In migliaia continuano la mobilitazione
In m
igliaia
continuano la mobilitazione per
la sanatoria generalizzata
A Roma ancora giornate di
protesta dei migranti che
invadono la città: lunedì 19 è
stato ottenuto un incontro con
il governo.
Dopo le giornate di
mobilitazione aperte dal grande
corteo di sabato 17, oggi il
movimento dei migranti e
rifugiati di Caserta si è
riunito di nuovo in Piazza Santi
Apostoli a Roma con l’intenzione
di occupare la piazza
fino
all’ottenimento di un incontro
con il governo che mettesse a
tema la riapertura delle
regolarizzazioni a tutte le
categorie del lavoro migrante e
l’esame delle domande di asilo
ferme ormai da diversi mesi.
La giornata si è aperta con una conferenza stampa che ha visto la partecipazione dei movimenti che hanno sostenuto la mobilitazione, studenti, centri sociali e movimenti di lotta per la casa, e di diversi parlamentari che si sono esposti a favore di un impegno concreto su nuove proposte di legge che riaprano spazi per l’agibilità e i diritti dei migranti.Alle ore 12 una delegazione di migranti e rifugiati è stata ricevuta per un incontro con il dipartimento immigrazione del Ministero degli interni.
Leggi il comunicato stampa del Movimento rifugiati di Caserta
Il bilancio dell’incontro, frutto di queste giornate di mobilitazione, è positivo e riguarda la calendarizzazione degli appuntamenti relativi alla presa in esame delle domande di regolarizzazione escluse dalla sanatoria per colf e badanti, lo sblocco di alcune delle richieste dello status di rifugiato per motivi umanitari, in particolare nel territorio di Caserta. L’incontro è stato occasione di discussione sull’adozione della legge europea contro il lavoro nero, ancora non recepita dal parlamento italiano e che consentirebbe la regolarizzazione dei migranti che già vivono e lavorano in Italia.Dopo aver accolto la notizia del risultato ottenuto dall’incontro il presidio si è sciolto. Per organizzare la partenza i migranti sono tornati in alcuni centri sociali e occupazioni abitative (Strike, Horus, De Lollis) che, oltre ad alcune chiese, hanno garantito l’ospitalità, attivando un meccanismo di solidarietà e sostegno concreto a fronte del rifiuto della giunta Alemanno di concedere qualsiasi spazio di accoglienza.
Cronaca di domenica 18 ottobre ‘09Dopo la straordinaria manifestazione di ieri contro il razzismo che ha visto la sperimentazione di uno spezzone meticcio e ibrido di migranti e studenti, oltre a centinaia di associazioni in piazza assieme alla società civile, migliaia di rifugiati politici e richiedenti asilo di Caserta hanno deciso di rimanere a Roma per continuare la mobilitazione.
Sono rimasti in piazza per raggiungere un obiettivo preciso: l’allargamento della sanatoria, al di là delle sole colf e badanti, a tutte le categorie di lavoratori, e dunque l’ottenimento del permesso di soggiorno.Oggi a partire dalle 9 di mattina i migranti hanno occupato la piazza Bocca della Verità per rilanciare la lotta dopo la manifestazione di ieri. Con grande determinazione hanno affrontato una giornata piena di mobilitazione, con forza dicono di voler arrivare fino in fondo, fino all’ottenimento del permesso di soggiorno.Nel tardo pomeriggio un gruppo di migranti è riuscito ad entrare nella chiesa a fianco del Campidoglio per cercare di ottenere un incontro con il sindaco di Roma Alemanno, incontro finalizzato all’apertura di una vertenza direttamente con il governo. Intanto diverse centinaia di migranti venivano bloccati dalla polizia che ha impedito l’ingresso in massa nella chiesa.
La mobilitazione continuerà domani mattina, a partire dal sit in convocato a Piazza SS. Apostoli alle ore 10.
La ferrea volontà dei migranti è quella di costringere il governo ad un incontro per aprire una vertenza che sia direttamente conquista di visibilità politica e tentativo di risoluzione concreto del problema del permesso di soggiorno e dell’allargamento della sanatoria.I migranti hanno dichiarato di voler continuare ad oltranza la mobilitazione, e per questo chiedono il sostegno di tutti durante i prossimi giorni.(Fonte: www.globalproject.info 19 ottobre 2009)
Milano, vigili a caccia di immigrati
Il bus-galera imprigiona i clandestini
Gli stranieri senza documenti vengono fatti salire su un bus con grate sui vetri: è il “bus-galera” usato per gli ultrà, utilizzato per bloccare i presunti clandestini e poi identificarli. A effettuare le operazioni sono i vigili del nucleo Trasporto pubblico, istituito per garantire la sicurezza su tram e bus, ma che di fatto si è specializzato in questi mesi nella caccia ai clandestini in città
di Franco Vanni
Al commissario questo lavoro piace: "Ragazzi, prendetemi anche quello nascosto nell’erba e mi avete fatto felice", dice ai suoi. Quello nascosto nell’erba è nordafricano, ha poco più di 20 anni. Si è liberato dalla presa di un vigile e si è imboscato dietro a un cespuglio. Da lì, è corso chissà dove. Al termine di un’intera mattinata di controlli, sarà l’unico straniero scappato al nucleo Trasporto pubblico dei vigili. La squadra, messa in piedi dal Comune nel 2000 per garantire la sicurezza su tram e bus, dallo scorso anno si è specializzata nel servizio "fermi e identificazioni". In pratica: chiudere in speciali autobus con grate ai finestrini, e poi identificare, gli stranieri trovati senza documenti durante i controlli dei biglietti sui mezzi pubblici.
Video |

Trentadue agenti divisi in tre turni. Vigili che, mentre gli uomini di Atm multano chi viaggia gratis, fanno quello che devono fare. Un tram dopo l’altro, uno straniero alla volta. Ieri mattina, la prima uscita dall’avvio dei processi ai clandestini, è andata bene: 120 multe staccate e dieci stranieri portati in centrale. Ci si apposta alla fermata, si chiedono i documenti agli stranieri e se non li hanno li si carica sul "bus-galera". È lo stesso tipo di autobus usato per scortare allo stadio i gruppi ultrà. Gli agenti lo chiamano "Stranamore", "perché ricorda il camper su cui Alberto Castagna negli anni Novanta faceva piangere gli innamorati in tivù", ride un agente.
Sulla strada del ritorno, a operazione conclusa, Stranamore è accompagnano da quattro auto dei vigili, che con sirene accese bruciano i semafori per portare il carico alla centrale. Quando alla fermata del tram 15 in via De Missaglia scatta la "tonnara" — sempre stando al gergo dei vigili — sono le sette e mezza. Il tram si ferma, gli agenti bloccano le uscite. Per primo tocca a un ragazzo nordafricano. Mostra fotocopie di documenti, gli fanno cenno di salire sul bus blindato, lui esegue senza fare troppe storie. Poi è il turno di uno slavo. Non apre bocca, toglie le mani di tasca solo prima di sedersi dietro al primo fermato. I passeggeri del tram assistono alla scena e commentano. Una donna con caschetto di capelli bianchi chiede agli agenti: "Ma perché fate così? Hanno fatto qualcosa?". La risposta: "Sono clandestini, signora".
Tre
dei dieci fermati,
risulterà a sera dopo le
verifiche, non lo sono
affatto. Per sette
scatta invece la
denuncia per
clandestinità, e uno
solo è arrestato: ha già
in tasca il decreto di
espulsione ma non si è
mosso dall’Italia.
Dentro al bus, che alle
dieci del mattino sta
per ripartire con gli
uomini a bordo, qualcuno
prende a pugni il vetro.
Altri nascondono il
volto fra le ginocchia.
Si ferma un’altra
signora, borsetta
stretta al petto: "Fate
bene — dice agli agenti
— questi qua in galera
devono stare". Una donna
chiede ingenuamente ai
vigili dove sia diretto
lo strano bus con le
reti alle finestre. Fa
anche per salire, ma il
vigile la ferma:
"Signora, aspetti il
tram che è meglio".
Delle pattuglie
anti-clandestini va
fiero il vicesindaco
Riccardo De Corato: "È
un servizio svolto
esclusivamente da questa
speciale task-force —
dice — non sottrae
agenti al controllo
della viabilità, che è
di competenza di altri
2.900 vigili". Nell’e
logiare i "puma", De
Corato risponde così
anche alle accuse
fattegli dai sindacati
degli stessi vigili, che
criticano il Comune "per
avere dirottato troppe
divise sulle campagne
legate alla sicurezza,
trascurando i compiti
propri dei ghisa
milanesi", come la
rimozione di auto sui
passi carrai.
Un’inchiesta di
Repubblica Milano
ha rivelato come, per
soddisfare le iniziative
securitarie di Palazzo
Marino (come il
contrasto ad accattoni e
venditori abusivi), il
comando dei vigili invii
fax ai suoi uffici
territoriali chiedendo
di "dirottare" su quei
servizi le pattuglie
destinate a soddisfare i
reclami dei cittadini.
Nell’ordine è compreso
anche l’obbligo di
fornire "i numeri
relativi agli interventi
svolti", con cui poi
Palazzo Marino fa
comunicati stampa. E se
non bastano i vigili dei
comandi di zona, si
ricorre agli
straordinari: in media
13mila ore al mese, per
una spesa di oltre
300mila euro. "Se i
compiti dei vigili sono
cambiati è solo perché
lo prevede la legge —
dice De Corato — e
comunque dei 3.057
vigili di Milano, solo
150 si occupano di
sicurezza a tempo
pieno".
Le rassicurazioni del
vicesindaco non bastano
a placare l’i
nsoddisfazione dei
vigili. Alcune sigle
sindacali, minacciano di
boicottare la
tradizionale festa del
corpo, in programma per
sabato. "Non sappiamo
più quale sia il nostro
lavoro e nemmeno chi ci
comanda", dicono i ghisa
in protesta in protesta,
dopo che a luglio il
comandante Emiliano
Bezzon è stato rimosso
perché indagato in
un’inchiesta giudiziaria
su presunti favori a
locali notturni.
(www.larepublica.it 30
settembre 2009)
Contro il razzismo ma dentro la crisi
La
preziosa
trasmissione
Presa Diretta di
Riccardo Iacona,
in onda domenica
6 settembre
(Respinti), ha
offerto lo
spazio per un
dibattito a cui
ci sembra
doveroso dar
seguito. Gli
interventi che
lo hanno
alimentato, come
l’appello
lanciato da
Pierluigi Sullo
(Carta),
sono una buona
occasione,
crediamo, per
addentrarci in
questo scivoloso
e drammatico
tema che è oggi
l’immigrazione,
le brutalità che
la accompagnano,
ma anche e
soprattutto le
nuove sfide, le
difficoltà che
pone all’ordine
del giorno.
Non c’è dubbio, ciò che sta accadendo lungo le coste del mediterraneo, dai respingimenti spettacolari della frontiera Sud, a quelli più silenziosi, ma non meno brutali, che quotidianamente avvengono nei porti di Venezia, Ancona e Brindisi, devono trovare risposta. Così come deve trovare risposta tutto quel impianto normativo chiamato “pacchetto sicurezza” che parla il linguaggio della barbarie, dello “stigma ufficiale”, come lo ha definito brillantemente Alessandro Dal Lago qualche mese fa, un medioevo dei diritti che pesa su di noi e sul nostro futuro.
Provandoci, provando cioè ad immergerci nella ricerca delle possibili risposte, iniziamo a maturare alcune convinzioni. Una di queste ha a che vedere con l’idea che non sia questo il tempo di chiamare a raccolta i brandelli di ciò che rimane (della sinistra, del movimento no global, o degli anti-razzisti), per produrre semplicemente contro-informazione o peggio, per agire (ovviamente senza risultati) sulle coscienze di milioni di persone, come fossero semplicemente degli idioti abbagliati dagli spot della Lega Nord. Piuttosto ci sembra il momento di elaborare un linguaggio, un pensiero ed una pratica incisivi ed efficaci dentro uno scenario di crisi che ha radicalmente stravolto ogni cosa: elaborare risposte capaci di parlare a molti. E’ a partire da questo che, per esempio, la manifestazione del 17 ottobre può diventare un nuovo inizio. (Info: www.17ottobreantirazzista.org )
Ovvio che poter apprezzare in prima serata TV le esperienze positive raccolte da presa diretta contrapposte alla violenza prodotta sui corpi dei migranti è una vittoria per noi tutti. Un grande contributo utile a svelare l’ipocrisia che governa il discorso e le norme sull’immigrazione.Ma sarebbe però sbagliato al tempo stesso non dirci che oggi questo non è sufficiente. Come non è sufficiente per costruire un nuovo lessico politico, e con esso una nuova pratica, raccontare ciò che sta avvenendo nelle nostre città come un abbaglio della politica e dei media.
Perché se è
vero che la
ricchezza
dell’immigrazione
rimane spesso
occulta, e che
il leit motiv
sulla sicurezza
agita in termini
militari ha
ridisegnato il
corpo sociale, è
vero anche che
questo terreno
non è più
aggirabile.
Di questo ci
parla la domanda
girata a
Iacona dal
conduttore di
Fahrenheit.
Del fatto che
gli applausi ai
respingimenti,
ai militari che
pattugliano le
città, ai Centri
di detenzione,
arrivano
soprattutto da
chi si confronta
con la
precarietà, con
la negazione del
diritto ad
abitare o con la
cacciata delle
discariche dal
suo territorio.
Del fatto, per
esempio, che,
dentro la crisi,
non basta più
rispondere al
razzismo ed alle
leggi ingiuste
motivando i
tortuosi
percorsi delle
migrazioni con
la fuga dalla
povertà. La
crisi è globale,
la povertà
altrettanto,
anche nelle
nostre città.
Come affrontiamo
tutto questo?
Sgombriamo
subito il campo.
Non c’è, in
quello che
diciamo, nessuna
rincorsa al
pensiero unico
securitario.
Fortunatamente
noi non abbiamo
voti da
recuperare e
neppure abbiamo
mai partecipato
alla votazione
di leggi
razziste o a
governi che non
le hanno
cambiate. Tanto
meno viviamo il
presente con
rassegnazione o
pessimismo,
anzi.
Si tratta invece
di provare a
leggere la
realtà e a
maturare un
lessico ed una
pratica forti,
non residuali,
in grado di
trasformarla.
Per molto tempo
l’opposizione al
razzismo ha
parlato della
ricchezza
dell’immigrazione.
Ma come possiamo
pensare che
questo sia
sufficiente ad
invertire la
tendenza in
questa realtà di
crisi? In una
realtà in cui le
città e le
province sono
spesso travolte
da spinte
identitarie e
comunitarie
anche da parte
dei migranti?
Come possiamo
tornare a
parlare nei
quartieri e
nelle piazze in
tanti di una
solidarietà e
soprattutto di
lotte in grado
di fermare il
medioevo che
avanza? Insieme,
clandestino.carta.org,
www.meltingpot.org
e molti altri,
potranno dare un
grande
contributo a
guardare con
altri occhi la
realtà.
A patto di
riuscire a
liberarci di
troppe
convinzioni
maturate.E’ il
caso per esempio
di assumere fino
in fondo uno dei
tratti dominanti
del presente. E’
il caso di
dirci, senza
paura, che la
società dalle
molte
provenienze,
dentro la crisi,
è scontro. Lo è
oggi e lo sarà,
ma non ci
addentriamo in
previsioni (e
neppure in
auspici) anche
quando quei
giovani che oggi
crescono nelle
scuole insieme
agli italiani si
accorgeranno di
essere
stranieri, o
negri, perché
una legge
spietata sarà lì
a
ricordarglielo.
Si tratta quindi
di posizionarci
in questo
scenario.
E’ il caso
insomma di
assumere questo
terreno verace,
carico di
tensione, di
contraddizioni,
senza negarlo
semplicemente
perché è reale.
Perché
altrimenti
dovremo
continuare a
riempire le
pagine dei
nostri siti, dei
giornali, o le
trasmissioni, di
altri pacchetti
sicurezza o di
altre ed
innumerevoli
violazioni dei
diritti umani
sempre più
legittimate dal
consenso.
Non ci serve il
manifesto
dell’anti-razzismo,
ma occorre una
bussola per
orientarci nelle
tante
contraddizioni
che
incontreremo.
Una traiettoria
etica potremmo
dire, che ci
permetta di
stare nel caos
che la crisi ha
provocato anche
nella
composizione
sociale in cui
siamo immersi.
Alcuni
terreni su cui
ripartire ci
sono.
La
consapevolezza,
a patto di
riuscire a
mettere in
discussione
molte delle
certezze che
abbiamo maturato
in questi anni,
che
l’immigrazione
come risposta ai
richiami del
mercato del
lavoro non può
(e forse non lo
ha mai fatto
pienamente)
spiegare, i
fenomeni
migratori,
confermata per
esempio dalla
massiccia
espulsione dei
migranti dal
mercato del
lavoro. L’idea
che oggi parlare
di immigrazione
(e non solo di
immigrati) è
affrontare un
paradigma della
nostra società.
Il discorso
sull’immigrazione
è produzione di
governo, prima
che di
ricchezza. Lo
stimolo a
ridisegnare le
traiettorie che
abbiamo
delineato nel
corso del tempo,
ad uscire cioè
dall’idea che la
ricomposizione
dei migranti può
avvenire solo
sul terreno del
loro
protagonismo
come forza
lavoro, per
aggredire il
razzismo e
l’ingiustizia
sociale del
presente
allargando la
visuale.
Assumendo tutta
la
problematicità
di temi come la
differenza,
l’integrazione
(o
assimilazione?)
la
rappresentanza,
l’identità, il
meticciato. E
poi ancora, la
convinzione che
quella per il
diritto d’asilo
sia una
battaglia di
civiltà che ha a
che vedere con
la guerra e con
le torture, con
i trafficanti e
le tragedie
(colpevoli) del
mare. Non c’è
possibilità di
sottrarsi dal
dovere di
fermare questa
barbarie.
Consapevoli che
il gioco è però
più complesso e
ci richiede di
rivolgere lo
sguardo anche
verso lo scontro
che
continuamente
vive nelle
nostre città.
Uno scenario che
non può trovare
un antidoto
adeguato se
viziato dalla
sufficienza di
chi interpreta
il tema delle
differenze come
qualcosa di
ideologico o i
migranti come
delle semplici
vittime che
attendono di
essere salvate
dai
professionisti
dell’anti-razzismo.
Spesso il
confronto si
accende su temi
come l’omofobia,
il ruolo della
donna, o la
religione. Siamo
all’altezza di
questa sfida?Io
credo di si. Se
siamo in grado
di sostituire
all’ideologia
l’inchiesta,
alla residualità
la voglia di
trasformazione.
Consapevoli che
sarà il terreno
dei diritti e
della loro
conquista in
comune a
misurare la
capacità nostra
e dei migranti
insieme di
costruire un
nuovo futuro.(fonte:
www.meltingpot.org
27 settembre
2009)
Regolarizzazione colf: ultimi chiarimenti dal Viminale
Nelle
nuove FAQ anche
la possibilità
di regolarizzare
il coniuge od un
parente.
A pochi giorni
dalla scadenza
dei termini per
la presentazione
delle domande di
regolarizzazione
il Dipartimento
delle libertà
civili e
l’immigrazione
del Ministero
dell’interno
fornisce nuove
risposte a
chiarimento di
alcuni quesiti.
1. Alla domanda
se è possibile
regolarizzare
una colf o una
badante con cui
esiste un
rapporto di
coniugio o
parentela -
situazione
ricorrente con
una certa
frequenza - i
tecnici del
Viminale
rispondono
affermativamente,
in quanto
l’esistenza di
un vincolo di
parentela o
affinità con il
lavoratore non
esclude la
sussistenza di
un contratto di
lavoro domestico
purché il
rapporto di
lavoro sia
provato ed in
presenza della
relativa
retribuzione.
Però, nel caso
del coniuge, il
rapporto di
lavoro domestico
è possibile
soltanto quando
il datore di
lavoro abbia
menomazioni tali
da renderlo non
autosufficiente
e per le quali
sia stata
riconosciuta
l’indennità di
accompagnamento;
pertanto, in
tali ipotesi, la
domanda di
emersione può
riguardare
soltanto le
badanti.
L’assistenza
prestata al
coniuge,
infatti, rientra
tra i doveri
reciproci posti
dalla legge
(art. 142 c.c.)
e solo la
condizione di
una grave
menomazione può
giustificare
l’instaurazione
di un rapporto
di lavoro
domestico. Anche
nel caso di
genitori e figli
la cura e
l’assistenza si
intendono,
normalmente,
prestate per
affezione.
Infine, si
chiarisce che
l’onere di
provare
l’esistenza del
rapporto di
lavoro domestico
ricade sul
datore di
lavoro.
2. Altra domanda
riguarda la
possibilità di
regolarizzare la
posizione di
badanti e colf
che, da tempo
presenti sul
territorio
nazionale,
abbiano per un
breve periodo
interrotto il
rapporto di
lavoro per
raggiungere i
propri familiari
nella patria di
origine. Anche
in questo caso
la risposta è
affermativa in
quanto il
rapporto di
lavoro domestico
prevede il
diritto ad
usufruire di
permessi per
ferie, malattia,
visite mediche
etc. che non
interrompono il
rapporto di
lavoro.
3. Un terzo
quesito verte
sulla
possibilità che
un figlio non
convivente con i
genitori possa
presentare
domanda di
regolarizzazione
di una colf che
presta servizio
presso i
genitori stessi.
In questo caso,
risponde il
Ministero, il
figlio può
presentare
domanda solo se
lo stesso è in
grado di
soddisfare
autonomamente il
requisito del
reddito in
quanto il
reddito dei
genitori non può
essere cumulato
perché non
conviventi.
4. L’ultima
risposta
riguarda la
possibilità di
presentare la
domanda di
emersione per un
lavoratore
irregolare
impiegato presso
una pluralità di
datori di lavoro
per un numero di
ore settimanali
che
cumulativamente
supera il monte
ore previsto,
mentre per ogni
singolo datore
di lavoro non
raggiunge il
limite minimo
delle 20 ore
settimanali. In
questo caso la
risposta è
negativa in
quanto è la
stessa legge che
stabilisce la
possibilità di
assunzione da
parte di un
unico datore di
lavoro per un
numero minimo di
ore settimanali
non inferiore a
20.(Fonte:
www.immigrazioneoggi.it
27 settembre
2009)
L'Islam riempie l'Arena "Torino è casa nostra"
di Jacopo D'Orsi
Torino:
Se non erano
tutti, ci sono
andati vicini.
Ventimila, forse
venticinquemila
musulmani:
marocchini,
egiziani,
somali,
sudanesi,
sauditi. E
italiani, la
seconda
generazione di
immigrati.
Bambini, ragazzi
e ragazze.
Fa impressione
parlare la
nostra lingua
con i genitori,
ancora un po’
incerti tra
lessico e
coniugazioni
dopo anni nel
nostro Paese, e
poi ascoltare
loro, Samira,
Hamza, Youssef,
i figli, il
futuro,
esprimersi alla
perfezione in
italiano, la
«loro» lingua,
imparata dalla
vita e non solo
a scuola.
Una folla immensa, tranquilla, festante, colorata, ieri mattina ha invaso composta, come una marea, l’Arena rock della Continassa, «affittata» dal Comune per la preghiera di Id al-fitr che chiude il Ramadan, il mese di digiuno imposto dal Corano. L’ha riempita in due ore. Alle 8 i primi, alle 10 gli ultimi. Felici. «Perché è una grande festa - raccontava Hani Mokhtar, ragazzone egiziano da sei anni a Torino, pugile e studente Isef -, un po’ come sono per voi Pasqua o Natale. L’occasione per incontrare tanti amici, baciarci e abbracciarci». Baciarci e abbracciarci. Una, due, quattro volte. «Voi italiani cominciate a capirci: quando è cominciato il Ramadan, ho ricevuto diversi sms di auguri».
Ci sono tutti, o quasi, i trentamila islamici della città. C’è chi si presenta in tunica e chi sfodera il vestito buono, come Ismail El Mamoun, 19 anni, marocchino e perito elettrotecnico. Lui può permetterselo, molti amici no, «ed è per questo che raccogliamo i soldi, 6 euro a testa, un aiuto concreto per chi è difficoltà». La grande massa surclassa i diecimila dell’anno scorso al PalaIsozaki. I bambini giocano con i palloncini, i giocattoli portati da casa, la fantasia. Fanno a nascondino davanti, dietro, attorno al predicatore, l’Imam Mohammed Abdel Rahaman, «parlamentare egiziano», arrivato apposta per l’evento, mentre gli adulti pregano, scalzi, «vicini ed è questo il bello», ciascuno col suo sacchettino e «rivolti leggermente alla sinistra del sole» che è appena sorto e asciuga il velo di foschia lasciato dalla pioggia della notte. Le donne, secondo copione, stanno in disparte.
Le enormi casse piazzate su un lato dell’arena sputano amplificate le invocazioni ad Allah. Questa gente, i figli di Torino e i loro padri, ascolta la preghiera rimbombare e scopre un orgoglio nuovo, «essere cittadini di serie A». «Una volta - continua Ismail - non lo eravamo. Oggi molto è cambiato, non siamo solo operai: io studio, ho amici iscritti al Politecnico, facciamo le cose che fate voi italiani. Torino è migliorata». Lo pensano in molti, lo testimoniano gli applausi all’assessore all’Integrazione Ilda Curti mentre legge il messaggio del sindaco Sergio Chiamparino. «Un evento straordinario durante una preghiera - giura Amir Younes, responsabile del Centro Mecca -, come straordinario è stato il Comune a concederci uno spazio del genere. La piena integrazione è vicina». Insieme con la moschea di via Saluzzo e tutte le altre, Amir ha pagato l’«affitto» e organizzato la mattinata alla perfezione.
Mentre l’Imam - assicura chi è in grado di capirlo - invita i fedeli a comportarsi bene verso il Paese e la città che li ospita, non un accenno viene fatto all’assassinio di Sanaa, la ragazza marocchina sgozzata dal padre a Pordenone perché amava un italiano. Parole di cordoglio ricordano invece i sei militari nostri connazionali uccisi giovedì in Afghanistan. «Ma tutto questo non c’entra nulla con l’Islam», spiegano Emam Gamal, meccanico egiziano, 34 anni, Rashid Laaouina, magazziniere marocchino, 29 anni, e Faicl El Rohi, idraulico marocchino, 32 anni. «Noi vogliamo bene a Torino e Torino vuole bene a noi». (www.migranti.it 21 settembre 2009)
Respingimenti - Berlusconi e Fini, due facce della stessa medaglia
di Fulvio Vassallo
Paleologo,
Università di
Palermo
Si nega
l’evidenza e si
insiste sui
respingimenti.
Verso la
cancellazione
del diritto
d’asilo
Nel
mese di maggio
Berlusconi
definiva i
respingimenti
collettivi verso
la Libia un
“atto di grande
umanità”,
aggiungendo che
per chi fuggiva
da guerre e
persecuzioni
sarebbe stato
possibile
“rivolgersi
all’agenzia Onu
per dimostrare
la loro
situazione e, in
caso, ottenere
il diritto di
asilo”.
Ma l’ONU non ha
offerto alcuna
copertura al
governo italiano
ed ha denunciato
a più riprese l’
arbitrarietà dei
respingimenti,
al punto che
suoi
rappresentanti,
come Laura
Boldrini, sono
stati attaccati
e minacciati da
diversi
esponenti del
centro-destra.
Un attacco
ignobile che
non ha
risparmiato
neppure Thomas
Hammarberg,
Commissario ai
diritti umani
del Consiglio
d’Europa, “reo”
di avere
denunciato la
sistematica
disapplicazione
delle decisioni
della Corte
Europea per i
diritti umani da
parte
dell’Italia e la
prassi illegale
dei
respingimenti
collettivi
praticati dalle
autorità
militari su
disposizione del
ministro
dell’interno.
Secondo quanto dichiarato dal Presidente del Consiglio nei primi giorni successivi all’avvio dei respingimenti concordati da Maroni con i libici, “se qualcuno è entrato nel nostro territorio, nelle acque territoriali, noi verifichiamo se ha il diritto di restare perché in condizione di chiedere asilo nel nostro Paese. Verifichiamo il suo diritto d’asilo, se proviene da situazioni di pericolo, mancanza di libertà o altro. Se però questi barconi, che sono purtroppo gestiti da organizzazioni criminali che si fanno pagare, che trasportano anche schiave, portate da noi per essere avviate alla prostituzione, se questi barconi noi li fermiamo prima delle acque territoriali, dando tutto l’aiuto e soccorso necessario non solo per salvargli la vita ma perché stiano bene, abbiano acqua, viveri, cure mediche, noi li scortiamo fino al punto d’imbarco e là, lo abbiamo fatto adesso per la Libia, ci sono per esempio le Agenzie delle Nazioni Unite che possono verificare lì, in loco, se hanno diritto all’asilo”.
Durante l’ultima “esibizione” televisiva del presidente del consiglio, che si è occupato di respingimenti anche in una trasmissione dedicata al terremoto, si è verificata una totale assenza di contraddittorio perché i giornalisti presenti non sono riusciti a contestare al capo del governo le immagini tragiche diffuse in rete, immagini inequivocabili, che mostrano i migranti, sbarcati dalle nostre unità militari il 7 maggio scorso, abbandonati riversi sulla banchina nel porto di Tripoli. Berlusconi ha continuato così a seminare menzogne, affermando che non si tratta di respingimenti vietati dalle convenzioni internazionali, in quanto, a suo avviso, i mezzi della marina militare e della guardia di finanza “affiancano” le imbarcazioni cariche di migranti per ricondurle verso le acque libiche dove vengono presi in consegna dalla polizia di Gheddafi. Dopo la “scorta”, dunque l’”affiancamento”, chissà quale altro termine verrà inventato la prossima volta per nascondere quelle che sono vere e proprie deportazioni.
Secondo il capo del governo questa attività di “contrasto dell’immigrazione illegale” avrebbe contenuto il numero delle vittime, oltre che ridurre in modo consistente il numero degli sbarchi. Ma come al solito si nasconde all’opinione pubblica la realtà e si ignorano le vittime delle violenze della polizia, oltre che dei trafficanti libici. Numerosi rapporti internazionali e documenti video, e di recente le stesse testimonianze delle vittime, confermano che dopo la entrata in vigore degli accordi di respingimento tra Italia e Libia la condizioni dei migranti in transito in quel paese sono peggiorate e molti di loro finiscono sempre più spesso in veri e propri lager. Malgrado la presenza di organizzazioni umanitarie e la ristrutturazione di alcune carceri, ad uso e consumo delle ispezioni internazionali, in Libia la situazione degli immigrati in transito è sempre peggiore, alcuni centri di detenzione come quello di Kufra sono ancora off-limits, nel carcere di Bengasi sono stati uccisi alcuni somali che tentavano di fuggire, molti altri sono stati feriti o torturati, e continua la collusione tra le forze di polizia ed i trafficanti. Soltanto chi paga riesce a sottrarsi alle sevizie dei secondini che comandano nei centri di detenzione, abusano delle donne e si fanno pagare per lasciare fuggire qualcuno, e questo avviene probabilmente anche in quelle carceri visitate periodicamente da organizzazioni internazionali e da ufficiali di collegamento.
Maroni e Frattini hanno negato la fondatezza delle critiche rivolte ai respingimenti collettivi da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, della Chiesa cattolica, di autorevoli rappresentanti della Commissione Europea, da ultimo dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Dopo qualche distinguo diversivo anche Fini si è unito al coro dei sostenitori dei respingimenti, sostenendo che “il diritto di respingimento e’ un sacrosanto diritto garantito dalle Nazioni unite ad ogni Paese sovrano e sarebbe utopico sostenere che poiché quelle persone vengono da Paesi dove sono violati dei diritti possano venire da noi e poi si pensa a come sistemarli”. E così saranno contenti anche coloro che attendevano una destra dal volto umano. Tutte le destre stravolgono il contenuto delle convenzioni internazionali e giungono alla negazione sostanziale del diritto di asilo, in nome dello slogan “aiutiamoli a casa propria”.
Per tutti i critici, piuttosto che repliche basate sulle norme e sui fatti, soltanto minacce e insulti, oppure mistificazione del contenuto delle convenzioni internazionali e travisamento dei fatti. E anche tanta disinformazione, come quando il ministro degli esteri sostiene che l’Italia ha effettuato il maggior numero di salvataggi a mare, tra i paesi europei, prendendo in esame il periodo 2007-2009. Un ulteriore elemento di confusione perché nelle statistiche diffuse da Frattini si considerano anche i migranti salvati dalla marina italiana e condotti a Lampedusa negli anni (2007 e 2008) in cui non si effettuavano respingimenti in Libia ( salvo rare eccezioni) e le regole di ingaggio delle nostre unità militari, decise dal governo Prodi, erano considerate come un esempio positivo a livello europeo. Ma dal gennaio del 2009, soprattutto per l’attivismo di Maroni che si è recato in Libia per “perfezionare” i precedenti accordi bilaterali, è cambiato tutto, e se sono diminuiti gli arrivi in Sicilia e a Lampedusa sono aumentate le vittime, non solo in mare, ma anche nelle carceri e nei deserti della Libia. E tutto in un clima da segreto militare, perché mentre i protocolli di Amato del 2007 erano noti, gli ultimi accordi stipulati a Tripoli tra Maroni ed i libici il 4 febbraio scorso rimangono segreti. Sarebbe tempo che il Parlamento, che il giorno prima ha votato “alla cieca” la ratifica del Trattato di amicizia con la Libia, decida la istituzione di una commissione di inchiesta sulle modalità di attuazione di quegli accordi, e dunque sui respingimenti collettivi.
Adesso il presidente del consiglio, in evidente difficoltà di fronte alle tante contestazioni rivolte al governo italiano sulla base del diritto internazionale e del diritto comunitario, cerca di cambiare le carte in tavola, un vero e proprio imbroglio e tenta ancora una volta di confondere i fatti, raccontando all’opinione pubblica quello che non è, ma tacendo sistematicamente quanto avviene nelle acque del Canale di Sicilia quando le motovedette italiane sono chiamate dalle unità di ricognizione, appartenenti anche a Malta ed a Frontex, per effettuare i respingimenti collettivi verso la Libia. Missioni mirate, anche di poche ore, che non hanno nulla delle azioni di salvataggio, ma che sono finalizzate a riconsegnare alle autorità libiche i migranti in fuga “intercettati in acque internazionali”.
A maggio Berlusconi parlava di “scorta fino al porto di imbarco”, poi ancora ieri utilizzava il termine “affiancamento”, per descrivere le attività dei mezzi militari italiani che riconducono le imbarcazioni cariche di “clandestini” in acque libiche, mentre sono numerosi i video, le foto, le testimonianze che documentano gli abusi, e talvolta anche le violenze, poste in essere da militari italiani impegnati nelle operazioni di respingimento collettivo nelle acque del Canale di Sicilia. Gli immigrati, le donne, i minori non accompagnati, alla deriva spesso da giorni, vengono caricati sulle imbarcazioni italiane e da lì riconsegnati a forza, anche a colpi di remo se qualcuno si ribella, ai militari imbarcati sulle motovedette a bandiera libica regalate dall’Italia a Gheddafi, in servizio dal 15 maggio scorso. Lo stesso trattamento anche per donne in stato di gravidanza e per minori non accompagnati.
I consulenti che hanno suggerito a Berlusconi di non fare riferimento alla circostanza che gli immigrati vengono caricati a bordo delle unità italiane in acque internazionali e da lì trasferiti a forza sulle imbarcazioni libiche, hanno dimenticato che la giurisdizione italiana e la possibilità di perseguire reati commessi da pubblici ufficiali italiani si può radicare in tutte le ipotesi in cui le persone migranti, seppure in acque internazionali, siano sottoposte alle decisioni, e dunque al “potere di imperio” di militari italiani. Ed i diritti fondamentali della persona, a partire dal diritto alla vita e dal diritto a non subire trattamenti disumani o degradanti, vanno riconosciuti a tutti coloro che si trovano in mare, non solo ai potenziali richiedenti asilo, come ricorda all’Italia anche la Commissione Europea.
Ma i
respingimenti
collettivi non
avvengono
soltanto nelle
acque tra la
Libia, Malta e
la Sicilia.
Durante la
trasmissione
“Presa diretta”
di Riccardo
Iacona, è
tornato in
evidenza il tema
dei
respingimenti
collettivi di
potenziali
richiedenti
asilo irakeni ed
afgani, molti
dei quali minori
non
accompagnati, da
Venezia, da
Ancona, da Bari,
da Brindisi,
verso Patrasso
ed Igoumentitsa,
in Grecia. Nel
corso della
trasmissione, un
funzionario
della Polizia di
Ancona riferiva
che non gli
risultavano casi
di minori non
accompagnati o
di richiedenti
asilo respinti
verso la Grecia,
ma aggiungeva
che questo dato
riguardava
soltanto
l’attività della
Polizia di
Stato, mentre è
notorio che le
attività di
controllo dei
mezzi sbarcati
dai traghetti
che arrivano da
Patrasso sono
svolte
preliminarmente
dalla Guardia di
Finanza. E sono
finanzieri che
riaccompagnano
sui traghetti i
migranti che
scoprono sulla
banchina, o
all’interno dei
container,
subito dopo lo
sbarco. I
servizi di
accoglienza alla
frontiera,
presso i quali
operano diverse
associazioni che
dovrebbero
occuparsi dei
richiedenti
asilo, non sono
messi in
condizione di
conoscere
l’arrivo di
migranti
irregolari in
quanto non hanno
accesso regolare
alle banchine
portuali quando
arrivano le
navi, che dopo
qualche ora
ripartono verso
la Grecia. Di
fatto queste
associazioni
lavorano quasi
esclusivamente
con gli
immigrati che la
polizia, o la
guardia di
finanza,
decidono di
condurre nei
loro uffici. Una
violazione
eclatante delle
direttive
comunitarie e
delle norme
interne di
attuazione in
materia di
accoglienza e di
accesso alle
procedure di
asilo che
sottraggono alla
discrezionalità
delle forze di
polizia la
presentazione di
una istanza di
protezione
internazionale.
A tutti i livelli, si adotta la stessa tecnica di “oscuramento” con la quale si nega persino l’evidenza dei fatti, anche se diversi testimoni oculari hanno assistito ai respingimenti sommari posti in essere dalla Guardia di Finanza alle frontiere portuali dell’Adriatico. Migliaia di persone arrivate con i traghetti dalla Grecia, nascoste sotto i TIR oppure all’interno dei container, e molti tra di loro sono morti in modo orribile, sono state respinte in Grecia in violazione del divieto di espulsioni collettive, sancito dalle Convenzioni internazionali, senza alcuna identificazione certa, senza alcuna possibilità di accesso alla procedura di asilo, senza alcun riconoscimento dei diritti di permanenza dei minori. E neppure la stampa locale, che prima dava ampia notizia di questi respingimenti, riporta più un rigo di cronaca su quanto continua ad avvenire in spregio delle convenzioni internazionali, e delle norme sui respingimenti stabilite dal Testo Unico n. 286 del 1998 sull’immigrazione ( per documenti sui respingimenti verso la Grecia si rinvia a fortresseurope.blogspot.com).
Come nel caso
dei migranti
consegnati alla
polizia libica,
il 7 maggio
scorso a
Tripoli, dalle
autorità
militari
italiane, anche
sui
respingimenti
collettivi verso
la Grecia pende
un ricorso alla
Corte Europea
dei diritti
dell’Uomo. La
Corte Europea ha
richiesto
all’Italia ed
alla Grecia
informazioni
precise su
quanto avviene
alle frontiere
portuali, una
richiesta che è
stata elusa per
mesi, con
continue
richieste di
rinvio e che
adesso dovrà
essere
adempiuta, entro
la fine di
settembre.
Mentre
Berlusconi e la
sua corte di
ministri
continuano a
diffondere
allarmismo e
disinformazione,
spacciando dati
non veritieri e
minacciando
chiunque osa
esprimere
critiche, anche
quando si
espongono
semplicemente
fatti avvenuti e
norme di
diritto, la
Corte Europea e
la Commissione
Europea, che
pure si sta
interessando di
questi casi,
dovrebbero
emettere presto
i loro verdetti
di condanna
dell’Italia.
Non si comprende come la magistratura italiana, così solerte nel perseguire per agevolazione dell’ingresso di “clandestini” quanti hanno svolto azioni di salvataggio in mare, possa continuare ad ignorare ancora queste continue violazioni dei diritti fondamentali delle persone, compiute dalle autorità italiane alle frontiere portuali dell’Adriatico e nelle acque del Canale di Sicilia. La documentazione dei fatti è a disposizione di qualunque magistrato italiano, almeno fino a quando la riforma del processo penale voluta da Berlusconi non trasferirà sulla polizia giudiziaria quei poteri di accertamento e di approfondimento della “notizia criminis” che oggi spettano ai magistrati. E a quel punto il cerchio potrebbe essere chiuso, con l’informazione messa sotto controllo, la chiesa costretta alla difensiva ( quando difende i migranti), gli organismi internazionali delegittimati. Non si tratta solo di difendere i diritti fondamentali delle persone. Se la magistratura non dimostrerà, anche nel caso dei respingimenti collettivi, tema che è diventato cruciale per le politiche migratorie del nostro paese, quella indipendenza e quella autonomia che le riconosce la Costituzione, per tutti, cittadini e migranti, sarà un ulteriore passo verso il tradimento della Costituzione repubblicana e verso la definitiva instaurazione di un regime autoritario. Un rischio di regime, basato sulla discriminazione e sull’esclusione sociale, contro il quale in queste settimane si stanno mobilitando i migranti e le associazioni antirazziste
.( www.meltingpot.org 18 settembre 2009)
"Noi e "Loro"
di Loredana Biffo
Lo
scottante tema dei respingimenti dei
barconi carichi di immigrati, e il modo
concitato e paranoide con cui il
Presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi affronta la questione, mette
in evidenza il vero focus di un problema
che ha origine in una politica di
scellerato razzismo, che ha origini
antiche ma, purtroppo, sempre attuali. E
non è certo Berlusconi il solo colpevole
dello strazio a cui stiamo assistendo,
pari responsabilità ha la Lega che ha
fatto di tale razzismo una bandiera
nazionale.
Del resto gli italiani hanno accettato
con entusiasmo questo nuovo modello che
la televisione impone loro secondo le
norme della discriminazione come
salvezza dalla contaminazione delle
"culture altre". Lo hanno accettato, ma
sono davvero in grado di realizzarlo?
No, o perlomeno lo realizzano solo in
parte, diventandone la caricatura, o lo
realizzano in una misura così minima da
diventarne vittime inconsapevoli, che
non si vergognano della propria
ignoranza (voce del verbo "ignorare")
specifica. Non a caso il Commissario
Barrot, responsabile dei problemi
dell'immigrazione, ha giustamente detto
che il respingimento indiscriminato
delle barche di immigrati pone un
problema, perchè tra questi possono
esserci persone che hanno titolo per
chiedere e ottenere asilo, e che per
questo motivo, la Commissione ha chiesto
spiegazioni alle autorità italiane, che
ora hanno due mesi di tempo per
rispondere".
In realtà si pone un
problema ancor più grave: la violazione
dei diritti di chi è già in Italia come
rifugiato politico, e in possesso quindi
di carta di identità italiana.
Questo è ciò che accade in una città
come Torino, dove nel novembre del 2007,
i centri sociali hanno occupato uno
stabile (ex caserma vigili del fuoco), e
ne hanno fatto un rifugio per rifugiati
politici sudanesi, che viene poi in
seguito sgomberato, dando origine ad una
nuova occupazione nei locali di una ex
casa di cura privata "Clinica San Paolo"
di C.so Peschiera; un luogo
assolutamente inadatto ad ospitare 300
persone in totale stato di indigenza,
che vivono praticamente senza i servizi
igienici minimi per garantirne
l'incolumità e lo stato di salute. Ci
sono fili della corrente agganciati con
mezzi di fortuna a qualche casa
circostante, tre tubi dell'acqua per 300
persone, di cui molte donne in stato
avanzato di gravidanza, bambini piccoli
e malati.
Alcune associazioni si stanno occupando
della questione, tra cui il Gruppo
Abele, Non solo Asilo, l'associazione
Adelaide Aglietta e molte altre, che si
pongono l'obiettivo di dare asilo a
rifugiati politici somali, etiopi e
sudanesi che si trovano in Italia, ma il
Governo e il Comune, nonostante la
situazione che rivela lo stato
d'urgenza, tergiversano rimandando il
problema perchè i rapporti tra le parti
sono pessimi. Nel gennaio 2009 ci sono
dei disordini, tutte le associazioni
sostengono gli immigrati, mentre il
Comune continua a rimandare la decisione
di trovare una collocazione dignitosa ai
rifugiati. Nel giugno 2009 il Prefetto
decide di spostarli in Via Asti alla
Caserma Lamarmora, e il Sindaco
Chiamparino ordina lo sgombero della ex
clinica S. Paolo, ma solo dopo si
rendono conto che i rifugiati sono 340,
e che nella caserma Lamarmora ci sono
solo 200 posti.
A questo punto
esplodono le proteste dei Radicali e
delle Associazioni, pertanto il
trasferimento viene rimandato, la data
prevista è l' 11 settembre 2009
(complimenti per la scelta), e le
persone che non rientrano nella capienza
massima della caserma, verranno
trasferite "in qualche altro posto" da
definire (notare che manca poco alla
data dell' 11).
La Senatrice Rita Bernardini, in seguito
alla petizione dell' Associazione
Radicale Adelaide Aglietta, chiede conto
al Ministro Maroni attraverso una
interrogazione parlamentare, di
assumersi la responsabilità a livello
nazionale e trovare sistemazione per
tutti, tenendo conto anche dei nuclei
famigliari. Il governo tergiversa, e il
problema rimane; le associazioni
continuano la loro battaglia
nell'indifferenza generale; si pensi che
l'Assessore alle Politiche Sociali
Borgione, ha detto che "la città ha
fatto fin troppo" (sic!), il Sindaco
Chiamparino è stato invitato allo stand
dei Radicali alla festa del PD, a
visionare un video girato all'interno
del tugurio in cui vivono questi "esseri
umani", ha detto tra l'imbarazzato e il
seccato che qualcosa verrà fatto; il
giorno dopo questo incontro con i
Radicali, è stato mandato in onda un
servizio sul Tg 3 in cui si diceva che
si sarebbero presi provvedimenti, ma
vorrei aggiungere che in qualità di
Sindaco è pienamente responsabile di
come lavorano i suoi assessori che fino
ad ora non hanno risolto il problema;
inoltre la caserma Lamarmora sarebbe
comunque un luogo provvisorio per 6
mesi, perchè poi arriverebbero gli
alpini, quindi si ricomincerebbe tutto
da capo.
La cosa sconcertante in questo
rimpallo di responsabilità, è che Torino
rischia di essere il caso migliore nel
Paese, perchè in base a quanto ne
sappiamo nelle altre città, i rifugiati
politici potrebbero essere
tranquillamente alloggiati sotto i ponti
o sui marciapiedi, mentre secondo la
Convenzione di Ginevra, il protocollo di
New York e la Costituzione Italiana,
avrebbero diritto di asilo.
In materia di immigrazione e
cittadinanza, l'articolo 13, 2^ comma
della Dichiarazione Universale dei
Diritti dell'Uomo, dice che: "ognuno ha
diritto di lasciare qualsiasi paese,
incluso il proprio", è un diritto
universale, conferito a tutti gli esseri
umani, che evidentemente comporta il
diritto di immigrare in paese diverso, e
perciò il dovere della comunità
internazionale di garantirne in qualche
forma l'esercizio.
Il razzismo istituzionale racchiuso nel "reato di clandestinità" è il riflesso di una nuova, radicale asimmetria tra "noi e "loro", concepita dalle attuali politiche dell'Occidente, orgoglioso di celebrare i propri trionfi e la propria superiorità rispetto al resto del mondo. La materializzazione di questa asimmetria attraverso le legislazioni contro l'immigrazione, la possiamo chiaramente riconoscere nel nostro "bisogno di sicurezza", nella nostra incontaminabile "identità culturale", anche a costo di far finta di nulla di fronte alla morte di milioni di esseri umani, che avvertiamo come "diversi", e che in quanto tali, nemici, o comunque inferiori. La costruzione di questo immaginario, è servito inoltre a cambiare il senso comune rispetto al concetto di devianza e al diritto penale, creando allarme sociale non già contro i delitti dei potenti - le corruzioni, i peculati, le grandi bancarotte, le devastazioni ambientali, le mafie, che a detta di qualcuno, la "magistratura politicizzata" si ostina a voler perseguire, bensì gli scippi, i delitti di strada le violenze sessuali commesse da immigrati (quelle degli italiani passano in secondo piano anche se sono numerose e all'interno delle famiglie), che non a caso riempiono le cronache televisive, e ancor più le carceri italiane.
Il razzismo, disse
Michel Foucault, consiste precisamente
"nell'introdurre una separazione, quella
tra ciò che deve vivere e ciò che deve
morire".
Questo è esattamente quello che si
ottiene con i respingimenti in Libia
dove gli immigrati verranno uccisi, o
nei ghetti come la clinica S. Paolo dove
si può morire di malattie o incidenti,
nell'indifferenza della cosiddetta
civiltà occidentale.(www.aprileonline.info
5 settembre 2009)
Il muro di gomma
La prima mail l'ha spedita il 31 luglio scorso. Al Consiglio dei rifugiati di Bonn, in Germania, dove vive da vent'anni. Suo fratello era partito dalla Libia soltanto tre giorni prima, eppure lei già presagiva che quel viaggio avrebbe potuto trasformarsi in tragedia.
Da
Tripoli le avevano detto tutti di non
preoccuparsi, perché dal gommone avevano
telefonato col satellitare il 29 luglio,
verso le sette di sera, dicendo che
vedevano già Malta all'orizzonte.
Tuttavia su internet non c'erano notizie
di sbarchi. E nemmeno di respingimenti.
Lei glielo aveva sempre detto di non
partire. Perché 16 anni sono troppo
pochi per sfidare la morte attraversando
il Mediterraneo. Gli aveva consigliato
di chiedere asilo politico in Libia, ma
lui si era scoraggiato. Le Nazioni Unite
gli avevano dato appuntamento per il 10
gennaio del 2010, ma con le continue
retate della polizia, un futuro in Libia
era inimmaginabile. Ed era partito senza
dirle niente. A Bonn non sapevano
niente, così sempre più preoccupata, ha
iniziato a contattare chiunque potesse
darle informazioni sulla sorte del
fratello. Nel giro di due settimane è
arrivata fino al ministero dell'Interno
maltese, ma senza risultati. La conferma
l'ha avuta soltanto sabato. Dopo vari
tentativi, è riuscita a parlare al
telefono con uno dei cinque superstiti
al centro d'accoglienza di Lampedusa,
che suo fratello lo conosceva e come.
Prima di partire, a Tripoli, vivevano
nella stessa casa.
C'era anche lui sul
gommone. L'hanno visto spegnersi
lentamente, e poi l'hanno abbandonato in
mare come tutti gli altri. Il dolore per
il lutto, aggravato dal senso
dell'ingiustizia, l'ha spinta a
consegnarci una copia del fitto scambio
di email che ha avuto nelle prime due
settimane di agosto con varie
associazioni e autorità a Malta e in
Germania, che dimostrano come la notizia
della presenza di questa imbarcazione
alla deriva fosse filtrata attraverso
vari canali fin dalla fine di luglio.
I primi contatti furono con gli eritrei
a Malta. Sì perché a Malta correva voce
che il tre agosto un eritreo avesse
ricevuto una richiesta d'aiuto da un
parente che viaggiava a bordo del
gommone dei 78. Lo aveva chiamato col
satellitare prima che le batterie del
telefono si scaricassero
definitivamente. A far perdere le tracce
di questa pista fu il respingimento del
12 agosto. Un gommone con un'ottantina
di persone a bordo era stato respinto in
Libia dalla Marina italiana. Una donna
somala che aveva partorito in mare era
però stata trasferita in elicottero
all'ospedale Mater Dei di Malta. Il
numero di passeggeri, la posizione, la
data, tutto faceva presupporre che fosse
quello il gommone dove si trovava il
fratello della signora. Nel carteggio
spuntano una serie di mail scritte a
partire dal 14 agosto proprio
all'ospedale Mater Dei.
C'è anche una foto in allegato. La signora chiede di mostrarla alla donna ricoverata per chiederle se lo riconosce. La risposta è negativa. Il Consiglio dei rifugiati di Colonia allora scrive direttamente al ministro dell'Interno maltese. Risponde un funzionario dell'ufficio richiedenti asilo, che il 20 agosto alle 6:40 scrive "Come le ho detto al telefono non abbiamo avuto sbarchi tra il 25 luglio e il 12 agosto, pertanto sono sicuro che suo fratello non sia arrivato Malta". Il consiglio è di rivolgersi alla Croce rossa tedesca. Ma la signora lo ha già fatto, il 12 agosto. E l'ufficio per la ricerca delle persone scomparse di Monaco le ha detto che hanno girato la segnalazione a Malta e a Lampedusa senza risultati. Ma ormai è troppo tardi. Il giorno dopo infatti, sui quotidiani tedeschi campeggiano i titoli della strage a Lampedusa.
Prima di riagganciare il telefono, la signora mi chiede notizie sulla sorte delle salme dei naufraghi ripescate nel Canale di Sicilia. Difficilmente si ripescherà il corpo del fratello e difficilmente sarà identificabile. La famiglia tuttavia confida in una busta di plastica chiusa ermeticamente. Dentro c'è un biglietto di carta con su scritto il suo nome. Se lo era messo in tasca prima di partire, dicono gli amici rimasti a Tripoli. Un giorno i pescatori ritroveranno quella busta in mezza al pescato. E scuoteranno la testa pensando a quando il mare non assomigliava tanto alla morte.(www.PeaceReporter 26 agosto 2009)
Sicurezza o barbarie
Con
l’approvazione del ddl 733, il decreto cosiddetto “sicurezza”, si è compiuto un
ulteriore passo verso la barbarie. Il disegno di legge introduce con le sue
norme un vero e proprio sistema di esclusione sociale, una sorta di apartheid, e
per questo non può che essere definito una legge razzista.
I diritti smettono di essere tali per diventare altro, nella migliore delle
ipotesi concessioni, e gli immigrati diventano oggetti in balia di ogni
arbitrio. Sarà infatti lo status di immigrato a determinare il godimento o meno
del diritto.
In questo modo cittadini che vivono nello stesso Paese non saranno tutti uguali
di fronte alla legge né godranno delle stesse garanzie.
La Costituzione diventa così carta straccia.
L'intento persecutorio del Ddl è del tutto evidente e comporterà la conseguenza
per gli irregolari di non iscrivere a scuola e di non registrare all'anagrafe i
propri figli, di non rivolgersi al medico in caso di malattie. Il pubblico
ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni sarebbe infatti costretto, con
l'introduzione di questo reato, a denunciarli.
In questo modo a vincere sarà l’illegalità e la clandestinità.
I Comunisti italiani non possono accettare tutto questo.
Lanciamo una campagna di controinformazione e chiediamo a tutti i democratici,
ai cittadini, agli uomini e donne di cultura, alle associazioni e ai partiti
antifascisti e schierati in difesa della Costituzione, di trovare intorno ad una
battaglia contro questa legge le ragioni di una unità in difesa del diritto e
della democrazia.
Appoggiamo e facciamo nostra l’iniziativa di disobbedienza civile dal titolo
“porte aperte”, lanciata dall’Arci, in cui i circoli della grande associazione
ricreativa nazionale ospiteranno i migranti sottraendoli alla persecuzione del
razzismo di Stato. Chiedendo ai nostri compagni di fare altrettanto con i nostri
circoli e le nostre sezioni. Ci impegniamo a promuovere nel prossimo mese di
settembre una mobilitazione diffusa nelle forme più unitarie possibili,
dialogando in primo luogo con le comunità di cittadini stranieri presenti nel
nostro Paese.(www.comunisti-italiani.it 15 luglio 2009)
A fianco dei clandestini: boicottare l'infame pacchetto sicurezza
Discriminatorio
ed antinazionale. Così è definibile il "pacchetto sicurezza" divenuto
legge. Criminalizza come "clandestini" uomini e donne sfruttati nei sud
del mondo dal sistema capitalistico e vittime delle guerre neocoloniali
ed imperiali. Prolunga la vessatoria permanenza nei lager detti Centri
di identificazione temporanea fino a 180 giorni (finora il limite è
stato di 60). Crea un clima di criminalizzazione del 'diverso', del 'sospetto'.
Alimenterà marginalizzazione, xenofobia, razzismo. Mette in grave
pericolo la salute pubblica: quanti "clandestini" non si
recheranno in ospedale per farsi curare, per il rischio di essere
arrestati? Per l'ideologia dominante, l'immigrazione è "clandestina"
quando non è (non conviene che sia) riconosciuta ufficialmente come
"risorsa". Clandestini, in via d'integrazione o integrati, gli immigrati
sono comunque la risultante strutturale delle dinamiche di sviluppo
ineguale capitalistico. Che violenta il diritto di
ognuno, autoctoni e non, all'abitare con dignità e senza ineguaglianze
la propria terra. Parafrasando un noto slogan: è il capitalismo che non
ha nazione, mentre è da sempre necessario che il "proletariato"
riconquisti la propria... Lottare per la liberazione nazionale e sociale
(anche) in questo paese vorrà dire, ancor più di ieri, solidarietà e
lotta al fianco dei cosiddetti "clandestini"(www.rivistaindipendenza.org
15 luglio 2009)
Passa al Senato con voto di fiducia. Da oggi siamo tutti più insicuri
di Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa
Entrerà
in vigore il quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta
Ufficiale. E’ il pacchetto sicurezza che, in questo anno di tempo che lo
divide dalla sua presentazione, ha fatto tanto discutere.
Era il maggio 2008 quanto il nuovo Governo, appena insediato, presentava un pacchetto di provvedimenti, il pacchetto sicurezza appunto, composto da un decreto legge, in vigore fin da subito - contenente l’aggravante di reato se commesso da irregolari - tre decreti legislativi, rispettivamente su ricongiungimenti, asilo e cittadini comunitari, di cui il terzo ritirato dopo le pressioni europee, ed un disegno di legge, il 733, oggi votato definitivamente al Senato.
L’iter del provvedimento non è stato certo
senza intoppi e battute d’arresto.
Durante la prima votazione al Senato la bocciatura di ronde e prolungamento
della detenzione nei Cie fino a 18 mesi. Poi, le polemiche seguite alla
previsione della cancellazione del divieto di segnalazione (art 35 TU) da
parte del personale medico sanitario per i cittadini stranieri non in
possesso del permesso di soggiorno, mentre a catena, emergevano via via
tutte le crudeltà neppure troppo nascoste tra le pieghe del testo in
discussione.
Su tutte, il vero volano del provvedimento, l’introduzione del reato di
ingresso e soggiorno irregolare.
La sanzione prevista rimane pecuniaria e va da 5.000 a 10.000 euro, ma ciò
che è più grave è proprio l’essenza stessa del punto in questione. Entrare
irregolarmente in uno stato è espressione di una condizione individuale,
soggettiva, quella di essere migranti e non rappresenta un atto lesivo di
beni meritevoli di tutela penale, come sottolineato in un appello
sottoscritto da moltissimi giuristi. Inoltre, l’introduzione del reato,
combinata ad altre norme, rivela quanto sia spietato nel complesso il
pacchetto sicurezza proprio imponendo in moltissimi casi la segnalazione, la
denuncia della presenza irregolare nel territorio. Delazione diffusa e
governo attraverso la minaccia.
E’ così per esempio per l’istruzione scolastica che, nonostante vi sia una
deroga alla richiesta del permesso di soggiorno per iscrivere i figli a
scuola, potrebbe comportare l’impossibilità, per uno studente divenuto
maggiorenne, di portare a termine gli studi sostenendo gli esami finali e
contemporaneamente obbligare il preside a denunciare lo studente privo di
permesso.
Inoltre, la modifica all’articolo 6 del TU sull’immigrazione, che introduce
la richiesta del permesso di soggiorno per ogni atto di stato civile, rende
generalizzata la possibilità di denuncia oltre ad inibire alcuni tra gli
atti che hanno più strettamente a che vedere con i diritti della persona e
dei minori, come la registrazione delle nascite (per chi è privo di
passaporto) o la registrazione dei decessi, ma anche l’emersione dal lavoro
nero, proprio in quei settori in cui poggia per la quasi totalità sullo
sfruttamento di manodopera "irregolare", sottoponendo al rischio di denuncia
i testimoni se privi di permesso di soggiorno.
Se fino ad oggi le pratiche di pensiero più avanzate ed attente al teme delle migrazioni ci hanno aiutato a leggere il presente attraverso il paradigma dell’utilità del lavoro migrante, in termini di sfruttamento e subordinazione, oggi, dento la crisi globale, la nuova cifra della nostra epoca, il pacchetto sicurezza sembra consegnarci una angolo di visuale notevolmente più complesso. E’ il governo dell’esubero, fino in fondo il governo della vita, del lavoro e del non lavoro il nuovo baricentro della normativa sull’immigrazione.
Il passaggio alla Camera, anticipato da una nuova bocciature delle ronde e del prolungamento, questa volta fino a sei mesi, dei tempi di detenzione, che il Ministro Maroni aveva inserito in un decreto legge (quello denominato anti-stupri), è stato poi un terreno di misurazione dei rapporti di forza tutto interno alla maggiornaza. Allora, via la norma sui medici-spia, grazie alle pressioni del presidente della Camera Fini e di una lettera sottoscritta da oltre 100 parlamentari del Pdl, in cambio della reintroduzione ancora delle ronde e del prolungamento dei tempi di detenzione, poi, in cambio del voto di fiducia, la deroga prevista per l’iscrizione scolastica. Oggi ci troviamo davanti all’approvazione finale, in ogni caso, di un provvediemnto che ci riporta ad un medioevo dei diritti, una soluzione normativa che non solo attacca i diritti dei migranti, con uno stigma ufficiale impresso sui loro corpi, ma rende meno sicuri noi tutti.
La lotta alla "clandestinità" è il leito motiv dominante, retorica utile a legittimare tanta crudeltà. Ma la realtà è ben diversa. Non solo agli irregolari vengono inibiti una complessità di diritti che nulla hanno a che vedere con la sicurezza, ma la tassa di 200 euro per i rilasci ed i rinnovi dei permessi di soggiorno, le nuove difficoltà previste per ottenere la cittadinanza, le ulteriori restrizioni ai ricongiungimenti, l’introduzione di norme che se applicate provocherebbero una insostenibile emergenza sociale per quanto riguarda il tema della casa e dell’iscrizione anagrafica, con conseguenze drammatiche a catena su una serie infinita di diritti, insieme alla previsione di un test di lingua a cui è subordinato l’ottenimento del permesso di lungo periodo e all’introduzione del permesso di soggiorno a punti, testimoniano come siano anche e soprattutto i cittadini stranieri regolari ad essere colpiti dal pacchetto sicurezza. Per loro, oltre ad una preoccupante stretta sui diritti, anche la minaccia della crisi e della perdita del permesso di soggiorno. Un vortice assolutamente pericoloso. Per migranti e non.
Uno scenario, quello che si prefigura, che si inserisce in un quadro già pesantemente restrittivo e complesso. La legge sull’immigrazione già attualmente in vigore è in primo luogo spettacolo, produzione di immaginario, costruzione di senso, non per questo meno violenta di altre. Ma è anche e soprattutto un terreno di negoziazione, dove ciò che la legge dovrebbe garantire è sottoposto ad una continua contesa e deve essere permanentemente conquistato nel rapporto con l’amministrazione, con i vari servizi coinvolti, fa i conti con prassi disomogenne e restrittive che ogni giorno ricordano ai migranti la loro posizione subordibnata nella scala graduale della cittadinanza.
Allora forse, davanti a tanta barbarie, si è
concluso il tempo di chi "accetta" l’immigrazione perchè utile al mercato
del lavoro, è finito il terreno di discussione sulla ricchezza della società
multietnica, si eclissa la possibilità di opporsi a questi dispositivi
deliranti con approci solidaristici o attraverso le lenti dell’anti-razzismo
così come fino ad oggi è stato inteso.
Oggi scopriamo che dietro a tanti lavoratori ci sono sogni, desideri e
progetti di vita che, né la crisi, né il pacchetto sicurezza, sono in grado
pienamente di piegare, scopriamo che la società multietnica è fino in fondo
scontro, terreno di contesa, scenario in cui si esercitano, in maniera
irruenta, rapporti di forza che coinvolgono noi tutti. E scopriremo, forse,
insieme, migranti e non, che è ora di prender parte, di assumere l’attualità
dello scontro in atto per dare corpo ad un nuovo modo di schierarsi in
questo scenario di violenza che ci viene imposto.
Se sarà il medioevo dei diritti e della dignità, oppure una società diversa
il nostro futuro, dipende solo ed esclusivamente da noi.(2 luglio 2009)
Tutti gli approfondimenti
del testo del provvedimento
"Ho eseguito gli ordini ma mi vergogno..."
"Quei disperati ci
chiedevano aiuto"
LAMPEDUSA -
"È l'ordine più
infame che abbia mai
eseguito. Non ci ho
dormito, al solo
pensiero di quei
disgraziati", dice
uno degli esecutori
del "respingimento".
"Dopo aver capito di
essere stati
riportati in Libia -
aggiunge - ci
urlavano: "Fratelli
aiutateci". Ma non
potevamo fare nulla,
gli ordini erano
quelli di
accompagnarli in
Libia e
l'abbiamo
fatto. Non
racconterò ai miei
figli quello che ho
fatto, me ne
vergogno".
Parlano i militari
delle motovedette
italiane - quella
della Guardia di
Finanza, la "Gf 106"
e quella della
Capitaneria di
porto, la "Cpp 282"
- appena rientrati
dalla missione
rimpatrio. Sono
stati loro a
riportare in Libia
oltre 200
extracomunitari, tra
i quali 40 donne (3
incinte) e 3
bambini, dopo averli
soccorsi mercoledì
scorso nel Canale di
Sicilia. Un
"successo", lo ha
definito il ministro
Maroni, che
finanzieri e marinai
delle due
motovedette non
condividono anche se
hanno eseguito
quegli ordini.
Niente nomi
naturalmente, i
marinai delle due
motovedette
rischierebbero
quanto meno una
punizione se non
peggio. Ma molti non
nascondono il loro
sdegno per quello
che hanno vissuto e
dovuto fare.
"Eravamo impegnati
in altre operazioni
- dicono fiamme
gialle e marinai
della capitaneria -
poi improvvisamente
è arrivato l'ordine
di andare a
soccorrere quelle
tre imbarcazioni, di
trasbordarli sulle
nostre motovedette e
di riportarli in
Libia".
Non è stato facile,
a bordo di quelle
carrette del mare
c'erano donne
incinte, tre bambini
e tutti gli altri
che avevano tentato
di raggiungere
Lampedusa. "Molti
stavano male, alcuni
avevano delle gravi
ustioni, le donne
incinte erano quelle
che ci preoccupavano
di più, ma non
potevamo fare nulla,
gli ordini erano
quelli e li abbiamo
eseguiti. Quando li
abbiamo presi a
bordo dai tre
barconi ci hanno
ringraziato per
averli salvati. In
quel momento,
sapendo che dovevamo
respingerli, il
cuore mi è diventato
piccolo piccolo. Non
potevo dirgli che li
stavamo portando di
nuovo nell'inferno
dal quale erano
scappatati a rischio
della vita".
A bordo hanno anche
pregato Dio ed Allah
che li aveva
risparmiati dal
deserto, dalle
torture e dalla
difficile
navigazione verso
Lampedusa. Ma si
sbagliavano, Roma
aveva deciso che
dovevano essere
rispediti in Libia.
"Nessuno di loro lo
aveva capito, ci
chiedevano come mai
impiegavamo tanto
tempo per arrivare a
Lampedusa,
rispondevamo dicendo
bugie,
rassicurandoli".
La bugia non è
durata molto, poco
prima dell'alba
qualcuno ha notato
che le luci che
vedevano da lontano
non erano quelle di
Lampedusa ma quelle
di Tripoli. Alla
fine i marinai
italiani sono stati
costretti a
spiegare: "Non è
stato facile dire a
tutta quella gente
che li avevamo
riportati da dove
erano partiti. Erano
stanchi, avevano
navigato con i
barconi per cinque
giorni, senza cibo e
senza acqua. Non
hanno avuto la forza
di ribellarsi,
piangevano, le donne
si stringevano i
loro figli al petto
e dai loro occhi
uscivano lacrime di
disperazione".
Lo sbarco a Tripoli
è avvenuto poco dopo
le sette del
mattino: "Vederli
scendere ci ha
ferito tantissimo.
Ci gridavano:
"Fratelli italiani
aiutateci, non ci
abbandonate"". Li
hanno dovuti
abbandonare, invece,
li hanno lasciati al
porto di Tripoli
dove c'erano i
militari libici che
li aspettavano.
Sulla banchina
c'erano anche i
volontari delle
organizzazioni
umanitarie del Cir e
dell'Onu, ma non
hanno potuto far
nulla, si sono
limitati a contare
quei disperati che a
fatica, scendevano
dalla passerelle
delle motovedette
per tornare
nell'inferno dal
quale erano
scappati. Le donne
sono state separate
dagli uomini e
portati in "centri
d'accoglienza"
vicino Tripoli. Non
si sa che fine
faranno.
Solo uno è riuscito
a sfuggire al
rimpatrio. Un
ventenne del Mali
che aveva intuito
cosa stava
succedendo a bordo e
si era nascosto
sotto un telone. Ha
messo la testa fuori
solo quando la
motovedetta della
Finanza è attraccata
a Lampedusa, ha
aspettato che a
bordo non ci fosse
più nessuno e poi è
sceso anche lui. È
stato rintracciato
mentre passeggiava
nelle strade
dell'isola ed ha
subito confessato.
Adesso si trova nel
centro della base
Loran di Lampedusa.
Un miracolato.
(9 maggio 2009 La Repubblica)

Noi non vogliamo sederci vicino ai leghisti!
Apartheid meneghino
di Red
Una
volta c'erano i posti riservati alle
donne, agli anziani o agli invalidi. Ora
il deputato della Lega Matteo Salvini ne
propone una variante, con sorpresa: al
posto dei singoli posti, il Presidente
della Metropolitana Milanese dovrebbe
riservare due carrozze intere del metrò
"alle donne, giovani o anziane, italiane
o straniere. Questo perché ci sono state
centinaia di denuncia per molestie e per
disturbo". E poi, visto che "c'è poi una
minoranza che si comporta bene e che
paga il biglietto, e quella minoranza è
rappresentata dai milanesi. E' evidente
che dobbiamo avere un occhio di riguardo
per loro". Tradotto, l'idea
dell'onorevole leghista è quella di una
carrozza riservata "ai soli milanesi".
Meneghini doc.
Il capogruppo del Carroccio nel comune
di Milano sceglie piazza della Scala e
la presentazione dei candidati milanesi
della Lega per lanciare la sua
provocazione. Lo dice da leghista
convinto e "da milanese che prende il
tram".
Provocazione? Dopo il tentativo di censire i bimbi rom, la fiducia sul ddl sulla sicurezza, il reato di immigrazione clandestina ed il tentativo di far passare le norme sui presidi-spia e sui medici delatori quella che per il parlamentare leghista è "una battuta" è per noi l'ennesima testimonianza di xenofobia e razzismo.
Convinta, appoggia l'iniziativa anche una candidata del Carroccio al consiglio provinciale, Raffaella Piccinni. Stesso principio di apartheid ma con una sfumatura leggermente diversa: Se il deputato distingue tra "milanesi" e altri, lei tra "italiani ed stranieri". Per la Piccinni meglio sarebbe riservare "vagoni solo per extracomunitari". "Ci sarebbe più sicurezza", assicura.
Le critiche non sono tardate ad arrivare da entrambi gli schieramenti. Il primo a sollevarle è stato un politico della stessa coalizione di Salvini, Aldo Brandirali del Pdl: "L'unico modo per applicare la proposta del deputato è mettere stelle sul petto, di diversi colori, a seconda della razza". Gli ha fatto eco il capogruppo del Pd a palazzo Marino Pierfrancesco Majorino, imperativo contro il collega: "E' una proposta da Ku Klux Klan. Che il sindaco butti fuori la Lega dalla giunta".
A distanza di 12 ore,
è arrivato il commento lapidario di
Gianfranco Fini, presidente della
Camera: "E' una proposta che offende la
Costituzione e la dignità. Proposte del
genere non si fanno perché sono
offensive della Costituzione e della
dignità delle persone, a prescindere dal
colore della pelle''. E Fini ricorda:
""Nel ddl sulla sicurezza ho fatto
levare due norme anticostituzionali".
Ovvero quelle sui medici e i presidi
- spia. Cosa che ha indispettito, non
poco, la Lega.
Così, le parole severe del presidente
della Camera vengono
accompagnate dall'accusa di Ignazio La
Russa che vede, nelle uscite di Savini,
un calcolo politico leghista: "Capisco
che siamo in campagna elettorale. Ma
invece di pensare ai quattro voti che
forse ha portato a casa con le sue
dichiarazioni Salvini dovrebbe chiedersi
se questa è una soluzione
percorribile".(www.aprileonline.info 8
maggio 2009)
Ordinaria disumanità
Il
disegno di legge sulla sicurezza
approderà nell'Aula di Montecitorio
giovedì. E' quanto ha deciso oggi la
conferenza dei capigruppo alla Camera
stabilendo inoltre che il tempo a
disposizione per l'esame degli articoli
e dei relativi emendamenti prima del
voto finale, sarà di 22 ore e comincerà
la prossima settimana. Intanto oggi,
dopo una riunione di maggioranza al
Senato, la Lega Nord e il Popolo della
Libertà hanno raggiunto un accordo sul
ddl: la norma che permette ai medici di
denunciare i clandestini che arrivano in
ospedale per farsi curare sarà
stralciata mentre per quanto riguarda la
permanenza nei Cie (centri di
identificazione ed espulsione) è stato
stabilito che sarà di quattro mesi,
prorogabili di altri due. E' questo il
compromesso raggiunto dopo che la
medesima norma - inizialmente contenuta
nel decreto - era stata affossata
(sebbene in una versione che stabiliva a
sei mesi "secchi" il limite di
permanenza) per due volte dai franchi
tiratori del Pdl.
Sarà riproposta, inoltre, nel testo del ddl sicurezza la norma che istituisce le ronde: questo punto, dopo una presa di posizione di Silvio Berlusconi nei giorni del terremoto dell'Aquila, la maggioranza aveva deciso di stralciarlo dal decreto. "Siamo decisi - ha spiegato Maurizio Gasparri al termine della riunione di maggioranza - ad allungare i tempi di trattenimento nei centri per i clandestini e a coinvolgere dei volontari, carabinieri o ex appartenenti alle forze dell'ordine per il controllo del territorio. Più sicurezza - ha detto ancora Gasparri - è la priorità di tutto il centrodestra". Alla riunione, che si è tenuta nella sede della Lega del Senato, hanno partecipato oltre ai capigruppo della Lega di Camera e Senato, Roberto Cota e Federico Bricolo, il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, la vicepresidente del Senato Rosi Mauro e per il Pdl erano presenti oltre a Gasparri anche il vicepresidente del gruppo al Senato Gaetano Quagliariello e per la Camera il capogruppo Fabrizio Cicchitto e il vicecapogruppo Italo Bocchino. A sollecitare un accordo di maggioranza era stato il ministro dell'Interno Roberto Maroni, minacciando - in caso di mancato compromesso - di chiedere la fiducia. Maroni ha garantito, in caso di approvazione del ddl, la costruzione entro la fine dell'anno di dieci nuovi centri di identificazione ed espulsione, che raddoppierebbero così il numero di quelli già esistenti. La vicecapogruppo del Pd Marina Sereni ha messo in chiaro la posizione del partito: "Abbiamo detto e diremo no alle ronde e voteremo contro l'eventuale prolungamento della permanenza degli immigrati nei Centri di identificazione ed espulsione, i Cie", ed esortato il governo: "Affronti il dibattito parlamentare e non pensi nemmeno alla fiducia sul disegno di legge per costringere al sì la sua maggioranza che ha già bocciato il decreto".
"Le commissione Affari Costituzionali e Giustizia della Camera stanno lavorando molto bene sul disegno di legge sicurezza - si è difeso Cicchitto - Il provvedimento avanza proposte articolate sul periodo di permanenza nel CIE, tenendo conto dei tempi indispensabili per renderlo operativo, senza andare incontro a situazioni come quelle che si sono determinate in questi giorni in seguito ad un vuoto legislativo. I relatori in commissione hanno anche proposto di eliminare il punto controverso riguardante l'eventuale intervento dei medici. Vediamo che malgrado modifiche assai significative l'opposizione continua ad attaccare il provvedimento. Ciò rappresenta un errore assai grave rispetto ai problemi assai rilevanti che esistono sul terreno della sicurezza, come dimostra ciò che sta avvenendo nel Paese". Il Partito democratico aveva chiesto che dal disegno di legge fossero stralciate tutte le norme relative all'immigrazione ma come ha spiegato il vicepresidente della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio Roberto Zaccaria, "governo e relatore ci hanno risposto che non è possibile, perché quella sugli immigrati è per loro una parte essenziale. In un provvedimento di 66 articoli - ha sottolineato Zaccaria - potremmo dire che 60 sono condivisibili. Ma gli altri sono qualitativamente inaccettabili perché riducono i diritti degli stranieri e degli italiani poveri". La proposta di stralcio è arrivata non solo dal Pd ma anche dall'Udc.
Secondo la capogruppo del Pd in Commissione Giustizia, Donatella Ferranti, il ddl sicurezza "era e resta un testo disumano, un insieme di norme inaccettabili contro i diritti delle persone: basti pensare che i bambini nati da clandestini non potranno essere registrati, che il permesso di soggiorno, senza il quale un cittadino extracomunitario non potrà neanche sposarsi, diventerà uno strumento per colpire gli immigrati o che il prolungamento degli irregolari nei Cie diventa una vera e propria detenzione". La Ferranti ha detto inoltre "la norma - vergogna sui medici - spia non e' stata affatto stralciata: al momento è solo un emendamento che dovrà essere sottoposto al voto della commissione".
Intanto sindacati e associazioni hanno organizzato un presidio contro il ddl che si terrà domani (mercoledì) dalle 10 a Montecitorio. Hanno già garantito la propria adesione sia la Cgil che Sinistra e Libertà, che in una nota fa sapere: "Grazie alla grande mobilitazione dell'opinione pubblica, le più inaccettabili di queste misure sono state bloccate in Parlamento, ma settori del centrodestra, Lega in testa, sono pronti a riproporle già nel provvedimento in discussione in queste ore aggiungendole all'istituzione del reato penale di clandestinità, alla introduzione della tassa per il rinnovo dei permessi di soggiorno e alla norma sul divieto di registrazione allo stato civile di nati da clandestini. Scelte scellerate - conclude Sinistra e Libertà - che sospingeranno nella clandestinità e nell'illegalità ancora di più migliaia di immigrati". Ci sarà anche Rifondazione comunista, che con il segretario Paolo Ferrero manda a dire: "È chiaro che la logica razzista della Lega continua a essere il centro dell'iniziativa politica del governo: questa maggioranza salva i banchieri, affossa i lavoratori e se la prende con gli immigrati, alimentando la guerra tra i poveri. Questo è solo il modo di costruire specchietti per le allodole, alimentare il razzismo e non fare nulla contro la crisi". Ma è lunga la lista di presenze dal mondo dell'associazionismo: hanno aderito Arci, Cgil, Asgi, Federazione Chiese Evangeliche, Emmaus Italia, Uil, Cir, Ugl, Libera, Antigone, Terra del fuoco, Cnca, Coord. Donne contro il razzismo, Donne per la Sinistra, Cantieri sociali, Acli "per i diritti e contro il razzismo" e la Rete degli studenti. (www.aprileonline 28 aprile 2009)
Capolinea dei diritti
I
l
mediterraneo continua a essere un mare
di morte. Ma non è il destino a produrre
stragi e tragedie ma le scelte concrete
dei governi, le cui responsabilità sono
forti e palesi.
Sono passate poche settimane da quando il Ministro dell'Interno Maroni aveva sostenuto che "bisogna essere cattivi con i clandestini". E proprio la cattiveria sembra essere uno dei tratti salienti delle politiche governative in materia di ingresso e soggiorno dei migranti. Una cattiveria che ha un consenso popolare, costruito in anni di criminalizzazione degli stranieri.
Nel giorno della più grande strage del mediterraneo, l'esponente della Lega nord, per niente colpito dalla morte di centinaia di persone, promette ancora una volta che presto tutto questo finirà.
Come se non avesse già fatto innumerevoli volte questa previsione, da quando si è insediato al Viminale, promettendo di arrestare i flussi dalla Libia.
Invece ha dovuto subire l'anno con il più alto numero di sbarchi della storia dell'immigrazione in Italia dall'Africa del nord. Così come aveva dovuto fare, sempre un ministro del centro destra, nel 2002, la più grande sanatoria (ma bisogna chiamarla regolarizzazione) d'Europa, con l'entrata in vigore della Bossi Fini: circa 650 mila nuovi permessi di soggiorno.
La distanza tra le dichiarazioni, la propaganda e la realtà è abissale. Non c'è legge o vento di intolleranza che tenga. La crisi spinge più persone a partire in cerca di lavoro. A prescindere dai governi e dalle regole vigenti.
Regole che dovrebbero servire a governare i fenomeni e non a perseguitare milioni di persone la cui unica colpa e quella di partire alla ricerca di una vita migliore.
Ignorando completamente che non ci sono vie legali per entrare in Italia in cerca di lavoro, cioè per la ragione principale per la quale le persone emigrano, il centro destra continua nella sua politica dissennata di chiusura, persecuzione e promozione dell'intolleranza.
Al punto da non fermarsi neanche davanti ad un ragazzino di 12 anni, uno dei tanti afgani scampati alla morte e alla polizia greca, che, approdato nel porto di Ancona miracolosamente salvo (tanti i ragazzini morti nel tentativo di attraversare quella frontiera) viene respinto dal questore, calpestando in tal modo la legge italiana e le convenzioni internazionali.
Impronte digitali ai bambini rom, per il loro bene. Respingimento di minori in fuga dalla morte verso campi di detenzione in Grecia, sempre per il loro benessere. Programmi e accordi per respingere e bloccare i migranti in mare e nei porti del nord Africa, sempre per il loro bene, per evitare che muoiano. Una tassa speciale per gli stranieri su ogni rinnovo e rilascio del permesso di soggiorno, sempre per il loro bene.
Così come ogni persecuzione nella storia infame dell'umanità è fatta sempre per il bene di qualcuno, spesso delle vittime, per salvaguardare valori universali, così il centro destra oggi spiega la persecuzione dei migranti e delle minoranze, in nome della sicurezza e per il loro bene.
Un discorso che non trova ancora oggi purtroppo alcuna voce autorevole che gliene contrapponga un altro altrettanto forte. Un discorso cioè che si è trasformato in senso comune, in cultura popolare.
Anche se gli sbarchi sono 30 mila e gli irregolari molti di più, la sindrome da invasione la si costruisce con quei 30 mila sbarchi.
Nessuno spiega, senza paura di perdere consensi e facendone una battaglia di civiltà, che è la legge a mettere le persone nelle mani dei trafficanti. Cioè che il migliore alleato dei mercanti di clandestini è lo stato con i suoi ministri e le sue leggi. Il lavoratore straniero preferirebbe aspettare e arrivare in aereo in Italia, con documenti in regola. Ma la legge non lo consente. La quasi totalità degli stranieri che oggi lavorano e vivono in Italia sono stati costretti a aggirare in qualche modo la legge. Infatti questa prevede che il datore di lavoro chiami il lavoratore ch evuole dal paese d'origine. Ma come fa se non lo conosce? Chi assumerebbe una baby sitter o un manovale senza prima averlo neanche visto e senza conoscerne neanche il nome? Nessuno ovviamente. Infatti le persone entrano per motivi diversi dal alvoro (normalmente per turismo, permesso breve di 3 mesi), o senza un regolare visto, e poi trovano lavoro e rimangono ad aspettare di regolarizzarsi in qualche forma. Una storia che è la storia di tutti i migranti e che i datori di lavoro conoscono bene.
Una farsa, quella della chiamata diretta nominativa, che ha caratterizzato per più di un decennio le scelte dei governi di tutti i colori, con qualche piccola differenza.
Così oggi ci troviamo a contare i morti e ad ascoltare chi ne ha la responsabilità principale, il ministro dell'interno del governo italiano, continuare a parlare la lingua dell'ipocrisia, indicando sempre la strada della persecuzione e della chiusura totale, che produrrà altri morti e aumenterà gli affari dei trafficanti.(www.aprileonline.info 1 aprile 2009)
* Responsabile immigrazione ARCI
Niente ronde solo squadracce
Da Roma a Pordenone aggressioni razziste
«Siete
romeni?», in realtà sono albanesi ma comunque arrivano
le botte, siamo a Roma, Tor Bella Monaca la scorsa
notte, gli aggressori sono una trentina di italiani
armati di bastoni e pietre, sembra anche qualche pistola
La colpa delle due vittime è solo
quella di essere stranieri. Oggi arriva anche la notizia
che a Pordenone uomo di 30 anni, omosessuale, seguito
dai servizi sociali, è stato insultato e aggredito a
calci e pugni da tre persone: due giovani di 21 e 22
anni e un uomo di 43 anni. Le indagini hanno portato
all'identificazione del terzetto, che così ha
giustificato l'accaduto: «volevamo dare una lezione ai
froci».
Il presidente nazionale dell'Arci Gay, Aurelio Mancuso,
denucia che tutto ciò «accade di fronte all'assenza
drammatica di politiche sociali e culturali da parte
delle istituzioni. In particolare nel Nord-Est la
cultura delle ronde leghiste sta alimentando un clima di
sfiducia, pregiudizio e paura dell'altro che legittima a
rifiutare ogni diversita e fa sì che la giustizia
fai-da-te del nostro paese sia in mano a gruppi di
fanatici integralisti».
La scorsa settimana a Napoli, nel cuore della città, è
stato aggredito un giovane studente italo-etiope, anche
per lui botte ed insulti.
Episodi, esempi violenti di intolleranza, di razzismo,
da nord a sud, nessuno escluso. Gli autori sono,
ovviamente, italianissimi e magari si sentono un po' più
spalleggiati dalle leggi e norme in via di approvazione.
Se le ronde ancora non ci sono, di sicuro ci sono le
“squadracce”, agiscono, insultano, picchiano, e qualche
volta sembrano anche un po' comprese e coccolate dal
senso comune. Complici di certo i gravissimi episodi di
aggressioni e stupri delle ultime settimane, alcuni da
attribuire a persone straniere, ma altre tutte
rigorosamente di casa nostra.
Ed il governo cosa fa? Si accinge ad approvare il
pacchetto sicurezza con tanto di ronde per vigilare le
città e l'obbligo per i medici di denunciare gli
stranieri irregolari, l'inciviltà che avanza. Ma per
quanto riguarda le intercettazioni, poiché in genere gli
intercettati sono dei potenti, ad essere colpevoli sono
i giornalisti. Poi però, per far vedere che siamo un
paese civile, si manda in onda una bella fiction, nella
quale, guardando la luna, sono tutti buoni, belli (anche
gli stranieri!), comprensivi e solidali, ma che sia solo
per fiction. L'importante è che le persone seguitino ad
essere più terrorizzate dai “mostri” della Caffarella
che dalla crisi, dalla perdita di lavoro,
dall'aggressione ai diritti.(www.larinascita.org 12
marzo 2009)
a.v.
Contro il pacchetto sicurezza
Torino 28 febbraio 2009
Questo paese è guidato dal peggior governo possibile: incapace di
affrontare la crisi economica e sociale intend
e
far pagare il conto a chi lavora, a chi è precario, a chi studia. Un
governo in preda a squallidi istinti razzisti che mirano a far pagare il
conto più salato ai migranti. Il cosiddetto "pacchetto sicurezza",
approdato alla discussione del Parlamento, si fonda sul principio della
disuguaglianza dei diritti come difesa della nazione, mira a trasformare
tutti i migranti presenti sul territorio (non solo i clandestini) in
"paria", cioè senza cittadinanza ed è pertanto un insieme di
provvedimenti fondamentalmente razzisti. Già da tempo violenti incendi
di xenofobia (non solo metaforici purtroppo) divampano allegramente
appiccati dai politici, alimentati dai media e tollerati da
un'opposizione che nemmeno di fronte allo scempio dei valori civili
riesce a prendere una posizione. Le chiamiamo leggi razziste perché la
disuguaglianza è definita sulla base della provenienza, cioè su base
etnica. Le chiamiamo leggi razziste sapendo di evocare uno scenario
enormemente più tragico del presente perché riconosciamo nell'odioso
vittimismo predicato dalla Lega contro i presunti invasori lo stesso
sentimento che ha animato e prodotto nel mondo persecuzione,
segregazione e sterminio.
Sulle spalle di 4 milioni di migranti già costretti a sopportare
maratone notturne davanti agli sportelli e attese di 12 è più mesi per i
rinnovi, ad accettare condizioni di sfruttamento sul lavoro per
mantenere il miraggio del permesso di soggiorno, a buttare via titoli di
studio diventati inutili o a vivere in clandestinità in attesa di una
sanatoria, può pesare anche la colpa di esistere, di farsi vedere, di
occupare posti sul tram, nelle scuole e nei letti degli ospedali?
Se la politica non è capace di risposte di civiltà possiamo solo sperare
che i migranti in prima persona prendano la parola per difendere i loro
diritti ed è per questo che abbiamo dato vita alla Rete per il
protagonismo delle e dei Migranti di Torino. Una rete nata per
coordinare l'attività dei gruppi e dei singoli antirazzisti e dare forza
all'iniziativa dei gruppi e dei singoli migranti. Una rete che ha già
dato vita ad una grande Assemblea cittadina lo scorso 15 novembre e che
sta organizzando una mobilitazione cittadina contro il pacchetto
sicurezza per il prossimo 28 febbraio. L'iniziativa della Rete ha un
significato politico perché dà voce ai migranti e un significato
simbolico perché mira a rappresentarne la forza e il protagonismo; per
questo opera per organizzare nel futuro il primo grande sciopero dei
migranti e per questo il 28 febbraio concluderà la manifestazione in
Piazza Castello sotto la Prefettura con il "lancio delle scarpe", perché
questo governo, che non sa ascoltare le ragioni di una minoranza
subalterna, non merita certo il rispetto.
Invitiamo tutti i singoli, i gruppi e le associazioni di migranti e
antirazziste e le organizzazioni del lavoro torinesi ad aderire e a
partecipare alla manifestazione contro il pacchetto sicurezza di sabato
28 febbraio, a diffondere e promuovere l'iniziativa nelle reti, nei
luoghi di lavoro e di ritrovo e nelle mailing-list e a venire per
l'organizzazione mercoledì sera in corso Brescia 14.
(rete migranti torino 19 febbraio 2009)
Proseguiamo la protesta sabato 28 febbraio 2009
dalla Rete Migranti di Torino:
PROSEGUIAMO LA NOSTRA PROTESTA CON UNA MANIFESTAZIONE:
SABATO 28 FEBBRAIO 2009 ORE 15 a Torino
PARTENZA DA CORSO GIULIO CESARE ANGOLO VIA ANDREIS
(ex stazione Ciriè-Lanzo)
L'emendamento anti immigrati: una norma stolta oltre che perversa
di Gino Strada
A
oggi, in Italia, una legge vieta al personale sanitario di denunciare
gli immigrati conosciuti per ragioni di cura, anche se la loro presenza
in Italia non fosse regolare. Un emendamento approvato al Senato intende
sopprimere questa norma. Si metterebbero cosi' gli individui nella
condizione di scegliere fra l'accesso alle cure e il rischio di una
denuncia; si spingerebbe parte della popolazione presente in Italia
nella clandestinita' sanitaria, con grandi rischi per se' e per la
collettivita'.
Si vuole affidare ai singoli medici la scelta se garantire lo stesso
diritto alla cura a tutti gli individui, nel miglior interesse del
paziente e nel rispetto del segreto professionale, oppure se esercitare
la facolta' di denunciare i loro pazienti "irregolari".
Secondo tutti i medici che ho conosciuto e apprezzato, l'unico modo
giusto e civile per fare medicina e' garantire a tutti la miglior
assistenza possibile, senza distinzione alcuna riguardo a colore della
pelle, sesso, convinzioni politiche, religiose o culturali, nazionalita'
o status giuridico. Questo e' il modo in cui Emergency ha lavorato, per
quindici anni in tredici diversi paesi, curando tre milioni di persone
senza distinzioni. Questo e' il modo con cui continuiamo a lavorare,
anche in Italia, nel Poliambulatorio per migranti e persone indigenti di
Palermo. Anche di fronte all'incivilta' sollecitata da una norma stolta
prima ancora che perversa, sono certo che i medici italiani agiranno nel
rispetto del giuramento di Ippocrate, nel rispetto della Costituzione e
della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Nel rispetto,
soprattutto, di chiunque si rivolga a loro avendo bisogno di un medico.
(www.comunistitorino.it febbraio 2009)
La nostra società è violenta e razzista
Ufficio stampa PdCI Nazionale
L'aggressione
barbara avvenuta alla stazione di Nettuno ai danni di un giovane
immigrato indiano ha dell'incredibile e contemporaneamente dimostra a
quale livello di razzismo, intolleranza, ignoranza sia giunta la nostra
società. Se dei giovani 'per noia' pensano che si possa dare fuoco ad
una persone significa veramente che tutte le istituzioni, dalla scuola
alla famiglia, alla politica hanno fallito. Oltre a ciò, esiste un
problema di sicurezza nelle nostre città che non è stato affrontato
affatto dall'attuale governo,
nonostante i proclami propagandistici. Un
problema sicurezza che riguarda sempre di più i soggetti 'deboli' della
nostra società: gli immigrati, le donne. Verso di loro una inaudita
spirale di violenza che prende il nome di razzismo e sopraffazione". E'
quanto afferma Manuela Palermi, direttore del settimanale del Pdci, 'la
rinascita'(2 febbraio 2009)
Immigrato senzatetto picchiato e bruciato a Nettuno da tre giovani
«per provare una forte emozione»
a Civitavecchia un poliziotto “infastidito” spara e uccide il vicino di casa senegalese
Una
brutale aggressione si è consumata a Nettuno, nella
provincia di Roma, all'alba di domenica mattina, quando
un uomo di 35 anni, immigrato di nazionalità indiana, è
stato picchiato con calci, pugni e bottigliate, e poi
cosparso di benzina e bruciato
L'uomo era solito dormire nell'atrio
della stazione di Nettuno e questo stava facendo quando
è stato raggiunto dai suoi tre aggressori, di 29, 16 e
19 anni, arrivati con una bottiglia di liquido
infiammabile, che prima hanno selvaggiamente picchiato
l'uomo che stava dormendo e poi lo hanno cosparso di
benzina e hanno appiccato il fuoco. Oltre a questo gli
hanno dipinto volto e collo di vernice grigia, rendendo
le ustioni più gravi proprio sul collo, come hanno
specificato i medici dell'ospedale Sant'Eugenio dove
l'indiano è ricoverato.
Un'azione premeditata quella compiuta dai tre giovani
nettunensi, un raid appositamente pianificato.
«Volevamo un'emozione per chiudere la serata» è stata la
confessione shock dei tre giovani, tra cui un minorenne,
responsabili della brutale aggressione. Come hanno
raccontato durante l'interrogatorio, si è trattato di un
gesto «eclatante per provare una forte emozione». I tre
hanno raccontato che tornando a casa sono passati
davanti alla stazione di Nettuno, dove hanno cominciato
a insultare e aggredire il senzatetto che dormiva
nell'atrio. Poi, si sono allontanati e mentre erano
davanti ad un distributore hanno avuto l'idea di fare
uno «scherzo», come hanno affermato loro stessi,
all’immigrato. Tornati nella stazione hanno dato fuoco
all’uomo, ma non riuscendo a spegnere le fiamme sono
scappati. Ora i tre sono tutti accusati di tentato
omicidio in concorso.
L'uomo aggredito ha ustioni sul 40 per cento del corpo,
delle quali il 30 per cento di terzo grado, e si trova
in rianimazione all’ospedale Sant’Eugenio di Roma.
Nonostante sia stato considerato fuori pericolo, la sua
prognosi resta riservata.
A Civitavecchia invece, sempre in questo fine settimana,
Chehari Behari Diouf, un uomo senegalese di 42 anni,
immigrato regolare che viveva nella cittadina laziale da
20 anni è stato ucciso dal suo vicino di casa, un
poliziotto che gli ha sparato a bruciapelo, infastidito
dalla sua presenza e da quella di alcuni connazionali
che sostavano nel giardino adiacente alla sua
abitazione. L'autore del gesto, Paolo Morra,
vicedirigente dell'ufficio immigrazione presso il
commissariato di Civitavecchia, è ora in stato di fermo
e dovrà rispondere alla magistratura, indagato per
omicidio volontario. Sia a Nettuno che a Civitavecchia
ci sono state mobilitazioni dei movimenti anti-razzisti,
della comunità senegalese, dei cittadini delle due
località.
Intanto il governo italiano prosegue nell'iter di
approvazione del pacchetto sicurezza, il ddl 733 che il
Parlamento si appresta a votare, che chiede criteri più
restrittivi per chi, straniero, chiede la cittadinanza
italiana o di essere iscritto all’anagrafe, che
introduce il permesso di soggiorno a punti, prolunga la
detenzione nei cpt fino a 18 mesi, introduce il reato di
ingresso e soggiorno irregolare, restringe i criteri per
la presentazione delle richieste del permesso di
soggiorno di lungo periodo e via dicendo.
Perché proprio intorno alla figura dello straniero il
governo costruisce la politica di questo paese, perché
la presenza di immigrati giustifica strette securitarie,
attraverso l'individuazione di un nemico pubblico che
viene continuamente agitato come spauracchio,
responsabile dei mali, delle insicurezze e
dell'instabilità della nostra società, aumentando così
tensioni sociali, mistificazioni e false giustificazioni
all'indeterminatezza di un futuro. Condizione dovuta
innanzitutto alla vecchia e attuale contraddizione
capitale-lavoro, dove il capitale seppure in crisi, si
continua a cibare di uno sfruttamento moderno
omnicomprensivo di uomini e donne che parte dal lavoro e
arriva alla negazione di diritti e opportunità. E in
questa logica gli ultimi rimangono sempre
ultimi.(www.larinascita.org 2/2/2009)
Immigrazione
Pacchetto sicurezza. Verso la manifestazione del 31 gennaio
Corteo di popolo a Lampedusa e fiori in mare per
i migranti morti
e a Torino corteo di giovani e immigrati verso la Prefettura
Una manifestazione di giovani dei
centri sociali e immigrati si è tenuta ieri a Torino.
Una grande prova di solidarietà da parte della città,
una mobilitazione in difesa dei diritti degli immigrati,
conclusasi in scontri con le forze dell’ordine davanti
alla Prefettura. Due versioni contrastanti. L’una, dei
manifestanti, che chiedevano di essere ricevuti per
spiegare la loro protesta relativa alle condizioni di
decine di profughi che occupano una ex clinica e che si
sono visti caricare quando hanno tentare di farsi
sentire in modo più energico. L’altra, della polizia,
che parla di un assalto all’edificio che li ha costretti
al lancio di fumogeni per disperdere la folla. Nel mezzo
la realtà di un Paese che relega l’immigrazione a
questione di sicurezza, che come tale viene affrontata
con il ricorso a strumenti repressivi e penali.
«A Torino, come a Massa e Lampedusa - dichiara un
rappresentante del Comitato di solidarietà per i
profughi e i migranti - c’è un filo diretto che unisce
la repressione contro chi chiede diritti per i
rifugiati, mentre le istituzioni li lasciano
nell'isolamento totale». Sì perché soli sono i 300
immigrati provenienti da Eritrea, Etiopia, Somalia e
Sudan che occupano un edificio del Comune in via Bologna
e un altro privato in corso Peschiera. Nessuno si è
mosso per garantire loro la residenza, a dispetto del
loro status di rifugiati politici.
Oggi anche Lampedusa è scesa di nuovo in piazza con uno sciopero a cui ha aderito massicciamente la cittadinanza. C'erano tutti i 6 mila abitanti, chiusi negozi ed attività. Ieri, a conclusione di un corteo pacifico capeggiato dal sindaco Bernardino De Rubeis, è stata lanciata in mare una corona in memoria degli immigrati clandestini morti durante le traversate nel Canale di Sicilia. Ma il governo continua ad ignorare la protesta contro la decisione del ministero dell’Interno di realizzare un Centro di identificazione e espulsione per gli immigrati. Sempre ieri sono stati trasferiti altri 130 extracomunitari al Centro identificazione e espulsione dell'isola, per alleggerire il carico di immigrati clandestini ospiti al Centro di prima accoglienza sempre di Lampedusa.(www.larinascita.org 28 gennaio 2009)
Fuga di massa al Cpa di Lampedusa
"
Libertà,
libertà". Il grido arriva improvviso,
fortissimo. Poi, in via Roma, la strada
principale del paese, sbuca il corteo. "Ci sono
i clandestini", urla un vecchio, il sorriso
senza denti stampato sul volto legnoso. "Sono
fuggiti tutti", gli fa eco una donna, tra il
divertito e il preoccupato. La massa umana
attraversa il corso. Sono quattrocento, forse
seicento. Si muovono compatti. Si riversano per
la piazza principale, sciamano per le strade
circostanti. Urlano: "Basta Guantanamo, basta
spaghetti". Si guardano intorno con l'aria di
turisti un po' spaesati, ma appaiono
determinati. Stanchi ma combattivi. Uno chiede.
"Ma questa Lampedusa è un'isola? Quanto dista
dall'Italia?". Un altro: "Quando ci
trasferiscono sul continente?".
La fuga dal Centro di prima accoglienza (Cpa) è iniziata intorno alle dieci di mattina, in modo spontaneo. Esasperati dalle condizioni di degrado in cui li lasciano, dal cibo sempre uguale, dall'indeterminatezza della loro situazione, gli immigrati hanno scavalcato le recinzioni. Lo hanno deciso così, senza mettersi d'accordo tra loro, senza darsi un segnale. La rivolta degli arabi del centro, per lo più tunisini, non ha un leader, né un piano prestabilito. E' figlia della rabbia e della spossatezza. "Non ne possiamo più di vivere in quella situazione. Siamo ammassati. I bagni sono orribili. Nella nostra camerata c'è una puzza che non si respira", racconta Waheb, 29 anni compiuti, un padre in Francia che vorrebbe raggiungere e già 24 giorni di permanenza in quel Cpa in cui sarebbe dovuto rimanere al massimo 48 ore.
Alcuni sono venuti in paese, altri si sono sparpagliati per le campagne. Il centro è rimasto vuoto; all'interno solo un centinaio di cittadini sub-sahariani che non si sono uniti alla protesta. All'arrivo del corteo la popolazione, riunita in piazza per decidere le prossime mosse contro il ministro dell'interno Roberto Maroni, rimane interdetta. Poi scoppia un applauso fragoroso. "Amici", gridano in coro alcuni cittadini. "La nostra lotta è la vostra lotta. Il nostro nemico è lo stesso: lo stato assassino". Così, i "clandestini" si uniscono all'assemblea. I discorsi vengono tradotti in arabo. Alcuni di loro sono chiamati sul palco. Il sindaco Bernardino De Rubeis, temendo che la situazione possa sfuggirgli di mano, li esorta a rientrare nel Cpa, perché "questo è l'unico modo che avete per essere mandati in Italia". Lo stesso fanno altri. "Vi siamo vicini, ma dovete tornare al centro. Altrimenti non sappiamo che cosa può succedere". I tunisini sembrano perplessi. Non capiscono la solidarietà di questa popolazione. Si fanno tradurre gli striscioni che campeggiano sulla facciata del municipio: slogan contro Maroni, contro il prefetto generale per l'immigrazione Mario Morcone, contro la senatrice lampedusana Angela Maraventano, complice di Maroni, traditrice dell'isola. Gli immigrati non sanno bene che fare. Se ne stanno in piazza ad ascoltare, a godersi un po' di libertà, complice anche il sole che è tornato a splendere sull'isola. "Vogliamo andare via, vogliamo essere trasportati in Italia", gridano alcuni. Una rivendicazione che si è fatta sempre più pressante dopo che l'altroieri il Viminale ha riattivato per i cittadini sub-sahariani i ponti aerei per i centri di accoglienza sparsi sul territorio nazionale. Sono partiti in circa 500, ma nessuno dei tunisini, che il ministero degli interni vorrebbe invece rispedire indietro.
La rabbia di Lampedusa, scatenata dalla decisione di Maroni di istituire un Centro di identificazione e di espulsione (Cie) nell'ex base Loran della Marina mercantile, si somma a quella dei "clandestini", che non ne possono più di rimanere nell'attuale centro di accoglienza sovraffollato e vogliono essere trasportati via. In quello che sembra un tentativo di saggiare la resistenza dell'isola, il ministero degli interni ha infatti deciso che gli immigrati chiusi nel Cpa sarebbero rimasti anche un mese, invece degli normali due giorni. Così, la struttura è arrivata al collasso, giungendo a contenere fino a 1840 persone, invece delle 800 massime previste. Un'iniziativa che ha fatto esplodere la protesta duplice e complementare della popolazione autoctona e degli immigrati, che hanno trovato un'inattesa complicità in una richiesta comune: ponti aerei verso altri centri in Italia. L'avamposto degli sbarchi rifiuta di essere trasformato in un carcere a cielo aperto, come vorrebbe il ministero degli interni, e si scopre solidale con "questi ragazzi fuggiti per trovare un futuro migliore", come sottolinea un signore di mezz'età che scambia frasi in francese con un gruppetto di loro.
Loro, i "ragazzi fuggiti", non sanno bene che fare. Chiedono come si fa a farsi mandare soldi dai parenti. Dicono di non voler tornare al centro. Dopo un'oretta di impasse, con il sindaco sempre più in difficoltà che invita la popolazione a tornare a casa, la situazione si sblocca grazie all'intervento di un giovane imprenditore che si improvvisa capopopolo. Salvatore Cappello prende il megafono e esprime agli stranieri la solidarietà sua e della popolazione di Lampedusa, garantisce loro che "saranno portati in Italia in uno o due giorni con un aereo". E al grido di "basta pasta, oggi si mangia cous-cous", riesce a convincere gran parte dei fuggitivi a tornare al centro. Il corteo si riforma in pochi minuti e riparte in senso inverso. Sempre al grido di "libertà, libertà", gli immigrati attraversano di nuovo il paese. Cappello e altri lampedusani li accompagnano. I carabinieri lasciano passare, i celerini si scansano. La sfilata si dirige verso al contrada Imbriacola, dove è il Cpa, a circa un chilometro di distanza. Dopo una ventina di minuti, il gruppo raggiunge lo spiazzo antistante il centro. Alcuni entrano al volo, altri esitano. Non si fidano: non vogliono andare oltre se i carabinieri non lasciano entrare anche alcuni di quei lampedusani che si sono mostrati solidali. Questi ultimi cercano di varcare l'ingresso, i funzionari del Viminale non lo consentono. Tra le forze dell'ordine e i manifestanti italiani sale la tensione. "La prossima volta andateli a recuperare voi", grida Cappello, rivendicando il merito di aver riportato i fuggiaschi in modo pacifico. L'atmosfera si scalda. Un'ambulanza che vuole premere e farsi largo tra la folla viene presa d'assalto e distrutta. Parte qualche manganellata. Volano parole grosse tra i carabinieri e gli abitanti. Poi pian piano il clima si stempera e torna la calma. Ma è una calma apparente: sia i lampedusani che gli immigrati hanno decretato una tregua, in attesa di vedere se il Viminale appronta il ponte aereo o se invece sarà necessario ripetere azioni dimostrative.
Nel frattempo, la città rimane spenta. I negozi chiusi, un po' per lo sciopero generale a oltranza deciso contro Maroni, un po' perché "con tutti questi clandestini in giro non si sa mai". In questa situazione di caos, divagano voci incontrollate di immigrati ubriachi, di tentativi di suicidio, di furti. Si diffonde una certa psicosi, che però non intacca la solidarietà autoctoni-clandestini. Per le strade, si muovono ancora gruppetti di maghrebini. Un pulmino della guardia di finanza si aggira alla ricerca dei fuggitivi. Ogni volta che ne incrocia qualcuno, l'autista fa un fischio e lo invita a salire. Gli immigrati tornano nel Cpa. A sera, eccetto qualche decina, sono quasi tutti rientrati. Ma è un rientro temporaneo. Domani è un altro giorno e se il governo non recede dai suoi propositi, se non si decide a trasferire gli immigrati in altri centri sul continente, se non fa una qualche marcia indietro sul centro di identificazione, la miccia è destinata ad accendersi di nuovo. (Il Manifesto 24 gennaio 2009)
Resta la tassa leghista per gli immigrati
La Cei, «misura inaccettabile»
Si tratterà di un contributo per il rilascio e il
rinnovo del permesso di soggiorno, non di una tassa.
Basta chiamare ogni cosa col proprio nome, e tutto si
normalizza, si mette a tacere ogni controversia
soprattutto se a sorgere è nel campo
della maggioranza. Tra una Lega, obbligata a
galvanizzare il suo «popolo» su quei temi che gli hanno
sfruttato la fidelizzazione dell’elettorato, e un Pdl,
stretto tra la morsa delle alleanze di governo e la
necessità di scrollarsi di dosso beceri involgarimenti
per assumere la veste perbenista di classe dirigente di
questo Paese.
Quello che verrà chiesto indiscriminatamente a tutti gli
immigrati è un contributo, come peraltro già previsto
nella maggior parte dei Paesi europei per il rilascio
dei permessi di soggiorno, di importo variabile tra 10 e
400 euro. Quello che si vuol far passare è un principio:
nella società dei consumi, tutto è merce e quindi tutto
ha un prezzo. Indistintamente dal fatto che si chiami
libertà, lavoro, diritti, futuro. Tutto si compra e
tutto si vende. E a farlo stavolta è lo Stato, forse per
far cassa, che di questi tempi di crescita del debito
pubblico fa sempre comodo.
L’emendamento leghista, presentato contenuto nel ddl
sicurezza e sostenuto a viva voce dal ministro degli
Interni Roberto Maroni, è stato nella sostanza
confermato e modificato soltanto nell’onere di
pagamento. A dispetto del principio, affermato con
l’accordo di Schengen del 1985, della libera
circolazione delle persone. E oggi invece di lavorare
per estenderlo a tutti i «cittadini» del mondo, oltre i
confini dell’Unione europea, l’Italia decide di compiere
un passo indietro sulla strada del riconoscimento dei
diritti universali a tutti gli esseri umani. E non di
farsi portavoce prima di queste istanze. Peggio mira a
legittimare il dato di fatto che esistono uomini di
serie A e di serie B, cittadini di serie A e di serie B,
Stati di serie A e di serie B. La differenza la fanno i
rapporti di forza, il potere economico e gli interessi
in campo. Come dire che c’è solo da rammaricarsi di
essere nati nella parte «sbagliata» del mondo.
«Non è un controsenso dichiarare la lotta contro la
clandestinità e nel contempo penalizzare l’accesso al
permesso di soggiorno che è il principale viatico per
uscire da quell’area grigia?». Si chiede in una nota è
il quotidiano della Cei Avvenire, secondo cui
«non basta pagare le imposte come viene richiesto a ogni
cittadino. Alcuni sono tenuti a pagarle con una
maggiorazione, come fossero cittadini “speciali” e
destinati a restare tali».
Cosa ci si poteva aspettare d’altronde da un governo di
centro destra capace di affrontare la questione
dell’immigrazione solo in termini di sicurezza. Non
dimentichiamoci dei rimpatri diretti che sta continuando
ad operare dal Centro d’accoglienza di Lampedusa, solo
previa identificazione. Alcuni degli immigrati hanno
iniziato uno sciopero della fame proprio dopo aver
appreso la notizia che tutti gli immigrati ospiti della
struttura, ad accezione di coloro i quali sono nelle
condizioni di potere ottenere asilo politico e dei
minori, saranno rispediti attraverso procedure d’urgenza
nei loro Paesi.
Tutte misure che non risolvono il problema di fondo, né
tanto meno si propongono di affrontarlo. Una cosa però è
certa, le ragioni che spingono migliaia di uomini e
donne a mettere in pericolo la propria vita nei viaggi
della speranza, per mare e per terra, sono destinati a
moltiplicarsi. Perché proprio non vogliono accettare di
morire di fame, malattie e guerre per garantire il
benessere dell’èlite del mondo libero e democratico.
(www.larinascita.org 14 gennaio 2008)
Spezzone migranti 12 dicembre 2008 Torino
Immigrati, dal Senato un attacco frontale
Le
parole del Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano non possono che
essere applaudite: "gli immigrati sono i
nuovi cittadini e rappresentano una
forza per il nostro Paese, superiamo i
vecchi pregiudizi".
Altrettanto positive sono le
dichiarazioni del Presidente della
Camera Gianfranco Fini che, condividendo
Napolitano, richiama alla necessità di
riformare la legge sulla cittadinanza
che è troppo restrittiva ed antistorica.
Ma queste parole delle più alte cariche
dello Stato non le trovo sulle prime
pagine dei giornali, e questo è un
cattivo segnale della situazione che
stiamo vivendo.
Quale rapporto ci può essere fra queste
giuste ed autorevoli affermazioni e ciò
che sta avvenendo nel senato della
Repubblica dove è in discussione il
pacchetto sicurezza (d.d.l. sicurezza,
A.S. 733)?
Mi pare che ci sia una totale
contrapposizione, anche se c'è un
tentativo da parte di alcuni esponenti
del Governo (i Ministri Maroni e
Sacconi) di esprimere una condivisione
formale delle parole del Presidente
Napolitano per relegarle nella sfera dei
principi astratti senza nessuna
attinenza con l'azione concreta del
Governo e del Parlamento.
Le proposte in
discussione al senato rappresentano un
attacco frontale nei confronti dei
lavoratori e cittadini immigrati.
In minima parte e comunque in modo grave
e sbagliato ci si rivolge ai clandestini
con il "reato di clandestinità", ma in
massima parte s'intende colpire gli
immigrati regolari con tasse, balzelli
ed imposizioni vessatorie.
Si rende più difficile il matrimonio
misto (come se fosse facile...) senza
che ci sia una ragione plausibile.
S'intuisce un permesso a punti rendendo
ancor più precaria ed arbitraria la
condizione di regolarità.
Si rende più difficile il
ricongiungimento familiare e più facile
l'espulsione dei minori.
Si alza ulteriormente il criterio della
idoneità alloggiativi che diventa una
barriera insormontabile.
Si rende più difficile il trasferimento
delle rimesse di denaro e poi ancora, in
una escalation terrificante, si porta a
18 mesi la detenzione nei CIE.
S'istituisce il test d'italiano dopo
aver tagliato tutti i fondi per i corsi
di lingua, si vogliono inaugurare le
classi differenziate e si vuole mettere
una tassa di 200 euro per rinnovare il
permesso di soggiorno. I 72 euro che si
pagano ora per un permesso di soggiorno
che non arriva mai sono un furto, 200
euro sono una rapina a mano armata.
L'ultimo emendamento
della Lega in discussione al Senato
riguarda il blocco dei flussi per due
anni ed è l'ultima aberrazione perché il
problema che abbiamo di fronte è proprio
il fatto che il meccanismo dei flussi è
inceppato e quindi gli immigrati in
grande maggioranza entrano
irregolarmente ed alimentano il lavoro
nero e sommerso.
Altro che blocco dei flussi, sarebbe
necessario un provvedimento di
regolarizzazione di tutti coloro che
lavorano in nero e rivedere le norme sui
flussi con l'intento di governare
l'incontro fra domanda ed offerta di
lavoro.
L'argomento che viene
agitato a sostegno del blocco dei flussi
è quello della crisi economica, ma la
crisi economica, che come si sa è
mondiale, aumenterà la pressione
migratoria e quindi, semmai, abbiamo
bisogno di estendere gli ammortizzatori
sociali proprio perché, come dice il
Presidente Napolitano, la mano d'opera
immigrata è necessaria per la tenuta
della nostra economia.
Mi si potrebbe obiettare che per fare
ciò ci vogliono risorse: gli immigrati
fanno molto di più della loro parte
perché ricevono dallo stato sociale 1
miliardo di euro in prestazioni e ne
pagano 3 miliardi in contributi.
Le parole del Presidente Napolitano,
hanno bisogno di risposte qui ed ora,
non domani, e qui ed ora va condotta la
battaglia contro i provvedimenti del
Governo e del Parlamento. Nei prossimi
giorni promuoveremo una iniziativa
davanti al Parlamento ed il 12 dicembre
lo Sciopero Generale indetto dalla CGIL
sarà anche per queste ragioni.(AprileOnline
18 novembre 2008)
Emmanuel, dieci vigili indagati
Prima
i testimoni ascoltati dalla procura che confermano la
versione di Emmanuel, poi i pm che escludono il reato di
resistenza a pubblico ufficiale, infine il Comune che
parla di colpe dei vigili e poi i 10 agenti iscritti nel
registro degli indagati. Emmanuel dunque è stato pestato
a sangue senza un motivo.
Otto agenti, un ispettore capo e un commissario capo della Polizia Municipale. Sono i vigili iscritti nel registro indagati della Procura di Parma per il presunto pestaggio di Emmanuel Bonsu Foster, il ragazzo ghanese di 22 anni fermato dal nucleo 'pronto intervento' del corpo nel corso di un'operazione antidroga al parco ex Eridania.
Quaranta giorni dopo - racconta 'Polis Quotidiano' - l'episodio che è costato alla polizia municipale di Parma l'accusa di violenza e offese razziste, la procura ha formalizzato i capi di imputazione su cui procedere nei confronti di chi ha organizzato, coordinato e diretto l'operazione antidroga e di chi ha eseguito il fermo del ragazzo di colore e il successivo interrogatorio nella sede del comando di via Del Taglio: percosse aggravate, calunnia, ingiuria, falso ideologico e materiale, violazione dei doveri d'ufficio. Reati commessi in concorso, con l'aggravante dell'abuso di potere. Secondo l'imputazione formulata dalla Pm Roberta Licci, il ragazzo non ha reagito con violenza quando è stato fermato dagli agenti in borghese che non si sarebbero neppure qualificati. Bonsu avrebbe fatto l'unica cosa che poteva fare legittimamente: è scappato. Uno dei vigili gli avrebbe puntato la pistola. Fermato a terra, il ghanese è stato ammanettato. Secondo le accuse, uno dei vigili gli avrebbe tirato un pugno nel fianco mentre veniva condotto verso l'auto di servizio. Altre botte sarebbero arrivate durante il trasporto al comando.
Tra le accuse ipotizzate a carico dei dieci agenti indagati anche quelle di 'falso ideologico e materiale'. Il sospetto degli inquirenti è che ben ''sapendo che Bonsu aveva posto in essere solo una resistenza passiva (la fuga)'' lo si abbia voluto accusare di reati mai commessi. Tre gli atti nel mirino della magistratura inquirente parmigiana: la prima nota redatta dagli agenti dopo il fermo di Bonsu del 29 settembre, dove il ragazzo viene descritto come palo dello spacciatore palestinese; una seconda nota adottata a integrazione' della precedente il giorno successivo e la notizia di reato' depositata in Procura il 2 ottobre. Nelle ultime due, che portano la firma del commissario capo indagato, a carico di Bonsu i vigili formulano l'accusa di resistenza e lesioni. Il sospetto degli inquirenti è che i dieci indagati, con diversi livelli di responsabilità, abbiano cercato di coprire l'errore e chi lo aveva commesso.
E questa volta ad ammettere le responsabilità di quel pestaggio ai danni di Emmanuel Bonsu è direttamente il sindaco di Parma, Pietro Vignali. Il giovane studente ghanese fu aggredito e insultato con frasi razziste da sei vigili lo scorso 29 settembre ma da allora l'amministrazione ha sempre aspetto a sbilanciarsi prima di conoscere gli esiti delle indagini interne. Durante il consiglio comunale il primo cittadino ha però spiegato che il comandante dei vigili Giovanni Maria Jacobazzi gli ha consegnato la seconda parte della relazione dell'indagine amministrativa interna. Dalla sala del municipio il sindaco ha letto parte della stessa relazione: "Sono state rilevate condotte e comportamenti da parte degli agenti coinvolti che possono determinare censure a fini disciplinari secondo quanto riferito da Jacobazzi. I vigili in questione sono stati trasferiti e si potrebbe procedere con sanzioni disciplinari a loro carico". Il sindaco ha risposto ad una richiesta di chiarezza da parte del capogruppo consigliare del Pd Giorgio Pagliari e ha precisato che sono in arrivo provvedimenti disciplinari per i vigili già trasferiti ad altro incarico. L'indagine, dice Vignali, "esula da aspetti penali e la relazione è stata fatta per accertare lacune nell'organizzazione del servizio. Una indagine interna per salvaguardare l'immagine dell'intero corpo di polizia municipale". Infine ha spiegato che Jacobazzi sta proseguendo con la riorganizzazione del corpo, compito che gli è stato assegnato dalla giunta, una riorganizzazione prevista già prima del caso Emmanuel.
Giovanni Maria Jacobazzi, nominato dirigente alla sicurezza dopo lo scoppio del caso Emmanuel, ha firmato l'inchiesta interna che, pur nella sua parzialità (non sono prese in considerazione nè le versioni dei testimoni, nè quelle di Emmanuel) boccia l'operato dei vigili. Il nuovo comandante ha evidenziato diversi errori nell'operato degli agenti, nella loro condotta e nella procedura seguita. Errori per cui chiede alla direzione del personale che siano presi provvedimenti disciplinari. Lui, che con quell'operazione non aveva nulla a che fare essendo in quei giorni ancora un esterno alla pubblica amministrazione, ha il compito di riorganizzare l'intero settore. L'intenzione è quella di ridisegnare la mappa dell'intero corpo di polizia municipale, "assegnano ai duecento agenti compiti specifici in base alle loro attitudini personali". Il nucleo speciale coinvolto nell'operazione di Emmanuel di fatto è stato già smantellato e difficilmente risorgerà.
*Fonte "Polis Quotidiano"
Torino Social Forum
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CASCINA
MARCHESA corso Vercelli 141/7 alle ore: 14.30 il 15 novembre 2008 ASSEMBLEA
RETE MIGRANTI TORINO |
Ragazzino romeno carbonizzato
in un rogo alle ex acciaierie Falk
Milano
- 14 anni, romeno, in Italia da qualche mese. L'inizio
di una cronaca che parla dell'altra faccia della
medaglia, dell'altro volto dell'immigrazione e
dell'immigrato, ovvero la miseria, il degrado, le
condizioni di vita prive di alcun tipo di dignità
Infatti ormai le luci della cronaca
illuminano solo uno tipo di immigrato, uno stereotipo
diffuso che ruba, violenta, guida ubriaco, di solito
romeno, peggio se anche rom. Si parla poco dei tanti che
lavorano, di quelli che giornalmente cercano di
integrarsi, delle brave persone insomma, magari sì anche
arrivati clandestinamente in Italia. Questa volta la
brutta storia che farà scappare a qualcuno qualche
“poverino” dalla bocca mentre si stringe il portafoglio
sull'autobus perché è salito un immigrato o mentre paga
in nero 20 euro al giorno all'operaio “comprato” dai
caporali la mattina, riguarda un ragazzo di appena 14
anni.
Morto carbonizzato, di notte, a Sesto San Giovanni, alla
periferia nord di Milano, nelle ex acciaierie Falck,
area dismessa dove trovano rifugio parecchi immigrati.
L'incendio, probabilmente causato delle candele che
hanno dato fuoco ai giacigli, si è sviluppato intorno a
mezzanotte. In tutto una trentina di persone quelle che
dormivano nella palazzina diroccata, il ragazzino
l'unico del gruppo di sei che dormiva in quella
stanzetta a non fare in tempo a fuggire. Stordito dal
fumo, le fiamme lo hanno divorato. 14 anni arso vivo. Il
ragazzino non ha ancora un nome sicuramente verrà
identificato, ma la sua storia di degrado il suo
trascorso probabilmente ingiusto presto dimenticato,
sopraffatto dalla noncuranza, dalla voglia di un capro
espiatorio che espii i nostri di problemi quotidiani,
che dilaga tra la gente.(www.larinascita.org 25
settembre 2008)
Sbatti il mostro-rom in prima pagina
Ma la smentita interessa a qualcuno??????
20 Maggio 2008
Catania, due nomadi tentano di rapire bimba (il giornale)
Catania, arrestati due rom
"Hanno tentato di rapire mia figlia" (la
repubblica)
17 Settembre 2008
Il Tribunale di Catania assolve Sebastian e Veronica, accusati di tentato sequestro di persona, perché il fatto non sussiste.
Per i rom l'Italia è un paese a rischio
di Linda Chiaramonte
Si chiude oggi a Bologna, nel giorno della manifestazione antirazzista in programma a Milano, la conferenza annuale della Coalizione europea di città contro il razzismo (Eccar), organismo voluto dall'Unesco nel 2004 per dar vita ad una rete di città che condividano le esperienze messe in campo per migliorare le politiche nella lotta alla xenofobia e alle discriminazioni. La coalizione, fondata nel dicembre 2004 a Norimberga, ha adottato un Piano d'Azione in 10 punti che si fa carico di vigilare contro episodi di intolleranza, dare sostegno alle vittime, promuovere pari opportunità, consentire l'accesso al lavoro, all'alloggio, all'istruzione. Bologna, entrata nella coalizione nel 2004, è fra i soci fondatori insieme a Madrid, Barcellona, Londra, Norimberga, San Pietroburgo, Stoccolma. In passato la conferenza si è svolta a Norimberga, ad eccezione del 2006 in cui è stata Madrid ad ospitarla, nel 2007 Bologna è stata eletta città capofila per l'Italia, sia in quanto socio fondatore sia per le politiche di inclusione sociale messe in atto. 174 delegati da 23 paesi, in gran parte europei, hanno preso parte alla discussione e ai gruppi di lavoro, momenti di scambio delle pratiche adottate nei diversi paesi. Di grande attualità, all'indomani del primo vertice europeo sull'inclusione dei rom, la questione che riguarda la lotta alla discriminazione verso le comunità sinte e rom nelle città europee. A coordinare i lavori Andrzej Mirga, consigliere per le politiche per Rom e Sinti di Osce/Odihr di Varsavia. Fra i relatori da Heidelberg, Romani Rose, presidente del Consiglio centrale dei Rom e Sinti tedeschi da sempre impegnato nella difesa dei diritti delle minoranze e nel riconoscimento dell'olocausto rom. Rose ha usato parole dure nei confronti dell'Italia: «La situazione delle minoranze rom è preoccupante viste le spaventose aggressioni di stampo razzista avvenute a Napoli e in altre città dove sono state lanciate molotov nei campi. Si tratta di vere campagne persecutorie, non più di casi isolati e la schedatura di appartenenti a famiglie rom non fa che acutizzare la stigmatizzazione». Rose chiede azioni concrete e che la questione delle minoranze rom e sinte (circa 12 milioni in Europa) sia messa all'ordine del giorno delle politiche dell'Unione europea. Alla politica italiana rimprovera di aver consentito la nascita di slum, cosa che ha generato paura nella popolazione, paura che è stata cavalcata dai politici che hanno fomentato la criminalizzazione indistinta di un'etnia. «La cosa peggiore della politica italiana - continua Rose -, è che è rimasta passiva, ha guardato senza intervenire, non ha creato condizioni di vita umane. La politica di Berlusconi e della Lega Nord ci fanno paura, hanno risvegliato le ideologie razziste dello stato fascista. Le parole di Bossi ricordano frasi del passato di Hitler e Mussolini. Ma in uno stato di diritto moderno non si può far riferimento all'appartenenza razziale. È stato danneggiato un sistema di valori di cui noi europei siamo fieri. Il razzismo deve essere disprezzato dalla politica, altrimenti si tratta di democrazie deboli». Al vertice che si è svolto nei giorni scorsi a Bruxelles Rose ha chiesto che la Commissione europea istituisca una task force a cui partecipino anche sinti e rom, che dovrà presentare una relazione annuale al Parlamento europeo in cui vengano monitorate le minoranze. La visita dei mesi scorsi ai campi italiani di Milano e Napoli del consigliere per le politiche per rom e sinti Andrzej Mirga produrrà presto un report che verrà inviato alla Comunità Internazionale. Il prossimo 2 ottobre a Varsavia si terrà un meeting in cui rappresentanti di governo e società civile discuteranno dell'attuazione di questo piano di azione politico contro la discriminazione. Un resoconto per valutare quanto è stato fatto dagli stati membri. Altro tema al centro dei lavori della conferenza quello delle discriminazioni nei confronti delle comunità musulmane in Europa. Dalla discussione è emersa la questione della cittadinanza e della libertà religiosa e di come essere musulmani europei sia ancora equivalente di essere «stranieri».(Il Manifesto 20 settembre 2008)
L'immigrazione non aumenta la criminalità
Contrariamente a quanto propagandato dal centrodestra, l'immigrazione non aumenta il tasso di criminalità in Italia. E' quanto emerge da una ricerca realizzata da Paolo Buonanno, dell'università di Bergamo, con la collaborazione di Milo Bianchi, della Paris School of Economics, e Paolo Pinotti, della Banca d'Italia, e presentata nel corso del convegno dell'European economic association (Eea) e della Econometric society (Esem) presso la sede dell'università Bocconi di Milano. Lo studio ha preso in considerazione i dati sul numero di immigrati sia legali sia illegali (in questo caso si tratta di clandestini che sono poi stati regolarizzati) e dei reati commessi nelle province italiane nel periodo che va dal 1996 al 2003. Come ha spiegato Paolo Buonanno, «attraverso l'uso di tecniche econometriche, abbiamo notato che tra il fenomeno dell'immigrazione e la criminalità non c'è alcun nesso causale ma una correlazione dovuta a un terzo fenomeno che può essere, per esempio, la ricchezza». In sintesi, quindi, i cittadini provenienti da altre nazionalità sono attirati da quei territori dove si trovano maggiori opportunità di lavoro, ossia le province. E proprio queste zone sono le stesse mete della delinquenza, attirata dalla ricchezza degli abitanti. I due elementi, quindi, sarebbero vicini ma non interconnessi. «Abbiamo notato - conclude Buonanno - che, contrariamente alla percezione generale, in linea teorica non c'è stato un aumento diretto della criminalità in seguito alle ondate di immigrazione in nessuno dei reati che abbiamo preso in considerazione, ossia reati contro la persona, contro il patrimonio e traffico di droga.(Il Manifesto 28 agosto 2008)
Le mie figlie, trattate come dei cani
di Laura Cuppini
L'«Observer» dedica un articolo alla politica italiana sui rom. Partendo
da una vicenda che ha scosso il mondo
MILANO - «Perché gli italiani ci odiano?». Se lo chiede Miriana
Djeordsevic, madre 30enne di Cristina e Violetta, le due ragazzine rom
di 15 e 13 anni morte a luglio a Torregaveta, sul litorale flegreo.
L'interrogativo dà titolo a un articolo pubblicato sull'Observer,
domenicale del quotidiano inglese The Guardian, a firma di Dan McDougall.
Un mese dopo la tragedia ci si chiede perché un fatto che ha
scandalizzato il mondo - per la terribile indifferenza con cui i
bagnanti hanno "convissuto" per ben tre ore con i corpi delle due
vittime sul bagnasciuga - sia passato quasi sotto silenzio in Italia. Un
Paese - scrive il settimanale - che ha "dichiarato guerra" ai rom con il
provvedimento delle impronte digitali.
CENSIMENTO - Il giornalista è andato nel campo di Secondigliano, dove le
due ragazzine vivevano con la madre (che ha altri tre figli). Ha parlato
con la donna, ha cercato di capire come i rom vivono la politica del
governo Berlusconi (definita «populista»), il cui obiettivo sbandierato
è censire i piccoli nomadi per far sì che tutti abbiano un'istruzione.
«A Cristina e Violetta sono state prese le impronte poco prima della
tragedia - racconta Miriana, scappata dal confine serbo-bosniaco -.
Violetta piangeva e Cristina era arrabbiata, aveva capito tutto: era
cosciente del fatto che ci stavano trattando come animali».
FASCISMO - Il settimanale inglese impietosamente mette in risalto le
contraddizioni di una realtà, come quella di Secondigliano, che
rappresenta il "granaio" della camorra per quanto riguarda lo spaccio di
droga. «Un terzo dei bambini napoletani non va a scuola - spiega
Francesca Saudino, della onlus OsservAzione che lotta contro la
discriminazione di rom e sinti - e molti di loro, soprattutto i figli di
immigrati russi, odiano l'Italia e gli italiani. Ma nessuno prende loro
le impronte». Una forma di "selezione" che ha già fatto gridare al
rischio fascismo (pochi giorni fa da parte del settimanale Famiglia
Cristiana).
DICHIARAZIONI - L'Observer analizza la maggioranza di governo, con
Umberto Bossi che guida «un piccolo partito di ex fascisti», Roberto
Calderoli «ricordato per la sua apparizione in tv con una maglietta con
su una caricatura del profeta Maometto», Giuliano Ferrara che insiste
sul fatto che «non esiste una persecuzione etnica in Italia» e il
ministro dell'Interno Roberto Maroni che - di fronte al rogo in un campo
nomadi di Napoli dopo la denuncia del tentativo di rapimento di una
bambina da parte di una donna rom - afferma: «È quello che succede
quando i rom rubano i bambini». Pochi giorni fa il ministro degli Esteri
Franco Frattini ha risposto alle accuse di razzismo che arrivavano dalla
Bbc proprio in merito alla vicenda di Torregaveta (guarda il video).
«COME CANI» - Si stima che l'84% dei rom in Europa viva sotto la soglia
di povertà - ricorda l'Observer - dopo le varie persecuzioni che si sono
succedute nei secoli, fino a quella di stampo nazista. Poi ci sono state
le guerre dei Balcani. «Ho chiesto a un prete cattolico perché gli
italiani ci odiano e non ha saputo darmi una risposta. Ha detto che
anche i rom sono figli di Dio e gli ho replicato che la realtà sembra
molto diversa» conclude Miriana Djeordsevic. «Il vero crimine comunque è
ciò che è successo intorno alle mie figlie morte, trattate come cani
morti annegati nel Mediterraneo»
Migranti, gli sbarchi non vanno in ferie
A Lampedusa soccorse più di 300 persone a bordo di quattro natanti
I viaggi per mare dei migranti continuano senza sosta.
Le persone continuano a scappare da paesi in guerra,
dalle torture, continuano ad avere fame e quindi a
cercare lavoro e condizioni di vita più dignitose.
Lampedusa, la terra di frontiera italiana, simbolica,
dell’approdo all’Occidente trabocca di nuovi disperati.
Tra la notte scorsa e l’alba sono stati soccorsi 332
cittadini extracomunitari che si trovavano a bordo di
quattro natanti in viaggio verso l’isola siciliana.
Durante la notte una motovedetta della Guardia costiera
ha intercettato e soccorso 72 extracomunitari, tra i
quali 7 donne e un bambino a circa 50 miglia a Sud di
Lampedusa. In contemporanea la nave “Urania” della
marina militare ne ha soccorsi altri 175 a circa 120
miglia dall’isola Pelagia e un altro natante con a bordo
altre 40 persone. Infine, all’alba, una motovedetta
della Guardia costiera ha avvistato e raggiunto
vicinissimi a Lampedusa altri 45 immigrati, tra i quali
una donna.
Il bilancio resta comunque provvisorio perché gli
sbarchi dei fortunati che riescono a non morire nel
Mediterraneo con l’estate, si sa, aumentano. Nella sola
Lampedusa sono sbarcati, secondo un dossier della
Guardia di finanza, 12.500 immigrati in otto mesi.
Intanto, con le restrizioni in materia di immigrazione
previste dalla destra al governo, oltre alle proteste di
Bruxelles, si registrano anche i malumori del parlamento
egiziano. Il deputato egiziano Mustafa El Guindi ha
chiesto al presidente del parlamento, Ahmed Fathi, la
convocazione della commissione per i rapporti con
l’estero, per esaminare i recenti sviluppi in materia di
immigrazione avvenuti in Italia considerati «una
violazione dei principi di giustizia e di equità, visti
gli accordi e i rapporti privilegiati tra i due paesi».
Secondo il parlamentare il parlamento egiziano ha
approvato un accordo di cooperazione con l’Italia che
consente la correzione della condizione degli immigrati
illegali egiziani, prevedendo specifiche
agevolazioni.(La Rinascita online 8 agosto 2008)
"Immigrati, è emergenza nazionale"
Roma, 25 luglio 2008 -
Il Consiglio dei
ministri ha approvato
su proposta del ministro
dell'Interno, Roberto Maroni,
l'estensione all'intero
territorio nazionale della
dichiarazione dello stato di
emergenza per il persistente ed
eccezionale afflusso di
cittadini extracomunitari, al
fine di potenziare le attività
di contrasto e di gestione del
fenomeno. A comunicarlo la nota
del governo al termine del Cdm.
L'estensione all'intero territorio nazionale della dichiarazione dello stato di emergenza sull'immigrazione "risponde solo a esigenze organizzative: serve a facilitare una risposta dello Stato e non cambia quello che già c'è", ha però spiegato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. "Non saranno coinvolte forze armate", ha aggiunto il ministro precisando che si è trattato di una proposta del titolare del Viminale di cui si è discusso solo molto brevemente.
FINI: IL GOVERNO RIFERISCA
La presidenza della Camera ha contattato il governo per chiedere che all'inizio della prossima settimana, al massimo entro martedì, intervenga a Montecitorio, in Aula o in commissione, sulla vicenda dell'emergenza immigrazione. Il presidente Fini si è fatto interprete in via istituzionale con il governo di una richiesta di informativa avanzata a Fini, informalmente e con contatti telefonici, da gruppi parlamentari di opposizione.
MINNITI: GOVERNO SPIEGHI LE RAGIONI
"Apprendiamo dalle agenzie di stampa che il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per contrastare l'emergenza 'clandestini' - dichiara il ministro dell'Interno del governo ombra del Pd Marco Minniti - Le dichiarazioni successivamente rese da rappresentanti del governo non solo non chiariscono ma anzi contribuiscono ad aumentare la confusione e la preoccupazione"."Poiché non è una decisione ordinaria - aggiunge Minniti - è assolutamente necessario che il governo spieghi immediatamente al Paese e al Parlamento le ragioni, le modalità e la finalità di tale iniziativa".
IL PDCI: ORMAI E' GUERRA
"Stato di emergenza? Dopo
l'aggravante di
clandestinità e le impronte ai
bimbi rom siamo giunti alla
dichiarazione di guerra nei
confronti dei cittadini
extracomunitari. Con questo
governo, al peggio non c'è mai
fine".
E' quanto afferma Pino Sgobio,
della segreteria nazionale del
PdCI ed ex capogruppo del
partito alla Camera.
"Arrivati a questo
punto, in Italia - dice in una
nota - c'è solo
un'emergenza: la democrazia. Chi
ha a cuore le sorti del Paese si
faccia sentire. Nelle fila
dell'opposizione parlamentare
chi pensa ancora al dialogo con
questo governo sappia che si
rende complice di veri e propri
misfatti contro la civiltà
giuridica, politica e sociale
dell'Italia", conclude Sgobio. 
RODY BINDI: COSI' SI ALIMENTA LA PAURA
"Di emergenza in emergenza, il governo continua ad alimentare la paura anziché risolvere i problemi - attacca da parte sua la Bindi - Dopo la blindatura della giustizia con l'immunità per il capo del governo e dopo la militarizzazione dei cassonetti e della manovra Finanziaria, ecco lo stato di emergenza in tutto il paese per gli immigrati. Ma dove sono le masse di clandestini che premono alle porte delle nostre città? E quali sono i rischi per l'ordine pubblico? La realtà per questo governo non conta"."Conta l'effetto degli annunci che servono a giustificare un clima da Stato di polizia, più o meno palese. Si crea - prosegue - l'illusione che gli immigrati siano il problema numero uno, dimenticando il contributo di tanti lavoratori extracomunitari, e copre così l'incapacità di rispondere alle difficoltà economiche e sociali di milioni di famiglie".
CALDEROLI: E' VIA PER RISOLVERE PROBLEMA
"L'emergenza extracomunitari
era iniziata dal 2002
ma era stata limitata a solo
quattro regioni. Con il
provvedimento di oggi approvato
dal Consiglio dei ministri la
estendiamo a tutto il
territorio". Cosi' il ministro
per la Semplificazione del
programma, Roberto Calderoli
commenta l'estensione all'intero
territorio nazionale della
dichiarazione dello stato di
emergenza extracomunitari
approvata questa mattina in Cdm
su proposta del ministro
dell'Interno Roberto Maroni.
"Non e' un provvedimento per
aumentare i problemi- ci tiene a
precisare Calderoli- ma un modo
concreto per risolverli".
SBARCHI TRIPLICATI DA GENNAIO
Nei primi sei mesi del 2008 sono stati 11.949 gli stranieri che hanno raggiunto illegalmente, via mare, il nostro Paese. Il triplo dei 3.158 sbarcati nello stesso periodo 2007.
Per
una media di 66 persone al
giorno, contro i 55 del
2007 quando nell'arco
dell'intero anno arrivarono
20.455 persone. È il dato
diffuso negli scorsi giorni dal
Viminale. "La maggior parte
degli sbarchi- spiegano i
tecnici del ministero
dell'Interno- e' avvenuto a
Lampedusa e le etnie che
maggiormente effettuano i viaggi
della speranza oggi sono quella
somala e quella nigeriana". Gli
extracomunitari arrivano,
insomma, per lo piu' dal "Corno
d'Africa e, per questo, aumenta
anche il numero dei richiedenti
asilo".
Le imbarcazioni
intercettate sono state 258.
All'aumento degli arrivi
corrisponde un aumento delle
vittime: 387 sono state quelle
documentate dalla stampa nel
primo semestre 2008. In
particolare, cresce il numero
delle donne (11% contro l'8% del
2007) e anche quello dei minori
non accompagnati.
E si
sta verificando, appunto, come
confermano dal Viminale,
un cambiamento nel panorama
delle nazionalita'. Ad esempio,
crollano gli arrivi dai paesi
del Maghreb. Gli egiziani
passano dai 5.131 del 2007 ai
557 del primo semestre 2008. E
cosi' i marocchini, dai 2.341
agli 849. Piu' stabile il numero
dei tunisini (1.287), che dopo
Somalia e Nigeria rappresentano
la terza nazionalita'.
Il 75% di chi sbarca in
Sicilia arriva da Somalia
(2.556 persone), Nigeria
(1.859), Tunisia (1.287), Ghana
(853), Marocco (849), Egitto
(557), Burkina Faso (290), Costa
d'Avorio (277), Eritrea (240) e
Togo (202).
(www.quotidianonet.ilsole24ore.it
26 luglio 2008)
Come ti schedo i rom, nonostante il no Ue
di Stefano Milani
Dopo la bocciatura del Garante
della privacy arriva anche il monito di Bruxelles
contraria alla schedatura di massa dei bambini rom,
con relativa impronta digitale, proposta dal
ministro Maroni. La Commissione europea non commenta
ufficialmente quello che al momento, dice, sono
ancora «dichiarazioni» di politici. Tuttavia,
replicando alle domande di alcuni giornalisti,
Pietro Petrucci, portavoce del commissario europeo
alla Giustizia Jacques Barrot, annuncia che la
schedatura non è comunque possibile secondo le
regole Ue e che «non è mai accaduto finora in uno
Stato membro». Contrario anche il Consiglio
d'Europa. «Sono molto preoccupato - ha fatto sapere
Thomas Hammarberg, che del Consiglio è il
commissario ai diritti umani - questi sono metodi
che richiamano misure prese nel passato e che hanno
portato alla repressione dei rom».
La replica del Viminale non si è fatta attendere ed
è tutta in una nota nella quale si precisa che «la
decisione di eseguire rilievi fotodattiloscopici con
modalità informatiche nei riguardi di cittadini
stranieri» è stata presa anche «sulla base del
regolamento del Consiglio dell'Unione Europea, n.
380 del 18 aprile 2008», che prevede «l'obbligo di
rilevare le impronte digitali ai cittadini dei Paesi
terzi (per i permessi di soggiorno) a partire
dall'età di 6 anni».
Ma un conto è la schedatura coatta e indiscriminata
di un qualunque minore e un altro è la richiesta dei
suoi dati personali, con relative impronte e foto,
per la richiesta del permesso di soggiorno. L'Europa
resta comunque cauta: «Si tratta solo di un annuncio
e noi non commentiamo annunci. Parliamo solo quando
siamo di fronte a un fatto concreto, a un atto
giuridico dello Stato membro». Ma l'atto giuridico
già ci sarebbe. Ed è nero su bianco nell'ordinanza
n. 3676 firmata dal premier Berlusconi nel consiglio
dei ministri dello scorso 30 maggio. Tra i compiti
dei prefetti di Roma, Milano e Napoli nominati
commissari straordinari all'emergenza dei campi
nomadi, c'è anche quello, si legge,
dell'«identificazione e censimento delle persone,
anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti
nei campi nomadi attraverso rilievi segnaletici». Ed
è su queste due ultime parole che si gioca la
partita. Perché i «rilievi segnaletici» possono dare
adito a numerose interpretazioni. Che vanno dalla
semplice registrazione dei dati - nome, cognome e
cittadinanza di tutti gli abitanti del campo nomade
- fino alle fotosegnaletiche e ai rilievi
dattiloscopici (le impronte digitali) e perfino,
quando sarà attiva la banca dati del dna inserita
nel «pacchetto sicurezza», alla rilevazione del
codice genetico. Sarà dunque discrezione dei
prefetti-commissari, usare gli strumenti che
ritengono più opportuni.
A Roma, ad esempio, il prefetto Carlo Mosca proprio
ieri si è detto contrario all'utilizzo delle
impronte. «Nell'opera di censimento che andremo a
effettuare non prenderemo impronte ai bambini», ha
assicurato durante un incontro con gli studenti
universitari di Roma Tre. «Il lavoro che intendo
portare avanti come Commissario straordinario - ha
proseguito - prevede uno studio attento e
qualificato della situazione dei senza territorio
presenti in città che va dalla presa di contatto con
i rappresentanti delle comunità Rom al dialogo con
le associazioni che ci sono nei singoli territori».
Strada diametralmente opposta verrà intrapresa dal
suo collega di Milano, il prefetto Gian Valerio
Lombardi che oltre a sposare in pieno la proposta
Maroni, rilancia. «Nessuna novità - dice - questa
delle impronte, le norme già in vigore consentono il
fotosegnalamento per chi non riesce a dimostrare la
propria identità, siano anche minori». Il prefetto
fa riferimento, citandola, alla legge 633 del 22
aprile 1941 che prevede, per chi non è in grado di
dimostrare la propria identità, la fotosegnalazione.
Legge di stampo fascista che riguarda soprattutto le
censure e i diritti d'autore di riproduzioni
fotografiche, poi servita anche per integrare in
questo campo il famigerato Codice Rocco. E usata
soprattutto per schedare categorie di persone mal
digerite al regime come appunto i rom, gli ebrei e
gli oppositori politici.
A Napoli si è invece scelta una terza via: sì alle
impronte e alle fotosegnaletiche ai minori ma solo a
chi ha più di 14 anni. E' infatti con queste
modalità, secondo fonti ufficiose, che sarebbe già
partito da una settimana il «censimento» dei campi
nomadi partenopei, coordinati dal prefetto
Alessandro Pansa insieme alla Croce rossa.(Il
Manifesto 28 giugno 2008)
Comunicato di Almaterra
Torino, 04 giugno 2008
Vogliamo denunciare un grave episodio, accaduto questa mattina, di cui è stata testimone una Mediatrice interculturale di Moncalieri. Alle 08:30 circa, sul bus 67 (capolinea di Moncalieri), pieno di gente che a quell'ora è diretta a scuola o a lavoro, è salita una pattuglia della polizia, ha intimato a tutti gli stranieri di scendere, ha diviso maschi e femmine con bambini, ha chiesto il permesso di soggiorno.
Molte persone avevano con sé solo la carta di identità italiana, altri il permesso di soggiorno, altri ancora né l'uno né l'altro.
Tutto l'episodio si è svolto accompagnato da frasi quali : "non ce ne frega niente della vostra carta di identità italiana" , "è finita la pacchia", "l'Italia non è più il Paese delle meraviglie".
Gli agenti hanno fatto salire tutti gli uomini su un cellulare, solo un uomo marocchino, mostrando la carta di identità italiana, si è rifiutato di salire, chiedendo di che cosa veniva accusato e che avrebbe fatto riferimento al suo avvocato. Gli agenti l'hanno lasciato andare.
Nessuno dei passeggeri rimasti sull'autobus è intervenuto, anzi, molte delle persone presenti, anche sui balconi delle case intorno e sui marciapiedi, hanno applaudito.
Ci aspettiamo che venga fatta chiarezza e che non si ripeta mai più un simile episodio in un Paese che si dichiara civile e democratico.
ASSOCIAZIONE ALMATERRA
Fermiamo il genocidio culturale
31 maggio
2008 Piazza Sabotino
Zona San Paolo-Torino
alle ore: 15.00

Rom nel campo di sterminio di Belzec in Polonia, 1940
Verità e giustizia per Hassan
CHIUDERE I CPT ORA!
Tra pacchetti sicurezza e campagne d'odio per il diverso si muore nel CPT di
Torino
Dopo l'ultimo delitto crudele della mistificazione e della calcolata
disinformazione non si può più restare in silenzio,occorre agire, questo
silenzio è assordante e colpevole. C'è un'oscura connivenza tra una parte del
giornalismo italiano, una parte delle forze dell'ordine, una parte della
politica italiana per giustificare un'incivile repressione. 8 Giugno le
Associazioni Rom e Sinte in Italia e le associazioni di volontariato, gli
artisti, gli intellettuali e le persone di buon senso organizzano a Roma un
corteo di protesta civile. Aderite e fate aderire prima che sia troppo tardi!!
Occorre ribadire alcuni concetti che vengono mistificati,
Tutti credono che Rom siano solo stranieri.
Non è vero !, infatti l'80% dei Rom e Sinti che vivono in Italia sono cittadini
italiani
Tutti credono che i Rom sono nomadi.
Non è vero !, Infatti la maggior parte di quelli presenti sul territorio
italiano sono sedentari
Tutti credono che il campo nomadi è la soluzione ideale.
Non è vero !, Infatti i rom arrivati in Italia nei loro paesi di origine avevano
le case, il campo non è un tratto culturale della popolazione romanì, ma
un'imposizione dovuta alla non conoscenza.
Tutti credono che zingaro sia il nome di questo popolo.
Non è vero !, infatti il termine corretto è Rom o Sinto. Occorre far rispettare
le convenzioni internazionali nei confronti dei Rom, il 70% degli italiani sono
razzisti nei confronti dei Rom, la carta dei diritti dell'uomo in Italia per i
Rom non vale. Non abbiamo nulla se non il nostro coraggio!! (Torino Social Forum
30 maggio 2008)
In migliaia sfilano contro fascismo e razzismo
Contro il fascismo, il razzismo e la xenofobia. Anche e soprattutto quando hanno una faccia «qualunque», quella del ragazzo nato e cresciuto nel quartiere o incontrato mille volte allo stadio. E' per questo che in migliaia hanno attraversato ieri sera le vie del Pigneto, oltre che per esprimere solidarietà e condannare il raid xenofobo che sabato scorso ha devastato tre empori del quartiere multietnico romano, il primo in via Macerata gestito da un indiano, gli altri due da bangladesci in via Ascoli Piceno.
Alla manifestazione, autoconvocata dall'assemblea cittadina di domenica sera, hanno partecipato in oltre tremila e, al di là di chi siano gli aggressori e delle motivazione che hanno portato ad un simile atto di violenza, la risposta si legge nello striscione dell''associazione del Bangladesh Dhuumcatu: «Destra o sinistra, chi caccia gli stranieri, lavavetri, rom e rumeni, sempre fascista è». L'associazione prende il nome da una rivista fondata dal poeta Kazi Nazrul Islam, a cui la comunità del Bangladesh in Italia è molto legata.
Ma ci sono anche i senegalesi di via Campobasso, una folta delegazione di donne marocchine arrivate da Testaccio, tra loro Siham, 30 anni, ma ne dimostra molto meno, arrivata da un anno in Italia e che fa la baby sitter, e tanti latinoamericani. Una bicicletta traina un carrello con l'altoparlante e la folla grida «basta governo razzista». C'è anche il comitato italiano del Fronte di liberazione del popolo dello Sri Lanka. Tanti colori, veli, lingue e nazionalità ma una sola richiesta: rispetto nella diversità. Molti immigrati vivono al Pigneto da anni e per tutti il clima xenofobo che ha prodotto il raid è frutto di una politica sia di destra che di sinistra che li ha strumentalizzati a scopo elettoralistico. «Il pacchetto sicurezza lo vogliono tutti» dice Said, maghrebino di 32 anni. Eppure, rincara la dose Edgar del comitato dei latinoamericani a Roma, «noi rappresentiamo il 10% del prodotto interno lordo, tutta la frutta che voi mangiate passa per le nostri mani e anche al nord nelle fabbriche ci lavoriamo noi stranieri. Se ce ne andassimo all'improvviso tutti insieme vorrei proprio vedere quanti italiani sarebbero disposti a fare i lavori che facciamo noi». E per questo chiedono diritti e rispetto.
Ma ci sono anche molti residenti del Pigneto che pur manifestando la loro solidarietà non negano che qualche tensione nel quartiere si respiri. «Sta sviluppando troppo velocemente - dice Maurizio che vive in un appartamento sull'isola pedonale - Girano troppo soldi, locali che aprono come funghi, affitti e costi delle case arrivati alle stelle ma questo resta un quartiere popolare e non sempre si riesce a gestire un cambiamento così veloce e radicale». Eppoi ci sono i problemi, in comune anche con altri quartieri romani, legati allo spaccio di droga e alla microcriminalità. «Ma la mafia e la prostituzione - dice un immigrato colombiano - non l'abbiamo portata noi in Italia». Intanto la signora Rosa, anziana residente di via Fanfulla da Lodi, ha tirato fuori il suo banchetto e vende arachidi. Comunque, quella di domenica con l'assemblea cittadina che si è tenuta sull'isola pedonale e quella di ieri con il corteo che ha attraversato il quartiere «è una risposta democratica - dice Luigi Nieri assessore al bilancio della regione Lazio - contro un raid xenofobo che la storia di questo quartiere non può tollerare, ci sono delle responsabilità morali per quanto è accaduto, e ce l'hanno tutti i politici che in questi mesi hanno soffiato sul fuoco dell'intolleranza. Che ognuno di assuma le proprie responsabilità». E non è certo d'accordo con il sindaco Alemanno, che ieri ha fatto un rapidissimo giro nel quartiere, per il quale quanto accaduto sabato pomeriggio al Pigneto non ha alcuna connotazione politica. Dopo un giro nel quartiere il corteo ritorna all'isola pedonale dove Giammarco Palmieri, presidente del VI municipio e Piero Marrazzo, da poco ex presidente della regione Lazio, stanno per concludere un comizio davanti ad una trentina di persone. «Però potevano anche aspettarci» commentano sarcastici alcuni manifestanti. Poi si scatenano in balli e canti che, con tutta probabilità, continueranno fino a tarda notte.(Il Manifesto 26 maggio 2008)
Rabbia a Torino per la morte di un marocchino nel Cpt
Aveva la polmonite e nessuno l'ha
soccorso.
E mentre il ministro dell'Interno Maroni lancia lo slogan “un Cpt per ogni
regione”, in quello di Torino muore un immigrato.Asfissia improvvisa da
polmonite fulminante, questa la causa della morte di Hassan Nejl marocchino di
36 anni detenuto nel “nuovo” Cpt torinese. Una morte inattesa, afferma la
direzione del centro, che respinge le accuse di carenza e lentezza nei soccorsi.
«Venerdì verso le 21:30 ha accusato un mal di gola ed è stato visitato da uno
dei nostri medici che gli ha somministrato un medicinale per questo», afferma il
direttore del centro affidato alla gestione della Croce Rossa Italiana, Antonio
Baldacci.
«Due ore dopo il personale della nostra ambulanza, di ritorno da un servizio, ha
parlato con lui: era sveglio, lucido e stava andando a dormire. Solo verso le
9:15 di sabato siamo stati avvisati dai suoi compagni che non si muoveva più.
Siamo andati a vedere ed era morto. Non ci è rimasto che chiamare il medico
legale, secondo il quale la morte sarebbe sopraggiunta circa 5 ore prima per
asfissia improvvisa da polmonite fulminante».
Di altro avviso invece alcuni compagni della vittima i quali parlano di febbre
alta che l'uomo avrebbe avuto per tutta la giornata di venerdì e di richieste di
aiuto rimaste inascoltate durante la notte messe a tacere della promessa che un
medico si sarebbe occupato di lui al mattino. Rabbia tra gli immigrati del Cpt,
«abbiamo chiamato i soccorsi, ma senza avere risposta»
denunciano.(La Rinascita online 26 maggio 2008)
Respinta l'assimilazione dei Rom ai criminali
(ASCA) - Strasburgo, 20 mag - ''La commissione europea respinge l'assimilazione dei Rom ai criminali''. Cosi', il commissario agli Affari sociali e pari opportunita' Vladimir Spidla, intervenendo al dibattito straordinario al Parlamento europeo sulle politiche per i Rom. ''Gli Stati membri - ha continuato il commissario - indaghino contro chi commette reati razzisti e lo punisca. Il senso dell'Unione europea e' di superare i pogrom e l'odio razziale''. ''Le espulsioni siano decise caso per caso e, in caso si decida per il si' l'urgenza sia motivata specificamente. L'Ue comunque potra' assumere il ruolo di coordinatore nella lotta contro la discriminazione per l'applicazione della direttiva, che pero' deve essere completata da iniziative nazionali che diffondano l'informazione su diritti e obblighi. Bisogna offrire a tutti l'opportunita' di risolvere i loro problemi. Anche attraverso la possibilita' per gli Stati di attingere ai fondi del Fondo sociale. Invito il governo italiano a dibattere con noi dei risultati di questa attivita' e prestare attenzione alle lezioni che se ne potranno trarre''.
Se l'Italia si fa ronda
KIT SICUREZZA A CURA DEL MINISTERO DELL'INTERNO - TRIANGOLO NERO
RITAGLIA IL TRIANGOLO LUNGO LA LINEA TRATTEGGIATA.APPICCICALO SUL PRIMO ROM CHE INCONTRI E SPEDISCI IL TUTTO AL LAGER PIU' VICINO .
di Tommaso Di Francesco
Che
cosa hanno in comune gli assalti ai rom diventati il pericolo pubblico
numero uno, la campagna di maxi-blitz di polizia in tutta Italia,
l'introduzione da parte del governo del reato di clandestinità con la
richiesta di poteri locali straordinari?
L'Italia si fa ronda, sostenuta da un governo che ne rappresenta
l'avanguardia politica. Il gioco è sporco e ci riguarda. Qui si parla di
libertà. Quella che vogliamo costruire, per la quale esistiamo. Una
libertà liberante, inclusiva, che riconosce l'irripetibilità dell'altro
nella sua capacità di costituirsi come soggetto che spera, lotta, cambia
il mondo; una libertà che integra e parla agli individui, ai deboli, ai
loro bisogni, nella dolorosa consapevolezza d'essere sfruttati e divisi
in classi, emarginati dai processi di globalizzazione forse giunti a un
punto terminale. In una umanità sessuata ma in guerra oscura e materiale
con il genere femminile contraddetto e avversato da ogni forma di potere
maschile.
Ecco che ora invece l'Italia si fa ronda, anzi si fa «comunità», nel
senso degenerato dello slogan neonazista-forzanuovista «difendi il
simile, distruggi tutto il resto». Escludi tutto il resto. E cieca
riduce il delitto alla sola appartenenza etnica. Peggio. Chi non è
simile non solo è diverso, è tout court colpevole. Così la clandestinità
non è la condizione tragica di chi decide di diventare protagonista del
proprio destino e sceglie la fuga dalla miseria del Maghreb, della
grande Africa nera o dell'Asia. Questo voler fuggire dalle condizioni
reali di dannati della terra è nient'altro che crimine. Qualcuno, in
modo bipartisan, invoca una «politica estera adeguata» lì dove la
migrazione ha origine. Vuol dire che allarghiamo l'universo
concentrazionario, con nuovi cpt subito in ogni regione italiana prima
della grande pulizia etnica, per poi assegnare ai regimi locali le
chiavi dei cancelli di nuovi campi di concentramento che già disegnano
una geografia carceraria, da Ceuta e Melilla alla Libia e all'Egitto. È
la sicurezza tour operator.
E i rom, che in molti hanno subìto le recenti espulsioni delle guerre
balcaniche e tutti lo sterminio nazista come gli ebrei, diventano
sinonimo di richiesta di sicurezza. Eppure ben altro è il delinquere
italiano delle grandi mafie come dei pozzi neri profondi sparsi nella
periferia del Belpaese. Siamo all'ideologia della sicurezza. Ideologia
vuol dire falsa coscienza. Guardate a Niscemi dove tre adolescenti
diventano branco e seviziano il corpo di una ragazza coetanea, si danno
l'ordine d'uccidere per Sms, pronti a raccontare che la vittima prima di
sparire «aveva sentito un uomo nero»; e ora il paese chiede la «cacciata
del branco». Quando dietro c'è «da cacciare» una generazione costretta
nell'adolescenza al sesso come sotterfugio, nell'incapacità di
confrontarlo con i modelli mediatici dominanti e quelli «paesani» e
adulti del gruppo d'appartenenza. Guardate all'ossimoro che cammina in
carne ed ossa per le strade di Napoli. Dove alla testa delle proteste
popolari contro i rom c'è la camorra, la stessa che negli ultimi mesi ha
insanguinato con centinaia di delitti veri quella città. La comunità dei
simili applaude.(Il Manifesto 16 maggio 2008)
Il corteo del 25 aprile a Verona
Di
gioia e di indignazione. Di orgoglio e di rabbia. Di una libertà colorata e
meticcia che annuncia il comune a venire. Di questo e di altro ci ha parlato il
corteo del 25 aprile a Verona.
Cinquemila migranti. Uomini, donne e bambini che rivendicano assieme di essere
cittadini veronesi. Perché la città è fatta di chi la abita e di chi ci paga le
tasse. Di chi ci ha casa. E di chi ci lavora e la casa non riesce tuttavia a
trovarla perché non si affitta agli stranieri, perché il patrimonio immobiliare
pubblico viene svenduto, dismesso o assegnato con logiche coloniali, perché il
reddito dei precari è intermittente o semplicemente troppo basso per poter
accedere al mercato privato degli affitti . Di chi ha scelto di viverci e ci ha
messo mobili radici a causa della precarietà del lavoro, dell'insicurezza
quotidiana, della costante negazione dei diritti.
Un corteo colorato e festoso. Moltitudinario e indisciplinabile. Perfettamente
all'altezza dell' irrapresentabilità dei migranti e dei precari che lo
componevano. Aperto da donne e bambini che sono nati qui anche se hanno la pelle
di un colore più scuro. E che qui probabilmente sceglieranno di restare. E che
vogliono risposte.
Vogliono reddito, diritti e dignità. Vogliono concreta visibilità.
Partecipazione. Quella partecipazione che si conquista con il diritto di voto,
certo. Ma prima ancora di questo nell'autonomia di una presa di parola
soggettiva e non delegabile che i diritti li conquista da sé come pratica della
vertenzialità diretta sui luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle città.
Un corteo che non ha tollerato di essere chiuso fuori dal centro storico. Che ha
vissuto come una provocazione la blindatura della piazza, del luogo fisico in
cui si concentrano una produzione delle decisioni politiche e amministrative
legittima e vincolante per tutti perché imperniata sulla finzione della
rappresentanza dei partiti - ma i migranti non votano e la cittadinanza la
subiscono solo passivamente, come diluvio di ordinanze, controlli, vessazioni
quotidiane; come somma di "doveri" cui non corrisponde alcun "diritto" - e il
delirio regolativo di un sindaco che interpreta il suo ruolo come quello di un
podestà.
Un 25 aprile di reale liberazione e non puramente celebrativo è stato quello di
quest'anno a Verona,
Delle "tensioni" che hanno accompagnato alcuni momenti del corteo, ricorderemo
per sempre tre cose.
Il grido "libertà, libertà" ritmato da migliaia di voci e di cuori di tutti i
colori nelle vie del centro di fronte ai blindati della polizia. L'avanzata di
corsa, ingovernabile, di giovani maghrebini e africani che ha sorpreso la stessa
organizzazione del corteo e travolto le fila dei reparti mobili in disordinata
fuga.
La rabbia impotente e cieca dello sbirro che da solo ha cercato il contatto con
le prime fila del corteo e la nervosa carica che ne è seguita. Non una
dimostrazione di forza, ma di paura. La paura di chi ha conosciuto oggi la
potenza dell'indignazione. La gioia insubordinata e sovversiva di chi ha deciso
di conquistarsi i diritti e gli spazi ed inizia a farlo davvero.
Gli occhi scintillanti del ragazzino senegalese, infine, che di fronte agli
scudi della polizia. tutt'altro che impaurito, ridendo diceva orgoglioso:
"questa è vita!".
Ringraziamo tutti e tutte, i fratelli e le sorelle migranti, i migranti e le
migranti di Verona e provincia e i molti che sono arrivati da Brescia, da
Vicenza, da Padova, Mestre, Treviso e Vicenza, i fratelli e le sorelle dei
centri sociali del Nordest e tutti quelli e quelle che ci hanno aiutato nella
costruzione di questa grande giornata.
Stay tuned
La lucha sigue!
Coordinamento Migranti Verona - Coordinamento Migranti dell'Est Veronese -
Collettivo Metropolis (25 aprile 2008)
Bindi: Moratti attenta, niente soldi
Milano, niente asilo per i bambini senza permesso di soggiorno. È bufera sul sindaco
Preferenza nazionale. È il
progetto politico di estrema destra fatto proprio
dalla Lega nord e che sta dietro, a ben guardare,
alla circola
re emessa dal sindaco di Milano Letizia Moratti che nega ai bambini figli di immigrati senza
permesso di soggiorno la possibilità di iscriversi
agli asili e alle scuole materne comunali. In aperta
violazione della Carta dei diritti dell'infanzia
dell'Onu e persino in contraddizione con lo spirito
della legislazione nazionale che regola il nostro
sistema educativo. Una mossa politica con cui l'ex
ministro dell'Istruzione si candida a diventare il
punto di riferimento dei sindaci leghisti del nord
est. Ma il provvedimento, che in realtà prosegue
sulla stessa strada intrapresa lo scorso anno
dall'amministrazione comunale, ha mandato su tutte
le furie la ministra della famiglia Rosi Bindi: «Un
pessimo esempio di politica locale che colpisce la
famiglia e dentro le famiglie i diritti dei più
deboli e dei bambini - è stata la reazione immediata
alla notizia -. Non sono tollerabili discriminazione
di alcun genere nell'accesso a servizi essenziali,
come le scuole d'infanzia. Tutti i bambini, compresi
i figli degli immigrati privi di permesso di
soggiorno, hanno diritto a frequentare l'asilo nido,
non è quindi accettabile introdurre clausole di
esclusione di questo tipo». In particolare, spiega
pazientemente Rosi Bindi, «l'educazione è la via
maestra per favorire l'integrazione delle famiglie
straniere, per imparare a vivere insieme e a non
aver paura gli uni degli altri». Poi la ministra si
avvale dell'autorità che le compete: «Il governo ha
predisposto un piano straordinario per gli asili
nido che nel triennio prevede un investimento di
circa 800 milioni di euro, e l'intesa che abbiamo
siglato con le Regioni non prevede alcun tipo di
discriminazione». Letizia Moratti è avvisata:
attenzione, ammonisce in sostanza Bindi, se volete i
soldi tornare sulla retta via.
Meglio tardi che mai, visto che già dall'anno scorso
le domande di iscrizione presentate per i propri
figli da extracomunitari clandestini o in attesa di
rinnovo del permesso di soggiorno venivano accettate
con la «riserva» di poter essere respinte qualora i
genitori non riuscissero a regolarizzare la propria
posizione. E già allora alcuni consiglieri comunali
come l'indipendente eletta nelle liste del Prc
Patrizia Quartieri, che fa parte di Rete Scuole,
avevano posto il problema e interrogato invano la
sindaca. Ora da quest'anno, secondo la circolare
della giunta pubblicata sul sito del comune di
Milano che riguarda le 170 scuole d'infanzia
comunali (più avanti ne sarà emessa una simile
specifica per i nidi), la richiesta di iscrizione
non sarà più accettata «con riserva». Ma solo nel
caso le famiglie riescano a ottenere «il permesso
entro la data del 29 febbraio 2008», altrimenti la
domanda non verrà formalizzata. «Vedrete che non
cambierà nulla, abbiamo posto per tutti», si
affretta a ribattere l'assessore all'educazione
Mariolina Moioli, che un anno fa condusse la guerra
contro la scuola araba e poi la trattativa con i rom
di via Triboniano per il riconoscimento dei «Patti
di legalità». Ma subito dopo Moioli ci ripensa e
risponde piccata alla ministra Bindi: «Da che
pulpito viene la predica», dice chiedendo al governo
di intervenire sugli stranieri «al fine di garantire
dignità e sicurezza per tutti».
Il punto è proprio questo: «Qui ormai si parla di
immigrati solo in contesto di legalità e sicurezza -
accusa Quartieri - Moratti cavalca l'onda xenofoba e
la Lega come abbiamo visto domenica scorsa con
l'adesione alla manifestazione». Nelle materne
comunali di Milano il 23% sono bambini stranieri.
Purtroppo, spiega Quartieri, le statali sono
pochissime e non c'è alcun interesse ad incrementare
quelle comunali, piuttosto si finanziano i privati.
Il ministero di Fioroni si dice preoccupato che la
circolare porti ad una disequilibrata distribuzione
di alunni immigrati, spinti verso le scuole statali
o paritarie. Per il ministro Paolo Ferrero invece
l'iniziativa è semplicemente «razzista», «peggio di
quella del sindaco di Cittadella». «La logica è la
stessa - dice - si vuole emarginare e rendere
invisibili i clandestini». E questa volta si punta
direttamente sui bambini.(Il Manifesto 21 dicembre
2007)
La torbida xenofobia dei media italiani
di Gennaro Carotenuto
Cosa succederebbe in Italia se un pregiudicato romeno ubriaco investisse
sulle strisce una signora italiana con due bambini e la riducesse in fin
di vita? La risposta è facile, diverrebbe in un lampo prima notizia su
tutti i media e molti sciacalli sarebbero pronti a organizzare
fiaccolate, a chiedere mano dura, espulsioni e a fare passeggiate
vestiti come Humphrey Bogart. Cosa succede se avviene il contrario?
Questa settimana ne abbiamo avuto una ATROCE dimostrazione pratica. E i
media italiani ne escono in maniera vergognosa.
L
a
storia, nella sua crudezza, è semplice. Il giorno 20 novembre in pieno
giorno, nella città di Roma, la cittadina rumena Marinela Martiniuc, 28
anni, attraversava sulle strisce nei pressi di una scuola. Spingeva una
carrozzina con suo figlio Elias di appena quattro mesi e teneva per mano
sua nipote Adina di 12 anni.
Sono stati spazzati via da un'auto guidata da un cittadino italiano, in
evidente stato di ebbrezza, e appena uscito di galera. Il neonato è
stato sbalzato a 20 metri di distanza, la piccola Adina ha avuto
multiple lesioni alle gambe. La signora Martiniuc è stata per 24 ore
incosciente ed in pericolo di vita. Tutt'ora è ricoverata in condizioni
critiche.
Nessun giornale o gr o tg ha ritenuto opportuno diffondere la notizia.
Questa è stata diffusa oggi, cinque giorni dopo, solo in una lettera
inviata da Anna Maffei, presidente dell'Unione cristiana evangelica
battista italiana, pubblicata dal quotidiano Il Manifesto.
Maffei invita a una riflessione sul ruolo dei media nella costruzione
del clima di insicurezza e di crescente intolleranza e xenofobia fra la
gente comune. Ha ragione: i media mainstream oramai formano un compatto
partito del pregiudizio e utilizzano il loro sterminato potere per
diffonderlo ad arte. Per un'elementare regola giornalistica infatti, se
i romeni e solo i rumeni (o i rom che per il giornalista medio è lo
stesso) sono tutti stupratori, assassini, ladri, autisti ubriachi,
l'ennesimo cane che morde l'uomo non deve far notizia. Ma se è l'uomo
italiano (pregiudicato e ubriaco) a mordere la cagna rumena, questa non
dovrebbe essere una notizia più del suo stereotipato opposto? Non
dovrebbe causare scandalo e vergogna che un nostro connazionale abbia
ridotto in fin di vita una donna straniera e due bambini?
Sarebbe un triste paradosso, ovviamente, se solo per questo i media
facessero un buon servizio all'informazione. La Maffei centra
perfettamente il punto. Oggi i media mainstream, manipolando e
scegliendo le notizie in maniera intenzionale, rappresentano un
generatore di insicurezza sociale, intolleranza e xenofobia. E i
giornali italiani che strillano l'investimento (o lo stupro, o
l'omicidio) di una cittadina italiana da parte di un cittadino
straniero, ma nascondono il caso opposto e sminuiscono sistematicamente
i crimini dei quali gli stranieri sono vittime, vanno definiti per quel
che sono: razzisti.
Per turpi fini (politici o commerciali che siano) si stanno prestando a
mettere in pericolo la convivenza civile in questo paese e stanno
giocando con la nostra democrazia. E' tempo che chi ha a cuore la
convivenza civile in questo paese chieda sistematicamente loro conto
delle loro intenzioni e malintenzioni. Un altro giornalismo è
possibile.(www.giannimina-latinoamerica.it 26 novembre 2007)
Appello contro la violenza su donne e migranti
Orrore.
Sgomento. Incredulità. Non servirebbe neppure fare l'elenco degli
aggettivi che hanno accompagnato le nostre giornate durante il lungo
ponte d'inizio novembre. Una vergogna bipartisan, collettiva al punto
tale da non sapere più se siamo in un film o nella realtà. Prima di
quella data erano state indette due manifestazioni. Ma se per la
manifestazione del 17 novembre ci sarà la mobilitazione generale di
tutto il movimento nato prima a Seattle e poi a Genova, non è detto che
i fatti appena accaduti intorno alla morte di Giovanna Reggiani generino
un'altrettanta presa di coscienza collettiva, con relativa ampia
partecipazione, rispetto alla manifestazione indetta per il 24 novembre
a Roma contro la violenza che si perpetua ormai incontrollata sui corpi
delle donne e anche sui corpi dei migranti.
Siamo di fronte a un orrore che sfiora vette di follia collettiva.
Perché Giovanna Reggiani e Nicolae Mailat, il ragazzo che l'ha rapinata
e spintonata nel dirupo del degrado collettivo che affligge la città
della dolce vita, tanto quanto una qualsivoglia altra città del sud o
del nord, sono diventati, ai nostri occhi, entrambi corpi offesi,
collettivizzati (pur essendo singoli) e strumentalizzati, sfruttati dal
potere immateriale dei media e dal potere materiale di chi ci governa.
Hanno usato il corpo di Giovanna per far passare nella notte il decreto
sulla sicurezza dimenticando persino le normative europee che vietano
l'espulsione immediata e coatta dei migranti e hanno usato il corpo di
un migrante - impregnato di un degrado lasciato a se stesso da chi ci
governa - per ripescare il famoso nesso migrante uguale criminale. Se
non fosse stato per alcuni editoriali firmati da donne per Liberazione e
Il manifesto nessuno avrebbe potuto pensare che la violenza contro le
donne è prevalentemente legata all'oikos, all'ambiente domestico, caldo,
civile, occidentale. Perché nessuno legge i rapporti dell'Istat e
nessuno riflette sull'escalation di orrore che corre sugli schermi
televisivi e su tutti i giornali mainstream. Non la «gente», quella
intervistata per le vie di Roma e Milano. La «gente», infatti, non ama
la forca e la gogna collettiva settecentesca ma si modula in questa
direzione perché anch'essa strumentalizzata da tutti coloro che cercano
un facile consenso politico.
![]()
Da Genova in poi gran parte del nostro lavoro intellettuale e politico
si è a lungo soffermato sulla necessità di costruire una dura lotta ai
Cpt, alle politiche securitarie, al regime delle espulsioni che noi
amiamo definire «deportazioni». Ma siamo anche donne singole che si
rifiutano di congedarsi dalla politica nonostante un clima niente
affatto favorevole ai movimenti.
Chiediamo pertanto a tutte le compagne del movimento nato a Genova che
la manifestazione del 24 novembre sia grande, partecipata, importante.
Facciamo appello affinché vi sia una presa di coscienza collettiva sulla
strumentalizzazione dei corpi femminili e migranti per finalità in cui
non ci riconosciamo perché false, ideologiche, costruite ad hoc per
legittimare un consenso collettivo bipartisan. Diciamo di no al nesso
migrante=clandestino=criminale. Diciamo di no a tutte le politiche che,
anziché fare riferimento alla realtà dei fatti (tra cui vi è anche la
continua violenza fisica e psicologica perpetuata da uomini di qualsiasi
nazionalità e classe contro le donne), continuano ad attingere argomenti
e procedure direttamente dai testi di Lombroso. Chiediamo di essere in
tante sabato 24 novembre a Roma. Dobbiamo dire di no alla violenza sui
corpi femminili ma soprattutto dobbiamo dire di no alla
strumentalizzazione dei nostri corpi e dei corpi dei migranti per
pratiche che instaurano i rastrellamenti, le rappresaglie, l'odio
collettivo tra le strade delle nostre città.
A. Simone, F. Sossi, O. Guaraldo, A. Sciurba, M. Andreani, A.
Moscati, I. Scovazzi, A. Azzaro
Per adesioni: simoneannait@yahoo.it
(Il Manifesto 15 novembre 2007)
Più lavavetri, meno sindaci
di Marica Guazzora
I
n
questi giorni è comparsa su un muro di Torino la scritta "Più lavavetri,
meno sindaci". Meno male. Qualche graffitaro fa della simpatica ironia.
La questione, che ha visto sindaci, anche del centrosinistra,
trasformarsi in sceriffi, deve fare riflettere tutta la sinistra e non
solo. Il condizionamento dei mezzi di informazione colpisce tutti, anche
i comunisti. Spesso non ci rendiamo conto di quanto questo
martellare sul "diverso" cominci ad erodere le nostre certezze, finchè
non ci capitano episodi come quello che ho vissuto in questi
giorni. Una zingara scarmigliata e sporca (particolari che da soli
identificano avversione) con un bimbo in braccio mi chiede i
soldi per comperare il biglietto del pullman. Sono infastidita da questa
donna che fuma, indifferente che il fumo venga respirato dal suo
bambino. Le dico di no e continuo per la mia strada. Lei cammina dietro
di me, ho l'impressione che mi segua, affretto il passo, quasi corro
verso il portone di casa, mi infilo dentro e richiudo in fretta. La
donna, che non mi stava affatto seguendo, prosegue indifferente per la
sua strada. E io mi soffermo a pensare, non senza vergogna, che ho avuto
un momento di panico, addirittura di paura, paura di una donna con
un bimbo in braccio. Cosa avrebbe mai potuto farmi? Mi tirava il
suo piccolo? Eppure, eccola lì, la paura del diverso.Un terrore
indotto dal martellamento mediatico.
Ha colpito anche me, comunista, femminista, antirazzista . Solo per un
momento. Ma ha colpito. Diverso per etnia, per tendenza sessuale, per
religione, per genere. Ecco che una donna,
diversa perchè mendicante, perchè zingara e non ultimo perchè scarmigliata e
sporca, incute paura, di per sè, senza che abbia fatto assolutamente
nulla. Perchè stupirsi quindi del fastidio, perfino della paura per il
lavavetri, particolarmente insistente, che di sicuro insiste di più con
una donna, perchè immagina che questa abbia il cuore più tenero, mentre
spesso al volante di quell'auto c'è una persona che prova solo fastidio,
e voglia che il semaforo diventi verde in fretta, che guarda da un'altra
parte cercando di cancellare quel lavavetri dalla sua vista,
perchè quel lavavetri ha il viso e l'odore della miseria , e se non lo
vede lì, al semaforo, può continuare a pensare che la miseria non
è un problema suo, anzi, non esiste, e poi "perchè questi non tornano
al loro paese che noi di problemi ne abbiamo già tanti"!!??
"Abbiamo cantato per restare in vita"
«Quando abbiamo cominciato a
urlare, perché non riuscivamo più a stare aggrappati
alle reti, il peschereccio ha dato corda per potersi
allontanare... non volevano sentirci gridare, ma
neanche ci hanno fatto salire a bordo!». Il racconto
di Justice è di nuovo lì, ancorato a quei tre giorni
di maggio appesi alle reti dei tonni. Ventisette
uomini abbandonati in mezzo al Mediterraneo, mentre
la burocrazia internazionale litigava su quale paese
dovesse prendersi l'onere del salvataggio, se Malta
o la Libia. Immagini di un dramma s
pettacolare
che hanno fatto il giro del mondo, parlando anche a
nome delle tantissime tragedie silenziose che si
consumano di continuo lungo le rotte del mare
proibito.
In diciotto si trovano ora nella provincia di
Caserta. Vengono dalla Nigeria, dal Niger, dal
Ghana, dal Burkina Faso, dal Togo: la Campania come
meta involontaria decisa dalle strategie
imperscrutabili della questura di Crotone, che
fornisce i biglietti del treno. Li incontriamo nei
giardini del centro di accoglienza «Fernandez» per
proporgli un video.
Loro mostrano la prima pagina dell'Independent,
ricordano i servizi sulla Bbc e le Figaro.. reliquie
di un naufragio che diventa un media-event globale.
I più avvertiti sanno che tanta visibilità
probabilmente gli ha giovato. Quello che non possono
immaginare è che effettivamente la loro statistica
ha dell'eccezionale: ventisette riconoscimenti di
protezione umanitaria su altrettanti casi, in un
paese in cui la tutela dei rifugiati è troppo spesso
un terno al lotto.
Il racconto corale non dimostra affatto le malizie
dell'abitudine ai media. La memoria riemerge con
timidezza, senza epica gratuita. Adama, burkinabe,
ricorda «le gambe gonfie per l'acqua e la corda con
cui ci siamo legati quando la stanchezza è diventata
insopportabile». Con la paura e lo sfinimento arriva
anche la voglia di farla finita, «anche perché -
aggiunge John- prima del naufragio eravamo già stati
una settimana in balia del mare» e così «mentre
stavamo attaccati alla rete abbiamo cominciato a
pregare e cantare tutti insieme per farci coraggio,
per impedire che qualcuno si buttasse in acqua».
Tre giorni passati a parlarsi e a gridare insieme,
tra ventisette persone che non si erano mai
incontrate prima. Hanno condiviso tutto, dalla
disperazione alle venti mele che, secondo l'accusa
di Adama, sono «l'unico sostegno venuto dal
peschereccio. Dicevano che sarebbero affondati se
provavano a imbarcarci, ma era evidentemente una
bugia ». Un cinismo ingiustificabile, il frutto
avvelenato della criminalizzazione delle migrazioni:
ancora si ricordano i casi di pescatori come Corrado
Scala di Portopalo, che nel 2003, dopo aver salvato
130 persone venne inizialmente arrestato e la barca
sequestrata per «favoreggiamento dell'immigrazione
clandestina».
Il ricordo di Justice parte invece dalla Libia,
perché lì voleva restare: «Sono scappato dalle
persecuzioni religiose e pensavo che un paese
musulmano fosse la meta giusta». Ma il comportamento
della polizia libica lo ha scioccato: «più di una
volta mi hanno rubato i soldi e perfino stracciato
il permesso di soggiorno. Mi dicevano che loro ce
l'avevano dato e potevano farne quel che volevano».
Ricorda la preparazione della partenza da Al Zuara,
il percorso fino alla barca «bendati» e poi la
sorpresa di quel rottame di legno lungo pochi metri.
Senza nessuna guida:«ci hanno fatto vedere come si
tiene in mano il timone del motore, dicendo di
andare 'sempre dritto'.. a quel punto non volevamo
più partire, ma siamo stati minacciati. Avevamo
visto troppo».
Quanto al prezzo Justice racconta una specie di asta
al contrario: «I primi hanno pagato fino a 1200
dollari. Poi, quando rimane un po' di spazio in
barca e nessuno ha abbastanza denaro il prezzo
scende. Io me la sono cavata con 500».
Dal loro punto di vista l'Italia «è stata la
salvezza», cosa che non impedisce a Justice di far
notare che però «anche dopo il salvataggio non ci
hanno mai fatto capire niente. Nessuno ti spiega
quello che sta per succedere se non un secondo prima
che accada». Come al centro di identificazione di
Crotone dove tutti sono restati almeno un mese «e
poi un giorno ci hanno detto di andar via. Ma senza
nessuna indicazione».
Da allora solo cinque sono ospiti al centro
Fernandez, mentre gli altri dormono stipati in
appartamenti di connazionali o addirittura in case
in costruzione. Nessuno ha ricevuto il titolo di
viaggio, un fondamentale surrogato del passaporto.
L'ansia del futuro è perciò il sentimento comune di
questo piccolo collettivo di sopravvivenza. Una
storia di fuga e di amicizia: allo sportello
rifugiati della provincia di Napoli era stato
segnalato solo l'arrivo di John, ma lui ha convocato
gli altri diciassette. Il risultato è che da martedì
in nove saranno ospitati a Venezia, mentre
altrettanti dovrebbero finalmente ricevere un letto
dalle strutture di accoglienza napoletane.
Per qualche decina di casi risolti, però, come
denuncia Emiliano Di Marco, operatore del progetto
Iara, «in Campania ci sono centinaia di rifugiati
che restano senza nessuna assistenza». Quasi in
mille, del resto, si sono già riuniti in assemblea
il quattro agosto al centro sociale di Caserta.
Anche loro, per l'autunno, non hanno intenzione di
restare con le mani in mano.(Il Manifesto 21 agosto
2007)
*mediattivista InsuTv
Progetto Porta Palazzo
Lettera al Manifesto
di Fiorenzo Balbo, insegnante
Alcune
settimane fa, di notte, è bruciato un cassonetto
vicino alla mia abitazione. Il mattino seguente,
a reperto ancora fumante, alcune signore anziane
hanno attribuito l'atto vandalico «ai rumeni»
che, a loro dire «occupano il quartiere» e, di
notte, scorrazzano, isolati o in bande, pronti a
tutto. Soprattutto ad incendiare cassonetti. Ho
smesso di contestare o ribattere ad ogni
banalità venga affermata sugli stranieri ma
vorrei che si sapesse che nel quartiere in cui
abito (S. Paolo-Cit turin-Cenisia) gli
extracomunitari (ma i rumeni ormai non lo sono
più) sono presenti in quantità poco rilevante
sia rispetto ad altri quartieri sia rispetto
alla media cittadina. Vorrei che si sapesse
inoltre che la percentuale di microcriminalità a
Torino è considerata fisiologica, cioè non
superiore alla media italiana. So anche che un
«fenomeno» non determina ricadute solo in base
alla sua oggettività statistica, ma soprattutto
per come è percepito. Insomma, per essere
insicuro basta che ti senta o ti facciano
sentire tale. Dall'insicurezza nascono paure,
dall'ignoranza la diffidenza e l'intolleranza.
Agitare questi fantasmi fa vincere le elezioni e
quindi persino a sinistra (?) è difficile
rinunciare. Ma conoscere la realtà può far bene
alla salute.
Vivo a Torino e frequento da anni anche Porta
Palazzo, una zona considerata, assieme a San
Salvario, ad «alto rischio» per la
concentrazione ben superiore alla media
cittadina di extracomunitari di ogni etnia. Sono
anch'io infastidito dalla pervicacia e
sfrontatezza delle «zingarelle» che vorrebbero a
tutti i costi lavarti i vetri e ho assistito a
risse tra «muslim» a volte ubriachi, alle quali
spesso si uniscono anche italiani. (...)
Consapevole che il timore diffuso determina
intolleranza, ho deciso (meglio che lamentarsi)
di partecipare ad un progetto Spi-Cgil, Asai e
Circoscrizione n. 7 chiamato Progetto Porta
Palazzo.
Con un gruppo di ex insegnanti e di altri
volontari abbiamo dato vita ad una «scuola» in
cui si insegna l'italiano ad adulti stranieri.
Abbiamo allievi cinesi (un po' chiusi),
marocchini (un po' infidi), albanesi, rumeni (un
po' portati a delinquere) e senegalesi,
brasiliani, egiziani e cubani (non so quale sia
la vulgata su ognuna di queste comunità). Il
loro impegno è totale ed il loro desiderio di
imparare è superiore alle nostre capacità e
resistenza fisica. Vogliono imparare la lingua
italiana, ma pure la nostra storia, le nostre
tradizioni, le nostre leggi. Vogliono diventare
cittadini e possono essere d'esempio e stimolo
per i loro connazionali e comunità. (...) Non ci
sentiamo «anime belle» e ogni giorno diventiamo
un po' meno razzisti. Forse anche un po' più di
sinistra. (Il Manifesto 27 giugno 2007)
La morte e la luna
di Agostino Spataro
L'altra
sera sopra Porto Empedocle c'era la
luna. Una luna flebile e inquieta che,
in compagnia di una stella insolita,
s'era posata sul molo di levante dove
una nave della nostra marina (la "Spica")
era attraccata col suo pietoso carico di
salme avvolte in sacchi di plastica
nera.
Sono quelle di undici ragazzi africani
annegati in acque maltesi. Altri,
dispersi, li cercano ancora. Le scendono
ad una ad una e le depositano sopra il
basolato lavico. Penetrando la ressa dei
fotografi, ne osservo alcune bell'impacchettate.
Corpi rigidi, eppure m'illudo che la
loro storia sia ancora in itinere. Anche
perché la visione della luna mal si
concilia con la realtà di quella vita
rubata.
Sino a quando quelli delle pompe funebri
non mettono il suggello della fine sopra
la loro avventura di uomini e di
clandestini come, sbrigativamente, li
chiama la burocrazia.
A parte il colore della pelle, non
v'erano altri segni di identificazione.
Uomini morti, e sepolti, senza nome e
senza nazionalità, prototipi della
globalizzazione che verrà.
La tragedia, una
delle tante, si è consumata sabato
notte, nelle stesse ore in cui la notte
del Mediterraneo si accende di luci
sfavillanti di panfili dorati, di club
esclusivi e discoteche disseminati lungo
le sue incantevoli spiagge. Pura
coincidenza, per carità. Un accidenti
che, in genere, capita a chi s'ammazza
di lavoro, anche precario, o a chi lo
cerca disperatamente. Una disgrazia,
dunque, che non turba più di tanto la
nostra farisaica falsa coscienza.
Eppure - mi domando- cosa sarebbe
successo se undici gatti di razza
esotica, magari appartenenti ad un ricco
evasore, fossero morti annegati in
piscina?
Nessuno avrebbe accettato quel destino
truce, pretendendo che ne fossero
accertate le cause e perseguite le
responsabilità che, ora, la legge
punisce severamente.
Per questi undici
uomini non è successo nulla. Nessuno, o
quasi, s'interroga sulle cause della
loro terribile morte, del permanere di
realtà sociali e politiche scandalose,
spesso ingovernabili, da cui si origina
il dramma che si svolge dentro, e
intorno, il Mediterraneo il quale, da
culla delle più grandiose civiltà, si
sta trasformando in un fossato che
divide, invece che unire, i popoli
rivieraschi.
Tutto cambia, in fretta e in peggio.
Anche questo vecchio e generoso mare
pare che stia diventando cattivo,
ingrato ed avaro di risorse.
Ma il mare non c'entra nulla, poiché -
come scrive Braudel - "il Mediterraneo
sarà come lo vorranno i mediterranei".
Evidentemente, per ora, così lo vogliono
le super potenze politiche e militari e
le grandi corporazioni economiche e
finanziarie, associate da un comune
disegno di predominio sul mondo. I
"mediterranei" non hanno voce in
capitolo.
Il tragico esodo
migratorio e i sanguinosi conflitti in
corso sulle sue rive e zone contigue ci
dicono che nel Mediterraneo è in atto
una spaventosa mutazione. Eppure nessuno
sembra preoccuparsene. Non si va oltre
la commiserazione momentanea: il tempo
in cui nasce e muore una notizia.
Purtroppo, nemmeno i governi se ne
occupano sul serio. Nonostante gli
accordi e i buoni propositi, non
riescono ad immaginare per i popoli
mediterranei una strategia di prosperità
condivisa, nella pace e nella libertà.
Questa è la colpa maggiore, e
imperdonabile, dei ceti dirigenti
dell'area euro-mediterranea i quali, pur
rappresentando la più grande potenza
commerciale del pianeta, non riescono (o
non desiderano?) a favorire
un'evoluzione pacifica e socialmente
giusta dello scenario mondiale.
Fino a quando potrà durare questa
situazione? Credo che sia venuto il
tempo di mettere un punto fermo e
provvedere. A cominciare dalle politiche
migratorie che dovranno regolare i
flussi, nel rispetto dei diritti umani
dei migranti e anche di quelli delle
popolazioni dei paesi d'accoglienza.
Con quali politiche e con quali
strumenti? Su tutto ciò si dovrà
discutere, andando oltre, per favore, le
lacrime vere o fasulle, le solidarietà
ipocrite, la carità anche sinceramente
motivata.
C'è un dato inconfutabile da cui partire: più la ricchezza (prodotta dai lavoratori, particolare non trascurabile), si apicalizza, concentrandosi nelle mani di gruppi sempre più ristretti nazionali e internazionali, più si espandono le aree di povertà e d'indigenza, anche in paesi iper- sviluppati, com'è l'Italia. E' la legge della ripartizione ineguale. Perciò, non è necessario essere eminenti economisti per capire che il neo liberismo sta affamando la gran parte dell'umanità. E chi ha fame scappa, emigra, anche a rischio della vita.
Come hanno fatto questi ragazzi, finalmente, sbarcati sulla terra promessa da qualcuno che avrà loro estorto cifre ragguardevoli. Sono morti senza patria, perciò non si possono rimpatriare. I lestofanti che comandano su quelle "patrie" non li rivogliono nemmeno da vivi, figurarsi da morti.
Meno male che c'è
Favara, l'unico comune dell'agrigentino
ad avere predisposto uno spazio
cimiteriale adeguato per i defunti
immigrati. Un fazzoletto di terra, che
già ospita molte salme anonime,
destinato a diventare una sorta di
sacrario dell'immigrato ignoto.
E tutto ciò rende onore (vero onore) ad
una città, e per essa all'intera
Sicilia, che della morte hanno ancora un
sentimento altissimo di devozione e di
partecipazione. A tratti, perfino
gioioso.
E verso Favara partono le sfarzose "mercedes"
delle pompe funebri, ognuna con dentro
una cassa luccicante. Uno strano corteo,
muto e senza parenti al seguito.
Poveri figli. Sono
"arrivati" laceri e avvizziti e se ne
vanno dentro bare di mogano, a bordo di
automobili lussuose che nemmeno i loro
presidenti, in terra d'Africa, si
possono permettere.
Pare che provenissero dalla Sierra
Leone. Da Freetown o da Moyamba? Non lo
sapremo mai. Solo la luna che li ha
guidati nella notte africana o il sole
impietoso che li ha inseguiti per
deserti e montagne ce lo potrebbero
dire. (AprileOnline 24 giugno 2007)
Meno stranieri ...più cittadini
Intervista a Renzo Guolo
di Antonella De Biasi
Dalla Chinatown
milanese alla Carta dei valori, dalla consulta per
l’Islam al dibattito sul terrorismo internazionale di
matrice islamica, ai simboli di differenziazione etnica
emersi
nelle nostre città. L’immigrazione, e tutti gli
argomenti e le implicazioni che le girano intorno, è un
fenomeno complesso che ogni giorno silenziosamente mette
alla prova le identità e la voglia di un’intera società
di mettersi in gioco. Ne discutiamo con il professor
Renzo Guolo, sociologo, studioso di Islam e di mondo
musulmano.
Quando si parla di stranieri si usa il termine,
così abusato da apparire vuoto, “multiculturalismo”. Ma
quest’etichetta non le sembra una parolaccia?
Bisognerebbe cominciare a usare “multiculturalismo” per
il significato che ha, ovvero la condivisione di uno
spazio sociale per effetti diversi, compreso quello
dell’immigrazione, da parte di diverse culture.
I ragazzi della seconda generazione di immigrati
presenti in Italia scrivono nei loro blog che non si
sentono “né carne né pesce” però vogliono essere
italiani, lottare per la cittadinanza. Poi c’è chi
riesce a comunicare meglio con la sua comunità nella
diaspora. Perchè questi due opposti?
Questo effetto è ambivalente come tutti i processi della
modernità, nel senso che da un lato permette a un
giovane immigrato di restare in collegamento con il suo
ambiente d’origine, sia a livello telefonico sia
attraverso internet, e dall’altro lato paradossalmente
lo strumento diventa importante attraverso l’uso che ne
viene fatto. Se l’immigrato resta in comunicazione con
il suo mondo di appartenenza può trovare un rifugio ma
anche meno interesse a integrarsi con l’ambiente
circostante; viceversa non è detto che questa facilità
di comunicazione gli permetta di inserirsi nel nuovo
ambiente e stare a cavallo di due mondi.
Quindi, se pensiamo alla cosiddetta “comunità
immaginata” che cambia, per quanto concerne la sfera del
diritto non si rischia, nel grande calderone di nuove
identità che devono dialogare, di arrivare a dei diritti
low-cost?
Il tratto caratteristico di questi processi, delle
migrazioni e delle identità nell’era globale, è quello
dell’ambivalenza, nel senso che sono aperti a esiti
regressivi-identitari di chiusura come invece a
potenziali esiti di libertà e cosmopoliti. Dipende
sempre dalla solidità del singolo e dai processi sociali
che si verificano soprattutto nella società non dico di
accoglienza ma di insediamento. E’ chiaro che maggiori
sono le possibilità di integrazione tanto più si evita
il rischio che il meccanismo dell’identità venga
coltivato come forma di separatezza. Questo è il punto
chiave: i processi migratori se non sono pensati creano
contrapposizioni sociali e culturali ingovernabili.
Cosa manca alla politica italiana per realizzare
ciò? Si sta andando nella direzione giusta?
A me pare manchi un quadro di insieme: abbiamo una
sommatoria di interventi anche positivi, ma
sostanzialmente è come se ciascuna agenzia si muovesse
con una logica del tutto particolare. Ma l’ordine
pubblico, la gestione del mercato del lavoro, la scuola
non sono camere separate. Mancano gli interventi di
coordinamento di questi diversi aspetti. Noi parliamo
oggi di immigrazione solo in termini di mercato del
lavoro che è un aspetto ma se io tralascio il tema
dell’identità e delle regole ne colgo solo una
dimensione, dopodichè abbiamo le sorprese come la
Chinatown milanese o altro. E’ chiaro che il meccanismo
deve passare attraverso la rifondazione del concetto di
cittadinanza. Altrimenti si arriva all’esodo silenzioso
verso le terre del jihad che molti giovani migranti
musulmani che vivono o sono nati in Europa compiono
oggi.
A proposito del terrorismo internazionale,
stanno cambiando le dinamiche. In Afghanistan si è
introdotta la novità dei kamikaze, invece in Iraq sono
le donne rimaste sole che spesso diventano martiri.
Il discorso afgano mostra l’irachizzazione del
conflitto, il rapimento e il fenomeno dei martiri
suicidi è abbastanza nuovo seppure è una società che non
ha mai assegnato alla guerra una dimensione secondaria,
storicamente là si combatte per i rapporti etnici
tribali. La novità, e questo è forse il lascito peggiore
della presenza di Bin Laden e di al Qaeda in quel paese,
è il fatto che sono state introdotte pratiche che in
qualche modo sono estranee anche all’Islam locale ma che
sono diventate ormai un fenomeno globale. Questo è il
lascito e il terreno sul quale hanno avuto più seguito i
terroristi, quello di aver generalizzato delle pratiche
come gli attentati suicidi che hanno fatto breccia anche
in culture locali in cui questa dimensione non era
prevista. E’ passata un’interpretazione rigida, salafita
della religione che ha prodotto ciò. Per quanto riguarda
la donna, da sempre la guerra è un elemento di
trasformazione della condizione femminile, anche e
purtroppo nella dimensione del martirio.
Ritornano gli attentati anche in Algeria... Cosa
accade in Maghreb?
Lì i gruppi radicali locali come il Gruppo salafita per
la predicazione e il combattimento, diventato
transnazionale, ha ripreso un po’ le fila anche se la
situazione dell’Algeria di oggi non è come quella di 10
anni fa. Purtroppo l’impatto è stato drammatico in
termini di vittime ma soprattutto dal punto di vista
simbolico: ogni sigla o piccolo gruppo che usa il nome
di al Qaeda, che oggi è una sorta di franchising, viene
oggettivamente amplificato nella sua azione.(La
Rinascita della sinistra 5.5.2007)
PdCI. Comunicato stampa su CPT di Gradisca
Volevo
esprimere la mia soddisfazione per il fatto che - nel
corso della firma sul “patto sulla sicurezza” alla
presenza del ministro Amato – il Presidente Illy sia
intervenuto auspicando la rapida riconversione del CPT
di Gradisca in centro di accoglienza.
Tale auspicio si pone in perfetta sintonia con quanto - fin dall’apertura del Centro - anche i Comunisti Italiani auspicavano in sede di discussione di una mozione passata in Consiglio regionale, nella quale veniva chiesto ,rispetto a ciò, più trasparenza e rispetto dei ruoli e della volontà dei nostri territori da sempre caratterizzati da un tessuto etnico e pluriculturale.
La risposta non favorevole nell’immediato del Ministro non ci deve scoraggiare se si pensa che al livello nazionale l’Unione ha già predisposto un disegno di legge sull’immigrazione destinato a soppiantare la Bossi-Fini in cui anche la funzione dei CPT verrà rimessa in discussione.
Noi lavoreremo a livello nazionale e locale perché il CPT di Gradisca perda il suo senso di esistere, in nome anche degli insegnamenti che dovremmo trarre dalle pagine di storia che hanno permesso a pochi chilometri dallo stesso 64 anni fa il funzionamento del lager di Gonars , dove vennero deportate dal regime fascista migliaia di persone.
Trieste, 28 marzo 2007 Bruna Zorzini Spetic’ Consigliera regionale PdCI
Senato, presentato DDL delega dal PdCI per il superamento
dei Centri di permanenza temporanei
(
9Colonne)
Roma, 8 mar 2007 - I Centri di permanenza temporanei per gli immigrati
sono un "obbrobrio giuridico" e vanno chiusi. Questa una delle proposte
contenute nel ddl delega illustrato oggi alla stampa a Palazzo Madama dal
capogruppo dei Verdi-Pdci al Senato, Manuela Palermi che supera la
Bossi-Fini.
"Lo ho visitati, sono un orrore - spiega la Palermi - ma malgrado ciò
nessuno li tocca. Gli immigrati che sono li dentro sono dei prigionieri,
rinchiusi senza un capo d'accusa, senza assistenza e tagliati fuori dal
mondo". La proposta normativa del Pdci prevede che il cittadino
straniero potrà ottenere un visto di ingresso temporaneo per ricerca di
lavoro che non dovrà essere inferiore ad un anno. Se lo straniero ha un
contratto di lavoro a tempo determinato, gli dovrà essere lasciato un
permesso di soggiorno valido almeno due anni, qualunque sia la durata
prevista nel rapporto di lavoro. In attesa della chiusura dei Cpt, i
minori dovranno esserne tenuti fuori così come il resto della famiglia
per "tutelare l'unità familiare". Il ddl delega prevede anche nuove
norme per l'ottenimento dei visti d'ingresso, che potranno essere
richiesti a consolati e ambasciate italiane con l'invio per posta della
documentazione necessaria. I tetti numerici per i visti d'ingresso per
lavoro e ricerca dovranno essere stabiliti con programmazione triennale.
Inoltre non potranno più essere espulsi lo straniero convivente con un
cittadino italiano o comunitario e il marito di una donna in stato
interessante.
Una nuova proposta sull'immigrazione
di Andrea Scarchilli
Rifondazione
comunista ha presentato in Senato, alla
presenza del ministro della Solidarietà
sociale, Paolo Ferrero, un disegno di
legge che sostanzialmente a
bolisce
la legge sull'immigrazione tuttora in
vigore, la Bossi-Fini. A Palazzo Madama
erano presenti il segretario del Prc,
Franco Giordano e i presidenti dei
gruppi al Senato e alla Camera, Giovanni
Russo Spena e Gennaro Migliore. Il ddl
prevede misure per rendere meno precaria
la presenza dei migranti nel nostro
Paese con l'ampliamento delle quote di
ingresso, maggiori possibilità per
regolarizzare chi lavora, la
facilitazione della concessione dei
permessi di soggiorno e l'abolizione dei
centri di permanenza temporanea, che
verrebbero sostituiti da strutture più
"aperte".
I flussi.
Alla base della proposta di legge c'è
una programmazione - dovrebbe essere
triennale - dei flussi molto più ampia
di quella esistente. Le quote terranno
conto del mercato del lavoro (si stimano
in circa 250-300 mila gli ingressi in
Italia, regolari o meno) che
corrispondono alla domanda interna di
lavoro e alle dinamiche demografiche. La
proposta prevede che l'ingresso in
Italia debba essere legato alla
dimostrazione di un certo livello di
garanzie economiche. Il migrante che
vorrà venire a lavorare in Italia dovrà
dimostrare la disponibilità di 5
mensilità dell'assegno sociale,
corrispondenti a circa duemila euro.
Tali risorse potranno essere depositate
sia dal cittadino straniero che si trova
ancora al Paese di origine, sia da un
"garante" in Italia: che può essere un
cittadino straniero, regolarmente
soggiornante, un privato,
un'associazione o un'impresa. Si
tratterebbe quindi della reintroduzione
dello "sponsor", abolito dalla
Bossi-Fini. Una volta entrato in Italia
il migrante potrà restarvi per un anno
per cercare lavoro.
I permessi di soggiorno.
Con la Bossi-Fini, i migranti non
possono rimanere sul nostro suolo per
più di sei mesi. La legge proposta da
Rifondazione comunista propone il
rilascio di un permesso di soggiorno per
un anno allo straniero che abbia
contratti di lavoro a tempo determinato
inferiori a sei mesi e di permessi di
durata biennale per contratti più
lunghi. Chi è assunto a tempo
indeterminato avrebbe, invece, un
permesso di soggiorno della durata di
tre anni (attualmente sono al massimo
due anni). Per chi rimane senza lavoro o
per coloro ai quali scade il contratto a
tempo determinato è previsto un permesso
di durata annuale, per attesa
occupazione, prorogabile una sola volta
in presenza di adeguati mezzi di
sussistenza. Dopo cinque anni di
permanenza in Italia, il cittadino
straniero potrà aver diritto alla "carta
di soggiorno" cioè ad un documento a
tempo indeterminato. La proposta
prevede, inoltre, anche agevolazioni per
il ricongiungimento delle famiglie. Si
propone di semplificare le procedure e
di ampliare le tipologie di parenti che
possono entrare: oltre al coniuge e ai
figli minori, sono previsti anche i
figli maggiorenni e genitori, che oggi
possono entrare ma con requisiti
definiti dai promotori della legge
troppo "restrittivi".
Regolarizzazione più facile. Con le norme in vigore nessun cittadino straniero irregolare può ottenere il permesso di soggiorno, neanche se ha un lavoro e se dimostra di avere i requisiti per poter rimanere in Italia. "La modifica delle norme sugli ingressi ha l'obiettivo di diminuire considerevolmente l'area d'immigrazione clandestina - hanno spiegato i relatori del ddl - tuttavia non esiste un motivo ragionevole per impedire che chi ha costruito un percorso di inserimento in Italia non possa accedere ai meccanismi di regolarizzazione". In questo senso è prevista sia la possibilità di regolarizzarsi consensualmente con il proprio datore di lavoro, sia la regolarizzazione per denuncia o accertamento di lavoro nero. Anche, infine, su una valutazione di una commissione composta dal Prefetto, Questore, organizzazione sindacali e datoriali, associazioni di tutela. Roberta Fantozzi, responsabile delle Politiche sociali del Prc, ha spiegato la ragione della misura: "Lo svuotamento delle sacche di lavoro ed economia significa eliminare uno dei fattori principali di attrazione dei flussi migratori irregolari, riportando a legalità il funzionamento del mercato del lavoro nel nostro Paese".
Abolizione dei Cpt. Ultimo punto qualificante della proposta è l'abolizione dei Centri di permanenza temporanea, i cosiddetti Cpt. Gli immigrati saranno accolti in strutture aperte in cui garantiranno la propria reperibilità. Nei casi in cui è necessario procedere all'espulsione, sarà il giudice ordinario a prendere la decisione e non più il Prefetto come avviene oggi. Nel caso in cui il giudice ritenga che il migrante possa rendersi irreperibile può disporre la misura di sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno in una determinatà località (il proprio domicilio o se non lo ha, altre strutture) e obbligo di dimora in determinate ore della giornata. Il migrante che si rende irreperibile sarà sottoposto al fermo di polizia e alla successiva espulsione con accompagnamento immediato alla frontiera.(AprileOnlin 16.2.2007)
I fantasmi dell'Opera
di Luca Fazio
Opera fa schifo. Ma facciamo schifo tutti quanti. In un paese dove è scandaloso e un tantino terrorista manifestare contro una base americana, l'unica comunità di cittadini con le mani libere, libere anche di pianificare un pogrom incendiario alle porte di Milano, è composta da un gruppo violento di impuniti razzisti e fascisti che ha interpretato il sentire comune del popolo (come si diceva una volta) e delle istituzioni tutte. Di destra, e di sinistra. Onore ai vincitori. Sabato, gli zingari che abitavano regolarmente il campo provvisorio di Opera hanno deciso di andarsene. Sono scappati per liberarsi da un assedio vergognoso che è stato incoraggiato anche da chi non ha mosso un dito, o si è limitato a balbettare che la sicurezza è un problema che riguarda anche la sinistra. Appunto. Dove sono i magistrati che oggi registrano pure i fischi di chi dissente? E la polizia? Qualcuno si è forse accorto che alcuni onesti cittadini, per due mesi, hanno insultato e sputato a 37 bambini scortati dalla polizia per andare a scuola? Ai bravi operesi che occupavano il suolo pubblico, istigando all'odio razziale, è stato concesso anche di montare gabinetti igienici e un bar. Le istituzioni, sappiamo dove sono. A Milano c'è un prefetto incapace che blatera di bullismo e poi mobilita le forze dell'ordine giusto per strizzare l'occhiolino ai razzisti che andavano sgomberati. Hanno perso tutti. Il comune di Milano e la Provincia di centrosinistra si sono comportate come nullità, sono state umiliate dagli operesi incattiviti e sono state salvate dal solito intervento di un prete. Il ministro degli Interni si è allarmato? Il presidente della Repubblica, almeno il giorno della Memoria, se n'è ricordato? E anche se degli assenti non è educato parlar male, la sinistra, in tutte le sue disarticolazioni e con qualche lodevole ma ininfluente eccezione, non ha fatto altro che guardarsi allo specchio per scoprire che, in fondo, siamo razzisti anche noi. Gli operesi che sputano ai bambini hanno alle spalle un'intera comunità in difesa del proprio territorio. Come in Val di Susa? O a Vicenza? Assolutamente no, ma in ogni caso i no-rom sono gli unici che vincono nell'indifferenza generale. Il governo ha ben altri presidi da sgomberare.(Il Manifesto 13.2.2007)
Tempi moderni e nuove schiave
di Matilde Giovenale
Una maxi-operazione
che ha coinvolto tutta la penisola (17
regioni e 32 provincie) e che oggi porta
all'arresto di 784 persone accusandole
di tratta di esseri umani,
sfruttamento
della prostituzione e dell'immigrazione
clandestina. L'apice di una attività
investigativa cominciata nell'ottobre
2006 sotto il coordinamento del Servizio
centrale operativo della Direzione
centrale anticrimine e che nella
giornata odierna ha prodotto i suoi
frutti concreti: oltre ai 784 arresti,
anche la denuncia di 1.311 persone, di
cui 1.224 stranieri (gran parte dei
denunciati provenienti dall'Est Europa e
dall'Africa), e il sequestro di 22
immobili, tre dei quali adibiti a
laboratori in cui si effettuava lavoro
nero, quattro locali notturni e quindici
abitazioni private. Un giro d'affari
cospicuo che si basava di fatto sulla
riduzione in schiavitù di moltissimi
immigrati irregolarmente condotti in
Italia, non a caso la stessa operazione
è stata definita dagli inquirenti "Spartacus",
in memoria dello schiavo-gladiatore che
sfidò il potere romano finendo insieme
agli altri compagni crocifisso sulla via
Appia. Schiavi antichi e moderni dunque,
accomunati dallo stesso destino
drammatico, che le forze dell'ordine
hanno potuto scoprire e perseguire
grazie alla collaborazione di 45
ragazze, le quali hanno testimoniato
inchiodando i loro aguzzini e ottenendo
così il riconoscimento del permesso di
soggiorno.
"Non c'è una regia comune ma diverse organizzazioni, tra cui anche alcune di carattere familiare, con connotazioni più spontanee", ha spiega il capo dello Sco Gilberto Caldarozzi sottolineando che il nome dell'operazione è stato scelto proprio per "la volontà di liberare gli immigrati che, arrivati in Italia, vengono resi in schiavitù". Sulla natura di questa rete criminale Caldarozzi ha tenuto a precisare come per ora sia da escludere l'esistenza di legami operativi con la nostra criminalità organizzata, anche nelle regioni meridionali a più alta densità mafiosa coinvolte nell'operazione: "non è emerso alcun cointeresse, semmai una sostanziale tolleranza verso gruppi sporadici che mantenevano invece rapporti organizzativi ed economici molto stretti con i rispettivi Paesi di origine". Stando infatti a quanto dichiarato dagli inquirenti, nel racket la presenza extracomunitaria era determinante, con il 97% di stranieri arrestati di cui il 93% proveniente dall'Est europeo e dall'Africa; senza una regia o un vertice comune visto che i clan avevano principalmente una forma organizzativa di tipo familiare o occasionale.
Lo schema seguito da trafficanti e "passeur" era quasi sempre lo stesso: il "reclutamento" nei Paesi di origine con promesse di lavoro "favorite dalle condizioni di assoluta indigenza delle vittime", ha sottolineato il direttore del Dac Francesco Gratteri, il trasferimento in Italia, l'avviamento coatto alla prostituzione. In verità le ragazze venivano comprate per 2-300 euro e illuse di trovare un'occupazione nel nostro paese, dove al contrario finivano in strada costrette a garantire ai loro sfruttatori un guadagno mensile medio di 5mila euro. Una situazione che ha visto coinvolte anche minorenni, come spiegato da Chiara Giacomantonio, responsabile della Sezione minori dello Sco: "il traffico ha visto coinvolte delle minorenni, ridotte ad essere dei veri e propri 'ostaggi' nelle mani degli organizzatori del racket". Emblematico, tra gli altri, "il caso di una ragazza di 16 anni, originaria dell'est europeo - ha raccontato Giacomantonio - attirata nel nostro Paese con il miraggio di un posto da baby sitter. Arrivata a Reggio Calabria, è stata invece picchiata, violentata e costretta a prostituirsi: rimasta incinta, ha dovuto continuare a farlo fino al sesto mese di gravidanza, sotto la minaccia di altre botte e altri abusi".
Grande soddisfazione
per la positiva e fruttuosa conclusione
dell'inchiesta Spartacus è stata
espressa dal ministro dell'Interno
Giuliano Amato, che ha ricordato
l'impegno del governo nel contrastare il
fenomeno della tratta di esseri umani e
dello sfruttamento della prostituzione.
Amato ha infatti parlato dell'
Osservatorio sulla prostituzione e sui
fenomeni delittuosi ad essa connessi,
istituito la settimana scorsa proprio
con l'intento di perseguire questi
"reati ignobili" perchè "combattere i
gruppi criminali che lo organizzano e
liberare dal loro ricatto queste ragazze
riguarda la coscienza civile di noi
tutti prima ancora che non le leggi
penali".
L'organismo presieduto dal
Sottosegretario di Stato all'Interno
Marcella Lucidi e collocato presso il
Dipartimento della Pubblica Sicurezza
svolgerà compiti di studio, ricerca ed
approfondimento sul sistema di
prevenzione e contrasto del fenomeno al
fine di migliorarne l'efficacia e di
potenziare le misure di assistenza,
protezione e tutela delle vittime.
Dell'Osservatorio faranno parte
investigatori delle Forze dell'ordine e
personale del Dipartimento per le
Libertà civili e l'Immigrazione, ma
anche esponenti degli Enti e delle
Associazioni che si occupano della
protezione e del reinserimento delle
vittime. Ai lavori dell'Osservatorio
potranno essere invitati, per i
contributi di competenza su singole
tematiche, rappresentanti dei Dicasteri
della Giustizia e della Solidarietà
Sociale e del Dipartimento per i Diritti
e le Pari Opportunità.(AprileOnline
24.1.2007)
La fatalità di morire Rom
di Alessandro Dal
Lago
In queste feste di fine
anno, sembrerebbe dominare la letizia. Vabbé, con Saddam hanno
esagerato. Ma l'Italia proporrà la moratoria sulle esecuzioni capitali.
E il fabbisogno di cassa sembra essere inferiore al previsto. Solo che
ogni tanto brucia un campo Rom. E i Rom muoiono. Due a dicembre, due
ieri. Fornelletti difettosi, fughe di gas, sigarette lasciate accese.
Fatalità?
Da sempre la fatalità domina la vita dei Rom. I loro campi vengono
fatalmente dislocati in luoghi squallidi e isolati, in spazi privi di
servizi. Perché è noto che, altrimenti, questi barbari attenterebbero
fatalmente alle nostre borse, se non proprio alle nostre vite. Ecco come
Libero ieri definiva i Rom: «Carova
ne
dei parenti di Dracula che hanno oltrepassato la fortezza Bastiani e che
puntano direttamente ai cassetti dei nostri armadi», una prosa che
avrebbe fatto impallidire e rodere di invidia Oriana Fallaci, se fosse
ancora tra noi.
Fatalmente, ogni tanto, a un posto di blocco, un colpo sfugge alla
pistola di un carabiniere o poliziotto e, fatalmente, un bambino Rom
finisce in coma o al cimitero. Ma che sarà mai. Verrà subito
rimpiazzato. Sempre ieri, sul quotidiano di Feltri c'era la strabiliante
notizia che centomila Rom sono in marcia dalla Romania, ora che il paese
di Dracula è entrato nell'Ue. E un altro articolo notava
malinconicamente che in pochi decenni, l'Italia sarà abitata
prevalentemente da stranieri. Non è vero che a primi nati del 2007 sono
stati un afghano, un romeno, un albanese, una tunisina e un cinese? Si
capisce perciò che giorni fa, angosciati dalla demografia, dei bravi
cittadini abbiano distrutto a Opera il campo attrezzato per i Rom
cacciati da Milano. Quando non ci pensano gli incendi fatali, arriva in
soccorso la fatalità di destra.
E la fatalità di sinistra? Qui la faccenda è confusa. A parole, il
nostro governo dovrebbe essere aperto alla diversità culturale e quindi
anche ai Rom (i quali, tra l'altro, tanto diversi non sono: se hanno la
cittadinanza rumena, sono cittadini europei esattamente come me e
Feltri). Ma i fatti li stiamo aspettando, e qualche preoccupazione
l'abbiamo, visto come sta andando con l'abolizione dei Cpt e il diritto
d'asilo.
E poi, c'è qualcosa che ci ronza in testa. Nel 2000, in previsione del
Giubileo, non fu forse il sindaco di Roma Rutelli a organizzare lo
sgombero a manganellate di un campo di Rom bosniaci? Che si sia trattato
di una fatalità?(ilmanifesto.it 4.1.2007)
Opera al nero
di Guglielmo
Ragozzino
Tra
una settimana i rumeni entreranno, insieme ai bulgari, a far parte
dell'Unione europea. Saranno cittadini quasi a tutti gli effetti, con
quasi tutti i diritti degli altri e in particolare con quello di andare
e venire, e di fermarsi; quasi. L'Europa, buona o cattiva che sia, è
questa. Una splendida occasione per dare loro il benvenuto. I fascisti
di Opera, i fascisti di Milano non se la sono lasciata scappare.
Con una spedizione squadristica, attivisti di Lega e Alleanza nazionale,
ritrovando l'accordo della Bossi-Fini, hanno dato fuoco alle tende
preparate per l'accoglienza di una sessantina di Rom, cacciati
dall'insediamento precedente di Via Ripamonti, a Milano. Qui però, come
riferisce Manuela Cartosio a pagina 7, calpestavano il suolo
appartenente o connesso all'ing. Ligresti, uno dei potenti della città,
con un'importante presenza azionaria nientemeno che nella Rizzoli e nel
Corriere della sera. Scacciati i Rom da Milano, con il freddo crescente,
occorreva sistemarli in qualche modo. Ma forse bisogna riflettere su
Milano, la città del miracolo.
La generosità di Milano, la mia città, è proverbiale. C'è un campionario
di canzoni che parlano di Milan cunt el coeur in man (Milano col cuore
in mano). Ma ci sono le canzoni e poi ci sono i fatti. Per sessanta Rom
non c'era posto, non poteva esserci posto. In una città abbandonata
dall'industria, con ettari di spazio abbandonato, con decine di
fabbriche trasformate in loft per i nuovi ricchi della moda, le porte si
sono chiuse, da tutte le parti, di fronte a quella gente senza ricchezze
e senza amici; e non si più aperte. Cosa ha Ligresti che io non ho?, si
devono essere chiesti, in molti consigli di amministrazione, in molti
salotti buoni, i potenti cittadini della Milano ricca e per bene. Il
cardinale che un tempo era una potenza in città, guardava altrove. C'è
una noiosa poesia di natale, la «Notte santa» di Guido Gozzano che
sembra fatta per noi. Sotto la neve, la ben nota neve della Palestina,
presente in tutti i presepi, Maria e Giuseppe cercano un albergo, un
riparo, una tettoia, ma tutti dicono di non avere posto. Intanto il
campanile scocca le ore: «Oste di Cesarea... Un vecchio falegname?/
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?/ L'albergo è tutto pieno
di cavalieri e dame/ non amo la miscela dell'alta e bassa gente./ Il
campanile scocca/ le undici lentamente».
La seccatura dei rom passa alla provincia e di qui a Opera, un paese
noto per essere sede del secondo carcere della provincia. Il sindaco,
Alessandro Ramazzotti, dello stesso partito di Filippo Penati, il
presidente ds della provincia, non è contento della bisogna, ma, è più
generoso dell'oste di Cesarea cantato da Gozzano, e accetta di ospitare,
per un tempo limitato, le famiglie rom nel campo delle giostre. Finito
il freddo se ne andranno. Ben presto la protezione civile allestisce
tende, adatte al rigore invernale, nel luogo destinato al luna park.
Solo che i fascisti locali ammettono le giostre che piacciono tanto ai
bambini, anche se i giostrai non sono di pura razza padana, mentre
considerano gli «zingari» senza giostre, persone da calpestare e
rigettare nel fango. Così bruciano le tende e ridono e gridano,
finalmente felici. Non nel mio cortile, questi rifiuti subumani.
A Opera si sentono realizzati, finalmente. Sono riusciti a fare peggio
di Milano. Intanto, scoccano le undici.(Il Manifesto 23.12.06)
Chiudere i Cpt non basta, servono nuove leggi sull'immigrazione
|
di Claudio Grassi
Miroslav è un uomo serbo che, entrato
nel nostro Paese, si è appellato,
secondo quanto prevedono le convenzioni
internazionali e la Costituzione
italiana, al diritto di asilo politico.
Nel suo paese è un disertore perché si è
rifiutato di imbracciare le armi ed è
fuggito dalla violenza della guerra. La
sua compagna, Dusica, è ricoverata in
fin di vita nel reparto di pneumologia
dell’Ospedale di Sondalo (Sondrio). Vive
con il terrore di essere espulso prima
di poterla, forse per l’ultima volta,
abbracciare. Armadn e Malkoc, croati,
chiedono invece di essere espulsi e
rimpatriati al più presto: non possono
sopportare l’idea di sopravvivere, come
animali, altri quaranta gio |
Adro, Padania: taglia di 500 euro sui clandestini
Adro,
Ader. Ci dà il benvenuto con un bilinguismo
italo-lombardo questo piccolo paese del
bresciano. Siamo in Franciacorta, terra di
rinomate bollicine e di piccoli capannoni
industriali. Un paese segnato da una strana
miscela di leghismo e patriottismo: da un
lato un´amministrazione comunale monocolore
leghista, che alle elezioni del 2004 ha
raggiunto quasi il 47% dei voti nonostante
le liste in corsa fossero 4, dall´altro,
grandi celebrazioni in onore dell´esercito
italiano previste per domenica 5 novembre,
con il sindaco, il leghista Danilo Oscar
Lancini che invita la popolazione ad esporre
il tricolore.
Contraddizioni che non scuotono la
tranquilla vita di questo comune di 7 mila
anime, che è invece stata travolta dal
clamore suscitato da un provvedimento del
sindaco che ha stanziato un premio
produttività di 500 euro per ogni vigile
urbano che ferma un immigrato clandestino:
quella che agli occhi dell´opposizione di
centrosinistra e del sindacato è una vera e
propria «taglia». La «caccia grossa
all´extracomunitario», come l´ha definita la
Cgil, però, non ha sconvolto la maggioranza
dei cittadini di Adro che ha giudicato in
maniera positiva il provvedimento del
sindaco, che, dopotutto, già in campagna
elettorale aveva posto come punto fermo del
suo programma una rigorosa applicazione
delle Bossi-Fini: «Il bonus – spiega il
sindaco Lancini – è solo un incentivo a fare
meglio il proprio dovere». E precisa: «Tra i
nove progetti destinati ai vigili urbani, ci
sono premi produttività per l´educazione
stradale nelle scuole, per la manutenzione
dell´impianto di videosorveglianza del
territorio, per i controlli notturni nelle
case sovraffollate degli immigrati».
Colpire in flagranza di reato, insomma,
anche se il reato è dormire in troppi in un
appartamento. È vero che tutti questi
incentivi attingono da fondi che non
superano i 2 mila euro per progetto, e
quindi scongiurano il rischio di una sorta
di lavoro a cottimo, ma è vero anche
che si tratta di misure ideologiche ed
immotivate. Ad Adro, infatti, l´immigrazione
non è certo un fenomeno preoccupante: non
arrivano a 500 gli immigrati regolari
registrati all´anagrafe comunale, mentre dal
2004 – anno di insediamento della giunta
Lancini – si è registrato un solo
accertamento di clandestinità. Quanto basta
per decidere di legiferare in materia: nel
caso del clandestino sorpreso sul territorio
di Adro, infatti, i vigili urbani, dovendo
adempiere alla Bossi-Fini, avevano dovuto
accompagnare in Questura il reo. Ma era sera
tardi, gli uffici avevano già chiuso e i due
vigili urbani erano stati costretti a
piantonare tutta la notte l´immigrato
clandestino. Non soddisfatto del doveroso
pagamento delle ore straordinarie, il
sindaco ha chiesto ai suoi vigili, «se
ricapita un caso del genere, quanto
volete?». Nasce così il bonus di 500 euro
concesso, come – recita il verbale
sull´accordo produttività siglato
nell´agosto del 2006 e ingenuamente firmato
da Cgil Cisl e Uil, che sostengono di non
aver preso visione degli allegati relativi
ai "progetti speciali" «per ogni
extracomunitario clandestino accompagnato in
forma coatta in questura a seguito di
accertata violazione della legge
Bossi-Fini».
«È giusto – ci spiega Michele Vezzoli, 30
anni, titolare di un bar-sala giochi nel
centro del paese – davanti al mio bar la
situazione era diventata insostenibile:
risse, accoltellamenti e tanta, tanta
arroganza. Il bonus è l´equivalente di uno
straordinario per gli operai». Anche per una
signora disoccupata, che attualmente fa la
babysitter e che ha voluto rimanere anonima,
«questa regola serve a mettere un po´ di
ordine ad un fenomeno che stava crescendo
troppo». I vigili ci rispondono seccati che
non sono autorizzati a rilasciare nessuna
dichiarazione. Mentre proprio di fronte al
sagrato della chiese, nella sezione della
Lega Nord, campeggiano manifesti che dicono
«No al voto per gli extracomunitari, no alla
cittadinanza rapida, no all´abrogazione
della Bossi-Fini». La minoranza di
centrosinistra, per voce del capogruppo
Italo Gandossi, condanna l´ennesimo atto
discriminatorio della giunta Lancini: «Il
sindaco aveva già gettato le premesse del
suo mandato in campagna elettorale,
descrivendo gli immigrati come la feccia
della società. Il bonus è solo l´ultimo
di una lunga serie di discriminazioni, da
quella per l´assegnazione delle case
popolari, che è stata pure bocciata dal Tar,
alla chiusura di una scuola di arabo che il
sabato pomeriggio dava lezioni ai figli
degli immigrati e che era stata approvata
dal Provveditorato, ai tagli per i
finanziamenti per i disabili».
Di immigrati a cui chiedere un parere,
neanche l´ombra. Forse si sono già nascosti,
forse sono a lavorare, forse, come dicono
qui ad Adro, dove l´equazione
immigrati-delinquente ha fatto breccia,
escono solo la sera per bere.(L'Unità online
03.11.06)
Adro, le porcherie del sindaco sceriffo
Il perfetto padano. Da sindaco leghista ha messo la taglia sui
clandestini. Da imprenditore è sotto processo per smaltimento abusivo di
rifiuti. Un ego diviso: imputato e parte civile per il Comune. Un
conflitto d'interessi da far invidia a Silvio.
di Manuela Cartosio
I
l
sindaco di Adro, il leghista Oscar Lancini, ha conquistato il suo quarto
d'ora di notorietà grazie alla taglia sull'immigrato clandestino: 500
euro di premio per i vigili che ne acciuffano uno e lo consegnano alla
Questura.
La fama ha i suoi prezzi, stimola curiosità: oltre alla trovata della
taglia, il bel tomo che dal 2004 «governa» il piccolo centro della
Franciacorta ha combinato altro di notevole nella vita? La domanda è un
invito a nozze per Paolo Barzani, sindaco di Adro fino al 2003, mandato
a casa da un ribaltone orchestrato da Lancini, allora capogruppo della
Lega.
Barzani parte in quarta e racconta una lunga storia d'inquinamento
ambientale, insaporita dal corollario del conflitto d'interesse. Dente
avvelenato di un ex, beghe di paese? Carte e documenti dicono il
contrario.
Dal sito dei Comuni d'Italia si ricava che Oscar Lancini ha 40 anni, ha
la licenza di scuola media e fa l'imprenditore. L'impresa è quella di
famiglia, la Elg (Eredi Lancini Giancarlo), dal 1993 autorizzata dalla
Regione Lombardia a smaltire rifiuti liquidi speciali. Sulla Elg,
bloccata da un anno, pendono due processi e un'inchiesta per smaltimento
illegale di rifiuti. Il processo più antico - l'ultima udienza è in
calendario domani al tribunale di Brescia - vede alla sbarra il sindaco
Lancini, in veste di «responsabile tecnico» della Elg, e la madre, in
qualità di titolare dell'azienda. Nel secondo processo e nell'inchiesta
in corso sono coinvolti il fratello e la sorella del sindaco. Nei due
processi il Comune di Adro si è costituito parte civile. Dunque, il
sindaco chiede i danni a se stesso. In più, la giunta monocolore
leghista ha nominato i periti e gli avvocati che dovrebbero difendere
gli interessi dei 6.900 abitanti di Adro contro il primo cittadino, i
suoi parenti e la loro azienda. Una perfetta berlusconata! La cosa non
sembra inquietare gli elettori di Adro. Nel 2004, quando con il 47% dei
voti hanno plebiscitato Lancini sindaco, la prima denuncia contro la Elg
aveva già fatto la muffa. La taglia anticlandestini ha irrobustito il
gradimento verso il sindaco. «Tra poco gli daranno una medaglia»,
commenta sarcastico Barzani, raro esemplare dei «Repubblicani europei».
Parte dal depuratore consortile Tas (Tutela basso Sebino) la prima
denuncia contro la Elg. I tecnici si accorgono che arrivano al
depuratore reflui fognari con «carichi» inquinanti troppo alti, «fuori
tabella». Risalgono la corrente delle schifezze e arrivano alla Elg. E'
lei a buttare di tutto un po' nella rete fognaria. Quando la portata
delle fogne supera la capacità d'assorbimento del depuratore, quel che
«sfiora» finisce direttamente nell'Oglio. Un duplice danno, quindi, al
depuratore e al fiume. «Tutta roba già finita nell'Adriatico, mettiamoci
una pietra sopra», alzano le spalle molti, troppi, concittadini del
signor Barzani. Lui, assediato da «menefreghismo, omertà, muri di
gomma», non si dà per vinto. Scrive al Quirinale, bussa a tutte le
porte, per far sapere che nell'Oglio ci sono «7 mila tonnellate di
fanghi altamente inquinati, cianuro, metalli pesanti e roba del genere».
A settembre è sceso in pista anche il figlio Michele. Ha costruito una
zattera, ci ha issato sopra il tricolore, si è piazzato in mezzo
all'Oglio e lì è rimasto per 8 giorni e 8 notti. Finché i prefetti di
Brescia e Bergamo hanno mandato i tecnici dell'Arpa a fare i prelievi.
Finora il signor Barzani ha rimediato una mezza dozzina di denunce dal
sindaco Lancini che, ora, ne minaccia una anche contro la Cgil. Rea, a
suo dire, d'aver raccontato falsità sul bonus anticlandestini. «Prego,
si accomodi», reagisce Dino Greco, segretario della Camera del lavoro di
Brescia, «così la tempra morale, politica e civile di questo sindaco
potrà rifulgere in un altro processo». La Cgil Funzione pubblica
ribadisce la sua versione dei fatti: il sindacato ha firmato con il
Comune di Adro un accordo quadro sui premi di produzione. Gli obiettivi
e i criteri di erogazione erano stati fissati in precedenza da Lancini
che li aveva fatti firmare dai singoli lavoratori, all'insaputa del
sindacato. E' un tipico esempio di comportamento antisindacale, ai sensi
dell'articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. «Non so cosa sia questo
articolo 28», si è vantato il sindaco da premio Oscar. Oscar
«dell'ipocrisia e del fariseismo», commenta Dino Greco, «paladino della
legalità, se c'è da perseguitare gli immigrati; processato come grande
inquinatore, se c'è da perseguire il proprio interesse».
Ci resta un dubbio. Il monte premi per la cattura dei clandestini è di
miseri 2000 euro l'anno. Bastano appena per quattro taglie. Cosa
regalerà il sindaco Lancini al vigile che catturerà il quinto
clandestino? (Il Manifesto 3.11.06)
Immigrati, l'Italia tra luci e ombre
di Marzia Basile
Secondo
le stime del Dossier Caritas/Migrantes,
presentato a Roma, gli immigrati
regolari soggiornanti nel nostro Paese
sono alla fine del 2005 poco più di 3
milioni. Il risultato tiene conto dei
dati registrati dal Ministero
dell'Interno, del numero dei minori e di
una quota di permessi di soggiorno in
corso di rinnovo.
L'Italia si configura come un Paese di
immigrazione sempre più vicino agli
Paesi europei storicamente meta dei
flussi migratori. L'incidenza degli
immigrati sulla popolazione residente ha
raggiunto infatti il 5% con 1 immigrato
ogni 20 residenti. Tuttavia, ciò che
continua a distinguere il "caso Italia"
è l'estrema eterogeneità del mondo
immigrazione: con riferimento alla
composizione della popolazione
straniera, ogni 10 persone 5 sono
europei, 2 africani, 2 asiatici e 1
americano. Tale dato, con le sue
implicazioni, sia sotto il profilo delle
difficoltà amministrative che sotto
quello dell'arricchimento culturale,
deve necessariamente essere considerato
nella definizione delle politiche di
integrazione sia a livello locale che su
scala nazionale.
In tal senso, a rendere
improcrastinabile il perseguimento di
efficaci politiche di integrazione è
anche l'evidenza che l'aumento degli
immigrati in Italia è dovuto non solo ai
nuovi arrivi (187.000) ma anche alle
nascite da cittadini stranieri. Gli
immigrati, dai quali nel 2005 sono nati
52.000 bambini, incidono per il 9,4%
delle nuove nascite. Cresce dunque non
solo l'ammontare complessivo della
popolazione straniera nel nostro Paese
ma anche la componente stanziale della
stessa: coloro che intendono continuare
a lavorare, vivere e fare crescere i
propri figli nel nostro Paese. E in tal
senso, se è vero che 8 immigrati
regolari su 10 ritengono di aver
migliorato le proprie condizioni di vita
dopo l'arrivo in Italia, è altrettanto
vero che la stessa realtà
dell'immigrazione regolare è fatta di
luci ed ombre, con il perdurare di
pregiudizi (il 40% degli italiani
ritiene che gli immigrati siano
maggiormente coinvolti nelle attività
criminali) e discriminazioni (in base
alla banca dati INPS, le retribuzioni
degli immigrati sono pari solo alla metà
di quelle degli italiani).
A conferma del bisogno di tutela che
emerge dalla popolazione straniera sia
sul piano economico che sul piano
sociale si consideri che la
partecipazione sindacale continua ad
essere molto elevata (il 10% dei
lavoratori sindacalizzati sono
stranieri) e che si registrano tre
denunce in media al giorno per
discriminazioni razziali ai danni di
immigrati (dati dell'Unar - Ufficio
nazionale antidiscriminazioni razziali,
che nel 2005 ha ricevuto 867 denunce).La
fotografia tracciata dal Dossier Caritas
è, ancora una volta, quella di una
popolazione straniera dinamica sul
mercato del lavoro (così come su quello
del consumo) ma con persistenti
difficoltà di inserimento nel tessuto
sociale del nostro Paese, nonostante i
molti progressi fatti in ambito
legislativo. Tra i nodi più difficili da
sciogliere resta quello dell'alloggio.
Lo stesso disagio abitativo lo
affrontavano con lotte urbani gli
italiani negli anni '50-'60: almeno su
questo la nostra società non riesce a
fare discriminazioni!(AprileOnline
26.10.06)

Gli immigrati e la gobba previdenziale
di Stefano Olivieri
Se
la mattina esci di casa sei un
privilegiato perché disponi di un tetto.
Se fai colazione al bar sei ricco perché
avresti potuto farla a casa. Se vai al
lavoro in auto sei doppiamente
fortunato, perché hai un lavoro e puoi
raggiungerlo comodamente. La banale
routine quotidiana di una persona
qualsiasi, di quelle che ne incontri a
centinaia ogni giorno, è già un
fantastico american dream per
chi si sveglia ogni giorno ed è
obbligato a rispettare una agenda di
sopravvivenza. Mettere insieme due o tre
decine di euro per mangiare e sfamare la
tua famiglia, vestirsi alle cinque di
mattina quel tanto che serva ad essere
presentabili a chi può darti lavoro,
prendere la borsa degli attrezzi e
raggiungere l'angolo della strada dove
arrivano altri disperati. Il mercato
delle braccia si apre prima delle sette,
se hai fortuna trovi un privato che deve
piastrellare la cucina e sei sistemato
per tre quattro giorni, se ti dice male
sali sul pulmino di un caporale e dovrai
arrampicarti su una impalcatura abusiva
a quindici metri da terra, senza altra
protezione che la stretta delle tue
mani.Mesi di questa vita che poi
diventano anni, sempre allo stesso modo.
Per gli albanesi, romeni, polacchi,
nigeriani che lavorano in Italia noi
tutti visti dal basso siamo esattamente
come Berlusconi, ricchissimi e
irraggiungibili, fortunati e
probabilmente anche un po' detestati per
la nostra buona sorte. Anche se fossimo
poveri in canna non saremmo mai come
loro, perché non siamo stati costretti a
emigrare lontano dal nostro paese.
Essere stranieri e al tempo stesso
poveri disagiati è una condizione
difficile e sgradevole, ma lo è ancora
di più in un paese come il nostro, che
non riconosce come italiani nemmeno i
figli di emigrati che in Italia lavorano
onestamente da anni. E pensare che il
nostro Stato fa affidamento sulla
prolificità di questo esercito di
disperati per scongiurare il rischio
della famosa "gobba previdenziale" ( la
data ormai prossima in cui il numero dei
lavoratori in pensione sarà superiore a
quello dei lavoratori in attività). Se
davvero così fosse, il minimo che si
possa fare fin d'ora è modificare la
legislazione di riferimento sostituendo
il "diritto di sangue" con il "diritto
di suolo". Chi nasce in Italia deve
potersi dire italiano fin dalla nascita,
se poi vogliamo addossargli la futura
responsabilità - anzi l'onere - di
raddrizzare il nostro sistema
previdenziale.Così quando parliamo di
future generazioni, di pensioni
integrative e di TFR, pensiamo anche a
questa gente nel nostro paese, del
nostro paese. Al loro impegno e alle
loro legittime aspirazioni. Pensiamoci
bene e pensiamoci adesso, non domani.
Lega permettendo, etica e politica su
questo argomento non potrebbero che
essere d'accordo.(AprileOnline 10.10.06)
Illegale non è il "clandestino" ma chi sfrutta la legge
di Luigi Ciotti
Risposte
diverse, risposte che nascano da un reale interrogarsi, da un reale
farsi raggiungere dallo stupore, dall’inquietudine.
Credo che debba partire da qui una diversa politica sull’immigrazione.
I grandi flussi immigratori non sono una fatalità, sono la conseguenza
di un mondo ingiusto, di politiche incapaci di dare a tutti dignità,
speranza, futuro.
I dati li conosciamo. Cito solo alcuni esempi. 852 milioni di persone
che soffrono la fame. Un miliardo e 100mila che non ha accesso a fonti
di acqua potabile - e 8 milioni che muoiono ogni anno per questo motivo.
15 milioni che, nello stesso periodo, vengono uccise dalle malattie
infettive: il 97% nei Paesi del Sud del mondo.
L’immigrazione nasce anche da qui. Nessuno abbandona volentieri la sua
terra, i suoi affetti, le sue radici. Lo fa se ha come alternativa la
miseria, la guerra, la morte. E miseria, guerra, morte sono una realtà,
oggi, per tante, per troppe persone. Volti e storie che arrivano nel
ricco Occidente (1000 miliardi di dollari spesi ogni anno in armi, per
gli economisti basterebbe il 5% di questa cifra per combattere davvero
povertà, denutrizione e AIDS) carichi di sofferenza, di fragilità, di
speranza. E cosa vi trovano? I CPT. Realtà di negazione di diritti,
luoghi al di sotto di standard minimi di civiltà e umanità, come
sappiamo da chi ha avuto modo di visitarli. Strutture per giunta costose
e neanche funzionali al fine per il quale sono state costruite. Dal
1999, data della loro nascita, sono costate allo Stato 500 milioni di
euro - quasi 1000 miliardi delle vecchie lire. Hanno visto passare
98mila persone, ma il provvedimento di espulsione è stato effettuato
solo in minima parte: 3 casi su 10.
Nessuno ha ricette in tasca, ma un fenomeno come quello migratorio,
carico di sofferenza, fatica, ferite morali e materiali, necessita di
ben altre risposte. Necessita di un’Unione Europea che cessi di essere
“Fortezza Europa”. Consapevole che la sua crisi demografica ed economica
è irrisolvibile senza il contributo delle persone immigrate, e capace
perciò di costruire percorsi d’integrazione, inventare forme di
cittadinanza e di estensione dei diritti.
Necessita, per quel che ci riguarda, di una riforma radicale della
Bossi-Fini, una legge che ha incentivato la clandestinità e il lavoro
nero, consegnando tanti poveri cristi in mano al caporalato e alle
mafie, alimentando al contempo un ghetto mentale di paura e pregiudizio,
una visione dell’immigrato come di potenziale criminale.
Eppure sono sempre più numerosi i fatti di cronaca che ci parlano di
generosità, di autentico slancio umano, e proprio da parte di chi si
trova nel nostro territorio ancora privo di documenti e permessi. Vorrei
citarne due, di questa estate, esemplari nella loro testimonianza di
umanità e responsabilità civile.
Nasser Othman, 27 anni, lo scorso 2 luglio non esita a buttarsi in mare
e a salvare tre ragazzi che stavano annegando. Nasser lavora ed è nato
in Italia, ma non ha i documenti a posto: a 12 anni ha lasciato il
nostro Paese per rientrarvi a 24. Dopo il salvataggio viene riconosciuto
come clandestino, condannato a 5 mesi di reclusione e destinato
all’espulsione. Il 25 agosto la vicenda si ripete in altre acque con un
epilogo tragico: Iris Palacios Cruz, 27enne honduregna, sprovvista di
permesso di soggiorno e impiegata come baby sitter presso una famiglia
di Roma, perde la vita per cercare di salvare dalle onde la piccola
Letizia di 11 anni, figlia dei suoi datori di lavoro. A Ines, almeno, il
Presidente Napolitano assegna la medaglia d’oro alla memoria.
Dietro l’etichetta di “clandestini” ci sono insomma persone che lavorano
duramente nelle nostre case, nelle nostre fabbriche e nei nostri
cantieri. Non di rado in condizioni di supersfruttamento, reso possibile
dalla loro condizione di invisibilità e illegalità. L’illegalità
maggiore non è però la loro, che hanno colpa solo di non avere documenti
in regola, bensì quella di chi approfitta di una legge sbagliata per
violare i diritti più elementari.
Ma negare diritti fondamentali anche a un solo uomo è come negarli a
tutti quanti.
E’ solo la loro universalità, infatti, a renderli concreti e operanti,
strumenti di quella giustizia che custodisce ogni vita nella sua più
profonda dignità.
(resistenza partigiana@4 ottobre 2006)
Quota flussi, giustizia è fatta
di Marisa Nicchi*
La Commissione affari costituzionali della Camera ha approvato il decreto necessario a regolarizzare gli immigrati che, pur in regola con i documenti, erano rimasti fuori dalle quote della Bossi-Fini
E'
ancora vivo il ricordo dell'indegno
spettacolo per un paese civile di
migliaia di stranieri assiepati una
notte intera davanti agli sportelli
delle Poste, riparandosi dal freddo come
meglio potevano nella speranza di
ottenere l'agognato permesso di
soggiorno. Volevano rientrare nelle
misere "quote" previste dal Governo
Berlusconi nell'ambito della
programmazione annuale dei flussi
migratori. Sennonché la quota prevista
di 170.000 era stata sottostimata e così
350.000 lavoratori, pur in pos
sesso dei
requisiti richiesti, sono stati tagliati
fuori dalle regolarizzazioni.
Lo spettro di quelle lunghe e incivili file va allontanato definitivamente. Anche perché il nostro welfare, e la nostra economia hanno bisogno di questi lavoratori più di quanto possano ammettere i proclami xenofobi e le norme restrittive delle destre. Il programma di governo del centrosinistra contiene a questo proposito importanti novità, che se messe in pratica, rappresenteranno una svolta nelle politiche migratorie.
Discuteremo nei prossimi mesi la riforma complessiva della normativa sull'immigrazione e la conseguente abolizione delle norme Bossi-Fini. Un impegno che si annuncia controverso - visti gli orientamenti anticipati di Amato -, un impegno che richiederà tempi lunghi, un iter parlamentare complesso, e una discussione larga nel paese. In quell'occasione si dovranno introdurre norme certe e realistiche per regolare l'ingresso di nuovi migranti contemporaneamente alla presenza di quelli già ospiti nel nostro paese.
Ma un segnale chiaro di inversione di tendenza è già arrivato. E' un segnale in grado di prefigurare un nuovo modo di intendere il governo dell'immigrazione improntandolo all'inclusione sociale, e non al sospetto verso i migranti. Si tratta del provvedimento approvato dalla Commissione affari Costituzionali della Camera che, attraverso la normativa vigente, allarga la quota dei flussi a coloro che hanno già presentato la domanda ma che - pur avendo dimostrato di avere un datore di lavoro disposto ad assumerli - sono rimasti fuori dalle sospirate quote.
E' una misura saggia che risponde ai tanti stranieri che sono stati costretti a fare lunghe code agli Uffici Postali e che oggi, a quasi due mesi di distanza, attendono ancora l'esito della loro istanza.
La "Bossi-Fini" ha perseguito per gli ingressi un meccanismo rigido di "quote", sempre al di sotto dei reali fabbisogni lavorativi e demografici, riservate esclusivamente ai residenti all'estero chiamati dai loro datori di lavoro per essere assunti nel nostro paese. In realtà i fatti sono andati diversamente. Da una parte molti stranieri sono arrivati in Italia fuori da questa programmazione, dall'altra l'eccessiva rigidità burocratica delle procedure di rinnovo del permesso di soggiorno li ha sospinti, con estrema facilità, nella condizione di "irregolari", costringendoli a lavorare a nero, nei cantieri, nelle fabbriche o al servizio delle famiglie, degli anziani, dei disabili. Il decreto flussi è stato per loro l' unica possibilità per poter regolarizzare la loro posizione, fingendo di essere ancora nei loro paesi, e di essere chiamati dai datori di lavoro da cui, di fatto, erano già stati assunti.
Una tragica ipocrisia che dimostra come una linea repressiva che restringe in modo abnorme la possibilità di ingresso regolare di immigrati, oltre a promettere demagogicamente chiusure illusorie, produce illegalità. Scoraggia chi vuole rispettare la legge: gli stranieri che vogliono vivere e lavorare onestamente in Italia, i datori di lavoro che vorrebbero assumere regolarmente i propri dipendenti, pagando tasse e contributi previdenziali.
L'approvazione del decreto flussi bis, con pragmatismo e buon senso, allargando la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno agli esclusi di ieri, risponde oggi a tutti coloro che non sanno quale sarà il loro futuro.
In seguito occorrerà intervenire per permettere a tutti i lavoratori immigrati che hanno presentato la domanda di assunzione dall'estero di non dover far clandestinamente ritorno al proprio paese per avere il nullaosta. Questi, infatti, rischiano l'espulsione proprio quando sono più vicini a realizzare la possibilità di uscire da un condizione di illegalità. E' inoltre necessario intervenire per ridurre i tempi di attesa per le domande spedite il 14 marzo scorso anche per chi è rientrato nell'assegnazione delle 170 mila quote. Diversi problemi tecnici e la scelta di affidare la gestione della spedizione delle domande a Poste Italiane S.P.A, non hanno portato la velocizzazione necessaria e prevista. Cosa succederà aggiungendone altre 350mila? I tempi di attesa saranno lunghissimi, calcolati in due anni circa mentre la legge prevede che i permessi vengano rilasciati in 40 giorni. Si tratta infatti, di una mole di lavoro immensa che interessa non solo uffici in Italia ma anche all'estero, come consolati ed ambasciate, a cui non sempre è facile accedere. Se, come vuole la Bossi - Fini, 520 mila persone fossero obbligate a uscire clandestinamente dall'Italia per andare a ritirare il nullaosta nel proprio paese di origine, dopo la fila durata giorni davanti agli uffici postali italiani, i lavoratori stranieri dovranno probabilmente affrontare una situazione simile davanti ai consolati italiani all'estero.
Non si dimentichi, infine, il ricatto a cui molti lavoratori sono sottoposti durante la lunga attesa da parte del datore di lavoro. E' noto che il presupposto per cui il lavoratore straniero, di cui il datore di lavoro chiede l'assunzione, "sia all'estero" è una farsa: nella maggioranza dei casi quel lavoratore immigrato è già in Italia e sta già lavorando, in nero, alla mercé del datore - padrone dal quale dipende il perfezionamento dell'iter burocratico per il contratto di soggiorno. Un'attesa drammatica, vissuta da migliaia di famiglie. Un'attesa ingiusta e dolorosa di cui l'opinione pubblica si è accorta solo grazie al sacrificio della baby sitter "irregolare" dell' Honduras che ha perso la vita per salvare la bambina che accudiva. Un'attesa che, con il decreto che verrà approvato prossimamente alla Camera, potrà finalmente essere cancellata.(AprileOnline 04.10.06)
*Deputata Ulivo
Immigrati, si cambia ma non troppo
|
di Ida Rodano |
La bambina e il marocchino
di Mariuccia Ciotta
Un ragazzo di vent'anni e una bambina di dodici. Lui
è marocchino, lei è «bella, bellissima», come le candidate di Miss
Italia, ed è «la sua unica colpa» urla la madre alla stampa: «Fanno
schifo, fanno schifo, sono dei mostri». Come potrà vivere la sua vita
dopo l'orrenda violenza subita? Esterno giorno, lo scenario è un parco
pubblico di Azola Emilia, vicino Bologna, il «branco» attende la
vittima, lo stupratore «extracomunitario» indossa una t-shirt nera
Dolce&Gabbana. Sarà subito fermato e accusato di stupro aggravato. Non
manca niente per far credere agli adulti che tutto sia vero, per farlo
credere ai giornali, alla tv, ai poliziotti. Va «in onda» il remake di
una storia già sentita, già vista che si rincorre sulle pagine dei
quotidiani e sul piccolo schermo. Il codice è sempre lo stesso: «dietro
un cespuglio», «nel parco», «gli ami
ci
guardano», «nessuno chiama aiuto», «marocchino»... e il linguaggio del
cronista serve da «testimone». L'archivio delle parole-chiave corre a
sostenere la storia della bambina stuprata con il più suggestivo dei
racconti «in diretta». Ecco la «piccola vittima» umiliata, seviziata, il
mostro estrae la lametta, le rasa il pube, gli altri ridono...
Flash-back di altri casi analoghi, dove spuntano maghrebini da tutte le
parti. Non è difficile dire una bugia quando tutti sono pronti a
credere. La dodicenne ha inventato tutto, lo ha confessato ieri al
procuratore capo, e lo ha fatto per la vergogna che la madre venisse a
sapere che era stata vista dagli amici in atteggiamenti intimi con il
suo boy-friend. Nessuno stupro. La bambina imbrogliona, che ha accusato
ingiustamente il ragazzo del Marocco, ha fatta sua una violenza che
avvelena l'aria, e che la rende vittima due volte. L'abuso maschile, che
imperversa nelle case e per le strade, per essere «vero» doveva portare
il marchio dell'immigrato. Il «marocchino», liberato ieri, dopo la
confessione, ha dichiarato «se vedessi quella ragazzina le farei solo
una domanda: perché hai detto che sono stato io?». Perché chi altro è
considerato un subumano, uno senza nome, un «clandestino», un pericolo
reale e immaginario?(Il Manifesto 23.09.06)
Quanto costa un uomo
|
di Emanuele Martorelli |
Basta ipocrisia
Migliaia di stranieri impiegati come stagionali vivono in condizioni indecenti per un paese civile.
Roma, 1 settembre 2006 – Mentre in Italia si
riaccende il dibattito sull’immigrazione
l’organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere (MSF)
denuncia con forza le inaccettabili condizioni di vita,
salute e lavoro in cui, ormai da anni, migliaia di
stranieri sono costretti nei campi dove lavorano come
stagionali in Puglia e in altre regioni del Sud Italia.
“Nel nostro paese si continua a
parlare di invasione puntando solo i riflettori su
Lampedusa e giustificando così scelte politiche
restrittive e repressive. Nessuno parla invece di dove
vadano a finire queste persone una volta sbarcate”
afferma Andrea Accardi responsabile dei progetti
italiani di MSF. “E’ dal 2003 che MSF si occupa del
fenomeno degli immigrati impiegati come lavoratori
stagionali. Negli ultimi tre anni, attraverso il nostro
lavoro di assistenza sanitaria e umanitaria, abbiamo
testimoniato come vengano trattate queste persone,
risorsa fondamentale per l’agricoltura italiana”.

Anche nell’estate 2006 MSF si è vista costretta a continuare questo progetto. Gli operatori dell’organizzazione internazionale hanno monitorato come gli stranieri che arrivano sani in Italia si ammalano qui a causa delle indecenti condizioni che trovano all’arrivo nelle campagne. “Manca qualsiasi forma di accoglienza” continua Accardi. “Il sistema è totalmente ipocrita e vede la connivenza e il coinvolgimento di tutti gli attori a partire dalle autorità governative e dalle istituzioni locali fino ad arrivare alle organizzazioni di produttori e ai sindacati.”
In un rapporto pubblicato da MSF nel 2005 sulle condizioni di vita e di lavoro degli stagionali, “I frutti dell’ipocrisia”, già emergevano dati allarmanti: il 40% delle persone intervistate vive in edifici abbandonati; più del 50% non ha acqua corrente nel posto in cui vive; il 30% non ha elettricità; il 43,2% non dispone di servizi igienici. Buona parte di queste persone vive al di sotto degli standard minimi fissati dall’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati nei campi profughi in situazione di emergenza.
Il 30% degli intervistati ha dichiarato di aver subito qualche forma di violenza, abuso o maltrattamento negli ultimi 6 mesi in Italia. Nell’82,5% dei casi l’aggressore era un italiano. Quasi a tutti gli immigrati che hanno richiesto una visita sono state effettivamente diagnosticate una o più patologie. Le principali malattie diagnosticate si riferiscono soprattutto a patologie dermatologiche (23,6%); parassiti intestinali e malattie del cavo orale (15,5% ciascuna); malattie respiratorie (14,3%) correlabili alle precarie condizioni di vita.
“Ci appelliamo a tutte le istituzioni
coinvolte e alla società civile perché simili situazioni
non persistano in un paese che si definisce civile come
l’Italia” conclude Accardi.(Medici senza frontiere
01.09.06)

Interpellanza urgente presentata dai Consiglieri Regionali PdCI
Al Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte
Oggetto: estenuanti code all’Ufficio Immigrazione della Questura.
I sottoscritti Consiglieri Regionali premesso che
· davanti all’Ufficio Immigrazione della Questura continuano a ripetersi le file, indegne in un paese civile, di immigrati extracomunitari costretti a sostare davanti all’ufficio per decine di ore al solo scopo di ritirare il numero di prenotazione per poter, successivamente, presentare la documentazione per il rilascio, rinnovo del permesso di soggiorno;
· sul sito internet della Questura c’è un numero di telefono inviando un sms al quale, la Questura indicherà giorno e ora in cui presentarsi evitando code, servizio che a detta di molti immigrati in realtà non funziona;
sottolineato
· che questa situazione crea enormi disagi agli immigrati ed è necessario porvi al più presto rimedio;
interpellano l’Assessore competente per sapere:
· se non ritiene necessaria, di concerto con la Direzione Interregionale Nord-Ovest del Ministero degli Interni, di cui il Piemonte fa parte, attraverso l’utilizzo delle capacità del C.S.I., l’attivazione di un servizio di prenotazione elettronica che consenta alle persone migranti in attesa di permesso di soggiorno di avere la certezza del giorno e dell’ora per lo svolgimento delle pratiche;
· se nel frattempo non ritiene necessario l’impiego della Protezione Civile per fornire assistenza agli immigrati in coda.
Primo firmatario Luca Robotti
Vincenzo Chieppa
Torino, 25 settembre 2006
Cronaca di un giorno di ordinaria immigrazione
di marica7
Torino - Corso Brescia, davanti all' Ufficio Immigrazione della Questura. Sono le cinque e trenta del mattino, in uno di questi giorni del dopo ferragosto. Gli immigrati in sosta davanti ai cancelli chiusi sono già almeno novanta, contati.. Gli uffici apriranno alle otto e trenta. Alcuni sono sdraiati a terra con sacchi a pelo, altri seduti su seggiole portate da casa. Una donna è seduta proprio lì davanti, è la prima. Le chiedo a che ora è arrivata, mi risponde "Sono qui dalle due di ieri pomeriggio". Gli altri, che bivaccano nei pressi, sono lì da ieri sera. Trascorrono i minuti e la gente continua ad arrivare alla spicciolata, alcuni prendono il posto di chi la coda la sta già facendo, perchè i più disperati trascorrono la notte al posto di altri, dietro compenso. Chiedo in giro e mi dicono che per arrivare a presentare una qualsiasi documentazione, permesso di soggiorno, rinnovo, permesso provvisorio turistico e quant'altro bisogna munirsi del numero di colore rosso, per informazioni di quello di colore bianco. Sul sito Internet della Questura c'è un numero di telefono a cui inviare un sms, la Questura indicherà il giorno e l'ora in cui presentarsi e si eviterà questa coda, ma tanti hanno inviato l'sms e non hanno ricevuto nessun appuntamento.
Dietro le transenne la coda si ingrossa e ondeggia. Qualcuno cerca di intrufolarsi prima del suo turno e la tensione sale. C'è molto nervosismo, sopratutto tra chi ha passato qui la notte per arrivare a prendere la famigerata marca rossa e si è addirittura formato un elenco scritto con la firma di coloro che sono arrivati per primi. Un giovanotto più nervoso degli altri lancia una bottiglia di vetro al di là del cancello della Questura e subito escono i poliziotti. Il lanciatore di bottiglie viene inseguito ed arrestato, entrerà prima di tutti, ma in manette. Intanto la coda si allunga, si allunga, ci saranno settecento persone ormai. Quando aprono i cancelli tutti vengono fatti entrare, a piccoli gruppi, ma si sa già che i famosi numeri rossi sono una sessantina e tutti gli altri potranno accontentarsi del numero bianco e chiedere informazioni, se serve. Ma se sono venuti per presentare la documentazione per il permesso di soggiorno e non sono tra coloro che sono riusciti a prendere il numero rosso oggi, possono accomodarsi davanti al cancello e sistemarsi lì già per domani, contro il muro, su di una seggiola, su di un cartone, a piacere. Così forse, se sono fortunati, saranno tra i primi sessanta. (22 agosto 2006).
Simone era tra coloro che non sono riusciti ad ottenere il numero rosso
e oggi mi scrive:
Noi la scorsa notte siamo andati alle 2 e mezzo, eravamo
i sessantesimi per scoprire, alle 8, che avrebbero distribuito non più
di 30 biglietti rossi. Su iniziativa di un signore italiano, che
vorrebbe regolarizzare la moglie straniera, siamo andati a protestare in
corso Vinzaglio e siamo riusciti ad ottenere (solo per noi venti che ci
siamo recati a reclamare) la possibilità di andare oggi alle 16. Ora
Daniel ha il permesso turistico.
Sono felice, tuttavia non credo che certe conquiste possano essere
sporadiche ed estemporanee. Se ogni giorno ci fosse un gruppo nutrito di
cittadini a reclamare in Questura, qualcosa inevitabilmente si
smuoverebbe. Altrimenti si è trattato di un favore.
Sinceramente vorrei contattare l'associazione a cui mi ero rivolto per
organizzare e sistematizzare questa forma di protesta. Che pensi?
Anche spingere i compagni nelle istituzioni a portare la questione, se
possibile, nei consigli o nelle camere credo sarebbe utile. Finché ci
sarà silenzio della stampa e rassegnazione dei richiedenti
l'atteggiamento di questi personaggi non cambierà. Un abbraccio. Simone
(24 agosto 2006)
Cittadinanza italiana, cambiano i requisiti
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Ricongiungimenti familiari
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Consiglio dei Ministri
Roma -I ricongiungimenti familiari
diventeranno molto più semplici. Il
Consiglio dei Ministri ha approvato
stamattina un decreto che recepisce una
direttiva europea, modificando diverse norme
dell'attuale legge sull'immigrazione.
Modificare la Bossi-Fini È vero che governo ha già
annunciato in più occasioni di voler
modificare la legge sull'immigrazione, ma
ora anche la Camera dei Deputati calca la
mano all'esecutivo, chiedendogli di
ripensare i flussi d'ingresso in funzione
delle esigenze di famiglie e imprese
italiane
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Il governo riapre le frontiere
di Andrea Scarchilli
Il Consiglio dei
ministri ha deciso di riaprire la quota di ingressi per
350mila lavoratori extracomunitari a partire da oggi. Lo
ha annunciato ieri il sottosegretario alla presidenza
del Consiglio, Enrico Letta.
Oltre a quello di “aprire le frontiere” a 350mila
lavoratori, il governo ha dato altri, importanti segnali
in materia di immigrazione. Innanzitutto, nello stesso
Consiglio dei ministri, è stata presa la decisione di
“togliere la discriminante agli ingressi di lavoratori
dai paesi neoentrati nell’Unione europea”. I dieci del
maggio 2004, insomma, tra cui Polonia e Slovenia. I
lavoratori di questi Paesi a partire da ieri in Italia
sono europei a tutti gli effetti, non ci sarà più alcuna
limitazione per il loro impiego nel nostro Paese.
E, da ultimo, è arrivato l’annuncio: sarà modificata la
Bossi – Fini, la legge sull’immigrazione varata dal
governo Berlusconi. Lo ha detto, a taglienti parole, il
ministro dell’Interno Giuliano Amato. Per il ministro la
legge è solo, “inesorabilmente”, una legge di
regolarizzazione, perciò, ha detto “ci riserviam
o
di cambiare il sistema perché funzioni come finge di
funzionare”.
Il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero di
Rifondazione comunista, ha spiegato la decisione del
governo, tecnicamente quella di fissare la quota del
“decreto flussi” a 350mila lavoratori, facoltà che la
stessa Bossi – Fini riservava, periodicamente, ai
governi in carica.
"Il decreto flussi del governo Berlusconi prevedeva 170
mila ingressi – ha detto Ferrero - ma non aveva nulla a
che vedere con la realtà, visto che sono pervenute dai
datori di lavoro italiani 520 mila domande. Il nuovo
decreto prende atto della realtà delle domande e colma
questo gap di 350 mila richieste che altrimenti
sarebbero rimaste inevase".
Ferrero ha tenuto a puntualizzare che "queste 350 mila
persone sono già in Italia, e la richiesta dei datori di
lavoro prevede la garanzia di un lavoro e di un
alloggio. Quindi non sono ingressi indiscriminati".
L'esponente del Prc spiega che "la situazione ereditata
dal precedente governo condannava 350 mila persone al
lavoro nero, con conseguente perdita di gettito fiscale
e contributivo. Oltre al fatto che queste persone
potevano essere arrestate in qualsiasi momento perchè
clandestine". Dunque "è non solo un atto di solidarietà
ma anche interesse della collettività: per un maggior
grado di civiltà del Paese e per i maggiori introiti
fiscali e contributivi, valutati nell'ordine di 1-1,5
miliardi di euro".
Il decreto, ha dichiarato infine Ferrero, è stato
emanato "a normativa costante", e così "si esce da un
periodo in cui il fenomeno immigrazione è stato trattato
in modo ideologico e si tenta di padroneggiarlo in forme
più razionali e più civili, fuori da un'ideologia che
era essa stessa causa di illegalità".
Sulla necessità di modificare la Bossi – Fini, Amato è
stato netto: “La legge esistente va cambiata. Io lo
capii vedendo le file davanti alle poste, mi sarei
aspettato di vedere imprenditori e famiglie italiane in
attesa di filippine da far arrivare da Manila. E' un
modo irrealistico e ipocrita di fingere di fare entrare
persone dall'estero mentre è una legge di
regolarizzazione" per immigrati già presenti in Italia,
ha concluso il ministro dell’Interno.
Il ministro della Famiglia Rosi Bindi è sulla stessa
lunghezza del collega. Per la Bindi, occorre cambiare la
legge sull’immigrazione per rendere più facili i
ricongiungimenti familiari tra immigrati, in modo da
agevolarne l’integrazione. “La famiglia – ha detto Rosi
Bindi - e' infatti un fattore di stabilizzazione che
aiuta la condivisione dei diritti e dei doveri di chi
vuole entrare nel nostro Paese".
Una filosofia che non trova sponde nel principale
partito dell’opposizione. Ha detto Isabella Bertolini,
di Forza Italia: “"Con questo nuovo decreto flussi, il
governo Prodi fa dell'Italia una terra di nessuno, in
modo premeditato. Diventiamo un Paese colabrodo, il
ventre molle dell'Europa in preda a orde di clandestini,
che arriveranno sapendo di potere restare, anche se
irregolari".
Secondo l'azzurra "si getta al vento la politica del
rigore, voluta dal governo Berlusconi, che invece ha
espulso migliaia di clandestini e si mette a rischio la
sicurezza dei cittadini per bene. Il Professore e
l'Unione, ormai ricattati dalle forze della sinistra
massimalista, svendono la nostra identità nazionale".
E ha concluso, in un crescendo di pathos:"Scelte gravi e
dannose come questa ci impongono uno sforzo sempre
maggiore per mandare a casa, prima possibile il governo
Prodi".
Ma mentre la Bertolini si infervorava, arrivava a
Palazzo Chigi “l’apprezzamento” degli imprenditori
agricoli, attraverso una nota di Confagricoltura, nella
quale si legge che i 350.000 nuovi ingressi “rispondono
alle sempre crescenti esigenze di manodopera delle
imprese agricole”. La Confagricoltura valuta
“positivamente” anche la decisione di liberalizzare
l'ingresso nel nostro Paese dei lavoratori provenienti
dai Paesi neocomunitari, “come da tempo sollecitato”.
L'organizzazione degli imprenditori agricoli apprezza,
inoltre, la dichiarazione del ministro degli Interni
Giuliano Amato su una prevista modifica della legge
Bossi-Fini. Nel dichiararsi disponibile ad un
costruttivo confronto sulle modifiche da attuare
all'attuale legge Confagricoltura auspica che la
revisione “possa rispondere innanzitutto all'esigenza di
garantire l'ingresso dei lavoratori stranieri in
quantità corrispondente alle esigenze delle imprese,
superando l'attuale sistema delle quote annuali
predeterminate”. (AprileOnline 22.07.06)
|
Un Libro bianco denuncia i Cpt
Il ministro Paolo Ferrero in visita a Lampedusa
Bonus bebè:truffa per gli immigrati
Italia pluriculturale
Immigrati e quote
Ancora un esempio di disumanità della Bossi-Fini Ufficio Stampa PdCI Roma 14 marzo 2006
La conta crudele
Immigrato picchiato Clima intollerante alimentato dal governo
Ufficio Stampa PdCI
Roma 28 febbraio 2006 Il filmato sul pestaggio di un cittadino migrante avvenuto a Sassuolo per opera di una pattuglia di carabinieri lascia sgomenti. Il comportamento dei militari è purtroppo sintomatico di un clima di intolleranza e di violenza che da anni viene alimentato irresponsabilmente da forze politiche ed esponenti di governo. E’ legittimo pensare che politiche ossessivamente incentrate sulle questioni della sicurezza e della non accoglienza, e continue manifestazioni di intolleranza verbale nei confronti dei migranti e di quanti professano altre religioni possa diffondere anche all’interno delle forze dell’ordine la convinzione che i cittadini migranti siano nemici da combattere privi di qualsiasi diritto. I Comunisti italiani si batteranno affinché il futuro governo di centrosinistra ribalti l’attuale impostazione delle politiche migratorie respingendo il presupposto “securitario” che porta al parallelo razzista immigrati uguali delinquenti.
Inciviltà con la divisa
di Giorgio Bocca
I volti della disperazione di Christian Elia
|



Il 19 gennaio
scorso,
nell’indifferenza
dei media
ufficiali, il
governo ha
tramutato in
legge il decreto
sul «pacchetto
sicurezza», un
provvedimento
che, in nome di
un’«emergenza
sicurezza» tutta
da dimostrare,
rischia di
ridurre i
diritti e le
libertà dei
cittadini. A
partire,
ovviamente, dai
soggetti più
deboli, come i
migranti, a cui
viene riservata
una sorta di
legislazione
speciale che
rischia di
violare il
principio
costituzionale
di uguaglianza.
A Roma, nelle
ultime
settimane,
diverse reti
migranti, nate
attorno al
circuito dei
corsi di lingua
italiana dei
centri sociali,
hanno promosso
una campagna
contro il
«pacchetto
sicurezza» che
per la prima
volta vede un
diretto
protagonismo dei
cittadini
stranieri. Le
prime assemblee
si sono svolte
nel centro
sociale Ex Snia
Viscosa, nel
quartiere
Prenestino, una
zona con un’alta
densità di
popolazione
migrante.
Centinaia di
persone hanno
discusso di una
«campagna di
resistenza» ai
provvedimenti
del governo che
ha fissato una
prima scadenza
per venerdì 31
gennaio, un
corteo cittadino
che attraverserà
le zone centrali
della città, a
partire da
piazza Vittorio,
simbolo della
città meticcia .
«Le norme
contenute nel
Pacchetto – si
legge
nell’appello che
promuove la
manifestazione –
prevedono una
politica fondata
esplicitamente
su misure
segregazioniste
e razziste per
le persone
migranti, con o
senza permesso
di soggiorno, le
prime ad essere
additate come
figure
pericolose e
causa di
‘allarme
sociale’, e su
nuove e ancora
più drastiche
misure
repressive
contro chiunque
produca
conflitto e non
rientri nelle
maglie strette
del controllo».
L’appello
segnala i punti
più pericolosi
della legge
approvata dal
governo: tra
queste,
l’obbligo di
dimostrare
l’idoneità
alloggiativa per
ottenere
l’iscrizione
anagrafica [che
colpisce
migranti,
senzatetto,
occupanti di
casa e chiunque
non possa
permettersi
un’abitazione
«regolare»] e le
norme per la
«difesa del
decoro urbano»,
che prevedono
sanzioni penali
più pesanti per
chiunque venga
sorpreso a
scrivere sui
muri. Ma i
dispositivi
della legge
colpiscono in
primo luogo i
cittadini
migranti: la
persona senza
permesso di
soggiorno
rischia di
essere
denunciata dal
medico se si
reca al pronto
soccorso, non
potrà più
riconoscere i
figli e le
figlie, non
potrà sposarsi
né inviare i
soldi alla
famiglia.
Inoltre, la
norma introduce
la detenzione
nei Cie [Centri
di
identificazione,
gli ex Cpt] fino
a 18 mesi, una
nuova tassa per
la richiesta o
il rinnovo del
permesso di
soggiorno,
condizioni più
ristrette per
acquisire la
cittadinanza e,
infine, il reato
di ingresso e
soggiorno
illegale nello
stato. Venerdì
23 gennaio, alle
ore 19, all’ex
cinema Volturno
occupato, nei
pressi della
stazione
Termini, si
terrà
un’assemblea
pubblica per
organizzare la
manifestazione
del 31gennaio.
rni
in gabbia. Fouad, di origine tunisina, è
tossicodipendente e supplica di venire
trasferito in una comunità di recupero.
Ripete ossessivamente che la sua vita è
rovinata e che preferirebbe morire
piuttosto che continuare a stare nel
Centro di Permanenza Temporanea di
Bologna.
te
invece nella detenzione penitenziaria.
nia
al valico di Tarvisio costa circa 500/1000 euro
per un viaggio che solitamente si avvale di
autovetture, taxi, camion o autobus. Per chi
parte dal Kosovo, dalla Macedonia o dall’Albania
invece, i prezzi per raggiungere Bari o Brindisi
sono intorno ai 3000/3500 euro, con un pullman
fino a pristina e successivo imbarco su
traghetti di linea. Per chi non può permettersi
tali cifre, nella tratta
Kosovo-Macedonia-Grecia-Ancona si attraversa a
piedi il confine tra Macedonia e Grecia: il
prezzo da pagare si aggira così intorno ai 2500
euro. La direttrice turco-balcanica, che
comprende le città irachene di Kirkuk, Arbil e
Sulamaniya costa invece dai 4500 ai 5000
dollari. Ma si parla in questi casi delle
ipotesi migliori: le immagini degli sbarchi che
oramai siamo abituati a vedere in molti
telegiornali danno un’idea delle condizioni di
viaggio alle quali questa gente è esposta.
Soprattutto, per capire esattamente quanto costi
anche in termini umani questa migrazione, le
cifre di sopra vanno rapportate alla situazione
economica dei loro paesi di appartenenza






sono
ordinatamente messi in
coda agli uffici postali per presentare le loro richieste di
regolarizzazione.
trazione
che non esiste nessuna emergenza 'clandestini', ma solo
la volontà di incrementare e foraggiare il business
umanitario. In realtà tutti i Cpt sono inutili, costosi
e lesivi di ogni diritto e della dignità dei migranti
che vengono ingiustamente rinchiusi in essi. Pertanto -
chiede don Vitalino - vanno immediatamente smantellati".
pagna
elettorale. La lettera era rivolta alle famiglie con
neonati residenti in Italia ma è arrivata anche agli
immigrati.
Ma
non basta, perché chi si vedrà concedere il permesso di
soggiorno dovrà tornare al proprio paese per ritirarlo
al consolato italiano e ricevere il visto per rientrare
in Italia.
In
questo senso le
immagini hanno
un potere
immenso, quello
di costringerci
a guardare negli
occhi, seppur
mediati da un
obiettivo
fotografico, le
persone delle
quali parliamo
quando
esprimiamo il
nostro parere
sul fenomeno
migratorio.
Poche persone
avranno mai
l’occasione di
trovarsi di
fronte a uno
sbarco di
migranti ed è
per questo che
un lavoro come
quello del
fotografo
argentino Juan
Medina è molto
importante.
Perché porta
l’osservatore a
sentirsi stretto
nella morsa di
quella barca
affollata,
inchiodato dal
terrore dello
sguardo di un
uomo che rischia
di annegare.
Solo conoscendo,
seppur in modo
virtuale,
determinate
angosce, si
dovrebbe
esprimere un
giudizio. Non
prima. Sono
venti le foto di
Juan Medina in
esposizione alla
galleria