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Notizie Fiom, Cgil, RdB, Cub, Usb                                                                                                                                                                                      pagina 3
 

 

 

 

Melfi. La Fiat condannata per comportamento antisindacale

 

 Melfi: Sentenza del tribunale condanna la Fiat per comportamento antisindacale. Immediato reintegro al lavoro per i tre lavoratori (di cui due delegati della Fiom) ingiustamente licenziati con l'accusa di sabotaggio.


Dichiarazione di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom

E' con grande soddisfazione che apprendiamo della sentenza del tribunale di Melfi, che condanna la Fiat per comportamento antisindacale, che ordina l'immediato reintegro al lavoro per i tre lavoratori (di cui due delegati della Fiom) ingiustamente licenziati con l'accusa di sabotaggio. Giustizia è fatta applicando lo Statuto dei diritti dei lavoratori e grazie ad una Magistratura indipendente che si è basata sui fatti realmente accaduti.

Ci auguriamo che la Fiat valuti tutto ciò con molta attenzione, perché pensare di uscire dalla crisi cancellando il Contratto nazionale, le Leggi e la Costituzione porta solo fuori strada e non risolve nessun problema. La Fiom conferma la disponibilità a riaprire un vero negoziato su tutti i temi aperti con la Fiat, che ricerchi le soluzioni nel rispetto del Contratto nazionale, delle Leggi e della Costituzione.

E' fuorviante pensare che i problemi si possono risolvere con la cosiddetta "Newco" a Pomigliano e con le deroghe al Contratto nazionale, sarebbe utile che anche Fim e Uilm se ne rendessero conto.

La contrattazione collettiva è una risorsa anche per ricercare soluzioni innovative tra le parti, se diventa una reale mediazione tra i diversi interessi del lavoro e dell'impresa. Per uscire dalla crisi il lavoro deve diventare interesse generale per il Paese, ricercando un nuovo e ambientalmente sostenibile modello di sviluppo.

Per questo essere a Roma il 16 ottobre alla Manifestazione nazionale dei metalmeccanici per il lavoro, la democrazia, la legalità ed un vero contratto nazionale significa essere dalla parte giusta: quella del Lavoro e della Giustizia sociale.

Fiom nazionale

Melfi, 10 agosto 2010

 

Da Rete 28 aprile



Giorgio Cremaschi: "No all'intervista di Epifani su Il Corriere della Sera"


"Considero l'intervista di Guglielmo Epifani su Il Corriere della Sera di oggi contraddittoria, sbagliata e dannosa." (...)

"Contraddittoria perché il segretario generale della Cgil non può contemporaneamente dichiarare che l'accordo ha degli aspetti di incostituzionalità e poi proporne piccoli aggiustamenti. Se l'accordo è incostituzionale bisogna dire di no, senza tentennamenti che ne sminuiscono la gravità."

"L'intervista è sbagliata perché legittima un referendum che, come è stato detto da più parti, non può essere ammesso né per il clima di intimidazione nei confronti dei lavoratori, né per i suoi contenuti. Non si può considerare legittimo e valido un referendum nel quale sono in gioco diritti costituzionali."

"L'intervista è dannosa perché con queste posizioni confuse e contraddittorie il segretario generale della Cgil rischia di non cogliere la sostanza del problema.
Già in queste ore ci sono aziende, come la Indesit, che stanno chiedendo di estendere l'accordo Fiat. Il governo si prepara a trasformare l'accordo Fiat in legge."

"Proprio per questo tutti i lavoratori del gruppo Fiat sono in rivolta.
Stare in mezzo, in questa situazione, senza prendere alcuna chiara posizione significa subire l'offensiva sui diritti e favorire le posizioni più arroganti del padronato e del governo. Ancora una volta l'intervista di Epifani ha espresso lo stato di crisi del gruppo dirigente della Cgil, di fronte alla realtà del paese e dei suoi conflitti sociali."

Roma, 18 giugno 2010
 

Cgil. La linea uscita dal Congresso è già morta



intervista a Giorgio Cremaschi

 di Fabio Sebastiani

La Cgil torna a dichiarare lo sciopero. Fatto così, però, servirà a ben poco.
Innanzitutto va detto che dopo un mese la linea del congresso non c'è più. Lo sciopero è in totale contraddizione con la linea politica uscita vincente. Voglio ricordare che quel congresso è stato fatto all'insegna del dialogo con Cisl e Uil e della riapertura del confronto con Governo e Confindustria. In questo mese come hanno riconosciuto Epifani e tanti altri, anche nella maggioranza Cgil, la manovra economica è stata concordata dal Governo con Confindustria, Cisl e Uil. Come ha detto Eifani i dirigenti di Cisl e Uil sono gli unici dirigenti sindacali d'Europa che approvano una manovra di tagli del Governo. In tutta Europa il movimento sindacale comincia a lottare. Gli unici assenti sono Cisl e Uil, smentendo così la linea uscita dal congresso Cgil. E' la realtà che agisce su di noi. Pensiamo alla gravità e alla brutalità che la Fiat ha scatenato a Pomigliamo. (....)

Ecco appunto la Fiat. Sembra che ancora abbia in mano le redini del paese. La reazione della Marcegaglia lo dimostra ampiamente.

La questione Fiat è la questione Confindustria. E' uno dei punti che avevamo posto al congresso. Non c'è una Confindustria buona e un Governo cattivo.
Entrambi sono protagonisti di un disegno che vuole affrontare la crisi scardinando le basi della nostra Costituzione. La Fiat a sua volta pratica l'obiettivo. Il documento consegnato dall'azienda è un atto di autentico autoritarismo, di moderno fascismo aziendalistico. La Fiat non vuole semplicemente la flessibilità, vuole la rinuncia al diritto di sciopero, al contratto nazionale, al ricorso alla magistratura, nella tutela dei diritti individuali.
Vuole, nella sostanza che i lavoratori di Pomigliano quando varcano i cancelli della fabbrica si dimentichino di essere cittadini della Repubblica italiana.
Il documento consegnato ai sindacati è di una gravità senza precedenti.
E la dice lunga sullo stato della democrazia nel paese. Tutti quei grandi giornali che stanno giustamente combattendo contro il bavaglio alla stampa non capiscono e non vedono il bavaglio che la Fiat vuol mettere al sindacato e ai lavoratori. D'altra parte Marcegaglia è stata esplicita, hai ragione, nel pretendere che la Fiom tratti e ceda alle richieste dell'azienda. Del resto questo è lo stesso segno della manovra economica del Governo, che scarica tutto sul lavoro, oggi pubblico, domani su quello privato. Questa è la realtà di una manovra economica che propone di liquidare lo Stato sociale come prezzo da pagare per essere competitivi.
Cosi come la Fiat chiede di cancellare la Costituzione in fabbrica come prezzo per avere l'occupazione. E' lo stesso disegno autoritario e liberista estremo.
E, come spesso è avvenuto nella storia d'Italia la Fiat dopo un periodo di incertezze prende in mano la bandiera delle posizioni più estreme e più autoritarie.

Dicevamo dello sciopero senza qualità...

Siamo in presenza del fatto che la Cgil continua ad essere in mezzo al guado. Il congresso ha tentato una svolta moderata, Cisl Uil Confindustria e Governo hanno chiuso la porta in faccia alla Cgil. Ora è chiaro che questo sciopero ha senso se diventa un elemento di consapevolezza. In questa fase bisogna fare prima di tutto opposizione sociale, mentre i gruppi dirigenti di Cisl e Uil sono la voce del Governo. Occorre costruire una lunga fase di lotta e iniziativa e una piattaforma di lotta sulla crisi oppure non conti niente. La radicalizzazione della Cgil è un fatto positivo ma avviene finora senza la consapevolezza del perché.

Mi sembra che in Europa la situazione non muti più di tanto...

I Governi europei scelgono tutti la stessa ricetta liberista e si preparano a rinunciare all'unico vero patrimonio che l'Europa possiede e può estendere al mondo, lo Stato sociale. La gestione della crisi da parte dei governi europei grida vendetta agli occhi di tutti i principi costituzionali del continente.
In questo la Cgil come tanti altri sindacati è costretta a scegliere. Bonanni e Angeletti hanno scelto di stare con i governi e con gli industriali.
Gli altri sindacati europei sono allo stesso passaggio e molti si stanno radicalizzando.
La Cgil ha scelto la lotta ma a questa lotta deve seguire la coscienza di essere alternativi a quello che si sta facendo oggi.
Per questo abbiamo deciso che la "mozione due" il 6 luglio si costituirà in area programmatica.
Le ragioni sono proprio nel fatto che non basta più semplicemente ogni tanto proclamare uno sciopero ma bisogna dare continuità e coerenza alla scelta di lottare.
Se dopo un mese esatto dal congresso, da tutti presentato come il congresso del dialogo, ridiventa il sindacato del conflitto.
Conviene alla Cgil, se non vuole apparire come semplicemente ondeggiante, fare tesoro di questa scelta e capire che solo quel conflitto, che Angeletti ha detto non servire a niente, diffuso e intelligente può fermare la deriva dei diritti e, a questo punto, della stessa democrazia italiana.
Al congresso della Cigl le parole resistenza e opposizione furono considerate sterili oggi devono diventare pratica.

Non vi spaventa una segreteria tutta in mano alla maggioranza?

Mi pare evidente che la linea politica del congresso si sia già conclusa. Mi interessa che ci sia la consapevolezza che si stanno facendo delle cose diverse da quelle discusse dal congresso. (Liberazione 10 giugno 2010)

Vertenza scuola Piemonte 2010

 

CONTRO LA RIDUZIONE DI RISORSE E ORGANICI

CHE IMPOVERISCE LA QUALITA’ DELLA SCUOLA E L’OFFERTA FORMATIVA

 

A fronte di :

-   riduzione di organico docenti(-1648 in Piemonte)

-   riduzione di organico Ata (- 965 in Piemonte)

-  “ licenziamento” di migliaia di precari, docenti e ata

- gravissima carenza di fondi per il funzionamento delle scuole, per la    sostituzione del personale assente e per il pagamento di tutte le attività svolte e non ancora pagate                          

chiediamo :

·        più organico per sostenere  la qualità della scuola piemontese

·        stabilizzazione del personale precario su tutti i posti liberi  disponibili e la conferma dei finanziamenti per il bando regionale “salvaprecari”

·        finanziamenti certi e rapidi per garantire l’ordinario funzionamento e la sostituzione del personale assente

·        recupero di tutte le somme dovute alle scuole del Piemonte (più di 100 ML di Euro) 

    con l’obiettivo di:

-         tutelare il personale

-         rivedere i regolamenti attuativi della scuola superiore

-         rispettare i tempi, le modalità e lo stanziamento delle risorse

necessarie per il rinnovo del CCNL scaduto a dicembre 2009

-         attuare una vera riforma fiscale e la diminuzione della pressione fiscale

 

Manifestazione Regionale Unitaria Torino - Sabato 29 maggio 2010

 ore 15 - ritrovo in P.za Solferino

(corteo fino in P.za Castello e comizio finale)

         

L’Ufficio Scolastico Regionale, la Regione e il Governo

aprano tavoli di confronto serio e reale 

 

Nasce l'Unione Sindacale di Base USB

Connetti le tue lotte

 
 

Roma - Teatro Capranica, Piazza Capranica 101 – Ore 9.30 

“CONNETTI LE TUE LOTTE”, è l’energico ed inequivocabile slogan che accompagna la nascita di USB, Unione Sindacale di Base, la nuova confederazione sindacale che sarà varata nel congresso di fondazione del 21-23 maggio 2010. 

644 delegati, in rappresentanza dei circa 250.000 iscritti a RdB, SdL ed a consistenti realtà categoriali e territoriali provenienti dalla CUB, si riuniranno per dare vita al “sindacato che serve ai lavoratori”: un’organizzazione generale, indipendente e conflittuale, già diffusa in tutti i settori del mondo del lavoro e in tutto il territorio nazionale, che intende costruire l’alternativa concreta, radicata e di massa, al sindacato concertativo storico. 

Alla giornata conclusiva del congresso, che si terrà il 23 maggio a Roma presso il Teatro Capranica, parteciperanno soggetti sindacali particolarmente interessati al percorso unitario, tra i quali SNATER, Or.S.A. e Slai Cobas. Hanno inoltre assicurato la loro presenza rappresentanti delle forze politiche e sociali. La nuova confederazione nasce forte della storia, del radicamento e della rappresentatività delle organizzazioni che in essa confluiranno, già firmatarie di numerosi contratti collettivi nazionali di lavoro. USB è frutto di un percorso, avviato già con la prima assemblea milanese del maggio 2008, durante il quale sono stati verificati i tratti comuni e rimossi quegli impedimenti che hanno fin qui ostacolato l’unificazione del sindacalismo di base. 

USB avrà una struttura confederale articolata sul territorio nazionale, regionale e provinciale ed una forma snella e pratica, prevedendo due macro-aree intercategoriali (il settore pubblico e il settore privato) sulla scia di quanto già avvenuto in molti paesi europei come Germania e Grecia. 

Al contempo, USB intende mantenere e rafforzare il suo radicamento nei luoghi di lavoro e predisporrà la sua presenza nei territori in modo da rispondere adeguatamente alle istanze di “Uguaglianza, Solidarietà, Bisogni” provenienti non più solo dai segmenti classici del mondo del lavoro, ma anche da quelli di “nuova generazione”: i precari, i migranti, i disoccupati e coloro che non hanno un reddito o sono senza casa. Alla confederazione aderiscono in forma associativa l’AS.I.A. associazione per il diritto alla casa, e l’organizzazione dei pensionati. Grande importanza sarà data anche ai servizi, attraverso efficienti servizi fiscali, di patronato, uffici vertenze e legali, sportelli migranti. 

Roma, 14 maggio 2010

 
Ufficio Stampa
Rossella Lamina
Tel. 067628277 - Fax 067628233
Sito in preparazione www.usb.it
 

 Cgil. Vince la linea riformista


 

Cgil, vince la linea riformistaLa Cgil chiude il suo XVI congresso senza l'unanimità ma il segretario generale, Guglielmo Epifani, termina il suo mandato con una risposta netta alla seconda anima della Cgil. La maggioranza dell'organizzazione ha approvato con largo consenso la linea riformista e la maggioranza della Fiom viene messa all'angolo, anche grazie ad una modifica statutaria che il sindacato dei metalmeccanici guidato da Gianni Rinaldini non ha per niente gradito

Nel corso dei suoi lavori l'organizzazione ha votato una modifica allo statuto che affida al solo comitato direttivo il pronunciamento sulle piattaforme e gli accordi interconfederali.
Un modo per chiarire definitivamente la linea di intervento dell'organizzazione nei casi come quello emerso in occasione del protocollo sul welfare, quando la Fiom nell'autunno 2007, si espresse in modo contrario rispetto alla confederazione. Un punto su cui, ha annunciato oggi il leader della Fiom, Gianni Rinaldini, i rappresentanti della seconda mozione intendono continuare la battaglia in seno al direttivo. Come, tuttavia, la minoranza, che rappresenta una larga parte della Fiom e che si è' organizzata attorno alla mozione due 'La Cgil che vogliamo', si organizzerà per far sentire il suo peso ancora non è deciso: secondo l'attuale segretario della Fiom, non con una cosiddetta area programmatica formalmente costituita.

Oggi l'assemblea della Cgil ha invece dato mandato al rieletto segretario Epifani di portare avanti una linea politica votata dall'82,04% dei congressisti. Anche se non mancherà lo sforzo per cercare di ricomporre le divergenze e 'governarle', 'l'esito del congresso è chiaro, il voto degli iscritti ci consegna la linea della Cgil e va rispettato', si legge nel documento politico conclusivo.
La Cgil parla di un vero e proprio 'manifesto', nel quale le proposte per la democrazia 'sono l'orizzonte in cui costruire un'ampia stagione di mobilitazione, alleanze più vaste'. Anche laddove si parla dei rapporti con il governo la Cgil ritiene che 'comunque sia sua responsabilità indicare i terreni su cui provare a ricostruire un lavoro comune'. Sul modello contrattuale chiede di trovare 'un accordo condiviso sulle regole della democrazia' e si dice 'pronta a riprendere il confronto unitario'. Quindi la Cgil andrà avanti nel suo proposito di riportare l'organizzazione ai tavoli delle trattative perché, sostiene Epifani, 'il conflitto da solo non porta a nulla'.
Al Congresso intanto sono state sostanzialmente confermate le percentuali ottenute dalle due mozioni congressuali, che erano state rispettivamente l'82,92% ed il 17,08%.

La Cgil sceglie di dare ascolto all'apertura della Cisl a ritrovare il terreno per una confronto unitario e, di fronte al dilagare della crisi economica, invita il governo a mostrare 'responsabilità sociale', fermando il proposito di modificare l'impianto dei diritti del lavoro.
Per Epifani il dialogo con Cisl e Uil deve ripartire proprio per fare fronte alle difficoltà poste a lavoratori e pensionati dalla difficoltà di questo momento. 'Avevamo detto che sarebbe stato il congresso della crisi e nella crisi. E guardate quello che è successo: prima lo sciopero e la tragedia in Grecia, oggi una nottata drammatica in cui i capi di governo dell'Unione si sono riuniti d'urgenza'.
Il dialogo, dunque, 'ripartirà dai punti su cui è possibile ripartire. Abbiamo tante divisioni che restano, possiamo provare a lavorare su alcune questioni: la democrazia, la rappresentanza, la condizione del Mezzogiorno, il fisco'. Su questi terreni 'bisogna provare a dare non solo una prova di buona volontà ma provare a fare qualcosa di utile per i lavoratori'.
Alla Cisl e alla Uil 'va il rispetto della Cgil perché rappresentano milioni di lavoratori. Pretendiamo però analogo rispetto per le scelte che abbiamo fatto'; allo stesso modo, chiarisce il segretario, rieletto sulla contrattazione la Cgil non vuole stare nell'angolo. 'Per una forza troppo grande e troppo orgogliosa per essere subalterna, non restava altra strada che la riconquista immediata di ciò che l'accordo separato aveva provato a negarci'.

Intanto, lo stesso atto di responsabilità che spinge l'organizzazione a ricercare il dialogo con gli atri sindacati per il bene dei lavoratori, Epifani lo chiede al governo che, fino ad ora ha 'usato la crisi per indebolire i diritti dei lavoratori'. Di fronte a questo 'secondo tempo della crisi, dobbiamo usare intelligenza e responsabilità nazionale. E, prima della nostra, che comunque c'è e ci sarà, ci vorrebbe però un atto di responsabilità e saggezza da parte del governo. Fermi- conclude Epifani - questa costruzione legislativa che prova a smontare i diritti' dei lavoratori.(www.aprileonline.info 8 maggio 2010)

 

 

 La pochade e lo Statuto

di Pietro Ancona


La questione dei fischi a Bonanni, Angeletti e Sacconi è ritornata più volte nelle scuse della CGIL. Sacconi addirittura si aspetta un sms di Epifani! Non dico che Epifani avrebbe dovuto fare come Craxi al Congresso di Verona che
dichiarò che se fosse stato presente si sarebbe unito ai fischi a Berlinguer, ma le scuse a Cisl ed Uil ripetute più volte hanno assunto un significato politico discutibile.

Credo che i fischi fossero giustificati dalle scelte della Cisl e della Uil che considerano l'unità con la CGIL una mera adesione agli accordi da loro stipulati con Confindustria e Governo. Non dimentichiamo i gravi attacchi anche di carattere personale rivolti ad Epifani e la discriminazione della Fiom isolata alla stregua dei palestinesi di Hamas.

La Confindustria e Sacconi, al di là delle schermaglie diplomatiche, escono dal Congresso con un ricco carniere: portano a casa non soltanto una CGIL che non ha alcuna piattaforma rivendicativa da presentare a chicchesia, un sindacato muto sulla condizione salariale, sul precariato e sui diritti, ma anche un semaforo verde all'apertura del cantiere di demolizione dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Lo Statuto ha quaranta anni e come la Costituzione viene considerato obsoleto non solo dalla destra politica ma anche dal PD. Al suo posto ci sarà lo Statuto dei Lavori, cioè delle Imprese. Il capovolgimento è copernicano: dalla difesa dei lavoratori alla primazia dei diritti delle Imprese a cominciare dal diritto di non essere impacciate la "lacci e lacciuoli". Infatti è in corso una radicale delegiferazione del diritto del lavoro e, laddove questo non è possibile, alla invenzione di enormi ragnatele giuridiche dentro le quali imbrigliare ogni velleità di difesa di una parte che Sacconi non considera minus habent!
Basta leggere in controluce, tenendo conto dei precedenti immediati, la dichiarazione di Epifani. Dopo aver ribadito che lo Statuto dei Lavoratori è una "pietra miliare" (il linguaggio è freudiano: si sa che dopo una pietra miliare ne esistono tante altre..) e ricordato che i suoi contenuti sono ancora validi, non esclude una partecipazione al negoziato sullo Statuto dei Diritti per verificare che cosa può essere accettato e respinto dalle proposte che verranno fatte. Come si vede l'agenda è scritta sempre o dalla Confindustria o dal Governo. La CGIL si limita a vedere, a verificare, a tentare una spesso impossibile riduzione del danno.
Questo atteggiamento della dirigenza della CGIL, seppur corroborato dall'appoggio del PD che teme l'orror vacui e di essere allontanato dalla cucina dove si preparano le polpette avvelenate della "modernizzazione", è suicida o simula una opposizione inesistente. Due recenti eventi danno una idea di come si comporterà la CGIL per lo Statuto che Sacconi ha dichiarato di liquidare entro il mese di maggio: l'accordo separato sulla riforma del contratto e la legge 1167.
Nel primo caso, la CGIL non ha firmato ma ha preteso di essere presente all'atto della firma.
Poi ha fatto filtrare nel tempo e nei mesi il nuovo contratto nei rinnovi dei contratti di categoria.
L'accordo separato Cisl UIL non c'è più come ha rimarcato, assai soddisfatta, la signora Marcegaglia. In quanto all'art.18 ha lasciato lavorare in pace per due anni il Parlamento senza una sola ora di sciopero. A seguito dei rilievi del Presidente della Repubblica per dare in qualche modo una qualche soddisfazione alla sua base inquieta, irritata e terrorizzata di perdere una garanzia che ha finora evitato la macelleria dei lavoratori a tempo indeterminato, ha fatto qualcosina. Ma niente di più di una spolveratina di movimentismo, tanto per poter dire: l'hanno fatto ma noi siamo stati contrari.
Lo stesso copione comincia a recitarsi per lo Statuto dei Diritti. E dal momento che la crisi incombe ed é assai minacciosa, e l'ombra della Grecia si allunga sull'Italia, si giocherà molto sulla emotività di una svolta epocale disastrosa per chiudere la bocca a quanti vorrebbero continuare a difendere la loro condizione. Ma come? Come quello che bolle in pentola voi indugiate ancora a difendere diritti "obsoleti"?
Questa storia della crisi è già costata molto ai lavoratori italiani. La Grecia ha avuto tre giorni di insurrezione per un blocco di salari e pensioni che in Italia è in vigore da quasi venti anni! Venti anni di collaborazionismo che hanno impoverito la classe lavoratrice ed arricchito a dismisura di privilegi e grossi emolumenti i managers ed i politici!!
Insomma, come in una pochade di Feydeau la CGIL di Epifani farà come quella signora che finge di resistere strenuamente agli attacchi del suo spasimante ma gli facilita l'amplesso continuando a strillare: "no!, non voglio, no!!
Il copione della prossima cessione è già scritto! Uniche al mondo, le confederazioni sindacali italiane negoziano soltanto la cessione di diritti. Mi domando che cosa negozieranno quando non ci sarà niente più da cedere!
Sono convinto che la questione dello Statuto non riguardi soltanto le forze sindacali. Riguarda le forze politiche. Tutte le forze politiche comprese quelle che sono state escluse dal Parlamento hanno diritto di intervenire. Lo Statuto è parte della Costituzione realizzata.

http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it  7 maggio 2010


 

 Cremaschi. La mozione 2 diventi area. Mi candido segretario Fiom


di. Fabio Sebastiani

-Non è la prima volta che uno sciopero generale della Cgil debba poi essere "aggiornato" ai temi del momento, come in questi giorni con l'attacco all'articolo 18. Che succede?

Succede che siamo in presenza di scioperi come grandi contenitori. Non è un modo giusto per gestire le lotte. Questo sciopero ha un senso se è una risposta immediata sulla questione dell'articolo 18. Del resto, sta andando sempre peggio. Confindustria e Governo cercano una resa dei conti finali, ma questo da un bel po',
non da ieri. La gente lo sa e o si rassegna o, quando può, si ribella. La Cgil non si è fatta sentire a sufficienza non per debolezza, ma per contraddizioni politiche. Come dopo l'accordo del 22 gennaio, si è fatto finta di non sapere che c'è il consenso totale di Cisl e Uil. O si alza la polemica nei loro confronti oppure perdi. Se anche una personalità come Gallino rimprovera in modo durissimo alla Cgil di non essersi mossa a sufficienza, è chiaro che qualche problema c'è. (...)

-Mi sembra che dopo la querelle sullapartecipazione al voto, "La Cgil che vogliamo" abbia di fronte il nodo,
passami il termine, "continuità della discontinuità".

La "mozione due" è di fronte a un doppio problema.
Che giudizio dare sui risultati dei congressi di base e come, e se, andare avanti.
Sul primo è chiaro che il risultato è inferiore alle aspettative e alla portata dello schieramento.
Su questo non c'è dubbio. Non si può negare che la mozione abbia subito dei colpi.
E' venuto meno con il risultato finale del congresso il punto di partenza
e cioè l'alleanza di tre categorie e di alcune Camere del lavoro che potevano
costituire un polo dialettico nuovo dentro la Cgil.
D'altra parte questo risultato non rappresenta neanche la disfatta che vuol far sembrare il
gruppo dirigente. Il correntone non ha sfondato.
Tuttavia si vuole trasformare questo in una disfatta e lo si fa con i voti "non credibili".
Un risultato più credibile, ovvero il 25%, non cambierebbe la tendenza di fondo.
La forzatura in atto sui voti tende ad annichilire la mozione. E a questo bisogna rispondere.

-Come proponi di rispondere?

Penso che la non certificazione dei dati decisa dalla mozione se non vuol essere una questione legale
deve portare a risultati politici e a dei comportamenti coerenti.
Ovvero, non si chiude unitariamente se non c'è una svolta nei comportamenti della
maggioranza, e se la maggioranza non riconosce le ragioni della minoranza. Questo è il punto.
Penso che abbiamo avuto un mandato non per sistemare un po' di posti ma per fare una battaglia politica duratura dentro la Cgil.
E' la crisi stessa che lo impone.

-Parli di un'area programmatica?

Sì. Bisogna che si discuta sul fatto che la mozione continui costituendosi come area programmatica.
Un'area di dissenso e in alcuni casi anche di opposizione nella Cgil.
Podda e Rinaldini hanno sempre ripetuto di non voler costituire un'area programmatica.
Penso che sia Podda che Rinaldini si debbano rendere conto che la situazione è cambiata.
Questo implica una scelta per la maggioranza della Fiom. Il fatto che in Fiom ci sia una maggioranza diversa da
quella che c'è in Cgil è un fatto nuovo.
Questo apre una dialettica che non può più essere solo quella tra strutture ma tra pratiche e linee sindacali.
La Fiom deve farsi carico di essere l'architrave dell'area del dissenso in Cgil.
Questo è quello su cui dovrà discutere il congresso nazionale della Fiom.
E si sceglie il gruppo dirigente sulla base del mandato politico.
In questo c'è la mia disponibilità, ma solo in questo contesto.

-Ti candidi a segretario nazionale della Fiom?

Non capisco perché dovrei essere escluso a priori da questa discussione.
Il punto che la Fiom deve scegliere è se continua fino in fondo sulla base della posizione che si è affermata
come maggioranza o accetta, anche senza dirlo, di rientrare nei ranghi.
Credo che la Cgil abbia bisogno che la dialettica continui. E ne abbia bisogno anche il paese.
Da questo punto di vista mi auguro che la Cgil scenda in piazza anche contro il decreto sulle elezioni.
In fondo fa parte della sua tradizione, da Tambroni in poi.
L'attacco all'articolo 18 nasce in un momento in cui c'è il decreto salva-lista. E' l'idea di sopraffazione del diritto.
E purtroppo, la Cisl e la Uil sono parte integrante dell'Italia di Berlusocni .

-E la Confindustria?

Il potere di Berlusconi si fonda anche su un patto di concertazione e complicità con la Confindustria, la Cisl e la Uil.
Senza questi sostegni, la maggioranza di Governo sarebbe già in crisi a causa del disastro economico-sociale che c'è nel paese.
La Cgil è fuori da questo sistema di potere ma non sempre è contro. A volte è sull'uscio.
Per questo al di là delle mozioni c'è il peso della realtà che continuerà ad incombere sulle scelte della Cgil.
E c'è per questo bisogno di una forte dialettica di posizioni.

-Scusa se insisto sulla tua candidatura...

Ogni tanto bisogna anche mettersi in discussione sul piano personale.
Ho una grandissima stima di Maurizio Landini, pensò però che ci sono momenti in cui le organizzazioni devono scegliere.
Come mi è spesso capitato accetterò le scelte e ne subirò le conseguenze.
La situazione è troppo grave perché venga affrontata come un fisiologico ricambio di gruppi dirigenti.
Sulla Fiom si concentrano tante speranze di resistenza del mondo del lavoro e non solo di esso.(Intervista a Liberazione, 9 marzo 2010)
 

 La Fiom non può diventare un corpo estraneo

 


Intervista a Fausto Durante

«Quanto ancora è tollerabile una Fiom in netta opposizione alla Cgil? Dove vuole andare la maggioranza del sindacato? (...)
Perché di questo passo, alla lunga, si porrà il problema di capire a quali condizioni la Fiom può ancora stare dentro la Cgil. Prima o poi questo precario equilibrio corre il rischio di spezzarsi ».

Sono riflessioni e parole dure quelle di Fausto Durante, che delle tute blu di Corso Italia è segretario nazionale.
Arrivano a poco più di un mese dal congresso dei metalmeccanici (14-16 aprile), un appuntamento che servirà anche ad eleggere il successore di Gianni Rinaldini.
Durante, in vista del congresso Cgil ha sostenuto la mozione di Epifani mentre Rinaldini e altri si sono opposti con una mozione alternativa che ha riscosso successo solo nella Fiom.

Alla luce diquesto risultato cosa si auspica dal vostro congresso?
«Che la Fiom sia in grado di fare un passo in avanti, che in autonomia riconosca e trovi una collocazione in linea con la Cgil. Perché dal 2004 ad oggi nel nostro sindacato ha sempre prevalso un'anomalia: siamo la più grande categoria industriale della Cgil ma siamo in distonia con la Confederazione. Io credo che il tema del nostro congresso sia questo: come rientrare nella politica generale della Cgil».

La mozione minoritaria sostenuta da Rinaldini in Cgil ha perso il confronto con quella di Epifani,ma havinto dentro la Fiom. Come non tenerne conto?
«E come non tenere conto dell'83 per cento dei consensi che ha ottenuto la mozione sostenuta dal segretario Epifani? È un problema che va tenuto in conto. Noi (Durante aderisce al documento Epifani) siamo cresciuti dentro la Fiom, passando dal 18 al 27 per cento. Rappresentiamo la maggioranza in 35-40 strutture territoriali su 120. Siamo un nucleo che si consolida sempre di più. Per questo dico che il congresso deve diventare l'occasione per costruire una nuova geografia interna al sindacato, isolando le ali estreme».

A proposito: il favorito alla successione di Rinaldini è Maurizio Landini. Ora però è spuntata l'autocandidatura di Giorgio Cremaschi, che dice: «Se Fiom vuole restare in forte opposizione nella Cgil io sono il candidato ideale».
«È proprio questo il punto. La Fiom può restare ancora in netta opposizione alla Cgil? È questo il suo ruolo o deve trovare un equilibrio con la confederazione?
Il rischio è di isolarsi sempre di più e diventare un corpo estraneo. Interroghiamoci invece su come fare un passo in avanti e trovare l'equilibrio.
Spero che il congresso sia la prima tappa di questo percorso di riavvicinamento, in discontinuità con il recente passato».(L'Unità, 9 marzo 2010)
 


Il corteo degli studenti  partirà da Piazza Arbarello alle ore 9 per toccare i presidi

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 Fiom. Airaudo lascia la segreteria  torinese

 

Fiom/ Airaudo lascia la segreteria torinesePer Airaudo anche l'ipotesi di un ruolo nazionale, anche se il sindacalista 50enne sembra volere privilegiare la vicinanza alla famiglia: "Ho tre figli piccoli - dice - questi anni sono stati molto faticosi". Per il suo posto una sfida a due tra Federico Bellono, leader del Canavese, ex Pci, e Vittorio De Martino, curriculum di fabbrica e segretario della V Lega, quella di Mirafiori. "Per fortuna, dopo otto anni, nel sindacato si cambia, e sarebbe bene che le stesse regole le applicasse la politica - dice Airaudo -. Sapevo di scadere come uno yogurt, è un fatto naturale. E' stata un'esperienza straordinaria e intensa, che a partire dalle situazioni più difficili come Mirafiori e Bertone ha fatto nascere una solidarietà straordinaria anche all'interno del gruppo dirigente. Non sono stato un uomo solo al comando".

Otto anni durante i quali, anche per effetto della crisi, il lavoro è tornato sotto i riflettori: "Per anni abbiamo cercato di spiegare che a Torino gli operai c'erano, che la città non era solo servizi e lustrini. Per non perdere Mirafiori siamo ricomparsi. Le imprese si sono salvate perché abbiamo scongiurato la rimozione del lavoro. Sulla Bertone ad esempio, la soluzione è stata trovata grazie al coraggio e alla tenacia dei lavoratori che hanno continuato, sfilando per la città con i loro striscioni, a tener desta l'attenzione". Un periodo quello di Airaudo segnato anche da quella che definisce "la strage della Thyssenkrupp". "Che giunge proprio - osserva il sindacalista - alla fine di un lungo periodo di svalutazione del lavoro. Quando i lavoratori diventano soltanto numeri sui bilanci si trasformano in una merce, si disumanizzano, l'economia prevale sull'umanità e questo è il problema etico dei nostri giorni".

Nel corso del congresso verrà esposto anche un grande manifesto di Marx, lo stesso che campeggiò davanti a Mirafiori durante lo sciopero dei 35 giorni del 1980: "Ce lo ha dato Bruno Perotti, l'autore, ex operaio Fiat e ora documentarista, uno dei tanti che dopo quella sconfitta si dovette reinventare un mestiere", dice Airaudo.
Il manifesto dovrà servire proprio, spiega il leader della Fiom torinese, a recuperare la memoria sindacale su quei giorni: "Il 1980 è stato rimosso in fretta e furia dal sindacato. E il nostro declino comincia di lì. Il punto non è quello di riprendere la discussione su cosa poteva essere fatto, ma come ripartire. Si poteva resistere meglio al declino. Gli unici che hanno portato addosso la vergogna di quella sconfitta sono stati i lavoratori della Fiat. E il sindacato debole e diviso di oggi è anche figlio di quella sconfitta".
"Recuperare si può - continua Airaudo - ampliando gli spazi di democrazia nei luoghi di lavoro. Rivedendo un sistema di deleghe troppo lunghe e antistoriche proprio in un momento in cui, fuori dai cancelli il cittadino e il consumatore contano sempre di più. Uno strabismo, un sacrificio del diritto di partecipare alle decisioni, che è anche colpa della politica".

Alla politica, alle istituzioni, Airaudo nel suo congedo chiederà un patto per sviluppare a Torino prodotti e lavoro. In tutto questo un ruolo fondamentale lo avrà la Fiat, con cui si è un po' raffreddato il feeling dopo le nozze con la Chrysler. Torino rischia meno del resto d'Italia, ammette Airaudo ma resta incerta la produzione di auto e non arriva quella di un nuovo motore ecologico. "Se non difendi Mirafiori come puoi difendere l'officina Pautasso?", conclude il sindacalista.

(apcom)

 

 

 

L'accordo separato. E dimenticato


di Tiziano Rinaldini*

È trascorso un anno dall'accordo quadro sulla struttura delle relazioni sindacali, con cui l'attività contrattuale viene vincolata a regole, periodicità e contenuti e vengono di fatto ridefinite le funzioni delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori e delle lavoratrici. Un accordo «separato» - tra governo, Confindustria, Cisl, Ugl e Uil - non sottoscritto dalla Cgil. Che da allora è stata sottoposta al ricatto dell'esclusione dalla contrattazione e dai diritti di acquisizione contrattuale se non piega la testa o comunque si oppone al sistema stabilito.
Con l'Accordo Quadro, le organizzazioni sindacali, nell'esercizio di un potere che interviene sulle condizioni di tutti i lavoratori, rinunciano a un vincolo prioritario a cui riferirsi, cioè la volontà dei lavoratori e delle lavoratrici. Questo in una fase che - se non altro per l'esaurimento della credibilità (visti i risultati) della concertazione e per le caratteristiche della crisi economica - richiederebbe un pieno recupero dell'autonomia negoziale e di una libera capacità del sindacato di ricercare con il consenso dei lavoratori la ripresa di protagonismo del mondo del lavoro a partire dalla condizione sociale.
Altresì con l'accordo separato non siamo di fronte a un qualsiasi più o meno buon accordo sindacale, ma a un accordo di sistema, per alcuni versi costituzionale, i cui contenuti si riflettono strutturalmente sul tema più generale del rapporto tra problemi sociali, lotta e democrazia, al di là dello stesso movimento sindacale, nel cuore della questione democratica e della sua crisi attuale. Poiché, a un anno di distanza, tutti i nodi di quell'intesa rimangono aperti sarà bene richiamare qui alcune delle tante situazioni che si sono e si stanno producendo.
La periodicità della contrattazione nazionale del salario nel privato, nei vari contratti di categoria, viene portata dalla precedente scadenza biennale e triennale (con riferimento all'inflazione in tutto o in parte depurata da quella importata) mentre si è proceduto con accordo separato - negando il voto ai lavoratori e alle lavoratrici - nei confronti di chi (la Fiom) si è rifiutato di applicare l'accordo quadro chiedendone almeno la sospensione. Contrattare inoltre a livello aziendale è ammesso solo su ciò che viene esplicitamente concesso a livello nazionale e sul salario solo se variabile, nel senso cioè di legato ai successi di volta in volta e alle fortune dell'impresa (oltre che alla presenza) e solo a queste condizioni di variabilità continuativa è prevista la defiscalizzazione della quota corrispondente.
Il tutto mentre ci spiegano che un pilastro fondamentale nel costruire l'equilibrio economico che è alla base di questa gravissima crisi di sistema è fondato sui bassi salari, oltre che sulla precarietà, e mentre in Italia il calo dei salari ci ha portato agli ultimi posti in Europa. A fronte di questo scandalo il problema viene tutto spostato sul fisco, dove peraltro vi sarebbe molto da fare, ma con un'impostazione che finisce per lasciare campo aperto a un ulteriore riduzione dell'intervento pubblico sul sociale e su una politica per uno sviluppo alternativo.
A questo punto dilaga sugli ammortizzatori, sul mercato del lavoro e sui servizi sociali una risposta di frammentata privatizzazione neocorporativa di sistema, in un abbraccio per settori o per aziende o per territorio, tra sindacato, associazioni imprenditoriali e imprese, con lo Stato che, da un lato, si ritira, dall'altro mette a disposizione sgravi fiscali.
Tutti i più recenti contratti di categoria confermano ed espandono la formazione di enti bilaterali dedicati ai vari terreni sociali, con persino la beffa di fare apparire come generose elargizioni dell'impresa quote di salario se obbligatoriamente devolute a finanziare enti bilaterali. E nel recente contratto dei chimici si avvia la privatizzazione persino della cassa integrazione, mentre Sacconi spiega il punto di arrivo a cui portare il futuro degli ammortizzatori sociali: allo stato il sussidio assistenziale per i disoccupati e tutto il resto agli enti bilaterali.
Ancora, sul piano della legislazione del lavoro si è proceduto a espandere ulteriormente la possibilità di utilizzo dei più svariati rapporti di lavoro e forme della precarietà dalla reintroduzione dello staff leasing alla dequalificazione ulteriore dell'apprendistato alla pratica dei voucher come forma di retribuzione. Presenta poi particolare significatività l'intervento legislativo con cui si apre la strada all'aggiramento del diritto sancito dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sulla non licenziabilità senza giustificato motivo.
L'elencazione potrebbe continuare, ma mi fermo qui. Mi pare sia sufficiente per chiarire ciò che sta accadendo come rapido e organico sviluppo di un sistema finalizzato a mettere il lavoro, ed una sua autonoma centralità, fuori da ogni possibile dialettica democratica riconosciuta.
Ciò che colpisce è il silenzio che ha accompagnato trasformazioni così rilevanti delle relazioni sindacali e di lavoro. Quanto accade è al centro dell'attenzione e della riflessione sul che fare in questa fase? La risposta da ricostruire è partita da questa discriminante, considerandola fondamentale per riaffermare una presenza da sinistra e mettere davvero in campo una opposizione? A me non pare, e se è così, perché?
È evidente che vi è stata e vi è una sottovalutazione, quasi una negazione che ha attraversato in grande misura i vari campi del nostro impegno, da quello politico a quello sindacale agli altri ancora. Lo dimostra l'assenza di una riflessione e una risposta all'altezza della portata dell'accordo quadro e la stessa distanza, prudenza, imbarazzo con cui viene seguito il dibattito congressuale della Cgil al centro del quale c'è se scegliere una strada per rientrare con qualche modifica nell'accordo quadro, o puntare a farlo saltare recuperando l'autonomia negoziale del sindacato e il vincolo del consenso democratico dei lavoratori.
L'attualità della domanda prima posta si fonda sulla consapevolezza che i giochi non sono fatti, e quindi non è possibile estraniarsene, o anche solo cavarsela richiamando responsabilità fuori da sé. Troppo spesso si ha l'impressione che si pensi alla realtà come se tutto fosse già accaduto o rinviando a scenari di recupero futuro come se ciò fosse possibile a prescindere dalle cose che accadono. Forse è questa l'interpretazione da dare allo «svegliatevi, datevi una mossa» con cui Rossanda chiudeva una breve amara riflessione sul manifesto di alcune settimane fa.
Forse a questo si può contribuire rimettendo al centro l'attualità della questione sociale e della questione democratica a un anno dall'accordo quadro.
*Cgil, Emilia Romagna
 

Immigrazione. Comunicato stampa Fiom Calabria

 

Le immagini che da Rosarno sono rimbalzati sui Media di tutto il mondo raccontano una storia fatta di sfruttamento, disperazione, umiliazioni e violenza che noi "popolo democratico e civile" abbiamo consumato nei confronti di migliaia di persone colpevoli soltanto di essersi rifugiati nelle nostre terre con la speranza di poter trovare un futuro migliore, una vita più dignitosa, un reddito anche minimo, per poter sostenere se stessi e le proprie famiglie.

Quasi sempre sono scappati da Paesi lontani per sfuggire a guerre sanguinose, persecuzioni, fame e miseria.
Sono approdati sulle nostre coste carichi di speranza, convinti di segnare una svolta alla loro esistenza, inserirsi in una società che poteva assicurare loro più rispetto della dignità della persona, più solidarietà, più diritti. Altri invece sono arrivati dalle regioni del Nord, dove hanno perso il lavoro e qualunque prospettiva di futuro a causa della crisi.
Hanno ricevuto un trattamento disumano, sono stati sfruttati peggio delle bestie, hanno fatto i lavori più umili e faticosi senza diritti e senza tutela.
Prigionieri di caporali e mafiosi, costretti a lavorare al nero per 15/18 ore per venti euro al giorno, compresa la mazzetta per i caporali, senza possibilità di rivendicare nessun diritto.

Quali responsabilità sono stati perseguite? Quanti agrari sono stati denunciati per questo sfruttamento bestiale?
Quanti caporali o mafiosi sono stati arrestati per riduzione a schiavitù?
Zero, nemmeno uno.

Eppure siamo una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Esistono leggi e contratti per tutelare i diritti dei lavoratori.
Leggi che di fatto vengono annullate dalla attuale legislazione sulla immigrazione, dato che allo stato attuale, chi denuncia situazioni di sfruttamento, se privo di permesso di soggiorno, invece di ricevere tutela, rischia l'espulsione e l'incriminazione per il "reato di clandestinità".
"Siamo democratici, non siamo razzisti, abbiamo a volte raccolto viveri, gli abbiamo regalato qualche capo di abbigliamento dimesso cosa pretendono di più"?
Quanta ipocrisia, questa carità pelosa, quante false coscienze democratiche.
Ci basta poco per metterci a posto la coscienza, pensiamo che i diritti si possono barattare con un vecchio cappotto, la dignità il rispetto della persona con qualche minestra calda.

Ma questo non è uno Stato di Diritto.
Dove era lo Stato di Diritto a Rosarno?
Cosa hanno fatto il Governo, la Regione, gli Enti Locali per evitare questa vergogna?
Perché sono state lasciate sole le Associazioni, il Sindacato, la Chiesa che hanno tentato in tutti i modi di mettere una pezza a questo sfascio?
L'assenza di fatto dello Stato non può essere compensata da azioni di solidarietà più o meno isolate.
Se non c'è lo Stato vince l'Antistato.

Vince la 'Ndrangheta che ha ordinato via gli africani da Rosarno perché hanno osato ribellarsi si stanno già attrezzando per sostituirli con altri migranti appena arrivati o provenienti da altri paesi con la pelle di un colore meno diverso e ricominciare da capo perché gli affari vanno avanti, lo sfruttamento e il lavoro nero deve continuare, perché il loro potere e il loro "prestigio" non può essere intaccato da rivolte ne tanto meno da rivendicazioni di diritti sociali ed economici.
Di tutto questo ci parlano i fatti di Rosarno, non comprenderlo significa creare le condizioni, perché accada di nuovo.
Ieri a Villa Literno e Castelvolturno oggi a Rosarno, domani dove?

Questa spirale deve essere spezzata.
Occorre una mobilitazione democratica e popolare.
Bisogna tornare in piazza per rivendicare diritti, democrazia e libertà per tutti, immigrati e nativi. Libertà dalla mafia, dal bisogno, dallo sfruttamento e del razzismo.
E' necessario costruire da subito momenti di mobilitazione a livello regionale e nazionale, per porre esplicitamente il problema del presidio democratico del territorio e chiedere con forza un provvedimento di regolarizzazione generalizzata a partire dalle persone allontanate da Rosarno.
E' importante che associazioni, movimenti e sindacati promuovano in Calabria una grande giornata di mobilitazione come abbiamo fatto ad Amantea e Villa S.Giovanni in questi ultimi mesi.

Bisogna farla adesso, subito. Noi come Fiom siamo pronti e disponibili a mobilitarci.
La posta è alta, in questa partita è in gioco la libertà di tutti.
Dobbiamo scegliere tra la Calabria di Rosarno o quella di Riace.
Noi scegliamo quest'ultima.


Catanzaro, 11/1/2010 - Il Segretario Generale, FIOM-CGIL Calabria, Mario Sinopoli

 

Immigrazione. Fiom: “Dopo i fatti di Rosarno è urgente ottenere concrete

garanzie dei diritti dei migranti sia come lavoratori che come cittadini”

 

La Segreteria nazionale della Fiom-Cgil ha diffuso oggi il seguente comunicato.
 

Gli eventi che si sono succeduti a Rosarno nei giorni scorsi denunciano, ancora una volta, la gravità della condizione di sfruttamento cui vengono sottoposti i lavoratori migranti, costretti a sopravvivere in situazioni subumane.”

“Quello che oggi si è verificato a Rosarno è già successo a Villa Literno, nel Foggiano, nel Casertano. Ancora una volta, Istituzioni e Forze dell’ordine fingono di scoprire situazioni che invece sono note da tempo.”

“In nome della tolleranza zero, lo stesso impianto legislativo e le politiche vecchie e nuove sull’immigrazione generano condizioni di <<clandestinità>> e di irregolarità lavorativa. Non esiste nessuna norma che garantisca e tuteli concretamente chi denuncia lo sfruttamento del lavoro nero. Anzi, chi denuncia rischia di essere perseguito per il <<reato di clandestinità>> ed espulso.”

“I fatti di Rosarno riportano in primo piano anche la necessità di affrontare la generale deregolamentazione del mercato del lavoro che riduce a merce le lavoratrici e i lavoratori e che, nel caso dei migranti, diventa negazione degli stessi diritti umani.”

“A Rosarno, come in altri luoghi, dove tutto questo si intreccia con l’assenza di legalità e con gli interessi criminali nell’economia e nella gestione del territorio, è a rischio la vita stessa dell’intera comunità dei migranti.”

“È urgente una ferma risposta della società civile e democratica, delle organizzazioni sociali e sindacali, con l’obiettivo di ottenere una concreta garanzia dei diritti delle donne e degli uomini migranti come lavoratrici e lavoratori e come cittadine e cittadini.”


Fiom-Cgil/Ufficio Stampa 11 gennaio 2010
 

 

 

La rivolta degli schiavi. La caccia al negro



A pochi mesi dall'approvazione del pacchetto sicurezza, i fatti di Rosarno sono l'ennesimo atto di intolleranza e di inciviltà di un paese che sta  scivolando nel razzismo e nella barbarie. La protesta dei migranti a  Rosarno - avvenuta dopo che due braccianti sono stati feriti dai colpi di  una carabina ad aria compressa - è il sintomo delle gravissime condizioni di  malessere e di totale mancanza di diritti dei cittadini migranti in Italia, in particolare in un contesto sociale come quello di Rosarno, dove il caporalato e la mafia utilizzano la condizione di clandestinità di migliaia di uomini e donne migranti per imporre loro condizioni di lavoro e di vita inaccettabili, riducendoli a merce da sfruttare e corpi da schiavizzare.
La rivolta degli schiavi di Rosarno nasce da condizioni di vita inumane e umilianti, dove chi lavora non ha nessun diritto, percepisce paghe da fame e può aspettarsi, da un momento all'altro, che qualcuno gli spari contro. Per questo riteniamo la loro rivolta giusta e esprimiamo loro la nostra più totale solidarietà.
Ribellarsi a una condizione di schiavitù è non soltanto giusto. E' un diritto.
Che a Rosarno, poi, alla protesta dei migranti sia seguita una vera e propria guerra civile contro di loro da parte della popolazione locale è il segno dell'intolleranza di un paese in crisi.
La guerra tra poveri di Rosarno - dove, lo ricordiamo, il Comune è stato sciolto per mafia - è l'effetto di un paese in mano a un governo razzista e di un territorio in mano alla andrangheta. Quanto è accaduto a Rosarno riguarda tutte e tutti. C'è una Calabria migliore di quella di Rosarno.
Come c'è un Nord migliore di quello della Lega. Noi apparteniamo a quella Calabria e a quel Nord.
E siamo da una parte sola, dalla parte di chi si ribella al razzismo.
Rete28Aprile 9 gennaio 2009
 

La Cgil condanna l'aggressione agli immigrati di Rosarno

 

La CGIL condanna l'attentato in cui sono stati oggetto di aggressione gli immigrati di Rosarno, esprime la propria solidarietà alle vittime della violenza e ribadisce la necessità di ristabilire l'ordine pubblico per garantire un clima di civile convivenza tra la popolazione di Rosarno e gli immigrati. (...)Siamo di fronte ad una situazione esplosiva che rischia di degenerare ulteriormente. Le istituzioni, nelle varie articolazioni, in questi anni, nulla hanno fatto per prospettare soluzioni accettabili da tutti, anzi, hanno abbandonato a se stessi gli immigrati, ignorandone l'esistenza come se non affrontare il problema significasse disconoscerne la presenza. Tutto ciò ha avuto drammatiche conseguenze sia sulle condizioni di vita e di lavoro degli immigrati, sia nei confronti della civile convivenza con la popolazione di Rosarno. La Cgil ribadisce la gravità di quanto accaduto ed afferma la necessità di ripristinare, da subito, l''''ordine pubblico per la sicurezza e la tranquillità della popolazione e dei migranti. Occorrono atti improntati sul senso di responsabilità e di civiltà e certe dichiarazioni,come quelle del Ministro Maroni si traducono, nei fatti, in un avallo alla violenza contro gli extracomunitari: sono dichiarazioni che non favoriscono la tolleranza e la civile convivenza. Si tratta di una vera e propria emergenza umanitaria che coinvolge direttamente gli immigrati ma che investe anche la civile convivenza, la sicurezza e la tranquillità dell'intera popolazione di Rosarno. Occorre impegnarsi da subito coinvolgendo tutti quei soggetti che in questi anni hanno operato nel territorio come la Chiesa, le associazioni di base, Medici senza frontiere e i sindacati confederali per programmare un intervento che,da subito, affronti e prospetti soluzioni da presentare alle istituzioni locali. La CGIL esprime la richiesta di un tavolo per discutere ed affrontare complessivamente la situazione che si è venuta a creare.Un tavolo che veda la partecipazione attiva dei responsabili della Prefettura, del Comune, della Provincia,della Regione, delle associazioni rappresentative e delle associazioni sindacali per predisporre un piano di intervento immediato e per ricomporre la frattura che si è creata tra la popolazione residente e i migranti predisponendo interventi non solo di carattere politico ma anche umanitario e bloccare l'escalation di violenza che fa perno sulla xenofobia e sulle situazioni di degrado culturale,sociale ed economico.

Sergio Genco Segretario Generale Cgil Calabria 9 gennaio 2010
 


 

 

Nei chimici la Cgil accetta l'accordo separato, la confederazione che dice?



di Giorgio Cremaschi


- L'accordo per il rinnovo del contratto dei chimici è profondamente negativo e divide il fronte dei lavoratori che si oppongono all'accordo separato sul sistema contrattuale.
Il contratto firmato accetta totalmente lo schema della riforma contrattuale sottoscritto da Cisl e Uil. Compresa la conferma, di un istituto, che nei chimici già c'era ma che assume nuovo valore negativo con l'accordo separato, e cioè la possibilità di deroga normativa al contratto nazionale.

Il testo dell'accordo poi rappresenta una concessione senza precedenti negli ultimi anni sulla flessibilità del salario e nel controllo dall'alto sulla contrattazione. Il premio di risultato diventa totalmente variabile e legato alle assenze sul lavoro. Non solo quelle individuali, ma anche quelle collettive.
La contrattazione aziendale viene sottoposta a un rigido controllo e ci si impegna a istituire la conciliazione e l'arbitrato, la stessa che il Governo sta istituendo per legge e sulla quale importanti personalità democratiche hanno sollevato profonde obiezioni.
L'incremento salariale non fa esplicito riferimento all'Ipca ma, nella sostanza, accetta la logica salariale dell'accordo separato aggiungendo ad esso la pura soppressione dell'istituto storico degli scatti d'anzianità, in questo modo creando per il futuro una totale disparità di trattamento tra vecchi e nuovi assunti.
Si aumenta la flessibilità del lavoro nei contratti a termine e negli orari.
(...)
L'accordo dei chimici è stato raggiunto senza neanche un minuto di sciopero, segno evidente di una piena condivisione da parte della categoria della Cgil di questa impostazione.
Delle due l'una: o Guglielmo Epifani e la segreteria confederale non condividono questo accordo, e allora bisogna dirlo perché esso contraddice totalmente quello che altre categorie e altri lavoratori stanno facendo.
Oppure lo condivide, e allora questo vuol dire che si accetta l'accordo separato sulla contrattazione che formalmente si è rifiutato.

L'accordo dei chimici è la dimostrazione, comunque, di una gestione inaccettabile della contrattazione da parte della confederazione, di una vera e propria caduta di confederalità, nella quale si può fare tutto e il contrario di tutto, subendo le scelte della Confindustria e del Governo.
Il contratto dei chimici è un segno di crisi della Cgil, che rischia di scivolare verso una condizione di declino e irrilevanza.

(Roma, 21 dicembre 2009 Rete28aprile)
 

Perchè la Rete28Aprile sostiene "La Cgil che vogliamo"



La Rete28Aprile ha deciso di sostenere il documento "La Cgil che vogliamo" sulla base di una scelta meditata e costruita con una larga consultazione.
Dopo il direttivo nazionale della Cgil, ove la maggioranza ha rifiutato di mettere all'ordine del giorno lo sciopero generale entro la fine dell'anno, dovrebbe essere chiaro quali sono le differenze reali tra le diverse posizioni. Tuttavia è giusto ribadire le ragioni di fondo di questa scelta, che sono almeno quattro: (...)

1. Il documento alternativo a quello di Guglielmo Epifani chiede un profondo cambiamento nelle scelte e nei comportamenti della Cgil. E' quello che la Rete rivendica da quando si è costituita. I no della Cgil alla controriforma del sistema contrattuale e alle scelte economiche e sociali del governo non possono rimanere casi a sé stanti. Essi invece devono produrre una politica comune di tutta la confederazione e questo è proprio quello che sinora non è avvenuto.
Il documento alternativo dichiara con chiarezza che la Cgil deve considerare conclusa la lunga fase della concertazione e deve ricostruire una libera capacità di contrattazione, senza vincoli né a livello nazionale né a livello aziendale. Una scelta di autonomia che ha lo scopo di far crescere il salario reale senza scambi sulla produttività. Di estendere i diritti, e lottare contro la precarietà, per migliori condizioni di lavoro e di vita. La scelta del superamento della concertazione è l'asse strategico sul quale sinora ci siamo mossi e sul quale, invece, non si attesta l'attuale maggioranza della Cgil. Questo sia nei comportamenti concreti di diverse categorie e strutture, che nei fatti si muovono in una logica parallela e subalterna all'accordo separato sul sistema contrattuale preparandosi ad accettarlo o a subirlo; sia perché la Cgil continua in una linea che esclude dal conflitto la Confindustria e il sistema delle imprese, concentrando unicamente sul governo le proprie critiche. E' questo un punto di profondo disaccordo. E' giusto lottare contro la politica economica del governo Berlusconi, ma è un errore gravissimo ignorare che essa è ispirata dalla Confindustria e dal sistema delle imprese e, quando viene da esse criticata, ciò accade perché si vuole una politica ancora più contraria agli interessi del mondo del lavoro. Così come è sbagliato dimenticare che i danni che il liberismo ha fatto al mondo del lavoro in Italia si sono accumulati in più di vent'anni di politiche di concertazione.
Per questo la scelta della contrattazione e del conflitto e la conseguente richiesta alla Cgil di cambiare rispetto al modello concertativo, rappresentano un punto di partenza fondamentale per superare la crisi attuale del sindacato e fronteggiare l offensiva del padronato.

2. Il documento alternativo sceglie con chiarezza, senza ambiguità o contraddizioni del testo di maggioranza, la democrazia sindacale fondata sul referendum per le piattaforme e gli accordi, e sulla partecipazione reale delle lavoratrici e dei lavoratori alle scelte sindacali. A parole tutta la Cgil condivide questa scelta, nei fatti non è così. E il rigore democratico della mozione alternativa rappresenta un punto fermo indispensabile per costruire una nuova fase di contrattazione e. La priorità data alla democrazia chiarisce anche, senza equivoci, la questione dell'unità sindacale. Il documento alternativo considera la democrazia condizione vincolante per l'unità sindacale e così supera definitivamente incertezze e confusioni che ancora oggi fanno sì che la Cgil abbia comportamenti assolutamente contraddittori e a volte subalterni a Cisl e Uil.

3. Il documento "La Cgil che vogliamo" reclama con nettezza la sburocratizzazione dell'organizzazione. Il che significa il decentramento delle risorse verso il territorio, l'accorpamento dei sindacati di categoria, maggiori spazi di potere e consultazione, anche in forme nuove, per i delegati e gli iscritti.
Si deve ricostruire, accanto alla democrazia di tutti i lavoratori sulle piattaforme e sugli accordi, la democrazia degli iscritti nella vita interna dell'organizzazione.
E' necessaria una Cgil davvero vicina in ogni momento alle sofferenze, ai problemi, alle lotte concrete delle lavoratrici e dei lavoratori, dei disoccupati e dei precari, delle pensionate e dei pensionati. Questa scelta deve fondare la totale indipendenza della Cgil dagli schieramenti politici e ancor di più dai partiti. La Cgil che vogliamo non è indifferente alla politica e alle scelte dei governi, ma non fiancheggia nessuno, né concorre alla formazione di partiti e movimenti, magari per collocare in essi i propri dirigenti.

4. "La Cgil che vogliamo" sceglie in modo chiaro e deciso la pace e il ripudio della guerra, secondo l'articolo 11 della nostra Costituzione. Questo significa oggi, in primo luogo, il ritiro delle truppe italiane dalla guerra dell'Afghanistan. Al contrario il documento della maggioranza compie pesanti arretramenti anche rispetto alle posizioni comuni dell'ultimo congresso e vorrebbe schierare la Cgil a favore del multilateralismo militare.

Questi punti costituiscono l'asse dell'impegno della Rete28Aprile in questi anni in Cgil. Che essi siano contenuti chiaramente nel documento alternativo rappresenta anche un risultato della nostra iniziativa. Naturalmente il documento nasce dall'incontro di forze ed esperienze molto diverse. Per questo in esso non sono contenute tutte le scelte per le quali ci siamo battuti.
Poi continuiamo a rivendicare un meccanismo che garantisca automaticamente il recupero salariale di fronte all'inflazione, posizioni più nette sulla riduzione dell'orario e sul reddito sociale, una critica di fondo al capitalismo liberista, alle privatizzazioni, ai fondi pensione e ai fondi sanità. Su questi e altri punti le posizioni all'interno del documento alternativo non sono complessivamente uguali alle nostre. Tuttavia già ora il documento alternativo apre la via a piattaforme più avanzate. Se esso si affermasse in Cgil, allora ci sarebbe spazio anche per far avanzare tutte le nostre posizioni.

E' comunque decisivo che una delle forze portanti dello schieramento alternativo a quello guidato da Guglielmo Epifani, sia costituita dalla maggioranza della Fiom.
Che la Fiom in questi anni abbia costituito in Cgil il polo del conflitto e della democrazia non può essere negato in buona fede da nessuno. Che a questa esperienza si affianchino oggi quella della Funzione pubblica, quella dei bancari, quelle di territori e gruppi dirigenti diversi, dovrebbe essere considerato un segnale positivo di rinnovamento che viene proposto a tutta la confederazione.

E' invece stupefacente che forze e gruppi dirigenti, che in tutti questi anni hanno criticato la Cgil della concertazione, si schierino ancora a difesa della continuità con il passato. E' stupefacente che, vista l'esperienza sindacale reale di questi anni e di oggi, si preferisca difendere la Cgil più istituzionale e moderata invece che diffondere le esperienze più avanzate. Se si esce dal mondo chiuso delle dinamiche burocratiche e autoconservative dei gruppi dirigenti, diventa lampante che il successo del documento alternativo e delle forze che lo sostengono darebbe un segnale di speranza, forza e combattività a tutto il mondo del lavoro.

Per queste ragioni, con la nostra cultura e le nostre scelte, sicuri di partecipare a un processo di rinnovamento della Cgil che serve a tutto il mondo del lavoro, noi sosteniamo con convinzione, a partire da tutti i luoghi di lavoro, il documento "La Cgil che vogliamo".

RETE28APRILE - Roma, 2 dicembre 2009

 

 

Non aver paura

Donne che non si sono arrese


Un documentario  di Cristina Monti  - Presentazione e proiezione
Sabato 28 Novembre 2009 ore 18,15  Sottodiciotto Filmfestival  Cinema Massimo, Sala 1 Via Verdi 18, Torino
- Ingresso gratuito -
Ospiti: Caterina Costa Giacometti, Michelina Marietta Aleina, Bianca Secondo (protagoniste),
E ufemia Ribichini (responsabile progetto), Cristina Monti, Rosanna Rabezzana (autrice teatrale)


Conduce l’incontro: Vanna Lorenzoni (Segretaria Generale SPI-CGIL Torino)


Intervengono: Gianni Oliva (Assessore alla Cultura della Regione Piemonte)Claudio Della Valle (Presidente Istituto Storico della Resistenza di Torino)
Proiezione speciale organizzata da Sottodiciotto Filmfestival in collaborazione con
Museo Diffuso della Resistenza, SPI-CGIL Torino, Film Commission Torino Piemonte
Racconta il lavoro del progetto teatrale sulla Memoria “Non mi arrendo, Non mi arrendo!”
promosso da SPI-CGIL Torino e che ha coinvolto oltre 50 donne.

 

Lettera aperta alla Fiom-Cgil di Bologna

 

Porretta Terme (Bologna) - Cara Fiom...
Giovedì 19 Novembre 2009
A Porretta Terme, in provincia di Bologna, gli operai e le operaie manifestano pacificamente davanti alla sede della Cisl...
Soltanto la Fiom li difende mentre Pd e Cgil si dissociano.
Pubblichiamo una lettera apera alla Fiom del compagno Giuliano Bugani. (...)

Lettera aperta alla FIOM- CGIL di Bologna
BOLOGNA, 18 novembre 2009

Cara FIOM,

chi ti scrive questa lettera aperta è Giuliano Bugani, ex delegato FIOM CGIL negli anni ottanta e novanta.

Leggo con tristezza e rabbia, oggi 18 novembre 2009, a seguito della manifestazione FIOM, davanti alla sede CISL di Porretta Terme, ( colline di Bologna, per chi non è emiliano), di ieri, della successiva protesta dei dirigenti ( ? ) CISL. Chiariamo per chi non è metalmeccanico, che la FIM CISL, e la UILM UIL, hanno firmato un contratto nazionale separato con la Federmeccanica, con gravi cancellazioni dei diritti dei lavoratori metalmeccanici e gravi perdite di poteri d'acquisto.

Fino qui niente di strano. ( Ci provavano da decenni). Tranne l'accusa del segretario provinciale CISL che paragona questa manifestazione della FIOM alle manifestazioni fasciste. ( ? ). Va chiarito anche che FIM e UILM, pur rappresentando una minoranza dei metalmeccanici, non hanno nemmeno sottoposto a referendum l'accordo firmato.
Tralascio a chi dovrebbe essere rivolta l'accusa di fascismo.

Ma ciò che vorrei mettere in evidenza sono alcune cose:

- inquietante che il segretario CGIL di Bologna prenda le distanze dalla manifestazione della FIOM;
- inquietante che diversi dirigenti ( ? ) del Partito Democratico condannino questa manifestazione della FIOM.

Da qui alcune osservazioni:

- è chiaro che il Partito Democratico non può permettersi di avere come rappresentanti dei lavoratori un sindacato che è più a sinistra del PD stesso. Soprattutto un sindacato che si schiera contro la Confindustria o una parte di essa, così tenacemente.
- E' chiaro che il Partito Democratico ha paura di sé stesso, e della svolta padronale del suo ultimo segretario nazionale.
- E' chiaro che un sindacato così tenace potrebbe chiedere e lottare per la cancellazione delle leggi che hanno creato il precariato, quindi leggi del PD e del PDL;
- è chiaro che i dirigenti della CGIL che condannano questa manifestazione o cercheranno di evitare simili situazioni, o che addirittura offriranno la exit strategy di CISL e UIL, con un unità sindacale falsa e comprata, in realtà aspirano poi a diventare parlamentari PD o acquisire poltrone importanti, esibendosi quindi come serbatoi elettorali.

Concludo ringraziandoti per quello che stai facendo. Ma non tradire mai lo spirito che ti ha portato fino qui. Sarebbe la fine. La tua fine.
Perderesti ogni futura credibilità, e soprattutto uccideresti ciò che da anni, PD e PDL o loro precursori, stanno tentando di toglierci: il Futuro.

Per sempre un tuo metalmeccanico
Giuliano Bugani
operaio, giornalista, poeta
(fonte: rete 28 aprile)


 

Congresso Cgil, lettera aperta a Nicola Nicolosi

di Giuliano Garavini

caro Nicolosi,

Congresso Cgil, lettera aperta a Nicola Nicolosimi permetto di scriverti perché sono uno di quei "giovani" che aspetta proprio l'esito del prossimo congresso della Cgil per iscriversi, la prima volta, al sindacato. E spero che saranno sempre di più i giovani, in special modo non iscritti e "precari" che, proprio attraverso la dialettica congressuale, saranno portati ad avvicinarsi con curiosità e sete di partecipazione alla vita del maggiore sindacato italiano: l'unico a mettersi in discussione.

Ho vissuto in prima persona il disagio nei confronti di un'organizzazione che mi sembrava prendere molte decisioni sbagliate che hanno contribuito ad accentuare in Italia, più ancora che negli altri Paesi europei, una tendenza diffusa allo spostamento del reddito nazionale in direzione di rendite e profitti e un indebolimento del salario reale dei lavoratori. Ricordo un giorno del 2006 in cui, fiducioso, sono andato a Corso Italia a sentire un attuale membro del Segreteria confederale tirare le fila del ragionamento della Cgil sui precari: secondo i dati che egli, e il suo gruppo di esperti avevano radunato, i giovani si sarebbero dichiarati favorevoli ad un aumento delle loro aliquote previdenziali come principale strumento di lotta contro il precariato. Quel dirigente non aveva capito nulla, non aveva fatto alcun sondaggio e non aveva aperto le orecchie, nel qual caso avrebbe facilmente scoperto che i giovani vogliono salari più alti, pari dignità con gli altri lavoratori e prospettive di futuro, non un maledetto aumento della loro aliquota previdenziale.

L'allontanamento dal mondo del lavoro e dalle sue esigenze è inesorabilmente partito con la firma degli accordi del luglio 1993 in cui proprio ai lavoratori dipendenti si faceva carico per intero della partecipazione italiana all´avventura dell'euro. Gli errori sono proseguiti quando, a cospetto di un costante arretramento nella capacità d'azione nei luoghi di lavoro, si è voluto continuare ad enfatizzare il tema dei diritti. La strada delle peggiori dittature è lastricata di costituzioni latinoamericane stracolme di diritti: ma questi diritti non hanno alcun valore se non si hanno dalla propria adeguati rapporti di forza nell´economia, nella società, nei luoghi di lavoro. Ed è per questo che la grande manifestazione voluta da Cofferati nel 2002 sul tema della articolo 18, per quanto abbia garantito un sussulto di dignità e accreditato un gruppo dirigente, si è risolta in un sostanziale fallimento: gli imprenditori, sia privati che pubblici, hanno semplicemente sfruttato il potere che detenevano nei luoghi di lavoro per promuovere un dilagante sistema di precariato giovanile, che non è protetto né da articolo 18 né da nessuno dei diritti di base del lavoratore. E a conferma di questa sostanziale inadeguatezza, c'è stata la stagione disastrosa del governo Prodi, quando la Cgil rivendicò un protocollo che non faceva nulla contro il precariato, quando prima delle elezioni aveva promesso mari e monti. Per il sindacato non esistono governi amici, mentre la Cgil sembrava e sembra ancora oggi vivere nel dogma dell'attesa del prossimo governo amico.

Mi rivolgo a te perché Lavoro e Società l'ho sempre vista con le sue pettorine dalla parte giusta, quella della critica al sistema della concertazione, quella di chi è sceso in piazza il 20 ottobre del 2007 contro il protocollo, per la dignità del mondo del lavoro precario e quindi contro la linea di Guglielmo Epifani.
Oggi, tu che sei il coordinatore di Lavoro e Società, hai scelto la strada di aderire al documento dell'attuale Segretario della Cgil: "I diritti e il lavoro oltre la crisi". E hai motivato questa scelta con accuse di non poco conto all'indirizzo di coloro che hanno steso un documento alternativo dal nome "la Cgil che vogliamo: lavoro, democrazia, diritti".

Con tutta franchezza ti dico che le tue accuse mi convincono solo parzialmente e che non capisco perché Lavoro e Società nel suo insieme non contribuisca al tentativo di formulare una diversa impostazione strategica per la Cgil. E non dico questo solo perché mi sembra che i metalmeccanici abbiano dimostrato sul campo di non essere semplicemente interessati, come tu dici, a uno "scontro tra oligarchie", né lo dico perché ho visto il lavoro spesso ingrato dei compagni della Rete28Aprile, lo dico perché, al di là dei singoli commi contenuti nei due documenti che si prestano entrambi ad interpretazioni faziose, non mi sembri aver capito tutta la portata politica generale del prossimo congresso.
Non si tratta infatti di spostare più a "destra" o più a "sinistra" il principale sindacato italiano, ma di far si che muti per intero il suo orizzonte strategico: da "sindacato dei diritti" a "sindacato del lavoro", da "sindacato della concertazione" a "sindacato della partecipazione e del conflitto", da "sindacato degli iscritti" a "sindacato di tutti i lavoratori". Così facendo la Cgil ritroverebbe un rapporto più sano con la sua storia e la possibilità di restare un punto di riferimento per gli altri sindacati europei. Perché ciò accada occorre anche che cambino le leadership che più hanno rappresentato l'orizzonte strategico della Cgil nell'ultimo ventennio, dall'ultimo Trentin a Cofferati, fino oggi a Epifani; peraltro tutte persone degne e appassionate.

In una tua lettera, (in cui criticavi il documento "La cgil che vogliamo", hai citato questo passo ivi contenuto come dimostrazione del fatto che i suoi estensori abbiano rinunciato al conflitto per abbracciare una prospettiva partecipativa alla tedesca (diciamo di "cogestione") estranea alla tradizione italiana: "Bisogna prevedere forme di partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori e dei consumatori, attraverso le forme duali di governo del diritto societario". Nel far questo però hai dimenticato di citare questa righe a p.14 del documento che tu stesso hai sottoscritto: "Bisogna prevedere forme di partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori e dei consumatori, attraverso le forme duali di governo del diritto societario". Dov'è la differenza?

Ma il problema è un altro. Nel documento di Epifani il termine "partecipazione" figura per ben 23 volte in 29 pagine, ma in termini talmente vaghi da essere svuotato di contenuto concreti. Ne emerge una visione riduttiva della partecipazione, che sembrerebbe limitata alla possibile ratifica o meno degli accordi confederali da parte dei lavoratori. E invece la partecipazione (non certo quella azionaria che è semplicemente "corresponsabilità") è la chiave di ogni futuro cambiamento, sia in ambito sociale che politico, e deve significare un contributo diretto alla gestione e, in prospettiva, una trasformazione in senso socialista della società. Su questo punto permettimi di citare un passo di Sergio Garavini, che difficilmente può essere collocato fra coloro interessati agli "scontri fra oligarchie", se non nel senso della lotta all'oligarchia fascista, e poi a quelle finanziarie e industriali; passo contenuto in un testo pubblicato nel 1999 che, con il nome di "Rispensare l'illusione", ritengo anche il suo testamento politico:
"La partecipazione va proposta in forme concrete e nuove perché è la vera alternativa egalitaria e solidaristica, efficace e non solo efficiente, al ripiegamento nel mercato, dunque nella discriminazione sociale [...] D'altra parte i processi di partecipazione non si possono improvvisare, né inventare, si tratti di scuola, di sanità, di previdenza, e, più avanti, di partecipazione alla gestione di servizi, di coinvolgimento dei lavoratori e degli utenti nella gestione delle imprese. La partecipazione, l'autogoverno, la gestione sociale è tale in quanto interpreta gli interessi generali. La scuola è degli insegnanti, degli studenti e delle famiglie come della intera comunità cui si rivolge la preparazione che fornisce. L´ospedale e le strutture sanitarie sono dei sanitari come dei malati e della comunità di cui la salute testimonia il benessere. E via dicendo. Quindi la partecipazione è problema complesso, ma attuale e urgente".

Nella speranza che questo importante appuntamento della Cgil si svolga con regole chiare, alla luce del sole e che ad esso prestino attenzione e si appassionino anche tanti che finora si erano tenuti distanti dalle organizzazioni confederali, ti saluto cordialmente. (www.aprileonline.info 21 novembre 2009)

 

Assemblea di Presentazione della Mozione Congressuale   
“La Cgil che vogliamo”

Sabato 21 Novembre 2009  ore 10:00 Teatro Valle, Roma

Sabato 21 Novembre 2009, presso il Teatro Valle (Via del Teatro Valle, 23, Roma), a partire dalle ore 10:00, si terrà un'assemblea pubblica di presentazione della seconda mozione congressuale “La Cgil che vogliamo”, in vista del XVI Congresso Nazionale della Cgil.

All'iniziativa, introdotta e coordinata dal portavoce della mozione, Domenico Moccia, Segretario Generale Fisac-Cgil, interverranno dirigenti firmatari della mozione (tra cui Giorgio Cremaschi, Marigia Maulucci, Carlo Podda, Gianni Rinaldini, Nicoletta Rocchi), delegati sindacali, lavoratori.

Gli organi di stampa sono invitati a partecipare.

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@lacgilchevogliamo.it,
 

 

Eutelia Agile. Fiom: Gravissima aggressione all'alba contro

il presidio sindacale alla sede romana del gruppo

La Segreteria nazionale della Fiom ha diffuso questa mattina il seguente comunicato. 

“Questa mattina alle 5.20 una squadraccia di una quindicina di uomini capitanata dall’ex amministratore delegato di Eutelia, Samuele Landi, ha fatto irruzione nella sede romana di Eutelia presidiata all’interno dai lavoratori.”

“Con piedi di porco hanno divelto le porte degli uffici, hanno svegliato i lavoratori che presidiavano la sede puntando loro negli occhi le torce elettriche, spacciandosi per poliziotti, chiedendo i documenti, minacciando gli stessi lavoratori e impedendo loro di muoversi.”

“L’immediato arrivo delle forze dell’ordine, chiamate dai lavoratori, ha evitato il peggio visto l’atteggiamento violento e arrogante di questi loschi personaggi.”

“La Fiom nazionale ritiene gravissimo l’atto di aggressione compiuto con metodi squadristici e ritiene intollerabile il ritardo del Governo nell’affrontare una situazione che, da diversi giorni, denunciamo come drammatica e pericolosa. Ci aspettiamo l’immediata convocazione del tavolo Eutelia Agile alla Presidenza del Consiglio.”


Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

Roma, 10 novembre 2009

 

Congresso CGIL . "Così non va. Serve un nuovo progetto"


 
Parla Moccia (Fisac)


di Sara Farolfi

C
on quelle di Gianni Rinaldini, Giorgio Cremaschi e Carlo Podda, c'è anche la firma di Domenico Moccia, segretario dei bancari della Fisac Cgil, in calce al testo diffuso nei giorni scorsi, «La Cgil che vogliamo».
Una sorta di anticipazione delle linee guida che informeranno, nell'assise congressuale che sta per aprirsi, il documento alternativo a quello della maggioranza di Epifani.
Il sedicesimo congresso della Cgil vedrà infatti contrapporsi due idee di sindacato, e il segretario dei bancari Cgil è tra coloro che chiedono discontinuità, «un congresso di svolta».

- Vedere la tua firma tra quelle che solitamente vengono associate alla sinistra sindacale ha suscitato lo stupore di molti...

"Ma quale stupore: concordo su un obiettivo di trasformazione della società e sulla necessità di un cambiamento della Cgil, e quindi sottoscrivo un documento. È una questione politica, non antropologica."

- Qual'è il minimo comune denominatore tra la categoria che tu rappresenti, i bancari, e quella dei metalmeccanici, o dei dipendenti pubblici?

"Come si esce dalla crisi, e con quale modello economico, come si arresta oggi l'emorragia di posti di lavoro, come si valorizza il lavoro e lo si riporta al centro della società... Questo ci tiene insieme.
Il settore del credito non è immune dalla crisi economica: le banche non rinnovano i contratti a termine, fanno pressione sui dipendenti affinchè vendano i prodotti finanziari che loro propongono, mentre i ritmi di lavoro si fanno sempre più pressanti."

- C'è chi è convinto che in una fase come questa meglio sarebbe stato restare «uniti». Cosa ne pensi?

"Un'unità formale è fittizia. Tanto più per un'organizzazione come la Cgil, che ha una sua dialettica interna e anche la possibilità di trovare delle sintesi: laddove non si trovano, si affida al congresso la risposta.
Il fatto che oggi ci siano due idee sul ruolo che deve avere la Cgil, due idee su come affrontare i rapporti con Cisl e Uil, due idee su come valorizzare il lavoro, mi sembra una ricchezza e un valore per tutti.
La mia adesione nasce da un atto di autentico amore verso la Cgil, perchè torni ad essere un soggetto di cambiamento e si faccia promotrice di un'idea di futuro per i giovani.
Questo è mancato in questi anni: una visione del mondo, e di conseguenza una strategia."

- Due sono i nodi sostanziali al centro del congresso: quello della democrazia e quindi dei rapporti con Cisl e Uil, e quello della contrattazione, dopo l'accordo separato. La Fisac Cgil cosa ne pensa?

"La democrazia, sia in entrata che in uscita, è irrinunciabile e sta alla base della possibilità di costruire rapporti unitari con Cisl e Uil. Altrimenti ci si trova con il contratto dei metalmeccanici, firmato da due sigle che rappresentano la minoranza dei lavoratori, senza che ai lavoratori stessi sia data la possibilità di esprimersi.
Quanto al modello contrattuale, a quello tutto il direttivo Cgil ha detto «no», no a un modello che non consente recupero salariale, abbassa le tutele e precarizza ulteriormente, con le deroghe, il lavoro."

- Sulla precarietà: cosa pensi del contratto unico?

"Non mi appassiona, ma per risollevare il problema di centinaia di migliaia di giovani si può vedere come fare.
Preferisco comunque il salario sociale, il reddito di cittadinanza."(www.ilmanifesto.it 4 novembre 2009)
 


Epifani: "Se il governo non fa nulla CGIL in campo"

di Frida Roy
 

La Cgil va al contrattacco, per salvare la stessa organizzazione dal tritacarne concentrico dell'esecutivo e dei sindacati "gialli", per dare una spallata sulla crisi di fronte ad un governo incapace di prendere iniziative a favore dei ceti più deboli.
Per rispondere alla crisi il segretario della Confederazione non Epifani, se il governo non fa nulla, Cgil in campo si stanca di spiegare la sua ricetta: intervenire "con una riduzione del carico fiscale sui redditi da lavoro e da pensione. Bisogna che il governo faccia qualcosa perché salari e pensioni sono arrivate ad un livello troppo basso. La cosa che non va bene - ha spiegato Epifani riferendosi ad un'eventuale riduzione dell'Irap - è dare ancora una volta una riduzione alle imprese. Credo sia arrivato il momento di dare una riduzione ai lavoratori; poi si può pensare alle imprese anche perché i lavoratori dipendenti pagano sempre più tasse e le imprese ne pagano meno. L'Iva da un gettito più basso mentre l'Irpef continua a salire". A Silvio Berlusconi il quale aveva parlato di segni di ripresa nella congiuntura economica il leader della Cgil ha risposto che "forse il presidente del Consiglio si riferiva al fatto che le borse dall'inizio dell'anno hanno recuperato quasi il 100% del valore perso; ma se ci si riferisce all'occupazione e alle prospettive del lavoro, non solo la crisi non è finita ma il peggio l'avremo da qui alla fine dell'anno prossimo". Perché questo è il momento "più duro per l'occupazione e la prospettiva del lavoro, il governo fino ad oggi non ha fatto praticamente nulla".

Ma è anche "il punto più basso nei rapporti tra il suo sindacato e le altre due organizzazioni confederali. "Sicuramente questa vicenda dei metalmeccanici - ha detto il leader della Cgil durante l'assemblea nazionale, a Bologna, dei delegati della Fiom - è uno dei punti più bassi da decenni a questa parte, perché poi avviene al di fuori di regole condivise. E' un punto molto delicato e lo sciopero della Fiom è fatto per riconquistare un contratto, per avere una procedura democratica e non è contro gli altri". Epifani ha poi sottolineato che la partecipazione dei segretari di Cisl e Uil il prossimo 6 novembre a Bergamo in occasione dell'assemblea nazionale dei delegati di Fim e Uilm apre un nuovo problema per la Cgil. "Non era mai accaduto - ha sottolineato - che di fronte a un accordo separato si facesse una riunione di delegati congiunta alla presenza degli altri due segretari generali. E' la prima volta che questo avviene. Fiom e Cgil devono tenere una linea di unità quando gli altri fanno una cosa che non avevano mai fatto".

"L'indignazione vera - ha scandito Epifani - è che noi non possiamo tollerare che in un settore fondamentale del lavoro, come quello dei metalmeccanici, avvenga ancora una volta dopo 4 anni, che le conclusioni di un contratto si facciano senza la forza più rappresentativa del lavoro metalmeccanico. Dobbiamo metterci nelle condizioni in cui senza la Fiom non possa concludersi un contratto nazionale del lavoro".

Il segretario nazionale della Fiom-Cgil, di fronte ai delegati delle tute blu giunti a Bologna per l'assemblea generale sul contratto non lascia spazio a incertezze. "Non si illudano che pensiamo di rientrare in questo contratto", scandisce nel suo intervento sottolineato da numerosi applausi. L'accordo separato firmato da Fim e Uilm, sentenzia, "è un atto di sopruso nei confronti dei lavoratori perché viene tolta loro voce e dignità". A questo punto, sottolinea Rinaldini, "mantenere in essere rapporti unitari diventa un fatto di ipocrisia".

La strada è segnata e passa dunque per la disdetta del patto di solidarietà per l'elezione delle Rsu, il patto che permette alle sigle sindacali meno radicate nelle aziende di ottenere comunque dei propri delegati nella Rsu. Un modo netto e inequivocabile per andare a contare il peso dei sindacati nelle fabbriche, a cominciare dal referendum sull'accordo separato che, riferisce Rinaldini, "Fim e Uilm hanno fatto sapere di voler far votare solo i propri iscritti". Dunque "questa è l'indicazione che diamo ai delegati delle Rsu", spiega il segretario, "facendo tutto in trasparenza: chiediamo, azienda per azienda, di convocare come Rsu unitariamente le assemblee per discutere il contratto. Azienda per azienda, diremo i delegati che ci diranno di 'si' e i delegati che ci diranno di no. E dove non ci saranno le condizioni per convocare le assemblee come Rsu procederemo come organizzazioni".

E' la linea sponsorizzata due settimane fa dai dirigenti della Fiom bolognese: "E adesso li facciamo sparire dalle fabbriche". E così che ha preso corpo l'idea di far decadere e rieleggere i delegati aziendali, stavolta però senza la 'clausola' che consente ai sindacati meno radicati di avere comunque un proprio rappresentante. "Se ne facciamo una questione di democrazia, allora contiamoci per davvero", disse Papignani che poi propose la cosa al Comitato centrale della Fiom.

A Bologna, la Fiom conta 20.000 iscritti, "mentre Fim e Uilm assieme credo che ne mettano insieme 5.000 in tutto", dà l'idea dei rapporti di forza Papignani. In molte fabbriche la Fiom fa incetta di delegati (alla Lamborghini ha il 90% dei consensi), ma il patto di 'desistenza' permette a Fim e Uilm di eleggerne dei propri; e sono figure importanti: tengono i rapporti con l'azienda e trattano per l'integrativo. L'idea di Papignani era di lanciare una nuova tornata di elezioni delle Rsu, "così ci contiamo e vediamo chi ha il consenso". Senza il 'patto', Fim e Uilm potrebbero  perdere molti delegati. (www.aprileonline.info 2 novembre 2009)

 

Posto fisso e Tremonti: la sinistra dov'è?


di Giorgio Cremaschi


Quando era ministro dell'Economia del Governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa rilasciò un'intervista nella quale esaltava la virtù del lavoro flessibile e condannava senza appello il posto fisso. Ora Giulio Tremonti, ministro dell'Economia del Governo Berlusconi, afferma l'esatto contrario. Basterebbe questo per capire perché in Italia la destra, nonostante i disastri che combina, continua a governare mentre la sinistra continua ad essere ininfluente. (...)

Le affermazioni di Tremonti sono di un'astuta banalità. E' evidente che nella crisi attuale il precariato non è più in alcun modo difendibile, almeno sul piano dell'ideologia. Diventa chiaro anche ad occhi appannati che la flessibilità non è una maggiore libertà di scelta per chi lavora.
Ma, al contrario, è il potere del padrone di scegliersi, per quanto vuole, il lavoratore più disponibile. Precarietà e flessibilità hanno accresciuto il potere delle imprese nella stessa identica misura con la quale hanno abbattuto la libertà dei lavoratori. Il rischio di impresa è stato trasferito dall'azienda ai suoi dipendenti.

La crisi finanziaria globale ha svelato il marcio e i trucchi dei mercati mondiali dei capitali. La crisi industriale svela il trucco della flessibilità.
Tremonti è semplicemente un conservatore che prende atto della realtà, mentre i figli del passato sono Brunetta, Sacconi, Marcegaglia, Ichino e tutti coloro che continuano a sostenere un'ideologia della flessibilità che la crisi ha smascherato.

Il guaio è che la dialettica politica del Paese pare ridursi tutta a questo confronto.
Da un lato chi dice che il posto fisso aiuta a metter su famiglia e, dall'altro, chi sostiene che indietro non si torna.
L'Italia è messa tanto male anche perché la dialettica della sua elite è ridotta a questi miseri termini.
Il Corriere della Sera e la Repubblica, seppure con toni diversi, considerano Tremonti troppo di sinistra.
L'opposizione democratica spera sempre in un'alleanza con la Confindustria, con la quale superare Berlusconi. Cisl e Uil sono ovviamente spiazzate, perché non possono che condividere le parole di Tremonti, ma con Sacconi e Marcegaglia fanno accordi separati che esaltano la flessibilità.
La Cgil per l'ennesima volta chiede un tavolo che non avrà.

E' solo grazie a questo contesto che l'ovvietà di Tremonti, che non corrisponde ad alcuna scelta concreta e anzi accompagna una politica economica e fiscale che incrementa precarietà e flessibilità, riesce a conquistare il centro dello scenario politico e le prime pagine di tutti i giornali.
Il messaggio di Tremonti allude a qualcosa di indefinito, per il quale non si sta facendo nulla, ma che proprio per questo diventa un mito su cui si può disquisire e magari fantasticare. Come la lotteria che assegna 4mila euro al mese, il posto fisso diventa il miraggio a cui aspirare.

Non sia ipocrita la signora Marcegaglia. La presidente di Confindustria sa benissimo che tutte le imprese, nella loro politica del personale, mettono al centro il posto fisso. Lo promettono ai più fedeli e lo rendono di diversa accessibilità per tutti gli altri. Il lavoro precario è prima di tutto uno stato di attesa permanente nel quale le aziende agiscono per comandare sul lavoro. Sono i padroni, gli amministratori pubblici, i banchieri, i finanzieri che valorizzano il posto fisso.
Essi sanno benissimo che nessuna impresa, nessuna economia funzionano con tutti precari e flessibili. Il posto fisso non è mai stato superato, è semplicemente diventato il premio che spetta a coloro che, dopo un lungo percorso di precarietà, hanno mostrato sufficienti disponibilità e fedeltà.

Tremonti non ha mica detto che vuole i lavoratori più liberi.
Anzi ha esaltato la figura del ragionier Fantozzi, spiegando giustamente che anche con il posto fisso si può essere fedeli e obbedienti.

Se la sinistra avesse più orecchie per i lavoratori che salgono sui tetti, piuttosto che per gli slogan degli intellettuali bocconiani, non avrebbe difficoltà a chiarire che anche il posto fisso di Tremonti è di destra.
Perché è solo un'aspirazione che premia i "meritevoli", invece che un diritto universale da garantire a tutte e a tutti.

Se la sinistra credesse ancora all'uguaglianza, non avrebbe difficoltà a cogliere in Tremonti le contraddizioni e anche il disagio di una destra che non sa cosa fare davvero di fronte a questa crisi.

Invece, rimane spiazzata perché continua a seguire l'ideologia di Tommaso Padoa Schioppa, quella che ha portato alla catastrofe il governo Prodi.

(Rete28aprile 22 ottobre 2009)


 

Sciopero generale il 23 ottobre 2009

Torino ore 10 via Verdi di fronte alla Rai

 

Cub, Cobas e SdL hanno indetto uno sciopero generale di 24 ore di tutti i lavoratori pubblici e privati per il 23 ottobre. Le organizzazioni di base ritengono indispensabile una forte risposta alla valanga di licenziamenti in corso,  ai massicci tagli alla scuola pubblica con l'espulsione in massa dei precari, alla chiusura di aziende, alla ipotesi di gabbie salariali e all’attacco al contratto nazionale che, nella ritrovata unità dei sindacati concertativi, lascia solo il sindacalismo di base a difenderne il carattere unitario e solidaristico; al tentativo in corso di rendere i lavoratori subordinati ai destini delle aziende, alla xenofobia  e al razzismo che il governo sta spargendo a piene mani.
 

Generalizzare ed unificare le lotte in corso nella scuola, nelle fabbriche, nelle aziende e negli uffici, sono quindi gli obbiettivi immediati dello sciopero generale che si preannuncia già grande e partecipato. La articolata piattaforma dello sciopero rappresenta un ampio ed esauriente programma sul quale costruire mobilitazione, lotta, organizzazione e consenso, fornendo un alternativo e concreto strumento in mano ai lavoratori/trici, richiedendo il blocco dei licenziamenti e la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario; aumenti consistenti di salari e pensioni, introduzione di un reddito minimo garantito per tutti/e; aggancio dei salari e pensioni al reale costo della vita; cassa integrazione almeno all'80% del salario e reddito per i lavoratori '' atipici'', con mantenimento del permesso di soggiorno per gli immigrati/e; abrogazione della Bossi-Fini e del pacchetto sicurezza; sostegno delle energie rinnovabili, del risparmio  energetico, del riassetto idrogeologico e contro il nucleare, la privatizzazione dell'acqua e l'incenerimento dei rifiuti;messa in sicurezza dei luoghi di lavoro, delle scuole, dei trasporti, rifiutando la riduzione delle sanzioni per chi causa morti del lavoro, gravi infortuni, malattie professionali; contro i tagli di posti, classi e orari nella scuola pubblica e contro la legge Aprea; assunzione a tempo indeterminato dei precari e reinternalizzazione dei servizi;investimenti in un milione di alloggi popolari, tramite utilizzo di case sfitte e ristrutturazione e requisizioni del patrimonio immobiliare, blocco degli sfratti, canone sociale per i bassi redditi; diritto di uscita immediata per gli iscritti/e ai fondi-pensione chiusi; contro l’aumento dell’età pensionabile per le lavoratrici della P.A.; ritiro della riforma Brunetta; difesa del diritto di sciopero; fine del monopolio oligarchico di Cgil-Cisl-Uil sulla rappresentanza e i diritti sindacali, contro la pretesa padronale di scegliere le organizzazioni con cui trattare; pari diritti per tutte le organizzazioni dei lavoratori, rappresentanza elettiva democratica sui posti di lavoro e a livello regionale/nazionale.(11 ottobre 2009 Cub)
Le organizzazioni sindacali aderenti al patto di base COBAS, CUB e SdL hanno indetto per il giorno 23 ottobre uno sciopero generale di 24 ore.

Gravissimo attacco al diritto di sciopero


Alla Thyssenkrupp – Acciai Speciali Terni dopo il volantinaggio dell’iniziativa di lotta e la condivisione da parte di molti operai l’offensiva antisciopero si è scatenata tra martedì e mercoledì: delegati sindacali sono scesi nei reparti dichiarando il falso e cioè che lo sciopero non è legale né c’è la “copertura” per chi aderirà, mentre l’azienda ha inviato capi turno e responsabili del personale a dissuadere i lavoratori ad aderire allo sciopero, con minacce di assenza ingiustificata e licenziamento.

Questa reazione ci conferma l’importanza dello sciopero, non si spiega altrimenti l’attacco senza precedenti ad un diritto riconosciuto dalla Costituzione e riaffermato dallo Statuto dei lavoratori.

La confederazione Cobas di Terni denuncia l’attacco pesantissimo al diritto di sciopero portato congiuntamente da sindacati concertativi e padronato.
Ribadiamo l’assoluto diritto per tutti i lavoratori di tutti i turni di partecipare allo sciopero del 23 ottobre, convocato rispettando la normativa vigente.
Chiediamo ai lavoratori di aderire anche per difendere i propri diritti e le forme di lotta e lanciamo un appello per un’adesione di massa allo sciopero del 23.

Alziamo la testa, per i nostri diritti, per il nostro futuro 23 ottobre sciopero generale! (facebook 22 ottobre 2009)

 

Sciopero Fiom. PdCI: In piazza il paese reale



La crisi, i licenziamenti, le fabbriche che chiudono, la sempre meno democrazia negli stabilimenti, l’accordo separato tra le organizzazioni sindacali voluto da Governo e Confindustria per fare carne da macello dei diritti dei lavoratori e il silenzio assoluto dei media, in primis del servizio pubblico, fanno di questa mobilitazione una giornata fondamentale per dire che in Italia chi tira la carretta, metalmeccanici in prima fila, non ci sta più a questo nuovo imperante servilismo e schiavismo da lavoro. In questo sciopero protesta il Paese reale e Governo e Confindustria non possono non tenerne conto". E’ quanto afferma Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del PdCI, che sta partecipando al corteo della Fiom di Roma.


METALMECCANICI: RINALDINI, IN PIAZZA A MILANO PER CHIEDERE BLOCCO LICENZIAMENTI =
Milano, 9 ott. (Adnkronos) - "Chiediamo il blocco dei licenziamenti, l'estensione degli ammortizzatori sociali e l'apertura di un confronto con il governo". Sono queste le 'richieste' del segretario generale della Fiom-Cgil Gianni Rinaldini, presente al corteo del metalmeccanici di Milano contro i tagli che le aziende lombarde stanno effettuando in tempo di crisi. "Non siamo disponibili -spiega- a fornire accordi sindacali senza il consenso dei lavoratori". Secondo Rinaldini questo e' "l'inizio della fase difficile dell'autunno e il governo non fa nulla".

Nel mirino del segretario generale della Fiom-Cgil anche "le due sigle minoritarie che stanno operando un sopruso inaccettabile".
Rinaldini e' in piazza, sottolinea, "per difendere l'occupazione.
Tutti i giorni abbiamo nuove comunicazioni dalle imprese di licenziamenti". Per il sindacalista il governo non da "risposte positive e fa solo lo scudo fiscale che e' una amnistia per chi porta il denaro all'estero". I manifestanti, secondo gli organizzatori almeno 80 mila, stanno per raggiungere piazza San Babila, prima di terminare il corteo in piazza del Duomo.

SCIOPERO: FIOM; 250.000 METALMECCANICI NELLE PIAZZE
(ANSA) - ROMA, 9 OTT - I lavoratori metalmeccanici che stanno sfilando nelle piazze italiane a sostegno della vertenza contrattuale e contro l'accordo separato sono - secondo la Fiom - 250.000. I metalmeccanici Cgil riferiscono che a Milano i partecipanti al corteo sono 100.000, a Firenze 60.000 e a Napoli 50.000, mentre alle manifestazioni di Roma e Palermo partecipano rispettivamente 30.000 e 10.000 persone.
I dati sulle adesioni allo sciopero di oggi arriveranno solo nel pomeriggio ma il sindacato fa sapere che le prime cifre mostrano una 'larga adesione'. (ANSA).

 

 

Sciopero generale di 8 ore per tutti i metalmeccanici. La mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici è lo strumento necessario per:
- impedire la realizzazione di un accordo separato che snatura il ruolo del Ccnl, produce divisione, peggiora le condizioni e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori;
- ottenere il blocco dei licenziamenti a difesa dell’occupazione, qualificando ed innovando il nostro sistema industriale, impedendo così che la crisi ricada solo sulla testa delle lavoratrici e dei lavoratori;
- estendere gli ammortizzatori sociali a tutte le forme di lavoro e realizzare un piano straordinario di formazione professionale e per la sicurezza sul lavoro;
- sospendere l’applicazione dell’accordo separato sulle regole contrattuali;
- ottenere un adeguato incremento salariale e richiedere la detassazione degli aumenti del Ccnl;
- conquistare il diritto democratico per rendere validi gli accordi e le piattaforme solo se approvati tramite referendum dalla maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori interessati
FAR DECIDERE I LAVORATORI, IN PRESENZA DI DIVERSE POSIZIONI SINDACALI, È L’UNICO MODO PER EVITARE LA PRATICA DEGLI ACCORDI SEPARATI ED IMPEDIRE CHE SIA LA FEDERMECCANICA AD IMPORRE L’ACCORDO PIÙ CONVENIENTE PER GLI IMPRENDITORI. LA DEMOCRAZIA È LA CONDIZIONE PER REALIZZARE IL SACROSANTO DIRITTO DEI LAVORATORI ALL’UNITÀ SINDACALE.

 

 

La fiaccolata dei precari della scuola

 

Venerdì 11 settembre 2009  dalle ore 19.30 alle ore 22.00 davanti alla Rai Via Verdi 16 Torino

fiaccolata organizzata da FLC CGIL, CISL SCUOLA, UIL SCUOLA per chiedere:
- Più organici
- Più risorse finanziarie alle scuole

Scuola: Torino, precari dormono in piazza contro i tagli

"Traslocheranno" in piazza Carlo Alberto, a Torino, per un'intera settimana, giorno e notte, dandosi il cambio e dormendo sotto le stelle: è questa la nuova ed originale forma di protestai scelta dai precari della scuola di Torino, coordinati dal sindacato Flc-Cgil, contro i tagli che, denunciano, "solo in Piemonte sono circa 2500".

Dormiranno stesi per terra, sulla strada, perché "i precari non hanno un volto né una storia, e tutti li possono calpestare", come spiega Igor Piotto, segretario torinese di Flc. "La nostra - dice - è un'iniziativa per sostenere il diritto al lavoro, inalienabile per tutti, e il diritto del lavoro, cioè a un modo di lavorare che non implichi sfruttamento, soprattutto per i precari che spesso sono costretti a dare disponibilità per impieghi che svolgeranno per un compenso più basso del 25% rispetto a un collega di ruolo".

Sempre a Torino
, lunedì 14 settembre, primo giorno di scuola, i precari piemontesi hanno annunciato una manifestazione di fronte all'ufficio scolastico regionale, insieme ai sindacati e alle associazioni di genitori. (7 settembre 2009)

 

La regolarizzazione vigliacca


di Piero Soldini

La regolarizzazione vigliaccaDal 1° settembre fino al 30 settembre si presenteranno le domande di regolarizzazione per colf e badanti. Si tratta di una "regolarizzazione vigliacca" perché arriva dopo una legge razzista (pacchetto sicurezza) che trasforma tutti gli immigrati irregolari in criminali, salvo accorgersi che in questa condizione si trovano centinaia di migliaia, lavoratrici e lavoratori colf e badanti che lavorano sulle nostre case e che se non ci fossero metterebbero in ginocchio le nostre famiglie. E siccome la famiglia è sacra e "la serva serve" allora per loro scatta la regolarizzazione. Ben venga, comunque, questa regolarizzazione e noi come Cgil c'impegneremo perché sia fatta al meglio. Questo non è affatto scontato perché, come al solito il governo cerca di gestirla con procedure restrittive e disagevoli; e fornendo informazioni volutamente confuse. Per esempio, occorre fare chiarezza sul pagamento dei 500 euro, questa somma deve essere pagata esclusivamente e tassativamente dal datore di lavoro e se il datore di lavoro si rifiuta di pagare e quindi di accedere alla procedura di regolarizzazione, il lavoratore e la lavoratrice che si trovano nel diritto di accedere dovranno rivolgersi al sindacato per impostare una vertenza.

La seconda cosa che occorre chiarire è che tutti quei lavoratori che perderanno il datore di lavoro, o perché muore o perché li licenzia, dopo aver fatto domanda, dovranno avere la possibilità di cercarne un altro con il quale presentarsi alla convocazione. Se non lo troveranno nello spazio temporale che precede la convocazione, dovranno avere diritto ad un permesso di soggiorno di 6 mesi per attesa occupazione, così come avviene di prassi sia per il decreto flussi che per le regolarizzazioni precedenti a questa.

Il terzo aspetto da sottolineare riguarda il fatto che se il governo ha davvero capito che il lavoro delle assistenti familiari è socialmente utile per le famiglie italiane, per il nostro welfare e per il funzionamento del nostro sistema socio-economico, così come provano da ultimo i dati della Banca d'Italia, e così come è stato enfaticamente affermato da tutti, ministri compresi, allora non basta la regolarizzazione, ma occorrono provvedimenti che defiscalizzino gli oneri di questo lavoro dal reddito delle famiglie, che generalizzino la formazione degli addetti e l'acquisizione di un più elevato standard professionale e riconoscano a questi lavoratori e lavoratrici diritti contrattuali essenziali: giusto salario, orario, riposi, ferie, malattia ecc., diritti che oggi non sono esigibili nella stragrande maggioranza di rapporti di lavoro anomali, fatti di sottosalari e semiconvivenza, convivenza e spesso privazioni di libertà personale. Se non si interviene con provvedimenti strutturali che stabilizzino e qualifichino questo lavoro, che oggi è in assoluto il più precario e sregolato che c'è, la regolarizzazione sarà solo momentanea e in poco tempo queste lavoratrici rischieranno di ritrovarsi di nuovo irregolari e passibili di criminalizzazione.

La quarta cosa che è bene chiarire come Cgil è che noi continuiamo a chiedere con forza una regolarizzazione generalizzata di tutti gli immigrati, comunitari ed italiani che lavorano in nero in tutti gli altri settori: edilizia, agricoltura, industria, commercio e servizi. Secondo le nostre stime ce n'è una quantità analoga a quella di colf e badanti e chi potrebbe affermare che il loro lavoro è meno utile, socialmente ed economicamente, meno necessario? Oppure chi potrebbe sostenere che loro possano continuare a lavorare in nero? Come si potrebbe ipotizzare per loro una criminalizzazione di massa? Questi lavoratori, anche se venissero accusati di reato di clandestinità ed espulsi, cosa concretamente impossibile, avrebbero comunque diritto ad avere riconosciute tutte le loro spettanze salariali e contributive secondo una Direttiva Ce (la n. 52 in vigore dal 30/6/2009). Per queste ragioni e per cambiare profondamente la politica xenofoba e razzista di questo governo che produce discriminazioni inaccettabili sul nostro territorio e tragedie sul mare con i respingimenti, la Cgil non mancherà di mobilitarsi in questo caldo autunno che sta per cominciare.

*articolo pubblicato sull'ultimo numero di Rassegna Sindacale (5 settembre 2009)


 

INNSE - Comunicato stampa Fiom e Cgil Milano e Lombardia


 
Fiom e Cgil: "Una dichiarazione di interesse all'acquisto e al rilancio dell'Azienda è stata formalizzata anche alle Istituzioni locali di Milano e della Lombardia" (...)

I Segretari generali della Fiom-Cgil, Gianni Rinaldini, della Fiom di Milano, Maria Sciancati, della Cgil Lombardia, Nino Baseotto, e della Camera del lavoro metropolitana di Milano, Onorio Rosati, hanno rilasciato oggi la seguente dichiarazione congiunta.

"La situazione all'Innse ha del paradossale e del grottesco, ma rischia di divenire ancor più drammatica di quanto già sia. Vogliamo, una volta di più, esprimere solidarietà, vicinanza e sostegno ai lavoratori Innse e, in modo particolare, a coloro che da giorni sono sul carroponte."
"Un imprenditore del settore ha avanzato una formale dichiarazione di interesse all'acquisto ed al rilancio dell'attività produttiva, con la richiesta di un tempo congruo per lo svolgimento della trattativa. Tale dichiarazione è stata formalizzata per iscritto al Comune, alla Provincia di Milano e alla Regione Lombardia che ne hanno dato riscontro."
"Questa è di per sé una novità molto importante e tale dovrebbe essere anche per le Istituzioni ad ogni livello e per i responsabili dell'ordine pubblico, anche perché, in questa situazione nuova, la rottamazione di un'azienda della quale può riprendere l'attività produttiva configurerebbe non solo un danno sociale ed economico, ma persino una violazione di interessi legalmente tutelati."
"Troviamo dunque irresponsabile che si faccia finta di nulla."
"A nome della Fiom e della Cgil, chiediamo che venga sospesa ogni attività di sgombero e smontaggio e che sia lasciato spazio alla trattativa tra l'attuale proprietà e questo nuovo soggetto imprenditoriale che ha richiesto 60 giorni per lo svolgimento di tale trattativa."
"Occorre che siano definiti, con il concorso del Sindacato e delle Istituzioni preposte, meccanismi di verifica circa l'effettivo e serio svolgimento della trattativa."
"La Fiom e la Cgil ribadiscono, infine, il proprio impegno per la salvaguardia del sito produttivo e dell'intera occupazione e confermano che non lasceranno nulla di intentato, né sul piano sindacale né sul piano legale, per tutelare i diritti del lavoro".

Fiom-Cgil/Ufficio stampa
Roma, 7 agosto 2009
 

 

 

Appello per il presidio contro il pacchetto sicurezza


Le Associazioni proponenti il presidio valutano negativamente le norme del cosiddetto “Pacchetto sicurezza” approvato definitivamente dal Senato il 2/7/2009, relative al fenomeno dell’immigrazione straniera, perché cambia le regole per chi è immigrato nel nostro Paese, alla ricerca di una vita migliore per sé e per la propria famiglia.
Ricordiamo che l’emigrazione italiana all’interno del nostro Paese e all’estero ha rappresentato per molte famiglie una scelta dura e obbligata per ricercare condizioni di vita più favorevoli di quelle che lasciavano.
Per questo ci pare inaccettabile che l’immigrazione di altri esseri umani verso la nostra nazione sia considerata e combattuta come una questione e un problema essenzialmente di ordine pubblico, acuendo la separazione normativa tra le condizioni degli immigrati e quelle degli italiani.
Pensiamo che tutti i lavoratori debbano avere uguali diritti e doveri, indipendentemente dalla razza, dalla etnia, dalla religione, a tutte le latitudini del nostro Paese.
La legge Bossi-Fini ha mostrato evidenti limiti nel regolarizzare la presenza dei lavoratori stranieri tramite i decreti flussi che segnano pesanti ritardi nell’applicazione.
Non possiamo restare indifferenti in particolare alla introduzione della norma sul “reato di clandestinità”, che prevede, nel nostro ordinamento giuridico, di punire una persona non per avere commesso un reato, ma semplicemente per lo “status” in cui si trova.
Questa disposizione pone purtroppo alla stessa stregua coloro che tentano di integrarsi anche accettando di lavorare “irregolarmente”, con coloro che nella clandestinità operano per delinquere.
Una norma che persegue le famiglie italiane che si avvalgono della necessaria collaborazione di straniere/i irregolari nei lavori domestici o di cura familiare, anche per la manifesta mancanza di adeguati servizi pubblici, spingendole al loro licenziamento per non incorrere in sanzioni penali.
Una legge che impedisce, di fatto, alle famiglie immigrate presenti nel nostro Paese, considerate clandestine, di accedere ai servizi sanitari, sociali e alla scuola.
Accanto a queste disposizioni figurano altre misure più restrittive in materia di riconoscimento dello status di rifugiato politico, di ricongiungimenti familiari, di costo economico per il permesso di soggiorno e la cittadinanza, che ostacolano oltremodo gli immigrati che intendono restare nel nostro Paese rispettando le leggi, a loro volta rispettati, anche sul piano dei più elementari diritti umani.
In ultimo, desta viva preoccupazione e contrarietà che nei nostri quartieri possano circolare ronde di cittadini “volontari”, mentre non si sostengono con adeguati mezzi i presidi delle forze di polizia deputate a vigilare e reprimere il crimine vero e proprio, anche straniero. Si ha, inoltre, l’impressione che si stia allentando, complessivamente, la rete dei servizi sociali per le fasce deboli della popolazione, compresi i lavoratori immigrati.
Il nostro obiettivo è dare dignità alla persona, costruire la solidarietà e l’unità fra lavoratori, continuando l’impegno a migliorare la legislazione in materia di immigrazione, a partire dalla Bossi-Fini, per evitare che l’illegalità nel lavoro e nella vita possa diventare “normale” per molti lavoratori stranieri.
Chiediamo che chiunque oggi lavori e viva onestamente possa uscire dalla trappola della clandestinità.


Proponiamo a tutti coloro che condividono questi obiettivi di aderire al

PRESIDIO previsto per GIOVEDI 23 LUGLIO 2009 alle ore 18.00 in piazza Castello (davanti alla Prefettura) CGIL CISL UIL Torino


Torino, luglio 2009

 

 

Assemblea nazionale della Cub a Riccione


Il sindacalismo di base discute "cosa" diventare



di Fabio Sebastiani


Il sindacalismo di base di fronte alla "cosa". Cosa farà? Un sindacato-sindacato o un sindacato-partito? Una confederazione di organizzazioni o un soggetto organizzato in confederazione? La Camera del lavoro metropolitana o una Camera dei redditi? Quello che una volta era chiamato il movimento sindacale extraconfederale si appresta al salto di qualità. E pure in tempi brevi, in autunno l'assemblea costituente e poi il soggetto unico o unitario che sia, giusto in tempo per non presentarsi del tutto sguarniti a due scadenze centrali per il movimento sindacale italiano in questa fase: il congresso della Cgil del 2010 e la nuova legge sulla rappresentanza che investirà sia il settore pubblico che quello privato.

Insomma, l'unico punto chiaro è che Cobas, Usi, Sdl, Rdb e parte della Cub, non hanno più spazi per tergiversare. A loro questa volta potrebbe unirsi anche lo Slai-Cobas, per il quale ieri all'assemblea nazionale della Cub è intervenuto Corrado Delle Donne sottolineando la necessità di «un cambio di marcia». L'orizzonte per lo Slai-Cobas e per tanti altri, è quello del sindacato di classe. Già, ma quale classe? Uno dei temi affrontati dai delegati, e che presumibilmente diventerà uno dei nodi centrali del soggetto futuro, è stato proprio quello dell'identità sociale del nuovo sindacato. Anzi, della «cosa nuova», come l'ha definita Guido Lutrario di "Blocchi Precari Metropolitani". Un radicamento nel mondo del lavoro per progredire via via fino ad includere il non-lavoro, o una struttura trasversale che da subito si ponga il problema del "sociale" e affronti dentro un nuovo sistema di alleanze i temi della cosiddetta confederalità?

Comunque sia, dalla base la spinta a fare presto che gà si era manifestata a Milano un anno fa, è sempre più netta e urgente. Il gruppo dirigente del sindacalismo di base è stato invitato a mettere da parte gli "orticelli personali" per lanciarsi «senza paura» (Fabrizio Tommaselli, Sdl) verso un nuovo percorso di conflitti e di vertenze.

Dovrà necessariamente tenere il timone della politica, come vuole Piero Bernocchi, o potrà confrontarsi senza rete con il magma che viene fuori dalla nuova composizione di classe rischiando di avere tra gli iscritti il lavoratore leghista che smessa la tuta blu la sera va a picchiare l'extracomunitario? «Lo vogliamo decidere noi», reclamano a gran voce singoli rappresentanti sindacali, «basta che ci diate l'opportunità senza indugiare oltre». Dalla platea di Riccione si capisce che il tempo delle "autocelebrazioni" e di identità fondate sulla diversità da Cigl Cisl e Uil è finito. Ora è il momento di un sindacato che nel conflitto trovi la via «dell'efficacia» (Laura Bergamini, Parma).

L'interlocuzione con la Cgil? «Certo, con Cremaschi si parla», dice Delle Donne, «ma va rimosso lo scoglio del 33%». «Siamo coscienti delle differenze dice Mauro Casadio - ma dobbiamo trovare forme per andare avanti».

Lo spazio potenziale che si sta aprendo, del resto, è grande. E non solo perché il sindacato nell'epoca del centrodestra diventerà la "cosa chiusa" di Bonanni&Co., che si baserà sempre di più sugli affari e sempre di meno sul conflitto, ma perché ormai la tendenza del capitalismo, come chiarisce il professor Luciano Vasapollo, punta sempre più verso la distruzione «del lavoro e delle merci, della ricchezza e dello Stato». Quindi, in poche parole, il conflitto sociale può solo consegnarci il "paradigma della costruzione". Sta al sindacalismo di base percorrerlo senza cedere da un lato al riflesso condizionato dell'irriducibilità e, dall'altro, accogliendo democrazia e confronto interno come elemento costitutivo dell'identità.

Ora l'alchimia è affidata più che agli apprendisti stregoni e all'ottimismo della volontà, alla creatività e alla capacità di inventare nuove formule. Formule che aiutino in questa fase la moltitudine di modelli organizzativi in una "cosa" che sappia fare della diversità la sua eccellenza. «Quale sindacato serve nell'epoca in cui il "tanto peggio tanto meglio" non vale più?» si chiede Tommaselli. Per Paolo Leonardi, che ha tenuto la relazione introduttiva, è indispensabile «superare le divisioni che pure esistono, soprattutto a livello di categoria e di territorio, e le diversità che pure ci sono, per arrivare quanto prima alla costruzione di un nuovo soggetto sindacale in cui far confluire, perché siano esaltate, tutte le nostre diversità e le nostre esperienze». «Ma sappiamo che molte volte "il meglio è nemico del bene" e che - ha concluso - se la sostanziale unificazione delle varie organizzazioni rappresenterebbe senz'altro il traguardo migliore, sappiamo anche che tali condizioni devono maturare senza forzature, se vogliamo davvero che siano durature e positive».

(24/05/2009)
 

Attacco al palco confederale



Militanti dello Slai Cobas aggrediscono Rinaldini. Ma lui riprende a parlare


di Maurizio Pagliassotti

Primo: anche i padroni si azzuffano ma non lo fanno mai in pubblico.
Secondo: è vero, ieri è successo qualcosa di grave a Torino, sotto la sede del Lingotto, proprio faccia ai manager gongolanti che guardavano di sotto quel misero popolo di poveri che si scannava per un pezzo di pane.

Gianni Rinaldini è stato abbattuto da un gruppo di scalmanati dello Slai Cobas di Nola mentre stava dicendo «... il gioco della Fiat è quello di dividerci in questa manifestazione. Con questo corteo e con i lavoratori venuti anche da Napoli e Palermo abbiamo voluto affermare l'unità dei degli uomini e delle donne della Fiat che se si dividono verranno schiacciati....». Poi il delirio, la deriva. Urla, spinte, pugni. I poveri che si picchiano sotto gli occhi dei loro padroni sono un'immagine raccapricciante, misera e triste.

Ci sono due letture che si possono dare di ciò che è accaduto ieri.
La prima è che i sindacati sono divisi e le solite menate.
La seconda, che riguarda i signori in giacca a cravatta che guardavano da dietro i vetri oscurati del Lingotto è che la situazione Fiat è una polveriera su cui è seduto tutto il paese. Vedano un po' loro fin dove vogliono arrivare.

«E' accaduto, non accadrà mai più» dirà due ore dopo Giorgio Airaudo a mente fredda.
Ma ormai il disastro è compiuto, i fotografi come avvoltoi inchiodano Rinaldini che vola e Airaudo che agita le mani verso alcuni invasati che danno l'assalto al palco. Una signora sotto il palco con la bandiera della Cisl strepita come un'ossessa "Unità! Unità!" e allora sembra di vivere in una commedia dell'assurdo.
La Fiom contestata, Cisl e Uil che si defilano silenziose con i loro militanti che invocano l'unità. Pazzesco. Fino a quel momento era stato un corteo determinato e arrabbiato e l'unica cosa che si poteva capire era che questa volta i lavoratori Fiat non scherzavano per nulla.
Poi, giunti su via Nizza tutti si sono fermati ad ascoltare le voci dei leader. Nessun servizio d'ordine era previsto. Fortunatamente perché sarebbe stato un massacro.

Attacca Airaudo quando ancora i quindicimila stanno arrivando: «Ringraziamo tutti coloro che si stanno impegnando per salvare il lavoro alla Fiat: i partiti politici, i movimenti, i coordinamenti del pride, pensionati e studenti. Qui noi oggi stiamo difendendo le fabbriche da nord a sud e senza questa difesa oggi noi non avremmo la Fiat di successo dei manager che ricevono gli applausi grazie ai sacrifici dei lavoratori. Nessuno può pensare che un solo stabilimento venga sacrificato. Non ci faremo dividere! Non si possono salvare le banche e lasciare gli operai per strada! Non accetteremo che i lavoratori vengano separati come non accetteremo che possano esserci straordinari in uno stabilimento e licenziamenti in un altro».

Dopo Airaudo, il segretario della Fismic Roberto Di Maulo: «La manifestazione nazionale dei lavoratori del gruppo Fiat in corso a Torino è soprattutto per avere risposte dal governo che finora è il grande assente dello scenario internazionale».
Poi aggiunge: «assolutamente grave perché la stretta creditizia collegata all'assenza di una politica industriale sta portando alla chiusura di centinaia di piccole e medie industrie. Il governo Berlusconi deve dare soldi veri per l'occupazione, non annunci. Ci dicono che la crisi è finita e che il peggio è passato. Sono tutte balle!!».

Eros Panicali, responsabile nazionale del settore Auto per la Uilm: «La Fiat ci spieghi le prospettive industriali e occupazionali del nostro Paese. È bene che allarghi la sua sfera a livello internazionale, ma non a scapito degli stabilimenti italiani. L'apertura di Marchionne va bene, ma noi vogliamo un tavolo di confronto, non un tavolo informativo. Il governo e la Fiat s'impegnino affinchè nessuno stabilimento in Italia venga chiuso».

Poi è salito Rinaldini e in quel momento i cobas, che già in precedenza avevano contestato un po' tutti, anche Ferrero, attaccano.
Rinaldini: «Un favore alla Fiat è dividerci in questa manifestazione. Adesso parlo io! Chiaro?! Dopo parlate voi. Con questo corteo e con i lavoratori venuti da Napoli e Palermo abbiamo voluto affermare l'unità dei dipendenti della Fiat che se si dividono verranno schiacciati....».
Non lo fanno finire e viene disarcionato dal palco da un gruppetto di teppisti che si impadroniscono con una violenza inaudita del palco.
Sono operai di Nola, un reparto confino creato dalla Fiat dove far germinare la protesta violenta fine a se stessa, da utilizzare poi per distruggere, con manovre tipo quella di ieri, il fronte sindacale.
«Purtroppo nessuna novità. La storia si ripete» è l'amaro commento di Giorgio Cremaschi.
Rinaldini comunque dopo quattro minuti risale sul palco, molto scosso da quanto accaduto, e riprende il microfono.
A questo punto sembra non parlare più a chi gli sta di fronte ma a chi sta alle sue spalle, a quelli chiusi negli uffici del Lingotto. La voce è tirata. Airaudo inferocito a momenti mena un ragazzotto milanese col cappello nero in testa che ancora insiste a voler portare via il microfono al segretario della Fiom. Chiude con queste parole Rinaldini: «Noi con questa manifestazioni diciamo che le dichiarazioni di Marchionne sono una beffa. Noi non accettiammo questo modo di procedere e chiediamo il tavolo negoiziale che coinvolga Governo e Fiat. Per questo abbiamo deciso che proclamiamo a livello nazionale lo stato di agitazione con il blocco di tutti gli straordinari e della flessibilità e proporremo nei prossimi giorni ai sindacati europie una giornata di lotta comune. Se la Fiat intende chiudere qualsiasi stabilimento si assume la responsabilità di far crescere la tensione nel paese. La Fiat senza fare incontri fa quello che le pare, compreso il fatto dei lavoratori trasferiti a Nola. Con questa manifestazione diciamo che non si chiude nessun stabilimento e affermiamo la solidarietà di tutti i lavoratori Fiat!».

Rinaldini finisce e scende dal palco. Salgono i cobas.(Liberazione 17 maggio 2009)


 

 

Da nord a sud la Fiat cresce solo con noi

Torino 16 maggio 2009 Manifestazione nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori del Gruppo FIAT e della componentistica
ore 9,30 Porta 5 Fiat Mirafiori - Corso Agnelli n.200
ore 12.30 comizio conclusivo Direzione Gruppo Fiat - Via Nizza n.250

 

 

Il 1 maggio a Torino

 

 

Ore 9.00 Piazza Vittorio Veneto - Partenza corteo
Ore 11.00 Piazza S. Carlo - Comizio di Nanni Tosco a nome di Cgil-Cisl-Uil Torino
Ore12.00 Piazza S. Carlo - Spettacolo: Un naso rosso contro l'indifferenza, i ragazzi di Bucarest a Torino (Fondazione Parada) a cura della Gioc:
Ore 14.30: Piazza V. Veneto - “Protagonisti nella crisi”, dibattito pubblico.
Ore 21.00 Piazza V. Veneto - Hidden Clover Band in concerto

 

 

 

 

La Cub: "pronti alla mobilitazione contro l'accordo"


«La riforma del modello contrattuale è soprattutto un modo per dare ai padroni una mano per uscire dalla crisi».

Anche i sindacati di base scendono in campo contro la normativa derivante dagli accordi attuativi siglati ieri.
Pierpaolo Leonardi, coordinatore nazionale Cub, nota che «dall'accordo quadro scompare ogni riferimento all'emergenza salariale; si parla solo di efficiente dinamica retributiva, che sottintende lo stretto rapporto con le necessità competitive delle aziende, mentre nell'ambito della contrattazione di secondo livello si rendono possibili deroghe in pejus».

Gli stessi obiettivi per cui, nel '92/'93, furono siglati gli accordi di luglio «che hanno garantito benefici e profitti alle imprese, ma dai quali è partita la destrutturazione del potere contrattuale dei lavoratori».

«Questo accordo vorrebbe mettere fine all'esistenza di un sindacato che ha come scopo la difesa dei diritti dei lavoratori. Ai sindacati di base e ai lavoratori spetta ora mobilitarsi, per respingere questa riforma, e impedire che essa trovi applicazione negli accordi di categoria, aziendale e territoriali». (Il Manifesto 16 aprile 2009)
 

Lettera di Guglielmo Epifani

 

Con la firma di stasera dell’intesa di attuazione dell’accordo quadro separato del 22 gennaio, per quanto ne sia un atto conseguente, si conferma la scelta di un modello di
assetti contrattuali non condiviso dal sindacato più rappresentativo.
La posizione della Cgil è stata portata alla discussione e valutazione in 59.337 assemblee di tutti i comparti. Dopo quattro settimane di assemblee si sono espresse col voto 3.643.836
persone e sottraendo al totale i pensionati, su 2.827.561, sono 2.665.205 (pari al 97%) i lavoratori e le lavoratrici che si sono dichiarati contrari all’accordo quadro separato.
Come si evince si tratta di una verifica democratica molto significativa, tanto più perché svolta senza la Cisl e la Uil che non hanno voluto aderire a nessuna verifica democratica.
La nostra contrarietà all’intesa è già nota, e si basa, per la parte fondamentale, sulla convinzione che il modello definito separatamente riduce la qualità e l’estensione della contrattazione nazionale e di secondo livello. Il limite negativo di tale scelta è reso ancor più evidente dalla dimensione e vastità della crisi. Questa fase e i problemi che ne
scaturiscono, a partire dalla occupazione e dalla sicurezza, richiederebbero una grande iniziativa contrattuale, ed una reale flessibilità settoriale anche in relazione alle diverse
profondità e caratteristiche con cui la crisi attraversa i settori. Servirebbe una contrattazione correlata qualitativamente alla effettiva situazione dei comparti.

Viene invece introdotto un modello rigido, secondo uno schema per il contratto nazionale che sottrae spazi negoziali diretti alle categorie, confermato da una norma sul secondo livello che si limita a riconfermare la prassi in atto, come già previsto dal protocollo del 23 luglio 1993, modalità che non ha certamente favorito il dispiegarsi della contrattazione.
Nello specifico sul contratto nazionale va sottolineato che, preso alla lettera, il meccanismo previsto non raggiunge mai neanche la copertura dei salari dalla inflazione reale; inoltre, date le caratteristiche di questa crisi, è possibile prevedere che se ne uscirà con una ripresa dell’inflazione. Tutto ciò è reso ancor più negativo dall’assenza di risposte alle rivendicazioni di una politica fiscale attenta al lavoro dipendente ed alle pensioni.
Nel modello, le deroghe sono funzionali ad un ulteriore irrigidimento dello schema, determinando per lavoratrici e lavoratori l’incertezza delle regole, delle norme e delle tutele
contrattuali, ma anche espliciti rischi di competizione sleale tra le imprese, in particolare in alcuni comparti, con quegli effetti di dumping sociale che imputiamo, come limite,
all’Europa per l’assenza di regole generali. La Cgil non ha mai fatto mancare la sua disponibilità e l’iniziativa contrattuale nei casi di crisi a salvaguardia dell’occupazione. In
ragione e in coerenza di questa storia ci pare ulteriormente sbagliata una norma generale di indebolimento dei contratti nazionali.
Per quanto riguarda la Cgil, lavoreremo con impegno per rinnovare i contratti nazionali di lavoro – oltreché per la contrattazione di secondo livello - elaborando e proponendo
piattaforme che tengano conto di queste valutazioni che, vogliamo assicurarvi, sono stare
ponderate con grande attenzione.
Infine confermiamo l’esigenza di un avviso comune che condividendo l’allungamento della durata della cassa integrazione ordinaria a 104 settimane, porti alla realizzazione dell’impegno a non ricorrere ai licenziamenti di lavoratori e lavoratrici. Tale soluzione è giudicata da tutti essenziale per il governo della crisi e pertanto vi chiediamo formalmente di assumere un orientamento in questa direzione.
Guglielmo Epifani
Roma, 15 aprile 2009

 

I video della manifestazione nazionale della CGIL

Roma, Circo Massimo 4 aprile 2009

 

       

        

                   

 

Il PdCI aderisce alla manifestazione nazionale della CGIL

iscriversi presso le sedi sindacali

Andate a votare presso le sedi CGIL contro l'accordo separato voluto da CISL e UIL , ultima settimana (dal 23 al 27 marzo 2009)

 

28 febbraio 2009 70.000 a Torino alla Marcia per il lavoro

 

 

Oltre 700 mila per il lavoro e i salari

Roma invasa dalle bandiere rosse Fiom e Fp

 

Lo sciopero della Cgil è «un errore» e l'organizzazione sindacale dovrebbe «riflettere sull'isolamento» in cui si è cacciata, afferma il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Quale migliore conferma alle ragioni della protesta dei lavoratori di Fiom e Funzione pubblica della Cgil?

Questa mattina, per la prima volta, le due categorie si sono unite in uno sciopero congiunto ed in una grande, motivata e partecipata manifestazione a Roma contro le politiche anticrisi del governo Berlusconi, per l'unità tra lavoratori pubblici e privati e contro gli accordi separati. Uno dei motivi dello sciopero è infatti l'accordo tra governo e parti sociali del 23 Gennaio scorso, firmato solo da Cisl Uil e Ugl, oltre che per la difesa del diritto allo sciopero e della Costituzione.

Nella capitale i tre cortei, partiti da piazza della Repubblica e dalle stazioni ferroviarie di Tiburtina e Ostiense, sono confluiti in piazza San Giovanni, per i comizi dei segretari Gianni Rinaldini, Carlo Podda e Guglielmo Epifani. Per il segretario dei metalmeccanici Gianni Rinaldini, l'aggregazione delle due categorie nasce da «obiettivi unificanti», al contrario del tentativo di contrapporre i lavoratori pubblici ai lavoratori privati con la campagna partita da Brunetta già qualche mese fa». E infatti lo striscione d'apertura recita: «La dignità del lavoro è un bene pubblico, basta precarietà, più salario, più diritti e legalità».

Anche il segretario generale Cgil, Guglielmo Epifani, nel corso della manifestazione, ha sottolineato l'unità tra tute blu ed impiegati: «I lavoratori non si fanno dividere». Sul merito della protesta, Epifani critica il «profilo molto basso» con cui il governo sta affrontando una crisi che «per i metalmeccanici è la più devastante da sempre e per il pubblico impiego il rischio è che i tagli ai precari e contrattazioni al di sotto del tasso di inflazione pregiudichino la qualità dei servizi offerti». L'auspicio del leader di Corso Italia è quindi che arrivi «il via libera immediato del Cdm» al rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, mettendo «da subito» in pratica l'intesa raggiunta tra governo e regioni la scorsa notte poiché «il fattore tempo è decisivo».Presente anche la sinistra politica in piazza, a fianco dei lavoratori. «Oggi a Roma – ha dichiarato Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del Pdci, alla manifestazione insieme ad una delegazione del partito - sfila la dignità degli operai e dei lavoratori pubblici. Scioperano e protestano coloro che rappresentano il motore di questo Paese e che pretendono il riconoscimento dei loro diritti. Noi Comunisti italiani manifestiamo con la Fiom, la Funzione Pubblica Cgil e le centinaia di migliaia di persone in corteo che inviano al governo un messaggio limpido: non abbassiamo lo sguardo, non chiniamo la testa davanti ad alcun padrone e difendiamo con le unghie e con i denti le condizioni di lavoro conquistate in sessant’anni. E’ un messaggio che oggi stesso arriverà forte e chiaro dalle parti di palazzo Chigi, dove Berlusconi non ha la minima idea di come affrontare la crisi e vorrebbe perciò farla pagare ai lavoratori dipendenti, a chi davvero crea la ricchezza in questo Paese».

Da piazza San Giovanni il segretario generale della Fp-Cgil, Carlo Podda ha annunciato: «Siamo oltre 700mila». 700mila e più lavoratrici e lavoratori pronti a ritrovarsi in occasione della grande manifestazione già annunciata da Guglielmo Epifani, che si terrà il 4 aprile al Circo Massimo a Roma. Al lavoro, alla lotta.(www.larinascita.org 13 febbraio 2008)

Venerdì 13 febbraio 2009 sciopero nazionale

 

Leggi Lavoro&Lotte giornale del dipartimento lavoro del PdCI

 

per il lavoro, per i diritti, per la dignità contro l'accordo della complicità che distrugge il CCNL, riduce i salari, aumenta lo sfruttamento

Tutte e tutti con le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici e pubblici

Venerdì 13 febbraio, sciopero nazionale di 8 ore di Fiom e Funzione Pubblica Cgil

con manifestazione a Roma.

Siamo nel pieno di una enorme crisi economica mondiale, prodotta dal sistema finanziario e liberista, una crisi che coincide con la ripresa della guerra, come dimostra il massacro dei palestinesi a Gaza, nell'impotenza e con la complicità di tutti i principali governi. Precarietà, bassi salari, concorrenza tra i lavoratori e distruzione dei diritti sono i capisaldi della politica economica. Di fronte a fabbriche che chiudono, con centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori in cassa integrazione e di precari licenziati, le misure del Governo sono del tutto inadeguate. L'intervento pubblico, invece di sostenere il reddito dei lavoratori, alimentare la ripresa dei consumi e avviare un nuovo modello di sviluppo, serve soltanto a finanziare chi questa crisi l'ha prodotta e continua ad alimentarla.

Il Governo taglia la spesa pubblica e sociale (la scuola, l'università, la sanità, le pensioni); prova a mettere uno contro l'altro lavoratori del settore privato e pubblico; rimette in discussione il Testo Unico sulla sicurezza; propone l'ennesimo innalzamento dell'età pensionabile, attaccando le donne, già oggi fortemente discriminate sui salari e sulle condizioni di lavoro.

La Confindustria, con la complicità di Cisl e Uil, approfitta della crisi per portare fino in fondo l'attacco al contratto nazionale di lavoro. L'accordo separato sul sistema contrattuale apre la via alla totale flessibilità del salario; minaccia ancora di più la salute dei lavoratori con il vincolo della produttiva del salario; estende la precarietà e l'incertezza dei diritti; mette in discussione i principi fondamentali dell'iniziativa sindacale e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

La gravità della crisi e dell'attacco ai diritti apre una fase nuova e dà spazio e valore a una linea sindacale conflittuale e antagonista. Vogliono eliminare il conflitto sociale, ma dovranno raccoglierne una quantità tale da sconfiggere il loro disegno: quello di far pagare a noi la loro crisi.

CONTRO:
* le scelte del Governo;
* l'accordo separato sulla riforma contrattuale, che distrugge il contratto nazionale e taglia il salario;
* i tagli alla spesa sociale, lo smantellamento di scuola, università e sanità pubblica;
* l'attacco ai diritti delle donne e ogni ipotesi di innalzamento dell'età pensionabile;
* la chiusura delle fabbriche e i licenziamenti;
* la precarietà.
PER:
* il contratto nazionale di lavoro;
* l'aumento dei salari e delle pensioni;
* un nuovo modello di sviluppo che investa sulla ricerca, sull'ambiente e sul Mezzogiorno;
* la sicurezza di chi lavora;
* la democrazia;
* i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

Lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, pensionate e pensionati venerdì 13 febbraio, tutte e tutti a Roma!

 


 

Indesit annunciata la chiusura: pronti ad occupare

Il giorno dopo l´annuncio della chiusura, i 650 dipendenti della Indesit di None, alle porte di Torino, escono in strada, bloccano il traffico e chiedono che gli incentivi del governo per l´elettrodomestico «siano subordinati al mantenimento delle produzioni in Italia». Ma mentre sale la protesta, trapela l´indiscrezione su una «proposta indecente», così la definiscono i sindacalisti: per la prima volta in Italia si applicherebbe una sorta di cassa integrazione fai da te offerta dall´azienda al tavolo sindacale di martedì scorso a Roma.
In sostanza ciascuno dei lavoratori otterrebbe una cifra consistente (compresa, si dice tra i 20 e i 30 mila euro) come indennità per la perdita del posto e l´impegno dell´azienda a cercare altri posti di lavoro.
«La proposta - dice Giorgio Airaudo della Fiom torinese - non è accettabile perché in questo modo si favorisce il trasferimento delle produzioni fuori dall´Italia. Le aziende pagano e si sottraggono alle loro responsabilità verso un territorio».
«Invece di lanciare allarmi sarebbe il caso di cominciare ad agire», dice il sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Anche se non pochi, a cominciare dal primo cittadino torinese, pensano che dietro l´annuncio sulla chiusura possa esserci anche l´intenzione di premere sul governo per ottenere incentivi a favore del settore. Una condotta aziendale che sarebbe certamente spregiudicata. «Quel che chiederemo - dice il segretario della Fim torinese, Nanni Tosco - è che per l´elettrodomestico come per l´auto la concessione degli incentivi al mercato sia vincolata a impegni precisi delle aziende per mantenere il lavoro negli stabilimenti italiani». Come del resto stanno chiedendo le organizzazioni sindacali in tutti i paesi in cui i governi stanno scendendo in campo per salvare l´economia.
«In questo paese la Indesit è come la Fiat a Torino. Chiuderla significa provocare un disastro sociale», ricorda il sindaco di None, Maria Luisa Simeoni. Ufficialmente la Indesit non ha ancora comunicato la data della chiusura di None, dove si producono lavastoviglie di ultima generazione a basso impatto ambientale. Ma nell´incontro di martedì a Roma i rappresentanti del gruppo hanno fatto capire che la chiusura dello stabilimento torinese sarebbe compensata dall´aumento della produzione nello stabilimento gemello in Polonia. «Il paradosso - facevano osservare ieri i sindacalisti - è che il trasloco avverrebbe proprio mentre il governo italiano sta per varare gli incentivi anche al mercato degli elettrodomestici».
Dietro la decisione di chiudere la fabbrica di None ci sarebbero i contraccolpi del calo di commesse sul mercato russo - dove la Indesit è leader - ma anche la necessità di fare cassa per far fronte a una crisi di liquidità. Difficilmente la questione verrà affrontata nel prossimo cda dell´azienda in programma l´11 febbraio: «Prima intendiamo discutere l´argomento con le organizzazioni sindacali», facevano osservare ieri fonti del gruppo. Il futuro della Indesit di None si conoscerà dunque a fine mese. Il 24 febbraio è stato infatti messo in calendario un incontro tra azienda e sindacati all´Unione industriale di Torino.

Indossano magliette blu marchiate Indesit e una scritta sul petto. "Io lavoro sicuro". Un motto che suona come uno sblerleffo per i 650 dipendenti di None, ora che l´azienda ha comunicato l´idea di chiudere lo stabilimento. Basiti, oltre che arrabbiati, gli operai Indesit. «L´ho saputo dal telegiornale all´ora di cena, stavo scolando la pasta. Ma si può essere trattati così?» sbotta Franco, 11 anni in azienda. Delusi da un gruppo che credevano più serio. «L´Indesit non è in difficoltà, ma usa la crisi come alibi per andare a fare lavastoviglie in Polonia, dove costa meno», dicono un po´ tutti. E per risposta loro, i potenziali futuri licenziati, hanno bloccato il traffico sulla strada regionale 23 che collega Torino al Sestriere, per due volte, dalle 9 alle 11 e alle 14 alle 16, costringendo automobilisti e camionisti a qualche chilometro di deviazione per bypassare il presidio di None.

Un´ipotesi, quella della chiusura, confermata anche da Gaetano Casalaina, direttore dello stabilimento di Fabriano, arrivato ieri mattina a None. Ieri i sindacati hanno proclamato due ore di sciopero per turno, adesione al 90 per cento, durante le quali i dipendenti hanno manifestato davanti ai cancelli dell´azienda. «Se sarà necessario occuperemo lo stabilimento», minacciano. Nei prossimi giorni si continuerà con alcune ore di sciopero ogni giorno, ma già dalla prossima settimana l´azienda aveva fissato 10 giorni di cassa integrazione. Martedì saranno in presidio in piazza Castello, dove ci sarà un incontro tra sindacati ed enti locali e già pensano di organizzare un pullman per mercoledì, per andare a manifestare a Fabriano durante il cda del gruppo Merloni, proprietario della Indesit. Tutte scadenze che scandiscono il tempo di un´altra data, il 24 febbraio, quando l´azienda incontrerà i sindacati.
Al picchetto ieri pomeriggio sono arrivati il sindaco di None, Maria Luigia Simeone, il presidente del consiglio provinciale, Sergio Vallero, con l´assessore provinciale alle Attività produttive, Carlo Chiama, e l´assessore regionale al Lavoro, Angela Migliasso, che ha cercato di tranquillizzare gli animi: «Se si tratta di una crisi industriale è un conto, ma forse è solo di una manovra per ottenere gli incentivi». Incalza il presidente della Provincia, Antonio Saitta: «Se il governo approverà incentivi per il settore degli elettrodomestici, l´azienda di None non ha nessun alibi per chiudere». D´altra parte che sia un problema industriale, i lavoratori non ci credono. Dentro la fabbrica ci sono quattro linee di lavastoviglie di ultima generazione, eco-compatibili e una sola, che occupa 50 addetti, del vecchio modello. In tutto 3.900 pezzi al giorno, 900 mila in un anno. Ora che i consumi sono in calo, anche l´azienda pensa di ridurre la produzione a 640 mila pezzi. E per quelli è sufficiente lo stabilimento polacco. «Quando hanno deciso di aprirlo dicevano che era per i nuovi mercati dell´Est - ricorda un altro lavoratore, Beppe - Abbiamo scioperato, ci siamo opposti, ma non immaginavamo che l´avrebbero usato per farci fuori». Anche Gianfranco Morgando, segretario piemontese del Pd, sollecita il gruppo dirigente: «Gli imprenditori si ricordino della responsabilità sociale che hanno nei confronti dei territori dove producono e dei lavoratori che impiegano». E gli operai rilanciano: «È una delle poche multinazionali italiane che abbiamo. Che prendano gli incentivi per investirli all´estero è una beffa».
Sventolano bandiere dei sindacati e soffiano nei fischietti tutta la loro preoccupazione. In azienda sono pochi quelli che potrebbero approfittare di qualche incentivo alla pensione. L´età media è bassa, 32 anni, la metà dei lavoratori sono donne. E se perdere il lavoro è una tragedia per chiunque, per qualcuno lo è ancora di più. Perché non sono poche le famiglie in cui marito e moglie sono anche colleghi e ora entrambi in bilico. Come Antonio Maccarone e Roberta Stoppa, 43 e 38 anni, un mutuo e due figli. «Ho già vissuto la chiusura dello stabilimento della Iarsital, dieci anni fa - racconta lui - Non voglio crederci che siamo daccapo». Ma in un´infelice classifica c´è anche chi sta peggio. Giovanna Bratzu, 56 anni, è stata la prima della famiglia ad essere assunta, 36 anni fa. «Ho già passato la crisi degli anni 80 - dice - quando tutti gli stabilimenti in quest´area erano dell´Indesit. Con il tempo ci siamo ridotti a 650 addetti, ma non si stava male». Così ha convinto la figlia Letizia, 28 anni, che appena finita la scuola, nove anni fa, è entrata in stabilimento. Lì ha conosciuto un collega, Luigi, 35 anni, si sono sposati e hanno un figlio. E visto che tutto sommato l´azienda sembrava un posto più sicuro di tanti altri, anche il marito di Giovanna, Rocco Sestito, 61 anni, sette anni fa ha deciso di lasciare il lavoro da camionista per unirsi al resto della famiglia. E ora sono in quattro, a scongiurare il peggio: «Chiudere sarebbe una tragedia».
Un fulmine a ciel sereno, dicono tutti. Tranne Anna, che pochi giorni fa si è rivolta alla sua banca per un piccolo prestito. Mai un ritardo nel mutuo, mai un problema con il conto. Eppure improvvisamente la sua busta paga da 1.600 euro al mese non valeva niente: «Il responso è stato Ko, bollino rosso - racconta - Il prestito mi è stato negato. Nemmeno l´impiegato si spiegava perché, ma ora tutto mi è chiaro: noi siamo sempre gli ultimi a sapere le cose, ma le banche sapevano con anticipo che un posto fisso alla Indesit Company non era più una garanzia». (Repubblica, 5 febbraio 2008)

Solo briciole ai lavoratori


Ne parliamo con Fausto Durante della Fiom

Il governo incontra parti sociali e protagonisti del settore per definire gli interventi da mettere in campo in risposta alla crisi che investe il mondo della produzione automobilistica, puntando sul sostegno alla rottamazione e sull'investimento di una cifra fra i 300-400 milioni di euro. La crisi continua, con cig a pioggia ma anche con scarsa copertura economica da parte dello Stato, mentre i posti di lavoro nel futuro non potranno che contrarsi, in ogni settore. Nonostante sia stato approvato un pacchetto di misure di risposta. Per completare il tragico quadro: Cisl, Uil e Confindustria, con la regia dell'esecutivo, sottoscrivono una riforma del contratto nazionale di lavoro che vede sfilarsi la Cgil e che spacca, fra contrari e sostenitori, il Pd. Di tutto questo abbiamo discusso con Fausto Durante della Fiom, che insieme alla Fp sarà in piazza il 13 febbraio per contestare le misure prese da Berlusconi in merito alla crisi economica.  

In queste ore il governo italiano e le rappresentanze del settore auto stanno cercando di confezionare un piano di sostegno per rispondere alla crisi. Il pianeta automobilistico non attraversa un momento felice a livello mondiale...
L'auto sta attraversando la fase più difficile degli ultimi 30 anni. Di fronte alla crisi che il settore sta vivendo a livello mondiale, paesi europei e Usa si stanno muovendo verso una politica di sostegno all'occupazione, per tutelare posti di lavoro, e di ripensamento nella produzione automobilistica.

Quando parli di ripensamento della produzione automobilistica pensi alla riconversione verde del neo presidente degli Usa?
Certo anche ad Obama che ha tracciato la strada del sostegni a progetti di innovazione tecnologica eco sostenibili, ma anche ad altri paesi dove gli aiuti monetari sono legati all' innovazione e all'ammodernamento tecnologico del settore automobilistica. In Italia invece si procede con interventi tradizionali, vecchi, che si sintetizzano nell'attribuzione di denaro per la rottamazione.

E' solo questo che preoccupati la Cgil?
No, c'è anche la questione della quantità economica investita dal governo nel settore auto: i 300-400 milioni di euro promessi dall'esecutivo sono ben poca cosa rispetto, in proporzione, ai 17 miliardi di dollari che hanno investito gli Usa per i tre grandi colossi del polo di Detroit, Gm, Ford e Chrysler. Una distanza siderale dunque fra il nostro paese e gli States, che occulta quanto il settore dell'auto abbia bisogno di risorse.
Ma l'Italia è lontana anche dagli standard europei: la Germania e la Francia, per esempio, stanno investendo molto di più.
Insomma, il governo costringe il nostro paese ad essere privo di vere politiche industriali oltre che di sostegni economici.

Pochi soldi, dunque, per un settore che, come quello delle vetture, non solo è scosso pesantemente dalla crisi, ma ha proporzioni vaste...
Si perché in Italia si dice settore auto e si pensa automaticamente solo alla Fiat. Ma questa logica è riduttiva perché il settore è molto più ampio. Perciò anche gli interventi di aiuto confezionati dallo Stato lo devono riguardare nella sua interezza. Certamente gli stabilimenti e i lavoratori Fiat vanno tutelati, ma all'interno di una azione governativa che coinvolga tutto l'intero comparto, indotto compreso. La componentistica, per esempio, è un settore che lavora nel nostro paese non solo per gli Agnelli ma anche per altri soggetti industriali. Se non si offre sostegno all'intera filiera dell'auto, oltre che a tutte le realtà che gravitano intorno a questa produzione, si rischia di compromette il sistema globale con conseguenze occupazionali tragiche.

Il governo quindi dimostra di avere una visione miope sulla crisi del settore automobilistico?
Si perché le misure fin qui preannunciate riguardano solo l'acquisto di nuove vetture, il che significa colpire quell'intera filiera produttiva che gravita intorno all'auto di cui parlavo prima.
Dunque, gli interventi vanno indirizzati all'insieme della produzione legata all'auto e a tutti i soggetti coinvolti.

La Cgil boccia dunque l'esecutivo sulle politiche di sostegno alla realtà dell'automobile. Non diversamente in merito all'intero pacchetto anticrisi. Perché?
Le misure anticrisi del governo sono ridicole. Rispetto al disagio socio-economico si propone la social card e il bonus famiglie, per il finanziamento degli ammortizzatori sociali si stornano i soldi previsti per il Fas e Fondo sociale europeo, sottraendo così risorse destinate allo sviluppo e alla politica industriale. Non c'è risposta al fatto che ci sono milioni di lavoratori -precari, atipici, impiegati delle piccole imprese, soprattutto donne e immigrati- che non hanno diritto agli ammortizzatori sociali. Non a caso uno dei punti centrali della piattaforma che sostiene lo sciopero che Fiom e Fp della Cgil hanno indetto per il 13 febbraio propone l' estensione della cassa integrazione a coloro che ne sono privi.

Ma l'esecutivo si è impegnato ad estendere gli ammortizzatori sociali?
Si è impegnato tante volte e su tante cose, per poi invece...Dispiace che Cisl e Uil continuino a credergli. Già nel 2002 col patto per l'Italia, il governo Berlusconi di allora aveva promesso una riforma degli ammortizzatori sociali in senso di una loro estensione e qualificazione, per poi fare marcia indietro perché senza risorse. Ed era un momento dove non si registrava la crisi che domina attualmente.

Tu parli di una cambiamento del sistema degli ammortizzatori sociali. Allora non siete il sindacato della conservazione? Veltroni dunque si sbaglia quando vi sprona ad "accettare le sfide dell'innovazione riformista"?
Veltroni sbaglia obiettivo, ha semplicemente confermato la confusione in materia che caratterizza il Pd. In merito al contratto di lavoro e alla sua riforma il Pd ha almeno 4 opinioni diverse. Non vedo in questo accordo, siglato senza la Cgil, quella grande ispirazione riformista a cui pure Veltroni richiama il nostro sindacato. Al contrario si propone la vecchia aspirazione del governo di centrodestra e Confindustria a dividere i sindacati e isolare la Cgil. O almeno questo è ciò che sperano di realizzare. Non è certo un afflato modernizzatore e riformatore.

Il segretario del Pd critica l'accordo per il metodo (esclusione della Cgil) ma non nel merito. Come valuti questa diversificazione democratica?
Il fatto che Veltroni non abbia contestato i contenuti dell'accordo che non abbiamo, come Cgil, sottoscritto, mi sorprende. Rosi Bindi, Carlo Azelio Ciampi, addirittura Tito Boeri (certamente non accusabili di complicità con la Cgil) hanno contestato quell'accordo nel merito. In presenza di questi giudizi critici come fa Veltroni a veder elementi positivi? Una valutazione che desta preoccupazione anche circa la capacità del partito di Veltroni di radicarsi nel mondo del lavoro: lo dico da persona che ha creduto alla potenzialità innovativa del Pd.

In cosa quell'accordo, al contrario firmato da Cisl e Uil, non vi convince?
Non c'è più nell'idea di contratto nazionale che sottende questo accordo il ruolo di incremento del potere d'acquisto dei salari che questo contratto ha garantito e che è stato al centro della storia delle battaglia sindacale. Anzi, viene ridotta la capacità del Ccnl di garantire la crescita del potere di acquisto dei salari perché si prevede, per esempio, che i lavoratori paghino due volte il costo dell'energia. Oltre a pagare le bollette, infatti, non si tiene più in considerazione la crescita del costo dell'energia. Insomma si riduce la forza del salario.

Solo questo aspetto?
No, poi c'è l'ingabbiatura sindacale: la contrattazione di secondo livello viene depressa, perché nelle aziende i sindacati potranno chiedere solo un premio di risultato legato agli andamenti economici dell'azienda e non potranno contrattare gli aspetti che da sempre hanno contrattato a livello aziendale (organizzazione del lavoro, qualificazione professionale, ambiente e sicurezza solo per fare qualche esempio). Ed infine un terzo elemento.

Quale?
Che per la prima volta in Italia le imprese possono derogare in peggio rispetto al Ccnl sul fronte sia salariale che normativo. Cosa accadrà mi chiedo ai lavoratori del Sud? Le imprese potranno infatti dire loro che trovandosi in un contesto economico più sfavorevole del resto d'Italia non potranno che abbassare i loro salari. Si ritorna alle gabbie salariali e al dumping salariale.

Un altro aspetto riguarda il diritto allo sciopero. Cosa contesta la Cgil?
Che il diritto allo sciopero sia stato fatto oggetto di una forzatura senza precedenti, contestabile anche sul piano costituzionale. Tutto questo ratificato senza l'assenso della nostra organizzazione. E' uno stravolgimento della costituzione materiale del lavoro gravissima.

Se dovessi sintetizzare il pericolo che si annida nell'intesa che vi vede contrari, come lo faresti?
Indicherei la pericolosità generale dell'intesa nello snaturamento della funzione del sindacato che essa determina. Si prevede un proliferare di enti bilaterali (che si potranno occupare di sanità, previdenza, mercato, ammortizzatori sociali) che trasformano o meglio riducono il sindacato ad una emanazione impropria per perseguire compiti che non gli competono. (AprileOnline 29 gennaio 2009)


 

 

Per parlare di precarietà

 

 

Alzare l'età pensionabile? Fesserie. Bisognerebbe abbassarla

 

 

Rete 28 Aprile nella Cgil, per la democrazia e l'indipendenza sindacale

Pensioni : Nota stampa - Giorgio  Cremaschi: "Alzare l'età pensionabile? Fesserie. Bisognerebbe abbassarla"


L'idea di alzare l'età pensionabile, con il trucco della volontarietà, dimostra solo che c'è chi, comprese autorità economiche importanti, non ha capito nulla della lezione della crisi e continua a disfare con una mano quello che pasticcia con l'altra.

Si parla di settimana corta: che senso avrebbe per gli stessi lavoratori alzare l'età pensionabile? E' un'autentica fesseria, che serve solo a parlare d'altro.

E si vuole usare le pensioni per la crisi c'è una sola manovra da fare: rendere più agevoli i pensionamenti anticipati per tutte le attività dure e faticose e per i settori industriali
più a rischio.
Solo così si potranno creare posti di lavoro per i precari.

Far lavorare di più chi già lavora tanto per trovare i soldi per assistere i disoccupati, che invece potrebbero trovare un posto di lavoro rimpiazzando i pensionati, è un non senso che spiega più di altri perché tanti economisti non sono stati capaci di prevenire ma, anzi, con le loro ricette hanno aggravato la crisi.

Roma, 7 gennaio 2009
 

Il 12 dicembre sciopero generale

Facciamo il punto



E' cominciata la grande pressione.
Il Partito Democratico, la Confindustria e, più rancorosamente, Cisl e Uil, chiedono alla Cgil di tornare a casa. Di concludere l'autunno delle lotte e di riprendere i tavoli dove si fanno accordi a tutti i costi.
Il modello è quello dell'Alitalia. Lì, all'inizio, la Cgil ha avuto una posizione diversa dalle altre confederazioni, poi però alla fine ha accettato quello che veniva imposto, anche a prezzo di drammatiche rotture con una parte dei lavoratori.
Lo sciopero generale viene così derubricato e ridimensionato. Esso deve diventare l'ultimo sventolio di bandiere, a cui poi seguiranno gli accordi. Il primo passo dovrebbe essere il modello contrattuale proposto dagli artigiani, già condiviso da Cisl e Uil. Quel modello è perfino peggiorativo di quello proposto dalla Confindustria, ma nella Cgil, per ragioni di realpolitic, ci sarebbe un interesse a sottoscriverlo. Se questo avvenisse, in realtà, il no al modello proposto dalla Confindustria sarebbe molto più debole sul piano dei contenuti e diventerebbe, quindi, più difficile da sostenere.
Per questo il partito del rientro a casa della Cgil, più che puntare al rinvio dello sciopero investe su ciò che avverrà dopo il 12 dicembre: la firma degli artigiani aprirebbe inevitabilmente la via al rientro dell'organizzazione nel quadro proposto da governo e Confindustria.
Resta il fatto che lo sciopero generale c'è e saranno il suo andamento, il consenso e la mobilitazione dei lavoratori, pur nelle difficoltà della crisi, che faranno la differenza.
Nelle assemblee che si stanno svolgendo in tanti luoghi di lavoro sicuramente emergono dubbi e paure, ma esse non significano certo il consenso al governo, alla Confindustria e alla linea di accordo a tutti i costi di Cisl e Uil. Anzi, se c'è una domanda sullo sciopero, non è perché la Cgil sciopera, ma perché non scioperano tutti.
La rabbia e la delusione tra i lavoratori sono enormi e lo sciopero dà ad esse una prima risposta. Una Cgil che dopo lo sciopero si accontentasse della mobilitazione e firmasse ciò che finora è stato respinto porterebbe a una catastrofe nel rapporto tra lavoratori e sindacati.
Per questo il partito del ritorno a casa della Cgil può essere sconfitto.

RETE28APRILE  Roma, 1° dicembre 2008
 

Cub - Confederazione Cobas - Sdl intercategoriale


Non pagheremo noi la vostra crisi

12 dicembre sciopero generale per l'intera giornata indetto da Cub, Cobas e SdL intercategoriale


Dopo il grande successo dello sciopero generale e l'enorme numero di manifestanti (500 mila secondo quasi tutti i mezzi d'informazione) in piazza il 17 ottobre scorso, Cub, Cobas e SdL intercategoriale, le tre organizzazioni del sindacalismo di base e alternativo che hanno stipulato il Patto di Consultazione permanente, ritengono indispensabile che si giunga ad una seconda giornata di sciopero generale che esprima la più ampia protesta dei lavoratori dipendenti pubblici e privati contro la Finanziaria e l'intera politica economica e sociale del governo Berlusconi.
Cub, Cobas e Sdl intercategoriale intendono anche rispondere positivamente alla corale richiesta proveniente dall'intero popolo della scuola pubblica (studenti, docenti, Ata, ricercatori, genitori e cittadini in difesa della scuola) per uno sciopero generale che sappia raccogliere la spinta del possente movimento in difesa della scuola e dell'Università pubbliche che oramai da settimane è incessantemente mobilitato.
Perciò, Cub, Cobas e SdL intercategoriale convocano congiuntamente per la giornata del 12 dicembre lo sciopero generale di tutte le categorie per l'intera giornata contro la Finanziaria, i tagli e la privatizzazione di scuola e Università, per la cancellazione della legge 133 e della 169 (ex-decreto Gelmini), per usare il denaro pubblico per forti aumenti salariali e pensionistici, per scuola, sanità e servizi sociali e non per salvare banche fraudolente e speculatori, contro la precarietà e per l'abolizione delle leggi Treu e 30, per la sicurezza nei posti di lavoro, per la difesa del diritto di sciopero e il recupero dei diritti sindacali sequestrati dai  sindacati concertativi.
Nella giornata del 12 dicembre le tre organizzazioni manifesteranno a livello regionale e provinciale, cercando la massima unità con le mobilitazioni degli studenti e del popolo della scuola pubblica che sarà in piazza in tutta Italia.


Roma, 17 novembre 2008

firma l'appello a sostegno dei lavoratori Alitalia in lotta 

 

 

Manuela Palermi del PdCI sullo sciopero generale

 

Le divisioni tra Cgil da una parte e Cisl e Uil dall'altra non sono ideologiche, ma di contenuto. Cisl e Uil hanno firmato contratti vergognosi per il Pubblico Impiego e per il Commercio. Si riempiono la bocca della necessità di aumentare i salari, ma per i pubblici dipendenti hanno concordato circa 45 euro di aumento mensile, che sarebbe più consono chiamare "mancia"; si riempiono la bocca di diritti e concordano la domenica lavorativa obbligatoria per il commercio, un settore a grande manodopera femminile. Sono loro che hanno deciso di salire sul carro di Berlusconi, cercando un consenso istituzionale che non viene loro dai lavoratori. La Cgil si limita a fare il sindacato dei lavoratori e le si deve rispetto. Sono certa che lo sciopero del 12 dicembre avrà un'adesione massiccia e saranno molti i lavoratori iscritti alla Cisl e alla Uil che vi aderiranno.

(15 novembre 2008)

Cgil Funzione Pubblica

«In gennaio sciopero con la Fiom»


 
Un nuovo sciopero per i lavoratori del pubblico impiego in gennaio, e questa volta accoppiato a uno stop della Fiom, con manifestazione congiunta a Roma. Lo ha deciso ieri il comitato direttivo della Funzione pubblica Cgil, che in conclusione ha comunicato di aver «dato mandato alla segreteria nazionale della Fp, sulla base dei risultati che saranno raggiunti dalla vertenza prima della fine dell'anno, di proclamare all'inizio del prossimo anno un nuovo sciopero generale della categoria con manifestazione a Roma, che si svolga, sulla base della proposta della Fiom, mettendo insieme lavoratori pubblici e metalmeccanici, sconfiggendo anche per questa via, il tentativo evidente del governo di isolare i lavoratori pubblici».
Quanto allo sciopero generale proclamato per il 12 dicembre dalla Cgil, il comitato direttivo della Fp ha deciso di «aderire e sostenerlo, oltre che per le ragioni della piattaforma confederale, anche come tappa della vertenza della categoria»; il tutto, «secondo le modalità decise e richieste dalle strutture regionali e territoriali della Cgil».
Per sostenere la complessa vertenza della categoria, la Funzione pubblica Cgil ha inoltre deciso una duplice campagna: «Una per la raccolta di 600.000 firme certificate - circa più del doppio degli iscritti alla Funzione pubblica nei settori pubblici - per chiedere il referendum sull'accordo sottoscritto da Cisl e Uil; l'altra per dare visibilità alla diffusione del lavoro precario nei servizi pubblici».
Infine, la Fp ha espresso «soddisfazione» per gli scioperi interregionali svolti nelle giornate del 3, 7 e 14 novembre (Il Manifesto 19 novembre 2008)

 

Cgil, lotta tra le divisioni

 

di Andrea Scarchilli

ICgil, lotta tra le divisionil direttivo della Cgil ha accolto la proposta del segretario Guglielmo Epifani e proclamato lo sciopero generale per il dodici dicembre prossimo. Lunedì la segreteria deciderà i dettagli organizzativi della protesta, che sarà comunque di almeno quattro ore. Sempre lunedì si riunirà anche il comitato centrale della Fiom che dovrà decidere se far confluire il proprio sciopero, fissato per lo stesso giorno, in quello deciso dalla Confederazione. All'interno dello stop generale deciso da Corso Italia anche la mobilitazione annunciata ma non ancora proclamata degli statali. La protesta è contro la manovra finanziaria del governo, la mancanza di interventi a supporto di salari e pensioni per fronteggiare la crisi e a sostegno delle richieste della Cgil.

A facilitarla, di sicuro, l'atteggiamento del governo che organizza incontri con i leader degli altri sindacati escludendo quello di Corso Italia. A proposito e in riferimento al vertice "segreto" di Palazzo Grazioli tra il governo, la Confindustria e i segretari di Cisl e UIl, Epifani ha dichiarato che "il presidente Berlusconi dimostra così di non avere alcun rispetto nei confronti dei suoi interlocutori, quando esprimono opinioni diverse dalle sue". Sul tema della crisi, ha proseguito Epifani, "il governo non prevede momenti formali di confronto con tutte le parti sociali, mentre quelli 'riservati' li tiene solo con alcuni soggetti, escludendo la Cgil, l'Ugl e tutte le altre rappresentanze di impresa. Nei confronti della Cgil è un comportamento particolarmente grave perché abbiamo inviato al governo e alle altre parti sociali una piattaforma con le proprie proposte per affrontare la crisi . Con questo atteggiamento il governo esprime, così, la volontà di non aprire un confronto con la Cgil".

Il dodici dicembre prossimo, quindi, il sindacato di Corso Italia combatterà una battaglia sindacale priva dell'adesione dei due "cugini" confederali. Ma anche sul fronte specifico della scuola e dell'università la triade perde pezzi. Oggi federazioni ricerca e università della Cisl hanno revocato lo sciopero del comparto già fissato per venerdì, facendo sapere di considerare la riunione di ieri con il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini un "passo in avanti" che potrebbe aprire una nuova fase nel confronto con il governo. "Abbiamo deciso la revoca dello sciopero indetto per il 14 novembre - ha affermato Antonio Marsilia, segretario generale della Federazione Cisl Università - perché il ministro con il documento sottoscritto ieri si è impegnato a modificare alcuni passaggi importanti della manovra governativa sull'università e a dare risposte concrete alle richieste contenute nella piattaforma per lo sciopero del 14 novembre".

A convincere la Cisl un documento di impegni (respinto dalla Cgil) che promette l'individuazione delle risorse contrattuali per il biennio economico 2008/2009 (per tutti i settori); la restituzione dei tagli al fondo per il trattamento accessorio (Università/Ricerca); la stabilizzazione dei precari, l'utilizzo del turn over e l'ampliamento delle dotazioni organiche (Ricerca); il reperimento di risorse aggiuntive per il contratto AFAM (Alta Formazione artistica e musicale) 2006/2009 e la stabilizzazione per docenti e tecnici amministrativi precari del comparto; l'apertura immediata di specifici tavoli di confronto per università, AFAM e ricerca per definire le linee di riforma dei comparti. In pratica, quanto partorito dalla riunione governativa di giovedì scorso, quella che ha partorito il decreto che anticipa, su alcuni punti, la discussione generale sull'università, per la cui riforma l'esecutivo intende utilizzare lo strumento del disegno di legge.

La Flc Cgil, invece, ritiene "del tutto insufficienti" le proposte fatte dal ministro rispetto ai comparti dell'Università, della Ricerca e dell'Afam. Il segretario nazionale Marco Broccati aveva definito, al termine dell'incontro avuto con il ministro, il documento "un insieme disordinato e assolutamente monco di questioni che riguardano i contratti di lavoro, gli organici della ricerca e poco altro. E' assolutamente vietato parlare del tema '133' e noi Cgil non lo sottoscriviamo". Il "133" è il decreto di fine agosto, quella che ha riformato le scuole primaria e secondaria e accolto i tagli stabiliti dalla Finanziaria. Oggi il segretario generale Mimmo Pantaleo ha preso rispettosa distanza dalla scelta dei colleghi della Cisl: "Ho sempre rispetto delle opinioni altri ma con la Cisl avevamo definito una piattaforma: ieri siamo stati all'incontro con il ministro Gelmini, ne abbiamo apprezzato la disponibilità al confronto, ma non ci sono state date risposte sufficienti per revocare lo sciopero".

"Per discutere - ha detto il dirigente della Cgil - bisogna creare le condizioni necessarie, cioè togliere di mezzo i provvedimenti capestro del governo". Ed il fatto che il Ministero della Funzione Pubblica oggi abbia fatto sapere che non intende incontrare i sindacati di Università e Ricerca per Pantaleo è la conferma che "il verbale fatto ieri all'incontro con Gelmini è pura finzione: si confermano le nostre ragioni dello sciopero". Il segretario della Flc - Cgil ha accennato anche all'incontro avvenuto ieri sera tra il premier Silvio Berlusconi e i segretari generali di Cisl e Uil: "E' evidente che il clima generale influisce anche sulle nostre vicende. Ieri sera è stata una pagina nera: quella cena aveva naturalmente il significato di stimolare spaccatura dei sindacati".

Con la Cgil sta, per il momento, anche la UIl. Come Pantaleo anche Alberto Civica, segretario generale della UIl università, ritiene insufficienti le garanzie date dalla Gelmini ai sindacati: "Prendo atto dello sforzo fatto dal ministro Gelmini ma purtroppo non è stata in grado di darci sufficienti garanzie. Lo sciopero non si fa per motivi ideologici, si fa sul merito e alla luce dei fatti. Al momento non ci sono ragioni per revocarlo". (AprileOnline 13 novembre 2008)


 

Perchè sciopero con la Cgil

di Remo Rosati

 

Perch� sciopero con la CgilIl sottoscritto, fannullone del pubblico impiego, ha scioperato con la Cgil. Il segretario della Uil Angeletti ha sostenuto che gli accordi vanno fatti. Aggiungerei "a prescindere", come dice un noto comico napoletano.

Ora che gli accordi vadano fatti non ci piove, ma è altrettanto vero che non si può scambiare un buono accordo per un piatto di lenticchie. La Pubblica Amministrazione, come la scuola, ha bisogno di una profonda trasformazione ma, proprio per questo, si dovrebbe privilegiare l'uso del bisturi a quello della mannaia.

Come in altri settori, il governo ha invece scelto la rozzezza e la semplificazione nell'approccio alle problematiche del lavoro del pubblico impiego, anticipato da una grande concentrazione di fuoco sugli operatori del settore additati come su un postribolo al ludibrio della collettività.

ll protocollo, siglato dalle altre sigle sindacali e che fissa la cornice economica finanziaria entro cui l'ARAN ha il mandato dal governo di stipulare il contratto vero e proprio comporta in sintesi quanto segue:

-AL 1 GENNAIO 2009 CI SARA' IL TAGLIO PREVISTO DELLE RETRIBUZIONI DA 80 A 250 EURO MENSILI PER I LAVORATORI E LE LAVORATRICI DI TUTTI I COMPARTI PUBBLICI.

-A GIUGNO, SOLO PER LE FUNZIONI CENTRALI, CI SARA' IL RECUPERO DEL 10% DEL FUA MA SENZA CHIAREZZA SULLA DECORRENZA.

-PER IL 2009 E' PREVISTO UN GENERICO IMPEGNO PER IL RECUPERO DELLE LEGGI SPECIALI SOLO PER LE FUNZIONI CENTRALI, MENTRE RIMANE STRUTTURALE IL TAGLIO DEL 20% DAL 01/01/2010.

-NESSUNA RISPOSTA PER I 57.000 LAVORATORI PRECARI CHE AL 1 LUGLIO 2009 SARANNO LICENZIATI.

-L'AUMENTO DI 70 EURO LORDI IN BUSTA PAGA, UNA CIFRA MOLTO INFERIORE ALL'INFLAZIONE REALE.

Come si può facilmente capire vi è una grande contraddizione tra quanto si sta cercando di fare con la modifica dell''impianto contrattuale, in cui si propone di privilegiare la contrattazione integrativa-aziendale rispetto a quella nazionale per legare gli aumenti retributivi alla produttività, e l'accordo suddetto in cui la riduzione in maniera massiccia delle risorse del fondo di amministrazione, viene simulata con un generico impegno di recupero di tali somme.

La Cisl, la Uil e la Ucgl, che hanno sottoscritto l'accordo, anche nella trattativa Alitalia si erano svincolate dall'unità con la Cgil dimostrando che non avevano allora un piano di rilancio della compagnia come ora non hanno un piano di rilancio della Pubblica amministrazione. In quel contesto ritenevano che la Cai potesse volare senza un accordo con i piloti e gli stewart; ora ritengono che la Pa può essere rinnovata attraverso tagli economici e mancata stabilizzazione dei precari.

Tutto ciò a fronte di discrasie organizzative e responsabilità dirigenziali per cui pagano sempre gli stessi come nel caso della compagnia di bandiera che ha assistito negli ultimi anni a scorribande di famelici manager assecondati in tutto e per tutto da governi compiacenti che non hanno lesinato vergognose liquidazioni.

Anzichè cominciare dalla riduzione delle varie e troppe direzioni generali dei Ministeri, che oltre a creare problemi di coordinamento aggravano le casse dello Stato per la miriade di dirigenti e segretari che queste comportano, addossano alla classe impiegatizia e ai precari -che il Governo Prodi aveva iniziato a stabilizzare-, i mali e l'inefficienze della Pa.

Anche questo protocollo d'intesa dissimula il piano strategico di questo governo che consiste nel vestire con l'abito di presunte riforme il tentativo, non tanto celato, di impoverire sempre più il ceto medio-basso, il quale ha la sua maggiore rappresentanza nella classe impiegatizia. La stessa classe che viene ridotta a vero e proprio serbatoio fiscale a cui ricorrere per garantire entrate certe e che diventa, con l'accordo, anche l'ammortizzatore su cui scaricare il deficit pubblico negando un aumento salariale che almeno tuteli dall'inflazione reale. Questo mentre si agevola l'evasione fiscale del privato che approfitta dei tempi per arricchirsi e scaricare sul consumatore l'onere dell'aumento dei costi, si colpiscono le categorie del reddito fisso che devono ricorrere sempre più al credito al consumo per arrivare alla fine del mese.

Con questo accordo si rinuncia, anche, all'adozione di lungimiranti politiche economiche adeguate a contrastare l'incombente recessione del nostro paese che ha bisogno di incremento della domanda aggregata anziché di tagli salariali. Purtroppo non solo è assente una giusta politica redistributiva, come sarebbe logico aspettarsi da un ministro che si professa di sinistra, ma addirittura si incrementa il divario tra classe benestante e classe impiegatizia che occupa i gradini bassi della condizione sociale. Si aiutano le banche, si promettono interventi a favore delle imprese, come vuole la Marcegaglia, anche quelle che hanno investito negli HUDGE FUND; si parla di detassare gli utili reinvestiti nelle imprese e non si accenna minimamente alla produttività del capitale nell'impresa e i benefici da accordare esulano dall'impiego dello stesso, quando un basso salario, di converso, ha bisogno di essere ancorato alla produttività della forza lavoro.

Caro Brunetta io, per quanto mi riguarda, non condivido assolutamente, per i motivi su esposti, il suo accordo, tanto meno la sua frase "si va avanti con chi ci stà", perché denota scarso rispetto per i corpi intermedi di un democrazia, come d'altronde ha ampiamente dimostrato il Presidente del Consiglio. Oggi siamo scesi in piazza con la Cgil per contrastare il suo disegno

 

 

Cgil e Fiom unità ritrovata

da Rotano  


Cgil e Fiom, unit� ritrovataLa Cgil non ha rotto l'unità sindacale sulla vicenda del rinnovo del contratto degli statali e si dice a posto con la propria coscienza, dopo aver pensato di fare del tutto per arrivare ad una soluzione condivisa. Il segretario generale della confederazione, Guglielmo Epifani, torna sulla firma separata dell'accordo sui contratti del pubblico impiego. "Non è vero che la Cgil - ha detto - ha rotto l'unità, è vero esattamente il contrario. Fino all'ultimo la Cgil si è battuta perché tutte le organizzazioni tenessero lo stesso orientamento".
A proposito di Cisl e Uil, Epifani ha sottolineato come la Cgil non risponderà a tutti gli insulti che le vengono rivolti perché ha il solo obbligo "di dire la verità" e di evitare che "questa rottura ci consegni una logica identitaria. Siamo orgogliosi di noi - ha spiegato - ma dobbiamo andare oltre noi. Non vogliamo chiuderci ma rinnovarci. Non abbiamo nemici, non li avremo e non li vogliamo avere. Se qualcuno fa scelte diverse dalle nostre lo contrasteremo, ma non è un nemico". Poi, il segretario generale di Corso Italia ha ribadito che nel firmare il protocollo, Cisl e Uil hanno commesso un "errore" perché anche la piazza di ieri "chiedeva unità". "Noi abbiamo - ha continuato - la coscienza davvero pulita. Saremmo stati disponibili a tutti i punti di compromesso per mantenere l'Unità. Ma non possiamo - ha concluso - accettare una manovra con cui i dipendenti del pubblico impiego per il prossimo biennio prenderanno meno della metà dell'inflazione reale".

Mentre si consuma la frattura tra Cgil, Cisl e Uil, un'altra si ricompone ed è tutta interna al sindacato di Corso Italia. Già, perché la linea scelta dalla Confederazione (dalla riforma del modello contrattuale alla vicenda Alitalia passando per il pubblico impiego) ha contribuito a far rientrare la crisi scoppiata con la Fiom, la federazione dei metalmeccanici interna alla Cgil da sempre contraria ad "avvicinamenti" a Confindustria e governo. Il luogo della "riconciliazione" è stata l'assemblea nazionale della Fiom organizzata oggi a Roma.

"Fiom e Cgil sono la stessa cosa - ha detto Epifani ai cinquemila delegati presenti in assemblea - senza annullare la dialettica staremo in campo con un disegno condiviso". Il sindacato confederale, ha continuato il leader della Cgil rispondendo alle critiche piovutegli addosso da Cisl e Uil, "non è un sindacato che non fa gli accordi, ma è un sindacato che ha un'idea e a questa resta attaccato, ha dei valori a cui resta affezionato". Sulla stessa linea il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, che ha aggiunto: "La Cgil, pur con i nostri litigi, pur con i nostri problemi, rimane l'unica organizzazione di massa".

Lunedì sciopero generale della Funzione pubblica del centro Italia, l'assemblea della Fiom è stata l'occasione per i metalmeccanici della Cgil di proclamare lo sciopero generale delle tute blu per il 12 dicembre. Una mobilitazione decisa per dire no sia alla politica economica del governo sulla crisi industriale in atto che al nuovo modello contrattuale proposto da Confindustria. "Va respinta la scelta del governo di indebolire gli ammortizzatori sociali, privando i lavoratori a rischio disoccupazione dell'essenziale sostegno al reddito", ha spiegato Rinaldini, e alla stessa maniera "va respinto l'attacco degli industriali ai contratti nazionali e alla contrattazione aziendale, che ha l'obiettivo di programmare un'ulteriore riduzione dei salari".

Ma è sulla crisi finanziaria che si è concentrata maggiormente l'attenzione del numero uno della Fiom. "È una crisi più profonda di quella del 2002-2003, e non sarà breve - ha avvertito Rinaldini. È in arrivo una marea di Cassa integrazione". Si tratta quindi "di una vera emergenza sociale che corre il rischio di essere scaricata per intero sui precari e sui lavoratori", perciò per affrontarla occorrono strumenti specifici come l'estensione degli ammortizzatori sociali a tutto il lavoro dipendente e per tutti i tipi di contratto. "Non è possibile negare il futuro ai lavoratori - ha proseguito il leader della Fiom-Cgil -. Le risorse pubbliche utilizzate per le banche devono essere utilizzate anche per questo".
Sul fronte fiscale, invece, la Fiom torna a bocciare la detassazione degli straordinari e dei premi di produttività concessi dal governo: "È una beffa, una presa in giro - ha osservato Rinaldini -. Quello che noi chiediamo piuttosto è l'immediata detassazione della tredicesima per il biennio 2008-2009 in qualità di misura straordinaria" nonché "la restituzione del fiscal drag e la messa a punto di un meccanismo automatico di definizione delle aliquote per impedire questa truffa non dichiarata". Sempre sul fronte finanziario, ha concluso il segretario generale della Fiom, "chiediamo un'aliquota del 40 per cento sulle stock option, che sono una truffa legalizzata, l'aumento della tassazione sulle rendite finanziarie al 20 per cento perché quella attuale è indecorosa" e anche "un aumento delle risorse per la Cassa integrazione in deroga per i prossimi due anni".

D'accordo con Rinaldini il leader della Cgil: "Lo Stato non è quello a cui le imprese chiedono un po' di aiuto pubblico per poco tempo e poi chiedono di continuare a fare da sole" (esplicito il riferimento al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia), quindi "se Stato deve tornare a essere, deve essere per tutti, non solo per qualcuno". Ma "lo Stato deve intervenire per sostenere in modo selettivo la nostra impresa - ha aggiunto il dirigente sindacale -. Non chiederemo dei soldi a pioggia", ugualmente però "lo Stato non può mettere i soldi e coprire le responsabilità di chi le ha compiute", soprattutto in questo momento di crisi finanziaria.
"Siamo di fronte alla più grande crisi del dopoguerra e probabilmente di sempre, in grado di produrre effetti che non possiamo ancora capire - ha ribadito Epifani -. Una crisi che non si fermerà al sistema bancario e finanziario, ma riguarderà anche noi. E i primi a pagare saranno i precari, poi ci sarà la Cassa integrazione, la mobilità e la chiusura degli stabilimenti".
Dunque, "per fronteggiare una crisi eccezionale - ha osservato il numero uno della Cgil - servono misure altrettanto eccezionali". A questo proposito "ci siamo accorti che nel primo semestre 2008 l'Irpef è aumentato di 8,5 miliardi rispetto allo stesso semestre dell'anno precedente - ha osservato Epifani - e il 70 per cento del gettito Irpef lo pagano i lavoratori dipendenti e pensionati". Quindi "noi chiediamo che questo sia usato per dare una riduzione fiscale sulle tredicesime - ha annunciato il sindacalista - e allargare la platea dei pensionati che beneficiano della quattordicesima, previsto dall'accordo sul welfare". Una misura del genere, infatti, ha chiosato Epifani, "ridarebbe ossigeno alle famiglie e restituirebbe ai lavoratori ciò che è stato pagato in più senza vantaggio".(AprileOnline 3 novembre 2008)

 

Intervista a Bernocchi- Cobas

 

Nonostante la pioggia battente che ha inondato le strade di Roma, la manifestazione organizzata dai sindacati di base Cub, Cobas e Sdl nel giorno dello sciopero generale ha avuto un gran successo. Il corteo che ha sfilato per le vie della Capitale, partito da piazza della Repubblica alla volta di piazza San Giovanni, è stato aperto da uno striscione con la scritta «Tremonti e Gelmini distruttori della scuola». A sfilare, oltre alle varie categorie di lavoratori aderenti ai sindacanti di base, anche i coordinamenti degli studenti universitari e delle scuole superiori con striscioni e slogan «No alla distruzione della scuola» e «Il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini». Tra i manifestanti anche una folta rappresentanza di lavoratori precari, tra cui molti operatori sanitari

«Uno sciopero riuscitissimo: più della metà delle scuole sono chiuse contro la politica Tremonti-Gelmini, contro una filosofia della scuola che appartiene all'800, contro provvedimenti razzisti di separazione tra italiani e stranieri, contro un'idea di distruzione di un'istituzione fondante del paese» afferma Pietro Bernocchi, segretario nazionale Cobas. Gli organizzatori parlano di 300 mila manifestanti scesi in piazza, ma al di là delle cifre, il segnale politico è stato dato, forte e chiaro: sarà un autunno caldo di lotte.

A sfilare anche i Comunisti italiani, con Gianni Pagliarini, Manuela Palermi, Fabio Nobile, Marco Rizzo e Jacopo Venier dell’Ufficio politico del Pdci ed esponenti della Fgci. «Per contrastare l'attacco ai diritti e alle tutele del lavoro - afferma Gianni Pagliarini, responsabile del dipartimento Lavoro del Pdci - a partire dal diritto alla contrattazione collettiva, ad una scuola pubblica e ad uno stato sociale adeguato ed efficace. Per respingere questo attacco serve una mobilitazione straordinaria che sappia sviluppare un conflitto sociale in grado di rimettere al centro la questione del lavoro e della sua dignità, del salario, della lotta alla precarietà».

Presente al corteo anche Manuela Palermi, direttore del settimanale rinascita: «Una giornata importante, il primo sciopero generale contro la politica di un governo reazionario e che adotta misure contro i lavoratori con una violenza inedita anche rispetto al passato. Stare in piazza oggi è anche una risposta all'aggressione di Sacconi ad un diritto come quello di sciopero, che dà il senso della civiltà di un Paese. Un diritto conquistato con le lotte dei lavoratori, un diritto che ci ha resi liberi e che nessuno si può permettere impunemente di mettere in discussione».(www.larinascita.org 17 ottobre 2008)

 17 ottobre -  Non è che l'inizio

comunicato stampa
ORA DOBBIAMO OTTENERE QUELLO CHE LA PIAZZA HA CHIESTO A GRAN VOCE!
dichiarazione di Fabrizio Tomaselli  coordinatore nazionale SdL intercategoriale
Una giornata straordinaria quella del 17 ottobre. Un corteo enorme è sfilato per ben 4 ore per le vie della capitale sotto una pioggia incessante che non ha tuttavia smorzato la carica e l’entusiasmo delle centinaia di migliaia di manifestanti.
E se è difficile dare la cifra esatta dei partecipanti, ancora più difficile è dare conto della variegata e ricca presenza di lavoratrici e lavoratori dei tanti settori del lavoro pubblico, in particolare della scuola, ma anche di quello privato arrivati a Roma con pullman, treni e mezzi privati da ogni parte d’Italia. Una partecipazione che è andata ben oltre i confini delle organizzazioni (SdL intercategoriale, Cub-Rdb e Conf. Cobas) che l’hanno promossa.
Un fatto sociale e politico di enorme portata con cui fare i conti e che non a caso è stato minimizzato dai mezzi di informazione.
Una marea umana ha travolto e smentito le previsioni di chi voleva rappresentare lo sciopero del 17 ottobre come un evento minoritario: una partecipazione corale, una sintonia di voci e di obiettivi, una straordinaria partecipazione che ha travolto confini e steccati incomprensibili di fronte al decisionismo del governo e ad una crisi economica che si sta per abbattere inesorabilmente su salari e stipendi già dissanguati dall’inflazione e dalla mancanza di contratti veri.
Al nostro striscione "Le nostre vite valgono più dei loro profitti" risponde la piazza degli studenti con «Non pagheremo noi la vostra crisi».
Un segnale preciso per tutti, compresi i sindacati di base, che da questa mobilitazione devono trarre una importante indicazione: superare la frammentazione è ormai un imperativo categorico, serve ora dare vita rapidamente ad un soggetto sindacale unitario che diventi uno strumento aperto, democratico, intercategoriale che permetta la riaggregazione dal basso di un mondo del lavoro che le politiche di Cgil-Cisl-Uil hanno frantumato, deluso e reso inoffensivo.
La giornata del 17 ottobre ci dice che le condizioni per provare a risalire al china ci sono! Non è che l’inizio! Una giornata di sciopero messa a disposizione che in moltissimi (a partire da studenti, docenti e genitori impegnati contro il decreto che vuole la morte della scuola pubblica) hanno utilizzato e fatto - giustamente - propria. Per rispondere alla ministra Gelmini che non capisce “il perchè della protesta”, SdL Intercategoriale è impegnato - e invita tutti ad impegnarsi attivamente - nel sostenere tutte le mobilitazioni in programma a livello locale e nazionale.
E’ il momento di rispondere insieme ai provvedimenti del governo e travolgere le posizioni attendiste e moderate di chi vuole far rientrare nei ranghi della normalità una protesta di massa che ha tutti i presupposti per riuscire a vincere.
Roma, 20 ottobre 2008
contatti: 393.9915844 - 349.4565968
SdL Intercategoriale
via Laurentina 185 - 00142 Roma / tel 06 59640004 - fax 06 54070448
info@sdlintercategoriale.it - www.sdlintercategoriale.it

Sciopero del 17 ottobre -  Ufficio stampa PdCI

Oggi è stata un’altra grande giornata di lotta e mobilitazione contro le sciagurate politiche del governo e contro i disegni di Confindustria, a dimostrazione dal fatto che le lavoratrici ed i lavoratori italiani non si rassegnano al modello di società razzista ed egoista di questo esecutivo”. E’ quanto afferma Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del PdCI, che stamane, insieme a Manuela Palermi, Fabio Nobile, Marco Rizzo e Jacopo Venier dell’Ufficio politico del PdCI, ha partecipato alla manifestazione di protesta promossa dal sindacalismo di base.
“Oggi più che mai - sottolinea Pagliarini - c’è bisogno di mobilitazione e lotta: da parte di questo governo classista e autoritario c’è un attacco ai diritti e alle tutele del lavoro che non ha precedenti e che rischia di mandare al macero anni e anni di conquiste sociali. C’è bisogno di lotta e di conflitto sociale - conclude Pagliarini - a difesa del diritto alla contrattazione collettiva, ad una scuola pubblica e ad uno stato sociale adeguato ed efficace, in grado di rimettere al centro la questione del lavoro e della sua dignità, del salario, della lotta alla precarietà”. (www.comunisti-italiani.it 17 ottobre 2008)

 

Sciopero del 17 ottobre -  Anche la Fgci aderisce

 

La Fgci aderisce alla piattaforma proposta dai sindacati di base per la manifestazione del 17 ottobre e sarà in piazza, a Roma e a Milano, a fianco ai lavoratori italiani.

Saremo anche noi in piazza per:

- forti aumenti per salari e pensioni, introduzione di un meccanismo automatico di adeguamento salariale legato agli aumenti dei prezzi e difesa della pensione pubblica - rilancio del contratto nazionale - difesa e potenziamento dei servizi pubblici, dei beni comuni, del diritto a prestazioni sanitarie, del diritto alla casa e all'istruzione;

- abolizione delle leggi Treu e 30 - continuità del reddito e lotta alla precarietà lavorativa e sociale;

- sicurezza nei luoghi di lavoro e sanzioni penali per chi provoca infortuni gravi o mortali;

- lotta al razzismo che nega diritti uguali e scarica sui migranti il maggior peso sociale;

- restituire ai lavoratori il diritto di decidere: no alla pretesa padronale di scegliere le organizzazioni con cui trattare - pari diritti per tutte le organizzazioni dei lavoratori - difesa del diritto di sciopero. (www.fgci.it 15 ottobre 2008)

Lo sciopero del 17 sarà il più partecipato

 

Bernocchi, «va costruita una grande alleanza anticapitalista di soggetti sindacali, politici e sociali»

Image Per Piero Bernocchi, leader storico dei Cobas, lo sciopero del 17 ottobre «sarà il più partecipato di quelli che nella nostra storia abbiamo organizzato e quella di Roma sarà la manifestazione più grande che noi abbiamo mai messo in campo. Questo per un convergere di vari motivi che poi sono legati anche agli obiettivi. Il primo è la grande mobilitazione della scuola tutta, che secondo me non ha precedenti per intensità. Mentre con la lotta alla Moratti si trattò in prevalenza di una mobilitazione di organizzazione di sindacati, di associazioni e anche di partiti, stavolta c’è davvero una risposta popolare perché l’attacco è a tutto campo. Non è soltanto un attacco di tipo strutturale-economico, quindi tagli senza precedenti, ma è un attacco proprio a tutta l’idea di scuola degli anni ‘60 e ‘70. Oserei dire che vogliono attaccare quarant’anni di lotte e antagonismo passando per la scuola».

Che ne pensi del provvedimento di classi separate per gli immigrati?
Nessuno ci aveva mai pensato seriamente e dal punto di vista didattico è una catastrofe: un ragazzo impara l’italiano solo se sta con gli italiani. In realtà si vuole dare un segnale di discriminazione, separazione, disciplinamento generale minaccioso. È un po’ se vogliamo la trasformazione dei provvedimenti securitari sull’ordine pubblico trasferito alla scuola. Questo sta provocando una risposta che va al di là degli addetti ai lavori, e quindi anche se nella piattaforma dello sciopero c’è detto no ai tagli, alla maestra unica - al femminile perché la quasi totalità sono donne, i maschi sono rarissimi - c’è un qualcosa di più, un rifiuto di tutta l’impostazione generale, che poi è un impostazione anche culturale. Si vuole davvero cancellare quarant’anni di storia, il terrore del ’68 è ancora vivo e credo che usino la scuola per cambiare e andare verso la deriva separatista, securitaria, degli ultimi che lottano contro gli ultimi.

Sarà uno sciopero di tutto il mondo della scuola insieme, dei docenti e degli studenti dalle elementari all’università?
Sarà una risposta generalizzata. Ci sono i lavoratori della scuola ma ci saranno in massa gli studenti, ci saranno gli universitari ma anche i medi. Questa unificazione non ce l’avevamo mai avuta perché in effetti si recepisce che l’attacco è globale, sociale-politico-culturale. Quindi, al di là dei temi specifici della piattaforma, è proprio tutto il mondo della scuola che vedremo in piazza il 17.

Ma sarà anche lo sciopero di tutto il mondo del lavoro?

Naturalmente, c’è un elemento che fa sì che questo sia davvero uno sciopero generale, anche se la scuola sarà la più presente. È il mutamento di faccia incredibile che il capitalismo ci offre nel giro di una settimana. Fino a ieri erano i mercati onnipotenti, e non si poteva fare niente, non si poteva intervenire sul ruolo dello Stato, non si poteva contrastare, non si potevano discutere i contratti né tanto meno Maastricht. Insomma era tutto etichettato e chiuso, improvvisamente ora nel giro di una settimana lo Stato diventa addirittura onnipotente,  interviene su tutta l’economia, salva banche e banchieri ma soprattutto decide tempi e modalità. Allora il discorso è se i soldi ci sono, se si possono mobilitare da un giorno all’altro 300, 400, 500 milioni…

Si poteva benissimo nazionalizzare l’Alitalia...
Certo. Costava un milione di parti in meno rispetto a quello che si sta spendendo sul piano internazionale. Ma allora se si può bloccare Maastricht, se si può sforare il debito pubblico, se si possono tirar fuori somme che sono difficili da immaginare fisicamente, com’è possibile che si distrugge la scuola ulterioremente, si tagliano ancora i salari e le pensioni, si tagliano i servizi pubblici. Tutte cose che costerebbero infinitamente meno. Per fare un paragone, con quello che hanno investito negli Stati Uniti per intervenire sulle banche ci si dava lavoro a tutti i cittadini statunitensi per sette anni. Quindi, quando fai questi confronti anche chi non segue, chi non fa politica capisce che si può intervenire, che niente è obbligato.
E, secondo me, questo porta in piazza un sacco di gente, perché si riapre il discorso su tutto. Banche o non banche, la questione fondamentale è che i salari sono allo stremo, oggi la Caritas ci dice che il 25% degli italiani sono in condizioni di povertà. Lo stanno dicendo loro, non i Cobas, gli estremisti. E poi c’è la questione della distruzione dei servizi pubblici. Viene da chiedersi perché se con una cifra infinitamente minore di quella con cui salvi le banche puoi rimettere in piedi la sanità, non si fa. Nella nostra piattaforma diciamo no alla distruzione della contrattazione nazionale, diciamo basta con il precariato che non è un obbligo di mercato, c’è la riapertura del discorso delle pensioni. I poveracci che sono stati ingannati con i fondi pensione, oggi si rendono conto della trappola in cui si sono cacciati e la gente può ricominciare a dire vogliamo le pensioni come c’erano una volta, quelle garantite.

Ma anche vogliamo la scala mobile?

Ovviamente la scala mobile. Noi abbiamo raccolto, per quello che servono con un Parlamento così, le 50 mila firme per la legge d’iniziativa popolare. Oggi l’idea che sei protetto a livello di decisioni governative dalla scala mobile ridiventa attualissima. È un pacchetto che ieri poteva sembrare il libro dei sogni e oggi è maledettamente realistico. Sarà uno sciopero per scuola, la sanità, i salari, le pensioni, la sicurezza sul lavoro, la precarietà. Lo sciopero sarà un’iniezione di fiducia sulla possibilità di invertire e contrastare la tendenza liberista che ha dominato per più di trent’anni.

Come rispondete all’attacco al diritto di sciopero, lanciato alla vigilia del vostro sciopero generale ma anche a quello indetto sulla scuola dalla Cgil il prossimo 30 ottobre? Un attacco ad un diritto soggettivo, seppur collettivo nell’esercizio, e che quindi che non riguarda solo i sindacati ma investe tutta la sinistra.

L’attacco alle libertà sindacali non è un attacco ai sindacati, ma ai singoli diritti dei singoli lavoratori. Sono diciotto anni che noi subiamo la completa trasformazione del diritto sindacale e del diritto di sciopero. Ricordo che la legge 146 venne fatta nel giro di un anno dal funzionarato dei sindacati confederali, dopo la nascita dei Cobas. Nel 1987-88 i Cobas esplodono, proseguono la lotta nell’ 89 e dimostrano che si può fare un sindacalismo di non professionisti, dimostrano che si può usare la lotta e lo sciopero in un altro modo, con forme di sciopero innovative.
Oggi improvvisamente, dopo quarant’anni in cui se tu solo parlavi di regolamentazione dei diritti e dei doveri dei sindacati, tutti gridavano al fascismo, cambia tutto. E si stabilisce nel giro di pochissimo tempo che si può fare una legge antisciopero che nei servizi pubblici toglie l’80-90% delle carte da giocare. Perché nei servizi pubblici la stragrande maggioranza degli scioperi che funzionavano e facevano effetto c’è stata tolta. Possiamo fare solo lo sciopero di un giorno, al massimo di due giorni consecutivi, poi devi aspettare altri venti giorni per proclamarlo perché devi fare tutta la trafila. Il diritto di sciopero è gia stato ingabbiato. Poi è arrivata la regolamentazione brutale dei diritti sindacali, la sottrazione dei diritti veri. I Cobas non hanno neanche il diritto di assemblea, noi siamo dal punto di vista dei diritti un sindacato clandestino. Possiamo comparire tutti i giorni sui giornali ma dal punto di vista strutturale non abbiamo alcun diritto. Ma in questa partita i principali protagonisti non sono stati solo i governi, i quali - di destra o di sinistra - hanno proceduto nella stessa direzione, stretta regolamentazione del diritto di sciopero e riduzione drastica dei diritti trasferiti sui sindacati cosiddetti maggiormente rappresentativi.

Nei fatti cosa significa il ricorso al referendum? Il disconoscimento del diritto soggettivo di sciopero?
Quando si dice che per fare uno sciopero bisogna fare un referendum e avere la maggioranza dei lavoratori dalla tua parte, sancisci definitivamente che è un diritto dei sindacati. Diecimila lavoratori di un comparto che non sono la maggioranza, non possono scioperare.

Il Pdci ha aderito allo sciopero del 17 ed è stato al tempo stesso tra i protagonisti della manifestazione dell’11 ottobre. Con la mobilitazione dell’11 si è messo in moto processo politico, si può partire da qui per costruire un percorso positivo ed unitario sul terreno di lotta dei salari, delle pensioni e del welfare, fermo restando l’autonomia e le specificità delle diverse realtà sociali, politiche e sindacali.
Lo sciopero del 17 sarà un evento politico, sociale e sindacale significativo per la capacità che ha avuto di mobilitare gente che va al di là di noi. Noi crediamo che va costruita una grande alleanza anticapitalista in questo Paese e non distinguiamo in questa alleanza elementi sindacali, politici e sociali.
Dell’11 ottobre ci sono due elementi qualitativi che continuano a preoccuparmi anche rispetto al passato. Il primo è lo sforzo prevalentemente identitario, cioè la difficoltà a mostrare i luoghi di conflitto e invece l'insistenza sulla parte più identitaria. Ad esempio, mi colpisce che Bertinotti sia stato contestato perché ha detto che il comunismo è superato piuttosto che per la catastrofe che ha provocato partecipando al governo Prodi. Quello che mi impressiona è poi che oggi qualsiasi prospettiva anticapitalista o conflittuale possa ancora essere legata all'idea di un recupero del rapporto col Pd. Per noi il Pd è parte integrante della gestione dell'esistente, non vediamo una differenza sostanziale fra la politica del Pd e quella del governo. Oggi possiamo considerare un discorso di forme di alleanze in chiave non solo anti-berlusconiana ma anche anti sistema solo con chi ha rotto i ponti col berlusconismo ma anche con la variante buonista del Pd. Staremo a guardare cosa fanno i partiti che hanno fatto la sinistra arcobaleno.(www.larinascita.org 16 ottobre 2008)

 

RdB Cub - Alziamo la testa, è ora di lottare

venerdì  17 Ottobre  2008  SCIOPERO GENERALE
MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA
ore 9.30 corteo da Piazza della Repubblica a S. Giovanni

 

 Il governo Berlusconi, in totale assenza di opposizione ed in sostanziale continuità con quanto prodotto da Prodi, ha deciso di sostenere senza riserve le pretese di Confindustria e del liberismo e sta pesantemente attaccando i diritti e i salari dei lavoratori e delle famiglie.

Il carovita non cresceva come oggi da anni! I prezzi dei principali generi alimentari di largo consumo sono aumentati anche del 30%, i continui aumenti del petrolio hanno fatto aumentare a dismisura il prezzo delle bollette e della benzina, mettendo in ginocchio le famiglie dei lavoratori i cui salari e stipendi perdono ogni giorno di più la propria capacità di acquisto.

Invece di mettere mano a questa vera e propria emergenza governo e confindustria – con il sostanziale assenso di Cgil, Cisl, Uil, Ugl – hanno avviato una stagione di ulteriore attacco al salario, al contratto nazionale, ai diritti e alle speranze dei precari, ai pubblici dipendenti con lo scopo di smantellare definitivamente scuola, sanità, previdenza pubblica, ai diritti dei migranti e dei senza casa, di repressione del conflitto sindacale, di privatizzazioni e svendite di importanti aziende strategiche per il Paese.  

E’ IN ATTO UN EVIDENTE TENTATIVO DI CANCELLARE LE CONQUISTE OTTENUTE DAL MOVIMENTO DEI LAVORATORI NEGLI SCORSI DECENNI, GRAZIE A LOTTE STRAORDINARIE ED ENORMI SACRIFICI, E DI AFFERMARE LA SUPREMAZIA DEGLI INTERESSI DEI PADRONI RISPETTO A QUELLI DEL MONDO DEL LAVORO

NON POSSIAMO PERMETTERLO!
 

Nella Assemblea Nazionale del 17 maggio scorso a Milano promossa da tutto il sindacalismo di base, cui hanno partecipato circa 2000 delegati, RSU, lavoratrici e lavoratori, è stata varata una PIATTAFORMA DI LOTTA che va sostenuta e imposta ai padroni e al governo e che sinteticamente propone:


■ forti aumenti generalizzati per salari e pensioni, introduzione di un meccanismo automatico di adeguamento salariale legato agli aumenti dei prezzi e difesa della pensione pubblica - rilancio del ruolo del contratto nazionale come strumento di redistribuzione del reddito - difesa e potenziamento dei servizi pubblici, dei beni comuni, del diritto a prestazioni sanitarie, del diritto alla casa e all’istruzione;


■ abolizione delle leggi Treu e 30 - continuità del reddito e lotta alla precarietà lavorativa e sociale, con forme di reddito legate al diritto alla casa, allo studio, alla formazione e alla mobilità;


■ sicurezza nei luoghi di lavoro e sanzioni penali per chi provoca infortuni gravi o mortali;


■ eguaglianza di diritti per tutti indipendentemente dalla razza e dalla religione;


■ restituire ai lavoratori il diritto di decidere: no alla pretesa padronale di scegliere le organizzazioni con cui trattare – pari diritti per tutte le organizzazioni dei lavoratori – difesa del diritto di sciopero.

(RdB Cub  Nazionale 24 settembre 2008)

 

 Verso la sciopero della scuola

Anche Cisl e Uil dicono si

di Andrea Gangemi
 

La Cgil rompe gli indugi e mentre avvia le procedure per proclamare lo sciopero generale, annunciato la settimana scorsa, entro la fine di ottobre (probabilmente il 31), incassa la convergenza di Cisl e Uil. La scuola ricompatta il fronte sindacale. «Nei prossimi giorni cercheremo tutte le intese unitarie possibili - afferma il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo - per dare voce alle centinaia di iniziative in corso in tutte le province». «È una decisione opportuna ed è molto positivo che si sia stata presa unitariamente» gli fa eco Guglielmo Epifani, leader della Cgil.
«Se non si vuole questo - annuncia dal canto suo il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni durante la manifestazione dei quadri e dei dirigenti a Roma - il governo si faccia sentire con un nuovo programma per la scuola che non è un'azienda, ma che deve essere un'istituzione al servizio di tutti». La proclamazione dello sciopero da parte di Bonanni, aggiunge il leader della Cisl scuola, Francesco Scrima, «costituisce lo sbocco inevitabile di tutte le iniziative dei nostri territori per contrastare l'odiosa manovra del governo». Una manovra che, sottolinea il sindacalista, «destruttura la scuola pubblica e mette a rischio il diritto allo studio e la qualità dell'istruzione; il lavoro e il grande patrimonio professionale del personale; il futuro delle giovani generazioni e di tutto il paese». Per questo anche la Cisl, conclude Scrima, «si adopererà per raggiungere la più ampia convergenza possibile».
Discorso solo in parte simile quello della più ritardataria Uil, ultima ad annunciare un percorso di mobilitazione che «si concluderà, in assenza di risposte, con lo sciopero generale», avverte il segretario generale Massimo Di Menna. Il quale, però, confida ancora nella «verifica che ci sarà nella prossima settimana con il tentativo di conciliazione» con l'esecutivo, e aggiunge: «Non si tratta di una protesta politica ma dell'esigenza di negoziare».
Proprio quest'ultima posizione sembra corrispondere meglio agli umori della ministra Mariastella Gelmini, che agli annunci di sciopero dichiara che «il governo è pronto e aperto al dialogo con le forze più riformiste del sindacato», precisando subito che «certo, su alcune scelte questo esecutivo, che decide, ha le idee chiare e le vuole mettere in pratica, ma il confronto per noi - assicura - è ancora aperto». Anche se sugli 87mila tagli, tema che sembra stare a cuore anche alla Uil,Gelmini puntualizza che sono un intervento «indispensabile per fare quadrare i conti», e aggiunge che «non si torna indietro perché oggi il decreto è all'attenzione del Parlamento». La Cisl, invece, per la ministra deve andare dietro la lavagna «a riflettere» sulla sua colpa di essersi aggiunta alle «frange che preferiscono la protesta alla proposta», e dunque sull'opportunità di «evitare lo sciopero generale».
Circa la possibile data del 31 ottobre, la proposta non viene però dai confederali ma dalla Gilda degli insegnanti, anch'essa favorevole a una manifestazione unitaria. «I tempi stringono e ormai riteniamo che sia l'unico giorno disponibile - fa notare il coordinatore nazionale Rino Di Meglio - Non è possibile individuare una data precedente a causa degli scioperi proclamati da organizzazioni minori» aggiunge il sindacalista lanciando una frecciata ai Cobas, che su sciopero generale e data - il 17 - le idee le hanno chiare già da un pezzo. «Ma - conclude Di Meglio - non si può in alcun modo procrastinare ulteriormente un'iniziativa resasi indispensabile anche alla luce delle ultime dichiarazioni del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. La posizione del Governo - chiarisce - è di totale chiusura nei confronti dei sindacati e, in queste condizioni, i margini per il dialogo e la contrattazione sono inesistenti».
Al coro sindacale si aggiunge anche la voce del segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, per il quale il progetto del ministro Mariastella Gelmini «imbarbarisce il Paese». «Tagliare i soldi per gli insegnanti di sostegno e per il tempo pieno - spiega Ferrero - vuol dire distruggere le cose buone della scuola italiana che è riuscita a essere un luogo di integrazione per bambini e ragazzi».(Il Manifesto 5 ottobre 2008)

 

Orgoglio e intransigenza

 

di A.S.      

E' stata un successo la prima mobilitazione della Cgil contro la politica economica del governo Berlusconi. I primi dati, diffusi dal sindacato, parlano di una risposta positiva nei grandi centri: trentamila manifestanti a Milano e a Napoli, ventimila a Palermo, diecimila a Genova. Si tratta ovviamente di numeri parziali, visto che l'iniziativa "Diritti in piazza" ha toccato 150 piazze sparse in tutta la penisola e prosegue nel pomeriggio. L'epicentro della mobilitazione è la romana piazza Farnese, dove in mattinata, davanti a quindicimila persone, ha parlato il segretario generale Guglielmo Epifani. Il discorso del leader della Cgil è capitato in un momento cruciale, a poche ore dall'esito positivo della trattativa su Alitalia (in cui il suo sindacato ha giocato un ruolo chiave) e nel pieno della battaglia sulla riforma del sistema contrattuale. In questa partita, la Cgil si è schierata decisamente contro la Confindustria, al contrario di Cisl e UIl che appaiono più orientate a sostenere la piattaforma presentata dall'associazione degli industriali, che sterza decisamente verso la contrattazione di secondo livello a discapito del modello nazionale.

ALITALIA - Non ha proprio resistito, Epifani, e il sassolino dalla scarpa se l'è tolto prima di salire sul palco, con i giornalisti. Dopo giorni di attacchi, condotti soprattutto dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi e dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la vicenda della compagnia di bandiera si avvia a concludersi positivamente. A sbloccare tutto è stato il suo sì, subordinato alla garanzia di maggiori tutele per i precari e gli stipendi più bassi: solo allora la Compagnia aerea italiana si è rifatta avanti. Lo sfogo: "Hanno cercato di mettere la Cgil all'angolo ma non ci sono riusciti". Adesso Epifani si aspetta qualcosa di più, qualcosa che giudica legittimo: "Che chi più ha inveito contro di noi alla fine riconosca la nostra azione. Sarebbe un atto di onestà". Il messaggio, evidentemente, è rivolto anzitutto a Sacconi, il ministro che, quando la cordata sembrava aver rinunciato all'offerta, già dava la colpa al sindacato di Corso Italia e alla sua opposizione alla versione iniziale del piano Fenice. Ma la Cgil, dice il segretario generale, "in una situazione di quasi fallimento, ha dimostrato un atto di responsabilità e di salvaguardia della dignità dei lavoratori". Più tardi, dal palco, avrebbe criticato la latitanza di Gianni Alemanno dal tavolo delle trattative: "Avrei voluto un ruolo più deciso da parte del sindaco di Roma. Che si fosse battuto con più forza e invece non l'ho visto". Eppure, a pagare di più il fallimento di Alitalia sarebbe stata la città che amministra, visto che l'indotto dell'aeroporto di Fiumicino rappresenta uno dei bacini di occupazione più importanti della capitale.

SCUOLA - Presa di mira subito, all'inizio dell'intervento, la politica del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini. Epifani ha detto, con decisione: "E' chiaro, io spero che ci andremo unitariamente, ma se anche così non fosse, se le cose non cambiano andremo allo sciopero generale di tutta la scuola". L'astensione avrebbe lo scopo di "contrastare le politiche dei tagli e la controriforma del governo". L'esecutivo porta avanti una politica sulla scuola che è sbagliata, a partire dalla filosofia che la ispira. "Come si fa - si chiede il leader della Cgil - a dire che i bambini meno stanno a scuola e più imparano? Capirei per i liceali e per gli universitari ma in quale testo di pedagogia e' stato prelevato questo concetto? E' questa la funzione della scuola primaria? Perché distruggerla?". Già, perché ora come ora "paghiamo di più per avere di meno e favorire la sanità e la scuola privata".

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE - Al ministro Renato Brunetta Epifani chiede anzitutto rispetto: "Deve avere rispetto per i suoi interlocutori, per le organizzazioni dei lavoratori perché, non sono mance quelle che i lavoratori chiedono ma diritti e contratti". E poi, si chiede il segretario , "cos'è questa idea di Brunetta di voler dare i soldi da solo, come dice lui? Vuole fare nello stesso tempo sia il ministro sia il sindacalista?". Sulla sanità, invito accorato al governo: "O dai alla Regione Lazio ciò che hai pattuito sul ripiano del deficit della sanità, perché sono cinque i miliardi di euro che mancano all'appello, oppure qui nel Lazio la situazione precipita".


EMERGENZA ECONOMICA - Il segretario generale della Cgil si appella a Palazzo Chigi, perché metta in campo un radicale mutamento delle politiche fiscali e sociali: "Governo svegliati, perché il Paese sta perdendo colpi e l'occupazione sta andando indietro". Due i punti critici: "Occupazione e crisi industriale". Epifani ricorda che "con questa inflazione, a parità di salario, un lavoratore dipendente pagherà quest'anno 300 euro in più di imposta Irpef. Altro che abbassare le tasse, qui pensionati e lavoratori pagano più tasse dello scorso anno. Cosa aspetta il governo a dare una risposta? Perché non restituisce il drenaggio fiscale e aumenta il potere d'acquisto dei salari?". Certo, aggiunge Epifani, possono ancora dire "abbiamo detassato gli straordinari. Ma che risposta è questa quando nella realtà le persone perdono il posto di lavoro e vanno in cassa integrazione? Che politica industriale è? Che politica sociale è?". Oggi "chi sta peggio paga più tasse mentre coloro che stanno meglio continuano a fare sempre meglio".

CONTRATTI - Conclusa la battaglia su Alitalia, è appena cominciata la trattativa con Confindustria per la riforma del sistema contrattuale. Dal palco Epifani torna a puntare il dito contro la proposta dell'associazione di Emma Marcegaglia perché, dice, determinerebbe per i lavoratori una perdita di salario reale dello 0,5% l'anno, che equivale all'8% in 15 anni.
Il leader della Cgil annuncia che "un accordo adesso è più difficile". Il documento di Confindustria, aggiunge, "per noi proprio non va bene, gli ultimatum si sono rivelati fino ad ora inefficaci" . L'opposizione è motivata così: "E' un documento un po' pieno di sanzioni e di divieti, un documento che potremo definire con una parola forte un po' sovietico. Io ho sempre immaginato diritti e doveri nella contrattazione", mentre adottando la proposta di Confindustria sulla base dell'inflazione programmata "il risultato sarebbe stato che i lavoratori avrebbero perso di più di oggi, mentre per noi devono guadagnare di più. Siamo d'accordo su tutto - conclude Epifani - purché il risultato finale sia di segno più per tutti. Altrimenti la riforma dei contratti non funziona".(AprileOnline 28 settembre 2008)

 

 

Le piazze della Cgil



di Lorenzo Mazzoli*

Le piazze della CgilLe piazze della CGIL e la mobilitazione unitaria del Pubblico Impiego non sono in contraddizione. Diciamolo con chiarezza: il Governo sta mettendo il Paese con le spalle al muro e per questa via tenta di indebolire l'iniziativa ed il ruolo sindacale oltre che a delegittimare qualsiasi alito di opposizione.
Siamo di fronte ad una realtà che scivola, che frana, per meglio dire, verso una società divisa, corporativizzata, in cui chi governa comanda e chi non condivide le scelte e l'arroganza con cui le stesse vengono assunte deve tacere. Non si deve disturbare il grande manovratore.

Il punto drammaticamente prioritario, dunque, è proprio questo: ripristinare la dialettica democratica, il confronto, fare dell'azione dei corpi sociali il sangue vitale della vita democratica. Un Paese in cui le voci vengono represse, tranne quelle che inneggiano il vincitore, è destinato a regredire nei suoi valori, nel senso comune. Indebolisce i legami, impoverisce le soggettività generose per trasformarle in individualismo che guarda il proprio ombelico e lo scambia per il mondo.

Non è capitato per disgrazia, ci sono delle responsabilità politiche enormi del centro sinistra, per aver smarrito nel tempo la bussola riformatrice per il lavoro buono, per uno stato sociale inclusivo, per l'universalità dei diritti, per un'equa redistribuzione della ricchezza. Si è abbandonata la strada dei valori chiari e delle priorità conseguenti per incanalarsi in una via in cui è venuta ad affermarsi una modernità ideologica, tanto ideologica che ci sta portando ad un regime aristocratico.

Bisogna avere la forza per ridefinire i fondamentali, per indicare una strategia credibile ed unificante anche per contrastare nel merito le scelte di Governo e maggioranza. Non rassegnarsi all'esaltazione istituzionale del chi vince governa fin quando non cambia maggioranza e nel mezzo non c'è nulla. Le persone devono partecipare alla vita democratica sempre, non a fasi alterne. Non ci può essere torpore, perché al risveglio si rischia di non trovare più la democrazia.
Ecco perché è importante l'iniziativa sindacale di queste settimane.

Bisogna essere consapevoli delle difficoltà tra CGIL CISL UIL perché ci sono opzioni diverse su questioni specifiche, ma anche una visione più articolata su materie di fondo. Alitalia e soprattutto il Modello contrattuale rappresentano questioni sulle quali si confronteranno visioni non omogenee tra le organizzazioni sindacali ed il confronto dirà se sarà possibile la sintesi, ovvero si registreranno opinioni diverse.
Abbiamo il dovere di tentare tutte le strade per evitare la divisione perché il mondo del lavoro è più forte quando CGIL CISL UIL sono unite, ma a nessuno si può chiedere di rinunciare alla propria storia ed alla propria strategia. Le ragioni della CGIL sono note su Alitalia, sul modello contrattuale, sulle decisioni del Governo in tema di economia, finanza, stato sociale. Sono per ciò inaccettabili i tentativi di isolare la CGIL.

Il 27 settembre la CGIL sarà in 100 piazze per dire no alla manovra economica e finanziaria del Governo perché sbagliata per lo sviluppo del paese e negativa per i cittadini ed il mondo del lavoro. La riuscita di queste manifestazioni è straordinariamente importante perché è necessario dare un segnale forte al Governo ed allo stesso tempo infondere fiducia a quei milioni di persone che guardano la CGIL come baluardo in difesa dei diritti, soprattutto di quelli più deboli. Così come è importante quanto si sta facendo sul terreno unitario per ciò che riguarda il lavoro pubblico.
A luglio ed agosto oltre duecentomila persone si sono mobilitate contro l'attacco del Governo al mondo del lavoro che opera nelle pubbliche amministrazioni. Dal 22 settembre al 17 ottobre, quando si svolgerà un grande attivo nazionale di quadri sindacali ed RSU l'iniziativa continua perché è necessario arginare l'ondata con la quale si intende sommergere i servizi pubblici ed indebolire il sindacalismo confederale.

L'ultimo Consiglio dei Ministri ha aggravato le norme già contenute nel DL 112/08 (ora Legge 133/08) ed ha radicalmente messo in discussione le relazioni sindacali a fronte di decisioni unilaterali addirittura in materia di erogazione di risorse alle lavoratrici ed ai lavoratori. Si nega il contratto e si somministra elemosina. Un bel passo indietro... verso il baratro. E non possiamo biblicamente perdonarli perché sanno quello che fanno!

*Segretario Nazionale FP CGIL (AprileOnline 26 settembre 2008)


 

Alitalia, capitani in fuga

di Andrea Scarchilli

Alitalia, pesante buco nell'acqua. La Compagnia aerea italiana, lanciato l'ultimatum di ieri e avuta in risposta una controproposta sindacale unitaria (esclusi Cisl, Uil e Ugl che hanno accettato senza riserve il piano industriale nel corso dell'incontro di ieri) si è tirata indietro all'istante. Non un parere contrario da parte da parte dell'assemblea dei soci. Per la compagnia di bandiera adesso si apre un futuro immediato incertissimo.

La Cgil, alla fine, ha scelto di fare fronte comune con i cinque sindacati autonomi (Anpac, Anpav, Unione piloti, Sdl e Avia) e all'ultimatum lanciato da Roberto Colaninno ha risposto con una "controproposta" a sei. Punti salienti. Richiesta di dilazione, anche di "tempi brevissimi", per risolvere la questione contrattuale, che le sei sigle propongono di affrontare singolarmente per ognuna delle tre categorie: piloti, assistenti di volo e lavoratori di terra. Cgil e autonomi si sono da subito dichiarati a favore di un accordo contrattuale sul modello di quelli di Lufthansa, Air France e Iberia. Ci vuole, comunque, più tempo e voce in capitolo, come prevede il quadro posto come riferimento, la contrattazione tradizionale in cui Confindustria e sindacati negoziano costi e condizioni. No di fatto alla bozza messa a punto dalla Cai, del quale si condivide solo l'impostazione a compartimenti stagni, suddivisa in tre settori sulla base delle professionalità. Le sei sigle chiedono poi che si parli di esuberi solo dopo la messa a punto di un accordo complessivo (che comprenda, ovviamente, anche i contratti). Richiesta che è suffragata dal "favorevole trend del prezzo del carburante", che dal giorno della prima stesura del piano Fenice a oggi è diminuito del trenta per cento.

L'assemblea della Cai (accolta da fischi e contestazioni) si è aperta subito con l'ipotesi del ritiro dell'offerta, a cui tutti i soci, evidentemente, erano pronti. L'ufficialità sarebbe arrivata solo in seguito, ma il segretario generale della Cgil Gugliemo Epifani aveva già mandato (alle 14) una lettera a Colaninno, chiedendo la prosecuzione della trattativa (la scadenza ufficiale dell'offerta Cai è alla fine del mese) e confermando "la nostra adesione e la nostra firma all'accordo quadro concluso nella notte di domenica. Ritengo che l'adesione pressoché generale che oggi si registra su quel testo sia anche il segno di come un confronto serio sul merito avrebbe potuto e potrebbe ancora allargare l'area del consenso". Un modo per smarcarsi dalla difficile situazione in cui il leader della Cgil si è trovato. Come a dire, il mio no non è come quello dei piloti, chiedo più tempo per mettere dentro quanti più lavoratori possibile e non creare un precedente pericoloso sul versante della contrattazione nazionale, proprio nel momento in cui è sul tavolo di Confindustria e sindacati la riforma del sistema. Il presidente del Consiglio, nel frattempo, già sparava a palle incatenate parlando di "responsabilità dei piloti e della Cgil" e di "baratro" ancor prima che Colaninno e i suoi si tirassero indietro. Epifani ha invitato Silvio Berlusconi "ad assumersi le proprie responsabilità, invece di cercare capri espiatori". Il comunicato della Cai, con il ritiro ufficiale dell'offerta, è arrivato nel bel mezzo del botta e risposta, intorno alle 17 e 30, con l'unanimità dei consensi da parte dei soci: si sapeva che Colaninno non era disposto a proseguire senza il sì della Cgil. I piloti e gli autonomi già avevano cominciato ad organizzarsi per garantire la continuità del servizio.

Le agenzie hanno diffuso, subito dopo il ritiro ufficiale della cordata, le dichiarazioni infuocate dei leader sindacali che si erano schierati da subito con governo e cordata. Prima il segretario della UIl Luigi Angeletti: "Siamo di fronte ad una catastrofe sociale per i lavoratori di Alitalia, per i quali nei prossimi giorni non si parlerà più di condizioni di lavoro ma di posto di lavoro". E', ha aggiunto Angeletti, anche una catastrofe sindacale: "Mi ricorda la vicenda Fiat di trent'anni fa". Il settore piloti del suo sindacato (400 iscritti complessivi), subito dopo, ha accusato i colleghi di Anpac e Up: "Il buon senso è certamente mancato nei vertici di Anpac ed Unione piloti i quali, dopo aver scatenato una guerra fratricida tra i piloti, ora dovranno assumersi il peso di una situazione che li vede fortemente responsabili". La leader dell'Ugl, Renata Polverini, ha cominciato a parlare di fallimento, distribuendo anch'ella, implicitamente, gli alibi e le colpe: "E' chiaro chi ha operato nell'esclusivo interesse dei lavoratori di Alitalia e chi invece ha preferito sottostare ad altre logiche, mettendo una pietra tombale sull'ultima possibilità concreta di salvare l'azienda". Sulla stessa linea il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: "Sono costernato. Si è voluto giocare alla roulette russa e ogni volta che si gioca alla roulette russa è previsto che parta un colpo. Il colpo è partito. Ora per la responsabilità di pochi pagheranno in molti".

Dettagli sul futuro del gruppo Alitalia e dei suoi dipendenti li ha forniti il ministro del Lavoro. Non è certo allegro, lo scenario prospettato da Maurizio Sacconi: "Per i lavoratori interessati e per il Paese, si apre la strada che porta al fallimento di tutte le società del gruppo Alitalia, perché il commissario ha una limitata liquidità ed ha il vincolo della migliore tutela dei creditori per cui è probabile sarà obbligato ad avviare le procedure per la messa in mobilità dei dipendenti. Purtroppo, ancora", ha concluso il ministro, "il venir meno degli accordi fa cadere il rifinanziamento dello speciale fondo per i lavoratori del trasporto aereo (che integra gli ammortizzatori sociali fino all'80% del loro reddito), che allo stato delle cose è risultato avere una modestissima capienza". Dunque, si concretizza la recente minaccia berlusconiana: O accordo, o niente tutele. Qualcuno, tuttavia, continua ad auspicare l'entrata in campo di un investitor straniero, ma allo stato attuale si registra solo il "no comment" di Lufthansa. I Cub chiedono la nazionalizzazione. 

Ad alto tasso di polemica il confronto politico. Tra i primi a sferrare l'attacco, il presidente del Consiglio in persona. "Ci sono responsabilità della Cgil e dei piloti. E ci sono anche responsabilità politiche", ha detto. A fargli eco, lo stesso Sacconi: "il ritiro - ha accusato - è la logica conseguenza dell'assurda posizione ostruzionistica assunta dalla Cgil in alleanza con le sigle autonome di piloti e assistenti". Ricostruzioni che in serata, in una conferenza stampa, il segretario del maggiore sindacato italiano ha tentato di scardinare, nel merito e nel metodo, un negoziato per certi aspetti storico e senza precedenti. "Non ho mai visto - ha detto Epifani- una trattativa in cui ogni giorno c'è un ultimatum e tra un ultimatum e l'altro non si lavora sui problemi". Anche sul merito c'è poi un dissenso radicale. La Cgil, ha ricordato, ha espresso sul piano di salvataggio di Alitalia "una sottoscrizione inequivoca per le parti di sua rappresentatività", ma per quanto riguarda piloti e assistenti di volo, non poteva prendere una posizione "per un problema di democrazia sindacale" perchè "decide il 51% dei lavoratori" e le sigle confederali, tutte insieme, "hanno una rappresentatività di gran lunga al di sotto di questa soglia". Scaricare sulla Cgil il fallimento dell'intesa, ha concluso Epifani, "sa di ideologia e di non rispetto della verità".(AprileOnline 19 settembre 2008)

 

 

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La cura Sacconi al Welfare che fu

Sindacati. Sul modello contrattuale si giocano l’unità

Anche a leggerlo in pillole il libro verde del ministro Sacconi non fa una buona impressione e ancora peggio la fanno le notizie di questo ultimo scorcio d’estate: dal pesante ricorso alla cassa integrazione degli ultimi mesi rilevato dalla Cgil, agli ammortizzatori sociali in casa Fiat, agli esuberi in Alitalia fino alle picconate di Raffaele Bonanni al sindacato unitario.

Cominciamo dal libro verde, quello che tra tre mesi, una volta terminate le consultazioni con istituzioni e cittadini, darà la stura al futuro modello sociale. A pagina 9 si legge: «Per incrementare drasticamente i tassi di occupazione regolare, soprattutto dei gruppi più svantaggiati, è ancora plausibile sviluppare una onerosa politica di pura incentivazione economica che non tiene conto dei penetranti disincentivi normativi e burocratici che tanto incidono sulla vitalità di un mercato del lavoro che, oramai, è diventato adulto e che non tollera più una visione repressiva incentrata sulla patologia come regola? Per creare maggiori e migliori posti di lavoro non serve piuttosto, e prima di tutto, una robusta semplificazione e de-regolazione delle regole di gestione dei rapporti di lavoro?» Questa è una delle numerose domande strutturate in modo da ottenere una risposta affermativa. Piccole trappole del marketing, che l’attuale governo conosce molto bene, ma la domanda chiarisce il futuro: siccome il mercato del lavoro è adulto e non tollera più le regole, per incentivare il lavoro regolare bisogna de-regolarizzare la gestione dei rapporti di lavoro ormai patologici. La sostanza è sempre la stessa flessibilità, precarietà.

A maggio i sindacati confederali avevano approvato le linee guida per un nuovo modello contrattuale che dovrà sostituire quello del ‘93. In Cgil il dibattito fu complesso e non mancarono gli strappi. La settimana scorsa al meeting di Comunione e liberazione il ministro, in conferenza stampa con il leader della Cisl, ha affermato: «L’accordo (sul nuovo modello contrattuale) dovrà essere raggiunto entro settembre in quanto è la premessa per confermare per il prossimo anno la detassazione al 10% del salario di produttività» e il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha citato un dato dell’ufficio studi del suo sindacato che quantifica le facilitazioni in 2,7 miliardi all’anno e quindi, «La Cisl vuole chiudere a tutti i costi entro settembre. Voglio proprio vedere - ha aggiunto - chi si metterà contro. Chi lo farà si prenderebbe una grave responsabilità di fronte al paese». Per la Cgil ha replicato Susanna Camusso neo segretaria confederale: «E’ stata una operazione di pura impronta mediatica che danneggia il negoziato. Ci siamo lasciati il 31 luglio con l’idea di studiare un indicatore previsionale dell’inflazione che recuperasse potere d’acquisto senza alimentare inflazione e su cui Confindustria si è impegnata a presentare una nuova proposta. Mi sembra dunque difficile ora - ha commentato la sindacalista - giudicare a priori positiva una cosa che non si conosce e non si conoscerà fino al 2 settembre». Confindustria si gode lo spettacolo e Tremonti intanto ha fissato l’inflazione programmata all’1,7% mentre quella reale galoppa oltre il 4.

Uno studio del dipartimento settori produttivi della Cgil ha riguardato il trend del ricorso alla cassa integrazione. Nel mese di maggio si è registrata una forte impennata: sono state infatti oltre 16 milioni di ore (+ 4milioni rispetto ad aprile) equivalenti a circa 2 milioni di giornate lavorative. Le regioni più colpite sono la Lombardia, il Veneto, il Friuli, le Marche, la Puglia (dove l’incremento è stato superiore al milione di ore). Secondo i calcoli dell’osservatorio, le ore perdute corrispondono a 383.498 persone che non lavorano per un mese intero alle quali sarà corrisposto solo l’80 per cento dello stipendio. Rispetto a maggio dello scorso anno l’aumento delle ore di cig è di quasi 3 milioni.

Anche Fiat non si smentisce nel ricorso alla cassa integrazione. Nonostante i risultati nettamente positivi del gruppo nel secondo trimestre presentati pomposamente a luglio, la sta utilizzando in quasi tutti gli stabilimenti. A Mirafiori ad esempio, quattromila dipendenti sono in cig per 4 settimane (una al mese) e lo stabilimento riaprirà l’8 settembre invece che l’1. La “cura” Marchionne prevede anche un’eventuale sospensione del rinnovo dei contratti a termine e uno stop temporaneo della produzione in alcuni impianti qualora ciò fosse “richiesto dalle condizioni di mercato”.

E’ anche peggiore la situazione dei lavoratori di Alitalia che presto sapranno se davvero è realizzabile l’assorbimento degli esuberi incentivato da un bonus fiscale alle imprese, come ventilato dal governo, oppure se si prospetta anche per loro un futuro di ammortizzatori sociali.

A completare il panorama poco roseo del lavoro in Italia ci ha pensato anche l’Istat che ha fatto il punto sulla demografia delle nuove imprese nate nel Belpaese. Il tasso di natalità, cioè il rapporto tra il numero di nuove nate e il totale delle imprese attive, è stato pari al 7,1%, il valore più basso degli ultimi sei anni (nel 2005 era al 7,8%). Imprese quindi che soffrono e industria che approfitta a piene mani del soccorso di Stato. A quanto pare nonostante la redistribuzione del reddito (Pil) in Italia sia di 10 punti inferiore al resto d’Europa, nonostante le elargizioni del governo Prodi col cuneo fiscale e la detassazione degli straordinari ad opera del governo Berlusconi, il nostro capitalismo fatica ad arrivare alla quarta settimana. E allora quale strada migliore che smantellare lo stato sociale?(La Rinascita della sinistra 5 settembre 2008)

 

 

Il bivio della Cgil


di Loris Campetti

Il 12 settembre la Confindustria presenterà a Cgil, Cisl e Uil la sua proposta per un nuovo sistema contrattuale, quattro giorni prima si riuniranno i segretari generali delle categorie della Cgil e il 9 sarà la volta del direttivo Cgil. La piattaforma delle tre confederazioni, dice Gianni Rinaldini, «ha come obiettivo un accordo unico per un modello contrattuale valido per tutti i lavoratori, il che presuppone una trattativa che metta allo stesso tavolo tutte le organizzazioni padronali, i sindacati e il governo. La presenza del governo è centrale perché la revisione della struttura contrattuale definita nel '93 non può che procedere di pari passo con le politiche pubbliche su fisco, prezzi e tariffe». Infine, nella piattaforma Cgil, Cisl e Uil che pure ha aperto problemi in corso d'Italia per il metodo poco democratico in cui è stata costruita e per il merito, si chiede «una riduzione della pressione fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati». Il segretario generale della Fiom è molto preoccupato per la piega che sta prendendo la trattativa e per quel che è già avvenuto sul versante del governo negli ultimi due mesi. 

Certo il governo non è rimasto neutrale, né può essere accusato di inedia. Cos'è cambiato, Rinaldini?
Il governo ha attuato unilateralmente la deregulation totale del lavoro peggiorando la legge 30 che prevede un massimale di 13 ore giornaliere e almeno un riposo settimanale di 24 ore. Per non parlare della precarietà, o della detassazione degli straordinari e dell'intervento unilaterale sui premi di risultato in cui il salario lo si vuole vincolato alla produttività e redditività dell'impresa. Il governo sta poi smantellando la normativa sulla sicurezza e vuole ridurre da tre a un anno i benefici pensionistici per i lavoratori «usurati». Infine, dopo aver montato la canea contro i lavoratori pubblici fannulloni, pretende di fissare l'inflazione programmata tra 1,5 e 1,7%, quando quella reale viaggia sopra il 4%. E intanto cala la mannaia sullo stato sociale, scuola e sanità in primis , e viene rispolverato lo strumento odioso dei licenziamenti come è avvenuto a Genova per i ferrovieri o ai danni dell'Rls Dante De Angelis. Ti basta?

Eppure Cgil, Cisl e Uil continuano a trattare soltanto con Confindustria, come se le controriforme del governo non fossero organiche al nuovo sistema contrattuale...
Nonostante questo contesto inquietante abbiamo proseguito gli incontri, e ora dobbiamo sapere che la trattativa sta entrando in una fase stringente. Ho l'impressione che Cgil, Cisl e Uil intendano arrivare ad un accordo con la sola Confindustria, altrimenti sarebbe stato già dichiarato lo stato di crisi del confronto. Non sarebbe accettabile un «accordo minimo» con quest'unico soggetto, su livelli inflattivi inaccettabili e sulla durata dei contratti che si vorrebbe triennale. Sarebbe come stracciare la piattaforma confederale su cui pure ci sarebbe molto da dire, e qualcosa abbiamo detto.

Che significato avrebbe un accordo solo con una parte dei padroni privati?
Sancirebbe la fine del sistema universale che era l'obiettivo della piattaforma, sostituito da sistemi contrattuali differenziati dei pubblici, dei privati, degli artigiani, del commercio. Si determinerebbe una situazione rovesciata rispetto agli accordi del '93, che comunque avevano anche il governo come attore attraverso interventi su fisco e tariffe finalizzati. Una scelta come quella che si ventila ora lederebbe l'autonomia del sindacato.

In che senso?
Il governo potrebbe far diventare strutturali gli interventi su strordinari e premi di produzione, in ossequio al noto principio secondo cui per guadagnare di più bisognerà lavorare più ore, magari attraverso un accordo con parte dei sindacati, mentre la Cgil, firmato unitariamente l'accordo con Confindustria, potrebbe esercitare un'opposizione solo politica, senza alcuna conseguenza pratica. Così cambierebbe la natura del mio sindacato.

E alle categorie della Cgil che ruolo resterebbe?
E' incredibile e fuori dalla storia della Cgil che si porti avanti una trattativa di questo genere senza coinvolgere le categorie. E' inconcepibile che si discuta di fatto dei contratti dei metalmeccanici senza coinvolgere i metalmeccanici. Ma sia chiaro che, se si vorrà procedere su questa strada, nessuno potrà pensare di sfilare i contratti dalle mani delle categorie. Sarebbe inevitabile un referendum, garantito democraticamente e con l'espressione libera delle diverse posizioni. E non ci si venga a parlare di rispetto delle regole della Cgil, dato che si tratta su una piattaforma che i metalmeccanici non hanno potuto votare e che oggi, peraltro, non esiste più.

Cosa dovrebbe fare la Cgil?
Proporre subito l'apertura di un tavolo con tutti i soggetti contrattuali e, al tempo stesso, stabilire i livelli di mobilitazione contro il governo e contro la Confindustria.

In poche parole dici che l'accordo minimo con la Marcegaglia sarebbe una truffa?
Chi sostiene in Cgil le sue tesi sulla base dell'importanza della confederalità, dovrebbe rendersi conto che una scelta come quella che sto paventando liquiderebbe la confederalità, nel momento stesso in cui si fosse deciso di cancellare il sistema contrattuale universale.

Entrando nel merito dell'unica trattativa esistente, quali sono gli orientamenti padronali?
Confindustria propone che il calcolo dell'inflazione venga fatto sulla media degli ultimi tre anni. Nel meccanismo di calcolo, sembra di capire, si potrebbe depurare dello 0,5-0,6% la componente inflattiva importata, cioè quella determinata dai costi delle materie prime. Facendo un calcolo a spanne, ciò comporterebbe una perdita salariale anche di 400 euro al mese. Stiamo andando verso una recessione paurosa, con un governo che interviene solo con la pressione sul mercato del lavoro, sulla sicurezza, con il federalismo fiscale. E' in atto una politica contro il lavoro dipendente che ha due protagonisti, il governo e una Confindustria che marcia alla conquista di un obiettivo dichiarato: la personalizzazione dei contratti. Il combinato disposto, accompagnato dai tagli su scuola e sanità, determinerà un salasso nella vita della gente. Lo sai che già oggi il 20-25% dei metalmeccanici ha il salario impegnato dai debiti? La Fiat ha già annunciato che nel 2009 prevede un calo di 350 mila vetture, cresce di altre due settimane la cassa integrazione a Termini Imerese e la busta paga scenderà dagli 800 euro al mese attuali, a 600 euro.

Non ce n'è abbastanza per indire uno sciopero generale?
Dirimente è il merito, la definizione di una posizione netta e autonoma della Cgil. Il pubblico impiego va verso uno sciopero generale unitario, la confederazione deve definire linea, percorso, mobilitazioni di massa. In quest'ordine. (Il Manifesto 5 settembre 2008)

 

Contratti - La trattativa

 

La trattativa tra sindacati confederali e Confindustria sulla riforma del modello contrattuale è partita a giugno scorso. Sulla base della piattaforma siglata unitariamente dai leader dei tre sindacati confederali (Epifani, Bonanni e Angeletti) - contratto nazionale minimo e aumenti salariali legati alla produttività e redditività d impresa e approvata in fretta e furia, e senza discussione, dai direttivi delle confederazioni. Le parti hanno iniziato a discutere a partire dal nodo dell indice inflattivo a cui ancorare il rinnovi dei contratti nazionali. Proprio sull inflazione la trattativa si è ben presto arenata, di fronte alla pretesa degli industriali di depurare l inflazione stessa dalla sua componente «importata», e determinata dai prezzi di energia e materie prime. Cisl, Uil e Confindustria premono per una conclusione della trattativa entro il 30 settembre.
Venerdì prossimo Confindustria presenterà, al tavolo, la sua piattaforma. Nel frattempo, il governo ha confermato, per quanto riguarda i dipendenti pubblici, un indice di inflazione all 1,7% quest anno e all 1,5% nel 2009 (quando quella certificata dall Istat viaggia attualmente al 4%). Mentre per quanto riguarda il commercio (tra sindacati e Confcommercio si sarebbe dovuta aprire una trattativa analoga a quella in corso con Confindustria) a luglio scorso c è stato l accordo separato: il rinnovo del contratto nazionale è stato siglato da Cisl, Uil e Confcommercio, senza la firma della Cgil.(Il Manifesto 5 settembre 2008)

 

Festa nazionale dlla Rete28Aprile a Sala Baganza


Festa nazionale della Rete28Aprile
Sala Baganza (Parma)
5 - 6 - 7 settembre - Programma

Venerdì 5

Ore 18.00 - Apertura della festa (sarà presente un componente della segreteria nazionale della Cgil). Commemorazione della sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori della terra di Parma del 1908, intervengono Roberto Spocci (ricercatore) e Paolo Bertoletti (segretario generale della CGIL di Parma).

Ore 19.00 - Presentazione del libro di Luciano Gallino "Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità" - sarà presente l'autore

Cena

In apertura dello spettacolo una testimonianza dalla ThyssenKrupp di Torino

"Resistenza. La Banda Tom e altre Storie Partigiane", concerto, recital di canzoni e spettacolo di lettura scenica dedicato alla Resistenza. Suonano gli YO YO MUNDI, recita Fabrizio Pagella

Sabato 6

Ore 9.00 - seminario della Rete28Aprile a Corte Giarola, Strada Giarola 11 (Collecchio - Parco del Taro)

Ore 18.00 - dibattito: Le scelte economiche e sociali dell'Europa
Intervengono Sabina Petrucci (resp. ufficio Europa - Fiom nazionale), Orsola Casagrande (Il Manifesto), Attac - coordina Sergio Bellavita (segr. gen. Fiom di Parma)

Cena

Ore 20:45 - Incontro di solidarietà con Dante De Angelis (Rls delle ferrovie licenziato)

Ore 21.15 - dibattito (21.00): Dove va la CGIL?
Intervengono Giorgio Cremaschi (R28A), Gianni Rinaldini (segr. gen. FIOM), Nicola Nicolosi (coord. naz. LS), Dino Greco (Camera del Lavoro di Brescia) - coordina Valentino Parlato (Il Manifesto)

Domenica 7

Pranzo

Ore 17.00 - incontro: Donne, lavoro e sindacato... esperienze a confronto

Ore 19.00 - dibattito: Una legge sulla democrazia sindacale
Intervengono Giorgio Cremaschi (R28A), Fabrizio Tomaselli (SdL), Paolo Leonardi (RdB), Piero Bernocchi (COBAS) - coordina Pier Giovanni Alleva (giurista)

Cena
 

 

Rete 28 aprile Filt-Cgil su Dante De Angelis

Tornano i licenziamenti politici per intimidire i lavoratori: le ferrovie devono ritirare il licenziamento di Dante De Angelis, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza reo di aver fatto il compito per il quale è stato eletto: controllare sollevare dubbi e chiedere verifiche sulle condizioni di sicurezza! Tocca al sindacato adesso chiamare i lavoratori ad una reazione immediata.

Mentre esprimiamo tutta la nostra solidarietà, non possiamo che constatare come la dirigenza delle ferrovie abbia deciso di coprire le proprie incapacità a fornire un servizio pubblico di qualità dedicandosi ad un giochetto oggi molto di moda: imputare ai lavoratori, che non "collaborano" tutte le inefficienze e magagne delle aziende. Non dobbiamo accettare passivamente questa filosofia aziendale che pretenderebbe che ai lavoratori sia tolto il diritto di disturbare il "manovratore", che per definizione ha sempre ragione, che non sbaglia mai e bontà sua sa quali lavoratori sono meritevoli e quali sono un ostacolo (e quindi da licenziare come in altri casi recenti...).

L'attacco ai lavoratori dei trasporti mira a creare il clima di paura favorevole per l'azienda in vista della annunciata introduzione del macchinista unico, obiettivo aziendale prossimo per tagliare personale. Noi pensiamo invece che questa scelta produca un maggiore rischio per la mole di lavoro a cui sarebbero sottoposti i macchinisti, con inevitabile aumento dei rischi per la sicurezza (propria e dei passeggeri...)

Tocca al nostro sindacato in primis abbandonare la logica concertativa per riprendere l'indipendenza di giudizio e di azione per poter rappresentare gli intessi dei ferrovieri, che hanno sempre coinciso con gli interessi degli utenti, ad avere un servizio adeguato in tutta sicurezza ed in condizioni confortevoli.

Chiediamo il reintegro immediato di Dante De Angelis, chiediamo al sindacato di unire i lavoratori per reagire con energia contro questa scelta aziendale.

Rete28Aprile nella Filt-Cgil  Roma, 20/08/2008
 

Petizione per il ripristino della scala mobile in Italia

La "Rete 28 Aprile nella CGIL propone che in Italia si organizzi una petizione da far sottoscrivere ai cittadini e lavoratori per il ripristino della scala mobile.
Ecco il testo proposto. Diffondetelo.


Nella storia del nostro paese, dal 1945 al 1992, il contratto nazionale ha svolto la funzione di tutelare la redistribuzione della ricchezza prodotta promuovendo reali aumenti salariali, mentre la tutela del potere d'acquisto delle retribuzioni da lavoro dipendente era garantita dal meccanismo della scala mobile che implicava l'adeguamento automatico dei salari all'inflazione.

L'indennità di contingenza rappresentava un elemento delle retribuzione corrispondente all'aumento retributivo periodicamente erogato in conseguenza dell'aumento del costo della vita.

L'abolizione della scala mobile nel 1992, seguita dalla adozione, con l'accordo del 23 luglio 1993, di una regolamentazione della contrattazione basata su una politica di moderazione salariale, ha di fatto ridefinito il ruolo del contratto nazionale vincolandone i rinnovi all'inflazione programmata ed al recupero successivo del differenziale tra inflazione reale e programmata.

Proprio a partire dalla fase di avvio della politica concertativa si è verificata una progressiva erosione della quota dei redditi da lavoro a vantaggio del profitto e della rendita sino ad arrivare al quadro attuale caratterizzato da una drammatica ed universalmente riconosciuta riduzione del potere d'acquisto dei salari. L'aumento dei profitti del resto è andato prevalentemente ad alimentare la rendita finanziaria piuttosto che essere destinato ad un aumento degli investimenti, contribuendo, insieme alla riduzione dei salari, al rallentamento dello sviluppo economico complessivo del paese.

Da questi elementi occorre trarre alcune considerazioni utili per orientare le posizioni relative alla politiche contrattuali del sindacato.

1) Innanzitutto è necessario avviare un processo di redistribuzione che inverta la tendenza in atto e lo strumento più adeguato per conseguire tale obiettivo non può che essere il rafforzamento del contratto nazionale.

2) In particolare, è necessario che il contratto nazionale recuperi la sua funzione di strumento atto a conseguire reali incrementi salariali non limitandosi a rincorrere l'inflazione.

3) Per liberare il contratto nazionale dai vincoli che attualmente ne limitano le potenzialità, è necessario reintrodurre un meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensioni all'inflazione.

La proposta di reintrodurre un sistema analogo a quello della Scala Mobile è destinata ad incontrare una notevole resistenza nel mondo politico ed economico ed anche all'interno del mondo sindacale.

Per questo è indispensabile che essa possa raccogliere la più ampia condivisione possibile tra le lavoratrici ed i lavoratori nel contesto di una mobilitazione che appare sempre più indispensabile per sostenere rivendicazioni utili ad affrontare la questione salariale.

Come disse Giuseppe Di Vittorio in occasione del IV congresso della CGIL (1956): "Ma tutta l'esperienza della classe operaia italiana ed internazionale insegna che, in generale, la legislazione che tutela i diritti del lavoro non precede ma segue le conquiste dirette che realizzano i lavoratori nelle fabbriche e nel Paese." (5 luglio 2008)

 

 

Contratto, la Fiom in assemblea il 23 luglio a Roma

 

Contrattazione :
Il 23 luglio a Roma ci sarà un'assemblea di sindacalisti della Cgil in dissenso con il documento di Cgil, Cisl, Uil sulla riforma della contrattazione.

Nota informativa

Nel corso dell'Assemblea nazionale di Lavoro Società, in corso di svolgimento a Roma, il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, portando il proprio saluto, ha annunciato che il 23 luglio a Roma ci sarà un'assemblea di sindacalisti della Cgil in dissenso con il documento di Cgil, Cisl, Uil sulla riforma della contrattazione.
Tra i promotori di tale assemblea, che rappresenta un fatto senza precedenti nella storia della Cgil, ci sono Giorgio Cremaschi e Nicola Nicolosi, e decine di dirigenti nazionali e territoriali della Cgil.

Giorgio Cremaschi, portando il saluto della Rete28Aprile ai lavori dell'Assemblea di Lavoro Società, ha sottolineato come l'assemblea del 23 luglio segni un momento di grande rilevanza nella lotta per la difesa del contratto nazionale.

Roma, 27 giugno 2008 Rete28Aprile

 

 

Contratto, la Fiom vota contro

 

 Red.

 Sindacale     Con il 75,5% dei voti la Federazione metalmeccanici ha accolto il documento Rinaldini - appoggiato da Cremaschi e da Lavoro e Società - critico con il testo approvato dalle segreterie dei direttivi unitari. Su 413 delegati, 312 hanno approvato il documento Rinaldini (75,5%), 70 hanno votato il documento Durante (17%) e 31 (pari a 7,5%) hanno espresso voto bianco.

 

Contratto, la Fiom vota controIl segretario della Cgil Guglielmo Epifani aveva detto alla Fiom che questo non è il momento delle divisioni. Il sindacato dei metalmeccanici gli ha sbattuto la porta in faccia, bocciando, nella conferenza organizzativa, la bozza di riforma del modello contrattuale elaborata da Cgil-Cisl-Uil. Una bocciatura che segna un ulteriore allontanamento, dopo la spaccatura sul protocollo sul welfare, fra la Fiom e la Cgil.
La conferenza organizzativa ha infatti approvato con una larghissima maggioranza (75,5%, 312 delegati su 413 votanti), il documento presentato dal segretario Gianni Rinaldini che sottolineava le divergenze di vedute sulla bozza di riforma contrattuale. Per la Fiom, in estrema sintesi, è indispensabile che la contrattazione nazionale abbia maggior peso su quella di secondo livello.

In realtà la bocciatura della bozza è la foglia di fico che nasconde un rapporto molto più logorato. L'ultimo tentativo di mediazione, dopo l'appello di ieri del segretario generale Guglielmo Epifani, era venuto da Mauro Guzzonato, segretario confederale della Cgil e responsabile industria: "Abbiamo bisogno della Fiom per portare insieme tutti quanti la nostra proposta in una trattativa che sarà difficile, durissima. Non vedo nel documento approvato dai direttivi unitari e dalle segreterie - ha continuato Guzzonato - un indebolimento del contratto nazionale ma devo anche dirvi che sono convinto che il futuro del sindacato nei prossimi quindici anni si giocherà sulla nostra capacità di essere protagonisti della contrattazione di secondo livello. Se non torniamo nelle fabbriche a negoziare, a discutere, cosa che già facciamo ma che dobbiamo rafforzare, avremo delle difficoltà con i lavoratori. Dobbiamo andare nei distretti, nelle filiere, nelle aziende per discutere dei processi di cambiamento della produzione".
Nel suo intervento conclusivo Rinaldini ha lasciato poco spazio ai malintesi, rispondendo in maniera precisa all'appello all'unità lanciato ieri alla platea dei delegati da Epifani, spostando i riflettori dal merito della questione (la Cgil non ha mai detto di voler indebolire il contratto nazionale) al metodo con cui si è arrivati alla decisione. E che dovrà essere preso come paradigma dei rapporti fra la Cgil e la Fiom.
"E' inaccettabile - ha detto Rinaldini - che una partita così rilevante possa aprirsi e chiudersi in un comitato direttivo della Cgil. Questo, dal punto di vista della democrazia interna, è un problema delicato. Il comitato direttivo della Cgil deve decidere. Ma prima ci deve essere un percorso. Non esiste nessun problema di carattere personale, i problemi sono relativi alla prospettiva sindacale. Ma non accetto, dopo questo percorso, un richiamo al senso di responsabilità. Non deve essere ogni volta un dramma se ci sono posizioni differenti. Io rivendico il diritto al dissenso, perché la democrazia è il bene più prezioso per la Cgil".
Detto questo, il segretario ha assicurato che quando ci sarà da lottare contro Confindustria e Governo, la Fiom, come sempre, ci sarà. Ma non rinuncerà a dire la propria quando emergeranno punti di disaccordo. Come, ad esempio, nel caso della sospensione dei vertici della Fiom milanese, accusati di aver fatto parlare in un'assemblea un iscritto sospeso. "Di questo fatto - ha detto Rinaldini - mi ritengo il responsabile politico, eventuali provvedimenti riguarderanno anche il sottoscritto".

Che il problema principale, più che la riforma dei contratti, siano i rapporti con la Cgil ha cercato di evidenziarlo anche Fausto Durante, leader della minoranza filo-Epifani (che ha raccolto il 17% dei consensi) e che ha scritto nelle prime tre righe del suo documento la sottoscrizione del testo preparatorio della Cgil e la condivisione dell'intervento di Epifani alla conferenza organizzativa della Fiom.

Lunedì è in programma un incontro fra le segreterie della Fiom e della Cgil, per formalizzare i risultati della conferenza di Cervia. Dalla quale il principale sindacato delle tute blu esce con un messaggio preciso: nessuna esitazione nella lotta comune per la difesa dei salari, ma ognuno per la sua strada nelle scelte politiche e nella definizione delle linee strategiche. (AprileOnline 16 maggio 2008)

 

Nota informativa Rete28aprile



Il Gruppo nazionale di continuità della Rete propone una mobilitazione e un'iniziativa diffusa in tutta la Cgil sul documento confederale unitario di riforma della contrattazione.

Il Gruppo di continuità ha confermato il giudizio complessivamente negativo sul documento che, anche oltre le stesse intenzioni dei proponenti, apre la via allo smantellamento della funzione del contratto nazionale. Inoltre, ancora una volta, si avvia un negoziato su questioni fondamentali, in questo caso la funzione dei contratti nazionali e aziendali, senza una piattaforma votata dai lavoratori.

Quella che si svolgerà in questi giorni è semplicemente una campagna di informazione e propaganda e non una consultazione. D'altra parte il documento è stato concepito unicamente per sedersi al tavolo. Un tavolo ove si presenterà un mondo delle imprese e un governo che hanno già esplicitamente detto che bisogna ridimensionare il contratto nazionale, legare rigidamente il salario alla produttività, ridurre la contrattazione collettiva a favore del salario individuale, realizzare una nuova forma di gabbie salariali.

Di fronte a tutto questo Cgil, Cisl e Uil si presentano al tavolo senza avere alle spalle né un mandato né un vero consenso, e quindi nella massima condizione di debolezza. E' quindi prevedibile che se si arriverà all'accordo, esso sarà unicamente a perdere, peggiorativo della situazione esistente e, soprattutto premiante per l'arroganza della Confindustria.
La Rete28Aprile deve sin d'ora sentirsi impegnata ovunque per contrastare questa deriva, informando le lavoratrici e i lavoratori dei rischi di questa trattativa e proponendo una piattaforma diversa, che abbia al centro il rafforzamento del contratto nazionale e la liberazione della contrattazione aziendale dai vincoli della produttività e della redditività.

Occorre affermare il diritto al dissenso e il diritto all'informazione da parte dei lavoratori. Per questo respingiamo ogni forma di pressione autoritaria nell'organizzazione e per questo solidarizziamo con il gruppo dirigente della Fiom di Milano. La Cgil è sempre stata un'organizzazione pluralista e rispettosa delle diversità e della libertà dei suoi dirigenti e militanti. Mettere in discussione questo principio significa mettere in discussione la stessa Cgil. Per questo, nel pieno rispetto dello Statuto della Cgil, che non prevede l'obbligo dell'obbedienza, la Rete28Aprile si mobilita per una critica pubblica e diffusa nei luoghi di lavoro verso il documento Cgil, Cisl, Uil.

Si tratta quindi di presentare ai lavoratori non solo il NO, ma anche il SI a una piattaforma diversa, che avrebbe potuto essere sostenuta dalla Cgil nel confronto con Cisl e Uil.

Per questo la Rete è impegnata a diffondere ovunque volantini, testi, documenti che facciano chiarezza sulla riforma contrattuale. Nei prossimi giorni verrà diffuso un primo volantone riassuntivo delle posizioni della Rete.

In ogni realtà territoriale dovranno svolgersi assemblee nelle quali si possa esprimere pubblicamente il dissenso sulla proposta Cgil, Cisl, Uil. La Rete proporrà a tutte e a tutti coloro che in Cgil hanno respinto la proposta unitaria, di convocare assieme iniziative, riunioni, assemblee. Ove questo non fosse possibile, in ogni caso la Rete organizzerà assemblee pubbliche per l'alternativa al documento confederale.
In particolare il 21 giugno, a Napoli, si svolgerà l'assemblea della Rete28Aprile nel e del Mezzogiorno, con al centro il rifiuto del ritorno alle gabbie salariali che, per i lavoratori del Sud, sarebbe un'aggressione sociale senza precedenti.
Il sito della Rete è impegnato a dare tempestiva comunicazione di tutte le iniziative che si svolgeranno nelle prossime settimane. Si chiede, quindi, a tutte le compagne e i compagni di far conoscere ogni iniziativa, ogni mobilitazione.

Per quanto riguarda l'organizzazione della Rete28Aprile si è deciso di rendere operative le indicazioni dell'assemblea del 14 marzo. Quindi:

1).Entro l'estate la Rete dovrà essere formalmente costituita in tutte le categorie nazionali, nelle Cgil regionali, nelle Camere del Lavoro.
Le modalità politiche della costituzione saranno misurate rispetto alle posizioni che le strutture assumeranno sulla riforma contrattuale.

2).Verrà formalmente costituito su base nominativa il gruppo nazionale di continuità, con il compito di assumere tutte le decisioni necessarie. Analogamente si procederà per categorie e territori.

3).I gruppi di continuità definiranno i portavoce, normalmente sulla base del consenso, ma ove questo non sia possibile sulla base di procedure democratiche.

4).Si costituirà un gruppo organizzativo nazionale che ha il compito di sviluppare operativamente l'attività della Rete.

Sulle modalità concrete di attuazione dei punti verrà inviata, subito dopo la Conferenza d'organizzazione della Cgil, una proposta dettagliata a tutte le compagne e i compagni del gruppo di continuità nazionale, per la sua approvazione.

La necessità di andare a una rigorosa struttura organizzativa della Rete è determinata dal fatto che, con la svolta politica del documento sulla contrattazione, si è nei fatti aperta la campagna congressuale della Cgil. Naturalmente il congresso anticipato non è stato accettato, ma in ogni caso il confronto e la discussione interna sono già di carattere congressuale.

La Rete ha già deciso, e conferma tale decisione, di partecipare al prossimo congresso con un documento globalmente alternativo a quello dell'attuale maggioranza. Per queste ragioni è indispensabile un'organizzazione capillare e solida della Rete ovunque.

E' chiaro che la Rete è interessata a che l'opposizione e l'alternativa in Cgil siano le più vaste possibili e che altre forze – la parte di Lavoro-Società che si è detta contraria al documento Cgil, Cisl, Uil, la maggioranza della Fiom, altri dirigenti sindacali critici –, siano uniti su una posizione alternativa.
Ma, come abbiamo
detto, la condizione per l'alternativa è una mozione realmente alternativa. Altre scelte non sono praticabili per la Rete e per questo ovunque la Rete, già sin d'ora, deve essere presente.

Il Gruppo di continuità ha inoltre discusso delle iniziative nazionali della Rete. Si è confermata l'intenzione di realizzare, anche quest'anno, la festa nazionale della Rete o alla fine di luglio, o ai primi di settembre, sulla base di una verifica logistica e organizzativa che verrà svolta nei prossimi giorni. Le ipotesi sono o Parma o Brescia.

Le compagne e i compagni di Torino hanno comunque deciso di realizzare intorno alla metà di giugno due giorni di incontri della Rete28Aprile.
Le date precise verranno anch'esse rapidamente comunicate.

A conclusione della riunione del Gruppo di continuità, si è ribadita la necessità che in questi momenti ci sia il massimo impegno di tutte le compagne e compagni per dare visibilità e diffusione alla battaglia politica della Rete.

Roma, 14 maggio 2008
 

Attenti al valore del contratto

 

di Antonio Sciotto

Profondo conoscitore del mondo del lavoro e delle imprese, il sociologo Luciano Gallino ha analizzato il testo di riforma dei contratti approntato da Cgil, Cisl e Uil, e nota subito «un'importante assenza», relativa al ruolo del contratto nazionale. Dall'altro lato, ritiene poco chiari e inefficaci, concetti come l'«inflazione realisticamente prevedibile» e la contrattazione «accrescitiva» di secondo livello, basata su parametri quali la «redditività» o la «produttività».

Professore, come verrebbe ridisegnato il sistema contrattuale?

Leggendo il testo, mi pare che ci sia un'assenza importante, relativa a un ruolo incisivo del contratto nazionale: perché la funzione fondamentale del primo livello è stata, storicamente, quella di tutelare la distribuzione del reddito tra salari da un lato, e profitti e rendite dall'altro.
Un ruolo che si è fatto particolarmente urgente negli anni più recenti, dato che in base agli ultimi dati disponibili - dai rapporti dell'Fmi all'Ocse - negli ultimi 25 anni i salari hanno perso oltre l'8% rispetto a profitti e rendite, e un 3,5% se ci limitiamo al periodo dal '93 in poi, anno del primo accordo sulla contrattazione.
Stiamo parlando, con il 3,5%, di ben 50 miliardi di euro. Non basta, per recuperare quanto perso e tutelare un'equa redistribuzione, il semplice riferimento al «sostegno» e alla «valorizzazione del potere di acquisto», perché anche se quest'ultimo resta fermo e garantito, non vuol dire affatto che non possa peggiorare la disuguaglianza.
Non vedo altro strumento, a parte il contratto nazionale, per affrontare il peggioramento della distribuzione del reddito, e così mi pare strano che questa funzione non venga mai nominata.

Nel testo si introduce una novità: l'«inflazione realisticamente prevedibile». Che ne pensa?

Francamente non so cosa possa rappresentare. L'inflazione o c'è o non c'è.
Cioè, si misura dopo, ex post, perché è difficile prevederla, si può sbagliare per eccesso o per difetto.
Basti vedere quello che è successo con i prezzi alimentari, dico a livello mondiale, balzati in alto del 40-80% in soli sei mesi. Sono proprio quei beni che pesano di più sulle spese dei redditi bassi.

La riforma fa molto affidamento sul recupero di salario nel secondo livello. Lo crede possibile?

Ecco, leggo che il secondo livello dovrebbe dispiegarsi «in una molteplicità di forme: regionale, provinciale, settoriale, di filiera, di comparto, di distretto, di sito», ma mi chiedo innanzitutto come si faccia, volta per volta, a decidere quale sia il livello più adatto; si indica che dovrebbe individuarlo il contratto nazionale, «in termini di alternatività», ma vedo poco chiaro un ruolo quasi «ad personam» dei contratti nazionali.
Ma soprattutto non comprendocosa sia la funzione «accrescitiva» del secondo livello, in relazione ai 5 parametri: «produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia».
Sono criteri che possono voler dire tanto e nulla: con le moderne filiere, con le catene di produzione di valore che si sviluppano attraverso il mondo, come si fanno a stabilire i 5 parametri su base locale, di sito, di distretto? Forse, davvero, se si riuscissero a recuperare sull'intera filiera potrebbero avere un senso: ma è estremamente difficile dato che le componenti per l'automobile, gli elettrodomestici, l'elettronica, ma anche i servizi, ormai vengono da paesi lontani, con qualità, tempi di consegna e costi diversi.

Il testo infatti auspica una maggiore informazione, la possibilità di controllo di lavoratori e sindacati sui bilanci dell'impresa.

Sono rapporti da migliorare, ma oggi è davvero difficile reperire quelle informazioni. Per almeno due motivi.
Il primo è la cosiddetta «manipolazione dei prezzi di trasferimento», su cui c'è un'ampia letteratura: per dichiarare una bassa base imponibile, una società mette in bilancio di aver pagato certi prodotti a prezzi molto alti; salvo poi scoprire che ha acquistato da società del suo stesso gruppo; allo stesso modo, sempre legalmente, può dichiarare poco nel paese dove ha la sua sede principale, grazie al fatto che genera profitti in paesi dove ha delocalizzato.
Così non capisco come si possano avere i numeratori e i denominatori reali sulla «redditività» o la «produttività» delle aziende con cui voglio fare contrattazione di secondo livello.

Nel testo si parla anche di una maggiore conoscenza degli aspetti finanziari dell'impresa.

Ma con il sistema finanziario che sta andando a gambe all'aria in tutto il mondo, non so come si possa avere trasparenza.
Il testo prende atto della «finanziarizzazione dell'economia», ma invece di rincorrerla, io mi sarei aspettato espressioni quali:
«la finanziarizzazione dovrebbe essere contrastata a favore delle componenti propriamente produttive dell'industria».
Oggi anche esperti di finanza non di sinistra parlano di un sistema che va regolato da capo, tornando a Bretton Woods o anche prima.

Le regole sulla rappresentanza come le sembrano?

Mi sembra che valga la pena sperimentarle, quelle attuali portano spesso a confusioni da superare.
Piuttosto, mi pare che nel testo manchi una proposta contro la precarietà, a parte un fugace riferimento.
E dire che la situazione peggiora con grande velocità: gli ultimi dati emessi dal ministero del Lavoro, poco prima del passaggio da Damiano a Sacconi, parlano di un 70% di nuovi contratti precari, a fronte di un 55% negli anni 2005-2006.
E stiamo parlando delle comunicazioni obbligatorie delle imprese al ministero, non di generiche interviste a campione.

Per concludere, come vede la proposta di detassare gli straordinari del governo Berlusconi?

Mi sembra che si discuta tanto per avere a fine mese sì e no una trentina di euro in più, con costi notevoli per lo Stato.
A meno di non fare orari disumani, gli straordinari rendono in media 200 euro al mese: oggi sono tassati al 23-25%, dunque pago allo Stato 50 euro; se porteranno la tassa al 10%, pagherò 20 euro, guadagnandone 30.
Ma se poi devo tagliare su sanità, asili, scuole, mi accorgo che il lavoratore sarà il primo a pagare per i mancati servizi.
Io penso che ad aumentare i salari dovrebbero essere le imprese e non il fisco, comunque mi sembrano migliori le idee di sgravio generale su tutti i salari e le pensioni, sempre che non ci perdano poi i servizi sociali.( Il Manifesto 14 maggio 2008)

 

 

Questa Europa è contro i lavoratori

 

Nota stampa - Martedì, 13 Maggio 2008 - 12:02

Giorgio Cremaschi: "L'ossessione della Banca Europea contro i salari e le sentenze della Corte di giustizia a favore della precarietà del lavoro, chiariscono che questa Europa è contro i lavoratori."

"Ancora una volta la Banca Europea si esprime ai suoi massimi livelli contro l'aumento dei salari. In un momento nel quale i profitti crescono, così come le ingiustizie sociali e i salari, soprattutto in Italia, sprofondano, questa posizione è di un'iniquità sociale senza precedenti.
Tuttavia, questa dichiarazione ha un doppio pregio.
Da un lato chiarisce che in Europa l'attacco al contratto nazionale e alla contrattazione avviene nel nome del legame sempre più stretto tra salario e produttività. Per cui il documento Cgil, Cisl, Uil è solo un arretramento rispetto a quest'offensiva.

Inoltre questa presa di posizione ha il pregio di chiarire che l'Unione Europea che sinora si è costruita, è sempre più una diretta avversaria del mondo del lavoro.
La Banca Europea, con la sua ossessione contro i salari da un lato, le sentenze della Corte di Giustizia che distruggono i contratti nazionali dall'altro, dimostrano che l'Europa che si sta costruendo non è quella dei diritti, ma quella del mercato e della libertà d'impresa."

"Il movimento sindacale deve esplicitamente schierarsi contro questa costruzione europea, non in nome del nazionalismo o del regionalismo, ma in nome dello stato sociale e dei diritti contrattuali dei lavoratori, che sono uno dei più alti patrimoni del continente, patrimoni che la dissennata politica delle istituzioni comunitarie sta distruggendo."

"Questa Europa è avversaria dei lavoratori, se si vuole impedire la xenofobia e la guerra dei poveri nel continente, bisogna mettere in discussione alla radice la cultura e i poteri che governano oggi l'Unione."

Roma, 13 maggio 2008

Componenti del gruppo di gestione del sito: Giorgio Cremaschi, Jole Vaccargiu, Giorgia Calamita, Domenico Rizzuti, Luca Scacchi, Sergio Bellavita, Franco Losi, Carlo Carelli, Walter Tanzi, Paolo Grassi.
 

 

Dichiarazione di Giorgio Cremaschi

 

Nota stampa

Dichiarazione di Giorgio Cremaschi sulla sospensione di 6 mesi dalla Cgil della Segretaria generale della Fiom di Milano: "Un vergognoso atto di intimidazione politica che viola le regole e lo spirito della Cgil"

"Il collegio giudicante del Comitato di garanzia della Cgil Lombardia ha preso la decisione di sospendere per 6 mesi dalla Cgil la segretaria generale della Fiom di Milano, Maria Elvira Sciancati e per 4 e tre mesi altri tre dirigenti provinciali dell'organizzazione."

"La decisione viene resa nota oggi, singolarmente proprio poche ore prima dell'avvio di un Direttivo Nazionale che si preannuncia drammatico per il futuro della Cgil, e relativamente a fatti avvenuti il 10 maggio del 2007. Sostanzialmente la segretaria della Fiom di Milano è accusata di non aver cacciato da un'assemblea di delegati un lavoratore già espulso dalla Cgil."

"E' una sentenza priva di qualsiasi senso formale e chiaramente funzionale a un atto di intimidazione politica. E' gravissimo che nella Cgil le diversità e il dissenso politico si possano affrontare con metodi e forme che sono estranee alla cultura dell'organizzazione, neppure riscontrabili negli anni Cinquanta."

"Questo atto autoritario e ai limiti della violenza va respinto. Alla segretaria della Fiom di Milano e agli altri dirigenti sospesi va la nostra totale solidarietà e sostegno.

Se in Cgil c'è chi pensa di risolvere per via amministrativa i problemi di dibattito e confronto politico, se ne assumerà tutta la responsabilità di fronte agli iscritti e alla storia dell'organizzazione.

Intanto assumiamo la piena corresponsabilità delle decisioni della Fiom di Milano, in tutte le sedi."

Roma, 7 maggio 2008
 

 

 

Alitalia: giocare a carte scoperte e senza ipocrisia

 

dichiarazione di Fabrizio Tomaselli

coordinatore nazionale SdL intercategoriale

 

La scontata dichiarazione di Spinetta per cui  Air France non è obbligata ad acquisire Alitalia, descrive in modo chiaro e crudo il ricatto al quale sono sottoposti in queste ore i lavoratori: o accettate il dimezzamento del lavoro in Alitalia, oppure il fallimento. Una situazione che denunciamo da mesi e che ci ha portato ad una assurda trattativa con un singolo concorrente, a ridosso – guarda caso – del definitivo prosciugamento delle casse aziendali.

SdL intercategoriale, bollato da molti come sindacato irresponsabile perché a differenza di altri non firma piani industriali sballati, purtroppo trova oggi conferma alle posizioni di estrema prudenza e freddezza che dall'inizio ha mostrato nei confronti non di Air France, ma di questa specifica ipotesi di acquisizione dei francesi.

In questi giorni abbiamo registrato le posizioni e le dichiarazioni più assurde e contraddittorie.

Sindacati e Associazioni Professionali che hanno sponsorizzato acriticamente Air France e che ora dicono no perché gli esuberi tra i piloti sono aumentati da 300 a 500, come se le migliaia di esuberi previsti tra assistenti di volo e personale di terra foriguardassero invece lavoratori di serie B.

Partiti che utilizzano la tragedia di Alitalia per fini elettorali e che dimenticano che in questi anni hanno contribuito al declino dell'azienda facendola diventare un carrozzone pieno di clientele e di pressapochismo industriale.

Governi e forze politiche che, al contrario di altri paesi europei, non hanno mai realizzato una riforma del trasporto aereo, accusando poi i lavoratori di essere dei privilegiati, facendo costruire aeroporti sotto casa dei vari esponenti politici od obbligando Alitalia ad atterrare in improponibili aeroporti per chissà quali oscuri motivi, favorendo le low cost e una gestione del settore che non ha assolutamente nulla di industrialmente valido.

Dal centro-sinistra assistiamo ad un attacco senza precedenti all'unità aziendale ed ai diritti di chi lavora, mascherato dalla necessità di salvare Alitalia, senza dire però che questa situazione è stata teleguidata da mesi, se non da anni, da Prodi e Padoa Schioppa.

Stesso comportamento da parte del centro-destra che è egualmente responsabile e che utilizza la bandiera della difesa di Malpensa, dimenticando però che lo sconquasso del trasporto aereo italiano deriva in gran parte dall'assurdo ed irrazionale  sistema aeroportuale italiano, primo fra tutti quello lombardo che da anni è stato da loro alimentato senza alcun criterio industriale.  

E allora diciamo basta con l'ipocrisia: il mondo politico ed istituzionale italiano ha creato le condizioni disastrose di Alitalia ed esso deve assumersene le responsabilità politiche e sociali. 

Che si intervenga in modo chiaro per costruire una vera alleanza con Air France che non sia una resa senza condizioni ed un massacro per i lavoratori e per il Paese, oppure si trovino vie alternative.  

Non ci interessa quali possano essere le alternative valide, non ci interessano le preclusioni di carattere europeo e formale, non ci interessa neanche che cosa dice la borsa ed il “mercato”.  

O la politica è in grado di costruire un percorso valido e di rilancio che non cancelli Alitalia ed il trasporto aereo, oppure che si abbia la decenza di dichiarare senza ipocrisia il proprio disinteresse. Tutti devono però essere certi che i lavoratori sapranno difendersi come mai hanno fatto in questi anni e che si dovranno prevedere ulteriori centinaia di migliaia di non elettori per il 13 e 14 aprile. 

19 marzo 2008

 

 

Un anniversario particolare

di Eleonora Martini
 

Roma. La partita, tutta politica, recentemente riaperta sul corpo delle donne trova gioco facile se il terreno è quello di sempre. Subalternità, esclusione, precarietà nella vita come nel lavoro, dispari accesso alle opportunità e al trattamento salariale, soprusi, violenza: condizioni su cui evidentemente non hanno inciso a sufficienza cento anni di lotte e di conquiste. È questo che hanno voluto dire ieri a Roma, nel loro specifico, le tante donne che hanno partecipato al corteo organizzato da Cgil Cisl e Uil per celebrare il centenario dell'8 marzo. Sono passati vent'anni dall'ultima iniziativa sindacale unitaria in favore delle donne. Certo, molta acqua è passata da quel giorno in cui il proprietario di una industria tessile di New York sbarrò le vie d'uscita alle sue operaie che protestavano per le disumane condizioni di lavoro e che morirono, in 129, nell'incendio che si sviluppò poco dopo. Eppure a guardare la manifestazione nazionale di ieri - 30 mila secondo gli organizzatori, di cui non più della metà erano donne, quasi tutte pensionate e pochissime giovani - si aveva l'impressione che questo sindacato sia stato ben poco trasformato dalla presenza e dalla politica femminile. Non che ci si aspettasse un corteo autorganizzato di donne, ma quello partito da Bocca della verità e giunto dopo un breve tragitto nel primo pomeriggio a Piazza Navona dove si è dissolto tra le frotte di turisti, non rappresentava bene neppure il peso delle donne nel mondo del lavoro.
«Ve volete mette dietro a 'sto striscione?», urlano gli uomini dell'organizzazione alle «ragazze» che mansuete si fanno dirigere. Sfilano le donne e gli uomini del tessile, metalmeccanici, postali, pubblica amministrazione, pensionati. Provengono da tutto il Paese. Mentre dal grande palco allestito a piazza Navona, sul quale campeggia la scritta «Lavoro, libertà di scelta, sviluppo, qualità della vita», i primi a prendere la parola sono i tre segretari Epifani, Bonanni e Angeletti. Dopo di loro, un'entusiasta ministra delle Pari opportunità Barbara Pollastrini, e alcune donne che portano le loro testimonianze di vita e di lavoro, accuratamente scelte in un ventaglio di età ed esperienze che non trova rispondenza nel corteo. «Più c'è lavoro per le donne e più il Paese cresce ma noi siamo penultimi in Europa, abbiamo perso troppo tempo», dice Epifani. Che constata: «lo stipendio delle donne viene considerato ancora un reddito aggiuntivo a quello familiare». I tre segretari parlano di «maternità e paternità consapevole», di violenza maschile e di mercificazione del corpo delle donne. Ma non mettono il dito nella piaga.
È dal corteo, per la maggior parte silenzioso e con pochissimi slogan, che si levano le uniche voci contro gli attacchi alla legge 194 e alla responsabilità delle donne, e contro il neo fondamentalismo cattolico. Le poche ragazze e ragazzi presenti ballano attorno all'unico piccolo sound system della Cgil romana dedicato al tema dell'aborto. Per il resto famiglie e nonne - «le attiviste più giovani sono troppo impegnate in questo periodo di elezioni e quindi hanno mandato noi nonne», spiega una giovanile pensionata arrivata dal Friuli con un autobus pieno di donne della sua età - si godono la bella passeggiata romana. Poche le associazioni femminili, qualche consultorio, la redazione di Noi Donne. Nessuna traccia di immigrate organizzate. Le lavoratrici dell'Electrolux di Firenze sono venute numerose perché «vogliono chiuderci lo stabilimento e la metà dei 450 operai sono donne». Senza lavoro a 37-38 anni, spiegano, non c'è libertà, né autodeterminazione. E «perfino le aggressioni al corpo delle donne possono sembrare in fondo secondarie».
«Gli attacchi ormai sono talmente tanti che le donne si devono difendere da tutti. Anche dal sindacato - accusa Angela, sindacalista Fiom di Pisa, sulla quarantina - anche da noi si sono donne capaci e sapienti ma non emergono perché gli uomini non rinunciano al loro potere. Per riuscire ti devi mascolinizzare». «Fino a 15 anni fa le donne lavoravano insieme dentro il sindacato, si confrontavano, si prendevano i loro spazi - aggiunge Valeria, 57 anni, segretaria Filtea-Cgil di Novara - oggi tutto è cambiato forse perché non siamo riuscite a dialogare con le più giovani. In Piemonte avevamo costruito esperienze importanti come "Sindacato donna" che però è naufragato, fallito». «Cosa ne abbiamo fatto della sorellanza?», si chiede Rosalba, storica femminista di Pisa. «È ovvio che l'elaborazione del movimento femminista è più avanti - argomenta Susanna Camusso, segretario generale Cgil Lombardia - però non possiamo cogliere l'importanza di un'iniziativa sindacale le cui parole d'ordine sono libertà di scelta e autodeterminazione». «Siamo venute a Roma sull'onda emotiva del centenario - racconta Valeria, anche lei di Novara - ma ora che siamo qui ci siamo pentite: forse era meglio partecipare al corteo cittadino indetto dalle femministe e lesbiche».(Il Manifesto 9 marzo 2008)

 

100 anni di 8 marzo

 

 

In occasione del centenario della giornata internazionale della donna, si svolgerà a Roma una grande manifestazione unitaria CGIL, CISL e UIL per la giornata dell’8 Marzo.

Da questa iniziativa si avvierà un lavoro finalizzato alla costruzione della Piattaforma di genere Unitaria.

La manifestazione si terrà a Roma, in Piazza Navona alle ore 15.30 e sarà preceduta da un corteo che partirà da Piazza Bocca della Verità alle ore 14.00, con concentramento alle 13.30.

Parteciperanno a questo evento i Segretari generali di CGIL, CISL e UIL, alcuni rappresentanti dei sindacati internazionali nonché donne lavoratrici e pensionate che porteranno le loro testimonianze.

In questo momento particolare in cui si tenta, nel nostro Paese, di strumentalizzare l’autodeterminazione delle donne e la loro libertà, chiediamo a tutte le donne e a tutti gli uomini di partecipare in massa a questo importante appuntamento.

 

 

 

La piaga degli infortuni

Pagliarini: «Bene l’iniziativa Cgil e mi rammarico del silenzio delle imprese»

q-sicurezza_lavoro Il numero crescente degli incidenti sul lavoro è diventato una vera e propria emergenza nazionale e i dati statistici ufficiali dell'Inail (circa un milione l’anno) rilevano soltanto una parte, seppur considerevole, di un fenomeno che è ben più grave

E' quanto emerge da uno studio dell'Inca-Cgil che spiega come le statistiche fornite dall’Inail, non tengono conto degli incidenti che si verificano nel lavoro nero, degli eventi che vengono fatti passare come malattia e degli infortuni che riguardano lavoratori non assicurati all’Istituto nazionale per gli infortuni sul lavoro.
«Se si riuscisse a superare le barriere scientifiche di indagine statistica, il bilancio del fenomeno degli infortuni in Italia sarebbe ben più grave» afferma l'Inca che ha lanciato una campagna di informazione e prevenzione sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro dal titolo «Lavoro insicuro? Vincano i diritti».

«L’unico modo per arrivare alla “vittoria dei diritti”, come la definisce l’Inca-Cgil, sull’emergenza-morti bianche consiste nell’elaborazione e nella pratica di iniziative condivise capaci di tenere assieme prevenzione e repressione, intervento legislativo e misure sul terreno sociale». Ad affermarlo è Gianni Pagliarini, presidente della commissione Lavoro a Montecitorio.
«Con questo spirito – prosegue l'esponente del Pdci - governo e Parlamento hanno definito lo scorso agosto la legge 123 e in questa direzione va il rinnovato impegno della Cgil attraverso la campagna presentata oggi.

Pagliarini denuncia che «i numeri degli infortuni sul lavoro sono assolutamente allarmanti: nelle nostre fabbriche e nei nostri cantieri continuano a morire circa quattro persone al giorno, anche se rispetto al passato si registra una maggiore attenzione al fenomeno da parte delle istituzioni – pensiamo all’impegno in prima persona manifestato dal Capo dello Stato – e dei mass media. Mentre plaudo all’iniziativa della Cgil, mi rammarico dell’ostinato silenzio del sistema delle imprese. Sarebbe bene che Confindustria e il suo presidente piuttosto che continuare ad esternare sui mali della politica, iniziassero a dare un’occhiata su quanto accade a casa loro, a proposito della mancata prevenzione in materia di sicurezza».(La Rinascita della sinistra online 4 febbraio 2008)

 

Alle compagne e ai compagni della Rete28Aprile

di Giorgio Cremaschi

Care compagne e cari compagni,
la crisi del governo Prodi apre una fase politica e sociale completamente diversa. Purtroppo questa crisi conferma tutti i nostri principali giudizi negativi sulla politica economica del governo e quelli sulla debolezza e gli errori dell'iniziativa sindacale confederale e, in particolare, della Cgil.
E' necessaria una nostra riflessione collettiva per approfondire tutta la portata di quanto è avvenuto.
Essa avverrà nelle riunioni dei Gruppi di continuità nazionali, di categoria, di territorio. Ma intanto sento necessario farvi avere queste mie schematiche considerazioni.

Dopo due anni di governo Prodi è molto probabile il ritorno al governo del centrodestra, senza chesia stata modificata davvero alcuna delle leggi o alcuno dei provvedimenti presi dal governo Berlusconi, che si ritroverà intatta tutta la legislazione sociale e istituzionale da lui varata. Nel frattempo questi due anni hanno accresciuto la sfiducia dei lavoratori e hanno creato un clima di depressione, mentre peggioravano brutalmente le condizioni di vita.
Sul piano contrattuale, ci troveremo di fronte a una crescente offensiva contro il contratto nazionale, ai diritti e alle condizioni di lavoro, nel nome della flessibilità e della produttività, che, a questo punto, avrà a fianco a sé un governo di centrodestra.
Potremo dire, in sintesi, che la politica del meno peggio, per paura del ritorno di Berlusconi, ha portato al peggio e al probabile ritorno di Berlusconi.

Si apre una fase diversa, nella quale tutto verrà messo in discussione e il sindacato confederale e la Cgil saranno messe di fronte alla scelta se piegarsi brutalmente a una linea aziendalista e corporativa o se riprendere il conflitto sociale.
E' difficile che la Cgil possa scegliere questa seconda via senza rivedere profondamente scelte, pratiche, strutture, gruppi dirigenti.
Pur con le sue esigue forze la Rete28Aprila ha rappresentato in questi due anni un elemento di rigore e sincerità nella vita politica della Cgil; riteniamo quindi che sia il momento di dare maggior forza alla nostra Rete e di prepararci agli impegni duri e difficili che avremo di fronte.
Per questo l'iniziativa della Rete nei prossimi giorni dovrà riprendere ovunque, riorganizzando partecipazione ed esperienze, verso l'assemblea nazionale che dovrà essere a, questo punto, un grande appuntamento per iniziare a costruire la risposta sociale, politica e contrattuale alla sconfitta del centrosinistra e della politica sindacale del governo amico.
Mi sento in queste giornate di chiedere alle compagne e compagni il massimo di disponibilità e generosità, in vista dei tanti appuntamenti e impegni che avremo di fronte.

Cordiali saluti. (25 gennaio 2008)

 

Dichiarazione di voto al Comitato Centrale Fiom

di Giorgio Cremaschi

Care compagne, cari compagni,
nell’esprimere il mio giudizio negativo sull’ipotesi conclusiva per il rinnovo del contratto nazionale Federmeccanica non voglio, in alcun modo, mettere in discussione l’importanza della vertenza e della lotta condotta, né l’impegno e i sacrifici di migliaia di lavoratrici, lavoratori. Semplicemente ritengo questa conclusione non accettabile per i seguenti motivi, alcuni dei quali già annunciati nel Comitato Centrale del 19 gennaio, che definì il mandato conclusivo per chiudere, altri in quello del 7 gennaio, che definì nuovi punti di caduta dell’organizzazione, nonché in precedenti riunioni.
Ritengo infatti che:

1 – Questo accordo sia segnato dallo scambio salario-flessibilità. Si può sostenere che lo scambio è meno pesante di quello che pretendeva Federmeccanica e che su questo hanno inciso le lotte, cosa sicuramente vera, ma resta il fatto che questo scambio viene accettato con l’aumento sostanziale di due giornate di lavoro all’anno, una nella forma più dura dello straordinario obbligatorio, l’altra in quella più leggera dello slittamento di un anno del diritto a una giornata di riposo. Nella piattaforma c’era un solo mandato esplicito al sindacato, quello ad estendere la flessibilità oltre alla stagionalità anche ai picchi produttivi. Anche questo punto è stato parzialmente corretto, aggiungendo la possibilità, previo accordo con le Rsu, di trasformare la flessibilità in straordinario. Nella sostanza abbiamo allargato gli orari e le flessibilità a disposizione delle aziende, per avere il contratto. E’ un’impostazione contrattuale che nel 2006 fu esplicitamente respinta. Questo è il mio principale punto di dissenso, anche perché questa impostazione può aprire la via a ulteriori scambi tra salario, flessibilità, produttività, condizioni di lavoro, sia a livello nazionale che a livello aziendale.

2 – Sui punti fondamentali della piattaforma, e in particolare su inquadramento unico e mercato del lavoro, i risultati sono magrissimi e, in un caso, anche controproducenti.
Sul mercato del lavoro il risultato quasi inconsistente è determinato dall’accordo del 23 luglio 2007 che, nella sostanza, viene recepito nel contratto. Questo rende più comprensibile il magro risultato. Sull’inquadramento unico, invece, la rinuncia alla richiesta sindacale, pure con il rinvio a una commissione, comporta il risultato negativo dell’introduzione della 3 ERP (o 3 più), che non rappresenta un passo avanti ma, invece, corre il rischio di essere un vero e proprio blocco all’evoluzione dal 3° al 4° livello per i lavoratori addetti alla produzione di massa. Ci sono risultati positivi sul piano delle relazioni sindacali e dell’ambiente e sicurezza, ma occorre anche sottolineare che essi traducono sostanzialmente provvedimenti di legge: dove c’era una richiesta sindacale autonoma, complessivamente non siamo passati.

3 – Sulla parità normativa operai-impiegati, richiesta dalla Federmeccanica e non dalle organizzazioni sindacali, ci sono penalizzazioni e un’ingiustizia. Si aumenta il periodo di prova per gli operai, la parificazione delle ferie per gli operai maturerà tra 10 anni per avere un giorno e tra 18 per la settimana in più. Quindi in tempi contrattualmente irrilevanti. Ma, soprattutto, c’è la penalizzazione salariale per gli operai nuovi assunti, o per gli operai che si licenziano e cambiano lavoro, che riceveranno 11 ore e 10 minuti in meno di retribuzione all’anno, pari circa a 110 euro.

4 – Sul salario abbiamo accettato il prolungamento di 6 mesi della durata, aumentando sì l’uscita finale da 117 a 127 euro, ma con un sistema di scaglionamenti insufficiente perché per un anno l’aumento è solo di 60 euro al 5° livello e nei due anni di durata formale del contratto, da luglio 2007 a luglio 2009, l’aumento è di 97 euro al 5° livello e ancora meno per il 3°. Ritengo che un risultato salariale insufficiente avrebbe potuto giustificarsi senza scambi sulle flessibilità, ma invece non lo sia con quelle concessioni sugli orari.

In sintesi penso che una conclusione migliore sarebbe stata possibile, puntando già tempo fa sulla partecipazione e sul coinvolgimento diretto dei lavoratori nel rifiuto dello scambio salario-flessibilità. Purtroppo questa diversa impostazione della fase decisiva della vertenza è stata scartata nella nostra discussione interna.
Ritengo che, concluso il referendum, ci debba essere necessariamente una discussione nel gruppo dirigente della Fiom e anche una verifica di linea contrattuale. Considero troppo importante la conclusione del contratto nazionale per minimizzare il senso del mio dissenso, e non sono certo interessato a discutere in termini di collocazione personale.
Anche per questo ho rimesso al Segretario generale la mia responsabilità sull’Ufficio sindacale, che oggi ritengo incompatibile con una conclusione contrattuale che non condivido. Credo che sia necessario che la Fiom dica con chiarezza se questo contratto segna una svolta, rispetto alla linea decisa in questi anni di rigidità sulle condizioni di lavoro, oppure se è un incidente di percorso. Quello che non si può fare è negare la portata di una conclusione fondata su un modello di scambio che nel passato abbiamo respinto.

FIOM NAZIONALE  Roma, 24 gennaio 2007

 

 

Metalmeccanici in sciopero

Tibaldi: «È ora di passare dalla parole ai fatti. Il contratto va chiuso nei prossimi giorni»

A Torino lo striscione con la scritta «Tutti insieme» della Bertone e quello della ThyssenKrupp listato a lutto aprono il corteo dei circa 8000 lavoratori metalmeccanici da troppo tempo in attesa del rinnovo del contratto.In Lombardia oltre 11.000 lavoratori stanno bloccando le principali arterie autostradali mentre 40.000 sono complessivamente coloro che hanno aderito allo sciopero; a Genova in 500 hanno bloccato la stazione ferroviaria di Genova Brignole; a Bergamo il blocco è sull’A4; a Cagliari in 300 stanno facendo un sit-in sotto la sede di Confindustria.
Altissima anche l’adesione in Friuli Venezia Giulia. Da Milano a Palermo, da Ancona a Mestre la richiesta è una sola «Contratto subito». Secondo i sindacati l’adesione allo sciopero a livello nazionale è di circa l’80%, molte aziende sono completamente vuote, nelle fabbriche del Nord è tutto bloccato. Forse i numeri di questa mattina saranno utili nell’incontro che si terrà alle 14,30 tra i segretari generali saranno e la Federmeccanica per la ripresa della trattativa con per trovare un accordo entro il 15 gennaio.
«L'altissima adesione allo sciopero e le manifestazioni che in alcune realtà, soprattutto del nord, hanno visto anche il blocco della circolazione, sono il segnale che il livello di esasperazione dei lavoratori metalmeccanici, che non riescono a rinnovare il contratto di lavoro a causa dell'intransigenza di Federmeccanica, è arrivato ad un punto limite». Lo ha dichiarato il senatore Dino Tibaldi, responsabile Lavoro del Pdci. «È ora di passare dalla parole ai fatti. Il contratto – prosegue Tibaldi - va chiuso nei prossimi giorni, così come le disponibilità che il Governo ha manifestato in questi giorni devono trovare risposte concrete nel giro di poche settimane».(la Rinascita della sinistra online 11 gennaio 2008)

80% l' adesione allo sciopero generale

 

Roma, 11 gen. (Adnkronos)- E' di oltre l'80%, secondo fonti sindacali, l'adesione allo sciopero generale proclamato da Fim, Fiom e Uilm a sostegno della vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Molto alta anche l'adesione alle manifestazioni e ai presidi, organizzate nelle diverse città italiane.

"E' andata bene. Speriamo che serva", commenta il leader della Fim, Giorgio Caprioli. La trattativa con Federmeccanica entrerà a breve "in una fase decisiva". D'ora in poi sul tavolo ci saranno i nodi cruciali della vertenza, salari, mercato del lavoro e orario ma l'appuntamento, previsto originariamente per le 14, è slittato alle 18. Una 'pausa di riflessione' necessaria perché "ciascuno faccia le proprie riflessioni e poi si torni al negoziato".

"Se Federmeccanica ricompone le sue divisioni forse il contratto si può fare - sottolinea il segretario provinciale della Fiom, Giorgio Airaudo - viceversa, se non si chiuderà entro pochi giorni, sarà necessario uno sciopero generale con una manifestazione nazionale di tutti i metalmeccanici. Non possiamo fare compromessi sui salari e disporre aumenti strutturali di orario, serve -ha concluso- una norma che riduca la precarietà sul lavoro".

Cinquemila lavoratori, secondo il sindacato, hanno partecipato questa mattina a Torino al corteo, partito da Porta Susa, organizzato da Fim, Fiom e Uilm. Rappresentanti della Bertone e della Thyssen Krupp hanno preso la parola in piazza Castello a Torino, dove si è concluso il corteo promosso dai sindacati nell'ambito delle otto ore di sciopero proclamate a livello nazionale.
Per la Bertone ha preso la parola Pino Viola che ha ribadito: "Vogliamo avere un posto di lavoro, non assistenza. Rivolgiamo la nostra dignità e senza lavoro non c'è dignità". Subito dopo è stata la volta di Vincenzo Di Pasquale, rsu Thyssen che dopo aver ricordato i sette operai rimasti uccisi nel rogo sviluppatosi nella notte del 6 dicembre, ha sottolineato: "Vogliamo il contratto subito perché non riusciamo arrivare non alla terza ma alla seconda settimana del mese".

A concludere la manifestazione è intervenuto a nome di Fim, Fiom e Uilm Bruno Vitali della segreteria nazionale Fim che ha ripercorso le fasi della trattativa ribadendo che: "Non siamo disponibili a fare sconti sui soldi né ad aumentare l'orario di lavoro e vogliamo raggiungere un punto di equilibrio accettabile sulla normativa che vogliamo rendere in linea con i tempi".

Intanto, questa mattina, in alcuni tratti della rete Autostrade per l'Italia, si sono registrati disagi alla circolazione per la manifestazione dei metalmeccanici.

Al termine delle manifestazioni il traffico è tornato regolare sull'intera rete di Autostrade per l'Italia. Rimangono rallentamenti sull'A8 all'altezza del bivio con l'A9 e l'A4 e sull'A4 verso Venezia tra Trezzo e Capriate e tra Ospitaletto e Brescia.
Sul fronte politico, la segreteria nazionale del Prc, riunita oggi a Roma, ribadisce che la chiusura dei contratti nazionali di lavoro aperti, a cominciare da quelli dei metalmeccanici, del pubblico impiego e del commercio, sono "la priorità per una prima risposta all'emergenza salariale e all'attacco di Confindustria nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori italiani".

 

 Contro la precarietà e i tetti salariali,

per il lavoro "buono", salari dignitosi ed una reale redistribuzione

del reddito

 

dichiarazione di Fabrizio Tomaselli  coordinatore nazionale SdL intercategoriale

Nel merito del confronto e della trattativa generale tra le forze politiche della maggioranza ed il governo, che interessa anche Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confindustria, SdL intercategoriale esprime forte preoccupazione sul metodo adottato e sul merito di quanto sta emergendo.

In particolare è inaccettabile che il confronto coinvolga esclusivamente i sindacati “confederali” ed escluda tutte le altre forze sociali, compreso il Sindacalismo di Base che rappresenta ormai una forte realtà nel Paese. Sul merito, SdL ribadisce la più ferma opposizione a misure che apportano un lieve incremento in busta paga attraverso la riduzione del carico fiscale e contestualmente riducono spesa e stato sociale proprio per finanziare la riduzione delle tasse. Tutto ciò per non far pagare ed anzi favorire le imprese. Infatti, oltre a non rappresentare una ridistribuzione di risorse dalla rendita finanziaria e dalle aziende ai lavoratori ed alle famiglie, tali misure favoriscono di fatto la definizione dei contratti di lavoro scaduti ed in discussione in questi giorni, che vedranno di fatto contabilizzati come aumenti sia le quote direttamente sborsate dalle imprese, sia quelle che lo Stato metterà a disposizione attraverso la riduzione delle tasse. I lavoratori, infine, pagheranno tutto ciò attraverso aumenti della produttività, aumento della precarietà e minori servizi sociali.Quello che invece chiediamo e soprattutto chiedono i lavoratori, sono incrementi retributivi reali che non inficino la spesa sociale, lavoro buono e non lavoro sempre più precario, una redistribuzione del reddito nazionale che finalmente non penalizzi il lavoro e che invece colpisca le rendite finanziarie che in questi ultimi anni hanno incamerato miliardi e miliardi di euro senza produrre alcun beneficio per i cittadini e per il Paese.Roma 11 gennaio 2008

 

 

Vittime di una sola morale

 

di Susanna Camusso*

Nessuno tocchi Caino, nessuno sparga il sangue di Abele, sembra un dibattito surreale; ma si può dirlo anche così: le donne sono come il boia di Stato, ed allora il surreale si trasforma nella cognizione che il tema è come, ancora una volta, colpire la libertà femminile, quella che scardina il teorico ordine "naturale" delle cose, ovvero il monopolio maschile sulla scena pubblica che, tra l'altro, relega le donne a contenitore per la riproduzione.

Tutti gli attori di questa nuova scena della tragedia che si ripete sanno che per l'opinione pubblica, i cittadini del nostro paese la 194 è legge intoccabile; allora perché ci si riprova? Perché più sale il tono dell'attacco più si risponde con un balbettio confuso, scomposto, che suona a giustificazione, non a limpida affermazione della laicità dello Stato e dei diritti civili?

Perché la politica regisce sempre con due sole modalità: o il proditorio attacco ad un percorso politico, quindi non il merito, ma gli schieramenti e la loro articolazione, o la ricerca di quali mediazioni fare, perché non avranno tutte le ragioni ma un po' bipartisan, un po' disponibili ai temi "eticamente sensibili" bisogna esserlo.

Si cancella il soggetto dell'attacco: la libera scelta, e si torna su un terreno più congeniale quello che mostra il pericoloso vuoto di oggi, non c'è un orientamento sui temi della libertà di, ovvero dei diritti di cittadinanza. Dov'è il pensiero della politica laica, progressista, liberale, di sinistra, comunque la si voglia definire? Non vale la fuga del dire non servono le leggi anzi, le leggi garantiscono la libera scelta e rendono agibili per tutte e tutti i diritti.

Eticamente sensibile è diventato sinonimo di colpevolizzazione di qualcuno: le donne, i gay le lesbiche o i trans, di chi rifiuta l'accanimento terapeutico, di chi convive; l'etica è una sola, la coscienza dei singoli è incoscienza, la libertà viene negata perché urta la sensibilità di uno dei pensieri che popolano la nostra società plurale.

Diritto di scelta (preferisco libertà di scelta) viene contrabbandato come dovere, perché di doveri ha bisogno la Verità rivelata, d'altronde la devozione e il credo sono il fine. Quante volte sentiamo la frase "aiutare a decidere" e quanto ricorda l'idea che da sola non puoi, quanto ricorda "partoriraii con dolore", il dovere e la colpa!

Dove sono la laicità, la pluralità, i diritti di cittadinanza? Spariscono di fronte a uno o due voti che fanno la differenza in Senato o sono spariti nell'essere ogni volta arretrati a cercare un'unica morale collettiva, la sensibilità etica che pure non versa lacrime per le vittime di violenza sessuale, ma implora come vita quella che verrà solo se una di noi la porterà in grembo.

È la differenza tra soggetto e oggetto, è il coraggio di dichiararci soggetti, è il dovere della politica di vederci e riconoscerci come tali e di dire che il vulnus è l'articolo 1 della legge 40, il vulnus è non conoscere e dare senso alla parola libertà.(AprileOnline 8 gennaio 2008)

*Segretario Generale CGIL Lombardia