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Diritti dei migranti                                                                                                                                                                                                                                                               pagina 2
 

     

In migliaia continuano la mobilitazione

 


In m
igliaia continuano la mobilitazione per la sanatoria generalizzata
A Roma ancora giornate di protesta dei migranti che invadono la città: lunedì 19 è stato ottenuto un incontro con il governo.


Dopo le giornate di mobilitazione aperte dal grande corteo di sabato 17, oggi il movimento dei migranti e rifugiati di Caserta si è riunito di nuovo in Piazza Santi Apostoli a Roma con l’intenzione di occupare la piazza fino all’ottenimento di un incontro con il governo che mettesse a tema la riapertura delle regolarizzazioni a tutte le categorie del lavoro migrante e l’esame delle domande di asilo ferme ormai da diversi mesi.

La giornata si è aperta con una conferenza stampa che ha visto la partecipazione dei movimenti che hanno sostenuto la mobilitazione, studenti, centri sociali e movimenti di lotta per la casa, e di diversi parlamentari che si sono esposti a favore di un impegno concreto su nuove proposte di legge che riaprano spazi per l’agibilità e i diritti dei migranti.Alle ore 12 una delegazione di migranti e rifugiati è stata ricevuta per un incontro con il dipartimento immigrazione del Ministero degli interni.

Leggi il comunicato stampa del Movimento rifugiati di Caserta

Il bilancio dell’incontro, frutto di queste giornate di mobilitazione, è positivo e riguarda la calendarizzazione degli appuntamenti relativi alla presa in esame delle domande di regolarizzazione escluse dalla sanatoria per colf e badanti, lo sblocco di alcune delle richieste dello status di rifugiato per motivi umanitari, in particolare nel territorio di Caserta. L’incontro è stato occasione di discussione sull’adozione della legge europea contro il lavoro nero, ancora non recepita dal parlamento italiano e che consentirebbe la regolarizzazione dei migranti che già vivono e lavorano in Italia.Dopo aver accolto la notizia del risultato ottenuto dall’incontro il presidio si è sciolto. Per organizzare la partenza i migranti sono tornati in alcuni centri sociali e occupazioni abitative (Strike, Horus, De Lollis) che, oltre ad alcune chiese, hanno garantito l’ospitalità, attivando un meccanismo di solidarietà e sostegno concreto a fronte del rifiuto della giunta Alemanno di concedere qualsiasi spazio di accoglienza.

Cronaca di domenica 18 ottobre ‘09Dopo la straordinaria manifestazione di ieri contro il razzismo che ha visto la sperimentazione di uno spezzone meticcio e ibrido di migranti e studenti, oltre a centinaia di associazioni in piazza assieme alla società civile, migliaia di rifugiati politici e richiedenti asilo di Caserta hanno deciso di rimanere a Roma per continuare la mobilitazione.

Sono rimasti in piazza per raggiungere un obiettivo preciso: l’allargamento della sanatoria, al di là delle sole colf e badanti, a tutte le categorie di lavoratori, e dunque l’ottenimento del permesso di soggiorno.Oggi a partire dalle 9 di mattina i migranti hanno occupato la piazza Bocca della Verità per rilanciare la lotta dopo la manifestazione di ieri. Con grande determinazione hanno affrontato una giornata piena di mobilitazione, con forza dicono di voler arrivare fino in fondo, fino all’ottenimento del permesso di soggiorno.Nel tardo pomeriggio un gruppo di migranti è riuscito ad entrare nella chiesa a fianco del Campidoglio per cercare di ottenere un incontro con il sindaco di Roma Alemanno, incontro finalizzato all’apertura di una vertenza direttamente con il governo. Intanto diverse centinaia di migranti venivano bloccati dalla polizia che ha impedito l’ingresso in massa nella chiesa.

La mobilitazione continuerà domani mattina, a partire dal sit in convocato a Piazza SS. Apostoli alle ore 10.

La ferrea volontà dei migranti è quella di costringere il governo ad un incontro per aprire una vertenza che sia direttamente conquista di visibilità politica e tentativo di risoluzione concreto del problema del permesso di soggiorno e dell’allargamento della sanatoria.I migranti hanno dichiarato di voler continuare ad oltranza la mobilitazione, e per questo chiedono il sostegno di tutti durante i prossimi giorni.(Fonte: www.globalproject.info 19 ottobre 2009)

 

Milano, vigili a caccia di immigrati

Il bus-galera imprigiona i clandestini

Gli stranieri senza documenti vengono fatti salire su un bus con grate sui vetri: è il “bus-galera” usato per gli ultrà, utilizzato per bloccare i presunti clandestini e poi identificarli. A effettuare le operazioni sono i vigili del nucleo Trasporto pubblico, istituito per garantire la sicurezza su tram e bus, ma che di fatto si è specializzato in questi mesi nella caccia ai clandestini in città

di Franco Vanni

Al commissario questo lavoro piace: "Ragazzi, prendetemi anche quello nascosto nell’erba e mi avete fatto felice", dice ai suoi. Quello nascosto nell’erba è nordafricano, ha poco più di 20 anni. Si è liberato dalla presa di un vigile e si è imboscato dietro a un cespuglio. Da lì, è corso chissà dove. Al termine di un’intera mattinata di controlli, sarà l’unico straniero scappato al nucleo Trasporto pubblico dei vigili. La squadra, messa in piedi dal Comune nel 2000 per garantire la sicurezza su tram e bus, dallo scorso anno si è specializzata nel servizio "fermi e identificazioni". In pratica: chiudere in speciali autobus con grate ai finestrini, e poi identificare, gli stranieri trovati senza documenti durante i controlli dei biglietti sui mezzi pubblici.

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Trentadue agenti divisi in tre turni. Vigili che, mentre gli uomini di Atm multano chi viaggia gratis, fanno quello che devono fare. Un tram dopo l’altro, uno straniero alla volta. Ieri mattina, la prima uscita dall’avvio dei processi ai clandestini, è andata bene: 120 multe staccate e dieci stranieri portati in centrale. Ci si apposta alla fermata, si chiedono i documenti agli stranieri e se non li hanno li si carica sul "bus-galera". È lo stesso tipo di autobus usato per scortare allo stadio i gruppi ultrà. Gli agenti lo chiamano "Stranamore", "perché ricorda il camper su cui Alberto Castagna negli anni Novanta faceva piangere gli innamorati in tivù", ride un agente.
Sulla strada del ritorno, a operazione conclusa, Stranamore è accompagnano da quattro auto dei vigili, che con sirene accese bruciano i semafori per portare il carico alla centrale. Quando alla fermata del tram 15 in via De Missaglia scatta la "tonnara" — sempre stando al gergo dei vigili — sono le sette e mezza. Il tram si ferma, gli agenti bloccano le uscite. Per primo tocca a un ragazzo nordafricano. Mostra fotocopie di documenti, gli fanno cenno di salire sul bus blindato, lui esegue senza fare troppe storie. Poi è il turno di uno slavo. Non apre bocca, toglie le mani di tasca solo prima di sedersi dietro al primo fermato. I passeggeri del tram assistono alla scena e commentano. Una donna con caschetto di capelli bianchi chiede agli agenti: "Ma perché fate così? Hanno fatto qualcosa?". La risposta: "Sono clandestini, signora".

Tre dei dieci fermati, risulterà a sera dopo le verifiche, non lo sono affatto. Per sette scatta invece la denuncia per clandestinità, e uno solo è arrestato: ha già in tasca il decreto di espulsione ma non si è mosso dall’Italia. Dentro al bus, che alle dieci del mattino sta per ripartire con gli uomini a bordo, qualcuno prende a pugni il vetro. Altri nascondono il volto fra le ginocchia. Si ferma un’altra signora, borsetta stretta al petto: "Fate bene — dice agli agenti — questi qua in galera devono stare". Una donna chiede ingenuamente ai vigili dove sia diretto lo strano bus con le reti alle finestre. Fa anche per salire, ma il vigile la ferma: "Signora, aspetti il tram che è meglio".
Delle pattuglie anti-clandestini va fiero il vicesindaco Riccardo De Corato: "È un servizio svolto esclusivamente da questa speciale task-force — dice — non sottrae agenti al controllo della viabilità, che è di competenza di altri 2.900 vigili". Nell’e logiare i "puma", De Corato risponde così anche alle accuse fattegli dai sindacati degli stessi vigili, che criticano il Comune "per avere dirottato troppe divise sulle campagne legate alla sicurezza, trascurando i compiti propri dei ghisa milanesi", come la rimozione di auto sui passi carrai.
Un’inchiesta di Repubblica Milano ha rivelato come, per soddisfare le iniziative securitarie di Palazzo Marino (come il contrasto ad accattoni e venditori abusivi), il comando dei vigili invii fax ai suoi uffici territoriali chiedendo di "dirottare" su quei servizi le pattuglie destinate a soddisfare i reclami dei cittadini. Nell’ordine è compreso anche l’obbligo di fornire "i numeri relativi agli interventi svolti", con cui poi Palazzo Marino fa comunicati stampa. E se non bastano i vigili dei comandi di zona, si ricorre agli straordinari: in media 13mila ore al mese, per una spesa di oltre 300mila euro. "Se i compiti dei vigili sono cambiati è solo perché lo prevede la legge — dice De Corato — e comunque dei 3.057 vigili di Milano, solo 150 si occupano di sicurezza a tempo pieno".

Le rassicurazioni del vicesindaco non bastano a placare l’i nsoddisfazione dei vigili. Alcune sigle sindacali, minacciano di boicottare la tradizionale festa del corpo, in programma per sabato. "Non sappiamo più quale sia il nostro lavoro e nemmeno chi ci comanda", dicono i ghisa in protesta in protesta, dopo che a luglio il comandante Emiliano Bezzon è stato rimosso perché indagato in un’inchiesta giudiziaria su presunti favori a locali notturni. (www.larepublica.it 30 settembre 2009)

 
 

Contro il razzismo ma dentro la crisi


La preziosa trasmissione Presa Diretta di Riccardo Iacona, in onda domenica 6 settembre (Respinti), ha offerto lo spazio per un dibattito a cui ci sembra doveroso dar seguito. Gli interventi che lo hanno alimentato, come l’appello lanciato da Pierluigi Sullo (Carta), sono una buona occasione, crediamo, per addentrarci in questo scivoloso e drammatico tema che è oggi l’immigrazione, le brutalità che la accompagnano, ma anche e soprattutto le nuove sfide, le difficoltà che pone all’ordine del giorno.

Non c’è dubbio, ciò che sta accadendo lungo le coste del mediterraneo, dai respingimenti spettacolari della frontiera Sud, a quelli più silenziosi, ma non meno brutali, che quotidianamente avvengono nei porti di Venezia, Ancona e Brindisi, devono trovare risposta. Così come deve trovare risposta tutto quel impianto normativo chiamato “pacchetto sicurezza” che parla il linguaggio della barbarie, dello “stigma ufficiale”, come lo ha definito brillantemente Alessandro Dal Lago qualche mese fa, un medioevo dei diritti che pesa su di noi e sul nostro futuro.

Provandoci, provando cioè ad immergerci nella ricerca delle possibili risposte, iniziamo a maturare alcune convinzioni. Una di queste ha a che vedere con l’idea che non sia questo il tempo di chiamare a raccolta i brandelli di ciò che rimane (della sinistra, del movimento no global, o degli anti-razzisti), per produrre semplicemente contro-informazione o peggio, per agire (ovviamente senza risultati) sulle coscienze di milioni di persone, come fossero semplicemente degli idioti abbagliati dagli spot della Lega Nord. Piuttosto ci sembra il momento di elaborare un linguaggio, un pensiero ed una pratica incisivi ed efficaci dentro uno scenario di crisi che ha radicalmente stravolto ogni cosa: elaborare risposte capaci di parlare a molti. E’ a partire da questo che, per esempio, la manifestazione del 17 ottobre può diventare un nuovo inizio. (Info: www.17ottobreantirazzista.org )

Ovvio che poter apprezzare in prima serata TV le esperienze positive raccolte da presa diretta contrapposte alla violenza prodotta sui corpi dei migranti è una vittoria per noi tutti. Un grande contributo utile a svelare l’ipocrisia che governa il discorso e le norme sull’immigrazione.Ma sarebbe però sbagliato al tempo stesso non dirci che oggi questo non è sufficiente. Come non è sufficiente per costruire un nuovo lessico politico, e con esso una nuova pratica, raccontare ciò che sta avvenendo nelle nostre città come un abbaglio della politica e dei media.

Perché se è vero che la ricchezza dell’immigrazione rimane spesso occulta, e che il leit motiv sulla sicurezza agita in termini militari ha ridisegnato il corpo sociale, è vero anche che questo terreno non è più aggirabile.
Di questo ci parla la domanda girata a Iacona dal conduttore di Fahrenheit.
Del fatto che gli applausi ai respingimenti, ai militari che pattugliano le città, ai Centri di detenzione, arrivano soprattutto da chi si confronta con la precarietà, con la negazione del diritto ad abitare o con la cacciata delle discariche dal suo territorio. Del fatto, per esempio, che, dentro la crisi, non basta più rispondere al razzismo ed alle leggi ingiuste motivando i tortuosi percorsi delle migrazioni con la fuga dalla povertà. La crisi è globale, la povertà altrettanto, anche nelle nostre città. Come affrontiamo tutto questo?

Sgombriamo subito il campo. Non c’è, in quello che diciamo, nessuna rincorsa al pensiero unico securitario.
Fortunatamente noi non abbiamo voti da recuperare e neppure abbiamo mai partecipato alla votazione di leggi razziste o a governi che non le hanno cambiate. Tanto meno viviamo il presente con rassegnazione o pessimismo, anzi.
Si tratta invece di provare a leggere la realtà e a maturare un lessico ed una pratica forti, non residuali, in grado di trasformarla.

Per molto tempo l’opposizione al razzismo ha parlato della ricchezza dell’immigrazione. Ma come possiamo pensare che questo sia sufficiente ad invertire la tendenza in questa realtà di crisi? In una realtà in cui le città e le province sono spesso travolte da spinte identitarie e comunitarie anche da parte dei migranti? Come possiamo tornare a parlare nei quartieri e nelle piazze in tanti di una solidarietà e soprattutto di lotte in grado di fermare il medioevo che avanza? Insieme, clandestino.carta.org, www.meltingpot.org e molti altri, potranno dare un grande contributo a guardare con altri occhi la realtà.
A patto di riuscire a liberarci di troppe convinzioni maturate.E’ il caso per esempio di assumere fino in fondo uno dei tratti dominanti del presente. E’ il caso di dirci, senza paura, che la società dalle molte provenienze, dentro la crisi, è scontro. Lo è oggi e lo sarà, ma non ci addentriamo in previsioni (e neppure in auspici) anche quando quei giovani che oggi crescono nelle scuole insieme agli italiani si accorgeranno di essere stranieri, o negri, perché una legge spietata sarà lì a ricordarglielo. Si tratta quindi di posizionarci in questo scenario.
E’ il caso insomma di assumere questo terreno verace, carico di tensione, di contraddizioni, senza negarlo semplicemente perché è reale. Perché altrimenti dovremo continuare a riempire le pagine dei nostri siti, dei giornali, o le trasmissioni, di altri pacchetti sicurezza o di altre ed innumerevoli violazioni dei diritti umani sempre più legittimate dal consenso.

Non ci serve il manifesto dell’anti-razzismo, ma occorre una bussola per orientarci nelle tante contraddizioni che incontreremo. Una traiettoria etica potremmo dire, che ci permetta di stare nel caos che la crisi ha provocato anche nella composizione sociale in cui siamo immersi.Alcuni terreni su cui ripartire ci sono.
La consapevolezza, a patto di riuscire a mettere in discussione molte delle certezze che abbiamo maturato in questi anni, che l’immigrazione come risposta ai richiami del mercato del lavoro non può (e forse non lo ha mai fatto pienamente) spiegare, i fenomeni migratori, confermata per esempio dalla massiccia espulsione dei migranti dal mercato del lavoro. L’idea che oggi parlare di immigrazione (e non solo di immigrati) è affrontare un paradigma della nostra società. Il discorso sull’immigrazione è produzione di governo, prima che di ricchezza. Lo stimolo a ridisegnare le traiettorie che abbiamo delineato nel corso del tempo, ad uscire cioè dall’idea che la ricomposizione dei migranti può avvenire solo sul terreno del loro protagonismo come forza lavoro, per aggredire il razzismo e l’ingiustizia sociale del presente allargando la visuale. Assumendo tutta la problematicità di temi come la differenza, l’integrazione (o assimilazione?) la rappresentanza, l’identità, il meticciato. E poi ancora, la convinzione che quella per il diritto d’asilo sia una battaglia di civiltà che ha a che vedere con la guerra e con le torture, con i trafficanti e le tragedie (colpevoli) del mare. Non c’è possibilità di sottrarsi dal dovere di fermare questa barbarie. Consapevoli che il gioco è però più complesso e ci richiede di rivolgere lo sguardo anche verso lo scontro che continuamente vive nelle nostre città. Uno scenario che non può trovare un antidoto adeguato se viziato dalla sufficienza di chi interpreta il tema delle differenze come qualcosa di ideologico o i migranti come delle semplici vittime che attendono di essere salvate dai professionisti dell’anti-razzismo. Spesso il confronto si accende su temi come l’omofobia, il ruolo della donna, o la religione. Siamo all’altezza di questa sfida?Io credo di si. Se siamo in grado di sostituire all’ideologia l’inchiesta, alla residualità la voglia di trasformazione.
Consapevoli che sarà il terreno dei diritti e della loro conquista in comune a misurare la capacità nostra e dei migranti insieme di costruire un nuovo futuro.(fonte: www.meltingpot.org 27 settembre 2009)

Regolarizzazione colf: ultimi chiarimenti dal Viminale


Nelle nuove FAQ anche la possibilità di regolarizzare il coniuge od un parente.
A pochi giorni dalla scadenza dei termini per la presentazione delle domande di regolarizzazione il Dipartimento delle libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’interno fornisce nuove risposte a chiarimento di alcuni quesiti.
1. Alla domanda se è possibile regolarizzare una colf o una badante con cui esiste un rapporto di coniugio o parentela - situazione ricorrente con una certa frequenza - i tecnici del Viminale rispondono affermativamente, in quanto l’esistenza di un vincolo di parentela o affinità con il lavoratore non esclude la sussistenza di un contratto di lavoro domestico purché il rapporto di lavoro sia provato ed in presenza della relativa retribuzione. Però, nel caso del coniuge, il rapporto di lavoro domestico è possibile soltanto quando il datore di lavoro abbia menomazioni tali da renderlo non autosufficiente e per le quali sia stata riconosciuta l’indennità di accompagnamento; pertanto, in tali ipotesi, la domanda di emersione può riguardare soltanto le badanti. L’assistenza prestata al coniuge, infatti, rientra tra i doveri reciproci posti dalla legge (art. 142 c.c.) e solo la condizione di una grave menomazione può giustificare l’instaurazione di un rapporto di lavoro domestico. Anche nel caso di genitori e figli la cura e l’assistenza si intendono, normalmente, prestate per affezione. Infine, si chiarisce che l’onere di provare l’esistenza del rapporto di lavoro domestico ricade sul datore di lavoro.
2. Altra domanda riguarda la possibilità di regolarizzare la posizione di badanti e colf che, da tempo presenti sul territorio nazionale, abbiano per un breve periodo interrotto il rapporto di lavoro per raggiungere i propri familiari nella patria di origine. Anche in questo caso la risposta è affermativa in quanto il rapporto di lavoro domestico prevede il diritto ad usufruire di permessi per ferie, malattia, visite mediche etc. che non interrompono il rapporto di lavoro.
3. Un terzo quesito verte sulla possibilità che un figlio non convivente con i genitori possa presentare domanda di regolarizzazione di una colf che presta servizio presso i genitori stessi. In questo caso, risponde il Ministero, il figlio può presentare domanda solo se lo stesso è in grado di soddisfare autonomamente il requisito del reddito in quanto il reddito dei genitori non può essere cumulato perché non conviventi.
4. L’ultima risposta riguarda la possibilità di presentare la domanda di emersione per un lavoratore irregolare impiegato presso una pluralità di datori di lavoro per un numero di ore settimanali che cumulativamente supera il monte ore previsto, mentre per ogni singolo datore di lavoro non raggiunge il limite minimo delle 20 ore settimanali. In questo caso la risposta è negativa in quanto è la stessa legge che stabilisce la possibilità di assunzione da parte di un unico datore di lavoro per un numero minimo di ore settimanali non inferiore a 20.(Fonte: www.immigrazioneoggi.it 27 settembre 2009)

L'Islam riempie l'Arena "Torino è casa nostra"

di Jacopo D'Orsi

ramadan0080-thumb1.JPGTorino: Se non erano tutti, ci sono andati vicini. Ventimila, forse venticinquemila musulmani: marocchini, egiziani, somali, sudanesi, sauditi. E italiani, la seconda generazione di immigrati. Bambini, ragazzi e ragazze. Fa impressione parlare la nostra lingua con i genitori, ancora un po’ incerti tra lessico e coniugazioni dopo anni nel nostro Paese, e poi ascoltare loro, Samira, Hamza, Youssef, i figli, il futuro, esprimersi alla perfezione in italiano, la «loro» lingua, imparata dalla vita e non solo a scuola.

Una folla immensa, tranquilla, festante, colorata, ieri mattina ha invaso composta, come una marea, l’Arena rock della Continassa, «affittata» dal Comune per la preghiera di Id al-fitr che chiude il Ramadan, il mese di digiuno imposto dal Corano. L’ha riempita in due ore. Alle 8 i primi, alle 10 gli ultimi. Felici. «Perché è una grande festa - raccontava Hani Mokhtar, ragazzone egiziano da sei anni a Torino, pugile e studente Isef -, un po’ come sono per voi Pasqua o Natale. L’occasione per incontrare tanti amici, baciarci e abbracciarci». Baciarci e abbracciarci. Una, due, quattro volte. «Voi italiani cominciate a capirci: quando è cominciato il Ramadan, ho ricevuto diversi sms di auguri».

Ci sono tutti, o quasi, i trentamila islamici della città. C’è chi si presenta in tunica e chi sfodera il vestito buono, come Ismail El Mamoun, 19 anni, marocchino e perito elettrotecnico. Lui p permetterselo, molti amici no, «ed è per questo che raccogliamo i soldi, 6 euro a testa, un aiuto concreto per chi è difficoltà». La grande massa surclassa i diecimila dell’anno scorso al PalaIsozaki. I bambini giocano con i palloncini, i giocattoli portati da casa, la fantasia. Fanno a nascondino davanti, dietro, attorno al predicatore, l’Imam Mohammed Abdel Rahaman, «parlamentare egiziano», arrivato apposta per l’evento, mentre gli adulti pregano, scalzi, «vicini ed è questo il bello», ciascuno col suo sacchettino e «rivolti leggermente alla sinistra del sole» che è appena sorto e asciuga il velo di foschia lasciato dalla pioggia della notte. Le donne, secondo copione, stanno in disparte.

Le enormi casse piazzate su un lato dell’arena sputano amplificate le invocazioni ad Allah. Questa gente, i figli di Torino e i loro padri, ascolta la preghiera rimbombare e scopre un orgoglio nuovo, «essere cittadini di serie A». «Una volta - continua Ismail - non lo eravamo. Oggi molto è cambiato, non siamo solo operai: io studio, ho amici iscritti al Politecnico, facciamo le cose che fate voi italiani. Torino è migliorata». Lo pensano in molti, lo testimoniano gli applausi all’assessore all’Integrazione Ilda Curti mentre legge il messaggio del sindaco Sergio Chiamparino. «Un evento straordinario durante una preghiera - giura Amir Younes, responsabile del Centro Mecca -, come straordinario è stato il Comune a concederci uno spazio del genere. La piena integrazione è vicina». Insieme con la moschea di via Saluzzo e tutte le altre, Amir ha pagato l’«affitto» e organizzato la mattinata alla perfezione.

Mentre l’Imam - assicura chi è in grado di capirlo - invita i fedeli a comportarsi bene verso il Paese e la città che li ospita, non un accenno viene fatto all’assassinio di Sanaa, la ragazza marocchina sgozzata dal padre a Pordenone perché amava un italiano. Parole di cordoglio ricordano invece i sei militari nostri connazionali uccisi giovedì in Afghanistan. «Ma tutto questo non c’entra nulla con l’Islam», spiegano Emam Gamal, meccanico egiziano, 34 anni, Rashid Laaouina, magazziniere marocchino, 29 anni, e Faicl El Rohi, idraulico marocchino, 32 anni. «Noi vogliamo bene a Torino e Torino vuole bene a noi». (www.migranti.it 21 settembre 2009)

Respingimenti - Berlusconi e Fini, due facce della stessa medaglia


di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo
Si nega l’evidenza e si insiste sui respingimenti. Verso la cancellazione del diritto d’asilo

30674.jpgNel mese di maggio Berlusconi definiva i respingimenti collettivi verso la Libia un “atto di grande umanità”, aggiungendo che per chi fuggiva da guerre e persecuzioni sarebbe stato possibile “rivolgersi all’agenzia Onu per dimostrare la loro situazione e, in caso, ottenere il diritto di asilo”. Ma l’ONU non ha offerto alcuna copertura al governo italiano ed ha denunciato a più riprese l’ arbitrarietà dei respingimenti, al punto che suoi rappresentanti, come Laura Boldrini, sono stati attaccati e minacciati da diversi esponenti del centro-destra. Un attacco ignobile che non ha risparmiato neppure Thomas Hammarberg, Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, “reo” di avere denunciato la sistematica disapplicazione delle decisioni della Corte Europea per i diritti umani da parte dell’Italia e la prassi illegale dei respingimenti collettivi praticati dalle autorità militari su disposizione del ministro dell’interno.

Secondo quanto dichiarato dal Presidente del Consiglio nei primi giorni successivi all’avvio dei respingimenti concordati da Maroni con i libici, “se qualcuno è entrato nel nostro territorio, nelle acque territoriali, noi verifichiamo se ha il diritto di restare perché in condizione di chiedere asilo nel nostro Paese. Verifichiamo il suo diritto d’asilo, se proviene da situazioni di pericolo, mancanza di libertà o altro. Se però questi barconi, che sono purtroppo gestiti da organizzazioni criminali che si fanno pagare, che trasportano anche schiave, portate da noi per essere avviate alla prostituzione, se questi barconi noi li fermiamo prima delle acque territoriali, dando tutto l’aiuto e soccorso necessario non solo per salvargli la vita ma perché stiano bene, abbiano acqua, viveri, cure mediche, noi li scortiamo fino al punto d’imbarco e là, lo abbiamo fatto adesso per la Libia, ci sono per esempio le Agenzie delle Nazioni Unite che possono verificare lì, in loco, se hanno diritto all’asilo”.

Durante l’ultima “esibizione” televisiva del presidente del consiglio, che si è occupato di respingimenti anche in una trasmissione dedicata al terremoto, si è verificata una totale assenza di contraddittorio perché i giornalisti presenti non sono riusciti a contestare al capo del governo le immagini tragiche diffuse in rete, immagini inequivocabili, che mostrano i migranti, sbarcati dalle nostre unità militari il 7 maggio scorso, abbandonati riversi sulla banchina nel porto di Tripoli. Berlusconi ha continuato così a seminare menzogne, affermando che non si tratta di respingimenti vietati dalle convenzioni internazionali, in quanto, a suo avviso, i mezzi della marina militare e della guardia di finanza “affiancano” le imbarcazioni cariche di migranti per ricondurle verso le acque libiche dove vengono presi in consegna dalla polizia di Gheddafi. Dopo la “scorta”, dunque l’”affiancamento”, chissà quale altro termine verrà inventato la prossima volta per nascondere quelle che sono vere e proprie deportazioni.

Secondo il capo del governo questa attività di “contrasto dell’immigrazione illegale” avrebbe contenuto il numero delle vittime, oltre che ridurre in modo consistente il numero degli sbarchi. Ma come al solito si nasconde all’opinione pubblica la realtà e si ignorano le vittime delle violenze della polizia, oltre che dei trafficanti libici. Numerosi rapporti internazionali e documenti video, e di recente le stesse testimonianze delle vittime, confermano che dopo la entrata in vigore degli accordi di respingimento tra Italia e Libia la condizioni dei migranti in transito in quel paese sono peggiorate e molti di loro finiscono sempre più spesso in veri e propri lager. Malgrado la presenza di organizzazioni umanitarie e la ristrutturazione di alcune carceri, ad uso e consumo delle ispezioni internazionali, in Libia la situazione degli immigrati in transito è sempre peggiore, alcuni centri di detenzione come quello di Kufra sono ancora off-limits, nel carcere di Bengasi sono stati uccisi alcuni somali che tentavano di fuggire, molti altri sono stati feriti o torturati, e continua la collusione tra le forze di polizia ed i trafficanti. Soltanto chi paga riesce a sottrarsi alle sevizie dei secondini che comandano nei centri di detenzione, abusano delle donne e si fanno pagare per lasciare fuggire qualcuno, e questo avviene probabilmente anche in quelle carceri visitate periodicamente da organizzazioni internazionali e da ufficiali di collegamento.

Maroni e Frattini hanno negato la fondatezza delle critiche rivolte ai respingimenti collettivi da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, della Chiesa cattolica, di autorevoli rappresentanti della Commissione Europea, da ultimo dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Dopo qualche distinguo diversivo anche Fini si è unito al coro dei sostenitori dei respingimenti, sostenendo che “il diritto di respingimento e’ un sacrosanto diritto garantito dalle Nazioni unite ad ogni Paese sovrano e sarebbe utopico sostenere che poiché quelle persone vengono da Paesi dove sono violati dei diritti possano venire da noi e poi si pensa a come sistemarli”. E così saranno contenti anche coloro che attendevano una destra dal volto umano. Tutte le destre stravolgono il contenuto delle convenzioni internazionali e giungono alla negazione sostanziale del diritto di asilo, in nome dello slogan “aiutiamoli a casa propria”.

Per tutti i critici, piuttosto che repliche basate sulle norme e sui fatti, soltanto minacce e insulti, oppure mistificazione del contenuto delle convenzioni internazionali e travisamento dei fatti. E anche tanta disinformazione, come quando il ministro degli esteri sostiene che l’Italia ha effettuato il maggior numero di salvataggi a mare, tra i paesi europei, prendendo in esame il periodo 2007-2009. Un ulteriore elemento di confusione perché nelle statistiche diffuse da Frattini si considerano anche i migranti salvati dalla marina italiana e condotti a Lampedusa negli anni (2007 e 2008) in cui non si effettuavano respingimenti in Libia ( salvo rare eccezioni) e le regole di ingaggio delle nostre unità militari, decise dal governo Prodi, erano considerate come un esempio positivo a livello europeo. Ma dal gennaio del 2009, soprattutto per l’attivismo di Maroni che si è recato in Libia per “perfezionare” i precedenti accordi bilaterali, è cambiato tutto, e se sono diminuiti gli arrivi in Sicilia e a Lampedusa sono aumentate le vittime, non solo in mare, ma anche nelle carceri e nei deserti della Libia. E tutto in un clima da segreto militare, perché mentre i protocolli di Amato del 2007 erano noti, gli ultimi accordi stipulati a Tripoli tra Maroni ed i libici il 4 febbraio scorso rimangono segreti. Sarebbe tempo che il Parlamento, che il giorno prima ha votato “alla cieca” la ratifica del Trattato di amicizia con la Libia, decida la istituzione di una commissione di inchiesta sulle modalità di attuazione di quegli accordi, e dunque sui respingimenti collettivi.

Adesso il presidente del consiglio, in evidente difficoltà di fronte alle tante contestazioni rivolte al governo italiano sulla base del diritto internazionale e del diritto comunitario, cerca di cambiare le carte in tavola, un vero e proprio imbroglio e tenta ancora una volta di confondere i fatti, raccontando all’opinione pubblica quello che non è, ma tacendo sistematicamente quanto avviene nelle acque del Canale di Sicilia quando le motovedette italiane sono chiamate dalle unità di ricognizione, appartenenti anche a Malta ed a Frontex, per effettuare i respingimenti collettivi verso la Libia. Missioni mirate, anche di poche ore, che non hanno nulla delle azioni di salvataggio, ma che sono finalizzate a riconsegnare alle autorità libiche i migranti in fuga “intercettati in acque internazionali”.

A maggio Berlusconi parlava di “scorta fino al porto di imbarco”, poi ancora ieri utilizzava il termine “affiancamento”, per descrivere le attività dei mezzi militari italiani che riconducono le imbarcazioni cariche di “clandestini” in acque libiche, mentre sono numerosi i video, le foto, le testimonianze che documentano gli abusi, e talvolta anche le violenze, poste in essere da militari italiani impegnati nelle operazioni di respingimento collettivo nelle acque del Canale di Sicilia. Gli immigrati, le donne, i minori non accompagnati, alla deriva spesso da giorni, vengono caricati sulle imbarcazioni italiane e da lì riconsegnati a forza, anche a colpi di remo se qualcuno si ribella, ai militari imbarcati sulle motovedette a bandiera libica regalate dall’Italia a Gheddafi, in servizio dal 15 maggio scorso. Lo stesso trattamento anche per donne in stato di gravidanza e per minori non accompagnati.

I consulenti che hanno suggerito a Berlusconi di non fare riferimento alla circostanza che gli immigrati vengono caricati a bordo delle unità italiane in acque internazionali e da lì trasferiti a forza sulle imbarcazioni libiche, hanno dimenticato che la giurisdizione italiana e la possibilità di perseguire reati commessi da pubblici ufficiali italiani si può radicare in tutte le ipotesi in cui le persone migranti, seppure in acque internazionali, siano sottoposte alle decisioni, e dunque al “potere di imperio” di militari italiani. Ed i diritti fondamentali della persona, a partire dal diritto alla vita e dal diritto a non subire trattamenti disumani o degradanti, vanno riconosciuti a tutti coloro che si trovano in mare, non solo ai potenziali richiedenti asilo, come ricorda all’Italia anche la Commissione Europea.

Ma i respingimenti collettivi non avvengono soltanto nelle acque tra la Libia, Malta e la Sicilia.
Durante la trasmissione “Presa diretta” di Riccardo Iacona, è tornato in evidenza il tema dei respingimenti collettivi di potenziali richiedenti asilo irakeni ed afgani, molti dei quali minori non accompagnati, da Venezia, da Ancona, da Bari, da Brindisi, verso Patrasso ed Igoumentitsa, in Grecia. Nel corso della trasmissione, un funzionario della Polizia di Ancona riferiva che non gli risultavano casi di minori non accompagnati o di richiedenti asilo respinti verso la Grecia, ma aggiungeva che questo dato riguardava soltanto l’attività della Polizia di Stato, mentre è notorio che le attività di controllo dei mezzi sbarcati dai traghetti che arrivano da Patrasso sono svolte preliminarmente dalla Guardia di Finanza. E sono finanzieri che riaccompagnano sui traghetti i migranti che scoprono sulla banchina, o all’interno dei container, subito dopo lo sbarco. I servizi di accoglienza alla frontiera, presso i quali operano diverse associazioni che dovrebbero occuparsi dei richiedenti asilo, non sono messi in condizione di conoscere l’arrivo di migranti irregolari in quanto non hanno accesso regolare alle banchine portuali quando arrivano le navi, che dopo qualche ora ripartono verso la Grecia. Di fatto queste associazioni lavorano quasi esclusivamente con gli immigrati che la polizia, o la guardia di finanza, decidono di condurre nei loro uffici. Una violazione eclatante delle direttive comunitarie e delle norme interne di attuazione in materia di accoglienza e di accesso alle procedure di asilo che sottraggono alla discrezionalità delle forze di polizia la presentazione di una istanza di protezione internazionale.

A tutti i livelli, si adotta la stessa tecnica di “oscuramento” con la quale si nega persino l’evidenza dei fatti, anche se diversi testimoni oculari hanno assistito ai respingimenti sommari posti in essere dalla Guardia di Finanza alle frontiere portuali dell’Adriatico. Migliaia di persone arrivate con i traghetti dalla Grecia, nascoste sotto i TIR oppure all’interno dei container, e molti tra di loro sono morti in modo orribile, sono state respinte in Grecia in violazione del divieto di espulsioni collettive, sancito dalle Convenzioni internazionali, senza alcuna identificazione certa, senza alcuna possibilità di accesso alla procedura di asilo, senza alcun riconoscimento dei diritti di permanenza dei minori. E neppure la stampa locale, che prima dava ampia notizia di questi respingimenti, riporta più un rigo di cronaca su quanto continua ad avvenire in spregio delle convenzioni internazionali, e delle norme sui respingimenti stabilite dal Testo Unico n. 286 del 1998 sull’immigrazione ( per documenti sui respingimenti verso la Grecia si rinvia a fortresseurope.blogspot.com).

Come nel caso dei migranti consegnati alla polizia libica, il 7 maggio scorso a Tripoli, dalle autorità militari italiane, anche sui respingimenti collettivi verso la Grecia pende un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. La Corte Europea ha richiesto all’Italia ed alla Grecia informazioni precise su quanto avviene alle frontiere portuali, una richiesta che è stata elusa per mesi, con continue richieste di rinvio e che adesso dovrà essere adempiuta, entro la fine di settembre.
Mentre Berlusconi e la sua corte di ministri continuano a diffondere allarmismo e disinformazione, spacciando dati non veritieri e minacciando chiunque osa esprimere critiche, anche quando si espongono semplicemente fatti avvenuti e norme di diritto, la Corte Europea e la Commissione Europea, che pure si sta interessando di questi casi, dovrebbero emettere presto i loro verdetti di condanna dell’Italia.

Non si comprende come la magistratura italiana, così solerte nel perseguire per agevolazione dell’ingresso di “clandestini” quanti hanno svolto azioni di salvataggio in mare, possa continuare ad ignorare ancora queste continue violazioni dei diritti fondamentali delle persone, compiute dalle autorità italiane alle frontiere portuali dell’Adriatico e nelle acque del Canale di Sicilia. La documentazione dei fatti è a disposizione di qualunque magistrato italiano, almeno fino a quando la riforma del processo penale voluta da Berlusconi non trasferirà sulla polizia giudiziaria quei poteri di accertamento e di approfondimento della “notizia criminis” che oggi spettano ai magistrati. E a quel punto il cerchio potrebbe essere chiuso, con l’informazione messa sotto controllo, la chiesa costretta alla difensiva ( quando difende i migranti), gli organismi internazionali delegittimati. Non si tratta solo di difendere i diritti fondamentali delle persone. Se la magistratura non dimostrerà, anche nel caso dei respingimenti collettivi, tema che è diventato cruciale per le politiche migratorie del nostro paese, quella indipendenza e quella autonomia che le riconosce la Costituzione, per tutti, cittadini e migranti, sarà un ulteriore passo verso il tradimento della Costituzione repubblicana e verso la definitiva instaurazione di un regime autoritario. Un rischio di regime, basato sulla discriminazione e sull’esclusione sociale, contro il quale in queste settimane si stanno mobilitando i migranti e le associazioni antirazziste.( www.meltingpot.org 18 settembre 2009)

 

"Noi  e "Loro"

di Loredana Biffo
 

Lo scottante tema dei respingimenti dei barconi carichi di immigrati, e il modo concitato e paranoide con cui il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi affronta la questione, mette in evidenza il vero focus di un problema che ha origine in una politica di scellerato razzismo, che ha origini antiche ma, purtroppo, sempre attuali. E non è certo Berlusconi il solo colpevole dello strazio a cui stiamo assistendo, pari responsabilità ha la Lega che ha fatto di tale razzismo una bandiera nazionale.
Del resto gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della discriminazione come salvezza dalla contaminazione delle "culture altre". Lo hanno accettato, ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No, o perlomeno lo realizzano solo in parte, diventandone la caricatura, o lo realizzano in una misura così minima da diventarne vittime inconsapevoli, che non si vergognano della propria ignoranza (voce del verbo "ignorare") specifica. Non a caso il Commissario Barrot, responsabile dei problemi dell'immigrazione, ha giustamente detto che il respingimento indiscriminato delle barche di immigrati pone un problema, perchè tra questi possono esserci persone che hanno titolo per chiedere e ottenere asilo, e che per questo motivo, la Commissione ha chiesto spiegazioni alle autorità italiane, che ora hanno due mesi di tempo per rispondere".

In realtà si pone un problema ancor più grave: la violazione dei diritti di chi è già in Italia come rifugiato politico, e in possesso quindi di carta di identità italiana.
Questo è ciò che accade in una città come Torino, dove nel novembre del 2007, i centri sociali hanno occupato uno stabile (ex caserma vigili del fuoco), e ne hanno fatto un rifugio per rifugiati politici sudanesi, che viene poi in seguito sgomberato, dando origine ad una nuova occupazione nei locali di una ex casa di cura privata "Clinica San Paolo" di C.so Peschiera; un luogo assolutamente inadatto ad ospitare 300 persone in totale stato di indigenza, che vivono praticamente senza i servizi igienici minimi per garantirne l'incolumità e lo stato di salute. Ci sono fili della corrente agganciati con mezzi di fortuna a qualche casa circostante, tre tubi dell'acqua per 300 persone, di cui molte donne in stato avanzato di gravidanza, bambini piccoli e malati.
Alcune associazioni si stanno occupando della questione, tra cui il Gruppo Abele, Non solo Asilo, l'associazione Adelaide Aglietta e molte altre, che si pongono l'obiettivo di dare asilo a rifugiati politici somali, etiopi e sudanesi che si trovano in Italia, ma il Governo e il Comune, nonostante la situazione che rivela lo stato d'urgenza, tergiversano rimandando il problema perchè i rapporti tra le parti sono pessimi. Nel gennaio 2009 ci sono dei disordini, tutte le associazioni sostengono gli immigrati, mentre il Comune continua a rimandare la decisione di trovare una collocazione dignitosa ai rifugiati. Nel giugno 2009 il Prefetto decide di spostarli in Via Asti alla Caserma Lamarmora, e il Sindaco Chiamparino ordina lo sgombero della ex clinica S. Paolo, ma solo dopo si rendono conto che i rifugiati sono 340, e che nella caserma Lamarmora ci sono solo 200 posti.

A questo punto esplodono le proteste dei Radicali e delle Associazioni, pertanto il trasferimento viene rimandato, la data prevista è l' 11 settembre 2009 (complimenti per la scelta), e le persone che non rientrano nella capienza massima della caserma, verranno trasferite "in qualche altro posto" da definire (notare che manca poco alla data dell' 11).
La Senatrice Rita Bernardini, in seguito alla petizione dell' Associazione Radicale Adelaide Aglietta, chiede conto al Ministro Maroni attraverso una interrogazione parlamentare, di assumersi la responsabilità a livello nazionale e trovare sistemazione per tutti, tenendo conto anche dei nuclei famigliari. Il governo tergiversa, e il problema rimane; le associazioni continuano la loro battaglia nell'indifferenza generale; si pensi che l'Assessore alle Politiche Sociali Borgione, ha detto che "la città ha fatto fin troppo" (sic!), il Sindaco Chiamparino è stato invitato allo stand dei Radicali alla festa del PD, a visionare un video girato all'interno del tugurio in cui vivono questi "esseri umani", ha detto tra l'imbarazzato e il seccato che qualcosa verrà fatto; il giorno dopo questo incontro con i Radicali, è stato mandato in onda un servizio sul Tg 3 in cui si diceva che si sarebbero presi provvedimenti, ma vorrei aggiungere che in qualità di Sindaco è pienamente responsabile di come lavorano i suoi assessori che fino ad ora non hanno risolto il problema; inoltre la caserma Lamarmora sarebbe comunque un luogo provvisorio per 6 mesi, perchè poi arriverebbero gli alpini, quindi si ricomincerebbe tutto da capo.

La cosa sconcertante in questo rimpallo di responsabilità, è che Torino rischia di essere il caso migliore nel Paese, perchè in base a quanto ne sappiamo nelle altre città, i rifugiati politici potrebbero essere tranquillamente alloggiati sotto i ponti o sui marciapiedi, mentre secondo la Convenzione di Ginevra, il protocollo di New York e la Costituzione Italiana, avrebbero diritto di asilo.
In materia di immigrazione e cittadinanza, l'articolo 13, 2^ comma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, dice che: "ognuno ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio", è un diritto universale, conferito a tutti gli esseri umani, che evidentemente comporta il diritto di immigrare in paese diverso, e perciò il dovere della comunità internazionale di garantirne in qualche forma l'esercizio.

Il razzismo istituzionale racchiuso nel "reato di clandestinità" è il riflesso di una nuova, radicale asimmetria tra "noi e "loro", concepita dalle attuali politiche dell'Occidente, orgoglioso di celebrare i propri trionfi e la propria superiorità rispetto al resto del mondo. La materializzazione di questa asimmetria attraverso le legislazioni contro l'immigrazione, la possiamo chiaramente riconoscere nel nostro "bisogno di sicurezza", nella nostra incontaminabile "identità culturale", anche a costo di far finta di nulla di fronte alla morte di milioni di esseri umani, che avvertiamo come "diversi", e che in quanto tali, nemici, o comunque inferiori. La costruzione di questo immaginario, è servito inoltre a cambiare il senso comune rispetto al concetto di devianza e al diritto penale, creando allarme sociale non già contro i delitti dei potenti - le corruzioni, i peculati, le grandi bancarotte, le devastazioni ambientali, le mafie, che a detta di qualcuno, la "magistratura politicizzata" si ostina a voler perseguire, bensì gli scippi, i delitti di strada le violenze sessuali commesse da immigrati (quelle degli italiani passano in secondo piano anche se sono numerose e all'interno delle famiglie), che non a caso riempiono le cronache televisive, e ancor più le carceri italiane.

Il razzismo, disse Michel Foucault, consiste precisamente "nell'introdurre una separazione, quella tra ciò che deve vivere e ciò che deve morire".
Questo è esattamente quello che si ottiene con i respingimenti in Libia dove gli immigrati verranno uccisi, o nei ghetti come la clinica S. Paolo dove si può morire di malattie o incidenti, nell'indifferenza della cosiddetta civiltà occidentale.(www.aprileonline.info 5 settembre 2009)

 

Il muro di gomma

 

I parenti degli eritrei morti nel Mediterraneo chiedevano da un mese informazioni sui loro congiunti, ignorati da tutti.

La prima mail l'ha spedita il 31 luglio scorso. Al Consiglio dei rifugiati di Bonn, in Germania, dove vive da vent'anni. Suo fratello era partito dalla Libia soltanto tre giorni prima, eppure lei già presagiva che quel viaggio avrebbe potuto trasformarsi in tragedia.

Da Tripoli le avevano detto tutti di non preoccuparsi, perché dal gommone avevano telefonato col satellitare il 29 luglio, verso le sette di sera, dicendo che vedevano già Malta all'orizzonte. Tuttavia su internet non c'erano notizie di sbarchi. E nemmeno di respingimenti. Lei glielo aveva sempre detto di non partire. Perché 16 anni sono troppo pochi per sfidare la morte attraversando il Mediterraneo. Gli aveva consigliato di chiedere asilo politico in Libia, ma lui si era scoraggiato. Le Nazioni Unite gli avevano dato appuntamento per il 10 gennaio del 2010, ma con le continue retate della polizia, un futuro in Libia era inimmaginabile. Ed era partito senza dirle niente. A Bonn non sapevano niente, così sempre più preoccupata, ha iniziato a contattare chiunque potesse darle informazioni sulla sorte del fratello. Nel giro di due settimane è arrivata fino al ministero dell'Interno maltese, ma senza risultati. La conferma l'ha avuta soltanto sabato. Dopo vari tentativi, è riuscita a parlare al telefono con uno dei cinque superstiti al centro d'accoglienza di Lampedusa, che suo fratello lo conosceva e come. Prima di partire, a Tripoli, vivevano nella stessa casa.

C'era anche lui sul gommone. L'hanno visto spegnersi lentamente, e poi l'hanno abbandonato in mare come tutti gli altri. Il dolore per il lutto, aggravato dal senso dell'ingiustizia, l'ha spinta a consegnarci una copia del fitto scambio di email che ha avuto nelle prime due settimane di agosto con varie associazioni e autorità a Malta e in Germania, che dimostrano come la notizia della presenza di questa imbarcazione alla deriva fosse filtrata attraverso vari canali fin dalla fine di luglio.
I primi contatti furono con gli eritrei a Malta. Sì perché a Malta correva voce che il tre agosto un eritreo avesse ricevuto una richiesta d'aiuto da un parente che viaggiava a bordo del gommone dei 78. Lo aveva chiamato col satellitare prima che le batterie del telefono si scaricassero definitivamente. A far perdere le tracce di questa pista fu il respingimento del 12 agosto. Un gommone con un'ottantina di persone a bordo era stato respinto in Libia dalla Marina italiana. Una donna somala che aveva partorito in mare era però stata trasferita in elicottero all'ospedale Mater Dei di Malta. Il numero di passeggeri, la posizione, la data, tutto faceva presupporre che fosse quello il gommone dove si trovava il fratello della signora. Nel carteggio spuntano una serie di mail scritte a partire dal 14 agosto proprio all'ospedale Mater Dei.

C'è anche una foto in allegato. La signora chiede di mostrarla alla donna ricoverata per chiederle se lo riconosce. La risposta è negativa. Il Consiglio dei rifugiati di Colonia allora scrive direttamente al ministro dell'Interno maltese. Risponde un funzionario dell'ufficio richiedenti asilo, che il 20 agosto alle 6:40 scrive "Come le ho detto al telefono non abbiamo avuto sbarchi tra il 25 luglio e il 12 agosto, pertanto sono sicuro che suo fratello non sia arrivato Malta". Il consiglio è di rivolgersi alla Croce rossa tedesca. Ma la signora lo ha già fatto, il 12 agosto. E l'ufficio per la ricerca delle persone scomparse di Monaco le ha detto che hanno girato la segnalazione a Malta e a Lampedusa senza risultati. Ma ormai è troppo tardi. Il giorno dopo infatti, sui quotidiani tedeschi campeggiano i titoli della strage a Lampedusa.

Prima di riagganciare il telefono, la signora mi chiede notizie sulla sorte delle salme dei naufraghi ripescate nel Canale di Sicilia. Difficilmente si ripescherà il corpo del fratello e difficilmente sarà identificabile. La famiglia tuttavia confida in una busta di plastica chiusa ermeticamente. Dentro c'è un biglietto di carta con su scritto il suo nome. Se lo era messo in tasca prima di partire, dicono gli amici rimasti a Tripoli. Un giorno i pescatori ritroveranno quella busta in mezza al pescato. E scuoteranno la testa pensando a quando il mare non assomigliava tanto alla morte.(www.PeaceReporter 26 agosto 2009)

 

 

 

 

Sicurezza o barbarie

Con l’approvazione del ddl 733, il decreto cosiddetto “sicurezza”, si è compiuto un ulteriore passo verso la barbarie. Il disegno di legge introduce con le sue norme un vero e proprio sistema di esclusione sociale, una sorta di apartheid, e per questo non può che essere definito una legge razzista.
I diritti smettono di essere tali per diventare altro, nella migliore delle ipotesi concessioni, e gli immigrati diventano oggetti in balia di ogni arbitrio. Sarà infatti lo status di immigrato a determinare il godimento o meno del diritto.
In questo modo cittadini che vivono nello stesso Paese non saranno tutti uguali di fronte alla legge né godranno delle stesse garanzie.
La Costituzione diventa così carta straccia.
L'intento persecutorio del Ddl è del tutto evidente e comporterà la conseguenza per gli irregolari di non iscrivere a scuola e di non registrare all'anagrafe i propri figli, di non rivolgersi al medico in caso di malattie. Il pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni sarebbe infatti costretto, con l'introduzione di questo reato, a denunciarli.
In questo modo a vincere sarà l’illegalità e la clandestinità.
I Comunisti italiani non possono accettare tutto questo.
Lanciamo una campagna di controinformazione e chiediamo a tutti i democratici, ai cittadini, agli uomini e donne di cultura, alle associazioni e ai partiti antifascisti e schierati in difesa della Costituzione, di trovare intorno ad una battaglia contro questa legge le ragioni di una unità in difesa del diritto e della democrazia.
Appoggiamo e facciamo nostra l’iniziativa di disobbedienza civile dal titolo “porte aperte”, lanciata dall’Arci, in cui i circoli della grande associazione ricreativa nazionale ospiteranno i migranti sottraendoli alla persecuzione del razzismo di Stato. Chiedendo ai nostri compagni di fare altrettanto con i nostri circoli e le nostre sezioni. Ci impegniamo a promuovere nel prossimo mese di settembre una mobilitazione diffusa nelle forme più unitarie possibili, dialogando in primo luogo con le comunità di cittadini stranieri presenti nel nostro Paese.(www.comunisti-italiani.it 15 luglio 2009)

     

A fianco dei clandestini: boicottare l'infame pacchetto sicurezza

 

Discriminatorio ed antinazionale. Così è definibile il "pacchetto sicurezza" divenuto legge. Criminalizza come "clandestini" uomini e donne sfruttati nei sud del mondo dal sistema capitalistico e vittime delle guerre neocoloniali ed imperiali. Prolunga la vessatoria permanenza nei lager detti Centri di identificazione temporanea fino a 180 giorni (finora il limite è stato di 60). Crea un clima di criminalizzazione del 'diverso', del 'sospetto'. Alimenterà marginalizzazione, xenofobia, razzismo. Mette in grave pericolo la salute pubblica: quanti "clandestini" non si recheranno in ospedale per farsi curare, per il rischio di essere arrestati? Per l'ideologia dominante, l'immigrazione è "clandestina" quando non è (non conviene che sia) riconosciuta ufficialmente come "risorsa". Clandestini, in via d'integrazione o integrati, gli immigrati sono comunque la risultante strutturale delle dinamiche di sviluppo ineguale capitalistico. Che violenta il diritto di ognuno, autoctoni e non, all'abitare con dignità e senza ineguaglianze la propria terra. Parafrasando un noto slogan: è il capitalismo che non ha nazione, mentre è da sempre necessario che il "proletariato" riconquisti la propria... Lottare per la liberazione nazionale e sociale (anche) in questo paese vorrà dire, ancor più di ieri, solidarietà e lotta al fianco dei cosiddetti "clandestini"(www.rivistaindipendenza.org 15 luglio 2009)

 

 

Passa al Senato con voto di fiducia. Da oggi siamo tutti più insicuri

di Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa

Entrerà in vigore il quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. E’ il pacchetto sicurezza che, in questo anno di tempo che lo divide dalla sua presentazione, ha fatto tanto discutere.

Era il maggio 2008 quanto il nuovo Governo, appena insediato, presentava un pacchetto di provvedimenti, il pacchetto sicurezza appunto, composto da un decreto legge, in vigore fin da subito - contenente l’aggravante di reato se commesso da irregolari - tre decreti legislativi, rispettivamente su ricongiungimenti, asilo e cittadini comunitari, di cui il terzo ritirato dopo le pressioni europee, ed un disegno di legge, il 733, oggi votato definitivamente al Senato.

L’iter del provvedimento non è stato certo senza intoppi e battute d’arresto.
Durante la prima votazione al Senato la bocciatura di ronde e prolungamento della detenzione nei Cie fino a 18 mesi. Poi, le polemiche seguite alla previsione della cancellazione del divieto di segnalazione (art 35 TU) da parte del personale medico sanitario per i cittadini stranieri non in possesso del permesso di soggiorno, mentre a catena, emergevano via via tutte le crudeltà neppure troppo nascoste tra le pieghe del testo in discussione.
Su tutte, il vero volano del provvedimento, l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno irregolare.
La sanzione prevista rimane pecuniaria e va da 5.000 a 10.000 euro, ma ciò che è più grave è proprio l’essenza stessa del punto in questione. Entrare irregolarmente in uno stato è espressione di una condizione individuale, soggettiva, quella di essere migranti e non rappresenta un atto lesivo di beni meritevoli di tutela penale, come sottolineato in un appello sottoscritto da moltissimi giuristi. Inoltre, l’introduzione del reato, combinata ad altre norme, rivela quanto sia spietato nel complesso il pacchetto sicurezza proprio imponendo in moltissimi casi la segnalazione, la denuncia della presenza irregolare nel territorio. Delazione diffusa e governo attraverso la minaccia.
E’ così per esempio per l’istruzione scolastica che, nonostante vi sia una deroga alla richiesta del permesso di soggiorno per iscrivere i figli a scuola, potrebbe comportare l’impossibilità, per uno studente divenuto maggiorenne, di portare a termine gli studi sostenendo gli esami finali e contemporaneamente obbligare il preside a denunciare lo studente privo di permesso.
Inoltre, la modifica all’articolo 6 del TU sull’immigrazione, che introduce la richiesta del permesso di soggiorno per ogni atto di stato civile, rende generalizzata la possibilità di denuncia oltre ad inibire alcuni tra gli atti che hanno più strettamente a che vedere con i diritti della persona e dei minori, come la registrazione delle nascite (per chi è privo di passaporto) o la registrazione dei decessi, ma anche l’emersione dal lavoro nero, proprio in quei settori in cui poggia per la quasi totalità sullo sfruttamento di manodopera "irregolare", sottoponendo al rischio di denuncia i testimoni se privi di permesso di soggiorno.

Se fino ad oggi le pratiche di pensiero più avanzate ed attente al teme delle migrazioni ci hanno aiutato a leggere il presente attraverso il paradigma dell’utilità del lavoro migrante, in termini di sfruttamento e subordinazione, oggi, dento la crisi globale, la nuova cifra della nostra epoca, il pacchetto sicurezza sembra consegnarci una angolo di visuale notevolmente più complesso. E’ il governo dell’esubero, fino in fondo il governo della vita, del lavoro e del non lavoro il nuovo baricentro della normativa sull’immigrazione.

Il passaggio alla Camera, anticipato da una nuova bocciature delle ronde e del prolungamento, questa volta fino a sei mesi, dei tempi di detenzione, che il Ministro Maroni aveva inserito in un decreto legge (quello denominato anti-stupri), è stato poi un terreno di misurazione dei rapporti di forza tutto interno alla maggiornaza. Allora, via la norma sui medici-spia, grazie alle pressioni del presidente della Camera Fini e di una lettera sottoscritta da oltre 100 parlamentari del Pdl, in cambio della reintroduzione ancora delle ronde e del prolungamento dei tempi di detenzione, poi, in cambio del voto di fiducia, la deroga prevista per l’iscrizione scolastica. Oggi ci troviamo davanti all’approvazione finale, in ogni caso, di un provvediemnto che ci riporta ad un medioevo dei diritti, una soluzione normativa che non solo attacca i diritti dei migranti, con uno stigma ufficiale impresso sui loro corpi, ma rende meno sicuri noi tutti.

La lotta alla "clandestinità" è il leito motiv dominante, retorica utile a legittimare tanta crudeltà. Ma la realtà è ben diversa. Non solo agli irregolari vengono inibiti una complessità di diritti che nulla hanno a che vedere con la sicurezza, ma la tassa di 200 euro per i rilasci ed i rinnovi dei permessi di soggiorno, le nuove difficoltà previste per ottenere la cittadinanza, le ulteriori restrizioni ai ricongiungimenti, l’introduzione di norme che se applicate provocherebbero una insostenibile emergenza sociale per quanto riguarda il tema della casa e dell’iscrizione anagrafica, con conseguenze drammatiche a catena su una serie infinita di diritti, insieme alla previsione di un test di lingua a cui è subordinato l’ottenimento del permesso di lungo periodo e all’introduzione del permesso di soggiorno a punti, testimoniano come siano anche e soprattutto i cittadini stranieri regolari ad essere colpiti dal pacchetto sicurezza. Per loro, oltre ad una preoccupante stretta sui diritti, anche la minaccia della crisi e della perdita del permesso di soggiorno. Un vortice assolutamente pericoloso. Per migranti e non.

Uno scenario, quello che si prefigura, che si inserisce in un quadro già pesantemente restrittivo e complesso. La legge sull’immigrazione già attualmente in vigore è in primo luogo spettacolo, produzione di immaginario, costruzione di senso, non per questo meno violenta di altre. Ma è anche e soprattutto un terreno di negoziazione, dove ciò che la legge dovrebbe garantire è sottoposto ad una continua contesa e deve essere permanentemente conquistato nel rapporto con l’amministrazione, con i vari servizi coinvolti, fa i conti con prassi disomogenne e restrittive che ogni giorno ricordano ai migranti la loro posizione subordibnata nella scala graduale della cittadinanza.

Allora forse, davanti a tanta barbarie, si è concluso il tempo di chi "accetta" l’immigrazione perchè utile al mercato del lavoro, è finito il terreno di discussione sulla ricchezza della società multietnica, si eclissa la possibilità di opporsi a questi dispositivi deliranti con approci solidaristici o attraverso le lenti dell’anti-razzismo così come fino ad oggi è stato inteso.
Oggi scopriamo che dietro a tanti lavoratori ci sono sogni, desideri e progetti di vita che, né la crisi, né il pacchetto sicurezza, sono in grado pienamente di piegare, scopriamo che la società multietnica è fino in fondo scontro, terreno di contesa, scenario in cui si esercitano, in maniera irruenta, rapporti di forza che coinvolgono noi tutti. E scopriremo, forse, insieme, migranti e non, che è ora di prender parte, di assumere l’attualità dello scontro in atto per dare corpo ad un nuovo modo di schierarsi in questo scenario di violenza che ci viene imposto.
Se sarà il medioevo dei diritti e della dignità, oppure una società diversa il nostro futuro, dipende solo ed esclusivamente da noi.(2 luglio 2009)


Tutti gli approfondimenti del  testo del provvedimento

 

"Ho eseguito gli ordini ma mi vergogno..."


"Quei disperati ci chiedevano aiuto"

di Francesco Viviano

LAMPEDUSA - "È l'ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati", dice uno degli esecutori del "respingimento". "Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia - aggiunge - ci urlavano: "Fratelli aiutateci". Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e "Ho eseguito gli ordini ma mi vergogno Quei disperati ci chiedevano aiuto"l'abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno".

Parlano i militari delle motovedette italiane - quella della Guardia di Finanza, la "Gf 106" e quella della Capitaneria di porto, la "Cpp 282" - appena rientrati dalla missione rimpatrio. Sono stati loro a riportare in Libia oltre 200 extracomunitari, tra i quali 40 donne (3 incinte) e 3 bambini, dopo averli soccorsi mercoledì scorso nel Canale di Sicilia. Un "successo", lo ha definito il ministro Maroni, che finanzieri e marinai delle due motovedette non condividono anche se hanno eseguito quegli ordini. Niente nomi naturalmente, i marinai delle due motovedette rischierebbero quanto meno una punizione se non peggio. Ma molti non nascondono il loro sdegno per quello che hanno vissuto e dovuto fare. "Eravamo impegnati in altre operazioni - dicono fiamme gialle e marinai della capitaneria - poi improvvisamente è arrivato l'ordine di andare a soccorrere quelle tre imbarcazioni, di trasbordarli sulle nostre motovedette e di riportarli in Libia".

Non è stato facile, a bordo di quelle carrette del mare c'erano donne incinte, tre bambini e tutti gli altri che avevano tentato di raggiungere Lampedusa. "Molti stavano male, alcuni avevano delle gravi ustioni, le donne incinte erano quelle che ci preoccupavano di più, ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli e li abbiamo eseguiti. Quando li abbiamo presi a bordo dai tre barconi ci hanno ringraziato per averli salvati. In quel momento, sapendo che dovevamo respingerli, il cuore mi è diventato piccolo piccolo. Non potevo dirgli che li stavamo portando di nuovo nell'inferno dal quale erano scappatati a rischio della vita".


A bordo hanno anche pregato Dio ed Allah che li aveva risparmiati dal deserto, dalle torture e dalla difficile navigazione verso Lampedusa. Ma si sbagliavano, Roma aveva deciso che dovevano essere rispediti in Libia. "Nessuno di loro lo aveva capito, ci chiedevano come mai impiegavamo tanto tempo per arrivare a Lampedusa, rispondevamo dicendo bugie, rassicurandoli".

La bugia non è durata molto, poco prima dell'alba qualcuno ha notato che le luci che vedevano da lontano non erano quelle di Lampedusa ma quelle di Tripoli. Alla fine i marinai italiani sono stati costretti a spiegare: "Non è stato facile dire a tutta quella gente che li avevamo riportati da dove erano partiti. Erano stanchi, avevano navigato con i barconi per cinque giorni, senza cibo e senza acqua. Non hanno avuto la forza di ribellarsi, piangevano, le donne si stringevano i loro figli al petto e dai loro occhi uscivano lacrime di disperazione".

Lo sbarco a Tripoli è avvenuto poco dopo le sette del mattino: "Vederli scendere ci ha ferito tantissimo. Ci gridavano: "Fratelli italiani aiutateci, non ci abbandonate"". Li hanno dovuti abbandonare, invece, li hanno lasciati al porto di Tripoli dove c'erano i militari libici che li aspettavano. Sulla banchina c'erano anche i volontari delle organizzazioni umanitarie del Cir e dell'Onu, ma non hanno potuto far nulla, si sono limitati a contare quei disperati che a fatica, scendevano dalla passerelle delle motovedette per tornare nell'inferno dal quale erano scappati. Le donne sono state separate dagli uomini e portati in "centri d'accoglienza" vicino Tripoli. Non si sa che fine faranno.
Solo uno è riuscito a sfuggire al rimpatrio. Un ventenne del Mali che aveva intuito cosa stava succedendo a bordo e si era nascosto sotto un telone. Ha messo la testa fuori solo quando la motovedetta della Finanza è attraccata a Lampedusa, ha aspettato che a bordo non ci fosse più nessuno e poi è sceso anche lui. È stato rintracciato mentre passeggiava nelle strade dell'isola ed ha subito confessato. Adesso si trova nel centro della base Loran di Lampedusa. Un miracolato.

(9 maggio 2009 La Repubblica)

Noi non vogliamo sederci vicino ai leghisti!

Apartheid meneghino



di Red

Apartheid meneghinoUna volta c'erano i posti riservati alle donne, agli anziani o agli invalidi. Ora il deputato della Lega Matteo Salvini ne propone una variante, con sorpresa: al posto dei singoli posti, il Presidente della Metropolitana Milanese dovrebbe riservare due carrozze intere del metrò "alle donne, giovani o anziane, italiane o straniere. Questo perché ci sono state centinaia di denuncia per molestie e per disturbo". E poi, visto che "c'è poi una minoranza che si comporta bene e che paga il biglietto, e quella minoranza è rappresentata dai milanesi. E' evidente che dobbiamo avere un occhio di riguardo per loro". Tradotto, l'idea dell'onorevole leghista è quella di una carrozza riservata "ai soli milanesi". Meneghini doc.
Il capogruppo del Carroccio nel comune di Milano sceglie piazza della Scala e la presentazione dei candidati milanesi della Lega per lanciare la sua provocazione. Lo dice da leghista convinto e "da milanese che prende il tram".

Provocazione? Dopo il tentativo di censire i bimbi rom, la fiducia sul ddl sulla sicurezza, il reato di immigrazione clandestina ed il tentativo di far passare le norme sui presidi-spia e sui medici delatori quella che per il parlamentare leghista è "una battuta" è per noi l'ennesima testimonianza di xenofobia e razzismo.

Convinta, appoggia l'iniziativa anche una candidata del Carroccio al consiglio provinciale, Raffaella Piccinni. Stesso principio di apartheid ma con una sfumatura leggermente diversa: Se il deputato distingue tra "milanesi" e altri, lei tra "italiani ed stranieri". Per la Piccinni meglio sarebbe riservare "vagoni solo per extracomunitari". "Ci sarebbe più sicurezza", assicura.

Le critiche non sono tardate ad arrivare da entrambi gli schieramenti. Il primo a sollevarle è stato un politico della stessa coalizione di Salvini, Aldo Brandirali del Pdl: "L'unico modo per applicare la proposta del deputato è mettere stelle sul petto, di diversi colori, a seconda della razza". Gli ha fatto eco il capogruppo del Pd a palazzo Marino Pierfrancesco Majorino, imperativo contro il collega: "E' una proposta da Ku Klux Klan. Che il sindaco butti fuori la Lega dalla giunta".

A distanza di 12 ore, è arrivato il commento lapidario di Gianfranco Fini, presidente della Camera: "E' una proposta che offende la Costituzione e la dignità. Proposte del genere non si fanno perché sono offensive della Costituzione e della dignità delle persone, a prescindere dal colore della pelle''. E Fini ricorda: ""Nel ddl sulla sicurezza ho fatto levare due norme anticostituzionali". Ovvero quelle sui medici e i presidi - spia. Cosa che ha indispettito, non poco, la Lega.
Così, le parole severe del presidente della Camera vengono accompagnate dall'accusa di Ignazio La Russa che vede, nelle uscite di Savini, un calcolo politico leghista: "Capisco che siamo in campagna elettorale. Ma invece di pensare ai quattro voti che forse ha portato a casa con le sue dichiarazioni Salvini dovrebbe chiedersi se questa è una soluzione percorribile".(www.aprileonline.info 8 maggio 2009)

 

 

Ordinaria disumanità

 

di Francesco Scommi

Ordinaria disumanit�Il disegno di legge sulla sicurezza approderà nell'Aula di Montecitorio giovedì. E' quanto ha deciso oggi la conferenza dei capigruppo alla Camera stabilendo inoltre che il tempo a disposizione per l'esame degli articoli e dei relativi emendamenti prima del voto finale, sarà di 22 ore e comincerà la prossima settimana. Intanto oggi, dopo una riunione di maggioranza al Senato, la Lega Nord e il Popolo della Libertà hanno raggiunto un accordo sul ddl: la norma che permette ai medici di denunciare i clandestini che arrivano in ospedale per farsi curare sarà stralciata mentre per quanto riguarda la permanenza nei Cie (centri di identificazione ed espulsione) è stato stabilito che sarà di quattro mesi, prorogabili di altri due. E' questo il compromesso raggiunto dopo che la medesima norma - inizialmente contenuta nel decreto - era stata affossata (sebbene in una versione che stabiliva a sei mesi "secchi" il limite di permanenza) per due volte dai franchi tiratori del Pdl.

Sarà riproposta, inoltre, nel testo del ddl sicurezza la norma che istituisce le ronde: questo punto, dopo una presa di posizione di Silvio Berlusconi nei giorni del terremoto dell'Aquila, la maggioranza aveva deciso di stralciarlo dal decreto. "Siamo decisi - ha spiegato Maurizio Gasparri al termine della riunione di maggioranza - ad allungare i tempi di trattenimento nei centri per i clandestini e a coinvolgere dei volontari, carabinieri o ex appartenenti alle forze dell'ordine per il controllo del territorio. Più sicurezza - ha detto ancora Gasparri - è la priorità di tutto il centrodestra". Alla riunione, che si è tenuta nella sede della Lega del Senato, hanno partecipato oltre ai capigruppo della Lega di Camera e Senato, Roberto Cota e Federico Bricolo, il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, la vicepresidente del Senato Rosi Mauro e per il Pdl erano presenti oltre a Gasparri anche il vicepresidente del gruppo al Senato Gaetano Quagliariello e per la Camera il capogruppo Fabrizio Cicchitto e il vicecapogruppo Italo Bocchino. A sollecitare un accordo di maggioranza era stato il ministro dell'Interno Roberto Maroni, minacciando - in caso di mancato compromesso - di chiedere la fiducia. Maroni ha garantito, in caso di approvazione del ddl, la costruzione entro la fine dell'anno di dieci nuovi centri di identificazione ed espulsione, che raddoppierebbero così il numero di quelli già esistenti. La vicecapogruppo del Pd Marina Sereni ha messo in chiaro la posizione del partito: "Abbiamo detto e diremo no alle ronde e voteremo contro l'eventuale prolungamento della permanenza degli immigrati nei Centri di identificazione ed espulsione, i Cie", ed esortato il governo: "Affronti il dibattito parlamentare e non pensi nemmeno alla fiducia sul disegno di legge per costringere al sì la sua maggioranza che ha già bocciato il decreto".

"Le commissione Affari Costituzionali e Giustizia della Camera stanno lavorando molto bene sul disegno di legge sicurezza - si è difeso Cicchitto - Il provvedimento avanza proposte articolate sul periodo di permanenza nel CIE, tenendo conto dei tempi indispensabili per renderlo operativo, senza andare incontro a situazioni come quelle che si sono determinate in questi giorni in seguito ad un vuoto legislativo. I relatori in commissione hanno anche proposto di eliminare il punto controverso riguardante l'eventuale intervento dei medici. Vediamo che malgrado modifiche assai significative l'opposizione continua ad attaccare il provvedimento. Ciò rappresenta un errore assai grave rispetto ai problemi assai rilevanti che esistono sul terreno della sicurezza, come dimostra ciò che sta avvenendo nel Paese". Il Partito democratico aveva chiesto che dal disegno di legge fossero stralciate tutte le norme relative all'immigrazione ma come ha spiegato il vicepresidente della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio Roberto Zaccaria, "governo e relatore ci hanno risposto che non è possibile, perché quella sugli immigrati è per loro una parte essenziale. In un provvedimento di 66 articoli - ha sottolineato Zaccaria - potremmo dire che 60 sono condivisibili. Ma gli altri sono qualitativamente inaccettabili perché riducono i diritti degli stranieri e degli italiani poveri". La proposta di stralcio è arrivata non solo dal Pd ma anche dall'Udc.

Secondo la capogruppo del Pd in Commissione Giustizia, Donatella Ferranti, il ddl sicurezza "era e resta un testo disumano, un insieme di norme inaccettabili contro i diritti delle persone: basti pensare che i bambini nati da clandestini non potranno essere registrati, che il permesso di soggiorno, senza il quale un cittadino extracomunitario non potrà neanche sposarsi, diventerà uno strumento per colpire gli immigrati o che il prolungamento degli irregolari nei Cie diventa una vera e propria detenzione". La Ferranti ha detto inoltre "la norma - vergogna sui medici - spia non e' stata affatto stralciata: al momento è solo un emendamento che dovrà essere sottoposto al voto della commissione".

Intanto sindacati e associazioni hanno organizzato un presidio contro il ddl che si terrà domani (mercoledì) dalle 10 a Montecitorio. Hanno già garantito la propria adesione sia la Cgil che Sinistra e Libertà, che in una nota fa sapere: "Grazie alla grande mobilitazione dell'opinione pubblica, le più inaccettabili di queste misure sono state bloccate in Parlamento, ma settori del centrodestra, Lega in testa, sono pronti a riproporle già nel provvedimento in discussione in queste ore aggiungendole all'istituzione del reato penale di clandestinità, alla introduzione della tassa per il rinnovo dei permessi di soggiorno e alla norma sul divieto di registrazione allo stato civile di nati da clandestini. Scelte scellerate - conclude Sinistra e Libertà - che sospingeranno nella clandestinità e nell'illegalità ancora di più migliaia di immigrati". Ci sarà anche Rifondazione comunista, che con il segretario Paolo Ferrero manda a dire: "È chiaro che la logica razzista della Lega continua a essere il centro dell'iniziativa politica del governo: questa maggioranza salva i banchieri, affossa i lavoratori e se la prende con gli immigrati, alimentando la guerra tra i poveri. Questo è solo il modo di costruire specchietti per le allodole, alimentare il razzismo e non fare nulla contro la crisi". Ma è lunga la lista di presenze dal mondo dell'associazionismo: hanno aderito Arci, Cgil, Asgi, Federazione Chiese Evangeliche, Emmaus Italia, Uil, Cir, Ugl, Libera, Antigone, Terra del fuoco, Cnca, Coord. Donne contro il razzismo, Donne per la Sinistra, Cantieri sociali, Acli "per i diritti e contro il razzismo" e la Rete degli studenti. (www.aprileonline 28 aprile 2009)

 

Capolinea dei diritti

 

Filippo Miraglia*

ICapolinea dei dirittil mediterraneo continua a essere un mare di morte. Ma non è il destino a produrre stragi e tragedie ma le scelte concrete dei governi, le cui responsabilità sono forti e palesi.

Sono passate poche settimane da quando il Ministro dell'Interno Maroni aveva sostenuto che "bisogna essere cattivi con i clandestini". E proprio la cattiveria sembra essere uno dei tratti salienti delle politiche governative in materia di ingresso e soggiorno dei migranti. Una cattiveria che ha un consenso popolare, costruito in anni di criminalizzazione degli stranieri.

Nel giorno della più grande strage del mediterraneo, l'esponente della Lega nord, per niente colpito dalla morte di centinaia di persone, promette ancora una volta che presto tutto questo finirà.

Come se non avesse già fatto innumerevoli volte questa previsione, da quando si è insediato al Viminale, promettendo di arrestare i flussi dalla Libia.

Invece ha dovuto subire l'anno con il più alto numero di sbarchi della storia dell'immigrazione in Italia dall'Africa del nord. Così come aveva dovuto fare, sempre un ministro del centro destra, nel 2002, la più grande sanatoria (ma bisogna chiamarla regolarizzazione) d'Europa, con l'entrata in vigore della Bossi Fini: circa 650 mila nuovi permessi di soggiorno.

La distanza tra le dichiarazioni, la propaganda e la realtà è abissale. Non c'è legge o vento di intolleranza che tenga. La crisi spinge più persone a partire in cerca di lavoro. A prescindere dai governi e dalle regole vigenti.

Regole che dovrebbero servire a governare i fenomeni e non a perseguitare milioni di persone la cui unica colpa e quella di partire alla ricerca di una vita migliore.

Ignorando completamente che non ci sono vie legali per entrare in Italia in cerca di lavoro, cioè per la ragione principale per la quale le persone emigrano, il centro destra continua nella sua politica dissennata di chiusura, persecuzione e promozione dell'intolleranza.

Al punto da non fermarsi neanche davanti ad un ragazzino di 12 anni, uno dei tanti afgani scampati alla morte e alla polizia greca, che, approdato nel porto di Ancona miracolosamente salvo (tanti i ragazzini morti nel tentativo di attraversare quella frontiera) viene respinto dal questore, calpestando in tal modo la legge italiana e le convenzioni internazionali.

Impronte digitali ai bambini rom, per il loro bene. Respingimento di minori in fuga dalla morte verso campi di detenzione in Grecia, sempre per il loro benessere. Programmi e accordi per respingere e bloccare i migranti in mare e nei porti del nord Africa, sempre per il loro bene, per evitare che muoiano. Una tassa speciale per gli stranieri su ogni rinnovo e rilascio del permesso di soggiorno, sempre per il loro bene.

Così come ogni persecuzione nella storia infame dell'umanità è fatta sempre per il bene di qualcuno, spesso delle vittime, per salvaguardare valori universali, così il centro destra oggi spiega la persecuzione dei migranti e delle minoranze, in nome della sicurezza e per il loro bene.

Un discorso che non trova ancora oggi purtroppo alcuna voce autorevole che gliene contrapponga un altro altrettanto forte. Un discorso cioè che si è trasformato in senso comune, in cultura popolare.

Anche se gli sbarchi sono 30 mila e gli irregolari molti di più, la sindrome da invasione la si costruisce con quei 30 mila sbarchi.

Nessuno spiega, senza paura di perdere consensi e facendone una battaglia di civiltà, che è la legge a mettere le persone nelle mani dei trafficanti. Cioè che il migliore alleato dei mercanti di clandestini è lo stato con i suoi ministri e le sue leggi. Il lavoratore straniero preferirebbe aspettare e arrivare in aereo in Italia, con documenti in regola. Ma la legge non lo consente. La quasi totalità degli stranieri che oggi lavorano e vivono in Italia sono stati costretti a aggirare in qualche modo la legge. Infatti questa prevede che il datore di lavoro chiami il lavoratore ch evuole dal paese d'origine. Ma come fa se non lo conosce? Chi assumerebbe una baby sitter o un manovale senza prima averlo neanche visto e senza conoscerne neanche il nome? Nessuno ovviamente. Infatti le persone entrano per motivi diversi dal alvoro (normalmente per turismo, permesso breve di 3 mesi), o senza un regolare visto, e poi trovano lavoro e rimangono ad aspettare di regolarizzarsi in qualche forma. Una storia che è la storia di tutti i migranti e che i datori di lavoro conoscono bene.

Una farsa, quella della chiamata diretta nominativa, che ha caratterizzato per più di un decennio le scelte dei governi di tutti i colori, con qualche piccola differenza.

Così oggi ci troviamo a contare i morti e ad ascoltare chi ne ha la responsabilità principale, il ministro dell'interno del governo italiano, continuare a parlare la lingua dell'ipocrisia, indicando sempre la strada della persecuzione e della chiusura totale, che produrrà altri morti e aumenterà gli affari dei trafficanti.(www.aprileonline.info 1 aprile 2009)

* Responsabile immigrazione ARCI

 

Niente ronde solo squadracce

 Da Roma a Pordenone aggressioni razziste

 

«Siete romeni?», in realtà sono albanesi ma comunque arrivano le botte, siamo a Roma, Tor Bella Monaca la scorsa notte, gli aggressori sono una trentina di italiani armati di bastoni e pietre, sembra anche qualche pistola

La colpa delle due vittime è solo quella di essere stranieri. Oggi arriva anche la notizia che a Pordenone uomo di 30 anni, omosessuale, seguito dai servizi sociali, è stato insultato e aggredito a calci e pugni da tre persone: due giovani di 21 e 22 anni e un uomo di 43 anni. Le indagini hanno portato all'identificazione del terzetto, che così ha giustificato l'accaduto: «volevamo dare una lezione ai froci».

Il presidente nazionale dell'Arci Gay, Aurelio Mancuso, denucia che tutto ciò «accade di fronte all'assenza drammatica di politiche sociali e culturali da parte delle istituzioni. In particolare nel Nord-Est la cultura delle ronde leghiste sta alimentando un clima di sfiducia, pregiudizio e paura dell'altro che legittima a rifiutare ogni diversita e fa sì che la giustizia fai-da-te del nostro paese sia in mano a gruppi di fanatici integralisti».
La scorsa settimana a Napoli, nel cuore della città, è stato aggredito un giovane studente italo-etiope, anche per lui botte ed insulti.

Episodi, esempi violenti di intolleranza, di razzismo, da nord a sud, nessuno escluso. Gli autori sono, ovviamente, italianissimi e magari si sentono un po' più spalleggiati dalle leggi e norme in via di approvazione. Se le ronde ancora non ci sono, di sicuro ci sono le “squadracce”, agiscono, insultano, picchiano, e qualche volta sembrano anche un po' comprese e coccolate dal senso comune. Complici di certo i gravissimi episodi di aggressioni e stupri delle ultime settimane, alcuni da attribuire a persone straniere, ma altre tutte rigorosamente di casa nostra.

Ed il governo cosa fa? Si accinge ad approvare il pacchetto sicurezza con tanto di ronde per vigilare le città e l'obbligo per i medici di denunciare gli stranieri irregolari, l'inciviltà che avanza. Ma per quanto riguarda le intercettazioni, poiché in genere gli intercettati sono dei potenti, ad essere colpevoli sono i giornalisti. Poi però, per far vedere che siamo un paese civile, si manda in onda una bella fiction, nella quale, guardando la luna, sono tutti buoni, belli (anche gli stranieri!), comprensivi e solidali, ma che sia solo per fiction. L'importante è che le persone seguitino ad essere più terrorizzate dai “mostri” della Caffarella che dalla crisi, dalla perdita di lavoro, dall'aggressione ai diritti.(www.larinascita.org 12 marzo 2009)

a.v.

 

Contro il pacchetto sicurezza

Torino 28 febbraio 2009

         

 

Questo paese è guidato dal peggior governo possibile: incapace di affrontare la crisi economica e sociale intende far pagare il conto a chi lavora, a chi è precario, a chi studia. Un governo in preda a squallidi istinti razzisti che mirano a far pagare il conto più salato ai migranti. Il cosiddetto "pacchetto sicurezza", approdato alla discussione del Parlamento, si fonda sul principio della disuguaglianza dei diritti come difesa della nazione, mira a trasformare tutti i migranti presenti sul territorio (non solo i clandestini) in "paria", cioè senza cittadinanza ed è pertanto un insieme di provvedimenti fondamentalmente razzisti. Già da tempo violenti incendi di xenofobia (non solo metaforici purtroppo) divampano allegramente appiccati dai politici, alimentati dai media e tollerati da un'opposizione che nemmeno di fronte allo scempio dei valori civili riesce a prendere una posizione. Le chiamiamo leggi razziste perché la disuguaglianza è definita sulla base della provenienza, cioè su base etnica. Le chiamiamo leggi razziste sapendo di evocare uno scenario enormemente più tragico del presente perché riconosciamo nell'odioso vittimismo predicato dalla Lega contro i presunti invasori lo stesso sentimento che ha animato e prodotto nel mondo persecuzione, segregazione e sterminio.

Sulle spalle di 4 milioni di migranti già costretti a sopportare maratone notturne davanti agli sportelli e attese di 12 è più mesi per i rinnovi, ad accettare condizioni di sfruttamento sul lavoro per mantenere il miraggio del permesso di soggiorno, a buttare via titoli di studio diventati inutili o a vivere in clandestinità in attesa di una sanatoria, può pesare anche la colpa di esistere, di farsi vedere, di occupare posti sul tram, nelle scuole e nei letti degli ospedali?

Se la politica non è capace di risposte di civiltà possiamo solo sperare che i migranti in prima persona prendano la parola per difendere i loro diritti ed è per questo che abbiamo dato vita alla Rete per il protagonismo delle e dei Migranti di Torino. Una rete nata per coordinare l'attività dei gruppi e dei singoli antirazzisti e dare forza all'iniziativa dei gruppi e dei singoli migranti. Una rete che ha già dato vita ad una grande Assemblea cittadina lo scorso 15 novembre e che sta organizzando una mobilitazione cittadina contro il pacchetto sicurezza per il prossimo 28 febbraio. L'iniziativa della Rete ha un significato politico perché dà voce ai migranti e un significato simbolico perché mira a rappresentarne la forza e il protagonismo; per questo opera per organizzare nel futuro il primo grande sciopero dei migranti e per questo il 28 febbraio concluderà la manifestazione in Piazza Castello sotto la Prefettura con il "lancio delle scarpe", perché questo governo, che non sa ascoltare le ragioni di una minoranza subalterna, non merita certo il rispetto.

Invitiamo tutti i singoli, i gruppi e le associazioni di migranti e antirazziste e le organizzazioni del lavoro torinesi ad aderire e a partecipare alla manifestazione contro il pacchetto sicurezza di sabato 28 febbraio, a diffondere e promuovere l'iniziativa nelle reti, nei luoghi di lavoro e di ritrovo e nelle mailing-list e a venire per l'organizzazione mercoledì sera in corso Brescia 14. (rete migranti torino 19 febbraio 2009)

 

Proseguiamo la protesta sabato 28 febbraio 2009

dalla Rete Migranti di Torino:

PROSEGUIAMO LA NOSTRA PROTESTA CON UNA MANIFESTAZIONE:


SABATO 28 FEBBRAIO 2009 ORE 15 a Torino PARTENZA DA CORSO GIULIO CESARE ANGOLO VIA ANDREIS (ex stazione Ciriè-Lanzo)
 

 

 

L'emendamento anti immigrati: una norma stolta oltre che perversa

di Gino Strada

A oggi, in Italia, una legge vieta al personale sanitario di denunciare gli immigrati conosciuti per ragioni di cura, anche se la loro presenza in Italia non fosse regolare. Un emendamento approvato al Senato intende sopprimere questa norma. Si metterebbero cosi' gli individui nella condizione di scegliere fra l'accesso alle cure e il rischio di una denuncia; si spingerebbe parte della popolazione presente in Italia nella clandestinita' sanitaria, con grandi rischi per se' e per la collettivita'.

Si vuole affidare ai singoli medici la scelta se garantire lo stesso diritto alla cura a tutti gli individui, nel miglior interesse del paziente e nel rispetto del segreto professionale, oppure se esercitare la facolta' di denunciare i loro pazienti "irregolari".

Secondo tutti i medici che ho conosciuto e apprezzato, l'unico modo giusto e civile per fare medicina e' garantire a tutti la miglior assistenza possibile, senza distinzione alcuna riguardo a colore della pelle, sesso, convinzioni politiche, religiose o culturali, nazionalita' o status giuridico. Questo e' il modo in cui Emergency ha lavorato, per quindici anni in tredici diversi paesi, curando tre milioni di persone senza distinzioni. Questo e' il modo con cui continuiamo a lavorare, anche in Italia, nel Poliambulatorio per migranti e persone indigenti di Palermo. Anche di fronte all'incivilta' sollecitata da una norma stolta prima ancora che perversa, sono certo che i medici italiani agiranno nel rispetto del giuramento di Ippocrate, nel rispetto della Costituzione e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Nel rispetto, soprattutto, di chiunque si rivolga a loro avendo bisogno di un medico. (www.comunistitorino.it  febbraio 2009)

 

La nostra società è violenta e razzista

Ufficio stampa PdCI Nazionale

L'aggressione barbara avvenuta alla stazione di Nettuno ai danni di un giovane immigrato indiano ha dell'incredibile e contemporaneamente dimostra a quale livello di razzismo, intolleranza, ignoranza sia giunta la nostra società. Se dei giovani 'per noia' pensano che si possa dare fuoco ad una persone significa veramente che tutte le istituzioni, dalla scuola alla famiglia, alla politica hanno fallito. Oltre a ciò, esiste un problema di sicurezza nelle nostre città che non è stato affrontato affatto dall'attuale governo, nonostante i proclami propagandistici. Un problema sicurezza che riguarda sempre di più i soggetti 'deboli' della nostra società: gli immigrati, le donne. Verso di loro una inaudita spirale di violenza che prende il nome di razzismo e sopraffazione". E' quanto afferma Manuela Palermi, direttore del settimanale del Pdci, 'la rinascita'(2 febbraio 2009)

 

 

 

Immigrato senzatetto picchiato e bruciato a Nettuno da tre giovani

«per provare una forte emozione»

 a Civitavecchia un poliziotto “infastidito” spara e uccide il vicino di casa senegalese

 

 

Una brutale aggressione si è consumata a Nettuno, nella provincia di Roma, all'alba di domenica mattina, quando un uomo di 35 anni, immigrato di nazionalità indiana, è stato picchiato con calci, pugni e bottigliate, e poi cosparso di benzina e bruciato

L'uomo era solito dormire nell'atrio della stazione di Nettuno e questo stava facendo quando è stato raggiunto dai suoi tre aggressori, di 29, 16 e 19 anni, arrivati con una bottiglia di liquido infiammabile, che prima hanno selvaggiamente picchiato l'uomo che stava dormendo e poi lo hanno cosparso di benzina e hanno appiccato il fuoco. Oltre a questo gli hanno dipinto volto e collo di vernice grigia, rendendo le ustioni più gravi proprio sul collo, come hanno specificato i medici dell'ospedale Sant'Eugenio dove l'indiano è ricoverato.

Un'azione premeditata quella compiuta dai tre giovani nettunensi, un raid appositamente pianificato.
«Volevamo un'emozione per chiudere la serata» è stata la confessione shock dei tre giovani, tra cui un minorenne, responsabili della brutale aggressione. Come hanno raccontato durante l'interrogatorio, si è trattato di un gesto «eclatante per provare una forte emozione». I tre hanno raccontato che tornando a casa sono passati davanti alla stazione di Nettuno, dove hanno cominciato a insultare e aggredire il senzatetto che dormiva nell'atrio. Poi, si sono allontanati e mentre erano davanti ad un distributore hanno avuto l'idea di fare uno «scherzo», come hanno affermato loro stessi, all’immigrato. Tornati nella stazione hanno dato fuoco all’uomo, ma non riuscendo a spegnere le fiamme sono scappati. Ora i tre sono tutti accusati di tentato omicidio in concorso.

L'uomo aggredito ha ustioni sul 40 per cento del corpo, delle quali il 30 per cento di terzo grado, e si trova in rianimazione all’ospedale Sant’Eugenio di Roma. Nonostante sia stato considerato fuori pericolo, la sua prognosi resta riservata.

A Civitavecchia invece, sempre in questo fine settimana, Chehari Behari Diouf, un uomo senegalese di 42 anni, immigrato regolare che viveva nella cittadina laziale da 20 anni è stato ucciso dal suo vicino di casa, un poliziotto che gli ha sparato a bruciapelo, infastidito dalla sua presenza e da quella di alcuni connazionali che sostavano nel giardino adiacente alla sua abitazione. L'autore del gesto, Paolo Morra, vicedirigente dell'ufficio immigrazione presso il commissariato di Civitavecchia, è ora in stato di fermo e dovrà rispondere alla magistratura, indagato per omicidio volontario. Sia a Nettuno che a Civitavecchia ci sono state mobilitazioni dei movimenti anti-razzisti, della comunità senegalese, dei cittadini delle due località.

Intanto il governo italiano prosegue nell'iter di approvazione del pacchetto sicurezza, il ddl 733 che il Parlamento si appresta a votare, che chiede criteri più restrittivi per chi, straniero, chiede la cittadinanza italiana o di essere iscritto all’anagrafe, che introduce il permesso di soggiorno a punti, prolunga la detenzione nei cpt fino a 18 mesi, introduce il reato di ingresso e soggiorno irregolare, restringe i criteri per la presentazione delle richieste del permesso di soggiorno di lungo periodo e via dicendo.

Perché proprio intorno alla figura dello straniero il governo costruisce la politica di questo paese, perché la presenza di immigrati giustifica strette securitarie, attraverso l'individuazione di un nemico pubblico che viene continuamente agitato come spauracchio, responsabile dei mali, delle insicurezze e dell'instabilità della nostra società, aumentando così tensioni sociali, mistificazioni e false giustificazioni all'indeterminatezza di un futuro. Condizione dovuta innanzitutto alla vecchia e attuale contraddizione capitale-lavoro, dove il capitale seppure in crisi, si continua a cibare di uno sfruttamento moderno omnicomprensivo di uomini e donne che parte dal lavoro e arriva alla negazione di diritti e opportunità. E in questa logica gli ultimi rimangono sempre ultimi.(www.larinascita.org 2/2/2009)

 

 

Immigrazione

 

 

 

Pacchetto sicurezza. Verso la manifestazione del 31 gennaio



Il 19 gennaio scorso, nell’indifferenza dei media ufficiali, il governo ha tramutato in legge il decreto sul «pacchetto sicurezza», un provvedimento che, in nome di un’«emergenza sicurezza» tutta da dimostrare, rischia di ridurre i diritti e le libertà dei cittadini. A partire, ovviamente, dai soggetti più deboli, come i migranti, a cui viene riservata una sorta di legislazione speciale che rischia di violare il principio costituzionale di uguaglianza. A Roma, nelle ultime settimane, diverse reti migranti, nate attorno al circuito dei corsi di lingua italiana dei centri sociali, hanno promosso una campagna contro il «pacchetto sicurezza» che per la prima volta vede un diretto protagonismo dei cittadini stranieri. Le prime assemblee si sono svolte nel centro sociale Ex Snia Viscosa, nel quartiere Prenestino, una zona con un’alta densità di popolazione migrante. Centinaia di persone hanno discusso di una «campagna di resistenza» ai provvedimenti del governo che ha fissato una prima scadenza per venerdì 31 gennaio, un corteo cittadino che attraverserà le zone centrali della città, a partire da piazza Vittorio, simbolo della città meticcia . «Le norme contenute nel Pacchetto – si legge nell’appello che promuove la manifestazione – prevedono una politica fondata esplicitamente su misure segregazioniste e razziste per le persone migranti, con o senza permesso di soggiorno, le prime ad essere additate come figure pericolose e causa di ‘allarme sociale’, e su nuove e ancora più drastiche misure repressive contro chiunque produca conflitto e non rientri nelle maglie strette del controllo». L’appello segnala i punti più pericolosi della legge approvata dal governo: tra queste, l’obbligo di dimostrare l’idoneità alloggiativa per ottenere l’iscrizione anagrafica [che colpisce migranti, senzatetto, occupanti di casa e chiunque non possa permettersi un’abitazione «regolare»] e le norme per la «difesa del decoro urbano», che prevedono sanzioni penali più pesanti per chiunque venga sorpreso a scrivere sui muri. Ma i dispositivi della legge colpiscono in primo luogo i cittadini migranti: la persona senza permesso di soggiorno rischia di essere denunciata dal medico se si reca al pronto soccorso, non potrà più riconoscere i figli e le figlie, non potrà sposarsi né inviare i soldi alla famiglia. Inoltre, la norma introduce la detenzione nei Cie [Centri di identificazione, gli ex Cpt] fino a 18 mesi, una nuova tassa per la richiesta o il rinnovo del permesso di soggiorno, condizioni più ristrette per acquisire la cittadinanza e, infine, il reato di ingresso e soggiorno illegale nello stato. Venerdì 23 gennaio, alle ore 19, all’ex cinema Volturno occupato, nei pressi della stazione Termini, si terrà un’assemblea pubblica per organizzare la manifestazione del 31gennaio.

Per tutte le informazioni: http://nopacchettosicurezza.noblogs.org/

(facebox Osservatorio sulla repressione  gennaio 2009)

 

 

Corteo di popolo a Lampedusa  e fiori in mare per

i migranti morti

e a Torino corteo di giovani e immigrati verso la Prefettura

 

Una manifestazione di giovani dei centri sociali e immigrati si è tenuta ieri a Torino. Una grande prova di solidarietà da parte della città, una mobilitazione in difesa dei diritti degli immigrati, conclusasi in scontri con le forze dell’ordine davanti alla Prefettura. Due versioni contrastanti. L’una, dei manifestanti, che chiedevano di essere ricevuti per spiegare la loro protesta relativa alle condizioni di decine di profughi che occupano una ex clinica e che si sono visti caricare quando hanno tentare di farsi sentire in modo più energico. L’altra, della polizia, che parla di un assalto all’edificio che li ha costretti al lancio di fumogeni per disperdere la folla. Nel mezzo la realtà di un Paese che relega l’immigrazione a questione di sicurezza, che come tale viene affrontata con il ricorso a strumenti repressivi e penali.

«A Torino, come a Massa e Lampedusa - dichiara un rappresentante del Comitato di solidarietà per i profughi e i migranti - c’è un filo diretto che unisce la repressione contro chi chiede diritti per i rifugiati, mentre le istituzioni li lasciano nell'isolamento totale». Sì perché soli sono i 300 immigrati provenienti da Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan che occupano un edificio del Comune in via Bologna e un altro privato in corso Peschiera. Nessuno si è mosso per garantire loro la residenza, a dispetto del loro status di rifugiati politici.

Oggi anche Lampedusa è scesa di nuovo in piazza con uno sciopero a cui ha aderito massicciamente la cittadinanza. C'erano tutti i 6 mila abitanti, chiusi negozi ed attività. Ieri, a conclusione di un corteo pacifico capeggiato dal sindaco Bernardino De Rubeis, è stata lanciata in mare una corona in memoria degli immigrati clandestini morti durante le traversate nel Canale di Sicilia. Ma il governo continua ad ignorare la protesta contro la decisione del ministero dell’Interno di realizzare un Centro di identificazione e espulsione per gli immigrati. Sempre ieri sono stati trasferiti altri 130 extracomunitari al Centro identificazione e espulsione dell'isola, per alleggerire il carico di immigrati clandestini ospiti al Centro di prima accoglienza sempre di Lampedusa.(www.larinascita.org 28 gennaio 2009)

 

Fuga di massa al Cpa di Lampedusa

 

"Libertà, libertà". Il grido arriva improvviso, fortissimo. Poi, in via Roma, la strada principale del paese, sbuca il corteo. "Ci sono i clandestini", urla un vecchio, il sorriso senza denti stampato sul volto legnoso. "Sono fuggiti tutti", gli fa eco una donna, tra il divertito e il preoccupato. La massa umana attraversa il corso. Sono quattrocento, forse seicento. Si muovono compatti. Si riversano per la piazza principale, sciamano per le strade circostanti. Urlano: "Basta Guantanamo, basta spaghetti". Si guardano intorno con l'aria di turisti un po' spaesati, ma appaiono determinati. Stanchi ma combattivi. Uno chiede. "Ma questa Lampedusa è un'isola? Quanto dista dall'Italia?". Un altro: "Quando ci trasferiscono sul continente?".  

La fuga dal Centro di prima accoglienza (Cpa) è iniziata intorno alle dieci di mattina, in modo spontaneo. Esasperati dalle condizioni di degrado in cui li lasciano, dal cibo sempre uguale, dall'indeterminatezza della loro situazione, gli immigrati hanno scavalcato le recinzioni. Lo hanno deciso così, senza mettersi d'accordo tra loro, senza darsi un segnale. La rivolta degli arabi del centro, per lo più tunisini, non ha un leader, né un piano prestabilito. E' figlia della rabbia e della spossatezza. "Non ne possiamo più di vivere in quella situazione. Siamo ammassati. I bagni sono orribili. Nella nostra camerata c'è una puzza che non si respira", racconta Waheb, 29 anni compiuti, un padre in Francia che vorrebbe raggiungere e già 24 giorni di permanenza in quel Cpa in cui sarebbe dovuto rimanere al massimo 48 ore.  

Alcuni sono venuti in paese, altri si sono sparpagliati per le campagne. Il centro è rimasto vuoto; all'interno solo un centinaio di cittadini sub-sahariani che non si sono uniti alla protesta. All'arrivo del corteo la popolazione, riunita in piazza per decidere le prossime mosse contro il ministro dell'interno Roberto Maroni, rimane interdetta. Poi scoppia un applauso fragoroso. "Amici", gridano in coro alcuni cittadini. "La nostra lotta è la vostra lotta. Il nostro nemico è lo stesso: lo stato assassino". Così, i "clandestini" si uniscono all'assemblea. I discorsi vengono tradotti in arabo. Alcuni di loro sono chiamati sul palco. Il sindaco Bernardino De Rubeis, temendo che la situazione possa sfuggirgli di mano, li esorta a rientrare nel Cpa, perché "questo è l'unico modo che avete per essere mandati in Italia". Lo stesso fanno altri. "Vi siamo vicini, ma dovete tornare al centro. Altrimenti non sappiamo che cosa può succedere". I tunisini sembrano perplessi. Non capiscono la solidarietà di questa popolazione. Si fanno tradurre gli striscioni che campeggiano sulla facciata del municipio: slogan contro Maroni, contro il prefetto generale per l'immigrazione Mario Morcone, contro la senatrice lampedusana Angela Maraventano, complice di Maroni, traditrice dell'isola. Gli immigrati non sanno bene che fare. Se ne stanno in piazza ad ascoltare, a godersi un po' di libertà, complice anche il sole che è tornato a splendere sull'isola. "Vogliamo andare via, vogliamo essere trasportati in Italia", gridano alcuni. Una rivendicazione che si è fatta sempre più pressante dopo che l'altroieri il Viminale ha riattivato per i cittadini sub-sahariani i ponti aerei per i centri di accoglienza sparsi sul territorio nazionale. Sono partiti in circa 500, ma nessuno dei tunisini, che il ministero degli interni vorrebbe invece rispedire indietro.  

La rabbia di Lampedusa, scatenata dalla decisione di Maroni di istituire un Centro di identificazione e di espulsione (Cie) nell'ex base Loran della Marina mercantile, si somma a quella dei "clandestini", che non ne possono più di rimanere nell'attuale centro di accoglienza sovraffollato e vogliono essere trasportati via. In quello che sembra un tentativo di saggiare la resistenza dell'isola, il ministero degli interni ha infatti deciso che gli immigrati chiusi nel Cpa sarebbero rimasti anche un mese, invece degli normali due giorni. Così, la struttura è arrivata al collasso, giungendo a contenere fino a 1840 persone, invece delle 800 massime previste. Un'iniziativa che ha fatto esplodere la protesta duplice e complementare della popolazione autoctona e degli immigrati, che hanno trovato un'inattesa complicità in una richiesta comune: ponti aerei verso altri centri in Italia.  L'avamposto degli sbarchi rifiuta di essere trasformato in un carcere a cielo aperto, come vorrebbe il ministero degli interni, e si scopre solidale con "questi ragazzi fuggiti per trovare un futuro migliore", come sottolinea un signore di mezz'età che scambia frasi in francese con un gruppetto di loro.   

Loro, i "ragazzi fuggiti", non sanno bene che fare. Chiedono come si fa a farsi mandare soldi dai parenti.  Dicono di non voler tornare al centro. Dopo un'oretta di impasse, con il sindaco sempre più in  difficoltà che invita la popolazione a tornare a casa, la situazione si sblocca grazie all'intervento di un giovane imprenditore che si improvvisa capopopolo. Salvatore Cappello prende il megafono e esprime agli stranieri la solidarietà sua e della popolazione di Lampedusa, garantisce loro che "saranno portati in Italia in uno o due giorni con un aereo". E al grido di "basta pasta, oggi si mangia cous-cous", riesce a convincere gran parte dei fuggitivi a tornare al centro. Il corteo si riforma in pochi minuti e riparte in senso inverso. Sempre al grido di "libertà, libertà", gli immigrati attraversano di nuovo il paese. Cappello e altri lampedusani li accompagnano. I carabinieri lasciano passare, i celerini si scansano. La sfilata si dirige verso al contrada Imbriacola, dove è il Cpa, a circa un chilometro di distanza. Dopo una ventina di minuti, il gruppo raggiunge lo spiazzo antistante il centro. Alcuni entrano al volo, altri esitano. Non si fidano: non vogliono andare oltre se i carabinieri non lasciano entrare anche alcuni di quei lampedusani che si sono mostrati solidali. Questi ultimi cercano di varcare l'ingresso, i funzionari del Viminale non lo consentono. Tra le forze dell'ordine  e i manifestanti italiani sale la tensione. "La prossima volta andateli a recuperare voi", grida Cappello, rivendicando il merito di aver riportato i fuggiaschi in modo pacifico. L'atmosfera si scalda. Un'ambulanza che vuole premere e farsi largo tra la folla viene presa d'assalto e distrutta. Parte qualche manganellata. Volano parole grosse tra i carabinieri e gli abitanti. Poi pian piano il clima si stempera e torna la calma. Ma è una calma apparente: sia i lampedusani che gli immigrati hanno decretato  una tregua, in attesa di vedere se il Viminale appronta il ponte aereo o se invece sarà necessario ripetere azioni dimostrative.  

Nel frattempo, la città  rimane spenta. I negozi chiusi, un po' per lo sciopero generale a oltranza deciso contro Maroni, un po' perché "con tutti questi clandestini in giro non si sa mai". In questa situazione di caos, divagano voci incontrollate di immigrati ubriachi, di tentativi di suicidio, di furti. Si diffonde una certa psicosi, che però non intacca la solidarietà autoctoni-clandestini. Per le strade, si muovono ancora gruppetti di maghrebini. Un pulmino della guardia di finanza si aggira alla ricerca dei fuggitivi. Ogni volta che ne incrocia qualcuno, l'autista fa un fischio e lo invita a salire. Gli immigrati tornano nel Cpa.  A sera, eccetto qualche decina, sono quasi tutti rientrati. Ma è un rientro temporaneo. Domani è un altro giorno e se il governo non recede dai suoi propositi, se non si decide a trasferire gli immigrati in altri centri sul continente, se non fa una qualche marcia indietro sul centro di identificazione, la miccia è destinata ad accendersi di nuovo. (Il Manifesto 24 gennaio 2009)

 

 

Resta la tassa leghista per gli immigrati

 

La Cei, «misura inaccettabile»

Image Si tratterà di un contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno, non di una tassa. Basta chiamare ogni cosa col proprio nome, e tutto si normalizza, si mette a tacere ogni controversia

soprattutto se a sorgere è nel campo della maggioranza. Tra una Lega, obbligata a galvanizzare il suo «popolo» su quei temi che gli hanno sfruttato la fidelizzazione dell’elettorato, e un Pdl, stretto tra la morsa delle alleanze di governo e la necessità di scrollarsi di dosso beceri involgarimenti per assumere la veste perbenista di classe dirigente di questo Paese.

Quello che verrà chiesto indiscriminatamente a tutti gli immigrati è un contributo, come peraltro già previsto nella maggior parte dei Paesi europei per il rilascio dei permessi di soggiorno, di importo variabile tra 10 e 400 euro. Quello che si vuol far passare è un principio: nella società dei consumi, tutto è merce e quindi tutto ha un prezzo. Indistintamente dal fatto che si chiami libertà, lavoro, diritti, futuro. Tutto si compra e tutto si vende. E a farlo stavolta è lo Stato, forse per far cassa, che di questi tempi di crescita del debito pubblico fa sempre comodo.

L’emendamento leghista, presentato contenuto nel ddl sicurezza e sostenuto a viva voce dal ministro degli Interni Roberto Maroni, è stato nella sostanza confermato e modificato soltanto nell’onere di pagamento. A dispetto del principio, affermato con l’accordo di Schengen del 1985, della libera circolazione delle persone. E oggi invece di lavorare per estenderlo a tutti i «cittadini» del mondo, oltre i confini dell’Unione europea, l’Italia decide di compiere un passo indietro sulla strada del riconoscimento dei diritti universali a tutti gli esseri umani. E non di farsi portavoce prima di queste istanze. Peggio mira a legittimare il dato di fatto che esistono uomini di serie A e di serie B, cittadini di serie A e di serie B, Stati di serie A e di serie B. La differenza la fanno i rapporti di forza, il potere economico e gli interessi in campo. Come dire che c’è solo da rammaricarsi di essere nati nella parte «sbagliata» del mondo.

«Non è un controsenso dichiarare la lotta contro la clandestinità e nel contempo penalizzare l’accesso al permesso di soggiorno che è il principale viatico per uscire da quell’area grigia?». Si chiede in una nota è il quotidiano della Cei Avvenire, secondo cui «non basta pagare le imposte come viene richiesto a ogni cittadino. Alcuni sono tenuti a pagarle con una maggiorazione, come fossero cittadini “speciali” e destinati a restare tali».

Cosa ci si poteva aspettare d’altronde da un governo di centro destra capace di affrontare la questione dell’immigrazione solo in termini di sicurezza. Non dimentichiamoci dei rimpatri diretti che sta continuando ad operare dal Centro d’accoglienza di Lampedusa, solo previa identificazione. Alcuni degli immigrati hanno iniziato uno sciopero della fame proprio dopo aver appreso la notizia che tutti gli immigrati ospiti della struttura, ad accezione di coloro i quali sono nelle condizioni di potere ottenere asilo politico e dei minori, saranno rispediti attraverso procedure d’urgenza nei loro Paesi.

Tutte misure che non risolvono il problema di fondo, né tanto meno si propongono di affrontarlo. Una cosa però è certa, le ragioni che spingono migliaia di uomini e donne a mettere in pericolo la propria vita nei viaggi della speranza, per mare e per terra, sono destinati a moltiplicarsi. Perché proprio non vogliono accettare di morire di fame, malattie e guerre per garantire il benessere dell’èlite del mondo libero e democratico. (www.larinascita.org 14 gennaio 2008)

 

Spezzone migranti 12 dicembre 2008 Torino

 

 

 

Immigrati, dal Senato un attacco frontale

 

di Pietro Soldini

Immigrati, dal Senato un attacco frontaleLe parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non possono che essere applaudite: "gli immigrati sono i nuovi cittadini e rappresentano una forza per il nostro Paese, superiamo i vecchi pregiudizi".
Altrettanto positive sono le dichiarazioni del Presidente della Camera Gianfranco Fini che, condividendo Napolitano, richiama alla necessità di riformare la legge sulla cittadinanza che è troppo restrittiva ed antistorica.
Ma queste parole delle più alte cariche dello Stato non le trovo sulle prime pagine dei giornali, e questo è un cattivo segnale della situazione che stiamo vivendo.

Quale rapporto ci può essere fra queste giuste ed autorevoli affermazioni e ciò che sta avvenendo nel senato della Repubblica dove è in discussione il pacchetto sicurezza (d.d.l. sicurezza, A.S. 733)?
Mi pare che ci sia una totale contrapposizione, anche se c'è un tentativo da parte di alcuni esponenti del Governo (i Ministri Maroni e Sacconi) di esprimere una condivisione formale delle parole del Presidente Napolitano per relegarle nella sfera dei principi astratti senza nessuna attinenza con l'azione concreta del Governo e del Parlamento.

Le proposte in discussione al senato rappresentano un attacco frontale nei confronti dei lavoratori e cittadini immigrati.
In minima parte e comunque in modo grave e sbagliato ci si rivolge ai clandestini con il "reato di clandestinità", ma in massima parte s'intende colpire gli immigrati regolari con tasse, balzelli ed imposizioni vessatorie.
Si rende più difficile il matrimonio misto (come se fosse facile...) senza che ci sia una ragione plausibile.
S'intuisce un permesso a punti rendendo ancor più precaria ed arbitraria la condizione di regolarità.
Si rende più difficile il ricongiungimento familiare e più facile l'espulsione dei minori.
Si alza ulteriormente il criterio della idoneità alloggiativi che diventa una barriera insormontabile.
Si rende più difficile il trasferimento delle rimesse di denaro e poi ancora, in una escalation terrificante, si porta a 18 mesi la detenzione nei CIE.
S'istituisce il test d'italiano dopo aver tagliato tutti i fondi per i corsi di lingua, si vogliono inaugurare le classi differenziate e si vuole mettere una tassa di 200 euro per rinnovare il permesso di soggiorno. I 72 euro che si pagano ora per un permesso di soggiorno che non arriva mai sono un furto, 200 euro sono una rapina a mano armata.

L'ultimo emendamento della Lega in discussione al Senato riguarda il blocco dei flussi per due anni ed è l'ultima aberrazione perché il problema che abbiamo di fronte è proprio il fatto che il meccanismo dei flussi è inceppato e quindi gli immigrati in grande maggioranza entrano irregolarmente ed alimentano il lavoro nero e sommerso.
Altro che blocco dei flussi, sarebbe necessario un provvedimento di regolarizzazione di tutti coloro che lavorano in nero e rivedere le norme sui flussi con l'intento di governare l'incontro fra domanda ed offerta di lavoro.

L'argomento che viene agitato a sostegno del blocco dei flussi è quello della crisi economica, ma la crisi economica, che come si sa è mondiale, aumenterà la pressione migratoria e quindi, semmai, abbiamo bisogno di estendere gli ammortizzatori sociali proprio perché, come dice il Presidente Napolitano, la mano d'opera immigrata è necessaria per la tenuta della nostra economia.
Mi si potrebbe obiettare che per fare ciò ci vogliono risorse: gli immigrati fanno molto di più della loro parte perché ricevono dallo stato sociale 1 miliardo di euro in prestazioni e ne pagano 3 miliardi in contributi.
Le parole del Presidente Napolitano, hanno bisogno di risposte qui ed ora, non domani, e qui ed ora va condotta la battaglia contro i provvedimenti del Governo e del Parlamento. Nei prossimi giorni promuoveremo una iniziativa davanti al Parlamento ed il 12 dicembre lo Sciopero Generale indetto dalla CGIL sarà anche per queste ragioni.(AprileOnline 18 novembre 2008)


 

 

Emmanuel, dieci vigili indagati

di Red

 Emmanuel, dieci vigili indagatiPrima i testimoni ascoltati dalla procura che confermano la versione di Emmanuel, poi i pm che escludono il reato di resistenza a pubblico ufficiale, infine il Comune che parla di colpe dei vigili e poi i 10 agenti iscritti nel registro degli indagati. Emmanuel dunque è stato pestato a sangue senza un motivo.

Otto agenti, un ispettore capo e un commissario capo della Polizia Municipale. Sono i vigili iscritti nel registro indagati della Procura di Parma per il presunto pestaggio di Emmanuel Bonsu Foster, il ragazzo ghanese di 22 anni fermato dal nucleo 'pronto intervento' del corpo nel corso di un'operazione antidroga al parco ex Eridania.

Quaranta giorni dopo - racconta 'Polis Quotidiano' - l'episodio che è costato alla polizia municipale di Parma l'accusa di violenza e offese razziste, la procura ha formalizzato i capi di imputazione su cui procedere nei confronti di chi ha organizzato, coordinato e diretto l'operazione antidroga e di chi ha eseguito il fermo del ragazzo di colore e il successivo interrogatorio nella sede del comando di via Del Taglio: percosse aggravate, calunnia, ingiuria, falso ideologico e materiale, violazione dei doveri d'ufficio. Reati commessi in concorso, con l'aggravante dell'abuso di potere. Secondo l'imputazione formulata dalla Pm Roberta Licci, il ragazzo non ha reagito con violenza quando è stato fermato dagli agenti in borghese che non si sarebbero neppure qualificati. Bonsu avrebbe fatto l'unica cosa che poteva fare legittimamente: è scappato. Uno dei vigili gli avrebbe puntato la pistola. Fermato a terra, il ghanese è stato ammanettato. Secondo le accuse, uno dei vigili gli avrebbe tirato un pugno nel fianco mentre veniva condotto verso l'auto di servizio. Altre botte sarebbero arrivate durante il trasporto al comando.

Tra le accuse ipotizzate a carico dei dieci agenti indagati anche quelle di 'falso ideologico e materiale'. Il sospetto degli inquirenti è che ben ''sapendo che Bonsu aveva posto in essere solo una resistenza passiva (la fuga)'' lo si abbia voluto accusare di reati mai commessi. Tre gli atti nel mirino della magistratura inquirente parmigiana: la prima nota redatta dagli agenti dopo il fermo di Bonsu del 29 settembre, dove il ragazzo viene descritto come palo dello spacciatore palestinese; una seconda nota adottata a integrazione' della precedente il giorno successivo e la notizia di reato' depositata in Procura il 2 ottobre. Nelle ultime due, che portano la firma del commissario capo indagato, a carico di Bonsu i vigili formulano l'accusa di resistenza e lesioni. Il sospetto degli inquirenti è che i dieci indagati, con diversi livelli di responsabilità, abbiano cercato di coprire l'errore e chi lo aveva commesso.

E questa volta ad ammettere le responsabilità di quel pestaggio ai danni di Emmanuel Bonsu è direttamente il sindaco di Parma, Pietro Vignali. Il giovane studente ghanese fu aggredito e insultato con frasi razziste da sei vigili lo scorso 29 settembre ma da allora l'amministrazione ha sempre aspetto a sbilanciarsi prima di conoscere gli esiti delle indagini interne. Durante il consiglio comunale il primo cittadino ha però spiegato che il comandante dei vigili Giovanni Maria Jacobazzi gli ha consegnato la seconda parte della relazione dell'indagine amministrativa interna. Dalla sala del municipio il sindaco ha letto parte della stessa relazione: "Sono state rilevate condotte e comportamenti da parte degli agenti coinvolti che possono determinare censure a fini disciplinari secondo quanto riferito da Jacobazzi. I vigili in questione sono stati trasferiti e si potrebbe procedere con sanzioni disciplinari a loro carico". Il sindaco ha risposto ad una richiesta di chiarezza da parte del capogruppo consigliare del Pd Giorgio Pagliari e ha precisato che sono in arrivo provvedimenti disciplinari per i vigili già trasferiti ad altro incarico. L'indagine, dice Vignali, "esula da aspetti penali e la relazione è stata fatta per accertare lacune nell'organizzazione del servizio. Una indagine interna per salvaguardare l'immagine dell'intero corpo di polizia municipale". Infine ha spiegato che Jacobazzi sta proseguendo con la riorganizzazione del corpo, compito che gli è stato assegnato dalla giunta, una riorganizzazione prevista già prima del caso Emmanuel.

Giovanni Maria Jacobazzi, nominato dirigente alla sicurezza dopo lo scoppio del caso Emmanuel, ha firmato l'inchiesta interna che, pur nella sua parzialità (non sono prese in considerazione nè le versioni dei testimoni, nè quelle di Emmanuel) boccia l'operato dei vigili. Il nuovo comandante ha evidenziato diversi errori nell'operato degli agenti, nella loro condotta e nella procedura seguita. Errori per cui chiede alla direzione del personale che siano presi provvedimenti disciplinari. Lui, che con quell'operazione non aveva nulla a che fare essendo in quei giorni ancora un esterno alla pubblica amministrazione, ha il compito di riorganizzare l'intero settore. L'intenzione è quella di ridisegnare la mappa dell'intero corpo di polizia municipale, "assegnano ai duecento agenti compiti specifici in base alle loro attitudini personali". Il nucleo speciale coinvolto nell'operazione di Emmanuel di fatto è stato già smantellato e difficilmente risorgerà.

*Fonte "Polis Quotidiano"

Torino Social Forum

 

CASCINA MARCHESA  corso Vercelli 141/7
alle ore:  14.30  il 15 novembre 2008
 

ASSEMBLEA RETE MIGRANTI TORINO
per la costruzione di una rete cittadina
Per il protagonismo delle e dei migranti Ogni giorno aumentano le violenze, i soprusi, le intimidazioni nei confronti dei migranti e delle migranti e il governo introduce nuove leggi, o peggiora quelle esistenti, rendendo la vita sempre più difficile a chi è venuto in Italia per lavorare o per fuggire dalla violenza. In questo momento non si può tacere e rimanere passivi! Serve un forte impegno, dei migrati e degli italiani, sia per i diritti, la dignità, il rispetto, sia per i bisogni concreti di tutti come la casa, il lavoro e la salute. Vogliamo iniziare una stagione di mobilitazione con una assemblea per discutere e per fare sentire le nostre ragioni! Per - denunciare e contrastare tutte le violenze xenofobe - denunciare e contrastare le leggi inique che rendono la vita impossibile alle/ai migranti - imporre subito una sanatoria - sostenere il principio della libera circolazione nel mondo delle donne e degli uomini - sostenere i diritti dei rifugiati e delle rifugiate - rivendicare i diritti fondamentali (casa, lavoro, salute, studio) - organizzare insieme le prossime iniziative

 

 

Ragazzino romeno carbonizzato

in un rogo alle ex acciaierie Falk

 

Milano - 14 anni, romeno, in Italia da qualche mese. L'inizio di una cronaca che parla dell'altra faccia della medaglia, dell'altro volto dell'immigrazione e dell'immigrato, ovvero la miseria, il degrado, le condizioni di vita prive di alcun tipo di dignità

Infatti ormai le luci della cronaca illuminano solo uno tipo di immigrato, uno stereotipo diffuso che ruba, violenta, guida ubriaco, di solito romeno, peggio se anche rom. Si parla poco dei tanti che lavorano, di quelli che giornalmente cercano di integrarsi, delle brave persone insomma, magari sì anche arrivati clandestinamente in Italia. Questa volta la brutta storia che farà scappare a qualcuno qualche “poverino” dalla bocca mentre si stringe il portafoglio sull'autobus perché è salito un immigrato o mentre paga in nero 20 euro al giorno all'operaio “comprato” dai caporali la mattina, riguarda un ragazzo di appena 14 anni.

Morto carbonizzato, di notte, a Sesto San Giovanni, alla periferia nord di Milano, nelle ex acciaierie Falck, area dismessa dove trovano rifugio parecchi immigrati. L'incendio, probabilmente causato delle candele che hanno dato fuoco ai giacigli, si è sviluppato intorno a mezzanotte. In tutto una trentina di persone quelle che dormivano nella palazzina diroccata, il ragazzino l'unico del gruppo di sei che dormiva in quella stanzetta a non fare in tempo a fuggire. Stordito dal fumo, le fiamme lo hanno divorato. 14 anni arso vivo. Il ragazzino non ha ancora un nome sicuramente verrà identificato, ma la sua storia di degrado il suo trascorso probabilmente ingiusto presto dimenticato, sopraffatto dalla noncuranza, dalla voglia di un capro espiatorio che espii i nostri di problemi quotidiani, che dilaga tra la gente.(www.larinascita.org 25 settembre 2008)

 

Sbatti il mostro-rom  in prima pagina

Ma la smentita interessa a qualcuno??????

20 Maggio 2008

Catania, due nomadi tentano di rapire bimba (il giornale)

Catania, arrestati due rom
"Hanno tentato di rapire mia figlia"
 
(la repubblica)

 

17 Settembre 2008

Il Tribunale di Catania assolve Sebastian e Veronica, accusati di tentato sequestro di persona, perché il fatto non sussiste.

Per i rom l'Italia è un paese a rischio

di Linda Chiaramonte

Si chiude oggi a Bologna, nel giorno della manifestazione antirazzista in programma a Milano, la conferenza annuale della Coalizione europea di città contro il razzismo (Eccar), organismo voluto dall'Unesco nel 2004 per dar vita ad una rete di città che condividano le esperienze messe in campo per migliorare le politiche nella lotta alla xenofobia e alle discriminazioni. La coalizione, fondata nel dicembre 2004 a Norimberga, ha adottato un Piano d'Azione in 10 punti che si fa carico di vigilare contro episodi di intolleranza, dare sostegno alle vittime, promuovere pari opportunità, consentire l'accesso al lavoro, all'alloggio, all'istruzione. Bologna, entrata nella coalizione nel 2004, è fra i soci fondatori insieme a Madrid, Barcellona, Londra, Norimberga, San Pietroburgo, Stoccolma. In passato la conferenza si è svolta a Norimberga, ad eccezione del 2006 in cui è stata Madrid ad ospitarla, nel 2007 Bologna è stata eletta città capofila per l'Italia, sia in quanto socio fondatore sia per le politiche di inclusione sociale messe in atto. 174 delegati da 23 paesi, in gran parte europei, hanno preso parte alla discussione e ai gruppi di lavoro, momenti di scambio delle pratiche adottate nei diversi paesi. Di grande attualità, all'indomani del primo vertice europeo sull'inclusione dei rom, la questione che riguarda la lotta alla discriminazione verso le comunità sinte e rom nelle città europee. A coordinare i lavori Andrzej Mirga, consigliere per le politiche per Rom e Sinti di Osce/Odihr di Varsavia. Fra i relatori da Heidelberg, Romani Rose, presidente del Consiglio centrale dei Rom e Sinti tedeschi da sempre impegnato nella difesa dei diritti delle minoranze e nel riconoscimento dell'olocausto rom. Rose ha usato parole dure nei confronti dell'Italia: «La situazione delle minoranze rom è preoccupante viste le spaventose aggressioni di stampo razzista avvenute a Napoli e in altre città dove sono state lanciate molotov nei campi. Si tratta di vere campagne persecutorie, non più di casi isolati e la schedatura di appartenenti a famiglie rom non fa che acutizzare la stigmatizzazione». Rose chiede azioni concrete e che la questione delle minoranze rom e sinte (circa 12 milioni in Europa) sia messa all'ordine del giorno delle politiche dell'Unione europea. Alla politica italiana rimprovera di aver consentito la nascita di slum, cosa che ha generato paura nella popolazione, paura che è stata cavalcata dai politici che hanno fomentato la criminalizzazione indistinta di un'etnia. «La cosa peggiore della politica italiana - continua Rose -, è che è rimasta passiva, ha guardato senza intervenire, non ha creato condizioni di vita umane. La politica di Berlusconi e della Lega Nord ci fanno paura, hanno risvegliato le ideologie razziste dello stato fascista. Le parole di Bossi ricordano frasi del passato di Hitler e Mussolini. Ma in uno stato di diritto moderno non si può far riferimento all'appartenenza razziale. È stato danneggiato un sistema di valori di cui noi europei siamo fieri. Il razzismo deve essere disprezzato dalla politica, altrimenti si tratta di democrazie deboli». Al vertice che si è svolto nei giorni scorsi a Bruxelles Rose ha chiesto che la Commissione europea istituisca una task force a cui partecipino anche sinti e rom, che dovrà presentare una relazione annuale al Parlamento europeo in cui vengano monitorate le minoranze. La visita dei mesi scorsi ai campi italiani di Milano e Napoli del consigliere per le politiche per rom e sinti Andrzej Mirga produrrà presto un report che verrà inviato alla Comunità Internazionale. Il prossimo 2 ottobre a Varsavia si terrà un meeting in cui rappresentanti di governo e società civile discuteranno dell'attuazione di questo piano di azione politico contro la discriminazione. Un resoconto per valutare quanto è stato fatto dagli stati membri. Altro tema al centro dei lavori della conferenza quello delle discriminazioni nei confronti delle comunità musulmane in Europa. Dalla discussione è emersa la questione della cittadinanza e della libertà religiosa e di come essere musulmani europei sia ancora equivalente di essere «stranieri».(Il Manifesto 20 settembre 2008)


 

L'immigrazione non aumenta la criminalità

 

Contrariamente a quanto propagandato dal centrodestra, l'immigrazione non aumenta il tasso di criminalità in Italia. E' quanto emerge da una ricerca realizzata da Paolo Buonanno, dell'università di Bergamo, con la collaborazione di Milo Bianchi, della Paris School of Economics, e Paolo Pinotti, della Banca d'Italia, e presentata nel corso del convegno dell'European economic association (Eea) e della Econometric society (Esem) presso la sede dell'università Bocconi di Milano. Lo studio ha preso in considerazione i dati sul numero di immigrati sia legali sia illegali (in questo caso si tratta di clandestini che sono poi stati regolarizzati) e dei reati commessi nelle province italiane nel periodo che va dal 1996 al 2003. Come ha spiegato Paolo Buonanno, «attraverso l'uso di tecniche econometriche, abbiamo notato che tra il fenomeno dell'immigrazione e la criminalità non c'è alcun nesso causale ma una correlazione dovuta a un terzo fenomeno che può essere, per esempio, la ricchezza». In sintesi, quindi, i cittadini provenienti da altre nazionalità sono attirati da quei territori dove si trovano maggiori opportunità di lavoro, ossia le province. E proprio queste zone sono le stesse mete della delinquenza, attirata dalla ricchezza degli abitanti. I due elementi, quindi, sarebbero vicini ma non interconnessi. «Abbiamo notato - conclude Buonanno - che, contrariamente alla percezione generale, in linea teorica non c'è stato un aumento diretto della criminalità in seguito alle ondate di immigrazione in nessuno dei reati che abbiamo preso in considerazione, ossia reati contro la persona, contro il patrimonio e traffico di droga.(Il Manifesto 28 agosto 2008)

 

Le mie figlie, trattate come dei cani

di Laura Cuppini


L'«Observer» dedica un articolo alla politica italiana sui rom. Partendo da una vicenda che ha scosso il mondo

MILANO - «Perché gli italiani ci odiano?». Se lo chiede Miriana Djeordsevic, madre 30enne di Cristina e Violetta, le due ragazzine rom di 15 e 13 anni morte a luglio a Torregaveta, sul litorale flegreo. L'interrogativo dà titolo a un articolo pubblicato sull'Observer, domenicale del quotidiano inglese The Guardian, a firma di Dan McDougall. Un mese dopo la tragedia ci si chiede perché un fatto che ha scandalizzato il mondo - per la terribile indifferenza con cui i bagnanti hanno "convissuto" per ben tre ore con i corpi delle due vittime sul bagnasciuga - sia passato quasi sotto silenzio in Italia. Un Paese - scrive il settimanale - che ha "dichiarato guerra" ai rom con il provvedimento delle impronte digitali.

CENSIMENTO - Il giornalista è andato nel campo di Secondigliano, dove le due ragazzine vivevano con la madre (che ha altri tre figli). Ha parlato con la donna, ha cercato di capire come i rom vivono la politica del governo Berlusconi (definita «populista»), il cui obiettivo sbandierato è censire i piccoli nomadi per far sì che tutti abbiano un'istruzione. «A Cristina e Violetta sono state prese le impronte poco prima della tragedia - racconta Miriana, scappata dal confine serbo-bosniaco -. Violetta piangeva e Cristina era arrabbiata, aveva capito tutto: era cosciente del fatto che ci stavano trattando come animali».

FASCISMO - Il settimanale inglese impietosamente mette in risalto le contraddizioni di una realtà, come quella di Secondigliano, che rappresenta il "granaio" della camorra per quanto riguarda lo spaccio di droga. «Un terzo dei bambini napoletani non va a scuola - spiega Francesca Saudino, della onlus OsservAzione che lotta contro la discriminazione di rom e sinti - e molti di loro, soprattutto i figli di immigrati russi, odiano l'Italia e gli italiani. Ma nessuno prende loro le impronte». Una forma di "selezione" che ha già fatto gridare al rischio fascismo (pochi giorni fa da parte del settimanale Famiglia Cristiana).

DICHIARAZIONI - L'Observer analizza la maggioranza di governo, con Umberto Bossi che guida «un piccolo partito di ex fascisti», Roberto Calderoli «ricordato per la sua apparizione in tv con una maglietta con su una caricatura del profeta Maometto», Giuliano Ferrara che insiste sul fatto che «non esiste una persecuzione etnica in Italia» e il ministro dell'Interno Roberto Maroni che - di fronte al rogo in un campo nomadi di Napoli dopo la denuncia del tentativo di rapimento di una bambina da parte di una donna rom - afferma: «È quello che succede quando i rom rubano i bambini». Pochi giorni fa il ministro degli Esteri Franco Frattini ha risposto alle accuse di razzismo che arrivavano dalla Bbc proprio in merito alla vicenda di Torregaveta (guarda il video).

«COME CANI» - Si stima che l'84% dei rom in Europa viva sotto la soglia di povertà - ricorda l'Observer - dopo le varie persecuzioni che si sono succedute nei secoli, fino a quella di stampo nazista. Poi ci sono state le guerre dei Balcani. «Ho chiesto a un prete cattolico perché gli italiani ci odiano e non ha saputo darmi una risposta. Ha detto che anche i rom sono figli di Dio e gli ho replicato che la realtà sembra molto diversa» conclude Miriana Djeordsevic. «Il vero crimine comunque è ciò che è successo intorno alle mie figlie morte, trattate come cani morti annegati nel Mediterraneo».(Corriere della sera 19 agosto 2008)


 

Migranti, gli sbarchi non vanno in ferie

 

A Lampedusa soccorse più di 300 persone a bordo di quattro natanti

Image I viaggi per mare dei migranti continuano senza sosta. Le persone continuano a scappare da paesi in guerra, dalle torture, continuano ad avere fame e quindi a cercare lavoro e condizioni di vita più dignitose. Lampedusa, la terra di frontiera italiana, simbolica, dell’approdo all’Occidente trabocca di nuovi disperati.

Tra la notte scorsa e l’alba sono stati soccorsi 332 cittadini extracomunitari che si trovavano a bordo di quattro natanti in viaggio verso l’isola siciliana. Durante la notte una motovedetta della Guardia costiera ha intercettato e soccorso 72 extracomunitari, tra i quali 7 donne e un bambino a circa 50 miglia a Sud di Lampedusa. In contemporanea la nave “Urania” della marina militare ne ha soccorsi altri 175 a circa 120 miglia dall’isola Pelagia e un altro natante con a bordo altre 40 persone. Infine, all’alba, una motovedetta della Guardia costiera ha avvistato e raggiunto vicinissimi a Lampedusa altri 45 immigrati, tra i quali una donna.
Il bilancio resta comunque provvisorio perché gli sbarchi dei fortunati che riescono a non morire nel Mediterraneo con l’estate, si sa, aumentano. Nella sola Lampedusa sono sbarcati, secondo un dossier della Guardia di finanza, 12.500 immigrati in otto mesi.

Intanto, con le restrizioni in materia di immigrazione previste dalla destra al governo, oltre alle proteste di Bruxelles, si registrano anche i malumori del parlamento egiziano. Il deputato egiziano Mustafa El Guindi ha chiesto al presidente del parlamento, Ahmed Fathi, la convocazione della commissione per i rapporti con l’estero, per esaminare i recenti sviluppi in materia di immigrazione avvenuti in Italia considerati «una violazione dei principi di giustizia e di equità, visti gli accordi e i rapporti privilegiati tra i due paesi». Secondo il parlamentare il parlamento egiziano ha approvato un accordo di cooperazione con l’Italia che consente la correzione della condizione degli immigrati illegali egiziani, prevedendo specifiche agevolazioni.(La Rinascita online 8 agosto 2008)

 

 

"Immigrati, è emergenza nazionale"

Clandestini su un barcone Roma, 25 luglio 2008 - Il Consiglio dei ministri ha approvato su proposta del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, l'estensione all'intero territorio nazionale della dichiarazione dello stato di emergenza per il persistente ed eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari, al fine di potenziare le attività di contrasto e di gestione del fenomeno. A comunicarlo la nota del governo al termine del Cdm. 

L'estensione all'intero territorio nazionale della dichiarazione dello stato di emergenza sull'immigrazione "risponde solo a esigenze organizzative: serve a facilitare una risposta dello Stato e non cambia quello che già c'è", ha però spiegato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. "Non saranno coinvolte forze armate", ha aggiunto il ministro precisando che si è trattato di una proposta del titolare del Viminale di cui si è discusso solo molto brevemente. 

FINI: IL GOVERNO RIFERISCA

La presidenza della Camera ha contattato il governo  per chiedere che all'inizio della prossima settimana, al massimo entro martedì, intervenga a Montecitorio, in Aula o in commissione, sulla vicenda dell'emergenza immigrazione. Il presidente Fini si è fatto interprete in via istituzionale con il governo di una richiesta di informativa avanzata a Fini, informalmente e con contatti telefonici, da gruppi parlamentari di opposizione. 

MINNITI: GOVERNO SPIEGHI LE RAGIONI

"Apprendiamo dalle agenzie di stampa che il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per contrastare l'emergenza 'clandestini' - dichiara il ministro dell'Interno del governo ombra del Pd Marco Minniti -  Le dichiarazioni successivamente rese da rappresentanti del governo non solo non chiariscono ma anzi contribuiscono ad aumentare la confusione e la preoccupazione"."Poiché non è una decisione ordinaria - aggiunge Minniti - è assolutamente necessario che il governo spieghi immediatamente al Paese e al Parlamento le ragioni, le modalità e la finalità di tale iniziativa". 

IL PDCI: ORMAI E' GUERRA

 "Stato di emergenza? Dopo l'aggravante di clandestinità e le impronte ai bimbi rom siamo giunti alla dichiarazione di guerra nei confronti dei cittadini extracomunitari. Con questo governo, al peggio non c'è mai fine".
E' quanto afferma Pino Sgobio, della segreteria nazionale del PdCI ed ex capogruppo del partito alla Camera.
"Arrivati a questo punto, in Italia - dice in una nota - c'è solo un'emergenza: la democrazia. Chi ha a cuore le sorti del Paese si faccia sentire. Nelle fila dell'opposizione parlamentare chi pensa ancora al dialogo con questo governo sappia che si rende complice di veri e propri misfatti contro la civiltà giuridica, politica e sociale dell'Italia", conclude Sgobio. 

RODY BINDI: COSI' SI ALIMENTA LA PAURA

 "Di emergenza in emergenza, il governo continua ad alimentare la paura anziché risolvere i problemi - attacca da parte sua la Bindi - Dopo la blindatura della giustizia con l'immunità per il capo del governo e dopo la militarizzazione dei cassonetti e della manovra Finanziaria, ecco lo stato di emergenza in tutto il paese per gli immigrati. Ma dove sono le masse di clandestini che premono alle porte delle nostre città? E quali sono i rischi per l'ordine pubblico? La realtà per questo governo non conta"."Conta l'effetto degli annunci che servono a giustificare un clima da Stato di polizia, più o meno palese. Si crea - prosegue - l'illusione che gli immigrati siano il problema numero uno, dimenticando il contributo di tanti lavoratori extracomunitari, e copre così l'incapacità di rispondere alle difficoltà economiche e sociali di milioni di famiglie". 

CALDEROLI: E' VIA PER RISOLVERE PROBLEMA

 "L'emergenza extracomunitari era iniziata dal 2002 ma era stata limitata a solo quattro regioni. Con il provvedimento di oggi approvato dal Consiglio dei ministri la estendiamo a tutto il territorio". Cosi' il ministro per la Semplificazione del programma, Roberto Calderoli commenta l'estensione all'intero territorio nazionale della dichiarazione dello stato di emergenza extracomunitari approvata questa mattina in Cdm su proposta del ministro dell'Interno Roberto Maroni.
"Non e' un provvedimento per aumentare i problemi- ci tiene a precisare Calderoli- ma un modo concreto per risolverli". 

SBARCHI TRIPLICATI DA GENNAIO

Nei primi sei mesi del 2008 sono stati 11.949 gli stranieri che hanno raggiunto illegalmente, via mare, il nostro Paese. Il triplo dei 3.158 sbarcati nello stesso periodo 2007.

Per una media di 66 persone al giorno, contro i 55 del 2007 quando nell'arco dell'intero anno arrivarono 20.455 persone. È il dato diffuso negli scorsi giorni dal Viminale. "La maggior parte degli sbarchi- spiegano i tecnici del ministero dell'Interno- e' avvenuto a Lampedusa e le etnie che maggiormente effettuano i viaggi della speranza oggi sono quella somala e quella nigeriana". Gli extracomunitari arrivano, insomma, per lo piu' dal "Corno d'Africa e, per questo, aumenta anche il numero dei richiedenti asilo".
Le imbarcazioni intercettate sono state 258. All'aumento degli arrivi corrisponde un aumento delle vittime: 387 sono state quelle documentate dalla stampa nel primo semestre 2008. In particolare, cresce il numero delle donne (11% contro l'8% del 2007) e anche quello dei minori non accompagnati. 

E si sta verificando, appunto, come confermano dal Viminale, un cambiamento nel panorama delle nazionalita'. Ad esempio, crollano gli arrivi dai paesi del Maghreb. Gli egiziani passano dai 5.131 del 2007 ai 557 del primo semestre 2008. E cosi' i marocchini, dai 2.341 agli 849. Piu' stabile il numero dei tunisini (1.287), che dopo Somalia e Nigeria rappresentano la terza nazionalita'.
Il 75% di chi sbarca in Sicilia arriva da Somalia (2.556 persone), Nigeria (1.859), Tunisia (1.287), Ghana (853), Marocco (849), Egitto (557), Burkina Faso (290), Costa d'Avorio (277), Eritrea (240) e Togo (202). (www.quotidianonet.ilsole24ore.it 26 luglio 2008)

 

Come ti schedo i rom, nonostante il no Ue

 

di Stefano Milani

Dopo la bocciatura del Garante della privacy arriva anche il monito di Bruxelles contraria alla schedatura di massa dei bambini rom, con relativa impronta digitale, proposta dal ministro Maroni. La Commissione europea non commenta ufficialmente quello che al momento, dice, sono ancora «dichiarazioni» di politici. Tuttavia, replicando alle domande di alcuni giornalisti, Pietro Petrucci, portavoce del commissario europeo alla Giustizia Jacques Barrot, annuncia che la schedatura non è comunque possibile secondo le regole Ue e che «non è mai accaduto finora in uno Stato membro». Contrario anche il Consiglio d'Europa. «Sono molto preoccupato - ha fatto sapere Thomas Hammarberg, che del Consiglio è il commissario ai diritti umani - questi sono metodi che richiamano misure prese nel passato e che hanno portato alla repressione dei rom».
La replica del Viminale non si è fatta attendere ed è tutta in una nota nella quale si precisa che «la decisione di eseguire rilievi fotodattiloscopici con modalità informatiche nei riguardi di cittadini stranieri» è stata presa anche «sulla base del regolamento del Consiglio dell'Unione Europea, n. 380 del 18 aprile 2008», che prevede «l'obbligo di rilevare le impronte digitali ai cittadini dei Paesi terzi (per i permessi di soggiorno) a partire dall'età di 6 anni».
Ma un conto è la schedatura coatta e indiscriminata di un qualunque minore e un altro è la richiesta dei suoi dati personali, con relative impronte e foto, per la richiesta del permesso di soggiorno. L'Europa resta comunque cauta: «Si tratta solo di un annuncio e noi non commentiamo annunci. Parliamo solo quando siamo di fronte a un fatto concreto, a un atto giuridico dello Stato membro». Ma l'atto giuridico già ci sarebbe. Ed è nero su bianco nell'ordinanza n. 3676 firmata dal premier Berlusconi nel consiglio dei ministri dello scorso 30 maggio. Tra i compiti dei prefetti di Roma, Milano e Napoli nominati commissari straordinari all'emergenza dei campi nomadi, c'è anche quello, si legge, dell'«identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei campi nomadi attraverso rilievi segnaletici». Ed è su queste due ultime parole che si gioca la partita. Perché i «rilievi segnaletici» possono dare adito a numerose interpretazioni. Che vanno dalla semplice registrazione dei dati - nome, cognome e cittadinanza di tutti gli abitanti del campo nomade - fino alle fotosegnaletiche e ai rilievi dattiloscopici (le impronte digitali) e perfino, quando sarà attiva la banca dati del dna inserita nel «pacchetto sicurezza», alla rilevazione del codice genetico. Sarà dunque discrezione dei prefetti-commissari, usare gli strumenti che ritengono più opportuni.
A Roma, ad esempio, il prefetto Carlo Mosca proprio ieri si è detto contrario all'utilizzo delle impronte. «Nell'opera di censimento che andremo a effettuare non prenderemo impronte ai bambini», ha assicurato durante un incontro con gli studenti universitari di Roma Tre. «Il lavoro che intendo portare avanti come Commissario straordinario - ha proseguito - prevede uno studio attento e qualificato della situazione dei senza territorio presenti in città che va dalla presa di contatto con i rappresentanti delle comunità Rom al dialogo con le associazioni che ci sono nei singoli territori».
Strada diametralmente opposta verrà intrapresa dal suo collega di Milano, il prefetto Gian Valerio Lombardi che oltre a sposare in pieno la proposta Maroni, rilancia. «Nessuna novità - dice - questa delle impronte, le norme già in vigore consentono il fotosegnalamento per chi non riesce a dimostrare la propria identità, siano anche minori». Il prefetto fa riferimento, citandola, alla legge 633 del 22 aprile 1941 che prevede, per chi non è in grado di dimostrare la propria identità, la fotosegnalazione. Legge di stampo fascista che riguarda soprattutto le censure e i diritti d'autore di riproduzioni fotografiche, poi servita anche per integrare in questo campo il famigerato Codice Rocco. E usata soprattutto per schedare categorie di persone mal digerite al regime come appunto i rom, gli ebrei e gli oppositori politici.
A Napoli si è invece scelta una terza via: sì alle impronte e alle fotosegnaletiche ai minori ma solo a chi ha più di 14 anni. E' infatti con queste modalità, secondo fonti ufficiose, che sarebbe già partito da una settimana il «censimento» dei campi nomadi partenopei, coordinati dal prefetto Alessandro Pansa insieme alla Croce rossa.(Il Manifesto 28 giugno 2008)

 

Comunicato di Almaterra

 

Torino, 04 giugno 2008

Vogliamo denunciare un grave episodio, accaduto questa mattina, di cui è stata testimone una Mediatrice interculturale di Moncalieri. Alle 08:30 circa, sul bus 67 (capolinea di Moncalieri), pieno di gente che a quell'ora è diretta a scuola o a lavoro, è salita una pattuglia della polizia, ha intimato a tutti gli stranieri di scendere, ha diviso maschi e femmine con bambini, ha chiesto il permesso di soggiorno.

Molte persone avevano con sé solo la carta di identità italiana, altri il permesso di soggiorno, altri ancora né l'uno né l'altro.

Tutto l'episodio si è svolto accompagnato da frasi quali : "non ce ne frega niente della vostra carta di identità italiana" , "è finita la pacchia", "l'Italia non è più il Paese delle meraviglie".

Gli agenti hanno fatto salire tutti gli uomini su un cellulare, solo un uomo marocchino, mostrando la carta di identità italiana, si è rifiutato di salire, chiedendo di che cosa veniva accusato e che avrebbe fatto riferimento al suo avvocato. Gli agenti l'hanno lasciato andare.

Nessuno dei passeggeri rimasti sull'autobus è intervenuto, anzi, molte delle persone presenti, anche sui balconi delle case intorno e sui marciapiedi, hanno applaudito.

Ci aspettiamo che venga fatta chiarezza e che non si ripeta mai più un simile episodio in un Paese che si dichiara civile e democratico. 

ASSOCIAZIONE ALMATERRA

 

 

Fermiamo il genocidio culturale

 31 maggio 2008 Piazza Sabotino
Zona San Paolo-Torino
alle ore: 15.00

Rom nel campo di sterminio di Belzec in Polonia, 1940

Verità e giustizia per Hassan
CHIUDERE I CPT ORA!
Tra pacchetti sicurezza e campagne d'odio per il diverso si muore nel CPT di Torino


Dopo l'ultimo delitto crudele della mistificazione e della calcolata disinformazione non si può più restare in silenzio,occorre agire, questo silenzio è assordante e colpevole. C'è un'oscura connivenza tra una parte del giornalismo italiano, una parte delle forze dell'ordine, una parte della politica italiana per giustificare un'incivile repressione. 8 Giugno le Associazioni Rom e Sinte in Italia e le associazioni di volontariato, gli artisti, gli intellettuali e le persone di buon senso organizzano a Roma un corteo di protesta civile. Aderite e fate aderire prima che sia troppo tardi!!
Occorre ribadire alcuni concetti che vengono mistificati,

Tutti credono che Rom siano solo stranieri.
Non è vero !, infatti l'80% dei Rom e Sinti che vivono in Italia sono cittadini italiani
Tutti credono che i Rom sono nomadi.
Non è vero !, Infatti la maggior parte di quelli presenti sul territorio italiano sono sedentari
Tutti credono che il campo nomadi è la soluzione ideale.
Non è vero !, Infatti i rom arrivati in Italia nei loro paesi di origine avevano le case, il campo non è un tratto culturale della popolazione romanì, ma un'imposizione dovuta alla non conoscenza.
Tutti credono che zingaro sia il nome di questo popolo.
Non è vero !, infatti il termine corretto è Rom o Sinto. Occorre far rispettare le convenzioni internazionali nei confronti dei Rom, il 70% degli italiani sono razzisti nei confronti dei Rom, la carta dei diritti dell'uomo in Italia per i Rom non vale. Non abbiamo nulla se non il nostro coraggio!! (Torino Social Forum 30 maggio 2008)

 

In migliaia sfilano contro fascismo e razzismo

 
di Marina Zenobio
 

Contro il fascismo, il razzismo e la xenofobia. Anche e soprattutto quando hanno una faccia «qualunque», quella del ragazzo nato e cresciuto nel quartiere o incontrato mille volte allo stadio. E' per questo che in migliaia hanno attraversato ieri sera le vie del Pigneto, oltre che per esprimere solidarietà e condannare il raid xenofobo che sabato scorso ha devastato tre empori del quartiere multietnico romano, il primo in via Macerata gestito da un indiano, gli altri due da bangladesci in via Ascoli Piceno.
Alla manifestazione, autoconvocata dall'assemblea cittadina di domenica sera, hanno partecipato in oltre tremila e, al di là di chi siano gli aggressori e delle motivazione che hanno portato ad un simile atto di violenza, la risposta si legge nello striscione dell''associazione del Bangladesh Dhuumcatu: «Destra o sinistra, chi caccia gli stranieri, lavavetri, rom e rumeni, sempre fascista è». L'associazione prende il nome da una rivista fondata dal poeta Kazi Nazrul Islam, a cui la comunità del Bangladesh in Italia è molto legata.
Ma ci sono anche i senegalesi di via Campobasso, una folta delegazione di donne marocchine arrivate da Testaccio, tra loro Siham, 30 anni, ma ne dimostra molto meno, arrivata da un anno in Italia e che fa la baby sitter, e tanti latinoamericani. Una bicicletta traina un carrello con l'altoparlante e la folla grida «basta governo razzista». C'è anche il comitato italiano del Fronte di liberazione del popolo dello Sri Lanka. Tanti colori, veli, lingue e nazionalità ma una sola richiesta: rispetto nella diversità. Molti immigrati vivono al Pigneto da anni e per tutti il clima xenofobo che ha prodotto il raid è frutto di una politica sia di destra che di sinistra che li ha strumentalizzati a scopo elettoralistico. «Il pacchetto sicurezza lo vogliono tutti» dice Said, maghrebino di 32 anni. Eppure, rincara la dose Edgar del comitato dei latinoamericani a Roma, «noi rappresentiamo il 10% del prodotto interno lordo, tutta la frutta che voi mangiate passa per le nostri mani e anche al nord nelle fabbriche ci lavoriamo noi stranieri. Se ce ne andassimo all'improvviso tutti insieme vorrei proprio vedere quanti italiani sarebbero disposti a fare i lavori che facciamo noi». E per questo chiedono diritti e rispetto.
Ma ci sono anche molti residenti del Pigneto che pur manifestando la loro solidarietà non negano che qualche tensione nel quartiere si respiri. «Sta sviluppando troppo velocemente - dice Maurizio che vive in un appartamento sull'isola pedonale - Girano troppo soldi, locali che aprono come funghi, affitti e costi delle case arrivati alle stelle ma questo resta un quartiere popolare e non sempre si riesce a gestire un cambiamento così veloce e radicale». Eppoi ci sono i problemi, in comune anche con altri quartieri romani, legati allo spaccio di droga e alla microcriminalità. «Ma la mafia e la prostituzione - dice un immigrato colombiano - non l'abbiamo portata noi in Italia». Intanto la signora Rosa, anziana residente di via Fanfulla da Lodi, ha tirato fuori il suo banchetto e vende arachidi. Comunque, quella di domenica con l'assemblea cittadina che si è tenuta sull'isola pedonale e quella di ieri con il corteo che ha attraversato il quartiere «è una risposta democratica - dice Luigi Nieri assessore al bilancio della regione Lazio - contro un raid xenofobo che la storia di questo quartiere non può tollerare, ci sono delle responsabilità morali per quanto è accaduto, e ce l'hanno tutti i politici che in questi mesi hanno soffiato sul fuoco dell'intolleranza. Che ognuno di assuma le proprie responsabilità». E non è certo d'accordo con il sindaco Alemanno, che ieri ha fatto un rapidissimo giro nel quartiere, per il quale quanto accaduto sabato pomeriggio al Pigneto non ha alcuna connotazione politica. Dopo un giro nel quartiere il corteo ritorna all'isola pedonale dove Giammarco Palmieri, presidente del VI municipio e Piero Marrazzo, da poco ex presidente della regione Lazio, stanno per concludere un comizio davanti ad una trentina di persone. «Però potevano anche aspettarci» commentano sarcastici alcuni manifestanti. Poi si scatenano in balli e canti che, con tutta probabilità, continueranno fino a tarda notte.(Il Manifesto 26 maggio 2008)


 

 

 

Rabbia a Torino per la morte di un marocchino nel Cpt

 

Aveva la polmonite e nessuno l'ha soccorso.Image E mentre il ministro dell'Interno Maroni lancia lo slogan “un Cpt per ogni regione”, in quello di Torino muore un immigrato.Asfissia improvvisa da polmonite fulminante, questa la causa della morte di Hassan Nejl marocchino di 36 anni detenuto nel “nuovo” Cpt torinese. Una morte inattesa, afferma la direzione del centro, che respinge le accuse di carenza e lentezza nei soccorsi.
«Venerdì verso le 21:30 ha accusato un mal di gola ed è stato visitato da uno dei nostri medici che gli ha somministrato un medicinale per questo», afferma il direttore del centro affidato alla gestione della Croce Rossa Italiana, Antonio Baldacci.

«Due ore dopo il personale della nostra ambulanza, di ritorno da un servizio, ha parlato con lui: era sveglio, lucido e stava andando a dormire. Solo verso le 9:15 di sabato siamo stati avvisati dai suoi compagni che non si muoveva più. Siamo andati a vedere ed era morto. Non ci è rimasto che chiamare il medico legale, secondo il quale la morte sarebbe sopraggiunta circa 5 ore prima per asfissia improvvisa da polmonite fulminante».

Di altro avviso invece alcuni compagni della vittima i quali parlano di febbre alta che l'uomo avrebbe avuto per tutta la giornata di venerdì e di richieste di aiuto rimaste inascoltate durante la notte messe a tacere della promessa che un medico si sarebbe occupato di lui al mattino. Rabbia tra gli immigrati del Cpt, «abbiamo chiamato i soccorsi, ma senza avere risposta» denunciano.(La Rinascita online 26 maggio 2008)

 

Respinta l'assimilazione dei Rom ai criminali

 

(ASCA) - Strasburgo, 20 mag - ''La commissione europea respinge l'assimilazione dei Rom ai criminali''. Cosi', il commissario agli Affari sociali e pari opportunita' Vladimir Spidla, intervenendo al dibattito straordinario al Parlamento europeo sulle politiche per i Rom. ''Gli Stati membri - ha continuato il commissario - indaghino contro chi commette reati razzisti e lo punisca. Il senso dell'Unione europea e' di superare i pogrom e l'odio razziale''. ''Le espulsioni siano decise caso per caso e, in caso si decida per il si' l'urgenza sia motivata specificamente. L'Ue comunque potra' assumere il ruolo di coordinatore nella lotta contro la discriminazione per l'applicazione della direttiva, che pero' deve essere completata da iniziative nazionali che diffondano l'informazione su diritti e obblighi. Bisogna offrire a tutti l'opportunita' di risolvere i loro problemi. Anche attraverso la possibilita' per gli Stati di attingere ai fondi del Fondo sociale. Invito il governo italiano a dibattere con noi dei risultati di questa attivita' e prestare attenzione alle lezioni che se ne potranno trarre''.

 

Se  l'Italia si fa ronda

KIT SICUREZZA A CURA DEL MINISTERO DELL'INTERNO - TRIANGOLO NERO


 
ISTRUZIONI:
RITAGLIA IL TRIANGOLO LUNGO LA LINEA TRATTEGGIATA.APPICCICALO SUL PRIMO ROM CHE INCONTRI E SPEDISCI IL TUTTO AL LAGER PIU' VICINO .

di Tommaso Di Francesco

Che cosa hanno in comune gli assalti ai rom diventati il pericolo pubblico numero uno, la campagna di maxi-blitz di polizia in tutta Italia, l'introduzione da parte del governo del reato di clandestinità con la richiesta di poteri locali straordinari?
L'Italia si fa ronda, sostenuta da un governo che ne rappresenta l'avanguardia politica. Il gioco è sporco e ci riguarda. Qui si parla di libertà. Quella che vogliamo costruire, per la quale esistiamo. Una libertà liberante, inclusiva, che riconosce l'irripetibilità dell'altro nella sua capacità di costituirsi come soggetto che spera, lotta, cambia il mondo; una libertà che integra e parla agli individui, ai deboli, ai loro bisogni, nella dolorosa consapevolezza d'essere sfruttati e divisi in classi, emarginati dai processi di globalizzazione forse giunti a un punto terminale. In una umanità sessuata ma in guerra oscura e materiale con il genere femminile contraddetto e avversato da ogni forma di potere maschile.
Ecco che ora invece l'Italia si fa ronda, anzi si fa «comunità», nel senso degenerato dello slogan neonazista-forzanuovista «difendi il simile, distruggi tutto il resto». Escludi tutto il resto. E cieca riduce il delitto alla sola appartenenza etnica. Peggio. Chi non è simile non solo è diverso, è tout court colpevole. Così la clandestinità non è la condizione tragica di chi decide di diventare protagonista del proprio destino e sceglie la fuga dalla miseria del Maghreb, della grande Africa nera o dell'Asia. Questo voler fuggire dalle condizioni reali di dannati della terra è nient'altro che crimine. Qualcuno, in modo bipartisan, invoca una «politica estera adeguata» lì dove la migrazione ha origine. Vuol dire che allarghiamo l'universo concentrazionario, con nuovi cpt subito in ogni regione italiana prima della grande pulizia etnica, per poi assegnare ai regimi locali le chiavi dei cancelli di nuovi campi di concentramento che già disegnano una geografia carceraria, da Ceuta e Melilla alla Libia e all'Egitto. È la sicurezza tour operator.
E i rom, che in molti hanno subìto le recenti espulsioni delle guerre balcaniche e tutti lo sterminio nazista come gli ebrei, diventano sinonimo di richiesta di sicurezza. Eppure ben altro è il delinquere italiano delle grandi mafie come dei pozzi neri profondi sparsi nella periferia del Belpaese. Siamo all'ideologia della sicurezza. Ideologia vuol dire falsa coscienza. Guardate a Niscemi dove tre adolescenti diventano branco e seviziano il corpo di una ragazza coetanea, si danno l'ordine d'uccidere per Sms, pronti a raccontare che la vittima prima di sparire «aveva sentito un uomo nero»; e ora il paese chiede la «cacciata del branco». Quando dietro c'è «da cacciare» una generazione costretta nell'adolescenza al sesso come sotterfugio, nell'incapacità di confrontarlo con i modelli mediatici dominanti e quelli «paesani» e adulti del gruppo d'appartenenza. Guardate all'ossimoro che cammina in carne ed ossa per le strade di Napoli. Dove alla testa delle proteste popolari contro i rom c'è la camorra, la stessa che negli ultimi mesi ha insanguinato con centinaia di delitti veri quella città. La comunità dei simili applaude.(Il Manifesto 16 maggio 2008)


 

 

Il corteo del 25 aprile a Verona

 

Di gioia e di indignazione. Di orgoglio e di rabbia. Di una libertà colorata e meticcia che annuncia il comune a venire. Di questo e di altro ci ha parlato il corteo del 25 aprile a Verona.

Cinquemila migranti. Uomini, donne e bambini che rivendicano assieme di essere cittadini veronesi. Perché la città è fatta di chi la abita e di chi ci paga le tasse. Di chi ci ha casa. E di chi ci lavora e la casa non riesce tuttavia a trovarla perché non si affitta agli stranieri, perché il patrimonio immobiliare pubblico viene svenduto, dismesso o assegnato con logiche coloniali, perché il reddito dei precari è intermittente o semplicemente troppo basso per poter accedere al mercato privato degli affitti . Di chi ha scelto di viverci e ci ha messo mobili radici a causa della precarietà del lavoro, dell'insicurezza quotidiana, della costante negazione dei diritti.

Un corteo colorato e festoso. Moltitudinario e indisciplinabile. Perfettamente all'altezza dell' irrapresentabilità dei migranti e dei precari che lo componevano. Aperto da donne e bambini che sono nati qui anche se hanno la pelle di un colore più scuro. E che qui probabilmente sceglieranno di restare. E che vogliono risposte.

Vogliono reddito, diritti e dignità. Vogliono concreta visibilità. Partecipazione. Quella partecipazione che si conquista con il diritto di voto, certo. Ma prima ancora di questo nell'autonomia di una presa di parola soggettiva e non delegabile che i diritti li conquista da sé come pratica della vertenzialità diretta sui luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle città.

Un corteo che non ha tollerato di essere chiuso fuori dal centro storico. Che ha vissuto come una provocazione la blindatura della piazza, del luogo fisico in cui si concentrano una produzione delle decisioni politiche e amministrative legittima e vincolante per tutti perché imperniata sulla finzione della rappresentanza dei partiti - ma i migranti non votano e la cittadinanza la subiscono solo passivamente, come diluvio di ordinanze, controlli, vessazioni quotidiane; come somma di "doveri" cui non corrisponde alcun "diritto" - e il delirio regolativo di un sindaco che interpreta il suo ruolo come quello di un podestà.

Un 25 aprile di reale liberazione e non puramente celebrativo è stato quello di quest'anno a Verona,

Delle "tensioni" che hanno accompagnato alcuni momenti del corteo, ricorderemo per sempre tre cose.

Il grido "libertà, libertà" ritmato da migliaia di voci e di cuori di tutti i colori nelle vie del centro di fronte ai blindati della polizia. L'avanzata di corsa, ingovernabile, di giovani maghrebini e africani che ha sorpreso la stessa organizzazione del corteo e travolto le fila dei reparti mobili in disordinata fuga.

La rabbia impotente e cieca dello sbirro che da solo ha cercato il contatto con le prime fila del corteo e la nervosa carica che ne è seguita. Non una dimostrazione di forza, ma di paura. La paura di chi ha conosciuto oggi la potenza dell'indignazione. La gioia insubordinata e sovversiva di chi ha deciso di conquistarsi i diritti e gli spazi ed inizia a farlo davvero.

Gli occhi scintillanti del ragazzino senegalese, infine, che di fronte agli scudi della polizia. tutt'altro che impaurito, ridendo diceva orgoglioso: "questa è vita!".

Ringraziamo tutti e tutte, i fratelli e le sorelle migranti, i migranti e le migranti di Verona e provincia e i molti che sono arrivati da Brescia, da Vicenza, da Padova, Mestre, Treviso e Vicenza, i fratelli e le sorelle dei centri sociali del Nordest e tutti quelli e quelle che ci hanno aiutato nella costruzione di questa grande giornata.

Stay tuned
La lucha sigue!

Coordinamento Migranti Verona - Coordinamento Migranti dell'Est Veronese - Collettivo Metropolis (25 aprile 2008)
 

 

Bindi: Moratti attenta, niente soldi

Milano, niente asilo per i bambini senza permesso di soggiorno. È bufera sul sindaco

 

di Eleonora Martini

Preferenza nazionale. È il progetto politico di estrema destra fatto proprio dalla Lega nord e che sta dietro, a ben guardare, alla circolare emessa dal sindaco di Milano Letizia Moratti che nega ai bambini figli di immigrati senza permesso di soggiorno la possibilità di iscriversi agli asili e alle scuole materne comunali. In aperta violazione della Carta dei diritti dell'infanzia dell'Onu e persino in contraddizione con lo spirito della legislazione nazionale che regola il nostro sistema educativo. Una mossa politica con cui l'ex ministro dell'Istruzione si candida a diventare il punto di riferimento dei sindaci leghisti del nord est. Ma il provvedimento, che in realtà prosegue sulla stessa strada intrapresa lo scorso anno dall'amministrazione comunale, ha mandato su tutte le furie la ministra della famiglia Rosi Bindi: «Un pessimo esempio di politica locale che colpisce la famiglia e dentro le famiglie i diritti dei più deboli e dei bambini - è stata la reazione immediata alla notizia -. Non sono tollerabili discriminazione di alcun genere nell'accesso a servizi essenziali, come le scuole d'infanzia. Tutti i bambini, compresi i figli degli immigrati privi di permesso di soggiorno, hanno diritto a frequentare l'asilo nido, non è quindi accettabile introdurre clausole di esclusione di questo tipo». In particolare, spiega pazientemente Rosi Bindi, «l'educazione è la via maestra per favorire l'integrazione delle famiglie straniere, per imparare a vivere insieme e a non aver paura gli uni degli altri». Poi la ministra si avvale dell'autorità che le compete: «Il governo ha predisposto un piano straordinario per gli asili nido che nel triennio prevede un investimento di circa 800 milioni di euro, e l'intesa che abbiamo siglato con le Regioni non prevede alcun tipo di discriminazione». Letizia Moratti è avvisata: attenzione, ammonisce in sostanza Bindi, se volete i soldi tornare sulla retta via.
Meglio tardi che mai, visto che già dall'anno scorso le domande di iscrizione presentate per i propri figli da extracomunitari clandestini o in attesa di rinnovo del permesso di soggiorno venivano accettate con la «riserva» di poter essere respinte qualora i genitori non riuscissero a regolarizzare la propria posizione. E già allora alcuni consiglieri comunali come l'indipendente eletta nelle liste del Prc Patrizia Quartieri, che fa parte di Rete Scuole, avevano posto il problema e interrogato invano la sindaca. Ora da quest'anno, secondo la circolare della giunta pubblicata sul sito del comune di Milano che riguarda le 170 scuole d'infanzia comunali (più avanti ne sarà emessa una simile specifica per i nidi), la richiesta di iscrizione non sarà più accettata «con riserva». Ma solo nel caso le famiglie riescano a ottenere «il permesso entro la data del 29 febbraio 2008», altrimenti la domanda non verrà formalizzata. «Vedrete che non cambierà nulla, abbiamo posto per tutti», si affretta a ribattere l'assessore all'educazione Mariolina Moioli, che un anno fa condusse la guerra contro la scuola araba e poi la trattativa con i rom di via Triboniano per il riconoscimento dei «Patti di legalità». Ma subito dopo Moioli ci ripensa e risponde piccata alla ministra Bindi: «Da che pulpito viene la predica», dice chiedendo al governo di intervenire sugli stranieri «al fine di garantire dignità e sicurezza per tutti».
Il punto è proprio questo: «Qui ormai si parla di immigrati solo in contesto di legalità e sicurezza - accusa Quartieri - Moratti cavalca l'onda xenofoba e la Lega come abbiamo visto domenica scorsa con l'adesione alla manifestazione». Nelle materne comunali di Milano il 23% sono bambini stranieri. Purtroppo, spiega Quartieri, le statali sono pochissime e non c'è alcun interesse ad incrementare quelle comunali, piuttosto si finanziano i privati. Il ministero di Fioroni si dice preoccupato che la circolare porti ad una disequilibrata distribuzione di alunni immigrati, spinti verso le scuole statali o paritarie. Per il ministro Paolo Ferrero invece l'iniziativa è semplicemente «razzista», «peggio di quella del sindaco di Cittadella». «La logica è la stessa - dice - si vuole emarginare e rendere invisibili i clandestini». E questa volta si punta direttamente sui bambini.(Il Manifesto 21 dicembre 2007)

 

La torbida xenofobia dei media italiani

 

di Gennaro Carotenuto

Cosa succederebbe in Italia se un pregiudicato romeno ubriaco investisse sulle strisce una signora italiana con due bambini e la riducesse in fin di vita? La risposta è facile, diverrebbe in un lampo prima notizia su tutti i media e molti sciacalli sarebbero pronti a organizzare fiaccolate, a chiedere mano dura, espulsioni e a fare passeggiate vestiti come Humphrey Bogart. Cosa succede se avviene il contrario? Questa settimana ne abbiamo avuto una ATROCE dimostrazione pratica. E i media italiani ne escono in maniera vergognosa.
La storia, nella sua crudezza, è semplice. Il giorno 20 novembre in pieno giorno, nella città di Roma, la cittadina rumena Marinela Martiniuc, 28 anni, attraversava sulle strisce nei pressi di una scuola. Spingeva una carrozzina con suo figlio Elias di appena quattro mesi e teneva per mano sua nipote Adina di 12 anni.

Sono stati spazzati via da un'auto guidata da un cittadino italiano, in evidente stato di ebbrezza, e appena uscito di galera. Il neonato è stato sbalzato a 20 metri di distanza, la piccola Adina ha avuto multiple lesioni alle gambe. La signora Martiniuc è stata per 24 ore incosciente ed in pericolo di vita. Tutt'ora è ricoverata in condizioni critiche.

Nessun giornale o gr o tg ha ritenuto opportuno diffondere la notizia. Questa è stata diffusa oggi, cinque giorni dopo, solo in una lettera inviata da Anna Maffei, presidente dell'Unione cristiana evangelica battista italiana, pubblicata dal quotidiano Il Manifesto.

Maffei invita a una riflessione sul ruolo dei media nella costruzione del clima di insicurezza e di crescente intolleranza e xenofobia fra la gente comune. Ha ragione: i media mainstream oramai formano un compatto partito del pregiudizio e utilizzano il loro sterminato potere per diffonderlo ad arte. Per un'elementare regola giornalistica infatti, se i romeni e solo i rumeni (o i rom che per il giornalista medio è lo stesso) sono tutti stupratori, assassini, ladri, autisti ubriachi, l'ennesimo cane che morde l'uomo non deve far notizia. Ma se è l'uomo italiano (pregiudicato e ubriaco) a mordere la cagna rumena, questa non dovrebbe essere una notizia più del suo stereotipato opposto? Non dovrebbe causare scandalo e vergogna che un nostro connazionale abbia ridotto in fin di vita una donna straniera e due bambini?

Sarebbe un triste paradosso, ovviamente, se solo per questo i media facessero un buon servizio all'informazione. La Maffei centra perfettamente il punto. Oggi i media mainstream, manipolando e scegliendo le notizie in maniera intenzionale, rappresentano un generatore di insicurezza sociale, intolleranza e xenofobia. E i giornali italiani che strillano l'investimento (o lo stupro, o l'omicidio) di una cittadina italiana da parte di un cittadino straniero, ma nascondono il caso opposto e sminuiscono sistematicamente i crimini dei quali gli stranieri sono vittime, vanno definiti per quel che sono: razzisti.

Per turpi fini (politici o commerciali che siano) si stanno prestando a mettere in pericolo la convivenza civile in questo paese e stanno giocando con la nostra democrazia. E' tempo che chi ha a cuore la convivenza civile in questo paese chieda sistematicamente loro conto delle loro intenzioni e malintenzioni. Un altro giornalismo è possibile.(www.giannimina-latinoamerica.it 26 novembre 2007)

 

Appello contro la violenza su donne e migranti

 

Orrore. Sgomento. Incredulità. Non servirebbe neppure fare l'elenco degli aggettivi che hanno accompagnato le nostre giornate durante il lungo ponte d'inizio novembre. Una vergogna bipartisan, collettiva al punto tale da non sapere più se siamo in un film o nella realtà. Prima di quella data erano state indette due manifestazioni. Ma se per la manifestazione del 17 novembre ci sarà la mobilitazione generale di tutto il movimento nato prima a Seattle e poi a Genova, non è detto che i fatti appena accaduti intorno alla morte di Giovanna Reggiani generino un'altrettanta presa di coscienza collettiva, con relativa ampia partecipazione, rispetto alla manifestazione indetta per il 24 novembre a Roma contro la violenza che si perpetua ormai incontrollata sui corpi delle donne e anche sui corpi dei migranti.
Siamo di fronte a un orrore che sfiora vette di follia collettiva. Perché Giovanna Reggiani e Nicolae Mailat, il ragazzo che l'ha rapinata e spintonata nel dirupo del degrado collettivo che affligge la città della dolce vita, tanto quanto una qualsivoglia altra città del sud o del nord, sono diventati, ai nostri occhi, entrambi corpi offesi, collettivizzati (pur essendo singoli) e strumentalizzati, sfruttati dal potere immateriale dei media e dal potere materiale di chi ci governa.
Hanno usato il corpo di Giovanna per far passare nella notte il decreto sulla sicurezza dimenticando persino le normative europee che vietano l'espulsione immediata e coatta dei migranti e hanno usato il corpo di un migrante - impregnato di un degrado lasciato a se stesso da chi ci governa - per ripescare il famoso nesso migrante uguale criminale. Se non fosse stato per alcuni editoriali firmati da donne per Liberazione e Il manifesto nessuno avrebbe potuto pensare che la violenza contro le donne è prevalentemente legata all'oikos, all'ambiente domestico, caldo, civile, occidentale. Perché nessuno legge i rapporti dell'Istat e nessuno riflette sull'escalation di orrore che corre sugli schermi televisivi e su tutti i giornali mainstream. Non la «gente», quella intervistata per le vie di Roma e Milano. La «gente», infatti, non ama la forca e la gogna collettiva settecentesca ma si modula in questa direzione perché anch'essa strumentalizzata da tutti coloro che cercano un facile consenso politico.
Da Genova in poi gran parte del nostro lavoro intellettuale e politico si è a lungo soffermato sulla necessità di costruire una dura lotta ai Cpt, alle politiche securitarie, al regime delle espulsioni che noi amiamo definire «deportazioni». Ma siamo anche donne singole che si rifiutano di congedarsi dalla politica nonostante un clima niente affatto favorevole ai movimenti.
Chiediamo pertanto a tutte le compagne del movimento nato a Genova che la manifestazione del 24 novembre sia grande, partecipata, importante. Facciamo appello affinché vi sia una presa di coscienza collettiva sulla strumentalizzazione dei corpi femminili e migranti per finalità in cui non ci riconosciamo perché false, ideologiche, costruite ad hoc per legittimare un consenso collettivo bipartisan. Diciamo di no al nesso migrante=clandestino=criminale. Diciamo di no a tutte le politiche che, anziché fare riferimento alla realtà dei fatti (tra cui vi è anche la continua violenza fisica e psicologica perpetuata da uomini di qualsiasi nazionalità e classe contro le donne), continuano ad attingere argomenti e procedure direttamente dai testi di Lombroso. Chiediamo di essere in tante sabato 24 novembre a Roma. Dobbiamo dire di no alla violenza sui corpi femminili ma soprattutto dobbiamo dire di no alla strumentalizzazione dei nostri corpi e dei corpi dei migranti per pratiche che instaurano i rastrellamenti, le rappresaglie, l'odio collettivo tra le strade delle nostre città.
A. Simone, F. Sossi, O. Guaraldo, A. Sciurba, M. Andreani, A. Moscati, I. Scovazzi, A. Azzaro
Per adesioni: simoneannait@yahoo.it

(Il Manifesto 15 novembre 2007)

 

Più lavavetri, meno sindaci

di Marica Guazzora

In questi giorni è comparsa su un muro di Torino la scritta "Più lavavetri, meno sindaci". Meno male. Qualche graffitaro fa della simpatica ironia. La questione, che ha visto sindaci, anche del centrosinistra, trasformarsi in sceriffi, deve fare riflettere tutta la sinistra e non solo. Il condizionamento dei mezzi di informazione colpisce tutti, anche i comunisti.  Spesso non ci rendiamo conto di quanto questo martellare sul "diverso" cominci ad erodere le nostre certezze, finchè non ci capitano episodi come quello che  ho vissuto in questi giorni. Una zingara scarmigliata e sporca (particolari che da soli identificano avversione) con un bimbo in braccio mi chiede i soldi per comperare il biglietto del pullman. Sono infastidita da questa donna che fuma, indifferente che il fumo venga respirato dal suo bambino. Le dico di no e continuo per la mia strada. Lei cammina dietro di me, ho l'impressione che mi segua, affretto il passo, quasi corro verso il portone di casa, mi infilo dentro e richiudo in fretta. La donna, che non mi stava affatto seguendo, prosegue indifferente per la sua strada. E io mi soffermo a pensare, non senza vergogna, che ho avuto un momento di panico, addirittura di paura, paura  di una donna con un bimbo in braccio. Cosa avrebbe mai potuto farmi? Mi tirava il suo piccolo?  Eppure, eccola lì, la paura del diverso.Un terrore indotto dal martellamento mediatico. Ha colpito anche me, comunista, femminista, antirazzista . Solo per un momento. Ma ha colpito. Diverso per etnia, per tendenza sessuale, per religione, per genere.  Ecco che una donna, diversa perchè mendicante, perchè zingara e non ultimo perchè scarmigliata e sporca, incute paura, di per sè, senza che abbia fatto assolutamente nulla. Perchè stupirsi quindi del fastidio, perfino della paura per il lavavetri, particolarmente insistente, che di sicuro insiste di più con una donna, perchè immagina che questa abbia il cuore più tenero, mentre  spesso al volante di quell'auto c'è una persona che prova solo fastidio, e voglia che il semaforo diventi verde in fretta, che guarda da un'altra parte cercando di cancellare quel lavavetri dalla sua vista,  perchè quel lavavetri ha il viso e l'odore della miseria , e se non lo vede lì, al semaforo, può continuare a pensare che la miseria  non è un problema suo, anzi, non esiste, e poi "perchè questi non tornano al loro paese che noi di problemi ne abbiamo già tanti"!!??

 

"Abbiamo cantato per restare in vita"

 

 
di Nicola Angrisano*

«Quando abbiamo cominciato a urlare, perché non riuscivamo più a stare aggrappati alle reti, il peschereccio ha dato corda per potersi allontanare... non volevano sentirci gridare, ma neanche ci hanno fatto salire a bordo!». Il racconto di Justice è di nuovo lì, ancorato a quei tre giorni di maggio appesi alle reti dei tonni. Ventisette uomini abbandonati in mezzo al Mediterraneo, mentre la burocrazia internazionale litigava su quale paese dovesse prendersi l'onere del salvataggio, se Malta o la Libia. Immagini di un dramma spettacolare che hanno fatto il giro del mondo, parlando anche a nome delle tantissime tragedie silenziose che si consumano di continuo lungo le rotte del mare proibito.
In diciotto si trovano ora nella provincia di Caserta. Vengono dalla Nigeria, dal Niger, dal Ghana, dal Burkina Faso, dal Togo: la Campania come meta involontaria decisa dalle strategie imperscrutabili della questura di Crotone, che fornisce i biglietti del treno. Li incontriamo nei giardini del centro di accoglienza «Fernandez» per proporgli un video.
Loro mostrano la prima pagina dell'Independent, ricordano i servizi sulla Bbc e le Figaro.. reliquie di un naufragio che diventa un media-event globale. I più avvertiti sanno che tanta visibilità probabilmente gli ha giovato. Quello che non possono immaginare è che effettivamente la loro statistica ha dell'eccezionale: ventisette riconoscimenti di protezione umanitaria su altrettanti casi, in un paese in cui la tutela dei rifugiati è troppo spesso un terno al lotto.
Il racconto corale non dimostra affatto le malizie dell'abitudine ai media. La memoria riemerge con timidezza, senza epica gratuita. Adama, burkinabe, ricorda «le gambe gonfie per l'acqua e la corda con cui ci siamo legati quando la stanchezza è diventata insopportabile». Con la paura e lo sfinimento arriva anche la voglia di farla finita, «anche perché - aggiunge John- prima del naufragio eravamo già stati una settimana in balia del mare» e così «mentre stavamo attaccati alla rete abbiamo cominciato a pregare e cantare tutti insieme per farci coraggio, per impedire che qualcuno si buttasse in acqua».
Tre giorni passati a parlarsi e a gridare insieme, tra ventisette persone che non si erano mai incontrate prima. Hanno condiviso tutto, dalla disperazione alle venti mele che, secondo l'accusa di Adama, sono «l'unico sostegno venuto dal peschereccio. Dicevano che sarebbero affondati se provavano a imbarcarci, ma era evidentemente una bugia ». Un cinismo ingiustificabile, il frutto avvelenato della criminalizzazione delle migrazioni: ancora si ricordano i casi di pescatori come Corrado Scala di Portopalo, che nel 2003, dopo aver salvato 130 persone venne inizialmente arrestato e la barca sequestrata per «favoreggiamento dell'immigrazione clandestina».
Il ricordo di Justice parte invece dalla Libia, perché lì voleva restare: «Sono scappato dalle persecuzioni religiose e pensavo che un paese musulmano fosse la meta giusta». Ma il comportamento della polizia libica lo ha scioccato: «più di una volta mi hanno rubato i soldi e perfino stracciato il permesso di soggiorno. Mi dicevano che loro ce l'avevano dato e potevano farne quel che volevano».
Ricorda la preparazione della partenza da Al Zuara, il percorso fino alla barca «bendati» e poi la sorpresa di quel rottame di legno lungo pochi metri. Senza nessuna guida:«ci hanno fatto vedere come si tiene in mano il timone del motore, dicendo di andare 'sempre dritto'.. a quel punto non volevamo più partire, ma siamo stati minacciati. Avevamo visto troppo».
Quanto al prezzo Justice racconta una specie di asta al contrario: «I primi hanno pagato fino a 1200 dollari. Poi, quando rimane un po' di spazio in barca e nessuno ha abbastanza denaro il prezzo scende. Io me la sono cavata con 500».
Dal loro punto di vista l'Italia «è stata la salvezza», cosa che non impedisce a Justice di far notare che però «anche dopo il salvataggio non ci hanno mai fatto capire niente. Nessuno ti spiega quello che sta per succedere se non un secondo prima che accada». Come al centro di identificazione di Crotone dove tutti sono restati almeno un mese «e poi un giorno ci hanno detto di andar via. Ma senza nessuna indicazione».
Da allora solo cinque sono ospiti al centro Fernandez, mentre gli altri dormono stipati in appartamenti di connazionali o addirittura in case in costruzione. Nessuno ha ricevuto il titolo di viaggio, un fondamentale surrogato del passaporto.
L'ansia del futuro è perciò il sentimento comune di questo piccolo collettivo di sopravvivenza. Una storia di fuga e di amicizia: allo sportello rifugiati della provincia di Napoli era stato segnalato solo l'arrivo di John, ma lui ha convocato gli altri diciassette. Il risultato è che da martedì in nove saranno ospitati a Venezia, mentre altrettanti dovrebbero finalmente ricevere un letto dalle strutture di accoglienza napoletane.
Per qualche decina di casi risolti, però, come denuncia Emiliano Di Marco, operatore del progetto Iara, «in Campania ci sono centinaia di rifugiati che restano senza nessuna assistenza». Quasi in mille, del resto, si sono già riuniti in assemblea il quattro agosto al centro sociale di Caserta. Anche loro, per l'autunno, non hanno intenzione di restare con le mani in mano.(Il Manifesto 21 agosto 2007)
*mediattivista InsuTv

 

Progetto Porta Palazzo

Lettera al Manifesto

di Fiorenzo Balbo, insegnante

Alcune settimane fa, di notte, è bruciato un cassonetto vicino alla mia abitazione. Il mattino seguente, a reperto ancora fumante, alcune signore anziane hanno attribuito l'atto vandalico «ai rumeni» che, a loro dire «occupano il quartiere» e, di notte, scorrazzano, isolati o in bande, pronti a tutto. Soprattutto ad incendiare cassonetti. Ho smesso di contestare o ribattere ad ogni banalità venga affermata sugli stranieri ma vorrei che si sapesse che nel quartiere in cui abito (S. Paolo-Cit turin-Cenisia) gli extracomunitari (ma i rumeni ormai non lo sono più) sono presenti in quantità poco rilevante sia rispetto ad altri quartieri sia rispetto alla media cittadina. Vorrei che si sapesse inoltre che la percentuale di microcriminalità a Torino è considerata fisiologica, cioè non superiore alla media italiana. So anche che un «fenomeno» non determina ricadute solo in base alla sua oggettività statistica, ma soprattutto per come è percepito. Insomma, per essere insicuro basta che ti senta o ti facciano sentire tale. Dall'insicurezza nascono paure, dall'ignoranza la diffidenza e l'intolleranza. Agitare questi fantasmi fa vincere le elezioni e quindi persino a sinistra (?) è difficile rinunciare. Ma conoscere la realtà può far bene alla salute.
Vivo a Torino e frequento da anni anche Porta Palazzo, una zona considerata, assieme a San Salvario, ad «alto rischio» per la concentrazione ben superiore alla media cittadina di extracomunitari di ogni etnia. Sono anch'io infastidito dalla pervicacia e sfrontatezza delle «zingarelle» che vorrebbero a tutti i costi lavarti i vetri e ho assistito a risse tra «muslim» a volte ubriachi, alle quali spesso si uniscono anche italiani. (...) Consapevole che il timore diffuso determina intolleranza, ho deciso (meglio che lamentarsi) di partecipare ad un progetto Spi-Cgil, Asai e Circoscrizione n. 7 chiamato Progetto Porta Palazzo.
Con un gruppo di ex insegnanti e di altri volontari abbiamo dato vita ad una «scuola» in cui si insegna l'italiano ad adulti stranieri. Abbiamo allievi cinesi (un po' chiusi), marocchini (un po' infidi), albanesi, rumeni (un po' portati a delinquere) e senegalesi, brasiliani, egiziani e cubani (non so quale sia la vulgata su ognuna di queste comunità). Il loro impegno è totale ed il loro desiderio di imparare è superiore alle nostre capacità e resistenza fisica. Vogliono imparare la lingua italiana, ma pure la nostra storia, le nostre tradizioni, le nostre leggi. Vogliono diventare cittadini e possono essere d'esempio e stimolo per i loro connazionali e comunità. (...) Non ci sentiamo «anime belle» e ogni giorno diventiamo un po' meno razzisti. Forse anche un po' più di sinistra. (Il Manifesto 27 giugno 2007)

 

 

La morte e la luna

 

di Agostino Spataro

L'altra sera sopra Porto Empedocle c'era la luna. Una luna flebile e inquieta che, in compagnia di una stella insolita, s'era posata sul molo di levante dove una nave della nostra marina (la "Spica") era attraccata col suo pietoso carico di salme avvolte in sacchi di plastica nera.
Sono quelle di undici ragazzi africani annegati in acque maltesi. Altri, dispersi, li cercano ancora. Le scendono ad una ad una e le depositano sopra il basolato lavico. Penetrando la ressa dei fotografi, ne osservo alcune bell'impacchettate. Corpi rigidi, eppure m'illudo che la loro storia sia ancora in itinere. Anche perché la visione della luna mal si concilia con la realtà di quella vita rubata.
Sino a quando quelli delle pompe funebri non mettono il suggello della fine sopra la loro avventura di uomini e di clandestini come, sbrigativamente, li chiama la burocrazia.
A parte il colore della pelle, non v'erano altri segni di identificazione. Uomini morti, e sepolti, senza nome e senza nazionalità, prototipi della globalizzazione che verrà.

La tragedia, una delle tante, si è consumata sabato notte, nelle stesse ore in cui la notte del Mediterraneo si accende di luci sfavillanti di panfili dorati, di club esclusivi e discoteche disseminati lungo le sue incantevoli spiagge. Pura coincidenza, per carità. Un accidenti che, in genere, capita a chi s'ammazza di lavoro, anche precario, o a chi lo cerca disperatamente. Una disgrazia, dunque, che non turba più di tanto la nostra farisaica falsa coscienza.
Eppure - mi domando- cosa sarebbe successo se undici gatti di razza esotica, magari appartenenti ad un ricco evasore, fossero morti annegati in piscina?
Nessuno avrebbe accettato quel destino truce, pretendendo che ne fossero accertate le cause e perseguite le responsabilità che, ora, la legge punisce severamente.

Per questi undici uomini non è successo nulla. Nessuno, o quasi, s'interroga sulle cause della loro terribile morte, del permanere di realtà sociali e politiche scandalose, spesso ingovernabili, da cui si origina il dramma che si svolge dentro, e intorno, il Mediterraneo il quale, da culla delle più grandiose civiltà, si sta trasformando in un fossato che divide, invece che unire, i popoli rivieraschi.
Tutto cambia, in fretta e in peggio. Anche questo vecchio e generoso mare pare che stia diventando cattivo, ingrato ed avaro di risorse.
Ma il mare non c'entra nulla, poiché - come scrive Braudel - "il Mediterraneo sarà come lo vorranno i mediterranei". Evidentemente, per ora, così lo vogliono le super potenze politiche e militari e le grandi corporazioni economiche e finanziarie, associate da un comune disegno di predominio sul mondo. I "mediterranei" non hanno voce in capitolo.

Il tragico esodo migratorio e i sanguinosi conflitti in corso sulle sue rive e zone contigue ci dicono che nel Mediterraneo è in atto una spaventosa mutazione. Eppure nessuno sembra preoccuparsene. Non si va oltre la commiserazione momentanea: il tempo in cui nasce e muore una notizia.
Purtroppo, nemmeno i governi se ne occupano sul serio. Nonostante gli accordi e i buoni propositi, non riescono ad immaginare per i popoli mediterranei una strategia di prosperità condivisa, nella pace e nella libertà.
Questa è la colpa maggiore, e imperdonabile, dei ceti dirigenti dell'area euro-mediterranea i quali, pur rappresentando la più grande potenza commerciale del pianeta, non riescono (o non desiderano?) a favorire un'evoluzione pacifica e socialmente giusta dello scenario mondiale.
Fino a quando potrà durare questa situazione? Credo che sia venuto il tempo di mettere un punto fermo e provvedere. A cominciare dalle politiche migratorie che dovranno regolare i flussi, nel rispetto dei diritti umani dei migranti e anche di quelli delle popolazioni dei paesi d'accoglienza.
Con quali politiche e con quali strumenti? Su tutto ciò si dovrà discutere, andando oltre, per favore, le lacrime vere o fasulle, le solidarietà ipocrite, la carità anche sinceramente motivata.

C'è un dato inconfutabile da cui partire: più la ricchezza (prodotta dai lavoratori, particolare non trascurabile), si apicalizza, concentrandosi nelle mani di gruppi sempre più ristretti nazionali e internazionali, più si espandono le aree di povertà e d'indigenza, anche in paesi iper- sviluppati, com'è l'Italia. E' la legge della ripartizione ineguale. Perciò, non è necessario essere eminenti economisti per capire che il neo liberismo sta affamando la gran parte dell'umanità. E chi ha fame scappa, emigra, anche a rischio della vita.

Come hanno fatto questi ragazzi, finalmente, sbarcati sulla terra promessa da qualcuno che avrà loro estorto cifre ragguardevoli. Sono morti senza patria, perciò non si possono rimpatriare. I lestofanti che comandano su quelle "patrie" non li rivogliono nemmeno da vivi, figurarsi da morti.

Meno male che c'è Favara, l'unico comune dell'agrigentino ad avere predisposto uno spazio cimiteriale adeguato per i defunti immigrati. Un fazzoletto di terra, che già ospita molte salme anonime, destinato a diventare una sorta di sacrario dell'immigrato ignoto.
E tutto ciò rende onore (vero onore) ad una città, e per essa all'intera Sicilia, che della morte hanno ancora un sentimento altissimo di devozione e di partecipazione. A tratti, perfino gioioso.
E verso Favara partono le sfarzose "mercedes" delle pompe funebri, ognuna con dentro una cassa luccicante. Uno strano corteo, muto e senza parenti al seguito.

Poveri figli. Sono "arrivati" laceri e avvizziti e se ne vanno dentro bare di mogano, a bordo di automobili lussuose che nemmeno i loro presidenti, in terra d'Africa, si possono permettere.
Pare che provenissero dalla Sierra Leone. Da Freetown o da Moyamba? Non lo sapremo mai. Solo la luna che li ha guidati nella notte africana o il sole impietoso che li ha inseguiti per deserti e montagne ce lo potrebbero dire. (AprileOnline 24 giugno 2007)

 

 

Meno stranieri ...più cittadini

Intervista a Renzo Guolo

 

di Antonella De Biasi

Dalla Chinatown milanese alla Carta dei valori, dalla consulta per l’Islam al dibattito sul terrorismo internazionale di matrice islamica, ai simboli di differenziazione etnica emersi nelle nostre città. L’immigrazione, e tutti gli argomenti e le implicazioni che le girano intorno, è un fenomeno complesso che ogni giorno silenziosamente mette alla prova le identità e la voglia di un’intera società di mettersi in gioco. Ne discutiamo con il professor Renzo Guolo, sociologo, studioso di Islam e di mondo musulmano.
Quando si parla di stranieri si usa il termine, così abusato da apparire vuoto, “multiculturalismo”. Ma quest’etichetta non le sembra una parolaccia?
Bisognerebbe cominciare a usare “multiculturalismo” per il significato che ha, ovvero la condivisione di uno spazio sociale per effetti diversi, compreso quello dell’immigrazione, da parte di diverse culture.
I ragazzi della seconda generazione di immigrati presenti in Italia scrivono nei loro blog che non si sentono “né carne né pesce” però vogliono essere italiani, lottare per la cittadinanza. Poi c’è chi riesce a comunicare meglio con la sua comunità nella diaspora. Perchè questi due opposti?
Questo effetto è ambivalente come tutti i processi della modernità, nel senso che da un lato permette a un giovane immigrato di restare in collegamento con il suo ambiente d’origine, sia a livello telefonico sia attraverso internet, e dall’altro lato paradossalmente lo strumento diventa importante attraverso l’uso che ne viene fatto. Se l’immigrato resta in comunicazione con il suo mondo di appartenenza può trovare un rifugio ma anche meno interesse a integrarsi con l’ambiente circostante; viceversa non è detto che questa facilità di comunicazione gli permetta di inserirsi nel nuovo ambiente e stare a cavallo di due mondi.
Quindi, se pensiamo alla cosiddetta “comunità immaginata” che cambia, per quanto concerne la sfera del diritto non si rischia, nel grande calderone di nuove identità che devono dialogare, di arrivare a dei diritti low-cost?
Il tratto caratteristico di questi processi, delle migrazioni e delle identità nell’era globale, è quello dell’ambivalenza, nel senso che sono aperti a esiti regressivi-identitari di chiusura come invece a potenziali esiti di libertà e cosmopoliti. Dipende sempre dalla solidità del singolo e dai processi sociali che si verificano soprattutto nella società non dico di accoglienza ma di insediamento. E’ chiaro che maggiori sono le possibilità di integrazione tanto più si evita il rischio che il meccanismo dell’identità venga coltivato come forma di separatezza. Questo è il punto chiave: i processi migratori se non sono pensati creano contrapposizioni sociali e culturali ingovernabili.
Cosa manca alla politica italiana per realizzare ciò? Si sta andando nella direzione giusta?
A me pare manchi un quadro di insieme: abbiamo una sommatoria di interventi anche positivi, ma sostanzialmente è come se ciascuna agenzia si muovesse con una logica del tutto particolare. Ma l’ordine pubblico, la gestione del mercato del lavoro, la scuola non sono camere separate. Mancano gli interventi di coordinamento di questi diversi aspetti. Noi parliamo oggi di immigrazione solo in termini di mercato del lavoro che è un aspetto ma se io tralascio il tema dell’identità e delle regole ne colgo solo una dimensione, dopodichè abbiamo le sorprese come la Chinatown milanese o altro. E’ chiaro che il meccanismo deve passare attraverso la rifondazione del concetto di cittadinanza. Altrimenti si arriva all’esodo silenzioso verso le terre del jihad che molti giovani migranti musulmani che vivono o sono nati in Europa compiono oggi.
A proposito del terrorismo internazionale, stanno cambiando le dinamiche. In Afghanistan si è introdotta la novità dei kamikaze, invece in Iraq sono le donne rimaste sole che spesso diventano martiri.
Il discorso afgano mostra l’irachizzazione del conflitto, il rapimento e il fenomeno dei martiri suicidi è abbastanza nuovo seppure è una società che non ha mai assegnato alla guerra una dimensione secondaria, storicamente là si combatte per i rapporti etnici tribali. La novità, e questo è forse il lascito peggiore della presenza di Bin Laden e di al Qaeda in quel paese, è il fatto che sono state introdotte pratiche che in qualche modo sono estranee anche all’Islam locale ma che sono diventate ormai un fenomeno globale. Questo è il lascito e il terreno sul quale hanno avuto più seguito i terroristi, quello di aver generalizzato delle pratiche come gli attentati suicidi che hanno fatto breccia anche in culture locali in cui questa dimensione non era prevista. E’ passata un’interpretazione rigida, salafita della religione che ha prodotto ciò. Per quanto riguarda la donna, da sempre la guerra è un elemento di trasformazione della condizione femminile, anche e purtroppo nella dimensione del martirio.
Ritornano gli attentati anche in Algeria... Cosa accade in Maghreb?
Lì i gruppi radicali locali come il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, diventato transnazionale, ha ripreso un po’ le fila anche se la situazione dell’Algeria di oggi non è come quella di 10 anni fa. Purtroppo l’impatto è stato drammatico in termini di vittime ma soprattutto dal punto di vista simbolico: ogni sigla o piccolo gruppo che usa il nome di al Qaeda, che oggi è una sorta di franchising, viene oggettivamente amplificato nella sua azione.(La Rinascita della sinistra 5.5.2007)

 

PdCI. Comunicato stampa su CPT di Gradisca

 

Volevo esprimere la mia soddisfazione per  il fatto che  -  nel corso della firma sul “patto sulla sicurezza” alla presenza del ministro Amato – il Presidente Illy sia intervenuto auspicando la rapida riconversione del CPT di Gradisca in centro di accoglienza.

Tale auspicio si pone in perfetta sintonia con quanto  - fin dall’apertura del Centro - anche i Comunisti Italiani auspicavano  in sede di discussione di una mozione passata  in Consiglio regionale, nella quale veniva chiesto ,rispetto a ciò,  più trasparenza e rispetto dei ruoli e della volontà dei nostri territori da sempre caratterizzati da un tessuto etnico e pluriculturale.

La risposta non favorevole nell’immediato del Ministro non ci deve scoraggiare se si pensa che al livello nazionale l’Unione ha già predisposto un disegno di legge sull’immigrazione destinato a soppiantare la Bossi-Fini in cui anche la funzione dei CPT verrà rimessa in discussione.

Noi lavoreremo a livello nazionale e locale perché il CPT di Gradisca perda il suo senso di esistere, in nome anche degli insegnamenti  che dovremmo trarre dalle  pagine di storia che hanno permesso a pochi chilometri dallo stesso 64 anni fa il funzionamento del lager di Gonars , dove vennero deportate dal regime fascista migliaia di persone. 

Trieste, 28 marzo 2007                                                                     Bruna Zorzini Spetic’ Consigliera regionale PdCI

 

Senato, presentato DDL delega dal PdCI per il superamento

dei Centri di permanenza temporanei



(9Colonne) Roma, 8 mar 2007 - I Centri di permanenza temporanei per gli immigrati sono un "obbrobrio giuridico" e vanno chiusi. Questa una delle proposte contenute nel ddl delega illustrato oggi alla stampa a Palazzo Madama dal capogruppo dei Verdi-Pdci al Senato, Manuela Palermi che supera la Bossi-Fini.
"Lo ho visitati, sono un orrore - spiega la Palermi - ma malgrado ciò nessuno li tocca. Gli immigrati che sono li dentro sono dei prigionieri, rinchiusi senza un capo d'accusa, senza assistenza e tagliati fuori dal mondo". La proposta normativa del Pdci prevede che il cittadino straniero potrà ottenere un visto di ingresso temporaneo per ricerca di lavoro che non dovrà essere inferiore ad un anno. Se lo straniero ha un contratto di lavoro a tempo determinato, gli dovrà essere lasciato un permesso di soggiorno valido almeno due anni, qualunque sia la durata prevista nel rapporto di lavoro. In attesa della chiusura dei Cpt, i minori dovranno esserne tenuti fuori così come il resto della famiglia per "tutelare l'unità familiare". Il ddl delega prevede anche nuove norme per l'ottenimento dei visti d'ingresso, che potranno essere richiesti a consolati e ambasciate italiane con l'invio per posta della documentazione necessaria. I tetti numerici per i visti d'ingresso per lavoro e ricerca dovranno essere stabiliti con programmazione triennale. Inoltre non potranno più essere espulsi lo straniero convivente con un cittadino italiano o comunitario e il marito di una donna in stato interessante. I giornalisti potranno avere la possibilità di visitare i Cpt così come le associazioni attive nel campo della tutela dei diritti. Altro punto della proposta, gli stranieri potranno avere dei colloqui con organismi di tutela e potranno avvalersi dell'assistenza di un difensore di fiducia prima della convalida dei provvedimenti di trattenimento e allontanamento.

 

 

Una nuova proposta sull'immigrazione

 

di Andrea Scarchilli

Rifondazione comunista ha presentato in Senato, alla presenza del ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, un disegno di legge che sostanzialmente abolisce la legge sull'immigrazione tuttora in vigore, la Bossi-Fini. A Palazzo Madama erano presenti il segretario del Prc, Franco Giordano e i presidenti dei gruppi al Senato e alla Camera, Giovanni Russo Spena e Gennaro Migliore. Il ddl prevede misure per rendere meno precaria la presenza dei migranti nel nostro Paese con l'ampliamento delle quote di ingresso, maggiori possibilità per regolarizzare chi lavora, la facilitazione della concessione dei permessi di soggiorno e l'abolizione dei centri di permanenza temporanea, che verrebbero sostituiti da strutture più "aperte".

I flussi. Alla base della proposta di legge c'è una programmazione - dovrebbe essere triennale - dei flussi molto più ampia di quella esistente. Le quote terranno conto del mercato del lavoro (si stimano in circa 250-300 mila gli ingressi in Italia, regolari o meno) che corrispondono alla domanda interna di lavoro e alle dinamiche demografiche. La proposta prevede che l'ingresso in Italia debba essere legato alla dimostrazione di un certo livello di garanzie economiche. Il migrante che vorrà venire a lavorare in Italia dovrà dimostrare la disponibilità di 5 mensilità dell'assegno sociale, corrispondenti a circa duemila euro. Tali risorse potranno essere depositate sia dal cittadino straniero che si trova ancora al Paese di origine, sia da un "garante" in Italia: che può essere un cittadino straniero, regolarmente soggiornante, un privato, un'associazione o un'impresa. Si tratterebbe quindi della reintroduzione dello "sponsor", abolito dalla Bossi-Fini. Una volta entrato in Italia il migrante potrà restarvi per un anno per cercare lavoro.

I permessi di soggiorno. Con la Bossi-Fini, i migranti non possono rimanere sul nostro suolo per più di sei mesi. La legge proposta da Rifondazione comunista propone il rilascio di un permesso di soggiorno per un anno allo straniero che abbia contratti di lavoro a tempo determinato inferiori a sei mesi e di permessi di durata biennale per contratti più lunghi. Chi è assunto a tempo indeterminato avrebbe, invece, un permesso di soggiorno della durata di tre anni (attualmente sono al massimo due anni). Per chi rimane senza lavoro o per coloro ai quali scade il contratto a tempo determinato è previsto un permesso di durata annuale, per attesa occupazione, prorogabile una sola volta in presenza di adeguati mezzi di sussistenza. Dopo cinque anni di permanenza in Italia, il cittadino straniero potrà aver diritto alla "carta di soggiorno" cioè ad un documento a tempo indeterminato. La proposta prevede, inoltre, anche agevolazioni per il ricongiungimento delle famiglie. Si propone di semplificare le procedure e di ampliare le tipologie di parenti che possono entrare: oltre al coniuge e ai figli minori, sono previsti anche i figli maggiorenni e genitori, che oggi possono entrare ma con requisiti definiti dai promotori della legge troppo "restrittivi".

Regolarizzazione più facile. Con le norme in vigore nessun cittadino straniero irregolare può ottenere il permesso di soggiorno, neanche se ha un lavoro e se dimostra di avere i requisiti per poter rimanere in Italia. "La modifica delle norme sugli ingressi ha l'obiettivo di diminuire considerevolmente l'area d'immigrazione clandestina - hanno spiegato i relatori del ddl - tuttavia non esiste un motivo ragionevole per impedire che chi ha costruito un percorso di inserimento in Italia non possa accedere ai meccanismi di regolarizzazione". In questo senso è prevista sia la possibilità di regolarizzarsi consensualmente con il proprio datore di lavoro, sia la regolarizzazione per denuncia o accertamento di lavoro nero. Anche, infine, su una valutazione di una commissione composta dal Prefetto, Questore, organizzazione sindacali e datoriali, associazioni di tutela. Roberta Fantozzi, responsabile delle Politiche sociali del Prc, ha spiegato la ragione della misura: "Lo svuotamento delle sacche di lavoro ed economia significa eliminare uno dei fattori principali di attrazione dei flussi migratori irregolari, riportando a legalità il funzionamento del mercato del lavoro nel nostro Paese".

Abolizione dei Cpt. Ultimo punto qualificante della proposta è l'abolizione dei Centri di permanenza temporanea, i cosiddetti Cpt. Gli immigrati saranno accolti in strutture aperte in cui garantiranno la propria reperibilità. Nei casi in cui è necessario procedere all'espulsione, sarà il giudice ordinario a prendere la decisione e non più il Prefetto come avviene oggi. Nel caso in cui il giudice ritenga che il migrante possa rendersi irreperibile può disporre la misura di sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno in una determinatà località (il proprio domicilio o se non lo ha, altre strutture) e obbligo di dimora in determinate ore della giornata. Il migrante che si rende irreperibile sarà sottoposto al fermo di polizia e alla successiva espulsione con accompagnamento immediato alla frontiera.(AprileOnlin 16.2.2007)

 

 

 

I fantasmi dell'Opera


di Luca Fazio

Opera fa schifo. Ma facciamo schifo tutti quanti. In un paese dove è scandaloso e un tantino terrorista manifestare contro una base americana, l'unica comunità di cittadini con le mani libere, libere anche di pianificare un pogrom incendiario alle porte di Milano, è composta da un gruppo violento di impuniti razzisti e fascisti che ha interpretato il sentire comune del popolo (come si diceva una volta) e delle istituzioni tutte. Di destra, e di sinistra. Onore ai vincitori. Sabato, gli zingari che abitavano regolarmente il campo provvisorio di Opera hanno deciso di andarsene. Sono scappati per liberarsi da un assedio vergognoso che è stato incoraggiato anche da chi non ha mosso un dito, o si è limitato a balbettare che la sicurezza è un problema che riguarda anche la sinistra. Appunto. Dove sono i magistrati che oggi registrano pure i fischi di chi dissente? E la polizia? Qualcuno si è forse accorto che alcuni onesti cittadini, per due mesi, hanno insultato e sputato a 37 bambini scortati dalla polizia per andare a scuola? Ai bravi operesi che occupavano il suolo pubblico, istigando all'odio razziale, è stato concesso anche di montare gabinetti igienici e un bar. Le istituzioni, sappiamo dove sono. A Milano c'è un prefetto incapace che blatera di bullismo e poi mobilita le forze dell'ordine giusto per strizzare l'occhiolino ai razzisti che andavano sgomberati. Hanno perso tutti. Il comune di Milano e la Provincia di centrosinistra si sono comportate come nullità, sono state umiliate dagli operesi incattiviti e sono state salvate dal solito intervento di un prete. Il ministro degli Interni si è allarmato? Il presidente della Repubblica, almeno il giorno della Memoria, se n'è ricordato? E anche se degli assenti non è educato parlar male, la sinistra, in tutte le sue disarticolazioni e con qualche lodevole ma ininfluente eccezione, non ha fatto altro che guardarsi allo specchio per scoprire che, in fondo, siamo razzisti anche noi. Gli operesi che sputano ai bambini hanno alle spalle un'intera comunità in difesa del proprio territorio. Come in Val di Susa? O a Vicenza? Assolutamente no, ma in ogni caso i no-rom sono gli unici che vincono nell'indifferenza generale. Il governo ha ben altri presidi da sgomberare.(Il Manifesto 13.2.2007)

 

 

Tempi moderni e nuove schiave

 

di Matilde Giovenale

Una maxi-operazione che ha coinvolto tutta la penisola (17 regioni e 32 provincie) e che oggi porta all'arresto di 784 persone accusandole di tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione e dell'immigrazione clandestina. L'apice di una attività investigativa cominciata nell'ottobre 2006 sotto il coordinamento del Servizio centrale operativo della Direzione centrale anticrimine e che nella giornata odierna ha prodotto i suoi frutti concreti: oltre ai 784 arresti, anche la denuncia di 1.311 persone, di cui 1.224 stranieri (gran parte dei denunciati provenienti dall'Est Europa e dall'Africa), e il sequestro di 22 immobili, tre dei quali adibiti a laboratori in cui si effettuava lavoro nero, quattro locali notturni e quindici abitazioni private. Un giro d'affari cospicuo che si basava di fatto sulla riduzione in schiavitù di moltissimi immigrati irregolarmente condotti in Italia, non a caso la stessa operazione è stata definita dagli inquirenti "Spartacus", in memoria dello schiavo-gladiatore che sfidò il potere romano finendo insieme agli altri compagni crocifisso sulla via Appia. Schiavi antichi e moderni dunque, accomunati dallo stesso destino drammatico, che le forze dell'ordine hanno potuto scoprire e perseguire grazie alla collaborazione di 45 ragazze, le quali hanno testimoniato inchiodando i loro aguzzini e ottenendo così il riconoscimento del permesso di soggiorno.

"Non c'è una regia comune ma diverse organizzazioni, tra cui anche alcune di carattere familiare, con connotazioni più spontanee", ha spiega il capo dello Sco Gilberto Caldarozzi sottolineando che il nome dell'operazione è stato scelto proprio per "la volontà di liberare gli immigrati che, arrivati in Italia, vengono resi in schiavitù". Sulla natura di questa rete criminale Caldarozzi ha tenuto a precisare come per ora sia da escludere l'esistenza di legami operativi con la nostra criminalità organizzata, anche nelle regioni meridionali a più alta densità mafiosa coinvolte nell'operazione: "non è emerso alcun cointeresse, semmai una sostanziale tolleranza verso gruppi sporadici che mantenevano invece rapporti organizzativi ed economici molto stretti con i rispettivi Paesi di origine". Stando infatti a quanto dichiarato dagli inquirenti, nel racket la presenza extracomunitaria era determinante, con il 97% di stranieri arrestati di cui il 93% proveniente dall'Est europeo e dall'Africa; senza una regia o un vertice comune visto che i clan avevano principalmente una forma organizzativa di tipo familiare o occasionale.

Lo schema seguito da trafficanti e "passeur" era quasi sempre lo stesso: il "reclutamento" nei Paesi di origine con promesse di lavoro "favorite dalle condizioni di assoluta indigenza delle vittime", ha sottolineato il direttore del Dac Francesco Gratteri, il trasferimento in Italia, l'avviamento coatto alla prostituzione. In verità le ragazze venivano comprate per 2-300 euro e illuse di trovare un'occupazione nel nostro paese, dove al contrario finivano in strada costrette a garantire ai loro sfruttatori un guadagno mensile medio di 5mila euro. Una situazione che ha visto coinvolte anche minorenni, come spiegato da Chiara Giacomantonio, responsabile della Sezione minori dello Sco: "il traffico ha visto coinvolte delle minorenni, ridotte ad essere dei veri e propri 'ostaggi' nelle mani degli organizzatori del racket". Emblematico, tra gli altri, "il caso di una ragazza di 16 anni, originaria dell'est europeo - ha raccontato Giacomantonio - attirata nel nostro Paese con il miraggio di un posto da baby sitter. Arrivata a Reggio Calabria, è stata invece picchiata, violentata e costretta a prostituirsi: rimasta incinta, ha dovuto continuare a farlo fino al sesto mese di gravidanza, sotto la minaccia di altre botte e altri abusi".

Grande soddisfazione per la positiva e fruttuosa conclusione dell'inchiesta Spartacus è stata espressa dal ministro dell'Interno Giuliano Amato, che ha ricordato l'impegno del governo nel contrastare il fenomeno della tratta di esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione. Amato ha infatti parlato dell' Osservatorio sulla prostituzione e sui fenomeni delittuosi ad essa connessi, istituito la settimana scorsa proprio con l'intento di perseguire questi "reati ignobili" perchè "combattere i gruppi criminali che lo organizzano e liberare dal loro ricatto queste ragazze riguarda la coscienza civile di noi tutti prima ancora che non le leggi penali".
L'organismo presieduto dal Sottosegretario di Stato all'Interno Marcella Lucidi e collocato presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza svolgerà compiti di studio, ricerca ed approfondimento sul sistema di prevenzione e contrasto del fenomeno al fine di migliorarne l'efficacia e di potenziare le misure di assistenza, protezione e tutela delle vittime. Dell'Osservatorio faranno parte investigatori delle Forze dell'ordine e personale del Dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione, ma anche esponenti degli Enti e delle Associazioni che si occupano della protezione e del reinserimento delle vittime. Ai lavori dell'Osservatorio potranno essere invitati, per i contributi di competenza su singole tematiche, rappresentanti dei Dicasteri della Giustizia e della Solidarietà Sociale e del Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità.(AprileOnline 24.1.2007)

 

La fatalità di morire Rom

 

 


di Alessandro Dal Lago

In queste feste di fine anno, sembrerebbe dominare la letizia. Vabbé, con Saddam hanno esagerato. Ma l'Italia proporrà la moratoria sulle esecuzioni capitali. E il fabbisogno di cassa sembra essere inferiore al previsto. Solo che ogni tanto brucia un campo Rom. E i Rom muoiono. Due a dicembre, due ieri. Fornelletti difettosi, fughe di gas, sigarette lasciate accese. Fatalità?
Da sempre la fatalità domina la vita dei Rom. I loro campi vengono fatalmente dislocati in luoghi squallidi e isolati, in spazi privi di servizi. Perché è noto che, altrimenti, questi barbari attenterebbero fatalmente alle nostre borse, se non proprio alle nostre vite. Ecco come Libero ieri definiva i Rom: «Carovane dei parenti di Dracula che hanno oltrepassato la fortezza Bastiani e che puntano direttamente ai cassetti dei nostri armadi», una prosa che avrebbe fatto impallidire e rodere di invidia Oriana Fallaci, se fosse ancora tra noi.
Fatalmente, ogni tanto, a un posto di blocco, un colpo sfugge alla pistola di un carabiniere o poliziotto e, fatalmente, un bambino Rom finisce in coma o al cimitero. Ma che sarà mai. Verrà subito rimpiazzato. Sempre ieri, sul quotidiano di Feltri c'era la strabiliante notizia che centomila Rom sono in marcia dalla Romania, ora che il paese di Dracula è entrato nell'Ue. E un altro articolo notava malinconicamente che in pochi decenni, l'Italia sarà abitata prevalentemente da stranieri. Non è vero che a primi nati del 2007 sono stati un afghano, un romeno, un albanese, una tunisina e un cinese? Si capisce perciò che giorni fa, angosciati dalla demografia, dei bravi cittadini abbiano distrutto a Opera il campo attrezzato per i Rom cacciati da Milano. Quando non ci pensano gli incendi fatali, arriva in soccorso la fatalità di destra.
E la fatalità di sinistra? Qui la faccenda è confusa. A parole, il nostro governo dovrebbe essere aperto alla diversità culturale e quindi anche ai Rom (i quali, tra l'altro, tanto diversi non sono: se hanno la cittadinanza rumena, sono cittadini europei esattamente come me e Feltri). Ma i fatti li stiamo aspettando, e qualche preoccupazione l'abbiamo, visto come sta andando con l'abolizione dei Cpt e il diritto d'asilo.
E poi, c'è qualcosa che ci ronza in testa. Nel 2000, in previsione del Giubileo, non fu forse il sindaco di Roma Rutelli a organizzare lo sgombero a manganellate di un campo di Rom bosniaci? Che si sia trattato di una fatalità?(ilmanifesto.it 4.1.2007)

 

 

Opera al nero


di Guglielmo Ragozzino

Tra una settimana i rumeni entreranno, insieme ai bulgari, a far parte dell'Unione europea. Saranno cittadini quasi a tutti gli effetti, con quasi tutti i diritti degli altri e in particolare con quello di andare e venire, e di fermarsi; quasi. L'Europa, buona o cattiva che sia, è questa. Una splendida occasione per dare loro il benvenuto. I fascisti di Opera, i fascisti di Milano non se la sono lasciata scappare.
Con una spedizione squadristica, attivisti di Lega e Alleanza nazionale, ritrovando l'accordo della Bossi-Fini, hanno dato fuoco alle tende preparate per l'accoglienza di una sessantina di Rom, cacciati dall'insediamento precedente di Via Ripamonti, a Milano. Qui però, come riferisce Manuela Cartosio a pagina 7, calpestavano il suolo appartenente o connesso all'ing. Ligresti, uno dei potenti della città, con un'importante presenza azionaria nientemeno che nella Rizzoli e nel Corriere della sera. Scacciati i Rom da Milano, con il freddo crescente, occorreva sistemarli in qualche modo. Ma forse bisogna riflettere su Milano, la città del miracolo.
La generosità di Milano, la mia città, è proverbiale. C'è un campionario di canzoni che parlano di Milan cunt el coeur in man (Milano col cuore in mano). Ma ci sono le canzoni e poi ci sono i fatti. Per sessanta Rom non c'era posto, non poteva esserci posto. In una città abbandonata dall'industria, con ettari di spazio abbandonato, con decine di fabbriche trasformate in loft per i nuovi ricchi della moda, le porte si sono chiuse, da tutte le parti, di fronte a quella gente senza ricchezze e senza amici; e non si più aperte. Cosa ha Ligresti che io non ho?, si devono essere chiesti, in molti consigli di amministrazione, in molti salotti buoni, i potenti cittadini della Milano ricca e per bene. Il cardinale che un tempo era una potenza in città, guardava altrove. C'è una noiosa poesia di natale, la «Notte santa» di Guido Gozzano che sembra fatta per noi. Sotto la neve, la ben nota neve della Palestina, presente in tutti i presepi, Maria e Giuseppe cercano un albergo, un riparo, una tettoia, ma tutti dicono di non avere posto. Intanto il campanile scocca le ore: «Oste di Cesarea... Un vecchio falegname?/ Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?/ L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame/ non amo la miscela dell'alta e bassa gente./ Il campanile scocca/ le undici lentamente».
La seccatura dei rom passa alla provincia e di qui a Opera, un paese noto per essere sede del secondo carcere della provincia. Il sindaco, Alessandro Ramazzotti, dello stesso partito di Filippo Penati, il presidente ds della provincia, non è contento della bisogna, ma, è più generoso dell'oste di Cesarea cantato da Gozzano, e accetta di ospitare, per un tempo limitato, le famiglie rom nel campo delle giostre. Finito il freddo se ne andranno. Ben presto la protezione civile allestisce tende, adatte al rigore invernale, nel luogo destinato al luna park. Solo che i fascisti locali ammettono le giostre che piacciono tanto ai bambini, anche se i giostrai non sono di pura razza padana, mentre considerano gli «zingari» senza giostre, persone da calpestare e rigettare nel fango. Così bruciano le tende e ridono e gridano, finalmente felici. Non nel mio cortile, questi rifiuti subumani.
A Opera si sentono realizzati, finalmente. Sono riusciti a fare peggio di Milano. Intanto, scoccano le undici.(Il Manifesto 23.12.06)

 

 

Chiudere i Cpt non basta, servono nuove leggi sull'immigrazione

 

di Claudio Grassi

Miroslav è un uomo serbo che, entrato nel nostro Paese, si è appellato, secondo quanto prevedono le convenzioni internazionali e la Costituzione italiana, al diritto di asilo politico. Nel suo paese è un disertore perché si è rifiutato di imbracciare le armi ed è fuggito dalla violenza della guerra. La sua compagna, Dusica, è ricoverata in fin di vita nel reparto di pneumologia dell’Ospedale di Sondalo (Sondrio). Vive con il terrore di essere espulso prima di poterla, forse per l’ultima volta, abbracciare. Armadn e Malkoc, croati, chiedono invece di essere espulsi e rimpatriati al più presto: non possono sopportare l’idea di sopravvivere, come animali, altri quaranta giorni in gabbia. Fouad, di origine tunisina, è tossicodipendente e supplica di venire trasferito in una comunità di recupero. Ripete ossessivamente che la sua vita è rovinata e che preferirebbe morire piuttosto che continuare a stare nel Centro di Permanenza Temporanea di Bologna.
Sono questi ed altri simili a loro i racconti che ascoltiamo durante la visita fatta lo scorso 1 dicembre, insieme ad Alberto Burgio e al segretario del Prc di Bologna Tiziano Loreti, all’ex caserma di via Mattei. Racconti di sofferenza, disperazione, storie di donne e uomini fuggiti da luoghi martoriati dalle guerre e desertificati dalla miseria. Partiti da quelle terre con la speranza di trovare in Italia un lavoro e quindi una condizione dignitosa per se stessi e per i propri familiari, si trovano reclusi in strutture aberranti. Donne e uomini sono privati della propria libertà pur non avendo commesso alcun tipo di reato.
A Bologna sono in 17 donne e 50 uomini, detenuti in una struttura recintata, anche sopra le proprie teste, da sbarre e grate, derubati addirittura della possibilità di vedere il cielo aperto. Sbarre e grate che, sovrapponendosi, permettono all’occhio soltanto di intravedere un campo da calcio che appartiene al Centro ma è inutilizzabile per mancanza di fondi per la vigilanza. Per molti degli «ospiti» - come sono definiti con involontaria ironia - rappresenta solo l’ennesima illusione e l’ultima beffa. Il loro movimento è costretto in poche decine di metri quadrati: una stanza in cinque, un bagno comune, uno spazio non murato ma delimitato dalla vergogna delle grate. Le lenzuola di carta vengono cambiate quando sono ormai ridotte a brandelli, ogni venti giorni; la biancheria ed i vestiti sono gli stessi per intere settimane. Quando giungiamo al Centro un ragazzo viene trasportato con un’autoambulanza all’Ospedale Maggiore dopo avere ingerito due accendini e quattro pile: è l’ultimo di una lunga serie di atti di autolesionismo, perché solo l’autolesionismo – ed una visita ad uno degli ospedali pubblici di Bologna – può essere un viatico per la fuga.
Dal momento che questi fatti non possono essere considerati eccezionali rispetto al quadro dei 13 Cpt presenti in Italia, non ci resta che trarne considerazioni stringenti ed impegnative.
In primo luogo un dato di fatto: questi centri sono luoghi non riformabili. I progetti di sostegno psicologico e di ricreazione posti in essere con grande generosità dai volontari delle associazioni che collaborano con le strutture di gestione dei centri tentano di rendere dignitosa ed umana una realtà che costitutivamente non lo è. Una «discarica di materiale umano» (non persone portatrici di diritti inalienabili) in attesa di essere espulso dal nostro Paese è un luogo privo di qualsiasi umanità e di qualsiasi dignità. Una realtà che, in sé, costituisce un enorme buco nero nella nostra democrazia e nel nostro Stato di diritto, precisamente per due ragioni: perché viola l’habeas corpus e quindi la garanzia del godimento della libertà personale in assenza di reati accertati dalla giurisdizione e perché funge da contesto a quella aberrazione giuridica che è la detenzione amministrativa – cioè la corrispondenza tra violazione amministrativa e sanzione carceraria – in assenza di un sistema minimo di tutele e controlli presente invece nella detenzione penitenziaria.
In secondo luogo, una constatazione di ordine politico: la chiusura dei Cpt è, di per sé, una battaglia di civiltà, ma implica una riscrittura complessiva della legislazione sull’immigrazione. Non basta quindi cancellare al più presto la legge Bossi-Fini che, come è noto, vincola, sul piano legislativo, la possibilità che un immigrato circoli sul territorio nazionale al possesso di un contratto di lavoro. Non è sufficiente, quindi, rimuovere una legge che è l’esplicitazione di quella concezione razzista che riduce i migranti a mera forza-lavoro, da inserire o espellere a seconda delle esigenze capricciose del mercato e del modello economico neo-liberista. Oltre ad abrogare la Bossi-Fini, occorre ripensare alla radice il Testo Unico sull’Immigrazione così come venne concepito da Turco e Napolitano nel 1998 e alla cui struttura portante si è attenuto il centro-destra, inasprendo condizioni repressive già presenti nella legge varata dal governo D’Alema. Non possiamo accontentarci di allungare la durata di validità del permesso di soggiorno, di diminuire i tempi di attesa o di abbreviare il periodo di detenzione per gli immigrati non regolari. E’ urgente rivedere criticamente l’intero impianto della Turco-Napolitano, non fosse altro che per un motivo semplice: i Centri di permanenza temporanea nascono proprio con la legge 40 del 1998.
L’urgenza di un nuovo quadro normativo sull’immigrazione nasce da qui. È tempo che si affermino politiche migratorie fondate sull’accoglienza, che si costruiscano e perfezionino nuovi canali di ingresso legale, a partire dalla valorizzazione di istituti come il permesso per la ricerca del lavoro e il ricongiungimento familiare, ed è anche tempo, finalmente, di una legge nazionale che garantisca il diritto d’asilo. È tempo, ancora, che si proceda speditamente ad una riforma della cittadinanza fondata sullo ius soli (sul riconoscimento della cittadinanza per tutti coloro i quali nascono sul territorio dello Stato, indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori).
La necessità di riscrivere la legislazione italiana sull’immigrazione allude però ad un dato culturale profondo e di grave contraddittorietà: la società italiana da un lato evolve oggettivamente verso la multiculturalità ed il meticciato e dall’altro contrappone, a questo elemento obiettivo, reazioni spesso di diffidenza o di rifiuto. Anche su questo terreno il centro-sinistra è chiamato ad esprimersi e ad intervenire conseguentemente. Sui Cpt il Programma dell’Unione si impegna per il loro «superamento». Il ministro dell’Interno Giuliano Amato, che ha più volte ribadito di «sentire il dovere», dal momento che «non è possibile farne a meno, di migliorare quelle strutture», deve ricordarselo. Noi pensiamo che i Cpt vadano cancellati. Un paese che si vuol civile non può tollerare una simile vergogna (Liberazione del 08/12/2006)

 

 

Adro, Padania: taglia di 500 euro sui clandestini

 
di Paolo Zanca

Adro, Ader. Ci dà il benvenuto con un bilinguismo italo-lombardo questo piccolo paese del bresciano. Siamo in Franciacorta, terra di rinomate bollicine e di piccoli capannoni industriali. Un paese segnato da una strana miscela di leghismo e patriottismo: da un lato un´amministrazione comunale monocolore leghista, che alle elezioni del 2004 ha raggiunto quasi il 47% dei voti nonostante le liste in corsa fossero 4, dall´altro, grandi celebrazioni in onore dell´esercito italiano previste per domenica 5 novembre, con il sindaco, il leghista Danilo Oscar Lancini che invita la popolazione ad esporre il tricolore.

Contraddizioni che non scuotono la tranquilla vita di questo comune di 7 mila anime, che è invece stata travolta dal clamore suscitato da un provvedimento del sindaco che ha stanziato un premio produttività di 500 euro per ogni vigile urbano che ferma un immigrato clandestino: quella che agli occhi dell´opposizione di centrosinistra e del sindacato è una vera e propria «taglia». La «caccia grossa all´extracomunitario», come l´ha definita la Cgil, però, non ha sconvolto la maggioranza dei cittadini di Adro che ha giudicato in maniera positiva il provvedimento del sindaco, che, dopotutto, già in campagna elettorale aveva posto come punto fermo del suo programma una rigorosa applicazione delle Bossi-Fini: «Il bonus – spiega il sindaco Lancini – è solo un incentivo a fare meglio il proprio dovere». E precisa: «Tra i nove progetti destinati ai vigili urbani, ci sono premi produttività per l´educazione stradale nelle scuole, per la manutenzione dell´impianto di videosorveglianza del territorio, per i controlli notturni nelle case sovraffollate degli immigrati».
Colpire in flagranza di reato, insomma, anche se il reato è dormire in troppi in un appartamento. È vero che tutti questi incentivi attingono da fondi che non superano i 2 mila euro per progetto, e quindi scongiurano il rischio di una sorta di lavoro a cottimo, ma è vero anche che si tratta di misure ideologiche ed immotivate. Ad Adro, infatti, l´immigrazione non è certo un fenomeno preoccupante: non arrivano a 500 gli immigrati regolari registrati all´anagrafe comunale, mentre dal 2004 – anno di insediamento della giunta Lancini – si è registrato un solo accertamento di clandestinità. Quanto basta per decidere di legiferare in materia: nel caso del clandestino sorpreso sul territorio di Adro, infatti, i vigili urbani, dovendo adempiere alla Bossi-Fini, avevano dovuto accompagnare in Questura il reo. Ma era sera tardi, gli uffici avevano già chiuso e i due vigili urbani erano stati costretti a piantonare tutta la notte l´immigrato clandestino. Non soddisfatto del doveroso pagamento delle ore straordinarie, il sindaco ha chiesto ai suoi vigili, «se ricapita un caso del genere, quanto volete?». Nasce così il bonus di 500 euro concesso, come – recita il verbale sull´accordo produttività siglato nell´agosto del 2006 e ingenuamente firmato da Cgil Cisl e Uil, che sostengono di non aver preso visione degli allegati relativi ai "progetti speciali" «per ogni extracomunitario clandestino accompagnato in forma coatta in questura a seguito di accertata violazione della legge Bossi-Fini».

«È giusto – ci spiega Michele Vezzoli, 30 anni, titolare di un bar-sala giochi nel centro del paese – davanti al mio bar la situazione era diventata insostenibile: risse, accoltellamenti e tanta, tanta arroganza. Il bonus è l´equivalente di uno straordinario per gli operai». Anche per una signora disoccupata, che attualmente fa la babysitter e che ha voluto rimanere anonima, «questa regola serve a mettere un po´ di ordine ad un fenomeno che stava crescendo troppo». I vigili ci rispondono seccati che non sono autorizzati a rilasciare nessuna dichiarazione. Mentre proprio di fronte al sagrato della chiese, nella sezione della Lega Nord, campeggiano manifesti che dicono «No al voto per gli extracomunitari, no alla cittadinanza rapida, no all´abrogazione della Bossi-Fini». La minoranza di centrosinistra, per voce del capogruppo Italo Gandossi, condanna l´ennesimo atto discriminatorio della giunta Lancini: «Il sindaco aveva già gettato le premesse del suo mandato in campagna elettorale, descrivendo gli immigrati come la feccia della società. Il bonus è solo l´ultimo di una lunga serie di discriminazioni, da quella per l´assegnazione delle case popolari, che è stata pure bocciata dal Tar, alla chiusura di una scuola di arabo che il sabato pomeriggio dava lezioni ai figli degli immigrati e che era stata approvata dal Provveditorato, ai tagli per i finanziamenti per i disabili».
Di immigrati a cui chiedere un parere, neanche l´ombra. Forse si sono già nascosti, forse sono a lavorare, forse, come dicono qui ad Adro, dove l´equazione immigrati-delinquente ha fatto breccia, escono solo la sera per bere.(L'Unità online 03.11.06)

 

Adro, le porcherie del sindaco sceriffo

 


Il perfetto padano. Da sindaco leghista ha messo la taglia sui clandestini. Da imprenditore è sotto processo per smaltimento abusivo di rifiuti. Un ego diviso: imputato e parte civile per il Comune. Un conflitto d'interessi da far invidia a Silvio.


di Manuela Cartosio

IUn'immagine di Adro, Brescial sindaco di Adro, il leghista Oscar Lancini, ha conquistato il suo quarto d'ora di notorietà grazie alla taglia sull'immigrato clandestino: 500 euro di premio per i vigili che ne acciuffano uno e lo consegnano alla Questura.
La fama ha i suoi prezzi, stimola curiosità: oltre alla trovata della taglia, il bel tomo che dal 2004 «governa» il piccolo centro della Franciacorta ha combinato altro di notevole nella vita? La domanda è un invito a nozze per Paolo Barzani, sindaco di Adro fino al 2003, mandato a casa da un ribaltone orchestrato da Lancini, allora capogruppo della Lega.
Barzani parte in quarta e racconta una lunga storia d'inquinamento ambientale, insaporita dal corollario del conflitto d'interesse. Dente avvelenato di un ex, beghe di paese? Carte e documenti dicono il contrario.
Dal sito dei Comuni d'Italia si ricava che Oscar Lancini ha 40 anni, ha la licenza di scuola media e fa l'imprenditore. L'impresa è quella di famiglia, la Elg (Eredi Lancini Giancarlo), dal 1993 autorizzata dalla Regione Lombardia a smaltire rifiuti liquidi speciali. Sulla Elg, bloccata da un anno, pendono due processi e un'inchiesta per smaltimento illegale di rifiuti. Il processo più antico - l'ultima udienza è in calendario domani al tribunale di Brescia - vede alla sbarra il sindaco Lancini, in veste di «responsabile tecnico» della Elg, e la madre, in qualità di titolare dell'azienda. Nel secondo processo e nell'inchiesta in corso sono coinvolti il fratello e la sorella del sindaco. Nei due processi il Comune di Adro si è costituito parte civile. Dunque, il sindaco chiede i danni a se stesso. In più, la giunta monocolore leghista ha nominato i periti e gli avvocati che dovrebbero difendere gli interessi dei 6.900 abitanti di Adro contro il primo cittadino, i suoi parenti e la loro azienda. Una perfetta berlusconata! La cosa non sembra inquietare gli elettori di Adro. Nel 2004, quando con il 47% dei voti hanno plebiscitato Lancini sindaco, la prima denuncia contro la Elg aveva già fatto la muffa. La taglia anticlandestini ha irrobustito il gradimento verso il sindaco. «Tra poco gli daranno una medaglia», commenta sarcastico Barzani, raro esemplare dei «Repubblicani europei».
Parte dal depuratore consortile Tas (Tutela basso Sebino) la prima denuncia contro la Elg. I tecnici si accorgono che arrivano al depuratore reflui fognari con «carichi» inquinanti troppo alti, «fuori tabella». Risalgono la corrente delle schifezze e arrivano alla Elg. E' lei a buttare di tutto un po' nella rete fognaria. Quando la portata delle fogne supera la capacità d'assorbimento del depuratore, quel che «sfiora» finisce direttamente nell'Oglio. Un duplice danno, quindi, al depuratore e al fiume. «Tutta roba già finita nell'Adriatico, mettiamoci una pietra sopra», alzano le spalle molti, troppi, concittadini del signor Barzani. Lui, assediato da «menefreghismo, omertà, muri di gomma», non si dà per vinto. Scrive al Quirinale, bussa a tutte le porte, per far sapere che nell'Oglio ci sono «7 mila tonnellate di fanghi altamente inquinati, cianuro, metalli pesanti e roba del genere». A settembre è sceso in pista anche il figlio Michele. Ha costruito una zattera, ci ha issato sopra il tricolore, si è piazzato in mezzo all'Oglio e lì è rimasto per 8 giorni e 8 notti. Finché i prefetti di Brescia e Bergamo hanno mandato i tecnici dell'Arpa a fare i prelievi.
Finora il signor Barzani ha rimediato una mezza dozzina di denunce dal sindaco Lancini che, ora, ne minaccia una anche contro la Cgil. Rea, a suo dire, d'aver raccontato falsità sul bonus anticlandestini. «Prego, si accomodi», reagisce Dino Greco, segretario della Camera del lavoro di Brescia, «così la tempra morale, politica e civile di questo sindaco potrà rifulgere in un altro processo». La Cgil Funzione pubblica ribadisce la sua versione dei fatti: il sindacato ha firmato con il Comune di Adro un accordo quadro sui premi di produzione. Gli obiettivi e i criteri di erogazione erano stati fissati in precedenza da Lancini che li aveva fatti firmare dai singoli lavoratori, all'insaputa del sindacato. E' un tipico esempio di comportamento antisindacale, ai sensi dell'articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. «Non so cosa sia questo articolo 28», si è vantato il sindaco da premio Oscar. Oscar «dell'ipocrisia e del fariseismo», commenta Dino Greco, «paladino della legalità, se c'è da perseguitare gli immigrati; processato come grande inquinatore, se c'è da perseguire il proprio interesse».
Ci resta un dubbio. Il monte premi per la cattura dei clandestini è di miseri 2000 euro l'anno. Bastano appena per quattro taglie. Cosa regalerà il sindaco Lancini al vigile che catturerà il quinto clandestino? (Il Manifesto 3.11.06)

 

 

Immigrati, l'Italia tra luci e ombre

 

di Marzia Basile

Secondo le stime del Dossier Caritas/Migrantes, presentato a Roma, gli immigrati regolari soggiornanti nel nostro Paese sono alla fine del 2005 poco più di 3 milioni. Il risultato tiene conto dei dati registrati dal Ministero dell'Interno, del numero dei minori e di una quota di permessi di soggiorno in corso di rinnovo.
L'Italia si configura come un Paese di immigrazione sempre più vicino agli Paesi europei storicamente meta dei flussi migratori. L'incidenza degli immigrati sulla popolazione residente ha raggiunto infatti il 5% con 1 immigrato ogni 20 residenti. Tuttavia, ciò che continua a distinguere il "caso Italia" è l'estrema eterogeneità del mondo immigrazione: con riferimento alla composizione della popolazione straniera, ogni 10 persone 5 sono europei, 2 africani, 2 asiatici e 1 americano. Tale dato, con le sue implicazioni, sia sotto il profilo delle difficoltà amministrative che sotto quello dell'arricchimento culturale, deve necessariamente essere considerato nella definizione delle politiche di integrazione sia a livello locale che su scala nazionale.

In tal senso, a rendere improcrastinabile il perseguimento di efficaci politiche di integrazione è anche l'evidenza che l'aumento degli immigrati in Italia è dovuto non solo ai nuovi arrivi (187.000) ma anche alle nascite da cittadini stranieri. Gli immigrati, dai quali nel 2005 sono nati 52.000 bambini, incidono per il 9,4% delle nuove nascite. Cresce dunque non solo l'ammontare complessivo della popolazione straniera nel nostro Paese ma anche la componente stanziale della stessa: coloro che intendono continuare a lavorare, vivere e fare crescere i propri figli nel nostro Paese. E in tal senso, se è vero che 8 immigrati regolari su 10 ritengono di aver migliorato le proprie condizioni di vita dopo l'arrivo in Italia, è altrettanto vero che la stessa realtà dell'immigrazione regolare è fatta di luci ed ombre, con il perdurare di pregiudizi (il 40% degli italiani ritiene che gli immigrati siano maggiormente coinvolti nelle attività criminali) e discriminazioni (in base alla banca dati INPS, le retribuzioni degli immigrati sono pari solo alla metà di quelle degli italiani).
A conferma del bisogno di tutela che emerge dalla popolazione straniera sia sul piano economico che sul piano sociale si consideri che la partecipazione sindacale continua ad essere molto elevata (il 10% dei lavoratori sindacalizzati sono stranieri) e che si registrano tre denunce in media al giorno per discriminazioni razziali ai danni di immigrati (dati dell'Unar - Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, che nel 2005 ha ricevuto 867 denunce).La fotografia tracciata dal Dossier Caritas è, ancora una volta, quella di una popolazione straniera dinamica sul mercato del lavoro (così come su quello del consumo) ma con persistenti difficoltà di inserimento nel tessuto sociale del nostro Paese, nonostante i molti progressi fatti in ambito legislativo. Tra i nodi più difficili da sciogliere resta quello dell'alloggio. Lo stesso disagio abitativo lo affrontavano con lotte urbani gli italiani negli anni '50-'60: almeno su questo la nostra società non riesce a fare discriminazioni!(AprileOnline 26.10.06)


 

 

Gli immigrati e la gobba previdenziale

 

 di Stefano Olivieri

 



Se la mattina esci di casa sei un privilegiato perché disponi di un tetto. Se fai colazione al bar sei ricco perché avresti potuto farla a casa. Se vai al lavoro in auto sei doppiamente fortunato, perché hai un lavoro e puoi raggiungerlo comodamente. La banale routine quotidiana di una persona qualsiasi, di quelle che ne incontri a centinaia ogni giorno, è già un fantastico american dream per chi si sveglia ogni giorno ed è obbligato a rispettare una agenda di sopravvivenza. Mettere insieme due o tre decine di euro per mangiare e sfamare la tua famiglia, vestirsi alle cinque di mattina quel tanto che serva ad essere presentabili a chi può darti lavoro, prendere la borsa degli attrezzi e raggiungere l'angolo della strada dove arrivano altri disperati. Il mercato delle braccia si apre prima delle sette, se hai fortuna trovi un privato che deve piastrellare la cucina e sei sistemato per tre quattro giorni, se ti dice male sali sul pulmino di un caporale e dovrai arrampicarti su una impalcatura abusiva a quindici metri da terra, senza altra protezione che la stretta delle tue mani.Mesi di questa vita che poi diventano anni, sempre allo stesso modo. Per gli albanesi, romeni, polacchi, nigeriani che lavorano in Italia noi tutti visti dal basso siamo esattamente come Berlusconi, ricchissimi e irraggiungibili, fortunati e probabilmente anche un po' detestati per la nostra buona sorte. Anche se fossimo poveri in canna non saremmo mai come loro, perché non siamo stati costretti a emigrare lontano dal nostro paese. Essere stranieri e al tempo stesso poveri disagiati è una condizione difficile e sgradevole, ma lo è ancora di più in un paese come il nostro, che non riconosce come italiani nemmeno i figli di emigrati che in Italia lavorano onestamente da anni. E pensare che il nostro Stato fa affidamento sulla prolificità di questo esercito di disperati per scongiurare il rischio della famosa "gobba previdenziale" ( la data ormai prossima in cui il numero dei lavoratori in pensione sarà superiore a quello dei lavoratori in attività). Se davvero così fosse, il minimo che si possa fare fin d'ora è modificare la legislazione di riferimento sostituendo il "diritto di sangue" con il "diritto di suolo". Chi nasce in Italia deve potersi dire italiano fin dalla nascita, se poi vogliamo addossargli la futura responsabilità - anzi l'onere -  di raddrizzare il nostro sistema previdenziale.Così quando parliamo di future generazioni, di pensioni integrative e di TFR, pensiamo anche a questa gente nel nostro paese, del nostro paese. Al loro impegno e alle loro legittime aspirazioni. Pensiamoci bene e pensiamoci adesso, non domani. Lega permettendo, etica e politica su questo argomento non potrebbero che essere d'accordo.(AprileOnline 10.10.06)
 

 

 

Illegale non è il "clandestino" ma chi sfrutta la legge

 

 di Luigi Ciotti
Risposte diverse, risposte che nascano da un reale interrogarsi, da un reale farsi raggiungere dallo stupore, dall’inquietudine.
Credo che debba partire da qui una diversa politica sull’immigrazione.
I grandi flussi immigratori non sono una fatalità, sono la conseguenza di un mondo ingiusto, di politiche incapaci di dare a tutti dignità, speranza, futuro.

I dati li conosciamo. Cito solo alcuni esempi. 852 milioni di persone che soffrono la fame. Un miliardo e 100mila che non ha accesso a fonti di acqua potabile - e 8 milioni che muoiono ogni anno per questo motivo.
15 milioni che, nello stesso periodo, vengono uccise dalle malattie infettive: il 97% nei Paesi del Sud del mondo.

L’immigrazione nasce anche da qui. Nessuno abbandona volentieri la sua terra, i suoi affetti, le sue radici. Lo fa se ha come alternativa la miseria, la guerra, la morte. E miseria, guerra, morte sono una realtà, oggi, per tante, per troppe persone. Volti e storie che arrivano nel ricco Occidente (1000 miliardi di dollari spesi ogni anno in armi, per gli economisti basterebbe il 5% di questa cifra per combattere davvero povertà, denutrizione e AIDS) carichi di sofferenza, di fragilità, di speranza. E cosa vi trovano? I CPT. Realtà di negazione di diritti, luoghi al di sotto di standard minimi di civiltà e umanità, come sappiamo da chi ha avuto modo di visitarli. Strutture per giunta costose e neanche funzionali al fine per il quale sono state costruite. Dal 1999, data della loro nascita, sono costate allo Stato 500 milioni di euro - quasi 1000 miliardi delle vecchie lire. Hanno visto passare 98mila persone, ma il provvedimento di espulsione è stato effettuato solo in minima parte: 3 casi su 10.

Nessuno ha ricette in tasca, ma un fenomeno come quello migratorio, carico di sofferenza, fatica, ferite morali e materiali, necessita di ben altre risposte. Necessita di un’Unione Europea che cessi di essere “Fortezza Europa”. Consapevole che la sua crisi demografica ed economica è irrisolvibile senza il contributo delle persone immigrate, e capace perciò di costruire percorsi d’integrazione, inventare forme di cittadinanza e di estensione dei diritti.
Necessita, per quel che ci riguarda, di una riforma radicale della Bossi-Fini, una legge che ha incentivato la clandestinità e il lavoro nero, consegnando tanti poveri cristi in mano al caporalato e alle mafie, alimentando al contempo un ghetto mentale di paura e pregiudizio, una visione dell’immigrato come di potenziale criminale.
Eppure sono sempre più numerosi i fatti di cronaca che ci parlano di generosità, di autentico slancio umano, e proprio da parte di chi si trova nel nostro territorio ancora privo di documenti e permessi. Vorrei citarne due, di questa estate, esemplari nella loro testimonianza di umanità e responsabilità civile.

Nasser Othman, 27 anni, lo scorso 2 luglio non esita a buttarsi in mare e a salvare tre ragazzi che stavano annegando. Nasser lavora ed è nato in Italia, ma non ha i documenti a posto: a 12 anni ha lasciato il nostro Paese per rientrarvi a 24. Dopo il salvataggio viene riconosciuto come clandestino, condannato a 5 mesi di reclusione e destinato all’espulsione. Il 25 agosto la vicenda si ripete in altre acque con un epilogo tragico: Iris Palacios Cruz, 27enne honduregna, sprovvista di permesso di soggiorno e impiegata come baby sitter presso una famiglia di Roma, perde la vita per cercare di salvare dalle onde la piccola Letizia di 11 anni, figlia dei suoi datori di lavoro. A Ines, almeno, il Presidente Napolitano assegna la medaglia d’oro alla memoria.

Dietro l’etichetta di “clandestini” ci sono insomma persone che lavorano duramente nelle nostre case, nelle nostre fabbriche e nei nostri cantieri. Non di rado in condizioni di supersfruttamento, reso possibile dalla loro condizione di invisibilità e illegalità. L’illegalità maggiore non è però la loro, che hanno colpa solo di non avere documenti in regola, bensì quella di chi approfitta di una legge sbagliata per violare i diritti più elementari.

Ma negare diritti fondamentali anche a un solo uomo è come negarli a tutti quanti.

E’ solo la loro universalità, infatti, a renderli concreti e operanti, strumenti di quella giustizia che custodisce ogni vita nella sua più profonda dignità.
(resistenza partigiana@4 ottobre 2006)
 

 

Quota flussi, giustizia è fatta

 

di Marisa Nicchi*

La Commissione affari costituzionali della Camera ha approvato il decreto necessario a regolarizzare gli immigrati che, pur in regola con i documenti, erano rimasti fuori dalle quote della Bossi-Fini

E' ancora vivo il ricordo dell'indegno spettacolo per un paese civile  di  migliaia di stranieri assiepati una notte intera davanti agli sportelli delle Poste, riparandosi dal freddo come meglio potevano nella speranza di  ottenere l'agognato permesso di soggiorno. Volevano rientrare nelle misere "quote" previste dal Governo Berlusconi nell'ambito della programmazione annuale dei flussi migratori. Sennonché la quota prevista di 170.000 era stata sottostimata e così 350.000 lavoratori, pur in possesso dei requisiti richiesti, sono stati tagliati fuori dalle regolarizzazioni.

Lo spettro di quelle lunghe e incivili file va allontanato definitivamente. Anche perché il nostro welfare, e la nostra economia hanno bisogno di questi lavoratori più di quanto possano ammettere i proclami xenofobi  e le norme restrittive delle destre. Il programma di governo del centrosinistra contiene a questo proposito importanti novità, che se messe in pratica, rappresenteranno una svolta nelle politiche migratorie.

Discuteremo nei prossimi mesi la riforma complessiva della normativa sull'immigrazione e la conseguente abolizione delle norme Bossi-Fini. Un impegno che si annuncia controverso - visti gli orientamenti anticipati di Amato -, un impegno che richiederà tempi lunghi, un iter parlamentare complesso, e una discussione larga  nel paese. In quell'occasione si dovranno  introdurre norme certe e realistiche per regolare l'ingresso di nuovi migranti contemporaneamente alla presenza di quelli già ospiti nel nostro paese.

Ma un segnale chiaro di inversione di tendenza è già arrivato. E' un segnale in grado di prefigurare un nuovo modo di intendere il governo dell'immigrazione improntandolo all'inclusione sociale, e non al sospetto verso i migranti. Si tratta del  provvedimento approvato dalla Commissione affari Costituzionali della Camera che, attraverso la normativa vigente, allarga la quota dei flussi a coloro che hanno già presentato la domanda ma che - pur avendo dimostrato di avere un datore di lavoro disposto ad assumerli - sono rimasti fuori dalle sospirate quote.

E' una misura saggia che risponde ai tanti stranieri che sono stati costretti a fare lunghe code agli Uffici Postali e che oggi, a quasi due mesi di distanza, attendono ancora l'esito della loro istanza.

La "Bossi-Fini" ha perseguito per gli ingressi un meccanismo rigido di "quote", sempre al di sotto dei reali fabbisogni lavorativi e demografici, riservate esclusivamente ai residenti all'estero chiamati dai loro datori di lavoro per essere assunti nel nostro paese. In realtà i fatti sono andati diversamente. Da una parte molti stranieri sono arrivati in Italia fuori da questa programmazione, dall'altra l'eccessiva rigidità burocratica delle procedure di rinnovo del permesso di soggiorno li ha sospinti, con estrema facilità, nella condizione di "irregolari", costringendoli a lavorare a nero, nei cantieri, nelle fabbriche o al servizio delle famiglie, degli anziani, dei disabili. Il decreto flussi è stato per loro l' unica possibilità per poter regolarizzare la loro posizione, fingendo di essere ancora nei loro paesi, e di essere chiamati dai datori di lavoro da cui, di fatto, erano già stati assunti.

Una tragica ipocrisia che dimostra come una linea repressiva che restringe in modo abnorme la possibilità di ingresso regolare di immigrati, oltre a promettere demagogicamente  chiusure illusorie, produce illegalità. Scoraggia chi vuole rispettare la legge: gli stranieri che vogliono vivere e lavorare onestamente in Italia, i datori di lavoro che vorrebbero assumere regolarmente i propri dipendenti, pagando tasse e contributi previdenziali.

L'approvazione del decreto flussi bis, con pragmatismo e buon senso, allargando la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno agli esclusi di ieri, risponde oggi a tutti coloro che non sanno quale sarà il loro futuro.

In seguito occorrerà intervenire per permettere a tutti i lavoratori immigrati che hanno presentato la domanda di assunzione dall'estero di non dover far clandestinamente ritorno al proprio paese per avere il nullaosta. Questi, infatti, rischiano l'espulsione proprio quando sono più vicini a realizzare la possibilità  di uscire da un condizione di illegalità. E' inoltre necessario intervenire per ridurre i tempi di attesa per le domande spedite il 14 marzo scorso anche per chi è rientrato nell'assegnazione delle 170 mila quote. Diversi problemi tecnici e la scelta di affidare la gestione della spedizione delle domande a Poste Italiane S.P.A, non hanno  portato la velocizzazione necessaria e prevista. Cosa succederà aggiungendone altre 350mila?  I tempi di attesa saranno lunghissimi, calcolati in due anni circa mentre la legge prevede che i permessi vengano rilasciati in 40 giorni. Si tratta infatti, di una mole di lavoro immensa che interessa non solo uffici in Italia ma anche all'estero, come consolati ed ambasciate, a cui non sempre è facile accedere. Se, come vuole la Bossi - Fini,  520 mila persone fossero obbligate a uscire clandestinamente dall'Italia per andare a ritirare il nullaosta nel proprio paese di origine, dopo la fila durata giorni davanti agli uffici postali italiani, i lavoratori stranieri dovranno probabilmente affrontare una situazione simile davanti ai consolati italiani all'estero. 

Non si  dimentichi, infine, il ricatto a cui molti lavoratori sono sottoposti durante la lunga attesa da parte del datore di lavoro. E' noto che il presupposto per cui il lavoratore straniero, di cui il datore di lavoro chiede l'assunzione, "sia all'estero" è una farsa: nella maggioranza dei casi quel lavoratore immigrato è già in Italia e sta già lavorando, in nero, alla mercé del datore - padrone dal quale dipende il perfezionamento dell'iter  burocratico per il contratto di soggiorno. Un'attesa drammatica, vissuta da migliaia di famiglie. Un'attesa ingiusta e dolorosa di cui l'opinione pubblica si è accorta solo grazie al sacrificio della baby sitter "irregolare" dell' Honduras che ha perso la vita per salvare la bambina che accudiva. Un'attesa che, con il decreto che verrà approvato prossimamente alla Camera, potrà finalmente essere cancellata.(AprileOnline 04.10.06)

*Deputata Ulivo


 

 

 

Immigrati, si cambia ma non troppo

 

di Ida Rodano
Il ministro dell’Interno Giuliano Amato lancia l’amo. Ieri, approfittando di un’audizione in Senato alla Commissione Affari Costituzionali sui risultati del vertice Ue sull’immigrazione, ha illustrato le linee generali della modifica alla legge Bossi-Fini. Alcune idee su cui poi dovrà discutere con gli altri ministri competenti. Lui, intanto, dà la linea. E punta su alcuni elementi cardine: prima di tutto la durata del permesso di soggiorno, e l’introduzione di nuove tipologie che potrebbero rendere meno blindata l’Italia. La validità del permesso dovrebbe essere innalzata a tre anni (oggi dura un anno per i contratti a tempo determinato e due per quelli a tempo indeterminato). Verrà poi reintrodotto lo sponsor, vecchia sperimentazione della legge Turco-Napolitano. Questa volta vestirà i panni di un compromesso tra chi vuole un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro - come scritto sul programma dell’Unione - e chi invece spinge per uno strumento più "light". Dunque gli immigrati potranno arrivare in Italia anche senza avere già un contratto, ma dovranno comunque mostrare garanzie molto forti. Sembra comunque che la validità dello sponsor possa arrivare a 12 mesi.
C’è poi il tema dell’articolo 18 da estendere anche ai lavoratori sfruttati, e non soltanto alle prostitute che decidono di denunciare i loro "protettori". Martedì scorso il Ministro per la Solidarietà Sociale Paolo Ferrero ha detto che un disegno di legge per modificare il testo unico dell’immigrazione sarà pronto "alla fine della prossima settimana". Più cauti al Viminale: bisogna ancora decidere, dicono, se inserire questo punto "imprescindibile" nelle modifiche della Bossi-Fini o anticiparlo, come chiedono i sindacati.

"L'ipotesi a cui sto lavorando è di avere nei consolati dei paesi di immigrazione verso l'Italia delle liste di lavoratori che devono essere accompagnate da corsi di formazione di lingua e del lavoro per il quale l'immigrato si è inserito nelle liste". Così il ministro dell'Interno nel corso dell'audizione in Commissione Affari costituzionali. Amato spiega "che la legge vigente prevede queste liste soltanto con i paesi con cui abbiamo accordi di riammissione. Io, vorrei avere queste liste ovunque". Liste che "dovrebbero essere collegate tra loro informaticamente e diventare, così, delle liste di collocamento all'estero". "Poi c'è la chiamata - dice ancora Amato - che può avvenire direttamente attraverso gli imprenditori, ma anche attraverso degli sponsor che si impegnano anche finanziariamente con garanzie fideiussorie". In sostanza, spiega Amato, per il periodo che vengono nel nostro paese e ancora non lavorano dovrebbero essere questi sponsor (associazioni di categorie, camere di commercio e padronati) a pagare i contributi".

Cpt. Amato ha però difeso alcuni caposaldi della normativa attuale. I Cpt (centri di permanenza temporanea) "sono essenziali perché non si può lasciare le persone che sbarcano per la strada" ha spiegato, precisando che sono necessari anche per "tutelare la salute dei cittadini". "Possono sbarcare - ha spiegato il Ministro dell'Interno - anche persone che hanno malattie come la scabbia, malattie diffuse nei paesi di provenienza. Lasciandole senza assistenza «finirebbero come barboni e rappresenterebbero anche un pericolo sanitario".

Flussi triennali. Della legge sull’immigrazione in vigore il ministro dell’Interno manterrebbe il decreto flussi ma triennale. "Il decreto flussi lo lascerei - ha detto Amato - ma lo vedrei triennale a larghe maglie di fabbisogno, consentendo al governo di fare aggiustamenti annuali".
Rimpatri volontari - Per Amato poi è necessario definizione di un "sistema di rimpatri volontari", in primo luogo per gli "espulsi meno gradevoli" che, in caso contrario, rischiano di restare sul territorio nazionale. "Senza accordi di riammissione con i Paesi di origine - ha premesso il ministro -, si crea di fatto un circolo vizioso per cui gli espulsi restano in Italia: perciò, fino a quando questi accordi non saranno fatti, e in gran numero, dobbiamo metterci in condizione di mandare davvero via questi soggetti, anche vedendo se si riesce a convincerli. Qualcuno potrebbe rimproverarci un'eccessiva benevolenza nei confronti di persone che hanno commesso reati ma si tratta di una scelta: vogliamo che se ne vadano o che restino? Tra l'altro, lo dico anche con un pizzico di cinismo, il costo per il contribuente sarebbe di molto inferiore a quello determinato dal loro trattenimento, per periodi più o meno lunghi, in carcere".

Liste di collocamento all’estero. Per modificare la legge Bossi-Fini il ministro dell’Interno ha ipotizzato un sistema di liste di lavoratori immigrati nei consolati dei Paesi "che rappresentano il bacino prevalente di immigrazione" e la "gestione di flussi di personale non qualificato con liste collegate informaticamente, che diventino una sorta di sistema di collocamento all’estero". Per Amato è necessario operare una "distinzione netta tra lavoratori altamente qualificati e lavoratori non qualificati" e per ricercatori e professori l’ipotesi è invece "l’accesso su chiamata, con permessi di soggiorno lunghi e legati all’incarico".

La collaborazione europea. Amato ha infine detto di aver fatto presente ai colleghi europei la necessità di legare gli aiuti ai Paesi di origine dei flussi migratori con la sottoscrizione di accordi di riammissione per l’immigrazione illegale. "Tutta Europa - ha detto il responsabile del Viminale - è vessata dal problema irrisolto degli illegali che a migliaia e migliaia finiscono per circolare liberamente in territorio europeo. Anche le espulsioni senza accordi di riammissione rischiano di assomigliare ad una macchina che non funziona". (AprileOnline 28.09.06)

 

 

La bambina e il marocchino


di Mariuccia Ciotta
Un ragazzo di vent'anni e una bambina di dodici. Lui è marocchino, lei è «bella, bellissima», come le candidate di Miss Italia, ed è «la sua unica colpa» urla la madre alla stampa: «Fanno schifo, fanno schifo, sono dei mostri». Come potrà vivere la sua vita dopo l'orrenda violenza subita? Esterno giorno, lo scenario è un parco pubblico di Azola Emilia, vicino Bologna, il «branco» attende la vittima, lo stupratore «extracomunitario» indossa una t-shirt nera Dolce&Gabbana. Sarà subito fermato e accusato di stupro aggravato. Non manca niente per far credere agli adulti che tutto sia vero, per farlo credere ai giornali, alla tv, ai poliziotti. Va «in onda» il remake di una storia già sentita, già vista che si rincorre sulle pagine dei quotidiani e sul piccolo schermo. Il codice è sempre lo stesso: «dietro un cespuglio», «nel parco», «gli amici guardano», «nessuno chiama aiuto», «marocchino»... e il linguaggio del cronista serve da «testimone». L'archivio delle parole-chiave corre a sostenere la storia della bambina stuprata con il più suggestivo dei racconti «in diretta». Ecco la «piccola vittima» umiliata, seviziata, il mostro estrae la lametta, le rasa il pube, gli altri ridono... Flash-back di altri casi analoghi, dove spuntano maghrebini da tutte le parti. Non è difficile dire una bugia quando tutti sono pronti a credere. La dodicenne ha inventato tutto, lo ha confessato ieri al procuratore capo, e lo ha fatto per la vergogna che la madre venisse a sapere che era stata vista dagli amici in atteggiamenti intimi con il suo boy-friend. Nessuno stupro. La bambina imbrogliona, che ha accusato ingiustamente il ragazzo del Marocco, ha fatta sua una violenza che avvelena l'aria, e che la rende vittima due volte. L'abuso maschile, che imperversa nelle case e per le strade, per essere «vero» doveva portare il marchio dell'immigrato. Il «marocchino», liberato ieri, dopo la confessione, ha dichiarato «se vedessi quella ragazzina le farei solo una domanda: perché hai detto che sono stato io?». Perché chi altro è considerato un subumano, uno senza nome, un «clandestino», un pericolo reale e immaginario?(Il Manifesto 23.09.06)
 

Quanto costa un uomo

di Emanuele Martorelli
Il Sisde (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica) ha da poco inviato al Parlamento della Presidenza del Consiglio la 57esima relazione, stilata dalla segreteria generale del Cesis, sul “listino prezzi” delle organizzazioni criminali implicate sul fronte del traffico dell’immigrazione clandestina. E’ stato reso noto un tariffario che oscilla vistosamente a seconda delle varie tratte e delle condizioni di viaggio.

Emerge così che per la direttrice nordafricana i trafficanti esigerebbero un compenso che oscilla tra i 1000 ed i 4500 dollari, tenendo presente che la cifra può essere ripartita tra i gestori delle varie tappe del percorso versando le provvigioni per ogni tratta. Il trasporto dei clandestini dalla Romania al valico di Tarvisio costa circa 500/1000 euro per un viaggio che solitamente si avvale di autovetture, taxi, camion o autobus. Per chi parte dal Kosovo, dalla Macedonia o dall’Albania invece, i prezzi per raggiungere Bari o Brindisi sono intorno ai 3000/3500 euro, con un pullman fino a pristina e successivo imbarco su traghetti di linea. Per chi non può permettersi tali cifre, nella tratta Kosovo-Macedonia-Grecia-Ancona si attraversa a piedi il confine tra Macedonia e Grecia: il prezzo da pagare si aggira così intorno ai 2500 euro. La direttrice turco-balcanica, che comprende le città irachene di Kirkuk, Arbil e Sulamaniya costa invece dai 4500 ai 5000 dollari. Ma si parla in questi casi delle ipotesi migliori: le immagini degli sbarchi che oramai siamo abituati a vedere in molti telegiornali danno un’idea delle condizioni di viaggio alle quali questa gente è esposta. Soprattutto, per capire esattamente quanto costi anche in termini umani questa migrazione, le cifre di sopra vanno rapportate alla situazione economica dei loro paesi di appartenenza

Secondo il rapporto del Cesis, “i trasferimenti via mare lungo il Canale di Sicilia, i trasporti illegali verso le frontiere terrestri e l’ingresso con documenti falsi (ovvero regolari, ma che preludono all’ ‘inabissamento’ dello straniero una volta scaduti), rappresentano ambito privilegiato di intervento delle organizzazioni delinquenziali”. Ma tali organizzazioni gestiscono ogni fase del traffico, dallo sbarco degli immigrati sul suolo italiano fino all’introduzione di questi nel mercato del lavoro nero, in quello della prostituzione o negli stessi circuiti della criminalità organizzata. Il fenomeno, nelle sue fasi, ha così creato una logistica dell’illecito che rivela due tratti fondamentali: ad un tempo la transnazionalità del fenomeno, che coinvolge ad esempio figure come scafisti e passeur. Dall’altro la solida aderenza sul territorio dei paesi di snodo e destinazione, dove locandieri, procacciatori di documenti e gestori del lavoro in nero si occupano di dirigere le fasi successive all’arrivo.

Fondamentale è il settore che gestisce la falsa documentazione, perché anche da questo emerge una stretta collaborazione “multinazionale” tra vari gruppi sia interni che esterni al nostro paese. Spesso i documenti falsi riguardano per lo più attestati di paternità riconosciuti da anziani poveri a cui vengono dati dei soldi per “adottare un figlio già grande” riconosciuto come “errore di gioventù”, oppure identità clonate di cittadini ignari, molti dei quali residenti all’estero, e creazioni di persone inesistenti. Una falsa dichiarazione di paternità può arrivare a costare fino a 20mila euro. Ed in questo caso si parla di cifre quasi irraggiungibili per gente che arriva nel nostro paese portando quando gli va bene un bagaglio.

Generalmente comunque, il prezzo pagato dagli immigrati per il trasporto, i documenti ed un ricovero temporaneo una volta giunti sulla costa comprende costi molto elevati. Cifre che li costringono a perdere ogni cosa, a tentare il tutto per tutto e ad affidare il proprio destino a della marmaglia che vive fuori da ogni concetto di moralità. Per un viaggio che spesso conduce dentro situazioni di schiavitù e sfruttamento, o di forte disagio sociale ed emarginazione. O che termina poco prima dell’arrivo sulle coste, su gommoni e scafi sovraccarichi. Spesso si dice che gli immigrati non sappiano cosa li aspetti una volta arrivati qui, che vengano attirati con la prospettiva di arrivare in un paese dei balocchi che poi si rivela essere tutt’altro per loro. Il quadro a qualcuno risulta invece ben chiaro fin dall’inizio, eppure il flusso di immigrati è in costante aumento. Ma per capire certe scelte bisognerebbe potersi proiettare, cosa impensabile per chi ha ancora un frigorifero ed un televisore, nella situazione: immaginate di non avere una casa, di non avere un bagaglio, di non avere più radici in un posto che non può offrirvi più nulla. Tra quel nulla, tra l’assenza di prospettiva ed un qualcosa, seppure estremamente misero ed incerto, voi cosa scegliereste?(AprileOnline 20.09.06)
 

 

Basta ipocrisia

Migliaia di stranieri impiegati come stagionali vivono in condizioni indecenti per un paese civile.



Roma, 1 settembre 2006 – Mentre in Italia si riaccende il dibattito sull’immigrazione l’organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere (MSF) denuncia con forza le inaccettabili condizioni di vita, salute e lavoro in cui, ormai da anni, migliaia di stranieri sono costretti nei campi dove lavorano come stagionali in Puglia e in altre regioni del Sud Italia.

“Nel nostro paese si continua a parlare di invasione puntando solo i riflettori su Lampedusa e giustificando così scelte politiche restrittive e repressive. Nessuno parla invece di dove vadano a finire queste persone una volta sbarcate” afferma Andrea Accardi responsabile dei progetti italiani di MSF. “E’ dal 2003 che MSF si occupa del fenomeno degli immigrati impiegati come lavoratori stagionali. Negli ultimi tre anni, attraverso il nostro lavoro di assistenza sanitaria e umanitaria, abbiamo testimoniato come vengano trattate queste persone, risorsa fondamentale per l’agricoltura italiana”.

Anche nell’estate 2006 MSF si è vista costretta a continuare questo progetto. Gli operatori dell’organizzazione internazionale hanno monitorato come gli stranieri che arrivano sani in Italia si ammalano qui a causa delle indecenti condizioni che trovano all’arrivo nelle campagne. “Manca qualsiasi forma di accoglienza” continua Accardi. “Il sistema è totalmente ipocrita e vede la connivenza e il coinvolgimento di tutti gli attori a partire dalle autorità governative e dalle istituzioni locali fino ad arrivare alle organizzazioni di produttori e ai sindacati.”

In un rapporto pubblicato da MSF nel 2005 sulle condizioni di vita e di lavoro degli stagionali, “I frutti dell’ipocrisia”, già emergevano dati allarmanti: il 40% delle persone intervistate vive in edifici abbandonati; più del 50% non ha acqua corrente nel posto in cui vive; il 30% non ha elettricità; il 43,2% non dispone di servizi igienici. Buona parte di queste persone vive al di sotto degli standard minimi fissati dall’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati nei campi profughi in situazione di emergenza.

Il 30% degli intervistati ha dichiarato di aver subito qualche forma di violenza, abuso o maltrattamento negli ultimi 6 mesi in Italia. Nell’82,5% dei casi l’aggressore era un italiano. Quasi a tutti gli immigrati che hanno richiesto una visita sono state effettivamente diagnosticate una o più patologie. Le principali malattie diagnosticate si riferiscono soprattutto a patologie dermatologiche (23,6%); parassiti intestinali e malattie del cavo orale (15,5% ciascuna); malattie respiratorie (14,3%) correlabili alle precarie condizioni di vita.

“Ci appelliamo a tutte le istituzioni coinvolte e alla società civile perché simili situazioni non persistano in un paese che si definisce civile come l’Italia” conclude Accardi.(Medici senza frontiere 01.09.06)
 

Interpellanza urgente presentata dai Consiglieri Regionali PdCI

Al Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte

Oggetto: estenuanti code all’Ufficio Immigrazione della Questura.

I sottoscritti Consiglieri Regionali premesso che

·         davanti all’Ufficio Immigrazione della Questura continuano a ripetersi le file, indegne in un paese civile, di immigrati extracomunitari costretti a sostare davanti all’ufficio per decine di ore al solo scopo di ritirare il numero di prenotazione per poter, successivamente, presentare la documentazione per il rilascio, rinnovo del permesso di soggiorno;

·         sul sito internet della Questura c’è un numero di telefono inviando un sms al quale, la Questura indicherà giorno e ora in cui presentarsi evitando code, servizio che a detta di molti immigrati in realtà non funziona;

sottolineato

·         che questa situazione crea enormi disagi agli immigrati ed è necessario porvi al più presto rimedio;

interpellano l’Assessore competente per sapere:

·         se non ritiene necessaria, di concerto con la Direzione Interregionale Nord-Ovest del Ministero degli Interni, di cui il Piemonte fa parte, attraverso l’utilizzo delle capacità del C.S.I., l’attivazione di un servizio di prenotazione elettronica che consenta alle persone migranti in attesa di permesso di soggiorno di avere la certezza del giorno e dell’ora per lo svolgimento delle pratiche;

·         se nel frattempo non ritiene necessario l’impiego della Protezione Civile per fornire assistenza agli immigrati in coda.

Primo firmatario Luca Robotti                                                                                                                                                                                       Vincenzo Chieppa

Torino, 25 settembre 2006

 

Cronaca di un giorno di ordinaria immigrazione

 

di marica7

Torino - Corso Brescia, davanti all' Ufficio Immigrazione della Questura. Sono le cinque e trenta del mattino, in uno di questi giorni del dopo ferragosto. Gli immigrati in sosta davanti ai cancelli chiusi sono già almeno novanta, contati.. Gli uffici apriranno alle otto e trenta. Alcuni sono sdraiati a terra con sacchi a pelo, altri seduti su seggiole portate da casa. Una donna è seduta proprio lì davanti, è la prima. Le chiedo a che ora è arrivata, mi risponde "Sono qui dalle due di ieri pomeriggio". Gli altri, che bivaccano nei pressi, sono lì da ieri sera. Trascorrono i minuti e la gente continua ad arrivare alla spicciolata,  alcuni prendono il posto di chi la coda la sta già facendo, perchè i più  disperati trascorrono la notte al posto di altri, dietro compenso. Chiedo in giro e mi dicono che per arrivare a presentare una qualsiasi documentazione, permesso di soggiorno, rinnovo, permesso provvisorio turistico  e quant'altro bisogna munirsi del numero di colore rosso, per informazioni di quello di colore bianco.  Sul sito Internet della Questura c'è un numero di telefono  a cui inviare un sms, la Questura indicherà il giorno e l'ora in cui presentarsi e si eviterà questa coda, ma tanti hanno inviato l'sms e non hanno ricevuto nessun appuntamento.

Dietro le transenne  la coda si ingrossa e ondeggia. Qualcuno cerca di intrufolarsi prima del suo turno  e la tensione sale. C'è molto nervosismo, sopratutto tra chi ha passato qui la notte per arrivare a prendere la famigerata marca rossa e si è addirittura formato un elenco scritto con la firma di coloro che sono arrivati per primi. Un giovanotto più nervoso degli altri lancia una bottiglia di vetro al di là del cancello della Questura e subito escono i poliziotti. Il lanciatore di bottiglie viene inseguito ed arrestato, entrerà prima di tutti, ma in manette. Intanto la coda si allunga, si allunga, ci saranno settecento persone ormai. Quando aprono i cancelli tutti vengono fatti entrare, a  piccoli gruppi, ma si sa già che i famosi numeri rossi sono una sessantina e tutti gli altri potranno accontentarsi del numero bianco e chiedere informazioni, se serve. Ma se sono venuti per presentare la documentazione  per il permesso di soggiorno e non sono tra coloro che sono riusciti a prendere il numero rosso oggi, possono  accomodarsi davanti al cancello e sistemarsi lì già per domani, contro il muro, su di una seggiola, su di un cartone, a piacere.  Così forse, se sono fortunati, saranno tra i primi sessanta. (22 agosto 2006).

Simone era tra coloro che non sono riusciti ad ottenere il numero rosso

e oggi mi scrive:


Noi la scorsa notte siamo andati alle 2 e mezzo, eravamo i sessantesimi per scoprire, alle 8, che avrebbero distribuito non più di 30 biglietti rossi. Su iniziativa di un signore italiano, che vorrebbe regolarizzare la moglie straniera, siamo andati a protestare in corso Vinzaglio e siamo riusciti ad ottenere (solo per noi venti che ci siamo recati a reclamare) la possibilità di andare oggi alle 16. Ora Daniel ha il permesso turistico.
Sono felice, tuttavia non credo che certe conquiste possano essere sporadiche ed estemporanee. Se ogni giorno ci fosse un gruppo nutrito di cittadini a reclamare in Questura, qualcosa inevitabilmente si smuoverebbe. Altrimenti si è trattato di un favore.
Sinceramente vorrei contattare l'associazione a cui mi ero rivolto per organizzare e sistematizzare questa forma di protesta. Che pensi?
Anche spingere i compagni nelle istituzioni a portare la questione, se possibile, nei consigli o nelle camere credo sarebbe utile. Finché ci sarà silenzio della stampa e rassegnazione dei richiedenti l'atteggiamento di questi personaggi non cambierà. Un abbraccio. Simone  (24 agosto 2006)

 

 

Cittadinanza italiana, cambiano i requisiti
 

Ora bastano cinque anni

Approvato il ddl presentato dal ministro dell’Interno, Amato.

La nuova disciplina andrà a modificare la legge n. 91 del 1992

Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge presentato dal ministro dell’Interno, Giuliano Amato, che riduce dagli attuali dieci a cinque anni i tempi per presentare la richiesta di cittadinanza italiana.

Potrà diventare cittadino italiano "chi è nato in Italia da genitori stranieri di cui uno almeno sia residente legalmente in Italia senza interruzioni da cinque anni al momento della nascita e in possesso del requisito residuale previsto per il soggiorno: in tutti i casi, meno per i bambini, ci deve essere la verifica della reale integrazione linguistica e sociale dello straniero nel territorio dello stato e questo requisito lo abbiamo esteso anche a chi sposa un italiano".

In Italia, con la legge Bossi Fini, è sempre stato molto difficile ottenere la cittadinanza e l’attesa per una risposta arriva fino ai due anni di attesa.

Il disegno di legge dovrà passare ora al vaglio del Parlamento.

Cosa prevede il ddl?
. E’ previsto lo ius soli per i figli di cittadini extracomunitari e la verifica - anche per chi sposa un italiano/a - di una reale integrazione nella cultura italiana.
. I bambini nati in Italia da genitori stranieri (almeno uno residente legalmente in Italia senza interruzioni da 5 anni) Potranno diventare cittadini italiani.
. Una volta compiuti i 18 anni i ragazzi potranno scegliere se mantenere la cittadinanza italiana oppure no. . E’ previsto lo ius domiciliis per chi si trova a vivere nel nostro Paese durante gli anni decisivi della formazione della personalità. Per poter usufruire di questo diritto (presupposto inderogabile è che uno dei genitori risieda in Italia da 5 anni) sono sia la durata della vita (almeno 5 gli anni), sia la qualità della vita trascorsa in Italia (partecipazione alla scuola, alla formazione professionale, svolgere una attività lavorativa).

Per l’acquisto della cittadinanza iure matrimoni i termini sono stati inaspriti per contrastare i "matrimoni di comodo". L’aquisizione avverrà dopo 2 anni dalle nozze; tre se il matrimonio è stato celebrato all’estero. (www.meltingpot.org 05.08.2006)

 

 

Ricongiungimenti familiari
 

 

Consiglio dei Ministri Roma -I ricongiungimenti familiari diventeranno molto più semplici. Il Consiglio dei Ministri ha approvato stamattina un decreto che recepisce una direttiva europea, modificando diverse norme dell'attuale legge sull'immigrazione.
Innanzitutto, un cittadino straniero regolarmente residente in Italia non avrà più bisogno di dimostare che il figlio minore rimasto all'estero è a suo carico per farlo venire in Italia. Cade quindi un requisito che, tra l'altro, allungava i tempi per il ricongiungimento a causa delle verifiche che andavano fatte sui documenti presentati dal genitore.

Sarà anche più facile riabbracciare i genitori: basterà dimostare che sono a proprio carico. La Bossi-Fini prevede invece che si possa chiedere il ricongiungimento solo per i genitori a carico che non hanno altri figli nel Paese d'origine, "ma che importanza ha se un genitore ha un altro figlio se poi sono morti di fame entrambi?" ha commentato il min. dell'Interno Amato al termine del Consiglio del ministri. Favorire i ricongiungimenti con i genitori vuol dire portare in Italia tanti nonni pronti ad accudire i figli degli immigrati, "e io considero il diritto al nonno un diritto fondamentale di minori", ha aggiunto Amato.
Il decreto approvato stamattina rende inoltre più flessibili le norme sull'idoneità dell'alloggio, anche questa richiesta per i ricongiungimenti. "Una alloggio ci deve essere, - ha spiegato ancora Amato - ma non è obbligatorio che corrisponda al metraggio dato dalla legge regionale", a quanto ha anticipato il ministro dovrebbero infatti bastare "i requisiti stabiliti dalla Asl per l'abitabilità".
Viene infine data la possibilità di lavorare ai genitori che accompagnano un figlio in Italia perché si sottoponga a delle cure mediche: oggi, non avendo un permesso di soggiorno valido per stipulare un contratto di lavoro, vanno quasi inevitabilmente a ingrossare l'esercito del sommerso.
Fin qui le anticipazioni sul decreto sui ricongiungimenti fornite da Amato al termine del Consiglio dei Ministri. Bisognerà adesso aspettare che venga reso noto il testo per scoprire le altre novità, e soprattutto che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiala perché queste entrino finalmente in vigore. www.stranieriinitalia.it 28.07.06)

 

Modificare la Bossi-Fini

È vero che governo ha già annunciato in più occasioni di voler modificare la legge sull'immigrazione, ma ora anche la Camera dei Deputati calca la mano all'esecutivo, chiedendogli di ripensare i flussi d'ingresso in funzione delle esigenze di famiglie e imprese italiane

L'occasione è la risoluzione sul documento di programmazione economica e finanziaria approvata ieri a Montecitorio dalla maggioranza dei deputati. Si tratta di un documento in cui la Camera, al termine dell'esame del Dpef, impegna il governo su alcuni punti fondamentali di politica economica.

La risoluzione approvata ieri indica una nuova gestione dei flussi tra gli strumenti per favorire la crescita e la competitività. "La Camera - si legge nel documento - impegna il Governo […] a modificare la legge Bossi-Fini in materia di immigrazione, programmando i flussi migratori diretti verso il nostro Paese in base alle reali esigenze dell'economia e della società e implementando politiche di effettiva integrazione degli immigrati" (www.stranieriinitalia.it 28.07.06)

 

Il governo riapre le frontiere

di Andrea Scarchilli
Il Consiglio dei ministri ha deciso di riaprire la quota di ingressi per 350mila lavoratori extracomunitari a partire da oggi. Lo ha annunciato ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta.
Oltre a quello di “aprire le frontiere” a 350mila lavoratori, il governo ha dato altri, importanti segnali in materia di immigrazione. Innanzitutto, nello stesso Consiglio dei ministri, è stata presa la decisione di “togliere la discriminante agli ingressi di lavoratori dai paesi neoentrati nell’Unione europea”. I dieci del maggio 2004, insomma, tra cui Polonia e Slovenia. I lavoratori di questi Paesi a partire da ieri in Italia sono europei a tutti gli effetti, non ci sarà più alcuna limitazione per il loro impiego nel nostro Paese.

E, da ultimo, è arrivato l’annuncio: sarà modificata la Bossi – Fini, la legge sull’immigrazione varata dal governo Berlusconi. Lo ha detto, a taglienti parole, il ministro dell’Interno Giuliano Amato. Per il ministro la legge è solo, “inesorabilmente”, una legge di regolarizzazione, perciò, ha detto “ci riserviamo di cambiare il sistema perché funzioni come finge di funzionare”.
Il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero di Rifondazione comunista, ha spiegato la decisione del governo, tecnicamente quella di fissare la quota del “decreto flussi” a 350mila lavoratori, facoltà che la stessa Bossi – Fini riservava, periodicamente, ai governi in carica.

"Il decreto flussi del governo Berlusconi prevedeva 170 mila ingressi – ha detto Ferrero - ma non aveva nulla a che vedere con la realtà, visto che sono pervenute dai datori di lavoro italiani 520 mila domande. Il nuovo decreto prende atto della realtà delle domande e colma questo gap di 350 mila richieste che altrimenti sarebbero rimaste inevase".
Ferrero ha tenuto a puntualizzare che "queste 350 mila persone sono già in Italia, e la richiesta dei datori di lavoro prevede la garanzia di un lavoro e di un alloggio. Quindi non sono ingressi indiscriminati". L'esponente del Prc spiega che "la situazione ereditata dal precedente governo condannava 350 mila persone al lavoro nero, con conseguente perdita di gettito fiscale e contributivo. Oltre al fatto che queste persone potevano essere arrestate in qualsiasi momento perchè clandestine". Dunque "è non solo un atto di solidarietà ma anche interesse della collettività: per un maggior grado di civiltà del Paese e per i maggiori introiti fiscali e contributivi, valutati nell'ordine di 1-1,5 miliardi di euro".
Il decreto, ha dichiarato infine Ferrero, è stato emanato "a normativa costante", e così "si esce da un periodo in cui il fenomeno immigrazione è stato trattato in modo ideologico e si tenta di padroneggiarlo in forme più razionali e più civili, fuori da un'ideologia che era essa stessa causa di illegalità".
Sulla necessità di modificare la Bossi – Fini, Amato è stato netto: “La legge esistente va cambiata. Io lo capii vedendo le file davanti alle poste, mi sarei aspettato di vedere imprenditori e famiglie italiane in attesa di filippine da far arrivare da Manila. E' un modo irrealistico e ipocrita di fingere di fare entrare persone dall'estero mentre è una legge di regolarizzazione" per immigrati già presenti in Italia, ha concluso il ministro dell’Interno.

Il ministro della Famiglia Rosi Bindi è sulla stessa lunghezza del collega. Per la Bindi, occorre cambiare la legge sull’immigrazione per rendere più facili i ricongiungimenti familiari tra immigrati, in modo da agevolarne l’integrazione. “La famiglia – ha detto Rosi Bindi - e' infatti un fattore di stabilizzazione che aiuta la condivisione dei diritti e dei doveri di chi vuole entrare nel nostro Paese".
Una filosofia che non trova sponde nel principale partito dell’opposizione. Ha detto Isabella Bertolini, di Forza Italia: “"Con questo nuovo decreto flussi, il governo Prodi fa dell'Italia una terra di nessuno, in modo premeditato. Diventiamo un Paese colabrodo, il ventre molle dell'Europa in preda a orde di clandestini, che arriveranno sapendo di potere restare, anche se irregolari".
Secondo l'azzurra "si getta al vento la politica del rigore, voluta dal governo Berlusconi, che invece ha espulso migliaia di clandestini e si mette a rischio la sicurezza dei cittadini per bene. Il Professore e l'Unione, ormai ricattati dalle forze della sinistra massimalista, svendono la nostra identità nazionale".
E ha concluso, in un crescendo di pathos:"Scelte gravi e dannose come questa ci impongono uno sforzo sempre maggiore per mandare a casa, prima possibile il governo Prodi".
Ma mentre la Bertolini si infervorava, arrivava a Palazzo Chigi “l’apprezzamento” degli imprenditori agricoli, attraverso una nota di Confagricoltura, nella quale si legge che i 350.000 nuovi ingressi “rispondono alle sempre crescenti esigenze di manodopera delle imprese agricole”. La Confagricoltura valuta “positivamente” anche la decisione di liberalizzare l'ingresso nel nostro Paese dei lavoratori provenienti dai Paesi neocomunitari, “come da tempo sollecitato”.
L'organizzazione degli imprenditori agricoli apprezza, inoltre, la dichiarazione del ministro degli Interni Giuliano Amato su una prevista modifica della legge Bossi-Fini. Nel dichiararsi disponibile ad un costruttivo confronto sulle modifiche da attuare all'attuale legge Confagricoltura auspica che la revisione “possa rispondere innanzitutto all'esigenza di garantire l'ingresso dei lavoratori stranieri in quantità corrispondente alle esigenze delle imprese, superando l'attuale sistema delle quote annuali predeterminate”. (AprileOnline 22.07.06)

 


 

Un Libro bianco denuncia i Cpt

di Andrea Scarchilli
Che i Centri di permanenza temporanei per gli immigrati clandestini siano un capitolo quantomeno ambiguo della vita nazionale, che certi settori della sinistra non si siano mai stancati di denunciarlo, questi sono fatti assodati. Ma ieri, per la prima volta, le denunce e i sospetti hanno assunto la forma di documento. Che arriva a una conclusione secca: i Cpt vanno chiusi, o almeno vanno introdotte “sostanziali modifiche nella loro gestione”.
Per la precisione si tratta di un Libro bianco – quasi trecento pagine di dati, analisi e testimonianze – realizzato dal gruppo di lavoro sui Cpt in Italia e presentato oggi a Roma nella sede dell’Associazione stampa estera da Tana de Zulueta, deputata dei Verdi e vicepresidente della commissione Esteri della Camera, Maria Chiara Acciarini, sottosegretario dei Ds alla Famiglia, Grazia Naletto, Nicoletta Dentico e Maurizio Gressi.
Il Libro bianco è il frutto di un’indagine durata due anni, realizzata da diversi parlamentari e da associazioni (tra cui Amnesty International e Medici senza Frontiere). Oggetto dell’indagine: quindici Centri di permanenza temporanea, gli immigrati (intervistati) che vi sono trattenuti, ma anche tutta la sovrastruttura burocratica che li tiene in vita: enti gestori, legali, forze dell’ordine.
Ha detto Nicoletta Dentico: “In questo rapporto abbiamo documentato non solo una violazione sistematica dei diritti sanciti della nostra Costituzione (libertà, uguaglianza, salute, difesa, asilo politico) ma anche delle norme internazionali, a cominciare da trattamenti degradanti della persona e dal divieto di procedere ad espulsioni collettive”.
La chiusura dei centri, si rendono conto gli autori del Libro, non è attuabile immediatamente. Però almeno si proceda a introdurre “sostanziali modifiche nella loro gestione”.

Il dossier lamenta la violazione dei più basilari principi di trasparenza della pubblica amministrazione, sanciti per legge, nella gestione dei Centri, il lievitare dei costi “dell’industria della detenzione”, l’utilizzo “geopolitico” della detenzione amministrativa per gestire l’immigrazione.
Tana De Zulueta, tra le altre denunce, ha chiesto una legge organica per l’asilo: in media l’ottanta per cento dei richiedenti sono trattenuti nei Centri, in aperta violazione del diritto internazionale.
“Lavoreremo – ha detto Maria Grazia Acciarini – perché la svolta ci sia, e sia drastica, convinta come sono che la chiusura dei Cpt non possa non inserirsi in una nuova politica dell’immigrazione”. E ha aggiunto: “non è retorica, credetemi, penso davvero di aver visto da vicino tante persone per le quali l’espulsione sarebbe stata l’anticamera della condanna a morte. E che un pezzo di questa condanna sia stato scritto nel nostro Paese”.
Grazia Naletto ha fatto il punto sulla situazione economica, sottolineando l’enorme mole di risorse “succhiate” dai Cpt: fra il 1999 e il 2005 lo Stato, per finanziare il sistema, ha stanziato 529 milioni di euro, con, alla fine, meno della metà di stranieri espulsi rispetto a quelli trattenuti.
Francesco Martone, senatore di Rifondazione comunista, tra i promotori dell’iniziativa, ha auspicato che “il lavoro per il libro bianco venga valorizzato a tutti i livelli, in particolare dalla Commissione sui CPT, istituita dal ministro degli Interni, giacché propone un percorso realistico verso la chiusura dei centri e una nuova politica dell’accoglienza”. (AprileOnline 19.07.06)
 

 

Il ministro Paolo Ferrero in visita a  Lampedusa



Niente più espulsioni di massa, centri di permanenza lager, tanto meno in Libia o in paesi terzi dove non sono garantiti i diritti umani. Il
ministro delle Politiche sociali Paolo Ferrero sbarca a Lampedusa e dal luogo simbolo della frontiera verso l´Africa reimposta la politica sull´immigrazione. «Niente più espulsioni verso Paesi che non sono firmatari della Convenzione di Ginevra. Tra questi c'è anche la Libia», dice il ministro di Rifondazione in piena sintonia con il sottosegratario al Viminale Marcella Lucidi che lo accompagna. No, non ha intezione di chiudere i Cpt. Ma di «superarli». «Dal momento in cui saranno cambiate le modalità con cui si sta in questi centri», spiega ancora il ministro. Servono più fondi per la politica sull´immigrazione, continua, ma soprattutto serve un approccio diverso. Non quello di mettere alla gogna i migranti o di sparargli addosso con le motovedette come voleva la Lega Nord. O di convogliare tutti i fondi, com´è stato sotto il governo Berlusconi, in una strategia di contrasto basata sul pattugliamento delle coste e sui rimpatri forzati. Dando i permessi di lavoro col contagocce, in barba alle stesse richieste degli imprenditori a corto di manodopera stagionale. Anche sui flussi di immigrati da regolarizzare il ministro Ferrero ha in mente un´altra idea rispetto a quella del centrodestra di "arrestare"tutti quelli che hanno presentato domanda e non sono rientrati nella quota pattuita.

«Non chiamatela sanatoria», precisa il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero reduce dal centro di permanenza temporeaneo per clandestini più incandescente d´Italia: Lampedusa. Ma è il suo primo impegno: quello a adeguare i permessi di lavoro dei migranti ai richiedenti che ne abbiano i requisiti. Cioè a quota 480mila: tanti sono gli immigrati che pochi mesi fa si sono ordinatamente messi in coda agli uffici postali per presentare le loro richieste di regolarizzazione.

Tutti e 480mila hanno presentato i documenti ma solo un terzo delle domande aveva la possibilità di essere accettata. E questo in base al decreto flussi, cioè alla politica di ingressi contingentati definita dai governi precedenti per lavori stagionali. Per gli altri,che hanno fatto comunque file di ore, notti al freddo, era solo una lotteria.
Soltanto i primi ad arrivare infatti, avevano qualche possibilità, un miraggio, un terno al lotto. Pur avendo le stesse carte, le stesse garanzie di svolgere un regolare lavoro, degli altri per la maggior parte di loro la speranza di regolarizzarsi, magari dopo anni di lavoro come badante o muratore, è rimasta tale.

«Adegueremo i flussi alla realtà - dice ora il ministro Ferrero, di Rifondazione - Se ci sono 480 mila persone che lavorano ed hanno presentato domanda a loro si darà il permesso». Paolo Ferrero lo dice nella conferenza stampa all'interno della base dell'aeronautica di Lampedusa. Ferrero non vuole abolire il meccanismo delle quote d´ingresso - per altro inaugurato dai governi di centrosinistra - ma
rivederlo sì. È la legge Bossi-Fini che vuole cambiare. «È sbagliata e va cambiata» , dice, e occorre anche rivedere le quote che erano state fissate dal precedente ministro, Maroni.
Circa i tempi non prende impegni, ma annuncia: «Saranno tempi tecnici». Quanto alle condizioni di permanenza nel cpt di Lampedusa, giudicato un lager da organizzazioni antirazziste e umanitarie e interdetto ai giornalisti e in sostanza anche alle ispezioni delle Nazioni Unite, Ferrero non si vuole soffermare più di tanto. Però è corso a verifiocarle di persona, con una delegazione al completo di responsabili del settore immigrazione di Palazzo Chigi. «Siamo venuti per ascoltare», dice, spiegando che è questa la linea del governo Prodi: ascoltare e poi decidere.
 

Don Vitaliano: amnistia e chiusura dei Cpt


"Signor Presidente della Repubblica. Non ho seguito la 'solenne liturgia laica' del Suo giuramento perchè, un po' polemicamente nei Suoi confronti, ero nel Centro di permanenza temporaneo per migranti di Bari Palese. Mi perdoni per l'ardire, ma Lei è uno degli 'inventori' di luoghi tanto disumani, che vanno contro la nostra tradizione di popolo ospitale e accogliente". Lo sottolinea il sacerdote don Vitaliano Della Sala, vicino ai no global, rivolgendosi al Capo dello Stato e chiedendo la chiusura dei Cpt e l'amnistia per i detenuti.
"La situazione di questi luoghi di sofferenza è drammatica. In essi - denuncia - sono frequenti gesti di autolesionismo e tentativi di suicidio, maltrattamenti e percosse. Spesso non è garantita un' adeguata assistenza medica e sono precarie le condizioni sanitarie. Quasi tutti i Cpt 'ospitano' pochi migranti, a dimostrazione che non esiste nessuna emergenza 'clandestini', ma solo la volontà di incrementare e foraggiare il business umanitario. In realtà tutti i Cpt sono inutili, costosi e lesivi di ogni diritto e della dignità dei migranti che vengono ingiustamente rinchiusi in essi. Pertanto - chiede don Vitalino - vanno immediatamente smantellati".
Il sacerdote chiede che Napolitano "lo faccia all'inizio del suo mandato presidenziale, come dimostrazione che il nostro è un Paese di diritti civili. Come ha anche detto nel Suo discorso di insediamento: 'la maturità di un popolo si misura dalla civiltà delle sbarre delle sue prigioni'. Una volta quando si incoronava il re o si insediava un nuovo Capo dello Stato, c'era la tradizione di concedere l'amnistia ai detenuti: un segno di clemenza che simboleggiava la scommessa che si faceva sui cittadini detenuti perchè avessero modo di cominciare anche loro una nuova vita. Quale segno più bello per iniziare il Suo alto mandato con un segno fiducia verso chi ha sbagliato?". Pertanto - continua il sacerdote -"le chiedo di adoperarsi con tutte le Sue forze perchè il nuovo Parlamento italiano conceda l'amnistia ai detenuti e la possibilità di riscattarsi".
Don Vitaliano prende l'occasione per denunciare come "si sia assistito all'insulto del vecchio Parlamento nei confronti del defunto papa Giovanni Paolo II, applaudito da tutti i parlamentari quando chiese con forza un gesto di clemenza per i detenuti, ma poi tradito al momento di concretizzare l'impegno assunto; l'hanno tradito soprattutto quei parlamentari che si riempiono la bocca di cristianesimo e di valori cristiani e che dicono di ispirarsi alla tradizione cattolica e al Vangelo, dimenticando che tra le prime parole che Gesù pronuncia, ce ne sono alcune di speranza e di liberazione proprio per i carcerati. Ora il Parlamento ha la possibilità di accontentare papa Wojtila, seppur tardivamente". (AprileOnLine17.05.06)

 

Bonus bebè:truffa per gli immigrati

 

di Andrea Battanthier
Sono tremila cittadini stranieri a rischiare un processo per il ritiro del bonus bebè 2005, aggirando la buona fede del Presidente. Truffa aggravata ai danni dello Stato, perché hanno ritirato l’assegno alle poste italiane, male interpretando il senso della lettera del Presidente. Ora rischiano il ritiro della carta di soggiorno. Qualcuno ha provato a giustificarsi, affermando come il messaggio della lettera fosse generico ed evasivo, ma, intanto, Calderoli esulta: “ci sono cascati! La lettera l’avevamo mandata per incastrarli...ed ora...fuori dall’Italia”. “Non avevano diritto a quei 1000 euro, è stata aggirata la bonarietà del presidente” flauta dolcemente Bondi. Ma andiamo con ordine. A fine gennaio il Presidente ha spedito personalmente una lettera a più di 600 mila bebè italiani e, conoscendo la sua generosità, ha pensato bene di inviare la lettera a tutti, ma proprio tutti, quasi che fosse in campagna elettorale. La lettera era rivolta alle famiglie con neonati residenti in Italia ma è arrivata anche agli immigrati.
Molti di loro hanno compilato il modulo per riscuotere il bonus, convinti che, per una volta che il Presidente si ricorda di loro, scrivendogli personalmente, un motivo ci sarà, sarà un pensiero stupendo, un dono del nostro generoso Presidente. Vuoi per la conoscenza della lingua, vuoi perché forse convinti dell’equivalenza nascita=cittadinanza, hanno autocertificato la nazionalità italiana con l’infingarda complicità dei bebè (”Si comincia da piccoli a peccare, quando si è ignari”, scriveva M.T.Nati). Hanno agito in buona fede? E se non avessero ricevuto quella dolce e vaga letterina, sarebbero andati ugualmente a reclamare il bonus? Una cosa è certa ed è bene che i bebè se la tengano a mente: loro al bonus non hanno diritto, ma a simpatiche e illusorie letterine, soprattutto se pagate con il denaro pubblico, quello sì, anzi, il Presidente ha recentemente attivato un blog che raccoglie le sue memorie, dall'indirizzo inequivocabile: www.mieletteremieicontratti.illusionipermatti.it. (AprileOnline 20.04.06)

 

Italia pluriculturale

 

di Andrea Olivero Presidente Nazionale Acli

E’ con sconcerto ed incredulità che abbiamo letto questa mattina - riportate da tutte le agenzie - le parole del presidente del Consiglio pronunciate nel corso di una seguitissima trasmissione radiofonica: "Non vogliamo un’Italia plurietnica e pluriculturale". Sconcerto per la gravità di quanto affermato, incredulità per la leggerezza con cui vengono affrontate, da una delle massime istituzioni del Paese, questioni importantissime e delicatissime quali sono quelle dell’immigrazione e dell’integrazione. Verrebbe allora, a caldo, da consigliare al nostro premier la rilettura – o la lettura – di un testo, uno degli ultimi, dell’amato Pontefice Giovanni Paolo II: il Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, quello del 2005, intitolato per l’appunto "L’integrazione interculturale". Ne trarrebbe sicuramente giovamento spirituale e culturale.
In uno dei passaggi, infatti, il Papa ricorda: "Si devono escludere sia i modelli assimilazionisti, che tendono a fare del diverso una copia di sé, sia i modelli di marginalizzazione degli immigrati, con atteggiamenti che possono giungere fino alle scelte dell’apartheid. La via da percorrere è quella della genuina integrazione in una prospettiva aperta, che rifiuti di considerare solo le differenze tra immigrati ed autoctoni". A fronte di tale chiarezza, il rifiuto politico di immaginare, ma anche di sognare, un Paese, un popolo, capace di promuovere l’integrazione culturale con cittadini provenienti da altri contesti culturali, sociali, religiosi, significa - noi crediamo – non avere né il senso della responsabilità né il senso della solidarietà.

Se si ha paura del meticciato, della possibilità di perdita della integrità identitaria di appartenenza, significa che si ha una prospettiva miope nei confronti di un orizzonte che si prospetta sempre più "colorato". Ci sono in Italia ben tre milioni di cittadini immigrati, molti di loro sono già dei nuclei familiari radicati nei nostri territori. Molti dei loro figli frequentano le nostre scuole e i nostri figli. Domani molti di questi nostri bambini, bianchi, neri o gialli che siano, sono destinati non solo a condividere le responsabilità di una società ma anche a condividere progetti d’amore, a crearsi una famiglia interculturale.
Se non garantiamo loro la costruzione di un clima sereno e costruttivo, noi perdiamo l’occasione per migliorare la nostra democrazia, di oggi e di domani. L’identità è certamente un valore costitutivo delle persone e dei popoli. Se è vero che non può essere cancellata, ignorata o misconosciuta, è altrettanto vero che non può essere intesa semplicemente e semplicisticamente come una fortezza da proteggere. Essa è piuttosto un tesoro da scoprire, riscoprire e arricchire ogni volta, proprio grazie all’incontro e al confronto con gli "altri".Per questo, quindi, bisogna sapere e volere investire sulle politiche di accoglienza e di sostegno per gli immigrati: per incentivare in loro il desiderio di integrazione con la nostra cultura, ma anche per sviluppare nei cittadini italiani il desiderio della conoscenza e del confronto.
Al contrario, politiche ispirate dalla paura, dalla diffidenza e dalla chiusura, finiscono per produrre il risultato opposto a quanto desiderato: vale a dire marginalità sociale, riduzione della sicurezza, protesta politica e fondamentalismo. In altri termini, si vorrebbe la sicurezza, ma si fomenta la conflittualità etnica e sociale.
Per chi, come le Acli, si ispira apertamente agli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, restano indimenticabili ed inequivocabili le parole – ancora – di Giovanni Paolo II, il suo invito ad essere "sentinelle del mattino", per "promuovere, con attivo impegno, prospettive di speranza, che preludano all’alba di una società più aperta e solidale".(AprileOnline 27-03-06)

 

Immigrati e quote

Ancora un esempio di disumanità della Bossi-Fini

Ufficio Stampa PdCI

Roma 14 marzo 2006 

Le lunghissime code di cittadini migranti che da notti affollano gli ingressi degli uffici postali italiani sono l’ennesimo esempio di disumanità di una legge chiamata Bossi-Fini. File strazianti di esseri umani, lasciati senza nessuna assistenza da parte di un Governo inetto e incapace, costretti a presidiare i cancelli delle Poste nella speranza di ottenere il sospirato permesso di soggiorno. Ribadiamo la nostra ferma opposizione ad un sistema di quote che, prevedendo la possibilità di ingresso solo per una piccola parte di lavoratori stranieri, di fatto legalizza l’illegalità, condannando migliaia di immigrati a vivere in quella zona di confine che genera razzismi e delinquenza. Riaffermiamo il diritto alla legalità, un diritto sancito dalla nostra Costituzione e unica base per un rapporto positivo con i cittadini migranti. Le file di questi giorni rafforzano l’esigenza immediata da parte del centrosinistra di attuare politiche diverse sul tema immigrazione. Politiche concrete che, partendo dalla negazione della legge Bossi-Fini e dalla chiusura di quei mostri giuridici che rispondono al nome di Cpt, mettano in campo reali strumenti legislativi atti a favorire l’accoglienza.

 

La conta crudele

 

di Ida Rodano


Decine di migliaia di immigrati in coda dalla notte di lunedì davanti agli uffici postali in Italia per presentare le domande di assunzione previste dal decreto sui flussi d'ingresso in Italia nel 2006.
Saranno 170.000 i lavoratori extracomunitari, formalmente residenti all'estero, che potranno entrare regolarmente in Italia nell'anno in corso per lavorare con contratto a tempo determinato o indeterminato su domanda del loro datore di lavoro.
In realtà agli uffici postali si sono recati in larga parte immigrati il cui datore di lavoro è disposto a regolarizzarli, in quella si può definire una "sanatoria" di fatto e per lo più parziale, dato che le domande si annunciano di molto superiori ai posti disponibili.
Ciò è quanto di più violento e cinico si possa immaginare, considerato che in molti rimarranno delusi perché le quote d'ingresso sono volutamente inferiori alle richieste.
Ma non basta, perché chi si vedrà concedere il permesso di soggiorno dovrà tornare al proprio paese per ritirarlo al consolato italiano e ricevere il visto per rientrare in Italia.
Il Viminale ha cercato di gettare acqua sul fuoco della polemica scatenata dal centrosinistra: l’affluenza agli uffici postali sarebbe stata “regolare” come sarebbe stato “del tutto infondato” l'allarme relativo a possibili resse agli sportelli. In realtà, fatta eccezione di Bergamo e Torino, dove due extracomunitari hanno accoltellato altri due immigrati per una lite nata proprio a seguito della ressa e della tensione provocata dalle lunghe attese, nel resto dell'Italia non si sono registrate proteste o tensioni grazie proprio alla lezione di civiltà offertaci dagli immigrati che si sono organizzati con la distribuzione di numeri scritti a penna su pezzetti di carta per gestire la lunga attesa davanti agli uffici postali. Un’attesa che si è rivelata fatale per una donna rumena di 35 anni, colpita da ictus mentre era in fila, a Savona.
Nei giorni scorsi, le Poste hanno distribuito quasi due milioni di moduli. "Vince" chi arriva primo, perché i funzionari del ministero guarderanno l'ordine di arrivo, ora, minuti e secondi: anche questi ultimi saranno infatti indicati nella ricevuta della raccomandata, per discriminare i fortunati dagli esclusi.
Dopo appena trenta minuti dall’apertura degli uffici postali le domande presentate erano già 300mila. Alle 16 avevano toccato quota 460mila, alle 18,30 480.000. La corsa ai 170mila posti di lavoro per extracomunitari è iniziata alle 14.30, dopo quattro giorni di code, durante i quali gli immigrati hanno aspettato di consegnare, ai 6244 uffici postali abilitati, la richiesta da indirizzare alle Prefetture.
In una classifica del numero di richieste presentate, in testa c'è la provincia di Roma con 47.818 domande (pari al 10,16% del totale), seguita da quella di Milano con 33.481 (7,11%), poi Torino con 21.229 (4,51%). Nella classifica delle prime dieci province, quelle con più di diecimila domande, dopo i primi tre posti figurano solo realtà del centro-nord, in particolare del Veneto: Brescia, Bologna, Verona, Venezia, Padova, Treviso e Modena. In coda, Isernia con 368 domande, ed Enna con 370.

Per i tanti che si sono messi in fila già dal fine settimana, la sfida da superare è stata quella contro il freddo e la fame. Tante le organizzazioni - dalla Caritas alla Croce rossa, dai sindacati alle associazioni locali - che si sono mobilitate per offrire bevande calde, cibo, sedie e in alcuni casi anche pulmini per offrire riparo. Mentre gli uomini della Protezione civile hanno allestito bagni chimici e distribuito coperte.
Ma le file sono state (se mai ce ne fosse stato bisogno) la dimostrazione di quanto sia stata propagandistica in questi anni la politica del centrodestra sull'immigrazione. Ancora una volta il nostro paese ha messo in scena uno spettacolo indecoroso, ai limiti del rispetto dei diritti umani (AprileOnLine 15.03.06)

Immigrato picchiato

 Clima intollerante alimentato dal governo

Ufficio Stampa PdCI 

Roma 28 febbraio 2006

Il filmato sul pestaggio di un cittadino migrante avvenuto a Sassuolo per opera di una pattuglia di carabinieri lascia sgomenti. Il comportamento dei militari è purtroppo sintomatico di un clima di intolleranza e di violenza che da anni viene alimentato irresponsabilmente da forze politiche ed esponenti di governo. E’ legittimo pensare che politiche ossessivamente incentrate sulle questioni della sicurezza e della non accoglienza, e continue manifestazioni di intolleranza verbale nei confronti dei migranti e di quanti professano altre religioni possa diffondere anche all’interno delle forze dell’ordine la convinzione che i cittadini migranti siano nemici da combattere privi di qualsiasi diritto. I Comunisti italiani si batteranno affinché il futuro governo di centrosinistra ribalti l’attuale impostazione delle politiche migratorie respingendo il presupposto “securitario”  che porta al parallelo razzista immigrati uguali delinquenti.

Inciviltà con la divisa

di Giorgio Bocca
È accaduto a Sassuolo, alle dieci di una domenica mattina. Una pattuglia di carabinieri arresta un marocchino ubriaco. È ferito al capo, sanguina, non vuole salire sulla macchina, si denuda. I militari allora lo picchiano duramente a pugni e calci. Assiste alla scena un gruppo di immigrati, uno la riprende con un videofonino.
Le immagini arrivano nel mio studio via Internet dieci giorni dopo. Sono immagini di comune violenza, che potrebbero arrivare da ogni parte del mondo violento, dalla grassa pacifica Emilia come da Bagdad o dalla Colombia o da New York.
Certo, i carabinieri sono costretti spesso a fare un lavoro oscuro e ingrato, in questo caso devono far cessare gli schiamazzi e le minacce che un uomo seminudo, ubriaco, probabilmente violento e psichicamente disturbato lancia da una strada di Sassuolo. Ma è un uomo inerme, e ormai innocuo: nulla giustifica che gli piombino addosso e lo riempiano di botte, alla faccia, al ventre, alle gambe mentre urla come una bestia ferita.
Qualcuno può pensare che siano i danni collaterali dell'immigrazione, un fenomeno sociale di cui nessuno può assumere la piena responsabilità, una sciagura naturale, qualcosa come lo Tsunami o l'effetto serra, il mare che spazza via le città, il ghiaccio che si scioglie e che una certa dose di durezza in casi come questo sia inevitabile. ( La Repubblica 28-02-06)

 

I volti della disperazione

      di Christian Elia

Il dramma delle migrazioni siamo abituati a percepirlo come una specie di tavola pitagorica della disperazione. Non esiste un telegiornale che, per ovvii motivi, vada oltre il numero di clandestini. Come se dietro le asettiche statistiche non parlassero di uomini, donne e bambini. 

una delle reti di contenimento a melillaIn questo senso le immagini hanno un potere immenso, quello di costringerci a guardare negli occhi, seppur mediati da un obiettivo fotografico, le persone delle quali parliamo quando esprimiamo il nostro parere sul fenomeno migratorio. Poche persone avranno mai l’occasione di trovarsi di fronte a uno sbarco di migranti ed è per questo che un lavoro come quello del fotografo argentino Juan Medina è molto importante. Perché porta l’osservatore a sentirsi stretto nella morsa di quella barca affollata, inchiodato dal terrore dello sguardo di un uomo che rischia di annegare. Solo conoscendo, seppur in modo virtuale, determinate angosce, si dovrebbe esprimere un giudizio. Non prima. Sono venti le foto di Juan Medina in esposizione alla galleria FORMA di Milano, scattate tra il 2003 e il 2005.  Medina, anche se è nato a Buenos Aires nel 1963, è praticamente spagnolo di adozione, vivendo da più di vent’anni in Europa. E proprio nel suo lavoro di fotografo della Reuters, impegnato sul fronte spagnolo della migrazione, ha raccolto la testimonianza degli sbarchi di clandestini nell’isola di Fuerteventura, nelle Canarie. Le venti foto esposte hanno una forza incredibile: rendono con immediatezza l’ambiente e, allo stesso tempo, il carico di contraddizioni che si porta dietro il fenomeno migratorio.

Come le maglie delle squadre di calcio europee. In una foto c’è un ragazzo con la maglia di David Bechkam, l’ala inglese del Real Madrid. Addosso ha poco altro. In un’altra foto, un migrante stipato su una barchetta con decine di persone indossa la maglia del Milan. Simboli