deve sin d'ora sentirsi impegnata
ovunque per contrastare questa deriva, informando le
lavoratrici e i lavoratori dei rischi di questa
trattativa e proponendo una piattaforma diversa, che
abbia al centro il rafforzamento del contratto nazionale
e la liberazione della contrattazione aziendale dai
vincoli della produttività e della redditività.
Occorre affermare il diritto al dissenso e il diritto
all'informazione da parte dei lavoratori. Per questo
respingiamo ogni forma di pressione autoritaria
nell'organizzazione e per questo solidarizziamo con il
gruppo dirigente della Fiom di Milano. La Cgil è sempre
stata un'organizzazione pluralista e rispettosa delle
diversità e della libertà dei suoi dirigenti e
militanti. Mettere in discussione questo principio
significa mettere in discussione la stessa Cgil. Per
questo, nel pieno rispetto dello Statuto della Cgil, che
non prevede l'obbligo dell'obbedienza, la Rete28Aprile
si mobilita per una critica pubblica e diffusa nei
luoghi di lavoro verso il documento Cgil, Cisl, Uil.
Si tratta quindi di presentare ai lavoratori non solo il
NO, ma anche il SI a una piattaforma diversa, che
avrebbe potuto essere sostenuta dalla Cgil nel confronto
con Cisl e Uil.
Per questo la Rete è impegnata a diffondere ovunque
volantini, testi, documenti che facciano chiarezza sulla
riforma contrattuale. Nei prossimi giorni verrà diffuso
un primo volantone riassuntivo delle posizioni della
Rete.
In ogni realtà territoriale dovranno svolgersi assemblee
nelle quali si possa esprimere pubblicamente il dissenso
sulla proposta Cgil, Cisl, Uil. La Rete proporrà a tutte
e a tutti coloro che in Cgil hanno respinto la proposta
unitaria, di convocare assieme iniziative, riunioni,
assemblee. Ove questo non fosse possibile, in ogni caso
la Rete organizzerà assemblee pubbliche per
l'alternativa al documento confederale.
In particolare il 21 giugno, a Napoli, si svolgerà
l'assemblea della Rete28Aprile nel e del Mezzogiorno,
con al centro il rifiuto del ritorno alle gabbie
salariali che, per i lavoratori del Sud, sarebbe
un'aggressione sociale senza precedenti.
Il sito della Rete è impegnato a dare tempestiva
comunicazione di tutte le iniziative che si svolgeranno
nelle prossime settimane. Si chiede, quindi, a tutte le
compagne e i compagni di far conoscere ogni iniziativa,
ogni mobilitazione.
Per quanto riguarda l'organizzazione della Rete28Aprile
si è deciso di rendere operative le indicazioni
dell'assemblea del 14 marzo. Quindi:
1).Entro l'estate la Rete dovrà essere formalmente
costituita in tutte le categorie nazionali, nelle Cgil
regionali, nelle Camere del Lavoro.
Le modalità politiche della costituzione saranno
misurate rispetto alle posizioni che le strutture
assumeranno sulla riforma contrattuale.
2).Verrà formalmente costituito su base nominativa il
gruppo nazionale di continuità, con il compito di
assumere tutte le decisioni necessarie. Analogamente si
procederà per categorie e territori.
3).I gruppi di continuità definiranno i portavoce,
normalmente sulla base del consenso, ma ove questo non
sia possibile sulla base di procedure democratiche.
4).Si costituirà un gruppo organizzativo nazionale che
ha il compito di sviluppare operativamente l'attività
della Rete.
Sulle modalità concrete di attuazione dei punti verrà
inviata, subito dopo la Conferenza d'organizzazione
della Cgil, una proposta dettagliata a tutte le compagne
e i compagni del gruppo di continuità nazionale, per la
sua approvazione.
La necessità di andare a una rigorosa struttura
organizzativa della Rete è determinata dal fatto che,
con la svolta politica del documento sulla
contrattazione, si è nei fatti aperta la campagna
congressuale della Cgil. Naturalmente il congresso
anticipato non è stato accettato, ma in ogni caso il
confronto e la discussione interna sono già di carattere
congressuale.
La Rete ha già deciso, e conferma tale decisione, di
partecipare al prossimo congresso con un documento
globalmente alternativo a quello dell'attuale
maggioranza. Per queste ragioni è indispensabile
un'organizzazione capillare e solida della Rete ovunque.
E' chiaro che la Rete è interessata a che l'opposizione
e l'alternativa in Cgil siano le più vaste possibili e
che altre forze – la parte di Lavoro-Società che si è
detta contraria al documento Cgil, Cisl, Uil, la
maggioranza della Fiom, altri dirigenti sindacali
critici –, siano uniti su una posizione alternativa.
Ma, come abbiamo
detto, la condizione per l'alternativa è una mozione
realmente alternativa. Altre scelte non sono praticabili
per la Rete e per questo ovunque la Rete, già sin d'ora,
deve essere presente.
Il Gruppo di continuità ha inoltre discusso delle
iniziative nazionali della Rete. Si è confermata
l'intenzione di realizzare, anche quest'anno, la festa
nazionale della Rete o alla fine di luglio, o ai primi
di settembre, sulla base di una verifica logistica e
organizzativa che verrà svolta nei prossimi giorni. Le
ipotesi sono o Parma o Brescia.
Le compagne e i compagni di Torino hanno comunque deciso
di realizzare intorno alla metà di giugno due giorni di
incontri della Rete28Aprile.
Le date precise verranno anch'esse rapidamente
comunicate.
A conclusione della riunione del Gruppo di continuità,
si è ribadita la necessità che in questi momenti ci sia
il massimo impegno di tutte le compagne e compagni per
dare visibilità e diffusione alla battaglia politica
della Rete.
Roma, 14 maggio 2008
Attenti al valore del contratto
di Antonio Sciotto
Profondo conoscitore del mondo del lavoro e delle
imprese, il sociologo Luciano Gallino ha analizzato il
testo di riforma dei contratti approntato da Cgil, Cisl
e Uil, e nota subito «un'importante assenza», relativa
al ruolo del contratto nazionale. Dall'altro lato,
ritiene poco chiari e inefficaci, concetti come
l'«inflazione realisticamente prevedibile» e la
contrattazione «accrescitiva» di secondo livello, basata
su parametri quali la «redditività» o la «produttività».
Professore, come verrebbe ridisegnato il sistema
contrattuale?
Leggendo il testo, mi pare che ci sia un'assenza
importante, relativa a un ruolo incisivo del contratto
nazionale: perché la funzione fondamentale del primo
livello è stata, storicamente, quella di tutelare la
distribuzione del reddito tra salari da un lato, e
profitti e rendite dall'altro.
Un ruolo che si è fatto particolarmente urgente negli
anni più recenti, dato che in base agli ultimi dati
disponibili - dai rapporti dell'Fmi all'Ocse - negli
ultimi 25 anni i salari hanno perso oltre l'8% rispetto
a profitti e rendite, e un 3,5% se ci limitiamo al
periodo dal '93 in poi, anno del primo accordo sulla
contrattazione.
Stiamo parlando, con il 3,5%, di ben 50 miliardi di
euro. Non basta, per recuperare quanto perso e tutelare
un'equa redistribuzione, il semplice riferimento al
«sostegno» e alla «valorizzazione del potere di
acquisto», perché anche se quest'ultimo resta fermo e
garantito, non vuol dire affatto che non possa
peggiorare la disuguaglianza.
Non vedo altro strumento, a parte il contratto
nazionale, per affrontare il peggioramento della
distribuzione del reddito, e così mi pare strano che
questa funzione non venga mai nominata.
Nel testo si introduce una novità: l'«inflazione
realisticamente prevedibile». Che ne pensa?
Francamente non so cosa possa rappresentare.
L'inflazione o c'è o non c'è.
Cioè, si misura dopo, ex post, perché è difficile
prevederla, si può sbagliare per eccesso o per difetto.
Basti vedere quello che è successo con i prezzi
alimentari, dico a livello mondiale, balzati in alto del
40-80% in soli sei mesi. Sono proprio quei beni che
pesano di più sulle spese dei redditi bassi.
La riforma fa molto affidamento sul recupero di salario
nel secondo livello. Lo crede possibile?
Ecco, leggo che il secondo livello dovrebbe dispiegarsi
«in una molteplicità di forme: regionale, provinciale,
settoriale, di filiera, di comparto, di distretto, di
sito», ma mi chiedo innanzitutto come si faccia, volta
per volta, a decidere quale sia il livello più adatto;
si indica che dovrebbe individuarlo il contratto
nazionale, «in termini di alternatività», ma vedo
poco chiaro un ruolo quasi «ad personam» dei contratti
nazionali.
Ma soprattutto non comprendocosa sia la funzione
«accrescitiva» del secondo livello, in relazione ai 5
parametri: «produttività, qualità, redditività,
efficienza, efficacia».
Sono criteri che possono voler dire tanto e nulla: con
le moderne filiere, con le catene di produzione di
valore che si sviluppano attraverso il mondo, come si
fanno a stabilire i 5 parametri su base locale, di sito,
di distretto? Forse, davvero, se si riuscissero a
recuperare sull'intera filiera potrebbero avere un
senso: ma è estremamente difficile dato che le
componenti per l'automobile, gli elettrodomestici,
l'elettronica, ma anche i servizi, ormai vengono da
paesi lontani, con qualità, tempi di consegna e costi
diversi.
Il testo infatti auspica una maggiore informazione, la
possibilità di controllo di lavoratori e sindacati sui
bilanci dell'impresa.
Sono rapporti da migliorare, ma oggi è davvero difficile
reperire quelle informazioni. Per almeno due motivi.
Il primo è la cosiddetta «manipolazione dei prezzi di
trasferimento», su cui c'è un'ampia letteratura:
per dichiarare una bassa base imponibile, una società
mette in bilancio di aver pagato certi prodotti a prezzi
molto alti; salvo poi scoprire che ha acquistato da
società del suo stesso gruppo; allo stesso modo, sempre
legalmente, può dichiarare poco nel paese dove ha la sua
sede principale, grazie al fatto che genera profitti in
paesi dove ha delocalizzato.
Così non capisco come si possano avere i numeratori e i
denominatori reali sulla «redditività» o la
«produttività» delle aziende con cui voglio fare
contrattazione di secondo livello.
Nel testo si parla anche di una maggiore conoscenza
degli aspetti finanziari dell'impresa.
Ma con il sistema finanziario che sta andando a gambe
all'aria in tutto il mondo, non so come si possa avere
trasparenza.
Il testo prende atto della «finanziarizzazione
dell'economia», ma invece di rincorrerla, io mi
sarei aspettato espressioni quali:
«la finanziarizzazione dovrebbe essere contrastata a
favore delle componenti propriamente produttive
dell'industria».
Oggi anche esperti di finanza non di sinistra parlano di
un sistema che va regolato da capo, tornando a Bretton
Woods o anche prima.
Le regole sulla rappresentanza come le sembrano?
Mi sembra che valga la pena sperimentarle, quelle
attuali portano spesso a confusioni da superare.
Piuttosto, mi pare che nel testo manchi una proposta
contro la precarietà, a parte un fugace riferimento.
E dire che la situazione peggiora con grande velocità:
gli ultimi dati emessi dal ministero del Lavoro, poco
prima del passaggio da Damiano a Sacconi, parlano di un
70% di nuovi contratti precari, a fronte di un 55% negli
anni 2005-2006.
E stiamo parlando delle comunicazioni obbligatorie delle
imprese al ministero, non di generiche interviste a
campione.
Per concludere, come vede la proposta di detassare gli
straordinari del governo Berlusconi?
Mi sembra che si discuta tanto per avere a fine mese sì
e no una trentina di euro in più, con costi notevoli per
lo Stato.
A meno di non fare orari disumani, gli straordinari
rendono in media 200 euro al mese: oggi sono tassati al
23-25%, dunque pago allo Stato 50 euro; se porteranno la
tassa al 10%, pagherò 20 euro, guadagnandone 30.
Ma se poi devo tagliare su sanità, asili, scuole, mi
accorgo che il lavoratore sarà il primo a pagare per i
mancati servizi.
Io penso che ad aumentare i salari dovrebbero essere le
imprese e non il fisco, comunque mi sembrano migliori le
idee di sgravio generale su tutti i salari e le
pensioni, sempre che non ci perdano poi i servizi
sociali.( Il Manifesto 14 maggio 2008)
Questa Europa è contro i lavoratori
Nota stampa - Martedì, 13 Maggio 2008
- 12:02
Giorgio Cremaschi: "L'ossessione della Banca Europea
contro i salari e le sentenze della Corte di giustizia a
favore della precarietà del lavoro, chiariscono che
questa Europa è contro i lavoratori."
"Ancora una volta la Banca Europea si esprime ai suoi
massimi livelli contro l'aumento dei salari. In un
momento nel quale i profitti crescono, così come le
ingiustizie sociali e i salari, soprattutto in Italia,
sprofondano, questa posizione è di un'iniquità sociale
senza precedenti.
Tuttavia, questa dichiarazione ha un doppio pregio.
Da un lato chiarisce che in Europa l'attacco al
contratto nazionale e alla contrattazione avviene nel
nome del legame sempre più stretto tra salario e
produttività. Per cui il documento Cgil, Cisl, Uil è
solo un arretramento rispetto a quest'offensiva.
Inoltre questa presa di posizione ha il pregio di
chiarire che l'Unione Europea che sinora si è costruita,
è sempre più una diretta avversaria del mondo del
lavoro.
La Banca Europea, con la sua ossessione contro i salari
da un lato, le sentenze della Corte di Giustizia che
distruggono i contratti nazionali dall'altro, dimostrano
che l'Europa che si sta costruendo non è quella dei
diritti, ma quella del mercato e della libertà
d'impresa."
"Il movimento sindacale deve esplicitamente schierarsi
contro questa costruzione europea, non in nome del
nazionalismo o del regionalismo, ma in nome dello stato
sociale e dei diritti contrattuali dei lavoratori, che
sono uno dei più alti patrimoni del continente,
patrimoni che la dissennata politica delle istituzioni
comunitarie sta distruggendo."
"Questa Europa è avversaria dei lavoratori, se si vuole
impedire la xenofobia e la guerra dei poveri nel
continente, bisogna mettere in discussione alla radice
la cultura e i poteri che governano oggi l'Unione."
Roma, 13 maggio 2008
Componenti del gruppo di gestione del sito: Giorgio
Cremaschi, Jole Vaccargiu, Giorgia Calamita, Domenico
Rizzuti, Luca Scacchi, Sergio Bellavita, Franco Losi,
Carlo Carelli, Walter Tanzi, Paolo Grassi.
Dichiarazione di Giorgio Cremaschi
Nota stampa
Dichiarazione
di Giorgio Cremaschi sulla sospensione di 6 mesi dalla
Cgil della Segretaria generale della Fiom di Milano: "Un
vergognoso atto di intimidazione politica che viola le
regole e lo spirito della Cgil"
"Il collegio giudicante del Comitato di garanzia della
Cgil Lombardia ha preso la decisione di sospendere per 6
mesi dalla Cgil la segretaria generale della Fiom di
Milano, Maria Elvira Sciancati e per 4 e tre mesi altri
tre dirigenti provinciali dell'organizzazione."
"La decisione viene resa nota oggi, singolarmente
proprio poche ore prima dell'avvio di un Direttivo
Nazionale che si preannuncia drammatico per il futuro
della Cgil, e relativamente a fatti avvenuti il 10
maggio del 2007. Sostanzialmente la segretaria della
Fiom di Milano è accusata di non aver cacciato da
un'assemblea di delegati un lavoratore già espulso dalla
Cgil."
"E' una sentenza priva di qualsiasi senso formale e
chiaramente funzionale a un atto di intimidazione
politica. E' gravissimo che nella Cgil le diversità e il
dissenso politico si possano affrontare con metodi e
forme che sono estranee alla cultura dell'organizzazione,
neppure riscontrabili negli anni Cinquanta."
"Questo atto autoritario e ai limiti della violenza va
respinto. Alla segretaria della Fiom di Milano e agli
altri dirigenti sospesi va la nostra totale solidarietà
e sostegno.
Se in Cgil c'è chi pensa di risolvere per via
amministrativa i problemi di dibattito e confronto
politico, se ne assumerà tutta la responsabilità di
fronte agli iscritti e alla storia dell'organizzazione.
Intanto assumiamo la piena corresponsabilità delle
decisioni della Fiom di Milano, in tutte le sedi."
Roma, 7 maggio 2008
Alitalia: giocare a carte scoperte e senza ipocrisia
dichiarazione di Fabrizio Tomaselli
coordinatore
nazionale SdL intercategoriale
La scontata
dichiarazione di Spinetta per cui Air France non è
obbligata ad acquisire Alitalia, descrive in modo chiaro
e crudo il ricatto al quale sono sottoposti in queste
ore i lavoratori: o accettate il dimezzamento del lavoro
in Alitalia, oppure il fallimento. Una situazione che
denunciamo da mesi e che ci ha portato ad una assurda
trattativa con un singolo concorrente, a ridosso –
guarda caso – del definitivo prosciugamento delle casse
aziendali.
SdL
intercategoriale, bollato da molti come sindacato
irresponsabile perché a differenza di altri non firma
piani industriali sballati, purtroppo trova oggi
conferma alle posizioni di estrema prudenza e freddezza
che dall'inizio ha mostrato nei confronti non di Air
France, ma di questa specifica ipotesi di acquisizione
dei francesi.
In questi
giorni abbiamo registrato le posizioni e le
dichiarazioni più assurde e contraddittorie.
Sindacati e
Associazioni Professionali che hanno sponsorizzato
acriticamente Air France e che ora dicono no perché gli
esuberi tra i piloti sono aumentati da 300 a 500, come
se le migliaia di esuberi previsti tra assistenti di
volo e personale di terra foriguardassero invece
lavoratori di serie B.
Partiti che
utilizzano la tragedia di Alitalia per fini elettorali e
che dimenticano che in questi anni hanno contribuito al
declino dell'azienda facendola diventare un carrozzone
pieno di clientele e di pressapochismo industriale.
Governi e
forze politiche che, al contrario di altri paesi
europei, non hanno mai realizzato una riforma del
trasporto aereo, accusando poi i lavoratori di essere
dei privilegiati, facendo costruire aeroporti sotto casa
dei vari esponenti politici od obbligando Alitalia ad
atterrare in improponibili aeroporti per chissà quali
oscuri motivi, favorendo le low cost e una gestione del
settore che non ha assolutamente nulla di
industrialmente valido.
Dal
centro-sinistra assistiamo ad un attacco senza
precedenti all'unità aziendale ed ai diritti di chi
lavora, mascherato dalla necessità di salvare Alitalia,
senza dire però che questa situazione è stata
teleguidata da mesi, se non da anni, da Prodi e Padoa
Schioppa.
Stesso
comportamento da parte del centro-destra che è
egualmente responsabile e che utilizza la bandiera della
difesa di Malpensa, dimenticando però che lo sconquasso
del trasporto aereo italiano deriva in gran parte
dall'assurdo ed irrazionale sistema aeroportuale
italiano, primo fra tutti quello lombardo che da anni è
stato da loro alimentato senza alcun criterio
industriale.
E allora
diciamo basta con l'ipocrisia: il mondo politico ed
istituzionale italiano ha creato le condizioni
disastrose di Alitalia ed esso deve assumersene le
responsabilità politiche e sociali.
Che si
intervenga in modo chiaro per costruire una vera
alleanza con Air France che non sia una resa senza
condizioni ed un massacro per i lavoratori e per il
Paese, oppure si trovino vie alternative.
Non ci
interessa quali possano essere le alternative valide,
non ci interessano le preclusioni di carattere europeo e
formale, non ci interessa neanche che cosa dice la borsa
ed il “mercato”.
O la politica
è in grado di costruire un percorso valido e di rilancio
che non cancelli Alitalia ed il trasporto aereo, oppure
che si abbia la decenza di dichiarare senza ipocrisia il
proprio disinteresse. Tutti devono però essere certi che
i lavoratori sapranno difendersi come mai hanno fatto in
questi anni e che si dovranno prevedere ulteriori
centinaia di migliaia di non elettori per il 13 e 14
aprile.
19 marzo 2008
Un anniversario particolare
di Eleonora Martini
Roma. La
partita, tutta politica, recentemente riaperta sul
corpo delle donne trova gioco facile se il terreno è
quello di sempre. Subalternità, esclusione,
precarietà nella vita come nel lavoro, dispari
accesso alle opportunità e al trattamento salariale,
soprusi, violenza: condizioni su cui evidentemente
non hanno inciso a sufficienza cento anni di lotte e
di conquiste. È questo che hanno voluto dire ieri a
Roma, nel loro specifico, le tante donne che hanno
partecipato al corteo organizzato da Cgil Cisl e Uil
per celebrare il centenario dell'8 marzo. Sono
passati vent'anni dall'ultima iniziativa sindacale
unitaria in favore delle donne. Certo, molta acqua è
passata da quel giorno in cui il proprietario di una
industria tessile di New York sbarrò le vie d'uscita
alle sue operaie che protestavano per le disumane
condizioni di lavoro e che morirono, in 129,
nell'incendio che si sviluppò poco dopo. Eppure a
guardare la manifestazione nazionale di ieri - 30
mila secondo gli organizzatori, di cui non più della
metà erano donne, quasi tutte pensionate e
pochissime giovani - si aveva l'impressione che
questo sindacato sia stato ben poco trasformato
dalla presenza e dalla politica femminile. Non che
ci si aspettasse un corteo autorganizzato di donne,
ma quello partito da Bocca della verità e giunto
dopo un breve tragitto nel primo pomeriggio a Piazza
Navona dove si è dissolto tra le frotte di turisti,
non rappresentava bene neppure il peso delle donne
nel mondo del lavoro.
«Ve volete mette dietro a 'sto striscione?», urlano
gli uomini dell'organizzazione alle «ragazze» che
mansuete si fanno dirigere. Sfilano le donne e gli
uomini del tessile, metalmeccanici, postali,
pubblica amministrazione, pensionati. Provengono da
tutto il Paese. Mentre dal grande palco allestito a
piazza Navona, sul quale campeggia la scritta
«Lavoro, libertà di scelta, sviluppo, qualità della
vita», i primi a prendere la parola sono i tre
segretari Epifani, Bonanni e Angeletti. Dopo di
loro, un'entusiasta ministra delle Pari opportunità
Barbara Pollastrini, e alcune donne che portano le
loro testimonianze di vita e di lavoro,
accuratamente scelte in un ventaglio di età ed
esperienze che non trova rispondenza nel corteo.
«Più c'è lavoro per le donne e più il Paese cresce
ma noi siamo penultimi in Europa, abbiamo perso
troppo tempo», dice Epifani. Che constata: «lo
stipendio delle donne viene considerato ancora un
reddito aggiuntivo a quello familiare». I tre
segretari parlano di «maternità e paternità
consapevole», di violenza maschile e di
mercificazione del corpo delle donne. Ma non mettono
il dito nella piaga.
È dal corteo, per la maggior parte silenzioso e con
pochissimi slogan, che si levano le uniche voci
contro gli attacchi alla legge 194 e alla
responsabilità delle donne, e contro il neo
fondamentalismo cattolico. Le poche ragazze e
ragazzi presenti ballano attorno all'unico piccolo
sound system della Cgil romana dedicato al tema
dell'aborto. Per il resto famiglie e nonne - «le
attiviste più giovani sono troppo impegnate in
questo periodo di elezioni e quindi hanno mandato
noi nonne», spiega una giovanile pensionata arrivata
dal Friuli con un autobus pieno di donne della sua
età - si godono la bella passeggiata romana. Poche
le associazioni femminili, qualche consultorio, la
redazione di Noi Donne. Nessuna traccia di immigrate
organizzate. Le lavoratrici dell'Electrolux di
Firenze sono venute numerose perché «vogliono
chiuderci lo stabilimento e la metà dei 450 operai
sono donne». Senza lavoro a 37-38 anni, spiegano,
non c'è libertà, né autodeterminazione. E «perfino
le aggressioni al corpo delle donne possono sembrare
in fondo secondarie».
«Gli attacchi ormai sono talmente tanti che le donne
si devono difendere da tutti. Anche dal sindacato -
accusa Angela, sindacalista Fiom di Pisa, sulla
quarantina - anche da noi si sono donne capaci e
sapienti ma non emergono perché gli uomini non
rinunciano al loro potere. Per riuscire ti devi
mascolinizzare». «Fino a 15 anni fa le donne
lavoravano insieme dentro il sindacato, si
confrontavano, si prendevano i loro spazi - aggiunge
Valeria, 57 anni, segretaria Filtea-Cgil di Novara -
oggi tutto è cambiato forse perché non siamo
riuscite a dialogare con le più giovani. In Piemonte
avevamo costruito esperienze importanti come
"Sindacato donna" che però è naufragato, fallito».
«Cosa ne abbiamo fatto della sorellanza?», si chiede
Rosalba, storica femminista di Pisa. «È ovvio che
l'elaborazione del movimento femminista è più avanti
- argomenta Susanna Camusso, segretario generale
Cgil Lombardia - però non possiamo cogliere
l'importanza di un'iniziativa sindacale le cui
parole d'ordine sono libertà di scelta e
autodeterminazione». «Siamo venute a Roma sull'onda
emotiva del centenario - racconta Valeria, anche lei
di Novara - ma ora che siamo qui ci siamo pentite:
forse era meglio partecipare al corteo cittadino
indetto dalle femministe e lesbiche».(Il Manifesto 9
marzo 2008)
100 anni di 8 marzo
In occasione del centenario della
giornata internazionale della donna, si svolgerà a
Roma una grande
manifestazione unitaria CGIL, CISL e UIL per la
giornata dell’8 Marzo.
Da questa iniziativa si avvierà un
lavoro finalizzato alla costruzione della Piattaforma di
genere Unitaria.
La manifestazione si terrà a Roma, in
Piazza Navona alle ore 15.30 e sarà preceduta da un
corteo che partirà da Piazza Bocca della Verità alle ore
14.00, con concentramento alle 13.30.
Parteciperanno a questo evento i
Segretari generali di CGIL, CISL e UIL, alcuni
rappresentanti dei sindacati internazionali nonché donne
lavoratrici e pensionate che porteranno le loro
testimonianze.
In questo momento particolare in cui
si tenta, nel nostro Paese, di strumentalizzare l’autodeterminazione
delle donne e la loro libertà, chiediamo a tutte le
donne e a tutti gli uomini di partecipare in massa a
questo importante appuntamento.
La piaga degli infortuni
Pagliarini:
«Bene l’iniziativa Cgil e mi rammarico del silenzio
delle imprese»
Il numero crescente degli incidenti sul lavoro è
diventato una vera e propria emergenza nazionale e i
dati statistici ufficiali dell'Inail (circa un milione
l’anno) rilevano soltanto una parte, seppur
considerevole, di un fenomeno che è ben più grave
E' quanto emerge da uno studio dell'Inca-Cgil
che spiega come le statistiche fornite dall’Inail, non
tengono conto degli incidenti che si verificano nel
lavoro nero, degli eventi che vengono fatti passare come
malattia e degli infortuni che riguardano lavoratori non
assicurati all’Istituto nazionale per gli infortuni sul
lavoro.
«Se si riuscisse a superare le barriere scientifiche di
indagine statistica, il bilancio del fenomeno degli
infortuni in Italia sarebbe ben più grave» afferma l'Inca
che ha lanciato una campagna di informazione e
prevenzione sulla salute e sicurezza nei luoghi di
lavoro dal titolo «Lavoro insicuro? Vincano i diritti».
«L’unico modo per arrivare alla “vittoria dei diritti”,
come la definisce l’Inca-Cgil, sull’emergenza-morti
bianche consiste nell’elaborazione e nella pratica di
iniziative condivise capaci di tenere assieme
prevenzione e repressione, intervento legislativo e
misure sul terreno sociale». Ad affermarlo è Gianni
Pagliarini, presidente della commissione Lavoro a
Montecitorio.
«Con questo spirito – prosegue l'esponente del Pdci -
governo e Parlamento hanno definito lo scorso agosto la
legge 123 e in questa direzione va il rinnovato impegno
della Cgil attraverso la campagna presentata oggi.
Pagliarini denuncia che «i numeri degli infortuni sul
lavoro sono assolutamente allarmanti: nelle nostre
fabbriche e nei nostri cantieri continuano a morire
circa quattro persone al giorno, anche se rispetto al
passato si registra una maggiore attenzione al fenomeno
da parte delle istituzioni – pensiamo all’impegno in
prima persona manifestato dal Capo dello Stato – e dei
mass media. Mentre plaudo all’iniziativa della Cgil, mi
rammarico dell’ostinato silenzio del sistema delle
imprese. Sarebbe bene che Confindustria e il suo
presidente piuttosto che continuare ad esternare sui
mali della politica, iniziassero a dare un’occhiata su
quanto accade a casa loro, a proposito della mancata
prevenzione in materia di sicurezza».(La Rinascita della
sinistra online 4 febbraio 2008)
Alle compagne e ai compagni della Rete28Aprile
di Giorgio Cremaschi
Care compagne e cari compagni,
la crisi del governo Prodi apre una fase politica e
sociale completamente diversa. Purtroppo questa crisi
conferma tutti i nostri principali giudizi negativi
sulla politica economica del governo e quelli sulla
debolezza e gli errori dell'iniziativa sindacale
confederale e, in particolare, della Cgil.
E' necessaria una nostra riflessione collettiva per
approfondire tutta la portata di quanto è avvenuto.
Essa avverrà nelle riunioni dei Gruppi di continuità
nazionali, di categoria, di territorio. Ma intanto sento
necessario farvi avere queste mie schematiche
considerazioni.
Dopo due anni di governo Prodi è molto probabile il
ritorno al governo del centrodestra, senza chesia stata
modificata davvero alcuna delle leggi o alcuno dei
provvedimenti presi dal governo Berlusconi, che si
ritroverà intatta tutta la legislazione sociale e
istituzionale da lui varata. Nel frattempo questi due
anni hanno accresciuto la sfiducia dei lavoratori e
hanno creato un clima di depressione, mentre
peggioravano brutalmente le condizioni di vita.
Sul piano contrattuale, ci troveremo di fronte a una
crescente offensiva contro il contratto nazionale, ai
diritti e alle condizioni di lavoro, nel nome della
flessibilità e della produttività, che, a questo punto,
avrà a fianco a sé un governo di centrodestra.
Potremo dire, in sintesi, che la politica del meno
peggio, per paura del ritorno di Berlusconi, ha portato
al peggio e al probabile ritorno di Berlusconi.
Si apre una fase diversa, nella quale tutto verrà messo
in discussione e il sindacato confederale e la Cgil
saranno messe di fronte alla scelta se piegarsi
brutalmente a una linea aziendalista e corporativa o se
riprendere il conflitto sociale.
E' difficile che la Cgil possa scegliere questa seconda
via senza rivedere profondamente scelte, pratiche,
strutture, gruppi dirigenti.
Pur con le sue esigue forze la Rete28Aprila ha
rappresentato in questi due anni un elemento di rigore e
sincerità nella vita politica della Cgil; riteniamo
quindi che sia il momento di dare maggior forza alla
nostra Rete e di prepararci agli impegni duri e
difficili che avremo di fronte.
Per questo l'iniziativa della Rete nei prossimi giorni
dovrà riprendere ovunque, riorganizzando partecipazione
ed esperienze, verso l'assemblea nazionale che dovrà
essere a, questo punto, un grande appuntamento per
iniziare a costruire la risposta sociale, politica e
contrattuale alla sconfitta del centrosinistra e della
politica sindacale del governo amico.
Mi sento in queste giornate di chiedere alle compagne e
compagni il massimo di disponibilità e generosità, in
vista dei tanti appuntamenti e impegni che avremo di
fronte.
Cordiali saluti. (25 gennaio 2008)
Dichiarazione di voto al Comitato Centrale Fiom
di Giorgio Cremaschi
Care compagne, cari compagni,
nell’esprimere il mio giudizio negativo sull’ipotesi
conclusiva per il rinnovo del contratto nazionale
Federmeccanica non voglio, in alcun modo,
mettere in discussione l’importanza della vertenza e
della lotta condotta, né l’impegno e i sacrifici di
migliaia di lavoratrici, lavoratori. Semplicemente
ritengo questa conclusione non accettabile per i
seguenti motivi, alcuni dei quali già annunciati nel
Comitato Centrale del 19 gennaio, che definì il mandato
conclusivo per chiudere, altri in quello del 7 gennaio,
che definì nuovi punti di caduta dell’organizzazione,
nonché in precedenti riunioni.
Ritengo infatti che:
1 – Questo accordo sia segnato dallo scambio
salario-flessibilità. Si può sostenere che lo scambio è
meno pesante di quello che pretendeva Federmeccanica e
che su questo hanno inciso le lotte, cosa sicuramente
vera, ma resta il fatto che questo scambio viene
accettato con l’aumento sostanziale di due giornate di
lavoro all’anno, una nella forma più dura dello
straordinario obbligatorio, l’altra in quella più
leggera dello slittamento di un anno del diritto a una
giornata di riposo. Nella piattaforma c’era un solo
mandato esplicito al sindacato, quello ad estendere la
flessibilità oltre alla stagionalità anche ai picchi
produttivi. Anche questo punto è stato parzialmente
corretto, aggiungendo la possibilità, previo accordo con
le Rsu, di trasformare la flessibilità in straordinario.
Nella sostanza abbiamo allargato gli orari e le
flessibilità a disposizione delle aziende, per avere il
contratto. E’ un’impostazione contrattuale che nel 2006
fu esplicitamente respinta. Questo è il mio principale
punto di dissenso, anche perché questa impostazione può
aprire la via a ulteriori scambi tra salario,
flessibilità, produttività, condizioni di lavoro, sia a
livello nazionale che a livello aziendale.
2 – Sui punti fondamentali della piattaforma, e in
particolare su inquadramento unico e mercato del lavoro,
i risultati sono magrissimi e, in un caso, anche
controproducenti.
Sul mercato del lavoro il risultato quasi inconsistente
è determinato dall’accordo del 23 luglio 2007 che, nella
sostanza, viene recepito nel contratto. Questo rende più
comprensibile il magro risultato. Sull’inquadramento
unico, invece, la rinuncia alla richiesta sindacale,
pure con il rinvio a una commissione, comporta il
risultato negativo dell’introduzione della 3 ERP (o 3
più), che non rappresenta un passo avanti ma, invece,
corre il rischio di essere un vero e proprio blocco
all’evoluzione dal 3° al 4° livello per i lavoratori
addetti alla produzione di massa. Ci sono risultati
positivi sul piano delle relazioni sindacali e
dell’ambiente e sicurezza, ma occorre anche sottolineare
che essi traducono sostanzialmente provvedimenti di
legge: dove c’era una richiesta sindacale autonoma,
complessivamente non siamo passati.
3 – Sulla parità normativa operai-impiegati, richiesta
dalla Federmeccanica e non dalle organizzazioni
sindacali, ci sono penalizzazioni e un’ingiustizia. Si
aumenta il periodo di prova per gli operai, la
parificazione delle ferie per gli operai maturerà tra 10
anni per avere un giorno e tra 18 per la settimana in
più. Quindi in tempi contrattualmente irrilevanti. Ma,
soprattutto, c’è la penalizzazione salariale per gli
operai nuovi assunti, o per gli operai che si licenziano
e cambiano lavoro, che riceveranno 11 ore e 10 minuti in
meno di retribuzione all’anno, pari circa a 110 euro.
4 – Sul salario abbiamo accettato il prolungamento di 6
mesi della durata, aumentando sì l’uscita finale da 117
a 127 euro, ma con un sistema di scaglionamenti
insufficiente perché per un anno l’aumento è solo di 60
euro al 5° livello e nei due anni di durata formale del
contratto, da luglio 2007 a luglio 2009, l’aumento è di
97 euro al 5° livello e ancora meno per il 3°. Ritengo
che un risultato salariale insufficiente avrebbe potuto
giustificarsi senza scambi sulle flessibilità, ma invece
non lo sia con quelle concessioni sugli orari.
In sintesi penso che una conclusione migliore sarebbe
stata possibile, puntando già tempo fa sulla
partecipazione e sul coinvolgimento diretto dei
lavoratori nel rifiuto dello scambio
salario-flessibilità. Purtroppo questa diversa
impostazione della fase decisiva della vertenza è stata
scartata nella nostra discussione interna.
Ritengo che, concluso il referendum, ci debba essere
necessariamente una discussione nel gruppo dirigente
della Fiom e anche una verifica di linea contrattuale.
Considero troppo importante la conclusione del contratto
nazionale per minimizzare il senso del mio dissenso, e
non sono certo interessato a discutere in termini di
collocazione personale.
Anche per questo ho rimesso al Segretario generale la
mia responsabilità sull’Ufficio sindacale, che oggi
ritengo incompatibile con una conclusione contrattuale
che non condivido. Credo che sia necessario che la Fiom
dica con chiarezza se questo contratto segna una svolta,
rispetto alla linea decisa in questi anni di rigidità
sulle condizioni di lavoro, oppure se è un incidente di
percorso. Quello che non si può fare è negare la portata
di una conclusione fondata su un modello di scambio che
nel passato abbiamo respinto.
FIOM NAZIONALE Roma, 24 gennaio 2007
Metalmeccanici in sciopero
Tibaldi: «È ora
di passare dalla parole ai fatti. Il contratto va chiuso
nei prossimi giorni»
A
Torino lo striscione con la scritta «Tutti insieme»
della Bertone e quello della ThyssenKrupp listato a
lutto aprono il corteo dei circa 8000 lavoratori
metalmeccanici da troppo tempo in attesa del rinnovo del
contratto.In Lombardia oltre 11.000 lavoratori stanno
bloccando le principali arterie autostradali mentre
40.000 sono complessivamente coloro che hanno aderito
allo sciopero; a Genova in 500 hanno bloccato la
stazione ferroviaria di Genova Brignole; a Bergamo il
blocco è sull’A4; a Cagliari in 300 stanno facendo un
sit-in sotto la sede di Confindustria.
Altissima anche l’adesione in Friuli Venezia Giulia. Da
Milano a Palermo, da Ancona a Mestre la richiesta è una
sola «Contratto subito». Secondo i sindacati l’adesione
allo sciopero a livello nazionale è di circa l’80%,
molte aziende sono completamente vuote, nelle fabbriche
del Nord è tutto bloccato. Forse i numeri di questa
mattina saranno utili nell’incontro che si terrà alle
14,30 tra i segretari generali saranno e la
Federmeccanica per la ripresa della trattativa con per
trovare un accordo entro il 15 gennaio.
«L'altissima adesione allo sciopero e le manifestazioni
che in alcune realtà, soprattutto del nord, hanno visto
anche il blocco della circolazione, sono il segnale che
il livello di esasperazione dei lavoratori
metalmeccanici, che non riescono a rinnovare il
contratto di lavoro a causa dell'intransigenza di
Federmeccanica, è arrivato ad un punto limite». Lo ha
dichiarato il senatore Dino Tibaldi, responsabile Lavoro
del Pdci. «È ora di passare dalla parole ai fatti. Il
contratto – prosegue Tibaldi - va chiuso nei prossimi
giorni, così come le disponibilità che il Governo ha
manifestato in questi giorni devono trovare risposte
concrete nel giro di poche settimane».(la Rinascita
della sinistra online 11 gennaio 2008)
80% l'
adesione allo sciopero generale
Roma,
11 gen. (Adnkronos)- E' di oltre l'80%,
secondo fonti sindacali, l'adesione
allo sciopero generale
proclamato da Fim, Fiom e Uilm a
sostegno della
vertenza per il rinnovo del
contratto dei metalmeccanici.
Molto alta anche l'adesione alle
manifestazioni e ai presidi,
organizzate nelle diverse città
italiane.
"E' andata bene.
Speriamo che serva", commenta
il leader della
Fim, Giorgio Caprioli. La
trattativa con Federmeccanica
entrerà a breve "in una fase
decisiva". D'ora in poi sul tavolo
ci saranno i nodi cruciali della
vertenza, salari, mercato del lavoro
e orario ma l'appuntamento,
previsto originariamente per le 14,
è slittato alle 18. Una
'pausa di riflessione' necessaria
perché "ciascuno faccia le proprie
riflessioni e poi si torni al
negoziato".
"Se Federmeccanica ricompone le sue
divisioni forse il contratto si può
fare - sottolinea il segretario
provinciale della
Fiom, Giorgio Airaudo -
viceversa, se non si chiuderà entro
pochi giorni, sarà necessario uno
sciopero generale con una
manifestazione nazionale di tutti i
metalmeccanici.
Non possiamo fare compromessi sui
salari e disporre aumenti
strutturali di orario, serve
-ha concluso- una norma che riduca
la precarietà sul lavoro".
Cinquemila lavoratori, secondo il
sindacato, hanno partecipato questa
mattina a Torino al corteo, partito
da Porta Susa, organizzato da Fim,
Fiom e Uilm.
Rappresentanti della Bertone e della
Thyssen Krupp hanno preso la parola
in piazza Castello a Torino,
dove si è concluso il corteo
promosso dai sindacati nell'ambito
delle otto ore di sciopero
proclamate a livello nazionale.
Per la Bertone ha preso la parola
Pino Viola che ha ribadito:
"Vogliamo avere un posto di lavoro,
non assistenza. Rivolgiamo la nostra
dignità e senza lavoro non c'è
dignità". Subito dopo è stata la
volta di Vincenzo Di Pasquale, rsu
Thyssen che dopo aver ricordato i
sette operai rimasti uccisi nel rogo
sviluppatosi nella notte del 6
dicembre, ha sottolineato: "Vogliamo
il contratto subito perché non
riusciamo arrivare non alla terza ma
alla seconda settimana del mese".
A concludere la manifestazione è
intervenuto a nome di Fim, Fiom e
Uilm
Bruno Vitali della segreteria
nazionale Fim che ha
ripercorso le fasi della trattativa
ribadendo che: "Non siamo
disponibili a fare sconti sui soldi
né ad aumentare l'orario di lavoro e
vogliamo raggiungere un punto di
equilibrio accettabile sulla
normativa che vogliamo rendere in
linea con i tempi".
Intanto, questa mattina, in alcuni
tratti della rete Autostrade per
l'Italia, si sono registrati
disagi alla circolazione per la
manifestazione dei metalmeccanici.
Al termine delle manifestazioni il
traffico
è tornato regolare sull'intera rete
di Autostrade per l'Italia.
Rimangono rallentamenti sull'A8
all'altezza del bivio con l'A9 e
l'A4 e sull'A4 verso Venezia tra
Trezzo e Capriate e tra Ospitaletto
e Brescia.
Sul fronte politico, la segreteria
nazionale del Prc, riunita oggi a
Roma, ribadisce che la chiusura dei
contratti nazionali di lavoro
aperti, a cominciare da quelli dei
metalmeccanici, del pubblico impiego
e del commercio, sono "la
priorità per una prima risposta
all'emergenza salariale e
all'attacco di Confindustria nei
confronti delle lavoratrici e dei
lavoratori italiani".
Contro
la precarietà e i tetti salariali,
per il lavoro
"buono", salari dignitosi ed una reale redistribuzione
del reddito
dichiarazione di
Fabrizio Tomaselli
coordinatore nazionale SdL
intercategoriale
Nel merito del
confronto e della trattativa
generale tra le forze politiche
della maggioranza ed il governo, che
interessa anche Cgil, Cisl, Uil, Ugl
e Confindustria, SdL
intercategoriale esprime forte
preoccupazione sul metodo adottato e
sul merito di quanto sta emergendo.
In particolare
è inaccettabile che il confronto
coinvolga esclusivamente i sindacati
“confederali” ed escluda tutte le
altre forze sociali, compreso il
Sindacalismo di Base che rappresenta
ormai una forte realtà nel Paese.
Sul merito, SdL ribadisce la più
ferma opposizione a misure che
apportano un lieve incremento in
busta paga attraverso la riduzione
del carico fiscale e contestualmente
riducono spesa e stato sociale
proprio per finanziare la riduzione
delle tasse. Tutto ciò per non far
pagare ed anzi favorire le imprese.
Infatti, oltre a non rappresentare
una ridistribuzione di risorse dalla
rendita finanziaria e dalle aziende
ai lavoratori ed alle famiglie, tali
misure favoriscono di fatto la
definizione dei contratti di lavoro
scaduti ed in discussione in questi
giorni, che vedranno di fatto
contabilizzati come aumenti sia le
quote direttamente sborsate dalle
imprese, sia quelle che lo Stato
metterà a disposizione attraverso la
riduzione delle tasse. I lavoratori,
infine, pagheranno tutto ciò
attraverso aumenti della
produttività, aumento della
precarietà e minori servizi
sociali.Quello che invece chiediamo
e soprattutto chiedono i lavoratori,
sono incrementi retributivi reali
che non inficino la spesa sociale,
lavoro buono e non lavoro sempre più
precario, una redistribuzione del
reddito nazionale che finalmente non
penalizzi il lavoro e che invece
colpisca le rendite finanziarie che
in questi ultimi anni hanno
incamerato miliardi e miliardi di
euro senza produrre alcun beneficio
per i cittadini e per il Paese.Roma
11 gennaio 2008
Vittime di una sola morale
di Susanna Camusso*
Nessuno tocchi Caino, nessuno sparga il
sangue di Abele, sembra un dibattito
surreale; ma si può dirlo anche così: le
donne sono come il boia di Stato, ed
allora il surreale si trasforma nella
cognizione che il tema è come, ancora
una volta, colpire la libertà femminile,
quella che scardina il teorico ordine
"naturale" delle cose, ovvero il
monopolio maschile sulla scena pubblica
che, tra l'altro, relega le donne a
contenitore per la riproduzione.
Tutti gli attori di
questa nuova scena della tragedia che si
ripete sanno che per l'opinione
pubblica, i cittadini del nostro paese
la 194 è legge intoccabile; allora
perché ci si riprova? Perché più sale il
tono dell'attacco più si risponde con un
balbettio confuso, scomposto, che suona
a giustificazione, non a limpida
affermazione della laicità dello Stato e
dei diritti civili?
Perché la politica
regisce sempre con due sole modalità: o
il proditorio attacco ad un percorso
politico, quindi non il merito, ma gli
schieramenti e la loro articolazione, o
la ricerca di quali mediazioni fare,
perché non avranno tutte le ragioni ma
un po' bipartisan, un po' disponibili ai
temi "eticamente sensibili" bisogna
esserlo.
Si cancella il
soggetto dell'attacco: la libera scelta,
e si torna su un terreno più congeniale
quello che mostra il pericoloso vuoto di
oggi, non c'è un orientamento sui temi
della libertà di, ovvero dei diritti di
cittadinanza. Dov'è il pensiero della
politica laica, progressista, liberale,
di sinistra, comunque la si voglia
definire? Non vale la fuga del dire non
servono le leggi anzi, le leggi
garantiscono la libera scelta e rendono
agibili per tutte e tutti i diritti.
Eticamente
sensibile è diventato sinonimo di
colpevolizzazione di qualcuno: le donne,
i gay le lesbiche o i trans, di chi
rifiuta l'accanimento terapeutico, di
chi convive; l'etica è una sola, la
coscienza dei singoli è incoscienza, la
libertà viene negata perché urta la
sensibilità di uno dei pensieri che
popolano la nostra società plurale.
Diritto di scelta
(preferisco libertà di scelta) viene
contrabbandato come dovere, perché di
doveri ha bisogno la Verità rivelata,
d'altronde la devozione e il credo sono
il fine. Quante volte sentiamo la frase
"aiutare a decidere" e quanto ricorda
l'idea che da sola non puoi, quanto
ricorda "partoriraii con dolore", il
dovere e la colpa!
Dove sono la laicità,
la pluralità, i diritti di cittadinanza?
Spariscono di fronte a uno o due voti
che fanno la differenza in Senato o sono
spariti nell'essere ogni volta arretrati
a cercare un'unica morale collettiva, la
sensibilità etica che pure non versa
lacrime per le vittime di violenza
sessuale, ma implora come vita quella
che verrà solo se una di noi la porterà
in grembo.
È la differenza tra
soggetto e oggetto, è il coraggio di
dichiararci soggetti, è il dovere della
politica di vederci e riconoscerci come
tali e di dire che il vulnus è
l'articolo 1 della legge 40, il vulnus è
non conoscere e dare senso alla parola
libertà.(AprileOnline 8 gennaio 2008)