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Formazione politica |
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I mercenari della Nato esaltati come "liberatori" dalla stampa asservita agli interessi imperialisti, comandati da uno dei più efferati terroristi di Al Qaida, Abdul Hakim Belhadj, assassino che ha operato in tutto il mondo per conto della Cia, stanno commettendo carneficine, saccheggiano tutto, uccidono a mani legate i prigionieri. Sette punti sulla guerra contro la Libia di Domenico Losurdo su domenicolosurdo.blogspot.com del 27/08/2011 Ormai persino i
ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta
avvenendo in Libia:
Tripoli cade, affogata in un bagno di sangue
“Avante”,
settimanale del Partito Comunista Portoghese
Nota del traduttore
In Libia la barbarie, non un trionfo!
su www.oltre-confine.it del 22/08/2011
A quando la mobilitazione contro la barbarie dell'aggressione Nato alla Libia?
di Mauro Gemma su l'Ernesto Online del 19/08/2011
Da qualche
tempo ormai, i media di casa nostra si limitano a trasmettere resoconti
che testimonierebbero (come al solito facendo riferimento a fonti, la
cui attendibilità è difficilmente verificabile) dell'imminente sconfitta
definitiva del regime di Tripoli. Il bombardamento propagandistico, come
quello che a colpi di resoconti truci e filmati truccati sulle presunte
violenze dei “lealisti” libici (smentiti in seguito anche da
organizzazioni umanitarie come Amnesty, non sospettabili di simpatie
gheddafiane) servì nel febbraio scorso a offrire gli argomenti per
l'intervento militare occidentale contro Gheddafi, si è spostato,
evidentemente con gli stessi propositi, contro la Siria, in questo
momento oggetto di una vera e propria aggressione dall'esterno, tesa a
impedire il processo di riforme politiche annunciate dal governo di
Damasco e a provocare il rovesciamento violento di Bashar Assad da parte
di forze che invocano apertamente l'intervento delle potenze
imperialiste.
Una nuova operazione coloniale contro la Libia di Domenico Losurdo
Intervista a Domenico Losurdo di Sara Milazzo su l'Ernesto Online del 24/11/2010 La controrivoluzione di fase e l'esigenza sociale e politica della ricostruzione del Partito Comunista
Siamo ad
Urbino, con il professor Domenico Losurdo, ordinario di storia della
filosofia presso l’università “Carlo Bo” di Urbino, filosofo di fama
internazionale e presidente dell’associazione
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Le basi economiche del federalismo leghista Relazione per il convegno dell’Associazione Marx XXI “Neoliberismo e attacco alla Costituzione” di Domenico Moro 1. I tre squilibri dell’Italia Parlare di federalismo vuol dire parlare della Lega, in quanto la tematica del federalismo è strettamente intrecciata con la storia di quel partito. Inoltre, la Lega è centrale nel discorso sull’attacco alla Costituzione, perché il partito di Bossi è una delle forze politiche maggiormente eversive dell’assetto istituzionale derivante dalla Legge fondamentale del ’48. Difatti, la Lega cresce in concomitanza con la fine della Prima Repubblica, affermandosi al Nord all’inizio degli anni ’90 parallelamente al disfacimento di DC e Psi, sotto i colpi prima del collasso del sistema clientelare, a causa dell’abnorme rigonfiamento del debito pubblico, e poi delle inchieste di “mani pulite”. Ad ogni modo, il partito di Bossi, è oggi il più vecchio tra i partiti presenti in Parlamento e rappresenta una delle storie di maggior successo politico degli ultimi venti anni, per certi versi maggiore del berlusconismo stesso. Nel 1994 nella prefazione a Il grande camaleonte di Giovanna Pajetta, Gad Lerner sosteneva che la Lega fosse destinata ad essere assorbita dalla Lega “buona”, Forza Italia, appropriatasi di molte tematiche, a partire dall’antipolitica, tipiche del leghismo[1]. Poche previsioni sono risultate meno azzeccate: sedici anni dopo la Lega non solo esiste ma è divenuta un alleato ancora più indispensabile per Berlusconi, sul quale è in grado di esercitare un notevole potere di ricatto. Alle elezioni europee del 2009 si è assistito ad un travaso di voti dal Pdl alla Lega che alle regionali del 2010 è diventato emorragia, portando la Lega da meno di un terzo a circa la metà dei voti del Pdl. A questo va aggiunto che nel 2009 e ancor più nel 2010 la Lega sembra aver sfondato la linea del Po, penetrando nelle regioni “rosse”, in Emilia, nelle Marche e persino in Toscana, specie nel pisano e a Prato, dove ha contribuito all’elezione del primo sindaco di destra dal dopoguerra. Capire cosa è la Lega e quali siano le basi del suo successo è, dunque, fondamentale. Eppure, troppo spesso l’analisi del leghismo si è ridotta ad invettiva basata su questioni secondarie, di immagine e di facciata, complice il camaleontismo politico ed ideologico ed il gusto per la provocazione mediatica tipico dei suoi leader. Bisogna, invece, andare dietro la facciata e capire quali sono le ragioni strutturali del suo successo. Tali ragioni risiedono nella capacità leghista di investire con propaganda e programma politico le questioni di fondo del nostro Paese, sebbene le risposte che prospetta siano non solo reazionarie ma soprattutto incapaci di risolvere alcunché. In particolare, l’affermazione del leghismo affonda le sue radici sui tre maggiori squilibri che caratterizzano il nostro Paese:
A) L’enorme divario economico tra Nord e Sud. Sebbene anche in altri Paesi a “capitalismo maturo” esistano aree più sviluppate e aree più arretrate, l’Italia si caratterizza sia per una più acuta differenziazione sia per la divisione che, quasi con precisione chirurgica, la spacca geograficamente in due parti. A questo proposito, basti confrontare le due regioni più popolose del Nord e del Sud, Lombardia e Campania. Fatto indice 100 il Pil pro capite della Ue a 27, quello lombardo nel 2006 era pari a 135,1, posizionandosi al 26° posto in Europa, quello campano era pari a 66,9, collocandosi appena al 222° posto[2]. Mentre la maggior parte della regioni del Centro-Nord si posizionano al livello delle regioni più ricche del cuore della Ue, il Sud si situa all’estremo opposto della scala. Si tratta del maggiore squilibrio della società italiana e probabilmente uno dei maggiori freni all’economia nazionale. La cosa più grave, inoltre, è che dopo un periodo, tra gli anni 70 e i primi 90, in cui, grazie all’intervento delle partecipazioni statali, il differenziale si ridusse, nel 2008 il peso dell’economia meridionale su quella nazionale è tornato ad essere identico a quello del 1951 (23,9%). È proprio a seguito dello smantellamento dell’intervento statale in economia, all’inizio degli anni 90 che il Meridione ha interrotto la convergenza, peggiorando la sua condizione relativa rispetto al Centro-Nord.
B) Il sovradimensionamento della piccola e media impresa (Pmi). L’economia italiana si caratterizza per una maggiore incidenza della microimpresa nella struttura manifatturiera ed economica rispetto agli altri Paesi avanzati. Mentre in Italia ci sono 430mila imprese tra 1 e 9 addetti, in Francia ce ne sono 212mila, in Spagna 173mila e in Germania appena 118mila. Il proliferare della piccola impresa è un effetto sia dell’arretratezza di alcuni settori sia dell’applicazione particolarmente massiccia del toyotismo, basato sulla pratica del subappalto, allo scopo di piegare la resistenza dei lavoratori e risolvere la sovraccumulazione di capitale. In effetti, la grande impresa non è sparita, bensì si è riorganizzata segmentando pezzi del processo produttivo sul territorio in una miriade di piccole imprese fornitrici, spesso monoclienti e quindi subalterne. La particolarità della struttura industriale italiana ha inciso anche sulla composizione della classe operaia del manifatturiero che per il 25,6% è occupata in microimprese, contro il 13,9% medio nella Ue a 27, il 6,6% in Germania e il 12,6% in Francia[3]. Come vedremo, la particolare composizione della classe operaia italiana ha svolto un ruolo importante nella costituzione del blocco sociale leghista.
C) L’insofferenza verso lo Stato. L’origine di questo fenomeno è dovuta alla forte percezione dell’inefficienza dello Stato, soprattutto nel settore dei servizi e delle infrastrutture, che è enfatizzata dalla percezione di una eccessiva pressione fiscale. Sebbene in realtà molti settori borghesi sfuggano alla tassazione, mediante l’evasione e l’elusione, beneficino di una tassazione più leggera (specie nella rendita), e si avvantaggino di forti trasferimenti statali, l’insofferenza verso lo Stato è trasversalmente diffusa dalla grande alla piccola borghesia alla classe operaia. Non si tratta di un fenomeno nuovo in quanto l’impresa capitalistica ha, da sempre, assunto un atteggiamento apparentemente contraddittorio verso lo Stato. Da una parte lo Stato è indispensabile alla accumulazione capitalistica (e al mantenimento dell’ordine), dall’altra viene ritenuto fonte di spese superflue. Il fatto è che lo Stato muta a seconda delle condizioni del ciclo dell’accumulazione e della lotta fra le classi, essendo terreno di scontro, non neutrale, tra classi e settori di classe.
2. La Lega partito della Piccola e media impresa Le specificità dell’economia e della società italiana hanno prodotto un vasto strato piccolo borghese imprenditoriale e, alla lunga, un abbassamento della capacità competitiva e della produttività per addetto, dovuta alla ridotta capacità delle Pmi di realizzare economie di scala e di applicare nuove e costose tecnologie. Le leve competitive privilegiate dalle Pmi sono state, quindi, la svalutazione competitiva – finché c’era la lira –, i bassi salari e soprattutto l’evasione contributiva e fiscale. Tali caratteristiche hanno determinato lo sviluppo di una avversione fra le Pmi per il rispetto delle regole e conseguentemente verso l’autorità dello Stato. La concentrazione delle Pmi nel Nord ha accentuato inoltre l’avversione contro lo Stato in quanto redistributore a livello nazionale (soprattutto al Sud) della ricchezza raccolta sotto forma di tasse al Nord, area di produzione della maggior parte della ricchezza nazionale. Senza, però, considerare che lo squilibro Nord-Sud deriva da precise scelte che, sin dall’inizio del XX secolo, hanno reso funzionale il sottosviluppo del Sud allo sviluppo del Nord. Il vero tema, dunque, non è l’antistatalismo, bensì è la lotta, da parte di una frazione del capitale italiano del Nord, per assicurarsi le risorse, i trasferimenti statali. Dunque, le criticità dell’industria e dell’economia hanno finito per essere attribuite allo Stato centrale in quanto tale, anziché alle debolezze strutturali delle Pmi del Nord e alle scelte di smantellare l’industria delle partecipazioni statali. La Lega Nord si è resa espressione, sin dalla sua nascita, di queste istanze, ponendosi come rappresentate organico delle Pmi del Nord. Il carattere di partito della piccola e media impresa appare ancora più evidente, nella opposizione leghista non solo allo Stato (e ai partiti che lo occupavano) ma anche al grande capitale, come efficacemente sintetizzato da Bossi nel 1992: “A differenza delle piccole e medie imprese e dell’artigianato che sono le vere strutture portanti del made in Italy, dobbiamo verificare che proprio il grande capitale ha divorato, attraverso i maggiori compromessi di Palazzo, gli aiuti più cospicui, lasciando a stecchetto la piccola e media impresa. […] La piccola e media impresa sono le maggiori vittime predestinate della sciagurata politica finanziaria di questo regime.”[4] Le suddette debolezze della struttura economica italiana si sono accentuate negli anni dopo il 2000. E sono state le regioni del Nord più ricco a subire l’arretramento maggiore. Infatti, tra 2002 e 2006, fatta indice 100 la media Ue del Pil pro capite, la Lombardia è crollata da 149,5 a 135,1 e L’Emilia-Romagna da 140,2 a 126, mentre la Campania è scesa da 72 a 66,1 e la Sicilia da 70,8 a 66,9[5]. L’aumento della concorrenza dei paesi dell’Est Europa e dell’Estremo Oriente hanno pesato sull’Italia più che sugli altri Paesi “avanzati”, mettendone in difficoltà le esportazioni. Così, già indebolita da un decennio di stagnazione, l’Italia ha affrontato la crisi dei subprime, i cui effetti sono stati devastanti sul manifatturiero: il settore dei macchinari e delle apparecchiature, asse portante dell’export, è crollato del 35% tra il primo semestre del 2009 e quello del 2008. Il peso maggiore di questa debacle è ricaduto sulle piccole imprese, visto che la grande impresa ha avuto buon gioco nello scaricare le difficoltà sulle sue appendici esterne, eliminando i fornitori e delocalizzando. Ugualmente, il credit crunch, seguito alla crisi finanziaria, si è scaricato sulle Pmi molto più che sulla grande impresa, che vanta legami privilegiati e intrecci azionari con le banche. Di fronte alla crisi è apparso così evidente chi è vaso di ferro e chi vaso di coccio. Non è, quindi, un caso se il blocco sociale berlusconiano, di fronte all’“incapacità” a fronteggiare la crisi da parte del governo – del resto guidato da un esponente del grande capitale monopolistico - si sia indebolito e molti siano passati alla Lega, che, infatti, ha registrato una grande ascesa proprio tra 2009 e 2010, gli anni peggiori della crisi. Né è un caso che sull’onda dell’ultimo successo elettorale la Lega abbia intrapreso una offensiva per la conquista delle banche del Nord, attraverso il posizionamento di suoi uomini nelle Fondazioni, suscitando una rapida alzata di scudi da parte dell’establishment economico-politico[6]. Bossi, sapendo bene che il suo radicamento sul territorio passa per il controllo del credito, ha affermato: “La gente ci chiede di prenderci le banche e noi lo faremo”[7].
3. Il blocco sociale neocorporativo della Lega e la lunga transizione alla Seconda Repubblica La Lega negli ultimi anni ha accantonati i velleitarismi secessionisti, concentrandosi sulla sostanza. In primo luogo, ha tradotto l’avversione verso lo Stato di cui si fa espressione nella proposta strategica del federalismo fiscale inteso come strumento del mantenimento delle risorse fiscali al Nord e quindi alle Pmi. In secondo luogo, ha teso a costruire un “blocco sociale dei produttori” interclassista in cui, oltre al lavoro autonomo, a settori atipici del lavoro subordinato, come le partite iva, ha attirato settori non indifferenti della classe operaia. Tale operazione è stata favorita dalla particolare composizione della classe operaia, che è occupata per il 56% nelle piccole e piccolissime imprese[8]. Si tratta di un settore operaio particolarmente vulnerabile all’ideologia leghista in quanto la lotta sindacale e la coscienza politica vi sono meno sviluppate rispetto alla grande fabbrica e visto che le delocalizzazioni e la crisi hanno facilitato l’operazione di “mettere sulla stessa barca” imprenditori ed operai. La spinta alla difesa del proprio locale contro la globalizzazione ha ridato forza agli storici cavalli di battaglia leghisti, la protesta antifiscale ed antidistributiva, i veri collanti che tengono insieme il blocco sociale leghista. A questi si aggiunge l’antimmigrazione xenofoba, agitata abilmente dalla Lega, che - è da notare – nella gestione amministrativa effettiva si guarda bene dal dargli seguito fino in fondo, conscia com’è dell’importanza dei lavoratori immigrati come riserva di forza lavoro a basso prezzo per le Pmi. Il blocco sociale leghista si regge sullo spostamento delle ragioni dell’impoverimento dei salariati dall’accumulazione capitalistica (e dalle specificità italiane in cui avviene) ad altre questioni, sostituendo al conflitto tra lavoro salariato e capitale una nuova forma di corporativismo. Nel blocco neocorporativo leghista la direzione politica è nelle mani del capitale delle Pmi, mentre la classe operaia e i settori del lavoro subordinato e autonomo occupano una posizione subordinata politicamente e ideologicamente. La questione della Lega e del leghismo può essere accostata ad un tema centrale nel discorso politico e sociologico marxista, quello del ruolo delle classi intermedie nella società capitalistica, che è stato giustamente posto in risalto da Marx, da Lenin, e in Italia da Gramsci e Togliatti. Si tratta di classi politicamente oscillanti che spesso hanno offerto la base per regimi reazionari di massa, dal bonapartismo di Napoleone III al fascismo. Certamente bisogna fare attenzione nello stabilire analogie troppo affrettate, perché il vero referente di classe della Lega non sono i lavoratori indipendenti o i settori burocratico-impiegatizi, bensì un settore del capitale. Tuttavia, è storicamente evidente come i settori non monopolistici del capitale siano sempre stati egemonizzati dal settore dominante del capitale, quello finanziario. Anche il fascismo, sebbene nascesse come espressione della piccola borghesia, divenne rapidamente dittatura del capitale finanziario e monopolistico. Oggi, sarà importante vedere come si svilupperà la dialettica di alleanze e rapporti di potere tra Lega e il resto del sistema politico ed economico. In condizioni storiche particolari, partiti espressione di settori intermedi possono acquisire e mantenere posizioni importanti per un periodo anche abbastanza lungo. Quello attuale è per l’appunto un periodo caratterizzato dalla lunga transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, con delle particolarità che permettono l’affermazione di forze politiche sui generis.
4. Debolezza delle proposte della Lega e risposta di classe Ad ogni modo, per il momento il federalismo fiscale sembrerebbe essersi arenato sulle secche della manovra finanziaria e la Confindustria, per bocca della Marcegaglia, sembra più interessata a far passare i suoi obiettivi complessivi che al federalismo. Rimane, però, il fatto che la Lega rappresenta un forte attrattore anche per i settori di classe che sono i nostri referenti. Per questo bisogna puntare a disgregare il blocco sociale messo in piedi dalla Lega, evitando di farsi schiacciare in difesa e passando all’offensiva. Contro il corporativismo la risposta è far emergere le contraddizioni di classe e l’inconciliabilità degli interessi dei salariati e dei lavoratori autonomi con quelli del capitale, lavorando per la ricomposizione della classe operaia e dei vari settori del lavoro dipendente. Il pericolo rappresentato dalla Lega oggi non sta tanto nella secessione (parola d’ordine però sempre disponibile ad essere usata in chiave propagandistica e ricattatoria), che andrebbe contro gli interessi generali del grande capitale del Nord, quanto piuttosto nel suo contributo decisivo alla trasformazione in senso neocorporativo della società e in senso oligarchico e antiparlamentare delle istituzioni politiche italiane. Lottare efficacemente contro la Lega vuol dire che, accanto alla difesa della Costituzione, dobbiamo avere la capacità di assumere una posizione chiara e definita sui temi centrali del nostro Paese, lo squilibrio Nord-Sud, la questione fiscale, le esternalizzazioni e le delocalizzazioni, l’immigrazione. E dobbiamo dire chiaramente che il federalismo, ovvero la risposta alla crisi da parte dei settori del capitale più arretrati, non è affatto una soluzione: la legge sul federalismo è non solo macchinosa, costosa e complicata da realizzare ma aggrava la situazione italiana. Infatti, il localismo e il regionalismo, enfatizzano le cause della crisi cioè l’anarchia del mercato capitalistico e gli squilibri tipici del nostro Paese, compresa la proliferazione delle spese e dell’apparato statale, che non è un portato del centralismo statale bensì del capitalismo assistito. La soluzione non sta, quindi, nella trasformazione federalistica, basata su di un regionalismo esasperato, bensì nella capacità di aggredire il nocciolo del problema cioè la natura funzionale all’accumulazione capitalistica dello Stato attuale. Di conseguenza, non possiamo limitarci ad una difesa dell’unità dello Stato nazionale tout court. Dobbiamo soprattutto criticare teoricamente e praticamente la funzione di classe dello Stato e del debito pubblico, in primis quella di socializzazione delle perdite del capitale e di supporto alla ristrutturazione delle imprese (Fiat docet). A questo scopo, per cominciare vanno messe al centro della nostra proposta politica il riequilibrio della pressione fiscale a favore del lavoro salariato e formalmente autonomo, mediante l’aumento della progressività fiscale, e la ripresa di un ruolo di investimento produttivo, di programmazione centrale e, come prospettiva di ultima istanza, di pianificazione dello Stato.
(Roma, 12 giugno 2010) [1] Giovanna Pajetta, Il grande camaleonte, Feltrinelli, Milano 1994. [2] Su 275 regioni totali. Sito web di Eurostat, Regional gross domestic product (PPS per inhabitant in % of the EU-27 average), by NUTS 2 regions. [3] Istat, Rapporto annuale 2009, p.52. [4] Dal discorso di Bossi alla Camera del febbraio 1992, in U. Bossi, Il mio progetto, discorsi sulla Padania e sul federalismo, Sperling & Kupfer, Milano 1996, p.34. [5] Sito web di Eurostat, Regional gross domestic product (PPS per inhabitant in % of the EU-27 average), by NUTS 2 regions. [6] A. Carini, “Fondazioni, l’assedio della Lega”, Affari & Finanza de la Repubblica, 12 aprile 2010. “Bossi rilancia sulle banche del Nord”, Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2010. F. Locatelli, “<<Lega legittima ma non si torni indietro>>”, intervista a Giuliano Amato in Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2010. [7] B. Fiammeri, “<<Opa>> di Bossi sulle banche del Nord”, Il Sole 24 Ore, 15 aprile 2010. [8] Istat, Rapporto annuale 2009, p.52
Chi ha rapito Cipputi?
La classe operaia ed il “blocco dei produttori” berlusconiano-leghista di Domenico Moro
1.
La
fase post elettorale, di solito, è orfana di sconfitti e figlia di molti
vincitori. Nelle elezioni europee 2009 ci sono, però, due sconfitti
evidenti. Uno è il Pd, ma questo era nelle aspettative. L’altro era meno
prevedibile. Si tratta del Pdl e del suo padrone, Silvio Berlusconi.
Confrontando i voti assoluti delle europee del 2009 con le politiche del
2008, osserviamo che, se il Pd, dato quasi per spacciato e sulla via
della spaccatura interna, perde il 28% (includendo i voti dei radicali,
che nel 2008 si
2. La struttura economica italiana, come quella di altri Paesi avanzati, è dominata dal grande capitale finanziario, un intreccio di grandi banche e grandi imprese, operanti spesso in condizione di monopolio, nelle mani di pochi gruppi di potere. Negli ultimi anni gli assetti interni del capitale finanziario si stanno modificando. Fra l’altro, si sono create due concentrazioni bancarie di dimensioni europee e mondiali, UniCredit e Intesa San Paolo. Inoltre, si è avuto l’ingresso dell’outsider Berlusconi, attraverso la figlia Marina, nel board di Mediobanca, il salotto buono della borghesia italiana, dal quale era stato escluso, con suo grande scorno, per decenni. Se il potere economico-finanziario è molto concentrato e saldamente nelle mani di pochi gruppi, la struttura produttiva è invece relativamente, in confronto ai maggiori Paesi della Ue, molto più frammentata. 3. Caratteristiche del sistema produttivo italiano, nell’industria e ancor di più nei servizi, sono il nanismo e la prevalenza della microimpresa. Negli ultimi venti anni il fenomeno anziché contrarsi si è accentuato. Nella sola manifattura si contano 500mila imprese sotto i venti addetti, con quasi 2 milioni di occupati. Le imprese, anche quelle più grandi, risultano sottocapitalizzate e con un tasso di indebitamento piuttosto alto. Le cause del nanismo sono molteplici. In primo luogo, c’è la ristrutturazione delle grandi imprese, seguita al grande ciclo di lotte operaie degli anni ’70, che hanno esternalizzato servizi e finanche pezzi di core business per disarticolare l’organizzazione operaia e ridurre i salari, creando un esercito di contoterzisti spesso monocliente[1]. In secondo luogo, l’esercito dei piccoli e piccolissimi imprenditori/artigiani ha rappresentato un alleato fidato per il grande capitale contro la classe operaia e una base elettorale, con i propri dipendenti, prima per Dc e Psi e ora per i loro succedanei. In terzo luogo, la grande borghesia ha preferito, anziché investire produttivamente e aumentare di dimensione, dirigere i propri capitali verso la rendita, cioè verso l’immobiliare, la speculazione finanziaria, le assicurazioni, gli ex monopoli statali trasformati in monopoli privati (autostrade, telecomunicazioni, trasporto aereo, ecc.). 4. Tale struttura produttiva non ha le dimensioni per realizzare economie di scala e di scopo adeguate, né sufficienti risorse da investire in ricerca e in innovazione. Quello che ne risulta è un sistema industriale largamente inefficiente, specie in confronto a quelli di altri Paesi avanzati, ed inadeguato a reggere la concorrenza globalizzata. Come si è potuta mantenere allora la pletora delle microimprese? La risposta è semplice: grazie ai bassi salari e alla sistematica tolleranza del sistema statale e politico verso le irregolarità, soprattutto verso l’evasione e l’elusione fiscale ed il lavoro nero. L’evasione fiscale ammonta a 100 miliardi annui, pari al 7% del Pil. Il fenomeno del lavoro nero interessa il 14% dei dipendenti nelle costruzioni, il 22,2% nell’agricoltura, addirittura il 35% nel turismo. La presenza di un’alta immigrazione, e al suo interno di un’alta quota di clandestini è una manna per queste imprese. La sedimentazione di una situazione di bassi salari e irregolarità ha instaurato un circolo vizioso, impedendo la razionalizzazione della struttura produttiva e mantenendo in vita aziende inadeguate, dalla gestione poco industriale e troppo artigianale. Inoltre, l’evasione fiscale e le irregolarità hanno determinato un mancato gettito fiscale che ha condotto, da una parte, all’aumento del debito pubblico e dall’altra all’inasprimento fiscale sulle categorie che non possono sfuggire alla tassazione, in particolare sui lavoratori dipendenti. Un discorso a parte merita il cosiddetto “esercito delle partite Iva”. Una realtà magmatica e differenziata di otto milioni di soggetti, composta da lavoratori salariati mascherati, spesso precari, e da artigiani, professionisti, commercianti, piccoli imprenditori. Per non pochi di questi l’entità della pressione fiscale è tale da essere, di fatto, un incitamento all’evasione. 5. Per la massa di piccoli padroni e padroncini infrangere le regole ed eludere il controllo dello Stato, che del rispetto di quelle regole dovrebbe essere garante, è condizione necessaria a realizzare profitti se non alla sopravvivenza. Il potere dello Stato centrale è il simbolo del nemico per questa classe sociale. Del resto, dalla sua origine il nocciolo dell’ideologia della Lega Nord è l’avversione al centralismo, rappresentato idealmente da Roma ed esemplificato dal programma di federalismo fiscale. Il problema è che una parte, sempre più consistente, della classe operaia delle piccole imprese si è associata a questa ideologia. In Veneto nel 2009, ad esempio, alla Lega è andato il 35% del voto dei contrattisti a progetto, ed il 39% di quello operaio, che nel 2006 raggiungeva appena il 18%[2]. Anche la classe operaia delle grandi aziende, falcidiata numericamente e indebolita sindacalmente da vent’anni di ristrutturazioni dell’organizzazione del lavoro è molto influenzata dai partiti di destra. Perché? Perché in mancanza di una difesa degli interessi materiali operai da parte della sinistra e, in parte, del sindacato, che riuscisse ad offrire soluzioni collettive e di classe, soprattutto gli operai delle piccole imprese si sono sentiti sempre meno classe e sempre più individui, la cui sorte è legata alla sopravvivenza delle imprese per cui lavorano e, quindi, alla realtà di appartenenza, da cui l’aggrapparsi al proprio territorio e l’esasperarsi del localismo politico e sociale. In secondo luogo, l’aumento della pressione fiscale, non viene ricondotto alle sue vere cause, cioè all’alto tasso di evasione fiscale e al sostegno assistenziale dello Stato all’impresa privata, secondo il collaudato schema delle privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Viene, invece, percepito dai lavoratori dipendenti come una vessazione tout court dello Stato centrale e, in mancanza della comprensione dei meccanismi della compressione del salario da parte delle imprese e del profitto, come la ragione unica dell’impoverimento. Si tratta, in definitiva, di un altro frutto avvelenato della ideologia della centralità dell’impresa, nella variante italica del neoliberismo. Del resto, se è vero che il capitale tende alla concentrazione ed al gigantismo e ad annullare la piccola impresa, la piccola impresa rappresenta la radice stessa del capitalismo. 6. L’affermazione di Berlusconi non può essere spiegata soltanto con il suo controllo dei mezzi di comunicazione di massa, e delle televisioni in particolare. Il suo successo va ricondotto anche alla particolare struttura produttiva italiana ed alla specifica ideologia che vi attecchisce. Berlusconi è non solo riuscito a rappresentare al meglio la concezione sociale individualistica del borghese italiano, refrattario alle regole, ma è egli stesso, nella storia sua e delle sue aziende, l’espressione di quell’individualismo, di quell’avversione alle leggi e al controllo dello Stato, di cui sono esemplificative la depenalizzazione del falso in bilancio, gli “scudi fiscali”, e misure come l’abolizione dell’obbligo di aggiornamento del registro dei fornitori e dei clienti. Del resto, l’avversione per le regole e per lo Stato si lega bene con lo smantellamento di qualsiasi ruolo pubblico di coordinamento e pianificazione dell’attività economica sul lungo periodo, che è stato praticato inflessibilmente negli ultimi quindici venti anni. L’anticomunismo di Berlusconi non è anticomunismo classico, ideologico, in quanto egli identifica il comunismo con la subordinazione dell’impresa alle regole e allo Stato, è, quindi, antistatalismo o meglio insofferenza a qualsiasi vincolo sociale all’impresa. Ma c’è di più, Berlusconi è riuscito a formare un blocco sociale, costruendo una alleanza tra piccola, media industria, da una parte, e capitale monopolistico e finanziario dall’altro (di cui è parte egli stesso), promettendo insieme deregolamentazione e accelerazione delle controriforme economiche e istituzionali su cui il grande capitale è da tempo impegnato per trasformare l’Italia in una “democrazia” oligarchica. 7. La crisi del capitale, però, quando è profonda, come quella che è in atto, imprime delle scosse ai blocchi sociali. La crisi approfondisce le contraddizioni già innescate dalla mondializzazione ed i vecchi meccanismi, basati sulla pratica sistematica dell’irregolarità e dell’evasione, non bastano più. La contrazione del credito, seguita al crollo della finanza mondiale colpisce le aziende italiane, già molto indebitate e sottocapitalizzate, e approfondisce i contrasti tra grande e piccola impresa: nel 2008 il 78% dei prestiti bancari è andato alle grandi imprese[3]. Inoltre, secondo Unioncamere, i grandi gruppi bancari si sono dimostrati meno disponibili a concedere credito rispetto alle piccole banche locali e a quelle di credito cooperativo[4]. Un fatto che conferma esplicitamente il prevalere del piano locale su quello nazionale per gran parte dell’imprenditoria. I fallimenti delle microimprese si susseguono a catena, sia nell’industria, dove i subfornitori vedono drasticamente tagliati gli ordinativi dalle grandi aziende (che scaricano la crisi sulle loro articolazioni “esterne”), sia nel commercio. Secondo Confesercenti, nel 2008 15mila imprese hanno chiuso i battenti, 3mila più del 2007. L’usura, intanto, è divenuta una vera emergenza sociale con 180mila commercianti coinvolti e un giro d’”affari” di 15 miliardi. Ma l’inefficienza generale si fa sentire su tutto il sistema economico, che subisce i colpi della crisi più profondamente di altri Paesi. Si prevede che nel 2010 il Pil italiano sarà al di sotto del livello del 2001, con un risultato peggiore di quello degli altri paesi avanzati. Fatto 100 l’indice del Pil dei vari Paesi nel 2007, il 2010 verrà chiuso dagli Usa a quota 98,2, dalla Gran Bretagna a quota 95,6% e dalla Spagna a 98. L’Italia chiuderà più in basso di tutti a quota 94,8[5]. È in questa situazione di difficoltà e di scarse risorse pubbliche (a causa del pregresso enorme debito pubblico) che si sviluppa una lotta accanita per accaparrarsi quelle che ci sono. 8. Di fronte a questa situazione, in cui grande capitale e microimpresa lottano per sopravvivere, cosa ha fatto il governo Berlusconi? Molto poco, in realtà scontentando tutti, piccola impresa e grande capitale. Inoltre, il governo, pur avendo favorito l’evasione, non ha diminuito la pressione fiscale, che anzi è persino aumentata. Appena prima delle elezioni europee, Berlusconi è stato molto criticato alla assemblea di Confindustria, dove la Marcegaglia lo ha accusato senza mezzi termini di aver fatto troppo poco contro la crisi, ed è stato quasi aggredito in quella di Confesercenti. Ma lo scontento si è allargato a livello internazionale, perché mentre i governi Usa e Ue si producevano in uno sforzo finanziario enorme per arginare la crisi mondiale, provocando l’innalzamento dei deficit pubblici, quello italiano centellinava gli interventi. Non a caso gli attacchi mediatici contro Berlusconi sono partiti non solo da la Repubblica, suo tradizionale nemico, ma anche dal Corriere (caso d’Addario), che è legato al “salotto buono” della grande borghesia italiana, e sono stati ripresi dalla stampa estera, a cominciare dal Financial Times, organo del capitale finanziario internazionale. Dopo le elezioni, Berlusconi è corso ai ripari, introducendo la detassazione del 50% degli investimenti in nuovi macchinari. Si tratta, però, di un provvedimento di cui i piccoli, già strangolati dal debito, non potranno usufruire, e che andrà bene solo per le grandi aziende manifatturiere, che hanno risorse da investire e che coglieranno l’occasione per ristrutturare ancora una volta, a spese pubbliche, l’organizzazione del lavoro, sostituendo lavoratori con tecnologia. 9. La crisi, dunque, apre delle contraddizioni, di cui va saggiata la profondità e osservati gli sviluppi, all’interno del blocco sociale berlusconiano, specialmente tra piccola impresa e grande capitale. La grande paura della piccola borghesia e di una parte importante dei lavoratori ha inciso sul risultato elettorale. Mentre Berlusconi si è relativamente indebolito, la Lega si è rafforzata, guadagnando 100mila voti, pari al 3% in più rispetto alle elezioni politiche del 2008. E questo perché la Lega è riuscita a saldare piccola imprenditoria e operai in un blocco sociale interclassista, dove le divisioni di classe sono annullate, come dice Garavaglia, sindaco leghista: “La piccola azienda è esattamente il prototipo di questa società del rischio dove si è tutti sulla stessa barca, dove tra operaio e padroncino c’è comunanza e chi è dipendente aspira ad emulare il principale.” Il collante è quello delle tasse, i settori del blocco leghista sono “Una galassia certo magmatica, ma segnata da un punto in comune: questa gente le tasse, le paga di tasca propria …”. Ugualmente chiara e di classe la posizione verso il Pdl: “… gli alleati [Berlusconi] devono ascoltarci, perché delle volte quando c’è da scegliere tra Italia del rischio e quella delle garanzie Pdl e Pd finiscono per somigliarsi.”[6] Un riferimento esplicito alla preferenza accordata a grandi imprese e banche. Così al sindacato dei lavoratori si sostituisce, o si affianca (vedi gli operai leghisti iscritti alla Cgil), il sindacato del territorio. 10. Il patto dei produttori berlusconiano e leghista penetra al di sotto della linea del Po e sfida il Pd direttamente sul suo territorio, quello delle “regioni rosse”. Emblematici i casi di Pisa (provincia), dove la Lega è al 4,4%, e di Prato (comune), dove la Lega è al 6% e la destra vince per la prima volta dopo 63 anni, in un tessuto sociale trasformato dalla crisi del tessile e dalla massiccia immigrazione cinese. La destra e la Lega tendono così ad occupare lo spazio di un altro blocco dei produttori, quello costruito dal Pci ed ereditato poi da Pds, Ds e ora dal Pd, che, dopo decenni, appare vacillare pericolosamente. Uno dei nodi principali alla base della lenta, ed ora più rapida, erosione del vecchio blocco sociale del Pci è proprio il posizionamento politico-sociale, e prima ancora ideologico, delle formazioni succedutesi all’autoscioglimento del Pci, a sua volta frutto del suo lento deteriorarsi ideologico, sociale e politico tra la fine degli anni ’70 e gli anni ‘80. Il Pci, infatti, non si è trasformato in un partito socialdemocratico classico, comunque ancorato alla classe lavoratrice, ma ha piegato invece verso la liberaldemocrazia. Del resto, le controriforme del mercato del lavoro (legge 30), delle istituzioni statali (accentuazione del regionalismo) e del sistema elettorale (maggioritario e quote di sbarramento) sono avvenute con il contributo decisivo del gruppo dirigente che si formò nell’ultimo Pci e che guidò il passaggio al Pds. 11. Il bonapartismo è una forma di dominio caratterizzato da “…l’interclassismo demagogico, seduttivo, quasi irresistibile verso le masse meno politicizzate e al tempo stesso saldamente ancorato ad un rapporto di mutua assistenza coi ceti possidenti. (…) La sua prosecuzione novecentesca è stato il fascismo.”[7] Tale categoria origina da Marx, che studiò l’avvento al potere dittatoriale, attraverso l’uso spregiudicato del suffragio universale, di Luigi Bonaparte, il futuro Napoleone III[8]. La base di massa di Luigi Bonaparte fu la numerosa classe dei contadini piccoli proprietari francesi, ma la sua classe di riferimento era la grande borghesia finanziaria. Berlusconi ha cercato di attuare in Italia una sua originale versione di bonapartismo mediatico, con una base di massa costituita dalla piccola e piccolissima impresa. Il progetto del Cavaliere ha incontrato, però due tipi di ostacoli. Il primo è rappresentato dal grande capitale, che, per ora e dati i rapporti di forza di classe favorevoli, non ha bisogno di affidarsi ad un singolo uomo, ad una forma “dura” di bonapartismo, ma è orientato verso un “bonapartismo soft”[9] o una sorta di “democrazia oligarchica”[10], i cui tasselli sono stati pazientemente posizionati negli ultimi venti anni con il sapiente uso bipartisan delle principali formazioni politiche, Ds e Forza Italia in primis. Dall’altro lato, il progetto bonapartista classico di Berlusconi è ostacolato dalla presenza di un partito organicamente rappresentante di quella classe, piccola e medio borghese, che per Berlusconi è solo una massa di manovra. 12. La vittima sacrificale di questi movimenti di classi è, in ogni caso, l’autonomia politica ed organizzativa della classe operaia e dei lavoratori dipendenti (pubblici e privati), compresi quelli mascherati sotto la forma di partita Iva, sottomessi all’egemonia dei vari schieramenti borghesi. Se la sinistra anticapitalista vuole tornare ad incidere deve, quindi, far saltare o perlomeno indebolire le cerniere principali che legano la classe operaia al “blocco dei produttori” berlusconiano-leghista. La sinistra deve scollarsi l’etichetta, appiccicatagli addosso dalla destra, di partito dell’aumento delle tasse e del permissivismo, mettendo al centro della sua azione la riduzione della pressione fiscale (diretta e indiretta) per i lavoratori dipendenti, e lottando contro ogni tipo di irregolarità e abuso da parte delle imprese, piccole e grandi, dal lavoro nero all’evasione fiscale. La crisi ha già inferto duri, ma non decisivi, colpi al blocco sociale berlusconiano. Nei prossimi mesi arriverà l’onda lunga della crisi, in termini di disoccupazione. Sarà quello il momento in cui la sinistra ed il sindacato, parte fondamentale in questo processo, dovranno e potranno intervenire. La battaglia dovrà essere combattuta su due livelli contemporaneamente. A livello generale contro il localismo, sulle risposte, in termini di politiche industriali pubbliche, da dare alla palese inadeguatezza della struttura produttiva italiana. E a livello regionale, dove si terranno le prossime elezioni e si gioca parte considerevole della distribuzione del welfare, sfidando le Lega sul suo terreno e costruendo in alternativa al “blocco dei produttori” un nuovo blocco sociale che ricomponga i vari segmenti del lavoro dipendente, compreso quello formalmente autonomo. [1] Pioniere di questo modello fu la Benetton, che, prima ancora di delocalizzare nei Paesi dell’Est Europa, riorganizzò la produzione affidandola a microlaboratori nel Nord-est, gestiti da suoi ex capireparto, trasformati in padroncini. [2] Marco Alfieri, “L’urna premia la Lega dei produttori”, Il Sole24ore, 24 giugno 2009. [3] L. Iezzi, “L’Italia brucia dieci anni di crescita”, la Repubblica, 21 giugno 2009. [4] “L’industria rimane a corto di credito”, Il Sole24ore, 2 luglio 2009. [5] Rapporto Confcommercio, Il Sole24ore, 21 giugno 2009. [6] M. Alfieri, “Lega unica <<cerniera>> tra imprenditori e operai”, Il Sole24ore, 25 giugno 2009. [7] L. Canfora, La democrazia, storia di una ideologia, Laterza, Bari 2006, pp.120-121. [8] K. Marx, il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riuniti, Roma 1977. [9] D. Losurdo, Democrazia o Bonapartismo, trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, 1993. [10] L. Canfora, Critica della retorica democratica, Laterza, Roma-Bari 2005.
Le mani nelle tasche dei lavoratori Le nefaste conseguenze dell'attuazione del federalismo fiscaledi Domenico Moro
· Aumento delle tasse. Il governo prevede di aumentare ancora la tassazione diretta con l’innalzamento del tetto dell’addizionale regionale Irpef dall’1,4% al 3%; · Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese. Mentre la tassa sui redditi da lavoro dipendente, l’Irpef, aumenterà, è prevista la riduzione e finanche l’azzeramento dell’Irap, la “tassa” pagata dalle aziende per la salute di chi lavora. È da notare, inoltre, che l’Irap non è propriamente definibile una tassa. Rappresenta il vecchio contributo alla assistenza sanitaria dei lavoratori che il primo governo Prodi nel 1997 incluse, insieme ad altre voci, nell’Irap. Si tratta in pratica di una parte del salario, quella indiretta, pagata in servizi pubblici. · Riduzione della progressività della tassazione. Il governo ha aumentato la tassazione indiretta, introducendo nuovi balzelli. Particolarmente iniquo quello sul passaggio sulle tangenziali e i raccordi urbani, che, sospeso dal Tar, è stato nuovamente decretato dal governo. Inoltre e soprattutto, col federalismo fiscale aumenterà il peso dell’Iva nel finanziamento delle regioni. Quali saranno le conseguenze sociali del federalismo fiscale? Saranno devastanti da almeno tre punti di vista:
· Aumenterà il gap tra salari e profitti. · Aumenterà il gap tra regioni del Sud e del Nord. Non solo in termini di servizi e di infrastrutture. C’è un altro aspetto che non è stato considerato: la riduzione e ancor di più l’abolizione dell’Irap faciliteranno l’attrazione degli investimenti. E, dal momento che solo le regioni con bilanci in attivo, cioè quelle più ricche del Nord, potranno farlo, il Sud subirà un’ulteriore riduzione dell’afflusso dei capitali e una accentuazione della fuga già consistente della produzione verso il Nord. Il Pil del Mezzogiorno, sceso nel 2009 al livello minimo dall’Unità d’Italia (23,2% sul totale nazionale), rischia un ulteriore tracollo. · La sanità pubblica sarà gravemente ridotta. Con il federalismo si potrà ridurre l’Irap solo se i conti sono in regole e/o in presenza di tagli massicci alla spesa, ovvero con la riduzione del servizio. Già oggi si stanno chiudendo ospedali e reparti, con il federalismo fiscale ci sarà una vera ecatombe. Interi territori di provincia saranno costretti a fare capo alle strutture sopravvissute lontane decine di chilometri, con tutto ciò che ne consegue. Molti lavoratori rimarranno senza assistenza, con il non trascurabile effetto che la sanità privata avrà più spazi. La destra ha messo le mani nelle tasche degli italiani. Va smascherata, anche se si arrampica sugli specchi per negarlo, parlando di macchinose “clausole di invarianza fiscale” e di fantomatiche “conferenze di coordinamento governo-regioni”. Ci sarà una spinta a diminuire le tasse alle imprese, che è il vero obiettivo del federalismo, ed è per questa ragione appoggiato da Confindustria. Di conseguenza, si compenserà il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l’aumento delle tasse ai lavoratori. Inoltre, l’aumento della pressione fiscale sui lavoratori è tanto più intollerabile in quanto è sospinto dall’aumento del deficit e del debito pubblico, che in gran parte è causato dal sostegno ai profitti e alle rendite di imprese e banche. Il vero nodo della fiscalità italiana è la più alta evasione fiscale d’Europa, 100 miliardi di euro, ovvero il 7% del Pil, un dato superiore al deficit pubblico, che ammonta al 5,2%. Il governo Berlusconi-Lega è il meno adatto a combattere l’evasione: i maggiori responsabili dell’evasione sono gli industriali (32%), e l’incremento maggiore degli evasori nel 2010 si è registrato al Nord, in particolare nelle virtuose Lombardia (+10,1%) e Veneto (+9,2%), le regioni dove c’è la base elettorale di PdL e Lega. A sinistra, oltre ad aver sottovalutato la questione fiscale, ritenuta secondaria rispetto a quella salariale, si è finora affrontato il federalismo in modo poco deciso, pensando che fosse eminentemente questione di unità nazionale e non sociale e di classe. Si tratta di un errore, in primo luogo perché la questione fiscale rientra nella questione del salario complessivo, riguardando il salario indiretto. In secondo luogo, perché, con il permanere della crisi e la pressione dei mercati finanziari a ridurre deficit e debiti pubblici, la spinta ad aumentare le tasse sarà sempre più forte. Quindi, decidere chi e in che misura deve pagare le tasse sarà decisivo.
Le cause della crisi del debito sovrano Ue e dell'euro
“Ricordano i lettori quella cena a Manhattan dell’8 febbraio, quando negli uffici di un piccolo broker si ritrovarono gli uomini del Soros Fund, di Sac Capital, di Greenlight Capital, di Brigade C. e forse Paulson?Tutti quei gestori si riunirono per studiare un attacco combinato all’euro". W. Riolfi, il Sole24ore 5 maggio 2010 di Domenico Moro
1. La crisi dell’economia è alla base della crisi del debito sovrano La crisi di sovraccumulazione di capitale e merci, manifestatasi nel 2008 come crisi finanziaria, ha cambiato faccia e si presenta nella forma di crisi del debito statale, ovvero sotto forma di crescita incontrollata del debito e del deficit pubblico, che è aumentato mediamente dal 2,2% del 2007 al 10,1% di fine 2009. Questo perché lo Stato, come ha sempre fatto dinanzi ai fallimenti del mercato autoregolato, è dovuto correre al salvataggio di imprese e banche. Gli aiuti di Stato al settore bancario hanno superato i 14mila miliardi di dollari, una cifra, pari a un quarto del Pil mondiale, che non ha paragoni nella storia. Tutto questo allo scopo di evitare un collasso generalizzato del modo di produzione. Tuttavia, la crisi non è risolta, come provano i 50 milioni di disoccupati in più a livello mondiale nel 2009. Inoltre, la riduzione del costo del denaro e la massa di liquidità statale immessa nel sistema finanziario hanno scatenato una nuova speculazione verso le materie prime e soprattutto verso i titoli del debito pubblico e le valute. La crisi attuale, dunque, ingigantisce il debito e rende più difficile finanziarlo a causa della stagnazione dell’economia, che riduce il gettito fiscale dello Stato. Di conseguenza, gli Stati che hanno una struttura produttiva più fragile sono percepiti dai mercati finanziari come cattivi creditori, e hanno difficoltà a collocare sul mercato titoli del debito pubblico, se non a costi (rendimenti) più alti. In questo modo, tali stati hanno difficoltà non solo a finanziare il nuovo debito ma anche gli interessi su quello pregresso, con il rischio di andare in bancarotta. È quanto sta accadendo ai paesi della periferia dell’area euro. Si tratta di Paesi, come la Grecia, il Portogallo, e la Spagna, con una struttura industriale più fragile di quella dei paesi centrali della Ue e che spesso hanno seguito il modello Usa di crescita basato sull’indebitamento delle famiglie, come la Spagna (l’85% del Pil contro il 40% dell’Italia). La Grecia si è affidata all’uso di derivati, assecondando il consiglio di due grandi banche Usa, tra cui Goldman Sachs, allo scopo di evitare di ascrivere i finanziamenti nel debito. Allorché il trucco contabile è venuto fuori, il debito ed il deficit sono schizzati in alto, e il mercato ha costretto la Grecia ad offrire rendimenti più alti per collocare il suo debito pubblico. Il rischio, ora, sembrerebbe essere quello del fallimento della Grecia e degli altri paesi della fascia periferica dell’euro. Tutto questo ha scatenato, dall’inizio del 2010 una campagna massmediatica secondo cui sarebbe a rischio, insieme alla permanenza nell’euro della Grecia e forse di altri paesi, l’esistenza stessa della moneta unica europea.
2. Speculazione finanziaria e interessi statali Usa contro l’euro Tuttavia, in questa posizione c’è qualcosa che non torna. La Grecia ha un debito pubblico molto alto, ma, se si guarda al debito totale, si vede che questo è molto al di sotto della media europea. Inoltre, mentre i mercati finanziari hanno preso di mira la Grecia e il Portogallo, la situazione di altri Stati, che sono in una situazione non migliore, sembra essere passata del tutto sotto silenzio. Tra questi, oltre alla Gran Bretagna, con i più alti indebitamenti mondiali della finanza (202% del Pil) e delle famiglie (101%), ci sono soprattutto gli Usa, che, con un debito pubblico del 100%, un deficit dell’11% e il secondo indebitamento mondiale delle famiglie (96%), sono lo stato complessivamente più indebitato al mondo. Significativamente il Financial Times ha scritto, a proposito dell’investimento in titoli di stato Usa, che “Il debito Usa è un riparo sicuro allo stesso modo in cui era considerato un porto sicuro Pearl Harbour nel 1941.” A ciò è da aggiungere che, se la Grecia ha truccato i conti, gli Usa non sono certo trasparenti. Ad esempio, al debito contabilizzato, si dovrebbe aggiungere la statizzazione dei mutui assicurati da Fannie Mae e Freddie Mac, che farebbero lievitare il debito al 140%. Inoltre, secondo l’Ufficio del Bilancio del Parlamento statunitense, il debito Usa sarebbe molto più grande (400%), perché dalla sua contabilizzazione vengono sottratte spese molto importanti, come le pensioni dei reduci di guerra e gran parte delle spese sanitarie. Infine, l’impatto del debito degli Usa sull’economia e sui mercati finanziari mondiali dovrebbe essere molto superiore a quello della Grecia, visto che, in termini assoluti, sta a quello della Grecia come un elefante sta a una formica. Dunque, perché la Gran Bretagna e gli Usa non sono stati presi di mira al contrario della piccola Grecia? In primo luogo, perché gli Usa dispongono del dollaro, che, in virtù della loro potenza militare e politica, è la valuta di scambio e di riserva internazionale. Grazie a questa, i loro titoli del debito pubblico sono acquistati dai paesi con un grande surplus commerciale, soprattutto dalla Cina, per garantirsi riserve utili a stabilizzare le loro valute. In pratica, gli Usa hanno affrontato la crisi stampando continuamente moneta. Ciò nel breve periodo può funzionare, alla lunga è molto più difficile che tenga. Negli Usa i tassi d’interesse prossimi allo zero per cento, la profonda crisi ancora irrisolta, e l’enorme indebitamento hanno determinato un forte indebolimento del dollaro. Il problema è che l’indebolimento del dollaro mette a dura prova la capacità degli Usa di attrarre risparmio dall’estero e finanziare il loro debito, proprio nel momento in cui ne hanno più bisogno degli altri. Infatti, nel 2009 la Cina acquistò solo il 4,6% dei nuovi titoli di Stato Usa, molto meno del 20,2% del 2008 e del 47,4% del 2006, con una flessione a novembre 2009 rispetto a luglio. Nello stesso tempo in cui gli Usa faticavano a collocare i loro titoli di stato, l’euro continuava la sua corsa fino a raggiungere la quotazione di 1,50 contro il dollaro. È in questo quadro che si è inserita la crisi del debito sovrano della Grecia. Il dollaro si è ripreso rapidamente sull’euro, che dall’inizio di febbraio, cioè da quando la questione del debito greco è scoppiata, è sceso fino a 1,32 sul dollaro e ora sotto 1,30. La crisi greca ha così indebolito l’euro e gettato un dubbio sulla tenuta dell’unica valuta che può ambire a sostituire o affiancare il biglietto verde Usa. Di fatto, se non intenzionalmente, c’è stata una convergenza tra gli interessi statali Usa e quelli della speculazione finanziaria internazionale. Quest’ultima, attraverso il carry trade, guadagna, scommettendo e incentivandola, sulla variabilità delle differenze dei cambi valutari, e, infatti, i margini di guadagno degli hedge fund sono stati enormi. La situazione attuale ricorda molto da vicino l’attacco dei mercati finanziari alle valute dell’Asia Sud Orientale negli anni ‘90, che devastò le economie di quei Paesi, permettendo agli Usa di scaricarvi la loro crisi. E anche oggi, come allora, emerge il ruolo centrale di personaggi come Soros. È da notare, poi, che i mercati finanziari sono in gran parte controllati da Wall Street e dalla borsa di Londra e che le agenzie di rating, che valutano l’affidabilità del debito pubblico dei vari paesi e che sono state così importanti nell’accendersi delle tensioni sul debito greco, sono tutte statunitensi. Né è un caso che, recentemente, i titoli Usa siano andati a ruba (la domanda è stata superiore di 2,82 volte all’offerta) tra banche centrali internazionali e investitori istituzionali, mentre la collocazione di titoli di stato in euro sia andata piuttosto male.
3. Competizione per il capitale mobile e difesa degli Usa come centro finanziario mondiale Gli Usa dalla fine della Seconda guerra mondiale continuano ad esercitare il ruolo di centro finanziario mondiale, attirando il risparmio mondiale e redistribuendolo. Tuttavia, da decenni tale ruolo è in crisi, a causa della perdita di posizioni nell’industria e nel commercio mondiali. In una fase di crisi e di riorganizzazione mondiale del potere economico mondiale, la concorrenza si accentua tra le imprese e, dal momento che le imprese hanno bisogno dello Stato, che è diventato finanziatore delle banche e quindi finanziatore di ultima istanza, la concorrenza si trasferisce a livello statuale. La competizione per il capitale mobile mondiale vede coinvolti anche gli Stati più forti, visto che le criticità dei debiti pubblici dei paesi avanzati sono aumentate, riducendo il gap storico con i Paesi emergenti. La situazione è così grave che il rischio insolvenza degli stati è diventato persino più alto di quello delle imprese, un fatto mai successo nella storia. Dunque, dietro alla crisi greca si delinea un confronto politico-valutario, quello tra Usa e area euro. Una condizione necessaria alla superiorità finanziaria è la stabilità monetaria, che il dollaro Usa ha perso da tempo a causa della sua continua svalutazione. Oggi, la Cina è in fuga dai titoli di Stato Usa, perché vuole evitare di ritrovarsi piena di dollari svalutati. Al contrario del dollaro, l’euro sin dalla sua nascita si è dimostrato una valuta estremamente stabile. Dunque, l’euro, anche a fronte della necessità dei Paesi dell’eurozona di finanziare il debito e i grandi programmi infrastrutturali, si erge nei confronti del dollaro come un agguerrito concorrente nella attrazione di capitale mobile mondiale e in particolare del surplus cinese. Infatti, se confrontiamo le due entità – Usa e Eurolandia – vediamo quanto la seconda, come aggregato economico, sia messa molto meglio rispetto alla prima, il che spiega la forza relativa dell’euro sul dollaro. Considerata nel suo complesso Eurolandia ha un debito pubblico del 78% contro il 100% (almeno) degli Usa. Soprattutto, mentre gli Usa associano al debito federale e a quello delle famiglie il maggiore deficit commerciale con l’estero del mondo, pari a 518,4 miliardi di dollari, l’area euro ha un attivo commerciale di 25,3 miliardi. Se, però, andiamo a vedere nel dettaglio, troviamo una situazione molto differenziata e qui sta la seconda delle cause del dramma greco. Infatti, la gran parte dell’attivo (158 miliardi) è concentrato in Germania, mentre altri Paesi, compresa la Francia, hanno deficit commerciali, fra i quali di particolare entità sono quelli di Spagna e Grecia. Il fatto è che l’euro ha favorito la competitività dell’industria della Germania – che è al centro della divisione del lavoro europea - mentre ha indebolito la competitività degli altri Paesi. A causa di questa situazione i Paesi con una industria più debole hanno maturato un forte debito commerciale, che ha peggiorato la bilancia delle loro partite correnti con l’estero e messo in dubbio la solvibilità del loro debito pubblico. La Germania, dall’altro canto, mentre ha tratto giovamento dall’euro, aumentando l’export e l’attivo commerciale, sembra poco incline a considerare le sue responsabilità nel debito altrui. A questo si aggiunge che Eurolandia, a differenza degli Usa, non può emettere titoli di debito, né può stampare moneta per finanziare l’economia, perché il mandato della Banca centrale europea è di garantire stabilità all’euro, non di stimolare l’economia. In definitiva, il problema è che Eurolandia non è una vera realtà statale, cioè un soggetto politico unito e autonomo. L’attacco alla periferia debole di Eurolandia appare come un tentativo di indebolire, disarticolandola, l’area euro, in funzione di una difesa degli Usa come centro finanziario mondiale, e può avere solo due sbocchi. O una accelerazione della Ue verso una integrazione politica o uno sfaldamento dell’area euro stessa. Una eventuale accelerazione dell’integrazione europea, però, non può e non deve essere pagata dai lavoratori europei, già colpiti dalle delocalizzazioni e dalle privatizzazioni, né essere egemonizzata dagli interessi del capitale tedesco.
La crisi non è finanziaria ma del capitale
di Domenico Moro 1. Sovrapproduzione e crisi
2. Il caso emblematico dell’automobile La crisi non è una cesura nel procedere normale dell’economia, è il modo violento in cui il capitale tenta di risolvere le sue contraddizioni. Infatti, le crisi non solo bruciano miliardi di capitale fittizio nei crolli borsistici, ma provocano distruzione di capitale reale attraverso la svalorizzazione delle merci, che giacciono invendute nei depositi o sono vendute sottocosto (negli Usa si è arrivati al prendi due automobili ne paghi una), e dei mezzi di produzione, che rimangono inattivi o sottoutilizzati. Le crisi, poi, distruggono forza lavoro attraverso i licenziamenti e, provocando la morte delle aziende più deboli ed il loro assorbimento da parte di quelle più forti, determinano la concentrazione della produzione in sempre meno mani. Soltanto a questo prezzo si generano le condizioni affinché la produzione sia di nuovo profittevole e possa riprendere, riproducendo però le condizioni per replicare la crisi successivamente e su una base più ampia. Il caso dell’auto è emblematico. Si tratta di un settore con le caratteristiche tipiche della grande industria: una progressiva grande concentrazione, e un sempre più forte aumento della componente tecnologica in rapporto ai lavoratori impiegati. Un settore nel quale, secondo le parole dell’amministratore delegato della Fiat, Marchionne, “la sovraccapacità produttiva è un problema generale”. Negli Usa, infatti, la produzione del 2009 sarà di appena il 45% dell’output potenziale, pari 5 milioni di auto in meno rispetto al 2007. Secondo CSM Wolrdwide, l’utilizzazione degli impianti delle prime dodici case produttrici mondiali, scesa al 72,2% già nel 2008, si ridurrà nel 2009 al 64,7%. Le conseguenze saranno pesanti persino per le case leader tedesche e giapponesi: in Germania sono già stati licenziati i lavoratori precari (4500 quelli della Volkswagen), mentre l’orario settimanale di lavoro (ed il salario) è stato ridotto per i due terzi dei lavoratori stabili della Volkswagen e a febbraio e marzo per 26mila della Bmw, in Giappone, invece, la Nissan ha pianificato 20mila licenziamenti. Ancora peggiore la situazione delle case Usa, tra le quali GM e Chrysler sarebbe già fallite senza i 14 miliardi di dollari stanziati dal governo. GM, in particolare, prevede la chiusura di quattro dei ventidue impianti statunitensi e 31mila licenziamenti. Eppure tutto questo si realizza alla fine di un processo in cui le tre major di Detroit avevano migliorato la loro produttività. Secondo l’Harbour report, le major di Detroit hanno ridotto il divario con gli stabilimenti giapponesi in America in termini di tempo necessario alla produzione di un veicolo dalle 10,51 ore del 2003 alle 3,50 ore del 2007. Del resto, ad essere preceduta da un forte aumento della produttività fu anche la crisi del ’29, sebbene, come quella odierna, fosse stata innescata da un crollo finanziario. Infatti, fu proprio negli anni 20 che, col fordismo, si introdusse la catena di montaggio. A partire dagli anni 80, il fordismo si è aggiornato, divenendo tojotismo, che, flessibilizzando i processi, avrebbe dovuto sanare la contraddizione tra mercato e produzione. Il bel risultato è stato che le auto invendute, solo nei piazzali degli stabilimenti Usa, hanno raggiunto a fine gennaio 2009 quasi i tre milioni, equivalenti a 116 giorni di vendita agli attuali livelli. Prova questa che, entro i limiti dei rapporti di produzione capitalistici, per sanare la contraddizione tra produzione e mercato non c’è tecnica manageriale che tenga. Quali sono allora le risposte che si prospettano alla sovrapproduzione? Il caso statunitense è ancora una volta emblematico. Oltre ai licenziamenti ed alla settimana corta di 4 giorni (working sharing), si prospetta un allineamento di tutte le case americane alle peggiorative condizioni salariali e assistenziali in vigore presso gli stabilimenti giapponesi negli Usa. In secondo luogo, anche questa crisi, come e più di altre, data la sua gravità, vorrà le sue vittime e sarà il volano per ulteriori fusioni ed acquisizioni. Sempre secondo Marchionne, nel mercato mondiale dell’auto ci sarebbe posto solo per cinque o sei produttori che riescano a raggiungere l’economia di scala minima di cinque milioni di vetture. Ed è proprio la Fiat a distinguersi per il suo attivismo, muovendosi in varie direzioni, dalle joint ventures con la Tata indiana, che è entrata anche nel capitale Fiat, alla possibile acquisizione della Chrysler, fino alla ventilata fusione con Peugeot. La crisi fornirà poi un ulteriore stimolo alla internazionalizzazione della produzione, per ridurre i costi e avvicinarsi ai nuovi mercati di sbocco. Già oggi, Ford e GM producono negli Usa meno del 32% del loro output complessivo, mentre Fiat, Renault e Volkswagen producono nei paesi d’origine rispettivamente appena il 34,9%, il 34,7% ed il 33,6% della loro produzione totale. A pagare saranno, comunque, sempre i lavoratori con la perdita del posto di lavoro e con la riduzione dei salari.
3. Il nesso tra sovrapproduzione e finanza Contrapporre, in ambito capitalistico, economia “finanziaria” e “reale” non ha senso ed è fuorviante. L’enorme sviluppo del credito e dei mercati finanziari ha alla sua base l’affermazione della grande industria, che ha bisogno di capitali monetari sempre più grandi da investire. La mondializzazione della concorrenza, le fusioni e le acquisizioni, il gigantismo delle imprese, necessario ad economie di scala sempre maggiori, determinano una richiesta di credito sempre maggiore e banche sempre più grandi. Sebbene le crisi non siano causate dal credito e dalla finanza, esiste un nesso molto stretto tra crisi e credito. Tale nesso sta nel fatto che il credito favorisce ed accelera la tendenza alla sovrapproduzione di capitale e di merci. Il credito, infatti, permette l’allargamento della produzione in un modo che altrimenti non sarebbe possibile. Nello stesso tempo le banche, concentrando in poche mani il risparmio della società e trasformandolo in investimento, fanno assumere al capitale stesso una forma “sociale”, favorendo la separazione tra direzione e proprietà. Si crea così una produzione privata senza proprietà privata e una nuova aristocrazia finanziaria e di top manager, superpagata, indifferente ai limiti del mercato, e incline ad investimenti spericolati, parassitismo e speculazione. In questo modo si sviluppa la tendenza ai monopoli e alla sovrapproduzione cronica generale. L’industria contemporanea versa da decenni in una situazione di sovrapproduzione, cui si è risposto favorendo il credito facile e quindi l’indebitamento, sia dal lato dell’offerta, cioè dal lato delle aziende, sia da quello della domanda, cioè dei consumatori-compratori. Per anni, con il beneplacito dei governi Usa, la Fed ha mantenuto un bassissimo costo del denaro, spingendo le banche a prestare oltre ogni ragionevole garanzia. In particolare è stato incentivato l’acquisto delle case, perché la proprietà immobiliare garantiva sull’acquisto a credito di beni di consumo come l’auto. Sono stati concessi mutui fino al 100%, ed anche a chi non aveva né lavoro né altre proprietà, i cosiddetti mutui subprime. La spirale dell’indebitamento si è autoalimentata, grazie alla liberalizzazione dei mercati finanziari e alla abolizione degli steccati e delle regole introdotte dopo la crisi del ’29, ed i mutui sono stati cartolarizzati in titoli – i cosiddetti derivati – venduti alle banche di tutto il mondo. La speculazione si è estesa anche alla cartolarizzazione delle assicurazioni sui derivati dei mutui, i credit default swaps (Cds), che hanno raggiunto la cifra astronomica di 45mila miliardi. Inoltre, sono state introdotte altre forme di incentivazione all’indebitamento come le carte di credito revolving. In sostanza la domanda di beni di consumo è stata drogata, fondando su basi d’argilla l’espansione economica seguente alla crisi del 2001. Negli Usa e nel Regno Unito il debito delle famiglie nel 2007 aveva raggiunto il 100% del Pil. Intanto la leva finanziaria delle banche era cresciuta a dismisura: le banche europee per ogni euro di capitale posseduto avevano dato in prestito 40 euro, quelle Usa ancora di più. Tutto questo non poteva reggere ed infatti non ha retto. Quando la bolla immobiliare ha raggiunto il suo picco e nel 2007 è scoppiata, le abitazioni hanno perso fino al 40% del valore ed i loro proprietari non sono più riusciti a far fronte ai mutui. Il sistema finanziario internazionale si è così reso conto di avere in pancia miliardi di titoli col valore della carta straccia, cui si aggiungeva la massa dei Cds, che avrebbero potuto portarlo al collasso. Numerose banche, costrette a iscrivere le perdite a bilancio, sono fallite, sono state acquisite o salvate dallo Stato, e centinaia di miliardi di capitalizzazione di borsa sono stati bruciati. Inoltre, l’incertezza sulla solvibilità delle banche ha portato alla paralisi del mercato interbancario ed al restringimento del credito, con conseguenze devastanti per le aziende, già pesantemente indebitate ed alle prese con le necessità della internazionalizzazione, della riorganizzazione produttiva e del finanziamento del credito al consumo.
4. Fallimento del mercato e intervento dello Stato La sovrapproduzione che attanaglia l’economia è ormai generale. Infatti, secondo la Banca mondiale, al calo, per la prima volta dal 1945, del Pil mondiale si è associato il maggiore declino del commercio mondiale degli ultimi 80 anni, ovvero dalla grande Depressione degli anni 30. L’International labour organization prevede dai 18 ai 30 milioni di disoccupati in più, 50 nella previsione peggiore. La crisi ha così dimostrato nel modo più plateale il fallimento delle capacità regolatrici del mercato. Significativa è stata la rapidità della sterzata verso l’intervento dello Stato a partire proprio dai due paesi leader della “rivoluzione” neoliberista, Usa e Gran Bretagna, e la consistenza dell’intervento, soprattutto a favore del credito. Negli Usa il programma di aiuto federale, il Tarp, ha già utilizzato 294,9 miliardi, di cui 250 per la ricapitalizzazione delle banche, su uno stanziamento totale di 700 miliardi, e Obama ha in progetto un ulteriore stanziamento di 2mila miliardi. In gran Bretagna lo stato ha acquisito la Bearn Stearns, il 60% della Royal Bank of Scotland e il 40% di Lloyds-Hbos, mentre la Germania, che ha già dato 90 miliardi alla Hypo e ha acquistato il 25% della Commerzbank, ha varato una legge che consente l’esproprio statale delle banche in difficoltà. Ma, visto che queste misure non sono bastate a rimettere in moto il mercato interbancario ed il prestito ad imprese e famiglie, lo Stato ha assunto il ruolo di finanziatore diretto, più o meno a fondo perduto, delle aziende. In Giappone lo Stato ha stanziato 13 miliardi di euro con cui entrerà eventualmente anche nel capitale delle aziende. In particolare, si è svolta una corsa al soccorso dei produttori nazionali di auto, dai 14 miliardi di dollari dati a GM e Chrysler ai 7 miliardi di euro stanziati per Renault e Psa, di cui una parte andrà alle branche di queste società che finanziano gli acquisti a credito. Tutte scelte che, insieme alla riduzione praticamente a zero dei tassi di interesse praticati da molte banche centrali come la Fed, dimostrano che la soluzione alla crisi viene ricercata in direzioni vecchie e sbagliate, come l’indebitamento e il protezionismo, ritornato prepotentemente in auge con il buy american. L’insieme delle risorse messe sul piatto dagli Usa raggiungono gli 8000 miliardi, pari al 54% del loro Pil. Se pensiamo che gli Usa in tutta la Seconda guerra mondiale spesero 3600 miliardi e che nel 1944 la spesa bellica fu il 36% del Pil, abbiamo una idea della partita in atto. L’aumento della spesa statale farà esplodere il deficit pubblico, che negli Usa arriverà quest’anno al 10% e nel Regno Unito al 6-8%, mentre la virtuosa Germania porterà il disavanzo pubblico ai massimi dal 1945. L’ingigantirsi dei debiti pubblici, già gravati come negli Usa da decenni di sussidi alle imprese e di spese militari, condurrà all’inasprimento della tassazione, mentre l’aumento dell’emissione dei titoli di Stato, unico investimento rifugio rimasto, sta già conducendo al calo dei rendimenti per milioni di piccoli risparmiatori. Al contempo il prezzo dei credit default swaps sui titoli pubblici si è alzato, segno dei timori del mercato sulla solvibilità di molti stati. Mentre gli Usa, grazie al dollaro cercano di continuare a scaricare il finanziamento del loro enorme debito sull’estero, molti paesi periferici, soprattutto nell’Europa dell’est, presi dalle difficoltà della recessione, rischiano una bancarotta che avrebbe pesanti contraccolpi sulle banche europee e sull’euro.
5. Conclusioni: pianificazione e riduzione dell’orario di lavoro Se il fallimento del mercato è ormai evidente a tutti, meno evidente è l’altrettanto grande fallimento della proprietà e della produzione privata. In Italia ad esempio assistiamo all’apparente paradosso di chi, Confindustria in testa, chiede e ottiene l’intervento statale sotto forma di aiuti e continua a rivendicare le privatizzazioni, ad esempio delle utility. In effetti è proprio nei momenti di difficoltà che il capitale si rifugia di più nelle rendite di monopolio, fuori dalla concorrenza. In ogni paese, la premessa a tutti gli aiuti pubblici è che lo Stato, anche nel caso in cui entrasse in una banca o in una azienda con quote di maggioranza, rimanga rigorosamente fuori dalla sua gestione, magari comprando azioni senza diritto di voto. Già l’espansione del credito aveva messo a disposizione del privato il capitale sociale (il risparmio della collettività), rendendo la produzione privata una produzione senza proprietà privata. Oggi che lo Stato finanzia le banche private o eroga direttamente alle imprese il capitale impiegato, la proprietà acquista ancora di più un carattere sociale. Si accresce quindi la contraddizione tra il carattere sempre più sociale della produzione e della proprietà e l’appropriazione privata del prodotto di quella produzione, che si concentra in sempre meno mani. Del resto, con sole cinque case automobilistiche a dividersi il mercato mondiale, come prevede Marchionne, si può ancora parlare di proprietà privata? Si tratta di una produzione in realtà già quasi socializzata. Abbiamo invece una produzione privata senza proprietà privata, e che si sottomette lo Stato come erogatore concentrato del capitale della società. La crisi non si risolve con gli aiuti agli imprenditori privati o gettando masse di denaro nel pozzo senza fondo dell’insolvenza di banche che continuano a non prestare. La crisi si risolve solo andando alla sua radice, che certo non sta negli stipendi dei supermanager. In primo luogo, non ha senso mantenere la produzione privata, quando i capitali sono pubblici. Permarrebbero, a spese dei lavoratori-contribuenti, l’anarchia irrazionale della concorrenza e lo squilibrio permanente tra produzione e circolazione delle merci. Tali contraddizioni possono essere risolte solo mediante il coordinamento complessivo, la pianificazione dell’economia da parte delle collettività, secondo le priorità della società e dell’ambiente, e cominciando con la ripubblicizzazione delle banche e dei servizi di pubblica utilità. In secondo luogo, va affrontata la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione. Le scoperte tecnologiche e l’enorme aumento della produttività che negli ultimi decenni ne è derivato possono liberare tempo vitale invece di essere fonte di disoccupazione. Ma questo è possibile a farsi solo se l’orario di lavoro viene ridotto a parità di salario, liberando bisogni e la possibilità di soddisfarli, ed allargando così i limiti del mercato. Se è vero che la crisi libera i mostri della xenofobia e dell’autoritarismo e che la depressione del ’29 aprì la strada ai fascismi, quella stessa crisi ebbe anche risposte a sinistra. Negli Usa nel 1932 il senatore Black, in opposizione al working sharing, che redistribuiva solo la povertà e non l’occupazione, propose una legge per la riduzione dell’orario a 30 ore, che fu sconfitta solo di misura per l’opposizione di Roosvelt e degli imprenditori. Fu invece in Francia che nel 1936, in piena crisi, fu approvata una legge per le 40 ore, che portò, a parità di salario, l’orario di lavoro annuale da 2496 a 2000 ore. La differenza tra Francia e Usa è che, all’epoca, in Francia era al governo quel grande esempio di protagonismo politico dei lavoratori che fu il Fronte popolare. Un esperimento politico su cui, mutatis mutandis, forse varrebbe la pena di riflettere. Oggi, in conclusione, di fronte ad una crisi eccezionale che evidenzia il fallimento di un intero modo di produzione ritorna d’attualità proprio il fantasma che si è voluto esorcizzare negli ultimi venti anni, il socialismo. La possibilità di rispondere alla crisi economica e alla crisi politica della sinistra passa così per la capacità di prospettare una organizzazione alternativa della società e dell’economia. (scritto il 9 aprile 2009)
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