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Formazione politica                                                                                                                                                                                      
 

I  mercenari della Nato esaltati come "liberatori" dalla stampa asservita agli interessi imperialisti, comandati da uno dei più efferati terroristi di Al Qaida, Abdul Hakim Belhadj, assassino che ha operato in tutto il mondo per conto della Cia, stanno commettendo carneficine, saccheggiano tutto, uccidono a mani legate i prigionieri.

 Sette punti sulla guerra contro la Libia

di Domenico Losurdo

su domenicolosurdo.blogspot.com del 27/08/2011

Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.
2. Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».
3. Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».
4. Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».
5. Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.
6. Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.
7. A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos'è un monarca assoluto? E' colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.

 

 

 Tripoli cade, affogata in un bagno di sangue

 

su Avante del 25/08/2011

“Avante”, settimanale del Partito Comunista Portoghese

Traduzione di Mauro Gemma

“La caduta di Tripoli è una sconfitta per tutti i progressisti e gli amanti della pace, ma non è la loro resa o la diserzione dalla lotta contro la barbarie”

Dopo sei mesi di insurrezione, cinque dei quali appoggiati dai continui bombardamenti della NATO, i controrivoluzionari hanno assunto il controllo della capitale della Libia. Nell'assalto a Tripoli, l'Alleanza Atlantica e i mercenari e i fondamentalisti islamici che fanno capo al Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) hanno ucciso tante persone quante sono le vittime stimate dal governo libico durante tutto il conflitto.

La battaglia per il controllo di Tripoli è iniziata sabato notte quando colonne del CNT, in maggioranza venute dalla regione dell'Est, hanno cominciato ad attaccare i dintorni della metropoli. Nei giorni precedenti, i ribelli avevano già conquistato città tra la frontiera settentrionale con la Tunisia e la capitale, fatto che, aggiunto alle posizioni mantenute dai ribelli ad Est frutto del costante appoggio aereo e navale della NATO, lasciava al governo libico il controllo della fascia del litorale tra la principale città del paese e il porto petrolifero di Ras Lanuf, e, così, con Misurata nelle mani dei filo-colonialisti interrompeva il collegamento costiero con le martirizzate Zliten e Sirte.

Non manca di sorprendere il fatto che il governo libico abbia resistito tanto tempo. Spesso ha spinto le orde controrivoluzionarie sull'orlo della sconfitta. All'ultimo momento, sono stati sempre gli imperialisti a evitare l'annientamento delle bande del CNT. Nella conquista di Tripoli non è avvenuto diversamente.

La macchina della morte

Tra il 10 e il 22 agosto, gli USA – il cui presidente, Barack Obama, ha sempre sostenuto che il paese non si trovava in guerra, ma in missione umanitaria, evitando, così, di chiedere l'autorizzazione al Congresso per realizzare l'attuale campagna bellica – hanno rovesciato sulla Libia e sul suo popolo tonnellate di bombe per un minimo di 55 attacchi aerei (tra i quattro e i cinque al giorno).

In totale, in cinque mesi di campagna, solo l'aviazione nordamericana ha realizzato 1.210 bombardamenti con aerei senza pilota, e 110 con aeronavi comandate a distanza. Da marzo, l'insieme delle forze della NATO ha realizzato più di 20.000 voli in spregio della stessa risoluzione che avevano fatto approvare nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, di cui almeno 7.500 consumate con bombardamenti che, solo per un grossolano insulto all'intelligenza, possono essere definiti missioni per la protezione dei civili.

Dal giorno 22 fino alla fine di marzo, la NATO ha sferrato 80 offensive giornaliere. Il 28 marzo si è registrato l'impressionante numero di 600 bombe definite di precisione e 199 missili “Tomahawk” lanciati sulla Libia.

Se in cinque mesi di operazioni criminali la NATO è stata responsabile della morte tra i 1.200 e i 2.000 civili libici, secondo calcoli prudenti del governo libico (che escludono, evidentemente, le centinaia di rifugiati che hanno dovuto soccombere alla fame e alla sete nelle traversate tra la Libia e l'isola italiana di Lampedusa, alcune delle quali vittime dell'indifferenza delle navi da guerra francesi che pattugliavano il Mediterraneo), tra lo scorso sabato e la mattina di lunedì, almeno 2.100 tripolitani sono stati schiacciati dalla barbarie dell'asse atlantico.

L'assalto finale

Il bagno di sangue in cui Tripoli è stata affogata è cominciato la notte del 20 agosto, quando cellule di jihadisti che avevano fatto irruzione nella città, sono state incitate all'azione dagli imam delle moschee. Gli appelli che venivano dai minareti – che alle nostre latitudini hanno fatto tremare nei loro stivali militari e ufficiali imperialisti – si sono aggiunti allo sbarco di gruppi armati multinazionali comandati da membri dei servizi segreti imperialisti. Marciava così a pieno ritmo l' “Operazione Sirena”, che ha fatto morire nelle prime ore più di 370 persone, tra civili e militari libici.

Sul finire della sera di domenica, Moussa Ibrahim, portavoce del governo libico, dichiarava che in quel giorno le autorità avevano contabilizzato altre 1.667 vittime dei bombardamenti della NATO e degli attacchi ribelli. In seguito non è stato più divulgato un nuovo conteggio ufficiale.

Molto rari sono stati gli organi di comunicazione sociale e le agenzie, nazionali e internazionali, che hanno parlato del massacro. Tutto quello che interessava era amplificare la campagna mediatica che accompagnava l'avanzata ribelle.

La prima vittima della guerra

La copertura informativa del brutale assalto a Tripoli non è sfuggita alla regola rispettata durante tutta l'aggressione imperialista alla Libia. Ha confermato che “nella guerra la prima vittima è la verità”, come disse il politico nordamericano Hiram Johnson a proposito della Prima Guerra Mondiale, la primogenita di tutte le guerre imperialiste, come bene la definirono, all'epoca, i comunisti con Lenin in prima fila.

All'inizio di febbraio, un servizio informativo in prima serata in una televisione portoghese riferiva di “una sollevazione popolare” libica con immagini di una manifestazione, si, di massa, è vero, con donne e giovani, è innegabile, ma tutte con bandiere verdi (!).

In più di 48 ore di bombardamento mediatico attorno ai combattimenti di Tripoli, oltre all'occultamento della mattanza che stava avvenendo nella capitale del territorio nordafricano, veniva comunicato che due figli di Gheddafi erano stati catturati dal CNT.

Saif al-islam, dicevano, si trovava addirittura sul punto di essere estradato all'Aia per essere preso in consegna dal Tribunale Penale Internazionale, che gli avrebbe riservato lo stesso destino dei presunti criminali di guerra dell'ex Jugoslavia.

Nello stupore generale, Saif riappare alcune ore dopo nell'albergo dove alloggiano i giornalisti, garantendo che il padre sta a Tripoli e che la città sarà ripresa dall'esercito regolare. Ciò non si è potuto verificare, ma la riapparizione di Saif ha imbarazzato l'imperialismo.

E adesso che il TPI ripete mille volte di non avere confermato l'arresto del presunto successore di Gheddafi, potrebbe anche decidersi a frenare l'incontinenza verbale del procuratore Luis Moreno-Ocampo che, domenica, garantiva che Saif sarebbe stato trasferito in Olanda il giorno seguente.

Si ricordi che Moreno-Ocampo si è distinto in questa guerra per aver accusato Muammar Gheddafi di aver comprato dosi massicce di stimolanti sessuali perché i soldati a lui fedeli si scatenassero contro la popolazione oppositrice con violenze di massa. Nel capitalismo le assurdità dei suoi accoliti più di ferro non conosce limiti.

Anche Mohammed Gheddafi, fratello di Saif era stato catturato dagli insorti dopo essere stato intervistato da “ Al-Jazeera”, hanno detto. Alla fine, è stato liberato da militari libici proprio nel momento in cui veniva accomunato a Saif nel ruolo di trofeo di guerra collezionato durante la marcia trionfale nei quartieri di Tripoli.

Nella notte di domenica e nella mattinata di lunedì, “Al-Jazeera” ha trasmesso ripetutamente le immagini delle manifestazioni di “festeggiamenti popolari” a Bengasi e di controrivoluzionari nella Piazza Verde. Ci sia concesso di dire che il montaggio della manifestazione di iracheni attorno alla statua di Saddam che stava per essere rovesciata da un carro armato USA era ben più riuscito.

Va notato che in Iraq come in Libia e in Siria, la trasformazione di decine o centinaia di persone in moltitudini travolgenti attraverso primi piani o immagini di telefoni cellulari distorte e di scarsa qualità rispondono allo stesso obiettivo di ritoccare la realtà ad uso e consumo degli interessi imperiali e a minare la fiducia degli aggrediti nell'iniziativa per la propria difesa e quella del rispettivo paese.

La giornalista indipendente Lizzie Phelan ha confermato l'inganno televisivo che riguarda la simbolica Piazza Verde in Libia, fatto che le è valsa una condanna a morte decretata da presunti giornalisti mischiati con professionisti onesti nell'hotel Rixos.

Nell'albergo di Tripoli, si trovano anche Thierry Meyssan e Mahdi Darius Nazemroaya, reporters coraggiosamente indipendenti, e per questo anch'essi minacciati da agenti della CIA e del britannico M16 che si sono fatti passare per giornalisti delle grandi catene televisive occidentali.

Si sprofonda nel caos.

E' obiettivo dire che la caduta del regime libico spinge tutto un popolo nell'incertezza, poiché, sulla base dei risultati delle recenti guerre imperialiste, i libici rischiano di sprofondare nel caos in cui versano iracheni e afghani.

Ciò ha avuto una conferma quando, un giorno prima dell'entrata dei mercenari del CNT a Bab Al-Azizya – complesso fortificato che era l'ultimo ridotto dei patrioti libici e dove si supponeva che Gheddafi fosse rifugiato -, è stato lo stesso capo del consiglio controrivoluzionario a minacciare di dimettersi nel caso i gruppi ribelli insistessero nei saccheggi, nelle distruzioni gratuite e nel baccanale del regolamento di conti a Tripoli.

Mustafa Abdul Jalil dovrà, tuttavia, affrontare prove molto più dure. Si presenta come comandante di un Consiglio i cui subordinati non obbediscono. Vanno evidenziate le lotte intestine che sono culminate nelle ultime settimane con la morte del principale e più rispettato capo militare degli insorti, o la intensa partecipazione dei gruppi fondamentalisti islamici che controllano l'Est della Libia all'assalto a Tripoli. Molti di costoro non è da oggi che avvisano che non si sottometteranno al potere del CNT.

Inoltre, per quanto le grandi potenze capitaliste abbiano fretta di “stabilizzare” il territorio per, come ha ammesso il congressista Ed Markey, “prendere il petrolio” il più presto possibile, il fatto è che la rivoluzione Verde e Gheddafi godono di enorme prestigio in Libia. Sono gli stessi capi imperialisti ad ammetterlo, aggiungendo che la guerra continuerà. L'obiettivo è farla finita con la resistenza patriottica.

Barack Obama, Nicolas Sarkozy e David Cameron sono riusciti ad affogare Tripoli in un bagno di sangue, come aveva avvertito Silas Cerqueira nella conversazione con “Avante”, pubblicata il 7 luglio (1).
Nell'occasione, il militante comunista e membro dei corpi direttivi delle strutture unitarie di difesa della pace ha ricordato anche che, nel suo ultimo viaggio a Tripoli, i libici avevano fatto appello alla solidarietà internazionale con il loro popolo. Gli avevano chiesto di trasmettere ai portoghesi che stavano resistendo per tutti noi all'imperialismo, facendo appello a una nostra iniziativa per la fine dei bombardamenti.

La caduta di Tripoli è una sconfitta per tutti i progressisti e gli amanti della pace, ma non è la loro resa o la diserzione dalla lotta contro la barbarie.

*Dalle agenzie, Reseau Voltaire, Global Research, Telesur e The Economist
 

Nota del traduttore

(1) “L'imperialismo vuole soggiogare un paese ricco e sovrano”, http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=21210

 

 

 In Libia la barbarie, non un trionfo!

 

su www.oltre-confine.it del 22/08/2011

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 A quando la mobilitazione contro la barbarie

dell'aggressione Nato alla Libia?

 

di Mauro Gemma

su l'Ernesto Online del 19/08/2011

 

Da qualche tempo ormai, i media di casa nostra si limitano a trasmettere resoconti che testimonierebbero (come al solito facendo riferimento a fonti, la cui attendibilità è difficilmente verificabile) dell'imminente sconfitta definitiva del regime di Tripoli. Il bombardamento propagandistico, come quello che a colpi di resoconti truci e filmati truccati sulle presunte violenze dei “lealisti” libici (smentiti in seguito anche da organizzazioni umanitarie come Amnesty, non sospettabili di simpatie gheddafiane) servì nel febbraio scorso a offrire gli argomenti per l'intervento militare occidentale contro Gheddafi, si è spostato, evidentemente con gli stessi propositi, contro la Siria, in questo momento oggetto di una vera e propria aggressione dall'esterno, tesa a impedire il processo di riforme politiche annunciate dal governo di Damasco e a provocare il rovesciamento violento di Bashar Assad da parte di forze che invocano apertamente l'intervento delle potenze imperialiste.

Quello che gli strumenti di comunicazione occidentali e le emittenti arabe, come Al Jazeera (controllata dal sovrano del Qatar, paese coinvolto nel conflitto libico e direttamente interessato alla vittoria del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi) non raccontano, sono le terribili conseguenze dell'intervento che una sciagurata risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha consentito in nome della “difesa delle popolazioni civili” e che si è tramutato presto in uno stillicidio di quotidiani bombardamenti del suolo libico da parte degli aerei della NATO che partono dagli aeroporti del nostro paese, muniti di testate “rafforzate” dall'uranio impoverito (1).

Nei primi quattro mesi di una guerra che sarebbe dovuta durare solo poche settimane, la NATO, in aperta violazione della pur deprecabile mozione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che però ne limitava fortemente l'iniziativa militare, ha colpito (non esitando a riconoscere in alcuni casi, anche se nella più totale indifferenza dell'apparato mediatico occidentale, la propria responsabilità in spaventosi eccidi) ben 1.600 obiettivi civili, provocando circa 2.000 morti, secondo le stime fornite da numerosi osservatori stranieri presenti sul posto. La cifra delle vittime non comprende ancora le 85 persone, tra cui 32 bambini, che hanno perso la vita in due bombardamenti effettuati dall'Alleanza Atlantica nella città di Zilten, a sostegno delle operazioni militari dei ribelli agli ordini del Consiglio Nazionale Transitorio (CNT) di Bengasi.

Il bombardamento di Zilten (vi hanno partecipato anche aerei italiani?) ha rappresentato un vero e proprio salto qualitativo sul piano dell'efferatezza dell'intervento NATO, come dimostrano le immagini raccapriccianti diffuse dalla televisione libica e completamente oscurate nei paesi che partecipano all'aggressione, sottoposti al regime di censura tipico dei tempi di guerra che sta filtrando minuziosamente ogni notizia proveniente dal fronte.

L'attacco, secondo la testimonianza del corrispondente della venezuelana Telesur, si è svolto in due fasi. In un primo tempo, sono stati lanciati tre ordigni ad alto potenziale che hanno distrutto un edificio e quando, immediatamente dopo, i vicini sono accorsi per soccorrere le decine di feriti provocati dal bombardamento, gli aerei della NATO, con una ferocia che testimonia fino in fondo del reale significato delle intenzioni “umanitarie” e dell'ipocrisia di questi “difensori dei diritti umani”, hanno ripetuto l'incursione.

Inoltre, negli ultimi giorni, la capitale libica Tripoli, che si è trasformata in una vera e propria “città martire”, è stata nuovamente bersaglio della furia imperialista. Almeno 15 missili sono caduti sulla metropoli in meno di 30 minuti, provocando un numero imprecisato di vittime e danni materiali che hanno aumentato i disagi materiali della popolazione civile che, giorno dopo giorno, assiste alla distruzione di scuole, ospedali, acquedotti e depositi di carburante e di alimenti.

E' in questo contesto, con il sostegno del terrore seminato dagli strumenti di morte della NATO, che combattono, sventolando emblematicamente le bandiere della monarchia senussita vassalla delle potenze imperialiste, le milizie del CNT di Bengasi, con metodi che nulla hanno da invidiare a quelli delle belve feroci delle formazioni collaborazioniste dei nazisti nella Seconda guerra mondiale. E che si appresterebbero - almeno secondo i bollettini trionfalistici diffusi dai nostri mezzi di comunicazione di ogni tendenza, che simpatizzano sfacciatamente per i “quisling” di Bengasi al servizio degli interessi imperialistici – a chiudere la partita con Gheddafi e a regolare definitivamente i conti con il governo di Tripoli e i suoi sostenitori.

Esecuzioni sommarie di prigionieri e di civili sono testimoniate anche da filmati che circolano in rete, ma che ci si guarda bene dal trasmettere nei circuiti televisivi ufficiali, e da organizzazioni umanitarie che – a conferma delle pulsioni razziste che animano questi “combattenti della libertà” - hanno ripetutamente confermato anche violenze inaudite nei confronti dei numerosi lavoratori immigrati provenienti dalla regione sub-sahariana, che stanno ingrossando la schiera dei disperati che cerca rifugio al di là del Mediterraneo.

Non è difficile immaginare cosa potrebbe succedere al momento dell'ingresso dei “ribelli” a Tripoli alla popolazione civile della città che, in vasta maggioranza, fino ad ora ha dato prova di lealtà nei confronti del regime emerso dalla rivoluzione antimperialista del 1969. Ed è scontato che non sarebbero certo i “difensori delle popolazioni civili” occidentali a impedire regolamenti di conti e massacri indiscriminati. Solo pochi mesi fa ne ha dato prova in Costa d'Avorio la Francia, che si è guardata bene dall'intervenire per fermare le vendette delle milizie del fantoccio Ouattara non solo contro gli avversari politici, ma anche contro centinaia di donne e bambini inermi, massacrati a colpi di mitra e di machete in villaggi considerati “nemici”.

E' evidente che non ci troviamo alla vigilia di una fuoruscita “morbida” dal conflitto, come hanno tentato (con il consenso di Gheddafi e i ripetuti rifiuti del CNT e dei suoi alleati) di ottenere le varie proposte di mediazione avanzate dai BRICS, dall'Unione Africana, dall'America Latina (quella “comunità internazionale” contro cui agisce permanentemente la coalizione dei paesi imperialisti dell'Occidente), ma piuttosto di fronte alla fosca prospettiva di una “somalizzazione” del conflitto, dovuta alla tenace ostinazione degli aggressori di non “fare prigionieri” e di non venire a patti.

Quanto di terribile sta succedendo da cinque mesi a pochi chilometri dalla costa italiana, il coinvolgimento e l'esposizione dell'Italia nella sanguinosa guerra di aggressione contro un paese a cui eravamo legati da un patto di amicizia che doveva risarcirlo dell'umiliazione subita nel novecento sotto il nostro dominio coloniale e che è stato violato dal nostro governo (con il consenso dell'opposizione parlamentare) in aperto spregio della legalità internazionale, l'ennesima violazione dell'articolo 11 della Costituzione repubblicana, dovrebbero rappresentare motivi sufficienti per la presenza di una mobilitazione efficace del movimento pacifista e delle forze politiche e sociali democratiche a sostegno della richiesta dell'immediata cessazione del conflitto e dei massacri ad opera della NATO, dell'avvio di una trattativa di pace tra le parti che lasci al popolo libico l'ultima parola in merito al regolamento del conflitto.

Basterebbero, del resto, solo i costi che la partecipazione italiana a questa guerra scarica sui ceti più deboli del nostro popolo, colpito in questi giorni dalla manovra “lacrime e sangue” imposta dal governo e dall'Unione Europea, a reclamare un'ampia mobilitazione. Se pensiamo che solo nel primo mese di guerra sono stati spesi (tra impiego di mezzi aerei e navali) 50 miliardi di euro e, solo per cinque navi della flotta schierata al largo delle coste libiche, si spendono 350 mila euro al giorno per ciascuna (2), abbiamo ragioni a sufficienza che dovrebbero sollevare l'indignazione per questo sperpero di risorse che potrebbero essere altrimenti utilizzate, senza gravare pesantemente sui redditi dei settori più deboli della nostra popolazione.

Eppure di una mobilitazione adeguata alla gravità di quanto sta accadendo non c'è traccia. Anzi non c'è traccia di alcuna, seppur limitata, mobilitazione, dopo quella effimera e striminzita, durata lo spazio di un mattino, che ha coinvolto settori assolutamente minoritari del movimento, spesso su parole d'ordine che accomunavano aggressori e aggrediti. Una sorta di assuefazione allo stato di guerra permanente sembra caratterizzare l'Italia, come testimonia l'assenza di qualsiasi riferimento al coinvolgimento dell'Italia nelle principali missioni della NATO nel mondo persino in tutte le lotte che i movimenti del nostro paese hanno sviluppato a sostegno del quesito referendario sull'uso del nucleare pacifico, dove è sembrata francamente poco comprensibile l'incapacità di legare il corretto rifiuto della costruzione di pericolose centrali nucleari alla richiesta di denuclearizzazione del nostro paese anche sul piano militare e di rifiuto di ogni partecipazione a guerre che contemplano l'utilizzo di materiale nucleare, come sta avvenendo anche in Libia.

Di questi profondi limiti devono avere piena consapevolezza in primo luogo i comunisti che si apprestano a svolgere il loro congresso di “ricostruzione del partito comunista”. Occorre al più presto raccogliere l'eredità delle migliori tradizioni pacifiste e internazionaliste del nostro popolo che non ha mai mancato, in passato, di mobilitarsi contro tutte le guerre e le avventure imperialiste e colonialiste a cui hanno partecipato o prestato la loro complicità le classi dominanti italiane. Ai comunisti spetta il difficile, ma urgente compito di rilanciare un grande movimento contro la guerra e la partecipazione italiana alle aggressioni dell'imperialismo alla sovranità dei popoli e al loro diritto all'autodeterminazione.

(1) David Wilson, “Uranio impoverito: uno strano modo di proteggere i civili libici”, http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20798

(2) Francesco Maringiò, “La guerra in Libia è illegale e costa tanto. Perché nessuno lo dice?”, http://www.oltre-confine.it/index.php?option=com_content&view=article&id=139:guerra-in-libia-illegale-e-costosa&catid=34:news

 

fermiamolaguerra@gmail.com

 

Una nuova operazione coloniale contro la Libia

 

di Domenico Losurdo

 

Dopo aver bloccato con un veto solitario una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condannava l’espansionismo coloniale di Israele nella Palestina occupata, ora gli Usa si atteggiano di nuovo a interpreti e campioni della «comunità internazionale». Hanno convocato il Consiglio di sicurezza, ma non per condannare l’intervento delle truppe saudite in Bahrein ma per esigere e infine imporre il varo della «no-fly zone» e di altre misure di guerra contro la Libia.

Peraltro, alcune misure di guerra erano state già intraprese unilateralmente da Washington e da alcuni dei suoi alleati: lo dimostrano l’addensarsi della flotta militare statunitense al largo delle coste libiche e il ricorso al classico strumento colonialista della politica delle cannoniere. Ma Obama non si era fermato qui: più volte nei giorni scorsi aveva intimato minacciosamente a Gheddafi di abbandonare il potere; aveva fatto appello all’esercito libico a inscenare un colpo di Stato. Ma l’aspetto più grave è un altro. Assieme a Gran Bretagna e Francia, gli Usa hanno da un pezzo sguinzagliato i loro agenti per porre i funzionari libici dinanzi a un dilemma: o passare dalla parte dei ribelli oppure essere deferiti alla Corte penale internazionale e trascorrere il resto della loro vita in galera, in quanto responsabili di «crimini contro l’umanità».

Al fine di coprire la ripresa delle più infami pratiche colonialiste, si è scatenato il consueto, gigantesco apparato multimediale di manipolazione e disinformazione. E, tuttavia, basta leggere con un minimo di attenzione la stessa stampa borghese per accorgersi dell’inganno. Giorno dopo giorno si è ripetuto che gli aerei di Gheddafi bombardavano la popolazione civile. Ma ecco cosa scriveva Guido Ruotolo su «La Stampa» del 1 marzo (p. 6): «E’ vero, probabilmente non c’è stato nessun bombardamento». La situazione è radicalmente cambiata nei giorni successivi? Sul «Corriere della Sera» del 18 marzo (p. 3) Lorenzo Cremonesi riferisce da Tobruk: «E come è già avvenuto nelle altre località dove è intervenuta l’aviazione, sono stati per lo pù raid di avvertimento. “Volevano spaventare. Tanto rumore e nessun danno”, ci ha detto per telefono uno dei portavoce del governo provvisorio». Dunque, sono gli stessi rivoltosi a smentire il «genocidio» e i «massacri» invocati come giustificazione dell’intervento «umanitario».

A proposito di rivoltosi. Giorno dopo giorno vengono celebrati quali campioni della democrazia nella sua purezza, ma ecco in che termini la loro ritirata dinanzi alla controffensiva dell’esercito libico è stata raccontata da Lorenzo Cremonesi sul «Corriere della Sera» del 12 marzo (p. 13): «Nella confusione generale anche episodi di saccheggio. Quello più visibile nell’albergo El Fadeel, dove hanno portato via televisioni, coperte, materassi e trasformato le cucine in pattumiere, i corridoi in bivacchi sporchi». Non sembra essere il comportamento proprio di un movimento di liberazione! Il meno che si possa dire è che la visione manichea dello scontro in Libia non ha alcun fondamento.

Ancora. Giorno dopo giorno vengono denunciate le «atrocità» della repressione in Libia. E ora leggiamo quello che sull’«International Herald Tribune» scrive, a proposito del Bahrein, Nicholas D. Kristof: «Nelle scorse settimane ho visto cadaveri di manifestanti, colpiti a breve distanza con colpi d’arma da fuoco, ho visto una ragazza contorcersi per il dolore dopo essere stata bastonata, ho visto il personale di ambulanze picchiato per aver tentato di salvare manifestanti» E ancora: «Un video dal Bahrein sembra mostrare forze di sicurezza che a pochi metri di distanza colpiscono al petto con un candelotto lacrimogeno un uomo di mezza età e disarmato. L’uomo cade a terra e cerca di rialzarsi. Ed ecco allora che lo colpiscono con un candelotto alla testa». Se tutto questo non bastasse, si tenga presente che «negli ultimi giorni le cose vanno molto peggio». Prima ancora che nella repressione, la violenza si esprime già nella vita quotidiana: la maggioranza sciita è costretta a subire un regime di «apartheid».

A rafforzare l’apparato di repressione provvedono «mercenari stranieri» e «carri armati, armi e gas lacrimogeni» statunitensi. Decisivo è il ruolo degli Usa, come chiarsice il giornalista dell’«International Herald Tribune», riferendo di un episodio che è di per sé illuminante: «Alcune settimane fa il mio collega del “New York Times” Michael Slackman fu catturato dalle forze di sicurezza del Bahrein. Egli mi ha raccontato che esse puntarono le armi contro di lui. Temendo che stessero per sparare, egli tirò fuori il passaporto e gridò che era un giornalista americano. A partire da quel momento l’umore cambiò in modo improvviso; il leader del gruppo si avvicinò e prese la mano di Slackman, esclamando con calore: “Non si preoccupi! Noi amiamo gli americani!”».

In effetti in Bahrein è di stanza la Quinta flotta Usa: Non c’è neppure bisogno di dire che essa ha il compito di difendere o imporre la democrazia: ovviamente, non in Bahrein e neppure nello Yemen, ma soltanto … in Libia e nei paesi di volta in volta presi di mira da Washington.

Per ripugnante che sia l’ipocrisia dell’imperialismo, essa non è un motivo sufficiente per passare sotto silenzio le responsabilità di Gheddafi. Se anche storicamente ha avuto il merito di aver spazzato via il dominio coloniale e le basi militari che pesavano sulla Libia, egli non ha saputo costruire un gruppo dirigente sufficientemente largo. Per di più, ha utilizzato i profitti petroliferi per inseguire improbabili progetti «internazionalisti» all’insegna del «Libro verde», piuttosto che per sviluppare un’economia nazionale, moderna e indipendente. E così è stata persa un’occasione d’oro per mettere fine alla struttura tribale della Libia e al dualismo di vecchia data tra Tripolitania e Cirenaica e per contrapporre una solida struttura economico-sociale alle rinnovate manovre e pressioni dell’imperialismo.

E, tuttavia, da un lato abbiamo un leader del Terzo Mondo che in modo rozzo, confuso, contraddittorio e bizzarro persegue una linea di indipendenza nazionale; dall’altro un leader che a Washington esprime in modo elegante, levigato e sofisticato le ragioni del neo-colonialismo e dell’imperialismo: ebbene, solo chi è sordo alla causa dell’emancipazione dei popoli e della democrazia nei rapporti internazionali, oppure solo chi si lascia guidare dall’estetismo piuttosto che dal ragionamento politico può schierarsi con Obama (e Cameron e Sarkozy)!

Ma poi è realmente elegante e fine Obama che, pur insignito del premio Nobel per la pace, neppure per un attimo prende in considerazione la saggia proposta dei paesi latino-americani, l’invito cioè da Chavez ed altri rivolto alle parti in lotta in Libia perché compiano uno sforzo per la composizione pacifica del conflitto e per la salvezza e l’integrità territoriale del paese? Subito dopo il voto all’Onu, andando oltre la risoluzione appena votata, il presidente Usa ha lanciato un ultimatum a Gheddafi e ha preteso di lanciarlo in nome della «comunità internazionale». Da sempre l’ideologia dominante rivela il suo razzismo identificando l’umanità con l’Occidente; ma questa volta dalla «comunità internazionale» sono esclusi non solo i due paesi più popolosi del mondo, ma persino un paese-chiave dell’Unione europea. Attegiandosi a interprete della «comunità internazionale», Obama ha mostrato un’arroganza razzista persino peggiore di quella di cui davano prova nel passato coloro che schiavizzavano i suoi antenati.

E’ elegante e fine Cameron che, per sconfiggere l’opposizione interna alla guerra, ripete ossessivamente che essa risponde agli «interessi nazionali» della Gran Bretagna, come se non fossero già chiari gli appetiti per il petrolio libico? Chi non sa che questi appetiti sono diventati ancora più voraci, una volta che la tragedia del Giappone ha gettato un’ombra pesante sull’energia nucleare?

E che dire poi di Sarkozy? Sui giornali si può leggere tranquillamente che egli, oltre che al petrolio, pensa alle elezioni: quanti libici il presidente francese ha bisogno di ammazzare per far dimenticare i suoi scandali e le sue gaffes e assicurarsi così la rielezione?

I giornalisti e gli intellettuali di corte amano dipingere un Gheddafi isolato e incalzato da un popolo coralmente unito, ma chi ha seguito gli avvenimenti non ha avuto difficoltà a rendersi conto del carattere grottesco di questa rappresentazione. Il recente voto al Consiglio di sicurezza ha smascherato un’altra manipolazione, quella che favoleggia di una «comunità internazionale» unita nella lotta contro la barbarie. In realtà, si sono astenuti, esprimendo forti riserve, Cina, Russia, Brasile, India e Germania! I primi due paesi non sono andati oltre l‘astensione e non hanno posto il veto per una serie di ragioni: intanto, non bisogna perdere di vista il fatto che tuttora non è facile e può comportare problemi di vario genere sfidare la superpotenza solitaria. Ma, ovviamente, non si tratta solo di questo: Cina e Russia hanno ottenuto in cambio la rinuncia all’invio di truppe di terra (e di occupazione coloniale); hanno evitato interventi militari unilaterali di Washington e dei suoi più stretti alleati, come quelli messi in atto contro la Jugoslavia nel 1999 e nell’Irak nel 2003; hanno cercato di contenere le manovre dei circoli più aggressivi dell’imperialismo che vorrebbero delegittimare l’Onu e mettere al suo posto la Nato e l’«Alleanza delle democrazie»; per di più si è aperta una contraddizione nell’ambito dell’imperialismo occidentale guidato dagli Usa, come dimostra il voto della Germania.

Con riferimento in particolare a un paese come la Cina diretto da un partito comunista, va osservato che il compromesso che esso ha ritenuto di accettaree non vincola in alcun modo i popoli del mondo. Come ai suoi tempi ha spiegato Mao Zedong, una cosa sono le esigenze di politica internazionale e i compromessi propri di paesi di orientamento socialista o progressista, altra cosa è invece la linea politica di popoli, classi sociali e partiti politici che non hanno conquistato il potere e non sono quindi impegnati nella costruzione di una nuova società. Una cosa è chiara: l’aggressione che si prepara contro la Libia rende più che mai urgente il rilancio della lotta contro la guerra e l’imperialismo. (www.lernesto.it 20 marzo 2011)

 

Intervista a Domenico Losurdo

 di Sara Milazzo

su l'Ernesto Online del 24/11/2010

La controrivoluzione di fase e l'esigenza sociale e politica della ricostruzione del Partito Comunista

 

Siamo ad Urbino, con il professor Domenico Losurdo, ordinario di storia della filosofia presso l’università “Carlo Bo” di Urbino, filosofo di fama internazionale e presidente dell’associazione Marx XXI. Ci ha gentilmente concesso il suo tempo perché è fondamentale conoscere il punto di vista di un intellettuale in questo momento di congiuntura in cui siamo di fronte ad un attacco del capitale (contro l'intero mondo del lavoro, contro la democrazia, contro la Costituzione nata dalla Resistenza) che è tra i più alti e pericolosi dell'intera nostra storia repubblicana. Di fronte a tale attacco si distende un deserto, l'assenza di un'opposizione di classe e di massa che possa in qualche modo respingere l'offensiva della reazione e rilanciare una controffensiva. Quello che io le chiedo è : come è accaduto tutto questo? Cosa manca, come ricostruire una diga, una resistenza, un contrattacco?

D. Losurdo: Possiamo fare una distinzione tra due problemi che accompagnano la storia della Repubblica in tutto il suo arco. Il primo problema è la sperequazione tra nord e sud: già Togliatti ha sottolineato che la «questione meridionale» è una questione nazionale e oggi stiamo vedendo come la mancata soluzione del sottosviluppo nel Sud rischia di mettere in pericolo l’unità nazionale.

L’altro problema è un’ingiustizia sociale che si manifesta in modo particolarmente clamoroso nel fenomeno dell’evasione fiscale. E’ appena il caso di dire che questo flagello non è stato contenuto in alcun modo, anzi, semmai è diventato più scandaloso, più esplicito. C’è stato persino l’incoraggiamento del Presidente del Consiglio: egli ne ha parlato come di qualcosa che può essere tollerato nel caso in cui il singolo individuo, cioè il ricco capitalista, ritenga di essere stato troppo colpito dalla pressione fiscale.

Se questi due problemi accompagnano la storia della Repubblica in tutto l’arco della sua evoluzione, noi possiamo aggiungere che ci sono oggi problemi nuovi, i quali fanno pensare ed una vera e propria controrivoluzione. Forse l’anno di svolta è rappresentato dal 1991, l’anno che vede la fine del Partito Comunista Italiano. Questa fine era stata propagandata con aspettative enfatiche: gli ex-comunisti sentenziavano che, facendola finita con un partito legato al discreditato «socialismo reale», tutto sarebbe diventato più facile: ci si sarebbe liberati del «piombo nelle ali» e si sarebbero sviluppati la democrazia e lo Stato sociale; insomma, tutto sarebbe andato per il meglio. E’ appena il caso di dire che in realtà noi ci troviamo dinanzi ad una controrivoluzione, che certo non è esclusiva dell’Italia dato che ha carattere internazionale, ma che nel nostro paese si manifesta con particolare virulenza.

Vediamo quali sono gli elementi di questa controrivoluzione: la Repubblica Italiana nata dalla Resistenza, e contrassegnata dalla presenza di un forte Partito Comunista all’opposizione, non si era mai impegnata direttamente in operazioni belliche; ai giorni nostri, invece, la partecipazione a guerre di carattere chiaramente coloniale è considerata come qualcosa di normale, persino di doveroso. 

Si assiste inoltre ad un attacco contro lo Stato sociale, al suo smantellamento: questo è sotto gli occhi di tutti. Meno evidente è invece un fatto su cui io vorrei richiamare l’attenzione: l’attacco allo Stato sociale non è determinato in primo luogo dal problema delle compatibilità economiche, dalla necessità del risparmio perché mancherebbero i soldi (tanto per intenderci). Dobbiamo ricordare che uno dei patriarchi del neoliberismo (è stato incoronato anche del premio Nobel per l’economia), Friedrich August von Hayek già negli anni ‘70 del secolo scorso dichiarava che i diritti economico-sociali (quelli protetti evidentemente dallo Stato sociale), erano un’invenzione da lui consderata rovinosa: erano il risultato dell’nfluenza esercitat dalla «rivoluzione marxista russa». Egli chiamava dunque a sbarazzarsi di questa eredità ingombrante. Ben si comprende che, al venire meno della sfida rappresentata dall’Unione Sovietica e da un forte campo socialista, abbia corrisposto e stia corrispondendo sempre di più lo smantellamento dello Stato sociale. 

C’è infine un terzo aspetto della controrivoluzione, e noi non possiamo perderlo di vista. E’ un vero e proprio attacco alla democrazia, che assume forme particolarmente clamorose in fabbrica. In questo caso la controrivoluzione è così evidente da essere quasi dichiarata: il potere padronale deve potersi esercitare senza troppi vincoli, la Costituzione non deve essere un motivo di impaccio nei rapporti di lavoro. Ma c’è un aspetto che va al di là della fabbrica e che riguarda la società nel suo complesso: è l’avanzare del «bonapartismo soft» (come l’ho definito nel mio libro Democrazia o bonapartismo) incarnato nel nostro paese dal Presidente del Consiglio. A proposito dell’ascesa di questo personaggio vorrei richiamare l’attenzione su un altro fenomeno non meno inquietante: oggi la ricchezza esercita un peso politico immediato. Fin quando c’era in Italia il sistema proporzionale, esso rendeva più agevole la formazione di partiti politici di massa, e ciò consentiva di contenere entro certi limiti il peso politico della ricchezza, che oggi invece si esprime in modo immediato e persino sfrontato. Assistiamo all’emergere e all’affermarsi di un leader politico che, a partire dalla concentrazione dei mezzi di informazione e facendo uso spregiudicato dell’enorme ricchezza a sua disposizione, pretende di esercitare, ed in effetti esercita, un potere decisivo sulle istituzioni politiche e rivela una globale capacità di corruzione e di manipolazione. 

A questo punto si può tracciare un primo bilancio: la svolta del 1991, che aveva visto lo scioglimento del PCI e che avrebbe dovuto favorire il rinnovamento democratico e sociale dell’Italia, è stata in realtà il punto di partenza di una controrivoluzione che è certo di dimensioni internazionali, ma che si avverte in modo particolarmente doloroso in Italia, nel paese che, grazie alla Resistenza e alla presenza di una forte sinistra e di un forte Partito Comunista, aveva conseguito conquiste democratiche e sociali assai rilevanti. 

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A questo proposito le chiedo: come è stato possibile che proprio in un paese, che dovrebbe avere una memoria ancora fresca di quella che è stata la Resistenza, si sia arrivati ad un’anestetizzazione delle coscienze così forte da far sì che il nostro Presidente del Consiglio venga amato anche dal punto di vista personale, venga invidiato? Come spiegare da un lato la fascinazione per il «self made man» e dall’altro fenomeni quali l’antipolitica di Grillo? E ancora, pensando a quello che potremmo definire il terzo polo: come spiegare la fascinazione che prova la sinistra per una personalità quale quella di Vendola, che fino a ieri faceva parte di Rifondazione Comunista e che ora riempie il vuoto genericamente apertosi a sinistra del Partito Democratico?

D. Losurdo: Noi stiamo assistendo ad una controrivoluzione, di cui ho già definito gli elementi politici centrali; non dobbiamo però dimenticare che questa controrivoluzione si svolge anche a livello ideologico-culturale. Si sta riscrivendo in modo assolutamente fantasioso e vergognoso la storia non soltanto del nostro paese ma del XX secolo nel suo complesso.

Quali sono gli elementi fondamentali di questa storia? A partire dalla Rivoluzione d’ottobre sono iniziati tre giganteschi processi di emancipazione. Il primo è quello che ha investito i popoli coloniali: alla vigilia della svolta del 1917 i paesi indipendenti erano soltanto un numero assai ristretto, quasi tutti collocati in Occidente. Era una colonia l’India, era un paese semi-coloniale la Cina; tutta l’America Latina era sottoposta al controllo della dottrina Monroe e degli Usa. L’Africa era stata spartita tra le varie potenze coloniali europee. In Asia erano una colonia l’Indonesia, la Malaysia ecc. Il gigantesco processo di de-colonizzazione e di emancipazione che ha messo fine a tale situazione ha avuto il suo primo impulso dalla Rivoluzione d’ottobre.

Il secondo processo è quello dell’emancipazione femminile: è importante ricordare che il primo paese nel quale le donne hanno goduto della totalità dei diritti politici ed elettorali (attivi e passivi) è stata la Russia rivoluzionaria tra il febbraio e l’ottobre del 1917. Solo in un secondo momento sono giunti al medesimo risultato la Germania della Repubblica di Weimar, scaturita da un'altra rivoluzione, quella del novembre 1918, e successivamente gli Stati Uniti. In paesi quali l’Italia e la Francia le donne hanno conquistato l’emancipazione solo sull’onda della Resistenza antifascista.

Il terzo processo infine è stato la cancellazione della discriminazione censitaria che, in tema di diritti politici, continuava a discriminare negativamente le masse popolari: nell’Italia liberale e sabauda, piuttosto che essere eletto dal basso, il Senato era appannaggio della grande borghesia e dell’aristocrazia. La discriminazione censitaria si faceva sentire anche in Inghilterra, e non solo per la presenza della Camera dei lords; ancora nel 1948 vi erano 500.000 persone che godevano del voto plurale e dunque della facoltà di votare più volte: erano considerate più intelligenti (naturalmente, si trattava di ricchi di sesso maschile).

In conclusione. Nel corso del Novecento si è sviluppato su tre fronti un gigantesco processo di emancipazione, che è partito dalla Rivoluzione d’Ottobre e dalla lotta contro la guerra e la carneficina del primo conflitto mondiale. Tutto ciò è oggi dimenticato e rimosso sino al punto che, nell’ideologia oggi dominante, la storia del comunismo diviene la storia dell’orrore.

Il paradosso è che a questa gigantesca manipolazione non ha partecipato soltanto la destra propriamente detta; ad essa ha fornito il suo bravo contributo anche Fausto Bertinotti, di cui Vendola è l’erede e il discepolo. Non c’è dubbio, si è impegnato anche lui nel tentativo di cancelare dalla memoria storica il gigantesco e molteplice processo di emancipazione scaturito dalla rivoluzione d’ottobre: di questo grande capitolo di storia egli ha tracciato un quadro che non è molto diverso da quello tracciato dall’ideologia e dalla classe dominante. 

Si è venuta così a costituire una cultura, o meglio un’«incultura», che è di grande aiuto all’ordinamento esistente. Come sul piano più propriamente politico, anche su quello ideologico è all’opera quello che io (sempre nel mo libro Democrazia o bonapartismo) ho definito il regime di «monopartitismo competitivo». Vediamo all’opera un unico partito che, con modalità diverse, rinvia alla stessa classe dominante, alla borghesia monopolistica. Certo, non manca il momento della competizione elettorale, ma si tratta di una competizione tra ceti politici ognuno dei quali cerca di realizzare le sue ambizioni di corto respiro, senza mettere in alcun mdo in discussione il quadro strategico, l’orientamento culturale di fondo e la classe sociale di riferimento, e cioè la borghesia monopolistica: su ciò non si discute neppure.

Questa è la situazione dinanzi alla quale ci troviamo: il Monopartitismo Competitivo. La cancellazione del sistema proporzionale ne ha favorito il consolidamento.

E, in assenza di una vera alternativa, si comprendono i fenomeni dell’antipolitica, del «grillismo»: nonostante le declamazioni, essi finiscono col far parte integrante del regime politico e dello stesso panorama desolante che ho cercato brevemente di descrivere.
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Quei fenomeni sono quindi un’altra forma di anestetizzazione, un tentativo di imbrigliare un qualche tipo di reazione seppur appartenenti allo stesso ceppo.

D. Losurdo: E’ un dato di fatto che oggi manca una forza politica organizzata e strutturata che si contrapponga alla manipolazione ideologica e storiografica e al monopartitismo competitivo oggi imperanti. Risultano così incontrastati il dominio e l’egemonia della borghesia monopolistica nonché la controrivoluzione neoliberista e filo-imperialista di cui ho già parlato.

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Un movimento comunista sarebbe necessario proprio per le questioni di fondo che investono l’Italia e il mondo nel suo complesso. Perché nel nostro paese il movimento comunista vive una crisi così profonda?

D. Losurdo: A partire dal 1989 c’è stata una vitalità rinnovata per le forze della conservazione e della reazione e questa vitalità si è manifestata anche in Italia. Ciò non deve stupirci. A dover suscitare la nostra interrogazione è un altro fatto: perché nel nostro paese questa offensiva controrivoluzionaria ha trovato così scarsa resistenza, anzi non ha trovato resistenza alcuna e in alcuni casi, come ho già detto, ha potuto godere di un incoraggiamento anche da parte di coloro che dovevano costituire la sinistra? 

A partire dal 1989 anche a sinistra si è cominciato a dire che il comunismo era morto. A proposito di questa parola d’ordine, che ritorna di continuo, vorrei fare alcune considerazioni come storico e come filosofo. Essa si pretende nuova ma è in realtà assai vecchia: il comunismo è sempre stato dichiarato morto, in tutto il corso della sua storia; anzi, si potrebbe dire che il comunismo è stato dichiarato morto prima ancora che nascesse.

Non si tratta di un paradosso o di una battuta di spirito. Vediamo quel che succede nel 1917: non è ancora scoppiata la Rivoluzione d’ottobre, infuria invece la carneficina della prima guerra mondiale. Proprio in quell’anno un filosofo italiano di statura internazionale, Benedetto Croce, pubblica un libro dal titolo: Materialismo storico ed economia marxistica. La Prefazione si affetta subito a dichiarare che il marxismo e il socialismo sono morti. Il ragionamento è semplice: Marx aveva previsto e invocato la lotta di classe proletaria contro la borghesia e il capitalismo, ma dov’era in quel momento la lotta di classe? I proletari si scannavano fra di loro. Al posto della lotta di classe c’era la lotta fra gli Stati, fra le nazioni, che si affrontavano sul campo di battaglia. E, dunque, la morte del marxismo e del socialismo era sotto gli occhi di tutti. E cioè, prima ancora che emergesse e si sviluppasse il movimento comunista propriamente detto, che vedrà il suo atto di nascita con la Rivoluzione d’ottobre e poi con la fondazione dell’Internazionale comunista, prima ancora di tutto ciò quel movimento era già stato dichiarato morto ad opera di Benedetto Croce. Noi sappiamo oggi, con il senno di poi, che la contesa per l’egemonia e la guerra imperialista, considerati da Croce un fatto immodificabile, hanno costituito la spinta per la Rivoluzione d’ottobre, che si è imposta per l’appunto nella lotta contro la carneficina provocata dal sistema caputalusta e imperialista. 

E’ iniziata così la storia del movimento comunista. E sono proseguite le dichiarazioni di morte… Allorché nella Russia sovietica è stata introdotta la NEP, su molti giornali europei e statunitensi sia intellettuali di primissimo piano sia politici eminenti hanno sentenziato: ecco, non c’è più la collettivizzazione totale dei mezzi di produzione che era stata proposta e sollecitata da Karl Marx; Lenin stesso è stato costretto a prendere atto della necessità della svolta; dunque il comunismo è morto. Basta leggere qualche libro di storia un po’ più ricco dei manuali consueti per rendersi conto di quanto sia ricorrente la parola d’ordine di cui stiamo discutendo. Coloro che continuano ad affermare che il comunismo è morto, credendo di dire qualcosa di nuovo, non si rendono conto, per la loro ignoranza storica ovvero per la loro adesione acritica o la loro subalternità all’ideologia dominante, che stanno semplicemente ripetendo uno slogan ricorrente nella storia della lotta della borghesia e dell’imperialismo contro il movimento comunista. 

Su questo punto si potrebbe persino concludere con una battuta: c’è un proverbio secondo il quale l’individuo considerato morto, e di cui viene pronunciato l’elogio funebre mentre egli è ancora in vita, è destinato a essere baciato dalla longevità. Se questo proverbio dovesse valere anche per i movimenti politici, coloro che si richiamano al comunismo possono essere assolutamente fiduciosi per il futuro. 

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Partendo dal presupposto che ci sia la necessità sociale e storica per una nuova ondata rivoluzionaria e che la rinascita di un Partito Comunista sia assolutamente necessaria, quali sono le caratteristiche che esso dovrebbe avere, quali sono i passi che andrebbero compiuti e chi dovrebbe compierli e in che modo?

D. Losurdo: Occorre distinguere la dimensione ideologico-politica da quella organizzativa. Mi concentrerò sulla prima. Ebbene, che senso ha parlare di morte del comunismo, quando ci troviamo dinanzi ad una situazione per la quale la guerra è ritornata all’ordine del giorno, e si aggrava sempre di più il pericolo di un conflitto su larga scala? Sì, finora abbiamo assistito e stiamo ancora assistendo a guerre di tipo coloniale classico: esse si verificano allorché una potenza armata fino ai denti e con una netta superiorità tecnologica e bellica si scatena contro un paese, o contro un popolo, che non può opporre alcuna resistenza. Guerre coloniali sono per esempio quella che la Nato ha scatenato contro la Yugoslavia nel 1999, le diverse guerre del Golfo, la guerra contro l’Afghanistan. Per non parlare della guerra interminabile, la più infame di tutte, che continua a infuriare contro il popolo palestinese.

Ma oggi i grandi organi di informazione internazionali osservano che c’è il pericolo concreto di una guerra su larga scala, quella che si verificherebbe in seguito all’aggressione scatenata da Stati Uniti e da Israele contro l’Iran: non sappiamo quali potrebbero essere gli sviluppi e le complicazioni internazionali. Soprattutto, non dobbiamo perdere di vista la guerra (per ora fredda) che gli Usa cominciano a condurre contro la Repubblica Popolare Cinese: solamente i più provinciali non si rendono conto di ciò. Ci troviamo davanti ad una situazione che rende urgente il compito della lotta contro l’imperialismo e la sua politica di aggressione e di guerra, e ciò ci riconduce evidentemente alla storia del movimento comunista.

L’altro elemento di cui dobbiamo tener conto è la crisi economica. Chi non ricorda i discorsi trionfali, secondo i quali il capitalismo aveva ormai superato le sue crisi periodiche, le crisi di cui aveva parlato Marx? Anzi – ci veniva assicurato – si doveva parlare non solo di fine della crisi ma persino di fine della storia. Ora invece la crisi del capitalismo è sotto i nostri occhi e sono in molti ad avere la sensazione che essa è destinata a durare; non è facle predire i suoi sviluppi, ma certo non si tratta di un fenomeno puramente contingente.

Dunque, chiara è la permanenza di quei problemi, di quelle questioni centrali per rispondere alle quali è sorto il movimento politico comunista.

Veniamo ora al secondo aspetto: che senso ha parlare di fine del comunismo quando vediamo un paese come la Cina, che rappresenta un quinto della popolazione mondiale, essere diretta da un partito comunista? Possiamo e dobbiamo discutere le scelte politiche dei gruppi dirigenti, ma non può non suscitare ammirazione l’ascesa prodigiosa di un paese di dimensioni continentali che libera dalla fame centinaia di milioni di persone e che al tempo stesso muta in profondità (in senso sfavorevole all’imperialismo) la geografia politica del mondo.

A questo punto è necessario porsi una domanda: quale è stato il contenuto politico centrale del XX secolo? Ho già parlato dei tre movimenti di emancipazione che caratterizzano la storia del Novecento. Soffermiamoci su quello che ha avuto lo sviluppo planetario più ampio: tutto il Novecento è attraversato da gigantesche lotte di emancipazione, condotte dai popoli coloniali o che minacciavano di subire l’assoggettamento coloniale: basti pensare alla Cina, al Vietnam, a Cuba, alla stessa Unione Sovietica che, nella lotta contro il tentativo hitleriano di creare un impero coloniale nella stessa Europa Orientale, ha dovuto condurre la Grande guerra patriottica. Questo gigantesco processo si è dileguato nel XXI secolo, nel secolo in cui viviamo? No, non è così, esso continua. C’è però una novità. A parte casi tragici, come quello del popolo palestinese che è costretto a subire il colonialismo nella sua forma classica e più brutale, negli altri paesi la lotta anti-coloniale è passata dalla fase propriamente
politico-militare alla fase politico-economica. Questi paesi cercano di assicurarsi non più soltanto l’indipendenza politica, ma anche quella economica; sono quindi impegnati a rompere il monopolio tecnologico che gli Stati Uniti e l’imperialismo avevano creduto di conquistare una volta per sempre. In altre parole, siamo dinanzi alla continuazione della lotta contro il colonialismo e l’imperialismo che ha costituito il contenuto principale del Novecento. E come nel secolo ormai trascorso sono stati i partiti comunisti a stimolare e dirigere questo movimento, così oggi noi vediamo paesi quali la Cina, il Vietnam o Cuba guidare nel XXI secolo questa nuova fase del processo di emancipazione anticoloniale. Non è certo un caso che tutti e tre questi paesi siano diretti da partiti comunisti. Chi dichiara morto il movimento comunista, e ritiene persino di dire una cosa ovvia, non si rende conto di ripetere una scemenza macroscopica.

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Quindi esistono le condizioni oggettive materiali, per un rilancio anche in Italia di un Partito Comunista di quadri e con una linea di massa?

D. Losurdo: Credo proprio di sì, anzi ne sono convinto: non si capisce perché l’Italia dovrebbe costituire un’anomalia rispetto al quadro internazionale. Se è vero che in Europa orientale tra il 1989 e il 1991 il movimento comunista ha subito una dura sconfitta, di cui occorre ovviamente prendere atto e tener conto, è anche vero che la situazione mondiale complessiva presenta un quadro assai più variegato e decisamente più incoraggiante. I partiti comunisti dirigono paesi e realtà di una crescente importanza economica e geopolitica. In altre parti del mondo assistiamo a un processo di riorganizzazione ovvero di consolidamento. Per fare un esempio: sono reduce da un viaggio in Portogallo, dove ho avuto modo di apprezzare la presenza del Partito Comunista. È chiaro che in Italia abbiamo una grande tradizione comunista alle spalle e non c’è motivo per non riappropriarsene, ovviamente in maniera critica. Credo che ci siano anche i presupposti non soltanto ideali ma anche politici per mettere fine al frazionamento delle forze comuniste. Andando in giro nel nostro paese, per manifestazioni culturali più ancora che politiche, ho notato che il potenziale comunista è reale. I comunisti sono semplicemente frantumati in diverse organizzazioni, talvolta anche in piccoli circoli: occorre rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro per l’unità, facendo leva in primo luogo sulle forze comuniste che sono presenti già in modo più o meno organizzato a livello nazionale. Penso all’Ernesto, che opera nell’ambito di Rifondazione Comunista, e al PdCI: unendosi, queste due forze dovrebbero essere in grado di lanciare un segnale ai circoli comunisti diffusi sul territorio nazionale, un invito ad abbandonare la rassegnazione e il settarismo per mettersi a lavorare al fine di dare concretezza alle idee e ad un progetto comunista.
 

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Quindi quello che impedisce il costruirsi di un Partito Comunista unico in Italia è a suo parere questa frantumazione, questa stanchezza nell’affrontare nuovamente lotte che molti compagni hanno già fatto?

D. Losurdo: In Italia si fa sentire il peso di una situazione particolare: agisce negativamente l’esperienza di un Partito, quello della Rifondazione Comunista, a lungo guidato da dirigenti con una visione sostanzialmente anticomunista, da dirigenti che si sono impegnati attivamente a liquidare l’eredità della tradizione comunista nel mondo e in Italia. E’ chiaro che dobbiamo liberarci di questa fase tragica e grottesca della storia che abbiamo alle spalle; da questo punto di vista la ricostruzione del Partito non è soltanto un compito organizzativo, ma è un compito in primo luogo teorico e culturale. Io credo che questi problemi possano essere affrontati e risolti positivamente.

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Oggi siamo in una situazione in cui abbiamo assistito ad un cambio sostanziale anche dal punto di vista culturale. Mentre nel Novecento l’egemonia culturale era appannaggio del movimento comunista, oggi come oggi il termine comunista viene vissuto quasi con imbarazzo se non con palese vergogna, addirittura fino ad arrivare alle dichiarazioni bertinottiane sull’impronunciabilità del termine comunismo o sulla riduzione del suo significato, nella migliore delle ipotesi, a qualcosa di meramente culturale. Come siamo arrivati a questo e come possiamo affrancarci da tutto ciò?

D. Losurdo: Il termine comunismo sarebbe impronunciabile? Come storico devo subito osservare che allora dovremmo rinunciare ai termini che fanno riferimento ai movimenti politici in genere. Come si chiamava negli Usa il partito che fino all’ultimo ha difeso l’istituto della schiavitù dei neri? Si chiamava Partito democratico. E come si chiamava sempre negli Usa il partito che, anche dopo l’abolizione formale della schiavitù, ha difeso il regime della supremazia bianca, la segregazione razziale, il linciaggio dei neri organizzato come tortura lenta e interminabile e come spettacolo di massa? Si chiamava, ancora una volta, Partito democratico. Sì, i campioni dello schiavismo e del razzismo più bieco hanno fatto professione di democrazia. Dovremmo concludere che «democrazia» è impronunciabile? Pensare che il termine democrazia abbia una storia più bella, più levigata, più immacolata, del termine comunismo significa non conoscere nulla della storia. Quello che ho detto a proposito del termine democrazia si potrebbe tranquillamente ripetere in relazione ad altri termini che sono parte essenziale del patrimonio della sinistra. Come si chiamava il partito di Hitler? Si chiamava Partito nazional-socialista: è da considerare tabù anche il termine socialismo? Per essere esatti, il partito di Hitler si chiamava Partito nazional-socialista degli operai tedeschi. Sarebbe dunque sconveniente e inaccettabile far riferimento agli operai e alla classe operaia? Non c’è parola che possa esibire lo statuto della purezza. Hitler e Mussolini pretendevano di essere i promotori e protagonisti di una rivoluzione; ecco un altro termine che, in base alla logica di Bertinotti, dovrebbe risultare impronunciabile.

In realtà, il discorso sulla impronunciabilità del termine «comunismo» presuppone non solo la totale subalternità rispetto all’ideologia dominante ma anche un’incapacità di giudizio storico e politico. Per chiarire quest’ultimo punto faccio leva su un confronto che ho illustrato nella mia Controstoria del liberalismo. Negli anni ‘30 del 1800 due illustri personalità francesi visitano gli Usa. Una è Alexis de Tocqueville, il grande teorico liberale; l’altra è Victor Schoelcher, colui che dopo la rivoluzione del febbraio del 1848 abolirà definitivamente la schiavitù nelle colonie francesi. I due visitano gli Usa nello stesso periodo ma indipendentemente l’uno dall’altro. Essi constatano gli stessi fenomeni: il governo della legge e la democrazia vigono nell’ambito della comunità bianca; ma i neri subiscono la schiavitù e un’oppressione feroce mentre i pellerossa vengono progressivamente e sistematicamente cancellati dalla faccia della terra. Al momento di giungere alla conclusione, già nel titolo del suo libro (La democrazia in America), Tocqueville parla degli Usa come di un paese autenticamente democratico, anzi come del paese più democratico al mondo; Schoelcher invece vede gli Usa come il paese dove infuria il dispotismo più feroce. Chi dei due ha ragone?

Immaginiamo che nel Novecento Tocqueville redivivo e Scholcher redivivo abbiano fatto il giro del mondo. Il primo avrebbe finito col celebrare il governo della legge e la democrazia vigenti negli Usa e nel «mondo libero» e col considerare scarsamente rilevanti l’oppressione e le pratiche genocide imposte da Washington e dal «mondo libero» nelle colonie e semicolonie (in Algeria, in Kenia, in America Latina ecc.), l’assassinio sistematico di centinaia di migliaia di comunisti organizzato dalla Cia in un paese come l’Indonesia, la discrimninazione, l’umiliazione e l’oppressione inflitte nella stessa metropoli capitalistica e «democratica» a danno dei popoli di origine coloniale (i neri negli Usa, gli algerini in Francia ecc.). Scholecher redivivo invece avrebbe concentrato la sua attenzione per l’appunto su tutto ciò e avrebbe concluso che ad esprimere il peggior dispostismo era il sedicente «mondo libero». Ben si comprende che l’ideologia dominante si identifichi senza riserve con il Tocqueville storico e con il Tocqueville redivivo. Nulla conta la sorte riservata ai popoli coloniali e di origine coloniale!

Contro questa visione ribadisco quanto ho già detto: i comunisti devono certo saper guardare autocriticamente alla loro storia ma non hanno da vergognarsi e non devono abbandonarsi all’autofobia; è stato il movimento comunista a porre fine agli orrori che hanno caratterizzato la tradizione coloniale (sfociata poi nell’orrore del Terzo Reich, nell’orrore del regime che ha subito la sua prima e decisiva disfatta ad opera dell’Unione Sovetica).

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Quindi possiamo dire che la via per la ricostruzione di un Partito comunista passa inevitabilmente per la scelta di riappropriarsi di quelle che sono state le proprie radici, di quello che è stato l’orgoglio comunista e anche del linguaggio che ne fa parte?

D. Losurdo: Non c’è dubbio. Questa riappropriazione deve tuttavia essere critica, ma anche questo atteggiamento non è una novità. Quando Lenin ha dato vita al movimento comunista, per un verso si è riallacciato alla tradizione socialista precedente, per un altro verso ha saputo reinterpretare tale tradizione in senso critico, tenendo ben presenti gli sviluppi della storia del suo tempo. Ai giorni nostri non si tratta in alcun modo di evitare il bilancio autocritico, che assolutamente s’impone. Ma ciò non ha nulla a che fare con l’accettazione del quadro manicheo proposto o imposto dall’ideologia dominante. Tale quadro non corrisponde in nessun modo alla verità storica ma solo al bisogno politico e ideologico delle classi dominanti e sfruttatrici di mettere a tacere qualsiasi opposizione rilevante.

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Quindi in pratica come dovremmo lavorare per riconsegnare alla classe un Partito Comunista che sia all’altezza dei temi e dello scontro di classe. Come ci possiamo interfacciare con lo stesso cittadino italiano?

D. Losurdo: Ritengo valido il modello di Partito comunista elaborato in particolare da Lenin; ovviamente, occorre tener presente che il Che fare? aveva in mente la Russia zarista e quindi anche le condizioni di clandestinità in cui era costretto a muoversi il partito. In ogni caso, si tratta di costruire un partito, che non sia un partito d’opinione e che non sia caratterizzato dal culto della personalità, come a lungo è avvenuto in Rifondazione Comunista. Occorre un partito capace di costruire un sapere collettivo alternativo alle manipolazioni dell’ideologia dominante, un partito che deve saper essere presente nei luoghi del conflitto e deve saper costruire anche quotidianamente un’alternativa sia sul piano ideologico sia su quello politico–organizzativo.

Vorrei concludere con due osservazioni. La prima: l’esempio della Lega (di un partito che ha caratteri reazionari e che ci mette in presenza di scenari assai inquietanti) dimostra che era paurosamente errata la visione secondo cui non c’era più spazio per un partito radicato sul territorio e sul luogo del conflitto. 

La seconda osservazione mi riconduce proprio all’inizio dell’intervista, allorché richiamavo l’insegnamento di Togliatti relativo alla questione meridionale come questione nazionale. Oggi si impone una constatazione amara: la mancata soluzione della questione meridionale sta mettendo in crisi, o rischia di mettere in crisi, l’unità nazionale del nostro paese: in un paese caratterizzato da forti squilibri regionali lo smantellamento definitivo dello Stato sociale passa attraverso la liquidazione dello Stato nazionale e dell’unità nazionale. Il partito comunista che in Italia siamo chiamati a ricostituire dimostrerà il suo concreto internazionalismo anche nella misura in cui saprà affrontare e risolvere la questione nazionale. Aderire ai movimenti secessionisti o anche solo non combatterli fino in fondo significherebbe rompere con la migliore tradizione comunista. Occorre tener sempre presente la lezione della Resistenza: il Partito comunista è diventato un forte partito di massa nella misura in cui ha saputo collegare la lotta sociale alla lotta nazionale, ha saputo interpretare i bisogni delle classi popolari e al tempo stesso prendere la direzione di un movimento che lottava per la salvezza dell’Italia.

 

 

Le basi economiche del federalismo leghista

Relazione per il convegno dell’Associazione Marx XXI

“Neoliberismo e attacco alla Costituzione”

      di Domenico Moro

1.    I tre squilibri dell’Italia

Parlare di federalismo vuol dire parlare della Lega, in quanto la tematica del federalismo è strettamente intrecciata con la storia di quel partito. Inoltre, la Lega è centrale nel discorso sull’attacco alla Costituzione, perché il partito di Bossi è una delle forze politiche maggiormente eversive dell’assetto istituzionale derivante dalla Legge fondamentale del ’48. Difatti, la Lega cresce in concomitanza con la fine della Prima Repubblica, affermandosi al Nord all’inizio degli anni ’90 parallelamente al disfacimento di DC e Psi, sotto i colpi prima del collasso del sistema clientelare, a causa dell’abnorme rigonfiamento del debito pubblico, e poi delle inchieste di “mani pulite”. Ad ogni modo, il partito di Bossi, è oggi il più vecchio tra i partiti presenti in Parlamento e rappresenta una delle storie di maggior successo politico degli ultimi venti anni, per certi versi maggiore del berlusconismo stesso. Nel 1994 nella prefazione a Il grande camaleonte di Giovanna Pajetta, Gad Lerner sosteneva che la Lega fosse destinata ad essere assorbita dalla Lega “buona”, Forza Italia, appropriatasi di molte tematiche, a partire dall’antipolitica, tipiche del leghismo[1]. Poche previsioni sono risultate meno azzeccate: sedici anni dopo la Lega non solo esiste ma è divenuta un alleato ancora più indispensabile per Berlusconi, sul quale è in grado di esercitare un notevole potere di ricatto. Alle elezioni europee del 2009 si è assistito ad un travaso di voti dal Pdl alla Lega che alle regionali del 2010 è diventato emorragia, portando la Lega da meno di un terzo a circa la metà dei voti del Pdl. A questo va aggiunto che nel 2009 e ancor più nel 2010 la Lega sembra aver sfondato la linea del Po,  penetrando nelle regioni “rosse”, in Emilia, nelle Marche e persino in Toscana, specie nel pisano e a Prato, dove ha contribuito all’elezione del primo sindaco di destra dal dopoguerra. Capire cosa è la Lega e quali siano le basi del suo successo è, dunque, fondamentale. Eppure, troppo spesso l’analisi del leghismo si è ridotta ad invettiva basata su questioni secondarie, di immagine e di facciata, complice il camaleontismo politico ed ideologico ed il gusto per la provocazione mediatica tipico dei suoi leader. Bisogna, invece, andare dietro la facciata e capire quali sono le ragioni strutturali del suo successo. Tali ragioni risiedono nella capacità leghista di investire con propaganda e programma politico le questioni di fondo del nostro Paese, sebbene le risposte che prospetta siano non solo reazionarie ma soprattutto incapaci di risolvere alcunché. In particolare, l’affermazione del leghismo affonda le sue radici sui tre maggiori squilibri che caratterizzano il nostro Paese:

 

A)    L’enorme divario economico tra Nord e Sud. Sebbene anche in altri Paesi a “capitalismo maturo” esistano aree più sviluppate e aree più arretrate, l’Italia si caratterizza sia per una più acuta differenziazione sia per la divisione che, quasi con precisione chirurgica, la spacca geograficamente in due parti. A questo proposito, basti confrontare le due regioni più popolose del Nord e del Sud, Lombardia e Campania. Fatto indice 100 il Pil pro capite della Ue a 27, quello lombardo nel 2006 era pari a 135,1, posizionandosi al 26° posto in Europa, quello campano era pari a 66,9, collocandosi appena al 222° posto[2]. Mentre la maggior parte della regioni del Centro-Nord si posizionano al livello delle regioni più ricche del cuore della Ue, il Sud si situa all’estremo opposto della scala. Si tratta del maggiore squilibrio della società italiana e probabilmente uno dei maggiori freni all’economia nazionale. La cosa più grave, inoltre, è che dopo un periodo, tra gli anni 70 e i primi 90, in cui, grazie all’intervento delle partecipazioni statali, il differenziale si ridusse, nel 2008 il peso dell’economia meridionale su quella nazionale è tornato ad essere identico a quello del 1951 (23,9%). È proprio a seguito dello smantellamento dell’intervento statale in economia, all’inizio degli anni 90 che il Meridione ha interrotto la convergenza, peggiorando la sua condizione relativa rispetto al Centro-Nord.

 

B)    Il sovradimensionamento della piccola e media impresa (Pmi). L’economia italiana si caratterizza per una maggiore incidenza della microimpresa nella struttura manifatturiera ed economica rispetto agli altri Paesi avanzati. Mentre in Italia ci sono 430mila imprese tra 1 e 9 addetti, in Francia ce ne sono 212mila, in Spagna 173mila e in Germania appena 118mila. Il proliferare della piccola impresa è un effetto sia dell’arretratezza di alcuni settori sia dell’applicazione particolarmente massiccia del toyotismo, basato sulla pratica del subappalto, allo scopo di piegare la resistenza dei lavoratori e risolvere la sovraccumulazione di capitale. In effetti, la grande impresa non è sparita, bensì si è riorganizzata segmentando pezzi del processo produttivo sul territorio in una miriade di piccole imprese fornitrici, spesso monoclienti e quindi subalterne. La particolarità della struttura industriale italiana ha inciso anche sulla composizione della classe operaia del manifatturiero che per il 25,6% è occupata in microimprese, contro il 13,9% medio nella Ue a 27, il 6,6% in Germania e il 12,6% in Francia[3]. Come vedremo, la particolare composizione della classe operaia italiana ha svolto un ruolo importante nella costituzione del blocco sociale leghista.

 

C)    L’insofferenza verso lo Stato. L’origine di questo fenomeno è dovuta alla forte percezione dell’inefficienza dello Stato, soprattutto nel settore dei servizi e delle infrastrutture, che è enfatizzata dalla percezione di una eccessiva pressione fiscale. Sebbene in realtà molti settori borghesi sfuggano alla tassazione, mediante l’evasione e l’elusione, beneficino di una tassazione più leggera (specie nella rendita), e si avvantaggino di forti trasferimenti statali, l’insofferenza verso lo Stato è trasversalmente diffusa dalla grande alla piccola borghesia alla classe operaia. Non si tratta di un fenomeno nuovo in quanto l’impresa capitalistica ha, da sempre, assunto un atteggiamento apparentemente contraddittorio verso lo Stato. Da una parte lo Stato è indispensabile alla accumulazione capitalistica (e al mantenimento dell’ordine), dall’altra viene ritenuto fonte di spese superflue. Il fatto è che lo Stato muta a seconda delle condizioni del ciclo dell’accumulazione e della lotta fra le classi, essendo terreno di scontro, non neutrale, tra classi e settori di classe.

 

 

 

2.    La Lega partito della Piccola e media impresa

 Le specificità dell’economia e della società italiana hanno prodotto un vasto strato piccolo borghese imprenditoriale e, alla lunga, un abbassamento della capacità competitiva e della produttività per addetto, dovuta alla ridotta capacità delle Pmi di realizzare economie di scala e di applicare nuove e costose tecnologie. Le leve competitive privilegiate dalle Pmi sono state, quindi, la svalutazione competitiva – finché c’era la lira –, i bassi salari e soprattutto l’evasione contributiva e fiscale. Tali caratteristiche hanno determinato lo sviluppo di una avversione fra le Pmi per il rispetto delle regole e conseguentemente verso l’autorità dello Stato. La concentrazione delle Pmi nel Nord ha accentuato inoltre l’avversione contro lo Stato in quanto redistributore a livello nazionale (soprattutto al Sud) della ricchezza raccolta sotto forma di tasse al Nord, area di produzione della maggior parte della ricchezza nazionale. Senza, però, considerare che lo squilibro Nord-Sud deriva da precise scelte che, sin dall’inizio del XX secolo, hanno reso funzionale il sottosviluppo del Sud allo sviluppo del Nord. Il vero tema, dunque, non è l’antistatalismo, bensì è la lotta, da parte di una frazione del capitale italiano del Nord, per assicurarsi le risorse, i trasferimenti statali. Dunque, le criticità dell’industria e dell’economia hanno finito per essere attribuite allo Stato centrale in quanto tale, anziché alle debolezze strutturali delle Pmi del Nord e alle scelte di smantellare l’industria delle partecipazioni statali. La Lega Nord si è resa espressione, sin dalla sua nascita, di queste istanze, ponendosi come rappresentate organico delle Pmi del Nord. Il carattere di partito della piccola e media impresa appare ancora più evidente, nella opposizione leghista non solo allo Stato (e ai partiti che lo occupavano) ma anche al grande capitale, come efficacemente sintetizzato da Bossi nel 1992:

A differenza delle piccole e medie imprese e dell’artigianato che sono le vere strutture portanti del made in Italy, dobbiamo verificare che proprio il grande capitale ha divorato, attraverso i maggiori compromessi di Palazzo, gli aiuti più cospicui, lasciando a stecchetto la piccola e media impresa. […] La piccola e media impresa sono le maggiori vittime predestinate della sciagurata politica finanziaria di questo regime.[4]

Le suddette debolezze della struttura economica italiana si sono accentuate negli anni dopo il 2000. E sono state le regioni del Nord più ricco a subire l’arretramento maggiore. Infatti, tra 2002 e 2006, fatta indice 100 la media Ue del Pil pro capite, la Lombardia è crollata da 149,5 a 135,1 e L’Emilia-Romagna da 140,2 a 126, mentre la Campania è scesa da 72 a 66,1 e la Sicilia da 70,8 a 66,9[5]. L’aumento della concorrenza dei paesi dell’Est Europa e dell’Estremo Oriente hanno pesato sull’Italia più che sugli altri Paesi “avanzati”, mettendone in difficoltà le esportazioni. Così, già indebolita da un decennio di stagnazione, l’Italia ha affrontato la crisi dei subprime, i cui effetti sono stati devastanti sul manifatturiero: il settore dei macchinari e delle apparecchiature, asse portante dell’export, è crollato del 35% tra il primo semestre del 2009 e quello del 2008. Il peso maggiore di questa debacle è ricaduto sulle piccole imprese, visto che la grande impresa ha avuto buon gioco nello scaricare le difficoltà sulle sue appendici esterne, eliminando i fornitori e delocalizzando. Ugualmente, il credit crunch, seguito alla crisi finanziaria, si è scaricato sulle Pmi molto più che sulla grande impresa, che vanta legami privilegiati e intrecci azionari con le banche. Di fronte alla crisi è apparso così evidente chi è vaso di ferro e chi vaso di coccio. Non è, quindi, un caso se il blocco sociale berlusconiano, di fronte all’“incapacità” a fronteggiare la crisi da parte del governo – del resto guidato da un esponente del grande capitale monopolistico - si sia indebolito e molti siano passati alla Lega, che, infatti, ha registrato una grande ascesa proprio tra 2009 e 2010, gli anni peggiori della crisi. Né è un caso che sull’onda dell’ultimo successo elettorale la Lega abbia intrapreso una offensiva per la conquista delle banche del Nord, attraverso il posizionamento di suoi uomini nelle Fondazioni, suscitando una rapida alzata di scudi da parte dell’establishment economico-politico[6]. Bossi, sapendo bene che il suo radicamento sul territorio passa per il controllo del credito, ha affermato: “La gente ci chiede di prenderci le banche e noi lo faremo”[7].

 

3.    Il blocco sociale neocorporativo della Lega e la lunga transizione alla Seconda Repubblica

La Lega negli ultimi anni ha accantonati i velleitarismi secessionisti, concentrandosi sulla sostanza. In primo luogo, ha tradotto l’avversione verso lo Stato di cui si fa espressione nella proposta strategica del federalismo fiscale inteso come strumento del mantenimento delle risorse fiscali al Nord e quindi alle Pmi. In secondo luogo, ha teso a costruire un “blocco sociale dei produttori” interclassista in cui, oltre al lavoro autonomo, a settori atipici del lavoro subordinato, come le partite iva, ha attirato settori non indifferenti della classe operaia. Tale operazione è stata favorita dalla particolare composizione della classe operaia, che è occupata per il 56% nelle piccole e piccolissime imprese[8]. Si tratta di un settore operaio particolarmente vulnerabile all’ideologia leghista in quanto la lotta sindacale e la coscienza politica vi sono meno sviluppate rispetto alla grande fabbrica e visto che le delocalizzazioni e la crisi hanno facilitato l’operazione di “mettere sulla stessa barca” imprenditori ed operai. La spinta alla difesa del proprio locale contro la globalizzazione ha ridato forza agli storici cavalli di battaglia leghisti, la protesta antifiscale ed antidistributiva, i veri collanti che tengono insieme il blocco sociale leghista. A questi si aggiunge l’antimmigrazione xenofoba, agitata abilmente dalla Lega, che  - è da notare – nella gestione amministrativa effettiva si guarda bene dal dargli seguito fino in fondo, conscia com’è dell’importanza dei lavoratori immigrati come riserva di forza lavoro a basso prezzo per le Pmi. Il blocco sociale leghista si regge sullo spostamento delle ragioni dell’impoverimento dei salariati dall’accumulazione capitalistica (e dalle specificità italiane in cui avviene) ad altre questioni, sostituendo al conflitto tra lavoro salariato e capitale una nuova forma di corporativismo. Nel blocco neocorporativo leghista la direzione politica è nelle mani del capitale delle Pmi, mentre la classe operaia e i settori del lavoro subordinato e autonomo occupano una posizione subordinata politicamente e ideologicamente. La questione della Lega e del leghismo può essere accostata ad un tema centrale nel discorso politico e sociologico marxista, quello del ruolo delle classi intermedie nella società capitalistica, che è stato giustamente posto in risalto da Marx, da Lenin, e in Italia da Gramsci e Togliatti. Si tratta di classi politicamente oscillanti che spesso hanno offerto la base per regimi reazionari di massa, dal bonapartismo di Napoleone III al fascismo. Certamente bisogna fare attenzione nello stabilire analogie troppo affrettate, perché il vero referente di classe della Lega non sono i lavoratori indipendenti o i settori burocratico-impiegatizi, bensì un settore del capitale. Tuttavia, è storicamente evidente come i settori non monopolistici del capitale siano sempre stati egemonizzati dal settore dominante del capitale, quello finanziario. Anche il fascismo, sebbene nascesse come espressione della piccola borghesia, divenne rapidamente dittatura del capitale finanziario e monopolistico. Oggi, sarà importante vedere come si svilupperà la dialettica di alleanze e rapporti di potere tra Lega e il resto del sistema politico ed economico. In condizioni storiche particolari, partiti espressione di settori intermedi possono acquisire e mantenere posizioni importanti per un periodo anche abbastanza lungo. Quello attuale è per l’appunto un periodo caratterizzato dalla lunga transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, con delle particolarità che permettono l’affermazione di forze politiche sui generis.

 

4.    Debolezza delle proposte della Lega e risposta di classe

Ad ogni modo, per il momento il federalismo fiscale sembrerebbe essersi arenato sulle secche della manovra finanziaria e la Confindustria, per bocca della Marcegaglia, sembra più interessata a far passare i suoi obiettivi complessivi che al federalismo. Rimane, però, il fatto che la Lega rappresenta un forte attrattore anche per i settori di classe che sono i nostri referenti. Per questo bisogna puntare a disgregare il blocco sociale messo in piedi dalla Lega, evitando di farsi schiacciare in difesa e passando all’offensiva. Contro il corporativismo la risposta è far emergere le contraddizioni di classe e l’inconciliabilità degli interessi dei salariati e dei lavoratori autonomi con quelli del capitale, lavorando per la ricomposizione della classe operaia e dei vari settori del lavoro dipendente. Il pericolo rappresentato dalla Lega oggi non sta tanto nella secessione (parola d’ordine però sempre disponibile ad essere usata in chiave propagandistica e ricattatoria), che andrebbe contro gli interessi generali del grande capitale del Nord, quanto piuttosto nel suo contributo decisivo alla trasformazione in senso neocorporativo della società e in senso oligarchico e antiparlamentare delle istituzioni politiche italiane. Lottare efficacemente contro la Lega vuol dire che, accanto alla difesa della Costituzione, dobbiamo avere la capacità di assumere una posizione chiara e definita sui temi centrali del nostro Paese, lo squilibrio Nord-Sud, la questione fiscale, le esternalizzazioni e le delocalizzazioni, l’immigrazione. E dobbiamo dire chiaramente che il federalismo, ovvero la risposta alla crisi da parte dei settori del capitale più arretrati, non è affatto una soluzione: la legge sul federalismo è non solo macchinosa, costosa e complicata da realizzare ma aggrava la situazione italiana. Infatti, il localismo e il regionalismo, enfatizzano le cause della crisi cioè l’anarchia del mercato capitalistico e gli squilibri tipici del nostro Paese, compresa la proliferazione delle spese e dell’apparato statale, che non è un portato del centralismo statale bensì del capitalismo assistito. La soluzione non sta, quindi, nella trasformazione federalistica, basata su di un regionalismo esasperato, bensì nella capacità di aggredire il nocciolo del problema cioè la natura funzionale all’accumulazione capitalistica dello Stato attuale. Di conseguenza, non possiamo limitarci ad una difesa dell’unità dello Stato nazionale tout court. Dobbiamo soprattutto criticare teoricamente e praticamente la funzione di classe dello Stato e del debito pubblico, in primis quella di socializzazione delle perdite del capitale e di supporto alla ristrutturazione delle imprese (Fiat docet). A questo scopo, per cominciare vanno messe al centro della nostra proposta politica il riequilibrio della pressione fiscale a favore del lavoro salariato e formalmente autonomo, mediante l’aumento della progressività fiscale, e la ripresa di un ruolo di investimento produttivo, di programmazione centrale e, come prospettiva di ultima istanza, di pianificazione dello Stato.

 

(Roma, 12 giugno 2010)


[1] Giovanna Pajetta, Il grande camaleonte, Feltrinelli, Milano 1994.

[2] Su 275 regioni totali. Sito web di Eurostat, Regional gross domestic product (PPS per inhabitant in % of the EU-27 average), by NUTS 2 regions.

[3] Istat, Rapporto annuale 2009, p.52.

[4] Dal discorso di Bossi alla Camera del febbraio 1992, in U. Bossi, Il mio progetto, discorsi sulla Padania e sul federalismo, Sperling & Kupfer, Milano 1996, p.34.

[5] Sito web di Eurostat, Regional gross domestic product (PPS per inhabitant in % of the EU-27 average), by NUTS 2 regions.

[6] A. Carini, “Fondazioni, l’assedio della Lega”, Affari & Finanza de la Repubblica, 12 aprile 2010. “Bossi rilancia sulle banche del Nord”, Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2010. F. Locatelli, “<<Lega legittima ma non si torni indietro>>”, intervista a Giuliano Amato in Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2010.

[7] B. Fiammeri, “<<Opa>> di Bossi sulle banche del Nord”, Il Sole 24 Ore, 15 aprile 2010.

[8] Istat,  Rapporto annuale 2009, p.52

 

Chi ha rapito Cipputi?

 

La classe operaia ed il “blocco dei produttori” berlusconiano-leghista

di Domenico Moro

1.      La fase post elettorale, di solito, è orfana di sconfitti e figlia di molti vincitori. Nelle elezioni europee 2009 ci sono, però, due sconfitti evidenti. Uno è il Pd, ma questo era nelle aspettative. L’altro era meno prevedibile. Si tratta del Pdl e del suo padrone, Silvio Berlusconi. Confrontando i voti assoluti delle europee del 2009 con le politiche del 2008, osserviamo che, se il Pd, dato quasi per spacciato e sulla via della spaccatura interna, perde il 28% (includendo i voti dei radicali, che nel 2008 si erano presentati nella stessa lista), pari a 3,3 milioni di voti, il Pdl non va molto meglio, perdendo il 21%, equivalente a 2,8 milioni di voti. Certo si tratta di un dato relativo, in quanto il partito del Cavaliere rimane di gran lunga il primo, con 2,8 milioni di voti in più del Pd, il cui cattivo risultato conferma definitivamente non solo il fallimento della teoria dell’autosufficienza di Veltroni, ma anche la sua debolezza politica e l’evanescenza ideologica. Indubbiamente deve essere avvenuto qualcosa che ha frustrato i progetti di Berlusconi di arrivare a superare il 40%, obiettivo che, imprudentemente, aveva dato per sicuro e che gli avrebbe consentito di svincolarsi da alleati scomodi (la Lega) e completare i suoi progetti politici. Contrariamente a quello che alcuni ritengono, l’Italia non è una repubblica delle banane. È, invece, una formazione economico-sociale molto complessa ed articolata. Per comprendere i successi e gli insuccessi di Berlusconi, che ormai da tre lustri è al centro della politica italiana e che molti continuano a guardare con gli stessi occhi stralunati dell’inizio, bisogna guardare alle specificità di tale struttura e, oggi, a come questa reagisce ai colpi che la crisi le infligge.

2.      La struttura economica italiana, come quella di altri Paesi avanzati, è dominata dal grande capitale finanziario, un intreccio di grandi banche e grandi imprese, operanti spesso in condizione di monopolio, nelle mani di pochi gruppi di potere. Negli ultimi anni gli assetti interni del capitale finanziario si stanno modificando. Fra l’altro, si sono create due concentrazioni bancarie di dimensioni europee e mondiali, UniCredit e Intesa San Paolo. Inoltre, si è avuto l’ingresso dell’outsider Berlusconi, attraverso la figlia Marina, nel board di Mediobanca, il salotto buono della borghesia italiana, dal quale era stato escluso, con suo grande scorno, per decenni. Se il potere economico-finanziario è molto concentrato e saldamente nelle mani di pochi gruppi, la struttura produttiva è invece relativamente, in confronto ai maggiori Paesi della Ue, molto più frammentata.

3.      Caratteristiche del sistema produttivo italiano, nell’industria e ancor di più nei servizi, sono il nanismo e la prevalenza della microimpresa. Negli ultimi venti anni il fenomeno anziché contrarsi si è accentuato. Nella sola manifattura si contano 500mila imprese sotto i venti addetti, con quasi 2 milioni di occupati. Le imprese, anche quelle più grandi, risultano sottocapitalizzate e con un tasso di indebitamento piuttosto alto. Le cause del nanismo sono molteplici. In primo luogo, c’è la ristrutturazione delle grandi imprese, seguita al grande ciclo di lotte operaie degli anni ’70, che hanno esternalizzato servizi e finanche pezzi di core business per disarticolare l’organizzazione operaia e ridurre i salari, creando un esercito di contoterzisti spesso monocliente[1]. In secondo luogo, l’esercito dei piccoli e piccolissimi imprenditori/artigiani ha rappresentato un alleato fidato per il grande capitale contro la classe operaia e una base elettorale, con i propri dipendenti, prima per Dc e Psi e ora per i loro succedanei. In terzo luogo, la grande borghesia ha preferito, anziché investire produttivamente e aumentare di dimensione, dirigere i propri capitali verso la rendita, cioè verso l’immobiliare, la speculazione finanziaria, le assicurazioni, gli ex monopoli statali trasformati in monopoli privati (autostrade, telecomunicazioni, trasporto aereo, ecc.).

4.      Tale struttura produttiva non ha le dimensioni per realizzare economie di scala e di scopo adeguate, né sufficienti risorse da investire in ricerca e in innovazione. Quello che ne risulta è un sistema industriale largamente inefficiente, specie in confronto a quelli di altri Paesi avanzati, ed inadeguato a reggere la concorrenza globalizzata. Come si è potuta mantenere allora la pletora delle microimprese? La risposta è semplice: grazie ai bassi salari e alla sistematica tolleranza del sistema statale e politico verso le irregolarità, soprattutto verso l’evasione e l’elusione fiscale ed il lavoro nero. L’evasione fiscale ammonta a 100 miliardi annui, pari al 7% del Pil. Il fenomeno del lavoro nero interessa il 14% dei dipendenti nelle costruzioni, il 22,2% nell’agricoltura, addirittura il 35% nel turismo. La presenza di un’alta immigrazione, e al suo interno di un’alta quota di clandestini è una manna per queste imprese. La sedimentazione di una situazione di bassi salari e irregolarità ha instaurato un circolo vizioso, impedendo la razionalizzazione della struttura produttiva e mantenendo in vita aziende inadeguate, dalla gestione poco industriale e troppo artigianale. Inoltre, l’evasione fiscale e le irregolarità hanno determinato un mancato gettito fiscale che ha condotto, da una parte, all’aumento del debito pubblico e dall’altra all’inasprimento fiscale sulle categorie che non possono sfuggire alla tassazione, in particolare sui lavoratori dipendenti. Un discorso a parte merita il cosiddetto “esercito delle partite Iva”. Una realtà magmatica e differenziata di otto milioni di soggetti, composta da lavoratori salariati mascherati, spesso precari, e da artigiani, professionisti, commercianti, piccoli imprenditori. Per non pochi di questi l’entità della pressione fiscale è tale da essere, di fatto, un incitamento all’evasione.

5.      Per la massa di piccoli padroni e padroncini infrangere le regole ed eludere il controllo dello Stato, che del rispetto di quelle regole dovrebbe essere garante, è condizione necessaria a realizzare profitti se non alla sopravvivenza. Il potere dello Stato centrale è il simbolo del nemico per questa classe sociale. Del resto, dalla sua origine il nocciolo dell’ideologia della Lega Nord è l’avversione al centralismo, rappresentato idealmente da Roma ed esemplificato dal programma di federalismo fiscale. Il problema è che una parte, sempre più consistente, della classe operaia delle piccole imprese si è associata a questa ideologia. In Veneto nel 2009, ad esempio, alla Lega è andato il 35% del voto dei contrattisti a progetto, ed il 39% di quello operaio, che nel 2006 raggiungeva appena il 18%[2]. Anche la classe operaia delle grandi aziende, falcidiata numericamente e indebolita sindacalmente da vent’anni di ristrutturazioni dell’organizzazione del lavoro è molto influenzata dai partiti di destra. Perché? Perché in mancanza di una difesa degli interessi materiali operai da parte della sinistra e, in parte, del sindacato, che riuscisse ad offrire soluzioni collettive e di classe, soprattutto gli operai delle piccole imprese si sono sentiti sempre meno classe e sempre più individui, la cui sorte è legata alla sopravvivenza delle imprese per cui lavorano e, quindi, alla realtà di appartenenza, da cui l’aggrapparsi al proprio territorio e l’esasperarsi del localismo politico e sociale. In secondo luogo, l’aumento della pressione fiscale, non viene ricondotto alle sue vere cause, cioè all’alto tasso di evasione fiscale e al sostegno assistenziale dello Stato all’impresa privata, secondo il collaudato schema delle privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Viene, invece, percepito dai lavoratori dipendenti come una vessazione tout court dello Stato centrale e, in mancanza della comprensione dei meccanismi della compressione del salario da parte delle imprese e del profitto, come la ragione unica dell’impoverimento. Si tratta, in definitiva, di un altro frutto avvelenato della ideologia della centralità dell’impresa, nella variante italica del neoliberismo. Del resto, se è vero che il capitale tende alla concentrazione ed al gigantismo e ad annullare la piccola impresa, la piccola impresa rappresenta la radice stessa del capitalismo.

6.      L’affermazione di Berlusconi non può essere spiegata soltanto con il suo controllo dei mezzi di comunicazione di massa, e delle televisioni in particolare. Il suo successo va ricondotto anche alla particolare struttura produttiva italiana ed alla specifica ideologia che vi attecchisce. Berlusconi è non solo riuscito a rappresentare al meglio la concezione sociale individualistica del borghese italiano, refrattario alle regole, ma è egli stesso, nella storia sua e delle sue aziende, l’espressione di quell’individualismo, di quell’avversione alle leggi e al controllo dello Stato, di cui sono esemplificative la depenalizzazione del falso in bilancio, gli “scudi fiscali”, e misure come l’abolizione dell’obbligo di aggiornamento del registro dei fornitori e dei clienti. Del resto, l’avversione per le regole e per lo Stato si lega bene con lo smantellamento di qualsiasi ruolo pubblico di coordinamento e pianificazione dell’attività economica sul lungo periodo, che è stato praticato inflessibilmente negli ultimi quindici venti anni. L’anticomunismo di Berlusconi non è anticomunismo classico, ideologico, in quanto egli identifica il comunismo con la subordinazione dell’impresa alle regole e allo Stato, è, quindi, antistatalismo o meglio insofferenza a qualsiasi vincolo sociale all’impresa. Ma c’è di più, Berlusconi è riuscito a formare un blocco sociale, costruendo una alleanza tra piccola, media industria, da una parte, e capitale monopolistico e finanziario dall’altro (di cui è parte egli stesso), promettendo insieme deregolamentazione e accelerazione delle controriforme economiche e istituzionali su cui il grande capitale è da tempo impegnato per trasformare l’Italia in una “democrazia” oligarchica.

7.      La crisi del capitale, però, quando è profonda, come quella che è in atto, imprime delle scosse ai blocchi sociali. La crisi approfondisce le contraddizioni già innescate dalla mondializzazione ed i vecchi meccanismi, basati sulla pratica sistematica dell’irregolarità e dell’evasione, non bastano più. La contrazione del credito, seguita al crollo della finanza mondiale colpisce le aziende italiane, già molto indebitate e sottocapitalizzate, e approfondisce i contrasti tra grande e piccola impresa: nel 2008 il 78% dei prestiti bancari è andato alle grandi imprese[3]. Inoltre, secondo Unioncamere, i grandi gruppi bancari si sono dimostrati meno disponibili a concedere credito rispetto alle piccole banche locali e a quelle di credito cooperativo[4]. Un fatto che conferma esplicitamente il prevalere del piano locale su quello nazionale per gran parte dell’imprenditoria.  I fallimenti delle microimprese si susseguono a catena, sia nell’industria, dove i subfornitori vedono drasticamente tagliati gli ordinativi dalle grandi aziende (che scaricano la crisi sulle loro articolazioni “esterne”), sia nel commercio. Secondo Confesercenti, nel 2008 15mila imprese hanno chiuso i battenti, 3mila più del 2007. L’usura, intanto, è divenuta una vera emergenza sociale con 180mila commercianti coinvolti e un giro d’”affari” di 15 miliardi. Ma l’inefficienza generale si fa sentire su tutto il sistema economico, che subisce i colpi della crisi più profondamente di altri Paesi. Si prevede che nel 2010 il Pil italiano sarà al di sotto del livello del 2001, con un risultato peggiore di quello degli altri paesi avanzati. Fatto 100 l’indice del Pil dei vari Paesi nel 2007, il 2010 verrà chiuso dagli Usa a quota 98,2, dalla Gran Bretagna a quota 95,6% e dalla Spagna a 98. L’Italia chiuderà più in basso di tutti a quota 94,8[5]. È in questa situazione di difficoltà e di scarse risorse pubbliche (a causa del pregresso enorme debito pubblico) che si sviluppa una lotta accanita per accaparrarsi quelle che ci sono.

8.      Di fronte a questa situazione, in cui grande capitale e microimpresa lottano per sopravvivere, cosa ha fatto il governo Berlusconi? Molto poco, in realtà scontentando tutti, piccola impresa e grande capitale. Inoltre, il governo, pur avendo favorito l’evasione, non ha diminuito la pressione fiscale, che anzi è persino aumentata. Appena prima delle elezioni europee, Berlusconi è stato molto criticato alla assemblea di Confindustria, dove la Marcegaglia lo ha accusato senza mezzi termini di aver fatto troppo poco contro la crisi, ed è stato quasi aggredito in quella di Confesercenti. Ma lo scontento si è allargato a livello internazionale, perché mentre i governi Usa e Ue si producevano in uno sforzo finanziario enorme per arginare la crisi mondiale, provocando l’innalzamento dei deficit pubblici, quello italiano centellinava gli interventi. Non a caso gli attacchi mediatici contro Berlusconi sono partiti non solo da la Repubblica, suo tradizionale nemico, ma anche dal Corriere (caso d’Addario), che è legato al “salotto buono” della grande borghesia italiana, e sono stati ripresi dalla stampa estera, a cominciare dal Financial Times, organo del capitale finanziario internazionale. Dopo le elezioni, Berlusconi è corso ai ripari, introducendo la detassazione del 50% degli investimenti in nuovi macchinari. Si tratta, però, di un provvedimento di cui i piccoli, già strangolati dal debito, non potranno usufruire, e che andrà bene solo per le grandi aziende manifatturiere, che hanno risorse da investire e che coglieranno l’occasione per ristrutturare ancora una volta, a spese pubbliche, l’organizzazione del lavoro, sostituendo lavoratori con tecnologia.

9.      La crisi, dunque, apre delle contraddizioni, di cui va saggiata la profondità e osservati gli sviluppi, all’interno del blocco sociale berlusconiano, specialmente tra piccola impresa e grande capitale. La grande paura della piccola borghesia e di una parte importante dei lavoratori ha inciso sul risultato elettorale. Mentre Berlusconi si è relativamente indebolito, la Lega si è rafforzata, guadagnando 100mila voti, pari al 3% in più rispetto alle elezioni politiche del 2008. E questo perché la Lega è riuscita a saldare piccola imprenditoria e operai in un blocco sociale interclassista, dove le divisioni di classe sono annullate, come dice Garavaglia, sindaco leghista: “La piccola azienda è esattamente il prototipo di questa società del rischio dove si è tutti sulla stessa barca, dove tra operaio e padroncino c’è comunanza e chi è dipendente aspira ad emulare il principale.” Il collante è quello delle tasse, i settori del blocco leghista sono “Una galassia certo magmatica, ma segnata da un punto in comune: questa gente le tasse, le paga di tasca propria …”.  Ugualmente chiara e di classe la posizione verso il Pdl: “… gli alleati [Berlusconi] devono ascoltarci, perché delle volte quando c’è da scegliere tra Italia del rischio e quella delle garanzie Pdl e Pd finiscono per somigliarsi.”[6] Un riferimento esplicito alla preferenza accordata a grandi imprese e banche. Così al sindacato dei lavoratori si sostituisce, o si affianca (vedi gli operai leghisti iscritti alla Cgil), il sindacato del territorio.

10.   Il patto dei produttori berlusconiano e leghista penetra al di sotto della linea del Po e sfida il Pd direttamente sul suo territorio, quello delle “regioni rosse”. Emblematici i casi di Pisa (provincia), dove la Lega è al 4,4%, e di Prato (comune), dove la Lega è al 6% e la destra vince per la prima volta dopo 63 anni, in un tessuto sociale trasformato dalla crisi del tessile e dalla massiccia immigrazione cinese. La destra e la Lega tendono così ad occupare lo spazio di un altro blocco dei produttori, quello costruito dal Pci ed ereditato poi da Pds, Ds e ora dal Pd, che, dopo decenni, appare vacillare pericolosamente. Uno dei nodi principali alla base della lenta, ed ora più rapida, erosione del vecchio blocco sociale del Pci è proprio il posizionamento politico-sociale, e prima ancora ideologico, delle formazioni succedutesi all’autoscioglimento del Pci, a sua volta frutto del suo lento deteriorarsi ideologico, sociale e politico tra la fine degli anni ’70 e gli anni ‘80. Il Pci, infatti, non si è trasformato in un partito socialdemocratico classico, comunque ancorato alla classe lavoratrice, ma ha piegato invece verso la liberaldemocrazia. Del resto, le controriforme del mercato del lavoro (legge 30), delle istituzioni statali (accentuazione del regionalismo) e del sistema elettorale (maggioritario e quote di sbarramento) sono avvenute con il contributo decisivo del gruppo dirigente che si formò nell’ultimo Pci e che guidò il passaggio al Pds.

11.   Il bonapartismo è una forma di dominio caratterizzato da “…l’interclassismo demagogico, seduttivo, quasi irresistibile verso le masse meno politicizzate e al tempo stesso saldamente ancorato ad un rapporto di mutua assistenza coi ceti possidenti. (…) La sua prosecuzione novecentesca è stato il fascismo.”[7] Tale categoria origina da Marx, che studiò l’avvento al potere dittatoriale, attraverso l’uso spregiudicato del suffragio universale, di Luigi Bonaparte, il futuro Napoleone III[8]. La base di massa di Luigi Bonaparte fu la numerosa classe dei contadini piccoli proprietari francesi, ma la sua classe di riferimento era la grande borghesia finanziaria. Berlusconi ha cercato di attuare in Italia una sua originale versione di bonapartismo mediatico, con una base di massa costituita dalla piccola e piccolissima impresa. Il progetto del Cavaliere ha incontrato, però due tipi di ostacoli. Il primo è rappresentato dal grande capitale, che, per ora e dati i rapporti di forza di classe favorevoli, non ha bisogno di affidarsi ad un singolo uomo, ad una forma “dura” di bonapartismo, ma è orientato verso un “bonapartismo soft”[9] o una sorta di “democrazia oligarchica”[10], i cui tasselli sono stati pazientemente posizionati negli ultimi venti anni con il sapiente uso bipartisan delle principali formazioni politiche, Ds e Forza Italia in primis. Dall’altro lato, il progetto bonapartista classico di Berlusconi è ostacolato dalla presenza di un partito organicamente rappresentante di quella classe, piccola e medio borghese, che per Berlusconi è solo una massa di manovra.

12.   La vittima sacrificale di questi movimenti di classi è, in ogni caso, l’autonomia politica ed organizzativa della classe operaia e dei lavoratori dipendenti (pubblici e privati), compresi quelli mascherati sotto la forma di partita Iva, sottomessi all’egemonia dei vari schieramenti borghesi. Se la sinistra anticapitalista vuole tornare ad incidere deve, quindi, far saltare o perlomeno indebolire le cerniere principali che legano la classe operaia al “blocco dei produttori” berlusconiano-leghista. La sinistra deve scollarsi l’etichetta, appiccicatagli addosso dalla destra, di partito dell’aumento delle tasse e del permissivismo, mettendo al centro della sua azione la riduzione della pressione fiscale (diretta e indiretta) per i lavoratori dipendenti, e lottando contro ogni tipo di irregolarità e abuso da parte delle imprese, piccole e grandi, dal lavoro nero all’evasione fiscale. La crisi ha già inferto duri, ma non decisivi, colpi al blocco sociale berlusconiano. Nei prossimi mesi arriverà l’onda lunga della crisi, in termini di disoccupazione. Sarà quello il momento in cui la sinistra ed il sindacato, parte fondamentale in questo processo, dovranno e potranno intervenire. La battaglia dovrà essere combattuta su due livelli contemporaneamente. A livello generale contro il localismo, sulle risposte, in termini di politiche industriali pubbliche, da dare alla palese inadeguatezza della struttura produttiva italiana. E a livello regionale, dove si terranno le prossime elezioni e si gioca parte considerevole della distribuzione del welfare, sfidando le Lega sul suo terreno e costruendo in alternativa al “blocco dei produttori” un nuovo blocco sociale che ricomponga i vari segmenti del lavoro dipendente, compreso quello formalmente autonomo. 


[1] Pioniere di questo modello fu la Benetton, che, prima ancora di delocalizzare nei Paesi dell’Est Europa, riorganizzò la produzione affidandola a microlaboratori nel Nord-est, gestiti da suoi ex capireparto, trasformati in padroncini.

[2] Marco Alfieri, “L’urna premia la Lega dei produttori”, Il Sole24ore, 24 giugno 2009.

[3] L. Iezzi, “L’Italia brucia dieci anni di crescita”, la Repubblica, 21 giugno 2009.

[4] “L’industria rimane a corto di credito”, Il Sole24ore, 2 luglio 2009.

[5] Rapporto Confcommercio, Il Sole24ore, 21 giugno 2009.

[6] M. Alfieri, “Lega unica <<cerniera>>  tra imprenditori e operai”, Il Sole24ore, 25 giugno 2009.

[7] L. Canfora, La democrazia, storia di una ideologia, Laterza, Bari 2006, pp.120-121.

[8] K. Marx, il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riuniti, Roma 1977.

[9] D. Losurdo, Democrazia o Bonapartismo, trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, 1993.

[10] L. Canfora, Critica della retorica democratica, Laterza, Roma-Bari 2005.

 

 

Le mani nelle tasche dei lavoratori

Le nefaste  conseguenze dell'attuazione del federalismo fiscale

di Domenico Moro

La questione fiscale è centrale negli Stati moderni, sia per la gestione del debito pubblico che per la costruzione del consenso. Lo sanno bene Lega e Forza Italia (ora PdL), che della riduzione della pressione fiscale hanno fatto uno slogan: “non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”. Il centro-sinistra, e la sinistra soprattutto, hanno pagato duramente la sottovalutazione della questione fiscale alle elezioni del 2006 e del 2008. Nel 2006 l’ultimo confronto Tv tra Prodi e Berlusconi, in cui il primo fece capire che avrebbe aumentato le tasse ed il secondo dichiarò che avrebbe eliminato la tassa sulla prima casa, contribuì a ridurre il margine di vantaggio del centro-sinistra ad una inezia e a generare una vittoria monca. I soli 24mila voti di scarto a favore del Centro-sinistra determinarono una maggioranza esigua che favorì la rapida fine della legislatura. D’altro canto, anche l’aumento dell’Irpef sui redditi dei lavoratori da parte del governo Prodi ebbe qualche responsabilità, insieme ad altri fattori (legge elettorale, mancato ritiro della Legge 30, Afghanistan, ecc.), sul tracollo della sinistra alle elezioni del 2008. Tuttavia, non è vero che la destra diminuisca le tasse, è vero anzi il contrario. Durante il precedente governo Berlusconi si registrò un aumento delle tasse indirette, quelle sui consumi. Queste appaiono più “neutre” e sono meno evidenti agli occhi di chi le subisce rispetto alla tassazione diretta, sui redditi. E, soprattutto, pesano ugualmente su tutti, su Montezemolo e su Cipputi, che, quando comprano un prodotto o un servizio, pagano la stessa tassa (l’Iva), pur avendo redditi, diciamo così, diversi. Il risultato è una tassazione fortemente ingiusta dal punto di vista sociale e anticostituzionale. Infatti, la Costituzione all’articolo 53 dice che le tasse devono essere progressive, cioè devono aumentare all’aumentare del reddito. Oggi, con il decreto attuativo sul federalismo fiscale approvato dal governo assistiamo al “capolavoro” della destra italiana che coglie tre e non i due classici “piccioni con una fava”.  Vediamo quali sono:

 

·         Aumento delle tasse. Il governo prevede di aumentare ancora la tassazione diretta con l’innalzamento del tetto dell’addizionale regionale Irpef dall’1,4% al 3%;

·        Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese. Mentre la tassa sui redditi da lavoro dipendente, l’Irpef, aumenterà, è prevista la riduzione e finanche l’azzeramento dell’Irap, la “tassa” pagata dalle aziende per la salute di chi lavora. È da notare, inoltre, che l’Irap non è propriamente definibile una tassa. Rappresenta il vecchio contributo alla assistenza sanitaria dei lavoratori che il primo governo Prodi nel 1997 incluse, insieme ad altre voci, nell’Irap. Si tratta in pratica di una parte del salario, quella indiretta, pagata in servizi pubblici.

·        Riduzione della progressività della tassazione. Il governo ha aumentato la tassazione indiretta, introducendo nuovi balzelli. Particolarmente iniquo quello sul passaggio sulle tangenziali e i raccordi urbani, che, sospeso dal Tar, è stato nuovamente decretato dal governo. Inoltre e soprattutto, col federalismo fiscale aumenterà il peso dell’Iva nel finanziamento delle regioni.

             Quali saranno le conseguenze sociali del federalismo fiscale? Saranno devastanti da almeno tre punti di vista:

 

·         Aumenterà il gap tra salari e profitti.

·        Aumenterà il gap tra regioni del Sud e del Nord. Non solo in termini di servizi e di infrastrutture. C’è un altro aspetto che non è stato considerato: la riduzione e ancor di più l’abolizione dell’Irap faciliteranno l’attrazione degli investimenti. E, dal momento che solo le regioni con bilanci in attivo, cioè quelle più ricche del Nord, potranno farlo, il Sud subirà un’ulteriore riduzione dell’afflusso dei capitali e una accentuazione della fuga già consistente della produzione verso il Nord. Il Pil del Mezzogiorno, sceso nel 2009 al livello minimo dall’Unità d’Italia (23,2% sul totale nazionale), rischia un ulteriore tracollo.

·        La sanità pubblica sarà gravemente ridotta. Con il federalismo si potrà ridurre l’Irap solo se i conti sono in regole e/o in presenza di tagli massicci alla spesa, ovvero con la riduzione del servizio. Già oggi si stanno chiudendo ospedali e reparti, con il federalismo fiscale ci sarà una vera ecatombe. Interi territori di provincia saranno costretti a fare capo alle strutture sopravvissute lontane decine di chilometri, con tutto ciò che ne consegue. Molti lavoratori rimarranno senza assistenza, con il non trascurabile effetto che la sanità privata avrà più spazi.

La destra ha messo le mani nelle tasche degli italiani. Va smascherata, anche se si arrampica sugli specchi per negarlo, parlando di macchinose “clausole di invarianza fiscale” e di fantomatiche “conferenze di coordinamento governo-regioni”. Ci sarà una spinta a diminuire le tasse alle imprese, che è il vero obiettivo del federalismo, ed è per questa ragione appoggiato da Confindustria. Di conseguenza, si compenserà il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l’aumento delle tasse ai lavoratori. Inoltre, l’aumento della pressione fiscale sui lavoratori è tanto più intollerabile in quanto è sospinto dall’aumento del deficit e del debito pubblico, che in gran parte è causato dal sostegno ai profitti e alle rendite di imprese e banche. Il vero nodo della fiscalità italiana è la più alta evasione fiscale d’Europa, 100 miliardi di euro, ovvero il 7% del Pil, un dato superiore al deficit pubblico, che ammonta al 5,2%.  Il governo Berlusconi-Lega è il meno adatto a combattere l’evasione: i maggiori responsabili dell’evasione sono gli industriali (32%), e l’incremento maggiore degli evasori nel 2010 si è registrato al Nord, in particolare nelle virtuose Lombardia (+10,1%) e Veneto (+9,2%), le regioni dove c’è la base elettorale di PdL e Lega. A sinistra, oltre ad aver sottovalutato la questione fiscale, ritenuta secondaria rispetto a quella salariale, si è finora affrontato il federalismo in modo poco deciso, pensando che fosse eminentemente questione di unità nazionale e non sociale e di classe. Si tratta di un errore, in primo luogo perché la questione fiscale rientra nella questione del salario complessivo, riguardando il salario indiretto. In secondo luogo, perché, con il permanere della crisi e la pressione dei mercati finanziari a ridurre deficit e debiti pubblici, la spinta ad aumentare le tasse sarà sempre più forte. Quindi, decidere chi e in che misura deve pagare le tasse sarà decisivo. 

 

 

Le cause della crisi del debito sovrano Ue e dell'euro

 

“Ricordano i lettori quella cena a Manhattan dell’8 febbraio, quando negli uffici di un piccolo broker si ritrovarono gli uomini del Soros Fund, di Sac Capital, di Greenlight Capital, di Brigade C.  e forse Paulson?Tutti quei gestori si riunirono per studiare  un attacco combinato all’euro". W. Riolfi, il Sole24ore 5 maggio 2010

 di Domenico Moro

Il piano di aiuti alla Grecia varato dalla Ue non sembra avere raggiunto i suoi obiettivi, cioè la messa in sicurezza dell’euro. L’euro è crollato sotto l’1,30 contro il dollaro, mentre, come titolano i quotidiani oggi in prima pagina, l’effetto contagio si estenderebbe alla Spagna. Si tratta un Paese molto più grande e importante, le cui difficoltà possono avere un impatto molto più pesante sull’area euro della piccola Grecia.

 

1.      La crisi dell’economia è alla base della crisi del debito sovrano

La crisi di sovraccumulazione di capitale e merci, manifestatasi nel 2008 come crisi finanziaria, ha cambiato faccia e si presenta nella forma di crisi del debito statale, ovvero sotto forma di crescita incontrollata del debito e del deficit pubblico, che è aumentato mediamente dal 2,2% del 2007 al 10,1% di fine 2009. Questo perché lo Stato, come ha sempre fatto dinanzi ai fallimenti del mercato autoregolato, è dovuto correre al salvataggio di imprese e banche. Gli aiuti di Stato al settore bancario hanno superato i 14mila miliardi di dollari, una cifra, pari a un quarto del Pil mondiale, che non ha paragoni nella storia. Tutto questo allo scopo di evitare un collasso generalizzato del modo di produzione. Tuttavia, la crisi non è risolta, come provano i 50 milioni di disoccupati in più a livello mondiale nel 2009. Inoltre, la riduzione del costo del denaro e la massa di liquidità statale immessa nel sistema finanziario hanno scatenato una nuova speculazione verso le materie prime e soprattutto verso i titoli del debito pubblico e le valute. La crisi attuale, dunque, ingigantisce il debito e rende più difficile finanziarlo a causa della stagnazione dell’economia, che riduce il gettito fiscale dello Stato. Di conseguenza, gli Stati che hanno una struttura produttiva più fragile sono percepiti dai mercati finanziari come cattivi creditori, e hanno difficoltà a collocare sul mercato titoli del debito pubblico, se non a costi (rendimenti) più alti. In questo modo, tali stati hanno difficoltà non solo a finanziare il nuovo debito ma anche gli interessi su quello pregresso, con il rischio di andare in bancarotta. È quanto sta accadendo ai paesi della periferia dell’area euro. Si tratta di Paesi, come la Grecia, il Portogallo, e la Spagna, con una struttura industriale più fragile di quella dei paesi centrali della Ue e che spesso hanno seguito il modello Usa di crescita basato sull’indebitamento delle famiglie, come la Spagna (l’85% del Pil contro il 40% dell’Italia). La Grecia si è affidata all’uso di derivati, assecondando il consiglio di due grandi banche Usa, tra cui Goldman Sachs, allo scopo di evitare di ascrivere i finanziamenti nel debito. Allorché il trucco contabile è venuto fuori, il debito ed il deficit sono schizzati in alto, e il mercato ha costretto la Grecia ad offrire rendimenti più alti per collocare il suo debito pubblico. Il rischio, ora, sembrerebbe essere quello del fallimento della Grecia e degli altri paesi della fascia periferica dell’euro. Tutto questo ha scatenato, dall’inizio del 2010 una campagna massmediatica secondo cui sarebbe a rischio, insieme alla permanenza nell’euro della Grecia e forse di altri paesi, l’esistenza stessa della moneta unica europea.

  

2.      Speculazione finanziaria e interessi statali Usa contro l’euro

Tuttavia, in questa posizione c’è qualcosa che non torna. La Grecia ha un debito pubblico molto alto, ma, se si guarda al debito totale, si vede che questo è molto al di sotto della media europea. Inoltre, mentre i mercati finanziari hanno preso di mira la Grecia e il Portogallo, la situazione di altri Stati, che sono in una situazione non migliore, sembra essere passata del tutto sotto silenzio. Tra questi, oltre alla Gran Bretagna, con i più alti indebitamenti mondiali della finanza (202% del Pil) e delle famiglie (101%), ci sono soprattutto gli Usa, che, con un debito pubblico del 100%, un deficit dell’11% e il secondo indebitamento mondiale delle famiglie (96%), sono lo stato complessivamente più indebitato al mondo. Significativamente il Financial Times ha scritto, a proposito dell’investimento in titoli di stato Usa, che “Il debito Usa è un riparo sicuro allo stesso modo in cui era considerato un porto sicuro Pearl Harbour nel 1941.” A ciò è da aggiungere che, se la Grecia ha truccato i conti, gli Usa non sono certo trasparenti. Ad esempio, al debito contabilizzato, si dovrebbe aggiungere la statizzazione dei mutui assicurati da Fannie Mae e Freddie Mac, che farebbero lievitare il debito al 140%. Inoltre, secondo l’Ufficio del Bilancio del Parlamento statunitense, il debito Usa sarebbe molto più grande (400%), perché dalla sua contabilizzazione vengono sottratte spese molto importanti, come le pensioni dei reduci di guerra e gran parte delle spese sanitarie. Infine, l’impatto del debito degli Usa sull’economia e sui mercati finanziari mondiali dovrebbe essere molto superiore a quello della Grecia, visto che, in termini assoluti, sta a quello della Grecia come un elefante sta a una formica. Dunque, perché la Gran Bretagna e gli Usa non sono stati presi di mira al contrario della piccola Grecia? In primo luogo, perché gli Usa dispongono del dollaro, che, in virtù della loro potenza militare e politica, è la valuta di scambio e di riserva internazionale. Grazie a questa, i loro titoli del debito pubblico sono acquistati dai paesi con un grande surplus commerciale, soprattutto dalla Cina, per garantirsi riserve utili a stabilizzare le loro valute. In pratica, gli Usa hanno affrontato la crisi stampando continuamente moneta. Ciò nel breve periodo può funzionare, alla lunga è molto più difficile che tenga. Negli Usa i tassi d’interesse prossimi allo zero per cento, la profonda crisi ancora irrisolta, e l’enorme indebitamento hanno determinato un forte indebolimento del dollaro. Il problema è che l’indebolimento del dollaro mette a dura prova la capacità degli Usa di attrarre risparmio dall’estero e finanziare il loro debito, proprio nel momento in cui ne hanno più bisogno degli altri. Infatti, nel 2009 la Cina acquistò solo il 4,6% dei nuovi titoli di Stato Usa, molto meno del 20,2% del 2008 e del 47,4% del 2006, con una flessione a novembre 2009 rispetto a luglio. Nello stesso tempo in cui gli Usa faticavano a collocare i loro titoli di stato, l’euro continuava la sua corsa fino a raggiungere la quotazione di 1,50 contro il dollaro. È in questo quadro che si è inserita la crisi del debito sovrano della Grecia. Il dollaro si è ripreso rapidamente sull’euro, che dall’inizio di febbraio, cioè da quando la questione del debito greco è scoppiata, è sceso fino a 1,32 sul dollaro e ora sotto 1,30. La crisi greca ha così indebolito l’euro e gettato un dubbio sulla tenuta dell’unica valuta che può ambire a sostituire o affiancare il biglietto verde Usa. Di fatto, se non intenzionalmente, c’è stata una convergenza tra gli interessi statali Usa e quelli della speculazione finanziaria internazionale. Quest’ultima, attraverso il carry trade, guadagna, scommettendo e incentivandola, sulla variabilità delle differenze dei cambi valutari, e, infatti, i margini di guadagno degli hedge fund sono stati enormi. La situazione attuale ricorda molto da vicino l’attacco dei mercati finanziari alle valute dell’Asia Sud Orientale negli anni ‘90, che devastò le economie di quei Paesi, permettendo agli Usa di scaricarvi la loro crisi. E anche oggi, come allora, emerge il ruolo centrale di personaggi come Soros. È da notare, poi, che i mercati finanziari sono in gran parte controllati da Wall Street e dalla borsa di Londra e che le agenzie di rating, che valutano l’affidabilità del debito pubblico dei vari paesi e che sono state così importanti nell’accendersi delle tensioni sul debito greco, sono tutte statunitensi. Né è un caso che, recentemente, i titoli Usa siano andati a ruba (la domanda è stata superiore di 2,82 volte all’offerta) tra banche centrali internazionali e investitori istituzionali, mentre la collocazione di titoli di stato in euro sia andata piuttosto male.

 

3.      Competizione per il capitale mobile e difesa degli Usa come centro finanziario mondiale

Gli Usa dalla fine della Seconda guerra mondiale continuano ad esercitare il ruolo di centro finanziario mondiale, attirando il risparmio mondiale e redistribuendolo. Tuttavia, da decenni tale ruolo è in crisi, a causa della perdita di posizioni nell’industria e nel commercio mondiali. In una fase di crisi e di riorganizzazione mondiale del potere economico mondiale, la concorrenza si accentua tra le imprese e, dal momento che le imprese hanno bisogno dello Stato, che è diventato finanziatore delle banche e quindi finanziatore di ultima istanza, la concorrenza si trasferisce a livello statuale. La competizione per il capitale mobile mondiale vede coinvolti anche gli Stati più forti, visto che le criticità dei debiti pubblici dei paesi avanzati sono aumentate, riducendo il gap storico con i Paesi emergenti. La situazione è così grave che il rischio insolvenza degli stati è diventato persino più alto di quello delle imprese, un fatto mai successo nella storia. Dunque, dietro alla crisi greca si delinea un confronto politico-valutario, quello tra Usa e area euro. Una condizione necessaria alla superiorità finanziaria è la stabilità monetaria, che il dollaro Usa ha perso da tempo a causa della sua continua svalutazione. Oggi, la Cina è in fuga dai titoli di Stato Usa, perché vuole evitare di ritrovarsi piena di dollari svalutati. Al contrario del dollaro, l’euro sin dalla sua nascita si è dimostrato una valuta estremamente stabile. Dunque, l’euro, anche a fronte della necessità dei Paesi dell’eurozona di finanziare il debito e i grandi programmi infrastrutturali, si erge nei confronti del dollaro come un agguerrito concorrente nella attrazione di capitale mobile mondiale e in particolare del surplus cinese. Infatti, se confrontiamo le due entità – Usa e Eurolandia – vediamo quanto la seconda, come aggregato economico, sia messa molto meglio rispetto alla prima, il che spiega la forza relativa dell’euro sul dollaro. Considerata nel suo complesso Eurolandia ha un debito pubblico del 78% contro il 100% (almeno) degli Usa. Soprattutto, mentre gli Usa associano al debito federale e a quello delle famiglie il maggiore deficit commerciale con l’estero del mondo, pari a 518,4 miliardi di dollari, l’area euro ha un attivo commerciale di 25,3 miliardi. Se, però, andiamo a vedere nel dettaglio, troviamo una situazione molto differenziata e qui sta la seconda delle cause del dramma greco. Infatti, la gran parte dell’attivo (158 miliardi) è concentrato in Germania, mentre altri Paesi, compresa la Francia, hanno deficit commerciali, fra i quali di particolare entità sono quelli di Spagna e Grecia. Il fatto è che l’euro ha favorito la competitività dell’industria della Germania – che è al centro della divisione del lavoro europea -  mentre ha indebolito la competitività degli altri Paesi. A causa di questa situazione i Paesi con una industria più debole hanno maturato un forte debito commerciale, che ha peggiorato la bilancia delle loro partite correnti con l’estero e messo in dubbio la solvibilità del loro debito pubblico. La Germania, dall’altro canto, mentre ha tratto giovamento dall’euro, aumentando l’export e l’attivo commerciale, sembra poco incline a considerare le sue responsabilità nel debito altrui. A questo si aggiunge che Eurolandia, a differenza degli Usa, non può emettere titoli di debito, né può stampare moneta per finanziare l’economia, perché il mandato della Banca centrale europea è di garantire stabilità all’euro, non di stimolare l’economia. In definitiva, il problema è che Eurolandia non è una vera realtà statale, cioè un soggetto politico unito e autonomo. L’attacco alla periferia debole di Eurolandia appare come un tentativo di indebolire, disarticolandola, l’area euro, in funzione di una difesa degli Usa come centro finanziario mondiale, e può avere solo due sbocchi. O una accelerazione della Ue verso una integrazione politica o uno sfaldamento dell’area euro stessa. Una eventuale accelerazione dell’integrazione europea, però, non può e non deve essere pagata dai lavoratori europei, già colpiti dalle delocalizzazioni e dalle privatizzazioni, né essere egemonizzata dagli interessi del capitale tedesco.

 

 

La crisi non è finanziaria ma del capitale

 

 di Domenico Moro

 1.     Sovrapproduzione e crisi

Secondo la maggior parte dei mass media, degli economisti e dei governi, quella attuale è una crisi finanziaria, che successivamente si sarebbe estesa all’economia “reale”. Con questo tipo di analisi si coglie, però, solo la forma in cui la crisi si è manifestata. Se ne ignora invece il contenuto, che risiede nei meccanismi di accumulazione del capitale. Infatti, le crisi sono la modalità tipica in cui emergono le contraddizioni del modo di produzione attuale. La principale di queste contraddizioni è quella tra produzione e mercato. Lo scopo delle imprese è produrre per fare profitti e per fare ciò riducono i costi delle merci in modo da aumentare il loro margine, cioè la differenza tra costi e prezzi di produzione. La riduzione dei costi di produzione passa per la realizzazione di economie di scala, cioè per la produzione di masse di merci sempre più grandi nello stesso tempo di lavoro. A questo scopo vengono introdotte tecnologia e macchine sempre più moderne al posto di lavoratori, e aumentati ritmi e intensità del lavoro. Astrattamente si tratta di un fatto positivo, in quanto lo sviluppo della produttività mette a disposizione dei consumatori masse di merci più grandi prodotte in un tempo minore. Il problema è che la produzione capitalistica è diretta non verso semplici consumatori ma verso consumatori in grado di pagare un prezzo adeguato a raggiungere il profitto atteso, cioè verso un mercato. Ebbene la questione è proprio questa: la produzione capitalistica è una produzione che si estende progressivamente senza alcun riguardo per il mercato cioè per le capacità di acquisto delle merci prodotte. Inoltre, visto che il profitto è dato dal lavoro non pagato dei lavoratori, la riduzione proporzionale di questi ultimi sul capitale complessivo impiegato provoca una caduta del saggio di profitto, che si cerca di compensare con l’aumento dello sfruttamento e quindi producendo un numero maggiore di merci. Tutto questo implica che la produzione tende sempre ad eccedere le capacità di assorbimento del mercato, determinando un permanente squilibrio tra le capacità produttive e la limitatezza del mercato. Una limitatezza che viene accentuata proprio dal meccanismo che sostituisce forza lavoro con macchinari e che conseguentemente provoca l’espulsione di lavoratori dal processo produttivo. Secondo uno studio della Banca dei regolamenti internazionali, dagli anni 80 ad oggi in tutti i principali paesi industrializzati si è avuto uno spostamento del Pil dai salari ai profitti. In Italia la quota andata ai profitti è aumentata dal 23,1% del 1993 al 31,3% del 2005. Si tratta dell’8% del Pil, equivalente a 120 miliardi di euro ossia a 7mila euro per ognuno dei 17 milioni di salariati italiani che annualmente passano dai salari ai profitti. Ma la cosa più interessante dello studio della Bri è che la causa di questo fenomeno viene individuata, non nella concorrenza dei lavoratori dei paesi “in via di sviluppo”, ma nella introduzione di nuova tecnologia che, espellendo lavoratori e destrutturando l’organizzazione del lavoro, riduce le capacità di resistenza e negoziazione dei lavoratori. In questo modo, si è determinata la perdita di capacità d’acquisto dei salari ed i lavoratori si sono trovati costretti al lavoro straordinario con l’effetto di ridurre ancora di più la domanda di forza lavoro e di aggravare la disoccupazione. Inoltre, avendo le nuove tecnologie una forte componente informatica, che diventa obsoleta più rapidamente, le ristrutturazioni sono divenute più frequenti. Dunque, mentre da una parte si moltiplica l’offerta di merci sul mercato, dall’altra parte si riduce la domanda, che per la maggior parte è costituita da lavoratori salariati, o, nel caso migliore, non si permette alla domanda di crescere in modo proporzionale all’offerta. Del resto, nella anarchia della concorrenza, ancorché oligopolistica, che regna nel modo di produzione capitalistico, ogni singolo capitale, per battere i concorrenti, tende a realizzare sempre maggiori economie di scala e a ridurre i salari dei propri lavoratori, trattandoli come costi da ridurre e non come compratori. Si produce così una tendenza alla sovrapproduzione di merci che, però, ha alla sua base la sovrapproduzione di capitale sotto forma di mezzi di produzione. Ciò che è importante capire, però, è che la sovraccapacità produttiva è tale entro il modo di produzione capitalistico, che produce solo per il profitto, e che la sovrapproduzione di merci si determina entro i limiti del mercato capitalistico.

 

2.     Il caso emblematico dell’automobile

La crisi non è una cesura nel procedere normale dell’economia, è il modo violento in cui il capitale tenta di risolvere le sue contraddizioni. Infatti, le crisi non solo bruciano miliardi di capitale fittizio nei crolli borsistici, ma provocano distruzione di capitale reale attraverso la svalorizzazione delle merci, che giacciono invendute nei depositi o sono vendute sottocosto (negli Usa si è arrivati al prendi due automobili ne paghi una), e dei mezzi di produzione, che rimangono inattivi o sottoutilizzati. Le crisi, poi, distruggono forza lavoro attraverso i licenziamenti e, provocando la morte delle aziende più deboli ed il loro assorbimento da parte di quelle più forti, determinano la concentrazione della produzione in sempre meno mani. Soltanto a questo prezzo si generano le condizioni affinché la produzione sia di nuovo profittevole e possa riprendere, riproducendo però le condizioni per replicare la crisi successivamente e su una base più ampia. Il caso dell’auto è emblematico. Si tratta di un settore con le caratteristiche tipiche della grande industria: una progressiva grande concentrazione, e un sempre più forte aumento della componente tecnologica in rapporto ai lavoratori impiegati. Un settore nel quale, secondo le parole dell’amministratore delegato della Fiat, Marchionne, “la sovraccapacità produttiva è un problema generale”. Negli Usa, infatti, la produzione del 2009 sarà di appena il 45% dell’output potenziale, pari 5 milioni di auto in meno rispetto al 2007. Secondo CSM Wolrdwide, l’utilizzazione degli impianti delle prime dodici case produttrici mondiali, scesa al 72,2% già nel 2008, si ridurrà nel 2009 al 64,7%. Le conseguenze saranno pesanti persino per le case leader tedesche e giapponesi: in Germania sono già stati licenziati i lavoratori precari (4500 quelli della Volkswagen), mentre l’orario settimanale di lavoro (ed il salario) è stato ridotto per i due terzi dei lavoratori stabili della Volkswagen e a febbraio e marzo per 26mila della Bmw, in Giappone, invece, la Nissan ha pianificato 20mila licenziamenti. Ancora peggiore la situazione delle case Usa, tra le quali GM e Chrysler sarebbe già fallite senza i 14 miliardi di dollari stanziati dal governo. GM, in particolare, prevede la chiusura di quattro dei ventidue impianti statunitensi e 31mila licenziamenti. Eppure tutto questo si realizza alla fine di un processo in cui le tre major di Detroit avevano migliorato la loro produttività. Secondo l’Harbour report, le major di Detroit hanno ridotto il divario con gli stabilimenti giapponesi in America in termini di tempo necessario alla produzione di un veicolo dalle 10,51 ore del 2003 alle 3,50 ore del 2007. Del resto, ad essere preceduta da un forte aumento della produttività fu anche la crisi del ’29, sebbene, come quella odierna, fosse stata innescata da un crollo finanziario. Infatti, fu proprio negli anni 20 che, col fordismo, si introdusse la catena di montaggio. A partire dagli anni 80, il fordismo si è aggiornato, divenendo tojotismo, che, flessibilizzando i processi, avrebbe dovuto sanare la contraddizione tra mercato e produzione.  Il bel risultato è stato che le auto invendute, solo nei piazzali degli stabilimenti Usa, hanno raggiunto a fine gennaio 2009 quasi i tre milioni, equivalenti a 116 giorni di vendita agli attuali livelli. Prova questa che, entro i limiti dei rapporti di produzione capitalistici, per sanare la contraddizione tra produzione e mercato non c’è tecnica manageriale che tenga. Quali sono allora le risposte che si prospettano alla sovrapproduzione? Il caso statunitense è ancora una volta emblematico. Oltre ai licenziamenti ed alla settimana corta di 4 giorni (working sharing), si prospetta un allineamento di tutte le case americane alle peggiorative condizioni salariali e assistenziali in vigore presso gli stabilimenti giapponesi negli Usa. In secondo luogo, anche questa crisi, come e più di altre, data la sua gravità, vorrà le sue vittime e sarà il volano per ulteriori fusioni ed acquisizioni. Sempre secondo Marchionne, nel mercato mondiale dell’auto ci sarebbe posto solo per cinque o sei produttori che riescano a raggiungere l’economia di scala minima di cinque milioni di vetture. Ed è proprio la Fiat a distinguersi per il suo attivismo, muovendosi in varie direzioni, dalle joint ventures con la Tata indiana, che è entrata anche nel capitale Fiat, alla possibile acquisizione della Chrysler, fino alla ventilata fusione con Peugeot. La crisi fornirà poi un ulteriore stimolo alla internazionalizzazione della produzione, per ridurre i costi e avvicinarsi ai nuovi mercati di sbocco. Già oggi, Ford e GM producono negli Usa meno del 32% del loro output complessivo, mentre Fiat, Renault e Volkswagen producono nei paesi d’origine rispettivamente appena il 34,9%, il 34,7% ed il 33,6% della loro produzione totale. A pagare saranno, comunque, sempre i lavoratori con la perdita del posto di lavoro e con la riduzione dei salari.

 

3.     Il nesso tra sovrapproduzione e finanza

Contrapporre, in ambito capitalistico, economia “finanziaria” e “reale” non ha senso ed è fuorviante. L’enorme sviluppo del credito e dei mercati finanziari ha alla sua base l’affermazione della grande industria, che ha bisogno di capitali monetari sempre più grandi da investire. La mondializzazione della concorrenza, le fusioni e le acquisizioni, il gigantismo delle imprese, necessario ad economie di scala sempre maggiori, determinano una richiesta di credito sempre maggiore e banche sempre più grandi. Sebbene le crisi non siano causate dal credito e dalla finanza, esiste un nesso molto stretto tra crisi e credito. Tale nesso sta nel fatto che il credito favorisce ed accelera la tendenza alla sovrapproduzione di capitale e di merci. Il credito, infatti, permette l’allargamento della produzione in un modo che altrimenti non sarebbe possibile. Nello stesso tempo le banche, concentrando in poche mani il risparmio della società e trasformandolo in investimento, fanno assumere al capitale stesso una forma “sociale”, favorendo la separazione tra direzione e proprietà. Si crea così una produzione privata senza proprietà privata e una nuova aristocrazia finanziaria e di top manager, superpagata, indifferente ai limiti del mercato, e incline ad investimenti spericolati, parassitismo e speculazione. In questo modo si sviluppa la tendenza ai monopoli e alla sovrapproduzione cronica generale. L’industria contemporanea versa da decenni in una situazione di sovrapproduzione, cui si è risposto favorendo il credito facile e quindi l’indebitamento, sia dal lato dell’offerta, cioè dal lato delle aziende, sia da quello della domanda, cioè dei consumatori-compratori. Per anni, con il beneplacito dei governi Usa, la Fed ha mantenuto un bassissimo costo del denaro, spingendo le banche a prestare oltre ogni ragionevole garanzia. In particolare è stato incentivato l’acquisto delle case, perché la proprietà immobiliare garantiva sull’acquisto a credito di beni di consumo come l’auto. Sono stati concessi mutui fino al 100%, ed anche a chi non aveva né lavoro né altre proprietà, i cosiddetti mutui subprime. La spirale dell’indebitamento si è autoalimentata, grazie alla liberalizzazione dei mercati finanziari e alla abolizione degli steccati e delle regole introdotte dopo la crisi del ’29, ed i mutui sono stati cartolarizzati in titoli – i cosiddetti derivati – venduti alle banche di tutto il mondo. La speculazione si è estesa anche alla cartolarizzazione delle assicurazioni sui derivati dei mutui, i credit default swaps (Cds), che hanno raggiunto la cifra astronomica di 45mila miliardi. Inoltre, sono state introdotte altre forme di incentivazione all’indebitamento come le carte di credito revolving. In sostanza la domanda di beni di consumo è stata drogata, fondando su basi d’argilla l’espansione economica seguente alla crisi del 2001. Negli Usa e nel Regno Unito il debito delle famiglie nel 2007 aveva raggiunto il 100% del Pil. Intanto la leva finanziaria delle banche era cresciuta a dismisura: le banche europee per ogni euro di capitale posseduto avevano dato in prestito 40 euro, quelle Usa ancora di più. Tutto questo non poteva reggere ed infatti non ha retto. Quando la bolla immobiliare ha raggiunto il suo picco e nel 2007 è scoppiata, le abitazioni hanno perso fino al 40% del valore ed i loro proprietari non sono più riusciti a far fronte ai mutui. Il sistema finanziario internazionale si è così reso conto di avere in pancia miliardi di titoli col valore della carta straccia, cui si aggiungeva la massa dei Cds, che avrebbero potuto portarlo al collasso. Numerose banche, costrette a iscrivere le perdite a bilancio, sono fallite, sono state acquisite o salvate dallo Stato, e centinaia di miliardi di capitalizzazione di borsa sono stati bruciati. Inoltre, l’incertezza sulla solvibilità delle banche ha portato alla paralisi del mercato interbancario ed al restringimento del credito, con conseguenze devastanti per le aziende, già pesantemente indebitate ed alle prese con le necessità della internazionalizzazione, della riorganizzazione produttiva e del finanziamento del credito al consumo.  

 

4.     Fallimento del mercato e intervento dello Stato

La sovrapproduzione che attanaglia l’economia è ormai generale. Infatti, secondo la Banca mondiale, al calo, per la prima volta dal 1945, del Pil mondiale si è associato il maggiore declino del commercio mondiale degli ultimi 80 anni, ovvero dalla grande Depressione degli anni 30. L’International labour organization prevede dai 18 ai 30 milioni di disoccupati in più, 50 nella previsione peggiore. La crisi ha così dimostrato nel modo più plateale il fallimento delle capacità regolatrici del mercato. Significativa è stata la rapidità della sterzata verso l’intervento dello Stato a partire proprio dai due paesi leader della “rivoluzione” neoliberista, Usa e Gran Bretagna, e la consistenza dell’intervento, soprattutto a favore del credito. Negli Usa il programma di aiuto federale, il Tarp, ha già utilizzato 294,9 miliardi, di cui 250 per la ricapitalizzazione delle banche, su uno stanziamento totale di 700 miliardi, e Obama ha in progetto un ulteriore stanziamento di 2mila miliardi. In gran Bretagna lo stato ha acquisito la Bearn Stearns, il 60% della Royal Bank of Scotland e il 40% di Lloyds-Hbos, mentre la Germania, che ha già dato 90 miliardi alla Hypo e ha acquistato il 25% della Commerzbank, ha varato una legge che consente l’esproprio statale delle banche in difficoltà. Ma, visto che queste misure non sono bastate a rimettere in moto il mercato interbancario ed il prestito ad imprese e famiglie, lo Stato ha assunto il ruolo di finanziatore diretto, più o meno a fondo perduto, delle aziende. In Giappone lo Stato ha stanziato 13 miliardi di euro con cui entrerà eventualmente anche nel capitale delle aziende. In particolare, si è svolta una corsa al soccorso dei produttori nazionali di auto, dai 14 miliardi di dollari dati a GM e Chrysler ai 7 miliardi di euro stanziati per Renault e Psa, di cui una parte andrà alle branche di queste società che finanziano gli acquisti a credito. Tutte scelte che, insieme alla riduzione praticamente a zero dei tassi di interesse praticati da molte banche centrali come la Fed, dimostrano che la soluzione alla crisi viene ricercata in direzioni vecchie e sbagliate, come l’indebitamento e il protezionismo, ritornato prepotentemente in auge con il buy american. L’insieme delle risorse messe sul piatto dagli Usa raggiungono gli 8000 miliardi, pari al 54%  del loro Pil. Se pensiamo che gli Usa in tutta la Seconda guerra mondiale spesero 3600 miliardi e che nel 1944 la spesa bellica fu il 36% del Pil, abbiamo una idea della partita in atto. L’aumento della spesa statale farà esplodere il deficit pubblico, che negli Usa arriverà quest’anno al 10% e nel Regno Unito al 6-8%, mentre la virtuosa Germania porterà il disavanzo pubblico ai massimi dal 1945. L’ingigantirsi dei debiti pubblici, già gravati come negli Usa da decenni di sussidi alle imprese e di spese militari, condurrà all’inasprimento della tassazione, mentre l’aumento dell’emissione dei titoli di Stato, unico investimento rifugio rimasto, sta già conducendo al calo dei rendimenti per milioni di piccoli risparmiatori. Al contempo il prezzo dei credit default swaps sui titoli pubblici si è alzato, segno dei timori del mercato sulla solvibilità di molti stati. Mentre gli Usa, grazie al dollaro cercano di continuare a scaricare il finanziamento del loro enorme debito sull’estero, molti paesi periferici, soprattutto nell’Europa dell’est, presi dalle difficoltà della recessione, rischiano una bancarotta che avrebbe pesanti contraccolpi sulle banche europee e sull’euro.

 

5.     Conclusioni: pianificazione e riduzione dell’orario di lavoro

Se il fallimento del mercato è ormai evidente a tutti, meno evidente è l’altrettanto grande fallimento della proprietà e della produzione privata. In Italia ad esempio assistiamo all’apparente paradosso di chi, Confindustria in testa, chiede e ottiene l’intervento statale sotto forma di aiuti e continua a rivendicare le privatizzazioni, ad esempio delle utility. In effetti è proprio nei momenti di difficoltà che il capitale si rifugia di più nelle rendite di monopolio, fuori dalla concorrenza. In ogni paese, la premessa a tutti gli aiuti pubblici è che lo Stato, anche nel caso in cui entrasse in una banca o in una azienda con quote di maggioranza, rimanga rigorosamente fuori dalla sua gestione, magari comprando azioni senza diritto di voto. Già l’espansione del credito aveva messo a disposizione del privato il capitale sociale (il risparmio della collettività), rendendo la produzione privata una produzione senza proprietà privata. Oggi che lo Stato finanzia le banche private o eroga direttamente alle imprese il capitale impiegato, la proprietà acquista ancora di più un carattere sociale. Si accresce quindi la contraddizione tra il carattere sempre più sociale della produzione e della proprietà e l’appropriazione privata del prodotto di quella produzione, che si concentra in sempre meno mani. Del resto, con sole cinque case automobilistiche a dividersi il mercato mondiale, come prevede Marchionne, si può ancora parlare di proprietà privata? Si tratta di una produzione in realtà già quasi socializzata. Abbiamo invece una produzione privata senza proprietà privata, e che si sottomette lo Stato come erogatore concentrato del capitale della società. La crisi non si risolve con gli aiuti agli imprenditori privati o gettando masse di denaro nel pozzo senza fondo dell’insolvenza di banche che continuano a non prestare. La crisi si risolve solo andando alla sua radice, che certo non sta negli stipendi dei supermanager. In primo luogo, non ha senso mantenere la produzione privata, quando i capitali sono pubblici. Permarrebbero, a spese dei lavoratori-contribuenti, l’anarchia irrazionale della concorrenza e lo squilibrio permanente tra produzione e circolazione delle merci. Tali contraddizioni possono essere risolte solo mediante il coordinamento complessivo, la pianificazione dell’economia da parte delle collettività, secondo le priorità della società e dell’ambiente, e cominciando con la ripubblicizzazione delle banche e dei servizi di pubblica utilità. In secondo luogo, va affrontata la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione. Le scoperte tecnologiche e l’enorme aumento della produttività che negli ultimi decenni ne è derivato possono liberare tempo vitale invece di essere fonte di disoccupazione. Ma questo è possibile a farsi solo se l’orario di lavoro viene ridotto a parità di salario, liberando bisogni e la possibilità di soddisfarli, ed allargando così i limiti del mercato. Se è vero che la crisi libera i mostri della xenofobia e dell’autoritarismo e che la depressione del ’29 aprì la strada ai fascismi, quella stessa crisi ebbe anche risposte a sinistra. Negli Usa nel 1932 il senatore Black, in opposizione al working sharing, che redistribuiva solo la povertà e non l’occupazione, propose una legge per la riduzione dell’orario a 30 ore, che fu sconfitta solo di misura per l’opposizione di Roosvelt e degli imprenditori. Fu invece in Francia che nel 1936, in piena crisi, fu approvata una legge per le 40 ore, che portò, a parità di salario, l’orario di lavoro annuale da 2496 a 2000 ore. La differenza tra Francia e Usa è che, all’epoca, in Francia era al governo quel grande esempio di protagonismo politico dei lavoratori che fu il Fronte popolare. Un esperimento politico su cui, mutatis mutandis, forse varrebbe la pena di riflettere. Oggi, in conclusione, di fronte ad una crisi eccezionale che evidenzia il fallimento di un intero modo di produzione ritorna d’attualità proprio il fantasma che si è voluto esorcizzare negli ultimi venti anni, il socialismo. La possibilità di rispondere alla crisi economica e alla crisi politica della sinistra passa così per la capacità di prospettare  una organizzazione alternativa della società e dell’economia.

 (scritto il 9 aprile 2009)